LUCIA RACCONTA FATIMA

                                  prima memoria

Il giorno 12 settembre 1935, i resti mortali di Giacinta furono rimossi da Vila Nova de Ourém e portati a Fatima. Aperta la bara, si accertò che il volto della veggente si manteneva incorrotto. Fu scattata una fotografia e Sua Ecc. Il vescovo di Leiria D. José Alves Carriera da Silva, ne mandò una copia a Suor Lucia, che rispose ringraziando e parlando delle virtù della cugina. Ciò indusse il vescovo a ordinarle di scrivere tutto quello che sapeva sulla vita di Giacinta. Così è nata la "prima memoria", che era pronta a Natale del 1935.                     

                              ECCELLENZA REVERENDISSIMA,

dopo aver implorato la protezione dei santissimi Cuori di Gesù e di Maria, nostra tenera Madre e aver chiesto luce e grazia ai piedi del tabernacolo, per non scrivere nulla che non sia unicamente e esclusivamente a gloria di Gesù e della santissima Vergine, comincio il lavoro, anche se sento ripugnanza, perché non posso dire quasi nulla di Giacinta, senza parlare direttamente o indirettamente della mia miserabile persona. Obbedisco, pertanto, ai comando di V.E., che è per me espressione della volontà del nostro buon Dio. Comincio quindi questo lavoro, chiedendo ai santissimi Cuori di Gesù e di Maria che si degnino dì benedirlo e vogliano servirsi di questo atto d'obbedienza per la conversione dei poveri peccatori, per i quali quest'anima tanto si è sacrificata.

So che V.E. non si aspetta da me uno scritto perfetto, perché conosce la mia incapacità e insufficienza. E così racconterò a V.E. rev.ma ciò che mi verrà in mente di quest'anima, di cui il nostro buon Dio mi ha fatto la grazia di essere la più intima confidente e della quale conservo nostalgia, stima e rispetto grandissimi, per l'alta idea che ho della sua santità.

Eccellenza reverendissima, nonostante la mia buona volontà nell'ubbidire, mi permetta di conservare il segreto su alcune cose, che, per il fatto che si riferiscono anche a me, vorrei che fossero lette solo alle soglie dell'eternità. V.E. non si sorprenderà se voglio tener segreti e letture per la vita eterna. Non ho forse io la santissima Vergine che me ne dà l'esempio? Non ci dice forse il santo Vangelo che Maria conservava tutte le cose nel suo cuore? E chi meglio di questo immacolato Cuore poteva farci scoprire i segreti della divina misericordia? E invece se li portò via custoditi, come in un giardino recintato, fino ai palazzo del Re divino. Ricordo anche una massima che mi è stata detta da un venerabile sacerdote quando avevo appena undici anni. Egli venne come tanti altri a farmi alcune domande. Tra l'altro m'interrogò anche a proposito di un argomento del quale io non volevo parlare. Dopo aver esaurito il suo repertorio di domande senza riuscire a ottenere sul detto argomento una risposta soddisfacente, comprendendo forse che toccava un tasto troppo delicato, il venerabile vecchio, benedicendomi, disse:

«Fai bene, figlia mia, perché il segreto della figlia del Re, deve rimanere occulto nel suo cuore». Allora io non compresi il significato di queste parole, ma capii che approvava il mio atteggiamento; e siccome non le ho dimenticate, adesso le comprendo. Questo venerabile sacerdote era allora parroco di Torres Novas. Egli non immagina quanto bene abbiano fatto alla mia anima queste brevi parole e perciò conservo di lui un grato ricordo.

Mi sono tuttavia consigliata un giorno con un santo sacerdote rispetto a questa riserva, perché io non sapevo che cosa rispondere quando mi domandavano se la santa Vergine mi aveva detto anche altre cose. Questo sacerdote, che era a quel tempo parroco di Olivai, ci rispose: «Fate bene, figlioli a conservare per il Signore e per voi il segreto delle vostre anime. Quando vi faranno questa domanda, rispondete: "Si, Lei ha detto altre cose, ma è un segreto." Se vi facessero altre domande a questo proposito, pensate al segreto che vi ha comunicato questa Signora e dite:"La Madonna ci ha detto di non dirlo a nessuno, perciò non lo diciamo". Così voi conserverete il vostro segreto ai riparo di quello della santissima Vergine».

Come ho capito bene la spiegazione e il consiglio di questo venerabile vecchio!

Ormai ho perso troppo tempo in questa introduzione e V.E. rev.ma dirà che non sa che cosa c'entra. Vedrò di cominciare subito il racconto di quel che mi ricordo della vita di Giacinta.

Siccome non dispongo di tempo libero, durante le ore silenziose del lavoro, in un pezzo di carta, con un lapis nascosto sotto i panni che sto cucendo, a poco a poco mi verrà in mente e annoterò quello che i santissimi Cuori di Gesù e di Maria vorranno farmi ricordare.

O  tu che in terra passasti volando, Giacinta cara, e Gesù amando, non scordare la prece che io ti chiedevo: sii amica mia vicino al trono della Vergin Maria, giglio di candore, perla brillante, oh, lassù in cielo, dove vivi trionfante, Serafino d'amore, col tuo fratellino, prega per me ai pie' del Signore.

Eccellenza reverendissima, prima dei fatti del 1917, tranne i legami di parentela che ci univano, nessun altro affetto speciale mi faceva preferire la compagnia di Giacinta e Francesco a quella di qualsiasi altro bambino. Anzi la sua compagnia diventava a volte assai sgradevole, per il suo carattere troppo permaloso. Il minimo screzio, di quelli che nascono tra bambini quando giocano, era sufficiente per farla restare immusonita, in un canto, a tenere il broncio, come noi si diceva. Per farla tornare a occupare il suo posto nel gioco, non bastavano le più dolci carezze che in tali occasioni i bambini sanno fare. Bisognava allora lasciarle scegliere il gioco e i compagni che piacevano a lei.

Eppure aveva già allora un cuore buono e il buon Dio le aveva dato un carattere dolce e tenero, che la rendeva amabile e insieme attraente. Non so perché, Giacinta e il suo fratellino Francesco avevano per me una speciale predilezione e mi cercavano quasi sempre per giocare. Non amavamo la compagnia degli altri bambini e mi chiedevano di andare con loro vicino a un pozzo, che i miei genitori avevano in fondo all'orto. Appena arrivate, Giacinta sceglieva i giochi con cui ci saremmo divertite.

I suoi giochi preferiti, che si facevano seduti sopra il pozzo ricoperto di lastroni, all'ombra di un ulivo e di due susini, erano quasi sempre quello dei sassolini o quello dei bottoni. Con quest'ultimo mi sono vista non poche volte in grandi afflizioni, perché quando ci chiamavano per mangiare, mi trovavo senza bottoni sul vestito. Di solito lei mi vinceva i bottoni: ciò era sufficiente perché mia madre mi sgridasse. Dovevo ricucirli in fretta: ma come farmeli restituite, se oltre al difetto di fare il muso, aveva anche quello di essere attaccata alla roba? Lei voleva tenerseli per un'altra volta e non essere perciò obbligata a strappare i suoi. Solo con la minaccia che non avrei mai più giocato con lei, riuscivo a riaverli!

Non poche volte succedeva che non potevo accontentare il desiderio della

mia amichetta Le mie sorelle più vecchie erano una tessitrice e l'altra sarta e passavano la giornata in casa. Allora le vicine chiedevano a mia madre di lasciare i loro bambini nel cortile dei miei a giocare con me, sotto la sorveglianza delle mie sorelle, mentre loro andavano ai campi a lavorare. Mia madre diceva sempre di sì, anche se questo costava alle mie sorelle una buona perdita di tempo. E così io ero incaricata di far giocare i bambini e badare che non cadessero in un pozzo che c'era in quel cortile. L'ombra di tre grandi piante di fico proteggeva i bambini dall'ardore del sole. I loro rami servivano per fare l'altalena e una vecchia aia come sala da pranzo. Se in uno di questi giorni veniva Giacinta col suo fratellino e mi chiedeva di andare al nostro solito posto, io dicevo che non potevo, perché mia madre mi aveva comandato di restare lì. Allora i due piccoli si rassegnavano a malincuore e prendevano parte al gioco. Nell'ora della siesta mia madre dava ai suoi figli lezioni di dottrina cristiana, specialmente con l'avvicinarsi della Quaresima, perché diceva: 'non voglio aver vergogna quando il Parroco vi farà l'esame'. E così tutti quei bambini assistevano alla nostra lezione di catechismo. Anche Giacinta c'era.

Un giorno uno di questi piccoli accusò un altro di aver detto parole poco decenti. Mia madre lo riprese con grande severità, dicendo che quelle cose brutte non si devono dire, che era peccato e che dispiacevano al Bambino Gesù, che mandava all'infermo quelli che facevano i peccati, se non si confessavano. La piccola non dimenticò la lezione. Il primo giorno che si ritrovò nella stessa riunione di bambini, disse:

Tua madre non ti lascia andare oggi?

No.

Allora io vado nel mio cortile con Francesco.

E perché non resti qui?

Mia madre non vuole che restiamo, quando ci sono questi qui. Ci ha detto di andare a giocare nel nostro cortile. Non vuole che impari quelle cose brutte che sono peccato e che non piacciono al Bambino Gesù. Poi mi disse sottovoce all'orecchio:

Se tua madre ti lascia, vieni a giocare a casa mia?

Sì.

Allora va a domandargliero. E, prendendo il fratello per mano, se ne andò a casa.

Come ho già detto, uno dei suoi giochi preferiti era quello dei pegni. Come V.E. certamente sa, chi vince comanda di fare a quello che perde una cosa qualsiasi, che gli viene in mente. A lei piaceva far correre dietro alle farfalle fino a prenderne una e portargliela. Altre volte voleva che si cercasse un fiore qualsiasi, che lei aveva scelto. Un giorno stavamo facendo questo gioco in casa dei miei e toccò a me farle fare la penitenza. Mio fratello

stata seduto a un tavolo e scriveva. Le ordinai allora di abbracciarlo e di baciarlo, ma lei mi rispose:

Questo, no! Fammi fare un'altra cosa. Perché non mi dici di baciare quel nostro Signore lì? Si trattava di un crocifisso appeso al muro.

Ma sì, le risposi. Sali su una sedia, portalo qui, inginocchiati e dagli tre abbracci  e tre baci: uno per Francesco, uno per me e un altro per te.

A nostro Signore ne do quanti ti pare e corse a prendere il crocifisso. Lo baciò e lo abbracciò con tanta devozione che non mi sono mai dimenticata di quel gesto. Dopo, guarda con attenzione verso nostro Signore e domanda:

Perché nostro Signore sta inchiodato così alla croce?

Perché è morto per noi.

Racconta com'è avvenuto.

Mia madre usava raccontare, la sera, delle storie. E tra i racconti di fate incantate, di principesse dorate, di colombine reali che ci contavano mio padre e le mie sorelle più vecchie, arrivava mia madre con la storia della Passione e di san Giovanni Battista ecc. ecc.

Io allora conoscevo la Passione come una storia e siccome mi bastava udire un racconto una sola volta per poter ripeterlo in tutti i particolari, così cominciai a raccontare ai miei compagni, particolareggiatamente, la storia di nostro Signore, come io la chiamavo. Quando mia sorella, passandoci vicino, s'accorge che avevamo il crocifisso tra le mani, ce io prende e mi rimprovera, dicendo che non vuole che metta le mani sulle immagini sacre. Giacinta si alza, va vicino a mia sorella e le dice:

Maria, non rimproverarla. Sono stata io. Ma non lo farò più.

Mia sorella le fece una carezza e ci disse di andare a giocare fuori, dicendo che in casa non lasciavamo mai stare le cose al loro posto. Andammo a raccontare la nostra storia vicino al pozzo, di cui ho già parlato, che stava nascosto da alcuni castagni, da un mucchio di pietre e da rovi. Per questo alcuni anni più tardi io scegliemmo come cella per i nostri colloqui, per fervorose orazioni e, per dirle tutto, Eccellenza reverendissima, anche per piangere, a volte assai amaramente. Mescolavamo le nostre lacrime alle sue acque, per bene poi alla stessa fonte dove noi le versavamo. Non è forse questa cisterna l'immagine di Maria nel cui cuore noi asciugavamo il nostro pianto e bevevamo la più pura consolazione? Ma torniamo alla nostra storia.

All'udire il racconto delle sofferenze di nostro Signore, la piccola si commosse e pianse. Molte volte, dopo, mi chiedeva che gliela ripetessi. Piangeva con pena e diceva: «nostro Signore, poverino! Io non voglio fare mai nessun peccato. Non voglio che il Signore soffra ancora!».

Alla piccola piaceva pure, verso il tardi, recarsi in un'aia che avevamo

davanti alla casa per vedere il bel tramonto e il cielo stellato che veniva dopo. Era entusiasta delle belle notti di luna. Facevamo a gara per vedere chi era capace di contare le stelle, che noi chiamavamo i lumini degli angeli. La luna era quello della Madonna e il sole quello di nostro Signore. Perciò Giacinta a volte diceva: « Io preferisco il lume della Madonna a quello di nostro Signore, perché non ci brucia né accieca». Veramente là il sole, in alcuni periodi dell'estate, si fa sentire proprio ardente e la piccina, di complessione assai debole, soffriva molto il caldo.

Mia sorella era una zelatrice del sacro Cuore e ogni volta che c'era la comunione solenne dei bambini, mi portava a rinnovare la mia. Mia zia portò una volta la figlioletta a vedere la festa. La piccina fu impressionata dagli angioletti che gettavano fiori. Da quel giorno, ogni tanto, si allontanava da noi, mentre si giocava, riempiva il grembiule di fiori e poi me li spargeva addosso.

Giacinta, perché fai così?

Faccio come gli angioletti: 'ti butto i fiori.

Mia sorella usava pure una volta all'anno, forse nella festa del Corpus Domini, vestire alcuni angioletti, perché camminassero ai lati del baldacchino e spargessero fiori durante la processione. Io ero sempre una delle prescelte. Una volta, quando mia sorella mi provò il vestito, raccontai a Giacinta la festa che si avvicinava e che io avrei gettato i fiori a Gesù. La piccina mi chiese allora di domandare io a mia sorella, perché lasciasse venire anche lei. Andammo tutte e due a fare la richiesta. Mia sorella ci disse di si. Misurò il vestito anche a lei e, durante le prove, c'insegnò come dovevamo gettare i fiori al Bambino Gesù. Giacinta domandò:

E noi lo vediamo?

Si! rispose mia sorella. Lo porta il parroco.

Giacinta saltava dalla gioia e domandava di continuo se mancava ancora molto alla festa. Arrivò finalmente il giorno desiderato e la piccina era pazza di gioia. Ecco che misero tutte e due a fianco dell'altare; e, nella processione, ai lati del baldacchino, ognuna col suo cestino di fiori. Io lanciavo i miei fiori a Gesù nei posti indicati da mia sorella. Ma per quanto facessi segno a Giacinta, non riuscii a farle spargere nemmeno un fiore. Guardava continuamente verso il parroco, e basta. Terminata la funzione, mia sorella ci portò fuori di chiesa e domandò:

Giacinta! Perché non hai lanciato i fiori a Gesù!

Perché non l'ho visto.

Dopo domandò a me:

Allora, tu l'hai visto il Bambino Gesù?

No. Ma tu non sai che il Bambino Gesù dell'ostia non sì vede, sta nascosto? ~ quello che riceviamo nella comunione.

   E tu quando fai la comunione, parli con Lui?

   Certo.

   E perché non lo vedi?

   Perché sta nascosto.

   Chiederò. alla mia mamma di farmi fare la comunione anche a me.

   Il parroco non te la dà finché non hai dieci anni.

   Nemmeno tu hai dieci anni e hai già fatto la comunione.

   Ma io sapevo tutta la dottrina e tu non la sai.

Allora mi chiesero che gliela insegnassi. Divenni così catechista dei miei due compagni, che imparavano con un entusiasmo unico. Ma io che quando m'interrogavano 4spondevo a tutto, ora, per insegnare agli altri, mi ricordavo dì poche cose. E questo fece dire un giorn9 a Giacinta: «Insegnaci altre cose, perché queste le sappiamo già! »« Dovetti ammettere che non ricordavo altro, a meno che qualcuno non mi facesse delle domande e aggiunsi: «Chiedi a tua madre che ti lasci andare alla chiesa a imparare il catechismo».

I due piccini che già desideravano ardentemente di ricevere Gesù nascosto, come dicevano, andarono a domandare alla mamma. Mia zia disse di si, ma li lasciava andare poche volte, perché diceva: «La chiesa è abbastanza lontana; voi siete molto piccini e a ogni modo il parroco non vi dà la comunione prima dei dieci anni».

Giacinta mi faceva continuamente domande su Gesù nascosto e ricordo che un giorno mi domandò:

Ma come mai molte 'persone nello Stesso tempo, ricevono Gesù nascosto? E un pezzettino per uno?

No. Non vedi che sono molte ostie e in ognuna c'è un Bambino?

Chissà quanti spropositi le avrò detto!

Frattanto, Eccellenza reverendissima, ero arrivata all'età in cui mia madre mandava i figli a badare al gregge. La mia sorella Carolina compiva ormai tredici anni e doveva cominciare a lavorare. Mia madre mi affidò perciò la cura del nostro gregge. Annunciai la cosa ai 'miei compagni e dissi loro che non sarei più tornata a giocare con loro. I piccini però non si rassegnavano alla separazione. Andarono a chiedere alla mamma che li lasciasse venire con me, cosa che fu loro negata. Dovemmo per forza rassegnarci alla separazione. Perciò venivano quasi tutti i giorni sul far della sera ad aspettarmi sul sentiero. Allora andavamo nell'aia a fare alcune corse, in attesa che la Madonna e gli angeli accendessero i loro lumini e venissero a metterli alla finestra, come noi dicevamo. Quando non c'era la luna, dicevamo che il lume della Madonna non aveva più olio!

I due piccoli non riuscivano a rassegnarsi alla lontananza della compagna di un tempo. Perciò continuavano a insistere presso la madre, perché permettesse anche a loro di badare al loro gregge. Mia zia, forse per farla finita con tante richieste, anche se erano troppo piccoli, affidò loro la custodia delle sue pecorelle. Raggianti di gioia vennero a darmene notizia e a mettersi d'accordo su come avremmo messo insieme tutti i giorni le nostre greggi ognuno avrebbe dato la via al suo quando voleva la mamma e chi arrivava prima, aspettava l'altro al Barreiro. Noi chiamavamo così un piccolo stagno che si trovava ai piedi del monte. Una volta arrivati, si decideva il pascolo del giorno e andavamo felici e contenti come a una festa.

E qui, Eccellenza reverendissima, troviamo Giacinta nella sua nuova funzione di pastorella. L'obbedienza delle pecore era assicurata a forza di dar loro il nostro spuntino. Perciò, arrivati sul posto, potevamo giocare senza preoccupazioni, perché loro non si allontanavano.

A Giacinta piaceva molto ascoltare l'eco della sua voce nei fondovalle. Perciò uno dei nostri divertimenti era star seduti sulla roccia più grande in cima ai monti e pronunciare nomi ad alta voce. Il nome che echeggiava meglio era quello dì Maria. Giacinta diceva a volte così l'intera avemmaria, ripetendo la parola seguente, quando l'altra aveva finito di echeggiare.

Ci piaceva pure cantare. Sapevamo purtroppo parecchi canti profani, ma Giacinta preferiva «Salve, nobile Patrona», «Vergine pura» e «Angeli, cantate con me». Eravamo poi molto inclinate alla danza e bastava che gli altri pastori sonassero uno strumento qualsiasi, perché ci mettessimo a danzare. Giacinta, anche se molto piccola, aveva per questo una capacità sorprendente.

Ci avevano raccomandato di dire il rosario dopo lo spuntino; ma siccome il tempo per giocare ci pareva poco, trovammo un buon sistema per cavarcela in fretta. Si passava i grani dicendo soltanto: 'Ave, Maria; Ave, Maria; Ave, Maria!'. Arrivate alla fine del mistero, dicevamo, con una buona pausa, la semplice parola: 'Padre nostro!'. Così, in un batter d'occhio, come si suoi dite, il nostro rosano era bell'e detto!

A Giacinta piaceva pure molto prendere gli agnellini bianchi, sedersi con loro in braccio, abbracciarli, baciarli e, la sera, portarli a casa in braccio, perché non si stancassero. Un giorno, tornando a casa, si mise in mezzo al gregge.

Giacinta le domandai perché ti sei messa a camminare li in mezzo alle pecore?

Per fare come nostro Signore, che in quell'immaginetta che m'han dato, sta anche Lui così in mezzo a molte pecore e con una sulle spalle.

Ecco qui, Eccellenza reverendissima, poco più poco meno, quel che aveva fatto Giacinta fino a sette anni, fino a quando, bello e radioso come tanti altri, spuntò il 13 maggio 1917. In questo giorno scegliemmo per caso, se di caso si può parlare nei disegni della divina Provvidenza, di portare a pascolare le nostre greggi nella proprietà della mia famiglia, chiamata Cova da Iria. Ci mettemmo d'accordo come al solito sul pascolo del giorno vicino al Barreiro, di cui ho già parlato a V.E. e dovemmo perciò attraversare un terreno incolto, cosa che rese il nostro cammino lungo il doppio. Dovemmo perciò camminare adagio, affinché le pecorelle potessero pascolare durante il cammino e così arrivammo verso mezzogiorno. Non sto qui ora a raccontare ciò che avvenne quel giorno, perché V.E. rev.ma sa già tutto e sarebbe tempo perso; come anche tutto quello che scrivo mi pare un perder tempo, se non fosse che sto facendo un atto di ubbidienza. Infatti non vedo che utilità possa cavarne l'E.V. rev.ma tranne una miglior conoscenza della innocenza della vita di quest'anima.

Prima di cominciare a raccontarle, Eccellenza reverendissima, quel che io mi ricordo del nuovo periodo della vita di Giacinta, devo dire che ci sono certe cose nelle apparizioni della Madonna, che noi ci eravamo messe d'accordo di non dire mai ~ nessuno e può darsi che ora mi veda obbligata a dire qualcosa di tutto ciò, per spiegare dove Giacinta abbia attinto tanto amore a Gesù, alle sofferenze e ai peccatori, per la salvezza dei quali tanto si è sacrificata. V.E. rev.ma non ignora che fu lei che, non potendo tenere per sé tanta gioia, ruppe il nostro accordo di non dire niente a nessuno. Quando la sera stessa, assorti per la sorpresa, stavamo pensierosi, Giacinta ogni tanto esclamava con entusiasmo

Oh, ma che bella Signora!

Ho paura le dicevo io che tu l'andrai a dite a qualcuno!

No, no, non lo dico rispondeva. Puoi stare tranquilla.

Il giorno dopo, quando suo fratello corse a darmi la notizia che lei lo aveva detto la sera prima, in casa, Giacinta ascoltò l'accusa senza dir nulla.

Ecco, lo sapevo io le dissi.

Io avevo qui dentro un affare che non mi lasciava star zitta rispose con le lacrime agli occhi.

Ora non piangere e non dire più niente a nessuno di quello che ci ha detto quella Signora.

Ormai l'ho detto.

Che cosa hai detto?

Ho detto che quella Signora ci ha promesso di portarci in cielo.

Proprio quello sei andata a dire!

Perdonami, non dirò più niente a nessuno.

Quel giorno, quando arrivammo sul luogo del pascolo, Giacinta si sedette pensierosa su una roccia.

Giacinta, dai, giochiamo!

Oggi non voglio giocare.

Perché non vuoi giocare?

Perché ho da pensare. Quella Signora ci ha detto di dire il rosario e di fare sacrifici per la conversione dei peccatori. Ora quando diciamo il rosario, dovremo dire l'Ave Maria e il Padre nostro interi. Ma i sacrifici, come faremo a farli?

Francesco inventò subito un buon sacrificio:

Diamo il nostro spuntino alle pecore e facciamo il sacrificio di non mangiare!

In pochi minuti i nostri rifornimenti erano distribuiti al gregge. E così passammo la giornata a digiuno, proprio come i più austeri certosini. Giacinta stava ancora seduta sulla roccia, con l'aria pensierosa e domandò

Quella Signora ha detto anche che molte anime andavano all'inferno! Che cos'è l'inferno?

   una buca piena di animali e con un fuoco grande grande (così me lo spiegava mia madre) e ci va chi fa i peccati e non si confessa; e il fuoco brucia sempre sempre.

E non si esce mai di là?

No.

E dopo tanti, ma tanti anni?

No, l'inferno non finisce mai.

E il cielo nemmeno?

Chi va in cielo non esce più di lassù.

E neanche quelli che vanno all'inferno?!

Non capisci che sono eterni, che non finiscono mai!

Facemmo allora per la prima volta la meditazione sull'inferno e sull'eternità. La cosa che più impressionò Giacinta fu l'eternità. Anche durante i giochi, ogni tanto domandava: "Ma senti! Allora, dopo tanti, tanti anni, l'inferno non sarà ancora finito?". E altre volte: 'Quella gente che c'è li a bruciare, non muore? E non diventano cenere? E se noi preghiamo molto per i peccatori, nostro Signore li libererà di li? E anche con i sacrifici? Poverini! Dobbiamo pregare e fare molti sacrifici per loro!'. Dopo aggiungeva: "Come era buona quella Signora? Subito ci ha promesso di portarci in cielo".

Giacinta prese tanto sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori, che non si lasciava sfuggire nessuna occasione. C'erano alcuni bambini, figli di una famiglia di Moita, che passavano di casa in casa a mendicare. Un giorno li incontrammo, mentre andavamo col nostro gregge. Giacinta vedendoli disse: 'Diamo il nostro spuntino a quei poveretti, per la conversione dei peccatori'. E corse a portarglielo. Nel pomeriggio mi disse che aveva fame. Li intorno c'erano lecci e querce. Le ghiande erano ancora un po' verdi, ma io le dissi che erano buone da mangiare. Francesco sali su un leccio per riempire le tasche, ma Giacinta si ricordò che potevamo mangiare quelle delle querce, per fare il sacrificio di mangiare qualcosa di amaro. E quel pomeriggio gustammo quel delizioso piatto! Giacinta fece di questo uno dei suoi sacrifici abituali. Coglieva ghiande di quercia o ulive non ancora fatte.

Un giorno le dissi:

Giacinta, non mangiare questa roba! Sono troppo amare.

Ma è proprio per quello che le mangio, per convertite i peccatori!

Non furono solo questi i nostri digiuni. Ci eravamo messi d'accordo di dare il nostro spuntino a quei poveretti tutte le volte che li avessimo incontrati; e quei poveri bambini, contenti della nostra elemosina, cercavano d'incontrarci e ci aspettavano sulla strada. Non appena li vedevamo, Giacinta portava loro correndo tutto il mangiare della nostra giornata, con tanta soddisfazione, come se non ne avesse bisogno davvero. Così, quei giorni mangiavamo pinoli, radici di campanelli (è un piccolo fiore che ha alla radice una pallina della grandezza di un'oliva), more, funghi e una cosa che coglievamo alla radice dei pini, che non mi ricordo come si chiama; o frutta, se ce n'era vicino, in qualche terreno appartenente ai nostri genitori.

Giacinta pareva insaziabile nella pratica del sacrificio. Un giorno un vicino offerse a mia madre un terreno per far pascolare il nostro gregge. Ma era abbastanza lontano e eravamo in piena estate. Mia madre accettò l'offerta fatta con tanta generosità e mi ci mandò. C'era vicino uno stagno, dove il gregge poteva bere, perciò mia madre mi disse che era meglio stare lì nel primo pomeriggio, all'ombra degli alberi. Durante il cammino incontrammo i nostri cari piccoli mendicanti e Giacinta corse a portar loro l'elemosina. Il giorno era bello, ma il sole era cocente; e in quel terreno roccioso arido e secco pareva che volesse incendiare tutto. La sete si faceva sentire e non c'era una goccia d'acqua da bere. All'inizio offrimmo generosamente il sacrificio per la conversione dei peccatori, ma passata l'ora di mezzogiorno non si resisteva. Proposi allora ai miei compagni di andare in qualche posto vicino a chiedere un po' d'acqua. Accettarono la proposta ed ecco che andai a battere alla porta d'una vecchietta che insieme a una caraffa d'acqua mi diede anche un po' di pane, che accettai con riconoscenza e corsi a dividerne con i miei compagni. Poi passai la caraffa a Francesco e gli dissi di bere.

Non bevo rispose.

Perché?

Voglio soffrire per la conversione dei peccatori.

Bevi tu, Giacinta!

Anch'io voglio offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori.

Allora versai l'acqua nel cavo di una pietra, perché la bevessero le pecore e riportai la caraffa alla padrona. Il caldo diventava sempre più forte. Le cicale e i grilli cantavano insieme alle rane dello stagno vicino e facevano un gridio insopportabile. Giacinta, spossata dalla stanchezza e dalla sete, mi disse con quella semplicità che le era naturale: «Di' ai grilli e alle rane che stiano zitti! Mi fa molto male la testa». Allora Francesco le domandò: «Non vuoi soffrire questo per i peccatori?». La povera bambina, stringendosi la testa tra le manine, rispose: «Si, si, lasciale cantare!»

Frattanto si era sparsa la notizia del fatto. Mia madre cominciava a essere preoccupata e voleva a tutti i costi che io dicessi che non era vero. Un giorno, prima di uscire col gregge, voleva obbligarmi a confessare che avevo mentito. Non risparmiò a questo scopo carezze, minacce e nemmeno il bastone. Non riuscendo a ottenere altra risposta che il silenzio o la conferma di quello che le avevo già detto, mi ordinò di dare la via al gregge e aggiunse che riflettessi bene durante il giorno che mai aveva permesso ai suoi figli di dir una bugia e molto meno ne permetterebbe ora una di quel genere; che la sera mi avrebbe obbligata ad andare da quelle persone che avevo imbrogliato a confessare che avevo mentito e a chiedere perdono.

E così me ne andai con le mie pecorelle. Quel giorno i miei compagni mi stavano già aspettando. Vedendomi piangere si affrettarono a domandarmi il perché: Raccontai quel che mi era capitato e aggiunsi:

Adesso, ditemi voi che cosa devo fare. Mia madre vuole per forza che io dica che ho mentito. Come faccio a dirlo?

Vedi? disse allora Francesco a Giacinta La colpa è tutta tua. Perché sei andata a dirlo?

Ho fatto male diceva, piangendo; e la poverina si mise in ginocchio, con le mani giunte a chiedermi perdono. Ma io non dirò più niente a nessuno.

Ora, V.E. mi domanderà chi mai le avesse insegnato a fare quest'atto di umiltà. Non so. Forse aveva visto i suoi fratellini chiedere perdono ai suoi genitori la sera prima dì far la comunione; o forse perché Giacinta è stata a mio parere quella a cui la santissima Vergine ha comunicato la maggior abbondanza di grazia e conoscenza di Dio e della virtù.

Quando, qualche anno dopo, il rev. parroco ci mandò a chiamare per interrogarci, Giacinta abbassò la testa e a stento il reverendo riuscì a ottenere da lei due o tre parole. Quando si venne via le domandai:

Perché non volevi rispondere al parroco?

  Perché ti ho promesso dì non dire più niente a nessuno! Un giorno domandò:

Perché non possiamo dire che quella Signora ci ha detto di fare sacrifici per i peccatori?

Perché non ci domandino che sacrifici facciamo.

Mia madre era sempre più preoccupata per lo sviluppo degli avvenimenti. Perciò fece un altro tentativo per obbligarmi a confessare che avevo mentito. Una mattina mi chiama e mi dice che mi porterà alla casa del parroco:

«Quando arrivi, mettiti in ginocchio, gli dici che hai mentito e gli chiedi perdono». Passando vicino alla casa di mia zia, mia madre entrò un minuto. Colsi l'occasione per raccontare a Giacinta che cosa stava succedendo. Al vedermi afflitta, lasciò cadere alcune lacrime e mi disse: «Mi alzo subito e vado a chiamare Francesco. Andiamo al tuo pozzo a pregare. Quando torni, vieni là». Al ritorno, corsi al pozzo ed ecco che i due stavano là in ginocchio a pregare. Non appena mi videro, Giacinta corse ad abbracciarmi e mi domandò come avevo fatto. Glielo raccontai. Dopo mi disse: «Vedi? Non dobbiamo aver paura di niente! quella Signora ci aiuta sempre, è veramente amica nostra».

Da quando la Madonna ci aveva insegnato a offrire a Gesù i nostri sacrifici, se decidevamo di farne qualcuno oppure avevamo qualche prova da sopportare, Giacinta domandava: «Hai già detto a Gesù che è per amor suo?». Se io le dicevo di no, «Allora glielo dico io» e giungeva le manine, alzava gli occhi al cielo e diceva: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori».

Vennero a interrogarci due sacerdoti che ci raccomandarono di pregare per il santo Padre. Giacinta domandò chi era il santo Padre e i buoni sacerdoti spiegarono chi era e che aveva molto bisogno di preghiere. Giacinta fu così presa dall'amore per il santo Padre, che ogni volta che offriva i suoi sacrifici a Gesù, aggiungeva: « . . .e per il santo Padre». Alla fine del Rosario recitava sempre tre avemmarie per il santo Padre e certe volte diceva: «Come mi piacerebbe vedere il santo Padre! Viene qua tanta gente, ma il santo Padre non viene mai qua». Nella sua innocenza, pensava che il santo Padre poteva fare questo viaggio come tutte le altre persone.

Un giorno mio padre e mio zio furono intimati di presentarci in municipio il giorno seguente. Mio zio disse che non portava i suoi figli, perché diceva:

«Non c'è motivo di presentare in tribunale due bambini, che non sono responsabili dei loro atti; e oltre a ciò non ce la fanno a piedi fino a Vila Nova de Ouréin! Vedremo che cosa vogliono». Mio padre pensava diversamente:

«La mia, la porto con me; che se la sbrighi lei con loro, perché io di queste cose non me ne intendo proprio niente».

Approfittarono dell'occasione per spaventarci in tutte le maniere possibili. Il giorno dopo, passando dalla casa di mio zio, mio padre aspettò alcuni minuti lo zio. Corsi al letto di Giacinta a dirle addio. Dubitavo di rivederla, l'abbracciai. La povera bambina, piangendo, mi disse: «Se loro ti vogliono ammazzare, digli che io e Francesco siamo come te e che anche noi vogliamo morire. Io vado subito al pozzo insieme a Francesco a pregare per te».

Verso sera, quando tornai, corsi al pozzo e i due stavano là, in ginocchio, appoggiati al parapetto del pozzo, con la testolina tra le mani, a piangere.

Quando mi videro, rimasero sorpresi:

Ma sei proprio tu? E venuta qui tua sorella a prendere acqua e ci ha detto che ti avevano già ammazzato. Abbiamo tanto pregato e pianto per te!

Passato qualche tempo, fummo messi in prigione e allora la cosa più dura per Giacinta era l'abbandono dei genitori. E diceva con le lacrime che le scorrevano giù per le gote:

Né i tuoi né i miei sono venuti a vederci. Non gl'importa più di noi.

Non piangere le disse Francesco. Offriamo a Gesù per i peccatori!

E alzando gli occhi e le manine al cielo fece lui l'offerta:

E per amor vostro e per la conversione dei peccatori.

E anche per il santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, aggiunse Giacinta.

Quando, dopo averci separati, ci riunirono di nuovo in una stanza della prigione, dicendo che da li a poco sarebbero tornati per metterci in padella, Giacinta si avvicinò a una finestra che dava sulla fiera del bestiame. All'inizio pensavo che volesse distrarsi guardando fuori, ma presto mi accorsi che piangeva. Andai a prenderla, me la tenni vicina e le domandai perché piangeva:

Perché rispose, con le lacrime che le scorrevano sul viso moriremo senza rivedere né i nostri papà, né le nostre mamme e io volevo almeno rivedere la mia mamma.

Allora tu non vuoi offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori?

Si, si. E con le lacrime che le bagnavano il viso, con le mani e gli occhi levati al cielo, fece l'offerta. O mio Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori, per il santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!

I detenuti presenti a questa scena, tentarono di consolarci:

Ma dite questo benedetto segreto al signor sindaco. Che v'importa se quella Signora non vuole?

Questo no, rispose Giacinta con vivacità piuttosto voglio morire!

Decidemmo allora di dire il nostro rosario. Giacinta si toglie una medaglia che aveva al collo e chiede a un detenuto il favore di attaccarla a un chiodo che c'era sulla parete e in ginocchio, davanti a quella medaglia, cominciammo a pregare. I detenuti pregavano con noi, seppure sapevano pregate; per lo meno stettero in ginocchio. Finito il rosario, Giacinta tornò alla finestra a piangere.

Giacinta, allora non vuoi offrire questo sacrificio a nostro Signore? le domandai.

Si, ma mi viene in mente la mamma, e piango senza volere.

Allora, siccome la santissima Vergine ci aveva detto di offrire le nostre orazioni e sacrifici anche per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, ci mettemmo d'accordo di assegnare a ciascuno una intenzione: uno per i peccatori, un altro per il santo Padre e il terzo per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria. Fatta la terna, dissi a Giacinta di scegliere un intenzione per cui offrire.

Io offro per tutte, perché tutte mi piacciono molto, rispose.

C'era tra i detenuti uno che sapeva sonare la fisarmonica. Cominciarono dunque a sonare e a cantare per distrarci. Ci domandarono se sapevamo ballare. Rispondemmo che sapevamo il fandango e la vira. Giacinta fu allora la dama di un povero ladro, che a vederla così piccina, finì per ballare con lei prendendola in braccio. Possa la Madonna aver avuto compassione della sua anima e lo abbia convertito.

V.E. dirà adesso: 'Che bella disposizione per il martirio!'. E' vero. Ma eravamo bambini; e non ci rendevamo conto. Giacinta aveva per il ballo una inclinazione speciale e molta grazia. Mi ricordo che un giorno piangeva per un suo fratello soldato, che pensavano morto sul campo di battaglia. Per distrarla, con due suoi fratelli, improvvisai un ballo; e la povera bambina ballava e asciugava le lacrime che le scendevano sulle gote. Nonostante questo piccolo debole che aveva per il ballo, che bastava a volte sentire che i pastori sonavano uno strumento qualsiasi per cominciare a ballare, anche da sola, all'avvicinarsi della festa di san Giovanni e del carnevale, ci disse:

Io, ora, non ballo più.

E perché?

Perché voglio offrire questo sacrificio a nostro Signore. E siccome eravamo i capi dei giochi tra bambini, i balli che si usava fare in queste occasioni non si fecero più.

