LA VERITA’ SUL CODICE DA VINCI

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INTRODUZIONE

1. Un best seller contro la fede

Il famigerato libro Il Codice da Vinci di Dan Brown ha avuto un suc­cesso editoriale travolgente: più di 30 milioni di copie vendute, un affare di centinaia di milioni di euro! Pur essendo un romanzo, un'opera di pura fantasia, piena di innumerevoli errori, molti lettori (anche cristiani) lo hanno preso come oro colato e sono rimasti sconcertati, fino a mettere in dubbio (e addirittura abbandonare) la loro stessa fede cristiana!

È noto, purtroppo, che molti imparano la storia dai romanzi e dai film. La capacità di registi o scrittori di condizionare i sentimenti e modificare le opinioni del pubblico è una triste realtà dei nostri tempi.

La cosa però ha in questo caso un aspetto di particolare gravità, in quan­to manipola la storia e offende la Chiesa Cattolica e tutti i Cristiani. Con lo scopo di accendere negli animi odio contro il Cattolicesimo, si cerca di far passare per vere certe fantasie da novella, si tenta di convincere che ciò che è stato scritto osserva un rigore storico che invece non c'è, si calun­niano persone ed istituzioni della Chiesa. Se le stesse falsità fossero state scritte contro altre religioni, non vi sarebbe stato un solo editore che avreb­be accettato di pubblicare il libro, ed alta sarebbe stata l'indignazione. Purtroppo nella società che ha le sue origini nel cristianesimo e che conta gli anni a partire della data di nascita di Gesù Cristo, per paura di apparire troppo coerenti al proprio credo - come se il credere in ciò che uno crede possa essere inteso come un sopraffare chi ha un credo diverso - si prefe­

risce tacere anziché ribellarsi, per non apparire troppo "ortodosso". La libertà di scrivere ha dei limiti ben precisi nel non offendere gli altri con affermazioni scientificamente false, e nel rispetto dello dignità di un popo­lo. In questo libro questi limiti sono stati superati.

Josè Antonio Ullate, giornalista e scrittore spagnolo, ha scritto «La ver­dad sobre al Codigo da Vinci» (Lo verità sul Codice da Vinci, pubblicato in Spagna dalle edizioni LibrosLibres) ottenendo a sua volta un largo suc­cesso sul mercato spagnolo. In Italia uscirà a maggio 2006 per l'editore Sperling & Kupfer.

Ullate sostiene che la spinta a scrivere è nata dalla sua volontà di chia­rire gli equivoci provocati dal bestseller e così instaurare un dialogo con i lettori di Dan Brown, soprattutto quelli cattolici che si sono lasciati sedur­re dall'americano. "Mi ha colpito - dice - l'ingenuità dimostrata dagli innu­merevoli lettori cristani attratti dal libro, ritenuto un ritratto veritiero del primo Cristianesimo e della Chiesa cattolica, un'operetta innocua. È solo un romanzo, sostengono gli ingenui, e via a raccomandare il libro ad amici e conoscenti. Ma proprio dall'ingenuilà nasce il danno maggiore, perché un romanzo può far vacillare la fede in gente che si pone di fronte alla reli­gione in modo superficiale. Il lettore di oggi è meno critico rispetto ai let­tori delle precedenti generazioni".

Ullate si accende di indignazione, pensando alla prossima pellicola hol­lywoodiana'. "Tutti questi argomenti - efferma - ridotti a un guazzabuglio trattato in modo superficiale e con volgari errori dovrebbero mettere in guardia il lettore cristiano che non si accorge come, dietro un'impalcatura così debole, si nasconde la volontà sistematica di portare un attaco al cuore del Cristianesimo. Non sanno che dietro l'astuto thriller si nasconde la voglia di distruggere la dottrina cattolica e la storia della Chiesa".

Lo storico e sociologo americano Philip Jenkins, nel libro "Anticattolicesimo, ultimo pregiudizio accettabile", ritiene che il romanzo di Brown sia un esempio di pregiudizio anticattolico. Che cosa sarebbe accaduto, se Dan Brown avesse scritto un libro contro l'Islam con la stes­sa potenza di fuoco utilizzata dal Codice da Vinci contro il Cristianesimo? «Non posso immaginare - risponde con un amaro sorriso - che cosa sareb­be successo al signor Brown se avesse offeso l'Islam come ha offeso Gesù e il Cristianesimo. La reazione dei musulmani sarebbe stata molto violen­ta. I dogmi religiosi sono intoccabili e la loro difesa può non essere razio­nale. Comunque, sono sicuro che nessuno avrebbe osato scrivere un libro del genere per timore delle reazioni, anche fisiche».

 

2. «Codice da Vinci»: breve trama

Il Codice da Vinci ha una trama complessa e intricata. Eccone una breve sintesi. A Parigi, il famoso curatore del Louvre Jacques Saunière è vittima di un misterioso omicidio. A causa dei singolari simboli religiosi ritrovati sulla scena del delitto, e tracciati da Saunière prima di morire, viene chiamato a investigare un esperto di simbologia religiosa dell'università di Harvard, Robert Langdon, che si trova a Parigi per tenere una conferenza. A lui si aggiunge una crittologa che lavora per la polizia giudiziaria, Sophie Neveu. Coincidenza vuole che la donna sia la nipote della vittima, di cui, però, non aveva più notizie da ormai dieci anni. Durante le indagi­ni, Langdon e Neveu scoprono che Saunière era a capo di una setta religio­sa segreta, conosciuta come il Priorato di Sion, custode del segreto sulla vera natura del santo Graal e sul luogo dove è nascosto.

Per una serie di circostanze singolari, e sulla scia delle tracce lasciate da Saunière, Langdon e Neveu iniziano una ricerca, con l'obiettivo di trovare il misterioso e tanto agognato santo Graal. Ma sulle tracce dell'oggetto del desiderio ci sono anche gli assassini di Saunière, che hanno ucciso l'uomo tentando di scoprirne il nascondiglio. Queste figure misteriose si sono ser­vite di alcuni membri dell'Opus Dei per arrivare al luogo in cui è conser­vato il santo Graal.

Nel corso della vicenda Langdon e Neveu incontrano Sir Leigh Teabing, un ricco aristocratico esperto del Graal, che discute con loro i misteri legati al contesto storico. In realtà il Graal non è il calice di Cristo, ma una persona: si tratta di Maria Maddalena, moglie e amante di Gesù, che rimase incinta e gli diede una figlia. Dopo la crocifissione, la donna si rifugiò in Francia e lì la discendenza divina di Cristo continuò nei secoli.

L'esistenza di alcuni discendenti di Cristo era documentata da testi segreti che celebravano il principio del femminino sacro nella Chiesa delle origini: fra questi, numerosi vangeli primitivi che furono eliminati dalle autorità cristiane, soprattutto dall'imperatore Costantino, nel IV secolo dopo Cristo. Nel selezionare i testi da includere nel Nuovo Testamento Costantino ne fece distruggere oltre ottanta, elevò Gesù da semplice mor­tale a Figlio di Dio e impose il totale silenzio sulla tradizione legata a Maria Maddalena e al femminino sacro, demonizzandolo all'interno della cristianità e distruggendone la vera natura celebrativa della divinità fem­minile.

Ma da secoli il Priorato di Sion conosce la verità su Gesù e Maria Maddalena e si riunisce in segreto per celebrare la loro sacra unione e per venerare il femminino sacro. Questa setta, di cui Jacques Saunière è stato l'ultimo capo in ordine di tempo, protegge la tomba di Maria Maddalena e centinaia di documenti che fanno luce sulla verità.

Altri famosi personaggi avevano guidato il Priorato di Sion e celebrato il matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena. Tra questi spicca il nome di Leonardo da Vinci, che ritrasse la donna nel suo celebre dipinto dell'Ultima cena e che in molte altre opere accennò alla vera natura di quella relazione, così che chiunque ne fosse stato a conoscenza si sarebbe rallegrato nel vederla ogni volta riaffermata.

Con l'aiuto di Sir Leigh Teabing, a poco a poco Langdon e Nevet, risol­vono il mistero che avvolge il Graal e i documenti segreti che rivelano il suo vero potere. Seguendo un intricato labirinto di crittogrammi, che li conducono da un luogo all'altro, arrivano alla verità sul Graal e al luogo dov'è tenuto nascosto.

Quanto c'è di vero nel Codice da Vinci? È il romanzo stesso a solleva­re la questione. A pagina 9, infatti, prima del Prologo, Brown specifica che "Tutte le descrizioni di opere d'arte e architettoniche, di documenti e ritua­li segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà". Niente di più falso! Lo scopo della nostra analisi è mostrare le menzogne di Brown per quei lettori che vogliono conoscere le radici documentate del Cristianesimo e, soprattutto, la vita di Gesù ed i testi che compongono il Nuovo Testamento.

 

II. COSTANTINO ED IL CRISTIANESIMO

Brown pretende che l'attuale Nuovo Testamento sia una falsificazione di Costantino, imperatore romano del IV secolo che ha soppiantato le vere narrazioni ora rappresentate solo dai sopravvissuti testi gnostici. Afferma - con una bella faccia tosta - che Cristo non fu considerato divino fino al Concilio di Nicea, che lo proclamò Dio nel 325 d. C. agli ordini dell'im­peratore. Poi Costantino, adoratore del dio Sole per tutta una vita, ordinò che tutti i testi scritturistici più antichi fossero distrutti ed è per questo che nessuna serie completa di Vangeli è anteriore al IV secolo.

Non è affatto vero che Costantino rimase pagano per tutta la vita e che non si convertì mai totalmente al Cristianesimo. Ma vediamo dapprima le vicende del Cristianesimo che portarono alla sua conversione.

 

1. Le lotte tra cristiani e pagani

Non è corretto affermare, come fa Teabing, che «cristiani e pagani cominciavano a litigare e il conflitto saliva a tali proporzioni da minaccia­re di spaccare Roma» (p. 272).

La realtà era ben diversa. Prima di Costantino, i Cristiani dell'inizio del IV secolo erano una piccola minoranza all'interno dell'impero e venivano perseguitati dalle maggioranze, pagani o autorità di governo che fossero. Le ragioni per cui i pagani odiavano i Cristiani erano legate alla concezio­ne pagana degli dèi, concepiti come coloro che fornivano le cose buone della vita: salute, prosperità, amore, pace, fertilità e così via; e che faceva­no questo solo in cambio dell'adorazione, cioè il sacrificio di un animale o di cibo e preghiere recitate in loro onore.

Ma che cosa accadeva quando non veniva tributato loro il riconosci­mento dovuto? Potevano adirarsi, e quando succedeva erano guai. Gli dèi si vendicavano con calamità «naturali» di ogni sorta: pestilenze, carestie, siccità, terremoti. La spiegazione piu semplice di questi eventi era che fos­sero stati gli dèi a causarli per la mancanza di attenzioni appropriate. Ma chi è che rifiutava di adorare gli dèi nel modo che richiedevano? 1 Cristiani, i quali insistevano nel dire che c'era un solo Dio, il Dio di Gesù, e che bisognava adorare solo lui 2. Ecco la reale situazione dei rapporti tra Cristiani e pagani nell'impero. Non si trattava - come sostiene Teabing - di due fazioni in lotta. Si trattava invece della persecuzione della minoran­za cristiana da parte della maggioranza pagana.

Le persecuzioni dei Cristiani erano giunte a un punto critico proprio prima dell'ingresso in scena di Costantino. Il suo predecessore, Diocleziano che governava la parte orientale dell'impero decise che si doveva trovare una volta per tutte una soluzione al problema dei cristiani, allora probabilmente in un numero corrispondente al 5-8 per cento della popolazione dell'impero. E così, nell'anno 303 d. C. diede avvio alle per­secuzioni in tutto l'impero, d'accordo con Massimiano che governava la parte occidentale.

Nel riassunto di Teabing è Costantino a porre fine al conflitto tra paga­ni e Cristiani nell'anno 325 d.C. Anche questo è inesatto. Costantino pro­clamò la sospensione delle persecuzioni nel 313 d.C., l'anno dopo la sua conversione. E inconfutabile, comunque - contrariamente all'affermazione di Teabing - che Costantino non rimase un pagano convinto per tutta la vita. A detta dello stesso imperatore, la conversione coincise con un momento decisivo, sul campo di battaglia.

 

2. La conversione di Costantino

La conversione di Costantino al Cristianesimo è narrata dal suo bio­grafo, Eusebio, un autore cristiano del IV secolo, che è stato soprannomi­nato "il padre della storia della Chiesa", poiché fu il primo cristiano a scri­vere, appunto, un resoconto completo di questa vicenda dai tempi di Gesù fino ai suoi, cioè all'epoca di Costantino. Oltre alla Storia ecclesiastica in dieci volumi, Eusebio scrisse una biografia dell'imperatore. Eusebio sostiene di aver sentito parlare della famosa conversione da Costantino in persona.

In ogni caso il contesto storico della conversione è chiaro. Dopo l'ab­dicazione volontaria di Diocleziano nel 305 d.C.,Costantino divenne impe­ratore dopo aver sconfitto Massimiano. Marciò poi su Roma per sbaraz­zarsi anche del figlio di Massimiano, Massenzio. Al ponte Milvio, sul Tevere, ebbe luogo una grande battaglia. In seguito, Costantino raccontò di un segno soprannaturale, che gli si era manifestato prima dello scontro e che lo aveva spinto ad abbracciare il Cristianesimo come l'unica vera reli­gione. Vide nel cielo una croce luminosissima, con la scritta IN HOC SIGNO VINCES, cioè "CON QUESTO SEGNO VINCERAI!". Quella notte sognò Cristo, che gli si presentò con lo stesso simbolo e gli disse di usarlo a protezione contro il nemico. Con quel simbolo, dunque, diede battaglia a Massenzio al Ponte Milvio ed ottenne una vittoria strepitosa, diventando imperatore d'Occidente (un altro generale, Licinio, era impe­ratore d'Oriente).

Contrariamente a quanto afferma Dan Brown, di certo Costantino cominciò a considerarsi in qualche modo cristiano a partire dal 312 d.C. L'anno sucessivo Costantino si accordò con Licinio, che governava la parte orientale dell'impero, per proclamare su tutto il territorio la cessa­zione delle ostilità contro i cristiani. Fu necessario promulgare un editto, noto come Editto di Milano, che garantiva a tutti i cittadini dell'impero, cristiani, pagani ed ebrei, la libertà di adorare il dio o gli dèi che preferi­vano nei modi appropriati. Fu questo editto - e non il Concilio convocato dodici anni dopo a Nicea - a porre fine ai conflitti tra pagani e cristiani.

Da quel momento in poi, Costantino si considerò e fu considerato cri­stiano, sebbene, come già chiarito, per una decina d'anni ancora siano sopravvissute vestigia della sua precedente devozione a divinità pagane. Ma già intorno al 320 d.C. era fermamente convinto della fede cristiana.

Teabing (cioè Dan Brown) ha ragione quando afferma che fu battezzato solo sul letto di morte (nel 337 d.C.), ma non lo fu contro la sua volontà, come insinua il personaggio. Infatti non era affatto raro che i cristiani aspettassero fino alla fine a ricevere il battesimo. Già molto tempo prima, comunque, Costantino aveva reso nota la sua fede cristiana, per mezzo, tra l'altro, delle elargizioni che aveva riversato sulla Chiesa e sul clero per più di vent'anni.

È difficile accettare l'idea di Teabing (cioè Dan Brown) quando affer­ma che l'imperatore aveva semplicemente deciso di «puntare sul cavallo favorito». È chiaro che Costantino intendesse unificare l'impero che era stato tanto a lungo diviso (durante i cinquant'ami precedenti l'impero aveva visto venti imperatori diversi).

Infatti il personaggio del romanzo afferma - a torto - che solo dal con­cilio di Nicea (325 d.C.) Costantino cercò di unificare il suo impero sotto il cristianesimo. In realtà il processo era già in corso. Ma sfruttare il Cristianesimo, come mezzo di unificazione poneva un problema: la Chiesa stessa era disunita su molte questioni fondamentali, non ultime le vedute teologiche. Perché il Cristianesimo potesse unificare l'impero, bisognava prima dare unità al Cristianesimo stesso. Ed ecco la vera ragione per cui Costantino convocò un Concilio di vescovi cristiani (circa 200-250) per risolvere problemi che avevano causato controversie tra i fedeli; si tenne nella città di Nicea e fu perciò chiamato Concilio di Nicea

 

3. Il Concilio di Nicea

Teabing cita il Concilio durante la conversazione nel suo salotto con Sophie Nevau, alla quale spiega che fu convocato da Costantino per met­tere ai voti il principio della divinità di Gesù come strategia di consolida­mento del potere dell'imperatore (pp. 273-74). Costantino effettivamente convocò il Concilio di Nicea e uno degli argomenti discussi era davvero la divinità di Gesù. Ma il Concilio non si era riunito per decidere se Gesù fosse divino o meno, come sostiene Teabing. Semmai il contrario: tutti i partecipanti - come del resto praticamente tutti i cristiani del mondo di allora - concordavano già sulla divinità di Gesù, il Figlio di Dio. Oggetto di dibattito era invece come interpretare tale divinità alla luce del fatto che Gesù era anche umano. Inoltre, se c'era un unico Dio, come era possibile che sia Gesù sia Dio fossero Dio?

Ecco quali furono le questioni discusse a Nicea; non se Gesù fosse divi­no. E certamente non ci fu alcun voto per stabilirne la divinità: era cosa risaputa da tutti i cristiani, fin dai primi anni della diffusione della nuova religione.

 

4. La divinità e l'umanità di Gesù

In effetti, il quadro che Teabing presenta a Sophie durante la discussio­ne sulla natura divina di Gesù è contraddittorio. Da un lato afferma che quel principio non fu accettato fino al Concilio di Nicea, nel 325 d.C.; dal­l'altro sostiene che Costantino incluse nel canone delle Scritture solo i van­geli che dipingevano Gesù come divino, escludendo quelli che invece lo presentavano come umano. Ma se la divinità di Gesù non fosse stata rico­nosciuta dai Cristiani fino al Concilio (come dice Teabing), come era pos­sibile che i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni ne affermassero chiaramente la divinità già nel 1 secolo?

Anche prescindendo da questa contraddizione, Teabing (cioè Dan Brown) sbaglia su tutti i punti:

- prima di Nicea i cristiani accettavano già la divinità di Gesù;

- i Vangeli del Nuovo Testamento lo presentano tanto umano quanto divi­no;

- perfino i vangeli apocrifi (scritti da eretici e perciò esclusi dall'elenco dei libri sacri, cioè dal cànone), presentano Gesù tanto divino quanto umano, o anche più divino che umano.

I più antichi scritti cristiani pervenuti sino a noi sono quelli dell'apo­stolo Paolo. Paolo scrisse le sue lettere venti o trent'anni dopo la morte di Gesù (250 anni prima del Concilio di Nicea) e non c'è alcun dubbio che il loro autore ritenesse Gesù Cristo divino. Infatti in una delle prime lettere, quella ai Fiippesi: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua ugua­glianza con Dio; ma spogliò se .stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso informa umana..." (Fil 2, 5-7)

La divinità di Gesù Cristo è chiaramente e continuamente affermata anche in altri scritti del Nuovo Testamento. In tutti gli scritti, uno degli appellativi più frequenti di Gesù è «Figlio di Dio». Dunque l'epiteto non gli fu certo attribuito sulla base di un voto al Concilio di Nicea, centinaia di anni dopo! Il vangelo più antico, quello di Marco, si apre con l'esposi­zione dell'argomento: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio»

(Mc l,1). L'ultimo dei quattro vangeli canonici, quello di Giovanni, è anche più esplicito. Gesù non è solo il Figlio di Dio (si veda Gv 1, 18; 3, 16-18), ma è Dio anche Lui .

Ecco che cosa afferma l'inno in apertura del Vangelo di Giovanni: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato,fàtto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. (Gv 1, 1-3)

E chi è, per Giovanni, questo «Verbo» che in principio era presso Dio e che era esso stesso Dio? Non ci sono dubbi sulla sua identità, perché alla fine dell'inno leggiamo:

E il Verbo si,fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e verità! La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1,14-17).

Per l'autore, già nel 1 secolo, Gesù Cristo è un essere divino (il «Verbo») attraverso cui Dio ha creato il mondo, un essere che ha rivelato Dio al suo popolo, poiché era egli stesso una divinità scesa dal cielo e fat­tasi carne.

Nel Vangelo di Giovanni Gesù in persona proclama la sua uguaglianza con Dio. In un punto dice: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30). Per questa ragione nel Vangelo di Giovanni i seguaci di Gesù ne rico­noscono la natura divina, compreso, alla conclusione del racconto, il dub­bioso Tommaso, che lo vede resuscitato dai morti e proclama: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20, 28).

