MAMMA
PERCHE’ CI HAI UCCISI?
Padre
Domenico Mondrone S. J.
PER
ORDINAZIONI RIVOLGERSI A: Don
Enzo Boninsegna – Via Polesine 5 – 37134 Verona – Tel e fax.: 0458201679
Ho
spento per sempre due occhi che avevano diritto di vedere la luce e che
mi avrebbero guardato con amore.
Ho
soffocato per sempre una voce che mi avrebbe chiamato:
"Mamma!".
Ho
chiuso per sempre una bocca che mi avrebbe sorriso.
Ho
bloccato per sempre due piccole mani che avrebbero accarezzato il mio
volto.
Ho
arrestato per sempre due piccoli piedi che avrebbero camminato con me
nella vita.
Ho
fermato per sempre i battiti di un cuore che palpitava nel mio grembo,
che mi avrebbe amato di un amore immenso e che, a poca distanza di tempo,
avrebbe portato nel mondo la gioia di vivere.
Ho
ucciso! Ho ucciso per sempre una vita nutrita col mio sangue. Ho ucciso
la vita della mia vita!
Da
quell'istante il viso del mio Bambino è entrato nel mio sguardo e dovunque poso
i miei occhi io lo vedo.
"Mamma,
perché mi hai ucciso?", sembra che mi chieda.
Io
rispondo in silenzio, col pianto.
Realtà?
Allucinazione?
Trauma
psichico da rimorso?
Una
delle tante vie della grazia?
Forse
un po' di tutto questo.
Comunque,
la vicenda qui narrata pone l'accento su un angoscioso problema: l'aborto.
Allo
scadere preciso di dieci anni, il termine fissato dalla persona che mi affidò
questa sua ultima volontà, mi accingo a compiere il mio compito con la stessa
trepidazione con cui lo accettai in una gelida serata di dicembre del 1945. Per
ragioni assai ovvie, che non provengono soltanto da una comprensibile
delicatezza, sono costretto a tacere ogni esatta ubicazione ed ogni accenno che
possa far individuare le persone che s'incontrano nei fatti che verranno qui
riferiti. D. M.
Definire
"impressionante" questo documento non è esagerato. Impressionante e
provvidenziale.
Una
donna che ha acceso e poi spento con l'aborto la vita di sette figli, tormentata
dal rimorso che l'ha folgorata in maniera "strana" e inaspettata,
decide di riparare come può, al male che ha fatto, raccontando la storia
drammatica della sua vita e delle sue colpe perché altre mamme non ripetano il
suo peccato. Una testimonianza quanto mai necessaria in questo tempo senza Dio,
in cui a dichiarare guerra alla vita nascente non è più solo il singolo, che
lo fa di nascosto perché consapevole di compiere qualcosa di grave, ma è la
stessa "Legge". Una "Legge" che non è più per l'uomo, ma
è contro l'uomo, perché si è fatta assassina e ladra. Assassina... perché
uccide, e ladra ... perché lo fa con i soldi che ruba ai contribuenti per dare
ad altri cittadini la possibilità di uccidere "gratis" i loro figli.
L'aborto
oggi non è più, come poteva essere in passato, un "incidente di
percorso" e qualcosa di cui vergognarsi. Oggi il "Massacro degli
innocenti" è programmato, finanziato e glorificato come un segno e una
conquista di civiltà.
A
differenza di quanto avviene per altri reati, per i quali si può sperare
giustizia dallo Stato, nel caso dell'aborto non c'è autorità umana, non c'è
legge umana da cui si possa sperare giustizia. L'autorità e la legge degli
uomini non sono estranee al problema, non sono al di sopra, non sono fuori, ma
sono ormai ferocemente schierate contro la vita nascente. E' la più vigliacca e
diabolica delle ingiustizie.
Una
"civiltà" sozza e ipocrita, la nostra, che fa leggi in difesa degli
animali e poi programma, con altre leggi, lo sterminio dell'uomo.
Una
"civiltà" violenta e impazzita, che si scandalizza per la pena di
morte inflitta a persone colpevoli di crimini mostruosi e non si vergogna di
condannare a morte milioni di innocenti.
Una
"civiltà" cieca e incosciente, che non sa più da dove viene e dove
va e che, nella sua stoltezza "interessata", sbandiera come progresso
la peggior forma di barbarie.
Una
"civiltà" selvaggia e indemoniata, non più consapevole che è
proprio l'ingiustizia dell'uomo, soprattutto quando è programmata e ostinata,
a costringere Dio a far ricorso alla sua giustizia
Una
"civiltà" rincretinita e ribelle, che calpesta Le parole del Signore:
"Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le
tenebre in luce e la luce in tenebre" (Is 5, 20).
Ma
confesso che più che lo zelo fanatico e assassino di chi si è battuto per
l'aborto, mi scandalizza t'assonnata indifferenza del mondo cattolico che, nella
quasi totalità, a partire dai suoi Pastori, pur condannando l'aborto, non ha
trovato nulla da ridire sul tradimento di quei sei politici
"cattolici" che hanno fumato la "strage degli innocenti "
tramutandola in legge.
Anzi,
di quei sei "cristiani assassini." (Leone, Andreotti, Anselmi, Morlino,
Pandolfi e Bonifacio), cinque sono stati ancora "premiati" da chi ha
permesso loro di continuar a pescar voti e consensi all'interno di associazioni
e movimenti "cattolici" e in alcune curie vescovili, in non poche
canoniche e in non pochi conventi di tutta Italia.
Non
fa certo onore alla comunità cristiana il non aver voluto smascherare quei
traditori che, pur dicendosi di Cristo, Signore della vita, hanno spalancato le
porte alla "strage degli innocenti" e a Satana, signore della morte,
che ne è stato il primo e principale ispiratore.
Non
fa certo onore alla comunità cristiana la scontata rassegnazione davanti al
dato di fatto dell'aborto, come se non fosse possibile far di più e far di
meglio del quasi niente che si è fatto finora, per eliminare questa vergogna
dalle leggi del nostro popolo.
E
fosse solo una questione di onore! Qui ci sono precise responsabilità, precise
e gravissime colpe, se non altro il peccato di omissione da parte di tutti
coloro che, in basso e in alto, nella società civile e più ancora nella
Chiesa, non mettono la tragedia dell'aborto ai primo posto tra i flagelli da cui
è affitto il nostro popolo e quindi al primo posto tra le molte battaglie da
combattere.
Basti
pensare che, da quando in Italia esiste il "regime abortista", sono
stati massacrati in media ben 200.000 bambini ogni anno. E, se la matematica non
è un'opinione, si fa presto a fare i conti, basta una semplice moltiplicazione:
quasi 15 anni di "regime abortista" per circa 200.000 bambini abortiti
ogni anno, ... ed ecco la cifra spaventosa: 3 milioni (una città come Roma!) di
bambini uccisi proprio da quella "legge" che avrebbe dovuto difenderli
e farli nascere. Occorre forse dell'altro per considerare lo Stato, questo
Stato con la sua "Legge", come il nostro primo e principale nemico?
In
una società in cui non c'è più posto per Dio e per la sua giustizia, nessun
uomo è al sicuro e i più deboli, i più indifesi, anche se innocenti, io sono
meno degli altri.
Lo
conferma una volta di più la storia drammatica riportata in queste pagine. La
protagonista di questa storia mette bene in evidenza che solo dopo aver
licenziato Dio, con cattive compagnie e con cattive letture, è stata capace di
far uccidere sette figli.
A
chi giustifica l'aborto sarà bene ricordare che, se non si converte, piomberà
su di lui, come un fulmine, l'ira di Dio! Non è mai troppa la durezza che si può
usare quando si parla, contro l'aborto. Ma è il peccato che va colpito, non il
peccatore. A chi ha commesso questa colpa, e ne prova un sincero pentimento, non
si parlerà mai troppo di misericordia: ne ha tanto bisogno per continuar a
credere e per sentire che Dio lo ama ancora, come prima e più di prima.
Quella
Chiesa che in nome di Cristo non può che essere intransigente nel condannare
l'orrendo delitto dell'aborto, sa anche essere piena di misericordia
nell'offrire, a chi ha peccato, il perdono del Signore e la possibilità di
'tornare a vivere'; a credere, a sperare e ad amare.
Solo
la Chiesa sa fare questo. Il "mondo" che prima spinge l'uomo al
peccato, annebbiandogli la coscienza e paralizzandogli la volontà, poi lo
lascia solo, ... coi suoi rimorsi, coi suoi tormenti di coscienza; indifferente
e comunque incapace di rigenerare la speranza in chi ha sbagliato.
La
Chiesa, al contrario, lancia un grido di allarme prima che l'uomo pecchi. Lo fa
per illuminare la sua coscienza e non per togliere all'uomo la libertà. Lo fa
per fermarlo prima che faccia e si faccia del male. Ma a fatto compiuto, quando
la colpa è già stata commessa, quando un uomo piange il suo peccato, allora la
Chiesa e solo la Chiesa sa dire parole di misericordia, sa ridare speranza,
voglia e forza di riparare, voglia e forza di vivere.
La
testimonianza contenuta in queste pagine ne è una chiara conferma. Dov'era la
donna che ha spinto all'aborto la protagonista di questa triste storia, quando
questa si consumava in un tragico rimorso senza speranza?
In
quei dolorosi momenti compare in scena la figura di un prete, che dal buio del
suo confessionale sa far brillare la luce della fede, sa donare con le promesse
di Dio il conforto della speranza, sa rigenerare all'amore una povera donna che
il "mondo" ha ingannato e tradito fino a fare di lei un 'rottame di
umanità':
E
poi, accanto al letto di morte, ... ecco un altro prete, venuto per ridonare
fiducia in Dio a chi si apprestava all'ultima battaglia. Dov'era il
"mondo" in quel momento? Dov'erano gli abortisti coi loro stupidi
slogans? Di quei criminali ... nemmeno l'ombra! E se, del resto, ci fossero
stati, che avrebbero potuto dire a quella povera donna ormai vicina alla morte e
al giudizio di Dio?
Per
allargare il discorso sull'aborto, che è il peggior flagello del nostro tempo,
mi è sembrato opportuno inserire in appendice altri scritti e altre
testimonianze.
Mi
auguro, caro amico lettore, che questo libretto, che può salvare qualche bimbo
dall'aborto e qualche persona dalla disperazione e dall'inferno, trovi, anche
grazie alla tua preziosa collaborazione, una calda e larga accoglienza.
Ero
tornato da una breve passeggiata, fatta prima dell'orario consueto, quando venni
chiamato al telefono da una persona che non volle dire il suo nome. Invece di
questo, chi chiamava accennò a un incontro avuto con me qualche anno prima e
così poté facilmente farsi riconoscere. "Mamma è gravissima. C'è chi le
ha parlato di lei. Ha detto che gredirebbe molto una sua visita". Non capii
perché questo prudente segreto.
Dopo
venti minuti ero al capezzale dell'inferma.