Mia zia, stanca di dover continuamente mandar a chiamare i suoi figlioletti per soddisfare il desiderio di persone che volevano parlargli, decise di mandare col gregge un altro figlioletto, Joao. A Giacinta quest'ordine costò molto, per due motivi: perché doveva parlate con tutte le persone che la cercavano e, come lei diceva, perché non poteva stare tutto il giorno con me. Eppure dovette rassegnarsi. E per nascondersi dalle persone che la cercavano, si rifugiava, col suo fratellino, nella caverna di una roccia, situata sul fianco di un monte che si trova di fronte al nostro paese e che ha sulla cima un mulino a vento. La roccia è situata sul versante che guarda verso oriente e l'entrata è così ben fatta, che li proteggeva perfettamente dalla pioggia e dagli ardori del sole. E poi è anche coperta da numerose piante di ulivi e castagni. Quante orazioni e sacrifici ha offerto al nostro buon Dio in quel luogo!

Sui fianchi di questo monte c'erano molti e svariati fiori. Tra questi c'erano innumerevoli gigli, che a lei piacevano moltissimo. E quando la sera mi veniva ad aspettare sul sentiero, mi portava un giglio o, in mancanza dì questo, un altro fiore qualsiasi. E per lei era una festa arrivare fino a me, sfogliarli e gettarmi i petali.

Mia madre si limitò per allora ad assegnarmi un posto preciso per il pascolo, per sapere dove andavo, caso che occorresse mandarmi a chiamare. Quando i pascoli erano vicini, avvisavo i miei compagni, che subito venivano a trovarmi. Giacinta correva fino ad arrivare vicino a me. Dopo, stanca, si sedeva e mi chiamava; e non si chetava finché io non rispondevo e correvo verso di lei. Mia madre, stanca di veder mia sorella perdere tempo per venirmi a chiamare e per stare al mio posto col gregge, decise di venderlo; e, d'accordo con la zia, decisero di mandarci a scuola.

A Giacinta piaceva, durante il sollievo, di andare a visitare il Santissimo; ma diceva: 'Pare che indovinino. Non appena entriamo in chiesa, ecco tanta gente che viene a farci domande. A me piacerebbe starmene tutta sola per molto tempo a parlate con Gesù nascosto; ma non ci lasciano mai!».

In realtà quel popolo semplice dei paesi non li lasciava. Raccontavano, in tutta semplicità, ogni loro bisogno e afflizione. Giacinta mostrava pena, specie quando si trattava di qualche peccatore. E allora diceva: «Dobbiamo pregare e offrire sacrifici a nostro Signore, perché lo converta e non vada all'inferno, poverino!».

Viene a proposito adesso un fatto che mostra come Giacinta cercava di sfuggire alle persone che la cercavano. Un giorno stavamo andando a Fatima. Eravamo già vicini alla strada e vediamo un gruppo di signore e dei signori che scendono da una automobile. Non dubitammo un solo istante che ci stavano cercando. Ormai non potevamo fuggire, senza farci scorgere. Andiamo avanti, nella speranza di passare senza essere riconosciuti. Arrivate vicino a noi, le signore domandano se conosciamo i pastorelli a cui era apparsa la Madonna. Rispondemmo di si. Domandarono se sapevamo dove abitavano. Demmo loro tutte le indicazioni precise per andarci e corremmo a nasconderci nei campi, in mezzo a dei cespugli. Giacinta, contenta per il buon risultato dell'esperienza, diceva: "Dobbiamo fare sempre così, quando non ci conoscono".

Un altro giorno venne anche il rev. P. Cruz, di Lisbona, a interrogarci. Dopo l'interrogatorio, ci chiese di andare a mostrargli il posto dove ci era apparsa la Madonna. Durante il cammino, noi andavamo una a destra e una a sinistra del reverendo, che cavalcava un asino così piccolo che quasi strascinava i piedi per terra. C'insegnò delle giaculatorie, tra cui Giacinta scelse queste due che poi non finiva di ripetere: "O mio Gesù, io vi amo. Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia".

Un giorno, quand'era malata, mi disse: 'Mi piace tanto dire a Gesù che lo amo. Quando glielo dico tante volte, mi pare d'avere un fuoco in petto, ma non mi brucio.

C'era al nostro paese una donna che c'insultava, tutte le volte che c'incontrava. Un giorno la incontrammo mentre usciva da un'osteria. La poveretta non era padrona di sé e non si contentò questa volta d'insultarci soltanto. Quando ebbe finito di batterci, Giacinta mi disse: 'Dobbiamo chiedere alla Madonna e offrirle sacrifici per la conversione di questa donna: dice tanti peccati, che se non si confessa, andrà all'inferno'. Passati alcuni giorni, noi correvamo di fronte alla porta di casa di quella donna. Improvvisamente, Giacinta smette di correre, si volse indietro e domanda:

Sta a sentire! è domani che vedremo quella Signora?

Certo.

Allora basta scherzare. Facciamo questo sacrificio per la conversione dei peccatori. E senza pensare che qualcuno poteva vederla, alza le manine e gli occhi al cielo e fa l'offerta.

La donna stava osservando da una finestrella della casa. In seguito, parlando con mia madre, diceva che l'aveva tanto impressionata quel gesto di Giacinta, che non le occorrevano altre prove per ammettere la realtà dei fatti. Da quel giorno, non solo non c'insultò più, ma ci chiedeva continuamente dì pregare per lei la Madonna che le perdonasse i suoi peccati.

Un giorno incontrammo una povera donna, che piangendo, si mise in ginocchio davanti a Giacinta e chiese che le ottenesse dalla Madonna la guarigione da una terribile malattia. Giacinta, a vedere in ginocchio davanti a lei una donna si contristò e le prese le mani tremanti per alzarla. Ma vedendo che non era capace, s'inginocchiò anche lei e recitò con la donna tre avemmarie. Dopo la invitò ad alzarsi, che la Madonna l'avrebbe guarita. E non tralasciò mai di pregare tutti i giorni per lei, fino a quando, trascorso un po' di tempo, si fece rivedere per ringraziare la Madonna della guarigione.

Un'altra volta fu il caso di un soldato che piangeva come un bambino. Aveva ricevuto l'ordine di partire per la guerra e lasciava la moglie a letto ammalata e tre figlioletti. Lui domandava o la guarigione della moglie o la revoca della chiamata. Giacinta l'invitò a recitare con lei il rosario. Dopo gli disse: 'Non piangere. La Madonna è così buona! Certamente ti farà la grazia che le domandi'. E non dimenticò mai il suo soldato. AlIa fine del rosario diceva sempre un'Ave Maria per il soldato. 'Passati alcuni mesi, ritorna con la moglie e i tre bambini, per ringraziare la Madonna delle due grazie ricevute. Infatti, a causa di una febbre che gli venne alla vigilia della

partenza, era stato dispensato dal servizio militare e la moglie diceva lui era stata guarita da un miracolo della Madonna.

Un giorno dissero che veniva a interrogarci un sacerdote che era santo e che indovinava quello che avveniva nell'intimo di ognuno; e perciò avrebbe scoperto se dicevamo si o no la verità. Giacinta diceva allora, piena dì gioia:

'Quando viene questo sacerdote che indovina? Se indovina, capirà molto bene che diciamo la verità'.

Un giorno stavamo giocando vicino al pozzo già ricordato. La madre di Giacinta aveva li vicino una vigna. Tagliò alcuni grappoli e ce li portò perché li mangiassimo. Ma Giacinta non dimenticava mai i suoi peccatori. 'Non mangiamoli dice   e offriamo questo sacrificio per i peccatori'. Poi corse a portare l'uva ad altri bambini che giocavano nella strada. Al ritorno era raggiante di gioia. Aveva incontrato i nostri vecchi mendicanti e l'aveva data a loro.

Un'altra volta mia zia ci chiamò per darci da mangiare dei fichi che aveva portato a casa e che realmente avrebbero fatto voglia a chiunque. Giacinta si sedette con noi soddisfatta, vicino alla cesta, e prende il primo per cominciare a mangiare; ma, improvvisamente, si ricorda e dice: 'E' vero! Oggi non abbiamo fatto ancora nessun sacrificio per i peccatori! Dobbiamo far questo'. Rimise il fico nella cesta, fece l'offerta e lasciammo li i fichi per convertire i peccatori.

Giacinta ripeteva con frequenza questi sacrifici, ma non sto qui a raccontarne più; se no, non finirei mai.

Trascorrevano così i giorni di Giacinta, finché nostro Signore non mandò la polmonite che la gettò a letto, insieme col suo fratellino. Il giorno prima di ammalarsi diceva: 'Mi fa tanto male la testa e ho tanta sete! Ma non voglio bere, per soffrire per i peccatori'.

Tutto il tempo che mi restava libero dalla scuola e da qualche cosetta che mi facevano fare, andavo dai miei compagni. Un giorno passo da loro prima di andare a scuola e Giacinta mi dice: 'Senti! Di' a Gesù nascosto che io gli voglio molto bene e che lo amo molto'. Altre volte diceva: 'Di' a Gesù cbe gli mando tanti saluti affettuosi'. Se passavo prima dalla sua stanza, diceva:

'Ora va' a vedere Francesco; io faccio il sacrificio di stare qui sola'.

Un giorno sua madre le portò una tazza di latte e le disse di prenderlo.

Non io voglio mamma, disse allontanando la tazza con la manina.

La zia insistette un poco e poi se ne andò dicendo:

Ma non so che cosa devo fare, se tutto ti ripugna.

Appena rimasti soli, le domandai: 'Ma perché disobbedisci così a tua madre e non offri questo sacrificio a nostro Signore?'. All'udire questo, lasciò cadere alcune lacrime, che io ebbi il piacere di asciugare e disse: 'io adesso non mi ero ricordata'. Chiama la madre, le chiede perdono e le dice che prende tutto quello che vuole. La mamma le porta la tazza di latte. Lo prende senza mostrare la minima ripugnanza. Dopo mi dice: 'Se tu sapessi quanto mi è costato a berlo!'.

Un'altra volta mi disse: 'Faccio sempre più fatica a bere latte e brodo; ma non dico niente. Bevo tutto per amore di nostro Signore e del Cuore immacolato di Maria, la nostra mammina del cielo'.

Stai meglio? le chiesi un giorno.

Tu sai bene che non sto meglio e aggiunse ho un dolore forte al petto, ma non dico niente. Soffro per la conversione dei peccatori.

Un giorno, arrivata vicino a lei, mi domandò: 'Hai già fatto tanti sacrifici oggi? Io ne ho fatti tanti. Mia madre è andava via e a me molte volte mi è venuta la voglia dì andare a visitare Francesco, ma non ci sono andata'

La sua salute però migliorò un pochino. Poté alzarsi e passava allora le giornate seduta sul letto del fratellino. Un giorno mi fece chiamare perché andassi in fretta da lei. Andai di corsa.

La Madonna è venuta a vederci e dice che tra poco verrà a prendere Francesco e a portarlo in cielo. A me ha domandato se volevo convertire ancora altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che andrò in un ospedale e che là soffrirò molto. Mi ha detto di soffrire per la conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato di Maria e per amore di Gesù. Le ho domandato se anche tu venivi con me. Ha detto di no. Questa è la cosa che mi costa di più. Ha detto che veniva mia madre a portarmi e poi resto là da sola. Rimase pensierosa per un po', poi aggiunse: Se tu venissi con me! Quel che mi costa di più è andare senza di te! E forse l'ospedale è una casa molto oscura, dove non si vede niente e io sto li a soffrire da sola! Ma non importa: soffro per amore di nostro Signore, per riparare le offese al Cuore immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il santo Padre.

Quando arrivò l'ora che il suo fratellino partiva per il cielo, lei gli fece le sue raccomandazioni: 'Tanti cari saluti da parte mia a nostro Signore e alla Madonna e digli che soffro tutto quello che vogliono per convertire i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Sofferse molto per la morte del fratello. Restava a lungo pensierosa e se le domandavano a che cosa stesse pensando, rispondeva: 'A Francesco. Come mi piacerebbe rivederlo. E gli occhi le si riempivano di lacrime.

Un giorno le dissi:

A te ormai manca poco per andare in cielo. Io invece...

Poverina! rispose   non piangere! Lassù io pregherò molto, molto per te. Sai, è la Madonna che vuole così per te. Se avesse scelto me, io sarei contenta, per poter soffrire di più per i peccatori.

Arrivò anche il giorno di andare all'ospedale, dove ebbe a soffrire molto davvero. Quando la madre andò a visitarla, le domandò se voleva qualche cosa. Le disse che voleva vedere me. Mia zia, a costo di molti sacrifici, mi ci portò, non appena poté ritornarci. Appena mi vide, mi abbraccio con gioia e chiese alla madre che mi lasciasse li e andasse a fare la spesa.

Le domandai allora se soffriva molto.

Altro che! Ma offro tutto per i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Poi parlò con entusiasmo di nostro Signore e della Madonna e diceva:

Mi piace tanto soffrire, per amor suo, per fargli piacere. Loro vogliono molto bene a chi soffre per convertire i peccatori.

Il tempo destinato alla visita passò in fretta e mia zia era già tornata a riprendermi. Domandò alla figlioletta se voleva qualche cosa. Chiese che riportasse anche me quando tornasse a vederla. E la mia buona zia, che voleva far piacere alla sua bambina, mi ci portò una seconda volta. La trovai con la stessa gioia di soffrire per amore del nostro buon Dio, del Cuore immacolato di Maria, per i peccatori e per il santo Padre: era il suo ideale e parlava sempre di questo.

Tornò ancora per qualche tempo alla casa paterna. Aveva nel petto una grande ferita aperta e sopportava la medicazione quotidiana senza un lamento, senza mostrare il minimo segno di malessere. Ciò che le costava di più erano visite e interviste frequenti di persone che la cercavano e dalle quali ora non poteva nascondersi.

Offro anche questo sacrificio per i peccatori, diceva con rassegnazione. Oh, se potessi arrivare fino al Cabeco a dire ancora un rosario nella nostra grotta! Ma ormai non ce la faccio più. Quando vai a Cova da Iria, prega per me. Là non ci vado più di sicuro. E le lacrime le scorrevano sul viso.

Un giorno mia zia mi disse: 'Domanda a Giacinta a che cosa sta pensando, quando sta tanto tempo con le mani sulla faccia, senza muoversi. Io gliel'ho domandato, mi ha sorriso, ma non mi ha risposto'. Feci la domanda e mi rispose:

Penso al Signore, alla Madonna, ai peccatori e a... (accennò ad alcune cose del segreto). Mi piace molto pensare.

La zia mi domandò che cosa aveva risposto la sua bambina e io le dissi tutto con un sorriso. Allora mia zia disse a mia madre, raccontando il fatto:

'Io non capisco. La vita di questi bambini è un enigma'. E mia madre aggiungeva: 'Quando sono soli, parlano e parlano a non finire e anche sforzandosi di ascoltare, non si riesce a capire una parola. Se arriva qualcuno, abbassano la testa e non dicono una parola. Non posso capire questo mistero.

La santissima Vergine si degnò di nuovo di visitare Giacinta, per annunciarle nuove croci e nuovi sacrifici. Mi dette la notizia e mi diceva: 'Mi ha detto che vado a Lisbona, in un altro ospedale; che non rivedrò più nemmeno i miei genitori; che dopo molto soffrire, morirò sola, ma che non abbia paura, perché verrà Lei là a prendermi per portarmi in cielo'. E piangendo mi abbraccia e diceva: 'Non ti rivedrò mai più. Tu là non verrai a visitarmi. Senti: prega molto per me che muoio sola'.

Nel frattempo, finché non arrivò il giorno di andare a Lisbona, sofferse in modo orribile. Mi abbracciava e diceva piangendo:

Non ti rivedrò mai più. Né la mamma, né i miei fratelli, né il mio papà! Non rivedrò più nessuno e poi muoio sola sola!

Non ci pensare le dissi un giorno.

Lascia che ci pensi, perché più ci penso, più soffro; e io voglio soffrire per amore di nostro Signore e per i peccatori. E poi non fa niente. La Madonna viene a portarmi in cielo...

A volte baciava un crocifisso, lo abbracciava e diceva:

O mio Gesù, io vi amo e voglio soffrire molto per amor vostro.

Quante volte diceva:

O Gesù, ora puoi convertire molti peccatori, perché questo sacrificio è molto grande.

Mi chiedeva a volte:

E morirò senza rivedere Gesù nascosto? Se me lo portasse la Madonna, quando viene a prendermi!...

Le chiesi una volta:

Che cosa farai in cielo?

Amerò molto Gesù, il Cuore immacolato di Maria, pregherò molto per te, per i peccatori, per il santo Padre, per i miei genitori e fratelli e per tutte le persone che mi hanno domandato di pregare per loro.

Quando la madre si mostrava triste a vederla così malata, le diceva:

Non ti rattristare, mamma. Io vado in cielo. Pregherò molto per te.

Altre volte diceva:

Non piangere, sto bene.

Se le chiedevano se aveva bisogno di qualche cosa, diceva:

            Tante grazie, non ho bisogno di nulla. Ma quando se ne andavano aggiungeva Ho molta sete, ma non voglio bere, offro tutto a Gesù per i peccatori.

Un giorno che mia zia mi faceva delle domande, mi chiamò e mi disse: Non voglio che tu dica a nessuno che io soffro. Nemmeno a mia madre, perché non voglio che si rattristi.

Un giorno la trovai mentre abbracciava un quadro della Madonna e diceva: Oh, mammina del cielo, allora devo morire sola sola?

La povera bambina pareva terrorizzata all'idea di morire sola. Per incoraggiarla, le dicevo: Che cosa t'importa di morire sola, se la Madonna viene a prenderti? E' vero, non m'importa niente. Ma non so com'è! A volte non mi ricordo che Lei viene a prendermi. Solo mi ricordo che muoio e tu non sei vicino a me.

E venne alla fine il giorno della partenza per Lisbona. L'addio spezzava il cuore. Mi rimase parecchio tempo abbracciata al collo e diceva piangendo: Non ci rivedremo mai più. Prega molto per me, finché non andrò in cielo. Lassù, dopo, io pregherò per te. Non dire mai il segreto a nessuno, anche se ti ammazzano. Ama molto Gesù e il Cuore immacolato di Maria e fa molti sacrifici per i peccatori.

Da Lisbona mi mandò ancora a dire che la Madonna era già andata a trovarla, che le aveva detto l'ora e il giorno della sua morte e mi raccomandava di essere molto buona.

Termino così, ecc.mo e rev.mo signor vescovo di raccontare all'E.V rev.ma quello che mi ricordo della vita di Giacinta.

Chiedo al nostro buon Dio che si degni di accettare questo atto di ubbedienza per accendere nelle anime la fiamma d'amore ai Cuori di Gesù e di Maria.

Adesso domando un favore. E' questo: se V.E. pubblicherà alcune cose di quelle che ho appena finito di raccontare, lo faccia in modo tale che non parli in nessuna maniera della mia povera e miserabile persona. E confesso, ecc.mo e rev.mo signor vescovo, che se venissi a sapere che l'E.V. avrà bruciato questo scritto senza nemmeno leggerlo, sarebbe per me un grande piacere, perché l'ho scritto solo per ubbidire alla volontà del nostro buon Dio, manifestata a me dal volere espresso della V.E. rev.ma.        

 

seconda memoria

     Erano passati due anni dalla pubblicazione della "prima memoria". S. E. il vescovo di Leiria, convinto della necessità di studiare a fondo gli avvenimenti di Fatima del 1917, ordinò a suor Lucia di scrivere la storia della sua vita e delle apparizioni, esattamente com'erano avvenute. La veggente ubbidì e redasse lo scritto tra il 7 e il 21 novembre 1937. 

 

VOLONTA' DI DIO, PARADISO MIO.

Eccellenza reverendissima,

sono qui con la penna in mano per fare la volontà di Dio; e siccome io non ho altri scopi, comincio con la massima che la mia santa fondatrice mi ha lasciato in eredità e che io nel corso di questo scritto ripeterò, a sua imitazione, molte volte: «Volontà di Dio, paradiso mio!».

L'Eccellenza vostra mi permetterà di compenetrarmi in tutto il senso di questa massima, affinché nei momenti in cui la ripugnanza o l'amore del mio segreto vorranno farmi tener nascosto qualche cosa, essa mi sia di norma e guida.

Avrei voglia di domandare a che cosa servirà questo scritto fatto da me, che non ho nemmeno buona calligrafia. Ma non chiedo nulla. So che la perfezione dell'ubbidienza non chiede ragioni. Mi bastano le parole dell'E.V. rev.ma, che mi dicono che è per la gloria della nostra santissima Madre del Cielo. Nella certezza dunque che sia così imploro la benedizione e la protezione del suo Cuore immacolato e, umilmente prostrata ai suoi piedi, mi servo delle sue santissime parole per parlare al mio Dio:

Ecco qui, o mio Dio, l'ultima delle vostre serve, che in piena sottomissione alla Vostra santissima volontà, rompe il velo del suo segreto e lascia vedere la storia di Fatima tale e quale essa è. Non avrò più il piacere di godermi solo con Te i segreti del Tuo amore; ma in avvenire, altri canteranno con me le grandezze della Tua misericordia.

Eccellenza reverendissima,

«Il Signore ha rivolto lo sguardo alla bassezza della sua serva»: ecco perché i popoli canteranno le grandezze della Sua misericordia.

Mi pare, Eccellenza reverendissima, che il nostro buon Dio si è degnato di favorirmi con l'uso della ragione, fin da quand'ero una bambina molto piccina. Mi ricordo che avevo coscienza dei miei atti, da quando mia madre mi teneva in braccio; Ricordo che mi cullavano e mi addormentavo al suono di vari canti. E siccome ero la più giovane tra cinque bambine e un bambino, che nostro Signore aveva dato ai miei genitori, mi ricordo che c'erano spesso contese tra di loro, perché tutti mi volevano avere tra le braccia e stare con me. In questi casi, perché nessuno fosse vincitore, mia madre mi toglieva delle loro mani. E se lei, per il suo daffare, non poteva, mi affidava a mio padre, che a sua volta mi copriva di baci e carezze.

La prima cosa che imparai fu l'avemmaria, perché mia madre aveva l'abitudine di tenermi in braccio, mentre insegnava a mia sorella Carolina, cui venivo appresso, perché aveva cinque anni più di me.

Le prime due sorelle erano già grandi; e a mia madre piaceva che mi portassero in tutti i posti dove andavano, perché io ero un pappagallo che ripeteva tutto. Esse erano, come si dice al mio paese, a capo della gioventù. E non c'era festa o danza a cui non andassero. Carnevale, S. Giovanni, Natale, era d'obbligo: ci doveva essere il ballo. Poi c'era la vendemmia. E al tempo della raccolta delle ulive, c'era ballo quasi tutti i giorni. Nelle feste principali della parrocchia, come quella del S. Cuore di Gesù, la Madonna del rosario, S. Antonio, ecc., c'era sempre, la sera, la riffa dei dolci e il ballo non mancava. Eravamo inoltre quasi sempre invitate alle feste di nozze che si celebravano nei paesi vicini, perché mia madre, quando non era invitata come madrina, era invitata come cuoca. A queste nozze il ballo durava dalla fine del banchetto fino al mattino del giorno seguente. Le mie sorelle, siccome dovevano tenermi sempre al loro fianco, ci tenevano molto che fossi vestita come loro stesse. E siccome una di loro era sarta, non mi mancava fin d'allora il costume più elegante, usato dalle contadine del mio paese in quel tempo: la gonna pieghettata, la cintura lucida, la sciarpa con le punte che ricadevano all'indietro e il cappello con i suoi lustrini dorati e piume di svariati colori. Si sarebbe detto a volte che vestivano una bambola e non una bambina.

Nei balli mi mettevano sopra una cassapanca o sopra qualche rialzo, per non essere calpestata dai presenti e dove dovevo intonare vari canti al suono della chitarra o della fisarmonica. A questo scopo le mie sorelle mi facevano fare le prove, così come per ballare alcune danze, per il caso che mancasse qualche dama, cosa che io disimpegnavo con un'abilità singolare, attirando così le attenzioni e gli applausi dei presenti. Né mi mancavano premi e regali di qualcuno che voleva far piacere alle mie sorelle.

La domenica, nel pomeriggio, questa gioventù si riuniva nel nostro cortile: d'estate, all'ombra di tre grandi fichi; e d'inverno, sotto un porticato che avevamo nel luogo dove ora sorge la casa di mia sorella Maria. Là passavano il pomeriggio, giocando e conversando con le mie sorelle. Era là che si faceva la riffa dei regali di Pasqua e la maggior parte toccavano a me, perché alcuni io facevano di proposito per rendersi bene accetti.

Mia madre passava questi pomeriggi seduta sulla porta della cucina che dava sul cortile e di là poteva vedere quel che succedeva: a volte con un libro in mano, leggeva; a volte parlava con qualcuna delle mie zie o con le vicine che venivano a sedersi accanto a lei. Manteneva sempre la sua serietà abituale e tutte sapevamo che quello che diceva lei era come una parola della Bibbia e che era necessario ubbidirle senza indugio. Non ho mai visto nessuno che avesse il coraggio di dire in sua presenza una parola men che rispettosa o di poca considerazione. Era un detto comune tra quella gente che mia madre valeva più che tutte le figlie. Mi ricordo di aver sentito mia madre dire più volte: « Non so che gusto ci trovi questa gente a andare in giro a chiacchierare per le case degli altri. Per me non c'è niente come starmene in casa a leggere tranquillamente. I libri contengono cose tanto belle! E le Vite dei santi, che bellezza!».

Mi pare d'aver già detto V. E. come passavo i giorni della settimana, circondata di bambini del posto, che le donne, per poter andare a lavorare nei campi, chiedevano a mia madre di lasciare con me.

Mi pare inoltre che nello scritto che ho mandato all'E.V. rev.ma su mia cugina, dicevo quali erano i miei giochi e divertimenti. Per ora non sto qui a contarlo.

Circondata così d'ogni tenerezza e affetto, arrivai a sei anni. E, a dire la verità, il mondo cominciava a sorridermi; e soprattutto la passione per il ballo stava mettendo nel mio cuore profonde radici. E confesso che Se il nostro buon Dio non avesse usato nei miei confronti una speciale misericordia, con quello il demonio m'avrebbe perduta.

Se non sbaglio, ho già detto a V.E., nello stesso scritto, che mia madre aveva l'abitudine d'insegnare la dottrina cristiana ai suoi figli nell'ora della siesta, durante l'estate; d'inverno, la lezione era di sera, durante la veglia, dopo cena, intorno al focolare, mentre si arrostivano e si mangiavano castagne e ghiande dolci.

S'avvicinava dunque il giorno fissato dal parroco per la prima comunione solenne dei bambini della parrocchia. E così mia madre pensò che, siccome la sua figlioletta sapeva bene la dottrina e aveva compiuto i sei anni, poteva forse fare in quell'occasione la prima comunione. A questo scopo mi mandò, insieme a mia sorella Carolina, a assistere alle lezioni di dottrina, che il parroco faceva ai bambini in preparazione alla prima comunione. Andavo dunque tutta raggiante di gioia, con la speranza di ricevere di li a poco per la prima volta, il mio Dio. Il reverendo dava le sue spiegazioni stando seduto su una sedia che stava sopra una pedana. Mi chiamava vicino a lui e quando qualche bambino non sapeva rispondere alle sue domande, per svergognarli, mi faceva rispondere a me.

Arrivò dunque la vigilia del gran giorno e il reverendo fece andare in chiesa tutti i bambini in mattinata, per dire definitivamente il nome di quelli che erano ammessi. Quale non fu il mio dispiacere, allorché il reverendo mi chiama vicino a sé e, accarezzandomi, mi dice che avrei dovuto aspettare fino a sette anni. Cominciai subito a piangere e, siccome ero vicino a mia madre, singhiozzando piegai il capo tra le sue ginocchia.

Stavo in questa posizione, quando entra nella chiesa un sacerdote che il reverendo parroco aveva fatto venir di fuori per aiutare nelle confessioni. Quel reverendo chiese il motivo delle mie lacrime. Dopo essersi informato, mi portò in sacristia e mi esaminò sul catechismo e sull'eucaristia; dopo mi prese per mano, mi portò dal parroco e disse:

Padre Pena, lasci che questa bambina faccia la prima comunione. La bimba sa quel che fa, meglio che molti di quelli li.

Ma ha solo sei anni, replicò il parroco.

Non fa niente! Se lei vuole, mi assumo io questa responsabilità.

E va bene, mi disse il buon parroco va dalla mamma e dille di si: domani farai la prima comunione.

La mia gioia non si può spiegare. Battendo le mani dalla contentezza e correndo per tutto il tragitto, andai a dare la bella notizia a mia madre, che cominciò subito a prepararmi per portarmi, nel pomeriggio, a fare la confessione.

Arrivando in chiesa, dissi a mia madre che volevo confessarmi da quel sacerdote di fuori. Quel reverendo stava confessando in sacristia, seduto su una sedia. Mia madre allora s'inginocchiò vicino alla porta, di fronte all'altare maggiore, insieme alle altre donne che stavano aspettando il turno dei loro figlioletti. Li davanti al Santissimo, mi fece le ultime raccomandazioni.

Quando toccò a me andai a inginocchiarmi ai piedi del nostro buon Dio, rappresentato in quel momento dal suo ministero, per implorare perdono dei miei peccati. Quando ebbi terminato, vidi che tutti ridevano. Mai madre mi chiama e mi dice: «Figlia mia, non sai che la confessione si fa a bassa voce, che è una cosa segreta? Tutti ti hanno sentito! Solo alla fine hai detto una cosa che nessuno ha capito che cos'era». E mentre tornavamo a casa, mia madre fece vari tentativi per vedere che scopriva quello che lei chiamava il segreto della mia confessione; ma non ottenne che un profondo silenzio.

Scoprirò dunque adesso quello che era il segreto della mia confessione.

Il buon sacerdote, dopo avermi ascoltato, mi disse questi brevi parole:

«Figlia mia, la tua anima è il tempio dello Spirito santo. Conservala sempre pura, perché Lui possa continuare in essa la sua azione divina». All'udire queste parole, mi sentii invasa di rispetto per il mio intimo e domandai al buon confessore come dovevo fare:

Ti metti in ginocchio mi rispose il ai piedi della Madonna e le domandi con grande fiducia che abbia cura del tuo cuore e lo prepari per ricevere degnamente domani il suo caro Figlio e che lo conservi per Lui solo!

C'erano in chiesa parecchie immagini della Madonna. Ma siccome le mie sorelle adornavano l'altare della Madonna del rosario, perciò io ero abituata a pregare davanti a quella; e così ci andai anche questa volta a chiederLe, con tutto l'ardore di cui ero capace, che conservasse solo per Dio il mio povero cuore. Ripetei varie volte quest'umile supplica, con gli occhi fissi sull'immagine e mi parve che lei sorrideva e, con gesto di bontà, mi diceva di sì. Rimasi così inondata di gioia, che a malapena riuscivo ad articolare parola.

Le mie sorelle stettero su tutta la notte per farmi il vestito bianco e la corona di fiori. Io non potevo dormire per la contentezza e le ore non passavano mai. Così mi alzavo ogni tanto, andavo da loro a domandare se era gia giorno, se volevano provarmi il vestito, la corona di fiori ecc.

E finalmente spuntò il felice giorno, ma quanto ci volle per arrivare alle nove! Già vestita col mio vestito bianco, la mia sorella Maria mi portò in cucina per chiedere perdono ai miei genitori, per baciare loro la mano e chiedere la loro benedizione. Terminata questa cerimonia, la mamma mi fece le ultime raccomandazioni. Mi disse quel che voleva che io domandassi a nostro Signore quando lo avessi dentro al mio petto e mi lasciò andare con queste parole: «Soprattutto chiedi a nostro Signore che faccia dì te una santa», parole che mi rimasero così impresse in modo indelebile nel cuore, che furono le prime che dissi a nostro Signore subito dopo averlo ricevuto. E ancor oggi mi pare di udire l'eco della voce di mia madre che me le ripete. M'incamminai, con le sorelle, verso la chiesa. Per non insudiciarmì di polvere della strada, mio fratello mi portò in braccio.

Non appena arrivai in chiesa, corsi ai piedi dell'altare della Madonna, a rinnovare la mia domanda. Li rimasi a contemplare il sorriso della sera prima, finché le mie sorelle non vennero a prendermi per mettermi nel posto destinato a me. I bambini erano molti. Formavano quattro file, dalla porta della chiesa fino alla balaustra: due di bambini e due di bambine. Siccome io ero la più piccina, mi toccò il posto vicino agli angioletti, sul gradino della balaustra.

Cominciò la messa cantata e, a mano a mano che il momento si avvicinava, il cuore batteva sempre più forte, nell'attesa della visita di un Dio grande, che stava per scendere dal cielo per unirsi alla mia povera anima. Il rev. parroco scese tra le file a distribuire il pane degli angeli. Ebbi la fortuna di essere la prima. Mentre il sacerdote scendeva dai gradini dell'altare, il cuore pareva che volesse uscirmi dal petto. Ma appena ebbe posato sulle mie labbra l'ostia divina, sentii una serenità e una pace inalterabile; sentii che ero invasa da un'atmosfera così soprannaturale, che la presenza del nostro buon Dio mi diventava così sensibile come se Lo vedessi e lo sentissi con i sensi del corpo. Gl'indirizzai dunque le mie suppliche:

Signore, fate di me una santa. Conservate il mio cuore sempre puro, solo per Te!

Qui mi parve che il nostro buon Dio mi abbia detto, nel fondo del mio cuore, queste parole precise:

La grazia che oggi ti viene concessa, rimarrà viva nella tua anima e produrrà frutti di vita eterna.

La funzione terminò che era quasi il tocco, sia perché i sacerdoti di fuori avevano tardato a venire, sia a causa del sermone e della rinnovazione delle promesse battesimali. Mia madre venne a prendermi, preoccupata; pensando che non stessi più in piedi dalla debolezza. Ma io mi sentivo così trasformata in Dio, così sazia del pane degli angeli, che mi fu impossibile per allora prendere cibo. Da allora perdetti il gusto e l'attrazione per le cose del mondo, e mi sentivo a mio agio solo in qualche luogo solitario, dove potessi, tutta sola, ricordare le delizie della mia prima comunione.

Ma poche volte riuscivo a fare questo ritiro, perché oltre ad essere incaricata di badare ai bambini che le vicine ci affidavano, come ho già detto all'E.V. rev.ma, mia madre faceva anche da infermiera da quelle parti. Venivano a chiedere il suo parere, se si trattava di cose di poca importanza e le chiedevano di andare a casa loro, se il malato non poteva uscire. E lei allora passava la giornata, e a volte, la notte nelle case dei malati. E se la malattia durava a lungo e lo stato degli infermi lo esigeva, faceva passare la notte vicino a loro anche alle mie sorelle, perché i membri della famiglia potessero riposarsi. E se l'infermo era una madre di famiglia con bambini piccoli, che facevano rumore e disturbavano il malato, portava questi bambini a casa nostra e io ero incaricata di farli divertire. E li facevo divertire, insegnando loro a dipanare, facendo girare l'aspo al contrario, facendo girare i cannelli, insegnavo a fare matasse con l'arcolaio e a guidare le spole nel telaio.

C'era sempre molto lavoro dì questo genere, perché ordinariamente c'erano sempre in casa nostra varie ragazze di fuori, che venivano a imparare il mestiere di tessitrice o di sarta. Queste ragazze, per solito, davano sempre segni di grande attaccamento alla nostra famiglia e usavano dire che i giorni migliori della loro vita li avevano passati in casa nostra.

Siccome le mie sorelle, in alcuni periodi dell'anno, dovevano lavorare nei campi durante il giorno, tessevano e cucivano durante le veglie. Dopo la cena e le preghiere che seguivano, dirette da mio padre, si cominciava a lavorare. Tutti avevano qualcosa da fare. Mia sorella Maria andava al telaio; mio Padre le riempiva i rocchetti; Teresa e Gloria andavano a cucire e mia madre filava; Carolina e io, dopo aver messo in ordine la cucina, eravamo occupate a togliere imbastiture, a attaccare bottoni, ecc.; mio fratello, per tenerci svegli, suonava la fisarmonica, al cui suono noi cantavamo varie cose. I vicini venivano non poche volte a farci compagnia e usavano dire, che anche se non li lasciavamo dormire, si sentivano allegri e gli passavano i cattivi umori udendo la festa che facevamo noi.

Ho sentito parecchie donne che dicevano a mia madre: «Beata te! Che figli meravigliosi che il Signore ti ha dato».

A suo tempo, facevamo anche la spannocchiatura al chiaro di luna. Mi sedevo allora in cima a un mucchio di granturco e io ero incaricata di dare a tutti i presenti l'abbracciosorpresa, quando capitava una pannocchia di colore rosso scuro.

Non so se i fatti che ho appena contato sulla mia prima comunione, furono una realtà o un'illusione infantile. So però che essi hanno avuto sempre e hanno ancor oggi una grande influenza nell'unione della mia anima con Dio.

Non so nemmeno perché io sto qui a raccontare a V.E. tutte queste cose della vita di famiglia, ma è Dio che m'ispira così. Lui sa il motivo per cui lo fa. E' forse perché V.E. rev.ma possa vedere come io dovevo essere sensibile alla sofferenza che il buon Dio stava per chiedermi, dopo essere stata tanto vezzeggiata. E siccome V.E. vuoi che io dica tutte le sofferenze che nostro Signore mi ha domandato e tutte le grazie che si è degnato, per sua misericordia, concedermi, mi pare che così mi sarà più facile dirle proprio così come sono avvenute. E poi me ne sto tranquilla, perché so che V.E. metterà nel fuoco tutto quello che vedrà che non ha utilità per la gloria di Dio e di Maria santissima.

E così compii sette anni. Mia madre decise che dovevo cominciare a custodire le nostre pecore. Mio padre non era di questo parere e nemmeno le mie sorelle. Volevano per me, per l'affetto particolare che mi portavano, una eccezione. Ma mia madre non cedette: come le altre diceva, Carolina ha ormai dodici anni. Perciò può cominciare a lavorare nei campi, o imparare a fare la sarta o la tessitrice, se ne ha voglia. E così mi fu affidata la custodia del nostro gregge.

La notizia che io cominciavo la mia vita di pastora si sparse rapidamente tra i pastori e quasi tutti vennero a propormi di essere miei compagni. Dissi a tutti di sì e mi misi d'accordo con tutti per andare ai monti. Il giorno dopo la montagna era piena di pastori e di greggi. Pareva coperta da una nuvola. Ma io non mi sentivo a mio agio in mezzo a tanto gridare. Allora ne scelti tre come compagne e, senza dir niente agli altri, ci mettemmo d'accordo per andare a pascoli completamente diversi. Le mie prescelte erano: Teresa Matias, sua sorella Maria Rosa e Maria Justino.

Il giorno dopo ce ne andiamo con le nostre greggi a un monte chiamato Cabeço. Ci dirigemmo al versante del monte che guarda a nord. Sul versante di questo monte a sud, resta Valinhos, che V.E. di nome deve già conoscere. E, sul versante rivolto a levante, c'è quella roccia, della quale pure ho parlato a V.E. nello scritto su Giacinta. Salimmo con le nostre greggi, fin quasi alla cima del monte. Ai nostri piedi c'era un grande bosco, che si stende nella piana della valle: ulivi, castagni, pini, lecci, ecc.

