LA
VOCAZIONE SACERDOTALE
In
senso etimologico vocazione significa: appello, chiamata; nella religione
cattolica la vocazione sacerdotale è l'appello soprannaturale di Dio ad un
giovane perchè si consacri al sacerdozio. Esso consta di due elementi uno
divino e uno ecclesiastico. L'elemento divino è l'appello di Dio, che San
Tommaso d'Aquino chiama vocazione interiore, mentre l'elemento ecclesiastico
costituisce la vocazione esteriore.
La
vocazione è una manifestazione dell'amore infinito ed eterno di Dio, è un dono
gratuito, che viene direttamente dal Cuore di Dio.
La prima condizione per santificare la nostra vita è di viverla nello
stato (matrimonio, celibato, professione religiosa, sacerdozio), dove la volontà
del nostro Creatore ci chiama. Infatti, sebbene tutti i battezzati abbiano
un'origine comune e un destino identico, ognuno però ha la sua perfezione, il
suo posto riservato, il suo ruolo da compiere. Il sacerdozio non è una semplice
grazia di santificazione personale, è una dignità e una funzione conferita da
Dio a certi uomini per la santificazione dei loro simili. Infatti leggiamo
nell'epistola agli Ebrei di San Paolo: "Ogni pontefice - il termine
vale anche per il semplice sacerdote - proveniente dagli uomini, è
costituito a vantaggio degli uomini per i loro rapporti con Dio, al fine di
offrire doni e sacrifici per i peccati" (Eb 5, 1). È dunque una
partecipazione all'opera redentrice di Cristo. Per accedere al sacerdozio
occorre esservi specialmente chiamati da Dio. "E non vi è nessuno -
prosegue l'epistola - che assuma da sé la dignità ma vi è chiamato da Dio,
com'è il caso di Aronne" (Ebr 5, 4). Anche Gesù scelse e chiamò Lui
stesso i suoi Apostoli; infatti
dopo
aver passato la notte in preghiera "chiamò i suoi discepoli e ne scelse
dodici ai quali diede anche il nome di Apostoli" (Lc 6, 13). E un
giorno disse loro con una precisione perentoria: "Non voi avete scelto
me, ma io ho scelto voi e vi ho destinati ad andare a portare frutto e il vostro
frutto permanga" (Gv 15, 16).
Questa vocazione è così necessaria che Gesù stesso non ne fu
dispensato: ha dovuto riceverla dal Padre celeste. "Per questo continua
- San Paolo - anche Cristo non si arrogò da sé la gloria di diventare sommo
sacerdote, ma la diede Colui che disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»;
come anche in un altro luogo dice: «Tu sei sacerdote secondo l'ordine di
Melchisedec»" (Eb 5, 5 s). Se fu necessaria una vocazione speciale al
Redentore, pontefice umano divino, a maggior ragione ci deve essere per coloro
che Cristo ha fatto suoi strumenti sacerdotali nell'opera redentrice.
Senza
dubbio la vocazione è essenzialmente un appello divino, ma per chiudere la
strada alle illusioni pericolose, alle ambizioni egoiste e ai futuri scandali
questo appello ha bisogno di essere controllato ed autenticato. Tanti elementi
diversi, infatti, di ineguale valore possono
influenzare, in un senso o in un altro, una decisione: entusiasmo senza
riflessione, vedute umane, attrattive pericolose, timori esagerati, pregiudizi,
sollecitazioni interessate, illusioni diaboliche. Per dissipare la nebbia di
queste incertezze un insieme poco comune di qualità intellettuali e di
disposizioni morali è richiesto: buon senso, giudizio, prudenza, spirito di
fede, lealtà nella ricerca e innanzi tutto, qualunque sia la volontà divina,
una santa indifferenza. L'attrazione naturale e soprannaturale non è da sola un
segno infallibile di vocazione e neppure la sola assenza di impedimenti. La
vocazione, ripetiamo, consta di due atti: nel primo Dio agisce con la grazia
sulla volontà umana, si tratta della vocazione interiore, nel secondo agisce
canonicamente tramite l'appello del vescovo e il conferimento della grazia
sacramentale, si tratta della vocazione esteriore.
