LA VERITA’ SULL’EVOLUZIONE E L’ORIGINE DELL’UOMO
Pier Carlo Landucci
INDICE
IMPARZIALITA' E PRECONCETTI
FALSIFICAZIONI ED EQUIVOCI
DUE DISTINTI PROBLEMI
ANATOMIA COMPARATA
PALEONTOLOGIA
EMBRIOLOGIA
GENETICA
I PRESUNTI FATTORI EVOLUTIVI
IMPOSSIBILITA' DELL'EVOLUZIONE
SPONTANEA
GRANDE PROVA SPERIMENTALE CONTRO
LA EVOLUZIONE
L'INTERVENTO DIVINO
Nella
grande Esposizione internazionale di Parigi, dopo la prima guerra europea, un
vasto salone fu dedicato al radicale evoluzionismo. Una enorme scritta lo
additava all'ammirazione del pubblico, ammonendo che riallacciare l'uomo a tutta
la catena degli animali inferiori, mentre sconvolgeva la fantasia, era l'unica
ipotesi che appagava la ragione. Dopo circa mezzo secolo di insistenza e
divulgazione sull'origine totalmente evolutiva delle specie e dell'uomo, la
fantasia non è più sconvolta e trova, in genere, la cosa assolutamente
naturale. Ma è appagata la verità scientifica e la ragione? O, rispetto a
quella scritta, si sono invertite le parti? Di fronte ai grossi ed eruditi
volumi sull'argomento, questo libretto mira al solo vantaggio di presentare in
modo concentrato la problematica essenziale, per facilitare l'orientamento del
lettore. Pier Carlo Landucci
La
Bibbia narra, nel primo libro (chiamato appunto Genesi) cioè origine,
nascita), l'origine del mondo e dell'uomo. Esso presenta tutto l'universo come
creato da Dio in sei giorni, nell'ultimo dei quali fu creata la prima coppia
umana, Adamo ed Eva. Vi si narrano anche le susseguenti genealogie di patriarchi
e di popoli che sembrerebbero indicare un'antichità del genere umano di nemmeno
10.000 anni. Ciò sembra in flagrante contrasto con i dati scientifici circa
l'antichità dell'universo in evoluzione, che sarebbe dell'ordine dei 10
miliardi di anni e circa l'antichità dell'uomo che si calcola a milioni di
anni. Ma, quanto ai tempi, è un contrasto solo apparente. Circa l'antichità
dell'universo e dell'uomo non si poteva attendere infatti dalla rivelazione
della Scrittura un trattato scientifico che sarebbe stato intempestivo,
incomprensibile e inutile, prima dello sviluppo della diretta ricerca
scientifica.
Quei
"giorni" del Genesi simboleggiano il succedersi degli sterminati tempi
dell'evoluzione cosmica (dando un ordine di successione corrispondente, secondo
vari studiosi - quali il grande astronomo Giuseppe Armellini, 1887-1958 - a
quello dell'evoluzione naturale), secondo le leggi naturali preordinate dal
Creatore, integrate, all'occorrenza, dai suoi saltuari interventi diretti.
E quelle "genealogie", pur essendo vere, includono lunghissimi salti
di anelli intermedi. (Come, per esempio, se dicessimo di essere stati generati
dal bisnonno, omettendo le due generazioni intermedie, e così via.)
Nessuna
inconciliabilità quindi tra scienza e Bibbia, quanto alla durata dei tempi.
Ma,
a parte i tempi, è da chiedersi ora se l'evoluzionismo, patrocinato da gran
parte della scienza moderna, ossia la spontanea e continua trasformazione
della natura dal più semplice e meno perfetto al più complesso e più
perfetto, fino alla comparsa dell'uomo, sia conciliabile con l'intervento del
Creatore, quale è rivendicato da una buona filosofia e soprattutto dalla
narrazione biblica. E' da chiedersi cioè se siano tra loro conciliabili -
filosoficamente e biblicamente - un qualche vero evoluzionismo e un
qualche vero creazionismo.
Una
conciliazione teorica è effettivamente possibile: e senza alcuna
stiracchiatura. Niente logicamente può opporre la scienza all'affermazione
della filosofia classica, confermata dalla narrazione biblica, dell'iniziale
creazione dal nulla dell'universo da parte di Dio. L'oggetto diretto
della scienza infatti è il mondo, in quanto già esistente, non la causa
del suo primo esistere (come "proto-materia", cioè iniziale
ammasso di materia, forse idrogeno).
Una
volta ammesso, d'altra parte, questo iniziale atto creativo, non può creare
logicamente difficoltà qualche ulteriore, integrativo, intervento diretto
del Creatore, che appaia necessario per spiegare, per esempio, lungo il naturale
processo evolutivo, il salto al piano della vita, poi a quello della sensitività
animale e infine a quello della razionalità umana. Quest'ultimo
intervento divino per la comparsa dell'uomo costituisce un punto fondamentale
della narrazione del Genesi.
L'evoluzione
si potrebbe pertanto concepire inserita nelle leggi della natura, secondo la preordinazione
divina. Dio stesso avrebbe dato alla materia un iniziale impulso evolutivo, cioè
un dinamismo iniziale (sulle cui qualità ora non mi soffermo), capace di
attualizzare, via via - opportunamente integrato dai suddetti diretti interventi
creativi - tutte le successive crescenti perfezioni. Questa concezione
risolverebbe la fondamentale obiezione filosofica contro l'evoluzione: che cioè
dal meno non può sgorgare il più. La causa proporzionata di tale
"più" sarebbe quell'impulso iniziale, congiuntamente a quegli
interventi integrativi. Sotto certi aspetti anzi risulterebbe esaltata la
necessità e la meravigliosa potenza del Creatore. Anche la stessa creazione
diretta dell'uomo, secondo la descrizione e Genesi, potrebbe essere interpretata
come risultato della preordinata evoluzione in quanto al corpo, eccetto qualche
opportuna integrazione, e dell'immediata creazione e infusione dell'anima
razionale.
Eliminato
quindi il contrasto con la fede, il pensiero cattolico si trova libero e
imparziale nella sua valutazione dell'evoluzionismo, così inteso. L'accusa al
pensiero cattolico di antievoluzionismo preconcetto, è dunque falsa,
come del resto è comprovato dai non pochi illustri cattolici evoluzionisti.
E'
con questa imparzialità critica che scrivo queste pagine.
Opposta
è la situazione per gli studiosi e scienziati materialisti, i quali, pur non
essendo la maggioranza, hanno posizioni privilegiate nel campo pubblicitario e
finiscono per dare il tono all'opinione pubblica. Ai miscredenti, in senso
radicale, quali sono gli atei, vanno aggiunti gli scienziati che, pur non
essendo atei, escludono per principio l'intervento di Dio nelle cose
naturali. Per i più coerenti di essi tutte le cose sono sgorgate da evoluzione
spontanea, guidata cioè puramente dal caso. Ed è questo l'evoluzionismo
comunemente insegnato come certo nei testi, nelle riviste, nelle scuole, alla
radio. Quanto all'origine della materia primordiale qualche astronomo ha pensato
addirittura a una sua continua creazione dal nulla, che avvenne e
proseguirebbe ad avvenire da sé, senza Creatore: così, per esempio,
Fred Hoyle, della Università di Cambridge, che ne fece clamorosa propaganda
intorno al 1950. Ma su quest'ultimo argomento e su tale assurda ipotesi gli
evoluzionisti, di solito, preferiscono tacere.
Siccome
tali scienziati mostrano molta precisione e rigorosa imparzialità in tutte le
loro ricerche sperimentali, così da farsi guidare in esse soltanto dai fatti,
danno l'impressione di essere ugualmente imparziali e obiettivi e guidati
soltanto dalla verità delle cose quando proclamano e diffondono questo
evoluzionismo spontaneo della natura: "Se lo affermano tali
scienziati - pensa la gente - vuol dire che è vero, vuol dire che i fatti hanno
parlato chiaro".
Ma
è un grande equivoco. Su questo punto, in realtà, l'autorità di tali
scienziati sfuma. Manca il suo fondamento principale che è l'imparzialità
ed obiettività delle affermazioni, in quanto dedotte veramente dai fatti. Essi,
a riprova dell'evoluzionismo, adducono bensì dei fatti (di cui valuteremo in
seguito la poca consistenza). Ma lo fanno a difesa di una tesi preconcetta,
abbracciata a priori, per necessità, mancando loro la alternativa
critica che hanno invece i credenti. Esclusa infatti materialisticamente, per
principio, l'esistenza o comunque l'intervento di Dio nella creazione e nella
guida dell'universo, tali scienziati non hanno altra possibilità per spiegare
la comparsa successiva di tutti gli esseri che supporre uno spontaneo
processo evolutivo, puramente guidato dal caso. Prima cioè della ricerca
dei fatti con cui tentano di convalidare l'evoluzionismo, questo è da essi
necessariamente postulato in conseguenza dell'aprioristica esclusione
dell'intervento o della esistenza stessa del divino Creatore. (Esclusione
aprioristica perché non se ne dà alcuna prova: è noto che nessun ateo è mai
riuscito a provare che Dio non esiste.)
Tipica
è una aprioristica e ristretta giustificazione di questi scienziati: dicono di
escludere, nell'evoluzione della natura, un ipotetico intervento da fuori
del mondo perché non sarebbe sperimentabile. Ma non tengono conto che ciò che
non è sperimentabile direttamente lo può essere indirettamente,
attraverso gli effetti. Dalla realtà sperimentale di questi si risale alla
realtà della loro causa.
Ecco
la leale confessione, ad esempio, di uno dei maggiori biologi moderni, Jean
Rostand (1894-1977), accademico di Francia. Egli riconosce che l'evoluzionismo
"lascia deliberatamente senza risposta la formidabile questione
dell'ordine della vita" e propone delle soluzioni illusorie
al problema non meno formidabile della natura (cioè del modo di
attuazione) delle trasformazioni evolutive"; dichiara che ci
troviamo, a questo riguardo, "forse in una situazione peggiore del
1859 [quando fu pubblicato il famoso libro di Darwin sulla origine evolutiva
delle specie]" e che la natura vivente apparisce come ancora più stabile,
più fissa, più ribelle alle trasformazioni". Ciò nonostante egli
proclama l'evoluzionismo quale "unica ipotesi razionale", perché
esclude la "creazione diretta", che egli non vuole
assolutamente ammettere; e dichiara di crederci fermamente, non vedendo il
mezzo di fare altrimenti" (dal Figaro Litteraire, 20
aprile 1957).
Ed
ecco il biochimico, premio Nobel, Jacques Monod (1910-1976) nel suo libro Il
caso e la necessità (1970), che ha tatto tanto chiasso: "La pietra
angolare del metodo scientifico è il postulato della obiettività della
natura", "postulato indimostrabile, ma consustanziale alla
scienza", il quale consiste nell'esclusione di qualsiasi "finalità"
o "progetto", antecedente al puro risultato del caso", qualsiasi
progetto cioè impresso dal di fuori, dal Creatore. Con che egli esclude, in
nome della obiettività, la elementare obiettività della esigenza di un
sapientissimo Artefice di quelle strutture naturali che l'analisi sperimentale
ha mostrato così mirabilmente organizzate da non poter derivare dal puro caso:
la solita esclusione preconcetta, che egli riconosce infatti
"indimostrabile".
Per
l'Enciclopedia Treccani, similmente, l'evoluzione va ammesso soprattutto per non
cadere, altrimenti, nella "creazione diretta" (D. Rosa). Tale
posizione è sostanzialmente confermata nella II Appendice della stessa
Enciclopedia da G. Montalenti. Questi ha ribadito anche in una recente polemica
(1976) di dovere aderire all'evoluzionismo per non cadere in ipotesi
"miracolistiche" (come egli chiama, inesattamente, il necessario intervento
del Creatore); e ciò ha ripetuto anche in un dibattito organizzato
dall'Istituto Internazionale di Genetica e Biofisica di Napoli del C.N.R. (24
giugno 1977). Sulla stessa linea è il prof P. Brignoli di Aquila, il quale, in
uno sdegnoso articolo, dopo aver tacciato l'Italia d'ignoranza di "stampo
medievale" circa le "scienze naturali", oppone
all'antidarwinista, professore di Genetica, G. Sermonti, a modo di
"dilemma": "Che il mondo si sia sviluppato, così come é, da
solo" è l'unica alternativa al "creazionismo" il quale non
deve prendersi ovviamente nemmeno in considerazione (Il Tempo, 22
luglio 1977; si vedano anche 17 marzo, 6 luglio 1977).
Non
per niente nel succitato dibattito di Napoli un ascoltatore, professore di
filosofia, rilevò le soggiacenti pregiudiziali "ideologiche" e
perfino "religiose" della discussione. Un altro affermò
esplicitamente che l'evoluzionismo, puramente regolato dal caso, più che
essere una dottrina derivata dai fatti è - viceversa una preconcetta
ideologia filosofica e ideologica che va alla ricerca di fatti naturali su cui
sostenersi (di quale consistenza vedremo in seguito).
Mentre
dunque, come ho detto sopra, di fronte all'evoluzionismo adeguatamente
integrato, il credente è libero nella scelta, il materialista no. Vere o false
che siano le prove, questi deve necessariamente prenderle per vere, volendo
escludere a priori la trascendenza della vita - nei suoi vari gradi - e
l'intervento del Creatore.
La
mancanza d'imparzialità critica dell'evoluzionismo materialista è sottolineata
dalla passionalità e dal dogmatismo con cui si contrappone all’antievoluzionismo
(più o meno tacciato di arretratezza scientifica e morale e di
"oscurantismo medievale") e dalla noncuranza di ogni critica. Eppure
questa viene da scienziati antievoluzionisti di grande valore.
A
niente valgono, in realtà, per questi evoluzionisti, oltre la smentita dei
fatti (che vedremo), i giudizi contrarie ampiamente motivati degli scienziati
antievoluzionisti. E' la classica ostinazione delle idee preconcette. Basterebbe
ricordare tra gli oppositori dell'evoluzionismo materialista il celebre biologo
Louis Vialleton (1859-1929), il cui volume L'origine degli esseri viventi -
L'illusione trasformista (1929) fu un colpo di fulmine nel campo
evoluzionista: "Il trasformismo meccanicista - egli dice - è assolutamente
incapace di spiegare la formazione del mondo vivente"; "la parola creazione
ch'era stata bandita dal linguaggio biologico deve ritrovarvi posto";
"l'illusione trasformista ha resistito a molti attacchi. Oggi ancora
essa persiste sull'ammasso di rovine del Lamarckismo e del
darwinismo". (Prevedeva egli che non solo avrebbe persistito fino ad oggi,
ma si sarebbe universalmente diffusa?) Recentemente il genetista Giuseppe
Sermonti ha potuto intitolare un suo articolo: Requiem per Darwin (Il
Tempo, 17 marzo 1976). Il paleontologo Roberto Fondi dell'Università di
Siena ha reagito al "piatto e insulso conformismo all'ideologia accademica
ufficiale" e ha potuto scrivere, a seguito di un incontro a due (col
Sermonti) sul tema: L'evoluzione è in crisi?, dietro invito del
"Centro Internazionale di Comparazione e Sintesi" (12 marzo 1977), che
"la concezione evoluzionistica della vita deve essere considerata come scientificamente
fallita" e deve essere "collocata a riposo nel museo delle ipotesi
cadute" (Il Tempo) 22 luglio 1977); in una conferenza,
all'Università di S. Tommaso in Roma, ha ribadito tutto ciò (5 febbraio 1978).
W. H. Thompson, nel centenario del celebre libro di Darwin, ha denunciato gli
evoluzionisti che "difendono una dottrina che non sono capaci di definire
scientificamente e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, cercando di
mantenere il credito davanti al pubblico con la soppressione della critica
e la eliminazione delle difficoltà". R. Poliss ha lamentato il
"rischio di ricevere l'ostracismo scientifico per chi assuma una
posizione polemica [contraria] sul tema dell’evoluzione".
Gli
evoluzionisti non mollano, anche se qualcuno fa delle oneste ammissioni. D. Rosa
riconosce bensì, nell'Enciclopedia Treccani la "insufficienza delle prove
dirette"; vari anni dopo G. Montalenti, nella II Appendice della stessa
Enciclopedia, riconosce l'esistenza di una certa "opinione diffusa"
che "la biologia moderna abbia in qualche modo sconfessato la teoria della
evoluzione"; il succitato Rostand ha potuto parlare - come abbiamo visto -
di "situazione peggiore di quella del 1859 (data del libro di
Darwin)". Tutti restano però combattivamente evoluzionisti, per la
preconcetta esclusione dell'intervento creatore.