Sarà stato più o meno verso mezzogiorno, quando mangiammo il nostro spuntino. Dopo lo spuntino, invitai le mie compagne a recitare con me il rosario, cosa che accettarono volentieri. Avevamo appena cominciato, quando vediamo davanti ai nostri occhi, come sospesa nell'aria, sopra il bosco, una figura, come se fosse una statua di neve, che i raggi del sole facevano un po' trasparente.

Che roba è quella? domandarono le mie compagne un po' impaurite.

Non so.

Continuammo la nostra preghiera, sempre con gli occhi fissi in quella figura, che scomparve non appena terminammo.

Io, secondo il mio solito, decisi di starmene zitta; ma le mie compagne, appena arrivate a casa, contarono alle famiglie quel che era avvenuto. Si sparse la notizia. Un giorno, arrivo in casa e mia madre mi domanda:

Senti un po'. Dicono che hai visto giù di lì non so che. Si può sapere cos'hai visto?

Non so. E siccome non sapevo spiegarmi, aggiunsi Pareva una persona avvolta in un lenzuolo. E, volendo dire che non avevo potuto scorgerne i lineamenti, dissi: «Non si riusciva a vedergli né occhi, né mani».

Stupidaggini di bambini disse mia madre e chiuse il caso con un gesto di disprezzo.

Passò un po' di tempo e noi tornammo con le nostre greggi a quello stesso posto, e si ripeté la stessa cosa, nello stesso modo. Le mie compagne raccontarono di nuovo l'accaduto. E la stessa cosa si ripeté di lì a un po' di tempo.

Era la terza volta che mia madre sentiva parlare di questi avvenimenti da gente dì fuori, senza che io avessi detto una sola parola in casa. Mi chiama allora, già poco soddisfatta e mi domanda:

Vediamo un po'. Cos'è questa roba che voi vedete giù di li?

Non so, mamma, non so cos'è.

Parecchi cominciarono a prenderci in giro. E siccome io, dal tempo della mia prima comunione restavo a tratti come assorta, le mie sorelle, ricordando quel che era avvenuto, mi chiedevano con una punta d'ironia: «Stai vedendo qualcuno avvolto in un lenzuolo?».

Questi gesti e parole di commiserazione mi colpivano molto, perché io ero abituata a ricevere solo carezze e attenzioni. Ma questo non era niente. è che io non sapevo quello che il buon Dio mi aveva riservato per il futuro.

è a questo punto che Francesco e Giacinta chiesero e ottennero, come ho già raccontato all'E.V. rev.ma, il permesso dei genitori di cominciare a custodire il loro gregge. Lasciai così queste buone compagne e le sostituii con i miei cugini Francesco e Giacinta.

Ci mettemmo d'accordo, dunque, di pascolare le nostre greggi nei terreni dei miei zii e dei miei genitori, per non stare insieme sui monti con gli altri pastori.

Un bel giorno andammo con le nostre pecorelle nella proprietà dei miei, situata ai piedi del monte di cui ho parlato, dalla parte rivolta verso levante. Questa proprietà si chiama Chousa Velha. Verso metà mattina, cominciò a cadere una pioggerellina fine, poco più che una rugiada. Risalimmo il pendio del monte, seguiti dalle nostre pecorelle, in cerca di una roccia che ci servisse da riparo. Fu allora che per la prima volta entrammo in quella benedetta grotta. Si trova in mezzo a un uliveto e appartiene al mio padrino Anastacio. Da lì si vede il piccolo paesetto dove sono nata, la casa dei miei genitori, i paesini di Casa Velha e Eira da Pedra. L'uliveto ha parecchi proprietari e si estende fino a confondersi con questi piccoli paesetti.

Lì passammo la giornata, anche se aveva smesso di piovere ed era apparso un sole bello e splendente. Facemmo lo spuntino e recitammo il nostro rosario e chissà forse uno di quelli, che noi usavamo dire per la fretta di poter giocare, come ho già raccontato a V.E., passando i grani e dicendo solo le parole: Ave, Maria e Padre nostro! Finito di pregare, cominciammo a giocare con i sassolini.

Si stava giocando da qualche momento ed ecco che un vento forte scuote gli alberi e ci fa alzare gli occhi per vedere cosa succedeva, perché il giorno era sereno. Vediamo allora che sopra l'uliveto viene verso di noi quella figura di cui ho già parlato. Giacinta e Francesco non l'avevano mai vista e io non gliene avevo mai parlato. A mano a mano che si avvicinava, riuscivamo a scorgerne le fattezze: un giovane di 14 o 15 anni, più bianco che se fosse stato di neve, e il sole lo rendeva trasparente come se fosse stato di cristallo e di una grande bellezza. Arrivato vicino a noi ci disse:

Non abbiate paura. Sono l'angelo della pace. Pregate con me. E, inginocchiatosi per terra, curvò la fronte fino al suolo e ci fece ripetere tre volte queste parole: Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amno! Io vi domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano.

Poi, alzandosi disse:

Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche.

Le sue parole s'impressero talmente nel nostro spirito, che noi non le scordammo mai più. E da allora noi trascorrevamo lunghi periodi di tempo, così prosternati, ripetendole a volte fino a cadere dalla stanchezza. Raccomandai subito che era necessario mantenere il segreto e, questa volta, grazie a Dio, fecero come volevo io.

Passò un bel po' di tempo e un giorno d'estate, che eravamo andati a passare la siesta a casa, stavamo giocando in cima a un pozzo, che i miei avevano in fondo al giardino e che si chiamava Arneiro. (Nello scritto su Giacinta, ho già parlato anche di questo pozzo). Improvvisamente, vediamo vicino a noi la stessa figura, o angelo, come mi pare che doveva essere e dice:

Che fate? Pregate, pregate molto! I Cuori santissimi di Gesù e di Maria hanno sopra di voi disegni di misericordia. Offrite costantemente all'Altissimo orazioni e sacrifici.

E come dobbiamo sacrificarci? domandai.

Offrite a Dio il sacrificio di tutto quello che vi sarà possibile, in atto di riparazione dei peccati, con cui Lui viene offeso e per impetrare li conversione dei peccatori. Attirate così, sopra la nostra patria, la pace. Io sono il suo angelo custode, l'angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà.

Passò parecchio tempo e andammo a pascolare il gregge in una proprietà dei miei genitori situata sul pendio del monte di cui ho parlato, un po' sopra Valinhos. è un uliveto chiamato Pregueira. Finito lo spuntino, decidemmo di andare a pregare nella grotta che restava dall'altra parte del monte. Perciò si fece un mezzo giro sul pendio e dovemmo arrampicarci su per alcune rocce, situate proprio in cima alla Pregueira. Le pecore riuscirono a passare con molta difficoltà.

Appena arrivati ci mettemmo in ginocchio con la faccia a terra e cominciammo a ripetere l'orazione dell'angelo: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo ecc.». Non so quante volte avevamo ripetuto questa preghiera, quando vediamo che sopra di noi brilla una luce sconosciuta. Ci alziamo per vedere che cosa stava succedendo e vediamo l'angelo che aveva nella mano sinistra un calice, sopra il quale stava sospesa un'ostia, dalla quale cadevano alcune gocce di sangue dentro al calice. L'angelo lascia sospeso il calice per aria, s'inginocchia vicino a noi e ci fa ripetere tre volte:

Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo, io vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione di tutti gli oltraggi, sacrilegi e indifferenze, con i quali Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori.

Poi si alza, prende nelle mani il calice e l'ostia. Dà a me l'ostia santa e il calice lo divise tra Giacinta e Francesco, dicendo nello stesso tempo:

Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio.

E, prostrandosi nuovamente in terra, ripeté con noi altre tre volte la medesima orazione: «Santissima Trinità ecc.», e scomparve.

Noi rimanemmo nella stessa posizione, ripetendo sempre le stesse parole e quando ci alzammo, vedemmo che s'era fatto sera e perciò era ora che ce ne andassimo a casa.

Eccomi, Eccellenza reverendissima, arrivata alla fine dei miei tre anni di pastorella, dai sette ai dieci anni. Durante questi tre anni, la nostra casa e oserei quasi dire la nostra parrocchia aveva mutato aspetto quasi completamente. Il rev. P. Pena non era più nostro parroco e era stato sostituito dal rev. P. Boicinha. Questo zelantissimo sacerdote, venuto a conoscenza dei costumi pagani che esistevano nella parrocchia, come balli e danze, cominciò a predicare contro questo dal pulpito nelle omelie domenicali. In pubblico e in privato, approfittava di tutte le occasioni che gli capitavano per combattere queste cattive usanze.

Mia madre, quando senti il buon parroco parlate così, proibì alle mie sorelle di andare a simili divertimenti. E siccome l'esempio delle mie sorelle portò molte altre a non partecipare, quest'usanza andò a poco a poco scomparendo.

Lo stesso avvenne tra i bambini, che come ho già detto a V.E. nella esposizione su mia cugina facevano le loro danze a parte.

Ci fu chi disse a mia madre:

Ma fin adesso non era peccato ballare! E ora, perché è cambiato il parroco, improvvisamente diventa peccato? Ma che sistemi sono questi?

Non so rispose mia madre una cosa è certa però, che il signor priore non vuole che si balli e perciò le mie figliole non si rimettono con certe compagnie. Al massimo le lascerò ballare un po' in casa, perché il signor priore dice che in famiglia non c'è niente di male.

In questo periodo le mie due sorelle più vecchie lasciarono la casa paterna, perché avevano ricevuto il sacramento del matrimonio.

Mio padre s'era lasciato trascinare da cattive compagnie e era caduto nei lacci di una triste passione, a causa della quale avevamo già perduto alcuni dei nostri terreni. Mia madre, visto che i mezzi di sussistenza scarseggiavano, decise di mandare le mie due sorelle Gloria e Carolina a servizio in altre famiglie.

Rimase dunque in casa mio fratello, per lavorare i campi che ci restavano; mia madre, che si occupava della casa e io per pascolare il gregge.

La mia povera mamma viveva immersa in una profonda amarezza e quando, la sera, stavamo tutti e tre riuniti intorno al focolare, aspettando il babbo per cenare, mia madre, a vedere vuoti i posti delle altre sue figlie, diceva. con una profonda tristezza: «Mio Dio, dov'è andata a finire la felicità di questa famiglia?». E, piegando la testa su un tavolinetto che aveva a fianco, scoppiava in amari pianti. Mio fratello e io univamo le nostre lacrime alle sue. Era una delle scene più tristi a cui io abbia assistito. Sentivo il cuore spezzarsi dal desiderio di rivedere le mie sorelle e per l'amarezza di mia madre. Anche se ero una bimbetta, capivo benissimo la situazione in. cui ci trovavamo.

Mi ricordavo allora delle parole dell'angelo: «Soprattutto accettate, sottomessi, i sacrifici, che il Signore vi manderà». Mi ritiravo allora in un luogo solitario, per non aumentare con la mia sofferenza quella di mia madre. Questo luogo era, di solito, il nostro pozzo. Là, in ginocchio, prostrata sopra i lastroni che lo coprivano, univo alle sue acque le mie lacrime e offrivo a Dio la mia sofferenza. A volte Giacinta e Francesco arrivavano e m'incontravano in questo stato, amareggiata. E siccome la mia voce era interrotta dai singhiozzi e non potevo parlare, essi soffrivano con me al punto di spargere pure loro abbondanti lacrime. Era Giacinta allora che faceva a voce alta la nostra offerta:

Mio Dio! è in atto di riparazione e per la conversione dei peccatori che Vi offriamo tutte queste sofferenze e sacrifici.

La formula dell'offerta non era sempre esatta, ma il senso era sempre questo.

Queste sofferenze tanto grandi cominciarono a mirate la salute di mia madre. Ormai non poteva più lavorare e fece venite mia sorella Gloria, che stesse dietro ai lavori di casa. Accorsero allora i medici e chirurghi che c'erano da quelle parti. Provò un'infinità di medicine, senza ottenere nessun miglioramento. Il buon parroco si offerse di portare mia madre a Leiria, col suo baroccio tirato da mule, perché potesse consultarvi dei medici. E ci andò, accompagnata da mia sorella Teresa, ma ritornò a casa mezza morta per la stanchezza e sfinita dalle visite, senza aver ottenuto alcun risultato.

Si consultò infine con un chirurgo che lavorata a S. Mamede, il quale dichiarò che mia madre soffriva di una lesione cardiaca, lo spostamento di una vertebra e un abbassamento renale. La sottomise ad una rigorosa cura di punte infocate e varie medicazioni, con cui ottenne qualche miglioramento.

Ecco lo stato in cui ci trovavamo, quando arrivò il 13 maggio 1917. Mio fratello raggiungeva pure in quel periodo l'età di presentarsi per il servizio militare. E siccome godeva di una salute perfetta, c'era da aspettarsi che risultasse idoneo. Inoltre era tempo di guerra e era difficile farlo esentare.

Col timore di restare senza nessuno che s'occupasse dei campi, mia madre richiamò a casa anche la mia sorella Carolina. Frattanto il padrino di mio fratello prometteva di farlo esentare. Fece dei passi presso il medico Ispettore e il nostro buon Dio si degnò, per allora di dare a mia madre questa consolazione.

Non sto qui a descrivere l'apparizione del 13 maggio. V.E. la conosce bene e perciò il tempo impiegato a descriverla sarebbe tempo perso.

V.E. conosce bene anche il modo con cui mia madre si informò del fatto e gli sforzi che fece per obbligarmi a dire che 'avevo mentito.

Le parole che la santissima Vergine mi disse in quel giorno e che decidemmo d'accordo di non rivelare, furono (dopo aver detto che saremmo andati in cielo, chiese):

Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze, che Lui vorrà inviarvi, in riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e per impetrare la conversione dei peccatori?

Sì, noi lo vogliamo fu la nostra risposta.

Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto.

Il 13 di giugno si celebrava nella nostra parrocchia la festa in onore dl sant'Antonio. Quel giorno era tradizione dar la via alle greggi al mattino per tempo; e alle nove si chiudevano negli stabbi per andare alla festa. Mia madre e mia sorella che sapevano quanto io amassi le feste, mi dicevano di solito: «Voglio proprio vedere se lasci la festa per andare a Cova da Iria a parlare con quella Signora». Quel giorno nessuno mi rivolse la parola, però mi guardavano con l'aria di chi pensa: «Lascia perdere; stiamo a vedere cosa fa'».

Così detti la via al gregge al mattino presto, con l'intenzione di chiuderlo nello stabbio alle nove, andate alla messa delle dieci e poi andare a Cova da Iria. Ma ecco che poco dopo il sorgere del sole, mio fratello mi viene a chiamare: che dovevo andare a casa, che c'erano varie persone che volevano parlarmi. E restò lui col gregge e io andai a vedere che cosa volevano. Erano uomini e donne che venivano dai paesi di Minde, dalle parti di Tomar, Carrascos, Boleiros, ecc., e che volevano accompagnarmi a Cova da Iria. Io dissi loro che era ancora presto e li invitai ad andare con me alla messa delle otto. Dopo tornai a casa. Questa buona gente mi aspettò nel nostro cortile, all'ombra dei nostri fichi. Mia madre e mia sorella mantennero il loro atteggiamento di commiserazione, che in realtà mi feriva e mi costava più degli insulti.

Verso le 11, uscii di casa, passai dalla casa dei miei zii, dove Giacinta e Francesco mi aspettavano e ce ne andiamo a Cova da Iria, in attesa del momento desiderato. Tutta la gente ci seguiva, facendoci mille domande. In questo giorno, io mi sentivo molto amareggiata: vedevo mia madre afflitta, che voleva a tutti i costi farmi confessare come mi diceva la mia menzogna. Io avrei voluto farla contenta, ma non sapevo ormai come, senza mentire. Ella aveva infuso nei suoi figli, fin dalla culla, un grande orrore per la menzogna e castigava severamente chi ne dicesse qualcuna.

Sono sempre riuscita diceva a far sì che i miei figli dicessero la verità; e ora dovrei passar sopra a una cosa del genere con la più piccola? Magari se si trattasse di una cosa meno importante...; ma una menzogna simile che ha già tratto in inganno tante persone!

Dopo questi sfoghi, si rivolgeva a me e diceva:

Rigirala un po' come ti pare! O tu la finisci d'imbrogliare questa gente, confessando che hai mentito, o ti rinchiudo in una stanza dove non puoi più vedere nemmeno la luce del sole. A tanti altri dispiaceri, mi mancava proprio che venisse ad aggiungersi una cosa simile.

Le mie sorelle prendevano le parti di mia madre e intorno a me si respirava un'atmosfera di disprezzo e di rifiuto. Mi ricordavo allora dei tempi

passati e domandavo a me stessa: «Dov'è la tenerezza, che fino a poco tempo fa la mia famiglia aveva per me?». Mio unico sfogo erano le lacrime, sparse davanti a Dio, mentre gli offrivo il mio sacrificio.

Quel giorno dunque la SS. Vergine, come se indovinasse quel che stava succedendo, oltre a quello che ho già narrato, mi disse:

E tu soffri molto? Non scoraggiarti! Io mai ti lascerò; Il mio Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio.

Giacinta, quando mi vedeva piangere, mi consolava dicendo:

Non piangere! Di sicuro sono questi i sacrifici che l'angelo ha detto che Dio ci avrebbe inviato. Perciò è per riparare e per convertire i peccatori che tu soffri.

Fu in questo periodo che il parroco della mia parrocchia venne a conoscenza di quel che avveniva e mandò a dire a mia madre di portarmi a casa sua. Lei si sentì sollevata, stimando che il signor priore si sarebbe assunto la responsabilità degli avvenimenti. Per questo mi disse:

Domattina andiamo a messa di buon'ora. Poi tu vai dal signor priore. Egli ti obbligherà a dire la verità, comunque sia: che ti castighi, che faccia dite quello che gli pare; basta che ti obblighi a confessare che hai mentito, io sono contenta».

Le sorelle presero anche loro le parti di mia madre e inventarono una infinità di minacce per impaurirmi al pensiero dell'incontro col parroco. Informai Giacinta e Francesco su quello che stava avvenendo ed essi mi risposero:

Veniamo anche noi. Il signor priore ha mandato a dire a mia madre di portarci là, ma mia madre non ci ha detto niente di tutte queste cose. Pazienza. Se ci picchiano, soffriremo per amore di nostro Signore e per i peccatori.

Il giorno dopo me ne andai dietro a mia madre, che per la strada non mi disse nemmeno una parola. Io confesso che tremavo, al pensiero di quello che doveva succedere. Durante la messa, offersi a Dio le mie sofferenze; dopo, dietro a mia madre, attraverso il sagrato e salgo le scale della veranda del parroco. Saliti i primi gradini, mia madre si gira verso di me e mi dice:

Non mi dar più grattacapi! Ora tu dici al signor priore che hai mentito e così lui, domenica, può avvisare in chiesa che è stata una menzogna e tutto finisce lì. Ma ti pare una cosa da farsi, tutta questa gente che corre a Cova da Iria a pregare davanti a un leccio!

Senza dire altro, bussa alla porta. Viene ad aprire la sorella del parroco, che ci fa sedere su una panca e ci dice di aspettare un poco. E infine venne il signor priore. Ci fa entrare nel suo studio, fa segno a mia madre di sedersi su una panca e mi chiama vicino alla scrivania. Quando vidi che il reverendo parroco m'interrogava con tanta serenità e perfino con amabilità, rimasi meravigliata. Però mi tenevo nell'attesa di quello che sarebbe avvenuto dopo.

L'interrogatorio fu molto minuzioso e quasi quasi oserei dite spossante. Il reverendo mi fece un leggero ammonimento dicendo:

Non mi sembra una rivelazione del cielo. Quando succedono queste cose, nostro Signore invia ordinariamente queste anime, con cui si mette in comunicazione, a render conto di quello che avviene ai loro confessori o parroci; e questa qui, al contrario, si chiude in sé più che può. Anche questo può essere un inganno del demonio. Vedremo. Il futuro ci dirà che cosa dobbiamo pensarne.

Quanto mi abbia fatto soffrire questa osservazione, solo nostro Signore lo può sapere, perché Lui solo può penetrare nel nostro intimo.

Cominciai allora a dubitare se queste manifestazioni venissero dal demonio, che cercava in questo modo di perdermi. E siccome avevo sentito dire che il demonio porta sempre guerra e disordine, cominciai a pensare che, di fatto, da quando io vedevo queste cose, non c'erano più state né allegria né tranquillità in casa nostra. Che angoscia provavo. Manifestai il mio dubbio ai miei cugini. Giacinta rispose:

Ma no, non è il demonio! Il demonio dicono che è molto brutto, che sta sotto terra, all'inferno; quella Signora è così bella e noi l'abbiamo vista salire al cielo!

Nostro Signore si servì di questo per far svanire un po' il mio dubbio. Ma nel corso del mese perdetti l'entusiasmo per la pratica del sacrificio e della mortificazione. Non sapevo se avrei finito per dire che avevo mentito e così farla finita con tutto. Giacinta e Francesco mi dissero:

Non far così! Non capisci che adesso sì che dici una bugia e dire le bugie è peccato!

Mi trovavo in questo stato, quando ebbi un sogno che aumentò le tenebre del mio spirito: vidi il demonio che mi aveva ingannata, ridacchiava e faceva sforzi per trascinarmi all'inferno. Al vedermi tra le sue sgrinfie, cominciai a gridare così forte, invocando la Madonna, che svegliai mia madre, la quale mi chiamò, preoccupata, e mi domandò cosa avevo. Non mi ricordo che cosa le risposi. Ricordo però che quella notte non potei più dormire, perché ero paralizzata dalla paura.

Questo sogno lasciò nel mio spirito una vera nube di paura e di afflizione. Mio unico sollievo era starmene tutta sola, in un canto solitario e lì piangere a volontà. Cominciò a infastidirmi perfino la compagnia dei miei cugini e perciò cominciai a nascondermi anche da loro. Poveri bambini. A volte andavano in giro a cercarmi, chiamandomi per nome, e io ero li vicino, senza rispondergli, nascosta a volte in un cantuccio, verso cui non si sognavano nemmeno di guardare.

Si avvicinava intanto il tredici luglio e io non sapevo se ci sarei andata. Pensavo: «Se è il demonio, perché dovrei vederlo? Se mi dicono perché non ci vado, dico che ho paura che sia il demonio che ci appare e che perciò non ci vado. Giacinta e Francesco facciano come gli pare. Io non ci torno più a Cova de Iria. La mia decisione era presa e io ero decisa a metterla in pratica.

Il dodici, nel pomeriggio, cominciò a radunarsi della gente, che veniva per assistere agli avvenimenti del giorno seguente. Chiamai allora Giacinta e Francesco e li informai della mia decisione. Essi risposero: «Noi ci andiamo. Quella Signora ci ha detto di andarci. Giacinta si offerse a parlare lei con la Signora, ma le dispiaceva che io non ci andassi e cominciò a piangere. Le domandai perché piangeva:

Perché tu non vuoi venire!

No, io non ci vado; Senti: se la Signora ti domanda di me, dille che non vengo, perché ho paura che sia il demonio. E li piantai lì e andai a nascondermi, così non avevo da parlare con le persone che mi cercavano per interrogarmi.

Mia madre pensava che stessi giocando con i bambini del posto, durante tutti questi periodi che passavo nascosta dietro un cespuglio, che c'era nella proprietà di un vicino, che confinava col nostro Ameiro, un po' a est del pozzo già tante volte ricordato. Quando arrivavo in casa, la sera, mi rimproverava dicendo:

Questa sì che è una santerella di legno tarlato! Tutto il tempo che le avanza che non va colle pecore, sta a giocare in modo tale che nessuno la trova.

Il giorno dopo, mentre si avvicinava l'ora in cui dovevo partire, mi sentivo spinta ad andare da una forza misteriosa, alla quale non mi era facile resistere. Mi misi dunque in cammino e passai dalla casa dei miei zii, per vedere se c'era ancora Giacinta. La trovai in camera, col suo fratellino Francesco, in ginocchio vicino al letto, piangendo.

Allora, voi non andate? domandai loro.

Senza te non abbiamo il coraggio di andare. Dai, vieni!

Son qui che vado, risposi.

Allora, subito rasserenati, patirono con me.

La folla ci aspettava in grossi gruppi lungo le strade e a malapena riuscimmo ad arrivare. Fu questo il giorno in cui la SS. Vergine si degnò di rivelarci il segreto. Poi, per rianimare il mio fervore intiepidito, ci disse:

Sacrificatevi per i peccatori o dite a Gesù, molte volte, ma specialmente tutte le volte che offrite un sacrificio: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria».

Grazie al nostro buon Dio, con questa apparizione scomparvero le nubi dall'anima mia e ritrovai la pace.

La mia povera mamma era sempre più preoccupata a vedere il gran numero di gente che veniva lì da tutte le parti.

Questi poveretti diceva arrivano qua, sicuramente perché sono tratti in inganno dai vostri imbrogli; e davvero non so che fare per disingannarli.

Un poveraccio, che si vantava di prenderci in giro, di insultarci e di arrivare

volte a metterci le mani addosso, un giorno le domandò:

Allora, zia Maria Rosa, che cosa mi dite delle visioni di vostra figlia?

Ma che ne so rispose mia madre Mi pare che non è altro che un'imbrogliona, che sta ingannando mezzo mondo.

Non ditelo molto forte, se non qualcuno è capace di ammazzarvela. Ho l'impressione che c'è qualcuno in giro che ne ha proprio voglia.

Ah, non m'importa. Basta che la costringano a confessare la verità. Io però dirò sempre la verità, sia contro i miei figli, sia contro chi vi pare, magari anche contro di me.

Era proprio così. Mia madre diceva sempre la verità, anche se era contro se stessa. Noi suoi figli le siamo debitori di questo buon esempio.

Così un giorno tentò di nuovo di obbligarmi a smentirmi, come lei diceva. Perciò decise di portarmi un'altra volta, il giorno seguente, alla casa del signor priore, perché io confessassi di aver mentito, per chiedergli perdono e per fare la penitenza che il reverendo credesse opportuno e volesse impormi. Questa volta l'attacco era forte e io non sapevo come fare. Lungo il cammino, passo dalla cara dei miei zii, dico a Giacinta, che era ancora a letto, quel che stava avvenendo e poi me ne vado dietro a mia madre.

Nello scritto su Giacinta, ho già detto all'E.V. rev.ma la parte che lei e il fratello ebbero in questa prova che il Signore ci inviò e come mi aspettavano vicino al pozzo ecc.

Durante il cammino, 'mia madre mi fece la sua solita predica. A un certo punto io le dissi tremando:

Ma, mamma, come faccio a dire che non ho visto, se ho visto?

Mia madre non rispose e, arrivata vicino alla casa del parroco, mi disse: Ascoltami bene! Quello che io voglio è che tu dica la verità: se hai visto, di' che hai visto; se non hai visto, confessa che hai mentito. E senza aggiungere altro, salimmo la scalinata e il buon parroco ci ricevette nel suo studio con grande amabilità e, direi, perfino con dolcezza.

M'interrogò con grande serietà e delicatezza, servendosi di alcuni trucchi, per vedere se io mi contraddicevo o se scambiavo una cosa per l'altra. Alla fine ci licenziò stringendosi nelle spalle, come a dire: «Non so che cosa dire né che cosa fare di questa faccenda».

Passati alcuni giorni, i miei zii e i miei genitori ricevettero l'ordine delle autorità di comparire in municipio, il giorno seguente, a una certa ora stabilita, con Giacinta, Francesco, mio zio, con me e mio padre. Il municipio si trova a Vila Nova de Ourém; perciò c'era da camminare tre leghe circa, distanza assai considerevole per tre bambini della nostra età. E in quel tempo, l'unico mezzo per viaggiare in quei posti, erano le gambe e qualche somarello. Mio zio disse subito che lui andava, ma i suoi figli non li portava:

Loro, a piedi non ce la fanno; diceva e a cavallo non sono buoni a tenersi all'asina, perché non ci sono abituati. E poi non mi sento il dovere di presentare in tribunale due bambini così piccoli.

I miei genitori erano di parere contrario.

La mia ci va. Che s'arrangi a rispondere. Io di queste cose non me ne intendo niente. Se sta mentendo, le sta bene se viene castigata.

Il giorno dopo, molto per tempo, mi misero in cima ad un'asina, dalla quale caddi tre volte durante il cammino e me ne andai accompagnata da mio padre e da mio zio. Mi pare che ho già raccontato a V.E. rev.ma quel che Giacinta e Francesco ebbero a soffrire quel giorno, credendo che m'avrebbero uccisa. Per me, quel che più mi faceva soffrire, era l'indifferenza dei miei genitori, che m'appariva ancor più chiaramente, quando vedevo la dolcezza con cui. i miei zii trattavano i loro figlioletti. Mi ricordo d'aver fatto durante questo viaggio questa riflessione: «Come sono differenti i miei genitori d'ai miei zii. Questi per difendere i loro figli, si fanno avanti al loro posto; i miei genitori mi abbandonano con la più grande indifferenza, perché facciano di me quello che vogliono. Ma, pazienza dicevo nell'intimo del mio cuore così ho la fortuna di soffrire di più per amore Tuo, o mio Dio, e per la conversione dei peccatori». A questo pensiero trovavo conforto in tutti i momenti.

In municipio fui interrogata dal sindaco in presenza di mio padre, mio zio e altri signori che non so chi erano. Il sindaco voleva per forza che gli rivelassi il segreto e che gli promettessi di non tornare mai più a Cova da Iria. Per ottenere ciò non risparmiò promesse e, infine, minacce. Vedendo che non otteneva nulla mi lasciò andare, giurando che ci sarebbe riuscito, anche se per far ciò avesse dovuto togliermi la vita. A mio zio diede una solenne ripassata, perché non aveva ubbidito ai suoi ordini e poi ci lasciarono tornare a casa nostra.

Avevamo in famiglia anche un altro dispiacere, di cui come si diceva io ero la causa. Cova da Iria era un terreno di proprietà dei miei genitori. In fondo c'era un campetto assai fertile, in cui si coltivava un bel po' di mais, legumi, ortaggi, ecc. Sui poggi c'erano ulivi, lecci e qualche quercia. Ma dopo che il popolo aveva cominciato ad andarci, non potemmo più coltivarci niente. La gente calpestava tutto. Un gran numero andava a cavallo e gli animali finivano per mangiare e rovinare tutto. A mia madre dispiaceva questa perdita e diceva:

Tu, ora, quando vuoi mangiare, va' a chiederlo a quella Signora!

Tu, ora, dovresti mangiare solo quello che si coltiva a Cova da Iria! aggiungevano le sorelle.

Queste cose mi costavano tanto, che io non avevo il coraggio di prendere un pezzo di pane per mangiare. Mia madre, per obbligarmi a dire la verità

come lei diceva arrivò non poche volte al punto di farmi sentite il peso di qualche manganello destinato al fuoco e trovato nel mucchio della legna all'angolo, o del manico della scopa. Ma siccome era anche madre, cercava poi di farmi ricuperare le forze perdute e si preoccupava a vedermi smagrire, con una faccia ingiallita e aveva paura che mi ammalassi. Povera mamma! Ora si, capisco sul serio la situazione in cui si trovava e come sento compassione per lei! Aveva proprio ragione a stimarmi indegna di un tal favore e a pensare per questo che fossi una bugiarda.

Per una speciale grazia di nostro Signore, mai ho avuto il minimo pensiero o gesto contrario al suo modo di procedere nei miei riguardi. Siccome l'angelo mi aveva annunciato che Dio mi avrebbe mandato delle sofferenze, io vidi sempre in tutto ciò Dio che voleva così. L'amore, la stima e il rispetto che le dovevo andarono sempre crescendo, come se fossi trattata con tenerezza e ora le sono più riconoscente per avermi trattata così, che se avesse continuato a farmi crescere nella bambagia.

Dev'essere stato in quel mese che venne per la prima volta il sig. dott. Don Formigao a farmi una serie di domande. M'interrogò seriamente e minuziosamente. Mi piacque molto, perché mi parlò molto della pratica della virtù, insegnandomi alcuni metodi di praticarla. Mi mostrò un'immagine di sant'Agnese, mi raccontò la storia del suo martirio e m'incoraggiò a imitarla. Il reverendo continuò a venire là tutti i mesi, per fare il suo interrogatorio, finito il quale mi dava sempre qualche buon consiglio, e con questo mi faceva un po' di bene spirituale.

Un giorno mi disse: «Figlia mia, tu hai il dovere di amare molto nostro Signore, per le grazie così grandi e i benefici che ti sta concedendo». Questa frase s'impresse così profondamente nell'anima mia, che da allora ho preso l'abitudine di dire costantemente a nostro Signore: «Mio Dio, io Vi amo in segno di riconoscenza per le grazie che mi avete concesso!». Dissi a Giacinta e al suo fratellino questa giaculatoria che mi piaceva tanto e lei la prese tanto a cuore, che nel bel mezzo del gioco più interessante, domandava: «Vi siete ricordati di dire a nostro Signore che lo amate, per le grazie che ci ha fatto?».

Intanto siamo arrivati al tredici agosto. Fin dalla sera precedente, la gente aveva cominciato ad affluite da tutti i posti. Tutti volevano vederci, interrogarci, farci delle richieste da trasmettere alla santissima Vergine. Eravamo nelle mani di quella gente, come una palla in mano ai ragazzi. Ognuno ci tirava dalla sua parte e ci domandava quel che voleva lui, senza darci tempo di rispondere a nessuno. In mezzo a questa confusione, vengo a sapere di un ordine del sindaco di recarmi alla casa di mia zia, perché la mi attendeva. Mio padre era stato intimato e mi ci portò. Quando arrivai, lui stava in una stanza insieme ai miei cugini. C'interrogò e fece altri tentativi per obbligarci a rivelare il segreto e a promettere che non saremmo tornati a Cova da Iria. Ma non ottenne nulla, perciò diede ordine a mio padre e a mio zio di portarci alla casa del signor Priore.

Tutto il resto che avvenne in questa prigionia, non sto qui a raccontarlo ora, perché V.E. è già al corrente di tutto. Come ho già detto a V.E., la cosa che a questo punto sentii di più, quello che più mi fece soffrire, come pure i miei cugini, fu di essere completamente abbandonati dalle nostre famiglie.

Al ritorno da questo viaggio, o prigionia, dato che non saprei bene come chiamarlo, che secondo me avvenne il 15 agosto, in segno di gioia per il mio arrivo a casa, mi fecero immediatamente dar la via al gregge e portarlo al pascolo. I miei zii rimasero con i loro figlioletti in casa e perciò mandarono al loro posto Giovanni. Era tardi, ormai, e ce ne restammo vicino al paese, a Valinhos.

La V.E. rev.ma sa già come avvenne anche questo fatto e perciò non mi dilungo a descriverlo. La santissima Vergine ci raccomandò di nuovo la pratica della mortificazione, dicendo alla fine di tutto:

Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all'inferno, perché non c'è chi si sacrifica e prega per loro.

Passati alcuni giorni, stavamo andando con le nostre pecorelle per una strada in cui trovai un pezzo di corda di un carretto. La presi e la legai a un braccio, così per gioco. Non tardai ad accorgermi che la corda faceva male. Allora dissi ai miei cugini: «Sentite, questa qui, fa male. Potremmo legarla ai fianchi e offrire a Dio questo sacrificio». I poveri bambini accettarono prontamente la mia idea e subito dopo cercammo di dividerla tra noi tre. Una pietra angolosa, picchiata in cima ad un'altra, fu il nostro coltello. Sia perché era grossolana e dura, sia perché a volte la stringevano troppo, questo strumento ci faceva a volte soffrire orribilmente. Giacinta lasciava a volte cadere alcune lacrime, tanto era forte il dolore che le causava; e io le dicevo alcune volte di toglierla, ma lei rispondeva:

No, voglio offrire questo sacrificio a nostro Signore come riparazione e per la conversione dei peccatori.

Un'altro giorno stavamo giocando e si coglieva sui muri un'erba con cui si fanno come degli schiocchi e stringerla tra le mani. Giacinta, mentre prendeva quest'erba, colse, senza volere, delle ortiche, con cui si punse. Sentendo dolore, le strinse ancor più nelle mani e ci disse: «Guardate un po'! Ecco un'altra cosa con cui ci possiamo mortificare». Da allora ci rimase l'abitudine di darci ogni tanto qualche orticata alle gambe, per offrire a Dio anche quel sacrificio.

Se non m'inganno, fu pure durante questo mese che prendemmo l'abitudine di dare il nostro spuntino ai nostri poverelli, come già ho raccontato aIl'E.V. rev.ma nello scritto sopra Giacinta. Mia madre cominciò pure neI corso di questo mese a stare più in pace. Usava dire: «Se ci fosse, magari solo un'altra persona in più che vedesse qualcosa, io forse ci crederei! Ma che, fra tanta gente, che siano i soli a vedere!». Inoltre, in quest'ultimo mese, parecchie persone dissero d'aver visto varie cose: alcune che avevano visto la Madonna, altre vari segni nel sole, ecc. ecc. Mia madre diceva ora:

A me, prima, pareva che se c'era un'altra persona che avesse anche lei le visioni, io ci avrei creduto; ma ora che tanti dicono d'aver visto, io non riesco ancora a crederci.

Fu pure in quel tempo che mio padre cominciò a prendere le mie difese, mettendo sempre a tacere quelli che volevano rimproverarmi; e usava dire:

Non sappiamo se è vero, ma non sappiamo nemmeno se è una menzogna.

Di questi tempi, i miei zii, stanchi delle noie delle persone di fuori, che continuamente chiedevano di vederci e parlarci, cominciarono a mandare coI gregge il loro figlio Giovanni, tenendosi in casa Giacinta e Francesco. Poco dopo finirono per vendere il gregge. Io allora cominciai ad andarmene sola col mio gregge, perché non mi piacevano altre compagnie. Come ho già raccontato a V.E., Giacinta e il suo fratellino, quando io andavo vicino, venivano da me; se il pascolo era lontano, venivano ad aspettarmi sul sentiero. Posso dire che furono veramente felici . per me questi giorni, in cui sola, in mezzo alle mie pecorelle, d'alla cima di un monte o dalla profondità di una valle, io contemplavo gl'incanti del cielo e ringraziavo il nostro buon Dio per le grazie che di là mi aveva inviato.

Quando la voce di qualcuna delle mie sorelle interrompeva la mia solitudine, chiamandomi per farmi andare a casa a parlare con tale o tal altra persona, che mi cercava, io provavo un profondo dispiacere e mi consolavo soltanto, perché potevo offrite al nostro buon Dio anche questo sacrificio.

