LE IMPOSSIBILITÀ
ILDEBRANDO A. SANTANGELO
COMUNITA EDITRICE 95031 ADRANO (CATANIA) (TEL. 095-7692315)
CAP. I - COMPRENDERE L'UNIVERSO SENZA DIO COMPRENDERE DIO SENZA L'UNIVERSO
Dinanzi a Dio gli uomini d'oggi hanno spesso atteggiamenti blasfemi o irriverenti. Tanti ne parlano come di un re travicello o di un babbo Natale; altri scherzano su di lui, come di uno pari loro; altri lo bestemmiano da mattino a sera; altri, addirittura, gli si credono superiori.
È necessario, innanzitutto, prendere le distanze; basterà dare uno sguardo all'Universo.
Dopo il lancio del primo sputnik, facendo un giorno un viaggio, trovo nello scompartimento un comunista che entusiasticamente dice ai compagni di viaggio: « Tra poco giungeremo nella luna; poi nelle stelle. L'uomo è il vero Dio, come sta dimostrando».
Io risposi: «Lo sa, lei, qual'è la stella piú vicina a noi? È l'Alfa della costellazione del Centauro. Dista appena 4,3 anni luce. Lei moltiplichi 4,3 X 365; il risultato lo moltiplichi per 24; il risultato lo moltiplichi per 60; il risultato lo moltiplichi ancora per 6o; infine, il risultato lo moltiplichi per 300.ooo, e otterrà quanti km ci separano da tale stella, esattamente: 406.814.400.000.000. Ciò significa che se lei e la sua famiglia si mettono su tale sputnik, i figli dei suoi figli giungeranno in tale stella fra 5oo.ooo anni ». Tutti scoppiarono a ridere e il comunista terminò di parlare.
1. Il sistema solare
a) Il sole
Il sole ha un diametro di km 1.392.000, pari a tre volte la distanza della terra dalla luna. In tale spazio rientrerebbero 1.300.000 terre. Il sole dista dal centro della Galassia 30.ooo anni luce. Ciò significa che la circonferenza dell'orbita che percorre il sole attorno alla galassia è pari a 188.4oo anni luce, e che il sole, viaggiando, come fa, a km 250 al minuto secondo, per percorrerla impiega 226.ooo.ooo di anni; e significa pure che noi, pure stando seduti o a letto, viaggiamo su questa astronave che è la terra alla velocità di 250 km al secondo e che potremo trovarci a vedere lo stesso panorama di stelle e di galassie nel firmamento, ammesso che tutte esse stessero ferme, tra 226 milioni di anni.
Il sole è un forno tremendo, le cui fiamme fatte di idrogeno e di elio giungono fino a 5oo.ooo km di altezza. La sua temperatura è di 6.ooo K nell'involucro esterno, mentre quella del suo interno è almeno di 20.ooo.ooo di gradi.
L'astronomo italiano Paolo Maffei nel suo bellissimo libro Al di là della luna (Mondadori), dopo aver detto a quali temperature si formano i vari elementi fisici, cosí definisce il sole: « Una sfera bruciante dove a temperature e pressioni altissime, che possiamo esprimere solo con numeri che vanno al di là della nostra immaginazione, si sviluppa un'enorme quantità di energia. Gran parte di questa energia affiora all'esterno, attraverso strati infuocati, dove i gas, soggetti a una molteplicità di forze, si agitano in immani uragani che producono squarci, lampi, gigantesche eruzioni... per poi svanire, all'esterno, in luce di perla».
b) I pianeti
La terra: dista dal sole 150.000.ooo km; gira attorno ad esso in 365 giorni alla velocità di km 3o al s.; ad essi bisogna aggiungere i 25o km al secondo del suo spostamento attorno alla Galassia. Gli altri pianeti sono 8: il piú piccolo è Mercurio, molto piú piccolo della Terra; il piú grande è Giove, 300 volte piú grande della Terra; il piú lontano è Plutone distante dal sole km 5.910.000.000; il piú caldo è Venere con una temperatura di 475 gradi. In nessuno dei pianeti può abitare l'uomo, ma soltanto nella Terra.
2. La galassia
Volendola paragonare a un nostro panorama notturno, essa è come una nostra città con migliaia di lampade accese, mentre i gruppi di lampade delle città lontane sono altre galassie.
La nostra galassia ha una massa di materia pari a 200 miliardi di soli. Ammettendo che metà di tale materia è costituita da polveri e da gas sparsi negli spazi, vi sono nella nostra galassia almeno 2oo miliardi di stelle, grandi, ciascuna, quanto il nostro sole. Esse sono sparse in uno spazio dal diametro di 1oo.ooo anni luce, a forma di disco, con uno spessore di 1.700 anni luce e un rigonfiamento centrale a forma di bulbo dal diametro di 16.ooo anni luce. Le stelle in questo spazio sono tanto piú numerose, quanto piú ci si avvicina al centro della galassia. La loro velocità di traslazione è tanto minore, quanto piú ci si allontana dal centro; tanto maggiore, quanto piú ci si avvicina al centro.
Le stelle non hanno tutte la stessa età; e qui cominciano i problemi. Vengono distinte in due categorie: quelle di popolazione I, a luce rossa come il sole, le piú antiche e con orbite circolari sul piano galattico, sono le meno veloci; quelle di popolazione I, a luce bleu, le piú recenti e le piú veloci, con orbita ellittica che fuoriesce dal disco galattico.
Le stelle sono di tipo molto vario:
a) Quelle molto piú numerose sono come il nostro sole, e, piú o meno, uguali ad esso.
b) Stelle doppie. Il piú delle volte sono talmente vicine da sembrare una sola stella; girano vertiginosamente l'una attorno all'altra. Sono state scoperte stelle triple e anche quadruple. Sono state scoperte migliaia di stelle doppie; ma, certamente, ne restano da scoprire milioni.
c) Nane bianche. Sono invisibili perché troppo piccole. La prima ad essere scoperta con telescopio è stata nel 1862 la Sirio B, a causa dell'oscillazione periodica del moto della stella Sirio. La Sirio B ha una massa piccolissima, appena il doppio della terra, ma ha una densità spaventosa: 200.000 volte maggiore di quella dell'acqua, cosí da pesare quanto il sole; una massa di un cm3 della sua materia, trasportata nella nostra terra, peserebbe kg 200.
d) Stelle pulsanti. Queste stelle, al contrario del sole e delle altre stelle che hanno uno splendore sempre uguale, variano di splendore, ma in maniera ciclica, da un minimo di uno, a un massimo di varie centinaia di volte maggiore. Si dividono in stelle pulsanti rosse: la prima di esse fu scoperta nel 1596 nella costellazione della balena e fu chiamata « Mira Ceti » (ossia « la meravigliosa della balena »). Dista da noi 163 anni luce; ha un diametro di 556 milioni di km; è miliardi di volte piú grande del sole; se fosse al posto del sole la sua massa arriverebbe fino a tutta l'orbita di Marte. Il suo splendore va da metà di quello del sole a 8o volte piú del sole, e, parallelamente, sale il suo calore fino a 2.700 K; si gonfia e si sgonfia come un pallone; le punte maggiori di calore vengono raggiunte nel massimo sgonfiamento. Il suo ciclo è di 331 giorni. Di tali stelle se ne contano 4566.
Stelle pulsanti bianche: sebbene molto piú piccole delle rosse, anch'esse sono gigantesche. Vengono chiamate Cefeidi, perché la prima di esse ad essere scoperta fu la « delta Cephei ». La loro luce è bianca, il loro ciclo molto breve (nella delta Cephei è di 5 giorni e 9 minuti), la loro luce aumenta in rapporto al loro calore, che nella stella suddetta va da 5.700 a 7.300 K, raggiungendo uno splendore 1.6oo volte piú del sole. Le Cefeidi sono presenti in tutte le parti dell'universo.
e) Novae. Il primo ad osservare una « Nova » è stato Ipparco nel 134 a.C. Dopo di lui gli astronomi, avendo osservato altre esplosioni stellari, credendo che tali stelle nascessero in quel momento, diedero ad esse il nome « Novae ». Oggi però, eseguendo accurate ricerche nel posto dove in seguito è apparsa una « Nova », si è scoperto che in quel posto preciso c'era prima una stella debole come il sole, ma soggetta a piccole fluttuazioni di splendore. Improvvisamente tale stella aumenta di splendore, fino a 150.000 volte piú di prima, per decadere dopo due o tre giorni e ritornare dopo alcuni anni come prima. Se il nostro sole diventasse una « nova », in pochi minuti morirebbero tutti gli animali sulla terra, brucerebbero i vegetali; e, in poche ore la terra e tutti gli altri pianeti si trasformerebbero in immense nubi di atomi.
f) Supernovae. Una supernova non è una nova (o pulsante) variabile,
nella quale esplode lo strato superficiale della stella; ma è una stella nella quale esplode e si distrugge tutta la massa. La sua temperatura quando esplode è spaventosa; mille miliardi di gradi. Tale temperatura scende rapidamente a 1o miliardi di gradi e, quindi, gradatamente decresce fino a un milione di K, contro i 6.ooo K del nostro sole. La supernova esplosa nel 1054 e osservata dagli astronomi cinesi, dista da noi 6.6oo anni luce; essa diede origine alla nebulosa del granchio scoperta nel 1921. Allora si scoprí pure che il suo splendore all'esplosione fu di 300.ooo.ooo di volte piú del sole.
g) Pulsar. Sono cosí chiamate perché emettono con carattere pulsante delle radio-onde. Sono stelle a neutroni, resto di una stella dopo la fase di supernova. La prima stella a neutroni fu scoperta nel 1969 dentro la nebulosa del Granchio. Essa emette luce a scatti, in ragione di 30 lampi al secondo, ed impulsi di raggi X e radio a intervalli fissi di 1,3 secondi; per questo fu chiamata pulsar. Quando la pressione della materia è enorme e supera la densità di 2oo t/cm3, il moto degli elettroni liberi (quali sono, in quelle condizioni, tutti quelli periferici) si avvicina a quello della luce; allora essi, urtando nei nuclei, riescono a penetrare nel loro interno e neutralizzano la loro carica positiva, formando cosí i neutroni. La densità di una stella a neutroni è inconcepibile: raggiunge quella di un miliardo di miliardi di volte maggiore di quella dell'acciaio, e il peso fino a un miliardo di tonnellate di piú di quello dell'acciaio. Naturalmente la grandezza di una stella a neutroni è microscopica rispetto a quella delle stelle: appena di poche diecine di km. Sono state scoperte una cinquantina di tali stelle.
h) Nebulose. Le nebulose sono ammassi sconfinati di nubi di gas e di polveri di quasi tutti gli elementi che si trovano nella terra. Esse non hanno luce propria, ma vengono rese visibili da stelle che si trovano vicine e le illuminano direttamente o le rendono fluorescenti, come i tubi a neon dall'elettricità. Dalle scoperte fatte dagli astronomi Herbig e Haro tra il 1947 e il 1954, prima di 2 nuclei di aspetto stellare nelle piccole nebulose vicino alla grande nebulosa di Orione e, dopo 7 anni, di altri 2 nuclei stellari nello stesso posto, si è giunti, a seguito di altre ricerche, alla conclusione che tutte le nebulose sono delle fucine di stelle, dove ammassi di gas e di pulviscolo si vanno contraendo sempre piú, fino a quando, per la pressione, si innesca l'esplosione nucleare. Per altra via, ossia per calcoli, si era giunti già prima alla stessa conclusione: dalla scoperta che le stelle tendono tutte ad allontanarsi le une dalle altre con un processo irreversibile. Dietro accurate osservazioni fatte nella costellazione di Orione si è giunti alla conclusione che le sue stelle debbono disperdersi nello spazio dentro 1o milioni di anni, e che quindi esse sono nate meno di 1o milioni di anni addietro; quindi sono giovanissime, se si pensa che il nostro sole ha almeno 4 miliardi di anni. Quindi le stelle, come i fiori, sebbene in tempi smisuratamente maggiori, nascono, crescono e muoiono. La loro tomba ora è stata scoperta nei buchi neri. La nebulosa di Orione ha una massa immensa con un diametro di 3o anni luce.
Di nebulose ce ne sono migliaia nella galassia; la maggioranza non sono visibili perché non illuminate, o perché la loro debolissima luce è assorbita dalle nubi di gas e di polveri diffuse negli spazi. Questo maggiormente avviene per le nebulose delle altre galassie.
i) Ammassi stellari. Essi sono costituiti da gruppi di io, ioo o anche 1.ooo stelle molto vicine tra loro, da sembrare, alle volte, che si tocchino. In effetti l'una dall'altra distano vari anni luce; la loro vicinanza, come la loro apparente immobilità sono effetto della loro distanza immensa dalla terra. Il diametro di un ammasso, che, a occhio nudo, sembra, al massimo di alcuni centimetri, in effetti va da un minimo di 3 anni luce, a un massimo di 6o anni luce. Si conoscono un migliaio di ammassi nella nostra galassia: i piú vicini distano da noi almeno zoo anni luce.
k) Ammassi globulari. Gli ammassi globulari, se pure riescono a vedersi a occhio nudo, sembrano delle deboli stelline. In effetti sono agglomerati immensi di stelle, delle quali con potenti telescopi si distinguono le piú lontane dal centro.
Il primo ad essere stato studiato è l'ammasso globulare M 13 (NGC 6205) nella costellazione di Ercole: esso ha un diametro di 16o anni luce, dista da noi 25.ooo anni luce, ed è composto da 5oo.ooo stelle. Queste stelle sono tutte molto piú antiche del sole; risalgono a una diecina di miliardi di anni addietro. Anche di ammassi globulari ce n'è una moltitudine; i piú grandi hanno fino a io milioni di stelle. L'ammasso omega del Centauro ha un diametro di 620 anni luce.
1) Ammettendo per ogni stella una media di 5 pianeti, abbiamo nella galassia 500 miliardi di pianeti.
3. Le altre galassie
a) Le nubi di Magellano
Le galassie a noi piú vicine sono le due nubi di Magellano (scoperte nell'emisfero australe dall'omonimo navigatore portoghese); la maggiore dista da noi 17o.ooo anni luce; la minore 200.ooo anni luce; entrambe costituiscono con la nostra galassia un ammasso di galassie, come un'isola nell'oceano infinito dello spazio dove, qua e là, a distanze inconcepibili l'una dall'altra, vi sono altre isole di galassie. La nube maggiore ha un diametro di 35.ooo anni luce; la minore di 14.ooo anni. Nella nube maggiore sono state scoperte 2.000 stelle variabili, vengono calcolati 6.ooo ammassi di stelle, dei quali 35 globulari e oltre 400 nebulose, una delle quali, quella della Tarantola, ha un diametro di 8oo anni luce.
b) Andromeda
Se potessimo proseguire il nostro cammino a cavallo di un raggio di luce, dovremmo camminare altri z.ooo.ooo di anni per giungere nella nebulosa di Andromeda, distante dalla terra 2.3o0.ooo anni luce. Evidentemente con un'astronave dovremmo viaggiare un'eternità. Andromeda è catalogata con la sigla M 31; ha un diametro di 165.ooo anni luce; quindi molto maggiore della nostra galassia; ha una massa di zzo miliardi di volte maggiore del sole. Calcolando che metà di essa è costituita da gas e da polveri, l'altra metà forma oltre ioo miliardi di stelle grandi ciascuna, in media, quanto il nostro sole. Le stelle periferiche di essa per girare intorno al suo centro impiegano, viaggiando, come è stato osservato, a zoo km al secondo, 66o milioni di anni. Le stelle di Andromeda appartengono come quelle della nostra galassia, a diversi tipi: di quelle scoperte, zzo sono « novae », 439 cefeidi, 65 variabili a eclisse, ecc.
c) Galassie normali
Esse sono principalmente di 3 tipi: a spirale (come la nostra), ellittiche e irregolari.
d) Galassie nane
Esse hanno un diametro da 50o a 7.ooo anni luce: un diametro enorme comparativamente agli ammassi stellari; piccolissimo relativamente alle galassie normali. Nel raggio di 1.3o0.ooo anni luce ne sono state scoperte sei. Ciò fa pensare che esse, nell'universo, sono il doppio delle galassie normali.
e) Galassie compatte
Esse rassomigliano agli ammassi globulari, ma sono immensamente piú grandi, sebbene immensamente piú piccole delle galassie normali. Il loro diametro è compreso fra i 3oo e i 7.ooo anni luce. Quelle finora osservate sono distanti dalla Terra da 30.ooo.ooo a un miliardo di anni luce. Sebbene il loro splendore sia da ioo a un milione di volte maggiore di quello del sole, a causa della loro distanza esse sembrano delle semplici e debolissime stelle. Fotografando la galassia M 87 si vedono attorno ad essa tante stelline: esse, in effetti, sono altrettante galassie compatte, ognuna delle quali è composta da circa ioo.ooo stelle, mente la stessa M 87 ha una massa di materia pari a quella di zoo galassie come la nostra. Complessivamente si calcola che le galassie visibili con i telescopi piú potenti siano almeno un miliardo: 3.ooo di esse sono state scoperte recentemente sulla chioma di Berenice, a oltre 300 milioni di anni luce.
4. I quasars
Proseguendo il nostro ipotetico cammino verso i confini dell'universo finora conosciuto, a bordo di un raggio di luce, cioè percorrendo 300.000 km al secondo (poco meno di qua alla luna), dopo alcuni miliardi di anni cominciamo a incontrare i quasars. Essi non sono stelle, ma ammassi sconfinati di gas e polveri incandescenti, al calore di centinaia di milioni di K; sono le fucine delle stelle. Ogni quasar formerà una galassia, se già non l'ha formata.
II quasar 400534 dista da noi 1o miliardi di anni luce; ossia noi ora lo vediamo come era 1o miliardi di anni addietro; con ogni probabilità oggi esso è una galassia come la nostra; ma questo potrà venire osservato dalla terra fra 1o miliardi di anni.
5. Conclusione
a) Pare ormai sicura l'origine dell'universo da una grande esplosione iniziale di luce, al calore di Zoo miliardi di gradi, caduto, subito dopo, a 1o miliardi di gradi, e quindi ancora gradualmente diminuito fino ad oggi. Il grande astronomo Gamow, circa 3o anni addietro, pensava che tale calore, irradiato e diluito nell'universo, doveva ancora trovarsi come residuo fossile. Nel 1965 due ingegneri della Bell Telephone casualmente scoprirono tale irraggiamento di fondo; successive misure hanno constatato che esso corrisponde alla temperatura assoluta di 2,7 K. Oggi non si può piú dubitare che l'universo abbia avuto un inizio; si aggiunge la prova che tutte le stelle, come pure tutte le galassie si vanno sempre piú allontanando le une dalle altre. Se l'universo è in espansione, naturalmente una volta fu tutto concentrato. Se quindi prima non c'era, ci dovette essere Qualcuno che un giorno lo ha creato.
Tali osservazioni congiunte all'osservazione della percentuale dell'elio sull'idrogeno, uniforme del 25% in tutto l'universo e soprattutto della forma ellittica delle galassie hanno portato l'astronomo Lemaître a ipotizzare nel 1927 e recentemente 1'Hoyle a dare per certo che l'universo non è venuto sú da una materia uniformemente diffusa nello spazio, ma da un primitivo nucleo condensato esploso: ciò che tanti scienziati hanno chiamato « protone primordiale »; che Einstein ha chiamato il « big-bang », e che, in definitiva, corrisponde al « Fiat lux » della Bibbia. Quando? Sembra 15 miliardi di anni addietro. Restano un mistero i forni del sole, degli ammassi globulari, della galassia. Cosa brucia in essi da miliardi di anni senza consumarsi, mandando un calore spaventoso?
b) Noi non vediamo le stelle, le galassie e gli altri oggetti celesti come sono ora; li vediamo come erano al momento in cui è partito il raggio che ci colpisce. Cosí, guardando l'ammasso di stelline recentemente scoperto al centro di Orione, distante da noi 195o anni luce, lo vediamo come era 195o anni addietro: nel 195o avremmo potuto assistere alla nascita di Gesú, all'adorazione dei pastori, alla venuta dei Magi, ecc.; e nel 1983 avremmo potuto assistere alla passione di Gesú, alla sua resurrezione, alla sua ascensione al cielo, ecc.; ciò che ancora oggi si potrebbe vedere da una stella un po' piú distante.
Infine, andando lontano nello spazio, andiamo indietro nel tempo; ossia assistiamo alle diverse tappe dell'evoluzione dell'universo: vediamo come esso era io o ioo milioni, uno o dieci miliardi di anni addietro, e possiamo quindi vedere le diverse fasi evolutive per le quali è passata la nostra galassia.
c) Giustamente lo scienziato-matematico Edmund Wittaker nel suo libro Spazio e Spirito cosí dice: « La materia ci appare certamente strutturata ed ordinata con pensiero decifrabile e da noi intelligibile; ora c'è sicuramente diversità tra la materia e il pensiero. Si tratta di vedere se il pensiero che struttura, guida e informa la materia è posteriore ad essa e se possa venire da essa; oppure se la materia non può originare il Pensiero, il quale è anteriore alla materia. Ma la materia, pur non essendo il pensiero e non avendo pensiero, si evolve ordinatamente e intelligentemente fin dal suo inizio; quindi il Pensiero è distinto ed anteriore alla materia, come pure l'ordine intelligibile della materia risulta da leggi tra loro convergenti e complementari e da leggi piú vaste e principi universali che li compendiano. Quindi tale ordine è unitario e tale Pensiero e Intelligenza è unica ».
d) L'osservazione dell'universo ci dà l'idea della grandezza, della sapienza e della potenza infinita di Dio e della infinita stupidaggine dell'uomo quando osa misurarsi con Dio o, addirittura sfidarlo o bestemmiarlo; ci dà pure la misura dell'infinito amore di Dio, che per questo misero uomo, si è degnato nascere in questa microscopica terra, invisibile da tutte le parti dell'universo, ed è addirittura giunto a patire e a morire crocifisso per darci questo suo meraviglioso giardino dell'universo e, soprattutto, se stesso.
e) Dinanzi a questa grandezza dell'universo, Newton pensò che lo spazio fosse infinito; dinanzi alle osservazioni sopra esposte e all'impossibilità di sorgere delle relazioni in uno spazio infinito, W. Olbers (sec. XIX) pensò che lo spazio fosse finito; nel tentativo di conciliare le due teorie e di dare un supporto alla sua teoria della relatività, Einstein pensò che lo spazio fosse curvo, ossia finito e quindi chiuso, ma illimitato.
Oggi da molti si pensa che alla fase dell'esplosione, succederà quella della implosione. Questa opinione viene avallata dalle parziali implosioni che si vanno osservando nell'universo e che danno origine ai «buchi neri ».
f) Se è già impossibile conoscere l'universo, è assurdo conoscere il suo Creatore. Dinanzi alla grandezza incommensurabile dell'universo la mente umana si perde senza potersene fare neanche un'idea; e qualunque uomo di buon senso non ha che da prostrarsi in ginocchio, come faceva Newton dinanzi al notturno cielo stellato prima di mettersi a osservare le stelle, adorandone il Creatore e chiedendosi: «Ma allora, quanto infinitamente piú grande devi essere Tu, o Dio! Permettimi che lo legga in questo libro della tua creazione!».
Chi è questo Dio?
Di lui siamo costretti a riconoscere l'esistenza; giammai ne avremmo potuto conoscere la natura, se egli stesso non si fosse rivelato.
Per nostra fortuna, egli si è degnato di guardare questi invisibili microbi ribelli che siamo noi, ma ha fatto di noi il centro di tutti i suoi pensieri e di tutte le sue opere; e non solo si è rivelato, ma addirittura si è fatto uomo come noi, ed ha voluto assumere tutte le nostre miserie e debolezze per . divenire ancora piú misericordioso (Ebr. 2,17).
E cosí, mentre nel V.T. puniva con molto rigore le trasgressioni della sua legge, mentre allora fece lapidare l'uomo che aveva bestemmiato e quello che era andato di sabato a raccogliere legna, ora sopporta con infinita pazienza le infinite bestemmie dei cristiani e tutti i loro orribili delitti, i miliardi di assassini negli aborti, la profanazione sistematica delle feste, l'industria della pornografia, della pornocinematografia e della droga, ecc., nel tentativo, spesso disperato, di salvare il maggior numero possibile di questi ostinati peccatori, creando per ciascuno di essi mille occasioni di possibili resipiscenze.
CAP. II - L'AUTO-CREAZIONE DELLA VITA
Già Pasteur aveva dimostrato nel secolo scorso l'impossibilità della nascita spontanea di un qualsiasi vivente, fosse pure di un microbo.
La scienza moderna non solo conferma tale impossibilità, ma dimostra l'assurdità di un'ipotesi simile.
Le meraviglie delle nostre tecniche piú sofisticate sono a livello di giocattoli infantili, confrontati con quelli della natura, come vedremo qui appresso e come afferma il prof. George Wald, premio Nobel.
Con l'invenzione del microscopio si scoprirono le cellule e si scoprí che il nostro corpo è formato da esse.
Con l'invenzione dei raggi elettronici e del super-microscopio-elettronico, che riesce a illuminare il vasto mondo sub-microscopico impenetrabile alla luce, si riesce a vedere chiaramente tutto l'interno della cellula.
Francis Compton Crik e James Dewey Watson nel 1954 scoprirono che il DNA contenuto in una cellula è un lungo nastro, simile a una corda di marinai stesa a chiocciola. Per questa scoperta ebbero nel 1961 il premio Nobel. Tra i due filamenti fanno da gradini coppie di sostanze-segno. Se i due filamenti si aprono ciascuno di essi può ricostruire l'altro e si hanno due DNA. Nel DNA della prima cellula di ogni vegetale e di ogni animale, da quelli unicellulari ai piú grandi animali e vegetali e all'uomo, c'è il progetto per la costruzione e lo sviluppo totale del singolo vegetale e del singolo animale. Tali progetti resterebbero sulla carta, come quelli di un'astronave, se non vi fossero nell'interno della cellula gli ingegneri, i tecnici, gli operai, i magazzini di energia che provvedessero, come diremo, a tale costruzione.
La cellula vivente generalmente è sferoidale. I suoi componenti li distinguiamo con nomi diversi, giusta il lavoro che svolgono; in effetti, però, sono tutti dei robot. La cellula è come una fabbrica nella quale il lavoro degli ingegneri, dei tecnici e degli operai è totalmente automatizzato.
La programmazione è contenuta nei RNA generati dal DNA e dal cromosoma che lo contiene, ed è una specie di cervello elettronico. I RNA si distinguono in:
m-RNA (messanger RNA), il quale, appena è pronto il piano per costruire una proteina, viene inviato nel punto della parete del DNA dove c'è posto e, saldato in essa, diventa la base di operazione; ed è come una monorotaia;
r-RNA (ribosomial-RNA) che subito sopraggiunge per riunire e saldare gli elementi che debbono costituire la proteina, dopo essersi ben sistemato nella monorotaia m-RNA;
t-RNA (transfert-RNA), che trasporta il materiale di costruzione della proteina.
II t-RNA entra nel ribosoma (o r-RNA), ma ne tiene fuori il suo elemento trasportato.
Sopravviene subito un 2° t-RNA col suo elemento trasportato, e fa come il i°; quindi sopraggiunge un 3° t-RNA, scarico, ma col compito di saldare i due elementi trasportati dai primi due t-RNA.
Per fare tale operazione il t-RNA ha bisogno di un saldatore e dell'energia elettrica per saldare: il saldatore è uno degli enzimi presenti nella cellula, che prende il nome di «peptiditranferasi »;l'energia, naturalmente, è quella organica, e viene chiamata con sigla universale ATP.
Appena ultimata l'operazione, sopraggiunge un nuovo t-RNA che entra nel ribosoma tenendo fuori il suo carico; quindi un altro ancora che fa lo stesso; e poi un 6° t-RNA che fa, a sua volta, la saldatura dei due elementi, tenuti fuori il ribosoma, dai due t-RNA che l'hanno preceduta.
E cosí, sempre di seguito, mentre i t-RNA rimasti liberi escono dal ribosoma per andare a caricare gli altri elementi richiesti per la costruzione della proteina, come dei manovali che vanno a prendere ora le pietre, ora i mattoni, ora la calce, ora il cemento occorrenti per la costruzione di una casa. In tal maniera viene costruito un tratto di proteina, chiamato catena-peptidica.
Intanto la parete, o membrana, provvede a sistemare nella monorotaia m-RNA 4 o 5 ribosomi a intervalli regolari, in maniera da ottenere simultaneamente piú catene peptidiche e le salda tra di loro, servendosi di uno speciale reparto che provvede a darle la forma progettata.
II sistema parietale dentro una cellula è enorme: ogni parete è come una fabbrica automatizzata.
Tra una parete e l'altra è contenuto in speciali vescichette, dette vacuoli, il carburante, che dà l'energia per tutte le operazioni. Tale carburante è il glucosio. I vacuoli sono collegati sia all'interno che all'esterno della cellula. Tali collegamenti vengono chiamati « sistema vacuolare »; e l'intero sistema è chiamato ER, o reticolo endoplasmatico.
Naturalmente tutte le pareti, o membrane, sono soggette a usura. Allora accorrono speciali squadre di RNA che le sostituiscono; altrettanto i m-RNA che hanno portato all'ER il piano di costruzione.
II gruppo di membrane nuove è chiamato « complesso Golgi ». Migliaia di proteine vengono cosí contemporaneamente allestite lungo le membrane dell'ER da altrettante migliaia di squadre di t-RNA e rRNA entro i rispettivi m-RNA. Tutte queste operazioni avvengono automaticamente e fulmineamente, in micro-secondi, obbedendo a direttive depositate nel progetto contenuto nel DNA.
E tuttavia questa è la minima delle operazioni, perché quelle cellule
dovranno tutte specializzarsi in uno dei tipi che dovranno comporre o i tessuti connettivali, o i nervi, o le ossa, o gli organi; e per ognuno di questi tipi di cellule nella sua formazione viene impresso il progetto del singolo osso, o del singolo nervo, o del singolo organo che deve costruire.
Qui nessuna fantascienza può non solo costruire, ma neanche immaginare la complessità e la perfezione di tale progetto per fare, ad es. i polmoni, o il cuore, o i reni, o un occhio, o anche solo una semplice vertebra; occorre veramente una sapienza infinita.
Questa sapienza infinita ha affidato tali progetti a espertissimi ingegneri specializzati, che, a loro volta, sono automatizzati, e vengono chiamati « organizers »: essi dovranno specializzare e montare le cellule, cosí da formare i singoli sistemi biologici.
Gli « organizers » furono scoperti dal biologo tedesco Hans Spemann nel 1918. Per tale scoperta lo Spemann ebbe il premio Nobel.
Gli «organizers» sono all'esterno della cellula, ma quasi certamente vengono prodotti dalla cellula stessa e certamente vengono diretti dai nastri DNA. Diamo ora un semplice sguardo alla formazione di un pulcino sotto il calore della chioccia.
Nastri DNA, robot DNA e organizers convertono in tempi record le sostanze organiche presenti nel tuorlo e nell'albume in ossicini, in fibre muscolari; contemporaneamente gli organizers danno a ciascun muscolo il progetto contenuto nei nastri DNA dell'organo che deve formare, della forma e della grandezza che deve raggiungere, mentre l'alta direzione del DNA embrionale dirige tutto il complesso delle singole parti del corpo e della forma definitiva che il pulcino oggi e la gallina domani dovrà avere, compresi il colore e gli istinti.
Tutte queste operazioni quasi infinite avvengono velocissime, in tempi rigorosamente cronometrati.
Naturalmente per queste operazioni c'è bisogno di energia; non di qualunque energia, ma di un'energia particolare elaborata dall'organismo, chiamata energia organica o ATP. Le centrali organiche che elaborano tale energia si chiamano mitocondri. Tali centrali si trovano in qualunque cellula, da un minimo di 5o a un massimo di 2.000, in rapporto alle necessità energetiche di ciascuna cellula. Ogni mitocondro ha forma di un sommergibile con dentro migliaia di sferette. Nel mitocondro entrano soltanto elettroni energizzati, prelevati dal glucosio e trasportati da un co-enzima, chiamato DPN. Tali elettroni scaricano nel mitocondro l'energia e ne escono per andare a ripetere l'operazione, mentre gli ATP entrano scarichi e ne escono carichi per dare l'energia alla cellula. Una molecola di glucosio può caricare 36 ATP. Ma, naturalmente, è il sole che produce nei vegetali il glucosio ed energizza tutti i viventi.
Calcolando in ogni cellula del nostro corpo almeno 2oo di tali centrali energetiche, e, sapendo che un corpo umano ha in media 6o mila miliardi di cellule, le centrali energetiche del nostro corpo sono 6 milioni di miliardi.
Non tentiamo di parlare delle meraviglie del funzionamento di ogni singolo nostro organo: c'è addirittura da restare esterrefatti. In sei anni di studi universitari di medicina i docenti riescono a dire soltanto le cose principali.
I piú perfetti computers, le piú sofisticate astronavi, le migliori basi spaziali sono, in confronto, cose da bambini.
Comprendiamo che possa dirsi ateo uno ignorante; ma è assurdo che voglia dirsi ateo uno che conosce tali cose. Nessuno ha il coraggio di dire che il piú semplice computers si sia fatto da solo.
Quando arrivivamo all'uomo le meraviglie crescono: appare improvvisamente.
1. Quando fu scoperto 1'australopithecus i darwinisti proclamarono di avere scoperto l'anello di congiunzione tra l'uomo e la scimmia e lo chiamarono « pithecantropus », ossia « uomo-scimmia ». Gli antropologi moderni, studiato bene quel fossile, videro che esso non ha niente da fare con l'uomo; infatti esso ha una capacità cranica appena di cm3 400, un'altezza di mtr 1,20, la stazione curva e un peso di kg 40, la dentatura e il cranio uguali alla scimmia. Per tale motivo non vollero chiamarlo piú « pithecantropus », e lo chiamarono « australopithecus », o uomo australe. Esso comparve 3.500.ooo di anni addietro; scomparve totalmente 1.ooo.ooo di annni addietro.
2. Due milioni di anni addietro comparve l'« homo habilis »; gli fu dato tale nome perché egli ricavava dalle pietre una specie di scure che gli serviva per difesa e per la caccia. In effetti l'homo habilis aveva ben poco di umano: l'altezza, la stazione, il peso erano quelli dell'australopithecus; soltanto la capacità cranica era aumentata a 750 cm3. Dice Marcel Clement: « Nell'homo habilis tutto avviene come se i sensi interni e l'appetito dell'animale non fossero soggetti a una ragione universale; il suo atto trasmesso per imitazione, progredisce un po', fisso entro dei limiti che egli è incapace di sorpassare » (L'homme nouveau, St. Sulpice, Paris).
3. Quindi appare 8oo.ooo anni addietro « l'homo erectus ». Ne sono stati scoperti i fossili a Pechino e a Tautavel. I darwinisti hanno voluto definirlo un uomo per la sua stazione eretta e per la sua statura: mtr 1,65; ma in effetti era soltanto un ominide: ha una capacità cranica tra i 7oo e i 1.ooo cm3; scheggia le selci; ha trovato il fuoco, ma non sa accenderlo, per cui lo conserva sempre acceso; non si copre, non sa difendersi dal freddo, non sotterra i morti; in 500.ooo anni non fa il minimo progresso; scompare 200.ooo anni addietro, senza lasciare alcuna traccia di sé. Secondo tutti gli specialisti l'homo erectus non ha alcuna dote che manifesti in lui l'intelligenza.
4. Segue l'homo sapiens, o di Neandertal, apparso tra 1oo.ooo e 8o.ooo anni addietro. A lui si può attribuire la qualifica "uomo", sebbene non tutti gli studiosi ne siano convinti. La sua altezza è uguale alla nostra, la stazione eretta, la sua capacità cranica superiore alla nostra: cm31.5oo-1.689; il suo angolo facciale non è quello della scimmia, ma non è ancora quello dell'uomo moderno; ha il fuoco, fa utensili di osso, seppellisce i morti; scompare totalmente 35.ooo anni addietro, probabilmente a seguito della glaciazione, dalla quale non era riuscito a difendersi; ciò che non sarebbe successo se egli fosse stato veramente intelligente. Ed è pure vero che in 65.ooo anni non fece alcun progresso, né lasciò alcuna traccia di civiltà. Per questo l'antropologo Marcellin Boule nel 1920 ed oggi Antonio Zichichi ed altri studiosi definiscono l'homo sapiens "un ominide". Si vede che l'intelligenza non è in rapporto al cervello.
5. Finalmente, circa 35.ooo anni addietro, appare "l'homo sapiens sapiens", o di Cro-magnon, o di Combe-Capelle. Egli è in tutto simile all'uomo moderno; la sua capacità cranica diminuisce rispetto a quella dell'homo sapiens di circa 2oo cm3; ma, ciononostante, la sua ascesa intellettiva è vertiginosa: 25.ooo anni addietro la civiltà "gravetienne"; 2o.ooo anni fa la civiltà "solutréenne"; 8.ooo le prime città.
Gli evoluzionisti per giustificare l'immenso tempo occorso a quelli che essi chiamano.i progenitori dell'uomo per giungere a farsi una scure di pietra o un randello di osso e per scoprire il fuoco, dicono che l'evoluzione procede con estrema lentezza. Quando appare l'uomo assistiamo a una clamorosa violazione a tale legge evoluzionistica. Contrariamente al postulato « Natura non facit saltus » (la natura non fa salti), noi, nella comparsa dei vari generi di fossili vediamo costantemente dei salti. Basta darvi uno sguardo:
a) Il cervello dell'australopithecus passa da cm3 400 ai 750 cm3 dell'homo habilis; dai 1.000 cm3 dell'homo erectus ai 1.689 dell'homo sapiens, per discendere d'un colpo -di circa 200 cm3 nell'homo sapiens sapiens.
b) D'un colpo l'homo erectus acquista, dopo 2.7oo.ooo anni la stazione eretta.
c) Mentre occorrono 3.500.ooo anni perché l'homo sapiens giunga a fare qualche utensile di osso, l'homo sapiens sapiens in alcune diecine di migliaia di anni giunge a farsi i vestiti, a fabbricare le città, a fondare e forgiare i metalli, a inventare la scrittura e, infine, in appena un secolo, a scoprire l'elettricità, la radio, la TV, a inventare le macchine, i computers, le astronavi e a curare quasi tutte la malattie.
d) Tutta questa civiltà, naturalmente, è frutto dell'intelligenza. Se l'intelligenza fosse prodotta dal cervello, tutto questo progresso avrebbe dovuto raggiungerlo l'homo sapiens che aveva un cervello superiore; o, almeno, l'homo sapiens sapiens avrebbe dovuto avere un cervello superiore a quello dell'homo sapiens o per lo meno uguale; e, invece, lo ha inferiore.
e) Alla luce della genetica moderna ogni vegetale e ogni animale è programmato nel proprio DNA. La programmazione di un animale richiede un'intelligenza infinitamente superiore a quella del trust di cervelli che programma un'astronave e un volo spaziale. A questo punto non si sfugge al dilemma: o la materia ha un'intelligenza infinita (ciò che insegnava Spinoza, il padre del panteismo); o c'e, al di fuori della materia, un'Intelligenza Infinita, cioè un Dio Creatore. Ma non si può non vedere l'assurdo di attribuire un'intelligenza infinita all'atomo, o alla cellula, o all'insetto, o all'asino...
