LUCIA
RACCONTA FATIMA
prima memoria
Il
giorno 12 settembre 1935, i resti mortali di Giacinta furono rimossi da Vila
Nova de Ourém e portati a Fatima. Aperta la bara, si accertò che il volto
della veggente si manteneva incorrotto. Fu scattata una fotografia e Sua Ecc. Il
vescovo di Leiria D. José Alves Carriera da Silva, ne mandò una copia a Suor
Lucia, che rispose ringraziando e parlando delle virtù della cugina. Ciò
indusse il vescovo a ordinarle di scrivere tutto quello che sapeva sulla vita di
Giacinta. Così è nata la “prima memoria”, che era pronta a Natale
del 1935.
ECCELLENZA REVERENDISSIMA,
dopo aver implorato la protezione dei
santissimi Cuori di Gesù e di Maria, nostra tenera Madre e aver chiesto luce e
grazia ai piedi del tabernacolo, per non scrivere nulla che non sia unicamente e
esclusivamente a gloria di Gesù e della santissima Vergine, comincio il lavoro,
anche se sento ripugnanza, perché non posso dire quasi nulla di Giacinta,
senza parlare direttamente o indirettamente della mia miserabile persona.
Obbedisco, pertanto, ai comando di V.E., che è per me espressione della volontà
del nostro buon Dio. Comincio quindi questo lavoro, chiedendo ai santissimi
Cuori di Gesù e di Maria che si degnino dì benedirlo e vogliano servirsi di
questo atto d'obbedienza per la conversione dei poveri peccatori, per i quali
quest'anima tanto si è sacrificata.
So che V.E. non si aspetta da me uno scritto
perfetto, perché conosce la mia incapacità e insufficienza. E così racconterò
a V.E. rev.ma ciò che mi verrà in mente di quest'anima, di cui il nostro buon
Dio mi ha fatto la grazia di essere la più intima confidente e della quale
conservo nostalgia, stima e rispetto grandissimi, per l'alta idea che ho della
sua santità.
Eccellenza reverendissima, nonostante la mia
buona volontà nell'ubbidire, mi permetta di conservare il segreto su alcune
cose, che, per il fatto che si riferiscono anche a me, vorrei che fossero lette
solo alle soglie dell'eternità. V.E. non si sorprenderà se voglio tener
segreti e letture per la vita eterna. Non ho forse io la santissima Vergine che
me ne dà l'esempio? Non ci dice forse il santo Vangelo che Maria conservava
tutte le cose nel suo cuore? E chi meglio di questo immacolato Cuore poteva
farci scoprire i segreti della divina misericordia? E invece se li portò via
custoditi, come in un giardino recintato, fino ai palazzo del Re divino. Ricordo
anche una massima che mi è stata detta da un venerabile sacerdote quando avevo
appena undici anni. Egli venne come tanti altri a farmi alcune domande. Tra
l'altro m'interrogò anche a proposito di un argomento del quale io non volevo
parlare. Dopo aver esaurito il suo repertorio di domande senza riuscire a
ottenere sul detto argomento una risposta soddisfacente, comprendendo forse che
toccava un tasto troppo delicato, il venerabile vecchio, benedicendomi, disse:
«Fai bene, figlia mia, perché il segreto della
figlia del Re, deve rimanere occulto nel suo cuore». Allora io non compresi il
significato di queste parole, ma capii che approvava il mio atteggiamento; e
siccome non le ho dimenticate, adesso le comprendo. Questo venerabile
sacerdote era allora parroco di Torres Novas. Egli non immagina quanto bene
abbiano fatto alla mia anima queste brevi parole e perciò conservo di lui un
grato ricordo.
Mi sono tuttavia consigliata un giorno con un
santo sacerdote rispetto a questa riserva, perché io non sapevo che cosa
rispondere quando mi domandavano se la santa Vergine mi aveva detto anche
altre cose. Questo sacerdote, che era a quel tempo parroco di Olivai, ci
rispose: «Fate bene, figlioli a conservare per il Signore e per voi il segreto
delle vostre anime. Quando vi faranno questa domanda, rispondete: “Si, Lei ha
detto altre cose, ma è un segreto.” Se vi facessero altre domande a questo
proposito, pensate al segreto che vi ha comunicato questa Signora e dite:”La
Madonna ci ha detto di non dirlo a nessuno, perciò non lo diciamo”. Così voi
conserverete il vostro segreto ai riparo di quello della santissima Vergine».
Come ho capito bene la spiegazione e il
consiglio di questo venerabile vecchio!
Ormai ho perso troppo tempo in questa
introduzione e V.E. rev.ma dirà che non sa che cosa c'entra. Vedrò di
cominciare subito il racconto di quel che mi ricordo della vita di Giacinta.
Siccome non dispongo di tempo libero, durante
le ore silenziose del lavoro, in un pezzo di carta, con un lapis nascosto sotto
i panni che sto cucendo, a poco a poco mi verrà in mente e annoterò quello che
i santissimi Cuori di Gesù e di Maria vorranno farmi ricordare.
O tu che in terra passasti
volando, Giacinta cara, e Gesù amando, non scordare la prece che io ti
chiedevo: sii amica mia vicino al trono della Vergin Maria, giglio di candore,
perla brillante, oh, lassù in cielo, dove vivi trionfante, Serafino d'amore,
col tuo fratellino, prega per me ai pie' del Signore.
Eccellenza reverendissima, prima dei fatti del
1917, tranne i legami di parentela che ci univano, nessun altro affetto speciale
mi faceva preferire la compagnia di Giacinta e Francesco a quella di qualsiasi
altro bambino. Anzi la sua compagnia diventava a volte assai sgradevole, per il
suo carattere troppo permaloso. Il minimo screzio, di quelli che nascono tra
bambini quando giocano, era sufficiente per farla restare immusonita, in un
canto, a tenere il broncio, come noi si diceva. Per farla tornare a occupare il
suo posto nel gioco, non bastavano le più dolci carezze che in tali occasioni i
bambini sanno fare. Bisognava allora lasciarle scegliere il gioco e i compagni
che piacevano a lei.
Eppure aveva già allora un cuore buono e il
buon Dio le aveva dato un carattere dolce e tenero, che la rendeva amabile e
insieme attraente. Non so perché, Giacinta e il suo fratellino Francesco
avevano per me una speciale predilezione e mi cercavano quasi sempre per
giocare. Non amavamo la compagnia degli altri bambini e mi chiedevano di
andare con loro vicino a un pozzo, che i miei genitori avevano in fondo
all'orto. Appena arrivate, Giacinta sceglieva i giochi con cui ci saremmo
divertite.
I suoi giochi preferiti, che si facevano seduti
sopra il pozzo ricoperto di lastroni, all'ombra di un ulivo e di due susini,
erano quasi sempre quello dei sassolini o quello dei bottoni. Con quest'ultimo
mi sono vista non poche volte in grandi afflizioni, perché quando ci chiamavano
per mangiare, mi trovavo senza bottoni sul vestito. Di solito lei mi vinceva i
bottoni: ciò era sufficiente perché mia madre mi sgridasse. Dovevo ricucirli
in fretta: ma come farmeli restituite, se oltre al difetto di fare il muso,
aveva anche quello di essere attaccata alla roba? Lei voleva tenerseli per
un'altra volta e non essere perciò obbligata a strappare i suoi. Solo con la
minaccia che non avrei mai più giocato con lei, riuscivo a riaverli!
Non poche volte succedeva che non potevo
accontentare il desiderio della
mia amichetta Le mie sorelle più vecchie erano una
tessitrice e l'altra sarta e passavano la giornata in casa. Allora le vicine
chiedevano a mia madre di lasciare i loro bambini nel cortile dei miei a giocare
con me, sotto la sorveglianza delle mie sorelle, mentre loro andavano ai campi
a lavorare. Mia madre diceva sempre di sì, anche se questo costava alle mie
sorelle una buona perdita di tempo. E così io ero incaricata di far giocare i
bambini e badare che non cadessero in un pozzo che c'era in quel cortile.
L'ombra di tre grandi piante di fico proteggeva i bambini dall'ardore del sole.
I loro rami servivano per fare l'altalena e una vecchia aia come sala da pranzo.
Se in uno di questi giorni veniva Giacinta col suo fratellino e mi chiedeva di
andare al nostro solito posto, io dicevo che non potevo, perché mia madre mi
aveva comandato di restare lì. Allora i due piccoli si rassegnavano a
malincuore e prendevano parte al gioco. Nell'ora della siesta mia madre dava ai
suoi figli lezioni di dottrina cristiana, specialmente con l'avvicinarsi della
Quaresima, perché diceva: 'non voglio aver vergogna quando il Parroco vi farà
l'esame'. E così tutti quei bambini assistevano alla nostra lezione di
catechismo. Anche Giacinta c'era.
Un giorno uno di questi piccoli accusò un
altro di aver detto parole poco decenti. Mia madre lo riprese con grande severità,
dicendo che quelle cose brutte non si devono dire, che era peccato e che
dispiacevano al Bambino Gesù, che mandava all'infermo quelli che facevano i
peccati, se non si confessavano. La piccola non dimenticò la lezione. Il
primo giorno che si ritrovò nella stessa riunione di bambini, disse:
- Tua madre non ti lascia andare oggi?
- No.
- Allora io vado nel mio cortile con Francesco.
- E perché non resti qui?
- Mia madre non vuole che restiamo, quando ci
sono questi qui. Ci ha detto di andare a giocare nel nostro cortile. Non vuole
che impari quelle cose brutte che sono peccato e che non piacciono al Bambino
Gesù. - Poi mi disse sottovoce all'orecchio:
- Se tua madre ti lascia, vieni a giocare a
casa mia?
- Sì.
- Allora va a domandargliero. - E, prendendo il
fratello per mano, se ne andò a casa.
Come ho già detto, uno dei suoi giochi
preferiti era quello dei pegni. Come V.E. certamente sa, chi vince comanda di
fare a quello che perde una cosa qualsiasi, che gli viene in mente. A lei
piaceva far correre dietro alle farfalle fino a prenderne una e portargliela.
Altre volte voleva che si cercasse un fiore qualsiasi, che lei aveva scelto.
Un giorno stavamo facendo questo gioco in casa dei miei e toccò a me farle
fare la penitenza. Mio fratello
stata seduto a un tavolo e scriveva. Le ordinai allora
di abbracciarlo e di baciarlo, ma lei mi rispose:
- Questo, no! Fammi fare un'altra cosa. Perché
non mi dici di baciare quel nostro Signore lì? - Si trattava di un crocifisso
appeso al muro.
- Ma sì, - le risposi. - Sali su una sedia,
portalo qui, inginocchiati e dagli tre abbracci e tre baci: uno per Francesco, uno per me e un altro per te.
- A nostro Signore ne do quanti ti pare - e
corse a prendere il crocifisso. Lo baciò e lo abbracciò con tanta devozione
che non mi sono mai dimenticata di quel gesto. Dopo, guarda con attenzione verso
nostro Signore e domanda:
- Perché nostro Signore sta inchiodato così
alla croce?
- Perché è morto per noi.
- Racconta com'è avvenuto.
Mia madre usava raccontare, la sera, delle
storie. E tra i racconti di fate incantate, di principesse dorate, di colombine
reali che ci contavano mio padre e le mie sorelle più vecchie, arrivava mia
madre con la storia della Passione e di san Giovanni Battista ecc. ecc.
Io allora conoscevo la Passione come una storia
e siccome mi bastava udire un racconto una sola volta per poter ripeterlo in
tutti i particolari, così cominciai a raccontare ai miei compagni,
particolareggiatamente, la storia di nostro Signore, come io la chiamavo. Quando
mia sorella, passandoci vicino, s'accorge che avevamo il crocifisso tra le mani,
ce io prende e mi rimprovera, dicendo che non vuole che metta le mani sulle
immagini sacre. Giacinta si alza, va vicino a mia sorella e le dice:
- Maria, non rimproverarla. Sono stata io. Ma
non lo farò più.
Mia sorella le fece una carezza e ci disse di
andare a giocare fuori, dicendo che in casa non lasciavamo mai stare le cose
al loro posto. Andammo a raccontare la nostra storia vicino al pozzo, di cui ho
già parlato, che stava nascosto da alcuni castagni, da un mucchio di pietre e
da rovi. Per questo alcuni anni più tardi io scegliemmo come cella per i nostri
colloqui, per fervorose orazioni e, per dirle tutto, Eccellenza reverendissima,
anche per piangere, a volte assai amaramente. Mescolavamo le nostre lacrime alle
sue acque, per bene poi alla stessa fonte dove noi le versavamo. Non è forse
questa cisterna l'immagine di Maria nel cui cuore noi asciugavamo il nostro
pianto e bevevamo la più pura consolazione? Ma torniamo alla nostra storia.
All'udire il racconto delle sofferenze di
nostro Signore, la piccola si commosse e pianse. Molte volte, dopo, mi
chiedeva che gliela ripetessi. Piangeva con pena e diceva: «nostro Signore,
poverino! Io non voglio fare mai nessun peccato. Non voglio che il Signore
soffra ancora!».
Alla piccola piaceva pure, verso il tardi,
recarsi in un'aia che avevamo
davanti alla casa per vedere il bel tramonto e il
cielo stellato che veniva dopo. Era entusiasta delle belle notti di luna.
Facevamo a gara per vedere chi era capace di contare le stelle, che noi
chiamavamo i lumini degli angeli. La luna era quello della Madonna e il sole
quello di nostro Signore. Perciò Giacinta a volte diceva: « Io preferisco il
lume della Madonna a quello di nostro Signore, perché non ci brucia né accieca».
Veramente là il sole, in alcuni periodi dell'estate, si fa sentire proprio
ardente e la piccina, di complessione assai debole, soffriva molto il caldo.
Mia sorella era una zelatrice del sacro Cuore e
ogni volta che c'era la comunione solenne dei bambini, mi portava a rinnovare la
mia. Mia zia portò una volta la figlioletta a vedere la festa. La piccina fu
impressionata dagli angioletti che gettavano fiori. Da quel giorno, ogni tanto,
si allontanava da noi, mentre si giocava, riempiva il grembiule di fiori e poi
me li spargeva addosso.
- Giacinta, perché fai così?
- Faccio come gli angioletti: 'ti butto i
fiori.
Mia sorella usava pure una volta all'anno,
forse nella festa del Corpus Domini, vestire alcuni angioletti, perché
camminassero ai lati del baldacchino e spargessero fiori durante la processione.
Io ero sempre una delle prescelte. Una volta, quando mia sorella mi provò il
vestito, raccontai a Giacinta la festa che si avvicinava e che io avrei gettato
i fiori a Gesù. La piccina mi chiese allora di domandare io a mia sorella,
perché lasciasse venire anche lei. Andammo tutte e due a fare la richiesta. Mia
sorella ci disse di si. Misurò il vestito anche a lei e, durante le prove,
c'insegnò come dovevamo gettare i fiori al Bambino Gesù. Giacinta domandò:
- E noi lo vediamo?
- Si! - rispose mia sorella. - Lo porta il
parroco.
Giacinta saltava dalla gioia e domandava di
continuo se mancava ancora molto alla festa. Arrivò finalmente il giorno
desiderato e la piccina era pazza di gioia. Ecco che misero tutte e due a fianco
dell'altare; e, nella processione, ai lati del baldacchino, ognuna col suo
cestino di fiori. Io lanciavo i miei fiori a Gesù nei posti indicati da mia
sorella. Ma per quanto facessi segno a Giacinta, non riuscii a farle spargere
nemmeno un fiore. Guardava continuamente verso il parroco, e basta. Terminata
la funzione, mia sorella ci portò fuori di chiesa e domandò:
- Giacinta! Perché non hai lanciato i fiori a
Gesù!
- Perché non l'ho visto.
Dopo domandò a me:
- Allora, tu l'hai visto il Bambino Gesù?
- No. Ma tu non sai che il Bambino Gesù
dell'ostia non sì vede, sta nascosto? ~ quello che riceviamo nella comunione.
- E tu quando fai la comunione, parli con Lui?
- Certo.
- E perché non lo vedi?
- Perché sta nascosto.
- Chiederò. alla mia mamma di farmi fare la comunione
anche a me.
- Il parroco non te la dà finché non hai dieci anni.
- Nemmeno tu hai dieci anni e hai già fatto la comunione.
- Ma io sapevo tutta la dottrina e tu non la sai.
Allora mi chiesero che gliela insegnassi.
Divenni così catechista dei miei due compagni, che imparavano con un entusiasmo
unico. Ma io che quando m'interrogavano 4spondevo a tutto, ora, per insegnare
agli altri, mi ricordavo dì poche cose. E questo fece dire un giorn9 a
Giacinta: «Insegnaci altre cose, perché queste le sappiamo già! »« Dovetti
ammettere che non ricordavo altro, a meno che qualcuno non mi facesse delle
domande e aggiunsi: «Chiedi a tua madre che ti lasci andare alla chiesa a
imparare il catechismo».
I due piccini che già desideravano
ardentemente di ricevere Gesù nascosto, come dicevano, andarono a domandare
alla mamma. Mia zia disse di si, ma li lasciava andare poche volte, perché
diceva: «La chiesa è abbastanza lontana; voi siete molto piccini e a ogni modo
il parroco non vi dà la comunione prima dei dieci anni».
Giacinta mi faceva continuamente domande su Gesù
nascosto e ricordo che un giorno mi domandò:
- Ma come mai molte 'persone nello Stesso
tempo, ricevono Gesù nasco-sto? E un pezzettino per uno?
- No. Non vedi che sono molte ostie e in ognuna
c'è un Bambino?
Chissà quanti spropositi le avrò detto!
Frattanto, Eccellenza reverendissima, ero
arrivata all'età in cui mia madre mandava i figli a badare al gregge. La mia
sorella Carolina compiva ormai tredici anni e doveva cominciare a lavorare. Mia
madre mi affidò perciò la cura del nostro gregge. Annunciai la cosa ai 'miei
compagni e dissi loro che non sarei più tornata a giocare con loro. I piccini
però non si rassegnavano alla separazione. Andarono a chiedere alla mamma che
li lasciasse venire con me, cosa che fu loro negata. Dovemmo per forza
rassegnarci alla separazione. Perciò venivano quasi tutti i giorni sul far
della sera ad aspettarmi sul sentiero. Allora andavamo nell'aia a fare alcune
corse, in attesa che la Madonna e gli angeli accendessero i loro lumini e
venissero a metterli alla finestra, come noi dicevamo. Quando non c'era la luna,
dicevamo che il lume della Madonna non aveva più olio!
I due piccoli non riuscivano a rassegnarsi
alla lontananza della compagna di un tempo. Perciò continuavano a insistere
presso la madre, perché permettesse anche a loro di badare al loro gregge. Mia
zia, forse per farla finita con tante richieste, anche se erano -troppo piccoli,
affidò loro la custodia delle sue pecorelle. Raggianti di gioia vennero a
darmene notizia e a mettersi d'accordo su come avremmo messo insieme tutti i
giorni le nostre greggi ognuno avrebbe dato la via al suo quando voleva la mamma
e chi arrivava prima, aspettava l'altro al Barreiro. Noi chiamavamo così un
piccolo stagno che si trovava ai piedi del monte. Una volta arrivati, si
decideva il pascolo del giorno e andavamo felici e contenti come a -una festa.
E qui, Eccellenza reverendissima, troviamo
Giacinta nella sua nuova funzione di pastorella. L'obbedienza delle pecore era
assicurata a forza di dar loro il nostro spuntino. Perciò, arrivati sul posto,
potevamo giocare senza preoccupazioni, perché loro non si allontanavano.
A Giacinta piaceva molto ascoltare l'eco della
sua voce nei fondovalle. Perciò uno dei nostri divertimenti era star seduti
sulla roccia più grande in cima ai monti e pronunciare nomi ad alta voce. Il
nome che echeggiava meglio era quello dì Maria. Giacinta diceva a volte così
l'intera avemmaria, ripetendo la parola seguente, quando l'altra aveva finito di
echeggiare.
Ci piaceva pure cantare. Sapevamo purtroppo
parecchi canti profani, ma Giacinta preferiva «Salve, nobile Patrona», «Vergine
pura» e «Angeli, cantate - con me». Eravamo poi molto inclinate alla danza
e bastava che gli altri pastori sonassero uno strumento qualsiasi, perché ci
mettessimo a danzare. Giacinta, anche se molto piccola, aveva per questo una
capacità sorprendente.
Ci avevano raccomandato di dire il rosario dopo
lo spuntino; ma siccome il tempo per giocare ci pareva poco, trovammo un buon
sistema per cavarcela in fretta. Si passava i grani dicendo soltanto: 'Ave,
Maria; Ave, Maria; Ave, Maria!'. Arrivate alla fine del mistero, dicevamo, con
una buona pausa, la semplice parola: 'Padre nostro!'. Così, in un batter
d'occhio, come si suoi dite, il nostro rosano era bell'e detto!
A Giacinta piaceva pure molto prendere gli
agnellini bianchi, sedersi con loro in braccio, abbracciarli, baciarli e, la
sera, portarli a casa in braccio, perché non si stancassero. Un giorno,
tornando a casa, si mise in mezzo al gregge.
- Giacinta - le domandai - perché ti sei messa
a camminare li in mezzo alle pecore?
- Per fare come nostro Signore, che in quell'immaginetta
che m'han dato, sta anche Lui così in mezzo a molte pecore e con una sulle
spalle.
Ecco qui, Eccellenza reverendissima, poco più
poco meno, quel che aveva fatto Giacinta fino a sette anni, fino a quando, bello
e radioso come tanti altri, spuntò il 13 maggio 1917. In questo giorno
scegliemmo per caso, se di caso si può parlare nei disegni della divina
Provvidenza, di portare a pascolare le nostre greggi nella proprietà della mia
famiglia, chiamata Cova da Iria. Ci mettemmo d'accordo come al solito sul
pascolo del giorno vicino al Barreiro, di cui ho già parlato a V.E. e dovemmo
perciò attraversare un terreno incolto, cosa che rese il nostro cammino lungo
il doppio. Dovemmo perciò camminare adagio, affinché le pecorelle potessero
pascolare durante il cammino e così arrivammo verso mezzogiorno. Non sto qui
ora a raccontare ciò che avvenne quel giorno, perché V.E. rev.ma sa già tutto
e sarebbe tempo perso; come anche tutto quello che scrivo mi pare un perder
tempo, se non fosse che sto facendo un atto di ubbidienza. Infatti non vedo che
utilità possa cavarne l'E.V. rev.ma tranne una miglior conoscenza della
innocenza della vita di quest'anima.
Prima di cominciare a raccontarle, Eccellenza
reverendissima, quel che io mi ricordo del nuovo periodo della vita di Giacinta,
devo dire che ci sono certe cose nelle apparizioni della Madonna, che noi ci
eravamo messe d'accordo di non dire mai ~ nessuno e può darsi che ora mi veda
obbligata a dire qualcosa di tutto ciò, per spiegare dove Giacinta abbia
attinto tanto amore a Gesù, alle sofferenze e ai peccatori, per la salvezza
dei quali tanto si è sacrificata. V.E. rev.ma non ignora che fu lei che, non
potendo tenere per sé tanta gioia, ruppe il nostro accordo di non dire niente a
nessuno. Quando la sera stessa, assorti per la sorpresa, stavamo pensierosi,
Giacinta ogni tanto esclamava con entusiasmo
- Oh, ma che bella Signora!
- Ho paura - le dicevo io - che tu l'andrai a
dite a qualcuno!
- No, no, non lo dico - rispondeva. - Puoi
stare tranquilla.
Il giorno dopo, quando suo fratello corse a
darmi la notizia che lei lo aveva detto la sera prima, in casa, Giacinta ascoltò
l'accusa senza dir nulla.
- Ecco, lo sapevo io - le dissi.
- Io avevo qui dentro un affare che non mi
lasciava star zitta - rispose con le lacrime agli occhi.
- Ora non piangere e non dire più niente a
nessuno di quello che ci ha detto quella Signora.
- Ormai l'ho detto.
Che
cosa hai detto?
- Ho detto che quella Signora ci ha promesso di
portarci in cielo.
- Proprio quello sei andata a dire!
- Perdonami, non dirò più niente a nessuno.
Quel giorno, quando arrivammo sul luogo del
pascolo, Giacinta si sedette pensierosa su una roccia.
- Giacinta, dai, giochiamo!
- Oggi non voglio giocare.
- Perché non vuoi giocare?
- Perché ho da pensare. Quella Signora ci ha
detto di dire il rosario e di fare sacrifici per la conversione dei peccatori.
Ora quando diciamo il rosario, dovremo dire l'Ave Maria e il Padre nostro
interi. Ma i sacrifici, come faremo a farli?
Francesco inventò subito un buon sacrificio:
- Diamo il nostro spuntino alle pecore e
facciamo il sacrificio di non mangiare!
In pochi minuti i nostri rifornimenti erano
distribuiti al gregge. E così passammo la giornata a digiuno, proprio come i più
austeri certosini. Giacinta stava ancora seduta sulla roccia, con l'aria
pensierosa e domandò
- Quella Signora ha detto anche che molte anime
andavano all'inferno! Che cos'è l'inferno?
- una
buca piena di animali e con un fuoco grande grande (così me lo spiegava mia
madre) e ci va chi fa i peccati e non si confessa; e il fuoco brucia sempre
sempre.
- E non si esce mai di là?
- No.
- E dopo tanti, ma tanti anni?
- No, l'inferno non finisce mai.
- E il cielo nemmeno?
- Chi va in cielo non esce più di lassù.
- E neanche quelli che vanno all'inferno?!
- Non capisci che sono eterni, che non
finiscono mai!
Facemmo allora per la prima volta la
meditazione sull'inferno e sull'eternità. La cosa che più impressionò
Giacinta fu l'eternità. Anche durante i giochi, ogni tanto domandava: “Ma
senti! Allora, dopo tanti, tanti anni, l'inferno non sarà ancora finito?”.
E altre volte: 'Quella gente che c'è li a bruciare, non muore? E non diventano
cenere? E se noi preghiamo molto per i peccatori, nostro Signore li libererà di
li? E anche con i sacrifici? Poverini! Dobbiamo pregare e fare molti sacrifici
per loro!'. Dopo aggiungeva: “Come era buona quella Signora? Subito ci ha
promesso di portarci in cielo”.
Giacinta prese tanto sul serio i sacrifici per
la conversione dei peccatori, che non si lasciava sfuggire nessuna occasione.
C'erano alcuni bambini, figli di una famiglia di Moita, che passavano di casa in
casa a mendicare. Un giorno li incontrammo, mentre andavamo col nostro gregge.
Giacinta vedendoli disse: 'Diamo il nostro spuntino a quei poveretti, per la
conversione dei peccatori'. E corse a portarglielo. Nel pomeriggio mi disse
che aveva fame. Li intorno c'erano lecci e querce. Le ghiande erano ancora un
po' verdi, ma io le dissi che erano buone da mangiare. Francesco sali su un leccio
per riempire le tasche, ma Giacinta si ricordò che potevamo mangiare quelle
delle querce, per fare il sacrificio di mangiare qualcosa di amaro. E quel
pomeriggio gustammo quel delizioso piatto! Giacinta fece di questo uno dei suoi
sacrifici abituali. Coglieva ghiande di quercia o ulive non ancora fatte.
Un giorno le dissi:
- Giacinta, non mangiare questa roba! Sono
troppo amare.
- Ma è proprio per quello che le mangio, per
convertite i peccatori!
Non furono solo questi i nostri digiuni. Ci
eravamo messi d'accordo di dare il nostro spuntino a quei poveretti tutte le
volte che li avessimo incontrati; e quei poveri bambini, contenti della nostra
elemosina, cercavano d'incontrarci e ci aspettavano sulla strada. Non appena li
vedevamo, Giacinta portava loro correndo tutto il mangiare della nostra
giornata, con tanta soddisfazione, come se non ne avesse bisogno davvero. Così,
quei giorni mangiavamo pinoli, radici di campanelli (è un piccolo fiore che
ha alla radice una pallina della grandezza di un'oliva), more, funghi e una cosa
che coglievamo alla radice dei pini, che non mi ricordo come si chiama; o
frutta, se ce n'era vicino, in qualche terreno appartenente ai nostri genitori.
Giacinta pareva insaziabile nella pratica del
sacrificio. Un giorno un vicino offerse a mia madre un terreno per far
pascolare il nostro gregge. Ma era abbastanza lontano e eravamo in piena estate.
Mia madre accettò l'offerta fatta con tanta generosità e mi ci mandò. C'era
vicino uno stagno, dove il gregge poteva bere, perciò mia madre mi disse che
era meglio stare lì nel primo pomeriggio, all'ombra degli alberi. Durante il
cammino incontrammo i nostri cari piccoli mendicanti e Giacinta corse a portar
loro l'elemosina. Il giorno era bello, ma il sole era cocente; e in quel
terreno roccioso arido e secco pareva che volesse incendiare tutto. La sete si
faceva sentire e non c'era una goccia d'acqua da bere. All'inizio offrimmo
generosamente il sacrificio per la conversione dei peccatori, ma passata l'ora
di mezzogiorno non si resisteva. Proposi allora ai miei compagni di andare in
qualche posto vicino a chiedere un po' d'acqua. Accettarono la proposta ed
ecco che andai a battere alla porta d'una vecchietta che insieme a una caraffa
d'acqua mi diede anche un po' di pane, che accettai con riconoscenza e corsi a
dividerne con i miei compagni. Poi passai la caraffa a Francesco e gli dissi di
bere.
- Non bevo - rispose.
- Perché?
- Voglio soffrire per la conversione dei
peccatori.
- Bevi tu, Giacinta!
- Anch'io voglio offrire questo sacrificio per
la conversione dei peccatori.
Allora versai l'acqua nel cavo di una pietra,
perché la bevessero le pecore e riportai la caraffa alla padrona. Il caldo
diventava sempre più forte. Le cicale e i grilli cantavano insieme alle rane
dello stagno vicino e facevano un gridio insopportabile. Giacinta, spossata
dalla stanchezza e dalla sete, mi disse con quella semplicità che le era
naturale: «Di' ai grilli e alle rane che stiano zitti! Mi fa molto male la
testa». Allora Francesco le domandò: «Non vuoi soffrire questo per i
peccatori?». La povera bambina, stringendosi la testa tra le manine, rispose:
«Si, si, lasciale cantare!»
Frattanto si era sparsa la notizia del fatto.
Mia madre cominciava a essere preoccupata e voleva a tutti i costi che io
dicessi che non era vero. Un giorno, prima di uscire col gregge, voleva
obbligarmi a confessare che avevo mentito. Non risparmiò a questo scopo
carezze, minacce e nemmeno il bastone. Non riuscendo a ottenere altra risposta
che il silenzio o la conferma di quello che le avevo già detto, mi ordinò di
dare la via al gregge e aggiunse che riflettessi bene durante il giorno che mai
aveva permesso ai suoi figli di dir una bugia e molto meno ne permetterebbe ora
una di quel genere; che la sera mi avrebbe obbligata ad andare da quelle persone
che avevo imbrogliato a confessare che avevo mentito e a chiedere perdono.
E così me ne andai con le mie pecorelle. Quel
giorno i miei compagni mi stavano già aspettando. Vedendomi piangere si
affrettarono a domandarmi il perché: Raccontai quel che mi era capitato e
aggiunsi:
- Adesso, ditemi voi che cosa devo fare. Mia
madre vuole per forza che io dica che ho mentito. Come faccio a dirlo?
- Vedi? - disse allora Francesco a Giacinta -
La colpa è tutta tua. Perché sei andata a dirlo?
- Ho fatto male - diceva, piangendo; e la
poverina si mise in ginocchio, con le mani giunte a chiedermi perdono. - Ma io
non dirò più niente a nessuno.
Ora, V.E. mi domanderà chi mai le avesse
insegnato a fare quest'atto di umiltà. Non so. Forse aveva visto i suoi
fratellini chiedere perdono ai suoi genitori la sera prima dì far la comunione;
o forse perché Giacinta è stata - a mio parere - quella a cui la santissima
Vergine ha comunicato la maggior abbondanza di grazia e conoscenza di Dio e
della virtù.
Quando, qualche anno dopo, il rev. parroco ci
mandò a chiamare per interrogarci, Giacinta abbassò la testa e a stento il
reverendo riuscì a ottenere da lei due o tre parole. Quando si venne via le
domandai:
- Perché non volevi rispondere al parroco?
- Perché ti ho promesso dì non dire più niente a nessuno! Un
giorno domandò:
- Perché non possiamo dire che quella Signora
ci ha detto di fare sacrifici per i peccatori?
- Perché non ci domandino che sacrifici
facciamo.
Mia madre era sempre più preoccupata per lo sviluppo degli avvenimenti.
Perciò fece un altro tentativo per obbligarmi a confessare che avevo mentito.
Una mattina mi chiama e mi dice che mi porterà alla casa del parroco:
«Quando arrivi, mettiti in ginocchio, gli dici che
hai mentito e gli chiedi perdono». Passando vicino alla casa di mia zia, mia
madre entrò un minuto. Colsi l'occasione per raccontare a Giacinta che cosa
stava succedendo. Al vedermi afflitta, lasciò cadere alcune lacrime e mi disse:
«Mi alzo subito e vado a chiamare Francesco. Andiamo al tuo pozzo a pregare.
Quando torni, vieni là». Al ritorno, corsi al pozzo ed ecco che i due stavano
là in ginocchio a pregare. Non appena mi videro, Giacinta corse ad
abbracciarmi e mi domandò come avevo fatto. Glielo raccontai. Dopo mi disse: «Vedi?
Non dobbiamo aver paura di niente! quella Signora ci aiuta sempre, è veramente
amica nostra».
Da quando la Madonna ci aveva insegnato a
offrire a Gesù i nostri sacrifici, se decidevamo di farne qualcuno oppure
avevamo qualche prova da sopportare, Giacinta domandava: «Hai già detto a
Gesù che è per amor suo?». Se io le dicevo di no, «Allora glielo dico io» e
giungeva le manine, alzava gli occhi al cielo e diceva: «O Gesù, è per amor
vostro e per la conversione dei peccatori».
Vennero a interrogarci due sacerdoti che ci
raccomandarono di pregare per il santo Padre. Giacinta domandò chi era il santo
Padre e i buoni sacerdoti spiegarono chi era e che aveva molto bisogno di
preghiere. Giacinta fu così presa dall'amore per il santo Padre, che ogni volta
che offriva i suoi sacrifici a Gesù, aggiungeva: « . . .e per il santo Padre».
Alla fine del Rosario recitava sempre tre avemmarie per il santo Padre e certe
volte diceva: «Come mi piacerebbe vedere il santo Padre! Viene qua tanta gente,
ma il santo Padre non viene mai qua». Nella sua innocenza, pensava che il
santo Padre poteva fare questo viaggio come tutte le altre persone.
Un giorno mio padre e mio zio furono intimati
di presentarci in municipio il giorno seguente. Mio zio disse che non portava i
suoi figli, perché diceva:
«Non c’è motivo di presentare in tribunale due
bambini, che non sono responsabili dei loro atti; e oltre a ciò non ce la fanno
a piedi fino a Vila Nova de Ouréin! Vedremo che cosa vogliono». Mio padre
pensava diversamente:
«La mia, la porto con me; che se la sbrighi lei con
loro, perché io di queste cose non me ne intendo proprio niente».
Approfittarono dell'occasione per spaventarci
in tutte le maniere possibili. Il giorno dopo, passando dalla casa di mio zio,
mio padre aspettò alcuni minuti lo zio. Corsi al letto di Giacinta a dirle
addio. Dubitavo di rivederla, l'abbracciai. La povera bambina, piangendo, mi
disse: «Se loro ti vogliono ammazzare, digli che io e Francesco siamo come te e
che anche noi vogliamo morire. Io vado subito al pozzo insieme a Francesco a
pregare per te».
Verso sera, quando tornai, corsi al pozzo e i
due stavano là, in ginocchio, appoggiati al parapetto del pozzo, con la
testolina tra le mani, a piangere.
Quando mi videro, rimasero sorpresi:
- Ma sei proprio tu? E venuta qui tua sorella a
prendere acqua e ci ha detto che ti avevano già ammazzato. Abbiamo tanto
pregato e pianto per te!
Passato
qualche tempo, fummo messi in prigione e allora la cosa più dura per Giacinta
era l'abbandono dei genitori. E diceva con le lacrime che le scorrevano giù
per le gote:
- Né i tuoi né i miei sono venuti a vederci.
Non gl'importa più di noi.
- Non piangere - le disse Francesco. - Offriamo
a Gesù per i peccatori!
E
alzando gli occhi e le manine al cielo fece lui l'offerta:
- E per amor vostro e per la conversione dei
peccatori.
- E anche per il santo Padre e in riparazione
dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, - aggiunse Giacinta.
Quando,
dopo averci separati, ci riunirono di nuovo in una stanza della prigione,
dicendo che da li a poco sarebbero tornati per metterci in padella, Giacinta si
avvicinò a una finestra che dava sulla fiera del bestiame. All'inizio pensavo
che volesse distrarsi guardando fuori, ma presto mi accorsi che piangeva. Andai
a prenderla, me la tenni vicina e le domandai perché piangeva:
- Perché - rispose, con le lacrime che le
scorrevano sul viso - moriremo senza rivedere né i nostri papà, né le
nostre mamme e io volevo almeno rivedere la mia mamma.
- Allora tu non vuoi offrire questo sacrificio
per la conversione dei peccatori?
- Si, si. - E con le lacrime che le bagnavano
il viso, con le mani e gli occhi levati al cielo, fece l'offerta. - O mio Gesù,
è per vostro amore, per la conversione dei peccatori, per il santo Padre e in
riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!
I
detenuti presenti a questa scena, tentarono di consolarci:
- Ma dite questo benedetto segreto al signor
sindaco. Che v'importa se quella Signora non vuole?
- Questo no, - rispose Giacinta con vivacità -
piuttosto voglio morire!
Decidemmo
allora di dire il nostro rosario. Giacinta si toglie una medaglia che aveva al
collo e chiede a un detenuto il favore di attaccarla a un chiodo che c'era sulla
parete e in ginocchio, davanti a quella medaglia, cominciammo a pregare. I
detenuti pregavano con noi, seppure sapevano pregate; per lo meno stettero in
ginocchio. Finito il rosario, Giacinta tornò alla finestra a piangere.
- Giacinta, allora non vuoi offrire questo
sacrificio a nostro Signore? - le domandai.
- Si, ma mi viene in mente la mamma, e piango
senza volere.
Allora, siccome la santissima Vergine ci aveva
detto di offrire le nostre orazioni e sacrifici anche per riparare i peccati
commessi contro il Cuore immacolato di Maria, ci mettemmo d'accordo di assegnare
a ciascuno una intenzione: uno per i peccatori, un altro per il santo Padre e il
terzo per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria. Fatta
la terna, dissi a Giacinta di scegliere un intenzione per cui offrire.
- Io offro per tutte, perché tutte mi
piacciono molto, - rispose.
C'era tra i detenuti uno che sapeva sonare la
fisarmonica. Cominciarono dunque a sonare e a cantare per distrarci. Ci
domandarono se sapevamo ballare. Rispondemmo che sapevamo il fandango e la vira.
Giacinta fu allora la dama di un povero ladro, che a vederla così piccina, finì
per ballare con lei prendendola in braccio. Possa la Madonna aver avuto
compassione della sua anima e lo abbia convertito.
V.E. dirà adesso: 'Che bella disposizione per
il martirio!'. E’ vero. Ma eravamo bambini; e non ci rendevamo conto. Giacinta
aveva per il ballo una inclinazione speciale e molta grazia. Mi ricordo che un
giorno piangeva per un suo fratello soldato, che pensavano morto sul campo di
battaglia. Per distrarla, con due suoi fratelli, improvvisai un ballo; e la
povera bambina ballava e asciugava le lacrime che le scendevano sulle gote.
Nonostante questo piccolo debole che aveva per il ballo, che bastava a volte
sentire che i pastori sonavano uno strumento qualsiasi per cominciare a ballare,
anche da sola, all'avvicinarsi della festa di san Giovanni e del carnevale, ci
disse:
- Io, ora, non ballo più.
- E perché?
- Perché voglio offrire questo sacrificio a
nostro Signore. E siccome eravamo i capi dei giochi tra bambini, i balli che
si usava fare in queste occasioni non si fecero più.
