LA VERGINE NOSTRA MADRE

ANASTASIO ALBERTO card. BALLESTRERO arcivescovo di Torino

EDIZIONI PAOLINE 1988

INTRODUZIONE

Gli apostoli si riunivano nel Cenacolo per confermarsi nell'essere discepoli del Signore Gesù, per corroborarsi nel­l'esserne i testimoni e anche per confrontarsi nell'espe­rienza di una Chiesa che stavano costruendo giorno per giorno, pietra su pietra.

Ma ci fu un momento solenne nel quale gli apostoli erano riuniti e fu il momento della Pentecoste. Erano insieme non per fare tante cose, ma per mantenere viva recipro­camente una speranza, aggrapparsi tenacemente a una pro­messa e aspettare Colui che il Signore aveva promesso.

Questo è un orizzonte significativo per la nostra esi­stenza, perché troppe volte usiamo dei participi passati parlando della nostra vita, della nostra vocazione, dei no­stri impegni e della la nostra identità. Siamo anime con­sacrate: participio passato del verbo consacrare. E non è vero. Che il dono della consacrazione ci sia stato fatto nel tempo, è vero; che la promessa dello Spirito ci sia stata fatta, è vero. Ma si è tutto compiuto? No! Mettiamoci dun­que nello stato d'animo degli apostoli, dei discepoli del Signore nel Cenacolo.

 

Con gli apostoli nel Cenacolo

Nel Cenacolo gli apostoli erano continuamente ondeg­ianti tra due esperienze contraddittorie: una radicata nei atti che avrebbe voluto far prevalere nella loro vita il pas­sato, instaurando in essi una memoria del Signore Gesù, fedelissima forse, ma ormai compiuta. Tutto era finito, quella voce non l'ascoltavano più, quel volto non lo vedevano più, quei passi non li sentivano più e l'avevano visto coi loro occhi salire in cielo, senza ritorno.

Ma nello stesso tempo eccoli là, nel Cenacolo, aggrap­pati alle promesse e alle speranze: aspettavano. Non è così anche per noi? L'esperienza della nostra vita non è tante volte ondeggiante tra il peso di un passato che sembra aver tutto concluso e il sogno di un avvenire che non arriva mai?

Nel Cenacolo, non credo che gli apostoli ci stessero con il cuore in pace, l'anima limpida e la vita beata. La fatica della fede, della speranza e della carità, la stavano viven­do, ma in quel momento c'era con loro la Madre del Si­gnore. E cosa potesse rappresentare per gli apostoli questa presenza, per noi è quasi impossibile dirlo.

Lei non era lui, certo, ma il volto di Maria non era for­se trasparenza del volto di Cristo? La sua voce non aveva risonanze che ricordavano un'altra voce? E gli apostoli con Maria aspettavano, pregavano, credevano, e in que­sti atteggiamenti li avvolse il mistero dello Spirito, e l'u­ragano della grazia cominciò a fluire dalla loro vita per di­ventare vita della Chiesa.

 

Perseveranti e unanimi in preghiera

Ebbene, questa esperienza a me pare che dovremo ri­pensarla per creare il clima degli Esercizi. Siamo discepo­li di Cristo, siamo consacrati a Dio benedetto, abbiamo una vocazione di profezia e di testimonianza, che sostan­zia la nostra esistenza e la Madre del Signore è con noi.

Anche lei discepola, anche lei testimone del Vangelo, anche lei testimone della salvezza.

Trasferendoci nel clima del Tabor, possiamo allora di­re: «È bene per noi stare qui» (Mt 17,4), vivere qualche giorno in questo atteggiamento interiore, in queste vissu­te consapevolezze, in queste profonde certezze che ci por­tiamo dentro, ma che hanno tanto bisogno di riemergere nella nostra vita. Siamo assediati, irretiti, imprigionati da tutto un peso da cui abbiamo bisogno di liberarci, da tut­ta una nebbia da cui abbiamo bisogno di evadere per tornare ad assaporare l'identità limpida ed esclusiva di esse­re discepoli del Signore.

Gli apostoli sono nostri fratelli in questa esperienza, an­che loro hanno conosciuto le nostre fatiche; con noi c'è Maria, la discepola già tutta luminosa, tutta trasparenza, ma anche lei ha fatto il suo cammino, anche lei è giunta a questa pienezza solo dopo essere uscita dalle regioni del tempo ed essere entrata nell'eternità.

In questa atmosfera vogliamo cominciare i nostri Eser­cizi. Siamo nel Cenacolo, convocati da Qualcuno, con l'a­nima in attesa delle promesse fatte dal Signore e che si devono compiere, e ci siamo anche con la consapevolezza che tutto questo mistero glorioso del Signore ha da fare i conti con un altro mistero, un po' meno limpido, quello della nostra povertà, della nostra miseria, della nostra pi­grizia, della nostra presunzione, della nostra svogliatez­za, della nostra banalità.

Dagli apostoli e da questa Vergine nel Cenacolo dob­biamo imparare qualcosa che deve diventare clima di questi giorni. Perseveravano nella preghiera, gli apostoli e Ma­ria. La preghiera della Vergine si mescolava alla preghie­ra degli apostoli e questa ne era vivificata: sarà il nostro pregare di questi giorni, non tanto legato ad alcuni atti e momenti di preghiera, ma un pregare come dimensione permanente dell'anima, dello spirito e del cuore; un pre­gare come memoria dei santi misteri, come palpito della nostra fede, della nostra speranza e del nostro amore.

Che l'unanimità di questi atteggiamenti possa diventa­re clima ed esperienza di questi giorni, per rendere con­temporaneo l'impegno e corale l'afflato, il respiro della pre­ghiera. La solidarietà della preghiera dovrà anche diventa­re reciproco dono, perché è inevitabile che qualcuno abbia l'anima più pronta di un altro, che qualcuno conosca la pre­ghiera che consola e un altro sia tribolato dalla preghiera che ammonisce e rimprovera. Ma noi pregheremo insieme in attesa di quel dono di beatitudine che Dio ha in serbo per ciascuno di voi e l'unanimità della preghiera, con Maria e gli apostoli, sia davvero quella fornace nella quale le anime vengono continuamente rinnovate, purificate e trasfigura­te nella gloria e nella beatitudine del Signore benedetto.

 

IL SIGNIFICATO E LA PRESENZA DI MARIA NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

Con la Vergine e gli apostoli nel cuore della Chiesa

Torniamo ancora un momento a riflettere sulla presen­za di Maria e degli apostoli, una presenza che ci colloca proprio nell'intimo del mistero della Chiesa.

Forse questa sintonia spirituale con gli apostoli e la Ma­donna ci daranno più luce sul nostro essere Chiesa che non tanti discorsi che si fanno intorno alla Chiesa. Ne fanno i teologi, e sta bene; ne fanno gli storici, e sta bene; ne fanno i politici, e sta un po' meno bene; ne fanno i gior­nali e pazienza, ma tutto questo discorrere credo che tol­ga al nostro sentirci Chiesa quella limpidezza, quella tra­sparenza, quella semplicità di cui abbiamo tanto bisogno.

Leggendo l'enciclica del Papa Redemptoris Mater, sia­mo più volte invitati a considerare la Madonna come fi­gura della Chiesa e la Chiesa come una creatura vestita di sole, luminosa, levata tra le genti nello splendore della sua materna verginità.

Abbiamo forse bisogno di recuperare questa immagi­ne, per rendere più trasparente la nostra fede nella Chie­sa e nel nostro essere Chiesa, e diventare sempre più crea­ture limpide, disponibili all'irrompere del progetto di Dio nella nostra vita. Proprio per purificare in questi giorni il nostro senso di Chiesa, lasciandoci guidare dalla Ma­donna, e poiché siamo nell'Anno Mariano, gli Esercizi avrei l'intenzione di condurli attraverso le riflessioni suggerite dall'enciclica del Papa Redemptoris Mater.

Vorrei introdurre questa prima meditazione fermandomi sull'enunciato fondamentale dell'enciclica: il significato e la presenza di Cristo e della Chiesa.

 

La storia di Maria nella storia della salvezza

Chi può dare senso, significato a un mistero che è di Dio ed è da Dio? È evidente: Dio solo. Ed è così, per l'i­niziativa di Dio, che comincia la storia di Maria, cioè gli eventi che ne segnano l'esistenza, le vicende che la coin­volgono, la missione che le è affidata.

I progetti di Dio sono tutti compendiati in Qualcuno che deve venire e che, ci dice Paolo, sarà nato da donna (Cf Gal 4,4). Nella storia della salvezza Cristo è il grande protagonista, ma è, lui, nato da una creatura che è coin­volta, è chiamata in causa, è eletta.

La storia di Maria comincia proprio con l'elezione da parte di Dio. Prima che lei fosse, Dio aveva su di lei un progetto e questo progetto scandisce i grandi momenti della storia di Maria. Noi siamo invitati a leggere gli stessi pri­vilegi mariani in questa luce di realtà storica.

Maria è l'Immacolata ed è il Signore che l'ha fatta tale. Dal primo istante della sua esistenza, è una creatura che il Signore ha scelto e ha voluto che fosse tutta e solo sua. Così Maria entra in una storia che, pur essendo sua, è storia di salvezza. Il privilegio è suo, ma non è solo suo, anzi potremo dire che non è neppure soprattutto suo: è un pri­vilegio attraverso il quale Dio comincia a realizzare il suo progetto di redenzione, è un privilegio che non si esauri­sce nell'identità personale della Vergine, alla quale del re­sto conferisce lo splendore di una immacolatezza stupenda.

Questo privilegio dell'Immacolata concezione è intima­mente collegato a un altro momento del progetto di Dio, quello nel quale il Verbo eterno si incarnerà e diventerà uomo attraverso il ministero materno di una creatura im­macolata. La divina maternità è la ragione profonda del­l'Immacolata concezione: Dio si impadronisce da Signore di questa creatura e la elegge ad essere sua madre.

Se nell'essere immacolata Maria non ne può niente, per così dire, non altrettanto si può dire per il suo diventare la Madre del Signore. È un fatto - e il racconto dell'an­nunciazione lo evidenzia - che il progetto di Dio è stato sottomesso al consenso della Vergine e la Vergine ha det­to di si. Il sì di Maria è la radice profonda della sua vergi­nità, perché, nel progetto di Dio, la verginità di Maria non è alternativa alla sua maternità, ma ne è il preludio più stupendo e gaudioso.

 

La storia di Maria nella storia di Cristo Signore

Questa è storia di Maria. Il resto viene come esplicita­zione coerente del mistero. Troviamo la Vergine a Betlem­me: non può nascere Gesù senza che Maria sia presente. Il rivelarsi del Verbo incarnato è l'esplicitarsi di una pre­senza che il mondo non conosceva, che gli uomini non sa­pevano, ma che nel progetto di Dio era storia che aveva fermentato lungo i secoli e che in Maria era gloriosamen­te fiorita.

La storia di Maria è legata al Verbo incarnato nel quale mistero e storia si armonizzano non come realtà antiteti­che, quasi che il mistero fosse qualcosa di irreale e di fu­moso e la storia realismo concreto.

Come è presente a Betlemme, Maria è presente a Na­zaret. Questa è forse la storia meno ricca di dettagli, dal punto di vista della cronaca, con un figlio che cresceva davanti a Dio e agli uomini, ma rimaneva mistero anche per lei. E la Madonna, madre di questo figlio misterioso, gli era al fianco, silenziosa, obbediente, adorante, aman­te nella sua dedizione di madre.

Conosciamo alcuni episodi della presenza di Maria nel­la vita pubblica di Gesù. Una volta lo va a cercare: «C'è tua madre... Chi è mia madre?» (cf Mt 12,47-48): il mi­stero si infittisce man mano che diventa storia. Il mistero di Dio, anche se rivelato, rimane mistero e la fatica di es­sere madre di un figlio così non fu per Maria la comune fatica dell'essere madre. Fu qualcosa di immensamente grande che avrebbe potuto schiacciarla se appunto la ric­chezza dei doni, la pienezza di grazia non avessero prepa­rato Maria a portare il peso di questa inesprimibile ma­ternità.

La Madonna è presente anche alle nozze di Cana. Man mano che il mistero di Gesù diventa storia, lo diventa an­che quello di Maria e per questa strada non dobbiamo me­ravigliarci che la madre sia poi ai piedi della croce del fi­glio. La sua presenza è piena di significato e dovremo tor­narci sopra, ma già sin d'ora, nel tratteggiare una storia unitaria, notiamo come la presenza di Maria ai piedi della croce è notata da Cristo, che la recepisce e ne esplicita le conseguenze.

Maria è là non per vedere morire un figlio, ma per dare nuove dimensioni alla sua maternità: questo è il progetto di Dio. «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26): la madre ha sentito e, come sempre, le parole del Figlio le sono scese in cuore a diventare viatico della sua storia.

Il Vangelo, che sottolinea la presenza di Maria al Cal­vario, tace la sua presenza alla Pasqua. È fede che Maria era ai piedi della croce, è fede che lì ha ratificato l'olocau­sto del Figlio, è fede che lì il Signore ha dato un nuovo senso alla sua maternità. Che sia stata consolata per pri­ma dalla risurrezione, non lo sappiamo: Dio non ha volu­to che questo fosse per noi una verità di fede.

La parola di Dio nota invece la presenza di Maria nel Cenacolo, al momento dell'effusione dello Spirito. Era là a rendere unanime la preghiera di tutti, la speranza, l'at­tesa e, diciamo pure, la pazienza di tutti.

 

Una storia che si apre sull'eternità

Ma la storia di Maria ha ancora un capitolo importan­te. Dopo la Pentecoste gli apostoli si sono dispersi per il mondo per essere fedeli alla missione ricevuta: «Andate e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). E Ma­ria? Non sappiamo, la storia non ce ne dice niente. Una tradizione la vuole a Gerusalemme, un'altra ad Efeso con Giovanni. Ma la fede ha per noi ancora una parola da di­re, una certezza da dare: la storia di Maria, la sua storia terrena, si è conclusa con la sua assunzione al cielo.

La Chiesa, vergine come la Madonna, madre come lei, legata a lei in una simbiosi misteriosa cosicché Chiesa e Maria sono quasi ambivalenti, la Chiesa ha sempre sapu­to che la sua figura, la sua primogenita, la sua profezia si è compiuta in cielo. Oggi noi crediamo, con la forza della fede solennemente proclamata, che la Madonna è in cielo anima e corpo, gloriosa come il Figlio suo, vicina a lui.

In un tempo nel quale la storia viene considerata come l'itinerario chiuso delle realtà terrestri e temporali, ecco che abbiamo questo segno, questa profezia particolarmente significativa e preziosa: la storia degli uomini non finisce nel tempo e le vicende degli uomini non si esauriscono con le esperienze di quaggiù.

Tutto questo a me pare che possa servire per una prima considerazione: che il significato della presenza di Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa deriva da un progetto di Dio, da iniziative divine sconcertanti e imprevedibili. Perciò è giusto che il mistero di Maria venga circondato da tanta ammirazione e da una così ricca espressione devozionale.