Aveva ragione Pascal quando diceva: «Dopo tutto non c'è che un dilemma: o l'ateismo che non spiega nulla e toglie ogni speranza; o il cristianesimo che spiega tutto e dà un'immensa speranza».
f) Questi salti, che troviamo nell'evoluzione che porta all'uomo, li troviamo similmente nell'evoluzione dei vari generi animali, per cui Le Compte du Nouy nel suo libro L'uomo e il suo destino (Ed. Garzanti) afferma che l'evoluzione è simile a un abete con i rami paralleli a finire, ma senza tronco. Il medesimo, pur essendo evoluzionista ateo, meditando sull'ascesa dell'uomo fino alla comparsa e alla figura di Gesú, concluse che un uomo cosí perfetto come Gesú non poteva essere il prodotto dell'evoluzione e che tutta questa evoluzione a salti doveva essere stata programmata e guidata da Qualcuno; e si converti al cattolicesimo. Nel suo libro L'avenir de l'esprit conclude con amarezza: « Beati voi, giovani, che avete la fortuna di cominciare da dove sono giunto io alla fine della vita, dopo grandi studi e grandi ricerche ». Resta, infine, da notare come sembra piú rispondente alla divina economia interpretare il racconto biblico della creazione in senso letterale, cioè nel senso di successivi interventi creatori in epoche diverse; ma chi volesse postulare un atto creativo unico da parte di Dio resta ugualmente nella fede, sebbene postula un atto infinitamente piú complicato e una guida continua di Dio nella creazione che, in fondo, è una creazione continua.
Darwin, per giustificare la comparsa dei viventi sulla terra, postula che essi vengono tutti da una sola cellula iniziale, formatasi a caso nelle acque.
Egli volendo spiegare l'origine della vita e la stessa evoluzione senza Dio, complica immensamente il problema.
Infatti, essendo ormai sicuro che ogni essere è programmato nella sua cellula iniziale e che niente nasce o cresce se non è programmato, egli, se vivesse, dovrebbe dimostrare: come è avvenuto dal nulla il DNA; come fu programmato e da chi fu programmato il corpo nel DNA; come nella prima cellula comparsa sulla Terra furono programmati tutti i viventi: gli insetti, i pesci, gli uccelli, gli uomini passati, presenti, futuri; e, infine, dovrebbe spiegarci come mai da pulci nascono soltanto pulci, da topi nascono soltanto topi, da pecore soltanto pecore, da uomini soltanto uomini, ecc. sia nei paesi caldi, sia in paesi caldissimi, sia in paesi freddi; e come mai nelle immense foreste del Sud-America e dell'Africa non nasce mai, tra centinaia di milioni di scimmie, un uomo.
Basta leggere il primo capitolo della Genesi per trovarvi la risposta ai problemi delle origini. «All'inizio ci fu veramente un'esplosione di luce: ma fu Dio che disse: "Fiat lux" ».
Le prime forme di vita nacquero veramente nelle acque: ma fu lo Spirito di Dio che « si librava sulle acque », suscitandovi la vita.
Ancora, i viventi compaiono nella terra nella sequenza precisa indicata dalla Bibbia.
Infine si risolve il problema della comparsa dell'intelligenza e dell'anima umana con un preciso intervento di Dio, che ispira l'anima in un corpo già formato. Dice la Bibbia: « Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza..." Iddio creò l'uomo a sua immagine (cioè, intelligente, libero, destinato all'immortalità), a immagine di Dio lo creò; lo creò maschio e femmina » (Gen 1,26).
CAP. III - CHE VI SIA ALTRA LUCE FUORI DI GESÚ
Divenuto, nonostante le vaste lacune fossili, un domma l'evoluzione, gli evoluzionisti e i materialisti spiegarono cosí la religione: i selvaggi, non trovando una risposta alle forze della natura, le divinizzarono; quindi ne fecero dei feticci e poi costruirono, civilizzandosi, l'Olimpo delle loro divinità. Infine, la speculazione greca, si liberò di questi dei e raggiunse l'idea, intellettualmente e filosoficamente piú perfetta di un solo Dio infinito ed eterno. Infine, l'uomo moderno, giunto all'apice della civiltà, della tecnica e del progresso, si è accorto che non c'è nulla al di fuori della materia.
Questa concezione evoluzionistica e materialista urta contro la realtà. Infatti le cose stanno esattamente al contrario: tutti i popoli primitivi passati e i popoli primitivi che ancora sopravvivono hanno l'idea di Dio filosoficamente perfetta, anzi piú perfetta dell'idea dei massimi filosofi greci, in quanto credono in un solo Dio, non soltanto infinito, eterno e creatore, ma anche Padre degli uomini; cosicché l'animismo il feticismo e il politeismo rappresentano la caduta da un monte, verso il quale gli onesti filosofi greci sono riusciti a risalire. S. Paolo mostra come è avvenuta questa caduta dell'umanità nell'idolatria: «Si manifesta infatti dal cielo l'ira di Dio sopra ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che tengono imprigionata la verità nell'ingiustizia; poiché ciò che è noto di Dio, è a loro manifestato, giacché Dio lo diede a conoscere. Le sue invisibili perfezioni, la sua eterna potenza e la sua divinità, appaiono fin dalla creazione del mondo, offerte dalla considerazione per mezzo delle sue opere. E cosí essi non hanno scuse, perché, dopo aver conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio, né gli resero grazie; ma i loro ragionamenti divennero vuoti e la loro intelligenza stolta si ottenebrò. Vantandosi di essere sapienti, divennero sciocchi, scambiarono la gloria incorruttibile di Dio con immagini di uomini mortali, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio, lasciando che essi seguissero i perversi desideri dei loro cuori, li abbandonò all'impurità, di modo che essi disonorarono i loro corpi tra di loro, scambiarono la verità di Dio con la menzogna e adorarono e servirono le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli » (Rom 1,18-25).
La risalita riprende faticosamente con Platone e Aristotele. Entrambi arrivano all'idea di Dio, ma sconoscono la creazione. Platone descrive Dio come « il Bene », che emana una luce intellettuale che rende visibili le cose, come il sole, e come « Demiurgo » ordinatore della materia giusta il «Modello eterno » (Timeo 29); riconosce l'immortalità dell'anima perché indipendente dal corpo, capace di operare da sola, semplice, partecipe esenzialmente all'Idea della vita, capace di muovere se stessa; ma la concepisce preesistente al corpo, nel quale, con la nascita è entrata come in un carcere, e dal quale aspira a liberarsi (Fedone 106).
Aristotele (384-322) giunge a Dio attraverso il concetto di sostanza. La sostanza, egli dice, risulta dalla potenza e dall'atto. L'atto è la realizzazione di ciò che è puramente possibile, cioè della potenza, come principio di sviluppo e compimento di un ente; la potenza rappresenta la possibilità ad assumere forme diverse nel suo essere determinato dall'atto.
Il passaggio dalla potenza all'atto può avvenire soltanto in virtú di un ente che sia già in atto. In conseguenza, egli dice, il divenire della realtà dell'esperienza esige come fondamento e come ragione sufficiente una sostanza prima ed eterna, assolutamente immobile e, quindi, Atto puro, senza mistione con la potenza, questo ente è causa finale del divenire del mondo e, dunque, primo Motore Immobile. Dio, cosí inteso, è vita e intelligenza in grado eminente, volta alla contemplazione di sé come autopossesso; ma, in quanto Motore Immobile, è auto-coscienza assoluta. Per Aristotele Dio non è creatore del mondo, ma ne è la causa finale.
Duemila anni a.C. ci imbattiamo in un fatto non soltanto inspiegabile, ma addirittura contrario alle leggi dell'evoluzione: un popolo incivile, nomade, vivente nelle tende, proveniente direttamente da un popolo politeista, cioè dal popolo amorreo, raggiunge il concetto puro di Dio: Uno, eterno, creatore, infinito, onnipotente. Questo popolo è il popolo ebreo. Questa cognizione di Dio può spiegarsi soltanto con una Rivelazione di Dio stesso: è ciò che insegna e dimostra la Bibbia.
Tuttavia il Grande Rivelatore è Gesú, ossia lo stesso Dio fattosi uomo. Egli dice: « Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita » (Gv 8,17). Egli è la causa, la spiegazione e il fine di tutta la creazione: di tutte le galassie, ossia della quantità critica di tutta la materia esistente; della Terra e di tutto quanto esiste in essa (tutto necessario, come c'insegna l'ecologia, per vivere noi); di tutti i popoli e di tutta la Storia. Egli è la luce che ci fa conoscere bene:
a) Dio, rivelandone la Trinità, e mostrandocene in se stesso le perfezioni: Dio non è soltanto il Creatore, ma è il nostro Padre, è la Provvidenza, è la Misericordia, è l'Amore infinito: « Chi vede me, vede anche il Padre mio » (Gv 14,9).
b) Lo scopo per il quale siamo stati creati: per raggiungere la felicità eterna del Paradiso; e a tal fine egli dispone tutte le vicende della nostra vita.
c) Lo scopo per cui sono stati creati tutti gli uomini: per formare il suo Corpo Mistico e per rendere piú completa la felicità di ciascuno di noi. Ma egli non tutto ci può dire: « Molte cose avrei ancora da dirvi; ma per ora non ne siete capaci. Ma quando verrà lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà verso tutta la verità » (Gv 16,12); « Vi ho detto queste cose mentre sono ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto » (Gv 14,25).
Gesú ci insegna quindi cosa ci vuole per scoprire la verità:
1. Il suo aiuto: « Senza di me non potete fare nulla » (Gv 15,5); e a quanti fanno quanto è in sè, Dio non nega la sua grazia.
2. La volontà di cercare: « Chi cerca, trova; a chi bussa sarà aperto » (Mt 7,8).
3. La vista buona. Per quanto l'uomo voglia cercare, se la vista non l'ha buona, non vede nulla o vede male. Per questo dice Gesú: « Questa è la condanna: che la luce è venuta nel mondo; ma gli uomini preferirono le tenebre alla luce, perché le loro opere erano cattive. Infatti, chi fa il male odia la luce e non si appressa alla luce per paura che le sue opere vengano condannate. Chi invece opera la verità, si avvicina alla luce, affinché appaia che le sue opere sono fatte secondo Dio » (Gv 3,19). Per questo Pascal, a un suo amico che cercava sempre nuovi argomenti per credere, disse: « Se vuoi credere da cristiano, comincia a vivere da cristiano ».
Ed è per questo che coloro che comprendono meglio la rivelazione cristiana sono i piú buoni; e che coloro che meglio approfondiscono i misteri di Dio sono i santi: S. Agostino, S. Atanasio, S. Girolamo, S. Tommaso d'Aquino, S. Bonaventura, ecc.; anche se sono analfabeti, come S. Caterina da Siena, la beata Angela da Foligno, ecc.
Lo Spirito Santo va ispirando lungo i secoli Papi, Concili, Santi, asceti, teologi e tante anime innamorate di Dio, e va facendo ricordare quello che ha detto Gesú e lo fa loro maggiormente approfondire.
Questo lo intuí un ebreo sincero, Edmund Husserl. Egli proveniva dall'imperante filosofia dell'Idealismo, sfociata, negli ultimi tempi, nell'agnosticismo e nel materialismo. L'idealismo aveva avuto un precursore in Cartesio, e un caposcuola in Kant e il maggiore esponente in Heghel; nessuno dei quali, però, per un motivo o per l'altro, fu mai ateo. Husserl rilevò il peccato dell'idealismo: quello di ridurre il problema della conoscenza nel semplice « io pensante »; fece, contemporaneamente rilevare l'oggettività della verità e propose la sua « fenomelogia ». Per giungere alla verità, egli insegna, occorrono:
1. L'onestà intellettuale; e quindi il tendere con tutte le forze della propria interiorità alla ricerca onesta e sincera della verità; occorre, innanzitutto, non peccare contro lo spirito di verità. Ognuno di noi è una verità parziale, ossia un raggio della Verità Assoluta, e deve saper scoprire la verità che è negli altri per costruire insieme la « sinfonia della veri-
tà ». Husserl, riprendendo le parole di Gesú « Se il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà illumintao » (Mt 6,22), insegna che, se il nostro intelletto è purificato da interessi e passioni, sapremo vedere la verità che è negli altri, in noi stessi e in tutta la realtà.
2. Essere convinti del realismo della verità: esiste tutto un mondo di cose e di persone attorno a noi, da cui non si deve mai prescindere. Bisogna ritornare alle cose, e quindi all'Essere. E questa è stata la caratteristica della filosofia aristotelica e scolastica. La verità è oggettiva; Husserl la chiama « intersoggettiva », nel senso che vive in tutti e si riflette in modi diversi in tutti; nel senso che, aprendoci agli altri, ci si apre alla verità. Cosí egli fondava la filosofia dialogica, secondo cui ogni sistema filosofico ha una parte di verità. Egli ha fondato quella nozione corale e sinfonica della verità, di cui hanno parlato filosofi e teologi, che vuole indicare come ogni uomo riflette solo un raggio della verità assoluta, la quale può essere colta solo in un processo incessante di apertura agli altri e in un dialogo continuo con tutti i cercatori di Verità nella Storia.
Egli, proseguendo in questa ricerca onesta, scoprí il cristianesimo e si fece cristiano; tuttavia, pur rilevando l'importanza dei sentimenti come fonte di conoscenza, dimenticò che, per vedere non ci vogliono soltanto la vista buona e gli oggetti da vedere, ma occorre necessariamente anche la luce.
E la luce è la grazia di Dio e la divina Rivelazione.
Senza la divina Rivelazione, specialmente senza la Rivelazione cristiana, ossia senza Gesú, manca il criterio con cui si può distinguere quello che è vero e quello che è falso negli altri; nè si può vedere quello che eventualmente manca agli altri; e restano inspiegabili infiniti perché dell'esistenza umana nella terra e della creazione intera.
Gesú solo è la luce che spiega ogni cosa e risponde a tutti i perché: egli è « il Rivelatore », « la luce del mondo ».
E giacché nessun uomo può pretendere di conoscere e possedere già tutta la verità (ciò che ci sarà concesso soltanto nella visione beatifica di Dio, in paradiso), tutti abbiamo il dovere e l'interesse di progredire giornalmente nella verità; ciò che potremo raggiungere: facendo la verità che già conosciamo, ossia vivendo secondo il Vangelo; scoprendo la verità che è negli altri; anche nell'errore c'è una parte di verità; nessun errore potrebbe durare a lungo se non l'avesse. Lo stesso Heghel intuí una verità profonda: « La Storia non è altro che la storia dell'incarnazione del Logos, ossia di Gesú.
Facendo la verità che essi già fanno, ossia cercando di fare il bene che essi fanno; ciò che vale anche per i vari Movimenti ecclesiali; scoprendo gli errori eventuali che ci sono negli altri e immunizzandoci da essi.
CAP. IV - ACCETTARE LA BIBBIA SENZA ACCETTARE GESÚ
La ragione e la scienza postulano un Dio Creatore.
Gli ebrei vogliono questo Dio soltanto per loro. Per essi Dio si è rivelato; per essi ha dato la sua legge; per essi ha destinato la Palestina; per essi ha distrutto tutti i popoli sul loro cammino; ad essi debbono servire tutti i popoli della terra. Per essi tutte le cure e tutti i prodigi operati da Dio; solo il loro piccolo popolo di pochi milioni di persone è il « popolo eletto » e tutti i miliardi di uomini della terra non valgono nulla: non val la pena che Dio se ne occupi.
Nessun padre, a meno che non sia cattivo, fa cosí con i propri figli; e Dio è il Padre di tutti gli uomini.
Se i fatti esposti nei libri del Vecchio Testamento si dovessero esaurire negli ebrei, si dovrebbe negare l'esistenza stessa di Dio e relegare la Bibbia tra le favole, oppure tutti i non ebrei dovrebbero odiare questo Dio.
E, infine, fossero stati gli ebrei un popolo di santi! Il meno che si possa dire di loro è che sono stati un popolo di peccatori, come e piú degli altri popoli; basta leggere la Bibbia, specialmente i profeti, per vedere quante volte gli ebrei abbandonavano Dio, quali tremendi rimproveri rivolgono loro continuamente i profeti. Dai tempi di Mosè, quando gli Ebrei fecero il vitello d'oro, a quelli di Giuda Maccabeo, che perdette la guerra perché i suoi soldati nascostamente s'erano dati all'idolatria, tutta la storia degli ebrei è una storia di continue infedeltà con periodi piuttosto brevi di vera religiosità.
La storia del popolo ebreo e tutto il Vecchio Testamento trovano la spiegazione e la garanzia solo in Gesú: senza di lui non avrebbero senso alcuno. Gesú è la chiave di spiegazione di tutta la Bibbia, di tutta la storia e di tutta la creazione. Portiamo solo alcuni esempi:
1. Dio vigilò con estremo rigore per far conservare il monoteismo agli ebrei; ogni qualvolta essi cadevano nell'idolatria Dio interveniva mandando loro i profeti e, quando questi non bastavano, facendo piombare su di essi terribili castighi.
Ma se Dio è il Padre di tutti, perché non fece altrettanto con tutti gli altri popoli, i quali, inizialmente tutti monoteisti, pian piano, l'un dopo l'altro caddero nell'idolatria?
Egli non lo fece sia per la divina economia del miracolo, che ripetuto continuamente, perde il suo valore apologetico; sia perché il salvatore non poteva essere il popolo ebreo, ma soltanto Gesú. E necessariamente Gesú doveva nascere in un popolo monoteista, perché presso un popolo pagano sarebbe stato preso per uno dei tanti dèi, come avvenne a Paolo e a Barnaba a Listri dopo il miracolo fatto; e un popolo pagano mai avrebbe crocifisso un operatore di miracoli. Ora Gesú doveva morire per salvare tutta l'umanità.
2. Perché Dio liberò il popolo ebreo della schiavitú dell'Egitto ricorrendo a grandiosi segni e prodigi, quali le dieci piaghe, l'agnello pasquale, il passaggio attraverso le acque del Mar Rosso e il lunghissimo cammino di 4o anni nel deserto per raggiungere la Terra Promessa?
Perché tutto questo doveva essere il simbolo di ciò che avrebbe fatto Gesú per tutta l'umanità: « Egli è l'agnello pasquale che toglie i peccati del mondo » (Gv 1,a9); che col suo sangue avrebbe salvato coloro che l'avrebbero accolto e si sarebbero lasciati da esso purificare; che col suo battesimo avrebbe liberato dalla schiavitú di Satana e fatti diventare figli di Dio tutti coloro che lo avrebbero ricevuto; che col suo Vangelo avrebbe guidato tutti gli uomini che l'avrebbero accolto lungo tutto il viaggio della vita fino a giungere in paradiso.
3. Lungo il cammino nel deserto, durato 4o anni, tutti gli ebrei sarebbero morti di fame. Dio allora mandò loro la manna (una farina dolcissima e fortemente nutritiva) che faceva cadere dal cielo ogni notte sul loro accampamento. Gli ebrei al mattino la raccoglievano, la mangiavano e poi riprendevano il cammino. Cosí per tutto il lunghissimo viaggio nel deserto, fino a quando giunsero nella Palestina e poterono mangiare i frutti della terra.
Perché tutto questo enorme, continuato miracolo per un popolo infedele, che per di piú non aveva voluto fare la strada brevissima indicatagli da Dio per giungere in poche settimane nella Terra Promessa; che, disubbidendo, aveva presa la strada del deserto, e che lungo tutto il viaggio non fece altro che disgustare Dio con le sue continue infedeltà?
E perché questo Dio non fa nulla per i 30 milioni di uomini che ogni anno muoiono per la fame o per malattie provocate dalla denutrizione? Senza Gesú tutte queste domande sono destinate a restare senza risposta. Gesú invece spiega tutto. Egli dice agli ebrei dopo la moltiplicazione dei pani: « Io sono il pane di vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane disceso dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Sono io il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo ».
Discutevano fra loro i giudei dicendo: « Come può darci da mangiare la sua carne? » Gesú disse loro: « In verità, in verità vi dico: se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui » (Gv 6,48-57).
Con il miracolo della manna Dio ha voluto prefigurare il gran mistero dell'Eucarestia e ha voluto rivelarci che per giungere in paradiso dobbiamo fare spesso la comunione, senza della quale moriremmo lungo il viaggio della vita, ossia non avremmo forza di vivere in grazia di Dio, di servire Dio e di lavorare per la nostra santificazione e per l'avvento del suo regno.
4. Quando gli ebrei si misero a mormorare contro Mosè e contro Dio per i disagi del viaggio nel deserto, Dio mandò loro un'invasione di serpenti velenosi, che facevano morire subito quanti mordevano. Gli ebrei allora ricorsero a Mosè, e Mosè a Dio. Dio allora disse a Mosè di fare un serpente di bronzo, di innalzarlo su un palo nel mezzo dell'accampamento, e tutti quelli che, morsi dai serpenti, lo avrebbero guardato, sarebbero subito guariti.
Ancora qui domandiamo: « Perché tutto questo miracolo per un popolo ribelle? E perché Dio non fa nulla per tutti i milioni di uomini che muoiono avvelenati, per quelli che sono stati mangiati dai leoni, dalle tigri, dai coccodrilli, dai serpenti, e per rutti i miliardi di uomini che muoiono immaturamente? E che senso avrebbe senza Gesú, quale mezzo di salvezza dalla morte, proprio il serpente causa della morte di Adamo ed Eva e di tutti gli uomini?
Anche qui la risposta unica e soddisfacente è una sola: Gesú. Egli dice: « Come Mosè innalzò nel deserto il serpente, cosí è necessario che sia innalzato il Figlio dell'uomo, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha sacrificato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna » (Gv 3,14).
Il serpente è simbolo di Gesú, che ha preso su di sé il veleno di tutti i peccati degli uomini, ed è stato innalzato sulla croce per distruggerli con la sua morte. Tutti gli uomini che si volgono pentiti a Gesú Crocifisso e gli danno i loro peccati e per essi gli chiedono perdono vengono liberati dalla morte eterna e ottengono la salvezza e la felicità del paradiso.
Cosí si dica per tutto il resto della Bibbia. Dio ha parlato per tutti gli uomini; ha scelto gli ebrei, come avrebbe potuto scegliere qualunque altro popolo, soltanto in funzione di Gesú; e Gesú è venuto per salvare tutti gli uomini. Presso Dio non c'è accezione di persona.
« Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e raggiungano la conoscenza della verità » (i Tim 2,4).
« Chiunque accoglie Gesú, acquista la fortuna di diventare Figlio di Dio » (Gv 1,12).
« Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo » (Gioele 3,5).
CAP. V - SPIEGARE LA BIBBIA SENZA GESÚ
Per gli ebrei la Bibbia è composta solo dai libri del Vecchio Testamento.
Per i cristiani ad essi vanno aggiunti i libri del Nuovo Testamento. Tutti sappiamo che la Bibbia è composta da 45 libri del Vecchio Testamento e da 27 libri del Nuovo Testamento. Ebrei e cristiani riconosciamo che la Bibbia è ispirata da Dio ed è quindi divina rivelazione.
1. È impossibile spiegare il Vecchio Testamento senza il Nuovo testamento
Il V.T. resta assolutamente inspiegabile senza il N.T.
Il N.T. completa e spiega il V.T. Senza il Nuovo, il V.T. resterebbe come una casa senza il tetto. Le prove di ciò si trovano quasi ad ogni pagina del V.T. Ne citiamo solo alcune.
Genesi 3,rs. Dio disse al serpente (il diavolo): « Maledetto sei tu, o serpente. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe. Essa ti schiaccerà la testa, e tu le insidierai il calcagno ».
Questa donna non può che essere Maria, e la sua stirpe non può essere che Gesú e i cristiani.
Su quale altra donna e su quale altro suo figlio gli ebrei possono applicare tali parole?
Genesi 18,3. Appaiono tre persone ad Abramo. Abramo non dice loro: « Miei signori », ma « Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi ... ». Da tutto il contesto si vede chiaro che quei tre sono Dio; ma il dialogo tra Abramo e i tre si svolge tutto al singolare, ed Abramo prepara loro tre focacce, una per ciascuno. Qui abbiamo la prima manifestazione delle tre persone della SS. Trinità, che però formano un solo Dio, ma che solo col N.T. si rende evidente; mentre gli ebrei, negando la SS. Trinità, sono costretti a dire, contro ogni regola di grammatica, che era Dio accompagnato da due angeli.
Genesi 15 ,5 e 22,17. Dio promette ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come le sabbie del mare e che per essa saranno benedette tutte le nazioni della terra. Questa discendenza non può che essere quella formata dal N.T. ossia il popolo cristiano, che in una sola generazione supera abbondantemente il miliardo, mentre gli Ebrei sono appena io milioni. Infine, gli Ebrei sono causa quasi continua non di benedizioni, ma di conflitti, dai tempi di Nerone ad oggi.
Dice David: « Disse il Signore al mio Signore: "Siedi alla mia destra". Queste parole hanno compimento in Gesú. Gli ebrei non sanno a chi attribuirle; e Gesú, quando un giorno, citandole, disse loro: "Se è suo Signore, come mai è suo figlio?" Ma gli ebrei non ardirono rispondere ». (Mt. 22,45).
E ancora Dio dice: « Lo giurai una volta sulla mia santità; non mentirò a Davide giammai! Rimarrà in perpetuo la sua stirpe, il suo trono come il sole innanzi a me, come la luna che sta in perpetuo, testimonio veridico nelle nubi » (Ps 89). Queste parole si possono applicare solo in Gesú; altrimenti si dovrebbe dire che Dio ha sbagliato perché il regno di Salmo 119,1 Davide e d'Israele non è durato in eterno, ma era già finito ai tempi di Gesú.
Esodo 34. Dio rivela a Mosè l'Alleanza col popolo ebreo: « Ecco io stabilisco un'alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai compiute in nessun paese e in nessuna nazione; tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l'opera del Signore, perché è terribile quanto io sto per fare con te »; gli promette di dargli la Palestina, di scacciare dinanzi a lui tutti i popoli che incontrerà e di dargli le buone annate e la pace.
Questa Alleanza resta incompleta e senza senso priva della Nuova Alleanza, di cui è figura, fatta da Gesú con tutti gli uomini nell'ultima cena, perché Dio, essendo Creatore e Padre di tutti gli uomini, non poteva creare tutti i privilegi per un piccolo popolo e trascurare o peggio aborrire e castigare tutto il resto dell'umanità. Egli infatti non ammette privilegi, né accettazione di doni (2 Cron. 19,7) e da vero Padre di tutti gli uomini, che provvede agli uccelli dell'aria e ai gigli dei campi, non vuole che alcuno di questi piccoli perisca (Mt.18,14), ma vuole che tutti gli uomini siano salvi e raggiungano la conoscenza della verità (1 Tim. 2,4).
L'alleanza di Dio col popolo ebreo e i grandiosi prodigi operati per fare ad esso raggiungere la Palestina acquistano un senso e una giustificazione soltanto con la nuova alleanza di Dio con tutti gli uomini, mediante la quale egli promette indistintamente a tutti, se osserveranno la sua legge e i precetti dati dal suo Figlio, mantenendosi sempre fedeli nel faticoso e doloroso cammino della vita, il necessario per vivere, la pace e il paradiso, di cui è simbolo la Terra Promessa.
2. È impossibile spiegare il Nuovo Testamento senza il Vecchio Testamento.
Per quale motivo tutti gli uomini sarebbero stati peccatori e avrebbero avuto bisogno della redenzione anche i bambini innocenti (Rom 3,23) senza il peccato originale che ha intaccato tutti i discendenti di Adamo?
In Abramo, che è disposto a sacrificare il suo Figlio per amore di Dio, Dio ci fa vedere il suo amore infinito che lo spinge a sacrificare il suo Figlio per amore degli uomini, cioè per salvarli.
In Isacco, che sale sul monte Moria portando la legna sulle spalle, sulla quale dovrà venire sacrificato, e che si lascia legare sopra la legna, Dio ci mostra il suo Figlio che sale sul monte Calvario, portando sulle spalle la croce, sulla quale si farà inchiodare. Isacco, che è la figura, viene liberato; Gesú, che è la realtà, viene sacrificato.
In Mosè, che libera il popolo ebreo dalla schiavitú del faraone e porta gli ebrei conservatisi fedeli alla Palestina, Dio ci mostra il suo Figlio che libera tutti gli uomini dalla schiavitú di Satana e porta con sé in paradiso tutti quelli mantenutisi buoni.
Nel serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto perché venissero liberati dalla morte tutti quegli ebrei morsicati dai serpenti velenosi che l'avessero guardato, Dio ci mostra il suo Figlio crocifisso, innalzato sulla croce, che libera dalla morte eterna tutti gli uomini che si rivolgono a lui pentiti dei loro peccati. Senza Gesú crocifisso e senza questo significato, quel serpente di bronzo ordinato da Dio a Mosè resterebbe senza alcun significato, come gli amuleti dei maghi; né si spiegherebbe perché Dio non ha fatto altrettanto con tutti gli altri uomini morsi da serpenti o comunque avvelenati.
Nella manna mandata dal cielo per nutrire gli ebrei nel cammino lungo il deserto fino a farli giungere nella Palestina, Dio ci fa vedere il vero pane del cielo da lui mandato sulla terra, cioè il suo Figlio, che mediante la sua eucarestia nutre gli uomini lungo il cammino della vita e dà loro la grazia e la forza di giungere in paradiso.
Dice Davide: « Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano le sorti » (PS 21,27). Queste parole di Davide si sono verificate tutte in Gesú crocifisso, cosí come la conclusione dello stesso salmo 21: « Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno a lui tutte le famiglie dei popoli »: senza Gesú queste parole non hanno alcun senso.
Infine, se il Messia non fosse Gesú e se Isaia non profetasse la sua passione sul « Messia servo di Jahvè » non avrebbe nessun senso tutta la sua profezia sulla passione del servo di Jahvè, che minutamente descrive tutta là passione di Gesú.
«Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio ed io non ho resistito, non ho indietreggiato, presentai il mio dorso ai flagellatori, le mie guance agli strappi, non nascosi la mia faccia alle ignominie e agli sputi. Ma il Signore Dio mi ha aiutato, perciò non cedetti ai peso dell'ignominia; ridussi la mia faccia come selce, perché sapevo che non sarei rimasto confuso » (Is 5o,57).
« Chi crederà a ciò che abbiamo annunziato e la potenza del Signore a chi sarà rivelata? Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio; come una radice da un solo arido; senza grazia, senza beltà da attrarre lo sguardo, senza aspetto da doversene compiacere. Disprezzato, rifiuto dell'umanità, uomo dei dolori, assuefatto alla sofferenza, come uno davanti al quale ci si copre il volto, disprezzato, cosí che non lo abbiamo stimato. Veramente egli si è addossato i nostri mali, si è caricato dei nostri dolori. Noi lo credevamo trafitto, percosso da Dio e umiliato, mentre egli fu piagato per le nostre iniquità, fu calpestato per i nostri peccati. Il castigo, che è pace per noi, pesò su di lui e le sue piaghe ci hanno guariti » (Is 53,1-5).
Queste parole che espressamente si riferiscono al Messia, non possono riferirsi al Messia glorioso che aspettano gli ebrei; si possono riferire solo a Gesú in cui si sono pienamente attuate.
Innumerevoli altre sono le profezie bibliche del V.T. che si riferiscono a Gesú; ma, per finire, ne citiamo soltanto un'altra, quella di Malachia: «Poiché dall'oriente all'occidente grande è il mio nome fra le genti, e in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e un'oblazione pura» (Ml 1,11).
Questa profezia per gli ebrei non si è mai avverata e non si potrà mai avverare perché mai faranno convertire all'ebraismo tutte le genti e perché essi non potevano offrire incenso e vittime a Dio in nessun luogo, all'infuori del Tempio di Gerusalemme, e perché ora non possono offrirli neanche nel Tempio di Gerusalemme, che è stato distrutto nell'anno 70 d.C. dalle truppe di Tito; esso non potrà mai venire ricostruito perché in quel luogo è stata costruita la moschea di Omar; se gli ebrei volessero distruggere la detta moschea si scatenerebbero contro di essi i 500.000 milioni di musulmani e li annienterebbero. Invece, tale profezia si attua pienamente in Gesú e nella sua Chiesa: infatti in tutti i luoghi della terra vengono costruite Chiese, viene celebrata la S. Messa e vengono offerti a Dio incenso e la vittima pura, Gesú, del cui sacrificio sulla croce la S. Messa è precisamente la rinnovazione.
CAP. VI - CHE LA DIVINA RIVELAZIONE SI SIA CONCLUSA NEL VECCHIO TESTAMENTO
1. Un popolo senza speranze ultraterrene
Con la parola « Vecchio Testamento » noi cristiani indichiamo il Testamento, (o Patto, o Alleanza) fatto da Dio col popolo ebreo, prima per mezzo di Abramo, poi rinnovato con Mosè. Con tale patto Dio, dopo aver dato a Mosè i dieci comandamenti e tutte le altre sue leggi, promise agli ebrei che, se li avessero osservati, egli avrebbe loro dato buone annate, pace, potenza ed ogni altro bene: furono tutte promesse che riguardavano soltanto questa vita.
Gli ebrei credevano alla sopravvivenza dell'anima: ma tale sopravvivenza non è altro che l'abitazione, dopo morte del corpo, dell'anima nella « Casa dei morti », nello sheol, ossia nel regno del silenzio e delle ombre, senza alcuna speranza, né alcuna gioia, neanche quella di poter lodare Dio.
D'altronde Dio non poteva promettere il paradiso che soltanto Gesú avrebbe aperto e potuto aprire; per cui gli ebrei, dovendosi chiudere la loro esistenza nello sheol, non concepivano il dovere di lodare e ringraziare Dio in esso.
« Non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba. Ma noi, i viventi, benediciamo il Signore, ora e per sempre» (Ps 115,17).
« Compi forse prodigi per i morti? O sorgono le ombre a darti lode? Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà negli inferi? Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi, la tua giustizia nel paese dell'oblio?» (Ps 88,12-13).
Quando Saul volle consultare Samuele sull'esito della prossima battaglia, si travesti e andò a Endor a fare evocare da una pitonessa la sua anima. La pitonessa la evocò. Saul allora le chiese cosa vedesse. La donna disse a Saul: « Vedo un essere divino che sale dalla terra ». Saul le domandò: « Che aspetto ha? ». Essa rispose: « È un uomo anziano che sale ed è avvolto in un mantello ». Saul comprese che era veramente Samuele e si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò. Allora Samuele disse a Saul: « Perché mi hai disturbato e costretto a salire? » (i Sam 28,13-15).
Per tale prospettiva di andare a finire nel regno sotterraneo delle ombre, l'ebreo aveva sommo orrore della morte e l'unica sua speranza era di poter continuare a vivere e, se ammalato, di guarire.
Ne è un esempio la preghiera del re Ezechia quando cadde ammalato: « Signore, in te spera il mio cuore; ravviva il mio spirito. Guariscimi e rendimi la vita. Ecco, la mia infermità è cambiata in salute! Tu hai preservato la mia vita dalla fossa della distruzione, perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati. Poiché non gli inferi ti lodano, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio oggi » (Is 38,16-19).
Per l'ebreo nessuna speranza: «Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira, finiamo i nostri anni come un soffio. Gli anni della nostra vita sono settanta, per i piú robusti ottanta, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo » (Ps 9o,9-u).
Per questo Giobbe non fa altro che maledire la sua nascita: « Perisca il giorno in cui nacqui, e la notte in cui si disse: "è stato concepito un uomo" ... La maledicano quelli che imprecano al giorno ... Poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno e non ha nascosto l'affanno agli occhi miei? E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? ... Si, ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei pace... Perché laggiú i malvagi cessano d'agitarsi; laggiú riposano gli sfiniti di forze. I prigionieri hanno pace insieme, non sentono piú la voce dell'aguzzino. Laggiú è il piccolo e il grande, lo schiavo è libero dal padrone » (Gb 3).
Ma allora valeva la pena di vivere? E se Dio è buono e misericordioso perché ha creato l'uomo intelligente se non aveva altro da potergli dare? La risposta è una sola: il Vecchio Testamento è la preparazione al Nuovo Testamento, ossia alla Nuova Alleanza. Dio ha creato gli uomini destinandoli a raggiungerlo, a contemplarlo faccia a faccia e raggiungere cosí la felicità piena; ma, per poterlo raggiungere occorreva un ponte tra la terra e il cielo, un ponte che nessun uomo avrebbe potuto costruire. Per questo Dio mandò il suo Figlio nel mondo e, occorrendo per tale beatitudine di tutti gli uomini, che sono sempre peccatori, un prezzo infinito per riparare la moltitudine infinita dei loro peccati, fece consegnare il suo Figlio ai suoi nemici perché lo crocifiggessero.
Un tale amore è inconcepibile; è infinito, ed è stato reso possibile perché Dio è amore. Questa è la grande rivelazione del Nuovo Testamento (1 Gv 4,16). Dio volle preparare gli ebrei ad accogliere la rivelazione del suo Figlio e ispirò, nel 165 circa, a Daniele la dottrina della resurrezione finale: « Ora in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stata dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si sveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all'infamia eterna. I saggi splenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia, risplenderanno come le stelle per sempre (Dan 12,1A
E trent'anni prima della nascita di Gesú, Dio parla chiaramente del giudizio finale dei cattivi e del premio eterno dei giusti: « I giusti, al contrario, vivono per sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e l'Altissimo ha cura di loro. Per questo riceveranno una magnifica corona regale, un bel diadema dalla mano del Signore » (Sap 5,15).
2. La Nuova Alleanza
Nell'ultima cena Gesú, preso un pane, lo spezzò e disse: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo ». Poi prese il calice col vino e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: « Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti per la remissione dei peccati » (Mt 26,26); e promette di risuscitare nell'ultimo giorno quanti fanno la comunione (Gv 6,54).
Pagando il prezzo del nostro riscatto, Gesú dice al Padre: « Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato, poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo » (Gv 17,24).
Essendo Gesú una cosa sola col Padre, ossia un solo Dio, contemplare la sua gloria, significa contemplare Dio: questa è la felicità alla quale Dio ci ha destinati e per la quale ci ha creati. Dice s. Giovanni: « Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo cosí come egli è » (1 Gv 3,2).
La felicità della visione di Dio è tale, che fa dire a s. Paolo, che ebbe la fortuna di essere rapito ancora vivente in cielo, queste parole: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio sentí, né mai entrarono in cuore nell'uomo, Dio le ha preparate per quelli che lo amano » (1 Cor 2,9).
« Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18).
« Desidero morire per essere eternamente con Cristo » (Fil 1,23).