Mia zia, stanca di dover continuamente mandar
a chiamare i suoi figlioletti per soddisfare il desiderio di persone che
volevano parlargli, decise di mandare col gregge un altro figlioletto, Joao. A
Giacinta quest'ordine costò molto, per due motivi: perché doveva parlate con
tutte le persone che la cercavano e, come lei diceva, perché non poteva stare
tutto il giorno con me. Eppure dovette rassegnarsi. E per nascondersi dalle
persone che la cercavano, si rifugiava, col suo fratellino, nella caverna di una
roccia, situata sul fianco di un monte che si trova di fronte al nostro paese e
che ha sulla cima un mulino a vento. La roccia è situata sul versante che
guarda verso oriente e l'entrata è così ben fatta, che li proteggeva
perfettamente dalla pioggia e dagli ardori del sole. E poi è anche coperta da
numerose piante di ulivi e castagni. Quante orazioni e sacrifici ha offerto al
nostro buon Dio in quel luogo!
Sui fianchi di questo monte c'erano molti e
svariati fiori. Tra questi c'erano innumerevoli gigli, che a lei piacevano
moltissimo. E quando la sera mi veniva ad aspettare sul sentiero, mi portava un
giglio o, in mancanza dì questo, un altro fiore qualsiasi. E per lei era una
festa arrivare fino a me, sfogliarli e gettarmi i petali.
Mia madre si limitò per allora ad assegnarmi
un posto preciso per il pascolo, per sapere dove andavo, caso che occorresse
mandarmi a chiamare. Quando i pascoli erano vicini, avvisavo i miei compagni,
che subito venivano a trovarmi. Giacinta correva fino ad arrivare vicino a me.
Dopo, stanca, si sedeva e mi chiamava; e non si chetava finché io non
rispondevo e correvo verso di lei. Mia madre, stanca di veder mia sorella
perdere tempo per venirmi a chiamare e per stare al mio posto col gregge,
decise di venderlo; e, d'accordo con la zia, decisero di mandarci a scuola.
A Giacinta piaceva, durante il sollievo, di
andare a visitare il Santissimo; ma diceva: 'Pare che indovinino. Non appena
entriamo in chiesa, ecco tanta gente che viene a farci domande. A me piacerebbe
starmene tutta sola per molto tempo a parlate con Gesù nascosto; ma non ci
lasciano mai!».
In realtà quel popolo semplice dei paesi non
li lasciava. Raccontavano, in tutta semplicità, ogni loro bisogno e afflizione.
Giacinta mostrava pena, specie quando si trattava di qualche peccatore. E
allora diceva: «Dobbiamo pregare e offrire sacrifici a nostro Signore, perché
lo converta e non vada all'inferno, poverino!».
Viene a proposito adesso un fatto che mostra
come Giacinta cercava di sfuggire alle persone che la cercavano. Un giorno
stavamo andando a Fatima. Eravamo già vicini alla strada e vediamo un gruppo di
signore e dei signori che scendono da una automobile. Non dubitammo un solo
istante che ci stavano cercando. Ormai non potevamo fuggire, senza farci
scorgere. Andiamo avanti, nella speranza di passare senza essere riconosciuti.
Arrivate vicino a noi, le signore domandano se conosciamo i pastorelli a cui era
apparsa la Madonna. Rispondemmo di si. Domandarono se sapevamo dove abitavano.
Demmo loro tutte le indicazioni precise per andarci e corremmo a nasconderci nei
campi, in mezzo a dei cespugli. Giacinta, contenta per il buon risultato
dell'esperienza, diceva: “Dobbiamo fare sempre così, quando non ci
conoscono”.
Un altro giorno venne anche il rev. P. Cruz,
di Lisbona, a interrogarci. Dopo l'interrogatorio, ci chiese di andare a
mostrargli il posto dove ci era apparsa la Madonna. Durante il cammino, noi
andavamo una a destra e una a sinistra del reverendo, che cavalcava un asino così
piccolo che quasi strascinava i piedi per terra. C'insegnò delle
giaculatorie, tra cui Giacinta scelse queste due che poi non finiva di ripetere:
“O mio Gesù, io vi amo. Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia”.
Un giorno, quand'era malata, mi disse: 'Mi
piace tanto dire a Gesù che lo amo. Quando glielo dico tante volte, mi pare
d'avere un fuoco in petto, ma non mi brucio.
C'era al nostro paese una donna che
c'insultava, tutte le volte che c'incontrava. Un giorno la incontrammo mentre
usciva da un'osteria. La poveretta non era padrona di sé e non si contentò
questa volta d'insultarci soltanto. Quando ebbe finito di batterci, Giacinta
mi disse: 'Dobbiamo chiedere alla Madonna e offrirle sacrifici per la
conversione di questa donna: dice tanti peccati, che se non si confessa, andrà
all'inferno'. Passati alcuni giorni, noi correvamo di fronte alla porta di casa
di quella donna. Improvvisamente, Giacinta smette di correre, si volse
indietro e domanda:
- Sta a sentire! È domani che vedremo quella
Signora?
- Certo.
- Allora basta scherzare. Facciamo questo
sacrificio per la conversione dei peccatori. - E senza pensare che qualcuno
poteva vederla, alza le manine e gli occhi al cielo e fa l'offerta.
La donna stava osservando da una finestrella
della casa. In seguito, parlando con mia madre, diceva che l'aveva tanto
impressionata quel gesto di Giacinta, che non le occorrevano altre prove per
ammettere la realtà dei fatti. Da quel giorno, non solo non c'insultò più, ma
ci chiedeva continuamente dì pregare per lei la Madonna che le perdonasse i
suoi peccati.
Un giorno incontrammo una povera donna, che
piangendo, si mise in ginocchio davanti a Giacinta e chiese che le ottenesse
dalla Madonna la guarigione da una terribile malattia. Giacinta, a vedere in
ginocchio davanti a lei una donna si contristò e le prese le mani tremanti per
alzarla. Ma vedendo che non era capace, s'inginocchiò anche lei e recitò con
la donna tre avemmarie. Dopo la invitò ad alzarsi, che la Madonna l'avrebbe
guarita. E non tralasciò mai di pregare tutti i giorni per lei, fino a quando,
trascorso un po' di tempo, si fece rivedere per ringraziare la Madonna della
guarigione.
Un'altra volta fu il caso di un soldato che
piangeva come un bambino. Aveva ricevuto l'ordine di partire per la guerra e
lasciava la moglie a letto ammalata e tre figlioletti. Lui domandava o la
guarigione della moglie o la revoca della chiamata. Giacinta l'invitò a
recitare con lei il rosario. Dopo gli disse: 'Non piangere. La Madonna è così
buona! Certamente ti farà la grazia che le domandi'. E non dimenticò mai il
suo soldato. AlIa fine del rosario diceva sempre un'Ave Maria per il soldato.
'Passati alcuni mesi, ritorna con la moglie e i tre bambini, per ringraziare
la Madonna delle due grazie ricevute. Infatti, a causa di una febbre che gli
venne alla vigilia della
partenza, era stato dispensato dal servizio militare e
la moglie - diceva lui - era stata guarita da un miracolo della Madonna.
Un giorno dissero che veniva a interrogarci un
sacerdote che era santo e che indovinava quello che avveniva nell'intimo di
ognuno; e perciò avrebbe scoperto se dicevamo si o no la verità. Giacinta
diceva allora, piena dì gioia:
'Quando viene questo sacerdote che indovina? Se
indovina, capirà molto bene che diciamo la verità'.
Un giorno stavamo giocando vicino al pozzo già
ricordato. La madre di Giacinta aveva li vicino una vigna. Tagliò alcuni
grappoli e ce li portò perché li mangiassimo. Ma Giacinta non dimenticava mai
i suoi peccatori. 'Non mangiamoli - dice
e offriamo questo sacrificio per i peccatori'. Poi corse a portare l'uva
ad altri bambini che giocavano nella strada. Al ritorno era raggiante di gioia.
Aveva incontrato i nostri vecchi mendicanti e l'aveva data a loro.
Un'altra volta mia zia ci chiamò per darci da
mangiare dei fichi che aveva portato a casa e che realmente avrebbero fatto
voglia a chiunque. Giacinta si sedette con noi soddisfatta, vicino alla cesta, e
prende il primo per cominciare a mangiare; ma, improvvisamente, si ricorda e
dice: 'E’ vero! Oggi non abbiamo fatto ancora nessun sacrificio per i
peccatori! Dobbiamo far questo'. Rimise il fico nella cesta, fece l'offerta e
lasciammo li i fichi per convertire i peccatori.
Giacinta ripeteva con frequenza questi
sacrifici, ma non sto qui a raccontarne più; se no, non finirei mai.
Trascorrevano così i giorni di Giacinta, finché
nostro Signore non mandò la polmonite che la gettò a letto, insieme col suo
fratellino. Il giorno prima di ammalarsi diceva: 'Mi fa tanto male la
testa e ho tanta sete! Ma non voglio bere, per soffrire per i peccatori'.
Tutto il tempo che mi restava libero dalla
scuola e da qualche cosetta che mi facevano fare, andavo dai miei compagni. Un
giorno passo da loro prima di andare a scuola e Giacinta mi dice: 'Senti! Di' a
Gesù nascosto che io gli voglio molto bene e che lo amo molto'. Altre volte
diceva: 'Di' a Gesù cbe gli mando tanti saluti affettuosi'. Se passavo prima
dalla sua stanza, diceva:
'Ora va' a vedere Francesco; io faccio il sacrificio
di stare qui sola'.
Un giorno sua madre le portò una tazza di
latte e le disse di prenderlo.
- Non io voglio mamma, - disse allontanando la
tazza con la manina.
La zia insistette un poco e poi se ne andò
dicendo:
- Ma non so che cosa devo fare, se tutto ti
ripugna.
Appena rimasti soli, le domandai: 'Ma perché
disobbedisci così a tua madre e non offri questo sacrificio a nostro Signore?'.
All'udire questo, lasciò cadere alcune lacrime, che io ebbi il piacere di asciugare e
disse: 'io adesso non mi ero ricordata'. Chiama la madre, le chiede perdono e le
dice che prende tutto quello che vuole. La mamma le porta la tazza di latte. Lo
prende senza mostrare la minima ripugnanza. Dopo mi dice: 'Se tu sapessi quanto
mi è costato a berlo!'.
Un'altra volta mi disse: 'Faccio sempre più
fatica a bere latte e brodo; ma non dico niente. Bevo tutto per amore di nostro
Signore e del Cuore immacolato di Maria, la nostra mammina del cielo'.
- Stai meglio? - le chiesi un giorno.
- Tu sai bene che non sto meglio - e aggiunse -
ho un dolore forte al petto, ma non dico niente. Soffro per la conversione dei
peccatori.
Un giorno, arrivata vicino a lei, mi domandò:
'Hai già fatto tanti sacrifici oggi? Io ne ho fatti tanti. Mia madre è
andava via e a me molte volte mi è venuta la voglia dì andare a visitare
Francesco, ma non ci sono andata'
La sua salute però migliorò un pochino. Poté
alzarsi e passava allora le giornate seduta sul letto del fratellino. Un giorno
mi fece chiamare perché andassi in fretta da lei. Andai di corsa.
- La Madonna è venuta a vederci e dice che tra
poco verrà a prendere Francesco e a portarlo in cielo. A me ha domandato se
volevo convertire ancora altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che
andrò in un ospedale e che là soffrirò molto. Mi ha detto di soffrire per la
conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato
di Maria e per amore di Gesù. Le ho domandato se anche tu venivi con me. Ha
detto di no. Questa è la cosa che mi costa di più. Ha detto che veniva mia
madre a portarmi e poi resto là da sola. - Rimase pensierosa per un po', poi aggiunse:
- Se tu venissi con me! Quel che mi costa di più è andare senza di te! E forse
l'ospedale è una casa molto oscura, dove non si vede niente e io sto li a
soffrire da sola! Ma non importa: soffro per amore di nostro Signore, per
riparare le offese al Cuore immacolato di Maria, per la conversione dei
peccatori e per il santo Padre.
Quando arrivò l'ora che il suo fratellino
partiva per il cielo, lei gli fece le sue raccomandazioni: 'Tanti cari saluti da
parte mia a nostro Signore e alla Madonna e digli che soffro tutto quello che
vogliono per convertire i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di
Maria.
Sofferse molto per la morte del fratello. Restava
a lungo pensierosa e se le domandavano a che cosa stesse pensando, rispondeva:
'A Francesco. Come mi piacerebbe rivederlo. E gli occhi le si riempivano di
lacrime.
Un giorno le dissi:
- A te ormai manca poco per andare in cielo. Io
invece...
- Poverina! - rispose
non piangere! Lassù io pregherò molto, molto per te. Sai, è la
Madonna che vuole così per te. Se avesse scelto me, io sarei contenta, per
poter soffrire di più per i peccatori.
Arrivò anche il giorno di andare all'ospedale,
dove ebbe a soffrire molto davvero. Quando la madre andò a visitarla,
le domandò se voleva qualche cosa. Le disse che voleva vedere me. Mia zia, a
costo di molti sacrifici, mi ci portò, non appena poté ritornarci. Appena mi
vide, mi abbraccio con gioia e chiese alla madre che mi lasciasse li e andasse a
fare la spesa.
Le domandai allora se soffriva molto.
- Altro che! Ma offro tutto per i peccatori e
in riparazione al Cuore immacolato di Maria.
Poi parlò con entusiasmo di nostro Signore e
della Madonna e diceva:
- Mi piace tanto soffrire, per amor suo, per
fargli piacere. Loro vogliono molto bene a chi soffre per convertire i
peccatori.
Il tempo destinato alla visita passò in fretta
e mia zia era già tornata a riprendermi. Domandò alla figlioletta se voleva
qualche cosa. Chiese che riportasse anche me quando tornasse a vederla. E la mia
buona zia, che voleva far piacere alla sua bambina, mi ci portò una seconda
volta. La trovai con la stessa gioia di soffrire per amore del nostro buon Dio,
del Cuore immacolato di Maria, per i peccatori e per il santo Padre: era il
suo ideale e parlava sempre di questo.
Tornò ancora per qualche tempo alla casa
paterna. Aveva nel petto una grande ferita aperta e sopportava la
medicazione quotidiana senza un lamento, senza mostrare il minimo segno di
malessere. Ciò che le costava di più erano visite e interviste frequenti di
persone che la cercavano e dalle quali ora non poteva nascondersi.
- Offro anche questo sacrificio per i
peccatori, - diceva con rassegnazione. - Oh, se potessi arrivare fino al
Cabeco a dire ancora un rosario nella nostra grotta! Ma ormai non ce la faccio
più. Quando vai a Cova da Iria, prega per me. Là non ci vado più di sicuro. -
E le lacrime le scorrevano sul viso.
Un giorno mia zia mi disse: 'Domanda a Giacinta
a che cosa sta pensando, quando sta tanto tempo con le mani sulla faccia,
senza muoversi. Io gliel'ho domandato, mi ha sorriso, ma non mi ha risposto'.
Feci la domanda e mi rispose:
- Penso al Signore, alla Madonna, ai peccatori
e a... (accennò ad alcune cose del segreto). Mi piace molto pensare.
La zia mi domandò che cosa aveva risposto la
sua bambina e io le dissi tutto con un sorriso. Allora mia zia disse a mia
madre, raccontando il fatto:
'Io non capisco. La vita di questi bambini è un
enigma'. E mia madre aggiungeva: 'Quando sono soli, parlano e parlano a non
finire e anche sforzandosi di ascoltare, non si riesce a capire una parola. Se
arriva qualcuno, abbassano la testa e non dicono una parola. Non posso capire
questo mistero.
La santissima Vergine si degnò di nuovo di
visitare Giacinta, per annunciarle nuove croci e nuovi sacrifici. Mi dette la
notizia e mi diceva: 'Mi ha detto che vado a Lisbona, in un altro ospedale; che
non rivedrò più nemmeno i miei genitori; che dopo molto soffrire, morirò
sola, ma che non abbia paura, perché verrà Lei là a prendermi per portarmi in
cielo'. E piangendo mi abbraccia e diceva: 'Non ti rivedrò mai più. Tu là non
verrai a visitarmi. Senti: prega molto per me che muoio sola'.
Nel frattempo, finché non arrivò il giorno di
andare a Lisbona, sofferse in modo orribile. Mi abbracciava e diceva piangendo:
- Non ti rivedrò mai più. Né la mamma, né i
miei fratelli, né il mio papà! Non rivedrò più nessuno e poi muoio sola
sola!
- Non ci pensare - le dissi un giorno.
- Lascia che ci pensi, perché più ci penso,
più soffro; e io voglio soffrire per amore di nostro Signore e per i peccatori.
E poi non fa niente. La Madonna viene a portarmi in cielo...
A volte baciava un crocifisso, lo abbracciava e
diceva:
- O mio Gesù, io vi amo e voglio soffrire
molto per amor vostro.
Quante volte diceva:
- O Gesù, ora puoi convertire molti peccatori,
perché questo sacrificio è molto grande.
Mi chiedeva a volte:
- E morirò senza rivedere Gesù nascosto? Se
me lo portasse la Madonna, quando viene a prendermi!...
Le chiesi una volta:
- Che cosa farai in cielo?
- Amerò molto Gesù, il Cuore immacolato di
Maria, pregherò molto per te, per i peccatori, per il santo Padre, per i miei
genitori e fratelli e per tutte le persone che mi hanno domandato di pregare per
loro.
Quando la madre si mostrava triste a vederla
così malata, le diceva:
- Non ti rattristare, mamma. Io vado in cielo.
Pregherò molto per te.
Altre volte diceva:
- Non piangere, sto bene.
Se le chiedevano se aveva bisogno di qualche
cosa, diceva:
-
Tante grazie, non ho bisogno di nulla. - Ma quando se ne andavano
aggiungeva – Ho molta sete, ma non voglio bere, offro tutto a Gesù per i
peccatori.
Un
giorno che mia zia mi faceva delle domande, mi chiamò e mi disse: - Non voglio
che tu dica a nessuno che io soffro. Nemmeno a mia madre, perché non voglio che
si rattristi.
Un
giorno la trovai mentre abbracciava un quadro della Madonna e diceva: - Oh,
mammina del cielo, allora devo morire sola sola?
La
povera bambina pareva terrorizzata all’idea di morire sola. Per incoraggiarla,
le dicevo: - Che cosa t’importa di morire sola, se la Madonna viene a
prenderti? – E’ vero, non m’importa niente. Ma non so com’è! A volte
non mi ricordo che Lei viene a prendermi. Solo mi ricordo che muoio e tu non sei
vicino a me.
E
venne alla fine il giorno della partenza per Lisbona. L’addio spezzava il
cuore. Mi rimase parecchio tempo abbracciata al collo e diceva piangendo: - Non
ci rivedremo mai più. Prega molto per me, finché non andrò in cielo. Lassù,
dopo, io pregherò per te. Non dire mai il segreto a nessuno, anche se ti
ammazzano. Ama molto Gesù e il Cuore immacolato di Maria e fa molti sacrifici
per i peccatori.
Da
Lisbona mi mandò ancora a dire che la Madonna era già andata a trovarla, che
le aveva detto l’ora e il giorno della sua morte e mi raccomandava di essere
molto buona.
Termino
così, ecc.mo e rev.mo signor vescovo di raccontare all’E.V rev.ma quello che
mi ricordo della vita di Giacinta.
Chiedo
al nostro buon Dio che si degni di accettare questo atto di ubbedienza per
accendere nelle anime la fiamma d’amore ai Cuori di Gesù e di Maria.
Adesso
domando un favore. E’ questo: se V.E. pubblicherà alcune cose di quelle che
ho appena finito di raccontare, lo faccia in modo tale che non parli in nessuna
maniera della mia povera e miserabile persona. E confesso, ecc.mo e rev.mo
signor vescovo, che se venissi a sapere che l’E.V. avrà bruciato questo
scritto senza nemmeno leggerlo, sarebbe per me un grande piacere, perché l’ho
scritto solo per ubbidire alla volontà del nostro buon Dio, manifestata a me
dal volere espresso della V.E. rev.ma.
seconda
memoria
VOLONTA’ DI DIO, PARADISO MIO.
Eccellenza reverendissima,
sono qui con la penna in mano per fare la
volontà di Dio; e siccome io non ho altri scopi, comincio con la massima che la
mia santa fondatrice mi ha lasciato in eredità e che io nel corso di questo
scritto ripeterò, a sua imitazione, molte volte: «Volontà di Dio, paradiso
mio!».
L'Eccellenza vostra mi permetterà di
compenetrarmi in tutto il senso di questa massima, affinché nei momenti in cui
la ripugnanza o l'amore del mio segreto vorranno farmi tener nascosto qualche
cosa, essa mi sia di norma e guida.
Avrei voglia di domandare a che cosa servirà
questo scritto fatto da me, che non ho nemmeno buona calligrafia. Ma non chiedo
nulla. So che la perfezione dell'ubbidienza non chiede ragioni. Mi bastano le
parole dell'E.V. rev.ma, che mi dicono che è per la gloria della nostra
santissima Madre del Cielo. Nella certezza dunque che sia così imploro la
benedizione e la protezione del suo Cuore immacolato e, umilmente prostrata ai
suoi piedi, mi servo delle sue santissime parole per parlare al mio Dio:
- Ecco qui, o mio Dio, l'ultima delle vostre
serve, che in piena sottomissione alla Vostra santissima volontà, rompe il
velo del suo segreto e lascia vedere la storia di Fatima tale e quale essa è.
Non avrò più il piacere di godermi solo con Te i segreti del Tuo amore; ma in
avvenire, altri canteranno con me le grandezze della Tua misericordia.
Eccellenza reverendissima,
«Il Signore ha rivolto lo sguardo alla
bassezza della sua serva»: ecco perché i popoli canteranno le grandezze
della Sua misericordia.
Mi pare, Eccellenza reverendissima, che il
nostro buon Dio si è degnato di favorirmi con l'uso della ragione, fin da
quand'ero una bambina molto piccina. Mi ricordo che avevo coscienza dei miei
atti, da quando mia madre mi teneva in braccio; Ricordo che mi cullavano e mi
addormentavo al suono di vari canti. E siccome ero la più giovane tra cinque
bambine e un bambino, che nostro Signore aveva dato ai miei genitori, mi ricordo
che c'erano spesso contese tra di loro, perché tutti mi volevano avere tra le
braccia e stare con me. In questi casi, perché nessuno fosse vincitore, mia
madre mi toglieva delle loro mani. E se lei, per il suo daffare, non poteva, mi
affidava a mio padre, che a sua volta mi copriva di baci e carezze.
La prima cosa che imparai fu l'avemmaria, perché
mia madre aveva l'abitudine di tenermi in braccio, mentre insegnava a mia
sorella Carolina, cui venivo appresso, perché aveva cinque anni più di me.
Le prime due sorelle erano già grandi; e a mia
madre piaceva che mi portassero in tutti i posti dove andavano, perché io ero
un pappagallo che ripeteva tutto. Esse erano, come si dice al mio paese, a
capo della gioventù. E non c'era festa o danza a cui non andassero. Carnevale,
S. Giovanni, Natale, era d'obbligo: ci doveva essere il ballo. Poi c'era la
vendemmia. E al tempo della raccolta delle ulive, c'era ballo quasi tutti i
giorni. Nelle feste principali della parrocchia, come quella del S. Cuore di Gesù,
la Madonna del rosario, S. Antonio, ecc., c'era sempre, la sera, la riffa dei
dolci e il ballo non mancava. Eravamo inoltre quasi sempre invitate alle feste
di nozze che si celebravano nei paesi vicini, perché mia madre, quando non
era invitata come madrina, era invitata come cuoca. A queste nozze il ballo
durava dalla fine del banchetto fino al mattino del giorno seguente. Le mie
sorelle, siccome dovevano tenermi sempre al loro fianco, ci tenevano molto che
fossi vestita come loro stesse. E siccome una di loro era sarta, non mi mancava
fin d'allora il costume
più elegante,
usato dalle contadine del mio paese in quel tempo: la gonna pieghettata, la
cintura lucida, la sciarpa con le punte che ricadevano all'indietro e il
cappello con i suoi lustrini dorati e piume di svariati colori. Si sarebbe detto
a volte che vestivano una bambola e non una bambina.
Nei balli mi mettevano sopra una cassapanca o
sopra qualche rialzo, per non essere calpestata dai presenti e dove dovevo
intonare vari canti al suono della chitarra o della fisarmonica. A questo scopo
le mie sorelle mi facevano fare le prove, così come per ballare alcune danze,
per il caso che mancasse qualche dama, cosa che io disimpegnavo con un'abilità
singolare, attirando così le attenzioni e gli applausi dei presenti. Né mi
mancavano premi e regali di qualcuno che voleva far piacere alle mie sorelle.
La domenica, nel pomeriggio, questa gioventù
si riuniva nel nostro cortile: d'estate, all'ombra di tre grandi fichi; e
d'inverno, sotto un porticato che avevamo nel luogo dove ora sorge la casa di
mia sorella Maria. Là passavano il pomeriggio, giocando e conversando con le
mie sorelle. Era là che si faceva la riffa dei regali di Pasqua e la maggior
parte toccavano a me, perché alcuni io facevano di proposito per rendersi bene
accetti.
Mia madre passava questi pomeriggi seduta sulla
porta della cucina che dava sul cortile e di là poteva vedere quel che
succedeva: a volte con un libro in mano, leggeva; a volte parlava con qualcuna
delle mie zie o con le vicine che venivano a sedersi accanto a lei. Manteneva
sempre la sua serietà abituale e tutte sapevamo che quello che diceva lei era
come una parola della Bibbia e che era necessario ubbidirle senza indugio. Non
ho mai visto nessuno che avesse il coraggio di dire in sua presenza una parola
men che rispettosa o di poca considerazione. Era un detto comune tra quella
gente che mia madre valeva più che tutte le figlie. Mi ricordo di aver sentito
mia madre dire più volte: « Non so che gusto ci trovi questa gente a andare in
giro a chiacchierare per le case degli altri. Per me non c’è niente come
starmene in casa a leggere tranquillamente. I libri contengono cose tanto belle!
E le Vite dei santi, che bellezza!».
Mi pare d'aver già detto V. E. come passavo i
giorni della settimana, circondata di bambini del posto, che le donne, per poter
andare a lavorare nei campi, chiedevano a mia madre di lasciare con me.
Mi pare inoltre che nello scritto che ho
mandato all'E.V. rev.ma su mia cugina, dicevo quali erano i miei giochi e
divertimenti. Per ora non sto qui a contarlo.
Circondata così d'ogni tenerezza e affetto,
arrivai a sei anni. E, a dire la verità, il mondo cominciava a sorridermi; e
soprattutto la passione per il ballo stava mettendo nel mio cuore profonde
radici. E confesso che Se il nostro buon Dio non avesse usato nei miei confronti
una speciale misericordia, con quello il demonio m'avrebbe perduta.
Se non sbaglio, ho già detto a V.E., nello
stesso scritto, che mia madre aveva l'abitudine d'insegnare la dottrina
cristiana ai suoi figli nell'ora della siesta, durante l'estate; d'inverno, la
lezione era di sera, durante la veglia, dopo cena, intorno al focolare, mentre
si arrostivano e si mangiavano castagne e ghiande dolci.
S'avvicinava dunque il giorno fissato dal
parroco per la prima comunione solenne dei bambini della parrocchia. E così mia
madre pensò che, siccome la sua figlioletta sapeva bene la dottrina e aveva compiuto i sei anni, poteva
forse fare in quell'occasione la prima comunione. A questo scopo mi mandò,
insieme a mia sorella Carolina, a assistere alle lezioni di dottrina, che il
parroco faceva ai bambini in preparazione alla prima comunione. Andavo dunque
tutta raggiante di gioia, con la speranza di ricevere di li a poco per la prima
volta, il mio Dio. Il reverendo dava le sue spiegazioni stando seduto su una
sedia che stava sopra una pedana. Mi chiamava vicino a lui e quando qualche
bambino non sapeva rispondere alle sue domande, per svergognarli, mi faceva
rispondere a me.
Arrivò dunque la vigilia del gran giorno e il
reverendo fece andare in chiesa tutti i bambini in mattinata, per dire
definitivamente il nome di quelli che erano ammessi. Quale non fu il mio
dispiacere, allorché il reverendo mi chiama vicino a sé e, accarezzandomi,
mi dice che avrei dovuto aspettare fino a sette anni. Cominciai subito a
piangere e, siccome ero vicino a mia madre, singhiozzando piegai il capo tra le
sue ginocchia.
Stavo in questa posizione, quando entra nella
chiesa un sacerdote che il reverendo parroco aveva fatto venir di fuori per
aiutare nelle confessioni. Quel reverendo chiese il motivo delle mie lacrime.
Dopo essersi informato, mi portò in sacristia e mi esaminò sul catechismo e
sull'eucaristia; dopo mi prese per mano, mi portò dal parroco e disse:
- Padre Pena, lasci che questa bambina faccia
la prima comunione. La bimba sa quel che fa, meglio che molti di quelli li.
- Ma ha solo sei anni, - replicò il parroco.
- Non fa niente! Se lei vuole, mi assumo io
questa responsabilità.
- E va bene, - mi disse il buon parroco - va
dalla mamma e dille di si: domani farai la prima comunione.
La mia gioia non si può spiegare. Battendo le
mani dalla contentezza e correndo per tutto il tragitto, andai a dare la bella
notizia a mia madre, che cominciò subito a prepararmi per portarmi, nel
pomeriggio, a fare la confessione.
Arrivando in chiesa, dissi a mia madre che
volevo confessarmi da quel sacerdote di fuori. Quel reverendo stava confessando
in sacristia, seduto su una sedia. Mia madre allora s'inginocchiò vicino alla
porta, di fronte all'altare maggiore, insieme alle altre donne che stavano
aspettando il turno dei loro figlioletti. Li davanti al Santissimo, mi fece le
ultime raccomandazioni.
Quando toccò a me andai a inginocchiarmi ai
piedi del nostro buon Dio, rappresentato in quel momento dal suo ministero, per
implorare perdono dei miei peccati. Quando ebbi terminato, vidi che tutti
ridevano. Mai madre mi chiama e mi dice: «Figlia mia, non sai che la confessione si fa a bassa
voce, che è una cosa segreta? Tutti ti hanno sentito! Solo alla fine hai detto
una cosa che nessuno ha capito che cos'era». E mentre tornavamo a casa, mia
madre fece vari tentativi per vedere che scopriva quello che lei chiamava il
segreto della mia confessione; ma non ottenne che un profondo silenzio.
Scoprirò dunque adesso quello che era il segreto
della mia confessione.
Il buon
sacerdote, dopo avermi ascoltato, mi disse questi brevi parole:
«Figlia mia, la tua anima è il tempio dello Spirito
santo. Conservala sempre pura, perché Lui possa continuare in essa la sua
azione divina». All'udire queste parole, mi sentii invasa di rispetto per il
mio intimo e domandai al buon confessore come dovevo fare:
- Ti metti in ginocchio - mi rispose - il ai piedi
della Madonna e le domandi con grande fiducia che abbia cura del tuo cuore e lo
prepari per ricevere degnamente domani il suo caro Figlio e che lo conservi per
Lui solo!
C'erano in chiesa parecchie immagini della Madonna. Ma
siccome le mie sorelle adornavano l'altare della Madonna del rosario, perciò io
ero abituata a pregare davanti a quella; e così ci andai anche questa volta a
chiederLe, con tutto l'ardore di cui ero capace, che conservasse solo per Dio il
mio povero cuore. Ripetei varie volte quest'umile supplica, con gli occhi fissi
sull'immagine e mi parve che lei sorrideva e, con gesto di bontà, mi diceva di
sì. Rimasi così inondata di gioia, che a malapena riuscivo ad articolare
parola.
Le mie sorelle stettero su tutta la notte per farmi il
vestito bianco e la corona di fiori. Io non potevo dormire per la contentezza e
le ore non passavano mai. Così mi alzavo ogni tanto, andavo da loro a
domandare se era gia giorno, se volevano provarmi il vestito, la corona di fiori
ecc.
E finalmente spuntò il felice giorno, ma quanto ci
volle per arrivare alle nove! Già vestita col mio vestito bianco, la mia
sorella Maria mi portò in cucina per chiedere perdono ai miei genitori, per
baciare loro la mano e chiedere la loro benedizione. Terminata questa cerimonia,
la mamma mi fece le ultime raccomandazioni. Mi disse quel che voleva che io
domandassi a nostro Signore quando lo avessi dentro al mio petto e mi lasciò
andare con queste parole: «Soprattutto chiedi a nostro Signore che faccia dì
te una santa», parole che mi rimasero così impresse in modo indelebile nel
cuore, che furono le prime che dissi a nostro Signore subito dopo averlo
ricevuto. E ancor oggi mi pare di udire l'eco della voce di mia madre che me le
ripete. M'incamminai, con le sorelle, verso la chiesa. Per non insudiciarmì di
polvere della strada, mio fratello mi portò in braccio.
Non appena arrivai in chiesa, corsi ai piedi
dell'altare della Madonna, a rinnovare la mia domanda. Li rimasi a contemplare
il sorriso della sera prima, finché le mie sorelle non vennero a prendermi per
mettermi nel posto destinato a me. I bambini erano molti. Formavano quattro
file, dalla porta della chiesa fino alla balaustra: due di bambini e due di
bambine. Siccome io ero la più piccina, mi toccò il posto vicino agli
angioletti, sul gradino della balaustra.
Cominciò la messa cantata e, a mano a mano che il
momento si avvicinava, il cuore batteva sempre più forte, nell'attesa della
visita di un Dio grande, che stava per scendere dal cielo per unirsi alla mia
povera anima. Il rev. parroco scese tra le file a distribuire il pane degli
angeli. Ebbi la fortuna di essere la prima. Mentre il sacerdote scendeva dai
gradini dell'altare, il cuore pareva che volesse uscirmi dal petto. Ma appena
ebbe posato sulle mie labbra l'ostia divina, sentii una serenità e una pace
inalterabile; sentii che ero invasa da un'atmosfera così soprannaturale, che
la presenza del nostro buon Dio mi diventava così sensibile come se Lo
vedessi e lo sentissi con i sensi del corpo. Gl'indirizzai dunque le mie
suppliche:
- Signore, fate di me una santa. Conservate il mio
cuore sempre puro, solo per Te!
Qui mi parve che il nostro buon Dio mi abbia detto,
nel fondo del mio cuore, queste parole precise:
- La grazia che oggi ti viene concessa, rimarrà viva
nella tua anima e produrrà frutti di vita eterna.
La funzione terminò che era quasi il tocco, sia perché
i sacerdoti di fuori avevano tardato a venire, sia a causa del sermone e della
rinnovazione delle promesse battesimali. Mia madre venne a prendermi,
preoccupata; pensando che non stessi più in piedi dalla debolezza. Ma
io mi sentivo così trasformata in Dio, così sazia del pane degli angeli, che
mi fu impossibile per allora prendere cibo. Da allora perdetti il gusto e
l'attrazione per le cose del mondo, e mi sentivo a mio agio solo in qualche
luogo solitario, dove potessi, tutta sola, ricordare le delizie della mia prima
comunione.
Ma poche volte riuscivo a fare questo ritiro, perché
oltre ad essere incaricata di badare ai bambini che le vicine ci affidavano,
come ho già detto all'E.V. rev.ma, mia madre faceva anche da infermiera da
quelle parti. Venivano a chiedere il suo parere, se si trattava di cose di poca
importanza e le chiedevano di andare a casa loro, se il malato non poteva
uscire. E lei allora passava la giornata, e a volte, la notte nelle case dei
malati. E se la malattia durava a lungo e lo stato degli infermi lo esigeva,
faceva passare la notte vicino a loro anche alle mie sorelle, perché i membri
della famiglia potessero riposarsi. E se l'infermo era una madre di famiglia con
bambini piccoli,
che facevano rumore e disturbavano il malato, portava questi bambini a casa
nostra e io ero incaricata di farli divertire. E li facevo divertire, insegnando
loro a dipanare, facendo girare l'aspo al contrario, facendo girare i cannelli,
insegnavo a fare matasse con l'arcolaio e a guidare le spole nel telaio.
C'era sempre molto lavoro dì questo genere, perché
ordinariamente c'erano sempre in casa nostra varie ragazze di fuori, che
venivano a imparare il mestiere di tessitrice o di sarta. Queste ragazze, per
solito, davano sempre segni di grande attaccamento alla nostra famiglia e
usavano dire che i giorni migliori della loro vita li avevano passati in casa
nostra.
Siccome le mie sorelle, in alcuni periodi
dell'anno, dovevano lavorare nei campi durante il giorno, tessevano e cucivano
durante le veglie. Dopo la cena e le preghiere che seguivano, dirette da mio
padre, si cominciava a lavorare. Tutti avevano qualcosa da fare. Mia sorella
Maria andava al telaio; mio Padre le riempiva i rocchetti; Teresa e Gloria
andavano a cucire e mia madre filava; Carolina e io, dopo aver messo in ordine
la cucina, eravamo occupate a togliere imbastiture, a attaccare bottoni, ecc.;
mio fratello, per tenerci svegli, suonava la fisarmonica, al cui suono noi
cantavamo varie cose. I vicini venivano non poche volte a farci compagnia e
usavano dire, che anche se non li lasciavamo dormire, si sentivano allegri e gli
passavano i cattivi umori udendo la festa che facevamo noi.
Ho sentito parecchie donne che dicevano a mia madre:
«Beata te! Che figli meravigliosi che il Signore ti ha dato».
A suo tempo, facevamo anche la spannocchiatura al
chiaro di luna. Mi sedevo allora in cima a un mucchio di granturco e io ero
incaricata di dare a tutti i presenti l'abbraccio-sorpresa, quando capitava una
pannocchia di colore rosso scuro.
Non so se i fatti che ho appena contato sulla mia
prima comunione, furono una realtà o un'illusione infantile. So però che essi
hanno avuto sempre e hanno ancor oggi una grande influenza nell'unione della
mia anima con Dio.
Non so nemmeno perché io sto qui a raccontare a V.E.
tutte queste cose della vita di famiglia, ma è Dio che m'ispira così. Lui sa
il motivo per cui lo fa. E’ forse perché V.E. rev.ma possa vedere come io
dovevo essere sensibile alla sofferenza che il buon Dio stava per chiedermi,
dopo essere stata tanto vezzeggiata. E siccome V.E. vuoi che io dica tutte le
sofferenze che nostro Signore mi ha domandato e tutte le grazie che si è
degnato, per sua misericordia, concedermi, mi pare che così mi sarà più
facile dirle proprio così come sono avvenute. E poi me ne sto tranquilla, perché
so che V.E. metterà nel fuoco tutto quello che vedrà che non ha utilità per
la gloria di -Dio e di Maria santissima.
E così compii sette anni. Mia madre decise che dovevo
cominciare a custodire le nostre pecore. Mio padre non era di questo parere e
nemmeno le mie sorelle. Volevano per me, per l'affetto particolare che mi
portavano, una eccezione. Ma mia madre non cedette: - come le altre - diceva, -
Carolina ha ormai dodici anni. Perciò può cominciare a lavorare nei campi, o
imparare a fare la sarta o la tessitrice, se ne ha voglia. E così mi fu
affidata la custodia del nostro gregge.
La notizia che io cominciavo la mia vita di pastora si
sparse rapidamente tra i pastori e quasi tutti vennero a propormi di essere miei
compagni. Dissi a tutti di sì e mi misi d'accordo con tutti per andare ai
monti. Il giorno dopo la montagna era piena di pastori e di greggi. Pareva
coperta da una nuvola. Ma io non mi sentivo a mio agio in mezzo a tanto gridare.
Allora ne scelti tre come compagne e, senza dir niente agli altri, ci mettemmo
d'accordo per andare a pascoli completamente diversi. Le mie prescelte erano:
Teresa Matias, sua sorella Maria Rosa e Maria Justino.
Il giorno dopo ce ne andiamo con le nostre greggi a un
monte chiamato Cabeço. Ci dirigemmo al versante del monte che guarda a nord.
Sul versante di questo monte a sud, resta Valinhos, che V.E. di nome deve già
conoscere. E, sul versante rivolto a levante, c'è quella roccia, della quale
pure ho parlato a V.E. nello scritto su Giacinta. Salimmo con le
nostre greggi, fin quasi alla cima del monte. Ai nostri piedi c'era un grande
bosco, che si stende nella piana della valle: ulivi, castagni, pini, lecci,
ecc.