Tuttavia, il riconoscimento della divinità di Gesù non è circoscritto a Paolo e ai Vangeli, ma è una verità indiscussa tra gli autori cristiani dei primi secoli. Il martire cristiano Ignazio di Antiochia, uno dei più antichi autori al di fuori del Nuovo Testamento (morto nell'anno 110 d.C.), ha scritto nel suo personalissimo stile poetico: "Non c'è che un solo medico, materiale e spirituale, generato e ingene­rato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore (Ignazio, Agli Efesini, 7,2)".

Fin dall'inizio - fin dai primissimi scritti cristiani giunti a noi (e quin­di ben prima di Costantino) - fu del tutto ovvio considerare Gesù come Dio.

Che cosa ha a che vedere con Costantino tutto questo? Come abbiamo visto - e come ci indica anche Leigh Teabing - Costantino voleva che il Cristianesimo lo aiutasse a unificare il suo impero. Ma come poteva, se lo stesso Cristianesimo era diviso al suo interno su quella che allora era con­siderata una questione teologica fondamentale (anzi, forse in un certo mo­do la questione teologica per eccellenza), cioè la natura di Dio? Costantino, che voleva l'unità della Chiesa perché voleva l'unità dell'im­pero, convocò un Concilio per decidere della questione posta da Ario: se cioè Cristo fosse una creatura umana o se fosse coeterno e uguale a Dio.

Il Concilio di Nicea si riuni nel 325 d.C. per discuterne. Contrariamente a quanto afferma Leigh Teabing, non ci fu un «voto» con una maggioran­za assai ristretta. La grande maggioranza dei 200 o 250 vescovi presenti si schierarono con Atanasio e contro Ario. E ancora più importante è il fatto che, a differenza di quanto dice Teabing, non si trattò di un voto sulla divi­nità di Gesù, cosa in cui i cristiani credevano già da duecentocinquant'an­ni. L'unico dubbio riguardava il come lo fosse ed è su questo che il Concilio di Nicea fu chiamato a decidere.

 

III. I ROTOLI DEL MAR MORTO E LA BIBLIOTECA DI NAG HAMMADI

1. Altri Vangeli?

Quando Leigh Teabing, nel suo salotto, spiega a Sophie Neveu la «reale» natura di Cristo, osserva che, sebbene i Vangeli del Nuovo Testamento presentino un Gesù divino e non umano - concetto, come abbiamo già visto, errato - al tempo dei primi cristiani esistevano altri van­geli che presentavano Gesù come uomo. Il personaggio dice che questi vangeli sono stati scoperti in un'epoca relativamente recente, tra i reperti archeologici dei Rotoli del Mar Morto e tra i documenti dissotterrati vici­no a Nag Hammadi, in Egitto.

Ecco le parole di Teabing a Sophie: «Fortunatamente per gli storici» disse Teabing «alcuni dei vangeli che Costantino cercò di cancellare riuscirono a sopravvivere. I Rotoli del Mar Morto furono trovati verso il 1950 in una caverna nei pressi di Qumran, nel deserto di Giudea. E abbiamo anche i Rotoli copti scoperti nel 1945 a Nag Hammadi. Oltre a raccontare la vera storia del Graal, questi documenti parlano del ministero di Cristo in termini profondamente umani. Naturalmente, il Vaticano, per non smen­tire la sua tradizione di disinformazione, ha cercato di impedire la diffusione di questi testi.» (p. 275)

Come al solito buona parte delle affermazioni di Teabing sono storica­mente inesatte. Infatti:

a. come vedremo più avanti, Costantino non cercò di cancellare nessuno dei vangeli più antichi;

b. i Rotoli del Mar Morto non contengono vangeli, nè alcun documento che parli di Cristo o del cristianesimo; sono testi ebraici;

c. furono scoperti nel 1947, non negli anni Cinquanta;

d. i documenti copti di Nag Hammadi sono libri e non rotoli (una differen­za importante per la storia dei primi libri cristiani);

e. nè questi nè i Rotoli del Mar Morto parlano del Graal;

f. né parlano del ministero di Gesù «in termini profondamente umani»; anzi, il Gesù delle fonti di Nag Hammadi è anche più divino di quello dei Vangeli del Nuovo Testamento;

g. il Vaticano non ha avuto nulla a che vedere con l'insabbiamento dei due ritrovamenti.

 

2. I rotoli del Mar Morto

1 manoscritti infatti risalgono a circa duemila anni fa. Furono compilati e utilizzati da una setta di ebrei vissuti più o meno all'epoca di Gesù, in un insediamento oggi noto come le rovine di Qumran, non lontano dalle grot­te, dove tali manoscritti vennero ritrovati.

Il ritrovamento è molto significativo perché ci fornisce informazioni fondamentali sui mutamenti in corso all'interno dell'ebraismo nei secoli a cavallo dell'inizio dell'èra cristiana. È inoltre utile per capire il Cristianesimo non, come sostiene Teabing, perché si tratta di vangeli ma perché i documenti raccontano dell'ebraismo dei tempi di Gesù.

Non si tratta affatto di documenti cristiani: sono tutti testi ebraici, scrit­ti da ebrei, copiati da ebrei e usati da ebrei all'epoca di Gesù (tra il 150 a.C. e il 70 d.C.).

Nel complesso, i rotoli rinvenuti nelle undici grotte contengono tutti i libri della Bibbia ebraica, con l'eccezione di Ester. La scoperta dei mano­scritti biblici è significativa, perché ci permettono di stabilire con quale grado di fedeltà siano stati trascritti nei secoli i testi della Bibbia ebraica. Si è così scoperto che, secolo dopo secolo, sono stati copiati con grande accuratezza.

Tra i documenti di Qumran, sono presenti altri libri che gli studiosi hanno chiamato «settari», a significare che riguardano la vita della comu­nità: regole di comportamento, requisiti di ammissione, punizioni per la violazione della politica comune e così via. Gli esperti sono concordi nel sostenere che la comunità fosse costituita da un gruppo di ebrei noti da altre fonti antiche come Esseni. La lettura dei libri «settari» chiarisce che la comunità degli Esseni era caratterizzata dalla massiccia presenza di uomini celibi che avevano dedicato la propria vita alla purezza, nella con­vinzione che la fine del mondo fosse vicina. Credevano che presto Dio sarebbe intervenuto nella storia, per rovesciare le forze del male e per pre­miare i giusti.

Nel complesso, si tratta di scoperte molto significative per capire l'ebraismo dei tempi di Gesù, anche se non fanno mai riferimento a lui in particolare o ai suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene Leigh Teabing.

I Rotoli del Mar Morto sono importanti, ma non perché, come afferma Dan Brown, contengono testi esplicitamente cristiani (si è visto che sono in tutto e per tutto ebraici) e nemmeno perché contengono Vangeli più veritieri di quelli del Nuovo Testamento; infatti tra le centinaia di docu­menti rinvenuti a Qumran non ci sono vangeli. Nè perché ritraggono un Gesù più umano di quello dei Vangeli canonici, in quanto i Rotoli non dicono proprio nulla su Gesù, ma aiutano a chiarire in quale contesto vivevano Gesù e i primi cristiani.

 

3. La biblioteca di Nag Hammadi

Nel Codice da Vinci, Leigh Teabing, quando cerca di convincere Sophie Neveu che i primi documenti sul Cristo lo ritraggono in termini più umani che divini, decide di mostrarle le prove. Discutono dell'argomento nello studio di lui e Teabing prende da uno scaffale un libro intitolato I vangeli gnostici, dicendo che contiene «fotografie di brani ingranditi di antichi documenti». Quindi informa Sophie: «Queste sono fotocopie dei Rotoli di Nag Hammadi e *del Mar Morto... i più antichi documenti cristiani» (p. 288).

Abbiamo già detto che i Rotoli del Mar Morto non sono antichi docu­menti cristiani.

Inoltre nel romanzo di Brown, Leigh Teabing afferma che i vangeli gnostici di Nag Hammadi ritraggono Cristo più come uomo che come Dio, contrariamente a quelli del Nuovo Testamento.

È vero che questi documenti gnostici presentano Cristo in maniera diversa rispetto al Nuovo Testamento; però ha torto quando afferma che la differenza consiste nella rappresentazione di un Gesù completamente umano. Si tratta dell'esatto contrario. Questi scritti non sottolineano affat­to l'umanità di Gesù; nemmeno quello citato da Teabing, il Vangelo di Filippo, né altri (tra cui quello davvero importante per il Codice da Vinci, il Vangelo di Maria, che non fu rinvenuto a Nag Hammadi ma altrove). Al­cuni testi immaginano un Cristo divino che ha assunto sembianze umane; altri, più numerosi, vedono l'essere umano Gesù come tale, ma non attri­buiscono importanza tanto alla sua natura umana, quanto alla sua natura di temporanea dimora del Cristo divino, venuto a portare la salvezza attra­verso la rivelazione della verità sulla condizione umana a chi è in grado di raggiungere la conoscenza, che porta a sua volta alla liberazione.

Per gli storici e i critici, questi documenti costituiscono una fonte vali­dissima per la comprensione del contesto dell'epoca di Gesù.

Ma è importante sapere che cosa ci dicono di quel contesto. Il travisa­mento o la falsificazione delle fonti antiche è un errore grave quanto igno­rarle del tutto. E Teabing commette numerosi errori fondamentali quando afferma l'importanza di queste scoperte archeologiche moderne. I Rotoli del Mar Morto sono ebraici, non cristiani, e sono importanti soprattutto perché ci forniscono una chiave per conoscere il contesto in cui la figura di Gesù si è manifestata. Tuttavia non citano mai Gesù nè tanto meno sot­tolineano qualche lato della sua natura. Alcuni dei documenti di Nag Hammadi, invece citano Gesù. Ne fanno parte i vangeli gnostici.

Lungi però dal presentare un Gesù umano, questi documenti sono più interessati alle sue qualità divine.

Esamineremo alcuni di questi vangeli - testi primitivi che non furono inclusi nel canone neotestamentario - in modo da capire meglio fino a che punto Teabing sia fuori strada, quando afferma che i vangeli scartati dalla Chiesa primitiva ritraggono un Gesù più umano di quello dei quattro testi canonici. È tutto il contrario: sono i vangeli del Nuovo Testamento a dipingere un Gesù umano, mentre gli altri si spingono a rappresentazioni sovrumane. Questo vale non solo per i documenti di Nag Hammadi, ma anche per gli altri vangeli - gnostici e non - riscoperti in epoca modernab.

 

IV GLI ALTRI VANGELI

l. I vangeli gnostici

Come abbiamo visto, una delle questioni storiche fondamentali solle­vate da Leigh Teabing nel Codice da Vinci riguarda un antico «insabbia­mento». A suo parere, la Chiesa delle origini tentò di trasformare Gesù da uomo in figura divina, ma il compito fu difficile perché gran parte dei primi vangeli raffigurava Gesù in tutta la sua natura umana e non divina. La soluzione fu scontata: la Chiesa scelse i quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, che presentano Gesù come divino - asserisce Teabing - e distrusse tutte le altre testimonianze precedenti che ga­rantivano una maggiore precisione storica. Come spiega il personaggio a Sophie Neveu nel suo studio: «Gesù Cristo è una figura storica di enorme influenza forse il leader più enigmatico e seguito che il mondo abbia conosciuto. Com'è comprensibile, la sua vita è stata scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre ... Più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento, tra cui quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.» (pp. 271-272).

In seguito, sempre nello studio di Teabing, la conversazione prosegue, ma si sposta sul problema cruciale della relazione tra Gesù e Maddalena. «Come ho detto» spiegò Teabing «la Chiesa delle origini doveva convincere il mondo che il profeta mortale Gesù era un essere divino. Di conseguenza, ogni vangelo che descriveva gli aspetti terreni della vita di Gesù doveva essere omes­so dalla Bibbia. Purtroppo per quei vecchi correttori un tema terreno particolar­mente preoccupante continuava a presentarsi nei vangeli: Maria Maddalena». Fece una breve pausa. «O, più in particolare, il suo matrimonio con Gesù Cristo». (p. 286; corsivi dell'autore).

Il racconto di Teabing presenta numerosi errori dal punto di vista stori­co. Come vedremo in un capitolo successivo, le parole e l'operato di Gesù non furono affatto registrate da «migliaia» di persone durante la sua vita. E non si prese in considerazione il fatto di includere ottanta vangeli nel Nuovo Testamento. Inoltre, non è corretto dire che quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni furono «tra» quelli inclusi, poiché furono i soli a essere inclusi. Perciò Teabing sbaglia quando asserisce che ne furono esa­minati oltre ottanta da inserire nel Nuovo Testamento. Oggi conosciamo l'esistenza solo di almeno una ventina di vangeli ma sono i vangeli gno­stici, scritti da eretici per diffondere le loro eresie e perciò esclusi giusta­mente dall'elenco dei libri sacri o canone.

Tuttavia non si può certo dire che tali vangeli gnostici siano più accu­rati dal punto di vista storico, né si può affermare che raffigurino un Gesù più umano e tanto meno sposato con Maria Maddalena, come invece afferma Brown. Semmai è vero il contrario! Come indicato nel capitolo precedente, la maggior parte di questi testi presenta un Gesù ancor più divino dei quattro che costituiscono il canone, e in nessuno di quelli extra­canonici si fa riferimento al fatto che Gesù fosse sposato, nè tanto meno con Maria Maddalena.

 

2. Il Vangelo dello Pseudo Tommaso

Il testo chiamato Vangelo dello Pseudo Tommaso (da non confondersi con il Vangelo di Tommaso scoperto vicino a Nag Hammadi) affronta la vita di Gesù da bambino. Alcuni studiosi fanno risalire il documento ai primi anni del II secolo dopo Cristo, facendone quindi uno dei primi van­geli extracanonici sopravvissuti. Ci si aspetterebbe di trovare un Gesù estremamente umano, poiché è la cronaca della sua infanzia. Ma sfortuna­tamente per la tesi di Teabing, anche questo primo documento presenta un Gesù superumano, piuttosto che il contrario. In ogni caso il Gesù qui rap­presentato non è semplicemente umano, è un bambino prodigio dotato di poteri soprannaturali.

 

3. Il Vangelo di Pietro

Un racconto del tutto diverso, conosciuto come il Vangelo di Pietro, si occupa non dell'infanzia di Gesù bensì delle sue ultime ore (probabilmen­te risale al II secolo d. C.). Ancora una volta, da questo documento ci si potrebbe aspettare un Gesù molto umano, e invece vengono ulteriormente enfatizzati i suoi poteri soprannaturali. In questo scritto Maria Maddalena va al sepolcro con altre donne per dare alla salma di Gesù una sepoltura più adeguata, ma trova il sepolcro vuoto e un giovinetto che le annuncia che il Signore è risuscitato e se n'è andato. (Questo è l'unico passo in cui si cita Maria Maddalena, non si dice nulla riguardo a una sua relazione «partico­lare» con Gesù.)

Sfortunatamente per la tesi di Leigh Teabing, non mette in evidenza la natura umana di Gesù e non menziona una relazione intima, e men che meno coniugale, tra lui e Maria Maddalena. Lei è, più semplicemente, la prima persona che, insieme alle altre donne, arriva al sepolcro-dopo la morte di Gesù, proprio come riferito dai quattro vangeli.

Teabing, di certo, non parla direttamente del vangelo dello Pseudo Tommaso o di quello di Pietro, conosciuti prima della scoperta della biblio­teca di Nag Hammadi, ma cita vangeli «gnostici» che sono stati rinvenuti in quell'occasione. Sono forse questi vangeli scoperti più recentemente a sostenere la sua tesi sulla natura umana di Gesù e sul matrimonio con Maria Maddalena?

 

4. L'Apocalisse copta di Pietro

Uno dei documenti provenienti dalla biblioteca di Nag Hammadi con­tiene uno dei resoconti più interessanti sulla morte di Gesù. Questo testo non è un vangelo bensì un'apocalisse (una rivelazione); è falsamente attri­buito a Pietro, anche se l'autore di fatto è anonimo. Una delle caratteristi­che più singolari è che questo documento gnostico è stato chiaramente scritto in risposta ai Cristiani che attaccavano lo gnosticismo. Tuttavia piuttosto che contrastare l'affermazione che Gesù era divino, l'autore li attacca perché ritenevano che Gesù fosse umano. Questo per dimostrare che il testo in questione smentisce ciò che afferma Leigh Teabing e cioè che i vangeli gnostici fornivano un ritratto più umano e meno divino di Gesù'.

 

5. La letteratura apocrifa del Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento non dà nessuna informazione sulla giovinezza di Nostro Signore, sulla vita e la morte della madre sua, sui viaggi missiona­ri degli apostoli. Non deve quindi stupire che la pia immaginazione dei fedeli si sia sentita in dovere di fornire dei particolari. A scopo di edificazione, gli autori di leggende si presero ogni libertà. Da parte loro, gli ere­tici sentirono il bisogno di possedere narrazioni evangeliche per dare un sostegno alle loro dottrine. Si svilupperà dunque intorno al canone delle Scritture tutto uno sciame di leggende comprendente quelli che siamo soli­ti chiamare gli apocrifi del Nuovo Testamento. Vangeli, apocalissi, lettere e atti degli apostoli, tutta una letteratura non canonica fece la sua compar­sa.

In origine, la parola apocrifo, presa come aggettivo o come nome non aveva il senso di contraffazione o di falsificazione, almeno nel pensiero dei primi autori che l'usarono. Primitivamente, un libro apocrifo rivestiva un carattere troppo sacro e troppo misterioso per essere conosciuto da tutti; doveva essere tenuto nascosto (apocryphos) al pubblico in generale, e riservato agli iniziati della setta. Per trovar credito, questi scritti circolava­no sotto il nome di un apostolo o di un pio discepolo di Gesù. Quando fu riconosciuta la falsità di queste attribuzioni, il termine apocrifo prese un altro senso e cominciò a significare contraffatto, falso, inaccettabile.

Gli stessi lettori più superficiali avvertono l'inferiorità di questi scritti rispetto ai libri canonici. Gli apocrifi abbondano di racconti di miracoli inventati, spinti talora fino all'assurdo.

M.R. James ha formulato un eccellente giudizio sul posto che occupa­no nella storia della letteratura cristiana: Accade talvolta di sentirsi dire: «Dopo tutto, questi vangeli e questi atti apocrifi, come li chiamate, hanno non minore interesse di quell che li hanno preceduti. Solo per un caso od un capriccio non hanno trovato posto nel Nuovo Testamento ». La miglio­re risposta ad un affermazione così sconsiderata, è sempre stata ed è anco­ra quella di aprire questi scritti e di lasciare che raccontino la propria sto­ria. Ci si renderà conto ben presto che non si tratta affatto della loro esclu­sione dal Nuovo Testamento ad opera di chicchessia. Si sono esclusi da sé. (M. R. James, The Apocryphal New-Testament, Oxford 1924, XI, XIII).

Gli apocrifi che affondano le loro radici nello gnosticismo o altre sette eretiche, hanno per scopo lo divulgazione e l'attestazione delle rispettive eresie. Non meraviglia dunque il rigore con cui la Chiesa del V sec. in poi reagì contro gli apocrifi che si erano moltiplicati nel corso dei primi seco­li, ordinandone e curandone la distruzione.

 

6. Le eresie contro la fede: lo gnosticismo

Non è esagerato dire che più delle persecuzioni recarono danno alla Chiesa le eresie, nate da una scelta tutta personale di alcuni membri della Chiesa, che accettavano alcune delle sue dottrine rifiutandone altre e sosti­tuendole con concetti ebraici e pagani oppure con idee personali. Fin dal loro tempo gli Apostoli dovettero combattere contro tali eresie.

La prima eresia, però, che pose in serio pericolo la Chiesa fu lo gnosti­cismo, le cui origini risalgono fino ai tempi apostolici. Ebbe molta importanza nel II secolo per scomparire nella prima metà del terzo. Secondo l'opinione prevalente degli studiosi, lo gnosticismo nasce da una mescolanza delle dottrine ellenistiche (dei platonici in prevalenza), filoni­che ed orientali (buddismo) con le dottrine del Cristianesimo. I seguaci della gnosi non si accontentavano della risposta del Cristianesimo alle angosciose domande sulla provenienza del male e sull'origine del mondo visibile, considerato la sede naturale del male. Ritenevano che intorno all'origine del mondo e del male si potesse ottenere una conoscenza (gno­sis) più profonda di quella dei semplici fedeli, ricorrendo alla mitologia ed alla filosofia religiosa degli orientali e dei greci.

Secondo questi eretici Gesù sarebbe un "eone" o spirito (e non il Figlio di Dio e Dio lui stesso), le anime sono divine, inoltre sono incarcerate nella materia (corpo). Nel Cristianesimo invece le anime non sono affatto divi­ne, ma sono create da Dio; il corpo non è il carcere dell'anima, ma insie­me all'anima forma l'essere umano (che non è puro spirito come l'angelo), ma è composto appunto di anima e corpo, come dice chiaramente la Bibbia nella Genesi. Secondo lo gnosticismo sono inutili la morte di Cristo in croce, i Sacramenti e la Chiesa per ottenere la salvezza. Come si vede lo gnosticismo è la negazione totale del Cristianesimo!

