LO
SPIRITO SANTO IN FAMIGLIA
CARLO
MARIA MARTINI Cardinale Arcivescovo di Milano
Carissimi,
per opera di Spirito Santo il Verbo di Dio si è fatto uomo, è nato dalla Vergine Maria: è Natale! Vorrei visitare ogni casa e trovare le parole per dire a ciascuno di voi il segreto della gioia di Natale: il Figlio di Dio si è fatto uomo, perché ogni uomo possa diventare figlio di Dio!
Lo
Spirito di Dio rende possibile anche questo miracolo: suscita nella Chiesa molti
ministeri perché sia possibile la missione che Gesù ha affidato agli apostoli
e a noi vescovi loro successori. Se non è possibile che sia io a bussare alla
vostra porta, sarà il prete della vostra parrocchia, oppure il diacono
permanente che lo aiuta, oppure sarà la suora che già viene a portare la
comunione alla nonna e passa ora per gli auguri di Natale.
I
segni dello Spirito che sono sotto i nostri occhi ci incoraggiano a sperare e a
chiedere con più insistente e fiduciosa preghiera che nelle nostre comunità
non manchino i preti, i diaconi, le vocazioni alla vita consacrata, uomini e
donne che si facciano carico dell'annuncio del Vangelo.
Questa
lettera è come una lunga preghiera. Invochiamo i doni dello Spirito Santo: íntelletto,
scienza, consiglio, timor di Dio, fortezza, pietà, sapienza.
Ascolto
le vostre confidenze, leggo le vostre lettere, mi interesso di quello che
raccontano i preti dopo aver visitato le vostre case: mi rendo conto di quella
vita quotidiana talora stentata e mediocre, talora santa e splendida. In ogni
miseria intendo una invocazione, in ogni splendore raccolgo un motivo di
riconoscenza: noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo
Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili (Rm
8,26).
Questa
lettera è come una lunga preghiera; raccoglie qualche frammento di vita e si
lascia prendere dalla inesprimibile nostalgia: come sarebbe bella la vita, se
fosse abitata dalla gloria di Dio, dallo Spirito Santo.
La
famiglia che con maggior intensità di affetti si raduna nei giorni del Natale
potrà forse riconoscere in queste pagine un passo da compiere, un dono di cui
ringraziare, un peccato di cui chiedere perdono.
E
mi immagino che da tutta la Chiesa si alzi una preghiera insistente,
fiduciosa, corale: Discendi, Santo Spirito, ... i sette doni mandaci.
Così
la lettera pastorale di quest'anno "Tre racconti dello Spirito" si
potrà tradurre in pagine di vita vissuta anche in casa vostra.
1.
IL
DONO DELL'INTELLETTO FRAMMENTI DI VITA QUOTIDIANA
Le
hanno detto: "Mettiti l'altro vestito, perché tra un po' comincia ad
arrivare la gente". Papà e mamma discutevano tra loro: "La metteremo
in sala"; "Forse è meglio nella sua stanza", e parlavano
stranamente sottovoce. Uomini vestiti con la giacca scura parlavano con il papà
di addobbi e manifesti. Le hanno detto: "La nonna è andata in
paradiso" e la mamma aveva gli occhi rossi. Quando poi a gran fatica
quattro uomini vestiti di scuro collocarono al suo posto la bara della nonna, la
bambina non riuscì quasi a riconoscerla e del resto la mandarono subito
nell'altra sala, dove l'accolse un coro di zie quasi mai viste: "Che bella
bambina! "; "Come sei diventata grande! ".
Ma
durante le preghiere della sera le ritornò il pensiero della nonna e - forse
era ancora preghiera, forse era già sogno - a lungo si immaginò di inseguire
il viaggio di quella donna con i vestiti vecchi e scuri e le gambe gonfie, un
viaggio popolato di spaventi e di domande: "Ma dove abita Dio? quanto ci
vuole a risorgere? andrà in paradiso con quei capelli che non le stanno mai
pettinati?".
E
tra quelle domande la bambina si smarrì, fino a scoppiare in lacrime, dopo
tanta confusione.
Ecco:
il mistero della morte! Si può fare altro che piangere?
Oh,
la bellezza!
Si
sa come sono certi periodi: frenetici e scontenti, e sembra che tutto vada
storto. Le scadenze arrivano sempre troppo presto e qualche volta tolgono il
sonno.
Arrivi
a casa già nervoso e trovi musi lunghi e non riesci a capire perché sia il
caso di fare tante storie per cose da nulla. La moglie si risente per una
battuta infelice - ah, quella mania di fare lo spiritoso! - i ragazzi non la
finiscono di litigare tra loro per sciocchezze.
A
finire l'opera una sera entrando in garage troppo di fretta prendi la curva
stretta e la fiancata della macchina resta tutta segnata: la rabbia è che non
puoi dare la colpa a nessuno! Che vita balorda!
Ma,
ecco, la mattina dopo percorrendo la strada di sempre, dopo giorni di nebbie e
foschie, ti sorprende la bellezza! Sono le montagne nitide, fatte così vicine
dal vento della notte; è la magia che la luce riversa sui boschi e sui prati;
è l'azzurro incredibile di un cielo che ti sembra appena creato apposta per te.
Allora la tensione si scioglie in una commozione che s'arrischia persino a
trasformarsi in un pianto come di bambino.
Ecco:
il mistero della bellezza! Si può fare altro che piangere e cantare?
Non
posso lamentarmi dei miei figli, sono bravi ragazzi: studiano, lavorano, non si
fanno pregare per sparecchiare la tavola, non lasciano troppo disordine nelle
loro camere. Sono gentili anche con i nonni. Ecco che cosa mi dispiace: non
vanno più a Messa. Non hanno niente "contro"; anzi se il parroco ha
bisogno un favore lo fanno volentieri.
C'erano
- certo - quando c'è stato il funerale di quel loro amico morto in moto,
c'erano - certo - la notte di Natale, ed erano anche raccolti, senza imbarazzo.
Ci sono sempre quando si celebra la Messa per i defunti della famiglia.
Ecco:
tutto qui.
Ne
parlo con loro qualche volta; e mi dicono che si, pregano qualche volta, che si,
certo, credono in Dio; ma insomma non capiscono proprio perché dovrebbero
andare a Messa ogni domenica. A me sembra una cosa enorme, non posso concepire
la domenica senza Messa. Eppure i miei ragazzi, così educati, onesti, buoni, a
Messa non ci vanno.
Ecco:
il mistero della libertà. Si può fare altro che pregare e sperare?
Invoco
con voi e per voi lo Spirito Santo perché effonda il dono dell'intelletto.
Il
dono dell'intelletto ci fa penetrare nell'intimo del mistero di Dio, cogliendo
la radice unitaria da cui scaturiscono Creazione e Redenzione, l'alleanza, la
predicazione del Regno e la morte e risurrezione, la Scrittura e la Tradizione.
