LA VERITA’ SUL CODICE DA VINCI
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1.
Un best seller contro la fede
Il
famigerato libro Il Codice da Vinci di Dan Brown ha avuto un successo
editoriale travolgente: più di 30 milioni di copie vendute, un affare di
centinaia di milioni di euro! Pur essendo un romanzo, un'opera di pura fantasia,
piena di innumerevoli errori, molti lettori (anche cristiani) lo hanno preso
come oro colato e sono rimasti sconcertati, fino a mettere in dubbio (e
addirittura abbandonare) la loro stessa fede cristiana!
È
noto, purtroppo, che molti imparano la storia dai romanzi e dai film. La capacità
di registi o scrittori di condizionare i sentimenti e modificare le opinioni del
pubblico è una triste realtà dei nostri tempi.
La
cosa però ha in questo caso un aspetto di particolare gravità, in quanto
manipola la storia e offende la Chiesa Cattolica e tutti i Cristiani. Con lo
scopo di accendere negli animi odio contro il Cattolicesimo, si cerca di far
passare per vere certe fantasie da novella, si tenta di convincere che ciò che
è stato scritto osserva un rigore storico che invece non c'è, si calunniano
persone ed istituzioni della Chiesa. Se le stesse falsità fossero state scritte
contro altre religioni, non vi sarebbe stato un solo editore che avrebbe
accettato di pubblicare il libro, ed alta sarebbe stata l'indignazione.
Purtroppo nella società che ha le sue origini nel cristianesimo e che conta gli
anni a partire della data di nascita di Gesù Cristo, per paura di apparire
troppo coerenti al proprio credo - come se il credere in ciò che uno crede
possa essere inteso come un sopraffare chi ha un credo diverso - si prefe
risce
tacere anziché ribellarsi, per non apparire troppo "ortodosso". La
libertà di scrivere ha dei limiti ben precisi nel non offendere gli altri con
affermazioni scientificamente false, e nel rispetto dello dignità di un popolo.
In questo libro questi limiti sono stati superati.
Josè
Antonio Ullate, giornalista e scrittore spagnolo, ha scritto «La verdad sobre
al Codigo da Vinci» (Lo verità sul Codice da Vinci, pubblicato in Spagna dalle
edizioni LibrosLibres) ottenendo a sua volta un largo successo sul mercato
spagnolo. In Italia uscirà a maggio 2006 per l'editore Sperling & Kupfer.
Ullate
sostiene che la spinta a scrivere è nata dalla sua volontà di chiarire gli
equivoci provocati dal bestseller e così instaurare un dialogo con i lettori di
Dan Brown, soprattutto quelli cattolici che si sono lasciati sedurre
dall'americano. "Mi ha colpito - dice - l'ingenuità dimostrata dagli innumerevoli
lettori cristani attratti dal libro, ritenuto un ritratto veritiero del primo
Cristianesimo e della Chiesa cattolica, un'operetta innocua. È solo un romanzo,
sostengono gli ingenui, e via a raccomandare il libro ad amici e conoscenti. Ma
proprio dall'ingenuilà nasce il danno maggiore, perché un romanzo può far
vacillare la fede in gente che si pone di fronte alla religione in modo
superficiale. Il lettore di oggi è meno critico rispetto ai lettori delle
precedenti generazioni".
Ullate
si accende di indignazione, pensando alla prossima pellicola hollywoodiana'.
"Tutti questi argomenti - efferma - ridotti a un guazzabuglio trattato in
modo superficiale e con volgari errori dovrebbero mettere in guardia il lettore
cristiano che non si accorge come, dietro un'impalcatura così debole, si
nasconde la volontà sistematica di portare un attaco al cuore del
Cristianesimo. Non sanno che dietro l'astuto thriller si nasconde la voglia di
distruggere la dottrina cattolica e la storia della Chiesa".
Lo
storico e sociologo americano Philip Jenkins, nel libro "Anticattolicesimo,
ultimo pregiudizio accettabile", ritiene che il romanzo di Brown sia un
esempio di pregiudizio anticattolico. Che cosa sarebbe accaduto, se Dan Brown
avesse scritto un libro contro l'Islam con la stessa potenza di fuoco
utilizzata dal Codice da Vinci contro il Cristianesimo? «Non posso immaginare -
risponde con un amaro sorriso - che cosa sarebbe successo al signor Brown se
avesse offeso l'Islam come ha offeso Gesù e il Cristianesimo. La reazione dei
musulmani sarebbe stata molto violenta. I dogmi religiosi sono intoccabili e
la loro difesa può non essere razionale. Comunque, sono sicuro che nessuno
avrebbe osato scrivere un libro del genere per timore delle reazioni, anche
fisiche».
2.
«Codice da Vinci»: breve trama
Il
Codice da Vinci ha una trama complessa e intricata. Eccone una breve sintesi. A
Parigi, il famoso curatore del Louvre Jacques Saunière è vittima di un
misterioso omicidio. A causa dei singolari simboli religiosi ritrovati sulla
scena del delitto, e tracciati da Saunière prima di morire, viene chiamato a
investigare un esperto di simbologia religiosa dell'università di Harvard,
Robert Langdon, che si trova a Parigi per tenere una conferenza. A lui si
aggiunge una crittologa che lavora per la polizia giudiziaria, Sophie Neveu.
Coincidenza vuole che la donna sia la nipote della vittima, di cui, però, non
aveva più notizie da ormai dieci anni. Durante le indagini, Langdon e Neveu
scoprono che Saunière era a capo di una setta religiosa segreta, conosciuta
come il Priorato di Sion, custode del segreto sulla vera natura del santo Graal
e sul luogo dove è nascosto.
Per
una serie di circostanze singolari, e sulla scia delle tracce lasciate da Saunière,
Langdon e Neveu iniziano una ricerca, con l'obiettivo di trovare il misterioso e
tanto agognato santo Graal. Ma sulle tracce dell'oggetto del desiderio ci sono
anche gli assassini di Saunière, che hanno ucciso l'uomo tentando di scoprirne
il nascondiglio. Queste figure misteriose si sono servite di alcuni membri
dell'Opus Dei per arrivare al luogo in cui è conservato il santo Graal.
Nel
corso della vicenda Langdon e Neveu incontrano Sir Leigh Teabing, un ricco
aristocratico esperto del Graal, che discute con loro i misteri legati al
contesto storico. In realtà il Graal non è il calice di Cristo, ma una
persona: si tratta di Maria Maddalena, moglie e amante di Gesù, che rimase
incinta e gli diede una figlia. Dopo la crocifissione, la donna si rifugiò in
Francia e lì la discendenza divina di Cristo continuò nei secoli.
L'esistenza
di alcuni discendenti di Cristo era documentata da testi segreti che celebravano
il principio del femminino sacro nella Chiesa delle origini: fra questi,
numerosi vangeli primitivi che furono eliminati dalle autorità cristiane,
soprattutto dall'imperatore Costantino, nel IV secolo dopo Cristo. Nel
selezionare i testi da includere nel Nuovo Testamento Costantino ne fece
distruggere oltre ottanta, elevò Gesù da semplice mortale a Figlio di Dio e
impose il totale silenzio sulla tradizione legata a Maria Maddalena e al
femminino sacro, demonizzandolo all'interno della cristianità e distruggendone
la vera natura celebrativa della divinità femminile.
Ma
da secoli il Priorato di Sion conosce la verità su Gesù e Maria Maddalena e si
riunisce in segreto per celebrare la loro sacra unione e per venerare il
femminino sacro. Questa setta, di cui Jacques Saunière è stato l'ultimo capo
in ordine di tempo, protegge la tomba di Maria Maddalena e centinaia di
documenti che fanno luce sulla verità.
Altri
famosi personaggi avevano guidato il Priorato di Sion e celebrato il matrimonio
tra Gesù e Maria Maddalena. Tra questi spicca il nome di Leonardo da Vinci, che
ritrasse la donna nel suo celebre dipinto dell'Ultima cena e che in molte altre
opere accennò alla vera natura di quella relazione, così che chiunque ne fosse
stato a conoscenza si sarebbe rallegrato nel vederla ogni volta riaffermata.
Con
l'aiuto di Sir Leigh Teabing, a poco a poco Langdon e Nevet, risolvono il
mistero che avvolge il Graal e i documenti segreti che rivelano il suo vero
potere. Seguendo un intricato labirinto di crittogrammi, che li conducono da un
luogo all'altro, arrivano alla verità sul Graal e al luogo dov'è tenuto
nascosto.
Quanto
c'è di vero nel Codice da Vinci? È il romanzo stesso a sollevare la
questione. A pagina 9, infatti, prima del Prologo, Brown specifica che
"Tutte le descrizioni di opere d'arte e architettoniche, di documenti e
rituali segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà".
Niente di più falso! Lo scopo della nostra analisi è mostrare le menzogne di
Brown per quei lettori che vogliono conoscere le radici documentate del
Cristianesimo e, soprattutto, la vita di Gesù ed i testi che compongono il
Nuovo Testamento.
Brown
pretende che l'attuale Nuovo Testamento sia una falsificazione di Costantino,
imperatore romano del IV secolo che ha soppiantato le vere narrazioni ora
rappresentate solo dai sopravvissuti testi gnostici. Afferma - con una bella
faccia tosta - che Cristo non fu considerato divino fino al Concilio di Nicea,
che lo proclamò Dio nel 325 d. C. agli ordini dell'imperatore. Poi
Costantino, adoratore del dio Sole per tutta una vita, ordinò che tutti i testi
scritturistici più antichi fossero distrutti ed è per questo che nessuna serie
completa di Vangeli è anteriore al IV secolo.
Non
è affatto vero che Costantino rimase pagano per tutta la vita e che non si
convertì mai totalmente al Cristianesimo. Ma vediamo dapprima le vicende del
Cristianesimo che portarono alla sua conversione.
1.
Le lotte tra cristiani e pagani
Non
è corretto affermare, come fa Teabing, che «cristiani e pagani cominciavano a
litigare e il conflitto saliva a tali proporzioni da minacciare di spaccare
Roma» (p. 272).
La
realtà era ben diversa. Prima di Costantino, i Cristiani dell'inizio del IV
secolo erano una piccola minoranza all'interno dell'impero e venivano
perseguitati dalle maggioranze, pagani o autorità di governo che fossero. Le
ragioni per cui i pagani odiavano i Cristiani erano legate alla concezione
pagana degli dèi, concepiti come coloro che fornivano le cose buone della vita:
salute, prosperità, amore, pace, fertilità e così via; e che facevano
questo solo in cambio dell'adorazione, cioè il sacrificio di un animale o di
cibo e preghiere recitate in loro onore.
Ma
che cosa accadeva quando non veniva tributato loro il riconoscimento dovuto?
Potevano adirarsi, e quando succedeva erano guai. Gli dèi si vendicavano con
calamità «naturali» di ogni sorta: pestilenze, carestie, siccità, terremoti.
La spiegazione piu semplice di questi eventi era che fossero stati gli dèi a
causarli per la mancanza di attenzioni appropriate. Ma chi è che rifiutava di
adorare gli dèi nel modo che richiedevano? 1 Cristiani, i quali insistevano nel
dire che c'era un solo Dio, il Dio di Gesù, e che bisognava adorare solo lui 2.
Ecco la reale situazione dei rapporti tra Cristiani e pagani nell'impero. Non si
trattava - come sostiene Teabing - di due fazioni in lotta. Si trattava invece
della persecuzione della minoranza cristiana da parte della maggioranza
pagana.
Le
persecuzioni dei Cristiani erano giunte a un punto critico proprio prima
dell'ingresso in scena di Costantino. Il suo predecessore, Diocleziano che
governava la parte orientale dell'impero decise che si doveva trovare una volta
per tutte una soluzione al problema dei cristiani, allora probabilmente in un
numero corrispondente al 5-8 per cento della popolazione dell'impero. E così,
nell'anno 303 d. C. diede avvio alle persecuzioni in tutto l'impero, d'accordo
con Massimiano che governava la parte occidentale.
Nel
riassunto di Teabing è Costantino a porre fine al conflitto tra pagani e
Cristiani nell'anno 325 d.C. Anche questo è inesatto. Costantino proclamò la
sospensione delle persecuzioni nel 313 d.C., l'anno dopo la sua conversione. E
inconfutabile, comunque - contrariamente all'affermazione di Teabing - che
Costantino non rimase un pagano convinto per tutta la vita. A detta dello stesso
imperatore, la conversione coincise con un momento decisivo, sul campo di
battaglia.
2.
La conversione di Costantino
La
conversione di Costantino al Cristianesimo è narrata dal suo biografo,
Eusebio, un autore cristiano del IV secolo, che è stato soprannominato
"il padre della storia della Chiesa", poiché fu il primo cristiano a
scrivere, appunto, un resoconto completo di questa vicenda dai tempi di Gesù
fino ai suoi, cioè all'epoca di Costantino. Oltre alla Storia ecclesiastica in
dieci volumi, Eusebio scrisse una biografia dell'imperatore. Eusebio sostiene di
aver sentito parlare della famosa conversione da Costantino in persona.
In
ogni caso il contesto storico della conversione è chiaro. Dopo l'abdicazione
volontaria di Diocleziano nel 305 d.C.,Costantino divenne imperatore dopo aver
sconfitto Massimiano. Marciò poi su Roma per sbarazzarsi anche del figlio di
Massimiano, Massenzio. Al ponte Milvio, sul Tevere, ebbe luogo una grande
battaglia. In seguito, Costantino raccontò di un segno soprannaturale, che gli
si era manifestato prima dello scontro e che lo aveva spinto ad abbracciare il
Cristianesimo come l'unica vera religione. Vide nel cielo una croce
luminosissima, con la scritta IN HOC SIGNO VINCES, cioè "CON QUESTO SEGNO
VINCERAI!". Quella notte sognò Cristo, che gli si presentò con lo stesso
simbolo e gli disse di usarlo a protezione contro il nemico. Con quel simbolo,
dunque, diede battaglia a Massenzio al Ponte Milvio ed ottenne una vittoria
strepitosa, diventando imperatore d'Occidente (un altro generale, Licinio, era
imperatore d'Oriente).
Contrariamente
a quanto afferma Dan Brown, di certo Costantino cominciò a considerarsi in
qualche modo cristiano a partire dal 312 d.C. L'anno sucessivo Costantino si
accordò con Licinio, che governava la parte orientale dell'impero, per
proclamare su tutto il territorio la cessazione delle ostilità contro i
cristiani. Fu necessario promulgare un editto, noto come Editto di Milano, che
garantiva a tutti i cittadini dell'impero, cristiani, pagani ed ebrei, la libertà
di adorare il dio o gli dèi che preferivano nei modi appropriati. Fu questo
editto - e non il Concilio convocato dodici anni dopo a Nicea - a porre fine ai
conflitti tra pagani e cristiani.
Da
quel momento in poi, Costantino si considerò e fu considerato cristiano,
sebbene, come già chiarito, per una decina d'anni ancora siano sopravvissute
vestigia della sua precedente devozione a divinità pagane. Ma già intorno al
320 d.C. era fermamente convinto della fede cristiana.
Teabing
(cioè Dan Brown) ha ragione quando afferma che fu battezzato solo sul letto di
morte (nel 337 d.C.), ma non lo fu contro la sua volontà, come insinua il
personaggio. Infatti non era affatto raro che i cristiani aspettassero fino alla
fine a ricevere il battesimo. Già molto tempo prima, comunque, Costantino aveva
reso nota la sua fede cristiana, per mezzo, tra l'altro, delle elargizioni che
aveva riversato sulla Chiesa e sul clero per più di vent'anni.
È
difficile accettare l'idea di Teabing (cioè Dan Brown) quando afferma che
l'imperatore aveva semplicemente deciso di «puntare sul cavallo favorito». È
chiaro che Costantino intendesse unificare l'impero che era stato tanto a lungo
diviso (durante i cinquant'ami precedenti l'impero aveva visto venti imperatori
diversi).
Infatti
il personaggio del romanzo afferma - a torto - che solo dal concilio di Nicea
(325 d.C.) Costantino cercò di unificare il suo impero sotto il cristianesimo.
In realtà il processo era già in corso. Ma sfruttare il Cristianesimo, come
mezzo di unificazione poneva un problema: la Chiesa stessa era disunita su molte
questioni fondamentali, non ultime le vedute teologiche. Perché il
Cristianesimo potesse unificare l'impero, bisognava prima dare unità al
Cristianesimo stesso. Ed ecco la vera ragione per cui Costantino convocò un
Concilio di vescovi cristiani (circa 200-250) per risolvere problemi che avevano
causato controversie tra i fedeli; si tenne nella città di Nicea e fu perciò
chiamato Concilio di Nicea
3.
Il Concilio di Nicea
Teabing
cita il Concilio durante la conversazione nel suo salotto con Sophie Nevau, alla
quale spiega che fu convocato da Costantino per mettere ai voti il principio
della divinità di Gesù come strategia di consolidamento del potere
dell'imperatore (pp. 273-74). Costantino effettivamente convocò il Concilio di
Nicea e uno degli argomenti discussi era davvero la divinità di Gesù. Ma il
Concilio non si era riunito per decidere se Gesù fosse divino o meno, come
sostiene Teabing. Semmai il contrario: tutti i partecipanti - come del resto
praticamente tutti i cristiani del mondo di allora - concordavano già sulla
divinità di Gesù, il Figlio di Dio. Oggetto di dibattito era invece come
interpretare tale divinità alla luce del fatto che Gesù era anche umano.
Inoltre, se c'era un unico Dio, come era possibile che sia Gesù sia Dio fossero
Dio?
Ecco
quali furono le questioni discusse a Nicea; non se Gesù fosse divino. E
certamente non ci fu alcun voto per stabilirne la divinità: era cosa risaputa
da tutti i cristiani, fin dai primi anni della diffusione della nuova religione.
4.
La divinità e l'umanità di Gesù
In
effetti, il quadro che Teabing presenta a Sophie durante la discussione sulla
natura divina di Gesù è contraddittorio. Da un lato afferma che quel principio
non fu accettato fino al Concilio di Nicea, nel 325 d.C.; dall'altro sostiene
che Costantino incluse nel canone delle Scritture solo i vangeli che
dipingevano Gesù come divino, escludendo quelli che invece lo presentavano come
umano. Ma se la divinità di Gesù non fosse stata riconosciuta dai Cristiani
fino al Concilio (come dice Teabing), come era possibile che i Vangeli di
Matteo, Marco, Luca e Giovanni ne affermassero chiaramente la divinità già nel
1 secolo?
Anche
prescindendo da questa contraddizione, Teabing (cioè Dan Brown) sbaglia su
tutti i punti:
-
prima di Nicea i cristiani accettavano già la divinità di Gesù;
-
i Vangeli del Nuovo Testamento lo presentano tanto umano quanto divino;
-
perfino i vangeli apocrifi (scritti da eretici e perciò esclusi dall'elenco dei
libri sacri, cioè dal cànone), presentano Gesù tanto divino quanto umano, o
anche più divino che umano.
I
più antichi scritti cristiani pervenuti sino a noi sono quelli dell'apostolo
Paolo. Paolo scrisse le sue lettere venti o trent'anni dopo la morte di Gesù
(250 anni prima del Concilio di Nicea) e non c'è alcun dubbio che il loro
autore ritenesse Gesù Cristo divino. Infatti in una delle prime lettere, quella
ai Fiippesi: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua
uguaglianza con Dio; ma spogliò se .stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini; apparso informa umana..." (Fil 2, 5-7)
La
divinità di Gesù Cristo è chiaramente e continuamente affermata anche in
altri scritti del Nuovo Testamento. In tutti gli scritti, uno degli appellativi
più frequenti di Gesù è «Figlio di Dio». Dunque l'epiteto non gli fu certo
attribuito sulla base di un voto al Concilio di Nicea, centinaia di anni dopo!
Il vangelo più antico, quello di Marco, si apre con l'esposizione
dell'argomento: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio»
(Mc
l,1). L'ultimo dei quattro vangeli canonici, quello di Giovanni, è anche più
esplicito. Gesù non è solo il Figlio di Dio (si veda Gv 1, 18; 3, 16-18), ma
è Dio anche Lui .
Ecco
che cosa afferma l'inno in apertura del Vangelo di Giovanni: In principio era il
Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio
presso Dio: tutto è stato,fàtto per mezzo di lui, e senza di lui niente è
stato fatto di tutto ciò che esiste. (Gv 1, 1-3)
E
chi è, per Giovanni, questo «Verbo» che in principio era presso Dio e che era
esso stesso Dio? Non ci sono dubbi sulla sua identità, perché alla fine
dell'inno leggiamo:
E
il Verbo si,fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua
gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e verità! La grazia
e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1,14-17).
Per
l'autore, già nel 1 secolo, Gesù Cristo è un essere divino (il «Verbo»)
attraverso cui Dio ha creato il mondo, un essere che ha rivelato Dio al suo
popolo, poiché era egli stesso una divinità scesa dal cielo e fattasi carne.
Nel
Vangelo di Giovanni Gesù in persona proclama la sua uguaglianza con Dio. In un
punto dice: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30). Per questa
ragione nel Vangelo di Giovanni i seguaci di Gesù ne riconoscono la natura
divina, compreso, alla conclusione del racconto, il dubbioso Tommaso, che lo
vede resuscitato dai morti e proclama: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20, 28).