Tale felicità, che già è immensa fin dal momento in cui l'anima giunge a contemplare Dio, sarà completa con la resurrezione dei morti, perché l'uomo è composto di anima e corpo e la sua felicità per essere completa deve essere spirituale e fisica.
Stando cosí le cose, si comprende il Vecchio Testamento nella sua sola funzione di preparazione al Nuovo Testamento; si comprende l'alleanza di Dio col popolo ebreo, perché, dovendo il suo Figlio farsi uomo, doveva nascere da un popolo, e quel popolo Dio preparò per accoglierlo e per fargli svolgere tutta la sua missione; nascita, vita pubblica ed evangelizzazione, passione e morte, fondazione della Chiesa; si comprende la creazione dell'uomo: siamo destinati non « alla casa dei morti, lo sheol », ma alla felicità infinita della visione di Dio e alla resurrezione alla fine del mondo, dopo la quale saremo sempre col Signore e con tutti i nostri cari.
Non potremo mai ringraziare Dio di averci creati e di avere dovuto farsi uomo e morire sulla croce per darci la felicità eterna del paradiso.
CAP. VII - CHE GESÚ NON SIA DIO
1. Nessun uomo si è proclamato Dio
Nessun uomo al mondo, sano di mente, si è mai proclamato Dio: né Zarathustra, né Budda, né Confucio, né i Faraoni, né Alessandro Magno, né Cesare, né Maometto, ecc. Gli imperatori romani, si facevano attribuire un culto divino; ma soltanto per rafforzare il loro potere assoluto. Nessuno di loro credette mai sul serio di essere un dio. Uno solo lo proclamò, ma con sarcasmo: fu Vespasiano. Egli, morendo per una forte colica intestinale nel vespasiano da lui inventato, disse: « Ecce qualis deus morior! (ecco che dio io muoio!) ».
Un mio amico visitando nell'anteguerra il manicomio di Palermo, trova ad accoglierlo un signore alto, distinto e gentile che si offre da fargli da Cicerone e lo accompagna per i vari reparti. Camminando gli indica i vari ricoverati, illustrandogliene le relative manie: « Quello si crede s. Pietro; quello si crede s. Antonio; quell'altro s. Paolo ... ! (ecc.) ». E, finite tutte le indicazioni, conclude: « E vogliono darlo a intendere a me, che sono il Padre eterno!, e li conosco bene tutti, fin dalla loro concezione! ».
Il mio amico, uscendo e vedendo fermare dalle guardie il suo accompagnatore, si accorse che quel poveretto era anche lui ricoverato nel manicomio.
Solo Gesú nella storia si è proclamato Dio. Se non fosse stato veramente Dio sarebbe stato soltanto un pazzo; e il suo Vangelo doveva essere un capolavoro inconcludente di stramberie; invece esso è, come vedremo citandone alcune pagine, e come tutti hanno riconosciuto, un capolavoro di logica, di equilibrio, di saggezza e di genio; un capolavoro tale che ha fatto fare un immenso salto in avanti alla civiltà umana, portandole i concetti di uguaglianza di tutti gli uomini, di rispetto e di amore a tutti gli uomini, di pietà e di misericordia verso i poveri e gli ammalati, di libertà, di fraternità, ecc.; concetti fino ad oggi conosciuti, ad es. nel mondo indú.
2. È impossibile una dottrina piú saggia e piú bella di quella di Gesú Gesú
rivela con l'esempio e con gli insegnamenti il piú grande e il piú bello attributo di Dio: il suo amore e la sua misericordia infinita. Ce lo rivelano le sue parabole piú commoventi: quelle della dracma perduta, della pecorella smarrita, del figliuol prodigo. E dinnanzi alla folla dei farisei che volevano ammazzare, giusta la dura legge ebraica, la donna adultera,
Gesú, mosso a compassione, li fermò tutti, dicendo: « Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7).
Gesú ci sprona a correggerci da ogni minimo peccato, a raggiungere la massima perfezione: « Darete conto anche di una sola parola oziosa » (Mt 12,38); « Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli » (Mt 5,48). Insegna che l'unica parentela con Dio è quella spirituale, e che facendo la sua volontà diventiamo i suoi intimi congiunti.
Quando lo chiamano per andare dai suoi parenti, dice: « Mia madre e i miei parenti sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica » (Lc 8,21).
Insegna che anche la piú piccola opera buona avrà la sua ricompensa: « Anche un bicchiere d'acqua fresca data per amore del mio nome avrà la sua ricompensa » (Mt 10,42).
Pure insegna che Dio ci premia non in proporzione delle nostre opere, ma in proporzione del sacrificio che esse ci costano, come egli disse un giorno davanti al tesoro del tempio, vedendo tanti ricchi che vi gettavano molte monete, mentre una povera vedova vi gettò due spiccioli.
Rivela come è l'intenzione che dà valore alle nostre azioni, e come Dio accetta e premia soltanto le cose che si fanno solo per lui: « Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati; altrimentri non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando, dunque, fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gl'ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno ricevuto già la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua destra ciò che fa la tua sinistra, perché la tua elemosina resti segreta e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli altri uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando vuoi pregare, entra nella tua camera, prega nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,1-6).
« E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gl'ipocriti, che sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno ricevuto già la ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà » (Mt 6,16). « Quando offri un pranzo o una cena, non devi invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta, e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai, infatti, la tua ricompensa alla resurrezione dei giusti » (Lc 14,12).
Gesú rivela l'importanza massima dell'amore del prossimo e la sua uguaglianza col precetto dell'amore di Dio. Quando un fariseo gli chiede qual'è il massimo e il primo comandamento, egli risponde: «Il primo è: ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, e con tutta la tua forza. II secondo è questo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento piú importante di questo » (Mc 12,30).
Gesú insegna che prima della pulizia del corpo ci vuole quella dell'anima. «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, mentre all'interno sono pieni di rapine e intemperanza» (Mt 23,25).
I farisei, invece si preoccupavano dell'apparenza e solo della pulizia esteriore. Narra il Vangelo: « Dopo di aver finito di parlare, un fariseo lo invita a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola. II fariseo si meravigliò perchè Gesú non aveva fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora Gesú gli disse: "Voi farisei purificate l'esterno della coppa e del piatto; ma il vostro interno è pieno di rapine e di iniquità. Stolti! Colui che ha fatto l'esterno, non ha fatto anche l'interno? Piuttosto date in elemosina quello che c'è dentro, ed ecco tutto per voi sarà mondo » (Lc 11,37-41).
Un altro giorno disse: « Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo! Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l'uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l'uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l'uomo » (Mt 15,17-20).
Gesú dice delle cose estremamente sagge e logiche, come ad es.: « Non c'è niente di occulto che non verrà rivelato » (Mt 10,26). Se non fosse cosí, innumerevoli delitti occulti resterebbero impuniti; ugualmente innumerevoli tradimenti, furti, adulteri nascosti. Basterebbe all'uomo essere astuto e sapere occultare tutti i suoi peccati e delitti, come sanno fare bene i terroristi e i mafiosi.
Gesú dà l'unica risposta ragionevole al problema del dolore.
Egli rivela la legge del contrappasso che ristabilisce definitivamente la giustizia nel mondo: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli » (Mt 5,3-10).
Qui c'è l'unica spiegazione al dolore. Dinnanzi a queste promesse l'animo si placa e cessa di chiedere: « Perché? »; soprattutto perché il Cristo è stato il primo a venire perseguitato, a piangere, a soffrire.
Dinnanzi a tutti questi insegnamenti e a tutte queste affermazioni di Gesú gli atei del secolo scorso, per negare la divinità di Gesú, intelligentemente ricorsero alla teoria che tali insegnamenti furono il frutto di una elaborazione di una scuola ascetica maturata in 30o anni, perché non si può ammettere che le abbia realmente dette Gesú e che Gesú non sia Dio; ma gli studi di questo secolo hanno definitivamente provato che i Vangeli sono stati scritti nel I secolo (vedi il nostro libro Certezze su Gesú).
3. Gesú prova la sua divinità
Le masse popolari non fanno speculazioni, ma sono istintive. Gesú ad esse non fa tanti ragionamenti, ma fornisce subito le prove della sua divinità: e le prove sono le opere che può fare solo Dio, cioè i miracoli: dà la vista ai ciechi, guarisce i lebbrosi, risuscita i morti. E la sua intenzione di voler provare con i miracoli la sua divinità la manifesta esplicitamente nella guarigione del paralitico di Cafarnao: « Portarono a Gesú un paralitico disteso in un letto. Gesú, vista la loro fede, disse al paralitico: "Confida, figliuolo, ti sono perdonati i tuoi peccati". Alcuni scribi pensarono dentro di sé: "Costui bestemmia". Ma Gesú, conosciuti i loro pensieri, disse: "Perché pensate male nei vostri cuori? Che cosa è piú facile dire? Ti sono rimessi i tuoi peccati, oppure: alzati e cammina? Ora affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di rimettere i peccati sulla terra:'Alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e vattene a casa tua'. Egli si alzò e se ne andò a casa sua" ». (Mt 9,2-7).
4. È impossibile che un uomo saggio dica le cose che ha detto Gesú
« Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
« Io sono la via, la verità, la vita » (Gv 14,6).
« Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14,23).
« lo sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi li raccolgono e li gettano nel fuoco e li bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato » (Gv 15,5-7).
« Io sono la porta; se uro entra attraverso me sarà salvo » (Gv 1o,9). « Nessuno va al Padre, se non per mezzo mio » (Gv 14,6).
« Prima che Abramo fosse, io sono » (Gv 8,58).
« Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno » (Gv 11,25).
« Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò » (Mt 11,28).
« Chi ama il padre o la madre, il marito o la moglie o i figli piú di me, non è degno di me » (Mt 10,37).
« I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » (Mt 24,35)
Gesú sfida le folle e tutti i suoi nemici a trovare in lui il minimo peccato: « Chi di voi mi potrà accusare di peccato? » (Gv 8,46); ma nessuno rispose.
A Filippo che gli chiede di mostrargli il Padre, Gesú risponde: « Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi vede me, vede il Padre. Come puoi dire: "Mostraci il Padre?" Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le opere. Credetemi: io sono nel Padre, e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà piú grandi. Qualunque cosa chiederete nel mio nome, io la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio » (Gv 14,8-13).
Come si vede, con ogni frase Gesú proclama e prova la sua divinità. In tutta la vita Gesú si comporta coerentemente da Dio: si proclama padrone del sabato (Mt 12,8); rimette i peccati (Mt 9,2); fa i miracoli a nome suo; sfida, ma invano i suoi nemici a trovare in lui un qualsiasi peccato (Gv 8,46); dice parole inaudite: « Chi mi confesserà dinanzi agli uomini, anch'io lo confesserò dinanzi al Padre mio; chi si vergognerà di me dinanzi agli uomini, anche io mi vergognerò di lui dinanzi al Padre mio » (Lc 9,26).
Ma già, fin dall'inizio della sua vita pubblica, mentre veniva battezzato, il Padre lo chiama suo Figlio: « Tu sei il mio Figlio diletto; in te mi sono pienamente compiaciuto » (Mc 1,11). Dinnanzi agli stessi nemici, col pericolo di farsi ammazzare Gesú disse: « Prima che Abramo fosse, io sono ». Allora i giudei cercarono di lapidarlo (Gv 8,58). E un'altra volta disse loro: « Io e il Padre siamo una cosa sola ». Allora i giudei diedero piglio alle pietre per lapidarlo. Ma Gesú disse loro: « Molte opere buone ho fatto; per quale di queste opere mi volete lapidare? » Gli risposero i giudei: « Non ti lapidiamo per nessuna opera buona, ma per una bestemmia, perché tu che sei uomo, ti fai Dio » (Gv 10,30). Nonostante queste continue minacce, Gesú solennemente si proclama il Giudice dei vivi e dei morti (Mt 25).
Infine egli viene arrestato e condannato a morte precisamente perché insiste a proclamarsi Dio. Caifa, infatti, avutolo fra le mani, gli disse: « Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio ». Gesú gli rispose: «Tu l'hai detto; anzi io vi dico: d'ora in avanti vedrete il Figlio dell'uomo assiso alla destra dell'Onnipotente, e venire sulle nubi del cielo ». Allora il sommo sacerdote disse: « Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo di testimoni? »... Quelli risposero: « È reo di morte! » (Mt 26,63).
CAP. VIII - INVENTARE UN DIO-CROCIFISSO E CROCIFIGGENTE
È impossibile che degli uomini abbiano fatto di un uomo-crocifisso un Dio, o che tale lo abbiano inventato.
Tutti i popoli, indistintamente, e tutti gli uomini che credono in Dio, lo hanno sempre riconosciuto Maestoso, Onnipotente, Dominatore, Infinito, Giudice inappellabile e giusto. Tale lo hanno soprattutto sempre creduto gli ebrei. Nessuno ha mai ipotizzato un Dio ammazzato dagli uomini. Un Dio crocifisso è stato da sempre per tutti un assurdo, meglio ancora, una cosa impensabile e mai pensata. In Gesú ci troviamo dinanzi a un mistero.
Da un lato in tutti i suoi discorsi e in tutte le sue risposte alle domandetrabocchetto dei farisei troviamo una saggezza sovrumana; dall'altro troviamo in lui un'ostinazione a proclamarsi Dio, vuoi dinnanzi ai suoi discepoli, vuoi dinnanzi alle folle, vuoi dinnanzi ai suoi nemici, e vuoi, infine, dinnanzi a Caifa, con la certezza di venire per questo condannato a morte.
Una simile affermazione non la fa neanche un pazzo.
In Gesú, sommamente saggio, la si può psicologicamente spiegare soltanto con la sua coscienza di essere Dio e di risuscitare dentro i tre giorni dalla sua morte (Gv z,19). Chi si sentirebbe di proclamarsi Dio per farsi ammazzare? Un uomo saggio e perfettamente equilibrato che si fa mettere in croce per testimoniare di essere Dio, non può che essere veramente Dio.
Ipotizzare, infine, che siano stati i discepoli di Gesú a inventare un DioCrocifisso è semplicemente assurdo. Un ebreo non inventa mai un Dio, tanto meno un Dio-Crocifisso; tutt'al piú avrebbe potuto inventare un Messia che muore gloriosamente in battaglia come Giuda Maccabeo o come Bar-Kocheba.
Una conferma l'abbiamo nelle parole degli ebrei presenti alla crocifissione di Gesú: « Se è il re d'Israele, scenda dalla croce e gli crederemo ... Se Dio gli vuol bene lo liberi ora, giacché ha detto: sono il figlio di Dio » (Mt 27,43).
E gli stessi discepoli di Gesú restarono cosí delusi e shoccati per la sua passione che lo abbandonarono. La loro resurrezione morale e il loro coraggio di pochi giorni dopo si possono unicamente spiegare con la vista di Gesú resuscitato apparso loro. E, sebbene conoscessero l'impossibilità di fare accettare a degli ebrei un Dio-Crocifisso, essi si misero a predicare, dopo, con estremo coraggio Gesú-Crocifisso e resuscitato.
1. La concezione ebraica
L'idea di un Dio che promette guai e sofferenze ai suoi fedeli è una concezione estremamente contraria alla mentalità ebraica. E Dio stesso nel Vecchio Testamento promette sempre agli ebrei lunga vita, buone annate, abbondanza, numerosa discendenza, la pace e ogni altro bene se si manterranno a lui fedeli.
Tutta la Bibbia è piena di tali promesse, mentre il castigo dell'infedeltà sono le guerre, la siccità, la peste. Diamo soltanto un esempio. Mosè dice al popolo: « Se tu obbedirai al Signore tuo Dio, preoccupandoti di mettere in pratica tutti i suoi comandi, il Signore Dio tuo ti metterà sopra tutte le nazioni della terra... Verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste benedizioni: sarai benedetto nella città e nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo, il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche, e i nati delle tue pecore ... Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici... Tutti i popoli della terra vedranno che porti il nome del Signore e ti temeranno. Il Signore ti concederà abbondanza di beni... ti metterà in testa e non in coda e sarai sempre in alto e mai in basso ... » (Dt 28,1-13)
2. Le promesse di Gesú
Al contrario Gesú promette ai suoi discepoli sofferenze e guai. Resta un mistero come sia stato seguito da miliardi di persone: il mistero che lui aveva annunziato: «Quando sarò elevato da terra, trarrò tutti a me » (Gv 12,32).
« Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà » (Mt 16,24).
« In verità, in verità vi dico: voi piangerete e gemerete e il mondo godrà; voi sarete nell'afflizione, ma la vostra tristezza sarà mutata in gioia. La donna quando dà alla luce è nel dolore, perché è giunta l'ora sua; ma quando il bambino è nato, non ricorda piú l'angoscia per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Cosí anche voi ora siete nella tristezza, ma io verrò di nuovo e ne gioirà il vostro cuore, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,22).
« Ricordatevi della parola che vi ho detto: un servo non è più grande del padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi » (Gv 15,20).
« Ma badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete dinanzi ai governatori e ai re a causa mia, per rendere testimonianza davanti a loro » (Mc 13,9).
« Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà, cre-
derà di rendere culto a Dio. E faranno queste cose perché non hanno conosciuto né il Padre, né me » (Gv 16,1).
Neanche un pazzo avrebbe potuto comportarsi cosí, e neanche un minorato avrebbe dovuto seguirlo; e tuttavia le turbe lo seguivano e i farisei ebbero seria paura che tutti gli ebrei avrebbero finito per seguirlo (Gv 12,19) per cui decisero di ucciderlo, e complottarono un piano per riuscirvi; piano che poté realizzarsi per il tradimento di Giuda, fatto per 30 monete d'argento, che poi egli, disperato, gettò nel Tempio, come aveva profetizzato Zaccaria (Zc 11,13).
La diffusione delle filosofie e delle religioni storiche hanno tutte una spiegazione naturale ed evidente; basta pensare alla licenza data da Maometto ai suoi soldati di prendersi quante mogli avrebbero voluto nei territori conquistati e la certezza, in caso di morte, di andare in un paradiso, dove avrebbero avuto a loro disposizione molte donne.
La diffusione del cristianesimo, invece, senza alcun beneficio, ma a prezzo di un'infinità di tormenti e di martirii, non ha alcuna spiegazione naturale. Essa può spiegarsi soltanto con la divinità di Gesú e con la sua resurrezione.
CAP. IX - QUALCOSA DI PIÚ GRANDE DELLA PASSIONE DI GESÚ
Dio ha creato l'universo per giungere a creare e a far vivere l'uomo; ha creato l'uomo perché il suo Figlio Unigenito avesse potuto farsi uomo. Niente c'è di piu grande dell'incarnazione del Figlio di Dio.
Se uno smisurato gigante avesse potuto prendere e comprimere fra le mani il sole, cosí da ridurlo una pallina da gioco, avrebbe fatto una cosa infinitamente piú piccola di quanto ha fatto Dio facendosi un piccolo uomo.
Tra gl'infiniti ordini possibili di Provvidenza Dio ha scelto questo nel quale l'uomo soffre, perché il suo Figlio potesse soffrire; ha scelto quest'ordine di Provvidenza nel quale l'uomo muore, perché il suo Figlio potesse morire; ha scelto, infine, quest'ordine di Provvidenza nel quale il suo Figlio sarebbe morto fra orrendi supplizi, perché potesse rivelare nella maniera piú sublime e inequivocabile il suo attributo piú grande: Dio è amore (i Gv 4,16). Gesú, infatti, non è morto perché avesse bisogno di qualcosa, ma per partecipare a noi la sua stessa felicità.
Dinnanzi a Gesú crocifisso c'è da restare sbalorditi e ammutoliti: colui che tiene in mano tutta la spaventosa energia della materia dell'universo e l'organizza in maniera da formare gli elementi fisici, le galassie e le stelle; colui che fa nascere, crescere, vivere tutti i fili d'erba, tutti gli alberi, tutti gli insetti, tutti gli animali; colui che manteneva in vita, perché non cadessero nel nulla, i suoi stessi crocifissori, viene da essi legato, sputato, bastonato, vilipeso, crocifisso, ammazzato; ed egli li lascia fare, mansueto come un agnello, mentre con un semplice atto della sua volontà, in un istante avrebbe potuto non solo farli morire, ma addirittura annientarli ... E perché tutto questo? Unicamente per farci commuovere, per farci aprire all'amore, per farci capire che il peccato è un suicidio, prima ancora di essere un deicidio, per farci convertire verso di lui, e, per mezzo di lui, farci raggiungere la felicità del paradiso.
Lo aveva già detto: « Quando sarò elevato da terra, trarrò tutto a me » (Gv 12,32). Per questo giustamente dice Bossuet: « Niente vi è nell'universo di piú grande di Gesú; niente vi è nella vita di Gesú di piú grande della sua passione; niente, nella sua passione, di piú grande della sua morte ».
Perché questo avesse potuto verificarsi occorreva anzitutto che ci fosse un popolo adatto dal quale il Figlio di Dio avesse potuto nascere e dal quale egli avesse potuto venire crocifisso. E Iddio preparò tale popolo
chiamando Abramo da Ur dei Caldei, facendolo staccare dal popolo degli Aramei, facendolo venire e isolare in Palestina, dandogli, contro ogni legge biologica, un figlio dalla moglie sterile e vecchia.
Quindi per figurare la nascita, il cammino e il destino del popolo cristiano fece formare tale popolo sotto la schiavitú dei faraoni in Egitto, apri ad esso un passaggio attraverso l'acqua del Mar Rosso, lo guidò per 4o anni con prodigi, miracoli e segni ancora piú strepitosi attraverso il deserto, fino a giungere nella Palestina. Vigilò con ogni cura e durezza sulla sua fede per mezzo dei profeti e di tremendi castighi (sconfitte, pestilenze, siccità, carestie, deportazioni), perché conservasse il piú rigoroso monoteismo. Soltanto da un simile popolo il Figlio di Dio poteva non essere confuso con altri dei, poteva venire crocifisso e poteva divenire credibile presso i popoli pagani, cioè presso tutto il mondo. Senza Gesú resta inspiegabile la storia degli ebrei.
Ma un avvenimento cosí enorme come la passione del Figlio di Dio non poteva chiudersi come un semplice fatto di cronaca; doveva restare presente per tutta la durata della storia umana, anzi doveva tutta lievitarla e cambiarla.
Per ottenere questo Gesú istituí l'Eucarestia, e subito dopo, ordinò ai suoi apostoli e ai suoi sacerdoti di fare quanto aveva fatto lui: ciò che i sacerdoti fanno celebrando ogni giorno la santa messa.
Cosí Gesú, presentando continuamente al Padre nell'eucarestia il suo sacrificio, vive sempre per intercedere per noi (Ebr 7,25), e ottine misericordia e perdono per il mondo, ne impedisce la distruzione da parte della giustizia di Dio e, contemporaneamente, nutre, vivifica e sviluppa il suo Corpo mistico, la Chiesa.
L'Eucarestia è il vertice dell'amore e dell'annientamento di Gesú. Mentre nella sua passione si mette nelle mani di un gruppo di ebrei, che lo sacrificano convinti di farlo per zelo verso Dio; nell'eucarestia si riduce a un pezzettino di pane e si mette nelle mani di tutti; e tutti possono fare di lui ciò che vogliono, anche sacrificarlo a satana come si fa giornalmente in centinaia, e forse in migliaia di messe nere.
CAP. X - CHE UNO DICA UNA MENZOGNA PER FARSI AMMAZZARE
È possibile che uno si faccia ammazzare per salvare un altro, o anche per testimoniare una verità; ma è impossibile che uno si faccia ammazzare senza utilità di nessuno, ma solo per il piacere di dire una bugia. Le bugie si dicono per guadagnare qualcosa o per non perderla, per evitare un rimprovero o un pericolo, o anche solo per scherzare; si dicono per non farsi ammazzare, non per farsi ammazzare. Per tal motivo non ci può essere testimonianza piú sicura e piú degna di fiducia di quella di coloro che non solo non ci guadagnano nulla per testimoniare quanto affermano, ma che anzi per quello ci perdono la vita. Ora nel cristianesimo ci troviamo dinnanzi a un fenomeno unico nella storia.
Saulo, mentre corre a cavallo, a comando di un plotone di soldati, verso Damasco per arrestarvi i cristiani, fa d'un colpo retro-front, si converte e comincia a predicare quel Gesú che odiava. Si sarebbe potuto trovare una spiegazione, sebbene poco credibile, se questo fosse successo dietro un sogno notturno, o dietro una visione durante la preghiera; ma che questo sia successo mentre Saulo era in una corsa, diventa un assurdo psicologico. Non ci può essere altra spiegazione logica che la realtà dell'apparizione di Gesú che lo abbatte dal cavallo in corsa.
E cosa ci ha guadagnato Saulo da tale conversione? Lo dice lui stesso: « Cinque volte dai giudei ho ricevuto i 39 colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai mie connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli nel mare, pericoli dai falsi profeti; fatiche e travagli, veglie senza numero, fame e sete frequenti, digiuni, freddo e umidità. Oltre tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese » (2 Cor 11,24-28).
Tutti i discepoli di Gesú si fecero ammazzare per dire che Gesú non era un uomo come tutti gli altri, ma che era risuscitato ed essi lo avevano visto salire al cielo con i loro occhi e lo avevano prima toccato con le loro mani dopo la sua resurrezione. Dopo di loro, milioni di altri cristiani, migliaia dei quali contemporanei di Gesú, si fecero fustigare, decapitare o bruciare o mangiare dai leoni o impiccare per testimoniare la stessa cosa. Nessuno si è fatto ammazzare per Buddha o per Confucio o per Maometto, o per affermare che qualcuno di costoro fosse Dio.
Dire che i martiri cristiani erano pazzi, oltre che assurdo, è sciocco, perché anche i pazzi hanno fortissimo l'istinto della conservazione. D'altronde di molti di loro ci restano i verbali giudiziari, che ci fanno vedere quanta saggezza essi avevano.
E se la resurrezione di Cristo fosse stata anche soltanto dubbia, nessuno di loro si sarebbe fatto ammazzare, tanto meno mangiare dai leoni. La resurrezione di Cristo dava ad essi la certezza della loro resurrezione. Nessuno fa niente per niente; tanto meno si fa ammazzare per niente. Nessuno si fa ammazzare per affermare che ha visto un astronauta giungere sulla luna, anche se lo ha visto per davvero; dinnanzi a un simile pericolo lo negherebbe. Dinnanzi alla testimonianza di milioni di martiri la persona intelligente ha da fare una cosa sola: vedere per quale motivo essi hanno affrontato il martirio e vedere quale fondamento storico e scientifico hanno le loro speranze.
CAP. XI - CHE MANCHI UN PROGETTO PER L' UMANITA’
Dinnanzi alla moltitudine sconfinata degli uomini si resta perplessi. Già restiamo sbalorditi dinnanzi alla folla di 100 o 200.000 persone presenti in uno stadio o in un raduno. Non riusciamo neanche ad immaginare una folla di 50 o Zoo milioni di persone. E tuttavia una simile folla è insignificante dinnanzi ai 5 miliardi di uomini viventi nella terra. Perché tutti questi miliardi di miliardi di uomini che ci sono stati, ci sono e ci saranno nella terra? Erano proprio necessari?
La stessa domanda ci facciamo dinnanzi alla moltitudine sconfinata di stelle e di galassie: perché tutto questo sfoggio di materia e di stelle delle quali non riusciremo neanche a conoscerne l'esistenza? La scienza ce ne ha già dato la risposta: Dio non ha creato niente di inutile. Dio ha creato quella quantità di materia che era necessaria perché vi potessero esistere quelle leggi della gravità e dell'inerzia che rendono possibile l'esistenza di quanto esiste: quantità che è chiamata critica.
È assurdo che egli non abbia avuto un programma per l'umanità talmente alto e perfetto da giustificare l'opera immensa di tutta la creazione, o che non sia riuscito a realizzarlo.
È assurdo che tutta la creazione abbia a finire sulla Terra con un grandioso falò procurato dal sole o da una guerra nucleare.
Ma, se c'è un programma, qual'è questo?
L'uomo, naturalmente, non può entrare nella mente di Dio a scoprirlo. Se un programma c'è, Dio solo, che lo ha progettato, ce lo può rivelare. Di fatto, egli ce lo ha rivelato: è il Cristo, il suo Figlio Unigenito, che avrebbe dovuto venire sulla Terra, farsi uomo, morire e risuscitare per riunire in uno tutti i figli di Dio. Questo è il mistero nascosto dai secoli e da generazioni e rivelato ora ai suoi santi (Col 1,26).
« Gesú è l'immagine dell'invisibile Dio, il primogenito di tutta la creazione, perché in lui sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili, i Troni, le Dominazioni, i Principati, le Potestà: tutto è stato creato da lui e per lui. Egli è prima di tutte le cose e tutto sussiste in lui. Cristo è la testa del corpo, cioè della Chiesa; egli è il principio, il primogenito fra i morti, cosí da essere il primo in tutte le cose, perché il Padre si compiacque di far abitare in lui la pienezza, e per lui, che ha ristabilito la pace per virtú del sangue della sua croce, riconciliare con sé tutto ciò che esiste sulla terra e nei cieli » (Col 1,15-20).
« Conveniva, infatti, che colui, per il quale e dal quale sono tutte le cose
e che conduce alla gloria molti figli, perfezionasse, per mezzo di sofferenze, l'autore della salvezza » (Ebr 2,10).
« Ma poiché i figli avevano una natura di sangue e di carne, egli pure la prese per distruggere, con la morte, colui che ha il potere della morte, cioè il diavolo, e liberare tutti coloro che il timore della morte teneva per la vita intera soggetti alla schiavitú » (Ebr 2,14).
E cosí conclude: « ... perché tutto appartiene a voi, e Paolo, Apollo, e Pietro, e il mondo, e la vita, e la morte, e le cose presenti e le future, tutto è vostro; ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (i Cor 3,22).
Ma a Gesú non bastò salvarci individualmente dalla morte eterna: ha voluto divinizzarci unendoci a sé intimamente cosí da divenire ognuno di noi con lui e tutti insieme con lui una cosa sola. Lo dice espressamente s. Giovanni: « Gesú è venuto per riunire in uno tutti i figli di Dio che erano dispersi » (Gv 11,52).
Per tal motivo Dio ha progettato dall'eternità la creazione di quella quantità di uomini necessaria per ricavarne il numero giusto, occorrente per la realizzazione di quello che s. Paolo, chiama il Corpo mistico di Cristo: non uno piú, non uno meno. In questo progetto Dio, naturalmente, doveva utilizzare uomini liberi, non pietre, né animali, e quindi ha dovuto prevedere ed ha previsto e, in conseguenza, pedestinato tutti quelli che lo avrebbero accolto, ed ha dato loro il potere di diventare figlio di Dio (Gv 1,12), e tutti quelli che lo avrebbero rifiutato. L'unico che avrebbe potuto realizzare questo suo progetto era il suo stesso Figlio. Per questo il centro di tutta la creazione e di tutta la storia è Gesú; e, contemporaneamente, ne è lo scopo. La piú grande meraviglia del Corpo Mistico è che Dio riesce a edificarlo mediante la libera cooperazione, spesso addirittura incosciente o inconsapevole, di miliardi di miliardi di uomini, e nonostante gli ostacoli e la guerra di innumerevoli suoi nemici.
S. Paolo specifica la natura di questo "uno": « Come il corpo è uno solo ed ha molte membra, ma tutte le membra sue, pur essendo molte, non sono che un solo corpo; cosí il Cristo. Infatti, noi tutti siamo stati battezzati in un solo spirito, Giudei, Gentili, servi e liberi, per formare un solo corpo, e tutti siamo stati dissetati con un solo Spirito.
Infatti anche il nostro corpo non è un membro solo, ma è composto da molte membra... Dio ha disposto il nostro corpo in modo da dare maggiore onore alle membra che non ne avevano, affinché non ci fosse divisione nel corpo e le membra avessero la medesima cura a vicenda. Sicché se un membro soffre, tutte le altre membra soffrono con esso; se invece un membro viene glorificato, gioiscono con esso tutte le membra. Ora voi siete il corpo di Cristo e sue membra, ognuno secondo la propria parte ».
Quindi s. Paolo fa vedere come ogni cristiano è ordinato per la formazione di tale corpo: « E Dio ne ha stabilito diverse nella Chiesa: in primo luogo gli apostoli, in secondo luogo i profeti, in terzo i maestri, poi il dono dei miracoli, il dono di guarire, di assistere, di governare, di parlare diverse lingue.
Sono forse tutti apostoli? O tutti profeti? O tutti maestri? O tutti hanno il dono dei miracoli? O tutti hanno il dono delle guarigioni? O tutti parlano le lingue? O tutti le interpretano? Aspirate ai doni piú elevati ». E, poi, specifica qual'è tale dono: « Anzi, vi insegno una via che sorpassa ogni altra: Quand'anche io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, io sono un bronzo che suona o un cembalo che squilla. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi una fede tale da trasportare le montagne, se non ho la carità, io sono un niente. E se distribuissi anche tutti i miei beni ai poveri e dessi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, tutto questo non mi giova a nulla. La carità è longanime, la carità è benigna, non è invidiosa, la carità non si vanta, né si insuperbisce, non manca di rispetto, non cerca le cose sue, non si irrita, non tiene conto del male che riceve, non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (i Cor ia-13).
Con queste parole s. Paolo ci ha voluto dire come ciò che formerà la nostra bellezza e la nostra felicità eterna è la carità, cioè l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Quindi gli eletti piú grandi, piú belli e gloriosi, piú felici del paradiso non sono quelli che hanno rivestito un ruolo piú importante nella vita o nella stessa Chiesa, fosse pure quello di un Papa o di un imperatore, ma quelli che hanno esercitato tale ruolo con maggiore amore, fosse pure il ruolo di un povero servo o di una povera vecchia o di un handicappato.
E, come le membra di un corpo vengono azionate dal capo e dallo stesso capo acquistano la loro bellezza; e vengono mantenute in vita dall'anima, e senza il capo o senza l'anima perdono ogni bellezza e la stessa vita, si corrompono, si disgregano e vengono seppellite; cosí noi tutti cristiani riceviamo la vita nel momento che lo Spirito Santo, anima della Chiesa, ci inserisce con la sua grazia nel Corpo Mistico di Gesti, cioè nella Chiesa; ci manteniamo in vità finché tale grazia è in noi, ossia finché non la perdiamo col peccato, e acquistiamo la bellezza divina di figli di Dio, divenendo e restando membra del Corpo Mistico per mezzo del nostro capo, che è Gesú, e da Gesú riceviamo, mediante la preghiera, la meditazione del Vangelo, la comunione, la forza di operare il bene. « Senza di me, ha detto infatti Gesú, non potete fare nulla» (Gv 15,5).
Per quelli che si staccano dal Corpo Mistico non resta che venire seppelliti nell'inferno.
E, infine, come la funzione di ogni petalo è di rendere piú bello il fiore; come la funzione di ogni strumento musicale in un'orchestra è di rendere piú melodiosa e suggestiva l'esecuzione dell'opera; cosí la funzione eterna di ogni singolo eletto è di rendere piú bello e piú affascinante il Corpo Mistico e lo stesso paradiso. Infatti la felicità del paradiso consiste nella visione beatifica di Dio e nella comunione e consumazione degli eletti in "uno", cioè nel Corpo Mistico con Gesú, con Maria e con tutti gli eletti. Fino a che esiste il mondo è segno che il numero degli eletti non è stato ancora raggiunto e che quindi c'è posto in paradiso per tutti gli uomini ancora viventi nella terra, perché Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e raggiungano la conoscenza della verità (1 Tm 2,4); ma per tutti quelli che rifiutano il suo invito al paradiso, trova subito i sostituti che occuperanno il loro posto, come nella parabola del banchetto (Lc 14,21).
Appena il numero degli eletti sarà raggiunto e il Corpo Mistico si sarà formato in tutta la sua pienezza e bellezza, verrà la fine.
Allora, dice s. Paolo « Gesú consegnerà il regno al Padre, dopo aver distrutto ogni Principato, Dominazione e Potenza. Perché è necessario che Cristo regni fino a che non abbia messo sotto i suoi piedi tutti i nemici. L'ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte. Dio, infatti, tutto ha posto sotto i piedi di lui. Ma quando dice che tutto gli è stato assoggettato, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha assoggettato ogni cosa. E quando avrà assoggettato a lui tutte le cose, allora il Figlio stesso farà atto di sottomissione a Colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti » (1 Cor 14,24-28).
CAP. XII - QUALCOSA DI PIÚ INCREDIBILE DELL'EUCARESTIA
1. Niente di piú storico di Cristo
Chiunque riflette sull'Universo, resta sbalordito dinanzi all'incarnazione di un Dio. Possibile che un Dio, infinitamente piú grande dell'universo che già sembra infinito, abbia messo gli occhi su questo pulviscolo che è la terra e che l'abbia scelta quale teatro della sua esperienza umana e del dolore umano? Ma almeno vi fosse stato accolto con rispetto e devozione!
Possibile che per nascervi abbia scelto la famiglia piú povera, la stagione piú brutta, l'abitazione piú indecente e che per morirvi abbia scelto la maniera piú infamante e il supplizio piú doloroso!
Si spiega benissimo perché gli ebrei di questo si scandalizzavano e ne traevano motivo per non credere a Gesú, e perché i pagani prendevano per pazzi i cristiani che credevano e predicavano queste cose.
La ragione si ribella a dover credere a tutto questo.
Ma la questione non è se l'incarnazione e la crocifissione di un Dio siano ragionevoli o meno; la questione è un'altra: tutto questo è avvenuto o no? Non possiamo presumere che Dio abbia a ragionare come noi, né, tanto meno, di comprendere quali motivi hanno spinto Dio ad agire in un determinato modo, a meno che egli stesso ce lo voglia rivelare.
A questo punto il problema diventa unicamente storico.
Su Dio gli uomini si sono formati i concetti piú disparati e, spesso, piú assurdi. Moltissimi, dinnanzi all'immensità dell'Universo e all'oscurità dei suoi primordi e dei primordi della specie umana, sono giunti a negarne l'esistenza. E se Dio stesso non fosse intervenuto, saremmo rimasti per sempre nell'oscurità e nel dubbio. Ma egli è intervenuto nella storia, anzi, per nostra fortuna, si è fatto uomo in Gesú e in lui ci ha mostrato il suo volto e la sua natura: Dio è amore. (i Gv 4,16). Tanti relegano Gesú tra i miti, e paragonano il cristianesimo alle altre religioni. Costoro ignorano la storia o ignorano come la si fa. Uno di questi, Howard Murphet, nel suo libro Sai Baba, l'uomo dei miracoli, che sta avendo tanto successo nel mondo, paragona Cristo a Krishna e i miracoli di Cristo ai miracoli di Krishna e di Sai Baba, senza sapere che Krishna non è mai esistito e senza sapere cosa è il miracolo e cosa è il prodigio.
