LA VERGINE NOSTRA MADRE
ANASTASIO ALBERTO card. BALLESTRERO arcivescovo di Torino
EDIZIONI
PAOLINE 1988
Gli
apostoli si riunivano nel Cenacolo per confermarsi nell'essere discepoli del
Signore Gesù, per corroborarsi nell'esserne i testimoni e anche per
confrontarsi nell'esperienza di una Chiesa che stavano costruendo giorno per
giorno, pietra su pietra.
Ma
ci fu un momento solenne nel quale gli apostoli erano riuniti e fu il momento
della Pentecoste. Erano insieme non per fare tante cose, ma per mantenere viva
reciprocamente una speranza, aggrapparsi tenacemente a una promessa e
aspettare Colui che il Signore aveva promesso.
Questo
è un orizzonte significativo per la nostra esistenza, perché troppe volte
usiamo dei participi passati parlando della nostra vita, della nostra vocazione,
dei nostri impegni e della la nostra identità. Siamo anime consacrate:
participio passato del verbo consacrare. E non è vero. Che il dono della
consacrazione ci sia stato fatto nel tempo, è vero; che la promessa dello
Spirito ci sia stata fatta, è vero. Ma si è tutto compiuto? No! Mettiamoci dunque
nello stato d'animo degli apostoli, dei discepoli del Signore nel Cenacolo.
Nel
Cenacolo gli apostoli erano continuamente ondegianti tra due esperienze
contraddittorie: una radicata nei atti che avrebbe voluto far prevalere nella
loro vita il passato, instaurando in essi una memoria del Signore Gesù,
fedelissima forse, ma ormai compiuta. Tutto era finito, quella voce non
l'ascoltavano più, quel volto non lo vedevano più, quei passi non li sentivano
più e l'avevano visto coi loro occhi salire in cielo, senza ritorno.
Ma
nello stesso tempo eccoli là, nel Cenacolo, aggrappati alle promesse e alle
speranze: aspettavano. Non è così anche per noi? L'esperienza della nostra
vita non è tante volte ondeggiante tra il peso di un passato che sembra aver
tutto concluso e il sogno di un avvenire che non arriva mai?
Nel
Cenacolo, non credo che gli apostoli ci stessero con il cuore in pace, l'anima
limpida e la vita beata. La fatica della fede, della speranza e della carità,
la stavano vivendo, ma in quel momento c'era con loro la Madre del Signore.
E cosa potesse rappresentare per gli apostoli questa presenza, per noi è quasi
impossibile dirlo.
Lei
non era lui, certo, ma il volto di Maria non era forse trasparenza del volto
di Cristo? La sua voce non aveva risonanze che ricordavano un'altra voce? E gli
apostoli con Maria aspettavano, pregavano, credevano, e in questi
atteggiamenti li avvolse il mistero dello Spirito, e l'uragano della grazia
cominciò a fluire dalla loro vita per diventare vita della Chiesa.
Ebbene,
questa esperienza a me pare che dovremo ripensarla per creare il clima degli
Esercizi. Siamo discepoli di Cristo, siamo consacrati a Dio benedetto, abbiamo
una vocazione di profezia e di testimonianza, che sostanzia la nostra
esistenza e la Madre del Signore è con noi.
Anche
lei discepola, anche lei testimone del Vangelo, anche lei testimone della
salvezza.
Trasferendoci
nel clima del Tabor, possiamo allora dire: «È bene per noi stare qui» (Mt
17,4), vivere qualche giorno in questo atteggiamento interiore, in queste vissute
consapevolezze, in queste profonde certezze che ci portiamo dentro, ma che
hanno tanto bisogno di riemergere nella nostra vita. Siamo assediati, irretiti,
imprigionati da tutto un peso da cui abbiamo bisogno di liberarci, da tutta
una nebbia da cui abbiamo bisogno di evadere per tornare ad assaporare l'identità
limpida ed esclusiva di essere discepoli del Signore.
Gli
apostoli sono nostri fratelli in questa esperienza, anche loro hanno
conosciuto le nostre fatiche; con noi c'è Maria, la discepola già tutta
luminosa, tutta trasparenza, ma anche lei ha fatto il suo cammino, anche lei è
giunta a questa pienezza solo dopo essere uscita dalle regioni del tempo ed
essere entrata nell'eternità.
In
questa atmosfera vogliamo cominciare i nostri Esercizi. Siamo nel Cenacolo,
convocati da Qualcuno, con l'anima in attesa delle promesse fatte dal Signore
e che si devono compiere, e ci siamo anche con la consapevolezza che tutto
questo mistero glorioso del Signore ha da fare i conti con un altro mistero, un
po' meno limpido, quello della nostra povertà, della nostra miseria, della
nostra pigrizia, della nostra presunzione, della nostra svogliatezza, della
nostra banalità.
Dagli
apostoli e da questa Vergine nel Cenacolo dobbiamo imparare qualcosa che deve
diventare clima di questi giorni. Perseveravano nella preghiera, gli apostoli e
Maria. La preghiera della Vergine si mescolava alla preghiera degli apostoli
e questa ne era vivificata: sarà il nostro pregare di questi giorni, non tanto
legato ad alcuni atti e momenti di preghiera, ma un pregare come dimensione
permanente dell'anima, dello spirito e del cuore; un pregare come memoria dei
santi misteri, come palpito della nostra fede, della nostra speranza e del
nostro amore.
Che
l'unanimità di questi atteggiamenti possa diventare clima ed esperienza di
questi giorni, per rendere contemporaneo l'impegno e corale l'afflato, il
respiro della preghiera. La solidarietà della preghiera dovrà anche diventare
reciproco dono, perché è inevitabile che qualcuno abbia l'anima più pronta di
un altro, che qualcuno conosca la preghiera che consola e un altro sia
tribolato dalla preghiera che ammonisce e rimprovera. Ma noi pregheremo insieme
in attesa di quel dono di beatitudine che Dio ha in serbo per ciascuno di voi e
l'unanimità della preghiera, con Maria e gli apostoli, sia davvero quella
fornace nella quale le anime vengono continuamente rinnovate, purificate e
trasfigurate nella gloria e nella beatitudine del Signore benedetto.
IL
SIGNIFICATO E LA PRESENZA DI MARIA NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA
Torniamo
ancora un momento a riflettere sulla presenza di Maria e degli apostoli, una
presenza che ci colloca proprio nell'intimo del mistero della Chiesa.
Forse
questa sintonia spirituale con gli apostoli e la Madonna ci daranno più luce
sul nostro essere Chiesa che non tanti discorsi che si fanno intorno alla
Chiesa. Ne fanno i teologi, e sta bene; ne fanno gli storici, e sta bene; ne
fanno i politici, e sta un po' meno bene; ne fanno i giornali e pazienza, ma
tutto questo discorrere credo che tolga al nostro sentirci Chiesa quella
limpidezza, quella trasparenza, quella semplicità di cui abbiamo tanto
bisogno.
Leggendo
l'enciclica del Papa Redemptoris Mater, siamo più volte invitati a
considerare la Madonna come figura della Chiesa e la Chiesa come una creatura
vestita di sole, luminosa, levata tra le genti nello splendore della sua materna
verginità.
Abbiamo
forse bisogno di recuperare questa immagine, per rendere più trasparente la
nostra fede nella Chiesa e nel nostro essere Chiesa, e diventare sempre più
creature limpide, disponibili all'irrompere del progetto di Dio nella nostra
vita. Proprio per purificare in questi giorni il nostro senso di Chiesa,
lasciandoci guidare dalla Madonna, e poiché siamo nell'Anno Mariano, gli
Esercizi avrei l'intenzione di condurli attraverso le riflessioni suggerite
dall'enciclica del Papa Redemptoris Mater.
Vorrei
introdurre questa prima meditazione fermandomi sull'enunciato fondamentale
dell'enciclica: il significato e la presenza di Cristo e della Chiesa.
Chi
può dare senso, significato a un mistero che è di Dio ed è da Dio? È
evidente: Dio solo. Ed è così, per l'iniziativa di Dio, che comincia la
storia di Maria, cioè gli eventi che ne segnano l'esistenza, le vicende che la
coinvolgono, la missione che le è affidata.
I
progetti di Dio sono tutti compendiati in Qualcuno che deve venire e che, ci
dice Paolo, sarà nato da donna (Cf Gal 4,4). Nella storia della salvezza Cristo
è il grande protagonista, ma è, lui, nato da una creatura che è coinvolta,
è chiamata in causa, è eletta.
La
storia di Maria comincia proprio con l'elezione da parte di Dio. Prima che lei
fosse, Dio aveva su di lei un progetto e questo progetto scandisce i grandi
momenti della storia di Maria. Noi siamo invitati a leggere gli stessi privilegi
mariani in questa luce di realtà storica.
Maria
è l'Immacolata ed è il Signore che l'ha fatta tale. Dal primo istante della
sua esistenza, è una creatura che il Signore ha scelto e ha voluto che fosse
tutta e solo sua. Così Maria entra in una storia che, pur essendo sua, è
storia di salvezza. Il privilegio è suo, ma non è solo suo, anzi potremo dire
che non è neppure soprattutto suo: è un privilegio attraverso il quale Dio
comincia a realizzare il suo progetto di redenzione, è un privilegio che non si
esaurisce nell'identità personale della Vergine, alla quale del resto
conferisce lo splendore di una immacolatezza stupenda.
Questo
privilegio dell'Immacolata concezione è intimamente collegato a un altro
momento del progetto di Dio, quello nel quale il Verbo eterno si incarnerà e
diventerà uomo attraverso il ministero materno di una creatura immacolata. La
divina maternità è la ragione profonda dell'Immacolata concezione: Dio si
impadronisce da Signore di questa creatura e la elegge ad essere sua madre.
Se
nell'essere immacolata Maria non ne può niente, per così dire, non altrettanto
si può dire per il suo diventare la Madre del Signore. È un fatto - e il
racconto dell'annunciazione lo evidenzia - che il progetto di Dio è stato
sottomesso al consenso della Vergine e la Vergine ha detto di si. Il sì di
Maria è la radice profonda della sua verginità, perché, nel progetto di
Dio, la verginità di Maria non è alternativa alla sua maternità, ma ne è il
preludio più stupendo e gaudioso.
Questa
è storia di Maria. Il resto viene come esplicitazione coerente del mistero.
Troviamo la Vergine a Betlemme: non può nascere Gesù senza che Maria sia
presente. Il rivelarsi del Verbo incarnato è l'esplicitarsi di una presenza
che il mondo non conosceva, che gli uomini non sapevano, ma che nel progetto
di Dio era storia che aveva fermentato lungo i secoli e che in Maria era
gloriosamente fiorita.
La
storia di Maria è legata al Verbo incarnato nel quale mistero e storia si
armonizzano non come realtà antitetiche, quasi che il mistero fosse qualcosa
di irreale e di fumoso e la storia realismo concreto.
Come
è presente a Betlemme, Maria è presente a Nazaret. Questa è forse la storia
meno ricca di dettagli, dal punto di vista della cronaca, con un figlio che
cresceva davanti a Dio e agli uomini, ma rimaneva mistero anche per lei. E la
Madonna, madre di questo figlio misterioso, gli era al fianco, silenziosa,
obbediente, adorante, amante nella sua dedizione di madre.
Conosciamo
alcuni episodi della presenza di Maria nella vita pubblica di Gesù. Una volta
lo va a cercare: «C'è tua madre... Chi è mia madre?» (cf Mt 12,47-48): il mistero
si infittisce man mano che diventa storia. Il mistero di Dio, anche se rivelato,
rimane mistero e la fatica di essere madre di un figlio così non fu per Maria
la comune fatica dell'essere madre. Fu qualcosa di immensamente grande che
avrebbe potuto schiacciarla se appunto la ricchezza dei doni, la pienezza di
grazia non avessero preparato Maria a portare il peso di questa inesprimibile
maternità.
La
Madonna è presente anche alle nozze di Cana. Man mano che il mistero di Gesù
diventa storia, lo diventa anche quello di Maria e per questa strada non
dobbiamo meravigliarci che la madre sia poi ai piedi della croce del figlio.
La sua presenza è piena di significato e dovremo tornarci sopra, ma già sin
d'ora, nel tratteggiare una storia unitaria, notiamo come la presenza di Maria
ai piedi della croce è notata da Cristo, che la recepisce e ne esplicita le
conseguenze.
Maria
è là non per vedere morire un figlio, ma per dare nuove dimensioni alla sua
maternità: questo è il progetto di Dio. «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26):
la madre ha sentito e, come sempre, le parole del Figlio le sono scese in cuore
a diventare viatico della sua storia.
Il
Vangelo, che sottolinea la presenza di Maria al Calvario, tace la sua presenza
alla Pasqua. È fede che Maria era ai piedi della croce, è fede che lì ha
ratificato l'olocausto del Figlio, è fede che lì il Signore ha dato un nuovo
senso alla sua maternità. Che sia stata consolata per prima dalla
risurrezione, non lo sappiamo: Dio non ha voluto che questo fosse per noi una
verità di fede.
La
parola di Dio nota invece la presenza di Maria nel Cenacolo, al momento
dell'effusione dello Spirito. Era là a rendere unanime la preghiera di tutti,
la speranza, l'attesa e, diciamo pure, la pazienza di tutti.
Ma
la storia di Maria ha ancora un capitolo importante. Dopo la Pentecoste gli
apostoli si sono dispersi per il mondo per essere fedeli alla missione ricevuta:
«Andate e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). E Maria? Non
sappiamo, la storia non ce ne dice niente. Una tradizione la vuole a
Gerusalemme, un'altra ad Efeso con Giovanni. Ma la fede ha per noi ancora una
parola da dire, una certezza da dare: la storia di Maria, la sua storia
terrena, si è conclusa con la sua assunzione al cielo.
La
Chiesa, vergine come la Madonna, madre come lei, legata a lei in una simbiosi
misteriosa cosicché Chiesa e Maria sono quasi ambivalenti, la Chiesa ha sempre
saputo che la sua figura, la sua primogenita, la sua profezia si è compiuta
in cielo. Oggi noi crediamo, con la forza della fede solennemente proclamata,
che la Madonna è in cielo anima e corpo, gloriosa come il Figlio suo, vicina a
lui.
In
un tempo nel quale la storia viene considerata come l'itinerario chiuso delle
realtà terrestri e temporali, ecco che abbiamo questo segno, questa profezia
particolarmente significativa e preziosa: la storia degli uomini non finisce nel
tempo e le vicende degli uomini non si esauriscono con le esperienze di quaggiù.
Tutto
questo a me pare che possa servire per una prima considerazione: che il
significato della presenza di Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa deriva
da un progetto di Dio, da iniziative divine sconcertanti e imprevedibili. Perciò
è giusto che il mistero di Maria venga circondato da tanta ammirazione e da una
così ricca espressione devozionale.
Noi
uomini abbiamo mezzi tanto poveri e quindi mescoliamo a volte la banalità
delle nostre espressioni con la sublimità dei misteri, a illustrazione della
verità che ciò che Dio fa è grande e ciò che gli uomini fanno è poco.
A
questo punto possiamo farci una domanda: questa storia di Maria, così unica,
può soltanto suscitare ammirazione? No, quella di Maria è la storia di una
creatura come noi e ci aiuta a capire e a credere che tutte le creature sono
chiamate ed elette da Dio. Ma questo ci pone dei problemi e degli interrogativi:
qual è il progetto di Dio su di me? La mia vita è impostata davvero, come
quella di Maria, sulla ricerca del progetto di Dio, sulla fedeltà e
l'obbedienza a questo progetto?
L'esemplarità
di Maria, sulla quale il Papa nella sua enciclica insiste tanto e sulla quale
torneremo, comincia proprio da qui, da come Maria ha accettato il progetto di
Dio; comincia con la sua fede, la sua obbedienza, la sua perseveranza.
Maria
è sì madre di tutti noi, ma ci è anche sorella. La storia della salvezza,
nella quale è inserita la storia di Maria, è anche la nostra storia perché
tutti siamo chiamati a salvezza, non solo per essere salvati, ma per diventare
collaboratori di Cristo.
Ciascuno
di noi è, come Maria, chiamato per nome dal Signore, legato da lui al suo
progetto di salvezza e allora ecco la vicinanza della Madonna, la fraternità
che a lei ci lega, ecco la maternità che ci vivifica, ecco l'ideale che si
illumina della sua luce per tutti noi.
Allora
noi guardiamo Maria e dal guardarla comincia l'imitazione di lei come momento
dell'ascoltarla, come momento del metterci insieme a lei ad ascoltare Gesù, a
diventare con lei discepoli della stessa parola che il Padre le ha donato come
sostanza della sua maternità.
Nel
progetto di Dio, Maria è il «segno grande» (Ap 12,1) che è apparso nel cielo
perché lo guardassimo e contemplassimo.
È
segno che anticipa, promette, precede la Chiesa e la rende luminosa di sé.
Nella sua condizione terrena la Chiesa è creatura rivestita di povertà e di
miseria, ma è anche splendente per questo suo «segno».
Quando
pensiamo alla Chiesa rivestita di Maria, attraversata dalla presenza di questa
creatura benedetta, la vediamo diventare gloriosa, presenza che nutre la
speranza di un popolo e con la sua soavità aiuta questo popolo a uscire da una
condizione di orfanezza, perché ha una madre che lo conduce.
Contemplare
Maria non è atteggiamento introduttivo o preliminare all'imitazione; è
atteggiamento che deve diventare permanente perché solo così noi diventiamo
capaci di vederla, di capirla e di amarla.
Abbiamo
meditato la storia di Maria così come il Signore l'ha voluta, l'ha
progettata, l'ha realizzata. Questa identificazione di Maria non attraverso ciò
che fa lei, ma ciò che fa Dio in lei, è estremamente significativa: Maria non
è semplicemente accostata da un mistero, Maria ne diventa momento immanente,
vivo, realizzatore. Il progetto di Dio riguardante la salvezza dell'uomo e del
mondo è tutto dominato da questo inizio storico.
È
storia l'immacolata concezione di Maria, storia la sua divina maternità e la
sua presenza nell'incarnazione del Verbo, nella rivelazione di lui e nel
realizzarsi della redenzione, è storia al vertice di questo inaudito
avvenimento che è la salvezza attraverso la morte e la risurrezione di Gesù ed
è storia anche la sua presenza nel Cenacolo, quando l'effusione dello Spirito
corona la redenzione e la rende Chiesa.
La
Madonna è eletta, è scelta, è chiamata, e questo è evidente nella sua vita,
ma nello stesso tempo essa è coinvolta nel progetto di Dio; è chiamata, è
eletta, ma non le è concesso di chiudersi nella beatitudine della sua elezione:
è subito a sua volta mandata, impegnata, in modo tale che l'elezione, da un
lato, e l'impegno conseguente all'elezione, dall'altro, finiscono col diventare
la dimensione totalizzante della sua esistenza.
In
questo senso la Madonna è una consacrata, totalmente dedita, totalmente
riservata, totalmente spesa e totalmente a disposizione di un Altro, questo
misterioso Altro che è Dio, un Dio - è il caso di sottolinearlo in maniera
esplicita - che è Trinità.
Le
antiche preghiere liturgiche mettevano sempre in evidenza che Maria era
l'eletta del Padre, la madre del Figlio, la sposa dello Spirito Santo. È Dio
Trinità che l'assume, che se ne impadronisce, che la fa sua, che la custodisce
e che la consacra.
Questa
azione di Dio nella storia di Maria fa di Maria la creatura nella quale Dio
esaurisce tutte le sue intenzioni di creatore, che ha voluto l'uomo solo per sé.
Questa intenzione di Dio creatore nella Vergine è diventata storia consumata,
veramente essa è tutta e solo di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
In
questa luce si capisce il perché di tutti i privilegi mariani, e si comprende
anche la forza della presenza di Maria nelle vicende umane, una presenza che dà
compiutezza al mistero della incarnazione e della redenzione.
L'elezione,
il coinvolgimento di Maria in questa storia della quale il protagonista è Dio
Padre, Figlio e Spirito Santo, diventa per noi uno dei mezzi più convincenti
per aiutarci a comprendere il mistero. Attraverso la presenza di Maria, le
dimensioni profondamente umane del Verbo incarnato diventano più intelligibili,
più vicine a noi e ci fanno compiere un cammino, mai finito, di comprensione
e conoscenza.
Ma
c'è anche un'altra cosa da sottolineare ed è che la storia di Maria è tutta
segnata da un superamento della sua condizione creaturale per una realizzazione
su un piano di relazioni interpersonali che non soltanto la coinvolgono e la
chiamano, ma la sostanziano della loro grazia e della loro dignità.
Non
possiamo pensare a Maria senza pensare insieme al Padre di ogni misericordia.
Anche per Maria il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe era il Padre del
Figlio suo Gesù Cristo. A tutti Dio si rivela Padre attraverso Cristo, ma in
Maria questa rivelazione ha toccato una pienezza insuperata.
La
Madonna, il suo rapporto col Padre lo ha vissuto come figlia e lo ha imparato
soprattutto dal figlio suo, il grande rivelatore del Padre: «Nessuno conosce
il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt
11,27). Mentre la Madonna portava in seno il figlio suo che era il Figlio del
Padre, questi rivelava alla Madre le profondità del mistero della divina
paternità.
E
anche questa è storia, e cioè è vero che qui in questo nostro mondo, in
questo nostro pianeta, in questo cosmo, è accaduto che una creatura come noi,
Maria, ha conosciuto il Padre di tutti con una pienezza che la identifica
figlia come nessun altro.
