LO CONOSCI GESU’?

(Appunti di ascetica)

Orazione e Sofferenza

«Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione» (Lc 22, 46)

v. 39: «(Gesù) uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono.

v. 40: Giunto sul luogo, disse loro: "Pregate, per non entrare in tentazione".

v. 41: Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo:

v. 42: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua vo­lontà ".

v. 43: Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo.

v. 44: Entrato nella lotta, pregava più intensa­mente, e il suo sudore diventò come gocce di san­gue che cadono a terra.

v. 45: Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza.

v. 46: E disse loro: "Perché dormite? Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione" » (Lc 22, 39-­46).

Non è umano sottrarre il dolore all'orazione.

Non si potrebbe più parlare - allora - di vita vis­suta nell'orazione, tanto l'esistenza umana è per­meata di sofferenza.

Soffrire dentro la preghiera, perché questa abbia sempre il predominio, e il dolore raggiunga il mas­simo rendimento.

Il Figlio di Dio facendosi Uomo, vive immerso nell'orazione: non cessa un istante di essere la Pa­rola del Padre, tutta del Padre, viva e unicamente operante per il Padre; ma, nello stesso tempo, la sua vita è "tutta croce e martirio" (Imitazione di Cristo, Lb 2, cap XI, 7).

Come incenso che sale profumato verso il cielo, ma bruciato, consumato, immolato...

È inconcepibile dunque voler essere uomini di orazione, e intanto fuggire e detestare il patire; ed è altrettanto impensabile portare la croce, ri­fiutando di gemere sul cuore di Dio.

Dal principiante al contemplativo, che vive sulle vette dell'ascesi più ardita, per seguire il Maestro, dobbiamo accettare l'inscindibile binomio orazio­ne-sofferenza, e fermarci nel Getsemani a vigilare e a pregare.

«L'andare di Gesù, secondo la sua abitudine, verso il monte degli Ulivi (v. 39: "Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi") è un aggan­cio a 21, 37: "La notte, usciva e pernottava all'aper­to sul monte detto degli Ulivi".

Il suo andare, però, è anche un andare ad un ap­puntamento con il potere delle tenebre (22, 53: "Questa è l'ora vostra e il potere delle tenebre"). Là infatti si sta dirigendo l'indemoniato Giuda (22, 3: "Allora Satana entrò in Giuda "), che ben conosce le abitudini di Gesù e sa dove trovarlo.

La lotta è quindi imminente. Gesù lo sa e, come un vero atleta, si sente colto da quella forte ten­sione o apprensione che precede la lotta. Raccoglie tutte le sue energie, e lo sforzo che fa per concentrarsi gli procura un'abbondante e densa sudorazione: "v. 44: il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra".

È un'immagine convincente per dire che Gesù ce l'ha messa tutta e si è davvero preparato al massi­mo allo scontro contro Satana.

Egli è ricorso all'unico allenamento possibile per un vero lottatore di Dio: la preghiera fatta con grande intensità.

Ma qual è l'oggetto della sua preghiera? Fare la volontà del Padre.

Ora lo scopo della volontà di Dio nella storia è sempre altamente positivo. Dio, per mezzo di Gesù, vuole che ogni uomo sperimenti la salvezza e per­ciò che siano predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati.

Ebbene Gesù, sottomesso alla prova, chiede al Padre le forze necessarie per resistere in quel dif­ficile momento; solo così il suo corpo potrà esse­re offerto in sacrificio e il suo sangue diventare strumento di una nuova Alleanza tra Dio e l'uma­nità. Una simile preghiera non può non essere esau­dita: "v. 43: Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo". Gesù è ora sicuro della vittoria perché sa che il Padre è con lui...

E i discepoli? I discepoli sanno di trovarsi in una situazione critica, ma non ascoltano il suo invito e si lasciano abbattere dalla tristezza, che li getta in uno stato di torpore e li rende incapaci alla lotta...

Nel momento della prova bisogna pregare, altri­menti è impossibile rimanere associati al destino di Gesù. Come lui ha fatto, bisogna raccogliere tutte le proprie energie e donarsi ad un'intensa preghiera. Solo così Dio ci assicura il suo aiuto» (Mario Galizzi, Vangelo secondo Luca).

La grande tentazione!

Di sempre, di ogni giorno, di tutti. Quella di poter vivere degnamente con Cristo, senza con Lui pregare e con Lui soffrire. Invece: «Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (2 Tm 3, 12).

Chi orienta pensieri e propositi per realizzare una comunione perfetta con Cristo, commetterebbe un errore fatale se volesse seguirLo per altra via che non sia quella del Calvario.

La `dolce vita' e i suoi infiniti compromessi por­tano assai lontano dal Maestro, che redime ognu­no di noi in un sacrificio di adorazione, di ringra­ziamento, di impetrazione e di espiazione, che non sottrae un solo attimo del Suo vivere, al dolore.

Per vivere con Lui, bisogna morire con Lui. Ogni giorno. Pazientemente.

«Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo» (2 Tm 2, 11).

Ricusare la sofferenza, a conti fatti, è ricusare la redenzione, il Redentore.

Santa Gemma Galgani scrive: «Non basta avere sotto gli occhi la croce, aver­la addosso; bisogna averla in mezzo al cuore. Non la ricuso, perché se ricuso la croce, ricuso anche Gesù. Ormai il mio amore è tutto alla croce. L'amo, perché so che prima l'hai amata tu, Gesù, e perché sono certa che tu vuoi bene quando fai soffrire... I momenti più dolorosi sono i momenti più preziosi... Se dovessi stare nel mondo senza soffrire ti direi: Fammi morire ora».

Sembrano parole dette nel sogno, tanto suonano lontane dalla mentalità edonistica del nostro tempo. Ma, alla fine, chi avrà ragione?