Non ci può essere storia senza documentazione. Lo storico deve essere
imparziale e rigoroso come il giudice. Ora niente c'è di piú documentato di Cristo. Basta dare uno sguardo ai suoi tempi. I personaggi piú documentati di quel tempo sono: Augusto, di cui scrissero Plutarco 8o anni dopo, Tacito 102 anni dopo, Svetonio 105 anni dopo; e Tiberio, di cui scrissero: un contemporaneo, Vellaio Patercolo, Tacito e Svetonio 79 e 82 anni dopo. Di Cristo, invece, scrissero 8 contemporanei (Matteo, Giovanni, Giuda, Giacomo, Pietro, Paolo, Luca, Marco), dei quali i primi 5 furono addirittura testimoni oculari; e nell'arco di 15o anni dalla sua nascita, scrissero tanti altri storici, 15 dei quali sono ricordati nel nostro libro Certezze su Gesú. E quello che piú impressiona è che tutti questi scrittori si fecero ammazzare per testimoniare quanto avevano scritto, mentre degli scrittori della storia profana nessuno ha rischiato nulla.
2. Niente di piú sicuro della divinità di Cristo
Il problema, quindi, si riduce a vedere se Gesú ha dato prove sufficienti della sua divinità. Il primo dovere dell'uomo è di esaminare tali prove, perché Gesú le ha date. Per questo Gesú disse agli ebrei: « Se non faccio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le faccio, se non volete credere a me, credete alle opere, affinché sappiate che il Padre è in me, ed io sono nel Padre » (Gv 10,37).
« Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero colpa; ma ora non hanno scusa del loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto tra loro opere che nessun altro mai fece, sarebbero senza colpa; ma ora, anche dopo averle vedute, hanno odiato me e il Padre mio » (Gv 15,22).
« Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Perché se in Tiro e in Sidone fossero stati fatti i miracoli compiuti in mezzo a voi, già da gran tempo avrebbero fatto penitenza, cinti di cilizio e ricoperti di cenere. Perciò vi dico: nel giorno del giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno serveramente di voi » (Mt 11,21).
Ed agli ebrei, che dopo il miracolo della guarigione del cieco nato non solo non si convertono, ma si ostinano ad andare contro di lui, egli dice: « Se foste ciechi, non avreste colpa. Invece voi dite: "Noi vediamo". Il vostro peccato rimane » (Gv 9,41). Cosí rimane il peccato di quanti non vogliono esaminare i miracoli con i quali Dio garantisce la Chiesa cattolica. A questo punto a coloro ai quali restano dubbi sul miracolo resta solo da studiare diligentemente i miracoli con i quali Dio ha sempre garantito e continua fino ad oggi a garantire la Chiesa Cattolica.
Bisogna distinguere i miracoli dai prodigi. I prodigi possono essere: guarigioni di malattie funzionali, operazioni chirurgiche spettacolari, apporti, levitazioni, ecc., come quelli di Sai Baba, dei fachiri, dei prestigiatori e di uomini forniti di particolari doti psichiche, e, naturalmente, del diavolo.
I miracoli sono creazioni o annientamento di materia, ciò che può fare soltanto Dio: essi, per non venire confusi con gli apporti, debbono venire controllati nel corpo umano. Cosí, ad es., sono miracoli la scomparsa in un ammalato di masse tumorali e la creazione, al loro posto, di cellule e tessuti sani.
Dalla Chiesa vengono accettati quali miracoli e tali vengono dichiarati soltanto quelle guarigioni che hanno un supporto di carattere scientifico.
La constatazione dei miracoli di oggi ci dà la garanzia di miracoli di Cesú, senza dei quali non si può spiegare il trionfo del cristianesimo, venuto dalla tomba di un crocifisso. D'altro lato, i miracoli garantiscono la Chiesa cattolica; e siccome essi avvengono nella Chiesa Cattolica soltanto, i suoi avversari ricorrono all'espediente dei nemici di Gesú: li attribuiscono a Satana.
3. Niente di píú grande dell'Eucarestia
Dove, però, si oltrepassano i limiti della credibilità è nell'Eucarestia. La Chiesa insegna che quando viene celebrata la Messa, a due semplici parole del sacerdote celebrante, l'infinito Iddio scende nell'ostia e che in quella piccola ostia di alcuni centigrammi il Figlio di Dio viene a stabilirsi con l'intero suo corpo, con la sua anima, col suo sangue, con la sua divinità. Peggio ancora, egli è cosí presente in ognuna delle milioni di ostie che si conservano nelle chiese cattoliche del mondo. Com'è possibile questo? C'è da impazzire.
Ma anche qui il problema non è di vedere se è possibile o no, ma di vedere se Gesú è degno di fiducia o no; e, dato che egli è Dio, il problema diventa molto semplice: Gesú ha detto di trovarsi cosí presente nell'Eucarestia, o lo ha detto soltanto simbolicamente?
Per questo i Testimoni di Geova hanno cambiato il testo evangelico, dando alle parole di Gesú un significato simbolico. Ma i testi originali evangelici sono inequivocabili: « Or mentre mangiavano, Gesú prese il pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: "Prendete e mangiate: questo è il mio corpo". Poi, preso il calice, rese grazie e lo diede loro dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue della nuova alleanza, il quale sarà sparso per molti in remissione dei peccati" » (Mt 26,26). Le stesse parole vengono riportate dai Vangeli di Marco e di Luca e da s. Paolo (i Cor 11,24).
E perché i suoi discepoli non avessero potuto avere dubbi su questo mistero, Gesú li aveva preparati con queste parole ancora piú chiare e inequivocabili: « In verita, in verità vi dico: se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il mio sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Poiché la mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui » (Gv 6,5z-56).
A questo punto la persona intelligente deve finire di ragionare col metro umano, deve piegare il capo e dire: « Signore, io credo! A te tutto è possibile! ». Per questo l'omaggio della fede è l'omaggio piú grande che l'uomo possa fare a Dio; e per questo l'uomo mediante la fede viene giustificato da Dio, e per questo « senza la fede è impossibile piacere a Dio » (Ebr 11,6).
Ed è per questo che, l'uomo piú ragionevole, o meglio l'uomo semplicemente ragionevole è l'uomo che ha fede e che dinnanzi alla parola di Dio, rinunzia di ragionarvi sopra e crede; per questo, infine « chi non crederà sarà condannato e chi sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato » (Mc 16,16).
L'idea dell'Eucarestia poteva venire in mente solo a Dio; e, naturalmente, soltanto lui poteva attuarla. L'Eucarestia è al centro del pensiero di Dio, al centro di tutta l'opera della creazione e di tutto il mistero cristiano. Per questo Gesú, istituendo l'Eucarestia, la chiamò « mysterium fidei » ossia il piú grande mistero della nostra fede.
Il progetto di Dio è unico: esso, concepito dall'eternità, si svolge nel tempo: materia, galassie, Terra; e nella Terra gli uomini dovevano essere cosí come sono, cioè liberi, capaci di amare, di fare il bene e di fare il male; soltanto cosí avrebbe potuto verificarsi l'incredibile, cioè che il loro Creatore, il Creatore dell'universo, fattosi uomo, sarebbe stato messo da essi in croce, avrebbe cosí potuto dare la prova piú evidente del suo infinito amore, e avrebbe potuto attirarli e unirli a se mediante l'Eucarestia.
Gesú non ha istituito l'Eucarestia per dare un saggio della sua sapienza e della sua potenza infinita, ma per attuare il suo meraviglioso progetto d'amore. Ci dice il Vangelo: « Gesú, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine » (Gv 13,1), e istituí nell'ultima cena, l'Eucarestia, quale memoriale e rinnovazione del suo sacrificio e quale mezzo necessario per la formazione del suo Corpo Mistico, ossia per riunire in uno, dopo averli purificati col suo Sangue, tutti i figli di Dio dispersi nella terra, unirli organicamente a sè e divinizzarli nel suo Corpo Mistico, che è la Chiesa; cosí come fa l'albero che assorbe con le sue radici gli elementi materiali sciolti nell'umidità della terra, li assimila e li trasforma in suoi fiori, in sue foglie, in suoi frutti.
Infine, con l'Eucarestia Gesú dà agli uomini il potere di risorgere tutti giovani, immortali, gloriosi come lui, e di renderli eternamente felici. L'Eucarestia è l'opera piú grande di Dio.
Ma come i cibi diventano carne dell'uomo soltanto quando da lui vengono mangiati e assimilati, e come quelli che non vengono da lui assimilati vanno a finire nella fogna; cosí gli uomini divengono Corpo Mistico di Gesú e raggiungono tale felicità eterna soltanto se fanno la santa comunione e se si sforzano di vivere in grazia, e di rendersi, almeno in qual-
che modo, simili a Gesú nel parlare, nel guardare, nell'amare, nell'agire, mettendo in pratica il Vangelo; mentre quelli che in nessun modo cercano di vivere cosí vanno a finire nella fogna dell'universo, che è l'inferno.
CAP. XIII - LA SPIEGAZIONE MATERIALISTA DEI FATTI PARANORMALI
È stile dei materialisti la tantologia, ossia il pretendere di dare la spiegazione di fatti che non accettano ripetendo la parola o ricorrendo a una parola piú difficile. Cosí i materialisti, mentre da un lato negano i fatti che non possono spiegare, dall'altro pretendono spiegare i fatti che comportano una componente spirituale dell'uomo (quella che chiamiamo anima), ricorrendo alla parola psiche o a quella « paranormale ».
Accettiamo, per intenderci, la parola « paranormale » per indicare tutti i fatti inspiegabili comunemente, compresi quelli mistici.
Il problema dei fatti paranormali lo ha affrontato scientificamente il sacerdote Andreas Resch, redentorista, sud-tirolese. Con quanta serietà lo abbia affrontato lo testimoniano le due grandi e importanti Università che lo hanno chiamato a creare in esse e a dirigervi due nuove facoltà: quella di Innsbruck, presso la quale ha creato e dirige «l'Institut fur Grenzgebiete der Wissenschaft », ossia « Istituto per le zone di frontiera della scienza »; e la Pontificia Università Lateranense, presso la quale, nell'Accademia Alfonsiana, insegna « psicologia clinica e paranormologica ».
A Innsbruck il Padre Resch ha costruito una palazzina a due piani, chiamata « Maximilianstrasse », dove ha creato un imponente schedario nel quale raccoglie tutti i fatti paranormali che avvengono nel mondo, classificandoli in quattro categorie principali: fenomeni parafisici (ad es. fantasmi, bilocazioni, tavoli rotondi, telecinesi, ecc.); fenomeni parabiologici (ad es. guarigioni inspiegabili, digiuni prolungati, stimmatizzazioni); fenomeni parapsichici (ad es. pre-cognizioni, chiaroveggenza, telepatia); fenomeni paranormali spirituali (ad es. intuizione, profezia, esperienze extracorporee di morti rianimati, sopravvivenza, apparizioni).
A tutti questi fatti bisogna aggiungere i molti casi di mistici cristiani che stanno per molti anni senza mangiare, né bere, sostenuti unicamente dalla comunione quotidiana: casi debitamente controllati come quello di Alexandrina da Costa che stette 13 anni senza mangiare, né bere; o di Teresa Neumann che cosí stette ben 32 anni. Mistici viventi che vivono sostenuti dalla sola comunione ce ne sono tanti. Abbiamo sentito parlare di Sisina Tanzariello da Ostuni, e di Elena Martoriello da Castellammare di Stabia.
Su tali fatti il Padre Resch organizza periodicamente convegni internazionali di studi, i cui Atti vengono richiesti dalle piú importanti biblioteche del mondo.
Volere escludere per principio in tutti questi fenomeni la presenza e l'azione di forze spirituali è precludere ogni spiegazione, è antiscientifico ed è voler escludere quello precisamente che si deve cercare; contemporaneamente è voler negare e voler rifiutare ogni spiegazione alle centinaia di milioni di fenomeni di spiritismo, di stregoneria, di medianismo, di magia nera e bianca, che solo a Torino hanno un fatturato superiore a quello dell'intera industria della FIAT; ed è, infine, negare o rifiutare ogni spiegazione a fatti scientificamente e storicamente provati con ogni scrupolosità, quali i miracoli, le apparizioni e i prodigi.
Pretendere, assente, di vederci meglio di tante migliaia di testimoni oculari è quanto di piú stupido si possa immaginare.
A titolo esemplare citiamo qualche caso.
A Rosenheim, presso Monaco di Baviera, una forza occulta, che chiamiamo Foltergeis (cioè spirito folletto), fa volare in aria tanti oggetti, altri li fa muovere e scompiglia. Il fatto è stato appurato dalla Polizia, dalla Magistratura e da vari scienziati, oltre che dal Centro di Fisica Max Plank.
Ad una persona che attribuiva ad auto-suggestione la comparsa di stimmate di Teresa Neumann, la medesima rispose: « Perché, allora, quando penso al diavolo non mi spuntano le corna? ».
E se si volesse attribuire ad auto-suggestione il racconto di tanti morti incontrati da morti rianimati (quali, ad es. quelli citati dal Moody nel suo libro La vita oltre la vita), come attribuire a suggestione identici racconti di indú morti rianimati che non credono alla sopravvivenza personale? Tutto questo è capitato a un mio amico vivente: si chiama Alfio Coppola, è di Adrano (CT), ma risiede, per lavoro, in Germania. Il suo indirizzo è: 852o Erlangen - Eggeneuterweg, 46.
Il 25.6.1982 egli venne solo con la sua Fiat 150o da Erlangen in Sicilia. Giunto alle ore 24 per l'autostrada allo svincolo della Casilina a Roma, e non sapendo per dove andare per giungere a Piazza Zama, vicino alla quale stavano due sue sorelle, tentò di fermare diverse macchine per chiedere informazioni, ma inutilmente. Preoccupato per non sapere cosa fare, vede venire da Roma una 500. Fa segno. La 500 si ferma; scende un giovane elegante, il quale gli indica la strada: prendere lo svincolo, fare il rettilineo fino a un incrocio a T, dove avrebbe dovuto svoltare a sinistra. Il Coppola svolta la macchina ed esce per lo svincolo; ma il giovane, inspiegabilmente, fa come un fulmine marcia indietro, lo precede per il rettilineo e dopo alcuni secondi scompare, sebbene il Coppola marciasse a tutto motore. Dopo circa un Km, alla luce della luna e dei fari, il Coppola vede venire un uomo a piedi. Giuntogli vicino, si ferma, scende dalla macchina che lascia con i fari accesi, e gli chiede per dove andare per giungere a Piazza Zama. Il pedone gli dà le stesse indicazioni del giovane della 500; ma, appena il pedone cessa di parlare, una voce da dietro gli dice: « Prosegua come le è stato detto ». Il Coppola si volta, e vede alle sue spalle un uomo corpulento, alto m 1,8o. Si rigira, e vede accanto al primo pedone un
altro uomo e due donne, una alta e grossa, l'altra magra. Tutti e cinque erano scalzi: gli uomini senza cravatta; le donne in camicia da notte, una chiara, l'altra scura. Il Coppola per il momento non ci fece caso e pensò che tutti e cinque avessero fatto voto di un pellegrinaggio a piedi scalzi e che lo facessero di notte per il fresco. Li salutò, si rimise in macchina e riparto. Ripensandoci, di colpo si fermò e si voltò per vedere dove i cinque andassero; ma tutti e cinque erano spariti. Ridiscese dalla macchina; ma non c'era piú nessuno. Il cancello piú vicino era a 3oo mt; ed era impossibile che avessero in pochi secondi percorso i 300 mt. Dopo 500 mt vide un cartello con freccia a sinistra; credendo fosse l'indicazione dell'incrocio, andò a sinistra e si trovò subito dinnanzi a un cancello con la scritta: Cimitero. Qui il Coppola fu preso dal terrore; scappò in macchina come un disperato e, fortunatamente, poco dopo si trovò in Via Antonio Coppi dalle sue sorelle. Queste, vedendolo cosí terrorizzato, gli dissero che a Roma c'è l'uso di seppellire tutti i morti senza scarpe; gli uomini anche senza cravatta e le donne in camicia da notte. Di questo fatto il Coppola mi ha fatto un verbale.
A questo punto non ci resta che dare la spiegazione cattolica a tutti quei fatti paranormali che non possono spiegarsi naturalmente: esistono gli spiriti buoni (gli angeli) e quelli cattivi (i demoni); i morti sopravvivono e vanno o in paradiso o in purgatorio o all'inferno; i morti, col permesso di Dio, possono comparire o anche solo parlare; quelli che danno consigli buoni sono o in paradiso o in purgatorio; quelli che danno consigli contrari agli insegnamenti del Vangelo sono demoni.
Ed infine due fatti raccontatimi dagli interessati stessi.
Una ragazza mi raccontò quanto le successe nell'ottobre 1986. Invitata da un'amichetta, mise un bicchiere su un tavolo e disse a voce forte: « Spirito, se ci sei fatti sentire ». All'istante il bicchiere cominciò a muoversi e a camminare sul tavolo. All'indomani, presoci gusto, ripeté l'esperimento, e con lo stesso successo. Allora io le dissi: « Ma non sai che hai fatto peccato mortale? » La ragazza, spaventata, mi rispose: « Non lo sapevo; ora che lo so non lo faccio piú ».
L'anno scorso mi venne a trovare un'anziana vedova con un suo figlio e mi disse: « Padre, mi venga in aiuto. Non posso piú stare nella mia casa. Sono terrorizzata; ho dovuto ora rifugiarmi nella casa di questo mio figlio. Da sei mesi, giorno per giorno, nella mia casa i quadri sacri cadono dalle pareti per terra. Li riattacco alle pareti, l'indomani li ritrovo per terra. E questo, giorno per giorno: mentre sono in una stanza avviene nell'altra stanza. Le immaginette sacre e i quaderni li trovo stracciati; tanti oggetti mi scompaiono e alcuni li ritrovo un altro giorno in altro posto ». Il figlio mi conferma il racconto della madre e mi dice di esserne testimonio. Chiedo se in quella casa entrano bambini o altre persone. Mi rispondono: « Nessuno ». Consiglio loro gli esorcismi e di vivere in grazia di Dio. Mi pregano di fare tutto io. Li confesso, vado a fare gli esorcismi nella casa e
quindi ne benedico le stanze e tutti gli angoli! Trovo i quadri per terra, ma intatti, perché erano stati tutti benedetti; immaginette e quaderni stracciati, il porta-vivande ripieno sopra il vaso del gabinetto, ecc.
Dopo il mio intervento finí tutto.
Un infermiere dell'ospedale di Biancavilla (CT), di nome Tomasello Pietro, stimatissimo da quanti lo conoscono, mi racconta e mi scrive tanti fatti a lui capitati, dei quali ne accenno solo alcuni.
Aveva un figlio, di nome Alfredo, molto intelligente, ma condannato su una sedia a rotelle per distrofia muscolare. Alfredo faceva ogni domenica la comunione, sopportava tutto con pazienza, e quando la mamma s'impazientiva vedendolo cosí condannato, egli con dolcezza le diceva: « Perché fai cosí, mamma? Un giorno starò bene! ». Il 18.12.198o, a 17 anni, Alfredo improvvisamente si aggravò e morì il padre lo amava profondamente, lo aveva voluto sempre servire lui stesso e, da allora, non fa che piangerlo. Alfredo ora lo ricompensa salvandogli tante volte la vita. Riporto dal racconto del Tomasello soltanto alcuni fatti.
Quattro mesi dopo la morte del figlio, il Tomasello raccoglieva nella sua sciara le ulive. Ritto su un alto ramo, perdette l'equilibrio e cadde indietro. Avrebbe battuto la nuca nelle pietre e sarebbe morto; ma gli spuntò di sotto il figlio, lo prese sotto le ascelle, lo rimise sull'albero e spari.
Dopo alcuni altri mesi, mentre irrigava il suo agrumeto fatto a terrazze, cadde bocconi dall'altezza di due metri sulle pietre sottostanti. Come minimo si sarebbe rovinata la faccia; ma gli spuntò di sotto il figlio, lo prese fra le braccia, lo andò a deporre piú in là sul terreno soffice, e spari.
Infine, un fatto che sta facendo scalpore in tutta l'Italia: viene raccontato da Lino Sardos Albertini, avvocato e cassazionista e presidente dell'Accademia di Studi Giuridici ed Economici di Trieste, nel suo libro Esiste l'al di là, il 1o ottobre 1985 (Reverdito Editore, Trento).
Il libro in alcuni anni ha raggiunto la 1oa edizione. Porta la presentazione di Padre Pasquale Magni, presidente dell'Ass. Culturale « Acropoli » di Roma, scrittore, ex-generale della Compagnia S. Paolo, e la prefazione di Paola Giovetti, parapsicologa di fama internazionale, giornalista, scrittrice, redattrice della rivista « Luci e ombre ».
Il Sardos Albertini aveva un figlio, di nome Andrea, nato il 29.7.1955. All'età di 5 anni, Andrea a causa del morbillo perdette completamente l'udito dell'orecchio sinistro. Visitato dai piú illustri otorini europei ebbe la stessa diagnosi: l'udito era irrecuperabile. I genitori, andati a Lourdes, ne riportarono una boccetta d'acqua benedetta e per alcune settimane l'applicarono all'orecchio di Andrea, pregando e facendolo pregare. Improvvisamente Andrea riacquistò l'udito; visitato dagli stessi medici che lo avevano visitato prima, questi rimasero sbalorditi. Lo stesso Vescovo di Trieste volle dare l'annuncio del miracolo nel giornale « Il Piccolo » il 15.7.1961.
Andrea si fece un giovanottone alto m 1,95; era intelligentissimo, buonissimo, religioso, atleta, incapace di un qualunque male.
Il 9.6.1981, partito da Trieste con un assegno di £. 3.000.000, scomparve. Tutte le ricerche fatte dalla Polizia e da Investigatori privati per vari anni rimasero vane.
Un giorno il padre, ripetutamente sollecitato da un cliente, andò a trovare una sensitiva nella stessa Trieste, di nome Anita, donna molto religiosa e riservatissima, per avere notizie del figlio.
I colloqui con Anita cominciarono il 17.2.1983 e si protrassero, naturalmente con intermittenze, fino al 17.8.1985. L'avvocato verbalizzò tutte le domande e le risposte delle sedute. La Anita, seduta a un tavolo, si raccoglieva, apriva il palmo della mano sinistra e la biro vi si attaccava come un ferro alla calamita. Quindi la Anita, avute le domande del Sardos Albertini, scriveva col palmo aperto in un foglio dall'alto in basso, le risposte date da Andrea. Sembrerebbe incredibile, se la Anita non ne avesse data la dimostrazione, dopo molte sollecitazioni, alla TV, canale 1, col patto che non fosse ripresa di faccia per non essere assalita da tutti gli italiani; essa non vuole denaro da quei pochi che riescono ad avvicinarla, perché, dice, i doni di Dio non si vendono e non si comprano.
Per mezzo di Anita, Andrea disse al padre come 1'11.6.1981, andato a un Banco a Torino a riscuotere l'assegno di £. 3.000.000, osservato da alcuni malviventi, era stato derubato, ucciso e gettato nell'argine del Po; e ne indicò il posto. L'avvocato poté tutto verificare.
Naturalmente questo non bastò all'avvocato per convincersi che suo figlio gli parlava per mezzo di Anita; e stette per diversi anni a studiare la donna. Poté constatare che era impossibile scrivere dall'alto in basso come i cinesi; che la Anita non conosceva il contenuto di quanto aveva scritto, se prima non metteva il foglio orizzontale e lo leggeva; che le espressioni, i vocaboli, lo stile, la sintassi delle risposte scritte erano di gran lunga superiori al patrimonio linguistico e culturale di Anita; che nelle risposte venivano date notizie di fatti che la Anita non poteva assolutamente sapere. Restava questo problema: queste risposte venivano da Andrea o da un demonio?
Allora l'avvocato, per vedere la provenienza, gli chiese quale fosse il suo parere circa questi versetti di s. Giovanni: «Da questo conoscete lo spirito di Dio: ogni spirito che confessa Gesú Cristo, venuto in carne, è da Dio; e ogni spirito che non confessa Gesú non è da Dio » (1 Gv 4,2). Andrea rispose: «Sull'argomento posso confermare su tutto. Infatti Gesú, cioè la Luce infinita, vuole con infinito amore che tutte le sue pecorelle pascolino sul grande prato cosparso di divine parole che è la Bibbia ».
Domanda: « Quindi confermi che Gesú Cristo è venuto in carne sulla terra da Dio? ».
Risposta: « Si, lo confermo in nome di Cristo ».
Un altro giorno Andrea disse al padre che spessissimo intervengono a dare delle risposte a nome di defunti dei demoni, e che bisogna stare molto attenti sul tenore delle risposte per vedere la loro provenienza; in ogni caso quando si fanno domande inutili, o soltanto curiose o di vincite intervengono sempre i demoni a dare le risposte.
In definitiva l'avvocato si convinse che era suo figlio a dare le risposte; che suo figlio non poteva intervenire con chiunque tra i viventi, né per anime che non conosceva; che egli dava le risposte soltanto in rapporto alla missione alla quale era destinato e non per alcun'altra finalità.
Un altro giorno il padre chiese ad Andrea cosa avesse provato al momento della morte. Andrea rispose: « Io ti posso dire cosa ho provato personalmente, perché si differenzia molto morte da morte. Al momento, io fisicamente stavo bene, però ero spaventato. Infatti la mia situazione era brutta, alla mercede di individui pericolosi. Quando sono stato ucciso io non mi sono accorto, però vedevo la scena dall'alto ed ho seguito tutti i particolari dall'alto con distacco, con indifferenza. Questo è durato un bel po', finché la mia anima ha imboccato il lungo tunnel ».
Domanda: «Puoi dire qualcosa di piú preciso su questo tunnel?». Risposta: « L'entrata ti attrae perché vedi in fondo al tunnel una grandiosa Luce che ti chiama; ma non sempre arrivi presto ad attraversarlo. Quelli piú fortunati, come me, che sono accolti e accompagnati da amici o parenti, si. Altri, invece, devono aspettare anche molto tempo, e questo dà sofferenza, perché si sa che oltre è meraviglioso e si vorrebbe arrivare quanto prima ».
Domanda: « Cosa hai provato appena morto? ».
Risposta: « Tanta pace, nessun desiderio di tornare indietro. Il mio amico Marco (ottimo giovane morto prima) è venuto ad accogliermi per oltrepassare la grande Luce ».
Domanda: « In che ambiente si trova a vivere l'anima? ». Risposta: « Bellissimo, tanto bello, che è indescrivibile ».
Domanda: « C'è veramente un giudizio relativo al modo in cui si è vissuti? ».
Risposta: « Tutto viene giudicato dalla Luce Infinita. Il bene viene premiato; il male condannato ».
Domanda: « Cosa è questa Luce Infinita? ». Risposta: « È Gesú ».
Domanda: « Esiste da voi l'odio e l'amore? ».
Risposta: «Qui non esiste l'odio; la cattiveria e tutte le sensazioni che provate voi sono terrene. Il nostro mondo è fatto di tutt'altro. II nostro amore ce lo dà tutto ciò che ci circonda, non solo per i nostri cari, ma anche per tutti i malvagi, perché assorbiamo l'amore che ci dà la Luce Infinita ».
Un altro giono Andrea disse al padre che egli era nato ed era morto per far conoscere agli uomini che esiste l'aldilà, e concluse: «Bisogna far conoscere al mondo intero che esiste un aldilà, perché solo con queste convinzioni l'umanità si ricrederebbe e vivrebbe in pace, in onore della Luce Infinita ».
Quindi Andrea disse al padre che, per compiere questa sua missione, si doveva fare aiutare da Paola Giovetti. Il padre, non conoscendo neanche il nome di tale persona, chiese ad Andrea chi essa fosse. Andrea gli rispose: « Quella che trasmette nel programma TV "Italia Sera" ».
L'avvocato andò poi a rintracciare la Giovetti; ed essa si mise a disposizione. Intervenendo la Giovetti, alcune settimane dopo, l'11.11.1984, ad una seduta, Andrea la ringraziò della sua disponibilità e le disse: « Tu, Paola, devi, per piacere, far conoscere tramite stampa che esiste un aldilà; ma se vuoi rivolgerti a persona interessata, fallo tu. Tu lo sai, vero? ».
Resta opportuno qui notare che quanto dice Andrea sul tunnel scuro e sulla Luce Infinita trova un preciso riscontro con quanto dicono i morti rianimati del Moody (La vita oltre la vita), e che in confronto con la dottrina cattolica, il tunnel scuro può identificarsi col purgatorio.
CAP. XIV - VENIRE ACCREDITATO SENZA CREDENZIALI
In tutti gli affari pubblici e privati non c'è persona al mondo che si presenti a nome di un'altra, senza esibire una procura o delle credenziali. Gesú stesso le ha date, come fa rilevare ai giudei: « Se io rendo testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non vale. Vi è un altro che testifica per me (il Padre) » (Gv 5,31). « E quando ancora i giudei insistono: "Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente"; egli risponde: " Ve l'ho detto e non credete; le opere che io faccio in nome del Padre mio, queste mi rendono testimonianza", cioè i miracoli » (Gv 10,25).
È sorprendente vedere come gli uomini, oggi, cosí oculati nel comprare o nel vendere qualsiasi cosa, siano divenuti cosí leggeri da rasentare la stupidità, nel consegnare la propria anima al primo che gliela chiede in nome di Dio, senza fornirgli nessuna credenziale, sia esso Russell, fondatore dei Testimoni di Geova, sia Moon, fondatore della Chiesa dell'Unificazione, sia un qualunque stregone o un qualunque Say o santone indiano.
Per la verità c'è oggi uno che fa sfoggio di credenziali, ossia di miracoli, per provare la sua divinità: è Satya Sai Baba; ma prima di parlare di lui occorre dare uno sguardo all'induismo.
1. Uno sguardo all'induismo
L'induismo è un complesso selvaggio e contraddittorio di credenze, dovuto agli apporti dei vari popoli immigrati in India e, successivamente, alle elaborazioni di varie scuole teologiche indiane.
La piú antica divinità indo-europea è Dyasus-pater. Essa ha dato origine alla religione greca (Zeus Pater), alla religione romana Cuppiter, deorum hominumque pater) e a quella indiana. Dyasus-pater unendosi alla Prthivimatar (o Terra Madre) genera gli dei: Varuna (dio del firmamento), Mitra (dio della fedeltà), Agni (il Fuoco), Usas (l'Aurora), Surya (il Sole), Parjanya (la Pioggia), ecc. Ad essi si aggiunsero, in seguito, delle divinità non arie: Rudrà (divenuto, poi, Shiva, il distruttore), Visnú, Indra, ecc.
Infine, la preghiera diede origine al Brahmanesimo, che poi fu organizzato in un sistema. Ne diamo qualche idea sulla scorta dei libri sacri indiani: i Veda, le Upanishad, la Bhagavad-Gita, ecc.
Il Dyasus-pater è divenuto Brahman. L'io profondo dell'uomo, man, è anche esso identico al Brahman. Quando la persona ha attinto una conoscenza illuminata può dire: « Io sono Brahman. Il Brahman è l'Uno senza secondo; è l'Assoluto impersonale » (Upanishad IV, 12).
« Questo Atman dentro il mio cuore è piú piccolo di un grano di riso; e tuttavia è piú grande di tutta la Terra, piú grande delle regioni intermedie, piú grande dei Cieli ... Questo Brahman dentro il mio cuore è il Brahman stesso » (Upanishad III, 14,3). Ogni essere è un'incarnazione o « avatara » di Brahman; per cui si può dire che tutti gli dei e anche noi tutti gli uomini siamo noi col nostro nome e cognome, e non siamo noi in quanto non esistiamo, ma esiste solo Brahman. l principali dei, oltre quelli ricordati, sono: Krishna, Rama, Brahma, Hanuman in forma di scimmia, Ganesha con testa di elefante, ecc.; e poi le loro mogli, come Parvati, moglie di Shiva, ecc. ecc.
È inutile parlare all'indú di logica, di assurdo, di coerenza; vi risponderà di non fare dei feticci della logica, dell'assurdo, della coerenza, come anche ebbe a dire lo stesso Gandhi. E cosí Satya Sai Baba, come qualunque indú, non ha il minimo tentennamento a dichiarare storici tutti questi miti, ad accettare come storica la Baghavad-Gita, ad accettare lo stesso Gesú dichiarandolo una reincarnazione di Krishna, precedente alla sua.
Dinnanzi a tutte queste stramberie si resta shoccati come l'uomo possa giungere a rinunziare cosí alla ragione; come, soprattuto vi possano giungere dei cristiani. Ma già s. Paolo lo aveva profetizzato: « Verrà un tempo in cui gli uomini non sopporteranno piú la sana dottrina, ma per il prurito di ascoltare cose piacevoli si circonderanno di una folla di dottori secondo i loro capricci, e distogliendo l'orecchio dalla verità, si volgeranno a favole » (2 Tm 4,4).
2. Chi è Satya Sai Baba
Satya Sai Baba, ossia il Santo Baba, è nato il 23.11.1926. Suo padre, Pedda Raju, gli mise nome Satyanaravana. Intanto nel 1918 era morto un santone indú, di nome Sai Baba di Shirdi, profetizzando che si sarebbe reincarnato in un ragazzo di 8 anni. Dopo 8 anni nacque, come abbiamo detto, Satyanarayana, ma non si accorse di essere la reincarnazione di Sai Baba di Shirdi; se ne accorse il 23.5.194o e subito lo manifestò. Questa manifestazione non avvenne pacificamente, ma dopo violentissime crisi di pianto, di grida, di risate, di balbettii.
L'anno seguente Satya Sai Baba cominciò a operare i suoi prodigi per accreditare la sua nuova personalità quale ultima reincarnazione di un personaggio mai esistito, ossia del dio Krishna, e, quale tale, farsi adorare da torme di uomini, che si vanno inginocchiando e addirittura prostrando con la faccia per terra davanti a lui.
3. I miracoli di Satya Sai Baba
Un cristiano apostata, l'australiano Murphet Howard, divenuto suo fervente discepolo, nel suo libro Sai Baba, l'uomo dei miracoli (Ed. Savitri, Torino) narra un'infinità di « miracoli », operati da Sai Baba: fa apparire nelle sue mani ceneri, frutta, dolci, oggetti vari; attutisce dolori, opera una grande quantità di guarigioni, risuscita i morti, ecc.
Il Murphet, e quanti con lui parlano di miracoli, non sanno cosa per la Chiesa cattolica è miracolo. Per saperlo basta vedere l'iter che percorre il Bureau de Constatation Medical di Lourdes (formato da 37 medici, tutti specialisti), per dichiarare miracolo una guarigione.
Esso non prende mai in esame una guarigione da malattia funzionale, ma soltanto quelle da malattie organiche; non prende in esame le guarigioni non documentate preventivamente da diagnosi, da cartelle cliniche, da radiografie, da analisi biologiche o non avvenute subito senza alcun rimedio; dichiara una guarigione miracolosa soltanto dopo vari anni di studi sul caso.
Per le guarigioni di Sai Baba niente di tutto questo.
Mai una documentazione di questo genere, e quasi sempre si tratta di malattie funzionali.
Le sue resurrezioni sono soltanto nella fantasia dei suoi devoti. Basta osservare quella riportata dal Murphet.
Un grande amico e devoto di Sai Baba, Radhakrishna di Kuppam, giace sul letto di morte. Sopraggiunge Satya Sai Baba; manda via dalla stanza tutti, e vi resta lui solo. Dopo un po' apre la porta e mostra Radhakrishna vivo.
Non è tutto. Dopo 7 anni Radhakrishna cade ammalato con gravi dolori; gli fanno una iniezione di morfina e lo lasciano solo, in stato di incoscienza. Ma Radhakrishna, quando è solo, si alza in stato di incoscienza e si va a gettare nel pozzo dalle pareti levigate. L'indomani mattina i suoi parenti non trovandolo a letto, lo cercano, lo vedono nel pozzo e con delle corde lo fanno risalire. Radhakrishna è perfettamente asciutto, perché tutta la notte ha poggiato soltanto le palme dei piedi sull'acqua profonda del pozzo. Sopraggiunge Satya Sai Baba e gli dice: « Ancora mi dolgono le spalle per quanto sforzo ho dovuto fare tutta la notte a doverti sostenere di peso sopra le acque perché non vi affogassi » (Murphet, Sai Baba, pag. 228).
Come si fa a credere a simili storielle?
Per quanto riguarda le guarigioni e gli apporti di Sai Baba, siamo nel paranormale; essi possono spiegarsi con doti non normali che riscontriamo in una moltitudine di uomini, come pure in prano-terapeuti.
Gli apporti possono anche spiegarsi con l'azione di angeli o di demoni; li troviamo nelle biografie di diversi santi, nelle sedute spiritiche e medianiche e in uomini forniti di doti paranormali. Lo stesso Satya Sai Baba dice che gli oggetti che gli compaiono nelle mani glieli portano gli angeli; noi diciamo i demoni.
Sono personalmente amico di un uomo, molto devoto del Cuore di Gesú che fa opere immensamente superiori a quelle di Sai Baba, ma che dice di farle per un dono di Dio. Si chiama Giovanni Briguglio e riceve una moltitudine di ammalati e li cura gratuitamente a Fiumefreddo, prov. di Catania.
Moltissime persone dichiarano di essere state guarite da lui; egli cura dando soltanto dell'acqua che prende dal suo rubinetto.
Quando fa delle operazioni non anestetizza il paziente, né lo fa coricare; fa con il bisturi un taglio nella parte che deve essere operata ed estrae il male; non fa sentire il minimo dolore al paziente, né fa uscire una sola goccia di sangue dal taglio; risana istantaneamente la ferita, toccandola con le dita bagnate dalla sua saliva. Dopo l'operazione subita il paziente, se sa guidare, se ne va guidando la sua macchina. Di tutte queste cose operate dal Briguglio ho avuto testimonianza diretta da persone da lui curate.
Ma neanche in tutti questi casi del Briguglio possiamo parlare di miracolo. Per parlare di miracolo dobbiamo andare a fatti simili alla guarigione di Maria Ferrand, in coma per grosse caverne polmonari, avvenuta a Lourdes istantaneamente sotto gli occhi del suo medico, allora ateo, Alexis Carrel, premio Nobel; o a quella di Delizia Circolli di Paternò (CT), in fin di vita per cancro alla gamba, avvenuta d'un colpo, pure a Lourdes alcuni anni fa.
I miracoli sono le credenziali di Dio per i suoi ambasciatori, perché solo lui può farli, e si trovano solo nella Chiesa cattolica.
CAP. XV - L'IDENTIFICAZIONE DI UN'ISTITUZIONE CON I SUOI MEMBRI
Nessuno identifica la Legge con i giudici, né la Polizia con i poliziotti, né l'Arma dei Carabinieri con i carabinieri, o una qualunque autorità (sindaco, prefetto, presidente, ecc.) con chi la esercita. Né mai alcuno ha pensato di abolire la Polizia o l'Arma dei Carabinieri o i sindaci delle città, o i presidenti delle Provincie perché dei poliziotti o dei carabinieri hanno trafficato la droga o hanno rubato, o perché dei sindaci e dei presidenti sono stati arrestati per grosse tangenti avute nella concessione di appalti; e cosí via.