Maria,
madre del Verbo e sposa dello Spirito Santo Questa relazione vivificante tra il
Padre e Maria non deve mai essere persa di vista, perché è una dimensione
essenziale dell'identità della Vergine. Ma la Madonna ha vissuto anche un
rapporto unico con il Verbo eterno di Dio. A nessuno, come a lei, il Padre ha
rivelato il Figlio e glielo ha rivelato non con il povero vocabolario delle esperienze
umane, ma attraverso l'annuncio, che non è stato semplicemente una
proclamazione verbale, ma l'invasione della vita.
Maria
ha sperimentato nella sua carne, oltre che nel suo spirito, che Cristo è il
Figlio di Dio, in una maternità fiorita dalla più intatta e immacolata
verginità, in una maternità che la mette nella condizione di aspettare
l'incarnazione del Verbo eterno di Dio come una madre aspetta un figlio.
Quando
confessiamo che il Verbo incarnato è vero Dio e vero uomo nella duplicità
delle nature ma nella unicità della persona, noi facciamo riferimento a quella
incarnazione che non soltanto si verifica in Maria come in un tabernacolo,
ma si verifica nella sua carne, della sua carne, della sua umanità.
Questa
è una delle qualità totalizzanti dell'identità di Maria e noi non possiamo e
non dobbiamo minimizzarla. Nell'incarnazione del Verbo, la Madonna ha vissuto
anche un altro rapporto sconvolgente, che noi confessiamo nel Credo: Et
incarnatus est de Spiritu Sancto. L'incarnazione cioè non per volontà
dell'uomo, ma per la potenza di Dio e dello Spirito. La Madonna è sposa di
questo Spirito, perché la sua potenza rende la verginità feconda, la
maternità vera e il Verbo di Dio figlio dell'uomo e figlio della nostra storia
e del nostro tempo.
E
tutto questo lo ha fatto il Signore. Diremo anche quello che ha fatto Maria,
ma è troppo importante, per rimanere nella verità intorno alla Vergine,
sottolineare, proclamare, dare il primo posto a ciò che ha fatto il Signore.
Questa
è la nostra fede: non sono teorie, sono eventi, avvenimenti, storia, in una
parola, e non si capisce la Vergine se non si cerca di entrare in questa
abissale verità che la riguarda, in questa inesauribile verità che viene
offerta a tutti noi.
Parlando
allora di Maria come di un'eletta, di una consacrata, noi andiamo ben oltre
quelle che possono essere le accezioni morali ed etiche di questi termini che a
noi, anime consacrate, dicono già tante cose. Andiamo oltre perché andiamo
alle radici del mistero dell'essere di Dio e dell'essere della creatura.
Questa
creatura privilegiata e scelta è una nostra sorella: Dio, occupandola,
eleggendola, consacrandola non l'ha separata da noi. In lei l'incontro con Dio
è consumato in pienezza, e gli uomini hanno ora qualcuno che li precede,
insegna loro la strada, dice per dove si passa per realizzare il progetto di
Dio su ciascuno. Un progetto unitario nel quale tutti siamo convocati.
Bisogna
che andiamo cauti nel dire che nella Madonna ci sono cose da imitare e cose da
ammirare. Quando poi ci mettiamo a fare l'elenco delle cose da ammirare ce le
mettiamo tutte, rendendo il capitolo dell'imitazione particolarmente povero di
contenuti.
La
Vergine è esemplare tutta, è tutta da imitare. Pensando a lei sentiamoci
allora provocati a domandare perdono al Signore per tutte le manipolazioni
riduttive della consacrazione, della vocazione, dell'impegno. E se contemplassimo
un po' di più questa creatura che è di Dio in senso forte e plenario, avremmo
più coraggio per credere che la nostra vocazione, la nostra consacrazione non
può essere una sottile mano di vernice data su una povera umanità che rimane
sempre quella, ma deve diventare un'invasione del mistero di Dio che tutto
cambia, che tutto purifica, che tutto rende luminoso per la sua gloria.
Tutte
le cose che abbiamo meditato non hanno avuto molti commenti dalla Madonna: il
suo adorante silenzio è il commento più prezioso. Adorare silenziosamente il
mistero per diventare più capaci di recepirlo, più capaci di aprirsi ad esso
con risposte che somiglino di più a quelle della Vergine benedetta, la madre
del Signore.
«GRANDI
COSE HA FATTO IN ME L'ONNIPOTENTE»
Abbiamo
cominciato a riflettere sul significato e la presenza di Maria nel mistero di
Cristo e della Chiesa, secondo l'invito dell'enciclica del Papa, e lo abbiamo
identificato in ciò che il Signore ha fatto in Maria e di Maria. I privilegi
personali di Maria sono finalizzati a quel mistero di Cristo e della Chiesa
dove la Madonna è segno e presenza. I rapporti di Maria col Padre, il Figlio e
lo Spirito Santo, mentre danno contenuti estremamente ricchi alla pienezza di
grazia di cui Maria è insignita, rivelano anche il significato del suo essere
presenza mediatrice nella redenzione del mondo.
Ma
fermiamoci ancora a guardare ciò che il Signore ha fatto in Maria.
La
dimensione trinitaria che il Signore ha voluto che in Maria emergesse attraverso
rapporti così pieni e così meravigliosi col Padre, col Figlio e con lo Spirito
Santo, diventa storia attraverso due momenti del progetto di Dio.
Prima
di tutto nell'incarnazione. L'eterno progetto di Dio si fa storia attraverso
l'incarnazione del Verbo che diventa così Gesù Cristo, figlio di Maria. La
Madonna entra in questo mistero non per sua iniziativa, ma per una
intraprendenza misteriosa di Dio che la assume, la pervade della sua grazia e
la rende strumento di incarnazione.
La
presenza e il significato di Maria nel mistero di Cristo diventano storia
concreta, iscritta nel nostro tempo, e la seconda persona della SS. Trinità sta
tra le braccia di Maria, che ne è la Madre secondo l'umanità, nella misteriosa
realtà dell'incarnazione.
Maria
ha detto di sì e il suo sì è un momento discriminante per cui dal progetto
si passa alla sua realizzazione. Ma il sì di Maria, pur essendo un sì
consapevole, profondamente libero e disponibile, è ancora un sì sopraffatto
dalla potenza dilagante di Dio.
C'è
un maturare dell'incarnazione che non è limitato al tempo dell'attesa, ma è
coinvolgente tutta la vita. Bisogna dire che la Madonna, chiamata ad essere
madre, coinvolta nell'essere strumento di incarnazione, mentre accoglie il
figlio, viene preparata da Dio a sapere prima e a consentire e a realizzarlo
in pienezza poi, che questo figlio non le è dato solo per la sua gioia e il suo
gaudio, ma per la salvezza del mondo. Le è dato perché a sua volta lo dia.
Dio
la fa madre, ma la espropria del figlio - anche se in realtà proprio attraverso
questa espropriazione il figlio diventa sempre più suo figlio e lei l'unica
madre - e la Madonna, l'esperienza storica di che cosa questo significhi, la
fa lungo tutta la sua vita.
Già
a Betlemme, quei pastori che arrivano per primi cominciano a rubarle un po' il
figlio; quei Magi misteriosi continuano nello stesso impegno, e quando Maria
porterà il bambino al Tempio, il vecchio Simeone le dirà che quel figlio le
è stato dato per la salvezza e la caduta di molti, che diventerà un segno di
contraddizione e che una spada le trapasserà il cuore (cf Lc 2,34-35).
A
livello storico, questo realizzarsi della maternità di Maria è davvero
qualcosa che si compie non soltanto nel giorno dell'annunciazione o nel Natale
del Signore, ma lungo tutta la vita della Madonna.
Questo
figlio, perché le è dato? perché è venuto a incarnarsi? perché è
affidato alla sua maternità affinché lo cresca e lo custodisca per i tempi di
Dio? Il perché è, come abbiamo detto, la salvezza del mondo, la redenzione
degli uomini, la realizzazione del regno. Sono i grandi motivi che ci aiutano
a capire come la presenza della Madonna nella vita del figlio suo significa
anche un coinvolgimento di questa madre nel destino, nella vocazione del
figlio, nelle ragioni per cui le è stato dato e affidato.
Cristo
non è soltanto il Verbo incarnato, ma è il Verbo che attraverso
l'incarnazione, per volontà del Padre, deve diventare principio di una
creazione nuova, che sarà l'uomo salvato, che sarà la comunità dei credenti,
il popolo di Dio, il mistero della Chiesa.
Questa
dimensione ecclesiale della storia di Maria non è qualcosa che viene dopo: è
qualcosa che emerge a poco a poco, ma nel progetto di Dio è sempre presente.
Non si può parlare di Cristo senza parlare della Chiesa, e quindi il vincolo
della Madonna con la Chiesa ha la sua radice nel Verbo incarnato, suo figlio.
Nella misura che è veramente Madre di questo Verbo, Maria è presente nella
Chiesa, perché la Chiesa è la pienezza di Cristo, il suo Corpo, e questo
corpo è quello che Maria, maternamente, gli ha dato.
I
Padri della Chiesa hanno meditato lungamente su questa misteriosa realtà del
corpo di Cristo che ha le sue radici nella maternità di Maria, ma che poi
integra in se stesso tutta l'umanità salvata e da salvare, la concretezza storica
della salvezza operata da Cristo che è la Chiesa.
Nella
maternità di Maria, attraverso l'unione ipostatica, avviene quella misteriosa
simbiosi per la quale Cristo è uno, essendo insieme vero Dio, eterno e
onnipotente, e vero uomo, capace di morire nel tempo. C'è la necessaria
distinzione della natura divina e della natura umana, che l'incarnazione non
distrugge, ma nello stesso tempo c'è l'onnipotenza del Signore che di questa
ricchezza divina e umana fa una persona sola, quella del Signore Gesù, che
la Madonna stringe nelle braccia, delizioso bambino, e che ai piedi della
croce presenta al Padre come uomo dato in olocausto.
In
Maria Cristo assume tutta l'umanità e ne fa il suo corpo e la sua pienezza e la
Madonna è coinvolta in questo divenire del Figlio suo: ne è la primizia
perché in lei l'incarnazione ha inizio, ma ne è anche la maternità perché
da lei l'incarnazione dilaga, e prende tutti gli uomini. Ecco perché, dopo
l'annunciazione, Maria, ricca del suo dono, va in fretta a portarlo ad
Elisabetta.
Ecco
perché, dopo la nascita, porta Gesù al Tempio per offrirlo al Padre e nel
tempo di Nazaret, così misterioso, nel quale si consuma la maggior parte dei
suoi giorni terreni, lei continua a crescere il figlio, sapendo che non lo
cresce solo per sé.
Così
la Madonna comincia a generare la Chiesa. Quando Gesù comincerà ad uscire dal
suo silenzio e dal suo misterioso nascondimento, lei non sarà argine e il suo
dare Gesù sarà inesauribile, perché tutta la novità dei suoi giorni sarà
vedere che il figlio diventava il sale della terra, la luce del mondo, la voce
di Dio che rivelava i suoi misteri, il compimento delle promesse, la
consolazione del suo popolo, il profeta di ogni verità, il testimone di ogni
giustizia, il prodigioso risanatore degli infermi.
Gesù
sarà con coloro per i quali è venuto, per i quali lei lo ha cresciuto, e Maria
è là a dire di sì, che va bene così, anche se questo significherà per lei
essere messa in disparte.
Saranno
momenti non privi di una dimensione anche umana, piena di mistero e di
sofferenza. È un'altra maternità che matura e che ai piedi della croce
riceverà la sua piena rivelazione: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26).
Il
nostro diritto di chiamarla madre è fondato su questa parola e sul consenso
di Maria a crescere quel corpo di Cristo che è la Chiesa.
Il
suo essere Madre della Chiesa non è solo un evento spirituale, ma un
avvenimento storico, che si farà concretezza di vicende radicandosi nel
tessuto dei suoi giorni. Sarà il suo crescere, il suo completarsi, il suo
consumarsi in definitiva pienezza.
La
Madonna è in questa storia che si fa, che cresce, che matura; e a sottolineare
questa verità dobbiamo ancora notare una cosa che il Vangelo e l'enciclica del
Papa evidenziano in modo particolarissimo. È il concetto della pienezza dei
tempi.
Il
Vangelo, narrando l'annunciazione, fa riferimento a questa dimensione della
pienezza dei tempi che scandisce storicamente il mistero di Gesù.
Cosa
vuol dire questo? Vuol dire che il significato del tempo nel progetto di Dio è
pienamente rivelato e realizzato col compiersi di questi misteri. Il tempo
esiste per dare spazio a questi misteri.
Il
tempo lo ha fatto il Signore proprio come ritmo di un progetto divino che si
compie in pienezza quando Cristo diviene realtà visibile e la sua missione
non solo viene proclamata, ma viene realizzata nella salvezza di cui la Chiesa
è perenne sacramento. E uno dei segni della pienezza dei tempi è Maria.
Maria
dunque è coinvolta anche in questo dinamismo misterioso del tempo redento. Le
nostre visioni umane del tempo non sono molto redentive. Il tempo fa passare tutto,
il tempo conclude nella morte delle cose, tutto passa. Questa concezione del
tempo è purtroppo diffusa nella nostra cultura, dentro la quale il dolore e
la croce sono uno scandalo e la morte è negata e rimossa. Nel ritmo di questo
tempo che passa inesorabilmente si fa strada la visione pagana del «carpe
diem», del «goditi la giornata».
A
questa cultura non ci è facile sottrarci, perché il nostro modo frenetico di
vivere sembra catturarci in una visione distruttiva del tempo, tempo che rende
tutto effimero, tutto fuggevole.
Invece
la presenza di Gesù e di Maria redimono il tempo. La storia non è più il
ritmo del tempo che se ne va e tutto dissolve, ma il ritmo del venire del
Signore che tutto salva e rende glorioso della sua gloria e beato della sua
beatitudine.
Tutto
questo ha bisogno però ancora di una riflessione che, mentre è ancora storia
di ciò che Dio ha fatto, comincia ad essere storia di ciò che la Madonna ha
fatto, fa e farà.
Noi
crediamo che Maria è stata creata piena di grazia, immacolata, è stata
predestinata ad essere madre, è stata annunziata, ma il consenso che Dio ha
chiesto a Maria per assumerla nel suo progetto è avvenuto attraverso la manifestazione
della divina volontà.
Il
Vangelo dell'annunciazione ci dice che Maria domanda spiegazioni. C'è quindi
messa in evidenza tutta la responsabilità e la libertà di questa creatura
che, interpellata da Dio, domanda spiegazioni. E non ne ha.
La
risposta che ne riceve è sconvolgente: «Lo Spirito Santo sarà su di te, ti
colmerà e tu sarai madre» (Lc 1,35). Questa non è una risposta, è la
dichiarazione di una volontà fermissima e la dinamica di questo compimento
storico dell'incarnazione è tutta segnata dal Signore che rivela il suo
progetto e il consenso obbediente della Madonna: «Sia fatto di me secondo la
tua parola» (Lc 1,38).
E
non a caso la Madonna, nell'assumere l'atteggiamento del «fiat», si dichiara
«ancella». Il Signore le annuncia che sarà madre, cioè signora, e lei in
questo annuncio prende piena coscienza che sarà invece serva. Possiamo dire
che la rivelazione del mistero diventa il momento culminante nel quale la
Vergine riconosce pienamente la sua identità: è la serva del Signore.
Che
cosa significa essere serva lo sa, quali saranno i gesti che questo servizio
le imporrà non lo sa, però questa sua condizione fondamentale identificante,
al di sopra di ogni particolarità e di ogni vicenda, è ciò che Maria offre al
Signore come primo gesto di obbediente collaborazione.
Quale
contenuto a questo servizio la Madonna riuscirà a dare durante la sua vita,
cercheremo di meditarlo, ma intanto cerchiamo di recepire questa radicalità del
suo essere serva, collaboratrice nella disponibilità più assoluta. Qui si
salda il mistero con la storia, cioè quanto Dio sa fare con la sua onnipotenza
e tutto ciò che la creatura può offrire a questa onnipotenza per diventarne
spazio e storia.
A
questo punto penso che possiamo fare una riflessione applicativa a noi stessi,
perché, come abbiamo già detto e diremo, la Madonna è presenza esemplare.
Tutto
ciò che avviene in Maria, secondo la parola del Vangelo, non ha lei per unica
destinataria, ma avviene per renderla primizia di una destinazione universale.
Anche
per noi è vero che dobbiamo essere figli della Chiesa e ne dobbiamo diventare
madri.
Innanzi
tutto, dobbiamo imitare la figliolanza di Maria. Non è necessario spendere
troppe parole per descriverla: lei sa che da Cristo ha tutto, per Cristo è
l'Immacolata, la piena di grazia, la madre del Verbo che è venuto per
essere, nella pienezza del suo corpo, la Chiesa.
In
che misura ci sentiamo figli della Chiesa?
Si
ha a volte l'impressione che anche nella vita religiosa, in questa forma
plenaria di vita cristiana, serpeggino certe tendenze abbastanza comuni per le
quali pare che prima si finisce di essere figli, prima e meglio e più si sia
realizzati. Ci si domanda addirittura se parlare di Dio come Padre sia ancora
possibile e legittimo.
Vi
è indubbiamente una crisi in questo rapporto primario e l'uomo è assediato
da infinita solitudine perché ha perso vincoli così fondamentali e così
essenziali per la sua identità.
Siamo
creati a immagine di Dio che è Padre, di Cristo che è Figlio, e tutte le volte
che questo rapporto si estenua, illanguidisce, si perde nelle nebbie, non
sappiamo neppure più essere uomini.
La
riflessione la faccio perché mi pare che non sia più così spontaneo sentirci
figli della Chiesa. Anche spiritualmente ci pare ormai di essere grandi.
Domandiamoci
se il nostro sguardo sulla Chiesa è uno sguardo filiale oppure giudicante e
interessato.
Ci
sentiamo nutriti, guidati dalla Chiesa? Abbiamo bisogno di sentire che la
Chiesa ci è vicina? Abbiamo il desiderio di sperimentare la maternità della
Chiesa nei nostri confronti?
Oppure
a volte sogniamo una Chiesa con la spada in mano, munita di una efficienza che
dovrebbe quasi rovesciare nella storia l'onnipotenza di Dio? O ci sentiamo a
volte ministri di una Chiesa che a tutto ci autorizza, perché sotto la sua
potenza, la sua difesa ci sembra finalmente di contare qualcosa anche noi?
Non
sono atteggiamenti filiali, non sono gli atteggiamenti di Maria, che segue il
Figlio suo che sta compaginando la Chiesa, con silenziosa umiltà, con
amabilissima semplicità, con una fedelissima presenza.
Ma
alla Chiesa dobbiamo anche dare tutto e la nostra dedizione apostolica, la
nostra consacrazione pastorale, la ricchezza e la varietà dei nostri carismi e
delle nostre vocazioni devono essere a servizio della maternità della Chiesa,
per rendere sempre più evidente, in mezzo al popolo di Dio, che la Chiesa è
madre.
È
certo che non sono i nostri nervosismi, le nostre asprezze, le nostre
assolutezze, le nostre aridità di mente e di cuore a rendere evidente che la
Chiesa è madre.
La
nostra povera umanità, vivificata dalla grazia filiale, dovrebbe diventare più
capace di una trasparenza per la quale chi incontra noi incontra sempre una
Chiesa madre. Siamo persone che hanno il cuore, la mente, la sensibilità e
tutto l'essere così intrisi della misericordia di Cristo da diventare capaci
di annunciare credibilmente che la Chiesa è madre e aiutare gli altri a farne
l'esperienza?
Ma
Maria - abbiamo detto - è la serva del Signore. La consacrata per eccellenza,
coronata di stelle nella visione dell'Apocalisse, è anche una creatura
divorata dal progetto di Dio che la consuma, la offre come il figlio suo in
olocausto. L'essere serva del Signore acquista in Maria una tale radicalità e
una tale pienezza di impegno da non lasciare più spazio per altro.
Essere
consacrati significa essere a servizio, senza riservare né per sé né per
altri un briciolo del nostro essere e della nostra esistenza. Dio afferma su noi
la sua signoria e noi siamo felici che lo faccia.
Questa
felicità non eslcude il martirio di Gesù, il servo di Jahvè, e quello di
Maria, e quindi non esclude neppure il nostro sacrificio. Ma la nostra fedeltà
dovrà sempre essere tale da renderci capaci di portare sino alla fine il peso
dell'immolazione in una misteriosa beatitudine di pace.
Sono
cose difficili a dirsi e a farsi, però Qualcuno che è capace di farle c'è, e
allora lasciamogliele fare.
Abbiamo
meditato finora ciò che ha fatto il Signore creando Maria, e predestinandola ad
essere sempre presente nel progetto della salvezza. È arrivato il momento di
domandarci ciò che ha fatto Maria, perché la sua storia è, sì, tutta intrisa
di ciò che ha fatto il Signore, ma non è meno sostanziata di ciò che ha fatto
lei.
Che
cosa ha fatto Maria? Il racconto dell'annunciazione ce lo dice con chiarezza:
la Madonna ha detto sì e si è fatta serva del suo Signore. Non ha fatto altro,
ma è proprio questo sì e questo servizio che ha reso possibile al progetto di
Dio di farsi storia.
«Ecco
la serva del Signore, si compia in me la tua parola»,(Lc 1,38).
E
questa la prima risposta di Maria al progetto di Dio appena ricevuto in dono; in
dono pieno di mistero al quale offre prima la sua conoscenza critica e
responsabile nei dettagli e poi il consenso della sua fede e del suo amore.
La
Madonna dice di sì, una parola breve che riempirà la sua vita, e si consegna a
Dio nell'atteggiamento di chi si mette a servizio, di chi si fa suddito, di chi
si lascia prendere e dominare.
Il
suo consegnarsi viva alla parola del Signore, senza aver ancora compreso quali
possano esserne i contenuti storici, è un impegno nel quale Maria si
identifica e da ora in avanti non farà altro.