Tuttavia,
il riconoscimento della divinità di Gesù non è circoscritto a Paolo e ai
Vangeli, ma è una verità indiscussa tra gli autori cristiani dei primi secoli.
Il martire cristiano Ignazio di Antiochia, uno dei più antichi autori al di
fuori del Nuovo Testamento (morto nell'anno 110 d.C.), ha scritto nel suo
personalissimo stile poetico: "Non c'è che un solo medico, materiale e
spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte,
nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro
Signore (Ignazio, Agli Efesini, 7,2)".
Fin
dall'inizio - fin dai primissimi scritti cristiani giunti a noi (e quindi ben
prima di Costantino) - fu del tutto ovvio considerare Gesù come Dio.
Che
cosa ha a che vedere con Costantino tutto questo? Come abbiamo visto - e come ci
indica anche Leigh Teabing - Costantino voleva che il Cristianesimo lo aiutasse
a unificare il suo impero. Ma come poteva, se lo stesso Cristianesimo era diviso
al suo interno su quella che allora era considerata una questione teologica
fondamentale (anzi, forse in un certo modo la questione teologica per
eccellenza), cioè la natura di Dio? Costantino, che voleva l'unità della
Chiesa perché voleva l'unità dell'impero, convocò un Concilio per decidere
della questione posta da Ario: se cioè Cristo fosse una creatura umana o se
fosse coeterno e uguale a Dio.
Il
Concilio di Nicea si riuni nel 325 d.C. per discuterne. Contrariamente a quanto
afferma Leigh Teabing, non ci fu un «voto» con una maggioranza assai
ristretta. La grande maggioranza dei 200 o 250 vescovi presenti si schierarono
con Atanasio e contro Ario. E ancora più importante è il fatto che, a
differenza di quanto dice Teabing, non si trattò di un voto sulla divinità
di Gesù, cosa in cui i cristiani credevano già da duecentocinquant'anni.
L'unico dubbio riguardava il come lo fosse ed è su questo che il Concilio di
Nicea fu chiamato a decidere.
1.
Altri Vangeli?
Quando
Leigh Teabing, nel suo salotto, spiega a Sophie Neveu la «reale» natura di
Cristo, osserva che, sebbene i Vangeli del Nuovo Testamento presentino un Gesù
divino e non umano - concetto, come abbiamo già visto, errato - al tempo dei
primi cristiani esistevano altri vangeli che presentavano Gesù come uomo. Il
personaggio dice che questi vangeli sono stati scoperti in un'epoca
relativamente recente, tra i reperti archeologici dei Rotoli del Mar Morto e tra
i documenti dissotterrati vicino a Nag Hammadi, in Egitto.
Ecco
le parole di Teabing a Sophie: «Fortunatamente per gli storici» disse Teabing
«alcuni dei vangeli che Costantino cercò di cancellare riuscirono a
sopravvivere. I Rotoli del Mar Morto furono trovati verso il 1950 in una caverna
nei pressi di Qumran, nel deserto di Giudea. E abbiamo anche i Rotoli copti
scoperti nel 1945 a Nag Hammadi. Oltre a raccontare la vera storia del Graal,
questi documenti parlano del ministero di Cristo in termini profondamente umani.
Naturalmente, il Vaticano, per non smentire la sua tradizione di
disinformazione, ha cercato di impedire la diffusione di questi testi.» (p.
275)
Come
al solito buona parte delle affermazioni di Teabing sono storicamente
inesatte. Infatti:
a.
come vedremo più avanti, Costantino non cercò di cancellare nessuno dei
vangeli più antichi;
b.
i Rotoli del Mar Morto non contengono vangeli, nè alcun documento che parli di
Cristo o del cristianesimo; sono testi ebraici;
c.
furono scoperti nel 1947, non negli anni Cinquanta;
d.
i documenti copti di Nag Hammadi sono libri e non rotoli (una differenza
importante per la storia dei primi libri cristiani);
e.
nè questi nè i Rotoli del Mar Morto parlano del Graal;
f.
né parlano del ministero di Gesù «in termini profondamente umani»; anzi, il
Gesù delle fonti di Nag Hammadi è anche più divino di quello dei Vangeli del
Nuovo Testamento;
g.
il Vaticano non ha avuto nulla a che vedere con l'insabbiamento dei due
ritrovamenti.
2.
I rotoli del Mar Morto
1
manoscritti infatti risalgono a circa duemila anni fa. Furono compilati e
utilizzati da una setta di ebrei vissuti più o meno all'epoca di Gesù, in un
insediamento oggi noto come le rovine di Qumran, non lontano dalle grotte,
dove tali manoscritti vennero ritrovati.
Il
ritrovamento è molto significativo perché ci fornisce informazioni
fondamentali sui mutamenti in corso all'interno dell'ebraismo nei secoli a
cavallo dell'inizio dell'èra cristiana. È inoltre utile per capire il
Cristianesimo non, come sostiene Teabing, perché si tratta di vangeli ma perché
i documenti raccontano dell'ebraismo dei tempi di Gesù.
Non
si tratta affatto di documenti cristiani: sono tutti testi ebraici, scritti da
ebrei, copiati da ebrei e usati da ebrei all'epoca di Gesù (tra il 150 a.C. e
il 70 d.C.).
Nel
complesso, i rotoli rinvenuti nelle undici grotte contengono tutti i libri della
Bibbia ebraica, con l'eccezione di Ester. La scoperta dei manoscritti biblici
è significativa, perché ci permettono di stabilire con quale grado di fedeltà
siano stati trascritti nei secoli i testi della Bibbia ebraica. Si è così
scoperto che, secolo dopo secolo, sono stati copiati con grande accuratezza.
Tra
i documenti di Qumran, sono presenti altri libri che gli studiosi hanno chiamato
«settari», a significare che riguardano la vita della comunità: regole di
comportamento, requisiti di ammissione, punizioni per la violazione della
politica comune e così via. Gli esperti sono concordi nel sostenere che la
comunità fosse costituita da un gruppo di ebrei noti da altre fonti antiche
come Esseni. La lettura dei libri «settari» chiarisce che la comunità degli
Esseni era caratterizzata dalla massiccia presenza di uomini celibi che avevano
dedicato la propria vita alla purezza, nella convinzione che la fine del mondo
fosse vicina. Credevano che presto Dio sarebbe intervenuto nella storia, per
rovesciare le forze del male e per premiare i giusti.
Nel
complesso, si tratta di scoperte molto significative per capire l'ebraismo dei
tempi di Gesù, anche se non fanno mai riferimento a lui in particolare o ai
suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene Leigh Teabing.
I
Rotoli del Mar Morto sono importanti, ma non perché, come afferma Dan Brown,
contengono testi esplicitamente cristiani (si è visto che sono in tutto e per
tutto ebraici) e nemmeno perché contengono Vangeli più veritieri di quelli del
Nuovo Testamento; infatti tra le centinaia di documenti rinvenuti a Qumran non
ci sono vangeli. Nè perché ritraggono un Gesù più umano di quello dei
Vangeli canonici, in quanto i Rotoli non dicono proprio nulla su Gesù, ma
aiutano a chiarire in quale contesto vivevano Gesù e i primi cristiani.
3.
La biblioteca di Nag Hammadi
Nel
Codice da Vinci, Leigh Teabing, quando cerca di convincere Sophie Neveu che i
primi documenti sul Cristo lo ritraggono in termini più umani che divini,
decide di mostrarle le prove. Discutono dell'argomento nello studio di lui e
Teabing prende da uno scaffale un libro intitolato I vangeli gnostici, dicendo
che contiene «fotografie di brani ingranditi di antichi documenti». Quindi
informa Sophie: «Queste sono fotocopie dei Rotoli di Nag Hammadi e *del Mar
Morto... i più antichi documenti cristiani» (p. 288).
Abbiamo
già detto che i Rotoli del Mar Morto non sono antichi documenti cristiani.
Inoltre
nel romanzo di Brown, Leigh Teabing afferma che i vangeli gnostici di Nag
Hammadi ritraggono Cristo più come uomo che come Dio, contrariamente a quelli
del Nuovo Testamento.
È
vero che questi documenti gnostici presentano Cristo in maniera diversa rispetto
al Nuovo Testamento; però ha torto quando afferma che la differenza consiste
nella rappresentazione di un Gesù completamente umano. Si tratta dell'esatto
contrario. Questi scritti non sottolineano affatto l'umanità di Gesù;
nemmeno quello citato da Teabing, il Vangelo di Filippo, né altri (tra cui
quello davvero importante per il Codice da Vinci, il Vangelo di Maria, che non
fu rinvenuto a Nag Hammadi ma altrove). Alcuni testi immaginano un Cristo
divino che ha assunto sembianze umane; altri, più numerosi, vedono l'essere
umano Gesù come tale, ma non attribuiscono importanza tanto alla sua natura
umana, quanto alla sua natura di temporanea dimora del Cristo divino, venuto a
portare la salvezza attraverso la rivelazione della verità sulla condizione
umana a chi è in grado di raggiungere la conoscenza, che porta a sua volta alla
liberazione.
Per
gli storici e i critici, questi documenti costituiscono una fonte validissima
per la comprensione del contesto dell'epoca di Gesù.
Ma
è importante sapere che cosa ci dicono di quel contesto. Il travisamento o la
falsificazione delle fonti antiche è un errore grave quanto ignorarle del
tutto. E Teabing commette numerosi errori fondamentali quando afferma
l'importanza di queste scoperte archeologiche moderne. I Rotoli del Mar Morto
sono ebraici, non cristiani, e sono importanti soprattutto perché ci forniscono
una chiave per conoscere il contesto in cui la figura di Gesù si è
manifestata. Tuttavia non citano mai Gesù nè tanto meno sottolineano qualche
lato della sua natura. Alcuni dei documenti di Nag Hammadi, invece citano Gesù.
Ne fanno parte i vangeli gnostici.
Lungi
però dal presentare un Gesù umano, questi documenti sono più interessati alle
sue qualità divine.
Esamineremo
alcuni di questi vangeli - testi primitivi che non furono inclusi nel canone
neotestamentario - in modo da capire meglio fino a che punto Teabing sia fuori
strada, quando afferma che i vangeli scartati dalla Chiesa primitiva ritraggono
un Gesù più umano di quello dei quattro testi canonici. È tutto il contrario:
sono i vangeli del Nuovo Testamento a dipingere un Gesù umano, mentre gli altri
si spingono a rappresentazioni sovrumane. Questo vale non solo per i documenti
di Nag Hammadi, ma anche per gli altri vangeli - gnostici e non - riscoperti in
epoca modernab.
l.
I vangeli gnostici
Come
abbiamo visto, una delle questioni storiche fondamentali sollevate da Leigh
Teabing nel Codice da Vinci riguarda un antico «insabbiamento». A suo
parere, la Chiesa delle origini tentò di trasformare Gesù da uomo in figura
divina, ma il compito fu difficile perché gran parte dei primi vangeli
raffigurava Gesù in tutta la sua natura umana e non divina. La soluzione fu
scontata: la Chiesa scelse i quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni,
che presentano Gesù come divino - asserisce Teabing - e distrusse tutte le
altre testimonianze precedenti che garantivano una maggiore precisione
storica. Come spiega il personaggio a Sophie Neveu nel suo studio: «Gesù
Cristo è una figura storica di enorme influenza forse il leader più enigmatico
e seguito che il mondo abbia conosciuto. Com'è comprensibile, la sua vita è
stata scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre ... Più di ottanta
vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento, tra cui
quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.» (pp. 271-272).
In
seguito, sempre nello studio di Teabing, la conversazione prosegue, ma si sposta
sul problema cruciale della relazione tra Gesù e Maddalena. «Come ho detto»
spiegò Teabing «la Chiesa delle origini doveva convincere il mondo che il
profeta mortale Gesù era un essere divino. Di conseguenza, ogni vangelo che
descriveva gli aspetti terreni della vita di Gesù doveva essere omesso dalla
Bibbia. Purtroppo per quei vecchi correttori un tema terreno particolarmente
preoccupante continuava a presentarsi nei vangeli: Maria Maddalena». Fece una
breve pausa. «O, più in particolare, il suo matrimonio con Gesù Cristo». (p.
286; corsivi dell'autore).
Il
racconto di Teabing presenta numerosi errori dal punto di vista storico. Come
vedremo in un capitolo successivo, le parole e l'operato di Gesù non furono
affatto registrate da «migliaia» di persone durante la sua vita. E non si
prese in considerazione il fatto di includere ottanta vangeli nel Nuovo
Testamento. Inoltre, non è corretto dire che quelli di Matteo, Marco, Luca e
Giovanni furono «tra» quelli inclusi, poiché furono i soli a essere inclusi.
Perciò Teabing sbaglia quando asserisce che ne furono esaminati oltre ottanta
da inserire nel Nuovo Testamento. Oggi conosciamo l'esistenza solo di almeno una
ventina di vangeli ma sono i vangeli gnostici, scritti da eretici per
diffondere le loro eresie e perciò esclusi giustamente dall'elenco dei libri
sacri o canone.
Tuttavia
non si può certo dire che tali vangeli gnostici siano più accurati dal punto
di vista storico, né si può affermare che raffigurino un Gesù più umano e
tanto meno sposato con Maria Maddalena, come invece afferma Brown. Semmai è
vero il contrario! Come indicato nel capitolo precedente, la maggior parte di
questi testi presenta un Gesù ancor più divino dei quattro che costituiscono
il canone, e in nessuno di quelli extracanonici si fa riferimento al fatto che
Gesù fosse sposato, nè tanto meno con Maria Maddalena.
2.
Il Vangelo dello Pseudo Tommaso
Il
testo chiamato Vangelo dello Pseudo Tommaso (da non confondersi con il Vangelo
di Tommaso scoperto vicino a Nag Hammadi) affronta la vita di Gesù da bambino.
Alcuni studiosi fanno risalire il documento ai primi anni del II secolo dopo
Cristo, facendone quindi uno dei primi vangeli extracanonici sopravvissuti. Ci
si aspetterebbe di trovare un Gesù estremamente umano, poiché è la cronaca
della sua infanzia. Ma sfortunatamente per la tesi di Teabing, anche questo
primo documento presenta un Gesù superumano, piuttosto che il contrario. In
ogni caso il Gesù qui rappresentato non è semplicemente umano, è un bambino
prodigio dotato di poteri soprannaturali.
3.
Il Vangelo di Pietro
Un
racconto del tutto diverso, conosciuto come il Vangelo di Pietro, si occupa non
dell'infanzia di Gesù bensì delle sue ultime ore (probabilmente risale al II
secolo d. C.). Ancora una volta, da questo documento ci si potrebbe aspettare un
Gesù molto umano, e invece vengono ulteriormente enfatizzati i suoi poteri
soprannaturali. In questo scritto Maria Maddalena va al sepolcro con altre donne
per dare alla salma di Gesù una sepoltura più adeguata, ma trova il sepolcro
vuoto e un giovinetto che le annuncia che il Signore è risuscitato e se n'è
andato. (Questo è l'unico passo in cui si cita Maria Maddalena, non si dice
nulla riguardo a una sua relazione «particolare» con Gesù.)
Sfortunatamente
per la tesi di Leigh Teabing, non mette in evidenza la natura umana di Gesù e
non menziona una relazione intima, e men che meno coniugale, tra lui e Maria
Maddalena. Lei è, più semplicemente, la prima persona che, insieme alle altre
donne, arriva al sepolcro-dopo la morte di Gesù, proprio come riferito dai
quattro vangeli.
Teabing,
di certo, non parla direttamente del vangelo dello Pseudo Tommaso o di quello di
Pietro, conosciuti prima della scoperta della biblioteca di Nag Hammadi, ma
cita vangeli «gnostici» che sono stati rinvenuti in quell'occasione. Sono
forse questi vangeli scoperti più recentemente a sostenere la sua tesi sulla
natura umana di Gesù e sul matrimonio con Maria Maddalena?
4.
L'Apocalisse copta di Pietro
Uno
dei documenti provenienti dalla biblioteca di Nag Hammadi contiene uno dei
resoconti più interessanti sulla morte di Gesù. Questo testo non è un vangelo
bensì un'apocalisse (una rivelazione); è falsamente attribuito a Pietro,
anche se l'autore di fatto è anonimo. Una delle caratteristiche più
singolari è che questo documento gnostico è stato chiaramente scritto in
risposta ai Cristiani che attaccavano lo gnosticismo. Tuttavia piuttosto che
contrastare l'affermazione che Gesù era divino, l'autore li attacca perché
ritenevano che Gesù fosse umano. Questo per dimostrare che il testo in
questione smentisce ciò che afferma Leigh Teabing e cioè che i vangeli
gnostici fornivano un ritratto più umano e meno divino di Gesù'.
5.
La letteratura apocrifa del Nuovo Testamento
Il
Nuovo Testamento non dà nessuna informazione sulla giovinezza di Nostro
Signore, sulla vita e la morte della madre sua, sui viaggi missionari degli
apostoli. Non deve quindi stupire che la pia immaginazione dei fedeli si sia
sentita in dovere di fornire dei particolari. A scopo di edificazione, gli
autori di leggende si presero ogni libertà. Da parte loro, gli eretici
sentirono il bisogno di possedere narrazioni evangeliche per dare un sostegno
alle loro dottrine. Si svilupperà dunque intorno al canone delle Scritture
tutto uno sciame di leggende comprendente quelli che siamo soliti chiamare gli
apocrifi del Nuovo Testamento. Vangeli, apocalissi, lettere e atti degli
apostoli, tutta una letteratura non canonica fece la sua comparsa.
In
origine, la parola apocrifo, presa come aggettivo o come nome non aveva il senso
di contraffazione o di falsificazione, almeno nel pensiero dei primi autori che
l'usarono. Primitivamente, un libro apocrifo rivestiva un carattere troppo sacro
e troppo misterioso per essere conosciuto da tutti; doveva essere tenuto
nascosto (apocryphos) al pubblico in generale, e riservato agli iniziati della
setta. Per trovar credito, questi scritti circolavano sotto il nome di un
apostolo o di un pio discepolo di Gesù. Quando fu riconosciuta la falsità di
queste attribuzioni, il termine apocrifo prese un altro senso e cominciò a
significare contraffatto, falso, inaccettabile.
Gli
stessi lettori più superficiali avvertono l'inferiorità di questi scritti
rispetto ai libri canonici. Gli apocrifi abbondano di racconti di miracoli
inventati, spinti talora fino all'assurdo.
M.R.
James ha formulato un eccellente giudizio sul posto che occupano nella storia
della letteratura cristiana: Accade talvolta di sentirsi dire: «Dopo tutto,
questi vangeli e questi atti apocrifi, come li chiamate, hanno non minore
interesse di quell che li hanno preceduti. Solo per un caso od un capriccio non
hanno trovato posto nel Nuovo Testamento ». La migliore risposta ad un
affermazione così sconsiderata, è sempre stata ed è ancora quella di aprire
questi scritti e di lasciare che raccontino la propria storia. Ci si renderà
conto ben presto che non si tratta affatto della loro esclusione dal Nuovo
Testamento ad opera di chicchessia. Si sono esclusi da sé. (M.
R. James, The Apocryphal New-Testament, Oxford 1924, XI, XIII).
Gli
apocrifi che affondano le loro radici nello gnosticismo o altre sette eretiche,
hanno per scopo lo divulgazione e l'attestazione delle rispettive eresie. Non
meraviglia dunque il rigore con cui la Chiesa del V sec. in poi reagì contro
gli apocrifi che si erano moltiplicati nel corso dei primi secoli, ordinandone
e curandone la distruzione.
6.
Le eresie contro la fede: lo gnosticismo
Non
è esagerato dire che più delle persecuzioni recarono danno alla Chiesa le
eresie, nate da una scelta tutta personale di alcuni membri della Chiesa, che
accettavano alcune delle sue dottrine rifiutandone altre e sostituendole con
concetti ebraici e pagani oppure con idee personali. Fin dal loro tempo gli
Apostoli dovettero combattere contro tali eresie.
La
prima eresia, però, che pose in serio pericolo la Chiesa fu lo gnosticismo,
le cui origini risalgono fino ai tempi apostolici. Ebbe molta importanza nel II
secolo per scomparire nella prima metà del terzo. Secondo l'opinione prevalente
degli studiosi, lo gnosticismo nasce da una mescolanza delle dottrine
ellenistiche (dei platonici in prevalenza), filoniche ed orientali (buddismo)
con le dottrine del Cristianesimo. I seguaci della gnosi non si accontentavano
della risposta del Cristianesimo alle angosciose domande sulla provenienza del
male e sull'origine del mondo visibile, considerato la sede naturale del male.
Ritenevano che intorno all'origine del mondo e del male si potesse ottenere una
conoscenza (gnosis) più profonda di quella dei semplici fedeli, ricorrendo
alla mitologia ed alla filosofia religiosa degli orientali e dei greci.
Secondo
questi eretici Gesù sarebbe un "eone" o spirito (e non il Figlio di
Dio e Dio lui stesso), le anime sono divine, inoltre sono incarcerate nella
materia (corpo). Nel Cristianesimo invece le anime non sono affatto divine, ma
sono create da Dio; il corpo non è il carcere dell'anima, ma insieme
all'anima forma l'essere umano (che non è puro spirito come l'angelo), ma è
composto appunto di anima e corpo, come dice chiaramente la Bibbia nella Genesi.