Invece, per quanto riguarda la Chiesa, subito se ne invoca la soppressione o se ne strombazza la inutilità, perché dei preti o dei vescovi o dei papi hanno fatto una vita poco buona o anche immorale; e, a corto di argomenti a portata di mano, si rivangano, senza averli studiati, argomenti triti e ritriti; l'inquisizione, le crociate, il processo di Galileo, ecc.
Qualunque studioso serio, dovendo trattare di un personaggio o di un fatto storico, lo inquadra nel suo tempo, nelle circostanze, nella mentalità di quel tempo; invece, quando si tratta di persone di Chiesa si giunge per direttissima alla condanna e delle persone e della stessa Chiesa.
Generalmente si fa cosí, per coprire la propria vita e per giustificare la propria condotta.
Ma, ammesso che tutte le accuse contro il clero siano fondate, a me cosa ciò interessa?
Se debbo andare in un posto e non so la strada, chiedo informazioni a qualcuno e non sto a fargli prima un processo sulla sua vita privata; tutt'al piú mi informo anche con un altro, per essere sicuro delle indicazioni avute.
E, se sono ammalato, vado da un medico bravo; ma non m'interessa come si comporta a casa o se è fedele alla moglie, ecc.
A me interessa sapere soltanto se la Chiesa l'ha fondata Gesú, se Gesú è Dio, se i sacramenti li ha istituiti lui, se i Vangeli sono ispirati da lui e cosa egli insegna su determinati argomenti di fede o di morale.
A me interessa sapere dai sacerdoti se la strada che mi indicano per salvarmi e per andare in paradiso è quella giusta; e se non mi convinco, vado ad informarmi da un secondo o da un terzo. Se poi uno o due o tanti di essi vanno a finire all'inferno per la loro vita privata, mi può dispiacere, ma non interessa proprio nulla.
Se Gesú ha condizionato la mia salvezza eterna all'osservanza della sua legge e alla comunione, a me interessa soltanto che i sacerdoti mi facciano conoscere fedelmente tale legge (che d'altronde posso sempre verificare, leggendo e meditando per conto mio il Vangelo); interessa che mi assolvano dai miei peccati, perché Gesú a tale assoluzione ha condizionato il suo perdono; interessa che celebrino la Messa e mi facciano la comunione. Se poi si comportano male, peggio per loro. A quanti, infine, restano scossi nella fede o si allontanano dalla Chiesa per cattivi esempi di sacerdoti c'è da ricordare la gustosa novella del Boccaccio, narrata nel Decamerone, il cui contenuto è il seguente: un ebreo manifestò a un amico cristiano l'intenzione di farsi cristiano. Dopo alcuni giorni gli disse che voleva fare un pellegrinaggio a Roma. L'amico, conoscendo la corruzione del clero romano, glielo sconsigliò in tutte le maniere, per paura che, vedendola, rinunziasse di farsi cristiano. L'ebreo vi andò ugualmente. Ritornato, chiese all'amico di accompagnarlo subito da un prete per battezzarsi. L'amico gli chiese: « Come? Non sei andato a Roma? ».
L'ebreo rispose: «Si, che ci sono andato. Ora capisco perché mi sconsigliavi! Ma nel vedere tutta quella corruzione, mi sono passati gli ultimi dubbi. Come potrebbe, infatti, esistere ancora la Chiesa con simili preti, se non fosse sostenuta da Dio? ».
CAP. XVI - DARE SENZA GESÚ UNA SPIEGAZIONE AL DOLORE E ALLA GIOIA
Di assoluto c'è solo Dio. Tutte le cose esistenti sono per l'uomo; l'uomo è per Cristo (i Cor 3,23), ossia per formare il suo Corpo mistico, e cosí, per mezzo di Cristo, raggiungere la felicità eterna.
Quando si dimentica Cristo e si da all'uomo una dimensione unicamente terrena, si arriva a pensare, secondo la propria condizione esistenziale, che l'uomo è nato per godere, oppure per soffrire. Allora l'uomo dice: « Se la vita è un male, perché Dio me l'ha data? Se è un bene perché me la toglie? ».
Invece nel progetto di Dio, sia la gioia che il dolore sono i mezzi per fare raggiungere all'uomo la felicità eterna, per la quale egli è stato creato. Senza Gesú non si può spiegare, né tanto meno giustificare e conciliare con la bontà di Dio, il dolore, specialmente quello dei buoni. Avremmo potuto raggiunger Dio senza soffrire; ma per l'invidia del diavolo e per il peccato entrò nel mondo la morte (Rom 5,12). L'uomo, peccando, si crede di essere libero; in effetti, egli allora è soltanto ignorante, ossia è soggetto al libero arbitrio.
Il libero arbitrio è la possibilità di scegliere tra il bene e il male; la libertà, invece, è la possibilità di scegliere tra due beni. Un uomo, che non abbia alcuna volontà di morire, non è libero quando prende una boccetta di sublimato corrosivo, credendolo un liquore, ma è soltanto ignorante, e muore per ignoranza; è libero quando sceglie tra un liquore e un altro, sapendo che entrambi sono liquori.
Se l'uomo sapesse quali orribili conseguenze avrà in questa vita e nell'altra il peccato, non ne farebbe mai; se poi credesse che c'è l'inferno e quali spaventosi tormenti ci sono in esso, si contenterebbe morire cento volte, anziché fare un peccato. Ma allora dove è la possibilità dell'uomo, se ignora tutto questo? È nel non credere a Gesú che chiaramente ne parla, come Adamo ed Eva non credettero a Dio che li aveva avvertiti di non mangiare il frutto proibito, ché altrimenti sarebbero morti.
Il Signore, per farci evitare la morte temporale ed eterna, ha messo nel corpo umano un campanello di allarme: il dolore. Senza il dolore nessuno si accorgerebbe di avere ammalati o i reni, o lo stomaco, o i polmoni, o il cuore, ecc.; e tutti moriremmo alla prima malattia senza neanche accorgercene. Ugualmente senza il dolore l'uomo piú facilmente si dimentica di Dio, molto difficilmente ritorna a lui, vive e muore nei suoi peccati, perde la felicità del paradiso e finisce all'inferno.
Infine, senza il dolore, l'uomo non può neanche avere una qualche idea dell'inferno.
Ci sono poi, oltre ai dolori che ci vengono dalle malattie e dalle nostre intemperanze, quelli che ci vengono dalla cattiveria degli uomini; e spesso essi sono immensi: basta pensare a quelli recati dalle guerre, dalla schiavitú, dai terroristi, dai campi di sterminio e dai lager nazisti e sovietici, ecc.
Tutti coloro che soffrono domandano giustizia. E Dio, infinitamente giusto, non aspetta che gliela chiedano. Per quelli, poi, già convertiti, le sofferenze della vita sopportate con pazienza, giovano per purificarsi, per evitare quelle molto piú gravi del purgatorio, per distaccarsi dalla terra e prepararsi al paradiso.
Già tutti i dolori umani, messi insieme, non raggiungono l'intensità dei dolori che soffre un qualunque dannato nell'inferno.
Bisogna aggiungere che quanto hanno sofferto tutti i perseguitati è ben piccola cosa rispetto a quanto soffrono ora nell'inferno i loro persecutori; e che la stessa tremenda passione di Gesú è ben piccola cosa rispetto a quanto soffrono nell'inferno i suoi crocifissori, come, d'altronde, Gesú stesso disse alle donne di Gerusalemme nel suo viaggio al Calvario: « Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi e per i vostri figli... Allora diranno alle montagne: "Cadete sopra di noi!", e alle colline: "Ricopriteci!" Perché se cosí si tratta il legno verde, che sarà del secco? » (LC 23,28).
Se si fosse potuto fare a meno del dolore, Gesú non sarebbe morto in croce. Non ne aveva proprio piacere. Dinnanzi al Crocifisso debbono finire tutti i nostri « perché ».
Alla fine dell'apparizione dell'1.2.1987 della Madonna a Belpasso, Rosario cadde svenuto. Fatto rinvenire da amici miei che gli erano accanto, e interrogato del motivo di tale svenimento, Rosario disse: « Dopo aver visto il paradiso e il purgatorio, alla fine vidi l'inferno. Vidi un fascio di luce partire dalla Madonna e come aprirsi la terra: in fondo ad essa vidi un mare di fuoco e, fra mostri orribili di animali sconosciuti, vidi i dannati urlare spaventosamente, stravolti e disperati. Fu allora che mi sentii morire ».
È stato per salvare gli uomini da tanta sventura che Gesú si è fatto uomo ed è morto nella croce; ed è per fare aprire gli occhi a tante centinaia di milioni di peccatori sul punto di dannarsi, che la Madonna va apparendo in tanti luoghi della terra e che va chiedendo ai buoni di aiutarla in questa opera di misericordia con le loro preghiere, coi loro digiuni, con le loro sofferenze e con il loro apostolato.
Nella terra non ci sono soltanto dolori; ma ci sono pure tante gioie e tanti piaceri che rendono gli uomini felici; tali gioie e tali piaceri sono spesso talmente inebrianti che fanno dimenticare agli uomini quelli che soffrono e fanno perdere loro il gusto di Dio e qualsiasi desiderio del paradiso.
Tuttavia anche la gioia e il piacere hanno una funzione importantissima nella vita; senza di essi l'uomo non penserebbe a sposarsi, ad avere figli e neanche a mangiare; tanto meno alle scienze e alle arti; peggio ancora, non potrebbe avere nessuna idea e nessun desiderio del paradiso.
Ora, ben conoscendo la giustizia e l'infinita bontà di Dio, non possiamo pensare che egli abbia riservato le gioie e i piaceri piú grandi ai peccatori, che quasi sempre sono quelli che godono di piú nella vita, mentre ai giusti, che nella vita hanno avuto spesso soltanto sacrifici e tribolazioni, abbia riservato qualche contentino in paradiso. La conclusione non può non essere la seguente: gli eletti in paradiso godono smisuratamente di piú di quanto hanno goduto in terra i peccatori.
S. Paolo, che ebbe la fortuna di vedere, ancora vivente il paradiso, disse: « Occhio umano non ha visto, orecchio umano non ha sentito, né è entrato nel cuore dell'uomo quello che Dio ha preparato a coloro che lo amano » (1 Cor 2,9).
La Beata Angela da Foligno, convertitasi a 26 anni, dopo la morte del marito, e datasi completamente a Dio, ebbe il dono in vita stessa della visione beatifica di Dio. Costretta dal suo confessore a dire cosa aveva visto in paradiso, disse: « Mettete insieme tutte le gioie e tutti i piaceri del corpo e dello spirito, che hanno goduto, godono e godranno lecitamente e illecitamente tutti gli uomini e tutte le donne della terra; io, in un solo istante della visione beatifica di Dio ho goduto immensamente di piú ».
E il Catechismo romano aggiunge: « Mettete insieme tutte le gioie e tutti i piaceri terreni; aggiungetevi tutti quelli che desiderate; immaginatene tanti altri ancora; la gioia e la fedeltà del paradiso li sorpassano smisuratamente ».
Naturalmente il premio dei buoni è proporzionato alla quantità e alla qualità delle loro opere buone e delle sofferenze da essi pazientemente sopportate.
Ugualmemte, per i peccatori, il castigo è proporzionato alla quantità e alla gravità dei loro peccati.
Per essi Gesú dice: « Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché patirete la fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e nel pianto » (Lc 6,24).
Qui sorge il problema: « È peccato gustare le gioie e i piaceri della vita? ».
La risposta è questa: « Niente affatto, purché non si escludano i fini per i quali Dio ve li ha messi: la conservazione della vita e la conservazione del genere umano per giungere a completare il numero degli eletti. Anzi, quando questi piaceri si godono nell'ordine voluto da Dio e se ne ringrazia Dio, diventano meritori ». Dice s. Paolo: « Sia che mangiate, sia che beviate, qualunque cosa fate, fate tutto per la gloria di Dio » (1 Cor 10,31).
« Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtú e merita lode sia oggetto dei vostri pensieri » (Fil 4,8).
E s. Agostino mostra la differenza tra i pagani e i cristiani: « I pagani vivono per mangiare; i cristiani mangiano per vivere ».
Il peccato è nell'escludere i fini per i quali Dio ha messo il piacere sia nel mangiare, sia nel bere, sia nei rapporti sessuali, ecc.; come pure in quei piaceri e in quei divertimenti che per la loro qualità o per la loro quantità ci fanno dimenticare Dio.
In genere, valgono le parole di s. Agostino: « Dio dà i beni di questo mondo, che sono piccoli e brevi, ai suoi nemici; dà i beni eterni, che sono immensi, ai suoi amici ».
D'altronde Gesú stesso parla espressamente di questo nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro.
CAP. XVII - CHE DIO ABBIA CHIUSO OGNI CONTATTO COL SUO POPOLO
Ci sono moltissimi cristiani ed anche tanti sacerdoti avversari irriducibili di tutti i prodigi e di tutte le apparizioni di Gesú o della Madonna. La loro argomentazione è semplice: « Questi prodigi e queste apparizioni sono troppi; dunque sono falsi tutti. Non abbiamo bisogno di essi per credere; ci basta il Vangelo ».
L'equivoco è evidente: altro è la fede, altro la riconferma o la riproposizione della fede o anche solo il richiamo alla vita cristiana. Siamo d'accordo: che il rivelatore e il perfezionatore della fede è uno solo, Gesú; e che la tradizione è fonte di fede soltanto nella misura che risale e si riallaccia agli insegnamenti orali di Gesú e degli apostoli non fissati nei libri del Nuovo Testamento.
Non siamo d'accordo nella irrazionalità e nella inutilità dei prodigi e delle apparizioni. I motivi sono questi:
1. Non possiamo e non dobbiamo essere noi a giudicare l'opportunità di un prodigio o di un'apparizione, ma Dio; né, tanto meno, possiamo assumerci il ruolo di consiglieri di Dio, o di suoi superiori ai quali egli debba domandare il permesso prima di un suo intervento.
2. Le prove che portano gli avversari di qualunque intervento di Dio nella storia della Chiesa sono che questi prodigi e queste apparizioni sono troppi; e quindi sono tutti falsi. A controprova riportano la provata falsità di un po' di prodigi o di un po' di apparizioni. Senza volerlo, essi cosí portano la prova che ci debbono essere i prodigi veri e le apparizioni vere; infatti nessuno fabbricherebbe biglietti falsi da £. ioo.ooo se non ci fossero i relativi biglietti veri. Come la bravura del cassiere non è nel dire che tutti i biglietti da £. 1oo.ooo sono falsi o che tutti sono veri (perché la direzione sua lo toglierebbe da cassiere), ma nel saper distinguere i biglietti falsi da quelli veri; cosí la bravura del cristiano e del sacerdote consiste nel sapere distinguere i prodigi e le apparizioniu veri da quelli falsi. I criteri per fare un sicuro giudizio in merito ci sono e sono questi:
a) La credibilità dei relativi messaggi. b) L'ortodossia dei relativi messaggi.
c) Buoni frutti per la salvezza delle anime. d) La garanzia data da Dio con i miracoli.
3. Per i prodigi di lacrimazioni il criterio è molto piú semplice: la credibilità dei testimoni. Voler negare un fenomeno quando ci sono diecine o centinaia o, addirittura, migliaia di testimoni è proprio da presuntuosi e da ottusi. Quando su un fatto ci sono testimoni sicuri, basta avere un pizzico di buon senso per doverlo ammettere. Può restare una spiegazione da darvi: tale fenomeno può avere una causa naturale? Oppure può venire dal diavolo? Oppure viene da Dio? Escluse le prime due cause, quando ci sono frutti buoni, resta da dire che l'autore del prodigio è Dio. E sconcertante, e certamente a Dio spiacente, la posizione preconcetta anti-prodigio di tanti cristiani e di tanti sacerdoti. E sintomatico quanto, in merito, a me è successo. Dal dicembre 198o al marzo 1981 giornalmente piansero, prima lacrime umane, poi lacrime di sangue in Adrano, casa Orofino, le immagini di Gesú misericordioso e della Madonna di Fatima. Testimoni migliaia di persone. Una volta fui presente anch'io e raccolsi dal volto di Gesú misericordioso quattro gocce di sangue, formatosi sotto gli occhi miei e di altre 30 persone per ben tre volte, a distanza l'una dall'altra, di alcuni minuti. Il sangue da me fatto esaminare risultò sangue umano gruppo AB. Qualche mese dopo, in una riunione ecclesiale, io fui violentemente attaccato perché credevo a tali lacrimazioni e ne parlavo. Io allora con molta calma dissi: « Amici, se i vostri occhi sono privilegiati e valgono molto di piú dei miei e di quelli di migliaia di testimoni, avete ragione. Se credete che i vostri occhi valgano quanto quelli miei e di tutti gli altri testimoni, sarete piú intelligenti se non ne parlerete piú ». Da quel giorno nessuno ha osato piú criticarmi in faccia; ma molte persone continuano a non credere a tale prodigio, sebbene io abbia raccolto i verbali di oltre cento testimoni, che tengo a disposizione di tutti. Dinanzi a questi contestatori non c'è da meravigliarsi di quegli astrologi che, invitati da Galileo a osservare col suo cannocchiale le macchie nel sole, si rifiutarono, dicendo che nel sole non ci potevano essere macchie, perché gli astri sono incorruttibili.
4. Non c'è alcun motivo di escludere interventi di Dio nella storia della Chiesa. Infatti il popolo ebreo era figura della Chiesa, nuovo popolo eletto e Corpo Mistico di Gesú. E, se Dio accompagnò con tanti prodigi il popolo ebreo, accompagna con cura maggiore il Corpo Mistico del suo Figlio.
Infatti i prodigi e le apparizioni di Gesú e specialmente della Madonna lungo tutta la storia della Chiesa sono migliaia e migliaia; tanti da non potersi neanche contare. Le piú celebri apparizioni della Madonna sono quelle di Parigi, della Salette, di Lourdes, di Fatima, delle Tre Fontane di Roma, di Medjugorie, di Schio, di Oliveto Citra, ed ora di Belpasso.
I prodigi piú vistosi e recenti di lacrimazioni della Madonna o di Gesú sono quelli di Siracusa, di Adrano, di Rocca Corneta, di S. Damiano, di Porto S. Stefano, di Niscima (CL), di Chicago, di Ravenna, di Carpi, di Aci S. Filippo (CT), ecc.
5. Quando Dio interviene in simili casi non lo fa per dare spettacolo, ma per guidare il suo popolo al paradiso, come al tempo di Mosè compi tanti miracoli e fece tanti prodigi per guidare il popolo ebreo verso la Palestina.
Infatti noi vediamo quale importante ruolo hanno avuto ed hanno nella vita della Chiesa i santuari per la pietà popolare; sappiamo che tutti o quasi tutti i santuari sono legati a segni straordinari o ad apparizioni, a cominciare dalla basilica di S. Maria Maggiore di Roma o dal santuario di Loreto, da quello di Lanciano, ecc.
6.1 messaggi che ci vengono dalle apparizioni autentiche non propongono mai verità nuove di fede, ma ripropongono verità del deposito della fede, spesso dimenticate o alle volte contestate, come, ad es., il paradiso, il purgatorio, l'inferno che la Madonna ha addirittura fatto vedere ai veggenti di Fatima, di Medjugorie, di Belpasso. Tali messaggi spingono i cristiani alla conversione, alla penitenza, alla preghiera, e, soprattutto in questi ultimi di Medjugorie e di Belpasso, alla adorazione, all'apostolato, alla lettura quotidiana del Vangelo, alla S. Messa e alla comunione quotidiana. Noi vediamo come in tali luoghi avvengono innumerevoli conversioni dall'incredulità, dal peccato o dalla tiepidezza al fervore. Smorzare l'entusiasmo del popolo senza motivo è fare un servizio al diavolo.
A Belpasso una moltitudine di persone, me compreso, hanno assistito a prodigi solari o luminosi, e il Padre S. Civerra, direttore della TV di Andria presso il Santuario del SS. Salvatore, vi ha filmato con la sua cinepresa il prodigio solare.
CAP. XVIII - CHE DIO VOGLIA MANDARE QUALCUNO ALL'INFERNO
La nostra fortuna è che Dio c'è e che egli è Amore.
Egli non ha fatto niente per interesse proprio, perché egli è infinito e non ha bisogno di nulla. Tutto egli ha fatto per noi: la terra, i vegetali, gli animali. Ha creato noi uomini per parteciparci la sua felicità; ma, per potercela dare ha dovuto farsi uomo, patire e morire nella croce.
Buddha non ha fatto nulla per i suoi discepoli, e tuttavia nessuno di essi lo insulta, anzi tutti lo rispettano.
Maometto non ha fatto nulla per i suoi discepoli; e tuttavia nessuno di essi lo insulta; anzi tutti lo rispettano.
Gesú, invece, che cosa ha guadagnato con la sua morte in croce per gli uomini? I loro insulti quotidiani.
Ogni giorno miliardi di bestemmie e di insulti, i piú schifosi, vengono a lui lanciati da questi uomini da lui redenti; e soltanto dai cristiani. Un mio amico lavorando in Turchia per la TV si senti dire ripetutamente dai turchi: « Voi cristiani bestemmiate Gesú e Maria; noi mai. Noi li rispettiamo e li amiamo piú di voi ».
Ma c'è di peggio ancora: in molte città vengono celebrate da cristiani rinnegati le messe nere, nelle quali un'Ostia consacrata viene sputata e pugnalata in onore di Satana.
Gesú potrebbe farla finita con tutti questi bestemmiatori e sacrileghi con molta facilità: basterebbe che in ogni città facesse morire sul colpo, mentre bestemmiano, una dozzina di uomini e che in queste messe nere facesse altrettanto. Ma allora perché non lo fa? Perché gli uomini diverrebbero rispettosi e religiosi soltanto per paura; sarebbero servi, non figli; e soltanto i figli hanno diritto all'eredità del padre, ossia soltanto chi ama Dio potrà raggiungerlo e goderlo in paradiso. Dio non lo fa ancora perché vorrebbe che nessuno andasse all'inferno; e per questo aspetta e spera sempre che i peccatori si convertano e si salvino. Egli giunge a pregare e a supplicare gli uomini di convertirsi come se, andando in paradiso, facessero un favore a lui; giunge persino a piangere come un bambino, anzi, addirittura, a piangere lacrime vere di sangue come ha fatto in Adrano per far vedere l'immenso suo dolore per la loro perdizione eterna. E tuttavia neanche questo arriva a far riflettere gli uomini e a farli convertire. Cosa di piú potrebbe fare il Figlio di Dio per salvarli?
Ma, ciò nonostante, una moltitudine di essi resta insensibile e non deflette dalla cattiva condotta. Per salvarli dall'inferno Gesú dovrebbe togliere loro la libertà; ma allora questi uomini non sarebbero piú uomini, ma si ridurrebbero a bestie. Dio, se da un lato rispetta la libertà dell'uomo, dall'altro lo avverte a usarne bene per il suo stesso bene.
« Guarda, egli dice, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... Io pongo davanti a te la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, onde viva tu e la tua discendenza, amando il Signore Dio tuo, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui » (Dt 30,19).
« Come è vero che io vivo, io non voglio la morte dell'empio, ma che si converta e viva » (Ez 38,11). Tutta la vita di Gesú fu la ricerca della pecorella smarrita. Ed è per questo che Dio va intervenendo continuamente nella storia con segni, prodigi, apparizioni e miracoli. Egli fa tutto il possibile per salvare tutti gli uomini. Purtroppo molti rifiutano ostinatamente la grazia di Dio; vogliono proprio dannarsi. A questo punto Dio non può fare piú nulla per loro.
Il famigerato marchese De Sade visse unicamente per il suo istinto sessuale, per stimolare il quale spesso, prima di violentare le donne, le faceva avanti i suoi occhi flagellare a sangue. Processato per questo, dinnanzi agli argomenti e agli sforzi dei giudici per redimerlo, egli disse: « Lasciatemi nel mio brago; voglio vivere e morire nel mio brago ».
Gli uomini che vivono nel peccato e che per nessun motivo vogliono allontanarsene sono, purtroppo, una moltitudine. Essi sono negati al puro amore, e non lo avranno mai, ossia non potranno mai andare in paradiso, come avverte s. Paolo (1 Cor 6,9). Ma neanche nel peccato riescono ad essere felici, perché l'uomo, lo avverta o no, ha pure una dimensione spirituale. Per questo s. Agostino, che aveva cercato inutilmente la felicità nel peccato, dopo averla trovata in Dio, disse: « O Signore, ci hai fatti per te; e il nostro cuore è inquieto fino a che non riposa in te ».
E per questo Gabriele D'Annunzio a un amico che lo esortava a convertirsi disse: « Io debbo scegliere: o Cristo o Gabriele D'Annunzio; ho scelto Gabriele D'Annunzio »; ma, sebbene immerso nei suoi vizi, in seguito ebbe a dire: « Io sono un'anima che porta un cadavere ».
L'uomo, morendo, non cambia personalità, né desideri; resta quello che è. Come un albero, quando viene tagliato, cade verso dove pende; cosí l'uomo quando muore, va verso dove è inclinato: se tendeva a Dio, va a Dio; se tendeva alla carne, va verso la terra, o meglio sotto terra, all'inferno.
Dice ancora s. Agostino: « Se ami la terra (ossia la carne) sei terra; se ami Dio, sei Dio ».
Tuttavia la misericordia di Dio è infinita e raggiunge, prima o dopo, o anche in punto di morte una moltitudine di peccatori per qualche loro opera buona fatta in vita o per le preghiere di anime elette.
Una mistica vivente, probabilmente sotto divina ispirazione, riferisce queste parole del Signore: « I sacerdoti e i missionari hanno parlato e parlano ancora di Dio nella misura in cui essi stessi mi conoscono; ma, io ve lo assicuro: non mi conoscete tale quale sono, poiché vengo per proclamarmi Padre di tutti e il piú tenero dei padri, per correggere l'idea che avete di un Dio terribilmente giusto.
Vedo tutti gli uomini trascorrere la loro vita senza confidarsi al loro unico Padre, che vorrebbe far loro sapere il suo unico desiderio; quello di pacificare il passaggio della loro vita terrena per dare loro dopo, in cielo, una vita tutta divina. E questa una prova che le anime non mi conoscono piú di quanto mi conoscete senza oltrepassare la misura dell'idea che avete di me. Ma adesso che io vi do questa luce, restate nella luce e portate la luce a tutti; sarà un mezzo potente per ottenere delle conversioni e anche per chiudere, se è possibile, la porta dell'inferno. Chiunque mi chiamerà di cuore "Padre", sarà salvo ».
A queste parole fanno riscontro quelle del profeta Gioele: « Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvo » (GI 3,5).
CAP. XIX - VIVERE DI FEDE E NON ESSERE GIUSTO
Qualunque uomo quando fa una cosa ha sempre un motivo. Soltanto i pazzi fanno le cose senza alcuno scopo.
Qualunque uomo di buon senso fa dei sacrifici per motivi che, a suo giudizio, ne valgono la pena. Soltanto le persone di poco giudizio fanno dei sacrifici per motivi inadeguati.
Gli uomini non fanno sacrifici per il paradiso o perché non credono al paradiso, o perché lo credono cosa da poco.
Se un proprietario ti dice: « Se vai a zappare nella mia vigna, ti do £. 1o.ooo »; tu gli ridi in faccia. Se quello stesso ti dice con garanzia: « Se vai a zappare nella mia vigna ti do £. 5.000.000 »; tu corri con la zappa alla sua vigna.
1 sacrifici li facciamo in proporzione delle nostre speranze.
S. Paolo dice: « Non sapete che i corridori nello stadio corrono bensí tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte anche voi in modo da ottenerlo. Tutti i lottatori si sottopongono ad ogni genere di astinenza, ed essi lo fanno per guadagnare una corona corruttibile, noi, invece, per una corona eterna. E appunto cosí io corro, ma non alla ventura; faccio del pugilato, ma non come uno che dà colpi all'aria; bensí tratto duramente il mio corpo, e lo riduco schiavo, affinché, dopo aver fatto da araldo agli altri, non rimanga squalificato » (i Cor 9,24). Egli, che aveva visto il paradiso con i propri occhi, poté dire: « Stimo che le sofferenze del tempo presente non possono essere paragonate alla gloria futura che si rivelerà in noi » (Rom 8,n). « Desidero morire per essere con Cristo » (Fil 1,23). « Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno » (Fil 1,21).
Ogni persona di buon senso programma la sua vita giusta la meta che si propone di raggiungere.
Per tale motivo chi è ragionevole deve per primo preoccuparsi di vedere chiaro se c'è un'altra vita o no, e programmare la sua vita in conseguenza. Non esiste nessun trust di scienziati che programmino il volo di un'astronave senza sapere se essa deve orbitare o estra-orbitare.
Accertatomi che c'è un Dio, non mi resta che farmi guidare da lui nel viaggio della mia vita. Tale guida egli me l'ha data con la sua rivelazione contenuta nella Bibbia. Nel Nuovo Testamento, parlandomi del paradiso mi apre il cuore ad una meravigliosa speranza: mi parla di una gioia infinita che potrò gustare in anima e corpo insieme a tutte le persone a me care e a tutti gli eletti.
La vita cristiana di un uomo è nella misura della sua speranza; la sua speranza è nella misura della sua fede; la sua fede è nella misura della sua conoscenza dei motivi di credibilità e nella misura in cui la tiene presente o la vive.
In conseguenza, se sono veramente ragionevole, non mi resta che impostare e dirigere la mia vita secondo la parola di Dio. Per questo s. Paolo dice: «Il giusto vive di fede» (Ebr 10,38).
Se non siamo giusti, lo è perché non viviamo di fede, ossia perché abbiamo una fede soltanto occasionale o approssimativa. Forse addirittura arriviamo a pensare che Gesú sia stato esagerato; o forse non pensiamo mai a lui.
Giustamente dice Pascal: « Noi, col non pensarci mai, facciamo del Tutto un nulla; col pensarci sempre, facciamo del nulla il tutto ».
Essere giusto, nel linguaggio biblico, significa dare a Dio ciò che è di Dio e dare agli uomini ciò che è degli uomini. E giacché tutto è di Dio, per essere giusti bisogna dare a Dio tutto.
In definitiva, essere giusto significa essere santo.
E giacché Gesú ha detto: « Date uno e riceverete cento » e promette il centuplo a chiunque lascia o sacrifica qualcosa per lui (Mt 19,29), coloro che molto sacrificano per lui saranno grandi nel regno dei cieli, e coloro che tutto per lui sacrificano saranno grandissimi e nella bellezza, e nell'intelligenza e nella potenza e nella felicità.
Soltanto chi vive di fede può divenire giusto, ossia santo. Portiamo alcuni esempi:
a) Se ci fosse un banco che desse ogni anno il 100% di interessi ai capitali in esso depositati, tutti gli uomini andrebbero a depositarvi tutto il loro denaro. Gesú promette cento volte di piú ancora, e noi siamo cosí poco generosi nel fare elemosime, sacrifici e apostolato!
b) Chi farebbe un furto o un delitto sotto gli occhi dei carabinieri? Eppure noi tanto facilmente cadiamo in peccato, dimenticando che pecchiamo sotto gli occhi di Colui che ci giudicherà!
Nessuno osa comparire sporco in un ricevimento. Sappiamo che « non c'è nulla di nascosto che non verrà rivelato» (Lc 12,2); eppure non ci preoccupiamo di comparire sudici alla nostra morte dinanzi agli occhi di Dio e all'immensa assemblea degli eletti!
c) Sappiamo che niente c'è, né ci può essere di piú grande del sacrificio di Gesú, e che esso si rinnova nella S. Messa; per cui niente nella terrra c'è di piú grande della S. Messa. Ma non ci pensiamo o non ci crediamo. Se ne fossimo convinti faremmo come i primi cristiani che ogni giorno vi partecipavano e facevano la comunione (Atti 2,46). Tantissimi cristiani tralasciano per i motivi piú futili, anche la Messa domenicale.
d) Sappiamo che Gesú ha detto: « Bisogna pregare sempre e non stancarsi mai » (Lc 18,1); ma la maggior parte dei cristiani non pregano neanche cinque minuti al giorno. La verità è che piú si ama una persona e piú si vuole stare vicino a lei; meno la si ama e piú presto si cerca di sbarazzersene.
Preghiamo tanto, quanto amiamo Dio.
e) Sappiamo che Gesú ha detto: « Chi ama il padre o la madre, il figlio o la figlia piú di me non é degno di me » (Mt 10,37). Se ci credessimo sul serio imposteremmo la nostra vita per il regno di Gesú e faremmo convergere sia la nostra attività professionale, sia la nostra vita familiare, sia le nostre capacità e le nostre relazioni per attuare nel mondo il regno di Gesú.
Gli esempi si possono moltiplicare. Per questo la Madonna il v ottobre a Belpasso ha raccomandato di tenere in vista a portata di mano la Bibbia: di leggerla ogni giorno e di leggere ogni giorno un brano di Vangelo. La nostra vita cristiana va crescendo nella misura della nostra fede; la nostra fede va crescendo nella misura della nostra meditazione della parola di Dio. Per questo chi vive di fede, non può non divenire santo.
CAP. XX - ESSERE AUTOSUFFICIENTE O AUTONOMO
Come nella materia ci sono due forze: una centrifuga che porta all'esplosione, all'evoluzione e alla vita, e l'altra centripeta, che porta al1'implosione e alla morte; cosí nell'uomo ci sono due tendenze: una verso gli altri, l'amore a Dio e al prossimo, e l'altra verso se stesso, ossia Pegoismo; l'una porta verso lo sviluppo, la perfezione, la vita eterna, l'altra porta alla morte eterna.
La vita, ad ogni livello, sta nell'equilibrio: nell'atomo tra l'energia positiva e quella negativa; nei corpi tra la forza centrifuga e la forza centripeta; nei viventi nell'equilibrio in ogni organo tra il ricevere e il dare e nell'equilibrato rapporto tra i vari organi; nelle anime tra l'amore di sé e l'amore di Dio e del prossimo. Dice s. Paolo: «Nessuno ha mai odiato se stesso » (Ef 5,29).
Dice Gesú: « Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutto te stesso; ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 19,19). Ogni essere per vivere ha bisogno degli altri: ogni stella ha bisogno di tutte le altre stelle e di tutte le altre galassie, senza le quali non potrebbero esistere le leggi di gravitazione e di inerzia, che rendono possibile l'esistenza di tutti. I vegetali, oltre che della natura inferiore, hanno bisogno degli animali per l'impollinazione e, quindi, per la riproduzione; gli animali hanno bisogno dei vegetali per poter vivere. L'uomo, poi, ha bisogno di tutti.
La vita sta nel ricevere e nel dare. L'organo che non riceve e non dà, è morto e deve venire estirpato per non fare morire tutto il corpo. Nell'uomo è sintetizzata la legge universale, sia nel suo corpo, sia nella sua vita: ogni suo organo è per tutti gli altri; tutti gli altri organi sono per ciascun organo, ossia tutti sono interdipendenti e interagenti: tutti per uno, uno per tutti.
Ogni uomo ha bisogno di tutto l'universo per vivere, sia nel suo corpo, sia nella sua vita: delle galassie, delle stelle, del sole, della terra, dei vegetali, degli animali. Per sviluppare la sua personalità l'uomo ha bisogno di tutta la civiltà passata e presente che gli ha insegnato la scrittura, la storia, la geografia, le scienze, la letteratura, la tecnica, ecc.
Quanto piú l'uomo assimila di questa civiltà, tanto piú sviluppa la sua cultura e la sua personalità. Gratuitamente egli riceve solo il dono della vita. Per formare la sua personalità egli deve apprendere e dare. Se non apprende resta rozzo, all'età della pietra e deve cominciare da capo a scoprire il fuoco.
Se non dà, resta un incompiuto, un inutile, un parassita, un fallito. Quanto piú l'uomo assimila dagli altri e quanto piú dà, tanto meglio si realizza.
I piú grandi uomini sono quelli che piú hanno dato all'umanità; ma nessuno di loro ha cominciato da nulla: Socrate, Aristotele, Platone, Omero, Virgilio, Dante, Michelangelo, Leonardo, Volta, Einstein, Plank, ecc. Ognuno ha utilizzato gli altri ed ha fatto un passo in avanti piú o meno grande.
La stessa regola vale per la vita soprannaturale: il cristiano se non riceve, non dà, ed è spiritualmente morto: deve ricevere innanzitutto da Dio, dal suo Figlio Gesú, dallo Spirito Santo, dalla Madonna, dagli esempi dei santi, dai loro insegnamenti, dai missionari, dagli operatori di carità, dai vari Movimenti, dalla conoscenza della vita della Chiesa, dalla conoscenza del 30 mondo, ecc., deve dare materialmente e spiritualmente mediante la pratica delle sette opere di misericordia corporali e spirituali, sia verso i vicini, sia verso i lontani.
Col ricevere e col dare realizziamo la nostra personalità in terra e la nostra felicità in paradiso. Nessuno può essere felice da solo: neppure Dio: per questo Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo.
E quanto piú l'uomo riceve e dà, tanto piú sarà felice in paradiso. La grandezza e l'importanza di un uomo oggi, e la sua felicità domani sono strettamente proporzionate a quanto piú riceve e a quanto piú dà. Nessuno, poi, può dare piú di quanto ha. Per questo, nel campo soprannaturale, il cristiano che dà piú di tutti è colui che sta piú unito a Dio mediante una vita di preghiera, e che piú sta unito a Gesú Crocifisso Redentore, mediante una vita di sacrifici, di sofferenze e di fatiche apostoliche. Chi poco riceve, poco dà; chi si chiude muore; o muore come individuo; o muore come organo della Chiesa se è comunità, o movimento, o parrocchia.
Diamo a tutta la Chiesa quando allarghiamo il nostro cuore cosí da abbracciare tutta la Chiesa, quando preghiamo e ci sacrifichiamo per tutta la Chiesa, quando, come s. Paolo, abbiamo la preoccupazione di tutte le Chiese e l'ansia di annunziare il Vangelo a tutti i popoli.
Naturalmente perché questa preoccupazione e quest'ansia non siano sterili, dobbiamo fare tutto quanto è nelle nostre possibilità sia pregando, sia evangelizzando, sia soccorrendo economicamente.
CAP. XXI - ESSERE PIU GRANDE DEL PROPRIO CUORE
Nessun recipiente può ricevere piú acqua della sua capacità: ciò è fin troppo evidente. E cosí la sua grandezza si misura dalla quantità di liquido che esso può contenere; similmente la nostra grandezza eterna si misura dalla grandezza del nostro cuore, ossia da quanto il nostro cuore riesce a contenere e a dare.
Chi sa amare poco o soltanto i parenti ha un piccolo cuore e un piccolo essere; chi sa amare molto e molti ha un grande cuore.
I piccoli uomini amano soltanto la propria famiglia e alcuni amici: se pregano, sanno pregare soltanto per essi; i sacrifici li fanno soltanto per essi. I grandi uomini hanno un grande cuore, ossia amano il mondo intero: pregano e fanno sacrifici per tutti i bisognosi, per tutti i peccatori, per il mondo intero.