Lei
non sa come la sua maternità maturerà, dove fiorirà, se e come il suo figlio
sarà accolto. Il Signore glielo farà comprendere quando le cose saranno
compiute, ma intanto nell'adorazione silenziosa il suo credere crescerà e la
sua fede diventerà vita non solo per lei ma per tutti. Non è importante sapere
che cosa accadrà «poi»: è importante renderci conto che Dio ha il diritto
di prenderci così. Il resto riguarda lui, non noi.
A
Maria la parola annunciata è bastata per consegnarsi al Dio vivo nel
pellegrinaggio dei suoi giorni, nell'obbedienza del momento per momento, che
diventa disponibilità alle scelte di Qualcuno.
Non
possiamo però fare a meno di chiederci quale profondità, quale grandezza,
quale assenza misteriosa esprimano e realizzino il sì di Maria e il suo
servizio.
Innanzi
tutto, non possiamo distaccarli dalla proposta di Dio, dal progetto di Dio e
dalla sua iniziativa. La Madonna, questo servizio non l'ha ridotto a qualcosa
di suo, a qualcosa sulla sua misura di creatura, ma a una realtà che la
trascendeva in ogni senso, dal punto di vista della comprensione, del sapere e
del conoscere. La trascendeva anche per l'imperiosità con cui Dio, il Signore,
entrava nella sua vita, per cui il suo essere umano e femminile era quasi
travolto dall'iniziativa e dal progetto di Dio.
A
tutto questo la Madonna ha detto di sì. E qui potremo anche chiudere questa
meditazione, raccoglierci intorno a questo sì e cercare di intravvederne il
vertiginoso abisso.
Ma
la Madonna ha dato dimensioni umane al suo sì, cioè dicendo sì e
dichiarandosi serva non ha conclusa una vicenda, ma l'ha cominciata.
L'irrompere
di Dio nella vita di Maria è certo il motivo di quella pienezza di grazia, di
quel fulgore di privilegi che la Madonna ha raccolto dal suo Signore, però è
anche l'inizio di un cammino. Il suo sì avrà una storia, sarà una storia; una
brevissima sillaba che colmerà i suoi giorni, perché il suo servizio non sarà
solo un dato della sua esistenza, ma il colmarsi del suo tempo.
Saranno
un sì e un servizio imperscrutabili in un primo momento, ma capaci di una
crescita che sarà appunto la storia di Maria, la madre del Signore.
Dopo
l'annuncio dell'angelo, dopo il suo sì, il Vangelo ci mostra Maria frettolosa,
che si fa pellegrina, che si mette in cammino e va a trovare con le intenzioni
della carità e dell'amore la sua parente Elisabetta.
Cosa
porta Maria nella casa di Elisabetta? Non porta qualcosa, porta Qualcuno. Nel
momento dell'annunciazione, Dio incontra Maria, la elegge, la consacra, la fa
sua, la rende madre del Figlio suo. Nella casa di Elisabetta è Maria che
rivela, ancora prima che il mondo sappia, che il promesso è venuto, che il
tempo del Messia si è compiuto.
Questa
rivelazione, prima che ad Elisabetta, è fatta al figlio di lei: è lui che
dice a sua madre, con un misterioso sussulto di gioia, quello che sta
succedendo e chi è la visitatrice inattesa che è giunta a casa sua. Ed
Elisabetta dice: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc
1,43).
È
questa la prima fecondità del sì e del servizio di Maria.
Elisabetta,
dopo aver espresso il suo stupore, aggiunge qualcos'altro e dice la cosa più
vera, più radicalmente vera che in un momento simile poteva essere detta: «Beata
te, che hai creduto all'adempimento della parola del Signore!» (Lc 1,45).
La
fede della Madonna nel compimento di una parola è l'inizio dell'incarnazione,
della storia della salvezza, della redenzione e quindi anche della Chiesa come
popolo di Dio. In quel momento Maria è la Chiesa, che ancora non c'è. Ma c'è
lei che con la pienezza della sua fede anticipa la Chiesa, essendone profezia,
segno e figura.
Il
popolo di Dio ancora non sa ciò che è capitato, ma lei è la primogenita, la
prima salvata, la prima redenta e lo è proprio perché ha detto di sì
credendo. Il resto lo ha fatto il Signore, ma lei ha creduto.
Dunque
questo dire di sì credendo che identifica la Vergine è il significato della
sua presenza nel mistero di Cristo e della Chiesa, come dice il Papa nella sua
enciclica. Non a caso la prima rivelazione del mistero agli uomini accade mentre
la Madonna è pellegrina, è in cammino, è uscita di casa, ha compiuto i primi
passi in questo cammino della fede nella quale lei è inabissata - perché la
fede è dono di Dio -, ma nella quale sta cominciando a camminare, perché la
fede è storia di uomini.
Il
dono ha già la sua pienezza e il suo compimento, perché Dio le cose le fa
sempre così: Dixit et facta sunt, ma deve diventare storia delle creature.
Maria vive contemporaneamente la pienezza di una fede donata e l'inizio di una
fede che si mette in cammino.
E
questo mettersi in cammino della Madonna - ed è per questo che «ha fretta» (cf
Lc 1,39) - è l'inizio non progettuale ma storico della salvezza. I tempi sono
compiuti e la redenzione comincia a camminare per le strade degli uomini.
Sulle
colline della Giudea, Maria va, portando il Signore, lodando e glorificando il
Signore, e tra il suo credere e il suo portare c'è una connessione così
stretta e profonda che spiega come mai, nella vita della Vergine, il camminare
nella fede non sia stato solo il momento iniziale, ma l'atteggiamento di tutta
la vita.
Ma
c'è un'altra dimensione di questa fede, che appare nella fretta amorosa di
Maria, resa ormai pellegrina, ed è che, credendo all'adempimento della parola
di Dio, a questa parola si è sottomessa in un atteggiamento di servizio così
pieno e così perfetto da meritare il nome di obbedienza della fede.
La
Madonna ha creduto al dono e si è sottomessa, obbedendo e tacendo, alle
conseguenze del dono.
Anche
questa connotazione dell'obbedienza della fede viene analizzata a fondo dal Papa
nella sua enciclica, per farci comprendere che è la fede che rende piena e
consumata l'adesione della volontà di Maria a quella del Padre, la
sottomissione della sua vita al progetto di Dio.
L'obbedienza
sarà il criterio che guiderà i suoi passi, così come darà sostegno e
perseveranza a tutte le sue attese, a tutta la sua pazienza, a tutta la sua
inesauribile maternità.
La
Madonna è la serva obbediente che non discute la volontà del suo Signore, ma
fa questa volontà, da essa si lascia quasi identificare.
«Beato
il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha nutrito», dirà una popolana a
Gesù, e Gesù risponderà: «Beato piuttosto chi ascolta la parola di Dio e la
mette in pratica» (cf Lc 11,27-28). Parla di sua madre, le rende testimonianza
e questa dichiarazione di beatitudine riecheggia quella di Elisabetta: «Beata
te che hai creduto» (Lc 1,45).
In
altra occasione Gesù dirà: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che
ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Mt 12,49), e questo
atteggiamento, che è fondamentale nei rapporti dell'uomo con Dio, finisce con
l'essere quello più specifico di Maria, della sua missione e della sua
esemplarità.
Questa
radicalità nell'obbedire non è riferibile a quella morale obbedienza di cui
tanto parliamo, intorno alla quale tanto riusciamo a fare distinzioni per
riuscire a fare la nostra volontà, credendo che sia quella di Dio. È
un'altra cosa.
L'obbedienza
della fede dà una preminenza assoluta alla dimensione dell'abbandono.
Se
non ci domandasse di abbandonarci a Dio, la nostra obbedienza sarebbe idolatria,
mentre nell'abbandono diventa adorazione, diventa proclamazione che il Signore
è Signore, diventa un vivere nel quale sappiamo in ogni momento che cosa fare e
non sappiamo mai conclusivamente che cosa il Signore faccia e voglia fare.
La
Madonna ha detto sì, ma quale groviglio di vicende l'aspetta, quante cose
impensate e impensabili si trova ad affrontare. Il suo sì, comunque, è detto
una volta per tutte.
Io
credo che la nostra vita debba sentirsi provocata da questo esempio di radicalità
nell'obbedienza della fede. Anche noi dobbiamo abbandonare la nostra vita alla
parola del Signore: è il senso del nostro essere cristiani, del nostro essere
religiosi, dell'essere chiamati alla santità.
E
questo non nell'una o nell'altra circostanza, ma nella quotidianità dei giorni
e nella continuità dell'esistenza: dire di sì credendo, adorando e - non
dimentichiamolo, perché la Madonna ci insegna anche questo - amando.
Ecco,
abbiamo detto come è cominciato il sì di Maria e quale ne sia stata la prima
conseguenza: un traboccare del mistero nel dilagare dell'annunzio. È già
Vangelo questo, è già buona novella, e l'immediatezza con cui la fede di Maria
diventa buona novella per il mondo dovrebbe farci riflettere su questi
dinamismi misteriosi della fede che noi sottoponiamo a troppe analisi, a
troppe ricerche, a troppi confronti, estenuandone a volte la luce, la grazia e
la fecondità.
La
Madonna ci insegni a vivere senza curiosità troppo epidermiche, troppo umane e
terrene, che ci distraggono dall'assaporamento della parola di Dio, dalla
comprensione amorosa della stessa, da quell'atteggiamento del conservare nel
cuore che Maria conosceva così bene nella quotidianità del suo vivere e
nella peregrinazione misteriosa della fede.
In
questa prospettiva, l'imitazione della Madonna non è ripeterne questo o quel
gesto, quanto piuttosto il lasciarci introdurre da lei in questo vivere nuovo,
secondo la parola di Dio e il suo progetto, che in Cristo ha la sua inesauribile
storia e il suo compimento.
Forse
quando parliamo della volontà di Dio e della nostra obbedienza consacrata
siamo troppo preoccupati di dare a tutto questo dei contenuti costruiti
sapientemente da noi con la coerenza della nostra vocazione, il coordinamento
dei nostri carismi, l'armonizzazione delle nostre iniziative, nella
valorizzazione metodologica e sistematica delle nostre risorse.
Siamo
bravissimi a crearci gli alibi per non obbedire a Qualcuno che ci tiene tanto
che gli crediamo sulla parola, che ci abbandoniamo alla sua volontà senza
pretendere che quadri con la nostra, che ci affidiamo alla sua sapienza senza
confidare nelle nostre scelte.
Cominciando
a meditare come Maria ha risposto all'iniziativa di Dio, dicevamo che tutto è
compreso nel suo sì e nel suo servizio, nel sì della serva del Signore. Da
quel momento Maria diventa pellegrina nella fede e nel compimento della volontà
di Dio.
Questa
equivalenza tra il credere alla parola di Dio e il fare la sua volontà, che
appare nella Madonna immediata ed evidente, è già una grande luce accesa
nella nostra vita dove il trapasso dalla fede nella parola all'obbedienza
alla volontà di Dio non è tante volte così immediata e c'è anche da
dubitare che facciamo drammatica la fede solo perché non abbiamo voglia di fare
la volontà del Signore.
La
fede di Maria è invece la fede delle opere, è la fede della Chiesa, ed è
interessante per noi, che non possiamo dimenticare che la Madonna è presente
come esempio e come modello, che il Vangelo metta in evidenza questo suo
pellegrinare nella fede.
Maria
cammina nella fede e questo vuol dire che è una creatura coinvolta da Dio nel
suo progetto di salvezza. In questo mistero la Madonna ci è portata dentro
dalle iniziative di Dio: non è lei che ha scelto questa strada, che ha
elaborato questo progetto salvifico; lei ne è coinvolta e a questo progetto
dice di si, sapendo solo che il Signore è Signore e le chiede di essere al
servizio. Maria ha capito subito, con l'intuizione della fede, cosa significava
credere.
Non
si impadronisce del mistero, ma al mistero si abbandona, con amore, perché
nel mistero si sente amata da Dio.
Questa
fede, che non potremmo pensare più perfetta e più piena, non è per Maria un
punto di arrivo, ma un punto di partenza: è questa pienezza di fede che la
rende pellegrina.
Questo
significa sostanzialmente due cose: la prima è che la Madonna non vive nella
beatitudine di chi ha varcato i confini della fede inabissandosi nella
visione. Il modo di sapere, di capire, di vivere, di Maria è il credere.
Anche
per lei pellegrinare nella fede ha significato camminare nelle condizioni
terrene, dove la fede non è mai compimento, ma è sempre promessa, attesa,
adorazione; è sempre un camminare con la luce della parola di Dio, con la
sicurezza che deriva da questa, al di fuori di ogni evidenza e di ogni
possibilità di verifica.
La
seconda ragione di questa condizione pellegrinante di Maria è data dal fatto
che la Madonna dalla sua fede non è strappata via dagli accadimenti del mondo e
della storia, del tempo e delle vicende umane; ma dentro queste vicende
cammina, crede, è a disposizione del Signore.
La
Madonna è una credente in condizione di terrestrità, di temporalità, di
dimensione umana, nella quale quanto più il dono della fede è perfetto, tanto
più si fa abissale la sproporzione incolmabile tra le cose che gli uomini vedono
e sanno e la fede come progetto di Dio.
La
Madonna è quindi pellegrina in questa condizione che è esattamente quella
degli uomini e perciò è veramente sorella dei credenti, li precede e li
accompagna perché i misteri del Signore trascendono tutto e tutti, e solo lui
ci può dare una misura per viverli ed esserne trasformati.
Maria
ha camminato nella fede all'interno di questo mistero, nel quale lei ha
creduto e sperato; che ha desiderato senza possederlo in condizioni piene ed
eterne.
Questo
significa essere pellegrini: credere di avere una meta, ma non vederla; sentire
il bisogno di andare avanti per raggiungerla, ma non sapere dove sia né cosa
sia, se non attraverso una nomenclatura molto generica.
In
questo pellegrinaggio della fede, la Madonna è a tu per tu con i misteri delle
iniziative di Dio, sa di trovarsi coinvolta nel mistero della salvezza, sa che
la sua fede è un momento della fede di tutta l'umanità e della Chiesa.
È
sua, certo, ma lei se ne sente solo depositaria, come primogenita nella fede,
compagna inseparabile di quanti sono chiamati a credere.
Forse
avremmo bisogno di riflettere, in questa prospettiva, ai vari episodi
evangelici della vita di Maria.
Abbiamo
già meditato la visita ad Elisabetta, ora vogliamo riferirci al Natale di Gesù.
Le
è stato promesso un figlio che siederà sul trono di Davide e la Madonna lo
depone in una mangiatoia. Non è il trono delle previsioni nazionalistiche del
suo popolo e neppure quello gloriosamente annunziato dai profeti.
Alla
nascita di Gesù, Maria accoglie attorno al suo figlio i primi fedeli, i primi
adoratori e sono i pastori. Non è esattamente la corte di Davide, ma è già
l'inizio di un popolo che si accosta al Signore e che trova in Maria colei che
non lo sottrae a questo incontro.
Maria
offre ai pastori il figlio suo, li illumina di fede, li colma di speranza, e i
pastori «se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che
avevano udito e visto» (Lc 2,20). E la gioia di questi pastori scende nel cuore
di Maria, viatico della sua fede.
C'è
poi l'episodio dei Magi. Sembra finalmente una vocazione alla gloria: anche i
potenti cercano il bambino, il figlio di Maria. E invece è l'inizio
dell'esilio. La Madonna diventa pellegrina per le strade, se ne va in esilio
con in braccio il suo figlio.
In
quel momento la fede di Israele, la fede dell'universo intero è in lei: è
sola a credere e crede per tutti. Precede tutti, anche nell'esilio. I suoi
giorni si riempiono di questo credere misterioso, di questo vedere e non
capire, di questo lasciarsi condurre da vicende che la superano, nelle quali
però lei è presente ed è essenziale che presente sia.
Ciò
che Simeone dice nella presentazione al Tempio è un'altra parola di fede che le
viene offerta, ma è anche un'altra obbedienza nella fede che le viene chiesta.
Maria
però
ha già detto sì e non lo ripete più, non ha bisogno di ripeterlo, perché il
suo sì è qualcosa di così totalizzante nella sua vita che è tutto consumato
nell'adorazione, nell'ascolto, nell'adesione e nell'obbedienza.
Maria
ritorna a Nazaret, oscura città intorno alla quale non esiste splendore di
profezie, come a Betlemme, e il suo ritorno, come pure l'esilio, non è
governato da decisioni che prende lei, ma Giuseppe. Maria crede e obbedisce.
Nel
momento che il mistero diventa storia umana, come nell'annunciazione, l'angelo
va da Maria, ma quando questa storia del Verbo incarnato diventa storia di uomini
e di vicende umane, l'angelo va da Giuseppe, quasi a sottolineare che anche
nella regalità della sua maternità divina, Maria rimane la serva obbediente.
A
12 anni Gesù va a Gerusalemme con i suoi genitori e si sottrae a sua madre. La
Madonna si mette alla ricerca, nella fede, di questo Signore per le strade di
Gerusalemme. Lo trova nel Tempio e il suo cuore di madre scoppia e dice al
figlio suo: «Figlio, perché ci hai fatto questo?» (Lc 3,48). Ma prima di
poterlo riabbracciare, deve sentirsi dire da Gesù: «Perché mi cercavate? Non
sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 3,49).
Questo
Gesù che si ribadisce figlio del Padre, non si sottrae però al suo essere
figlio di Maria, ma inquadra la maternità di Maria in una figliolanza
misteriosa e unica: è figlio di Dio e figlio di Maria.
E
la Madonna non capisce (cf Lc 3,50). La sua fede deve maturare, deve
progredire, deve andare verso una pienezza. Oggi è il buio della fede. Maria,
in silenzio, prende il figlio suo e se ne torna a Nazaret.
Comincia
un altro cammino della fede di Maria: la lunga stagione della vita nascosta di
Gesù.
L'evangelista
nota che Gesù «cresceva in età, in sapienza e in grazia, davanti a Dio e
davanti agli uomini» (Lc 3,52). Questa affermazione evangelica, che sembra così
ovvia, ci porta l'eco dell'esperienza della fede di Maria. Lei era testimone di
questo crescere nella lunga stagione nazaretana della vita di Gesù, inserita
nella storia giornaliera degli uomini, con i quali condivideva l'esistenza in
quelle che sono le scontate vicende di ogni giorno.
Crescendo
in età, Gesù cresceva in sapienza, ci dice il Vangelo. Dobbiamo dire che Gesù
era un ragazzo intelligente e che la Madonna constatava la fioritura mirabile
di un figlio che apre gli occhi, che vede, che discerne, che giudica, che
recepisce tutto quello che gli sta attorno e ne fa tesoro per una crescita
veramente umana.
Tutto
questo si deposita nel cuore di Maria come un fermento per la sua fede. È
condotta per strade che sono di tutti, ma che sono anche una strada unica e
irripetibile: quella di Gesù che è la via (cf Gv 14,6) e di Maria che lo
accompagna.
Accompagnandolo,
cresce nella fede ascoltandolo, ubbidendo e mettendosi in sintonia con i ritmi
misteriosi di tempi che sono di Dio e non dell'uomo. Questo ragazzo cresce,
diventa un giovane vigoroso e bello, diventa un uomo maturo e non succede
niente. L'itinerario della fede di Maria non è un modo di dire, è
un'esperienza scandita nella monotonia di giorni che sono tutti uguali e nello
stesso tempo rappresentano il venire misterioso di Dio.
Lei
crede e aspetta il compimento della parola di Dio annunciata dai profeti.
Finalmente
giunge anche il giorno in cui Gesù esce da questo misterioso nascondimento, da
questo tempo che sembra passare inutilmente, e comincia la sua vita pubblica.
La
Madonna non è per le strade dietro al figlio suo, ma rimane pellegrina nella
fede. Il figlio parte di casa e la sua casa diventa la strada, perché «il
Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58).
Gesù,
il salvatore di tutti, si mette in cammino per andare sulle strade degli
uomini che sono perduti, e lascia sua madre a credere e a sperare. Inizia
un'altra stagione della fede di Maria, non sappiamo dire se più piena di esperienze
umane sconvolgenti o di intuizioni sovrumane di cui il Signore la colma, con cui
la fa crescere e la rende la primogenita dei credenti.
Durante
la vita pubblica di Gesù, diventato ormai sempre più di tutti e sempre meno
suo nell'esperienza quotidiana, avvengono cose sconcertanti che rendono sua madre
più che mai pellegrina nella fede.
Deve
ascoltare, Maria, le cose che si dicono su di lui, e quante se ne dicono! Le
cose di chi si lascia convincere dal Maestro che annuncia il Vangelo e le cose
dette da chi si indigna per la pretesa di questo uomo di essere il Messia. Lei
ascolta tutto, tutto chiude nel suo cuore, per un progredire nella fede che,
giorno per giorno, la consuma e la vivifica.
E
allora, senza uscire dal suo atteggiamento silenzioso e adorante, senza venir
meno alla sua fede obbediente e sottomessa, entra anche lei nelle cose umane.
Avremo
bisogno di ritornare su questo punto per vedere come la Madonna rende la sua
fede personale il dinamismo più profondo del suo essere madre per tutti gli
uomini. Ora vogliamo piuttosto fermarci al momento culminante della fede di
Maria, che è il momento della croce.
La
Madonna, e il Vangelo inquadra questo fatto con solennità, è ai piedi della
croce, dove il figlio suo è crocifisso. Lei, pellegrina nella fede, è
puntuale all'appuntamento al quale non è possibile mancare per chiunque crede
in Gesù.
