LE ARMI DELLO SPIRITO
«Ci
presentiamo con le armi della giustizia a destra e a sinistra» (2 Cor 6,4.7)
«Le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio e rendendo l'intelligenza soggetta all'obbedienza al Cristo». (2 Cor 10,3-5)
Esistono
ancora il «mondo» e la «carne» che ci costringono a vigilanza e prudenza
spirituale. Esiste attorno a noi e in noi tanta forza negativa che ci impedisce
di accogliere in pienezza lo Spirito Santo, e quindi di essere attivi nel
Regno di Dio.
Persino
la nostra stessa intelligenza con i suoi «ragionamenti» forma barriera alla
Grazia del Signore.
San
Paolo, in un brano usa addirittura terminologia militare per renderci attenti
e aiutarci a meditare affinché non ci lasciamo travolgere. Lo leggiamo col
desiderio di essere attratti potentemente dalla luce di Dio e dalla sua forza.
don
Vigilio Covi
Attingete
forza nel Signore (Ef
6,10)
La
mia vita è un susseguirsi di vicende, un intersecarsi di volontà, di
energie, di positività e negatività, un continuo esercizio di adattamento a
nuove situazioni esteriori ed interiori, un costante affrontare ambienti
d'accoglienza e di rifiuto, d'accoglienza superficiale o profonda, un lavorìo
per manifestare e per nascondere, per comprendere e per far comprendere...
La
mia vita è questo movimento, e la vita di chiunque incontro sulla strada e di
chiunque si trova seduto accanto a me.
Ed
io voglio vivere questa vita in Dio. Voglio rimanere in lui. Voglio restare
nell'amore, nella luce, nella grazia! Voglio vivere questi movimenti interiori
ed esteriori come li vive un figlio di Dio, perché a questo sono stato
chiamato.
È
necessaria una grande forza. Ci sono continuamente sollecitazioni ad uscire
dall'amore, a vivere di protesta, di inquietudine, a voler determinare e
piegare i fatti e le persone verso i programmi. Vivere l'amore richiede forza,
quella forza che piega il proprio io. Esser figlio di Dio dentro le varie
situazioni richiede lotta, una lotta incessante. Molte situazioni diventano
tentazione, impulso a dimenticare l'essenziale, a dimenticare che Dio è amore
e che io sono suo. In alcune situazioni il diavolo stesso si intromette con le
sue insidie, in altre ci sono forze provenienti dal clima spirituale
dell'ambiente, del paese, della famiglia o addirittura di una cultura che
vorrebbero impedirmi di essere figlio di Dio.
Ad
esempio, molto spesso ho sentito dire: «ma cosa c'entra Dio con queste cose?»,
tanto che una domanda simile si è come piantata fissa nel cervello. Ed io so
che Dio è papà, e un papà vede anche le piccole cose, tutto quello che
faccio. Egli mi ama anche quando faccio cose che potrebbero sembrare insignificanti!
Il suo amore è manifestato o nascosto anche in una giornata di sole o in un
sorriso che mi è rivolto, o in un suggerimento interiore o in un incidente o
in un incontro «fortuito»! Io lo so, perché Dio è Padre. Ebbene, anche se lo
so mi riesce difficile dirlo, e talvolta anche dirlo a me stesso, perché la
cultura che impregna l'aria è atea, è riuscita a relegare Dio in ambienti
chiusi e in momenti circoscritti.
Ci
vuole una forza d'amore impressionante per superare le piccole e le grandi
ombre, i «dominatori di questo mondo», «gli spiriti del male che abitano
nelle regioni celesti».
Le
giornate, il lavoro, la preghiera sono campi di battaglia dove io voglio
difendere la mia figliolanza a Dio, e dove io voglio vincere perché anche
altri siano difesi dai miei stessi nemici.
Attingete
forza nel Signore e nel vigore della sua potenza!
Mentre
scrivevo, qualcuno ha bussato alla porta. Quanta forza per accoglierlo! Mi
veniva da far attendere, o da trattare con fretta quella persona per avere il
tempo di finire la pagina.
Il Signore mi ha dato luce per vedere in questi pensieri delle tentazioni. E allora ho attinto forza da Lui: Tu Gesù sai perché viene proprio ora questa persona. L'hai mandata Tu. Donami quanto è necessario perché io l'accolga, l'ascolti, la ami come si ama la tua persona.
Ecco,
attingendo forza dal Signore le tentazioni divengono occasione per esercitare
l'amore, per vivere la Tua vita, o Dio!
Signore
Gesù, Tu hai forza per ogni situazione, perché in ogni circostanza io possa
restare nell'amore. Vengo a Te, che hai vinto ogni tentazione, vengo a Te, che
sei rimasto di Dio persino sulla croce.