Questo dono di uno sguardo profondo, affettuoso e unificante lo si riceve e lo
si sviluppa sottomettendosi di continuo al giudizio della Parola di Dio quale
è proclamata, spiegata e testimoniata nella comunione della fede ecclesiale e
perseverando nella preghiera contemplativa e nella lectio divina" (Tre
racconti dello Spirito, 43).
I
soprassalti con cui il mistero irrompe nella banalità fanno nascere domande e
smarrimenti: il dono dell'intelletto rende attenti alla Parola che come luce
amica offre fiducia. Rivela infatti l'amore del Padre che si prende cura delle
sue creature e salva i suoi figli.
Il
dono dell'intelletto rende semplici e apre la mente a comprendere le Scritture:
quello che tante volte si è sentito leggere in chiesa, un giorno, sotto
l'urgere delle domande essenziali o per l'incalzare di un dramma che non lascia
scampo, diventa d'improvviso luminoso.
La
bambina che saluta la nonna per l'ultimo viaggio rivolge un suo sguardo supplice
e fiducioso al tabernacolo, perché proprio di là sembra che venga la parola
proclamata: "Io sono la risurrezione e la vita, chi vive e crede in me,
anche se morto, vivrà"(Gv 11,25). Il morire che ha arrossato gli occhi
della mamma è dunque per la nonna l'entrare nella vita di Gesù!
La
frenesia di giornate opprimenti oltre il sopportabile viene come squarciata
dalla voce, così mite e discreta, eppure così vera e persuasiva: "Venite
a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò" (Mt
11,28). Gesù rivela d'essere l'amico che ti dà la pace, il Signore che conosce
le tue fatiche e ti regala il suo riposo.
I
genitori scoraggiati dall'impressione di non essere capaci di educare alla fede
sono raggiunti dalla promessa indiscutibile: "Io quando sarò elevato da
terra, attirerò tutti a me"(Gv 12,32) e trovano motivo di sperare: là
dove non sono bastati l'esempio, l'insegnamento e il precetto, sarà decisiva
l'attrattiva di Cristo crocifisso.
Già da qualche tempo sul comodino è tornato il libro del Vangelo, come a ricordarsi il proposito sempre rinnovato e sempre precario di "leggere una pagina di Vangelo ogni sera"; ma forse ora viene il tempo in cui la famiglia intera può sentirsi più forte e unita di fronte ai misteri della vita perché insieme apre, legge e parla della buona notizia che è Gesù.
2.
IL
DONO DELLA SCIENZA
Una
volta... ai miei tempi ... prima...
Bisogna
dire che qualche volta i miei vecchi riescono proprio a essere noiosi. Se
cominciano a raccontare di come era il mondo una volta, se si mettono a confrontare
passato e presente, allora sono addirittura scoraggianti. Una volta - a sentir
loro - era tutto più facile, più bello, la gente era più buona, più onesta,
i giovani erano più ubbidienti, più abituati al sacrificio, le chiese erano più
frequentate, e persino i preti erano più preti!
Anche
le prediche del mio parroco hanno per me un effetto deprimente: le famiglie
d'oggi, i giovani d'oggi, il mondo d'oggi, tutto sembra da buttare. Mi danno
l'impressione che il mondo sia vecchio, gravato d'acciacchi e che le epoche
felici siano ormai passate per sempre e siano finite le generazioni che si
curavano del bene.
Uno
come me, con i suoi vent'anni - se dovesse credere a quello che sente -
dovrebbe vivere con il rammarico di essere nato in un tempo sbagliato.
Non
parliamo poi del futuro: a sentire come lo descrivono viene voglia di scappare.
Tutto sarà difficile: trovare lavoro, incontrare una ragazza per bene con cui
si possa costruire una vera storia d'amore, educare i figli; ma persino
respirare e prendere il sole sarà pericoloso.
Siamo
dunque coli inadatti alla speranza?
Con
tutte queste religioni, chi ci capisce più?
Una
volta hanno suonato i "Testimoni di Geova": con ogni gentilezza e
cordialità mi hanno lasciato il loro giornalino da leggere, con tutte quelle
notizie allarmanti e mi hanno spiegato con una girandola di citazioni da
farmi perdere l'orientamento che la Bibbia dice cose ben diverse da quelle che
insegna la Chiesa e che anche i miei vecchi mi hanno sempre insegnato.
Mi
hanno detto che ritorneranno e mi hanno lasciato con una gran confusione in
testa. Mio figlio dice: "Non farli più entrare, ti riempiono la testa di
idee sballate; se poi ti metti nella setta non hai più pace, ti succhiano anche
l'ultima lira!"; mia figlia che è stata ad ascoltare per tutto il tempo
dice: "Questi sono proprio convinti. Vanno casa per casa, con il caldo
d'estate e il gelo d'inverno. Questi sì che hanno fede! ".
Ma
non sono finiti i motivi di confusione. Abbiamo affittato l'appartamento di
sotto a Malek: è un lavoratore, paga l'affitto con puntualità, è gentile e
rispettoso. Siamo entrati un po' in confidenza. Domenica l'ho invitato anche
alla Messa delle dieci, nelle nostra bella chiesa antica: era per dirgli che
si sentisse accolto non solo a casa mia, ma anche in paese. Mi ha risposto che
lui prega sempre, mi ha fatto vedere il tappeto su cui si inginocchia e il libro
delle sue preghiere, scritto nella sua lingua incomprensibile: mi ha detto che
il Profeta ha rivelato come si deve pregare e lui rimane fedele. Caso mai dovrei
essere io a imparare da lui!
Poi,
finalmente, è tornata la figlia dei nostri vicini. E' stata via chissà quanto
e chissà dove, tanto che a un certo punto non chiedevo neppure più notizie,
perché ogni volta sua madre mi rispondeva con un sospiro pieno di lacrime.
Adesso è tornata: magra da fare impressione, vestita con colori sgargianti in
fogge esotiche, mangia solo frutta e verdura. Dice che ha trovato la pace e
questa è la vera religione.
Ecco,
in pochi metri quadri si cerca, si prega Dio e si parla di Lui in modi così
diversi: che confusione!
Quando
Venere e Marte sono contrari non c'è niente da fare, mi sento giù, tutto mi
pesa e persino quel modo di fare allegro, disordinato e sbarazzino di mio marito
che tanto mi aveva attirato mi mette subito di malumore.
Anche
prima avevo di questi momenti e non sapevo darmene una ragione. Davo la colpa
alla pressione e all'umidità, a quello che avevo mangiato la sera prima, al
carattere degli altri e anche al mio, all'irritazione causata dall'invadenza
della suocera.
