Beati
quelli che possiedono il Regno dei cieli! Coloro che entrano nel Regno dei cieli
hanno pienezza di vita, a loro non manca nulla.
Ma
cos'è, dov'è il Regno dei cieli?
Il Regno è certamente una realtà più grande di quella che possiamo definire con parole d'uomo. Regno dei cieli è il luogo dove Dio è Re, luogo da cui sono scomparsi gli idoli, luogo dove una sola obbedienza viene cercata, l'obbedienza a Dio Padre. Forse abbiamo il desiderio di poter dire: "Il mio cuore è Regno dei cieli", perché abbiamo un po' di presunzione ... di ritenerci obbedienti a Dio. Ma sono scomparsi del tutto gli idoli dal mio cuore? Quegli idoli riassumibili dalla parola "mammona"? Il denaro, la roba, case e campi, diritti a pensione o ad altre sicurezze simili sono pilastri che forniscono stabilità al nostro edificio interiore: siamo tranquilli perché c'è il tal gruzzolo, sono in pace perché c'è il diritto, perché ho firmato l'appartenenza alla tal famiglia, alla tal comunità... Sicurezze materiali, umane messe a sostegno della vita: fatuità, nullità, menzogna; idoli! Una vita di questo genere non è beata perché non è basata sull'eternità, è precaria. Una vita interiore basata sulle sicurezze terrene non è una vita spirituale, non è una vita divina, non è Regno di Dio. Una vita di questo genere non è beata, perché essa non è basata sull'eternità, è precaria. Di chi può essere il Regno dei Cieli?
Di
coloro che hanno deciso di eliminare gli idoli grandi e piccoli dalla loro casa;
di coloro che hanno deciso di essere poveri; di coloro che hanno deciso di
lasciarsi comandare, guidare, plasmare solo da Dio, e perciò hanno eliminato
la ricchezza delle proprie prospettive, per non rischiare anche
un'inconsapevole schiavitù.
Oh,
non l'ho inventato io! Lo ha detto il Signore iniziando il suo discorso da
nuovo Mosè. Egli sapeva che il Popolo di Mosè s'era lasciato trascinare
dagli idoli, dall'idolo del desiderio delle cose da mangiare e da possedere.
Quel
popolo si sentiva più sicuro nell'avere la garanzia del pranzo quotidiano,
pur vivendo schiavo in Egitto, che nello stare nelle mani di Dio nella libertà
del deserto. Quel popolo seguiva il desiderio dello stomaco più di quello dello
spirito, giudicava bene accontentare i sensi più che la libertà e la vita
interiore. Popolo accecato!
Per
questo Gesù proclama beati i poveri in spirito. Gli altri non riescono ad
entrare nel Regno dei cieli perché seguono gli idoli.
I
poveri in spirito! Chi sono? Proviamo a tradurre.
Povero
in spirito è chi ha la povertà in cuore. Egli apprezza la povertà, desidera
sposare la povertà, come s. Francesco. È quindi povero in spirito chi almeno
non pretende nulla, chi s'accontenta di tutto, chi sa godere del poco, chi
riceve tutto come un dono! Per costui anche la cosa più piccola è fonte di
gioia, motivo di riconoscenza.
Una
tal persona non esige nulla da nessuno e si aspetta tutto solo dal Padre! Egli
non si lamenta mai perché non gli manca mai nulla! Tiene le mani vuote e le
tende a Dio con fiducia e abbandono. Egli non riceve nulla come ne avesse
diritto! Sa ringraziare anche dell'aria che respira come di un dono grande.
In
fin dei conti si potrebbe dire che il povero in spirito è uno che sa godere
di Dio, non delle cose!
Egli
non cerca nulla perché la sua ricchezza è Dio, ha lasciato tutto perché ha
trovato in Dio la sua gioia!
Un
cuore così è quello di Gesù! Il cuore di Gesù è Regno dei cieli: in questo
cuore ogni idolo è stato eliminato, Dio è ubbidito come Re; in questo cuore
Dio è libero di regnare, libero di essere Padre e di agire da "papà"!
A Gesù appartiene il Regno dei cieli!
Noi
uomini siamo spesso, per non dire sempre, tentati, sia dal maligno che dal
nostro desiderio, di pensare che la nostra gioia e la nostra realizzazione si
nascondano nella ricchezza, nel possesso, nell'avere, e ci lasciamo attrarre
con facilità nel circolo vizioso di desideri e ragionamenti dipendenti dalle
cose.
La
ricchezza attira lo sguardo, questo muove il cuore, il cuore dà ragione ai
pensieri vani e così di passo in passo veniamo portati in situazioni in cui Dio
non può parlare, non può più chiedere nulla! Non per nulla Gesù ha affermato
che "l'inganno delle ricchezze", come le spine che soffocano lo stelo
di grano cresciuto in mezzo ad esse, soffoca la risposta alla parola di Dio.
Per
questo la ricchezza è un inganno, perché impedisce il maturare della Parola,
impedisce il realizzarsi dei disegni di Dio. Già Ben Sirach (Sir 31, 5)
scrisse: "Chi ama l'oro non sarà esente da colpa, chi insegue il denaro
per esso peccherà... È una trappola per quanti ne sono entusiasti, ogni
insensato vi resta preso".
Anche
S. Paolo ci fa riflettere quando dice (1 Tm 6, 7-10): "Quando abbiamo di
che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo... L'attaccamento al
denaro è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni
hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti
dolori".
La
povertà nel cuore è la decisione di non seguire questi movimenti interiori
degli occhi, del cuore, dei pensieri: essa lascia l'uomo nella libertà di
seguire le ispirazioni di Dio, che si muovono su un piano più alto, spirituale,
e donano all'uomo gioia e pace nel sapere di essere suoi e non nell'avere a
disposizione ricchezze...
Povertà
del cuore non è di per sé assenza di mezzi, perché anche il povero può
nutrire desideri di ricchezza, può avere e coltivare avarizia e avidità;
povertà evangelica è anzitutto un nuovo modo di impostare la vita: è una
diversa attenzione, è un essere orientati all'Alto invece che al basso. Il
povero nello spirito è attento non più all'io, ma a Dio! Quando sono povero in
spirito sono attento a ciò che Dio fa in me e attorno a me, godo di ciò che
egli opera, mi lascio coinvolgere nel suo modo di essere presente e di operare.
Quando
sono preoccupato di ricchezze l'attenzione a Dio scompare: vedo solo me,
diventano importanti i miei problemi materiali, divengo incapace di ascoltare
il cuore dei fratelli e di vedere la volontà di Dio per loro. È come essere
morti spiritualmente!
Se
il povero nello spirito possiede dei beni, poco o molto, li usa con
riconoscenza, attento a dar gloria a Dio. Li usa nei modi che possano essere i
modi di Dio Padre, per amare, per promuovere il suo Regno, per sollevare il
debole e l'indigente, per dar importanza alla presenza di Gesù.
Il
povero in spirito sa che l'oro è creatura di Dio, come la sabbia! E agli occhi
di Dio la sabbia per costruire una casa al povero è più preziosa dell'oro
chiuso nelle casseforti, o condannato a stringere il collo o tintinnare
attorno alle braccia di signore e signorine.
Il
povero in spirito sa che l'oro attira l'occhio dell'uomo avido e vanitoso e
che nelle mani dell'uomo questa creatura di Dio può diventare strumento di
violenza, di vanità, di prepotenza, di invidia, di litigiosità e odio, di
morte. È una creatura di Dio usata dal maligno nemico dell'uomo.
È
una creatura che attende di essere liberata dalla schiavitù della corruzione,
attende di essere liberata da questi padroni per servire il Dio dell'amore. Il
povero in spirito vuole che l'oro, di cui eventualmente dispone, serva ed
evidenzi l'amore del Padre per tutti.
Il
cuore del povero in spirito è attaccato a Dio, non ai suoi doni. Per amor di
Dio li usa, per amor di Dio li lascia.
Ci
sono un paio di esercizi concreti che la S. Scrittura - cui fa eco la Chiesa -
raccomanda a tutti perché diventino o rimangano poveri nello spirito.
Il
primo esercizio è l'elemosina. Questa è una risposta a Dio che ti presenta
un fratello bisognoso di aiuto materiale. Tu rispondi a Dio pensando: quello
che io ho è tuo dono, o Padre, un tuo dono che hai messo nelle mie mani perché
possa continuare ad essere segno del tuo amore. Ne do una parte a questo povero,
per dar gloria a te. Il grazie del suo cuore sarà lode per te.
Con
l'elemosina ti prepari un tesoro in cielo, un tesoro d'amore concreto e santo.
L'elemosina
è ginnastica del tuo cuore che si esercita nell'essere distaccato dalle
ricchezze e nel considerarle dono di Dio. Guai se l'elemosina fosse gesto
egoistico per allontanare da te i poveri con facilità, o gesto ipocrita che
faccia sorgere la soddisfazione di dire " io sono buono" e "ora
sono a posto"!
L'elemosina
vera non è solo un denaro dato con generosità, ma accoglienza, disponibilità
all'ascolto: è l'azione del Buon Samaritano, vero povero nello spirito.
Il
possedere ricchezze non è una fortuna e non è una disgrazia, è solo una
particolare situazione in cui servire il Signore: "Povertà e ricchezza,
tutto proviene dal Signore" (Sir 11, 14). Lasciare completamente le ricchezze
e divenire poveri è una chiamata che dà una testimonianza particolarmente
forte a Dio, vera e unica sicurezza, vera e unica ricchezza, vero e unico tesoro
del cuore umano.
Un
secondo esercizio utile e raccomandato per alimentare la povertà nello
spirito è il digiuno. Questo è una forma di povertà volontaria che aiuta la
memoria del nostro cuore e del nostro corpo a ricordare che il vero bene è Dio,
che la sazietà vera è la sua presenza in noi, che la nostra vita è nutrita
e arricchita da lui, dipende da lui, è destinata a lui. Il digiuno volontario,
dalle forme più piccole della rinuncia allo zucchero nel caffè o al vino al
pasto a quelle più consistenti del saltare il pasto, è un aiuto prezioso per
vivere orientati a Dio.
È
solo un aiuto! E non è il digiuno che diventa importante, ma l'orientamento a
Dio!