Questo va detto per coloro che (come il Codice da Vinci) sostengono (basandosi sulla loro fantasia e smentiti dalle fonti storiche) che i veri Vangeli non sono quelli canonici (quelli cioè di Matteo, Marco, Luca e Giovanni) ma i vangeli gnostici (o di altri eretici). Smascheriamo anche quest'altra falsità.

A cavallo tra il II e il III secolo, lo scrittore cristiano Tertulliano si oppo­se all'opera di Marcione che nel II secolo aveva prodotto le sue proprie «scritture» per difendere le sue idee personali. In Contro Marcione (libro 4, capitolo 4) Tertulliano scrive: Io affermo che il mio vangelo è quello vero; Marcione dice che lo è il suo. Io affermo che il vangelo di Marcione è contraffatto; Marcione dice che lo è il mio. Orbene, come dirimere la controversia se non attraverso un principio temporale che attribuisca autorevolezza al più antico; e presupponga quale verità fondamentale che la corruzione (della dottrina) attiene a quello che sarà giudicato a para­gone più tardo riguardo all'origine. Poiché, dato che l'errore è falsifica­zione della verità, necessariamente la verità precede l'errore. Una data cosa deve esistere prima ancora di subite manomissioni.

In parole più semplici: esiste prima la moneta vera, poi viene quella falsa e contraffatta. Per cui i Vangeli più antichi sono quelli veri, quelli scritti dopo sono i contraffatti. E siccome i Vangeli canonici sono più anti­chi, è evidente che i vangeli gnostici e di altri eretici sono quelli falsi.

Inoltre, a favore dei Vangeli canonici. stanno prove storiche indiscuti­bili che li attribuiscono a Matteo, Marco, Luca e Giovanni, cioè ai diretti discepoli di Cristo e, quindi, essi e solo essi (e non gli gnostici o altri ere­tici) riportano il vero Vangelo.

Secondo Ireneo, la base apostolica era il sostegno alla validità dei van­geli. In Contro le eresie 3.1.1. spiega la sua posizione: "Noi non abbiamo appreso da altri il piano della nostra salvezza, se non da coloro attraverso i quali è giunto fino a noi il vangelo, che all'uni­sono essi proclamarono in pubblico, e che in seguito, per volontà di Dio, tramandarono mediante le Scritture, quale pilastro e fondamento della nostra fede. Dunque, è illecito affermare che predicassero ancor prima di possedere la «perfetta conoscenza» come taluni affermano senza ritegno, gloriandosi d'essere i revisori degli apostoli. Poiché dopo che il nostro Signore risorse dai morti, [gli apostoli] furono investiti del potere dall'al­to; allorché lo Spirito Santo scese [su di loro], furono colmati di tutti [i suoi doni], e ricevettero perfetta conoscenza; si sparsero per le regioni del mondo a predicare la lieta novella che Dio ci aveva [inviato], proclaman­do la pace celeste agli uomini".

Qui lreneo critica coloro che pensavano di essere in grado di emendare gli apostoli. Inoltre Ireneo respinge l'idea della «perfetta conoscenza» (si ricordi l'enfasi attribuita alla gnosis) che deriva proprio da questi vangeli. La discussione sui vangeli canonici riguardava la loro origine nella tradi­zione apostolica e la loro idoneità a trasmettere la rivelazione, o, in caso contrario, la necessità di ulteriori rivelazioni. Secondo Ireneo, la risposta era che i vangeli

 

V. COSTANTINO E LA FORMAZIONE DEL CANONE NEOTESTAMENTARIO

1. L'elenco dei libri sacri o cànone.

Nell'elenco dei libri sacri (o cànone) troviamo, tra i vari libri, i quattro Vangeli che conosciamo. Ma come si è formato tale cànone? Da chi fu ese­guita tale operazione? Quando?

Secondo Teabing le risposte non lasciano dubbi: fu l'imperatore Costantino a prendere la decisione nel IV secolo; il personaggio lo dice apertamente mentre conversa con Sophie Neveu nel suo studio: «Più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento, tra cui quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.»

«Chi ha scelto quali vangeli includere?» chiese Sophie.

«Aha!» esclamò Teabing con entusiasmo. «Ecco la fondamentale ironia del cristianesimo! La Bibbia, come noi la conosciamo oggi, è stata collazionata dal­l'imperatore romano pagano Costantino il Grande.» (p. 272)

Come afferma in seguito lo stesso Teabing, Costantino aveva la neces­sità di creare questa «nuova» Bibbia per dimostrare attraverso le Scritture la giustezza della sua convinzione: la natura di Gesù era divina e non umana. Questo portò alla formazione del canone (p. 275).

La teoria cospiratoria di Teabing sulla formazione del canone è affasci­nante, ma per gli storici che conoscono il vero processo di selezione ciò è frutto della fantasia di Brown. La storia dice che l'imperatore Costantino non ebbe nulla a che fare con l'istituzione del canone: non fu lui a scegliere quali libri includere e quali scartare, e non ordinò la distruzione dei van­geli esclusi (non ci furono roghi di libri per ordine imperiale). La creazio­ne del canone neotestamentario fu, invece, un processo lungo e lento, che ebbe inizio nei secoli prima di Costantino e che si concluse solo molto tempo dopo la sua morte. Per quanto ci è dato sapere attraverso le fonti storiche, l'imperatore non vi prese parte.

Invece che apparire già fatto e finito, il canone fu il risultato di un lungo processo in cui i cristiani passarono al vaglio numerosi scritti e decisero quali includere e quali scartare. L'operazione durò molti anni, di fatto seco­li, e non fu - contrariamente a quanto sostiene Teabing - la decisione di un singolo o di un solo gruppo di persone, un consiglio ecumenico, per esem­pio: fu il risultato di discussioni, di dibattiti lunghi e talvolta serrati, di profondi disaccordi e, pur essendo iniziato secoli prima, si concluse solo molto tempo dopo l'epoca di Costantino.

 

2. Scritti ammessi nel canone dalla Chiesa primitiva

La prima lista canonica, un elenco di libri che secondo un autore ano­nimo dovevano essere accolti nel canone cristiano, risale pressappoco al tempo di lreneo (180 d.C.). Il documento, il canone Muratori, deve il suo nome allo studioso Ludovico Antonio Muratori che lo scoprì in una biblio­teca di Milano. Sebbene il manoscritto risalga all' VIII secolo, la lista cano­nica sembra sia stata compilata originariamente a Roma alla fine del II secolo.

Fu proprio in quel periodo, infatti, che iniziarono a proliferare le eresie gnostiche, ognuna con una propria teologia; questi eretici presentavano le loro opere come scritti degli Atostoli, per farle accettare. Di qui l'esigenza del cànone. Questo autore del II secolo accettò 22-23 dei 27 libri che alla fine diventarono canonici. Infine, vengono respinti alcuni scritti perché non rispettano i criteri di canonicità oppure perché ritenuti eretici.

 

3. I criteri di inclusione

Quali sono questi criteri? Per essere accolto nel canone delle Sacre scritture un libro doveva essere:

- Antico. Un testo sacro doveva risalire all'incirca all'epoca di Gesù: è per questo che Il pastore di Erma, un libro recente, non poteva essere accettato.

- Apostolico. Un testo autorevole doveva essere scritto da un apostolo, o perlomeno da un suo compagno.

- Cattolico. Per essere accolti nel canone, i testi dovevano essere ampia­mente accettati dalle Chiese ufficiali.

- Ortodosso. Di gran lunga il criterio più importante, concerneva la natu­ra delle verità espresse in un libro e, per certi versi, era supportato da altri requisiti: se un testo non era ortodosso non era nè ovviamente apostolico, né antico (era stato creato di recente), né tanto meno cattolico.

Che il problema non fu risolto nemmeno ai tempi di Costantino risulta evidente dagli scritti di Eusebio, il «Padre della storia della Chiesa» vissu­to all'inizio del IV secolo, che in un passo della Storia ecclesiastica deci­de di discutere del canone e mostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che le dispute erano tutt'altro che concluse perfino un secolo e mezzo dopo il canone Muratori.

 

4. Costantino commissiona cinquanta Bibbie cristiane

Il canone, dunque, non fu completato nemmeno ai tempi di Costantino. Anche se tutti i cristiani concordavano nel ritenere scritture sacre i quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, Costantino non ebbe nulla a che fare con questa decisione.

Una sola fonte accenna a un coinvolgimento dell'imperatore nella for­mazione del canone cristiano, e forse Leigh Tèabing allude proprio a que­sta quando, parlando con Sopite Neveu, commenta: «Costantino commis­sionò e finanziò una nuova Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di Cristo» (p. 275).

In Sulla vita di Costantino, Eusebio racconta che nell'arno 331 d.C. l'imperatore gli richiese personalmente cinquanta copie della Bibbia cri­stiana per le chiese che stava facendo costruire nella capitale dell'impero, Costantinopoli. Questi libri sarebbero stati «scritti in modo leggibile su pergamena di qualità in un formato che possa essere trasportato facilmente, da scribi professionisti che siano molto abili nella loro arte». Eusebio com­menta che una volta ricevuto l'ordine si mise immediatamente all'opera, chiaramente usando lo scriptorium (un locale riservato alla trascrizione dei manoscritti) nella chiesa natale di Cesarea.

L'ordine di Costantino non implicava di decidere quali vangeli esclu­dere (quelli che sottolineavano i tratti umani di Gesù) e quali includere (solo quelli che enfatizzavano la sua natura divina), e nulla indica - con­trariamente a quanto sostenuto da Teabing - che ciò portò all'eliminazio­ne degli altri Vangeli. L'imperatore aveva bisogno di alcune bibbie per le sue chiese e le commissionò a Eusebio, la cui chiesa natale era ben equi­paggiata per eseguire il compito. Il contenuto delle bibbie non era fonte di preoccupazione, in quanto sia Costantino che Eusebio evidentemente sapevano quali libri sarebbero stati appropriati: di sicuro i quattro Vangeli accettati da tutti i cristiani e altri testi. Ci sono due magnifici manoscritti biblici risalenti a quel periodo, il codice Sinaitico e il codice Vaticano: per alcuni studiosi sono due delle copie che Eusebio aveva preparato per ordi­ne di Costantino.

 

5. Conclusioni: il canone definitivo

Teabing sbaglia a pensare che Costantino fu coinvolto nel processo, o che una qualsiasi figura, benché fosse un imperatore, potesse «riscrivere» la Bibbia cristiana da un giorno all'altro: il processo di formazione ebbe inizio secoli prima di Costantino e l'istituzione del canone neotestamenta­rio esisteva virtualmente un secolo e mezzo prima dell'epoca dell'impera­tore.

D'altro canto, è altrettanto sorprendente che la questione non fu risolta nemmeno ai tempi di Costantino, nè da lui nè dal Concilio di Nicea da lui indetto (che di fatto non si occupò del canone), e ciò è dimostrato dal fatto che nemmeno Eusebio aveva un canone definitivo: lo status di alcuni libri era ancora incerto, e tale sarebbe rimasto nei decenni a venire.

Alcuni si meravigliano quando scoprono che l'odierno canone fatto di ventisette testi fu stabilito solo trecento anni dopo che furono scritti i libri del Nuovo Testamento. Sant'Atanasio, vescovo di Alessandria, in una sua lettera scritta nel 367 d.C., incluse tra i consigli una lista di testi che lui riteneva adatti alla lettura in chiesa come scritture canoniche. Elencò ven­tisette libri del Nuovo Testamento, non uno di più, non uno di meno: e que­sto segnò la fine del processo di formazione del canone della Bibbia cri­stiana.

 

VI. LE FONTI STORICHE SU GESÙ

1. Fonti attendibili oltre il Nuovo Testamento?

Come abbiamo visto, all'inizio del Codice da Vinci Dan Brown dichia­ra che «tutte le descrizioni di opere d'arte e architettoniche, di documenti e ritua­li segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà" (p. 9).

La tesi centrale del libro è che per avere un resoconto storicamente accurato della vita di Gesù non ci si può affidare ai quattro Vangeli del Nuovo Testamento, perché esistono altre fonti del tutto attendibili, migliaia di cronache scritte proprio ai suoi tempi. Come afferma Leigh Teabing durante una conversazione con Sophie Neveu: "Gesù Cristo è una figura sto­rica di enorme influenza, forse il leader più enigmatico e seguito che il mondo abbia conosciuto... la sua vita è stata scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre... Più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento, tra cui quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni" (p. 271-72).

Come abbiamo già visto, la seconda affermazione - che a contendersi un posto nella Bibbia cristiana furono oltre ottanta vangeli - è del tutto falsa. E la prima? Che ne è stato delle migliaia di cronache scritte durante la vita di Gesù? Più avanti, Teabing dice che furono messe al bando e di­strutte quando Costantino formò il canone del Nuovo Testamento: «Dato che, quando Costantino aveva innalzato la condizione di Gesù, erano passati quasi quattro secoli dalla morte di Gesù stesso, esistevano migliaia di documenti che parlavano della sua vita di uomo mortale. Per riscrivere i libri di storia, Costantino sapeva di dover fare un colpo di mano. Dalla sua decisione nacque il momento più importante della storia cristiana... Costantino commissionò e finan­ziò una nuova Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di Cristo e infiorava i vangeli che ne esaltavano gli aspetti divini. I vecchi vangeli vennero messi al bando, sequestrati e bruciati» (p. 275).

Secondo Teabing, però, non tutti questi primi documenti andarono distrutti. Una misteriosa setta, il cosiddetto Priorato di Sion, ne custodì migliaia attraverso i secoli, insieme ai resti di Maria Maddalena. Conservati in «quattro enormi bauli», sono noti come i «Documenti pu­risti». Come Teabing spiega poi a Sophie, questo tesoro comprende «... migliaia di pagine di documenti risalenti a prima di Costantino, scritti dai primi seguaci di Gesù, in cui gli viene reso omaggio come maestro e profeta assoluta­mente umano. Inoltre si dice faccia parte del tesoro il leggendario Documento Q, un manoscritto la cui esistenza è ammessa persino dal Vaticano. A quanto si dice, è un libro con gli insegnamenti di Gesù, forse scritto da lui stesso» (p. 300). Incredula, Sophie domanda: «Scritto da Cristo?». «Certo» rispose Teabing. «Perché Gesù non avrebbe dovuto tenere un diario della sua predicazione? Gran parte delle persone lo faceva, in quegli anni» (p. 300).

Nonostante Dan Brown asserisca che le descrizioni dei documenti con­tenute nel suo romanzo siano basate sui fatti, ancora una volta ci trovia­mo di fronte a invenzioni, non alla verità storica.

Non è vero che la vita di Gesù fu scritta da migliaia di suoi seguaci prima ancora della sua morte. Per quanto ne sappiamo, nessuno lo fece. Non è vero che a quel tempo quasi tutti tenevano un diario della propria vita. La maggior parte delle persone non sapeva nemmeno leggere. Di conseguen­za, non esiste uno straccio di prova che Gesù stesso tenesse un diario della sua predicazione. Per quanto ne sappiamo, invece, Gesù non scrisse mai niente.

Il Documento Q non è stato scritto da Gesù; si tratta di un documento che, secondo gli studiosi, conteneva i suoi detti, redatto dopo la sua morte e usato conte fonte per i Vangeli di Matteo e Luca.

Come vedremo fra poco, le fonti più antiche nonché le migliori di cui disponiamo per apprendere qualcosa sulla vita di Gesù - checché ne dica Leigh Teabing - sono i quattro Vangeli del Nuovo Testamento, quelli secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni. A pensarla così non sono solo gli storici cristiani che hanno un'alta considerazione del Nuovo Testamento e del suo valore storico; questa opinione è condivisa da tutti gli storici dell'antichità seri, dai cristiani evangelici più devoti agli atei più irriducibili. In altre parole, non è il punto di vista parziale di qualche inge­nuo velleitario, è la conclusione cui sono giunti centinaia (se non migliaia) di studiosi che lavorano per stabilire che cosa accadde realmente nella vita del Gesù storico; studiosi che, a differenza di Teabing e del suo inventore Dan Brown, hanno studiato greco ed ebraico, le lingue bibliche, oltre ad altre lingue collegate (per esempio, latino, siriaco e copto) studiosi che leg­gono le fonti antiche in lingua originale e le conoscono alla perfezione".

 

2. Documenti letterari non cristiani

Gesù è segno di contraddizione anche come fatto storico. È vero che i grandi storici di allora lo ignorano: ciò è normale, perché quegli storici, abbagliati dallo splendore terreno della Roma di Augusto, non avevano l'a­cutezza di vista per rintracciare un oscuro "barbaro" in una "spregiatissi­ma accolta di schiavi" (Tacito). Ma ciò non vuol dire che la figura di Gesù sia storicamente meno documentata e sicura di quella di Augusto.

"L'esistenza di Gesù è un dato storico", afferma uno studioso ebreo dei nostri giorni. Con lui nessun serio studioso di storia mette in dubbio la realtà storica di Gesù di Nazareth. Ricorderemo adesso le fonti ebraiche e pagane che provano l'esistenza storica di Cristo, al di fuori degli scritti cri­stiani che pure sono molto abbondanti.

Fra i testi giudaici è celebre la testimonianza di Giuseppe FLAVIO, uno scrittore giudeo, vissuto dal 37 al 105 d.C. Nel 67, combattendo contro i Romani, fu da questi fatto prigioniero ed inviato a Roma dove passò dalla parte dei vincitori. Nel 70 d.C. fu a fianco di Tito nell'assedio di Gerusalemme. Ritornato a Roma scrisse in greco le sue quattro opere: La Guerra Giudaica, Antichità Giudaiche, Contro Apione e la sua Vita.

In questi scritti Giuseppe, benché parli moltissimo di persone del mondo giudaico o romano nominate anche nei Vangeli, parla di Gesù e dei cristiani in tre passi: in un passo parla del martirio dell'apostolo Giacomo, il primo vescovo di Gerusalemme, e lo chiama con una sfumatura di disprezzo, "fratello (cioè cugino) di Gesù, il cosiddetto Cristo" (Antichità Giudaiche, 20,200). In un altro passo Giuseppe Flavio scrive: "Ora ci fu verso questo tempo Gesù, uomo sapiente, seppure bisogna chiamarlo uomo: era infatti operatore di cose straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità. E attirò a sé molti Giudei, e anche molti Greci. Costui era il Cristo. E avendo Pilato, per denunzia degli uomini principali tra noi, punito lui di croce, non cessarono coloro che da princi­pio lo avevano amato. Egli infatti comparve loro il terzo giorno nuova­mente vivo, avendo già detto i divini profeti queste e migliaia di altre cose mirabili riguardo a lui. E ancora adesso non è venuta meno la sétta di quel­li che, da lui, sono chiamati cristiani" (Antichità Giudaiche, 18, 63 - 64). Questo passo - conosciuto comunemente come testimonium flavianum (cioè: la testimonianza di Flavio) - è contenuto in tutti i codici delle "Antichità Giudaiche". L'autenticità di questo passo, nel complesso, è accettata dagli studiosi.

 

3. Le fonti pagane

Tra i documenti letterari pagani abbiamo: Lo storico romano TACITO dice che Nerone, per dissipare le voci che l'in­cendio di Roma dell'anno 64 fosse stato comandato da lui, "ne presentò come colpevoli, e colpì con supplizi raffinatissimi, coloro che il popolo, odiandoli per i loro delitti, chiamava Cristiani. L'autore di questa denomi­nazione, Cristo, sotto l'impero di Tiberio, era stato condannato al suppli­zio dal procuratore Ponzio Pilato; ma, repressa per il momento, l'esiziale superstizione erompeva di nuovo non solo per la Giudea, dove ebbe origi­ne quel male, ma anche per l'Urbe (= Roma) dove da ogni parte conflui­scono e sono esaltate tutte le cose atroci e vergognose" (Annali, 15,44: opera scritta verso il 117 d. C.).

Dello storico romano SVETONIO, che compose verso il 120 d.C. la sua opera sulla vita dei primi dodici imperatori romani, abbiamo due testimo­nianze. Nella prima dice che l'imperatore Claudio (verso l'anno 50 d.C.) "cacciò da Roma i giudei i quali, ad impulso di Cresto, facevano frequenti tumulti" (Vita di Claudio, 25), notizia che conferma quanto riportato in Atti 18,2. Nella seconda afferma che, sotto Nerone, "furono sottoposti a sup­plizi i Cristiani, razza di uomini di una superstizione nuova e malefica" (Vita di Nerone, 16). Il filosofo pagano GELSO si è scagliato violentemente contro il Cristianesimo intorno all'anno 178. Poteva risultargli facile dimostrare la falsità dei predicatori cristiani affermando: "Il vostro Cristo non è mai esi­stito". Ma non lo disse. Invece fa dell'ironia in questi termini: "Voi ritene­te Dio un personaggio che concluse una vita infame con una morte mise­rabile" (Origene: Contro Celso, I, 28).