Secondo lo gnosticismo sono inutili la morte di Cristo in croce, i Sacramenti e
la Chiesa per ottenere la salvezza. Come si vede lo gnosticismo è la negazione
totale del Cristianesimo!
Questo
va detto per coloro che (come il Codice da Vinci) sostengono (basandosi sulla
loro fantasia e smentiti dalle fonti storiche) che i veri Vangeli non sono
quelli canonici (quelli cioè di Matteo, Marco, Luca e Giovanni) ma i vangeli
gnostici (o di altri eretici). Smascheriamo anche quest'altra falsità.
A
cavallo tra il II e il III secolo, lo scrittore cristiano Tertulliano si oppose
all'opera di Marcione che nel II secolo aveva prodotto le sue proprie «scritture»
per difendere le sue idee personali. In Contro Marcione (libro 4, capitolo 4)
Tertulliano scrive: Io affermo che il mio vangelo è quello vero; Marcione dice
che lo è il suo. Io affermo che il vangelo di Marcione è contraffatto;
Marcione dice che lo è il mio. Orbene, come dirimere la controversia se non
attraverso un principio temporale che attribuisca autorevolezza al più antico;
e presupponga quale verità fondamentale che la corruzione (della dottrina)
attiene a quello che sarà giudicato a paragone più tardo riguardo
all'origine. Poiché, dato che l'errore è falsificazione della verità,
necessariamente la verità precede l'errore. Una data cosa deve esistere prima
ancora di subite manomissioni.
In
parole più semplici: esiste prima la moneta vera, poi viene quella falsa e
contraffatta. Per cui i Vangeli più antichi sono quelli veri, quelli scritti
dopo sono i contraffatti. E siccome i Vangeli canonici sono più antichi, è
evidente che i vangeli gnostici e di altri eretici sono quelli falsi.
Inoltre,
a favore dei Vangeli canonici. stanno prove storiche indiscutibili che li
attribuiscono a Matteo, Marco, Luca e Giovanni, cioè ai diretti discepoli di
Cristo e, quindi, essi e solo essi (e non gli gnostici o altri eretici)
riportano il vero Vangelo.
Secondo
Ireneo, la base apostolica era il sostegno alla validità dei vangeli. In
Contro le eresie 3.1.1. spiega la sua posizione: "Noi non abbiamo appreso
da altri il piano della nostra salvezza, se non da coloro attraverso i quali è
giunto fino a noi il vangelo, che all'unisono essi proclamarono in pubblico, e
che in seguito, per volontà di Dio, tramandarono mediante le Scritture, quale
pilastro e fondamento della nostra fede. Dunque, è illecito affermare che
predicassero ancor prima di possedere la «perfetta conoscenza» come taluni
affermano senza ritegno, gloriandosi d'essere i revisori degli apostoli. Poiché
dopo che il nostro Signore risorse dai morti, [gli apostoli] furono investiti
del potere dall'alto; allorché lo Spirito Santo scese [su di loro], furono
colmati di tutti [i suoi doni], e ricevettero perfetta conoscenza; si sparsero
per le regioni del mondo a predicare la lieta novella che Dio ci aveva
[inviato], proclamando la pace celeste agli uomini".
Qui
lreneo critica coloro che pensavano di essere in grado di emendare gli apostoli.
Inoltre Ireneo respinge l'idea della «perfetta conoscenza» (si ricordi
l'enfasi attribuita alla gnosis) che deriva proprio da questi vangeli. La
discussione sui vangeli canonici riguardava la loro origine nella tradizione
apostolica e la loro idoneità a trasmettere la rivelazione, o, in caso
contrario, la necessità di ulteriori rivelazioni. Secondo Ireneo, la risposta
era che i vangeli
1.
L'elenco dei libri sacri o cànone.
Nell'elenco
dei libri sacri (o cànone) troviamo, tra i vari libri, i quattro Vangeli che
conosciamo. Ma come si è formato tale cànone? Da chi fu eseguita tale
operazione? Quando?
Secondo
Teabing le risposte non lasciano dubbi: fu l'imperatore Costantino a prendere la
decisione nel IV secolo; il personaggio lo dice apertamente mentre conversa con
Sophie Neveu nel suo studio: «Più di ottanta vangeli sono stati presi in
considerazione per il Nuovo Testamento, tra cui quelli di Matteo, Marco, Luca e
Giovanni.»
«Chi
ha scelto quali vangeli includere?» chiese Sophie.
«Aha!»
esclamò Teabing con entusiasmo. «Ecco la fondamentale ironia del
cristianesimo! La Bibbia, come noi la conosciamo oggi, è stata collazionata dall'imperatore
romano pagano Costantino il Grande.» (p. 272)
Come
afferma in seguito lo stesso Teabing, Costantino aveva la necessità di creare
questa «nuova» Bibbia per dimostrare attraverso le Scritture la giustezza
della sua convinzione: la natura di Gesù era divina e non umana. Questo portò
alla formazione del canone (p. 275).
La
teoria cospiratoria di Teabing sulla formazione del canone è affascinante, ma
per gli storici che conoscono il vero processo di selezione ciò è frutto della
fantasia di Brown. La storia dice che l'imperatore Costantino non ebbe nulla a
che fare con l'istituzione del canone: non fu lui a scegliere quali libri
includere e quali scartare, e non ordinò la distruzione dei vangeli esclusi
(non ci furono roghi di libri per ordine imperiale). La creazione del canone
neotestamentario fu, invece, un processo lungo e lento, che ebbe inizio nei
secoli prima di Costantino e che si concluse solo molto tempo dopo la sua morte.
Per quanto ci è dato sapere attraverso le fonti storiche, l'imperatore non vi
prese parte.
Invece
che apparire già fatto e finito, il canone fu il risultato di un lungo processo
in cui i cristiani passarono al vaglio numerosi scritti e decisero quali
includere e quali scartare. L'operazione durò molti anni, di fatto secoli, e
non fu - contrariamente a quanto sostiene Teabing - la decisione di un singolo o
di un solo gruppo di persone, un consiglio ecumenico, per esempio: fu il
risultato di discussioni, di dibattiti lunghi e talvolta serrati, di profondi
disaccordi e, pur essendo iniziato secoli prima, si concluse solo molto tempo
dopo l'epoca di Costantino.
2.
Scritti ammessi nel canone dalla Chiesa primitiva
La
prima lista canonica, un elenco di libri che secondo un autore anonimo
dovevano essere accolti nel canone cristiano, risale pressappoco al tempo di
lreneo (180 d.C.). Il documento, il canone Muratori, deve il suo nome allo
studioso Ludovico Antonio Muratori che lo scoprì in una biblioteca di Milano.
Sebbene il manoscritto risalga all' VIII secolo, la lista canonica sembra sia
stata compilata originariamente a Roma alla fine del II secolo.
Fu
proprio in quel periodo, infatti, che iniziarono a proliferare le eresie
gnostiche, ognuna con una propria teologia; questi eretici presentavano le loro
opere come scritti degli Atostoli, per farle accettare. Di qui l'esigenza del cànone.
Questo autore del II secolo accettò 22-23 dei 27 libri che alla fine
diventarono canonici. Infine, vengono respinti alcuni scritti perché non
rispettano i criteri di canonicità oppure perché ritenuti eretici.
3.
I criteri di inclusione
Quali
sono questi criteri? Per essere accolto nel canone delle Sacre scritture un
libro doveva essere:
-
Antico. Un testo sacro doveva risalire all'incirca all'epoca di Gesù: è per
questo che Il pastore di Erma, un libro recente, non poteva essere accettato.
-
Apostolico. Un testo autorevole doveva essere scritto da un apostolo, o
perlomeno da un suo compagno.
-
Cattolico. Per essere accolti nel canone, i testi dovevano essere ampiamente
accettati dalle Chiese ufficiali.
-
Ortodosso. Di gran lunga il criterio più importante, concerneva la natura
delle verità espresse in un libro e, per certi versi, era supportato da altri
requisiti: se un testo non era ortodosso non era nè ovviamente apostolico, né
antico (era stato creato di recente), né tanto meno cattolico.
Che
il problema non fu risolto nemmeno ai tempi di Costantino risulta evidente dagli
scritti di Eusebio, il «Padre della storia della Chiesa» vissuto all'inizio
del IV secolo, che in un passo della Storia ecclesiastica decide di discutere
del canone e mostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che le dispute erano tutt'altro
che concluse perfino un secolo e mezzo dopo il canone Muratori.
4.
Costantino commissiona cinquanta Bibbie cristiane
Il
canone, dunque, non fu completato nemmeno ai tempi di Costantino. Anche se tutti
i cristiani concordavano nel ritenere scritture sacre i quattro Vangeli di
Matteo, Marco, Luca e Giovanni, Costantino non ebbe nulla a che fare con questa
decisione.
Una
sola fonte accenna a un coinvolgimento dell'imperatore nella formazione del
canone cristiano, e forse Leigh Tèabing allude proprio a questa quando,
parlando con Sopite Neveu, commenta: «Costantino commissionò e finanziò una
nuova Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di
Cristo» (p. 275).
In
Sulla vita di Costantino, Eusebio racconta che nell'arno 331 d.C. l'imperatore
gli richiese personalmente cinquanta copie della Bibbia cristiana per le
chiese che stava facendo costruire nella capitale dell'impero, Costantinopoli.
Questi libri sarebbero stati «scritti in modo leggibile su pergamena di qualità
in un formato che possa essere trasportato facilmente, da scribi professionisti
che siano molto abili nella loro arte». Eusebio commenta che una volta
ricevuto l'ordine si mise immediatamente all'opera, chiaramente usando lo
scriptorium (un locale riservato alla trascrizione dei manoscritti) nella chiesa
natale di Cesarea.
L'ordine
di Costantino non implicava di decidere quali vangeli escludere (quelli che
sottolineavano i tratti umani di Gesù) e quali includere (solo quelli che
enfatizzavano la sua natura divina), e nulla indica - contrariamente a quanto
sostenuto da Teabing - che ciò portò all'eliminazione degli altri Vangeli.
L'imperatore aveva bisogno di alcune bibbie per le sue chiese e le commissionò
a Eusebio, la cui chiesa natale era ben equipaggiata per eseguire il compito.
Il contenuto delle bibbie non era fonte di preoccupazione, in quanto sia
Costantino che Eusebio evidentemente sapevano quali libri sarebbero stati
appropriati: di sicuro i quattro Vangeli accettati da tutti i cristiani e altri
testi. Ci sono due magnifici manoscritti biblici risalenti a quel periodo, il
codice Sinaitico e il codice Vaticano: per alcuni studiosi sono due delle copie
che Eusebio aveva preparato per ordine di Costantino.
5.
Conclusioni: il canone definitivo
Teabing
sbaglia a pensare che Costantino fu coinvolto nel processo, o che una qualsiasi
figura, benché fosse un imperatore, potesse «riscrivere» la Bibbia cristiana
da un giorno all'altro: il processo di formazione ebbe inizio secoli prima di
Costantino e l'istituzione del canone neotestamentario esisteva virtualmente
un secolo e mezzo prima dell'epoca dell'imperatore.
D'altro
canto, è altrettanto sorprendente che la questione non fu risolta nemmeno ai
tempi di Costantino, nè da lui nè dal Concilio di Nicea da lui indetto (che di
fatto non si occupò del canone), e ciò è dimostrato dal fatto che nemmeno
Eusebio aveva un canone definitivo: lo status di alcuni libri era ancora
incerto, e tale sarebbe rimasto nei decenni a venire.
Alcuni
si meravigliano quando scoprono che l'odierno canone fatto di ventisette testi
fu stabilito solo trecento anni dopo che furono scritti i libri del Nuovo
Testamento. Sant'Atanasio, vescovo di Alessandria, in una sua lettera scritta
nel 367 d.C., incluse tra i consigli una lista di testi che lui riteneva adatti
alla lettura in chiesa come scritture canoniche. Elencò ventisette libri del
Nuovo Testamento, non uno di più, non uno di meno: e questo segnò la fine
del processo di formazione del canone della Bibbia cristiana.
1.
Fonti attendibili oltre il Nuovo Testamento?
Come
abbiamo visto, all'inizio del Codice da Vinci Dan Brown dichiara che «tutte
le descrizioni di opere d'arte e architettoniche, di documenti e rituali
segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà" (p. 9).
La
tesi centrale del libro è che per avere un resoconto storicamente accurato
della vita di Gesù non ci si può affidare ai quattro Vangeli del Nuovo
Testamento, perché esistono altre fonti del tutto attendibili, migliaia di
cronache scritte proprio ai suoi tempi. Come afferma Leigh Teabing durante una
conversazione con Sophie Neveu: "Gesù Cristo è una figura storica di
enorme influenza, forse il leader più enigmatico e seguito che il mondo abbia
conosciuto... la sua vita è stata scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte
le terre... Più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per il
Nuovo Testamento, tra cui quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni" (p.
271-72).
Come
abbiamo già visto, la seconda affermazione - che a contendersi un posto nella
Bibbia cristiana furono oltre ottanta vangeli - è del tutto falsa. E la prima?
Che ne è stato delle migliaia di cronache scritte durante la vita di Gesù? Più
avanti, Teabing dice che furono messe al bando e distrutte quando Costantino
formò il canone del Nuovo Testamento: «Dato che, quando Costantino aveva
innalzato la condizione di Gesù, erano passati quasi quattro secoli dalla morte
di Gesù stesso, esistevano migliaia di documenti che parlavano della sua vita
di uomo mortale. Per riscrivere i libri di storia, Costantino sapeva di dover
fare un colpo di mano. Dalla sua decisione nacque il momento più importante
della storia cristiana... Costantino commissionò e finanziò una nuova
Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di Cristo e
infiorava i vangeli che ne esaltavano gli aspetti divini. I vecchi vangeli
vennero messi al bando, sequestrati e bruciati» (p. 275).
Secondo
Teabing, però, non tutti questi primi documenti andarono distrutti. Una
misteriosa setta, il cosiddetto Priorato di Sion, ne custodì migliaia
attraverso i secoli, insieme ai resti di Maria Maddalena. Conservati in «quattro
enormi bauli», sono noti come i «Documenti puristi». Come Teabing spiega
poi a Sophie, questo tesoro comprende «... migliaia di pagine di documenti
risalenti a prima di Costantino, scritti dai primi seguaci di Gesù, in cui gli
viene reso omaggio come maestro e profeta assolutamente umano. Inoltre si dice
faccia parte del tesoro il leggendario Documento Q, un manoscritto la cui
esistenza è ammessa persino dal Vaticano. A quanto si dice, è un libro con gli
insegnamenti di Gesù, forse scritto da lui stesso» (p. 300). Incredula, Sophie
domanda: «Scritto da Cristo?». «Certo» rispose Teabing. «Perché Gesù non
avrebbe dovuto tenere un diario della sua predicazione? Gran parte delle persone
lo faceva, in quegli anni» (p. 300).
Nonostante
Dan Brown asserisca che le descrizioni dei documenti contenute nel suo romanzo
siano basate sui fatti, ancora una volta ci troviamo di fronte a invenzioni,
non alla verità storica.
Non
è vero che la vita di Gesù fu scritta da migliaia di suoi seguaci prima ancora
della sua morte. Per quanto ne sappiamo, nessuno lo fece. Non è vero che a quel
tempo quasi tutti tenevano un diario della propria vita. La maggior parte delle
persone non sapeva nemmeno leggere. Di conseguenza, non esiste uno straccio di
prova che Gesù stesso tenesse un diario della sua predicazione. Per quanto ne
sappiamo, invece, Gesù non scrisse mai niente.
Il
Documento Q non è stato scritto da Gesù; si tratta di un documento che,
secondo gli studiosi, conteneva i suoi detti, redatto dopo la sua morte e usato
conte fonte per i Vangeli di Matteo e Luca.
Come
vedremo fra poco, le fonti più antiche nonché le migliori di cui disponiamo
per apprendere qualcosa sulla vita di Gesù - checché ne dica Leigh Teabing -
sono i quattro Vangeli del Nuovo Testamento, quelli secondo Matteo, Marco, Luca
e Giovanni. A pensarla così non sono solo gli storici cristiani che hanno
un'alta considerazione del Nuovo Testamento e del suo valore storico; questa
opinione è condivisa da tutti gli storici dell'antichità seri, dai cristiani
evangelici più devoti agli atei più irriducibili. In altre parole, non è il
punto di vista parziale di qualche ingenuo velleitario, è la conclusione cui
sono giunti centinaia (se non migliaia) di studiosi che lavorano per stabilire
che cosa accadde realmente nella vita del Gesù storico; studiosi che, a
differenza di Teabing e del suo inventore Dan Brown, hanno studiato greco ed
ebraico, le lingue bibliche, oltre ad altre lingue collegate (per esempio,
latino, siriaco e copto) studiosi che leggono le fonti antiche in lingua
originale e le conoscono alla perfezione".
2.
Documenti letterari non cristiani
Gesù
è segno di contraddizione anche come fatto storico. È vero che i grandi
storici di allora lo ignorano: ciò è normale, perché quegli storici,
abbagliati dallo splendore terreno della Roma di Augusto, non avevano l'acutezza
di vista per rintracciare un oscuro "barbaro" in una
"spregiatissima accolta di schiavi" (Tacito). Ma ciò non vuol dire
che la figura di Gesù sia storicamente meno documentata e sicura di quella di
Augusto.
"L'esistenza
di Gesù è un dato storico", afferma uno studioso ebreo dei nostri giorni.
Con lui nessun serio studioso di storia mette in dubbio la realtà storica di
Gesù di Nazareth. Ricorderemo adesso le fonti ebraiche e pagane che provano
l'esistenza storica di Cristo, al di fuori degli scritti cristiani che pure
sono molto abbondanti.
Fra
i testi giudaici è celebre la testimonianza di Giuseppe FLAVIO, uno scrittore
giudeo, vissuto dal 37 al 105 d.C. Nel 67, combattendo contro i Romani, fu da
questi fatto prigioniero ed inviato a Roma dove passò dalla parte dei
vincitori. Nel 70 d.C. fu a fianco di Tito nell'assedio di Gerusalemme.
Ritornato a Roma scrisse in greco le sue quattro opere: La Guerra Giudaica,
Antichità Giudaiche, Contro Apione e la sua Vita.
In
questi scritti Giuseppe, benché parli moltissimo di persone del mondo giudaico
o romano nominate anche nei Vangeli, parla di Gesù e dei cristiani in tre
passi: in un passo parla del martirio dell'apostolo Giacomo, il primo vescovo di
Gerusalemme, e lo chiama con una sfumatura di disprezzo, "fratello (cioè
cugino) di Gesù, il cosiddetto Cristo" (Antichità Giudaiche, 20,200). In
un altro passo Giuseppe Flavio scrive: "Ora ci fu verso questo tempo Gesù,
uomo sapiente, seppure bisogna chiamarlo uomo: era infatti operatore di cose
straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità. E attirò
a sé molti Giudei, e anche molti Greci. Costui era il Cristo. E avendo Pilato,
per denunzia degli uomini principali tra noi, punito lui di croce, non cessarono
coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti comparve loro il terzo
giorno nuovamente vivo, avendo già detto i divini profeti queste e migliaia
di altre cose mirabili riguardo a lui. E ancora adesso non è venuta meno la sétta
di quelli che, da lui, sono chiamati cristiani" (Antichità Giudaiche,
18, 63 - 64). Questo passo - conosciuto comunemente come testimonium flavianum
(cioè: la testimonianza di Flavio) - è contenuto in tutti i codici delle
"Antichità Giudaiche". L'autenticità di questo passo, nel complesso,
è accettata dagli studiosi.
3.
Le fonti pagane
Tra
i documenti letterari pagani abbiamo: Lo storico romano TACITO dice che Nerone,
per dissipare le voci che l'incendio di Roma dell'anno 64 fosse stato
comandato da lui, "ne presentò come colpevoli, e colpì con supplizi
raffinatissimi, coloro che il popolo, odiandoli per i loro delitti, chiamava
Cristiani. L'autore di questa denominazione, Cristo, sotto l'impero di
Tiberio, era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; ma,
repressa per il momento, l'esiziale superstizione erompeva di nuovo non solo per
la Giudea, dove ebbe origine quel male, ma anche per l'Urbe (= Roma) dove da
ogni parte confluiscono e sono esaltate tutte le cose atroci e
vergognose" (Annali, 15,44: opera scritta verso il 117 d. C.).
Dello
storico romano SVETONIO, che compose verso il 120 d.C. la sua opera sulla vita
dei primi dodici imperatori romani, abbiamo due testimonianze. Nella prima
dice che l'imperatore Claudio (verso l'anno 50 d.C.) "cacciò da Roma i
giudei i quali, ad impulso di Cresto, facevano frequenti tumulti" (Vita di
Claudio, 25), notizia che conferma quanto riportato in Atti 18,2. Nella seconda
afferma che, sotto Nerone, "furono sottoposti a supplizi i Cristiani,
razza di uomini di una superstizione nuova e malefica" (Vita di Nerone,
16). Il filosofo pagano GELSO si è scagliato violentemente contro il
Cristianesimo intorno all'anno 178. Poteva risultargli facile dimostrare la
falsità dei predicatori cristiani affermando: "Il vostro Cristo non è mai
esistito". Ma non lo disse. Invece fa dell'ironia in questi termini:
"Voi ritenete Dio un personaggio che concluse una vita infame con una
morte miserabile" (Origene: Contro Celso, I, 28).