E
sentenziamo dogmaticamente. Per Juliam Huxley (1887-1963), scrittore e biologo,
primo direttore generale della UNESCO, l'evoluzionismo non è più una teoria,
ma un fatto. G. de Beer del British Museum chiama "ignorante e
sfrontato" chi cerchi impugnare le conclusioni di Darwin. G. Hardin del
California Institute of Technology giudica soggetti da psichiatra chi non onori
Darwin. Il premio Nobel P. Crick riferendosi a una nota personalità che era
scettica sulla "importanza decisiva della selezione naturale" spiega
tale scetticismo come riflesso di "difficoltà logiche e filosofiche di
ogni specie". Dirò, tra poco, di Teilhard de Chardin.
Dogmatismo
pieno in tutte le opere più o meno divulgative, televisive, ecc. Per esempio,
secondo la Enciclopedia delle scienze De Agostini, "l'idea
evoluzionista è sostenuta da ampie prove; i risultati della genetica
inoltre la confermano al di là di ogni dubbio". Secondo l'Enciclopedia
delle scienze e della tecnica, Mondadori, "la teoria della evoluzione
ha ricevuto dalla genetica la dimostrazione decisiva": mentre, come
vedremo, è vero precisamente il contrario.
Non
v'è settore, nel piano della divulgazione, in cui non venga immancabilmente o
affermata o presupposta la verità della evoluzione radicale, come dato
ormai acquisito dalla scienza. Qualche mese fa alla TV per i ragazzi,
quando un docente ha mostrato l'immagine dei globuli rossi del sangue di rana
con i nuclei, ha subito spiegato, con sicurezza, che tale anomalia dipendeva dal
fatto che quei globuli non si erano ancora "evoluti" come quelli del
sangue umano che non hanno nucleo. E così via. L'opinione pubblica non ha in
generale, ormai più dubbi in proposito.
La
forza di questa pressione psicologica, esercitata da una così unanime
divulgazione, è sintomaticamente indicata dalla notevole penetrazione dell'idea
evoluzionista anche in campo cattolico, in conseguenza dell'alta considerazione
in cui giustamente sono tenuti gli sviluppi delle scienze. Si è finito per
pensare infatti che si tratti di vera acquisizione scientifica. Vedemmo,
d'altra parte, che, con le debite integrazioni, l'evoluzione è
compatibile con fondamentali principi filosofici e con gli stessi dati della
fede.
Tuttavia,
come effetto del martellamento evoluzionista, l'accettazione di tale dottrina si
è spinta, anche nel campo cattolico, sempre più avanti. Ci si è preoccupati
sempre meno di quelle necessarie integrazioni e si sono accettate enunci azioni
sempre più generali. Tale principio evolutivo si è inoltre proiettato, come
fattore fondamentale dell'esistenza, in tutti gli altri settori, antropologico,
morale, sociale, culturale, ecc.
Indubbiamente
anche il fascino dell'idea, quell'apparente grandiosità e semplicità unitaria
del suo dinamismo e progressismo, quel senso di liberazione dalla fissità delle
cose e delle leggi, ha facilitato la penetrazione di tale dottrina nel campo
cattolico, sospingendo anche taluni oltre i limiti delle verità di fede.
Agli
estremi è giunto Teilhard de Chardin (18811955), gesuita, geologo e
paleontologo di valore (ma non altrettanto valido biologo e tanto meno filosofo
e teologo), che ha riassunto tutto l'universo in un'unica visione evolutiva
monistica, per cui "esiste soltanto la materia che [evolutivamente] diventa
spirito" (in La Energia umana). Egli è emblematico del dogmatismo
evoluzionista, addirittura fanatico: "Non esiste più la questione
trasformista [nel senso più radicale]", "gli scienziati sono tutti
oggi d'accordo" v'è, per l'evoluzione, "la certezza del radar"!
(da Il fenomeno umano). E' emblematico anche per il distacco tra
l'ideologia e i fatti, come è, del resto, di tutto il movimento evoluzionista.
Egli infatti per spiegare l'evoluzione, accettata a priori, ipotizza misteriose
potenzialità immanenti della materia, sottratte 'a qualsiasi controllo
sperimentale: una pura tautologia. Giustamente perciò Rostand, da questo punto
di vista, colloca "Teilhard fuori della scienza, in quanto puramente
congetturale e che sfugge ad ogni tentativo di verifica", appellandosi ad
"energie misteriose" non sperimentabili; perciò - conclude Rostand -
"Teilhard non ha gettato alcuna luce sul grande problema dell'evoluzione
organica" (Una mistificazione, Roma 1967).
Ma
anche il campo cattolico più ponderato si è fatto non poco influenzare, benché
vi si stia oggi delineando una forte reazione. Questa, del resto, si va
delineando anche fuori del campo cattolico.
Scrivendo,
nel sopraccitato articolo, contro le critiche del prof. Sermonti,
l'evoluzionista prof. Brignoli termina, inaspettatamente, con un richiamo alle
"implicazioni sociali e politiche" dell'evoluzionismo. Vi sono, di
fatto, implicazioni marxiste.
E'
un'altra effettiva componente del preconcetto evoluzionista. Alla pregiudiziale
materialista del marxismo che esclude ogni intervento creatore si aggiunge il
mito, pure marxista, del potere umano di trasformare, evolutivamente, a fondo,
la natura, mediante il nuovo assetto sociale, in conformità al
"materialismo dialettica". Così si spiega la tragicommedia del
biologo russo Trofim Lysenko (1898-1976). Divenne Presidente dell'Accademia
Lenin di Scienze agrarie (1938), al posto del grande genetista e agronomo N. I.
Vavilov, che fu defenestrato (perché accusato di essere ligio alla scienza
borghese e di avere quindi danneggiato l'agricoltura) ed esiliato in Siberia,
dove morì (1942). Sfruttando tale alta posizione, si oppose a fondo, in nome
della rivoluzione di Marx e Lenin e della particolare "approvazione di
Stalin", alla classica dottrina genetica. Questa afferma, sulla base della
costante esperienza, che i cambiamenti ("caratteri acquisiti")
prodotti negli individui per influsso dell'ambiente (pigmentazioni, sviluppo di
muscoli, amputazioni, ecc.) non possono essere trasmessi alle generazioni
successive (cioè divenire "caratteri ereditari"), restando regolata
la 'ereditarietà dei caratteri da certe costanti leggi, scoperte da Mendel.
Lysenko invece sostenne - sulla linea dell'orticultore russo LV. Micurin (18551935)
- la trasmissione di quei cambiamenti "acquisiti", ottenuti
artificialmente mediante modificazioni di ambienti, nutritizie, innesti,
selezioni di semi. Vi insisté, nonostante clamorosi insuccessi pratici,
presentando tale principio come il segreto della evoluzione delle specie.
Considerando anche l'uomo frutto dell'ambiente, promise lo sviluppo in Russia di
una razza umana infinitamente superiore. Fu salutato come il "liberatore
della biologia dalle contaminazioni reazionarie". Animò per molti anni la
persecuzione dei genetisti classici - e anche di personalità di altri settori
scientifici - distruggendone Istituti e pubblicazioni. Quasi trent'anni di
fanatismo e oscurantismo evoluzionista. Fallite le sue vane promesse, cadde in
disgrazia alla morte di Stalin (1953). Riabilitato da Kruscev (1960), fu
definitivamente allontanato alla caduta di questi (1964).
Simile
è il caso della ben nota biologa russa Olga Borisovna Lepesbinskaja
(1871-1963), che divenne capo della sezione di evoluzione della materia vivente
dell'Accademia di medicina (1949). Fu grande protetta di Lysenko, con cui si
allineò dottrinalmente, e di Stalin stesso. Anch'essa si lanciò contro i
biologi "reazionari". Sostenne, contro le scoperte di Pasteur, la
possibile generazione spontanea di microrganismi, come gli infusori da infusi di
fieno; sostenne anche la generazione di cellule viventi da albume di uovo e di
veri e propri vasi sanguigni dal tuorlo; senza dire di un suo metodo di
ringiovanimento umano con bagni in acqua e soda: tutte cose rivenute oggi prive
di ogni serietà scientifica. In cambio - come ella stessa scrisse - ebbe un
"intimo e caro" incoraggiamento telefonico da Stalin. Di questi lodò
l’"assennato consiglio", la "grande cristallina
chiarezza", il "grande potere di previsione scientifica", per cui
"tutte le complesse questioni dei problemi erano un libro aperto e lo
schema di sviluppo della scienza progressista sovietica era chiaro fin nei
particolari" (G. Goglia, Osservatore Romano, 1° aprile 1977).
Prima
di affrontare più direttamente il problema è utile puntualizzare ancor meglio
la psicosi di "partito preso" di certi evoluzionisti, ricordando
alcune famose falsificazioni fatte da scienziati, dietro lo schermo della
apparente obiettività scientifica.
Molto
significativi sono anche alcuni celebri equivoci, che pure esemplificherò in
questo capitolo.
Il
celebre zoologo Ernesto H. Haeckel (18341919) fu uno dei più
appassionati sostenitori di Darwin e propagatore del più radicale evoluzionismo
materialista inteso in tutta la linea: dalla spontanea formazione della "monera",
(dal gr. moneres, unico) primo grumo vivente, precellulare, fino
all'uomo. Egli presentò e divulgò, come principale prova della evoluzione
stessa, quella che chiamò "Legge biogenetica fondamentale" (1866),
secondo cui gli stadi di sviluppo embrionale di un individuo
("ontogenesi") ricapitolano gli stadi di sviluppo della sua specie, a
partire dalle specie inferiori ("filogenesi"). Tale legge risulterebbe
provata dalla rassomiglianza dei primi stadi dell'embrione umano con quelli
degli animali inferiori.
A
parte che tali esterne rassomiglianze (come vedremo) non dimostrano niente,
Haeckel, per avvalorare la sua tesi, compi sugli schemi e le fotografie
sperimentali embriologiche, da lui presentate, delle falsificazioni che furono
denunciate da A. Brass e A. Gemelli (Le falsificazioni di Ernesto Haeckel,
Firenze 1911).
Paolo
Kammerer (1880-1926), brillante biologo viennese, diede nel 1909 e poi
confermò, dopo molte esperienze sue e di altri (queste ultime però sempre
negative), davanti agli scienziati della Società linneiana di Londra, nel 1923,
la clamorosa notizia di avere ottenuto sperimentalmente la trasmissione ereditaria,
cioè per generazione, di caratteri acquisiti da individui per esigenze
ambientali: ciò in conformità della vecchia teoria del Lamarck, considerata
allora cardine dell'evoluzione. Soprattutto presentò un rospo della specie che
compie l'accoppiamento fuori dell'acqua, il quale, obbligato a compierlo in
acqua, avrebbe sviluppato certe callosità. digitali caratteristiche delle
specie che si accoppiano in acqua, le quali servono per tenere la femmina. Alla
seduta di Londra era presente uno dei fondatori della genetica classica, W.
Bateson (1861-1926), che insinuò la possibilità di una frode: poteva essere
stato iniettato inchiostro di china sotto la pelle del rospo, dando l'apparenza
delle callosità. Ma a Mosca spirava naturalmente corrente favorevole. Nel 1925
(primo anno di Stalin) Kammerer fu chiamato a fondarvi un Istituto di Biologia
sperimentale. Sennonché nel 1926 un accurato esame microscopico, condotto con
l'autorizzazione del Direttore dell'Istituto di biologia sperimentale di Vienna,
scoprì che veramente era stato iniettato sotto la pelle l'inchiostro di china.
Qualche settimana dopo Kammerer si uccise.
Il
Bathybius Haeckelii. Ho sopra accennato alla "monera" di
Haeckel, primo grumo vivente, da lui ipotizzato, che si sarebbe, via via,
evoluto fino all'uomo. Ed eccoci, se non proprio a una mistificazione, a un
colossale equivoco. Nel 1868 il grande zoologo T. H. Huxlei (1825-1895),
fervente sostenitore del darwinismo, scandagliando le profondità oceaniche,
estrasse una sostanza colloidale, gelatinosa, trasparente, che presentava lenti
movimenti. La interpretò quale "monera" ossia prima formazione di
materia vivente, a conferma dei principi di Haeckel. In onore di questi la chiamò
Bathybius ("vivente delle profondità") Haeckelii ("di
Haeckel"). Ma non si trattava, in realtà - come provò, qualche anno dopo,
W. Thomson (spedizione oceanografica sul Challenger: 1872-1876) - che di un
precipitato colloidale di solfato di calcio, prodotto dall'aggiunta di alcole
all'acqua marina per conservare il materiale raccolto. Da notare che, mentre
Huxley ne prese atto, Haeckel si ostinò a negarlo.
I
semi di S. Leduc. La suggestione della ipotizzata "monera" era
così tenace che fecero clamore perfino gli apparenti semi, che Leduc formò con
pura gelatina, solfato di rame e zucchero. Gettati in soluzione di gelatina e
ferrocianuro di potassio, emettevano delle specie di radici e fronde, come
piantine (1910-1912). Ma non era, al solito, che un semplice effetto fisico
d'incorporazione della soluzione, per osmosi.
Il
Pitecantropo. Il nome
vuol dire (dal greco: pìthecos-ànthropos) "scimmia-uomo". Questo
essere fu preannunciato e così chiamato dall'Haeckel. Avrebbe dovuto essere
l'anello evolutivo di transizione tra la scimmia e l'uomo. Il naturalista
olandese M.E. Dubois (1854-1941 ) pretese di averlo effettivamente scoperto in
una campagna di scavi (1890-82) appositamente intrapresi nell'isola di Giava
(per cui oggi viene piuttosto chiamato l’"uomo di Giava").
Ma
si trattò di una sola calotta cranica che suggeriva una cubatura intermedia tra
quelle delle scimmie e dell'uomo - calotta che lo stesso scopritore ammise in
seguito poter essere quella di un gibbone - e di un femore certamente umano
trovato a 15 metri di distanza che arbitrariamente fu attribuito al medesimo
individuo, il quale sarebbe risultato un mostruoso gigante microcefalo,
inammissibile. Altri reperti non chiarirono la cosa. Vi furono discussioni senza
fine. Lo stesso Dubois cambiò più volte e a lunga distanza di anni, parere. Un
bel sogno.
L'uomo
di Piltdown.
In questa località dell'Inghilterra meridionale alcuni scavi fecero trovare
frammenti di due crani con caratteri primitivi, una mandibola nettamente
scimmiesca e due denti (1909-1915). Dal geologo dilettante Charles Dawson che li
raccolse e da A.S. Woodward, direttore dei British Museum furono attribuiti al
medesimo individuo. Esso presentava caratteri misti umano scimmieschi, quali
appunto doveva avere il tanto ricercato anello di congiunzione tra gli
antropoidi e l'uomo. L’epoca fu fissata a circa 300.000 anni or sono. Contribuì
alla scoperta anche Teilhard de Chardin. Fu chiamato Eoanthropus
("uomo dell'aurora") Dawsoni (dal nome dello scopritore). Tali
resti costituirono per quarant'anni un particolare titolo di gloria del Museo
Britannico. V'era stato anche, a garanzia di autenticità, uno studio accurato
del Tedesco Weinert, venti anni dopo la scoperta. L'Enciclopedia Treccani li dà
come sicuri, con ampia trattazione.
Ma
una revisione compiuta da una commissione scientifica nel 1953 scoprì che i
pezzi erano stati presi da un fossile umano e da un giovane orango recente,
erano stati opportunamente trattati per simulare l'antichità e poi
artificiosamente ivi sotterrati, come il mistificatore stesso infine confessò.
Un comunicato dell'Accademia delle Scienze sigillò tale responso (accolto bensì,
ma questa volta con un solo brevissimo cenno, nella terza Appendice Treccani).
Fu
definita la più grande mistificazione scientifica del secolo.
L'uomo
di Pechino (Sinantropo).
E' il ritrovamento fossile forse più studiato dai paleontologi. Vi è
largamente legato il nome di Teilhard de Chardin. Intorno al 1930 nella cava di
Choukoutien, vicino a Pechino, furono trovati i resti di oltre una trentina
d'individui di caratteristiche umane estremamente primitive. Risalivano a circa
tre centinaia di migliaia di anni (Pleistocene medio). Era il famoso anello di
congiunzione. Nei testi è ordinariamente dato come sicuro.