Noi uomini abbiamo mezzi tanto poveri e quindi me­scoliamo a volte la banalità delle nostre espressioni con la sublimità dei misteri, a illustrazione della verità che ciò che Dio fa è grande e ciò che gli uomini fanno è poco.

 

La storia di Maria e la nostra storia

A questo punto possiamo farci una domanda: questa sto­ria di Maria, così unica, può soltanto suscitare ammira­zione? No, quella di Maria è la storia di una creatura co­me noi e ci aiuta a capire e a credere che tutte le creature sono chiamate ed elette da Dio. Ma questo ci pone dei problemi e degli interrogativi: qual è il progetto di Dio su di me? La mia vita è impostata davvero, come quella di Maria, sulla ricerca del progetto di Dio, sulla fedeltà e l'obbedienza a questo progetto?

L'esemplarità di Maria, sulla quale il Papa nella sua en­ciclica insiste tanto e sulla quale torneremo, comincia pro­prio da qui, da come Maria ha accettato il progetto di Dio; comincia con la sua fede, la sua obbedienza, la sua perse­veranza.

Maria è sì madre di tutti noi, ma ci è anche sorella. La storia della salvezza, nella quale è inserita la storia di Ma­ria, è anche la nostra storia perché tutti siamo chiamati a salvezza, non solo per essere salvati, ma per diventare collaboratori di Cristo.

Ciascuno di noi è, come Maria, chiamato per nome dal Signore, legato da lui al suo progetto di salvezza e allora ecco la vicinanza della Madonna, la fraternità che a lei ci lega, ecco la maternità che ci vivifica, ecco l'ideale che si illumina della sua luce per tutti noi.

Allora noi guardiamo Maria e dal guardarla comincia l'imitazione di lei come momento dell'ascoltarla, come mo­mento del metterci insieme a lei ad ascoltare Gesù, a di­ventare con lei discepoli della stessa parola che il Padre le ha donato come sostanza della sua maternità.

Nel progetto di Dio, Maria è il «segno grande» (Ap 12,1) che è apparso nel cielo perché lo guardassimo e con­templassimo.

È segno che anticipa, promette, precede la Chiesa e la rende luminosa di sé. Nella sua condizione terrena la Chie­sa è creatura rivestita di povertà e di miseria, ma è anche splendente per questo suo «segno».

Quando pensiamo alla Chiesa rivestita di Maria, attra­versata dalla presenza di questa creatura benedetta, la ve­diamo diventare gloriosa, presenza che nutre la speranza di un popolo e con la sua soavità aiuta questo popolo a uscire da una condizione di orfanezza, perché ha una ma­dre che lo conduce.

Contemplare Maria non è atteggiamento introduttivo o preliminare all'imitazione; è atteggiamento che deve di­ventare permanente perché solo così noi diventiamo ca­paci di vederla, di capirla e di amarla.

 

LA STORIA DI MARIA NEL PROGETTO TRINITARIO

Chiamata, scelta, consacrata

Abbiamo meditato la storia di Maria così come il Si­gnore l'ha voluta, l'ha progettata, l'ha realizzata. Questa identificazione di Maria non attraverso ciò che fa lei, ma ciò che fa Dio in lei, è estremamente significativa: Maria non è semplicemente accostata da un mistero, Maria ne diventa momento immanente, vivo, realizzatore. Il pro­getto di Dio riguardante la salvezza dell'uomo e del mon­do è tutto dominato da questo inizio storico.

È storia l'immacolata concezione di Maria, storia la sua divina maternità e la sua presenza nell'incarnazione del Ver­bo, nella rivelazione di lui e nel realizzarsi della redenzio­ne, è storia al vertice di questo inaudito avvenimento che è la salvezza attraverso la morte e la risurrezione di Gesù ed è storia anche la sua presenza nel Cenacolo, quando l'ef­fusione dello Spirito corona la redenzione e la rende Chiesa.

La Madonna è eletta, è scelta, è chiamata, e questo è evidente nella sua vita, ma nello stesso tempo essa è coin­volta nel progetto di Dio; è chiamata, è eletta, ma non le è concesso di chiudersi nella beatitudine della sua ele­zione: è subito a sua volta mandata, impegnata, in modo tale che l'elezione, da un lato, e l'impegno conseguente all'elezione, dall'altro, finiscono col diventare la dimen­sione totalizzante della sua esistenza.

In questo senso la Madonna è una consacrata, totalmente dedita, totalmente riservata, totalmente spesa e totalmente a disposizione di un Altro, questo misterioso Altro che è Dio, un Dio - è il caso di sottolinearlo in maniera espli­cita - che è Trinità.

Le antiche preghiere liturgiche mettevano sempre in evi­denza che Maria era l'eletta del Padre, la madre del Fi­glio, la sposa dello Spirito Santo. È Dio Trinità che l'as­sume, che se ne impadronisce, che la fa sua, che la custo­disce e che la consacra.

Questa azione di Dio nella storia di Maria fa di Maria la creatura nella quale Dio esaurisce tutte le sue intenzio­ni di creatore, che ha voluto l'uomo solo per sé. Questa intenzione di Dio creatore nella Vergine è diventata sto­ria consumata, veramente essa è tutta e solo di Dio Pa­dre, Figlio e Spirito Santo.

In questa luce si capisce il perché di tutti i privilegi ma­riani, e si comprende anche la forza della presenza di Ma­ria nelle vicende umane, una presenza che dà compiutez­za al mistero della incarnazione e della redenzione.

L'elezione, il coinvolgimento di Maria in questa storia della quale il protagonista è Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, diventa per noi uno dei mezzi più convincenti per aiutarci a comprendere il mistero. Attraverso la presenza di Maria, le dimensioni profondamente umane del Verbo incarnato diventano più intelligibili, più vicine a noi e ci fanno compiere un cammino, mai finito, di comprensio­ne e conoscenza.

 

Maria, figlia del Padre

Ma c'è anche un'altra cosa da sottolineare ed è che la storia di Maria è tutta segnata da un superamento della sua condizione creaturale per una realizzazione su un pia­no di relazioni interpersonali che non soltanto la coinvol­gono e la chiamano, ma la sostanziano della loro grazia e della loro dignità.

Non possiamo pensare a Maria senza pensare insieme al Padre di ogni misericordia. Anche per Maria il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe era il Padre del Figlio suo Gesù Cristo. A tutti Dio si rivela Padre attraverso Cri­sto, ma in Maria questa rivelazione ha toccato una pie­nezza insuperata.

La Madonna, il suo rapporto col Padre lo ha vissuto co­me figlia e lo ha imparato soprattutto dal figlio suo, il gran­de rivelatore del Padre: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27). Mentre la Madonna portava in seno il figlio suo che era il Figlio del Padre, questi rivelava alla Madre le profondità del mistero della divina paternità.

E anche questa è storia, e cioè è vero che qui in questo nostro mondo, in questo nostro pianeta, in questo cosmo, è accaduto che una creatura come noi, Maria, ha cono­sciuto il Padre di tutti con una pienezza che la identifica figlia come nessun altro.

Maria, madre del Verbo e sposa dello Spirito Santo Questa relazione vivificante tra il Padre e Maria non deve mai essere persa di vista, perché è una dimensione essenziale dell'identità della Vergine. Ma la Madonna ha vissuto anche un rapporto unico con il Verbo eterno di Dio. A nessuno, come a lei, il Padre ha rivelato il Figlio e glielo ha rivelato non con il povero vocabolario delle espe­rienze umane, ma attraverso l'annuncio, che non è stato semplicemente una proclamazione verbale, ma l'invasio­ne della vita.

Maria ha sperimentato nella sua carne, oltre che nel suo spirito, che Cristo è il Figlio di Dio, in una maternità fiorita dalla più intatta e immacolata verginità, in una maternità che la mette nella condizione di aspettare l'incarnazione del Verbo eterno di Dio come una madre aspetta un figlio.

Quando confessiamo che il Verbo incarnato è vero Dio e vero uomo nella duplicità delle nature ma nella unicità della persona, noi facciamo riferimento a quella incarna­zione che non soltanto si verifica in Maria come in un ta­bernacolo, ma si verifica nella sua carne, della sua carne, della sua umanità.

Questa è una delle qualità totalizzanti dell'identità di Maria e noi non possiamo e non dobbiamo minimizzarla. Nell'incarnazione del Verbo, la Madonna ha vissuto anche un altro rapporto sconvolgente, che noi confessiamo nel Credo: Et incarnatus est de Spiritu Sancto. L'incarna­zione cioè non per volontà dell'uomo, ma per la potenza di Dio e dello Spirito. La Madonna è sposa di questo Spi­rito, perché la sua potenza rende la verginità feconda, la maternità vera e il Verbo di Dio figlio dell'uomo e figlio della nostra storia e del nostro tempo.

 

Maria, nostra sorella

E tutto questo lo ha fatto il Signore. Diremo anche quel­lo che ha fatto Maria, ma è troppo importante, per rima­nere nella verità intorno alla Vergine, sottolineare, pro­clamare, dare il primo posto a ciò che ha fatto il Signore.

Questa è la nostra fede: non sono teorie, sono eventi, avvenimenti, storia, in una parola, e non si capisce la Ver­gine se non si cerca di entrare in questa abissale verità che la riguarda, in questa inesauribile verità che viene offerta a tutti noi.

Parlando allora di Maria come di un'eletta, di una con­sacrata, noi andiamo ben oltre quelle che possono essere le accezioni morali ed etiche di questi termini che a noi, anime consacrate, dicono già tante cose. Andiamo oltre perché andiamo alle radici del mistero dell'essere di Dio e dell'essere della creatura.

Questa creatura privilegiata e scelta è una nostra sorel­la: Dio, occupandola, eleggendola, consacrandola non l'ha separata da noi. In lei l'incontro con Dio è consumato in pienezza, e gli uomini hanno ora qualcuno che li precede, insegna loro la strada, dice per dove si passa per realizza­re il progetto di Dio su ciascuno. Un progetto unitario nel quale tutti siamo convocati.

Bisogna che andiamo cauti nel dire che nella Madonna ci sono cose da imitare e cose da ammirare. Quando poi ci mettiamo a fare l'elenco delle cose da ammirare ce le mettiamo tutte, rendendo il capitolo dell'imitazione par­ticolarmente povero di contenuti.

La Vergine è esemplare tutta, è tutta da imitare. Pensando a lei sentiamoci allora provocati a domandare per­dono al Signore per tutte le manipolazioni riduttive della consacrazione, della vocazione, dell'impegno. E se con­templassimo un po' di più questa creatura che è di Dio in senso forte e plenario, avremmo più coraggio per cre­dere che la nostra vocazione, la nostra consacrazione non può essere una sottile mano di vernice data su una povera umanità che rimane sempre quella, ma deve diventare un'invasione del mistero di Dio che tutto cambia, che tutto purifica, che tutto rende luminoso per la sua gloria.

Tutte le cose che abbiamo meditato non hanno avuto molti commenti dalla Madonna: il suo adorante silenzio è il commento più prezioso. Adorare silenziosamente il mi­stero per diventare più capaci di recepirlo, più capaci di aprirsi ad esso con risposte che somiglino di più a quelle della Vergine benedetta, la madre del Signore.

 

«GRANDI COSE HA FATTO IN ME L'ONNIPOTENTE»

Abbiamo cominciato a riflettere sul significato e la pre­senza di Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa, se­condo l'invito dell'enciclica del Papa, e lo abbiamo iden­tificato in ciò che il Signore ha fatto in Maria e di Maria. I privilegi personali di Maria sono finalizzati a quel mi­stero di Cristo e della Chiesa dove la Madonna è segno e presenza. I rapporti di Maria col Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, mentre danno contenuti estremamente ricchi alla pienezza di grazia di cui Maria è insignita, rivelano anche il significato del suo essere presenza mediatrice nella redenzione del mondo.

Ma fermiamoci ancora a guardare ciò che il Signore ha fatto in Maria.

 

L'incarnazione del Verbo

La dimensione trinitaria che il Signore ha voluto che in Maria emergesse attraverso rapporti così pieni e così meravigliosi col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo, diventa storia attraverso due momenti del progetto di Dio.

Prima di tutto nell'incarnazione. L'eterno progetto di Dio si fa storia attraverso l'incarnazione del Verbo che diventa così Gesù Cristo, figlio di Maria. La Madonna en­tra in questo mistero non per sua iniziativa, ma per una intraprendenza misteriosa di Dio che la assume, la perva­de della sua grazia e la rende strumento di incarnazione.

La presenza e il significato di Maria nel mistero di Cri­sto diventano storia concreta, iscritta nel nostro tempo, e la seconda persona della SS. Trinità sta tra le braccia di Maria, che ne è la Madre secondo l'umanità, nella miste­riosa realtà dell'incarnazione.

Maria ha detto di sì e il suo sì è un momento discrimi­nante per cui dal progetto si passa alla sua realizzazione. Ma il sì di Maria, pur essendo un sì consapevole, profon­damente libero e disponibile, è ancora un sì sopraffatto dalla potenza dilagante di Dio.

C'è un maturare dell'incarnazione che non è limitato al tempo dell'attesa, ma è coinvolgente tutta la vita. Bi­sogna dire che la Madonna, chiamata ad essere madre, coin­volta nell'essere strumento di incarnazione, mentre acco­glie il figlio, viene preparata da Dio a sapere prima e a con­sentire e a realizzarlo in pienezza poi, che questo figlio non le è dato solo per la sua gioia e il suo gaudio, ma per la salvezza del mondo. Le è dato perché a sua volta lo dia.

Dio la fa madre, ma la espropria del figlio - anche se in realtà proprio attraverso questa espropriazione il figlio diventa sempre più suo figlio e lei l'unica madre - e la Madonna, l'esperienza storica di che cosa questo signifi­chi, la fa lungo tutta la sua vita.

Già a Betlemme, quei pastori che arrivano per primi cominciano a rubarle un po' il figlio; quei Magi misteriosi continuano nello stesso impegno, e quando Maria porte­rà il bambino al Tempio, il vecchio Simeone le dirà che quel figlio le è stato dato per la salvezza e la caduta di molti, che diventerà un segno di contraddizione e che una spada le trapasserà il cuore (cf Lc 2,34-35).

 

La Chiesa, corpo di Cristo

A livello storico, questo realizzarsi della maternità di Maria è davvero qualcosa che si compie non soltanto nel giorno dell'annunciazione o nel Natale del Signore, ma lun­go tutta la vita della Madonna.

Questo figlio, perché le è dato? perché è venuto a in­carnarsi? perché è affidato alla sua maternità affinché lo cresca e lo custodisca per i tempi di Dio? Il perché è, come abbiamo detto, la salvezza del mondo, la redenzione degli uomini, la realizzazione del regno. Sono i grandi mo­tivi che ci aiutano a capire come la presenza della Madon­na nella vita del figlio suo significa anche un coinvolgi­mento di questa madre nel destino, nella vocazione del figlio, nelle ragioni per cui le è stato dato e affidato.