L'attenzione
a non fare del digiuno un idolo che alimenti l'orgoglio spirituale o la vanità
religiosa o la superbia sottile della vita interiore, deve essere viva. Per
questo la Chiesa raccomanda di intraprendere digiuni solo in unità col
confessore o col padre spirituale.
Un
terzo aiuto a mantenere concreta la povertà nello spirito è il riposo
sabbatico. La santificazione del giorno del Signore comprende, tra il resto,
l'astensione dal lavoro. Con questo non si intende astensione dalla fatica (si
raccomanda invece l'assistenza e l'aiuto ai malati e ai poveri anche in quel
giorno), ma si intende l'astensione dal guadagno.
-
Non lavorare la domenica, - sembra dire la Chiesa -; ma se devi lavorare fallo
in modo tale da non pensare al guadagno, bensì al Regno di Dio! - Il cristiano
contempla Dio, non il denaro. Al cristiano interessa il Regno di Dio, non la
ricchezza.
Mia
mamma mi ha lasciato lavorare una domenica, ma assicurandosi che il guadagno di
quel giorno sarebbe finito tutto nella cassettina delle Missioni. La
santificazione del Giorno del Signore è un esercizio settimanale a riposare
sulle possibilità di Dio, a godere di lui senza fermarsi su calcoli umani,
come se Dio non ci fosse o non fosse nostro Padre!
A
chi è povero nello spirito Dio può chiedere qualunque cosa in qualunque
tempo! A chi non è povero nel cuore Dio non può chiedere nulla, oppure, se
chiede, deve restare col fiato sospeso...! Chi non è povero nel cuore trova
scuse per dir di no alle chiamate di Dio.
A
chi è povero nello spirito Gesù può chiedere tutta la vita, può chiedere
di dare tutto ai poveri e diventare così egli stesso segno del Regno dei cieli,
ricchezza di Dio.
Ricchezza
di Dio sono quelle persone liete di appartenergli, contente di avere lui solo
come sicurezza della vita presente e del futuro. Queste persone, pur non
possedendo nulla, sono contente di vivere come un dono di Dio, e proprio perché
non possiedono sono libere per qualunque richiesta di Dio.
Nella
loro vita il Padre può manifestarsi come Padre, può esprimere concretamente
la propria paternità: può cioè occuparsi personalmente o concretamente del
loro pane, del loro vino, della loro acqua, del loro letto. Con loro Dio può
manifestarsi Provvidenza e amore delicato e concreto. Le parole di Gesù
"non affannatevi di quel che mangerete... il Padre vostro sa",
trovano realizzazione nella vita di chi è povero nello spirito al punto da
farlo decidere d'essere povero. Beato quest'uomo: è nel mondo, ma non più
del mondo, è legato a Dio. Non è la povertà che lo fa beato, ma la povertà,
voluta o volutamente accettata per amore di Gesù, gli permette di avere il
cuore immerso solo in Dio, gli permette di accorgersi d'avere un Padre, ogni
giorno di nuovo.
La
vedova che mette nel tesoro del tempio i suoi due spiccioli: nel suo cuore c'è
povertà, cioè certezza di appartenere al Padre, per questo può ragionare
pressappoco così: "Quel che ho è di Dio, perché io sono sua ed Egli è
mio padre. Egli mi dà tutto, io non mi tengo nulla"! (Lc 21, 14).
Il
pubblicano al tempio: questi vive una povertà diversa. Egli è povero di buone
azioni, povero di meriti, povero di considerazione da parte degli uomini. Può
dire nel suo cuore: "Non ho alcuna qualifica per essere amato da te, o Dio.
Sei tu la mia salvezza".
È
un cuore povero: beato, perché Dio è tutto per lui! (cf Lc 18, 13).
Il
samaritano lebbroso guarito: è un povero di iniziative, non ha progetti per sé,
così è libero di tornare a ringraziare, a lodare Dio, ad ascoltare Gesù. È
salvato dai legami del mondo e dell'egocentrismo! È beato: Dio può agire in
lui! (Lc 17, 15.19).
Maria
sorella di Marta: è povera di preoccupazioni... povera di capacità... non
mette nulla tra sé e Gesù, nemmeno la propria fatica per lui. È beata, perché
Gesù le arricchisce il cuore (Lc 10, 38-42).
Gesù
vive per il Padre e si attende tutto da lui, anche il pane nel deserto. (Lc 4,
4).
Accogliamolo
come unica ricchezza, unico tesoro, pronti a lasciare ogni tesoro, ed
esperimenteremo cosa significa la parola "beati".
Gli
uditori di Gesù non erano nuovi ad espressioni di questo tenore, benché
anch'essi debbano averle ascoltate con un po' di punti interrogativi, perché
non sono parole del normale linguaggio degli uomini. Nei salmi sta scritto:
"Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo" (Sal 126) ed il
profeta Isaia (61, 1-3) annuncia: "Il Signore mi ha consacrato e mi ha
mandato... per consolare tutti gli afflitti, per dar loro... un canto di lode
per profetizzare. Chi vi ha afflitti con tanta calamità vi darà anche una
gioia perenne!".
L'afflizione,
qualunque afflizione, non porta alla disperazione, sembra dire il Signore, perché
degli afflitti si occupa Dio! E se Dio si occupa di una persona, questa è
davvero beata!
La
gioia, la beatitudine, la pienezza di vita non sta ovviamente nell'afflizione
- che è mancanza di qualcosa - ma nell'intervento del Signore, nella sua
presenza che salva. Chi è afflitto ha Dio dalla sua parte!
Chi
sono gli afflitti? Sono le persone che versano lacrime perché hanno dei motivi
- che possono essere diversi - per piangere: hanno scoperto forse di non aver
nessuna sicurezza in se stessi perché si ritrovano peccatori, infedeli,
malati nel corpo o nell'anima; si stanno accorgendo di non poter attendere
consolazione e sostegno dalle creature perché non possono fidarsi di nessuno o
perché anche i più cari s'ammalano e muoiono...
Talvolta
l'uomo s'accorge di non aver più sicurezza nemmeno negli organismi del mondo
da cui tanto s'attendeva, oppure vede che le sue bramate e sofferte ricchezze
non salvano da delusioni d'amore e d'amicizia, né da malattie.
Qualcuno
vive un'afflizione cronica perché si vede sempre condizionato da situazioni,
da persone e da cose che lo obbligano a vivere una vita non scelta, non voluta e
non amata.
Queste
persone imparano attraverso le sofferenze che non può esserci gioia duratura
nel possedere, nel potere, nel piacere. Quando queste persone, istruite così
dalla privazione, non vogliono più cercare nelle creature ciò di cui il loro
cuore ha sete, e si affidano a Dio "gettando su di lui il loro
affanno", allora sono beate!
Ecco
gli afflitti cui Gesù attribuisce beatitudine: soffrono, ponendo però la
speranza della loro gioia nel Signore. Soffrono privazioni, debolezze, forse
anche persecuzioni, ma sperano solo nel Signore.
Agli
occhi del mondo essi sono afflitti, perché il mondo li vede mancanti di beni,
li considera disgraziati, ma essi dinanzi a Dio sono beati e vivono pace
interiore, perché sono nella condizione di coloro cui nulla manca: Dio stesso
è la loro pienezza, la loro sicurezza, la loro stabilità. Essi sono beati
perché saranno consolati!
Questa
parola restringe un po' il significato del termine usato nella lingua greca
della stesura originale del vangelo. Là si usa un termine che contiene la
stessa radice di "Paraclito" e che significa molto più che sola
consolazione.
Esso
si può tradurre: "Saranno chiamati vicino". Da chi? Per quale motivo?
Dio li chiamerà accanto a sé, e accanto a Dio c'è sì consolazione, ma anche
difesa, forza, gioia, pace, gloria, pienezza: vera beatitudine!
Il
loro essere "chiamati vicino", oltre ad essere per loro stessi fonte
di consolazione e pace e forza, li rende partecipi del "Paraclito":
essi stessi divengono strumento della consolazione, della pace, del coraggio
di Dio Padre. Succede per loro quanto dice S. Paolo (2Cor 1, 4): "Sia benedetto
Dio, Padre del Signore Nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni
consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché
possiamo anche noi consolare (difendere, incoraggiare, rallegrare) quelli che si
trovano in qualsiasi genere di afflizione, con la consolazione con cui siamo
consolati noi stessi da Dio"...
Potremmo
perciò tradurre così la beatitudine: Beati gli afflitti perché parteciperanno
del Paraclito, in quanto lo ricevono e in quanto ne condividono la missione!
Essi diverranno strumento del Regno di Dio, dell'amore vivificante di Dio Padre!
Abbiamo
spesso sperimentato infatti che proprio chi ha sofferto, chi è passato con fede
attraverso l'afflizione, sa comprendere gli altri nel dolore, li sa
accogliere, li sa avvicinare, li sa incontrare col silenzio e con le parole, li
sa aiutare a ritrovare fiducia e speranza.
Chi
non ha cercato nelle creature la consolazione e l'aiuto, diventa dono di Dio
per coloro che stanno soffrendo.
Da
questa esperienza e consapevolezza potremmo giungere a trarre la conseguenza di
considerare le nostre particolari afflizioni come delle occasioni
provvidenziali del Signore per distaccarci da cose, da persone, dai nostri
stessi desideri e aspettative, per riporre tutta la nostra fiducia e speranza in
lui e così ritrovare a livelli più profondi e durevoli la pace e la serenità.
Quando
ci tocca qualche afflizione possiamo subito ringraziare, prima di vederne la
fine: sappiamo di trovarci nella situazione che ci avvicina al Signore in modo
esclusivo e ci rende capaci di compiere la sua missione di portare
consolazione.
Essere
afflitti nella fedeltà a Dio è preludio di beatitudine. Con un atto grande di
fede possiamo perciò, trovandoci ancora nell'afflizione, anticipare la gioia
per la certezza che il Signore si sta prendendo cura di noi e farà di noi
strumento della sua gloria.
In
tal modo riusciamo a vincere le tentazioni che l'afflizione porta con sé:
depressione, disperazione, egocentrismo.
Dovremmo
imparare con esercizi ripetuti a vivere la parola di s. Paolo: (1 Cor 7, 30)
"Chi piange, come se non piangesse".
"Perché
piangi?" chiese Gesù a Maria Maddalena nell'orto della Risurrezione.
Maria aveva motivo di piangere, meglio, ella riteneva di averlo, ma in realtà
il motivo era ormai inesistente.