Dove il segreto di una fecondità apostolica, mis­sionaria, salvifica, se non dentro il solco aperto da una ininterrotta agonia?

«In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo;

se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).

Sono le lacerazioni più profonde, quelle che pu­rificano e che rifanno a nuovo.

Sono i gemiti più angoscianti, quelli che fanno ol­trepassare la caducità e intravedere l'eterno.

Solo un grande dolore può frantumare le barricate dell'egoismo, e far ritrovare se stessi.

Quante persone abbiamo incontrato anche noi, che si sono ricordate di Dio, soltanto visitate dal dolo­re, spesso inatteso, imprevisto, impossibile! Sofferenza e orazione, come proclama il Salmo 87: «Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell'ombra di morte. Pesa su di me il tuo sdegno e con tutti i tuoi flutti mi sommergi. Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani» (v. 7-8.10).

Anche i nostri occhi si consumano nel patire, men­tre il nostro destino di irriducibili cercatori di In­finito si dipana nel tempo.

«Sono infelice e morente dall'infanzia, sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori...» (Sal 87, 16).

Ed è proprio questo il tempo che conta di più, anche se, ciechi o ciecuzienti, rincorriamo frenetici il vento. Nino Salvaneschi, nel torchio di una grande soffe­renza, osa dettare:

I1 tempo di soffrire è quello che veramente vale. Spesso gli uomini si accontentano di piccoli dolo­ri, meschini dolori. Appunto per questo, hanno una vita piccola, mediocre, meschina. Invece solo un grande dolore può illuminare un'esistenza e trasfi­gurare un destino... Tutto quello che abbiamo go­duto con il corpo è cenere al vento.

Ma tutto quello che abbiamo sofferto è lo stel­lante diadema dell'anima per il suo domani. E le ore lacerate sono quelle che contano. Solo in que­sti istanti l'anima sfiora l'eterno» (Saper soffrire). Sì, anche noi siamo del parere che simili parole le possa scrivere solo chi intinge la penna in un'espe­rienza di sofferenza indicibile.

Così, il saper soffrire può essere considerato e ado­perato come un attualissimo manuale di orazione. Scrive amaramente il Qoèlet: «Dio ha fatto l'uomo retto, ma essi cercano tanti fallaci ragionamenti» (Qo 7, 29).

Sono senza numero le nostre contestazioni al do­lore. Spesso hanno la gravità di autentiche ribellioni contro la Provvidenza divina: pretendiamo di poter trovare qualcosa di più prezioso sulla terra. Ma evidentemente non è così.

Il Padre altrimenti non avrebbe riservato al Figlio fatto Uomo una sorte tanto dolorosa!

La sofferenza è il patrimonio che Gesù accetta e fa proprio, dalla culla alla tomba.

Per Lui non c'era niente di meglio.

La croce umiliando innalza e si fa preghiera.

La croce che s'innalza verso il cielo, che sfida qual­siasi bufera e vince ogni battaglia ("In hoc signo vinces"), è quella che si fonda in una buca scava­ta per bene.

Sono le grandi sofferenze che portano alla san­tità; e chi desidera diventare santo, se non ne trova di grandi, cerca appassionatamente anche le più pic­cole e non se ne fa sfuggire una sola.

Ogni sofferenza abbassa i colli della superbia. Crea la valle provvidenziale dell'umiltà. Rende abili a scalare le vette.

Ce lo assicurano tante pagine della Sacra Scrittura e altrettante esperienze di ogni giorno.

Il Salmo 68 sembra scritto per quanti nell'umilia­zione riscoprono la presenza di Dio e si abbando­nano tra le braccia della sua infinita misericordia. Bisogna affondare nel fango e non avere nessun so­stegno, per sentirsi spinti a cercare l'aiuto dall'Alto. «Salvami, Signore, dal fango, che io non affondi, liberami dai miei nemici e dalle acque profonde.

Non nascondere il tuo volto al tuo servo, sono in pericolo: presto, rispondimi. Avvicinati a me, riscattami, salvami dai miei nemici» (Sal 68, 15.18-19).

Quando non c'è nessuno che ti capisce e ti dà una mano; quando neppure in te stesso trovi un mini­mo di speranza, allora, se fissi gli occhi sul Salva­tore, Lo trovi tutto per te, tutto tuo.

« "Signore, io non ho nessuno"... "Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina "» (Gv 5, 7-8).

Perché l'incenso si trasformi in fumo profumato che sale al cielo, è necessario che si lasci incene­rire.

Il dolore ci fa paura.

Anche quando appare soltanto all'orizzonte. Anche quando è puramente immaginario. Anche quando ci vorrebbe proprio, ma, avendone orrore, gli sbarriamo l'uscio.

C'è molta gente triste, o perché teme di dover pa­tire, o perché patendo non accetta.

Si rifiuta il messaggio che reca con sé la croce, grande o piccola che sia.

Può succedere che talvolta si soffra più al pensie­ro di dover soffrire che per reali sofferenze. L'orgoglio poi teme anche la più piccola umilia­zione: basta un foruncolo per inquietare e far per­dere la pace.

Chi insegue chimere, questi sì, si pasce di stoltez­za (cf. Pro 12, 11), e si condanna ad una misere­vole sorte.

Dobbiamo guardare alla croce con fiducia, spe­cialmente chi è consacrato per la redenzione.

Questo `miracolo' avverrà, se ci metteremo a pre­gare di più; però non ritorneremo facilmente alla preghiera, se non abbandonando certo fare edoni­stico, terra-terra, che impedisce il volo.

Quando ci decideremo al volo? Chiediamo al buon Dio che ci tolga la paura di soffrire.