L'impressione
che mi fece fu pessima. Aveva un volto sfinito e pallidissimo. Due occhioni
grandi, ancora affascinanti, ma carichi di sofferenza. In capo una cuffia di
lana bianca. I movimenti erano misurati e stanchi. Mi salutò con un filo di
voce, ma c'era in questa una grande dimostrazione di gratitudine. Dopo di ciò,
i familiari si ritirarono ed io fui solo con lei.
-
"Padre, mi ha riconosciuto?"
-
"Certamente: perché me lo domanda?"
-
"Credo che devo essere molto cambiata."
-
"Non tanto, come lei pensa, da essere irriconoscibile. E allora mi dica in
che cosa posso esserle utile. Sono qui a sua disposizione."
-
"Può darmi tutto il tempo che mi occorre?"
-
"Non ho altra premura che di servirla in tutto quello che posso."
-
"So che lei è religioso, è legato a un orario."
-
"Ma in certi casi l'orario è l'ultima preoccupazione."
-
"Grazie, padre. Come vede, io vado verso la fine. Vorrei confessarmi."
-
"Sono qui ad ascoltarla. La prego soltanto di non stancarsi. Se permette,
farò del mio meglio per aiutarla."
Così
dicendo, mi feci più vicino, recitai la breve preghiera di rito, tracciai su di
lei un segno di croce e mi raccolsi ad ascoltarla. Ma presto ebbi a stupirmi
dinanzi alla limpidezza, all'ordine, alla precisione con cui parlava quella
donna che si dibatteva tra la vita e la morte. Una preparazione, che meglio non
si poteva desiderare.
-
"Padre, si può interrompere per qualche momento? "
-
"Certamente. Non si affatichi. Le occorre qualche cosa?"
Fece
un cenno affermativo e toccò un campanello che aveva lì a portata di mano.
S'affacciò subito una suora infermiera con una bacinella e tutto l'occorrente
per una iniezione.
Qualche
minuto di attesa nel salotto accanto e rientrai. Ancora pochi minuti e il mio
compito sembrò terminato.
Ma
l'inferma domandò: "Ed ora, che altro dovrei fare?".
-
"Sono lieto che sia lei a chiedermelo. Le consiglierei di disporsi a
ricevere domani mattina il Santo Viatico e l'Olio Santo. Ma se per questo
preferisce il parroco, potrei passare ora io stesso da lui."
-
"No, preferisco farlo con lei. E perché attendere fino a domani mattina?
Non si potrebbe questa sera?"
-
"Certo che si può."
Inteso
ciò, toccò di nuovo il campanello e questa volta, insieme con la suora,
entrarono una giovane signora con una bambina tra le braccia, suo marito e un
ragazzino di cinque o sei anni.
-
"Suora, ho detto al padre di fare tutto questa sera. Lei che ne dice? Voi
che ne dite?"
I
familiari si guardarono con occhi gonfi di commozione e non seppero che sosa
rispondere.
-
"lo penso che sia un'ispirazione di Dio - disse invece la suora. - Faccia
pure come dice, signora. Oltre tutto, ciò l'aiuterà a passare la notte più
tranquilla."
-
"Allora, padre, sono nelle sue mani."
In
pochi salti fui alla chiesa vicina, dove il parroco stava già per chiudere. Una
cotta, doppia stola, borsetta con l'Olio Santo, un rituale, un asperges, la
piccola teca col Santissimo e, rinfilato il soprabito, dopo pochi minuti ero di
ritomo.
La
suora aveva intanto già convertito il comò di fronte al letto in un altarino
tutto lindo e devoto: c'erano anche dei fiori che mi parvero un miracolo di
finezza.
L'inferma,
prima di ricevere gli ultimi sacramenti, mostrò il desiderio di volermi parlare
di nuovo a quattr'occhi. Credetti volesse aggiungere qualche breve appendice
alla confessione. Invece, quando gli altri furono usciti, cavò da una borsetta
di celluloide una busta abbastanza gonfia e sigillata e col gesto di
consegnarmela disse:
-
"E' l'ultimo favore che le chiedo, padre. Mi promette di eseguire quanto
sto ora per dirle?"
-
"Di che cosa si tratta?"
-
"Qui c'è l'ultima mia volontà."
-"Ma
noi di solito non siamo esecutori testamentari."
-
"Non si tratta di questo - disse con un lieve sorriso. - Qui c'è il
racconto della mia povera vita, da quando fui sposa ad oggi. Desidero che lo
pubblichi, ma di qui a dieci anni. Solamente faccia in modo, in quanto le sarà
possibile, che nessuno possa capire di chi si parla."
-
"Lo ha scritto lei?"
-
"Certo."
-
"Potranno riconoscere il suo stile."
-
"E allora faccia in modo che anche questo non sia riconoscibile."
-"E
in che modo?"
-
"Lo riscriva lei. Forse le domando troppo. Ma sarà un'opera di bene. Me lo
promette? Ho tanta fiducia in lei."
Sul
mio volto c'era tuttavia un'esitazione strana.
-
"Le assicuro che non c'è nulla di compromettente. E' da anni che ho
pensato di far questo. E più ci pensavo e più mi sentivo serena. Non mi dica
di no. Lei, fin da questa sera, se crede, potrà leggere. Le ripeto: nulla di
compromettente, per nessuno. Sono cose viste nella luce di Dio, dopo essere
passata per esperienze ed espiazioni che non auguro a nessuna mamma. Sono cose
che mi hanno accorciato la vita. Non vorrei che a tante mamme capitasse
altrettanto."
-
"Quand'è così farò del mio meglio."
-
"La ringrazio."
Un
tocco al campanello chiama tutti dentro, meno i due bambini che la mamma aveva
momentaneamente affidato a un'altra persona.
I
due ultimi sacramenti vengono amministrati in un clima perfetto di serenità e
di pace, e debbo farmi violenza continua per non tradire il rigurgito di
commozione che sento dentro.
Erano
quasi le venti. Un istintivo sguardo all'orologio fece capire all'inferma il mio
desiderio di andar via.
-
"Vada pure, padre. Io non ho parole per ringraziarla. Non voglio
trattenerla più a lungo. Mi pare di essere in pace con Dio. "
-
Perché dubitarne? Ora le dò ancora la mia benedizione - le dissi alzandomi - e
con questa le auguro la buona notte. Se domani mattina avrà bisogno di me, non
abbia difficoltà a farmi chiamare."
-
"Domani mattina? Riuscirò a vederla?"
Così
dicendo prese le mie mani, le tenne per qualche istante nelle sue, calde di
febbre, fissandomi con una gratitudine senza parole, poi le baciò e mi lasciò
partire con un espressivo cenno di addio.
Quando
fui sulla strada, visto che proprio lì era la fermata del tram, mi misi ad
attenderlo, mentre ringraziavo il Signore di avermi fatto suo sacerdote,
mediatore tra Lui e le anime.
Di
lontano era già apparso il tram, quando la portinaia corse a dirmi:
"Reverendo, quei signori di sopra la chiamano d'urgenza, la pregano di
risalire".
Appena
fui nel corridoio, mi accorsi che tutto doveva essere cambiato.
L'inferma
gridava con la forza di un'ossessa. In una camera accanto i bambini strillavano
terrorizzati. La mamma, che si affaticava a calmarli, piangeva anche lei,
inconsolabile. La suora e il genero dell'inferma facevano sforzi inauditi per
tenerla sul letto, sul quale si dibatteva e che diceva di voler lasciare, perché
bruciava in modo orrendo.
La
mia vista, invece di calmarla, la rese ancor più furiosa. Quegli occhi, che
poco prima erano stati così buoni e sereni, mi fissavano ora con una specie di
odio inesplicabile.
- "Eccolo lì, mi ha parlato di misericordia. Bugiardo! Mi ha detto che non dovevo pensare più al mio passato. E ora non vede che il mio passato mi viene incontro. Essi sono lì, mi fissano uno per uno. Mi guardano con odio. (1)
(1)
Evidentemente si è trattato solo di una sensazione, perché le anime dei
bambini soppressi nel grembo delle loro madri, per quanto sia grande il danno
che hanno ricevuto con l'aborto, non sanno odiare. Il diavolo ha saputo
utilizzare quella sensazione e l'ha trasformata in tentazione per portare quella
povera donna a disperare del perdono di Dio. Era l'ultima carta che giocava per
la rovina di quell'anima.
Nessuno
di voi li vede. Ma io li vedo. Li vedo io quei volti, quegli occhi, quegli
sguardi freddi, duri come sempre. Una notte, buia come l'inferno, bussarono alla
porta di casa mia. Corsi ad aprire, ma appena li vidi, chiusi la porta e non li
lasciai entrare. So io come mi guardarono! ..."
-
"Si calmi, signora. Lei ha fatto di tutto per guadagnarsi la misericordia
del buon Dio. Stia tranquilla. Creda alla mia parola di sacerdote. Su, solo un
atto di confidenza e si abbandoni a Lui."
Così
dicendo, aspersi il letto e vari punti della camera con acqua benedetta e feci
per sedermi accanto alla povera inferma.
-
"Oh, che cosa ha fatto lei? Ha creduto che si trattasse di diavoli? Ma
questi non sono diavoli. La sua acqua non fa alcuna paura a loro. Essi rimangono
lì, fermi, beffardi, severi, come sempre."
-
"Le allucinazioni di una volta." - disse al mio orecchio suo genero;
ma l'inferma lo intese.
-
"Allucinato sei tu. Non sono allucinazioni queste. Non furono mai
allucinazioni. Non avete mai voluto capirlo. Povera me!"
Seguì
un collasso. Il polso sembrò arrestarsi. L'inferma rimase a lungo immobile, con
gli occhi fissi sulla parete di fronte. Si sarebbe potuto considerarla ebete e
ormai senza conoscenza, se gli occhi non fossero rimasti vivi e spalancati verso
la direzione suddetta.
Presi
il rituale e mi misi a pregare. Avvenne quello che in nessun modo avrei potuto
prevedere. Con uno scatto fulmineo mi strappò il piccolo libro di mano e lo
buttò via.
-
"A che serve? Tutto è ormai inutile. Non vede che non c'è più nulla da
fare? Non capisce che sono già dannata?" - e si voltò dall'altra parte.
Ma subito si voltò di nuovo verso di me, come ricacciata da una visione che
dovette farle orrore.
Mi
fissò senza riconoscermi. A lungo. Poi mi parve che sulle labbra si disegnasse
una smorfia di disprezzo, forse di derisione. Mi afferrò istintivamente un
braccio, come un naufrago che cercasse qualche cosa per tenersi a galla, e
rimase così, con espressione assente.
Non
sapevo che cosa pensare.
Suo
genero e la suora erano dall'altra sponda del letto, lui tenendo il polso della
mano libera dell'inferma nella sua mano, la suora, col rosario tra le dita,
pregava.
Attento
a spiare con gli occhi negli occhi, appena mi parve che nei suoi lampeggiasse un
ritorno all'intelligenza, mi piegai verso di lei e le suggerii: "Gesù mio,
misericordia".
Parve
capire. L'occhio dapprima vagò incerto e sperduto per il soffitto, come se
inseguisse, non so, il filo di un ricordo, poi, con una specie di riflesso
meccanico, senza intelligenza e senza sentimento, ripeté: "Gesù mio,
misericordia. Madre mia, fiducia mia".
