LIBERAZIONE
Sulla Confessione
Di Padre Ildebrando A. Santangelo
I. LE LEGGI UNIVERSALI
Qualche superficiale ha detto: « Nella terra, come nell'universo, tutto è materia, tutto è caso, tutto è disordine, tutto è caos». Senza necessità di essere uno specialista basta guardare nell'atomo, negli elementi fisici, nelle galassie, in un filo d'erba, in un insetto, in un animale, nel corpo umano, o anche in un organo o in una sola cellula per vedere esattamente il contrario: « Tutto è intelligenza, tutto è ordine, tutto è finalizzato, tutto è armonia». (Leggi: Il senso dell'esistenza).
Tutto quanto esiste è regolato da precise leggi; la materia obbedisce a leggi fisiche, i vegetali obbediscono a leggi biologiche, gli animali obbediscono a leggi psichiche, ossia agli istinti. Queste leggi generalmente portano il nome del loro scopritore.
Queste leggi sono inviolabili, e in natura nessun essere le trasgredisce. Quando un agente esterno le manomette in un essere esistente, questo muore.
È possibile che l'uomo non abbia delle leggi? O si negano tutte le leggi naturali esistenti, o si deve ammettere che anche l'uomo deve avere delle leggi appropriate alla sua natura.
Per ironia della sorte i materialisti, che negano delle leggi naturali per l'uomo, vengono a dire che l'umanità e la storia sono rette dalle infallibili leggi dell'economia, e sottopongono gli uomini alle piú dure leggi statali, fino a privarli della libertà di andare dove vogliono, di parlare, di vedere, di scrivere.
È fin troppo evidente che l'uomo è sottoposto a leggi naturali; la Bibbia le ha semplicemente codificate nei dieci comandamenti.
Tutti i popoli primitivi e i popoli pagani conoscono le leggi naturali e generalmente le osservano: credono in un Essere creatore e ordinatore, lo rispettano certamente meglio di moltissimi cristiani, non lo bestemmiano, lo onorano con atti di culto; rispettano i genitori, gli anziani, e i capi tribú; non uccidono, non fanno adulterio, non rubano, non imbrogliano.
Un missionario mi diceva: « Da 21 anni mi trovo in Birmania, non ho sentito mai un pagano bestemmiare. Quei pagani sono naturalmente buoni, ospitali, fedeli alla moglie, onesti, religiosi. Giunto in Italia e sbarcato a Napoli, appena messo piede sulla panchina ho cominciato di nuovo a sentir bestemmiare. Sono convinto che si salvano piú pagani che cristiani, perché i pagani non conoscono Gesú, i cristiani invece generalmente lo disprezzano o lo ripudiano ».
Le leggi naturali, ossia i 10 comandamenti, sono indispensabili per qualunque vita sociale: senza di esse non si può vivere. Dio nella Bibbia ha insegnato che esse giovano sia per la vita sociale, sia per la vita eterna. Dopo averle date a Mosè per consegnarle agli uomini, Dio disse; «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male: poiché io oggi comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dei e a servirli, io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese in cui state per entrare in possesso, passando il Giordano. Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter cosí abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe ». (Dt. 30,15-20).
Tutte le persone di buon senso questo lo riconoscono. A nome della Medicina lo riconosce pure Alexis Carrel, premio Nobel per la Medicina, dicendo nel suo libro L'uomo questo sconosciuto: « Le leggi morali sono leggi indispensabili per la vita». E infatti i furti, le rapine, gli imbrogli, le oppressioni, le violenze, il terrore, la droga, la dissoluzione della famiglia, le guerre, i sequestri, le uccisioni non sono altro che manomissioni delle leggi naturali.
II. FONDAMENTO DELLE LEGGI
È evidente che chi dice leggi dice legislatore. Non ci può essere una legge senza qualcuno che l'abbia fatta.
Mentre però tutti gli esseri inferiori all'uomo obbediscono alle loro leggi, gli uomini, essendo coscienti di tali leggi e liberi di osservarle, quasi sempre le trasgrediscono.
Tali trasgressioni vengono universalmente chiamate con un vocabolo che corrisponde alla parola italiana «peccato». Mentre però alla trasgressione delle leggi naturali segue automaticamente in chi le trasgredisce un disturbo piú o meno grave, secondo l'entità della trasgressione, o addirittura la distruzione; in chi, invece, trasgredisce le leggi morali questo automaticamente non avviene; per cui il trasgressore può dire col peccatore biblico: « Ho peccato e che cosa mi è accaduto? ». Se non ci fosse nessun genere di sanzioni per i trasgressori della legge morale il legislatore sarebbe ridotto a un « re travicello »; e se fosse in grado di intervenire sugli uomini e non intervenisse, premierebbe i ladri, i bestemmiatori, gli imbroglioni, i macellai di bambini, i mafiosi, gli spacciatori di droga, di pornofilms e di pornografia, i distruttori delle famiglie e della moralità pubblica, i guerrafondai. Costoro, infatti, il piú delle volte sono ricchi, padroni di ville lussuose, potenti, indisturbati, serviti da amanti. Contemporaneamente Dio castigherebbe i buoni; costoro il piú delle volte, infatti, sono sofferenti, poveri, oppressi.
Tutto ciò è assurdo. Il Creatore, infatti, per poter creare deve essere onnipotente, infinito e buono. Se avesse bisogno, non sarebbe infinito; se non fosse infinito, non sarebbe onnipotente. E, giacché non si può essere buoni se non si è giusti, il Creatore deve dare un premio a chi osserva le leggi sue e un castigo a chi le trasgredisce. Ma tale premio e tale castigo non sempre si hanno in questa vita; ci deve essere quindi un'altra vita in cui la giustizia sarà fatta. Di questo ne parla abbondantemente Gesú nel suo Vangelo. (Leggi, se di cultura media, Dio si rivela ancora - Sopravviverò? - Il Vangelo della Sindone; se di alta cultura, Certezze su Gesú - Senso dell'esistenza).
A moltissimi tutto ciò non interessa. Eppure se un amico ti telefonasse di una bomba messa nel tuo scantinato, non dormiresti tranquillo, ma andresti immediatamente a vedere, e, nel caso, a telefonare ai pompieri per levarla.
E se un rabdomante serio ti dicesse di trovarsi nel tuo campo una sorgente d'acqua a pochi metri di profondità, t'impegneresti subito per gli scavi. Il minimo che una persona di buon senso deve fare è di conoscere se c'è un Dio e se c'è un'altra vita. E chi cerca trova.
Non ci può essere niente di piú stolto che prendere un treno o un aereo senza sapere dove andare. Purtroppo la maggioranza dei cristiani oggi sono cosí. Sembrano di oggi le parole del Salmista: «Tutti quanti traviarono, sono depravati: non c'è chi faccia il bene: neppure uno». (Ps. 113,3).
Se sapessero gli uomini che tesoro perdono e in quale rovina incorrono emarginando Dio e la Chiesa!
Un giorno incontrai un amico accigliato. - Cosa hai?, gli chiedo.
- Lasciami stare; avevo una fortuna e l'ho perduta. Pochi giorni addietro passeggiavo sulla spiaggia, a Catania. Vedo sulla sabbia un astuccio arrugginito e incrostato di sabbia. Pensando a quanti prima di me l'avevano visto, gli do un calcio e vado avanti. Dietro di me un altro lo prende, lo apre e se lo mette in tasca.
Vengo oggi a sapere che vi era un diamante che quello ha venduto per L. 20.000.000.
Un altro giorno incontrando un giovanotto libertino lo salutai:
- Buon giorno, Pippo, come stai?
- Sto benissimo, quello mi rispose con sussiego. Faccio quello che voglio, mi godo la vita, e lei non mi faccia prediche! - Non avevo nessuna intenzione di fartene, io replicai; ma giacché cosí mi provochi, te ne faccio una: O Dio c'è, e tu non potrai distruggerlo; o Dio non c'è. Se Dio non c'è il cretino sono io che per nulla ho sacrificato la vita; se Dio c'è il cretino sei tu che te ne andrai all'inferno.
Dopo tre mesi quel giovanotto mi venne a trovare nella mia casa di esercizi spirituali e mi disse:
- Da tre mesi non dormo. Ho riflettuto che lei non è un cretino e non ci guadagna nulla a fare il prete. Allora il cretino sono io! Mi accetta per un corso di esercizi?
Fece gli esercizi; si convertí e divenne un ottimo cristiano.
III. PROGETTO
Se guardiamo l'universo vediamo come tutto è venuto all'esistenza dietro un progetto: sia un atomo, sia una stella, sia una galassia, sia un fiore, sia un animale. (Leggi il libro Il senso dell'esistenza).
Fermiamoci a considerare un animale, piccolo o grande che sia: vediamo che esso è stato minuziosamente progettato nel DNA della prima cellula, dalla quale si è sviluppato. Sappiamo pure che il DNA di un uomo, invisibile a occhio nudo, è simile a una scala di corda di marinai, ed è lungo un metro e mezzo. In esso c'è il progetto dell'uomo: quanto dovrà essere alto, quanto intelligente, quanto bello, di quale colore saranno i suoi capelli, le sue pupille, la sua pelle, quali saranno le sue inclinazioni...
Dall'eternità Dio ha progettato un altro corpo misterioso, che S. Paolo chiama il Corpo Mistico, o misterioso, di Gesú; di esso ogni uomo è chiamato a divenire un membro. Ogni cristiano al momento del suo battesimo viene progettato per l'eternità: quanto sarà grande, bello, intelligente, potente, felice per sempre. Questo progetto è contenuto nella grazia che egli allora riceve. La grazia è come il DNA dell'uomo nuovo; colla grazia l'uomo diventa figlio adottivo di Dio.
- Cosa è la grazia? Cosa è questa adozione divina?
- Un fatto di cronaca e due immagini ti aiuteranno a comprenderlo.
a) Nel dopoguerra un miliardario americano, visitando Napoli, vede in periferia una bambina di 3 anni vestita di nero, sporca, arruffata, giocare nel fango. Meravigliato s'informa. Viene a sapere che la bambina ha perduto entrambi i genitori e vive con una zia carica di figli. La chiede per figlia adottiva; l'ottiene, fa le pratiche legali, la porta in America. La bambina, naturalmente, non cambiò né occhi, né capelli; ma tutto cambiò in lei, al punto di non riconoscersi piú: istruita, educata, poi laureata, divenne una donna di alta società.
Ciò che avviene nell'uomo mediante la grazia è smisuratamente piú grande: diventa figlio di Dio, addirittura immagine di Dio.
b) Metti un ferro in una forgia: pur restando ferro, se il calore della forgia è fortissimo, diventa incandescente e luminoso. Cosí il cristiano mediante la grazia: pur restando uomo, acquista una luce e una bellezza divina.
c) Una lampada elettrica, sia pure di mille candele, in sé non ha luce. Se per essa passa l'energia elettrica, diventa luminosissima. Se si fonde il suo filo, non serve piú a nulla e si getta nella spazzatura.
Cosí l'uomo: senza la grazia è un povero uomo; colla grazia la vita di Dio passa per lui e lo rende meraviglioso; se col peccato perde la grazia, non vale piú nulla e diventa buono soltanto per essere gettato nella spazzatura dell'umanità, che è l'inferno.
La bellezza che ci dà la grazia è cosí grande che rende il minimo degli eletti piú bello, piú intelligente, piú felice delle persone piú belle, piú intelligenti e piú fortunate della terra.