Altro documento romano di inestimabile valore di un grande uomo di lettere, è una lettera di PLINIO IL GIOVANE. Nel 111 d.C. era stato nomi­nato governatore della Bitinia e del Ponto, province romane situate lungo il Mar Nero. Nel corso dell'anno 112 inviò all'imperatore Traiano una let­tera dettagliata in cui chiedeva quale procedura seguire nel processo con­tro i Cristiani. In questo documento autentico troviamo interessanti infor­mazioni sulla vita dei Cristiani, sulla loro liturgia e sulla rapidità della loro espansione. I Cristiani venivano accusati di ateismo perché non riconosce­vano la divinità dell'imperatore, verità indiscussa, sulla quale era fondata la coesione di tutti i popoli dell'Impero Romano. Tale lettera, tra l'alto, dice: "I Cristiani si riuniscono in giorni determinati, prima che si alzi il sole, per cantare insieme lodi a Cristo, come a un dio" (Plinio il Giovane, Epistola X, 96). Così ottant'anni dopo la morte di Cristo il Cristianesimo aveva modificato a tal punto la vita sociale in quella lontana provincia dell'Impero Romano da preoccupare i difensori dell'ordine pubblico: non si frequentavano più i templi, si trascurava il culto ufficiale agli dèi e si era paralizzato il commercio degli animali da sacrificio!

Tutti questi documenti non cristiani hanno tanto più valore dal momen­to che sono stati scritti da autori indifferenti o addirittura ostili a Gesù. È vero che sono pochi, ma quale interesse poteva suscitare una sètta giudi­cata "degna di disprezzo"? Il Cristianesimo non aveva ancora raggiunto la diffusione che avrà in seguito, quando, nel secolo IV lo stesso imperatore Costantino si convertirà. D'altra parte, chi poteva interessarsi di un oscuro profeta, giustiziato in un angolo sperduto del vasto Impero Romano?

Sì, questi documenti non sono molti e tuttavia ci fanno conoscere molte cose: un certo Gesù, soprannominato Cristo, è vissuto in Giudea sotto l'im­peratore Tiberio, è stato crocifisso per ordine di Ponzio Pilato, ha predica­to una nuova dottrina, il suo insegnamento ha dato origine ad una sètta, i Cristiani, i quali si trovavano un po' ovunque nell'Impero Romano, in par­ticolare a Roma, dove sono oggetto di calunnie e di persecuzioni, trenta anni dopo la morte del loro capo.

 

4. Codici e papiri

Contrariamente a quanto afferma Dan Brown, Gesù Cristo è il perso­naggio più documentato della storia. Per Cristo abbiamo 22 scrittori vicini ai fatti (I e II secolo) di cui 8 contemporanei (i 4 evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni; poi: Pietro, Giuda, Giacomo e Paolo che parlano di Gesù nelle loro Lettere).

Dei Vangeli che ci informano di Gesù e della sua dottrina, possediamo ben 34.086 copie tra codici greci e versioni in tutte le lingue antiche. Tra queste migliaia di manoscritti cristiani, provenienti da ambienti molto diversi, scritti in diverse lingue - il greco, il latino, il siriano, il copto - c'è un accordo sorprendente. Le varianti sono numerose, a causa anche del numero dei copisti, ma queste riguardano solo i dettagli e non modificano mai un fatto storico importante o un punto fondamentale della dottrina di Gesù.

Il lavoro degli specialisti è stato quello di stabilire un testo definitivo, scegliendo le varianti più antiche e quelle più costanti. "Possiamo afferma­re senza alcun timore che non esiste altro libro dell'antichità che ci sia stato trasmesso in condizioni così perfette", dice uno storico.

Sempre dei Vangeli e degli scritti degli 8 scrittori contemporanei di Gesù abbiamo anche alcune centinaia di frammenti di papiri, che vanno crescendo di numero con le nuove scoperte, e molte decine di migliaia di citazioni degli scrittori cristiani dei primi due secoli. Essi nelle loro opere parlano di Gesù e citano i Vangeli (e gli altri scritti apostolici). Le loro cita­zioni stabiliscono che i Vangeli furono scritti nella seconda metà del I seco­lo (dal 42 al 70 d.C.) e sono tante che con esse si potrebbero ricostruire i Vangeli stessi se essi fossero andati perduti!

Abbiamo ancora due codici che risalgono ad appena 300 anni dopo che i Vangeli furono scritti; il Codice Vaticano ed il Codice Sinaitico (ed altri). Tutti questi codici riportano i Vangeli originali. Ce lo provano in maniera categotica i papiri scoperti nelle sabbie dell'Egitto in questo secolo e che riportano brani dei Vangeli, più o meno lunghi, fino a molti capitoli.

 

VII. FALSITÀ E DISINFORMAZIONE

1. I testimoni oculari

La falsità e la disinformazione non è solo prerogativa del Codice da Vinci di Dan Brown. Le troviamo abbondantemente anche in Bart D. Ehrman nella sua opera La verità sul Codice da Vinci. Nella prima, prege­vole, parte del libro egli critica a ragion veduta Brown, evidenziandone tutte le sciocchezze, presentate come verità. Nella seconda parte del suo libro, però, lo Ehrman mostra una disinformazione, che è sia vasta che sor­prendente. Riportiamo qui qualche esempio, dando subito una prima rispo­sta. Poi tali questioni saranno trattate nel prossimo capitolo nella loro inte­rezza.

Lo Ehrman, per esempio, dice: "In realtà, non abbiamo nessun docu­mento scritto da un testimone oculare della vita di Gesù" (p. 103). "Gli autori dei Vangeli non dicono di essere stati testimoni oculari. Per riferirci a questi libri usiamo i nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni... Ben pochi sanno che i titoli furono aggiunti dai cristiani del Il secolo, per poter­ne sostenere l'origine apostolica" (p.109-110).

Circa quest'ultima notizia, ci piacerebbe sapere da quali fonti Ehrmann (ed anche Dan Brown) l'ha attinta. È solo frutto della sua fantasia! Questa operazione truffaldina è stata fatta, invece, dagli autori dei Vangeli gnosti­ci per far accettare le loro eresie.

San Giovanni nel suo Vangelo dice: "Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero perchè anche voi crediate" (Gv 19,35). Più testimone oculare di così! Lo stesso S. Giovanni, nella sua prima lettera, dice: "Ciò che noi abbiano udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, cioè il Verbo della vita (poichè la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa vidibile a noi) quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi"

(1 Gv 1,1-3). Queste parole sono la migliore risposta allo Ehrman e a Dan Brown!

San Pietro, poi, nella sua seconda lettera, scrive: "Infatti non per esse­re andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto cono­scere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perchè siamo stati testimoni oculari della sua grandezza" (2 Pt 1,16). E questo vale anche per il Vangelo di Marco, che si potrebbe chiamare "Vangelo di Pietro", dato che S. Marco lo ha scritto sentendo i discorsi di Pietro.

Ehrman, poi, nega che i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni siano stati scritti dai rispettivi autori. Dice: "Di fatto, però, quei libri erano anonimi... Non esiste la prima persona, in nessun punto l'autore dice "Gesù ed io ci recammo a Gerusalemme, dove noi...". Il narratore parla sempre in terza persona, di quello che altri stanno facendo (p. 110) . Questa argomentazione della terza persona è francamente ridicola! Anche un alunno di seconda media sa bene che, a seconda della scelta, il narratore può parlare in prima persona (e viene definito io "narrante"), oppure in terza persona, senza per questo essere necessariamente estraneo alle vicen­de narrate. Ne abbiamo un esempio lampante perfino nella letteratura lati­na. Caio Giulio Cesare ha scritto il De bello gallico (51 a.C.), la cronaca delle sue azioni militari durante la conquista della Gallia. Mai Cesare usa, nello scrivere, la prima persona! Usa sempre la terza persona: "Cesare ordina ai legionari di..."; "Vercingetorige si arrende, le armi sono buttate a terra" (De bello gallico VII, 89). Con questa scelta stilistica, Cesare si preoccupa di far parlare i fatti. Pare che abbia sempre davanti a sè la poste­rità e la storia che debbano giudicare. Secondo l'argomentazione di Ehrman, dovremmo concludere che non è stato Cesare l'autore del libro!

Dice ancora:" I Vangeli sano stati scritti in greco da persone molto istruite e preparate, tra i 30 ed i 60 anni dopo la morte di Gesù. I suoi seguaci, però, erano paesani e parlavano aramaico; di certo non conosce­vano il greco..." (p. 107).

Non è vero che tutti i Vangeli sono stati scritti tra i 30 ed i 60 anni dalla morte di Gesù. Il Vangelo di Marco, il più antico, risulta essere stato scrit­to tra il 42 ed il 45 d.C. Inoltre gli evangelisti, nella stesura dei loro Vangeli, si sono serviti anche di raccolte di detti di Gesù (tra cui la Fonte Q), raccolte che sono ancora più antiche dei Vangeli e, quindi, più vicine

alla morte di Cristo. Circa la lingua, tutti gli studiosi sanno che sia Marco sia Matteo hanno scritto un Vangelo in aramaico, tradotto poi in greco. Se anche un Vangelo, per esempio quello di Giovanni, non fosse stato scritto da lui in persona, ma da un suo discepolo o uditore (come per l'evangeli­sta Marco con S. Pietro) non cambia in niente la sostanza della cosa.

Ad ulteriore prova della sua argomentazione, Ehrman aggiunge: "Che dire quindi dei seguaci di Gesù? L'unico riferimento esplicito al loro livel­lo di istruzione si trova negli Atti, dove si legge che Pietro e Giovanni erano di fatto illetterati (Atti 4,13). E gli altri? Non c'è ragione di pensare che per loro fosse diverso ...(p.106). Con ogni evidenza, i Vangeli del Nuovo Testamento non sono stati scritti ai tempi di Gesù dai suoi seguacì più vicini, bensì decenni dopo da cristiani ben istruiti..." (p.107).

 

2. I discepoli di Gesù: primitivi ed inesperti?

Di quale evidenza parli questo studioso non sappiamo. Molto eviden­te, invece, è il solenne comando dato da Gesù agli Apostoli, tale da sco­raggiare chiunque: "Andate dunque ad ammaestrate tutte le nazioni... insegnando loro ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato" (Mt 28, 19-20). Un compito certamente non facile per dei galilei assolutamente pri­mitivi ed inesperti. Ma lo erano veramente?

Le due coppie di fratelli (Pietro e Andrea; Giacomo e Giovanni) che vennero a far parte dei primi discepoli di Gesù, erano ben più di semplici pescatori. Erano imprenditori e commercianti di pesce. Il mare di Galilea era la principale riserva di pesce di tutta la parte settentrionale del paese e si trovava anche sulla principale via commerciale del tempo, la via maris. Anche solo per semplici motivi commerciali, questi pescatori dovevano avere la capacità di leggere e scrivere in più lingue.

Giovanni sembra avesse contatti con il palazzo del sommo sacerdote a Gerusalemme, dal momento che ci dice che era noto al sommo sacerdote e che proprio per questo poté facilmente entrare nel cortile, quando Gesù venne tradotto in giudizio (cf. Gv 18,15). La famosa - o piuttosto infame - etichetta di "senza istruzione e popolani" applicata agli Apostoli a Gerusalemme e riportata da Atti 4, 13 non era dovuta al fatto che fossero analfabeti, ma alla mancanza di una formale istruzione rabbinica.

Quando Pietro, dopo l'ascensione di Gesù, assume il ruolo di primo capo della comunità cristiana, dimostra di sentirsi perfettamente a suo agio a parlare a migliaia di persone. Atti 1 e 2 ci mostra con quanta facilità Pietro interpreti e applichi le Scritture, e in seguito, con quanta destrezza affronti il sinedrio, il massimo consesso dei capi religiosi, facendo uso delle loro stesse armi retoriche.

Pietro passa anche diversi giorni nella casa di un alto ufficiale dell'esercito romano, il centurione Cornelio. Dal momento che i soldati romani normalmente non conoscevano l'aramaico, possiamo legittima­mente supporre che Pietro abbia usato il greco per spiegargli il messaggio di Gesù e guidarlo alla fede e al battesimo.

Certo, si può sempre dire che tutto è avvenuto per opera dello Spirito Santo (cf. At 4, 8), ma neppure il Nuovo Testamento pretende che si debba attribuire assolutamente tutto a lui. Pietro non era una tabula rasa, un reci­piente vuoto. Quando accolse l'invito di Gesù, aveva i suoi bravi talenti, forse grezzi ma reali, e un'enorme spontaneità. È questo il modo in cui lo Spirito Santo ha operato attraverso di lui: non trasformando, con un miracolo, uno stupido in un brillante capo di una comunità, ma guidando e sostenendo un uomo istruito, dotato di qualità e di intelligenza.

E che dire di Levi-Matteo? Il Vangelo di Luca ci dice che era di­sprezzato da "farisei e scribi" certamente perché, in quanto gabelliere, era uno sfruttatore e un potenziale collaboratore dei Romani. In termini moderni, gabelliere era chi pagava le autorità per avere in cambio il dirit­to di imporre tasse in un certo distretto. Si trattava di un'occupazione molto lucrosa, come dimostra anche il fatto che, dopo essere stato chiama­to da Gesù, Levi-Matteo non volle lasciarsi sfuggire l'occasione di mostra­re per un'ultima volta la sua ricchezza, dando un grande banchetto» (cf. Lc 5, 29).

Nessuna meraviglia dunque che fosse disprezzato da molti e conside­rato come uno "scomunicato". Un uomo della sua condizione non poteva non essere molto istruito e possedere, come vedremo più avanti, anche quelle rare doti di scrittore, che gli sarebbero state molto utili per fissare l'insegnanento di Gesù.

Nessuno dei discepoli neppure Matteo, apparteneva alle classi dirigenti all'élite accademica o sociale, ma Gesù li scelse, ben conoscendo le qualità che ognuno aveva ricevuto da Dio.

 

3. L'uso diffuso della lingua greca

Ci possiamo chiedere come mai Gesù, nato a Betlemme e cresciuto a Nazaret, abbia deciso di andare a cercare i suoi discepoli sul mare di Galilea. La risposta è semplice. È che lì poteva trovare uomini veri, non ancora "corrotti" dal lusso della città, già abituati agli affari internazionali e che, inoltre, conoscevano almeno una lingua straniera.

La regione fra Cafarnao e Betsaida, sulla o vicino alla via maris, la più importante arteria commerciale da nord verso sud-ovest, era una specie di crocevia del "mercato comune". La gente che abitava in quella regione, dedita al commercio o alla pesca, non solo era abituata a incontrare perso­ne di moltissime altre regioni, ma parlava comunemente anche la lingua franca del tempo e cioè il greco. Pietro, che era di Betsaida, una città in cui erano molto forti gli influssi della cultura greca, assieme alla lingua mater­na, l'aramaico, molto probabilmente parlava anche il greco. Del resto, anche il suo nome e quello del fratello Andrea lo fanno supporre. Andrea è un nome greco, e il vero nome di Pietro, Simone, è sia ebraico che greco. Lo si trova infatti nella letteratura greca a partire dal V secolo a.C.

Che cosa cercare dunque di più adatto, per la missione mondiale cui erano destinati, di questi uomini, cresciuti in contesto internazionale e che conoscevano diverse lingue, fra cui la lingua internazionale del tempo?

Recenti scavi nella fortezza di Masada, vicino al Mar Morto, hanno apportato alcune sorprendenti conferme a quest'ipotesi. È noto da tempo che Masada non fu una comune fortezza. Era stata l'ultimo baluardo dei ribelli ebrei contro i Romani, il loro ultimo rifugio dopo la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C., il luogo dell'assedio degli ebrei più valorosi, disperati e nazionalisti. Infatti la fortezza cadde in mano ai Romani solo nel 73 d.C. e il suicidio in massa dei suoi difensori è una delle pagine più gloriose della storia nazionale di Israele, al punto che ancora oggi è là che pronunciano il loro giuramento le reclute di alcuni reparti dell'esercito israeliano.

Nella fortezza di Masada sono stati recentemente trovati frammenti di papiro e cocci con nomi, somme, note relative alla distribuzione del grano ecc. Le scritte sono sia in aramaico che in greco, il che significa che persi­no quei difensori disperati, che avevano tutte le ragioni per disprezzare e rifiutare quella lingua internazionale, accettavano e usavano il greco con grande naturalezza. Si trattava dunque di persone assolutamente bilingui, contemporanee dei discepoli e degli Apostoli, degli autori dei primi scritti del Nuovo Testamento.

In passato, molti teologi hanno guardato con scetticismo alla con­clusione cui erano giunti gli storici, e cioè che, nella Palestina del tempo di Gesù, anche le persone "comuni" conoscevano più di una lingua.

L'esistenza di pietre tombali scritte in greco ed ebraico, le iscrizioni delle sinagoghe e molte altre testimonianze raccolte qua e là confermano le sco­perte di Masada. In Palestina, in mezzo a un popolo estremamente geloso del suo rapporto con Dio, nazionalista ad oltranza nel suo fervore politico e religioso, c'erano senza dubbio persone che conoscevano e praticavano le due lingue. Se persino gli zeloti nazionalisti di Masada nella loro ultima difesa contro i Romani, usavano il greco e l'aramaico, è difficile dubitare che non facessero lo stesso persone come i primi discepoli, che vivevano e lavoravano lungo una strada commerciale internazionale.

Gesù, che parlò in greco con la donna siro-fenicia vicino a Tiro (Mc 7, 26) con il centurione romano a Cafarnao (Mt 8, 5-13) e con Ponzio Pilato (Gv 18, 33-38; 19, 8-11), era talmente padrone di questa lingua da poter fare addirittura un efficace gioco di parole. Il famoso detto "Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio" (Mc 12, 17), riporta­to anche da Matteo e da Luca, gioca sull'iscrizione che si trovava sulle monete dell'imperatore Tiberio, in corso a quel tempo, e in particolare su quelle fatte coniare da Ponzio Pilato, le quali recavano in greco, su entram­be le facce, la scritta "Cesare".

Le iscrizioni sulle monete erano in greco e si supponeva che tutti le comprendessero. Ora, è appunto su tali monete con quella precisa scritta che Gesù basa il suo insegnamento. Ciò ha fatto dire allo studioso Benedict Schwank che, in quel caso, non solo Gesù usò il greco, ma si aspettò anche che i suoi ascoltatori afferrassero il gioco di parole e la sottigliezza del suo ragionamento. Si tratta in realtà di un detto che è praticamente impossibi­le tradurre in modo soddisfacente in aramaico, come invece si può fare con moltissimi detti di Gesù anche perché la moneta alla quale si riferisce non è mai esistita con una scritta aramaica.

Forse, ogni tanto, anche Gesù e i suoi discepoli hanno usato il greco come lingua per conversare fra loro. In due occasioni, dopo la risurrezio­ne, ci sono tracce di un tale uso da parte di Gesù. Al sepolcro, Giovanni nota esplicitamente che Maria Maddalena si rivolge a Gesù in aramaico (cf. Gv 20, 16), il che lascia ragionevolmente supporre che il discorso pre­cedente fosse stato in greco. Poco più avanti (cf. Gv 21, 15-17), Gesù parla con Pietro e introduce sottili sfumature di significato nelle parole "amare", "conoscere" e "pascere", che sono possibili in greco, ma assolutamente impossibili in aramaico o ebraico.

 

VIII. DAI ROTOLI AI LIBRI

1. Identificazione degli autori

Lo Ehrman nel suo libro (pregevole solo nella prima parte), parlando dei quattro Vangeli, dice: "Per riferirci a questi libri, usiamo i nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni e per secoli i cristiani hanno creduto che fossero stati veramente loro a scriverli... Ben pochi sanno però che i titoli furono aggiunti dai cristiani del II secolo per poterne sostenere l'origine apostolica... Chiaramente i titoli non sono originali. Il primo Vangelo è stato chiamato "secondo Matteo" da una persona diversa dall'autore... (pp. 109-110). Le cose stanno veramente così, o tutto ciò è frutto di una disinformazione storica di questo studioso (e di Dan Brown)?

Alla ricerca di una risposta a questo interrogativo, cominciamo da un affascinante testo scritto nel 180 d.C.: gli Atti dei martiri scillitani. In essi il persecutore Saturnino chiede al cristiano Sperato cosa aveva nella sua capsa e si sente rispondere che lì c'erano le lettere dell'apostolo Paolo.