Questo
m'incoraggiò a ripeterle la piissima giaculatoria, e lei, seguendomi, ripeté
come prima, senz'anima.
-
"Forse è il coma." - disse a bassa voce il genero alla suora. Questa
mi allungò allora il crocifisso della corona e lo accostai alle labbra
dell'inferma. Al tocco di quell'oggetto ebbe un impercettibile sussulto. Una
mossa del capo mi fece pensare che reagisse come per un rifiuto, e ne tremai.
-
"E' Gesù che vuole salvarla, lo baci." - e, baciandolo io stesso, le
indicai come doveva fare.
A
quel gesto l'ammalata spalancò gli occhi, protese le labbra verso l'immagine
sacra del Redentore come per baciarla con visibile emozione. Ma immediatamente
le labbra si contrassero di nuovo, senza che io potessi capire se volevano
spiccare un bacio o un supremo gesto di disprezzo. E restò immobile.
Poi,
con un filo di voce appena percettibile, parve mormorasse: "Preghi ...
abbia fiducia ... e lo lasci ...". Ancora una smorfia.
Le
riaccostai il crocifisso alle labbra. La risposta fu un singulto. Qualche
istante dopo, al veder cadere suo genero in ginocchio, in un gesto di pianto,
lasciando l'inutile polso e col capo affondato contro la sponda dei letto, capii
che era morta.
Quel
che avvenne quando entrò sua moglie è più facile immaginario. Mi accorsi
quanto l'amavano.
Ma
io pensavo ad altro.
-
"Mio Dio, che sarà stato quell'ultimo gesto? Un bacio o un rifiuto?"
Questo interrogativo mi batté in mente col ritmo di un pendolo durante tutto il
tempo che impiegai per andare a casa, a piedi, perché la circolazione dei mezzi
pubblici era ormai cessata.
La
mattina dopo, durante la Messa, nel momento in cui si ricordano i defunti,
sentii come una voce che mi giungesse improvvisa, non all'orecchio, ma
all'intimo dell'anima tuttora impressionata e commossa: "Uomo di poca fede,
perché hai dubitato?".
Mi
sembrò il segno di una certezza a cui sarebbe stato temerario rinunciare.
Di
lì a qualche giomo, con la busta misteriosa tra le mani pensavo: "La apro,
o non la apro?". Poi riflettei. "E' una volontà che devo far
conoscere soltanto tra dieci anni. Che cosa vale aprire adesso?".
Così
dicendo, feci per cacciarla in fondo a un cassetto.
"E
se morissi prima?" - pensai. A questo pensiero, presi un'altra busta più
grande e scrissi sopra: "C'è qui l'ultima volontà di una persona che ho
assistito in punto di morte. Essa vuole che sia resa nota allo scadere dei dieci
anni dopo il suo trapasso. Si apra e si faccia conoscere nel dicembre 1955.
Prego eseguire con scrupolosa fedeltà e di tacere il nome dei
depositario".
D.
M.
Oggi
mi accingo ad eseguire il mandato di quella povera donna. Questa mattina, prima
di procedere all'apertura della busta, ho voluto celebrare la santa Messa per
lei.
"Uomo
di poca fede, perché hai dubitato?", mi è ritornato ancora una volta in
mente e ne ho provato pace e serenità come allora.
Taglio
la busta e ne cavo fuori dodici fogli scritti a mano. Una scrittura fine, densa,
ordinatissima, vergata da una mano che rivela un perfetto dominio di sé. Quei
fogli devono essere stati scritti tutti di seguito, si direbbe: d'un fiato,
perché solo verso la fine si avvertono sintomi lievissimi di stanchezza.
C'è l'andatura d'una mano coraggiosa e risoluta che sa di lacerare uno schermo dietro il quale ci sono cose che le preme far conoscere. "Non vorrei che a tante mamme capitasse altrettanto."
Al
posto della località alcuni puntini sospensivi. La data è quella del gennaio
1945. La lettera è intestata: "Per tutte le mamme". Al posto
della firma: "Una mamma".
Ecco il testo della lettera, giacché ho visto che così devo ritenerla. L'ho subito trascritta a macchina per distruggerne l'originale: particolare, anche questo, che mi era stato raccomandato.
Inoltre
ho avuto cura di alterare alcune circostanze secondarie allo scopo di disperdere
ogni traccia dell'ignota protagonista.
D.
M.
Poche
settimane avanti lo scoppio della prima guerra europea, mi sposai con un tale
che conoscevo fin da piccola. Le nostre famiglie abitavano nel medesimo palazzo
ed erano legate da vecchi rapporti di amicizia. Quando noi ragazzi divenimmo più
grandi, passavamo insieme anche le vacanze, ora alla spiaggia, ora in montagna.
Con
l'età mi accorsi che la sola differenza tra le due famiglie consisteva in ciò:
che quella era molto religiosa, mentre la nostra lo era molto poco. Ma questo
non gettò mai un'ombra sulla cordialità delle nostre relazioni, dato il
reciproco rispetto che ci eravamo imposto e ci univa in ogni cosa.
Ricordo
che in un compleanno di papà, capitato di venerdì, mamma fece servire a tutti
di magro, perché a cena avevamo invitato persone della famiglia amica.
Ho
voluto subito notare questa differenza, perché essa avrebbe purtroppo
improntato anche la vita dei figli delle due nidiate; noi eravamo tre, quelli
otto. Chi fosse entrato nei nostri salotti, con un po' di attenzione avrebbe
potuto riconoscerci dai quadri che si vedevano alle pareti e dal giornali e
settimanali o riviste mensili sciorinate dappertutto. Dì là tutti o quasi
tutti religiosi: io dicevo maliziosamente "da bigotti", i nostri tutti
mondani.
Una
sera d'agosto che eravamo in montagna, io mi sentii improvvisamente male: dolori
all'addome che mi parve di morire. C'era tra l'altro un sudore freddo e
abbondante che mise tutti in allarme.
Fuori
faceva già buio e per di più si andava addensando un temporalone da far
prevedere una nottataccia da lupi. Il medico più vicino era a cinque
chilometri. Tra lui e noi niente telefono, niente mezzi di comunicazione. Ma
appena i miei si decisero a farlo chiamare, chi si offrì di andarvi e non
permise che altri lo facesse in vece sua fu colui che sarebbe diventato mio
marito.
Era
uscito da pochi minuti che il temporale si rovesciò con una violenza inaudita.
Ho ancora negli occhi i lampi di quella sera e negli orecchi lo scoppio di certi
tuoni che pareva volessero scardinare il mondo. Ricordo che in quell'occasione
la signora della famiglia amica intonò il rosario e tutti pregarono insieme
come non avevano mai fatto, né vidi mai più fare.
Il
mio stato si faceva sempre più grave. A questo si aggiungeva (incertezza se il
medico si sarebbe trovato in casa e disposto a venire nonostante quel tempaccio.
Passarono una, due, tre ore; nessuno si vedeva giungere. Vi fu un momento in cui
mi parve di essere alla fine.
A
un tratto, papà, ch'era stato quasi tutto il tempo a spiare tra i vetri, disse
di aver inteso un fischio lontano e nell'oscurità aveva visto le segnalazioni
di una lampadina rispondere alla sua.
Quando
giunse il medico io perdevo già la conoscenza e non potei rendermi conto né di
ciò che disse, né di ciò che mi fece. So solamente che verso falba mi
risvegliai, i dolori erano scomparsi e il dottore mi sorrideva paterno:
"Coraggio, tutto è passato, domani potrà riprendere le sue passeggiatine.
E contenta?'.
Alle
mie parole di ringraziamento egli rispose subito: 'E' piuttosto lui che deve
ringraziare, non me. Ecco chi l'ha salvata. Se fosse giunto solo un poco più
tardi...".
E
dietro il dottore vidi il giovane amico di famiglia con gli occhi raggianti di
commozione. Vederlo e protendergli istintivamente le braccia per attirarlo a me
come un fratello e baciarlo fu tutt'uno. Fu quello il primo anello di un amore
che forse era già in incubazione; ma quell'episodio lo fece improvvisamente
sbocciare per portarci fino alla nostra unione.
Per
circa due anni la nostra vita insieme fu inondata di felicità.
Questa
toccò il colmo quando una bambina venne a mettersi tra noi. Ma fu una felicità
che per poco non mi costò la vita, tante furono le difficoltà e gli strazi che
mi toccò soffrire in quel parto. Se io e mia figlia siamo vive fu un miracolo.
Subito
dopo quell'evento, mio marito fu mobilitato; ma dato l'incarico affidatogli,
potemmo, per tutta la durata di quella guerra, rivederci almeno ogni due mesi,
talvolta anche più spesso.
Un
giorno io e mio marito uscimmo a parlare esplicitamente di figli: "Nessun
limite alla Provvidenza, cara". E lo disse con la fermezza che era solito
mettere in tutte le sue cose. Capii subito che contrariarlo avrebbe aperto tra
noi uno screzio che poteva diventare un abisso, e preferii tacere. Ma dentro di
me si accese una rivolta che nessuno avrebbe domato. "Una chioccia continuamente
in cova, ah, questo no!".
Attraverso
i discorsi di un'amica (che aveva preso a frequentarmi fin dal nostro
matrimonio, anche perché coinquilina, lei al piano di sopra, noi al primo),
dalle letture che costei mi forniva a getto continuo e più ancora per il
ricordo di ciò che avevo patito nel dare alla luce la mia prima creatura,
andavo concependo un orrore indicibile verso nuove maternità.
Devo
inoltre confessare, non senza mio vivo rammarico, che questo rifiuto della
maternità dipendeva molto anche dalla mondanità a cui mi andavo abbandonando
e, con questa, una strana passione per la linea, al punto che avrei preferito
morire pur di non vederla "sciupare", per ricorrere a un'espressione
della mia amica fedele.
Dio
mi perdoni, tra le tante mie miserie, le ore che ho passate da sola, in stupida
autoammirazione, davanti alla grande specchiera della nostra camera da letto.
-
"Perché leggi questa roba?" - mi chiese un giorno mio marito, dando
un'occhiata a certe riviste.
-
"Non ti piace?"
Rimase
un momento senza rispondere, poi disse, a bruciapelo: "Io sai che cosa dice
un proverbio?"
-
"Che cosa dice?"
-
"Dimmi che cosa leggi e ti dirò chi sei".
-
"Davvero?"
E
tutto finì così, ma da quel giorno mio marito non trovò più per casa
pretesti per pensar male. Ritornai educanda, leggevo di nascosto. Vista la
decisione di mio marito riguardo al problema dei figli, me ne confidai con
l'amica di tutti i giorni, piangendone con un esasperato dispetto.
-
"Sei sciocca se l'ascolti."
-
"Ma come potrei fare?"
-
"Sei ancora così ingenua?" - E da quel giorno divenne una maestra
raffinata di pratiche anticoncezionali, che io mi misi a seguire con una docilità
che essa diceva ammirevole.
Ma
con tutte le precauzioni, dopo due anni, o poco più, da quella prima maternità,
ecco annunziarsene una seconda, durante due mesi di convalescenza toccata a mio
marito in seguito a una febbre tifoidea, che per poco non l'ammazzava.