Perché:

,/ Un uomo senza dolore è un re senza trono.

,/ Un cristiano senza dolore è un prodigo senza pace.

,/ Un prete senza dolore è pane senza sale.

,/ Una persona consacrata senza dolore è incom­prensibile.

/ Il peccatore senza dolore corre alla perdizione.

/ Un santo senza dolore semplicemente non esiste.

Chi vive veramente nell'orazione fa delle croci di ogni giorno il suo tesoro conservato gelosamente in cielo e che nessuno quaggiù può rubare. L'orazione ci mette dalla parte di Dio, ci immerge nella fede, ci fa ragionare e scegliere con sapien­za.

Dio, quando vuole avvicinare qualcuno a sé, gli rende aspro il cammino, lo purifica nel dolore, lo strappa dalla vanità e dal piacere del peccato, lo fa un'anima di preghiera.

«Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto» (Sap 3, 5-6).

Umiliazione e orazione.

Traspaiono unite insieme nello sguardo imploran­te, anche se muto, dell'infermo, del morente, dell'an­gosciato...

Oh, la preghiera sulle rive del Gaves, a Lourdes, dove le sofferenze più svariate sembrano confondersi con le onde del fiume che lambisce la grotta della Ver­gine!

Quale offertorio! Quanta redenzione!

«La croce, accettata, fa sentire la propria impotenza. E si fa preghiera»

La nostra impotenza! Incredibilmente forte e caparbia. Questa sì che è una croce diffic.ile da sopportare. E impossibile da eliminare.

"Bisogna fare di necessità virtù; e di virtù merito", come dice un proverbio.

Senza perdere troppo tempo nel piagnucolare.

Ne deriverebbe una tristezza che produce la morte (cf. 2 Cor 7, 10).

• Impotenti a rendere bianco o nero un solo ca­pello (cf. Mt 5, 36).

• Impotenti a spezzare il fascino del vizio (cf. Sap 4, 12).

• Impotenti a frenare una parola offensiva della ve­rità o della carità (cf. Gc 3, 1-10).

Un invisibile embolo è capace di consegnarti alla morte innanzi tempo.

Fossimo capaci di smascherare tempestivamente i nostri vizi, insidiosi nemici che portano il nostro stesso nome!

E potessimo metterli al muro e farli tacere prima che ci buttino in braccio al peccato!... Ripensiamo con sgomento a certe sfortunate com­binazioni che ci hanno segnato nel profondo della coscienza... Ma è più atroce la sofferenza che pro­viamo, quando una tentazione ci atterra, nonostan­te ci sembrasse di aver guadagnato terreno e di sen­tirci pronti all'urto.

Ottimi propositi saltati in aria per l'accensione di un piccolissimo cerino.

Se non è l'Altissimo a tenerci in piedi, poveri noi! E viene da chiedersi se accettiamo con semplicità le nostre impotenze, di ieri, di oggi e di domani: sofferenza di sempre; o se ci chiudiamo in noi stes­si, scoraggiati, sconfitti, delusi.

Sofferenza inesprimibile da parte di chi intende fare sul serio e sinceramente lotta per la propria santi­ficazione e la salvezza dei fratelli: soltanto la pre­ghiera la può esprimere e trasformare in grazia.

Se così non avvenisse, si dovrebbe imputare quel tri­ste ripiegamento all'orgoglio ferito, che rifiuta di ac­cettare l'esperienza umiliante della propria infermità. È presso di noi il Signore nella sventura.

«Lo salverò, perché a me si è affidato, lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e gli darò risposta; presso di lui sarò nella sventura, lo salverò e lo renderò glorioso» (Sal 90, 14-15).

Ogni dolore, da qualsiasi parte venga a ferire, ci fa toccare con mano i limiti che nessuna forza crea­ta può eliminare: conoscenza non entusiasmante, certo, ma utilissima per fare della preghiera il ge­mito costante, l'abbandono fiducioso, il migliore esercizio di umiltà.

Su tante pagine patite della nostra storia persona­le, intima, che non sveleremo mai a nessuno, po­tremmo trascrivere i seguenti versetti del Salmo 72: «Quando si agitava il mio cuore e nell'intimo mi tormentavo, io ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia. Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria... Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio» (vv. 21-24.26).

«Nessuno misura la violenza delle tempeste in­teriori. Nessuno dà un nome preciso alle tragedie più intime. Ognuno ha una sofferenza che non svela mai a nessuno» (Nino Salvaneschi).

Sono questi spasimi personali, di nostro conio, quel­li che possono tramutarsi nella invocazione più no­stra e più penetrante. Veri colpi d'ala verso la Misericordia.

Talvolta l'occasione viene offerta (e vorremmo pro­testare con tutta la forza di un cuore ferito a morte!) proprio da coloro ai quali avevamo consegnato de­naro, tempo, coraggio, fors'anche il sacrificio di tante cose a noi care e persino la stessa vita.

Sia benedetto Dio, che ci mette sotto gli occhi e sulle labbra le preghiere più genuine e più potenti!... Le preghiere dell'impotenza di fronte all'ingratitu­dine delle persone più amate!

Eco dell'implorazione stessa del divino Crocifisso: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).

È quando siamo impotenti e ne gemiamo, che le nostre preghiere diventano forti (cf. 2 Cor 12, 10). La preghiera più bella, di inapprezzabile valo­re, quando mai?

Quando toccheremo l'impotenza `suprema' della morte; e sarà - Dio ce lo conceda! - il cantico più vivo, venuto su dagli abissi del mistero della nostra vita; non troveremo né tempo né forza per esprimerlo con parole, per rivestirlo di suoni e di gesti: rimarrà di una verginità vestita di silenzio infrangibile.

Inizio del mistero del Regno dei cieli.

