MAGGIO: PENSIERI PER MARIA

 

1 maggio: «La vergine si chiama Maria» (Luca 1,27)

(a sinistra, sant’Anna con Maria piccolina in braccio)

Con queste semplici parole comincia nei vangeli la storia di Maria. Anzi, attraverso Lei, la storia stessa di Gesù. Tutto é semplicità e modestia. In un piccolo villaggio della Galilea, tanto piccolo da essere praticamente sconosciuto viveva questa giovanissima donna. Umile e semplice l'ambiente come umile e semplice la gente che l'abitava, e tutta la sua parentela. È vero che il suo fidanzato, Giuseppe, modesto artigiano, vanta­va una discendenza davidica. Ma dopo mille anni di storia la di­scendenza dal re Davide si era talmente frazionata e dispersa in infiniti rivoli, da non costituire più un gran vanto, nè offrire privi­legi sociali di alcun genere. Lo sconosciuto paesino galileo di Nazaret è ben lontano da Gerusalemme, la regale metropoli dei tempi antichi. Ma offre lo scenario adatto per la vita schiva, sconosciuta agli uomini, di questa giovinetta, su cui invece si poserà lo sguardo di Dio. Così parla il vangelo. Più tardi invece i cristiani, spinti dall'entusiasmo e anche dalla fantasia, parleranno diversamente. Ne ricorderan­no i genitori, la formazione, andranno a gara per elencarne le virtù. Nel vangelo, niente. Una piccola creatura che vive appartata in uno sconosciuto angolino della terra: questa la madre del futuro Messia, la creatu­ra privilegiata attraverso cui passeranno i divini progetti per sal­vare il mondo. Rivivono in Lei «i mansueti» cantati nei Salmi bi­blici, che per un prodigio di Dio sono misteriosamente destinati a «possedere la terra»; o, se si vuole, vengono anticipati nella sua delicata e schiva figura quei «piccoli» del vangelo, pensando ai quali Gesù «esulterà di gioia nello Spirito Santo» (Luca 10,21). Da secoli il pensiero di Maria è fonte di gioia, perché at­traverso la sua piccolezza si è svelata al mondo la grandezza del­l'amore di Dio.

Ave, Maria, creatura umile e mansueta che Dio ha guar­dato: prega il tuo Figlio perché anche noi sappiamo ritrovarci con gioia fra i piccoli di Gesù.

 

2 maggio: «Ti saluto, o piena di grazia» (Luca 1,28)

Questa giovane donna portava un nome - Maria - che co­noscevano tutti nel suo villaggio, e che nei secoli diventerà il più diffuso, caro a innumerevoli creature. Eppure l'Angelo del Signore, rivolgendole il suo saluto, la chiamerà con un altro no­me: «Piena di grazia». E’ il nome nuovo, col quale questa creatura è conosciuta davanti a Dio; il nome che scende dal cielo, come dal cielo scenderà il nome del suo bambino («lo chiamerai Gesù»). Non è che un'umile creatura, eppure nella sua modestissima vita cominciano a compiersi cose straordinarie, divine. Nella sua casetta meschina entra l'Angelo del Signore, che, secondo il lin­guaggio biblico, viene a rappresentare la presenza stessa e il messaggio personale dell'Onnipotente. Anche qui i sogni poste­riori vedranno diversamente le cose, fantasticando apparizioni splendenti. Il vangelo invece è semplice, piano, dolcissimo nella sua quotidiana concretezza. L'Angelo «entrando da lei, disse». Entra in quella casetta, passa proprio per la porta come ogni visitatore - un visitatore celeste -,le parla con voce chiara e discreta come una creatura parla a un'altra creatura. Così, attraverso Maria, riprende il dialogo fra cielo e terra, interrotto da millenni. Tra Dio e la sua creatura nasce una nuova familiarità, che fa pensare agli inizi della storia dell'uomo, come la Bibbia la racconta. Allora l'uomo conversava amichevolmente col suo Dio, la sua vita era in pace, egli guardava al futuro con fiducia. Di col­po, per un'amara decisione dell'uomo, il dialogo si è troncato; e la storia umana è diventata cupa, insicura, colma di amarezze. Ma ora, in Maria, per una divina iniziativa, il dialogo amorevole riprende, e la speranza si apre sul mondo. È il mistero della «grazia» divina che comincia a svelarsi attra­verso questa donna che Dio ha scelto.

Ave, Maria, piena di grazia: prega il tuo Figlio perché la grazia del cielo parli anche ai nostri cuori.

 

3 maggio: «Com'è possibile? Non conosco uomo» (Lc 1,34)

Maria, la creatura umile in colloquio col celeste messaggero di Dio: è la prima notizia che abbiamo su di Lei. Umile e sempli­ce, persino «turbata» al saluto dell'Angelo; ma non timida o spau­rita. L'annuncio era stato imprevisto e sconvolgente: madre del Messia, del «Figlio dell'Altissimo». Tutte le attese del suo popolo dovevano dunque attuarsi in Lei. Eppure questa creatura man­sueta, ma intrepida e salda, osa avanzare delle riserve: «Com'è possibile?». Si è molto riflettuto sul vero significato delle parole di Maria. Alludono semplicemente all'assenza di rapporti matrimoniali, e quindi all'impossibilità di una imminente maternità? Oppure c'è qualcosa di più? Senza dubbio un parallelo collega la sterilità di Elisabetta con la verginità di Maria; in tutti e due i casi solo un intervento prodigioso di Dio rende possibile la concezione ma­terna. Ma il parallelo si ferma qui; e nel caso di Maria, non sen­za motivo l'antichissima tradizione cristiana sente il riflesso di un atteggiamento profondo, di una qualche scelta dell'anima. Storicamente, fino a quel tempo la verginità della donna non aveva riscosso alcun apprezzamento nella religiosità di Israele. Ma proprio allora qualcosa stava cambiando, con riflessi perfino sulla vicenda evangelica, centrata sulla figura di un Messia celibe, la cui venuta sarà preparata da un Precursore celibe e annuncia­ta nel mondo da un apostolo celibe, Paolo, maestro di verginità nella Chiesa nascente. Luca stesso ne parlerà come di una con­dizione celestiale (Luca 20,35). Dio certo supererà ogni ostacolo. Ma la piccola creatura ri­mane ferma ai valori profondi della sua spiritualità: «Non cono­sco uomo!». Giustamente i credenti si curveranno con venera­zione sul mistero della verginità di Maria, spiraglio di cielo sulla terra.

Ave, Maria, vergine pura: prega il tuo Figlio perché il fa­scino della verginità evangelica sia sempre vivo nella Chiesa.

 

4 maggio: «Lo Spirito Santo scenderà su di te» (Luca 1,35)

I testi profetici dell'Antico Testamento avevano preparato i tempi messianici definendoli come i tempi dello Spirito Santo. Per questo tutta la più antica tradizione evangelica dà inizio al racconto su Gesù a partire dalla discesa su di Lui dello Spirito durante il battesimo. San Luca, l'evangelista al quale dobbiamo la maggior parte dei ricordi su Maria, propone un parallelismo fra Gesù e la Chie­sa; anche la storia cristiana inizierà con la discesa dello Spirito, e sarà la Pentecoste. Ma a questo punto la sorpresa: l'una e l'altra discesa dello Spirito (inizio della storia di Gesù, inizio della storia della Chiesa) vengono anticipate dalla discesa dello Spirito San­to su Maria al momento in cui, diventando la Madre messianica, concepisce nel suo seno verginale Gesù. A dire il vero san Luca si diffonde sul tema dello Spirito in questi inizi del suo racconto evangelico: per lui è il grande segno divino dell'incarnazione. Perciò ne parla a proposito della nasci­ta di Giovanni, di sua madre Elisabetta, del vecchio Simeone. Però al centro di tutti c'è Maria, con la sua esperienza incompa­rabile; in Lei la discesa dello Spirito viene annunciata con una so­lennità unica, e realizza l'evento sconvolgente della venuta del «Figlio di Dio» fra gli uomini. Per questo evangelista, Maria appare profondamente coin­volta nella vicenda divina che si compie in Lei. La sua maternità diventa il segno delicatissimo dell'esperienza di fede di tutte le creature toccate dalla grazia che accoglieranno Gesù nella loro vita; la sua generazione verginale - il Natale! - sarà il segno toc­cante della generosità missionaria della Chiesa mossa dallo Spi­rito a comunicare Gesù al mondo. Prima creatura mossa dallo Spirito, Maria è la prima creatura che dona Gesù agli uomini.