All'annunzio
che diedi all'amica: - "Prudenza - mi disse - aspetta che parta tuo
marito". E aspettai. Anzi, non vedevo l'ora che partisse, tanto il mio
egoismo mi rendeva a poco a poco disamorata. Vedo ancor oggi la felicità che lo
invase, nel salutarmi, al pensiero che una nuova creatura sarebbe venuta
presto ad accrescere la nostra famiglia. - "Te la raccomando tanto, amore
mio. E' il mio più geloso deposito. Addio, cara."
Ma
appena partito, si cominciò a concertare con la mia amica per vedere come
disfarmi di quel "caro deposito". - "Prudenza e pazienza",
ripeteva lei. Ma io che non avevo questa pazienza, facevo temere di non aver più
nemmeno la prudenza, tanto fui presa dalla smania di far presto.
Chi
mi venne incontro fu la sorte. Una sera, mentre eravamo insieme, accadde sotto
le nostre finestre una sparatoria. Tutto il vicinato ne fu sottosopra. Io
sbiancai di spavento e mi buttai sul letto. - "Questo è il momento
buono", disse lei. Non dirò a che cosa ricorremmo per liberarmi. In meno
d'una settimana ero a posto.
La
lettera che mio marito mi scrisse, quando gli narrai il fatto, mi fece piangere
di commozione e di rimorso. Gli avevo saputo dimostrare un tale dolore, che
tutto il suo scritto fu per consolarmi. La mia amica ne rise di perfidia. Ma
davanti a quella lettera io mi sentii mostruosa e detestabile.
All'incontro
di alcuni giorni dopo, mio marito fu con me di un'affettuosità nuova.
-
"Stai tranquilla, cara. E' stata una disgrazia. Ma tu sei sana e il
Signore non mancherà di consolarci con altri figli."
Otto
mesi dopo quell'aborto, ecco i sintomi evidenti della terza maternità. La mia
amica mi disse di far presto: - "Più presto te ne sbrighi, meglio è".
Ma io ebbi dei tentennamenti strani. Mi dibattevo tra l'amore per mio marito e
l'orrore per l'ingombro che sentivo crescermi dentro e di cui avrei voluto
liberarmi.
Tergiversai
per varie settimane. Le settimane divennero due o tre mesi, per quanto ricordo.
Ma una mattina corsi decisa dalla mia amica per consultarmi sul da farsi.
-
"Con una cosa portata così avanti, mica si scherza, oh!" Stetti a
guardarla disfatta.
-
"Qui ci vuole una molto pratica. Conosco un'infermiera abilissima che si
presta a questi servizi. Ma prende un'accidente di quattrini."
-
"Quanto?"
-
'"alle mille alle duemila lire. Qualche volta anche tre. Ha una fifa del
diavolo di compromettersi, e per uscirne, dice, ci vuol danaro a palate."
-
"Mi garantisci che ha una mano sicura?"
-
"Quanto a questo la conosco bene. Puoi stare tranquilla."
-
"Ti darò la risposta domani mattina, al più tardi."
Andai
via indecisa. Ma appena fui in camera mi aggrappai al telefono:
-
"Aspetto senz'altro domani mattina."
L'infermiera
fu puntualissima.
Nuovi
momenti di esitazione prima di affidarmi alle sue "cure".
-
"Signorina, dovrebbe suggerirmi un pretesto per giustificarmi dinanzi a
mio marito."
-
"Ma come? Non siete già d'accordo?"
-
"Tutt'altro."
-
"Ah, così? E se lo trovi lei questo pretesto. Io non vorrei capitare in
un guaio." - E fece per andarsene.
-
"Mi abbandona?" - Capii che era una manovra per spillarmi tremila
lire. Raccontai un mondo di bugie per averle in giornata. Allo scopo di evitare
ogni traccia che la potesse compromettere, mi invitò a casa sua da sola. Vi
andai. Al ritorno mi prese un singhiozzo lungo, mai provato, che mi sconvolse
tutta. Verso la mezzanotte mi sentii male ed ebbi appena le forze per portarmi
al telefono.
Al
mattino, subito dopo l"'intervento", perché restassi tranquilla mi
aveva detto con indifferenza: "Se ci fosse qualche novità notevole, mi dia
un saluto per telefono". Ma per quanto l'apparecchio squillasse, nessuno
rispose. Seppi il giorno dopo che difatti era stata chiamata altrove.
Fui
presa da uno spavento indicibile. Avrei voluto avere vicina la solita amica, ma
proprio quella mattina si era allontanata dalla città dove sarebbe ritornata di
li a qualche giorno.
Sconvolta
sempre più dal singhiozzo e dai dolori, mi decisi a chiamare un cugino di mio
marito, che da poco aveva aperto uno studio di ginecologia. M'interrogò, insisté,
volle sapere l'origine di quel singhiozzo. Ma io mi irrigidii nel rispondere che
non sapevo nulla, che tutto era avvenuto da sé.
Il
dottore mi guardò con un'espressione scettica che mi fece amaramente pentire di
essermi rivolta proprio a lui. Di lì a poche ore dovette assistere al mio
secondo aborto con l’aiuto di un'infermiera, che era tutto un fagottone di
carne e di panni, e chiamata dalla clinica dove il dottore soleva operare.
Me
la cavai meno peggio di quanto avessi temuto. Quello che mi agghiacciò e mi
tenne per qualche giorno come sotto la spada di Damocle, fu ciò che mi disse
all'orecchio (infermiera nell'andarsene, al termine dell'ultima visita che mi
fece per mettermi a posto: 'Un'altra volta, prima di fare certe sciocchezze, ci
pensi'. Protestai, usando anche qualche parola offensiva. Ma quella, che doveva
essere una praticona del diavolo, mi rispose: "Io parlato per il suo bene,
signora. Si ricordi che ci si può rimettere la vita. E poi c'è anche la
galera". E andò via.
Due
giorni dopo, mio marito era a casa in breve permesso. Lo vidi disfatto. Suo
cugino, che lo aveva immediatamente avvertito della cosa, fu con me un
galantuomo impareggiabile. Pensai che il segreto professionale gli aveva tappato
la bocca come a un confessore.
Ero
in angoscia per l'infermiera, "quella dannata", dicevo tra me. Ma mi
misi in pace quando venni a sapere che era una suora molto prudente. "Se è
una monaca - pensai - non vorrà far scoppiare un inferno tra me e mio
marito". Dopo questo nuovo episodio, dovetti per volontà di lui lasciarmi
visitare da due o tre ginecologi di gran nome e tutti mi trovarono sanissima.
Ma
nessuno può nulla contro una volontà ostinata e sostenuta da una scaltrezza
che dispone sempre di nuove risorse.
Qui
mi astengo dal fare la storia di ben altri cinque aborti dei quali mi resi
colpevole negli anni successivi. Storia che oltremodo mi ripugna e che
oltretutto sarebbe scandalosa, ma nella quale è quasi inesplicabile come fossi
aiutata dalla sorte.
Fino
al penultimo, mio marito non sospettò mai nulla, tanto seppi fingere di volta
in volta il mio dolore. Al sesto, dopo qualche giorno, mentre tornavamo dalla
clinica, uscì a dirmi:
-
"Guai se dovessi esser certo che tu ci hai la più piccola colpa!"
-
"Che cosa faresti?"
-
"Non lo so. Potrei divenire l'assassino di mia moglie, come essa lo è dei
miei figli."
-
"Osi pensarlo?"
Egli
non rispose parola. Per tutta la mia vita non credo di essere stata mai più
abile attrice. Una crisi di pianto, improvviso e disperato, strappò subito a
mio marito la ritrattazione di ciò che aveva detto.
L'ultimo
aborto avvenne in circostanze che ne fecero quasi riversare su lui la colpa.
Era
al volante di una macchina allora acquistata e volle che io e mia figlia
l'accompagnassimo, in un giretto di collaudo. A una svolta ci fu uno scontro
fortunatamente meno grave di quel che poteva essere. I soli danni: qualche
graffiatura al parafanghi e una grossa paura. Fu l’occasione perché di lì a
qualche giorno uccidessi la mia settima creatura.
Dopo
qualche settimana, mio marito, in seguito a un'infame denunzia al fascio locale,
fu preso, interrogato e in quattro e quattr'otto spedito al confino. Restai sola
con mia figlia, ormai signorina di liceo, che frequentava presso un istituto di
suore, e insieme con noi era una vecchia domestica che mio marito aveva come
ereditata dai suoi e teneva in casa per carità, perché in seguito a una colpa
giovanile non era più tornata in famiglia, laggiù nel mezzogiorno.
Un
pomeriggio, nell'andare a prendere mia figlia, mi venne offerto dalla portinaia
(invito a una conferenza "tutta riservata per signore" e che si
sarebbe tenuta in una sala dell'istituto stesso. Vi andai.
La
conferenziera la conoscevo di nome. Il tema era sul problema dei figli. Fin da
principio assunsi un'aria da indifferentona perfetta, come se la cosa non mi
riguardasse affatto. Si andava verso la fine, quando la conferenziera,
enumerando le responsabilità incalcolabili di certe madri, prese a insistere
sulla sorte delle anime di tanti bambini non fatti nascere e soppressi nel seno
stesso che li ha concepiti.
La
sorte delle loro anime? ... Francamente, io non mi ero mai posto un tale
problema, tanto ero rimasta nella persuasione che non fosse nemmeno il caso di
parlare di anime, soprattutto in aborti di due o al più di tre mesi, quali
erano i mei. Accolsi quella parte della conferenza come una fandonia, come un
diversivo oratorio di poco buon gusto.
-
"Non le pare che queste ultime cose che ha detto siano una vera
sciocchezza?" - chiesi a una signora che mi sedeva al fianco. - "Così
la penserà lei; io, però, no." - rispose quella con una sicurezza che mi
sembrò scrutatrice e tagliente.
-
"Strano." - dissi per uscirmene.
-
"Nulla di strano. Del resto, anche se la cosa fosse solamente dubbia,
mettiamo, vorrebbe lei per questo mettersi nel rischio di strappare un'anima al
suo destino eterno?"
-
"Sono capitata male - dissi tra me - ed ho fatto malissimo a parlare.
"
Tornai
a casa, cercando di persuadermi che ero stata ad ascoltare delle stupidaggini.
Come si può parlare di anima in un piccolo grumo di mucillaggine che appena si
avvia a prendere sembianze umane? E intanto mi ritornavano in mente i paroloni
con cui la conferenziera era andata descrivendo l’eccidio che avverrebbe di
tante migliaia e migliaia di creature umane.
Quella
sera cenai male. Lessi le cose più sciocche e distraenti, e nell'andare a letto
presi un sonnifero che mi fece dormire fino a tarda mattinata. Col buon sonno
pure le strane impressioni della sera precedente erano svanite. Ne parlai con
qualche amica e anche con un dottore: li trovai tutti dalla mia parte.
Di
mio marito non sapevo che cosa pensare. Ancora nessuna notizia precisa. Non so
quante vie tentai per potergli scrivere e inviare qualche pacco di viveri,
d'indumenti; ma tutto fu inutile.
