LETTERE A UNA MADRE SULLA FEDE
Padre
Emmanuel (Don Emmanuel Marie Andre) Editrice Ichthys
Introduzione.
Nel
nostro secolo s'è parlato molto di istruzione, anzi di istruzione pubblica,
anzi di istruzione obbligatoria.
C'è però un punto essenziale sul quale, il piú delle volte, non s'è rivolta che un'attenzione superficiale. Non ci si è domandati prima di tutto chi si dovesse istruire.
La
cosa aveva tuttavia la sua importanza. Giacché generalmente, se non
universalmente, gl'individui che si debbono istruire sono individui battezzati.
Individui
battezzati! Che vuol dire? Vuol dire che, dal momento che un bambino battezzato
ha ricevuto da Dio col battesimo delle grazie che hanno potentemente modificato
le condizioni della sua intelligenza, bisogna, di questo fatto, tener conto al
massimo grado quando si vuol parlare a quest'intelligenza così modificata.
Ci
spieghiamo, dicendo che, poiché Dio col battesimo ha versato nell'anima del
bambino l'abitudine della fede, ne consegue infallibilmente che quest'anima ha
un'inclinazione potentissima per le verità della fede, e un bisogno
urgentissimo di riceverle per assimilarle, nutrirsene, e passare, nella fede,
dall'abitudine all'atto.
Abbiamo
detto un bisogno urgentissimo. Lo si può osservare facilmente. Quando una madre
cristiana parla cristianamente del buon Dio al suo bambino, gli comunica le
verità della fede, gl'insegna Gesú, infallibilmente sentirà il suo caro
bambino dirle "Ancora, mamma!".
È
un fatto, e un fatto incontestabile. Per questo diciamo che, nell'istruzione dei
bambini, la prima cosa da fare è insegnar loro la fede, rispondere in tal modo
al bisogno piú urgente della loro intelligenza; consegnar loro la verità, solo
alimento di cui abbiano fame, solo alimento che sia a loro proporzionato, solo
alimento che sia a loro necessario.
Questa
dev'essere la regola invariabile dell'istruzione, sia nella famiglia, sia nelle
scuole, per quanto grandi e superiori esse siano. Il cristiano è sempre il
cristiano, il battezzato è sempre il battezzato; e sempre il figlio di Dio
aspira a conoscere il proprio Padre che è nei Cieli.
Se
prima di tutto darete al bambino l'alimento che egli reclama, vedrete la sua
intelligenza, che pure è all'aurora, rallegrarsi d'una gioia meravigliosa, e
poco dopo svilupparsi e sbocciare. Giacché, se l'uomo terrestre vive di pane,
l'uomo intelligente e cristiano vive di verità.
Se,
al contrario, curandovi poco dei bisogni diversi del bambino, non avete da
dargli che fredde nomenclature, o definizioni grammaticali ch'egli comprenderà
soltanto dieci anni piú innanzi, o forse non comprenderà mai, accadrà
infallibilmente questo: ingannata nella sua attesa, frustrata nelle sue
aspirazioni piú legittime e piú sante, l'intelligenza del bambino s'intorpidirà,
s'intristirà; e, colpita da una sorta di tisi sui generis, costringerà i
Signori Ispettori delle scuole elementari a constatare che il livello
intellettuale diminuisce sempre piú.
È
un fatto, purtroppo. Si può saper leggere e scrivere. Ma non si sa né pensare
quel che si scrive, né giudicare quel che si legge. Vera carestía
intellettuale.
Voi,
madre cristiana, volete evitare simili sciagure ai vostri amati bambini.
Impegnatevi. Vi aiuteremo.
Per
cominciare, vi diremo che ci sono tre maniere o metodi d'insegnare la religione.
La
prima sarebbe un metodo che va dalla vostra memoria alla memoria del vostro
bambino; la seconda è quella che procederebbe dal vostro spirito al suo
spirito; la terza infine quella che va direttamente dalla vostra fede alla sua
fede.
Il
primo metodo regna in parecchie scuole, e cosí il secondo; il terzo è oggi il
quasi esclusivo privilegio e il grande onore delle madri cristiane.
Il
metodo che chiamiamo della memoria è un metodo facile. Oggi si vuole che tutto
sia facile; ma, senza far paragoni, è il metodo necessario per l'istruzione
degli animali. Ci sono animali sapienti. Applicato al cristiano, questo metodo
fa alla sua intelligenza un torto considerevole. Nel cristiano, l'intelligenza
è il punto importante dell'anima, è la cittadella del presidio. Vi deve
regnare la verità: al presente attraverso la fede; in cielo, attraverso la
contemplazione di Dio. È dunque l'intelligenza del bambino che bisogna aver di
mira. Se vi rivolgete soltanto alla sua memoria; se fate imparare al bambino il
suo catechismo come gli fate imparare la sua grammatica; se gli fate recitare la
sua storia sacra come la sua geografia; potrete aver soltanto constatato se la
sua memoria ha conservato fedelmente quanto sta scritto nel suo libro. Avrete
fatto il maggior torto alla sua intelligenza che, non ricevendo l'alimento e lo
stimolo che le sono indispensabili, s'indebolirà necessariamente e morirà
d'inedia.
Il
secondo metodo è di molto superiore al precedente; almeno va dallo spirito allo
spirito. Una persona che sa si rivolge al bambino per trasmettergli il sapere.
Questo secondo metodo costringe al lavoro l'intelligenza del bambino, che si
abitua al ragionamento e gli fa sentire la potenza d'una dimostrazione. È un
metodo, tuttavía, che può comunque produrre soltanto dei dotti, e che non
risponde a tutti i bisogni dell'anima d'un battezzato. Se, a forza di voler dare
scienza al vostro allievo, dimenticate le aspirazioni della sua anima cristiana;
se non lavorate a vivificare la fede del suo battesimo, i tesori di grazia
deposti in quest'anima dal Battesimo, dalla Cresima, dall'Eucarestia, andranno
esaurendosi e, un dato giorno, l'uomo che avrete istruíto avrà smesso di
credere. Non si dice forse che molti uomini hanno perduto la fede studiando,
persino studiando la teología? Se dunque questo secondo metodo può produrre
dei dotti, è insufficiente dal momento che non produce dei credenti. Se il
primo metodo fa torto all'intelligenza, il secondo fa torto alla fede.
Avete
dunque bisogno, o madre cristiana, senza trascurare la memoria, senza trascurare
nessuna delle risorse del vostro spirito e dello spirito del vostro bambino,
avete bisogno d'un metodo piú potente, piú sicuro, piú adatto allo scopo che
vi proponete. Sarà il metodo che va direttamente, abbiamo detto, dalla vostra
fede alla fede del vostro bambino. La sua intelligenza di battezzato reclama
qualcosa che tutti i libri del mondo non potrebbero dargli. La lettera uccide,
dice San Paolo, nel suo linguaggio divinamente energico. A questa cara anima
battezzata, bisogna far capire ciò che lo stesso San Paolo chiama verbum fidei,
" la parola della fede": certamente un ebraismo, che però in italiano
vuol dire la fede parlata. La fede parlata! Sí: ecco, o madri cristiane, il
latte spirituale che il vostro bambino vi chiede. Dàteglielo; siate delle
madri, e, credeteci, non delle nutrici. Il bambino reclama per prima cosa la
parola, non il libro. Il libro verrà a suo tempo. Ma se voi, madri, credete,
dite la vostra fede al vostro bambino; è battezzato per ascoltarvi, vi ascolterà,
crederà per la grazia del suo battesimo, e la sua anima dirà: Ho il mio pane,
io vivo.
I.
Natura della fede.
Avete
letto con grande attenzione un certo post-scriptum al nostro catechismo, e mi
chiedete di scrivervi una lettera in risposta a una domanda che mi ponete: che
cos'è dunque la fede?
La
domanda è breve, la risposta sarà lunga. Vi scriverò sull'argomento una
lettera, due lettere, tre lettere, e forse piú.
Senza
nessun indugio, entro in materia.
Voi,
Signora, avete dei bambini; Dio ve li ha dati affettuosi e cari; ed è per
questo che mi domandate: Che cos'è la fede? Vi risponderò, ed è proprio
grazie a loro che troverò un mezzo facile per dirvi che cos'è la fede.