S. Teresa di Gesti un giorno, in una visione, vide una persona cosí meravigliosamente bella, che si inginocchiò, credendo di trovarsi davanti a Dio.
- Alzati, le disse il suo angelo, non è Dio; è un'anima in grazia di Dio.
Potremmo paragonare questa bellezza iniziale alla luce di una candela. Ogni atto soprannaturale aumenta tale luminosità e tale bellezza. Ogni preghiera, ogni Ave Maria, ogni sacrificio, ogni lavoro, ogni sofferenza offerti a Dio, ogni atto di carità, di pazienza, di apostolato, ogni tentazione vinta fanno crescere tale bellezza e tale felicità eterna proporzionalmente alla loro entità e all'amore con cui sono fatti.
Se vogliamo paragonare le perfezioni fisiche e intellettuali che l'uomo avrà in paradiso alla luce, possiamo dire che:
- Chi muore subito dopo il battesimo o subito dopo aver accettato Gesú è simile a una lampada di una candela;
- Chi muore dopo aver fatto una sola preghiera o una sola opera buona è simile a una lampada di due candele;
- Chi muore dopo aver fatto 3, 4, 5, 10, 100, 1000, 100.000, 1.000.000 di preghiere e di opere buone, è simile a una lampada di 3, 4, 5, 10, 100, 1.000, 100.000, 1.000.000 di candele. Colui che dedica tutta la vita a pregare, a sacrificarsi per amore di Dio in opere di carità o di apostolato o nelle sofferenze diventa cosí luminoso da essere paragonato dalla Bibbia a un sole: « Coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come stelle per tutta l'eternità ». (Dan.12,3). Essi sono i santi, sia oggi conosciuti, sia sconosciuti.
Tutte le gioie del corpo e dello spirito, che hanno gustato tutti gli uomini sulla terra, sono immensamente minori delle gioie che gusta un eletto in un sol minuto, in Paradiso, nella visione di Dio.
IV. SCHIAVITÚ E LIBERTA
Quando si parla di leggi si parla di obbligazioni e quindi di limitazione di libertà. Questo concetto l'uomo è portato a estenderlo anche alla legge di Dio. All'apparenza anch'essa limita la libertà; ma in effetti è il contrario: la legge di Dio rafforza la libertà; la sua trasgressione, ossia il peccato, la riduce, fino a toglierla completamente. Dice Gesú: «chi fa del peccato è servo del peccato». (Gv. 8, 34).
Dice S. Paolo: «La legge è spirituale, ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. Non comprendo quello che faccio, perché non faccio quello che voglio, ma quello che odio... Non faccio il bene che voglio, bensí il male che non voglio. Secondo l'uomo interiore provo diletto nella legge di Dio, ma vedo nelle mie membra un'altra legge, che lotta contro la legge nella mia mente e che mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra». (Rom. 7, 14).
L'uomo piú fa il peccato, piú è necessitato a farlo: come ad esempio la masturbazione, la fornicazione, l'ubriachezza e soprattutto la droga. Questo, d'altronde accade per ogni vizio: per l'ira, per l'avarizia, per la gola, per la pornografia e la pornocinematografia, per la TV, per il fumo ... È cosí che quello diventa schiavo del denaro, quella di un uomo, quello di una donna, quello della politica, quello del fumo, quello di altri istinti.
Migliaia di persone mi hanno detto con sincerità che avrebbero voluto eliminare qualche loro vizio, ma che non ci riuscivano. Un amico, colpito da cancro ai polmoni da fumo, prima di morire fra atroci dolori, mi disse che aveva tentato ripetutamente di liberarsi dal fumo, ma che non ci era riuscito; una volta c'era riuscito, ma era bastata una sigaretta offerta da un amico per rarvelo ricadere; se avesse previsto quello che soffriva, non avrebbe preso mai una sigaretta per tutto l'oro del mondo. Questa triste condizione umana di schiavitú del peccato faceva gridare a s. Paolo: «Oh, infelice uomo che sono! Chi mi libererà da questo corpo di peccato?» (Rom. 7, 24). Il liberatore è solo Gesú. Egli, liberandoci dal peccato, ci libera contemporaneamente dalla morte.
Dice Gesú: «La verità vi farà liberi» (Gv. 8, 32).
L'uomo si avvelenava liberamente soltanto quando sapeva che in quel bicchiere c'era veleno, e non quando credeva ci fosse liquore; rifiuta liberamente un testamento che lo nomina erede universale quando sa, ad es., che il defunto possedeva un miliardo, e non quando falsamente credeva che egli fosse pieno di debiti. L'uomo si danna liberamente soltanto quando sa cosa è il Paradiso che egli rifiuta e l'inferno che egli sceglie. Ma allora dov'è la sua responsabilità?
Nel rifiutare di conoscere che è venuto dall'altro mondo egli ci dice che ci sono il Paradiso e l'inferno, e gli dà effettive garanzie di quanto afferma.
Se l'uomo conoscesse il Paradiso che perde e l'inferno che guadagna col peccato, non peccherebbe mai.
L'uomo è vittima della sua ignoranza o meglio della sua voluta stupidità, perché non c'è niente di piú stupido che rifiutarsi di esaminare se c'è un'altra vita o no; come non c'è niente di piú stupido per un pilota che rifiutarsi di controllare, sebbene avvisato, se è stata messa nel motore una bomba ad orologeria. L'uomo fa il peccato perché non sa cosa è il peccato.
Per questo il primo rimedio contro il peccato è la conoscenza delle sue conseguenze. Giustamente s. Alfonso de' Liguori disse: «Meditazione e peccato non possono stare insieme».
La lettura del Vangelo, dei libri di evangelizzazione e dei libri formativi ci fa conoscere quella verità che ci allontana dal peccato e ci rende liberi.
La liberazione non è altro che liberazione dall'ignoranza e dal peccato; quindi abbandono psichico di esso e mutamento di concezione e di pratica di vita, ossia conversione. Tutto questo viene sancito, per volontà di Gesú, con la confessione. La perseveranza nella nuova rotta viene resa possibile dalla vigilanza, ossia dall'allontanamento delle occasioni, dalla preghiera e dalla comunione, come Gestì ha insegnato:
«Vigilate e pregate per non cadere in tentazione» (Mt. 26, 41). «Senza di me non potete far nulla» (Gv. 15, 5).
L'uomo, che non è schiavo dei suo istinti e della materia, dirige ogni cosa al fine per cui Dio l'ha creata e raggiunge in vita l'equilibrio e la pace, e con essi il miglior bene terreno, e, in morte il Paradiso. Giustamente s. Paolo dice: «La pietà è utile a tutto, ed ha la promessa della vita presente e della futura» (I Tm. 4, 8).
V. DISTRUZIONE
Hai visto mai una città distrutta da un terremoto, o quello che fu il bellisssimo palazzo dei marines americani a Beyrut dopo l'esplosione di quel camion di tritolo? Hai visto una bella campagna devastata da un ciclone o il cadavere di una bella ragazza dopo un mese dalla morte?
Allora ti potrai fare un'idea di quanto avviene in un uomo dopo un peccato mortale. Tutto quello che hai costruito in una vita allora si distrugge. Col peccato mortale si diventa come un cadavere in putrefazione. Vari santi avvertivano questo nei peccatori: ultimamente Teresa Neumann di Konnesreut, che visse per 32 anni totalmente digiuna, mantenuta dalla sola comunione. Essa, ricevendo ogni giorno tantissime persone desiderose di parlarle, ogni tanto aveva violenti conati di vomito e segni di intossicazione, che sembravano farla morire. Una volta un'amica, che l'assisteva, si accorse casualmente che questo stato coincideva con la presenza di una prostituta conosciuta e di un bestemmiatore. Allora chiese a Teresa spiegazione. Teresa le rispose che la causa era il tremendo fetore che emanava da quei peccatori. Da quel giorno l'amica, ogni volta che vedeva in Teresa quei conati di vomito, si affacciava alla porta e pregava chi stava dietro di andarsene. Subito Teresa stava bene.
Ritornando alle similitudini precedenti, col peccato mortale l'uomo rassomiglia:
- alla bambina napoletana ritornata, dopo l'adozione, a Napoli, a vivere sul fango;
- al ferro incandescente immerso nell'acqua;
- alla lampada elettrica fusa.
D'altronde è evidente che chi rifiuta Dio per Padre, non può avere la sua eredità, il Paradiso; chi si toglie dalla luce, si mette nelle tenebre; chi rifiuta la vita, ha la morte.
E giacché per gli uomini, divenuti tutti peccatori e rinunciatari, non c'era altra prospettiva che l'inferno, il Figlio di Dio, mosso a pietà di noi, si fece uomo e per noi patí la sua tremenda passione. Il profeta Isaia, vedendolo 600 anni prima in visione cosí, lo descrive:
« È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza, né bellezza per attirare i nostri sguardi, né splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima». (Is. 53,2-3).
Cosí appare il volto di Gesù in Adrano dopo le molteplici lacrimazioni di sangue avvenute nel gennaio e febbraio 1981. Molti torcono lo sguardo per non vederlo (Leggi Dalla Polonia a Adrano); tanti addirittura mi rimproverano per averlo pubblicato.
Isaia continua: « Egli si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori, e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge; ognuno di noi seguiva la sua strada. Il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di tutti noi. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprí bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte?». (Is. 53, 4-8).
Dopo tutto questo, gli uomini continuano allegramente a peccare e a ricrocifiggerlo, come dice s. Paolo parlando dei cattivi cristiani: « Crocifiggono di nuovo in se stessi il figlio di Dio». (Ebr. 6.6).
Vorresti almeno tu affliggerti per Lui, per come lo hai ridotto coi tuoi peccati, confessarglieli e cambiare vita? È quanto Gesti spera da te. È quanto in qualche modo lo ricompensa del suo atroce martirio. La sua sofferenza maggiore difatti è di vedere che, nonostante tanto suo martirio, un'immensa quantità di uomini resta insensibile, continua ostinatamente a peccare e va all'inferno. Questa visione gli fa dire quelle amarissime parole che il profeta gli mette in bocca: «Quale utilità nel mio sangue?». (Ps. 29,10).
Queste tremende realtà hanno fatto avere sempre ai santi in orrore il peccato. La b. Bianca di Castiglia diceva al figlio Luigi IX piccolo:
« Figlio mio, ricordati: se mi venissero a dire: maestà, vostro figlio ha commesso un peccato, mi darebbe piú dolore che se mi dicessero: maestà vostro figlio è morto ».
Uno dei piú antichi e bravi scrittori francesi, Joinville, che fu ministro di S. Luigi IX, narra questo episodio. Il re gli disse un giomo:
- Cosa preferireste, la lebbra o un peccato mortale?
- Oh, la lebbra... !, rispose inorridito Joinville. Meglio un peccato.
- Come non avete giudizio! rispose s. Luigi IX. Anche senza la lebbra, un po' di anni dopo morirete. Ma col peccato mortale andrete all'inferno. Per conto mio, preferisco la lebbra, la peste anziché un peccato mortale.
S. Rita da Cascia, vedendo che nei suoi due figli cominciavano a spuntare sentimenti di vendetta verso l'uccisore del loro padre, cosí pregò il Signore:
- Signore, se vedi che i miei figli, crescendo, faranno peccati mortali, falli morire ora che sono innocenti.
Il Signore ascoltò quella preghiera e le fece presto morire i figlioli. Lei allora si fece monaca.