Sarà stato più o meno verso mezzogiorno, quando
mangiammo il nostro spuntino. Dopo lo spuntino, invitai le mie compagne a
recitare con me il rosario, cosa che accettarono volentieri. Avevamo appena
cominciato, quando vediamo davanti ai nostri occhi, come sospesa nell'aria,
sopra il bosco, una figura, come se fosse una statua di neve, che i raggi del
sole facevano un po' trasparente.
- Che roba è quella? - domandarono le mie compagne un
po' impaurite.
- Non so.
Continuammo la nostra preghiera, sempre con gli occhi
fissi in quella figura, che scomparve non appena terminammo.
Io, secondo il mio solito, decisi di starmene zitta;
ma le mie compagne, appena arrivate a casa, contarono alle famiglie quel che era
avvenuto. Si sparse la notizia. Un giorno, arrivo in casa e mia madre mi
domanda:
- Senti un po'. Dicono che hai visto giù di lì non
so che. Si può sapere cos'hai visto?
- Non so. - E siccome non sapevo spiegarmi, aggiunsi -
Pareva una persona avvolta in un lenzuolo. - E, volendo dire che non avevo
potuto scorgerne i lineamenti, dissi: «Non si riusciva a vedergli né occhi, né
mani».
Stupidaggini
di bambini - disse mia madre e chiuse il caso con un gesto di disprezzo.
Passò un po' di tempo e noi tornammo con le nostre
greggi a quello stesso posto, e si ripeté la stessa cosa, nello stesso modo.
Le mie compagne raccontarono di nuovo l'accaduto. E la stessa cosa si ripeté di
lì a un po' di tempo.
Era la terza volta che mia madre sentiva parlare di
questi avvenimenti da gente dì fuori, senza che io avessi detto una sola parola
in casa. Mi chiama allora, già poco soddisfatta e mi domanda:
- Vediamo un po'. Cos'è questa roba che voi vedete giù
di li?
- Non so, mamma, non so cos’è.
Parecchi cominciarono a prenderci in giro. E siccome
io, dal tempo della mia prima comunione restavo a tratti come assorta, le mie
sorelle, ricordando quel che era avvenuto, mi chiedevano con una punta
d'ironia: «Stai vedendo qualcuno avvolto in un lenzuolo?».
Questi gesti e parole di commiserazione mi colpivano
molto, perché io ero abituata a ricevere solo carezze e attenzioni. Ma questo
non era niente. È che io non sapevo quello che il buon Dio mi aveva riservato
per il futuro.
È a questo punto che Francesco e Giacinta chiesero e
ottennero, come ho già raccontato all'E.V. rev.ma, il permesso dei
genitori di cominciare a custodire il loro gregge. Lasciai così queste buone
compagne e le sostituii con i miei cugini Francesco e Giacinta.
Ci mettemmo d'accordo, dunque, di pascolare le nostre
greggi nei terreni dei miei zii e dei miei genitori, per non stare insieme sui
monti con gli altri pastori.
Un bel giorno andammo con le nostre pecorelle nella
proprietà dei miei, situata ai piedi del monte di cui ho parlato, dalla parte
rivolta verso levante. Questa proprietà si chiama Chousa Velha. Verso metà
mattina, cominciò a cadere una pioggerellina fine, poco più che una rugiada.
Risalimmo il pendio del monte, seguiti dalle nostre pecorelle, in cerca di una
roccia che ci servisse da riparo. Fu allora che per la prima volta entrammo in
quella benedetta grotta. Si trova in mezzo a un uliveto e appartiene al mio
padrino Anastacio. Da lì si vede il piccolo paesetto dove sono nata, la casa
dei miei genitori, i paesini di Casa Velha e Eira da Pedra. L'uliveto ha
parecchi proprietari e si estende fino a confondersi con questi piccoli
paesetti.
Lì passammo la giornata, anche se aveva smesso di
piovere ed era apparso un sole bello e splendente. Facemmo lo spuntino e
recitammo il nostro rosario e chissà forse uno di quelli, che noi usavamo
dire per la fretta di poter giocare, come ho già raccontato a V.E., passando
i grani e dicendo solo le parole: Ave, Maria e Padre nostro! Finito di pregare,
cominciammo a giocare con i sassolini.
Si stava giocando da qualche momento ed ecco che un
vento forte scuote gli alberi e ci fa alzare gli occhi per vedere cosa
succedeva, perché il giorno era sereno. Vediamo allora che sopra l'uliveto
viene verso di noi quella figura di cui ho già parlato. Giacinta e Francesco
non l'avevano mai vista e io non gliene avevo mai parlato. A mano a mano che si
avvicinava, riuscivamo a scorgerne le fattezze: un giovane di 14 o 15 anni, più
bianco che se fosse stato di neve, e il sole lo rendeva trasparente come se
fosse stato di cristallo e di una grande bellezza. Arrivato vicino a noi ci
disse:
- Non abbiate paura. Sono l'angelo della pace. Pregate
con me. - E, inginocchiatosi per terra, curvò la fronte fino al suolo e ci fece
ripetere tre volte queste parole: - Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amno!
Io vi domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non
vi amano.
Poi, alzandosi disse:
- Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria
stanno attenti alla voce delle vostre suppliche.
Le sue parole s'impressero talmente nel nostro
spirito, che noi non le scordammo mai più. E da allora noi trascorrevamo lunghi
periodi di tempo, così prosternati, ripetendole a volte fino a cadere dalla
stanchezza. Raccomandai subito che era necessario mantenere il segreto e,
questa volta, grazie a Dio, fecero come volevo io.
Passò un bel po' di tempo e un giorno
d'estate, che eravamo andati a passare la siesta a casa, stavamo giocando in
cima a un pozzo, che i miei avevano in fondo al giardino e che si chiamava
Arneiro. (Nello scritto su Giacinta, ho già parlato anche di questo pozzo).
Improvvisamente, vediamo vicino a noi la stessa figura, o angelo, come mi
pare che doveva essere e dice:
- Che fate? Pregate, pregate molto! I Cuori
santissimi di Gesù e di Maria hanno sopra di voi disegni di misericordia.
Offrite costantemente all'Altissimo orazioni e sacrifici.
- E come dobbiamo sacrificarci? - domandai.
- Offrite a Dio il sacrificio di tutto quello
che vi sarà possibile, in atto di riparazione dei peccati, con cui Lui viene
offeso e per impetrare li conversione dei peccatori. Attirate così, sopra la
nostra patria, la pace. Io sono il suo angelo custode, l'angelo del Portogallo.
Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il
Signore vi manderà.
Passò parecchio tempo e andammo a pascolare il gregge
in una proprietà dei miei genitori situata sul pendio del monte di cui ho
parlato, un po' sopra Valinhos. È un uliveto chiamato Pregueira. Finito lo
spuntino, decidemmo di andare a pregare nella grotta che restava dall'altra
parte del monte. Perciò si fece un mezzo giro sul pendio e dovemmo arrampicarci
su per alcune rocce, situate proprio in cima alla Pregueira. Le pecore
riuscirono a passare con molta difficoltà.
Appena arrivati ci mettemmo in ginocchio con la
faccia a terra e cominciammo a ripetere l'orazione dell'angelo: «Mio Dio, io
credo, adoro, spero e vi amo ecc.». Non so quante volte avevamo ripetuto questa
preghiera, quando vediamo che sopra di noi brilla una luce sconosciuta. Ci
alziamo per vedere che cosa stava succedendo e vediamo l'angelo che aveva nella
mano sinistra un calice, sopra il quale stava sospesa un'ostia, dalla quale cadevano
alcune gocce di sangue dentro al calice. L'angelo lascia sospeso il calice per
aria, s'inginocchia vicino a noi e ci fa ripetere tre volte:
- Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito
santo, io vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù
Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione di tutti gli
oltraggi, sacrilegi e indifferenze, con i quali Egli stesso è offeso. E per i
meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi
domando la conversione dei poveri peccatori.
Poi si alza, prende nelle mani il calice e l'ostia. Dà
a me l'ostia santa e il calice lo divise tra Giacinta e Francesco, dicendo nello
stesso tempo:
- Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù
Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e
consolate il vostro Dio.
E, prostrandosi nuovamente in terra, ripeté
con noi altre tre volte la medesima orazione: «Santissima Trinità ecc.», e
scomparve.
Noi rimanemmo nella stessa posizione, ripetendo
sempre le stesse parole e quando ci alzammo, vedemmo che s'era fatto sera e
perciò era ora che ce ne andassimo a casa.
Eccomi, Eccellenza reverendissima, arrivata
alla fine dei miei tre anni di pastorella, dai sette ai dieci anni. Durante
questi tre anni, la nostra casa e oserei quasi dire la nostra parrocchia aveva
mutato aspetto quasi completamente. Il rev. P. Pena non era più nostro
parroco e era stato sostituito dal rev. P. Boicinha. Questo zelantissimo
sacerdote, venuto a conoscenza dei costumi pagani che esistevano nella
parrocchia, come balli e danze, cominciò a predicare contro questo dal pulpito
nelle omelie domenicali. In pubblico e in privato, approfittava di tutte le
occasioni che gli capitavano per combattere queste cattive usanze.
Mia madre, quando senti il buon parroco parlate
così, proibì alle mie sorelle di andare a simili divertimenti. E siccome
l'esempio delle mie sorelle portò molte altre a non partecipare, quest'usanza
andò a poco a poco scomparendo.
Lo stesso avvenne tra i bambini, che come ho già
detto a V.E. nella esposizione su mia cugina facevano le loro danze a
parte.
Ci fu chi disse a mia madre:
- Ma fin adesso non era peccato ballare! E ora,
perché è cambiato il parroco, improvvisamente diventa peccato? Ma che sistemi
sono questi?
- Non so - rispose mia madre - una cosa è
certa però, che il signor priore non vuole che si balli e perciò le mie
figliole non si rimettono con certe compagnie. Al massimo le lascerò ballare un
po' in casa, perché il signor priore dice che in famiglia non c'è niente di
male.
In questo periodo le mie due sorelle più
vecchie lasciarono la casa paterna, perché avevano ricevuto il sacramento del
matrimonio.
Mio padre s'era lasciato trascinare da cattive
compagnie e era caduto nei lacci di una triste passione, a causa della quale
avevamo già perduto alcuni dei nostri terreni. Mia madre, visto che i mezzi di
sussistenza scarseggiavano, decise di mandare le mie due sorelle Gloria e
Carolina a servizio in altre famiglie.
Rimase dunque in casa mio fratello, per
lavorare i campi che ci restavano; mia madre, che si occupava della casa e io
per pascolare il gregge.
La mia povera mamma viveva immersa in una
profonda amarezza e quando, la sera, stavamo tutti e tre riuniti intorno al
focolare, aspettando il babbo per cenare, mia madre, a vedere vuoti i posti
delle altre sue figlie, diceva. con una profonda tristezza: «Mio Dio, dov'è
andata a finire la felicità di questa famiglia?». E, piegando la testa su un
tavolinetto che aveva a fianco, scoppiava in amari pianti. Mio fratello e io
univamo le nostre lacrime alle sue. Era una delle scene più tristi a cui io
abbia assistito. Sentivo il cuore spezzarsi dal desiderio di rivedere le mie
sorelle e per l'amarezza di mia madre. Anche se ero una bimbetta, capivo
benissimo la situazione in. cui ci trovavamo.
Mi ricordavo allora delle parole dell'angelo: «Soprattutto
accettate, sottomessi, i sacrifici, che il Signore vi manderà». Mi ritiravo
allora in un luogo solitario, per non aumentare con la mia sofferenza quella di
mia madre. Questo luogo era, di solito, il nostro pozzo. Là, in ginocchio,
prostrata sopra i lastroni che lo coprivano, univo alle sue acque le mie lacrime
e offrivo a Dio la mia sofferenza. A volte Giacinta e Francesco
arrivavano e m'incontravano in questo stato, amareggiata. E siccome la mia voce
era interrotta dai singhiozzi e non potevo parlare, essi soffrivano con me al
punto di spargere pure loro abbondanti lacrime. Era Giacinta allora che faceva a
voce alta la nostra offerta:
- Mio Dio! È in atto di riparazione e per la
conversione dei peccatori che Vi offriamo tutte queste sofferenze e sacrifici.
La formula dell'offerta non era sempre esatta,
ma il senso era sempre questo.
Queste sofferenze tanto grandi cominciarono a mirate
la salute di mia madre. Ormai non poteva più lavorare e fece venite mia
sorella Gloria, che stesse dietro ai lavori di casa. Accorsero allora i medici e
chirurghi che c’erano da quelle parti. Provò un'infinità di medicine, senza
ottenere nessun miglioramento. Il buon parroco si offerse di portare mia madre
a Leiria, col suo baroccio tirato da mule, perché potesse consultarvi dei
medici. E ci andò, accompagnata da mia sorella Teresa, ma ritornò a casa mezza
morta per la stanchezza e sfinita dalle visite, senza aver ottenuto alcun
risultato.
Si consultò infine con un chirurgo che
lavorata a S. Mamede, il quale dichiarò che mia madre soffriva di una lesione
cardiaca, lo spostamento di una vertebra e un abbassamento renale. La sottomise
ad una rigorosa cura di punte infocate e varie medicazioni, con cui ottenne
qualche miglioramento.
Ecco lo stato in cui ci trovavamo, quando arrivò
il 13 maggio 1917. Mio fratello raggiungeva pure in quel periodo l'età di
presentarsi per il servizio militare. E siccome godeva di una salute perfetta,
c'era da aspettarsi che risultasse idoneo. Inoltre era tempo di guerra e era
difficile farlo esentare.
Col timore di restare senza nessuno che
s'occupasse dei campi, mia madre richiamò a casa anche la mia sorella
Carolina. Frattanto il padrino di mio fratello prometteva di farlo esentare.
Fece dei passi presso il medico Ispettore e il nostro buon Dio si degnò, per
allora di dare a mia madre questa consolazione.
Non sto qui a descrivere l'apparizione del 13
maggio. V.E. la conosce bene e perciò il tempo impiegato a descriverla
sarebbe tempo perso.
V.E. conosce bene anche il modo con cui mia
madre si informò del fatto e gli sforzi che fece per obbligarmi a dire che
'avevo mentito.
Le parole che la santissima Vergine mi disse in
quel giorno e che decidemmo d'accordo di non rivelare, furono (dopo aver detto
che saremmo andati in cielo, chiese):
- Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le
sofferenze, che Lui vorrà inviarvi, in riparazione dei peccati con cui Egli è
offeso e per impetrare la conversione dei peccatori?
- Sì, noi lo vogliamo - fu la nostra risposta.
- Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia
di Dio sarà il vostro conforto.
Il 13 di giugno si celebrava nella nostra
parrocchia la festa in onore dl sant'Antonio. Quel giorno era tradizione dar la
via alle greggi al mattino per tempo; e alle nove si chiudevano negli stabbi per
andare alla festa. Mia madre e mia sorella che sapevano quanto io amassi le
feste, mi dicevano di solito: «Voglio proprio vedere se lasci la festa per
andare a Cova da Iria a parlare con quella Signora». Quel giorno nessuno mi
rivolse la parola, però mi guardavano con l'aria di chi pensa: «Lascia
perdere; stiamo a vedere cosa fa'».
Così detti la via al gregge al mattino presto, con
l'intenzione di chiuderlo nello stabbio alle nove, andate alla messa delle dieci
e poi andare a Cova da Iria. Ma ecco che poco dopo il sorgere del sole, mio
fratello mi viene a chiamare: che dovevo andare a casa, che c'erano varie
persone che volevano parlarmi. E restò lui col gregge e io andai a vedere che
cosa volevano. - Erano uomini e donne che venivano dai paesi di Minde, dalle
parti di Tomar, Carrascos, Boleiros, ecc., e che volevano accompagnarmi a Cova
da Iria. Io dissi loro che era ancora presto e li invitai ad andare con me alla
messa delle otto. Dopo tornai a casa. Questa buona gente mi aspettò nel nostro
cortile, all'ombra dei nostri fichi. Mia madre e mia sorella mantennero il loro
atteggiamento di commiserazione, che in realtà mi feriva e mi costava più
degli insulti.
Verso le 11, uscii di casa, passai dalla casa dei miei
zii, dove Giacinta e Francesco mi aspettavano e ce ne andiamo a Cova da Iria, in
attesa del momento desiderato. Tutta la gente ci seguiva, facendoci mille
domande. In questo giorno, io mi sentivo molto amareggiata: vedevo mia madre afflitta,
che voleva a tutti i costi farmi confessare - come mi diceva - la mia menzogna.
Io avrei voluto farla contenta, ma non sapevo ormai come, senza mentire. Ella
aveva infuso nei suoi figli, fin dalla culla, un grande orrore per la menzogna e
castigava severamente chi ne dicesse qualcuna.
- Sono sempre riuscita - diceva - a far sì che
i miei figli dicessero la verità; e ora dovrei passar sopra a una cosa del
genere con la più piccola? Magari se si trattasse di una cosa meno
importante...; ma una menzogna simile che ha già tratto in inganno tante
persone!
Dopo questi sfoghi, si rivolgeva a me e diceva:
- Rigirala un po' come ti pare! O tu la finisci
d'imbrogliare questa gente, confessando che hai mentito, o ti rinchiudo in una
stanza dove non puoi più vedere nemmeno la luce del sole. A tanti altri
dispiaceri, mi mancava proprio che venisse ad aggiungersi una cosa simile.
Le mie sorelle prendevano le parti di mia madre
e intorno a me si respirava un'atmosfera di disprezzo e di rifiuto. Mi
ricordavo allora dei tempi
passati e domandavo a me stessa: «Dov'è la
tenerezza, che fino a poco tempo fa la mia famiglia aveva per me?». Mio unico
sfogo erano le lacrime, sparse davanti a Dio, mentre gli offrivo il mio
sacrificio.
Quel giorno dunque la SS. Vergine, come se
indovinasse quel che stava succedendo, oltre a quello che ho già narrato, mi
disse:
- E tu soffri molto? Non scoraggiarti! Io mai
ti lascerò; Il mio Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti
condurrà a Dio.
Giacinta, quando mi vedeva piangere, mi
consolava dicendo:
- Non piangere! Di sicuro sono questi i
sacrifici che l'angelo ha detto che Dio ci avrebbe inviato. Perciò è per
riparare e per convertire i peccatori che tu soffri.
Fu in questo periodo che il parroco della mia
parrocchia venne a conoscenza di quel che avveniva e mandò a dire a mia madre
di portarmi a casa sua. Lei si sentì sollevata, stimando che il signor priore
si sarebbe assunto la responsabilità degli avvenimenti. Per questo mi disse:
- Domattina andiamo a messa di buon'ora. Poi tu vai
dal signor priore. Egli ti obbligherà a dire la verità, comunque sia: che ti
castighi, che faccia dite quello che gli pare; basta che ti obblighi a
confessare che hai mentito, io sono contenta».
Le sorelle presero anche loro le parti di mia madre e
inventarono una infinità di minacce per impaurirmi al pensiero dell'incontro
col parroco. Informai Giacinta e Francesco su quello che stava avvenendo ed
essi mi risposero:
- Veniamo anche noi. Il signor priore ha
mandato a dire a mia madre di portarci là, ma mia madre non ci ha detto niente
di tutte queste cose. Pazienza. Se ci picchiano, soffriremo per amore di nostro
Signore e per i peccatori.
Il giorno dopo me ne andai dietro a mia madre,
che per la strada non mi disse nemmeno una parola. Io confesso che tremavo, al
pensiero di quello che doveva succedere. Durante la messa, offersi a Dio le mie
sofferenze; dopo, dietro a mia madre, attraverso il sagrato e salgo le scale
della veranda del parroco. Saliti i primi gradini, mia madre si gira verso di me
e mi dice:
- Non mi dar più grattacapi! Ora tu dici al
signor priore che hai mentito e così lui, domenica, può avvisare in chiesa che
è stata una menzogna e tutto finisce lì. Ma ti pare una cosa da farsi, tutta
questa gente che corre a Cova da Iria a pregare davanti a un leccio!
Senza dire altro, bussa alla porta. Viene ad
aprire la sorella del parroco, che ci fa sedere su una panca e ci dice di
aspettare un poco. E infine venne il signor priore. Ci fa entrare nel suo
studio, fa segno a mia madre di sedersi su una panca e mi chiama vicino alla
scrivania. Quando vidi che il reverendo parroco m'interrogava con tanta serenità
e perfino con amabilità, rimasi meravigliata. Però mi tenevo nell'attesa di
quello che sarebbe avvenuto dopo.
L'interrogatorio fu molto minuzioso e quasi
quasi oserei dite spossante. Il reverendo mi fece un leggero ammonimento
dicendo:
- Non mi sembra una rivelazione del cielo.
Quando succedono queste cose, nostro Signore invia ordinariamente queste anime,
con cui si mette in comunicazione, a render conto di quello che avviene ai loro
confessori o parroci; e questa qui, al contrario, si chiude in sé più che può.
Anche questo può essere un inganno del demonio. Vedremo. Il futuro ci dirà che
cosa dobbiamo pensarne.
Quanto mi abbia fatto soffrire questa
osservazione, solo nostro Signore lo può sapere, perché Lui solo può
penetrare nel nostro intimo.
Cominciai allora a dubitare se queste
manifestazioni venissero dal demonio, che cercava in questo modo di perdermi. E
siccome avevo sentito dire che il demonio porta sempre guerra e disordine,
cominciai a pensare che, di fatto, da quando io vedevo queste cose, non c'erano
più state né allegria né tranquillità in casa nostra. Che angoscia
provavo. Manifestai il mio dubbio ai miei cugini. Giacinta rispose:
- Ma no, non è il demonio! Il demonio dicono
che è molto brutto, che sta sotto terra, all'inferno; quella Signora è così
bella e noi l'abbiamo vista salire al cielo!
Nostro Signore si servì di questo per far
svanire un po' il mio dubbio. Ma nel corso del mese perdetti l'entusiasmo per la
pratica del sacrificio e della mortificazione. Non sapevo se avrei finito per
dire che avevo mentito e così farla finita con tutto. Giacinta e Francesco mi
dissero:
- Non far così! Non capisci che adesso sì che dici
una bugia e dire le bugie è peccato!
Mi trovavo in questo stato, quando ebbi un sogno che
aumentò le tenebre del mio spirito: vidi il demonio che mi aveva ingannata,
ridacchiava e faceva sforzi per trascinarmi all'inferno. Al vedermi tra le sue
sgrinfie, cominciai a gridare così forte, invocando la Madonna, che svegliai
mia madre, la quale mi chiamò, preoccupata, e mi domandò cosa avevo. Non mi
ricordo che cosa le risposi. Ricordo però che quella notte non potei più
dormire, perché ero paralizzata dalla paura.
Questo sogno lasciò nel mio spirito una vera nube di
paura e di afflizione. Mio unico sollievo era starmene tutta sola, in un canto
solitario e lì piangere a volontà. Cominciò a infastidirmi perfino la
compagnia dei miei cugini e perciò cominciai a nascondermi anche da loro.
Poveri bambini. A volte andavano in giro a cercarmi, chiamandomi per nome, e
io ero li vicino, senza rispondergli, nascosta a volte in un cantuccio, verso
cui non si sognavano nemmeno di guardare.
Si avvicinava intanto il tredici luglio e io
non sapevo se ci sarei andata. Pensavo: «Se è il demonio, perché dovrei
vederlo? Se mi dicono perché non ci vado, dico che ho paura che sia il demonio
che ci appare e che perciò non ci vado. Giacinta e Francesco facciano come gli
pare. Io non ci torno più a Cova de Iria. La mia decisione era presa e io ero
decisa a metterla in pratica.
Il dodici, nel pomeriggio, cominciò a radunarsi della
gente, che veniva per assistere agli avvenimenti del giorno seguente. Chiamai
allora Giacinta e Francesco e li informai della mia decisione. Essi risposero:
«Noi ci andiamo. Quella Signora ci ha detto di andarci. Giacinta si offerse a
parlare lei con la Signora, ma le dispiaceva che io non ci andassi e cominciò a
piangere. Le domandai perché piangeva:
- Perché tu non vuoi venire!
- No, io non ci vado; Senti: se la Signora ti
domanda di me, dille che non vengo, perché ho paura che sia il demonio. - E li
piantai lì e andai a nascondermi, così non avevo da parlare con le persone che
mi cercavano per interrogarmi.
Mia madre pensava che stessi giocando con i
bambini del posto, durante tutti questi periodi che passavo nascosta dietro un
cespuglio, che c'era nella proprietà di un vicino, che confinava col nostro
Ameiro, un po' a est del pozzo già tante volte ricordato. Quando arrivavo in
casa, la sera, mi rimproverava dicendo:
- Questa sì che è una santerella di legno
tarlato! Tutto il tempo che le avanza che non va colle pecore, sta a giocare in
modo tale che nessuno la trova.
Il giorno dopo, mentre si avvicinava l'ora in cui
dovevo partire, mi sentivo spinta ad andare da una forza misteriosa, alla quale
non mi era facile resistere. Mi misi dunque in cammino e passai dalla casa dei
miei zii, per vedere se c'era ancora Giacinta. La trovai in camera, col suo
fratellino Francesco, in ginocchio vicino al letto, piangendo.
- Allora, voi non andate? - domandai loro.
- Senza te non abbiamo il coraggio di andare. Dai,
vieni!
- Son qui che vado, - risposi.
Allora, subito rasserenati, patirono con me.
La folla ci aspettava in grossi gruppi lungo le strade
e a malapena riuscimmo ad arrivare. Fu questo il giorno in cui la SS. Vergine
si degnò di rivelarci il segreto. Poi, per rianimare il mio fervore
intiepidito, ci disse:
- Sacrificatevi per i peccatori o dite a Gesù, molte
volte, ma specialmente tutte le volte che offrite un sacrificio: «O Gesù, è
per amor vostro e per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati
commessi contro il Cuore immacolato di Maria».
Grazie al nostro buon Dio, con questa apparizione
scomparvero le nubi dall'anima mia e ritrovai la pace.
La mia povera mamma era sempre più preoccupata a
vedere il gran numero di gente che veniva lì da tutte le parti.
- Questi poveretti - diceva - arrivano qua,
sicuramente perché sono tratti in inganno dai vostri imbrogli; e davvero non so
che fare per disingannarli.
Un poveraccio, che si vantava di prenderci in
giro, di insultarci e di arrivare
volte a metterci le mani addosso, un giorno le
domandò:
- Allora, zia Maria Rosa, che cosa mi dite
delle visioni di vostra figlia?
- Ma che ne so - rispose mia madre - Mi pare
che non è altro che un'imbrogliona, che sta ingannando mezzo mondo.
- Non ditelo molto forte, se non qualcuno è
capace di ammazzarvela. Ho l'impressione che c'è qualcuno in giro che ne ha
proprio voglia.
- Ah, non m'importa. Basta che la costringano a
confessare la verità. Io però dirò sempre la verità, sia contro i miei
figli, sia contro chi vi pare, magari anche contro di me.
Era proprio così. Mia madre diceva sempre la
verità, anche se era contro se stessa. Noi suoi figli le siamo debitori di
questo buon esempio.
Così un giorno tentò di nuovo di obbligarmi a
smentirmi, come lei diceva. Perciò decise di portarmi un'altra volta, il giorno
seguente, alla casa del signor priore, perché io confessassi di aver mentito,
per chiedergli perdono e per fare la penitenza che il reverendo credesse
opportuno e volesse impormi. Questa volta l'attacco era forte e io non sapevo
come fare. Lungo il cammino, passo dalla cara dei miei zii, dico a Giacinta, che
era ancora a letto, quel che stava avvenendo e poi me ne vado dietro a mia
madre.
Nello scritto su Giacinta, ho già
detto all'E.V. rev.ma la parte che lei e il fratello ebbero in questa prova che
il Signore ci inviò e come mi aspettavano vicino al pozzo ecc.
Durante il cammino, 'mia madre mi fece la sua
solita predica. A un certo punto io le dissi tremando:
- Ma, mamma, come faccio a dire che non ho
visto, se ho visto?
Mia madre non rispose e, arrivata vicino alla
casa del parroco, mi disse: - Ascoltami bene! Quello che io voglio è che tu
dica la verità: se hai visto, di' che hai visto; se non hai visto, confessa che
hai mentito. - E senza aggiungere altro, salimmo la scalinata e il buon parroco ci ricevette
nel suo studio con grande amabilità e, direi, perfino con dolcezza.
M'interrogò con grande serietà e delicatezza,
servendosi di alcuni trucchi, per vedere se io mi contraddicevo o se scambiavo
una cosa per l'altra. Alla fine ci licenziò stringendosi nelle spalle, come a
dire: «Non so che cosa dire né che cosa fare di questa faccenda».
Passati alcuni giorni, i miei zii e i miei
genitori ricevettero l'ordine delle autorità di comparire in municipio, il
giorno seguente, a una certa ora stabilita, con Giacinta, Francesco, mio zio,
con me e mio padre. Il municipio si trova a Vila Nova de Ourém; perciò c'era
da camminare tre leghe circa, distanza assai considerevole per tre bambini della
nostra età. E in quel tempo, l'unico mezzo per viaggiare in quei posti, erano
le gambe e qualche somarello. Mio zio disse subito che lui andava, ma i suoi
figli non li portava:
Loro,
a piedi non ce la fanno; - diceva - e a cavallo non sono buoni a tenersi
all'asina, perché non ci sono abituati. E poi non mi sento il dovere di
presentare in tribunale due bambini così piccoli.
I miei genitori erano di parere contrario.
- La mia ci va. Che s'arrangi a rispondere. Io
di queste cose non me ne intendo niente. Se sta mentendo, le sta bene se viene
castigata.
Il
giorno dopo, molto per tempo, mi misero in cima ad un'asina, dalla quale caddi
tre volte durante il cammino e me ne andai accompagnata da mio padre e da mio
zio. Mi pare che ho già raccontato a V.E. rev.ma quel che Giacinta e Francesco
ebbero a soffrire quel giorno, credendo che m'avrebbero uccisa. Per me, quel
che più mi faceva soffrire, era l'indifferenza dei miei genitori, che
m'appariva ancor più chiaramente, quando vedevo la dolcezza con cui. i miei zii
trattavano i loro figlioletti. Mi ricordo d'aver fatto durante questo viaggio
questa riflessione: «Come sono differenti i miei genitori d'ai miei zii. Questi
per difendere i loro figli, si fanno avanti al loro posto; i miei genitori mi
abbandonano con la più grande indifferenza, perché facciano di me quello che
vogliono. Ma, pazienza - dicevo nell'intimo del mio cuore - così ho la fortuna
di soffrire di più per amore Tuo, o mio Dio, e per la conversione dei peccatori».
A questo pensiero trovavo conforto in tutti i momenti.
In municipio fui interrogata dal sindaco in
presenza di mio padre, mio zio e altri signori che non so chi erano. Il sindaco
voleva per forza che gli rivelassi il segreto e che gli promettessi di non
tornare mai più a Cova da Iria. Per ottenere ciò non risparmiò promesse e,
infine, minacce. Vedendo che non otteneva nulla mi lasciò andare, giurando che
ci sarebbe riuscito, anche se per far ciò avesse dovuto togliermi la vita. A
mio zio diede una solenne ripassata, perché non aveva ubbidito ai suoi ordini e
poi ci lasciarono tornare a casa nostra.
Avevamo in famiglia anche un altro dispiacere,
di cui - come si diceva - io ero la causa. Cova da Iria era un terreno di
proprietà dei miei genitori. In fondo c'era un campetto assai fertile, in cui
si coltivava un bel po' di mais, legumi, ortaggi, ecc. Sui poggi c'erano ulivi,
lecci e qualche quercia. Ma dopo che il popolo aveva cominciato ad andarci, non
potemmo più coltivarci niente. La gente calpestava tutto. Un gran numero andava
a cavallo e gli animali finivano per mangiare e rovinare tutto. A mia madre
dispiaceva questa perdita e diceva:
- Tu, ora, quando vuoi mangiare, va' a chiederlo a
quella Signora!
Tu,
ora, dovresti mangiare solo quello che si coltiva a Cova da Iria! - aggiungevano
le sorelle.
Queste cose mi costavano tanto, che io non avevo il
coraggio di prendere un pezzo di pane per mangiare. Mia madre, per obbligarmi a
dire la verità
- come lei diceva - arrivò non poche volte al punto
di farmi sentite il peso di qualche manganello destinato al fuoco e trovato nel
mucchio della legna all'angolo, o del manico della scopa. Ma siccome era anche
madre, cercava poi di farmi ricuperare le forze perdute e si preoccupava a
vedermi smagrire, con una faccia ingiallita e aveva paura che mi ammalassi.
Povera mamma! Ora si, capisco sul serio la situazione in cui si trovava e come
sento compassione per lei! Aveva proprio ragione a stimarmi indegna di un tal
favore e a pensare per questo che fossi una bugiarda.
Per una speciale grazia di nostro Signore, mai ho
avuto il minimo pensiero o gesto contrario al suo modo di procedere nei miei
riguardi. Siccome l'angelo mi aveva annunciato che Dio mi avrebbe mandato
delle sofferenze, io vidi sempre in tutto ciò Dio che voleva così. L'amore, la
stima e il rispetto che le dovevo andarono sempre crescendo, come se fossi
trattata con tenerezza e ora le sono più riconoscente per avermi trattata così,
che se avesse continuato a farmi crescere nella bambagia.
Dev'essere stato in quel mese che venne per la
prima volta il sig. dott. Don Formigao a farmi una serie di domande. M'interrogò
seriamente e minuziosamente. Mi piacque molto, perché mi parlò molto della
pratica della virtù, insegnandomi alcuni metodi di praticarla. Mi mostrò
un'immagine di sant'Agnese, mi raccontò la storia del suo martirio e
m'incoraggiò a imitarla. Il reverendo continuò a venire là tutti i mesi, per
fare il suo interrogatorio, finito il quale mi dava sempre qualche buon consiglio, e con questo mi
faceva un po' di bene spirituale.
Un giorno mi disse: «Figlia mia, tu hai il
dovere di amare molto nostro Signore, per le grazie così grandi e i benefici
che ti sta concedendo». Questa frase s'impresse così profondamente nell'anima
mia, che da allora ho preso l'abitudine di dire costantemente a nostro Signore:
«Mio Dio, io Vi amo in segno di riconoscenza per le grazie che mi avete
concesso!». Dissi a Giacinta e al suo fratellino questa giaculatoria che mi
piaceva tanto e lei la prese tanto a cuore, che nel bel mezzo del gioco più
interessante, domandava: «Vi siete ricordati di dire a nostro Signore che lo
amate, per le grazie che ci ha fatto?».
Intanto siamo arrivati al tredici agosto. Fin
dalla sera precedente, la gente aveva cominciato ad affluite da tutti i posti.
Tutti volevano vederci, interrogarci, farci delle richieste da trasmettere
alla santissima Vergine. Eravamo nelle mani di quella gente, come una palla in
mano ai ragazzi. Ognuno ci tirava dalla sua parte e ci domandava quel che
voleva lui, senza darci tempo di rispondere a nessuno. In mezzo a questa
confusione, vengo a sapere di un ordine del sindaco di recarmi alla casa di mia
zia, perché la mi attendeva. Mio padre era stato intimato e mi ci portò.
Quando arrivai, lui stava in una stanza insieme ai miei cugini. C'interrogò e
fece altri tentativi per obbligarci a rivelare il segreto e a promettere che non
saremmo tornati a Cova da Iria. Ma non ottenne nulla, perciò diede ordine a mio
padre e a mio zio di portarci alla casa del signor Priore.
Tutto il resto che avvenne in questa prigionia,
non sto qui a raccontarlo ora, perché V.E. è già al corrente di tutto. Come
ho già detto a V.E., la cosa che a questo punto sentii di più, quello che più
mi fece soffrire, come pure i miei cugini, fu di essere completamente
abbandonati dalle nostre famiglie.
Al ritorno da questo viaggio, o prigionia, dato
che non saprei bene come chiamarlo, che secondo me avvenne il 15 agosto, in
segno di gioia per il mio arrivo a casa, mi fecero immediatamente dar la via al
gregge e portarlo al pascolo. I miei zii rimasero con i loro figlioletti in casa
e perciò mandarono al loro posto Giovanni. Era tardi, ormai, e ce ne restammo
vicino al paese, a Valinhos.
La V.E. rev.ma sa già come avvenne anche
questo fatto e perciò non mi dilungo a descriverlo. La santissima Vergine ci
raccomandò di nuovo la pratica della mortificazione, dicendo alla fine di
tutto:
- Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i
peccatori, perché molte anime vanno all'inferno, perché non c'è chi si
sacrifica e prega per loro.
Passati alcuni giorni, stavamo andando con le
nostre pecorelle per una strada in cui trovai un pezzo di corda di un carretto.
La presi e la legai a un braccio, così per gioco. Non tardai ad accorgermi che
la corda faceva male. Allora dissi ai miei cugini: «Sentite, questa qui, fa
male. Potremmo legarla ai fianchi e offrire a Dio questo sacrificio». I poveri
bambini accettarono prontamente la mia idea e subito dopo cercammo di
dividerla tra noi tre. Una pietra angolosa, picchiata in cima ad un'altra, fu il
nostro coltello. Sia perché era grossolana e dura, sia perché a volte la
stringevano troppo, questo strumento ci faceva a volte soffrire orribilmente.
Giacinta lasciava a volte cadere alcune lacrime, tanto era forte il dolore che
le causava; e io le dicevo alcune volte di toglierla, ma lei rispondeva:
- No, voglio offrire questo sacrificio a nostro
Signore come riparazione e per la conversione dei peccatori.
Un'altro giorno stavamo giocando e si coglieva
sui muri un'erba con cui si fanno come degli schiocchi e stringerla tra le mani.
Giacinta, mentre prendeva quest'erba, colse, senza volere, delle ortiche, con
cui si punse. Sentendo dolore, le strinse ancor più nelle mani e ci disse: «Guardate
un po'! Ecco un'altra cosa con cui ci possiamo mortificare». Da allora ci
rimase l'abitudine di darci - ogni tanto - qualche orticata alle gambe, per
offrire a Dio anche quel sacrificio.
Se non m'inganno, fu pure durante questo mese
che prendemmo l'abitudine di dare il nostro spuntino ai nostri poverelli, come
già ho raccontato aIl'E.V. rev.ma nello scritto sopra Giacinta. Mia
madre cominciò pure neI corso di questo mese a stare più in pace. Usava dire:
«Se ci fosse, magari solo un'altra persona in più che vedesse qualcosa, io
forse ci crederei! Ma che, fra tanta gente, che siano i soli a vedere!».
Inoltre, in quest'ultimo mese, parecchie persone dissero d'aver visto varie
cose: alcune che avevano visto la Madonna, altre vari segni nel sole, ecc. ecc.
Mia madre diceva ora:
- A me, prima, pareva che se c'era un'altra
persona che avesse anche lei le visioni, io ci avrei creduto; ma ora che tanti
dicono d'aver visto, io non riesco ancora a crederci.
Fu pure in quel tempo che mio padre cominciò a
prendere le mie difese, mettendo sempre a tacere quelli che volevano
rimproverarmi; e usava dire:
-
Non sappiamo se è vero, ma non sappiamo nemmeno se è una menzogna.
Di questi tempi, i miei zii, stanchi delle
noie delle persone di fuori, che continuamente chiedevano di vederci e parlarci,
cominciarono a mandare coI gregge il loro figlio Giovanni, tenendosi in casa
Giacinta e Francesco. Poco dopo finirono per vendere il gregge. Io allora
cominciai ad andarmene sola col mio gregge, perché non mi piacevano altre
compagnie. Come ho già raccontato a V.E., Giacinta e il suo
fratellino, quando io andavo vicino, venivano da me; se il pascolo era
lontano, venivano ad aspettarmi sul sentiero. Posso dire che furono veramente
felici . per me questi giorni, in cui sola, in mezzo alle mie pecorelle, d'alla
cima di un monte o dalla profondità di una valle, io contemplavo gl'incanti del
cielo e ringraziavo il nostro buon Dio per le grazie che di là mi aveva
inviato.
Quando la voce di qualcuna delle mie sorelle
interrompeva la mia solitudine, chiamandomi per farmi andare a casa a parlare
con tale o tal altra persona, che mi cercava, io provavo un profondo dispiacere
e mi consolavo soltanto, perché potevo offrite al nostro buon Dio anche questo
sacrificio.
Vennero un giorno a parlarci tre signori. Dopo
il loro interrogatorio poco piacevole, se ne andarono dicendo: «Vedete un po'
di decidervi a dire questo segreto; se no, il signor sindaco è deciso a farla
finita con voi». Giacinta, lasciando trasparite la gioia sul viso, dice:
- Che bellezza! Nostro Signore e la Madonna io
li amo tanto e così tra poco li andiamo a vedere.