Altro
documento romano di inestimabile valore di un grande uomo di lettere, è una
lettera di PLINIO IL GIOVANE. Nel 111 d.C. era stato nominato governatore
della Bitinia e del Ponto, province romane situate lungo il Mar Nero. Nel corso
dell'anno 112 inviò all'imperatore Traiano una lettera dettagliata in cui
chiedeva quale procedura seguire nel processo contro i Cristiani. In questo
documento autentico troviamo interessanti informazioni sulla vita dei
Cristiani, sulla loro liturgia e sulla rapidità della loro espansione. I
Cristiani venivano accusati di ateismo perché non riconoscevano la divinità
dell'imperatore, verità indiscussa, sulla quale era fondata la coesione di
tutti i popoli dell'Impero Romano. Tale lettera, tra l'alto, dice: "I
Cristiani si riuniscono in giorni determinati, prima che si alzi il sole, per
cantare insieme lodi a Cristo, come a un dio" (Plinio il Giovane, Epistola
X, 96). Così ottant'anni dopo la morte di Cristo il Cristianesimo aveva
modificato a tal punto la vita sociale in quella lontana provincia dell'Impero
Romano da preoccupare i difensori dell'ordine pubblico: non si frequentavano più
i templi, si trascurava il culto ufficiale agli dèi e si era paralizzato il
commercio degli animali da sacrificio!
Tutti
questi documenti non cristiani hanno tanto più valore dal momento che sono
stati scritti da autori indifferenti o addirittura ostili a Gesù. È vero che
sono pochi, ma quale interesse poteva suscitare una sètta giudicata
"degna di disprezzo"? Il Cristianesimo non aveva ancora raggiunto la
diffusione che avrà in seguito, quando, nel secolo IV lo stesso imperatore
Costantino si convertirà. D'altra parte, chi poteva interessarsi di un oscuro
profeta, giustiziato in un angolo sperduto del vasto Impero Romano?
Sì,
questi documenti non sono molti e tuttavia ci fanno conoscere molte cose: un
certo Gesù, soprannominato Cristo, è vissuto in Giudea sotto l'imperatore
Tiberio, è stato crocifisso per ordine di Ponzio Pilato, ha predicato una
nuova dottrina, il suo insegnamento ha dato origine ad una sètta, i Cristiani,
i quali si trovavano un po' ovunque nell'Impero Romano, in particolare a Roma,
dove sono oggetto di calunnie e di persecuzioni, trenta anni dopo la morte del
loro capo.
4.
Codici e papiri
Contrariamente
a quanto afferma Dan Brown, Gesù Cristo è il personaggio più documentato
della storia. Per Cristo abbiamo 22 scrittori vicini ai fatti (I e II secolo) di
cui 8 contemporanei (i 4 evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni; poi:
Pietro, Giuda, Giacomo e Paolo che parlano di Gesù nelle loro Lettere).
Dei
Vangeli che ci informano di Gesù e della sua dottrina, possediamo ben 34.086
copie tra codici greci e versioni in tutte le lingue antiche. Tra queste
migliaia di manoscritti cristiani, provenienti da ambienti molto diversi,
scritti in diverse lingue - il greco, il latino, il siriano, il copto - c'è un
accordo sorprendente. Le varianti sono numerose, a causa anche del numero dei
copisti, ma queste riguardano solo i dettagli e non modificano mai un fatto
storico importante o un punto fondamentale della dottrina di Gesù.
Il
lavoro degli specialisti è stato quello di stabilire un testo definitivo,
scegliendo le varianti più antiche e quelle più costanti. "Possiamo
affermare senza alcun timore che non esiste altro libro dell'antichità che ci
sia stato trasmesso in condizioni così perfette", dice uno storico.
Sempre
dei Vangeli e degli scritti degli 8 scrittori contemporanei di Gesù abbiamo
anche alcune centinaia di frammenti di papiri, che vanno crescendo di numero con
le nuove scoperte, e molte decine di migliaia di citazioni degli scrittori
cristiani dei primi due secoli. Essi nelle loro opere parlano di Gesù e citano
i Vangeli (e gli altri scritti apostolici). Le loro citazioni stabiliscono che
i Vangeli furono scritti nella seconda metà del I secolo (dal 42 al 70 d.C.)
e sono tante che con esse si potrebbero ricostruire i Vangeli stessi se essi
fossero andati perduti!
Abbiamo
ancora due codici che risalgono ad appena 300 anni dopo che i Vangeli furono
scritti; il Codice Vaticano ed il Codice Sinaitico (ed altri). Tutti questi
codici riportano i Vangeli originali. Ce lo provano in maniera categotica i
papiri scoperti nelle sabbie dell'Egitto in questo secolo e che riportano brani
dei Vangeli, più o meno lunghi, fino a molti capitoli.
1.
I testimoni oculari
La
falsità e la disinformazione non è solo prerogativa del Codice da Vinci di Dan
Brown. Le troviamo abbondantemente anche in Bart D. Ehrman nella sua opera La
verità sul Codice da Vinci. Nella prima, pregevole, parte del libro egli
critica a ragion veduta Brown, evidenziandone tutte le sciocchezze, presentate
come verità. Nella seconda parte del suo libro, però, lo Ehrman mostra una
disinformazione, che è sia vasta che sorprendente. Riportiamo qui qualche
esempio, dando subito una prima risposta. Poi tali questioni saranno trattate
nel prossimo capitolo nella loro interezza.
Lo
Ehrman, per esempio, dice: "In realtà, non abbiamo nessun documento
scritto da un testimone oculare della vita di Gesù" (p. 103). "Gli
autori dei Vangeli non dicono di essere stati testimoni oculari. Per riferirci a
questi libri usiamo i nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni... Ben pochi sanno
che i titoli furono aggiunti dai cristiani del Il secolo, per poterne
sostenere l'origine apostolica" (p.109-110).
Circa
quest'ultima notizia, ci piacerebbe sapere da quali fonti Ehrmann (ed anche Dan
Brown) l'ha attinta. È solo frutto della sua fantasia! Questa operazione
truffaldina è stata fatta, invece, dagli autori dei Vangeli gnostici per far
accettare le loro eresie.
San
Giovanni nel suo Vangelo dice: "Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua
testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero perchè anche voi
crediate" (Gv 19,35). Più testimone oculare di così! Lo stesso S.
Giovanni, nella sua prima lettera, dice: "Ciò che noi abbiano udito, ciò
che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò
che le nostre mani hanno toccato, cioè il Verbo della vita (poichè la vita si
è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi
annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa vidibile a noi)
quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi"
(1
Gv 1,1-3). Queste parole sono la migliore risposta allo Ehrman e a Dan Brown!
San
Pietro, poi, nella sua seconda lettera, scrive: "Infatti non per essere
andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere
la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perchè siamo stati
testimoni oculari della sua grandezza" (2 Pt 1,16). E questo vale anche per
il Vangelo di Marco, che si potrebbe chiamare "Vangelo di Pietro",
dato che S. Marco lo ha scritto sentendo i discorsi di Pietro.
Ehrman,
poi, nega che i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni siano stati scritti
dai rispettivi autori. Dice: "Di fatto, però, quei libri erano anonimi...
Non esiste la prima persona, in nessun punto l'autore dice "Gesù ed io ci
recammo a Gerusalemme, dove noi...". Il narratore parla sempre in terza
persona, di quello che altri stanno facendo (p. 110) . Questa argomentazione
della terza persona è francamente ridicola! Anche un alunno di seconda media sa
bene che, a seconda della scelta, il narratore può parlare in prima persona (e
viene definito io "narrante"), oppure in terza persona, senza per
questo essere necessariamente estraneo alle vicende narrate. Ne abbiamo un
esempio lampante perfino nella letteratura latina. Caio Giulio Cesare ha
scritto il De bello gallico (51 a.C.), la cronaca delle sue azioni militari
durante la conquista della Gallia. Mai Cesare usa, nello scrivere, la prima
persona! Usa sempre la terza persona: "Cesare ordina ai legionari
di..."; "Vercingetorige si arrende, le armi sono buttate a terra"
(De bello gallico VII, 89). Con questa scelta stilistica, Cesare si preoccupa di
far parlare i fatti. Pare che abbia sempre davanti a sè la posterità e la
storia che debbano giudicare. Secondo l'argomentazione di Ehrman, dovremmo
concludere che non è stato Cesare l'autore del libro!
Dice
ancora:" I Vangeli sano stati scritti in greco da persone molto istruite e
preparate, tra i 30 ed i 60 anni dopo la morte di Gesù. I suoi seguaci, però,
erano paesani e parlavano aramaico; di certo non conoscevano il greco..."
(p. 107).
Non
è vero che tutti i Vangeli sono stati scritti tra i 30 ed i 60 anni dalla morte
di Gesù. Il Vangelo di Marco, il più antico, risulta essere stato scritto
tra il 42 ed il 45 d.C. Inoltre gli evangelisti, nella stesura dei loro Vangeli,
si sono serviti anche di raccolte di detti di Gesù (tra cui la Fonte Q),
raccolte che sono ancora più antiche dei Vangeli e, quindi, più vicine
alla
morte di Cristo. Circa la lingua, tutti gli studiosi sanno che sia Marco sia
Matteo hanno scritto un Vangelo in aramaico, tradotto poi in greco. Se anche un
Vangelo, per esempio quello di Giovanni, non fosse stato scritto da lui in
persona, ma da un suo discepolo o uditore (come per l'evangelista Marco con S.
Pietro) non cambia in niente la sostanza della cosa.
Ad
ulteriore prova della sua argomentazione, Ehrman aggiunge: "Che dire quindi
dei seguaci di Gesù? L'unico riferimento esplicito al loro livello di
istruzione si trova negli Atti, dove si legge che Pietro e Giovanni erano di
fatto illetterati (Atti 4,13). E gli altri? Non c'è ragione di pensare che per
loro fosse diverso ...(p.106). Con ogni evidenza, i Vangeli del Nuovo Testamento
non sono stati scritti ai tempi di Gesù dai suoi seguacì più vicini, bensì
decenni dopo da cristiani ben istruiti..." (p.107).
2.
I discepoli di Gesù: primitivi ed inesperti?
Di
quale evidenza parli questo studioso non sappiamo. Molto evidente, invece, è
il solenne comando dato da Gesù agli Apostoli, tale da scoraggiare chiunque:
"Andate dunque ad ammaestrate tutte le nazioni... insegnando loro ad
osservare tutto ciò che io vi ho comandato" (Mt 28, 19-20). Un compito
certamente non facile per dei galilei assolutamente primitivi ed inesperti. Ma
lo erano veramente?
Le
due coppie di fratelli (Pietro e Andrea; Giacomo e Giovanni) che vennero a far
parte dei primi discepoli di Gesù, erano ben più di semplici pescatori. Erano
imprenditori e commercianti di pesce. Il mare di Galilea era la principale
riserva di pesce di tutta la parte settentrionale del paese e si trovava anche
sulla principale via commerciale del tempo, la via maris. Anche solo per
semplici motivi commerciali, questi pescatori dovevano avere la capacità di
leggere e scrivere in più lingue.
Giovanni
sembra avesse contatti con il palazzo del sommo sacerdote a Gerusalemme, dal
momento che ci dice che era noto al sommo sacerdote e che proprio per questo poté
facilmente entrare nel cortile, quando Gesù venne tradotto in giudizio (cf. Gv
18,15). La famosa - o piuttosto infame - etichetta di "senza istruzione e
popolani" applicata agli Apostoli a Gerusalemme e riportata da Atti 4, 13
non era dovuta al fatto che fossero analfabeti, ma alla mancanza di una formale
istruzione rabbinica.
Quando
Pietro, dopo l'ascensione di Gesù, assume il ruolo di primo capo della comunità
cristiana, dimostra di sentirsi perfettamente a suo agio a parlare a migliaia di
persone. Atti 1 e 2 ci mostra con quanta facilità Pietro interpreti e applichi
le Scritture, e in seguito, con quanta destrezza affronti il sinedrio, il
massimo consesso dei capi religiosi, facendo uso delle loro stesse armi
retoriche.
Pietro
passa anche diversi giorni nella casa di un alto ufficiale dell'esercito romano,
il centurione Cornelio. Dal momento che i soldati romani normalmente non
conoscevano l'aramaico, possiamo legittimamente supporre che Pietro abbia
usato il greco per spiegargli il messaggio di Gesù e guidarlo alla fede e al
battesimo.
Certo,
si può sempre dire che tutto è avvenuto per opera dello Spirito Santo (cf. At
4, 8), ma neppure il Nuovo Testamento pretende che si debba attribuire
assolutamente tutto a lui. Pietro non era una tabula rasa, un recipiente
vuoto. Quando accolse l'invito di Gesù, aveva i suoi bravi talenti, forse
grezzi ma reali, e un'enorme spontaneità. È questo il modo in cui lo Spirito
Santo ha operato attraverso di lui: non trasformando, con un miracolo, uno
stupido in un brillante capo di una comunità, ma guidando e sostenendo un uomo
istruito, dotato di qualità e di intelligenza.
E
che dire di Levi-Matteo? Il Vangelo di Luca ci dice che era disprezzato da
"farisei e scribi" certamente perché, in quanto gabelliere, era uno
sfruttatore e un potenziale collaboratore dei Romani. In termini moderni,
gabelliere era chi pagava le autorità per avere in cambio il diritto di
imporre tasse in un certo distretto. Si trattava di un'occupazione molto
lucrosa, come dimostra anche il fatto che, dopo essere stato chiamato da Gesù,
Levi-Matteo non volle lasciarsi sfuggire l'occasione di mostrare per un'ultima
volta la sua ricchezza, dando un grande banchetto» (cf. Lc 5, 29).
Nessuna
meraviglia dunque che fosse disprezzato da molti e considerato come uno
"scomunicato". Un uomo della sua condizione non poteva non essere
molto istruito e possedere, come vedremo più avanti, anche quelle rare doti di
scrittore, che gli sarebbero state molto utili per fissare l'insegnanento di Gesù.
Nessuno
dei discepoli neppure Matteo, apparteneva alle classi dirigenti all'élite
accademica o sociale, ma Gesù li scelse, ben conoscendo le qualità che ognuno
aveva ricevuto da Dio.
3.
L'uso diffuso della lingua greca
Ci
possiamo chiedere come mai Gesù, nato a Betlemme e cresciuto a Nazaret, abbia
deciso di andare a cercare i suoi discepoli sul mare di Galilea. La risposta è
semplice. È che lì poteva trovare uomini veri, non ancora "corrotti"
dal lusso della città, già abituati agli affari internazionali e che, inoltre,
conoscevano almeno una lingua straniera.
La
regione fra Cafarnao e Betsaida, sulla o vicino alla via maris, la più
importante arteria commerciale da nord verso sud-ovest, era una specie di
crocevia del "mercato comune". La gente che abitava in quella regione,
dedita al commercio o alla pesca, non solo era abituata a incontrare persone
di moltissime altre regioni, ma parlava comunemente anche la lingua franca del
tempo e cioè il greco. Pietro, che era di Betsaida, una città in cui erano
molto forti gli influssi della cultura greca, assieme alla lingua materna, l'aramaico,
molto probabilmente parlava anche il greco. Del resto, anche il suo nome e
quello del fratello Andrea lo fanno supporre. Andrea è un nome greco, e il vero
nome di Pietro, Simone, è sia ebraico che greco. Lo si trova infatti nella
letteratura greca a partire dal V secolo a.C.
Che
cosa cercare dunque di più adatto, per la missione mondiale cui erano
destinati, di questi uomini, cresciuti in contesto internazionale e che
conoscevano diverse lingue, fra cui la lingua internazionale del tempo?
Recenti
scavi nella fortezza di Masada, vicino al Mar Morto, hanno apportato alcune
sorprendenti conferme a quest'ipotesi. È noto da tempo che Masada non fu una
comune fortezza. Era stata l'ultimo baluardo dei ribelli ebrei contro i Romani,
il loro ultimo rifugio dopo la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C., il luogo
dell'assedio degli ebrei più valorosi, disperati e nazionalisti. Infatti la
fortezza cadde in mano ai Romani solo nel 73 d.C. e il suicidio in massa dei
suoi difensori è una delle pagine più gloriose della storia nazionale di
Israele, al punto che ancora oggi è là che pronunciano il loro giuramento le
reclute di alcuni reparti dell'esercito israeliano.
Nella
fortezza di Masada sono stati recentemente trovati frammenti di papiro e cocci
con nomi, somme, note relative alla distribuzione del grano ecc. Le scritte sono
sia in aramaico che in greco, il che significa che persino quei difensori
disperati, che avevano tutte le ragioni per disprezzare e rifiutare quella
lingua internazionale, accettavano e usavano il greco con grande naturalezza. Si
trattava dunque di persone assolutamente bilingui, contemporanee dei discepoli e
degli Apostoli, degli autori dei primi scritti del Nuovo Testamento.
In
passato, molti teologi hanno guardato con scetticismo alla conclusione cui
erano giunti gli storici, e cioè che, nella Palestina del tempo di Gesù, anche
le persone "comuni" conoscevano più di una lingua.
L'esistenza
di pietre tombali scritte in greco ed ebraico, le iscrizioni delle sinagoghe e
molte altre testimonianze raccolte qua e là confermano le scoperte di Masada.
In Palestina, in mezzo a un popolo estremamente geloso del suo rapporto con Dio,
nazionalista ad oltranza nel suo fervore politico e religioso, c'erano senza
dubbio persone che conoscevano e praticavano le due lingue. Se persino gli
zeloti nazionalisti di Masada nella loro ultima difesa contro i Romani, usavano
il greco e l'aramaico, è difficile dubitare che non facessero lo stesso persone
come i primi discepoli, che vivevano e lavoravano lungo una strada commerciale
internazionale.
Gesù,
che parlò in greco con la donna siro-fenicia vicino a Tiro (Mc 7, 26) con il
centurione romano a Cafarnao (Mt 8, 5-13) e con Ponzio Pilato (Gv 18, 33-38; 19,
8-11), era talmente padrone di questa lingua da poter fare addirittura un
efficace gioco di parole. Il famoso detto "Rendete a Cesare ciò che è di
Cesare e a Dio ciò che è di Dio" (Mc 12, 17), riportato anche da Matteo
e da Luca, gioca sull'iscrizione che si trovava sulle monete dell'imperatore
Tiberio, in corso a quel tempo, e in particolare su quelle fatte coniare da
Ponzio Pilato, le quali recavano in greco, su entrambe le facce, la scritta
"Cesare".
Le
iscrizioni sulle monete erano in greco e si supponeva che tutti le
comprendessero. Ora, è appunto su tali monete con quella precisa scritta che
Gesù basa il suo insegnamento. Ciò ha fatto dire allo studioso Benedict
Schwank che, in quel caso, non solo Gesù usò il greco, ma si aspettò anche
che i suoi ascoltatori afferrassero il gioco di parole e la sottigliezza del suo
ragionamento. Si tratta in realtà di un detto che è praticamente impossibile
tradurre in modo soddisfacente in aramaico, come invece si può fare con
moltissimi detti di Gesù anche perché la moneta alla quale si riferisce non è
mai esistita con una scritta aramaica.
Forse,
ogni tanto, anche Gesù e i suoi discepoli hanno usato il greco come lingua per
conversare fra loro. In due occasioni, dopo la risurrezione, ci sono tracce di
un tale uso da parte di Gesù. Al sepolcro, Giovanni nota esplicitamente che
Maria Maddalena si rivolge a Gesù in aramaico (cf. Gv 20, 16), il che lascia
ragionevolmente supporre che il discorso precedente fosse stato in greco. Poco
più avanti (cf. Gv 21, 15-17), Gesù parla con Pietro e introduce sottili
sfumature di significato nelle parole "amare", "conoscere" e
"pascere", che sono possibili in greco, ma assolutamente impossibili
in aramaico o ebraico.
1.
Identificazione degli autori
Lo
Ehrman nel suo libro (pregevole solo nella prima parte), parlando dei quattro
Vangeli, dice: "Per riferirci a questi libri, usiamo i nomi di Matteo,
Marco, Luca e Giovanni e per secoli i cristiani hanno creduto che fossero stati
veramente loro a scriverli... Ben pochi sanno però che i titoli furono aggiunti
dai cristiani del II secolo per poterne sostenere l'origine apostolica...
Chiaramente i titoli non sono originali. Il primo Vangelo è stato chiamato
"secondo Matteo" da una persona diversa dall'autore... (pp. 109-110).
Le cose stanno veramente così, o tutto ciò è frutto di una disinformazione
storica di questo studioso (e di Dan Brown)?
Alla
ricerca di una risposta a questo interrogativo, cominciamo da un affascinante
testo scritto nel 180 d.C.: gli Atti dei martiri scillitani. In essi il
persecutore Saturnino chiede al cristiano Sperato cosa aveva nella sua capsa e
si sente rispondere che lì c'erano le lettere dell'apostolo Paolo.