S. Domenico Savio, al primo ritiro che fece con s. Giovanni Bosco, fece questo proposito: «La morte, ma non peccati».
VI. UNA FORTUNA
Se ci fosse una fata che, appena chiamata ricostruisse d'un colpo un palazzo distrutto o facesse rinverdire un giardino seccato, chi non la chiamerebbe? Se ci fosse un medico che guarisse tutte le malattie o un chirurgo che facesse con esito certamente positivo tutte le operazioni, quale ammalato non ricorrerebbe a lui, a costo di andare in capo al mondo e di vendersi tutto per pagare le spese?
Eppure questo medico che ti guarisce tutte le malattie che ti affliggerebbero e renderebbero infelice per tutta l'eternità, c'è; e nessuno vuole ricorrere a lui: è il confessore.
- Si può essere sicuri?
- L'ha detto Gesú la sera della resurrezione apparendo agli apostoli: « Ricevete lo Spirito Santo; a coloro ai quali rimetterete i peccati saranno loro rimessi; a coloro ai quali li ritenete saranno ritenuti». (Gv. 20,23).
Non ci può essere sicurezza maggiore.
- Che c'entra questo con la confessione?
- Tutto. Infatti il sacerdote non può assolvere secondo le sue simpatie o antipatie, ma secondo le disposizioni del penitente. È perciò che il penitente deve confessare a lui i suoi peccati ed eventualmente rispondere alle sue domande. Cosí anche il penitente resta sicuro d'essere stato perdonato e si tranquillizza; altrimenti resterebbe nel dubbio.
- Non poteva Gesú disporre qualcosa di piú leggero?
- Cosa ci potrebbe essere di piú leggero per un imputato per essere assolto dal giudice dai suoi reati, che confessarglieli, chiedendogli di perdonarlo? Come ne sarebbero felici tutti gli imputati e tutti i condannati! Ascolta: « Naaman, capo dell'esercito del re Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso. Ora bande aramee in una razzia avevano rapito dal paese d'Israele una giovinetta, che era finita a servizio della moglie di Naaman. Essa disse alla padrona: "Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria certo lo libererebbe dalla lebbra". Naaman andò a riferire al suo signore: "La giovane che proviene dal paese d'Israele ha detto cosí". Il re di Aram gli disse: "Vacci! Io invierò una lettera al re d'Israele". Quegli partí, prendendo con sé dieci talenti d'argento, seimila sicli d'oro e dieci vestiti. Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: "Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Naaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra". Letta la lettera, il re d'Israele si stracciò le vesti dicendo: "Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? Sí, ora potete constatare chiaramente che egli cerca pretesti contro di me". Quando Eliseo, uomo di Dio, seppe che il re si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: "Perché ti sei stracciate le vesti? Quest'uomo venga da me e saprà che c'è un profeta in Israele". Naaman arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Eliseo. Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: "Và, bagnati sette volte sul Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito". Naaman si sdegnò e se ne andò protestando: "Ecco, io pensavo: certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. Forse l'Albana e il Papar, fiumi di Damasco, non sono i migliori di tutte le acque d'Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?" Si voltò e se ne partí adirato. Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: "Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l'avresti forse eseguita? Tanto piú ora che ti ha detto: Bagnati e sarai guarito". Egli, allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell'uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito ». (2 Re 5,1-14).
Se Dio ti avesse imposto delle condizioni anche durissime per perdonarti i tuoi peccati, come andare a piedi in capo al mondo o pagare una grandissima multa, tu non l'avresti fatto per salvarti dalla morte eterna e andare in Paradiso? Perché non fare una cosa tanto facile quale la confessione?
- Non basta che, pentito chieda perdono a Dio, sia pure rivolgendomi al cielo, o a un quadro sacro?
- Se uno ti deruba o ti ferisce e poi, pentito o per non andare in galera vuole essere perdonato da te, le condizioni del perdono chi deve metterle: lui o tu?
- Evidentemente io.
- È Gesú che ha stabilita la confessione, come già ti ho detto. L'ha fatto per amore; per darci la certezza del suo perdono. Una notte mi viene a trovare un uomo, ora da molti anni morto, e, soli, a quattr'occhi mi dice:
- Posso parlare?
- Se lo crede.
- Sono sicuro che lei non parlerà?
- Amico mio, non sono venuto io a casa sua per estorcerle un segreto. Se si sente sicuro di me parli; se non si sente sicuro non parli.
- Parlerò. Fino ad oggi siamo stati due soli a saperlo: io e Dio. Da stanotte saremo in tre: io, Dio e lei. Dieci anni addietro ammazzai in campagna un amico e scappai lontano. Il giorno dei funerali accorsi da lontano, piansi piú degli altri, organizzai il funerale. A nessuno mai venne in testa che fossi stato io l'uccisore. Da dieci anni non dormo: sono ricco, ancora giovane, sposato, pieno di salute. Sono infelice. Può Dio perdonarmi?
- Amico mio, quell'uomo aveva famiglia?
- Moglie e due figli piccoli.
- Bisogna che lei mantenga quella famiglia come se fosse sua, finché i ragazzi cresceranno e saranno in grado di mantenersi. Se lei fa questo Dio la perdona; se non lo fa Dio non la perdona.
- Le giuro che lo farò.
Gli diedi l'assoluzione e la penitenza. Da quel giorno quell'uomo acquistò la pace.
VII. L'ASSURDO DELL'INDIFFERENZA
Quando c'è il sospetto di trovare in una zona un tesoro nascosto c'è la caccia al tesoro; quando c'è la probabilità di trovare in un luogo del petrolio c'è la caccia al petrolio.
Se anche non fossi sicuro del Paradiso, non puoi a priori negare la probabilità che esso ci sia veramente. Non c'è atto di stupidità piú grande che rifiutarsi, in partenza, di ricercare se esso c'è: significa autocondannarsi a perderlo eternamente, a perdere eternamente la felicità di un corpo risuscitato e giovane, glorioso e immortale; a perdere la felicità della visione di Dio e dell'amore e dell'intimità di parenti, di amici e di tutti gli eletti.
L'assurdo è ancora qui: tanti, cosí disinteressandosi della propria fortuna eterna, credono di far mostra di superiorità e di intelligenza!
Se una persona che stimi competente e onesta ti dicesse di fare un concorso importante per il quale avresti molte probabilità di vincerlo, tu non studieresti notte e giorno per vincerlo? Se poi la stessa persona ti dice di riacquistare quel tesoro inestimabile che è la grazia di Dio con una cosa tanto facile qual è la confessione, tu ti rifiuti o rimandi sempre.
Quando rifiuti Dio, Dio chiama un altro al tuo posto. Fin dall'eternità egli ha stabilito il numero degli eletti che debbono formare il Corpo Mistico e chiama tutti gli uomini a farne parte. Quando tu, 100, 1.000, un miliardo di persone rifiutano tale fortuna, Dio chiama altri; se fosse il caso posticiperebbe di un po' di anni la fine del mondo per raggiungere con altri il numero degli eletti. Un giorno Gesú parlando dell'inferno disse agli ebrei: « Là sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno dall'Oriente e dall'Occidente, da settentrione e da mezzogiorno per mettersi a mensa nel regno di Dio ». (Lc.13, 2830).
Quasi sempre l'ateismo e i dubbi sulla fede sono frutto del peccato. Un professionista ogni volta che m'incontrava mi tempestava di domande e di dubbi. Un giorno, intervenuto a un ritiro spirituale, alla fine mi chiese di confessarsi. Si confessò e bene. Alla fine, alzandosi, si stropicciò gli occhi e disse: - Mi sono scomparsi completamente i dubbi. Erano i miei peccati che m'impedivano, come nubi, di vedere il sole di Dio.
Tanti, infine, fanno come Pilato che chiedono: « Cosa è la verità? »; e si voltano dall'altra parte, per non sentire la risposta.
VIII. TUTTO DEVE ESSERE RIVELATO
Una famiglia vive felice con una bellissima e dolce figliuola, Emanuela Orlandi. Ignoti rapiscono la ragazza; la fanno scomparire e, forse, dopo averla stuprata, la uccidono.
Un'altra famigliuola vive con una bimbetta di appena tre mesi, avuta dopo anni di matrimonio e tanto aspettata. Ignoti immobilizzano i genitori e li lasciano nella disperazione portandosi per sempre la bambina.
Un bravo impiegato, cognato di amici miei, vive felice con i tre figliuoli. Un ignoto, mentre egli sta per aprire la porta lo chiama, gli spara un colpo allo stomaco e quindi uno in testa e lo uccide, distruggendo per sempre la felicità della sua famiglia.
Questi, alcuni episodi recenti di cronaca. Ogni anno milioni di questi delitti succedono nel mondo ad opera di ladri, di mafiosi, di terroristi, di tiranni, rimasti quasi sempre sconosciuti e impuniti.
Se poi guardiamo le stragi di Hitler, di Stalin, di Mao, di Jap, di Komeini, le migliaia di persone fatte scomparire dai dittatori sud-americani, le centinaia di migliaia di condannati ai lavori forzati o degenti negli ospedali psichiatrici sovietici, c'è da piangere senza fine lacrime di sangue
Pensando a questi e agli infiniti altri delitti che succedono continuamente nel mondo ci sentiamo ribollire il sangue e affiorare questa domanda:
- Ma non c'è una giustizia? E perché Dio tace?
- Se un ordine c'è nell'universo, (e non c'è chi, aprendo gli occhi, non lo veda), esso non può finire nel caos di questo infinito e raccapricciante disordine umano. L'ordine dovrà venire ricomposto. Lo esige l'intelligenza.
Ma ciò che ce ne dà la certezza è quanto ha detto Gesù: « Darete conto di tutto, anche di una semplice parola oziosa». (Mt. 12,36).
«Niente vi è di occulto che non sarà rivelato ». (Mt. 10,26). Quando Gesù verrà alla fine del mondo risorgeranno tutti i morti piangeranno tutte le folle dei peccatori della terra (Mt. 24,30); e radunati dai suoi angeli tutti gli uomini, egli rivelerà d'un colpo d'occhio, come un flash, facendo apparire nel volto dei peccatori, tutti i delitti, tutti i peccati, anche i piú nascosti, anche i piú piccoli. La vergogna dei peccatori sarà vista da tutta l'umanità e il loro terrore per l'incombente condanna all'inferno eterno sarà tanto grande che essi grideranno: « O monti, cadeteci sopra, sfracellateci». (Lc. 23,30).
Niente c'è di nascosto che non verrà rivelato: tutto quel tuo menefreghismo della legge di Dio, quei porno-spettacoli della notte, quei tuoi peccati di lussuria, quelle tue bugie, quegli imbrogli piccoli o grandi, quelle barzellette sporche, quei cattivi pensieri, quelle cattive parole, quelle bestemmie, tutto, assolutamente tutto sarà rivelato; e apparirai con tutte queste tue turpitudini dinanzi ai tuoi parenti, amici e conoscenti, dinanzi ai miliardi di eletti nel giorno del giudizio.
- Guarda che non c'è da ridere. Sarà cosí. Certamente. Cosí, perché l'ha detto Gesù: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno». (Mt. 24,35).
- Ma non c'è rimedio?
- Dio, nella sua infinita misericordia ce ne ha dato uno meraviglioso: la confessione.
Gesú ha disposto che tu e chiunque rivela i propri peccati a una persona da lui autorizzata, cioè a un sacerdote abilitato, con una buona confessione, questi scompariranno per sempre.
- Sarebbe troppo bello! È sicuro?
- Si, perché Gesú ha pagato per noi sulla croce.