Ma
con quanta imparzialità critica? Il primo scopritore, il medico e biologo
canadese Black Davidson (1885-1934) era un evoluzionista entusiasta, smanioso di
trovare questa nuova specie uomo-scimmia; era così ricco di fantasia che
credette di averla scoperta fin dall'inizio, in base al ritrovamento di un solo
dente; era così poco preoccupato del rigore scientifico che nel modellare, in
base a quei reperti, una mandibola di adulto, di cui vantò la somiglianza con
le mandibole umane, riunì due eterogenee porzioni, una di giovane e una di
adulto, come rilevò il suo successore, l'antropologo F. Weidenreich
(1873-1948). Tutti gli originali, forse per vicissitudini belliche, sono
spariti e gli scavi sono stati proseguiti con l'unica garanzia dell'autorità
comunista, interessata a valorizzare questa gloria di Pechino. Tutte le misure
sono state fatte non su calchi dei pezzi originari, ma su modelli plasmati dal
succitato Black, in base a parziali resti cranici (calotte craniche, ossa
mascellari, denti), da cui Black ed altri trassero disparate capacità craniche
(Black 960, Weidenreich 915, Teilhard oltre 1000). Colpo di scena quando furono
trovati anche dei fossili di uomini attuali, centinaia di pietre di quarzo
affumicate ed enormi mucchi di cenere (non solo "tracce" di fuoco,
come è riportato ancor oggi nei libri). Dopo accurati sopralluoghi l'ipotesi
del Sinantropo fu scartata dal grande Paleontologo H. Breuil (1877-1961). Il
geopalentologo e antropologo B. M. Baule (18611942) definì tale ipotesi
"fantastica".
In
realtà tutto lascia supporre che sul luogo vi fosse una grande cava e una
fornace per la fabbricazione della calce, in età di pieno sviluppo umano. Quei
fossili pienamente umani erano gli operatori. I crani più piccoli erano di
grosse scimmie, cadute sotto i loro colpi: essi presentano infatti i segni di
colpi contundenti; e tutti hanno un buco, probabilmente per estrarne il gustoso
cervello.
Quello che Teilhard de Chardin chiamò il "cugino" del Pitecantropo sembra che vi si ricolleghi effettivamente nel sogno.
L'uomo
di Neanderthal.
Questo tipo di vero uomo è certamente esistito, centinaia di migliaia di anni
fa. E' così chiamato per la prima scoperta di una sua calotta cranica, nella
"Valle di Neander" della Prussia renana, nel 1856. Se ne sono
scoperti poi molti in varie zone, come in Francia a Chapelle-aux-Saints, dove
nel 1908 fu trovato uno scheletro quasi completo.
Ma
anche qui non manca l'equivoco. Il grande M. Boule ne fece una ricostruzione che
è restata classica ed è riprodotta in tutti i testi, con la testa pendente
alquanto in avanti, a modo abbastanza scimmiesco. Ma è stato un errore. Sergio
Sergi (1878-1972) ha dimostrato che Boule aveva innestato male il cranio, per
mancanza di alcuni frammenti e che in realtà la testa di quell'uomo era eretta
come quella dell'uomo moderno.
Il
sogno del pre-uomo sfugge sempre più. Le recentissime scoperte paleontologiche,
di cui parlerò in seguito, lo confermano.
Molti
pensano alla dottrina evoluzionista come ad espressione di dinamismo, di
progresso, di novità, in contrapposto alla staticità e antichità della
concezione fissista e creazionista. In realtà essa è invece, per molti
aspetti, un ritorno al passato, in contrasto con il progresso scientifico.
L'evoluzionismo cosmico generale rientra nelle più antiche
concezioni del pensiero filosofico, come quella dei pitagorici, secondo i quali
il cosmo sarebbe sospinto da una interiore tendenza verso il progresso; e, già
prima, Esiodo se l'era rappresentato come un immenso organismo sospinto da
slancio vitale (siamo nel VII s.a. Cr.). Teilhard de Chardin non ha fatto che
ripresentare oggi qualcosa di simile.
Ebbe
anche credito tra buoni pensatori credenti, - prima e dopo Darwin - supposto
l'intervento iniziale di Dio (oltre che in altri opportuni momenti), rendendo
cioè Dio, in qualche modo, fonte e guida dell'evoluzione stessa. Si può
risalire, per esempio, ai "principi seminali" di S. Agostino (354-430)
(benché d'interpretazione un poco oscura) e a S. Gregorio Nisseno (335-394):
"Dopo la creazione della materia, una sorta d'impulso divino imprime al
mondo un'evoluzione che mette capo alla produzione dei vegetali e degli animali,
i quali non erano contenuti se non virtualmente nella creazione
primitiva" (da M. Périer, Le Transformisme) Beauchesne, 1938). Più
tardi si può ricordare il dotto gesuita A. Kircher (1601-1680) e poi il grande
naturalista G. Buffon (17071788) per i quali tutti i viventi potevano derivare
da poche specie iniziali. Quanto ai naturalisti Richard Owen (1804-1892) e G.
Mivart (1827-1900), erano grandi avversari di Darwin solo in quanto
sottoponevano la evoluzione alla diretta guida dell'Essere supremo.
Questo
evoluzionismo universale, scendendo ai fatti concreti, s'imbatte fatalmente nel
problema dell'origine della vita, che esso è obbligato a risolvere come
naturale transito della materia alla vita, per generazione spontanea:
intesa questa, dai più coerenti, come qualcosa che possa sempre ripetersi. Per
quelli che credono all'impulso divino dato all'evoluzione, essa è fatta
dipendere da un intrinseco potere infuso nella materia, senza però un atto
creativo diretto. Questo è l'aspetto più arcaico dell'evoluzionismo a cui ho
accennato.
Anassimandro
(VI s.a. Cr.) riteneva che dall'umido abbiano avuto origine i primi viventi
acquatici e da essi gli uomini. Aristotele, S. Agostino, S. Tommaso l'ammisero.
Era opinione comune che mosche insetti, vermi, rane, anguille, perfino topi,
derivassero da sostanza in decomposizione o dalla melma, sia pure in virtù di
forze naturali e potenzialità immesse dal Creatore.
Finalmente
è scientificamente crollato questo mito della generazione spontanea: ma
non senza tenacissime resistenze di buona parte dell'antico mondo scientifico.
Fu merito di Francesco Redi (1628-1698) di escluderla per gl'insetti, del
sacerdote Lazzaro Spallanzani (17291799), uno dei più illuminati fondatori
della biologia moderna, di escluderla per gli infusori, e di Louis Pasteur
(1882-1895), tenacemente avversato dal pur dotto naturalista P.A. Pouchet, di
escluderla anche per i batteri. Risultò quindi confermato e generalizzato lo
aforisma: "omne vivum e vivo", ogni vivente da vivente.
Il
moderno evoluzionismo ha fatto un bel passo indietro.
Dopo
le preliminari considerazioni precedenti entriamo ora nel vivo del problema,
tenendo ben presente, per una soluzione critica veramente imparziale, lo
evoluzionismo radicale che esclude qualsiasi intervento creativo, e risolve
tutto nel gioco fisico-chimico della materia, senza alcuna intelligenza
direttrice.
Questo,
di fatto, è l'unico evoluzionismo concepibile dai materialisti. E' chiaro
infatti che, escluso per principio un Essere trascendente (ed escluse anche
misteriose forze immanenti gratuitamente affermate e non sperimentabili della
materia), non si può pensare che a un processo evolutivo meccanicistico e spontaneo
della materia stessa. Abbiamo visto antecedentemente che nell'accettare questo
evoluzionismo lo scienziato materialista non può essere veramente imparziale e
libero. Egli non ha altro scampo che in questa dottrina.
Tali
scienziati, pur obbligati nella scelta dalla loro aprioristica pregiudiziale,
fanno naturalmente di tutto per cercare di giustificarla in base all'esperienza,
anche se poi confessano, in genere, lealmente, gli insuccessi della loro
ricerca, come già vedemmo.
In
questi tentativi di giustificazione vanno ben distinti due problemi. Uno
riguarda il fatto della asserita
evoluzione, l'altro il meccanismo che
l'avrebbe prodotta. In generale questi evoluzionisti dichiarano che le prove del
fatto sono ormai sicure, mentre resta
tuttora incerto il modo, ossia il meccanismo
che l'avrebbe prodotto.
Analizziamo
ora, una ad una le pretese prove sicure del fatto.
Poi analizzeremo il presunto meccanismo.
Le
prove fondamentali del fatto sarebbero
date dalla anatomia comparata, che ha
scoperto le rassomiglianze e gradualità strutturali dei viventi e gli organi
"rudimentali"; la paleontologia
che avrebbe mostrato il succedersi progressivo, nei lunghissimi tempi antichi,
delle specie, dalle meno alle più perfette; l'embriologia, che sottolineerebbe l'unità di origine; la genetica
che da un lato sottolineerebbe ancor più tale unità e dall'altro permette di
ottenere, di fatto, variazioni
sperimentali.
ANATOMIA
COMPARATA
Limita
la considerazione al regno animale che più interessa perché comprende l'uomo.
Il
fatto primario che risalta in questo mondo vivente e che avvinse Darwin, padre
dell'evoluzionismo moderno, è che catalogando centinaia di milioni di diverse
specie estinte e viventi si ottiene una meravigliosa scala di esseri che, a
piccoli gradini, vanno dalla unicellulare ameba
alle scimmie antropomorfe e all'uomo.
Come spiegare l'esistenza di tale sconfinata varietà e gradualità
di specie, talora anche così vicine tra loro? Non è naturale spiegarlo con il
fatto di un lento processo evolutivo, secondo varie linee di trasformazione, una
delle quali è giunta fino all'uomo?
Ma
v'è di più. Tale unità di origine evolutiva sembra validamente confermata
dalle impressionanti rassomiglianze delle strutture
di base - anche in viventi disparatissimi - per le funzioni di respirazione,
nutrizione, generazione, movimento, per le strutture scheletriche, lo sviluppo
embrionale, ecc. Per esempio, si pensi alla suggestiva corrispondenza
("omologia") di struttura e articolazione dello scheletro delle
braccia umane e delle ali degli uccelli. Le due parti dell'arto superiore umano
sono il braccio, con l'omero articolato alla scapola, e l'avambraccio, con la coppia ossea radio
e ulna, articolata al gomito, in modo da ruotare solo in avanti: la
medesima successione e articolazione di ossa si nota nell'uccello. Per la mano,
articolata all'avambraccio, con le sue 24 piccole ossa, 8 nel polso (carpo),
5 nel palmo (metacarpo) e 14 nelle
dita (falange, falangina e falangetta)
la corrispondenza viene bensì a mancare. Ma non del tutto, perché, al termine
della coppia ossea si articola nell'ala dell'uccello, in altro modo idoneo, il
lungo sostegno osseo longitudinale, in cui si ritrovano appunto alcune vestigia
del carpo, del metacarpo e delle falangi.
A
ben riflettere però, tale scala di perfezioni e tali rassomiglianze dei viventi
non provano minimamente un processo evolutivo
di formazione. Tutto ciò anzi si inquadra molto meglio nella opposta
prospettiva creazionista.
Supposta
infatti la creazione di una varietà
di esseri, essi debbono ovviamente presentare diversità di perfezioni, in modo
da costituire, confrontati tra loro, una scala graduale. Mentre però
nell'ipotesi evolutiva dovrebbero necessariamente prodursi (come rivedremo più
a lungo in seguito), lungo il lento cammino, numerose specie di
transizione non ancora completate e quindi mal
formate, esse debbono invece mancare del tutto nell'ipotesi della creazione.
E questo infatti risulta in realtà. Anche la minima Ameba risulta, nel suo modo
di essere, perfetta.
Quanto,
in particolare, alle rassomiglianze strutturali di base esse non potevano mancare, in una "economia"
creativa di vasta concezione, per una varietà di esseri destinati a vivere sul
medesimo pianeta. Ma, mentre l'ipotetica produzione evolutiva non può spiegare
l'esistenza, insieme alle rassomiglianze, delle profonde differenze strutturali specifiche, che si manifestano entro
il grande quadro comune, la prospettiva creazionista ne dà la più ovvia
spiegazione, esaltando in tale unità di
base, capace di attuarsi in tanta diversità la sapienza dello Artefice
sommo.
Queste
diversità specifiche, veramente profonde, congiunte alle rassomiglianze, sono
troppo spesso sfuggite agli evoluzionisti. Rifacciamoci, per esempio, alle
suddette ali. A parte la profonda differenza strutturale della mano, già
accennata, nello scheletro dell'uccello vi è, rispetto all'uomo, la radicale
differenza delle ossa pneumatizzate,
provviste cioè di cavità piene di aria, collegate a sacchi aeriferi
comunicanti con i polmoni, che realizzano la necessaria leggerezza per il volo.
L'articolazione ("omologa") alla scapola del primo osso lungo (omero)
è inquadrata in una impostazione scheletrica tutta diversa dall'uomo (e in
genere dai mammiferi); è posta cioè in modo che il punto di attacco si trovi
al di sopra del centro di gravità di tutto il corpo, senza di che questo
girerebbe continuamente su se stesso. E ben più intime ci apparirebbero le
differenze se potessimo attardarci nei particolari.
L'unica deduzione logica dunque che si presenta è che tale enorme numero
di specie di graduale perfezione sia dipesa dall'onnipotente volontà del
Creatore per dilatare, con tanta molteplicità, il segno della sua potenza. E la
sapienza del sommo Artefice risalta proprio dalla creazione di quei grandi e
comuni piani strutturali, di base, da un lato conformi unitariamente alle
esigenze della comune vita sul nostro globo e dall'altro disponibili ad essere
attuati tanto diversamente, secondo le differenti specie.
La
logica degli evoluzionisti invece, tutto sommato, è come di chi, considerando,
per esempio, una serie di pietre preziose, della stessa materia, ma di diversa
lavorazione, disposte in ordine progressivo di grandezza e pregio, ne deducesse
che ognuna è derivata dalla precedente.
Sempre
nel quadro dell'Anatomia comparata, gli evoluzionisti insistono sulla esistenza
dei cosiddetti "organi rudimentali" che in alcune specie sembrano non
avere più alcuna funzione e non sarebbero che residui di specie antiche che si
sono evolute. (Per l'Enciclopedia delle scienze, De Agostini - 1969 -
costituirebbero addirittura una prova "inconfutabile"
dell'evoluzione).
Citano,
per esempio, i germi dentari del feto
di balena, la quale da adulta è priva di denti e così un suo rudimentale arto
posteriore. Nell'uomo, citano l'appendice
vermiforme che pende dal fondo dell'intestino cieco; citano il coccige,
piccolo osso, rivolto indentro, articolato al termine dell'osso sacro,
che negli animali è sviluppato come scheletro della coda e nell'uomo
costituirebbe quindi un puro vestigio.
Al
principio del secolo l'elenco degli organi rudimentali dell'uomo era
numerosissimo, tanto da comprendervi perfino le glandole cerebrali epifisi ed ipofisi, poi
dimostratesi importantissime. Di tutti si sono, via via, scoperte le funzioni
per lo meno utili, quando non necessarie, anche se compensabili da altri organi
(come per l'appendice, per esempio), così da perdere il significato di organi
rudimentali di puro vestigio arcaico, quali cioè reliquie di antichi organi
funzionali.
In
alcuni casi si è scoperto che si tratta di residui
embrionali che non hanno niente a che fare con residui di organi
scomparsi. L'embrione infatti, secondo un sapiente principio di
organizzazione costruttiva, riunisce in un piano di base molteplici abbozzi
preparati per diverse attualizzazioni mature. (Per esempio, alle 24.000 specie
tra uccelli e pesci teleostei corrispondono due soli tipi fondamentali di
organizzazioni embrionali.) Certi sviluppi pertanto non utili per una specie, ma
con radici comuni o colleganze embrionali con sviluppi richiesti dalla specie
stessa possono o compiere funzioni provvisorie a vantaggio di essa o restare
semplicemente immaturi.