Ave, Maria, piena di Spirito Santo: prega il tuo Figlio perché lo Spirito sospinga anche noi a comunicare al mondo Gesù.

 

5 maggio: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Luca 1,38)

Alcune delle pagine più drammatiche e toccanti dell'Antico Testamento sono dedicate al «Servo di Dio» (Isaia capitoli 42-52), il misterioso personaggio profetico che, parlando e sof­frendo nel nome di Dio, salva il suo popolo. La comunità primi­tiva ha senza dubbio visto avverarsi in Gesù quelle profezie; e tuttavia san Luca è l'unico scrittore del Nuovo Testamento che applica ancora a Gesù come suo titolo messianico, l'espressione «Servo di Dio» (Atti capitoli 3 e 4). È bene ricordarlo, perché alla luce di questi precedenti ac­quista un rilievo particolare la frase umile e coraggiosa con cui Maria conclude il suo dialogo con l'Angelo, definendosi «la Ser­va del Signore». Così questa creatura dà il suo assenso ai proget­ti di Dio; li accetta docilmente, anche se sa che sconvolgeranno la sua vita. La maternità verginale, stupendo prodigio di Dio, poteva ri­servarle, per quanto ne sapeva Lei, amarissime sorprese dal lato umano. Gli uomini non sempre sono pronti a riconoscere l'inter­vento del Signore! Eppure Maria dice sì, si abbandona con fidu­cia nelle mani del Signore: «Avvenga di me quello che hai detto». Ancora una volta, parlando della Madre, l'evangelista sembra voler anticipare quello che sarà il mistero del Figlio. Anche Ge­sù, molto più tardi, in circostanze drammatiche (nel Getsemani) darà il suo assenso alla volontà del Padre; un difficile assenso espresso in termini stranamente simili a quelli usati anni prima dalla Madre: «Si compia la tua volontà». La salvezza di Dio raggiunge tutti gli uomini; ma Dio agisce, attraverso la docilità di chi si abbandona ubbidiente e fiducioso, anche a costo di sacrifici, ai suoi progetti misteriosi. Anticipo della docilità filiale di Gesù, Maria sembra pre­sentarsi come il simbolo di tutte le creature di fede che si ab­bandonano nelle mani sapienti e buone dì Dio.

Ave, Maria, serva del Signore: prega il tuo Figlio perché sappiamo rispondere il nostro sì fiducioso al volere del Padre.

 

6 maggio: Maria si mise in viaggio verso la montagna (Luca 1,39)

«La partenza» dell'Angelo al termine dell'annuncio (san Luca parla sempre in termini molto concreti) coincide con questa «par­tenza» di Maria per un viaggio lungo che la porterà verso il sud della Palestina a visitare la sua parente anziana, Elisabetta. E’ interessante che il vangelo presenti sistematicamente Ma­ria in veste di pellegrina. Anche per la nascita di Gesù compirà, con Giuseppe, il lungo viaggio «dalla città di Nazaret in Galilea alla città di Davide chiamata Betlemme». Quaranta giorni dopo, con il Bambino fra le braccia, di nuovo in pellegrinaggio verso Gerusalemme e il Tempio, all'incontro con Simeone. Infine, quando ormai Gesù sarà dodicenne, il travagliato pellegrinaggio pasquale fino a Gerusalemme. Sono i quattro pellegrinaggi di Maria: il viaggio della fede (lo stesso angelo Gabriele le aveva parlato del mistero divino che si stava compiendo in Elisabetta), il viaggio della maternità messia­nica verso Betlemme, il viaggio della consacrazione (offre il Figlio al Padre e ascolta la dolorosa profezia di Simeone), il viaggio della ricerca di Gesù perduto (e comprendeva che solo «nella ca­sa del Padre» lo si può ritrovare). È un dato importante della spiritualità evangelica, centrata nella figura di Maria. Come Gesù, perennemente in «viaggio» alla ricerca dell'uomo e verso il suo sacrificio; come la Chiesa in cam­mino nel mondo a trasmettere il vangelo; così anche il discepolo è invitato a vivere la sua vita di fede come un continuo itinerario dell'anima. Deve «camminare» nella fede in una costante matura­zione; deve «camminare» con Gesù in una fedeltà costante; deve «camminare» verso il Regno in una ricerca appassionata. Di questo pellegrinaggio dell'anima e della vita, Maria è per noi il simbolo vivente.

Ave, Maria, pellegrina della fede: prega il tuo Figlio per­ché riprenda nuovo slancio ogni giorno anche il nostro  pelle­grinaggio evangelico.

 

7 maggio: «Beata colei che ha creduto!» (Luca 1,45)

Ubbidendo senza dubbio a un progetto teologico e spirituale, san Luca ha cominciato il suo vangelo con una specie di dittico: l'annuncio dell'Angelo al sacerdote Zaccaria per predirgli la na­scita del Battista, l'annuncio dell'Angelo a Maria per la nascita del Messia. Volutamente sono segnati i contrasti: il sacerdote giudeo rifiu­ta di credere alle parole celesti, viene rimproverato e punito; Ma­ria invece, nonostante le incertezze iniziali, crede, si abbandona con fiducia, e viene elogiata dalla parente Elisabetta: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore». La Parola infatti si compie in modo sublime, Maria è madre, lo Spirito Santo si comunica da Lei alla madre di Giovanni, il futuro Precursore. Per l'evangelista questo contrasto è importante, proprio per il mistero che avvolgerà la vita di Gesù: accolto dagli unì, respin­to dagli altri; seguito con fede dai discepoli, osteggiato con furia dagli avversari; condannato dagli avversari alla morte in croce, adorato ed esaltato dai credenti. Per questo Luca imposta questo contrasto subito all'inizio dei vangeli, presentando tutta una serie di creature umili ma cre­denti, che si fidano delle promesse di Dio, attendono la «reden­zione d'Israele», e accolgono il Messia nella figura gentile del pic­colo Gesù. Elisabetta, che in Maria sente la presenza del «Signo­re»; i poveri pastori che accorrono a Betlemme; Simeone, che stringe il Bimbo fra le braccia e canta di gioia; la vecchia pro­fetessa Anna che parla di Lui a tutti. Ancora una volta, al centro di queste creature di fede, c'è Maria, la più vicina a Gesù, che lo accoglie e lo dona, anticipo e simbolo del vero credente, e quindi «beata» della gioiosa «beatitu­dine» evangelica.

Ave, Maria, che hai creduto alla Parola: prega per noi il tuo Figlio Gesù, perché rimanga intatta nel mondo la nostra fedeltà al vangelo.

 

8 maggio: «Maria disse: L'anima mia magnifica il Signore» (Luca 1,46)

Il canto di Maria, col suo famosissimo inizio (il «Magnìficat»), spicca singolarmente nelle prime pagine del vangelo dì Luca. Anche perché non rimane solo, ma sarà seguito dal canto di Zaccaria alla nascita del figlio Giovanni, da quello degli angeli la notte del Natale di Gesù, e da quello di Simeone quaranta giorni dopo, nel Tempio di Gerusalemme. E come se, con i suoi splendidi cantici, l'evangelista volesse commentare liturgicamente i primi racconti riguardanti Gesù: storia ricordata, vissuta, e gioiosamente cantata dalla Chiesa. Ma fra tutti questi canti, che ancora oggi dopo tanti secoli la Chiesa ripete nella sua lode quotidiana, il più musicale, il più ric­co di concetti, il più caro all'anima cristiana è senza dubbio quel­lo di Maria. E così questa creatura che dà inizio alla storia cristia­na con la sua docile maternità, diventa anche la «cantora» che intona il primo inno liturgico cristiano, dando voce alla fede e al­la gioia di chi accoglie Gesù nella vita. San Luca farà di tutto, soprattutto nella seconda parte della sua opera (gli Atti degli Apostoli), per sottolineare l'importanza della preghiera liturgica: il momento della Parola, della frater­nità, della comunione profonda con Gesù, dell'esperienza dello Spirito, delle decisioni apostoliche. Non è certamente un caso che, proprio all'inizio di quel suo secondo libro (Atti degli Apostoli 1,14) in mezzo alla Chiesa primitiva in preghiera ricordi - lui solo - la presenza di «Maria, la madre di Gesù». Per lui non è soltanto un modo per presentare in Maria il simbolo di una fervente liturgia, ma anche per scoprire l'anima stessa della vita liturgica: in Maria, Gesù è veramente presente, ed è questa presenza che si trasforma in canto.

Ave, Maria, che canti all'Onnipotente il tuo inno di gioia: prega il tuo Figlio perché tutto nella nostra vita si trasformi in un canto di lode.