Poi
mi sono accorta che in realtà siamo prigionieri delle stelle: questa settimana,
per esempio, il mio oroscopo annuncia una pesante dissonanza di alcuni pianeti,
la contrarietà di Venere e Marte. Me l'aspetto dunque: verranno giorni di
malumore e di noia. E tutto questo mentre mio marito sarà euforico: le buone
influenze astrali preannunziano al suo segno zodiacale una settimana
promettente. Marte e Venere sono dalla sua e alcune giornate saranno di sicuro
successo sul lavoro, a causa del transito della Luna.
Ci
sarà dunque burrasca in casa: lui contento di sé, espansivo, desideroso di
fare e di parlare; e io scontenta, sfiduciata e aggressiva.
Del
resto non possiamo farci niente, siamo prigionieri delle stelle.
Invoco
con voi e per voi lo Spirito Santo perché effonda il dono della scienza.
"La
scienza spirituale è la visione della realtà che consegue all'incontro col
Signore che cambia la vita. Grazie al dono della scienza sono nate le grandi
sistemazioni teologiche della storia della fede, e il cristianesimo è capace di
contribuire alla ricerca del significato ultimo e delle urgenze penultime di
fronte alle questioni e alle sfide culturali ed etiche più diverse. Grazie alla
scienza della fede è possibile cogliere i segni dei tempi e i fermenti
evangelici presenti dappertutto, anche nelle situazioni apparentemente più
chiuse alla luce della verità rivelata" (Tre racconti dello Spirito,
44-45).
Il
dono della scienza rende fruttuosa la fatica di pensare, traccia un sentiero per
chi ricerca e si pone domande, sostiene la pazienza di letture impegnative,
alimenta il desiderio di una formazione anche intellettuale, fa provare noia
per i discorsi che vendono aria fritta e pongono molta enfasi su slogan ad
effetto.
Il
dono della scienza insegna uno sguardo sul nostro tempo più penetrante delle
statistiche e dei malumori: gli adulti diventano amici della giovinezza, si
trattengono dallo scuotere affrettatamente il capo di fronte ai discorsi dei
figli, ai loro entusiasmi e alle loro iniziative. Come se avessero uno sguardo
profetico sono capaci di discernimento, evitano confronti impossibili con un
passato fantastico, traggono piuttosto dalla loro esperienza quanto aiuta ad
essere saggi, a fidarsi di Dio, e a sostenere con coraggio sogni promettenti. La
scienza che viene dallo Spirito di Dio è vicina alla profezia.
E
dono della scienza rende deciso il cammino per uscire dalla desolante ignoranza
religiosa in cui molti s'adagiano come fosse un diritto. E' desolante infatti
che la complessità del mondo in cui viviamo, invece di stimolare ad
approfondire la propria fede, consegni allo smarrimento, renda muti e
imbarazzati di fronte a ogni obiezione. Mentre nelle librerie s'ammassano libri
per ogni interrogativo, nelle case dei cristiani pare che entrino solo
rotocalchi zeppi di banalità e di indifferenza; mentre non si perde un'ora di
palestra, la catechesi per adulti resta deserta.
Lo
Spirito Santo effonde il dono della scienza per convincere che è tempo di
coltivare un'attitudine alla ricerca. Sarai fiero di dare una risposta a chi
domanda ragione della nostra speranza; sarai fiero di non tacere l'annuncio del
Vangelo, scambiando il silenzio intimorito per rispetto della coscienza
altrui; sarai fiero di annunciare la libertà cristiana a chi s'arrende a una
visione fatalista della vita e si consegna come un prigioniero, mentre è
stato creato con la dignità e la libertà di un figlio di Dio.
3.
IL
DONO DEL CONSIGLIO
Forse
si vede già. Forse quello sguardo che mi segue nella folla ha già indovinato
il mio segreto. Forse non dovrei andare così di fretta, né salire su una
metropolitana in cui si sta così pigiati. Chissà che cosa dirà Paolo! e mia
madre? e le mie colleghe di lavoro? Il mio terzo bambino! E dopo cinque anni!
La
gioia, come una nuova giovinezza, mi ha travolto stamattina, quando ho avuto la
certezza. Poi anche una specie di ansia. Paolo è via per lavoro fino a domani:
con chi mi confido? Questa specie di fastidio che sento è forse un sintomo di
qualche cosa che non va? Come lo spiegherò agli altri due, ormai grandicelli?
Ma no, l'ansia non è per queste piccolezze: c'è uno smarrimento più
profondo e una paura più "fisica". Mi trovo così spossata che mi
chiedo se avrò energia per far vivere questa nuova vita, se riuscirò a
nutrirla, a tenerla in grembo e poi in braccio senza farle male.
La
competenza del medico che mi rassicura: "Tutto va bene!" mi sembra così
professionale che spio lo sguardo e il volto sospettando che non mi dica tutto.
Le
belle risate che Paolo si farà quando saprà della novità e delle mie paure
saranno sincere, ma diranno più la sua gioia di essere di nuovo padre che la
comprensione per quello che sento io.
Ho
come nostalgia, ora che sono in una nuova maternità, di un abbraccio di madre
in cui potermi abbandonare e sentirmi protetta.
Il
maggiore ha fatto di testa sua - e ha sbagliato. Si è iscritto a una facoltà
prestigiosa, di sicuro avvenire - come dicevano - ma troppo difficile. Non è
stata una scelta giusta, perché era mossa dalla moda e dall'ambizione.
Ricordo che anche noi eravamo orgogliosi, a torto e ingenuamente. Ma subito ai
primi esami sono cominciati i problemi: il ragazzo era teso, irrequieto e
impreparato. Tornava ogni volta umiliato e incupito. Abbiamo sbagliato anche
noi a insistere: ma del resto, come arrendersi subito all'inizio? Sono stati
anni duri e di una durezza improduttiva: non sono ancora finiti.
Ora
tocca alla ragazza scegliere. Certo lei è più diligente e ordinata, ha avuto
risultati migliori; anche lei punta a una facoltà difficile. Che fare? Come
intuire se si tratta di una vocazione o di una ingenua velleità? Dobbiamo
spingere verso traguardi impegnativi o consigliare ercorsi più modesti? Come
distinguere il dovere mettere a frutto le proprie doti, trafficare i talenti
ricevuti dal presumere oltre le proprie forze, mettersi a grandi imprese senza
avere poi i mezzi per portarle a compimento?
D'altra
parte scegliere bisogna e ogni scelta ha conseguenze rilevanti. Non vorremmo
che, incoraggiando ad ardue mete, dovessimo poi raccogliere una vita spezzata
dalla depressione: è cosi sensibile questa ragazza! E neppure vorremmo che
consigliando più agevoli percorsi ci sentissimo un giorno rimproverare:
"Non avete creduto alle mie possibilità: eccomi qui, ora, senza
prospettive e senza soddisfazíoni! ". Che cosa dobbiamo dunque fare?