Un
giorno la vecchia domestica, che secondo una scherzosa espressione di mio marito
"faceva la monaca di casa", tanto si era dedicata alla vita devota,
uscì a dirmi che lo raccomandassi a Santa Rita, la Santa degli impossibili.
Una
sera, infatti, prima di mettermi aletto cominciai la preghiera alla Santa,
servendomi di un libretto di pietà messo fuori uso da mia figlia. Dopo quella
preghiera, mi parve di essere più serena, più fiduciosa. Sentivo che ciò che
non potevo fare io per mio marito che era confinato, poteva ottenerlo la Santa a
cui avevo cominciato a raccomandarlo.
Era
da parecchio che non pregavo. Avevo completamente lasciato la preghiera in
seguito ad un forte rimprovero ricevuto da un confessore, dal quale a stento ero
riuscita a strappare l'assoluzione per potermi comunicare con mio marito e mia
figlia il giorno che questa fece la prima Comunione.
Il
mio cuore sembrava aprirsi alla speranza che Santa Rita mi avrebbe ascoltata. La
domestica mi aveva detto con sicurezza: "Lei preghi, se non le farà
proprio questa grazia, gliene manderà un'altra più grossa. I santi non si
pregano mai inutilmente; ma delle preghiere fanno quello che vogliono; lasciamo
fare a loro, che sanno meglio di noi". Un pensiero, questo, che sul momento
non capii bene, e al quale non seppi che cosa obiettare.
Una
notte dormivo forse da due ore, quando fui svegliata da una voce strana:
"Mamma!... ".
Mia
figlia quella volta era andata a dormire dalla zia. E poi, quella non era la
voce di mia figlia. Accesi la luce, balzai a sedere sul letto e stetti in
ascolto. Pensai provenisse dall'appartamento degli inquilini di sopra. Ma
scartai subito quell'ipotesi.
La
voce io l'avevo intesa distinta, vicinissima, nella mia camera, al mio fianco,
potrei dire al mio orecchio, addirittura dentro di me. Che l'avessi udita
realmente non avevo neppure il più piccolo dubbio. L'avrei giurato per ciò che
avevo di più caro. In più, osservai che non era una voce sola, ma parecchie
insieme, fuse così bene da sembrare una sola.
In
camera ora non udivo che il battito
del cuore in subbuglio. Ebbi la percezione strana, ma chiara, che si trattasse
di un fatto misterioso. Non sapevo spiegarmi perché il pensiero andasse
spontaneo alle parole della donna di casa: "Se non le farà proprio questa
grazia, gliene manderà un'altra più grossa". Perché fissarmi su quelle
parole?
Rimasi
non so quanto tempo così, in ascolto, come sospesa sul vuoto, senza avere altri
pensieri, senza esser capace di pensare e distrarmi con altro. Infine, mi venne
da riflettere che si trattasse semplicemente di un incubo al quale stavo dando
tanta importanza. Spensi risolutamente la luce e mi rimisi sdraiata. Ma sentivo
che non avrei dormito.
Non
passò un quarto d'ora e di nuovo la voce di prima, meglio, le voci di prima,
fuse in una sola, chiamarono: 'Mamma!...'. Adesso ero sveglia e potei accertarmi
che quelle voci provenivano proprio da lì, dalla mia stanza, a non più di
uno o due passi da me. Erano voci ovattate, soffocate, di un tono
misteriosamente triste.
Questa
volta né accesi la luce, né mi alzai a sedere sul letto. Ero come paralizzata.
"Ma è un sogno, o una cosa vera?", ripetei tra me. E così dicendo,
mi misi a toccarmi le mani, a contarmi le dita, ad aprire e chiudere i bottoni
della camicia da notte all'altezza del petto, a contare le stecche delle
persiane attraverso le quali filtrava la luce del globo che era sulla strada.
Poi non pensai a nulla. Mi occupai solo a seguire i battiti del cuore, che non
riuscivo a dominare; a distrarmi, ma senza poterci riuscire.
Allo
scadere di un altro quarto d'ora, quell'unisono di voci si fece udire distinto,
più insistente e più accorato di prima. Ora vinsi la paura, che mi stava
riprendendo, con una specie di gesto furibondo. Ma possibile che non debba
sapere che cosa è questo!? Accesi la luce, mi buttai dal letto e corsi a
svegliare la domestica. In realtà cercavo un rifugio dalla paura.
-
"Non hai sentito nulla, tu?"
-
"Che cosa dovevo sentire?"
-
'Ma come dei rumori, una voce, delle voci che chiamano."
-
Io non ho sentito nulla: mi lasci dormire."
-
"Ma se io le ho sentite!"
-
"Saranno gli spiriti. ", disse lei, tanto per buttar lì una risposta
stupida e farsi lasciare in pace.
Difatti,
si voltò dall'altra parte, rimettendosi a dormire.
Ma
fu appunto quella stupidissima risposta che mi tolse ogni speranza e possibilità
di riposare. Passai nel salottino, accesi tutti i tre ordini del lampadario e mi
misi a sfogliare nervosamente, disordinatamente una rivista dopo l'altra,
senza mai leggere nulla. Rimasi così fino al mattino. Mi distesi allora sul
divano e fui presa da un sonno di sfinimento. Mi svegliai quando la domestica,
di ritorno dalla spesa, aveva suonato il campanello, perché sbadatamente aveva
dimenticato di portare con sé la chiave di casa.
-
"Madonna santa, che faccia! Che cosa ha avuto questa notte? Non ha dormito
lei e non ha fatto dormire me."
-
"Stai zitta, sbrigati e non far domande stupide!"
Lei
andò a sfaccendare in cucina, ma la udii brontolare: "Saranno stati
veramente gli spiriti", e concluse con una risatina che mi tolse ogni senso
di sopportazione. Con un salto fui da lei:
-
"Lucia, ti ho detto di non far la stupida. Se dici ancora mezza parola non
so come andrà a finire questa mattina. Hai capito?"
-
"Ho capito che ha i nervi e non fiaterò più."
Passai
la giornata con visite a catena. Ce ne fu anche una in chiesa. Vi andai non
saprei dire io stessa perché. Ma, quando mi trovai davanti al quadro di Santa
Rita, tirai dritto.
Quella
notte andai a letto molto tardi. Erano quasi le una, essendomi trattenuta con la
solita amica, senza però dirle parola di ciò che mi era capitato durante la
notte passata. Sarei divenuta subito la favola dello stabile e del vicinato. Mi
buttai a letto con una gran voglia di dormire. Avevo appena caricato la sveglia
e mi ero messa giù, quando le voci misteriose si fecero udire di nuovo, non
una, ma due, tre volte:
-
"Mamma!... Mamma!... Mamma!.. "
Un
pensiero spaventoso mi attraversò la mente. Forse è un segno di pazzia. Sarà
bene che ne parli a uno psichiatra. Ma mentre mi raccoglievo su questo sospetto,
mi scappò di dire:
-
"Ma chi è che mi chiama così?"
-
"Siamo noi, mamma."
-
"Chi siete, voi?"
-
"I figli che non hai fatti nascere."
Se
non diedi un urlo di spavento, fu perché non ne ebbi né la forca, né il
tempo.
-
"Guarda, siamo qui, vicino a te, tutti e sette."
E
vidi, sulla parete di fronte, tra la specchiera e la finestra, sette macchie di
luci, informi, molto distinte, semoventi. Si muovevano non scivolando sulla
parete, ma tra la parete e me, cambiando consistenza, quasi di continuo.
Ero
gelata. Il pensiero di esser folle riaffiorò, e avrei preferito mille volte
esser pazza, anziché persuadermi che quella fosse una realtà. Piuttosto esser
pazza, andavo ripetendo tra me.
-
"No, mamma, è tutto vero quello che vedi. Tu non sei folle. Sei soltanto
colpevole di averci uccisi nel tuo seno."
Credetti
di morire. Osservai che quelle macchie di luci, parlando, assumevano ciascuna
una sua fisionomia, graziosissima, ma di una tristezza e di una severità che
nessuna mamma vedrà mai sul volto dei propri bambini.
-
"Siamo realtà, non ombre soltanto, mamma. Te ne diamo una prova. Pochi
minuti fa il nostro povero papà è morto!" Detto questo, scomparvero, dopo
avermi ben fissata con un'espressione veramente implacabile.
Non
so quanto tempo rimasi col fiato sospeso, in una immobilità statuaria, senza
sentimento, dominata solo da un terrore indescrivibile.
Mi
scossi quando mi giunse all'orecchio il suono della campanella delle suore
dell'adorazione perpetua. Era il segno della Messa delle cinque. Saltai giù dal
letto, mi vestii alla meglio, non ricordo nemmeno se mi pettinai bene, e in
pochi minuti mi trovai, con cinque o sei donnette, tra i banchi della cappella
semibuia e fredda da tremare.
A
un bisbiglio laterale, mi accorsi che il cappellano era nel confessionale.
Appena lo vidi libero, senza riflettere su quel che facevo, fui alla grata, per
raccontargli ciò che mi era capitato di udire e di vedere.
-
"Mi dica soltanto se è vero che esistono gli spiriti, reverendo, e se noi
possiamo vederli e sentirli parlare." - chiesi, così, in modo sbrigativo.
-
"Nessun dubbio che esistono, figliola..."
-
"Esistono, dice?"
-
"Quanto poi a vederli, per sé, anche questo è possibile, se il Signore,
per i suoi fini misteriosi, credesse di permetterlo. Ma in queste cose bisogna
accertarsi bene che non si tratti di giochi della fantasia o di trucchi."
-
"Quali trucchi?"
-
"Ha assistito a qualche seduta spiritica?"
-
"Nessuna seduta spiritica."
-"E
allora stia attenta all'immaginazione. E' capace di tutto, anche di dar corpo e
voce alle ombre. E' quello che io temo per lei. La sento troppo agitata, troppo
sconvolta. Lei mi ha fatto un racconto così arruffato..."
-
"Allora sono una pazza?"
-
"Io non sono autorizzato a dirle questo. Posso però consigliarle di farsi
visitare da qualche buon medico. Qui ci vorrebbe uno psichiatra."
-
"Per esmpio?"
Fece
un nome celebre.
-
"Intanto, perché non cerca di confessarsi, di mettersi in grazia di
Dio?"
-
"Orami è impossibile, reverendo, non sono proprio disposta." E
lasciai la grata per uscire quasi di corsa dalla chiesetta.
Non
era ancora pieno giorno. Dovetti girare qua e là come una donna che batte il
marciapiede. Qualche raro viandante si voltava a guardarmi con occhio sospetto.
Si vedeva che camminavo stanca e senza meta. Giunta a un angolo, un metronotte
mi chiese risolutamente di chi andassi in cerca.
-
"Mi indichi un bar."
-
"Qui sulla destra, a pochi passi, ce n'è uno."
Presi
quella direzione. Il barista aveva appena aperto.
-
"Un cappuccino."
-
"La macchina ancora non è pronta, favorisca accomodarsi qualche
minuto."
Mi
cacciai in un angolo che mi pareva abbastanza nascosto. Ma questo dovette
servire ad attirare di più (attenzione su di me, quando subito dopo
cominciarono a entrare gli avventori.