Pensate
a questo, Signora: voi conoscete i vostri bambini, e sapete che sono i vostri
bambini. La loro posizione nei vostri confronti non è esattamente la stessa.
Giacché, se è vero che essi vi conoscono, bisogna ammettere che hanno dovuto
credere che voi siete la loro madre. Dico che hanno dovuto crederlo, perché non
ne hanno mai avuto la prova de visu. Voi gliel'avete detto, e la parola
ch'essi hanno ascoltato da voi, l'hanno creduta: l'hanno ricevuta con una
fiducia perfetta, si potrebbe dire cieca; perché, se un'altra invece di voi
avesse loro resi i favori ch'essi vi devono, e avesse dato loro qualche
testimonianza d'affetto, spinti da un impulso del tutto naturale, l'avrebbero
chiamata mamma.
Da
ciò vedete quanto sia naturale all'uomo il credere; perché ha bisogno di
credere per prima cosa a suo padre e a sua madre; e mai su questo punto l'uomo
può arrivare a una dimostrazione; deve credere; è l'ordine naturale, ed egli
crede. A questo prezzo chiama suo padre suo padre, e sua madre sua madre.
Le
prime conoscenze dell'uomo sono cosí conoscenze non dimostrate, ma accettate
con piena e intera sicurezza sulla parola di padre e madre. Il bambino vivrà
per molto tempo in questo stato, in perfetta certezza, sotto l'autorità degli
autori dei suoi giorni. "È l'ordine naturale - dice Sant'Agostino - che
l'autorità preceda la ragione". E altrove: "L'autorità chiama la
fede e prepara l'uomo alla ragione"'. Quando, piú tardi, la ragione del
bambino sarà formata, egli potrà affidarsi ad essa; ma prima di quel tempo, è
indispensabile all'uomo credere; è un bene che gli è necessario, che Dio gli
ha preparato nella sua paterna sollecitudine, e che l'uomo riceve senz'alcun
disagio. Ascoltiamo ancora Sant'Agostino: "Altro è credere all'autorità -
egli dice - altro è credere alla ragione; credere all'autorità è un grande
vantaggio, e senza fatica alcuna"'.
Da
ciò vedete, Signora, come il bambino sia sotto la tutela dei genitori. Egli
crede ciò che i suoi genitori sanno, crede, senza dimostrazione, ciò di cui i
suoi genitori hanno la dimostrazione e l'evidenza. È l'ordine naturale, dice
Sant'Agostino, e, protetto da quest'ordine, il bambino si trova bene, ed
effettivamente sta bene.
Potrei
ora, Signora, dirvi che come il bambino è sotto la tutela dei genitori della
terra, il cristiano è sotto la tutela del Padre suo che è nei cieli; credendo
alla parola di Dio come crede alla parola di suo padre; avendo fede in Dio, come
ha fede in suo padre; voi potreste allora capire súbito e senza fatica che cos'è
la fede.
Arrivo,
Signora, al fine che mi sono proposto. Voi parlate al vostro bambino: egli
ascolta, crede; è la fede umana, che risponde all'autorità umana, naturale,
che Dio vi ha dato sul vostro bambino.
E
come il padre che è sulla terra ha autorità per insegnare a suo figlio e può
esigere da lui la docilità, cioè la fede, Dio, il Padre degli spiriti, come
dice San Paolo, ha del pari autorità per parlare alle anime, e per esigere da
esse la fede.
Il
padre sa tante cose che il bambino non sa, e che il bambino deve credere. Anche
Dio sa molte cose che l'uomo non sa, e che deve credere sulla parola di Dio,
quando Dio fa all'uomo l'onore di parlargli.
Vedete
la somiglianza, che è perfetta. C'è tuttavía da notare una differenza
considerevole, che coglierete senza fatica. Voi parlate al vostro bambino, egli
vi crede, è naturale. Il bambino trova nella sua stessa natura tutto ciò che
gli è necessario per credere; la fede che la vostra parola esige da lui non lo
eleva piú in alto della sua natura. Ma quando Dio, il Padre degli spiriti,
parla alla sua creatura, dal momento che il suo disegno è d'elevarla al di
sopra di sé stessa, e di renderla compartecipe non piú d'una semplice verità
naturale, ma d'una verità di natura divina, e di conseguenza superiore alla
natura umana, in altri termini soprannaturale, l'uomo non trova piú nella sua
natura una potenza sufficiente per ricevere un insegnamento che l'oltrepassa e
lo supera di tutta la distanza che c'è fra Dio e l'uomo. Allora, se Dio vuol
esser creduto sulla parola, è assolutamente necessario ch'egli elevi fino a sé,
cioè soprannaturalmente, la facoltà naturale di credere che l'uomo possiede. E
quando Dio fa questo bene all'uomo, noi diciamo che gli ha dato la grazia della
fede. E voi capite ora perché proprio al principio del catechismo si dica che
la fede è un dono di Dio.
Credo.
II.
Come viene la fede.
L'abbiamo
detto: la fede è un dono di Dio.
Esamineremo
come ci venga questo dono cosí prezioso. Per cominciare osserviamo che questo
dono, essendo soprannaturale, è sempre interamente gratúito. Noi non possiamo
meritarlo, e nessun uomo lo può meritare per noi. Se viene a noi, è per i soli
meriti di Nostro Signore, e solo per pura misericordia di Dio.
Ma
come ci viene questo dono?
A
noi, che siamo stati battezzati da bambini piccoli, il dono della fede ci viene
in mezzo al magnifico corteo di grazie che si chiama battesimo. In quel momento
Dio, adottandoci come suoi figli, versa nella nostra anima il dono della fede;
dispone cioè interiormente le potenze dell'anima, la sua intelligenza e la sua
volontà, com'è necessario affinché quest'anima produca facilmente,
gioiosamente, l'atto di fede, quando, destata la ragione, lo spirito del bambino
potrà ricevere la verità rivelata, nutrirsene, e rispondervi con l'atto di
fede: Io credo in Dio, Padre, ecc.
In tal modo, l'anima del piccolo bimbo battezzato porta in sé il gusto per la verità rivelata, l'inclinazione verso questa verità, il bisogno di questa verità. È questa una disposizione, un'abitudine soprannaturale, di cui vi farete una giusta idea, Signora, paragonandola alla disposizione, all'inclinazione naturale che il bambino piccolo ha per la mammella di sua madre. Ne ha bisogno, la reclama: se la trova, sta bene, se gli viene rifiutata, per lui è la morte.
Il
bambino battezzato ha egualmente, in virtú del suo battesimo, fame e sete
dell'insegnamento cristiano; vuole il suo latte, quello di cui vi si parla
nell'Introito della messa Quasi modo. Lí è la sua vita, perché il
giusto vive di fede, dice la Scrittura. Con l'istruzione cristiana, il bambino
battezzato esercita, ed esercitandola sviluppa, la fede che ha ricevuto nel
battesimo; comincia a conoscere Dio suo Padre, la Chiesa sua madre, i santi del
Paradiso che sono suoi padri e madri; esattamente come nell'ordine naturale il
bambino che voi allattate sorride prima a sua madre, poi a suo padre, poi ai
suoi fratelli, poi comincia a conoscere il mondo esterno, e diventa un uomo. Per
una via analoga ma superiore, in quanto è soprannaturale, il bambino battezzato
cresce come figlio di Dio e della sua Chiesa, e diventa un membro vivente di Gesú
Cristo sulla terra, per essere piú tardi il coerede dei suoi beni del cielo.
In
tal modo, come vedete, Signora, noi che siamo stati battezzati da bambini
piccoli abbiamo ricevuto per prima cosa nel battesimo la disposizione a credere;
poi, quando abbiamo avuto qualche principio di ragione, ci sono state fatte
conoscere le verità della fede, e abbiamo cominciato a fare l'atto di fede. In
questo modo abbiamo ricevuto al principio la fede abituale, e in séguito la
fede attuale, cioè la fede che compie i suoi atti.
È
seguendo questa divina economía che Dio ci ha dato la fede. E perché voi
comprendiate meglio la natura di questo dono, vi dirò ch'esso viene per una via
un po' differente negli adulti che vengono battezzati soltanto dopo aver
acquisito l'uso di ragione.