Cristo non è soltanto il Verbo incarnato, ma è il Verbo che attraverso l'incarnazione, per volontà del Padre, de­ve diventare principio di una creazione nuova, che sarà l'uomo salvato, che sarà la comunità dei credenti, il po­polo di Dio, il mistero della Chiesa.

Questa dimensione ecclesiale della storia di Maria non è qualcosa che viene dopo: è qualcosa che emerge a poco a poco, ma nel progetto di Dio è sempre presente. Non si può parlare di Cristo senza parlare della Chiesa, e quindi il vincolo della Madonna con la Chiesa ha la sua radice nel Verbo incarnato, suo figlio. Nella misura che è veramente Madre di questo Verbo, Maria è presente nella Chiesa, per­ché la Chiesa è la pienezza di Cristo, il suo Corpo, e que­sto corpo è quello che Maria, maternamente, gli ha dato.

I Padri della Chiesa hanno meditato lungamente su que­sta misteriosa realtà del corpo di Cristo che ha le sue ra­dici nella maternità di Maria, ma che poi integra in se stesso tutta l'umanità salvata e da salvare, la concretezza stori­ca della salvezza operata da Cristo che è la Chiesa.

Nella maternità di Maria, attraverso l'unione ipostati­ca, avviene quella misteriosa simbiosi per la quale Cristo è uno, essendo insieme vero Dio, eterno e onnipotente, e vero uomo, capace di morire nel tempo. C'è la necessa­ria distinzione della natura divina e della natura umana, che l'incarnazione non distrugge, ma nello stesso tempo c'è l'onnipotenza del Signore che di questa ricchezza di­vina e umana fa una persona sola, quella del Signore Ge­sù, che la Madonna stringe nelle braccia, delizioso bam­bino, e che ai piedi della croce presenta al Padre come uomo dato in olocausto.

In Maria Cristo assume tutta l'umanità e ne fa il suo corpo e la sua pienezza e la Madonna è coinvolta in que­sto divenire del Figlio suo: ne è la primizia perché in lei l'incarnazione ha inizio, ma ne è anche la maternità per­ché da lei l'incarnazione dilaga, e prende tutti gli uomini. Ecco perché, dopo l'annunciazione, Maria, ricca del suo dono, va in fretta a portarlo ad Elisabetta.

Ecco perché, dopo la nascita, porta Gesù al Tempio per offrirlo al Padre e nel tempo di Nazaret, così misterioso, nel quale si consuma la maggior parte dei suoi giorni ter­reni, lei continua a crescere il figlio, sapendo che non lo cresce solo per sé.

Così la Madonna comincia a generare la Chiesa. Quando Gesù comincerà ad uscire dal suo silenzio e dal suo misterioso nascondimento, lei non sarà argine e il suo dare Gesù sarà inesauribile, perché tutta la novità dei suoi giorni sarà vedere che il figlio diventava il sale della ter­ra, la luce del mondo, la voce di Dio che rivelava i suoi misteri, il compimento delle promesse, la consolazione del suo popolo, il profeta di ogni verità, il testimone di ogni giustizia, il prodigioso risanatore degli infermi.

Gesù sarà con coloro per i quali è venuto, per i quali lei lo ha cresciuto, e Maria è là a dire di sì, che va bene così, anche se questo significherà per lei essere messa in disparte.

Saranno momenti non privi di una dimensione anche umana, piena di mistero e di sofferenza. È un'altra ma­ternità che matura e che ai piedi della croce riceverà la sua piena rivelazione: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26).

Il nostro diritto di chiamarla madre è fondato su que­sta parola e sul consenso di Maria a crescere quel corpo di Cristo che è la Chiesa.

Il suo essere Madre della Chiesa non è solo un evento spirituale, ma un avvenimento storico, che si farà concre­tezza di vicende radicandosi nel tessuto dei suoi giorni. Sarà il suo crescere, il suo completarsi, il suo consumarsi in definitiva pienezza.

 

Maria e la redenzione del tempo

La Madonna è in questa storia che si fa, che cresce, che matura; e a sottolineare questa verità dobbiamo ancora notare una cosa che il Vangelo e l'enciclica del Papa evidenziano in modo particolarissimo. È il concetto della pie­nezza dei tempi.

Il Vangelo, narrando l'annunciazione, fa riferimento a questa dimensione della pienezza dei tempi che scandisce storicamente il mistero di Gesù.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che il significato del tempo nel progetto di Dio è pienamente rivelato e realiz­zato col compiersi di questi misteri. Il tempo esiste per dare spazio a questi misteri.

Il tempo lo ha fatto il Signore proprio come ritmo di un progetto divino che si compie in pienezza quando Cri­sto diviene realtà visibile e la sua missione non solo viene proclamata, ma viene realizzata nella salvezza di cui la Chiesa è perenne sacramento. E uno dei segni della pie­nezza dei tempi è Maria.

Maria dunque è coinvolta anche in questo dinamismo misterioso del tempo redento. Le nostre visioni umane del tempo non sono molto redentive. Il tempo fa passare tut­to, il tempo conclude nella morte delle cose, tutto passa. Questa concezione del tempo è purtroppo diffusa nella no­stra cultura, dentro la quale il dolore e la croce sono uno scandalo e la morte è negata e rimossa. Nel ritmo di que­sto tempo che passa inesorabilmente si fa strada la visio­ne pagana del «carpe diem», del «goditi la giornata».

A questa cultura non ci è facile sottrarci, perché il no­stro modo frenetico di vivere sembra catturarci in una vi­sione distruttiva del tempo, tempo che rende tutto effi­mero, tutto fuggevole.

Invece la presenza di Gesù e di Maria redimono il tempo. La storia non è più il ritmo del tempo che se ne va e tutto dissolve, ma il ritmo del venire del Signore che tutto salva e rende glorioso della sua gloria e beato della sua beatitudine.

 

La serva del Signore

Tutto questo ha bisogno però ancora di una riflessione che, mentre è ancora storia di ciò che Dio ha fatto, comincia ad essere storia di ciò che la Madonna ha fatto, fa e farà.

Noi crediamo che Maria è stata creata piena di grazia, immacolata, è stata predestinata ad essere madre, è stata annunziata, ma il consenso che Dio ha chiesto a Maria per assumerla nel suo progetto è avvenuto attraverso la mani­festazione della divina volontà.

Il Vangelo dell'annunciazione ci dice che Maria domanda spiegazioni. C'è quindi messa in evidenza tutta la respon­sabilità e la libertà di questa creatura che, interpellata da Dio, domanda spiegazioni. E non ne ha.

La risposta che ne riceve è sconvolgente: «Lo Spirito Santo sarà su di te, ti colmerà e tu sarai madre» (Lc 1,35). Questa non è una risposta, è la dichiarazione di una vo­lontà fermissima e la dinamica di questo compimento sto­rico dell'incarnazione è tutta segnata dal Signore che ri­vela il suo progetto e il consenso obbediente della Madon­na: «Sia fatto di me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

E non a caso la Madonna, nell'assumere l'atteggiamen­to del «fiat», si dichiara «ancella». Il Signore le annuncia che sarà madre, cioè signora, e lei in questo annuncio pren­de piena coscienza che sarà invece serva. Possiamo dire che la rivelazione del mistero diventa il momento culmi­nante nel quale la Vergine riconosce pienamente la sua identità: è la serva del Signore.

Che cosa significa essere serva lo sa, quali saranno i ge­sti che questo servizio le imporrà non lo sa, però questa sua condizione fondamentale identificante, al di sopra di ogni particolarità e di ogni vicenda, è ciò che Maria offre al Signore come primo gesto di obbediente collaborazione.

Quale contenuto a questo servizio la Madonna riuscirà a dare durante la sua vita, cercheremo di meditarlo, ma intanto cerchiamo di recepire questa radicalità del suo es­sere serva, collaboratrice nella disponibilità più assoluta. Qui si salda il mistero con la storia, cioè quanto Dio sa fare con la sua onnipotenza e tutto ciò che la creatura può offrire a questa onnipotenza per diventarne spazio e storia.

 

Per noi consacrati

A questo punto penso che possiamo fare una riflessio­ne applicativa a noi stessi, perché, come abbiamo già det­to e diremo, la Madonna è presenza esemplare.

Tutto ciò che avviene in Maria, secondo la parola del Vangelo, non ha lei per unica destinataria, ma avviene per renderla primizia di una destinazione universale.

Anche per noi è vero che dobbiamo essere figli della Chiesa e ne dobbiamo diventare madri.

Innanzi tutto, dobbiamo imitare la figliolanza di Ma­ria. Non è necessario spendere troppe parole per descri­verla: lei sa che da Cristo ha tutto, per Cristo è l'Imma­colata, la piena di grazia, la madre del Verbo che è venu­to per essere, nella pienezza del suo corpo, la Chiesa.

In che misura ci sentiamo figli della Chiesa?

Si ha a volte l'impressione che anche nella vita religio­sa, in questa forma plenaria di vita cristiana, serpeggino certe tendenze abbastanza comuni per le quali pare che prima si finisce di essere figli, prima e meglio e più si sia realizzati. Ci si domanda addirittura se parlare di Dio co­me Padre sia ancora possibile e legittimo.

Vi è indubbiamente una crisi in questo rapporto pri­mario e l'uomo è assediato da infinita solitudine perché ha perso vincoli così fondamentali e così essenziali per la sua identità.

Siamo creati a immagine di Dio che è Padre, di Cristo che è Figlio, e tutte le volte che questo rapporto si este­nua, illanguidisce, si perde nelle nebbie, non sappiamo nep­pure più essere uomini.

La riflessione la faccio perché mi pare che non sia più così spontaneo sentirci figli della Chiesa. Anche spiritual­mente ci pare ormai di essere grandi.

Domandiamoci se il nostro sguardo sulla Chiesa è uno sguardo filiale oppure giudicante e interessato.

Ci sentiamo nutriti, guidati dalla Chiesa? Abbiamo bi­sogno di sentire che la Chiesa ci è vicina? Abbiamo il de­siderio di sperimentare la maternità della Chiesa nei no­stri confronti?

Oppure a volte sogniamo una Chiesa con la spada in mano, munita di una efficienza che dovrebbe quasi rove­sciare nella storia l'onnipotenza di Dio? O ci sentiamo a volte ministri di una Chiesa che a tutto ci autorizza, per­ché sotto la sua potenza, la sua difesa ci sembra finalmen­te di contare qualcosa anche noi?

Non sono atteggiamenti filiali, non sono gli atteggia­menti di Maria, che segue il Figlio suo che sta compagi­nando la Chiesa, con silenziosa umiltà, con amabilissima semplicità, con una fedelissima presenza.

Ma alla Chiesa dobbiamo anche dare tutto e la nostra dedizione apostolica, la nostra consacrazione pastorale, la ricchezza e la varietà dei nostri carismi e delle nostre vo­cazioni devono essere a servizio della maternità della Chie­sa, per rendere sempre più evidente, in mezzo al popolo di Dio, che la Chiesa è madre.

È certo che non sono i nostri nervosismi, le nostre asprezze, le nostre assolutezze, le nostre aridità di mente e di cuore a rendere evidente che la Chiesa è madre.

La nostra povera umanità, vivificata dalla grazia filia­le, dovrebbe diventare più capace di una trasparenza per la quale chi incontra noi incontra sempre una Chiesa ma­dre. Siamo persone che hanno il cuore, la mente, la sensi­bilità e tutto l'essere così intrisi della misericordia di Cri­sto da diventare capaci di annunciare credibilmente che la Chiesa è madre e aiutare gli altri a farne l'esperienza?

Ma Maria - abbiamo detto - è la serva del Signore. La consacrata per eccellenza, coronata di stelle nella vi­sione dell'Apocalisse, è anche una creatura divorata dal progetto di Dio che la consuma, la offre come il figlio suo in olocausto. L'essere serva del Signore acquista in Maria una tale radicalità e una tale pienezza di impegno da non lasciare più spazio per altro.

Essere consacrati significa essere a servizio, senza ri­servare né per sé né per altri un briciolo del nostro essere e della nostra esistenza. Dio afferma su noi la sua signo­ria e noi siamo felici che lo faccia.

Questa felicità non eslcude il martirio di Gesù, il servo di Jahvè, e quello di Maria, e quindi non esclude neppure il nostro sacrificio. Ma la nostra fedeltà dovrà sempre es­sere tale da renderci capaci di portare sino alla fine il pe­so dell'immolazione in una misteriosa beatitudine di pace.

Sono cose difficili a dirsi e a farsi, però Qualcuno che è capace di farle c'è, e allora lasciamogliele fare.

 

Il SÌ DI MARIA

Abbiamo meditato finora ciò che ha fatto il Signore creando Maria, e predestinandola ad essere sempre pre­sente nel progetto della salvezza. È arrivato il momento di domandarci ciò che ha fatto Maria, perché la sua storia è, sì, tutta intrisa di ciò che ha fatto il Signore, ma non è meno sostanziata di ciò che ha fatto lei.

 

Serva obbediente

Che cosa ha fatto Maria? Il racconto dell'annunciazio­ne ce lo dice con chiarezza: la Madonna ha detto sì e si è fatta serva del suo Signore. Non ha fatto altro, ma è proprio questo sì e questo servizio che ha reso possibile al progetto di Dio di farsi storia.

«Ecco la serva del Signore, si compia in me la tua paro­la»,(Lc 1,38).

E questa la prima risposta di Maria al progetto di Dio appena ricevuto in dono; in dono pieno di mistero al qua­le offre prima la sua conoscenza critica e responsabile nei dettagli e poi il consenso della sua fede e del suo amore.

La Madonna dice di sì, una parola breve che riempirà la sua vita, e si consegna a Dio nell'atteggiamento di chi si mette a servizio, di chi si fa suddito, di chi si lascia pren­dere e dominare.

Il suo consegnarsi viva alla parola del Signore, senza aver ancora compreso quali possano esserne i contenuti stori­ci, è un impegno nel quale Maria si identifica e da ora in avanti non farà altro.

Lei non sa come la sua maternità maturerà, dove fiorirà, se e come il suo figlio sarà accolto. Il Signore glielo farà comprendere quando le cose saranno compiute, ma intanto nell'adorazione silenziosa il suo credere crescerà e la sua fede diventerà vita non solo per lei ma per tutti. Non è importante sapere che cosa accadrà «poi»: è impor­tante renderci conto che Dio ha il diritto di prenderci co­sì. Il resto riguarda lui, non noi.

A Maria la parola annunciata è bastata per consegnarsi al Dio vivo nel pellegrinaggio dei suoi giorni, nell'obbe­dienza del momento per momento, che diventa disponi­bilità alle scelte di Qualcuno.

Non possiamo però fare a meno di chiederci quale pro­fondità, quale grandezza, quale assenza misteriosa espri­mano e realizzino il sì di Maria e il suo servizio.