La
Madonna è lì a ratificare, con la sua presenza di credente, ciò che Cristo
compie. Ma a rendere più evidente il significato della sua presenza, accade ciò
che l'evangelista Giovanni ci racconta: «Donna, ecco tuo figlio», e al
discepolo: «Ecco tua madre» (cf Gv 19,26-27).
Il
figlio crocifisso si distacca così dalla madre sua, o meglio, la coinvolge
nell'oblazione consumata di sé, e la reazione di Maria è sempre la stessa:
il silenzio adorante, l'accogliere questa parola del Signore, il lasciarla
dilagare nel suo cuore e ricominciare a camminare.
Da
quel momento Maria non è più la casa di Gesù, Maria è la Madre nella casa
del discepolo, quel discepolo che è la Chiesa.
Sotto
la croce, la fede di Maria è ancora in cammino. Ma dunque dove sono tutte le
promesse, tutte le profezie, tutti i riferimenti messianici? Possiamo pensare
che nel cuore di Maria queste domande non siano mancate, o dobbiamo credere che
il suo diuturno e perseverante cammino nella fede l'avesse già purificata da
questi umani trasalimenti e il suo credere fosse soltanto più consumata adesione
alla volontà del Padre, a imitazione di quella del figlio suo?
Ma
quel figlio, che ora sta morendo sulla croce, ha appena conosciuto un'agonia
durante la quale ha supplicato: «Padre, se è possibile passi da me questo
calice di dolore» (Mt 26,39). Questa esperienza io credo sia stata offerta
anche a Maria, nel suo itinerario di credente, e sotto la croce la sua fede
diventa immolazione, martirio, oblazione immacolata.
Dopo
questa suprema esperienza del Calvario, Maria non ha finito il suo
pellegrinaggio di fede. Per lei c'è ancora un cammino da fare in mezzo ai
discepoli, senza la presenza di Cristo, ma presente lei, perché la sua fede
confermi gli apostoli e cominci ad essere la fede della Chiesa, sgorgata
dall'olocausto di Gesù salvatore. Quanta strada ancora!
La
fede della Madonna trova la sua conclusione con l'assunzione. Ora è arrivata,
ora non cammina più, ora vede il Padre in cui ha creduto senza vederlo, il
Figlio che ha veduto, ma sotto il velo di un'umanità cresciutale nella carne e
lo Spirito Santo che lei conosce così bene perché ne è stata fecondata,
ricolmata, illuminata.
In
queste condizioni, la Madonna è ancora una profezia: con lei comincia il
passaggio dei salvati dalla terra al cielo; con lei comincia la trasfigurazione
di tutte le vicende terrene; con lei i grandi perché della fede cominciano a
trovare risposta.
Dal
cielo, dove siede nella gloria, lei continua ad essere per coloro che ancora non
sono arrivati l'inesauribile sorgente di una luce che Dio le ha affidato perché
la diffonda di un ministero di maternità a cui Dio l'ha chiamata perché la
divina figliolanza dell'Unico Figlio diventi figliolanza universale. E il
grande progetto di Dio, è il rivelarsi progressivo della sua gloria.
«ED ESSI
NON COMPRESERO» (Lc 2,50)
Tutta
la vita di Maria è un pellegrinare verso la volontà del Signore, verso il
compimento del suo progetto ed è un cammino che investe prima di tutto la sua
esistenza storica.
Dall'annunciazione
al Golgota il cammino è lungo, e la Madonna, questa strada, l'ha percorsa
obbedendo e credendo, lasciandosi prendere dalle iniziative del Signore e diventando
in questo cammino la madre e la serva del Signore.
Ma
c'è anche un altro aspetto dell'itinerario della fede di Maria, che non è più
solo cammino storico e visibile, ma anche cammino interiore, spirituale.
Il
primo aspetto da sottolineare è che il credere di Maria è scandito dal suo
non capire.
La
Madonna ha creduto alle cose che il Signore le ha detto, ma quanto ci ha messo a
capirle? Con l'obbedienza della fede un istante, ma con l'intelligenza della
fede tutta la vita. Lo stesso annuncio della sua divina maternità la trova
docile e obbediente, ma non capisce.
La
risposta dell'angelo non risolve i suoi interrogativi: «Tutto è possibile a
Dio» (Lc 1,37). Questa non è una spiegazione, è piuttosto un richiamare la
creatura alla trascendenza della fede e alla signoria inesorabile di Dio.
Questo
credere non capendo, mentre la fa beata perché crede, la inchioda
nell'oscurità del non intendere. Nelle vicende natalizie, la Madonna constata
le grandi cose che accadono, se ne meraviglia, raccoglie tutto nelsuo cuore e
tace. Questo raccogliere nel cuore non vuol dire che avesse bisogno di pensarci
su per credere. Credeva, ma era un credere che andava al di là del suo
intendere.
Maria
non è nella visione beatifica, non è nella raggiunta chiarezza del mistero, ma
al mistero china la fronte, piega la volontà e soprattutto consegna il cuore
e la vita.
La
fede della Madonna in questa situazione del non capire risulta tanto più
perfetta in quanto è vero che le cose che il Signore le dice e nelle quali la
coinvolge sono talmente grandi da trascendere ogni intendimento.
Gli
uomini non possono capire e Dio non fa niente per mettersi sulla misura
dell'uomo, anzi potremmo dire che con Maria esaspera questa sua trascendenza di
Signore, perché Maria diventi una credente che sa cos'è la fatica del credere.
Il
Papa nella sua lettera parla di questa fatica del cuore di Maria nel credere, e
questa fatica che richiamo, che esortazione, che esempio sono per noi!
Nella
vita di Nazaret il passare dei giorni sui quali gravano le promesse di Dio, le
anticipazioni degli angeli, le attese dei patriarchi e dei profeti, è in realtà
vuoto di avvenímenti: non succede niente.
Nel
suo cuore fermentavano parole piene di mistero che riguardavano un lontano
futuro: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti..., segno di
contraddizione... E una spada trapasserà il tuo cuore» (Lc 2,34-35).
Queste
parole le sono state dette troppo presto per coprire trent'anni di attesa, nel
buio e nel silenzio. Ma Maria ha però continuato a camminare, portando nel
suo credere l'attesa dell'umanità, facendo maturare con questo solitario
credere la pienezza dei tempi.
Eppure
in questo camminare nella fede, senza poter scandire il ritmo dei propri passi,
contare il passare dei giorni era per Maria l'impegno quotidiano.
Un
giorno Gesù le dirà: «Donna, non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4). È
il tempo della pienezza dei tempi, eppure Gesù di fronte alla frettolosa carità
di Maria che chiede il vino per chi non ne ha più perché ne ha bevuto troppo,
Gesù dice: «Non è ancora giunta la mia ora».
Il
Signore chiede a Maria di camminare nel tempo con la luce della fede e a non
credere che siano gli uomini i signori dei giorni. Maria china la testa, ma non
capisce e non può capire.
Il
Papa, parlando di questa fede della Madonna, si riferisce alle notti oscure di
san Giovanni della Croce e parla di Maria come della creatura che cammina nella
fede, al buio, sapendo e non sapendo, vedendo e non vedendo, in quella
paradossale situazione che mette in evidenza che Dio è più grande delle
creature, che il pensiero dell'uomo non lo può raggiungere, che lo spirito
dell'uomo non lo può scrutare e che il cuore dell'uomo non lo può possedere
se Dio non si fa dono, se non si fa luce, se non si fa grazia e vita.
Il
cammino della fede della Madonna, il suo conoscere stazioni progressive nel
maturare della fede, ha il suo compimento supremo ai piedi della croce.
Nel
tempo della passione è il momento nel quale tutte le profezie risultano
fallite, tutti i trionfi si trasformano in sconfitte e tutte le promesse
risultano smentite.
«Costui
è il re d'Israele: scenda dalla croce se può e gli crederemo» (Mt 27,42).
Può esserci un momento più discriminante per la fede dell'uomo? E là a
credere in Gesù c'è Maria.
Ma
non basta: in questa situazione di sconfitta e dunque di radicale smentita a
tutte le certezze della fede, Gesù dice alla madre: «Donna, ecco tuo figlio»
(Gv 19,26). Maria è là, ai suoi piedi, a professare la sua certezza di
credente che lui è figlio di Dio e salvatore del mondo e la risposta è quella
consegna di un figlio e a un figlio che non è lui.
Dice
il Vangelo che alla morte di Gesù «si fece buio» (Mt 27,45), e quel buio non
avvolse soltanto gli occhi della gente, ma lo spirito e il cuore di Maria.
Maria
credette al buio, credette nonostante la tragedia della morte, credette mentre
si compiva, in una maniera assolutamente contraddittoria, ciò che tutto
l'Antico Testamento aveva annunziato e preparato.
È
veramente la notte, ma in questa oscurità che raggiunge il cuore, lo spirito
e la mente, la fede di Maria è viva e la Madonna continua a credere.
È
in questo supremo credere che Maria comincia ad essere madre degli uomini. Qui
si manifesta la fecondità del suo credere e Gesù stesso la conferma, la
ratifica e la proclama: «Ecco tuo figlio» (Gv 27;46).
Nasce
in quel momento la Chiesa, l'umanità non è più orfana, e Maria genera, nel
travaglio inesprimibile della sua fede che non crolla, il figlio, che sta
morendo nella carne, nella sua pienezza di Verbo incarnato e salvatore.
A
questo punto ci sentiamo interpellati da interrogativi che ci sollecitano e ci
inquietano.
La
Madonna è la primogenita nella fede, è la figura del credente; ha anticipato
nella sua vita tutta la rivelazione dei santi misteri e l'accoglimento di questi
misteri come vita nuova e soprattutto come vita eterna.
La
fede di Maria è il preludio della nostra fede e nello stesso tempo ne è il
compimento pieno, la manifestazione esemplare, nella quale tutti ci dobbiamo
configurare e identificare.
Ma
è così la nostra fede? Davanti alle considerazioni che siamo venuti facendo,
domandiamoci se la nostra fede è fede vera o è apparenza, se è qualcosa che
identifica la nostra vita o che solo la sfiora, come una nuvolaglia che va e che
viene, come una brezza che c'è e non c'è, come una luce che ci riguarda, ma
fino a un certo punto.
Ci
sentiamo identificati nelle certezze della fede che la Madonna ha vissuto,
camminando per le nostre strade, nelle nostre situazioni; senza capire come
accade a noi?
La
domanda diventa poi ancora più pertinente se vogliamo ricordarci che siamo
anime consacrate. Non corriamo forse il rischio di una secolarizzazione della
fede per cui anche noi pensiamo basti far finta di credere e tendiamo a
restringere sempre di più l'azione e l'influenza della fede nella concretezza
della nostra vita?
Ma
noi dobbiamo credere anche agli uomini, dobbiamo credere anche a noi stessi,
dobbiamo tener conto anche delle nostre esigenze razionali, per una
valutazione critica e di discernimento.
Ma
quando è l'ora di credere? Ce lo dobbiamo pur domandare. E in questo Maria ha
tante cose da insegnarci, se vogliamo diventare Chiesa in maniera perfetta.
Noi
siamo sempre in cerca di eliminare il mistero, di rendere le cose logiche,
comprensibili, scontate, come se il progredire nella fede significasse una certa
disponibilità del Signore a rendere il suo mistero più piccolo, più sulla
misura di noi poveretti e non piuttosto il rendere noi più sulla misura di lui
grande, magnifico, glorioso e perciò misterioso, incomprensibile e
ineffabile.
Io
credo che questa sia una delle tentazioni più grandi della fede nel nostro
tempo. A forza di inculturazione e acculturazione, ci può anche capitare di
pensare che più infarciamo la fede di cose che sono sapienza di uomini, più
l'abbiamo fatta progredire, e la fede invece progredisce quanto più ci vuota
e ci purifica da questa sapienza umana e ci rende consapevoli e convinti che la
perfezione del credere è il non sapere e il non capire.
In
Maria l'invasione del mistero è stata plenaria e perentoria e questo ha
caratterizzato il suo pellegrinaggio di fedelissima come un cammino nel quale è
stata esperienza quotidiana il constatare come davvero Dio sia sempre più
grande della misura dell'uomo e sempre più imprevedibile nei suoi progetti.
Valutando
l'esperienza della Madonna, noi dobbiamo imparare a ridare alla fede quel posto
insurrogabile che le compete. «Il giusto vive di fede» (cf Ab 2,4) e noi invece
viviamo di tante cose che con la fede hanno poco da vedere e che pure hanno
tanta importanza nella nostra vita.
Dedichiamoci
un po' di più a contemplare Maria, seguiamola e osserviamola così
parsimoniosa di parole, così sottomessa di gesti, così serena e pacificante di
presenza.
Lasciamoci
coinvolgere in una convivenza con Maria nella casa di Nazaret, perché là c'è
lei, c'è Gesù e c'è anche Giuseppe, un altro credente degno di Maria e
degno di Cristo.
Non
lasciamoci distrarre, non perdiamo il filo della fede. Sarà un filo sottile,
qualche volta forse miracolosamente sottile, ma è per di lì che il rapporto
tra il cielo e la terra si salda e la beatitudine del credere diventerà vera
anche per noi, e sarà il preludio della visione eterna.
Ma
prima pellegrini bisogna esserlo, sapendo e volendo esserlo, seguendo Cristo
che ci conduce, seguendo Maria che, per questa strada, ci è esempio e ci è
soprattutto Madre.
Il
credere di Maria non è soltanto dire sì ad una verità proclamata, ma a
vicende concrete, a fatti e circostanze di esistenza.
La
fede non è una verità da credere e basta, ma una verità da vivere, e il
Signore, nel chiedere alla Madonna questa fede e nel donargliela, ha esercitato
la sua divina signoria: si è impadronito di un'esistenza, di una persona e l'ha
fatta sua intridendola della sua presenza, della sua volontà, della sua
potenza, del suo amore e della sua gloria.
A
questo dilagare di Dio nella sua vita, Maria ha acconsentito, anche se il
progetto che la riguarda è avvolto nella tenebra di un incomprensibile mistero.
La
Madonna dice di sì in quell'obbedienza che non dipende da una conoscenza
delle cose come l'intendiamo noi, da un renderci cioè conto, da un verificare
per dare poi consensi responsabili. Maria non ragiona così: se Dio domanda è
già tutto a posto, ha provveduto lui a rendere ragionevole, accettabile ciò
che vuole. E allora abbiamo la fede che adora, che contempla e che diventa
estasi di beatitudine, se la superbia e la grettezza dell'uomo non impediscono
al dono di dilagare nella vita.
Dono,
quindi, la fede che diventa vicenda storica e perciò realtà che non si
recepisce con la memoria, con il pensiero e neanche del tutto con la
coscienza. La fede è una sostanziale inconsapevolezza.
La
Madonna ha creduto così e la sua vita è stata tal-
mente
assunta nel mistero di Dio da trarre da questo mistero la sua forza, la sua
perseveranza, la sua pazienza e il suo amore.
Tutto
ha attinto di lì.
La
fede di questa primogenita, di questa nostra sorella che ci precede e ci
accompagna, è una fede nella quale ci possiamo specchiare per sapere cosa vuol
dire essere credenti e per renderci conto che l'esserlo non è mai un affare
concluso, ma una vicenda che giorno per giorno deve crescere, deve diventare
vita vissuta.
Oggi
devo credere, oggi devo accettare la parola di Dio e poiché questa parola è
inesauribile nei suoi contenuti misteriosi e Dio non è mai muto e ha bisogno di
essere continuamente ascoltato e accolto, ecco che la fede diventa vicenda
quotidiana.
Ai
piedi della croce, Maria ha ottenuto da Gesù un'ulteriore rivelazione del
progetto di Dio che la riguardava. All'annunciazione, l'angelo le aveva detto
che sarebbe stata la Madre del Messia; ai piedi della croce, attraverso l'iniziativa
sconcertante di Gesù che le dona un altro figlio, proprio nel momento in cui il
suo essere redentore si realizza in maniera completa, la Madonna è aiutata a
capire che la sua maternità non si esaurisce nell'aver generato il Verbo di
Dio, ma è una maternità che deve accompagnare in tutto il suo mistero
salvifico questo Verbo mandato dal Padre per essere il Redentore del mondo.
Essere
madre del Verbo incarnato significherà per Maria generarlo continuamente
perché siano molti a diventare figli e perché il progetto del Padre che «ha
tanto amato il mondo fino a dare per esso il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16) si
compia gloriosamente.
Maria
diventa madre della Chiesa attraverso la sua maternità divina che non conosce
fine, perché il corpo di Cristo deve continuamente essere generato e
vivificato. Questa è la redenzione.
Nella
logica e nel dinamismo del progetto di Dio, la Madonna non resta fuori di
questo mistero. Maria c'è dentro come una profezia, perché anche lei è
salvata, anche lei è redenta. C'è dentro perché madre del Redentore.
È
chiaro dunque che la presenza di Maria nella Chiesa è proprio la presenza della
madre e paradossalmente di una madre che Dio ha reso primogenita della stessa
Chiesa.
Il
suo essere figlia e madre, generata e generatrice all'interno dello stesso
mistero, è sostanza della sua esclusiva e profonda identità.
Non
possiamo pensare a Maria prescindendo dalla Chiesa come non possiamo parlare
della Chiesa prescindendo da Maria. Ci sono delle reciprocità, delle
ambivalenze misteriose fra queste due realtà, che sono la ricchezza della
nostra fede e il tesoro della nostra esperienza di cristiani.
È
per questo che conoscere Maria, avere una fede adeguata nel suo mistero, è
sempre impegno fondamentale per un cristiano. Maria ci conduce a Cristo, ci
introduce al Signore. Non è lei che ce lo rivela, ma è lei che ce lo presenta,
che ce lo offre, che ci precede nel realizzare quel rapporto redentivo con il
Verbo incarnato che è nel pensiero di Dio la ragione di tutto.
Allora
eccoci coinvolti in una misteriosa fecondità, dove convengono la Trinità con
le sue manifestazioni ineffabilmente grandi, l'uomo attraverso questa
primogenita che è Maria, e dove interviene la Chiesa come sacramento del
tutto, come colei che, seguendo Maria e contemplandola, diventa segno e
strumento di un dono continuo per il quale tutti noi siamo figli. Ed essendo
figli siamo fratelli, ed essendo fratelli siamo famiglia, ed essendo famiglia
siamo comunione, ed essendo comunione siamo radicati nella Trinità dalla
quale tutto proviene.
Dunque
Maria è madre della Chiesa. Noi possiamo percepire questa maternità a due
livelli. Uno visibile, storico, incarnato, e uno nella vita della Chiesa:
nella storia della Chiesa, è facile constatare la presenza della Madonna.
La
troviamo ai piedi della croce, dove dal cuore trafitto del figlio suo, la
Chiesa nasce; la troviamo ancora nel Cenacolo, dove nell'effusione dello Spirito
la Chiesa si fa adulta, diventa capace, senza perdere tempo, di assolvere la sua
missione di collaboratrice sacramentale della redenzione, diventando corpo di
Cristo.
Se
Maria è in cammino, la Chiesa non può non essere in cammino con lei. Essa la
precede e quindi arriva prima. L'assunzione della Vergine ci dice che la
Madonna è arrivata per prima a fianco del figlio suo.
Allora
la Chiesa è già in cielo, prima di tutto perché il suo capo è in cielo e poi
perché là è la sua primogenita. Ma mentre la pensiamo e la crediamo gloriosa
in cielo, dobbiamo constatare come nella storia della Chiesa la presenza di
Maria sia una presenza indefettibile. E quante manifestazioni raccoglie e in
quanti modi si esprime, in Oriente e in Occidente, per orbem terrarum!
In
Papa, riflettendo sulla Chiesa diffusa tra tutte le genti, in mezzo a tutti i
popoli, nota come questa diffusione sia sponsorizzata dalla presenza di Maria. E
quando, un po' per l'insipienza degli uomini e un po' per le complicazioni
culturali della vita, in certe regioni dei nostri vecchi continenti si
affievolisce il senso della Madonna, esplodono le giovani Chiese, con questa
percezione di Maria nella vita della Chiesa.
La
crescita della conoscenza del mistero di Maria, il progressivo approfondimento
della fede che la riguarda è un'altra caratteristica della vita della Chiesa.
A
parte le definizioni dogmatiche, da Efeso al Vaticano I, gli insegnamenti
solenni e anche infallibili, come il dogma dell'assunzione, c'è nella Chiesa
come un fermentare del senso della presenza di Maria e un continuo far luce
sul significato e la portata di questa presenza.
Ma
se vogliamo dare alla storia della Chiesa una connotazione meno generica e ci
rifacciamo piuttosto ad esperienze trascendenti di grazia e di verità,
dobbiamo prendere atto di qualcosa di molto significativo, e cioè che la
presenza di Maria è scandita da momenti importanti della vita della Chiesa.
Prendiamo,
ad esempio, la vita liturgica e cultuale. È facile constatare che in questa
dimensione così importante della Chiesa che vive, la Madonna è presente.
L'anno liturgico è un continuo fare memoria e celebrare la persona di Maria
nei misteri che la legano a Cristo e alla sua missione.
Non
si tratta di un fatto devozionale. La presenza di Maria nella liturgia è
consostanziale alla presenza di Cristo, attinge alla dimensione della fede e
della grazia.
La
Madonna è presente nella vita della Chiesa nella misura che la Chiesa rende
testimonianza a Gesù Cristo, annunciandolo, generandogli figli e fratelli, in
sostanza portando avanti la redenzione.
La
Chiesa è viva e vivificante per il ministero della grazia, è il sacramentum
gratiae per eccellenza, ma in questo suo essere generatrice di grazia per il
popolo di Dio, la Madonna è presente. La grazia di Cristo capo non è mai
separata dalla presenza di Maria e questo costituisce una delle dimensioni più
profonde e preziose della sua maternità. Per questo è madre, e chiunque sia
raggiunto dalla grazia di Cristo, per ciò stesso è figlio di Maria.