Ma ciò che qui ci interessa è soprattutto il termine usato per indicare quella specie di contenitore. Capsa è un termine tecnico e si riferisce a un contenitore cilindrico nel quale si tenevano i rotoli, sia per averli a portata di mano per la consultazione che per trasportarli. Naturalmente il rotolo dentro il cilindro non mostrava nessuna parte del suo scritto, per cui per sapere quello che conteneva, doveva essere estratto e in parte svolto. Ma fin dall'inizio si era posto rimedio a questo inconveviente, attaccando all'esterno di ogni rotolo una piccola striscia di pergamena chiamata in greco syllabos, che conteneva le informazioni necessarie: il titolo dell'o­pera e, se c'era più di un'opera con lo stesso titolo, anche il nome dell'au­tore o degli autori. Se, per esempio, Saturnino avesse avesse chiesto a Sperato di dire i titoli dei rotoli che erano nella capsa, Sperato non avreb­be certo avuto bisogno di estrarli e di svolgerli per poterli indicare.

Era un metodo semplice ed efficace. In libreria (esistevano anche allo­ra!) i rotoli venivano disposti orizzontalmente e il cliente li poteva facil­mente identificare leggendo la striscia di pergamena che pendeva da ognu­no di essi. Faceva proprio come facciamo anche noi oggi quando leggiamo ciò che è scritto sul dorso del volume. "Vangelo... secondo Matteo", poi, "...secondo Luca" e, più tardi, "...secondo Giovanni" e, naturalmente, "...secondo Marco". Perché "secondo"? Perché il tipo di libro era già noto. Si trattava di un "vangelo", di un «evangelion", cioè della "buona novel­la" ...raccontata da ("secondo", o in greco kata) Marco, Matteo ecc.

L'introduzione dei nomi degli autori sulla striscia di pergamena fu dun­que dettata da necessità pratiche nel momento in cui veniva messa in cir­colazione una seconda opera dello stesso tipo, ma non è improbabile che, anche indipendentemente da questo, fosse invalsa l'abitudine di scrivere abitualmente sul syllabos il titolo dell'opera e il nome del suo autore.

Gli studiosi, anche quelli che preferiscono date tardive per i primi tre, sono concordi nel ritenere che nell'anno 100 esistevano già tutti e quattro i Vangeli e che almeno i primi due risalgono certamente agli anni 42-60 del 1° secolo. È dunque francamente impossibile credere (e sarebbe del resto del tutto irragionevole) che, a uno stadio così vicino agli avvenimenti, quan­do c'erano in giro ancora una quantità di "testimoni", le comunità si siano potute inventare i nomi degli autori.

Come vedremo tra breve Papia che scrive attorno al 110 d.C. (una data relativamente tarda, in paragone) può ancora servirsi di testimonianze di prima mano, attingendole direttamente dall'anziano Giovanni. Se poi ammettiamo, con John A. T. Robinson e altri, che i quattro Vangeli erano già in circolazione prima del 70 d.C., pensare che siano stati attribuiti a persone che in realtà nona li hanno scritti sembra proprio incredibile, se non addirittura ridicolo.

Nelle chiese locali i documenti in rapida crescita venivano a costituire, se non proprio delle vere librerie, certamente quelli che potremmo chia­mare degli archivi, il che comportava precise descrizioni sui syllabos dei contenuti dei vari rotoli.

Chiunque aprisse un libro - e cioè svolgesse un ruolo - per leggerlo, per esempio, durante una funzione religiosa, doveva anzitutto dire chiaramen­te agli ascoltatori da dove leggeva. Certamente non avrebbe avuto molto senso dire: "Ascoltate che vi leggo qualcosa da questo Vangelo che ho qui. Che poi sia il secondo o il terzo, non ha alcuna importanza". L'abitudine di leggere gli scritti cristiani durante le riunoni è ben documentata nel Nuovo Testamento. Scrive Paolo ai Tessalonicesi: "Vi scongiuro per il Signore che si legga questa lettera a tutti i fratelli" (1 Ts 5,27). E dal momento che la data più probabile di questa lettera è l'anno 50, si tratta certamente di una vecchia abitudine!

Anche Gesù è protagonista di una scena nella quale si cita il nome del­l'autore del testo di un rotolo: "E si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo, trovò il passo dove era scritto..." (Le 4, 16-17). Luca dice espressamente che si trattata del rotolo del profeta Isaia e non del rotolo di un profeta o semplicemente di un rotolo. C'era dunque l'a­bitudine di citare il nome dell'autore e lo si faceva anche nel caso in cui, strettamente parlando, poteva non essere necessario.

Ci si potrebbe chiedere come mai i nomi degli autori non siano mai ricordati nei Vangeli. In realtà, nell'antichità, come anche oggi, il nome dell'autore non si trovava dentro il libro, ma sul frontespizio, sulla coper­tina e sul dorso. Nel caso dei rotoli, era indicato sul syllabos. E tuttavia, in almeno due dei Vangeli (quello di Luca e quello di Giovanni), il nome del­l'autore doveva esservi scritto. Luca, come abbiamo visto, dedica i suoi libri a Teofilo. Ora non è possibile dedicare un libro a qualcuno senza scrivere da qualche parte il proprio nome. Giovanni, da parte sua, anno­ta: "Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti" (Gv 21, 4), il che suppone che il suo nome fosse scritto da qualche parte e ora sappiamo che quel posto era il syllabos.

Finora, per quanto riguarda l'identificazione del nome degli autori dei primi scritti cristiani, ci siamo riferiti a testimonianze del 1 secolo. Ma, in seguito, troviamo anche altre fonti che le confermano. Papia, come tra poco vedremo, verso il 110 d.C. ricorda i nomi di Marco e Matteo. Marcione, un eretico che accettava solo una versione di Luca da lui stesso espurgata, verso il 140 ricorda il nome di Luca e il contesto fa supporre che conoscesse anche gli altri.

Ireneo, verso il 180, ricorda, in due opere distinte, tutti e quattro gli autori dei Vangeli. E da allora sono sempre più numerose le fonti giunte fino ai nostri giorni.

 

2. I papiri

Possediamo diversi manoscritti dei Vangeli su papiro anteriori ad alcu­ne di queste testimonianze, in alcuni dei quali è sopravvissuta anche la parte che ricorda il nome dell'autore. Il papiro P66, scritto a metà del II secolo e forse addirittura un po' prima del 150 d.C., relativo al Vangelo di Giovanni, riporta nel titolo il nome dell'evangelista. II papiro P75, con Luca e Giovanni, scritto alla fine del II secolo, ricorda Luca in un post scriptum al suo Vangelo e Giovanni all'inizio del suo. Il nome di Matteo e ricordato nei papiri P66 e P67, in realtà due parti di un unico papiro, anch'esso del II secolo.

Questi papiri non provengono da rotoli. Appartengono al periodo suc­cessivo, quando i circoli cristiani erano ormai passati dal rotolo al "codi­ce". Ora il codice, l'antenato del nostro libro moderno, portava le neces­sarie informazioni sul frontespizio o sopra l'inizio effettivo del testo e a volte anche alla fine. Il passaggio dal rotolo al codice ha segnato dun­que il momento in cui l'informazione sugli autori è "passata" dall'esterno del libro al suo interno.

Possiamo ritenere come sicuro che i tre Sinottici 22 sono stati scritti veramente da Matteo, Marco e Luca. L'autenticità letteraria di ciascuno dei tre Vangeli Sinottici è stata confermata anche (e da tanto!) dai dati interni di ogni singolo Vangelo (lingua, scopo, destinatari, etc.) e dalle opere degli scrittori del II secolo e della prima metà del terzo .

 

IX. QUANDO SONO STATI SCRITTI I VANGELI?

I. Gli autori dei Vangeli sono persone bene informate e degne di fede

Gli autori dei Vangeli conoscono con esattezza le cose che scrivono, essendo due di essi, Matteo e Giovanni, addirittura testimoni oculari dei fatti che narrano; mentre gli altri due, Marco e Luca, hanno messo per iscritto la testimonianza di persone che sono vissute a lungo con Gesù; Luca specialmente da Maria, mentre Marco da Pietro.

Inoltre, poiché gli Autori scrivono i loro Vangeli quasi subito dopo la morte di Gesù o, al massimo, entro i primi decenni quando ancora viveva­no moltissimi testimoni oculari dei fatti che narrano, essi sono pratica­mente nell'impossibilità di scrivere cose non vere, tanto che gli stessi nemici dei primi cristiani cercarono sì di perseguitarli imprigionandoli e uccidendoli, ma non poterono mai negare la verità dei fatti narrati nei Vangeli.

La vicinanza dei manoscritti dei Vangeli ai fatti che narrano è, si può dire, un caso unico nella storia della trasmissione dei testi antichi.

Se si pensa che eventi storici dei quali nessuno dubita, come le campa­gne di Giulio Cesare in Gallia da lui descritte nel De bello gallico, sono testimoniate da pochissimi manoscritti che distano 8 secoli dall'originale; e che le opere dei grandi poeti greci come Omero, Eschilo, Euripide e Sofocle e di grandi filosofi come Platone e Aristotile sono giunte a noi su copie scritte 1200-1300 anni dopo che fu scritto l'originale, allora dobbia­mo convenire che i Vangeli sono, sotto l'aspetto delle fonti, i testi più sicu­ri che si conoscano.

Eccezionale, nella letteratura non-cristiana dell'antichità, è stato il recente ritrovamento, nella fortezza di Masada, di un frammento di papiro contenente una citazione dell'Eneide di Virgilio, il grande poeta romano vissuto tra il 70 a.C. e il 19 d.C.

Questo frammento, che contiene una sola riga dell'Eneide, risale a soli 92 anni dalla morte del poeta ed è giustamente considerato, da coloro che si interessano a Virgilio, di enorme valore testuale. Ma allora che dire dei Vangeli i cui manoscritti sono datati a soli 10-15 anni dalla morte di Gesù?

 

2. Non 8, ma migliaia

C'è un altro elemento da tener presente: a deporre sui fatti descritti dagli 8 relatori contemporanei (Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Pietro, Paolo, Giacomo, Giuda) si aggiungono migliaia di contemporanei di Cristo: è vero non hanno scritto, ma hanno qualcosa di più impegnativo: si sono convertiti! Lo scrittore pagano Tacito ci attesta che nel 64 d.C. e nella sola Roma i cristiani erano "ingente moltitudine" e, di questi, un gran numero furono martiri.

Le vite degli altri grandi uomini antichi, dopo essere state composte e pubblicate, furono controllate relativamente da poche persone. Al contra­rio, la predicazione e gli scritti ufficiali su Cristo dei testimoni oculari, furono divulgati in lungo ed in largo per tutto l'Impero Romano e fuori, quando ancora non avevano i capelli bianchi innumerevoli uomini e donne che potevano raccontare quando avevano visto Gesù e cosa aveva detto. Al principio del secondo secolo lo scrittore cristiano Quadrato ci informa che ancora c'era in giro qualcuno dei suoi miracolati.

Perciò, anche volendo, gli 8 non avrebbero potuto inventare una narra­zione fittizia, sotto pena di non trovare credito e di essere sonoramente sbugiardati da chi conosceva le cose. Essi scrissero quando ancora vive­vano i ben informati. Pietro, nel suo primo discorso tenuto alla folla di Gerusalemme, poteva a voce alta parlare di "Gesù di Nazareth, uomo accreditato da Dio presso di voi con opere grandi, con prodigi e segni, che Dio fece per mezzo di lui tra voi, "come voi stessi sapete" (Atti 2,22). Gesù non aveva agito e parlato nell'ombra: "Io ho parlato al mondo in pub­blico in ogni tempo, ho insegnato nella sinagoga e nel tempio dove si radu­nano tutti i giudei, e nulla ho detto di nascosto. Perché dunque mi interro­ghi? Domanda a quelli che hanno udito ciò che ho detto; essi conoscono il mio insegnamento" (Giovanni 18,20 - 21). Queste parole dimostrano che non esistono Vangeli o detti "segreti" di Gesù, contrariamente a quanto dice Dan Brown e altri come lui.

Ogni convertito di quei tempi è una prova vivente. Che ci voleva a veri­ficare l'esattezza di ciò che dicevano i Vangeli? Ogni anno arrivavano e ripartivano da Gerusalemme per la Pasqua centinaia di migliaia di Ebrei, provenienti da tutti i paesi del mondo. Ebbene proprio in Palestina e nelle regioni intorno che avevano frequenti rapporti con la Palestina, noi trovia­mo migliaia di ebrei e pagani convertiti fin dall'anno della morte di Cristo. Alla fine del secolo il pagano Plinio il Giovane attesta, scrivendo all'im­peratore Traiano, che certe regioni dell'Asia Minore come la Bitimia erano già in maggioranza cristiane.

Certo c'era anche chi non si convertiva. Ma c'è da notare che farsi cri­stiano non era affatto facile: significava capovolgere radicalmente le pro­prie idee, i propri gusti, le proprie abitudini mentali, buttare dalla finestra una morale dalla manica larga, che chiudeva gli occhi su tutto e arrampi­carsi su per una via sublime e lieta, ma assai meno comoda. Significava anche, in quei tempi di persecuzioni, giocare la carta più rischiosa: espor­re a grave pericolo i beni, la famiglia, la stessa vita! Perciò è già molto significativo che tanta gente abbia avuto il fegato di fare un passo simile. Nessuna religione, storicamente, si è diffusa così controcorrente. Diversamente dalle altre, il Cristianesimo si presentava confatti e testimo­nianze precise e non era sminuito dal confronto con le mitologie: di qui l'inimicizia generale. Diversamente dalle altre religioni, la religione cri­stiana esigeva una disciplina alquanto rigorosa, prezzo per qualcosa di grande e di splendido che offriva. Perciò le migliaia di conversioni tra cui conosciamo ufficiali, senatori, filosofi e proconsoli, sono un fenomeno indicatore che la vita degli Apostoli era convincente, i loro miracoli pro­bativi, le loro parole piena di convinzione, le loro virtù di gente che meri­tava totale fiducia.

 

3. La storicità dei Vangeli

Il più importante risultato degli studi sull'origine dei Vangeli è di aver documentato scientificamente che i Vangeli sono stati scritti subito dopo la morte di Gesù, quando ancora vivevano i testimoni oculari dei fatti, e non alla fine del primo secolo dalla Comunità dei Credenti, come afferma­vano i negatori della storicità, da Reimarus a Bultman e ora da Dan Brown!

Questi nuovi studi sui Vangeli si svilupparono in due campi comple­mentari: nel campo linguistico e in quello papirologico. Analizzando le parole e la costruzione linguistica dei Vangeli, molti studiosi, tra i quali il celebre Padre Jean Carmignac, dimostrarono che il testo greco dei Vangeli che noi oggi possediamo è la traduzione di un testo più antico, scritto in ebraico o in aramaico, la lingua parlata in Palestina al tempo di Gesù.

Per comprendere il metodo usato dal Carmignac, ci sia permesso di por­tare un esempio banale. È noto che nella lingua latina il verbo è collocato al termine della frase, mentre in italiano è posto subito dopo il soggetto; ebbene se traduco letteralmente in italiano il celebre detto che Svetonio mette in bocca Cesare: "Alea iacta est" con "il dado gettato è", com­prendo subito che questo italiano è la traduzione di un testo latino.

Naturalmente gli studiosi del testo greco dei Vangeli non si fondano solo sulla costruzione della frase, ma sull'uso di parole ebraiche che non esistono in greco come "amen", "alleluia", ecc.; o sul rafforzamento, proprio delle lingue semitiche che ripetono la stessa parola, come nelle frasi "ho desiderato di desiderio" (Marco 4, 1) o "Hanno gioito di una grande gioia" (Matteo 2,10), ecc.

Questa scoperta è di grande importanza - afferma il filologo Claude Tresmontant - perché ci attesta che i Vangeli furono scritti al tempo di Gesù da persone che parlavano in aramaico o in ebraico e non - come affermavano Bultman e compagni - un secolo dopo, da una comunità che conosceva solo il greco. Chi volesse documentarsi su tale argomento potrà incominciare col leggere il libro di Jean Carmignac dal titolo "La nascita dei vangeli sinottici" (Edizioni Paoline) o lo studio di Juliàn Carròn dal titolo "Un caso di ragione applicata" tratto dal volume "Vangelo e stori­cità" (Edizione Rizzoli).

Passiamo ora a considerare i progressi dei nuovi studi nel campo papi­rologico. Il grande avvenimento scientifico di questi ultimi anni è stata la scoperta di frammenti di papiri antichissimi dei Vangeli, databili a pochi

anni dalla morte e risurrezione di Gesù, dei quali ricorderemo solo il 7Q5, ritrovato a Qumran e il P64, conservato nel Magdalen College di Oxford.

 

4. Il Vangelo di Marco

Riguardo alla datazione dei Vangeli, il dato più importante ci è offerto dal famosissimo frammento 7Q5, un minuscolo frammento di papiro tro­vato nella grotta n. 7 di Qumran, contenente 20 lettere disposte su 5 righe.

È il frammento più antico e più prezioso. Per questa ragione dobbiamo rac­contarne la storia.

È noto che a Qumran, una località in riva al Mar Morto a sud-est di Gerusalemme, esisteva fin dal secondo secolo prima di Cristo una comu­nità monaci Esseni (parola che significa "i santi" o, forse "i silenziosi") che si dedicavano al lavoro dei campi, alla preghiera, alla lettura e scrittura dei testi sacri della Bibbia. Quando nell'anno 66 dopo Cristo, gli eserciti roma­ni al comando prima di Vespasiano e poi del figlio Tito cinsero d'assedio Gerusalemme, i monaci fuggirono da Qumran dopo aver nascosto i loro libri sacri, racchiusi in vasi di terracotta ben sigillati, nelle numerose grot­te che circondano il monastero. Tra essi, interi libri della Sacra Scrittura dai quali traevano il loro nutrimento spirituale.

Millenovecento anni dopo questi avvenimenti, nel 1947, avvenne un fatto provvidenziale: un pastore arabo, inseguendo una pecore che si era smarrita, entrò in una di quelle grotte e scoprì un vaso pieno zeppo di manoscritti antichi.

Le ispezioni archeologiche che seguirono alla scoperta misero in luce ben 11 grotte-deposito.

Nella grotta n.7 - il cui pavimento era disgraziatamente sprofondato - gli archeologi recuperarono, nel 1955, diciannove frammenti di papiro, eccezionalmente scritti in greco. Di essi esamineremo quello catalogato con la sigla 7Q5 appunto perché ritrovato nella settima grotta di Qumran e registrato col progressivo numero 5.

Ma fu solo diciassette anni più tardi, nel 1972, che il celebre papirolo­go spagnolo Padre Josè O'Callaghan, mentre stava lavorando alla catalo­gazione scientifica dei papiri greci dell'Antico Testamento, cercando di decifrare il 7Q5 scopri che esso conteneva non un testo dell'Antico Testamento, ma del Nuovo Testamento, e precisamente i versetti 52 e 53 del capitolo VI del Vangelo di San Marco.

Evidentemente non è qui possibile esporre tutti gli argomenti scientifi­ci che provano la identificazione di 7Q5 con il passo del Vangelo di Marco 6,52-53. A chi desiderasse saperne di più consigliamo la lettura di un arti­colo dello stesso Padre O'Callaghan apparso sulla rivista "La Civiltà Cattolica" del 6 giugno 1992 dal titolo "Il papiro di Marco a Qumran", o il libro del papirologo tedesco Prof. Thiede intitolato: "Il più antico mano­scritto dei Vangeli?" pubblicato dall'Istituto Biblico di Roma, o ancora il recentissimo libro dello stesso Thiede dal titolo "Qumran e i Vangeli" edito in Italia dalla Editrice Massimo.

Ed ora chiediamoci: in quale anno fu scritto il 7Q5? La storia ci dice che è certamente anteriore agli anni 66-68, quando fu nascosto nella setti­ma grotta di Qumran in seguito all'avanzata degli eserciti romani; ma l'esame della scrittura ci dice che è anteriore agli anni 50, quando lo stile "ornato erodiano", con cui è scritto, cessò di essere usato.

C'è però un'altra riflessione da fare: sappiamo infatti che il 7Q5 non è l'originale che Marco scrisse a Roma in ebraico dove fu poi tradotto in greco, ma una copia di questa traduzione greca, giunta più tardi a Qumran; allora si deve concludere con il Padre Carmignac che l'originale di Marco fu scritto assai prima dell'anno 50, forse tra il 42 e il 45, ossia a soli 5-8 anni dalla morte di Gesù, quando vivevano ancora i testimoni oculari dei fatti.

Ancora: si sa che fra i quattr Vangeli il più antico è quello di Marco. Come riporta unanimemente la tradizione primitiva, e da quanto traspare credibilmente dal testo stesso, esso si rifà a prediche di Pietro a Roma. Dato che questo Vangelo, come dimostra 7Q5, esisteva già nel 50, deve essere stato scritto mentre Pietro era ancora in vita. Come riferiscono in forma indiretta gli Atti degli Apostoli, all'inizio degli anni 40 Pietro da Gerusalemme fuggì a Roma. Mettendo insieme queste notizie e indicazio­ni diverse, se ne deduce che il Vangelo di Marco è stato redatto a Roma negli anni 40.