Vennero un giorno a parlarci tre signori. Dopo il loro interrogatorio poco piacevole, se ne andarono dicendo: «Vedete un po' di decidervi a dire questo segreto; se no, il signor sindaco è deciso a farla finita con voi». Giacinta, lasciando trasparite la gioia sul viso, dice:

Che bellezza! Nostro Signore e la Madonna io li amo tanto e così tra poco li andiamo a vedere.

Si sparse la voce che il sindaco voleva ammazzarci sul serio e allora una mia zia, sposata a Casais, venne a casa nostra, con l'intenzione di portarci a casa sua, perché diceva: «Io vivo in un altro comune e perciò il sindaco non può venire là a prendervi». Ma non riuscì nel suo intento, perché noi non si volle andare e rispondemmo:

Se ci ammazzeranno, per noi è lo stesso! Andiamo in cielo!

Così si avvicinò il 13 settembre. In questo giorno, la santissima Vergine, dopo quello che ho già raccontato, ci disse:

Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda. Portatela solo durante il giorno.

Inutile dire che ubbidimmo prontamente ai suoi ordini.

Siccome nel mese precedente nostro Signore aveva voluto, a quanto pare, manifestare qualcosa di straordinario, mia madre nutriva la speranza che in questo giorno gli stessi fatti sarebbero stati più chiari e lampanti. Ma siccome il nostro buon Dio, forse per darci occasione di offrirgli qualche altro sacrificio, permise che in questo giorno non trasparisse nessun raggio della sua gloria, mia madre si scoraggiò di nuovo e la persecuzione in casa ricominciò di nuovo. Erano tanti i motivi per cui era preoccupata. Alla perdita totale dì Cova da Iria, che era un bel pascolo per il nostro gregge e dei prodotti che vi si poteva raccogliere, si aggiungeva la convinzione quasi sicura come lei diceva che gli avvenimenti altro non erano che semplici chimere e fantasie dell'immaginazione di bambini.

Una delle mie sorelle non faceva quasi nient'altro che venirmi a chiamare e restare al mio posto, pascolando il gregge, mentre io andavo a parlare alle persone che volevano vedermi e parlare con me. Questa perdita di tempo, per una famiglia ricca, non sarebbe stato niente; ma per noi che dovevamo vivere del nostro lavoro, significava molto. E mia madre si trovò costretta, per questo motivo, a vendere il nostro gregge e ne sentimmo non poco la mancanza nell' alimentazione familiare.

La colpa di tutto ciò era mia e nei momenti critici mi rinfacciavano tutto questo. Spero che il nostro buon Dio, mi avrà accettato tutto, perché io gliel'ho offerto, sempre contenta di potermi sacrificare per Lui e per i peccatori.

E mia madre, a sua volta, tutto soffriva con una pazienza e una rassegnazione eroica; e se mi riprendeva e castigava, è perché mi giudicava bugiarda. A volte, completamente conformata ai dispiaceri che Dio le mandava, diceva:

Chissà che tutto questo non sia castigo che Dio mi manda in sconto dei miei peccati? Se così è, Dio sia benedetto!

Un giorno, a una vicina saltò in testa di dire, non so perché, che dei signori mi avevano dato una certa quantità che non ricordo di denaro. Immediatamente mia madre mi chiamò e mi domandò dov'era. Siccome io le dissi che non ne avevo ricevuto, voleva farmelo consegnare per forza; e, a questo scopo si servi del manico della scopa. Mi aveva ormai scosso abbastanza la polvere dai vestiti, quando intervenne una delle mie sorelle, Carolina, con un'altra ragazza di nome Virginia, nostra vicina, e dissero che avevano assistito alla conversazione di quei signori e avevano visto che loro non mi avevano dato nulla. Così difesa, potei ritirarmi al mio prediletto pozzo e lì offrite al nostro buon Dio anche questo sacrificio.

Se non m'inganno, fu sempre nel corso di questo mese, che venne a farci visita un giovane, che per la sua alta statura, ci fece tremare di paura. Quando vidi entrare in casa in cerca di me un signore, che dovette chinarsi per passare dalla porta, pensai di trovarmi davanti a un tedesco. E poiché in quel tempo eravamo in guerra e le famiglie usavano far paura ai bambini, dicendo: «Aspetta lì, che viene un tedesco che ti ammazza! », io perciò mi credetti arrivata all'ultimo momento. E la mia paura non sfuggi al detto giovane, che cercò di rincuorarmi facendomi sedere sulle sue ginocchia, e interrogandomi con estrema gentilezza. Finite le domande, chiese a mia madre se mi lasciava andare a fargli vedere il luogo delle apparizioni e a pregare in quel posto insieme con lui. Ottenni il permesso che lui voleva e ce ne andammo. Ma io tremavo di spavento a vedermi sola, per quei sentieri, in compagnia di uno sconosciuto. Ma mi tranquillizzai all'idea che, se mi ammazzava, andavo a vedere nostro Signore e la Madonna.

Arrivati sul posto, si mise in ginocchio e mi chiese di dire un rosario con lui e di chiedere alla santissima Vergine una grazia che lui desiderava molto:

che una certa ragazza accettasse di ricevete insieme con lui il sacramento del matrimonio. La richiesta mi sembrò stramba e pensai: «Se quella ha una paura così grande come me, non ti dirà mai dì sì». Finita la recita del nostro rosario, il buon giovane mi accompagnò fin vicino al mio paese, e si congedò amabilmente, raccomandandomi la sua domanda. Mi slanciai allora in una corsa sfrenata finché non arrivai alla casa dei miei zii, temendo che quello ritornasse sui suoi passi.

Quale non fu il mio spavento, quando il 13 ottobre, mi trovai improvvisamente, dopo le apparizioni, in braccio al suddetto personaggio, nuotando sopra le teste dei presenti. Era proprio quello che ci voleva, perché tutti potessero soddisfare la loro curiosità di vedermi. Poco dopo, quella brava persona, che non vedeva dove metteva i piedi, inciampò su dei ciottoli e cadde! Io non caddi, perché rimasi stretta tra la folla che mi si assiepava intorno. Altri mi presero e il suddetto personaggio scomparve, finché, passato un po' di tempo, sì fece rivedere con la ragazza in questione, che ormai l'aveva sposato. Veniva a ringraziare la Vergine santissima per la grazia ricevuta e a chiederLe un'abbondante benedizione. Questo giovane è oggi il sig. dott Carlo Mendes, di Torres Novas.

Siamo dunque, Eccellenza reverendissima, al 13 ottobre. V.E. rev.ma sa già tutto quello che avvenne in questo giorno. Di questa apparizione le parole che più s'impressero nel mio cuore, fu la richiesta della nostra santissima Madre del cielo: «Non offendete più Dio, nostro Signore, che è già molto offeso». Che amoroso lamento e che accorata domanda! Come vorrei che esso risonasse in tutto il mondo e che tutti i figli della Madre celeste udissero la sua voce!

Si era sparsa la voce che le autorità avevano deciso di far scoppiare una bomba vicino a noi al momento delle apparizioni. Questo non mi fece nessuna paura; e parlandone ai miei cugini, dicemmo: «Ma che bellezza! Se ci fosse concessa la grazia di salire da lì verso il cielo insieme con la Madonna».

I miei genitori però ebbero paura e, per la prima volta, vollero accompagnarmi dicendo: «Se mia figlia muore, voglio morire al suo fianco». Mio padre mi portò dunque per mano al luogo delle apparizioni, non lo rividi più fin quando non mi ritrovai la sera in seno alla famiglia.

Il pomeriggio di quel giorno lo passai con i miei cugini, come se fossimo animali strani, che le moltitudini volevano vedere e osservare. Arrivai alla sera veramente stanca di tante domande e interrogatori. E questi non terminarono nemmeno al cadere della sera. Varie persone, pèr non avere potuto interrogarmi, rimasero per il giorno seguente, in attesa del turno. Ci fu anche chi voleva parlarmi quella notte, ma io, vinta dalla stanchezza, mi lasciai cadere addormentata sul pavimento. Grazie a Dio, allora io non sapevo ancora che cosa fossero il rispetto umano e l'amor proprio e perciò io mi sentivo bene davanti a qualsiasi persona, come se mi trovassi davanti ai miei genitori.

Il giorno dopo continuò l'interrogatorio. Forse sarebbe meglio dire «nei giorni seguenti», perché da allora, quasi tutti i giorni, varie persone andavano a Cova da Iria a implorare la protezione della Madre del cielo e tutti volevano vedere i veggenti, far loro domande e dire con loro il rosario. A volte mi sentivo tanto stanca a forza di ripetere le stesse cose e di pregare, che trovavo un pretesto per sottrarmi e svignarmela. Ma quella povera gente insisteva tanto che io dovevo fare uno sforzo non piccolo a volte, per soddisfarle. Ripetevo allora la mia orazione abituale, in fondo al mio cuore:

per vostro amore, mio Dio, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il santo Padre!».

Ho già detto all'E.V. rev.ma, nello scritto sulla mia cugina, che furono due venerabili sacerdoti che ci parlarono di sua Santità e del suo bisogno di preghiere. Da allora non abbiamo più offerto a Dio preghiere o sacrifici, senza fare anche una supplica per sua Santità. E cominciammo ad alimentare un amore talmente grande per il santo Padre, che quando un giorno il signor priore disse a mia madre che probabilmente mi sarebbe toccato di andare a Roma, per essere interrogata da sua Santità, battevo le mani dalla gioia e dicevo ai miei cugini: «Che bellezza, se vado a vedere il santo Padre!» e a loro venivano le lacrime e dicevano: «Noi non andiamo, ma offriamo questo sacrificio per lui».

Il signor priore mi fece pure il suo interrogatorio finale. Il tempo fissato per gli avvenimenti era terminato, e il reverendo non sapeva che dire di tutto questo. Cominciò pure a mostrare la sua poca soddisfazione:

Perché tutta questa gente va a prostrarsi in orazione in mezzo a campi incolti, mentre il Dio vivo, il Dio dei nostri altari, sacramentato, rimane solo e abbandonato nel tabernacolo? A che servono tutti quei soldi, che lasciano. senza alcuna finalità, sotto un elce, mentre la chiesa in costruzione non può essere terminata per mancanza di fondi?

Io comprendevo perfettamente la ragione delle sue riflessioni. Ma che cosa ci potevo fare? Se io fossi stata padrona del cuore di quella gente, li avrei indirizzati di sicuro verso la Chiesa. Ma io non io ero, quindi offrivo a Dio anche questo sacrificio.

Poiché Giacinta aveva l'abitudine, durante gl'interrogatori, di abbassare la testa, fissare lo sguardo per terra e non dire quasi parola, per soddisfare la curiosità dei pellegrini chiamavano quasi sempre me. Perciò mi chiamavano in casa del signor priore, per essere interrogata da uno o dall'altro, da questo o da quel sacerdote.

In una certa occasione, venne a interrogarmi un sacerdote di Torres Novas. Mi fece un interrogatorio così minuzioso, così pieno di raggiri, che mi vennero degli scrupoli, perché gli avevo taciuto alcune cose. Consultai i cugini in proposito.

  Non saprei dissi se stiamo facendo male a non dire tutto, quando ci domandano se la Madonna ci ha detto qualche altra cosa. Non so se, dicendo che ci ha detto il segreto, non mentiamo poi tacendo il resto.

  Io non lo so rispose Giacinta vedi un po' tu. Sei tu che non vuoi che si dica.

Chiaro che non voglio, eh, no!   le risposi Poi cominciano a domandarci che mortificazioni facciamo! Ci mancherebbe anche questo!. Ascoltami bene: se tu stavi zitta e non dicevi nulla, adesso nessuno sapeva che abbiamo visto la Signora, parlato con Lei, con l'angelo, e nessuno avrebbe voluto sapere niente.

La povera bambina, sentendo le mie 'ragioni, cominciò a piangere e, come in maggio, come ho già scritto nella sua storia, mi chiese perdono. E a me rimase il mio scrupolo, senza sapere come risolvere il mio dubbio.

Poco dopo, arrivò un altro sacerdote, di Santarém. Sembrava fratello di quello di prima o, almeno, che avessero fatto le prove Insieme: le stesse domande e raggiri, gli stessi modi di ridere e di burlare, perfino la statura e le fattezze parevano quasi identiche.

Dopo questo interrogatorio, il mio dubbio aumentò e non sapevo proprio che fare. Chiedevo incessantemente al Signore e alla Madonna che mi dicessero come dovevo fare:

O mio Dio e mammina mia del Cielo! Voi sapete che non vi voglio offendere con bugie; ma Voi vedete bene che non è conveniente dire tutto quello che mi avete detto.

Proprio quando mi trovavo così perplessa ebbi la gioia di parlare con il Sig. parroco di Olival. Non so perché il reverendo m'ispirò fiducia e esposi al reverendo il mio dubbio. Ho già detto, nello scritto su Giaanta, che il reverendo c'insegnò a conservare il segreto. Ci diede inoltre alcune istruzioni sulla vita spirituale. Soprattutto c'insegnò la maniera di far piacere al Signore in tutto e il modo di offrirgli una serie di piccoli sacrifici:

Se vi vien voglia di mangiare una cosa, lasciatela e, invece di quella, mangiatene un'altra; e offrirete a Dio un sacrificio; se vi viene voglia di giocare, non giocate: e offrirete a Dio un altro sacrificio; se v'interrogano e non potere rifiutarvi, e' Dio che lo vuole: offritegli anche questo sacrificio.

Compresi davvero il linguaggio del venerabile sacerdote e come presi a stimarlo! Il reverendo non perse mai di vista l'anima mia e ogni tanto si degnava o di passar di là personalmente o mi mandava a chiamare per mezzo di una pia vedova che viveva in un paesello vicino a OlivaI. Si chiamava signora Emilia. Questa pia donna andava varie volte a Cova da Iria a pregare. Dopo, passava da casa mia, chiedeva che mi lasciassero passare qualche giorno con lei e mi portava alla casa del signor parroco. Il reverendo aveva la bontà di farmi stare due o tre giorni a casa sua, dicendo che era per far compagnia a una sua sorella. Aveva allora la pazienza di passare lunghe ore a tu per tu con me, e m'insegnava la pratica della virtù e mi guidava con i suoi saggi consigli. Anche se io non capivo ancora nulla di direzione spirituale, posso dire che lui è stato il mio primo direttore. Conservo dunque di questo venerabile sacerdote graditi e santi ricordi.

Ma guarda un po'! Son qui che scrivo, senza capo né coda, come si dice

e stavo dimenticando di dire alcune cose. Ma sto facendo come l'E.V. rev.ma mi ha detto: di scrivere così come mi ricordo, con tutta semplicità. E così voglio continuare, senza preoccuparmi né di ordine né di stile. M? pare che così la mia obbedienza è più perfetta e perciò più gradita a nostro Signore e al Cuore immacolato di Maria.

Torniamo dunque alla casa paterna. Già ho detto a V.E. che mia madre aveva dovuto vendere il nostro gregge, tenendo solo tre pecore, che venivano con noi nei campi; e quando non si andava, gli davamo qualcosa da mangiare nello stabbio.

Mia madre mi mandò allora a scuola; nel tempo che mi restava libero dalla scuola voleva che imparassi a tessere e a cucire. Così mi aveva fissa in casa e non doveva perdere tempo a cercarmi. Un bel giorno, le mie sorelle furono invitate ad andare con altre ragazze nella vigna di un ricco, un certo Pé de Cao. Mia madre decise che loro sarebbero andate, ma che anch'io andavo con loro. Ho già detto anche all'inizio che mia madre aveva per abitudine, di non lasciarle andare in nessun posto, se non portavano anche me.

In quell'occasione, il signor priore cominciò pure a preparare i bambini a una comunione solenne. Fin dall'età di sei anni, io ripetevo la comunione solenne, ma mia madre decise che quell'anno non l'avrei fatta: per questo motivo non andai alla spiegazione della dottrina. Uscendo da scuola, mentre i bambini s'avviavano alla veranda del signor priore, io andavo a casa a continuare il lavoro di cucito o di tessitura. Il buon parroco se n'ebbe a male che io non andavo alla dottrina, e la sua sorella, un giorno, mentre uscivamo da scuola, mi fece chiamare da un'altra bambina. Questa mi incontrò già sul sentiero di Aljustrel, vicino alla baracca di un poveraccio, che chiamavano Caracol. Pensai che si trattasse di qualche interrogatorio, mi scusai dicendo che mia madre mi aveva ordinato di andare dritta a casa; e, senza aggiungere altro, mi misi a correre come una matta giù per i campi, in cerca di un nascondiglio dove non mi potessero trovare. Ma questa volta lo scherzo mi costò caro. Passati pochi giorni, ci fu una festa in parrocchia e vennero a cantare la messa vari sacerdoti di fuori. Finita la festa, il signor priore mi fece chiamare e, davanti a tutti quei sacerdoti, mi rimproverò severamente perché non ero andata alla dottrina e di non aver dato retta alla chiamata di sua sorella. Insomma, quella volta vennero a galla tutte le mie miserie e il sermone durò a lungo. Alla fine, non so come, si fece avanti un venerabile sacerdote, che cercò di difendere la mia causa. Cercò di scusarmi, dicendo che forse era mia madre che non mi lasciava. Ma il buon parroco rispose:

«La madre? Sua madre è una santa! Questa qui invece dobbiamo ancora vedere che cosa ne viene fuori!». Il buon sacerdote, che poi era il signor parroco di Torres Novas, mi domandò allora, con dolcezza, il motivo per cui non ero andata alla dottrina. Esposi allora la decisione che mia madre aveva preso. Il signor priore non sapeva se doveva crederci e mandò a chiamare la mia sorella Gloria, che stava lì nel sagrato, per informarsi se era vero. Dopo aver saputo che le cose erano come io avevo appena detto, concluse:

Benissimo! Allora, o la bimba viene questi giorni, che mancano, alla dottrina e dopo essersi confessata da me farà la comunione solenne con gli altri bambini, oppure in parrocchia non riceverà più la comunione!

A sentite questa proposta, mia sorella fece presente che cinque giorni prima della comunione, io dovevo partire con loro e che ci avrebbe scombussolato tutto: che se il reverendo permetteva, io avrei fatto confessione e comunione il giorno prima di partire. Il buon parroco non volle sentire ragioni e mantenne incrollabile la proposta da lui fatta.

Arrivate in casa, informammo la mamma e anche lei ritornò a chiedere al reverendo di confessarmi e di darmi la santa comunione un altro giorno. Ma tutto fu inutile. Mia madre allora decise che, nonostante la grande distanza e le difficoltà di fare il viaggio, perché oltre ad essere lunghissimo, bisognava andare per pessimi sentieri, attraversare catene di monti, mio fratello avrebbe fatto il viaggio per portarmi là il giorno dopo la comunione solenne.

Io credo che sudavo freddo solo all'idea di dovermi confessare dal signor priore. Che paura che mi faceva! Piangevo di angoscia. Arrivò la vigilia e il

reverendo volle che tutti i bambini, nel pomeriggio, andassero in chiesa per confessarsi. Andai dunque col cuore oppresso più che se stesse in un torchio. Entrai in chiesa e vidi che c'erano parecchi sacerdoti che stavano confessando. In un confessionale c'era P. Cruz, di Lisbona. Io avevo già parlato con quel reverendo e mi era piaciuto molto. Senz'accorgermi che in un confessionale aperto, a metà chiesa, c'era il signor priore che notava tutto, pensai:

«Prima vado a confessarmi da P. Cruz e gli domando come devo fare; e dopo allora vado dal signor priore». Il rev. P. Cruz mi accolse con molta dolcezza e, dopo avermi ascoltata, mi diede dei consigli, dicendo che se non volevo andare dal signor priore, che non ci andassi; e che per questo il parroco non poteva negarmi la comunione. Raggiante a sentire quei consigli, feci la penitenza e scappai di chiesa per timore che qualcuno mi chiamasse.

Il giorno dopo, eccomi là col mio vestito bianco, temendo ancora che la comunione mi fosse negata. Ma il reverendo si contentò, per allora, di farmi sapere, alla fine della festa, che non gli era passata inosservata la mia mancanza di obbedienza, per essere andata a confessarmi da un altro sacerdote.

Il buon parroco continuò a mostrarsi sempre più scontento e perplesso riguardo ai fatti e, un bel giorno, lasciò la parrocchia. Si sparse allora la notizia che il reverendo se n'era andato via per causa mia, perché lui non voleva assumersi la responsabilità dei fatti. Era un parroco zelante e ben voluto dal popolo. Per questo ebbi non poco da soffrire. Alcune pie donne, quando m'incontravano, sfogavano i loro malumori, insultandomi; e a volte mi spedivano con quattro schiaffi o a calci.

A Giacinta e a Francesco poche volte toccarono queste «delicatezze», che il cielo ci mandava, perché i loro genitori non permettevano a nessuno di toccarli. Ma soffrivano a veder soffrire me, e non poche volte le lacrime gli inondavano il viso a vedermi afflitta o mortificata.

Un giorno Giacinta mi dice:

Oh, se i miei genitori fossero come i tuoi, perché questa gente mi potesse picchiare, così io avrei più sacrifici da offrire a nostro Signore. Ma lei sapeva bene approfittare delle occasioni per mortificarsi.

Avevamo anche l'abitudine di offrire a Dio, ogni tanto, il sacrificio di passare una novena o un mese senza bere. Si fece una volta questo sacrificio in pieno mese d'agosto, quando il calore era soffocante. Si stava un giorno tornando dalla recita del rosario a Cova da Iria e arrivati presso uno stagno, che si trovava vicino alla strada, mi dice Giacinta:

Senti, ho una sete così forte, che mi fa molto male la testa! Io mi bevo un pochino di quest'acqua. Di questa, no le risposi mia madre non vuole che beviamo quest'acqua qui, perché fa male. Andiamo a chiederne una pochina a zia Maria dos Anjos. (Era una nostra vicina, che si era sposata da poco e viveva lì vicino, in una casetta).

No, acqua buona non ne voglio. Io volevo bere, perché invece di offrire a nostro Signore la sete, gli offrivo il sacrificio di bere quest'acqua sporca.

E davvero l'acqua di quello stagno era molto sudicia. Varie persone ci lavavano i panni e gli animali andavano a bere e a rinfrescarsi. Perciò mia madre aveva cura di raccomandate ai suoi figli di non bere quell'acqua.

Altre volte diceva:

Nostro Signore dev'essere contento dei nostri sacrifici, perché io ho tanta, ma tanta sete! Però non voglio bere, voglio soffrire per amor suo1

Un giorno eravamo seduti sulla soglia della casa dei miei zii, quando notammo che sì avvicinavano varie persone. Francesco e io, senza perder tempo, corremmo ognuno nella sua stanza, e ci nascondemmo sotto il letto. Giacinta dice: «Io non mi nascondo. Voglio offrire a nostro Signore questo sacrificio!». Quelle persone si avvicinarono, parlarono con lei, aspettarono un bel pezzo, mentre mi cercavano e infine se ne andarono. Uscii allora dal mio nascondiglio e le domandai:

Che cosa hai detto, quando ti hanno chiesto se sapevi dove eravamo?

Non ho risposto niente. Ho abbassato la testa, guardavo fisso in terra e non ho detto niente. Faccio sempre così, quando non voglio dire la verità. E dire le bugie non voglio, perché è peccato dir bugie.

In verità lei faceva così molto di frequente, e era inutile che le facessero domande fino a stancarsi, perché non ottenevano la minima risposta. Sacrifici dl questo tipo, di solito, se appena potevamo evitarli, non eravamo disposti a offrirli.

Un altro giorno, stavamo seduti ad alcuni passi dalla loro casa, all'ombra di due fichi, che ricadevano sulla strada. Francesco si allontanò un poco, giocando. Notando che si avvicinavano varie persone, corre a darci la notizia. Siccome a quel tempo si usavano cappelli con tese grandi quasi come setacci, noi pensammo che sotto un simile arnese non potevano vederci; senz'altro, montammo sui fichi. Non appena le signore furono passate, scendemmo in fretta e con una fuga precipitosa, andammo a nasconderci in un campo di granoturco...

Questo nostro sistema di fuggire non appena possibile era anche una delle lamentele del signor priore; e, in particolare, il reverendo si lamentava che noi sfuggivamo soprattutto ai sacerdoti. Era esatto, il reverendo aveva ragione. Anche perché erano soprattutto i sacerdoti quelli che c'interrogavano, reinterrogavano e ricominciavano a interrogare. Quando ci vedevamo alla presenza di un sacerdote, ci preparavamo per offrire a Dio uno dei nostri maggiori sacrifici.

Frattanto il governo non vedeva di buon occhio lo svolgersi degli avvenimenti. Avevano piantato sul posto delle apparizioni dei pali, fatti ad arco, con delle lanterne, che alcune persone avevano cura di tenere accese. Una notte dunque inviarono alcuni uomini in automobile, per buttar giù quei pali, tagliare il leccio dov'era avvenuta l'apparizione, e portarlo via trainandolo con l'automobile. Al mattino si sparse rapidamente la notizia dell'avvenimento. Mi recai là correndo, per vedere se era vero. Ma quale non fu la mia gioia, quando notai che quei poveracci si erano sbagliati, e che invece del leccio avevano portato via uno degli elci vicini. Chiesi allora perdono alla Madonna per quei poveretti e pregai per la loro conversione.

Passò qualche tempo e un tredici maggio, non ricordo se del 1918 o 1919, sul far del giorno, corse la notizia che a Fatima c'era un distaccamento. di cavalleria, per impedire al popolo di andare a Cova da Iria. Tutti, mezzo impauriti, venivano a darmi la notizia e dicevano che di sicuro quello era l'ultimo giorno della mia vita. Non m'impressionai per quello che mi dicevano e m incamminai per andare in chiesa. Arrivata a Fatima, passai in mezzo ai cavalli che occupavano interamente il sagrato. Entrai in chiesa, ascoltai la messa, che venne celebrata da un sacerdote sconosciuto, feci la santa comunione e, dopo il ringraziamento, me ne tornai a casa in pace, senza che nessuno mi dicesse una parola. Non saprei dire se non mi videro oppure se non mi dettero importanza.

Nel pomeriggio, nonostante le notizie che arrivavano continuamente che la truppa si sforzava di allontanare il popolo senza riuscirvi, anch'io andai per recitare là il nostro rosario. Durante il cammino si unì a me un gruppo di donne venute di fuori. Quando ero ormai vicina al posto, vengono verso il nostro gruppo due militari, incitando nervosamente i cavalli per raggiungerci. Arrivati vicino a noi, ci domandarono dove andavamo. A sentire la risposta ardita delle donne che «non erano affari loro», frustarono i cavalli, come se volessero investirci. Le donne si misero a fuggire, chi da una parte, chi dall'altra, e, in un istante, mi ritrovai sola, alla presenza dei due cavalieri. Mi domandarono allora il mio nome, cosa che io dissi senza esitare. Mi domandarono se ero allora la famosa veggente. Risposi di si. Mi dettero allora l'ordine di spostarmi in mezzo alla strada e di camminare in mezzo ai due cavalli, mostrandomi la direzione di Fatima.

Avvicinandomi allo stagno di cui ho parlato prima, una povera donna, che viveva il vicino, di cui ho. pure parlato poco fa, non appena mi vide da lontano, così in mezzo ai cavalli, si mette in mezzo alla strada e, come se fosse una seconda Veronica, cerca d'infondermi coraggio. I soldati l'obbligano a togliersi di mezzo senza indugio e la povera donna scoppia a piangere disperatamente, deplorando la mia sventura. Qualche passo più avanti mi fanno fermare e mi domandano se quella donna è mia madre. Risposi di no. Loro non ci credettero e mi domandarono se quella casa non fosse la mia. Di nuovo dissi loro di no. Pareva che non credessero ancora e mi ordinarono di andare ancora un po' più avanti, fino alla casa dei miei genitori.

Arrivati a un podere che si trova un po' prima di entrare in Aljustrel, vicino a una piccola fonte, vedendo che c'erano delle fosse preparate per metterci delle piante, mi fecero fermare, forse per spaventarmi, si dissero l'un l'altro:

Ecco qua delle buche bell'e fatte. Con una delle nostre spade, le tagliamo la testa e la lasciamo qui, bell'e sotterrata. E così la finiamo una volta per tutte con questa storia.

All'udire questo discorso, pensai sul serio d'essere arrivata al mio ultimo momento; ma rimasi così in pace, come se non c'entrasse niente con me.

Passò un momento in cui parvero restare pensierosi, poi l'altro rispose:

No, non abbiamo autorizzazione per fare questo. E mi fecero continuare il cammino.

Attraversai così il nostro piccolo paese, finché arrivai alla casa dei miei genitori. Tutti stavano sulla porta o alla finestra per vedere che cosa stava succedendo. Alcuni ridevano con tono canzonatorio, altri, dispiaciuti, lamentavano il mio destino. Arrivati a casa mia, fecero chiamare i miei genitori. Non c'erano. Uno allora scese da cavallo, per vedere se stavano nascosti. Perlustrò la casa e, dopo, non trovandoli, ordinò di non muovermi di lì quel giorno e montando sul suo cavallo, se ne andarono.

Sul finire del pomeriggio, corse voce che i soldati si erano ritirati, perché vinti dal popolo e al tramonto io stavo recitando il mio rosario a Cova da Iria, insieme a centinaia di persone.

Come mi raccontarono in seguito, mentre io camminavo prigioniera in mezzo ai due soldati, alcune persone andarono ad avvisare mia madre di quello che stava avvenendo.

Se è vero rispose lei che ha visto la Madonna, la Madonna la difenderà. Se mentisce, le sta bene che sia punita. E se ne rimase in pace.

Qualcuno ora mi domanderà:

Mentre succedeva tutto questo, dov'erano i tuoi compagni?

Non lo so, non mi ricordo affatto di loro in questo momento. Può darsi che i genitori, a causa delle notizie che circolavano, non li abbiano fatti uscire quel giorno.

Il Signore doveva essere compiaciuto di vedermi soffrire, perché mi preparava ora un calice ben più amaro che da lì a poco mi avrebbe dato a bere.

Mia madre cadde gravemente ammalata, a t'al punto che un giorno pensammo che fosse in agonia. Tutti i figli dunque andarono vicino al suo letto, per ricevere la sua benedizione e baciarle la mano moribonda. Io ero la più giovane, quindi restai per ultima. La mia povera mamma, quando mi vide, si riprese un poco, mi buttò le braccia al collo e sospirando esclamò:

Povera. figlia mia! Cosa sarà di te, senza mamma? Muoio, ma tu mi resti come una spina nel cuore! E scoppiò a singhiozzare amaramente, abbracciandomi sempre più forte. La mia sorella più vecchia, mi strappò a viva forza dalle sue braccia, mi portò in cucina, mi proibì di tornare ancora nella camera della malata, e concluse dicendo:

La mamma muore amareggiata dai dispiaceri che tu le hai dato!

M'inginocchiai, piegai la testa sopra uno sgabello e con un'amarezza che non avevo mai provato prima, offersi ai nostro buon Dio il mio sacrificio.

Pochi istanti dopo, le mie sorelle più vecchie, vedendo il caso disperato, ritornano da me e mi dicono:

Lucia, se è vero che hai visto la Madonna, va subito a Cova da Iria e chiediLe che guarisca la mamma; promettiLe quello che ti pare, noi lo faremo e allora ci crederemo.

Immediatamente mi misi in cammino. Perché nessuno mi vedesse, presi alcune scorciatoie che c'erano tra i campi, dicendo per strada il rosario. Domandai la grazia alla Madonna, sfogai il mio dolore, versando lacrime abbondanti e tornai a casa tranquilla, con la speranza che la mia cara mamma del cielo mi avrebbe dato la salute di quella della terra. Quando entrai in casa, mia madre già stava un po' meglio. Tre giorni dopo, già poteva sbrigare i lavori di casa.

Io avevo promesso alla santissima Vergine, se Lei mi concedeva quello

che io chiedevo, che sarei andata là, per nove giorni a fila, con le mie sorelle a dire il rosario e che avremmo fatto in ginocchio l'ultimo pezzo della strada fin vicino al leccio e l'ultimo giorno avremmo portato nove bambini poveri e alla fine avremmo offerto loro una cena.

Così andammo a sciogliere il voto insieme con la mamma, che diceva:

Ma guarda un po'! La Madonna mi ha guarita e io ho l'impeessione che non ci credo ancora. Chissà mai perché!

Il nostro buon Dio mi dette questa consolazione, ma venne nuovamente a bussare alla porta, con un altro sacrificio, niente affatto più piccolo.

Mio padre era un uomo sano, robusto, che diceva di non sapere cosa fosse un mai di testa e, in meno di 24 ore, quasi improvvisamente una polmonite doppia lo portava all'altro mondo.

Il mio dolore fu così grande, che credevo di morire anch'io. Lui era l'unico che si mostrava continuamente mio amico e nelle discussioni che sorgevano contro di me in famiglia era l'unico che mi difendeva.

Dio mio, Dio mio! supplicavo, chiusa nella mia stanza mai avrei pensato che mi avresti riservato tanta sofferenza! Ma soffro per amore tuo, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, per il Santo Padre e per la conversione dei peccatori.

Di questi tempi, anche Francesco e Giacinta cominciarono a stare peggio. Giacinta mi diceva a volte:

Sento un dolore così grande al petto! Ma non dico nulla a mia madre. Voglio soffrire per nostro Signore, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria; per il santo Padre e per la conversione dei peccatori.

Un giorno, di mattina presto, andai da lei e mi domandò:

Quanti sacrifici hai offerto stanotte a nostro Signore?

Tre: mi sono alzata tre volte a dire la preghiera dell'angelo.

Io invece ne ho fatti tanti, ma tanti, non saprei quanti sono stati, perché mi sono sentita tanto male, ma non mi sono lamentata.

Francesco parlava meno. Di solito faceva tutto quello che ci vedeva fare a noi, e rare volte suggeriva qualche cosa. Durante la sua malattia, sopportò tutto con una pazienza eroica, senza mai lasciarsi sfuggire un gemito né il più leggero lamento.

Gli domandai un giorno, poco prima che morisse:

Francesco, soffri molto?

Si, ma soffro tutto per amore di nostro Signore e della Madonna. Un giorno mi diede la corda di cui ho già parlato, e mi disse:

Prendi, portala via prima che mia madre la veda. Ora non mi riesce più a tenerla sui fianchi.

Prendeva tutto quello che sua madre gli dava, e non sono mai riuscita a sapere se qualche cosa gli ripugnava.

Così arrivò il giorno di andare in cielo. La sera prima, disse a me e alla sua sorellina:

Vado in cielo, ma pregherò molto nostro Signore e la Madonna che vengano in fretta a prendere anche voi.

Mi pare di aver già detto, nello scritto su Giacinta, quanto ci è costata questa separazione. Perciò non lo ripeto qui ora.

E Giacinta, che era già ammalata, andò aggravandosi sempre più. Non parlerò nemmeno della sua malattia, perché l'ho già fatto. Racconterò soltanto qualche atto di virtù che le ho visto fare e che mi pare di non aver ancora raccontato.

Sua madre sapeva quanta ripugnanza avesse per il latte. Un giorno le portò, insieme con una tazza di latte, un bel grappolo d'uva.

Giacinta le disse bevi questo. E se non puoi bere il latte, lascialo stare e mangia ]'uva.

No, mamma; l'uva non la voglio, portala via. Dammi piuttosto il latte, che lo bevo. E senza mostrare il minimo segno di ripugnanza, lo bevve. Mia zia si ritirò soddisfatta, pensando che l'inappetenza della figlioletta stava diminuendo. Allora Giacinta si voltò verso di me e mi disse:

Avevo tanta voglia di mangiare quell'uva e mi è costato tanto bere il latte. Ma ho voluto offrire un sacrificio a nostro Signore.

Un mattino la trovai molto alterata e le domandai se stava peggio.

Questa notte mi rispose sono stata molto male e ho voluto offrire a nostro Signore il sacrificio di non girarmi nel letto. Così non ho dormito niente.

Un'altra volta mi disse:

Quando sono sola, scendo dal letto e dico la preghiera dell'angelo. Ma ormai non ci riesco più a piegare la testa fino a terra, perché casco. Prego solo in ginocchio.

Un giorno che ebbi l'occasione di parlare col parroco, il reverendo mi domandò di Giacinta e come stava. Dissi il mio parere sul suo stato di salute e poi gli raccontai quel che lei mi aveva detto che ormai non era più capace di piegarsi fino a terra per pregare. Il reverendo mi ordinò allora di dirle che non voleva che scendesse più dal letto per pregare, che, stando distesa dicesse le preghiere che poteva senza stancarsi. Alla prima occasione, le feci l'imbasciata e lei mi domandò:

E nostro Signore sarà contento?

Certo, le risposi nostro Signore vuole che noi facciamo quello che il parroco comanda.

Allora, va bene. Non mi alzerò più.

Mi piaceva, tutte le volte che mi era possibile, andare a Cabeço, nella nostra grotta preferita a pregare. Siccome a Giacinta piacevano molto i fiori, mentre tornavo, prendevo sui poggi un mazzo di gigli e peonie, se c'erano e glieli portavo dicendo:

Prendi, vengono da Cabeço. E lei li prendeva e a volte diceva con le lacrime che le bagnavano il volto:

Io non ci tornerò più. E nemmeno a Valinhos e a Cova da Iria. E ne ho tanta nostalgia.

Ma che t'importa se tu vai in cielo con nostro Signore e la Madonna?

Già, è vero rispondeva, e sfogliava il suo mazzo di fiori, contando i petali di ognuno.

Poco dopo che s'era ammalata, mi diede la corda che usava, dicendo:

Mettila da parte, perché ho paura che mia madre la veda. Se guarisco, la rivoglio.

La corda aveva tre nodi e era un po' macchiata di sangue. La tenni nascosta fino a quando uscii dalla casa di mia madre. Dopo, non sapendo che farne, la bruciai insieme con quella del suo fratellino.

Parecchie persone che venivano di fuori, a vedere la mia faccia giallognola

e un po' anemica, chiedevano a mia madre che mi lasciasse andare a casa

loro per qualche giorno, dicendo che il cambiamento di aria mi faceva bene.

A questo patto, mia madre dava il suo consenso e mi portavano ora da una

parte, ora dall'altra.

In questi viaggi, non sempre trovavo comprensione e affetto. Insieme a persone che mi ammiravano e mi credevano santa, ce n'era sempre delle altre che mi ingiuriavano e mi chiamavano ipocrita, visionaria e fattucchiera. Era il nostro buon Dio che buttava il sale nell'acqua, perché questa non si corrompesse.

Così, grazie a questa divina Provvidenza, passai sul fuoco senza bruciarmi e non arrivai nemmeno a conoscere il tarlo della vanità, che di solito corrode tutto.

In quelle occasioni io ero solita pensare: «Tutti sbagliano; non sono una santa come alcuni dicono e nemmeno una bugiarda, come dicono altri; solo Dio sa che cosa sono!

Al ritorno, correvo da Giacinta, che mi diceva:

Senti! Non andar più via! Avevo tanta nostalgia di tè. Da quando sei andata via, non ho parlato più con nessuno. Con gli altri non so parlare.