Questo
la liturgia lo scandisce, l'anno liturgico lo ritma e di qui deriva lo speciale
culto mariano che caratterizza la vita della Chiesa. Questo culto non fa
concorrenza al culto di Dio, ma aiuta a capire e a conoscere il Padre, il Figlio
e lo Spirito Santo, aiuta tutti ad essere più profondamente figli e fratelli,
e quindi ad essere più compiutamente Chiesa.
Comprendendo
questo, siamo in grado di spiegare, in maniera meno superficiale e
approssimativa, tutta la dimensione mariana della vita della Chiesa di cui
avremo ancora occasione di parlare, ma di cui abbiamo voluto con questa
meditazione mettere il fondamento.
Questo
viene dal Signore, e a noi incombe la responsabilità di rispettare ciò che
il Signore ha fatto e, conoscendolo, di viverlo e dargli quello spazio che è
previsto nel progetto di Dio.
Quindi
questo essere madre della Chiesa che noi attribuiamo alla Madonna non è un
mero fatto devozionale. Darà anche origine a caratteristiche della nostra
devozione, ma prima è realtà misteriosa che il Signore ha mirabilmente
compiuto. A Efeso, mentre si proclama Maria Madre di Dio, ci si rendeva conto di
rendere nello stesso momento gloria alla Trinità.
Non
è un trapasso arbitrario, è recepire il mistero di Dio nella ricchezza
inesauribile dei suoi doni, delle sue rivelazioni e delle sue grazie.
Comprendiamo
allora perché la Chiesa si sia appropriata in modo costante e tenace quel
Magnificat che non è soltanto l'inno di una creatura che vede compiersi in sé
grandi cose, ma è anche l'inno della Chiesa che vede compiute in sé le stesse
grandi cose che in Maria hanno avuto il primo compimento e anche la prima
profetica consumazione escatologica.
Abbiamo
visto come la Madonna sia a un tempo figlia e madre della Chiesa e come questa
maternità sia radicata nel suo essere madre del Verbo incarnato, redentore
del mondo. Di conseguenza, non può non essere anche madre della redenzione, e
questo crescere del corpo del Signore, che è la Chiesa, è anche affidato
alla sua maternità, perché come la Madonna ha generato e cresciuto il corpo
del Verbo incarnato, così porti avanti la crescita di coloro che di quel
corpo sono le membra.
Maria
dunque è presente in questo divenire del corpo del Signore in una maniera
essenzialmente materna. Ma cosa significa concretamente questa maternità che la
Madonna esercita nei confronti della Chiesa?
A
questo punto credo sia necessario recepire a fondo l'insegnamento del Papa nella
sua enciclica, un insegnamento che è in piena consonanza col magistero
permanente della Chiesa.
Il
Papa chiama la Madonna mediatrice, ma mediatrice materna.
Cristo,
unico mediatore, è mediatore attraverso la redenzione, perché è lui che
paga il prezzo del riscatto, perché è lui che merita il perdono di Dio ed è
lui che rende fecondo il dono dello Spirito per generare figli di Dio. Questa
mediazione redentrice è esclusiva di Gesù.
Ma
al suo fianco c'è la mediazione materna di Maria, perché rimane sempre vero
che il legame di maternità fra Maria e Cristo non esiste solo per l'evento
storico dell'incarnazione, ma anche per l'evento misterioso del suo essere
coinvolta nel divenire della redenzione.
Questo
legame di maternità dà titolo alla Madonna per una mediazione che non
sostituisce quella di Cristo, ma che la illumina, la proclama, la rende
particolarmente misericordiosa e gloriosa. Mediazione materna, quindi, ricevuta
ai piedi della croce.
Alcuni
episodi evangelici ci dicono che l'essere maternamente mediatrice caratterizza
il mistero anche storico della Madonna. Gesù intercede presso il Padre e Maria
intercede presso il figlio suo.
«Non
hanno più vino» (Gv 2,3), dirà Maria a Cana. È un atto di mediazione
materna. Gesù non mancherà di rimettere la Madonna al suo posto, perché: «Non
è ancora la mia ora» (Gv 2,4), perché i tempi di Dio sono di Dio e non di
Maria. Richiamata questa verità che la Madonna ha capito al volo, tutto va a
posto e Maria continua col dire: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Rientra
nell'obbedienza della fede, però continua ad essere la madre che domanda e
intercede.
Questa
mediazione di intercessione è propria di Maria, e nel Cenacolo la sua sarà una
muta presenza di intercessione nell'attesa dello Spirito Santo.
Nell'economia
della salvezza l'effusione della grazia è spesso segnata dalla presenza della
Madonna e dall'efficacia di questa presenza.
Quando
chiamiamo Maria «Madre della divina grazia» intendiamo dire che la sua
maternità, come è stata veicolo di incarnazione e di redenzione, così diventa
Veicolo di grazia.
La
grazia è da Dio solo, Cristo ne è mediatore; ma lo è nella condizione di
un'incarnazione avvenuta per la maternità di Maria, cosicché il rapporto tra
la grazia effusa come redenzione e la Madonna è ancora una volta un rapporto
di maternità.
La
grazia di cui Maria è piena è quella che Cristo ha meritato per tutti, è
quella per cui tutti siamo vivi della vita di Dio e in questo essere graziati c'è
una presenza di maternità che è quella della Madonna, che non dà origine
alla grazia, ma ne distribuisce nella fecondità materna il dono e la
ricchezza nella Chiesa.
La
maternità intesa in questo senso è la qualità più determinante e più
rigorosamente precisa della mediazione di Maria, essendo così disposto da Dio e
ratificato da Cristo.
Nella
luce che il concilio Vaticano II ha gettato sul mistero della Chiesa come
sacramento di salvezza e quindi di vita di grazia, di divina figliolanza, anche
la mediazione di Maria si è chiarita e questo è giusto non dimenticarlo.
La mediazione materna della Madonna non deriva quindi dalle esperienze
personali del credente, ma dall'esperienza e dalla missione della Chiesa,
sacramento di Cristo.
La
mediazione materna di Maria rispetta ciò che Dio ha voluto fare con
l'incarnazione del suo Figlio attraverso la maternità di una donna.
A
questo punto mi sembra necessario sottolineare un fatto storico della vita della
Chiesa che non è né si può considerare occasionale e contingente, ma è
rivelatore di un mistero e di una grande verità.
Noi
chiamiamo la Madonna «Madre della divina grazia»; il popolo di Dio la chiama
«Madre di tutte le grazie». C'è un aspetto della presenza della Madonna nella
vita della Chiesa che è prodigioso, nel senso proprio della parola. Sono i
miracoli, le grazie prodigiose ottenute attraverso l'intercessione di Maria,
che costellano la vita della Chiesa.
È
un fatto luminosamente constatabile attraverso i secoli che Maria nella Chiesa
distribuisce grazie, fa miracoli e prodigi, ascolta suppliche in maniera
taumaturgica, rivelatrice della sua maternità e della sua missione presso il
Figlio, della sua presenza nella Chiesa.
Questo
fatto credo che vada preso in considerazione per approfondire la teologia della
Madonna e il problema del suo culto, di cui parleremo.
Le
grazie della Madonna hanno una caratteristica che le apparenta ai prodigi di Gesù.
Anche Gesù in questo mondo faceva grazie: sanava i malati, confortava gli afflitti,
risuscitava i morti, moltiplicava il pane. Il Vangelo, tutta questa
sottolineatura prodigiosa, la fa per illuminare una qualità della redenzione,
che è anche una liberazione, una guarigione da tutte quelle infermità,
ferite e sofferenze che il peccato ha introdotto nel mondo.
Tutto
questo fermentare della grazia del Signore come redenzione restauratrice - i
miracoli sono questo: gesti di restaurazione operati da Dio onnipotente -,
diventa anche un segno dell'autenticità della Chiesa e della sua missione. Non
dimentichiamo che i discepoli hanno fatto prodigi, perché la dimensione
prodigiosa della redenzione aveva la funzione di segno, di testimonianza e di
autenticazione.
La
Madonna entra in questa logica e in questo dinamismo della grazia. Quando
entriamo in un santuario e vediamo tutta quella esposizione di ex voto,
dovremmo riflettere che allora è proprio vero che la Madonna è madre di
tutte le grazie, è proprio vero che la Madonna fa grazie, è proprio vero che
la redenzione del Signore, anche per quello che è l'aspetto restauratore della
realtà terrena e umana, è una redenzione che continua a diffondersi e a
realizzarsi. È proprio vero che attraverso queste grazie la redenzione
dell'umanità cammina verso il compimento escatologico che sarà il miracolo dei
miracoli.
Questa
mediazione materna di Maria ha quindi dei contenuti molto sostanziosi, però
dobbiamo notare che tutta la logica della redenzione e della salvezza nel
progetto di Dio rimane sempre affidata alla presenza di un atteggiamento
insostituibile: quello della fede.
Tutto
comincia con la fede della Madonna, tutto continua e arriva a compimento
attraverso questa fede che noi siamo chiamati a condividere, perché Maria è
nostra sorella e madre e mediatrice.
A
questo punto vorrei fare un'osservazione che esprimo con una domanda. E se fosse
vero che tante difficoltà della nostra vita spirituale e ascetica, nella
nostra vita consacrata e apostolica, hanno origine da una certa miopia, da una
certa nebbia che ci avvolge quando si tratta di Maria?
La
Madonna dà splendore al mistero di Cristo, illimpidisce fino allo sfolgorio
del sole questo mistero. La Madonna, semplice creatura come noi, è stata resa
dalla Trinità presente nella storia dell'incarnazione e della redenzione,
non certo per essere diaframma, ma per diventare specchio e luce.
L'umiltà
di Maria, la sua silenziosa adorazione, la sua fede che non domanda perché, il
suo servizio che non domanda spiegazioni e la sua maternità che non chiede
gratificazioni, ci spiegheranno tante cose e potranno ridare slancio ed
entusiasmo e speranza e fervore a questa nostra vita consacrata che ne ha un
grande bisogno in un mondo come il nostro, nel quale tante volte noi religiosi
andiamo ad ingrossare la legione della gente in crisi e non quella della gente
beata, che pur dovremmo essere.
Dopo
aver meditato sul significato e la presenza di Maria nel mistero di Cristo e
della Chiesa, diventa abbastanza logico fermarsi un momento a meditare sul culto
della Madonna.
Il
Concilio ci ha ripetuto con particolare insistenza che «lex orandi, lex
credendi»: la preghiera della Chiesa è legata alla sua fede, e la sua fede
è legata alla sua preghiera.
È
forse giusto che noi, disponendoci a parlare del culto della Madonna, cominciamo
proprio con l'osservare che il culto del Signore (che è qualcosa di più di un
semplice atteggiamento di preghiera) è costitutivo ed espressivo della vita e
della missione della Chiesa, dell'impegno del popolo di Dio.
In
questo culto la Chiesa esprime se stessa, vive e realizza ad un tempo i suoi
rapporti con il Signore e con la sua missione.
Cristo
è l'adoratore del Padre, e la Chiesa è associata a lui in questa adorazione,
in questa glorificazione di Dio. Ma, nello stesso tempo, la Chiesa con il suo
culto realizza se stessa e compie i gesti più alti della sua missione sacramentale
di cooperatrice della redenzione, di sacramento della salvezza. Ciò è vero
soprattutto nella celebrazione eucaristica che è, come ci ha ricordato il
Concilio, il culmine e la fonte del culto cristiano, la sacramentale e vivificante
memoria di Gesù, l'adoratore del Padre e il salvatore del mondo.
Ora,
non possiamo fare a meno di osservare che ogni volta che la Chiesa vive il
culto, cioè diventa orante adoratrice di Dio, in questo atteggiamento
cultuale essa associa sempre, in un modo o nell'altro, la Madonna.
Il
culto della Madonna è non soltanto giustificato, ma necessario e
insostituibile. Perché Maria nella nostra vita non ce l'abbiamo messa noi, ma
il Signore.
È
per iniziativa di Dio che la Madonna entra nel tessuto della nostra fede. La
vita eterna è credere in Gesù Cristo, ma come si può credere in lui
trascurando il fatto che, questo Signore benedetto, lo dobbiamo a Maria che per
prima è raggiunta dalla salvezza di Cristo?
Si
può credere prescindendo dal fatto che Gesù associa alla sua opera di
Redentore sua madre rendendola anche madre nostra? Maria non è soltanto
pellegrina della fede con noi, ma è anche oggetto della nostra fede, e noi faremmo
naufragio nel nostro rapporto salvifico con Dio se non credessimo questo.
Ecco
allora che entriamo nella dimensione cultuale, in quella realtà così
caratteristica nella vita del credente per cui onorare Dio ed essere coinvolti
nella sua gloria è una delle istanze della fede.
La
Chiesa ha fatto da sempre di Maria un punto di riferimento specialissimo del
suo onorare Dio attraverso il culto. Man mano che la Chiesa diventa una comunità
che prega, che adora, che contempla, che dà lode, che ringrazia, cresce la
consapevolezza e l'attenzione alla presenza di Maria.
La
Chiesa nel suo culto a Dio associa Maria non con la clamorosità dei gesti, ma
con la fedeltà alla memoria del mistero. Non separa mai Gesù da Maria e mai
Maria da Gesù e nel fare questo sa di glorificare il Padre e di esprimere se
stessa.
È
nel culto che il rapporto Chiesa-Maria viene vissuto, esplicitato, proclamato e
illustrato. Questo dice come Maria sia fedele alla Chiesa e come la Chiesa sia
fedele a Maria,
e
questa reciprocità di identificazione nell'adorare il Signore è già per noi
qualcosa di più che un semplice invito a pregare. E il richiamo a una
responsabilità, a una «vocazione».
Il
ricordo di Maria, che è sempre esplicitamente ríchiamato dalla Chiesa nel
vivere il momento cultuale, è per noi un riconoscimento della Madonna, una
confessione del suo mistero, ma è anche un itinerario per approfondire i
misteri della salvezza nei quali Maria è coinvolta.
Abbiamo
qui un sostanzioso nutrimento per la nostra fede, per la nostra speranza e per
la nostra carità ed è giusto non dimenticarlo.
Oltre
a questo fatto fondamentale della convocazione di Maria da parte della Chiesa
che prega e che rende al suo Signore l'onore, la gloria e l'adorazione che gli
deve, c'è la sottolineatura cultuale esplicita della presenza della Madonna
nella rivelazione, nella proclamazione e nella realizzazione dei misteri di
Dio.
Dal
calendario liturgico emerge questa presenza di Maria nei grandi avvenimenti
della salvezza, nell'incarnazione, passione e morte, Pentecoste e tutte queste
presenze della Vergine sono espresse nelle grandi solennità mariane.
Questo
esplicito e celebrativo riconoscimento della Madonna che la Chiesa fa quando
crede e quando vive, mi pare abbia un significato particolarmente importante per
la nostra vita di credenti.
Anche
noi siamo invitati dalla Chiesa ad associarci a questa presenza di Maria, a
viverla, a celebrarla.
Le
grandi feste liturgiche della Madonna, non dobbiamo metterle semplicemente fra
le devozioni - se per devozione intendiamo soltanto ciò che gli uomini, per
conto loro, aggiungono come sovrabbondanza espressiva -. Le grandi feste della
Madonna sono invece riconoscimento e celebrazione di ciò che ha fatto il
Signore e di ciò che la Madonna, obbedendo al Signore, ha fatto.
Mi
pare che si possa constatare in molti cristiani una certa caduta di senso a
riguardo della dimensione celebrativa delle feste mariane, e questo non è un
buon segno né per l'autenticità della nostra fede né per la nostra coerenza
di credenti e di discepoli del Signore.
Tutta
quella costellazione di feste mariane che sono inserite nell'anno liturgico,
sia in dimensione di Chiesa universale che di Chiesa locale, sono sostanza di
una Chiesa che vive.
Questo
ci interpella, dal momento che della liturgia non siamo chiamati ad essere
spettatori, ma il suo palpito e la sua vita. La liturgia siamo noi, nel nostro
camminare verso Dio, nel nostro conoscerlo e anche nel nostro goderlo, perché
il momento eucaristico, di cui la liturgia ci fa continuamente dono, è
anticipazione del cielo.
Perciò
il culto della Madonna deve essere una delle nostre coerenze di credenti,
nell'accogliere, nel rispettare e nel vivere ciò che il Signore ha fatto e fa.
Ma
è così? Forse a volte corriamo il rischio che per noi il culto di Maria
diventi l'espressione di iniziative personali, di sensibilità soggettive.
Occorre
invece viverlo sentendoci Chiesa che onora Dio e rende testimonianza a ciò che
il Signore ha fatto ed è fedele a ciò che il Signore vuole. Il culto di Maria
è veicolo di ecclesialità, con esso si diventa sempre più Chiesa perché ci
si apre alla maternità di Maria e alla salvezza di Cristo.
Direi
che abbiamo bisogno di rendere la fede sempre meno ciò che facciamo e sappiamo
noi e sempre più ciò che Dio fa in noi, come persone e come credenti.
Che
profondità di respiro deve quindi raggiungere nella nostra vita personale e
comunitaria la presenza e il culto della Madonna!
A
questo culto, che condividiamo con tutto il popolo di Dio, noi dobbiamo
aggiungere tutte le illuminazioni, le grazie e i carismi che, attraverso le
esperienze della vita religiosa, esplicitano per la Chiesa intera la comprensione
del mistero della Madonna.
Quante
penetrazioni di questo mistero dobbiamo ai santi!, e la connotazione di
marianità che caratterizza un po' tutte le famiglie religiose è una
testimonianza della loro ecclesialità.
Più
si diventa Chiesa e più si diventa mariani, più si diventa credenti e più ci
si rende conto che Cristo ha voluto per noi essere con lei redentore e
salvatore.
La
solenne proclamazione di Maria quale Madre di Dio fatta dal concilio di Efeso è
stata la prima manifestazione della coscienza della Chiesa che sente Maria
indivisibile da Cristo, una presa di coscienza che l'ha fatta maturare come
madre in una maniera veramente gloriosa.
L'ultima
e infallibile comprensione di fede intorno alla Madonna è il dogma
dell'Assunzione, e non è senza significato che esso abbia trovato la sua
solenne esplicitazione e proclamazione nel nostro tempo. Un tempo che fa della
terra il paradiso, una civiltà che fa del mondo il tutto dell'uomo, una cultura
che sorride quando sente parlare di eternità, un uomo talmente appesantito
dal suo essere secolare, cioè del tempo, che è incapace di vedere che la
realtà delle cose visibili è segno di quelle invisibili.
L'assunzione
della Madonna è un segno che ci dice come la vicenda della nostra fede non ci
separa dalle situazioni concrete, non ci isola dal mondo, non ci disincarna,
ma è una vicenda che ci aiuta a penetrare fino in fondo il senso della
creazione e quindi del Creatore e della sua gloria.
Ma
possiamo fare un'ulteriore riflessione. Nel culto della Chiesa i misteri di
Cristo vengono continuamente sottolineati anche dalla presenza di Maria.
Il
mistero del Natale è l'incarnazione del Verbo è la natività di Gesù, ma è
anche il mistero della maternità di Maria. La passione e la morte del Signore
è, certo, mistero redentore che consuma la missione ricevuta dal Padre, per
la salvezza del mondo, ma è anche il mistero di Maria ai piedi della croce,
coinvolta in questa oblazione redentrice e costituita madre della Chiesa.
Il
culto della Madonna così intimamente legato al culto di Cristo e al culto che
Cristo rende al Padre, è un itinerario spirituale di vita cristiana che non
possiamo rendere episodico o collaterale nella nostra esperienza, ma che
dobbiamo portare avanti, lasciandoci provocare dalla sua grazia e dalla sua luce
e lasciandoci convertire dalla sua ricca effusione.
Culto
cristiano, culto mariano: un'unica realtà
Oltre
le grandi celebrazioni mariane che fanno riferimento ai misteri, nel culto
della Chiesa ci sono anche tante altre festività legate non tanto a misteri
immediatamente contemplati, quanto a grazie di misericordia e di bontà che la
Madonna, nella vita della Chiesa, ha manifestato, ha particolarmente illustrato
e rinnovato.
Ora,
che la Chiesa assuma nella sua liturgia tutta una serie di titoli mariani non
direttamente misterici, ma umani, tale assunzione nel culto della Chiesa di
tutta questa densità mariana di presenza, di intercessione e di grazia, ci
dice, ancora una volta, la solidarietà della Chiesa con Maria, e questo è uno
spessore di incarnazione, di storia vissuta, al quale dobbiamo restare fedeli
nella nostra vita di cristiani e di credenti.
Il
culto mariano non si mette accanto al culto di Cristo, ne è invece un momento
indivisibile, è la conseguenza dell'avere Dio unito nell'incarnazione la
madre al Figlio suo. E questo mistero continua. Si tratta di un culto solo e
per questo bisogna continuamente richiamare alla nostra consapevolezza
spirituale che il culto mariano tende essenzialmente a glorificare Dio, a
celebrare le sue misericordie e a cantare la sua gloria.
Con
Maria noi entriamo nella ricchezza del mistero adorando, glorificando,
benedicendo sempre lo stesso Signore, perché il destinatario del culto è Dio
solo. È anche nel culto che la Madonna è Madre, è anche attraverso il culto
della Chiesa che la Madonna ci conduce a Cristo, ce lo rivela, ci aiuta ad
amarlo e ad essergli fedeli.