Questa
elezione, per il bene di tutti, esige il riconoscimento e la ratificazione da
parte dell'autorità legittima. In realtà la vita religiosa e clericale
costituisce nella Chiesa uno stato di vita pubblico ed ufficiale in cui nessuno
ha diritto di intromettersi da se stesso, anche se avesse personalmente
coscienza della sua vocazione. Al Vescovo e ai superiori appartengono il diritto
e il dovere di esaminare i candidati, di constatare il bene fondato delle loro
aspirazioni e finalmente di ammetterli o di scartarli. Tutto questo si svolge
nei Seminari, Noviziati e Scolasticati.
Occorre
ricordare che nella letteratura vocazionista ci fu un tempo, fino al secolo
scorso, nel quale si accentuava con eccesso l'elemento interiore. Fu contro
queste esagerazioni che il canonico Lahitton reagì difendendo in modo
particolare l'elemento esteriore. All'inizio questi si portò verso l'eccesso
opposto, insegnando che la vocazione divina consiste unicamente nell'appello del
Vescovo (1906), ma più tardi egli si corresse in una seconda opera, attenuando
la sua tesi (1910). San Pio X incaricò una commissione speciale di cardinali di
esaminare il problema per arrivare ad una conclusione. La commissione, in una
riunione plenaria del 20 giugno 1912, rese un giudizio secondo il quale il libro
del can. Lahitton non deve essere affatto riprovato, ma al contrario merita le
lodi (egregie laudandum). Ecco il giudizio della commissione:
-
1. nessuno ha mai diritto all'ordinazione prima di essere stato liberamente
eletto dal vescovo;
-
2. la condizione che bisogna esaminare dal lato dell'ordinando, e che si chiama
vocazione sacerdotale, non consiste necessariamente e ordinariamente, in una
certa aspirazione interiore del soggetto o in inviti dello Spirito Santo a
ricevere il sacerdozio;
-
3. per essere regolarmente chiamati dal vescovo niente si esige più da lui che
l'intenzione retta unita all'idoneità; questa consiste in tali qualità di
natura e di grazia e si afferma con una probità di vita e una misura di scienza
tale che se ne possa concepire la speranza fondata che il soggetto sarà capace
di compiere convenientemente le funzioni del sacerdozio e di custodirne
santamente gli obblighi. L'intenzione retta è il desiderio soprannaturale o
l'accettazione soprannaturale del sacerdozio, ora questa si fa con
un'ispirazione della grazia preveniente.
L'approvazione
delle dottrine del can. Lahitton aveva per scopo di affermare che nessuno può,
sotto pretesto che si sente chiamato, "che ha la vocazione", esigere
il sacerdozio .
Tutto
questo era già riportato dalla S. Scrittura: San Paolo, dopo aver ricordato a
Timoteo le attitudini e le virtù che doveva esigere dagli aspiranti al
sacerdozio, aggiunse: "Non aver fretta di imporre le mani a nessuno, al
fine di non partecipare ai peccati altrui" (1 Tm 5, 22). Questa
autentificazione dell'appello divino al sacerdozio tramite la Chiesa è anche
così indispensabile che quando Dio stesso designò i soggetti, che aveva scelti
e chiamati, li sottomise anche all'imposizione delle mani dei presbiteri. Fu il
caso di S. Paolo e di Barnaba (At 13, 1 ss). Lo Spirito Santo che dichiarava di
averli scelti per le funzioni apostoliche, avrebbe potuto conferirne loro la
dignità ed accontentarsi di avvertirne l'assistenza, invece non fu così.