In
Te trovo forza per vincere i pensieri del mondo, così diversi dai tuoi, per
scegliere ciò che Tu scegli nella tua luce, che vede sempre il Padre.
Signore
Gesù, abbi pietà di me!
State
dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità (Ef
6,14a)
Inizia
così la descrizione dell'armatura di Dio, quella che il cristiano deve
indossare per resistere a tutte le prove, le sollecitazioni contrarie alla
fede.
Un'armatura
interiore, descritta usando le immagini di quella del soldato in stato
d'allarme. San Paolo confida così di esser capito dai cristiani di Efeso:
cercheremo di comprendere anche noi.
Il soldato sta in piedi e si cinge le vesti. Le vesti sciolte intralciano i movimenti: una cinghia è necessaria per potersi muovere con destrezza e libertà in ogni direzione.
Che
cosa corrisponde a questa cinghia nel cuore del cristiano? Che cosa dà libertà
e destrezza e prontezza?
La
verità! La verità è
il primo criterio di discernimento spirituale che aiuti il credente a vivere
in mezzo ai pericoli della sua fede. Vorrei spendere qualche parola a tradurre
il termine «verità». Lo usiamo in troppe accezioni senza arrivare al fondo
del suo significato. L'etimologia di questa parola nella lingua del Nuovo
Testamento (greco) ci fa pensare a qualcosa «che non è nascosta», «che non
è nell'oscurità». Quante cose sembrano essere nell'oscurità per la mente
dell'uomo, quante nascoste ai suoi occhi! Gli uomini in cerca della verità
non si contano, tanto che più d'uno, arrendendosi, crede che la verità stia
nel non esserci verità. Se guardiamo bene, l'ultima realtà che rimane nascosta
agli occhi umani è il Volto di Dio. La verità è Lui, l'inizio e la meta di
tutto: è Lui che, scoprendosi o rivelandosi, dà luce, significato e valore a
tutto.
Egli
ha trovato una strada per manifestarsi, per farsi vedere dall'uomo: la persona
umana di Gesù: Gesù è la verità, la rivelazione di Dio.
E
Gesù dà a chi lo ama lo Spirito di verità: mette i suoi nella possibilità di
rivelare qualche aspetto della vita, della gloria, dell'amore di Dio.
Così
io comprendo la parola di S. Paolo, che cioè il rivestirsi della verità è
un'arma che tiene a bada le varie tentazioni e tensioni mondane dalla vita di
fede.
Poco
fa, parlando con una persona che mi adulava - così almeno sembrava a me -
sorgeva nel mio cuore un movimento di stizza, sì di rabbia. Ed ecco, grazie
alla bontà di Dio, il ricordo: «rimani nella verità»: «tu ora devi
manifestare qualcosa di Dio, tu ora devi far risplendere la pazienza del Padre».
E così sono riuscito a dominare la rabbia.
Un'altra
volta avevo premura: era già suonata l'ora di iniziare una celebrazione, e una
persona mi intratteneva con i suoi problemi. La fretta stava entrando in me,
quella fretta che non permette un ascolto vero e nemmeno un servizio di Dio
adeguato. «Sta nella verità»: «in te questa persona deve sperimentare
l'ascolto di Dio, in te quelli che ascolteranno la Messa devono vedere la
misericordia e la pace del Padre». Così la tentazione della fretta s'è
dileguata.
Il
ragazzino che rubava in canonica è stato scoperto: due possibilità o
tentazioni fanno capolino: o prenderlo a calci, o lasciar correre con un po' di
compassione.
«Cingi
la verità»: «Tu riveli l'amore e la serietà di Dio, la misericordia e la
fermezza». E allora trattenni i piedi, ma lo portai con fermezza alla
restituzione. E così potemmo mangiare insieme la torta della riconciliazione e
stringere amicizia.
Grazie, Signore Gesù, che ci rivesti della verità: Tu sei la verità e doni a noi di trasmetterla, di esserlo con la nostra vita che traduce in gesti umani l'infinita bontà e grandezza e fedeltà di Dio, del Padre tuo e nostro.
«Rivestitevi
con la corazza della giustizia» (Ef
6,10)
Ho
pensato per lungo tempo, sotto l'influsso di un proverbio latino, che la
giustizia fosse il dare a ciascuno il suo. Con questo proverbio si è fatto
strada ben presto il concetto che gli altri a me devono il mio, e quindi
l'attenzione ai diritti, ai doveri degli altri verso di me, ad un orientamento
chiaramente egocentrico nelle relazioni interpersonali, anche con Dio.
Le
conseguenze nessuno le immagina, perché tutti le conoscono, perché sono le
conseguenze del peccato originale: «a me spetta», «io voglio», «io mi
appartengo»...