-
"Donne che lavorano di notte." - udii borbottare tra il barista e un
uomo alto, con una faccia da burlone nato e intraprendente. Li avrei presi a
schiaffi. Non vedevo l'ora che l'uomo alto se ne andasse via. Egli, invece, dopo
aver preso un caffè, venne dritto verso di me, con la voglia evidente di
attaccare a parlare.
-
"Permette, signorina?"
-
"Per sua norma, sono una signora e non permetto nulla."
-
"Potrei esserle utile in qualche cosa..."
-
"Sì, di andarsene e lasciarmi in pace."
-
"Lei dev'essere molto stanca: qualche grosso dispiacere o deve aver
lavorato molto. Di qui non si sfugge."
Pur
di liberarmi da un sospetto così maligno sul mio conto, risposi quasi
meccanicamente:
-
"Un grosso dispiacere: mio marito, dietro una falsa denuncia, è stato
preso e spedito al confino."
Sentendo
ciò, quell'uomo divenne visibilmente serio e umano. Mi sedette di fronte:
-
"Quando è accaduto questo?"
-
"Otto o dieci giorni fa."
-
"Saprebbe dirmi dove lo hanno mandato?"
-
"A che servirebbe?"
-
"Potrei esserle utile: so di contare su buone amicizie nel partito. Mi
favorisca il nome di suo marito."
Glielo
diedi, ma con ostentato scetticismo.
-
"Lui? Ma lo conosco! Abbiamo lavorato insieme per tre armi!" I
particolari che mi disse erano esattissimi.
-
"Sono spiacentissimo di ciò che le capita, signora. Ma spero di poter fare
qualche cosa per lei. Forse oggi stesso potrei farle sapere qualcosa. Mi
favorisca il suo indirizzo. Preferisce che le scriva, oppure che venga di
persona?"
-
"Si regoli come crede, purché mi faccia sapere qualche cosa." - e gli
diedi il mio indirizzo. Avutolo, immediatamente se ne andò.
Nella
sera stessa, mentre mi trattenevo a rivedere certe carte di mio marito, sentii
suonare il campanello. Era l'uomo visto quella mattina al bar. Egli mi guardò
con l'aria di chi non ha cose buone da dire.
-
"Su, mi dia subito questa cattiva notizia." Strabiliò di stupore:
-
"Come ha fatto a saperlo? Glielo hanno già comunicato? Ma come ha
fatto?"
-
"Ancora nessuna comunicazione, signore." - e lo invitai a sedere.
-
"E allora come ha fatto a capire che ho una cattiva notizia?"'
-
"Un presentimento."
-
"La notizia è giunta soltanto poco fa. Soffriva di stenocardia, suo
marito"?
-
"Sì, un poco, da qualche anno."
-
"Un colpo di angina, signora."
-
"Quando, a che ora?"
-
"Nella notte scorsa."
Dovetti
cadere non so come, fuori di me, fulminata da quella conferma e più ancora
dallo sgomento per gli esseri misteriosi che mi avevano dato quell'annuncio,
forse nell'ora precisa che mio marito moriva.
-
"Ho paura d'impazzire!"
Fu
la sola cosa che ebbi la forza di gridare, poi non mi accorsi più di nulla.
Quando rinvenni, mi trovai a letto, svestita, con mia figlia che mi dormiva
avvolta in una coperta a lato e al fianco una suora infermiera fatta venire
d'urgenza quella notte stessa
-
"Come si sente, signora?'
Avevo
la gola chiusa da qualcosa che m'impediva di parlare.
-
Vuol prendere un cordiale? Provi. Si sentirà meglio."
Il
mio silenzio dovette sembrarle un consenso.
Ma
appena inghiotti, rimisi subito tutto con una violenza da schiantarmi.
-
"Dimmi che hai, mamma?" - fece mia figlia svegliandosi e stringendomi
tra le braccia.
Mi
accorsi che lei non sapeva ancora nulla della morte di suo padre e con un cenno
imposi a tutti di non parlarne.
Dopo
essermi liberata dai conati di vomito, mi sentii meglio. Guardai l'orologio,
erano le cinque.
-
"Non è stato nulla, figlia mia. Ieri ero un po' stanca. Solo un po' di
svenimento, non aver paura. Più tardi mi alzerò. Mi sento già abbastanza
bene. Tu intanto vai a dormire di là. Sù, non dirmi di no. Qui c'è la suora
con me."
Appena
andò via e mi accorsi che si era chiusa nella sua cameretta:
-
"Mi dica, suora, da che ora lei è qui?"
-
"Fui chiamata quasi subito dopo la sua crisi. Mi fu detto quello che le è
accaduto e consigliai tutti di non dir nulla alla signorina. Perché è bene che
glielo dica lei, povera, cara signora."
-
"Grazie, grazie proprio di cuore. Ma quelle voci che mi è parso di udire
nel sonno? Mi chiamavano."
-
"Effetto della crisi, signora. Sua figlia certo non l'ha chiamata, perché
è stata sempre tranquilla, dopo essersi addormentata."
Avrei
giurato di aver udito, come nelle altre notti, quelle voci chiamare, distinte,
vicinissime. Più tardi, quando la suora ebbe svegliato la domestica, chiese di
andarsene.
-
"Non mi pare le occorra altro. Soltanto una gran forza dal Signore e per
questo anch'io lo pregherò volentieri. Il colpo è stato forte, chi può
negarlo? Ma io sono sicura che chi sta pregando per lei è proprio lui, suo
marito. Mi hanno detto che era tanto buono. Si faccia coraggio. Il Signore non
l'abbandonerà." Ascoltavo ora come un'ebete.
Al
suo saluto di addio risposi con un cenno insignificante e distratto.
Verso
le dieci ebbi la forza di alzarmi. Dopo un buon caffè mi sentii addirittura di
poter uscire, nonostante le sgridate e le resistenze di mia figlia e della
domestica.
Dissi
loro di non poter assolutamente fame a meno. Andai infatti dalle suore lì
vicine e chiesi del cappellano. Gli raccontai tutto: le voci che avevo sentito
nuovamente, ciò che avevo visto, che avevano detto e che si era avverato.
-
"Ed ora, prima di andare dal medico, son qui da lei. Mi dica, per favore,
che cosa devo pensare. Come devo regolarmi con questi fenomeni? Se devo andare
senz'altro dal medico, lei capisce, mi prenderà per pazza e nessuno mi salverà
dal finire in manicomio. O per lo meno mi tratterà da allucinata."
-
"Figliola, a dirle la verità, io stesso non so che cosa pensare. Forse un
avviso di Dio. Forse un fenomeno di telepatia."
-
"Ma Dio ha mai permesso che esseri che sono al di là siano apparsi recando
un messaggio a noi che siamo di qua?"
-
"L'ha permesso, figliola. Mi pare di averglielo già detto. La cosa è ben
possibile. Ma nel suo caso vorrei proprio che ci fosse l'occhio e l'aiuto di un
medico. Quello che le indicai mi sembra fatto per lei. Intanto, perché non si
rimette in pace con Dio mediante una buona confessione? Se c'è circostanza in
cui lei dovrebbe sentirne il bisogno mi pare sia proprio questa. Procuri
soprattutto di meritare l'aiuto del buon Dio."
-
"Mi avevano parlato così anche quando mi esortavano a pregare." - mi
scappò di dire.
-
"E questo che cosa vuol dire? Che sappiamo noi delle vie di Dio? Che cosa
sa lei, se non si stia servendo di tutto questo per attirare a sé un'anima che
ha bisogno della sua misericordia?"
-
"E a Dio che cosa può importare della salvezza della mia anima, se io
gliene ho strappate sette? Come fa lei a provarmi la possibilità che io sia
perdonata?"
Quello
che provocò nell'anima del sacerdote questo mio modo di parlare dovette essere
molto strano e doloroso. Per me fu provvidenziale. Mentre poco prima lo avevo
giudicato piuttosto freddo, di scarso sentimento e forse poco sensibile ai miei
problemi, notai ora che la sua anima era ben diversa. Egli si trovò impegnato a
dover difendere la infinita e inesauribile bontà di Dio contro chi non ne aveva
mai avuto un concetto esatto e si trovava sull’orlo della disperazione.
Ci
fu una specie di predica lunga abbastanza, ma che ascoltai volentieri e mi fece
del bene, come ha continuato a farmelo sempre, specie in certe ore più
dolorose, quando quell'orribile tentazione si rinnovava.
In
sostanza, egli finì per dirmi ciò che non avrei mai creduto.
-
"Metta su un piatto d'una bilancia tutte le sue colpe commesse in passato,
e sull'altro questo solo peccato di disperazione in cui lei è tentata di
cadere: Dio rimarrà più offeso da questo solo peccato, che va a ferire il suo
cuore, che non da tutti gli altri.
Soggiogata
da quel suo linguaggio così commosso e persuasivo, gli dissi che volentieri
avrei fatto la mia confessione.
-
"Ma com'è possibile, però, rifare una storia così triste?"
-
"Nulla, invece, di più facile, purché abbia soltanto buona volontà, ed
io son qui ad aiutarla."
Dire
che quel sacerdote mi cavasse di bocca tutto ciò che avrei dovuto dirgli,
sarebbe poco. Di certi peccati egli mi aiutava a rivelargli anche le circostanze
più dimenticate. Ebbi la sensazione di aver davanti un uomo ispirato
dall'alto: abbandonandomi a lui con fiducia, provavo un sollievo intimo e nuovo.
Ad ogni rivelazione era come un peso che mi si toglieva. dall'animo. Alla fine
mi sentii rinata, e piansi.
-
"Certo, il suo passato è stato molto triste, povera figliola. Ma vede come
il Signore è stato buono con lei? Invece di stancarsi, l'ha attesa con pazienza
infinita. Egli voleva fare di lei un trofeo della sua misericordia, e il
sentimento vivo di non meritarla è una riprova che la sua confessione è fatta
bene. Glielo dichiaro con la mia autorità di sacerdote. Dio le ha perdonato
tutto. Non pensi più al suo passato se non per ringraziare Dio e amarlo
davvero. Cominci da oggi una vita nuova. Sarà probabilmente una vita di
espiazione, ma sostenuta dalla grazia del Signore."
Ricordai
in quei momenti ciò che più volte mi aveva ripetuto la suora portinaia
dell'istituto dove accompagnavo mia figlia: "Si parla tanto male della
confessione; ma chi è che parla così? Chi non la conosce. Lei non troverà mai
uno che riceve spesso questo sacramento e che ne parli male, o cerchi scuse per
starne lontano."
-
"Ed ora, che cosa mi consiglia, padre? Devo andare dal dottore o no?"
-
"Si regoli come crede."
-
"Preferisco mi dica lei."
-
"Se quei fenomeni dovessero ripetersi, sarà bene, anzi necessario che ci
vada, altrimenti non ne vedo la necessità."
-
"Posso dunque rimanere tranquilla sul mio passato?"
-
"Deve rimanere tranquilla, e sappia questo: la prima e più bella
riparazione che deve offrire al cuore di nostro Signore è appunto quella di
credere nella sua misericordia e nel perdono che le ha accordato."