I consacrati, praticando in perfetta carità i consi­gli evangelici, anticipano misticamente quel can­tico, giorno dietro giorno, in un annientamento che non ha l'uguale, il sacrificio più gradito a Dio.

Chi abbraccia i santi Voti, per impulso dello Spiri­to Santo, si fa volutamente impotente, affinché abiti in lui il Cristo e possa vivere con il Signore Gesù in amore sponsale.

La prassi dei santi Voti, se vissuta veramente nella carità, offre infinite occasioni di sofferenza, una specie di martirio, per cui tutto viene consegnato e tutto annientato.

Mistica crocifissione, della quale scrive san Paolo parlando di sé. «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).

«La croce accentua il bisogno di aderire a Dio. E si fa preghiera»

Ci scandalizzeremo per quella immensa folla di cre­denti che prega soltanto quando è nella morsa del dolore?

Non odiano forse la sofferenza? Non vogliono forse tirare la Provvidenza divina dalla loro parte? Non rifiutano il valore del sacrificio accettato per la glo­ria di Dio e per il bene del Prossimo? Non è il caso di spegner e uno stoppino dalla fiam­ma smorta! (cf. Mt 12, 20).

Purché ci si ricordi del Signore, ben vengano le preghiere interessate alla guarigione, alla promo­zione, all'aumento dello stipendio, alla vittoria della propria squadra, e a cose simili.

Ciò che conta è vivere alla presenza di Dio.

Se questioni di scarso valore possono indurre a guardare più in su delle tegole del tetto, non sono da disprezzare.

Dio, ricco di misericordia, spia il momento buono per riabilitare qualche figlio prodigo: aspetta anche sulle tribune di uno stadio, come - infinite volte - nelle corsie degli ospedali.

Anche le croci, frutto di una vivace fantasia, nei disegni della Provvidenza, possono scombussolare una vita e condurre sulla retta strada.

La croce si conficca nel tessuto quotidiano, nei rapporti sociali soliti, dappertutto, ma il suo scopo è quello di portare in alto, a Dio.

Tanto più in alto, quanto più radicata nell'intimo. Ci sono tanti modi di soffrire e altrettanti di pre­gare. Bisogna che manchi la terra sotto i piedi per­ché ci si attacchi al Signore e - grazie a Lui - ri­torni la speranza.

E il buon Dio non vede l'ora di venirci incontro: «Chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? O chi lo ha invocato ed è stato da lui trascurato? Perché il Signore è clemente e misericordioso, rimette i peccati e salva al momento della tribolazione» (Sir 2, 10-11).

Artista insuperabile il dolore!

Nessuno come lui sa educare alla preghiera. Nessuno come lui sa adattarsi a ciascuno al fine di ricondurre a Dio. Il dolore crea gli eroi, i santi, i martiri, i veri apostoli, i corredentori.

Le grandi sofferenze o tante minute sofferenze (tanti poco fanno assai) distaccano da quanto non è Dio e riconducono alla casa del Padre, al Suo amore misericordioso.

Il beato don Giacomo Alberione parla di abbando­no totale, in linea con lo stile dei veri amici di Cri­sto: «Prego il Signore di togliere da me ogni mia vo­lontà, gusto, preferenza, perché faccia quanto e come vuole di me e tutto quanto mi riguarda per il tempo e per l'eternità. Desidero che il Signore possa liberamente fare e usare di me come vuole.

Mi riduca pure a nulla, se crede, per la salute, la stima, il posto, le occupazioni, le cose più interne come le esterne. Tutto e solo per la gloria di Dio, per l'esaltazione della sua misericordia, in isconto dei miei peccati».

È risaputo che il dolore ha intriso tutta la lunga vita del Fondatore delle Famiglie Paoline ed è il dolo­re che l'ha portato ad un eroico abbandono.

Una vita senza fastidi, senza tentazioni, senza trau­mi, non genera di questi gesti di totale fiducia. La fiducia nella Provvidenza non è possibile fuori di un terreno arato dal dolore. Chi possiede tutto quanto, sogna, guarda sempre più in basso: non sente il bisogno di alzare gli occhi al cielo... Il santo Cottolengo esclamava: «Stiamo allegri: non ho che tre centesimi; con tutto questo, allegri e abbiamo fede nella Divina Provvidenza... La Divina Provvidenza di domani, della setti­mana ventura e degli anni avvenire è quella mede­sima di quest'oggi. Dunque, niente paura e avanti in Domino».

Nella Piccola Casa il dolore era incontestabile pa­drone; appunto per questo, tra quelle mura l'ora­zione era incessante; e i miracoli... all'ordine del giorno.

È fonte continua di entusiasmo la certezza che anche le spine sono contate non meno che i petali delle rose, che ogni nostro vagare sui sentieri del Calvario è seguito fino nei minimi particolari da un Cuore immensamente buono.

«O Dio, i passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?» (Sal 55, 9).

Di amarezza in amarezza, di sconfitta in sconfitta, di vergogna in vergogna: dove finiremo per non di­sperarci?

Dove per respirare un po' di conforto? «Signore Dio mio, a te ho gridato e mi hai guarito. Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba» (Sal 29, 3-4).

La guarigione delle guarigioni sarà quella che ci libera finalmente da un costume di vita monda­no. Quanto è facile rimanere abbacinati dal benessere, dal piacere, dalla vanità!

Oggi sembra se ne abbia più fame che mai.

Chi ci potrà riscattare da catene, pagate al prezzo di monili?

Non si sanno apprezzare spesso le semplici gioie della vita, che perdono, ogni giorno più, il loro fa­scino.

Sono per i poveri di spirito i tratti più fini e deli­cati della Divina Provvidenza, compresa la possi­bilità di riprendere quota, appena si voglia, attra­verso il sacramento della Riconciliazione.