Arrivò infine il .giorno che lei doveva andare a Lisbona. Ho già descritto il nostro addio; perciò non lo ripeto qui.

Che tristezza a vedermi sola! In così poco tempo, il nostro buon Dio m'i portava in cielo il mio caro papa, poi Francesco, e ora Giacinta, che non avrei rivisto in questo mondo.

Non appena mi fu possibile, me ne andai a Cabeço, entrai nella caverna della roccia per sfogarvi a tu per tu con Dio il mio dolore e spargere con abbondanza le lacrime del mio pianto. Scendendo il pendio, tutto mi ricordava i miei cari compagni: le pietre su cui ci eravamo tante volte seduti; i fiori, che ormai non coglievo più, perché non avevo nessuno a cui portarli; Valinhos, dove avevamo gustato le delizie del paradiso.

Un giorno, quasi che dubitassi della realtà e un po' soprappensiero, entrai casa di mia zia, andai verso la stanza di Giacinta e la chiamavo. La sua sorellina Teresa, vedendomi così, mi sbarrò il passo, dicendo che Giacinta non c'era più in casa.

Passò poco tempo e arrivò la notizia che era volata in cielo. Portarono allora il suo cadavere a Vila Nova de Ourém. Mia zia mi portò un giorno vicino ai resti mortali della sua figlioletta, pensando in questo modo di distrarmi. Ma per molto tempo la mia tristezza parve aumentare sempre di più. Quando trovavo il cimitero aperto, mi sedevo presso la tomba di Francesco o di mio padre e là passavo lunghe ore.

Passò un po' di tempo e, grazie a Dio, mia madre decise di andare a Lisbona e di portarmi con sé. Con la raccomandazione del sig. dott. Don Formigao, una pia signora ci ricevette in casa e, se io volevo rimanere, disse che era pronta a pagare le spese per la mia educazione in un collegio. Mia madre e io accettammo riconoscenti la generosa proposta della caritatevole signora, che sì chiamava D. Asunçao Avelar. Mia madre, dopo aver consultato dei medici e saputo che era necessaria un'operazione ai reni e alla spina dorsale, ma che essi non si assumevano responsabilità per la sua vita, perché aveva anche una lesione cardiaca, tornò a casa, lasciandomi affidata alle cure di quella signora.

Quando tutto era ormai pronto e era fissato il giorno della mia entrata in collegio, si disse che il governo aveva saputo che io ero a Lisbona e che mi cercava. Mi portarono dunque a Santarém, in casa del dott. Formigao, dove rimasi qualche giorno nascosta, senza che mi lasciassero andare nemmeno alla messa. E alla fine la sorella del sacerdote mi accompagnò a casa di mia madre promettendo di trovarmi un posto in un collegio, che in quel tempo le religiose Dorotee avevano in Spagna; e che non appena tutto fosse pronto, sarebbero venuti a prendermi. Tutte queste cose servirono a distrarmi e, un po' alla volta, mi passò quella tristezza opprimente.

In questo periodo, V.E. rev.ma entrava a Leiria e il nostro buon Dio affidava alle sue cure un povero gregge da molti anni senza pastore. Non mancò chi pensava di spaventarmi con la notizia dell'arrivo di V.E. rev.ma, come un'altra volta avevano già fatto per l'arrivo di un venerabile sacerdote, dicendo che V.E. sapeva tutto, che indovinava e penetrava l'intimo delle coscienze e che ora avrebbe scoperto tutti i miei imbrogli. Invece che essere preoccupata, non vedevo l'ora di parlarle e pensavo: «Se davvero sa tutto, sa che dico la verità». Così non appena una signora di Leiria si offerse per portarmi da V.E., accettai tutta contenta la proposta. Mi recai là in attesa del momento felice. Quel giorno finalmente arrivò. Arrivata in episcopio, mi fecero entrare con quella signora in una sala e aspettare un po'.

Passati alcuni momenti venne il suo segretario che parlò gentilmente con la signora Gilda che mi accompagnava, facendomi ogni tanto delle domande. Siccome io mi ero già confessata due volte da quel sacerdote già lo conoscevo e la sua conversazione mi fu gradita. Poco dopo, venne il rev. Dott. Marques dos Santos, con le sue fibbie alle scarpe e avvolto in un'ampia cappa. Era la prima volta che io vedevo un sacerdote vestito così e perciò attirò di più la  mia attenzione. Cominciò allora a dispiegare il suo repertorio di domande, che pareva non avesse fine. Ogni tanto se la rideva con l'aria di beffa delle  mie risposte e non c'era verso che arrivasse il momento di parlare con sua Eccellenza. Finalmente venne di nuovo il suo segretario e disse alla signora, che stava con me, che quando arrivasse il vescovo, che si scusasse, dicendo che doveva fare una commissione e quindi si ritirasse, perché diceva il reverendo può darsi che sua Eccellenza le voglia parlare in privato. A sentire questa proposta, esultai di gioia e pensai: "Il signor vescovo sa tutto, così non mi farà tante domande e starà solo con me. Che bellezza!"

   La buona signora fece benissimo la sua parte, quando V. E. arrivò e così ebbi la gioia di parlare da sola con V. E.

   Non sto qui ora a descrivere quello che venne fuori in questo colloquio, perché V. E. rev.ma sicuramente lo ricorda meglio di me. In verità, quando la vidi, ecc.mo e rev.mo signore, ricevermi con una bontà così grande, senza farmi nessuna domanda strana o inutile, interessandosi solo del bene della anima mia, dichiarandosi pronto a prendersi cura della povera pecorella che il Signore le aveva affidato da poco, rimasi più che mai convinta che V. E. rev.ma sapeva tutto, e non esitai un solo istante ad abbandonarmi nelle vostre mani. Le condizioni imposte dall'E.V. rev.ma per ottenere ciò, erano facili per il mio naturale: mantenere assoluto segreto su tutto quello che l'E.V rev.ma mi aveva detto e essere buona. E mi tenni il mio segreto per me, fino al giorno in cui l'E.V rev.ma fece chiedere il consenso di mia madre.

   Venne infine fissato il giorno della partenza. La sera prima dunque, col cuore oppresso dai ricordi, andai a salutare tutti i nostri terreni, perfettamente sicura che era l'ultima volta che ci camminavo sopra: il Cabeço, la Roccia, i Valinhos, la chiesa parrocchiale dove il buon Dio aveva cominciato l'opera della Sua misericordia, il cimitero, dove lasciavo i resti mortali del mio caro papà e di Francesco, che ancora non avevo potuto dimenticare. Dal nostro pozzo mi congedai già illuminata dal chiarore della luna, e dalla vecchia aia, dove tante volte avevo passato lunghe ore, contemplando il bel cielo stellato e le meraviglie del sorgere e del tramontare del sole, che a volte m'incantava, facendo brillare i suoi raggi nelle gocce di rugiada, che al mattino coprivano i monti, come se fossero perle e nel pomeriggio i fiocchi di neve quando nevicava durante il giorno; i fiocchi di neve pendevano dai rami dei pini e facevano ricordare le bellezze del paradiso.

Il giorno dopo, alle due del mattino, senza salutare nessuno, in compagnia di mia madre e di un povero lavoratore, chiamato Manuel Correia, che si recava a Leiria, mi misi in cammino, portando con me inviolabile il mio segreto.

Passammo da Cova da Iria, per dare a quel posto gli ultimi saluti. Là recitai per l'ultima volta il mio rosario; e fino a tanto che riuscii a vedere il posto; mi rigiravo indietro come a dirgli il mio ultimo addio.

Arrivammo a Leiria pressappoco verso le nove del mattino. Là trovai la signora D. Filomena Miranda, più tardi mia madrina di cresima, incaricata da V.E. di accompagnarmi.

Il treno partiva alle due del pomeriggio e io stavo lì in stazione a dare alla via povera mamma il mio abbraccio di addio, lasciandola immersa in abondanti lacrime di nostalgia.

Il treno partì e con lui il mio povero cuore, immerso in un mare di nostalgia e di ricordi, che mi era impossibile dimenticare.

Io credo, eccellenza reverendissima, d'avere così colto il fiore più bello e il frutto più delicato del mio piccolo giardino, per andare ora a deporli nelle mani misericordiose del nostro buon Dio, rappresentato dail'E.V. rev.ma, pregandolo che lo faccia fruttificare in un abbondante raccolto di anime per la vita eterna. E già che il nostro buon Dio si compiace dell'umile ubbidienza dell'ultima delle sue creature, finisco con le parole di Colei che Egli, nella Sua infinita misericordia, mi ha dato per madre, protettrice e modello, parole con cui ho anche cominciato: «Ecco qui la serva del Signore; ch'Egli continui a servirsi di lei come gli piacerà».

P.S.

Mi sono dimenticata di dire che Giacinta, andando negli ospedali di Vila Nova de Ourém e Lisbona, sapeva che non sarebbe guarita, ma che andava per soffrire. Molto prima che qualcuno parlasse di farla entrare nell'ospedale di Vila Nova de Ourém, lei disse un giorno: «La Madonna vuole che io vada in due ospedali, non per guarire ma per soffrire di più, per amore di nostro Signore e dei peccatori».

Le parole esatte della Madonna, in queste apparizioni fatte a lei soltanto, non le so, perché non gliel'ho mai domandate. Mi limitavo appena ad ascoltare queste frasi staccate che lei mi diceva.

In questo scritto ho cercato di non ripetere quello che avevo già scritto nel precedente, per non allungano troppo.

Da questo scritto qualcuno potrebbe farsi l'idea che al mio paese non avevo amicizia o affetto da nessuno. Non è così. C'era una piccola porzione scelta del gregge del Signore, che aveva per me una simpatia unica. Erano i bambini. Correvano da me pazzi di gioia e quando sapevano che io pascolavo il mio gregge nei pressi del nostro piccolo villaggio, i gruppi si riunivano là e passavano la giornata con me. Mia madre usava dire: «Non so che cosa tu abbia per attirarli; i bambini corrono da te, come se andassero a una festa»:

Il fatto è che molte volte io non mi sentivo a mio agio in mezzo a tanto gridare e per questo cercavo di nascondermi.

Lo stesso mi accadde tra le mie compagne in Vilar. E oserei quasi dire che la stessa cosa mi succede con le mie consorelle in convento. Alcuni anni fa, mi diceva la madre maestra, che ora è madre provinciale: «Voi, sorella, avete una tale influenza sopra le altre sorelle, che, se volete, potere far loro molto bene». E poco tempo fa mi diceva la rev.ma madre superiora a Pontevedra: « In parte, sorella, voi siete responsabile davanti a nostro Signore, dello stato di fervore o di tiepidezza delle sorelle, nell'osservanza,. perché il fervore si accresce o diminuisce durante il periodo di sollievo, e le sorelle fanno durante la ricreazione quello che voi fate. A seguito di tale o tal altra conversazione che voi avete suscitato durante la ricreazione, la sorella tal dei tali ha avuto una conoscenza più esatta della regola e ha deciso di osservarla con più esattezza».

Che cos'è tutto questo? Non lo so. Forse un talento in più che il Signore ha voluto affidarmi e di cui mi chiederà conto. Voglia il cielo che io possa trafficano e restituirglielo moltiplicato per mille.

Qualcuno forse avrà voglia di domandarmi: «Come mai la sorella si ricorda di tutto?». Come sia, non lo so. Il nostro buon Dio che ripartisce i doni come gli piace, ha dato a me questo po' di memoria; e perciò solo Lui sa com'è. Inoltre, tra le cose naturali e soprannaturali, mi pare di trovare una differenza, ossia: quando parliamo con una creatura pura e semplice, noi ci comportiamo come se stessimo dimenticando quello che si sta dicendo; queste altre cose invece, mentre le vediamo e sentiamo, si imprimono così intimamente nello spirito, che non è facile dimenticarle».

 

terza memoria

E' stata scritta per chiarire alcuni particolari della vita di Giacinta. Lucia finisce il suo lavoro il 31 agosto 1941.

JMJ Eccellenza reverendissima,

con lettera del 26 luglio 1941, V.E. mi ordina di pensare e prender nota ancora di altre cose che possa ricordare di Giacinta. Ho pensato e mi è parso che attraverso quest'ordine parlava Dio e è giunto il momento di rispondere a due punti interrogativi, che spesso mi sono stati posti e a cui ho sempre differito la risposta.

Mi pare che sarebbe gradito a Dio e al Cuore immacolato di Maria, che nel libro «Giacinta» si dedicasse un capitolo all'inferno e un altro al Cuore immacolato di Maria.

V.E. troverà senz'altro strano e inopportuno questo parere, ma non è mio:

e Dio farà vedere a V.E. che si tratta della Sua gloria e del bene delle anime.

A questo scopo dovrò dire qualcosa del segreto e rispondere al primo punto interrogativo.

Che cos'è il segreto?

Mi pare di poterlo dire, perché ormai il cielo mi ha dato il permesso. I rappresentanti di Dio in terra mi hanno autorizzato a farlo, varie volte e con varie lettere, una delle quali (che è, mi pare, nelle mani di V.E.) del rev. P José Bernardo Goncalves, in cui mi ordina di scrivere al santo Padre. Uno dei punti che mi suggerisce è la rivelazione del segreto. Qualcosa ho già detto. Ma per non allungare troppo quello scritto, che doveva essere breve, mi limitai all'indispensabile, lasciando a Dio l'occasione di un momento più favorevole.

Ho già esposto nel secondo scritto, il dubbio che mi tormentò dal 13 giugno al 13 luglio e che svanì in quest'ultima apparizione.

Bene, il segreto consta di tre parti distinte, di cui ne rivelerò due.

La prima fu dunque la visione dell'inferno.

La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che pareva che si trovasse sotto terra. Immersi in questo fuoco, i demoni e le anime come se fossero braci trasparenti e negre o color bronzo, dalla forma umana, che fluttuavano nell'incendio, trasportati dalle fiamme, che uscivano da loro stessi, insieme a nugoli di fumo e cadevano da tutte le parti, simili alle faville che cadono nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra gridi e gemiti dì dolore e di disperazione che facevano raccapricciare e tremare di spavento. I demoni si distinguevano per le forme orribili e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e negri.

Questa visione durò un istante. E siano rese grazie alla nostra buona Madre celeste, che in antecedenza ci aveva rassicurati con la promessa di portarci in cielo durante la prima apparizione! Se non fosse stato così, credo che saremmo morti di paura e di terrore.

Poco dopo alzammo gli occhi verso la Madonna, che ci disse con bontà e tristezza: «Avete visto l'inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà pace. La guerra finirà presto. Ma se non smettono di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI, ne comincerà un'altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà, che sta per punire il mondo a causa dei suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e della persecuzione alla Chiesa e al santo Padre. Per impedirla, io verrò a domandare la consacrazione della Russia al mio Cuore immacolato e la comunione nei primi sabati. Se daranno retta alle mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace; se no, diffonderà i suoi errori nel mondo, provocando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni saranno martirizzati e il santo Padre avrà molto da soffrire, parecchie nazioni saranno annientate. Alla fine il mio Cuore immacolato trionferà. Il santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà e sarà concesso al mondo un certo periodo di pace».

Ecc.mo e rev.mo signor vescovo, ho già detto all'E.V., nelle note che ho

inviato dopo aver letto il libro su Giacinta, che lei s'impressionava molto per alcune cose rivelate nel segreto. Era proprio così. La visione dell'inferno le aveva causato tanto orrore, che tutte le penitenze e mortificazioni le sembravano un nulla, per riuscire a liberare di là alcune anime.

Bene. Ora rispondo subito al secondo interrogativo che mi e' stato posto da parecchie persone: com'è possibile che Giacinta, così piccina, si sia lasciata penetrare e abbia compreso un simile spinto di mortificazione e di penitenza?

Secondo me, fu questo: prima di tutto, una grazia speciale che Dio, per mezzo del Cuore immacolato di Maria, le ha voluto concedere; in secondo luogo, la vista dell'inferno e il pensiero dell'infelicità delle anime che ci cascano.

Alcune persone, anche devote, non vogliono parlare dell'inferno ai bambini per non spaventarli; ma Dio non ha esitato a mostrarlo a tre, uno dei quali aveva solo sei anni, e Lui sapeva che sarebbe rimasta terrorizzata a tal punto oserei quasi dire da morire di paura. Con frequenza si sedeva per terra o su qualche masso e, pensierosa, cominciava a dire: «L'inferno! L'inferno! Come mi fanno pena le anime che vanno all'inferno! E le persone vive li a bruciare come legna nel fuoco..». E, un po' tremante, s'inginocchiava con le mani giunte, a dire la preghiera che la Madonna ci aveva insegnato: «O mio Gesù! Perdonateci, liberateci dal fuoco dell'inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente quelle che hanno più bisogno».

(Ora V.E. capirà perché mi è rimasta l'impressione che le ultime parole di questa orazione si riferivano alle anime che si trovano in maggiore o più imminente pericolo di dannazione). E rimaneva così, per molto tempo, in ginocchio, ripetendo la stessa orazione. Ogni tanto chiamava me o il fratello, come se si svegliasse dal sonno: «Francesco! Francesco! Non state a pregare con me? Bisogna pregare molto per liberare le anime dall'inferno. Tante vanno laggiù, tante!». Altre volte domandava: «Ma come mai la Madonna non fa vedere l'inferno ai peccatori? Se loro lo vedessero, non peccherebbero più per non andarci. Di' un po' a quella Signora che faccia vedere l'inferno a tutta quella gente (si riferiva a quelli che si trovavano a Cova da Iria, al momento dell'apparizione. Vedrai come si convertono».

Dopo un po' scontenta, mi domandava:

Perché non hai detto alla Madonna che facesse vedete l'inferno a quella gente?

Mi sono dimenticata rispondevo.

Anch'io me ne sono dimenticata diceva con l'aria triste.

Qualche volta domandava pure:

Ma che peccati saranno quelli che questa gente fa per andare all'inferno?

Non saprei. Forse il peccato di non andare a messa la domenica, di rubare, di dite parolacce, di augurare il male, di giurare...

E così, solo per una parola, vanno all'inferno?

Certo! E peccato...

Che cosa gli costerebbe stare zitti e andate a messa! Come mi fanno pena i peccatori! Se potessi fargli vedere l'inferno!

Improvvisamente a volte si stringeva a me e diceva:

Io vado in cielo, ma tu rimani quaggiù. Se la Madonna ti lascia, di' a tutti com'è l'inferno, perché non facciano più peccati e non vadano più laggiù.

Altre volte, dopo essere stata un po' a pensare, diceva:

Tanta gente che va all'inferno! Tanta gente all'inferno!

Non aver paura, tu vai in cielo! le dicevo per tranquillizzarla.

Io, si, ci vado diceva con calma ma io vorrei che tutta quella gente ci andassero anche loro.

Quando lei non voleva mangiare, per fare una mortificazione, le dicevo:

Giacinta, dai! Ora mangia!

No! offro questo sacrificio per i peccatori che mangiano troppo.

Quand'era ormai malata e certi giorni andava a messa, le dicevo:

Giacinta! Non venire; tu non puoi; oggi non è domenica.

Non importa! Ci vado per i peccatori che non ci vanno nemmeno la domenica.

Se capitava di udire alcune di quelle parole, che certa gente sembra farsi un vanto di pronunciare, copriva il volto con le mani e diceva: «O mio Dio! Questa gente non saprà che a dite queste cose può andare all'inferno! Perdona loro, o mio Gesù e convertili. Di sicuro non sanno che con questo offendono Dio. Che pena, o mio Gesù! Io prego per loro». E ripeteva la preghiera insegnata dalla Madonna: «O mio Gesù, perdonateci ecc.».

A questo punto, eccellenza reverendissima, mi viene in mente una riflessione. A volte mi è stato chiesto se la Madonna, in qualcuna delle apparizioni, ci ha suggerito quali specie di peccati offendevano di più Dio. Dunque, a quanto si dice, Giacinta a Lisbona, menzionò quello della carne. Può darsi, penso io adesso, siccome era quella delle domande che a volte faceva a me, le sia capitato di farla mentre era a Lisbona alla Madonna e che allora le sia stato suggerito quello.

Bene, eccellenza reverendissima, mi pare ormai di avere rivelato la prima parte del segreto.

La seconda si riferisce alla devozione al Cuore immacolato di Maria.

Ho già detto, nel secondo scritto, che la Madonna, il 13 giugno 1917, mi disse che non mi avrebbe mai abbandonato e che il suo Cuore sarebbe stato il mio rifugio e il cammino che mi avrebbe condotto a Dio; fu allora, mentre diceva queste parole, che aperse le mani facendoci penetrate nel petto il riflesso che ne faceva uscire. Mi pare che quel giorno questo riflesso ebbe per scopo principale d'infondere in noi una conoscenza e un amore speciale verso il Cuore immacolato di Maria, così come le altre due volte lo aveva avuto, m'i sembra, riguardo a Dio e al mistero della Santissima Trinità.

Da quei giorno in poi, noi sentimmo nel cuore un amore più ardente verso il Cuore immacolato di Maria.

Giacinta mi diceva ogni tanto: «Quella Signora ha detto che il suo Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio. Non ti piace immensamente? A me piace il suo Cuore! E' così buono».

Dopo il mese dì luglio, in cui, come ho appena scritto, la Madonna ci disse nel segreto che Dio voleva stabilire nel mondo la devozione al suo Cuore immacolato; che per impedire la guerra imminente, sarebbe venuta a chiedere la consacrazione della Russia al suo Cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati, parlando di questo tra noi, Giacinta diceva:

«Mi dispiace tanto di non poter fare la comunione in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria! ».

Ho già detto anche che Giacinta scelse, tra la litania di giaculatorie che il reverendo P. Cruz ci aveva suggerito, questa: «Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia». A volte, dopo averla detta, aggiungeva con quella semplicità che le era naturale: «Io amo tanto il Cuore immacolato di Maria! E' il Cuore della nostra mammina del cielo! A te non piace immensamente di ripetere molte volte: dolce Cuore di Maria, immacolato Cuore di Maria? A me piace tanto, tanto».

A volte andava a cogliere fiori nei prati e cantava un motivo inventato da lei li per lì: «Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia! Immacolato Cuore di Maria, converti i peccatori, libera le anime dall'inferno».

Un giorno andammo a passare le ore della siesta vicino al pozzo dei miei genitori. Giacinta si sedette sui lastroni del pozzo; Francesco venne con me a cercare miele selvatico nei rovi di un roveto di una scarpata che c'era da quelle parti. Passato un po' di tempo Giacinta mi chiama:

Non hai visto il santo Padre?

No!

Non so com'è stato! Io ho visto il santo Padre in una casa molto grande, in ginocchio, davanti a un tavolo, colle mani sul viso, mentre piangeva. Fuori della casa c'era molta gente e alcuni gli tiravano sassi, altri imprecavano contro di lui e dicevano molte parole brutte. Povero santo Padre! Dobbiamo pregare molto per lui!

Ho già detto che un giorno due sacerdoti ci raccomandarono la preghiera per il santo Padre e ci spiegarono chi era il papa. Giacinta in seguito mi domandò:

è lo stesso che ho visto piangere e di cui quella Signora ci ha parlato nel segreto?

Si, le risposi.

Di sicuro quella Signora lo ha fatto vedere anche a questi reverendi sacerdoti! Vedi, io non mi sono sbagliata. Bisogna pregare molto per lui.

In un'altra occasione andammo a Lapa do Cabeço. Arrivati là, ci prostrammo per terra a recitare le preghiere dell'angelo. Passato qualche tempo, Giacinta si alza e mi chiama:

Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di gente che piange dalla fame e non ha niente da mangiare? E il santo Padre in una chiesa davanti all'immacolato Cuore di Maria che prega? E tanta gente che prega con lui?!

Passati alcuni giorni, mi domandò:

Posso dire che ho visto il santo Padre e tutta quella gente?

No. Non capisci che questo fa parte del segreto? Che, così, si scoprirebbe subito?

Va bene, allora non dico niente.

Un giorno andai a casa sua per restare un poco con lei. La trovai seduta sul letto, molto pensierosa.

Giacinta! A che cosa stai pensando?

Alla guerra che deve venire. Morirà tanta gente! E quasi tutti vanno all'inferno! Saranno distrutte molte case e saranno uccisi molti sacerdoti. Senti! Io vado in cielo; e tu, quando vedrai di notte quella luce che quella Signora ha detto che viene prima, fuggi anche tu lassù.

Non capisci che non si può fuggire in cielo?

è vero, tu non puoi. Ma non aver paura. Io in cielo pregherò molto per te, per il santo Padre, per il Portogallo, perché la guerra non venga qui e per tutti i sacerdoti.

Eccellenza reverendissima! V.E. non ignora che alcuni anni fa Dio ha manifestato questo segno che gli astronomi hanno voluto designare col nome di aurora boreale. Non so. Mi pare che, se esamineranno bene, vedranno che non fu né poteva essere, nella forma in cui si è presentato, l'aurora che dicono. Ma sia quello che gli pare. Dio si è servito di ciò per farmi capire che la sua giustizia era pronta a sferrare il colpo sopra le nazioni colpevoli e cominciai perciò a chiedere con insistenza la comunione riparatrice nei primi sabati e la consacrazione della Russia. Il mio scopo non era soltanto quello di ottenere misericordia e perdono per tutto il mondo, ma in modo speciale per l'Europa. E Dio, nella sua infinita misericordia, mi fece sentire a poco a poco che il terribile momento si stava avvicinando a V.E. rev.ma non ignora che nelle occasioni opportune io lo indicai. E dico inoltre che l'orazione e la penitenza fatte in Portogallo non hanno ancora placato la divina giustizia, perché non sono state accompagnate, né da contrizioni né da conversione. Spero che Giacinta interceda per noi in cielo.

Ho già detto nelle note che ho inviato a proposito del libro «Giacinta», che lei s'impressionava. molto per alcune cose rivelate nel segreto. Per esempio, la visione dell'inferno, la sventura di tante anime che ci vanno, la guerra imminente, i cui orrori pareva che avesse davanti agli occhi. Tutto ciò la faceva tremare di spavento. Quando la vedevo molto pensierosa, le domandavo: «Giacinta, a che cosa pensi?». E non poche volte, mi rispondeva: «Alla guerra che deve venire, a tanti che moriranno e andranno all'inferno! Come mi dispiace! Se smettessero di offendere Dio, non verrebbe la guerra e non andrebbero all'inferno! »

A volte mi diceva pure: «Tu mi fai pena. Francesco e io andiamo in cielo e tu rimani qua sola sola. Io vorrei domandare alla Madonna che porti anche te in cielo, ma Lei vuole che tu testi quaggiù ancora un po' di tempo. Quando verrà la guerra, non aver paura. In cielo, io prego per te».

Poco tempo prima di andare a Lisbona, in uno di quei momenti in cui pareva che fosse oppressa dalla malinconia, le dissi:

Non devi soffrire, se io non vengo con te. Tu puoi passare il tempo pensando alla Madonna, a nostro Signore, e a dire molte volte quelle parole che ti piacciono tanto: «Mio Dio, io vi amo! Immacolato Cuore di Maria, dolce Cuore di Maria, ecc...».

Quello si, rispose con vivacità non mi stancherò mai di dirle fino alla morte e dopo le canterò molte volte in cielo.

Può darsi, eccellenza reverendissima, che qualcuno pensi che avrei dovuto manifestare tutte queste cose da parecchio, perché, a loro parere, avrebbe avuto, qualche anno prima, un valore maggiore. E sarebbe così, se Dio avesse voluto presentarmi al mondo come profeta. Ma io credo che non fu questa l'intenzione di Dio quando mi manifestava tutte queste cose. Se così fosse, io penso che, quando nel 1917, mi ordinò dì stare zitta, ordine che fu confermato da coloro che lo rappresentavano, mi avrebbe ordinato di parlare. Io credo, insomma, eccellenza reverendissima, che Dio ha voluto soltanto servirsi di me per ricordare al mondo che è necessario evitare il

peccato e che si deve riparare le offese fatte a Dio attraverso l'orazione e la penitenza.

E dove avrei potuto nascondermi per non rispondere alle innumerevoli domande che a proposito di questo mi sarebbero state fatte? Ancora adesso ho dei timori, solo al pensiero di quello che potrà succedere. E confesso che la ripugnanza a manifestarlo è tale che, anche se ho davanti a me la lettera in cui V.E. mi ordina di prendere nota di tutto il resto che mi possa ricordare e anche se sento interiormente che questa è l'ora voluta da Dio per farlo, sono indecisa, in un vero conflitto, se consegnare lo scritto o bruciarlo. Non so ancora quale parte vincerà. Sarà quel che Dio vorrà. Il silenzio è stato per me una grande grazia. Che cosa sarebbe successo se avessi parlato dell'inferno. Non trovando le parole giuste, che esprimano la realtà (infatti quello che dico io è niente, dà solo una pallida idea), avrei detto ora una cosa, ora un'altra, volendomi spiegare senza riuscirci. Avrei causato, così, forse, una tale confusione di idee, che avrebbero potuto, chissà, rovinare l'opera di Dio. Perciò rendo grazie a Dio e credo che tutto quello che Lui fa è ben fatto.

Di solito Dio unisce le sue rivelazioni a una conoscenza intima e minuziosa di quello che esse significano. Ma non oso parlare di ciò, perché temo che ci sia, cosa che mi pare molto facile, un'illusione della mia stessa immaginazione. Giacinta pareva possedere questa conoscenza in grado assai elevato.

Poco tempo prima di andare all'ospedale, mi diceva: «Ormai mi manca poco per andare in cielo. Tu rimani qui per dire che Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Cuore immacolato di Maria. Quando verrà il momento di dirlo, non ti nascondere. Di' a tutti che Dio ci concede le grazie per mezzo del Cuore immacolato di Maria. Che gliele chiedano a Lei, perché il Cuore di Gesù vuole che al suo fianco si veneri il Cuore immacolato di Maria. Che chiedano la pace al Cuore immacolato di Maria; perché Dio l'ha affidata a Lei. Se io potessi mettere nel cuore di tutti il fuoco che mi brucia qui dentro nel petto e che mi fa amare tanto il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria!».

Un giorno mi dettero un'immagine del Cuore di Gesù, abbastanza bella, per quel che gli uomini possono fare. La portai a Giacinta:

Vuoi quest'immaginetta?

La prese, la guardò con attenzione e disse:

è così brutta! Non somiglia niente a nostro Signore, che è così bello! Ma la tengo, sì, dopo tutto è Lui!. E la portava sempre con sé. Di notte e durante la malattia la teneva sotto il cuscino, finché non si logorò. La baciava con frequenza e diceva:

Lo bacio sul Cuore, che è quello che mi piace di più. Oh, se avesse anche un Cuore di Maria! Non ce n'hai uno? Mi piacerebbe averli tutti e due, uno accanto all'altro.

Un'altra volta io le portai un'immaginetta che riproduceva il sacro calice con un'ostia. La prese, la baciò e, raggiante di gioia, diceva: «è Gesù nascosto! Gli voglio tanto bene! Oh, se potessi riceverlo in chiesa! In cielo non si fa la comunione? Se lassù si fa la comunione, io la faccio tutti i giorni. Se l'angelo venisse in ospedale a portarmi un'altra volta la santa comunione, come sarei contenta!».

Quando, a volte, tornavo dalla chiesa e entravo in casa sua, mi domandava:

«Hai fatto la comunione?». Se le dicevo di si: «Vieni qui diceva proprio vicino a me, che hai nel tuo cuore Gesù nascosto». Altre volte mi diceva: «Non so com'è! Sento nostro Signore dentro di me, comprendo quello che mi dice, ma non lo vedo né lo odo, ma è così bello stare con Lui!». In un'altra occasione: «Ascolta! Sai, nostro Signore è triste, perché la Madonna ci ha detto che non lo offendano più, che era già molto offeso e nessuno ci bada; continuano a fare gli stessi peccati!».

Ecco, eccellenza reverendissima, tutto quello che io mi ricordo di Giacinta, e che mi pare di non avere ancora detto. Il senso di tutto quello che dico è esatto. Nella forma di esprimermi, potrei aver scambiato una parola per un'altra, come per esempio: quando si parlava della Madonna, a volte dicevamo «nostra Signora» e altre volte dicevamo «quella Signora». Ora io non ricordo bene le volte che s'impiegava la frase in una maniera o nell'altra. E così altri piccoli dettagli, che mi pare non abbiano grande importanza.

Offro al nostro buon Dio e al Cuore immacolato di Maria questo piccolo lavoro, frutto della mia povera e umile sottomissione a coloro che me lo rappresentano e chiedo si degnino di farlo fruttificare, per la Loro gloria e per il bene delle anime.

quarta memoria

Il 7 ottobre 1941, sua ecc. mons. José Alves Correia de Silva ordinò a Lucia di scrivere qualsiasi altra cosa che ricordasse sugli avvenimenti di Fatima.  L'8 dicembre la veggente consegnò il manoscritto.

JMJ Eccellenza reverendissima,

dopo un'umile preghiera ai piedi del tabernacolo e del Cuore immacolato di Maria, nostra tanto cara Madre del cielo, dove ho chiesto la grazia che non permettano che scriva nemmeno una semplice lettera che non sia per la Sua gloria, mi accingo (all'opera), nella pace e felicità di coloro che hanno la coscienza sicura che fanno in tutto la divina volontà.

Così, completamente abbandonata nelle braccia del Padre celeste e sotto la protezione dell'immacolato Cuore di Maria, vengo a deporre ancora una volta nelle mani dell'E.V. rev.ma, i frutti dell'unica mia pianta: l'ubbidienza.

Prima di cominciare, ho voluto aprire il Nuovo Testamento, l'unico libro che voglio avere qui davanti a me, in un angolo ritirato della soffitta, alla luce di una povera tegola di vetro, luogo dove io mi ritiro, per sfuggire per quanto mi è possibile, agli sguardi umani. Le ginocchia mi fanno da scrivania e una vecchia valigia serve da sedia. «Perché mi domanderà qualcuno non scrive nella sua cella?». Il buon Dio ha pensato bene di privarmi anche della cella, anche se qui in casa, ce n'è parecchie e vuote. In verità, per la realizzazione dei suoi disegni, torna meglio la sala di ricreazione e di lavoro, tanto più scomoda per scrivere qualche cosa durante il giorno, quanto troppo buona per riposare durante la notte. Ma sono contenta e ringrazio Dio per la grazia di essere nata povera e di vivere ancora più povera per amore suo.

Ah, mio Dio! Ma non era affatto questo che io volevo dire.

Torno a quello che Dio mi ha messo davanti, quando ho aperto il Nuovo Testamento. Nella lettera di san Paolo ai Filippesi, 11,58, ho letto questo:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che erano in Cristo Gesù. Egli, pur possedendo la natura divina..,, annientò se stesso, prendendo la natura di schiavo... Umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte». Dopo aver meditato un poco, ho letto ancora nello stesso capitolo i versetti 12 e 13: «Lavorate per la vostra salvezza, con timore e tremore. Perché è Dio che produce in voi, a Suo piacimento, il volere e l'operare».

Benissimo. Non ho bisogno di nient'altro: ubbidienza e abbandono in Dio, che è Colui che opera in me. In realtà, altro non sono che il povero e miserabile strumento di chi vuole servirsi e che tra poco, come il pittore butta nel fuoco il pennello che non usa più, perché si riduca in cenere, così il divino pittore ridurrà alle ceneri della tomba il suo strumento che ormai non serve più, fino al grande giorno degli alleluia eterni. io desidero ardentemente quel giorno, perché la tomba non annienta tutto, e la felicità dell'amore eterno e infinito comincia lì.

Eccellenza reverendissima, il 7 ottobre 1941, a Valenza, il rev. P. Galamba mi domandò: «Lei, sorella, quando ha detto che la penitenza era stata fatta solo in parte, lo ha detto da se stessa o le è stato rivelato?». Mi pare, E. rev.ma che io non dico e non scrivo in tali casi nessuna cosa che provenga soltanto da me. Devo ringraziare Dio per l'assistenza del divino Spirito Santo, che io sento mentre mi suggerisce quello che devo scrivere o dire. Se, a volte, la mia stessa immaginazione o la mia mente mi suggeriscono qualche cosa, mi accorgo subito che gli manca l'unzione divina e sospendo fino a conoscere, nell'intimo della mia anima, quello che Dio vuole dire al suo posto. Ma perché sto dicendo tutto questo? Non lo so; lo sa Dio, che ha ispirato a V.E,. rev.ma di ordinarmi di dire tutto; che avvertitamente non nasconda niente.

Comincerò dunque, eccellenza reverendissiva, a scrivere quello che il buon Dio vorrà farmi ricordare di Francesco. Spero che nostro Signore gli faccia conoscere in Cielo quello che a suo riguardo io scrivo in terra, affinché, insieme a' Gesù e a Maria, interceda per me, specialmente in questi giorni.

L'amicizia che mi legava a Francesco era soltanto quella che derivava dalla parentela e dalle grazie che il cielo si degnava concederci.

Francesco non pareva fratello di Giacinta, se non nei tratti del volto e nella pratica della virtù. Non era come lei capriccioso e vivace. Era, al contrario, di natura pacifica e arrendevole.

Quando, durante i nostri giochi, qualcuno s'impuntava a negargli i suoi diritti, dopo che aveva vinto, cedeva senza resistenza, limitandosi a dire soltanto: «Credi di aver vinto tu? E va bene! a me, questo non m'importa» Non manifestava, come Giacinta, la passione per la danza. Gli piaceva di più sonare il piffero, mentre gli altri danzavano. Nei giochi era abbastanza animato, ma a pochi piaceva giocare con lui, perché perdeva quasi sempre. Io stessa confesso che avevo poca simpatia per lui, perché la sua natura pacifica eccitava a volte i nervi dalla mia eccessiva vivacità. A volte, lo prendevo per un braccio e lo facevo sedere per terra o su qualche masso, e gli dicevo di stare quieto, e lui ubbidiva come se io avessi una grande autorità. Dopo sentivo rimorso e andavo a prenderlo per mano e veniva con lo stesso buon umore come se non fosse successo niente..

Se qualche bambino insisteva a prendergli qualche cosa che era sua, diceva: «Lascia perdere! A me, che m'importa!».

Mi ricordo che arrivò una volta a casa mia con un fazzoletto da tasca col disegno della Madonna di Nazareth, che gli avevano portato poco prima dalla spiaggia. Me lo mostrò con grande gioia e tutti i ragazzi lì intorno vennero a vederlo. Di mano in mano, in pochi istanti, il fazzoletto sparì. Si cercò, ma non si riusciva a trovano. Poco dopo io lo scopersi nella tasca di un altro piccolo. Glielo volevo prendere, ma lui insisteva che era suo, che anche a lui lo avevano portato dalla spiaggia. Allora, Francesco, per finirla con la questione, si avvicinò e disse: «Lascia perdere! A me che m'importa del fazzoletto!». Mi pare che se fosse cresciuto, il suo difetto principale sarebbe stato quello di «non te la prendere».