Innanzi tutto, non possiamo distaccarli dalla proposta di Dio, dal progetto di Dio e dalla sua iniziativa. La Ma­donna, questo servizio non l'ha ridotto a qualcosa di suo, a qualcosa sulla sua misura di creatura, ma a una realtà che la trascendeva in ogni senso, dal punto di vista della comprensione, del sapere e del conoscere. La trascendeva anche per l'imperiosità con cui Dio, il Signore, entrava nella sua vita, per cui il suo essere umano e femminile era quasi travolto dall'iniziativa e dal progetto di Dio.

A tutto questo la Madonna ha detto di sì. E qui potre­mo anche chiudere questa meditazione, raccoglierci intorno a questo sì e cercare di intravvederne il vertiginoso abisso.

Ma la Madonna ha dato dimensioni umane al suo sì, cioè dicendo sì e dichiarandosi serva non ha conclusa una vicenda, ma l'ha cominciata.

 

In cammino

L'irrompere di Dio nella vita di Maria è certo il motivo di quella pienezza di grazia, di quel fulgore di privilegi che la Madonna ha raccolto dal suo Signore, però è anche l'inizio di un cammino. Il suo sì avrà una storia, sarà una storia; una brevissima sillaba che colmerà i suoi giorni, per­ché il suo servizio non sarà solo un dato della sua esisten­za, ma il colmarsi del suo tempo.

Saranno un sì e un servizio imperscrutabili in un primo momento, ma capaci di una crescita che sarà appunto la storia di Maria, la madre del Signore.

Dopo l'annuncio dell'angelo, dopo il suo sì, il Vangelo ci mostra Maria frettolosa, che si fa pellegrina, che si mette in cammino e va a trovare con le intenzioni della carità e dell'amore la sua parente Elisabetta.

Cosa porta Maria nella casa di Elisabetta? Non porta qualcosa, porta Qualcuno. Nel momento dell'annunciazio­ne, Dio incontra Maria, la elegge, la consacra, la fa sua, la rende madre del Figlio suo. Nella casa di Elisabetta è Maria che rivela, ancora prima che il mondo sappia, che il promesso è venuto, che il tempo del Messia si è compiuto.

Questa rivelazione, prima che ad Elisabetta, è fatta al fi­glio di lei: è lui che dice a sua madre, con un misterioso sus­sulto di gioia, quello che sta succedendo e chi è la visitatrice inattesa che è giunta a casa sua. Ed Elisabetta dice: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc 1,43).

È questa la prima fecondità del sì e del servizio di Maria.

 

La fede di Maria

Elisabetta, dopo aver espresso il suo stupore, aggiunge qualcos'altro e dice la cosa più vera, più radicalmente vera che in un momento simile poteva essere detta: «Beata te, che hai creduto all'adempimento della parola del Si­gnore!» (Lc 1,45).

La fede della Madonna nel compimento di una parola è l'inizio dell'incarnazione, della storia della salvezza, della redenzione e quindi anche della Chiesa come popolo di Dio. In quel momento Maria è la Chiesa, che ancora non c'è. Ma c'è lei che con la pienezza della sua fede anticipa la Chiesa, essendone profezia, segno e figura.

Il popolo di Dio ancora non sa ciò che è capitato, ma lei è la primogenita, la prima salvata, la prima redenta e lo è proprio perché ha detto di sì credendo. Il resto lo ha fatto il Signore, ma lei ha creduto.

Dunque questo dire di sì credendo che identifica la Vergine è il significato della sua presenza nel mistero di Cri­sto e della Chiesa, come dice il Papa nella sua enciclica. Non a caso la prima rivelazione del mistero agli uomini accade mentre la Madonna è pellegrina, è in cammino, è uscita di casa, ha compiuto i primi passi in questo cammi­no della fede nella quale lei è inabissata - perché la fede è dono di Dio -, ma nella quale sta cominciando a cam­minare, perché la fede è storia di uomini.

Il dono ha già la sua pienezza e il suo compimento, per­ché Dio le cose le fa sempre così: Dixit et facta sunt, ma deve diventare storia delle creature. Maria vive contem­poraneamente la pienezza di una fede donata e l'inizio di una fede che si mette in cammino.

E questo mettersi in cammino della Madonna - ed è per questo che «ha fretta» (cf Lc 1,39) - è l'inizio non pro­gettuale ma storico della salvezza. I tempi sono compiuti e la redenzione comincia a camminare per le strade degli uomini.

Sulle colline della Giudea, Maria va, portando il Signore, lodando e glorificando il Signore, e tra il suo credere e il suo portare c'è una connessione così stretta e profonda che spiega come mai, nella vita della Vergine, il cammi­nare nella fede non sia stato solo il momento iniziale, ma l'atteggiamento di tutta la vita.

 

Una fede obbediente

Ma c'è un'altra dimensione di questa fede, che appare nella fretta amorosa di Maria, resa ormai pellegrina, ed è che, credendo all'adempimento della parola di Dio, a questa parola si è sottomessa in un atteggiamento di ser­vizio così pieno e così perfetto da meritare il nome di ob­bedienza della fede.

La Madonna ha creduto al dono e si è sottomessa, ob­bedendo e tacendo, alle conseguenze del dono.

Anche questa connotazione dell'obbedienza della fede viene analizzata a fondo dal Papa nella sua enciclica, per farci comprendere che è la fede che rende piena e consu­mata l'adesione della volontà di Maria a quella del Padre, la sottomissione della sua vita al progetto di Dio.

L'obbedienza sarà il criterio che guiderà i suoi passi, co­sì come darà sostegno e perseveranza a tutte le sue attese, a tutta la sua pazienza, a tutta la sua inesauribile maternità.

La Madonna è la serva obbediente che non discute la volontà del suo Signore, ma fa questa volontà, da essa si lascia quasi identificare.

«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha nutrito», dirà una popolana a Gesù, e Gesù risponderà: «Beato piuttosto chi ascolta la parola di Dio e la mette in pratica» (cf Lc 11,27-28). Parla di sua madre, le rende testimonianza e questa dichiarazione di beatitudine rie­cheggia quella di Elisabetta: «Beata te che hai creduto» (Lc 1,45).

In altra occasione Gesù dirà: «Mia madre e miei fratel­li sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Mt 12,49), e questo atteggiamento, che è fon­damentale nei rapporti dell'uomo con Dio, finisce con l'es­sere quello più specifico di Maria, della sua missione e della sua esemplarità.

Questa radicalità nell'obbedire non è riferibile a quella morale obbedienza di cui tanto parliamo, intorno alla quale tanto riusciamo a fare distinzioni per riuscire a fare la no­stra volontà, credendo che sia quella di Dio. È un'altra cosa.

L'obbedienza della fede dà una preminenza assoluta alla dimensione dell'abbandono.

Se non ci domandasse di abbandonarci a Dio, la nostra obbedienza sarebbe idolatria, mentre nell'abbandono di­venta adorazione, diventa proclamazione che il Signore è Signore, diventa un vivere nel quale sappiamo in ogni momento che cosa fare e non sappiamo mai conclusiva­mente che cosa il Signore faccia e voglia fare.

La Madonna ha detto sì, ma quale groviglio di vicende l'aspetta, quante cose impensate e impensabili si trova ad affrontare. Il suo sì, comunque, è detto una volta per tutte.

Io credo che la nostra vita debba sentirsi provocata da questo esempio di radicalità nell'obbedienza della fede. Anche noi dobbiamo abbandonare la nostra vita alla pa­rola del Signore: è il senso del nostro essere cristiani, del nostro essere religiosi, dell'essere chiamati alla santità.

E questo non nell'una o nell'altra circostanza, ma nella quotidianità dei giorni e nella continuità dell'esistenza: dire di sì credendo, adorando e - non dimentichiamolo, per­ché la Madonna ci insegna anche questo - amando.

 

Per noi che crediamo

Ecco, abbiamo detto come è cominciato il sì di Maria e quale ne sia stata la prima conseguenza: un traboccare del mistero nel dilagare dell'annunzio. È già Vangelo questo, è già buona novella, e l'immediatezza con cui la fede di Maria diventa buona novella per il mondo dovrebbe farci riflette­re su questi dinamismi misteriosi della fede che noi sotto­poniamo a troppe analisi, a troppe ricerche, a troppi con­fronti, estenuandone a volte la luce, la grazia e la fecondità.

La Madonna ci insegni a vivere senza curiosità troppo epidermiche, troppo umane e terrene, che ci distraggono dall'assaporamento della parola di Dio, dalla comprensione amorosa della stessa, da quell'atteggiamento del conservare nel cuore che Maria conosceva così bene nella quotidiani­tà del suo vivere e nella peregrinazione misteriosa della fede.

In questa prospettiva, l'imitazione della Madonna non è ripeterne questo o quel gesto, quanto piuttosto il lasciarci introdurre da lei in questo vivere nuovo, secondo la paro­la di Dio e il suo progetto, che in Cristo ha la sua inesau­ribile storia e il suo compimento.

Forse quando parliamo della volontà di Dio e della no­stra obbedienza consacrata siamo troppo preoccupati di dare a tutto questo dei contenuti costruiti sapientemente da noi con la coerenza della nostra vocazione, il coordi­namento dei nostri carismi, l'armonizzazione delle nostre iniziative, nella valorizzazione metodologica e sistemati­ca delle nostre risorse.

Siamo bravissimi a crearci gli alibi per non obbedire a Qualcuno che ci tiene tanto che gli crediamo sulla parola, che ci abbandoniamo alla sua volontà senza pretendere che quadri con la nostra, che ci affidiamo alla sua sapienza sen­za confidare nelle nostre scelte.

 

PELLEGRINA NELLA FEDE

Cominciando a meditare come Maria ha risposto all'i­niziativa di Dio, dicevamo che tutto è compreso nel suo sì e nel suo servizio, nel sì della serva del Signore. Da quel momento Maria diventa pellegrina nella fede e nel com­pimento della volontà di Dio.

Questa equivalenza tra il credere alla parola di Dio e il fare la sua volontà, che appare nella Madonna imme­diata ed evidente, è già una grande luce accesa nella no­stra vita dove il trapasso dalla fede nella parola all'obbe­dienza alla volontà di Dio non è tante volte così imme­diata e c'è anche da dubitare che facciamo drammatica la fede solo perché non abbiamo voglia di fare la volontà del Signore.

La fede di Maria è invece la fede delle opere, è la fede della Chiesa, ed è interessante per noi, che non possiamo dimenticare che la Madonna è presente come esempio e come modello, che il Vangelo metta in evidenza questo suo pellegrinare nella fede.

Maria cammina nella fede e questo vuol dire che è una creatura coinvolta da Dio nel suo progetto di salvezza. In questo mistero la Madonna ci è portata dentro dalle iniziative di Dio: non è lei che ha scelto questa strada, che ha elaborato questo progetto salvifico; lei ne è coin­volta e a questo progetto dice di si, sapendo solo che il Signore è Signore e le chiede di essere al servizio. Maria ha capito subito, con l'intuizione della fede, cosa signifi­cava credere.

Non si impadronisce del mistero, ma al mistero si ab­bandona, con amore, perché nel mistero si sente amata da Dio.

Questa fede, che non potremmo pensare più perfetta e più piena, non è per Maria un punto di arrivo, ma un punto di partenza: è questa pienezza di fede che la rende pellegrina.

Questo significa sostanzialmente due cose: la prima è che la Madonna non vive nella beatitudine di chi ha var­cato i confini della fede inabissandosi nella visione. Il modo di sapere, di capire, di vivere, di Maria è il credere.

Anche per lei pellegrinare nella fede ha significato cam­minare nelle condizioni terrene, dove la fede non è mai compimento, ma è sempre promessa, attesa, adorazione; è sempre un camminare con la luce della parola di Dio, con la sicurezza che deriva da questa, al di fuori di ogni evidenza e di ogni possibilità di verifica.

La seconda ragione di questa condizione pellegrinante di Maria è data dal fatto che la Madonna dalla sua fede non è strappata via dagli accadimenti del mondo e della storia, del tempo e delle vicende umane; ma dentro que­ste vicende cammina, crede, è a disposizione del Signore.

La Madonna è una credente in condizione di terrestri­tà, di temporalità, di dimensione umana, nella quale quanto più il dono della fede è perfetto, tanto più si fa abissale la sproporzione incolmabile tra le cose che gli uomini ve­dono e sanno e la fede come progetto di Dio.

La Madonna è quindi pellegrina in questa condizione che è esattamente quella degli uomini e perciò è veramente sorella dei credenti, li precede e li accompagna perché i misteri del Signore trascendono tutto e tutti, e solo lui ci può dare una misura per viverli ed esserne trasformati.

Maria ha camminato nella fede all'interno di questo mi­stero, nel quale lei ha creduto e sperato; che ha desidera­to senza possederlo in condizioni piene ed eterne.

Questo significa essere pellegrini: credere di avere una meta, ma non vederla; sentire il bisogno di andare avanti per raggiungerla, ma non sapere dove sia né cosa sia, se non attraverso una nomenclatura molto generica.

In questo pellegrinaggio della fede, la Madonna è a tu per tu con i misteri delle iniziative di Dio, sa di trovarsi coinvolta nel mistero della salvezza, sa che la sua fede è un momento della fede di tutta l'umanità e della Chiesa.

È sua, certo, ma lei se ne sente solo depositaria, come primogenita nella fede, compagna inseparabile di quanti sono chiamati a credere.

Forse avremmo bisogno di riflettere, in questa prospet­tiva, ai vari episodi evangelici della vita di Maria.

 

Da Betlemme a Nazaret

Abbiamo già meditato la visita ad Elisabetta, ora vo­gliamo riferirci al Natale di Gesù.

Le è stato promesso un figlio che siederà sul trono di Davide e la Madonna lo depone in una mangiatoia. Non è il trono delle previsioni nazionalistiche del suo popolo e neppure quello gloriosamente annunziato dai profeti.

Alla nascita di Gesù, Maria accoglie attorno al suo fi­glio i primi fedeli, i primi adoratori e sono i pastori. Non è esattamente la corte di Davide, ma è già l'inizio di un popolo che si accosta al Signore e che trova in Maria colei che non lo sottrae a questo incontro.

Maria offre ai pastori il figlio suo, li illumina di fede, li colma di speranza, e i pastori «se ne tornarono glorifi­cando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto» (Lc 2,20). E la gioia di questi pastori scende nel cuore di Maria, viatico della sua fede.

C'è poi l'episodio dei Magi. Sembra finalmente una vo­cazione alla gloria: anche i potenti cercano il bambino, il figlio di Maria. E invece è l'inizio dell'esilio. La Madon­na diventa pellegrina per le strade, se ne va in esilio con in braccio il suo figlio.