Così
è pure per noi. Perché piangi? Non ti accorgi ancora, ma Dio è vicino a te.
Non te ne rendi ancora conto, ma ciò che ora ti fa piangere è pietra preziosa
e necessaria nella costruzione del tuo edificio spirituale, nella maturazione
della tua personalità, nella crescita della tua fede, nella purificazione del
tuo amore.
-
Perché piangi? La mia morte - sembra dire Gesù a Maria - è condizione per
la mia gloria. Non puoi piangere, col pianto manifesti solo cecità. Io sono
vivo, Io sono qui! -
"Perché
ti rattristi anima mia? Perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò
lodarlo,
Lui,
salvezza del mio volto e mio Dio" (Sal 41, 12).
Giacobbe
subisce una grande afflizione da parte di suo fratello Esaù: è costretto ad
abbandonare la madre, cui era molto legato affettivamente, la casa, la sua vita
e fuggire! Ed è proprio durante questa fuga disperata che si sente dire, nel
sonno: "Ecco, io sono con te, e ti proteggerò"! È un sogno, ma un
sogno speciale: esso introduce una novità nella vicenda di Giacobbe, una buona
notizia che dà gioia e aiuta a continuare il viaggio non più come fuga, ma
come obbedienza e comunione con Dio.
Beati
gli afflitti! (Gen 28, 15)
Susanna
si trova in un'afflizione mortale. La sua condanna a morte è pronunciata.
Ella si affida a Dio, e Dio si occupa di lei dando luce e coraggio a Daniele,
che la salva (Dan 13).
Maria
Maddalena piange davanti al sepolcro vuoto. La sua afflizione è senza
spiegazione. Tra i singhiozzi si sente chiamare per nome. È chiamata vicino a
Gesù per ricevere da lui consolazione e per partecipare alla sua missione di
portare la buona notizia. Consolata, diventa consolatrice (Gv 20, 15-18).
Stefano,
mentre viene lapidato, si affida al Signore Gesù: ne riceve consolazione e
forza e diventa testimonianza per Saulo (At 7, 59).
Il
figlio prodigo torna afflitto verso il Padre, ma questo suo camminare col cuore
mesto è in realtà un cammino verso la festa più bella della sua vita! (Lc 15,
22)
"Coloro
che son passati per la grande tribolazione... L'Agnello sarà il loro pastore
e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi" (Ap 7, 17; 21, 4).
I
confessori della fede vivono piangendo il peccato del mondo, se ne addossano
le sofferenze in una vita di austerità e penitenza: essi stessi godono di
grande pace che trasmettono a chi li cerca e li avvicina.
(S.
Antonio abate, s. Francesco d'Assisi, s. Nicola d. Rie, p. Charles de Foucauld).
Beati
quelli che si appoggiano a Dio nelle loro sofferenze, riceveranno forza e
consolazione e diventeranno sostegno e conforto per i loro fratelli!
I
miti possederanno la terra e godranno di una grande pace", canta un salmo
(37, 11). Altre parole della S. Scrittura esaltano il mite, l'umile, il
mansueto, perché a queste persone "Dio dà grazia". Questa qualità
è stata notata addirittura nel più grande condottiero del popolo: "Mosè
era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra" (Num 12, 3).
I
miti piacciono a Dio, gli sono graditi, si attirano la sua amicizia con la loro
mansuetudine. Non ci sorprende, perché anche a noi piace la vicinanza di
persone miti: esse sono animate da uno spirito accogliente, dolce, senza
durezza, sono capaci di sopportare, di tacere, di ascoltare. Ecco in fondo com'è
l'uomo mite.
Egli
non si fa notare, non vuol sostenere o difendere ragioni. Sembra che abbia
sempre una ragione in più che lo fa stare in ascolto e vincere le durezze. E
questa è la ragione: per vivere ci vuole bontà e comprensione, carità e
pazienza. È la ragione dello Spirito Santo. Chi si tiene nello Spirito Santo
è nella ragione, perché vicino a Dio!
Il
mite non mette la propria persona in mostra, né con discorsi, né con l'alzar
la voce, né con vestiti strani, né con profumi attraenti, né con modi di
fare eccentrici.
Egli
si ritiene figlio di Dio e vuole perciò lasciar spazio al Padre attorno a sé.
Vuole far risplendere la presenza di Dio, non la propria. E Dio è mite, non
s'impone, non costringe mai.
L'uomo
mite vede inoltre gli altri come amati da Dio e li rispetta così. Non ha perciò
pretese verso nessuno, è benevolo e guarda tutti con stupore, perché in
tutti si nasconde e si manifesta qualcosa del Padre di tutti. Soprattutto, il
mite non vuol sottrarre spazio alla luce e alla voce di Dio. Dio deve poter
parlare agli altri e attraverso gli altri; Dio deve risplendere, il suo amore
deve trasparire dai gesti dell'uomo. Il mite perciò avrà gesti e modi di
convivenza che lasciano trasparire i modi del suo Dio, mite e umile di cuore!
Una
persona così è presente senza farlo notare, ma è disponibile a servire
senza pretese.
Il
mite è una persona su cui puoi contare sempre, e che non se la prende mai, se
ti sbagli con lui.
Egli
esercita il suo compito senza pretendere che lo facciano gli altri. Sa lasciare
a ciascuno la propria libertà, perché la libertà è dono di Dio.
Queste
persone sono considerate certamente da Dio come figli, nati da lui come il
Figlio "mite ed umile di cuore". Essi sono perciò eredi, possederanno
quanto Dio possiede e al modo in cui Dio possiede.
Dio
possiede la terra e quanto essa contiene! E anche i miti possederanno la
terra!
Che
significa possedere? Di che terra si tratta? Quale terra possederà il mite? I
primi ascoltatori di Gesù, al sentir parlare di terra certamente sentivano
risvegliarsi nella mente reminiscenze antiche. Essi conoscevano la storia dei
patriarchi cui era stata premessa la terra e non avevano potuto possederla! La
terra della promessa, la terra della benedizione di Dio, la terra del regno di
Davide: questa terra, che non è limitata dai confini d'Israele, ma che
coinvolge i desideri di pienezza e di eternità dell'anima, è ormai
identificabile con la Gerusalemme di lassù, la patria definitiva.
Beati
i miti, possederanno la patria!
I
miti sono i veri eredi di Abramo! "Ha preparato per loro una città, a
quanti hanno dichiarato d'essere stranieri e pellegrini sopra la terra"! (Eb
11,13-16).
Abramo,
padre della fede, è l'esempio tipico dell'uomo mite. Allorché si accorse delle
difficoltà di convivenza dei suoi servi con quelli di Lot, disse al nipote:
"Non vi sia discordia fra me e te, perché noi siamo fratelli!... Se tu
vai a sinistra, io andrò a destra... " (Gen 13, 8).
"Il
Signore disse ad Abramo: tutto il paese che tu vedi io lo darò a te" (Gen
13, 15).
"Non
in virtù della legge fu data ad Abramo e alla sua discendenza la promessa di
diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla
fede" (Rom 4, 13). I miti sono gli eredi di Abramo: condividono con lui
la fede, condividono la promessa di Dio. Questa beatitudine non parla solo alla
cultura ebraica che pensa alla terra promessa e ai patriarchi; parla ancor
oggi agli uomini affamati di possedere, di aggiungere campo a campo, di
allargare i propri confini, di ammucchiare quella terra gialla che si chiama
oro!
Ebbene,
solo i miti possiedono la terra, solo i miti, cioè, dalla terra traggono
beneficio, ricevono frutto e ne godono. Per essi la terra non è occasione di
paura, di terrore, di peso. Non è la terra che possiede i loro cuori! Quando
uno "possiede" terra di qualsiasi tipo, difficilmente ne trae
vantaggio. Da questo suo possedere sgorgano invidie, odi, gelosie, bramosie,
paure, malattie psichiche e spirituali, frustrazioni...
Da
che cosa si può vedere se io sono posseduto o se posseggo? Proprio dal fatto
che posso donare quanto sta nelle mie mani, posso dedurre che lo posseggo. Se
invece voglio aumentare i depositi e mi preoccupo di essi, sono posseduto.
Beati
coloro che non s'impongono a nessuno: saranno ovunque a casa del loro Padre, che
alla fine li accoglierà!
Solo
il mite "possiede", cioè domina la terra, non reagisce in dipendenza
dalla terra, gode di vera libertà interiore. Il mite gode della terra ovunque
si trovi, anche se dorme in casa altrui, anche se lavora in officine che non gli
appartengono, anche se calpesta sentieri che portano un altro nome. Il mite
gode ovunque, perché ovunque sa d'essere in casa del Padre suo!
Giuseppe,
sposo di Maria.
La
terra non è iscritta al suo nome all'ufficio tavolare! Ma ovunque sulla
terra, a Nazareth, a Betlemme ed in Egitto, egli è custodito da Dio.
"Sono
stato fanciullo e ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato né
i suoi figli mendicare il pane. ... Sta' lontano dal male e fa il bene e avrai
sempre una casa."
"...
I giusti possederanno la terra e l'abiteranno per sempre."
"...
Spera nel Signore e segui la sua via: ti esalterà, e tu possederai la terra!"
In
ogni terra Giuseppe è raggiungibile dal Padre.
Egli
è il mite che possiede la terra come luogo di rifugio e di sicurezza perché
ovunque Dio stende su di lui il suo manto.
Zaccheo:
possiede di più prima o dopo l'incontro con Gesù? Prima possiede molto, dopo
regala e restituisce. Prima però il suo cuore è posseduto dalla terra e
costretto alla frode, alla menzogna e alla paura; dopo, quando l'oro esce dalle
sue mani, egli sperimenta la gioia del donare e dell'appartenere a Gesù.
Quando
dona, Zaccheo comincia a trarre vantaggio dalla terra; quando dona, possiede
veramente (Lc 19).
"L'uomo
ricco... se ne andò afflitto, perché aveva molti beni" (Mc 10, 22).
Egli
era schiavo, posseduto dalla terra tanto da non essere libero di seguire il
Signore e da non raggiungere quindi la terra promessa!
Il
salmo 37 con insistenza ribadisce la beatitudine proclamata e vissuta da Gesù!
-
Sta' in silenzio davanti al Signore e spera in Lui; non irritarti per chi ha
successo...