Anch'io
all'inizio trovavo insopportabili e inutili i turni di guardia, questo
interrompere il sonno nella notte per prevenire improbabili nemici, queste
strane cerimonie capaci di far imbestialire l'ufficiale di picchetto, queste
ore di solitudine e di buio, imprigionati nell'uniforme e nella garitta. Le
trovavo insopportabili. Non che adesso siano un divertimento, ma devo dire che i
turni di guardia mi hanno così estraniato dalla mia vita frenetica e confusa da
farmi nascere tante domande.
La
mia vita, finora, è andata avanti con la fretta e la confusione di chi cammina
nel gregge: sempre in movimento, sempre insieme, sempre chiassosi, come per
tacitare le domande, impedirsi di scegliere, dimenticare che si è in cammino,
ma senza avere una idea della meta.
Ora
il servizio militare, la vita così bizzarra della caserma, i lunghi silenzi
dei turni di guardia, la lontananza dalle consuetudini di casa, così
rassicuranti e opprimenti (quanta nostalgia, ma che liberazione!), mi hanno
messo nella condizione strana di vedere la mia vita - per così dire - dal di
fuori. Ecco: è una vita insensata!
Ma
non solo questo mi ha regalato la notte. Anche una intuizione che mi è sembrata
riemergere da sogni infantili dimenticati: forse potrei dedicare la mia vita a
qualche cosa di grande, forse, addirittura, potrei fare il prete!
A
volte mi sembra di sentire che il Signore mi chiede proprio questo e ha
cercato di dirmelo in tanti modi. E' come se improvvisamente tante voci si rivelassero
eco di quell'unica voce: la proposta di un ritiro vocazionale, quando avevo 14
anni; la domanda di quel prete sconosciuto che durante la confessione - avevo
forse 16 anni - mi chiese: "Ma tu non hai mai pensato ...?"; la storia
così appassionata e così presto finita con Silvia ...
Altre
volte mi sembra impossibile, anzi presuntuoso che proprio io mi debba fare
avanti fino alle cose sante. E poi: che diranno i miei genitori? C'è pericolo
che a mio padre venga un colpo, ora che conta sul figlio ragioniere per la
contabilità della sua impresa. E la mamma? e i miei amici? Chissà che risate
si faranno e quante insinuazioní!
Così
queste ore solitarie nella notte passano in fretta, mentre sfilano i pro e i
contro e io proprio non so che cosa fare.
Invoco
con voi e per voi lo Spirito Santo perché effonda il dono del consiglio.
"Il
dono del consiglio conduce a scegliere bene di fronte alle diverse alternative
che la vita ci propone. Il consiglio guida nella provvisorietà e
nell'incertezza a non fare passi falsi, ci aiuta a discernere, a non essere
precipitosi, a non assolutizzare nulla di ciò che è meno di Dio. Forma
pratica del dono del consiglio è la direzione spirituale che aiuta la persona
a orientare e vivere la propria vita secondo Dio" (Tre racconti dello
Spirito, 45-46).
La
giovane signora che aspetta il terzo bambino ha trovato finalmente le parole
desiderate sulle labbra dell'antica compagna di scuola che vive da anni
ritirata in monastero. Proprio quella donna che non sa nulla di maternità ha
trovato la via del cuore della giovane signora, più della mamma, che pure ha
tanta esperienza, più di Paolo, il marito affettuoso che l'ha abbracciata
così forte quando ha saputo la notizia, più del medico con tutta la sua
competenza. Di fronte alla monaca, alla sua grata e al suo silenzio, la giovane
donna ha sentito sciogliersi le sue paure e come l'abbraccio di una
indescrivibile pace l'ha avvolta alla promessa: "ogni giorno pregherò
per te e per il tuo bambino". La monaca non le ha consigliato nulla, non
le ha raccomandato nulla; ma l'arte di trasformare in preghiera un dubbio e
una paura ha insegnato alla giovane donna la via della fiducia.
Sarà
forse la vecchia maestra a consigliare i genitori incerti di incoraggiare la
figlia all'audace impresa. La vecchia maestra non insegna più da molto tempo,
è quasi cieca, esce di casa solo perché i figli l'accompagnano alla Messa di
domenica, non ha più molta salute e anche la voce che zittiva scolaresche
irrequiete si è arrochita.
Si
direbbe che vive fuori dal mondo. Eppure la vecchia maestra ha la saggezza di
chi ha molto vissuto, ha molto sofferto e ha molto pregato. Perciò ricorrono a
lei per consiglio genitori incerti sulla scuola da scegliere per i figli,
qualche scolaro d'un tempo fattosi uomo ha piacere di presentare la fidanzata
alla vecchia maestra e forse spera che la ragazza, così bella e che ride così
spesso, ne ascolti í consigli. Arrivano anche í nípotíni a confidarle i
loro successi e a cercare conforto nelle loro sconfitte.
E
lei, senza darsi importanza, consiglia tutti, con prudenza e umiltà, quasi
senza parere raccontando storie del tempo andato e intercalando
incomprensibili citazioni in latino. E sorridendo arguta dà l'impressione che
i suoi occhi stanchi vedano più lontano.
E
il giovane militare approfitterà di una licenza per cercare il suo prete e
scoprire che quello un po' se l'aspettava, chissà come. E giovane militare,
impaziente e incerto, s'aspetta un sì o un no bello chiaro e deciso.
Ma
il prete è più saggio di lui: comincia a insegnargli di nuovo a pregare,
pretende che legga tutto un vangelo, gli consiglia la confessione frequente.
Il
giovane militare nelle sue ultime guardie notturne si rallegra ora d'essere in
buone mani, di potersi fidare; e lui - che certo non era un poeta - si perde ora
a guardare le stelle e si sorprende talora a canticchiare canti di chiesa.
4.
IL
DONO DEL TIMOR DI DIO
La
tua rapidità nell'uso del telecomando ti rassicurava. Di quel film avevi
sentito parlare molto tra i colleghi di lavoro, avevi persino letto la
recensione sul giornale che ne descriveva la volgarità in modo da renderla
desiderabíle.
Ti
sei accertato che la stanchezza, gli impegni di studio, l'incontro con gli
amici fuori casa svuotassero il salotto. Poi ti sei accomodato curioso a seguire
il racconto confuso di improbabili amori. Forse eri troppo incuriosito o
troppo stanco per accorgerti dell'imprevisto ricomparire della tua figlia più
grande nel momento meno opportuno. Neppure tu credi che la tua ironia sulle
"stupidate che fanno vedere" sia stata sufficiente a nascondere il tuo
imbarazzo e a dissolvere lo sconcerto e lo scandalo che hai letto sul suo
volto di adolescente.
Ora
quella scena ti ritorna in mente e ancora arrossisci di vergogna: cerchi di
immaginarti che idea si farà la ragazza di suo padre e non riesci a perdonarti.