In un recente corso di esercizi spirituali, tenuto a sacerdoti e religiosi, il card. Martini ha detto: «Un ultimo disordine è quello sulla confessione e lo spiego segnalando due errori frequenti. Primo errore: pensare che una confessione sia più facile se più rara. No! Una confessione quanto più è frequente, tanto più è facile.

Secondo errore: pensare che una confessione sia più efficace quando è più breve.

Al contrario è più facile quando è un po' più pro­lungata e articolata; quando non solo ci accusia­mo delle colpe formali, ma cominciamo col rin­graziamento a Dio e mettiamo sul tavolo anche i nostri disordini, le nostre vanità, le nostre mon­danità, le nostre antipatie, le nostre paure, le no­stre vigliaccherie e le lasciamo purificare dalla grazia.

Questa è una confessione che aiuta molto perché non caratterizzata dalla fretta e dalla supeficialità» (Le Ali della Libertà, Piemme).

«La croce, se piantata nel cuore, rende impossibile la colpa. E si fa preghiera»

Un filo spinato, pur sostenuto da esili paletti, può salvare da un precipizio.

Oggi ci sono accorgimenti più sofisticati per sal­vaguardare dai pericoli.

Tuttavia c'è un fatto indiscutibile: basta la puntu­ra di un'ape, il ronzio di una zanzara, un banale mal di denti, un qualsiasi contrattempo... perché la tentazione perda tutta o in gran parte la sua forza seduttrice.

La modestia cristiana offre un'infinità di espe­dienti, talvolta assai piccoli, per rompere il fa­scino del peccato.

La volontà, quando è sinceramente risoluta, diventa chiaroveggente; poi la grazia, invocata in qualun­que modo, fa la sua parte.

Non si tratta evidentemente di un gioco di presti­gio o d'azzardo; ma di sostenere un vero combat­timento, forse ad arma bianca, contro uno strano nemico che appare tanto più fascinoso, quanto più nefasto.

Non siamo nati per fare della vita una guerra d'in­dipendenza dal Creatore; nessuno però è esonera­to dal combattere perché questo tentativo non av­venga: e c'è da sudare parecchio!

Questo, il duro lavoro (militia) dell'uomo sulla terra (cf. Gb 7, 1).

Forse ci è capitato di vedere qualche avanzo di trin­cea scavata nelle due ultime guerre mondiali. Un rotolo di filo spinato, vecchio e arrugginito, po­teva fare quanto non avrebbe fatto un pesante mezzo di artiglieria. Il nemico è sempre in agguato nei labirinti del cuore umano: bisogna difendere il proprio suolo.

«O inclinazione malvagia, da dove sei balzata, per ricoprire la terra con la tua malizia?» (Sir 37, 3).

Lo stesso Libro sacro, più avanti, consiglia di edu­care rettamente la propria coscienza, perché come attenta sentinella dia l'allarme e metta allo scoperto il nemico: «La coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare. Al di sopra di tutto questo prega l'Altissimo perché guidi la tua condotta secondo verità» (Sir 37, 14-15).

Chi vuol salvarsi dalla seduzione, appena si accor­ge del filo spinato, si ritira dal pericolo: «L'accorto vede il pericolo e si nasconde, gli inesperti vanno avanti e la pagano» (Pro 27, 12).

Non si farà mai abbastanza attenzione anche alle piccole cose, che possono essere fatali a chiunque. Un acrobata, che per anni e anni ha corso grossi ri­schi e se l'è cavata sempre con onore, può andar­sene all'altro mondo per l'infezione procuratagli da un chiodino delle sue scarpe.

Un improvviso e sottile banco di nebbia crea pro­blemi al più provetto autista.

Un celebre professore può dire "pane per polenta" (i famosi lapsus linguae).

Piccole astuzie (veri tentacoli quasi invisibili delle nostre misere passioni) hanno fatto precipitare dei colossi nella virtù; piccolissimi accorgimenti inve­ce prevengono lotte furiose.

«Già con i suoi giochi il fanciullo dimostra se le sue azioni saranno pure e rette» (Pro 20, 11). Bellissimo!

I Santi praticavano la mortificazione (oggi chia­miamola austerità) come i ragazzi i loro giochi: pre­sagio di grandi conquiste.

Non ci si può - ad esempio - credere dei campio­ni nel campo della castità del corpo e del cuore e intanto "scherzare con il fuoco", cioè mettersi in oc­casioni pericolose.

Chi sa dire prontamente di no e taglia netto di fron­te all'attrattiva impura, fa un salto di qualità para­gonabile ad un volo.

Il taglio netto.

È l'infallibile prova di una forte statura morale. Chi tergiversa dà spazio al nemico.

Non è lezione buona solo per i principianti, quella di chi, in retrovisione, ricorda l'amarezza lasciata­gli dal peccato ogniqualvolta lo ha trattenuto in casa come un amico.

«È piacevole all'uomo il pane procurato con frode, ma poi la sua bocca sarà piena di granelli di sabbia... I guadagni procurati in fretta da principio non saranno benedetti alla fine» (Pro 20, 17.21).

Meglio soffrire prima, molto meglio!

Sarebbe bastato un nonnulla, un'inezia, per preve­nire la caduta.

Un frammento di croce. Per un trionfo.

Certo, ci vorrà una buona dose di virtù umane; di controllo e di dominio, di umile sentire di sé, di prontezza nel reprimere e nel riparare. Chi invece assume un'aria di falsa sicurezza, è ca­pace di qualsiasi sbaglio. «Lo stolto dilapida tutto» (Pro 21, 20).

Sentiamo ancora una volta come ragionano i Santi, così esperti di croci e di miracoli.