Prestatemi
attenzione, Signora; ne ricaverete, spero, qualche lume sul dono della fede.
Ecco
dunque un missionario all'opera fra i Cinesi, o gl'Indiani d'America. Parla, e
non viene ascoltato. Parla ancora, e non viene ascoltato. Ah! quelli che lo
sentono parlare non sono battezzati, sono sordi. Non c'è stato un sacerdote che
abbia detto loro, toccando loro le orecchie: Ephpheta! Apritevi!, come è stato
detto a noi nel nostro battesimo. Tuttavía, l'uomo di Dio non si scoraggia:
prega, chiede a Dio la grazia della fede per i suoi poveri infedeli, parla di
nuovo. Due o tre povere anime sembrano ascoltare con attenzione; egli le scopre,
va a loro, esse vengono a lui. Dio ha dato loro un buon movimento verso la fede.
Ah, quant'è prezioso questo movimento! Se esse sono fedeli, è la loro
salvezza; se lasciano cadere questa grazia di cui non sospettano il prezzo, è
la loro perdita eterna. Ma esse ascoltano, prendono gusto all'istruzione che
viene impartita loro a poco a poco, con attenzione incomparabile. Se si desse
loro una luce troppo grande, si ritrarrebbero spaventate: il sacerdote misura i
termini, adatta il nutrimento alla debolezza del suo malato; prega, e, con
l'aiuto di Dio, l'infedele riceve qualche verità di fede; compie atti
d'adesione a queste verità già conosciute; e man mano che compie questi atti
cresce nella disposizione a credere. Infine, pronto a ricevere tutta la verità,
chiede a Dio il dono della fede; il giorno del battesimo arriva, e Dio gli dà
la grazia abituale della fede della quale aveva già compiuto qualche atto prima
del suo battesimo.
Vedete
cosí, Signora, che il dono della fede non entra senza fatica nell'anima d'un
adulto. Oltre alla difficoltà creata dal peccato originale, ci sono ancora
quelle che provengono dai peccati personali, dai pregiudizii della nazione,
della famiglia, ecc. ecc. Ma nel piccolo bambino battezzato tutte queste
difficoltà non possono esistere. Il bambino ha ricevuto la grazia dall'alto
prima d'aver toccato questo basso mondo; e cosí non potremmo mai ringraziare
Dio abbastanza per la grazia che ci ha fatto d'essere stati battezzati da
piccoli.
Credo.
III.
Come la fede sia un dono di Dio.
La
fede è un dono di Dio.
Oggi
vorrei farvi comprendere ancor meglio la natura intima di questo dono prezioso.
Adamo
l'aveva ricevuto da Dio, e ce l'avrebbe trasmesso se non avesse peccato; ma,
avendo creduto a Eva, e attraverso Eva a Satana invece che a Dio, perse la fede
che Dio gli aveva data; la perse, per sé e per noi. In tal modo, entrando in
questo mondo, il figlio d'Adamo non ha piú la fede, e può ricuperarla soltanto
a condizione che Dio gliela doni.
La
Chiesa prega per chiedere a Dio la fede per gl'infedeli, e l'aumento della fede
per i fedeli; di modo che l'inizio, l'aumento e la conservazione della fede
nelle anime sono puramente e semplicemente un dono di Dio che ci vien fatto
per i meriti del nostro unico Signore e Salvatore Gesú Cristo.
Ma
vi ho promesso, Signora, d'entrare oggi nella natura intima di questo dono;
arrivo al punto.
La
fede è un atto, in parte dell'intelligenza che crede, e in parte della volontà
che vuole credere.
Alla
domanda se la fede sia un dono di Dio dalla parte dell'intelligenza che crede
o dalla parte della volontà che vuole credere, bisognerà rispondere che c'è
un dono di Dio nell'intelligenza e un dono di Dio nella volontà.
Per
quanto riguarda l'intelligenza, infatti, si debbono osservare due cose. In primo
luogo, le verità che si devono credere sono talmente elevate al di sopra dello
spirito umano, che mai vi si potrebbe giungere naturalmente. In tal modo,
l'adorabile mistero della Santissima Trinità, le profondità della saggezza di
Dio nell'Incarnazione di Nostro Signore, la Redenzione e la salvezza degli
uomini sarebbero dei tesori celati per sempre alle intelligenze umane senza il
dono della fede.
In
secondo luogo, oltre al ministero della Chiesa che insegna queste sublimi verità,
c'è ancora bisogno, perché noi crediamo, d'una grazia interiore che illumini
la nostra intelligenza e le faccia ricevere con docilità la parola della fede,
la fede parlata, come abbiamo già detto. In effetti, a meno che fosse per cosí
dire animato da una saggezza superiore, lo spirito umano si figurerebbe d'aver
delle ragioni per ritenere la predicazione evangelica una stupidaggine; è
l'apostolo San Paolo che ce l'assicura, nei capitoli I e II della prima Lettera
ai Corinzi.
Per
quanto riguarda la volontà, la fede è anche qui un dono di Dio. La volontà
umana, infatti, per sottomettersi umilmente e docilmente e gioiosamente alla
verità divina, e portar l'intelligenza a dare il proprio pieno e intero assenso
a questa stessa verità, ha bisogno, questa volontà cosí debole, d'un soccorso
divino che la strappi, per cosí dire, alla sua propria debolezza, e la metta
d'accordo con la volontà di Dio.
Ritengo
importante confermare queste gravi dottrine con le preghiere stesse della
Chiesa. Scelgo a tal fine le preghiere del Venerdí Santo, che si cantano dopo
la Passione.
Il
sacerdote esclama: "Preghiamo, dilettissimi, per la santa Chiesa di
Dio".
Poi
prega: "Dio onnipotente ed eterno, che in Cristo hai rivelato a tutti i
popoli la tua gloria, proteggi le opere della tua misericordia, affinché la tua
Chiesa, diffusa in tutto il mondo, perseveri con ferma fede nella confessione
del tuo nome. Per Gesú Cristo Nostro Signore".
Vi
siete mai, Signora, unita di cuore a questa preghiera per chiedere a Dio che la
Chiesa perseveri nella fede?
Andiamo
avanti.
Il
sacerdote esclama ancora: "Preghiamo anche per i nostri catecumeni, affinché
il Signore Dio nostro apra le orecchie dei loro cuori e la porta della sua
misericordia!". Li disponga cioè ad ascoltare, a voler credere, e dia loro
quindi, attraverso la sua misericordia, il dono della fede.
Poi
prega. "Dio onnipotente ed eterno, che fecondi la tua Chiesa di sempre
nuova prole, accresci la fede e l'intelletto ai nostri catecumeni, affinché,
rigenerati nel fonte battesimale, síano aggregati ai tuoi figli d'adozione.
Per Gesú Cristo Nostro Signore".
Il
sacerdote esclama ancora: "Preghiamo anche per gli eretici e gli
scismatici!".
Poi
prega. "Dio onnipotente ed eterno, che tutti salvi e non vuoi che alcuno
perisca, guarda le anime ingannate dalle astuzie del demonio, affinché,
rinunciando a tutte le perversità dell'eresía, i loro cuori traviati si
ravvedano e ritornino all'unità della tua verità. Per Gesú Cristo Nostro
Signore".
Allo
stesso modo prega per i perfidi Judaei
e
per gli sventurati pagani, e per tutti loro implora il dono della fede.
Entrate,
vi supplico, Signora, nello spirito di queste preghiere, le piú sante, le piú
antiche, le piú oranti che vi síano nella Chiesa; e allora, comprendendo
meglio che mai come la fede sia un dono di Dio, direte bene il vostro
Credo.
IV.
La fede può crescere o perdersi.
La
fede può crescere; la fede può diminuire e perdersi.
La
fede che consiste essenzialmente nell'adesione del nostro spirito alla verità
rivelata cresce o diminuisce a seconda che quest'adesione sia piú o meno
ferma.
Ora,
dal momento che l'anima umana è attiva per natura, è indispensabile che la sua
fede o cresca o diminuisca.
La
fede cresce, se l'anima avanza nella conoscenza del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo, se penetra meglio le verità del simbolo; in una parola se
progredisce nella via della verità.