-
Chi spera nel Signore possederà la terra...
-
I miti possederanno la terra e godranno di una grande pace...
Il
poco del giusto è cosa migliore dell'abbondanza degli empi...
Conosce
il Signore la vita dei buoni, la loro eredità durerà per sempre.
Chi
è benedetto da Dio possederà la terra.
Il
Signore fa sicuri i passi dell'uomo e segue con amore il suo cammino. Se cade,
non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano. Sono stato fanciullo e
ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato né i suoi figli
mendicare il pane.
...
Sta' lontano dal male e fa' il bene e avrai sempre una casa.
...
I giusti possederanno la terra e l'abiteranno per sempre.
...
Spera nel Signore e segui la sua via: ti esalterà, e tu possederai la terra!
La
parola "giustizia" viene pronunciata da Gesù in varie occasioni. Sulle
sua labbra questo termine ha un significato molto lontano da quello che gli
attribuisce la cultura e mentalità odierna. Per noi la "giustizia" riguarda
i rapporti sociali, spesso significa retribuzione adeguata in bene e in male. E
una realtà che si basa sul passato, su ciò che uno ha fatto.
Quando
Gesù usa questo termine, non lo comprenderemmo se ci fermassimo alla nostra
mentalità.
"Cercate
il Regno di Dio e la sua giustizia", dice il Signore.
Che
cos'è la giustizia di Dio che il discepolo di Gesù deve "cercare"?
È quella spada che separa il bene dal male, che punisce il colpevole e premia
il buono? Questa concezione dipende ancora dalla cultura del mondo in cui
siamo immersi, non è quella del pensiero di Gesù.
La
giustizia di Dio ci vien presentata dall'Antico Testamento come il suo
intervento a favore dei deboli, di coloro che sono senza difesa. È un intervento
di salvezza, di misericordia, di delicatezza, di fedeltà al suo essere
"Dio con noi", di fedeltà al suo nome IHWH che significa: "Io sono
Colui che c'è per salvarvi"!
Vista
così la giustizia di Dio acquista ampiezza, profondità e bellezza nuove, tanto
da diventare oggetto della nostra costante ricerca, della nostra fame e sete,
di un nostro desiderio vitale.
Dio
vede l'uomo come un essere debole, caduto fin dalle origini nelle insidie del
suo nemico e insidiato da spiriti che lo ingannano e lo rovinano:
autosufficienza, egocentrismo, egoismo, dominio degli altri, accusa, gelosia,
invidia, ecc...
Questi
spiriti tolgono al cuore dell'uomo il suo ossigeno spirituale, gli impediscono
di vivere fino in fondo le sue capacità di amare e di donarsi, lo soffocano
nella materia e quindi lo rendono anche ingannatore e oppressore dei fratelli.
All'uomo
è tolta la dimensione filiale verso Dio e la dimensione fraterna verso gli
uomini.
Dio
vede l'uomo come profondamente ferito, bisognoso soprattutto di salvezza, perché
sempre sottoposto all'influsso di quei nemici che non cessano di opprimerlo.
Il
cuore di Dio, che vede la propria immagine vivente così vituperata, è mosso a
compassione e - potremmo dire - a indignazione: contro chi? Contro l'antico
serpente che è l'unica sorgente, l'unico padre di quegli spiriti.
La
giustizia di Dio, anziché essere l'atteggiamento che lo porterebbe a giudicare
e condannare empi e malvagi, è la sua volontà orientata e decisa a salvare
ogni uomo - ogni uomo ha una certa dose di empietà e malvagità addosso -
dall'influsso del maligno, a salvare empi e malvagi dal loro peccato già
commesso, e dal desiderio o dalla tentazione di continuare! Egli vuole strappare
l'uomo dalla sua "ingiustizia" e mettere amore nel cuore egoista.
La
giustizia di Dio coincide quindi con la sua misericordia e col suo amore per gli
uomini, o ne rappresenta un aspetto; è quella volontà che lo porta a donare il
Figlio. Noi comprendiamo che proprio allora Dio è al suo posto, al posto
"giusto" per lui, quando è Padre, quando fa di tutto per salvare
chi è perduto.
L'uomo
fedele del popolo d'Israele, che attendeva la giustizia di Dio, era in attesa
del Messia, del Salvatore: "La mia giustizia durerà per sempre, la mia
salvezza di generazione in generazione" (Is 51, 8ss).
Proprio
il Messia è la "giustizia" di Dio che salverà il popolo dai peccati
in cui è stato travolto dal suo nemico interiore! Gesù è la giustizia di Dio!
Egli realizza la misericordia del Padre, egli che ci mostra la paternità di
Dio e ce la concretizza.
"È
diventato per noi da parte di Dio sapienza, giustizia, santificazione e
redenzione" (1 Cor 1, 30).
Egli
realizza il nome che Geremia (23, 6) gli attribuì: "Signore, nostra
giustizia".
Gesù
ci mostra e ci dona la giustizia di Dio. Ci rivela quanto è grande l'amore del
Padre per i peccatori. Quando, ad esempio, entra in Gerico, non pensa di
liberare quella città da Zaccheo che la fa soffrire coi suoi soprusi, ma si
sente mandato a Zaccheo stesso per liberare il suo cuore dallo spirito di
avarizia e dall'idolatria del denaro che lo faceva peccare. Gesù ci dona pure
il perdono di Dio, che è la sua più grande giustizia. Dio Padre è giusto
perché, quando giudica un peccatore che ritorna a lui, lo accoglie come figlio
dimenticandone il peccato.
Gesù
è la giustizia di Dio. Chi accoglie Gesù diventa giusto agli occhi del Padre,
perché diventa figlio.
Ed
essere figlio è il giusto posto dell'uomo, la situazione in cui si realizza
al massimo la sua umanità.
Nei
primi sei capitoli della lettera ai Romani, s. Paolo descrive la giustizia di
Dio. "È in esso (Vangelo) che si rivela la giustizia di Dio di fede in
fede, come sta scritto: il giusto vivrà mediante la fede" (1, 16). È nel
messaggio dell'amore del Padre attraverso Gesù (il Vangelo) che Dio si mostra
giusto.
La
vera giustizia dell'uomo poi è quella che viene da Dio, non quella che egli
cerca di procurarsi con le sue opere, perché l'uomo è sempre peccatore:
"Nessun uomo sarà giustificato davanti a Lui" (3, 20). La giustizia
viene sempre da Dio come dono, conseguenza dell'adesione a Gesù:
"Indipendentemente dalla legge si è manifestata la giustizia di Dio testimoniata
dalla legge e dai profeti, giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo
per tutti quelli che credono" (3, 21ss).
Dio
ha prestabilito Gesù al fine di manifestare la sua giustizia! (3, 25) Gesù
manifesta la giustizia di Dio proprio perché attraverso di lui Dio dimostra il
suo amore agli uomini peccatori (la sua giustizia): "Mentre noi eravamo
ancora peccatori, Cristo è morto per noi".
Gesù
adempie in sé "ogni giustizia" quando si mette in fila coi peccatori
al Giordano (Mt 3, 15); egli completa allora, nella propria vita, volontariamente,
il disegno del Padre già manifestato dalle Scritture che dicono: "Sarà
annoverato tra i peccatori" (Is 53, 12).
Gesù
s'immerge fino a questo punto nell'umanità: egli porta l'amore divino fin
dentro le acque che accolgono i peccatori! E quando porterà quello stesso amore
sul Calvario e lo vivrà sulla croce - scandalo e infamia - potrà dire:
"Tutto è compiuto"; la giustizia di Dio cioè è giunta a salvare gli
uomini, e la giustizia dell'uomo diventato figlio e rimasto tale fino alla
morte è apparsa in tutto il suo splendore.
In
Gesù la volontà di salvezza di Dio trova pienezza d'espressione e giunge a
destinazione. Chi accoglierà il Figlio avrà la vita, sarà figlio di Dio (Gv
1, 12), sarà saziato e dissetato.
È
Gesù stesso il primo ad avere "fame e sete della giustizia" e si
sazia obbedendo al Padre: "Mio cibo è compiere la volontà di Colui che mi
ha mandato" (Gv 4, 34). Così egli stesso diventa pane e acqua e vino per
la fame e la sete dell'uomo che sospira la totalità della giustizia. In lui
l'uomo trova ristoro perché vi trova la pienezza dell'amore di Dio.
L'uomo
che ha fame e sete della giustizia non è l'uomo che cerca la condanna dei
peccatori, la distruzione dei violenti, la prigione e la morte di chi commette
atrocità; non è colui che cerca la giustizia degli uomini che è sempre
inficiata di peccato e di violenza, di rivendicazione e di vendetta!
Questo
è l'atteggiamento del fratello del figlio prodigo, incapace di desiderarne il
ritorno e di accoglierne il pentimento, capace solo di valutare errori e
peccati per giustificare il proprio egoismo e la propria chiusura di cuore.
L'uomo
che ha fame e sete di giustizia è piuttosto colui che desidera ardentemente
ciò che desidera il Padre e ciò che il Padre offre: salvezza per sé e per gli
altri dallo spirito di ribellione e di egoismo, e dal male in cui questi
atteggiamenti hanno trascinato.
Il
Padre del figlio prodigo è giusto perché desidera salvare il figlio dalla
situazione esteriore di miseria ed interiore di schiavitù, in cui è precipitato.
Egli è giusto perché gode del figlio che ritorna, ricuperato dalla morte dei
falsi rapporti d'amore in cui si trovava. Il Padre guarda al futuro, alle
possibilità che si aprono all'uomo che si scopre amato gratuitamente.
L'uomo
che ha fame e sete di giustizia desidera immergersi nell'amore del Padre per
essere a disposizione di ciò che Egli intende operare. Così esorta infatti
s. Paolo: "Non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al
peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre
membra come strumenti di giustizia per Dio" (Rm 6, 13). E ancora:
"Avete obbedito di cuore a quell'insegnamento che vi è stato trasmesso, e
così, liberati dal peccato, siete diventati servi del giustizia" (Rm 6,
17-18).
L'uomo
che ha fame e sete di giustizia ha perciò fame e sete di obbedire a Gesù, ha
fame e sete di Gesù: vuole che il Figlio di Dio prenda posto concreto nella
sua carne, nella sua esperienza quotidiana, nella sua vita fino a realizzare
quanto s. Paolo ebbe il coraggio di dire: "Non sono più io che vivo ma
è Cristo che vive in me" (Gal 2, 20).