Quando, verso i sette anni, cominciai a pascolare il mio gregge, lui parve restare indifferente. Veniva la sera ad aspettarmi con la sua sorellina, ma sembrava che venisse più per far piacere a lei che per amicizia. Venivano ad aspettarmi nel cortile dei miei genitori. E mentre Giacinta correva verso di me, non appena sentiva i campani del gregge, lui mi aspettava seduto su alcuni gradini di pietra che c'erano davanti alla porta di casa. Dopo, veniva là con noi nella vecchia aia a giocare, mentre aspettavamo che la Madonna e gli angeli accendessero i loro lumini. Si entusiasmava anche a contarli, ma nulla lo affascinava tanto come una bella aurora o un bel tramonto. E fino a quando se ne intravedeva qualche raggio, non scrutava se c'erano già dei lumini accesi. «Nessun lume è così bello come quello di nostro Signore», diceva a Giacinta a cui piaceva di più quello della Madonna, perché diceva Lei «non fa male agli occhi». E, entusiasmato, seguiva con lo sguardo tutti i raggi che, dardeggiando sui vetri delle case dei villaggi vicini, o nelle gocce di acqua sparse sugli alberi e sulle macchie dei monti, li facevano brillare come altrettante stelle, a suo parere mille volte più belle che quelle degli angeli.

Quando, con tanta insistenza, chiese alla madre che lo lasciasse andare col suo gregge per poter venire con me, era più per far piacere a Giacinta, che voleva più bene a lui che al suo fratello Giovanni.

Un giorno che la madre, già poco soddisfatta, non gli diede questo permesso, rispose, con la sua naturale tranquillità: «A me, mamma, m'importa poco; è Giacinta che vuole che io ci vada».

In un'altra occasione, confermò questo stesso fatto. Venne a casa mia una elle mie vecchie compagne e m'invitò ad andare con lei, perché aveva per quel giorno un buon pascolo. Il tempo era nuvoloso. Allora arrivai fino alla casa di mia zia a chiedere se andava Francesco con Giacinta, oppure se andava il loro fratello Giovanni, perché, nel caso che andasse quest'ultimo, io preferivo la compagnia dell'altra vecchia compagna. Mia zia aveva già deciso che quel giorno, siccome minacciava di piovere, andava Giovanni. Ma Francesco volle ancora insistere un'ultima volta presso la madre. Al ricevere un no secco e tondo, rispose: «Per me, fa lo stesso! ~ Giacinta che ci patisce di più».

Ciò che lo divertiva di più, quando andavamo per i monti, era star seduto sulla roccia più alta e sonare il suo piffero o cantare. Se la sua sorellina scendeva con me a fare alcune corse, lui restava tutto preso con le sue musiche e canti. Quello che cantava più spesso era:

Amo Dio su in cielo;

Lo amo anche in terra.

Amo nel campo i fiori;

amo le pecore sui monti.

Sono una povera pastora; prego sempre Maria; in mezzo al mio gregge, sono il sole di mezzodì.

Con i miei agnellini, ho imparato a saltare;

sono l'allegria dei monti, sono il giglio della valle.

   Ai giochi prendeva parte tutte le volte che lo invitavamo a farlo; ma a volte manifestava poco entusiasmo dicendo: «Vengo, ma so che perdo».

I giochi che sapevamo e con cui ci divertivamo erano: quello dei sassetti, dei pegni, passare l'anello, quello del bottone, il paletto, le piastrelle, le carte (giocare a briscola, scoprire i re, i fanti e le regine ecc.). Avevamo due mazzi: uno, mio; un altro, loro. Il gioco preferito da Francesco era quello delle carte: a briscola.

Durante l'apparizione dell'angelo, si prostrò come sua sorella e come me, portato da una forza soprannaturale, che a ciò ci spingeva; ma l'orazione imparò sentendola ripetere da noi, perché dall'angelo non aveva sentito dire niente.

Quando in seguito, ci prostravamo per recitare questa orazione, lui era il primo che si stancava della posizione; ma testava in ginocchio o seduto, pregando anche lui, finché noi non avessimo finito. Dopo diceva: «Io non sono capace di stare così tanto tempo, come voi. Mi fa tanto male la schiena, che non ci riesco».

Durante la seconda apparizione dell'angelo vicino al pozzo, passati i primi istanti, mi domandò:

Tu hai parlato con l'angelo: che cos'è che ti ha detto?

Non hai sentito?

No. Ho visto che parlava con te; ho sentito quello che tu gli hai detto; ma quello che lui ha detto a te, non so.

L'atmosfera soprannaturale in cui ci lasciava non era ancora passata e così io gli dissi che me lo chiedesse il giorno dopo, oppure che lo chiedesse a Giacinta.

Giacinta, raccontami tu quello che ti ha detto l'angelo.

è Te lo dico domani. Oggi non posso parlare.

Il giorno dopo, non appena mi fu vicino, mi domandò: «Hai dormito stanotte? Io ho pensato sempre all'angelo e a che cosa mai ti avrà detto». Gli raccontai allora tutto quello che l'angelo ci aveva detto nella prima e nella seconda apparizione. Ma lui pareva non aver avuto la comprensione di quello che le parole significavano e domandava: «Chi è l'Altissimo? Che cosa vuoI dire: i Cuori di Gesù e di Maria sono attenti alla voce delle vostre suppliche?» ecc. E, ottenuta la risposta, stava a pensare e subito dopo interrompeva con un'altra domanda. Ma il mio spirito non era ancora libero del tutto e io gli dissi di aspettare fino al giorno seguente; che in quel giorno io non potevo ancora parlare. Aspettò contento, ma non si lasciò sfuggite le prime occasioni per fare subito altre domande, cosa che indusse Giacinta a dirgli: «Senti! Di queste cose, parla poco!».

Quando parlavamo dall'angelo, non so che cosa si provava. Giacinta diceva:

Non so che cosa sento! Ormai non posso più parlare, né cantare, né giocare e non ho forza per fare niente.

Nemmeno io rispose Francesco ma che cosa importa, l'angelo è più bello che tutte queste cose. Pensiamo a lui.

Durante la terza apparizione la presenza del soprannaturale fu di gran lunga ancora più intensa. Per vari giorni, nemmeno lo stesso Francesco aveva il coraggio di parlare. E dopo diceva: «Mi piace molto vedere l'angelo, ma il brutto è che dopo non siamo buoni a niente! Io non ero buono neanche a camminare. Non so che cosa avevo! » Nonostante tutto ciò, fu lui che si rese conto, dopo la terza apparizione dell'Angelo, che la notte era vicina. Fu lui che ce lo fece notare e che pensò a riportare il gregge verso casa.

Passati i primi giorni e ritornati allo stato normale, Francesco domandò:

L'angelo a te ha dato la santa comunione; ma a me e a Giacinta che cos'è che ci ha dato?

Anche a noi ha dato la santa comunione rispose Giacinta in una felicità indicibile Non capisci che era il sangue che cadeva dall'ostia?

Io sentivo che Dio stava dentro di me, ma non sapevo come! E, prostrandosi per terra, rimase a lungo con la sorella, a ripetere l'orazione dell'angelo: « Santissima Trinità... ecc.».

A poco a poco, quell'atmosfera scomparve e il giorno 13 maggio ormai potevamo giocare con lo stesso piacere di prima e con la stessa libertà di spirito.

L'apparizione della Madonna tornò a farci concentrare nel soprannaturale, ma con più soavità. Invece di quell'annientamento in presenza del divino, che ci prostrava anche fisicamente, ci lasciò una pace e un'allegria espansiva, che non c'impediva di parlare in seguito di quello che era avvenuto. Invece, riguardo al riflesso che la Madonna ci aveva comunicato con le mani e di tutto ciò che ad esso si rapportava, sentivamo un non so che interiore, che c'induceva a tacere. Raccontammo, in seguito, a Francesco tutto quello che la Madonna aveva detto. E lui, felice, manifestando la contentezza che provava per la promessa di andare in cielo, incrociando le mani sul petto, diceva: «O Madonna mia! Di rosari ne dico quanti vi pare!». E da allora, prese l'abitudine di allontanarsi da noi come se stesse passeggiando... E se lo chiamavo e gli domandavo che cosa andava a fare, alzava il braccio e mi mostrava la corona. Se gli dicevo che venisse a giocare che dopo avrebbe pregato con noi, rispondeva: «Pregherò anche dopo. Non ti ricordi che la Madonna ha detto che dovevo recitare molti rosari?».

Un giorno mi disse: «Mi è piaciuto molto vedere l'angelo; ma mi è piaciuto ancora di più vedere la Madonna. Ma la cosa che mi è piaciuta di più è stata di vedere nostro Signore in quella luce che la Madonna ci ha messo nel petto. Io voglio tanto bene a Dio! Ma Lui è così triste a causa di tanti peccati. Noi non dobbiamo farne mai neanche uno».

Ho già detto, nel secondo scritto su Giacinta, che fu lui a darmi la notizia che lei era venuta meno al nostro patto di non dire niente. E siccome il mio parere era che si doveva mantenere il segreto, aggiunse, con aria triste: «Io, siccome la mamma mi ha domandato se era vero, ho dovuto dire di si, per non mentire».

A volte diceva: «La Madonna ha detto che avremmo dovuto soffrite molto! Non m'importa; soffro tutto quello che Le pare! A me mi basta andare in cielo».

Un giorno che mi mostravo contrariata per la persecuzione che dentro e fuori della famiglia cominciava a manifestarsi, lui cercò d'incoraggiarmi dicendo: «Lascia perdere! Non ha detto la Madonna che avremmo dovuto soffrire molto in riparazione a nostro Signore e al suo Cuore immacolato di tanti peccati con cui sono offesi? Loro sono così tristi! Se con queste sofferenze potremo consolarli, dobbiamo accontentarci così».

Pochi giorni dopo la prima apparizione della Madonna, arrivati sul luogo del pascolo, sali su una roccia elevata e ci disse:

Voi non venite quassù. Lasciatemi solo.

Va bene. E mi misi con Giacinta a correre dietro alle farfalle, che prendevamo, per subito fare il sacrificio di lasciarle andare, e non ci ricordammo nemmeno di Francesco. Arrivata l'ora della merenda, ci accorgemmo che non c'era e andai a chiamarlo.

Francesco, non vuoi venire a far merenda?

No, mangiate voi.

E a dire il rosario?

A pregare, dopo, vengo. Chiamami di nuovo.

Quando lo chiamai di nuovo, mi disse:

Venite voi quassù a pregare vicino a me. Salimmo sulla cima della roccia dove a malapena potevamo stare tutti e tre in ginocchio e io gli domandai:

Ma che cosa stai a fate qui tutto questo tempo?

Penso a Dio che è così triste a causa di tanti peccati! Se io fossi capace di dargli un po' di gioia!

Un giorno ci mettemmo a cantare in coro le gioie della montagna:

Coro:     Ah, tra lalà, là là tra lalà là là là là là!

In questa vita tutto canta

con me, si fa a chi canta meglio:

canta la pastora sui monti, canta la lavandaia al fiume.

è la voce del cardellino che mi viene a risvegliare! Non appena sorge il sole nelle selve a cantare!

Di notte canta la civetta che mi vuole spaventare, mentre spannocchia canta la ragazza al chiar di luna!

L'usignolo per il piano passa il giorno a cantare! Canta la tortora nel bosco e stridendo canta il carro.

La montagna è un giardino, che sorride tutto il giorno! Son le gocce di rugiada che luccicano sulle montagne!

Finito di cantare la prima volta, stavamo per fare il bis, ma Francesco c'interruppe: «Non cantiamo più. Da quando abbiamo visto l'angelo e la Madonna, io non ho più voglia di cantare».

Nella seconda apparizione, il 13 giugno 1917, Francesco s'impressionir molto per la comunicazione del riflesso che, come ho già detto nel secondo scritto,  avvenne proprio quando la Madonna diceva: «Il mio immacolato Cuore sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio». Pareva non avere al momento la comprensione dei fatti, forse perché non gli era dato dì udite le parole che li accompagnavano. Perciò dopo domandava:

Come mai la Madonna stava con un Cuore in mano, diffondendo sul mondo quella luce così grande che è Dio? Tu stavi con la Madonna nella luce che scendeva verso terra, e Giacinta con me in quella che saliva verso il cielo!

Il fatto è gli risposi che tu con Giacinta tra poco andrai in cielo; e io rimango col Cuore immacolato di Maria ancora un po' qui in terra.

Quanti anni rimani qui? domandava.

Non so; parecchi.

è stata la Madonna a dirtelo?

Si, è stata Lei. E io l'ho visto in quella luce che ci ha messo nel petto. E Giacinta confermava la stessa cosa, dicendo: «E' proprio così! Anch'io l'ho visto!». A volte diceva: «Questa gente è così contenta solo perché noi gli diciamo che la Madonna ci ha detto di dite il rosario e che tu imparassi a leggere! Che cosa succederebbe se sapessero quello che Lei ci ha mostrato in Dio, nel suo Cuore immacolato, in quella luce così grande! Ma questo è segreto; non gli si dice. E' meglio che nessuno lo sappia».

Da questa apparizione, cominciammo a dire, quando ci domandavano se la Madonna non ci avesse detto nient'altro: «Si, ha detto altre cose, ma è segreto. Se ci domandavano il motivo per cui era segreto, alzavamo le spalle e, abbassando la testa, stavamo in silenzio. Ma, passato il 13 luglio, dicevamo: «La Madonna ci ha detto di non dirlo a nessuno», riferendoci allora al segreto voluto dalla Madonna.

Durante questo mese aumentò in modo considerevole l'affluenza di popolo e, con essa, i continui interrogatori e le opposizioni. Francesco soffriva abbastanza per questo e se ne lamentava dicendo alla sorella: «Come mi dispiace! Se tu fossi stata zitta, nessuno io saprebbe! Se non fosse perché è una bugia, basterebbe dire a tutti che non abbiamo visto niente e tutto finirebbe li. Ma ciò non è possibile!».

Quando mi vide perplessa per il dubbio, piangeva e diceva: «Ma come fai a pensare che è il demonio? Non hai visto la Madonna e Dio in quella luce così grande? Come facciamo noi a andarci senza di te, se sei tu che devi parlare?». Dopo cena era ormai buio ritorno a casa mia, mi chiamò nella vecchia aia e mi disse:

Senti: tu vieni domani?

No, non ci vado. Ho già detto che non ci torno più.

Come mi dispiace! Ma come mai tu adesso pensi così? Non vedi che non può essere il demonio? Dio è già così triste per tanti peccati e ora, se tu non vieni, sarà ancora più triste! Dai, vieni!

Ti ho già detto che non ci vengo. Puoi risparmiarti di domandarmelo. E bruscamente entrai in casa.

Passati alcuni giorni, mi diceva: «Ricordi quella sera? Io non ho dormito niente. Ho passato tutta la notte a piangere e a pregare, perché la Madonna ti facesse venire».

Durante la terza apparizione, Francesco sembrò quello che meno s'impressionò alla vista dell'inferno, nonostante che provocasse anche in lui una sensazione abbastanza forte. Ciò che più lo impressionava o attirava era Dio, la santissima Trinità, in quella luce immensa che ci penetrava nel più intimo dell'anima. Dopo, diceva: «Noi stavamo ardendo in quella luce che è Dio e non ci bruciavamo! Com'è Dio? ...Non si può dire! Questo si, noi non possiamo mai dirlo! Ma che pena che lui sia così triste! Se io potessi consolarlo! . . .

Un giorno, mi domandarono se la Madonna ci aveva ordinato di pregare per i peccatori. Io risposi di no. Non appena poté, mentre interrogavano Giacinta, mi chiamò e mi disse:

Tu, adesso, hai detto una bugia! Come mai hai detto che la Madonna non ci ha ordinato di pregare per i peccatori? Come no, non ci ha ordinato di pregare per i peccatori?

Per i peccatori, no! Ci ha ordinato di pregare per la pace, perché finisca la guerra. Per i peccatori ci ha ordinato di fare sacrifici.

Ah, è vero! E io credevo proprio che avevi detto una bugia.

Ho già detto, che lui passò la giornata a piangere e a pregare, in un tormento forse più grande del mio, quando intimarono a mio padre di portarmi a Vila Nove de Ourém. In prigione, si mostrò abbastanza animato e cercava di animare Giacinta nelle ore di maggior nostalgia. Quando recitammo il rosario in prigione, lui s'accorse che uno dei carcerati stava in ginocchio col basco in testa. Gli andò vicino e gli disse: «Lei, se vuol pregare, deve togliersi il basco». E il poveretto senz'altro glielo consegna e lui lo mette sul suo berretto in cima a una panca.

Mentre interrogavano Giacinta, lui mi diceva con immensa tranquillità e allegria: Se ci ammazzano, come dicono, tra poco siamo in cielo! Che bellezza! A me non importa niente!». E, dopo un momento di silenzio: «Dio voglia che Giacinta non abbia paura! Io dico un'avemmaria per lei». E, senz'altro, si toglie il berretto e prega. L'agente di custodia, a vederlo in atteggiamento di pregare, gli dice:

Cosa stai dicendo?

Sto dicendo un'Ave Maria perché Giacinta non abbia paura.

L'agente fece un gesto di disprezzo e lasciò fare.

Quando, dopo il ritorno da Vila Nova de Ourém, cominciammo a sentire che la presenza del soprannaturale ci avvolgeva, presentendo che una comunicazione celeste si avvicinava, Francesco si mostrò preoccupato perché Giacinta non c'era:

Mi dispiace diceva se Giacinta non arriva a tempo. E chiese al fratello di andare in fretta:

Dille che venga correndo. Partito il fratello, diceva a me: «Giacinta, se non arriva a tempo, ci resterà molto male».

Dopo l'apparizione, disse alla sorella che voleva rimanere lì il resto del pomeriggio: «No! Tu devi andar via, perché la mamma non ti ha lasciato venire con le pecore». E, per incoraggiarla, l'accompagnò fino a casa.

Quando, in prigione, vedemmo che stava passando mezzogiorno e che non ci lasciavano andare a Cova da Iria, Francesco disse: «Può darsi che la Madonna venga ad apparirci qui». Ma, il giorno dopo, manifestava grande pena e diceva, quasi piangendo: «Può darsi che la Madonna sia rimasta triste, perché non siamo andati a Cova da Iria. E è possibile che non ci riappaia più. A me piacerebbe tanto vederla!».

Quando Giacinta, in prigione, piangeva al ricordo della mamma e della famiglia, lui cercava d'incoraggiarla e diceva: «La mamma, se non la rivediamo, pazienza! Offriamo per la conversione dei peccatori. Il peggio è se la Madonna non torna più. Questo è quello che mi dispiace di più! Ma offro anche questo per i peccatori». Poi mi domandava:

Senti: la Madonna non ci riapparirà mai più?

Non so. Credo di si.

Ho tanta voglia di rivederla.

L'apparizione a Valinhos fu dunque per lui motivo di doppia allegria. Si sentiva torturato dal timore che Lei non tornasse. Inoltre diceva: «Di sicuro non ci è apparsa il giorno tredici, per non aver da andare in casa del signor sindaco, forse perché lui è così cattivo».

Quando, dopo il 13 settembre, gli dissi che in ottobre sarebbe venuto anche nostro Signore, lui mostrò una grande gioia: «Ah, che bellezza! L'abbiamo visto solo altre due volte e io gli voglio tanto bene». Ogni tanto domandava: «Mancheranno ancora molti giorni al 13? Non vedo l'ora che venga, per vedere un'altra volta nostro Signore. Poi pensava un po' e diceva:

«Ascoltami! Lui sarà ancora tanto triste? Mi dispiace tanto che sia così triste! Io offro tutti i sacrifici che riesco a fare. A volte ormai non fuggo più da questa gente, per fare sacrifici».

Dopo il giorno 13 ottobre, diceva: «Mi è piaciuto molto vedere nostro Signore. Ma più ancora mi è piaciuto vederlo in quella luce in cui eravamo anche noi. Tra poco ormai Nostro Signore mi porta lassù vicino a Lui, e così Lo vedo sempre».

Un giorno gli domandai:

Come mai tu, quando ti domandano qualcosa, abbassi la testa e non vuoi rispondere?

Perché prima voglio che risponda tu o Giacinta. Io non ho sentito niente. Io solo posso dire si, che ho visto. E poi se dico qualcuna di quelle cose che tu non vuoi?

Ogni tanto, si allontanava da noi di nascosto. Quando ci accorgevamo che non c'era più, ci mettevamo a cercarlo, chiamandolo. Ed ecco che ci rispondeva da dietro un muretto o un arbusto o una macchia, dove stava in ginocchio a pregare.

Perché non ci avvisi e anche noi preghiamo con te? gli chiedevo, a volte.

Perché preferisco pregare da solo.

Ho già raccontate nelle note al libro «Giacinta», quello che avvenne in una proprietà chiamata Varzea. Mi pare che non è necessario ripeterlo qui.

Un giorno, per andare a casa mia, stavamo passando davanti alla casa della mia madrina di battesimo. Aveva appena fatto dell'idromele, e ci chiamò per darcene un bicchiere. Entrammo e Francesco fu il primo a cui lei diede il bicchiere, perché bevesse. Lo prende e, senza bere, lo passa a Giacinta, perché beva per prima insieme con me; e intanto si girò e scomparve.

Dov'è Francesco? domandò la mia madrina.

Non so! Non so! Proprio ora stava qui.

Non si fece rivedere e Giacinta insieme con me, ringraziando per il dono, andammo a trovarlo nel posto dove non dubitammo nemmeno un istante che doveva essere, seduto vicino al pozzo già tante volte ricordato.

Francesco, tu non hai bevuto l'idromele! La madrina ti ha chiamato tante volte, ma tu non sei venuto fuori.

Quando ho preso il bicchiere, improvvisamente mi sono ricordato di fare quel sacrificio per consolare nostro Signore e mentre voi altre bevevate sono fuggito qua.

Tra la mia casa e quella di Francesco, viveva il mio padrino Anastasio, sposato con una donna abbastanza anziana, cui il Signore non aveva dato discendenza. Contadini abbastanza ricchi, non avevano bisogno di lavorare. Mio padre si occupava dei loro campi e dirigeva il lavoro delle opre. Riconoscenti per questo avevano, una speciale predilezione per me, specialmente la padrona di casa, che io chiamavo «la madrina Teresa». Se non andavo a casa sua durante il giorno, dovevo andarci la notte, perché lei diceva che non poteva stare senza il suo «pezzettino di donna». Così mi chiamava.

Nei giorni di festa, mi piaceva adornarmi con la sua collana d'oro e coi grandi pendenti, che mi cadevano alquanto sotto le spalle, e con un bel cappello in testa, coperto da palline d'oro, che trattenevano lunghissime penne di vari colori. Nelle feste non ce n'era un'altra più adorna di me; e le mie sorelle con la madrina Teresa erano orgogliose di questo. Gli altri bambini mi venivano intorno in folti gruppi, ammirando il brillare di tanti ornamenti. A dire la verità anche a me piacevano abbastanza le feste e la vanità era il mio peggior ornamento.

Tutti mostravano simpatia e stima per me, meno un'orfanella, di cui la mia madrina Teresa s'era presa la responsabilità alla morte della mamma. Lei pareva temere che io le avrei preso parte dell'eredità che lei aspettava e sicuramente non si sarebbe sbagliata, se il buon Dio non mi avesse destinata ad un'altra eredità ben più preziosa.

Non appena cominciò a spargersi la notizia delle apparizioni, il padrino si mostrò indifferente, e la madrina completamente contraria. Si mostrava scontenta per tali invenzioni, come lei le chiamava. Cominciai perciò a evitare ha sua casa, quando potevo; e con me cominciarono a sparire quei gruppi di fanciulli che lì si riunivano con frequenza e che alla madrina piaceva tanto veder danzare e cantare e dava loro fichi secchi, noci, mandorle, castagne, frutta ecc.

Una domenica pomeriggio, passando con Francesco e Giacinta vicino alla sua casa, ci chiamò: «Venite qua, piccoli imbroglioni! Venite qua! è tanto tempo che non venite». E via a darci le sue ghiottonerie. Come se avessero indovinato il nostro arrivo, gli altri bambini cominciarono a riunirsi. La buona mamma, contenta per vedere di nuovo in casa sua quel gruppo che da tanto tempo si era sciolto, dopo averci invogliato con tante cose, volle vederci danzare e cantare.

Vediamo un po'. Che si canta, che si canta?

Gli auguri delusi. Scelse lei Una gara. I bambini da una parte, le bambine dall'altra.

Coro:       Tu se i il sol di questa sfera:

                 non negarle i raggi tuoi;

                 sorrisi di primavera, ah!!!

                 in sospir non li cambiare.

Auguri alla fanciulla

fragrante al nuovo sole;

perché, radiosa, divina

le carezze d'un'altra aurora.

è un anno ricco di fiori,

ricco di frutti e di bene!

E il nuovo nei suoi albori

ricco di speranze viene.

Sono il tuo mighore dono,

i   tuoi migliori auguri!

Cingi con essi la fronte

è k tua migliore corona!

Se hai avuto un bel passato, un futuro più bello t'aspetta

auguri per l'anno che muore, per quello che nasce, auguri!

In questa vita; fior d'Atlantico, in questo amichevole festino, che si celebri in lieto cantico il giardiniere ed il giardino.

Ti fanno tenerezza i fiori della tua terra natale!

La tua casa di casti amori:

i          lacci del tuo cuore.

Coro:              Ti pare un gesto nobile

                        che allo spuntare del pennone

                        la Berlenga e il Carvoeiro, ah!!!

                        spengano i loro fari?

Ma il mare in spuma scoppia:

è un vortice, eterno fulcro! Ogni notte è una tormenta, ogni tormenta un sepolcro.

Tristi colli di Papoa,~

Estelas e Fanlhoes!

Qual tragedia non rimbomba

in ciascun dei suoi marosi!

Ogni scoglio in queste acque

è di morte un presagio! ogni onda canta i suoi dispiaceri ogni croce ricorda un naufragio.

E tu vuoi essere più duro, vuoi nasconderti e sei luce, che dalla vita in mare scuro sì piccola barca conduce.

Coro:         Resto ad occhi asciutti

a parlare di addio.

L'esitar fu di minuti, ah!!!

Il     mio sacrificio dura tutta la vita.

Parti, ma dì al cielo che tagli il torrente di sue grazie; e faccia seccare 'i fiori di morte, perché non sei il suo canale.

Va', ch'io resto nel dolore ed in lutto il santuario! le campane rintoccheranno a morto sulla cima del campanile.

Ma non appena mi lasci della triste chiesa nel sagrato, lascerò lamenti eterni scrivendo su una lavagna.

Fu giardin ridente e bello questo suolo or senza fiore, non gli mancarono le cure; mancò lui al suo cultore.

Spero dalla Provvidenza promettenti amori!

e li sperino di preferenza quelle che lasciano il patrio nido.

Al suono dell'animato discanto, si riunirono a poco a poco le vicine; e verso la fine ci chiesero il bis. Ma Francesco si avvicinò a me e mi disse:

«Non cantiamo più questa roba. A nostro Signore di sicuro adesso non piace che cantiamo queste cose». E ce la svignammo come potemmo, passando in mezzo al gruppo di bambini e andammo al nostro pozzo prediletto.

Veramente, io, adesso che per obbedienza finisco di scriverlo, mi copro il viso per la vergogna. Ma V.E., su richiesta del P. Galamba, ha pensato opportuno di farmi scrivere i canti profani che sapevamo. Eccoli lì! Non so a quale scopo, ma mi basta sapere che è per compiere la volontà di Dio.

Frattanto si avvicinò il carnevale del 1918. I ragazzi e le ragazze si riunirono nuovamente quell'anno per la tradizionale tavolata e per i giochi propri di quei giorni. Ognuno portava da casa sua una cosa: alcuni, olio; altri, farina; altri, carne; ecc. e, insieme, in una casa destinata a questo scopo, le ragazze cucinavano un magnifico banchetto. E, in quei giorni, era tutto un mangiare e ballare fino alle ore della notte, specialmente l'ultimo giorno.

I ragazzi sotto i 14 anni, facevano la loro festa in un'altra casa, a parte. Vennero dunque in parecchi a invitarmi, perché organizzassi con loro la festa. Sul principio, mi rifiutai. Ma, portata da una vile condiscendenza, cedetti alle insistenze di molte, specialmente di una figlia e di due figli di un uomo di Vasa Velba, José Carreira, che metteva a nostra disposizione la sua casa. Lui stesso e sua moglie insistettero perché ci andassi. Cedetti, dunque, e ci andai con un bel gruppetto a vedere il locale: una bella sala o meglio un salone per i divertimenti e un bel cortile per la cena. Combinammo tutto e tornai di là esteriormente in grande festa, ma dentro sentivo la coscienza che mi urlava rimproveri. Arrivata da Giacinta e Francesco, raccontai loro quel che era avvenuto:

E tu ritorni a fare quelle tavolate e quei giochi? mi domandò con serietà Francesco. Ti sei già dimenticata che abbiamo promesso di non andarci più?

Io non vorrei andarci; ma vedi bene che non la smettono d'insistere perché io ci vada; io non so come fare!

Veramente le insistenze erano molte e le amiche che si riunivano per divertirsi con me non erano meno numerose. Venivano perfino da parecchi paesi ben distanti: da Moita, una Rosa e Anna Caetano e Anna Brogueira; da Fatima, due figlie di Manuel Caracol; da Boleiros, due figlie di Manuel da Ramira e due di Joaquim Chapeleta; da Amoreira, due di Silva; da Currais, una Laura Gato, Josefa VaImbo e parecchie altre di cui non ricordo il nome; da Boleiros, da Lomba da Pederneira, ecc. e tutte queste senza contare quelle che si venivano da Eira de Pedra, casa Velha e Aljustrel. Come, così all'improvviso, deludere tutte quelle ragazze che pareva non sapessero divertirsi senza di me e far loro capire che era necessario finirla una volta per tutte con simili feste? Dio l'ispirò a Francesco:

Sai come devi fare? Tutti sanno che la Madonna ti è apparsa. Perciò gli dici che Le hai promesso di non andare mai più a ballare; e che perciò

non ci vai. Poi in quei giorni noi ce ne andiamo a Lapa do Cobeço. Lassù nessuno ci trova.

Accettai la proposta; e, data la mia decisione, nessuno pensò mai più a organizzare simili assemblee. Era Dio che benediceva. E quelle amiche, che prima mi cercavano per divertirsi, adesso mi seguivano e venivano a cercarmi in casa, la domenica pomeriggio, perché andassi con loro a recitare il rosario a Cova da Iria.

Francesco era di poche parole; e, per fare la sua orazione e per offrire i suoi sacrifici, gli piaceva nascondersi perfino da Giacinta e da me. Non poche volte lo sorprendevamo dietro a un muretto o a una macchia, dove se n'era andato di nascosto: in ginocchio a pregare o «a pensare come lui diceva a nostro Signore, triste a causa di tanti peccati». Se gli domandavo:

Francesco, perché non m'inviti a pregare con te e con Giacinta?

Mi piace di più rispondeva pregare da solo, per pensare e consolare nostro Signore, che è tanto triste.

Un giorno gli domandai:

Francesco, che cosa ti piace di più: consolare nostro Signore oppure convertire i peccatori, perché non ci siano più anime che vanno all'inferno?

Io preferirei consolare nostro Signore. Non hai notato che la Madonna, anche nell'ultimo mese, era tanto triste, quando ci ha detto che non offendessero Dio nostro Signore, che è già molto offeso? Io vorrei consolare nostro Signore e, dopo, convertire i peccatori, perché non lo offendano più.

Quando andava a scuola, a volte, arrivando a Fatima mi diceva: «Senti! Tu va a scuola. Io resto qui in chiesa, vicino a Gesù nascosto. Non vale la pena che io impari a leggere; tra poco vado in cielo. Quando ritorni, vieni qui a chiamarmi».

Il Santissimo si trovava allora entrando in chiesa, dalla parte sinistra. Lui si metteva tra il fonte battesimale e l'altare e lì lo ritrovavo quando tornavo. (Il Santissimo si trovava lì a causa di lavori di restauro alla chiesa).

Dopo che si ammalò, mi diceva a volte, quando per andare a scuola passavo da casa sua: «Senti! Vai in chiesa e fa' tanti saluti a Gesù nascosto da parte mia. Quel che mi fa più soffrire è che non posso più andare a stare un pochino con Gesù nascosto».

Un giorno, arrivata vicino a casa sua, mi congedai da un gruppo di bambini della scuola che venivano con me. Entrai per fare una visita a lui e a sua sorella. Poiché aveva sentito un po' di chiasso, mi domandò:

Tu sei venuta con tutti quei là?

Sì, con loro.

Non andare con loro, che potresti imparare a fare peccati. Quando esci

da scuola, va un po' ai piedi di Gesù nascosto e dopo vieni per conto tuo..

Un giorno gli domandai:

    Francesco, ti senti molto male?

    Si, ma soffro per consolare nostro Signore.

Entrando un giorno con Giacinta nella sua stanza, ci disse:

    Oggi parlate poco, ché mi fa molto male la testa.

    Non dimenticarti di offrire per i peccatori, gli disse Giacinta.

Si, ma prima di tutto offro per consolare nostro Signore e la Madonna; e soltanto dopo offro per i peccatori e per il santo Padre.

Un altro giorno, arrivando, lo trovai molto contento.

Ti senti meglio?

No. Mi sento peggio. Ormai mi manca poco per andare in cielo. Lassù consolerò molto nostro Signore e la Madonna. Giacinta pregherà molto per i peccatori, per il santo Padre e per te; e tu rimam qui, perché la Madonna lo vuole. Senti, fa' tutto quello che Lei ti dirà.

Mentre Giacinta pareva presa dalla sola preoccupazione di convertire i peccatori e liberare anime dall'inferno, lui pareva che pensasse soltanto a consolare nostro Signore e la Madonna, che gli erano sembrati tanto tristi.

Ben differente è un fatto che adesso mi viene in mente. Andammo un giorno in un posto chiamato Pedreira e, mentre le pecore pascolavano, noi saltavamo di roccia in roccia, facendo echeggiare la voce in fondo a quei grandi precipizi. Francesco, secondo la sua abitudine, sì ritirò e andò a nascondersi nel cavo di una roccia. Passato un bel po', lo sentimmo gridare e chiamare noi e la Madonna. Preoccupate per quello che poteva essergli successo, cominciammo a cercarlo e a chiamarlo.

Dove sei?

Qui, qui!

Ma ci volle ancora del tempo, per trovarlo. Alla fine, lo trovammo, tremante di paura, ancora in ginocchio, che, mezzo fuori di sé, non aveva nemmeno la forza di alzarsi in piedi.

Che cos'hai? Che cosa è successo?

Con la voce mezzo soffocata dalla paura, disse: «Era uno di quegli animali grandi che stavano all'inferno, che stava qui ad appiccare il fuoco». Io non vidi niente e nemmeno Giacinta e perciò mi misi a ridere e gli dissi: «Tu non vuoi mai pensare all'inferno per non avere paura; e adesso sei stato il primo ad averla».

Quando Giacinta si mostrava più impressionata al pensiero dell'inferno, lui era solito dirle: «Non pensare tanto all'inferno! Pensa piuttosto a nostro Signore e alla Madonna. Io non ci penso, per non avere paura». E non pareva niente affatto pauroso. Di notte, poteva andare da solo in qualsiasi posto buio, senza far difficoltà. Giocava con le lucertole e i serpenti che

trovava, li faceva arrotolare attorno ad un bastone, e dava loro nella cavità delle pietre latte delle pecore, per farglielo bere. Andava in cerca per le grotte di tane di volpi, di conigli e genette ecc.

Gli piacevano molto gli uccelli; non tollerava che si portassero via i loro nidi. Sbriciolava sempre un po' del pane che portava con sé per lo spuntino, sulla cima delle rocce, perché essi lo mangiassero; e, allontanandosi, li chiamava come se potessero capire; e voleva che nessuno si avvicinasse, per non spaventarli: «Poverini, avete tanta fame    diceva parlando con loro Venite, venite a mangiare!». Ed essi, con la vista acuta che hanno, non si facevano pregare; e venivano in grandi stormi. La sua soddisfazione era allora vederli volare sulla cima degli alberi con il gozzo pieno a cantare in un cinguettare tremendo, che lui imitava benissimo, facendo coro con loro.

Un giorno incontrammo un ragazzetto che aveva in mano un uccellino, che aveva preso. Preso da compassione, Francesco gli promise due ventini se lo lasciava volare. Il ragazzo accettò il contratto, ma prima voleva i soldi in mano. Francesco tornò allora a casa da Lagoa da Carreira, che resta un po' sotto Cova da Iria, a prendere i due ventini per dare libertà al prigioniero. Quando, dopo, lo vide volare, batteva le mani dalla gioia e diceva: «Sta attento, che non ti acchiappino di nuovo».

C'era una vecchietta che chiamavamo Zi' Maria Carreira, a cui i figli, a volte, portavano al pascolo un gregge di capre e pecore. Queste, poco domestiche, a volte si sparpagliavano un pò da tutte le parti. Quando la incontravamo, Francesco era il primo che correva ad aiutarla. L'aiutava a condurre il gregge al pascolo e le riuniva quelle che si erano sbandate. La povera vecchietta si profondeva in mille ringraziamenti, e lo chiamava il suo angioletto custode.

Quando passavano dei malati, lui era preso da compassione e diceva:

«'Non posso vedere questa gente in simile situazione; mi fanno tanta compassione».

Quando ci chiamavano per parlare con qualche persona che ci cercava, lui domandava se erano malati e diceva: «Se sono malati, non ci vado. Non riesco a guardarli, ché mi fanno troppa compassione! Ditegli che prego per loro!».

Un giorno vollero portarci a Montelo, da un uomo chiamato Joaquim Chapeleta. Francesco non volle venire.

Io non ci vado. Non riesco a guardare quelle persone che vorrebbero parlare e non ci riescono! (Quest'uomo aveva la mamma muta).

Quando tornai verso sera con Giacinta, domandai di lui alla zia.

E che ne so! Mi sono stufata di cercarlo questo pomeriggio. Sono venute delle signore che volevano vedervi. Voi altre non c'eravate e non si è fatto più rivedere. Adesso cercatelo voi!

Ci sedemmo un poco su una panca del sentiero, pensando di andare poi alla Loca do Cabeço, sicure che era là. Ma non appena mia zia esce di casa, ci parla da una piccola apertura della soffitta.. Era salito lassù, quando s'era accorto che veniva gente.

Da li aveva assistito a tutto quello che era avvenuto e ci diceva dopo:

«Quanta gente c'era! Che Dio mi liberi, se mi prendevano qui da solo! Che cosa avrei potuto dirgli?». (C'era in cucina una botola, da cui, salendo in cima a un tavolo o a una sedia, era facile salire in soffitta).