Quando
faccio qualcosa penso: «Che cosa me ne viene?». E quando programmo un'azione o
una giornata penso: «Cosa o quanto ci guadagno?». E se qualcuno mi chiede un
servizio lo subordino alla mia «giustizia»: la ricompensa.
Mi
sono accorto che questa comprensione della giustizia mi porta fuori del «cuore»
di Dio, fuori della sua vita. Egli non è così, Egli non pensa in termini di
guadagno. Dio è gratuità, è amore di papà. Essere giusti secondo Dio
significa essere disinteressati, avere amore di padre, essere dono.
Mi
trovavo a svolgere un servizio gratuito per i miei compagni di scuola. Scrivevo
a macchina gli appunti del professore. Lo facevo con gioia e libertà di
cuore. Mi hanno detto che era giusto che mi fossi fatto pagare: era «giusto».
Sono entrato in questo concetto di giustizia e ho cominciato a lasciarmi pagare,
poi a farmi pagare, a calcolare il guadagno: non servivo più i miei compagni,
servivo me stesso. Ho perso la gioia e la libertà interiore. Fretta, pensieri
di denaro e di guadagno occupavano il mio cuore. Ero uscito dalla «giustizia»
di Dio, non ero più nel suo modo di agire, avevo perduto una dimensione
importante dell'essere uomo: non ero più un «uomo creato secondo Dio nella
giustizia e nella santità vera». Avevo perduto la dimensione paterna
dell'amore, della vita, e avevo acquistato la dimensione egocentrica, fonte di
schiavitù alle cose, al denaro, a sentimenti legati a ciò che passa.
La
giustizia di Dio è la corazza, una difesa sicura dai pensieri e sentimenti
dell'egoismo. «I giusti vivono per sempre» (Sap 5,15), quelli che indossano la
giustizia come corazza! Quelli che si coprono dell'amore misericordioso di Dio,
della sua pazienza, della sua gratuità, della sua paternità. Questa è la
giustizia di Dio! Questa è la vera giustizia che conferisce all'uomo la somiglianza
con Dio, vita eterna, santità e gioia. L'uomo che sa di assomigliare a Dio
nella sua pazienza e nella sua gratuità diviene forte, capace di serenità e
di gioia anche nella tribolazione. L'uomo che sa di vivere la gratuità di Dio
diviene capace di portare senza turbamenti situazioni difficili, di
incomprensione, di solitudine, come Giuseppe, sposo di Maria, uomo giusto.
Tu,
Gesù, sei il giusto. Tu sei colui che mostra agli uomini gli atteggiamenti
paterni di Dio. Tu sei forte nelle tue decisioni e deciso nelle tribolazioni
perché sai di avere nel cuore i sentimenti del Padre, nella mente i suoi
pensieri, nei fatti la sua volontà. Tu sei giusto, perché sei «come il Padre»,
dono gratuito.
Gesù,
grazie per la giustizia di cui rivesti anche la mia persona quando sto con Te e
mi immergo in Te. Abbi pietà di me!
Grazie
della tua Parola: e «forma alla giustizia» e plasma in me l'uomo vero che
piace al Padre e che sa donare gioia e pace agli uomini.
Avendo come calzatura ai piedi lo zelo
per propagare il vangelo della pace (Ef
6,15)
La calzatura ovviamente non è un'arma, ma è una componente essenziale del vestiario di un soldato. Senza scarpe il soldato si muove ben poco, deve temere le spine, i sassi, i serpenti... deve perdere tempo a badare a questi ‘nemici’ così banali, che nonostante la loro poca incidenza rischiano di fargli perdere terreno, di impedirgli l'attenzione al vero nemico e di farlo cadere nelle sue mani.
Trasferire
queste immagini nel campo della vita spirituale: che cosa sono le spine, i sassi
appuntiti, i serpenti e gli scorpioni che ritardano i movimenti? Con che cosa ci
si può difendere stabilmente da queste cose? Il cristiano s'imbatte ogni
giorno ed ogni momento della sua vita in cose e fatti che attirano la sua attenzione
e rischiano di impegnare - inutilmente - le sue energie.
Possono
essere piccole malattie del corpo, piccole offese che suscitano risentimenti
nell'animo, permalosità, occasioni di gelosia o di invidia, brutte figure
temute o fatte, sbagli nell'amministrazione del denaro, peccati di omissione,
spirito di tristezza che ci troviamo addosso senza sapere il perché... Queste e
altre cose ci impediscono di essere testimoni del Signore Risorto, ci
impediscono di ricevere e di trasmettere lo Spirito Santo attorno a noi, ci
fanno ripiegare su noi stessi, e così cadiamo in atteggiamenti egocentrici
che distruggono la vita spirituale e rendono inefficace la Presenza di Gesù
nel nostro cuore.