Sebbene scelti e designati da Dio non divennero sacerdoti e vescovi che con
l'imposizione delle mani, cioè con l'investitura della Chiesa. Così decise lo
Spirito Santo stesso. La conferma inequivocabile di questa verità venne anche
dal Concilio di Trento che dichiarò che sono chiamati da Dio coloro che sono
chiamati dai ministri legittimi della Chiesa.
A
sua volta il Codice di Diritto Canonico del 1917 affermò al can. 968 § 1, che
per essere lecita l'ordinazione, occorre che il soggetto ne sia giudicato degno
dal proprio Ordinario. È dunque l'Ordinario che è il giudice della vocazione.
In poche parole l'appello divino deve essere rivolto dalla Chiesa solo a dei
soggetti dotati di attitudini convenienti e animati da retta intenzione.
"Il
sacerdote è il canale della grazia; in un certo modo pure il laico può esserlo
per la sua dedizione, carità, abnegazione, spirito di sacrificio: ma cos'è
questo potere, paragonato a quello del sacerdote che fa entrare Dio in un'anima
col Battesimo, o vi fa rientrare Dio con la confessione, o al suo potere presso
i moribondi? Il laico può preparare alla grazia, ma non può conferirla, il
laico può disporre al perdono, solo il sacerdote può dare
l'assoluzione...".
"Vi
è un uomo in ogni parrocchia che non ha famiglia, ma che fa parte della
famiglia di tutti; che prende l'uomo dal seno di sua madre e non lo lascia che
alla tomba; che benedice o consacra la culla, il letto della morte e la bara; un
uomo che i bambini si abituano ad amare e a venerare... ai piedi del quale i
cristiani vanno a deporre le loro confessioni più intime, le loro lacrime più
segrete; un uomo che è il consolatore, per stato di vita, di tutte le miserie
dell'anima e del corpo; che vede il povero e il ricco picchiare a turno alla sua
porta: il ricco per versarvi l'elemosina segreta e il povero per riceverla senza
arrossire; un uomo che ha il diritto di dire tutto e la cui parola cade
dall'alto sulle intelligenze e sui cuori con l'autorità di una missione divina!
Questo uomo è il sacerdote".
Da
quanto citato sopra è evidente che il sacerdozio richiede un'altissima
perfezione (Conc. Trento, Sess. XXII de Reform., c. I) e perfino, come dice San
Tommaso, una santità interiore più grande del religioso non sacerdote. Infatti
la vita religiosa mira in primo luogo e per sé alla santificazione del
soggetto, mentre il sacerdozio è una funzione ordinata in primo luogo e per sé
al bene del prossimo.
Scoprire.
I genitori, i sacerdoti e gli educatori sono le persone più adatte a scoprire,
a preservare e a sostenere le vocazioni. Occorre saper riconoscere i germogli;
ne esistono di più di quel che si crede. San Giovanni Bosco diceva: "Ho
esperienza dei giovani, un terzo di essi porta in germe la vocazione".
Il Codice di Diritto Canonico, al can. 1353, afferma che i sacerdoti,
soprattutto i parroci, devono occuparsi in modo molto particolare dei giovani
che presentano dei segni di vocazione ecclesiastica: preservarli dal contagio
del mondo, formarli alla pietà e alle lettere, infine favorire in essi il germe
della vocazione divina. Mons: Bougaud diceva: "Un sacerdote che prepara
i bambini per il seminario minore è 10 volte sacerdote". Da parte sua
il card. Bourret affermava: " Un sacerdote che non ha la preoccupazione
di assicurare, da parte sua e nella misura in cui può, la perpetuità del
sacerdozio non è un buon sacerdote".
Se
un bambino ha ricevuto da Dio questo dono, si tratta di creare attorno a lui una
tale atmosfera morale che, se questo germe si sveglia e sboccia, egli arrivi a
poco a poco a dire: "Voglio essere sacerdote, voglio essere religioso".