- E come posso essere sicuro che, confessandomi, tutti i miei peccati scompariranno per sempre?
- Ascolta: un giorno un uomo, che da molto tempo non si confessava, toccato dalla grazia di Dio, andò a confessarsi da s. Bernardino da Siena; e, per essere sicuro di confessare tutti i suoi peccati, stette diverse ore a farsi l'esame di coscienza e li scrisse in un foglio grande di carta. Inginocchiatosi, cominciò a leggere, piangendo, i suoi peccati. Alla fine il santo lo esortò a cambiare vita; gli fece ripetere un atto di pentimento, gli diede l'assoluzione e la penitenza e gli disse: «Andate ora in pace e non pensate piú al passato».
- Ma Dio mi ha sicuramente perdonato?, chiese quell'uomo.
- Certamente, rispose il santo.
- Posso essere sicuro?
- Rileggete i peccati, rispose il santo.
Quell'uomo cerca di leggere: ma non trova, con grande stupore, piú scritto nulla nel grande foglio.
- Come i vostri peccati sono scomparsi per sempre dalla carta, disse allora il santo, cosí sono scomparsi dalla vostra anima. Adesso pensate solo a fare opere buone.
IX. CON QUEL FARABUTTO?
Un pomerigggio, stanco di guidare la macchina in un lungo viaggio, approfittando del bel tempo, mi fermo vicino a una campagna dove un contadino zappava. Scendo dalla macchina, mi avvicino a quel contadino e, dopo poche chiacchiere d'occasione, gli dico:
- Lei va a Messa la domenica, qualche volta si confessa?
- Giammai!
- E perché?
- Io confessarmi con quel farabutto di parroco?
- Non c'è un altro prete in paese?
- No; c'è lui solo.
- Anche di medici ne avete uno solo?
- Sí.
- E se il farabutto, invece del parroco fosse il medico e lei cadesse ammalato, cosa farebbe?
- Me ne andrei nel paese piú vicino a cercare un altro medico.
- Giusto! Perché se perde la salute e la vita non importerebbe nulla al medico del suo paese. Ugualmente non importa nulla al suo parroco se lei ha perduto la salute dell'anima e il Paradiso. È lei che va all'inferno. Vada a confessarsi in un altro paese!
- Non ci avevo pensato! Lei ha ragione.
- Si ricordi pure che, ad andare in Chiesa, a confessarsi, a comunicarsi non fa un favore al prete, ma a se stesso, come quando zappa o quando mangia. Si ricordi, infine, che all'imputato non interessa se il giudice è un galantuomo o un farabutto; interessa solo venire da lui assolto. Peggio per il prete se è farabutto. Si farà i conti con Dio, che con lui sarà molto rigoroso. E adesso, buon pomeriggio.
- Grazie, padre, e a lei buon viaggio.
X. UNA COMPAGNIA DI CONIGLI
Un lontano giorno d'aprile nell'ultima guerra andai in una compagnia di soldati del 138° reggimento, di cui ero cappellano, per far fare loro il precetto pasquale. Il capitano mi radunò i soldati, e io feci loro un bel discorso. Li vedevo attentissimi e mi sembravano convinti. Alla fine dissi:
- Ragazzi, ora celebro la santa messa. Prima però vi dò il tempo per confessarvi.
I soldati stettero alcuni momenti fermi; poi ruppero la fila. Attesi cinque minuti, un quarto d'ora...; nessuno venne a confessarsi.
Deluso, feci suonare l'adunata e quindi celebrai la messa. Finita la messa, un soldato si avvicinò all'altare e mi disse a bassa voce:
- Signor capellano, io sono di famiglia molto religiosa; avrei voluto confessarmi; ma vedendo che nessuno si faceva avanti, ho avuto vergogna.
Subito dopo venne un altro e mi disse:
- Signor cappellano, io volevo confessarmi; ma, vedendo che nessuno si confessava, ebbi vergogna.
Subito dopo venne un terzo soldato a farmi lo stesso discorso; poi un altro, poi un altro, poi un altro ancora, e quindi un grosso gruppo di soldati, che d'un colpo s'ingrossò e raccolse tutta la compagnia.
Allora un sergente, ridendo, mi disse:
- Signor cappellano, non siamo una compagnia di soldati: siamo una compagnia di conigli! Ci volevamo confessare tutti e comunicare; e abbiamo avuto vergogna l'uno dell'altro. Può tornare domani?
L'indomani ritornai sul posto. Tutti si confessarono e, durante la santa messa, si comunicarono devotamente.
Cosí la grandissima maggioranza dei cristiani: sono cresimati; ma invece di diventare colla cresima i soldati di Cristo, diventano i conigli di Cristo; non hanno coraggio di confessarsi e di comunicarsi; non hanno coraggio di difendere la Chiesa, di correggere amorevolmente chi bestemmia, chi fa turpiloquio; non hanno coraggio di farsi un segno di croce; e, anche quando vanno in Chiesa, non hanno coraggio di mettersi avanti, vicino all'altare; ma stanno laggiú in fondo, vicino alla porta per vergogna di farsi vedere in prima fila, o forse per essere i primi ad uscire. È il peccato del rispetto umano, che nessuno confessa.
XI. IO PECCATI NON NE HO
Giacché « nulla vi è di occulto che non verrà rivelato », e giacché quello che diciamo al sacerdote in confessione viene cancellato, quando ci si va a confessare il problema è di vedere con esattezza tutti i nostri peccati. Li i pericoli sono due: di non vedere i propri peccati; di scambiare per cose da nulla le cose grosse. Ti voglio puntualizzare questi pericoli con due episodi.
1. Un giorno, confessando una compagnia di soldati per il precetto pasquale, un soldato mi disse:
- Padre, io peccati non ne ho; ma, tanto è Pasqua, e vengo ugualmente a confessarmi.
- Di dove sei?, gli chiedo.
- Toscano, egli mi risponde.
- Beh, allora qualche bestemmia c'è.
- Oh, quello sí!
- Dieci o quindici al giorno?
- Quindici o venti al giorno; non piú di quello.
2. Questo episodio successe in Adrano molti anni addietro, e fece allora ridere tutto il paese; i vecchi lo ricordano ancora. Un uomo, una notte di luna, andò a caccia. Appostatosi a ridosso di una bassissima collina, attese il coniglio. Dopo un pezzo vide spuntare sul ciglio della collina due orecchie. « È il coniglio! », pensò subito il nostro cacciatore; sparò e corse a prendere la preda. Aveva ucciso un asino, che stava sdraiato all'addiaccio e che, a un certo punto, per sua mala sorte, aveva sollevato la testa.
Cosí la maggioranza dei cristiani: o non vedono i peccati; o scambiano le cose grosse, anche grossissime per inezie: bestemmie, maldicenze, pornofilms, bugie, giuramenti falsi, impurità, ecc.
Il Signore ha dato esempi impressionanti per farci capire questa verità tanto elementare e tanto dimenticata dagli uomini. « Davide radunò di nuovo tutti gli uomini migliori d'Israele in numero di trentamila. Poi si alzò e partí con tutta la sua gente da Baalà di Giuda, per trasportare di là l'arca di Dio, sulla quale è invocato il nome del Signore degli eserciti, che siede in essa sui cherubini. Posero l'arca di Dio sopra un carro nuovo, la tolsero dalla casa di Abinadab, che era sul colle; Uzzà e Achio, figlio di Abinadab, conducevano il carro nuovo; Uzzà stava presso l'arca di Dio, e Achio precedeva l'arca. Davide e tutta la casa d'Israele facevano festa davanti al Signore, con tutte le forze, con canti e con cetre, arpe, timpani, sistri e cembali. Ma quando furono giunti all'aia di Nacon, Uzzà stese la mano verso l'arca di Dio, e vi si appoggiò, perché i buoi la facevano piegare. L'ira del Signore si accese contro Uzzà; Dio lo percosse per la sua colpa ed egli morí sul posto, presso l'arca di Dio». (2 Salm. 6,1-8).
Il motivo fu questo: Dio aveva ordinato che solo i sacerdoti potevano toccare l'arca santa. (Oggi moltissimi trattano senza rispetto l'Eucarestia e, se laici, la prendono senza autorizzazione del Vescovo).
«Un uomo di nome Anania colla moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per sé una parte dell'importo, d'accordo colla moglie, consegnò l'altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: "Anania, perché mai Satana si è cosí impossessato del tuo cuore e tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di veriderlo non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo questa azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio". All'udire queste parole Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i piú giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi, circa tre ore piú tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell'accaduto. Pietro le chiese: "Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?". Ed essa: "Si, a tanto". Allora Pietro le disse: "Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te. D'improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose"». (Atti 5, 1-11).
- Sono ugualmente impressionanti le testimonianze di morti rianimati, raccolte dal dott. Raymond Moody nel libro La vita oltre la vita (Mondadori).
Una donna gli disse: «Appena morta mi trovai in un mondo di luce e vidi d'un colpo, come a un flash, tutta la mia vita, tutte le mie azioni, particolarmente quelle di cui avevo a vergognarmi; e delle mie azioni, anche buone, vidi i moventi meno buoni che mi spingevano. Ho avuto tanta paura!... Adesso ho deciso di vivere solo per fare del bene».
XII. ESAME
Spesso mi capita che vengano a confessarsi giovani e uomini dopo anni che non si confessano e che mi dicano:
- Io peccati non ne ho.
Io, ormai esperto, faccio loro un esame di coscienza e i peccati vengono su a frotte... Allora concludo:
- Piú in fondo andiamo, piú pesci pigliamo...
- Come fare un esame di coscienza?
- Semplicissimo: sui dieci comandamenti, sui precetti della Chiesa, sui propri doveri di stato.
1. Non avrai altro Dio fuori di me.
Hai negato o messo in dubbio la fede? Hai degli idoli che ti fanno dimenticare o mettere al secondo posto Dio? Sono forse un uomo, una donna, il divertimento, il denaro, il lavoro, la politica? Forse per essi dimentichi o non trovi piú tempo per la preghiera quotidiana, per la messa domenicale, per le opere buone? Forse per essi non vai al sottile con la tua coscienza e facilmente trasgredisci la legge di Dio?
2. Non nominare il nome di Dio invano.
Forse bestemmi o anche solo attribuisci a Dio i mali e le cose storte che avvengono nella terra? Forse lo nomini senza rispetto o dici barzellette irriverenti? Forse pensi che la bestemmia sia un peccato leggero, mentre è uno dei peccati piú gravi che possa fare l'uomo?
3. Ricordati di santificare la festa.
Vai a Messa la domenica? La metti al primo o all'ultimo posto, a quando hai tempo. Arrivi a Messa iniziata o a mezza Messa? Preghi durante la Messa o stai distratto, o, addirittura, ti metti a parlare? Santifichi almeno in parte il resto della giornata con letture sante, con visite a malati, con opere di carità e di apostolato, con la partecipazione a qualche attività ecclesiale?
4. Onora il padre e la madre.
Li onori? Li obbedisci? Li sostieni? Li assisti? O con facilità li lasci soli in un angolo, o li vai a chiudere in un asilo? Rispetti le autorità ecclesiastiche e civili o parli sempre male di loro? Rispetti i piú grandi?
5. Non ammazzare.
Non praticare, né consigliare aborti. Non odiare, non nutrire rancori e risentimenti. Non andare sempre ricordando il male rickvuto.
Ami il prossimo? Con le parole o coi fatti? Quali e quante opere di carità vai facendo? Pensi anche agli altri o pensi solo a te?