Ma
ciò che qui ci interessa è soprattutto il termine usato per indicare quella
specie di contenitore. Capsa è un termine tecnico e si riferisce a un
contenitore cilindrico nel quale si tenevano i rotoli, sia per averli a portata
di mano per la consultazione che per trasportarli. Naturalmente il rotolo dentro
il cilindro non mostrava nessuna parte del suo scritto, per cui per sapere
quello che conteneva, doveva essere estratto e in parte svolto. Ma fin
dall'inizio si era posto rimedio a questo inconveviente, attaccando all'esterno
di ogni rotolo una piccola striscia di pergamena chiamata in greco syllabos, che
conteneva le informazioni necessarie: il titolo dell'opera e, se c'era più di
un'opera con lo stesso titolo, anche il nome dell'autore o degli autori. Se,
per esempio, Saturnino avesse avesse chiesto a Sperato di dire i titoli dei
rotoli che erano nella capsa, Sperato non avrebbe certo avuto bisogno di
estrarli e di svolgerli per poterli indicare.
Era
un metodo semplice ed efficace. In libreria (esistevano anche allora!) i
rotoli venivano disposti orizzontalmente e il cliente li poteva facilmente
identificare leggendo la striscia di pergamena che pendeva da ognuno di essi.
Faceva proprio come facciamo anche noi oggi quando leggiamo ciò che è scritto
sul dorso del volume. "Vangelo... secondo Matteo", poi, "...secondo
Luca" e, più tardi, "...secondo Giovanni" e, naturalmente,
"...secondo Marco". Perché "secondo"? Perché il tipo di
libro era già noto. Si trattava di un "vangelo", di un «evangelion",
cioè della "buona novella" ...raccontata da ("secondo", o
in greco kata) Marco, Matteo ecc.
L'introduzione
dei nomi degli autori sulla striscia di pergamena fu dunque dettata da
necessità pratiche nel momento in cui veniva messa in circolazione una
seconda opera dello stesso tipo, ma non è improbabile che, anche
indipendentemente da questo, fosse invalsa l'abitudine di scrivere abitualmente
sul syllabos il titolo dell'opera e il nome del suo autore.
Gli
studiosi, anche quelli che preferiscono date tardive per i primi tre, sono
concordi nel ritenere che nell'anno 100 esistevano già tutti e quattro i
Vangeli e che almeno i primi due risalgono certamente agli anni 42-60 del 1°
secolo. È dunque francamente impossibile credere (e sarebbe del resto del tutto
irragionevole) che, a uno stadio così vicino agli avvenimenti, quando c'erano
in giro ancora una quantità di "testimoni", le comunità si siano
potute inventare i nomi degli autori.
Come
vedremo tra breve Papia che scrive attorno al 110 d.C. (una data relativamente
tarda, in paragone) può ancora servirsi di testimonianze di prima mano,
attingendole direttamente dall'anziano Giovanni. Se poi ammettiamo, con John A.
T. Robinson e altri, che i quattro Vangeli erano già in circolazione prima del
70 d.C., pensare che siano stati attribuiti a persone che in realtà nona li
hanno scritti sembra proprio incredibile, se non addirittura ridicolo.
Nelle
chiese locali i documenti in rapida crescita venivano a costituire, se non
proprio delle vere librerie, certamente quelli che potremmo chiamare degli
archivi, il che comportava precise descrizioni sui syllabos dei contenuti dei
vari rotoli.
Chiunque
aprisse un libro - e cioè svolgesse un ruolo - per leggerlo, per esempio,
durante una funzione religiosa, doveva anzitutto dire chiaramente agli
ascoltatori da dove leggeva. Certamente non avrebbe avuto molto senso dire:
"Ascoltate che vi leggo qualcosa da questo Vangelo che ho qui. Che poi sia
il secondo o il terzo, non ha alcuna importanza". L'abitudine di leggere
gli scritti cristiani durante le riunoni è ben documentata nel Nuovo
Testamento. Scrive Paolo ai Tessalonicesi: "Vi scongiuro per il Signore che
si legga questa lettera a tutti i fratelli" (1 Ts 5,27). E dal momento che
la data più probabile di questa lettera è l'anno 50, si tratta certamente di
una vecchia abitudine!
Anche
Gesù è protagonista di una scena nella quale si cita il nome dell'autore del
testo di un rotolo: "E si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del
profeta Isaia; apertolo, trovò il passo dove era scritto..." (Le 4,
16-17). Luca dice espressamente che si trattata del rotolo del profeta Isaia e
non del rotolo di un profeta o semplicemente di un rotolo. C'era dunque l'abitudine
di citare il nome dell'autore e lo si faceva anche nel caso in cui, strettamente
parlando, poteva non essere necessario.
Ci
si potrebbe chiedere come mai i nomi degli autori non siano mai ricordati nei
Vangeli. In realtà, nell'antichità, come anche oggi, il nome dell'autore non
si trovava dentro il libro, ma sul frontespizio, sulla copertina e sul dorso.
Nel caso dei rotoli, era indicato sul syllabos. E tuttavia, in almeno due dei
Vangeli (quello di Luca e quello di Giovanni), il nome dell'autore doveva
esservi scritto. Luca, come abbiamo visto, dedica i suoi libri a Teofilo. Ora
non è possibile dedicare un libro a qualcuno senza scrivere da qualche parte il
proprio nome. Giovanni, da parte sua, annota: "Questo è il discepolo che
rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti" (Gv 21, 4), il che
suppone che il suo nome fosse scritto da qualche parte e ora sappiamo che quel
posto era il syllabos.
Finora,
per quanto riguarda l'identificazione del nome degli autori dei primi scritti
cristiani, ci siamo riferiti a testimonianze del 1 secolo. Ma, in seguito,
troviamo anche altre fonti che le confermano. Papia, come tra poco vedremo,
verso il 110 d.C. ricorda i nomi di Marco e Matteo. Marcione, un eretico che
accettava solo una versione di Luca da lui stesso espurgata, verso il 140
ricorda il nome di Luca e il contesto fa supporre che conoscesse anche gli
altri.
Ireneo,
verso il 180, ricorda, in due opere distinte, tutti e quattro gli autori dei
Vangeli. E da allora sono sempre più numerose le fonti giunte fino ai nostri
giorni.
2.
I papiri
Possediamo
diversi manoscritti dei Vangeli su papiro anteriori ad alcune di queste
testimonianze, in alcuni dei quali è sopravvissuta anche la parte che ricorda
il nome dell'autore. Il papiro P66, scritto a metà del II secolo e forse
addirittura un po' prima del 150 d.C., relativo al Vangelo di Giovanni, riporta
nel titolo il nome dell'evangelista. II papiro P75, con Luca e Giovanni, scritto
alla fine del II secolo, ricorda Luca in un post scriptum al suo Vangelo e
Giovanni all'inizio del suo. Il nome di Matteo e ricordato nei papiri P66 e P67,
in realtà due parti di un unico papiro, anch'esso del II secolo.
Questi
papiri non provengono da rotoli. Appartengono al periodo successivo, quando i
circoli cristiani erano ormai passati dal rotolo al "codice". Ora il
codice, l'antenato del nostro libro moderno, portava le necessarie
informazioni sul frontespizio o sopra l'inizio effettivo del testo e a volte
anche alla fine. Il passaggio dal rotolo al codice ha segnato dunque il
momento in cui l'informazione sugli autori è "passata" dall'esterno
del libro al suo interno.
Possiamo
ritenere come sicuro che i tre Sinottici 22 sono stati scritti veramente da
Matteo, Marco e Luca. L'autenticità letteraria di ciascuno dei tre Vangeli
Sinottici è stata confermata anche (e da tanto!) dai dati interni di ogni
singolo Vangelo (lingua, scopo, destinatari, etc.) e dalle opere degli scrittori
del II secolo e della prima metà del terzo .
Gli
autori dei Vangeli conoscono con esattezza le cose che scrivono, essendo due di
essi, Matteo e Giovanni, addirittura testimoni oculari dei fatti che narrano;
mentre gli altri due, Marco e Luca, hanno messo per iscritto la testimonianza di
persone che sono vissute a lungo con Gesù; Luca specialmente da Maria, mentre
Marco da Pietro.
Inoltre,
poiché gli Autori scrivono i loro Vangeli quasi subito dopo la morte di Gesù
o, al massimo, entro i primi decenni quando ancora vivevano moltissimi
testimoni oculari dei fatti che narrano, essi sono praticamente
nell'impossibilità di scrivere cose non vere, tanto che gli stessi nemici dei
primi cristiani cercarono sì di perseguitarli imprigionandoli e uccidendoli, ma
non poterono mai negare la verità dei fatti narrati nei Vangeli.
La
vicinanza dei manoscritti dei Vangeli ai fatti che narrano è, si può dire, un
caso unico nella storia della trasmissione dei testi antichi.
Se
si pensa che eventi storici dei quali nessuno dubita, come le campagne di
Giulio Cesare in Gallia da lui descritte nel De bello gallico, sono testimoniate
da pochissimi manoscritti che distano 8 secoli dall'originale; e che le opere
dei grandi poeti greci come Omero, Eschilo, Euripide e Sofocle e di grandi
filosofi come Platone e Aristotile sono giunte a noi su copie scritte 1200-1300
anni dopo che fu scritto l'originale, allora dobbiamo convenire che i Vangeli
sono, sotto l'aspetto delle fonti, i testi più sicuri che si conoscano.
Eccezionale,
nella letteratura non-cristiana dell'antichità, è stato il recente
ritrovamento, nella fortezza di Masada, di un frammento di papiro contenente una
citazione dell'Eneide di Virgilio, il grande poeta romano vissuto tra il 70 a.C.
e il 19 d.C.
Questo
frammento, che contiene una sola riga dell'Eneide, risale a soli 92 anni dalla
morte del poeta ed è giustamente considerato, da coloro che si interessano a
Virgilio, di enorme valore testuale. Ma allora che dire dei Vangeli i cui
manoscritti sono datati a soli 10-15 anni dalla morte di Gesù?
2.
Non 8, ma migliaia
C'è
un altro elemento da tener presente: a deporre sui fatti descritti dagli 8
relatori contemporanei (Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Pietro, Paolo, Giacomo,
Giuda) si aggiungono migliaia di contemporanei di Cristo: è vero non hanno
scritto, ma hanno qualcosa di più impegnativo: si sono convertiti! Lo scrittore
pagano Tacito ci attesta che nel 64 d.C. e nella sola Roma i cristiani erano
"ingente moltitudine" e, di questi, un gran numero furono martiri.
Le
vite degli altri grandi uomini antichi, dopo essere state composte e pubblicate,
furono controllate relativamente da poche persone. Al contrario, la
predicazione e gli scritti ufficiali su Cristo dei testimoni oculari, furono
divulgati in lungo ed in largo per tutto l'Impero Romano e fuori, quando ancora
non avevano i capelli bianchi innumerevoli uomini e donne che potevano
raccontare quando avevano visto Gesù e cosa aveva detto. Al principio del
secondo secolo lo scrittore cristiano Quadrato ci informa che ancora c'era in
giro qualcuno dei suoi miracolati.
Perciò,
anche volendo, gli 8 non avrebbero potuto inventare una narrazione fittizia,
sotto pena di non trovare credito e di essere sonoramente sbugiardati da chi
conosceva le cose. Essi scrissero quando ancora vivevano i ben informati.
Pietro, nel suo primo discorso tenuto alla folla di Gerusalemme, poteva a voce
alta parlare di "Gesù di Nazareth, uomo accreditato da Dio presso di voi
con opere grandi, con prodigi e segni, che Dio fece per mezzo di lui tra voi,
"come voi stessi sapete" (Atti 2,22). Gesù non aveva agito e parlato
nell'ombra: "Io ho parlato al mondo in pubblico in ogni tempo, ho
insegnato nella sinagoga e nel tempio dove si radunano tutti i giudei, e nulla
ho detto di nascosto. Perché dunque mi interroghi? Domanda a quelli che hanno
udito ciò che ho detto; essi conoscono il mio insegnamento" (Giovanni
18,20 - 21). Queste parole dimostrano che non esistono Vangeli o detti
"segreti" di Gesù, contrariamente a quanto dice Dan Brown e altri
come lui.
Ogni
convertito di quei tempi è una prova vivente. Che ci voleva a verificare
l'esattezza di ciò che dicevano i Vangeli? Ogni anno arrivavano e ripartivano
da Gerusalemme per la Pasqua centinaia di migliaia di Ebrei, provenienti da
tutti i paesi del mondo. Ebbene proprio in Palestina e nelle regioni intorno che
avevano frequenti rapporti con la Palestina, noi troviamo migliaia di ebrei e
pagani convertiti fin dall'anno della morte di Cristo. Alla fine del secolo il
pagano Plinio il Giovane attesta, scrivendo all'imperatore Traiano, che certe
regioni dell'Asia Minore come la Bitimia erano già in maggioranza cristiane.
Certo
c'era anche chi non si convertiva. Ma c'è da notare che farsi cristiano non
era affatto facile: significava capovolgere radicalmente le proprie idee, i
propri gusti, le proprie abitudini mentali, buttare dalla finestra una morale
dalla manica larga, che chiudeva gli occhi su tutto e arrampicarsi su per una
via sublime e lieta, ma assai meno comoda. Significava anche, in quei tempi di
persecuzioni, giocare la carta più rischiosa: esporre a grave pericolo i
beni, la famiglia, la stessa vita! Perciò è già molto significativo che tanta
gente abbia avuto il fegato di fare un passo simile. Nessuna religione,
storicamente, si è diffusa così controcorrente. Diversamente dalle altre, il
Cristianesimo si presentava confatti e testimonianze precise e non era
sminuito dal confronto con le mitologie: di qui l'inimicizia generale.
Diversamente dalle altre religioni, la religione cristiana esigeva una
disciplina alquanto rigorosa, prezzo per qualcosa di grande e di splendido che
offriva. Perciò le migliaia di conversioni tra cui conosciamo ufficiali,
senatori, filosofi e proconsoli, sono un fenomeno indicatore che la vita degli
Apostoli era convincente, i loro miracoli probativi, le loro parole piena di
convinzione, le loro virtù di gente che meritava totale fiducia.
3.
La storicità dei Vangeli
Il
più importante risultato degli studi sull'origine dei Vangeli è di aver
documentato scientificamente che i Vangeli sono stati scritti subito dopo la
morte di Gesù, quando ancora vivevano i testimoni oculari dei fatti, e non alla
fine del primo secolo dalla Comunità dei Credenti, come affermavano i
negatori della storicità, da Reimarus a Bultman e ora da Dan Brown!
Questi
nuovi studi sui Vangeli si svilupparono in due campi complementari: nel campo
linguistico e in quello papirologico. Analizzando le parole e la costruzione
linguistica dei Vangeli, molti studiosi, tra i quali il celebre Padre Jean
Carmignac, dimostrarono che il testo greco dei Vangeli che noi oggi possediamo
è la traduzione di un testo più antico, scritto in ebraico o in aramaico, la
lingua parlata in Palestina al tempo di Gesù.
Per
comprendere il metodo usato dal Carmignac, ci sia permesso di portare un
esempio banale. È noto che nella lingua latina il verbo è collocato al termine
della frase, mentre in italiano è posto subito dopo il soggetto; ebbene se
traduco letteralmente in italiano il celebre detto che Svetonio mette in bocca
Cesare: "Alea iacta est" con "il dado gettato è", comprendo
subito che questo italiano è la traduzione di un testo latino.
Naturalmente
gli studiosi del testo greco dei Vangeli non si fondano solo sulla costruzione
della frase, ma sull'uso di parole ebraiche che non esistono in greco come
"amen", "alleluia", ecc.; o sul rafforzamento, proprio delle
lingue semitiche che ripetono la stessa parola, come nelle frasi "ho
desiderato di desiderio" (Marco 4, 1) o "Hanno gioito di una grande
gioia" (Matteo 2,10), ecc.
Questa
scoperta è di grande importanza - afferma il filologo Claude Tresmontant -
perché ci attesta che i Vangeli furono scritti al tempo di Gesù da persone che
parlavano in aramaico o in ebraico e non - come affermavano Bultman e compagni -
un secolo dopo, da una comunità che conosceva solo il greco. Chi volesse
documentarsi su tale argomento potrà incominciare col leggere il libro di Jean
Carmignac dal titolo "La nascita dei vangeli sinottici" (Edizioni
Paoline) o lo studio di Juliàn Carròn dal titolo "Un caso di ragione
applicata" tratto dal volume "Vangelo e storicità" (Edizione
Rizzoli).
Passiamo
ora a considerare i progressi dei nuovi studi nel campo papirologico. Il
grande avvenimento scientifico di questi ultimi anni è stata la scoperta di
frammenti di papiri antichissimi dei Vangeli, databili a pochi
anni
dalla morte e risurrezione di Gesù, dei quali ricorderemo solo il 7Q5,
ritrovato a Qumran e il P64, conservato nel Magdalen College di Oxford.
4.
Il Vangelo di Marco
Riguardo
alla datazione dei Vangeli, il dato più importante ci è offerto dal
famosissimo frammento 7Q5, un minuscolo frammento di papiro trovato nella
grotta n. 7 di Qumran, contenente 20 lettere disposte su 5 righe.
È
il frammento più antico e più prezioso. Per questa ragione dobbiamo raccontarne
la storia.
È
noto che a Qumran, una località in riva al Mar Morto a sud-est di Gerusalemme,
esisteva fin dal secondo secolo prima di Cristo una comunità monaci Esseni
(parola che significa "i santi" o, forse "i silenziosi") che
si dedicavano al lavoro dei campi, alla preghiera, alla lettura e scrittura dei
testi sacri della Bibbia. Quando nell'anno 66 dopo Cristo, gli eserciti romani
al comando prima di Vespasiano e poi del figlio Tito cinsero d'assedio
Gerusalemme, i monaci fuggirono da Qumran dopo aver nascosto i loro libri sacri,
racchiusi in vasi di terracotta ben sigillati, nelle numerose grotte che
circondano il monastero. Tra essi, interi libri della Sacra Scrittura dai quali
traevano il loro nutrimento spirituale.
Millenovecento
anni dopo questi avvenimenti, nel 1947, avvenne un fatto provvidenziale: un
pastore arabo, inseguendo una pecore che si era smarrita, entrò in una di
quelle grotte e scoprì un vaso pieno zeppo di manoscritti antichi.
Le
ispezioni archeologiche che seguirono alla scoperta misero in luce ben 11
grotte-deposito.
Nella
grotta n.7 - il cui pavimento era disgraziatamente sprofondato - gli archeologi
recuperarono, nel 1955, diciannove frammenti di papiro, eccezionalmente scritti
in greco. Di essi esamineremo quello catalogato con la sigla 7Q5 appunto perché
ritrovato nella settima grotta di Qumran e registrato col progressivo numero 5.
Ma
fu solo diciassette anni più tardi, nel 1972, che il celebre papirologo
spagnolo Padre Josè O'Callaghan, mentre stava lavorando alla catalogazione
scientifica dei papiri greci dell'Antico Testamento, cercando di decifrare il
7Q5 scopri che esso conteneva non un testo dell'Antico Testamento, ma del Nuovo
Testamento, e precisamente i versetti 52 e 53 del capitolo VI del Vangelo di San
Marco.
Evidentemente
non è qui possibile esporre tutti gli argomenti scientifici che provano la
identificazione di 7Q5 con il passo del Vangelo di Marco 6,52-53. A chi
desiderasse saperne di più consigliamo la lettura di un articolo dello stesso
Padre O'Callaghan apparso sulla rivista "La Civiltà Cattolica" del 6
giugno 1992 dal titolo "Il papiro di Marco a Qumran", o il libro del
papirologo tedesco Prof. Thiede intitolato: "Il più antico manoscritto
dei Vangeli?" pubblicato dall'Istituto Biblico di Roma, o ancora il
recentissimo libro dello stesso Thiede dal titolo "Qumran e i Vangeli"
edito in Italia dalla Editrice Massimo.
Ed
ora chiediamoci: in quale anno fu scritto il 7Q5? La storia ci dice che è
certamente anteriore agli anni 66-68, quando fu nascosto nella settima grotta
di Qumran in seguito all'avanzata degli eserciti romani; ma l'esame della
scrittura ci dice che è anteriore agli anni 50, quando lo stile "ornato
erodiano", con cui è scritto, cessò di essere usato.
C'è
però un'altra riflessione da fare: sappiamo infatti che il 7Q5 non è
l'originale che Marco scrisse a Roma in ebraico dove fu poi tradotto in greco,
ma una copia di questa traduzione greca, giunta più tardi a Qumran; allora si
deve concludere con il Padre Carmignac che l'originale di Marco fu scritto assai
prima dell'anno 50, forse tra il 42 e il 45, ossia a soli 5-8 anni dalla morte
di Gesù, quando vivevano ancora i testimoni oculari dei fatti.
Ancora:
si sa che fra i quattr Vangeli il più antico è quello di Marco. Come riporta
unanimemente la tradizione primitiva, e da quanto traspare credibilmente dal
testo stesso, esso si rifà a prediche di Pietro a Roma. Dato che questo
Vangelo, come dimostra 7Q5, esisteva già nel 50, deve essere stato scritto
mentre Pietro era ancora in vita. Come riferiscono in forma indiretta gli Atti
degli Apostoli, all'inizio degli anni 40 Pietro da Gerusalemme fuggì a Roma.
Mettendo insieme queste notizie e indicazioni diverse, se ne deduce che il
Vangelo di Marco è stato redatto a Roma negli anni 40.
5.