Calzatura
che ci fa passare sopra a tutti questi ‘piccoli’ impedimenti con grandi
effetti è lo zelo per propagare il Vangelo della pace. Zelo! Desiderio ardente
che Gesù sia conosciuto e accolto.
La
Buona Notizia (vangelo) che Dio ci comunica le sue ricchezze, che Dio ci ha
dato il suo Figlio e con lui il perdono e la vita, è una notizia che non deve
trovare ostacoli, una notizia così importante per tutto il mondo, per cui non
si può badare a piccolezze. Lo zelo per il Vangelo, l'amore per Gesù che
dev'essere fatto conoscere a tutto il mondo ci rende insensibili alle offese,
alle ingiurie, ai risentimenti, ci rende superiori alle brutte figure, agli
sbagli, ai motivi di gelosia, ai nostri stessi peccati.
Lo
zelo per il Vangelo riesce a ridicolizzare e minimizzare tutti questi piccoli
inciampi occasionali che, se ci si badasse, potrebbero ostacolare davvero il
Regno di Dio in noi e attorno a noi. E lo ostacolano per davvero in molte anime
di cristiani, anche di sacerdoti, che non hanno la calzatura ai piedi: non hanno
zelo per la proclamazione e la propagazione della Buona Notizia.
Chi
pensa solo a vivere, magari onestamente, chi pensa solo a guadagnarsi il
Paradiso, chi vive il proprio essere cristiano come un dovere o un piacere
personale continuerà ad essere vinto da piccole cose, a cadere e inciampare in
sassolini che paiono montagne.
Chi
è zelante per l'annuncio della salvezza che viene da Gesù, chi cerca che il
suo Maestro sia conosciuto e amato, chi impegna la fantasia e le energie in
questo messaggio non vede e non s'accorge neppure di tante cose che - altrimenti
- lo rattristerebbero, scoraggerebbero, e gli impedirebbero di essere testimone
dell'amore di Dio.
Vivere
con Gesù, per farlo conoscere come il dono gioioso di Dio che trasforma in luce
i nostri giorni tristi! Gesù!
Grazie,
Signore Gesù, che mi hai messo nel cuore il tuo Vangelo, la buona notizia della
tua Presenza da diffondere con le mie parole e con la testimonianza della mia
vita, che è serena e fiduciosa perché ci sei Tu!
Grazie,
Signore Gesù!
Tenete
sempre in mano lo scudo della fede con il quale potrete spegnere tutti i dardi
infuocati del maligno (Ef
6,16)
La fede qui viene presentata come l'arma di difesa efficace contro le tentazioni. Lo scudo è una protezione che si può interporre in ogni direzione e annulla gli attacchi del nemico. Dietro lo scudo ci si può nascondere, e le frecce indirizzate contro di noi si piantano nello scudo o sono da esso respinte. Anche fossero infuocate, e quindi mortali, cozzando contro lo scudo sono rese inefficaci.
Scudo
del cristiano è la fede, una fede tenuta saldamente in mano, alzata
continuamente davanti a sé, permanentemente interposta tra sé e il mondo
circostante.
La
fede, in quanto capacità di rapportarsi a Dio, è stata donata a tutti. Almeno
un chicco di senape di fede è deposto nel cuore di ogni uomo. Se questa fede,
per quanto piccola possa sembrare, viene adoperata, viene posta cioè nel bel
mezzo dei nostri rapporti con ciò che ci circonda, allora non abbiamo nulla
da temere, nulla ci potrà nuocere.
Che
cos'è la fede? Potremmo descriverla come un atteggiamento sgorgante da tre
fonti. Anzitutto dalla conoscenza: io so che Dio c'è e mi ama come un papà.
La
seconda dal sentimento: mi fido di Lui, proprio perché so che mi vuol bene:
«quello che Tu dici e fai lo accolgo con amore».
La
terza è un atto di volontà: «a Te mi affido. Non ho paura perché ci sei
Tu, non m'inquieto perché Tu sei più grande di tutto, non mi difendo perché
ci sei Tu che pensi a me».
La
fede è senza dubbio un dono, un dono che noi teniamo ‘in mano’ con energia,
altrimenti risulterebbe inoperoso, inefficace, come la bicicletta in soffitta!
Quando
sorgono preoccupazioni per il cibo, per il vestito, per i pericoli, per i
viaggi, per il lavoro, per la salute, ecco che posso alzare lo scudo della fede:
tutte queste realtà non mi inquietano perché mi fido del Padre: Egli sa ciò
di cui ho bisogno. Quando si presentano tentazioni interiori che porterebbero
alla sensualità o alla rabbia, alzo lo scudo della fede e mi affido al Padre
nel nome di Gesù. Quando giunge ai miei orecchi qualche frase che mette in
dubbio verità di fede o mi distoglie dall'obbedienza, impugno lo scudo: so
che Tu, Padre, mi ami e mi doni Gesù, tua sapienza, Gesù Crocifisso. Tutti i
tipi di tentazione, intellettuali o sentimentali o quelle della volontà,
s'infrangono se guardo tutto e ricevo tutto come attraverso Gesù.