Dal
momento però che la fede richiede, con l'assenso dello spirito, il movimento
pio della volontà che vuole credere, è evidente che la fede può e deve
crescere anche attraverso una volontà che si sottometta sempre piú docilmente,
sempre piú amorosamente, alla verità divina.
Due
cose, in tal modo, aiuteranno singolarmente la fede nei suoi progressi:
l'istruzione e la pietà. L'istruzione, il cristiano la troverà nella
predicazione, nei catechismi, nelle sante letture; la pietà consisterà
soprattutto nella fedeltà alle promesse del suo battesimo. A queste condizioni,
il cristiano, aiutato dalla preghiera e dai sacramenti, crescerà nella fede.
Ogni
fedele che voglia crescere nella fede deve vegliare con attenzione incessante
contro tutto ciò che potrebbe indebolire la sua fede. Deve star bene in guardia
a non lasciarsi vincere dalle massime del mondo; perché il mondo, in quanto
mondo, non si occupa che delle cose sensibili; la fede, al contrario, ci mostra
il valore inestimabile delle cose invisibili. Il mondo non ha per sé che il
presente; la fede, che tanto c'illumina sul passato e il presente, ci fa badare
soprattutto all'avvenire. Il mondo è completamente teso a godere di ciò che
ha; la fede c'insegna che il tempo presente è quello della privazione e della
penitenza, e ci mostra Dio come il solo vero bene in cui possiamo riposare le
nostre anime, e sperare le gioie vere.
Bisogna
cosí vegliare per rimanere fedeli, cioè credenti. Ma chi cosí veglierà, vedrà
infallibilmente crescere nella sua anima le luci cosí dolci, cosí serene,
della verità eterna; e piú entrerà in questa luce, piú vi gusterà quanto il
Signore sia dolce, quanto sia prezioso il dono inestimabile della fede.
Al
contrario, ogni anima che non veglierà, che si lascerà cullare nelle parole
insignificanti d'un mondo che non ha niente, che non sa niente, che non può
niente, ogni anima che non veglierà, vedrà la sua fede diminuire e poi
perdersi completamente.
Se
avessimo occhi per vedere il lamentevole spettacolo delle anime che perdono la
fede, non avremmo abbastanza lacrime per piangere una sventura cosí grande.
Alcuni
perdono la fede dopo il battesimo: non hanno ricevuto l'istruzione cristiana
indispensabile, e la loro anima non ha mai fatto l'atto di fede. Privata del suo
atto, l'abitudine deposta nell'anima il giorno del battesimo è stata facilmente
annientata. È estremamente raro che le anime che han perduto la fede in queste
condizioni la possano mai ritrovare. Esse rimangono straniere e Dio e a Nostro
Signore Gesú Cristo, e non vivono piú che d'una vita terrestre, triste
preludio della morte eterna.
Altri
perdono la fede poco dopo la prima comunione. Entrano in un mondo incredulo di
cui non sospettavano l'esistenza, e s'immaginano d'essere stati ingenui a
credere un poco. Se arriva, com'è assai facile, il peccato mortale, è anche
facile perdere la fede e chiudere gli occhi alla pura luce che aveva reso cosí
felice il giorno della prima comunione.
C'è
chi perde la fede nelle scuole. Ci sono, come si sa, quelle piccole e quelle
grandi. Le piccole e le grandi possono far perdere la fede ai battezzati, e lo
fanno fin troppo spesso. Le piccole e le grandi non insegnando affatto il solo
vero Dio, cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; le piccole insegnando
soprattutto la formazione del plurale e il sistema metrico; le grandi mettendo
al di sopra di tutto il diploma di maturità o la laurea. Per tacere di quelle
in cui s'insegna scientemente e volontariamente l'empietà, l'indifferentismo o
addirittura l'ateismo.
V'è,
infine, chi perde la fede negli affari. Troppo preoccupati del loro lavoro,
interamente dèditi alle loro speculazioni, costoro dimenticano il battesimo,
trascurano la loro anima, non vivono piú la fede, non vegliano piú a nutrire
la loro fede; la perdono, forse persino senza pensarci.
O
Dio, mio Dio, per grazia vostra ci avete dato la fede: per grazia vostra,
conservateci la fede!
Credo.
V.
La fede non è sostituita dal sentimento.
Attaccata
da tanti lati, la fede è oggi divenuta rara nelle anime. Man mano che i tempi
avanzano, noi marciamo verso il compimento della parola di Nostro Signore:
"Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?"
(Luca, 18, 8).
Ciò
che tengo a farvi notare, Signora, è che tutte le anime che vediamo non aver piú
la fede l'hanno avuta almeno al momento del battesimo. Quelle anime si trovano
in uno stato molto diverso dagl'infedeli che non hanno mai avuto la fede. La
fede è un bene cosí grande che, quando sia entrato in un'anima, ne resta
sempre qualcosa.
San
Francesco di Sales dice, a proposito della carità, che "qualora la carità
sia separata dall'anima a causa del peccato, vi resta spesso una certa parvenza
di carità, che ci può illudere e distrarre vanamente" (Trattato dell'amor
di Dio, IV, c. 10).
Possiamo
dire lo stesso della fede. Quando la mancanza d'istruzione cristiana, o quando
un'educazione sistematicamente empia ha fatto perdere a un cristiano il dono
della fede ch'egli aveva ricevuto nel battesimo, vi resta ordinariamente una
certa parvenza di fede, che ci può illudere e distrarre vanamente.
Questa
parvenza di fede, per il fatto d'essere una parvenza, non è che un'immagine
della fede; è una fede in immagine, o, se preferite, in immaginazione; è ciò
che viene chiamato, in una certa lingua, sentimenti religiosi.
I
sentimenti religiosi! Una sorta di regalo che certi uomini vogliono gentilmente
fare a Dio, che deve per questo esser loro molto riconoscente; un fondo di
benevolenza, piú o meno vivamente sentito, dell'uomo per Dio; una sorta di
cortesía, di educazione, di buon gusto dell'uomo nei confronti di Dio: sí,
tutto ciò che si potrà volere di questo genere che obblighi poco, che non dia
nessun fastidio, che s'accomodi a tutto, si presti a tutto, non comprometta
nulla: è questo, il piú delle volte, ciò che s'intende dire parlando di
sentimenti religiosi, ma non è questa la fede.
Come
la parvenza della carità ci può illudere e distrarre vanamente, la parvenza
della fede ci può illudere e c'illude spesso, ci può distrarre e ci distrae
spesso.
Come
può accadere?, mi direte.
È
facile rispondere.
Un
cristiano, per piacere a Dio, deve fare spesso atti di fede. Nella preghiera,
nella pratica d'una vita cristiana, nel ricevere i Sacramenti, il cristiano
deve, per obbligo rigoroso, praticare la fede, farne l'atto interiore con molti
degli atti esteriori della vita cristiana.
E
il suo dovere.
Ora,
il pericolo, l'illusione, consisterebbe nel fare questi atti della vita
cristiana non con la fede, ma con la parvenza della fede o i sentimenti
religiosi.
La
fede viene allora sostituita dal sentimento; la realtà dall'immaginazione. È
possibile, in questo stato, dire tante preghiere senza pregare, confessarsi
senza correggersi, e ricevere l'Eucarestía senza unirsi a Gesú Cristo.
A
quanto ho sentito dire sia a un Vescovo, sia a un missionario che ha percorso
tutta la Francia, e s'è reso conto con grande attenzione dello stato delle
anime, sembrerebbe che in molte situazioni siamo oggi a questo punto, nel
compiere con l'immagine della fede le opere che bisognerebbe compiere con la
fede.
Ciò vi aiuterà a comprendere, Signora, una cosa che vi dava molto dolore un certo giorno in cui avevate potuto riconoscere che un buon numero di cristiani, che pur si dicono devoti e praticanti, hanno tutti gli stessi identici vizi dei mondani non praticanti. Sono, ahimè, praticanti, ma la fede non è il principio dei loro atti di religione; sono cristiani nell'immaginazione, e viziosi come tanti altri nella realtà.
Rammentatevi,
Signora, una frasetta breve breve del Padre Lacordaire: "La fede, è la
fede!".
Diciamo
insieme: Credo.
VI.
Quale differenza vi sia tra la fede e il sentimento religioso.