Beato
chi ha fame e sete di Gesù!
Alcuni
riferimenti biblici possono darci luce su questa traduzione della beatitudine.
"Ascoltatemi,
voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore!
Guardate
alla roccia da cui siete stati tagliati... Guardate ad Abramo vostro padre ...
" (Is 5 1, 1).
Per
noi la roccia da cui proveniamo è Gesù, poiché "per mezzo di Lui tutto
è stato fatto"! (Gv 1, 3).
"Manderò
la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua ma d'ascoltare la parola
del Signore" (Am 8, 11 s).
"Chi
viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete" (Gv
6, 35).
"Non
avranno più fame, non avranno più sete poiché l'Agnello sarà il loro
pastore" (Ap 7, 16).
Beato
chi ha fame e sete di Gesù, giustizia di Dio, sarà saziato!
Non
avrà più da cercare, arriverà alla pace, sarà vicino al Padre come vero
figlio, sarà in casa propria godendo di libertà: è beato!
Una
parola di Gesù ci dona ancora un po' di luce per la nostra riflessione.
"Se
la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non
entrerete nel regno dei cieli" (Mt 5, 20).
Il
discepolo di Gesù non può accontentarsi di fare la volontà di Dio nel modo
con cui la eseguono quelle due classi del popolo eletto.
Gli
scribi fanno la volontà di Dio come si eseguono gli ordini di un padrone: il
minimo che consenta di non essere castigati. Questo atteggiamento manifesta la
presenza di propri interessi privati accanto - o sopra - i disegni del Padre,
manifesta la preoccupazione di difendere qualcosa di sé dalle esigenze di Dio.
Questo
tipo di obbedienza a Dio non ne manifesta l'amore, anzi, stravolge l'immagine
stessa di Dio, che appare più padrone che padre, più avversario dell'uomo che
amico.
I
farisei fanno la volontà di Dio per essere visti e ammirati e dichiarati
religiosi dagli uomini, e perciò presi come esempio e obbediti. È una forma
di dominio delle coscienze altrui, una forma di religiosità falsa che sfrutta i
comandamenti di Dio per aumentare il proprio prestigio davanti agli uomini.
Essi inoltre si credono autori della propria giustizia, si ritengono sicuri
della salvezza perché meritata da se stessi.
Anche
questo stile di vita parte da un'immagine falsa di Dio, pagana, e la propina in
maniera subdola agli altri, ingannati dall'apparenza di religiosità. Ne viene
l'immagine di un Dio che sa solo pesare le azioni degli uomini, che sa solo
retribuire, che non ha quindi iniziative d'amore come un Padre. La salvezza
sarebbe ritenuta conquista dell'uomo ritenuto buono, non dono di Dio.
La
giustizia del discepolo di Gesù deve superare queste false giustizie. È Dio
che giustifica gratuitamente chi accoglie Gesù, suo Figlio. E chi accoglie Gesù
diventa figlio e assume i progetti e i modi di fare del Padre. Il discepolo di
Gesù diventa giusto, sia in quanto viene visto dal Padre come figlio, sia in
quanto comincia ad esercitare la stessa giustizia del Padre verso gli altri
uomini, donandosi per la loro salvezza.
Egli
inoltre si lascia amare gratis da Dio, non vuole pagare l'amore che riceve! Sa
che non ci riuscirebbe!
Giuseppe,
venduto e odiato dai suoi fratelli, si affida a Dio. Quando, viceré d'Egitto,
si ritrova ai piedi i propri fratelli, riconosce la meravigliosa giustizia di
Dio e la fa propria: "Non vi rattristate e non vi crucciate per avermi
venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in
vita... Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma di Dio ..." (Gn 45,
5.8).
David
non si fa "giustizia" contro Saul che lo cerca a morte, ma lascia fare
a Dio.
Gli
risponde Saul: "Tu sei più giusto di me, perché mi hai reso il ben mentre
io ti ho reso il male. Oggi mi hai dimostrato che agisci bene con me, che il
Signore mi aveva messo nelle tue mani e tu non mi hai ucciso" (1Sam 24,
18-19).
S.Giuseppe
è dichiarato giusto: egli voleva essere obbediente al Dio dell'amore e non alle
leggi del ripudio: "Era giusto e non voleva ripudiarla" (Mt 1, 19).
Egli voleva salvare Maria.
Il
ladrone crocifisso con Gesù, da quando lo accoglie e inizia un rapporto
d'amore con lui, diventa "buono". Egli è giustificato dal Signore, nonostante
i suoi delitti, perché ha accolto il Signore Gesù - nostra giustizia.
E
nonostante la morte che deve soffrire è già beato, tanto che non cerca più di
scendere dalla croce (cf Lc 23, 43).
Alcuni
Salmi ci possono introdurre alla meditazione sulla vera giustizia di Dio: Sal
30; 33; 72; 85.
Veramente
posso godere della giustizia del mio Dio e offrirmi a Lui come strumento della
sua giustizia!
Misericordia
e giustizia nel cuore di Dio sono espressioni del medesimo amore. Questa
riflessione può quindi essere la continuazione della precedente.
Da
quando Adamo ed Eva hanno deciso la propria autonomia nei confronti del Padre,
si sono ritrovati in una situazione di miseria a tutti i livelli: miseria
materiale e miseria morale, nudità e accusa reciproca, simbolo di molte
situazioni in cui ognuno di noi prima o poi viene a trovarsi: carenze
materiali di salute o di possibilità economiche, carenze psichiche dovute a
mancanza di affetto, di guida e/o di motivazioni interiori, carenze spirituali
conseguenza di peccato e d'egocentrismo. La ricchezza materiale, la cultura,
la fama e l'autosufficienza non salvano da queste miserie, anzi, talora le
appesantiscono o le moltiplicano.
Come
metterci di fronte a queste situazioni? Accusare, abbandonare, sfruttare,
costringere, ricattare?
Il
discepolo di Gesù deve guardare come si comporta Dio di fronte alle miserie
dell'uomo, per poi inserirsi nel movimento del suo cuore. Dio sente pietà e
compassione dell'uomo che subisce le conseguenze del suo peccato, ed interviene
con amore. Già nel racconto che riguarda Adamo ed Eva abbiamo un paradigma del
modo di intervenire di Dio per sollevare le miserie dell'uomo.
Il
primo atto d'amore è quello che vede Dio impegnato a dare all'uomo la donna.
L'affetto umano può essere colmato da una persona concreta: molti non
saprebbero accontentarsi dell'amore di Dio che non si vede. L'amore e l'amicizia
tra gli uomini è dono della misericordia di Dio. Il secondo atto d'amore di Dio
consiste nel dare all'uomo una regola di vita.
Vediamo
anzitutto che Dio si premura di dare una legge, perché l'uomo non saprebbe
regolarsi con i propri desideri, non saprebbe cavarsela, cadrebbe subito in
balía della morte.
Dopo
la disobbedienza l'uomo sarebbe incapace di andare in cerca di Dio. Dio stesso
si muove, fa il primo passo per incontrare nuovamente gli occhi di Adamo. Lo
chiama: "Dove sei?". Gli dà modo di riprendere il dialogo, lo aiuta a
rendersi conto dello stato in cui si trova, gli fa capire che può vivere
ancora fuori del nascondiglio: non deve disperare, è ancora amato.
Dio
inoltre condanna il serpente: non condanna l'uomo, anzi, gli promette aiuto e
salvezza dalle conseguenze della sua disobbedienza. E l'uomo può scoprire in
Dio un alleato, uno che lo vuol difendere e salvare. Ultimo atto di misericordia
di Dio: "Fece delle tuniche di pelli e li vestì".
L'amore
di Dio diventa delicato e concreto. Egli rimedia alle conseguenze dell'errore
peccaminoso dell'uomo. L'uomo soffre di nudità, Dio lo riveste.
Tutta
la storia degli uomini è rappresentata e riassunta in questi interventi
divini. La storia degli uomini è un intrecciarsi del loro peccato, e miserie
conseguenti, con la misericordia di Dio, tanto che potrebbe essere chiamata:
"Storia dell'amore misericordioso di Dio".
Che
cos'è "misericordia"? Questa nostra parola vorrebbe tradurre due
termini ebraici, di cui uno esprime l'affetto istintivo che una madre nutre
per il figlio, l'altro l'amore che una persona decide volutamente di avere per
mantenere una promessa fatta.
A
Dio vengono attribuite tutt'e due queste dimensioni d'amore, ma in modo
particolare la seconda.
Dio
è misericordioso in quanto ha deciso di occuparsi dell'uomo, sempre debole e
soccombente sia di fronte alle forze tremende della natura, sia di fronte al
diavolo che gli è profondamente nemico.
Dio
vuole sempre il bene dell'uomo; anche quei fatti che dalla mentalità religiosa
dell'uomo sono chiamati "castighi di Dio" sono invece, o vengono da
lui adoperati, come atti di misericordia.
Se
l'uomo non subisse conseguenze (castighi) per le sue azioni malvagie,
cederebbe con sempre maggior facilità alle seduzioni degli idoli, e del
demonio, e giungerebbe alla propria completa rovina.
Il
segno più grande della misericordia di Dio per il peccatore è Gesù. Egli non
è solo il segno, ma la misericordia stessa del Padre divenuta visibile. La
sua vita manifesta e concretizza la misericordia infinita del Padre rendendola
presente nel tempo. Con le parole, con i miracoli, con la sua preghiera, ma
soprattutto con la morte Egli ci dona l'amore di Dio per i poveri e i peccatori.
Nella morte di Gesù, Padre e Figlio cooperano insieme per dare all'uomo il
massimo amore (lo Spirito Santo).
Ogni
cristiano, figlio di Dio, diventa misericordioso perché fa quello che vede fare
dal Padre suo, come Gesù glielo mostra e glielo insegna. Anzitutto il cristiano
riceve con riconoscenza la misericordia del Padre attraverso Gesù: ne ha
bisogno ogni giorno!
Ricevendola
con umiltà si fa luogo della misericordia di Dio per gli altri. Egli diventa
come Gesù desidera: "misericordioso come è misericordioso il Padre
vostro" (Lc 6, 36).