I grandi cristiani, i santi, hanno continuamente il mondo intero sotto gli occhi: gli ammalati, i moribondi, gli affamati, i lebbrosi, i peccatori, gli infedeli dei cinque continenti: per tutti pregano continuamente, per tutti si sacrificano, dovunque possono arrivare con la propria azione, arrivano.
In misura del nostro amore ci impegniamo nella pratica delle sette opere di misericordia corporale e delle sette opere di misericordia spirituale: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, visitare gli ammalati, visitare i carcerati, alloggiare i pellegrini, seppellire i morti; consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti.
Naturalmente non si possono praticare con la stessa intensità tutte insieme queste opere; la grandezza del cuore, ossia della nostra personalità eterna e della nostra santità è in proporzione a quanto piú preghiamo e ci sacrifichiamo per l'una o per l'altra opera o per tutte le opere insieme: o nell'ammonire i peccatori, nel pregare e nel sacrificarsi per essi, come il beato Leopoldo Mantic e come Padre Pio; o nell'educare i giovani e sacrificarsi per essi come s. Giovanni Bosco; o nel soccorrere i poveri, gli handicappati, gli ammalati, gli affamati, i lebbrosi, come s. Giuseppe Cottolengo, il Beato don Orione, Madre Teresa; o nell'evangelizzare i peccatori o gli infedeli, come don Alberione e come tanti eroici missionari; o nella preghiera e nella penitenza o nella malattia come S. Teresa del B.G., come Charles de Foucauld, e come Benedetta Bianchi Porro, Teresa Musco, Santina Campana, ecc.
Quando hai dato la tua vita, hai dato tutto, perché nessuno ha amore piú grande di colui che dà la propria vita per la persona amata.
Non c'è santità piú grande di quella di colui che dà l'intera vita per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.
Nessuno fa sacrifici piú grandi di quanto ama; ed è precisamente il sacrificio la misura del nostro amore.
Per questo, Dio, che è infinito amore, ha mandato il suo unico dilettissimo Figlio a morire per noi; e per questo il Figlio di Dio non solo ha accettato di morire orrendamente nella croce per noi, ma ha desiderato ardentemente, fino allo spasimo, di morire nella croce per poterci cosí salvare e poterci cosí dare la felicità del paradiso.
Molti vivono per l'intera vita illusi di avere un grande amore di Dio e del prossimo.
Puoi misurare il tuo amore da quanto tempo impieghi nella preghiera, nelle opere di carità e nell'apostolato, da quanto apri il tuo portafoglio per soccorrere i poveri e per evangelizzare o fare evangelizzare i peccatori e gli infedeli, da quanto soffri e ti sacrifichi per loro.
Come la luce quanto piú lontano arriva, tanto piú è forte; e quanto piú è forte tanto piú lontano arriva; cosí il cristiano tanto piú è grande e perfetto, quanto piú lontano arriva con le sue preghiere, con i suoi sacrifici, con il suo apostolato, con i suoi soccorsi economici.
Quelli che istruiscono molti nella santità e cercano di convertire molti risplenderanno come altrettanti soli per tutta 1'eternita (Dan 12,3). Dovremmo dire come Padre Pio: « Non so negarmi mai a nessuno ». E come la luminosità di una boccia è data dalla grossezza della lampada che c'è dentro; così la bellezza, la finezza, la sensibilità, lo splendore del nostro corpo, l'intelligenza, la comprensione, la potenza della nostra anima e la nostra felicità corporale e spirituale in paradiso saranno date dalla grandezza del nostro amore di Dio e del prossimo.
« Altro, dice s. Paolo, è lo splendore del sole, altro quello della luna, altro quello delle stelle; anzi ogni stella differisce dalle altre stelle » (i Cor 15,41); uguale differenza c'è nella grandezza, nella gloria e nella felicità degli eletti in paradiso: quelli che hanno amato poco, saranno come dei lumicini per tutta l'eternità; i santi come dei soli.
CAP. XXII - AMARE SENZA DESIDERARE
Un giorno una donna che da 14 anni teneva il lutto per il figlio morto in Russia, mi venne a trovare felice e festante.
« Sa? » mi disse. « Mio figlio non è morto; da un giorno all'altro verrà. Me ne ha dato comunicazione oggi la Croce Rossa. Adesso non dormo piú. Mi pare che da un momento all'altro debba arrivare ».
Un altro giorno mi viene a trovare un'altra donna che aveva il marito condannato all'ergastolo e conviveva da 15 anni con un altro uomo. Piange convulsamente.
«Perché piange?» le chiedo.
« Mio marito ha ottenuto grazia e da un giorno all'altro verrà. Si ricorda com'era geloso? Ora sicuramente mi ammazzerà».
È, chiaro: l'atteggiamento verso una persona lontana è diverso, in dipendenza dalle nostre relazioni con lei.
Se ci è indifferente, non ci interessa che venga o non venga; se la si teme, la si fugge; se la si ama la si desidera e le si va incontro.
Uguale è il nostro atteggiamento verso Gesú: quelli che non lo amano gli sono indifferenti: i peccatori non vogliono neanche sentirne parlare; quelli che lo amano lo desiderano.
Il desiderio è in rapporto dell'amore, anzi ne è la misura. E giacché pregare veramente non è tanto chiedere grazie (ciò di cui sono capaci anche i peccatori), quanto pensare a Dio amandolo, quelli che lo amano poco lo pensano poco e pregano poco; quelli che lo amano molto lo pensano molto e pregano molto; quelli che lo amano moltissimo pensano continuamente a lui e pregano o lavorano continuamente per lui.
Uguale è l'atteggiamento del cristiano verso la comunione, che, fatta bene, è la perfezione e la consumazione della preghiera: ed è uguale il suo atteggiamento verso il paradiso e verso il ritorno di Gesú.
Per questo i primi cristiani pregavano parecchie ore al giorno, facevano la comunione ogni giorno e avevano continuamente nel cuore e nella bocca questa preghiera: « Maràn athà! », cioè, « Vieni, Signore Gesú! ». La lettera a Digneto (del II secolo), descrivendo la vita dei primi cristiani, dice come essi si sentivano stranieri in ogni terra, perché erano cittadini del cielo; come facevano del bene a tutti pur venendo perseguitati da tutti; come avevano un solo desiderio: andare incontro a Gesú.
Dio è Amore, e la distanza infinita che c'è tra lui e noi può essere superata solo dall'amore. Quanto piú lo amiamo e amiamo il prossimo, tanto piú presto, morendo, lo raggiungeremo in paradiso. Per questo Dio stesso ci suggerisce i sentimenti da avere e la preghiera da fare ogni giorno: « L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente; quando andrò e vedrò il volto di Dio » (PS 42,2). « O Dio, Dio mio, ansioso io ti cerco; di te ha sete l'anima mia. Te brama la mia carne, come terra brulla, arsa, senz'acqua» (Ps 63,2). « Spasima e anela l'anima mia gli atri del Signore; esulta il mio cuore e la mia carne al pensiero del Dio vivente. Anche l'uccelletto trova una casa e la rondine un nido dove porre i suoi piccoli: presso i tuoi altari, Signore delle schiere, mio re, mio Dio! Beati quelli che abitano nella tua casa e sempre possono cantare le tue lodi » (Ps 84,2).
Morendo, quelli che nella vita hanno sempre voltato le spalle a Dio, continueranno a voltargliele eternamente; quelli che hanno amato Dio moltissimo, vanno immediatamente incontro a Gesú e lo raggiungono nella luce infinita, cioè in Dio stesso; quelli che lo hanno amato di meno impiegano un tempo piú o meno lungo per raggiungerlo, in proporzione a quanto meno lo hanno amato, e soffrono moltissimo. Le deficienze di amore e le scorie dei propri peccati vengono colmate e purificate nel grande ospedale di Dio: il purgatorio.
Di veri problemi esistenziali ce n'è uno solo: conoscere bene Gesú. Conoscendolo bene ci si convince che niente c'è di piú sicuro della sua divinità, niente di piú santo della sua persona, niente di piú dolce, di piú bello, di piú amabile, di piú utile di lui.
In terra avviene con Gesú quanto avviene con qualunque persona: quando una persona ci è antipatica non vogliamo stare con lei e, possibilmente neanche vogliamo vederla; quando una persona ci fa simpatia, ci piace di incontrarla, di parlare e di stare con lei; quando la amiamo moltissimo, vogliamo stare sempre con lei.
Per questo s. Paolo diceva: « Per me vivere è Cristo, e morire è un guadagno » (Filipp. 1,21).
Le preghiere, le comunioni, i desideri ardenti degli amanti di Gesú sono capaci di affrettare il suo ritorno e sono capaci di far loro sorvolare in un attimo il tunnel scuro, ossia il purgatorio, e di fare loro raggiungere la luce infinita, cioè Gesú stesso. In Gesú ritroveremo tutti i nostri cari e tutti i meravigliosi eletti del paradiso.
CAP. XXIII - ESSERE CRISTIANO SENZA FARE COMUNIONE
Divenire cristiano significa venire inserito, o meglio organizzato nel Corpo Mistico. Infatti solo unendoci a Gesú e facendoci assumere da lui diventiamo figli di Dio e veniamo divinizzati. Tale unione è resa possibile soltanto mediante il Corpo Mistico, di cui, uniti a Gesú, che ne è il capo, diventiamo membri. Naturalmente un membro staccato dagli altri è morto. Per questo dice s. Giovanni: « Chi non ama resta nella morte » (1 Gv 3,14).
E per questo Gesú ci ha detto: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi ... Da questo si conoscerà che siete miei discepoli se vi amerete gli uni gli altri » (Gv 13,35); e nell'ultima cena cosí pregò: « Padre, che (i miei discepoli) siano tutti una cosa sola, come tu, o Padre sei in me ed io in te ... Conservali tutti nell'unità» (Gv 17,21).
In conseguenza limitarsi a un rapporto individuale con Dio (dicendo, per es.: «Dio è in ogni luogo; posso pregare dovunque; non c'è necessità che vada in Chiesa ») significa escludersi dalla comunione dei santi, cioè staccarsi dalla Chiesa e non potersi piú salvare.
Per questo la Chiesa ci ordina di fare comunione con gli altri, di pregare anche con gli altri, di fare ogni domenica assemblea, cioè ecclesia, di scambiarci nella Messa il segno di pace, di pregare per tutta la Chiesa sparsa nel mondo, di fare collette per i poveri, per gli affamati, per le missioni. Fare comunione non significa limitarsi a un rapporto formale, a una semplice stretta di mano, ma giungere a un rapporto affettivo.
Tale rapporto affettivo, per non restare teorico e illusorio, deve diventare effettivo rendendoci sempre disponibili agli altri.
Il Concilio Vaticano II dice: « Il Concilio esorta i cristiani, che sono cittadini dell'una e dell'altra città di sforzarsi di compiere fedelmente i loro doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui non abbiamo una cittadinanza stabile, ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di piú a compierli, secondo la vocazione di ciascuno. Al contrario, però, non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente negli affari della terra, come se questi fossero estranei del tutto alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali. Il distacco, che si constata in molti tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i piú gravi errori del nostro tempo. Contro questo scandalo già nell'Antico Testamento elevavano con veemenza i loro rimproveri i Profeti, e ancora piú Gesú Cristo stesso, nel Nuovo Testamento, minacciava gravi pene. Non si venga ad opporre, perciò, cosí per niente, le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa dall'altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna.
Siano contenti piuttosto i cristiani, seguendo l'esempio di Cristo che fu un artigiano, di potere esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale, insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio ...
I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non solo sono tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in mezzo a tutti, e cioè pure in mezzo alla società umana». (Gs 43).
Un modello di ciò che dobbiamo essere lo troviamo nelle primitive comunità cristiane. Dice il libro degli Atti degli Apostoli: « La moltitudine dei credenti aveva un cuor solo e un'anima sola: né vi era chi dicesse suo quello che possedeva, ma tutto era comune tra loro. Intanto gli apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesú con grande efficacia, e tutti erano ben voluti da tutti. Non vi era alcuno bisognoso fra di loro, perché quanti possedevano terreni o case le vendevano e preso il prezzo delle cose vendute lo mettevano a disposizione degli apostoli, che lo distribuivano a ciascuno secondo il bisogno » (Atti 4,32-35).
Non solo quei primi cristiani si aiutavano nelle rispettive comunità; ma quando la Chiesa di un'altra città era in bisogno, le Chiese delle città vicine, e, se occorreva, quelle delle città lontane, facevano grandi collette per venire incontro alla Chiesa bisognosa. Di ciò fa fede specialmente s. Paolo.
Ciò che teneva cosí fervorosi e generosi quei cristiani erano le riunioni che facevano immancabilmente ogni domenica, e, specialmente nei periodi di pace, addirittura ogni giorno. Infatti lo stesso libro degli Atti specifica: « Essi erano assidui alla predicazione degli Apostoli, alle riunioni comuni, alla frazione del pane (cioè alla Messa e Comunione) e alle preghiere ... Erano assidui nel frequentare ogni giorno tutti insieme il Tempio e, spezzando il pane nelle loro case, prendevano cibo con grazia e semplicità di cuore » (Atti 2,42-46).
Per questo Gesú paragona il paradiso a un banchetto (parabole degli invitati e delle dieci vergini), istituisce l'Eucarestia nell'ultima cena, promette di cenare con chi ascolta la sua parola: « Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui; cenerò con lui e lui con me » (AP 3,20).
Profetizza l'ingresso dei pagani nel paradiso, paragonandolo ancora a un banchetto, e l'esclusione degli Ebrei con queste parole: « Or vi dico che molti verranno dall'Oriente e dall'Occidente e si assiederanno nella mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori, ove sarà pianto e stridore di denti » (Mt 8, 11); e, infine, nell'ultima cena, dopo l'istituzione dell'Eucarestia, dice: « Io vi dico che da ora non berrò piú di questo frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio » (Mt 26,29).
Tutto questo è simbolico, sia perché nella resurrezione, pur potendo mangiare e pur di fatto mangiando, come fece Gesú quando apparve risuscitato agli apostoli per dimostrare loro che aveva veramente ripreso il corpo (Lc 24,42), tuttavia non avremo bisogno di nessun nutrimento; sia, soprattutto, perché la felicità essenziale del paradiso sarà la visione beatifica di Dio, completata dall'amore immenso e reciproco degli eletti.
Allora sarà realizzata la preghiera di Gesú nell'ultima cena e saremo realmente consumati in uno con Gesú e con tutti gli eletti: « La gloria che tu mi desti io l'ho data loro, affinché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me » (Gv 17,22).
L'unità, che siamo chiamati a fare mediante la comunione, è quella del Corpo Mistico di Gesú.
Come in cristallografia le macrostrutture sono la ripetizione e l'amplificazione delle microstrutture; cosí i vari livelli di unione del Corpo Mistico sono la ripetizione e l'amplificazione del corpo umano; ossia Gesú nel Corpo Mistico riunisce e salda in uno tutti i figli di Dio dispersi geograficamente e cronologicamente nella terra, cosí da formare una unità perfetta come quella del corpo umano.
Ora nel corpo umano osserviamo: la cellula unisce i vari elementi organici; l'organo unisce le varie cellule; il corpo unisce i vari organi; tutte le operazioni sono rese possibili dall'energia organica che viene dal glucosio; ogni forma di energia viene dal sole; ogni cellula o organo disunito muore.
Ugualmente nel Corpo Mistico ogni uomo deve fare la prima unità nella famiglia, che deve divenire una piccola chiesa; ogni famiglia deve inserirsi vitalmente nella comunità parrocchiale e, insieme, meglio ancora, in una delle comunità che la compongono; ogni comunità deve aprirsi, collegarsi e unirsi all'intera Chiesa; l'unica forma di energia che rende possibili e funzionali tali unioni, cosicché ognuno a qualunque livello possa ricevere da tutti e dare a tutti, è l'amore cristiano; la sorgente di qualunque vero amore è Dio ed arriva a noi unicamente per mezzo di Gesú, come Gesú stesso ha detto: « Senza di me non potete fare nulla » (Gv 15,5); Egli dà a noi tale amore di Dio mediante il suo Spirito, che infonde nei nostri cuori perché ve lo accenda.
Soltanto Gesú col suo Amore, cioè con lo Spirito Santo, e con la sua Eucarestia fornisce l'energia a tutta la Chiesa, ad ogni comunità, ad ogni singolo cristiano.
Pensare di poter mantenersi nella vita cristiana, di poter crescere, di poter fare del bene e agire efficacemente nella Chiesa e nel mondo senza Gesú e senza lo Spirito Santo e quindi senza la preghiera e la comunione è assurdo; è come pretendere di far camminare una macchina senza benzina o di far mantenere un corpo vivo e operoso senza che esso si nutrisca.
Anzi, quanto piú si vuol crescere, concludere qualcosa, fare del bene, tanto piú bisogna pregare e frequentare i sacramenti.
I primi cristiani ogni giorno pregavano parecchie ore recitando i salmi, cantando inni e cantici spirituali e facendo la comunione, come ci dicono sia il libro degli Atti, sia s. Paolo (Ef 5,t9).
Come chi lavora di piú e fa lavori piú pesanti ha bisogno di piú cibo; come la macchina che deve lavorare o correre di piú ha bisogno di piú benzina; cosí chi vuol fare di piú nella Chiesa, chi vuol salvare piú anime deve pregare di piú e fare ogni giorno la comunione.
E non è male neanche, ogni tanto, qualche agape fraterna; anzi serve a unire di piú.
L'uso di prendere i pasti insieme è stato sempre fra gli uomini un segno di amicizia. I primi cristiani lo facevano spesso.
Gesú stesso, assumendo la natura umana, aveva assunto quanto c'è di buono negli uomini e quindi anche l'uso di mangiare con i discepoli e di accettare gli inviti: egli va al banchetto nuziale a Cana e vi compie il primo miracolo, cambiando l'acqua in vino; accetta l'invito di Levi il pubblicano e di Simone il lebbroso e si auto invita a casa di Zaccheo, con immensa gioia di quest'ultimo che subito si converte.
In conclusione il vero discepolo di Gesú vive facendo continuamente comunione con Dio e col prossimo, coi vicini e coi lontani, pregando e operando, amando e facendosi amare; vive rendendosi sempre piú simpatico al prossimo col togliersi ogni difetto e col rendersi disponibile, e facendo quanto piú bene gli è possibile sia materialmente che spiritualmente.
CAP. XXIV - ESSERE DESTINATO ALL' INUTILITA’
Nell'universo niente è inutile: né una galassia, né una stella, né un pianeta. Nella terra niente è inutile: né una pianta, né un insetto, né un animale. Nel corpo niente è inutile: né un organo, né un membro, né una cellula.
È soltanto la nostra ignoranza che ci fa credere esservi qualcosa di inutile nella terra: come quando, fino a poco tempo addietro, si credeva che nell'universo ci fosse una sovrabbondanza di materia; che nella terra vi fossero tanti animali e insetti inutili; che nel corpo umano ci fossero delle parti inutili, quali ad es., l'appendice.
Oggi si sa che la quantità della materia esistente è critica, ossia necessaria tutta quanta per l'esistenza dell'universo; per questo si è creata la scienza dell'ecologia che va scoprendo la necessità degli alberi, delle erbe, degli insetti e degli animali presenti in ogni ambiente; si sa che nel corpo umano ogni singola parte ha una funzione importante, ecc.
Lo stesso avviene per gli uomini: ogni uomo nel disegno di Dio è importante ed ha una funzione importante per la vita e la crescita del Corpo Mistico di Cristo.
La cosa piú importante per il cristiano è di vedere qual' è il compito che Dio ha a lui assegnato; questo lo può vedere da quanto Dio gli ispira e da quanto la salute, l'ambiente, la cultura, le circostanze gli consentono di poter fare.
Una fabbrica non crea e non mette mai nelle macchine dei pezzi inutili, ma solo quelli necessari e con una determinata funzione ciascuno. Tanto piú Dio, il Sommo Artefice, infinitamente sapiente, non crea mai degli uomini inutili, ma li crea tutti per una determinata funzione nel Corpo Mistico. Un immenso numero di uomini sono inutili, ma unicamente perché vogliono esserlo, e non si sono mai preoccupati di vedere qual'è lo scopo per cui Dio li ha creati e quale compito specifico ha loro assegnato nella vita.
Un giorno una ragazza di nome Graziella venne da me tristissima e avvilita, e mi confidò con gli occhi pieni di lacrime: « Sono un essere totalmente inutile! ».
Io, dopo averla fatta sfogare, le dissi: «Dimmi: quando Dio creò l'universo, fece una cosa inutile facendo le stelle, il sole, la luna? ».
« No » rispose Graziella.
« E quando sulla terra creò i monti, le valli, le acque, i fiori, gli animali, fece delle cose inutili? ».
No ».
E quando creò Adamo ed Eva e diede loro la possibilità e il compito di moltiplicarsi, fece una cosa inutile? ».
«No».
Ma, dopo aver fatto tutte queste cose utili, Dio volle riposarsi e decise di fare una cosa inutile: e creò Graziella».
Graziella scoppiò a ridere; le passò la malinconia. Allora io le spiegai come nella Chiesa tutti possiamo e dobbiamo essere utili. È solo l'ignoranza o l'accidia che ci fa credere inutili.
Moltissimi cristiani non hanno mai pensato di fare del bene; moltissimi si annoiano ad impegnarsi; moltissimi ancora non sanno cosa fare perché manca loro una guida, o, peggio, non curano di cercarla. Ogni cristiano è nelle possibilità di fare un immenso bene in una maniera o nell'altra. L'amore di Dio apre gli orizzonti e dà forza: « L'amore di Cristo ci spinge », diceva s. Paolo (a Cor 5,14).
Un professionista di Palermo ci scrive che dedica tutti i suoi pomeriggi a creare e ad animare tanti gruppi di preghiera in diversi quartieri di Palermo: li riunisce ogni settimana; finora ne ha creati dieci.
Una signorina fiorentina ammalata, costretta sempre a casa e con scarse possibilità economiche, ha creato nella sua casa un grosso gruppo di preghiera. Ci ordina di tanto in tanto grosse quantità di libri, sacrificando per essi parte della sua povera pensione e facendosi aiutare dalle sue amiche. Prende a caso indirizzi dagli elenchi telefonici e spedisce a ognuno di essi un libro, accompagnandolo con una sua lettera. Ci scrive che cosí ha ottenuto molte conversioni.
Un'altra ammalata, incapace anche di questo, ha formato nella sua casa un grosso gruppo di preghiera, che ormai da tanti anni si riunisce regolarmente .
Un dirigente di un supermercato di Padova ci ha chiesto centinaia di copie del libro Certezze su Gesú e le ha regalate ad amici e conoscenti. Dopo sei mesi ci ha scritto di avere ottentuo in tal maniera molte conversioni.
Una coppia di sordomuti pugliesi ci ha scritto che volendo fare molto apostolato e non potendolo per la loro condizione, leggendo i nostri libri, hanno scoperto di poterne fare tanto e di potere evangelizzare specialmente tutti i sordomuti delle Puglie diffondendo i nostri libri; e ce ne hanno ordinato una forte quantità.
Un proprietario di una ditta di trasporti pure pugliese dovunque arriva nei mercati generali d'Italia, diffonde migliaia dei nostri depliants o fogli d'attacco e molti libri di evangelizzazione.
Un professore anconitano ha diffuso a spese sue molte migliaia dei nostri libri e decine di migliaia degli opuscoli contro i Testimoni di Geova in tutta l'Italia.
Una signora di Imperia ha diffuso e fatto diffondere a spese sue ad Imperia di casa in casa 1o.ooo copie dei nostri fogli di attacco.
Di simili esempi ne potremmo citare tante centinaia.
Inutile nella Chiesa non c'è destinato nessuno. Dio per ciascuno di noi ha fatto un progetto meraviglioso. Il nostro primo dovere e il nostro primo interesse deve essere di scoprirlo e quindi di attuarlo.
E quando la nostra vita sembra divenuta inutile o perché ammalati, o perché invalidi o perché vecchi o perché inchiodati in una sedia o in un letto, è allora che la nostra vita può diventare estremamente preziosa e utile.
La Madonna, alcuni anni addietro, ha dato in un'apparizione a Oulx, in Val d'Aosta, un programma meraviglioso per tutti quelli che faticano o che soffrono: « Soffrire, offrire, pregare, tacere. Seminate, durante la giornata, dappertutto delle Ave Maria ».
Un giornalista svedese racconta: « Ogni pomeriggio, andando alla redazione del giornale a piedi, per sgranchirmi, vedevo ad una svolta della strada sul balcone di fronte, a primo piano, una vecchina dietro i vetri che guardava con sguardo assente la gente che passava sulla strada. Cosí, giorno per giorno, per diversi anni. « Quanto è brutta la vecchiaia, pensavo dentro di me, quando piú nessuno ti cerca o ti pensa, e non ti resta altro da fare che attendere seduti dietro un balcone che venga la morte! Che tristezza, povera vecchina! » Un giorno decisi di fare una visita di conforto a quella povera vecchia. Bussai alla sua porta; lei mi aprí, mi accolse cortesemente, mi fece accomodare e mi chiese cosa volessi.
Dopo le prime parole di convenienza, esclamai: - Quanto deve essere triste la vecchiaia, quando nessuno piú ti cerca e sei condannato ad attendere in una sedia la morte!
- Certamente, rispose la vecchina, quando non c'è nulla da fare! Ma, scusi signore! Ha qualcosa da dirmi? Sa, mi scusi, ho molto da fare; debbo pregare per tutti quelli che passano qui sotto, nella strada per salvarli; altrimenti la maggior parte di essi andranno all'inferno!.
Sbalordito e ammirato, chiesi scusa, mi alzai, la salutai e la lasciai alla sua quotidiana continua preghiera per salvare chi sa quanti di noi assorbiti e distratti dalla vita ».
CAP. XXV - CREDERE AL VANGELO E STARSENE A GUARDARE
Nell'ottobre del 1987, tra uomini, donne e bambini, 163 portoricani partirono da San Juan di Portorico su una barca di 22 mt per raggiungere clandestinamente gli Stati Uniti. Purtroppo in alto mare la barca prese fuoco e i passeggeri si gettarono a nuoto; ma dopo alcuni minuti sopraggiunse un branco di squali, che cominciarono furiosamente a divorarli. Quegli sventurati naufraghi invano cercavano di allontanarsi e di difendersi, ma quegli enormi bestioni li raggiungevano, li addentavano, li sbranavano.
Cosí narra l'agghiacciante tragedia uno spettatore oculare, Eugenio Cabral, direttore della difesa civile americana per l'area di Portorico, che stava in quel momento sorvolando con l'elicottero il tratto di mare tra Santo Domingo e Portorico insieme al collega Luis Nevarez: «Ho visto con i miei occhi 140 uomini, donne e bambini che sono stati divorati vivi da un branco di squali famelici nel mare dei Caraibi. Erano gli sfortunati passeggeri di una barca che ha preso fuoco ed è colata a picco in pochi secondi. E improvvisamente quei poveretti si sono trovati in balia di quelle bestie gigantesche e spietate. Io ero a bordo di un elicottero ed ho assistito con il cuore in gola a quella scena straziante, durata piú di tre ore. Gli squali erano dappertutto; sembravano impazziti. All'inizio uccidevano per fame, ma poi, dopo aver fatto una sessantina di vittime, sembrava volessero, piú che altro, sfogare la loro rabbia.
È stato uno spettacolo orribile e indimenticabile. Sembrava la scena di un film dell'orrore. Invece era tutto vero. I naufraghi alzavano le braccia al cielo implorando il mio aiuto; ma io non potevo fare niente per aiutarli. Non avevo armi a bordo per tentare di mettere in fuga i mostri impazziti, e gli appelli disperati lanciati attraverso la mia radio di bordo sono rimasti senza risposta per quasi tre ore. Quando poi mi sono abbassato con l'elicottero sulle onde, per tentare di raccogliere almeno uno o due dei bambini piú piccoli, mi sono trovato uno squalo gigantesco, che ha cercato di afferrare i pattini del mio elicottero per tirarmi in mare. Se non avessi ripreso quota subito, avrei fatto anch'io la fine di quei poveri naufraghi. Sono rimasto lassú a piangere e a pregare, mentre il mare sotto di me si riempiva di cadaveri straziati e gli squali continuavano il loro orribile festino ». Cosí perirono orrendamente 140 passeggeri; ne sopravvissero soltanto 23.
Stralciamo ancora da « Gente » un brano del racconto di una di essi, Ines Garcia di 20 anni: «Il nostro incubo è incominciato all'alba, quando la barca è improvvisamente esplosa. Non si è trattato di una semplice disgrazia, ma di una sciagura provocata dall'incuria e dall'imprudenza della gente senza scrupoli che ci aveva presi a bordo. Eravamo 163 disgraziati tra uomini, donne e bambini, stipati su una barca troppo piccola e non potevamo quasi muoverci. Gli uomini erano in piedi, attaccati ai bordi della barca. Le donne sedevano al centro tenendo fermi i bambini. Eravamo cosí stretti che non potevamo quasi respirare. A un certo punto cominciò una violentissima rissa tra gli uomini... La barca tremava sotto i loro colpi; ma noi donne non siamo riuscite a fermarli. E poi, non so come, il motore ha preso fuoco ... C'è stato un grande boato, mentre la barca andava in mille pezzi. Io mi sono trovata, dietro un colpo tremendo che mi fece perdere i sensi, in acqua... Ripresi i sensi, vedo avanzare gli squali. Grido terrorizzata; essi in un momento ci furono sopra. Vidi sparire, per primo, una bambina con un urlo straziante, nella bocca di uno squalo gigantesco. Poi è cominciata l'orrenda carneficina... Gli squali arrivavano a gruppi di dieci, di quindici, velocissimi. Ho visto i padri che si battevano con tutte le loro forze per difendere i loro figli da quei mostri; ho visto le madri che si gettavano nelle fauci di quei mostri nella speranza di placare la loro furia e salvare i loro bambini. Presto il mare si è colorato di sangue, e c'erano braccia, gambe e viscere umane che galleggiavano. Gli squali non si curavano di questi poveri resti umani. Rincorrevano e divoravano i vivi. Inseguivano soprattutto quelli che tentavano di fuggire; li raggiungevano in pochi istanti, li azzannavano e li trascinavano sott'acqua per divorarli.
Ho visto bambini strappati dalle braccia delle loro mamme e uomini grandi e grossi spezzati in due dai morsi dei pescecani ... N.
A un certo punto la Ines fu addentata a una gamba da un pescecane. Si rivolse al Signore, pregandolo di perdonarle i suoi peccati e di aiutarla. In quel momento si abbassò l'elicottero; lo squalo abbandonò la preda e andò lontano. Ines fu salva e raccolta da una nave che frattanto era sopraggiunta. (Gente n. 43 - 30.10.1987).
Se ti fossi trovato tu tra quelle onde e ci fosse stata una nave armata poco distante, cosa avresti fatto? Certamente saresti corso nuotando alla nave senza aspettare i pescecani, ti saresti messo in salvo sopra di essa e avresti mobilitato tutti per sparare su quei pescecani e salvare cosí quei poveri naufraghi.
Eppure questa scena si ripete quotidianamente in maniera immensamente piú orribile e i cristiani nella massima parte non fanno niente. Ogni giorno una non indifferente percentuale dei 400.000 uomini che muoiono va all'inferno. Gesú ne parla esplicitamente e ripetutamente nel Vangelo. Citiamo solo alcuni passi: « Larga è la porta e spaziosa la via che porta alla perdizione e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanto pochi sono quelli che vi entrano! » (Mt 7,13). « Il Re dirà ai cattivi: andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per gli angeli suoi... » (Mt 25,41). Moltissimi cristiani, invece di informarsi bene, ne negano l'esistenza o ci ridono sopra; e, soprattutto questi vanno all'inferno.
La Madonna a Fatima, a Medjugorie, a Belpasso ha fatto vedere ai veggenti l'inferno: un mare di fuoco tempestoso e i dannati, travolti da quelle onde di fuoco, urlare disperatamente mentre venivano addentati dai demoni dalla forma di mostri spaventosi. A quella vista tutti i veggenti si sono sentiti morire; il veggente di Belpasso, Rosario, addirittura è svenuto.
La Madonna in tutte queste apparizioni ha detto che all'inferno ci vanno molti. Ma, allora, cosa fare?
Innanzitutto chi ancora è fra le onde, l'unica cosa intelligente che deve fare è quella di salire di corsa nella nave; ossia, fuori metafora, chi ancora vive lontano da Dio ha una cosa sola importante da fare subito: convertirsi senza attendere i pescecani, ossia senza attendere la morte.
Quindi occorre che tutti noi cristiani veri ci mobilitiamo per salvare quanti piú « lontani » ci è possibile. Abbiamo un numero sterminato di uomini da salvare. Sui cinque miliardi di uomini viventi, quattro miliardi sono pagani. Sul miliardo circa i cristiani, probabilmente, neanche il 10% vive in grazia di Dio. Basta pensare che soltanto in Italia ci sono almento un milione di assassini che fanno i 500.000 aborti ogni anno o cooperano per essi; basta, inoltre, pensare la moltitudine sterminata di cristiani bestemmiatori, di cristiani dediti a spettacoli porno, di fornicatori, di adulteri, di omosessuali, di drogati, di spacciatori, di mafiosi, ecc. Se nessuno li salva, tutti costoro andranno all'inferno. E, purtroppo, la loro sorte sarà infinitamente peggiore, di quella dei poveri disgraziati divorati dagli squali, perchè eterna.
La Madonna ha detto in tutte queste apparizioni che molti vanno all'inferno; a Fatima ha detto ancora: «Molti vanno all'inferno, perché non c'è chi preghi e chi sacrifichi per loro. Se voi pregherete e farete tanti sacrifici, molti di quelli che debbono andare all'inferno, saranno salvati ».
A Medjugorie la Madonna ha vivamente esortato noi suoi figli, oltre che a pregare molto e a fare tanti sacrifici per la conversione dei peccatori, a diffondere la luce che è in noi, ossia a fare apostolato; e, infine, a Belpasso in ogni apparizione ci ha esortati ad avere sempre il Vangelo nella mente, nel cuore, e nella bocca, ossia a fare sempre dell'apostolato evangelizzando quante piú persone ci è possibile.
Chi crede, non può starsene con le mani in mano dinanzi a questa moltitudine di sventurati che vanno all'inferno; farebbe come uno che, assistendo a quel macello fatto dai pescecani e potendo salvare tanti di quei naufraghi, non avesse voluto fare nulla.
Per questo ci dice Dio per bocca del profeta Ezechiele: « Quando io dico all'empio: tu morrai! Se tu non lo ammonisci e non lo avverti di abbandonare la sua vita perversa, affinché possa vivere, egli morrà nella sua iniquità; ma del sangue di lui io chiederò conto a te. Se, invece, tu hai ammonito l'empio, ed egli non si sarà convertito dal male e dalla sua via perversa, egli morrà nella sua iniquità, ma tu avrai salvato te stesso. Cosí pure, qualora il giusto si ritraesse dalla sua giustizia e commettesse l'iniquità, se io porrò un tranello dinnanzi a lui, egli morrà; perché tu non l'hai ammonito egli morrà nel suo peccato, e non saranno tenute in considerazione le opere giuste che egli aveva compiuto; ma del sangue di lui io chiederò conto a te. Ma se tu hai ammonito il giusto di non peccare, ed egli non avrà commesso colpe, il giusto vivrà perché fu ammonito, e tu avrai salvato la tua vita» (Ez 3,16-21).
Evidentemente dinnanzi a questo mare immenso di gente che si è allontanata da Dio, il singolo può fare poco; ma l'importante per lui è che faccia quanto gli è possibile. Tuttavia s'impone la necessità e l'urgenza di una vera mobilitazione generale.
Non essendo in tuo potere fare questo, per te basterà che mobiliti attorno a te e coinvolga nel tuo apostolato un buon gruppo di collaboratori, e che usi tutti i mezzi per giungere a quante piú persone ti è possibile.
CAP. XXVI - RESISTERE ALL'AMORE
Se vuoi amore, semina amore e raccoglierai amore; ciò che si semina, si raccoglie.
Dio, che è amore, crea tutti gli esseri e irradia su tutti il suo amore; fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, fa piovere sopra i buoni e sopra i cattivi; e gli uomini retti di tutti i tempi e di tutti i continenti lo lodano e lo ringraziano. Infine, Dio ha cosí amato il mondo, da mandare il suo Figlio dilettissimo a morire per noi. Gesú, poi, preannunziando la sua morte in croce, disse: « Quando sarò elevato da terra, trarrò tutto a me » (Gv 12,22).
Cosí è avvenuto che miliardi di uomini lo hanno amato e lo amano, e che centinaia di milioni di uomini hanno sacrificato la loro vita per lui nell'apostolato, nella preghiera, nella verginità, nel martirio.
È vero che miliardi di altri uomini gli sono stati e gli sono ingrati; ma è anche vero che quasi tutti costoro non lo conoscono o che non lo conoscono sufficientemente, e che la maggioranza di essi vengono salvati precisamente dall'amore e dal sacrificio dei buoni. Questi, a loro volta, per tali prove di amore a Dio e agli uomini, si rendono simili a Gesú, oggi nel sacrificio, domani nella gloria.
Esempi di questo amore che salva ce ne sono un'infinità. Moltissimi indigeni, vedendo i nostri missionari che per loro hanno lasciato le loro famiglie e il loro benessere, spontaneamente si convertono. Un missionario mi disse come un giorno un pagano gli disse: « Tu vieni da lontano, lasciando la tua famiglia per cercare noi; e non vieni a chiederci qualcosa, ma solo per parlarci di Gesú. Deve essere molto buono questo Gesú che ti ha mandato a cercarci. Dimmi cosa debbo fare ».
Durante la feroce persecuzione di Calles contro la Chiesa in Messico, il padre Michele Pro, per sostenere la fede dei cattolici, ogni giorno andava in un quartiere diverso, sfidando la fucilazione, per celebrarvi la Messa.
Calles mise una fortissima taglia sul suo capo per il poliziotto che glielo avrebbe consegnato. Diecimila poliziotti portavano in tasca la sua foto per identificarlo. Un giorno il padre Pro, uscendo da una casa dove aveva celebrato la Messa, si accorse che un poliziotto, appostato lí davanti, lo seguiva. Il p. Pro accelerò il passo; il poliziotto l'accelerò pure. P. Pro cominciò a prendere tante traverse quasi correndo, per sfugggire al poliziotto; ma questi gli era sempre alle calcagna. Vistosi perduto, il p. Pro, vedendo un ragazzo con la bicicletta, lo pregò di prestargliela e con essa in gran corsa usci dalla città di Messico, andando nello stradale di campagna; il poliziotto sequestrò un'altra bicicletta e presto gli fu dietro. Fu una corsa frenetica: il padre per salvarsi la vita; il poliziotto per guadagnarsi la taglia. Ad una curva, il poliziotto sbandò per la velocità e cadde a terra gettando un urlo. Il padre Pro, voltandosi e vedendo il poliziotto sanguinante che gridava, ritornò indietro, prese il ferito, lo mise nella sua bicicletta e lo portò in città nell'ospedale. Guarito, il poliziotto divenne il migliore amico di padre Pro e, controllando le indicazioni che giungevano spessissimo in Questura, salvò a lui moltissime volte la vita. Dopo dieci anni di questa vita, il padre Pro non riuscì a sfuggire ad una cattura e fu fucilato. Era il 1928.