 

9 maggio: «Il mio spirito esulta in Dio» (Luca 1,47)

San Luca è l'evangelista della Chiesa; per primo ne rac­conterà la storia difficile e travagliata. Ma proprio perché sa del­la croce che mette alla prova la fede dei cristiani, insiste in modo eccezionale sul tema della gioia. La gioia del peccatore pentito, la gioia esultante dell'anima di Gesù quando vede i discepoli tornare dalla predicazione, la gioia stessa di Dio che in cielo si rallegra per la conversione di un'ani­ma perduta. Seguendo il suo metodo, questo tema lo imposta con insi­stenza nei primi capitoli del vangelo, proprio quelli in cui dedica tanto spazio ai ricordi su Maria. Già la nascita del Battista sarà occasione di gioia, ma soprattutto il Natale di Gesù verrà annun­ciato dall'Angelo come messaggio lieto ai pastori: «Vi annuncio una grande gioia». Gli inni poi che ritmano il racconto evangeli­co non sono altro che esplosioni di gioia serena e profonda. Anche in questo la figura di Maria è collocata al centro. Nes­suno esprime la gioia della venuta di Gesù con parole tanto in­tense: «Il mio spirito esulta in Dio!». Questa piccola voce, che in­tona per prima gli inni della liturgia cristiana, è una voce gioiosa che esprime la felicità di chi ha tanto atteso, e ora vede attuarsi le promesse di Dio. Perché il canto di Maria è bello e armonioso ma è anche pieno di forza e di veemenza. Dio - con la nascita dì Gesù - in­terviene nella storia, compie «grandi cose» perché ormai «ha spiegato la potenza del suo braccio»: annienta tutte le ingiustizie, distrugge ogni prepotenza orgogliosa, risolleva la speranza degli umili. Questa è la gioia che canta Maria: la gioia della speranza che non si lascia vincere dalla delusione. La vita è amara, ma Dio è qui!

Ave, Maria, esultante nello spirito per l'amore fedele di Dio: prega il tuo Figlio perché sentiamo che Dio è attivo nel­la storia dell'uomo.

 

10 maggio: «Maria conservava tutte queste parole nel suo cuore» (Luca 2,19)

Sono le parole stupefatte dei pastori che riferivano il mes­saggio degli Angeli la notte di Natale. Maria ascolta, tace, e ri­flette con attenzione intima a tutte le parole che riguardano il suo Gesù: «Le meditava nel suo cuore». San Luca la presenta come la creatura che ascolta la Parola. Aveva ascoltato l'Angelo che le preannunciava la nascita del «Santo, Figlio di Dio»; poi la voce dì Elisabetta che percepiva nel grembo di Maria la presenza del «suo Signore»; poco più tardi ascolterà le parole drammatiche di Simeone, anticipo del sacrifi­cio redentore di suo figlio; e alla fine le parole stesse di Gesù - Lei per prima! - nel ritrovamento a dodici anni. E anche questa volta, per sottolinearne l'importanza, Luca commenterà: «Sua Madre conservava tutte queste parole nel suo cuore» (Luca 2,51). Si sa che questo evangelista, oltre la sua alta spiritualità, rive­la dei forti interessi missionari. Per lui la storia della Chiesa è storia missionaria (Atti degli Apostoli). Ma la Chiesa non può annunciare la Parola di Gesù, se anzitutto non l'ascolta con at­tenzione, con dedizione. Per questo motivo vengono sottolineate molte espressioni personali di Gesù che invitano costante­mente a un profondo atteggiamento dell'anima. In questo contesto acquista singolare significato la figura di Maria. Per una Chiesa che deve ritrovare le profondità del­l'ascolto, della riflessione silenziosa e attenta, della meditazione assorta e viva, la figura della Madre di Cristo diventa un simbolo e un richiamo. E anche possibile che con quelle espressioni Lu­ca volesse rivelare, in Maria, l'origine delle sue notizie sull'infan­zia di Gesù. Maria, la prima creatura che ha parlato di Gesù, di­venta così un appassionato simbolo missionario, proprio mentre tace e «ascolta» la Parola.

Ave, Maria, creatura assorta nell'ascolto della Parola: prega il tuo Figlio perché la Chiesa missionaria gusti il si­lenzio misterioso in cui la Parola di Dio risuona.

 

11 maggio: Anche a te una spada trafiggerà l'anima (Luca 2,35)

La pietà cristiana ha spesso immaginato con commozione Ma­ria proprio così, col petto trafitto da una spada; e l'iconografia sa­cra lungo i secoli ne esprimerà nell'arte l'immagine dolorosa. Un po' è strano che in un racconto come quello di san Luca sull'infanzia di Gesù, delicato e persino dolce, appaia all'improv­viso questo tratto drammatico. Ma non si può scrivere il vangelo senza che alla lontana si profili la croce. Maria la Madre lieta del Natale, dovrà diventare sotto la croce la «Mater dolorosa». A modo suo l'altro evangelista dell'Infanzia, Matteo l'aveva fatto presentire descrivendo la persecuzione di Erode, la fuga improvvisa del Bambino, la strage di Betlemme con tutto quel sangue innocente. Anche Luca, entro il suo racconto gentile, non può esimersì da questo appuntamento severo. Come già i profeti biblici, e a compimento delle più severe profezie antiche, Gesù sarà contraddetto dal suo popolo, e infi­ne respinto. Maria vedrà tutto questo: i parenti dubitare di Lui, i concittadini rifiutargli la fede, i capi del popolo resistergli dura­mente, la sua gente respingerlo. Per il suo cuore di madre sarà uno strazio, una «spada» a lacerarle l'anima, un martirio; anticipo del martirio destinato al Figlio. Fin dall'inizio Maria ne avrà avu­to un presentimento? Oppure si sarà illusa di una missione faci­le, senza ostacoli nè contrasti? Un discorso sulla psicologia di questa creatura è difficile; tut­tavia san Luca sa che ogni illusione le è stata risparmiata; che, per divino volere, molto presto ha sentito il dramma awolgere il destino di amore e di salvezza del suo Figlio. La profezia di Si­meone ha questo senso. Molto presto ha dovuto guardare luci­damente in avanti, presentire prove e strazi, e - col Figlio - ac­cettarle «per la risurrezione di molti».  

Ave, Maria, ferita nell'anima dalla resistenza degli uo­mini a Gesù: prega il tuo Figlio perché sappiamo accettare il mistero doloroso dell'amore che salva.

 

12 maggio: «Videro il Bambino con Maria sua madre» (Matteo 2,11)

Nel racconto dell'altro evangelista, san Matteo, sulle origini terrene dì Gesù, ritornano i ricordi riguardanti Maria, però in modo più attenuato, a mezza luce. Il personaggio centrale per il primo evangelista è Giuseppe; di Maria si parla solo in terza persona - non lo si poteva evitare - e abbastanza poco. Eppure anche in san Matteo, in qualche momento almeno, la figura materna di Maria è lì in piena luce accanto al Bambino. Come nell'episodio dei Magi orientali che, dopo il viaggio travagliato, arrivarono a Betlemme, «entrati nella casa videro il Bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono». E la scena classica della maternità, eternata infinite volte dall'arte, ben impressa nella mente di ogni cristiano: Maria con in braccio Gesù, che accoglie tutti. In questo caso accoglie un piccolo gruppo di strani e im­portanti personaggi, misteriosamente spinti a venire dalle loro terre lontane ad adorare Gesù. San Matteo racconta con semplicità questo episodio, con i suoi incidenti drammatici. Ma per lui è qualcosa di più che un semplice awenimento: è una specie di profezia, di anticipo di eventi futuri. I testi biblici da secoli avevano preannunciato la venuta dei popoli verso il Messia, e talora con espressioni che sembrano preparare il racconto di Matteo: «Tutti verranno da Saba portan­do oro e incenso» (Isaia 60,6), «I re degli Arabi e di Saba offri­ranno tributi» (Salmo 72,10). Quello che awerrà molto più tardi con il sorgere della Chiesa, per l'evangelista viene misteriosa­mente prefigurato nella venuta dei Magi. Con il Bambino fra le braccia, li accoglie Maria: è Lei che presenta il Figlio a tutto il mondo.

Ave, Maria, che presenti al mondo il tuo Gesù: prega il tuo Figlio perché tutti i popoli della terra si mettano in cam­mino incontro a Lui.