Come ho già detto, mia zia vendette il suo gregge prima di mia madre. Da allora, al mattino, prima di uscire, avvisavo Giacinta e Francesco del luogo del pascolo dove andavo; e loro, se appena potevano fare una scappata, venivano da me. Un giorno, quando arrivai, erano già là ad aspettarmi.

Ah, come mai siete venuti così presto?

Sono venuto rispose Francesco perché non so coim'è prima non m'importava molto di te; venivo a causa di Giacinta; ma ora, al mattino, non posso neanche più dormire per la fretta di venire da te!

Passati i giorni 13 del periodo delle apparizioni, alla vigilia del 13 degli altri mesi, diceva: «Sentite! Domattina, molto per tempo, io me ne vado attraverso il giardino a Lapa do Cabeço; e voi altre, appena potete, venite là».

Ah, mio Dio! Io ero già arrivata a scrivere le cose della sua malattia, molto vicina alla morte e adesso vedo che sono tornata ai bei tempi della montagna, tra il dolce cinguettare degli uccelli. Chiedo scusa. Scrivo qui quello che mi viene in mente, come fanno i gamberi, che vanno avanti e indietro, senza preoccuparsi della fine del loro cammino. Il lavoro lo lascio al rev. P. Galamba, se per caso vorrà utilizzare qualcuna di queste cose. Suppongo che 'sarà poco o nulla.

E ritorno dunque alla sua malattia. Ma prima di tutto, ancora un'altra cosa del suo breve periodo di scuola. Uscivo un giorno di casa e m'incontro con mia sorella Teresa, sposata allora da poco tempo a Lomba. Veniva a nome di un'altra donna di un paese vicino, cui avevano arrestato un figlio, accusato di non mi ricordo quale delitto, per il quale, se non si fosse provata la sua innocenza, sarebbe stato condannato all'esilio o almeno a un considerevole numero di anni di prigione. Mi chiedeva dunque con insistenza, a nome della povera donna cui voleva far piacere, che le ottenessi questa grazia dalla Madonna. Ricevuta l'imbasciata, partii per la scuola. E, lungo il cammino, raccontai ai miei cugini quanto stava avvenendo. Arrivati a Fatima, mi dice Francesco: «Senti! mentre tu vai a scuola, io resto con Gesù nascosto e gli domando quell'affare».

Uscita da scuola, andai a chiamarlo e gli domandai:

Hai chiesto quella grazia a nostro Signore?

Sì. Di' alla tua Teresa che tra pochi giorni quello viene a casa.

Dopo alcuni giorni, il povero ragazzo era ritornato a casa e il giorno 13 venne con tutta la famiglia a ringraziare la Madonna per la grazia ricevuta.

Un altro giorno, uscendo di casa, notai che Francesco camminava molto adagio.

Che hai? gli domandai. Pare che non riesci a camminare.

Mi fa molto male la testa e mi sembra che sto per cadere.

Allora non venire; sta a 'casa.

Non resto, no! Preferisco stare in chiesa con Gesù nascosto, mentre tu vai a scuola.

In uno di quei giorni in cui Francesco, ormai malato, riuscì ancora a fate qualche passeggiata, andai con Lui a Lapa do Cabeço e a Valinhos. Al ritorno, arrivati a casa, la troviamo piena di gente; e una povera donna che, vicino a un tavolo, fingeva di benedire innumerevoli oggetti di pietà: rosari, medaglie, crocifissi, ecc. Giacinta e io fummo subito circondate da numerose persone che volevano interrogarci. Francesco fu preso da quella bigotta beneditrice, che lo invitò ad aiutarla.

Io non posso benedire le rispose con serietà e nemmeno voi! Solo i reverendi sacerdoti possono farlo!

La frase del piccolo si sparse immediatamente tra la folla, come se echeggiasse per mezzo di qualche altoparlante e la povera donna dovette ritirarsi immediatamente tra gl'ìnsulti di quelli che volevano di ritorno gli oggetti che le avevano appena consegnato.

Ho già detto nello scritto su Giacinta che lui riuscì ad andare ancora qualche volta a Cova da Iria; come usò e consegnò la corda; che un giorno dì caldo soffocante, fu il primo a offrire il sacrificio di non bere; e che a volte ricordava alla sorella l'idea di soffrire per i peccatori, ecc. Suppongo che non è perciò necessario ripeterlo qui. Stavo un giorno a fargli un po' di compagnia vicino al suo letto, insieme a Giacinta che si era alzata per un po'. All'improvviso viene sua sorella Teresa ad avvisare che per la strada sta arrivando una gran folla che di sicuro vengono a cercare noi. Non appena lei fu uscita, gli dico: «Bene. Voi aspetttateteli qua. Io vado a nascondermi. Giacinta fece a tempo a correre dietro a me, e andammo a metterci dentro a un tino, messo vicino all'uscio che dà sul giardino. Non tardammo a udire il chiasso delle persone che, mentre visitavano la casa, uscirono nel giardino. E passarono proprio vicino al suddetto tino, che ci salvò, perché aveva la bocca girata dal lato opposto.

Quando sentimmo che se n'erano andati via, uscimmo dal nostro nascondiglio e andammo a trovare Francesco, che c'informò di quello che era avvenuto:

C'era tanta gente e volevano ch'io dicessi loro dove eravate voi; ma nemmeno io lo sapevo. Volevano vederci e chiederci molte cose. C'era anche una donna di Alqueidao, che domandava la guarigione di un malato e la conversione di un peccatore. Per questa donna prego io; voi pregate per gli altri che sono molti.

Questa donna si fece rivedere poco dopo la morte di Francesco. Mi chiese di andare a indicarle qual era la sua tomba, perché voleva andarci a ringraziarlo per le due grazie che gli aveva domandato.

Un giorno, stavamo andando verso Cova da Iria, e, appena usciti da Aljustrel, fummo sorpresi da un gruppo di gente, in una curva della strada, che per vederci e sentirci meglio misero Giacinta e me in cima a un muretto. Francesco non volle che lo mettessero là in cima, come se avesse paura di cadere. Dopo, un po' una volta si allontanò e andò a mettersi accanto a un vecchio muro li dirimpetto. Una povera donna e un giovane, vedendo che non riuscivano a parlarci in privato come volevano, andarono a inginocchiarsi davanti a lui, a chiedergli che ottenesse loro dalla Madonna la guarigione del padre e la grazia di non andare in guerra. (Erano madre e figlio). Francesco s'inginocchia anche lui, si toglie il berretto e domanda se vogliono recitare il rosario con lui; dicono di si e cominciano a pregare; in poco tempo, tutta quella gente smettono di domandare semplici curiosità e si mettono anche loro in ginocchio a pregare. Dopo ci accompagnano a Cova da Iria. Durante il cammino, recitano con noi un altro rosario e là sul posto un altro ancora, e si congedano soddisfatti. La povera donna promette di tornare li a ringraziare la Madonna per le grazie che domanda, se le otterrà. E ritornò parecchie volte, accompagnata, non solo dal figlio, ma anche dal marito che ormai stava vene. (Erano della parrocchia di S. Mamede e noi li chiamavamo i Casaleiros).

Durante la malattia Francesco si mostrò sempre allegro e contento. A volte gli domandavo:

Soffri molto, Francesco?

Abbastanza, ma non importa. Soffro per consolare nostro Signore; e poi tra poco vado in cielo!

Lassù non ti dimenticare di chiedere alla Madonna che faccia presto

a prendere anche me.

    Quello non lo domando! Tu sai bene che Lei non ti vuole lassù per

adesso.

Alla vigilia di morire mi disse:

Senti! Io sto molto male; ormai mi manca poco per andare in cielo.

Allora sta bene attento: non ti dimenticare di pregare molto per i peccatori, per il santo Padre, per me e per Giacinta.

Va bene, io pregherò; ma senti, queste cose chiedile piuttosto a Giacinta, perché io ho paura di dimenticarmene, quando vedrò nostro Signore! E poi, prima di tutto io voglio consolare.

Un giorno, al mattino molto presto, sua sorella. Teresa viene a chiamarmi: «Vieni in fretta! Francesco sta molto male e dice che vuol dirti una cosa!». Mi vestii in fretta e andai da lui. Chiese alla madre e ai fratelli che uscissero dalla stanza, perché era una cosa segreta quello che voleva dirmi. Uscirono e lui mi disse:

Il segreto è che dovrò confessarmi per fare la comunione e dopo morire. Vorrei che tu mi dicessi se mi hai visto fare qualche peccato e poi che tu andassi a domandare a Giacinta se anche lei mi ha visto farne qualcuno.

Hai disubbidito qualche volta a tua madre gli risposi quando lei ti diceva di stare a casa e tu scappavi e venivi da me o andavi a nasconderti.

è vero; questo è uno. Adesso va a domandare a Giacinta se lei ne ricorda qualche altro.

Andai e Giacinta, dopo aver pensato un po', mi rispose: «Senti! Digli che prima che la Madonna ci apparisse, rubò dieci centesimi al babbo, per comprare un'armonica a José Marto della Casa Velha; e che quando i ragazzi di Aljustrel tirarono pietre a quelli di Boleiros, anche lui ne tirò qualcuna!

Quando gli riferii queste parole della sorella, rispose: «Codesti li ho già confessati, ma li confesserò di nuovo. Può darsi che è a causa dì questi peccati che ho fatto, che nostro Signore è così triste! Ma io, anche se non morissi, non li rifarei mai più, adesso sono pentito». E, congiungendo le mani, recitò l'orazione: «O mio Gesù, perdonateci, liberateci dal fuoco dell'inferno, portate tutte le povere anime in cielo, specialmente quelle che hanno più bisogno». Poi aggiunse:

Senti! Chiedi anche tu a nostro Signore che mi perdoni i miei peccati!

Glielo chiederò, certo, sta tranquillo. Se nostro Signore non te li avesse già perdonati, la Madonna non avrebbe detto proprio l'altro giorno a Giacinta che sarebbe venuta a prenderti tra poco per portarti in cielo. Adesso io vado a messa e là pregherò Gesù nascosto per te.

  Senti! Chiedi al signor priore se mi dà la santa comunione.

  Ma certo.

Quando tornai dalla chiesa, Giacinta si era già alzata, e stava seduta sul suo letto. Quando mi vide, mi domandò:

  Hai pregato Gesù nascosto che il signor priore mi dia la santa comunione?

  Sì, gliel'ho chiesto.

  Dopo, in cielo, io chiederò per te.

  Come, chiederai? Se proprio l'altro giorno hai detto che non chiedevi.

  Ma quello era per farti portare in cielo tra poco! Ma, se tu vuoi, io chiedo e poi la Madonna fa come Le pare.

  Io voglio, si. Tu domanda.

  Ma si, sta tranquilla che io lo domando.

La lasciai lì e andai a fare le faccende di tutti i giorni, di lavoro e la scuola. Quando tornai, verso sera, era raggiante di gioia. Si era confessato e il signor priore gli aveva promesso di portargli il giorno seguente la santa comunione. Dopo aver fatto la comunione, il giorno seguente, diceva alla sorellina: «Oggi sono più felice di te, perché ho dentro al mio petto Gesù nascosto. Io vado in cielo, ma lassù pregherò molto nostro Signore e la Madonna che portino anche voi lassù in fretta».

Questo giorno lo passai quasi tutto insieme a Giacinta vicino al suo letto. Ormai non poteva più pregare e così ci chiese di recitare noi il rosario per lui. Dopo mi disse:

  Certamente in cielo avrò molta nostalgia di te! Oh, se la Madonna portasse anche te lassù tra poco!

  Macché nostalgia, figurati! Vicino a nostro Signore e alla Madonna, che sono così buoni!

  Giusto! Forse nemmeno me ne ricordo.

E adesso aggiungo io: «Forse non se n'è ricordato!!! Pazienza!!!».

Quando era ormai notte fatta, mi congedai da lui

  Francesco addio. Se vai in cielo questa notte, non ti dimenticare di me lassù.

  Non ti dimenticherò, no, sta' tranquilla. E mi prese la mano destra e la strinse con forza per un bel po', guardandomi con le lacrime agli occhi.

  Non vuoi nient'altro? gli domandai con le lacrime che ormai scorrevano anche a me sul viso.

  No, mi rispose con un fil dì voce.

Siccome la scena stava per diventare troppo commovente, mia zia mi fece uscire dalla stanza.

  Allora, addio, Francesco. Arrivederci in cielo! Addio, arrivederci in cielo!...

E il cielo si avvicinava. Volò lassù il giorno dopo, nelle braccia della Madre celeste. Non se ne può descrivere la nostalgia. è una punta di tristezza che punge il cuore lungo il corso degli anni. è il ricordo del passato che echeggia sempre nell'eternità.

Era notte... e io placida sognavo che in sì festivo, sospirato giorno, celeste unione in una grande gara tra noi e gli angeli avveniva!

Che corona d'oro, nessuno immaginava, di fiorellini che la terra produceva, che uguagliasse quella che il cielo gli offriva

nell'angelica bellezza che faceva scordare la nostalgia!

Di labbra materne... delizia, sorriso, nel celeste paradiso... vive in Dio! Immerso nell'incanto di amore di delizie sovrane, passò questi anni..., sì brevi... Addio!!!

Siccome il rev. P. Galamba desidera le parole di canti profani, e già ne ho scritto alcuni nella storia di Francesco, prima d'incominciate un altro argomento, ne metto qui degli altri, perché il reverendo possa scegliere, se per caso ce n'è qualcuno che può servire a qualcosa.

LA MONTANINA

Montanina, montanina, dagli occhi castani, chi ti ha dato, o montanina, incanto sì grande? Incanto sì grande, non ho mai Visto! Montanina, montanina, abbi pietà di me!

Abbi pietà di me! Montanina, montanina, abbi pietà di me!!! Montanina, montanina, dalla gonna che svolazza, chi ti ha dato, o montanina, d'essere sì elegante?

Tanta eleganza non ho visto mai!!!

E così di seguito, fino alla fine, come la prima,

Montanina, montanina, dal petto color di rosa, chi ti ha dato o montanina, un color sì delicato? Un color sì delicato, non ho Visto mai! Ecc.

Montanina, montanina, adorna d'oro, chi ti ha dato, montanina, una gonna così scampanata?

Gonna così scampanata non ho visto mai! Ecc.

STA ATTENTA

Se vai in montagna, cammina adagio; attenzione a non cadere in qualche burrone! In qualche burrone non devo cadere, perché le piccole montanine verranno in mio aiuto. Verranno in mio aiuto, lo vogliano o no, le piccole montanine del mio cuore!!!

Verranno in mio aiuto,

                     verranno a curarmi:                                     

                     sono le piccole montanine

                     buone ad amare!

                     Buone ad amare,

                     lo vogliano o no,

                     le piccole montanine del mio cuore!!!

Adesso, eccellenza reverendissima, verrà la pagina che mi costa di più fra quante l'eccellenza vostra mi ha fatto scrivere. Dopo che l'E.V. rev.ma, in privato, mi ha ordinato di scrivere le apparizioni dell'angelo, con tutti i suoi dettagli e particolari, e, nei limiti del possibile, perfino con le mie stesse intime reazioni, arriva il P. Galamba a chiedere anche l'ordine di farmi scrivere le apparizioni della Madonna.

«Le dia l'ordine, eccellenza», diceva poco tempo fa in Valenza il reverendo. «Eccellenza! Le faccia scrivere tutto, ma tutto. E le dica che le sarà causa di molti giri in purgatorio, il fatto di aver taciuto tante cose!».

Del purgatorio, in questo senso, non ho il minimo timore. Io ho sempre ubbidito. E l'ubbidienza non ha né pena né castigo. Prima di tutto, ho ubbidito ai movimenti intimi dello Spirito santo; poi agli ordini di coloro che a nome suo mi parlavano. Fu proprio questo il primo ordine e consiglio che, per mezzo della V.E. rev.ma, il buon Dio si è degnato di darmi. E, contenta e felice, ricordavo le parole dei tempi passati del venerabile sacerdote, il parroco di Torres Novas: «Il segreto della figlia del re è tutto nel suo intimo». E cominciando a penetrarne il senso, dicevo: «Il mio segreto è per me». Adesso non dico più così. Immolata sull'altare dell'ubbidienza, dico: «Il mio segreto appartiene a Dio. Io l'ho deposto nelle sue mani. Che ne faccia Lui quello che più gli piacerà».

Diceva dunque il rev. P. Galamba: «Eccellenza, le faccia scrivere tutto, tutto; che non nasconda nulla». E la V.E. rev.ma, assistito con certezza dallo Spirito santo, ha pronunciato la sentenza: «Questo io non lo ordino! In materia di segreto, io non mi intrometto».

Siano rese grazie a Dio! Qualsiasi altro ordine mi sarebbe stato una fonte di perplessìtà e di scrupoli. Con un ordine contrario, io avrei domandato a me stessa migliaia di volte: «A chi devo ubbidire? A Dio o al suo rappresentante? », E, senza forse trovare una soluzione, sarei restata in una situazione di vera tortura interiore!

In seguito. ì'E.V. rev.ma ha continuato a parlare in nome di Dio: «Sorella, scriva le apparizioni dell'angelo e della Madonna, perché, sorella mia, è per la gloria di Dio e della Madonna».

Come è buono Dio! Lui è il Dio della pace e per questo cammino conduce coloro che confidano in lui!

Comincio dunque il mio nuovo compito e compirò gli ordini dell'E.V. e i desideri del rev. P. Galamba. Tranne una parte del segreto, che per ora non mi è permesso rivelare, dirò tutto. Coscientemente non trascinerò nulla. Immagino che potranno sfuggirmi soltanto dei piccoli dettagli d'importanza minima. Per quel che posso calcolare a occhio e croce, ebbe luogo nel 1915 la prima apparizione di quello che io credo essere l'angelo, che non osò per allora manifestarsi completamente. Dall'aspetto del tempo, credo che saranno avvenute nei mesi tra aprile e ottobre del 1915.

A Cabeço, nel versante rivolto verso sud, al momento di recitare il rosario in compagnia di tre compagne, di nome Teresa Matias, Maria Rosa Matias sua sorella e Maria Justino, di Casa Velha, vidi che sopra il bosco della valle, che si estendeva ai nostri piedi, si librava qualcosa come una nuvola, più bianca della neve, un po' trasparente, dai contorni umani. Le mie compagne mi domandarono che cos'era. Risposi che non lo sapevo. In giorni differenti si ripeté tre volte 'ancora.

Questa apparizione mi lasciò nello spirito una certa impressione che non so spiegare. A poco a poco, quest'impressione andava scomparendo; e credo che se non fosse per i fatti che poi vennero dopo, col tempo l'avrei dimenticata del tutto.

Non posso precisare con certezza le date, perché in quel tempo io non sapevo ancora contare gli anni, né i mesi e nemmeno i giorni della settimana. Mi pare però che dev'essere stato nella primavera del 1916 che l'angelo ci apparve per la prima volta nella nostra Loca do Cabeço.

Ho già detto, nello scritto su Giacinta, che noi salimmo il pendio in cerca di un riparo; e che fu, dopo aver fatto lo spuntino e aver pregato, che cominciammo a vedere a qualche distanza, sopra gli alberi che si estendevano dalla parte del sole nascente, una luce più bianca della neve, dalla forma di un giovane trasparente, più brillante che un cristallo attraversato dai raggi del sole. A mano a mano che si avvicinava, noi potevamo distinguerne i lineamenti. Eravamo sorpresi e mezzo assorti. Non dicevamo parola.

Arrivato vicino a noi, disse: «Non temete! Io sono l'angelo della pace. Pregate con me!». E, inginocchiandosi in terra, curvò la fronte fino al suolo. Portati da una spinta soprannaturale, io imitammo e ripetemmo le parole che gli sentimmo pronunciare: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo. Io vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano». Dopo aver ripetuto tutto ciò tre volte, sì alzò e disse:

«Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria sono attenti alla voce delle vostre suppliche». E scomparve.

L'atmosfera del soprannaturale che ci avvolse era così intensa, che quasi non ci rendevamo conto della nostra stessa esistenza; per un bel po' di tempo restammo nella posizione in cui ci aveva lasciato, a ripetere sempre la stessa orazione. La presenza di Dio si sentiva così intensa e intima, che nemmeno tra di noi avevamo il coraggio di parlare. Il giorno dopo, sentivamo io spirito ancora avvolto da quella stessa atmosfera che solo molto lentamente andò scomparendo.

A nessuno venne in mente di parlare di questa apparizione, e nemmeno di raccomandare il segreto. Essa lo impose da sé. Era così intima, che non era facile pronunciare su di essa la benché minima parola. Forse ci fece anche maggior impressione, perché fu la prima a svolgersi in modo così manifesto.

La seconda dovette essere nel cuore dell'estate, in quei giorni di maggior calore, in cui riportavamo a casa il gregge a metà mattina, per ridargli la via soltanto sul tardi.

Andammo dunque a passare le ore della siesta all'ombra degli alberi che circondavano il pozzo già più volte menzionato. Improvvisamente vedemmo lo stesso angelo vicino a noi:

Che fate? Pregate! Pregate molto! I Cuori di Gesù e di Maria hanno sopra di voi disegni di misericordia. Offrite costantemente all'Altissimo orazioni e sacrifici.

Come dobbiamo sacrificarci? domandai.

Di tutto quello che potrete, offrite un sacrificio in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori. Attraete così sopra la vostra patria, la pace. Io sono il suo angelo custode, l'angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà.

Queste parole dell'angelo s'impressero nel nostro spirito, come una luce che ci faceva comprendere chi era Dio, che ci amava e voleva essere amato; il valore del sacrificio e quanto gli fosse gradito e che, in attenzione ad esso. convertiva i peccatori. Perciò da quel momento cominciammo a offrire al Signore tutto ciò che ci mortificava, ma senza darci da fare a cercare altre mortificazioni o penitenze, eccetto quella di passare ore a fila prostrati per terra a ripetere l'orazione che l'angelo ci aveva insegnato.

La terza apparizione, credo, che dovette avvenire in ottobre o alla fine di settembre, perché non andavamo più a passare l'ora della siesta a casa.

Come ho già detto nello scritto su Giacinta, andammo da Pregucira (è un piccolo uliveto di proprietà dei miei genitori), fino a Lapa, facendo il giro del pendio del monte dalla parte di Aljustrel e Casa Velha. Là recitammo il nostro rosario e l'orazione che ci aveva insegnato nella prima apparizione.

Eravamo dunque là, quando ci apparve la terza volta, portando in mano un calice e sopra di esso un'ostia, dalla quale cadevano dentro al calice, alcune gocce di sangue. Lasciando il calice e l'ostia sospesi per aria, ripeté tre volte l'orazione: «Santissima Trinità, Padre, Figlio, Spirito santo, vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze con cui Egli stesso è offeso. E, per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori». Dopo, alzandosi, riprese in mano il calice e l'ostia e diede a me l'ostia e quello che c'era nel calice lo diede a bere a Giacinta e a Francesco, dicendo contemporaneamente: «Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio». Nuovamente si prostrò a terra e ripeté con noi, ancora tre volte, la stessa orazione:

«Santissima Trinità, ecc.». E scomparve.

Portati dalla forza del soprannaturale che ci avvolgeva, imitavamo l'angelo in tutto, cioè, prostrandoci come lui e ripetendo le orazioni che lui diceva. La forza della presenza di Dio era così intensa che ci assorbiva e annichilava quasi completamente. Pareva privarci perfino dell'uso dei sensi corporali per un lungo periodo di tempo. In quei giorni facevamo le azioni materiali, come trasportati da quello stesso essere soprannaturale che a ciò ci spingeva. La pace e la felicità che sentivamo erano grandi, ma solo interne con l'anima completamente concentrata in Dio. Anche la spossatezza fisica che ci prostrava era grande.

Non so perché, le apparizioni della Madonna producevano in noi effetti molto differenti. La stessa gioia intima, la stessa pace e felicità. Ma invece di quella spossatezza fisica, una certa agilità espansiva; invece di quell'annichilamento davanti alla divina presenza, un esultare di allegria; invece di quella difficoltà nel parlare, un certo entusiasmo comunicativo. Ma, nonostante questi sentimenti, sentivo l'ispirazione a tacere, soprattutto certe cose. Negl'interrogatori sentivo l'ispirazione intima che m'indicava le risposte che, senza venir meno alla verità, non scoprissero quello che dovevo per allora nascondere. In questo senso mi testa un solo dubbio: «Se avrei dovuto dire tutto o no nell'interrogatorio canonico». Ma non sento scrupoli, per aver taciuto, perché in quel momento io non avevo ancora la conoscenza dell'importanza di quell'interrogatorio; e lo presi dunque come uno dei tanti a cui ero abituata. Mi sorprese soltanto l'obbligo di giurare. Ma, siccome il confessore, che me lo comandava e io giuravo il vero, lo feci senza difficoltà. Non sospettavo nemmeno in quel momento che il demonio avrebbe approfittato di questo, per tormentarmi più tardi con 'scrupoli senza fine. Ma grazie a Dio, tutto è ormai passato.

C'è anche un 'altro motivo che mi rafforza nell'idea che ho fatto bene a stare zitta. Durante l'interrogatorio canonico, uno degli interroganti, il rev. don Marques dos Santos, pensò che poteva allungare l'elenco delle sue domande e cominciò a scendere un po' più a fondo. Prima di rispondere, con una semplice occhiata, interrogai il confessore. Il rev. padre mi tolse d'imbarazzo, rispondendo a nome mio. Ricordò al mio interlocutore che stava oltrepassando i limiti del diritto che gli era stato concesso.

Quasi la stessa cosa mi successe nell'interrogatorio del rev. P. Fischer. Autorizzato da V.E. e dalla rev. madre provinciale, pareva che avesse il diritto di domandarmi tutto, ma grazie a Dio venne accompagnato dal confessore. A un certo punto, una ben calcolata domanda sul segreto. Mi sentii imbarazzata, senza sapere che cosa rispondere. Un'occhiata: il confessore mi aveva capito e rispose per me. Anche l'interrogante comprese e si limitò a darmi un buffetto sul viso con delle riviste che aveva davanti.

Così Dio mi mostrava a poco a poco che non éra ancora arrivato il momento da lui designato.

Passo dunque a descrivere le apparizioni della Madonna. Non mi trattengo a scrivere le circostanze che le precedettero né quelle che le seguirono, dato che il rev. P. Galamba mi ha fatto il favore di dispensarmi da ciò.

13 maggio 1917

Mentre stavo per giocare con Giacinta e Francesco, in cima al pendio di Cova da Iria, a fare un muretto intorno a una macchia, vedemmo, all'improvviso, qualcosa come un lampo.

E' meglio che ce n'andiamo a casa dissi ai miei cugini perché sta lampeggiando. Potrebbe venire un temporale.

Sì, andiamo.

E cominciammo a scendere il pendio, spingendo le pecore verso la strada. Arrivati all'incirca a metà pendio, quasi vicino a un grande leccio che c'era li, vedemmo un altro lampo e, fatti alcuni passi più avanti, vedemmo sopra un'elce una Signora, tutta vestita di bianco, più brillante del sole che diffondeva luce più chiara e intensa che un bicchiere di cristallo pieno di acqua cristallina, attraversata dai raggi del sole più ardente. Sorpresi dall'apparizione, ci fermammo. Eravamo così vicini, che ci trovammo dentro alla luce che la circondava o che Lei diffondeva. Forse a un metro e mezzo di distanza, più o meno. Allora la Madonna ci disse:

Non abbiate timore. Io non voglio farvi del male.

Di dove siete? le domandai.

Sono del cielo.

E che cos'è che volete da me?

Sono venuta a chiedervi che veniate qui sei mesi a fila, il giorno 13 a questa stessa ora. Poi vi dirò chi sono e che cosa voglio. Poi tornerò ancora qui una settima volta.

E anch'io andrò in cielo?

Si, ci andrai.

E Giacinta?

Anche lei.

E Francesco?

Pure, ma dovrà recitare molti rosari.

Mi ricordai allora di chiedere di due ragazze che erano morte da poco tempo. Erano mie amiche e stavano in casa mia per imparare a tessere con la mia sorella più vecchia.

Maria das Neves è già in cielo?

Si. (Mi pare che avrà avuto più o meno sedici anni).

E Amelia?.

E in purgatorio fino alla fine del mondo. (Mi pare che avrà avuto da diciotto a vent'anni).

Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze ch'Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?

Si, lo vogliamo.

Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto.

Fu al pronunciare queste ultime parole («La grazia di Dio ecc.»), che aperse per la prima volta le mani, comunicandoci una luce così intensa, come un riflesso che da esse usciva, che ci penetrava nel petto e nel più intimo dell'anima, facendoci vedere noi stessi in Dio, che era quella stessa luce, più chiaramente di quanto non ci vediamo nel migliore degli specchi. Allora, per un impulso intimo, anch'esso donato, cademmo in ginocchio e ripetemmo intimamente: «O Santissima Trinità, io vi adoro. Mio Dio, mio Dio, io vi amo nel santissimo sacramento». Passati i primi momenti, la Madonna aggiunse. «Recitate il rosario tutti i giorni, per ottenere la pace al mondo e la fine della guerra».

Subito dopo, cominciò a elevarsi serenamente, salendo verso levante, fino a scomparire nell'immensità della distanza. La luce che la circondava apriva come un sentiero tra la massa degli astri, motivo per cui alcune volte abbiamo detto di aver visto il cielo aprirsi.

Mi pare di aver già esposto, nello scritto su Giacinta, o in una lettera, che la paura che sentimmo non fu della Madonna, bensì del temporale che immaginavamo imminente; è da questo, dal temporale, che volevamo fuggire. Le apparizioni della Madonna non infondono paura o timore, bensì sorpresa. Quando domandavano se avevo avuto paura e dicevo di sì, mi riferivo alla paura che avevo avuto dei lampi e del temporale che pensavo che stesse arrivando; è da questo che volevamo fuggire, perché eravamo abituati a vedere lampi solo quando tuonava.

Anche i lampi non erano lampi propriamente detti, ma piuttosto il riflesso di una luce che si avvicinava. Proprio perché vedevamo quella luce, dicevamo a volte che vedevamo venire la Madonna. Ma propriamente, la Madonna la distinguevamo soltanto in quella luce, quando già stava sopra l'elce. Il fatto di non saperci spiegare e di voler evitare domande, fu la causa per cui a volte dicevamo che la vedevamo venire, altre che no Quando dicevamo di sì, che la vedevamo venire, ci riferivamo al fatto che vedevamo avvicinarsi quella luce che in fondo era lei. E quando dicevamo che non la vedevamo venire, ci riferivamo al fatto che propriamente la Madonna la vedevamo soltanto quando già stava sopra l'elce.

13 giugno 1917

Dopo aver recitato il rosario con Giacinta e Francesco ed altre persone presenti, vedemmo di nuovo il riflesso della luce che si avvicinava (e che noi chiamavamo «lampo»); e, subito dopo, la Madonna sopra l'elce, tutto come nel mese di maggio.

Che cosa volete da me? domandai.

Voglio che veniate qui il 13 del mese che viene, che recitiate il rosario tutti i giorni e che impariate a leggere. Poi vi dirò quello che voglio.

Chiesi la guarigione di un malato.

Se si converte, guarirà quest'anno.

Vorrei chiederVi di portarci in cielo.

Si, Giacinta e Francesco, li porterò tra poco. Ma tu testerai qua ancora per un po'. Gesù vuoi servirsi di te, per farmi conoscere e amare. Lui vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato.

E io resto qui sola sola? domandai afflitta.

No, figlia. E tu soffri molto? Non ti scoraggiare. Io mai ti lascerò. Il mio Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà. fino a Dio. Fu nell'istante in cui disse queste ultime parole, che aperse le mani e ci comunicò per la seconda volta il riflesso di quella luce immensa. In essa noi ci vedevamo come immersi in Dio. Giacinta e Francesco pareva che stessero nella parte di quella luce che si elevava verso il cielo e io in quella che si diffondeva sulla terra. Davanti al palmo della mano destra della Madonna c'era un cuore circondato da spine, che pareva vi stessero conficcate. Comprendemmo che era il Cuore immacolato di Maria, oltraggiato. dai peccati dell'umanità, che voleva riparazione.

Ecco, eccellenza reverendissima, a che cosa ci riferiamo quando dicevamo che la Madonna ci aveva rivelato un segreto in giugno. La Madonna non ci ordinava ancora, questa volta, di mantenere il segreto. Ma sentivamo dentro che Dio a questo ci spingeva.

13 luglio 1917

Alcuni momenti dopo essere arrivati a Cova da Iria, vicino all'elce, tra una numerosa folla di popolo, mentre dicevamo il rosario, vedemmo il riflesso della luce familiare e, subito dopo, la Madonna sopra l'elce.

Che cosa volete da me? domandai.

Voglio che veniate qui il 13 del mese che viene. Che continuate a recitare tutti i giorni il rosario in onore della Madonna del rosario, per ottenere la pace al mondo e la fine della guerra, perché solo Lei li potrà aiutare.

Vorrei chiedervi di dirci chi siete; e di fare un miracolo perché tutti credano che Voi ci apparite.

Continuate a venire qui tutti i mesi. In ottobre dirò chi sono, quello. che voglio e farò un miracolo che tutti vedranno e potranno credere.

A questo punto feci alcune richieste, che non ricordo bene quali furono. Quel che mi ricordo è che la Madonna disse che era necessario recitare il rosario per ottenere le grazie durante l'anno. E continuò: «Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente quando farete qualche sacrificio:

   "O Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!". Mentre diceva queste ultime parole, aperse di nuovo le mani come nei due mesi passati. Il riflesso parve penetrare la terra e vedemmo qualcosa come un mare di fuoco: immersi in questo fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e negre o color bronzo, con lineamenti umani, che fluttuavano nell'incendio, sollevate dalle fiamme che da loro stesse uscivano con nugoli di fumo, e ricadevano da tutte le parti, simili al cadere di faville nei grandi incendi, senza né peso né equilibrio, tra gridi e gemiti di dolore e di disperazione, che facevano orrore e tremare di spavento. (Dev'essere stato l'impatto con questa visione, che mi fece scappare quell'«ahi», che dicono di aver sentito da me). I demoni si distinguevano per i lineamenti orribili e schifosi di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come negri carboni accesi.

Spaventati e come per invocare soccorso, alzammo gli occhi verso la Madonna, che ci disse con bontà e tristezza: «Avete visto l'inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilite nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà pace. La guerra terminerà. Ma se non smetteranno di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI, ne comincerà un'altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per punire il mondo dai suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e della persecuzione alla Chiesa e al santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati. Se daranno retta alle mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace. Se no, diffonderà nel mondo i suoi errori, provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il santo Padre avrà molto da soffrire, e parecchie nazioni saranno annientate. Alla fine il mio Cuore immacolato trionferà. Il santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace. In Portogallo, si conserverà sempre il dogma della fede; ecc... Questo non lo direte a nessuno. Frances'co, sì, potete dirlo.

Quando recitate il rosario, dite, dopo ogni mistero: «O mio Gesù, per donateci, liberateci dal fuoco de1l'inferno, portate in cielo tutte le povere anime, specialmente quelle che hanno più bisogno». Segui un istante di silenzio e dom'andai:

Non volete più nulla da me?

No, per oggi non voglio più nulla. E, come al solito, cominci elevarsi verso levante, fino a scomparire nell'immensa distanza del firmamento

13 agosto 1917

   Siccome ho già parlato di quel che è avvenuto in questo giorno, non ci fermo adesso e passo all'apparizione, che avvenne a mio parere il 15, sul far della sera. Poiché ancora io non sapevo contare i giorni del mese, può darsi che io mi sbagli, ma ho l'impressione che avvenne nello stesso giorno in cui arrivammo da Vile Nove de Ourém.

Andando con le pecore in compagnia di Francesco e di suo fratello Giovanni, in un luogo chiamato Valìnhos e intuendo che qualche cosa di soprannaturale si stava avvicinando e ci avvolgeva, supponendo che la Madonna sarebbe venuta ad apparirci, e dispiacendomi che Giacinta restasse senza vederla, chiedemmo a suo fratello Giovanni che andasse a chiamarla. Siccome non voleva andarci, gli diedi due ventini e così partì correndo.

Nel frattempo, io vidi insieme a Francesco il riflesso della luce, che noi chiamavamo lampo e, arrivata Giacinta, un istante dopo, vedemmo la Madonne sopra un'elce.

Che cosa volete da me?

Voglio che continuate ad andare e Cova da Iria il giorno tredici; che continuate a recitare il rosario tutti i giorni. L'ultimo mese farò un miracolo, perché tutti credano.

Che cosa volete che si faccia con i soldi che il popolo lascia a Cova de Iria?

Facciamo due bussole: una la porterai tu insieme a Giacinta e ad altre due bambine vestite di bianco; l'altra, che la porti Francesco con altri tre bambini. I soldi delle bussole sono per la festa della Madonna del rosario. Quello che avanzerà servirà per la costruzione di una cappella che mi faranno fare.

Vorrei domandarvi la guarigione di alcuni malati.

Si, alcuni lì guarirò quest'anno. E, assumendo un aspetto più triste

Pregate, pregate molto; e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all'inferno perché non c'è chi si sacrifichi e preghi per loro.

E, come al solito, cominciò ad elevarsi verso levante.

13 settembre 1917

   Quando l'ora fu vicina, andai con Giacinta e Francesco, tra numerose persone, che a malapena ci lasciavano camminare. Le strade erano piene zeppe di gente perché tutti volevano vederci e parlarci. Li non c'era rispetto umano. Numerose persone, e perfino signore e signori, riuscendo ad aprirsi un varco tra la folla che si stringeva attorno e noi, venivano a prostrarsi in ginocchio davanti a noi, chiedendo che facessimo presenti alle Madonna le loro necessità. Altri, non riuscendo ad arrivare vicino a noi, gridavano da lontano: «Per amor dì Dio! chiedete alla Madonna che mi guarisca il figlio, che è zoppo! Un altro: che guarisca il mio che e' cieco! Un altro: il mio, che è sordo! Che mi riporti mio marito, mio figlio che è in guerra; che mi converta un peccatore; che mi dia la salute, perché sono tisico, ecc. ecc.».

Lì apparivano tutte le miserie della povera umanità e alcuni gridavano perfino dalla cima degli alberi e dai muretti, dove salivano al fine dì vederci passare. Dicendo agli uni di si, dando la mano agli altri per aiutarli ad alzarsi dalla polvere della terra, andavamo avanti grazie ad alcuni signori che ci aprivano un passaggio tra la folla.

Quando leggo adesso nel Nuovo Testamento certe scene così affascinanti di quando nostro Signore passava attraverso la Palestina, mi ricordo di queste a cui ancora così piccina, nostro Signore mi ha fatto presenziare, nei poveri sentieri e strade da Aljustrel a Fatima e a Cova da Iria. E rendo grazie a Dio, offrendogli la fede del nostro buon popolo portoghese. E penso: «Se questa gente sì umilia così davanti a tre poveri bambini, solo perché ad essi è concessa misericordiosamente la grazia di parlare con la Madre di Dio, che cosa non farebbero se vedessero davanti a sé Gesù Cristo in persona?