Così,
per esempio, quanto ai suaccennati germi
dentari del feto di balena. Darwin non si accorse che, così grossi e
moltiplicati e adattati alla lunghezza della mascella, hanno una funzione
importante nella formazione matura della mascella stessa che vi si appoggia e vi
si modella. Quanto al rudimentale arto
posteriore della balena, basta notare che anche nei cetacei il bacino, pur
molto ridotto, non è privo di funzione ed esso è normalmente prodotto dalla
proliferazione embrionale verso il tronco dell'abbozzo precartilagineo
dell'arto. Anche nella balena in crescita questo è quindi provvisoriamente
utile; poi in parte rimane (L. Vialleton, Membres
et cintures des vertébrés tétrapodes, Paris 1924).
Una
parola ancora, a puro titolo di esempio, su quei due organi umani,
ordinariamente presentati dagli evoluzionisti come residui evoluti di organi la
cui antica funzione sarebbe poi cessata. L'appendice
è bensì molto più sviluppata negli animali erbivori,
nei quali ha la funzione di decomporre l'abbondante cellulosa, mediante la
propria flora batterica. Tale funzione è ovviamente ridotta nell'uomo, onnivoro.
Tuttavia anche nell'uomo essa è capace di movimenti peristaltici e per il suo
abbondante tessuto linfoide e la speciale secrezione (muco, linfociti, cellule
epiteliali) ha utile funzione antibatterica e antitossica (sia pure surrogabile,
in caso di asportazione), anche più importante nell'embrione e nel neonato, nei
quali presenta perciò dimensioni relativamente maggiori. Quanto al coccige, la sua importante funzione appare subito appena si analizzi
uno scheletro. Esso costituisce l'ultima punta della colonna vertebrale,
opportunamente rientrante per funzionare, avvicinandosi diametralmente alla
sinfisi pubica, come importante punto di inserzione e sostegno del pavimento
muscolare del bacino (perineo). In particolare vi si inseriscono il muscolo elevatore, lo
sfintere esterno dell'ano e l'ischiococcigeo e nella parte posteriore alcune
fibre del grande gluteo. (Da notare, nei confronti dei quadrupedi, lo spedale
bisogno dell'uomo del sostegno del pavimento del bacino per la sua posizione
quasi orizzontale.) Non quindi vestigio di antica coda, ma utile organo,
inquadrato bensì sapientemente nel piano comune strutturale del prolungamento
della colonna vertebrale, ma con specifici caratterizzazione umana.
La
geologia ha scoperto il modo di determinare l'età dei vari strati terrestri. I fossili,
cioè i resti dei viventi trovati negli scavi (il nome deriva dal latino fodere)
scavare), svelano quindi le specie che vivevano nelle epoche dei rispettivi
strati. Tali strati geologici costituiscono cioè come un museo storico degli
antichi viventi, distribuiti nei padiglioni delle singole epoche. Se si scopre
pertanto la comparsa successiva di specie viventi via via più vicine alle
attuali, fino all'uomo, sembra legittimo spiegare il fatto con una progressiva e
perfettiva evoluzione, a partire da una primordiale comparsa della vita. Così
pensano gli evoluzionisti. Ma arbitrariamente.
Anche
nell'ipotesi infatti (data e non concessa, perché non è esatta, come dirò)
che i reperti fossili comparissero proprio secondo il suddetto ordine
progressivo, arrivando anche a scimmie antropomorfe e, per anelli intermedi,
all'uomo attuale, il concatenamento generativo
successivo resterebbe ancora tutto da provare. Ciò perché lo stesso
dovrebbe risultare anche nella piena prospettiva creazionista.
Se
il Creatore infatti ha voluto arricchire della vita le antiche epoche della
terra, avrà dovuto fare successivamente sorgere viventi adatti a quelle
progressive condizioni ambientali, lungo tutto il corso evolutivo fisico, fino
all'epoca presente. Tali viventi dovevano poi scomparire, al cessare della
corrispondente adattabilità.
Con
la differenza che, mentre nell'ipotesi spontaneamente
evolutiva la successiva comparsa, senza alcun salto, nei singoli filoni
evolutivi, di tutte le progressive specie intermedie (comprese quelle incomplete,
di transizione) sarebbe necessaria, non lo è ugualmente nella prospettiva creazionista, secondo cui, pur con ordinata corrispondenza
all'ambiente, possono aversi, per libera volontà del Creatore, improvvise
comparse di nuove specie (tutte perfette) e anche affiancamento di specie
diversissime.
Ebbene, la paleontologia moderna, in realtà, presenta le sempre più
numerose scoperte fossili molto più in armonia con la prospettiva creazionista
che con quella evoluzionista. Il grande paleontologo americano G. G. Simpson (n.
1902) riconosce che "molte specie e generi compaiono improvvisamente
differendo in modo notevole e multiplo da qualunque altro gruppo più
antico". G. Sermonti, che lo cita, precisa che ciò vale ancor più per
"le famiglie, gli ordini, le classi, i tipi [gruppi cioè sempre più
vasti]. Tutti i tipi degli invertebrati compaiono in breve tempo nel Cambriano,
senza tracce di ascendenti in strati precedenti" (art. cit. del 6 luglio).
Per il paleontologo R. Fondi la "brusca e improvvisa comparsa" di
gruppi "complessi ed eterogenei", "bruscamente seguita" da
gruppi "via via sempre meno complessi ed eterogenei" (capovolgimento
dell'ordine di comparsa), la mancanza di rispettivi "antenati comuni"
dei suddetti gruppi e di "forme intermedie di passaggio tra essi",
provano che "la concezione evoluzionista della vita va considerata come scientificamente
fallita" (art. cit. del 22 luglio). Ricorderò, tra gli spettacolari
capovolgimenti delle presunte successioni evolutive il caso degli Elefanti che
si sogliano far risalire ad antenati, con proboscide appena iniziata, piccoli
come Tapiri. In Sicilia si è invece recentemente scoperta una successione
fossile inversa, prima di una specie gigante, poi di una specie piccola di meno
di due metri e poi di una piccolissima di nemmeno 90 cm., con numerosissimi
esemplari.
Lo
stesso deve dirsi per il preteso filone evolutivo dell'uomo. A tale riguardo le
scoperte fossili si succedono così frequentemente che non esiste in materia un
testo che possa dirsi aggiornato: ma comunque esse infirmano, anziché
confermare, le antecedenti prospettive evoluzioniste. Dopo la scoperta (1856)
della razza arcaica certamente umana di Neanderthal i reperti di tali individui
fossili si sono moltiplicati; poi altri reperti hanno fatto recedere di varie
centinaia di migliaia di anni l'esistenza di veri uomini, più rassomiglianti agli attuali dei Neanderteliani, come quelli di
Swanscombe (1935) e di Fontechévade (1947). Dall'origine asiatica dell'uomo (di
cui si era creduto di trovare la prova prima nel Pitecantropo e poi nel
Sinantropo, dei quali vedemmo la inconsistenza) si è passati all'origine
africana, dove si è creduto di trovare finalmente i veri
"Antropoidi", precursori dell'uomo. Ma dopo la scoperta della scimmia
antropomorfa Australopiteco,
nell'Africa australe (R. Dart 1924), di oltre 1 milione di anni, capacità
cranica 500 cmc., si sono trovati reperti sempre più antichi, fino a quelli
della Gola di Ulduwai (Louis Leakey, 1903-1972) in Tanzania: il Zinjanthropus
(1959), di quasi 2 milioni di anni e quasi 600 cmc. e il contemporaneo e
rassomigliante Homo habilis (1964).
Poi si sono avuti i rinvenimenti clamorosi del lago Rodolfo (Richard Leakey),
nel Kenya: l'Uomo del lago Rodolfo
(1972) di circa 3 milioni di anni, 880 cmc; e ulteriori rinvenimenti si
annunciano.
A
parte le incertezze di queste forme e misure di crani, ricostruiti spesso con
troppo incompleti e minuti frammenti, e a parte la problematica attribuzione di
caratteri umani a queste misteriose creature, resta capovolta la presunta
progressività evolutiva della capacità cranica, che risulterebbe invece
accresciuta col retrocedere degli anni. E la dipendenza evolutiva dalle scimmie
antropomorfe è infirmata.
Se
la generazione evolutiva dei viventi è vera, la sua progressività deve essere
indubbiamente caratterizzata (a parte le forme di transizione incomplete e imperfette
che ora non considero e di cui comunque non si hanno tracce) da specie
intermedie, quali "anelli di congiunzione". Essi sono perciò sempre
appassionatamente ricercati dagli evoluzionisti. Ma la paleontologia è invece
quanto mai avara di tali forme intermedie.
Bisogna
tuttavia riflettere che, anche se abbondassero, positivamente non proverebbero niente. Una forma intermedia infatti
o sarebbe tanto vicina alla precedente da rientrare nelle sue "varietà"
(che non mutano specie) e rientrerebbe in quella, o costituirebbe un'altra
specie e si ripresenterebbe interamente, per la sua comparsa, la doppia
prospettiva o creazionista o evoluzionista. Chi nega che una pietra possa spontaneamente
saltare un gradino di un metro deve negare anche che possa saltarne molti,
intermedi, di pochi centimetri. Chi vede nella mirabile scala dei viventi
l'opera del Creatore, non la vedrà che più arricchita da tali specie
intermedie.
Un esempio molto istruttivo è dato dalla scoperta del più antico genere
di uccelli fossili, l'Archaeopteryx
(da archaios) antico e ptéryx, ala), trovato nel 1861 nel calcare litografico di
Solenhofen in Baviera. La finissima grana di questo calcare ha permesso di
conservare preziosi particolari strutturali. Un altro esemplare fu trovato nel
1877. Lo strato geologico è del Giurassico superiore, sicché risale a circa
120 milioni di anni. Grande come un piccione, aveva una lunga coda e due grandi
ali l'una e le altre largamente pennute, una testa con molti denti e spiccate
affinità scheletriche con i rettili per riguardo al cranio e alla colonna
vertebrale. Viene perciò comunemente presentato come "evidente prova"
di derivazione dai rettili e conseguentemente come "prova decisiva" a
favore dell'evoluzione.
Ma
è una affermazione arbitraria che nasce dal gratuito presupposto che quando una
certa forma vivente possiede alcune caratteristiche di un'altra precedente deve
averle derivate da quella.
In
realtà da questo ritrovamento si può dedurre solo l'esistenza, in quei tempi,
di questo speciale ordine di uccelli
(chiamati Saururi) che univano, insieme alle caratteristiche nettissime di
uccello, alcune caratteristiche di rettile. Si chiamino pure, se si vuole, forme
di transizione, ma non di derivazione;
né si ritengano incomplete e imperfette. Una tale combinazione di disparate
caratteristiche rientra nella grandiosa varietà, talora bizzarra, delle forme
viventi.
Che
dire, per esempio (passando a tutt'altra classe animale) di quell'unico strano
mammifero volante che è il Pipistrello,
diffusissimo (se ne contano oltre 1000 specie), mezzo topo e mezzo uccello (a
volerlo chiamare così, benché mammifero, per il volo)? Né si tratta di una
forma male strutturata, rudimentale, transitoria. E' invece perfezionatissima e
magnificamente dotata per il suo modo di vita. Si è perfino scoperto che, per
evitare gli ostacoli nel suo notturno volo saltellante (dovuto alle ali
membranacee e particolarmente idoneo per catturare gli insetti), emette degli
ultrasuoni di cui percepisce l'eco, riflesso da quei corpi: un radar acustico.
Un capolavoro! E' forse "derivato" dal topo? O, viceversa?
Si
chiamano "fossili viventi" le specie attualmente viventi, conservatesi
uguali alle antichissime loro forme fossili, che erano coeve di altre forme
fossili da tempo estinte. Non si tratta di pochi casi, spiegabili come eccezioni
dovute a circostanze ambientali forse specialissime.
Sono troppi.
L'evoluzionismo spontaneo non ammette specie fisse, cioè non
soggette a evoluzione, eccetto quelle fossili scomparse, che costituiscano le
forme ultime di rami evolutivi essiccatisi. Le altre specie scomparse vengono
considerate come poste nella linea o alla radice di altre specie progredite,
alcune delle quali giunte alle forme attuali. Le attuali, d'altra parte,
apparirebbero fisse soltanto per il breve periodo di tempo della nostra
osservazione.
In
via generale pertanto - si badi bene - di nessuna specie è stato osservato sperimentalmente
il comportamento lungo centinaia di milioni di anni, durante i quali sarebbe
avvenuto il presunto passaggio evolutivo ad altra specie. Dagli evoluzionisti
tale passaggio è stato postulato soltanto in base al confronto di specie
estinte con altre estinte successive e con le attuali.
Le
uniche specie sperimentalmente
controllabili nel loro comportamento, lungo tali lunghissimi tempi geologici,
sono questi cosiddetti "fossili viventi", di cui possiamo analizzare e
direttamente confrontare, sia le vestigia fossili sia gli attuali esemplari
viventi.
Ora
questi esemplari si dimostrano, in modo impressionante, uguali alle loro
vestigia fossili, in drastica
contraddizione al postulato evoluzionista.
Qualche
suggestivo esempio. La Lingula,
molluscoide bivalve, appartenente ai brachiopodi "ecardini" (cioè con
valve senza cardine), con adeguatissima struttura interna, diffusissimo nelle
numerose specie viventi (160), si riallaccia immutata nelle migliaia di specie
fossili, antiche fino a 500 milioni di anni. Il genere Limus, apparentemente crostaceo, ma meglio considerato come aracnide,
anch'esso vivente in varie specie in tutto il mondo a diverse profondità marine
(di struttura così bene organizzata che alcuni evoluzionisti lo pongono
all'origine delle primitive forme di vertebrati), è uguale ai fossili di 200
milioni di anni. Gli Scorpioni si sono
conservati così per centinaia di milioni di anni. Lo scrigno prezioso di un
blocco di ambra ci ha perfino conservato un Ragno con le sue fini strutture e
una Cicala come le attuali, che
risalgono a 30 milioni di anni. Nei depositi calcareo marmosi di Bolca (monti
Lessini, Verona) che hanno 50 milioni di anni si seguitano a scoprire magnifici pesci
fossili, con finissimi particolari, uguali a quelli che si ritrovano oggi nelle
acque tropicali. m piccolo marsupiale Opossum
della Virginia ricorda strettamente i corrispondenti fossili del cretaceo
superiore, che risalgono a 100 milioni di anni.
E
ogni tanto si fanno nuove scoperte e si hanno nuove sorprese. Nel 1830 fu
trovato in un isolotto della N. Zelanda il vivente lucertolone (60 cm.), col
muso a becco, Tuatara (nome
neozelandese della Hatteria - o
Sphenodon - punctata) che si
riallaccia a simili rettili di 200 milioni di anni e che si riteneva estinto da
circa 100 milioni. Nel 1914 si è scoperto che il Varano
gigante (può superare i 4 metri), che richiama i fossili Sauri di 200 milioni
di anni, vive ancora in un'isola della Sonda.
Forse
la sorpresa più clamorosa, che fu definita "una delle più grandi scoperte
zoologiche del nostro secolo" avvenne alla vigilia di Natale del 1938,
quando si ebbe la prova della sopravvivenza dei pesci Celacantidi
(il nome viene da koilos, cavo, akantha,
spina: perché hanno delle spine cave), vissuti per due o trecento milioni di
anni nell'era paleozoica e che si ritenevano estinti nel periodo cretaceo da
oltre 70 milioni di anni: lunghezza circa un metro e mezzo, coda che sembra
piuttosto un prolungamento del corpo, pinne articolate al corpo con peduncoli
che sembrano abbozzi di veri e propri arti, addome con una specie di grande
polmone degenerato che sembra indicarne una tendenza anfibia. Era ritenuto una tappa
evolutiva verso i rettili, gli uccelli, i mammiferi. Ma quel giorno, alla
foce del piccolo fiume sudafricano Chalumna, ne fu pescato uno che fu sistemato
per la conservazione e analizzato dalla dottoressa Courtenay-Latimer, dal nome
della quale, insieme a quello del luogo fu coniato il nome di questa specie: Latimeria-Chalumnae.
La conservazione di quel pesce e l'analisi non riuscirono molto soddisfacenti.
Ma nel 1925 ne fu pescato un altro esemplare (di specie quasi identica) presso
le isole Comore e nei tre anni successivi altri dieci, studiati a fondo. Quei
Celacantidi in tutto questo lunghissimo periodo, evoluzionisticamente più che
sufficiente a determinare la trasformazione progressiva della specie, sono
restati tali e quali.