 

13 maggio: «Prendi con te il Bambino e sua Madre, e fuggi» (Matteo 2,13)

A differenza di quello di san Luca, il racconto dell'evangelista Matteo sull'infanzia di Gesù ha qualcosa di glorioso, ma proprio per questo anche di drammatico. La gloria regale del Messia adorato dalle genti d'Oriente, il dramma regale provocato dalla feroce gelosia di quell'altro re, Erode, che tremava a Gerusalem­me per la nascita di un povero Bambino. Nell'una e nell'altro è coinvolta Maria. Anche qui il racconto è semplice, appena abbozzato; ma la fantasia religiosa del lettore è provocata. Questa fuga pre­cipitosa di notte, col Bambino stretto fra le braccia, fra disagi e paure, inseguiti dall'ossessione di sentire a ogni momento i pas­si crudeli degli sgherri di Erode... Il Bambino si lascia portare lontano, ma la Madre vive fino in fondo il pericolo mortale che lo minaccia. Per il momento si salverà, mentre a Betlemme i bambini innocenti vengono uccisi e le mamme si disperano. «Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata, per­ché non sono più». Anche qui san Matteo racconta, con infinita e toccante sem­plicità; ma guarda anche al futuro. Lui esprime la sua fede: Gesù al centro del mondo, per la salvezza di tutti! Ma quanto sacrifi­cio, quanto dolore costerà la diffusione del vangelo che porterà in tutto il mondo Gesù; quanti missionari osteggiati, scacciati, in fuga sotto la minaccia orgogliosa del potere terreno. Quasi un anticipo profetico, Maria vive già ora tutto questo travaglio. Così è stato stabilito, che sia Lei a presentarlo al mon­do, tenendolo amorevolmente fra le braccia, gioiosa e gloriosa della sua gloria regale. Ma proprio per questo dovrà Lei, per pri­ma, condividere coraggiosamente le difficoltà e le prove di tutti i messaggeri di Gesù.

Ave, Maria, sempre vicina a Gesù respinto: prega il tuo Figlio perché non venga mai meno il coraggio dei suoi testi­moni nel mondo.

 

14 maggio: «Prese con sé il Bambino e sua Madre, e tornò in Israele» (Matteo 2,21)

Come una tempesta violenta, la persecuzione di Erode, inu­tile e ingiustificata, si placa presto. Morto il re sanguinano, Giu­seppe può ricondurre in Palestina «il Bambino e sua Madre»; non nella regale Betlemme da cui erano partiti, ma a nord, nel villag­getto galileo quasi sconosciuto: Nazaret! Comincia così una lunga fase del vangelo, anche se oscura e poco documentata; tuttavia importante, perché Gesù ormai «sarà chiamato Nazareno». Per tutti questi anni Maria sarà accanto a Ge­sù, col suo segreto custodito gelosamente. In fondo, come numero di anni, è la parte più rilevante della vita di Gesù; eppure non se ne sa niente. Perché? Probabilmente perché non c'era niente da dire. La divina condiscendenza qui arriva al culmine: il Figlio di Dio vive con tale pienezza di immedesimazione la vita dei figli de­gli uomini, che è proprio uno di loro, senza che nulla lo distin­gua. Infatti più tardi, quando tornerà in visita a Nazaret da «mae­stro», tutti rimarranno sbalorditi. Ma in tutti questi anni accanto a Lui c'è Maria. Sarebbe un errore non riflettere un momento su questi lunghi decenni di co­munione familiare fra Maria e il Figlio, col pretesto che le notizie mancano. Però, a differenza degli altri, Maria sapeva... Lo vede­va bambino con gli altri bambini del villaggio, ragazzetto giocare vivacemente con i suoi coetanei, e poi giovane scherzare e ma­gari divertirsi con i giovani della sua età, senza che nulla trape­lasse del divino mistero racchiuso in Lui. Eppure Maria sapeva... Che era stato preannunciato da un Angelo, che doveva diventare (ma come?) il Re messianico, che in Lui era presente fra gli uomini lo stesso «Figlio di Dio». Lei so­la sapeva, simbolo vivo e intenso di una fede solitaria che vede e sa, mentre gli altri brancolano nel buio.

Ave, Maria, che conosci il divino mistero di Gesù: prega il tuo Figlio perché i credenti sappiano essere luce viva in un mondo privo di fede.

 

15 maggio: Giuseppe e sua Madre «non compresero» le parole di Gesù (Luca 2,50)

I ricordi di Luca sono gli unici nel Nuovo Testamento che il­luminano con una breve lama di luce l'ombra misteriosa che av­volge i lunghi anni di Gesù a Nazaret con Maria. Episodio strano quello di Gesù, ragazzo dodicenne, ritrovato nelle aule scolastiche del Tempio dopo una ricerca affannosa. Ma non incomprensibile: vi si preannuncia il distacco di Gesù dalla famiglia terrena per la sua futura missione. E dice molto anche su Maria. La sua fermezza materna («Figlio, perché ci hai fatto così?»), la sua affettuosa angustia, la delicatissì­ma modestia che la spinge a mettersi in second'ordine dietro lo sposo silenzioso («Ecco, tuo padre e io, angosciati»). Ma tutta la for­za dell'episodio sta nella risposta di Gesù («Devo stare nella casa del Padre mio»); un po' sibillina (non sta per tornare nella «casa» pater­na di Nazaret?), ma che diventerà presto chiara alla luce del van­gelo: Gesù dovrà dedicarsi (alle cose del Padre», alla sua missione. Per il momento nemmeno Maria capisce a fondo; per que­sto ci ripensa «conservando tutte queste parole nel suo cuore». Le prime parole di Gesù sono rivolte a Maria; la Madre, autore­vole e gentile, diventa la prima discepola, istruita dalla misteriosa dottrina del Figlio. Per capire, anche Lei dovrà compiere il suo lento, docile cammino di fede, accettando di inoltrarsì nel mistero, guidata dall'insegnamento del Figlio. San Luca, che dedica a Maria alcune delle pagine più belle del suo vangelo, non la presenta però come la creatura avvolta nella luce, che sa già tutto fin dall'inizio sul mistero del Figlio. Al contrario. Anche all'annuncio dell'Angelo non aveva capito, era rimasta turbata, esitante; poi si era abbandonata, fidandosi della Parola di Dio. Per l'evangelista, con Maria ha inizio il difficile cammino della Chiesa, che accoglie con fede il mistero di Dio, e se ne lascia progressivamente illuminare.

Ave, Maria, prima fra i discepoli di Gesù: prega il tuo Fi­glio perché sappiamo maturare la nostra fede alla sua scuola.

 

16 maggio: A cana di Galilea c’era la madre di Gesù (Giovanni 2,1)

Natale e Passione, incarnazione e redenzione: sono i due momenti importanti della presenza evangelica di Maria accanto a Gesù. Su di essi i vangeli hanno lasciato ricordi indimenticabili. Nel periodo intermedio tutta l'attenzione degli evangelisti è accaparrata dall'attività di Gesù. Tuttavia qualche ricordo su Ma­ria non manca, e anche molto significativo. Il primo è riferito da Giovanni, e riguarda la presenza di Ma­ria a Cana in occasione di una festa di nozze. La madre svolgerà una parte importante nell'episodio del miracolo; proprio per questo Giovanni ne parla. Ma è già interessante la presenza di Maria in questo villaggetto della Galilea non lontano da Nazaret, per un'occasione del tutto profana: un matrimonio. Un piccolo apporto di notizie sulla «biografia quotidiana» di questa creatura eccelsa, ma che si muove fra le piccole cose di ogni giorno. Era là per rapporti di parentela di qualche genere? L'invito esteso anche a Gesù è dovuto a Lei? Certo le sono assegnati dei compiti precisi di responsabilità della festa di nozze, poiché è Lei a preoccuparsi del necessario, e si volgerà con una certa au­torità ai «servitori». Questa notiziola di per sé non religiosa nè soprannaturale, unica del suo genere nei riguardi di Maria, va accolta con gratitudine. Maria creatura terrena, che vive fra le cose umili della vita di ogni uomo, che si preoccupa delle vicende della gente e prevede il loro imbarazzo, che si dà pensiero di cose tanto materiali («Non c'è più vino!»), è proprio la creatura che innumerevoli generazio­ni cristiane hanno sentito vicina. Giustamente tutto ora convergerà su Gesù, il suo divino pro­digio, la fede in Lui; e Maria farà la sua parte. Ma già la sua pre­senza così «umana» è tratto evangelico prezioso: vive tra gli uo­mini la vita di tutti.

Ave, Maria, creatura celeste, che hai vissuto sulla terra la vita di ogni uomo: prega il tuo Figlio perché sappiamo pren­dere parte alle realtà terrene con la sua grazia sorridente.