Come
provocare il risveglio delle vocazioni? Innanzi tutto con l'esempio della santità
sacerdotale. Niente è più efficace per svegliare nell'anima di un giovane
il desiderio di essere un sacerdote che la vista di un buon sacerdote. Oltre gli
esempi personali occorre aggiungere gli esempi storici; cioè quando l'occasione
si presenta si può proporre un libro sulla vita di un sacerdote modello: un
parroco, un missionario, un religioso. Tale lettura imprime per così dire
l'esempio nell'anima: le nozioni confuse si schiariscono, le difficoltà si
rivelano solubili e gli ostacoli superabili. Gli esempi sono delle idee-forze.
Sarà utile anche, per es., in occasione di un ritiro, alla fine degli studi o
di un pellegrinaggio, condurre i giovani in un santuario celebre, in un
monastero o in una casa religiosa. Una tale visita induce immancabilmente a
porsi delle domande che portano a delle spiegazioni. Riguardo alle cose della
fede occorre ben dire con San Paolo: "Come crederanno in uno di cui non
hanno sentito dir nulla? E come ne sentiranno parlare senza chi lo annunzi?"
(Rm 10, 14). Non esitare dunque, per timore di influenzare le coscienze ad usare
tali metodi: essi istruiscono le anime senza sfiorare la loro indipendenza.
Il
Codice di Diritto Canonico ha stabilito bene tutto questo, infatti al can. 971
afferma che non si deve forzare nessuno e in nessun modo ad abbracciare lo stato
ecclesiastico; però non vi si deve neppure allontanare nessuno se ne è
giudicato adatto. Dunque la vocazione è canonicamente libera. Questo
importantissimo testo inoltre riporta al can. 1357,§ 2, che il vescovo dovrà
visitare personalmente il suo seminario diocesano, vegliare alla buona
formazione degli allievi e rendersi conto del loro carattere, della loro pietà
e della loro vocazione.
La
vocazione interiore, deve essere sorvegliata nel suo sviluppo con tutta la carità
possibile, infatti la Chiesa la considera come il germe prezioso da cui deve
uscire l'albero della vita che sarà un giorno il sacerdote, la speranza della
messe è nel seme.
Preservare.
Esiste una credenza assolutamente errata per la quale molti cristiani si
rappresentano la vocazione come una voce imperiosa che sarà fatalmente sentita
ed ubbidita a suo tempo. Cosa importano le contraddizioni, le resistenze, gli
ostacoli? Si dice di colui che le subisce che, se è proprio la sua strada,
questi fatti non faranno altro che affermarlo. Poi, qualsiasi cosa succeda, ci
si rassicura pensando che "era scritto". "Niente è più falso di
questa opinione nefasta, molto diffusa nel mondo, anche tra i cattolici stessi.
Degli eccellenti cristiani, che sanno perfettamente che Dio li ha incaricati di
assistere i loro figli nell'opera capitale della loro formazione morale e
religiosa, di istruirli con la loro esperienza e maturità, considerano, come un
dovere di discrezione, di non parlare mai loro di vocazione ecclesiastica. Il
seminario e il convento sono considerati praticamente come dei luoghi temibili,
in cui non bisogna entrare che vinti da una grazia dall'alto, attirati
irresistibilmente da un appello di Dio, che ha dovuto cadere direttamente
sull'anima eletta, senza passare attraverso nessun canale umano. Il postulato
nascosto in questo modo di vedere è che "non ci si inganna mai restando
nel mondo", mentre ci si ingannerebbe spavento-samente se si andasse in
seminario o in convento, senza un'indicazione espressa e in qualche modo,
miracolosa della Provvidenza. Il primo abuso di questa falsa idea della
vocazione consiste nel comportarsi nei suoi confronti in un modo semplicemente
indifferente, a lasciar fare. Lasciar fare, si pensa non è ostacolare. "Se
veramente Dio vuole essere ascoltato che parli". Si dimentica che Dio non
è sentito che se non si soffoca la sua voce, che per parlare all'anima,
domanderà spesso di prestare il nostro linguaggio umano e che è un dovere
istruire i bambini sulle grandezze e la bellezza del sacerdozio e della vita
religiosa". "In una famiglia cristiana occorre che i giovani sentano
parlare del sacerdozio, che conoscano la grandezza di questa vocazione, di quale
bisogno ne ha sempre avuto il mondo e che bisogno ne ha sempre urgente di avere