Haeckel
presentò questa legge come prova fondamentale dell'evoluzione e per renderla più
persuasiva si permise perfino di falsificare schemi e fotografie. Già lo
vedemmo. Secondo tale legge ['evoluzione embrionale dal semplice al complesso di
un soggetto ("ontogenesi") ricapitolerebbe l'evoluzione progressiva
delle specie ("filogenesi"). In particolare, gli stadi successivi
dell'embrione umano si rassomigliano ai gradi successivi delle specie inferiori
animali. Per esempio, in esso compaiono prestissimo delle forme di branchie
proprie dei pesci, il che avviene ugualmente negli embrioni di tutti i
vertebrati. Ciò "dimostra" - seguitano a ripetere anche oggi gli
evoluzionisti - una comune origine acquatica dell'uomo e di tutti i vertebrati.
Ma
non si tratta che di un equivoco. Va ben sottolineato, innanzi tutto, che quelle
prime fasi embrionali umane non rassomigliano affatto ad animali maturi di
specie inferiore, ma solo ai loro embrioni; e la rassomiglianza diviene sempre
minore via via che l'embrione si sviluppa e si attualizzano le strutture
specifiche dell'individuo. Ora è chiaro che tali specifiche strutture non
possono attuarsi di colpo e le elaborazioni iniziali quasi amorfe non possono
non rassomigliarsi. Esse partono anzi dalla totale identità esteriore di ogni cellula uovo fecondata. Ma in questa sono
precontenute virtualmente le strutture
delle rispettive specie che si attualizzeranno progressivamente fino ai
rispettivi individui maturi: e ciò - come oggi si è scoperto - secondo la
perfetta programmazione determinata dalle specifiche strutture microscopiche dei
cromosomi del nucleo cellulare.
Rientra,
d'altra parte, in un mirabile criterio di razionalità costruttiva l'unità,
ossia il modello comune dei primi stadi
embrionali, plurivalenti per le future specificazioni strutturali (per esempio,
come già ricordai, per 24.000 specie di uccelli e pesci teleostei si hanno due
soli tipi fondamentali di organizzazione embrionale). Ne risulta sottolineato
anziché un processo evolutivo dovuto al caso, il lungimirante piano costruttivo
del sommo Artefice.
Il
fatto particolarmente vistoso di quelle formazioni di aspetto branchiale (archi,
tasche e solchi divisori branchiali) che compaiono nelle pareti laterali
della estremità superiore (cefalica) dell'embrione umano, nelle prime fasi in
cui ha pochi millimetri di lunghezza, ne è una conferma emblematica. A
differenza dei pesci, quei solchi non
si perforeranno mai per la formazione di vere branchie respiratorie. Tali
formazioni embrionali umane invece, così opportunamente distinte, si
svilupperanno (a parte qualche residuo secondario che, utile per le momentanee
giustaposizioni, poi regredirà) in precisi e preordinati organi del feto e
dell'individuo maturo: il primo arco
darà origine alla mandibola e al corpo della lingua, il primo solco
esterno al condotto uditivo esterno, la prima tasca
al timpano e alla tromba di Eustachio, ecc.
Nessun
richiamo dunque ad antenati acquatici, ma alla grandiosa unità plurivalente dei
piano costruttivo dell'unico sommo Artefice.
La
microscopica cellula, intravista già
nel sughero, nel XVII s. (R. Hooke, M. Malpighi) e poi scoperta quale componente
elementare di ogni struttura vivente animale e vegetale (J. Scheiden, Th.
Schwann, 1838, 1839), già svelò una fondamentale unità dei viventi.
Questa
unità è stata poi immensamente esaltata dalle ultime sensazionali scoperte
circa l'intima struttura e funzione delle cellule stesse e del loro nucleo. Ogni
individuo maturo risulta dalla moltiplicazione a miliardi e miliardi di una
prima cellula (negli esseri sessuati è la "cellula germinale",
fecondata). Nell'uomo, tra cellule mobili (la maggioranza, globuli rossi del sangue) e fisse sono circa 30.000 miliardi. Tale
moltiplicazione deve avvenire in modo controllato e differenziato per poter
produrre le diverse sostanze e i diversi organi degli individui delle singole
specie. Per tale controllo e guida servono diverse frazioni (ciascuna chiamata gene)
di lunghe, doppie catene molecolari attorcigliate (acido desossiribonudeico:
DNA) costituenti i cromosomi
(lunghezza di questi: qualche millesimo di millimetro, larghezza: qualche decimo
della lunghezza), situati nel nucleo
della cellula. Ogni specie ha in ogni cellula un proprio numero fisso di cromosomi (46 per l'uomo) e di geni diversamente disposti nei
cromosomi stessi (60.000 per l'uomo), che costituiscono la base fisico chimica
della trasmissione ereditaria dei
caratteri specifici dell'individuo.
Gli
evoluzionisti che già come vedemmo si appellano alle rassomiglianze strutturali
delle specie viventi e, tanto più, alle rassomiglianze embrionali, si appellano
ora, in modo da molti considerato definitivo, a questa unificazione strutturale
genetica, che svelerebbe la unica comune origine.
Ma
confondono, al solito, la comune origine creativa dall'Artefice sommo, con la
cieca generazione evolutiva da un primo grumo vivente.
In
realtà questa unità strutturale genetica di base, ben più vasta di quella
suddetta embrionale (perché il modello dei cromosomi
si estende a tutti i viventi e scende fino alla radice della vita) non fa che
esaltare il meraviglioso piano unitario costruttivo di tutto il mondo vivente:
tanto più meraviglioso in quanto non solo mantiene, ma fissa maggiormente le diversità
specifiche e la loro trasmissione ereditaria. Ciò precisamente in quanto
tali diversità risultano Pteordinate in una tanto intima struttura: tanto
intima, da essere radicalmente difesa contro i deformanti influssi esterni.
Risulta
quindi tanto meno ipotizzabile lo
spontaneo passaggio da una specie all'altra.
D'altra
parte - a riflettere in grande sintesi come avrebbe potuto un ipotetico unico
processo cieco evolutivo produrre contemporaneamente e contraddittoriamente sia
questa radicazione intima, fissativa delle specie, sia il passaggio dall'una
all'altra? (Più concretamente vedremo inseguito quanto sia insignificante il
rifugio nelle "mutazioni" e nella "selezione".)
Variazioni
sperimentali
Naturalmente
questa fissità della specie non va intesa in modo rigido, perché una
caratteristica della vita è la sua elasticità
di adattamento. Ma le variazioni secondarie non mutano la specie. Non muta per
esempio la specie umana per il fatto che la statura media è aumentata in un
secolo di 10 cm. e seguita a crescere.
Si
è anche riusciti sperimentalmente ad operare intrinsecamente in qualche vivente
modificandone l'assetto genico-cromosomico così da produrre nuovi caratteri
ereditari: Ma sono state modificazioni di portata secondaria: e comunque gli
artificiosi e geniali sforzi fatti per ottenerle ("ingegneria
genetica") confermano la naturale
resistenza ai cambiamenti stessi.
Bene
a ragione il già citato Jean Rostand ha potuto affermare che, con le nuove
scoperte "la natura vivente apparisce ancora più stabile, più fissa, più
ribelle alle trasformazioni".
"Adattamento",
"bisogno", "esercizio".
Finora
abbiamo considerato le presunte prove del fatto
dell'evoluzione: prove risultate non valide. Passiamo ora a considerare il meccanismo
che l'avrebbe prodotto, cioè i fattori
che vengono presentati come idonei a produrre l'evoluzione stessa.
E'
chiaro che se questi fattori
risulteranno illusori ne risulterà confermata la non esistenza del fatto.
Tutto
ciò antecedentemente alle prove positive
contro l'evoluzione, che vedremo nei successivi capitoli.
La vecchia e fondamentale tesi lamarckiana delle modificazioni per l'adattamento all'ambiente, per il bisogno che crea e l'esercizio
che sviluppa l'organo adatto, è scientificamente abbandonata. Il recente
tentativo del biologo russo Lysenko di riesumarla in qualche modo è fallito
miseramente, come vedemmo. A semplice lume di logica del resto e in sintesi (a
prescindere dalle possibili, limitate variazioni che rientrano nell'elasticità
della vita e possono magari dipendere da semplice variata attività degli
ormoni) si intuisce che un ambiente favorevole può non cambiare, ma consolidare
una specie come è e uno troppo
sfavorevole estinguerla. E, quanto
agli organi, se manca o è inadeguato qualcuno necessario la specie morirà,
mentre l'esercizio di quelli esistenti E consoliderà lasciandoli
sostanzialmente quali sono. Sta inoltre il fatto che queste ipotetiche
modificazioni avverrebbero lentamente e gradatamente. Prima quindi che un nuovo
assetto e un nuovo organo avessero la maturità sufficiente per divenire
funzionanti la specie che ne avesse avuto bisogno si sarebbe estinta.
Non
è mancato, a pretesa prova dell'azione trasformatrice dell'ambiente, il
richiamo di certi studiosi al fenomeno del mimetismo
di molte specie animali. Esso dimostra invece, al contrario, non la dipendenza
dall'ambiente, ma il dominio sull'ambiente
di specie animali antecedentemente e
in modo fisso arricchite, a propria utilità, di meravigliose strutture. Il
cambiamento di colore, per esempio, è dovuto ad appositi cromatofori (cellule
contenenti pigmenti, che esse possono emettere, contraendosi) regolati dalle
impressioni visive, sollecitate periodicamente dall'ambiente, secondo le
stagioni. O si pensi a certi insetti con artificiosissime forme, di foglie,
ecc., preordinate, in modo fisso, per confonderli perfettamente, per propria
difesa, con gli oggetti circostanti.
Ma
l'argomento scientifico decisivo contro tali ipotetici fattori evolutivi è che
i caratteri "acquisiti" mediante la lotta vitale contro l'ambiente e
mediante l'esercizio degli organi non
passano nel patrimonio "ereditario". Questo prosegue ad essere
identicamente determinato dall'intima struttura dei cromosomi (come innumerevoli
esperienze moderne hanno confermato). E ciò perfino nei più inaspettati
aspetti secondari. Nelle aree di appoggio del piede umano, per esempio, si
notano spessori maggiori della cute. Ciò non deriva dalla pratica del
camminare, ma dall'esigenza del camminare, già prevista
in quelle intime strutture germinali, tanto è vero che il fenomeno si riscontra
fin dallo sviluppo embrionale e fetale (né si può pensare che tali strutture
cromosomiche siano state modificate, a tal fine, dal camminare del genitore).
Eppure
su seri libri di divulgazione si legge ancora la piacevolezza che la giraffa ha
allungato il collo per il bisogno di brucare le foglie degli alberi cresciuti.
In un libro, che andò a ruba, dello zoologo D. Morris (La scimmia nuda, trad. Bompiani, 1968), viene esposta con serietà
l'ipotesi che l'uomo abbia perduto il pelo delle scimmie per il bisogno di
eliminate i fastidi dei parassiti. Nel mensile Il Corriere UNESCO. (agosto-settembre 1972) si riattribuisce
tranquillamente, contro i certi dati della scienza, ereditabilità ai
comportamenti "acquisiti" e potere evolutivo al "bisogno".
Vi si leggono queste ingenuità: "'La tendenza alla stazione eretta ha
potuto essere favorita dall'abitudine di portare il cibo nelle braccia fino ad
un luogo dove mangiare tranquillamente o forse dalla necessità di portare in
braccio i bambini, o forse anche dal bisogno di alzarsi per guardare al di sopra
delle erbe o dall'astuzia di non offrire con la schiena orizzontale una base
d'appoggio all'assalto delle belve" (p. 10).
Escluse
le suddette prospettive lamarckiane, i due fondamentali fattori evolutivi
presentati dall'evoluzionismo scientifico moderno sono le "mutazioni" casuali
e la "selezione" che le coadiuva.
I
costituenti essenziali dei corpi viventi (della loro massa plastica: non dei
composti energetici, quali i carboidrati e gli acidi grassi) sono le proteine,
che hanno una struttura molecolare estremamente complessa. Le loro molecole sono
formate da lunghe sequenze dei 20 tipi esistenti di amminoacidi (composti di
gruppi carbossilici: -COOH e amminici: -NH2). Si ritiene oggi (F.H.C.
Crick, n. 1916) che ogni tipo di proteina sia codificato cioè regolato da un gene
o più geni, ossia segmenti dell'acido nucleico (DNA), costitutivo dei cromosomi
dei nuclei delle cellule. Ogni cambiamento (casuale o indotto da agenti
modificatori, come radiazioni, ecc.) o di interi cromosomi
o di qualche gene modifica le
corrispondenti strutture proteiche. Quando questo avviene nelle cellule
germinali, tale modificazione diviene ereditaria,
costituendo appunto una "mutazione".
In genere sono modificazioni dannose. Ma qualcuna può essere utile e capace
quindi di far prevalere - in opportuno ambiente - gli individui che l'hanno
subita sugli altri, così da estendersi, per progressiva selezione a tutta la
popolazione. Anche se sono mutazioni piccole, l'accumularsi di quelle utili può
condurre a un progressivo arricchimento e quindi a specie superiori. Questa è
la spiegazione moderna dell'evoluzionismo spontaneo,
secondo i più grandi luminari della scienza.
Ed
è una grande ingenuità. Intanto, artificiosa e gratuita è la supposizione che
le rare mutazioni utili possano prevalere su quelle generalmente dannose.
Inoltre il tempo perché capitino casualmente tali presunte utili combinazioni e
mutazioni necessarie per l'essenziale svolgimento evolutivo, risulterebbe, in
base al calcolo delle probabilità - secondo ottimi studiosi - superiore all'età
stessa dell'universo: sarebbe quindi mancato il tempo necessario.
Ma,
anche a prescindere da queste forti obiezioni tale spiegazione evoluzionista è
distrutta dai seguenti due semplicissimi rilievi (restando sul piano puramente
materiale).
Primo.
L'individuo di ogni specie non è una pura massa amorfa di materia vivente, né un confuso mucchio di materiali
organici qualitativamente e quantitativamente diversi, ma un corpo morfologicamente
bene ordinato e specificamente bene, intelligentemente, organizzato, con un
complesso di organi di idonea materia forma e posizione. Una capra - è una
battuta di G. Goglia - non ha la forma di un uomo. Ma le sperimentate colleganze
di ogni gene con le proteine da esso
codificate riguardano solo la qualità e quantità, prescindendo
dal fattore morfologico. Verranno dunque prodotti i diversi materiali da
costruzione, ma la costruzione, no: né la costruzione di una specie, né,
evolutivamente, di una nuova. E ciò qualunque siano le supposte utili
"mutazioni". Si è perciò ulteriormente ipotizzato (Britten, Kohne,
Goglia) un controllo regolatore "sopragenico" che sarebbe compiuto da
una speciale e cospicua parte del DNA. Ma siamo sempre lì. Strutture e attività
ancora puramente atomico-molecolari e fisicochimiche sono al di fuori del
problema propriamente morfologico. Si
può ancor più evidenziare tale inadeguatezza riflettendo al fattore estetico.
Le forme viventi hanno una loro simmetria, armonia, bellezza, solo
intellettualmente valutabili. Esse non hanno alcun senso per le pure attività
fisico chimiche. Queste sole non avrebbero mai prodotto un bel volto umano o la
splendida livrea di un Uccello del paradiso.
Secondo.
Anche però se i geni dei cromosomi, contro quanto ora ho detto, esercitassero
una guida morfologica, le presunte
casuali "mutazioni" utili non potrebbero essere avvalorate dalla selezione
e rimarrebbero insignificanti per l'evoluzione. Le mutate strutture infatti, per
essere funzionali e valorizzabili selettivamente, dovrebbero riguardare
solidariamente non una sola parte, ma tutta
l'impostazione anatomica e fisiologica dell'individuo (tutta l'impostazione
dello scheletro, per esempio, per il passaggio al volo degli uccelli). Si
dovrebbero avere quindi "mutazioni" utili contemporanee, multiple e
sapientemente guidate, proprio contro la tesi evoluzionista, secondo cui non
possono essere che rare e casuali. E, comunque, sia il nuovo trasformato
complesso, sia i singoli nuovi organi, prima della piena mutazione,
non sarebbero funzionali (con una quasi branchia non si vive neanche un poco
sott'acqua, con una quasi ala non si vola), non potrebbero essere sviluppati
dall'uso ancora impossibile e non recherebbero alcun vantaggio agli individui
che li posseggono (e anzi li danneggerebbero, per le ibride funzioni intermedie
di certi organi), rendendo evolutivamente inoperante la selezione.
Questa
dunque non potrebbe che consolidare le specie già funzionanti.