 

17 maggio: «La Madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino» (Giovanni 2,3)

Giovanni orienta subito il racconto verso quanto gli sta a cuo­re: il miracolo di Gesù e la fede dei discepoli. E tuttavia per se stesse le parole di Maria, in apparenza almeno, non sono anco­ra una richiesta di miracolo. Anzitutto rivelano qualcosa del suo carattere: la sua sensibilità verso le situazioni critiche degli altri, la sua prontezza a intervenire in favore di chi ha bisogno, la sua determinazione a coinvolgere il Figlio nella realtà concreta della vita e perfino nelle cose «materiali». Sono aspetti ai quali l'e­vangelista Giovanni è sensibilissimo, e non certo per offrire un tocco in più alla «biografia» mariana. Pur nella sua altissima spiritualità, il Quarto vangelo è il van­gelo dell'Incarnazione: il Verbo di Dio «si è fatto carne» (Giovan­ni 1,14); che vuol dire «sì è fatto uomo» ma in modo ancora più concreto, umile e realistico. Sarebbe pericoloso, per l'evangelista, spiritualizzare l'In­carnazione; per questo motivo non perde occasione per sot­tolineare l'autentica e veramente umana presenza fra gli uomini di Colui che «è venuto ad abitare in mezzo a noi». E lo descrive - lui solo! - stanco e assetato, malinconico, piangente, turbato per il tradimento dell'amico. La presenza della Madre accanto a Lui proprio all'inizio del­la sua missione, cosa che gli altri evangelisti non ricordano, è un tratto significativo della sua piena e totale umanità. Il gesto di Maria, che non esita a implicare il Figlio in una faccenda assai modesta, ma imbarazzante, entra nella stessa logica. Certo tutto si risolverà prodigiosamente, a livello divino ma intanto, per intervento di Maria, Gesù entra a contatto con la vi­cenda umana modesta, meschina, persino banale. E «invitato» a condividere la vita quotidiana di tutti, spesso crocifiggente anche nei suoi risvolti più meschini.

Ave, Maria, madre del Verbo incarnato: prega il tuo Fi­glio perché sentiamo il suo amore incarnarsi nella nostra po­vera vita di ogni giorno.

 

18 maggio: «La Madre dice ai servi: Fate quello che vi dirà» (Giovanni 2,5)

Il miracolo si compie, ma c'è qualcosa di strano nel procedi­mento che lo prepara. All'inizio almeno la reazione di Gesù sem­bra negativa («Che ho da fare con te, o donna?»), anche se si ri­volge alla Madre con grande rispetto («o donna»). Maria si impone e vince con la sua autorevolezza materna le esitazioni del Figlio? Oppure, guardando con fede dentro l'ani­mo stesso di Gesù, si rende conto che, nonostante le parole, nel suo intimo il Figlio è disposto a compiere il «segno» che aiuterà i suoi discepoli a giungere alla fede? Comunque è proprio Lei che prende l'iniziativa rivolgendosi ai servi con autorità («Fate quello che vi dirà»); a Gesù non resta che compiere il prodigio. Il primo miracolo dì Gesù, in realtà, è il miracolo di Maria, da Lei chiesto, provocato, voluto. Un miracolo che ha un pro­fondo significato evangelico (il «vino buono» di Gesù al posto dell'«acqua» dei riti giudaici), ma ugualmente importante sul pia­no delle semplici cose umane. Soprattutto importante perché «la gloria» di Gesù comincia a rivelarsi, «e i suoi discepoli credettero in Lui». Si percepisce un rapporto fra la fede di Maria che sa guardare nel cuore del Figlio e strappargli il miracolo, e la fede dei discepoli stimolata, rawivata proprio dal miracolo che ha causato Maria. Giovanni non parla ancora della maternità di Maria nei ri­guardi dei discepoli, lo farà nella scena della croce; però qualco­sa sì presenta già. Da Maria ai discepoli circola una linfa viva, ed è in rapporto con Lei che essi maturano proprio come discepo­li. Forse per questo Giovanni non chiama mai per nome Maria; per lui è sempre e soltanto «la Madre dì Gesù». In questo incon­tro con «la Madre di Gesù», i discepoli sì trovano definitivamente legati con la loro fede al Figlio.

Ave, Maria, ispiratrice buona dei prodigi di Gesù: prega il tuo Figlio perché il Prodigio della tua limpida fede si comuni­chi a tutti i cuori.

 

19 maggio: «Discese a Cafarnao insieme con sua Madre» (Giovanni 2,12)

Ecco un'altra notiziola, svelta svelta ma preziosa, che ar­ricchisce la nostra conoscenza sulla vita di Maria e i suoi rapporti col Figlio. Da nessun altro evangelista veniamo a sapere niente di simile. Per gli altri Maria sembra come una grande solitaria confinata nel suo villaggio di Nazaret; magari visitata dal Figlio o in visita a Lui, ma esclusa dalla sua vicenda pubblica, estranea al suo insegnamento e ai suoi miracoli. Giovanni invece ci informa su quanto ignoravamo. Non solo Maria è presente, e come, a un miracolo di Gesù; ma poi, quando il maestro con i discepoli «scende» dalla monta­gna fino a Cafarnao sulla riva del lago - molto lontano dunque da Nazaret - porta con sé sua Madre. Questa prima permanen­za nella cittadina che poi diventerà il centro di tutti gli sposta­menti di Gesù per la Galilea, dura poco, «solo pochi giorni»; ma intanto con Lui circondato dai discepoli e all'inizio del ministero, c'è sua Madre Maria. Ci sono anche altri della parentela di Gesù, quelli che i van­geli abitualmente - con espressione normale in Oriente - chia­mano «i suoi fratelli»; ma presto nella parentela dì Gesù ci sarà crisi, persino ostilità, non certo fede (vedi Giovanni 7,2-5). Ma­ria invece, anche se in ombra, rimarrà fedele fino alla fine, sem­pre idealmente vicina al Figlio; anzi realmente presente nel mo­mento doloroso della passione e della croce. La sua fedeltà non ha avuto certo un cammino facile, e la di­visione scoppiata fra i parenti non avrà certo mancato di causa­re amari contraccolpi anche in Lei. Ma rimarrà fresca e intatta fino all'ultimo. Non è certo un caso che Giovanni racchiuda il racconto della vita di Gesù fra due scene in cui compare Maria: Per lui, accanto a Gesù, Maria c'è sempre, simbolo di una fedeltà che supera ogni prova.

Ave, Maria, che segui il maestro Gesù: prega il tuo Figlio perché nelle nostre famiglie Lui sia sempre presente e amato.

 

20 maggio: «Tua madre, i tuoi fratelli, e le sorelle ti cercano» (Marco 3,32)

Episodio amaro, ricordato non solo da Marco, ma anche da Matteo (12,46-50) e da Luca (8,19-21); documenta drammati­camente quello che Giovanni ci aveva fatto presentire: le divisio­ni nella parentela di Gesù, e, almeno implicitamente, la pena del­la Madre. Marco però è il più chiaro di tutti. I parenti, preoccupati di quello che sentivano dire su Gesù - miracoli, movimenti di folle - «uscirono per andarlo a prendere, e dicevano: è fuori di sé» (Marco 3,21). Una scena violenta dun­que, non una visita amichevole: vanno con l'intenzione di tron­care la vicenda pubblica del loro scomodo Parente. Si capisce al­lora la reazione decisa di Gesù. Fra questi parenti infuriati e ostili, che cosa ci fa Maria? Cer­to, parlando di Lei, bisognerà ricordare anche questo momento amarissimo che la vede, Madre addolorata, tra il Figlio amato e le persone a cui pure la sua vita era legata. E’ impensabile che abbia condiviso l'ostilità degli altri. Tutto quello che il Nuovo Testamento ci dice a suo riguardo, obbliga a re­spingere questa strana ipotesi. Ha voluto forse, come spesso fanno le mamme, inframmettersi tra i parenti irritati e il Figlio sicuro di sé, e ben deciso a procedere per la sua via? Oppure, a sentire tutte le voci - forse anche maligne - che circolavano nel minuscolo am­biente paesano di Nazaret, qualche punta di dubbio, o almeno di timore le avrà tormentato il cuore sensibile? Tutta quell'attività, quel movimento di folle dai villaggi, dove avrebbe portato suo Figlio? Le madri sanno guardare lontano; niente di strano che, per un momento, il cuore di Maria sia stato preso dallo sgomento, pensando al futuro di Gesù. Gli evangelisti non spiegano. Rima­ne la notizia triste del brutto momento attraversato da Maria. Es­sere Madre del Messia, non è stato facile per Lei!