Nessun
santo ha mai avuto il pensiero di far concor-
renza
alla Trinità onorando Maria. I santi hanno sempre capito che, onorando Maria,
glorificavano colui che in lei era stato meraviglioso e grande. Siamo noi i
notai della verità e tante volte ci facciamo prendere da farisaici scrupoli
perché non abbiamo abbastanza umiltà per accettare l'umiltà di Cristo che,
proprio nella dimensione profondamente umana dell'incarnazione, ha realizzato
il suo immedesimarsi con l'uomo, condividendone la vita e l'esperienza.
E
allora, questo culto della Madonna, mettiamolo pure tra le cose che ci
identificano, tra le realtà che ci fanno cristiani e ci permettono di vivere
come tali, rendendo storia la gloria di Dio e la salvezza del mondo.
Anche
perché non possiamo dimenticare che il culto della Chiesa ha una sua
dimensione sacramentale che lo collega direttamente alla confessione della
fede e alla distribuzione della grazia.
In
questa prospettiva non è allora indebito un accostamento di Maria
all'Eucaristia. Il Corpo del Signore, che nell'Eucaristia viene celebrato come
memoria e distribuito come pane di vita, è il corpo di Gesù che la Madonna
ha generato, trasfigurato nella risurrezione, ma pure lo stesso corpo.
La
caratteristica sacramentale del culto della Chiesa garantisce una misteriosa
fecondità all'attenzione che diamo, come persone e comunità credenti, alla
presenza di Maria nella vita della Chiesa, nella storia del popolo di Dio e
nella salvezza di ogni uomo.
Sono
cose belle, profondamente vere e che non si finisce mai di contemplare, di
pregare, di meditare nella fede. Forse ci pensiamo poco e questo ci accusa un
po', ma nello stesso tempo sappiamo che questa madre di misericordia ci scusa
nella misura che noi ci accusiamo, nella misura che siamo convinti di non
essere abbastanza fedeli al suo figliolo e alla sua ineffabile ed inesauribile
maternità.
Meditando
sul culto della Madonna, abbiamo potuto osservare come la Madonna non abbandona
la Chiesa e la Chiesa non abbandona la Madonna, nel suo camminare verso Cristo
e, per Cristo, verso Dio.
Questo
vuol dire che la presenza di Maria nel culto della Chiesa non è un artificio
affidato soltanto alle nostre inventive, alle nostre fantasie ed emozioni, ma
è qualcosa di più profondo e di più essenziale per l'esperienza e la
concretezza della vita cristiana.
Ma
oltre questa dimensione cultuale, oggettiva, sostanziata nell'identità della
Chiesa, c'è anche una dimensione più umana, più decisamente creaturale, più
immediata, legata all'uomo e quindi al suo modo di sentire, di conoscere, di
godere, il suo modo insomma di partecipare, nella concretezza delle vicende
umane, alle cose belle e grandi che il Signore fa e che il Signore dona.
È
in questa prospettiva che dobbiamo parlare - perché riflette una realtà
storica inoppugnabile - della devozione e delle devozioni a Maria, cioè di
quel culto dato alla Madonna al di fuori della dimensione più formalmente
liturgica ed ecclesiale, ma al di dentro dell'esperienza della vita
quotidiana.
Troppe
volte per devozione intendiamo qualcosa di seconda categoria, adatta a gente
che va all'ingrosso, che non è profonda e sapiente. Tutto ciò è riduttivo.
La
devotio dice, proprio etimologicamente, la dedizione del cuore e della vita alla
Vergine, in un rapporto che, prima di diventare ecclesiale, deve essere
profondamente personale, perché la Chiesa non è fatta di cose, ma di persone
vive.
È
chiaro allora che la devozione alla Madonna non è un accessorio del culto, ma
ne è un momento di incarnazione; evidentemente non eterno, non perenne,
mutevole come tutte le dimensioni di incarnazione, che ha la possibilità e
perciò l'esigenza di moltiplicarsi nei gesti espressivi.
Il
rischio è che la ricchezza della devozione si esteriorizzi troppo, finendo
col privilegiare i gesti nei confronti del mistero. Ma noi dobbiamo ricuperare
la dimensione interiore della devozione a Maria, perché in essa, quando è
vissuta bene, c'è sempre una sostanza di fede che è in gioco.
Se
andiamo ad analizzare il contenuto di queste devozioni ci accorgiamo che esse
sono espressive di atteggiamenti umani assai convenienti. Sono i sentimenti di
pietà filiale, di riconoscenza di fiducia che ci muovono verso la Vergine,
che è nostra madre, che è associata a Cristo nostro Salvatore, che è
primogenita della redenzione e della Chiesa.
Le
devozioni sono la risposta umana a cose sovrumane e spesso diventano anche
veicolo di profonde esperienze interiori di comunione con la Madonna, di
comprensione del suo mistero, di contemplazione della sua gloria.
La
devozione della Madonna, nella moltitudine delle forme espressive, non si
frantuma ma si moltiplica, e questo fa parte della vita cristiana. Noi non
dobbiamo, a proposito della devozione e delle devozioni alla Madonna, diventare
così critici, così diffidenti, così superiori da essere capaci solo di
compatire con sufficienza chi, secondo noi, è ancora a quel punto. Dovremmo
piuttosto fare un esame di coscienza proprio sui nostri atteggiamenti devozionali,
che molte volte sono compromessi dalla superbia della mente e dall'aridità del
cuore, che, mentre ci fa vergognare di intenerirci dinanzi a nostra madre, non
glorifica Dio e non onora l'uomo.
Le
devozioni, che nascono da sentimenti umani così fondamentali come la fiducia,
la gratitudine, l'ammirazione, si esprimono in modi concreti di preghiera a
Maria. Se nel momento cultuale della preghiera liturgica noi preghiamo con
Cristo e con Maria, nella devozione noi preghiamo Maria, ci rivolgiamo a lei.
Quante
siano le preghiere fatte nel corso dei secoli alla Madonna, Dio solo lo sa. Io
vorrei qui fermarmi su alcune formule di preghiera mariana che sono nella
grande tradizione della Chiesa.
La
prima, ovviamente, è il Rosario, questa preghiera nella quale l'intima
comunione tra Cristo e sua Madre viene commemorata e celebrata proprio in
riferimento ai misteri. È una preghiera nella quale il mistero di Maria viene
ricordato incessantemente nella serie delle «Ave Maria», e dove poi tutto
viene raccolto nell'eterno mistero della Trinità.
È
una costruzione mirabile, questa preghiera che, in sintesi, ci fa rivivere le
tappe della fede, ci fa riflettere che siamo in cammino, ci fa pensare alla vita
eterna. E quanto onori Maria e quanto sia grata Maria per questa preghiera
è facile immaginarlo.
Vorrei
però segnalare, come un pericolo, certe tendenze a compendiare il Rosario -
un'Ave Maria per decina -, tanto, si dice, la Madonna capisce e sa benissimo che
non abbiamo tempo.
Ma
siamo noi che non capiamo. Il nostro entrare in comunione con la Vergine e,
attraverso lei, con Cristo e, attraverso Cristo, con Dio è ciò che viene
compromesso dalle nostre frette di oranti sempre in tensione.
Il
ritmo contemplativo del Rosario deve essere salvaguardato e specialmente in
una vita consacrata il Rosario deve essere un momento particolarmente curato e
custodito nel proprio itinerario di fede, di speranza e di carità.
Ma
c'è anche un'altra preghiera che dovrebbe trovarci più attenti, non soltanto
con una fedeltà materiale, ma con una valorizzazione più adeguata e più
degna: è la preghiera dell'Angelus Domini, richiamo quotidiano all'incarnazione
del Verbo, che costituisce la pienezza dei tempi.
Che
questa pienezza dei tempi venga sottolineata dall'Angelus Domini, recitato tre
volte al giorno, a me pare che sia uno dei mezzi più efficaci per santificare
il tempo, per dare al tempo la sua dimensione autentica di spazio di Dio, di
tempo della salvezza, di itinerario verso la patria e anche di preludio
all'eternità.
Dovremmo
valorizzarlo di più, l'Angelus, soprattutto per questo raccordo così
esplicito tra il tempo e la redenzione. Che il nostro tempo abbia bisogno di
redenzione, che il nostro tempo sia una dimensione nella quale rimaniamo
talvolta prigionieri, distratti, sconfitti è un'esperienza che facciamo ogni
giorno. In questo tempo che scandisce la nostra vita si inserisce il mistero
dell'incarnazione che, nel tempo, è fecondo di redenzione e di salvezza.
È
contemplativa questa preghiera, per la sua sobrietà, la sua rapidità e anche
per la sua concitazione spirituale. Chi l'ha inventata è stato guidato da una
grande sapienza spirituale e da una preziosissima intuizione di grazia.
Una
volta l'Angelus Domini era anche il momento nel quale si ricomponeva la comunità,
nel quale le pecore disperse del gregge ritrovavano la strada della comunione
nella casa paterna e materna e ritrovavano li la dimensione della fede e
dell'esperienza cristiana.
Oggi
la vita è diventata più complicata. A ragionare giusto, si dovrebbe dire che
proprio per questo bisognerebbe salvarla, non abbandonando questa preghiera,
ma aggrappandosi ad essa con maggiore fedeltà. E chi può capire, capisca.
La
tradizione della Chiesa ci indica anche un'altra preghiera mariana che, per un
complesso di circostanze, è andata decisamente in disuso ed è la preghiera
litanica.
Nella
tradizione orientale della devozione alla Madonna - ed è in quel clima che le
litanie sono nate - la preghiera litanica, cioè la preghiera cadenzata e
ripetitiva su determinati ritmi melodici e su determinate scansioni letterarie
e idiomatiche, ha sempre avuto una grande importanza. Penso, per esempio, a
quel famoso inno della Chiesa orientale, l'Ackthistos, che trascina davvero in
un altro mondo. Ci si trova in cielo, davanti alla Trinità, al Cristo glorioso
e alla sua madre benedetta; si capisce meglio, con più profonda partecipazione,
la ricchezza dei misteri in cui crediamo e che intendiamo celebrare.
Non
voglio certo dire che quella delle litanie sia una devozione imprescindibile,
ma specialmente nelle comunità religiose la valorizzazione di questa preghiera
tradizionale mi pare che potrebbe portare tanto frutto spirituale, perché
rasserena, letifica, ci fa rasentare con semplicità quell'esperienza
dell'inesprimibile che, di fronte al mistero di Maria, ha tanti motivi di essere
scoperta e assaporata.
Tutte
queste devozioni dovrebbero, però, portarci e aiutarci ad esprimere poi in
modo più personale i nostri sentimenti nei confronti di Maria; a non essere
solo consumatori della preghiera degli altri, ma a diventare capaci di pregare
noi, con parole nostre. E quando la devozione matura in vera preghiera, porta
sempre il suo frutto, perché glorifica Dio e mette noi in una maggiore
ricchezza di fede, di speranza e di carità.
A
questo punto vorrei ancora parlare di un altro aspetto della devozione alla
Madonna che nella storia della Chiesa ha un suo significato particolare e
anche le sue significative vicende. Mi riferisco alle immagini della Madonna.
Avere
in casa l'immagine della Madonna, portare con sé l'immagine della Madonna,
esporre alla venerazione del popolo di Dio l'immagine di Maria, è stato ed è
un fenomeno di testimonianza e di identificazione cristiana quanto mai
significativo. Un fenomeno che dobbiamo fare oggetto di riflessione in modo
particolare oggi, che stiamo vivendo un'epoca culturale nella quale l'immagine
è diventata realtà sovrana.
Si
impoverisce il vocabolario e si moltiplicano le immagini. La gente legge poco,
ma recepisce immagini e la comunicazione attraverso l'immagíne è decisamente
molto più diffusa e generalizzata che non quella attraverso lo scritto e la
parola.
Penso
tante volte al desiderio espresso dai santi e, prima di tutto, dal salmista,
di vedere il volto di Dio: «Signore, che io veda il tuo volto. Non
nascondermi il tuo volto» (Sal 26,9). Vedere, contemplare il volto di Dio è
vivere e insieme morire.
Ebbene,
anche le immagini fanno parte della devozione alla Madonna e questo deve farci
pensare all'uso che facciamo noi delle immagini di Maria.
C'è
nelle nostre chiese la sensibilità affinché l'immagine della Madonna sia
rispettosa del mistero che richiama, sia evocativa e celebrativa?
Nelle
comunità religiose mi capita di rado di vedere delle immagini belle nel vero
senso della parola. È tutta un'immagineria commerciale. E quante surrogazioni
alla vera pietà e devozione attraverso la moltiplicazione farraginosa e
puramente commerciale delle immagini.
Lo
zelo per il culto delle immagini mi pare che possa diventare anche un'esperienza
di devozione, un segno di pietà e un impegno.
Anche
questa dimensione così umana della devozione alla Madonna, cerchiamo di viverla
con molta serietà. E non trascuriamo neppure un ultimo dettaglio.
Io
credo che, a livello di devozione personale, ci sia, ci debba essere qualcosa
che è tutto nostro, intimo e profondo, che diventa il nostro modo
confidenziale e familiare di avvicinare la Madonna, di pregarla, di onorarla,
di volerle bene.
In
tempi come i nostri in cui si moltiplicano all'infinito i «modismi», e le
sigle, come personalizziamo il nostro rapporto con Maria, come rendiamo
siglata personalmente tutta questa esperienza del mistero di Maria, che
dobbiamo contemplare, che dobbiamo approfondire e che dobbiamo soprattutto
vivere?
La
domanda, ce la dobbiamo fare e dobbiamo anche cercare di rispondere. Potremmo
anche scoprire che il nostro rapporto con la Madonna non ha ancora ispirato
questa impartecipabile e incondivisibile intimità con la nostra madre. Se
così fosse, credo che potremmo chiedere a Maria di svelarci il suo volto e il
suo cuore e di aiutarci ad entrare più profondamente nel suo mistero per
rivivere, nella nostra povertà ma nella coerenza della fede, quel rapporto tra
Maria e Gesù che noi, figli in Cristo, dobbiamo vivere.
Perché
la nostra pietà sia vivificata, la nostra fede venga irrobustita e la nostra
testimonianza alla Madonna e al figlio suo diventi più credibile, più
vibrante, più carica di sincerità e quindi più ricca di capacità
comunicativa e di partecipazione unificante.
Dopo
tutto quello che abbiamo cercato di meditare, dire che la Madonna ci vuol bene
è forse superfluo, dal momento che abbiamo visto come il suo ministero di
carità l'abbia tutta presa e consumata.
La
Madonna è stata amata da Dio e questo l'ha resa capace di amare; è entrata
nella logica di quel mistero di carità che è Dio.
Dio
è amore e ha «tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito»
(Gv 3,16), rivelandoci così la dinamica della carità come mistero che dilaga
fuori di Dio.
Ma
la Madonna ha anche amato il Signore e da questa sorgente è scaturito l'amore
che poi ha offerto a tutti gli uomini, quella pienezza di carità con la quale
ha accolto i figli che il figlio le consegna dall'alto della croce.
La
Madonna quindi ci ha amato e ci ama, ma cosa significa concretamente per noi
credere che Maria ci vuole bene con tutta la trascendenza della carità
teologale, ma anche con tutta la concretezza di un amore incarnato nell'identità
della sua natura umana?
Saperci
e sentirci amati da Maria dovrebbe diventare, se ci credessimo davvero, uno dei
momenti più incarnati del mistero della salvezza per la carità diffusa nei
nostri cuori.
A
diffondere questa carità è certo Dio attraverso lo Spirito, per il dono
inesauribile dei sacramenti di Cristo, ma è anche la maternità perenne di
Maria.
Questo
credere nell'amore che la Madonna ci porta non è indulgere al sentimentalismo,
ma è cercare di lasciarci prendere dal mistero di Dio nelle sue reali
dimensioni: il Signore, le cose, le ha fatte e le ha volute così.
D'altra
parte il sapere e il credere che la Madonna ci ama, lo sperimentare la sua
presenza, la sua attenzione, la sua materna vigilanza, fa parte del nostro
vivere cristiano e vorrei anche dire dei nostri diritti filiali.
Abbiamo
diritto di rifugiarci in questa maternità che ci avvolge; abbiamo diritto di
contare su questa consolazione dell'amore di Maria. E proprio perché è un
nostro diritto di figli, diventa anche un nostro dovere credere nell'amore di
nostra madre.
Tanti
problemi di cuore, tante aridità di sentimento, tante fermentazioni più o meno
limpide che attraversano la nostra vita di ogni giorno, troverebbero così un
fattore di trasparenza, di grazia e di pace.
Se
siamo amati da Maria, la dobbiamo amare. E qui vorrei proprio che non
considerassimo tutto questo discorso come un indulgere alla nostra povera umanità
nel suo bisogno di essere un po' vezzeggiata e un po' cullata.
La
Madonna non ama così e non desidera essere amata così.
Dovremmo
imparare da Gesù ad amare Maria. Che amore forte, coraggioso, pieno di
generosità e di distacco, libero da ogni egoismo e da ogni attaccamento, che
amore pieno di intuizioni silenziose e profonde è stato il loro!
La
Madonna e Gesù si sono capiti più con il silenzio dell'amore che con le parole
dell'amore; più con la sintonia alla volontà del Padre che con
l'armonizzazione dei loro giorni terreni, sconvolti da tante vicende.
Alla
sera della vita saremo giudicati sull'amore, come dice san Giovanni della Croce.
Sull'amore di Dio, certo, ma io dico anche su quello che avremo dato alla Madonna,
perché questi due amori sono inseparabili.
Allora
è giusto che ci preoccupiamo un po' di amare la Madonna e di come la amiamo.
Gli
amori suscitatí da una devozione deteriore non rispettano né Maria né noi.
Le piccole emozioni occasionali che dipendono dal calendario, o dal tempo o
dai nostri nervi, non sono l'amore a Maria.
Amare
Maria è desiderio di capire il suo amore per Dio, di essere accompagnati da lei
per andare davvero al Signore, per rispondere davvero con fedeltà alle sue
esigenze verso di noi.
Solo
da lei possiamo imparare ad amare Cristo, da lei che per prima lo ha amato
davvero, e allora questo non è un discorso accessorio che può far parte o meno
della nostra spiritualità.
Siamo
nella realtà dell'incarnazione, nella realtà della salvezza e della fede, e
perciò amare Maria non può essere latitante nella nostra vita.
Dopo
esserci domandati se in noi c'è questo amore alla Madonna, ci dobbiamo anche
chiedere come lo esprimiamo,- dal momento che ogni amore è originale e
irripetibile.
Come
amiamo la Madonna? Cosa possiamo dire per dare un contenuto concreto a questo «come»?
Dobbiamo
amarla mettendoci in sintonia con i suoi misteri gaudiosi, dolorosi e
gloriosi, così come la liturgia ce li presenta e ce li fa vivere; dobbiamo
amarla in una preghiera che abbia la densità vissuta e autentica di un pensarla,
di un ascoltarla, di un goderne la presenza, di un desiderarne la visione.
E
qui vorrei fare un'altra riflessione: c'è una certa reticenza a volte
nell'amare la Madonna che può forse derivare da un malinteso rapporto di
amore tra Gesù e Maria nel quale ci sarebbe spazio per una certa gelosia.
Abbiamo cioè paura di amare Maria perché Gesù potrebbe aversela a male.
Ma
è Gesù che ci porta a Maria, è Maria che ci porta a Cristo ed è proprio la
vivacità del loro reciproco amore che nutre il nostro, gli fa da viatico, lo fa
crescere.
Il
modo di amare la Madonna di cui ci dobbiamo preoccupare di più è quello di
condividere i suoi gesti di amore verso Dio e verso gli uomini. Gesti che Maria
ha pagato, che non l'hanno mandata in estasi, ma in agonia, che l'hanno
inchiodata ai piedi della croce.
L'amore
per la Madonna, vissuto e autentico, è uno dei fattori che irrobustiscono la
spiritualità e diventano itinerario di purificazione interiore.
In
Maria l'amore è davvero «forte come la morte» (Ct 8,6), e la sua verginità
è una manifestazione significativa di quanta trascendenza di umanità ci sia in
questo amore.
Noi
siamo sempre in cerca di equilibri affettivi e io credo che certe cose non le
possiamo imparare se non amando la Madonna, perché gli uomini, queste cose, non
le sanno e non le possono dire.
Ma
la Madonna le ha vissute e, nel segno e nella dimensione della carità,
dovremmo essere come figli nel farle le nostre confidenze.
Bisogna
dirgliele certe cose, bisogna starla a sentire, bisogna che la luce del suo
mistero illumini i nostri interrogativi, i nostri smarrimenti, le nostre
ombre, le nostre pesantezze spirituali.
Amando
Maria si matura meglio e si matura prima nel capire il Signore, nel servirlo e
nel goderlo.
Mi
sembra di poter dire che oggi, quando si tratta della vita interiore,
dell'incremento della virtù, del superamento dei difetti, della vittoria
sulle passioni, delle purificazioni necessarie, noi religiosi ce la prendiamo
comoda.
Questo
attutimento della sensibilità spirituale, credo che verrebbe superato da una
vita mariana più conforme al progetto di Dio, che ha messo la Madonna vicina a
noi perché ci accompagnasse, ci fosse madre e ci aiutasse a rimanere creature
umane come lei è stata e diventare figli di Dio e trasparenza della gloria del
Signore come lei è diventata e rimane.
Sarebbe
davvero un grave peccato di omissione se, parlando della Madonna,
trascurassimo di accennare all'imitazione di Maria.
Imitare
Maria è uno dei mezzi più concreti e più validi per onorare il Signore,
riconoscendo che in Maria lui ha fatto grandi cose e le ha fatte per noi.
D'altra
parte, la Chiesa ci ha tanto ripetuto, durante il Concilio, che la Madonna è la
discepola fedelissima del Signore Gesù, è la primogenita della redenzione, è
la collaboratrice del Redentore e queste sue collocazioni sono proprio quelle
che giustificano il nostro dovere e il nostro impegno di imitazione.