In quel momento la fede di Israele, la fede dell'univer­so intero è in lei: è sola a credere e crede per tutti. Prece­de tutti, anche nell'esilio. I suoi giorni si riempiono di que­sto credere misterioso, di questo vedere e non capire, di questo lasciarsi condurre da vicende che la superano, nel­le quali però lei è presente ed è essenziale che presente sia.

Ciò che Simeone dice nella presentazione al Tempio è un'altra parola di fede che le viene offerta, ma è anche un'altra obbedienza nella fede che le viene chiesta. Maria

però ha già detto sì e non lo ripete più, non ha bisogno di ripeterlo, perché il suo sì è qualcosa di così totalizzante nella sua vita che è tutto consumato nell'adorazione, nel­l'ascolto, nell'adesione e nell'obbedienza.

Maria ritorna a Nazaret, oscura città intorno alla quale non esiste splendore di profezie, come a Betlemme, e il suo ritorno, come pure l'esilio, non è governato da decisioni che prende lei, ma Giuseppe. Maria crede e obbedisce.

Nel momento che il mistero diventa storia umana, co­me nell'annunciazione, l'angelo va da Maria, ma quando questa storia del Verbo incarnato diventa storia di uomi­ni e di vicende umane, l'angelo va da Giuseppe, quasi a sottolineare che anche nella regalità della sua maternità divina, Maria rimane la serva obbediente.

A 12 anni Gesù va a Gerusalemme con i suoi genitori e si sottrae a sua madre. La Madonna si mette alla ricer­ca, nella fede, di questo Signore per le strade di Gerusa­lemme. Lo trova nel Tempio e il suo cuore di madre scop­pia e dice al figlio suo: «Figlio, perché ci hai fatto que­sto?» (Lc 3,48). Ma prima di poterlo riabbracciare, deve sentirsi dire da Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapeva­te che devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 3,49).

Questo Gesù che si ribadisce figlio del Padre, non si sottrae però al suo essere figlio di Maria, ma inquadra la maternità di Maria in una figliolanza misteriosa e unica: è figlio di Dio e figlio di Maria.

E la Madonna non capisce (cf Lc 3,50). La sua fede de­ve maturare, deve progredire, deve andare verso una pie­nezza. Oggi è il buio della fede. Maria, in silenzio, pren­de il figlio suo e se ne torna a Nazaret.

Comincia un altro cammino della fede di Maria: la lun­ga stagione della vita nascosta di Gesù.

 

Nascosta con Cristo in Dio

L'evangelista nota che Gesù «cresceva in età, in sapienza e in grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini» (Lc 3,52). Questa affermazione evangelica, che sembra così ovvia, ci porta l'eco dell'esperienza della fede di Maria. Lei era testimone di questo crescere nella lunga stagione nazare­tana della vita di Gesù, inserita nella storia giornaliera degli uomini, con i quali condivideva l'esistenza in quelle che sono le scontate vicende di ogni giorno.

Crescendo in età, Gesù cresceva in sapienza, ci dice il Vangelo. Dobbiamo dire che Gesù era un ragazzo intelli­gente e che la Madonna constatava la fioritura mirabile di un figlio che apre gli occhi, che vede, che discerne, che giudica, che recepisce tutto quello che gli sta attorno e ne fa tesoro per una crescita veramente umana.

Tutto questo si deposita nel cuore di Maria come un fermento per la sua fede. È condotta per strade che sono di tutti, ma che sono anche una strada unica e irripetibi­le: quella di Gesù che è la via (cf Gv 14,6) e di Maria che lo accompagna.

Accompagnandolo, cresce nella fede ascoltandolo, ub­bidendo e mettendosi in sintonia con i ritmi misteriosi di tempi che sono di Dio e non dell'uomo. Questo ragazzo cresce, diventa un giovane vigoroso e bello, diventa un uomo maturo e non succede niente. L'itinerario della fe­de di Maria non è un modo di dire, è un'esperienza scan­dita nella monotonia di giorni che sono tutti uguali e nel­lo stesso tempo rappresentano il venire misterioso di Dio.

Lei crede e aspetta il compimento della parola di Dio annunciata dai profeti.

 

Sulle strade degli uomini

Finalmente giunge anche il giorno in cui Gesù esce da questo misterioso nascondimento, da questo tempo che sembra passare inutilmente, e comincia la sua vita pubblica.

La Madonna non è per le strade dietro al figlio suo, ma rimane pellegrina nella fede. Il figlio parte di casa e la sua casa diventa la strada, perché «il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58).

Gesù, il salvatore di tutti, si mette in cammino per an­dare sulle strade degli uomini che sono perduti, e lascia sua madre a credere e a sperare. Inizia un'altra stagione della fede di Maria, non sappiamo dire se più piena di espe­rienze umane sconvolgenti o di intuizioni sovrumane di cui il Signore la colma, con cui la fa crescere e la rende la primogenita dei credenti.

Durante la vita pubblica di Gesù, diventato ormai sem­pre più di tutti e sempre meno suo nell'esperienza quoti­diana, avvengono cose sconcertanti che rendono sua ma­dre più che mai pellegrina nella fede.

Deve ascoltare, Maria, le cose che si dicono su di lui, e quante se ne dicono! Le cose di chi si lascia convincere dal Maestro che annuncia il Vangelo e le cose dette da chi si indigna per la pretesa di questo uomo di essere il Mes­sia. Lei ascolta tutto, tutto chiude nel suo cuore, per un progredire nella fede che, giorno per giorno, la consuma e la vivifica.

E allora, senza uscire dal suo atteggiamento silenzioso e adorante, senza venir meno alla sua fede obbediente e sottomessa, entra anche lei nelle cose umane.

Avremo bisogno di ritornare su questo punto per vede­re come la Madonna rende la sua fede personale il dina­mismo più profondo del suo essere madre per tutti gli uo­mini. Ora vogliamo piuttosto fermarci al momento cul­minante della fede di Maria, che è il momento della croce.

 

Stabat Mater

La Madonna, e il Vangelo inquadra questo fatto con so­lennità, è ai piedi della croce, dove il figlio suo è crocifis­so. Lei, pellegrina nella fede, è puntuale all'appuntamento al quale non è possibile mancare per chiunque crede in Gesù.

La Madonna è lì a ratificare, con la sua presenza di cre­dente, ciò che Cristo compie. Ma a rendere più evidente il significato della sua presenza, accade ciò che l'evangeli­sta Giovanni ci racconta: «Donna, ecco tuo figlio», e al discepolo: «Ecco tua madre» (cf Gv 19,26-27).

Il figlio crocifisso si distacca così dalla madre sua, o me­glio, la coinvolge nell'oblazione consumata di sé, e la rea­zione di Maria è sempre la stessa: il silenzio adorante, l'accogliere questa parola del Signore, il lasciarla dilagare nel suo cuore e ricominciare a camminare.

Da quel momento Maria non è più la casa di Gesù, Maria è la Madre nella casa del discepolo, quel discepolo che è la Chiesa.

Sotto la croce, la fede di Maria è ancora in cammino. Ma dunque dove sono tutte le promesse, tutte le profe­zie, tutti i riferimenti messianici? Possiamo pensare che nel cuore di Maria queste domande non siano mancate, o dobbiamo credere che il suo diuturno e perseverante cam­mino nella fede l'avesse già purificata da questi umani tra­salimenti e il suo credere fosse soltanto più consumata ade­sione alla volontà del Padre, a imitazione di quella del fi­glio suo?

Ma quel figlio, che ora sta morendo sulla croce, ha ap­pena conosciuto un'agonia durante la quale ha supplica­to: «Padre, se è possibile passi da me questo calice di do­lore» (Mt 26,39). Questa esperienza io credo sia stata of­ferta anche a Maria, nel suo itinerario di credente, e sot­to la croce la sua fede diventa immolazione, martirio, obla­zione immacolata.

 

Dopo il Calvario

Dopo questa suprema esperienza del Calvario, Maria non ha finito il suo pellegrinaggio di fede. Per lei c'è ancora un cammino da fare in mezzo ai discepoli, senza la presen­za di Cristo, ma presente lei, perché la sua fede confermi gli apostoli e cominci ad essere la fede della Chiesa, sgor­gata dall'olocausto di Gesù salvatore. Quanta strada ancora!

La fede della Madonna trova la sua conclusione con l'as­sunzione. Ora è arrivata, ora non cammina più, ora vede il Padre in cui ha creduto senza vederlo, il Figlio che ha veduto, ma sotto il velo di un'umanità cresciutale nella carne e lo Spirito Santo che lei conosce così bene perché ne è stata fecondata, ricolmata, illuminata.

In queste condizioni, la Madonna è ancora una profe­zia: con lei comincia il passaggio dei salvati dalla terra al cielo; con lei comincia la trasfigurazione di tutte le vicen­de terrene; con lei i grandi perché della fede cominciano a trovare risposta.

Dal cielo, dove siede nella gloria, lei continua ad essere per coloro che ancora non sono arrivati l'inesauribile sor­gente di una luce che Dio le ha affidato perché la diffon­da di un ministero di maternità a cui Dio l'ha chiamata perché la divina figliolanza dell'Unico Figlio diventi figlio­lanza universale. E il grande progetto di Dio, è il rivelarsi progressivo della sua gloria.

 

«ED ESSI NON COMPRESERO» (Lc 2,50)

Tutta la vita di Maria è un pellegrinare verso la volontà del Signore, verso il compimento del suo progetto ed è un cammino che investe prima di tutto la sua esistenza storica.

Dall'annunciazione al Golgota il cammino è lungo, e la Madonna, questa strada, l'ha percorsa obbedendo e credendo, lasciandosi prendere dalle iniziative del Signore e di­ventando in questo cammino la madre e la serva del Signore.

Ma c'è anche un altro aspetto dell'itinerario della fede di Maria, che non è più solo cammino storico e visibile, ma anche cammino interiore, spirituale.

 

Nell'oscurità della fede

Il primo aspetto da sottolineare è che il credere di Ma­ria è scandito dal suo non capire.

La Madonna ha creduto alle cose che il Signore le ha detto, ma quanto ci ha messo a capirle? Con l'obbedienza della fede un istante, ma con l'intelligenza della fede tut­ta la vita. Lo stesso annuncio della sua divina maternità la trova docile e obbediente, ma non capisce.

La risposta dell'angelo non risolve i suoi interrogativi: «Tutto è possibile a Dio» (Lc 1,37). Questa non è una spie­gazione, è piuttosto un richiamare la creatura alla trascen­denza della fede e alla signoria inesorabile di Dio.

Questo credere non capendo, mentre la fa beata per­ché crede, la inchioda nell'oscurità del non intendere. Nelle vicende natalizie, la Madonna constata le grandi cose che accadono, se ne meraviglia, raccoglie tutto nelsuo cuore e tace. Questo raccogliere nel cuore non vuol dire che avesse bisogno di pensarci su per credere. Crede­va, ma era un credere che andava al di là del suo intendere.

Maria non è nella visione beatifica, non è nella raggiunta chiarezza del mistero, ma al mistero china la fronte, pie­ga la volontà e soprattutto consegna il cuore e la vita.

La fede della Madonna in questa situazione del non ca­pire risulta tanto più perfetta in quanto è vero che le cose che il Signore le dice e nelle quali la coinvolge sono tal­mente grandi da trascendere ogni intendimento.

Gli uomini non possono capire e Dio non fa niente per mettersi sulla misura dell'uomo, anzi potremmo dire che con Maria esaspera questa sua trascendenza di Signore, perché Maria diventi una credente che sa cos'è la fatica del credere.

Il Papa nella sua lettera parla di questa fatica del cuore di Maria nel credere, e questa fatica che richiamo, che esor­tazione, che esempio sono per noi!

Nella vita di Nazaret il passare dei giorni sui quali gra­vano le promesse di Dio, le anticipazioni degli angeli, le attese dei patriarchi e dei profeti, è in realtà vuoto di av­venímenti: non succede niente.

Nel suo cuore fermentavano parole piene di mistero che riguardavano un lontano futuro: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti..., segno di contraddizione... E una spada trapasserà il tuo cuore» (Lc 2,34-35).

Queste parole le sono state dette troppo presto per co­prire trent'anni di attesa, nel buio e nel silenzio. Ma Ma­ria ha però continuato a camminare, portando nel suo cre­dere l'attesa dell'umanità, facendo maturare con questo solitario credere la pienezza dei tempi.

Eppure in questo camminare nella fede, senza poter scandire il ritmo dei propri passi, contare il passare dei giorni era per Maria l'impegno quotidiano.

Un giorno Gesù le dirà: «Donna, non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4). È il tempo della pienezza dei tempi, eppure Gesù di fronte alla frettolosa carità di Maria che chiede il vino per chi non ne ha più perché ne ha bevuto troppo, Gesù dice: «Non è ancora giunta la mia ora».

Il Signore chiede a Maria di camminare nel tempo con la luce della fede e a non credere che siano gli uomini i signori dei giorni. Maria china la testa, ma non capisce e non può capire.

 

La notte della fede

Il Papa, parlando di questa fede della Madonna, si rife­risce alle notti oscure di san Giovanni della Croce e parla di Maria come della creatura che cammina nella fede, al buio, sapendo e non sapendo, vedendo e non vedendo, in quella paradossale situazione che mette in evidenza che Dio è più grande delle creature, che il pensiero dell'uomo non lo può raggiungere, che lo spirito dell'uomo non lo può scru­tare e che il cuore dell'uomo non lo può possedere se Dio non si fa dono, se non si fa luce, se non si fa grazia e vita.

Il cammino della fede della Madonna, il suo conoscere stazioni progressive nel maturare della fede, ha il suo com­pimento supremo ai piedi della croce.

Nel tempo della passione è il momento nel quale tutte le profezie risultano fallite, tutti i trionfi si trasformano in sconfitte e tutte le promesse risultano smentite.

«Costui è il re d'Israele: scenda dalla croce se può e gli cre­deremo» (Mt 27,42). Può esserci un momento più discrimi­nante per la fede dell'uomo? E là a credere in Gesù c'è Maria.

Ma non basta: in questa situazione di sconfitta e dun­que di radicale smentita a tutte le certezze della fede, Gesù dice alla madre: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26). Maria è là, ai suoi piedi, a professare la sua certezza di credente che lui è figlio di Dio e salvatore del mondo e la risposta è quella consegna di un figlio e a un figlio che non è lui.

Dice il Vangelo che alla morte di Gesù «si fece buio» (Mt 27,45), e quel buio non avvolse soltanto gli occhi della gente, ma lo spirito e il cuore di Maria.

Maria credette al buio, credette nonostante la tragedia della morte, credette mentre si compiva, in una maniera assolutamente contraddittoria, ciò che tutto l'Antico Te­stamento aveva annunziato e preparato.

È veramente la notte, ma in questa oscurità che rag­giunge il cuore, lo spirito e la mente, la fede di Maria è viva e la Madonna continua a credere.

È in questo supremo credere che Maria comincia ad es­sere madre degli uomini. Qui si manifesta la fecondità del suo credere e Gesù stesso la conferma, la ratifica e la pro­clama: «Ecco tuo figlio» (Gv 27;46).