Si sparse la voce che il sindaco voleva
ammazzarci sul serio e allora una mia zia, sposata a Casais, venne a casa
nostra, con l'intenzione di portarci a casa sua, perché diceva: «Io vivo in un
altro comune e perciò il sindaco non può venire là a prendervi». Ma non
riuscì nel suo intento, perché noi non si volle andare e rispondemmo:
- Se ci ammazzeranno, per noi è lo stesso!
Andiamo in cielo!
Così si avvicinò il 13 settembre. In questo
giorno, la santissima Vergine, dopo quello che ho già raccontato, ci disse:
- Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole
che dormiate con la corda. Portatela solo durante il giorno.
Inutile dire che ubbidimmo prontamente ai suoi ordini.
Siccome nel mese precedente nostro Signore
aveva voluto, a quanto pare, manifestare qualcosa di straordinario, mia madre
nutriva la speranza che in questo giorno gli stessi fatti sarebbero stati più
chiari e lampanti. Ma siccome il nostro buon Dio, forse per darci occasione di
offrirgli qualche altro sacrificio, permise che in questo giorno non trasparisse
nessun raggio della sua gloria, mia madre si scoraggiò di nuovo e la
persecuzione in casa ricominciò di nuovo. Erano tanti i motivi per cui era
preoccupata. Alla perdita totale dì Cova da Iria, che era un bel pascolo per il
nostro gregge e dei prodotti che vi si poteva raccogliere, si aggiungeva la
convinzione quasi sicura - come lei diceva - che gli avvenimenti altro non erano
che semplici chimere e fantasie dell'immaginazione di bambini.
Una delle mie sorelle non faceva quasi
nient'altro che venirmi a chiamare e restare al mio posto, pascolando il
gregge, mentre io andavo a parlare alle persone che volevano vedermi e parlare
con me. Questa perdita di tempo, per una famiglia ricca, non sarebbe stato
niente; ma per noi che dovevamo vivere del nostro lavoro, significava molto. E
mia madre si trovò costretta, per questo motivo, a vendere il nostro gregge e
ne sentimmo non poco la mancanza nell' alimentazione familiare.
La
colpa di tutto ciò era mia e nei momenti critici mi rinfacciavano tutto questo.
Spero che il nostro buon Dio, mi avrà accettato tutto, perché io gliel'ho
offerto, sempre contenta di potermi sacrificare per Lui e per i peccatori.
E mia madre, a sua volta, tutto soffriva con
una pazienza e una rassegnazione eroica; e se mi riprendeva e castigava, è
perché mi giudicava bugiarda. A volte, completamente conformata ai dispiaceri
che Dio le mandava, diceva:
- Chissà che tutto questo non sia castigo che
Dio mi manda in sconto dei miei peccati? Se così è, Dio sia benedetto!
Un giorno, a una vicina saltò in testa di
dire, non so perché, che dei signori mi avevano dato una certa quantità che
non ricordo di denaro. Immediatamente mia madre mi chiamò e mi domandò
dov'era. Siccome io le dissi che non ne avevo ricevuto, voleva farmelo
consegnare per forza; e, a questo scopo si servi del manico della scopa. Mi
aveva ormai scosso abbastanza la polvere dai vestiti, quando intervenne una
delle mie sorelle, Carolina, con un'altra ragazza di nome Virginia, nostra
vicina, e dissero che avevano assistito alla conversazione di quei signori e
avevano visto che loro non mi avevano dato nulla. Così difesa, potei ritirarmi
al mio prediletto pozzo e lì offrite al nostro buon Dio anche questo
sacrificio.
Se non m'inganno, fu sempre nel corso di
questo mese, che venne a farci visita un giovane, che per la sua alta statura,
ci fece tremare di paura. Quando vidi entrare in casa in cerca di me un signore,
che dovette chinarsi per passare dalla porta, pensai di trovarmi davanti a un
tedesco. E poiché in quel tempo eravamo in guerra e le famiglie usavano far
paura ai bambini, dicendo: «Aspetta lì, che viene un tedesco che ti ammazza!
», io perciò mi credetti arrivata all'ultimo momento. E la mia paura non
sfuggi al detto giovane, che cercò di rincuorarmi facendomi sedere sulle sue
ginocchia, e interrogandomi con estrema gentilezza. Finite le domande, chiese a
mia madre se mi lasciava andare a fargli vedere il luogo delle apparizioni e a
pregare in quel posto insieme con lui. Ottenni il permesso che lui voleva e ce
ne andammo. Ma io tremavo di spavento a vedermi sola, per quei sentieri, in
compagnia di uno sconosciuto. Ma mi tranquillizzai all'idea che, se mi ammazzava,
andavo a vedere nostro Signore e la Madonna.
Arrivati sul posto, si mise in ginocchio e mi
chiese di dire un rosario con lui e di chiedere alla santissima Vergine una
grazia che lui desiderava molto:
che una certa ragazza accettasse di ricevete insieme
con lui il sacramento del matrimonio. La richiesta mi sembrò stramba e pensai:
«Se quella ha una paura così grande come me, non ti dirà mai dì sì».
Finita la recita del nostro rosario, il buon giovane mi accompagnò fin vicino
al mio paese, e si congedò amabilmente, raccomandandomi la sua domanda. Mi
slanciai allora in una corsa sfrenata finché non arrivai alla casa dei miei
zii, temendo che quello ritornasse sui suoi passi.
Quale non fu il mio spavento, quando il 13 ottobre, mi
trovai improvvisamente, dopo le apparizioni, in braccio al suddetto personaggio,
nuotando sopra le teste dei presenti. Era proprio quello che ci voleva, perché
tutti potessero soddisfare la loro curiosità di vedermi. Poco dopo, quella
brava persona, che non vedeva dove metteva i piedi, inciampò su dei ciottoli
e cadde! Io non caddi, perché rimasi stretta tra la folla che mi si assiepava
intorno. Altri mi presero e il suddetto personaggio scomparve, finché, passato
un po' di tempo, sì fece rivedere con la ragazza in questione, che ormai
l'aveva sposato. Veniva a ringraziare la Vergine santissima per la grazia
ricevuta e a chiederLe un'abbondante benedizione. Questo giovane è oggi il sig.
dott Carlo Mendes, di Torres Novas.
Siamo dunque, Eccellenza reverendissima, al 13
ottobre. V.E. rev.ma sa già tutto quello che avvenne in questo giorno. Di
questa apparizione le parole che più s'impressero nel mio cuore, fu la
richiesta della nostra santissima Madre del cielo: «Non offendete più Dio,
nostro Signore, che è già molto offeso». Che amoroso lamento e che accorata
domanda! Come vorrei che esso risonasse in tutto il mondo e che tutti i figli
della Madre celeste udissero la sua voce!
Si era sparsa la voce che le autorità avevano
deciso di far scoppiare una bomba vicino a noi al momento delle apparizioni.
Questo non mi fece nessuna paura; e parlandone ai miei cugini, dicemmo: «Ma che
bellezza! Se ci fosse concessa la grazia di salire da lì verso il cielo insieme
con la Madonna».
I miei genitori però ebbero paura e, per la
prima volta, vollero accompagnarmi dicendo: «Se mia figlia muore, voglio morire
al suo fianco». Mio padre mi portò dunque per mano al luogo delle
apparizioni, non lo rividi più fin quando non mi ritrovai la sera in seno alla
famiglia.
Il pomeriggio di quel giorno lo passai con i
miei cugini, come se fossimo animali strani, che le moltitudini volevano vedere
e osservare. Arrivai alla sera veramente stanca di tante domande e
interrogatori. E questi non terminarono nemmeno al cadere della sera. Varie
persone, pèr non avere potuto interrogarmi, rimasero per il giorno seguente, in
attesa del turno. Ci fu anche chi voleva parlarmi quella notte, ma io, vinta
dalla stanchezza, mi lasciai cadere addormentata sul pavimento. Grazie a Dio,
allora io non sapevo ancora che cosa fossero il rispetto umano e l'amor
proprio e perciò io mi sentivo bene davanti a qualsiasi persona, come se mi
trovassi davanti ai miei genitori.
Il
giorno dopo continuò l'interrogatorio. Forse sarebbe meglio dire «nei giorni
seguenti», perché da allora, quasi tutti i giorni, varie persone andavano a
Cova da Iria a implorare la protezione della Madre del cielo e tutti volevano
vedere i veggenti, far loro domande e dire con loro il rosario. A volte mi
sentivo tanto stanca a forza di ripetere le stesse cose e di pregare, che
trovavo un pretesto per sottrarmi e svignarmela. Ma quella povera gente
insisteva tanto che io dovevo fare uno sforzo non piccolo a volte, per
soddisfarle. Ripetevo allora la mia orazione abituale, in fondo al mio cuore:
per
vostro amore, mio Dio, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore
immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il santo Padre!».
Ho
già detto all'E.V. rev.ma, nello scritto sulla mia cugina, che furono due
venerabili sacerdoti che ci parlarono di sua Santità e del suo bisogno di
preghiere. Da allora non abbiamo più offerto a Dio preghiere o sacrifici, senza
fare anche una supplica per sua Santità. E cominciammo ad alimentare un amore
talmente grande per il santo Padre, che quando un giorno il signor priore disse
a mia madre che probabilmente mi sarebbe toccato di andare a Roma, per essere
interrogata da sua Santità, battevo le mani dalla gioia e dicevo ai miei
cugini: «Che bellezza, se vado a vedere il santo Padre!» e a loro venivano le
lacrime e dicevano: «Noi non andiamo, ma offriamo questo sacrificio per lui».
Il
signor priore mi fece pure il suo interrogatorio finale. Il tempo fissato per
gli avvenimenti era terminato, e il reverendo non sapeva che dire di tutto
questo. Cominciò pure a mostrare la sua poca soddisfazione:
- Perché tutta questa gente va a prostrarsi in
orazione in mezzo a campi incolti, mentre il Dio vivo, il Dio dei nostri altari,
sacramentato, rimane solo e abbandonato nel tabernacolo? A che servono tutti
quei soldi, che lasciano. senza alcuna finalità, sotto un elce, mentre la
chiesa in costruzione non può essere terminata per mancanza di fondi?
Io
comprendevo perfettamente la ragione delle sue riflessioni. Ma che cosa ci
potevo fare? Se io fossi stata padrona del cuore di quella gente, li avrei
indirizzati di sicuro verso la Chiesa. Ma io non io ero, quindi offrivo a Dio
anche questo sacrificio.
Poiché Giacinta aveva l'abitudine, durante
gl'interrogatori, di abbassare la testa, fissare lo sguardo per terra e non dire
quasi parola, per soddisfare la curiosità dei pellegrini chiamavano quasi
sempre me. Perciò mi chiamavano in casa del signor priore, per essere
interrogata da uno o dall'altro, da questo o da quel sacerdote.
In una certa occasione, venne a interrogarmi un
sacerdote di Torres Novas. Mi fece un interrogatorio così minuzioso, così
pieno di raggiri, che mi vennero degli scrupoli, perché gli avevo taciuto
alcune cose. Consultai i cugini in proposito.
- Non
saprei - dissi - se stiamo facendo male a non dire tutto, quando ci domandano se
la Madonna ci ha detto qualche altra cosa. Non so se, dicendo che ci ha detto il
segreto, non mentiamo poi tacendo il resto.
- Io
non lo so - rispose Giacinta - vedi un po' tu. Sei tu che non vuoi che si dica.
-
Chiaro che non voglio, eh, no! le
risposi - Poi cominciano a domandarci che mortificazioni facciamo! Ci
mancherebbe anche questo!. Ascoltami bene: se tu stavi zitta e non dicevi
nulla, adesso nessuno sapeva che abbiamo visto la Signora, parlato con Lei, con
l'angelo, e nessuno avrebbe voluto sapere niente.
La
povera bambina, sentendo le mie 'ragioni, cominciò a piangere e, come in
maggio, come ho già scritto nella sua storia, mi chiese perdono. E a me rimase
il mio scrupolo, senza sapere come risolvere il mio dubbio.
Poco
dopo, arrivò un altro sacerdote, di Santarém. Sembrava fratello di quello di
prima o, almeno, che avessero fatto le prove Insieme: le stesse do-mande e
raggiri, gli stessi modi di ridere e di burlare, perfino la statura e le
fattezze parevano quasi identiche.
Dopo questo interrogatorio, il mio dubbio
aumentò e non sapevo proprio che fare. Chiedevo incessantemente al Signore e
alla Madonna che mi dicessero come dovevo fare:
-
O mio Dio e mammina mia del Cielo! Voi sapete che non vi voglio offendere con
bugie; ma Voi vedete bene che non è conveniente dire tutto quello che mi avete
detto.
Proprio
quando mi trovavo così perplessa ebbi la gioia di parlare con il Sig. parroco
di Olival. Non so perché il reverendo m'ispirò fiducia e esposi al reverendo
il mio dubbio. Ho già detto, nello scritto su Giaanta, che il reverendo
c'insegnò a conservare il segreto. Ci diede inoltre alcune istruzioni sulla
vita spirituale. Soprattutto c'insegnò la maniera di far piacere al Signore in
tutto e il modo di offrirgli una serie di piccoli sacrifici:
-
Se vi vien voglia di mangiare una cosa, lasciatela e, invece di quella,
mangiatene un'altra; e offrirete a Dio un sacrificio; se vi viene voglia di
giocare, non giocate: e offrirete a Dio un altro sacrificio; se v'interrogano e
non potere rifiutarvi, e' Dio che lo vuole: offritegli anche questo sacrificio.
Compresi
davvero il linguaggio del venerabile sacerdote e come presi a stimarlo! Il
reverendo non perse mai di vista l'anima mia e ogni tanto si degnava o di passar
di là personalmente o mi mandava a chiamare per mezzo di una pia vedova che
viveva in un paesello vicino a OlivaI. Si chiamava signora Emilia. Questa pia
donna andava varie volte a Cova da Iria a pregare. Dopo, passava da casa mia,
chiedeva che mi lasciassero passare qualche giorno con lei e mi portava alla
casa del signor parroco. Il reverendo aveva la bontà di farmi stare due o tre
giorni a casa sua, dicendo che era per far compagnia a una sua sorella. Aveva
allora la pazienza di passare lunghe ore a tu per tu con me, e m'insegnava la
pratica della virtù e mi guidava con i suoi saggi consigli. Anche se io non
capivo ancora nulla di direzione spirituale, posso dire che lui è stato il
mio primo direttore. Conservo dunque di questo venerabile sacerdote graditi e
santi ricordi.
Ma guarda un po'! Son qui che scrivo, senza capo né
coda, come si dice
e stavo dimenticando di dire alcune cose. Ma sto
facendo come l'E.V. rev.ma mi ha detto: di scrivere così come mi ricordo, con
tutta semplicità. E così voglio continuare, senza preoccuparmi né di ordine né
di stile. M? pare che così la mia obbedienza è più perfetta e perciò più
gradita a nostro Signore e al Cuore immacolato di Maria.
Torniamo dunque alla casa paterna. Già ho detto a
V.E. che mia madre aveva dovuto vendere il nostro gregge, tenendo solo tre
pecore, che venivano con noi nei campi; e quando non si andava, gli davamo
qualcosa da mangiare nello stabbio.
Mia madre mi mandò allora a scuola; nel tempo che mi
restava libero dalla scuola voleva che imparassi a tessere e a cucire. Così mi
aveva fissa in casa e non doveva perdere tempo a cercarmi. Un bel giorno, le mie
sorelle furono invitate ad andare con altre ragazze nella vigna di un ricco, un
certo Pé de Cao. Mia madre decise che loro sarebbero andate, ma che anch'io
andavo con loro. Ho già detto anche all'inizio che mia madre aveva per
abitudine, di non lasciarle andare in nessun posto, se non portavano anche me.
In quell'occasione, il signor priore cominciò pure a
preparare i bambini a una comunione solenne. Fin dall'età di sei anni, io
ripetevo la comunione solenne, ma mia madre decise che quell'anno non l'avrei
fatta: per questo motivo non andai alla spiegazione della dottrina. Uscendo da
scuola, mentre i bambini s'avviavano alla veranda del signor priore, io andavo a
casa a continuare il lavoro di cucito o di tessitura. Il buon parroco se n'ebbe
a male che io non andavo alla dottrina, e la sua sorella, un giorno, mentre
uscivamo da scuola, mi fece chiamare da un'altra bambina. Questa mi incontrò già
sul sentiero di Aljustrel, vicino alla baracca di un poveraccio, che chiamavano
Caracol. Pensai che si trattasse di qualche interrogatorio, mi scusai dicendo
che mia madre mi aveva ordinato di andare dritta a casa; e, senza aggiungere
altro, mi misi a correre come una matta giù per i campi, in cerca di un nascondiglio
dove non mi potessero trovare. Ma questa volta lo scherzo mi costò caro.
Passati pochi giorni, ci fu una festa in parrocchia e vennero a cantare - la
messa vari sacerdoti di fuori. Finita la festa, il signor priore mi fece
chiamare e, davanti a tutti quei sacerdoti, mi rimproverò severamente perché
non ero andata alla dottrina e di non aver dato retta alla chiamata di sua
sorella. Insomma, quella volta vennero a galla tutte le mie -miserie e il
sermone durò a lungo. Alla fine, non so come, si fece avanti un venerabile
sacerdote, che cercò di difendere la mia causa. Cercò di scusarmi, dicendo che
forse era mia madre che non mi lasciava. Ma il buon parroco rispose:
«La madre? Sua madre è una santa! Questa qui invece
dobbiamo ancora vedere che cosa ne viene fuori!». Il buon sacerdote, che poi
era il signor parroco di Torres Novas, mi domandò allora, con dolcezza, il
motivo per cui non ero andata - alla dottrina. Esposi allora la decisione che
mia madre aveva preso. Il signor priore non sapeva se doveva crederci e mandò a
chiamare la mia sorella Gloria, che stava lì nel sagrato, per informarsi se era
vero. Dopo aver saputo che le cose erano come io avevo appena detto, concluse:
- Benissimo! Allora, o la bimba viene questi giorni,
che mancano, alla dottrina e dopo essersi confessata da me farà la comunione
solenne con gli altri bambini, oppure in parrocchia non riceverà più la
comunione!
A sentite questa proposta, mia sorella fece presente
che cinque giorni prima della comunione, io dovevo partire con loro e che ci
avrebbe scombussolato tutto: che se il reverendo permetteva, io avrei fatto
confessione e comunione il giorno prima di partire. Il buon parroco non volle
sentire ragioni e mantenne incrollabile la proposta da lui fatta.
Arrivate in casa, informammo la mamma e anche lei
ritornò a chiedere al reverendo di confessarmi e di darmi la santa comunione un
altro giorno. Ma tutto fu inutile. Mia madre allora decise che, nonostante la
grande distanza e le difficoltà di fare il viaggio, perché oltre ad essere
lunghissimo, bisognava andare per pessimi sentieri, attraversare catene di
monti, mio fratello avrebbe fatto il viaggio per portarmi là il giorno dopo la
comunione solenne.
Io credo che sudavo freddo solo all'idea di dovermi
confessare dal signor priore. Che paura che mi faceva! Piangevo di angoscia.
Arrivò la vigilia e il
reverendo volle che tutti i bambini, nel pomeriggio,
andassero in chiesa per confessarsi. Andai dunque col cuore oppresso più che se
stesse in un torchio. Entrai in chiesa e vidi che c'erano parecchi sacerdoti che
stavano confessando. In un confessionale c'era P. Cruz, di Lisbona. Io avevo
già parlato con quel reverendo e mi era piaciuto molto. Senz'accorgermi
che in un confessionale aperto, a metà chiesa, c'era il signor priore che
notava tutto, pensai:
«Prima vado a confessarmi da P. Cruz e gli domando
come devo fare; e dopo allora vado dal signor priore». Il rev. P. Cruz mi
accolse con molta dolcezza e, dopo avermi ascoltata, mi diede dei consigli,
dicendo che se non volevo andare dal signor priore, che non ci andassi; e che
per questo il parroco non poteva negarmi la comunione. Raggiante a sentire quei
consigli, feci la penitenza e scappai di chiesa per timore che qualcuno mi
chiamasse.
Il giorno dopo, eccomi là col mio vestito bianco,
temendo ancora che la comunione mi fosse negata. Ma il reverendo si contentò,
per allora, di farmi sapere, alla fine della festa, che non gli era passata
inosservata la mia mancanza di obbedienza, per essere andata a confessarmi da un
altro sacerdote.
Il buon parroco continuò a mostrarsi sempre più
scontento e perplesso riguardo ai fatti e, un bel giorno, lasciò la parrocchia.
Si sparse allora la notizia che il reverendo se n'era andato via per causa mia,
perché lui non voleva assumersi la responsabilità dei fatti. Era un parroco
zelante e ben voluto dal popolo. Per questo ebbi non poco da soffrire. Alcune
pie donne, quando m'incontravano, sfogavano i loro malumori, insultandomi; e a
volte mi spedivano con quattro schiaffi o a calci.
A Giacinta e a Francesco poche volte toccarono queste
«delicatezze», che il cielo ci mandava, perché i loro genitori non
permettevano a nessuno di toccarli. Ma soffrivano a veder soffrire me, e non
poche volte le lacrime gli inondavano il viso a vedermi afflitta o mortificata.
Un giorno Giacinta mi dice:
- Oh, se i miei genitori fossero come i tuoi, perché
questa gente mi potesse picchiare, così io avrei più sacrifici da offrire a
nostro Signore. - Ma lei sapeva bene approfittare delle occasioni per
mortificarsi.
Avevamo anche l'abitudine di offrire a Dio, ogni
tanto, il sacrificio di passare una novena o un mese senza bere. Si fece una
volta questo sacrificio in pieno mese d'agosto, quando il calore era soffocante.
Si stava un giorno tornando dalla recita del rosario a Cova da Iria e arrivati
presso uno stagno, che si trovava vicino alla strada, mi dice Giacinta:
- Senti, ho una sete così forte, che mi fa molto
male la testa! Io mi bevo un pochino di quest'acqua. - Di questa, no - le
risposi - mia madre non vuole che beviamo quest'acqua qui, perché fa male. Andiamo a
chiederne una pochina a zia Maria dos Anjos. (Era una nostra vicina, che si era
sposata da poco e viveva lì vicino, in una casetta).
- No, acqua buona non ne voglio. Io volevo bere, perché
invece di offrire a nostro Signore la sete, gli offrivo il sacrificio di bere
quest'acqua sporca.
E davvero l'acqua di quello stagno era molto sudicia.
Varie persone ci lavavano i panni e gli animali andavano a bere e a
rinfrescarsi. Perciò mia madre aveva cura di raccomandate ai suoi figli di non
bere quell'acqua.
Altre volte diceva:
- Nostro Signore dev'essere contento dei nostri
sacrifici, perché io ho tanta, ma tanta sete! Però non voglio bere, voglio
soffrire per amor suo1
Un giorno eravamo seduti sulla soglia della casa dei
miei zii, quando notammo che sì avvicinavano varie persone. Francesco e io,
senza perder tempo, corremmo ognuno nella sua stanza, e ci nascondemmo sotto
il letto. Giacinta dice: «Io non mi nascondo. Voglio offrire a nostro Signore
questo sacrificio!». Quelle persone si avvicinarono, parlarono con lei,
aspettarono un bel pezzo, mentre mi cercavano e infine se ne andarono. Uscii
allora dal mio nascondiglio e le domandai:
- Che cosa hai detto, quando ti hanno chiesto se
sapevi dove eravamo?
- Non ho risposto niente. Ho abbassato la testa,
guardavo fisso in terra e non ho detto niente. Faccio sempre così, quando non
voglio dire la verità. E dire le bugie non voglio, perché è peccato dir
bugie.
In verità lei faceva così molto di frequente, e era
inutile che le facessero domande fino a stancarsi, perché non ottenevano la
minima risposta. Sacrifici dl questo tipo, di solito, se appena potevamo
evitarli, non eravamo disposti a offrirli.
Un altro giorno, stavamo seduti ad alcuni passi dalla
loro casa, all'ombra di due fichi, che ricadevano sulla strada. Francesco si
allontanò un poco, giocando. Notando che si avvicinavano varie persone, corre a
darci la notizia. Siccome a quel tempo si usavano cappelli con tese grandi quasi
come setacci, noi pensammo che sotto un simile arnese non potevano vederci;
senz'altro, montammo sui fichi. Non appena le signore furono passate, scendemmo
in fretta e con una fuga precipitosa, andammo a nasconderci in un campo di
granoturco...
Questo nostro sistema di fuggire non appena possibile
era anche una delle lamentele del signor priore; e, in particolare, il reverendo
si lamentava che noi sfuggivamo soprattutto ai sacerdoti. Era esatto, il
reverendo aveva ragione. Anche perché erano soprattutto i sacerdoti quelli che
c'interrogavano, reinterrogavano e ricominciavano a interrogare. Quando ci
vedevamo alla presenza di un sacerdote, ci preparavamo per offrire a Dio uno dei
nostri maggiori sacrifici.
Frattanto il governo non vedeva di buon occhio lo
svolgersi degli avvenimenti. Avevano piantato sul posto delle apparizioni dei
pali, fatti ad arco, con delle lanterne, che alcune persone avevano cura di
tenere accese. Una notte dunque inviarono alcuni uomini in automobile, per
buttar giù quei pali, tagliare il leccio dov'era avvenuta l'apparizione, e
portarlo via trainandolo con l'automobile. Al mattino si sparse rapidamente la
notizia dell'avvenimento. Mi recai là correndo, per vedere se era vero. Ma
quale non fu la mia gioia, quando notai che quei poveracci si erano sbagliati, e
che invece del leccio avevano portato via uno degli elci vicini. Chiesi allora
perdono alla Madonna per quei poveretti e pregai per la loro conversione.
Passò qualche tempo e un tredici maggio, non ricordo
se del 1918 o 1919, sul far del giorno, corse la notizia che a Fatima c'era un
distaccamento. di cavalleria, per impedire al popolo di andare a Cova da Iria.
Tutti, mezzo impauriti, venivano a darmi la notizia e dicevano che di sicuro
quello era l'ultimo giorno della mia vita. Non m'impressionai per quello che mi
dicevano e m incamminai per andare in chiesa. Arrivata a Fatima, passai in mezzo
ai cavalli che occupavano interamente il sagrato. Entrai in chiesa, ascoltai la
messa, che venne celebrata da un sacerdote sconosciuto, feci la santa comunione
e, dopo il ringraziamento, me ne tornai a casa in pace, senza che nessuno mi
dicesse una parola. Non saprei dire se non mi videro oppure se non mi dettero
importanza.
Nel pomeriggio, nonostante le notizie che arrivavano
continuamente che la truppa si sforzava di allontanare il popolo senza
riuscirvi, anch'io andai per recitare là il nostro rosario. Durante il cammino
si unì a me un gruppo di donne venute di fuori. Quando ero ormai vicina al
posto, vengono verso il nostro gruppo due militari, incitando nervosamente i
cavalli per raggiungerci. Arrivati vicino a noi, ci domandarono dove andavamo. A
sentire la risposta ardita delle donne che «non erano affari loro», frustarono
i cavalli, come se volessero investirci. Le donne si misero a fuggire, chi da
una parte, chi dall'altra, e, in un istante, mi ritrovai sola, alla presenza dei
due cavalieri. Mi domandarono allora il mio nome, cosa che io dissi senza
esitare. Mi domandarono se ero allora la famosa veggente. Risposi di si. Mi
dettero allora l'ordine di spostarmi in mezzo alla strada e di camminare in
mezzo ai due cavalli, mostrandomi la direzione di Fatima.
Avvicinandomi allo stagno di cui ho parlato prima,
una povera donna, che viveva il vicino, di cui ho. pure parlato poco fa, non
appena mi vide da lontano, così in mezzo ai cavalli, si mette in mezzo alla
strada e, come se fosse una seconda Veronica, cerca d'infondermi coraggio. I
soldati l'obbligano a togliersi di mezzo senza indugio e la povera donna scoppia
a piangere disperatamente, deplorando la mia sventura. Qualche passo più avanti
mi fanno fermare e mi domandano se quella donna è mia madre. Risposi di no.
Loro non ci credettero e mi domandarono se quella casa non fosse la mia. Di
nuovo dissi loro di no. Pareva che non credessero ancora e mi ordinarono di
andare ancora un po' più avanti, fino alla casa dei miei genitori.
Arrivati a un podere che si trova un po' prima di
entrare in Aljustrel, vicino a una piccola fonte, vedendo che c'erano delle
fosse preparate per metterci delle piante, mi fecero fermare, forse per
spaventarmi, si dissero l'un l'altro:
- Ecco qua delle buche bell'e fatte. Con una delle
nostre spade, le tagliamo la testa e la lasciamo qui, bell'e sotterrata. E così
la finiamo una volta per tutte con questa storia.
All'udire questo discorso, pensai sul serio d'essere
arrivata al mio ultimo momento; ma rimasi così in pace, come se non c'entrasse
niente con me.
Passò un momento in cui parvero restare pensierosi,
poi l'altro rispose:
- No, non abbiamo autorizzazione per fare questo. - E
mi fecero continuare il cammino.
Attraversai così il nostro piccolo paese, finché
arrivai alla casa dei miei genitori. Tutti stavano sulla porta o alla finestra
per vedere che cosa stava succedendo. Alcuni ridevano con tono canzonatorio,
altri, dispiaciuti, lamentavano il mio destino. Arrivati a casa mia, fecero
chiamare i miei genitori. Non c'erano. Uno allora scese da cavallo, per vedere
se stavano nascosti. Perlustrò la casa e, dopo, non trovandoli, ordinò di non
muovermi di lì quel giorno e montando sul suo cavallo, se ne andarono.
Sul finire del pomeriggio, corse voce che i soldati si
erano ritirati, perché vinti dal popolo e al tramonto io stavo recitando il mio
rosario a Cova da Iria, insieme a centinaia di persone.
Come mi raccontarono in seguito, mentre io camminavo
prigioniera in mezzo ai due soldati, alcune persone andarono ad avvisare mia
madre di quello che stava avvenendo.
- Se è vero - rispose lei - che ha visto la Madonna,
la Madonna la difenderà. Se mentisce, le sta bene che sia punita. - E se ne
rimase in pace.
Qualcuno ora mi domanderà:
- Mentre succedeva tutto questo, dov'erano i tuoi
compagni?
- Non lo so, non mi ricordo affatto di loro in questo
momento. Può darsi che i genitori, a causa delle notizie che circolavano, non
li abbiano fatti uscire quel giorno.
Il Signore doveva essere compiaciuto di vedermi
soffrire, perché mi preparava ora un calice ben più amaro che da lì a poco mi
avrebbe dato a bere.
Mia madre cadde gravemente ammalata, a t'al punto che
un giorno pensammo che fosse in agonia. Tutti i figli dunque andarono vicino
al suo letto, per ricevere la sua benedizione e baciarle la mano moribonda. Io
ero la più giovane, quindi restai per ultima. La mia povera mamma, quando mi
vide, si riprese un poco, mi buttò le braccia al collo e sospirando esclamò:
- Povera. figlia mia! Cosa sarà di te, senza mamma?
Muoio, ma tu mi resti come una spina nel cuore! - E scoppiò a singhiozzare
amaramente, abbracciandomi sempre più forte. La mia sorella più vecchia, mi
strappò a viva forza dalle sue braccia, mi portò in cucina, mi proibì di
tornare ancora nella camera della malata, e concluse dicendo:
- La mamma muore amareggiata dai dispiaceri che tu le
hai dato!
M'inginocchiai, piegai la testa sopra uno sgabello e
con un'amarezza che non avevo mai provato prima, offersi ai nostro buon Dio il
mio sacrificio.
Pochi istanti dopo, le mie sorelle più vecchie,
vedendo il caso disperato, ritornano da me e mi dicono:
- Lucia, se è vero che hai visto la Madonna, va
subito a Cova da Iria e chiediLe che guarisca la mamma; promettiLe quello che ti
pare, noi lo faremo e allora ci crederemo.
Immediatamente mi misi in cammino. Perché nessuno mi
vedesse, presi alcune scorciatoie che c'erano tra i campi, dicendo per strada il
rosario. Domandai la grazia alla Madonna, sfogai il mio dolore, versando lacrime
abbondanti e tornai a casa tranquilla, con la speranza che la mia cara mamma del
cielo mi avrebbe dato la salute di quella della terra. Quando entrai in casa,
mia madre già stava un po' meglio. Tre giorni dopo, già poteva sbrigare i
lavori di casa.
Io avevo promesso alla santissima Vergine, se Lei mi
concedeva quello
che io chiedevo, che sarei andata là, per nove giorni
a fila, con le mie sorelle a dire il rosario e che avremmo fatto in ginocchio
l'ultimo pezzo della strada fin vicino al leccio e l'ultimo giorno avremmo
portato nove bambini poveri e alla fine avremmo offerto loro una cena.
Così andammo a sciogliere il voto insieme con la
mamma, che diceva:
- Ma guarda un po'! La Madonna mi ha guarita e io ho
l'impeessione che non ci credo ancora. Chissà mai perché!
Il nostro buon Dio mi dette questa consolazione, ma
venne nuovamente a bussare alla porta, con un altro sacrificio, niente affatto
più piccolo.
Mio padre era un uomo sano, robusto, che diceva di non
sapere cosa fosse un mai di testa e, in meno di 24 ore, quasi improvvisamente
una polmonite doppia lo portava all'altro mondo.
Il mio dolore fu così grande, che credevo di morire
anch'io. Lui era l'unico che si mostrava continuamente mio amico e nelle
discussioni che sorgevano contro di me in famiglia era l'unico che mi
difendeva.
- Dio mio, Dio mio! - supplicavo, chiusa nella mia
stanza - mai avrei pensato che mi avresti riservato tanta sofferenza! Ma soffro
per amore tuo, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di
Maria, per il Santo Padre e per la conversione dei peccatori.
Di questi tempi, anche Francesco e Giacinta
cominciarono a stare peggio. Giacinta mi diceva a volte:
- Sento un dolore così grande al petto! Ma non dico
nulla a mia madre. Voglio soffrire per nostro Signore, in riparazione dei
peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria; per il santo Padre e per
la conversione dei peccatori.
Un giorno, di mattina presto, andai da lei e mi
domandò:
- Quanti sacrifici hai offerto stanotte a nostro
Signore?
- Tre: mi sono alzata tre volte a dire la preghiera
dell'angelo.
- Io invece ne ho fatti tanti, ma tanti, non saprei
quanti sono stati, perché mi sono sentita tanto male, ma non mi sono
lamentata.
Francesco parlava meno. Di solito faceva tutto
quello che ci vedeva fare a noi, e rare volte suggeriva qualche cosa. Durante la
sua malattia, sopportò tutto con una pazienza eroica, senza mai lasciarsi
sfuggire un gemito né il più leggero lamento.
Gli domandai un giorno, poco prima che morisse:
- Francesco, soffri molto?
Si, ma soffro tutto per amore di nostro Signore e della Madonna. Un
giorno mi diede la corda di cui ho già parlato, e mi disse:
- Prendi, portala via prima che mia madre la veda. Ora
non mi riesce più a tenerla sui fianchi.
Prendeva tutto quello che sua madre gli dava, e
non sono mai riuscita a sapere se qualche cosa gli ripugnava.
Così arrivò il giorno di andare in cielo. La
sera prima, disse a me e alla sua sorellina:
- Vado in cielo, ma pregherò molto nostro Signore e
la Madonna che vengano in fretta a prendere anche voi.
Mi pare di aver già detto, nello scritto su
Giacinta, quanto ci è costata questa separazione. Perciò non lo ripeto qui ora.
E Giacinta, che era già ammalata, andò
aggravandosi sempre più. Non parlerò nemmeno della sua malattia, perché l'ho
già fatto. Racconterò soltanto qualche atto di virtù che le ho
visto fare e che mi pare di non aver ancora raccontato.
Sua madre sapeva quanta ripugnanza avesse per il
latte. Un giorno le portò, insieme con una tazza di latte, un bel grappolo
d'uva.
- Giacinta - le disse - bevi questo. E se non puoi
bere il latte, lascialo stare e mangia ]'uva.
- No, mamma; l'uva non la voglio, portala via. Dammi
piuttosto il latte, che lo bevo. - E senza mostrare il minimo segno di
ripugnanza, lo bevve. Mia zia si ritirò soddisfatta, pensando che l'inappetenza
della figlioletta stava diminuendo. Allora Giacinta si voltò verso di me e mi
disse:
- Avevo tanta voglia di mangiare quell'uva e mi è
costato tanto bere il latte. Ma ho voluto offrire un sacrificio a nostro
Signore.
Un mattino la trovai molto alterata e le domandai se
stava peggio.
- Questa notte - mi rispose - sono stata molto male e
ho voluto offrire a nostro Signore il sacrificio di non girarmi nel letto. Così
non ho dormito niente.
Un'altra volta mi disse:
- Quando sono sola, scendo dal letto e dico la
preghiera dell'angelo. Ma ormai non ci riesco più a piegare la testa fino a
terra, perché casco. Prego solo in ginocchio.
Un giorno che ebbi l'occasione di parlare col parroco,
il reverendo mi domandò di Giacinta e come stava. Dissi il mio parere sul suo
stato di salute e poi gli raccontai quel che lei mi aveva detto che ormai non
era più capace di piegarsi fino a terra per pregare. Il reverendo mi ordinò
allora di dirle che non voleva che scendesse più dal letto per pregare, che,
stando distesa dicesse le preghiere che poteva senza stancarsi. Alla prima
occasione, le feci l'imbasciata e lei mi domandò:
- E nostro Signore sarà contento?
- Certo, - le risposi - nostro Signore vuole che noi
facciamo quello che il parroco comanda.
- Allora, va bene. Non mi alzerò più.
Mi piaceva, tutte le volte che mi era possibile,
andare a Cabeço, nella nostra grotta preferita a pregare. Siccome a Giacinta
piacevano molto i fiori, mentre tornavo, prendevo sui poggi un mazzo di gigli e
peonie, se c'erano e glieli portavo dicendo:
- Prendi, vengono da Cabeço. - E lei li prendeva e a
volte diceva con le lacrime che le bagnavano il volto:
- Io non ci tornerò più. E nemmeno a Valinhos e a
Cova da Iria. E ne ho tanta nostalgia.
- Ma che t'importa se tu vai in cielo con nostro
Signore e la Madonna?
- Già, è vero - rispondeva, e sfogliava il suo mazzo
di fiori, contando i petali di ognuno.
Poco dopo che s'era ammalata, mi diede la corda che
usava, dicendo:
- Mettila da parte, perché ho paura che mia madre la
veda. Se guarisco, la rivoglio.
La corda aveva tre nodi e era un po' macchiata di
sangue. La tenni nascosta fino a quando uscii dalla casa di mia madre. Dopo, non
sapendo che farne, la bruciai insieme con quella del suo fratellino.
Parecchie persone che venivano di fuori, a vedere la
mia faccia giallognola
e un po' anemica, chiedevano a mia madre che mi
lasciasse andare a casa
loro per qualche giorno, dicendo che il cambiamento di
aria mi faceva bene.
A questo patto, mia madre dava il suo consenso e mi
portavano ora da una
parte, ora dall'altra.
In questi viaggi, non sempre trovavo comprensione e
affetto. Insieme a persone che mi ammiravano e mi credevano santa, ce n'era
sempre delle altre che mi ingiuriavano e mi chiamavano ipocrita, visionaria e
fattucchiera. Era il nostro buon Dio che buttava il sale nell'acqua, perché
questa non si corrompesse.
Così, grazie a questa divina Provvidenza, passai sul
fuoco senza bruciarmi e non arrivai nemmeno a conoscere il tarlo della vanità,
che di solito corrode tutto.
In quelle occasioni io ero solita pensare: «Tutti
sbagliano; non sono una santa come alcuni dicono e nemmeno una bugiarda, come
dicono altri; solo Dio sa che cosa sono!
Al ritorno, correvo da Giacinta, che mi diceva:
- Senti! Non andar più via! Avevo tanta nostalgia di
tè. Da quando sei andata via, non ho parlato più con nessuno. Con gli altri
non so parlare.
Arrivò infine il .giorno che lei doveva andare a
Lisbona. Ho già descritto il nostro addio; perciò non lo ripeto qui.
Che tristezza a vedermi sola! In così poco tempo, il
nostro buon Dio m'i portava in cielo il mio caro papa, poi Francesco, e ora
Giacinta, che non avrei rivisto in questo mondo.