Avete
letto con attenzione la mia precedente lettera, e mi chiedete di farvi capir
bene la differenza che c'è tra la fede e il sentimento religioso.
Il
cómpito mi sarà facile; mi auguro che il mio lavoro vi sia utile.
Il
sentimento religioso, Signora, è certamente un dono di Dio. È un bene, un bene
dell'ordine naturale. Il sentimento religioso è la conseguenza naturale della
nostra qualità di creature, come il rispetto dei genitori è naturale al
bambino.
Il
sentimento religioso è cosí il rispetto che noi abbiamo, come creature, per il
nostro Padre che è nei Cieli, e che, per il solo fatto della nostra creazione,
ci guarda come suoi figli, e dà a noi tutti il pane quotidiano, la luce del suo
sole, i frutti della terra, la vita, la salute, e mille altri beni, egualmente
dell'ordine naturale.
Essendo
naturale all'uomo, il sentimento religioso si trova presso tutti gli uomini,
fedeli o infedeli; tutti infatti hanno questo fondo comune di rispetto per Dio,
che talvolta si traduce in un atto religioso fondato sul vero, come presso noi
cristiani; talvolta in un atto religioso inficiato d'errore come presso
gl'infedeli, gl'idolatri, ecc.
Vi
sono popoli nei quali il sentimento religioso è molto profondo; questo vale
certamente, per esempio, per i popoli musulmani. Un musulmano difficilmente
mancherà alla propria preghiera del mattino, a quella del mezzogiorno, a
quella della sera. Egli sente il muezzin gridare dall'alto del minareto la
formula sacra La ilàha ill'Allàh, ecc., e súbito si mette in preghiera, che
sia in compagnía, in mezzo a una piazza, o impegnato in qualsíasi lavoro:
l'ora è venuta, e prega. Per questo stesso sentimento religioso, il musulmano
attribuisce tutto alla volontà di Dio: i casi della vita, la salute, la malattía,
persino la morte, tutto egli riconduce a Dio, e in ogni circostanza ripete: Dio
è grande!
Ecco
il sentimento religioso in tutta la sua potenza.
Ma
ricordatevi, Signora, che la nostra natura è decaduta in Adamo; e, da una
natura decaduta, non può venire che un sentimento religioso anch'esso intaccato
da decadenza. La natura non può rialzarsi da sé; e il sentimento religioso
puramente naturale non può assolutamente ricondurre l'uomo a Dio, né trarlo
via dal peccato.
Cosí,
presso di noi, il sentimento religioso, quando rimane allo stato naturale, è
indifferente in materia di religione. S'accontenta di tutto, s'adatta a tutto,
si presta a tutto, e non si dedica a nulla. Mi correggo: può dedicarsi alla
massonería, almeno ove i massoni si degnino di riconoscere il Grande
Architetto, come dicono.
Volevo,
Signora, mostrarvi questo primo quadro. Passo al secondo.
La
fede non è un sentimento, la fede non è d'ordine naturale.
La
fede è l'assenso del nostro spirito alla verità rivelata da Dio. È un bene
che non deriva affatto dalla nostra natura, ma che le viene dato dall'alto per
guarirla.
La
fede è essenzialmente purificatrice. Fide purificans corda (Atti, 15, 9).
Essa
illumina lo spirito, lo spoglia dell'errore: rialza l'uomo caduto, lo riporta
sulla via di Dio, pone le basi dell'opera della salvezza; avvía l'uomo verso
ogni bene.
La
fede è essenzialmente fortificatrice. Confortatus fide, dice San Paolo (Rom.,
4,20). E ancora: Fide stas, Se stai in piedi, è grazie alla fede (Rom., 11,
20).
La
fede è vivificatrice: Il giusto vive di fede, dice sempre San Paolo (Gal., 3,
11).
Se
il sentimento religioso ci lascia di ghiaccio per Nostro Signore Gesú Cristo,
non è cosí con la fede: essa lo rende presente, vivente nei nostri cuori:
Christum habitare per fidem in cordibus vestris (Ef., 3, 17).
La
fede è il principio d'un mondo nuovo, rigenerato in Gesú Cristo Nostro
Signore; la fede è la luce precorritrice degli splendori dell'eternità in cui
vedremo Dio; la fede è la madre della santa speranza e della divina carità.
La
fede è sulla terra la fonte pura di tutte le vere consolazioni. È ancora San
Paolo che ce lo dice. Simul consolari per eam quae invicem est, fidem vestram
atque meam: Consolarci insieme mediante la fede che abbiamo in comune, vostra
e mia (Rom., 1, 12).
Quando
si parla della fede, Signora, San Paolo è un maestro incomparabile. Prendo da
lui un'ultima frase per terminare questa lettera: Saluta eos qui nos amant
infide. Salutate quelli che ci amano nella fede (Tito, 3, 15).
Diciamo
insieme: Credo.
VII.
Quanto la fede accresca la ragione.
Dio ci ha dato i sensi, la ragione, la fede. Coi sensi ci mettiamo in relazione con le cose sensibili, che sono a loro proporzionate; con la ragione raggiungiamo le cose superiori ai sensi, le cose intellettuali; ma con la fede Dio ci ha concesso di raggiungere, per mezzo d'una conoscenza piú elevata, le cose divine e Dio stesso.
La
ragione creata da Dio per Dio stesso non può riposarsi che in lui, verità
prima; essa ha dunque un bisogno innato di Dio, e lo cercherebbe naturalmente se
il peccato originale, una volta sopravvenuto, non l'avesse singolarmente
indebolita, piegata, e troppo spesso incatenata alle cose sensibili.
La
fede che Dio ci ha dato guarisce, almeno in parte, la ragione umana dalla sua
malattía originale; la rialza, la raddrizza, la rinfranca, e le fa
raggiungere un ordine di conoscenze ch'essa non avrebbe mai potuto affrontare,
l'ordine delle conoscenze soprannaturali, ovvero delle verità rivelate da Dio.
La
fede, dice San Paolo, è quella che ci convince delle cose invisibili. Queste
cose invisibili sono una parte di quel che Dio sa. Egli le ha rivelate
attraverso Nostro Signore Gesú Cristo. Gli Apostoli, e dopo di loro la
Chiesa, ci trasmettono le stesse parole di Dio; e, per una grazia che si chiama
dono delle fede, noi riceviamo questa parola, e siamo convinti che questa parola
è verità.
L'uomo
che non ha la fede, dunque, non conosce che in proporzione ai suoi sensi e alla
sua ragione; l'uomo che ha la fede va piú lontano: coglie l'impercettibile,
raggiunge l'invisibile; entra in certa misura in partecipazione con la scienza e
la ragione di Dio.
Si
fa allora nella sua anima una luce nuova, superiore a ogni luce naturale; e
questa, in virtú della sua superiorità, diventa la regolatrice delle luci
inferiori, che sono la ragione e i sensi.
Tutto
allora si subordina alla fede, tutto entra nell'ordine soprannaturale: gli
sguardi dei nostri occhi, i pensieri del nostro spirito, hanno trovato leggi che
li difendono, li proteggono dagli scogli, li dirigono verso il bene, e fanno
loro raggiungere Dio stesso.
In
questa luce superiore, l'uomo di fede è a suo agio, è felice: si rallegra del
vero, almeno quel tanto che è possibile alla creatura nella vita presente. Per
l'uomo di fede, dice San Girolamo, il mondo intero è un gran tesoro. Come mai?
Perché, dominando tutte le cose, e scorgendole sotto una luce nuova, che è
quella della fede, riconosce la volontà di Dio. Su tutte le cose la trova
buona, bella e perfetta. Egli se ne rallegra, ne gioísce.
Persino
le cose sensibili, viste in questa luce, sono per l'uomo di fede un gran tesoro.
Ma quant'è piú ricco il fedele quando il suo spirito si riposa nei beni
spirituali, negl'invisibili di Dio, come dice San Paolo.
Bisognerebbe
essere San Paolo per parlare degnamente di queste ricchezze della nostra fede;
per parte mia mi accontenterò di mostrarvi all'opera una fede pratica che gusta
questi beni invisibili di Dio.
Voi
abitate in una città, in un villaggio? Qual è nel vostro spirito il luogo che
vi sembra considerevole nella vostra località? Qual è il personaggio che, ai
vostri occhi, è veramente notevole fra tutti quelli che la abitano?