-
"Ma quelle povere anime?"
Qui
la sua voce si fece nuovamente autorevole e piena di forza.
-
"Quello che è stato è stato. Ora ubbidisca al ministro di Dio. Vada in
pace e procuri di non commettere più peccati."
In
tutta la mia vita non mi ero mai confessata come ora.
-
"E' un'immensa grazia quella che il Signore le ha fatto - aveva detto il
cappellano - e pur di metterla in condizione di riceverla, non mi meraviglierei
se avesse permesso, in via eccezionale, di farle udire la voce dei suoi figli
soppressi prima di nascere; ma posso sbagliarmi, e forse non è prudente forzare
il mistero."
Quando
mi trovai sola tra i banchi della chiesetta delle suore adoratrici, ripensai una
per una le parole dette da quell'uomo di Dio, e le trovavo tanto vere e
consolanti. E ricordai pure queste altre parole: "Le ho detto che il
Signore le perdona tutto, non già che gliene risparmierà l'espiazione. E se
questa verrà, si ricordi che è una grazia."
Passò
circa un mese senza notevoli avvenimenti.
Il
cappellano delle suore divenne per me il mio confidente e il consigliere in
tante cose. Avendogli chiesto un giorno che cosa avrei potuto offrire al Signore
in cambio di quelle povere anime: "Faccia così - mi disse - in loro
sostituzione procuri di adottare altrettanti bambini pagani da far battezzare
col nome che avrebbe imposto alle sue creature."
Questa
idea mi entusiasmò. Così cominciai a inviare mensilmente ad un padre
missionario tutti gli aiuti che potevo per far battezzare e mantenere in un
orfanotrofio dei bambini.
Ricordo
che questa pratica la insegnai anche a mia figlia; così divenne essa pure
madrina di un bel gruppo di bambini battezzati coi nomi designati da lei: i più
avevano il nome di suo papà. Quando poi potemmo ricevere le fotografie di quei
nostri figlioletti lontani, esse ebbero un posto d'onore sulle pareti del
salottino, e spesso anche dei fiori.
Dopo
qualche tempo di calma e di tranquillità relativa, il tormento delle voci
cominciò di nuovo. Le udivo non nel sonno o nel dormiveglia, ma durante le
azioni più svariate, quando ero sola e le udivo io sola.
-
"Mamma, perché ci hai uccisi?"
Che
cosa avrei potuto rispondere? Ripiegandomi su me stessa tacevo e piangevo,
mentre sentivo che quelle voci erano come una lama che frugava in una vecchia
ferita.
Un
giorno mi scappò di dire:
-
"Sì, figlioli miei, riconosco la mia colpa e ve ne chiedo perdono."
Ma
queste parole, per quanto ripetute, non ebbero mai risposta.
-
"Ditemi se posso salvarmi."
-
"Perché lo chiedi a noi?"
Che
strana domanda, pensai tra me, e non osai più ripeterla. Era destino che questo
fenomeno, col suo ripetersi, mi portasse a una tale depressione nervosa che,
dietro insistenza del confessore, dovetti rivolgermi a uno psichiatra.
Fu
una visita lunga, accurata, scrupolosa. Ma non so come, dopo pochi giorni mi
trovai internata in una casa di cura.
Fu
un mezzo tradimento del medico, e specialmente di alcuni miei stretti parenti.
Posso tuttavia giurare di non aver mai perduto per un istante la coscienza di me
stessa. Sono ancor oggi in grado di riferire quello che si diceva e che accadeva
attorno a me. Soprattutto ricordo il male che mi facevano le parole di
compatimento di mia figlia, che credeva nella malattia di sua madre e
acconsentiva, d'accordo col suo fidanzato, a tenermi in quella casa.
Furono
tre anni di reclusione ossessionante e di martirio. Ricordo che non passò un
giorno senza che pensassi all'espiazione predettami dal cappellano delle suore,
il quale continuò ad assistermi spiritualmente in modo tutto paterno. Qualche
volta accettavo, qualche volta mi ribellavo, ma la mia disposizione abituale era
quella di voler espiare.
Le
voci continuarono intanto a farsi sentire con intermittenza e le reazioni che ne
derivavano non facevano che confermare infermiere e dottori sul mio stato
"indubbiamente patologico".
Eppure
avevo la certezza di non essere malata ma soltanto di sottostare a una
lacerazione interiore indescrivibile.
Nei
momenti di maggior calma non cessavo di pregare; ma anche questo veniva
considerato come uno degli elementi testimonianti il mio stato di infermità
mentale.
Un
giorno, fu appunto tra una preghiera e l'altra che mi balenò un'idea. Avevo
sentito parlare di un sacerdote santo, le cui preghiere erano molto efficaci
presso Dio. Chiesi a una suora di portarmi l’occorrente per scrivere una
lettera. Anche se con qualche difficoltà, fui accontentata. Mentre terminavo di
scrivere, venne a visitarmi mia figlia col fidanzato. Affidai a costui la
lettera; egli ebbe la delicatezza di farmi assistere all'atto di imbucarla nella
cassetta della posta all'interno della clinica, visibile attraverso l'inferriata
della mia camera.
Attesi
una ventina di giorni. Ma quando la risposta venne io non so che cosa dovette
operare su di me e sugli altri. Resta il fatto che di lì a non molto fui
dimessa.
"Io
sono certo che il Signore, per intercessione della Madonna, non mancherà di
farle la grazia, e anche presto" - aveva scritto quell'uomo di Dio. Quando
la cosa si seppe in clinica, non so quante lettere avrà ricevuto da ammalate e
dai familiari.
Poco
dopo ci fu il matrimonio di mia figlia col giovane appena laureato in medicina.
Come condizione alla loro unione volli che la nuova famiglia fiorisse nella casa
di mio marito, che era abbastanza ampia per accoglierli, e questo giovò a
crearmi attorno un clima di maggiore serenità.
Ma
le sofferenze interiori non cessarono mai del tutto.
Il
pentimento sincero di quanto avevo commesso, la grazia della speranza alimentata
dai sacramenti, l'autorità del confessore valsero certamente a non farmi
scivolare di nuovo verso la disperazione. Ma tutto questo non riuscì mai a
liberarmi dall'atroce amarezza di sette maternità interrotte.
Il
mio dubbio più angoscioso era sulla sorte di quelle anime. Ho vissuto ore nelle
quali sono stata sul punto di impazzire.
Un
giorno che mi sentivo più che mai straziata da questo pensiero, uscii di casa
come presa da follia. Ci fu un momento in cui mi balenò l’idea di farla
finita buttandomi sotto il primo tram che mi fosse venuto incontro. Ma, senza
accorgermene, mi trovai dinanzi alla chiesetta dell'adorazione perpetua, dove
avevo fatto le mie confessioni, ed entrai.
Il
Santissimo era esposto, su in alto, in uno splendore di luci e di fiori. Erano
le ore piccole e tra i banchi non c'era nessuno. Al di là della balaustra,
inginocchiate, soltanto due suore velate di bianco.
Mi
cacciai in un angolo appartato e lì la mia angoscia traboccò in un pianto
disperato. Non so quanto tempo passai così. Poi cominciai a fissare
l'ostensorio e sulle labbra mi salì questa domanda: "Ma è mai possibile,
mio Dio?... Tu hai avuto tanta misericordia per me, così colpevole, e non
l'avrai per quelle povere creature? Signore, io non ho la forza di crederlo, e
se ciò è una bestemmia, perdonami!...".
Mentre
ripetevo queste ultime parole, mi sentii toccare sulla spalla. Era il
cappellano. Lo conoscevo, più volte mi ero confessata con lui.
-
"Che c'è, figliola?"
-
"Ma lei sa tutto!" - e ripresi a piangere.
-
"Ha bisogno di dirmi qualcosa?" - e indicò il confessionale. Scattai
come una freccia e mi trovai immediatamente ai piedi di lui che si vedeva al di
là della grata. Invece di cominciare una confessione, non feci che ripetergli,
quasi fuori di me, la domanda appena rivolta al Santissimo esposto:
-
"Padre, mi dica soltanto se ho bestemmiato, parlandogli coss!..."
-
'"o, figliola, non ha bestemmiato."
-
"Allora, padre..."
-
"Come ministro di Dio le dico questo: preghi, abbia fiducia nel Signore e
lo lasci fare..." - "Posso dunque sperare..."
-
"Le ho detto: preghi, abbia fiducia nel Signore e lo lasci fare." Mi
scappò di dire: "Via il limbo... l'eternità... voi teologi..." - non
sapevo cosa dicessi. Egli capì al volo e mi interruppe.
-
"Figlìola, i teologi c'insegnano ciò che il Signore ha rivelato sulle vie
ordinarie della salvezza. Ma egli non ha rivelato ai teologi quelle che possono
essere le sue vie straordinarie. Perciò le ho detto, e per l'ultima volta le
ripeto: preghi, abbia fiducia nel Signore e lo lasci fare. Le do la sua
benedizione e vada in pace."
Il
mio cuore ebbe un tuffo nuovo e per poco non venne meno. Quando il padre uscì
dal confessionale, non so chi mi tenne dall'abbracciarlo. Mi parve che avrei
abbracciato Dio stesso. Non mi si era mai rivelato così "padre", come
in quelle parole del suo ministro.
Ma
questa eco della divina misericordia doveva rendere ancora più acuto il ricordo
già tanto doloroso di quei fatti...
...
Per tutta la vita!
5
ottobre - Oggi la mia vita è cominciata. Il babbo e la mamma non lo sanno
ancora. Io sono più piccola di una capocchia di spillo, eppure sono già un
essere indipendente. Tutte le mie caratteristiche fisiche e psicologiche sono già
fissate. Ad esempio, io avrò gli occhi del babbo e i biondi capelli ondulati
della mamma. Ed anche un'altra cosa è già stabilita: io sarò una bambina.
19
ottobre - ll mio primo sangue, le mie prime vene appaiono. Poiché i miei organi
non sono ancora completamente formati, la mia mamma mi deve sostenere con il suo
sangue e con la sua energia vitale. Ma quando sarò nata mi basterà soltanto
che, per qualche tempo, ella mi dia il latte.
23
ottobre - La mia bocca si apre verso l'esterno. Entro un anno già potrò
ridere, quando i genitori si chineranno sul mio lettino. La mia prima parola sarà
"Mamma ".
P.S.
- Sarebbe veramente ridicolo affermare che io non sono un essere umano del tutto
autonomo, ma che sono invece una parte del colpo di mia mamma!
25
ottobre - Il mio cuore ha cominciato a battere. Esso esplicherà la sua funzione
senza mai fermarsi, senza mai riposare, fino alla fine della mia vita. Questo è
proprio un grande miracolo!
2
novembre - Le mie braccia e le mie gambe cominciano a crescere.
E
cresceranno fino a che non saranno completamente formate e del tutto idonee
all'uso; ciò durerà per un certo tempo, anche dopo la mia nascita.
12
novembre - Adesso nelle mie mani stanno spuntando le dita. Con esse mi
impadronirò del mondo e parteciperò alla fatica degli uomini.