Così
hanno agito i santi. S. Antonio il grande, sentendosi circondato da demoni,
non aveva paura né li combatteva. Semplicemente diceva: fate quel che volete,
io sono di Gesù. Quanto Gesù vi permette fatelo, io l'accetto. E rimaneva
libero.
Fede
non è qualcosa che sta nelle nostre tasche. Essa è il nostro rapportarci
concreto a Dio: a Dio Padre, a Dio Figlio nello Spirito Santo. Per ogni cosa
ringraziamo il Padre, anche per quelle cose che il nostro ateismo ci fa ritenere
piccole. Tutto è dono del Padre, ed essendo tale è grande, fosse anche una caramella.
Ogni cosa che facciamo la facciamo per Gesù, fosse anche bere un bicchiere
d'acqua o donare un saluto.
Se
guardiamo tutto con questi occhiali vediamo la realtà coi suoi veri colori e
saremo difesi da ogni tentazione. Ogni tentazione infatti altro non è che il
tentativo di farci perdere il rapporto di fiducia, di amore, di gratitudine, di
abbandono al Padre, il rapporto di amicizia e fraternità con Gesù; perso
questo rapporto, lo Spirito Santo non è più in noi e noi restiamo senza forze,
senza discernimento, inermi, indifesi, in balia di tutto il mondo.
Signore
Gesù, grazie.
Sei
Tu la concretezza della mia fede.
Tu
sei la mia difesa, il mio scudo, la sicurezza della mia vita eterna.
Ti
tengo saldo nel mio cuore, nella mia mente e davanti al mio sguardo.
Ti
adoro, Ti amo.
Grazie,
perché con Te nulla mi distoglie dall'essere figlio del Padre.
Prendete anche l'elmo della salvezza (Ef 6,17a)
Un
buon elmo custodisce il capo: è perciò strumento di difesa indispensabile.
A
che cosa intende alludere S. Paolo?
La salvezza, di per sé, è lo scopo per cui si usano tutte le armi, non è un'armatura speciale. O forse l'Apostolo col termine «salvezza» intende un particolare comportamento cristiano?
Nella
lettera indirizzata ai Romani (10,10) egli scrive: «Con il cuore si crede per
ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la
salvezza».
C'è
quindi la fede, come atteggiamento interiore di fiducia in Dio, e questa è il
nostro scudo. Con questa fede che illumina e riempie il cuore siamo resi giusti,
riconosciuti dal Padre come suoi. Ma poi c'è un ulteriore passo: la
manifestazione di questa fede all'esterno, la professione di fede, il dire
davanti ad altri in pubblico dove sta il nostro cuore, chi amiamo, di chi ci
fidiamo.
Esprimere
davanti al mondo, con le parole o con gesti chiari, che siamo di Gesù, che
crediamo in Lui.
Il
mondo ha un gran potere su di noi, un grande influsso. Quando mi trovo in un
ambiente qualunque e resto nell'anonimato, e là nessuno sa che sono
cristiano, sono molto tentato di comportarmi come tutti, di non distinguermi, di
ridere delle barzellette di cui tutti ridono, benché nel cuore senta
dissonanza o dolore. Quando invece so che gli altri conoscono la mia identità
di cristiano, o perché mi hanno visto altrove, o perché io l'ho rivelata
volutamente, allora c'è in me una forza interiore che mi tiene separato,
attento ai modi di comportarmi o di parlare, affinché siano solo rivelazione
del mio Dio e gloria a Gesù. L'esser conosciuto esplicitamente come cristiano
è grande difesa della fede del cuore, è salvezza. Ritengo sia questo l'elmo di
cui parla San Paolo. Dichiara apertamente la tua appartenenza a Gesù Cristo, e
questo ti difenderà il capo! Questa professione di fede aperta ti rende attento
ai nemici del tuo cuore, ti rende forte nel rifiutare gli spiriti del mondo
che ti vorrebbero possedere.
L'appartenenza
a Gesù! Non è sufficiente dichiarare un proprio ruolo nella Chiesa, nemmeno
dichiarare d'essere cristiano impegnato; per me non basta nemmeno dichiarare
d'essere prete. Questo è un mio ruolo che potrebbe essere inteso solamente
come un ruolo sociale. Per ottenere la «salvezza» che difende la nostra
posizione nel cuore di Dio è necessario «perdere la faccia» per Gesù: è
Lui il Salvatore, è Lui l'inviato di Dio, il Signore: la persona di Gesù! È
Lui che s'impegna per me davanti al Padre e ai suoi angeli.