Ave, Maria, anima dolce, turbata dai presentimenti uma­ni: prega il tuo Figlio perché il profilarsi della croce sia sem­pre il nostro conforto.

 

21 maggio: «Chi è mia Madre?» (Marco 3,33)

Non c'è dubbio che queste pronunciate da Gesù sono parole severe. In qualche modo sembrano particolarmente indirizzate a Maria. Infatti il termine che la riguarda - «madre» - apre e chiu­de le frasi di Gesù. Come spesso succede nei vangeli, l'episodio si muove su due livelli. Primo, quello propriamente storico. Gesù reagisce con energia e decisione all'intrusione della parentela, senza far di­stinzioni («Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»), rivendi­cando piena libertà di azione nei loro riguardi. Ma gli si sovrap­pone il livello teologico e spirituale: spinto dalla sua missione, Gesù si stacca dalla sua famiglia per formarsene una nuova, unità non dai legami del sangue ma dalla Parola del vangelo e dalla dedizione al Regno di Dio. D'ora in poi i suoi discepoli saranno per Lui «fratello, sorella e madre». Sono parole forti, e molto belle. È giusto insomma che chi è chiamato da Dio a svolgere un compito per la redenzione del mon­do, sia pronto ad abbbandonare casa, fratelli, sorelle, madre, padre, figli...». Difatti è proprio quello che Gesù chiederà ai suoi discepoli (Marco 10,29). E così, oltre agli altri parenti poco ben disposti ver­so Gesù, anche Maria viene messa in disparte. E rimane sola, nel silenzio di Nazaret, senza fare nulla per venire allo scoperto, accet­tando senza reazioni la decisione giusta ma severa del Figlio. Altri potranno seguirlo, persino un gruppo di donne; molti sentiranno i suoi discorsi, si esalteranno ai suoi gesti. Maria ri­marrà in disparte. Per Lei ci sarà più soltanto un posto vicino al­la Croce, quando tutti gli altri saranno assenti. Questo silenzioso nascondimento di Maria, il suo rimanere nell'ombra perché in piena luce rimanga soltanto il Figlio, è uno dei frammenti preziosi e delicati della vita di Maria, testimonian­za di una grandezza veramente evangelica.

Ave, Maria, creatura mite che vivi appartata nel silenzio: prega il tuo Figlio perché anche nella nostra vita splenda sem­pre e solo la luce di Gesù.

 

22 maggio: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Marco 6,3)

È la sola volta in cui, in tutto il Nuovo Testamento, si trova for­mulato questo bel titolo messianico. Gesù è «il Figlio di Dio», «il fi­glio dell'uomo», «il figlio di Davide»; ma è anche «il figlio di Maria». E singolare da parte di san Marco questo indicare Gesù attraverso la Madre; e non mediante la menzione del padre, com'era allora e in quella civiltà assai più naturale. Infatti gli altri evangelisti preferi­scono esprimersi diversamente: «Non è il figlio di Giuseppe?» (Lu­ca 4,22) o «il figlio del falegname?» (Matteo 13,55). Non è impossibile che san Marco abbia riformulato a modo suo la frase sprezzante dei nazaretanì per suoi motivi di fede: Gesù non ha un padre terreno, ma solo una Madre! Comunque è certo che questo evangelista, in occasione della visita di Gesù a Nazaret, mette in risalto e in primo piano la figura di Maria; e, benché nel suo vangelo i ricordi sulla Madre dì Gesù siano tanto scarsi, gli possiamo essere grati di aver coniato, o almeno di averci tramandato, questo delicatissimo titolo messianico: «il Fi­glio di Maria». Possiamo considerarla, quando ancora non esisteva una ma­riologia, una prima traccia di attenzione alla Madre di Gesù. D'o­ra in poi ai cristiani verrà spontaneo notare idealmente accanto a Gesù sempre la figura di sua Madre. Troveremo altri spunti già nel vangelo; nel secondo secolo l'attenzione si amplierà, per di­ventare in seguito incontenibile bisogno dei credenti in Gesù. D'altra parte già le scritture profetiche avevano preparato a que­sto interesse verso la «madre messianica» (vedi Isaia 7,14 e Mi­chea 5,2). La fede si arricchisce anche così, attraverso intuizioni istintive. Certo le generazioni cristiane hanno avuto ragione a riconoscere in Maria vicina al suo Figlio amorevole e fedele, il sim­bolo dell'umanità che cerca Gesù con fiducia.

Ave, Maria, segno vivo della ricerca di Gesù: prega il tuo Figlio perché col tuo aiuto possiamo ritrovarlo sempre in noi.

 

23 maggio: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!» (Luca 11,27)

Anche san Luca, come gli altri evangelisti, benché dimostri tanta attenzione alla figura di Maria, racconta gli episodi dì Gesù non per curiosità o per altri motivi, ma sempre per mettere in ri­salto il messaggio evangelico di Gesù. Così anche in questo caso singolare della donna innominata che interrompe sul bel mezzo un discorso di Gesù col suo grido entusiasta. Ricorso curioso, senza paralleli nella tradizione evangelica, e tuttavia naturalissi­mo: «Beata la mamma di quest'uomo!». Per una donna poi... Quanto a Luca, pur puntando all'insegnamento dì Gesù (frase seguente), è chiaro che sente quest'episodio in modo partico­lare: quasi come il compiersi di una profezia. Nel suo cantico Maria aveva tranquillamente annunciato: «D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Luca 1,48). Profezia ardita, pronunciata senza iattanza; la «beatitudine» non sarà frutto del suo merito personale, ma dei doni di Dio: lo «sguardo» dell'On­nipotente sulla sua piccolezza, le «grandi cose» operate da Dio mediante la sua fragilità. Maria aveva preso lo spunto dalle parole di Elisabetta: «Bea­ta colei che ha creduto!» (Luca 1,45). La sua profezia si compirà nei secoli, ma già durante la vita di Gesù comincia ad attuarsi. Ed ecco il grido della donna entusiasta: «Beata!». Nel vangelo la «beatitudine» ha un significato tutto parti­colare: esprime la felicità della creatura povera e afflitta su cui si curva l'amore di Dio con i suoi doni di salvezza: «Beati voi pove­ri, beati voi che ora piangete!» (Luca 6,20-21). A ogni discepolo di Gesù è proposta questa «beatitudine». Per questo Maria rima­ne nella storia cristiana il segno lieto dell'amore di Dio che allie­ta la vita degli umili, e li colma di speranza. E così si continua a proclamare beata la Madre di Gesù.

Ave, Maria, che tutte le generazioni proclamano beata: prega il tuo Figlio perché nella tua gioia scopriamo l'amore di Dio verso i più deboli.

 

24 maggio: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la conservano» (Luca 11,28)

Con la sua risposta brusca, Gesù sembra contrapporsi alle pa­role della donna, quasi intendesse dire: «Non beata mia madre, ma piuttosto...». Ma sarebbe esagerato leggere così le parole di Gesù. Luca è troppo sorvegliato, ben attento al modo con cui ave­va iniziato il suo vangelo: fin dall'inizio Maria è proclamata «bea­ta», e la profezia liturgica da Lei stessa cantata protrae nei secoli questa «beatificazione». Per quel che riguarda l'ascolto e la «con­servazione» della Parola, nel vangelo Maria è la prima che ascol­ta con fede il messaggio di Dio (annuncio dell'Angelo) e la paro­la di Gesù (Luca 2,49-50). Sappiamo già perché questo evangelista insiste tanto su que­sto tema. La sua teologia ecclesiale è una teologia essen­zialmente missionaria (lo dimostra il suo secondo libro: Atti degli Apostoli). Ma per lui è impossibile annunciare la Parola di Dio, se anzitutto non ci si dedica pazientemente, attentamente, silen­ziosamente, al suo ascolto. Per lui anzi non basta nemmeno ascoltare; dopo l'ascolto, la Parola va custodita dentro il cuore, perché continui a risuonare, impregni tutto l'essere del cristiano testimone di Gesù, ne arricchisca la vita. Luca non si accontenta di un ascolto frettoloso o superfi­ciale. Ecco perché qui dice: «Coloro che ascoltano e conser­vano». L'aveva già detto nel commento alla parabola del seminatore: «...coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuo­re buono e perfetto, la custodiscono» (Luca 8,15). Maria, col suo silenzio discreto, è diventata per lui il simbolo di questa gelosa custodia della parola. Lo ha detto fin dall'inizio: «Maria conservava tutte queste parole, e le meditava nel suo cuo­re» (Luca 2,19.51). Non sta offrendo un modello vivo alla sua Chiesa testimone e missionaria?