 

5. Il Vangelo di Giovanni

Tutti concordano nel ritenere il Vangelo di Giovanni composto per ulti­mo. Fino a qualche decennio fa, gli studiosi lo datavano alla fine del 1 seco­lo, intorno all'anno 100 d.C., vale a dire 70 anni dopo la morte di Gesù di Nazareth. Ma oggi questa datazione comincia ad esser messa in discussio­ne, a vacillare. Sembra che la data della sua composizione vada abbon­dantemente anticipata.

Julian Carròn, professore di Sacra Scrittura presso il Centro Studi teo­logici San Damaso di Madrid, direttore dell'edizione spagnola della rivista internazionale "Communio ", in un saggio apparso sul prestigioso trime­strale "Il Nuovo Areopago" alla fine del 1994, sostiene che il Vangelo di Giovanni contiene molti "elementi che si possono spiegare solo prima della distruzione di Gerusalemme", avvenuta, come è noto, nell'anno 70 d.C. (Julian Carròn Un caso di ragione applicata. La storicità dei Vangeli, in Il Nuovo Areopago, anno 13, n. 3 [51], autunno 1994, p. 16).

A sostegno della sua tesi, Carròn cita, tra gli altri, un chiaro esempio che merita di essere riportato: "Nel racconto della guarigione del malato che aspettava per essere guarito l'agitazione delle acque nella piscina - con­tenuto nel Vangelo di Giovanni - si dice: "C'è (estin) in Geru salemme, vicino alla porta delle Pecore, una piscina chiamata in ebraico Betzaetà che ha cinque portici" (Gv 5, 2). Il presente dell'indicativo in cui viene data la notizia dell'esistenza della piscina (estin), mentre tutto il racconto e scritto in aoristo (cioè al passato), come se facesse riferimento a un fatto succeduto nel passato, mostra che quando questi racconti furono scritti esisteva ancora quella piscina. E questo si poteva affermare solo prima della distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70" (ibidem, p. 17).

 

6. Il Vangelo di Matteo

Gesù muore crocifisso nell'anno 33. Marco scrive nel 42. Giovanni lo abbiamo visto, scrive prima del 70. In mezzo a queste due date vi sono i Vangeli di Matteo e di Luca (perché essi dipendono da Marco).

Nel 1994 è giunta la notizia della nuova datazione del papiro greco di Matteo P64, conservato nel Magdalen College di Oxford, è noto come il papiro Magdalen P64. Di questo papiro si conservano tre frammenti scrit­ti su ambedue i lati, contenenti alcuni versetti del capitolo 26 del Vangelo di Matteo.

Essi furono ritrovati in Egitto, a Luxor e portati ad Oxford da un pasto­re anglicano e datati nel 1953 da Colin Roberts alla fine del II secolo.

Ma nel 1994 il papirologo tedesco Carsten Peter Thiede, dopo accurati esami scientifici sul papiro Magdalen, dimostrò che esso era molto più antico e risaliva agli anni 65-66 dopo Cristo.

Per giungere a tale certezza Thiede esaminò il papiro con speciali appa­recchi scientifici, come il microscopio a scansione laser, trovando però la conferma definitiva nel ritrovamento di un altro papiro scritto nello stesso identico stile che, essendo una lettera, porta la data in cui fu scritta. Ebbene, a circa 400 chilometri a nord di Luxor, dove Rev Huleatt acquistò il papiro P64, sorge l'antica città di Ossirinco. Qui, tra gli innumerevoli papiri greci, è stata ritrovata una lettera scritta con la stessa identica grafia del P64 che in più porta la data in cui fu scritta: "il dodicesimo anno del­l'imperatore Nerone Claudio Cesare Germanico", anno che corrisponde al 65-66 della nostra era. L'interessante documentazione, qui appena accennata, che condusse Thiede a datare il P64 agli anni 65-66, è descritta dallo stesso Thiede nel volume dal titolo significativo: Testimone oculare di Gesù, titolo scelto dall'autore per evidenziare la storicità dei Vangeli e il crollo definitivo di tutte le teorie che, da Reimarus fino a Bultmann (e a Dan Brown), avevano spostato la composizione dei Vangeli a dopo gli anni 70, facendole barcollare e crollare miseramente (Cfr. La storicità dei vangeli, MIMEP-DOLETE, Via Papa Giovanni XXIII, 4 - 20060 Pessano (MI) - Tel. 02 9504075.

Anche indizi interni al Vangelo stesso suggeriscono una data di compo­sizione prima del 70 d.C. Infatti in Matteo 27,7-8 si legge: "...compraro­no (col denaro lasciato da Giuda) il campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu denominato Campo di sangue fino al gior­no d'oggi". Ciò dimostra che il Vangelo di Matteo fu scritto quando anco­ra esisteva quel campo di sangue. E questo si poteva affermare solo prima della distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70.

Anche per Matteo vale quanto si è detto per Marco. Matteo scrisse in lingua aramaica, mentre i frammenti custoditi ad Oxford sono in lingua greca Sono dunque una traduzione, una copia. L'originale, pertanto deve necessariamente risalire a diversi anni prima comunque ad un tempo straordinariamente vicino agli eventi storici vissuti da Gesù di Nazareth.

 

7. Il Vangelo di Luca

Importanti criteri interni al testo sostengono l'ipotesi che gli Atti degli Apostoli siano stati conclusi negli anni 60, prima della fine del processo contro Paolo. L'epoca di stesura del Vangelo di Luca si colloca sicura­mente prima e potrebbe essere determinata con precisione se si potesse essere certi che Paolo - come da tempo sostengono alcuni esegeti - inten­de parlare di Luca e del suo Vangelo quando scrive nella II Lettera ai Corinti:

"Con lui (=Tito) abbiamo inviato pure il fratello che ha lode in tutte le Chiese a motivo del Vangelo en to evanghelio" (2Cor 8, 18).

In base all'attuale stato delle ricerche risulta probabile che questo pas­saggio si riferisca effettivamente a Luca. Allora il Vangelo di Luca dovreb­be essere stato scritto un po' prima della II Lettera ai Corinti, la cui stesu­ra risale agli anni 57/58, ed essersi diffuso rapidamente nelle comunità paoline. Concludendo ecco le date di composizione dei Vangeli più vicine al vero: Marco 42 d.C.; Matteo, prima del 65/66 d.C.; Luca, prima del 57/58 d.C. e Giovanni, prima del 70 d.C.

È davvero estremamente improbabile che gli Evangelisti abbiano inventato di sana pianta le storie contenute nei loro Vangeli. Hanno scrit­to in tempi troppo vicini ai fatti accaduti, troppi testimoni oculari potevano facilmente smentire i loro racconti, anche quelli relativi ai miracoli, contestati oggi, purtroppo, da teologi ed esegeti perfino cattolici.

 

X. I VANGELI SONO DOCUMENTI DEL PRIMO SECOLO

I. Autenticità dei Vangeli

Una tradizione bimillenaria, giunta ininterrottamente fino a noi attri­buisce i Vangeli a quattro autori di nome Matteo, Marco, Luca e Giovanni, tutti vissuti - si dice - nel I secolo d.C. Come possiamo verificare la fon­datezza di questa tradizione, oltre a quanto già detto?

11 punto di partenza della nostra ricerca è un dato storico indiscutibile perché di esso possediamo molte testimonianze. Subito dopo la morte di Gesù, il Cristianesimo si diffonde in numerose e vaste regioni dell'Impero di Roma. Proprio di questa capillare presenza rimangono molte tracce, anche archeologiche, che perfino un turista distratto può facilmente notare solo che viaggi in Terra Santa o in Asia Minore.

Una presenza così numerosa di focolai di Cristianesimo è attestata da fonti storiche non cristiane. Abbiamo ricordato la lettera di Plinio il Giovane (anno 112) all'imperatore Traiano, nella quale si legge: "Il Cristianesimo è professato da un gran numero d'ambo i sessi, di ogni età e classe sociale" e nella quale si dice che questa nuova religione è ormai diffusa non solo nelle città ma anche nei villaggi e nelle campagne.

Queste comunità cristiane sono tra loro assai distanti e soprattutto sono spesso indipendenti una dall'altra. Tra alcune di esse non mancheranno scontri e rivalità che sfoceranno, talvolta, in dure lotte di carattere dottri­nale, fino a giungere successivamente a dolorose separazioni.

Ma su di un punto esse concordano sempre: nel ritenere gli scritti di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni i soli autentici Vangeli, realmen­te scritti dai quattro personaggi suddetti, tutti vissuti nei I secolo d.C.

Questo è un primo dato che gioca a favore dell'autenticità dei Vangeli, da prendere in seria considerazione. Ma ve ne sono altri.

 

2. Le radici apostoliche come fondamento di verità

In tutte le citazioni di documenti del II e del III secolo che riporteremo viene continuamente ribadito che Matteo, Marco, Luca e Giovanni sono gli autori dei Vangeli e che non esiste un altro Vangelo diverso da questi.

Le opere di teologi del II secolo come Ireneo o del III secolo come Tertulliano chiariscono che l'esistenza di gruppi come gli ebioniti (una setta giudaizzante del II secolo) e di altre fazioni guidate da Marcione (attivo intorno al 140) e da Valentino (100-175) stimolò la tendenza ad individuare non solo i pilastri teologici del cristianesimo ma anche i docu­menti chiave.

Inoltre, le liste di libri accolti dalla Chiesa risalgono a questo periodo. Esse elencano le opere accettate dalla Chiesa e di cui veniva data lettura nelle funzioni religiose. Secoli prima dell'invenzione della stampa, i Cristiani venivano a conoscenza di questi libri non perché possedessero una loro Bibbia personale, ma ascoltandone la lettura durante le cerimonie officiate in chiesa. Una delle più importanti di queste liste è un'opera in latino, nota come Canone muratoriano, scoperta nel 1740 dallo storico italiano Ludovico Antonio Muratori, ragione per cui porta il suo nome. Consta di ottantacinque righe e presenta in principio una lacuna, di quelle tipiche degli antichi testi.

Il manoscritto è la copia di un documento originale (del II secolo d.C.). Dopo la lacuna iniziale, il documento prosegue: "Il terzo libro del Vangelo è quello secondo Luca". Sono nominati solo quattro Vangeli in quanto contenenti "il vangelo". Difatti ci si riferisce a Giovanni in questi termini: "Il quarto dei Vangeli è quello di Giovanni, uno dei discepoli". Ecco la prova, risalente al II secolo, che "il vangelo" era contenuto nei quattro vangeli, e solo in essi.

Il Canone muratoriano nomina esplicitamente opere di Valentino e di Marcione giudicandole estranee alla Chiesa.

 

3. La testimonianza di Ireneo e Papia

Ireneo, padre della Chiesa del II secolo, è l'autore di Contro le eresie, in cui difese e spiegò la fede trasmessa dalla tradizione. Nel Libro 3.11.7, ne chiarì il nucleo centrale e nominò i gruppi contro cui prendeva posizio­ne. Il testo recitava: "Dunque, tali sono i princìpi del Vangelo: vi è un solo Dio, Creatore dell'universo, annunciato dai profeti, e che per mezzo di Mosè dispensò la legge, [... princìpi] che riconoscono ufficialmente il Padre del nostro Signore Gesù Cristo e ignorano qualsiasi altro Dio o Padre all'infuori di lui. Tanto solida è la base su cui poggiano questi vangeli che gli eretici stessi ne rendono testimonianza e, partendo da tali documenti, ognuno di loro cerca di istituire una propria dottrina peculiare. Giacché è possibile confutare gli ebioniti, che hanno adottato il solo Vangelo di Matteo, pro­prio sulla base di questo stesso testo, allorché si abbandonano a false con­getture riguardo al Signore. Mentre Marcione, nel momento in cui mutila il Vangelo di Luca, si dimostra un bestemmiatore dell'unico Dio esistente in ragione dei [passi] che accoglie. Coloro, ancora, che separano Gesù da Cristo sostenendo che quest'ultimo rimase impassibile e che fu solo il primo a soffrire, e hanno adottato il Vangelo di Marco, se lo leggessero con amore per la verità, forse potrebbero rettificare i propri errori. Coloro, infi­ne, che seguono Valentino e fanno largo uso del Vangelo di Giovanni per illustrare le proprie elucubrazioni cadono totalmente in errore, e lo si può provare proprio grazie a questo stesso Vangelo, come ho mostrato nel primo libro. Dunque, i nostri oppositori depongono a nostro favore nel momento in cui fanno uso di questi [documenti], quindi le nostre prove non potrebbero essere più solide e circostanziate".

Ireneo chiarisce diversi punti. Primo, afferma che i quattro Vangeli. di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, nella loro integrità, contenevano l'unico Vangelo di Cristo e che i quattro evangelisti citati ne sono gli autori. Afferma poi che è tanto solida la base (apostolica) su cui poggiano questi Vangeli che gli eretici stessi ne rendono testimonianza. Infatti Ireneo, cri­ticando gli ebioniti perché usavano solo il Vangelo di Matteo, Marcione perché usava solo brani di Luca, e Valentino perché usava il Vangelo di Giovanni in maniera selettiva, dimostra che perfino gli eretici riconosce­vano che Matteo, Marco, Luca e Giovanni erano gli autentici autori dei Vangeli e che questi erano solo quattro.

Secondo, Ireneo si oppone a dottrine diverse da quelle dei Vangeli (cioè le concezioni degli eretici), accusando altri di sviluppare "dottrine peculiari", che, tra gli altri errori, separavano Gesù dal Cristo, sulla base della pretesa sofferenza del solo Gesù. Tali concezioni erano simili in qualche modo a quelle che abbiamo illustrato nella nostra analisi dei vangeli gno­stici.

Tra il 95 ed il 150 d.C. visse Papia, che fu anche vescovo di Gerapoli, in Asia Minore. Papia fu discepolo di un altro grande della Chiesa, san Policarpo, vescovo di Smirne. E San Policarpo fu amico e discepolo di San Giovanni Apostolo, l'autore del quarto Vangelo.

Nelle sue "Spiegazioni dei detti del Signore" di cui ci parla lo storico Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, 111, 39), Papia scrive: "Questo diceva il Presbitero: Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse con accuratezza, ma non con ordine, tutto ciò che ricordava delle parole o dei fatti del Signore. Egli, infatti, non aveva udito il Signore né era stato suo discepolo, ma più tardi, come dicevo, aveva accompagnato Pietro, il quale impartiva le sue istruzioni secondo i bisogni, ma senza fare esposizione ordinata dei detti del Signore, cosicché non commise colpa Marco scri­vendo alcune cose così come le ricordava. Egli ebbe una sola preoccupa­zione, di non omettere nulla di quanto aveva inteso e di non introdurre alcun errore ... Quanto a Matteo, egli in lingua ebraica ordinò i detti del Signore".

Nella testimonianza di Papia si fa cenno ad un "Presbitero". A detta degli studiosi si tratta proprio di San Giovanni apostolo, le cui parole furo­no riferite a Papia probabilmente proprio da quel Policarpo discepolo del­l'autore del quarto Vangelo.

Siamo davanti ad una testimonianza preziosa, la cui fonte potrebbe risa­lire, con la mediazione di San Policarpo, nientemeno che ad un Apostolo del Signore, autore di un Vangelo. Papia parla solo di un Vangelo di Matteo e di uno di Marco; tace sugli altri due e così facciamo, per ora, anche noi. Segnala che Marco era "interprete di Pietro" e "aveva accompagnato" il Principe degli Apostoli. Pertanto, Marco è certamente vissuto in età apo­stolica e il suo Vangelo va datato al 1 secolo.

La documentazione storica ci offre altre testimonianze importanti a conferma dell'autenticità dei Vangeli.

Nell'anno 185, ancora, Ireneo, vescovo di Lione (Gallia), scrive: "Matteo fra gli ebrei nella propria lingua di essi produsse un Vangelo, nel tempo in cui Pietro e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa. Quindi, dopo la dipartita di costoro, Marco, discepolo e segretario di Pietro, ci trasmise anch'egli per iscritto le cose predicate da Pietro. A sua volta, Luca, compagno di Paolo, compose in un libro il Vangelo pre­dicato da quello. Infine Giovanni, il discepolo del Signore, quello che ripo­sò pure sul petto di Lui, anch'egli pubblicò un Vangelo, mentre dimorava in Cèso d'Asia... Esistono dunque solo quattro Vangeli né più né meno". (Adversus Haereses, III, l, 1)

Dunque al tempo di Ireneo, sul finire del II secolo, è assodato che gli unici Vangeli ai quali la Chiesa attribuisce valore sono quelli di Matteo, di Marco, di Luca e. di Giovanni. Ireneo ci offre una datazione dei Vangeli ancora generica, ma molto significativa: Matteo scrive "nel tempo in cui Pietro e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa", quindi prima del 64/67 d.C., anno della loro morte. Ci informa, inoltre, che Luca, autore del terzo Vangelo, era compagno di Paolo, mentre Giovanni, autore del quarto, era apostolo di Gesù. Dunque tutti uomini vissuti nel primo secolo, che scrissero i Vangeli certamente in età apostolica.

La testimonianza di Ireneo è preziosa sia per l'autorevolezza della fonte, perché egli fu uomo di profonda cultura e di grande prestigio e auto­rità nella Chiesa primitiva, sia perché, sebbene giovanissimo, conobbe per­sonalmente san Policarpo, discepolo dell'Apostolo Giovanni.

 

4. Giustino, Taziano, Origene

Giustino, martire che scrive prima di Ireneo, sempre nel Il secolo, si riferisce ai Vangeli quali "memorie che, io affermo, furono compilate dai suoi apostoli e da coloro che li seguivano" (Dialogo con l'ebreo Trifone 103,19). Egli usa l'espressione «memorie degli apostoli» quindici volte. I rimandi citano Matteo, Marco e Luca. In Dialogo 106,3, Giustino martire definisce il Vangelo di Marco come «memorie» di Pietro, in linea con la tradizionale associazione tra i due. La sua I Apologia 66,3 parla di "memo­rie degli Apostoli" e poi si osserva che erano altrimenti note come "van­geli", suggerendo che questo titolo era allora ben noto per gli scritti in que­stione. Il santo menziona pure il Vangelo messo per iscritto in Dialogo 10,2 e 100,1.

Questi ed altri autori si avvidero del valore dei testi evangelici e li dife­sero sulla base della tradizione apostolica: si trattava di ricordi di persone che avevano camminato accanto a Gesù. La convinzione che il Vangelo di Tommaso e altri vangeli successivi mancassero di un'autentica connessione con gli apostoli spinse molti cristiani a respingerli, in quanto non riflet­tevano la fede nella sua forma primitiva.

Taziano, discepolo di Giustino martire nel Il secolo, divenne seguace di Valentino, per cui venne espulso dalla comunità di Roma a cui appartene­va. Questi, intorno al 172 d.C.. fuse i quattro vangeli in un unico testo chia­mato Diatessaron, che in greco vuol dire «accordo dei quattro». Fu il primo tentativo di conciliare i Vangeli in un unico resoconto ininterrotto della vita di Gesù; gran parte del materiale dell'opera proviene dai quattro Vangeli con qualche aggiunta estrapolata da altra fonte. Persino coloro che parteggiavano per gli gnostici (come Taziano) riconoscevano la centralità dei Vangeli canonici alla fine del II secolo. Per di più, la Chiesa non accolse mai l'opera di Taziano al posto dei quattro Vangeli, anche se un espediente del genere sarebbe potuto apparire sensato nel momento in cui semplificava la presentazione della vita di Gesù proponendola in un unico testo. I vangeli canonici erano troppo importanti e troppo radicati perché si potesse accogliere un'idea del genere.

Un altro testimone in favore dell'autenticità dei Vangeli è un discepolo di Clemente Alessandrino, suo successore, a partire dall'anno 203, nella Scuola di Alessandria. Stiamo parlando di Origene (185 - 254 d.C.) auto­re di un Commentario in Matteo, in cui scrisse: 'Ecco quanto appresi dalla tradizione intorno ai quattro Vangeli, che sono gli unici ammessi senza controversia dalla Chiesa di Dio. Dapprima fu composto il Vangelo secon­do Matteo, il quale una volta era pubblicano e in seguito divenne Apostolo di Gesù Cristo. Egli pubblicò il Vangelo in lingua ebraica per i Giudei convertiti alla fede. II secondo è quello composto da Marco dietro quanto gli aveva esposto Pietro... Il terzo è quello secondo Luca, il Vangelo rac­comandato da Paolo, scritto a favore dei Gentili. L'ultimo quello secondo Giovanni" (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, VI, 25).

Queste citazioni ci giungono da una figura che visse un secolo prima di Nicea, e riecheggiano ciò che aveva saputo da altri antichi autori che l'a­vevano preceduto. La maggioranza nell'ambito della Chiesa riconosceva solo quattro Vangeli. Gli altri erano esplicitamente rigettati.