Quanto
dunque al fatto della evoluzione, cioè se essa sia veramente avvenuta, abbiamo
visto che le prove addotte sono inconsistenti ed anzi i dati di osservazione
suggeriscono il contrario. Quanto poi al meccanismo,
cioè ai fattori naturali che l'avrebbero determinata, ne abbiamo pure visto
la inefficacia. Ma sono stati, in fondo, argomenti negativi.
Vogliamo
ora fare un passo avanti e vedere se vi sono argomenti positivi e veramente decisivi
contro di essa.
Per
ottenere una più radicale confutazione, conviene iniziare l'analisi partendo
dall'ipotesi più favorevole all'evoluzionismo. Partiamo cioè dalla concezione
del mondo materiale puramente meccanicista, un mondo la cui costituzione di base
si risolva tutta in pure combinazioni di particelle e dinamismi energetici. In
tale ipotesi, tutti i corpi, viventi o no, vengono livellati a questa loro
comune costituzione di base, il che rende meno ardua la presunta trasformazione
evolutiva dall'uno all'altro. E' questa, del resto, la concezione cosmica
comunemente seguita dalla scienza evoluzionista (e, in prima linea, inutile
dirlo, da quella atea, che si illude, in tal modo, di escludere e gli interventi
e la esistenza stessa del Creatore: il premio Nobel F. Crick ha opposto
esplicitamente il suo evoluzionismo meccanicista al cristianesimo, in Uomini
e molecole, 1970).
In
tale quadro dunque, il risultato meccanicistico del puro gioco del caso avrebbe determinato tutta l'evoluzione spontanea, dall'auto
organizzarsi del primo nucleo di materia vivente fino all'uomo. (Siamo, in
fondo, alla concezione base di Democrito, V-IV s. av. Cr.: tutto ridotto ad
atomi materiali.)
Ma scatta subito la prima radicale confutazione generale.
Nessuno
certamente ritiene che da uno scatenamento, a
caso, di reazioni fisico-chimiche, tra una moltitudine di atomi, possa
istantaneamente sgorgare la complicatissima e perfetta struttura di un vivente
corpo umano (sia pure interpretato anch'esso, nel suddetto modo meccanicistico,
come un puro complesso di atomi e corpuscoli in interazione fisico-chimica).
Anche ripetendo l'esperienza un numero quanto si vuole di volte, tale risultato istantaneo
apparisce sempre tanto improbabile da rientrare praticamente nella probabilità
nulla, ossia nella impossibilità (a parte che, chi ha cercato di applicare
il calcolo matematico delle probabilità, ha trovato che, per l'attuarsi, a
caso, non di un corpo umano, ma anche di una sola primordiale entità
vivente, occorrerebbe un tal numero di prove rapidissime da superare il tempo di
esistenza dell'universo).
Gli
evoluzionisti però - questo è il punto - ritengono che tale impossibilità
scompaia, se dall'istantaneità si
passi alla lenta evoluzione, con tante
piccole mutazioni casuali fortunate,
avvalorate dalla selezione. Ora ecco
l'equivoco. L'illusione sta nel considerare isolatamente i singoli eventi casuali utili e i corrispondenti
piccoli progressi evolutivi, ognuno dei quali non sarebbe impossibile. In realtà,
il risultato evolutivo finale (questo corpo umano, per esempio) è e va visto
invece quale effetto di tutto il
complessivo gioco fisicochimico, distribuito in tempi lunghi quanto si
vuole. Resta pertanto integra l'impossibilità - come per l'effetto istantaneo -
che un tale cieco processo produca la
struttura meravigliosamente ordinata dell'attuale vivente. Il lunghissimo tempo
operativo - al confronto con l'impossibile istantaneità - non elimina infatti
la radicale sproporzione tra la complessiva
causa cieca e il mirabile effetto:
anzi l'accresce, presupponendo una assurda capacità del puro caso di mantenere,
per così lungo tempo, la medesima linea costruttiva e di neutralizzare gli
eventi contrari (mutazioni dannose, che sono la stragrande maggioranza).
L'impossibilità che una pietra possa saltare in un istante su un gradino di un
metro non si elimina immaginando che vi possa saltare, durante un lunghissimo
tempo, salendo un solo millimetro alla volta. L'impossibilità che gettando, di
un sol colpo, su una tela un mucchio di pennelli si ottenga la trasfigurazione
di Raffaello, non si elimina supponendo che, durante un lunghissimo tempo, vi si
getti, a caso, un pennello alla volta: anzi si accresce, non potendo il cieco
caso mantenersi in armonia col medesimo piano artistico in modo da evitare così
a lungo che pennellate dannose distruggano quelle utili.
Ancor più intrinsecamente, si rifletta all'equivoco fondamentale di
equiparare, per l'eventuale produzione casuale, la strutturazione mirabilmente
ordinata del corpo vivente ad una qualsiasi altra combinazione prestabilita di
particelle, aggiungendovi solo la maggiore complessità dei legami da introdurre
nel calcolo delle probabilità. Certo, anche con tale equiparazione la
probabilità risulta praticamente nulla (e mancherebbe anche, come ho già
detto, il tempo cosmico per moltiplicare le prove). Ma l'equiparazione è falsa.
Nel caso del vivente infatti non si ha soltanto un qualunque maggior grado di complessità dei legami, ma un mirabile ordine, un intelligente piano costruttivo, il quale non è
traducibile in puri termini di calcolo matematico di probabilità e di
necessario numero di prove. Alla probabilità, già praticamente nulla, del
cieco prodursi di una combinazione così determinata e complessa, si aggiunge
dunque l'impossibilità assoluta che
da una attività cieca sgorghi una
strutturazione così intelligente. Questa postula necessariamente un Artefice -
o immediato o agente su tutto il meccanismo produttore - adeguatamente
intelligente. (Così del prodursi, per caso, di una combinazione, comunque
confusamente vincolata, per esempio, di tutte le lettere sciolte della Divina Commedia, si può teoricamente calcolare la sia
pur minima probabilità, inserendo nel calcolo il numero e la complessità dei
rispettivi vincoli: ma essenzialmente diversa è la valutazione della
combinazione delle stesse lettere, ordinate come sono nel Poema. In esso le
lettere si combinano con vincoli intelligenti che trascendono, come tali, ogni
valutazione matematica e appellano necessariamente a una proporzionata causa intelligente.)
Questa
impossibilità radicale dell'ipotesi evoluzionista, che abbiamo visto nel quadro
generale di partenza puramente meccanicista, risulterà tanto più evidenziata
passando ora a considerare particolarmente i fondamentali gradini della vita per
i quali la pura concezione meccanicista risulterà insostenibile.
Impossibile
sprigionarsi spontaneo della vita.
La
logica evoluzionista non può fermarsi al problema dell'antenato dell'uomo e
nemmeno alla trasformazione dell'una nell'altra specie, a partire dai protozoi e
dal primo grumo vivente. Non si capirebbe infatti perché la linea evolutiva dei
viventi debba avere la sua radice in un primo grumo vivente e non debba
risalire, all'indietro, alla stessa materia inanimata. Questa dovrebbe essere
riuscita dunque a superare spontaneamente anche il primo gradino della vita.
Non
è più il problema della generazione spontanea attuale degli insetti o degli
infusori o dei batteri, già risolto negativamente, sul piano sperimentale, dal
Redi, dallo Spallanzani e dal Pasteur. Qui si tratta del primo antichissimo
passaggio di qualche grumo di materia dallo stato inanimato allo stato vivente,
passaggio che avrebbe innescato tutto il successivo processo evolutivo. La
necessità della soluzione evoluzionista per chi parte dal preconcetto della
esclusione di ogni intervento estrinseco implica l'affermazione assoluta di tale
spontaneo passaggio, nonostante
l'assenza di qualsiasi conferma sperimentale.
Implica
cioè la riduzione del fenomeno della vita al puro piano fisico-chimico, con
esclusione di ogni superiore concezione "vitalista" e di ogni
intervento del Creatore. Tale intervento viene considerato, a priori, una
"assurdità". Lo si osa perfino collegare, con sorprendente
preconcetto antireligioso, ad una "vecchia cultura, basata, in origine, su
valori cristiani che stanno morendo"; e, quanto al "vitalismo",
che non riduce la vita a puro fenomeno di organizzazione molecolare della
materia, si esprime meraviglia che "vi siano ancora persone
intelligenti" che lo seguono (F. Crick, Uomini
e molecole).
Desta
in tutti indubbiamente stupore che la materia vivente abbia come componenti
essenziali e sappia produrre nei microscopici
laboratori chimici delle cellule, le sostanze organiche chiamate proteine
(dal gr. protos, primo). Le loro
molecole, costituite da vario numero e successione di "amminoacidi",
sono enormemente complesse e non si riesce a produrle artificialmente (salvo
qualche limitato successo, come quelli del Miller, 1951, che, partendo dai
presumibili gas iniziali della terra, idrogeno, metano, ammoniaca, vapore
acqueo, ottenne, mediante potenti scariche elettriche, vari amminoaddi).
Quando
però recentemente si è scoperto lo speciale meccanismo di tale laboratorio
chimico cellulare (che cioè le lunghe catene molecolari delle proteine sono codificate, ossia regolate dai geni dei cromosomi dei
nuclei delle cellule, formati dall'acido nucleico DNA) si è creduto di avere
spiegato, in termini puramente chimici, il segreto della vita (Crick, Monod). E,
quanto al primo prodursi di tale meccanismo, lo si è attribuito ad una
aggregazione, sempre più complessa, di atomi e molecole, in ambienti primitivi
energeticamente idonei, fino allo sgorgare di tali adeguate strutture per puro gioco
di probabilità, cioè per puro caso.
A
parte che contro tale gioco di probabilità
e tale produzione per caso, si oppone la matematica (perché - come ho già
ripetuto - dal calcolo delle probabilità deriverebbe la necessità di un tempo
di prove superiore alla età stessa della terra, come notò lo stesso J. B. S.
Haldane, genetista pioniere di questa tesi), questa pretesa riduzione della vita
al puro piano fisico-chimico e a quel meccanismo del DNA costituisce. per ben più
intrinseci motivi, uno dei più clamorosi equivoci. moderni della scienza.
La
scoperta infatti di quel potere codificatore,
cioè regolatore dei geni,
anziché svelare, accresce il segreto
intimo della vita, rendendo più fitto il mistero di come possano queste
particelle (con gli enzimi sollecitati
e sollecitanti, ecc.) determinare gli spettacolari effetti di produzione di
materia vivente non amorfa, ma mirabilmente organizzata.
Perché si formerà nell'uomo il meraviglioso meccanismo della sua mano, tanto
diversa da quella pur analoga della scimmia, con quella preziosa triplice
capacità di presa, a pugno, a tanaglia (per l’opposizione del pollice) e a
uncino e con tanta forza e tanta sensibilità? Perché nelle zone di appoggio
del piede già si troverà nel neonato maggiore spessore della cute? Perché la
formazione, ben più meravigliosa, dell'occhio? Perché la strabiliante
organizzazione centrale del cervello? ecc. Chi ha scoperto i pulsanti di un
complicatissimo meccanismo non ha spiegato per niente la sua interna struttura.
Nel vivente ci deve essere un segreto intrinseco, un principio
vitale che va al di là delle sue strutture fisico chimiche.
E'
chiaro che nel vivente materiale non
possono non aversi reazioni e bilanci energetici sul puro piano sperimentale
fisico-chimico. Ed è pure chiaro che un suo eventuale superiore principio
animatore non può risultare da dirette
esperienze fisico-chimiche (modificazione dei bilanci energetici, ecc.),
precisamente in quanto trascende tale piano. Ma, di fatto, la sua esistenza,
quale principio unificatore e orientativo delle attività fisico-chimiche
è provato dall'esperienza indiretta,
cioè dal confronto generale delle caratteristiche di fondo del vivente,
rispetto a quelle delle sostanze inanimate.
Basta
riassumere gli aspetti fondamentali della vita: la sapiente ed elastica (non
rigidamente geometrica, come nei cristalli) organizzazione, perfettamente finalizzata
a vantaggio del soggetto e delle sue mirabili strutture, che non può derivare
dal puro cieco, rigido e unidirezionale dinamismo fisico-chimico; il ciclo immanente impresso alle attività fisico-chimiche, in quanto partono
dal soggetto e vi ritornano per conservarlo nella sua identità, difenderlo,
ripararla, moltiplicarlo, non producendo nei suoi contatti attivi con la materia
esterna una terza entità, come nelle reazioni chimiche tra sostanze inanimate,
ma restando sempre se stesso; l'elevazione del materiale preso dall'esterno alla
superiore complessità e minore
stabilità del soggetto (corruttibilità del vivente), contro la tendenza a
minor complessità e maggior stabilità dei composti inanimati (processo antientropico
contro il processo entropico).
Ora
un tale principio vitale che trascende
così a fondo il piano puramente fisico-chimico non può spontaneamente derivare da esso. Esso postula un intervento creativo
dell'Artefice sommo.
Bene
Salvador Dalì, davanti alle scoperte sui geni,
poté dire: "Questa è per me la vera prova della esistenza di Dio".
Impossibile
sprigionarsi spontaneo del fenomeno sensitivo.
Se
l'evoluzione non può salire da se il generale gradino della vita, tanto meno può
salire gli ulteriori gradini della vita stessa, per il passaggio dalla vita
soltanto vegetativa, alla quale si arrestano le piante, alla sensitiva,
degli animali e alla intellettiva,
dell'uomo.
Consideriamo
ora il gradino della sensazione.
L'attività
sensitiva è la caratteristica del regno animale. Si apre il capitolo
meraviglioso e il grande equivoco degli organi di senso.
Capitolo
meraviglioso: perché gli organi di senso,
in sé (basta pensare al capolavoro dell'occhio) e nei corrispettivi apparati
dei sistema nervoso e negli apparati di locomozione per la risposta alle
sensazioni, costituiscono la più alta espressione organizzativa della materia
vivente.
Ma
anche grande equivoco, quanto alla natura intrinseca della sensazione, equivoco che è nella linea stessa (aggravata) della
suddetta riduzione del mistero della vita alla scoperta dei pulsanti operativi.
Si sono scoperte infatti tutte le complesse strutture, tutte le connessioni
nervose, tutte le tensioni e correnti elettriche e reazioni chimiche che accompagnano
le attività sensorie. Da ciò la miope deduzione che in tali sole attività
fisico-chimiche si risolva tutto il fenomeno sensitivo.
La
sensazione invece è bene al di sopra. Quelle attività non sono che
preparatorie e concomitanti. Che vi debbano essere è ovvio perché il fenomeno
sensorio presuppone contatti fisici dei corpi (talora solo di particelle o onde:
odorato, udito, vista) con gli organi esterni del senziente e successive
trasmissioni interne delle rispettive reazioni: attività fisiche nelle quali
debbono valere i bilanci energetici delle pure leggi fisiche. Ma la sensazione
segue e si accompagna a tali attività: e scatta solo quando si produce il
fenomeno in qualche modo conoscitivo
dell'oggetto. Altrimenti sarebbe come confondere l'immagine fisica che si
produce nella retina dell'occhio (come su una lastra fotografica) con la
sensibile visione.
La trascendenza del fenomeno conoscitivo - già nel primo stadio
sensitivo che stiamo ora considerando - viene chiarita dal modo di congiunzione
con gli oggetti. Una sostanza inanimata
si congiunge chimicamente ad un'altra, creando un composto nel quale è perduta
l'individualità di entrambi gli oggetti. Il vivente
si congiunge all'alimento (di ben delimitata misura) e se ne appropria
conservando la propria individualità e distruggendo quella dell'alimento. Il senziente
si congiunge agli oggetti e in qualche modo se li appropria senza alcuna modificazione
fisica, né propria, né di essi (salvo le temporanee e superficiali
modificazioni del contatto e del correlativo dinamismo fisiologico dell'apparato
sensitivo): e, in grazia proprio di tale invarianza fisica, può appropriarseli
successivamente, senza limite quantitativo
(tanto il sasso, quanto la montagna che domina il panorama) e quanti vuole; e può
anche conservarli nel suo interno con la memoria.
La
trascendenza di tale fenomeno implica quindi una smaterializzazione degli oggetti, un porsi al di sopra non solo del
piano puramente fisico-chimico, ma anche del piano vegetativo, ossia del puro
piano della vita. Ciò suppone (per la proporzione che deve esservi tra causa ed
effetto) l'esistenza nel senziente di un principio
sensitivo proporzionalmente superiore a tali piani, principio che non può
quindi evolutivamente derivare da essi: né dalla materia inanimata, né dalla
materia vivente di pura vita vegetativa.