La
misericordia di un uomo per un altro uomo è poca cosa, ma è spazio che
contiene la misericordia di Dio. È poco, ma è tutto: e ha grande significato
per chi la riceve. Avere misericordia per una persona credo significhi
distogliere lo sguardo dal male che questa persona ha fatto e rivolgerlo al
bisogno del suo cuore. È vedere il vuoto del cuore d'un uomo non come
occasione di giudizio o di condanna, ma come occasione per esercitare l'amore,
come luogo che io posso cercare di riempire. La misericordia può essere rivolta
al povero cui manca il pane o al peccatore cui manca l'amore.
Nel
primo caso si traduce in condivisione di beni materiali, nel secondo caso in
accoglienza e perdono, ma anche in istruzione, affetto, aiuto morale e
materiale, proprio secondo lo schema dell'intervento di Dio per Adamo.
L'uomo
che non ha misericordia è sempre un paradosso, non è un uomo! La parabola
dei due debitori (Mt 18, 23-35) mostra l'assurdità della mancanza di
misericordia. L'uomo, ogni uomo, io stesso, sono un uomo perdonato e condonato
da Dio in misura non misurabile. Se non perdono al fratello che ha con me
debituzzi da poco, sono davvero un miserabile, uno che rifiuta di godere e di
trasformare in amore mio l'amore di cui sono stato oggetto.
La
non misericordia rivela un egoismo incapace di stare alla presenza Dio, di
abitare nel cuore di Dio.
Chi
non ha misericordia vive e vivrà "nel pianto e stridor di denti".
Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia. Da chi?
Da
chi ottiene misericordia il misericordioso? Da Dio e dall'uomo.
Se
sono misericordioso, Dio può riconoscere in me il cuore di un figlio, di uno
che è nato da lui.
"Il
giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la
misericordia ha sempre la meglio nel giudizio" (Gc 2, 13).
"Il
Signore è ricco di misericordia e compassione" (Gc 5, 11); e noi lo
imitiamo, ci facciamo diffusori di questa capacità del suo cuore (cf Gc 3, 17;
Ef 4, 32; Lc 6, 36).
Con
le parabole della misericordia Gesù ci fa ancora contemplare questo aspetto
della vita di Dio perché troviamo serenità e perché sappiamo come orientarci
nel labirinto dei mali e peccati di coloro che ci circondano (cf Lc 15).
La
parabola della pagliuzza e della trave (Lc 6, 41 s) ci aiuta ancora a vedere
la non misericordia come una grossa ingiustizia, anzi, come un'autocondanna.
Pregando
il salmo 136 siamo aiutati a vedere tutti gli interventi di Dio nel creato e
nella storia come interventi di misericordia: "... poiché eterna è la
sua misericordia".
Da
noi Dio non gradisce quel che a noi piacerebbe dargli: sacrifici e olocausti,
cose che possono mettere in mostra una nostra vanità, desidera invece
grandissima misericordia, che mette in mostra il suo cuore.
L'esempio
di Davide in fuga (cf 2Sam 16, 5-14), che non vuole la morte di Simei, ci dà
luce sulle dimensioni che può assumere la nostra misericordia.
Simei
lancia sassi e maledizioni e ingiurie contro il re. Una delle guardie propone
di uccidere un tale provocatore, ma Davide interviene: "Lasciate che mi
maledica, perché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la
mia afflizione ... ".
E
dopo il ritorno, ristabilito sul trono, Davide continuerà a proteggere Simei (cf
19, 24).
Beati
i misericordiosi!
"Se
uno ha ricchezze e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio
cuore, come dimora in lui l'amore di Dio?" (1Gv 3, 17).
Ecco
la beatitudine: chi è misericordioso porta in sé l'amore di Dio; Dio stesso
occupa il cuore di chi usa misericordia.
L’uomo
si sente orfano da quando Adamo s'è lasciato sedurre e non è più stato capace
di mantenere il rapporto di figlio con Dio. I suoi occhi non lo vedevano più
Padre, e perciò non lo vedevano proprio più. Se non vediamo il Padre con cuore
di figli, i nostri occhi non vedono Dio, e se credono di vederlo, in realtà
vedono altro.
La
preghiera dell'uomo è diventata questa: "Mostrami il tuo volto, il tuo
volto io cerco!".
Anche
Filippo, il discepolo di Gesù, s'è fatto portavoce di questa necessità:
"Mostraci il Padre e ci basta!".
Filippo
ha intuito che la beatitudine dell'uomo sta nel vedere Dio. Dio è tutto,
l'origine e la meta del lungo cammino interiore di ogni cuore. "L'hai già
visto", gli risponde Gesù.
Come
mai Filippo non se n'è accorto? Come mai?
I
suoi occhi erano chiusi? No, il suo cuore non era puro. Nemmeno i farisei
avevano visto Dio nella vita di Gesù: il loro cuore non era puro, era pieno
di...
Beati
i puri di cuore, perché vedranno Dio!
La
beatitudine, la gioia e pienezza non sta nell'essere puri, ma nel vedere Dio.
Non
siamo alla ricerca di una nostra purezza, di una nostra virtù: siamo sempre e
soltanto alla ricerca di Dio. Se cercassimo una nostra purezza, una nostra
perfezione, saremmo già fuori della purezza del cuore perché avremmo un cuore
egocentrico. La nostra purezza ci diverrebbe idolo. Cerchiamo solo Dio;
cerchiamo Dio solo, sempre e ovunque.
Questa
radicalità provocherà in noi purezza di cuore e Dio potrà lasciarsi
scorgere.
Che
cos'è purezza di cuore?
Il
cuore è il centro dell'uomo, se ci si può esprimere così. Il cuore è la sede
dei sentimenti e dell'intelligenza, della memoria e dei desideri, della volontà
e dell'amore.
Purezza
di cuore è perciò molto di più che purezza sessuale, anche se questa vi è
compresa.
Cuore
puro è un interno limpido, senza doppio gioco, semplice, è intenzione senza
interesse, è un vivere e uno sperare in armonia con i desideri e i sentimenti
di Dio.
Questa
purezza di cuore può sembrare impossibile. Il nostro "Io", nel
subconscio e nell'inconscio, si trascina appresso, senza saperlo né volerlo,
molto orgoglio, molta vanagloria, molta superficialità, molta ambizione.
E
difficile poter sostenere che compiamo azioni, soprattutto buone azioni, con
cuore puro.
Quanti
desideri si nascondono sotto le nostre "buone azioni"! Desideri
d'essere visti, d'essere grandi, d'essere riconosciuti santi, d'esser qualcuno,
di saperci utili...
Le
cose più belle che facciamo portano quasi sempre il colore dell'egocentrismo.
Ce n'accorgiamo quando qualcosa non ci riesce, o quando veniamo disprezzati, o
quando veniamo lodati; allora possiamo constatare se i nostri modi e le nostre
intenzioni erano pure, libere da egocentrismo, se erano solo "amore".
Basta
che uno manifesti un giudizio negativo, e mi demoralizzo, o m'inalbero. Basta
che qualcuno intralci le mie opere buone, e io m'arrabbio; che uno mi lodi, e
io mi esalto. Sono segni che il mio cuore non è puro.
Quando
si può vedere se un cuore è puro? Allorché è in atto la prova della
sofferenza.
Il
cuore di Gesù è stato trovato puro nei quaranta giorni di deserto. Là il suo
amore al Padre e agli uomini è stato provato. Non c'erano secondi fini in lui.
Egli donava quei quaranta giorni al Padre come atto d'amore puro, senza
desiderio di gratificazione e contraccambio, senza aspettarsi nemmeno un pane.
Era
già stato provato nei trent'anni di nascondimento a Nazareth, e sarà ancora
messo alla prova dalla solitudine, pur in mezzo alla folla. E la prova sarà
completata e superata del tutto solo sul Calvario.
Per
noi il nascondimento, la solitudine, la sofferenza sono strumenti provvidenziali
che manifestano, ma anche preparano, un cuore puro. Il cuore di un amico è
puro? Lo vedrai quando egli soffrirà per te e con te. Allora potrai vedere se
l'amicizia è pura o mescolata con interessi. La mia preghiera è pura? Di
quanti sottili interessi è costellata la mia preghiera! Finché permane
questa "impurità" di cuore non c'è possibilità di vedere Dio,
nemmeno quando si trova davanti a noi o in noi.
Com'è
facile, pur essendo religiosi, avere un cuore non puro! Marta, sorella di
Lazzaro, si dona, si offre, fa fatica per Gesù. Come mai arriva a giudicarlo e
a condannare la sorella? Il suo cuore non è puro. La sua fatica per Gesù
rimane mescolata con l'attenzione a se stessa, col voler far di testa propria.
Se un cuore che dice di amare Gesù non e puro, arriva a mormorare, ad accusare,
a lamentarsi ed impazientirsi.
Anche
Pietro vuole donarsi a Gesù, e lo proclama a voce alta. Come mai poco dopo lo
rinnega? Il suo cuore non è puro. In lui l'amore per Gesù è mescolato
all'interesse di... salvarsi. C'è una via per giungere alla purezza di cuore?
La
purezza di cuore è un dono di Dio: "Crea in me, o Dio, un cuore puro",
e la strada per ottenerlo è quella del lasciarsi amare.
Maria,
sorella di Marta, si lascia amare da Gesù: lascia a lui l'esser protagonista,
così lei può obbedire e non s'innervosisce con la sorella. Il suo cuore è
puro.
Gesù
vuole insegnare questa strada a Pietro quando gli dice! "Se non ti laverò
non avrai parte con me" (Gv 13,8).
Pietro
deve accettare che Gesù faccia fatica per lui, dovrà accettare che Gesù
soffra e muoia anche per lui, per aver comunione con Lui. Lasciarsi amare è la
strada per entrare nel cuore puro di Gesù. Come un bambino accetta con gioia
che la mamma fatichi e soffra per lui, così deve comportarsi il discepolo di
Gesù.
Chi
si lascia amare è capace di accettare come amore di Dio tutto, diventa capace
di vedere in ogni piccolo e grande evento la presenza del Padre. Chi si lascia
amare è in grado di ricevere lo Spirito, e lo Spirito Santo è la luce che
permette al cuore dell'uomo di vedere Dio sempre e ovunque.