La
debolezza di molti cristiani e famiglie cristiane di fronte agli spiriti mondani
non deriva forse dal fatto che essi non hanno mai saputo dichiararsi di Gesù?
La debolezza nei confronti delle nuove sette religiose, di fronte ad idee e
comportamenti atei non ha forse la stessa origine? Indossate l'elmo della
salvezza!
Difendete
la testa, dove stanno i vostri occhi e il vostro cervello! Difendete le vostre
capacità di discernimento dichiarando apertamente con la vostra bocca la
vostra fede nel Figlio di Dio.
Se
non c'è questa chiarezza è molto facile per noi tornare a voler difendere
noi stessi di fronte al mondo ostile, e se ci vogliamo difendere con le nostre
forze cadiamo in razionalismi, in ideologismi, in comportamenti accettabili
dagli atei... annacquando il Vangelo e togliendo il sapore divino al sale
della nostra vita: ci resterà solo da costatare la sconfitta.
Signore
Gesù, Tu sei il mio Signore.
Io
sono tuo.
Ti
appartengo, perché Tu mi hai acquistato.
Lo
voglio dire a tutti, anche se la mia vita non Ti fa fare sempre bella figura.
Ma
sono tuo ugualmente, e Tu non ti vergogni di chiamarmi fratello.
Gesù,
mio Signore e mio Dio!
...e la spada dello Spirito, cioè la
Parola di Dio (Ef 6,17b)
Di spade è pieno il mondo, spade reali e spade simboliche, di strumenti che feriscono e uccidono. E la spada peggiore è la lingua, «male ribelle, piena di veleno mortale», «un fuoco... che... incendia il corso della vita» (Gc 2,6). «Molti son caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua» (Sir 28,18).
Forse
per questo San Paolo definisce «spada» la Parola di Dio! È l'arma più
terribile che fa fuggire il nemico e lo rende incapace di nuocere. La spada
dello Spirito è la Parola di Dio. Essa, ovviamente, non è un male: è
terribile per il nemico di Dio. Finalmente, dopo aver pensato a difendersi con
la fede e lo zelo, con la verità e la giustizia, il cristiano ben provveduto
elimina l'avversario, lo fa fuggire. Lo Spirito Santo ci fornisce l'arma
efficace: Egli ci suggerisce la Parola di Dio, ci ricorda quel che Gesù ha
detto, ci mette sulle labbra ciò che è opportuno dire. «Io vi darò lingua e
sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né
controbattere» (Lc 21,15); «non preoccupatevi come discolparvi o che cosa
dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna
dire» (Lc 12,11 s). Lo Spirito Santo, al momento necessario ci fornisce la sua
spada, una parola che viene da Dio: «Non siete infatti voi a parlare, ma è
lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10.2v). Non ci sono però
soltanto i tribunali degli uomini, più o meno ufficiali, più o meno provvisori
come quelli improvvisati sulle piazze o nei bar o per strada, come occasione per
noi di impugnare questa terribile spada. Il nostro nemico si fa avanti contro
di noi anche senza il volto preciso d'un uomo, ci assale dall'intimo del
nostro cuore o dall'esterno, attraverso una mentalità diffusa.
Nel
nostro cuore salgono pensieri di sfiducia, di scoraggiamento, di vendetta, di
sensualità, d'incredulità, di vanagloria. Dal clima del mondo o dei nostro
ambiente s'affacciano con virulenza pensieri di attivismo, di efficentismo, di
leggerezza, di superficialità, di secolarizzazione.
Con
quale arma difendere la nostra vita? Quale arma difende il nostro cuore, sì che
non penetrino in esso i pensieri del mondo, o le suggestioni del maligno non lo
portino ad agire nell'indipendenza dalle indicazioni chiare di Dio?
La
spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio. Gesù ha usato quest'arma alla
fine dei suoi quaranta giorni in cui ha provato il suo amore disinteressato per
il Padre. Quando lo assalirono i pensieri di usare autonomamente e per il
proprio interesse o secondo vedute umane il dono d'esser Figlio di Dio, Egli
non si mise a ragionare, né a discutere, né a valutare le varie possibilità
o prudenze. Semplicemente Egli decise l'obbedienza a quella Parola di Dio che già
stava scritta sui libri sacri, e la pronunciò ad alta voce. E la Parola di Dio
mise in fuga il nemico: la spada che esce dalla bocca libera l'uomo dal suo
tentatore, e lo libera per molto tempo! La parola di Gesù è una spada a doppio
taglio (Ap 1,16; Ebr 4,12) che mette paura al nemico di Dio.