 

XI. ATTENDIBILITA STORICA DEI VANGELI

1. I Vangeli: testi modificati nel tempo?

Altre sciocchezze lo Ehrman dice quando afferma: "Dato che i Vangeli affondano le radici nelle tradizioni orali sulla vita di Gesù, i resoconti di cui disponiamo rappresentano storie modificate nel tempo, a furia di esse­re raccontate, anno dopo anno, finchè alcuni autori cristiani non le misero per iscritto intorno alla fine del I secolo" (p.115). Rispondiamo: quelli che Ehrman chiama '`alcuni autori cristiani" hanno un nome ben preciso: Matteo, Marco, Luca e Giovanni; e ci sono testimonianze storiche che lo provano indiscutibilmente (testimonianze che lui non conosce). Abbiamo già visto che i Vangeli non sono stati scritti "alla fine del 1 secolo".

Circa la sua idea che i resoconti su cui si basano i Vangeli sono storie modificate nel tempo, basta ricordare che i 12 Apostoli vigilavano perchè venisse insegnata la sana dottrina e venisse predicato l'autentico Vangelo. San Paolo è molto esplicito al riguardo. Scrivendo, infatti, ai Gàlati (nel 56 - 57 d.C.) dice: "Mi meraviglio che così in fretta passiate ad un altro Vangelo. In realtà, però, non ce n'è un altro; soltanto vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire in Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia maledetto! L'abbiamo già detto ed ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un Vangelo diverso da quello che avete rice­vuto, sia maledetto!" (Gal 1, 6-10).

San Giovanni, nella sua seconda lettera, circa coloro che predicavano un altro Vangelo, scrive: "Poichè molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il sedut­tore e l'anticristo! Fate attenzione a voi stessi... Se qualcuno di essi viene a voi, non ricevetelo in casa e non salutatelo, poichè chi lo saluta parteci­pa delle sue opere perverse" (2 Gv 1, 7-10).

 

2. Dai Vangeli a Gesù

Attraverso i Vangeli arriviamo ai discorsi fatti da Gesù?

Col Gerhardsson (Memory and Manuscript, Uppsala 1961), rispondia­mo di sì per i seguenti motivi: Gesù fin dal suo apparire viene da tutti rico­nosciuto e chiamato Rabbi. Per essere possibile ciò era necessario che Gesù si comportasse come i rabbini ebrei. Costoro leggevano in ogni discorso un brano più o meno lungo della Legge (o Torah, cioè il Pentateuco); lo ripetevano perché gli ascoltatori lo imparassero a memoria e poi, spesso, lo spiegavano.

I princìpi della pedagogia rabbinica erano due: far ripetere ai discepoli il testo a memoria; conservare inalterato il testo imparato a memoria. Naturalmente Gesù non si fermava alla Torah, ma la completava, come egli stesso afferma (Mt. 5, 17) con i suoi insegnamenti. Tali nuovi inse­gnamenti li dava con autorità (Mc. I, 22) e pretendeva che ad essi non venisse cambiata né una parola, né una virgola (Mt. 5, 19). Per far ciò, seguendo l'uso rabbinico, Gesù doveva ripetere i suoi insegnamenti.

Non si poteva inventare da anonimi una tecnica e un contenuto così per­fetti di tali insegnamenti. Occorreva una grande intelligenza e un grande maestro e questi non poteva passare inosservato. E questa persona infatti si impose fin dal suo primo apparire e subito fu chiamata Rabbi, cioè Maestro.

Gesù si è mostrato subito un rabbi perfetto, e per il contenuto altamente religioso del suo insegnamento e per la tecnica consumata con cui lo impo­stava, fatta da antitesi, da parallelismi, da proverbi, da parabole che subito venivano imparate a memoria.

Per esempio: "Se il tuo occhio ti scandalizza, cavatelo; è meglio anda­re in paradiso con un occhio solo, anziché all'inferno con tutti e due" (Mt. 18, 9). "Chi vuol guadagnare la sua vita la perderà, chi perde la sua vita per me e per il Vangelo la troverà" (Mc. 8, 35) ecc.

Perciò il Cristianesimo non comincia con la predicazione degli Aposto­li, ma con la predicazione di Gesù, di cui quella degli Apostoli fu per primo una ripetizione e quindi lo sviluppo.

Gli apostoli erano in grado di trasmettere fedelmente tali insegnamenti perché avevano visto e ascoltato Gesù (Atti 4, 20: 1 Gv. 1, 1-3), perché erano vissuti nella sua intimità (Atti 1, 21- 22), perché avevano mangiato e bevuto con lui (Atti 10,41). In conseguenza avevano sentito ripetere nei tre anni di vita pubblica tante volte quegli insegnamenti, per cui li avevano imparati a memoria, come i discepoli dei rabbini. S. Giovanni dà forza alla sua testimonianza: "Quello che era fin da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto coi nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato, del Verbo di vita - quello che abbiamo visto e udito lo annunziamo anche a voi, affinché voi pure siate in comunione con noi" (1 Gv. 1, 1 e 3)

Però tutti quegli insegnamenti dovevano essere calati nella realtà e nelle situazioni delle varie chiese nelle quali gli Apostoli predicavano, perché si trattava di insegnamenti vitali per la salvezza. Per tale motivo potevano sorgere delle piccole varianti e nei discorsi e nei racconti. Per i racconti dei miracoli creavano una forma quasi stereotipata che rispecchiava i loro ricordi.

Sia i detti (o loghia) sia i racconti venivano memorizzati dai discepoli e trasmessi fedelmente agli altri. Gli Atti degli Apostoli (2, 43) ci dicono: "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere". Era allora che si anda­vano trasmettendo i detti e i fatti di Gesù. Tali detti e fatti, o loghia, veni­vano memorizzati secondo l'uso rabbinico nelle sinagoghe, soprattutto perché la grande maggioranza della popolazione era analfabeta. È nella comunità pasquale l'origine e la fonte dei Vangeli.

 

XII. ATTENDIBILITÀ DELLA TRADIZIONE ORALE

Su tali tradizioni vigilavano attentamente gli Apostoli perché restas­sero fedeli, come possiamo ampiamente vedere.

S. Paolo dice: "Sapete bene quali sono le istruzioni che noi vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù" (I Ts. 4, 2); "orsù dunque, fratelli, state saldi e conservate le tradizioni che avete ricevute sia a viva voce, sia per mezzo della nostra lettera" (I Ts. 2, 15 e 3, 6); "Se uno vi annuncia un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto sia maledetto" (Gal. 1, 9).

 

1. I testimoni oculari

Un altro fatto che possiamo osservare è che la predicazione delle cose su Gesù è fatta anzitutto da testimoni oculari. Ce ne assicura Luca nel Prologo: molti hanno messo mano a raccontare per scritto le cose avvenu­te tra noi "come ci hanno tramandato quelli che da principio furono testi­moni oculari e sono diventati ministri della parola" (Le 1, 2).

Pietro dice: "Non possiamo non parlare di quelle cose che abbiamo vedute e udite" (Atti 4, 20); noi siamo testimoni di tutto quello che (Gesù)

ha fatto nella regione dei Giudei e a Gerusalemme (Atti 10, 39); "il Gesù che gli ebrei hanno crocifisso è risuscitato ed è apparso, e noi ne siamo i testimoni" (Atti 5, 32).

Gli Apostoli dicono di se stessi: « Noi siamo testimoni di tutto ciò che Gesù ha fatto nel paese dei Giudei (=la Palestina) e a Gerusalemme». Così Pietro a Cornelio (cfr. Atti 10, 39), ove si osservi il «noi» siamo testimoni: anche gli altri dunque predicano alla stessa maniera; Pietro non è il solo teste oculare. Gesù è apparso, aggiunge subito Pietro, «a testimoni scelti da Dio, a noi che abbiano mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione dai morti» (cfr. Atti 10, 41). Essere testimoni è la missione che gli Apostoli hanno ricevuto da Gesù (cfr. Atti 1,8) ed è condizione di apostolato l'esse­re stato testimone della vita e della risurrezione di Gesù (cfr. Atti 1, 21 - 22). Questi testimoni diretti non temono una smentita. Pietro può appellar­si a quello che gli uditori sanno: "Voi sapete ciò che è avvenuto per tutta la Giudea" (Atti 10, 37).

L'esistenza dei testimoni nel tempo in cui si è formata la tradizione evangelica dopo la morte di Gesù, rende estremamente inverosimile una deformazione della figura e del pensiero di Gesù da parte di altri predica­tori. Ciò è tanto più vero in quanto la predicazione avveniva in una comu­nità fortemente organizzata, sotto il controllo dei capi.

 

2. Una comunità strutturata

Il primo riscontro oggettivo che ci invita ad accordare la nostra fiducia ai ricordi quali si presentano nei Vangeli, è che essi furono confidati non a una collettività anonima, ma a una comunità ben costruita.

Ci sono i Dodici, che hanno per missione di testimoniare. Essi hanno grandissima autorità; i convertiti sono assidui all'insegnamento degli Apostoli (cfr. Atti 2,42). Ai loro piedi vien portato ciò che si ricava dalla vendita dei propri beni (cfr. Atti 4, 37; 5, 2).

Pietro ha un prestigio eccezionale (cfr. Atti 5, 15).

In questa comunità i capi esercitano un controllo sulla dottrina che viene insegnata. Nel Concilio si decide del modo con cui deve comportar­si un cristiano venuto dal paganesimo (Atti 15).

Si può certo muovere il dubbio se nel passaggio del Vangelo dalla lin­gua aramaica alla lingua greca ci sia stato un travisamento del senso origi­nario delle parole di Gesù. Ma il dubbio appare infondato se si tien conto del fatto che la tradizione fin da principio fu pensata ed espressa nelle due lingue, aramaica e greca.

Certo la trasmissione in lingua aramaica lasciò le sue tracce nel greco dei Vangeli (come abbiamo rilevato), ma non si potrebbe parlare di una deformazione del messaggio.

I predicatori, anche nel mondo ellenistico, si tengono sempre uniti con i testimoni. Ciò appare dagli Atti e dalle lettere di S. Paolo.

Paolo dipende da una «tradizione» e vuole trasmettere una «tradizio­ne». Egli non ha voluto nè ha potuto, inventare un nuovo Gesù; egli non crea, ma trasmette ciò che egli stesso ha ricevuto (cfr. 1 Cor 11, 23; 13, 3-5.11.15); va due volte a Gerusalemme per confrontare il suo Vangelo con quello degli altri Apostoli "affinché non corra o non abbia corso invano" (Gal. 1 e 2, 1-6)

 

3. La venerazione per le parole di Gesù

Un altro fatto, che depone in favore della fedeltà e accuratezza della tradizione orale è la venerazione per le parole di Gesù. In Atti 20, 35 è con­servata una parola di Gesù che non è registrata nei Vangeli.

Paolo stesso distingue tra "parola del Signore" e proprio insegnamento (v.g. 1 Cor 7, 10: "non io ma il Signore"; ib 12: "io, non il Signore").

Il Latourelle fa vedere l'accuratissima vigilanza degli Apostoli e della Chiesa sulla fedeltà della tradizione: essa ci dà l'assoluta garanzia che, se non arriviamo alle identiche parole pronunciate da Gesù, certamente arri­viamo a precise formulazioni del suo pensiero e dei suoi "loghia" o detti (A Gesù attraverso i Vangeli, Cittadella, Assisi).

 

XIII. LE DISCORDANZE TRA I VANGELI

1. I Vangeli: storie modificate e ricreate?

Secondo Ehrman "anche i Vangeli del Nuovo Testamento contengono storie modificate radicalmente o addirittura create ex novo. Questo diven­ta più che ovvio quando se ne confrontano i dettagli. Quando nacque Gesù, la sua famiglia veniva da Nazareth (Luca) o da Betlemme (Matteo)? Dopo la nascita del Bambino, Giuseppe e Maria fuggirono in Egitto (Matteo) oppure fecero ritorno a Nazareth circa un mese più tardi (Luca)?... Perché Gesù non parla mai della propria identità in Marco, mentre in Giovanni sembra essere l'unico argomento di discussione?", etc. (p. 114).

Basterebbe leggere qualsiasi testo di introduzione allo studio dei Vangeli per rispondere a queste domande che sembrano dar ragione a tale studio­so.

Osserviamo che non è stato il primo a notare la cosa. Già il filosofo illu­minista Voltaire (1694-1778) beffeggia i credenti, quei semplici, che tra­mite mille altre assurdità prendono per buono il Vangelo di Matteo e quel­lo di Luca, che riportano la genealogia di Gesù.

Ma, mentre Matteo enumera soltanto 42 antenati, Luca ne ha ben 56. Per giunta i nomi nelle due liste ora coincidono e ora no. E quando coinci­dono il problema è ancora più grave, perché Luca risale addirittura ad Adamo, mentre Matteo parte da Abramo. Insomma, un pasticcio più gros­so non si poteva combinare, osserva sarcastico il filosofo francese. Come si fa ad attribuire un minimo di attendibilità storica a testi che sin dall'ini­zio si presentano così?

Chiariamo subito che nessuno studioso cristiano, anche tra i più tradi­zionali, tenterebbe di dimostrare che quelle "genealogie" sono da valutare secondo il nostro concetto di storia. Esse hanno una funzione letteraria, simbolica e, soprattutto, teologica. Ci guarderemo bene dall'assurdo tenta­tivo di dimostrare che sono "vere" nel senso storico attuale. Qui si vuole solo indicare quale tipo di logica mostri chi, come Voltaire, si attacca a queste pagine evangeliche per confermare che la tradizione su Gesù è stata manipolata a piacere o addirittura creata ex-novo dai credenti.

Osserviamo innanzitutto che Voltaire è stato molto indulgente, limitan­dosi a cogliere in fallo i Vangeli sulle genealogie di Matteo e di Luca. Avrebbe potuto spingere molto più in là l'ironia. Sino, ad esempio al caso del cartello che Pilato avrebbe fatto inchiodare sulla croce con il motivo della condanna. Tutti e quattro gli evangeli parlano di quel cartello ma cia­scuna delle quattro versioni è diversa dall'altra, seppure in piccoli partico­lari. Oppure, più sorprendente ancora: il cosiddetto "discorso della monta­gna" è tale soltanto per Matteo. Cap. 5: «Vedute poi le folle, Gesù salì sulla montagna». Per Luca, quello stesso sermone è stato tenuto in pianura. Cap. 6: «Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante».

 

2. Obbligati da una scomoda dottrina

Si potrebbe continuare, per molti altri esempi di discordanze tra i testi evangelici. Sebbene non tocchino quasi mai punti fondamentali per l'in­terpretazione della vita di Gesù, queste discordanze sono talmente numerose che i credenti non hanno certo atteso Voltaire per accorgersene e per avvertirne, spesso drammaticamente, il disagio.

Già verso l'anno 150 un anonimo scriveva in Siria il cosiddetto "Vangelo di Pietro" che la chiesa ha però rifiutato come apocrifo. Era (già allora!) un tentativo di mettete d'accordo i quattro vangeli, eliminando le imbarazzanti discordanze tra l'uno e l'altro. Verso il 170 un altro scrittore cristiano, Taziano, giudicava anch'egli necessario mettere all'unisono le voci non perfettamente accordate di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, proponendo un testo unico. È il testo conosciuto appunto come Diates­saron (letteralmente "attraverso i quattro"). Per questa questione della non concordanza evangelica la Chiesa primitiva deve addirittura affrontare una gravissima crisi. È quella promossa da Marcione: « Poiché i testi sono diversi - diceva - bisogna sceglierne uno». Per conto suo, lui stava per quello di Luca. La Chiesa preferì lo scisma, la lacerazione piuttosto che accettare il punto di vista, che pur sembrava tanto logico, dei marcioniti.

Il disagio per quei testi che non si accordano è continuato sino ai nostri giorni; così come si sono perpetuate le ironie dei critici alla Voltaire. Voltaire non si accorge che questo comportamento della Chiesa e assur­do se davvero, come egli sostiene, all'origine della storia di Gesù non c'è che una materia informe da manipolare a piacere.

Le prime obiezioni sulle discordanze evangeliche spuntano infatti (lo abbiamo visto) verso la metà del secondo secolo, negli anni oscuri della Chiesa, quando la tradizione su Gesù stava appena consolidandosi defini­tivamente. Perché, di fronte a quelle obiezioni, discordanze e mancate coincidenze dei quattro Vangeli che la Chiesa sceglie proprio in quegli anni come i soli ufficiali non sono prontamente appianate? C'era ancora tempo e possibilità: sappiamo ormai con certezza che i Vangeli che possediamo sono passati attraverso una serie di tappe prima di giungere alla forma attuale. Perché (approfittando anche del fatto che Gesù non aveva lasciato niente di scritto, niente che avesse la forza del documento vincolante) a quei testi non è fatto salire anche l'ultimo gradino, arrivando all'accordo completo?'

Invece no. La Chiesa disapprova severamente chi manifesta la tenta­zione, che pure è fortissima nella comunità, di "sollecitare con dolcezza i testi". Pur avvertendo il disagio e pur sapendo di compromettere la sua stessa azione missionaria, questa comunità che avrebbe inventato tutto non vuole percorrere l'ultima tappa dell'invenzione, ma conserva contro ogni logica testi pieni di varianti.

Questa difesa su una linea altrimenti assurda è spiegabile solo se si accetta un'ipotesi che pare l'unica plausibile. L'ipotesi, cioè, di una comu­nità primitiva obbligata ad accettare quei quattro testi. E quelli soltanto, anche se imbarazzanti e scomodi. Un obbligo che poteva discendere solo dalla convinzione motivata che in quei testi erano conservati i ricordi dei testimoni più attendibili. Ricordi talvolta contrastanti, persino confusi in molti punti (la liberazione di due indemoniati è avvenuta presso la città di Gadara come vuole Matteo o presso Gerasa come scrivono Luca e Marco?) ma, tra tutti, i più aderenti a una vicenda di cui molti erano stati testimoni.

Siamo al contrario di ciò che pensa Voltaire, che manifestamente non sa nulla né del vangelo di Pietro, nè del Diatessaron di Taziano, nè dell'ere­sia marcionita nè del millenario disagio dei credenti per quelle discordan­ze che egli, il brillante filosofo illuminista, crede di notare per primo.

Sono cioè proprio le varianti nei quattro racconti "ufficiali" su Gesù che fanno pensare che all'origine ci sia una storia realmente accaduta, per rico­struire la quale occorreva cercare e difendere le testimonianze più attendi­bili, quelle che si avvicinavano ai fatti con la maggiore approssimazione. E quelle testimonianze erano evidentemente considerate intoccabili.

Se all'inizio non c'è una storia ma una materia da plasmare come si crede, il comportamento della Chiesa primitiva è inspiegabile. Se non era neppure in grado di darsi delle leggende attendibili, questa comunità man­cava più che mai dei titoli per aspirare al suo già improbabile successo.

La soluzione più semplice e logica è ammettere che i redattori dei Vangeli fossero costretti a riferire una dottrina che non era né poteva esse­re loro. Ha giustamente osservato lo scrittore Mario Pomilio: "È un caso, credo unico nella storia delle letterature: di solito un autore sovrasta il suo personaggio; se non altro, lo piega a sé, lo assoggetta alle proprie intenzioni. Al contrario nel caso degli evangelisti, è Gesù che li sovrasta, li situa in umile atteggiamento di ascolto, tesi solo a custodire ciò che egli ha effettivamente detto".

 

3. Dalla vecchia alla nuova impostazione del problema

Per lungo tempo il dibattito sulla storicità dei Vangeli è stato incentrato sulla possibilità che essi fossero stati scritti o meno dai testimoni oculari della vicenda di Gesù e, nell'ipotesi che tosi fosse, sulla loro onestà intel­lettuale e sulla loro conoscenza dei fatti.

Ma precisamente questo è il punto: la decisione circa la rilevanza o meno di un fatto dipende da chi deve raccontarlo, dalle sue idee, dalle sue esperienze passate, dalle intenzioni con cui si accinge a fare quella narra­zione, ecc. In ogni caso, non è possibile evitare l'intervento dei suoi crite­ri e, in ultima istanza, delle sue convinzioni di fondo nella scelta che egli farà, dando importanza ad alcuni dati e omettendone altri. A questa prima, fondamentale selezione se ne aggiunge un'altra, relativa all'ordine da dare a questi dati nel racconto, mettendone alcuni in primo piano e altri invece in secondo o in terzo. E, ancora una volta, sarà la sua visione soggettiva a consentirgli un'operazione del genere, senza cui non ci sarebbe storia, ma un mero affastellamento di notizie frammentarie, indegno perfino del nome di «cronaca».

E l'obiettività? Dicevamo che la scoperta fondamentale di questa seconda metà del Novecento è che l'obiettività non coincide con la neu­tralità asettica di chi si limita a descrivere un evento materiale senza inter­pretarlo in alcun modo.

Il vero storico non è colui che si lascia dietro le spalle le proprie idee e le proprie ipotesi interpretative, ma chi sa utilizzarle per leggere la realtà e non per inventarla.