Il Vangelo di Giovanni
Tutti
concordano nel ritenere il Vangelo di Giovanni composto per ultimo. Fino a
qualche decennio fa, gli studiosi lo datavano alla fine del 1 secolo, intorno
all'anno 100 d.C., vale a dire 70 anni dopo la morte di Gesù di Nazareth. Ma
oggi questa datazione comincia ad esser messa in discussione, a vacillare.
Sembra che la data della sua composizione vada abbondantemente anticipata.
Julian
Carròn, professore di Sacra Scrittura presso il Centro Studi teologici San
Damaso di Madrid, direttore dell'edizione spagnola della rivista internazionale
"Communio ", in un saggio apparso sul prestigioso trimestrale
"Il Nuovo Areopago" alla fine del 1994, sostiene che il Vangelo di
Giovanni contiene molti "elementi che si possono spiegare solo prima della
distruzione di Gerusalemme", avvenuta, come è noto, nell'anno 70 d.C. (Julian
Carròn Un caso di ragione applicata. La storicità dei Vangeli, in Il Nuovo
Areopago, anno 13, n. 3 [51], autunno 1994, p. 16).
A
sostegno della sua tesi, Carròn cita, tra gli altri, un chiaro esempio che
merita di essere riportato: "Nel racconto della guarigione del malato che
aspettava per essere guarito l'agitazione delle acque nella piscina - contenuto
nel Vangelo di Giovanni - si dice: "C'è (estin) in Geru salemme, vicino
alla porta delle Pecore, una piscina chiamata in ebraico Betzaetà che ha cinque
portici" (Gv 5, 2). Il presente dell'indicativo in cui viene data la
notizia dell'esistenza della piscina (estin), mentre tutto il racconto e scritto
in aoristo (cioè al passato), come se facesse riferimento a un fatto succeduto
nel passato, mostra che quando questi racconti furono scritti esisteva ancora
quella piscina. E questo si poteva affermare solo prima della distruzione di
Gerusalemme, nell'anno 70" (ibidem, p. 17).
6.
Il Vangelo di Matteo
Gesù
muore crocifisso nell'anno 33. Marco scrive nel 42. Giovanni lo abbiamo visto,
scrive prima del 70. In mezzo a queste due date vi sono i Vangeli di Matteo e di
Luca (perché essi dipendono da Marco).
Nel
1994 è giunta la notizia della nuova datazione del papiro greco di Matteo P64,
conservato nel Magdalen College di Oxford, è noto come il papiro Magdalen P64.
Di questo papiro si conservano tre frammenti scritti su ambedue i lati,
contenenti alcuni versetti del capitolo 26 del Vangelo di Matteo.
Essi
furono ritrovati in Egitto, a Luxor e portati ad Oxford da un pastore
anglicano e datati nel 1953 da Colin Roberts alla fine del II secolo.
Ma
nel 1994 il papirologo tedesco Carsten Peter Thiede, dopo accurati esami
scientifici sul papiro Magdalen, dimostrò che esso era molto più antico e
risaliva agli anni 65-66 dopo Cristo.
Per
giungere a tale certezza Thiede esaminò il papiro con speciali apparecchi
scientifici, come il microscopio a scansione laser, trovando però la conferma
definitiva nel ritrovamento di un altro papiro scritto nello stesso identico
stile che, essendo una lettera, porta la data in cui fu scritta. Ebbene, a circa
400 chilometri a nord di Luxor, dove Rev Huleatt acquistò il papiro P64, sorge
l'antica città di Ossirinco. Qui, tra gli innumerevoli papiri greci, è stata
ritrovata una lettera scritta con la stessa identica grafia del P64 che in più
porta la data in cui fu scritta: "il dodicesimo anno dell'imperatore
Nerone Claudio Cesare Germanico", anno che corrisponde al 65-66 della
nostra era. L'interessante documentazione, qui appena accennata, che condusse
Thiede a datare il P64 agli anni 65-66, è descritta dallo stesso Thiede nel
volume dal titolo significativo: Testimone oculare di Gesù, titolo scelto
dall'autore per evidenziare la storicità dei Vangeli e il crollo definitivo di
tutte le teorie che, da Reimarus fino a Bultmann (e a Dan Brown), avevano
spostato la composizione dei Vangeli a dopo gli anni 70, facendole barcollare e
crollare miseramente (Cfr. La storicità dei vangeli, MIMEP-DOLETE, Via Papa
Giovanni XXIII, 4 - 20060 Pessano (MI) - Tel. 02 9504075.
Anche
indizi interni al Vangelo stesso suggeriscono una data di composizione prima
del 70 d.C. Infatti in Matteo 27,7-8 si legge: "...comprarono (col denaro
lasciato da Giuda) il campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. Perciò
quel campo fu denominato Campo di sangue fino al giorno d'oggi". Ciò
dimostra che il Vangelo di Matteo fu scritto quando ancora esisteva quel campo
di sangue. E questo si poteva affermare solo prima della distruzione di
Gerusalemme, nell'anno 70.
Anche
per Matteo vale quanto si è detto per Marco. Matteo scrisse in lingua aramaica,
mentre i frammenti custoditi ad Oxford sono in lingua greca Sono dunque una
traduzione, una copia. L'originale, pertanto deve necessariamente risalire a
diversi anni prima comunque ad un tempo straordinariamente vicino agli eventi
storici vissuti da Gesù di Nazareth.
7.
Il Vangelo di Luca
Importanti
criteri interni al testo sostengono l'ipotesi che gli Atti degli Apostoli siano
stati conclusi negli anni 60, prima della fine del processo contro Paolo.
L'epoca di stesura del Vangelo di Luca si colloca sicuramente prima e potrebbe
essere determinata con precisione se si potesse essere certi che Paolo - come da
tempo sostengono alcuni esegeti - intende parlare di Luca e del suo Vangelo
quando scrive nella II Lettera ai Corinti:
"Con
lui (=Tito) abbiamo inviato pure il fratello che ha lode in tutte le Chiese a
motivo del Vangelo en to evanghelio" (2Cor 8, 18).
In
base all'attuale stato delle ricerche risulta probabile che questo passaggio
si riferisca effettivamente a Luca. Allora il Vangelo di Luca dovrebbe essere
stato scritto un po' prima della II Lettera ai Corinti, la cui stesura risale
agli anni 57/58, ed essersi diffuso rapidamente nelle comunità paoline.
Concludendo ecco le date di composizione dei Vangeli più vicine al vero: Marco
42 d.C.; Matteo, prima del 65/66 d.C.; Luca, prima del 57/58 d.C. e Giovanni,
prima del 70 d.C.
È
davvero estremamente improbabile che gli Evangelisti abbiano inventato di sana
pianta le storie contenute nei loro Vangeli. Hanno scritto in tempi troppo
vicini ai fatti accaduti, troppi testimoni oculari potevano facilmente smentire
i loro racconti, anche quelli relativi ai miracoli, contestati oggi, purtroppo,
da teologi ed esegeti perfino cattolici.
Una
tradizione bimillenaria, giunta ininterrottamente fino a noi attribuisce i
Vangeli a quattro autori di nome Matteo, Marco, Luca e Giovanni, tutti vissuti -
si dice - nel I secolo d.C. Come possiamo verificare la fondatezza di questa
tradizione, oltre a quanto già detto?
11
punto di partenza della nostra ricerca è un dato storico indiscutibile perché
di esso possediamo molte testimonianze. Subito dopo la morte di Gesù, il
Cristianesimo si diffonde in numerose e vaste regioni dell'Impero di Roma.
Proprio di questa capillare presenza rimangono molte tracce, anche
archeologiche, che perfino un turista distratto può facilmente notare solo che
viaggi in Terra Santa o in Asia Minore.
Una
presenza così numerosa di focolai di Cristianesimo è attestata da fonti
storiche non cristiane. Abbiamo ricordato la lettera di Plinio il Giovane (anno
112) all'imperatore Traiano, nella quale si legge: "Il Cristianesimo è
professato da un gran numero d'ambo i sessi, di ogni età e classe sociale"
e nella quale si dice che questa nuova religione è ormai diffusa non solo nelle
città ma anche nei villaggi e nelle campagne.
Queste
comunità cristiane sono tra loro assai distanti e soprattutto sono spesso
indipendenti una dall'altra. Tra alcune di esse non mancheranno scontri e
rivalità che sfoceranno, talvolta, in dure lotte di carattere dottrinale,
fino a giungere successivamente a dolorose separazioni.
Ma
su di un punto esse concordano sempre: nel ritenere gli scritti di Matteo, di
Marco, di Luca e di Giovanni i soli autentici Vangeli, realmente scritti dai
quattro personaggi suddetti, tutti vissuti nei I secolo d.C.
Questo
è un primo dato che gioca a favore dell'autenticità dei Vangeli, da prendere
in seria considerazione. Ma ve ne sono altri.
2.
Le radici apostoliche come fondamento di verità
In
tutte le citazioni di documenti del II e del III secolo che riporteremo viene
continuamente ribadito che Matteo, Marco, Luca e Giovanni sono gli autori dei
Vangeli e che non esiste un altro Vangelo diverso da questi.
Le
opere di teologi del II secolo come Ireneo o del III secolo come Tertulliano
chiariscono che l'esistenza di gruppi come gli ebioniti (una setta giudaizzante
del II secolo) e di altre fazioni guidate da Marcione (attivo intorno al 140) e
da Valentino (100-175) stimolò la tendenza ad individuare non solo i pilastri
teologici del cristianesimo ma anche i documenti chiave.
Inoltre,
le liste di libri accolti dalla Chiesa risalgono a questo periodo. Esse elencano
le opere accettate dalla Chiesa e di cui veniva data lettura nelle funzioni
religiose. Secoli prima dell'invenzione della stampa, i Cristiani venivano a
conoscenza di questi libri non perché possedessero una loro Bibbia personale,
ma ascoltandone la lettura durante le cerimonie officiate in chiesa. Una delle
più importanti di queste liste è un'opera in latino, nota come Canone
muratoriano, scoperta nel 1740 dallo storico italiano Ludovico Antonio Muratori,
ragione per cui porta il suo nome. Consta di ottantacinque righe e presenta in
principio una lacuna, di quelle tipiche degli antichi testi.
Il
manoscritto è la copia di un documento originale (del II secolo d.C.). Dopo la
lacuna iniziale, il documento prosegue: "Il terzo libro del Vangelo è
quello secondo Luca". Sono nominati solo quattro Vangeli in quanto
contenenti "il vangelo". Difatti ci si riferisce a Giovanni in questi
termini: "Il quarto dei Vangeli è quello di Giovanni, uno dei
discepoli". Ecco la prova, risalente al II secolo, che "il
vangelo" era contenuto nei quattro vangeli, e solo in essi.
Il
Canone muratoriano nomina esplicitamente opere di Valentino e di Marcione
giudicandole estranee alla Chiesa.
3.
La testimonianza di Ireneo e Papia
Ireneo,
padre della Chiesa del II secolo, è l'autore di Contro le eresie, in cui difese
e spiegò la fede trasmessa dalla tradizione. Nel Libro 3.11.7, ne chiarì il
nucleo centrale e nominò i gruppi contro cui prendeva posizione. Il testo
recitava: "Dunque, tali sono i princìpi del Vangelo: vi è un solo Dio,
Creatore dell'universo, annunciato dai profeti, e che per mezzo di Mosè dispensò
la legge, [... princìpi] che riconoscono ufficialmente il Padre del nostro
Signore Gesù Cristo e ignorano qualsiasi altro Dio o Padre all'infuori di lui.
Tanto solida è la base su cui poggiano questi vangeli che gli eretici stessi ne
rendono testimonianza e, partendo da tali documenti, ognuno di loro cerca di
istituire una propria dottrina peculiare. Giacché è possibile confutare gli
ebioniti, che hanno adottato il solo Vangelo di Matteo, proprio sulla base di
questo stesso testo, allorché si abbandonano a false congetture riguardo al
Signore. Mentre Marcione, nel momento in cui mutila il Vangelo di Luca, si
dimostra un bestemmiatore dell'unico Dio esistente in ragione dei [passi] che
accoglie. Coloro, ancora, che separano Gesù da Cristo sostenendo che quest'ultimo
rimase impassibile e che fu solo il primo a soffrire, e hanno adottato il
Vangelo di Marco, se lo leggessero con amore per la verità, forse potrebbero
rettificare i propri errori. Coloro, infine, che seguono Valentino e fanno
largo uso del Vangelo di Giovanni per illustrare le proprie elucubrazioni cadono
totalmente in errore, e lo si può provare proprio grazie a questo stesso
Vangelo, come ho mostrato nel primo libro. Dunque, i nostri oppositori depongono
a nostro favore nel momento in cui fanno uso di questi [documenti], quindi le
nostre prove non potrebbero essere più solide e circostanziate".
Ireneo
chiarisce diversi punti. Primo, afferma che i quattro Vangeli. di Matteo, Marco,
Luca e Giovanni, nella loro integrità, contenevano l'unico Vangelo di Cristo e
che i quattro evangelisti citati ne sono gli autori. Afferma poi che è tanto
solida la base (apostolica) su cui poggiano questi Vangeli che gli eretici
stessi ne rendono testimonianza. Infatti Ireneo, criticando gli ebioniti perché
usavano solo il Vangelo di Matteo, Marcione perché usava solo brani di Luca, e
Valentino perché usava il Vangelo di Giovanni in maniera selettiva, dimostra
che perfino gli eretici riconoscevano che Matteo, Marco, Luca e Giovanni erano
gli autentici autori dei Vangeli e che questi erano solo quattro.
Secondo,
Ireneo si oppone a dottrine diverse da quelle dei Vangeli (cioè le concezioni
degli eretici), accusando altri di sviluppare "dottrine peculiari",
che, tra gli altri errori, separavano Gesù dal Cristo, sulla base della pretesa
sofferenza del solo Gesù. Tali concezioni erano simili in qualche modo a quelle
che abbiamo illustrato nella nostra analisi dei vangeli gnostici.
Tra
il 95 ed il 150 d.C. visse Papia, che fu anche vescovo di Gerapoli, in Asia
Minore. Papia fu discepolo di un altro grande della Chiesa, san Policarpo,
vescovo di Smirne. E San Policarpo fu amico e discepolo di San Giovanni
Apostolo, l'autore del quarto Vangelo.
Nelle
sue "Spiegazioni dei detti del Signore" di cui ci parla lo storico
Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, 111, 39), Papia scrive: "Questo
diceva il Presbitero: Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse con
accuratezza, ma non con ordine, tutto ciò che ricordava delle parole o dei
fatti del Signore. Egli, infatti, non aveva udito il Signore né era stato suo
discepolo, ma più tardi, come dicevo, aveva accompagnato Pietro, il quale
impartiva le sue istruzioni secondo i bisogni, ma senza fare esposizione
ordinata dei detti del Signore, cosicché non commise colpa Marco scrivendo
alcune cose così come le ricordava. Egli ebbe una sola preoccupazione, di non
omettere nulla di quanto aveva inteso e di non introdurre alcun errore ...
Quanto a Matteo, egli in lingua ebraica ordinò i detti del Signore".
Nella
testimonianza di Papia si fa cenno ad un "Presbitero". A detta degli
studiosi si tratta proprio di San Giovanni apostolo, le cui parole furono
riferite a Papia probabilmente proprio da quel Policarpo discepolo dell'autore
del quarto Vangelo.
Siamo
davanti ad una testimonianza preziosa, la cui fonte potrebbe risalire, con la
mediazione di San Policarpo, nientemeno che ad un Apostolo del Signore, autore
di un Vangelo. Papia parla solo di un Vangelo di Matteo e di uno di Marco; tace
sugli altri due e così facciamo, per ora, anche noi. Segnala che Marco era
"interprete di Pietro" e "aveva accompagnato" il Principe
degli Apostoli. Pertanto, Marco è certamente vissuto in età apostolica e il
suo Vangelo va datato al 1 secolo.
La
documentazione storica ci offre altre testimonianze importanti a conferma
dell'autenticità dei Vangeli.
Nell'anno
185, ancora, Ireneo, vescovo di Lione (Gallia), scrive: "Matteo fra gli
ebrei nella propria lingua di essi produsse un Vangelo, nel tempo in cui Pietro
e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa. Quindi, dopo la dipartita
di costoro, Marco, discepolo e segretario di Pietro, ci trasmise anch'egli per
iscritto le cose predicate da Pietro. A sua volta, Luca, compagno di Paolo,
compose in un libro il Vangelo predicato da quello. Infine Giovanni, il
discepolo del Signore, quello che riposò pure sul petto di Lui, anch'egli
pubblicò un Vangelo, mentre dimorava in Cèso d'Asia... Esistono dunque solo
quattro Vangeli né più né meno". (Adversus
Haereses, III, l, 1)
Dunque
al tempo di Ireneo, sul finire del II secolo, è assodato che gli unici Vangeli
ai quali la Chiesa attribuisce valore sono quelli di Matteo, di Marco, di Luca
e. di Giovanni. Ireneo ci offre una datazione dei Vangeli ancora generica, ma
molto significativa: Matteo scrive "nel tempo in cui Pietro e Paolo
predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa", quindi prima del 64/67 d.C.,
anno della loro morte. Ci informa, inoltre, che Luca, autore del terzo Vangelo,
era compagno di Paolo, mentre Giovanni, autore del quarto, era apostolo di Gesù.
Dunque tutti uomini vissuti nel primo secolo, che scrissero i Vangeli certamente
in età apostolica.
La
testimonianza di Ireneo è preziosa sia per l'autorevolezza della fonte, perché
egli fu uomo di profonda cultura e di grande prestigio e autorità nella
Chiesa primitiva, sia perché, sebbene giovanissimo, conobbe personalmente san
Policarpo, discepolo dell'Apostolo Giovanni.
4.
Giustino, Taziano, Origene
Giustino,
martire che scrive prima di Ireneo, sempre nel Il secolo, si riferisce ai
Vangeli quali "memorie che, io affermo, furono compilate dai suoi apostoli
e da coloro che li seguivano" (Dialogo con l'ebreo Trifone 103,19). Egli
usa l'espressione «memorie degli apostoli» quindici volte. I rimandi citano
Matteo, Marco e Luca. In Dialogo 106,3, Giustino martire definisce il Vangelo di
Marco come «memorie» di Pietro, in linea con la tradizionale associazione tra
i due. La sua I Apologia 66,3 parla di "memorie degli Apostoli" e
poi si osserva che erano altrimenti note come "vangeli", suggerendo
che questo titolo era allora ben noto per gli scritti in questione. Il santo
menziona pure il Vangelo messo per iscritto in Dialogo 10,2 e 100,1.
Questi
ed altri autori si avvidero del valore dei testi evangelici e li difesero
sulla base della tradizione apostolica: si trattava di ricordi di persone che
avevano camminato accanto a Gesù. La convinzione che il Vangelo di Tommaso e
altri vangeli successivi mancassero di un'autentica connessione con gli apostoli
spinse molti cristiani a respingerli, in quanto non riflettevano la fede nella
sua forma primitiva.
Taziano,
discepolo di Giustino martire nel Il secolo, divenne seguace di Valentino, per
cui venne espulso dalla comunità di Roma a cui apparteneva. Questi, intorno
al 172 d.C.. fuse i quattro vangeli in un unico testo chiamato Diatessaron,
che in greco vuol dire «accordo dei quattro». Fu il primo tentativo di
conciliare i Vangeli in un unico resoconto ininterrotto della vita di Gesù;
gran parte del materiale dell'opera proviene dai quattro Vangeli con qualche
aggiunta estrapolata da altra fonte. Persino coloro che parteggiavano per gli
gnostici (come Taziano) riconoscevano la centralità dei Vangeli canonici alla
fine del II secolo. Per di più, la Chiesa non accolse mai l'opera di Taziano al
posto dei quattro Vangeli, anche se un espediente del genere sarebbe potuto
apparire sensato nel momento in cui semplificava la presentazione della vita di
Gesù proponendola in un unico testo. I vangeli canonici erano troppo importanti
e troppo radicati perché si potesse accogliere un'idea del genere.
Un
altro testimone in favore dell'autenticità dei Vangeli è un discepolo di
Clemente Alessandrino, suo successore, a partire dall'anno 203, nella Scuola di
Alessandria. Stiamo parlando di Origene (185 - 254 d.C.) autore di un
Commentario in Matteo, in cui scrisse: 'Ecco quanto appresi dalla tradizione
intorno ai quattro Vangeli, che sono gli unici ammessi senza controversia dalla
Chiesa di Dio. Dapprima fu composto il Vangelo secondo Matteo, il quale una
volta era pubblicano e in seguito divenne Apostolo di Gesù Cristo. Egli pubblicò
il Vangelo in lingua ebraica per i Giudei convertiti alla fede. II secondo è
quello composto da Marco dietro quanto gli aveva esposto Pietro... Il terzo è
quello secondo Luca, il Vangelo raccomandato da Paolo, scritto a favore dei
Gentili. L'ultimo quello secondo Giovanni" (Eusebio di Cesarea, Historia
Ecclesiastica, VI, 25).
Queste
citazioni ci giungono da una figura che visse un secolo prima di Nicea, e
riecheggiano ciò che aveva saputo da altri antichi autori che l'avevano
preceduto. La maggioranza nell'ambito della Chiesa riconosceva solo quattro
Vangeli. Gli altri erano esplicitamente rigettati.
1.
I Vangeli: testi modificati nel tempo?