La
nostra esperienza riesce a confermare con abbondanza queste affermazioni. Sono
tentato di preoccuparmi, o di aver fretta? «Il Padre vostro sa...», e torna
la pace. Sono tentato di scoraggiarmi per aver udito accuse o calunnie contro
di me? «Rallegratevi ed esultate...», e torna la serenità. Sono tentato di
farmi valere? «Beati i miti...» ed ecco riprende quota l'umiltà. Perché mai
la Parola di Dio ha questo potere? Credo siano due i motivi.
Il
primo, perché la Parola di Dio è potenza di Spirito Santo.
Il
secondo perché, se io m'affido alla Parola di Dio anziché al mio
ragionamento e alla discussione e alle mie valutazioni, rimane in me l'umiltà.
Ora il maligno non sopporta l'umiltà, non la può afferrare: è luce che lo
acceca.
«Agli
umili Dio fa grazia», «egli incorona gli umili di vittoria» (Sal 149,4).
L'umiltà è l'oro che lastrica la piazza della città celeste.
Grazie,
Signore Gesù, per la tua umiltà,
e
grazie per la tua Parola che incidi nel nostro cuore ed è difesa sicura da
tutte le tentazioni.
Abbi
pietà di noi: salvaci, Tu che sei la Parola unica e vera.
Pregando
in ogni occasione nello Spirito con ogni adorazione e supplica... (Ef
6,18a)
La conclusione della descrizione dell'armatura del cristiano ignora la componente equivalente dell'armatura del soldato, a meno che non si possa intendere l'arma interiore del coraggio, la sicurezza, la fierezza, atteggiamenti indispensabili! Senza questa componente spirituale al soldato non servono nemmeno le armi più solide e sofisticate.
Il
coraggio viene al cristiano da una sua sicurezza basata non sulle proprie
forze, ma su quelle di Dio. È Lui la sua roccia di salvezza, il suo baluardo,
la sua protezione sicura. Per questo il cristiano si dedica alla preghiera
incessante. E siccome le situazioni in cui vive sono varie e diverse, anche la
sua preghiera si trasforma. Da supplica diventa adorazione, da adorazione
ringraziamento e lode per tornare a divenire supplica.
E
la supplica passa dalla domanda di perdono alla richiesta di aiuto materiale, da
questa alla richiesta di sostegno interiore per continuare ad amare nonostante
difficoltà interiori ed esteriori. La preghiera!
Essa
è come un cristallo di diamante, o di topazio: presenta moltissime
sfaccettature diverse, tutte egualmente preziose, perché tutte espressioni di
un'unica sostanza.
La
preghiera è così: si sviluppa in moltissimi modi diversi, ognuno sostegno e
continuazione di altri, e tutti manifestano un unico amore. Sostanza della
preghiera è l'amore, quell'amore che occupa tutto il cuore, tutte le forze,
tutta la mente dell'uomo. Per questo è incessante. Non conosce intermittenza
l'amore. Mia preghiera è l'amore con cui offro e sopporto una sofferenza o
un'ingiuria, preghiera è l'amore con cui compio i doveri a me affidati,
preghiera è l'amore con cui mi intrattengo ad ascoltare la Parola di Dio per
lasciarla penetrare la vita, preghiera è l'amore con cui apro la bocca alla
lode davanti alle stupende meraviglie del creato, preghiera è l'amore con cui
parlo con Dio delle difficoltà e tentazioni mie e del prossimo, preghiera è
l'amore con cui rimango sulla breccia, come Mosè, perché il nemico non
occupi il cuore degli uomini e Dio non abbandoni a lui i malvagi.
Preghiera
è l'amore attraverso cui mi accorgo della mia miseria e invoco misericordia,
preghiera è l'amore con cui parlo di Dio ai miei fratelli perché lo conoscano
come Padre, e preghiera è l'amore che mi fa restare in silenzio di adorazione,
gioioso o sofferto non importa, perché in esso il primo posto non spetta a
me, ma al mio Signore.
Preghiera
è amore.
La
parola che unisce tutte queste e le altre diversità d'amore è: incessante.
L'amore
è incessante. La preghiera è incessante. La continuità dell'amore è
continuità di preghiera, è continuità di presenza di Dio nella vita. La
preghiera incessante è l'arma che impedisce al nemico di nuocere: essa è la
forza interiore, la stessa forza di Dio.
Chi
non smette di pregare, chi cioè non smette di vivere l'amore al Padre e al
Figlio, rimane immerso nello Spirito Santo, è già nella luce, gode già della
salvezza. E continua il suo amore-preghiera perché non sia disperso il frutto
ottenuto e perché non ci sia apertura nel cuore attraverso cui possa entrare
ancora lo spirito o il pensiero del mondo.
Signore Gesù, maestro di preghiera perfetta e incessante, Tu hai pregato per me, hai offerto per noi al Padre la tua vita, la tua obbedienza, un amore continuo e pieno.