La
purezza richiesta per vedere Dio non è quella esteriore, benché noi siamo
sempre tentati da superficialità varie a porci davanti gli idoli della
pulizia, dell'igiene, del non sbagliare: gli sbagli e la sporcizia - sempre
che non manifestino disordine interiore - non intaccano la purezza del cuore.
Che cosa significa "vedere Dio"?
Vedere
qualcuno produce la certezza della sua presenza.
Vedere
Dio significa avere la certezza della presenza e dell'amore di Dio, avere la
consolazione e la pienezza della sua visita.
Vedere
Dio è saper riconoscere a Dio tutte le sue qualità e perfezioni, riconoscergli
superiorità e autorità.
Vedere
Dio significa vedere tutto in riferimento a lui, tutto dipendente da lui; e
ancora lasciare che tutto perda la sua importanza e acquisti quel ruolo che Dio
gli dà in vista del servizio al suo Regno.
I
puri di cuore giungeranno a questa pienezza, a godere di questa luce e della
pace conseguente.
Noi
abbiamo chiarezza interiore, coscienza della presenza e dell'opera di Dio,
"visione" di Dio, quando siamo liberi da attaccamenti a idee, convinzioni,
ragioni, abitudini, denaro, cose...
Lasciandoci
amare con la semplicità dei bambini, ci riuscirà di scoprire la mano e il
cuore di Dio nelle piccole e grandi vicende in cui veniamo coinvolti.
Purezza
di cuore comporta e dona vera libertà da tutto.
Il
puro di cuore non pretende e non esige (libero dalle cose). Il puro di cuore non
discute (libero dalle idee).
Il
puro di cuore non s'arrabbia (libero dalle abitudini). Il puro di cuore non
accusa (libero da se stesso).
Il
puro di cuore diventa amore: entra in Dio che è amore.
"La
carità sgorga da un cuore puro" (ITM 1, 5), dice Paolo; e s. Giovanni
gli fa eco: "Chi ama conosce Dio" (1Gv 4, 7).
Beati
i puri di cuore: essi vedono Dio!
Lo
vedono non come un estraneo, lo vedono perché esperimentano in se stessi il suo
Amore, amando!
Sono
partecipi del suo essere amore! Fanno parte di Dio.
Beati
i puri di cuore: sanno essere amore, e così, non solo vivono in Dio, ma lo
danno a vedere a tutti!
I
puri di cuore hanno lo sguardo penetrante per riconoscere t'opera di Dio
ovunque, anche là dove nessuno la scorge: nel dolore e nella disgrazia, nel
povero e nel peccatore.
Simeone
è un puro di cuore che non cerca nulla per sé, ma solo la gloria di Dio. E i
suoi occhi riescono a contemplare nel Bambino la salvezza di Dio.
Maria
Santissima, libera da propri disegni, che non cerca nulla per sè nemmeno nel
rapporto con Giuseppe, ha la certezza "fisica" della presenza di
Dio.
S.
Giuseppe, uomo puro di cuore, cerca solo ciò che è giusto per Dio, non vuole
nulla per sé: gli viene dato di godere la consolazione di Dio.
Il
discepolo Giovanni dimostra purezza di cuore seguendo Gesù legato. È
completamente disinteressato. Ed è proprio lui a "vedere" l'uomo sulla
spiaggia e a riconoscere il Signore.
Crea
in me, o Dio, un cuore puro! (Sal 5 1).
Con
questa preghiera nel cuore cercherò di esercitarmi a lasciarmi amare da Dio,
a vedere tutto come un dono.
Provo
a godere di ogni cosa e di ogni avvenimento, perché proprio in essi si cela e
si può manifestare la presenza del Suo Amore!
Pace!
Una parola frequente. Spesso esprime solo desideri, e spesso solo desideri
superficiali; indica accordi tra gli uomini, tra categorie diverse di persone,
tra le nazioni, oppure superamento di contese, di oppressioni, di guerre, di
violenze.
Come
però si possono evitare queste realtà dal momento che il cuore dell'uomo è
legato a interessi egoistici, impregnato di brame economiche, di potere e di
ambizioni per le quali sfrutta il mondo e gli altri uomini?
Fino
a quando gli uomini si lasceranno dominare da interessi materiali, non potrà
esserci tra loro pace sicura e stabile. Gli interessi materiali nascondono in
sé sempre lo spirito che un giorno ha posseduto Caino. Nemmeno il popolo di
Dio, la Chiesa, può aspettarsi pace nel mondo. Il mondo le sarà sempre nemico.
Gesù stesso, più di tutti cosciente di questa realtà, non nascose, ma
dichiarò: "Non sono venuto a portare pace, ma la spada" (Lc 12, 51).
Chi segue Gesù si mette in una situazione che contrasta il mondo e ne risveglia
le negatività, dando ad esso, in se stesso, un bersaglio luminoso.
Gesù
vuol essere operatore di pace, ma sa che la sua opera di vera pace gli attira
addosso l'ira e l'inimicizia dell'uomo intestardito nell'egoismo perciò è
costretto a dire: "Non sono venuto a portare pace ...".
In
questo caso egli intende la pace così com'è intesa dagli uomini. Egli ha però
un altro significato per la parola "pace".
Gli
apostoli ne hanno fatto esperienza il giorno della Risurrezione. "Gesù
si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Detto questo mostrò
loro le mani e il costato".
"Pace
a voi! Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. E alitò su di loro:
ricevete lo Spirito Santo".
Pace
non è una parola, ma un dono. Dicendo "pace" Gesù dona quanto ha di
più prezioso: l'amore giunto fino alla morte, la sua missione divina, il suo
Spirito.
La
pace di Gesù - non augurata ma data - è condivisione. "Quanto io ho, lo
dono a te. Godi anche tu di ciò di cui io godo! Partecipa della mia pienezza
e del mio compito".
"Vi
lascio la pace, vi do la mia pace".
La
"mia" pace! Il termine pace non indica uno stato tranquillo dei sentimenti,
una situazione di stasi nei rapporti umani; indica piuttosto il dono dato e
ricevuto. La pace donata da Gesù è la sua pienezza di vita e d'amore, è la
sua comunione col Padre.
L'apostolo
Paolo dice: "Egli è la nostra pace" (Ef 2, 17).
Gesù
è la ricchezza di Dio Padre, è il dono che Dio comunica e consegna agli
uomini. Gesù è il Figlio in cui il Padre si compiace e che egli mette nelle
mani e nel cuore degli uomini.
La
persona stessa di Gesù è perciò la pace fra cielo e terra, tra uomo e Dio.
"Con il sangue della sua croce rappacifica le cose che stanno sulla terra e
quelle nei cieli" (Col 1, 20).
Gesù
è la pace, il dono che dal cuore di Dio passa nel mio. Se lo ricevo, divento un
tutt'uno con Dio, avrò nel cuore ciò che Dio ha nel cuore, potrò donare ciò
che Dio dona.
Ed
ecco allora chi è l'operatore di pace: è colui che fa in modo che le ricchezze
di Dio entrino nei cuori degli uomini.
E’
troppo poco e poco duraturo il lavoro di chi procura agli uomini suggerimenti
per fare accordi: i loro cuori rimangono egoisti. La pace conseguente
nasconderà sempre un po' di egoismo, manterrà germi di violenza.
Vera
pace non può essere il risultato di accordi umani, essa è frutto della
vittoria di Dio.
Operatore
di pace è colui che fa sì che le ricchezze di Dio siano accolte dall'uomo: il
cuore di quell'uomo godrà pace, perché le ricchezze di Dio danno pienezza e
soddisfano ogni desiderio. Ci sarà allora pace tra gli uomini perché essi
diverranno capaci di morire gli uni per gli altri.
In
che modo posso diventare "operatore di pace"?
Se
essa è il dono di Dio posso farmi intercessore presso di lui per tutto il
mondo. Posso farmi strumento della grazia e della parola di Dio presso l'uomo.
Posso farmi portatore di Gesù.
Colui
che prega per il mondo, colui che diffonde la parola di Dio, colui che trasmette
il nome di Gesù con amore, costui è operatore di pace. Essere operatore di
pace è farsi canale che riceve e porta la vita di Dio sulla terra assetata, è
ricevere e donare quanto Dio dona.
Molte
volte ci si trova in situazioni ove sembra impossibile la pace: si tratta dei
luoghi dove Gesù con la sua Croce è stato rifiutato!
Qui
davvero è il caso di mettersi a obbedire con maggior decisione alla parola di
Dio: "La pace di Dio - quella che sorpassa ogni intelligenza - custodirà i
vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù" (Fil 4, 7). Gli operatori
di pace saranno chiamati figli di Dio. Saranno figli di Dio! Nascono da Dio,
sono come Gesù, il Figlio unigenito venuto a "dirigere i nostri passi
sulla via della pace", poiché il nostro Dio è il Dio della pace. Coloro
che comunicano Dio all'uomo sono beati, danno armonia ai singoli e alle
convivenze, collaborano all'armonia nel creato.
Dov'è
comunione con Dio non è più l'egoismo a muovere i rapporti umani; là non
solo non si parla più di guerre, ma nemmeno si alza la voce, né si discute. Là
regna vita nuova, fatta d'amore, a somiglianza della ss. Trinità, dove Padre
e Figlio e Spirito Santo sono attenzione reciproca e gara continua nel donarsi
reciprocamente senza alcuna pretesa.
"Vi
lascio la pace, vi dò la mia pace!".
Riconosciuto
da tutti operatore di pace è s. Francesco d'Assisi. Che cos'ha fatto? Si è
fatto preghiera per il mondo, annunciatore di Gesù sulla piazza di Siena dove
uomini di diverse fazioni si stavano uccidendo, portatore del Vangelo al
sultano. Ha vissuto l'obbedienza esplicita alla parola di Dio volendo
glorificare Gesù: la sua vita ha portato pace, e ancora la riversa in coloro
che lo avvicinano, e avvicinandosi a lui ricevono i riflessi della vita di Gesù,
nostra pace.
S.
Nicola di Flue, con la sua vita eremitica in obbedienza a Dio, diviene fondatore
della nazione svizzera e della sua neutralità: anche la pace politica è
frutto della sua preghiera.
Altri
grandi santi, più o meno conosciuti, portando nel cuore un grande amore a Gesù
diffondono attorno a sé pace del cuore, pace tra famiglie e tra popoli,
soprattutto pace con Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli
I
poveri di Dio e coloro che amano la sua volontà sono accomunati nella
persecuzione: i primi da parte dei violenti, egoisti ed avari che sfruttano la
mitezza del povero in spirito; i secondi da parte di chi ha in odio Dio stesso e
lo vede come avversario.