Come
nasce un litigio? Credo che per un po' si accumuli il risentimento: c'è stata
quella parola offensiva che non hai digerito, hai letto in quello sguardo l'invidia
per ciò che sei riuscito a fare, hai interpretato quel modo maldestro di
parcheggiare la macchina come un dispetto voluto per esasperarti. Ti sei
sorpreso a fantasticare sul "modo di fargliela pagare".
Poi
un giorno per una sciocchezza che hai perdonato tante volte ad altri ti sei
arrabbiato davvero e hai detto: "Adesso basta!". Sono volate parole
offensive, è uscito fuori un elenco impressionante di sgarbi, ingiustizie,
torti, colpevoli trascuratezze. E risultato è che da allora non sei più
riuscito a parlare con il tuo vicino, ogni incontro casuale è stato solo
occasione per un imbarazzato volgere altrove lo sguardo. A furia di pensarci
ti sei convinto ancor più che tu hai solo ragione e lui solo torto.
Ma
da dove viene quel disagio che non ti lascia mai del tutto tranquillo, quando ti
accosti all'Eucaristia? Perché sei così complicato nel distinguere tra
rancore, risentimento, "non aver niente contro", per giustificarti
di fronte alla pagina del Vangelo che dice: "Va' prima a riconciliarti con
il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono" (Mt 5,24)?
L'altro
giorno il tuo vicino è stato ricoverato in ospedale e dicono che le cose non
vadano affatto bene. E ora che farai?
Invoco
con voi e per voi lo Spirito Santo, perché effonda il dono del santo timor di
Dio.
Il
timor di Dio è l'atteggiamento che ci fa vivere costantemente sotto lo sguardo
del Signore, preoccupati di piacere a lui piuttosto che agli uomini. Dio che ti
guarda è sì il Dio giudice, ma questa espressione va ben capita, perché
non ha nulla a che vedere con una sorta di occhio maligno o severo puntato su di
te solo per coglierti in fallo: si tratta del Dio Padre che ti conosce e ti ama
come nessun altro e vuole per te il vero bene. Agire come a lui piace è allora
per te il bene più grande, la consolazione più profonda, anche quando sul
momento dovesse costarti. Il timore di Dio è un timore filiale, reverente,
affettuoso, che teme soprattutto di dispiacere al cuore del Padre" (Tre
racconti dello Spirito, 48-49).
Il
timore di Dio non è la paura che paralizza, ma lo sguardo amico che incoraggia
e rassicura: "Questa cosa è giusta e tu puoi farla". E' una presenza
amica che ti salva dalla confusione che rende desiderabile il male e cerca di
giustificarlo: se nessuno lo viene a sapere, che male c'è?
Il
dono del tímor di Dio aiuta ad essere onesti per amore del bene, per rispetto
verso se stessi, per quella profonda relazione con il Padre che sta nei cieli e
ci ha reso tempio del suo Santo Spirito.
E'
tempo allora di non restare più paralizzato dalla vergogna d'essere stato
scoperto: piuttosto adesso occorre vigilare per non sbagliare più, per non
cedere più alla tentazione. Anche se la segretezza è garantita, lo sguardo di
Dio t'accompagna, amorevole e incoraggiante, perché non ti lasci umiliare
dalla volgarità.
Il
dono del timor di Dio rende possibile sostenere la fatica del bene difficile. E
io so che prima o poi tu troverai le parole per avviare la riconciliazione con
il tuo vicino: mentre andrai a visitarlo ti verrà in mente cento volte che
forse sarebbe meglio lasciar perdere, ti sentirai scontento e nervoso. Ma
sentirai anche lo sguardo di Dio che ti accompagna e ti ripete: "No, è una
cosa giusta e tu puoi farla!". Non ti assicuro che sarai ben accolto, non
ti assicuro che scendendo le scale non ti sentirai fremere per una risposta
sgarbata che non meritaví, per una buona intenzione fraintesa. Forse ti
morderai le labbra per non aver trovato la parola giusta al momento giusto.
Ma
certo sentirai di aver fatto quanto dovevi e che il risultato è meno importante
della grazia di sentirti in pace davanti a Dio.
5.
IL
DONO DELLA FORTEZZA
Sì,
per la vergogna d'essere diverso, per evitare l'umiliazione di essere deriso,
per non rischiare di perdere il mio amico più caro; sì: per tutto questo
anch'io mi sono staccato dall'oratorio, anch'io ho inventato scuse complicate
per nascondere ai miei le mie diserzioni dalla Messa domenicale. Mi vergogno di
mentire, mi rincresce che ormai il mio prete non mi chieda più niente - sono
stato addirittura il suo "segretario" per qualche tempo -; sento che
molti pomeriggi sono vuoti e squallidi - con tutto quello che dovrei studiare!
-, ma come fare senza gli amici?
I
miei genitori non la mandano giù: hanno da dire di tutto, dei vestiti che
metto, delle parole che uso, di come mi pettino, dell'ora in cui rientro la
sera, dei voti che prendo a scuola. Hanno ragione anche loro, ma la mia
compagnia è fatta così e con loro mi sento sicuro, da solo mi sento perduto.
Qualche volta sono lo zimbello del gruppo, perché ho i miei scrupoli e i miei
orari: ma meglio essere preso in giro che essere di nessuno.
Non
dico che sono contento e non dico che sia poi molto divertente stare per ore a
parlare di niente e a vantarsi di imprese improbabili. Ma se non sto con loro,
di chi sono io?
"Sì
l'appartamento è vuoto, ma non è in vendita e non abbiamo intenzione di
affittarlo". Così la trattativa si è interrotta. Ce l'hanno chiesto con
gentilezza questi due sposini, si vedeva che erano già provati dall'aver
bussato a tante porte e si è capito che ci speravano. E' anche vero che a noi
quell'appartamento non serve, per ora, e forse neppure in futuro. Ma mio marito
ha ragione: ha paura dei fastidi e per di più sospetta sempre che gli
estranei siano dei profittatori. Ha fatto bene i suoi conti e ha concluso che
adesso non è il momento di vendere.
Capisco
che ci sia gente che ha bisogno, ma tutto è diventato così complicato! Perciò
meglio lasciare le case vuote e la gente per strada. Mezza vuota è rimasta la
casa dei miei, l'appartamento che abitavamo prima è ancora tutto sottosopra e
non ci abita nessuno, e teniamo libero l'appartamento a Milano, perché
"non si sa mai".
Qualche
volta anch'io penso che sarebbe ora di decidersi e di mettere a disposizione
quello che abbiamo, ma quando si va sull'argomento mi accorgo che lui subito
si irrita e allora lascio perdere: per quello che mi interessa ... meglio non
avere fastidi.
Basta
che la smetta!