Abbi
pietà di noi, Tu che ci sei stato dato come pastore. Metti in noi l'amore
vero per Te e per il Padre, quell'amore che ascolta ed esegue; metti in noi la
preghiera vera che ci tiene costantemente in contemplazione del tuo Volto e
nell'imitazione del tuo donarti.
Ogni
onore e gloria a Te, che vivi per noi nei secoli.
...anche per me, perché nell'aprire la
mia bocca mi sia data una parola franca per far conoscere il mistero del vangelo
(Ef 6,18b-19)
Dopo aver illuminato la vita dei cristiani con la sua sapienza ed esperienza, S. Paolo chiede preghiere anche per sé.
Egli,
l'Apostolo, è un fratello bisognoso delle braccia alzate dei fratelli. Egli è
cosciente che «se il Signore non costruisce la casa, invano s'affaticano i
costruttori».
E
tutti i fratelli possono intercedere per lui, tutti possono e devono pregare
per lui. Attraverso la preghiera che gli uni rivolgono a Dio per gli altri si
manifesta e si sviluppa quel dono grande che è la comunione dei santi.
Tener
presente la situazione di difficoltà dei nostri fratelli, le loro
persecuzioni, la loro sofferenza, è per noi un incentivo al coraggio della
fede, a superare le piccole difficoltà, spesso insignificanti, che riescono
però a intiepidirci. La difficoltà dei fratelli va tenuta presente davanti a
Dio, come spinta alla contemplazione e all'adorazione, non solo come notizia,
né come occasione di mormorazione per coloro che causano sofferenze.
S.
Paolo poi non chiede ai fratelli che intercedano perché sia tolta a lui la
sofferenza e la difficoltà, ma perché in essa egli possa rimanere apostolo,
perché la difficoltà non giunga a chiudergli la bocca o a togliere
franchezza alla sua testimonianza.
Il
dono della vita che facciamo ogni momento a Dio è aiuto ai nostri fratelli,
anzitutto ai nostri pastori e maestri, ai missionari del Vangelo. Il mistero di
comunione che ci unisce gli uni gli altri è vero, reale, e reali sono le
conseguenze. Essi ricevono forza, coraggio, luce, buone ispirazioni e
chiarezza per tenere al centro del loro messaggio il Signore Gesù. E noi
stessi, impegnandoci a unire i loro nomi al Nome di Gesù siamo altrettanto
aiutati a restare saldi, a non lamentarci, ad essere fedeli testimoni, secondo
la parola di Pietro. Quest'Apostolo infatti riassume nella sua prima lettera
l'esortazione che abbiamo seguito in Ef 6, 10-20, con queste parole: «il vostro
nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare.
Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi nel mondo
subiscono le stesse sofferenze di voi» (5,8-9).
Il
ricordo delle sofferenze dei nostri fratelli è salutare per noi: essi sono
membra dello stesso corpo cui noi apparteniamo; essi sono quell'Abele che sta
offrendo il sacrificio gradito a Dio. Ci uniamo a loro davanti al Padre.
La
nostra preghiera rimarrà adorazione, contemplazione, ascolto, ma ogni giorno
farà posto al ricordo di quei fratelli che con la loro offerta sofferente
stanno ottenendo salvezza anche per i nostri peccati.
Il
ricordo dei fratelli non occuperà il cuore, ma essendo presente, sarà
stimolo a un'adorazione più costante, a una lode più attenta, a un'offerta
di sé più completa.
I
nostri fratelli che offrono se stessi nei letti d'ospedale, quelli che soffrono
perché privati dei loro beni o del lavoro o della libertà a causa della
fede, quelli che ancora per il loro amore e obbedienza a Gesù sono disprezzati
e isolati nelle scuole, nella politica e in vari altri ambienti di lavoro,
quelli che sono circondati dalla violenza della tentazione in vari modi,
quelli che non possono godere della verità tutta intera essendo ancora ostacolati
da eresie non volute, questi nostri fratelli sono con noi, con me, una cosa
sola, l'unico corpo di Cristo che il Padre ama e glorifica. Il nostro pregare è
segno di unità e dono per loro, il loro soffrire è forza per noi.
Signore
Gesù, unico pastore di tutto il gregge, Tu hai pregato per noi tutti che
crediamo in Te. Per noi hai sofferto. La tua croce, la sofferenza della tua offerta,
unita a quella che Tu continui ad accogliere dalle mani dei nostri fratelli e a
presentare al Padre è sostegno e saldezza per la nostra fede.
Tu,
innalzato sulla croce, attiri tutti a Te.
A
te vengo e veniamo per attingere forza, per vivere la chiamata di cui ci rendi
degni.
Grazie
e gloria a te nei secoli. Amen!