Comunque tutto questo non c'entra niente qui; è stata più che altro una distrazione della penna che mi è andata dove io non volevo. Pazienza! Una cosa inutile in più; non la tolgo per non sciupare il quaderno.

Arrivammo finalmente a Cova da Iria, vicino all'elce e cominciammo a dire il rosario con il popolo. Poco dopo vedemmo il riflesso della luce e, subito dopo, la Madonna sull'elce.

Continuate a recitare il rosario, per ottenere la fine della guerra. In ottobre verrà anche nostro Signore, la Madonna dei dolori e del Carmine, S. Giuseppe col bambino Gesù, per benedire il mondo. Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda. Portatela solo durante il giorno.

Mi hanno chiesto di chiedervi molte cose: la guarigione di alcuni malati, di un sordomuto.

Sì, alcuni li guarirò; altri no. In ottobre farò il miracolo affinché tutti credano. E, cominciando a elevarsi, scomparve come al solito.

13 ottobre 1917

Uscimmo di casa abbastanza presto, tenendo conto dei ritardi dell'andata. Il popolo era presente in massa. La pioggia, torrenziale. Mia madre, temendo che quello fosse l'ultimo giorno della mia vita, con il cuore a pezzi per l'incertezza di quello che sarebbe successo, volle accompagnarmi. Durante il cammino, le scene del mese passato, più numerose e commoventi. Nemmeno il fango dei sentieri impediva a quella gente d'inginocchiarsi nell'atteggia

mento più umile e supplichevole. Arrivati a Cova da Iria, vicino all'elce, spinta da un movimento interiore, chiesi al popolo che chiudessero gli ombrelli, per recitare il rosario. Poco dopo vedemmo il riflesso della luce e subito dopo la Madonna sull'elce.

Che cosa volete da me?

Voglio dirti che facciano qui una cappella in mio onore; che io sono la Madonna del rosario; che continuino a recitare il rosario tutti i giorni. La guerra terminerà e i militari torneranno tra breve alle loro case.

Io avevo molte cose da chiedervi: se guarivate alcuni malati e la conversione di alcuni peccatori, ecc.

Alcuni, sì; altri no; è necessario che si correggano; che domandino perdono dei loro peccati; e, assumendo un aspetto più triste, che non offendano più Dio nostro Signore, che è già molto offeso.

E, aprendo le mani le fece riflettere nel sole; e, mentre sì elevava, il riflesso della sua stessa luce continuava a proiettarsi contro il sole. Ecco, eccellenza reverendissima il motivo per cui gridai che guardassero verso il sole. Il mio scopo non era quello di richiamare l'attenzione del popolo da quella parte, perché io non mi rendevo nemmeno conto della sua presenza. Lo feci solo perché trasportata da un movimento interiore, che a ciò mi spinse.

Scomparsa la Madonna nell'immensa distanza del firmamento, vedemmo, vicino al sole, san Giuseppe col Bambino e la Madonna vestita di bianco con un manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino parevano benedire il mondo, con dei gesti che facevano con la mano in forma di croce.

Poco dopo, svanita questa apparizione, vidi nostro Signore e la Madonna, che mi dava l'impressione d'essere la Madonna dei dolori. Nostro Signore pareva benedire il mondo, come aveva fatto san Giuseppe. Svanì questa apparizione e mi parve di vedere ancora la Madonna nelle vesti della Madonna del Carmine.

Ecco, eccellenza reverendissima la storia delle apparizioni della Madonna a Cova da Iria nel 1917. Tutte le volte che per un motivo qualsiasi dovevo parlarne, cercavo di farlo col minor numero di parole possibile, per l'ambizione di tenere soltanto per me le parti più intime, che tanto mi costava manifestare. Ma siccome esse appartengono a Dio e non a me, e Lui adesso per mezzo dellE.V. rev.ma me le domanda, eccole qui. Restituisco quello che non mi appartiene. Coscientemente non mi tengo nulla. Credo che mancheranno soltanto dei piccoli particolari, riguardo alle suppliche che io facevo. Trattandosi di cose puramente materiali, io non gli davo tanta importanza e forse per questo non mi si sono impresse tanto vivamente nello spirito. E poi erano tante, ma tante! Forse proprio la preoccupazione di ricordarmi le innumerevoli grazie che dovevo domandare alla Madonna, ha causato l'equivoco per cui io intesi che la guerra finiva proprio il giorno 13. Non poche persone si sono mostrate abbastanza meravigliate per la memoria che Dio si è degnato concedermi. Per un atto d'infinità bontà, essa è in me assai privilegiata, in tutti i sensi. Ma, trattandosi di cose soprannaturali, non bisogna meravigliarsi, perché esse si imprimono nello spirito in modo tale che è quasi impossibile dimenticarle. Almeno il significato delle cose che esse esprimono, non si dimentica mai, a meno che Dio non voglia fare dimenticare anche quello.

Mi chiede ancora il rev. P. Galamba di scrivere alcune altre grazie che siano state ottenute per intercessione di Giacinta. Ho pensato un po' e mi ricordo di due soltanto.

La prima volta che la buona signora Emilia, di cui parlo nel secondo scritto

su Giacinta, mi venne a prendere per portarmi a Olival, alla casa del reverendo parroco, Giacinta venne con me. Quando arrivammo al paese dove viveva questa buona vedova, era sera. Nonostante questo, la notizia del nostro arrivo non tardò a divulgarsi e la casa della signora Emilia fu subito circondata da innumerevoli persone. Volevano vederci, interrogarci, chiedere grazie ecc. Viveva là una pia donna, che usava recitare il rosario in casa sua con le persone del paesetto che volevano unirsi a lei.

E così venne a chiedere di andare a casa sua a recitare il rosario. Volevamo rifiutare dicendo che l'avremmo recitato con la signora Emilia, ma le insistenze furono tante, che non ci fu altro rimedio che acconsentire. Alla notizia che andavamo, il popolo corse in massa alla casa della buona donna, allo scopo di prendere posto; e meno male che così ci lasciarono libero il cammino. Mentre eravamo in cammino, ci venne incontro una ragazza che avrà avuto circa vent'anni. Piangendo, si mette in ginocchio e chiede di entrare in casa sua a recitare almeno un'Ave Maria per il miglioramento di suo padre che da tre anni non poteva riposare, per il continuo singhiozzo.

Impossibile resistere a una scena come questa. Aiutai la povera ragazza ad alzarsi; e poiché era sera abbastanza avanzata, (camminavamo alla luce di alcune lanterne), dissi a Giacinta che restasse lì, mentre io andavo a recitare il rosario con il popolo; che al ritorno l'avrei chiamata. E lei accettò.

Al ritorno, entrai anch'io in quella casa. Trovai Giacinta seduta su una sedia, di fronte a un uomo, anche lui seduto, di aspetto non molto vecchio, ma magro e che piangeva di commozione. Lo circondavano alcune altre persone che erano, credo, della famiglia. Al vedermi, si alzò, sì congedò, promettendo di non dimenticarlo nelle sue orazioni e ce ne andammo alla casa della signora Emilia.  Il giorno dopo, partimmo al mattino molto per tempo per Olival e ritornammo soltanto dopo tre giorni circa. Arrivando alla casa della signora Emilia, ecco che si fece rivedere la fortunata ragazza, già accompagnata da suo padre, dall'aspetto assai migliore, senza quell'apparenza di eccessivo nervosismo e di stanchezza veramente estrema. Venivano a ringraziare per la grazia ricevuta, perché dicevano non aveva più sentito quel fastidioso singhiozzo. Tutte le volte che passavo di là in seguito, sempre questa buona famiglia mi veniva a mostrare la sua riconoscenza, dicendo che era completamente guarito: che non aveva più sentito il minimo sintomo di singhiozzo.

La seconda riguarda una mia zia, sposata a Fatima, di nome Vittoria, che aveva un figlio che era un vero flgliol prodigo. Non so perché, da molto tempo aveva abbandonato la casa paterna e non si sapeva che cosa n'era stato. Afflitta, mia zia venne un giorno a Aljustrel, per chiedermi di supplicate la Madonna per questo figlio suo. Non avendomi trovata, fece la richiesta a Giacinta. Lei promise di pregare per lui.

Passati alcuni giorni, ritornò a casa a chiedere perdono ai genitori e poi venne a Aljustrel a raccontare la sua infelice avventura.

Raccontò che dopo aver dilapidato tutto quello che aveva rubato ai genitori, se re andò in giro per parecchio tempo come un vagabondo, fino a che, non ricordo per quale motivo, fu messo in prigione a Torres Novas. Un po' di tempo dopo ch'era li, riuscì una notte a fuggire e, mentre fuggiva, di notte, corse tra monti e pinete sconosciute. Credendosi perduto deI tutto, tra la paura di essere preso e l'oscurità della notte chiusa e tempestosa, si trovò con un unico mezzo a disposizione: la preghiera. Cadde in ginocchio e cominciò a pregare. Passati alcuni minuti, diceva lui, gli apparve Giacinta, lo prende per mano e lo conduce alla strada asfaltata che va da Alqueidao a Reguengo, facendogli segno di continuare in quel senso. Quando si fece giorno, si trovò sulla strada di Boleiros, riconobbe il punto dove stava e, commosso, si diresse alla casa dei genitori.

Dunque, lui affermava che Giacinta gli era apparsa e che l'aveva riconosciuta perfettamente. Io domandai a Giacinta se era vero che era andata da lui. Rispose di no, che non sapeva dov'erano quelle pinete e monti dove lui si era perso. "Io ho solo pregato e supplicato molto per lui" perché la zia Vittoria mi faceva compassione». Ecco quello che mi rispose. Come avvenne allora tutto ciò? Non lo so. Dio lo sa.

Adesso eccellenza reverendissima, tocca al Libro «La Madonna di Fatima», del padre Luis Gonzaga Aires da Fonseca, Sj.

Il P. Galamba mi ha detto di indicarne i punti che trovassi non del tutto esatti. Trovo appena de i piccoli dettagli e mi pare che non varrebbe molto la pena di annotarli. Ma, siccome si tratta di scriverne un altro lo faccio, perché l'E.V. rev.ma lo desidera, per evitare che questo li ripeta.

Al capitolo Il, pag. 18, si dice: «Un piccolo tratto di terra incolta». Tutta incolta, no. Lì a Cova si coltivava: granoturco, patate, fagioli, grano ecc.; quello che era opportuno seminarci. Sui pendii, soprattutto in quello che sale verso la strada, c'erano alcuni lecci e ulivi, che producevano ghiande e ulive.

Al capitolo Il, pag. 19 si dice: «Guardano a destra, ecc.». No. In tal caso sarebbe a sinistra o di fronte. Il pendio che sale al posto dove ci riunivamo a giocate, era composto di varie andane o avvallamenti che lo attraversavano, lasciando soltanto un passaggio all'estremità, dal lato sinistro di chi sale. Queste andane  erano formate da filari di lecci ed elci, che crescendo confusamente con la sterpaglia, formavano filari di fitti boschi, che non era facile attraversale. Da quel sentiero, che restava a destra di chi scendeva, noi scendevamo per andare verso il leccio grande, restandoci perciò l'elce proprio dalla parte sinistra.

Sì dice nel secondo paragrafo, un po' prima, che il secondo lampo ci inchiodò immobili dov'eravamo. Anche questo non va. Il secondo, lo vedemmo in parte più o meno a metà pendio, che va dal posto delle apparizioni fino alla cima del pendio, in parte davanti al leccio grande. Continuammo insomma a camminare, fino ad incontrarci con la Madonna che era sopra il leccio.

Alla stessa pagina 19 si dice ancora: «Attoniti, volevano fuggire». Nemmeno. Mi pare di averlo già spiegato in un altro scritto. Dal momento che vedemmo la Madonna, non pensammo più a fuggire. La Madonna non è causa di paura; ma solo di sorpresa, pace e gioia.

Quando dicevamo che avevamo avuto paura, ci riferivamo alla paura che sentimmo al pensiero che sarebbe venuto un temporale, e era da questo che volevamo fuggire. Mi sembra che la Madonna, dicendoci di non aver paura, voleva tranquillizzarci dalla paura del temporale, che noi credevamo prossimo, perché eravamo abituati a vedere i lampi solo quando c'era il temporale. E, nella nostra ignoranza, non sapevamo ancora distinguere il riflesso di una luce da un lampo.

Al cap. Il, pag. 20, si dice: «Quasi della stessa lunghezza del vestito». Mi pare che bisognerebbe sopprimere questo «quasi», perché era della stessa lunghezza.

Nello stesso cap. Il, pag. 21, si dice: «E che cosa siete venuta a fare qui?». Non mi ricordo di aver fatto questa domanda.

Cap. III, pag. 29, si dice: «Subito dopo confidò loro un segreto, con proibizione rigorosa di dirlo». Come dico sopra, nella narrazione che faccio delle apparizioni, questo mese fummo noi a voler mantenere il segreto del riflesso e dei suoi effetti. Fu nel mese seguente che la Madonna c'impose il segreto.

Nella narrazione che lo scrittore fa delle apparizioni ci sono piccoli particolari che mi pare del tutto inutile star qui a indicate, perché ho già lasciato scritto tutto come avvenne. Inoltre, alcuni provengono dal modo di parlare che lo scrittore ha adottato.

Al cap. V, pag. 43, si dice: «Piangendo di paura». Giacinta pianse in prigione, per la nostalgia della mamma e della famiglia; ma durate l'interrogatorio, no.

Cap. V, pag. 46: «Il piccino lo seguì, piangendo». Non pianse.

Cap. V, pag. 47: «Andarono, correndo, a Cova da Iria». Noi andammo a Cova da Iria, dopo l'apparizione a Valinhos, soltanto alcuni giorni dopo.

Cap. VII, pag. 60, sì dice: «Il vestito ha delle righe dorate». Non aveva nessuna riga. Francesco, dicendo questo, si riferiva forse all'ondulazione della luce, che sembrava formare l'orlo del vestito.

Cap. VII, pag. 64: «Dei piccoli orecchini». Io non le ho visto orecchini. Mi ricordo che la collana d'oro, che simile a un raggio del sole più ardente, pareva che le orlasse il manto, si rifletteva, nello spazio lasciato libero dal mantello che cadeva dalla testa sulle spalle, nel brillio stesso della Madonna, facendo ondulazioni così variegate, nella luce stessa,. che a volte mi suggerì l'idea di piccoli orecchini. Credo che mi riferivo a questo, quando detti quella risposta.

Cap. VII, pag. 66: «Non lo puoi manifestare nemmeno al tuo confessore? Parve alquanto confusa e rimase in. silenzio». Rimasi perplessa, senza sapere che cosa rispondere, perché tenevo come segreto varie cose che non mi era proibito manifestare. Ma grazie a Dio che ispirò l'interlocutore a passare avanti. Ricordo che detti un sospiro di sollievo.

Cap. VII, pag. .73: «E' così che ubbidisci ai comandi che la Madonna ti ha dato?». Restai zitta, per non incolpare mia madre, perché per allora non mi aveva ancora dato il permesso di andare a scuola. In casa dicevano che io volevo imparare a leggere per vanità. Fino ad allora quasi nessuna ragazza imparava a leggere. La scuola era solo per i ragazzi. Solo, in seguito fu aperta li a Fatima una scuola per bambine.

Cap. XIII, pag. 138, nella nota, si dice: «La rev. madre Monfalim fu presente a tutte le conversazioni dell'autore con suor Dores». Non è vero. Assistette soltanto una figlia del sig. dott. Antero de Figueredo, che lo accompagnava. La rev. madre Monfalim, allora mia superiora provinciale, si trovava a Tuy e mi scrisse di là una lettera, che m'inviò, aperta, per mezzo del signor dott. Antero de Figueredo, a Pontevedra, dove allora mi trovavo e dove ebbe luogo l'interrogatorio, che fu uno dei più difficili, attraverso i quali Dio mi abbia fatto passare.

In quella lettera la rev. madre provinciale mi dava ordine di rispondere con sincerità, verità e semplicità, a tutto ciò che il signor dott. Antero de Figueredo volesse domandarmi e che offrissi a Dio quest'atto di ubbidienza.

Il dottore, prima di consegnarmi la lettera, la lesse. E l'ordine che mi era dato, di rispondere a tutto con sincerità, per obbedienza, gli piacque e si credette perciò autorizzato a domandare tutto quello che la sua intelligenza gli poté suggerire. E come se ciò non bastasse, aveva a suo fianco la figlia a suggerirgli domande.

Da parte mia non tardai ad accorgermi fino a che punto il dottore voleva spingere il suo interrogatorio. E domandai a me stessa se proprio adesso avrei dovuto scoprire i miei segreti intimi, fino ad allora difesi con tanta cura, ad un laico che mi pareva che non solo non s'intendeva affatto di vita spirituale, ma nemmeno delle cose indispensabili alla pratica della vita cristiana. E per non fare giudizi temerari e poter accertarmi di come stavano le cose, cercai di dargli le mie risposte in un modo così preciso da strappargli la confessione della verità. Difatti, il dottore, commosso, confessò con le lacrime che gli scorrevano sul viso, più di una volta, le macchie negre della sua triste vita. A questo punto mi dispiaceva di aver dato occasioni a manifestazioni così tristi, ma era troppo tardi. E nonostante che io gli chiedessi di non manifestarmi cose di cui io m'intendevo poco o nulla, la commozione non lo lasciava star zitto e io dovetti rassegnarmi ad ascoltarle.

Frattanto, io pensavo: «Devo manifestare i miei segreti intimi a questo signore? Ipossibile. E l'ubbidienza? Non so». La rev. madre superiora della casa aveva ricevuto l'ordine dalla madre provinciale di assistere all'interrogatorio, ma non volendosi assumere responsabilità, aveva trovato la scusa che non aveva tempo e si era ritirata. Chiesi allora di uscire un momento dalla sala, e andare a far presente i miei dubbi alla reverenda madre, per chiedere consiglio. La rev. madre mi rispose che, visto l'ordine della rev. madre provinciale, non sapeva che cosa consigliarmi. Chiesi allora di parlare al confessore, ma era assente da quel posto e avrebbe tardato non so quanto tempo a tornare. Andai in cappella. Una breve supplica a Gesù Sacramentato e alla Madonna e entro di nuovo nella sala. L'interrogatorio comincia ed è tale da strapparmi tutto quello che il petto nasconde. Ma la ripugnanza a manifestarlo aumenta e la lotta tra essa e il dubbio se l'ubbidienza mi obbliga si o no a questo, aumenta sempre più. Non tardai ad accorgermi pure che quel buon signore cercava di studiarmi a fondo.

Passa il primo, passa il secondo giorno d'interrogatorio; viene il terzo e io mi trovavo sempre più perplessa. Nel pomeriggio del terzo giorno, Dio parve far brillare un raggio della sua luce. Dalla sala sentii in portineria la

voce di un sacerdote gesuita, che avevo già conosciuto a Tuy, il rev. P. Herrera. Senza perder tempo, chiedo di uscire un momento dalla sala, e vado dalla rev. madre superiora a chiedere il permesso di parlare al reverendo. Per allora io non volevo dal reverendo che questo: che mi dicesse fino a che punto l'ubbidienza mi obbligava a manifestarmi. Ma Dio voleva il sacrificio. Non si è trovato anche Lui da solo nell'orto degli ulivi? E anche oggi non si trova altrettanto solo in tanti tabernacoli abbandonati? Bisogna fargli compagnia e stare al suo fianco, non solo nello spezzare il pane, ma anche nel bere il calice.

E fu certamente per questa disposizione dell'alto che la reverenda madre superiora mi negò il permesso di parlare al venerabile sacerdote gesuita. Col cuore più oppresso che quando n'ero uscita, entro di nuovo nella sala. L'interrogatorio continua, sempre più minuzioso. Arriva il quarto giorno, più buio che i tre già passati. Nella comunità c'è abbastanza malumore. in casa c'era molto lavoro e io non facevo niente. Secondo loro a me piaceva il dolce far niente e stare in salotto. Per questo io non mi decidevo a sbrigare i visitatori. Anche la rev. madre superiora manifestava ormai il suo malcontento. E, oh, mio Dio!, se avessero potuto leggermi nel cuore, avrebbero visto che io preferivo, se avessi avuto possibilità di scelta, uno spazzolone da passare in casa, alla poltrona in cui mi vedevano così comodamente seduta. Ma è necessario che l'alito delle creature non appanni lo specchio che brilla agli occhi di Dio. E poi, io lo confesso: se non fosse per la parola «ubbidienza», che la madre provinciale mi aveva scritto nella lettera, l'interrogante avrebbe dovuto ritirarsi il primo giorno, con l'elenco delle domande che aveva portato con sé, come gli era già successo un, anno prima.

Che cosa devo fare? domandavo a me stessa, senza trovare una soluzione. L'interrogatorio pareva ancora lontano dalla fine. Grazie a Dio, nel pomeriggio di quel giorno, capitò un messaggero fidato per Tuy. Scrivo in fretta, in un foglio di carta, le principali difficoltà in cui mi trovavo e le mando alla reverenda madre provinciale, e chiedo il favore di una risposta urgente per telefono. Il giorno dopo, alle nove di mattina, la rev. madre maestra Lemos, a nome della rev. madre provinciale, mi dava la risposta per telefono. «Potevo mandava a dire la reverenda nascondere tutto quello che non volessi manifestare. Quanto a mandar via l'interlocutore, questo no. è necessario soddisfare a tutte le domande che il dottore vorrà fare, ci metta tutto il tempo che ci vorrà».

Bene! Con questa risposta cominciai un quinto giorno molto più sereno. Che cosa m'importa la guerra che il demonio suscita fuori, se ho dentro al l'anima la certezza che sto facendo la volontà di Dio, manifestata dalla obbedienza?

L'interrogatorio continua ancora per alcuni giorni e alla fine, per consiglio

del confessore che era arrivato proprio quel giorno, impongo con fermezza all'interrogante la proibizione assoluta di pubblicate o manifestare una qualsiasi cosa di tutto quello che gli avevo manifestato, senza sottometterlo alla approvazione dell'eccellenza vostra e della reverenda madre provinciale. Il buon signore parve non gradire la proposta e cercare di ritirarla. Mi vidi allora obbligata a mostrargli una faccia un po' dura; ma con la forza che il divino Spirito santo comunica, mi mantanni incrollabile fino alla fine.

Eccellenza reverendissima, ecco come si svolse l'interrogatorio del signor dott. Antero de Figueredo. Come la V.E. rev.ma vede, fu quello in cui mi trovai più sola con Dio. Durante il suo svolgimento, c'era anche un altro dubbio che mi tormentava: era la mancanza di autorizzazione da parte dell'E.V. rev.ma. Io domandavo a me stessa: «La reverenda madre provinciale avrà chiesto autorizzazione al vescovo per darmi quest'ordine? Sua ecc. rev.ma sarà contento che mi assoggetti a quest'interrogatorio senza la sua autorizzazione? E l'ordine che S.E. rev.ma mi ha dato di non parlare di queste cose?». A causa di tutti questi dubbi, scrissi alla V.E. rev.ma, informandola di tutto. Il buon Dio credette opportuno permettere che V.E. rev.ma non mi rispondesse a quella lettera e io abbandonai tutto nelle sue mani.

Cap. VII, pag. 77 «Arrivarono i pastori, vestiti un po' meglio. Il vestito delle bambine, celesteazzurro, con velo bianco; e, sopra il velo, una corona di fiori ecc.». Mi pare che questo non è vero. Conservo il ricordo che effettivamente capitò là una donna, che ci voleva vestire così, ma noi non accettammo. Quel che mi ricordo bene di quel giorno è che arrivai a casa senza le mie trecce, che mi arrivavano abbastanza sotto la cintola; e il dispiacere che mia madre mostrò, quando mi vide che avevo meno capelli perfino di Francesco. Chi me li rubò? Non lo so. In mezzo alla calca, non mancarono le forbici e nemmeno le mani dei ladruncoli. Il fazzoletto, anche senza che me lo rubassero, era facile perderlo. Le trecce, negli ultimi due mesi, erano state abbastanza spuntate. Pazienza. Nulla è mio. Tutto appartiene a Dio. Che ne disponga dunque Lui come più gli piace.

Cap. IX, pag. 87: «La Madonna riapparirà di nuovo? Penso che non riapparirà». Mi riferivo alle apparizioni nel giorno 13, secondo il sistema dei mesi precedenti. E in questo senso pensai che fosse stata fatta anche la domanda.

C'è ancora una domanda, che varie volte mi è stata fatta e a cui ho risposto soltanto col silenzio o con un sorriso.

Mi fu fatta anche dal signor dott. Antero de Figueredo, al quale risposi col minor numero di parole possibile, tanto che anche il dottore rimase senza capire il vero senso del mio modo di fare. E questo era quello che io desideravo.

A quasi tutti quelli m'interrogavano ho dato l'impressione che al momento di essere interrogata, io abbasso gli occhi e mi concentro in modo tale, che sembra che non faccio attenzione alla domanda che mi è rivolta. A volte, alcuni ripetono perfino la domanda, credendo che io non li abbia sentiti. Al dott. Antero de Figueredo risposi che io stavo cercando di ricordate quel che era avvenuto nei riguardi della domanda che mi era fatta. In verità, così era; ma il vero motivo del mio modo di fare era cercare nel fondo della mia coscienza e nell'assistenza del divino Spirito santo, una risposta che senza scoprire tutta la realtà, fosse di accordo con la verità.

Devo rispondere ancora ad un'altra domanda del rev. P. Gaiamba: «Che cosa sentivano le persone vicino a Giacinta?». La risposta è difficile, perché ordinariamente io non so che cosa avviene nell'intimo degli altri; e perciò non conosco i loro sentimenti. Posso dunque soltanto dire qualche cosa di quello che io stessa sentivo e descrivere qualche manifestazione esteriore dei sentimenti delle altre persone. Quello che io sentivo era ordinariamente quello che si sente vicino a una persona santa che in tutto pare comunicare con Dio.

Giacinta aveva un portamento sempre serio, modesto e gioviale, che pareva tradurre la presenza di Dio in tutti i suoi atti, proprio di persone già avanzate in età e di grande virtù. Non ho mai notato in lei quell'eccessiva leggerezza o entusiasmo, proprio dei bambini, per gli ornamenti e i giochi. Questo, dopo le apparizioni; perché, prima, era il numero dell'entusiasmo e deI capriccio. Non posso dire che gli altri bambini corressero da lei come lo facevano con me. E questo forse perché lei non sapeva tante canzoni e storielle da insegnare loro e da intrattenerli. O anche perché la serietà del suo portamento era troppo superiore alla sua età. Se in presenza sua qualche bambino o anche persone grandi dicevano qualche cosa o facevano qualche azione meno conveniente, le riprendeva dicendo: «Non fate così, perché offendete Dio nostro Signore; e Lui è già anche troppo offeso!».

Se la persona o il bambino la rimbeccava, chiamandola «falsa beata» o «santarella di legno tarlato» o qualcosa di simile, cosa che succedeva parecchie volte, lei li guardava con una certa severità e, senza dire parola, si allontanava.

Può darsi che fosse questo uno dei motivi per cui non godeva di maggior simpatia. Se c'ero io con lei, lì si riunivano subito decine di bambini; ma, se io me ne andavo, presto lei restava sola. Eppure, quando stavano con lei, pareva che amassero la sua compagnia. L'abbracciavano con gli abbracci propri dell'affetto innocente; e si divertivano a cantare e a giocare con lei. A volte mi chiedevano di andarla a chiamare quando non c'era; e se io dicevo loro che lei non voleva venire, perché loro erano cattive, mi promettevano

che sarebbero state buone se lei fosse venuta: «Va' a chiamarla e dille che saremo buone se lei viene».

Durante la malattia, quando a volte andavo a visitarla, trovavo fuori della porta un bel gruppo che aspettava me, per entrare a vederla. Pareva che un certo rispetto le trattenesse. Prima di andarmene via, a volte le domandavo:

Giacinta! Vuoi che dica a qualcuna di restare qui con te a farti compagnia?

Si, volentieri. Ma di quelle più piccine di me. Allora tutte gareggiavano a dite: «Ci resto io, ci resto io!». Poi le intratteneva, insegnando loro il Padre nostro, l'avemmaria, a fare il segno della croce, a cantare; e, sopra il suo letto o seduti sul pavimento, in mezzo alla casa, se lei era in piedi, giocavano ai sassetti, servendosi, a questo scopo, di mele piccine, di castagne, di ghiande dolci, di fichi secchi ecc., tutte cose che mia zia non faceva loro mancare, perché facessero compagnia alla sua bimbetta.

Recitava con loro il rosario, le consigliava a non fare peccati, per non offendere Dio nostro Signore e non andare all'inferno. Alcune passavano lì mattinate o serate intere o quasi, e pareva che si sentissero felici vicino a lei. Ma dopo essersene andate via, non avevano il coraggio di tornare di nuovo, con quella fiducia che sembrerebbe naturale tra bambini. Alcune volte venivano a cercarmi e a chiedermi di entrare con loro. Altre volte mi aspettavano vicino alla casa o magari fuori dalla porta aspettavano che mia zia o Giacinta stessa le chiamassero e le invitassero a entrare e a stare con lei. Pareva che amassero lei e la sua compagnia, ma si sentivano trattenute da una certa timidezza o rispetto che le manteneva a una certa distanza.

Anche le persone grandi andavano a visitarla, mostravano ammirazione per il suo atteggiamento, sempre uguale, paziente, senza il minimo lamento o la minima esigenza. Nella posizione in cui la madre la lasciava, così rimaneva. Se le domandavano se stava meglio, rispondeva: «Sto come al solito»; oppure: «Mi pare che sto peggio; tante grazie». Con un'aria ben più triste, stava in silenzio davanti a chi la visitava. Le persone si sedevano li vicino a lei, a volte per lungo tempo e pareva che si sentissero felici. Li avevano luogo anche minuziosi e spossanti interrogatori; e lei, senza mostrare il minimo segno d'impazienza o fastidio, dopo, mi diceva soltanto: «Ormai mi faceva tanto male la testa a sentire quella gente! Adesso, che non posso fuggire per nascondermi, offro a nostro Signore tanti di questi sacrifici!». Le vicine, a volte, andavano a cucire della roba presso il suo letto e dicevano: «Vado a lavorare un po' vicino a Giacinta. Non so che cosa lei abbia; però è bello stare vicino a lei». Portavano i figlioletti che s'intrattenevano a giocare con lei, e le madri restavano così più libere per cucire.

Alle domande che le facevano; rispondeva con parole 'amabili, ma brevi. Se

dicevano qualche cosa che non le sembrava buona, interveniva subito: «Non dite così, perché offendete Dio nostro Signore». Se raccontavano qualcosa delle loro famiglie che non fosse buona, replicava loro: «Non permettere ai vostri figli di fare peccati, perché possono andare all'inferno». Se si trattava di adulti: «Dite loro che non facciano così, perché è peccato; perché offendono Dio nostro Signore e poi possono dannarsi». Le persone che venivano da lontano, che per curiosità o devozione venivano a trovarci, pareva che sentissero qualcosa dì soprannaturale vicino a lei. A volte, arrivando a casa mia per parlare con me, dicevano: «Abbiamo appena parlato con Giacinta e Francesco; vicino a loro si sente un non so che di soprannaturale». A volte pretendevano perfino che io spiegassi loro da che cosa proveniva questo sentimento. Siccome non lo sapevo, io alzavo le spalle e stavo zitta. Non poche volte ho sentito parlare di questo.

Un giorno arrivarono a casa mia due sacerdoti e un signore. Mentre mia madre andò ad aprire la porta e li fece sedere, salii in soffitta a nascondermi. Mia madre, dopo averli ricevuti, li lasciò soli, per venire a chiamate me in cortile, dove mi aveva appena lasciato. Non trovandomi, continuò a cercarmi. Frattanto quei buoni signori stavano commentando il fatto: «Vediamo un po' che cosa ci dice questa qui». Diceva il signore:

Io sono rimasto impressionato dall'innocenza e dalla sincerità della piccola Giacinta e del fratellino. Se questa non li contraddice, io ci credo. Non so quel che ho provato vicino a quei due piccoli.

Pare che lì si senta qualcosa di soprannaturale. Aggiunse uno dei sacerdoti.

Mi ha fatto molto bene all'anima parlare con loro.

Mia madre non mi trovò e quei bravi signori dovettero rassegnarsi a partire senza parlarmi.

A volte aveva detto loro mia madre se ne va là di il a giocare con gli altri bambini e non c e verso di trovarla.

Ci dispiace molto! Siamo stati molto contenti di parlare con i due piccini e volevamo parlare anche con sua figlia; ma torneremo un'altra volta.

Una domenica le mie amiche di Moita Maria, Rosa e Ana Caetano e Maria e Ana Brogueira, dopo la messa, vennero a chiedere a mia madre che mi lasciasse andare a passare il giorno con loro. Ottenuto il permesso, mi chiesero di portare con me Giacinta e Francesco. Ottenuto il permesso di mia zia, andammo a Moita. Dopo il pasto, Giacinta cominciò a lasciar cadere la testolina per il sonno. Il signor José Alves ordinò a una delle sue nipoti di farla coricate nel suo letto. Dopo poco, dormiva profondamente. Cominciò a riunirsi la gente del luogo per passare il pomeriggio con noi; e, per il desiderio di vederla andarono a spiare per vedere se si era già svegliata. Restarono meravigliati a vederla dormire un pesantissimo sonno, il sorriso sulle labbra, con l'aspetto d'angelo, le mani'ne giunte e rivolte al cielo. La stanza si riempì in fretta di curiosi. Tutti volevano vederla e a stento alcuni uscivano per lasciar entrare gl'i altri. La moglie del signor José Alves e le nipoti dicevano: «Quella li è un angelo». E, prese da un certo rispetto, restarono in ginocchio, vicino al letto, finché io, verso le quattro e mezza andai a chiamarla per andare a recitare il rosario a Cova da Iria e dopo andarcene a casa. Le nipoti del signor José Alves sono state sopra menzionate col nome di Gaetano.

Francesco era anche da questo punto dì vista un po' differente. Sorrideva sempre, era sempre amabile e condiscendente, giocava con tutti i bambini indistintamente. Non rimproverava nessuno. Soltanto qualche volta si ritirava in disparte, quando vedeva qualcosa che non andava bene. Se gli domandavano perché se ne andava, rispondeva: «Perché voi non siete buoni»; oppure:

«Perché non voglio giocare più». Durante la malattia, i bambini entravano e uscivano dalla sua stanza con la più grande libertà; gli parlavano dalla finestra della stanza; gli domandavano se stava meglio ecc. Se gli si domandava se voleva che qualche bambino restasse vicino a lui a fargli compagnia, rispondeva di no; che preferiva restare solo. «Mi piace soltanto diceva a volte che stiate qui tu e Giacinta».

Davanti alle persone grandi che lo andavano a trovare, stava in silenzio e rispondeva a quel che gli domandavano con poche parole. Le persone che io visitavano, tanto quelle della montagna, come quelle di fuori, si sedevano vicino al suo letto, a volte per lungo tempo e dicevano: «Non so che cos'ha Francesco! Ci si sente bene qui!».

Alcune vicine commentavano un giorno con mia zia e mia madre, dopo essere state un bel pezzo nella stanza di Francesco: «E' un mistero che non si riesce a capire! Sono bambini come gli altri, non dicono niente, e vicino a loro si sente un non so che differente da tutti gli altri! ». «Pare che si sente, entrando nella stanza di Francesco, quello che si sente entrando in chiesa», diceva una vicina di mia zia di nome Romana, e che diceva di non credere assolutamente nei fatti. In questo gruppo ce n'erano ancora tre: una era la moglie di Manuel Faustino; un'altra di José Marto e l'altra, di José Silva.

Non mi sorprende che le persone provassero questi sentimenti, abituate a trovare in tutti soltanto il materialismo di una vita caduca e peritura. Mentre la semplice vista di questi fanciulli eleva i loro pensieri: alla Madre del cielo, con cui dicono di avere rapporti; all'eternità verso la quale sì vedono così pronti a partire, così allegri e felici; a Dio, ch'essi dicono di amare più dei genitori stessi; e anche all'inferno, dove si sentono dire che andranno, se continuano a fare peccati. Materialmente sono, come si dice, bambini come gli altri. Ma se questa brava gente, così abituata a vedere soltanto il lato

materiale della vita, sapesse elevare un po' lo spirito, vedrebbero, senza difficoltà, che in essi c'era qualcosa che li distingueva abbastanza.

Mi viene adesso in mente un altro fatto che ebbe a che fare con Francesco e ne prendo nota. Entrò un giorno, nella stanza di Francesco, una donna di Casa Velha, chiamata Mariana, che affitta perché il marito aveva cacciato di casa un figliolo, chiedeva la grazia della riconciliazione del figlio col padre. Francesco le rispose: «State tranquilla. Tra poco vado in cielo e quando arriverò lassù, chiederò la grazia alla Madonna». Non mi ricordo bene quanti giorni a mise ancora per andate in Cielo, ma quel che ricordo è che nel pomeriggio del giorno in cui Francesco morì, il figlio chiese per l'ultima volta perdono al padre, che gliel'aveva già negato una volta, perché lui non voleva assoggettarsi alle condizioni imposte. Sì sottomise a tutto quello che il padre gl'ìmponeva e fu ristabilita la pace in quella casa. Una sorella di questo giovane, di nome Leocadia, si sposò in seguito con un fratello di Giacinta e Francesco e adesso è madre di quella nipote di Giacinta e Francesco, che l'E.V. rev.ma ha visto entrare, tempo fa, a Cova da Iria, tra le religiose Dorotee.

Mi pare, eccellenza reverendissima, di aver scritto tutto quello che l'E.V. rev.ma per ora mi ha comandato. Fino ad ora avevo fatto tutto il possibile per nascondere quello che le apparizioni della Madonna a Cova da Iria avevano di più intimo. Tutte le volte che mi sono vista costretta a parlarne, ho cercato di sfiorarle appena, per non scoprire ciò che io tanto desideravo tenere riservato. Ma adesso l'obbedienza mi ha obbligata a questo ed eccolo! E io testo come uno scheletro, spoglio di tutto e perfino della vita stessa,:

messo al Museo nazionale, a ricordare ai visitatori le miserie e il nulla di tutto quello che passa. Così spogliata, resterò nel museo del mondo, ricordando a quelli che passano, non la miseria e il nulla, ma la grandezza delle divine misericordie.

Che il buon Dio e l'immacolato Cuore di Maria si degnino di accettare i poveri sacrifici che sì sono degnati di chiedermi, per ravvivare nelle anime lo spirito di fede, di fiducia e di amore.

                  Tuy, 8 dicembre, 1941.

 

TERZA PARTE DEL «SEGRETO»

«J.MJ. la terza parte del segreto rivelato il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria, Fatima.

Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre.

Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: "qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti" un Vescovo vestito di Bianco "abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre". Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.

                Tuy 11944».