dei santi [...]. Sarebbe bastato, forse, che un giovane avesse indovinato presso
i suoi familiari l'accettazione segreta della sua vocazione, perchè si desse
alla salvezza delle anime . Non ha sentito niente ed ha taciuto; può darsi
anche che ne sia stato abilmente distolto, forse fu preso in giro. Ho la
convinzione, appoggiata sul ricordo di molte vite mancate ed infelici, che ci
sono nel mondo molti uomini che avevano la vocazione sacerdotale e non l’hanno
seguita". Sostenere. È una grande arte fornire i princìpi
soprannaturali in modo tale che conducano alla fioritura. In particolare occorre
dare al bambino, al ragazzo, l'abitudine della vittoria su se stessi, lo spirito
di sacrificio, il senso della dedizione, il gusto della purezza, l'amore ardente
di Nostro Signor Gesù Cristo, la sete delle anime. Occorre far nascere nei
bambini e nei ragazzi la preoccupazione della salvezza delle anime, la ricerca
di un ideale elevato, distoglierli dal piacere facile, da una vita senza lotte o
da scansafatiche; dare loro l'orrore del male, fare conoscere loro le loro
possibilità di intervento nella storia divina dell'umanità come salvatore con
Gesù Cristo. Non si deve mai "spingere", il che sarebbe una grande
imprudenza, ma se si vede che la speranza è seria, incoraggiare dolcemente,
sapendo che solo lo Spirito Santo è il Maestro delle vocazioni. Se si teme che
sia solo una impressione fuggitiva che lo si provi.
La
beata Maria dell'Incarnazione (Madame Acarie) cresceva cosi piamente i suoi
figli, che diverse persone la rimproveravano di destinarli tutti alla vita
religiosa. Ella rispondeva: "Io li destino a compiere la volontà di
Dio. Se io fossi regina e non avessi che un solo figlio che fosse chiamato allo
stato religioso, non gli impedirei di entrarvi; se io fossi povera e avessi
dodici figli senza nessun mezzo di crescerli, non vorrei essere la causa
dell'entrata di uno solo in religione: una vocazione religiosa non può venire
che da Dio". Un altro bell'esempio da imitare è quello di Luigi XV:
quando Madame Louise de France entrò in Carmelo, il 16 febbraio 1770,
l'arcivescovo Christophe de Beaumont avverti il re. "Se è Dio che mi
chiede mia figlia - rispose Luigi XV - non posso né devo rifiutargliela".
Certamente
la vocazione viene da Dio, ma Egli vuole che noi collaboriamo alla sua opera,
innanzi tutto con la preghiera. Gesù ci ha avvertiti: "E nel vedere
quelle turbe ne ebbe compassione, poichè erano stanche e sfinite come pecore
senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è veramente
abbondante, ma gli operai sono pochi, pregate dunque il padrone della messe,
perchè mandi operai nella sua messe" (Mt 9, 36 s). Quella scena è
anche la realtà di oggi e Gesù con grande dolore non può soccorrere tante
anime a causa della mancanza di preghiere numerose e ferventi per meritare
l'invio di un più gran numero di operai sacerdotali. Già Papa Pio XI diceva:
"Oggi non ci sono meno adolescenti che in altri tempi chiamati da Dio
alla vita sacerdotale o religiosa, ma ce ne sono molto meno che ubbidiscono alla
mozione del soffio divino". Se dunque il padrone della messe invia così
pochi operai nel suo campo è perchè l'insufficienza delle nostre preghiere non
gli permette, vista la necessità della nostra collaborazione, di dare a quei
giovani la sovrabbondanza di grazie che li farebbe trionfare della loro
pusillanimità. Il dovere della preghiera per le vocazioni concerne
evidentemente tutti i cattolici, concerne soprattutto i sacerdoti e le madri
cristiane come i collaboratori più immediati di Dio nell'opera della vocazione
stessa. Il sacerdote ne è ben cosciente, soprattutto constatando i frutti della
laicizzazione della società. Le giovani madri possono esserlo meno, ma occorre
ricordarlo loro spesso. Leggano nella Bibbia, nel libro dei Re (1 Re 3, 3) la
storia così commovente del giovane Samuele. Questo racconto, per il suo
realismo familiare, la sua poesia antica e lo spirito di fede che lo anima, per
sua natura commuove le madri e può ispirare loro il desiderio di avere un
figlio sacerdote. Questa lettura
non è forse adatta perchè esse domandino questa grazia a Dio nelle loro
preghiere?