Per
superare tale gradino deve essere quindi intervenuto uno speciale atto creativo.
Al
di sopra dell'attività puramente sensitiva animale, l'attività intellettiva,
il pensiero, caratterizza l'uomo.
E'
l'ultimo gradino della vita. L'evoluzionismo è obbligato a considerarlo come
l'ultima tappa del perfezionamento evolutivo dei viventi, negando l'esistenza di
qualsiasi componente umana (l'anima spirituale, generatrice del pensiero)
estranea alla materia, che spezzerebbe la continuità della linea perfettiva
evolutiva (Teilhard de Chardin: "Esiste solo la materia che diventa
spirito": L'Energie Humaine;
"Spirito: stato superiore della materia": Le
Coeur de la Matière).
Infatti
- si insiste ordinariamente nei libri non vi può essere per l'intellezione un
salto di qualità, visto che si nota un progressivo sviluppo dell'intelligenza
dagli animali inferiori all'uomo e un corrispondente sviluppo materiale del
cervello e specialmente della corteccia cerebrale. Questa ricopre con miliardi e
miliardi di cellule nervose stratificate gli emisferi cerebrali, con una
superficie complessiva che nell'uomo, in grazia delle pieghe e dei profondi
solchi, è pari a un quadrato di quasi 50 cm. di lato. E si sa che questa parte
esterna dell'encefalo condiziona precisamente le attività coscienti e
intellettive: tanto è vero che, una volta lesionata, non si ragiona più.
Dunque il pensiero viene da lì e non da una ipotetica, invisibile anima
spirituale.
Con che ci tocca un'altra colossale confusione. Rimando al prossimo
paragrafo il problema dell'istinto
degli animali e dell'apparente, ma ingannevole suo allineamento con
l'intelligenza umana. Riflettiamo ora alla relazione tra intelligenza e
cervello. L'enorme equivoco consiste - al solito - nel confondere l'attività
materiale cerebrale, che accompagna e condiziona l'attività intellettiva, con l'essenza di questa. E in conseguenza si confonde la sorgente
cerebrale di quella attività concomitante
(strumentale) con la vera sorgente dell'attività intellettiva, ossia del pensiero. Sarebbe come, per esempio, se si
attribuisse un quadro al pennello invece che al pittore, per il fatto che questi
ha dovuto necessariamente usare, come strumento, il pennello.
Un'attività
materiale, concomitante e condizionante per l'attività stessa del pensiero
umano è naturale, data l'unità attiva del soggetto, in quanto vivo, senziente,
pensante: tanto più che l'alimento al pensiero viene dato dal contatto
sensibile con le cose esterne (l'anima umana è spirituale e immortale, ma non
è un angelo). Ed è anche naturale e meraviglioso (una meraviglia che si
risolve nuovamente in drastica esclusione dell'ipotesi di strutture puramente
derivanti dal caso) che strumento
concomitante e condizionante del pensiero sia la prodigiosa "centrale"
del cervello. Questo, raggiungendo con le sue diramazioni più sottili ogni
minimo punto del corpo, regolando tutta l'attività sensitiva e motrice e
condizionando anche l'attività intellettiva, garantisce l'unità operativa del
soggetto.
Ma
se si vuole scoprire la vera componente umana produttrice
del pensiero, bisogna usare la via sperimentale
indiretta: analizzare cioè le qualità intrinseche di tale prodotto,
per risalire da esso all'entità produttrice.
Si tratta cioè di passare dall'effetto
alla causa principale che vi si deve
ovviamente proporzionare. Ebbene, ogni pensiero, ogni nozione, pur relativa a
entità corporee, si presenta come realtà fenomenica in sé totalmente
smaterializzata, cioè immateriale non
in modo parziale, come la sensazione
(la quale resta correlata ogni volta, successivamente, a questo o quello
oggetto, chiuso nella sua individualità corporea: vedo questo sasso o quell'altro
sasso), ma in modo totale. Esso è cioè caratterizzato dalla radicale astrazione
da ogni coartazione numerica e quantitativa dell'oggetto, elevandosi al concetto
della cosa, riferibile a tutti gli
oggetti della stessa natura (l'idea di
sasso è toticomprensiva, indipendente da questo o quel sasso, da ogni grandezza
e numero: è un'appropriazione conoscitiva di tutti i sassi). Quanto poi alle idee
di cose già in se stesse totalmente immateriali, come virtù,
dovere, ecc., la immaterialità
radicale è ovvia. Ed è per tale qualità che le idee si possono logicamente
concatenare nel ragionamento.
Si
deve perciò dedurre, con assoluta certezza, che esiste nell'uomo una fonte del
pensiero sullo stesso piano di esso e
quindi totalmente immateriale: l'anima
spirituale (perciò, a differenza dei corpi, non corruttibile, sussistente,
immortale).
Nessuna
difficoltà che la produzione del pensiero si accompagni - per la suddetta unità - ad una attività cerebrale.
Impossibilità invece assoluta che derivi
da essa. Sarebbe altrimenti come attendere vino da una botte d'acqua.
Questa
componente dell'uomo, l'anima spirituale, non può quindi derivare da una
trasformazione evolutiva della materia.
Esige
un superiore atto creativo.
Al
grande salto di qualità dell'intelligenza umana sembra contraddire
l'intelligenza, sia pure limitata, generalmente attribuita anche agli animali (è
comune opinione popolare). Essi l'avrebbero, secondo le varie specie, in
proporzione con la massa (soprattutto la corteccia) cerebrale. Per esempio, gli
animali domestici capiscono gli ordini
del padrone.
Ma
vi sono tanti modi di capire, nel
senso di rispondere, reagire alle iniziative dell'uomo. Il problema va posto in altri
termini. Bisogna chiedersi se gli animali sono capaci di farsi l'idea
delle cose (nella quale soltanto si esprime l'intelligenza
e si rivela l'anima spirituale) o
hanno solamente delle immagini e sensazioni (piano sensitivo, non intellettivo), alle quali
reagiscono, non per riflessione intellettuale, ma per istinto, che resta ancora nel piano soltanto sensitivo, nonostante
le apparenze contrarie.
Che
l'istinto, pur non derivando da
riflessione razionale, possa avere grande efficienza operativa risulta anche
dalla diretta esperienza umana dei nostri comportamenti irriflessi: istinto di
conservazione, spontanee attrazioni e ripulse per ciò che piace o dispiace,
atti coordinati e irriflessi derivanti dall'abitudine di certe azioni, reazioni
motrici estremamente complesse e automatiche, per esempio, per ristabilire
l'equilibrio e non cadere, ecc.
Per
gli animali, in realtà, si tratta solo di questo. Basta accennare ad alcuni
fatti. Il primo è la mancanza della parola,
normale manifestazione delle idee: mancanza che non dipende da impotenza
fisiologica, come oggi è stato provato per alcune specie. Tutti conoscono le
articolate parole pronunciate dagli "uccelli parlanti", gracula,
pappagallo, ecc. (dunque non impotenza fisiologica). Ma è solo imitazione. Né
si possono assimilare alla parola intelligente alcuni rudimentali suoni,
segnaletici di stati emotivi.
Vi
è poi la fissità assoluta dei
comportamenti, sia lungo i secoli che nelle esistenze individuali, il che è
contro la legge generale dell'intelligenza, il progresso. Piccole modificazioni
derivanti da adattamento ambientale, nuove esperienze, imitazioni,
ammaestramento, si spiegano con semplici associazioni mnemoniche, sensitive e
non tolgono la fondamentale e universale fissità.
La
onerosissima e industriosissima cura della prole
esclude pure un amore cosciente. E' priva di qualsiasi vantaggio personale ed è
riferita a individui che o non saranno mai visti (fatto tipico negli insetti) o
mai recheranno alcuna utilità ai genitori, divenendone anzi competitori. O
cieco istinto dunque o assurda supposizione di un disinteressato e
sacrificatissimo amore ecologico per la conservazione della specie.
Decisiva
è poi la straordinaria abilità di
certi comportamenti i quali, se dipendessero da vera intelligenza, la
rivelerebbero assolutamente eccessiva. Gli animali cioè, se fossero
intelligenti sarebbero troppo intelligenti. La loro intelligenza sarebbe inoltre
paradossalmente tanto maggiore negli animali con minore, piccolissima o quasi
nulla massa cerebrale (uccelli, insetti). E si tratta di una abilità prodigiosa
che esplode pienamente in tutti i nuovi individui, senza alcun ammaestramento,
non avendo in genere i nuovi nati visto all'opera o neanche conosciuto i
genitori (nidi degli uccelli o degli insetti; abile cattura della preda). Per
l'abilità costruttiva per esempio, si ricordino: le costruzioni dei Castori; i
nidi del Passero tessitore; l'arrotolamento della foglia a forma di sigaro (per
attaccarvi dentro le uova) compiuta dal coleottero Curculionide con due
abilissimi tagli a forma di S, in complementare orientamento, a destra e a
sinistra della nervatura, incidendo anche questa parzialmente perché la foglia
appassisca, ma non muoia, così da potere a suo tempo nutrire le larve; il
capolavoro delle tele di ragno, tese perfettamente da quel minuscolo essere tra
vari punti di appoggio di fortuna distantissimi e con la scelta del filo
appiccicaticcio o no secondo che serve per la preda o per sostegno; i colossali
termitai di terra cementata con speciale saliva delle termiti, duri come rocce,
che si elevano sul terreno anche fino a 7 metri; l'insuperabile alveare, con cui
le api risolvono l'arduo problema del massimo volume utile e della massima
resistenza col minimo materiale. Ricorderò, a quest'ultimo riguardo, che un
alveare capace di due chili di miele pesa a vuoto solo 40 grammi, lo spessore
delle pareti delle celle è di 7 centesimi di millimetro, la forma esagonale
(esattissima) è la più idonea per solidale robustezza e utilizzazione dello
spazio nell'insieme dei due strati di celle anteriore e posteriore (il vertice
di fondo di una celia posteriore occupa esattamente il vuoto tra i vertici di
tre celle adiacenti anteriori, strettamente combacianti perché l'angolo
dell'esagono è di 120 gradi); con grande meraviglia si è anche scoperto che la
profondità del fondo piramidale esagonale di ogni celletta è scelta con un
angolo che corrisponde al minimo sviluppo superficiale col massimo volume
(problema dell'isoperimetro) e, mentre
da un primo calcolo matematico era risultato un piccolo scarto dall'angolo
ottimale, si è poi trovato che il calcolo era stato sbagliato e che le api
avevano ragione; tutti poi conoscono la meravigliosa organizzazione sociale
delle api, con la più accurata divisione dei compiti (ci sono perfino le
ventilatrici alle porte dell'alveare), ecc. Ricorderò ancora, per esempio, lo
Sfecide di Linguadoca (popolarmente: Vespa assassina) che saetta col pungiglione
i gangli nervosi della Efippigera delle vigne e ne comprime senza ferirlo il
cervello, in modo da paralizzarla e trasportarla viva nella tana, come cibo per
le larve che nasceranno dalle uova depostevi: e sceglie la femmina perché ricca
delle proprie uova. Non posso fare a meno di citare anche la formica asiatica e
africana del genere Oecophylla (vuol
dire: casa di foglie) che vive sui rami in nidi di foglie cucite insieme. Fu
scoperta alla fine del secolo scorso. Una schiera di operaie, agganciatasi con
le unghie posteriori al lembo di una foglia, si sporgono per afferrare con le
mandibole il lembo della foglia vicina; se non vi arrivano spingono avanti,
agguantate con le mandibole a metà vita, altre operaie e, all'occorrenza altre
e altre ancora, formando una specie di braccio a sbalzo di formiche, concatenate
l'una all'altra; raggiunto, tirato e fatto combaciare quel lembo accanto al
primo, altre operaie portano con le mandibole, come fossero dei fusi, le loro
larve, dalla cui bocca spremono un filo di seta che attaccano a zig-zag ai due
lembi, fissandoli insieme; e così per altre foglie, fino a nido compiuto.
(Altri mirabili particolari in Le Scienze,
marzo 1978).
Non
dunque intelligenza, - né anima spirituale
- ma istinto, che rimane nel piano soltanto sensitivo: cieco quanto a
coscienza razionale riflessiva, mirabile quanto ad abilità naturale. Nessuna
difficoltà quindi contro la esclusiva intellettualità dell'uomo.
E
quanto al necessario intervento del sommo Artefice, si ha qui una validissima
conferma, perché tanta incosciente sapienza non può derivare che dall'Artefice
sapientissimo di quelle nature, con quegli istinti.
Infine,
prescindiamo pure, per un momento, dalle prove fin qui date, negative e
positive, della falsità dell'evoluzionismo.
Riferiamoci
semplicemente al dato sperimentale
dell'attuale mondo vivente. Senza guardare al passato, senza analizzare
l'incapacità generatrice del presunto dinamismo evolutivo, limitiamoci a
considerare il presente. Guardiamo puramente ai fatti che sono oggi davanti a noi.
Vi
leggeremo, con sorprendente e inaspettata evidenza, la negazione radicale e
inappellabile della evoluzione spontanea. E' una riflessione già accennata in
precedenti pagine, ma che qui dobbiamo sviluppare.
E'
la confutazione, più direttamente sperimentale,
dell'evoluzione spontanea.
Il
fatto attuale che colpisce è che tutte le specie viventi, pur occupando vari
gradi nella immensa scala dei viventi, sono - assolutamente tutte -, in sé, perfette e
complete. Non hanno certamente tutte la stessa perfezione e completezza.
L'Ameba, organismo unicellulare e quindi minimo, è, nel suo livello di vita,
perfetta, autosufficiente nel suo ambiente, come nei livelli più alti è
perfetto il più complicato organismo vivente. Un filo di erba è un trionfo
della vita come il cedro del Libano; una pulce è un'a meraviglia nel suo genere
come nel suo l'elefante; una lucertolina è un capolavoro come è un capolavoro
il coccodrillo; un moscerino, un'ape sono portenti come lo è un'aquila reale;
un verme è meravigliosamente rifinito, nella sua pochezza, come, nella sua
grandezza, l'uomo.
Da
notare che questa costatazione generale non sarebbe infirmata se vi fossero
alcune eccezioni. Esse confermerebbero la regola. Ma, in realtà, non vi sono; e
se alcune sembrano tali è per difetto di osservazione. Oppure vengono
considerati incompleti e imperfetti animali che hanno qualche organo non
pienamente funzionante (come le ali per la gallina e per lo struzzo); ma si
tratta di organi che non incidono nella vita ottimamente ambientata di quei
soggetti e quindi non infirmano la loro perfezione e completezza vitale.
Un
grande zoologo evoluzionista, a cui esposi il fatto, seppe oppormi solo il
celebre Ornitorinco, paradossale
mammifero australiano (che è lungo circa 50 cm. con la coda), scoperto per la
prima volta (in un esemplare imbalsamato) nel 1797, classificato infine, dopo
tante dotte dispute, nel 1884 e pienamente conosciuto solo da cinquanta anni.
Nell'ibridismo e nella rozzezza di certe caratteristiche potrebbe sembrare
effettivamente rudimentale, imperfetto anello di transizione ad altra specie
perfetta (Lamarck lo qualificò anello tra rettili e mammiferi, mentre per altri
lo sarebbe tra uccelli e mammiferi). E' infatti, contro la regola ordinaria, monotremo
(significa: un-foro) cioè con una sola uscita intestinale e urogenitale; è
mammifero, ma partorisce i piccoli (in stadio embrionale arretrato) in uova che
debbono essere per due settimane incubate dalla madre, ed ha un apparato
mammario ridotto a un trasudamento latteo convogliato dai peli della
corrispondente zona; ha pelo di lontra, coda da castoro, dita palmate e becco di
anitra (da cui il nome: ornitho,
uccello - rynchos, muso), speroni da gallo da combattimento; ha respirazione
aerea, ma adattamento ambientale spiccatamente acquatico (può stare sott'acqua
anche 10 minuti); ha temperatura propria come i mammiferi, ma assai oscillante
in relazione alla temperatura ambientale, il che ricorda i rettili. Sembra
davvero mal composto e rudimentale.