Questa
tremenda realtà non sfugge all'attenzione di Gesù, ed egli non la nasconde a
coloro che ama.
Chi
cerca il Regno, chi vuol fare in pienezza la volontà del Padre e quindi
accoglie Gesù nella propria vita, costui va incontro a persecuzione. Chi segue
Gesù fa ciò che piace al Padre, ma proprio questo dispiace a qualche uomo, che
non sopporterà.
"Tutti
quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati"
(2Tm 3, 12). S. Paolo aveva sperimentato molte volte e in molti modi la verità
di questa affermazione: proprio lui, uno dei primi, più accaniti persecutori
della Chiesa nascente (1 Cor 15, 9). Persecutore, Paolo credeva di essere in
obbedienza a Dio (At 26, 9-11); una conoscenza errata di Dio era la causa del
suo agire.
Appena
convertito, non ancora battezzato, il Signore rivela ad Anania riguardo a lui:
"Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome" (At 9, 16):
da persecutore a perseguitato, subito.
Il
nome di Gesù, in cui sta la salvezza di ogni uomo, attira l'odio del maligno.
E se questo nome riveste una persona, quell'odio si abbatte contro di essa:
"Sarete odiati da tutti a causa del mio nome" (Mt 10, 22). "II
drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il
bambino appena nato" (Ap 12, 4); e siccome non gli riesce, si avventa
contro la donna insidiandola e facendola soffrire.
Questa
"donna" che genera continuamente figli a Dio è la Chiesa. Satana
vuol impedire che la Chiesa viva, che sia presente ed efficace nel mondo.
Satana
è l'unico persecutore dei discepoli di Gesù. È lui che è entrato nel cuore
di Giuda per il tradimento. È lui, e lui solo; egli però cerca strumenti
attraenti e seducenti tra gli uomini stessi. Con Gesù egli ha agito così.
Ha
tentato di sottrarre Gesù dalla "giustizia" coi ragionamenti riguardanti
il benessere, i miracoli, il potere politico.
È
stata poi la volta dei parenti: "I suoi uscirono per andare a prenderlo,
perché dicevano "È fuori di sé" (Mc 3, 21). Neppure i suoi
fratelli, infatti, credevano in lui (cf Gv 7, 5).
La
volontà di Dio può creare divisione dai legami più profondi che l'anima
dell'uomo ha, e ritiene dono di Dio.
Nei
parenti non c'è odio, ci sono sentimenti che appaiono come amore e che perciò
hanno molta forza nel distogliere dal fare la volontà di Dio. "Il fratello
darà alla morte il fratello, e il padre il figlio" (Mt 10, 21). Le scelte
che l'amore di Gesù comporta sono incomprese dai parenti, e questo crea
sofferenze molto grandi.
Una
terza forma di "persecuzione" ha colpito Gesù: la diffidenza e l'incomprensione
da parte dei capi, soprattutto religiosi, quelli che avrebbero potuto e dovuto
riconoscerlo ed aiutarlo. "Chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto
a Dio" (Gv 16, 2).
Noi
soffriamo volentieri per la Chiesa, nella Chiesa e con la Chiesa. La sofferenza
più dolorosa è però quella che viene "dalla Chiesa", diceva un
santo che l'aveva sperimentata.
Un'altra
forma di persecuzione che ha colpito Gesù è la sofferenza di vedere uno di
quelli che egli stesso aveva scelto diventare suo traditore, ed un altro suo
rinnegatore.
"Se
mi avesse insultato un nemico, l'avrei sopportato, ma sei tu, mio compagno, mio
amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio
camminavamo in festa" (Sal 55, 13-15). Anche s. Paolo ha sperimentato
questa sofferenza (cf 2Tm 4, 14).
Infine
Gesù è stato perseguitato da uomini mossi da interessi di denaro e di potere:
i Geraseni lo mandano via perché ritengono la sua presenza negativa per i loro
interessi economici; Pilato lo lascia in balia dell'odio dei capi ebrei per
timore di perdere di reputazione a Roma.
Paolo
sarà messo in prigione per aver scacciato uno spirito indovino da una ragazza
schiava: i padroni di questa hanno perso una fonte di guadagno (Atti 16,
18-20). La predicazione dell'Apostolo comprometteva il commercio dei tempietti e
delle statuette di Artemide ad Efeso: ciò ha procurato persecuzioni ai
cristiani di quella città (Atti 19, 24).
È
sempre e solo Satana il persecutore.
Gesù
non se l'è presa coi parenti, né con l'amico traditore, né con Pilato, né
coi Geraseni, né coi carnefici. Gli unici verso cui ha avuto parole dure sono
stati i capi religiosi, perché in essi l'inganno demoniaco veniva camuffato
con l'amore e il servizio di Dio.
È
sempre Satana il persecutore e sempre Gesù il perseguitato. "Io sono Gesù
che tu perseguiti", disse il Signore a Paolo che perseguitava i cristiani...
"Credevo
mio dovere lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, come in
realtà feci a Gerusalemme" (Atti 26, 9s). Non c'è lotta del male contro
il bene, ma sempre e solo di Satana contro Gesù.
Gesù
vuol donare agli uomini una vita interiore, vuol riportarli a godere l'amicizia
col Padre, e Satana lo vuole impedire.
Come
può il discepolo di Gesù uscire vittorioso da una lotta che si presenta
continua e tremenda? "Attingi forza dalla grazia che è in Cristo Gesù"
(2Tm 2,. 1).
"Soffri
anche tu, insieme con me, per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio" (ivi,
8). S. Pietro mette davanti allo sguardo dei cristiani perseguitati l'esempio
di Gesù: contemplando lui avremo anche noi vita e forza: "fate lasciandovi
un esempio, perché ne seguiate le orme" (1Pt 2, 21). "Se anche
doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di
loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori"
(3,14).
Amore
e adorazione di Gesù sono l'arma che custodisce nel cristiano l'integrità
della fede e dell'amore. In tal modo egli rimane capace di amare i persecutori
stessi, perché riesce a discernere in essi l'opera di Satana.
"Beati
voi se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria
e lo Spirito di Dio riposa su di voi" (4, 14).
Siamo
sempre davanti ad una realtà che sa di mistero, sempre presente dall'inizio
alla fine della Bibbia, dall'inizio alla fine della storia, dall'inizio alla
fine della nostra vita cristiana:
"L'empio
spia il giusto e cerca di farlo morire, il Signore non lo abbandonerà" (Sal
37, 52). "Ecco, Satana ha cercato di vagliarvi come il grano, ma io ho
pregato per te" (Lc 22, 31 s).
La
vita di Gesù, già prefigurata in Giuseppe, figlio amato di Giacobbe ma odiato
e venduto dai fratelli, preannunziata dai profeti come vita di sofferenza, è un
mistero di morte e risurrezione, un mistero di luce che appare nelle tenebre che
resistono.
La
vita del cristiano è partecipe di questo mistero: egli non se ne meraviglierà,
ma cercherà di rafforzarsi nello spirito. La sua carne potrà soccombere
nella morte, ma il suo amore che ha origine in Dio non verrà meno. "Le
grandi acque non possono spegnere l'amore, né i fiumi travolgerlo" (Cant
8, 7).
Il
premio promesso è grande: "Di essi è il Regno dei cieli"! "Sii
fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita" (Ap 2, 10).
"Il vincitore lo farò sedere presso di me sul mio trono, come io ho vinto
e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono" (3, 21).
"Voi
siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove: e io preparo per
voi un Regno" (Lc 22, 28-30).
La
sofferenza è il prezzo da pagare per poter amare Colui che ci ha amati ed
essere testimoni della sua salvezza.
Siamo
abituati a vivere in un mondo ritenuto cristiano e perciò ci riteniamo
cristiani nel fare come fanno tutti. Questa è la persecuzione blanda, la più
pericolosa!
Se
qualcuno fa sul serio col praticare il Vangelo, troverà subito vero quel che
dice s. Paolo: "Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù,
saranno perseguitati". Quando la sofferenza è frutto di amore e dimostrazione
d'amore non è pesante: dentro di essa e al di sopra di essa c'è già la gioia!
"Siete
ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po' afflitti da varie
prove" (1Pt 1, 6).
"Se
ne andarono lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù"
(Atti 5, 41).
La
storia è costellata di esempi che lasciano trapelare la verità di questa
beatitudine: la storia dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli e della
Chiesa; e forse già la tua storia.
Ricordo
qualcuno:
Tobia
(2, 14) e Giobbe (2, 9) "perseguitati" dalla moglie per la loro perseveranza
nella fedeltà a Dio in tempi di prova: vengono premiati! Lo scriba Eleazaro e i
sette fratelli con la loro madre (2Macc 6, 18; 7) sono perseguitati per la loro
fedeltà alle leggi religiose, nel rifiuto della idolatria, come i tre ragazzi
salvati dalla fornace ardente (Dan 3). L'odio del Maligno verso Gesù si è
abbattuto sugli Apostoli fin dai primi giorni del loro apparire in pubblico
(Atti). La storia della Chiesa è la storia della testimonianza a Gesù e quindi
della "martyrìa"! Storia di persecuzioni è la storia della Chiesa
antica, ma lo è anche la storia della Chiesa moderna: in tutto il mondo, in
modi diversi.
Ogni
persecuzione fa rifiorire la giovinezza della Chiesa, la purifica e la rafforza!
Nel
martirologio (libro che elenca giorno per giorno i nomi dei martiri) c'è posto
anche per te! E per me!
Con
la nostra fedeltà al Vangelo nonostante incomprensioni, derisioni, accuse,
calunnie, diffamazioni, esclusioni e vere e proprie persecuzioni, oltre che con
la fatica quotidiana a mantenere mentalità cristiana dentro le correnti di
pensiero pagane che formano l'atmosfera normale, siamo martiri: siamo cioè
testimoni di Gesù, che egli è la nostra gioia e pace interiore, nonostante
la sofferenza esteriore che incontriamo! Proprio questa gioia e questa pace
del cuore sono vere e non hanno prezzo!
Con
Gesù nel cuore, nonostante tutto, siamo beati!
Don Vigilio Cova