Quando
si è sicuri della vocazione ognuno ha il diritto e il dovere di seguirla.
Ricordiamoci della promessa di Gesù: "Chiunque avrà abbandonato la
casa, o i fratelli, o le sorelle, o il padre, o la madre, o la moglie, o i
figli, o i campi per amor del mio nome, ne riceverà il centuplo e possederà la
vita eterna"(Mt 19, 29). Se Dio concede la vocazione, abbiamo un dovere
di ubbidienza nei suoi confronti, perchè dobbiamo rispettare i suoi disegni
provvidenziali, un dovere di carità verso noi stessi, perchè i nostri
interessi più importanti sono in gioco e un dovere di zelo di fronte a una
folla di anime, la cui salvezza è più o meno condizionata dalla nostra
corrispondenza alla grazia. Le ispirazioni che il Signore ci invia sono
passeggere e non permanenti: è ciò che fa dire a San Tommaso che gli inviti
divini ad una vita più perfetta devono essere seguiti senza indugio. Se degli
ostacoli, indipendenti dalla volontà, imponessero qualche ritardo, occorre
prendere delle precauzioni al fine di salvaguardare il dono di Dio: fuga dal
mondo e dalle occasioni di peccato, frequenza dei sacramenti, preghiera,
meditazione, ubbidienza fiduciosa al direttore spirituale. A volte per
conservare la vocazione si impone una lotta dolorosa e lunga, non bisogna
stupirsene, ma combatterla fino al trionfo. Così, colui che si sente chiamato
da Dio, non raramente deve combattere contro se stesso, le sue ripugnanze, la
paura delle responsabilità, la paura di fronte al sacrificio; deve lottare
anche contro il demonio, scatenato nel perdere le anime (le perdite di
vocazioni sono tra le sue vittorie più belle); deve inoltre stare in
guardia contro le sue trappole, illusioni. Soprattutto non si deve scoraggiare
mai. San Paolo ci assicura: "Dio è fedele e non permetterà che siate
tentati oltre quel che potete" (1 Cor 10, 13). Deve inoltre lottare
anche contro il mondo, le sue feste abbaglianti, i suoi piaceri che attirano;
non raramente deve lottare contro la famiglia, la quale per ignoranza, mancanza
di fede, farà talora opposizione con una violenza che andrà fino alla
persecuzione aperta. Certamente i genitori hanno il diritto di assicurarsi del
fondamento di una vocazione, ma quando essa è riconosciuta certa, opporvisi con
tutti i mezzi, anche scandalosi, costituerebbe da parte loro un abuso criminale
di autorità di cui dovranno rendere conto al tribunale di Gesù Cristo. Prima
di essere loro i figli sono di Dio. Diversi santi hanno conosciuto questa prova
terribile e hanno trionfato della carne e del sangue con la preghiera, la
meditazione, perfino la fuga. "Non pensate che io sia venuto a portare
la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma la spada. lo infatti
sono venuto a mettere in discordia il figlio con il padre, la figlia con la
madre e la nuora con la suocera; e i nemici dell'uomo saranno i suoi familiari"(Mt
10, 34 s).