Un giorno moriva in Adrano un uomo lontano dalla Chiesa e bestemmiatore. I parenti, che erano un po' religiosi, cercarono di farlo riconciliare con Dio e di fargli ricevere i sacramenti; ma l'ammalato non volle sentirne. Gli chiesero se voleva accettare la visita del parroco. L'ammalato rispose secco: « No », e per di piú si mise a bestemmiare. Gli proposero altri sacerdoti, ma sempre con lo stesso risultato. Infine una cugina gli disse: « Faccio venire padre Santangelo? ». L'ammalato tacque un momento e quindi disse: « Quello si, perché mi saluta sempre quando mi incontra ». Avvisato, accorro al capezzale del moribondo, lo saluto cordialmente, in alcuni minuti lo dispongo a ricevere i Sacramenti; quindi lo confesso e lo comunico. L'indomani il malato mori serenamente.
Il mondo è pieno di ghiaccio; tutti i discepoli di Cristo dobbiamo sciogliere questo ghiaccio col caldo del nostro amore, perché così soltanto possiamo salvare gli uomini. Non dobbiamo aver fretta a convertire i peccatori; dobbiamo aver fretta ad amarli.
Prima della 2a guerra mondiale un sacerdote mi raccontò questo episodio successo da poco a una delle Suore dell'Assunzione dell'Asilo S. Agata di Catania, le quali allora mantenevano i vecchi ricoverati con la questua che esse facevano in città. Quella suora era entrata in un negozio a chiedere l'elemosina. Il negoziante le diede uno schiaffo. La suora abbassò il capo, come per assaporare lo schiaffo; quindi disse al negoziante: « Questo per me. Per i miei poveri cosa mi dà? ».
Quel negoziante si commosse, si confuse, scoppiò a piangere, si inginocchiò e le disse: «Suora, siete una santa. Perdonatemi! Sono stato un mascalzone! ».
Quindi fece una grossa offerta per i poveri vecchi.
Non crediamo opportuno continuare con simili racconti. Chiudiamo col racconto di un giapponese: « Ero un buddista praticante, in seguito alla sconfitta giapponese nella 2d guerra mondiale perdetti tutto: il papà, comandante dell'esercito giapponese, che morì in Cina; la bella casa di Kagoshima, che fu incendiata negli ultimi bombardamenti americani, un intimo amico, che mori a Kagoshima, fulminato dalla prima bomba atomica; infine lo stesso ideale di abbracciare la carriera militare, battuto dalla sconfitta. Dovevo cominciare da capo, a partire dall'abitazione.
Cosí un giorno sono andato in una chiesa cattolica in costruzione a Miyakonoio per rubare un po' di chiodi. La prima parte del mio disegno funzionò a meraviglia. Mi ero letteralmente foderato di chiodi, quando, all'improvviso, fui afferrato da un missionario. Era in realtà il momento in cui fui preso da Cristo. Quel missionario straniero, invece di darmi una bastonata, come mi aspettavo, mi offri altri chiodi, quanti ancora ne avevo bisogno, e mi congedò senza dire una parola sul cristianesimo. 11 giorno dopo ero già di ritorno alla chiesa di Miyakonoio, in cerca del missionario, e gli dissi che rinunziavo ad essere generale dell'esercito imperiale, ma che mi insegnasse a diventare come lui. Non avrei mai detto allora che mi facesse cristiano; volevo solo diventare come lui. Vidi in lui il maestro della vita. "lo sono la vita", disse Gesú. Qualche tempo dopo ricevetti il battesimo. Ma quel missionario, cui sono debitore della vita della grazia, diede la sua vita senza alcun rimpianto per testimoniare il suo amore per i giapponesi. Durante un grande incendio, per salvare un mio amico, che tardava a mettersi in salvo, si spinse arditamente fra il divampare del fuoco e, abbracciato al giovane, morí tra le fiamme. Non rimaneva di lui che un pugno di cenere.
Mi aveva detto sempre: "Masayuki (il mio nome giapponese, che significa "giusto") non ho che un desiderio: diventare terra giapponese". Lo diventò. Allora, preso in mano un pugno di cenere, compresi per la prima volta cosa è l'ansia missionaria del Signore Crocifisso. Decisi di prendere il posto del missionario, don Aldino Roncato, diventando missionario salesiano come lui ».
Questo giapponese è l'attuale sotto-segretario del Segretariato Vaticano per i non cristiani, don Giovanni Bosco Shirieda (BS 1.12.1984).
CAP. XXVII - CHE NON CI SIA LA RESURREZIONE
Il corpo umano è il capolavoro fisico di Dio: è un abisso di meraviglie, una serie infinita di microscopiche fabbriche, di automazioni, di programmazioni, di interazioni, di interdipedenze, di armonizzazioni; è la sintesi di tutte le leggi della materia e smisuratamente le sorpassa. I filosofi greci lo avevano intuito e definirono il corpo umano un « microcosmo », ossia un piccolo universo.
Dio, poi, volle superare infinitamente tutte queste meraviglie, facendosi uomo e unendo la sua divinità ad un corpo e un'anima cosí intimamente da divenire una sola persona: «l'Uomo-Dio».
Non poteva Dio destinare tutte queste meraviglie del corpo umano all'annientamento e far finire tutta l'opera sua in un fallimento. Per questo volle rendere immortale il corpo umano facendolo risuscitare. Per questo Dio risuscitò il suo Cristo, perché fosse egli la primizia dei risorti.
Della resurrezione di Gesú ci restano le testimonianze scritte di 8 contemporanei: Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Pietro, Giacomo, Giuda Taddeo, Paolo; ne cominciarono a parlare subito gli apostoli e i discepoli nella loro predicazione; anzi da tale resurrezione essi trassero la forza di mettersi subito a predicare e di affrontare persecuzioni d'ogni genere.
Della predicazione della resurrezione di Gesú fatta a Corinto nell'anno 50 ci resta questa testimonianza nella i Cor 15, 1-9 scritta nell'anno 57: « Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve lo ho annunziato. Altrimenti, avete creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che, cioè, Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le scritture, che apparve a Cefa e quindi ai dodici. In seguito apparve a piú di cinquecento fratelli, in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve anche a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo apparve anche a me, come a un aborto. Io infatti sono l'infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio ».
Doveva essere cosí perché è semplicemente assurdo che tutta l'opera della creazione e la stessa incarnazione del Verbo potessero finire con la sconfitta e il fallimento di Dio nella croce. Dio stesso dice per bocca di Isaia: « La mia parola non ritorna a me senza frutto, ma compirà tutto quello che io avrò comandato e adempierà la sua missione » (Is 55,11). Ora la gloria di Dio è il suo Figlio, e quindi anche di tutti coloro che il suo Figlio avrà congregato in uno (Gv 11,52), cioè nel suo Corpo mistico.
Dice s. Paolo: « Gesú è l'immagine dell'invisibile Dio, il primogenito di tutta la creazione, perché in lui sono state create tutte le cose nei cieli e nella terra, le visibili e le invisibili, i Troni e le Dominazioni, i Principati e le Potestà; tutto è stato creato da lui e per lui. Egli è il primogenito di tutte le cose, e tutto sussiste in lui. Cristo è la testa del corpo, cioè della Chiesa; egli è il principio, il primogenito di fra i morti, cosí da essere il primo in tutte le cose; perché il Padre si compiacque di fare abitare in lui tutta la pienezza e per lui, che ha stabilito la pace per virtú del sangue della sua croce, riconciliare con sé tutto ciò che esiste nella terra e nei cieli » (Col 1,15-20).
A noi interessa la resurrezione di Cristo perché essa importa necessariamente la nostra resurrezione, avendocela egli esplicitamente promessa, condizionandola alla nostra comunione eucaristica: « Chi mangia del mio corpo e beve del mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno » (Gv 6,54).
Gesú non dice: « avrà », ma « ha la vita eterna », cioè la vita stessa di Dio, il germe dell'immortalità che lo farà risorgere. Per questo s. Paolo dice: « Ora se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni che non esiste resurrezione dei morti? Se non esiste resurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione, ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede, e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere piú di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la resurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, cosí tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia, poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto a nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi » (1 Cor 15,12-26).
La resurrezione dei morti ha sempre riempito di sbalordimento i cristiani e chiunque ci voglia considerare. Come quei corpi infradiciti potranno essere rifatti e addirittura migliorati, ringiovaniti, immortalati? Come da quella massa immensa di terra alla quale sono stati ridotti, potranno venire, d'un colpo, rifatti, migliaia di miliardi di uomini e donne? Umanamente parlando questo è inconcepibile. Per questo San Paolo, parlando all'Aereopago di Atene agli intellettuali ateniesi, quando portò il discorso sulla resurrezione finale, quegli uomini cominciarono a schernirlo, mentre i piú educati gli dissero per levarselo davanti: « Su di questo ti sentiremo un'altra volta» (Atti 17,22).
Anche dei cristiani appena convertiti provavano difficoltà a credere alla resurrezione finale dei corpi. Ad essi s. Paolo scrive: « Ma qualcuno dirà: "Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?" Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano, per esempio, o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne degli uomini ed altra quella degli animali; altra quella degli uccelli ed altra quella dei pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, ed altro lo splendore delle stelle: ogni stella differisce dall'altra nello splendore. Cosí anche la resurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale e risorge un corpo spirituale. Se c'è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, perché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.
Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è di terra; il secondo uomo (Gesú) viene dal cielo. Quale è l'uomo fatto di terra, cosí sono quelli di terra; ma quale il celeste, cosí anche i celesti. E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, cosí portiamo l'immagine dell'uomo celeste. Questo vi dico, o fratelli; la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l'incorruttibilità. Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario, infatti, che questo corpo, corruttibile si rivesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.
Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della Scrittura: "La morte è stata ingoiata dalla vittoria: dove è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesú Cristo. Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell'opera del Signore, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore » (1 Cor 15, 35-38).
E a quei cristiani che piangevano inconsolabili la morte dei loro cari egli scrive: « Non vogliamo poi lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi infatti crediamo che Gesú è morto e risuscitato; cosí anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesú insieme con lui... Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell'Arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell'aria, e cosí saremo sempre con il Signore. Confortatevi quindi a vicenda con queste parole » (1 Ts 4,13).
La compagnia dei nostri cari completa la felicità essenziale della visione beatifica di Dio, come, in terra, completa la nostra gioia in una bella gita, o nell'ascolto di un meraviglioso concerto, o in un divertimento, o in un pranzo. Naturalmente tutte queste gioie umane sono quasi nulla rispetto alla felicità della visione di Dio.
In questo dopo-guerra è successo questo episodio gentile: mori in un convento una giovane suora di santa vita. Dopo un mese apparve bellissima, sorridente, in uno splendore di luce alla sorella e le disse: « Sono stata un mese in purgatorio; ma non vi ho nulla sofferto, perché non avevo nulla da scontare; mi è cresciuto il desiderio di Dio, perché in terra non lo avevo avuto sufficiente. Raggiungiamo Dio soltanto quando il desiderio di lui è divenuto ardente in noi. Con me viene anche la mamma (che era morta due anni prima). La mamma poteva andare in paradiso sei mesi addietro, ma ha voluto attendere il papà (che era morto dodici anni prima). Ora andiamo tutti e tre in paradiso ».
Questo fatto ci riempie di gioia, perché ci mostra che nell'aldilà non si spezzano i legami buoni che abbiamo avuto in terra. Ma se in terra ci saremo amati santamente, ci riuniremo in paradiso e saremo sempre felici col Signore.
CAP. XXVIII - CHE QUALCOSA TURBI LA FELICITA DEL PARADISO
La felicità e le gioie di questa vita, pur cosí parziali, vengono turbate sia da cause interne (ad es. malattie, preoccupazioni, dolori), sia da cause esterne (ad es. persone moleste, frastuoni, pessimo clima).
Dovendo in terra convivere con tante persone, è necessario, per vivere tranquilli, che nessuna di esse ci turbi; se poi tutti ci vogliono bene siamo felici. Tuttavia la vera felicità è possibile solo nel paradiso; infatti, essa consiste nel possesso di tutti i beni e nell'esclusione di ogni male.
Ciò che guasta la convivenza umana sono i vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia; e i difetti, che sono vizi in forma leggera.
Essi sono vere e proprie malattie piú o meno gravi dell'anima e della società; e, nelle forme gravi, ne sono la morte. Dice s. Paolo: « Non sapete che gli ingiusti non possiederanno il regno di Dio? Attenti a non illudervi: né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapitori saranno eredi del regno di Dio » (i Cor 6,9).
Ma già tutti costoro che operano tali cose, non vogliono vedere Dio. Con la morte non cambiano né il nostro carattere, né le nostre inclinazioni, né il nostro modo di pensare. Nel dopo-morte c'è la continuità del nostro essere, della nostra mentalità, del nostro carattere.
Il Grabinsky nel suo libro Vivono i morti (EP) racconta questo fatto: in Germania era morto da alcuni anni, riconciliato con Dio, un pastore dal carattere violento. Una donna che lo conosceva, svegliandosi una notte a causa di un forte rumore, lo vede entrare nella sua stanza, passeggiare e agitare minaccioso le braccia, senza però parlare. Il fantasma si allontana e si avvicina al letto, sempre agitandosi convulsamente e minacciando. La povera donna resta terrorizzata. Non riesce a dormire; chiude gli occhi; ma quando li riapre vede sempre quel fantasma nella sua stanza. Cerca di dormire; sonnecchia un poco; ma, riaprendo gli occhi, ha sempre quel fantasma davanti. Cosí per lunghi mesi.
La povera donna vive in un incubo; non fa che pregare per quel pastore. Col passare dei mesi il fantasma diventa piú calmo; poi piú calmo ancora; infine diventa come una pecorella accovacciata nell'addiaccio. L'ultimo giorno il pastore le parla: le chiede scusa, la ringrazia con tanta dolcezza e dice: « Ora vado in paradiso ». Nella sofferenza si era totalmente purificato.
Niente di impuro e di difettoso entra in paradiso.
L'uomo, morendo, continua ad amare chi ha amato; a non amare chi non ha amato. Coloro che in vita hanno amato veramente Dio, ed hanno osservato la sua legge, morendo, spiccano il volo verso di lui e lo raggiungono.
I grandi peccatori che hanno emarginato Dio e gli hanno voltato le spalle, continueranno ad andare sempre lontano da lui: « Andate, o maledetti, lontani da me, nel fuoco eterno... » (Mt 25,41). Ed essi vanno eternamente, come trascinati da un turbine, secondo la bella fantasia dantesca, con un essere totalmente guasto, come inseguendo l'assurda felicità del vizio, senza mai alcuna volontà di pentimento.
Il paradiso è il regno della pulizia, della purezza, dell'armonia perfetta, dell'amore immenso; niente di impuro può entrare in esso.
Se Dio vi ammettesse delle persone con dei difetti ne guasterebbe la felicità, come un direttore d'orchestra guasterebbe un'opera se ammettesse in un concerto un individuo che non sa suonare o andare a tempo, o in un coro un cantore stonato. D'altro lato l'uomo, scoprendosi alla morte, alla luce di Dio, sporco per i suoi difetti, non ha il coraggio di comparire cosí al cospetto di Dio e dei santi; e va a purificarsi in purgatorio; come qualunque uomo sentendo bussare qualcuno di importante alla sua porta e trovandosi sporco, và, prima, di corsa a lavarsi e a mettersi in ordine, e dopo ad aprire.
C'è di piú: se dovessimo entrare coi nostri difetti o vizi leggeri in paradiso, non semplicemente disturberemmo la felicità dei beati, ma ne soffriremmo noi stessi moltissimo; per cui, in tal caso, morendo corriamo all'ospedale, ossia in purgatorio, per guarire.
Una volta ebbi un'ulcera agli occhi; mi faceva soffrire moltissimo la luce; ogni volta che qualcuno apriva la finestra della mia stanza gridavo perché la chiudesse. Soffrivo tanto a stare al buio; desideravo tanto vedere la luce e uscire al sole; ma, data la sofferenza che mi procurava la luce, volli stare al buio sia per soffrire di meno, sia per guarire. Quando poi guarii, fui felice di potere uscire libero all'aria aperta.
Altrettanto avviene per ogni uomo alla sua morte, quando ancora non s'è corretto in vita dei suoi difetti e non è arrivato ad amare tutti, a stare in piena armonia con tutti, ad amare Dio al di sopra di tutti. Similmente Dio non farà entrare in paradiso nessuno che ci possa fare anche minimamente soffrire.
Nessuno spiritualmente lebbroso va in paradiso. Iddio ha un ospedale dove guariscono tutti gli ammalati, ossia tutte le anime difettose; si guarisce, però, a prezzo di grandi sofferenze. Dio, nella sua infinita misericordia cerca di farcele risparmiare e ce ne dà e suggerisce i mezzi: le sofferenze delle malattie, le opere di carità, le preghiere, i sacramenti e, in genere, tutte le opere buone. Per questo Gesú ci dice: « Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati; date e vi sarà dato; vi sarà versata in seno una buona misura, pigiata, scossa e traboccante, perché sarà usata a voi la stessa misura di cui vi siete serviti » (Lc 6,37).
«Mettiti d'accordo col tuo avversario presto, mentre sei in cammino con lui, affinché egli non ti consegni al giudice e il giudice alle guardie e non sia messo in prigione. In verità ti dico: non ne uscirai finché non avrai pagato fino all'ultimo centesimo » (Mt 5,24).
Per entrare in paradiso bisogna essere o divenire puri come la Madonna. Molti confondono la purezza con la santità; è come confondere la pulizia con la grandezza e la salute con l'età e la statura. Altro è la purezza, altro è la grandezza. In paradiso ci vanno piccoli e grandi; ma tutti in perfetta salute, ossia tutti belli, buoni, dolci, puri. Per questo Gesú ha detto: « Se non vi farete piccoli come questo bambino, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,3); cioè « se non arriverete ad avere il cuore e lo sguardo semplice e puro come questo bambino, non entrerete nel regno dei cieli ».
Un altro mezzo semplice e facile per evitare il purgatorio è la recita del santo rosario. Lo ha suggerito la Madonna a Lucia di Fatima. Quando questa le Chiese se Giacinta sarebbe andata subito in paradiso, la Madonna rispose di si; quando poi le chiese se anche Francesco sarebbe andato subito in paradiso, la Madonna rispose: « Si, ma deve recitare molti rosari ». Allora Francesco, sentendolo, cominciò a recitare come un angioletto tanti rosari ogni giorno, e in ginocchio, che alle volte cadeva sfinito per terra.
CAP. XXIX - LA CONCLUSIONE NATURALE DELLA STORIA
1. Una fine soprannaturale
Ogni tanto appare nella stampa internazionale qualche articolo sulla probabile fine della vita umana nella terra: ora è uno scienziato che pone la fine del mondo fra alcuni miliardi di anni; ora un altro che la pone fra alcuni milioni di anni, mediante il riassorbimento della terra nel sole; ora è qualche altro che la pone vicino per l'inquinamento acqueo e atmosferico o per la coda di gas tossici di una cometa che si avvicina. Tutte queste previsioni prescindono da un diretto intervento di Dio nella terra, anzi esplicitamente o implicitamente lo escludono.
Il problema è questo: accanto alla storia dell'evoluzione cosmica e a quella degli uomini sulla terra, c'è una storia soprannaturale che la congloba e la dirige?
In altri termini: Dio va intervenendo nella storia? Gesú è veramente il suo Figlio divino? Se Gesú è veramente Dio, è assurdo che la sua venuta nella terra debba essersi conclusa in quella maniera, la piú obbrobriosa possibile: incantenato, deriso, bastonato, flagellato, sputato, schiaffeggiato, crocifisso, lui, il creatore, l'onnipotente, il reggitore e guidatore di tutte le stelle e di tutte le galassie, il sostentatore di tutti i viventi.
Ed è parimenti assurdo che la storia umana debba concludersi con un cataclisma cosmico o nella notte dei tempi futuri.
Se Gesú è il Figlio di Dio, come lo è, tutta la storia deve convergere a lui ed è soltanto lui che ne stabilisce la conclusione, le modalità, i tempi. Ed è quanto lui ha già profetizzato: « Vi saranno dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle; e sulla terra le nazioni saranno nell'angoscia, spaventate dal rimbombo del mare e dei suoi flutti. Gli uomini saranno tramortiti dallo spavento e dall'attesa angosciosa di quello che avverrà nella terra, poiché le potenze dei cieli saranno sconvolte. Vedranno allora il Figlio dell'uomo venire in una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, guardate in alto e alzate il capo, poiché la vostra redenzione è vicina» (Lc 21,25-28).
S. Paolo aggiunge: « Ecco, io svelo un mistero: noi non morremo tutti, ma tutti saremo trasformati, in un attimo, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba. Squillerà, infatti, la tromba e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati, perché è necessario che questo corpo corruttibile si rivesta d'incorruzione e che il nostro corpo mortale si rivesta d'immortalità» (1 Cor 15, 51-53).
Marco e Matteo descrivono, con le parole di Gesú, il suo ritorno glorioso: « Ma in quei giorni, dopo questa tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà piú la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le forze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora si vedrà il Figlio dell'uomo venire sulle nubi, con grande potenza e gloria. Allora manderà i suoi Angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo » (Mc 13, a4-27).
« Quando verrà il Figlio dell'uomo nella sua maestà con tutti gli angeli, si assiderà sul trono della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ma egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra » (Mt 25, 31-a3).
2. Le due venute
Dice s. Cirillo di Gerusalemme: « Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ve ne è una seconda, la quale sarà molto piú gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, la seconda porterà una corona di divina regalità. Si può affermare che quasi sempre nel nostro Signore Gesú Cristo ogni evento è duplice. Duplice è la generazione, una da Dio Padre prima del tempo, e l'altra, la nascita umana, da una vergine nella pienezza dei tempi. Due sono anche le sue discese nella storia. Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello. Una seconda volta verrà nel futuro in splendore e chiarezza davanti agli occhi di tutti. Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto. Nella prima accettò la croce senza rifiutare il disonore, nell'altra avanzerà scortato dalle schiere degli angeli e sarà pieno di gloria. Perciò non limitiamoci a meditare solo la prima venuta, ma viviamo in attesa della seconda. E, poiché nella prima abbiamo acclamato: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore", la stessa lode proclameremo nella seconda.
Il Salvatore verrà non per essere di nuovo giudicato, ma per farsi giudice di coloro che lo condannarono. Egli che tacque quando subiva la condanna, ricorderà il loro operato a quei malvagi, che gli fecero subire il tormento della croce, e dirà a ciascuno di essi: "Tu hai agito cosí, io non ho aperto bocca" (Ps 38,10). Allora in un disegno di amore misericordioso venne per istruire gli uomini con dolce fermezza; ma alla fine tutti, lo vogliono o no, dovranno sottomettersi per forza al suo dominio regale.
Il profeta Malachia preannunzia le due venute del Signore: "E subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate" (Ml 3,1). Ecco la prima venuta. E poi riguardo alla seconda egli dice: "Ecco l'Angelo dell'Alleanza, che voi sospirate, ecco viene ... Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare" (Ml 3,1-3). Anche Paolo parla di queste due venute scrivendo a Tito in questi termini: "È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesú Cristo" (Tt z,11-13). Vedi come ha parlato della prima venuta ringraziandone Dio? Della seconda, invece, fa capire che è quella che aspettiamo. Questa è dunque la fede che noi proclamiamo: credere in Cristo che è salito al cielo e siede alla destra del Padre. Egli verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti. E il suo regno non avrà fine. Verrà dunque, verrà il Signore nostro Gesú Cristo dai cieli; verrà nella gloria alla fine del mondo creato, nell'ultimo giorno. Vi sarà allora la fine di questo mondo e la nascita di un mondo nuovo » (Dalla "Catechesi").
3. Nulla resterà nascosto
Dice il profeta Isaia: « Dio strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lagrime su ogni volto » (Is 25,7).
È quanto avverrà alla fine del mondo. Oggi tutti i popoli e tutti gli uomini hanno un velo, o meglio, una maschera sul loro volto. Un'immensa quantità di uomini e di donne, pieni di forza e di bellezza, nascondono un cuore pieno di brutture. Altri sotto un aspetto molto dimesso nascondono una grande nobiltà d'animo e un cuore sensibile e generoso.
Altri o vecchi, o ammalati, o insignificanti, o addirittura deformi, nascondono una vita di preghiera, di sofferenza o di pratica eroica di virtú cristiane. Tutto questo non può restare nascosto, perché Dio vede, ed è infinitamente giusto. Dice Gesú: «Non c'è niente di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto » (Lc 12,27.
Nulla: né le lussurie, né i furti, né i tradimenti, né i cattivi pensieri, né alcun altro peccato e neanche le semplici parole inutili; ma, contemporaneamente: né le nascoste elemosine, né le preghiere, né i sacrifici, né le tentazioni vinte, né le semplici giaculatorie.
Il giorno del giudizio sarà il giorno delle meraviglie e dello sbalordimento. Sarà tolto il velo che copre tutti gli uomini ed essi appariranno quali realmente sono: dagli uni scomparirà ogni loro bellezza e i loro corpi e i loro volti appariranno brutti, deformi, puzzolenti, quali vengono resi dai loro peccati; dagli altri scomparirà ogni difetto sia naturale, sia prodotto da malattie o dall'età, e i loro corpi e i loro volti appariranno belli, luminosi, profumati, quali vengono resi dalle loro preghiere e dalle loro virtú.
Come ogni peccato accresce la bruttezza dei dannati, cosí ogni atto di virtú, anche ogni semplice Ave Maria e ogni semplice giaculatoria, accresce la bellezza degli eletti e la loro felicità eterna.
Basterà guardare i cattivi in volto per vedervi tutti i loro peccati; basterà guardare gli eletti in volto per vedervi tutte le loro virtú e tutte le loro opere buone.
Un giorno apparve a s. Teresa d'Avila una persona cosí bella e affascinante, che la santa si gettò in ginocchio per adorarla, credendola Dio. Il suo angelo le disse: « Alzati, Teresa; non è Dio, ma un'anima in grazia di Dio ».
Se già un'anima in grazia è tanto bella, quale deve essere la bellezza dei santi! E quale la bellezza della Madonna! Per questo suor Lucia di Fatima, interrogata sulla bellezza della Madonna, disse: « Non ho che un desiderio: quello di morire per andare a contemplarla. La Madonna mi ascolta sempre in qualunque preghiera le faccio. Purtroppo non mi vuole mai ascoltare nella preghiera che le faccio ogni giorno, di farmi morire e portarmi per sempre con sé ».
A questo punto può restare una preoccupazione: « Cosa ne sarà dei miei peccati? » Nella sua infinita misericordia Gesú ci ha promesso di cancellarli completamente, se ci convertiamo e ci confessiamo (Gv 20,23). Cosí egli attua quanto profetizzò Isaia: « Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni, dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso ... Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve» (Is t,16).
E nelle parabole della dramma perduta, della pecorella smarrita e del figliuol prodigo Gesú ci fa vedere la sua gioia immensa quando un peccatore si converte.
4. Il giudizio universale
Di tutta questa infinita misericordia l'uomo può approfittare finché è vivo; ed è intelligente se ne sa approfittare. Giunto al tribunale di Dio, finisce per lui ogni misericordia. Alla fine del mondo Gesú sarà il giudice equo e severo. Non ci può essere persona piú stolta di chi rifiuta il perdono del giudice. Nel giudizio Gesú per primo giudicherà e condannerà tutti i suoi nemici e i suoi bestemmiatori: « Quindi la fine, quando egli riconsegnerà il regno a Dio, suo Padre, dopo aver distrutto ogni Principato, Dominazione e Potenza. Poiché è necessario che Cristo regni "fino a che non abbia messo sotto i suoi piedi tutti i suoi nemici". L'ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte » (1 Cor 15, 24-26).
Infine, dopo aver premiato i buoni, che oltre ad avere amato Dio hanno amato anche il prossimo, castigherà i cattivi che non hanno amato il prossimo: « Allora il re dirà a quelli che sono alla sua destra: venite, benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dalla creazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi albergaste; ero nudo e mi rivestiste; infermo e mi visitaste; fui carcerato e veniste a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ristoro; assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti alloggiammo; o nudo e ti rivestimmo? Quando ti vedemmo infermo o carcerato e siamo venuti a visitarti? E il re risponderà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto questo a uno dei piú piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatto a me. Infine dirà anche a quelli che saranno alla sua sinistra: Andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e gli angeli suoi. Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste. Allora anche questi gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato, o pellegrino, o nudo, o infermo, o carcerato, e non ti abbiamo assistito. Ma egli risponderà loro: In verità vi dico: ogni volta che non lo avete fatto a uno di questi piú piccoli, non l'avete fatto a me. E costoro andranno all'eterno supplizio, i giusti invece alla vita eterna » (Mt 25, 34-46) Ma quando avverrà questo?
Non crediamo affatto che dovranno passare molti secoli: sia perché quasi tutti i segni dati da Gesú, quali precursori della sua venuta, si sono già verificati; sia perché Gesú ce lo ha fatto intendere con sufficiente chiarezza nella parabola del giudice iniquo, che fa giustizia alla vedova importuna; dopo della quale conclude: « Riflettete su queste parole del giudice iniquo! E Dio non renderà giustizia ai suoi eletti, che gridano a lui giorno e notte, e si mostrerà lento verso di loro? Io vi dico che renderà loro giustizia con prontezza. Ma il Figlio dell'uomo, alla sua venuta, troverà forse la fede sulla terra? » (Lc 18, 6-8).
Anche quest'ultimo segno si è verificato: basta vedere l'allontanamento dalla pratica religiosa e l'indifferenza religiosa delle masse dei cristiani (Leggi il libro Il ritorno di Gesú). S. Giovanni dice: « E poi vidi un cielo nuovo e una terra nuova, poiché il primo cielo e la prima terra erano spariti, e il mare non esiste piú. Allora vidi la città santa, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa abbigliata per lo sposo suo. E udii venire dal trono una gran voce, che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio fra gli uomini ... Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà piú morte, né lutto, né grido, né pena esisterà piú, perché il primo mondo è sparito. E colui che sedeva nel trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose »; e soggiunse: "Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente l'acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio; ed egli sarà mio figlio". Ma per i vili, e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gl'idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte » (Ap 21,1-7).
CAP. XXX - UN DIALOGO CHE SIGNIFICHI RINUNZIA
Col Concilio Vaticano II ha preso la corsa il dialogo con le altre religioni, che Papa Giovanni aveva iniziato fin da principio del suo pontificato. Il Concilio nella dichiarazione « Nostra aetate » riconosce i valori positivi delle altre religioni, che, in fondo, si sforzano di dare la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e il fine del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza: donde noi veniamo, dove andiamo.
Quindi, dato uno sguardo sommario alle risposte date dalle varie religioni, dice: « La Chiesa cattolica non rigetta nulla di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di vivere e agire, quei precetti e quelle dottrine, che, quantunque in molti punti differiscono da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini ».
La dichiarazione suddetta ha dato il via a una grande quantità di storture, spesso avallate da persone molto note: ad es.: il Card. Aaron Lustiger, di nascita ebreo, dice: « La rivista comboniana "Nigrizia" nel n. 8 del 1983 riporta queste affermazioni del gesuita camerunese Neiurad Hebga: "La teologia cattolica è una monopolizzazione della fede e un metodo di oppressione usato dagli europei, per soggiogare spiritualmente gli altri popoli. È tempo di finirla con la credenza ingenua dell'esistenza di un codice di moralità cristiana dettato dal Signore. Una migliore conoscenza delle diverse culture porta a relativizzare le norme e i sistemi etici particolari"; e queste altre di un altro sacerdote camerunese, Jean-Marc Ela: "La missione è innanzitutto la preoccupazione primordiale di accettare di vivere nell'insicurezza della ricerca (escludendo quindi le certezze della fede); il senso del Vangelo è di essere luogo di incontro e di unione degli uomini al di là delle differenze di opinioni; rinunziare di dire agli altri quel che si pensa di Dio, per permettere a ciascuno di trovare Dio a modo suo" ». Lo stesso card. Lustiger arriva, purtroppo, a dire: « La vocazione d'Israele è che la luce sia portata ai "goym" (cioè ai non ebrei). È la sua speranza. E credo che il cristianesimo sia un modo per giungerci ». Egli dimentica che Gesú è l'unico Maestro.
E il piú noto dei teologi della Liberazione, Leonard Boff, nel suo libro Chiesa, carisma e potere (Ed. Borla), esclude gli articoli della nostra fede, dicendo che essi valgono solo per dati tempi e in date circostanze. È esattamente quanto volevano l'ebraismo e la massoneria: «Il fine del giudaismo e della massoneria è la fondazione di una religione universale. La religione universale è la religione cattolica. Al vero cattolicesimo l'israeliano liberale e umanitario vuole sostituire una Chiesa cattolica forgiata a suo modo: cattolica perché tutti potranno entrarvi e perché tutti saranno d'accordo, visto che essa non imporrà nessun dogma» (par. 3, pag. 3). Questo lo confessava esplicitamente nel 1926 l'ebreo Jean Izoulet nel suo libro Paris, capitale des reliogions ou la mission d'Israel. Ivi espone un programma in 15 articoli per conseguire l'unificazione del pianeta sotto l'alto dominio ebraico; fatto, secondo l'autore, ormai irreversibile. Particolarmente significativi i primi 4 articoli: una lingua, una moneta, una religione, una scienza universale.
Don L. Villa documenta in "Chiesa viva" (n. 10-1987) quanto gli ebrei, infiltratisi nel Segretariato dell'unione dei Cristiani vanno tentando di fare a tale scopo: « Il vescovo Walter Kempe, di orgine giudaica, ausiliario della diocesi di Limburg (Germania), ha esposto molto chiaramente le finalità alle quali tendevano gli ebrei (naturalmente senza usare tale termine) attraverso il Segretariato per l'Unione dei Cristiani. In un discorso che incontrò un'ampia eco nella stampa internazionale, pronunziato a Monaco di Baviera, nei primi giorni del febbraio 1964, in occasione di un congresso cattolico, egli affermò che tendendo all'unità dei cristiani, il Papa diverrebbe il portavoce della cristianità, dopo di che, compiutasi l'unione delle chiese, il Papa sarebbe riconosciuto come "Primus inter pares" tra i capi delle diverse Chiese cristiane.
Ora se gli scopi di tale segretariato sono veramente quelli esposti dal vescovo cripto-ebreo Kempe, risulterebbe che la posizione attuale del Pontefice - che è indiscutibilmente il portavoce massimo del mondo cristano - sarebbe ridotta a essere quella di "primo", ma tra "pari a lui".
Questi di categoria pari a quella del Papa di Roma sarebbero gli altri capi delle Chiese cristiane, e cosí il Sommo Pontefice cattolico non solo sarebbe uguale al patriarca di Costantinopoli (il quale è a sua volta "primus inter pares" tra gli ortodossi, senza che per questo egli abbia il minimo potere sulle Chiese nazionali), ma sarebbe anche uguale a tutta la moltitudine di capi delle circa 200 Chiese Riformate, che poi, alla loro volta, sono alti dignitari massonici; e uguale, inoltre, ai patriarchi ortodossi di Mosca, Sofia, Bucarest, ecc., che sono strumenti passivi dei regimi comunisti dei rispettivi paesi.
Se la Chiesa cattolica dovesse cadere nella rete astutamente tesa dal Giudaismo e lanciata dal "Segretariato dell'Unione dei Cristiani", allora il Papa sarebbe collocato alla pari di uno dei tanti capi delle sette protestanti che costituiscono appunto il "Concilio mondiale delle Chiese".
Tutto questo senza tener conto che la Chiesa sarebbe obbligata a fare molte concessioni in materia di dogmi, accettando perfino principi eretici, e cedendo posizioni sulle quali si basa il suo potere spirituale, solo per dare soddisfazione ai "fratelli eguali", con i quali dovrebbe riunirsi per raggiungere la "pace nella grande famiglia cristiana".
Il medesimo proposito di indebolire la posizione del Papato entro il mondo cristiano, e soprattutto entro la stessa Chiesa Cattolica, si cela dietro i tentativi del cardinale Bea (di origine giudaica) e dei suoi complici, di decentrare il potere della Chiesa, aumentando le attribuzioni dei cardinali e dei Vescovi, dando loro facoltà di amministrare le loro diocesi assai liberamente e senza uno stretto controllo da parte del Pontefice.
È precisamente la direzione unitaria della Chiesa quello che il giudaismo vuole disgregare attraverso i suoi strumenti incoscienti e coscienti, attraverso una decentralizzazione che aumenti i poteri dei cardinali e dei vescovi a scapito di quelli del Papa. Nello stesso tempo si tende a ridurre il potere papale con la istituzione di una specie di "Parlamento" di Vescovi. In altre parole, gli ebrei impiegano contro l'istituzione papale esattamente la stessa strategia e tattica utilizzata nei secoli scorsi per abbattere le monarchie cristiane d'Europa».
Yver Marsandon nel suo libro L'Oecumenisme vu par un Franc-Macon de Tradition, parlando del Vaticano II, dice: « La rivoluzione religiosa, generata nella nostra Legge, prese stanza con tutti gli onori sotto la cupola di Pietro. La Massoneria esige un controllo sopra la Chiesa Cattolica, esige che le venga sostituito il cuore, gretto in quanto dogmatico. Non esige però necessariamente la distruzione dell'organizzazione chiesastica, ché, anzi, una forte organizzazione umana ben collaudata dai secoli, volta alle nostre concezioni, può esserci utilissima per tenere le masse per la cavezza. Detta organizzazione può essere sufficiente per dare domani ai credenti una fede nuova, libera, cioè, dal timore del peccato, dell'inferno, della Vergine Maria e via dicendo (priva, cioè, di dogmi). Ciò posto, non ci sarà piú ostacolo di sorta a che noi massoni accettiamo la Chiesa Cattolica ».