Non appena mi fu possibile, me ne andai a Cabeço,
entrai nella caverna della roccia per sfogarvi a tu per tu con Dio il mio dolore
e spargere con abbondanza le lacrime del mio pianto. Scendendo il pendio, tutto
mi ricordava i miei cari compagni: le pietre su cui ci eravamo tante volte
seduti; i fiori, che ormai non coglievo più, perché non avevo nessuno a cui
portarli; Valinhos, dove avevamo gustato le delizie del paradiso.
Un giorno, quasi che dubitassi della realtà e
un po' soprappensiero, entrai casa di mia zia, andai verso la stanza di Giacinta
e la chiamavo. La sua sorellina Teresa, vedendomi così, mi sbarrò il passo, dicendo che
Giacinta non c'era più in casa.
Passò poco tempo e arrivò la notizia che era volata
in cielo. Portarono allora il suo cadavere a Vila Nova de Ourém. Mia zia mi
portò un giorno vicino ai resti mortali della sua figlioletta, pensando in
questo modo di distrarmi. Ma per molto tempo la mia tristezza parve aumentare
sempre di più. Quando trovavo il cimitero aperto, mi sedevo presso la tomba di
Francesco o di mio padre e là passavo lunghe ore.
Passò un po' di tempo e, grazie a Dio, mia madre
decise di andare a Lisbona e di portarmi con sé. Con la raccomandazione del
sig. dott. Don Formigao, una pia signora ci ricevette in casa e, se io volevo
rimanere, disse che era pronta a pagare le spese per la mia educazione in un
collegio. Mia madre e io accettammo riconoscenti la generosa proposta della
caritatevole signora, che sì chiamava D. Asunçao Avelar. Mia madre, dopo aver
consultato dei medici e saputo che era necessaria un'operazione ai reni e alla
spina dorsale, ma che essi non si assumevano responsabilità per la sua vita,
perché aveva anche una lesione cardiaca, tornò a casa, lasciandomi affidata
alle cure di quella signora.
Quando tutto era ormai pronto e era fissato il giorno
della mia entrata in collegio, si disse che il governo aveva saputo che io ero a
Lisbona e che mi cercava. Mi portarono dunque a Santarém, in casa del dott.
Formigao, dove rimasi qualche giorno nascosta, senza che mi lasciassero andare
nemmeno alla messa. E alla fine la sorella del sacerdote mi accompagnò a casa
di mia madre promettendo di trovarmi un posto in un collegio, che in quel tempo
le religiose Dorotee avevano in Spagna; e che non appena tutto fosse pronto,
sarebbero venuti a prendermi. Tutte queste cose servirono a distrarmi e, un
po' alla volta, mi passò quella tristezza opprimente.
In questo periodo, V.E. rev.ma entrava a
Leiria e il nostro buon Dio affidava alle sue cure un povero gregge da molti
anni senza pastore. Non mancò chi pensava di spaventarmi con la notizia
dell'arrivo di V.E. rev.ma, come un'altra volta avevano già fatto
per l'arrivo di un venerabile sacerdote, dicendo che V.E. sapeva tutto, che
indovinava e penetrava l'intimo delle coscienze e che ora avrebbe scoperto
tutti i miei imbrogli. Invece che essere preoccupata, non vedevo l'ora di
parlarle e pensavo: «Se davvero sa tutto, sa che dico la verità». Così non
appena una signora di Leiria si offerse per portarmi da V.E., accettai tutta
contenta la proposta. Mi recai là in attesa del momento felice. Quel giorno
finalmente arrivò. Arrivata in episcopio, mi fecero entrare con quella
signora in una sala e aspettare un po'.
Passati
alcuni momenti venne il suo segretario che parlò gentilmente con la signora
Gilda che mi accompagnava, facendomi ogni tanto delle domande. Siccome io mi ero
già confessata due volte da quel sacerdote già lo conoscevo e la sua
conversazione mi fu gradita. Poco dopo, venne il rev. Dott. Marques dos Santos,
con le sue fibbie alle scarpe e avvolto in un’ampia cappa. Era la prima volta
che io vedevo un sacerdote vestito così e perciò attirò di più la mia attenzione. Cominciò allora a dispiegare il suo
repertorio di domande, che pareva non avesse fine. Ogni tanto se la rideva con
l’aria di beffa delle mie
risposte e non c’era verso che arrivasse il momento di parlare con sua
Eccellenza. Finalmente venne di nuovo il suo segretario e disse alla signora,
che stava con me, che quando arrivasse il vescovo, che si scusasse, dicendo che
doveva fare una commissione e quindi si ritirasse, perché – diceva il
reverendo – può darsi che sua Eccellenza le voglia parlare in privato. A
sentire questa proposta, esultai di gioia e pensai: “Il signor vescovo sa
tutto, così non mi farà tante domande e starà solo con me. Che bellezza!”
La buona signora fece benissimo la sua parte, quando V.
E. arrivò e così ebbi la gioia di parlare da sola con V. E.
Non sto qui ora a descrivere quello che venne fuori in
questo colloquio, perché V. E. rev.ma sicuramente lo ricorda meglio di me. In
verità, quando la vidi, ecc.mo e rev.mo signore, ricevermi con una bontà così
grande, senza farmi nessuna domanda strana o inutile, interessandosi solo del
bene della anima mia, dichiarandosi pronto a prendersi cura della povera
pecorella che il Signore le aveva affidato da poco, rimasi più che mai convinta
che V. E. rev.ma sapeva tutto, e non esitai un solo istante ad abbandonarmi
nelle vostre mani. Le condizioni imposte dall’E.V. rev.ma per ottenere ciò,
erano facili per il mio naturale: mantenere assoluto segreto su tutto quello che
l’E.V rev.ma mi aveva detto e essere buona. E mi tenni il mio segreto per me,
fino al giorno in cui l’E.V rev.ma fece chiedere il consenso di mia madre.
Venne infine fissato il giorno della partenza. La sera prima dunque, col
cuore oppresso dai ricordi, andai a salutare tutti i nostri terreni,
perfettamente sicura che era l’ultima volta che ci camminavo sopra: il Cabeço,
la Roccia, i Valinhos, la chiesa parrocchiale dove il buon Dio aveva cominciato
l’opera della Sua misericordia, il cimitero, dove lasciavo i resti mortali del
mio caro papà e di Francesco, che ancora non avevo potuto dimenticare. Dal
nostro pozzo mi congedai già illuminata dal chiarore della luna, e dalla
vecchia aia, dove tante volte avevo passato lunghe ore, contemplando il bel
cielo stellato e le meraviglie del sorgere e del tramontare del sole, che a
volte m'incantava, facendo brillare i suoi raggi nelle gocce di rugiada, che al
mattino coprivano i monti, come se fossero perle e nel pomeriggio i fiocchi di
neve quando nevicava durante il giorno; i fiocchi di neve pendevano dai rami dei
pini e facevano ricordare le bellezze del paradiso.
Il giorno dopo, alle due del mattino, senza salutare
nessuno, in compagnia di mia madre e di un povero lavoratore, chiamato Manuel
Correia, che si recava a Leiria, mi misi in cammino, portando con me inviolabile
il mio segreto.
Passammo da Cova da Iria, per dare a quel posto gli
ultimi saluti. Là recitai per l'ultima volta il mio rosario; e fino a tanto che
riuscii a vedere il posto; mi rigiravo indietro come a dirgli il mio ultimo
addio.
Arrivammo a Leiria pressappoco verso le nove del
mattino. Là trovai la signora D. Filomena Miranda, più tardi mia madrina di
cresima, incaricata da V.E. di accompagnarmi.
Il treno partiva alle due del pomeriggio e io stavo lì
in stazione a dare alla via povera mamma il mio abbraccio di addio, lasciandola
immersa in abondanti lacrime di nostalgia.
Il treno partì e con lui il mio povero cuore, immerso
in un mare di nostalgia e di ricordi, che mi era impossibile dimenticare.
Io credo, eccellenza reverendissima, d'avere così
colto il fiore più bello e il frutto più delicato del mio piccolo giardino,
per andare ora a deporli nelle mani misericordiose del nostro buon Dio,
rappresentato dail'E.V. rev.ma, pregandolo che lo faccia fruttificare in un
abbondante raccolto di anime per la vita eterna. E già che il nostro buon Dio
si compiace dell'umile ubbidienza dell'ultima delle sue creature, finisco con le
parole di Colei che Egli, nella Sua infinita misericordia, mi ha dato per madre,
protettrice e modello, parole con cui ho anche cominciato: «Ecco qui la serva
del Signore; ch'Egli continui a servirsi di lei come gli piacerà».
P.S.
Mi sono dimenticata di dire che Giacinta, andando
negli ospedali di Vila Nova de Ourém e Lisbona, sapeva che non sarebbe guarita,
ma che andava per soffrire. Molto prima che qualcuno parlasse di farla entrare
nell'ospedale di Vila Nova de Ourém, lei disse un giorno: «La Madonna vuole
che io vada in due ospedali, non per guarire ma per soffrire di più, per amore
di nostro Signore e dei peccatori».
Le parole esatte della Madonna, in queste apparizioni
fatte a lei soltanto, non le so, perché non gliel'ho mai domandate. Mi limitavo
appena ad ascoltare queste frasi staccate che lei mi diceva.
In questo scritto ho cercato di non ripetere quello
che avevo già scritto nel precedente, per non allungano troppo.
Da questo scritto qualcuno potrebbe farsi l'idea che
al mio paese non avevo amicizia o affetto da nessuno. Non è così. C'era una
piccola porzione scelta del gregge del Signore, che aveva per me una simpatia
unica. Erano i bambini. Correvano da me pazzi di gioia e quando sapevano che io
pascolavo il mio gregge nei pressi del nostro piccolo villaggio, i gruppi si
riunivano là e passavano la giornata con me. Mia madre usava dire: «Non so che
cosa tu abbia per attirarli; i bambini corrono da te, come se andassero a una
festa»:
Il fatto è che molte volte io non mi sentivo a mio
agio in mezzo a tanto gridare e per questo cercavo di nascondermi.
Lo stesso mi accadde tra le mie compagne in Vilar. E
oserei quasi dire che la stessa cosa mi succede con le mie consorelle in
convento. Alcuni anni fa, mi diceva la madre maestra, che ora è madre
provinciale: «Voi, sorella, avete una tale influenza sopra le altre sorelle,
che, se volete, potere far loro molto bene». E poco tempo fa mi diceva la
rev.ma madre superiora a Pontevedra: « In parte, sorella, voi siete
responsabile davanti a nostro Signore, dello stato di fervore o di tiepidezza
delle sorelle, nell'osservanza,. perché il fervore si accresce o diminuisce
durante il periodo di sollievo, e le sorelle fanno durante la ricreazione quello
che voi fate. A seguito di tale o tal altra conversazione che voi avete
suscitato durante la ricreazione, la sorella tal dei tali ha avuto una
conoscenza più esatta della regola e ha deciso di osservarla con più esattezza».
Che cos'è tutto questo? Non lo so. Forse un talento
in più che il Signore ha voluto affidarmi e di cui mi chiederà conto. Voglia
il cielo che io possa trafficano e restituirglielo moltiplicato per mille.
Qualcuno forse avrà voglia di domandarmi: «Come mai la sorella si ricorda di tutto?». Come sia, non lo so. Il nostro buon Dio che ripartisce i doni come gli piace, ha dato a me questo po' di memoria; e perciò solo Lui sa com'è. Inoltre, tra le cose naturali e soprannaturali, mi pare di trovare una differenza, ossia: quando parliamo con una creatura pura e semplice, noi ci comportiamo come se stessimo dimenticando quello che si sta dicendo; queste altre cose invece, mentre le vediamo e sentiamo, si imprimono così intimamente nello spirito, che non è facile dimenticarle».
terza
memoria
E’ stata scritta per chiarire alcuni particolari della vita di Giacinta. Lucia finisce il suo lavoro il 31 agosto 1941.
JMJ
Eccellenza reverendissima,
con lettera del 26 luglio 1941, V.E. mi ordina
di pensare e prender nota ancora di altre cose che possa ricordare di Giacinta.
Ho pensato e mi è parso che attraverso quest'ordine parlava Dio e è giunto il
momento di rispondere a due punti interrogativi, che spesso mi sono stati posti
e a cui ho sempre differito la risposta.
Mi pare che sarebbe gradito a Dio e al Cuore
immacolato di Maria, che nel libro «Giacinta» si dedicasse un capitolo all'inferno e un altro al
Cuore immacolato di Maria.
V.E. troverà senz'altro strano e inopportuno questo
parere, ma non è mio:
e Dio farà vedere a V.E. che si tratta della Sua
gloria e del bene delle anime.
A questo scopo dovrò dire qualcosa del segreto e
rispondere al primo punto interrogativo.
Che cos'è il segreto?
Mi pare di poterlo dire, perché ormai il cielo mi ha
dato il permesso. I rappresentanti di Dio in terra mi hanno autorizzato a farlo,
varie volte e con varie lettere, una delle quali (che è, mi pare, nelle mani di
V.E.) del rev. P José Bernardo Goncalves, in cui mi ordina di scrivere al santo
Padre. Uno dei punti che mi suggerisce è la rivelazione del segreto. Qualcosa
ho già detto. Ma per non allungare troppo quello scritto, che doveva essere
breve, mi limitai all'indispensabile, lasciando a Dio l'occasione di un momento
più favorevole.
Ho già esposto nel secondo scritto, il
dubbio che mi tormentò dal 13 giugno al 13 luglio e che svanì in quest'ultima
apparizione.
Bene, il segreto consta di tre parti distinte, di cui
ne rivelerò due.
La prima fu dunque la visione dell'inferno.
La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che
pareva che si trovasse sotto terra. Immersi in questo fuoco, i demoni e le
anime come se fossero braci trasparenti e negre o color bronzo, dalla forma
umana, che fluttuavano nell'incendio, trasportati dalle fiamme, che uscivano da
loro stessi, insieme a nugoli di fumo e cadevano da tutte le parti, simili alle
faville che cadono nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra gridi e
gemiti dì dolore e di disperazione che facevano raccapricciare e tremare di
spavento. I demoni si distinguevano per le forme orribili e schifose di animali
spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e negri.
Questa visione durò un istante. E siano rese grazie
alla nostra buona Madre celeste, che in antecedenza ci aveva rassicurati con la
promessa di portarci in cielo durante la prima apparizione! Se non fosse stato
così, credo che saremmo morti di paura e di terrore.
Poco dopo alzammo gli occhi verso la Madonna, che ci
disse con bontà e tristezza: «Avete visto l'inferno, dove vanno le anime dei
poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al
mio Cuore immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte anime si
salveranno e ci sarà pace. La guerra finirà presto. Ma se non smettono di
offendere Dio, sotto il regno di Pio XI, ne comincerà un'altra peggiore. Quando
vedrete -una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande
segno che Dio vi dà, che sta per punire il mondo a causa dei suoi crimini, per
mezzo della guerra, della fame e della persecuzione alla Chiesa e al santo
Padre. Per impedirla, io verrò a domandare la consacrazione della Russia al mio
Cuore immacolato e la comunione nei primi sabati. Se daranno retta alle mie
richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace; se no, diffonderà i
suoi errori
nel mondo, provocando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni saranno
martirizzati e il santo Padre avrà molto da soffrire, parecchie nazioni
saranno annientate. Alla fine il mio Cuore immacolato trionferà. Il santo Padre
mi consacrerà la Russia, che si convertirà e sarà concesso al
mondo un certo periodo di pace».
Ecc.mo e rev.mo signor vescovo, ho già detto
all'E.V., nelle note che ho
inviato dopo aver letto il libro su Giacinta, che lei
s'impressionava molto per alcune cose rivelate nel segreto. Era proprio così.
La visione dell'inferno le aveva causato tanto orrore, che tutte le penitenze e
mortificazioni le sembravano un nulla, per riuscire a liberare di là alcune
anime.
Bene. Ora rispondo subito al secondo interrogativo che
mi e' stato posto da parecchie persone: com'è possibile che Giacinta, così
piccina, si sia lasciata penetrare e abbia compreso un simile spinto di
mortificazione e di penitenza?
Secondo me, fu questo: prima di tutto, una grazia
speciale che Dio, per mezzo del Cuore immacolato di Maria, le ha voluto
concedere; in secondo luogo, la vista dell'inferno e il pensiero dell'infelicità
delle anime che ci cascano.
Alcune persone, anche devote, non vogliono parlare
dell'inferno ai bambini per non spaventarli; ma Dio non ha esitato a mostrarlo
a tre, uno dei quali aveva solo sei anni, e Lui sapeva che sarebbe
rimasta terrorizzata a tal punto - oserei quasi dire - da morire di paura. Con
frequenza si sedeva per terra o su qualche masso e, pensierosa, cominciava a
dire: «L'inferno! L'inferno! Come mi fanno pena le anime che vanno
all'inferno! E le persone vive li a bruciare come legna nel fuoco..». E, un po'
tremante, s'inginocchiava con le mani giunte, a dire la preghiera che la
Madonna ci aveva insegnato: «O mio Gesù! Perdonateci, liberateci dal fuoco
dell'inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente quelle che hanno
più bisogno».
(Ora V.E. capirà perché mi è rimasta l'impressione
che le ultime parole di questa orazione si riferivano alle anime che si trovano
in maggiore o più imminente pericolo di dannazione). E rimaneva così, per
molto tempo, in ginocchio, ripetendo la stessa orazione. Ogni tanto chiamava me
o il fratello, come se si svegliasse dal sonno: «Francesco! Francesco! Non
state a pregare con me? Bisogna pregare molto per liberare le anime
dall'inferno. Tante vanno laggiù, tante!». Altre volte domandava: «Ma come
mai la Madonna non fa vedere l'inferno ai peccatori? Se loro lo vedessero, non
peccherebbero più per non andarci. Di' un po' a quella Signora che faccia
vedere l'inferno a tutta quella gente (si riferiva a quelli che si trovavano a
Cova da Iria, al momento dell'apparizione. Vedrai come si convertono».
Dopo un po' scontenta, mi domandava:
- Perché non hai detto alla Madonna che facesse
vedete l'inferno a quella gente?
- Mi sono dimenticata - rispondevo.
- Anch'io me ne sono dimenticata - diceva con l'aria
triste.
Qualche volta domandava pure:
- Ma che peccati saranno quelli che questa gente fa
per andare all'inferno?
- Non saprei. Forse il peccato di non andare a messa
la domenica, di rubare, di dite parolacce, di augurare il male, di giurare...
- E così, solo per una parola, vanno all'inferno?
- Certo! E peccato...
- Che cosa gli costerebbe stare zitti e andate a
messa! Come mi fanno pena i peccatori! Se potessi fargli vedere l'inferno!
Improvvisamente a volte si stringeva a me e diceva:
- Io vado in cielo, ma tu rimani quaggiù. Se la
Madonna ti lascia, di' a tutti com'è l'inferno, perché non facciano più
peccati e non vadano più laggiù.
Altre volte, dopo essere stata un po' a pensare,
diceva:
- Tanta gente che va all'inferno! Tanta gente
all'inferno!
- Non aver paura, tu vai in cielo! - le dicevo per
tranquillizzarla.
- Io, si, ci vado - diceva con calma - ma io vorrei
che tutta quella gente ci andassero anche loro.
Quando lei non voleva mangiare, per fare una
mortificazione, le dicevo:
Giacinta,
dai! Ora mangia!
- No! offro questo sacrificio per i peccatori che
mangiano troppo.
Quand'era ormai malata e certi giorni andava a messa,
le dicevo:
- Giacinta! Non venire; tu non puoi; oggi non è
domenica.
- Non importa! Ci vado per i peccatori che non ci
vanno nemmeno la domenica.
Se capitava di udire alcune di quelle parole, che
certa gente sembra farsi un vanto di pronunciare, copriva il volto con le mani e
diceva: «O mio Dio! Questa gente non saprà che a dite queste cose può andare
all'inferno! Perdona loro, o mio Gesù e convertili. Di sicuro non sanno che con
questo offendono Dio. Che pena, o mio Gesù! Io prego per loro». E ripeteva la
preghiera insegnata dalla Madonna: «O mio Gesù, perdonateci ecc.».
A questo punto, eccellenza reverendissima, mi viene in
mente una riflessione. A volte mi è stato chiesto se la Madonna, in qualcuna
delle apparizioni, ci ha suggerito quali specie di peccati offendevano di più
Dio. Dunque, a quanto si dice, Giacinta a Lisbona, menzionò quello della carne.
Può darsi, penso io adesso, siccome era quella delle domande che a volte faceva
a me, le sia capitato di farla mentre era a Lisbona alla Madonna e che allora le
sia stato suggerito quello.
Bene, eccellenza reverendissima, mi pare ormai di
avere rivelato la prima parte del segreto.
La seconda si riferisce alla devozione al Cuore
immacolato di Maria.
Ho già detto, nel secondo scritto, che la
Madonna, il 13 giugno 1917, mi disse che non mi avrebbe mai abbandonato e che il
suo Cuore sarebbe stato il mio rifugio e il cammino che mi avrebbe condotto a
Dio; fu allora, mentre diceva queste parole, che aperse le mani facendoci
penetrate nel petto il riflesso che ne faceva uscire. Mi pare che quel giorno
questo riflesso ebbe per scopo principale d'infondere in noi una conoscenza e un
amore speciale verso il Cuore immacolato di Maria, così come le altre due
volte lo aveva avuto, m'i sembra, riguardo a Dio e al mistero della Santissima
Trinità.
Da quei giorno in poi, noi sentimmo nel cuore un amore
più ardente verso il Cuore immacolato di Maria.
Giacinta mi diceva ogni tanto: «Quella Signora ha
detto che il suo Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti
condurrà a Dio. Non ti piace immensamente? A me piace il suo Cuore! E’ così
buono».
Dopo il mese dì luglio, in cui, come ho appena
scritto, la Madonna ci disse nel segreto che Dio voleva stabilire nel
mondo la devozione al suo Cuore immacolato; che per impedire la guerra
imminente, sarebbe venuta a chiedere la consacrazione della Russia al suo Cuore
immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati, parlando di questo tra
noi, Giacinta diceva:
«Mi dispiace tanto di non poter fare la
comunione in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di
Maria! ».
Ho già detto anche che Giacinta scelse, tra la
litania di giaculatorie che il reverendo P. Cruz ci aveva suggerito, questa: «Dolce
Cuore di Maria, siate la salvezza mia». A volte, dopo averla detta, aggiungeva
con quella semplicità che le era naturale: «Io amo tanto il Cuore immacolato
di Maria! E’ il Cuore della nostra mammina del cielo! A te non piace
immensamente di ripetere molte volte: dolce Cuore di Maria, immacolato Cuore di
Maria? A me piace tanto, tanto».
A volte andava a cogliere fiori nei prati e cantava un
motivo inventato da lei li per lì: «Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza
mia! Immacolato Cuore di Maria, converti i peccatori, libera le anime
dall'inferno».
Un giorno andammo a passare le ore della siesta vicino
al pozzo dei miei genitori. Giacinta si sedette sui lastroni del pozzo;
Francesco venne con me a cercare miele selvatico nei rovi di un roveto di una
scarpata che c'era da quelle parti. Passato un po' di tempo Giacinta mi chiama:
- Non hai visto il santo Padre?
- No!
- Non so com'è stato! Io ho visto il santo Padre in
una casa molto grande, in ginocchio, davanti a un tavolo, colle mani sul viso,
mentre piangeva. Fuori della casa c'era molta gente e alcuni gli tiravano
sassi, altri imprecavano contro di lui e dicevano molte parole brutte. Povero
santo Padre! Dobbiamo pregare molto per lui!
Ho già detto che un giorno due sacerdoti
ci raccomandarono la preghiera per il santo Padre e ci spiegarono chi era il
papa. Giacinta in seguito mi domandò:
- È lo stesso che ho visto piangere e di cui quella
Signora ci ha parlato nel segreto?
- Si, - le risposi.
- Di sicuro quella Signora lo ha fatto vedere anche a
questi reverendi sacerdoti! Vedi, io non mi sono sbagliata. Bisogna pregare
molto per lui.
In un'altra occasione andammo a Lapa do Cabeço.
Arrivati là, ci prostrammo per terra a recitare le preghiere dell'angelo.
Passato qualche tempo, Giacinta si alza e mi chiama:
- Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni
di gente che piange dalla fame e non ha niente da mangiare? E il santo Padre
in una chiesa davanti all'immacolato Cuore di Maria che prega? E tanta gente che
prega con lui?!
Passati alcuni giorni, mi domandò:
- Posso dire che ho visto il santo Padre e tutta
quella gente?
- No. Non capisci che questo fa parte del segreto?
Che, così, si scoprirebbe subito?
- Va bene, allora non dico niente.
Un giorno andai a casa sua per restare un poco con
lei. La trovai seduta sul letto, molto pensierosa.
- Giacinta! A che cosa stai pensando?
- Alla guerra che deve venire. Morirà tanta gente! E
quasi tutti vanno all'inferno! Saranno distrutte molte case e saranno uccisi
molti sacerdoti. Senti! Io vado in cielo; e tu, quando vedrai di notte quella
luce che quella Signora ha detto che viene prima, fuggi anche tu lassù.
- Non capisci che non si può fuggire in cielo?
- È vero, tu non puoi. Ma non aver paura. Io in cielo
pregherò molto per te, per il santo Padre, per il Portogallo, perché la guerra
non venga qui e per tutti i sacerdoti.
Eccellenza reverendissima! V.E. non ignora che alcuni
anni fa Dio ha manifestato questo segno che gli astronomi hanno voluto designare
col nome di aurora boreale. Non so. Mi pare che, se esamineranno bene, vedranno
che non fu né poteva essere, nella forma in cui si è presentato, l'aurora che
dicono. Ma sia quello
che gli pare. Dio si è servito di ciò per farmi capire che la sua giustizia
era pronta a sferrare il colpo sopra le nazioni colpevoli e cominciai perciò a
chiedere con insistenza la comunione riparatrice nei primi sabati e la
consacrazione della Russia. Il mio scopo non era soltanto quello di ottenere
misericordia e perdono per tutto il mondo, ma in modo speciale per l'Europa. E
Dio, nella sua infinita misericordia, mi fece sentire a poco a poco che il
terribile momento si stava avvicinando a V.E. rev.ma non ignora che nelle
occasioni opportune io lo indicai. E dico inoltre che l'orazione e la penitenza
fatte in Portogallo non hanno ancora placato la divina giustizia, perché non
sono state accompagnate, né da contrizioni né da conversione. Spero che
Giacinta interceda per noi in cielo.
Ho già detto nelle note che ho inviato a proposito
del libro «Giacinta», che lei s'impressionava. molto per alcune cose rivelate
nel segreto. Per esempio, la visione dell'inferno, la sventura di tante anime
che ci vanno, la guerra imminente, i cui orrori pareva che avesse davanti agli
occhi. Tutto ciò la faceva tremare di spavento. Quando la vedevo molto
pensierosa, le domandavo: «Giacinta, a che cosa pensi?». E non poche volte, mi
rispondeva: «Alla guerra che deve venire, a tanti che moriranno e andranno
all'inferno! Come mi dispiace! Se smettessero di offendere Dio, non verrebbe
la guerra e non andrebbero all'inferno! »
A volte mi diceva pure: «Tu mi fai pena. Francesco e
io andiamo in cielo e tu rimani qua sola sola. Io vorrei domandare alla Madonna
che porti anche te in cielo, ma Lei vuole che tu testi quaggiù ancora un po' di
tempo. Quando verrà la guerra, non aver paura. In cielo, io prego per te».
Poco tempo prima di andare a Lisbona, in uno di quei
momenti in cui pareva che fosse oppressa dalla malinconia, le dissi:
- Non devi soffrire, se io non vengo con te. Tu puoi
passare il tempo pensando alla Madonna, a nostro Signore, e a dire molte volte
quelle parole che ti piacciono tanto: «Mio Dio, io vi amo! Immacolato Cuore di
Maria, dolce Cuore di Maria, ecc...».
- Quello si, - rispose con vivacità - non mi stancherò
mai di dirle fino alla morte e dopo le canterò molte volte in cielo.
Può darsi, eccellenza reverendissima, che qualcuno
pensi che avrei dovuto manifestare tutte queste cose da parecchio, perché, a
loro parere, avrebbe avuto, qualche anno prima, un valore maggiore. E sarebbe
così, se Dio avesse voluto presentarmi al mondo come profeta. Ma io credo che
non fu questa l'intenzione di Dio quando mi manifestava tutte queste cose. Se
così fosse, io penso che, quando nel 1917, mi ordinò dì stare zitta, ordine
che fu confermato da coloro che lo rappresentavano, mi avrebbe ordinato di
parlare. Io credo, insomma, eccellenza reverendissima, che Dio ha voluto
soltanto servirsi di me per ricordare al mondo che è necessario evitare il
peccato e che si deve riparare le offese fatte a Dio
attraverso l'orazione e la penitenza.
E dove avrei potuto nascondermi per non rispondere
alle innumerevoli domande che a proposito di questo mi sarebbero state fatte?
Ancora adesso ho dei timori, solo al pensiero di quello che potrà succedere. E
confesso che la ripugnanza a manifestarlo è tale che, anche se ho davanti a me
la lettera in cui V.E. mi ordina di prendere nota di tutto il resto che mi possa
ricordare e anche se sento interiormente che questa è l'ora voluta da Dio per
farlo, sono indecisa, in un vero conflitto, se consegnare lo scritto o
bruciarlo. Non so ancora quale parte vincerà. Sarà quel che Dio vorrà. Il
silenzio è stato per me una grande grazia. Che cosa sarebbe successo se
avessi parlato dell'inferno. Non trovando le parole giuste, che esprimano la
realtà (infatti quello che dico io è niente, dà solo una pallida idea),
avrei detto ora una cosa, ora un'altra, volendomi spiegare senza riuscirci.
Avrei causato, così, forse, una tale confusione di idee, che avrebbero
potuto, chissà, rovinare l'opera di Dio. Perciò rendo grazie a Dio e credo che
tutto quello che Lui fa è ben fatto.
Di solito Dio unisce le sue rivelazioni a una
conoscenza intima e minuziosa di quello che esse significano. Ma non oso
parlare di ciò, perché temo che ci sia, cosa che mi pare molto facile,
un’illusione della mia stessa immaginazione. Giacinta pareva possedere questa
conoscenza in grado assai elevato.
Poco tempo prima di andare all'ospedale, mi diceva: «Ormai
mi manca poco per andare in cielo. Tu rimani qui per dire che Dio vuole
stabilire nel mondo la devozione al Cuore immacolato di Maria. Quando verrà il
momento di dirlo, non ti nascondere. Di' a tutti che Dio ci concede le grazie
per mezzo del Cuore immacolato di Maria. Che gliele chiedano a Lei, perché il
Cuore di Gesù vuole che al suo fianco si veneri il Cuore immacolato di Maria.
Che chiedano la pace al Cuore immacolato di Maria; perché Dio l'ha affidata a
Lei. Se io potessi mettere nel cuore di tutti il fuoco che mi brucia qui dentro
nel petto e che mi fa amare tanto il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria!».
Un giorno mi dettero un'immagine del Cuore di Gesù,
abbastanza bella, per quel che gli uomini possono fare. La portai a Giacinta:
- Vuoi quest'immaginetta?
La prese, la guardò con attenzione e disse:
- È così brutta! Non somiglia niente a nostro
Signore, che è così bello! Ma la tengo, sì, dopo tutto è Lui!. - E la
portava sempre con sé. Di notte e durante la malattia la teneva sotto il
cuscino, finché non si logorò. La baciava con frequenza e diceva:
- Lo bacio sul Cuore, che è quello che mi piace di più.
Oh, se avesse anche un Cuore di Maria! Non ce n'hai uno? Mi piacerebbe averli
tutti e due, uno accanto all'altro.
Un'altra volta io le portai un'immaginetta che
riproduceva il sacro calice con un'ostia. La prese, la baciò e, raggiante di
gioia, diceva: «È Gesù nascosto! Gli voglio tanto bene! Oh, se potessi
riceverlo in chiesa! In cielo non si fa la comunione? Se lassù si fa la
comunione, io la faccio tutti i giorni. Se l'angelo venisse in ospedale a
portarmi un'altra volta la santa comunione, come sarei contenta!».
Quando, a volte, tornavo dalla chiesa e entravo in
casa sua, mi domandava:
«Hai fatto la comunione?». Se le dicevo di si: «Vieni
qui - diceva - proprio vicino a me, che hai nel tuo cuore Gesù nascosto».
Altre volte mi diceva: «Non so com'è! Sento nostro Signore dentro di me,
comprendo quello che mi dice, ma non lo vedo né lo odo, ma è così bello stare
con Lui!». In un'altra occasione: «Ascolta! Sai, nostro Signore è triste,
perché la Madonna ci ha detto che non lo offendano più, che era già molto
offeso e nessuno ci bada; continuano a fare gli stessi peccati!».
Ecco, eccellenza reverendissima, tutto quello che io
mi ricordo di Giacinta, e che mi pare di non avere ancora detto. Il senso di
tutto quello che dico è esatto. Nella forma di esprimermi, potrei aver
scambiato una parola per un'altra, come per esempio: quando si parlava della
Madonna, a volte dicevamo «nostra Signora» e altre volte dicevamo «quella
Signora». Ora io non ricordo bene le volte che s'impiegava la frase in una
maniera o nell'altra. E così altri piccoli dettagli, che mi pare non abbiano
grande importanza.
Offro al nostro buon Dio e al Cuore immacolato di
Maria questo piccolo lavoro, frutto della mia povera e umile sottomissione a
coloro che me lo rappresentano e chiedo si degnino di farlo fruttificare, per la
Loro gloria e per il bene delle anime.
quarta memoria
Il
7 ottobre 1941, sua ecc. mons. José Alves Correia de Silva ordinò a Lucia di
scrivere qualsiasi altra cosa che ricordasse sugli avvenimenti di Fatima. L’8 dicembre la veggente consegnò il manoscritto.
JMJ Eccellenza reverendissima,
dopo
un'umile preghiera ai piedi del tabernacolo e del Cuore immacolato di Maria,
nostra tanto cara Madre del cielo, dove ho chiesto la grazia che non permettano
che scriva nemmeno una semplice lettera che non sia per la Sua gloria, mi
accingo (all'opera), nella pace e felicità di coloro che hanno la coscienza
sicura che fanno in tutto la divina volontà.
Così,
completamente abbandonata nelle braccia del Padre celeste e sotto la protezione
dell'immacolato Cuore di Maria, vengo a deporre ancora una volta nelle mani
dell'E.V. rev.ma, i frutti dell'unica mia pianta: l'ubbidienza.
Prima di cominciare, ho voluto aprire il Nuovo Testamento, l'unico libro che voglio avere qui davanti a me, in un angolo ritirato della soffitta, alla luce di una povera tegola di vetro, luogo dove io mi ritiro, per sfuggire per quanto mi è possibile, agli sguardi umani. Le ginocchia mi fanno da scrivania e una vecchia valigia serve da sedia. «Perché - mi domanderà qualcuno - non scrive nella sua cella?». Il buon Dio ha pensato bene di privarmi anche della cella, anche se qui in casa, ce n'è parecchie e vuote. In verità, per la realizzazione dei suoi disegni, torna meglio la sala di ricreazione e di lavoro, tanto più scomoda per scrivere qualche cosa durante il giorno, quanto troppo buona per riposare durante la notte. Ma sono contenta e ringrazio Dio per la grazia di essere nata povera e di vivere ancora più povera per amore suo.
Ah,
mio Dio! Ma non era affatto questo che io volevo dire.
Torno
a quello che Dio mi ha messo davanti, quando ho aperto il Nuovo Testamento.
Nella lettera di san Paolo ai Filippesi, 11,5-8, ho letto questo:
«Abbiate
in voi gli stessi sentimenti che erano in Cristo Gesù. Egli, pur possedendo la
natura divina..,, annientò se stesso, prendendo la natura di schiavo... Umiliò
se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte». Dopo aver meditato un poco,
ho letto ancora nello stesso capitolo i versetti 12 e 13: «Lavorate per la vostra salvezza, con timore e
tremore. Perché è Dio che produce in voi, a Suo piacimento, il volere e
l'operare».
Benissimo.
Non ho bisogno di nient'altro: ubbidienza e abbandono in Dio, che è Colui che
opera in me. In realtà, altro - non sono che il povero e miserabile strumento
di chi vuole servirsi e che tra poco, come il pittore butta nel fuoco il
pennello che non usa più, perché si riduca in cenere, così il divino pittore
ridurrà alle ceneri della tomba il suo strumento che ormai non serve più, fino
al grande giorno degli alleluia eterni. io desidero ardentemente quel giorno,
perché la tomba non annienta tutto, e la felicità dell'amore eterno e infinito
comincia lì.
Eccellenza
reverendissima, il 7 ottobre 1941, a Valenza, il rev. P. Galamba mi domandò:
«Lei, sorella, quando ha detto che la penitenza era stata fatta solo in parte,
lo ha detto da se stessa o le è stato rivelato?». Mi pare, E. rev.ma che io
non dico e - non scrivo -in tali casi - nessuna cosa che provenga soltanto da
me. Devo ringraziare Dio per l'assistenza del divino Spirito Santo, che io
sento - mentre mi suggerisce quello che devo scrivere o dire. Se, a volte, la
mia stessa immaginazione o la mia mente mi suggeriscono qualche cosa, mi accorgo
subito che gli manca l'unzione divina e sospendo fino a conoscere, - nell'intimo
della mia - anima, quello che Dio vuole dire al suo posto. Ma perché sto
dicendo tutto questo? Non lo so; lo sa Dio, che ha ispirato a V.E,. rev.ma di
ordinarmi di dire tutto; che avvertitamente non nasconda niente.
Comincerò
dunque, eccellenza reverendissiva, a scrivere quello che il buon Dio vorrà
farmi ricordare di Francesco. Spero che nostro Signore gli faccia conoscere in
Cielo quello che a suo riguardo io scrivo in terra, affinché, insieme a' Gesù
e a Maria, interceda per me, specialmente in questi giorni.
L'amicizia
che mi legava a Francesco era soltanto quella che derivava dalla parentela e
dalle grazie che il cielo si degnava concederci.
Francesco
non pareva fratello di Giacinta, se non nei tratti del volto e nella pratica
della virtù. Non era come lei capriccioso e vivace. Era, al contrario, di
natura pacifica e arrendevole.
Quando,
durante i nostri giochi, qualcuno s'impuntava a negargli i suoi diritti, dopo
che aveva vinto, cedeva senza resistenza, limitandosi a dire soltanto: «Credi
di aver vinto tu? E va bene! a me, questo non m'importa» Non manifestava, come
Giacinta, la passione per la danza. Gli piaceva di più sonare il piffero,
mentre gli altri danzavano. Nei giochi era abbastanza animato, ma a pochi
piaceva giocare con lui, perché perdeva quasi sempre. Io stessa confesso che
avevo poca simpatia per lui, perché la sua natura pacifica eccitava a volte i
nervi dalla mia eccessiva vivacità. A volte, lo prendevo per un braccio e lo
facevo sedere per terra o su qualche masso, e gli dicevo di stare quieto, e lui
ubbidiva come se io avessi una grande autorità. Dopo sentivo rimorso e andavo a
prenderlo per mano e veniva con lo stesso buon umore come se non fosse successo
niente..
Se
qualche bambino insisteva a prendergli qualche cosa che era sua, diceva: «Lascia
perdere! A me, che m'importa!».
Mi
ricordo che arrivò una volta a casa mia con un fazzoletto da tasca col disegno
della Madonna di Nazareth, che gli avevano portato poco prima dalla spiaggia. Me
lo mostrò con grande gioia e tutti i ragazzi lì intorno vennero a vederlo. Di
mano in mano, in pochi istanti, il fazzoletto sparì. Si cercò, ma non si
riusciva a trovano. Poco dopo io lo scopersi nella tasca di un altro piccolo.
Glielo volevo prendere, ma lui insisteva che era suo, che anche a lui lo avevano
portato dalla spiaggia. Allora, Francesco, per finirla con la questione, si
avvicinò e disse: «Lascia perdere! A me che m'importa del fazzoletto!». Mi
pare che se fosse cresciuto, il suo difetto principale sarebbe stato quello di
«non te la prendere».