Senza
necessariamente essere robusti, occorre che la salute sia sufficiente per
sopportare le fatiche dell'apostolato e il peso delle austerità. Una malattia
grave e cronica, delle infermità incurabili, incompatibili con la vita
regolare, testimoniano senza dubbio una mancanza di vocazione. Così indulgente
ad accettare le saluti fragili, San Francesco di Sales esigeva però che le
infermità non fossero così gravi che rendessero del tutto incapaci di
osservare la Regola e non abili a fare ciò che è richiesto dagli ordini.
"Quando
un'anima liberata dalle sue cattive tendenze dalla penitenza, unita a Dio con la
preghiera, disposta al sacrificio dagli esempi di Gesù, con gli occhi fissati
sul suo fine ultimo, quando cerca con tutta sincerità la pura volontà del suo
Creatore, quando una tale anima liberamente e generosamente ha detto sì a
quello che le era sembrato essere l'appello divino, non potrebbe avere una
migliore garanzia di aver trovato la sua vocazione. È in piena luce di fede e
nella piena forza della grazia che ha definitivamente orientato la sua vita. Così,
a meno di un impedimento di forza maggiore, non deve più né deliberare né
guardare indietro: è l'insegnamento di San Tommaso, di Sant'Ignazio, di San
Francesco di Sales. Essa deve camminare con sicurezza nella via che gli è stata
aperta: al termine essa troverà Dio".
LA
CRISI DELLE VOCAZIONI.
L'aumento
della denatalità rende sempre meno numerosi i giovani decisi a consacrarsi a
Dio; l'egoismo di molte famiglie e la laicizzazione crescente delle scuole non
aiutano certamente la fede e la generosità. Generalmente le vocazioni nascono
dalle famiglie numerose. Attualmente constatiamo nel mondo intero che numerose
parrocchie, purtroppo sempre in aumento, non hanno più un parroco; esse hanno
una Messa la domenica o una o due volte al mese. I sacerdoti mancano, allora la
fede diminuisce e diminuendo la fede è difficile avere altri seminaristi. Cosa
fare? Occorre intensificare la fede e la pratica religiosa, insegnare ai figli e
ai genitori la generosità, pregare perchè le vocazioni fioriscano
abbondantemente, "La messe è molta, ma gli operai sono pochi, pregate
il padrone delle messi perchè invii operai". Occorre far capire infine
ai cattolici che di tutte le opere quella delle vocazioni è la più vitale. I
cattolici sprecano spesso la loro carità lasciandola al caso perchè non
capiscono la gerarchia delle opere e l'assoluta necessità di favorire prima di
tutte le altre quelle che interessano l'esistenza stessa della religione nel
nostro paese.
Un
seminarista di 13-14 anni ha un improvviso colpo di testa: sbatte la porta della
classe e parte. Scende di corsa le scale, afferra la maniglia della porta che si
apre sulla strada. È una vecchia maniglia ottagonale di rame cesellato,
traballante e riattaccata al suo perno con un chiodo storto. Momento decisivo.
Se passa la porta sa che non tornerà mai più. Tutta la sua vocazione è in
gioco. Una voce gli grida forte dal fondo del cuore: - Se oltrepassi quella
porta, le anime che avresti dovuto salvare non si salveranno! Il giovane esita.
Intravede la tragica posta del suo "colpo di testa". La voce si fa più
forte: - Se passi quella porta!...
Lascia
la maniglia e ritorna sui suoi passi. Maria ha impedito una catastrofe. Più
tardi, vecchio missionario di 80 anni, rabbrividirà al pensiero che per quel
"colpo di testa" giovanile il demonio avrebbe impedito centinaia e
migliaia di conversioni e aumentato così il numero delle anime dannate!
Preghiamo per i seminaristi! Ringraziamo il Signore di aver posto Maria a tutela
delle vocazioni!
(P L.M. Barrielle, Ho la vocazione?).