A
questa domanda, quanti risponderebbero citandomi il nome d'un monumento d'un
signore, d'una signora, o che so io?
L'uomo
di fede la saprebbe molto piú lunga, e senza esitare mi direbbe: Nostro Signore
Gesú Cristo presente nel Santissimo Sacramento. Ecco la vera verità, la vera
grandezza: gli occhi non vedono nulla, è vero; la ragione umana non ci arriva,
è vero anche questo; ma Dio ci ha dato la fede proprio per renderci attenti a
ciò che i nostri occhi non vedono. La fede, dice San Paolo, è ciò che ci
convince delle cose invisibili.
Fra
queste cose invisibili, certamente dopo Dio, bisogna annoverare le anime.
L'uomo di fede è attento alle anime. Per lui, un uomo è prima di tutto
un'anima. Per altri, un uomo è un corpo.
Dopo
le anime, o piuttosto con le anime, l'uomo di fede considera il loro stato: la
grazia o il peccato, il loro merito davanti a Dio, il loro presente e il loro
avvenire. Se ne proccupa; tratta dei loro interessi tutti i giorni con Dio, e
con loro ogni volta che può.
È
da atti come questi che la fede si rivela, che la fede cresce, che la fede ci
conduce a Dio.
Diciamo
insieme: Credo.
VIII.
L'integrità della fede.
La
fede opera nel cristiano un rinnovamento soprannaturale; eleva la sua anima alle
cose celesti; e, come dice San Leone, le fa spiccare il volo verso il bene
incorruttibile, verso la vera luce, cioè verso Dio stesso.
Ma
perché la fede faccia nel cristiano quest'operazione che le è propria, bisogna
che sia pura, che sia intera.
Ora,
la fede nella sua purezza, nella sua integrità, è una fede rara. Magnum est -
diceva Sant'Agostino - Magnum est in ipsa intus catholica, integram habere fidem.
Traduco: È una gran cosa avere, all'interno stesso della Chiesa cattolica, la
fede nella sua integrità.
Per
comprendere ciò dovete ricordarvi, Signora, quanto abbiamo detto sulla
nascita della fede nelle nostre anime. Essa ha bisogno, per nascere e
svilupparsi, del dono interiore di Dio e della parola esteriore del catechista,
o dell'istruzione.
Il
dono di Dio è sempre puro; ma la parola del catechista può portar con sé sia
la verità che viene da Dio, sia l'errore che viene dall'uomo.
Pensiamo
a un bambino battezzato in una società separata dalla Chiesa cattolica. Il
battesimo che ha ricevuto ha fatto di lui il figlio di Dio, gli ha posto
nell'anima la fede abituale; egli cresce, e riceve un'istruzione inficiata d'
eresía, accetta l' eresía credendo d'accettare la fede, viene ingannato... Il
giorno in cui s'accorgerà della verità cattolica, accadrà questo: o rifiuterà
l'eresía, o respingerà la verità. Allora diventerà o formalmente eretico, o
decisamente cattolico. In quest'ultimo caso avrà perduto l'eresía che gli era
stata insegnata, e avrà conservato la fede che Dio gli aveva posto in cuore il
giorno del battesimo.
Da
ciò vedete, Signora, quanto sia importante che un bambino battezzato non riceva
mai lezioni da maestri che gli potrebbero far perdere la fede.
Ma
noi siamo, mi direte, in piena Chiesa cattolica; ed e qui che v'insegno con
Sant'Agostino che è una gran cosa avere la fede nella sua integrità.
Mi
spiego. La fede è nel mondo, Dio ce l'ha messa per la nostra salvezza. Ma anche
l'errore è nel mondo: il diavolo l'ha seminato per la nostra perdizione.
La
fede nella sua integrità è una fede al riparo da tutti gli errori, da tutti i
pregiudizi, da tutte le vane opinioni che corrono nel mondo, che riempiono gli
spiriti, che perdono le anime.
Ora,
debbo dirvi, se voi già non l'avete notato, che ogni spirito contaminato da un
errore avrà sempre piú zelo per il suo errore di quanto comunemente gli uomini
non ne abbiano per la verità. È un fatto che salta agli occhi; la ragione ne
è che, dato che la verità viene da Dio e l'errore viene dall'uomo,
quest'ultimo sarà piú facilmente trasportato verso l'errore, che è cosa sua,
che non verso la verità, che è cosa di Dio.
Ne
consegue che per quanti uomini vi síano che portino nel loro spirito un errore,
una falsità, un pregiudizio, una vana opinione, vi saranno altrettanti
missionari (perdonatemi l'uso di questa parola in tal materia), vi saranno
altrettanti missionari che lavoreranno per far entrare nello spirito del fedele
uno una cosa, l'altro un'altra, che batteranno in breccia se non la fede
tutt'intera, almeno l'integrità della fede.
Ora,
il numero di questi missionari al contrario è grande al giorno d'oggi. Parlano
con arroganza, quasi dappertutto. E come se parlare non bastasse loro, hanno la
stampa: la dominano, ed è per loro che essa lavora tutti i giorni quasi
dappertutto.
Tutti
i giorni dunque si fa nel mondo un formidabile lavoro di perversione degli
spiriti. Gli uni attaccano un dogma, gli altri un altro. Qui si crederà d'aver
dimostrato che la fede nel mistero della Santissima Trinità è un'assurdità; là
si crederà d'aver distrutto il mistero dell'Incarnazione e la fede nella
divinità di Nostro Signore Gesú Cristo; altrove s'attaccherà la Chiesa, i
suoi sacramenti, la sua disciplina, il suo culto: si darà a tutto questo
un'aria di ragione ragionante, si commisereranno gli spiriti arretrati,
s'inviteranno le anime a entrare nelle vie del progresso. La fede resisterà in
mezzo a tutti questi pericoli che stanno dappertutto, che son di tutti i giorni,
che si presentano sotto tutte le forme? Se resiste, sarà un grande prodigio. Se
avete la fortuna di vederlo, questo prodigio, ringraziatene Dio; e al veder
tutte le rovine che potrete osservare nei dintorni di questo prodigio,
comprenderete la verità della parola di Sant' Agostino: È una gran cosa
avere, all'interno stesso della Chiesa cattolica, la fede nella sua integrità.
Diciamo
insieme: Credo.
IX.
La fede senza le opere e le opere senza la fede.
Ci
fu un tempo, agli albori del cristianesimo, nella stessa Roma, una disputa
alquanto vivace a proposito della fede e delle opere. Gli uni dicevano: La fede
è sufficiente; gli altri dicevano: Le opere, le opere, non occorre altro!
Se
un bel giorno fossimo nel vostro giardino, e ponessimo ai vostri bambini una
domanda analoga dicendo loro: Bambini, che ne dite? Quale dei due è necessario,
il melo o le mele?, i piú giovani certamente ci direbbero: le mele sono
sufficienti. I piú grandi però, comprendendo che senza meli non ci sarebbero
mele nel giardino, ci direbbero: Quel che ci vuole, sono dei meli con delle
mele. E, in effetti, mele senza meli è cosa impossibile; meli senza mele, è
inutile.
Per
uscire dall'apologo, dobbiamo dire che la fede è l'albero indispensabile per
avere dei frutti di salvezza, e che tutti i frutti che si potrebbero raccogliere
senza la fede non sarebbero dei frutti di salvezza.
San
Gregorio Magno l'ha detto in una breve frase: Nec fides sine operibus, nec opera
adjuvant sine fide. Che in italiano significa: La fede senza le opere, o le
opere senza la fede, non sono d'alcun aiuto.
La
fede è per il cristiano la radice della salvezza e di ogni opera che conduca
alla salvezza; la santa speranza e la divina carità vengono a dare al frutto o
all'opera il suo gusto, il suo sapore, la sua dolcezza, il suo merito; ma senza
la fede non v'è né merito, né dolcezza, né sapore, né gusto, né frutto, né
opera che sia utile alla salvezza.
Tenete
bene a mente questo primo principio, Signora; ed eccone un altro che
incontestabilmente ne deriva. La misura della fede è la misura del merito
dell'opera. So bene che l'ultima parola del merito cristiano appartiene alla
carità; ma la carità è la figlia della fede, e non può crescere che insieme
con sua madre, di modo che alla fin dei conti è sulla fede che in un cristiano
debbono misurarsi tutte le cose. Nostro Signore, in questa stessa prospettiva,
diceva: La vostra fede vi ha salvati!