Quando,
verso i sette anni, cominciai a pascolare il mio gregge, lui parve restare
indifferente. Veniva la sera ad aspettarmi con la sua sorellina, ma sembrava che
venisse più per far piacere a lei che per amicizia. Venivano ad aspettarmi nel
cortile dei miei genitori. E mentre Giacinta correva verso di me, non appena
sentiva i campani del gregge, lui mi aspettava seduto su alcuni gradini di
pietra che c'erano davanti alla porta di casa. Dopo, veniva là con noi nella
vecchia aia a giocare, mentre aspettavamo che la Madonna e gli angeli
accendessero i loro lumini. Si entusiasmava anche a contarli, ma nulla lo
affascinava tanto come una bella aurora o un bel tramonto. E fino a quando se ne
intravedeva qualche raggio, non scrutava se c'erano già dei lumini accesi. «Nessun
lume è così bello come quello di nostro Signore», diceva a Giacinta a cui
piaceva di più quello della Madonna, perché - diceva Lei - «non fa male agli
occhi». E, entusiasmato, seguiva con lo sguardo tutti i raggi che,
dardeggiando sui vetri delle case dei villaggi vicini, o nelle gocce di acqua
sparse sugli alberi e sulle macchie dei monti, li facevano brillare come
altrettante stelle, a suo parere mille volte più belle che quelle degli angeli.
Quando,
con tanta insistenza, chiese alla madre che lo lasciasse andare col suo gregge
per poter venire con me, era più per far piacere a Giacinta, che voleva più
bene a lui che al suo fratello Giovanni.
In
un'altra occasione, confermò questo stesso fatto. Venne a casa mia una elle mie
vecchie compagne e m'invitò ad andare con lei, perché aveva per quel giorno un
buon pascolo. Il tempo era nuvoloso. Allora arrivai fino alla casa di mia zia a
chiedere se andava Francesco con Giacinta, oppure se andava il loro fratello
Giovanni, perché, nel caso che andasse quest'ultimo, io preferivo la compagnia
dell'altra vecchia compagna. Mia zia aveva già deciso che quel giorno, siccome
minacciava di piovere, andava Giovanni. Ma Francesco volle ancora insistere
un'ultima volta presso la madre. Al ricevere un no secco e tondo, rispose: «Per
me, fa lo stesso! ~ Giacinta che ci patisce di più».
Ciò che lo divertiva di più, quando andavamo per i monti, era star
seduto sulla roccia più alta e sonare il suo piffero o cantare. Se la sua
sorellina scendeva con me a fare alcune corse, lui restava tutto preso con le
sue musiche e canti. Quello che cantava più spesso era:
Amo
Dio su in cielo;
Lo
amo anche in terra.
Amo
nel campo i fiori;
amo
le pecore sui monti.
Sono
una povera pastora; prego sempre Maria; in mezzo al mio gregge, sono il sole di
mezzodì.
Con
i miei agnellini, ho imparato a saltare;
sono
l'allegria dei monti, sono il giglio della valle.
Ai giochi prendeva parte tutte le volte che lo invitavamo a farlo; ma a
volte manifestava poco entusiasmo dicendo: «Vengo, ma so che perdo».
I
giochi che sapevamo e con cui ci divertivamo erano: quello dei sassetti, dei
pegni, passare l'anello, quello del bottone, il paletto, le piastrelle, le carte
(giocare a briscola, scoprire i re, i fanti e le regine ecc.). Avevamo due mazzi:
uno, mio; un altro, loro. Il gioco preferito da Francesco era quello delle
carte: a briscola.
Durante l'apparizione dell'angelo, si prostrò come sua sorella e come
me, portato da una forza soprannaturale, che a ciò ci spingeva; ma l'orazione
imparò sentendola ripetere da noi, perché dall'angelo non aveva sentito dire
niente.
Quando
in seguito, ci prostravamo per recitare questa orazione, lui era il primo che si
stancava della posizione; ma testava in ginocchio o seduto, pregando anche lui,
finché noi non avessimo finito. Dopo diceva: «Io non sono capace di stare così
tanto tempo, come voi. Mi fa tanto male la schiena, che non ci riesco».
Durante
la seconda apparizione dell'angelo vicino al pozzo, passati i primi istanti, mi
domandò:
-
Tu hai parlato con l'angelo: che cos'è che ti ha detto?
-
Non hai sentito?
-
No. Ho visto che parlava con te; ho sentito quello che tu gli hai detto; ma
quello che lui ha detto a te, non so.
L'atmosfera
soprannaturale in cui ci lasciava non era ancora passata e così io gli dissi
che me lo chiedesse il giorno dopo, oppure che lo chiedesse a Giacinta.
-
Giacinta, raccontami tu quello che ti ha detto l'angelo.
È
- Te lo dico domani. Oggi non posso parlare.
Il
giorno dopo, non appena mi fu vicino, mi domandò: «Hai dormito stanotte? Io ho
pensato sempre all'angelo e a che cosa mai ti avrà detto». Gli raccontai
allora tutto quello che l'angelo ci aveva detto nella prima e nella seconda
apparizione. Ma lui pareva non aver avuto la comprensione di quello che le
parole significavano e domandava: «Chi è l'Altissimo? Che cosa vuoI dire: i
Cuori di Gesù e di Maria sono attenti alla voce delle vostre suppliche?»
ecc. E, ottenuta la risposta, stava a pensare e subito dopo interrompeva con
un'altra domanda. Ma il mio spirito non era ancora libero del tutto e io gli
dissi di aspettare fino al giorno seguente; che in quel giorno io non potevo
ancora parlare. Aspettò contento, ma non si lasciò sfuggite le prime occasioni
per fare subito altre domande, cosa che indusse Giacinta a dirgli: «Senti! Di
queste cose, parla poco!».
Quando
parlavamo dall'angelo, non so che cosa si provava. Giacinta diceva:
-
Non so che cosa sento! Ormai non posso più parlare, né cantare, né giocare e
non ho forza per fare niente.
-
Nemmeno io - rispose Francesco - ma che cosa importa, l'angelo è più bello che
tutte queste cose. Pensiamo a lui.
Durante
la terza apparizione la presenza del soprannaturale fu di gran lunga ancora più
intensa. Per vari giorni, nemmeno lo stesso Francesco aveva il coraggio di
parlare. E dopo diceva: «Mi piace molto vedere l'angelo, ma il brutto è che
dopo non siamo buoni a niente! Io non ero buono neanche a camminare. Non so che
cosa avevo! » Nonostante tutto ciò, fu lui che si rese conto, dopo la terza
apparizione dell'Angelo, che la notte era vicina. Fu lui che ce lo fece notare e
che pensò a riportare il gregge verso casa.
Passati
i primi giorni e ritornati allo stato normale, Francesco domandò:
-
L'angelo a te ha dato la santa comunione; ma a me e a Giacinta che cos’è che
ci ha dato?
-
Anche a noi ha dato la santa comunione - rispose Giacinta in una felicità
indicibile - Non capisci che era il sangue che cadeva dall'ostia?
-
Io sentivo che Dio stava dentro di me, ma non sapevo come! - E, prostrandosi per
terra, rimase a lungo con la sorella, a ripetere l'orazione dell'angelo: «
Santissima Trinità... ecc.».
A
poco a poco, quell'atmosfera scomparve e il giorno 13 maggio ormai potevamo
giocare con lo stesso piacere di prima e con la stessa libertà di spirito.
L'apparizione
della Madonna tornò a farci concentrare nel soprannaturale, ma con più
soavità. Invece di quell'annientamento in presenza del divino, che ci
prostrava anche fisicamente, ci lasciò una pace e un'allegria espansiva, che
non c'impediva di parlare in seguito di quello che era avvenuto. Invece,
riguardo al riflesso che la Madonna ci aveva comunicato con le mani e di tutto
ciò che ad esso si rapportava, sentivamo un non so che interiore, che
c'induceva a tacere. Raccontammo, in seguito, a Francesco tutto quello che la
Madonna aveva detto. E lui, felice, manifestando la contentezza che provava
per la promessa di andare in cielo, incrociando le mani sul petto, diceva: «O
Madonna mia! Di rosari ne dico quanti vi pare!». E da allora, prese l'abitudine
di allontanarsi da noi come se stesse passeggiando... E se lo chiamavo e gli
domandavo che cosa andava a fare, alzava il braccio e mi mostrava la corona. Se
gli dicevo che venisse a giocare che dopo avrebbe pregato con noi, rispondeva:
«Pregherò anche dopo. Non ti ricordi che la Madonna ha detto che dovevo
recitare molti rosari?».
Un
giorno mi disse: «Mi è piaciuto molto vedere l'angelo; ma mi è piaciuto
ancora di più vedere la Madonna. Ma la cosa che mi è piaciuta di più è stata
di vedere nostro Signore in quella luce che la Madonna ci ha messo nel petto. Io
voglio tanto bene a Dio! Ma Lui è così triste a causa di tanti peccati. Noi
non dobbiamo farne mai neanche uno».
Ho
già detto, nel secondo scritto su Giacinta, che fu lui a darmi la
notizia che lei era venuta meno al nostro patto di non dire niente. E siccome
il mio parere era che si doveva mantenere il segreto, aggiunse, con aria triste:
«Io, siccome la mamma mi ha domandato se era vero, ho dovuto dire di si, per
non mentire».
A
volte diceva: «La Madonna ha detto che avremmo dovuto soffrite molto! Non
m'importa; soffro tutto quello che Le pare! A me mi basta andare in cielo».
Un
giorno che mi mostravo contrariata per la persecuzione che dentro e fuori della
famiglia cominciava a manifestarsi, lui cercò d'incoraggiarmi dicendo: «Lascia
perdere! Non ha detto la Madonna che avremmo dovuto soffrire molto in
riparazione a nostro Signore e al suo Cuore immacolato di tanti peccati con cui
sono offesi? Loro sono così tristi! Se con queste sofferenze potremo
consolarli, dobbiamo accontentarci così».
Pochi
giorni dopo la prima apparizione della Madonna, arrivati sul luogo del
pascolo, sali su una roccia elevata e ci disse:
-
Voi non venite quassù. Lasciatemi solo.
-
Va bene. - E mi misi con Giacinta a correre dietro alle farfalle, che
prendevamo, per subito fare il sacrificio di lasciarle andare, e non ci
ricordammo nemmeno di Francesco. Arrivata l'ora della merenda, ci accorgemmo che
non c'era e andai a chiamarlo.
-
Francesco, non vuoi venire a far merenda?
-
No, mangiate voi.
-
E a dire il rosario?
-
A pregare, dopo, vengo. Chiamami di nuovo.
Quando
lo chiamai di nuovo, mi disse:
-
Venite voi quassù a pregare vicino a me. - Salimmo sulla cima della roccia dove
a malapena potevamo stare tutti e tre in ginocchio e io gli domandai:
-
Ma che cosa stai a fate qui tutto questo tempo?
-
Penso a Dio che è così triste a causa di tanti peccati! Se io fossi capace di
dargli un po' di gioia!
Un
giorno ci mettemmo a cantare in coro le gioie della montagna:
Coro: Ah, tra
lalà, là là tra lalà là là là là là!
In
questa vita tutto canta
con
me, si fa a chi canta meglio:
canta
la pastora sui monti, canta la lavandaia al fiume.
È
la voce del cardellino che mi viene a risvegliare! Non appena sorge il sole
nelle selve a cantare!
Di
notte canta la civetta che mi vuole spaventare, mentre spannocchia canta la
ragazza al chiar di luna!
L'usignolo
per il piano passa il giorno a cantare! Canta la tortora nel bosco e stridendo
canta il carro.
La
montagna è un giardino, che sorride tutto il giorno! Son le gocce di rugiada
che luccicano sulle montagne!
Finito di cantare la prima volta, stavamo per
fare il bis, ma Francesco c'interruppe: «Non cantiamo più. Da quando abbiamo
visto l'angelo e la Madonna, io non ho più voglia di cantare».
Nella seconda apparizione, il 13 giugno 1917,
Francesco s'impressionir molto per la comunicazione del riflesso che, come ho già
detto nel secondo scritto, avvenne proprio
quando la Madonna diceva: «Il mio immacolato Cuore sarà il tuo rifugio e il
cammino che ti condurrà a Dio». Pareva non avere al momento la comprensione
dei fatti, forse perché non gli era dato dì udite le parole che li
accompagnavano. Perciò dopo domandava:
-
Come mai la Madonna stava con un Cuore in mano, diffondendo sul mondo quella
luce così grande che è Dio? Tu stavi con la Madonna nella luce che scendeva
verso terra, e Giacinta con me in quella che saliva verso il cielo!
-
Il fatto è - gli risposi - che tu con Giacinta tra poco andrai in cielo; e io
rimango col Cuore immacolato di Maria ancora un po' qui in terra.
-
Quanti anni rimani qui? - domandava.
Non
so; parecchi.
-
È stata la Madonna a dirtelo?
-
Si, è stata Lei. E io l'ho visto in quella luce che ci ha messo nel petto. E
Giacinta confermava la stessa cosa, dicendo: «E’ proprio così! Anch'io l'ho
visto!». A volte diceva: «Questa gente è così contenta solo perché noi gli
diciamo che la Madonna ci ha detto di dite il rosario e che tu imparassi a
leggere! Che cosa succederebbe se sapessero quello che Lei ci ha mostrato in
Dio, nel suo Cuore immacolato, in quella luce così grande! Ma questo è
segreto; non gli si dice. E’ meglio che nessuno lo sappia».
Da
questa apparizione, cominciammo a dire, quando ci domandavano se la Madonna non
ci avesse detto nient'altro: «Si, ha detto altre cose, ma è segreto. Se ci
domandavano il motivo per cui era segreto, alzavamo le spalle e, abbassando la
testa, stavamo in silenzio. Ma, passato il 13 luglio, dicevamo: «La Madonna ci
ha detto di non dirlo a nessuno», riferendoci allora al segreto voluto dalla
Madonna.
Durante
questo mese aumentò in modo considerevole l'affluenza di popolo e, con essa, i
continui interrogatori e le opposizioni. Francesco soffriva abbastanza per
questo e se ne lamentava dicendo alla sorella: «Come mi dispiace! Se tu fossi
stata zitta, nessuno io saprebbe! Se non fosse perché è una bugia, basterebbe
dire a tutti che non abbiamo visto niente e tutto finirebbe li. Ma ciò non è
possibile!».
Quando
mi vide perplessa per il dubbio, piangeva e diceva: «Ma come fai a pensare che
è il demonio? Non hai visto la Madonna e Dio in quella luce così grande? Come
facciamo noi a andarci senza di te, se sei tu che devi parlare?». Dopo cena -
era ormai buio - ritorno a casa mia, mi chiamò nella vecchia aia e mi disse:
-
Senti: tu vieni domani?
-
No, non ci vado. Ho già detto che non ci torno più.
-
Come mi dispiace! Ma come mai tu adesso pensi così? Non vedi che non può
essere il demonio? Dio è già così triste per tanti peccati e ora, se tu non
vieni, sarà ancora più triste! Dai, vieni!
-
Ti ho già detto che non ci vengo. Puoi risparmiarti di domandarmelo. - E
bruscamente entrai in casa.
Passati
alcuni giorni, mi diceva: «Ricordi quella sera? Io non ho dormito niente. Ho
passato tutta la notte a piangere e a pregare, perché la Madonna ti facesse
venire».
Durante
la terza apparizione, Francesco sembrò quello che meno s'impressionò alla
vista dell'inferno, nonostante che provocasse anche in lui una sensazione
abbastanza forte. Ciò che più lo impressionava o attirava era Dio, la
santissima Trinità, in quella luce immensa che ci penetrava nel più intimo
dell'anima. Dopo, diceva: «Noi stavamo ardendo in quella luce che è Dio e non
ci bruciavamo! Com'è Dio? ...Non si può dire! Questo si, noi non possiamo mai
dirlo! Ma che pena che lui sia così triste! Se io potessi consolarlo! . . .
Un
giorno, mi domandarono se la Madonna ci aveva ordinato di pregare per i
peccatori. Io risposi di no. Non appena poté, mentre interrogavano Giacinta, mi
chiamò e mi disse:
-
Tu, adesso, hai detto una bugia! Come mai hai detto che la Madonna non ci ha
ordinato di pregare per i peccatori? Come no, non ci ha ordinato di pregare per
i peccatori?
-
Per i peccatori, no! Ci ha ordinato di pregare per la pace, perché finisca la
guerra. Per i peccatori ci ha ordinato di fare sacrifici.
-
Ah, è vero! E io credevo proprio che avevi detto una bugia.
Ho
già detto, che lui passò la giornata a piangere e a pregare, in un
tormento forse più grande del mio, quando intimarono a mio padre di portarmi
a Vila Nove de Ourém. In prigione, si mostrò abbastanza animato e cercava di
animare Giacinta nelle ore di maggior nostalgia. Quando recitammo il rosario
in prigione, lui s'accorse che uno dei carcerati stava in ginocchio col basco
in testa. Gli andò vicino e gli disse: «Lei, se vuol pregare, deve togliersi
il basco». E il poveretto senz'altro glielo consegna e lui lo mette sul suo
berretto in cima a una panca.
Mentre
interrogavano Giacinta, lui mi diceva con immensa tranquillità e allegria: Se
ci ammazzano, come dicono, tra poco siamo in cielo! Che bellezza! A me non
importa niente!». E, dopo un momento di silenzio: «Dio voglia che Giacinta non
abbia paura! Io dico un'avemmaria per lei». E, senz'altro, si toglie il
berretto e prega. L'agente di custodia, a vederlo in atteggiamento di pregare,
gli dice:
-
Cosa stai dicendo?
-
Sto dicendo un'Ave Maria perché Giacinta non abbia paura.
L'agente
fece un gesto di disprezzo e lasciò fare.
Quando,
dopo il ritorno da Vila Nova de Ourém, cominciammo a sentire che la presenza
del soprannaturale ci avvolgeva, presentendo che una comunicazione celeste si
avvicinava, Francesco si mostrò preoccupato perché Giacinta non c’era:
-
Mi dispiace - diceva - se Giacinta non arriva a tempo. - E chiese al fratello
di andare in fretta:
-
Dille che venga correndo. - Partito il fratello, diceva a me: «Giacinta, se non
arriva a tempo, ci resterà molto male».
Dopo
l'apparizione, disse alla sorella che voleva rimanere lì il resto del
pomeriggio: «No! Tu devi andar via, perché la mamma non ti ha lasciato venire
con le pecore». E, per incoraggiarla, l'accompagnò fino a casa.
Quando,
in prigione, vedemmo che stava passando mezzogiorno e che non ci lasciavano
andare a Cova da Iria, Francesco disse: «Può darsi che la Madonna venga ad
apparirci qui». Ma, il giorno dopo, manifestava grande pena e diceva, quasi
piangendo: «Può darsi che la Madonna sia rimasta triste, perché non siamo
andati a Cova da Iria. E è possibile che non ci riappaia più. A me piacerebbe
tanto vederla!».
Quando
Giacinta, in prigione, piangeva al ricordo della mamma e della famiglia, lui
cercava d'incoraggiarla e diceva: «La mamma, se non la rivediamo, pazienza!
Offriamo per la conversione dei peccatori. Il peggio è se la Madonna non torna
più. Questo è quello che mi dispiace di più! Ma offro anche questo per i
peccatori». Poi mi domandava:
-
Senti: la Madonna non ci riapparirà mai più?
-
Non so. Credo di si.
-
Ho tanta voglia di rivederla.
L'apparizione
a Valinhos fu dunque per lui motivo di doppia allegria. Si sentiva torturato dal
timore che Lei non tornasse. Inoltre diceva: «Di sicuro non ci è apparsa il
giorno tredici, per non aver da andare in casa del signor sindaco, forse perché
lui è così cattivo».
Quando,
dopo il 13 settembre, gli dissi che in ottobre sarebbe venuto anche nostro
Signore, lui mostrò una grande gioia: «Ah, che bellezza! L'abbiamo visto
solo altre due volte e io gli voglio tanto bene». Ogni tanto domandava: «Mancheranno
ancora molti giorni al 13? Non vedo l'ora che venga, per vedere un'altra volta
nostro Signore. Poi pensava un po' e diceva:
«Ascoltami! Lui sarà ancora tanto triste? Mi dispiace tanto che sia così
triste! Io offro tutti i sacrifici che riesco a fare. A volte ormai non fuggo più
da questa gente, per fare sacrifici».
Dopo
il giorno 13 ottobre, diceva: «Mi è piaciuto molto vedere nostro Signore. Ma
più ancora mi è piaciuto vederlo in quella luce in cui eravamo anche noi. Tra
poco ormai Nostro Signore mi porta lassù vicino a Lui, e così Lo vedo sempre».
Un
giorno gli domandai:
-
Come mai tu, quando ti domandano qualcosa, abbassi la testa e non vuoi
rispondere?
-
Perché prima voglio che risponda tu o Giacinta. Io non ho sentito niente. Io
solo posso dire si, che ho visto. E poi se dico qualcuna di quelle cose che tu
non vuoi?
Ogni
tanto, si allontanava da noi di nascosto. Quando ci accorgevamo che non c'era più,
ci mettevamo a cercarlo, chiamandolo. Ed ecco che ci rispondeva da dietro un
muretto o un arbusto o una macchia, dove stava in ginocchio a pregare.
- Perché non ci avvisi e anche noi preghiamo con te?
- gli chiedevo, a volte.
- Perché preferisco pregare da solo.
Ho già raccontate nelle note al libro «Giacinta»,
quello che avvenne in una proprietà chiamata Varzea. Mi pare che non è
necessario ripeterlo qui.
Un giorno, per andare a casa mia, stavamo passando
davanti alla casa della mia madrina di battesimo. Aveva appena fatto
dell'idromele, e ci chiamò per darcene un bicchiere. Entrammo e Francesco fu il
primo a cui lei diede il bicchiere, perché bevesse. Lo prende e, senza bere,
lo passa a Giacinta, perché beva per prima insieme con me; e intanto si girò e
scomparve.
- Dov'è Francesco? - domandò la mia madrina.
- Non so! Non so! Proprio ora stava qui.
Non si fece rivedere e Giacinta insieme con me,
ringraziando per il dono, andammo a trovarlo nel posto dove non dubitammo
nemmeno un istante che doveva essere, seduto vicino al pozzo già tante volte
ricordato.
- Francesco, tu non hai bevuto l'idromele! La madrina
ti ha chiamato tante volte, ma tu non sei venuto fuori.
- Quando ho preso il bicchiere, improvvisamente mi
sono ricordato di fare quel sacrificio per consolare nostro Signore e mentre voi
altre bevevate sono fuggito qua.
Tra la mia casa e quella di Francesco, viveva il mio padrino Anastasio, sposato con una donna abbastanza anziana, cui il Signore non aveva dato discendenza. Contadini abbastanza ricchi, non avevano bisogno di lavorare. Mio padre si occupava dei loro campi e dirigeva il lavoro delle opre. Riconoscenti per questo avevano, una speciale predilezione per me, specialmente la padrona di casa, che io chiamavo «la madrina Teresa». Se non andavo a casa sua durante il giorno, dovevo andarci la notte, perché lei diceva che non poteva stare senza il suo «pezzettino di donna». Così mi chiamava.
Nei giorni di festa, mi piaceva adornarmi con la sua
collana d'oro e coi grandi pendenti, che mi cadevano alquanto sotto le spalle, e
con un bel cappello in testa, coperto da palline d'oro, che trattenevano
lunghissime penne di vari colori. Nelle feste non ce n'era un'altra più adorna
di me; e le mie sorelle con la madrina Teresa erano orgogliose di questo. Gli
altri bambini mi venivano intorno in folti gruppi, ammirando il brillare di
tanti ornamenti. A dire la verità anche a me piacevano abbastanza le feste e
la vanità era il mio peggior ornamento.
Tutti mostravano simpatia e stima per me, meno
un'orfanella, di cui la mia madrina Teresa s'era presa la responsabilità alla
morte della mamma. Lei pareva temere che io le avrei preso parte dell'eredità
che lei aspettava e sicuramente non si sarebbe sbagliata, se il buon Dio non mi
avesse destinata ad un'altra eredità ben più preziosa.
Non appena cominciò a spargersi la notizia delle
apparizioni, il padrino si mostrò indifferente, e la madrina completamente
contraria. Si mostrava scontenta per tali invenzioni, come lei le chiamava.
Cominciai perciò a evitare ha sua casa, quando potevo; e con me cominciarono a
sparire quei gruppi di fanciulli che lì si riunivano con frequenza e che alla
madrina piaceva tanto veder danzare e cantare e dava loro fichi secchi, noci,
mandorle, castagne, frutta ecc.
Una domenica pomeriggio, passando con Francesco e
Giacinta vicino alla sua casa, ci chiamò: «Venite qua, piccoli imbroglioni!
Venite qua! È tanto tempo che non venite». E via a darci le sue ghiottonerie.
Come se avessero indovinato il nostro arrivo, gli altri bambini cominciarono a
riunirsi. La buona mamma, contenta per vedere di nuovo in casa sua quel gruppo
che da tanto tempo si era sciolto, dopo averci invogliato con tante cose, volle
vederci danzare e cantare.
- Vediamo un po'. Che si canta, che si canta?
- Gli auguri delusi. - Scelse lei - Una gara. I
bambini da una parte, le bambine dall'altra.
Coro: Tu se i il sol di questa sfera:
non negarle i raggi tuoi;
sorrisi di primavera, ah!!!
in sospir non li cambiare.
Auguri
alla fanciulla
fragrante
al nuovo sole;
perché,
radiosa, divina
le
carezze d'un'altra aurora.
È
un anno ricco di fiori,
ricco
di frutti e di bene!
E
il nuovo nei suoi albori
ricco
di speranze viene.
Sono
il tuo mighore dono,
i tuoi migliori auguri!
Cingi
con essi la fronte
è
k tua migliore corona!
Se
hai avuto un bel passato, un futuro più bello t'aspetta
auguri
per l'anno che muore, per quello che nasce, auguri!
In
questa vita; fior d'Atlantico, in questo amichevole festino, che si celebri in
lieto cantico il giardiniere ed il giardino.
Ti
fanno tenerezza i fiori della tua terra natale!
La
tua casa di casti amori:
i lacci del tuo
cuore.
Coro:
Ti pare un gesto nobile
che allo spuntare del pennone
la Berlenga e il Carvoeiro, ah!!!
spengano i loro fari?
Ma il
mare in spuma scoppia:
è un
vortice, eterno fulcro! Ogni notte è una tormenta, ogni tormenta un sepolcro.
Tristi
colli di Papoa,~
Estelas
e Fanlhoes!
Qual
tragedia non rimbomba
in
ciascun dei suoi marosi!
Ogni
scoglio in queste acque
è di
morte un presagio! ogni onda canta i suoi dispiaceri ogni croce ricorda un
naufragio.
E
tu vuoi essere più duro, vuoi nasconderti e sei luce, che dalla vita in mare
scuro sì piccola barca conduce.
Coro:
Resto ad occhi asciutti
a parlare di addio.
L'esitar fu di minuti, ah!!!
Il mio sacrificio dura tutta la vita.
Parti,
ma dì al cielo che tagli il torrente di sue grazie; e faccia seccare 'i fiori
di morte, perché non sei il suo canale.
Va',
ch'io resto nel dolore ed in lutto il santuario! le campane rintoccheranno a
morto sulla cima del campanile.
Ma
non appena mi lasci della triste chiesa nel sagrato, lascerò lamenti eterni
scrivendo su una lavagna.
Fu
giardin ridente e bello questo suolo or senza fiore, non gli mancarono le cure;
mancò lui al suo cultore.
Spero
dalla Provvidenza promettenti amori!
e
li sperino di preferenza quelle che lasciano il patrio nido.
Al suono dell'animato discanto, si riunirono a
poco a poco le vicine; e verso la fine ci chiesero il bis. Ma Francesco si
avvicinò a me e mi disse:
«Non
cantiamo più questa roba. A nostro Signore di sicuro adesso non piace che
cantiamo queste cose». E ce la svignammo come potemmo, passando in mezzo al
gruppo di bambini e andammo al nostro pozzo prediletto.
Veramente, io, adesso che per obbedienza finisco di
scriverlo, mi copro il viso per la vergogna. Ma V.E., su richiesta del P.
Galamba, ha pensato opportuno di farmi scrivere i canti profani che sapevamo.
Eccoli lì! Non so a quale scopo, ma mi basta sapere che è per compiere la
volontà di Dio.
Frattanto si avvicinò il carnevale del 1918. I
ragazzi e le ragazze si riunirono nuovamente quell'anno per la tradizionale
tavolata e per i giochi propri di quei giorni. Ognuno portava da casa sua una
cosa: alcuni, olio; altri, farina; altri, carne; ecc. e, insieme, in una casa
destinata a questo scopo, le ragazze cucinavano un magnifico banchetto. E, in
quei giorni, era tutto un mangiare e ballare fino alle ore della notte,
specialmente l'ultimo giorno.
I ragazzi sotto i 14 anni, facevano la loro festa in
un'altra casa, a parte. Vennero dunque in parecchi a invitarmi, perché
organizzassi con loro la festa. Sul principio, mi rifiutai. Ma, portata da una
vile condiscendenza, cedetti alle insistenze di molte, specialmente di una
figlia e di due figli di un uomo di Vasa Velba, José Carreira, che metteva a
nostra disposizione la sua casa. Lui stesso e sua moglie insistettero perché ci
andassi. Cedetti, dunque, e ci andai con un bel gruppetto a vedere il locale:
una bella sala o meglio un salone per i divertimenti e un bel cortile per la
cena. Combinammo tutto e tornai di là esteriormente in grande festa, ma dentro
sentivo la coscienza che mi urlava rimproveri. Arrivata da Giacinta e
Francesco, raccontai loro quel che era avvenuto:
- E tu ritorni a fare quelle tavolate e quei giochi? -
mi domandò con serietà Francesco. - Ti sei già dimenticata che abbiamo
promesso di non andarci più?
Io non vorrei andarci; ma vedi bene che non la
smettono d'insistere perché io ci vada; io non so come fare!
Veramente le insistenze erano molte e le amiche che si
riunivano per divertirsi con me non erano meno numerose. Venivano perfino da
parecchi paesi ben distanti: da Moita, una Rosa e Anna Caetano e Anna Brogueira;
da Fatima, due figlie di Manuel Caracol; da Boleiros, due figlie di Manuel da
Ramira e due di Joaquim Chapeleta; da Amoreira, due di Silva; da Currais, una
Laura Gato, Josefa VaImbo e parecchie altre di cui non ricordo il nome; da
Boleiros, da Lomba da Pederneira, ecc. e tutte queste senza contare quelle che
si venivano da Eira de Pedra, casa Velha e Aljustrel. Come, così
all'improvviso, deludere tutte quelle ragazze che pareva non sapessero
divertirsi senza di me e far loro capire che era necessario finirla una volta
per tutte con simili feste? Dio l'ispirò a Francesco:
- Sai come devi fare? Tutti sanno che la Madonna ti è
apparsa. Perciò gli dici che Le hai promesso di non andare mai più a ballare;
e che perciò
non ci vai. Poi in quei giorni noi ce ne andiamo a
Lapa do Cobeço. Lassù nessuno ci trova.
Accettai la proposta; e, data la mia decisione,
nessuno pensò mai più a organizzare simili assemblee. Era Dio che benediceva.
E quelle amiche, che prima mi cercavano per divertirsi, adesso mi seguivano e
venivano a cercarmi in casa, la domenica pomeriggio, perché andassi con loro a
recitare il rosario a Cova da Iria.
Francesco era di poche parole; e, per fare la sua
orazione e per offrire i suoi sacrifici, gli piaceva nascondersi perfino da
Giacinta e da me. Non poche volte lo sorprendevamo dietro a un muretto o a una
macchia, dove se n'era andato di nascosto: in ginocchio a pregare o «a pensare
- come lui diceva - a nostro Signore, triste a causa di tanti peccati». Se gli
domandavo:
- Francesco, perché non m'inviti a pregare con te e
con Giacinta?
- Mi piace di più - rispondeva - pregare da solo, per
pensare e consolare nostro Signore, che è tanto triste.
Un giorno gli domandai:
- Francesco, che cosa ti piace di più: consolare
nostro Signore oppure convertire i peccatori, perché non ci siano più anime
che vanno all'inferno?
- Io preferirei consolare nostro Signore. Non hai
notato che la Madonna, anche nell'ultimo mese, era tanto triste, quando ci ha
detto che non offendessero Dio nostro Signore, che è già molto offeso? Io
vorrei consolare nostro Signore e, dopo, convertire i peccatori, perché non lo
offendano più.
Quando andava a scuola, a volte, arrivando a Fatima mi
diceva: «Senti! Tu va a scuola. Io resto qui in chiesa, vicino a Gesù
nascosto. Non vale la pena che io impari a leggere; tra poco vado in cielo.
Quando ritorni, vieni qui a chiamarmi».
Il Santissimo si trovava allora entrando in chiesa,
dalla parte sinistra. Lui si metteva tra il fonte battesimale e l'altare e lì
lo ritrovavo quando tornavo. (Il Santissimo si trovava lì a causa di lavori di
restauro alla chiesa).
Dopo che si ammalò, mi diceva a volte, quando per
andare a scuola passavo da casa sua: «Senti! Vai in chiesa e fa' tanti saluti a
Gesù nascosto da parte mia. Quel che mi fa più soffrire è che non posso più
andare a stare un pochino con Gesù nascosto».
Un giorno, arrivata vicino a casa sua, mi congedai da
un gruppo di bambini della scuola che venivano con me. Entrai per fare una
visita a lui e a sua sorella. Poiché aveva sentito un po' di chiasso, mi domandò:
- Tu sei venuta con tutti quei là?
- Sì, con loro.
Non andare con loro, che potresti imparare a
fare peccati. Quando esci
da scuola, va un po' ai piedi di Gesù nascosto e dopo
vieni per conto tuo..
Un
giorno gli domandai:
- Francesco, ti senti molto male?
- Si, ma soffro per consolare nostro Signore.
Entrando
un giorno con Giacinta nella sua stanza, ci disse:
- Oggi parlate poco, ché mi fa molto male la testa.
- Non dimenticarti di offrire per i peccatori, - gli
disse Giacinta.
-
Si, ma prima di tutto offro per consolare nostro Signore e la Madonna; e
soltanto dopo offro per i peccatori e per il santo Padre.
Un
altro giorno, arrivando, lo trovai molto contento.
-
Ti senti meglio?
-
No. Mi sento peggio. Ormai mi manca poco per andare in cielo. Lassù consolerò
molto nostro Signore e la Madonna. Giacinta pregherà molto per i peccatori, per
il santo Padre e per te; e tu rimam qui, perché la Madonna lo vuole. Senti, fa'
tutto quello che Lei ti dirà.
Mentre
Giacinta pareva presa dalla sola preoccupazione di convertire i peccatori e
liberare anime dall'inferno, lui pareva che pensasse soltanto a consolare nostro
Signore e la Madonna, che gli erano sembrati tanto tristi.
Ben differente è un fatto che adesso mi viene
in mente. Andammo un giorno in un posto chiamato Pedreira e, mentre le pecore
pascolavano, noi saltavamo di roccia in roccia, facendo echeggiare la voce in
fondo a quei grandi precipizi. Francesco, secondo la sua abitudine, sì ritirò
e andò a nascondersi nel cavo di una roccia. Passato un bel po', lo sentimmo
gridare e chiamare noi e la Madonna. Preoccupate per quello che poteva essergli
successo, cominciammo a cercarlo e a chiamarlo.
-
Dove sei?
-
Qui, qui!
Ma ci volle ancora del tempo, per trovarlo.
Alla fine, lo trovammo, tremante di paura, ancora in ginocchio, che, mezzo fuori
di sé, non aveva nemmeno la forza di alzarsi in piedi.
-
Che cos'hai? Che cosa è successo?
Con
la voce mezzo soffocata dalla paura, disse: «Era uno di quegli animali grandi
che stavano all'inferno, che stava qui ad appiccare il fuoco». Io non vidi
niente e nemmeno Giacinta e perciò mi misi a ridere e gli dissi: «Tu non vuoi
mai pensare all'inferno per non avere paura; e adesso sei stato il primo ad
averla».
Quando
Giacinta si mostrava più impressionata al pensiero dell'inferno, lui era solito
dirle: «Non pensare tanto all'inferno! Pensa piuttosto a nostro Signore e alla
Madonna. Io non ci penso, per non avere paura». E non pareva niente affatto
pauroso. Di notte, poteva andare da solo in qualsiasi posto buio, senza far
difficoltà. Giocava con le lucertole e i serpenti che
trovava, li faceva arrotolare attorno ad un bastone, e
dava loro nella cavità delle pietre latte delle pecore, per farglielo bere.
Andava in cerca per le grotte di tane di volpi, di conigli e genette ecc.
Gli piacevano molto gli uccelli; non tollerava che si
portassero via i loro nidi. Sbriciolava sempre un po' del pane che portava con sé
per lo spuntino, sulla cima delle rocce, perché essi lo mangiassero; e,
allontanandosi, li chiamava come se potessero capire; e voleva che nessuno si
avvicinasse, per non spaventarli: «Poverini, avete tanta fame
diceva parlando con loro -Venite, venite a mangiare!». Ed essi, con la
vista acuta che hanno, non si facevano pregare; e venivano in grandi stormi. La
sua soddisfazione era allora vederli volare sulla cima degli alberi con il gozzo
pieno a cantare in un cinguettare tremendo, che lui imitava benissimo, facendo
coro con loro.
Un giorno incontrammo un ragazzetto che aveva in mano
un uccellino, che aveva preso. Preso da compassione, Francesco gli promise due
ventini se lo lasciava volare. Il ragazzo accettò il contratto, ma prima voleva
i soldi in mano. Francesco tornò allora a casa da Lagoa da Carreira, che resta
un po' sotto Cova da Iria, a prendere i due ventini per dare libertà al
prigioniero. Quando, dopo, lo vide volare, batteva le mani dalla gioia e diceva:
«Sta attento, che non ti acchiappino di nuovo».
C'era una vecchietta che chiamavamo Zi’ Maria
Carreira, a cui i figli, a volte, portavano al pascolo un gregge di capre e
pecore. Queste, poco domestiche, a volte si sparpagliavano un pò da tutte le
parti. Quando la incontravamo, Francesco era il primo che correva ad aiutarla.
L'aiutava a condurre il gregge al pascolo e le riuniva quelle che si erano
sbandate. La povera vecchietta si profondeva in mille ringraziamenti, e lo
chiamava il suo angioletto custode.
Quando passavano dei malati, lui era preso da
compassione e diceva:
«'Non posso vedere questa gente in simile situazione;
mi fanno tanta compassione».
Quando ci chiamavano per parlare con qualche persona
che ci cercava, lui domandava se erano malati e diceva: «Se sono malati, non ci
vado. Non riesco a guardarli, ché mi fanno troppa compassione! Ditegli che
prego per loro!».
Un giorno vollero portarci a Montelo, da un uomo
chiamato Joaquim Chapeleta. Francesco non volle venire.
- Io non ci vado. Non riesco a guardare quelle persone
che vorrebbero parlare e non ci riescono! - (Quest'uomo aveva la mamma muta).
Quando tornai verso sera con Giacinta, domandai di lui
alla zia.
- E che ne so! Mi sono stufata di cercarlo questo
pomeriggio. Sono venute delle signore che volevano vedervi. Voi altre non
c'eravate e non si è fatto più rivedere. Adesso cercatelo voi!
Ci sedemmo un poco su una panca del sentiero, pensando
di andare poi alla Loca - do Cabeço, sicure che era là. Ma non appena mia zia
esce di casa, ci parla da una piccola apertura della soffitta.. Era salito lassù,
quando s'era accorto che veniva gente.
Da li aveva assistito a tutto quello che era avvenuto
e ci diceva dopo:
«Quanta gente c'era! Che Dio mi liberi, se mi
prendevano qui da solo! Che cosa avrei potuto dirgli?». (C'era in cucina una
botola, da cui, salendo in cima a un tavolo o a una sedia, era facile salire in
soffitta).
Come ho già detto, mia zia vendette il suo gregge
prima di mia madre. Da allora, al mattino, prima di uscire, avvisavo Giacinta e
Francesco del luogo del pascolo dove andavo; e loro, se appena potevano fare una
scappata, venivano da me. Un giorno, quando arrivai, erano già là ad
aspettarmi.
- Ah, come mai siete venuti così presto?
- Sono venuto - rispose Francesco - perché non so
coim’è prima non m'importava molto di te; venivo a causa di Giacinta; ma ora,
al mattino, non posso neanche più dormire per la fretta di venire da te!