Nasce in quel momento la Chiesa, l'umanità non è più orfana, e Maria genera, nel travaglio inesprimibile della sua fede che non crolla, il figlio, che sta morendo nella carne, nella sua pienezza di Verbo incarnato e salvatore.

 

La nostra fede

A questo punto ci sentiamo interpellati da interrogati­vi che ci sollecitano e ci inquietano.

La Madonna è la primogenita nella fede, è la figura del credente; ha anticipato nella sua vita tutta la rivelazione dei santi misteri e l'accoglimento di questi misteri come vita nuova e soprattutto come vita eterna.

La fede di Maria è il preludio della nostra fede e nello stesso tempo ne è il compimento pieno, la manifestazione esemplare, nella quale tutti ci dobbiamo configurare e iden­tificare.

Ma è così la nostra fede? Davanti alle considerazioni che siamo venuti facendo, domandiamoci se la nostra fe­de è fede vera o è apparenza, se è qualcosa che identifica la nostra vita o che solo la sfiora, come una nuvolaglia che va e che viene, come una brezza che c'è e non c'è, come una luce che ci riguarda, ma fino a un certo punto.

Ci sentiamo identificati nelle certezze della fede che la Madonna ha vissuto, camminando per le nostre strade, nelle nostre situazioni; senza capire come accade a noi?

La domanda diventa poi ancora più pertinente se vo­gliamo ricordarci che siamo anime consacrate. Non cor­riamo forse il rischio di una secolarizzazione della fede per cui anche noi pensiamo basti far finta di credere e tendia­mo a restringere sempre di più l'azione e l'influenza della fede nella concretezza della nostra vita?

Ma noi dobbiamo credere anche agli uomini, dobbia­mo credere anche a noi stessi, dobbiamo tener conto an­che delle nostre esigenze razionali, per una valutazione cri­tica e di discernimento.

Ma quando è l'ora di credere? Ce lo dobbiamo pur do­mandare. E in questo Maria ha tante cose da insegnarci, se vogliamo diventare Chiesa in maniera perfetta.

Noi siamo sempre in cerca di eliminare il mistero, di rendere le cose logiche, comprensibili, scontate, come se il progredire nella fede significasse una certa disponibili­tà del Signore a rendere il suo mistero più piccolo, più sulla misura di noi poveretti e non piuttosto il rendere noi più sulla misura di lui grande, magnifico, glorioso e perciò mi­sterioso, incomprensibile e ineffabile.

Io credo che questa sia una delle tentazioni più grandi della fede nel nostro tempo. A forza di inculturazione e acculturazione, ci può anche capitare di pensare che più infarciamo la fede di cose che sono sapienza di uomini, più l'abbiamo fatta progredire, e la fede invece progredi­sce quanto più ci vuota e ci purifica da questa sapienza umana e ci rende consapevoli e convinti che la perfezione del credere è il non sapere e il non capire.

In Maria l'invasione del mistero è stata plenaria e pe­rentoria e questo ha caratterizzato il suo pellegrinaggio di fedelissima come un cammino nel quale è stata esperien­za quotidiana il constatare come davvero Dio sia sempre più grande della misura dell'uomo e sempre più impreve­dibile nei suoi progetti.

 

Madre della nostra fede

Valutando l'esperienza della Madonna, noi dobbiamo imparare a ridare alla fede quel posto insurrogabile che le compete. «Il giusto vive di fede» (cf Ab 2,4) e noi inve­ce viviamo di tante cose che con la fede hanno poco da vedere e che pure hanno tanta importanza nella nostra vita.

Dedichiamoci un po' di più a contemplare Maria, se­guiamola e osserviamola così parsimoniosa di parole, così sottomessa di gesti, così serena e pacificante di presenza.

Lasciamoci coinvolgere in una convivenza con Maria nella casa di Nazaret, perché là c'è lei, c'è Gesù e c'è anche Giu­seppe, un altro credente degno di Maria e degno di Cristo.

Non lasciamoci distrarre, non perdiamo il filo della fe­de. Sarà un filo sottile, qualche volta forse miracolosamente sottile, ma è per di lì che il rapporto tra il cielo e la terra si salda e la beatitudine del credere diventerà vera anche per noi, e sarà il preludio della visione eterna.

Ma prima pellegrini bisogna esserlo, sapendo e volen­do esserlo, seguendo Cristo che ci conduce, seguendo Maria che, per questa strada, ci è esempio e ci è soprattutto Ma­dre.

Il credere di Maria non è soltanto dire sì ad una verità proclamata, ma a vicende concrete, a fatti e circostanze di esistenza.

La fede non è una verità da credere e basta, ma una verità da vivere, e il Signore, nel chiedere alla Madonna questa fede e nel donargliela, ha esercitato la sua divina signoria: si è impadronito di un'esistenza, di una persona e l'ha fatta sua intridendola della sua presenza, della sua volontà, della sua potenza, del suo amore e della sua gloria.

A questo dilagare di Dio nella sua vita, Maria ha ac­consentito, anche se il progetto che la riguarda è avvolto nella tenebra di un incomprensibile mistero.

La Madonna dice di sì in quell'obbedienza che non di­pende da una conoscenza delle cose come l'intendiamo noi, da un renderci cioè conto, da un verificare per dare poi consensi responsabili. Maria non ragiona così: se Dio do­manda è già tutto a posto, ha provveduto lui a rendere ragionevole, accettabile ciò che vuole. E allora abbiamo la fede che adora, che contempla e che diventa estasi di beatitudine, se la superbia e la grettezza dell'uomo non impediscono al dono di dilagare nella vita.

Dono, quindi, la fede che diventa vicenda storica e per­ciò realtà che non si recepisce con la memoria, con il pen­siero e neanche del tutto con la coscienza. La fede è una sostanziale inconsapevolezza.

La Madonna ha creduto così e la sua vita è stata tal-

mente assunta nel mistero di Dio da trarre da questo mi­stero la sua forza, la sua perseveranza, la sua pazienza e il suo amore.

Tutto ha attinto di lì.

La fede di questa primogenita, di questa nostra sorella che ci precede e ci accompagna, è una fede nella quale ci possiamo specchiare per sapere cosa vuol dire essere cre­denti e per renderci conto che l'esserlo non è mai un affa­re concluso, ma una vicenda che giorno per giorno deve crescere, deve diventare vita vissuta.

Oggi devo credere, oggi devo accettare la parola di Dio e poiché questa parola è inesauribile nei suoi contenuti misteriosi e Dio non è mai muto e ha bisogno di essere continuamente ascoltato e accolto, ecco che la fede diven­ta vicenda quotidiana.

 

MARIA MADRE DELLA CHIESA

Ai piedi della croce, Maria ha ottenuto da Gesù un'ul­teriore rivelazione del progetto di Dio che la riguardava. All'annunciazione, l'angelo le aveva detto che sarebbe stata la Madre del Messia; ai piedi della croce, attraverso l'ini­ziativa sconcertante di Gesù che le dona un altro figlio, proprio nel momento in cui il suo essere redentore si rea­lizza in maniera completa, la Madonna è aiutata a capire che la sua maternità non si esaurisce nell'aver generato il Verbo di Dio, ma è una maternità che deve accompa­gnare in tutto il suo mistero salvifico questo Verbo man­dato dal Padre per essere il Redentore del mondo.

 

Madre del Redentore e dei redenti

Essere madre del Verbo incarnato significherà per Ma­ria generarlo continuamente perché siano molti a diven­tare figli e perché il progetto del Padre che «ha tanto amato il mondo fino a dare per esso il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16) si compia gloriosamente.

Maria diventa madre della Chiesa attraverso la sua ma­ternità divina che non conosce fine, perché il corpo di Cri­sto deve continuamente essere generato e vivificato. Que­sta è la redenzione.

Nella logica e nel dinamismo del progetto di Dio, la Ma­donna non resta fuori di questo mistero. Maria c'è den­tro come una profezia, perché anche lei è salvata, anche lei è redenta. C'è dentro perché madre del Redentore.

È chiaro dunque che la presenza di Maria nella Chiesa è proprio la presenza della madre e paradossalmente di una madre che Dio ha reso primogenita della stessa Chiesa.

Il suo essere figlia e madre, generata e generatrice all'in­terno dello stesso mistero, è sostanza della sua esclusiva e profonda identità.

Non possiamo pensare a Maria prescindendo dalla Chie­sa come non possiamo parlare della Chiesa prescindendo da Maria. Ci sono delle reciprocità, delle ambivalenze mi­steriose fra queste due realtà, che sono la ricchezza della nostra fede e il tesoro della nostra esperienza di cristiani.

È per questo che conoscere Maria, avere una fede ade­guata nel suo mistero, è sempre impegno fondamentale per un cristiano. Maria ci conduce a Cristo, ci introduce al Signore. Non è lei che ce lo rivela, ma è lei che ce lo presenta, che ce lo offre, che ci precede nel realizzare quel rapporto redentivo con il Verbo incarnato che è nel pen­siero di Dio la ragione di tutto.

Allora eccoci coinvolti in una misteriosa fecondità, do­ve convengono la Trinità con le sue manifestazioni inef­fabilmente grandi, l'uomo attraverso questa primogenita che è Maria, e dove interviene la Chiesa come sacramen­to del tutto, come colei che, seguendo Maria e contem­plandola, diventa segno e strumento di un dono continuo per il quale tutti noi siamo figli. Ed essendo figli siamo fratelli, ed essendo fratelli siamo famiglia, ed essendo fa­miglia siamo comunione, ed essendo comunione siamo ra­dicati nella Trinità dalla quale tutto proviene.

 

Maria nella storia della Chiesa

Dunque Maria è madre della Chiesa. Noi possiamo per­cepire questa maternità a due livelli. Uno visibile, stori­co, incarnato, e uno nella vita della Chiesa: nella storia della Chiesa, è facile constatare la presenza della Madonna.

La troviamo ai piedi della croce, dove dal cuore trafit­to del figlio suo, la Chiesa nasce; la troviamo ancora nel Cenacolo, dove nell'effusione dello Spirito la Chiesa si fa adulta, diventa capace, senza perdere tempo, di assolvere la sua missione di collaboratrice sacramentale della reden­zione, diventando corpo di Cristo.

Se Maria è in cammino, la Chiesa non può non essere in cammino con lei. Essa la precede e quindi arriva pri­ma. L'assunzione della Vergine ci dice che la Madonna è arrivata per prima a fianco del figlio suo.

Allora la Chiesa è già in cielo, prima di tutto perché il suo capo è in cielo e poi perché là è la sua primogenita. Ma mentre la pensiamo e la crediamo gloriosa in cielo, dobbiamo constatare come nella storia della Chiesa la pre­senza di Maria sia una presenza indefettibile. E quante manifestazioni raccoglie e in quanti modi si esprime, in Oriente e in Occidente, per orbem terrarum!

In Papa, riflettendo sulla Chiesa diffusa tra tutte le genti, in mezzo a tutti i popoli, nota come questa diffusione sia sponsorizzata dalla presenza di Maria. E quando, un po' per l'insipienza degli uomini e un po' per le complicazio­ni culturali della vita, in certe regioni dei nostri vecchi continenti si affievolisce il senso della Madonna, esplo­dono le giovani Chiese, con questa percezione di Maria nella vita della Chiesa.

 

Maria nella vita della Chiesa

La crescita della conoscenza del mistero di Maria, il pro­gressivo approfondimento della fede che la riguarda è un'al­tra caratteristica della vita della Chiesa.

A parte le definizioni dogmatiche, da Efeso al Vatica­no I, gli insegnamenti solenni e anche infallibili, come il dogma dell'assunzione, c'è nella Chiesa come un fermen­tare del senso della presenza di Maria e un continuo far luce sul significato e la portata di questa presenza.

Ma se vogliamo dare alla storia della Chiesa una con­notazione meno generica e ci rifacciamo piuttosto ad espe­rienze trascendenti di grazia e di verità, dobbiamo pren­dere atto di qualcosa di molto significativo, e cioè che la presenza di Maria è scandita da momenti importanti del­la vita della Chiesa.

Prendiamo, ad esempio, la vita liturgica e cultuale. È facile constatare che in questa dimensione così importante della Chiesa che vive, la Madonna è presente. L'anno liturgico è un continuo fare memoria e celebrare la perso­na di Maria nei misteri che la legano a Cristo e alla sua missione.

Non si tratta di un fatto devozionale. La presenza di Maria nella liturgia è consostanziale alla presenza di Cri­sto, attinge alla dimensione della fede e della grazia.

La Madonna è presente nella vita della Chiesa nella mi­sura che la Chiesa rende testimonianza a Gesù Cristo, an­nunciandolo, generandogli figli e fratelli, in sostanza por­tando avanti la redenzione.

La Chiesa è viva e vivificante per il ministero della gra­zia, è il sacramentum gratiae per eccellenza, ma in questo suo essere generatrice di grazia per il popolo di Dio, la Madonna è presente. La grazia di Cristo capo non è mai separata dalla presenza di Maria e questo costituisce una delle dimensioni più profonde e preziose della sua mater­nità. Per questo è madre, e chiunque sia raggiunto dalla grazia di Cristo, per ciò stesso è figlio di Maria.

Questo la liturgia lo scandisce, l'anno liturgico lo ritma e di qui deriva lo speciale culto mariano che caratterizza la vita della Chiesa. Questo culto non fa concorrenza al culto di Dio, ma aiuta a capire e a conoscere il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, aiuta tutti ad essere più profon­damente figli e fratelli, e quindi ad essere più compiuta­mente Chiesa.

 

Magnificat

Comprendendo questo, siamo in grado di spiegare, in maniera meno superficiale e approssimativa, tutta la di­mensione mariana della vita della Chiesa di cui avremo ancora occasione di parlare, ma di cui abbiamo voluto con questa meditazione mettere il fondamento.

Questo viene dal Signore, e a noi incombe la responsa­bilità di rispettare ciò che il Signore ha fatto e, conoscen­dolo, di viverlo e dargli quello spazio che è previsto nel progetto di Dio.

Quindi questo essere madre della Chiesa che noi attri­buiamo alla Madonna non è un mero fatto devozionale. Darà anche origine a caratteristiche della nostra devozio­ne, ma prima è realtà misteriosa che il Signore ha mira­bilmente compiuto. A Efeso, mentre si proclama Maria Madre di Dio, ci si rendeva conto di rendere nello stesso momento gloria alla Trinità.

Non è un trapasso arbitrario, è recepire il mistero di Dio nella ricchezza inesauribile dei suoi doni, delle sue rivelazioni e delle sue grazie.

Comprendiamo allora perché la Chiesa si sia appropriata in modo costante e tenace quel Magnificat che non è sol­tanto l'inno di una creatura che vede compiersi in sé grandi cose, ma è anche l'inno della Chiesa che vede compiute in sé le stesse grandi cose che in Maria hanno avuto il pri­mo compimento e anche la prima profetica consumazione escatologica.