Santa Margherita Maria Alacoque chiama "genui­ne esigenze del puro amore" le varie specie di sof­ferenze che il Signore le offriva, con una partico­lare sottolineatura per le umiliazioni e i disprezzi. Fra l'altro scrive: «Non ho mai trovato nessuna sofferenza parago­nabile a quella che sentivo per non soffrire abba­stanza, perché l'amore del mio Dio non mi conce­deva riposo né giorno né notte...

Avrei voluto la croce nuda e il mio corpo op­presso da austerità e fatiche... e me ne addossavo quante ne potevano sopportare le mie forze, poiché non potevo vivere un solo istante senza patire». Non è un miracolo amare la sofferenza fino a que­sti punti?

Geniale amico e benefattore del Clero, don Gio­vanni Folci scriveva ad un sacerdote novello: «Se non vuoi perdere la gioia e la forza del tuo sacerdozio, perditi in Lui».

È famosa una sua esortazione di fuoco, che ripor­tiamo in parte, e che riteniamo la sintesi della sua ascesi: «Morte di croce: Lui, nostro modello, fu obbediente fino alla con­sumazione in croce. Da questa obbedienza, che è la morte del nostro `io', la gioia e la serenità di vi­vere, il trionfo della fecondità di questa vita, non più nostra ma di Dio.

Se il grano di frumento...:

L'obbedienza è la consumazione ("tutto è com­piuto'), che dà il pieno diritto di abbandonarsi in Dio.

Nelle tue mani, Signore... E d'attorno a quella Croce e a quel Sepolcro, la Risurrezione e la vita.

Tutto posso in colui che mi dà forza: La nostra paziente, volontaria, crocifissione, è l'Onnipotenza di Dio in noi e fuori di noi.

Solo "fatti Cristo", con te Cristo, vero Dio e vero Uomo, potremo vedere con la Tua vista, sentire con il Tuo cuore, esercitare con la Tua stessa potenza l'ineffabile ministero della glorificazione del Padre e della salvezza di tutte le anime. Solo "fatti Cristo con Cristo", per Dio - incertezze, dubbi, e ogni altra miseria scomparsi - brilleremo della vera luce, sen­tiremo del vero sapore e daremo davvero il Cristo». Uomo di Dio, don Folci, si nutrì di croci con una donazione instancabile. E fu la sofferenza a met­tergli le ali per compiere imprese ardimentose per il Regno.

Noi forse ragioniamo diversamente e fuggiamo la rinuncia, il sacrificio, la penitenza espiatrice, la fa­tica, la ripresa, la pazienza, la vigilanza, l'autodi­sciplina, la direzione spirituale, l'obbedienza, la castità forte e perfetta, la povertà evangelica, l'in­sopportazione della falsità, il tormento dell'umi­liazione ...; fuggiamo tutto questo come qualcosa di insopportabile e di ingombrante. In tal modo, la stessa vita nell'orazione si arresta. Le mani rimangono vuote. Ci sentiamo terribilmente poveri.

«La croce assimila a Cristo. E si fa preghiera»

«È sempre avvenuto così nella vita della Chiesa: la crisi del Clero porta con sé e preannunzia lo sbandamento dei fedeli; la rinascita spirituale e pa­storale dei sacerdoti porta inevitabilmente con sé il rifiorire della fede e della vita cristiana nel popo­lo» (padre B. Sorge).

Non dobbiamo farci prendere da uno spirito di smar­rimento (cf. Is 19, 14), da un vino da vertigini (cf. Sal 59, 5), da uno spirito di torpore (cf. Is 29, 10). Abbiamo da seguire il Maestro che ci precede. Se non accettiamo la `nostra' croce, non siamo più suoi. «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo» (Le 14, 27).

«Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua» (Gv 12, 25-26).

«È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14, 22).

Non potremo essere conformi al Figlio di Dio fatto Uomo, se ci abbandoniamo alla "dolce vita". Sono la verga e la correzione che danno sapienza (cf. Pro 29, 15).

Senza la disciplina della croce, il popolo diventa sfre­nato (cf. Pro 29, 18).

Non è per i seguaci di Cristo la prospettiva di una vita materialista; non sono per noi le rose senza spine; non vogliamo essere sedotti dalla vanità. Quanti, lusingati dai piaceri che il benessere sforna in continuità, la pensano, forse tacitamente, ma fat­tivamente, come gli empi di cui parla la Scrittura: «Dicono fra loro sragionando: La nostra vita è breve e triste; non c'è rimedio, quando l'uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi... Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza» (Sap 2, 1.6-9).

Corriamo il rischio di dimenticare la provvisorietà del nostro soggiorno sulla terra.

Tutto pare congiurare per questa dimenticanza. Eppure si continua a morire.

Con questo, non intendiamo metterci contro il pro­gresso e - fino ad un certo punto - contro il be­nessere del nostro tempo.

Siamo profondamente convinti, con il Concilio Va­ticano II, che... ...l' attività umana, individuale e collettiva, ossia quell'ingente sforzo con il quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le loro con­dizioni di vita, considerato in se stesso, corrispon­de alle intenzioni di Dio» (Gaudium et spes, n. 34). Ma il primo posto spetta, ancòra secondo il Con­cilio, alla fede nel Signore Gesù: «Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diven­ta lui pure più uomo... Nessuna legge umana v'è che possa porre così bene al sicuro la personale dignità e la libertà dell'uomo, quanto il Vangelo di Cristo affidato alla Chiesa» (Gaudium et spes, n. 41).

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 68-69).

Andare alla croce per vivere con Lui, Sacerdote e Vittima.