Passati i giorni 13 del periodo delle apparizioni,
alla vigilia del 13 degli altri mesi, diceva: «Sentite! Domattina, molto
per tempo, io me ne vado attraverso il giardino a Lapa do Cabeço; e voi altre,
appena potete, venite là».
Ah, mio Dio! Io ero già arrivata a scrivere le cose
della sua malattia, molto vicina alla morte e adesso vedo che sono tornata ai
bei tempi della montagna, tra il dolce cinguettare degli uccelli. Chiedo scusa.
Scrivo qui quello che mi viene in mente, come fanno i gamberi, che vanno avanti
e indietro, senza preoccuparsi della fine del loro cammino. Il lavoro lo lascio
al rev. P. Galamba, se per caso vorrà utilizzare qualcuna di queste cose.
Suppongo che 'sarà poco o nulla.
E ritorno dunque alla sua malattia. Ma prima
di tutto, ancora un'altra cosa del suo breve periodo di scuola. Uscivo un giorno
di casa e m'incontro con mia sorella Teresa, sposata allora da poco tempo a
Lomba. Veniva a nome di un'altra donna di un paese vicino, cui avevano arrestato
un figlio, accusato di non mi ricordo quale delitto, per il quale, se non si
fosse provata la sua innocenza, sarebbe stato condannato all'esilio o almeno a
un considerevole numero di anni di prigione. Mi chiedeva dunque con
insistenza, a nome della povera donna cui voleva far piacere, che le ottenessi
questa grazia dalla Madonna. Ricevuta l'imbasciata, partii per la scuola. E,
lungo il cammino, raccontai ai miei cugini quanto stava avvenendo. Arrivati a
Fatima, mi dice Francesco: «Senti! mentre tu vai a scuola, io resto con Gesù
nascosto e gli domando quell'affare».
Uscita da scuola, andai a chiamarlo e gli domandai:
- Hai chiesto quella grazia a nostro Signore?
- Sì. Di' alla tua Teresa che tra pochi giorni quello
viene a casa.
Dopo alcuni giorni, il povero ragazzo era ritornato a
casa e il giorno 13 venne con tutta la famiglia a ringraziare la Madonna per la
grazia ricevuta.
Un altro giorno, uscendo di casa, notai che Francesco
camminava molto adagio.
- Che hai? - gli domandai. - Pare che non riesci a
camminare.
- Mi fa molto male la testa e mi sembra che sto per
cadere.
- Allora non venire; sta a 'casa.
Non
resto, no! Preferisco stare in chiesa con Gesù nascosto, mentre tu vai a
scuola.
In uno di quei giorni in cui Francesco, ormai malato,
riuscì ancora a fate qualche passeggiata, andai con Lui a Lapa do Cabeço e a
Valinhos. Al ritorno, arrivati a casa, la troviamo piena di gente; e una povera
donna che, vicino a un tavolo, fingeva di benedire innumerevoli oggetti di pietà:
rosari, medaglie, crocifissi, ecc. Giacinta e io fummo subito circondate da
numerose persone che volevano interrogarci. Francesco fu preso da quella bigotta
beneditrice, che lo invitò ad aiutarla.
- Io non posso benedire - le rispose con serietà - e
nemmeno voi! Solo i reverendi sacerdoti possono farlo!
La frase del piccolo si sparse immediatamente tra la
folla, come se echeggiasse per mezzo di qualche altoparlante e la povera donna
dovette ritirarsi immediatamente tra gl'ìnsulti di quelli che volevano di
ritorno gli oggetti che le avevano appena consegnato.
Ho già detto nello scritto su Giacinta che lui riuscì
ad andare ancora qualche volta a Cova da Iria; come usò e consegnò la corda;
che un giorno dì caldo soffocante, fu il primo a offrire il sacrificio di non
bere; e che a volte ricordava alla sorella l'idea di soffrire per i peccatori,
ecc. Suppongo che non è perciò necessario ripeterlo qui. Stavo un
giorno a fargli un po' di compagnia vicino al suo letto, insieme a Giacinta che
si era alzata per un po'. All'improvviso viene sua sorella Teresa ad avvisare
che per la strada sta arrivando una gran folla che di sicuro vengono a cercare
noi. Non appena lei fu uscita, gli dico: «Bene. Voi aspetttateteli qua. Io
vado a nascondermi. Giacinta fece a tempo a correre dietro a me, e andammo a
metterci dentro a un tino, messo vicino all'uscio che dà sul giardino. Non
tardammo a udire il chiasso delle persone che, mentre visitavano la casa,
uscirono nel giardino. E passarono proprio vicino al suddetto tino, che ci salvò,
perché aveva la bocca girata dal lato opposto.
Quando sentimmo che se n'erano andati via, uscimmo dal
nostro nascondiglio e andammo a trovare Francesco, che c'informò di quello che
era avvenuto:
- C'era tanta gente e volevano ch'io dicessi loro dove
eravate voi; ma nemmeno io lo sapevo. Volevano vederci e chiederci molte cose.
C'era anche una donna di Alqueidao, che domandava la guarigione di un malato e
la conversione di un peccatore. Per questa donna prego io; voi pregate per gli
altri che sono molti.
Questa donna si fece rivedere poco dopo la morte di
Francesco. Mi chiese di andare a indicarle qual era la sua tomba, perché voleva
andarci a ringraziarlo per le due grazie che gli aveva domandato.
Un giorno, stavamo andando verso Cova da Iria, e,
appena usciti da Aljustrel, fummo sorpresi da un gruppo di gente, in una curva
della strada, che per vederci e sentirci meglio misero Giacinta e me in cima a
un muretto. Francesco non volle che lo mettessero là in cima, come se avesse
paura di cadere. Dopo, un po' una volta si allontanò e andò a mettersi accanto
a un vecchio muro li dirimpetto. Una povera donna e un giovane, vedendo che non
riuscivano a parlarci in privato come volevano, andarono a inginocchiarsi
davanti a lui, a chiedergli che ottenesse loro dalla Madonna la guarigione del
padre e la grazia di non andare in guerra. (Erano madre e figlio). Francesco
s'inginocchia anche lui, si toglie il berretto e domanda se vogliono recitare il
rosario con lui; dicono di si e cominciano a pregare; in poco tempo, tutta
quella gente smettono di domandare semplici curiosità e si mettono anche loro
in ginocchio a pregare. Dopo ci accompagnano a Cova da Iria. Durante il cammino,
recitano con noi un altro rosario e là sul posto un altro ancora, e si
congedano soddisfatti. La povera donna promette di tornare li a ringraziare la
Madonna per le grazie che domanda, se le otterrà. E ritornò parecchie volte,
accompagnata, non solo dal figlio, ma anche dal marito che ormai stava vene.
(Erano della parrocchia di S. Mamede e noi li chiamavamo i Casaleiros).
Durante la malattia Francesco si mostrò sempre
allegro e contento. A volte gli domandavo:
- Soffri molto, Francesco?
- Abbastanza, ma non importa. Soffro per consolare
nostro Signore; e poi tra poco vado in cielo!
- Lassù non ti dimenticare di chiedere alla Madonna
che faccia presto
a prendere anche me.
- Quello non lo domando! Tu sai bene che Lei non ti
vuole lassù per
adesso.
Alla vigilia di morire mi disse:
- Senti! Io sto molto male; ormai mi manca poco per
andare in cielo.
- Allora sta bene attento: non ti dimenticare di
pregare molto per i peccatori, per il santo Padre, per me e per Giacinta.
- Va bene, io pregherò; ma senti, queste cose
chiedile piuttosto a Giacinta, perché io ho paura di dimenticarmene, quando
vedrò nostro Signore! E poi, prima di tutto io voglio consolare.
Un giorno, al mattino molto presto, sua sorella.
Teresa viene a chiamarmi: «Vieni in fretta! Francesco sta molto male e dice
che vuol dirti una cosa!». Mi vestii in fretta e andai da lui. Chiese alla
madre e ai fratelli che uscissero dalla stanza, perché era una cosa segreta
quello che voleva dirmi. Uscirono e lui mi disse:
- Il segreto è che dovrò confessarmi per fare la
comunione e dopo morire. Vorrei che tu mi dicessi se mi hai visto fare qualche
peccato e poi che tu andassi a domandare a Giacinta se anche lei mi ha visto
farne qualcuno.
- Hai disubbidito qualche volta a tua madre - gli
risposi - quando lei ti diceva di stare a casa e tu scappavi e venivi da me o
andavi a nasconderti.
- È vero; questo è uno. Adesso va a domandare a
Giacinta se lei ne ricorda qualche altro.
Andai e Giacinta, dopo aver pensato un po', mi
rispose: «Senti! Digli che prima che la Madonna ci apparisse, rubò dieci
centesimi al babbo, per comprare un'armonica a José Marto della Casa Velha; e
che quando i ragazzi di Aljustrel tirarono pietre a quelli di Boleiros, anche
lui ne tirò qualcuna!
Quando gli riferii queste parole della sorella,
rispose: «Codesti li ho già confessati, ma li confesserò di nuovo. Può darsi
che è a causa dì questi peccati che ho fatto, che nostro Signore è così
triste! Ma io, anche se non morissi, non li rifarei mai più, adesso sono
pentito». E, congiungendo le mani, recitò l'orazione: «O mio Gesù,
perdonateci, liberateci dal fuoco dell'inferno, portate tutte le povere anime in
cielo, specialmente quelle che hanno più bisogno». Poi aggiunse:
- Senti! Chiedi anche tu a nostro Signore che mi
perdoni i miei peccati!
- Glielo chiederò, certo, sta tranquillo. Se nostro
Signore non te li avesse già perdonati, la Madonna non avrebbe detto proprio
l'altro giorno a Giacinta che sarebbe venuta a prenderti tra poco per portarti
in cielo. Adesso io vado a messa e là pregherò Gesù nascosto per te.
- Senti!
Chiedi al signor priore se mi dà la santa comunione.
- Ma
certo.
Quando tornai dalla chiesa, Giacinta si era già
alzata, e stava seduta sul suo letto. Quando mi vide, mi domandò:
- Hai
pregato Gesù nascosto che il signor priore mi dia la santa comunione?
- Sì,
gliel'ho chiesto.
- Dopo,
in cielo, io chiederò per te.
- Come,
chiederai? Se proprio l'altro giorno hai detto che non chiedevi.
- Ma
quello era per farti portare in cielo tra poco! Ma, se tu vuoi, io chiedo e poi
la Madonna fa come Le pare.
- Io
voglio, si. Tu domanda.
- Ma
si, sta tranquilla che io lo domando.
La lasciai lì e andai a fare le faccende di tutti i
giorni, di lavoro e la scuola. Quando tornai, verso sera, era raggiante di
gioia. Si era confessato e il signor priore gli aveva promesso di portargli il
giorno seguente la santa comunione. Dopo aver fatto la comunione, il giorno
seguente, diceva alla sorellina: «Oggi sono più felice di te, perché ho
dentro al mio petto Gesù nascosto. Io vado in cielo, ma lassù pregherò molto
nostro Signore e la Madonna che portino anche voi lassù in fretta».
Questo giorno lo passai quasi tutto insieme a
Giacinta vicino al suo letto. Ormai non poteva più pregare e così ci chiese
di recitare noi il rosario per lui. Dopo mi disse:
- Certamente
in cielo avrò molta nostalgia di te! Oh, se la Madonna portasse anche te lassù
tra poco!
- Macché
nostalgia, figurati! Vicino a nostro Signore e alla Madonna, che sono così
buoni!
- Giusto!
Forse nemmeno me ne ricordo.
E adesso aggiungo io: «Forse non se n'è
ricordato!!! Pazienza!!!».
Quando era ormai notte fatta, mi congedai da
lui
- Francesco
addio. Se vai in cielo questa notte, non ti dimenticare di me lassù.
- Non
ti dimenticherò, no, sta' tranquilla. - E mi prese la mano destra e la
strinse con forza per un bel po', guardandomi con le lacrime agli occhi.
- Non
vuoi nient'altro? - gli domandai con le lacrime che ormai scorrevano anche a me
sul viso.
- No,
- mi rispose con un fil dì voce.
Siccome la scena stava per diventare troppo
commovente, mia zia mi fece uscire dalla stanza.
- Allora,
addio, Francesco. Arrivederci in cielo! Addio, arrivederci in cielo!...
E il cielo si avvicinava. Volò lassù il
giorno dopo, nelle braccia della Madre celeste. Non se ne può
descrivere la nostalgia. È una punta di tristezza che punge il cuore lungo il
corso degli anni. È il ricordo del passato che echeggia sempre nell'eternità.
Era
notte... e io placida sognavo che in sì festivo, sospirato giorno, celeste
unione in una grande gara tra noi e gli angeli avveniva!
Che
corona d'oro, nessuno immaginava, di fiorellini che la terra produceva, che
uguagliasse quella che il cielo gli offriva
nell'angelica
bellezza che faceva scordare la nostalgia!
Di
labbra materne... delizia, sorriso, nel celeste paradiso... vive in Dio! Immerso
nell'incanto di amore di delizie sovrane, passò questi anni..., sì brevi...
Addio!!!
Siccome il rev. P. Galamba desidera le parole
di canti profani, e già ne ho scritto alcuni nella storia di Francesco, prima
d'incominciate un altro argomento, ne metto qui degli altri, perché il
reverendo possa scegliere, se per caso ce n'è qualcuno che può servire a
qualcosa.
LA
MONTANINA
Montanina,
montanina, dagli occhi castani, chi ti ha dato, o montanina, incanto sì grande?
Incanto sì grande, non ho mai Visto! Montanina, montanina, abbi pietà di me!
Abbi
pietà di me! Montanina, montanina, abbi pietà di me!!! Montanina, montanina,
dalla gonna che svolazza, chi ti ha dato, o montanina, d'essere sì elegante?
Tanta
eleganza non ho visto mai!!!
E così di seguito, fino alla fine, come la
prima,
Montanina,
montanina, dal petto color di rosa, chi ti ha dato o montanina, un color sì
delicato? Un color sì delicato, non ho Visto mai! Ecc.
Montanina,
montanina, adorna d'oro, chi ti ha dato, montanina, una gonna così scampanata?
Gonna
così scampanata non ho visto mai! Ecc.
STA
ATTENTA
Se
vai in montagna, cammina adagio; attenzione a non cadere in qualche burrone! In
qualche burrone non devo cadere, perché le piccole montanine verranno in mio
aiuto. Verranno in mio aiuto, lo vogliano o no, le piccole montanine del mio
cuore!!!
Verranno
in mio aiuto,
verranno a curarmi:
sono le piccole montanine
buone ad amare!
Buone ad amare,
lo vogliano o no,
le piccole montanine del mio cuore!!!
Adesso, eccellenza reverendissima, verrà la pagina
che mi costa di più fra quante l'eccellenza vostra mi ha fatto scrivere. Dopo
che l'E.V. rev.ma, in privato, mi ha ordinato di scrivere le apparizioni
dell'angelo, con tutti i suoi dettagli e particolari, e, nei limiti del
possibile, perfino con le mie stesse intime reazioni, arriva il P. Galamba a
chiedere anche l'ordine di farmi scrivere le apparizioni della Madonna.
«Le dia l'ordine, eccellenza», diceva poco tempo fa
in Valenza il reverendo. «Eccellenza! Le faccia scrivere tutto, ma tutto. E
le dica che le sarà causa di molti giri in purgatorio, il fatto di aver taciuto
tante cose!».
Del purgatorio, in questo senso, non ho il minimo
timore. Io ho sempre ubbidito. E l'ubbidienza non ha né pena né castigo. Prima
di tutto, ho ubbidito ai movimenti intimi dello Spirito santo; poi agli ordini
di coloro che a nome suo mi parlavano. Fu proprio questo il primo ordine e
consiglio che, per mezzo della V.E. rev.ma, il buon Dio si è degnato di darmi.
E, contenta e felice, ricordavo le parole dei tempi passati del venerabile
sacerdote, il parroco di Torres Novas: «Il segreto della figlia del re è
tutto nel suo intimo». E cominciando a penetrarne il senso, dicevo: «Il mio
segreto è per me». Adesso non dico più così. Immolata sull'altare
dell'ubbidienza, dico: «Il mio segreto appartiene a Dio. Io l'ho deposto nelle
sue mani. Che ne faccia Lui quello che più gli piacerà».
Diceva dunque il rev. P. Galamba: «Eccellenza, le
faccia scrivere tutto, tutto; che non nasconda nulla». E la V.E. rev.ma,
assistito con certezza dallo Spirito santo, ha pronunciato la sentenza: «Questo
io non lo ordino! In materia di segreto, io non mi intrometto».
Siano rese grazie a Dio! Qualsiasi altro ordine mi
sarebbe stato una fonte di perplessìtà e di scrupoli. Con un ordine contrario,
io avrei domandato a me stessa migliaia di volte: «A chi devo ubbidire? A Dio
o al suo rappresentante? », E, senza forse trovare una soluzione, sarei restata
in una situazione di vera tortura interiore!
In seguito. ì'E.V. rev.ma ha continuato a parlare in
nome di Dio: «Sorella, scriva le apparizioni dell'angelo e della Madonna, perché,
sorella mia, è per la gloria di Dio e della Madonna».
Come è buono Dio! Lui è il Dio della pace e per
questo cammino conduce coloro che confidano in lui!
Comincio dunque il mio nuovo compito e compirò gli
ordini dell'E.V. e i desideri del rev. P. Galamba. Tranne una parte del segreto,
che per ora non mi è permesso rivelare, dirò tutto. Coscientemente non
trascinerò nulla. Immagino che potranno sfuggirmi soltanto dei piccoli dettagli
d'importanza minima. Per quel che posso calcolare a occhio e croce, ebbe luogo
nel 1915 la prima apparizione di quello che io credo essere l'angelo, che non osò
per allora manifestarsi completamente. Dall'aspetto del tempo, credo che saranno
avvenute nei mesi tra aprile e ottobre del 1915.
A Cabeço, nel versante rivolto verso sud, al momento
di recitare il rosario in compagnia di tre compagne, di nome Teresa Matias,
Maria Rosa Matias sua sorella e Maria Justino, di Casa Velha, vidi che sopra
il bosco della valle, che si estendeva ai nostri piedi, si librava qualcosa come
una nuvola, più bianca della neve, un po' trasparente, dai contorni umani. Le
mie compagne mi domandarono che cos'era. Risposi che non lo sapevo. In giorni
differenti si ripeté tre volte 'ancora.
Questa apparizione mi lasciò nello spirito una certa
impressione che non so spiegare. A poco a poco, quest'impressione andava
scomparendo; e credo che se non fosse per i fatti che poi vennero dopo, col
tempo l'avrei dimenticata del tutto.
Non posso precisare con certezza le date, perché in
quel tempo io non sapevo ancora contare gli anni, né i mesi e nemmeno i giorni
della settimana. Mi pare però che dev'essere stato nella primavera del 1916 che
l'angelo ci apparve per la prima volta nella nostra Loca do Cabeço.
Ho già detto, nello scritto su Giacinta, che
noi salimmo il pendio in cerca di un riparo; e che fu, dopo aver fatto lo
spuntino e aver pregato, che cominciammo a vedere a qualche distanza, sopra gli
alberi che si estendevano dalla parte del sole nascente, una luce più bianca
della neve, dalla forma di un giovane trasparente, più brillante che un
cristallo attraversato dai raggi del sole. A mano a mano che si avvicinava, noi
potevamo distinguerne i lineamenti. Eravamo sorpresi e mezzo assorti. Non
dicevamo parola.
Arrivato vicino a noi, disse: «Non temete! Io sono
l'angelo della pace. Pregate con me!». E, inginocchiandosi in terra, curvò la
fronte fino al suolo. Portati da una spinta soprannaturale, io imitammo e
ripetemmo le parole che gli sentimmo pronunciare: «Mio Dio, io credo, adoro,
spero e vi amo. Io vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano,
non sperano e non vi amano». Dopo aver ripetuto tutto ciò tre volte, sì alzò
e disse:
«Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria sono
attenti alla voce delle vostre suppliche». E scomparve.
L'atmosfera del soprannaturale che ci avvolse era così
intensa, che quasi non ci rendevamo conto della nostra stessa esistenza; per un
bel po' di tempo restammo nella posizione in cui ci aveva lasciato, a ripetere
sempre la stessa orazione. La presenza di Dio si sentiva così intensa e intima,
che nemmeno tra di noi avevamo il coraggio di parlare. Il giorno dopo, sentivamo
io spirito ancora avvolto da quella stessa atmosfera che solo molto lentamente
andò scomparendo.
A nessuno venne in mente di parlare di questa
apparizione, e nemmeno di raccomandare il segreto. Essa lo impose da sé. Era
così intima, che non era facile pronunciare su di essa la benché minima
parola. Forse ci fece anche maggior impressione, perché fu la prima a svolgersi
in modo così manifesto.
La seconda dovette essere nel cuore dell'estate, in
quei giorni di maggior calore, in cui riportavamo a casa il gregge a metà
mattina, per ridargli la via soltanto sul tardi.
Andammo dunque a passare le ore della siesta all'ombra
degli alberi che circondavano il pozzo già più volte menzionato.
Improvvisamente vedemmo lo stesso angelo vicino a noi:
- Che fate? Pregate! Pregate molto! I Cuori di Gesù e
di Maria hanno sopra di voi disegni di misericordia. Offrite costantemente
all'Altissimo orazioni e sacrifici.
- Come dobbiamo sacrificarci? - domandai.
- Di tutto quello che potrete, offrite un sacrificio
in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la
conversione dei peccatori. Attraete così sopra la vostra patria, la pace. Io
sono il suo angelo custode, l'angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e
sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà.
Queste parole dell'angelo s'impressero nel nostro
spirito, come una luce che ci faceva comprendere chi era Dio, che ci amava e
voleva essere amato; il valore del sacrificio e quanto gli fosse gradito e che,
in attenzione ad esso. convertiva i peccatori. Perciò da quel momento
cominciammo a offrire al Signore tutto ciò che ci mortificava, ma senza darci
da fare a cercare altre mortificazioni o penitenze, eccetto quella di passare
ore a fila prostrati per terra a ripetere l'orazione che l'angelo ci aveva
insegnato.
La terza apparizione, credo, che dovette avvenire in
ottobre o alla fine di settembre, perché non andavamo più a passare l'ora
della siesta a casa.
Come ho già detto nello scritto su Giacinta, andammo
da Pregucira (è un piccolo uliveto di proprietà dei miei genitori), fino a
Lapa, facendo il giro del pendio del monte dalla parte di Aljustrel e Casa Velha. Là recitammo il
nostro rosario e l'orazione che ci aveva insegnato nella prima apparizione.
Eravamo dunque là, quando ci apparve la terza volta,
portando in mano un calice e sopra di esso un'ostia, dalla quale cadevano dentro
al calice, alcune gocce di sangue. Lasciando il calice e l'ostia sospesi per
aria, ripeté tre volte l'orazione: «Santissima Trinità, Padre, Figlio,
Spirito santo, vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo corpo, sangue,
anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra,
in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze con cui Egli stesso è
offeso. E, per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato
di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori». Dopo, alzandosi,
riprese in mano il calice e l'ostia e diede a me l'ostia e quello che c'era
nel calice lo diede a bere a Giacinta e a Francesco, dicendo
contemporaneamente: «Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù Cristo,
orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e
consolate il vostro Dio». Nuovamente si prostrò a terra e ripeté con noi,
ancora tre volte, la stessa orazione:
«Santissima Trinità, ecc.». E scomparve.
Portati dalla forza del soprannaturale che ci
avvolgeva, imitavamo l'angelo in tutto, cioè, prostrandoci come lui e
ripetendo le orazioni che lui diceva. La forza della presenza di Dio era così
intensa che ci assorbiva e annichilava quasi completamente. Pareva privarci
perfino dell'uso dei sensi corporali per un lungo periodo di tempo. In quei
giorni facevamo le azioni materiali, come trasportati da quello stesso essere
soprannaturale che a ciò ci spingeva. La pace e la felicità che sentivamo
erano grandi, ma solo interne con l'anima completamente concentrata in Dio.
Anche la spossatezza fisica che ci prostrava era grande.
Non so perché, le apparizioni della Madonna
producevano in noi effetti molto differenti. La stessa gioia intima, la stessa
pace e felicità. Ma invece di quella spossatezza fisica, una certa agilità
espansiva; invece di quell'annichilamento davanti alla divina presenza, un
esultare di allegria; invece di quella difficoltà nel parlare, un certo
entusiasmo comunicativo. Ma, nonostante questi sentimenti, sentivo
l'ispirazione a tacere, soprattutto certe cose. Negl'interrogatori sentivo
l'ispirazione intima che m'indicava le risposte che, senza venir meno alla
verità, non scoprissero quello che dovevo per allora nascondere. In questo
senso mi testa un solo dubbio: «Se avrei dovuto dire tutto o no
nell'interrogatorio canonico». Ma non sento scrupoli, per aver taciuto, perché
in quel momento io non avevo ancora la conoscenza dell'importanza di
quell'interrogatorio; e lo presi dunque come uno dei tanti a cui ero abituata.
Mi sorprese soltanto l'obbligo di giurare. Ma, siccome il confessore, che me lo
comandava e io giuravo il vero, lo feci senza difficoltà. Non sospettavo
nemmeno in quel momento che il demonio avrebbe approfittato di questo, per
tormentarmi più tardi con 'scrupoli senza fine. Ma grazie a Dio, tutto è ormai
passato.
C'è anche un 'altro motivo che mi rafforza nell'idea
che ho fatto bene a stare zitta. Durante l'interrogatorio canonico, uno degli
interroganti, il rev. don Marques dos Santos, pensò che poteva allungare
l'elenco delle sue domande e cominciò a scendere un po' più a fondo. Prima
di rispondere, con una semplice occhiata, interrogai il confessore. Il rev.
padre mi tolse d'imbarazzo, rispondendo a nome mio. Ricordò al mio
interlocutore che stava oltrepassando i limiti del diritto che gli era stato
concesso.
Quasi la stessa cosa mi successe nell'interrogatorio
del rev. P. Fischer. Autorizzato da V.E. e dalla rev. madre provinciale, pareva
che avesse il diritto di domandarmi tutto, ma grazie a Dio venne accompagnato
dal confessore. A un certo punto, una ben calcolata domanda sul segreto. Mi
sentii imbarazzata, senza sapere che cosa rispondere. Un'occhiata: il
confessore mi aveva capito e rispose per me. Anche l'interrogante comprese e si
limitò a darmi un buffetto sul viso con delle riviste che aveva davanti.
Così Dio mi mostrava a poco a poco che non éra
ancora arrivato il momento da lui designato.
Passo dunque a descrivere le apparizioni della
Madonna. Non mi trattengo a scrivere le circostanze che le precedettero né
quelle che le seguirono, dato che il rev. P. Galamba mi ha fatto il favore di
dispensarmi da ciò.
13
maggio 1917
Mentre stavo per giocare con Giacinta e Francesco, in
cima al pendio di Cova da Iria, a fare un muretto intorno a una macchia,
vedemmo, all'improvviso, qualcosa come un lampo.
- E’ meglio che ce n'andiamo a casa - dissi ai miei
cugini - perché sta lampeggiando. Potrebbe venire un temporale.
- Sì, andiamo.
E cominciammo a scendere il pendio, spingendo le
pecore verso la strada. Arrivati all'incirca a metà pendio, quasi vicino a un
grande leccio che c'era li, vedemmo un altro lampo e, fatti alcuni passi più
avanti, vedemmo sopra un'elce una Signora, tutta vestita di bianco, più
brillante del sole che diffondeva luce più chiara e intensa che un bicchiere di
cristallo pieno di acqua cristallina, attraversata dai raggi del sole più
ardente. Sorpresi dall'apparizione, ci fermammo. Eravamo così vicini, che ci
trovammo dentro alla luce che la circondava o che Lei diffondeva. Forse a un metro e
mezzo di distanza, più o meno. Allora la Madonna ci disse:
- Non abbiate timore. Io non voglio farvi del male.
- Di dove siete? - le domandai.
-
Sono del cielo.
- E che cos'è che volete da me?
- Sono venuta a chiedervi che veniate qui sei mesi a
fila, il giorno 13 a questa stessa ora. Poi vi dirò chi sono e che cosa voglio.
Poi tornerò ancora qui una settima volta.
- E anch'io andrò in cielo?
- Si, ci andrai.
- E Giacinta?
Anche lei.
- E Francesco?
- Pure, ma dovrà recitare molti rosari.
Mi ricordai allora di chiedere di due ragazze che
erano morte da poco tempo. Erano mie amiche e stavano in casa mia per imparare a
tessere con la mia sorella più vecchia.
- Maria das Neves è già in cielo?
- Si. (Mi pare che avrà avuto più o meno sedici
anni).
- E Amelia?.
- E in purgatorio fino alla fine del mondo. (Mi
pare che avrà avuto da diciotto a vent'anni).
- Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le
sofferenze ch'Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione dei peccati con cui
Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?
- Si, lo vogliamo.
- Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio
sarà il vostro conforto.
Fu al pronunciare queste ultime parole («La grazia
di Dio ecc.»), che aperse per la prima volta le mani, comunicandoci una luce
così intensa, come un riflesso che da esse usciva, che ci penetrava nel petto
e nel più intimo dell'anima, facendoci vedere noi stessi in Dio, che era quella
stessa luce, più chiaramente di quanto non ci vediamo nel migliore degli
specchi. Allora, per un impulso intimo, anch'esso donato, cademmo in ginocchio e
ripetemmo intimamente: «O Santissima Trinità, io vi adoro. Mio Dio, mio Dio,
io vi amo nel santissimo sacramento». Passati i primi momenti, la Madonna aggiunse.
«Recitate il rosario tutti i giorni, per ottenere la pace al mondo e la fine
della guerra».
Subito dopo, cominciò a elevarsi serenamente, salendo
verso levante, fino a scomparire nell'immensità della distanza. La luce che la
circondava apriva come un sentiero tra la massa degli astri, motivo per cui
alcune volte abbiamo detto di aver visto il cielo aprirsi.
Mi pare di aver già esposto, nello scritto su
Giacinta, o in una lettera, che la paura che sentimmo non fu della Madonna, bensì
del temporale che immaginavamo imminente; è da questo, dal temporale, che
volevamo fuggire. Le apparizioni della Madonna non infondono paura o timore,
bensì sorpresa. Quando domandavano se avevo avuto paura e dicevo di sì, mi
riferivo alla paura che avevo avuto dei lampi e del temporale che pensavo che
stesse arrivando; è da questo che volevamo fuggire, perché eravamo abituati a
vedere lampi solo quando tuonava.
Anche i lampi non erano lampi propriamente
detti, ma piuttosto il riflesso di una luce che si avvicinava. Proprio perché
vedevamo quella luce, dicevamo a volte che vedevamo venire la Madonna. Ma
propriamente, la Madonna la distinguevamo soltanto in quella luce, quando già
stava sopra l'elce. Il fatto di non saperci spiegare e di voler evitare domande,
fu la causa per cui a volte dicevamo che la vedevamo venire, altre che no Quando
dicevamo di sì, che la vedevamo venire, ci riferivamo al fatto che vedevamo
avvicinarsi quella luce che in fondo era lei. E quando dicevamo che non la
vedevamo venire, ci riferivamo al fatto che propriamente la Madonna la
vedevamo soltanto quando già stava sopra l'elce.
13
giugno 1917
Dopo aver recitato il rosario con Giacinta e Francesco
ed altre persone presenti, vedemmo di nuovo il riflesso della luce che si
avvicinava (e che noi chiamavamo «lampo»); e, subito dopo, la Madonna sopra
l'elce, tutto come nel mese di maggio.
- Che cosa volete da me? - domandai.
- Voglio che veniate qui il 13 del mese che
viene, che recitiate il rosario tutti i giorni e che impariate a leggere. Poi vi
dirò quello che voglio.
Chiesi la guarigione di un malato.
- Se si converte, guarirà quest'anno.
- Vorrei chiederVi di portarci in cielo.
- Si, Giacinta e Francesco, li porterò tra
poco. Ma tu testerai qua ancora per un po'. Gesù vuoi servirsi di te, per
farmi conoscere e amare. Lui vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore
immacolato.
- E io resto qui sola sola? - domandai
afflitta.
- No, figlia. E tu soffri molto? Non ti
scoraggiare. Io mai ti lascerò. Il mio Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e
il cammino che ti condurrà. fino a Dio. - Fu nell'istante in cui disse queste
ultime parole, che aperse le mani e ci comunicò per la seconda volta il
riflesso di quella luce immensa. In essa noi ci vedevamo come immersi in Dio.
Giacinta e Francesco pareva che stessero nella parte di quella luce che si
elevava verso il cielo e io in quella che si diffondeva sulla terra. Davanti al
palmo della mano destra della Madonna c'era un cuore circondato da spine, che
pareva vi stessero conficcate. Comprendemmo che era il Cuore immacolato di
Maria, oltraggiato. dai peccati dell'umanità, che voleva riparazione.
Ecco, eccellenza reverendissima, a che cosa ci
riferiamo quando dicevamo che la Madonna ci aveva rivelato un segreto in giugno.
La Madonna non ci ordinava ancora, questa volta, di mantenere il segreto. Ma
sentivamo dentro che Dio a questo ci spingeva.
13
luglio 1917
Alcuni momenti dopo essere arrivati a Cova da
Iria, vicino all'elce, tra una numerosa folla di popolo, mentre dicevamo il
rosario, vedemmo il riflesso della luce familiare e, subito dopo, la Madonna
sopra l'elce.
- Che cosa volete da me? - domandai.
- Voglio che veniate qui il 13 del mese che
viene. Che continuate a recitare tutti i giorni il rosario in onore della
Madonna del rosario, per ottenere la pace al mondo e la fine della guerra, perché
solo Lei li potrà aiutare.
- Vorrei chiedervi di dirci chi siete; e di
fare un miracolo perché tutti credano che Voi ci apparite.
- Continuate a venire qui tutti i mesi. In
ottobre dirò chi sono, quello. che voglio e farò un miracolo che tutti
vedranno e potranno credere.
A questo punto feci alcune richieste, che non
ricordo bene quali furono. Quel che mi ricordo è che la Madonna disse che era
necessario recitare il rosario per ottenere le grazie durante l'anno. E continuò:
«Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente quando farete
qualche sacrificio:
“O
Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione
dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!”. Mentre diceva
queste ultime parole, aperse di nuovo le mani come nei due mesi passati. Il
riflesso parve penetrare la terra e vedemmo qualcosa come un mare di fuoco:
immersi in questo fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti
e negre o color bronzo, con lineamenti umani, che fluttuavano nell'incendio,
sollevate dalle fiamme che da loro stesse uscivano con nugoli di fumo, e
ricadevano da tutte le parti, simili al cadere di faville nei grandi incendi,
senza né peso né equilibrio, tra gridi e gemiti di dolore e di disperazione,
che facevano orrore e tremare di spavento. (Dev'essere stato l'impatto con
questa visione, che mi fece scappare quell'«ahi», che dicono di aver sentito
da me). I demoni si distinguevano per i lineamenti orribili e schifosi di
animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come negri carboni accesi.
Spaventati e come per
invocare soccorso, alzammo gli occhi verso la Madonna, che ci disse con bontà e
tristezza: «Avete visto
l'inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole
stabilite nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato. Se faranno quello che
io vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà pace. La guerra terminerà. Ma
se non smetteranno di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI,
ne comincerà
un'altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta,
sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per punire il mondo dai
suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e della persecuzione alla
Chiesa e al santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della
Russia al mio Cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati. Se
daranno retta alle mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace. Se
no, diffonderà nel mondo i suoi errori, provocando guerre e persecuzioni alla
Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il santo Padre avrà molto da soffrire, e
parecchie nazioni saranno annientate. Alla fine il mio Cuore immacolato trionferà.
Il santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà, e sarà concesso
al mondo un periodo di pace. In Portogallo, si conserverà sempre il dogma
della fede; ecc... Questo non lo direte a nessuno. Frances'co, sì, potete
dirlo.
Quando recitate il rosario, dite, dopo ogni
mistero: «O mio Gesù, per donateci, liberateci dal fuoco de1l'inferno, portate
in cielo tutte le povere anime, specialmente quelle che hanno più bisogno».
Segui un istante di silenzio e dom'andai:
- Non volete più nulla da me?
- No, per oggi non voglio più nulla. - E, come
al solito, cominci elevarsi verso levante, fino a scomparire nell'immensa
distanza del firmamento
13
agosto 1917
Siccome ho già parlato di quel che è avvenuto in questo giorno, non ci
fermo adesso e passo all'apparizione, che avvenne a mio parere il 15, sul far
della sera. Poiché ancora io non sapevo contare i giorni del mese,
può darsi che io mi sbagli, ma ho l'impressione che avvenne nello stesso giorno
in cui arrivammo da Vile Nove de Ourém.
Andando con le pecore in compagnia di Francesco
e di suo fratello Giovanni, in un luogo chiamato Valìnhos e intuendo che
qualche cosa di soprannaturale si stava avvicinando e ci avvolgeva, supponendo
che la Madonna sarebbe venuta ad apparirci, e dispiacendomi che Giacinta
restasse senza vederla, chiedemmo a suo fratello Giovanni che andasse a
chiamarla. Siccome non voleva andarci, gli diedi due ventini e così partì
correndo.
Nel frattempo, io vidi insieme a Francesco il
riflesso della luce, che noi chiamavamo lampo e, arrivata Giacinta, un istante
dopo, vedemmo la Madonne sopra un'elce.
Che
cosa volete da me?
- Voglio che continuate ad andare e Cova da
Iria il giorno tredici; che continuate a recitare il rosario tutti i giorni.
L'ultimo mese farò un miracolo, perché tutti credano.
- Che cosa volete che si faccia con i soldi che
il popolo lascia a Cova de Iria?
- Facciamo due bussole: una la porterai tu
insieme a Giacinta e ad altre due bambine vestite di bianco; l'altra, che la
porti Francesco con altri tre bambini. I soldi delle bussole sono per la festa
della Madonna del rosario. Quello che avanzerà servirà per la costruzione di
una cappella che mi faranno fare.
- Vorrei domandarvi la guarigione di alcuni
malati.
- Si, alcuni lì guarirò quest'anno. - E,
assumendo un aspetto più triste
- Pregate, pregate molto; e fate sacrifici per i
peccatori, perché molte anime vanno all'inferno perché non c'è chi si
sacrifichi e preghi per loro.
E, come al solito, cominciò ad elevarsi verso
levante.
13
settembre 1917
Quando
l'ora fu vicina, andai con Giacinta e Francesco, tra numerose persone, che a
malapena ci lasciavano camminare. Le strade erano piene zeppe di gente perché
tutti volevano vederci e parlarci. Li non c'era rispetto umano. Numerose
persone, e perfino signore e signori, riuscendo ad aprirsi un varco tra la folla
che si stringeva attorno e noi, venivano a prostrarsi in ginocchio davanti a
noi, chiedendo che facessimo presenti alle Madonna le loro necessità. Altri,
non riuscendo ad arrivare vicino a noi, gridavano da lontano: «Per amor dì
Dio! chiedete alla Madonna che mi guarisca il figlio, che è zoppo! Un altro:
che guarisca il mio che e' cieco! Un altro: il mio, che è sordo! Che mi riporti
mio marito, mio figlio che è in guerra; che mi converta un peccatore; che mi
dia la salute, perché sono tisico, ecc. ecc.».
Lì apparivano tutte le miserie della povera umanità
e alcuni gridavano perfino dalla cima degli alberi e dai muretti, dove salivano
al fine dì vederci passare. Dicendo agli uni di si, dando la mano agli altri
per aiutarli ad alzarsi dalla polvere della terra, andavamo avanti grazie ad
alcuni signori che ci aprivano un passaggio tra la folla.
Quando leggo adesso nel Nuovo Testamento certe scene
così affascinanti di quando nostro Signore passava attraverso la Palestina, mi
ricordo di queste a cui ancora così piccina, nostro Signore mi ha fatto
presenziare, nei poveri sentieri e strade da Aljustrel a Fatima e a Cova da
Iria. E rendo grazie a Dio, offrendogli la fede del nostro buon popolo
portoghese. E penso: «Se questa gente sì umilia così davanti a tre poveri
bambini, solo perché ad essi è concessa misericordiosamente la grazia di
parlare con la Madre di Dio, che cosa non farebbero se vedessero davanti a sé
Gesù Cristo in persona?