6. Non commettere atti impuri.
Non masturbazioni, non fornicazioni, non adulteri, non sodomie, non onanismi, non toccamenti sensuali su di sé o sugli altri; non cattivi discorsi e neanche cattive parole: son tutti peccati di lussuria.
7. Non rubare.
Non rubare, non imbrogliare, non danneggiare la roba degli altri. Ruba l'insegnante che non fa scuola, o si dà ammalato o durante la scuola lascia a lungo la classe; ruba l'operaio che non lavora, o lavora a singhiozzo, o solo quando è visto dal padrone; rubano i sofisticatori, coloro che non mettono il materiale pattuito, i datori e i donatari di bustarelle.
Chiunque ruba è tenuto a ritomare la roba rubata.
8. Non fare false testimonianze.
Non mentire dinnanzi agli uomini, tanto meno in tribunale con false testimonianze; non calunniare, né insinuare sospetti. Non ti far credere piú ricco, piú intelligente, piú buono, piú influente di quello che sei. Non fare il fariseo credendoti o, peggio, proclamandoti galantuomo o un uomo senza peccati, che non ha bisogno del perdono di Dio e della confessione. Dice s. Giovanni: « Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi ». (1 Gv. 1,9).
9. Non desiderare la donna di altri.
Non andare dietro a cattivi pensieri. Le tentazioni possono venire a tutti. Fai peccato soltanto quando te ne accorgi e vorresti eseguirle. Dice Gesú: « Chi guarda una donna per desiderarla ha commesso adulterio ». (Mt. 5,28).
Ti esponi a occasioni di peccato o, peggio, le vai cercando? Stolto! È impossibile mettere il fuoco sotto la paglia e non vederla bruciare. Togli di sotto il fuoco e la paglia non brucia.
10. Non desiderare la roba d'altri.
Non è peccato desiderare di avere una macchina, una casa, una villa come le hanno altri. È peccato soltanto volerle loro togliere.
Un giorno parlando della confessione a un uomo questi mi disse:
- Io non ho niente da confessarmi. I 10 comandamenti li osservo sempre.
- Ci sono ancora i precetti della Chiesa, io gli risposi.
- Io osservo soltanto i 10 comandamenti, egli allora mi disse. Dove i precetti della Chiesa sono scritti nella Bibbia?
- Perché suo figlio deve andare a comprarle le sigarette? Dove è scritto nella Bibbia?
- Ma c'è scritto di obbedire al padre e alla madre.
- E ci sono pure scritte queste parole di Gesú agli apostoli: « Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi disprezza me ». (Lc. 10,16).
«Qualunque cosa scioglierete sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli». (Mt. 18,18).
Come vedi la legge data a Mosè è data al negativo; gli fu scolpita sulla pietra per cuori di pietra. Per questo dice s. Paolo: « La legge è per la morte », ossia deve servire per fare evitare agli uomini la morte temporale eterna. (Rom. 1,10). Essa è come un binario che giova al treno per non farlo sfracellare nella corsa, per farlo correre meglio e fargli raggiungere la meta. Le leggi morali sono leggi di vita. Purtroppo gli uomini neanche quelle osservano e vanno incontro a un'infinità di guai e alla morte. Dio, da perfetto pedagogo, non poteva rivelare la perfezione della legge a un popolo rozzo, primitivo e di « dura cervice », come la Bibbia definisce il popolo ebreo; cosí come un insegnante non spiega l'algebra a un analfabeta. Quando venne la pienezza dei tempi, Dio si fece uomo in Gesú e ce la venne a rivelare: la perfezione della legge è l'amore.
« Io vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi » (Gv. 13,14) cioè cercandovi, salutandovi, sentendovi, sacrificandovi gli uni per gli altri, come io ho fatto per voi. Per questo la legge del Vangelo è tutta al positivo. Gesú la scolpí in un cuore di carne, nel suo cuore, mostrandocelo nella Croce e nell'Eucarestia; la scolpí per cuori di carne, cioè per persone che amano. Solo gli egoisti non possono osservarla, o l'osservano per quel tanto per cui vedono un loro utile. Invece chi ama Dio e il prossimo trova facile e bello pregare, osservare i 10 comandamenti, fare del bene al prossimo. Ora è impossibile conoscere Gesú e non amarlo.
Un giorno mi avvicinano due ufficiali. Uno di loro mi dice: « Cappellano, se c'è il Paradiso, chi di noi due ci va? Lui che viene sempre a Messa e se ne frega dei soldati; o io, che non vi vengo mai, ma che tratto bene i soldati? ». « Né lui, né tu, rispondo io; a lui manca la gamba destra, a te manca la gamba sinistra; per camminare ci vogliono due gambe. A lui manca l'ala destra; a te manca l'ala sinistra; per volare a Dio ci vogliono due ali: l'amore di Dio, ossia la preghiera e la frequenza alla Chiesa e ai sacramenti; e l'amore del prossimo, ossia la pratica delle sette opere di misericordia corporale e spirituale ».
- Che bisogno ho io di confessarmi?, mi disse un giorno un uomo. Io non ammazzo, non rubo, non faccio male a nessuno. Se c'è un Paradiso, Dio deve darmelo.
- Lei ha un agrumeto, io gli riposi. Se vi manda un operaio per zapparlo, e quello, ritornando la sera, le chiede il salario della giornata, lei gli chiede fin dove è arrivato a zappare. Se lui le risponde: « Non ho zappato; però non le ho tagliato gli alberi, né le ho bruciato la casa o fatto altro male; quindi mi paghi ». Lei lo pagherà?
- No.
- Ugualmente Dio ricompensa non quelli che semplicemente non fanno del male; ma quelli che simultaneamente hanno fatto del bene. Si paga chi fa qualche lavoro, non chi non fa nulla. Gesú, parlando del giudizio universale dice che andranno all'inferno tutti coloro che non hanno sfamato gli affamati, né vestito gli ignudi, né fatto altre opere buone.
XIII. UN PECCATO MAI CONFESSATO
Quasi nessuno si accusa dei peccati di omissione: omissione di lavoro, di preparazione professionale, di assistenza alla propria famiglia, dei doveri ecclesiali, di opere di carità.
C'è un peccato del quale mai nessuno si accusa, e per il quale tuttavia si contrae una gravissima responsablità dinnanzi a Dio: è il peccato di omissione di soccorso spirituale.
Per comprenderlo basta ricordare che la legge civile punisce con la galera il delitto di omissione di soccorso stradale, e che la vita eterna vale immensamente piú della vita terrena. Per questo Dio dice: «Quando io dirò all'empio: Tu morrai! se tu non lo ammonisci e non lo avverti di abbandonare la via perversa, affinché possa vivere, egli morrà nella sua iniquità; ma del sangue di lui io chiederò conto a te. Se invece tu avrai ammonito l'empio ed egli non si sarà convertito dal male e dalla sua via perversa, egli morrà nella sua iniquità, ma tu avrai salvato te stesso. Cosí pure, qualora il giusto si ritirasse dalla sua giustizia e commettesse l'iniquità, se io porrò un tranello dinnanzi a lui, egli morrà; perché tu non l'hai ammonito, egli morrà nel suo peccato, né saranno tenute in considerazione le opere giuste che egli aveva compiuto; ma del sangue di lui io chiederò conto a te. Ma se tu hai ammonito il giusto di non peccare, ed egli non avrà commesso colpe, il giusto vivrà perché fu ammonito, e tu avrai salvato la tua vita». (Ez. 3, 18-21).
Cosa ne diresti di un naufrago che, raggiunta una scialuppa, si salvasse e si rifiutasse di accogliere nella scialuppa gli altri naufraghi? O di un evaso da un campo di sterminio che, potendo salvare altri 2, 20, 200 condannati a morte, non volesse portarli via con sé?
Gesú ha espressamnte detto che condannerà all'inferno coloro che potendo sfamare un affamato o curare un ammalato o coprire un assiderato li lasciano morire. Come non condannerà coloro che potendo salvare tanti peccatori, li lasciano andare all'inferno?
Il Signore ha espressamente detto che non pretende che noi convertiamo i lontani e i peccatori; vuole però che noi li evangelizziamo o li ammoniamo.
La Chiesa ha raggruppato in 7 opere di soccorso spirituale:
- Consigliare i dubbiosi; dissuadere chi vuole frequentare compagnie cattive o altre confessioni religiose, persuadere chi ha dubbi nella fede, ecc.
- Insegnare agli ignoranti; fare catechismo, insegnare le preghiere ai propri figli, evangelizzare i propri dipendenti, i propri alunni, i compagni, i colleghi, i condomini ecc; soprattutto educare bene i propri figli.
- Ammonire i peccatori: dissuadere chi vuol divorziare, chi vuol fare aborto, chi vuole andare a films pornografici o in luoghi cattivi, correggere prudentemente chi bestemmia, chi parla male della chiesa, chi fa turpiloquio, ecc.
- Perdonare le offese e mettere pace tra parenti o conoscenti o amici che sono in lite o in freddo. Solo chi perdona viene perdonato. (Lc. 6, 37).
- Consolare gli afflitti: consolare con parole di fede chi è in lutto, avvicinare e confortare chi è abbandonato, chi è disperato, ecc.
- Sopportare pazientemente le persone moleste senza star sempre a rimproverarle, senza far vedere le proprie antipatie.
- Pregare Dio per i vivi e per i morti, per i bisognosi, per gli affamati, per i lebbrosi, per gli ammalati, per i moribondi, per i peccatori, per i pagani, per i nostri morti e per tutti i morti; rendere sempre universale la nostra preghiera, pensare e pregare per tutta la Chiesa e per tutta l'umanità; impiegare un tempo notevole del giorno nella preghiera.
Un fatto terribile, capitato a una monaca spagnola, la beata Ochoa, fa vedere la gravità del peccato di omissione di soccorso spirituale: mentre pregava vide, in visione, sua madre che moriva e andava all'inferno.
Esterrefatta esclamò:
- Perché, Signore? Perché? Una voce le rispose:
- Perché ha trascurato di educare la cameriera.
XIV. LE CONSEGUENZE
«Ogni peccato è un atto di guerra », diceva lo statista spagnolo Donoso Cortes.
Il peccato turba l'ordine naturale. Quando l'uomo si ribella a Dio, la natura si ribella all'uomo e lotta per Dio. (Sap. 5,20). Ogni peccato semina nella terra dolere e morte: è come un missile lanciato in aria, che in qualche puntò della terra cadrà e porterà rovina e morte. «Io ho peccato, e che cosa mi è accaduto?» dice lo stolto. (QI. 5,4).
Sul momento niente, perché un innocente sta pagando per te, per farti vivere ancora e darti tempo di convertirti e salvarti; ma un giomo, forse non lontano, pagherai per tutte le sofferenze che hai provocato nel primo Innocente e in molti altri con i tuoi peccati; e pagherai spaventosamente.
Quanti i peccati dell'umanità ogni giorno? Miliardi di bestemmie, di oscenità, di fornicazioni, di turpiloqui, di violenze, ecc. A questo mare infinito di peccati fa riscontro il mare infinito di dolori: tumori, lebbra, fame, violenze, guerre, terremoti ... Basta dare uno sguardo, anche solo al giornale del mattino.
Un giorno lontano vado a visitare gli ammalati in un ospedale a Messina.
Entro in una stanza, attirato da grida ritmiche e incupite. Vi è un ricoverato senza gambe e senza braccia, che con voce simile ai guaiti di un cane ferito, grida:
- Ammazzatemi! Ammazzatemi! Ammazzatemi!