"E
se vuole la televisione in camera, che abbia la televisione in camera! Sono
stufo di questa storia". Così è finita la discussione che durava da
settimane, fatta, più che di argomenti, di puntigli e ricatti, facce scure e
mutísmi ostínati. La ragazza ha quattordici anni e una sorprendente capacità
di ottenere quello che vuole. "Se c'è qualche cosa che mi interessa, la
tele è sempre già occupata .... tutte le mie amiche parlavano di quel film e
io me ne stavo lì come una stupida... m'avevi promesso un regalo per il
compleanno ..." e così via per settimane, quando pure si degnava di
parlare.
E
pensare che quando eravamo fidanzati abbiamo progettato la casa senza
televisore, per "non essere come i nostri genitori, bloccati lì davanti
per ore e ore". Adesso finiremo per averne tre.
Lo
so anch'io che la televisione non aiuterà mia figlia a diventare migliore e mi
immagino che sciuperà ore e ore a inseguire vicende assurde, curioserà tra i
programmi per adulti e si riempirà la testa di fantasie di cui vergognarsi. Lo
so che non è un bene, ma anche la mia pazienza ha un limite e quando vengo a
casa penso di aver diritto a un po' di calma. Mi chiudo alle spalle la porta e
voglio chiudere fuori tutti i fastidi del lavoro: mi piace sdraiarmi in pace sul
divano a seguire una partita di calcio in televisione.
E
dunque che abbia anche lei il suo televisore, basta che la smetta.
Invoco
con voi e per voi lo Spirito Santo perché effonda il dono della fortezza.
"Essere
forti secondo Dio significa essere fedeli e perseveranti nella fede, senza
lasciarsi sviare da opinioni peregrine, da mode seducenti ed egoiste, da calcoli
di opportunità e di successo. La fortezza è l'atteggiamento di chi è saldo
nell'obbedienza amorosa al Signore, e sopporta per lui prove e desolazioni,
senza abbandonare la via a volte oscura e dolorosa della sequela. ... Il discepolo
non crede all'adulazione, né si piega davanti alla minaccia se ha accolto e
coltivato in sé il dono spirituale della fortezza" (Tre racconti dello
Spirito, 49-50).
Il
dono della fortezza fa nascere la fierezza della propria originalità e dona
energie per diventare protagonisti.
Così
anche un quindicenne timido e impacciato può avvertire il fascino di liberarsi
dal complesso che lo rende sempre gregario, dalla paura di restare solo. Un
giorno sarà consolato da amicizie che non sperava, da una gioia dentro che non
aveva provato mai e dal ritrovato gusto di alzare gli occhi verso il Signore
crocifisso, che è morto solo, fuori dalla città.
Dicono
che la transizione dall'aggregazione un po' umiliante della compagnia
all'appartenenza a una comunità sia faticosa e forse rara: ma il dono dello
Spirito di fortezza aiuta la perseveranza di cammini pazienti. Si comincia con
la sincerità: "non mentirò più e anzitutto non mentirò a me stesso per
dimostrare che sono giuste le cose sbagliate". E a questo punto uno già
sente dentro lo sguardo incoraggiante del Signore.
Il
cammino prosegue poi con il farsi avanti per un incarico e sentirsi al posto
giusto, là dove s'è fatto il deserto, perché le cose sono stentate e perciò
sembrano fuori moda.
Il
Signore ti regala poi qualche miracolo, come una sorgente d'acqua fresca che
incoraggia il cammino: ti accorgi d'avere risorse che non immaginavi, ti è dato
di vivere amicizie fresche, limpide e fedeli, avverti la stima e la fiducia di
chi ti saluta per strada.
Il
dono della fortezza rende liberi e fa della resistenza nel bene un'esperienza
bella da vivere. Lo Spirito edifica uomini e donne che non hanno paura dei
fastidi, non si lamentano di come si sono complicate le cose, sentono le
risorse di cui dispongono come una grazia e una responsabilità.
Non
sopportano le case vuote, anche se sono più tranquille, trovano deprimenti i
prati incolti, le strutture abbandonate, le costruzioni mai terminate: vorrebbero
poter fare qualche cosa.
Se
chiedi loro un favore h vedi contenti di aiutarti e il giorno dopo già ti
telefonano per dirti una soluzione migliore: hanno pensato a te e hanno
consultato per te qualche amico più esperto; si innervosiscono per l'ottusità
e la pigrizia.
Lo
Spirito edifica uomini e donne capaci di una sapienza educativa che non si
lascia piegare dai malumori e non prende decisioni per esasperazione. La
pazienza di ascoltare non è per accondiscendere, ma per capire e far capire. II
figlio e la figlia intuiscono già prima d'aprir bocca se la richiesta è
sensata e già sanno che non sarà disattesa. Intuiscono anche quando si tratta
di capricci: sanno che è inutile fare il muso e arrabbiarsi. Fanno fatica a
riconoscerlo, ma sentono che i genitori hanno ragione: e il malumore passerà.
Ci
sono passaggi che sono difficili per tutti, ma i genitori cristiani hanno una
risorsa inesauribile di fortezza e di lucidità: cercano di pregare.
6.
IL
DONO DELLA PIETÀ
Inutile
illudersi, mio figlio non prega più! Lo ricordo bambino con gli occhi
spalancati e le manine giunte, tutto intento alla fiammella della candela
appena accesa per poi rivolgere i suoi occhioni azzurri a "salutare Gesù".
Ricordo con quale insistenza la sera voleva che mi sedessi sul letto accanto a
lui "a dire le preghierine". Ricordo l'emozione della sua Prima
Comunione. Ricordo l'entusiasmo e il puntiglio con cui frequentava il gruppo
chierichetti.
Ma
poi crescendo s'è fatto - come dire? - distratto, irrequieto; ecco, incapace di
silenzio: sempre qualche cosa da fare, sempre una musica a fare compagnia,
sempre un appuntamento da non perdere con gli amici. Il tempo gli sfugge di
mano: arriva a sera e si addormenta spossato e - mi sembra - come vuoto. Se
una volta capita di pregare insieme, vedo che le sue labbra ripetono le parole,
ma con un fare distaccato e annoiato da fare pena: ripete le parole della
preghiera con la stessa inerzia con cui scarabocchia i libri, quando si distrae
durante le lezioni.
Non
prega più. Frequenta la Messa della domenica come un appuntamento scontato:
forse durerà finché il gruppo dei coetanei continuerà a occupare la terza
panca e a provocare le occhiate inviperite della Giuseppina. Qualche volta lo
spio durante la celebrazione e vedo i suoi occhi persi nel vuoto, come in una
insanabile
lontananza. Che sarà di lui quando la vita lo spremerà con le sue asprezze?
Mio figlio non prega più.
Mia
moglie è una santa donna. In chiesa appena può, è quella che intona il
rosario prima della Messa. Prega per tutti: per le missioni, per le vocazioni,
per i giovani, per i malati, per il Papa. Prega anche per chi non prega e non va
in chiesa. Prega dunque anche per me. Mi dispiace di darle tanta pena, ma che
cosa devo fare?