 

MARIA, MADRE DELLA GRAZIA

Abbiamo visto come la Madonna sia a un tempo figlia e madre della Chiesa e come questa maternità sia radica­ta nel suo essere madre del Verbo incarnato, redentore del mondo. Di conseguenza, non può non essere anche ma­dre della redenzione, e questo crescere del corpo del Si­gnore, che è la Chiesa, è anche affidato alla sua materni­tà, perché come la Madonna ha generato e cresciuto il cor­po del Verbo incarnato, così porti avanti la crescita di co­loro che di quel corpo sono le membra.

Maria dunque è presente in questo divenire del corpo del Signore in una maniera essenzialmente materna. Ma cosa significa concretamente questa maternità che la Ma­donna esercita nei confronti della Chiesa?

 

Mediazione materna

A questo punto credo sia necessario recepire a fondo l'insegnamento del Papa nella sua enciclica, un insegna­mento che è in piena consonanza col magistero permanente della Chiesa.

Il Papa chiama la Madonna mediatrice, ma mediatrice materna.

Cristo, unico mediatore, è mediatore attraverso la re­denzione, perché è lui che paga il prezzo del riscatto, per­ché è lui che merita il perdono di Dio ed è lui che rende fecondo il dono dello Spirito per generare figli di Dio. Que­sta mediazione redentrice è esclusiva di Gesù.

Ma al suo fianco c'è la mediazione materna di Maria, perché rimane sempre vero che il legame di maternità fra Maria e Cristo non esiste solo per l'evento storico dell'in­carnazione, ma anche per l'evento misterioso del suo es­sere coinvolta nel divenire della redenzione.

Questo legame di maternità dà titolo alla Madonna per una mediazione che non sostituisce quella di Cristo, ma che la illumina, la proclama, la rende particolarmente mi­sericordiosa e gloriosa. Mediazione materna, quindi, ri­cevuta ai piedi della croce.

Alcuni episodi evangelici ci dicono che l'essere mater­namente mediatrice caratterizza il mistero anche storico della Madonna. Gesù intercede presso il Padre e Maria intercede presso il figlio suo.

«Non hanno più vino» (Gv 2,3), dirà Maria a Cana. È un atto di mediazione materna. Gesù non mancherà di ri­mettere la Madonna al suo posto, perché: «Non è ancora la mia ora» (Gv 2,4), perché i tempi di Dio sono di Dio e non di Maria. Richiamata questa verità che la Madonna ha capito al volo, tutto va a posto e Maria continua col dire: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Rientra nell'ob­bedienza della fede, però continua ad essere la madre che domanda e intercede.

Questa mediazione di intercessione è propria di Maria, e nel Cenacolo la sua sarà una muta presenza di interces­sione nell'attesa dello Spirito Santo.

 

Mediatrice di grazia

Nell'economia della salvezza l'effusione della grazia è spesso segnata dalla presenza della Madonna e dall'effi­cacia di questa presenza.

Quando chiamiamo Maria «Madre della divina grazia» intendiamo dire che la sua maternità, come è stata veicolo di incarnazione e di redenzione, così diventa Veicolo di grazia.

La grazia è da Dio solo, Cristo ne è mediatore; ma lo è nella condizione di un'incarnazione avvenuta per la ma­ternità di Maria, cosicché il rapporto tra la grazia effusa come redenzione e la Madonna è ancora una volta un rap­porto di maternità.

La grazia di cui Maria è piena è quella che Cristo ha meritato per tutti, è quella per cui tutti siamo vivi della vita di Dio e in questo essere graziati c'è una presenza di maternità che è quella della Madonna, che non dà ori­gine alla grazia, ma ne distribuisce nella fecondità mater­na il dono e la ricchezza nella Chiesa.

La maternità intesa in questo senso è la qualità più de­terminante e più rigorosamente precisa della mediazione di Maria, essendo così disposto da Dio e ratificato da Cristo.

Nella luce che il concilio Vaticano II ha gettato sul mi­stero della Chiesa come sacramento di salvezza e quindi di vita di grazia, di divina figliolanza, anche la mediazio­ne di Maria si è chiarita e questo è giusto non dimenticar­lo. La mediazione materna della Madonna non deriva quin­di dalle esperienze personali del credente, ma dall'espe­rienza e dalla missione della Chiesa, sacramento di Cristo.

La mediazione materna di Maria rispetta ciò che Dio ha voluto fare con l'incarnazione del suo Figlio attraver­so la maternità di una donna.

 

Propiziatrice di grazie

A questo punto mi sembra necessario sottolineare un fatto storico della vita della Chiesa che non è né si può considerare occasionale e contingente, ma è rivelatore di un mistero e di una grande verità.

Noi chiamiamo la Madonna «Madre della divina gra­zia»; il popolo di Dio la chiama «Madre di tutte le grazie». C'è un aspetto della presenza della Madonna nella vita della Chiesa che è prodigioso, nel senso proprio della pa­rola. Sono i miracoli, le grazie prodigiose ottenute attra­verso l'intercessione di Maria, che costellano la vita della Chiesa.

È un fatto luminosamente constatabile attraverso i se­coli che Maria nella Chiesa distribuisce grazie, fa miraco­li e prodigi, ascolta suppliche in maniera taumaturgica, ri­velatrice della sua maternità e della sua missione presso il Figlio, della sua presenza nella Chiesa.

Questo fatto credo che vada preso in considerazione per approfondire la teologia della Madonna e il problema del suo culto, di cui parleremo.

Le grazie della Madonna hanno una caratteristica che le apparenta ai prodigi di Gesù. Anche Gesù in questo mondo faceva grazie: sanava i malati, confortava gli af­flitti, risuscitava i morti, moltiplicava il pane. Il Vangelo, tutta questa sottolineatura prodigiosa, la fa per illumina­re una qualità della redenzione, che è anche una libera­zione, una guarigione da tutte quelle infermità, ferite e sofferenze che il peccato ha introdotto nel mondo.

Tutto questo fermentare della grazia del Signore come redenzione restauratrice - i miracoli sono questo: gesti di restaurazione operati da Dio onnipotente -, diventa anche un segno dell'autenticità della Chiesa e della sua missione. Non dimentichiamo che i discepoli hanno fatto prodigi, perché la dimensione prodigiosa della redenzio­ne aveva la funzione di segno, di testimonianza e di au­tenticazione.

La Madonna entra in questa logica e in questo dinami­smo della grazia. Quando entriamo in un santuario e ve­diamo tutta quella esposizione di ex voto, dovremmo ri­flettere che allora è proprio vero che la Madonna è madre di tutte le grazie, è proprio vero che la Madonna fa gra­zie, è proprio vero che la redenzione del Signore, anche per quello che è l'aspetto restauratore della realtà terrena e umana, è una redenzione che continua a diffondersi e a realizzarsi. È proprio vero che attraverso queste grazie la redenzione dell'umanità cammina verso il compimento escatologico che sarà il miracolo dei miracoli.

 

Speculum justitiae

Questa mediazione materna di Maria ha quindi dei con­tenuti molto sostanziosi, però dobbiamo notare che tutta la logica della redenzione e della salvezza nel progetto di Dio rimane sempre affidata alla presenza di un atteggia­mento insostituibile: quello della fede.

Tutto comincia con la fede della Madonna, tutto con­tinua e arriva a compimento attraverso questa fede che noi siamo chiamati a condividere, perché Maria è nostra sorella e madre e mediatrice.

A questo punto vorrei fare un'osservazione che esprimo con una domanda. E se fosse vero che tante difficoltà del­la nostra vita spirituale e ascetica, nella nostra vita consa­crata e apostolica, hanno origine da una certa miopia, da una certa nebbia che ci avvolge quando si tratta di Maria?

La Madonna dà splendore al mistero di Cristo, illimpi­disce fino allo sfolgorio del sole questo mistero. La Ma­donna, semplice creatura come noi, è stata resa dalla Tri­nità presente nella storia dell'incarnazione e della reden­zione, non certo per essere diaframma, ma per diventare specchio e luce.

L'umiltà di Maria, la sua silenziosa adorazione, la sua fede che non domanda perché, il suo servizio che non do­manda spiegazioni e la sua maternità che non chiede gra­tificazioni, ci spiegheranno tante cose e potranno ridare slancio ed entusiasmo e speranza e fervore a questa no­stra vita consacrata che ne ha un grande bisogno in un mondo come il nostro, nel quale tante volte noi religiosi andiamo ad ingrossare la legione della gente in crisi e non quella della gente beata, che pur dovremmo essere.

 

IL CULTO DELLA MADONNA

Dopo aver meditato sul significato e la presenza di Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa, diventa abbastanza logico fermarsi un momento a meditare sul culto della Ma­donna.

Il Concilio ci ha ripetuto con particolare insistenza che «lex orandi, lex credendi»: la preghiera della Chiesa è le­gata alla sua fede, e la sua fede è legata alla sua preghiera.

È forse giusto che noi, disponendoci a parlare del culto della Madonna, cominciamo proprio con l'osservare che il culto del Signore (che è qualcosa di più di un semplice atteggiamento di preghiera) è costitutivo ed espressivo della vita e della missione della Chiesa, dell'impegno del popo­lo di Dio.

In questo culto la Chiesa esprime se stessa, vive e rea­lizza ad un tempo i suoi rapporti con il Signore e con la sua missione.

Cristo è l'adoratore del Padre, e la Chiesa è associata a lui in questa adorazione, in questa glorificazione di Dio. Ma, nello stesso tempo, la Chiesa con il suo culto realizza se stessa e compie i gesti più alti della sua missione sacra­mentale di cooperatrice della redenzione, di sacramento della salvezza. Ciò è vero soprattutto nella celebrazione eucaristica che è, come ci ha ricordato il Concilio, il cul­mine e la fonte del culto cristiano, la sacramentale e vivi­ficante memoria di Gesù, l'adoratore del Padre e il salva­tore del mondo.

 

La Chiesa in preghiera con Maria

Ora, non possiamo fare a meno di osservare che ogni volta che la Chiesa vive il culto, cioè diventa orante ado­ratrice di Dio, in questo atteggiamento cultuale essa asso­cia sempre, in un modo o nell'altro, la Madonna.

Il culto della Madonna è non soltanto giustificato, ma necessario e insostituibile. Perché Maria nella nostra vita non ce l'abbiamo messa noi, ma il Signore.

È per iniziativa di Dio che la Madonna entra nel tessu­to della nostra fede. La vita eterna è credere in Gesù Cri­sto, ma come si può credere in lui trascurando il fatto che, questo Signore benedetto, lo dobbiamo a Maria che per prima è raggiunta dalla salvezza di Cristo?

Si può credere prescindendo dal fatto che Gesù associa alla sua opera di Redentore sua madre rendendola anche madre nostra? Maria non è soltanto pellegrina della fede con noi, ma è anche oggetto della nostra fede, e noi fa­remmo naufragio nel nostro rapporto salvifico con Dio se non credessimo questo.

Ecco allora che entriamo nella dimensione cultuale, in quella realtà così caratteristica nella vita del credente per cui onorare Dio ed essere coinvolti nella sua gloria è una delle istanze della fede.

La Chiesa ha fatto da sempre di Maria un punto di ri­ferimento specialissimo del suo onorare Dio attraverso il culto. Man mano che la Chiesa diventa una comunità che prega, che adora, che contempla, che dà lode, che ringra­zia, cresce la consapevolezza e l'attenzione alla presenza di Maria.

La Chiesa nel suo culto a Dio associa Maria non con la clamorosità dei gesti, ma con la fedeltà alla memoria del mistero. Non separa mai Gesù da Maria e mai Maria da Gesù e nel fare questo sa di glorificare il Padre e di esprimere se stessa.

È nel culto che il rapporto Chiesa-Maria viene vissuto, esplicitato, proclamato e illustrato. Questo dice come Maria sia fedele alla Chiesa e come la Chiesa sia fedele a Maria,

e questa reciprocità di identificazione nell'adorare il Si­gnore è già per noi qualcosa di più che un semplice invito a pregare. E il richiamo a una responsabilità, a una «vo­cazione».

Il ricordo di Maria, che è sempre esplicitamente ríchia­mato dalla Chiesa nel vivere il momento cultuale, è per noi un riconoscimento della Madonna, una confessione del suo mistero, ma è anche un itinerario per approfondire i misteri della salvezza nei quali Maria è coinvolta.

Abbiamo qui un sostanzioso nutrimento per la nostra fede, per la nostra speranza e per la nostra carità ed è giu­sto non dimenticarlo.

 

Maria nel culto cristiano

Oltre a questo fatto fondamentale della convocazione di Maria da parte della Chiesa che prega e che rende al suo Signore l'onore, la gloria e l'adorazione che gli deve, c'è la sottolineatura cultuale esplicita della presenza della Madonna nella rivelazione, nella proclamazione e nella rea­lizzazione dei misteri di Dio.

Dal calendario liturgico emerge questa presenza di Maria nei grandi avvenimenti della salvezza, nell'incarnazione, passione e morte, Pentecoste e tutte queste presenze del­la Vergine sono espresse nelle grandi solennità mariane.

Questo esplicito e celebrativo riconoscimento della Ma­donna che la Chiesa fa quando crede e quando vive, mi pare abbia un significato particolarmente importante per la nostra vita di credenti.

Anche noi siamo invitati dalla Chiesa ad associarci a questa presenza di Maria, a viverla, a celebrarla.

Le grandi feste liturgiche della Madonna, non dobbia­mo metterle semplicemente fra le devozioni - se per de­vozione intendiamo soltanto ciò che gli uomini, per con­to loro, aggiungono come sovrabbondanza espressiva -. Le grandi feste della Madonna sono invece riconoscimen­to e celebrazione di ciò che ha fatto il Signore e di ciò che la Madonna, obbedendo al Signore, ha fatto.

Mi pare che si possa constatare in molti cristiani una certa caduta di senso a riguardo della dimensione celebra­tiva delle feste mariane, e questo non è un buon segno né per l'autenticità della nostra fede né per la nostra coe­renza di credenti e di discepoli del Signore.

Tutta quella costellazione di feste mariane che sono in­serite nell'anno liturgico, sia in dimensione di Chiesa uni­versale che di Chiesa locale, sono sostanza di una Chiesa che vive.

Questo ci interpella, dal momento che della liturgia non siamo chiamati ad essere spettatori, ma il suo palpito e la sua vita. La liturgia siamo noi, nel nostro camminare verso Dio, nel nostro conoscerlo e anche nel nostro go­derlo, perché il momento eucaristico, di cui la liturgia ci fa continuamente dono, è anticipazione del cielo.

Perciò il culto della Madonna deve essere una delle no­stre coerenze di credenti, nell'accogliere, nel rispettare e nel vivere ciò che il Signore ha fatto e fa.

Ma è così? Forse a volte corriamo il rischio che per noi il culto di Maria diventi l'espressione di iniziative perso­nali, di sensibilità soggettive.