La
fedeltà della Madonna, prima di tutto. Abbiamo avuto già occasione di
meditarla e abbiamo potuto osservare come questa fedeltà sia stata davvero
totale e totalizzante.
San
Giovanni della Croce dice che in Maria nessun desiderio, nessun sentimento,
nessun pensiero è mai nato se non dalla mozione dello Spirito Santo. È questa
la pienezza di grazia con cui è stata salutata dall'angelo e alla quale la
Vergine è stata fedele fino in fondo.
Noi,
parlando della nostra fedeltà al Signore, non abbiamo nessuna esitazione
nell'affermare che, tutto sommato, gli siamo fedeli. Ma mettiamoci di fronte
alla Madonna, al suo comportamento concreto, storico, fatto delle nostre
stesse esperienze, e la vedremo fedele al Signore con la pienezza della fede,
con l'ardore della carità, con la fiducia della speranza, con la coerenza della
vita.
Non
c'è bisogno di dire che la Madonna non ha mai tradito il Signore; è semmai il
caso di sottolineare che non l'ha mai dimenticato, non l'ha mai perso di vista,
non è stata mai mossa dentro da altro impulso, da altro orientamento, da
altro dinamismo che non fosse quello della sua appartenenza e della sua
consacrazione al Signore.
Per
noi si tratta di essere imitatori di questa totalizzante pienezza, di averla
sempre davanti agli occhi per non essere faciloni a dichiararci fedeli o
addirittura fedelissimi, quando invece abbiamo tanto bisogno di progredire nella
trasparenza interiore, nel fervore del desiderio, nella perseveranza della
fiducia verso Dio.
Pensiamo
al groviglio dei nostri sentimenti. Durante la giornata ci sono le cose da
ricordare e quelle da dimenticare, le cose da fare e quelle da non fare, le
mille scelte in cui siamo quotidianamente impegnati. Ma in tutto questo
fermentare del nostro vivere, la preoccupazione, il bisogno profondo di essere
di Dio, di rispettare la sua signoria, di rispondere a ciò che egli vuole da
noi, è altrettanto chiaro nel nostro sentimento, nei nostri pensieri, nei
nostri giudizi e nelle nostre scelte?
Eppure,
come è vero che siamo di Dio senza intermittenza da parte sua, così deve
diventare vero che senza interruzione siamo di Dio da parte nostra. E non è
piccola impresa. Prima di tutto perché siamo inguaribilmente figli di Adamo e
non ci piace poco essere anche nostri, e poi siamo circondati da cose che
vogliamo nostre, che vogliamo per noi.
Da
dove vengono le non poche distrazioni delle nostre giornate? Vengono proprio da
una discontinua e troppo superficiale fedeltà al Signore. Siamo fabbricanti di
idoli e allora diventiamo pesanti, opachi, perdiamo le trasparenze, siamo
senza luce.
La
Madonna è anche la più perfetta discepola di Gesù. Discepola attenta
nell'ascolto delle sue parole, tante volte misteriose, nel guardare i suoi gesti
più misteriosi ancora, nel lasciarsi condurre al seguito di Gesù.
Se
l'imitazione di Cristo è il modello supremo del nostro vivere e del nostro
diventare santi, dentro questa logica dell'imitazione di Cristo c'è
l'imitazione di Maria che, come nessuno, ha imitato Gesù.
Come
madre ha impresso in lui somiglianze materne, ma come figlia del Padre ha anche
ricevuto una piena configurazione al Figlio del Padre e suo e di questo ha
fatto tesoro nella sua vita.
Forse
dovremmo imparare da Maria a concepire l'imitazione di Cristo non tanto come
un'esteriore ripetizione di gesti, ma piuttosto come un'interiore
identificazione. Siamo chiamati a configurarci a Cristo, il Padre vuole vedere
in noi l'immagine del Figlio suo, per il Padre siamo tutti un figlio solo, Gesù.
Ora,
se questo avviene soprattutto nel mistero dell'incarnazione, nella quale c'è
il gesto di Dio che discende ma anche quello dell'uomo che è assunto, è chiaro
che la configurazione a Cristo ha in Maria un cammino particolarmente
privilegiato ed efficace. L'esortazione della Vergine a fare ciò che Cristo
dice e fa e ad essere ciò che Cristo è rappresenta uno dei gesti più
squisitamente materni della sua missione di grazia.
Non
si finisce mai di imitare Gesù e in questo cammino la presenza di Maria è
stimolo luminoso, è provocazione efficace di grazia, di coraggio, di fiducia.
Possiamo diventare simili a Gesù in modo che il Padre ci riconosca figli.
Possiamo e allora dobbiamo: è la nostra vocazione, e la grazia della redenzione
ci viene offerta per questo. Maria, «Redemptoris socia»
Imitare
Maria non è dunque tanto un ripetere gesti che la Madonna ha fatto, quanto
assumere le ragioni profonde di questi gesti e le radici inesauribili delle
dedizioni di Maria a Cristo e al Padre.
In
questa luce, c'è un'altra qualità di Maria che non può rimanere estranea alla
nostra imitazione. La Madonna è stata associata da Cristo all'opera della
redenzione. «Redemptoris socia» la chiama il Papa nella sua enciclica, in
consonanza con la tradizione patristica.
Compagna
del Redentore, associata alla sua missione redentrice, la Madonna ha pagato
questo privilegio con il Figlio suo, donato da lei agli uomini con la stessa
generosità del Padre. Non ha avuto riserve, se ne è lasciata espropriare
fino in fondo, per amore degli uomini, per il servizio alla misericordia
redentrice.
Un
cristiano non può non condividere questo atteggiamento oblativo di Gesù e di
Maria. L'imitazione di Cristo è veramente la ragione profonda dell'impegno
apostolico di tutti i cristiani. La Madonna è la collaboratrice privilegiata
della redenzione, ma tutti noi dobbiamo entrare nella logica di questa
inesauribile dedizione.
Cosa
voglia dire donarsi ai fratelli, ce lo ha insegnato Gesù: «Dio ha tanto
amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16) e questo
Figlio si è lasciato dare.
Maria
ha vissuto fino in fondo, nella sua esperienza materna, questa oblazione
redentrice. Ne ha avuto il cuore trafitto, la vita lacerata e sconvolta da
questa dedizione di Cristo alla salvezza degli uomini, e ha condiviso e ha detto
sì e ha incrementato, con la sua partecipazione, questo ministero di
misericordia e di carità.
Forse
noi, nel tempo in cui viviamo, siamo più abituati a ispirare le nostre
generosità apostoliche col guardare alle miserie degli uomini, invece che
alle misericordie di Dio.
C'è
veramente una trasformazione profonda da operare, perché le ispirazioni
puramente sociologiche o antropologiche della carità finiscono presto e sono
soggette ad una continua variazione di motivazione che rendono labile la
perseveranza e il dono di sé fino in fondo.
Ma
guardiamo il Padre, guardiamo Cristo, guardiamo Maria, guardiamo la Chiesa e
allora saremo più illuminati e ci renderemo conto che il progetto di Dio per la
salvezza del mondo ha bisogno di essere continuamente richiamato come
motivazione ultima delle nostre dedizioni, dei nostri impegni, delle nostre
sollecitudini apostoliche.
La
«Redemptoris socia» può illuminare questo aspetto della nostra vita e
aiutarci a fare più leva su quanto può essere ricchezza di grazia che non su
quanto è solo validità di umane ragioni e motivazioni.
Queste
certo non vanno trascurate. In fondo, è pur vero che a Cana di Galilea la
Madonna è stata provocata alla richiesta vedendo delle giare vuote, e quelle
giare non venivano dal paradiso e non erano destinate al paradiso.
Però
il dinamismo di questa carità è tutto riposto nel Figlio. La Madonna vede i
convitati all'asciutto, e qui è umanissima creatura e attentissima madre, ma è
al Figlio, non ad altri, che dice: «Non hanno più vino» (Gv 2,3). Maria vede
a prega, domanda, si rivolge a lui perché sa che lui, se vuole, può fare
davvero i prodigi della carità.
Troppe
volte, proprio perché non viviamo questo dinamismo autentico della dedizione
apostolica, conosciamo tante sconfitte e tante sterilità.
Questo
modo di intendere l'imitazione di Maria mi sembra meno frammentario e
discontinuo di quello che tante volte pratichiamo, senza riuscire a nutrire di
questa imitazione la nostra vita, il nostro essere discepoli, il nostro essere
collaboratori della redenzione.
Attraverso
l'imitazione di Maria è possibile al cristiano raggiungere anche quella
pienezza di consacrazione che, come abbiamo visto, definisce la Madonna in
maniera completa ed esaustiva.
Maria
è la consacrata di Dio, la creatura tutta presa da Dio, tutta data al progetto
del Signore e alla missione del Redentore. In questa luce è facile concludere
che la Madonna è il modello perfetto della vita religiosa.
Se
per vita religiosa intendiamo vita consacrata a Dio, qualunque ne sia poi la
specificazione ulteriore nella forma, nei fini parziali e nelle missioni
specifiche, Maria ne è il modello; ogni persona consacrata in Maria si ritrova,
da Maria impara, da Maria è preceduta e sorretta, da Maria è illuminata e
consolata.
La
connessione tra la vita religiosa e l'attenzione alla persona di Maria è
documentata in infiniti modi nella storia della Chiesa. Quante sono le famiglie
religiose consacrate a Maria, che di Maria portano il titolo, che a lei si
riferiscono per la connotazione della loro spiritualità, per l'ispirazione
delle loro dedizioni apostoliche o delle loro scelte contemplative? È un
fenomeno che meriterebbe di essere maggiormente analizzato e approfondito.
La
vita religiosa, in altre parole, ha costituito veramente un'esperienza
formidabile di imitazione di Maria e dalla Madonna è stata aiutata alla
scoperta e alla realizzazione di quelli che chiamiamo i consigli evangelici, i
voti.
La
purezza verginale di Maria è un ideale che dà sostanza al voto di castità;
l'obbedienza di Maria, l'ancella del Signore, dà sostanza al voto di
obbedienza; l'umiltà della Vergine diventa, ispira e sostiene il voto di povertà,
una povertà intesa non nel senso economico, ma in quello più globale
dell'umiltà radicale.
La
verginità, l'obbedienza, l'umiltà di Maria devono ispirare la nostra vita
religiosa in quanto ideale di perfezione evangelica e cristiana, di creature
identificate a Cristo Signore.
Imitare
Maria vuole dire anche imitarla nel darsi a Cristo. Infatti la Madonna non ha
«fatto qualcosa» per il mistero che le era offerto e rivelato, ma ha
cominciato ad essere per questo mistero un'offerta, una disponibilità, uno
spazio, una patria potremmo dire.
In
Maria si è incarnato il Verbo di Dio, e lei lo ha accolto con la totalità di
se stessa, non soltanto per il consenso della fede ma per la dedizione del suo
essere. Lei ci insegna a dire di sì al mistero dell'incarnazione, ci introduce
nella dinamica del consenso e della disponibilità.
Cosa
offre Maria? Offre se stessa, nell'identità storica del suo essere.
Offre
il suo tempo, che diventa il tempo di Gesù: dopo il suo sì, nella vita di
Maria non ci sarà più un giorno che abbia senso se non come dedizione a Gesù.
È
nel tempo di Maria che Gesù nasce, cresce, è esule... e questo tempo diventa
di Gesù perché lei ha rinunciato ad un suo tempo personale.
Noi
riempiamo il nostro tempo di tante cose, è nostra proprietà. Maria non è
sollecita di molte cose: prima della sua omonima evangelica, lei si è data a
Cristo e ha scelto quindi la parte migliore che non le sarà tolta (cf Lc
10,41-42).
Maria
offre ancora il suo spirito, questo misterioso spirito umano dove fioriscono i
pensieri, dove maturano le consapevolezze, dove si radica a poco a poco la
coscienza dell'identità e della responsabilità personale e si esplicita sempre
più il bisogno della libertà. Questo spirito dove anche tutti i fermenti
dell'amore trovano nutrimento, spinta, sollecitazione e nel quale l'uomo
diventa se stesso sapendolo e vivendone tutto il travaglio; questo spirito dell'uomo,
così espressivo dell'immagine di Dio e così recettivo del suo splendore,
della sua verità, del suo amore e della sua gloria, in Maria è un terso
cristallo, capace di recepire tutto il sole senza perderne alcuna vibrazione.
Ebbene,
questo spirito di Maria diventa di Gesù. Lei non è occupata di Gesù, è
occupata da Gesù; l'incarnazione opera questa occupazione in una maniera
misteriosa e inesauribile.
Vivere
una vita così espropriata per l'iniziativa di qualcuno che vuole diventare
Figlio dell'uomo pur essendo Figlio di Dio; abbandonarsi a questa dedizione
con tutta l'obbedienza della fede porta nella vita di Maria una profonda
unità interiore, che la rende capace di essere sempre quella fedelissima
silenziosa, divenuta solo trasparenza del Figlio che porta, che genera e che
offre all'umanità come salvatore.
Dopo
il suo tempo e il suo spirito, la Madonna offre a Gesù anche la sua carne.
Così
verginalmente sua, intatta e immacolata, quella carne viene offerta al Figlio
come tabernacolo, ma anche come primo viatico terreno, perché diventa la
carne di Gesù.
Con
questo dono misterioso e ineffabile, la verginità di Maria diventa anche
l'inizio della trasfigurazione del corpo, un segno che mette in evidenza come il
Signore, nel creare l'uomo, non ne abbia imprigionato lo spirito nell'opacità
della carne, ma abbia voluto con essa renderlo visibile.
L'offerta
della sua carne a Cristo, in questa radicale totalità, la porta ai piedi
della croce, per consustanziarsi del mistero del Crocifisso e imporporarsi di
quella redenzione e di quella salvezza.
Infine,
Maria offre a Gesù le ricchezze deliziose e stupende della sua umanità, così
limpida, così trasparente, così capace di diventare dono.
Ed
eccola rendere servizio al Figlio suo nella quotidianità dei gesti, nella
continuità delle attenzioni, nella inesauribile effusione dell'affetto, nella
sollecitudine che la porta a dare a Gesù le gioie supreme del mistero a cui si
è abbandonata e gli olocausti altrettanto supremi della sua dedizione.
Questa
ricchezza di umanità, che la Madonna esprime rendendola sostanza della sua
gioia e del suo patire in Cristo, nella condivisione della passibilità arcana
del Verbo incarnato, fa sì che la Madonna non venga sottratta alla condizione
di pellegrina che segue Gesù, che ne ricalca le orme, fino al monte
dell'Ascensione, dove queste si perdono in cielo.
Quei
passi, Maria li segue tutti e anche le sue orme si perderanno in cielo e la sua
assunzione sarà un'estrema dedizione affinché la sua umanità diventi
veramente tutta di Cristo.
Tutto
questo è bello ed è vero, ma non possiamo dimenticare né sottovalutare il
fatto che tutta la dedizione di Maria a Gesù avviene nella continuità del
quotidiano, nella concretezza e nell'umiltà dei gesti umani e terreni.
Il
Vangelo non ci dà dettagli, ma sappiamo che per almeno trent'anni Maria è
stata la mamma di Gesù nel senso più esistenziale e più concreto. Lo ha
cresciuto con la dedizione di una maternità tutta donata a quest'unico figlio,
nella moltitudine dei piccoli gesti colmi di amore.
L'episodio
delle nozze di Cana ci rivela l'abitudine di Maria a certe attenzioni materne,
che qui diventano attenzione per gli altri, i fratelli del Figlio suo: «Non
hanno più vino» (Gv 2,3).
Ai
piedi della croce, Gesù viene denudato e privato della sua veste, quella veste
inconsutile fatta dalle mani di Maria, accarezzata dalle sue dita con una
soavità dolcissima e piena di amore.
Sono
piccoli accenni, che manifestano la concretezza squisita della dedizione di
Maria, le ricchezze umane della donna madre, della donna vergine, della creatura
che il Signore ha fatto perché diventasse segno della sua misericordia.
Come
imitiamo Maria in questo supremo e totale dono di noi stessi a Cristo?
Imitare
la dedizione della Madre al Figlio suo ci obbliga anche ad un'altra presa di
coscienza: la Madonna si è data a Cristo con tanta perfezione da trovarsi
impegnata a donare a sua volta Cristo a tutti.
Possiamo
dire che non ha avuto un solo giorno per tenerlo per sé. Ha detto di sì, ed
è subito entrata nella logica dell'incarnazione per la quale Gesù è venuto
per essere dato, per essere rivelato, per essere offerto.
«Dio
ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16) e lo dà
attraverso Maria, che deve portarlo, custodirlo, donarlo perché tutti lo
credano, lo comprendano, lo accettino e lo accolgano.
Uno
degli aspetti più evidenti della sua vita è proprio questa dedizione a Cristo
sostanziata di dono e di offerta. È lei la prima a non considerarlo una
proprietà privata.
Ora,
imitare Maria in questo donare Gesù, non è forse la sintesi del mistero
cristiano, del progetto di Dio per la salvezza del mondo?
Non
è forse questa la storia dell'amore di Dio e della sua misericordia? E noi
siamo convocati a vivere a nostra volta questo dono del Figlio di Dio a tutta
l'umanità.
Quando
Maria presenta al Tempio Gesù, compie un gesto pieno di significato:
abbandona nelle braccia di Simeone il suo piccolo e fa sì che questi possa
dire: «Lasciami ora andare in pace, perché ho visto la tua salvezza» (cf Lc
2,29).
In
quel momento la Madonna si rende conto che il figlio non è più del tutto
suo. Non se ne rammarica, ma quale progresso nella fede, nella speranza e nella
carità, nella purezza verginale dell'amore è necessario per essere così
divinamente madre e così capace di donare!
Questo
insegna tante cose a noi, anime consacrate, alle quali Cristo è stato dato in
dono: Maria insegna come il dono si riceve e come lo si custodisce donandolo.
Quanti
superamenti dell'egoismo, quante rinunce alle umane sensibilità, quanti
distacchi dalle più profonde esigenze del cuore, questo richiede.
Durante
la vita nascosta, Maria si prepara a quando questo Figlio, cresciuto da lei,
comincerà ad essere colui che si dona da solo, con autonomia, e farà conoscere
alla madre anche i momenti in cui prenderà le distanze: «Che ho da fare con
te, donna?» (Gv 2,4).
Occorre
la fede per imitare la Vergine benedetta che dona il Figlio al di là delle
ragionevolezze, delle logiche umane, delle coerenze della storia, naufragando
con lei nella sapienza ed onnipotenza di Dio.
Imitare
la Madonna in questo dare Cristo non deve essere solo una intenzione, un
proposito, ma un dinamismo profondo della vita cristiana che si deve compiere e
realizzare.
Come?
Non si sa: come, dove, quando saremo condotti dal Signore, nella fatica del
pellegrinaggio e nella beatitudine della fede.
Tutto
questo significa molte cose estremamente concrete.
La
prima è proprio il domandarci se siamo capaci di lasciarci totalmente
possedere da Cristo, rimanendo disponibili a che lui non sia soltanto nostro,
ma attraverso noi diventi di tutti.
Diventare
sempre più capaci di donare colui al quale ci siamo donati, non è impresa di
poco conto. Significa lasciarci espropriare da Cristo, perché le nostre
sensibilità vengano purificate così da essere più liberi di pensare agli
altri, e diventare così più sinceri, più generosi, più perseveranti nel
dare Cristo.
Darlo
facendolo desiderare, amare, conoscere, mettendoci a servizio. La Madonna ha
fatto così e, se la nostra vita non viene attraversata da questa esperienza del
darsi a Cristo per darlo, diventa una burocratica espressione spirituale per
definire il piccolo cabotaggio delle nostre cosiddette generosità
apostoliche.
Diventiamo
degli operatori pastorali, attrezzati strumentalmente con tutte le tecniche
moderne, ma l'anima, ma il cuore, ma lo spirito? In vacanza, e la nostra vita
non viene macerata dalla dedizione a Cristo e dall'impegno di dare il Signore.
A
questo punto mi potreste dire: in questo modo imitare la Madonna diventa
qualcosa di troppo vago. Non potrebbe evidenziare una mezza dozzina di
atteggiamenti concreti con i quali mettere a posto anche questo capitolo
della nostra fedeltà e del nostro impegno?
L'imitazione
di Maria non è la raccolta antologica di alcuni casi; non è la scoperta
preventiva e astratta di alcuni comportamenti: l'imitazione è l'inserimento
vitale in un mistero che diventa luce e stimolo permanente di carità, che
diventa pazienza, coraggio ed esultanza di fede.
Il
darsi a Cristo e il dare Cristo ha le sue leggi, che dobbiamo vivere, che,
mentre le rispettiamo, ci purificano, ci dilatano il cuore perché ci fanno
vivere a misura di Dio e non a misura nostra, a misura dei suoi progetti, al
ritmo dei tempi del Signore.
Ecco
il processo dell'ascesi e della fioritura della virtù cristiana, così che
diventi vero anche per noi che il nostro cibo è fare la volontà del Padre (cf
Gv 4,34).
Io
non credo che la conclusione del nostro meditare queste cose debba essere
quella dei molti propositi, ma piuttosto quella di un proposito
onnicomprensivo, plenario, che non lasci spazio alle evasioni, alle soste, ai
ritardi, alle pigrizie e alle impuntature della nostra superbia che tutto vuol
capire, della nostra vanità che non si rassegna mai a contare poco e della
nostra libertà che è un'insidiosa concorrente della signoria di Dio. E che
il Signore ci aiuti!