Ma
analizzandone bene struttura e costume si scopre invece che è un animale ricco
di perfezione e completezza. Il largo becco apparentemente corneo da anatra è
in realtà ricoperto di una morbida pelle, ricca di terminazioni nervose, che lo
rende ben sensibilizzato per la ricerca degli animalucci di cui l'animale si
nutre, scavando nei fondali melmosi: la perfetta chiusura delle narici, mediante
un'apposita piega cutanea, degli occhi e degli orecchi (inutili durante tale
ricerca di cibo nei fondali) facilita la lunga immersione; larga coda, estremità
palmate, corpo appiattito rendono agile il nuoto; le lunghe unghie anteriori,
ricurve e scanalate nei piccoli perché essi possano agganciarsi ai peli
ventrali materni durante le settimane di allattamento (pur essendo anche
ulteriormente sostenuti dalla larga coda della madre piegata verso il ventre)
diventano poi piene e dritte per essere idonee, insieme alle lunghe unghie
posteriori, allo scavo; la membrana delle estremità palmate, che per il nuoto
si estende oltre il perimetro delle unghie, si ritira entro di esso, scoprendo
le unghie stesse, quando servono per lo scavo; gli speroni alla base degli arti
posteriori costituiscono nei maschi organi difensivi e combattivi arricchiti di
ghiandole che secernono veleno. La coppia vive in tane, che scavano insieme, con
due aperture ben nascoste tra le radici degli alberi; ma quando la femmina deve
deporre le uova se ne costruisce da sola un'altra ben chiusa all'imboccatura,
che termina in una camera sferica, foderata di foglie e pagliuzze, dove depone e
cova una coppia di uova; in questo periodo, quando la madre esce richiude sempre
l'imboccatura; quando depone le due piccole uova (2 cm.) le attacca insieme,
evitando così che rotolino e si perdano tra le foglie. In tutto, accurata
perfezione. Un capolavoro.
Ebbene, questa perfezione che si nota in tutte le specie viventi
costituisce effettivamente un'impressionante rivelazione sperimentale
contro l'evoluzione. Se infatti la scala delle specie fosse il risultato di un
progressivo, casuale, spontaneo conato perfettivo della natura, il mondo
dovrebbe essere pieno, tra l'una e l'altra specie perfetta, di specie abbozzate,
rudimentali e incomplete, cioè in ritardo rispetto alle singole specie complete
verso cui sono avviate. Piccole o grandi che siano le "mutazioni",
avvalorate dalla "selezione", ipotizzate dall'evoluzionismo (a
prescindere ora dalla loro mancanza di efficacia, che vedemmo), tra l'una e
l'altra specie sarebbero cioè certamente dovute comparire tali specie
intermedie incomplete, di cui invece non troviamo alcuna traccia.
L'attuale
quadro del mondo vivente può essere infatti considerato come un'istantanea
del presunto lunghissimo movimento evolutivo naturale, sempre e anche
attualmente in azione. Vi si dovrebbero quindi cogliere, nella lunga scala dei
gradi di evoluzione raggiunti, non solo le specie perfette, ma anche quelle intermedie e incomplete; e
ciò, sia nel tronco principale, terminato, per ora, all'uomo, sia nelle
ramificazioni delle altre specie. Tali risultanze dovrebbero essere quindi
numerosissime. Questa istantanea dovrebbe cioè cogliere la scala evolutiva
degli esseri come, in una multipla corsa ginnica, coglierebbe, oltre i vincitori
giunti ai rispettivi traguardi, tutte le file dei ritardatari (che simboleggiano
le specie imperfette e incomplete); o come, in fabbriche costruttrici di varie
specie di macchine, nei rispettivi, successivi padiglioni, si trovano, prima i
pezzi rozzi, poi via via, quelli raffinati e montati; o come, in particolare, in
una fabbrica di automobili, si trovano prima ferri, poi telai smontati, ecc.
tutti ordinati alla macchina finale e non invece prima biciclettine, poi
biciclette, poi motociclette, ecc., che sono macchine di diverso grado, ma tutte
perfette. Ora in questa presunta fabbrica evolutiva naturale si trovano proprio
successive macchine, tutte perfette. Si deve quindi escludere che la natura sia
una grande fabbrica produttrice evolutiva.
Questo
rilievo fondamentale è ulteriormente chiarito considerando quella parte
dell'universo in cui lo sviluppo evolutivo è invece certamente avvenuto:
l'universo inanimato. L'evoluzione planetaria è un fatto abbastanza sicuro,
anche se molte modalità restano ancora incerte: e si ammette che essa prosegua
anche oggi. L'osservazione presente è pertanto come un'istantanea, che fissa un
momento degli sconfinati tempi evolutivi cosmici. In questa istantanea si notano
effettivamente le successive tappe: masse amorfe, stelle, pianeti. Niente di
simile nel mondo animato.
L'unica scappatoia contro il valore di questa prova sarebbe l'ipotesi che
tutte le linee evolutive siano ormai giunte alle rispettive strutture perfette
(come se tutti quei corridori fossero giunti ai rispettivi traguardi o tutto il
materiale di quelle fabbriche si fosse esaurito e ogni fabbrica fosse arrivata
alla finale composizione delle rispettive macchine). Ma è una ipotesi
artificiosa, completamente gratuita e che suppone un assurdo universale
sincronismo di produzione evolutiva, in tutte le disparatissime ramificazioni.
Tuttavia,
anche in questa artificiosa ipotesi l'esistenza delle suddette fasi incomplete
dovrebbe aver lasciato numerosissime tracce negli strati fossili, che sono come il museo naturale in cui sono state
fissate le varie tappe della evoluzione. Ma essi invece non rivelano che la
successione di specie perfette e costituiscono di questa prova sperimentale
antievoluzionista, una clamorosa conferma.
Escluso
l'evoluzionismo risulta provato il creazionismo,
inteso nel più generale significato di necessario
intervento del Creatore dell'universo, dell'Artefice sommo, di Dio.
Si
possono considerare tuttavia diverse possibili modalità di tale intervento. Il
creazionismo (in questo significato generale) si contrappone all'evoluzionismo,
perché nega che il mondo vivente si sia formato da sé, spontaneamente,
autonomamente: fin dalla materia del primo grumo vivente e perché, di contro,
afferma l'esistenza del Creatore e il necessario suo intervento.
Questo
potrebbe essere però concepito secondo tre modalità: intervento iniziale,
continuo, virtuale.
Questo
creazionismo s'impone - e in modo
radicalissimo - anche nell'ipotesi meccanicista più assoluta, la quale livella
tutta la realtà, vita, senso e intelligenza compresi, al puro piano
meccanicistico fisico-chimico, cioè, in definitiva, a pura vibrazione di
particelle. Parlando dei gradini della vita, dei sensi e dell'intelletto vedemmo
l'impossibilità di questa riduzione
di tutti i fenomeni a vibrazione materiale. Ma, anche nell'ipotesi che ciò
fosse vero, s'imporrebbe la necessità di spiegare il mirabile ordine
e le speciali caratteristiche di queste risultanti strutture
viventi. Basta ricordare e riassumere quanto abbiamo detto nel paragrafo
sulla impossibilità radicale generale
dell'evoluzione spontanea.
Tale
ordine postula necessariamente una causa
proporzionata, la quale "meccanicisticamente" dovrebbe trovarsi in
tutto il complesso gioco delle
particelle materiali. Ma, essendo il suo effetto mirabilmente intelligente, tale
proporzionata causa non può essere cieca,
ma intelligente (e già vedemmo la essenziale differenza tra una finale
combinazione qualunque, sottoponibile al calcolo delle probabilità, e una,
intelligentemente finalizzata, che la trascende). Siccome però l'intelligenza
non può trovarsi direttamente dentro quel gioco stesso di particelle, che sono
cieche perché puramente materiali, dovrebbe trovarsi necessariamente nella
onnipotente mente creatrice che ha loro impresso il primo impulso, idoneo a condurre tutta la sconfinata catena
conseguente di combinazioni, e reazioni, esattamente previste, fino a questo
meraviglioso ordine finale.
In
questa meccanicistica ipotesi pertanto, dato che tutto dipenderebbe da tale
iniziale e adeguato impulso del sommo Artefice, si avrebbe già, anche escluso
ogni altro intervento, un pieno creazionismo.
Intervento
continuo.
Ma
dimentichiamo ora tale ipotesi inammissibile. Già vedemmo come sia per lo meno
necessario il diretto intervento del Creatore per elevare la materia al piano
della vita e poi al piano della sensazione
e per far sorgere infine il piano del pensiero.
Le
precedenti pagine hanno però cercato di dimostrare anche l'impossibilità della
spontanea trasformazione evolutiva di ogni
specie nelle altre. Quali e quanti interventi del Creatore dobbiamo allora
postulare, oltre quelli necessari per superare i suddetti gradini della vita,
della sensazione e del pensiero?
Può Dio essere intervenuto a creare sulla terra continuamente le nuove specie?
Debbo
subito notare che qui non si tratta di sostituire l'immediato intervento di Dio
alle normali attività della natura, secondo ingenue concezioni antiquate,
dovute alle scarse conoscenze scientifiche di allora. Qui si tratta di postulare
l'intervento di Dio dove, in base alle attuali certezze scientifiche, risulta
che la natura da sola non può giungere.
E'
anche molto importante un altro rilievo. Coloro cui ripugna l'ipotesi di un
continuo intervento diretto di Dio per la creazione di nuove specie, dimenticano
che, secondo un sottile e profondo pensiero di S. Tommaso d'Aquino (che qui non
posso certo svolgere), il diretto intervento di Dio è già necessario continuamente
per mantenere sul piano dell'essere l'intero universo (per necessità metafisica
dovuta al fatto che l'universo non ha, né al principio, né mai in se stesso la
ragione della sua esistenza: è contingente e sempre dipendente dalla sua
sorgente, come una luce sempre dipende dalla sua fonte).
Dimenticano
anche che Dio certamente interviene con diretto atto creativo alla nascita di ogni
creatura umana, per infonderle l'anima spirituale. Essa infatti, appunto perché
spirituale, non può essere, né generata dalla materia (come vedemmo), né
costituire una parte dell'anima dei genitori, la quale, come entità spirituale,
è indivisibile: deve quindi essere direttamente creata da Dio.
Dimenticano
infine che gli interventi diretti di Dio non sono assimilabili a quelli di un
artefice umano che, nella sua finitezza, deve ogni volta interessarsi, guardare
e moltiplicare le sue azioni. Nell'infinito e perfettissimo spirito, quale è
Dio, tutti gli interventi attivi nel creato dipendono da un unico atto della sua
onnipotente volontà, alla luce della sua onniscienza, atto che in Dio è al di
sopra dei tempi (che a lui sono tutti presenti), benché gli effetti
si manifestino lungo tutto il corso evolutivo del creato.
L'ipotesi
quindi di numerose creazioni, cioè numerosi interventi diretti, al momento
opportuno, per il sorgere di nuove specie è ammissibile,
Ma
non è necessario pensare che Dio abbia creato dalla materia, di colpo, ogni
nuova specie. Sembra anzi più conveniente e conforme al principio di sapienza
organizzativa e di sintesi che regola l'universo, pensare ad una utilizzazione
della preesistente materia vivente. La moderna genetica rende più chiara la
possibile soluzione. Basta che il Creatore abbia determinato, al momento
opportuno, armoniche "mutazioni" e integrazioni in alcune antecedenti
strutture dei cromosomi (mutazioni armoniche
per determinare l'ordinata
strutturazione del nuovo vivente: il che invece il caso non può fare).
Non
è infine da escludere nemmeno la possibilità che nel corredo cromosomico del
primo grumo vivente fossero già inclusi virtualmente
(cioè con preordinazione positiva - come è virtuale il seme rispetto alla
pianta - non solo potenzialmente -
come è potenziale la creta rispetto alla statua -) tutte le combinazioni future
che si sarebbero attualizzate, al
momento opportuno, in conseguenza di nuovi previsti ambienti, eventualmente
integrate da opportuni superiori interventi - oltre quelli necessari per far
sbocciare la vita, la sensazione e il pensiero -
determinando via via le nuove specie.
Questa
loro successiva comparsa sarebbe allora rassomigliante alla successiva
esplosione di varie sezioni di un razzo multiplo, già tutte
pronte per l'attuazione fin dall'inizio.
Anche
in questa ipotesi tutte le specie precontenute virtualmente fin dall'inizio,
dovrebbero dirsi direttamente create
da Dio, con un intervento onnipotente anche, in un certo senso, più
meraviglioso per la preparazione e previsione di tutta la successiva attuazione.
Creazione
dell'uomo.
Qui
occorre qualche riflessione particolare.
Quanto
sopra, a rigore, potrebbe essere avvenuto anche per il primo uomo. Il suo corpo,
prodottosi così per mutazioni e attualizzazioni
successive di specie precedenti, potrebbe ancora dirsi, in riferimento a tutto
il ciclo, a partire dalla primitiva materia inanimata, "formato (da Dio)
con polvere del suolo" (Gn 2, 7). Dio avrebbe infine - dopo gli altri
integrativi interventi - aggiunto l'immediato atto della creazione e infusione
dell'anima spirituale, così, plasticamente, narrata: "gli soffiò nelle
narici un alito di vita" (ivi).
Tuttavia,
riflettendo alla superiore nobiltà della specie umana, per la trascendente
attività del pensiero e per la trascendente simbiosi unitaria del corpo con
l'anima spirituale (corpo vivificato da tale anima e reciprocamente
collaboratore strumentale dell'anima per l'esercizio del pensiero), riflettendo
al clamoroso fatto nuovo nel mondo vivente, del superamento nell'uomo, per la
spiritualità e incorruttibilità della sua anima (a cui si aggiunge, secondo la
fede, l'elevazione, con la grazia, al
piano soprannaturale e la finale
riassunzione del corpo) della fatale,
universale legge cosmica della corruttibilità e della morte, non può sfuggire
la particolare convenienza di un immediato
atto creativo anche del corpo umano (secondo il senso letterale del testo
biblico), proprio per sottolineare quel balzo in alto della realtà creata e
l'onnipotenza creatrice di Dio, così solennemente introdotta dal testo biblico
"Facciamo l'uomo a nostra immagine, a somiglianza nostra" (Gn 1, 26).
Monogenismo.
Guardando
all'attuale umanità, viene spontanea infine la domanda: Da un solo uomo, da una
sola coppia (mono-genismo, unica origine)? O da vari individui (poli-genismo,
multipla origine)?
Per
la prima soluzione già depone la stessa unità attuale della specie umana - pur
con la varietà delle razze - provata dall'uguale patrimonio cromosomico e dalla fecondità degli incroci, unità la cui
spiegazione naturale è la comune origine. Anche alla grande Tavo1a Rotonda di
Parigi, dell'UNESCO, (1969) sull'origine evolutiva dell'Homo sapiens si ebbero
forti affermazioni monogenistiche.
Anche
la comune opinione che nell'ipotesi evoluzionista sia ovvia la trasformazione
non di una sola coppia ma di molte è alquanto superficiale. Per ottenere
infatti individui della stessa specie, gli ipotetici numerosi soggetti
generatori avrebbero dovuto essere anche essi della stessa specie e così i
precedenti, dovendosi infine risalire ad una unica origine, ricadendo, in
radice, nel monogenismo, con
l'aggiunta però di una assurda sincronizzazione evolutiva, nelle successive
generazioni, per puro gioco del caso,
in tutte quelle serie di individui. Che da più individui di una specie
l'evoluzione possa produrre progressivamente varie specie, secondo la linea di
ognuno di essi, sarebbe - dal punto di vista evolutivo - logico, ma che produca
la medesima specie, no.
Esclusa
comunque l'evoluzione, non c'è più dubbio. Il sommo Artefice per creare l'unica
specie umana, doveva ovviamente darle un unico
capostipite. Anzi, dato che la prima
coppia - appunto perché prima
non poteva avere un progenitore della
stessa specie, la narrazione biblica del corpo femminile tratto, in qualche
misterioso modo, da una parte del corpo di Adamo (Gn 2, 21-22), così da
assumere la stessa specificazione somatica, se può far sorridere un pensatore
superficiale, apparisce in realtà in piena armonia con l'esigenza di un
fondamento somatico unico (popolarmente: lo stesso sangue) per la vera unità della specie umana.
S.
Paolo fu esplicito nelle sue lettere (Rm 5, 12. 19; 1 Cor 15, 45) e lo proclamò
all'Areopago di Atene: "Egli trasse da uno solo tutta la stirpe degli
uomini" (Atti 17, 26).