Sono
un brav'uomo, onesto e lavoratore, come si dice. Servizievole, anche: se mia
moglie deve partecipare a una riunione, se deve uscire la sera, le faccio
volentieri da autista; se il mio parroco deve ritirare un pacco o un documento,
vado volentieri anche in curia, dato che lavoro lì vicino.
Sono
generoso anche: i ragazzi che vengono a portare l'ulivo benedetto, i giovani che
raccolgono soldi per le missioni, la signora che invita a un'offerta per la
giornata del Seminario, nessuno se ne va da casa mia a mani vuote!
.
Sono
dunque da rimproverare e condannare perché non prego e non vado in chiesa- come
sostiene e minaccia mia moglie? Io però non so proprio come fare. Mettersi lì
a ripetere delle parole, da soli, è una cosa per cui non ho abbastanza
fantasia. Andare in chiesa e sentire sulla schiena lo sguardo interrogativo
della gente abituata da cent'anni a occupare quella panca è una cosa che
supera la mia pazienza. Sia ben chiaro: non voglio criticare nessuno e non mi
oppongo a niente. Quello che mi risulta chiaro è che io non riesco proprio a
pregare e che non mi trovo al mio posto in chiesa.
Sì,
abbiamo avuto delle prove, la vita non è stata facile per noi. I primi anni di
matrimonio sono stati duri, perché avevamo poche risorse ed eravamo costretti a
vivere nella casa dei suoceri, a sentirli borbottare per ogni cambiamento, a
discutere i nostri orari e persino i nostri menu: c'era però la giovinezza,
l'ambizione di progredire e una fede giovane e lieta. Poi sono venuti i figli
che hanno convinto a costruire la casa nuova e l'hanno subito riempita di
allegria e di litigi, di giocattoli e di libri, di abbracci affettuosi e di
capricci, delle preoccupazioni per le scelte educative e il loro futuro. Ma
c'era la salute, la voglia di lavorare, il benessere a portata di sudore e una
fede adulta, sobria, solida.
Ma
quando per l'ultimo dei figli la diagnosi non ha più lasciato speranze, allora
mia moglie si è fatta come di pietra. Continuava a fare tutto come prima, con
efficienza e precisione, ma nei suoi occhi s'era spenta quella scintilla di
gioia che li rendeva così belli e vivi. Si parlava, poi, per il piccolo di
visite e terapie, si parlava di altri casi simili e più gravi. E si
continuava anche a parlare d'altro: della scuola del più grande e della
bronchite della ragazza, dei buoni risultati scolastici e della necessità di
cambiare la macchina, della mia carriera in ufficio e dei progetti per le
vacanze. Ma io mi accorgevo che per lei tutto era colorato di grigio e che quel
figlio diverso dagli altri le era sempre davanti agli occhi e le impediva di
concedersi al riso, di sciogliersi in lacrime, di abbandonarsi ai sogni e alla
preghiera. Ecco il punto più difficile: mia moglie è arrabbiata con Dio!
Invoco
con voi e per voi lo Spirito Santo perché effonda il dono della pietà.
"La
pietà è l'orientamento del cuore e della vita intera ad adorare Dio, a
prestargli il culto che lo riconosca come sorgente e meta di ogni dono
autentico. La pietà è la tenerezza per Dio, l'essere innamorati di lui e il
desiderare di rendergli gloria in ogni cosa La misericordia del Signore è
stata talmente grande con noi che egli desidera la nostra carità verso di
lui! Grazie alla pietà il eristiano non cerca solo le consolazioni di Dio, ma
desidera fargli compagnia nella sua gioia e nel suo dolore per il peccato del
mondo" (Tre racconti dello Spirito, 52).
Il
dono della pietà si trova sulle vie misteriose che lo Spirito percorre per
abitare i cuori.
Un
giorno forse quel ragazzo che percorre da solo le strade della città troverà
spontaneo cercare un momento di sollievo al caldo dell'estate in un chiesa: e
lì gli parlerà il grande crocifisso o il silenzio o la figura del prete che
sta là in ginocchio sulla prima panca.
Dopo
tanto tempo il ragazzo proverà a mettersi ancora in ginocchio e cercherà di
resistere in quella posizione, come in tacita sfida con il prete; e piano piano,
mentre lungo la schiena gli sale la fatica, sulle labbra torneranno le parole
antiche: "Padre nostro, che .sei nei cieli...
Un
giorno, forse, anche l'uomo onesto e buono, reso opaco dall'abitudine e dal
rispetto umano, abituato a trattenere il pensiero e persino il sentimento
sulle cose spicciole e fugaci, si troverà invaso dalla commozione. Sarà un
canto che lo raggiunge da insospettate lontananze visitando un santuario o
piuttosto un volto di Cristo di un artista sconosciuto che era li, in casa del
figlio, da chissà quanto tempo e che, finalmente, un giorno trapassa con
sguardo inquietante le mura impenetrabili in cui s'era rinchiuso il desiderio
di Dio e ne spreme la commozione e l'esultanza: "Sia santificato il tuo
Nome...".
Un giorno forse, anche la madre afflitta che va in chiesa oramai solo perché al suo bambino malato piacciono i canti e le vesti da chierichetto, sentirà la vicinanza dell'altra Madre afflitta, che sta là sotto la croce. E quando tra le lacrime tornerà a pregare le parole troppo a lungo taciute: "Sia fatta la tua volontà! ~, non sarà per dichiarare una resa al Dio enigmatico che manda le disgrazie, ma sarà un canto di vittoria e di speranza che s'abbandona all'unico, vero, santo Dio che ha dato vita anche al suo Figlio in croce e sa dare gioia e speranza eterna al bambino malato e consolazione alla sua afflitta madre.
7.
IL
DONO DELLA SAPIENZA
Ti
ho sentita gridare l'altra sera a tuo marito: "Non capisci proprio niente!
".
Come
è successo che la persona alla quale hai legato la vita, l'uomo che in altri
momenti ti ha fatto sentire così importante, così conosciuta e amata, abbia
meritato - perché certo l'ha proprio meritato, no? - di essere così
rimproverato?
E'
cresciuta in te l'impressione di una grande solitudine: sembra che sia
diventato impossibile spiegarsi, sembra che sia ingenuità, ormai, aspettarsi
che lui intuisca un tuo desiderio, il bisogno di un segno d'affetto. Ti sembra
che delle cose veramente importanti non si riesca più a parlare e ti ferisce
constatare che lui non s'accorga di quanto ti faccia male quella sua aria
superiore: sembra sempre compatirti, t'ascolta distratto, non ha nulla da
imparare, mentre parli dà un'occhiata all'orologio e già pensa ad altro...
Possibile che non capisca?
Me
l'hai confidato come chi cerca di deporre un peso che lo esaspera: "I miei
genitori non mi capiscono proprio! ".