- Cosa ha?, chiedo a bassa voce ad un infermiere.
- Fa cosí instancabilmente giorno e notte, egli mi risponde. Ha il morbo di Leo Burgher. Prima gli tagliarono un dito, poi il piede, poi la gamba; pochi mesi dopo gli tagliarono l'altro dito, poi il piede, poi l'altra gamba. Qualche anno dopo gli tagliarono una mano, poi il braccio; poco dopo l'altra mano, e poi l'altro braccio.
Cerco di dire a quel povero sventurato parole di conforto e di rassegnazione che egli ascolta con sguardo smarrito, mentre va ripetendo in sordina: «Ammazzatemi! Ammazzatemi!» ...
Esco col cuore spezzato, pensando:
- Per chi sta pagando questo povero sventurato? Forse per sé... ; piú probabilmente per tanti gaudenti che allegramente stanno guazzando nel peccato!
Un missionario d'Africa racconta:
« Mi trovavo in una missione sperduta dell'Uganda. Un mattino vedo un grosso gruppo di uomini e donne che, camminando come formiche, si trascinano verso la missione. Mi avvicino. Sembrano spettri: la fame li ha ridotti a pelle e ossa. Scoppio a piangere, perché non ho assolutamente nulla da dar loro da mangiare. Uno di essi mi dice: "Padre, lo sapevamo che non avevi nulla per noi, e che anche tu sei alla fame. Siamo venuti perché ci faccia la comunione e poi moriremo contenti" ».
Un amico mi racconta quanto recentemente gli è capitato in India a Bombay:
«Esco di primo mattino da casa con un missionario della città. Su un marciapiedi vedo tre cadaveri. Manifesto il mio stupore all'amico missionario. Egli mi dice: "Ne vedrai tanti altri lungo il cammino, e non ti stupirai piú. Sono i cadaveri di quelli morti di fame nelle ultime 24 ore. Fra poco passerà il camion della spazzatura; li raccoglierà, raccoglierà gli altri per le strade e li andrà a bruciare. Cosí ogni anno muoiono circa 6.000.000 di persone; mentre altri 30.000.000 muoiono per malattie causate dalla fame. Noi in missione ne sfamiamo da 4 a 5.000 al giorno; mentre Madre Teresa in tutta l'India ne sfama circa un milione. Ma per innumerevoli altri ci è impossibile arrivare per mancanza di fondi".
Piú in là incontriamo un bambino che, incosciente, giocherella sul cadavere della madre. Lo prendiamo in braccio e lo portiamo nell'orfanotrofio della missione, lasciando, naturalmente, il cadavere della povera donna».
Quattro fatti capitatimi nella prima settimana del novembre 1983:
a) Leggo in un giornale del mattino: in Italia ogni 3 bambini che nascono, uno viene ucciso.
b) Un gestore di cinema mi confida: questa settimana ho noleggiato un bellissimo e costoso film. Sono venuti a vederlo solo 16 persone perché era pulito! Gli italiani non vedono piú che films porno.
c) Passo dal reparto neurologico dell'Ospedale Garibaldi di Catania. Vedo un via vai continuo di giovani. Chiedo a un infermiere: - Che fa questa folla di giovani?
- Sono tutti drogati, egli mi risponde. Sono quel piccolissimo numero di giovani che vogliono guarire e vengono qui per curarsi ambulatorialmente.
d) Mi diceva un amico: - Nel mio quartiere, a Marsiglia, sopra 42 famiglie, 40 sono di divorziati o di conviventi; solo due famiglie siamo regolari e andiamo ogni domenica in Chiesa.
Le conseguenze peggiori di questo mare infinito di peccati le porta Gesú.
Guardo una foto eseguita con la lampada di sir William Wood a gas di tungsteno sulla Sindone di Torino. È raccapricciante. Fa vedere 121 rigagnoli di sangue, sul corpo di Cristo, sgorgati dalle altrettante ferite causategli dai 121 tremendi colpi inflittigli dai flagellatori. Sono parte del prezzo pagato da Cristo per gli infiniti peccati di lussuria degli uomini, e forse anche tuoi.
Per i nostri peccati Cristo fu cosí flagellato, coronato di spine, sputacchiato, bastonato, crocifisso; per essi morì in un mare di sofferenze fisiche e morali al punto da dire sulla croce: - Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Un giomo, parlando in chiesa con un uomo di questa divina economia della supplenza, egli mi disse:
- Io mi ribello contro questa ingiustizia! Perché Dio deve far pagare a tanti poveri innocenti?
- Lei ha ragione, gli risposi additandogli il Crocifisso; rimproveri Lui perché ha voluto morire per salvarla dall'inferno e donarle il Paradiso!
- Questo no!, egli riprese.
- E allora accetti questo mistero anche per gli altri e, insieme, ringraziamo Dio e chi insieme a Gesú ha pagato per noi. Senza questa divina economia saremmo di già tutti all'inferno. Come ogni vita è frutto di due amori, cosí ogni conversione è frutto di due sofferenze: di quella di Gesù e di quella di un innocente. Per questo la Madonna a Fatima disse ai tre bambini: « Se voi pregherete e farete sacrifici, molti di quelli che hanno da andare all'inferno saranno salvati»; ma aggiunse: « Molti vanno all'inferno perché non c'è chi preghi e chi si sacrifichi per loro».
Se vogliamo essere grati al Signore e a quanti hanno sofferto per noi non ci resta che disporci a pagare, a nostra volta, per altri peccatori per salvarli. D'altro lato, quanto piú uno partecipa a quest'opera redentrice di Cristo tanto piú sarà grande e felice in Paradiso. Dice s. Paolo: « Se patiamo con Cristo saremo glorificati con Cristo ». (Rom. 8, 17).
Il mare infinito dei dolori di Gesú continua oggi. Egli non soffre piú nel suo corpo ormai risuscitato; soffre, come abbiamo visto, nelle sue membra, nell'umanità sofferente; e soffre nella sua anima, invasa da un misterioso mare di amarezza che gli fa piangere lacrime di sangue.
Queste lacrime sono reali e non sono per fare commedia. Vai a vedere in Adrano com'è ridotto il volto di Gesù per le lacrime versate nel prodigio del gennaio-febbraio 1981, di cui abbiamo parlato. (Leggi il documentato libro: Dalla Polonia a Adrano).
Tutto questo mare infinito di sofferenze di Gesú e dell'umanità sofferente, particolarmente dei buoni e dei santi, vanno ottenendo la proroga dei castighi di Dio a innumerevoli peccatori, (e forse anche a te se ne sei nel numero), il tempo per ravvedersi, convertirsi e salvarsi.
Non dispiacersi, non amareggiarsi per tutto questo, continuare a sprecare le centinaia di migliaia di lire e forse i milioni in banchetti, in lusso, in divertimenti, non cercare di riparare mettendo fine ai nostri peccati e diminuendo tutte queste sofferenze di Gesú e degli uomini con opere di carità, con elemosine, con l'apostolato, significa non avere cuore. E non avere cuore significa essere incapace di entrare nel regno dell'amore, che è il Paradiso.
Per questo nel giorno del giudizio Gesú dirà ai gaudenti e a tutti gli insensibili: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
E i cattivi diranno: "Quando mai non ti abbiamo soccorso?". E Gesú riprenderà: "Tutto quello che non avete fatto ai poveri, non l'avete fatto a me"». (Mt. 25,41-46).
Quando vai a confessarti pensa a tutto questo, guarda, amareggiato per i tuoi peccati, Gesú Crocifisso e piangi, confessandogli, i tuoi peccati.
È da stupidi e da irresponsabili andare a recitare allegramente al confessore i propri peccati.
Diceva Padre Pio:
- Quando si arriverà al divorzio e all'aborto non ci sarà piú scampo per la terra.
Ma oggi c'è ancora immensamente di piú. Cosa accadrà alla terra?
«Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: "Alzati, va' a Ninive, la grande città, e annunzia a loro quanto ti dirò". Giona si alzò e andò a Ninive, secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: "Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta".
I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono di sacco, dal piú grande al piú piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprí di sacco e si mise a sedere sulla cenere. Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: "Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno, sicché noi non moriamo?" Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosí riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece». (Giova 3,1-10).
Se noi cristiani coscienti ci unissimo per fare aprire gli occhi a questa umanità, forse condannata a essere distrutta da una terza guerra mondiale, forse Dio la perdonerebbe come Ninive. In ogni caso la salverà dal fuoco ben piú tremendo dell'inferno.
L'ultima conseguenza per i peccatori che non si convertono, e la peggiore, è l'inferno. Innumerevoli cristiani, e fra essi, purtroppo, anche dei preti, oggi lo negano. Non riflettono che cosí rinnegano il Vangelo che tanto espressamente e tanto ripetutamente ne parla e afferma che sono molti quelli che vi vanno.
Dio, nella sua infinita misericordia ha mandato la sua Madre a ricordarcelo a Fatima, facendolo vedere ai tre fanciulli. Lucia cosí lo descrive:
«La Madonna ci disse: - Sacrificatevi per i peccatori. E dite sovente, specie facendo qualche sacrificio: "O Gesú, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria". Dicendo queste parole, continua Lucia nelle sue memorie, aprí nuovamente le mani come nei due mesi precedenti. Il riflesso che esse irradiavano parve penetrare la terra e vedemmo come in un mare di fuoco immersi i demoni e le anime, quasi fossero braci trasparenti e nere, abbronzate, in forma umana, fluttuanti nell'incendio sollevato dalle fiamme che si sprigionavano da esse stesse, come nuvole di fumo, e cadenti, poi, da ogni lato, come lo sfavillare dei grandi incendi, senza peso né equilibrio, fra urla e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano rabbrividire dalla paura. I demoni si distinguevano per le forme orribili e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni fra la bracia ».
Fu allora che sfuggí un gemito, quasi un grido dalle labbra di Lucia:
- Ahi! Vergine santa! ...
E il volto, con espressione stravolta, le si fece quasi cadaverico. I poveri piccoli, spaventati, quasi a domandare aiuto, alzarono lo sguardo verso la Madonna che aggiunse con bontà e tristezza: «Avete visto l'inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori».
L'unica vera, grande, irrimediabile sventura verso la quale corrono allegramente i peccatori è l'inferno.
Le divine apparizioni, i divini prodigi, i dolori e le sventure pubbliche, le guerre sono da Dio voluti o permessi unicamente per misericordia, cioè per far aprire gli occhi ai peccatori e salvarli da tanta sventura.
XV. LIBERAZIONE
Forse già sai qual è il metodo della psicanalisi. Esso consiste nello scavare nel fondo della psiche del paziente e fare a lui rivelare le oscure cause delle sue angosce. Man mano che il paziente le va scoprendo e dicendo si va liberando; almeno cosí dicono gli psicanalisti.
Non sempre il metodo riesce; tuttavia ha la sua validità. Moltissime volte non riesce perché il paziente sa bene cosa lo angustia, ma ha paura delle sue responsabilità per i peccati o per i delitti commessi.
L'unica cosa che può sempre riportare la pace e l'equilibrio in una persona turbata è la certezza di essere stata perdonata da Dio: ciò si può raggiungere soltanto con la confessione.
Tanti hanno paura di dire i propri peccati al confessore. Non riflettono che il rivelarli è una liberazione davanti a Dio e davanti alla propria coscenza. (« Giudicatevi e non sarete giudicati »).