Stabilito
questo, faremo un passo in questo mondo, a vedere un po' a che punto è la fede,
e a che punto sono le opere figlie della fede.
E
per cominciare, Signora, non avete spesso notato che il nostro secolo è il
secolo delle opere? Mai, mai, se ne sono viste sorgere con una tale esuberanza.
Ma
il nostro secolo è, nella stessa proporzione, un secolo di fede? Ahimè!
Bisogna dirlo: la fede è rara al giorno d'oggi.
Su
un albero straordinariamente indebolito, vediamo spuntare una dovizia di frutti
che sarebbe da ammirare, se si potesse dimenticare lo stato dell'albero. Le
opere spuntano e vanno sempre accrescendosi, e al tempo stesso siamo costretti
ad ammettere che la fede va declinando. Non c'è una sorta di contraddizione?
La
contraddizione, Signora, è soltanto apparente. Le opere di salvezza, abbiamo
detto, nascono dalla fede; ma le opere che assomigliano alle opere di salvezza
possono nascere da un principio diverso dalla fede.
E
allora?, mi direte.
Allora,
Signora, delle due l'una: o le opere nate da un principio diverso dalla fede
salveranno qualcosa di diverso dalle anime (totale: niente per Dio); oppure non
salveranno sé stesse, e periranno.
Nate
da un principio che non è la fede, creazioni del genio o dell'immaginazione, le
opere che non sono nutrite del succo vivificatore della fede, il solo che
vivifichi; le opere che vivono dell'abilità dell'uomo, o del suo denaro, o del
suo credito, queste opere non salvano le anime, e sono al cospetto di Dio degli
alberi sterili; il tempo ha la sua scure per abbatterli, e lo farà immancabilmente.
La
Chiesa, che è opera di Dio, resiste e resisterà perché conserva e conserverà
la fede. Noi, figli di Dio e della Chiesa, non resistiamo e non resisteremo, noi
e le nostre opere, se non nella misura della nostra fede.
Se
tutte le opere che oggi sono all'opera intorno a noi avessero tanta
sollecitudine per vivificare l'albero che è la fede quanta ne hanno per
produrre frutti, vedremmo certo delle meraviglie. Ma, purtroppo, la fede manca,
e noi non manchiamo di gente che vuol raccogliere i frutti dalla fede prima
d'aver seminato la fede. Si possono, in quel senso, fare grandi passi, ma a lato
della via. Magni passus, sed extra viam, diceva Sant'Agostino.
Diciamo
insieme: Credo.
X.
Le devozioni senza la fede.
La
fede, che nel cristiano è il principio unico delle opere salutari, è
egualmente il principio della devozione, e anche, se volete, delle devozioni,
quando la devozione e le devozioni sono realmente salutari.
Abbiamo
visto che molte opere possono nascere a lato della fede, e, per ciò stesso, non
essere opere utili alla salvezza. La stessa identica cosa si deve dire della
devozione e delle devozioni. Esse possono nascere, svilupparsi e crescere, anche
prodigiosamente, a lato della fede, ed essere quindi completamente inutili per
la salvezza eterna degli uomini.
Vi
farà certamente piacere che vi citi a questo proposito l'Année Dominicaine.
Ecco ciò che vi leggo, a firma del R. P. Vincent Maumus:
«La
pratica senza la conoscenza di Dio: ecco un grande ostacolo all'avanzamento
delle anime. Le s'illumina poco, prima di tutto perché si hanno già in
partenza pochi lumi, e poi perché si taccia facilmente di vana curiosità una
scienza che non s'apprezza. Le anime vengono dunque poco illuminate; in
compenso, le si carica di pratiche moltiplicate all'infinito; le si arruola in
ogni sorta di confraternite; si fa loro intravvedere, come ultimo sforzo della
pietà cattolica, la propaganda attiva di certe devozioni che, se non s'arresta
la corrente, minacciano di soffocare l'ampio spirito cristiano.
Che
cosa sono oggi i libri di pietà? A parte qualche rara eccezione, non sono che
trattati superficiali che si rivolgono unicamente all'immaginazione, e che
indirizzano unicamente alla pratica esteriore di quella o quell'altra devozione
di moda. Diversi anni fa un grande vescovo lamentava la profusione con cui si
diffondono questi tipi di libri, e Bossuet già diceva: "Non capisco piú
niente dei direttori spirituali"».
Avete
letto questa citazione con grande attenzione, Signora, e ne avete avvertito
tutta la portata. Mi pare anzi d'udirvi, di qui, menzionare il detto di Joseph
de Maistre: "Dio benedica il si impersonale!".
Volentieri
augurerò con voi quest'assai desiderabile benedizione, e terminerò qui
questa lettera.
Diciamo
insieme: Credo.
XI.
La fede e la scienza.
Lo
sapete: l'uomo nasce ignorante. Non esce dall'ignoranza se non con difficoltà:
costa fatica imparare, e piú elevata è la scienza che vogliamo acquisire, piú
fatica ci costa.
Il
male è cosí grande che non soltanto facciamo fatica a imparare, ma troppo
spesso troviamo in noi una sciagurata ripugnanza per lo studio, ripugnanza che
ci farebbe gustare una specie di tranquillità, una felicità del tipo stupido,
a non saper nulla.
E
tuttavía non è che ci piaccia l'ignoranza in sé: quel che ci piacerebbe
sarebbe non fare lo sforzo necessario per arrivare alla scienza.
Noi
cristiani conosciamo la causa d'uno stato cosí lamentevole: la fede, infatti,
ci mostra in esso uno degli effetti del peccato originale.
Quando
Dio, col battesimo, cancella in noi il peccato originale, ci dà la fede, e con
la fede il bisogno di conoscere le verità cristiane e l'inclinazione a
riceverle e conservarle.
Questo
bisogno delle anime non è di quelli che si possano trascurare. La Chiesa vi
risponde col catechismo. Ma purtroppo le lezioni del catechismo durano poco, e
troppo facilmente vengono dimenticate: l'educazione cristiana è assai
trascurata nelle scuole, quando addirittura non vi manca del tutto. Ne consegue
che i cristiani in genere non sono sufficientemente istruíti su ciò che pure
hanno un rigoroso bisogno di conoscere per conservare la loro fede, per
praticarla fedelmente, per conservarla intatta fino al termine del loro
percorso.
Ecco
la condizione presso che generale dei cristiani che hanno finito gli studi alla
scuola primaria.
Ma
abbiamo scuole secondarie, scuole superiori, persino l'Università. Se da
qualche parte c'è la scienza, è là che dev'essere.
A
proposito della scienza vorrei, Signora, farvi notare un fenomeno di cui, assai
a torto, non si tien conto.
Poiché
la fiaccola della fede è accesa nel mondo, e accesa per mano di Dio, è per ciò
stesso inestinguibile. Brilla nonostante tutto. Tutti gli spiriti lo sanno; e
allora, a causa del bisogno di sapere che la fede depone in noi col battesimo,
in coloro che hanno l'amore della scienza avviene un lavoro interiore che li
spinge a conquiste grandiose sull'ignoranza: essi vogliono sapere.
Noi
diciamo che questo è un effetto della fede: ed è il fenomeno piú notevole e
meno notato che vi sia al mondo. Vi si faccia bene attenzione: in nessun luogo
gli spiriti lavorano tanto per la scienza quanto dove c'è la fede. Forse che
l'Asia o l'Africa sono animate da questa passione della scienza che vediamo cosí
ardente nella nostra Europa battezzata? Assolutamente no. Là gli spiriti
dormono, qui sono desti. La ragione della differenza è facile a cogliersi. La
fiaccola della fede là è spenta. Non si battezza. Qui si battezza, e la fede
versa in mezzo a noi le sue luci piú potenti e piú abbondanti. E gli spiriti,
stimolati dall'operazione dello Spirito di Dio che ci ha dato la fede,
s'accendono d'un bel fuoco per la scienza: ancora una volta, vogliono sapere.