Ti
ricordo qualche anno fa, quando ammiravi tuo papà che "sapeva fare
tutto", aveva sempre una risposta per le tue domande da bambino e ti
vantavi presso i tuoi amici delle coppe allineate in salotto a ricordare le sue
vittorie giovanili. Ricordo come correvi da tua madre per sentire lodare i tuoi
disegni o per medicare un graffio guadagnato litigando con tua sorella. Eri
certo, allora, che papà e mamma capissero tutto e che potevi andare sicuro
incontro alla vita perché potevi contare su di loro.
Ora invece ogni tua richiesta sembra scontentarli, vedono pericoli e sospettano chissà quali malizie nelle cose più normali, ogni telefonata è troppo lunga, ogni nome scarabocchiato sull'agenda è un indagato e, secondo loro, a scuola potresti fare molto di più. Insomma - ti lamenti - non ci si capisce più e non si riesce più a parlare di niente, sembra di vivere in mondi differenti.
"Ho
dovuto andare in pensione prima del previsto e adesso non so più che cosa fare.
Avevo la giornata piena, prima, talora anche frenetica e sognavo il tempo libero
per dedicarmi ai miei passatempi preferiti: ora che ho tutto il giorno libero mi
trovo spaesato, confuso, divento suscettibile. Non mi capisco più.
Non
per vantarmi, ma nel mio lavoro ero efficiente e competente, nel mio ufficio mi
potevo muovere a occhi chiusi, per i più giovani ero un consigliere stimato e
mi piaceva il lavoro ben fatto, senza stupide vanterie e presunzioni.
E
ora eccomi qui, mi aggiro per casa inconcludente e brontolone, per trovarmi a
sera inutile e nervoso".
Invoco
con voi e per voi lo Spirito Santo perché effonda il dono della sapienza.
"La
sapienza è il dono per il quale ogni cosa è misurata, nella sua verità e
consistenza, sulla carità di chi ha amato fino alla morte di croce. E' valutare
in base all'amore e il sapere che spesso il senso ultimo non è rivelato se
non a un cuore che ama. Sapiente è chi si lascia amare da Dio e sa che in
questo grembo accogliente dell'amore eterno è custodita - sia pure nel
silenzio - la risposta ultima a tante domande penultime, che alla mente
appaiono senza risposta. Sapiente è chi non vuol convincere con la sola forza
della ragione, ma - pur utilizzando l'intelligenza e amandone l'esercizio - sa
che la verità si irradia anzitutto per mezzo della carità" (Tre racconti
dello Spirito, 53).
Il
dono della sapienza ti raggiunge come una luce nuova di cui si illuminano i
volti consueti. E così una sera, mentre torni dal lavoro ti sorprende - forse
si dovrebbe dire: ti trafigge - lo stupore di avere una casa, una moglie, dei
figli.
La
sapienza è quel dono per cui il "sapore" delle cose vere, delle
persone care, degli affetti più profondi ti visita, come la luce del mattino:
ti rivela il bene che c'è in te, il cammino da compiere e quale sia la fonte
inesauribile della speranza.
E
ti capita di sentirti stringere il cuore per le occasioni perdute, per i
gesti, le parole, le dimenticanze maldestre con cui hai fatto soffrire le
persone che ami di più.
La
sapienza ti suggerisce come chiedere perdono, come regalare di nuovo la gioia.
Il
dono della sapienza ti visita come un più adulto sorriso. Consideri i motivi di
tante discussioni e sorridi: "Arrabbiarsi tanto per così poco: ne vale la
pena?". Arrivi persino a considerare le cose dal punto di vista dell'altro,
per esempio quello della mamma e del papà, o, viceversa, quello del figlio
adolescente, e ti rendi conto che non ha poi tutti i torti, che anche tu, forse,
al suo posto faresti così.
Il
dono della sapienza ti visita come una nuova vocazione: e mentre già
cominciavi a pensare d'essere diventato inutile e d'essere stato dimenticato,
ti raggiunge un bel giorno la telefonata che ti invita a una presenza, che ti
assegna un compito. E la gioia dell'agire si ridesta, il correre delle ore
ritrova un ordine. Finalmente la vita ritrova in gesti di carità il suo sapore.
Non
si finirebbe mai di raccontare la vita. E il canto di riconoscenza e di
ammirazione per le meraviglie che lo Spirito Santo opera in coloro che accolgono
i suoi doni non avrebbe mai termine.
Ma
è tempo che questa lettera finisca, perché le altre pagine dovrete scriverle
voi. Lo Spirito infatti soffia dove vuole: sono certo che in queste feste di
Natale, se avrete tempo di leggere queste pagine e di sostare un poco in
preghiera, forse anche a partire dagli esempi che ho raccolto dal quotidiano,
sentirete che altri fatti della vita, altre domande, altre situazioni attendono
doni di Spirito Santo per essere trasfigurati in racconti di santità.
E
parlando di santità, non posso non ricordare che il 26 settembre 1897 nasceva a
Concesio di Brescia Giovanni Battista Montini, mio venerato predecessore come
Arcivescovo di Milano dal 1 ° novembre 1954 al 21 giugno 1963, quando venne
eletto papa e prese il nome di Paolo VI. Celebriamo dunque il primo centenario
della sua nascita e ringraziamo la Provvidenza che ci permette di poterlo fare
in quest'Anno Santambrosiano. L'Arcivescovo Montini, il 2 dicembre 1960,
scrivendo alle famiglie della Diocesi per il S. Natale, offriva una proposta di
preghiere e augurava "pace, gaudio, prosperità, speranza, grazia e
benedizione alle case, in cui questo libretto entrerà, e vi sarà custodito e
usato".
Noi
siamo certi della intercessione che papa Paolo VI rivolge ancora oggi per la sua
Chiesa di Milano e con le sue parole ringraziamo il Signore Gesù per la sua
presenza tra noi:
Bambino
Gesù, crediamo che tu sei il Figlio di Dio eterno, onnipotente, infinito, e con
i pastori e gli Angeli ti adoriamo. Tu nascondi la tua divinità in piccole membra;
Tu abiti in una povera capanna, ma fai tanto felice chi accorre a te.
Illumina,
proteggi, fai serena la nostra famiglia, benedici i piccoli doni, che abbiamo
offerto e che abbiamo ricevuto, imitando il tuo amore infinito che ha donato te
stesso a noi. Fa' che regni sempre tra noi questo senso di amore che rende più
facile la vita e ci fa diventare più buoni.
Dona
un buon Natale a tutti, o Bambino Gesù, perché tutti si accorgano che oggi
sei venuto Tu a portare nel mondo la tua gioia. Amen.
Buon
Natale, dunque: il Figlio di Dio che nasce da Maria perché lo Spirito Santo è
sceso su di lei e la potenza dell'Altissimo ha steso su di lei la sua ombra,
nasca nelle vostre case, nei vostri cuori, nella vostra vita, e voi tutti
possiate aggiungere pagine ai racconti dello Spirito.