Per tal motivo bisogna stare attenti a far coincidere il proprio giudizio col giudizio di Dio e a non minimizzare la gravità dei propri peccati. Dio non fa cose inutili; quando il tuo giudizio coincide col suo, egli chiude la partita. Per tua tranquillità tale chiusura la fa espressamente manifestare al suo ministro, cioè al sacerdote in confessione; quando egli ti assolve, lui pure ti assolve e non ti giudicherà piú.
Quante volte mi son sentito dire da uomini e da donne dopo la confessione:
- Grazie! Ora mi sento leggero. Oppure:
- Mi son tolto un grosso peso dalla coscienza!
Durante questa seconda guerra mondiale un vecchio capitano romagnolo mio amico, col quale avevo avuto un po' di conversazioni religiose, un giorno mi disse:
- Mi vorrei confessare; ma mi sento estremamente confuso. Non mi confesso da 37 anni. Dovrei scrivere tutto un libro di peccati; e non so neanche da dove cominciare.
- Non ti preoccupare, gli risposi. Hai volontà di cambiare e di diventare religioso?
- Oh, questo sí!
- Per il resto ci penso io. Ti confesso in due minuti. Io ti vado dicendo i dieci comandamenti. Tu mi dirai: « In questo ho peccato », oppure « in questo no ». Quindi ti chiederò il numero dei peccati; tu mi dirai: « Piú o meno 5 o 10 o 20 in un giorno, o in una settimana, o in un mese, o in un anno ».
Cominciai alla svelta a dire i comandamenti; e lui a rispondermi. In due minuti ci sbrigammo. Gli suggerii quest'atto di dolore, che lui recitò compunto assieme a me:
« O Gesú d'amore acceso, non t'avessi mai offeso! O mio caro e buon Gesú, non ti voglio offender piú! ».
Quindi gli diedi l'assoluzione. Egli allora, alzandosi, mi strinse affettuosamente la mano e mi disse: « Ti ringrazio! Mi son tolto un grosso macigno dall'animo. Non credevo che fosse cosí facile e cosí bella la confessione! ».
Quel capitano divenne fervorosissimo. Camminando per ispezionare continuamente le postazioni delle batterie, non faceva altro che pregare recitando il rosario che io gli avevo insegnato a dire. Altrettanto, appartandosi, quando era libero. Per non farsi vedere teneva sempre la corona in mano e la mano in tasca. Un giorno mi avvicinò preoccupato e, nella sua semplicità di neofito, mi disse:
- Ho perduto tanto tempo, troppo tempo nella mia vita; ora lo voglio sia pure in piccola parte riguadagnare. Quando vado in città o sono con altri ufficiali, specialmente se superiori, non posso stare con la mano in tasca, né tanto meno farmi vedere con la corona in mano. Posso pregare senza corona?
- Ma, certo!
- Ora sono piú contento. Cosí potrò pregare sempre e non perdere piú il minimo tempo.
C'è il caso opposto a quelli che non si vogliono confessare: è quello di coloro che si vogliono confessare ogni giorno. Costoro sono psichicamente ammalati e fanno il giudizio inverso dei primi: credono grave ogni minimo peccato. È difficile per costoro guarire, perché non vogliono guarire e non vogliono stare al giudizio del confessore. Se volessero guarire il rimedio per essi sarebbe uno solo: scegliere un buon confessore; «piú dotto che santo », direbbe s. Teresa di Gesù; confessarsi solo quando lo dice lui e stare al suo giudizio. Mi consta, per esperienza, che tanti, facendo cosí, sono guariti.
XVI. CAMBIO DI ROTTA
Moltissimi hanno disistima della confessione per diversi motivi:
1. Perché molti sacerdoti, oggi, non ne parlano, non la inculcano e non si rendono mai disponibili per le confessioni. Grave è la loro responsabilità dinanzi a Dio. Non cooperano all'opera redentrice di Cristo. Il Signore tantissime volte ha fatto vedere come e quando ci vuole la confessione: ultimamente con i tanti miracoli operati dai due grandi confessori moderni: Padre Pio e Padre Leopoldo, da poco beatificato. Nella confessione si raccolgono i frutti dell'apostolato. Il sacerdote che non vuole confessare, se anche fa apostolato, è simile a chi semina e si rifiuta di raccogliere; è simile al medico condotto che non vuole visitare e curare gli ammalati.
2. Perché la riducono alla recita dei propri peccati; dopo averla cosí ridotta a semplice formalità, l'abbandonano. Quanti non vanno migliorando dopo tante confessioni, confessandosi, ingannano se stessi; credono di venire cosí perdonati, ma restano nei loro peccati.
3. Perché non vedono migliori degli altri coloro che si confessano anche spesso.
Tanti adducono pretesti vari per giustificare le loro ricadute nel peccato. La verità è che un proposito vero non l'hanno mai fatto, e i rimedi adeguati non li hanno mai adottati.
Dice La Rochefoucauld: « Quando uno si mette una cosa in testa, ci riesce sempre. Il difficile è mettersela in testa». Dice s. Agostino: « Vi sono tre generi di ammalati: quelli che non vogliono guarire; quelli che vogliono guarire senza adoperare i rimedi; quelli che vogliono guarire e adoperano i rimedi. Solo questi ultimi possono guarire».
Un giorno si viene a confessare un uomo. Mi dice:
- Purtroppo sono caduto ancora nella bestemmia. Se sapesse ogni volta come me ne pento! Mi viene da sbattermi la testa a un muro.
- Io non credo che lei si voglia veramente correggere, gli rispondo.
- Glielo dico veramente, egli mi replica.
- Allora non occorre che lei si sbatta la testa al muro. Ad ogni bestemmia dia L. 20.000 a un povero.
- Lo farò.
Dopo tre giorni mi porta L. 20.000 e mi dice:
- Purtroppo sono caduto ancora una volta. Ecco le L. 20.000.
- Non le ho detto di portare a me i soldi. Li dia lei stesso a un povero.
- No; li dia lei, perché li conosce meglio.
Da allora sono passati cinque anni. Quell'uomo si confessa sempre da me.
Una bestemmia non l'ha detta piú.
- Come mai?, io un giorno gli dico.
- Veda, egli mi risponde. Prima me ne pentivo veramente; ma ora che debbo toccare il portafoglio ci penso due volte. S. Agostino aveva un amico che teneva un'amante. Il santo cercava in tutti i modi di convincerlo a lasciarla; ma sempre inutilmente. La risposta invariabile era questa:
- Non posso.
Un giorno l'amante ricevette un altro uomo. Quando l'amico di s. Agostino andò a bussarle alla porta, il contendente scese con un bastone e l'assassinò a colpi, lasciandolo mezzo morto. Da quel giorno l'amico dimenticò l'amante e anche la strada. Concluse s. Agostino: « Quod non potuit Dominus, potuit baculus », (cioè: quello che non poté fare il Signore lo fece il bastone). Con simili lezioni certamente si correggerebbero tutti.
Un giorno un giovane maturo, entrando casualmente in una chiesa a Messina dove io tenevo una meditazione, si fermò, ascoltò attento, e, alla fine, colpito dalla grazia di Dio, venne da me a confessarsi.
- Che peccati hai fatto?
- Faccio il prostituto in un albergo femminile di lusso. Interiormente rimasi esterrefatto sentendo i suoi peccati, senza però nulla dimostrare. Alla fine gli dissi:
- Figliolo, i tuoi peccati sono tanti. Gesú però ti perdona. Tu gli prometti sinceramente di non ricadervi?
- Padre lo prometto. Non lo farò piú. Se dovessi farne un altro solo, mi sbatterò la testa a un muro.
Io pensai dentro di me: « Costui resisterà un giorno, massimo due; ma ora è sinceramente pentito e ben disposto ». Cosí gli diedi l'assoluzione.
Dopo oltre sei mesi quel giovane venne a trovarmi, e mi chiese di confessarlo.
- Che peccati hai fatto?
- Forse qualche impazienza. Grazie a Dio nient'altro.
- E di quei peccati?
- Niente, padre. Non glielo avevo detto che non ne avrei fatti piú?
Forse tu riuscirai a correggerti d'un colpo a somiglianza di quel giovane; ma se sei meno forte di quel giovane, e ci metti veramente la buona volontà, pian piano ti correggerai ugualmente. A tal fine ti gioverà moltissimo la confessione frequente.
Perché le tue confessioni siano ben fatte devi vedere se un determinato peccato che, ad es., facevi 10 volte al giorno, o alla settimana o al mese, in seguito lo andrai facendo 9 volte, poi 8, poi 7... fino a eliminarlo totalmente.
Quando non c'è, neanche dopo tanto tempo, una diminuzione dei vari peccati per gli stessi periodi, è segno che le tue confessioni sono malfatte, ossia è segno che non hai avuto vera buona volontà di correggerti. Una regola bellissima che dovremmo imporci tutti, a qualunque livello di vita cristiana siamo, è quella che aveva s. Francesco di Sales:
- Anch'io, diceva il santo, ho i miei difetti; ma non faccio mai pace con essi.
Guai quando dirai a te stesso:
- Che ci posso fare! Sono fatto cosí! Quella per te è la fine, ed è la tua condanna.
XVII. RICOSTRUZIONE
Col peccato, abbiamo visto, si distrugge quanto precedentemente si era edificato.
Ti ho detto che Dio ha fatto su ciascuno di noi un progetto per una nostra immensa felicità. Paragoniamo per un momento tale progetto a quello di un palazzo che un Comune mette in gara d'appalto. Nella gara viene stabilito il tempo per la consegna del lavoro ultimato e una multa per ogni giorno di ritardo.
I cristiani rassomigliano a un appaltante incosciente che costruisce un primo piano, e poi allegramente lo demolisce; poi comincia da capo e dopo 15 giorni di nuovo lo demolisce; poi riprende da capo e arriva a fare anche il secondo o il terzo piano, e poi nuovamente demolisce tutto. E cosí tutta la vita. Quell'uomo un palazzo non lo finirà mai. Tale pazzia non la fa nessun appaltante; la fanno invece quasi tutti i cristiani con le continue ricadute in peccati gravi. E cosí perdono tutta la vita.
Essi non soltanto non verranno premiati dal Signore, ma dovranno pagare la multa (e che gran multa!), perché l'intelligenza, le energie, il tempo Dio li aveva dati loro per fare del bene, per costruire il suo Corpo Mistico, la Chiesa. Gesú ce ne dà un insegnamento preciso:
«Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi, e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partí. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impegnarli e ne guadagnò altri cinque; cosí colui che ne aveva ricevuti due ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti ne presentò altri cinque, dicendo: "Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". "Bene, servo buono e fedele, gli disse il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: "Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due". "Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto. Prendi parte alla gioia del tuo padrone". Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo". Il padrone gli rispose: "Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e cosí ritornando avrei ritirato il mio con interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannulone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti." (Mt. 25,14-30).
Se questo succederà a quanti non hanno trafficato i loro talenti per il Signore, quanto peggio dovrà succedere a quelli che ne avranno fatto cattivo uso!
Quando un appaltante procede lentamente nella costruzione di un'opera appaltata e vede che si avvicina il tempo della consegna, si mette a lavorare alacremente e, se è necessario, anche notte e giorno, per consegnare in tempo il lavoro.
Hai perduto tanto tempo nella tua vita? Sappi che i tuoi giorni sono contati, che Dio ha fissato il giorno della consegna del tuo lavoro, ossia il giorno della tua morte e del tuo giudizio. Non ti resta in tal caso che riparare il tempo perduto, metterti alacremente al lavoro e fare tutto il bene che puoi fare, e tutto quello che avresti potuto e dovuto fare nel tempo perduto.