Dopo
aver pensato ad imitare Maria nei suoi atteggiamenti verso Cristo e verso la
Chiesa, vediamo ora di raccogliere qualche pensiero, suggerito dal Vangelo,
sul come la Madonna ha reso il suo amore per Dio tutto un crescendo di
attenzione amorosa, di dedizione generosa, di misericordia senza fine verso i
suoi fratelli.
Ci
fermeremo a tre quadri evangelici particolarmente suggestivi.
La
Madonna annunziata, già tutta presa da Cristo, se ne va in fretta alla casa
della sua parente Elisabetta, prima di tutto per portare là Gesù, che non può
rimanere solo suo. E questo è già un movimento di carità che deve farci
pensare. Ma poi va là per aiutare.
Cosa
avrà fatto? È facile immaginarlo: le cose di tutti i giorni, ma con una
dedizione di carità, con una delicatezza di amore, con una condivisione di
sollecitudini, che rendevano un dono ogni cosa.
Attraverso
la sollecitudine della carità di Maria, nasce una misteriosa sintonia tra lei
ed Elisabetta; due creature che si aiuteranno a vicenda a fare ciò che il
Signore ha detto e ha fatto, ma si aiuteranno anche ad essere se stesse, nella
gioia di una vocazione stupenda e nella ineffabilità di un'esperienza unica.
Noi
abbiamo preso l'abitudine di fare i bilanci della nostra carità: contiamo i
gesti compiuti, le razioni distribuite, i generi consumati, le bollette pagate,
le iniziative prese.
È
una materializzazione della carità che ci sottrae alla dedizione di noi stessi,
perché rende gli altri veicolo del nostro donarci a Dio e spazio del nostro
dare al Signore l'amore che gli dobbiamo.
Così
diventiamo strumenti, banali operatori di carità. Ma la misericordia che le
nostre opere devono veicolare, l'amore che devono rendere visibile, l'annuncio
che devono rendere credibile, dove sono?
Che
contrasto con questa Vergine che se ne va frettolosa per la montagna, piena di
luce e di gaudio e sparge intorno a sé una ineffabile freschezza di fede, una
inesprimibile gioia.
Abbiamo
tanto da imparare da questa Vergine benedetta, perché la nostra carità
diventi veramente un tessuto non di cose da inventariare, ma di doni che si
concatenano, manifestando e realizzando quel primato dell'amore che è
sostanza del Vangelo di Gesù.
Il
secondo episodio evangelico che ci aiuta ad entrare nel concreto della carità
di Maria verso le necessità e gli imbarazzi degli altri è l'episodio di Cana.
Intanto
notiamo che la Madonna è là perché là c'è Gesù ed è proprio l'essere
dove è Gesù che la rende attenta e puntuale.
Intorno
c'è il fervore della festa, c'è l'esultanza dei cuori, c'è la felicità degli
sposi, c'è il rumore festaiolo degli invitati. La presenza di Maria emerge
nel momento in cui succede qualcosa che nessuno ha ancora notato: manca il
vino.
L'attenzione
materna di questa donna ha visto, ha capito e non ha detto con disinvoltura: e
io che ci posso fare? Si è resa conto di non poterci fare niente, ma la coerenza
della sua fede e la profondità del suo amore l'hanno illuminata e ispirata. Si
è rivolta al Figlio suo e gli ha manifestato il fatto: «Non hanno più vino»
(Gv 2,3).
Che
c'entrava lei? Dove la carità urge tutti sono convocati e tutti c'entrano.
Il
richiamo di Gesù non sconvolge Maria, ma la rivela ancora una volta come colei
che crede: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,4-5). Ed è il prodigio, il
proseguire della festa, la gioia di tutti.
Ma
in questo espisodio evangelico alcuni dettagli ci proiettano al di là del
miracolo.
Intanto
il fatto per cui la Madonna esprime la sua caritatevole sollecitudine:
chiedere il miracolo per una sovrabbondanza di vino sembra assurdo alla nostra
logica umana, ma non alla logica della carità.
Questa
fiducia che la carità serve sempre, è sempre al suo posto nell'intreccio dei
molti rapporti umani, la Madonna ce la insegna.
Noi
tante volte ci troviamo imbarazzati e vengono fuori tutte le nostre riserve, le
nostre prudenze, i nostri calcoli, per cui nei nostri rapporti quotidiani accade
forse più spesso che gli altri ce le chiedano, le cose, piuttosto che noi le
offriamo.
Potrebbe
essere un piccolo test, per vedere se nella nostra vita sono presenti quelle
carità silenziose che non mettono mai in primo piano le nostre persone e
arrivano sempre un po' prima perché le cose non si vedano e le cose si
facciano, perché qualche tribolazione venga risparmiata, qualche gioia venga
distribuita.
Il
terzo episodio nel quale è giusto che guardiamo Maria per imparare qualcosa
è la presenza nel Cenacolo.
I
discepoli, che hanno visto il Signore salire al cielo, si trovavano nel Cenacolo
e lì, ad aspettarli, c'è Maria, la madre del Signore. Non che possa
sostituirlo, ma lo ricorda, ne è come una soavissima presenza, e intorno a
lei si ricrea la comunità, nella preghiera, nella speranza, nella serenità e
nella pace.
In
questa circostanza la Madonna pratica, a vantaggio della Chiesa che nasce,
soprattutto le opere di misericordia spirituale.
Qui
non c'è vino da moltiplicare, ma c'è fede da sorreggere, speranza da
rinnovare, nostalgie da rasserenare, amarezze da redimere, rimpianti da rendere
meno pungenti.
I
discepoli si ritrovano senza il Maestro, sanno che la loro esistenza è
compromessa per sempre, sono sollecitati da tante parole ascoltate, da tante
promesse che sembrano essere andate deluse.
Ma
c'è Maria e la loro speranza fiorisce in preghiera, la preghiera fiorisce in
comunione e la comunità si compagina attraverso una presenza di maternità
capace di ogni dedizione.
Dentro
questa generale fatica che la circonda dopo l'ascensione di Gesù, Maria non
mette la sua stessa fatica di credere e di essere madre; mette il gaudio, la
pace, la gioia, diventa la consolatrice, lei che, forse, dovrebbe a sua volta
essere consolata.
È
l'eroismo della carità.
È
un discorso importante per quell'aspetto della carità cristiana che dovrebbe
essere esercitato soprattutto da coloro che sono più di Cristo, che lui ha
scelto e consacrato.
Le
opere di misericordia spirituale sono un impegno particolarmente nostro, per
vivere con il popolo di Dio, con gli uomini di questo mondo tutte le afflizioni
e le tribolazioni interiori, gli scoramenti che sono così di frequente
bagaglio della vita della gente.
L'impegno
delle opere di misericordia spirituale rimane oggi aggrappato ad una nostra
fedeltà: se non le facciamo noi, non le fa nessuno.
Chiamiamo
la Madonna consolatrice e noi siamo consolatori?
Ci
sono persone che sono desiderate come la Madonna, perché hanno sempre un
supplemento di anima da offrire, un palpito di cuore da regalare, una ragione
di speranza da proclamare e hanno sempre quel sereno coraggio che nei momenti
più difficili è la caratteristica di coloro che hanno capito fino in fondo il
comandamento del Signore.
La
devozione popolare nei confornti della Madonna nell'intuizione del popolo di
Dio sottolinea in modo particolare questa dimensione di misericordia.
È
un segno di come nell'esperienza della Chiesa la Madonna c'è ed entra con i
gesti misericordiosi della carità. Tutto questo dovrebbe trovare una risonanza
continuamente viva e rinnovata nella nostra vita e nella nostra presenza in
mezzo ai fratelli.
Tutto
l'episodio evangelico della Visitazione è pervaso da una gioia semplice e
composta che sfocia nel canto del Magnificat.
La
Madonna è veramente una creatura beata, che lascia dilagare nella sua vita la
gloria, la maestà, la bontà, la misericordia, la potenza del Signore.
Questa
beatitudine non costituisce un privilegio, ma è piuttosto pienezza di un
mistero che riguarda tutti e in Maria si compie e si rivela come profezia e
consumazione, perché gli uomini avessero in lei una guida, una maestra, una
incarnazione profetica di tutto il mistero della fede.
Il
Papa, nella sua enciclica Redemptoris Mater, parlando della Madonna pellegrina
della fede, la presenta come una sorella che si accompagna ad ogni uomo e ne
condivide il pellegrinaggio.
Ogni
cristiano ha quindi in Maria un modello proposto per un'imitazione che deve
essere vissuta non guardando lontano, ma accompagnandosi a Maria con intimità,
con fiducia, con capacità di comunicazione profonda.
Se
questo è vero per tutti i cristiani, è anche vero per coloro che sono chiamati
alla pienezza della vocazione cristiana: i consacrati e, come tali, vogliamo
fare alcune riflessioni confrontando la nostra con la fede della Madonna.
Domandiamoci ancora, in primo luogo, se è vero che
la
nostra fede è la radice della nostra esultanza interiore, il nutrimento della
nostra indefettibile beatitudine. Non è una domanda strana, perché si direbbe
che oggi ci sembra più interessante essere credenti che vivono le angosce e le
oscurità della fede, e abbiamo quasi vergogna di essere anime beate, di
proclamare la prorompente felicità della nostra vita raggiunta dal dono di Dio.
Ne
è venuta fuori una fede che sembra essere destinata più a fare da filtro tra
noi e Dio che non a squarciare ogni velo e farci maturare nella pienezza della
luce.
Quando
il Signore Gesù ha chiamato gli apostoli, ne ha fatto dei credenti non abolendo
le condizioni umane e terrene, ma liberandoli da queste provvisorie prigioni e
anticipando profeticamente in loro la beatitudine della fede.
Essi
non capivano - il Vangelo ce lo dice spesso -, ma diventavano depositari di una
verità che li legava a Cristo Signore e che avrebbe superato tutte le miserie
umane, comprese quelle delle temporanee e terrene fedeltà. Li rendeva
credenti, il Signore, i suoi apostoli.
«Signore,
da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). C'era, in queste
parole, tutta la drammatica consapevolezza di una fede fragile, di una fedeltà
che vivevano senza capire bene cosa significasse, dove li portasse, ma che
comunque non si poteva mettere in discussione.
L'ascolto
del Maestro, che diceva le cose dell'eternità, che rivelava i segreti del
Padre, che apriva gli orizzonti del Regno, si mescolava alla povertà del loro
essere creature ancora lontane dalla consumazione.
Tutto
questo continua ancora in noi, discepoli chiamati e prediletti dal Signore,
anche se questa predilezione non diventa nostra eredità se non quando trova in
noi pienezza di corrispondenza e di fedeltà.
Comunque,
la nostra fede di anime consacrate, per le quali la dimensione vocazionale
dell'esistenza è un dono già concesso, confermato e continuamente rivivificato
dal Signore, è fede che ci fa beati, travasando nella nostra vita i misteri
della beatitudine eterna, che il Signore ci ha rivelato e promesso.
Questa
domanda ce la dobbiamo fare con molta serietà, perché se c'è qualcuno che
non può vivere di conseguenze di avvenimenti passati, ma solo di misteri
presenti ed eterni, questo è proprio il cristiano.
Nella
dimensione umana, la storia non è mai un presente, ma un passato, o se è un
presente è un presente catturato dal passato e tribolato dall'avvenire. Mentre
la fede è beatitudine perché è dono presente, anche se ha dei precedenti che
tentiamo spesso di tirare in ballo, persuasi che l'uomo vive più dei
condizionamenti che il suo passato gli impone, che non della libertà che la sua
dignità gli offre.
Abbiamo
sempre una scusa, la colpa è sempre degli altri e dimentichiamo che tra noi e
Dio c'è solo una dimensione che conta, quella del presente, perché Dio è
l'eterno presente.
Questa
attualità della fede fa sì che essa non sia mai ripetitiva, ma continuamente
aperta al Signore che parla, e parlando vivifica, nutre e illumina e ci rende
partecipi di quella sapienza che aiuta a leggere il groviglio delle vicende
umane senza lasciarci prendere nel loro labirinto, rendendoci capaci di
dipanarle con facilità e felicità di credenti.
Quando
queste cose diventano sostanza nel nostro essere, trovano spazio in noi, la
persona diventa semplice, limpida, capace di contenere le cose di Dio, di
capirle e di viverle. Riusciamo così a liberarci dalle angustie di dimensioni
che crediamo invalicabili, strutturali dell'uomo, dimenticandoci che l'uomo ha
una sola vera dimensione: è immagine del Dio vivente, chiamato alla comunione
con lui, perché questa comunione lo realizzi e diventi testimonianza
dell'onnipotenza e della gloria del Signore.
Attraverso
la vocazione radicale della vita religiosa si rivela la supremazia del Signore
sulla sostanza stessa dell'uomo. Se guardiamo Maria, vediamo che Dio si è
impadronito di lei in modo globale e totalizzante e Maria si è lasciata
scegliere, non ha scelto, non ha preso tempo per riflettere, per analizzare
criticamente il progetto di Dio, per verificarne la fattibilità.
Anche
noi siamo chiamati, anche noi siamo coinvolti nello stesso progetto, anche noi
dobbiamo glorificare il Signore aprendoci all'irrompere del cielo nella vita
terrena.
Nell'eterna
beatitudine capiremo qualcosa di più, ma intanto crediamo e nella fede, che
scompiglia tante volte i nostri umani paradigmi, scopriremo che la nostra vocazione
non ci ha imprigionato in una scelta che ci ha chiusi al futuro, ma ci ha
liberato per un avvenire eterno, che è coronamento di questo cammino nella
fede.
La
presenza della Madonna nella nostra vita sia dunque davvero una presenza di
gioia, perché della sua esultanza che viene da Cristo, noi abbiamo bisogno
per nutrire e illuminare la vita, senza attardarci alle nostalgie di questo
mondo, ma lasciandoci sedurre dalle promesse dell'eternità.
Nella
storia del culto e della devozione alla Madonna, l'impegno della sua imitazione
è ricchissimo di riferimenti e di esemplificazioni concrete proprio
nell'esperienza dei santi e nel vissuto della loro pietà.
Tanti
fondatori e fondatrici hanno sentito l'esigenza di approfondire le esigenze
dell'imitazione di Maria come itinerario spirituale da percorrere, sia pur
nella notevole varietà delle forme. Hanno illuminato e approfondito, in maniera
preferenziale, un aspetto o un altro del mistero di Maria non solo per farne
oggetto di fede, ma anche per farne oggetto di ispirazione ascetica, di
comportamento vissuto, o per sottolineare l'imitazione di Maria nell'essere
discepoli di Cristo, fedeli alla Chiesa del Signore.
Sono
per noi indicazioni preziose per quelle specificazioni della vita spirituale
che, attraverso la varietà delle sue ispirazioni e delle sue forme, testimonia
la ricchezza della santità di Dio e la sua inesauribile perfezione.
Dobbiamo
stare attenti a non rendere periferico questo aspetto della vita cristiana che
è la spiritualità mariana. È un discorso che è andato crescendo, ma sempre
questa configurazione a Maria come ideale del cristiano è stata presente
nella Chiesa di Dio.
Nell'epoca
patristica e medievale ritroviamo le radici di una spiritualità mariana che ha
condotto a Cristo, ha aiutato a capire Cristo, ad essere più fedeli a lui e al
suo mistero di salvezza.
Cerchiamo
di non essere sbrigativi, sommari e facilmente riduttivi quando parliamo di
spiritualità mariana. Lo dico con una certa malinconia, perché le tendenze
minimiste nei confronti dell'attenzione, della imitazione, della ispirazione
mariana nella vita cristiana, hanno conosciuto momenti di prepotente
prevalenza e non si può dire che questi momenti siano completamente passati.
Questa
spiritualità mariana del culto, dell'imitazione, dell'onore non è esaustiva.
C'è un'altra esperienza della storia della Chiesa e della santità, che
sottolinea in una maniera più esplicita, più immediata e più significativa un
altro tipo di rapporto con la Madonna, quello della comunione interpersonale e
della consacrazione.
Vivere
la spiritualità mariana non significa approfondire la consapevolezza che lei
è lei e noi siamo noi, magari aggiungendoci un «purtroppo». Che Maria sia
Maria è vero, che noi siamo noi è anche vero, ma l'esperienza di tanti santi
è stata invece quella del realizzare, nella fede e nella carità, un'unione così
profonda con Maria da rendere vero che tra lei e noi c'è un mistero che si
diffonde, che è il mistero del Figlio suo e in esso siamo uno con lei.
Questa
dimensione comunionale della spiritualità mariana è una cosa molto grande.
Che l'imitazione diventi comunione, la sequela identificazione, condivisione,
partecipazione di vita è un'istanza particolarmente preziosa.
Il
mistero di Maria si compie nella storia della salvezza, cioè nella Chiesa.
Quando la Madonna viene chiamata sposa dello Spirito Santo o anche sposa del
Verbo incarnato, si va al cuore del mistero. Ma dobbiamo ricordarci che
questa fecondità dello Spirito, la Madonna la partecipa. Anche noi siamo
chiamati a condividere questa fecondità dello Spirito Santo e anche noi, come
Chiesa, siamo chiamati ad essere partecipi del mistero nuziale che la Chiesa
è nei confronti del Verbo.
Sono
misteri che vanno contemplati, che vanno vissuti, amati, desiderati e proprio
questo deve caratterizzare una spiritualità mariana che non si limiti ad
introdurre nel proprio quadro quotidiano o mensile o annuale un riferimento
alla Madonna, ma che si caratterizzi per questa penetrazione del mistero,
lasciandosene assumere e diventandone spazio.
A
perdersi in Cristo ci si guadagna sempre, ma possiamo analogamente dire che
anche a perdersi in Maria si guadagna sempre nella capacità di diventare più
profondamente Cristo e quindi sempre più compiacenza del Padre, di
diventare collaboratori della redenzione e segni della gloria del Signore.
Tutto
questo è bello e profondamente vero se lo prendiamo sul serio con una
coerenza di fede, di speranza e di carità che caratterizzino la nostra vita nel
suo insieme e nella sua cristiforme qualità.
Una
vita cristiforme è quella nella quale in noi si modella la nuova creatura
secondo Dio, che è Cristo Signore. Ma l'esperienza spirituale non ha avuto
paura di spingersi fino a parlare di una vita mariaforme, non intesa come
alternativa alla vita cristiforme, ma come introduzione nel cristiformismo di
Maria.
Nessuno
è più simile a Gesù della Madonna, e allora la comunione con lei può
contribuire a rendere la nostra somiglianza a Cristo sempre più ricca di
contenuti, di aspirazioni, di desideri, di entusiasmi.
Proprio
in questa prospettiva si colloca l'altro discorso, ormai generalizzato nella
Chiesa di Dio, della consacrazione a Maria.
Anche
il Papa nella sua enciclica ricorda la consacrazione a Maria appunto come
itinerario di pienezza di fedeltà a Cristo e di configurazione a lui. È la
logica dell'imitazione, certo, ma anche la logica della maternità spirituale
di Maria.
La
vita spirituale consacrata a Maria è ricca di contenuti. La possiamo concepire
come una vita indissolubilmente legata a quella della Madonna, secondo il
concetto della signoria di Maria. È lei la padrona, nel senso più ricco ed
espressivo della parola, è lei che dispone della nostra vita per il Figlio suo
e per l'opera del Figlio suo. E vivere la consacrazione a Maria nella
disponibilità a lasciarci condurre da lei verso Cristo, a lasciarci
illuminare da lei su che cosa Cristo vuole da noi, è un itinerario spirituale
prezioso: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).
Il
servire Cristo diventa allora abbandono a Maria: dicci che cosa vuole il tuo
Figlio, donaci ciò che il tuo Figlio vuole da noi e ciò che vuole darci.
Nell'esperienza
di alcuni santi il concetto della Madonna come nostra Signora ha trovato
esplicitazione in una forma particolare di consacrazione che è quella della
schiavitù.
I
santi che hanno intuito questa totalità della consegna a Maria non hanno
camminato con la logica del padronato, ma con quella dell'amore. Nessun
vincolo è più forte dell'amore e, nella misura che Maria dilaga con il suo
amore in una creatura, questa è fatta una con il Signore e la sua vita è
caratterizzata da questa unificante ed estasiante comunione.
Questo
radicale non essere più nostri ma di Dio e del suo Cristo, questa dimensione
così radicale dell'essere cristiani, in Maria si è compiuta in maniera
perfetta. Consegnandoci a lei ed entrando in comunione con lei, veniamo
aiutati ad essere più perfettamente e completamente del Signore e le nostre
possibilità di dedizione nella carità e nella cooperazione alla salvezza del
mondo vengono enormemente dilatate.
I
santi, tutto questo, l'hanno compreso e l'hanno vissuto, e il Papa ce lo
ricorda. Credo che per la nostra vita queste riflessioni possano diventare
illuminanti per dare fondamento storico e spessore concreto a una spiritualità
mariana di cui c'è tanto bisogno nel nostro tempo e nella nostra storia.
A
mo' di corollario, vorrei anche dire che questa spiritualità mariana, non
solo nel senso dell'imitazione ma della comunione per una più profonda
identificazione in Cristo, è anche veicolo di esperienze interiori
particolarmente profonde attraverso quella che possiamo chiamare la dimensione
mistica della spiritualità mariana.
Si
tratta di vertiginose esperienze spirituali che non è male ricordare, anche per
fermentare di grandi desideri e di grande fedeltà il nostro impegno di
imitazione della Madonna e di comunione con lei, per condividere ciò che lei è
e ciò che lei fa.
Ciò
che lei fa è la meraviglia della nostra santità, della nostra redenzione alla
quale lei coopera. Diventi questo per noi un viatico e una speranza che non
vengano mai meno, per illuminarci e per aiutarci a camminare con Maria,
pellegrina nella fede, in cammino con la Chiesa del Signore.
E
buon viaggio!