Gli antichi ritenevano assai meno importante che non noi la precisione nel riprodurre i fatti e le parole particolari. Ciò che conta, per loro, è la sostanziale aderenza alla realtà di ciò che è accaduto. Cosi, nei Vangeli, troviamo talora diverse versioni dello stesso avvenimento: in Mc 8, 5 si racconta che un centurione romano andò da Gesù, implorandolo perché guarisse il suo servo; in Lc 7, 3 si dice che egli mandò a Gesù un'am­basciata mediante degli inviati.

Queste diversità in certi casi dipendono dal fatto che un influsso fonda­mentale sulla stesura dei testi evangelici viene esercitato dalle esigenze

maturate all'interno delle singole comunità e dalla lettura che di queste esi­genze fanno gli evangelisti. Si prenda un testo significativo com'è l'enun­ciazione ne delle beatitudini da parte di Gesù. In Lc 6, 20ss troviamo una forma abbastanza semplice: «Beati voi poveri (...) Beati voi che ora avete fame (...) Beati voi che ora piangete (...) Beati voi quando gli uomini vi odieranno (...) a causa del Figlio dell'uomo».

In Mt 5, 3ss le formule usate appaiono un po' diverse: «Beati i poveri in spirito (...) Beati gli afflitti (...) Beati i miti (...) Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia (...) Beati i misericordiosi (...) Beati i puri di cuore (...) Beati gli operatori di pace (..) Beati i perseguitati per causa della giustizia (...) Beati voi quando vi insulteranno vi perseguiteranno (...) per causa mia».

È facile constatare che alcune espressioni sono state aggiunte: la terza, la quinta, la sesta, la settima e l'ottava beatitudine di Matteo sono assenti in Luca. Altre - la prima e la quarta - sono state precisate: poveri «in spi­rito»; affamati «della giustizia». La spiegazione potrebbe essere data dal fatto che il termine usato originariamente da Gesù per indicare i «poveri» dovette essere quello ricorrente nella tradizione ebraica: `anavîm. Ma, nel momento in cui si traduceva in greco (ma la stessa cosa vale per le tradu­zioni in latino e in altre lingue, compresa la nostra), questa parola rischia­va di essere fraintesa. L`anavîm, infatti, non è il povero come lo intendia­mo noi. Egli non è tanto uno che manca di beni di fortuna, quanto piutto­sto un uomo indifeso, in balia dell'arbitrio dei potenti, che solo da Dio spera giustizia e a lui grida giorno e notte, rinunziando a difendersi da sé. Matteo, che in tutto il suo Vangelo sviluppa una spiccata attitudine etica ed esortativa - evidentemente in funzione della situazione della comunità a cui si rivolge - sente il bisogno di esplicitare tutto questo, anzitutto preci­sando il termine «povero» con l'espressione «in spirito» e l'«aver fame» con l'espressione «di giustizia»; poi aggiungendo, alla povertà e alla fame che malgrado le precisazioni rischiavano di venire fraintese - la mitezza, la misericordia, la purezza di cuore, l'attitudine alla pace, che aiutavano il lettore a percepire il significato originario di quel «beati i poveri» (Dupont, pp. 359-360 e 367-368).

In questo caso l'evangelista Matteo ha preferito essere fedele al pensie­ro autentico di Gesù più che al suono materiale delle sue parole, le quali potevano essere mal capite dai suoi lettori. Ciò non falsa affatto il pensie­ro di Gesù, ma lo chiarisce e lo fa intendere nella giusta maniera. Chi potrebbe accusare l'evangelista di aver tradito il pensiero del Maestro?

Un altro esempio del l'attualizzazione operata dagli evangelisti in rap­porto alla situazione della comunità per cui scrivono si ha nel Vangelo di Marco. Egli scrive per i pagani di Roma, come si vede dalla traduzione che fa di tutte le parole ebraiche e dai suoi latinismi. Ebbene Marco adatta al costume romano, che prevedeva possibile un divorzio da parte della donna, quello che Gesù aveva detto solo parlando dell'uomo (Mc 10, 11 e Mt 19,9).

Un terzo esempio in cui si risente l'influsso dello scopo e dei destina­tari operato dall'evangelista si ha nel discorso della montagna. Matteo, che scrive per gli Ebrei per dimostrare loro che Gesù era il Messia atteso, parla dei pagani col termine corrispondente all'ebraico "goyim": "non fanno questo anche i pagani? " (Mi 5, 47). Invece nel Vangelo di Luca, che pre­senta Gesù come Salvatore a lettori provenienti dal paganesimo, Gesù parla di "peccatori": "non fanno questo anche i peccatori?" (Lc 6, 33).

Insomma, ancora una volta dobbiamo constatare che, pur evi­denziandosi nei racconti evangelici «una indiscutibile fedeltà e aderenza alla parola di Gesù», questa «vien conservata, ma non custodita con cura archivistica» (Bornkamm, p. 13).

E poi c'è l'impronta delle personalità e delle concezioni dei singoli evangelisti. Due esempi per tutti: Matteo, che ha molto vivo il problema della continuità con la tradizione ebraica, elabora il materiale a sua dispo­sizione in modo da raccogliere la maggior parte dei detti di Gesù in cinque grandi discorsi, che simboleggiano probabilmente i cinque libri dell'antica Legge (Pentateuco). Luca, da parte sua, è fortemente colpito dal ruolo di Gerusalemme nella storia delia salvezza e ricostruisce buona parte della vita pubblica di Gesù come un viaggio verso la città santa, dove egli dovrà morire e da cui invierà, dopo la risurrezione, i suoi discepoli a evangeliz­zare il mondo intero.

Ognuno dei tre Sinottici (Matteo, Marco, Luca) guarda e presenta Gesù ed il suo divino messaggio da un suo proprio punto di vista, ed ha perciò redatto alla sua maniera ciò che sapeva dei detti e fatti di Gesù. Approcci diversi a un'unica tradizione, che il redattore presenta nell'ottica che gli sembra più appropriata, senza per questo falsarne la sostanza .

 

XIV. GESÙ, MARIA MADDALENA E IL MATRIMONIO

1. Ancora voli di fantasia di Brown

Uno dei personaggi storici chiave del Codice da Vinci è uno dei primi seguaci di Gesù, Maria Maddalena. Nel corso della narrazione apprendia­mo che Maria Maddalena non era una sua semplice seguace, ma era anche sua moglie e amante: con lui generò una figlia e diede inizio a una dinastia che continua a tutt'oggi, protetta dai membri di una società segreta nota come Priorato di Sion.

A testimonianza di questo matrimonio, l'aristocratico britannico e cer­catore del Graal Leigh Teabing cita un vangelo che non fu incluso nel Nuovo Testamento, il trattato di Nag Hammadi noto come Vangelo di Filippo, in cui si legge: "La compagna del Salvatore è Maria Maddalena". Teabing poi dichiara: «Come ogni esperto di aramaico potrà spiegarle, la parola "compagna", all'epoca, significava letteralmente "moglie"» (p. 288).

Questa serie di affermazioni, come altre nel Codice da Vinci, sono frut­to dei voli di fantasia dell'autore e prive di ogni fondamento storico. Ecco un esempio lampante: quando il Vangelo di Filippo definisce Maria Maddalena la «compagna» di Gesù, è errato sostenere che quella parola in aramaico significasse «sposa». Prima di tutto la parola non è ara­maica: il Vangelo di Filippo è scritto in conto. Inoltre, anche se la parola usata per «compagna» è in realtà un prestito da un'altra lingua, la lingua in questione non è comunque l'aramaico bensì il greco. In altre parole, l'ara­maico non ha nulla a che vedere con questa espressione. Come se non bastasse, poi, la parola originale greca (koinonós) in realtà non significa «sposa» o «amante», bensì «compagna», ed è comunemente usata per indi­care rapporti di amicizia e fratellanza.

Ma la realtà, nonostante le dichiarazioni di Teabing è che nessuna delle fonti antiche di cui disponiamo rivela che Gesù era sposato, tanto meno con Maria Maddalena. Tutte queste affermazioni si basano su moderne ricostruzioni romanzesche della vita di Gesù, che a loro volta non tengono conto delle testimonianze giunte sino a noi.

 

2. Gesù era sposato?

Possiamo ora dedicarci alla spinosa questione del presunto matrimonio di Gesù. Nel Codice da Vinci non vi sono dubbi a riguardo, se si leggono le parole di Robert Langdon e Leigh Teabing che discutono del suo stato civile. Teabing a un certo punto dice a Sophie Neveu: «Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso che come scapolo». «Perché?» chiese Sophie. «Perché Gesù era ebreo» rispose Langdon ... «Secondo i costumi ebraici, il celi­bato era condannato e ogni padre aveva l'obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta. Se Gesù non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di quella innaturale condizione di celibato.» (p. 288).

Anche qui, tuttavia, ci troviamo più nell'ambito della letteratura sensa­zionalistica che in quello della realtà storica. Vedremo fra poco l'affermazione generale secondo cui gli ebrei erano sempre sposati e il celibato era «condannato». Prima, però, vediamo cos'hanno detto gli sto­rici a proposito dello stato civile di Gesù.

Il fatto più significativo, che non può quindi essere ignorato o sottova­lutato, è che in nessuna delle nostre prime fonti cristiane vi è alcun accen­no al matrimonio di Gesù o a sua moglie. E non ci si riferisce solo ai Vangeli canonici di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, ma anche a tutti gli altri vangeli e a tutti i primi testi cristiani messi assieme.

Ma allora come si spiega il fatto che Gesù non fosse sposato? Ha ragio­ne Robert Langdon a sostenere che gli ebrei avevano l'obbligo di sposarsi e che il celibato era «condannato»?

Anche questa affermazione non è altro che il frutto della finzione lette­raria del Codice da Vinci, poiché non rispecchia in alcun modo la realtà storica (o forse si basa su una lettura tendenziosa di fonti ebraiche di molto successive). Sappiamo infatti di ebrei vissuti nello stesso luogo e alla stes­sa epoca di Gesù che non erano affatto sposati e che chiaramente non erano «condannati» per questo.

Si tratta degli Esseni, la comunità che produsse i Rotoli del Mar Morto. Antiche testimonianze sugli Esseni rivelano che la stragrande maggioran­za di loro erano uomini celibi e casti. Questo è quanto affermano le fonti ebraiche dell'epoca, come il filosofo del I secolo Filone che dichiara che «nessun Esseno prende moglie», oppure lo storico Giuseppe Flavio, il quale rivela che gli Esseni evitavano il matrimonio; d'altro canto, questa visione è confermata anche da fonti non ebraiche, come gli scritti del sapiente romano Plinio il Vecchio, dove si legge che gli Esseni ripudiava­no il sesso e vivevano «senza alcuna donna».

I primi tre Vangeli, Matteo, Marco e Luca, rivelano tutti che Maria, insieme ad altre donne, andò con Gesù a Gerusalemme durante la sua ulti­ma settimana di vita e lo vide crocifisso e sepolto (Mt 27, 56-61; Mc 15, 40-47; Le 23, 55). Inoltre, tutti e quattro i Vangeli canonici, così come il Vangelo di Pietro, rivelano che fu lei a scoprire il sepolcro vuoto di Gesù e ad apprendere da un uomo, da un angelo o da due angeli lì presenti (a seconda di quale racconto si legga), che era risorto.

E questo è tutto quello che possiamo trovare su Maria in racconti ripe­tutamente attestati. E naturale desiderare di avere maggiori informazioni, e per questo vi è sempre la tentazione di inventarne quando non se ne ha nes­suna (Gesù l'ha sposata! Aveva rapporti sessuali con lei! Avevano un figlio!). Ma gli storici devono basarsi sulle prove esistenti e non possono inventarsene quando non ne esiste nessuna.

Non meravigliamoci, dunque, se su di lei siano state inventate leggen­de moderne, compresa quella secondo cui era in realtà la moglie di Gesù, leggenda che troviamo nel Santo Graal e che è stata in seguito ripresa, lasciandola pressoché immutata, dal Codice da Vinci.

Nemmeno gli eretici Vangeli gnostici hanno infangato la figura dell'Uomo-Dio! Dan Brown, col suo romanzo spacciato per storia vera, lo ha fatto... È ignoranza, malafede o altro?

 

3. L'imbroglio dietro a "II Codice da Vinci"

Il "Codice da Vinci" non è altro che un romanzo di pura invenzione?" Il Codice da Vinci è sicuramente un'opera di pura invenzione, e da molti punti di vista. Nel contesto di questo romanzo, però, l'autore, Dan Brown, presenta molte affermazioni sulla storia, la religione e l'arte, e le presenta come verità, non come parte dei suo mondo di finzione.

Ad esempio, uno dei punti centrali di Brown è il fatto che i primi Cristiani non credessero che Gesù fosse divino e che Gesù e Maria Maddalena fossero sposati. Pone queste affermazioni in bocca a personag­gi eruditi e le sottolinea con frasi come "gli storici affemano" o "gli studiosi sostengono". Per questo motivo, Il Codice da Vinci è certamente un romanzo, ma al suo interno l'autore fa affermazioni sulla storia, le presen­ta come fatti largamente accettati ed è questo elemento del romanzo che ha inquietato alcuni lettori e che richiede una risposta.

Quali sono le affermazioni più importanti sulle origini cristiane che Dan Brown fa in questo romanzo? Cos'é che ha maggiormente inquie­tato la gente, come lei afferma?

Nel suo romanzo, Brown pone in bocca a degli eruditi varie afferma­zioni, nessuna delle quali può essere davvero considerata come risponden­te a verità. Ciò che ha lasciato inquieti i lettori è proprio questo fatto di sug­gerire che le Chiesa cristiana si sia impegnata a nascondere, distruggendo­la, la verità, cosi come l'idea - proposta da Brown con affermazioni come "gli storici ritengono" - del fatto che Gesù non venne considerato divino dai Suoi primi seguaci.

Come risponde lei a queste affermazioni nei suo libro?

Per prima cosa, preciso le contraddizioni inerenti a queste dichiarazio­ni. Semplicemente, non hanno alcun senso a vari livelli.

Alla base di tutto questo c'è la questione delle fonti, che ho trattato lar­gamente nel mio libro. 1 lettori hanno bisogno di capire che le fonti dalle quali dipende Brown sono soprattutto scritti gnostici che nella migliore delle ipotesi risalgono alla fine del primo secolo, ma molto probabilmente sono decisamente successivi. Brown ignora completamente gli scritti del Nuovo Testamento, che anche gli studiosi più scettici fanno risalire al primo secolo, così come le testimonianze dei Padri greci e latini e l'evi­denza liturgica di questi primi tre secoli. Considerando questo, non c'è motivo di considerare seria qualsiasi affermazione di Brown sulle origini cristiane.

Qual è il ruolo dell'Opus Dei ne "Il Codice da Vinci"?

Brown fa una caricatura dell'Opus Dei in questo romanzo, anche se tenta di scusare i suoi appartenenti e li trasforma in vittime più che in gente da disprezzare. Non è necessario, però, dire che Il Codice da Vinci è pieno di dichiarazioni e di caratterizzazioni sbagliate dell'Opus Dei, com'è dimostrato dalla figura interessante di un "monaco" del movimento, fatto che, già di per sé, toglie credibilità a tutto ciò che Brown afferma sull'Opus Dei, dal momento che questa non ha monaci.

Sono attendibili le affermazioni dl Brown sull'opera artistica di Leonardo?

Assolutamente no, ed è ancora più scioccante vedere quanto siano evi­denti i suoi errori in quasi tutti gli aspetti della vita e dell'opera dell'artista che cerca di presentare. Nel mio libro sono riportati molti dettagli, ma credo che il punto di inizio sia il nome stesso dell'artista.

Brown si presenta come una specie di devoto ed esperto di storia del­l'arte, ma si riferisce costantemente all'artista in questione parlando di "da Vinci" come se fosse il nome, mentre non è altro che indicazione della sua città natale. 11 suo nome era Leonardo, ed è questo il nome con cui è chia­mato in qualsiasi libro d'arte che si consulti. Una persona che si dichiara esperto d'arte e si riferisce all'artista come a "da Vinci" è credibile quanto chi si proclama storico della Chiesa e si riferisce a Gesù parlando di "di Nazareth".

Perché crede che le affermazioni di Brown, sulle origini cristiane siano state accolte con tanto entusiasmo, anche da coloro che si dichia­rano Cristiani?

Perché, purtroppo, non hanno ricevuto una buona istruzione sulle origi­ni storiche del Cristianesimo. Il mio libro è essenzialmente un tentativo di fare qualche correzione signorile a questa situazione.

Incoraggio i lettori a non dipendere dalle sciocchezze raccontate in que­sto romanzo per ampliare la loro comprensione delle origini cristiane. Se sono interessati a scoprire chi fosse Gesù in realtà e cosa abbia predicato, c'è un modo molto accessibile per farlo, che non ha nulla di segreto o di occulto: è il Nuovo Testamento. È la vita sacramentale della Chiesa. Se vogliono incontrare Gesù, comincino da lì. Rimarranno sorpresi da ciò che troveranno.

 

4. La Maddalena è raffigurata nell'Ultima Cena?

Per Dan Brown non c'è dubbio: il personaggio alla destra di Gesù nell'Ultima Cena è la Maddalena. Rispondono Massimo Introvigne, stu­dioso di fama internazionale ed il prof. Aviad Kleinberg, docente dell'Università di Tel Aviv, di religione ebraica.

Ma Leonardo non ha lasciato tracce della sua conoscenza del segre­to del Priorato di Sion ne L'ultima cena, dove il personaggio raffigu­rato alla destra dl Gesù Cristo sembra proprio una donna?

L'idea è stato definita «assurda» da una delle maggiori specialiste con­temporanee di Leonardo, la professoresso Judith Veronica Field, docente alla University of London e presidentessa della Leonardo da Vinci Society (cfr. Gary Stern, «Expert Dismiss Theories in Popular Book», The Journal Nevvs, 2 novembre 2003). Poiché tuttavia nei quadri ognuno vede quello che vuole vedere, più o meno suggestionato delle letture che ha fatto, è importante segnalare che se il personaggio raffigurato da Leonardo alla destra di Gesù Cristo sia una donna o un uomo non è poi così importante per tutta la questione che ci occupa. Nè è necessario tornare sulla vexata qaestio se Leonardo fosse eterosessuale, omosessuale o bisessuale, su cui ormai esiste una vasta letteratura, e se il suo gusto per forme maschili talo­ra effeminate non costituisca a suo modo un elemento di cui tener conto in questa discussione. Chi si affanna a discutere di questo problema si lascia sfuggire l'essenziale. Ammettendo - per assurdo - che Leonardo pensasse che la persona seduta alla destra di Gesù Cristo nell'ultima Cena fosse una donna, ci si deve ancora chiedere in che modo questo dimostri che: (a) egli credeva che quella donna fosse la Maddalena; (b) il fatto che Leonardo lo credesse prova che sia vero; (e) la Maddalena ha partecipato all'Ultima Cena perché era la moglie di Gesù Cristo; (d) i due hanno avuto figli; (e) i quali avrebbero dovuto governare la Chiesa; (e) e per preservare questa verità è nato un ordine occulto, il Priorato di Sion; (f) dei quale faceva parte Leonardo. Come si vede, la strada da percorrere è molto, molto lunga. Di tutti questi passaggi non solo non ci sono prove ma si sa con cer­tezza chi, quando, dove e come ha inventato la leggenda del Priorato di Sion.

A tale questione, il prof. Kleinberg aggiunge: "Monna Lisa" non è un autoritratto. Si tratta di una donna in carne e ossa, la moglie di Francesco Da Giocondo. (...) Nel quadro dell'Ultima Cena (...) la figura a destra di Cristo è Giovanni, il discepolo prediletto. È sempre stato presentato come un bel giovane dai capelli lunghi. Non si tratta di una donna ed è difficile credere che i Domenicani (per i quali venne dipinto il quadro) e le migliaia di chierici che l'hanno visto, avessero accettato una deroga scandalosa alla tradizione normativa del cattolicesimo (si noti che perfino un ebreo rico­nosce questo!).

E, circa il Priorato di Sion, aggiunge: "Non è mal esistito un ordine

segreto chiamato Priorato di Sion. L'ordine dei Templari fu creato nel 1119 a Gerusalemme, era un ordine militare che non aveva pretese esoteriche o solamente spirituali. Dopo la conquista della Terra santa da parte dei musulmani, l'Ordine si dedicò ad attività economiche. Ciò che suscitò la cupidigia del re di Francia non fu una dottrina segreta, ma piuttosto l'enorme ricchezza dell'Ordine. Le confessioni estorte ai Templari nel primo processo organizzato della storia, la cui conclusione era stata decisa prima dell'inizio (processo che fu dovuto più ai Francesi che non al papa­to) sono state orrende: sodomie, conversioni all'islam, stregoneria e culto a Satana. Ma non si disse nulla riguardo a un culto alla madre, divina o no. (...) Non c'è nessuna prova che l'Ordine abbia continuato a esistere".