Cosí solo potrai riparare. Comincia a pregare molto, a frequentare la Chiesa e i sacramenti, almeno la domenica, e, se ti è possibile, ogni giorno; dedica la tua vita a fare opere di carità e un continuo apostolato.
C'era un visconte francese molto libertino. Aveva una cugina religiosissima, che desiderando farlo convertire cominciò a pregarlo di avvicinare un ottimo sacerdote, l'abbé Hevelin. Questi gli disse senza preamboli.
- Inginocchiatevi e confessatevi!
- Padre, sono venuto solo per farvi una visita, rispose il visconte.
- Lo so; inginocchiatevi e confessatevi!
- Ma, padre, io sono ateo!
- Lo so pure; inginocchiatevi e confessatevi!
Il visconte soggiogato della personalità dell'abbé Hevelin, s'inginocchiò.
L'abbé gli fece dire tutti i suoi peccati, gli suggerí un atto di dolore e gli diede l'assoluzione. Il visconte, alzatosi, sbalordito disse:
- Ora io credo. I miei peccati mi impedivano di vedere Dio. E giacché Dio c'è, non mi resta che farmi santo.
E si fece santo; uno dei piú grandi santi di questo secolo: il Padre Charles De Foucauld. È l'unica conclusione ragionevole di chi crede in Dio.
XVIII. PENITENZA
- Con la confessione la partita non è chiusa, dissi un giorno a un giovane; restano i danni da riparare.
- Allora non è vero che Dio perdona con la confessione!
- Ascolta, gli dissi ancora: se uno sconosciuto ti brucia la casa e tu lo vieni a scoprire, cosa fai?
- La denuncia ai carabinieri.
- Se quello, vedendoti andare dai carabinieri, ti viene a chiedere piangendo perdono e ti dice: « È stato un momento di follia. Perdonami! Non mi rovinare! Mi licenzieranno dall'impiego! » Tu, se ti commuovi, cosa fai?
- Gli dico che lo perdono, ma che mi paghi i danni.
- Esatto. È quanto fa il Signore con chi si confessa. Ogni peccatore, come abbiamo detto, fa immensi danni all'umanità, alla Chiesa e quindi a Gesú. Dovrà pagare tutto.
Nell'immediato dopoguerra, mentre stavo a Catania venne in città uno strano personaggio. Portava, infisso in bretelle dietro le spalle un alto palo, in cima al quale era inchiodato un grande cartello in cui erano stampate a grossi caratteri queste parole: Il peccato chi lo fa lo paga o di qua o di là.
Stette a Catania 15 giorni, durante i quali la percorse tutta per lungo e per largo, facendo leggere a tutta la città quelle parole. Da principio tutti lo credettero un maniaco. Ma, avvicinandolo, si seppe che era un professore di filosofia di un Liceo di Firenze. Diceva:
- Mi son preso un anno di aspettativa dalla scuola per avvisare tutti gli Italiani.
Tutti lo guardavano silenziosi. Nessuno ebbe a ridergli.
«Il peccato chi lo fa lo paga, o di qua o di là». Questa è un'inesorabile legge morale. Lo esige la giustizia di Dio; altrimenti tutti potrebbero rubare, seviziare, uccidere impunemente. Per questo dice Gesú: «Mettiti presto d'accordo col tuo avversario, mentre sei in cammino con lui, affiché egli non ti consegni al giudice e tu non sia messo in prigione. In verità ti dico: non ne uscirai finché non avrai pagato l'ultimo centesimo ». (Mt. 5, 25). Per questo tutte le preghiere e le opere buone che facciamo da vivi hanno un valore immensamente superiore a quelle che altri fanno per noi quando siamo morti.
Padre Samuele Cultrera da Caltagirone negli anni trenta mi raccontò:
- Avevo un fratello molto pio, di nome Sebastiano. Caduto ammalato restò immobilizzato per sette anni. Fu sempre paziente, ma alla fine cominciò a pregare il Signore di farlo morire. Un giorno senti una voce: « Cosa ti contenti: altri sette anni di simile vita o tre giorni di purgatorio?». «Tre giorni di purgatorio», egli rispose. L'indomani confidò la cosa a una cugina. L'indomani ancora si aggravò e venne a morire. La sera, la cugina assistendolo, credette che la morte non fosse immediata; lo salutò e se ne andò. Giunta a casa, mangiò, disse le preghiere e andò a letto. Erano le ore 0,30 del nuovo giorno; aveva lasciato il cugino alle ore 23. Mentre stava per mettersi a letto, si aprì la porta ed entrò, avvolto nelle fiamme, il cugino dicendo: «Come mai il Signore mi ha dimenticato in purgatorio?». La cugina spaventata rispose: «Anche se sei morto solo mezz'ora dopo la mia partenza, è solo un'ora che sei morto». «Sventurato che sono! Come dovrò trascorrere qui tre giorni? Meglio un anno a letto, che un'ora sola in purgatorio!», disse il cugino e scomparve.
Un mezzo efficacissimo per diminuire il purgatorio nostro è la penitenza che ci dà il sacerdote. I confessori danno penitenze piccolissime per timore che i penitenti non ne facciano niente. Bisognerebbe chiedere loro di darci delle grandi penitenze; in ogni caso bisogna stare attenti a fare bene quella che ci viene data.
Il grosso del nostro purgatorio lo potremmo facilmente scontare in terra pregando molto, facendo molte opere di carità e di apostololato e sopportando pazientemente le sofferenze fisiche e morali della vita.
Dice s. Pietro: « La carità copre la moltitudine dei peccati ». (1 RA, 8). Nella vita di s. Margherita Alacoque si legge: « Un giorno morì il padre a una suora sua compagna: la suora si mise a piangere inconsolabile. S. Margherita allora si mise in preghiera. Ebbe una visione. Subito dopo andò dalla compagna e le disse: "Sorella mia, io so perché piangete: perché pensate quanto stia soffrendo vostro padre in purgatorio. Non piangete piú. Mi è apparso vostro padre bellissimo e felice e mi ha detto: in vita ho fatto sempre carità a tutti e non ho rimandato mai un povero o un bisognoso senza aiutarlo. Appena morto, Gesú mi ha accolto subito in Paradiso, come aveva detto: Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia" ».
Dice s. Giacomo: «Fratelli miei, se qualcuno di voi si è smarrito lontano dalla verità, e uno ve lo riconduce, sappiate che colui che ricondurrà un peccatore dalla via del suo traviamento, salverà l'anima sua dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati ». (Gc. 5, 19).
XIX. VERA FUNZIONE DEL PURGATORIO
Del purgatorio la Bibbia ne parla in molti punti. Citiamo soltanto: 1 Cor. 3,13; 2 Macc. 12,43-46; Mt. 5,25; Mt. 12,32.
Dio non ha piacere di vedere soffrire gli uomini; precisamente, per non farli soffrire, si fece uomo, venne a predicarci il Vangelo della pace e morì in croce. Impropriamente diciamo che egli manda all'inferno o al purgatorio: sono gli uomini che ci vanno da sé. Con la morte, infatti, l'uomo resta quello che è. Coloro che hanno ostinatamente voltato le spalle a Dio, continueranno a voltargliele per tutta l'eternità. Coloro che non hanno amato gli uomini continueranno a non amarli per tutta 1'etemità.
La maggior parte degli uomini, però, hanno insieme un po' di bene e un po' di male; rassomigliano all'oro scavato nelle miniere o misto a scorie: bisogna purificarlo in un alto forno perché diventi oro puro.
L'alto forno in cui Dio purifica i suoi eletti è precisamente il purgatorio. Esso è l'ospedale al quale corrono i morti in grazia di Dio per guarire dai cattivi gusti terreni, dai peccati e dai difetti che li fanno star male e apparire brutti: vi vanno spontaneamente per poter guarire, riacquistare il perfetto gusto di Dio e del prossimo e la perfetta bellezza del loro essere. Solo quelli coperti da molti peccati o che muoiono appena convertiti non vi vogliono andare; cosí come solo i bambini non vogliono andare all'ospedale.
Come una madre cura in casa il figlio ammalato; ma, se non riesce a guarirlo, lo porta in ospedale, anche se il figlio è riluttante; cosí Dio fa di tutto con le sue ispirazioni per far guarire in terra i suoi figli, spingendoli a fare tante opere buone e a purificarsi; ma quando essi non vogliono farle e non vogliono purificarsi, a lui non resta altro, perché li ama, che farli guarire e, mandandoli, anche se riluttanti, al purgatorio. Ho compreso questo a mie spese.
Un giorno caddi ammalato agli occhi. Dovevo stare al buio perché non potevo sopportare la luce. Volevo vedere la luce, ma, quando qualcuno apriva la porta, gli gridavo di chiuderla subito, perché soffrivo moltissimo al vedere la luce. Cosí finché guarii.
Un'altra volta caddi gravemente ammalato di stomaco. Qualunque cosa mangiavo mi provocava tremendi dolori; per cui avevo tantissima fame, ma non potevo mangiare. Solo chi è guarito può essere felice in Paradiso. Chi vi andasse ammalato vi soffrirebbe di piú e farebbe tanto soffrire i beati.
Un'altra volta mi spuntarono foruncoli in faccia. Non volevo farmi vedere da nessuno, e non uscii finché non guarii.
Cosí non vuole andare in Paradiso chi non si vede guarito e ben messo.
- Quando possiamo giudicare uno guarito?
- Quando uno ormai è distaccato da tutte le creature (persone e cose) ed ama tutti in Dio e per Dio; quando ha raggiunto buoni rapporti d'amicizia con tutti, almeno con quelli che non lo rifiutano; quando ha raggiunto un grande desiderio di Dio, e quindi della preghiera, della comunione e dell'avvento del regno di Dio. Quando in terra l'uomo non ha avuto grande amore di Dio e grande desiderio di pregare e di fare del bene, occorrerà, in purgatorio, dopo la purificazione dei suoi peccati, che egli vi resti ancora, sia pure non soffrendo piú la cosiddetta pena del senso, fino a che tale amore e tale desiderio non diventino ardenti; cosí come a un uccellino resta impossibile volare finché non gli crescono le ali. Questo stesso Dio lo ha rivelato anche recentemente in diverse rivelazioni private degne di fiducia.
Come basta un filo per tenere legato un uccello e impedirgli di volare, cosí basta una persona o cosa che ci tenga legati alla terra per impedirci di volare a Dio.
Come chi ha uno strumento scordato si allontana dall'orchestra per accordarlo e vi ritorna solo quando l'ha messo a posto; cosí chi non ama tutti ed è in disarmonia anche solo con qualcuno, va in purgatorio e non ne esce se non quando ha raggiunto l'amore e l'accordo con tutti. D'alronde se Dio ammettesse in Paradiso chi non è in armonia con tutti, farebbe come un direttore che tenesse nell'orchestra un suonatore che non sa andare a tempo o che ha uno strumento scordato.
Come un uccellino non può volare se non gli crescono le ali; cosí l'uomo non può volare a Dio in Paradiso se non ha un potente desiderio di lui. La confessione è piú o meno perfetta secondo il livello che ci fa raggiungere in queste disposizioni.
I santi, canonizzati o ancora viventi in terra, che vivono in queste disposizioni, cioè in uno stato di preghiera quasi continua, secondo il consiglio di Gesú (Le. 18,1) e in continue opere di carità e di apostolato, morendo, vanno direttamente in Paradiso.