Tutti
i battezzati hanno ricevuto lo stimolante divino. E nei nostri scienziati, il
punto di partenza è la fede. Ma alcuni l'hanno conservata, altri perduta. Gli
spiriti camminano da quel momento su vie molto diverse, pur avendo ricevuto gli
uni e gli altri, nel dono della fede, l'energía del desiderio che li porta
verso la scienza,).
Per
una conseguenza logica, la scienza tenderà verso due scopi diversi, a seconda
che gli spiriti abbiano conservato o perduto la fede. E mai come ai nostri
giorni, forse, s'è potuta osservare tanto chiaramente questa sorta di
biforcazione nella direzione seguita dalla scienza.
Esiste
oggi una scienza che vuol credere: in ciò cammina verso il vero, secondo Dio, e
secondo la legge immutabile dello sviluppo dello spirito umano.
Esiste
anche una scienza che non vuol credere: e farebbe di tutto per mantenersi in un
rifiuto che tuttavía non è affatto scientifico: non credere.
Dall'una
e dall'altra parte vediamo spiriti attivissimi, ardentissimi, ansiosissimi
d'arrivare allo scopo. Dall'una e dall'altra parte scuole, lavori seri, e
un'emulazione che sarebbe egualmente lodevole, se lo scopo perseguito fosse
egualmente legittimo.
Bisogna
dirlo: la scienza che cammina contro la fede oggi tiene un linguaggio
tracotante. Ha per sé mille appoggi nel mondo esterno. Forte della sua
impalcatura, aspira a spegnere la fiaccola divina della fede.
Ma
in tutto questo non c'è nulla di nuovo. Leggiamo nel libro piú antico del
mondo che gli uomini si dissero un giorno: All'opera! costruiamo una torre che
salga fino al cielo. Si misero all'opera, costruírono una torre, e non
scalarono il cielo.
Allo
stesso modo gli uomini di oggi si dicono: All'opera! eleviamo l'edificio della
scienza, e daremo la scalata alla fede. Lavorano, e il loro edificio, come
quello dei loro predecessori, si chiamerà Babele.
L'uomo
non ha creato la luce; il giorno in cui crederà d'aver provato che la luce non
è che tenebre, Dio gli griderà: Maledetto! Lo chiamerà al suo giudizio, e
continuerà a versare nelle anime la luce della fede.
La
scienza che combatte la fede non raggiungerà lo scopo. Non prevarrà contro la
fede, è evidente; ma per di piú non sussisterà neppure come scienza: finirà,
la Scrittura lo dice, col dissolversi.
La
scienza sarà salvata dagli uomini di fede: e per essi è sacro dovere avanzare
sia nella scienza sia nella fede.
Ecco
lo spettacolo che ci offre oggi il mondo. Qui l'ignoranza, purtroppo, è il
corredo della maggioranza. Altrove, la fede; e poi, dov'è la fede, la scienza,
fedele negli uni, infedele negli altri; da una parte tesa a lottare contro la
fede, contro lo stesso Dio; dall'altra impegnata ad abbattere, seguendo San
Paolo, tutto quanto abbia la pretesa di levarsi contro Dio.
La
lotta è ingaggiata, la mischia è accanita; e benché Dio debba rimaner
vincitore sempre e dappertutto, noi ci auguriamo che i credenti non síano mai
in ritardo. All'opera, diremo loro; e se quelli che hanno perduto la fede
lavorano per Babele, noi, credenti, edifichiamo Gerusalemme.
Credo.
XII.
Sulla necessità d'avere una fede lucida.
L'apostolo
San Pietro, scrivendo ai primi fedeli, e istruendo in essi i fedeli di tutti i
tempi, diceva: "Siate sempre pronti a rispondere in difesa della religione
a chiunque vi domandi la ragione della speranza che è in voi".
Ciò
che traduciamo con a rispondere in difesa della religione è espresso nel testo
di San Pietro con una sola parola. Egli dice, alla lettera: "Siate sempre
pronti all'apologia (o per l'apologia)"; ciò significa che, secondo le
solenni istruzioni del nostro Santo Padre il papa San Pietro, ogni cristiano
dev'essere sempre pronto all'apologia, alla difesa della religione, di fronte a
chiunque gli domandi la ragione della speranza ch'egli porta in sé.
Bisogna
pesare le parole di San Pietro: sempre pronti, a chiunque. Evidentemente, per
essere sempre cosí pronti, pronti di fronte a chiunque, ci vuole una dose
d'istruzione cristiana, che oggi non è comune fra i cristiani.
Ma,
per timore di non sembrare esagerato in alcunché, voglio dare la parola a un
interprete che non si potrebbe respingere, Traduco: "Ecco il pensiero di
San Pietro: Poiché gl'infedeli chiamano vana la speranza che voi avete da Gesú
Cristo d'una vita futura e d'una gloria eterna, vi avviso d'aver sempre pronta
una risposta con la quale voi possiate dimostrare che la vostra fede e la vostra
speranza poggiano su ragioni solide, sia che abbiate di fronte un
contraddittore, sia un uomo semplicemente desideroso d'istruirsi, il quale vi
domandi perché voi disprezzate i beni della vita presente, e soffrite quaggiú
tanti mali.
Non
bisogna però interpretare ciò nel senso che San Pietro esiga che tutti i
cristiani síano dei teologi, capaci di dissertare sui dogmi della fede, sia
come dottori, sia come apologeti.
San
Pietro esige da ciascun fedele una cosa soltanto: ch'egli possa rispondere in
modo soddisfacente, secondo le sue capacità, a chi lo interroghi e gli domandi
ragione di quanto crede e spera come cristiano.
Ci
sono in effetti delle ragioni generali con le quali ogni cristiano poteva sempre
difendersi contro i pagani, e rispondere a chi lo interrogava: per esempio, che
la religione cristiana è stata annunciata dai profeti, che è stata
confermata da innumerevoli miracoli operati dal Cristo e dagli apostoli, che
insegna la giustizia, l'innocenza e la carità spinte fino all'amore dei
nemici, che è una religione castissima. Oppure: che il mondo è governato dalla
provvidenza d'un Dio unico, la quale esige che alla fine ciascuno riceva secondo
le proprie opere; che nulla è impossibile a Dio; che non ci si deve
meravigliare se la nostra fede e la nostra speranza sorpassano l'intelligenza
umana, dal momento che nella natura stessa vi sono tante cose che il nostro
spirito non riesce a penetrare.
Allo
stesso modo, ai nostri tempi, vi sono buone ragioni e argomenti generali, che
sono come dei primi principii, su cui bisogna che i fedeli síano istruiti (e
istruiti dai loro parroci) per rispondere agli eretici che attaccano la fede
cattolica, o che ne vogliono discutere. Questi principii sono: che la Chiesa di
Gesú Cristo è una, e che è visibile e manifesta; ch'essa s'è perpetuata
dagli apostoli fino a noi attraverso la successione dei vescovi; che ha avuto
nel suo seno un gran numero di santi martiri e confessori, che in tempi diversi
hanno confermato e suggellato la fede cattolica con la loro dottrina e i loro
miracoli; che la Scrittura ci prescrive d'ascoltare questa Chiesa che è la
colonna e la base della verità.
È
in questo senso che San Giovanni istruísce i fedeli, al capitolo IV della sua
prima Lettera. Dopo aver detto: Saggiate gli spiriti, per sapere se sono da Dio,
egli prescrive loro questo stesso metodo generale di saggiare la fede, quando
dice: Chi conosce Dio ci ascolta, cioè ascolta gli apostoli e i loro
successori; chi non è da Dio, non ci ascolta. Da questo soltanto noi
riconosciamo lo spirito di verità e lo spirito dell'errore".
Il
nostro commentatore aggiunge: "Ciò non di meno, è assai opportuno che i
fedeli possiedano, secondo le loro capacità, le ragioni piú particolari e le
prove speciali, per poter rispondere" a chiunque.
La
parola di San Pietro e le spiegazioni del suo commentatore vi mostrano a
sufficienza, Signora, quale dev'essere la fede dei cristiani.
Non
abbiamo piú che una parola da dire, e sarà la preghiera degli apostoli a
Nostro Signore: Adauge nobis fidem! Signore, aumenta la nostra fede! (Luca, 17,
S).
Diciamo
insieme: Credo.