20
novembre - Oggi, per la prima volta, mia madre ha appreso dal suo cuore che mi
portava in seno. Chissà quanto è grande la sua gioia!
25
novembre - Adesso già si potrebbe vedere che io sono una bambina. Certamente i
miei genitori stanno già pensando a come mi dovrò chiamare! Potessi già
saperlo!
28
novembre - Tutti i miei organi sono completamente formati. Io sono molto
cresciuta.
12
dicembre - Mi stanno crescendo i capelli e le ciglia. Chissà come sarà
contenta la mia mamma della sua figliolina!
13
dicembre - Presto potrò vedere. Però i miei occhi sono ancora cuciti con un
filo. Luce, colori, fiori... deve essere magnifico! Soprattutto mi riempie di
gioia il pensiero che potrò vedere la mia mamma... Oh! Se non ci fosse tanto da
aspettare! Ancora più di sei mesi!...
24
dicembre - Il mio cuore è ormai perfetto. Ci debbono essere bambini che vengono
al mondo con un cuore malato. In questi casi bisogna affrontare terribili pene
per salvarli con una operazione. Grazie a Dio, il mio cuore è sano, lo sarò
una bambina piena di forze e di vita. Tutti saranno lieti della mia nascita.
28
dicembre - Oggi mia madre mi ha assassinata!
Caro
Gesù,
forse
ti chiederai perché ti scrivo questa lettera. Ormai è prossimo il tuo Natale,
la tua venuta tra noi e quando una persona cara sta tornando a casa non è più
tempo di lettere, ma è tempo di attesa. Perché, dunque, questa lettera se
ormai è prossima la tua venuta tra noi?
E’
perché ho l'impressione che anche a Natale non ti avremo tra noi, su questa
povera terra. Anche a Natale ti sentirò lontano, Gesù, così lontano da non
avvertire l'incanto della gioia per la tua presenza, come avveniva negli anni
ormai lontani dell'infanzia.
Lo
so, Signore, che non sarai tu a mancare all'appuntamento. Tu non disprezzi
nessuno, neanche chi ti ignora o ti offende. Tu tenterai anche quest'anno di
venire, ma saranno gli uomini a rifiutare questo appuntamento con te.
Non
vogliono vederti nascere un'altra volta: la tua presenza li disturba troppo! Da
quest'anno hanno deciso ufficialmente di abortirti. Non l'hai detto tu, Signore,
che ogni cosa fatta al più piccolo dei tuoi fratelli è fatta a te?
Dunque,
la legalizzazione dell'aborto nel nostro paese, la soppressione barbara di
tante vite innocenti è il decreto con cui si è decisa quest'anno la tua
esclusione, il rifiuto della tua presenza.
E’
vero che anche a Betlemme ti hanno chiuso la porta: non c'era posto per te. Ma
oggi, non una, sono milioni le porte che si chiudono alla tua venuta. A Betlemme
è stato un albergatore a rifiutarti un posto, ma oggi sono madri e padri, sono
medici, sono legislatori.
Cuori
fatti per amare ti rifiutano! Mani fatte per salvare ti uccidono! Menti fatte
per difendere ti opprimono! Cuori di madri e di padri, incapaci di amare, mani
di medici a servizio della morte, menti di legislatori impazzite per egoismo,
per orgoglio o per paura, che invece di difendere quei bimbi che bussano alla
porta della vita li schiacciano come vermi. Tutte voci stonate, che cantano in
coro la canzone lugubre della morte: un coro di assassini!
Non
rimproverarmi, Signore, per questa parola. Sei stato tu a insegnarci il
rifiuto di quel tipo di diplomazia che tradisce la verità chiamando le cose con
un nome diverso. Chi uccide è un assassino! Io non conosco altro nome. Non
giudico, constato!
In
tutte le società di tutti i tempi c'è sempre stata la presenza del male, ma
c'erano anche gli argini che impedivano al fiume del male di straripare e se gli
argini si rompevano, con gli argini crollava la stessa civiltà.
Non
solo oggi, sempre la vita è stata minacciata, ma oggi l'odio alla vita è
diventato un fiume in piena. E gli argini? Gli argini sono crollati!
I
cuori di tanti genitori, le mani di tanti medici, le menti di tanti legislatori
non solo non reggono più all'urto di quel fiume in piena, ma ne favoriscono la
fuoriuscita, favoriscono un'alluvione che devasta troppe terre e spegne troppe
vite.
E
quando gli argini sono crollati, Signore, chi potrà difenderci dalla
devastazione che ne deriva? Che sarà di questa società assassina? Dovrà forse
prepararsi a pagare il conto? Dovrà subire, e presto, le conseguenze delle sue
follie?
Ti
prego, Signore, fammi sapere qualcosa. Aspetto una tua risposta. Un caro
affettuoso saluto dal tuo
Sono
uno dei personaggi della storia. Mi chiamo Erode. I Romani mi mi misero sul
trono perché ero idumeo. Gli Ebrei mi odiavano profondamente e io odiavo gli
Ebrei. Morendo ho procurato loro l'unica gioia. Mi sono dato l'appellativo di
"Grande" e pensavo che sarei stato grande, per merito dei grandi
edifici che avevo costruito e dei quali andavo orgoglioso. Come ogni tiranno
incapace di costruire la felicità dei suoi sudditi, costruivo almeno grandi
edifici di pietra.
Comunque,
il mio nome viene ricordato nella storia per l'orrendo crimine che ho commesso
contro dei bimbi. Ho fatto uccidere dei bambini a Betlemme e dintorni. "Il
tempo seppellisce e tutto verrà dimenticato", pensavo. Ma nemmeno dopo
duemila anni il mio crimine è stato dimenticato.
Ma
è tempo però che io scenda da questo piedistallo e che lo ceda ad altri che lo
meritano più di me. Chiedo la riabilitazione da parte della storia. Non chiedo
di essere perdonato. Solo Dio potrebbe perdonarmi. E la storia non perdona.
Una
cosa sola chiedo: che il mio nome finisca di essere considerato come il simbolo
dei crimini contro i bambini. E ho delle ragioni per chiedere questo. Non nego
quanto è accaduto a Betlemme il pianto di quelle madri è risuonato in tutto il
mondo, ma questo è avvenuto duemila anni fa. A quell'epoca gli uomini erano
barbari e i re lo erano doppiamente, perché la loro barbarie si accompagnava
al potere. Ero odiato e odiavo. Avevo paura su quel trono, su cui sedevo per
grazia di Roma.
In
ciascuno vedevo un nemico, ovunque sospettavo intrighi e perciò uccidevo. Non
sono stato né il primo né l'ultimo, nella storia, a comportarsi così.
Assassinavo non solo estranei, ma anche congiunti. Ho ucciso mia moglie e i miei
figli, il mio protettore romano, Cesare Augusto, ha osservato giustamente:
"E' preferibile essere il porco di Erode, che esserne il figlio". Ero
un selvaggio. Se fossi vissuto nel vostro secolo avrei trovato certamente dei
medici che mi avrebbero dichiarato pazzo e così sarei assolto dalla mia colpa.
Se,
temendo per il mio trono, ho fatto ucciderei miei stessi figli, potevo essere più
clemente con i figli degli altri? Ero ignorante: non sapevo nulla
dell'Umanesimo. Nessuno mi aveva educato al rispetto verso gli altri, tanto meno
all'amore; nessuno mi aveva predicato il Vangelo, messaggio dell'Amore. Non
conoscevo, io, il Cristianesimo, non sapevo che Gesù fosse Dio e che Dio è
Amore e che tutti gli uomini, tutti i bambini sono figli di Dio. Nella nostra
epoca solo il potente aveva il diritto di vivere.
Non
ho ucciso da solo, avevo persone addette a questo, artigiani di morte, che
imparavano a spegnere la vita, non a proteggerla. Erano pagati per questo e di
questo vivevano. Non conoscevano la misericordia, non l'avevano mai provata.
Alla loro spada non importava chi essi ammazzavano e alla loro anima nemmeno.
Anzi, dubito che in loro ci fosse un'anima. Io non cercavo di nascondere i miei
crimini, non ne avevo necessità. Comandavo: "Andate e uccidete!". A
quel tempo non esisteva l'ipocrita terminologia giuridica. Ammazzare era ammazzare.
Omicidio era omicidio. Che fate invece voi, uomini del ventesimo secolo? Da
venti secoli gli uomini si danno da fare per eliminare la barbarie. Statisti,
scienziati, filosofi, artisti, apostoli, profeti, martiri, tutti quanti hanno
creato quello che voi con orgoglio chiamate "Umanesimo". Ma avete
ereditato anche molto di più: avete ereditato il Cristianesimo. Voi sapete che
Gesù Cristo è Dio e sapete che Dio è Amore. Voi sapete che tutti gli uomini
sono fratelli perché sono figli di Dio. Tutta la vostra vita è misteriosamente
compenetrata dalla misericordia e dalla grazia divina, eppure ...
Neanche
i vostri bambini, i vostri figli innocenti, incapaci di difendersi, sono al
sicuro davanti al vostro egoismo! Quanti ne uccidete ogni giorno? O Betlemme,
sei rimasta storia senza significato! Là, almeno, le madri difendevano la vita
dei figli, anche se inutilmente. E in questo secolo, invece? Qui le madri
dichiarano davanti a una commissione medica che le loro creature minacciano la
loro libertà e chiedono che vengano condannate a morte.
E
poi l'omicidio viene affidato non a dei soldati ignoranti, ma a veri esperti,
che hanno studiato per imparar a proteggere la vita e la cui vocazione ha
qualcosa di sacro. Hanno formulato un giuramento che li obbliga a proteggere la
vita umana sempre e dovunque. Ma alcuni per soldi, altri per paura, accettano il
ruolo di assassini.
E
poi vi chinate pieni di commozione su un fiore, ascoltate il canto degli uccelli
e, con l'amore rubato ai bambini accarezzate i vostri gatti e i vostri cani!
Piangete sulla sorte degli eroi dei romanzi e dei cinema. Vi addolora la sorte
dei bimbi che muoiono di fame e li vorreste aiutare. Visitate i musei, andate ai
concerti e collaborate poi a questa tragedia umana dell'aborto!
E
forse guardate commossi il Cristo crocifisso, dopo aver definito il vostro
crimine "interruzione". Interruzione di che cosa? Forse non della
vita? Sono stato certamente superato dai vostri crimini! Voi che ricordate il
mio nome in relazione a Betlemme, dimenticate Erode! Lasciatemi in pace! Ero
solo un povero improvvisatore! E tu, storia, cerca di dare il giusto nome ai
crimini del ventesimo secolo! E se non ti manca il coraggio, fai la lista delle
nuove vittime. Voglio essere riabilitato, io. Voglio lasciare ad altri il mio
primato criminale!
Equanto
a voi, uomini di cultura, umanisti, cristiani, se la mia richiesta di
riabilitazione vi dà fastidio, mi permetto allora di osservare che la
coscienza, che a quel tempo io non avevo, e la salvezza eterna, cui allora non
credevo, valgono assai più del vostro fastidio.
(Tradotto
dal Samizdat ceco)