Comunque tutto questo non c'entra niente qui; è stata
più che altro una distrazione della penna che mi è andata dove io non volevo.
Pazienza! Una cosa inutile in più; non la tolgo per non sciupare il quaderno.
Arrivammo finalmente a Cova da Iria, vicino all'elce e
cominciammo a dire il rosario con il popolo. Poco dopo vedemmo il riflesso della
luce e, subito dopo, la Madonna sull'elce.
- Continuate a recitare il rosario, per ottenere la
fine della guerra. In ottobre verrà anche nostro Signore, la Madonna dei dolori
e del Carmine, S. Giuseppe col bambino Gesù, per benedire il mondo. Dio è
contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda. Portatela
solo durante il giorno.
- Mi hanno chiesto di chiedervi molte cose: la
guarigione di alcuni malati, di un sordomuto.
- Sì, alcuni li guarirò; altri no. In ottobre farò
il miracolo affinché tutti credano. - E, cominciando a elevarsi, scomparve
come al solito.
13
ottobre 1917
Uscimmo
di casa abbastanza presto, tenendo conto dei ritardi dell'andata. Il popolo era
presente in massa. La pioggia, torrenziale. Mia madre, temendo che quello fosse
l'ultimo giorno della mia vita, con il cuore a pezzi per l'incertezza di quello
che sarebbe successo, volle accompagnarmi. Durante il cammino, le scene del mese
passato, più numerose e commoventi. Nemmeno il fango dei sentieri impediva a
quella gente d'inginocchiarsi nell'atteggia
mento più umile e supplichevole. Arrivati a Cova da
Iria, vicino all'elce, spinta da un movimento interiore, chiesi al popolo che
chiudessero gli ombrelli, per recitare il rosario. Poco dopo vedemmo il riflesso
della luce e subito dopo la Madonna sull'elce.
- Che cosa volete da me?
- Voglio dirti che facciano qui una cappella in mio
onore; che io sono la Madonna del rosario; che continuino a recitare il rosario
tutti i giorni. La guerra terminerà e i militari torneranno tra breve alle loro
case.
- Io avevo molte cose da chiedervi: se guarivate
alcuni malati e la conversione di alcuni peccatori, ecc.
- Alcuni, sì; altri no; è necessario che si
correggano; che domandino perdono dei loro peccati; - e, assumendo un aspetto più
triste, - che non offendano più Dio nostro Signore, che è già molto offeso.
E, aprendo le mani le fece riflettere nel sole; e,
mentre sì elevava, il riflesso della sua stessa luce continuava a proiettarsi
contro il sole. Ecco, eccellenza reverendissima il motivo per cui gridai che
guardassero verso il sole. Il mio scopo non era quello di richiamare
l'attenzione del popolo da quella parte, perché io non mi rendevo nemmeno conto
della sua presenza. Lo feci solo perché trasportata da un movimento
interiore, che a ciò mi spinse.
Scomparsa la Madonna nell'immensa distanza del
firmamento, vedemmo, vicino al sole, san Giuseppe col Bambino e la Madonna
vestita di bianco con un manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino parevano
benedire il mondo, con dei gesti che facevano con la mano in forma di croce.
Poco dopo, svanita questa apparizione, vidi nostro
Signore e la Madonna, che mi dava l'impressione d'essere la Madonna dei dolori.
Nostro Signore pareva benedire il mondo, come aveva fatto san Giuseppe. Svanì
questa apparizione e mi parve di vedere ancora la Madonna nelle vesti della
Madonna del Carmine.
Ecco, eccellenza reverendissima la storia delle
apparizioni della Madonna a Cova da Iria nel 1917. Tutte le volte che per un
motivo qualsiasi dovevo parlarne, cercavo di farlo col minor numero di parole
possibile, per l'ambizione di tenere soltanto per me le parti più intime, che
tanto mi costava manifestare. Ma siccome esse appartengono a Dio e non a me, e
Lui adesso per mezzo dellE.V. rev.ma me le domanda, eccole qui. Restituisco
quello che non mi appartiene. Coscientemente non mi tengo nulla. Credo che mancheranno
soltanto dei piccoli particolari, riguardo alle suppliche che io facevo.
Trattandosi di cose puramente materiali, io non gli davo tanta importanza e
forse per questo non mi si sono impresse tanto vivamente nello spirito. E poi
erano tante, ma tante! Forse proprio la preoccupazione di ricordarmi le
innumerevoli grazie che dovevo domandare alla Madonna, ha causato l'equivoco per
cui io intesi che la guerra finiva proprio il giorno 13. Non poche persone si
sono mostrate abbastanza meravigliate per la memoria che Dio si è degnato
concedermi. Per un atto d'infinità bontà, essa è in me assai privilegiata, in
tutti i sensi. Ma, trattandosi di cose soprannaturali, non bisogna
meravigliarsi, perché esse si imprimono nello spirito in modo tale che è quasi
impossibile dimenticarle. Almeno il significato delle cose che esse esprimono,
non si dimentica mai, a meno che Dio non voglia fare dimenticare anche quello.
Mi chiede ancora il rev. P. Galamba di scrivere alcune
altre grazie che siano state ottenute per intercessione di Giacinta. Ho pensato
un po' e mi ricordo di due soltanto.
La prima volta che la buona signora Emilia, di cui
parlo nel secondo scritto
su Giacinta, mi venne a prendere per portarmi a
Olival, alla casa del reverendo parroco, Giacinta venne con me. Quando arrivammo
al paese dove viveva questa buona vedova, era sera. Nonostante questo, la
notizia del nostro arrivo non tardò a divulgarsi e la casa della signora
Emilia fu subito circondata da innumerevoli persone. Volevano vederci,
interrogarci, chiedere grazie ecc. Viveva là una pia donna, che usava recitare
il rosario in casa sua con le persone del paesetto che volevano unirsi a lei.
E così venne a chiedere di andare a casa sua a
recitare il rosario. Volevamo rifiutare dicendo che l'avremmo recitato con la
signora Emilia, ma le insistenze furono tante, che non ci fu altro rimedio che
acconsentire. Alla notizia che andavamo, il popolo corse in massa alla casa
della buona donna, allo scopo di prendere posto; e meno male che così ci
lasciarono libero il cammino. Mentre eravamo in cammino, ci venne incontro una
ragazza che avrà avuto circa vent'anni. Piangendo, si mette in ginocchio e
chiede di entrare in casa sua a recitare almeno un'Ave Maria per il
miglioramento di suo padre che da tre anni non poteva riposare, per il continuo
singhiozzo.
Impossibile resistere a una scena come questa. Aiutai
la povera ragazza ad alzarsi; e poiché era sera abbastanza avanzata,
(camminavamo alla luce di alcune lanterne), dissi a Giacinta che restasse lì,
mentre io andavo a recitare il rosario con il popolo; che al ritorno l'avrei
chiamata. E lei accettò.
Al ritorno, entrai anch'io in quella casa. Trovai
Giacinta seduta su una sedia, di fronte a un uomo, anche lui seduto, di aspetto
non molto vecchio, ma magro e che piangeva di commozione. Lo circondavano alcune
altre persone che erano, credo, della famiglia. Al vedermi, si alzò, sì
congedò, promettendo di non dimenticarlo nelle sue orazioni e ce ne andammo
alla casa della signora Emilia. Il
giorno dopo, partimmo al mattino molto per tempo per Olival e ritornammo soltanto
dopo tre giorni circa. Arrivando alla casa della signora Emilia, ecco che si
fece rivedere la fortunata ragazza, già accompagnata da suo padre, dall'aspetto
assai migliore, senza quell'apparenza di eccessivo nervosismo e di stanchezza
veramente estrema. Venivano a ringraziare per la grazia ricevuta, perché -
dicevano - non aveva più sentito quel fastidioso singhiozzo. Tutte le volte che
passavo di là in seguito, sempre questa buona famiglia mi veniva a mostrare
la sua riconoscenza, dicendo che era completamente guarito: che non aveva più
sentito il minimo sintomo di singhiozzo.
La seconda riguarda una mia zia, sposata a Fatima, di
nome Vittoria, che aveva un figlio che era un vero flgliol prodigo. Non so perché,
da molto tempo aveva abbandonato la casa paterna e non si sapeva che cosa n'era
stato. Afflitta, mia zia venne un giorno a Aljustrel, per chiedermi di
supplicate la Madonna per questo figlio suo. Non avendomi trovata, fece la
richiesta a Giacinta. Lei promise di pregare per lui.
Passati alcuni giorni, ritornò a casa a chiedere
perdono ai genitori e poi venne a Aljustrel a raccontare la sua infelice
avventura.
Raccontò che dopo aver dilapidato tutto quello che
aveva rubato ai genitori, se re andò in giro per parecchio tempo come un
vagabondo, fino a che, non ricordo per quale motivo, fu messo in prigione a
Torres Novas. Un po' di tempo dopo ch'era li, riuscì una notte a fuggire e,
mentre fuggiva, di notte, corse tra monti e pinete sconosciute. Credendosi
perduto deI tutto, tra la paura di essere preso e l'oscurità della notte chiusa
e tempestosa, si trovò con un unico mezzo a disposizione: la preghiera. Cadde
in ginocchio e cominciò a pregare. Passati alcuni minuti, diceva lui, gli
apparve Giacinta, lo prende per mano e lo conduce alla strada asfaltata che va
da Alqueidao a Reguengo, facendogli segno di continuare in quel senso. Quando
si fece giorno, si trovò sulla strada di Boleiros, riconobbe il punto dove
stava e, commosso, si diresse alla casa dei genitori.
Dunque, lui affermava che Giacinta gli era apparsa e
che l'aveva riconosciuta perfettamente. Io domandai a Giacinta se era vero che
era andata da lui. Rispose di no, che non sapeva dov'erano quelle pinete e monti
dove lui si era perso. “Io ho solo pregato e supplicato molto per lui” perché
la zia Vittoria mi faceva compassione». Ecco quello che mi rispose. Come
avvenne allora tutto ciò? Non lo so. Dio lo sa.
Adesso eccellenza reverendissima, tocca al Libro «La
Madonna di Fatima», del padre Luis Gonzaga Aires da Fonseca, Sj.
Il P. Galamba mi ha detto di indicarne i punti che
trovassi non del tutto esatti. Trovo appena de i piccoli dettagli e mi pare che
non varrebbe molto la pena di annotarli. Ma, siccome si tratta di scriverne un
altro lo faccio, perché l'E.V. rev.ma lo desidera, per evitare che questo li
ripeta.
Al capitolo Il, pag. 18, si dice: «Un piccolo tratto
di terra incolta». Tutta incolta, no. Lì a Cova si coltivava: granoturco,
patate, fagioli, grano ecc.; quello che era opportuno seminarci. Sui pendii,
soprattutto in quello che sale verso la strada, c'erano alcuni lecci e ulivi,
che producevano ghiande e ulive.
Al capitolo Il, pag. 19 si dice: «Guardano a destra,
ecc.». No. In tal caso sarebbe a sinistra o di fronte. Il pendio che sale al
posto dove ci riunivamo a giocate, era composto di varie andane o avvallamenti
che lo attraversavano, lasciando soltanto un passaggio all'estremità, dal
lato sinistro di chi sale. Queste andane erano
formate da filari di lecci ed elci, che crescendo confusamente con la
sterpaglia, formavano filari di fitti boschi, che non era facile attraversale.
Da quel sentiero, che restava a destra di chi scendeva, noi scendevamo per
andare verso il leccio grande, restandoci perciò l'elce proprio dalla parte
sinistra.
Sì dice nel secondo paragrafo, un po' prima, che il
secondo lampo ci inchiodò immobili dov'eravamo. Anche questo non va. Il
secondo, lo vedemmo in parte più o meno a metà pendio, che va dal posto
delle apparizioni fino alla cima del pendio, in parte davanti al leccio grande.
Continuammo insomma a camminare, fino ad incontrarci con la Madonna che era
sopra il leccio.
Alla stessa pagina 19 si dice ancora: «Attoniti,
volevano fuggire». Nemmeno. Mi pare di averlo già spiegato in un altro
scritto. Dal momento che vedemmo la Madonna, non pensammo più a fuggire. La
Madonna non è causa di paura; ma solo di sorpresa, pace e gioia.
Quando dicevamo che avevamo avuto paura, ci riferivamo
alla paura che sentimmo al pensiero che sarebbe venuto un temporale, e era da
questo che volevamo fuggire. Mi sembra che la Madonna, dicendoci di non aver
paura, voleva tranquillizzarci dalla paura del temporale, che noi credevamo
prossimo, perché eravamo abituati a vedere i lampi solo quando c'era il
temporale. E, nella nostra ignoranza, non sapevamo ancora distinguere il
riflesso di una luce da un lampo.
Al cap. Il, pag. 20, si dice: «Quasi della stessa
lunghezza del vestito». Mi pare che bisognerebbe sopprimere questo «quasi»,
perché era della stessa lunghezza.
Nello stesso cap. Il, pag. 21, si dice: «E che cosa
siete venuta a fare qui?». Non mi ricordo di aver fatto questa domanda.
Cap. III, pag. 29, si dice: «Subito dopo confidò
loro un segreto, con proibizione rigorosa di dirlo». Come dico sopra, nella
narrazione che faccio delle apparizioni, questo mese fummo noi a voler mantenere il segreto del riflesso
e dei suoi effetti. Fu nel mese seguente che la Madonna c'impose il segreto.
Nella narrazione che lo scrittore fa delle apparizioni
ci sono piccoli particolari che mi pare del tutto inutile star qui a indicate,
perché ho già lasciato scritto tutto come avvenne. Inoltre, alcuni provengono
dal modo di parlare che lo scrittore ha adottato.
Al cap. V, pag. 43, si dice: «Piangendo di paura».
Giacinta pianse in prigione, per la nostalgia della mamma e della famiglia; ma
durate l'interrogatorio, no.
Cap. V, pag. 46: «Il piccino lo seguì, piangendo».
Non pianse.
Cap. V, pag. 47: «Andarono, correndo, a Cova da Iria».
Noi andammo a Cova da Iria, dopo l'apparizione a Valinhos, soltanto alcuni
giorni dopo.
Cap. VII, pag. 60, sì dice: «Il vestito ha delle
righe dorate». Non aveva nessuna riga. Francesco, dicendo questo, si riferiva
forse all'ondulazione della luce, che sembrava formare l'orlo del vestito.
Cap. VII, pag. 64: «Dei piccoli orecchini». Io non
le ho visto orecchini. Mi ricordo che la collana d'oro, che simile a un raggio
del sole più ardente, pareva che le orlasse il manto, si rifletteva, nello
spazio lasciato libero dal mantello che cadeva dalla testa sulle spalle, nel
brillio stesso della Madonna, facendo ondulazioni così variegate, nella luce
stessa,. che a volte mi suggerì l'idea di piccoli orecchini. Credo che mi
riferivo a questo, quando detti quella risposta.
Cap. VII, pag. 66: «Non lo puoi manifestare nemmeno
al tuo confessore? Parve alquanto confusa e rimase in. silenzio». Rimasi
perplessa, senza sapere che cosa rispondere, perché tenevo come segreto varie
cose che non mi era proibito manifestare. Ma grazie a Dio che ispirò
l'interlocutore a passare avanti. Ricordo che detti un sospiro di sollievo.
Cap. VII, pag. .73: «E’ così che ubbidisci ai
comandi che la Madonna ti ha dato?». Restai zitta, per non incolpare mia madre,
perché per allora non mi aveva ancora dato il permesso di andare a scuola. In
casa dicevano che io volevo imparare a leggere per vanità. Fino ad allora quasi
nessuna ragazza imparava a leggere. La scuola era solo per i ragazzi. Solo, in
seguito fu aperta li a Fatima una scuola per bambine.
Cap. XIII, pag. 138, nella nota, si dice: «La rev.
madre Monfalim fu presente a tutte le conversazioni dell'autore con suor Dores».
Non è vero. Assistette soltanto una figlia del sig. dott. Antero de
Figueredo, che lo accompagnava. La rev. madre Monfalim, allora mia superiora
provinciale, si trovava a Tuy e mi scrisse di là una lettera, che m'inviò,
aperta, per mezzo del signor dott. Antero de Figueredo, a Pontevedra, dove
allora mi trovavo e dove ebbe luogo l'interrogatorio, che fu uno dei più
difficili, attraverso i quali Dio mi abbia fatto passare.
In quella lettera la rev. madre provinciale mi dava
ordine di rispondere con sincerità, verità e semplicità, a tutto ciò che il
signor dott. Antero de Figueredo volesse domandarmi e che offrissi a Dio
quest'atto di ubbidienza.
Il dottore, prima di consegnarmi la lettera, la lesse.
E l'ordine che mi era dato, di rispondere a tutto con sincerità, per
obbedienza, gli piacque e si credette perciò autorizzato a domandare tutto
quello che la sua intelligenza gli poté suggerire. E come se ciò non bastasse,
aveva a suo fianco la figlia a suggerirgli domande.
Da parte mia non tardai ad accorgermi fino a che punto
il dottore voleva spingere il suo interrogatorio. E domandai a me stessa se
proprio adesso avrei dovuto scoprire i miei segreti intimi, fino ad allora
difesi con tanta cura, ad un laico che mi pareva che non solo non s'intendeva
affatto di vita spirituale, ma nemmeno delle cose indispensabili alla pratica
della vita cristiana. E per non fare giudizi temerari e poter accertarmi di come
stavano le cose, cercai di dargli le mie risposte in un modo così preciso da
strappargli la confessione della verità. Difatti, il dottore, commosso, confessò
con le lacrime che gli scorrevano sul viso, più di una volta, le macchie negre
della sua triste vita. A questo punto mi dispiaceva di aver dato occasioni a manifestazioni
così tristi, ma era troppo tardi. E nonostante che io gli chiedessi di non
manifestarmi cose di cui io m'intendevo poco o nulla, la commozione non lo
lasciava star zitto e io dovetti rassegnarmi ad ascoltarle.
Frattanto, io pensavo: «Devo manifestare i miei
segreti intimi a questo signore? Ipossibile. E l’ubbidienza? Non so». La rev.
madre superiora della casa aveva ricevuto l'ordine dalla madre provinciale di
assistere all'interrogatorio, ma non volendosi assumere responsabilità, aveva
trovato la scusa che non aveva tempo e si era ritirata. Chiesi allora di uscire
un momento dalla sala, e andare a far presente i miei dubbi alla reverenda
madre, per chiedere consiglio. La rev. madre mi rispose che, visto l'ordine
della rev. madre provinciale, non sapeva che cosa consigliarmi. Chiesi allora di
parlare al confessore, ma era assente da quel posto e avrebbe tardato non so
quanto tempo a tornare. Andai in cappella. Una breve supplica a Gesù
Sacramentato e alla Madonna e entro di nuovo nella sala. L'interrogatorio
comincia ed è tale da strapparmi tutto quello che il petto nasconde. Ma la
ripugnanza a manifestarlo aumenta e la lotta tra essa e il dubbio se l'ubbidienza
mi obbliga si o no a questo, aumenta sempre più. Non tardai ad accorgermi
pure che quel buon signore cercava di studiarmi a fondo.
Passa il primo, passa il secondo giorno
d'interrogatorio; viene il terzo e io mi trovavo sempre più perplessa. Nel
pomeriggio del terzo giorno, Dio parve far brillare un raggio della sua luce.
Dalla sala sentii in portineria la
voce di un sacerdote gesuita, che avevo già
conosciuto a Tuy, il rev. P. Herrera. Senza perder tempo, chiedo di uscire un
momento dalla sala, e vado dalla rev. madre superiora a chiedere il permesso di
parlare al reverendo. Per allora io non volevo dal reverendo che questo: che mi
dicesse fino a che punto l'ubbidienza mi obbligava a manifestarmi. Ma Dio voleva
il sacrificio. Non si è trovato anche Lui da solo nell'orto degli ulivi? E
anche oggi non si trova altrettanto solo in tanti tabernacoli abbandonati?
Bisogna fargli compagnia e stare al suo fianco, non solo nello spezzare il
pane, ma anche nel bere il calice.
E fu certamente per questa disposizione dell'alto che
la reverenda madre superiora mi negò il permesso di parlare al venerabile
sacerdote gesuita. Col cuore più oppresso che quando n'ero uscita, entro di
nuovo nella sala. L'interrogatorio continua, sempre più minuzioso. Arriva il
quarto giorno, più buio che i tre già passati. Nella comunità c'è abbastanza
malumore. in casa c'era molto lavoro e io non facevo niente. Secondo loro a me
piaceva il dolce far niente e stare in salotto. Per questo io non mi decidevo a
sbrigare i visitatori. Anche la rev. madre superiora manifestava ormai il suo
malcontento. E, oh, mio Dio!, se avessero potuto leggermi nel cuore, avrebbero
visto che io preferivo, se avessi avuto possibilità di scelta, uno spazzolone
da passare in casa, alla poltrona in cui mi vedevano così comodamente seduta.
Ma è necessario che l'alito delle creature non appanni lo specchio che brilla
agli occhi di Dio. E poi, io lo confesso: se non fosse per la parola «ubbidienza»,
che la madre provinciale mi aveva scritto nella lettera, l'interrogante
avrebbe dovuto ritirarsi il primo giorno, con l'elenco delle domande che aveva
portato con sé, come gli era già successo un, anno prima.
Che cosa devo fare? - domandavo a me stessa, senza
trovare una soluzione. L'interrogatorio pareva ancora lontano dalla fine.
Grazie a Dio, nel pomeriggio di quel giorno, capitò un messaggero fidato per
Tuy. Scrivo in fretta, in un foglio di carta, le principali difficoltà in cui
mi trovavo e le mando alla reverenda madre provinciale, e chiedo il favore di
una risposta urgente per telefono. Il giorno dopo, alle nove di mattina, la rev.
madre maestra Lemos, a nome della rev. madre provinciale, mi dava la risposta
per telefono. «Potevo - mandava a dire la reverenda - nascondere tutto quello
che non volessi manifestare. Quanto a mandar via l'interlocutore, questo no. È
necessario soddisfare a tutte le domande che il dottore vorrà fare, ci metta
tutto il tempo che ci vorrà».
Bene! Con questa risposta cominciai un quinto giorno
molto più sereno. Che cosa m'importa la guerra che il demonio suscita fuori, se
ho dentro al l'anima la certezza che sto facendo la volontà di Dio, manifestata
dalla obbedienza?
L'interrogatorio continua ancora per alcuni giorni e
alla fine, per consiglio
del confessore che era arrivato proprio quel giorno,
impongo con fermezza all'interrogante la proibizione assoluta di pubblicate o
manifestare una qualsiasi cosa di tutto quello che gli avevo manifestato, senza
sottometterlo alla approvazione dell'eccellenza vostra e della reverenda madre
provinciale. Il buon signore parve non gradire la proposta e cercare di
ritirarla. Mi vidi allora obbligata a mostrargli una faccia un po' dura; ma con
la forza che il divino Spirito santo comunica, mi mantanni incrollabile fino
alla fine.
Eccellenza reverendissima, ecco come si svolse
l'interrogatorio del signor dott. Antero de Figueredo. Come la V.E. rev.ma vede,
fu quello in cui mi trovai più sola con Dio. Durante il suo svolgimento, c'era
anche un altro dubbio che mi tormentava: era la mancanza di autorizzazione da
parte dell'E.V. rev.ma. Io domandavo a me stessa: «La reverenda madre
provinciale avrà chiesto autorizzazione al vescovo per darmi quest'ordine? Sua
ecc. rev.ma sarà contento che mi assoggetti a quest'interrogatorio senza la sua
autorizzazione? E l'ordine che S.E. rev.ma mi ha dato di non parlare di queste
cose?». A causa di tutti questi dubbi, scrissi alla V.E. rev.ma, informandola
di tutto. Il buon Dio credette opportuno permettere che V.E. rev.ma non mi
rispondesse a quella lettera e io abbandonai tutto nelle sue mani.
Cap. VII, pag. 77 «Arrivarono i pastori, vestiti un
po' meglio. Il vestito delle bambine, celesteazzurro, con velo bianco; e,
sopra il velo, una corona di fiori ecc.». Mi pare che questo non è vero.
Conservo il ricordo che effettivamente capitò là una donna, che ci voleva
vestire così, ma noi non accettammo. Quel che mi ricordo bene di quel giorno è
che arrivai a casa senza le mie trecce, che mi arrivavano abbastanza sotto la
cintola; e il dispiacere che mia madre mostrò, quando mi vide che avevo meno
capelli perfino di Francesco. Chi me li rubò? Non lo so. In mezzo alla calca,
non mancarono le forbici e nemmeno le mani dei ladruncoli. Il fazzoletto, anche
senza che me lo rubassero, era facile perderlo. Le trecce, negli ultimi due
mesi, erano state abbastanza spuntate. Pazienza. Nulla è mio. Tutto appartiene
a Dio. Che ne disponga dunque Lui come più gli piace.
Cap. IX, pag. 87: «La Madonna riapparirà di nuovo?
Penso che non riapparirà». Mi riferivo alle apparizioni nel giorno 13, secondo
il sistema dei mesi precedenti. E in questo senso pensai che fosse stata fatta
anche la domanda.
C'è ancora una domanda, che varie volte mi è stata
fatta e a cui ho risposto soltanto col silenzio o con un sorriso.
Mi fu fatta anche dal signor dott. Antero de
Figueredo, al quale risposi col minor numero di parole possibile, tanto che
anche il dottore rimase senza capire il vero senso del mio modo di fare. E
questo era quello che io desideravo.
A quasi tutti quelli m'interrogavano ho dato
l'impressione che al momento di essere interrogata, io abbasso gli occhi e mi
concentro in modo tale, che sembra che non faccio attenzione alla domanda che mi
è rivolta. A volte, alcuni ripetono perfino la domanda, credendo che io non li
abbia sentiti. Al dott. Antero de Figueredo risposi che io stavo cercando di
ricordate quel che era avvenuto nei riguardi della domanda che mi era fatta. In
verità, così era; ma il vero motivo del mio modo di fare era cercare nel fondo
della mia coscienza e nell'assistenza del divino Spirito santo, una risposta che
senza scoprire tutta la realtà, fosse di accordo con la verità.
Devo rispondere ancora ad un'altra domanda del rev. P.
Gaiamba: «Che cosa sentivano le persone vicino a Giacinta?». La risposta è
difficile, perché ordinariamente io non so che cosa avviene nell'intimo degli
altri; e perciò non conosco i loro sentimenti. Posso dunque soltanto dire
qualche cosa di quello che io stessa sentivo e descrivere qualche manifestazione
esteriore dei sentimenti delle altre persone. Quello che io sentivo era
ordinariamente quello che si sente vicino a una persona santa che in tutto pare
comunicare con Dio.
Giacinta aveva un portamento sempre serio, modesto e
gioviale, che pareva tradurre la presenza di Dio in tutti i suoi atti, proprio
di persone già avanzate in età e di grande virtù. Non ho mai notato in lei
quell'eccessiva leggerezza o entusiasmo, proprio dei bambini, per gli
ornamenti e i giochi. Questo, dopo le apparizioni; perché, prima, era il
numero dell'entusiasmo e deI capriccio. Non posso dire che gli altri bambini
corressero da lei come lo facevano con me. E questo forse perché lei non sapeva
tante canzoni e storielle da insegnare loro e da intrattenerli. O anche perché
la serietà del suo portamento era troppo superiore alla sua età. Se in
presenza sua qualche bambino o anche persone grandi dicevano qualche cosa o
facevano qualche azione meno conveniente, le riprendeva dicendo: «Non fate
così, perché offendete Dio nostro Signore; e Lui è già anche troppo
offeso!».
Se la persona o il bambino la rimbeccava, chiamandola
«falsa beata» o «santarella di legno tarlato» o qualcosa di simile, cosa che
succedeva parecchie volte, lei li guardava con una certa severità e, senza dire
parola, si allontanava.
Può darsi che fosse questo uno dei motivi per cui non
godeva di maggior simpatia. Se c'ero io con lei, lì si riunivano subito decine
di bambini; ma, se io me ne andavo, presto lei restava sola. Eppure, quando
stavano con lei, pareva che amassero la sua compagnia. L'abbracciavano con gli
abbracci propri dell'affetto innocente; e si divertivano a cantare e a giocare
con lei. A volte mi chiedevano di andarla a chiamare quando non c'era; e se io
dicevo loro che lei non voleva venire, perché loro erano cattive, mi
promettevano
che sarebbero state buone se lei fosse venuta: «Va' a
chiamarla e dille che saremo buone se lei viene».
Durante la malattia, quando a volte andavo a
visitarla, trovavo fuori della porta un bel gruppo che aspettava me, per
entrare a vederla. Pareva che un certo rispetto le trattenesse. Prima di
andarmene via, a volte le domandavo:
- Giacinta! Vuoi che dica a qualcuna di restare qui
con te a farti compagnia?
- Si, volentieri. Ma di quelle più piccine di me. -
Allora tutte gareggiavano a dite: «Ci resto io, ci resto io!». Poi le
intratteneva, insegnando loro il Padre nostro, l'avemmaria, a fare il segno
della croce, a cantare; e, sopra il suo letto o seduti sul pavimento, in mezzo
alla casa, se lei era in piedi, giocavano ai sassetti, servendosi, a questo
scopo, di mele piccine, di castagne, di ghiande dolci, di fichi secchi ecc.,
tutte cose che mia zia non faceva loro mancare, perché facessero compagnia alla
sua bimbetta.
Recitava con loro il rosario, le consigliava a non
fare peccati, per non offendere Dio nostro Signore e non andare all’inferno.
Alcune passavano lì mattinate o serate intere o quasi, e pareva che si
sentissero felici vicino a lei. Ma dopo essersene andate via, non avevano il
coraggio di tornare di nuovo, con quella fiducia che sembrerebbe naturale tra
bambini. Alcune volte venivano a cercarmi e a chiedermi di entrare con loro.
Altre volte mi aspettavano vicino alla casa o magari fuori dalla porta
aspettavano che mia zia o Giacinta stessa le chiamassero e le invitassero a
entrare e a stare con lei. Pareva che amassero lei e la sua compagnia, ma si
sentivano trattenute da una certa timidezza o rispetto che le manteneva a una
certa distanza.
Anche le persone grandi andavano a visitarla,
mostravano ammirazione per il suo atteggiamento, sempre uguale, paziente, senza
il minimo lamento o la minima esigenza. Nella posizione in cui la madre la
lasciava, così rimaneva. Se le domandavano se stava meglio, rispondeva: «Sto
come al solito»; oppure: «Mi pare che sto peggio; tante grazie». Con
un'aria ben più triste, stava in silenzio davanti a chi la visitava. Le
persone si sedevano li vicino a lei, a volte per lungo tempo e pareva che si
sentissero felici. Li avevano luogo anche minuziosi e spossanti interrogatori; e
lei, senza mostrare il minimo segno d'impazienza o fastidio, dopo, mi diceva
soltanto: «Ormai mi faceva tanto male la testa a sentire quella gente! Adesso,
che non posso fuggire per nascondermi, offro a nostro Signore tanti di questi
sacrifici!». Le vicine, a volte, andavano a cucire della roba presso il suo
letto e dicevano: «Vado a lavorare un po' vicino a Giacinta. Non so che cosa
lei abbia; però è bello stare vicino a lei». Portavano i figlioletti che
s'intrattenevano a giocare con lei, e le madri restavano così più libere per
cucire.
Alle domande che le facevano; rispondeva con parole
'amabili, ma brevi. Se
dicevano qualche cosa che non le sembrava buona,
interveniva subito: «Non dite così, perché offendete Dio nostro Signore». Se
raccontavano qualcosa delle loro famiglie che non fosse buona, replicava loro:
«Non permettere ai vostri figli di fare peccati, perché possono andare
all'inferno». Se si trattava di adulti: «Dite loro che non facciano così,
perché è peccato; perché offendono Dio nostro Signore e poi possono
dannarsi». Le persone che venivano da lontano, che per curiosità o devozione
venivano a trovarci, pareva che sentissero qualcosa dì soprannaturale vicino a
lei. A volte, arrivando a casa mia per parlare con me, dicevano: «Abbiamo
appena parlato con Giacinta e Francesco; vicino a loro si sente un non so che di
soprannaturale». A volte pretendevano perfino che io spiegassi loro da che cosa
proveniva questo sentimento. Siccome non lo sapevo, io alzavo le spalle e stavo
zitta. Non poche volte ho sentito parlare di questo.
Un giorno arrivarono a casa mia due sacerdoti e un
signore. Mentre mia madre andò ad aprire la porta e li fece sedere, salii in
soffitta a nascondermi. Mia madre, dopo averli ricevuti, li lasciò soli, per
venire a chiamate me in cortile, dove mi aveva appena lasciato. Non trovandomi,
continuò a cercarmi. Frattanto quei buoni signori stavano commentando il fatto:
«Vediamo un po' che cosa ci dice questa qui». Diceva il signore:
- Io sono rimasto impressionato dall'innocenza e dalla
sincerità della piccola Giacinta e del fratellino. Se questa non li
contraddice, io ci credo. Non so quel che ho provato vicino a quei due piccoli.
- Pare che lì si senta qualcosa di soprannaturale. -
Aggiunse uno dei sacerdoti.
- Mi ha fatto molto bene all'anima parlare con loro.
Mia madre non mi trovò e quei bravi signori dovettero
rassegnarsi a partire senza parlarmi.
- A volte - aveva detto loro mia madre - se ne va là
di il a giocare con gli altri bambini e non c e verso di trovarla.
- Ci dispiace molto! Siamo stati molto contenti di
parlare con i due piccini e volevamo parlare anche con sua figlia; ma torneremo
un'altra volta.
Una domenica le mie amiche di Moita Maria, Rosa e Ana
Caetano e Maria e Ana Brogueira, dopo la messa, vennero a chiedere a mia madre
che mi lasciasse andare a passare il giorno con loro. Ottenuto il permesso, mi
chiesero di portare con me Giacinta e Francesco. Ottenuto il permesso di mia
zia, andammo a Moita. Dopo il pasto, Giacinta cominciò a lasciar cadere la
testolina per il sonno. Il signor José Alves ordinò a una delle sue nipoti di
farla coricate nel suo letto. Dopo poco, dormiva profondamente. Cominciò a
riunirsi la gente del luogo per passare il pomeriggio con noi; e, per il
desiderio di vederla andarono a spiare per vedere se si era già svegliata.
Restarono meravigliati a vederla dormire un pesantissimo sonno, il sorriso sulle
labbra, con l'aspetto d'angelo, le mani'ne giunte e rivolte al cielo. La stanza
si riempì in fretta di curiosi. Tutti volevano vederla e a stento alcuni
uscivano per lasciar entrare gl'i altri. La moglie del signor José Alves e le
nipoti dicevano: «Quella li è un angelo». E, prese da un certo rispetto, restarono
in ginocchio, vicino al letto, finché io, verso le quattro e mezza andai a
chiamarla per andare a recitare il rosario a Cova da Iria e dopo andarcene a
casa. Le nipoti del signor José Alves sono state sopra menzionate col nome di
Gaetano.
Francesco era anche da questo punto dì vista un po'
differente. Sorrideva sempre, era sempre amabile e condiscendente, giocava con
tutti i bambini indistintamente. Non rimproverava nessuno. Soltanto qualche
volta si ritirava in disparte, quando vedeva qualcosa che non andava bene. Se
gli domandavano perché se ne andava, rispondeva: «Perché voi non siete buoni»;
oppure:
«Perché non voglio giocare più». Durante la
malattia, i bambini entravano e uscivano dalla sua stanza con la più grande
libertà; gli parlavano dalla finestra della stanza; gli domandavano se stava
meglio ecc. Se gli si domandava se voleva che qualche bambino restasse vicino a
lui a fargli compagnia, rispondeva di no; che preferiva restare solo. «Mi
piace soltanto - diceva a volte - che stiate qui tu e Giacinta».
Davanti alle persone grandi che lo andavano a trovare,
stava in silenzio e rispondeva a quel che gli domandavano con poche parole. Le
persone che io visitavano, tanto quelle della montagna, come quelle di fuori, si
sedevano vicino al suo letto, a volte per lungo tempo e dicevano: «Non so che
cos'ha Francesco! Ci si sente bene qui!».
Alcune vicine commentavano un giorno con mia zia e mia
madre, dopo essere state un bel pezzo nella stanza di Francesco: «E’ un
mistero che non si riesce a capire! Sono bambini come gli altri, non dicono
niente, e vicino a loro si sente un non so che differente da tutti gli altri! ».
«Pare che si sente, entrando nella stanza di Francesco, quello che si sente
entrando in chiesa», diceva una vicina di mia zia di nome Romana, e che
diceva di non credere assolutamente nei fatti. In questo gruppo ce n’erano
ancora tre: una era la moglie di Manuel Faustino; un'altra di José Marto e
l'altra, di José Silva.
Non mi sorprende che le persone provassero questi sentimenti, abituate a trovare in tutti soltanto il materialismo di una vita caduca e peritura. Mentre la semplice vista di questi fanciulli eleva i loro pensieri: alla - Madre del cielo, con cui dicono di avere rapporti; all'eternità verso la quale sì vedono così pronti a partire, così allegri e felici; a Dio, ch'essi dicono di amare più dei genitori stessi; e anche all'inferno, dove si sentono dire che andranno, se continuano a fare peccati. Materialmente sono, come si dice, bambini come gli altri. Ma se questa brava gente, così abituata a vedere soltanto il lato
materiale della vita, sapesse elevare un po' lo
spirito, vedrebbero, senza difficoltà, che in essi c'era qualcosa che li
distingueva abbastanza.
Mi viene adesso in mente un altro fatto che ebbe a che
fare con Francesco e ne prendo nota. Entrò un giorno, nella stanza di
Francesco, una donna di Casa Velha, chiamata Mariana, che affitta perché il
marito aveva cacciato di casa un figliolo, chiedeva la grazia della
riconciliazione del figlio col padre. Francesco le rispose: «State
tranquilla. Tra poco vado in cielo e quando arriverò lassù, chiederò la
grazia alla Madonna». Non mi ricordo bene quanti giorni a mise ancora per
andate in Cielo, ma quel che ricordo è che nel pomeriggio del giorno in cui
Francesco morì, il figlio chiese per l'ultima volta perdono al padre, che
gliel'aveva già negato una volta, perché lui non voleva assoggettarsi alle
condizioni imposte. Sì sottomise a tutto quello che il padre gl'ìmponeva e fu
ristabilita la pace in quella casa. Una sorella di questo giovane, di nome
Leocadia, si sposò in seguito con un fratello di Giacinta e Francesco e adesso
è madre di quella nipote di Giacinta e Francesco, che l'E.V. rev.ma ha visto
entrare, tempo fa, a Cova da Iria, tra le religiose Dorotee.
Mi pare, eccellenza reverendissima, di aver scritto
tutto quello che l'E.V. rev.ma per ora mi ha comandato. Fino ad ora avevo fatto
tutto il possibile per nascondere quello che le apparizioni della Madonna a Cova
da Iria avevano di più intimo. Tutte le volte che mi sono vista costretta a
parlarne, ho cercato di sfiorarle appena, per non scoprire ciò che io tanto
desideravo tenere riservato. Ma adesso l'obbedienza mi ha obbligata a questo ed
eccolo! E io testo come uno scheletro, spoglio di tutto e perfino della vita
stessa,:
messo al Museo nazionale, a ricordare ai visitatori le
miserie e il nulla di tutto quello che passa. Così spogliata, resterò nel
museo del mondo, ricordando a quelli che passano, non la miseria e il nulla, ma
la grandezza delle divine misericordie.
Che il buon Dio e l'immacolato Cuore di Maria si
degnino di accettare i poveri sacrifici che sì sono degnati di chiedermi, per
ravvivare nelle anime lo spirito di fede, di fiducia e di amore.
Tuy, 8 dicembre, 1941.
TERZA
PARTE DEL «SEGRETO»
«J.MJ. la terza parte del segreto rivelato il 13
luglio 1917 nella Cova di Iria, Fatima.
Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio,
che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e
della Vostra e mia Santissima Madre.
Dopo
le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra
Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano
sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il
mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava
dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano
destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E
vedemmo in una luce immensa che è Dio: "qualcosa di simile a come si
vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti" un Vescovo
vestito di Bianco "abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo
Padre". Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una
montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi
come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi,
attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo
vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri
che incontrava nel suo cammino; giunto al-la cima del monte, prostrato in
ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che
gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono
gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie
persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci
della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella
mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le
anime che si avvicinavano a Dio.
Tuy -1-1944».