Leggiamo negli scritti di quel santo missionario sa­lettiano che fu p. Silvano M. Giraud:

«Il sacrificio di Gesù è stato compiuto nel tempo ma è per l'eternità. È un fatto storico con circo­stanze transeunti; ma nella sostanza è permanente e dura nei secoli eterni... "Ho sete!" sospira Gesù. Ho sete di sofferenze, di umiliazioni... Quando un discepolo di Gesù ha compreso queste parole, la croce, la nuda croce, la croce dolorosa diventa per lui la sua gloria, la sua forza, la sua gioia, la sua vita.

Può dire: "Per me vivere è Cristo" (Fil 1, 21), ma Cristo crocifisso... La croce ci rende conformi a Gesù nel modo più perfetto. Il più alto grado della perfezione consiste nella somiglianza con Gesù Cro­cifisso. Per imprimere in noi questa somiglianza, Dio segue talvolta vie che ci sembrano strane e perfino indegne di Lui».

E ancora: «Il Crocifisso è il grande mistero di Dio, il più sorprendente, quello che illumina gli altri. Al suo fulgore le cose divine e umane ci appaiono nella loro vera luce e spiegano gli inespressi ardori dei Santi e le loro estasi alla sua presenza».

Il dolore, grande mistero! Lo legittima e lo rende amabile il divino Croci­fisso.

"Ora mi basta quello" - sussurrano molti quando sono colpiti da un male inesorabile, indicando un minuscolo crocifisso che pende dalla parete. Scoperta da non rimandare certamente ad un palmo dall'eternità...

Fatta a tempo giusto, risparmia tante delusioni, trop­pi passi falsi, e tanta amara solitudine.

Al figlio Manuel, mamma Conchita raccomandava con la forza di chi precede con l'esempio:

O «Non posso concepire un religioso che non sia un santo. Non bisogna darsi a Dio a metà. Sii ge­neroso verso di Lui. La vita è troppo corta per non sacrificarsi a Lui per amore.

Forse, e senza tardare, le tentazioni, le lotte ver­ranno a tormentarti. Sii fermo, ama sempre la croce sotto qualunque forma si presenti. È sem­pre amabile per colui che, sotto l'apparente du­rezza, sa scoprire la santissima volontà di Dio...

O Manuel, figlio del mio cuore! Ciò che c'è di più grande dopo Dio, l'unica cosa divina che possa fare la creatura è amarlo e glorificarlo sa­crificandosi...

Come è misconosciuto questo amore sulla terra. Felici quelli che hanno ricevuto la luce della croce. Per il mondo amare è godere. Nel suo egoi­smo crede che l'amore consista prima di tutto nel ricevere, nell'essere consolato, coccolato, sod­disfatto, mentre l'amore si nutre del dono di sé e dell'immolazione... Sii sempre generoso con Dio e sarai sempre felice sulla terra come nella patria, lassù».

Viene in mente l'apostolo Paolo che chiude la Let­tera ai Galati, dichiarando che il suo unico vanto è nella Croce di Cristo, impressa in tutta la sua per­sona: «D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6, 17).

L'orazione dei Santi è questa.

Essi pregano, spronati dalla sofferenza, attratti dalla croce, inebriati del sacrificio del Signore che in­troduce alla visione.

Quando non sanno di che patire, gemono come di una perdita insopportabile.

"O patire o morire" (santa Teresa d'Avila) "Patire, non morire" (santa Maddalena de' Pazzi). Sono preghiere di un sapore soprannaturale ine­sprimibile.

Santa Gemma Galgani, pur soffrendo terribilmente nel corpo e nell'anima, spiega così il segreto della sua gioia: «Il mio cuore possiede Gesù, e possedendo Gesù sento che posso sorridere anche in mezzo a tante lacrime; sì, sento di essere felice anche in mezzo a tanti sconforti... Due cose sento in me d'infinita dolcezza: nell'amore sei tu, Gesù, che diletti l'anima mia, e nel dolore sono io che diletto l'anima tua».

Soltanto camminando secondo lo Spirito, trovere­mo il nostro paradiso in terra, stringendoci alla Croce sulla quale agonizza e muore Colui che per noi ha dato la vita.

«La croce promette il cielo. E si fa preghiera»

«Signore, sono stremato dai lunghi lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio... I miei occhi si consumano nel dolore» (Sal 6, 7-8).

«Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto» (Sal 26, 8).

Solo gli occhi lavati dal pianto godono della tra­sparenza del Cielo e lo vedono (cf. Mt 5, 8). Chi soffre, se non respinge da sé il dono, si collo­ca sulle alture più prossime del Regno dei cieli: ne intravede il delizioso mistero di luce e di pace. Ha nello stesso dolore un annuncio d'immortalità nel Cristo, che è la Risurrezione e la Vita (cf. Gv 11, 25).

Piangere con il Cristo! Mistero di vita eterna.

Il gaudente è immensamente povero.

Beati noi se sappiamo soffrire (cf. Mt 5, 4): ogni lacrima mostra un lembo di cielo.

E lo vale. Affrettiamoci a bere a quel calice, al quale ha be­vuto il Redentore stesso!

L'apostolo Pietro c'incoraggia a questa condivi­sione: «Carissimi, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1 Pt 4, 13).

Occorrono molti atti di coraggio per testimoniare oggi la fede nel mistero di Dio e dell'eternità. Ad esempio:

• Un costume di vita, di abbigliamento, di lavoro, di svago, ecc. - da parte dei sacerdoti e dei con­sacrati -, che mostri al vivo un costante orien­tamento verso le realtà eterne.

• L'accettazione del Vangelo senza scorciatoie e senza sconti.

• L'accoglienza cordiale offerta ad ogni uomo come a un fratello.

• Seguire un regolamento di vita, secondo le pro­prie Regole o concordato con il padre spiritua­le.