Sta di fatto che molti equivoci e molti errori sono venuti dopo il Concilio e spesso ammaniti dai loro autori a nome del Concilio. Il Card. Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, intervistato da Vittorio Messori, ebbe a dire: « Certo i risultati del Concilio Vaticano II sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI: ci si aspettava una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro a un dissenso che - per usare le parole di papa Montini - è parso passare dall'autocritica all'autodistruzione. Ci si aspettava un nuovo entusiasmo, e tanti sono finiti nello scoraggiamento e nella noia. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci siamo invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza, che si è sviluppato in larga misura proprio sotto il segno di un richiamo al Concilio, e ha quindi contribuito a screditarlo per molti. Il bilancio sembra dunque negativo; ripeto qui quanto già dissi a dieci anni dalla chiusura dei lavori: è incontestabile che questo periodo è stato decisamente sfavorevole per la Chiesa cattolica. Ma questo bilancio amaro è davvero attribuibile, almeno in parte, a forze messe in moto involontariamente dal Vaticano II? lo credo che il Concilio non possa in realtà essere ritenuto responsabile di evoluzioni o involuzioni che - al contrario - contraddicono sia lo spirito che la lettera dei suoi documenti. Già durante le sedute e poi dopo, in modo sempre piú vasto, circolò quello che noi tedeschi chiameremmo Konzils-Ungeist, quell"'anti-spirito del Concilio" secondo il quale tutto ciò che è "nuovo" (o presunto tale: quante antichissime eresie sono riapparse in questi anni come novità!) sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che già c'è. Un "anti-spirito" secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe di far ricominciare dal Concilio Ecumenico Vaticano II.
Bisogna rifiutarsi di parlare di Chiesa "pre" e "post" conciliare: c'è una sola e unica Chiesa che cammina verso il Signore venturo, approfondendo sempre piú e capendo sempre meglio il bagaglio di fede che Egli le ha affidato. Ma in questa storia non ci sono salti, non ci sono fratture o soluzioni di continuità. Il Concilio di Trento, il Vaticano I, in generale tutta la Tradizione, sino alla piú antica, Pio XII e con lui tutti i Papi dell'Otto-Novecento: ecco le fonti richiamate in nota, assieme alla Scrittura, dai documenti consiliari, che a ogni affermazione sottolineano la continuità con il passato. È mia impressione che i guasti cui è andata incontro la Chiesa in questi vent'anni siano dovuti, piú che al Concilio "vero", allo scatenarsi - al suo interno - di forze latenti, aggressive, polemiche, centrifughe, magari irresponsabili; e - all'esterno - all'impatto con una svolta culturale: l'affermazione in Occidente del ceto medio-superiore, della nuova "borghesia del terziario" con la sua ideologia liberal-radicale di stampo individualistico, razionalistico, edonistico.
Quindi aggiunge: « È dottrina tradizionale, antica, della Chiesa che ogni uomo è chiamato alla salvezza e può di fatto salvarsi (se obbedisce con sincerità ai dettati della propria coscienza) anche se non è membro visibile della comunità cattolica. Questa dottrina che - ripeto - era già pacificamente accettata, è stata però eccessivamente enfatizzata a partire dagli anni del Concilio, appoggiandosi a teorie come quella del "cristianesimo anonimo". Si è arrivati a dire che c'è sempre la grazia quando uno - non credente in alcuna religione o seguace di qualunque religione - accetta se stesso come uomo; il cristiano avrebbe in piú soltanto la consapevolezza di una grazia che, comunque, sarebbe in tutti. L'enfasi è stata portata poi anche sui valori delle religioni non cristiane, che qualche teologo presenta non come vie straordinarie ma ordinarie alla salvezza. Queste ipotesi hanno ovviamente allentato in molti la tensione missionaria. Perché disturbare i non cristiani inducendoli al battesimo e alla fede in Cristo, hanno cominciato a chiedersi alcuni, visto che la loro religione è la via di salvezza nella loro cultura, nella loro parte del mondo? Si è dimenticato tra l'altro il legame che il Nuovo Testamento instaura tra salvezza e verità, la cui conoscenza (lo afferma Gesú esplicitamente) libera, e quindi salva. O, come dice Paolo: "Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità"; la quale, aggiunge immediatamente dopo, consiste nel sapere che "uno solo è Dio e uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesú che ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1 Tim a, 4-7); come, d'altronde, la stessa "Nostra aetate" esplicitamente afferma: "La Chiesa annunzia, ed è tenuta ad annunziare il Cristo che è "via, verità e vita" (Gv 14, 6) in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose » (N. a).
Il Ratzinger conclude: «Presso molti teologi cattolici si è diffusa una mentalità che si direbbe vicina, ancor piú che al modello classico protestante, a quello di certe sette o "chiese libere" nordamericane. È il concetto, cioè, di una Chiesa come sola organizzazione umana, i cui membri sarebbero liberi di strutturarla e di organizzarla a piacere, a seconda delle esigenze del momento. Per molti è infatti caduta la fede nella fondazione divina della Chiesa, affidata agli uomini, ma voluta nelle sue strutture fondamentali da Dio stesso; dunque non disponibile a rimaneggiamenti continui per favorire le tendenze di moda o i bisogni di un certo momento. Nella visione cattolica, dietro la facciata umana sta il mistero di una realtà sovrumana sulla quale il sociologo o il riformatore umano non hanno alcuna autorità per intervenire. Se questa concezione misterica, sacramentale della Chiesa sfugge, sfugge di conseguenza anche l'ineludibilità della sua struttura gerarchica. Non si capisce piú la necessità dell'obbedienza come virtú, perché non si crede in un'autorità voluta da Dio, che ha le sue radici in Dio e non soltanto nel consenso della maggioranza, non solo sociologa, anche la stessa cristologia si svuota: cosí come avviene nelle strutture politiche. Senza questa visione anche soprannaturale, la Chiesa è una struttura umana, anche il Vangelo è un progetto umano: il progetto-Gesú. Una simile ecclesiologia appiattita sull'orizzonte, si presta a una visione scorretta del problema ecumenico. Tanti cattolici pensano che sia l'ultimo frutto di una mentalità intollerante la non accettazione da parte di Roma dell'intercomunione, di una eucarestia assieme con le chiese protestanti. Non si riflette che per il cattolico la Chiesa - struttura voluta cosí dal Cristo stesso - si basa sulla successione apostolica e dunque non ci può essere eucarestia (che esige il sacerdozio gerarchico) se quella successione è interrotta. Noi crediamo che cosí sia stato voluto dallo stesso Fondatore del cristianesimo. La teologia non sembra piú trasmettere un modello comune della fede, anche la catechesi è esposta alla frantumazione, a esperimenti che mutano continuamente. Alcuni catechismi e molti catechisti non insegnano piú la fede cattolica nel suo complesso - dove "tout se tient" e ogni verità presuppone e spiega l'altra - ma cercano di rendere umanamente "interessanti", secondo gli orientamenti culturali del momento, alcuni elementi del patrimonio cristiano. Niente piú formazione globale alla fede, ma riflessi e spunti di esperienze antropologiche parziali. In realtà, sin dai primi tempi del cristianesimo appare un "nucleo" permanente e irrinunciabile della catechesi. Lo ha utilizzato anche Lutero, alla pari del catechismo romano deciso a Trento. Questo nucleo irrinunciabile è costituito dal Credo, dai Sacramenti, dal Decalogo, dal Pater noster. Questi quattro "pezzi" classici sono il riassunto dell'insegnamento della Chiesa, la base della vita del cristiano che vi trova ciò che deve credere (il Simbolo), sperare (il Pater noster), fare (il Decalogo); e lo spazio vitale in cui tutto questo deve compiersi (i Sacramenti). Ora, questa struttura è abbandonata in troppa catechesi cattolica attuale, con i risultati di disgregazione che constatiamo nelle nuove generazioni, spesso incapaci di una visione d'insieme della loro religione ».
Per questo Giovanni Paolo II nel Sinodo di Roma (Nov. Dic. 1985) precisò: « Il Concilio ha rinnovato la coscienza della vocazione cristiana. Essa si forma mediante la partecipazione alla missione messianica del Figlio dell'uomo. La Chiesa è, di generazione in generazione, l'erede di questa missione, che ha la sua sorgente nel mistero trinitario di Dio stesso. Perciò la Chiesa è costantemente in stato di missione ».
Ma già lo stesso Concilio in « Nostra aetate » parlando della Chiesa lo aveva detto: « Essa però annuncia, ed è venuta ad annunciare, il Cristo che è "via, verità e vita" (Gv 14, 6) in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con Se stesso tutte le cose ».
E il card. Ballestrero nel Sinodo di Loreto disse: « Piú abbiamo riflettuto sul nostro essere Chiesa e piú ci siamo scoperti Chiesa missionaria: Chiesa che in questo mondo non esiste per sé, ma vive per gli altri. Non ha senso essere Chiesa se non aprendosi al progetto di Dio e diventando collaboratori e ministri di questo progetto ».
Contro quanti si illudono sulla mano tesa da ebrei, o direttamente o indirettamente per mezzo di massoni o di cattolici provenienti dall'ebraismo, c'è da ricordare quanto scrive s. Girolamo: « Se a noi preme di ricevere i Giudei con le loro leggi, sarà loro lecito compiere nelle chiese di Cristo quello che hanno esercitato nelle sinagoghe di Satana; e dico quello che penso: non essi diventeranno cristiani, ma renderanno noi Giudei » (Ep. Lxxv1).
Don Villa riporta nel suddetto numero di « Chiesa Viva » le seguenti dichiarazioni veramente impressionanti fatte da ebrei:
a) La rivista cattolica « Humanitas » in un articolo intitolato « Gli ebrei e il Concilio » ci rivela che il Comitato Permanente dei Rabbini d'Europa e il Consiglio Rabbinico d'America si oppongono decisamente all'avvicinamento spirituale tra ebrei e cattolici (n. 4-1963).
b) il Parlamento israeliano ha recentemente dichiarato che « le Missioni cristiane sono un cancro nel corpo delle nazioni ».
c) Il rabbino Reichorn fece nel 1886 sulla tomba del rabbino Ben-Judah un discorso nel quale, fra l'altro, disse: «Poiché la Chiesa cristiana è uno dei nostri piú pericolosi nemici, noi dobbiamo operare con perseveranza per diminuire la sua influenza... imprimendo nell'intelligenza di quelli che professano la religione cristiana le idee del libero pensiero, dello scetticismo, provocando controversie religiose, che sono feconde di scissioni e di formazione di sette nel cristianesimo. Bisogna logicamente cominciare col disprezzare i ministri di quella religione, dichiarando loro apertamente guerra. Provocare sospetti sulla loro condotta privata; cosí, col ridicolo e con la satira, si distruggerà il rispetto che è congiunto con lo stato e l'abito loro » (Le contemporain, 1.7.1886).
E ci sono dichiarazioni peggiori che non osiamo riportare.
Sta di fatto che nello stato d'Israele gli ebrei fanno di tutto per rendere difficile la vita dei cristiani e dei musulmani. I cattolici, che erano 350.000, oggi nello stato suddetto sono ridotti a 50.000.
Con questo sarebbe sbagliato fare di ogni erba un fascio; e sarebbe sbagliato attribuire a tutti gli ebrei le responsabilità dei loro leaders politici o economici o religiosi. Tra gli ebrei, come in ogni altro popolo, ci sono i cattivi e i buoni.
Sappiamo, infine, che alla fine del mondo gli ebrei in gran parte si convertiranno, perché esplicitamente lo ha profetizzato s. Paolo.
Quindi, il dialogo sí; ma non il cedimento dogmatico, né quello ascetico, né quello liturgico, ecc.
È sempre difficile stare nel mezzo; ma la virtú sta precisamente nel mezzo; ed il mezzo qui è questo: non dialogo-cedimento, né rifiuto del dialogo, ma dialogo prudente ed oculato, tendente a far conoscere il vero volto del cattolicesimo.
CAP. XXXI - IL DIALOGO CON I COMUNISTI
Coloro che desiderano un dialogo tra cattolici e comunisti dovrebbero leggere un resoconto fedele del dialogo tenuto per tre giorni tra esponenti della cultura cattolica (card. Paupard, Georges Cottier, lean Ladrière, Kourad Feiereis, Eduard Huber, Jozef Lukacs, Vittorio Passanti) e della cultura marxista (Tadeusz Jaroszewski, Foldsy, Eva Ancsel, Jordi Camp, Joseph Tischnez, Wolfang Klien, Victor Garadja, ecc.). È durato tre giorni. Non c'è stato nessun punto d'intesa. Ma come avrebbe potuto esserci una qualsiasi intesa tra due concezioni diametralmente opposte sull'uomo, sulla persona, sulla libertà, sull'etica, sulla religione, sullo Stato, sulla Chiesa, ecc.?
Il dialogo è servito solo a vedere l'inconciliabilità fra le due concezioni. D'altro lato a far togliere ogni illusione ci ha pensato la giornalista sovietica Cecilia Kin con un libro sull'Italia, intitolato L'alchimia e la realtà edito nel 1984. In esso la Kin cerca di ridicolizzare la natura trascendente e divina della Chiesa (che chiama "alchimia" e rimasuglio di superstizioni e oscurantismo) e distingue i cattolici in buoni (quelli che negano la resurrezione di Gesú, lo Spirito Santo, l'autorità del Papa) e in cattivi (quelli che ammettono tali dogmi). Lo scopo reale (il libro lo rivela non solo tra le righe, ma anche piú apertamente di quel che l'autrice avrebbe voluto) sono: la cancellazione del concetto stesso della natura trascendente e divina della Chiesa dalla coscienza della gente e la trasformazione della Chiesa in un'anonima istituzione di assistenza sociale e beneficenza (finché vive) e in un alleato in certe lotte politiche volute dai comunisti. Bisogna conoscere l'avversario, dice la Kin, bisogna conoscere i fatti e gli argomenti da lui usati, rendersi conto della situazione e del carattere degli individui con i quali si ha a che fare. Perché anche in questo caso si tratta di sorvegliare, interpretare, influenzare, manipolare, attirare con lusinghe o spaventare con minacce.
Lesiak Kolakoski sul « 30 giorni » di settembre 1986, a proposito del dialogo allora in atto tra marxisti e cattolici a Budapest, scrive tra l'altro: «Il dialogo tra marxisti e cattolici sarebbe sincero se fosse sull'essenziale: e cioè se i cattolici si sforzassero di far diventare credenti i marxisti e i marxisti si sforzassero di far diventare atei i cattolici. Invece i marxisti evitano sistematicamente di parlare di fede e di religione, negano sistematicamente che nei paesi da essi governati ci sia persecuzione religiosa e affermano che presso di loro c'è totale libertà religiosa. I comunisti non cercano di convertire i cristiani all'ateismo; essi cercano di usarli nello spirito del « fronte popolare ». Finché il comunismo non cambia è impossibile il dialogo.
I marxisti affermano naturalmente che negli stati socialisti la religione è separata dallo stato, non diversamente da molti Paesi "capitalisti". Ma ciò è semplicemente falso. In nessuno stato ideologico ci può essere separazione tra Chiesa e Stato - in un Paese comunista non meno che nell'Iran di Khomeini. Separazione significa che lo Stato è indifferente al credo religioso dei cittadini, che la loro fede è irrilevante rispetto al godimento dei loro diritti civili; ciò implica, ad esempio, che in un Paese comunista un credente cristiano abbia le stesse chances di partecipare al potere che ha un marxista. Ma solo esprimere questa idea basta per constatarne l'assurdità. In alcuni Paesi la religione è semplicemente vietata per legge; questo è il caso dell'Albania che si vanta (forse a ragione) di essere l'unico stato al mondo veramente marxista-leninista: lí i genitori rischiano la pena di morte per battezzare i loro figli.
In Unione Sovietica un sacerdote commette un'offesa criminale, se si reca da una persona morente con l'estrema unzione (la religione deve essere confinata nelle chiese) ed i genitori sono obbligati per legge a crescere i loro figli nello spirito comunista, cioè ateo, sotto la minaccia di vederseli portar via.
D'accordo, la portata della persecuzione varia da stato a stato ma essa non manca mai. La storia della drastica e brutale distruzione della Chiesa orientale ortodossa in Russia è lunga e presenta molti dettagli, sebbene non tutti molto conosciuti. Fin quando tali questioni non saranno chiarite non si potrà mai credere che i partners marxisti del « dialogo » stiano agendo « bona fide ». In realtà il « dialogo » è inutile fin quando coloro che rappresentano gli stati comunisti e si identificano con la loro politica, eviteranno l'argomento o approveranno le persecuzioni religiose nei loro Paesi. E molto spesso i partners marxisti non sono altro che funzionari del partito o suoi servitori, senza null'altro di personale da dire, se non trasmettere unicamente il punto di vista ufficiale, provvisto di tutta la sua mendacità.
I partiti comunisti amano il "dialogo" nella misura in cui coloro che vi sono impegnati evitano le questioni cruciali, davvero rilevanti per una comunicazione reciproca, e si accontentano di diversivi, quali pace, giustizia, felicità umana, concludendo con la condanna, diciamo, dell'apartheid in Sudafrica o del regime militare in Cile e cosí via.
Un dialogo con i marxisti sarà possibile soltanto quando essi riconosceranno che la scienza non risolve i problemi che crea, come con coraggio lo ha riconosciuto in detto convegno il marxista Boris Grigorian, e che occorre che la filosofia prenda il sopravvento sulla tecnica e prenda in seria considerazione il valore della « persona ». Ma qui i marxisti non saprebbero piú a quale filosofia ricorrere (non certo al marxismo) e quale supporto dare al valore della persona, a meno che non volessero ritornare al cristianesimo e, conseguentemente cessare di essere marxisti.
CAP. XXXII - VINCERE UNA BATTAGLIA CON UN ESERCITO DISORDINATO E DISARMATO
Nessun stato maggiore affronta una battaglia senza prima aver preparato, organizzato e armato il suo esercito.
Le potenze del male sanno bene questo ed hanno da tempo cominciato a preparare tutte le forze occorrenti (massoneria, capitalismo, liberalismo, comunismo, ecc.); hanno elaborato accuratamente un piano di attacco e preparato le armi (specie i mass-media) per sferrare l'attacco finale per distruggere la Chiesa, dopo averla minata e indebolita dal di dentro.
Noi, figli di Dio, non abbiamo ancora capito questa necessità di preparare, organizzare e mobilitare le nostre forze, di preparare i mezzi e le tecniche necessari, e di elaborare un piano organico per evangelizzare il mondo, e, innanzitutto, per rievangelizzare i paesi cristiani.
È per questo che dopo duemila anni ci sono ancora 4 miliardi di pagani e, peggio ancora, circa 1'80% dei cristiani hanno abbandonato la pratica religiosa e sono divenuti facile preda di tutte le religioni pagane e di tutte le ideologie anticristiane. Per questo 80% non si può parlare piú di chiesa militante, ma se si deve parlare ancora di chiesa, si deve parlare di chiesa dormiente.
E qual'è la situazione di quella che si può chiamare ancora chiesa militante? La maggioranza dei cristiani praticanti non sente il dovere di evangelizzare i lontani; tanto meno i pagani.
I vari Movimenti ecclesiali, pur essendo quasi sempre dinamici, generalmente non sentono il problema dei lontani, o meglio, di tutti i lontani, né i problemi delle Missioni e del 30 mondo, ma si limitano a evangelizzare quelli che ad essi si avvicinano e di sviluppare se stessi: opera certamente ottima, ma incompleta, perché non aperta a tutti i problemi della Chiesa.
Gli ordini e gli istituti religiosi generalmente non sono collegati: ognuno combatte la propria battaglia.
Le parrocchie il piú delle volte sono uffici amministrativi dei sacramenti e di evangelizzazione di quelli che le frequentano; ma non sono basi missionarie per evangelizzare i lontani e i quartieri periferici.
Quasi in nessuna parte esistono arsenali di armi da combattimento, ossia di fogli di opuscoli, di libri, di immagini, di posters, di films di evangelizzazione; tanto meno progetti di evangelizzazione ed equipes di volontari per evangelizzare.
Siamo un esercito disorganizzato in cui ognuno combatte la propria battaglia, e spesso senza armi o con armi primitive.
Abbiamo generalmente dimenticato che Gesú ha condizionato la conversione del mondo a tre cose:
1. Alla preghiera.
Per questo ci ha insegnato il Pater, ci ha detto che bisogna pregare sempre, che senza di lui non possiamo far nulla, e ci ha detto di pregare il Padre perché « la messe è molta e gli operai sono pochi », affinché mandi molti operai alla sua messe. La Madonna a tal fine ci ha chiesto a Medjugorie di pregare da 3 a 4 ore al giorno.
2. Alla nostra unificazione.
Nell'ultima cena cosí pregò: « Padre, che siano tutti una cosa sola, come io sono in te e tu in me; che siano tutti una cosa sola, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv 17, az).
3. Alla nostra predicazione del Vangelo.
Prima di salire al cielo egli disse ai suoi discepoli: « Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo a tutte le creature » (Mt 28, r9).
In conseguenza, i problemi della Chiesa sono questi:
a) L'acquisto di una coscienza missionaria
Il Concilio Vaticano II nel decreto « Ad Gentes » dice: « La Chiesa, che da Cristo è stata inviata a rivelare ed a comunicare la carità di Dio a tutti gli uomini ed a tutti i popoli, comprende perfettamente che le resta ancora da svolgere un'opera missionaria ingente » (n. 10): ben quattro miliardi di pagani da evangelizzare e circa un miliardo di cristiani da convertire!
« I discepoli di Cristo, mantenendosi in stretto contatto con gli uomini nella vita e nell'attività, si ripromettono cosí di offrir loro un'autentica testimonianza cristiana e di lavorare alla loro salvezza» (n. 12 d).
« Dovunque Dio apre una porta alla parola per l'annuncio del mistero del Cristo a tutti gli uomini, subito con franchezza e con fermezza deve essere annunziato il Dio vivente e colui che egli ha inviato per la salvezza di tutti, Gesú Cristo. Solo cosí i non cristiani, a cui aprirà il cuore lo Spirito Santo, crederanno e liberamente si convertiranno al Signore, e sinceramente aderiranno a Colui che, essendo "la via, la verità, la vita" (Gv 14, 6), risponde a tutte le attese del loro spirito, anzi, può infinitamente superarle » (n. 13).
« Nel nostro tempo, poi, in cui il clero è insufficiente per l'evangelizzazione di tante moltitudini e per l'esercizio del ministero pastorale, il compito del catechista è della massima importanza.
Si devono, quindi, moltiplicare le scuole diocesane e regionali, nelle quali i futuri catechisti prendano sia la dottrina cattolica, quella specialmente che ha per oggetto la Bibbia e la liturgia, sia anche il metodo catechistico e la tecnica pastorale e ricevano un'autentica formazione morale cristiana in uno sforzo costante per coltivare la pietà e la santità della vita » (n.17, b-c). Ogni cristiano fervoroso deve diventare un catechista e un evangelizzatore.
b) L'acquisto della dimensione universale.
Bisogna che ogni cristiano autentico, ogni comunità ecclesiale, ogni ordine e ogni istituto religioso acquistino, se non l'hanno ancora, la dimensione cattolica, ossia universale, che abbiano la sollecitudine paolina di tutte le Chiese, il desiderio ardente di convertire il mondo e la convinzione di non poter riuscire a questo se non si uniscono a tutti gli altri, cosí da formare un solo esercito.
c) La formazione di uno Stato Maggiore attorno al Vescovo.
Esso deve riunire e organizzare gli istituti, le comunità e i singoli cristiani che si offrono per quest'opera di evangelizzazione locale e universale; deve insegnare le tecniche di approccio e di evangelizzazione delle varie categorie di persone: cristiani tiepidi, ignoranti, indifferenti, atei, ecc.; deve creare in ogni istituto, in ogni scuola cattolica, in ogni parrocchia e in ogni comunità un arsenale di armi proporzionato ai bisogni: depliants, opuscoli, posters, libri, audio e video-cassette, films adatti all'evangelizzazione. Con essi bisogna inondare sia i paesi cristiani, sia quelli pagani.
Dobbiamo ricordare che i marxisti hanno conquistato il mondo con innumerevoli squadre di attivisti e con innumerevoli miliardi di copie di giornali, di opuscoli e di libri, oltre che con films e con la TV. Ogni diocesi, ogni parrocchia, ogni vera comunità cristiana, debbono preparare squadre di evangelizzatori.
Se uniamo le nostre forze e le nostre risorse, possiamo creare i piú perfetti mass-media (dalla TV ai giornali, alla canzone, ecc.), e possiamo inserirci in quasi tutti quelli esistenti, sia privati, che governativi.
Come si può vincere una battaglia senza soldati o senza armi? c) L'elaborazione di un piano accurato di evangelizzazione.
Tale piano deve essere fatto dallo Stato Maggiore. Il Vescovo, a sua volta, deve formare tale Stato Maggiore con i rappresentanti delle Congregazioni religiose, dei Movimenti e dei migliori esperti della diocesi.
Un progetto, non del tutto superato, si trova nel nostro libro L'ideale dell'Unità.
In particolare lo Stato Maggiore deve: programmare le visite di casa in casa, da farsi da squadre di volontari; la diffusione capillare di stampa evangelizzatrice; la evangelizzazione delle masse popolari nelle grandi feste religiose mediante concerti vocali, sacre rappresentazioni, proiezioni di films idonei; la raccolta di fondi per l'acquisto o la stampa di opuscoli e libri; la predicazione periodica di sacre missioni in ogni comune; la creazione di gruppi di preghiera e di basi missionarie in ogni quartiere.
CAP. XXXIII - ESSERE LONTANO IL TRIONFO DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA
1. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria non è lontano
Tutti conosciamo la finale della profezia data dalla Madonna a Fatima nel 1917: « Finalmente il mio Cuore Immacolato trionferà; la Russia si convertirà e ci sarà nel mondo un periodo di pace ».
Il mondo ha attraversato dei periodi di grandissimo pericolo per la sua sopravvivenza.
La guerra fredda, per lunghissimi anni guerreggiata fra le due grandi super-potenze, e la guerra calda, suscitata e mantenuta ad arte dalla Russia per tutto questo tempo in innumerevoli piccole e medie nazioni dell'America Latina, dell'Africa e dell'Asia, tante volte è stata sul punto di conflagrare in una guerra mondiale sterminatrice.
Tantissime profezie non autentiche e tantissimi messaggi, circolanti come dati dalla Madonna, la davano imminente, sicura ed inevitabile. (…) In mezzo a tanti foschi presagi che non davano alcuna preoccupazione ai « lontani » o perché non li conoscevano o perché non li credevano, e che tante preoccupazioni davano ai buoni cristiani, è venuta la Madonna a darci tanta speranza, prima a Medjugorie, poi a Belpasso, presentandosi in entrambi i luoghi quale Regina della Pace.
Tutti sappiamo come la Madonna ha spronato in tali luoghi, a Schio, a Oliveto Citra e in tanti altri posti i cristiani alla preghiera e alla penitenza; e tutti sappiamo quale fervore e quale rinnovamento di vita cristiana è fiorito in tanti strati di popolazione a seguito di tali apparizioni. Nell'apparizione dell'1.1.88 a Belpasso la Madonna era addoloratissima e non fece altro che piangere, confidando un segreto a Rosario Toscano, il veggente, e dicendo come gli uomini si preoccupano soltanto della guerra, mentre dovrebbero preoccuparsi di una cosa immensamente piú grave: dell'inferno, nel quale molti di essi vanno.
Precedentemente la Madonna aveva dato a Rosario dieci segreti, cosí come a Medjugorie aveva fatto con Mirjana.
Nel messaggio dell'1.3.1988 la Madonna, fra l'altro, gli disse: « Di a tutti che il settimo segreto non si avvererà piú, ma sarà sostituito con un altro evento, che sarà bello per tutto il popolo di Dio sparso sulla terra ».
Ed ecco che poco dopo tale avvenimento sembra verificarsi. La Madonna da oltre un anno sta apparendo in Russia, a Kruscevo in Ucraina. Il governo sovietico mise ogni sforzo per ostacolarle, procedendo a degli arresti, oltre che a divieti ostruzionistici per non farvi giungere le macchine e rendervi difficile l'accesso ai pellegrini.
Improvvisamente quest'anno, il Governo cambia completamente tattica. Due giornali sovietici pubblicano un articolo rispettoso su tali apparizioni.
C'è di piú. La TV sovietica, da quando esiste il comunismo, per la prima volta fa un servizio religioso e rispettoso, esattamente sopra tali apparizioni di Kruscevo.
E infine, ecco l'incredibile: Gorbaciov chiede pubblicamente perdono al patriarca di Mosca Pimen per le persecuzioni inflitte dal comunismo alla Chiesa.
A che cosa è dovuto questo improvviso colpo di scena? È una tattica o è un segno? Per ora non è facile prevederlo. È sempre vero il proverbio: « Gli uomini si agitano e Dio li conduce ». È Dio che conduce la storia e la prepara dai tempi antichi al conseguimento del suo progetto.
La Russia è nata mille anni addietro; prima era patria di tartari, di mongoli e di altre tribú barbare, e corrispondeva alle antiche regioni bibliche di Gog, Magog e Mosoch.
Mille anni addietro i normanni, provenienti dalla regione scandinava di Rus, la invasero, la dominarono e le diedero il nome di Russia. A fare la Russia fu il loro principe Vladimiro che nel 988 si battezzò e la fece diventare cristiana.
La Russia è nata quindi come nazione cristiana, anzi come nazione cattolica, perché lo scisma d'Oriente non era ancora avvenuto. In conseguenza la Russia volendo risalire alle sue origini, deve risalire alle sue origini cristiane e cattoliche.
Per questo il Governo sovietico, celebrando quest'anno il millennio della nascita della Russia, ha accettato con piacere la visita e la presenza ufficiale di sedici cardinali mandati appositamente in Russia dal Papa per partecipare a tali celebrazioni.
Ci auguriamo che questo sia l'inizio del trionfo del Cuore immacolato di Maria, della conversione della Russia e del periodo di pace promesso a Fatima ed annunziato dalla Madonna in questa ultima apparizione a Belpasso. La Madonna a Belpasso in questa ultima apparizione parla chiaramente di un periodo di pace che ora sarà dato al mondo per la mediazione e per il trionfo del suo Cuore Immacolato; e quindi parla di avvenimenti dolorosi che si verificheranno dopo nel mondo per ogni famiglia, per ogni città, per ogni nazione e per il mondo intero.
Molto probabilmente con questo messaggio la Madonna si riferisce all'avveramento della profezia che ha fatto a Fatima e all'ultima persecuzione che avverrà contro la Chiesa prima della fine del mondo, del ritorno glorioso di Gesú, della resurrezione dei morti, del giudizio universale e della palingenesi.
Non per nulla la Madonna aveva detto pure a Belpasso nel messaggio del 1.2.1988: « Iddio, nella sua infinita misericordia vi ha affidato questo compito: annunziare al mondo la sua imminente venuta».
La Madonna naturalmente non dice questo per suscitare la nostra curiosità, ma per spronarci a cooperare al disegno di Dio per questi grandìosi prossimi avvenimenti con moltissime preghiere, con tanti sacrifici, in maniera che tali avvenimenti non solo non ci colgano nei divertimenti e nelle crapule e ci trascinino all'inferno, ma ci trovino vigilanti e in servizio nella ricerca della salvezza di tante anime: allora il Re divino ci introdurrà nel regno della sua beatitudine eterna.
2. Ultima apparizione della Madonna a Belpasso: 1.5.1988
Quel giorno avvenne alla Roccia di Belpasso quanto mai si era verificato in nessun posto.
La Roccia dove avvengono le apparizioni è lontana dal paese non meno di Km 2. Essa è in aperta campagna o meglio in mezzo alle colate laviche, per le quali prima potevano saltare soltanto capre e conigli, ma che ora sono state spianate a furore di popolo con l'opera di motopale, di trattori e di ruspe offertesi volontariamente.
Il grande stradale, costruito apposta per far giungere sul luogo, e tutti gli stradali convergenti a Belpasso da tutte le parti erano letteralmente intasati da migliaia e migliaia di autobus e di macchine per almeno Km 4; e tutta la gente doveva percorrere tutti questi Km a piedi per giungere sul posto delle apparizioni.
Diciamo eufemisticamente per giungere sul posto delle apparizioni; ma le folle erano talmente sterminate dovunque, che la maggior parte dei pellegrini dovette fermarsi a 500 metri e a un Km di distanza dal luogo delle apparizioni, perché non poteva, per la calca, andare avanti: sicuramente i pellegrini furono oltre 1oo.ooo; molto probabilmente intorno alle 200.ooo. Alla fine del messaggio Rosario, addolorato perché la Madonna non veniva piú, scoppiò a piangere e allora si vide uno spettacolo commovente: tutte quelle folle restarono silenziose e moltissimi scoppiarono pure a pingere.
Il messaggio è il seguente: « Figli miei, in questi mesi ho dato molti messaggi per convertirvi. Il Signore ha toccato molti cuori e li ha infiammati con l'amore del suo Cuore; ha confortato molti sconsolati, ha portato la pace in molte famiglie, in molti cuori, ha fatto capire a tutti quanto sia stupenda e meravigliosa la preghiera; quanto efficace la recita del Rosario e, quindi, la mia intercessione presso di lui; quanto gli siano graditi i sacrifici e le penitenze offerte per riparare le offese e convertire i peccatori; ma, soprattutto, vi ha fatto capire quanto siano indispensabili i sacramenti per la vita eterna; vi ha donato la gioia e continuerà a donarvela nella S. Messa. Figliuoli cari, quante volte vi ho invitato, quasi supplicandovi, a fare ciò che vi consigliavo, ad accettare le leggi giustissime di nostro Signore! Le mie apparizioni sono servite a ravvivare nelle vostre anime lo spirito di fede, di confidenza, di amore.
I frutti spirituali si ottengono con la costanza, con l'abbandono totale alla misericordia di Dio; vi proteggerò sempre, e, anche se come alberi vi piegherete al vento, resterete saldi; confidate in me ».
Rosario chiede: « Madonnina, avrei tante cose da chiedere: se curi dei malati, se concedi qualche grazia spirituale e materiale a qualcuno (e diverse altre cose) ».
Maria: « Già alcuni sono stati guariti ed esauditi; altri ne guarirò in seguito; altri, invece, non saranno ascoltati: debbono pregare e chiedere perdono dei loro peccati.
Il mondo ha offeso molto nostro Signore; deve correggere i propri errori.
Ora, però, devo dirti una cosa molto importante; puoi dirla a tutti.
Dopo il periodo di pace che concederò al mondo per mezzo del mio Cuore, accadrà che molti si allontaneranno da Dio, si vergogneranno di lui. Finito il periodo di pace, accadranno molti eventi spiacevoli per ogni famiglia, per ogni città, per ogni nazione, per il mondo intero, perché molti si adageranno di nuovo (nella vita mondana) e si dimenticheranno di Dio e delle sue leggi. La Chiesa avrà molto da soffrire. Prima che tutto questo accada, ti avvertirò in modo che tu possa dirlo a tutti: sarà questo il segno tangibile delle mie apparizioni, ed è piú importante dei segni del cielo per la sua gravità.
Non scoraggiatevi; guardate sempre il Sacro Cuore di Gesú e di Maria.
Che il Vangelo, parola di Dio, sia nelle vostre menti, che sia la vostra parola, ma, soprattutto, che sia la scrittura nei vostri cuori ».
Rosario chiede: « Madonnina, desideri qualcosa altro da noi? » Maria: «No, nient'altro! Vivete quotidianamente i miei messaggi nei quali ripeto di fare ciò che il mio Figlio vi dice.
Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Che il Padre sia nelle vostre menti, il Figlio nei vostri cuori, lo Spirito Santo nelle vostre anime. Ora devo andare».
Rosario: «Madonnina, continuerai a venire? » Maria: « No, non tornerò piú ».
Rosario: « E come? Non verrai mai piú? »
Maria: « Ritornerò in seguito; ma ciò non vuol dire che ti ho abbandonato. Il mio Cuore Immacolato sarà sempre con te; e poiché la pace del mondo è stata affidata ad esso, quando trionferò sarò onorata quale Regine della Pace! »
3. Conclusioni
Da tutto quanto sopra detto sembra potersi concludere quanto segue: 1. Molto probabilmente, per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, sarà al mondo evitata la grande purificazione di una probabile guerra nucleare e avremo un periodo di pace.
2. In tale periodo di pace avremo il trionfo del Cuore immacolato di Maria, la Russia si convertirà, come la Madonna stessa ha profetizzato a Fatima, e il Vangelo sarà annunziato al mondo intero. Per questo la Madonna a Medjugorie ha detto: « Satana, sapendo che gli resta poco tempo, ha scatenato la piú furibonda lotta per distruggere il mondo e portarsi tutti all'inferno; ma non ci riuscirà». E per questo ha aggiunto: « Da sola non posso nulla; ho bisogno delle vostre preghiere e dei vostri sacrifici »; e per questo, mai come ora ci ha spronato all'apostolato, e nel messaggio dell'1.2.1988 a Belpasso ha detto: « Molti hanno dimenticato che essere veri cristiani significa annunziare il Vangelo ... Andate ed evangelizzate. Non abbiate paura; il mio Cuore immacolato sarà con voi ».
3. Questo periodo di pace probabilmente non sarà lungo, come almeno ci fanno chiaramente capire i messaggi della Madonna a Belpasso del1'1.11.1987 e dell'1.2.1988.
4. In questo periodo di pace aumenterà la ricchezza, il benessere, il consumismo, l'edonismo; la gente cadrà nell'indifferenza e ci sarà un'ultima brevissima persecuzione contro la Chiesa.
5. Allora si avvereranno le parole di Gesú relative al Giudizio Universale: « Quanto poi a quel giorno e a quell'ora, nessuno ne sa nulla, né gli Angeli del cielo, né il Figlio, ma solo il Padre. E quello che avvenne ai tempi di Noè, avverrà pure alla venuta del Figlio dell'uomo. Infatti come ai tempi del diluvio gli uomini mangiavano e bevevano, si sposavano e maritavano fino al giorno in cui Noè entrò nell'Arca, e non si rendevano conto finché venne il diluvio e tutti li travolse, cosí sarà alla venuta del Figlio dell'uomo. Allora di due uomini che si troveranno in un campo, uno sarà preso e l'altro lasciato. Di due donne che saranno a macinare alla mola, una sarà presa e l'altra lasciata. Vegliate dunque perché non sapete in che giorno verrà il vostro Signore » (Mt. 24,36-42).
6. Si può fare un'ultima domanda: « Sono credibili le apparizioni di Belpasso? » Naturalmente il giudizio deve darlo la Chiesa. Per conto mio posso dire che oltre ai prodigi solari che migliaia di persone hanno visto (ed io per due volte), sono ivi avvenuti molti miracoli. Tanti di questi miracoli mi sono stati raccontati dai miracolati stessi: una professoressa di Catania che da 20 anni soffriva dolori artritici fortissimi, che le impedivano di camminare, giunta sul posto al momento dell'apparizione, guarí d'un colpo totalmente; altrettanto una signora palermitana che da 17 anni soffriva di violtenti e continui tic al capo che la facevano vergognare di uscire di casa; altrettanto un ragazzo di io anni, pure di Palermo, che aveva una paralisi facciale che gli aveva totalmente distorta la bocca; ecc.
In tutti questi casi la guarigione è avvenuta istantaneamente. Con i miracoli Dio va segnando il suo cammino nella storia e va garantendo i suoi messaggi ai suoi figli.
PS.: Ne è stato approvato il culto