Ave, Maria, che ascolti, custodisci e mediti la Parola di Dio: prega il tuo Figlio perché la Parola risuoni viva nella te­stimonianza missionaria.

 

25 maggio: «Stava presso la croce di Gesù sua Madre» (Giovanni 19,25)

Parole molto semplici, che si sono stampate con forza nello spirito dei cristiani. Ormai, da quando san Giovanni ci ha tra­mandato questa notizia, lui solo tra gli evangelisti, è impossibile immaginare, o descrivere, o anche raffigurare il Crocifisso senza la Madre vicina a Lui. La presenza di Maria presso la croce at­tualizza, simbolicamente e realisticamente, l'imperativo irresisti­bile per i credenti di rimanere presso Gesù, martire del suo amo­re per gli uomini. La «Mater Dolorosa» è ormai un frammento prezioso e vin­colante del vangelo di salvezza. Tuttavia è bene ricordare che so­lo san Giovanni ne parla, e che nel suo vangelo la morte di Gesù in croce non ha nulla di doloroso o di umiliante o di debole; al contrario, è il trionfo messianico, l'«innalzamento» del Figlio di Dio che ritorna al Padre, la manifestazione di forza che «attira tutti a sé» (Giovanni 12,32). Maria paatecipa al martirio del Figlio, ma è anche travolta dalla «gloria» del Redentore, immersa in quell'«amore più grande che dà la vita» (Giovanni 15,13). La stupenda gloria di Maria, il suo incom­parabile trionfo di creatura umile scelta da Dio, è quel suo stare li, con lo sguardo fermo sul Figlio che muore, perché il mondo viva. Per l'evangelista è così che sì sta presso la croce, guardando quella morte tremenda che è vita prorompente, per cogliere in tutta la profondità i «pensieri di Dio» che cercano l'uomo. Infatti «un altro passo della Scrittura dice: Volgeranno lo sguardo a co­lui che hanno trafitto». Citando questo passo profetico (Zaccaria 12,10), colmo di malinconia, grazia e speranza, Giovanni sembra descrivere lo sguardo di Maria sul volto del Figlio sacrificato; e invitare i letto­ri del vangelo a stare con Maria «presso la croce».  

Ave, Maria, Madre dolorosa e gloriosa presso la croce: prega il tuo Figlio perché non ci stanchiamo di guardare con amore il volto del Crocifisso.

 

26 maggio:  «Gesù allora, vedendo la Madre...» (Giovanni 19,26)

Come capita con frequenza, san Giovanni compone su due livelli: quello storico (il fatto in sé) e quello teologico spirituale (il senso profondo del fatto). In tutta questa scena, al centro del racconto sulla morte di Gesù, l'interesse teologico prevale netta­mente; fino al punto che spesso sì bada a quello soltanto. Ma, seppure secondario, c'è anche quello storico; è reale, e sarebbe un errore sottovalutarlo o trascurarlo. Dalla croce Gesù «vede sua Madre». Già questo incrociarsi di sguardi, in quel momento, è sconvolgente. Gesù «vede» la Ma­dre, e, nel momento supremo, pensa a Lei, alla sua solitudine, all'abbandono a cui è destinata dopo la sua morte. E l'affida a una persona amica, «il discepolo che egli amava», anche lui pre­sente sul Calvario. Per la Madre l'ultimo pensiero di Gesù! Che cosa aveva do­vuto significare per Lui durante la sua vita, se si preoccupa di Lei in un momento così doloroso? La affida al «discepolo» che gli è più caro, che saprà d'ora in poi prendere il suo posto di «fi­glio» accanto a Lei; ma allora fino a quel momento chi aveva pensato a Lei, alla sua sicurezza, se non Lui, il Figlio?Veramente questa breve scena solleva all'improvviso dei veli sulla vita di Maria e sui suoi rapporti col Figlio. Ci rendiamo con­to di essere ben poco informati, e che tuttavia quei rapporti do­vevano essere intensi, vivi. D'altra parte all'evangelista Giovanni sta a cuore sottolineare l'aspetto umano del mistero di Gesù: l'Incarnazione è una realtà autentica, che inserisce Gesù, come ogni uomo, nelle realtà umane, negli umani rapporti. Questo tocco così «umano» del Quarto vangelo - Gesù dedica il suo ultimo pensiero a sua Ma­dre! - diventa così anche una nuova e suprema testimonianza al­la verità dell'Incarnazione.

Ave, Maria, Madre tanto amata da Cristo: prega il tuo Fi­glio perché la sua umanità ci renda più umani e più buoni ver­so tutti.

 

27 maggio: «Donna, ecco tuo figlio» (Giovanni 19,26)

La stessa solennità delle parole di Gesù stanno a sottoli­nearne la portata teologica e spirituale: Maria è proclamata dal Figlio, in questo suo testamento supremo, «madre» del «discepo­lo amato»; e, attraverso lui, «madre» di tutti i discepoli. Gesù mo­rente infatti non si rivolge anzitutto al «discepolo», ma diretta­mente alla Madre; e poi, quasi di riflesso, al «discepolo» che ol­tretutto viene menzionato all'improvviso. Quindi è un messaggio rivolto essenzialmente alla Madre. Nonostante la portata storica del racconto, teologicamente par­lando Gesù affida il discepolo alla Madre, e non viceversa. Il suo èun messaggio di maternità, un incarico affidato alla «donna» nei ri­guardi del «discepolo» che sta lì a simboleggiare tutti i discepoli. Da questo momento «la Madre di Gesù» diventa «madre» in senso nuovo. Si riconosce in trasparenza il simbolo ecclesiale, nato nel ricordo profetico della biblica Sion (Isaia capitoli 54 e 60), presente anche altrove nel Nuovo Testamento (Apocalisse capitolo 12): la Chiesa è «madre», generando alla fede e a Gesù sempre nuovi figli. Nella Chiesa ogni credente è «madre di Gesù» (vedi Marco 3,35), perché comunicando ad altri la propria fede, partecipa della sua maternità feconda. Ma Maria, che ne è il simbolo più alto, di questa maternità partecipa in modo tutto particolare e incomparabile perché, non solo fisicamente ma per la sua fede, Lei sola è la Madre di Gesù. Leggendo queste righe, è difficile non ricordare l'episodio di Cana: già allora la fede di Maria aveva provocato il sorgere della fede dei discepoli; in qualche modo li aveva «generati» al vange­lo. Ora, al culmine del suo mistero, pronunciando le sue parole definitive, Gesù la proclama per sempre, nella Chiesa, Madre dei credenti.

Ave, Maria, Madre, nella Chiesa, dei discepoli di Gesù: prega il tuo Figlio perché impariamo anche noi a comnicare agli altri la fede che portiamo in cuore.

 

28 maggio: «Da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Giovanni 19,27)

I due livelli del racconto - storico e teologico - trovano eco nel gesto del «discepolo»: Maria trova presso di lui una «casa» e una protezione, il «discepolo» trova in Lei «sua Madre». Non è detto che questi ricordi su Maria non rispecchino in qualche modo ricordi precisi della vita delle comunità primitive, fra le quali Maria era vissuta per anni. Ricordi eccezionali nella loro semplicità, su questa creatura di cui si era sperimentata la bontà, la fede, la presenza incoraggiante nei momenti difficili, insomma la «maternità» spirituale. Niente di strano perciò che alcune comunità, come quelle lucane e giovannee, rivelino nei suoi confronti sentimenti di vene­razione, ammirazione, e «figliolanza». In modo tutto speciale la Chiesa giovannea, sorretta dalla «testimonianza» del discepolo che Gesù amava (Gv 19,35; 21,24) e probabilmente fondata proprio da lui. Una Chiesa, come emerge dal Quarto vangelo, dai caratteri ben distinti: conoscenza del mistero divino dì Gesù, profonda intimità spirituale col Signore risorto, esperienza della «vita eterna» già nel tempo... Non che pretendesse il riconoscimento di autorità sul resto della Chiesa; anzi non esitava a riconoscere la funzione pastora­le e universale di Pietro (Giovanni 21,15-17). Ma intendeva mantenere intatta la propria particolare fisionomia in seno alla Chiesa universale, nella quale pensava dì svolgere una funzione importante di «testimonianza» e di spiritualità. Questa Chiesa particolare probabilmente si richiamava più dì altre alla «mater­nità» spirituale di Maria. Da allora è stato sempre così nella storia cristiana: niente di strano che anche oggi certe Chiese rimangano, più di altre, sen­sibili alla devozione verso questa Madre donata da Gesù.

Ave, Maria, che hai vissuto nella Chiesa la tua maternità spirituale: prega il tuo Figlio perché tutte le chiese, unite in Gesù, si amino e si accolgano con fraterno rispetto.