Altre
sciocchezze lo Ehrman dice quando afferma: "Dato che i Vangeli affondano le
radici nelle tradizioni orali sulla vita di Gesù, i resoconti di cui disponiamo
rappresentano storie modificate nel tempo, a furia di essere raccontate, anno
dopo anno, finchè alcuni autori cristiani non le misero per iscritto intorno
alla fine del I secolo" (p.115). Rispondiamo: quelli che Ehrman chiama '`alcuni
autori cristiani" hanno un nome ben preciso: Matteo, Marco, Luca e
Giovanni; e ci sono testimonianze storiche che lo provano indiscutibilmente
(testimonianze che lui non conosce). Abbiamo già visto che i Vangeli non sono
stati scritti "alla fine del 1 secolo".
Circa
la sua idea che i resoconti su cui si basano i Vangeli sono storie modificate
nel tempo, basta ricordare che i 12 Apostoli vigilavano perchè venisse
insegnata la sana dottrina e venisse predicato l'autentico Vangelo. San Paolo è
molto esplicito al riguardo. Scrivendo, infatti, ai Gàlati (nel 56 - 57 d.C.)
dice: "Mi meraviglio che così in fretta passiate ad un altro Vangelo. In
realtà, però, non ce n'è un altro; soltanto vi sono alcuni che vi turbano e
vogliono sovvertire in Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un
angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo
predicato, sia maledetto! L'abbiamo già detto ed ora lo ripeto: se qualcuno vi
predica un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia maledetto!"
(Gal 1, 6-10).
San
Giovanni, nella sua seconda lettera, circa coloro che predicavano un altro
Vangelo, scrive: "Poichè molti sono i seduttori che sono apparsi nel
mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e
l'anticristo! Fate attenzione a voi stessi... Se qualcuno di essi viene a voi,
non ricevetelo in casa e non salutatelo, poichè chi lo saluta partecipa delle
sue opere perverse" (2 Gv 1, 7-10).
2.
Dai Vangeli a Gesù
Attraverso
i Vangeli arriviamo ai discorsi fatti da Gesù?
Col
Gerhardsson (Memory and Manuscript, Uppsala 1961), rispondiamo di sì per i
seguenti motivi: Gesù fin dal suo apparire viene da tutti riconosciuto e
chiamato Rabbi. Per essere possibile ciò era necessario che Gesù si
comportasse come i rabbini ebrei. Costoro leggevano in ogni discorso un brano più
o meno lungo della Legge (o Torah, cioè il Pentateuco); lo ripetevano perché
gli ascoltatori lo imparassero a memoria e poi, spesso, lo spiegavano.
I
princìpi della pedagogia rabbinica erano due: far ripetere ai discepoli il
testo a memoria; conservare inalterato il testo imparato a memoria. Naturalmente
Gesù non si fermava alla Torah, ma la completava, come egli stesso afferma (Mt.
5, 17) con i suoi insegnamenti. Tali nuovi insegnamenti li dava con autorità
(Mc. I, 22) e pretendeva che ad essi non venisse cambiata né una parola, né
una virgola (Mt. 5, 19). Per far ciò, seguendo l'uso rabbinico, Gesù doveva
ripetere i suoi insegnamenti.
Non
si poteva inventare da anonimi una tecnica e un contenuto così perfetti di
tali insegnamenti. Occorreva una grande intelligenza e un grande maestro e
questi non poteva passare inosservato. E questa persona infatti si impose fin
dal suo primo apparire e subito fu chiamata Rabbi, cioè Maestro.
Gesù
si è mostrato subito un rabbi perfetto, e per il contenuto altamente religioso
del suo insegnamento e per la tecnica consumata con cui lo impostava, fatta da
antitesi, da parallelismi, da proverbi, da parabole che subito venivano imparate
a memoria.
Per
esempio: "Se il tuo occhio ti scandalizza, cavatelo; è meglio andare in
paradiso con un occhio solo, anziché all'inferno con tutti e due" (Mt. 18,
9). "Chi vuol guadagnare la sua vita la perderà, chi perde la sua vita per
me e per il Vangelo la troverà" (Mc. 8, 35) ecc.
Perciò
il Cristianesimo non comincia con la predicazione degli Apostoli, ma con la
predicazione di Gesù, di cui quella degli Apostoli fu per primo una ripetizione
e quindi lo sviluppo.
Gli
apostoli erano in grado di trasmettere fedelmente tali insegnamenti perché
avevano visto e ascoltato Gesù (Atti 4, 20: 1 Gv. 1, 1-3), perché erano
vissuti nella sua intimità (Atti 1, 21- 22), perché avevano mangiato e bevuto
con lui (Atti 10,41). In conseguenza avevano sentito ripetere nei tre anni di
vita pubblica tante volte quegli insegnamenti, per cui li avevano imparati a
memoria, come i discepoli dei rabbini. S. Giovanni dà forza alla sua
testimonianza: "Quello che era fin da principio, quello che abbiamo udito,
quello che abbiamo veduto coi nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e le
nostre mani hanno toccato, del Verbo di vita - quello che abbiamo visto e udito
lo annunziamo anche a voi, affinché voi pure siate in comunione con noi"
(1 Gv. 1, 1 e 3)
Però
tutti quegli insegnamenti dovevano essere calati nella realtà e nelle
situazioni delle varie chiese nelle quali gli Apostoli predicavano, perché si
trattava di insegnamenti vitali per la salvezza. Per tale motivo potevano
sorgere delle piccole varianti e nei discorsi e nei racconti. Per i racconti dei
miracoli creavano una forma quasi stereotipata che rispecchiava i loro ricordi.
Sia
i detti (o loghia) sia i racconti venivano memorizzati dai discepoli e trasmessi
fedelmente agli altri. Gli Atti degli Apostoli (2, 43) ci dicono: "Erano
assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna,
nella frazione del pane e nelle preghiere". Era allora che si andavano
trasmettendo i detti e i fatti di Gesù. Tali detti e fatti, o loghia, venivano
memorizzati secondo l'uso rabbinico nelle sinagoghe, soprattutto perché la
grande maggioranza della popolazione era analfabeta. È nella comunità pasquale
l'origine e la fonte dei Vangeli.
Su
tali tradizioni vigilavano attentamente gli Apostoli perché restassero
fedeli, come possiamo ampiamente vedere.
S.
Paolo dice: "Sapete bene quali sono le istruzioni che noi vi abbiamo dato
da parte del Signore Gesù" (I Ts. 4, 2); "orsù dunque, fratelli,
state saldi e conservate le tradizioni che avete ricevute sia a viva voce, sia
per mezzo della nostra lettera" (I Ts. 2, 15 e 3, 6); "Se uno vi
annuncia un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto sia maledetto"
(Gal. 1, 9).
1.
I testimoni oculari
Un
altro fatto che possiamo osservare è che la predicazione delle cose su Gesù è
fatta anzitutto da testimoni oculari. Ce ne assicura Luca nel Prologo: molti
hanno messo mano a raccontare per scritto le cose avvenute tra noi "come
ci hanno tramandato quelli che da principio furono testimoni oculari e sono
diventati ministri della parola" (Le 1, 2).
Pietro
dice: "Non possiamo non parlare di quelle cose che abbiamo vedute e
udite" (Atti 4, 20); noi siamo testimoni di tutto quello che (Gesù)
ha
fatto nella regione dei Giudei e a Gerusalemme (Atti 10, 39); "il Gesù che
gli ebrei hanno crocifisso è risuscitato ed è apparso, e noi ne siamo i
testimoni" (Atti 5, 32).
Gli
Apostoli dicono di se stessi: « Noi siamo testimoni di tutto ciò che Gesù ha
fatto nel paese dei Giudei (=la Palestina) e a Gerusalemme». Così Pietro a
Cornelio (cfr. Atti 10, 39), ove si osservi il «noi» siamo testimoni: anche
gli altri dunque predicano alla stessa maniera; Pietro non è il solo teste
oculare. Gesù è apparso, aggiunge subito Pietro, «a testimoni scelti da Dio,
a noi che abbiano mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione dai morti» (cfr.
Atti 10, 41). Essere testimoni è la missione che gli Apostoli hanno ricevuto da
Gesù (cfr. Atti 1,8) ed è condizione di apostolato l'essere stato testimone
della vita e della risurrezione di Gesù (cfr. Atti 1, 21 - 22). Questi
testimoni diretti non temono una smentita. Pietro può appellarsi a quello che
gli uditori sanno: "Voi sapete ciò che è avvenuto per tutta la
Giudea" (Atti 10, 37).
L'esistenza
dei testimoni nel tempo in cui si è formata la tradizione evangelica dopo la
morte di Gesù, rende estremamente inverosimile una deformazione della figura e
del pensiero di Gesù da parte di altri predicatori. Ciò è tanto più vero
in quanto la predicazione avveniva in una comunità fortemente organizzata,
sotto il controllo dei capi.
2.
Una comunità strutturata
Il
primo riscontro oggettivo che ci invita ad accordare la nostra fiducia ai
ricordi quali si presentano nei Vangeli, è che essi furono confidati non a una
collettività anonima, ma a una comunità ben costruita.
Ci
sono i Dodici, che hanno per missione di testimoniare. Essi hanno grandissima
autorità; i convertiti sono assidui all'insegnamento degli Apostoli (cfr. Atti
2,42). Ai loro piedi vien portato ciò che si ricava dalla vendita dei propri
beni (cfr. Atti 4, 37; 5, 2).
Pietro
ha un prestigio eccezionale (cfr. Atti 5, 15).
In
questa comunità i capi esercitano un controllo sulla dottrina che viene
insegnata. Nel Concilio si decide del modo con cui deve comportarsi un
cristiano venuto dal paganesimo (Atti 15).
Si
può certo muovere il dubbio se nel passaggio del Vangelo dalla lingua
aramaica alla lingua greca ci sia stato un travisamento del senso originario
delle parole di Gesù. Ma il dubbio appare infondato se si tien conto del fatto
che la tradizione fin da principio fu pensata ed espressa nelle due lingue,
aramaica e greca.
Certo
la trasmissione in lingua aramaica lasciò le sue tracce nel greco dei Vangeli
(come abbiamo rilevato), ma non si potrebbe parlare di una deformazione del
messaggio.
I
predicatori, anche nel mondo ellenistico, si tengono sempre uniti con i
testimoni. Ciò appare dagli Atti e dalle lettere di S. Paolo.
Paolo
dipende da una «tradizione» e vuole trasmettere una «tradizione». Egli non
ha voluto nè ha potuto, inventare un nuovo Gesù; egli non crea, ma trasmette
ciò che egli stesso ha ricevuto (cfr. 1 Cor 11, 23; 13, 3-5.11.15); va due
volte a Gerusalemme per confrontare il suo Vangelo con quello degli altri
Apostoli "affinché non corra o non abbia corso invano" (Gal. 1 e 2,
1-6)
3.
La venerazione per le parole di Gesù
Un
altro fatto, che depone in favore della fedeltà e accuratezza della tradizione
orale è la venerazione per le parole di Gesù. In Atti 20, 35 è conservata
una parola di Gesù che non è registrata nei Vangeli.
Paolo
stesso distingue tra "parola del Signore" e proprio insegnamento (v.g.
1 Cor 7, 10: "non io ma il Signore"; ib 12: "io, non il
Signore").
Il
Latourelle fa vedere l'accuratissima vigilanza degli Apostoli e della Chiesa
sulla fedeltà della tradizione: essa ci dà l'assoluta garanzia che, se non
arriviamo alle identiche parole pronunciate da Gesù, certamente arriviamo a
precise formulazioni del suo pensiero e dei suoi "loghia" o detti (A
Gesù attraverso i Vangeli, Cittadella, Assisi).
1.
I Vangeli: storie modificate e ricreate?
Secondo
Ehrman "anche i Vangeli del Nuovo Testamento contengono storie modificate
radicalmente o addirittura create ex novo. Questo diventa più che ovvio
quando se ne confrontano i dettagli. Quando nacque Gesù, la sua famiglia veniva
da Nazareth (Luca) o da Betlemme (Matteo)? Dopo la nascita del Bambino, Giuseppe
e Maria fuggirono in Egitto (Matteo) oppure fecero ritorno a Nazareth circa un
mese più tardi (Luca)?... Perché Gesù non parla mai della propria identità
in Marco, mentre in Giovanni sembra essere l'unico argomento di
discussione?", etc. (p. 114).
Basterebbe
leggere qualsiasi testo di introduzione allo studio dei Vangeli per rispondere a
queste domande che sembrano dar ragione a tale studioso.
Osserviamo
che non è stato il primo a notare la cosa. Già il filosofo illuminista
Voltaire (1694-1778) beffeggia i credenti, quei semplici, che tramite mille
altre assurdità prendono per buono il Vangelo di Matteo e quello di Luca, che
riportano la genealogia di Gesù.
Ma,
mentre Matteo enumera soltanto 42 antenati, Luca ne ha ben 56. Per giunta i nomi
nelle due liste ora coincidono e ora no. E quando coincidono il problema è
ancora più grave, perché Luca risale addirittura ad Adamo, mentre Matteo parte
da Abramo. Insomma, un pasticcio più grosso non si poteva combinare, osserva
sarcastico il filosofo francese. Come si fa ad attribuire un minimo di
attendibilità storica a testi che sin dall'inizio si presentano così?
Chiariamo
subito che nessuno studioso cristiano, anche tra i più tradizionali,
tenterebbe di dimostrare che quelle "genealogie" sono da valutare
secondo il nostro concetto di storia. Esse hanno una funzione letteraria,
simbolica e, soprattutto, teologica. Ci guarderemo bene dall'assurdo tentativo
di dimostrare che sono "vere" nel senso storico attuale. Qui si vuole
solo indicare quale tipo di logica mostri chi, come Voltaire, si attacca a
queste pagine evangeliche per confermare che la tradizione su Gesù è stata
manipolata a piacere o addirittura creata ex-novo dai credenti.
Osserviamo
innanzitutto che Voltaire è stato molto indulgente, limitandosi a cogliere in
fallo i Vangeli sulle genealogie di Matteo e di Luca. Avrebbe potuto spingere
molto più in là l'ironia. Sino, ad esempio al caso del cartello che Pilato
avrebbe fatto inchiodare sulla croce con il motivo della condanna. Tutti e
quattro gli evangeli parlano di quel cartello ma ciascuna delle quattro
versioni è diversa dall'altra, seppure in piccoli particolari. Oppure, più
sorprendente ancora: il cosiddetto "discorso della montagna" è tale
soltanto per Matteo. Cap. 5: «Vedute poi le folle, Gesù salì sulla montagna».
Per Luca, quello stesso sermone è stato tenuto in pianura. Cap. 6: «Disceso
con loro, si fermò in un luogo pianeggiante».
2.
Obbligati da una scomoda dottrina
Si
potrebbe continuare, per molti altri esempi di discordanze tra i testi
evangelici. Sebbene non tocchino quasi mai punti fondamentali per l'interpretazione
della vita di Gesù, queste discordanze sono talmente numerose che i credenti
non hanno certo atteso Voltaire per accorgersene e per avvertirne, spesso
drammaticamente, il disagio.
Già
verso l'anno 150 un anonimo scriveva in Siria il cosiddetto "Vangelo di
Pietro" che la chiesa ha però rifiutato come apocrifo. Era (già allora!)
un tentativo di mettete d'accordo i quattro vangeli, eliminando le imbarazzanti
discordanze tra l'uno e l'altro. Verso il 170 un altro scrittore cristiano,
Taziano, giudicava anch'egli necessario mettere all'unisono le voci non
perfettamente accordate di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, proponendo un testo
unico. È il testo conosciuto appunto come Diatessaron (letteralmente
"attraverso i quattro"). Per questa questione della non concordanza
evangelica la Chiesa primitiva deve addirittura affrontare una gravissima crisi.
È quella promossa da Marcione: « Poiché i testi sono diversi - diceva -
bisogna sceglierne uno». Per conto suo, lui stava per quello di Luca. La Chiesa
preferì lo scisma, la lacerazione piuttosto che accettare il punto di vista,
che pur sembrava tanto logico, dei marcioniti.
Il
disagio per quei testi che non si accordano è continuato sino ai nostri giorni;
così come si sono perpetuate le ironie dei critici alla Voltaire. Voltaire non
si accorge che questo comportamento della Chiesa e assurdo se davvero, come
egli sostiene, all'origine della storia di Gesù non c'è che una materia
informe da manipolare a piacere.
Le
prime obiezioni sulle discordanze evangeliche spuntano infatti (lo abbiamo
visto) verso la metà del secondo secolo, negli anni oscuri della Chiesa, quando
la tradizione su Gesù stava appena consolidandosi definitivamente. Perché,
di fronte a quelle obiezioni, discordanze e mancate coincidenze dei quattro
Vangeli che la Chiesa sceglie proprio in quegli anni come i soli ufficiali non
sono prontamente appianate? C'era ancora tempo e possibilità: sappiamo ormai
con certezza che i Vangeli che possediamo sono passati attraverso una serie di
tappe prima di giungere alla forma attuale. Perché (approfittando anche del
fatto che Gesù non aveva lasciato niente di scritto, niente che avesse la forza
del documento vincolante) a quei testi non è fatto salire anche l'ultimo
gradino, arrivando all'accordo completo?'
Invece
no. La Chiesa disapprova severamente chi manifesta la tentazione, che pure è
fortissima nella comunità, di "sollecitare con dolcezza i testi". Pur
avvertendo il disagio e pur sapendo di compromettere la sua stessa azione
missionaria, questa comunità che avrebbe inventato tutto non vuole percorrere
l'ultima tappa dell'invenzione, ma conserva contro ogni logica testi pieni di
varianti.
Questa
difesa su una linea altrimenti assurda è spiegabile solo se si accetta
un'ipotesi che pare l'unica plausibile. L'ipotesi, cioè, di una comunità
primitiva obbligata ad accettare quei quattro testi. E quelli soltanto, anche se
imbarazzanti e scomodi. Un obbligo che poteva discendere solo dalla convinzione
motivata che in quei testi erano conservati i ricordi dei testimoni più
attendibili. Ricordi talvolta contrastanti, persino confusi in molti punti (la
liberazione di due indemoniati è avvenuta presso la città di Gadara come vuole
Matteo o presso Gerasa come scrivono Luca e Marco?) ma, tra tutti, i più
aderenti a una vicenda di cui molti erano stati testimoni.
Siamo
al contrario di ciò che pensa Voltaire, che manifestamente non sa nulla né del
vangelo di Pietro, nè del Diatessaron di Taziano, nè dell'eresia marcionita
nè del millenario disagio dei credenti per quelle discordanze che egli, il
brillante filosofo illuminista, crede di notare per primo.
Sono
cioè proprio le varianti nei quattro racconti "ufficiali" su Gesù
che fanno pensare che all'origine ci sia una storia realmente accaduta, per ricostruire
la quale occorreva cercare e difendere le testimonianze più attendibili,
quelle che si avvicinavano ai fatti con la maggiore approssimazione. E quelle
testimonianze erano evidentemente considerate intoccabili.
Se
all'inizio non c'è una storia ma una materia da plasmare come si crede, il
comportamento della Chiesa primitiva è inspiegabile. Se non era neppure in
grado di darsi delle leggende attendibili, questa comunità mancava più che
mai dei titoli per aspirare al suo già improbabile successo.
La
soluzione più semplice e logica è ammettere che i redattori dei Vangeli
fossero costretti a riferire una dottrina che non era né poteva essere loro.
Ha giustamente osservato lo scrittore Mario Pomilio: "È un caso, credo
unico nella storia delle letterature: di solito un autore sovrasta il suo
personaggio; se non altro, lo piega a sé, lo assoggetta alle proprie
intenzioni. Al contrario nel caso degli evangelisti, è Gesù che li sovrasta,
li situa in umile atteggiamento di ascolto, tesi solo a custodire ciò che egli
ha effettivamente detto".
3.
Dalla vecchia alla nuova impostazione del problema
Per
lungo tempo il dibattito sulla storicità dei Vangeli è stato incentrato sulla
possibilità che essi fossero stati scritti o meno dai testimoni oculari della
vicenda di Gesù e, nell'ipotesi che tosi fosse, sulla loro onestà intellettuale
e sulla loro conoscenza dei fatti.
Ma
precisamente questo è il punto: la decisione circa la rilevanza o meno di un
fatto dipende da chi deve raccontarlo, dalle sue idee, dalle sue esperienze
passate, dalle intenzioni con cui si accinge a fare quella narrazione, ecc. In
ogni caso, non è possibile evitare l'intervento dei suoi criteri e, in ultima
istanza, delle sue convinzioni di fondo nella scelta che egli farà, dando
importanza ad alcuni dati e omettendone altri. A questa prima, fondamentale
selezione se ne aggiunge un'altra, relativa all'ordine da dare a questi dati nel
racconto, mettendone alcuni in primo piano e altri invece in secondo o in terzo.
E, ancora una volta, sarà la sua visione soggettiva a consentirgli
un'operazione del genere, senza cui non ci sarebbe storia, ma un mero
affastellamento di notizie frammentarie, indegno perfino del nome di «cronaca».
E
l'obiettività? Dicevamo che la scoperta fondamentale di questa seconda metà
del Novecento è che l'obiettività non coincide con la neutralità asettica
di chi si limita a descrivere un evento materiale senza interpretarlo in alcun
modo.
Il
vero storico non è colui che si lascia dietro le spalle le proprie idee e le
proprie ipotesi interpretative, ma chi sa utilizzarle per leggere la realtà e
non per inventarla.