• Pregare sempre e in ogni luogo.

• Rigettare frivolezze, bassezze, perdita di tempo, senza venire mai a compromessi.

• Resistere a satana che «va in giro come leone ruggente cercando chi divorare» (1 Pt 5, 8).

Chiediamo con umile insistenza di imparare pre­sto a soffrire, come persone che hanno speranza e gettano l'àncora in Cristo per la vita che non co­nosce tramonto.

I pastori d'anime, fedeli alle proprie responsabi­lità, dovranno pure avere il coraggio di denuncia­re il male, l'umiliazione del peccato, il bisogno di evadere dal finito, l'urgenza della salvezza. Con tutti i suoi limiti personali e i condizionamenti del suo tempo, anche come evangelizzatore, il Cu­rato d'Ars si presenta come un modello insupera­bile e, nello stesso tempo, incoraggiante:

- «L'esame dei quaderni rivela la limitatezza dei suoi mezzi, la povertà dello stile, per non parla­re dell'impossibile ortografia; nondimeno, fu amalgamando senz'arte, adattando senza origi­nalità di pensiero dei testi presi in prestito che si formò progressivamente alla predicazione.

- Il Curato sceglieva il più delle volte dei sogget­ti capaci, secondo lui, d'impressionare il suo mondo. Sensibile com'era al dramma del destino umano, tremando al pensiero del pericolo di dannazione corso incessantemente dai peccatori, era portato istintivamente a porre senz'ambagi davanti agli uditori le questioni più inquietanti...

- Le prediche dei primi anni del Curato d'Ars sem­brano confermare che i principi teologici insegnati da Ballay (il suo parroco) al suo discepolo s'ispi­rassero il più delle volte al timore e al tremore. Gli occorreranno anni di unione con Dio e di contatto con i peccatori per arrivare a disfarsi di questa pesante eredità...

- Il giovane prete, spinto da uno zelo ancora poco illuminato, sembrava esigesse anche dagli ultimi fedeli un'ascesi e un fervore pari a quelli cui ten­deva personalmente. Formato alla più severa di­sciplina, non intuì subito la misura esatta della debolezza dei cristiani mediocri che costituisco­no la massa dei battezzati.

- Temendo sempre di cedere, anche di poco, il passo al peccato, assumeva in ogni caso le po­sizioni più rigorose; ma l'esperienza, con l'aiuto di Dio, lo avrebbe fatto diventare più umano, adattando alla capacità dei peccatori le esigen­ze della vita cristiana e sarebbe divenuto infine quel Curato d'Ars che la Chiesa ha posto sugli altari.

- La sua predicazione doveva essere all'udito meno urtante che non nella rude stesura trasmessaci: i sentimenti di compassione espressi qua e là, il tono della voce, le lacrime mescolate ai rimproveri coloravano e attenuavano le tirate minacciose. I suoi uditori sapevano d'altra parte che il pasto­re era per se stesso d'una severità senza pari e che il rigore per le pecorelle era il volto del suo amore per loro. In tal modo, la sua bontà fonda­mentale, manifestata in tante occasioni, contra­stava molto fortemente con le parole spietate lan­ciate la domenica dall'alto del pulpito, e finiva per chiarire bene le sue lezioni.

Notiamo infine che i suoi discorsi, sconcertanti per noi in tanti punti, vanno ricollocati in un con­testo storico ben caratterizzato; perché non do­vevano differire poi tanto da quelli della mag­gioranza dei preti della regione lionese...

- Dal suo arrivo ad Ars, il giovane pastore si gettò a corpo morto nella penitenza. Avrebbe dovuto un giorno rendere conto a Dio delle duecento­trenta anime sulle quali Courbon (il Vescovo) l'aveva incaricato di vegliare. Aiutare il suo gregge a salvarsi, strapparlo dall'inferno: egli non aveva ormai altra ambizione» (René Fourrey, Vita autentica del Curato d'Ars).

Concludiamo rivolgendo il pensiero e il cuore alla Vergine Addolorata, chiedendo a Lei di farci confor­mi al Figlio suo - Crocifisso e Risorto - e di star­ci vicino sempre, "adesso e nell'ora della nostra morte".

«Santa Maria, vergine della notte, noi t'imploriamo di starci vicino quando incombe il dolore, e irrompe la prova, e sibila il vento della disperazione, e sovrastano sulla nostra esistenza il cielo nero degli affanni, o il freddo delle delusioni, o l'ala severa della morte. Liberaci dai brividi delle tenebre. Nell'ora del Calvario, tu, che hai sperimentato l'eclissi del sole, stendi il tuo manto su di noi, sicché, fasciati dal tuo respiro, ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà. Allegerisci con carezze di madre la sofferenza dei malati. Riempi di presenze amiche e discrete il tempo amaro di chi è solo. Spegni i focolai di nostalgia nel cuore dei naviganti, e offri loro la spalla perché vi poggino il capo. Preserva da ogni male i nostri cari che faticano in terre lontane e conforta, col baleno struggente degli occhi, chi ha perso la fiducia nella vita.Ripeti ancora oggi la canzone del Magnificat, e annuncia straripamenti di giustizia a tutti gli oppressi della terra. Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure. Anzi, se nei momenti dell'oscurità, ti metterai vicino a noi e ci sussurrerai che anche tu, vergine dell'Avvento, stai aspettando la luce, le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto. E sveglieremo insieme l'aurora. Così sia» (Mons. Tonino Bello, Maria - Donna dei nostri giorni). 31 gennaio 2010

Dalla parola di PADRE STEFANO IGINO SILVESTRELLI

 

Appunti di ascetica - Editrice Casa di Nazarett – V.le Vaticano 50 – 00165 ROMA anno 36° 1/2010