 

29 maggio: «Assidui e concordi nella preghiera, con Maria la madre di Gesù» (Atti 1,14)

Come san Giovanni, anche san Luca inquadra la vita di Gesù entro ricordi mariani; ma mentre Giovanni, alla fine, ricorda Ma­ria coinvolta nella Passione redentrice del Figlio, Luca invece pre­ferisce ricordarla nell'ambito della glorificazione di Gesù. Cioè al­la Pentecoste, che della glorificazione pasquale è il coronamento. Effettivamente nel «cenacolo» - come si usa dire - in attesa della discesa dello Spirito Santo l'evangelista ricorda la presenza anche di altri, oltre che di Maria: gli Undici, alcune donne, i pa­renti di Gesù... Però è evidente che la presenza di Maria ha per lui un significato tutto particolare: ha cominciato il racconto del­la vita di Gesù (Vangelo) parlando di Lei, ora ricordando di nuo­vo Lei dà inizio al racconto della storia della Chiesa (Atti degli Apostoli). L'ultimo ricordo su Maria! Non è certo senza motivo che l'e­vangelista dello Spirito Santo e della preghiera ricordi per l'ulti­ma volta Maria «in preghiera» al centro della piccola comunità primitiva che attende la venuta dello Spirito. Viene naturale pen­sare che, secondo lui, d'ora in poi Maria bisognerà ricordarla così: in preghiera, al centro della Chiesa di Gesù. È lo stesso evangelista che, a differenza degli altri, ha pre­sentato nel vangelo Gesù sovente immerso nella preghiera, per dare alla sua Chiesa il senso della sua importanza decisiva: in preghiera, la Chiesa continua nella storia la vicenda di Gesù, strappa al Padre la grazia della salvezza, anticipa la venuta del Regno, ottiene il dono dello Spirito (Luca 11,13).Maria in preghiera in mezzo alla Chiesa: ecco il simbolo vivo della realtà ecclesiale, lo stimolo efficace alla ricerca dei motivi profondi del vangelo, la fiducia nell'intercessione pura della «pie­na di grazia».

Ave, Maria, raccolta in preghiera al centro della Chiesa: prega il tuo Figlio perché la Chiesa ottenga pregando il co­stante dono dello Spirito.

 

30 maggio: «Una donna vestita di sole» (Apocalisse 12,1)

Leggendo il resoconto dì questa visione tremenda e sfol­gorante, la tradizione cristiana, nella sua spiritualità, nella liturgia e nell'arte, ha sempre pensato a Maria, Madre di Gesù. In realtà il testo parla piuttosto della Chiesa-popolo di Dio, da cui è sorto Cristo perseguitato e glorificato, ed essa stessa perseguitata e protetta prodigiosamente dal cielo. Ma l'atteg­giamento «materno» di questa figura femminile gloriosa e ce­leste è troppo realistico; è ragionevole pensare che l'autore del­l'Apocalisse, parlando così della Chiesa, in realtà avesse in mente Maria. La sua maternità rimarrebbe così simbolo e modello su cui si plasma il discorso sulla Chiesa «madre». Così, giudiziosamente, anche se il problema strettamente esegetico è chiaramente risolto, si continua a leggere questo pas­so pensando a Lei, creatura celeste, awolta nella luce di Dio, eppure presente sulla terra accanto alla Chiesa tribolata. Fin dalle origini i cristiani hanno innalzato il loro pensiero ai santi e ai martiri, ormai gloriosi nel Regno dì Dio; il loro ricor­do è stato coro di sostegno nel faticoso percorso terreno della fede. Anche a Maria, nella sua dimensione glorificata e celeste ben presto ha rivolto la sua attenzione la devozione cristiana, parlan­do, già nei primissimi secoli, della sua assunzione in cielo. La glorificazione celeste di questa creatura umile ha contribuito a mantenere viva la speranza dei credenti fra le prove del mondo, e la sua intercessione presso Dio ha sostenuto la fede e la co­stanza di molti. A modo suo questa visione biblica fa proprio pensare a que­sto: alla Madre di Gesù glorificata in cielo, e per questo sempre più sollecita del faticoso cammino dei suoi figli sulla terra.

Ave, Maria, creatura celeste, avvolta nella luce di Dio: prega il tuo Figlio perché non si arresti mai il nostro cammi­no verso il Paradiso.

 

31 maggio: Consacrazione alla Madonna di San Luigi Grignon de Monfort

CONSACRAZIONE DI SE STESSI A GESU’ CRISTO, SAPIENZA INCARNATA PER LE MANI DI MARIA

O Sapienza eterna e incarnata! O mio Gesù, tanto amabile e adorabile, vero Dio e vero Uomo, unico Figlio dell'eterno Padre e di Maria, la Semprevergine! Ti adoro profondamente nel seno e tra gli splendori del Padre tuo, durante l’eternità, e nel grem­bo verginale di Maria, tua degna Madre, nel tempo della tua incarnazione. Ti ringrazio perché ti sei voluto spo­gliare di te stesso, assumendo la condizione di schiavo, per liberare me dalla crudele schiavitù del demonio. Ti lodo e ti rendo gloria per aver voluto vivere sottomesso in tutto a Maria, tua santa Madre, per rendere me tuo schiavo fedele, per mezzo di lei. Ma io sono stato davvero ingrato e infedele; non ho mantenuto verso di te i voti e le promesse che avevo fatto solenne­mente nel mio battesimo e non ho onorato i miei impegni; non merito di essere chiama­to tuo figlio, e neppure tuo schiavo: in me, tutto merita i tuoi rimproveri e la tua ira; da parte mia, non oso più avvicinarmi, da solo, alla tua santa e sovrana Maestà. Per questo faccio ricorso alla intercessione e alla mise­ricordia della tua santa Madre, che mi hai dato come Mediatrice presso di te; per mezzo suo, ho speranza di ottenere da te la contrizione e il perdono dei miei peccati, e di acquistare e conservare la Sapienza. Saluto dunque te, o Maria immacola­ta, vivo tabernacolo della divinità, dove la Sapienza eterna, nascosta, vuole essere adorata dagli angeli e dagli uomini. Ti salu­to, Regina del cielo e della terra: al tuo impero è sottomesso tutto ciò che al di sotto di Dio. Ti saluto, rifugio sicuro per i pecca­tori: la tua misericordia non è mai mancata per nessuno. Esaudisci i desideri che ho della divi­na Sapienza e ricevi per questo i voti e le offerte che nella mia pochezza ti presento. io ... peccatore infedele, rinnovo oggi e ratifico nelle tue mani i voti del mio bat­tesimo: rinuncio per sempre a Satana, alle sue seduzioni e alle sue opere; mi dò inte­ramente a Gesù Cristo, la Sapienza incar­nata, per portare dietro a lui la mia croce, tutti i giorni della mia vita, e per essergli più fedele che nel passato. Ti scelgo oggi, davanti a tuttta la corte celeste, come mia Madre e Sovrana. Come uno schiavo, ti consegno e ti consacro il mio corpo e l'anima mia, i miei beni inte­riori ed esteriori, il valore stesso delle mie buone opere, passate, presenti e tuture; ti lascio il diritto pieno e totale di disporre di me e di tutto ciò che mi appartiene, senza eccezione, secondo il tuo volere e alla mag­gior gloria di Dio, per il tempo e per l'eter­nità. O Vergine benigna, ricevi questa pic­cola offerta della mia schiavitù: a imitazio­ne e in onore della sottomissione che la Sapienza eterna ha voluto avere nella tua maternità; come riconoscimento del potere che tutti e due avete su di me, piccolo verme e misero peccatore; e in ringrazia­mento per i doni che la Santissima Trinità ti ha concesso. Dichiaro di volere ormai, come tuo vero schiavo, cercare il tuo onore e obbe­dirti in tutto. O Madre ammirabile, presentami al tuo caro Figlio, in qualità di schiavo per sempre: così egli mi riceverà per mezzo tuo, come per mezzo tuo mi ha riscattato. O Madre di misericordia, fammi la grazia di ottenere la vera Sapienza di Dio e di mettermi per questo nel numero di coloro che tu ami, istruisci, nutri e proteggi come tuoi figli e tuoi schiavi. O Vergine fedele! Rendimi in ogni cosa un così perfetto discepolo e schiavo della Sapienza incarna­ta, Gesù Cristo, tuo Figlio, da poter giunge­re, per la tua intercessione e sul tuo esem­pio, alla pienezza della sua età sulla terra e della sua gloria nei cieli. Amen.