Gli
antichi ritenevano assai meno importante che non noi la precisione nel
riprodurre i fatti e le parole particolari. Ciò che conta, per loro, è la
sostanziale aderenza alla realtà di ciò che è accaduto. Cosi, nei Vangeli,
troviamo talora diverse versioni dello stesso avvenimento: in Mc 8, 5 si
racconta che un centurione romano andò da Gesù, implorandolo perché guarisse
il suo servo; in Lc 7, 3 si dice che egli mandò a Gesù un'ambasciata
mediante degli inviati.
Queste
diversità in certi casi dipendono dal fatto che un influsso fondamentale
sulla stesura dei testi evangelici viene esercitato dalle esigenze
maturate
all'interno delle singole comunità e dalla lettura che di queste esigenze
fanno gli evangelisti. Si prenda un testo significativo com'è l'enunciazione
ne delle beatitudini da parte di Gesù. In Lc 6, 20ss troviamo una forma
abbastanza semplice: «Beati voi poveri (...) Beati voi che ora avete fame (...)
Beati voi che ora piangete (...) Beati voi quando gli uomini vi odieranno (...)
a causa del Figlio dell'uomo».
In
Mt 5, 3ss le formule usate appaiono un po' diverse: «Beati i poveri in spirito
(...) Beati gli afflitti (...) Beati i miti (...) Beati quelli che hanno fame e
sete della giustizia (...) Beati i misericordiosi (...) Beati i puri di cuore
(...) Beati gli operatori di pace (..) Beati i perseguitati per causa della
giustizia (...) Beati voi quando vi insulteranno vi perseguiteranno (...) per
causa mia».
È
facile constatare che alcune espressioni sono state aggiunte: la terza, la
quinta, la sesta, la settima e l'ottava beatitudine di Matteo sono assenti in
Luca. Altre - la prima e la quarta - sono state precisate: poveri «in spirito»;
affamati «della giustizia». La spiegazione potrebbe essere data dal fatto che
il termine usato originariamente da Gesù per indicare i «poveri» dovette
essere quello ricorrente nella tradizione ebraica: `anavîm. Ma, nel momento in
cui si traduceva in greco (ma la stessa cosa vale per le traduzioni in latino
e in altre lingue, compresa la nostra), questa parola rischiava di essere
fraintesa. L`anavîm, infatti, non è il povero come lo intendiamo noi. Egli
non è tanto uno che manca di beni di fortuna, quanto piuttosto un uomo
indifeso, in balia dell'arbitrio dei potenti, che solo da Dio spera giustizia e
a lui grida giorno e notte, rinunziando a difendersi da sé. Matteo, che in
tutto il suo Vangelo sviluppa una spiccata attitudine etica ed esortativa -
evidentemente in funzione della situazione della comunità a cui si rivolge -
sente il bisogno di esplicitare tutto questo, anzitutto precisando il termine
«povero» con l'espressione «in spirito» e l'«aver fame» con l'espressione
«di giustizia»; poi aggiungendo, alla povertà e alla fame che malgrado le
precisazioni rischiavano di venire fraintese - la mitezza, la misericordia, la
purezza di cuore, l'attitudine alla pace, che aiutavano il lettore a percepire
il significato originario di quel «beati i poveri» (Dupont, pp. 359-360 e
367-368).
In
questo caso l'evangelista Matteo ha preferito essere fedele al pensiero
autentico di Gesù più che al suono materiale delle sue parole, le quali
potevano essere mal capite dai suoi lettori. Ciò non falsa affatto il pensiero
di Gesù, ma lo chiarisce e lo fa intendere nella giusta maniera. Chi potrebbe
accusare l'evangelista di aver tradito il pensiero del Maestro?
Un
altro esempio del l'attualizzazione operata dagli evangelisti in rapporto alla
situazione della comunità per cui scrivono si ha nel Vangelo di Marco. Egli
scrive per i pagani di Roma, come si vede dalla traduzione che fa di tutte le
parole ebraiche e dai suoi latinismi. Ebbene Marco adatta al costume romano, che
prevedeva possibile un divorzio da parte della donna, quello che Gesù aveva
detto solo parlando dell'uomo (Mc 10, 11 e Mt 19,9).
Un
terzo esempio in cui si risente l'influsso dello scopo e dei destinatari
operato dall'evangelista si ha nel discorso della montagna. Matteo, che scrive
per gli Ebrei per dimostrare loro che Gesù era il Messia atteso, parla dei
pagani col termine corrispondente all'ebraico "goyim": "non fanno
questo anche i pagani? " (Mi 5, 47). Invece nel Vangelo di Luca, che presenta
Gesù come Salvatore a lettori provenienti dal paganesimo, Gesù parla di
"peccatori": "non fanno questo anche i peccatori?" (Lc 6,
33).
Insomma,
ancora una volta dobbiamo constatare che, pur evidenziandosi nei racconti
evangelici «una indiscutibile fedeltà e aderenza alla parola di Gesù»,
questa «vien conservata, ma non custodita con cura archivistica» (Bornkamm, p.
13).
E
poi c'è l'impronta delle personalità e delle concezioni dei singoli
evangelisti. Due esempi per tutti: Matteo, che ha molto vivo il problema della
continuità con la tradizione ebraica, elabora il materiale a sua disposizione
in modo da raccogliere la maggior parte dei detti di Gesù in cinque grandi
discorsi, che simboleggiano probabilmente i cinque libri dell'antica Legge
(Pentateuco). Luca, da parte sua, è fortemente colpito dal ruolo di Gerusalemme
nella storia delia salvezza e ricostruisce buona parte della vita pubblica di
Gesù come un viaggio verso la città santa, dove egli dovrà morire e da cui
invierà, dopo la risurrezione, i suoi discepoli a evangelizzare il mondo
intero.
Ognuno
dei tre Sinottici (Matteo, Marco, Luca) guarda e presenta Gesù ed il suo divino
messaggio da un suo proprio punto di vista, ed ha perciò redatto alla sua
maniera ciò che sapeva dei detti e fatti di Gesù. Approcci diversi a un'unica
tradizione, che il redattore presenta nell'ottica che gli sembra più
appropriata, senza per questo falsarne la sostanza .
1.
Ancora voli di fantasia di Brown
Uno
dei personaggi storici chiave del Codice da Vinci è uno dei primi seguaci di
Gesù, Maria Maddalena. Nel corso della narrazione apprendiamo che Maria
Maddalena non era una sua semplice seguace, ma era anche sua moglie e amante:
con lui generò una figlia e diede inizio a una dinastia che continua a tutt'oggi,
protetta dai membri di una società segreta nota come Priorato di Sion.
A
testimonianza di questo matrimonio, l'aristocratico britannico e cercatore del
Graal Leigh Teabing cita un vangelo che non fu incluso nel Nuovo Testamento, il
trattato di Nag Hammadi noto come Vangelo di Filippo, in cui si legge: "La
compagna del Salvatore è Maria Maddalena". Teabing poi dichiara: «Come
ogni esperto di aramaico potrà spiegarle, la parola "compagna",
all'epoca, significava letteralmente "moglie"» (p. 288).
Questa
serie di affermazioni, come altre nel Codice da Vinci, sono frutto dei voli di
fantasia dell'autore e prive di ogni fondamento storico. Ecco un esempio
lampante: quando il Vangelo di Filippo definisce Maria Maddalena la «compagna»
di Gesù, è errato sostenere che quella parola in aramaico significasse «sposa».
Prima di tutto la parola non è aramaica: il Vangelo di Filippo è scritto in
conto. Inoltre, anche se la parola usata per «compagna» è in realtà un
prestito da un'altra lingua, la lingua in questione non è comunque l'aramaico
bensì il greco. In altre parole, l'aramaico non ha nulla a che vedere con
questa espressione. Come se non bastasse, poi, la parola originale greca (koinonós)
in realtà non significa «sposa» o «amante», bensì «compagna», ed è
comunemente usata per indicare rapporti di amicizia e fratellanza.
Ma
la realtà, nonostante le dichiarazioni di Teabing è che nessuna delle fonti
antiche di cui disponiamo rivela che Gesù era sposato, tanto meno con Maria
Maddalena. Tutte queste affermazioni si basano su moderne ricostruzioni
romanzesche della vita di Gesù, che a loro volta non tengono conto delle
testimonianze giunte sino a noi.
2.
Gesù era sposato?
Possiamo
ora dedicarci alla spinosa questione del presunto matrimonio di Gesù. Nel
Codice da Vinci non vi sono dubbi a riguardo, se si leggono le parole di Robert
Langdon e Leigh Teabing che discutono del suo stato civile. Teabing a un certo
punto dice a Sophie Neveu: «Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso
che come scapolo». «Perché?» chiese Sophie. «Perché Gesù era ebreo»
rispose Langdon ... «Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e
ogni padre aveva l'obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta. Se Gesù
non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe accennato
alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di quella innaturale condizione di
celibato.» (p. 288).
Anche
qui, tuttavia, ci troviamo più nell'ambito della letteratura sensazionalistica
che in quello della realtà storica. Vedremo fra poco l'affermazione generale
secondo cui gli ebrei erano sempre sposati e il celibato era «condannato».
Prima, però, vediamo cos'hanno detto gli storici a proposito dello stato
civile di Gesù.
Il
fatto più significativo, che non può quindi essere ignorato o sottovalutato,
è che in nessuna delle nostre prime fonti cristiane vi è alcun accenno al
matrimonio di Gesù o a sua moglie. E non ci si riferisce solo ai Vangeli
canonici di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, ma anche a tutti gli altri vangeli e
a tutti i primi testi cristiani messi assieme.
Ma
allora come si spiega il fatto che Gesù non fosse sposato? Ha ragione Robert
Langdon a sostenere che gli ebrei avevano l'obbligo di sposarsi e che il
celibato era «condannato»?
Anche
questa affermazione non è altro che il frutto della finzione letteraria del
Codice da Vinci, poiché non rispecchia in alcun modo la realtà storica (o
forse si basa su una lettura tendenziosa di fonti ebraiche di molto successive).
Sappiamo infatti di ebrei vissuti nello stesso luogo e alla stessa epoca di
Gesù che non erano affatto sposati e che chiaramente non erano «condannati»
per questo.
Si
tratta degli Esseni, la comunità che produsse i Rotoli del Mar Morto. Antiche
testimonianze sugli Esseni rivelano che la stragrande maggioranza di loro
erano uomini celibi e casti. Questo è quanto affermano le fonti ebraiche
dell'epoca, come il filosofo del I secolo Filone che dichiara che «nessun
Esseno prende moglie», oppure lo storico Giuseppe Flavio, il quale rivela che
gli Esseni evitavano il matrimonio; d'altro canto, questa visione è confermata
anche da fonti non ebraiche, come gli scritti del sapiente romano Plinio il
Vecchio, dove si legge che gli Esseni ripudiavano il sesso e vivevano «senza
alcuna donna».
I
primi tre Vangeli, Matteo, Marco e Luca, rivelano tutti che Maria, insieme ad
altre donne, andò con Gesù a Gerusalemme durante la sua ultima settimana di
vita e lo vide crocifisso e sepolto (Mt 27, 56-61; Mc 15, 40-47; Le 23, 55).
Inoltre, tutti e quattro i Vangeli canonici, così come il Vangelo di Pietro,
rivelano che fu lei a scoprire il sepolcro vuoto di Gesù e ad apprendere da un
uomo, da un angelo o da due angeli lì presenti (a seconda di quale racconto si
legga), che era risorto.
E
questo è tutto quello che possiamo trovare su Maria in racconti ripetutamente
attestati. E naturale desiderare di avere maggiori informazioni, e per questo vi
è sempre la tentazione di inventarne quando non se ne ha nessuna (Gesù l'ha
sposata! Aveva rapporti sessuali con lei! Avevano un figlio!). Ma gli storici
devono basarsi sulle prove esistenti e non possono inventarsene quando non ne
esiste nessuna.
Non
meravigliamoci, dunque, se su di lei siano state inventate leggende moderne,
compresa quella secondo cui era in realtà la moglie di Gesù, leggenda che
troviamo nel Santo Graal e che è stata in seguito ripresa, lasciandola pressoché
immutata, dal Codice da Vinci.
Nemmeno
gli eretici Vangeli gnostici hanno infangato la figura dell'Uomo-Dio! Dan Brown,
col suo romanzo spacciato per storia vera, lo ha fatto... È ignoranza, malafede
o altro?
3.
L'imbroglio dietro a "II Codice da Vinci"
Il
"Codice da Vinci" non è altro che un romanzo di pura
invenzione?" Il Codice da Vinci è sicuramente un'opera di pura invenzione,
e da molti punti di vista. Nel contesto di questo romanzo, però, l'autore, Dan
Brown, presenta molte affermazioni sulla storia, la religione e l'arte, e le
presenta come verità, non come parte dei suo mondo di finzione.
Ad
esempio, uno dei punti centrali di Brown è il fatto che i primi Cristiani non
credessero che Gesù fosse divino e che Gesù e Maria Maddalena fossero sposati.
Pone queste affermazioni in bocca a personaggi eruditi e le sottolinea con
frasi come "gli storici affemano" o "gli studiosi
sostengono". Per questo motivo, Il Codice da Vinci è certamente un
romanzo, ma al suo interno l'autore fa affermazioni sulla storia, le presenta
come fatti largamente accettati ed è questo elemento del romanzo che ha
inquietato alcuni lettori e che richiede una risposta.
Quali
sono le affermazioni più importanti sulle origini cristiane che Dan Brown fa in
questo romanzo? Cos'é che ha maggiormente inquietato la gente, come lei
afferma?
Nel
suo romanzo, Brown pone in bocca a degli eruditi varie affermazioni, nessuna
delle quali può essere davvero considerata come rispondente a verità. Ciò
che ha lasciato inquieti i lettori è proprio questo fatto di suggerire che le
Chiesa cristiana si sia impegnata a nascondere, distruggendola, la verità,
cosi come l'idea - proposta da Brown con affermazioni come "gli storici
ritengono" - del fatto che Gesù non venne considerato divino dai Suoi
primi seguaci.
Come
risponde lei a queste affermazioni nei suo libro?
Per
prima cosa, preciso le contraddizioni inerenti a queste dichiarazioni.
Semplicemente, non hanno alcun senso a vari livelli.
Alla
base di tutto questo c'è la questione delle fonti, che ho trattato largamente
nel mio libro. 1 lettori hanno bisogno di capire che le fonti dalle quali
dipende Brown sono soprattutto scritti gnostici che nella migliore delle ipotesi
risalgono alla fine del primo secolo, ma molto probabilmente sono decisamente
successivi. Brown ignora completamente gli scritti del Nuovo Testamento, che
anche gli studiosi più scettici fanno risalire al primo secolo, così come le
testimonianze dei Padri greci e latini e l'evidenza liturgica di questi primi
tre secoli. Considerando questo, non c'è motivo di considerare seria qualsiasi
affermazione di Brown sulle origini cristiane.
Qual
è il ruolo dell'Opus Dei ne "Il Codice da Vinci"?
Brown
fa una caricatura dell'Opus Dei in questo romanzo, anche se tenta di scusare i
suoi appartenenti e li trasforma in vittime più che in gente da disprezzare.
Non è necessario, però, dire che Il Codice da Vinci è pieno di dichiarazioni
e di caratterizzazioni sbagliate dell'Opus Dei, com'è dimostrato dalla figura
interessante di un "monaco" del movimento, fatto che, già di per sé,
toglie credibilità a tutto ciò che Brown afferma sull'Opus Dei, dal momento
che questa non ha monaci.
Sono
attendibili le affermazioni dl Brown sull'opera artistica di Leonardo?
Assolutamente
no, ed è ancora più scioccante vedere quanto siano evidenti i suoi errori in
quasi tutti gli aspetti della vita e dell'opera dell'artista che cerca di
presentare. Nel mio libro sono riportati molti dettagli, ma credo che il punto
di inizio sia il nome stesso dell'artista.
Brown
si presenta come una specie di devoto ed esperto di storia dell'arte, ma si
riferisce costantemente all'artista in questione parlando di "da
Vinci" come se fosse il nome, mentre non è altro che indicazione della sua
città natale. 11 suo nome era Leonardo, ed è questo il nome con cui è chiamato
in qualsiasi libro d'arte che si consulti. Una persona che si dichiara esperto
d'arte e si riferisce all'artista come a "da Vinci" è credibile
quanto chi si proclama storico della Chiesa e si riferisce a Gesù parlando di
"di Nazareth".
Perché
crede che le affermazioni di Brown, sulle origini cristiane siano state accolte
con tanto entusiasmo, anche da coloro che si dichiarano Cristiani?
Perché,
purtroppo, non hanno ricevuto una buona istruzione sulle origini storiche del
Cristianesimo. Il mio libro è essenzialmente un tentativo di fare qualche
correzione signorile a questa situazione.
Incoraggio
i lettori a non dipendere dalle sciocchezze raccontate in questo romanzo per
ampliare la loro comprensione delle origini cristiane. Se sono interessati a
scoprire chi fosse Gesù in realtà e cosa abbia predicato, c'è un modo molto
accessibile per farlo, che non ha nulla di segreto o di occulto: è il Nuovo
Testamento. È la vita sacramentale della Chiesa. Se vogliono incontrare Gesù,
comincino da lì. Rimarranno sorpresi da ciò che troveranno.
4.
La Maddalena è raffigurata nell'Ultima Cena?
Per
Dan Brown non c'è dubbio: il personaggio alla destra di Gesù nell'Ultima Cena
è la Maddalena. Rispondono Massimo Introvigne, studioso di fama
internazionale ed il prof. Aviad Kleinberg, docente dell'Università di Tel
Aviv, di religione ebraica.
Ma
Leonardo non ha lasciato tracce della sua conoscenza del segreto del Priorato
di Sion ne L'ultima cena, dove il personaggio raffigurato alla destra dl Gesù
Cristo sembra proprio una donna?
L'idea
è stato definita «assurda» da una delle maggiori specialiste contemporanee
di Leonardo, la professoresso Judith Veronica Field, docente alla University of
London e presidentessa della Leonardo da Vinci Society (cfr. Gary Stern, «Expert
Dismiss Theories in Popular Book», The Journal Nevvs, 2 novembre 2003). Poiché
tuttavia nei quadri ognuno vede quello che vuole vedere, più o meno
suggestionato delle letture che ha fatto, è importante segnalare che se il
personaggio raffigurato da Leonardo alla destra di Gesù Cristo sia una donna o
un uomo non è poi così importante per tutta la questione che ci occupa. Nè è
necessario tornare sulla vexata qaestio se Leonardo fosse eterosessuale,
omosessuale o bisessuale, su cui ormai esiste una vasta letteratura, e se il suo
gusto per forme maschili talora effeminate non costituisca a suo modo un
elemento di cui tener conto in questa discussione. Chi si affanna a discutere di
questo problema si lascia sfuggire l'essenziale. Ammettendo - per assurdo - che
Leonardo pensasse che la persona seduta alla destra di Gesù Cristo nell'ultima
Cena fosse una donna, ci si deve ancora chiedere in che modo questo dimostri
che: (a) egli credeva che quella donna fosse la Maddalena; (b) il fatto che
Leonardo lo credesse prova che sia vero; (e) la Maddalena ha partecipato
all'Ultima Cena perché era la moglie di Gesù Cristo; (d) i due hanno avuto
figli; (e) i quali avrebbero dovuto governare la Chiesa; (e) e per preservare
questa verità è nato un ordine occulto, il Priorato di Sion; (f) dei quale
faceva parte Leonardo. Come si vede, la strada da percorrere è molto, molto
lunga. Di tutti questi passaggi non solo non ci sono prove ma si sa con certezza
chi, quando, dove e come ha inventato la leggenda del Priorato di Sion.
A
tale questione, il prof. Kleinberg aggiunge: "Monna Lisa" non è un
autoritratto. Si tratta di una donna in carne e ossa, la moglie di Francesco Da
Giocondo. (...) Nel quadro dell'Ultima Cena (...) la figura a destra di Cristo
è Giovanni, il discepolo prediletto. È sempre stato presentato come un bel
giovane dai capelli lunghi. Non si tratta di una donna ed è difficile credere
che i Domenicani (per i quali venne dipinto il quadro) e le migliaia di chierici
che l'hanno visto, avessero accettato una deroga scandalosa alla tradizione
normativa del cattolicesimo (si noti che perfino un ebreo riconosce questo!).
E,
circa il Priorato di Sion, aggiunge: "Non è mal esistito un ordine
segreto
chiamato Priorato di Sion. L'ordine dei Templari fu creato nel 1119 a
Gerusalemme, era un ordine militare che non aveva pretese esoteriche o solamente
spirituali. Dopo la conquista della Terra santa da parte dei musulmani, l'Ordine
si dedicò ad attività economiche. Ciò che suscitò la cupidigia del re di
Francia non fu una dottrina segreta, ma piuttosto l'enorme ricchezza
dell'Ordine. Le confessioni estorte ai Templari nel primo processo organizzato
della storia, la cui conclusione era stata decisa prima dell'inizio (processo
che fu dovuto più ai Francesi che non al papato) sono state orrende: sodomie,
conversioni all'islam, stregoneria e culto a Satana. Ma non si disse nulla
riguardo a un culto alla madre, divina o no. (...) Non c'è nessuna prova che
l'Ordine abbia continuato a esistere".