Occorre invece viverlo sentendoci Chiesa che onora Dio e rende testimonianza a ciò che il Signore ha fatto ed è fedele a ciò che il Signore vuole. Il culto di Maria è veico­lo di ecclesialità, con esso si diventa sempre più Chiesa perché ci si apre alla maternità di Maria e alla salvezza di Cristo.

Direi che abbiamo bisogno di rendere la fede sempre meno ciò che facciamo e sappiamo noi e sempre più ciò che Dio fa in noi, come persone e come credenti.

Che profondità di respiro deve quindi raggiungere nel­la nostra vita personale e comunitaria la presenza e il cul­to della Madonna!

A questo culto, che condividiamo con tutto il popolo di Dio, noi dobbiamo aggiungere tutte le illuminazioni, le grazie e i carismi che, attraverso le esperienze della vi­ta religiosa, esplicitano per la Chiesa intera la compren­sione del mistero della Madonna.

Quante penetrazioni di questo mistero dobbiamo ai san­ti!, e la connotazione di marianità che caratterizza un po' tutte le famiglie religiose è una testimonianza della loro ecclesialità.

Più si diventa Chiesa e più si diventa mariani, più si diventa credenti e più ci si rende conto che Cristo ha vo­luto per noi essere con lei redentore e salvatore.

La solenne proclamazione di Maria quale Madre di Dio fatta dal concilio di Efeso è stata la prima manifestazione della coscienza della Chiesa che sente Maria indivisibile da Cristo, una presa di coscienza che l'ha fatta maturare come madre in una maniera veramente gloriosa.

L'ultima e infallibile comprensione di fede intorno alla Madonna è il dogma dell'Assunzione, e non è senza si­gnificato che esso abbia trovato la sua solenne esplicita­zione e proclamazione nel nostro tempo. Un tempo che fa della terra il paradiso, una civiltà che fa del mondo il tutto dell'uomo, una cultura che sorride quando sente par­lare di eternità, un uomo talmente appesantito dal suo es­sere secolare, cioè del tempo, che è incapace di vedere che la realtà delle cose visibili è segno di quelle invisibili.

L'assunzione della Madonna è un segno che ci dice co­me la vicenda della nostra fede non ci separa dalle situa­zioni concrete, non ci isola dal mondo, non ci disincarna, ma è una vicenda che ci aiuta a penetrare fino in fondo il senso della creazione e quindi del Creatore e della sua gloria.

Ma possiamo fare un'ulteriore riflessione. Nel culto della Chiesa i misteri di Cristo vengono continuamente sotto­lineati anche dalla presenza di Maria.

Il mistero del Natale è l'incarnazione del Verbo è la na­tività di Gesù, ma è anche il mistero della maternità di Maria. La passione e la morte del Signore è, certo, miste­ro redentore che consuma la missione ricevuta dal Padre, per la salvezza del mondo, ma è anche il mistero di Maria ai piedi della croce, coinvolta in questa oblazione reden­trice e costituita madre della Chiesa.

Il culto della Madonna così intimamente legato al culto di Cristo e al culto che Cristo rende al Padre, è un iti­nerario spirituale di vita cristiana che non possiamo ren­dere episodico o collaterale nella nostra esperienza, ma che dobbiamo portare avanti, lasciandoci provocare dalla sua grazia e dalla sua luce e lasciandoci convertire dalla sua ricca effusione.

Culto cristiano, culto mariano: un'unica realtà

Oltre le grandi celebrazioni mariane che fanno riferi­mento ai misteri, nel culto della Chiesa ci sono anche tante altre festività legate non tanto a misteri immediatamente contemplati, quanto a grazie di misericordia e di bontà che la Madonna, nella vita della Chiesa, ha manifestato, ha particolarmente illustrato e rinnovato.

Ora, che la Chiesa assuma nella sua liturgia tutta una serie di titoli mariani non direttamente misterici, ma uma­ni, tale assunzione nel culto della Chiesa di tutta questa densità mariana di presenza, di intercessione e di grazia, ci dice, ancora una volta, la solidarietà della Chiesa con Maria, e questo è uno spessore di incarnazione, di storia vissuta, al quale dobbiamo restare fedeli nella nostra vita di cristiani e di credenti.

Il culto mariano non si mette accanto al culto di Cri­sto, ne è invece un momento indivisibile, è la conseguen­za dell'avere Dio unito nell'incarnazione la madre al Fi­glio suo. E questo mistero continua. Si tratta di un culto solo e per questo bisogna continuamente richiamare alla nostra consapevolezza spirituale che il culto mariano ten­de essenzialmente a glorificare Dio, a celebrare le sue mi­sericordie e a cantare la sua gloria.

Con Maria noi entriamo nella ricchezza del mistero ado­rando, glorificando, benedicendo sempre lo stesso Signo­re, perché il destinatario del culto è Dio solo. È anche nel culto che la Madonna è Madre, è anche attraverso il culto della Chiesa che la Madonna ci conduce a Cristo, ce lo rivela, ci aiuta ad amarlo e ad essergli fedeli.

Nessun santo ha mai avuto il pensiero di far concor-

renza alla Trinità onorando Maria. I santi hanno sempre capito che, onorando Maria, glorificavano colui che in lei era stato meraviglioso e grande. Siamo noi i notai della verità e tante volte ci facciamo prendere da farisaici scru­poli perché non abbiamo abbastanza umiltà per accettare l'umiltà di Cristo che, proprio nella dimensione profon­damente umana dell'incarnazione, ha realizzato il suo im­medesimarsi con l'uomo, condividendone la vita e l'espe­rienza.

 

Maria e il mistero eucaristico

E allora, questo culto della Madonna, mettiamolo pure tra le cose che ci identificano, tra le realtà che ci fanno cristiani e ci permettono di vivere come tali, rendendo sto­ria la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

Anche perché non possiamo dimenticare che il culto del­la Chiesa ha una sua dimensione sacramentale che lo col­lega direttamente alla confessione della fede e alla distri­buzione della grazia.

In questa prospettiva non è allora indebito un accosta­mento di Maria all'Eucaristia. Il Corpo del Signore, che nell'Eucaristia viene celebrato come memoria e distribui­to come pane di vita, è il corpo di Gesù che la Madonna ha generato, trasfigurato nella risurrezione, ma pure lo stes­so corpo.

La caratteristica sacramentale del culto della Chiesa ga­rantisce una misteriosa fecondità all'attenzione che dia­mo, come persone e comunità credenti, alla presenza di Maria nella vita della Chiesa, nella storia del popolo di Dio e nella salvezza di ogni uomo.

Sono cose belle, profondamente vere e che non si fini­sce mai di contemplare, di pregare, di meditare nella fe­de. Forse ci pensiamo poco e questo ci accusa un po', ma nello stesso tempo sappiamo che questa madre di miseri­cordia ci scusa nella misura che noi ci accusiamo, nella mi­sura che siamo convinti di non essere abbastanza fedeli al suo figliolo e alla sua ineffabile ed inesauribile maternità.

 

DEVOTI A MARIA

Meditando sul culto della Madonna, abbiamo potuto osservare come la Madonna non abbandona la Chiesa e la Chiesa non abbandona la Madonna, nel suo cammina­re verso Cristo e, per Cristo, verso Dio.

Questo vuol dire che la presenza di Maria nel culto della Chiesa non è un artificio affidato soltanto alle nostre in­ventive, alle nostre fantasie ed emozioni, ma è qualcosa di più profondo e di più essenziale per l'esperienza e la concretezza della vita cristiana.

 

La preghiera a Maria

Ma oltre questa dimensione cultuale, oggettiva, sostan­ziata nell'identità della Chiesa, c'è anche una dimensione più umana, più decisamente creaturale, più immediata, le­gata all'uomo e quindi al suo modo di sentire, di conosce­re, di godere, il suo modo insomma di partecipare, nella concretezza delle vicende umane, alle cose belle e grandi che il Signore fa e che il Signore dona.

È in questa prospettiva che dobbiamo parlare - per­ché riflette una realtà storica inoppugnabile - della de­vozione e delle devozioni a Maria, cioè di quel culto dato alla Madonna al di fuori della dimensione più formalmente liturgica ed ecclesiale, ma al di dentro dell'esperienza del­la vita quotidiana.

Troppe volte per devozione intendiamo qualcosa di se­conda categoria, adatta a gente che va all'ingrosso, che non è profonda e sapiente. Tutto ciò è riduttivo.

La devotio dice, proprio etimologicamente, la dedizione del cuore e della vita alla Vergine, in un rapporto che, prima di diventare ecclesiale, deve essere profondamente personale, perché la Chiesa non è fatta di cose, ma di per­sone vive.

È chiaro allora che la devozione alla Madonna non è un accessorio del culto, ma ne è un momento di incarna­zione; evidentemente non eterno, non perenne, mutevo­le come tutte le dimensioni di incarnazione, che ha la pos­sibilità e perciò l'esigenza di moltiplicarsi nei gesti espres­sivi.

Il rischio è che la ricchezza della devozione si esterio­rizzi troppo, finendo col privilegiare i gesti nei confronti del mistero. Ma noi dobbiamo ricuperare la dimensione interiore della devozione a Maria, perché in essa, quando è vissuta bene, c'è sempre una sostanza di fede che è in gioco.

Se andiamo ad analizzare il contenuto di queste devo­zioni ci accorgiamo che esse sono espressive di atteggia­menti umani assai convenienti. Sono i sentimenti di pie­tà filiale, di riconoscenza di fiducia che ci muovono verso la Vergine, che è nostra madre, che è associata a Cristo nostro Salvatore, che è primogenita della redenzione e della Chiesa.

Le devozioni sono la risposta umana a cose sovrumane e spesso diventano anche veicolo di profonde esperienze interiori di comunione con la Madonna, di comprensione del suo mistero, di contemplazione della sua gloria.

La devozione della Madonna, nella moltitudine delle for­me espressive, non si frantuma ma si moltiplica, e questo fa parte della vita cristiana. Noi non dobbiamo, a propo­sito della devozione e delle devozioni alla Madonna, di­ventare così critici, così diffidenti, così superiori da esse­re capaci solo di compatire con sufficienza chi, secondo noi, è ancora a quel punto. Dovremmo piuttosto fare un esame di coscienza proprio sui nostri atteggiamenti devo­zionali, che molte volte sono compromessi dalla superbia della mente e dall'aridità del cuore, che, mentre ci fa ver­gognare di intenerirci dinanzi a nostra madre, non glori­fica Dio e non onora l'uomo.

Le devozioni, che nascono da sentimenti umani così fon­damentali come la fiducia, la gratitudine, l'ammirazione, si esprimono in modi concreti di preghiera a Maria. Se nel momento cultuale della preghiera liturgica noi preghia­mo con Cristo e con Maria, nella devozione noi preghia­mo Maria, ci rivolgiamo a lei.

 

Il Rosario: con Maria in contemplazione del mistero

Quante siano le preghiere fatte nel corso dei secoli alla Madonna, Dio solo lo sa. Io vorrei qui fermarmi su alcu­ne formule di preghiera mariana che sono nella grande tra­dizione della Chiesa.

La prima, ovviamente, è il Rosario, questa preghiera nella quale l'intima comunione tra Cristo e sua Madre viene commemorata e celebrata proprio in riferimento ai misteri. È una preghiera nella quale il mistero di Maria viene ri­cordato incessantemente nella serie delle «Ave Maria», e dove poi tutto viene raccolto nell'eterno mistero della Tri­nità.

È una costruzione mirabile, questa preghiera che, in sin­tesi, ci fa rivivere le tappe della fede, ci fa riflettere che siamo in cammino, ci fa pensare alla vita eterna. E quan­to onori Maria e quanto sia grata Maria per questa pre­ghiera è facile immaginarlo.

Vorrei però segnalare, come un pericolo, certe tenden­ze a compendiare il Rosario - un'Ave Maria per decina -, tanto, si dice, la Madonna capisce e sa benissimo che non abbiamo tempo.

Ma siamo noi che non capiamo. Il nostro entrare in co­munione con la Vergine e, attraverso lei, con Cristo e, at­traverso Cristo, con Dio è ciò che viene compromesso dalle nostre frette di oranti sempre in tensione.

Il ritmo contemplativo del Rosario deve essere salva­guardato e specialmente in una vita consacrata il Rosa­rio deve essere un momento particolarmente curato e cu­stodito nel proprio itinerario di fede, di speranza e di carità.

 

L'Angelus: santificazione del tempo

Ma c'è anche un'altra preghiera che dovrebbe trovarci più attenti, non soltanto con una fedeltà materiale, ma con una valorizzazione più adeguata e più degna: è la pre­ghiera dell'Angelus Domini, richiamo quotidiano all'incar­nazione del Verbo, che costituisce la pienezza dei tempi.

Che questa pienezza dei tempi venga sottolineata dal­l'Angelus Domini, recitato tre volte al giorno, a me pare che sia uno dei mezzi più efficaci per santificare il tempo, per dare al tempo la sua dimensione autentica di spazio di Dio, di tempo della salvezza, di itinerario verso la pa­tria e anche di preludio all'eternità.

Dovremmo valorizzarlo di più, l'Angelus, soprattut­to per questo raccordo così esplicito tra il tempo e la re­denzione. Che il nostro tempo abbia bisogno di reden­zione, che il nostro tempo sia una dimensione nella quale rimaniamo talvolta prigionieri, distratti, sconfitti è un'e­sperienza che facciamo ogni giorno. In questo tempo che scandisce la nostra vita si inserisce il mistero dell'incar­nazione che, nel tempo, è fecondo di redenzione e di sal­vezza.

È contemplativa questa preghiera, per la sua sobrietà, la sua rapidità e anche per la sua concitazione spirituale. Chi l'ha inventata è stato guidato da una grande sapienza spirituale e da una preziosissima intuizione di grazia.

Una volta l'Angelus Domini era anche il momento nel quale si ricomponeva la comunità, nel quale le pecore di­sperse del gregge ritrovavano la strada della comunione nella casa paterna e materna e ritrovavano li la dimensio­ne della fede e dell'esperienza cristiana.

Oggi la vita è diventata più complicata. A ragionare giu­sto, si dovrebbe dire che proprio per questo bisognereb­be salvarla, non abbandonando questa preghiera, ma ag­grappandosi ad essa con maggiore fedeltà. E chi può ca­pire, capisca.

 

La preghiera litanica

La tradizione della Chiesa ci indica anche un'altra pre­ghiera mariana che, per un complesso di circostanze, è an­data decisamente in disuso ed è la preghiera litanica.

Nella tradizione orientale della devozione alla Madon­na - ed è in quel clima che le litanie sono nate - la pre­ghiera litanica, cioè la preghiera cadenzata e ripetitiva su determinati ritmi melodici e su determinate scansioni let­terarie e idiomatiche, ha sempre avuto una grande impor­tanza. Penso, per esempio, a quel famoso inno della Chiesa orientale, l'Ackthistos, che trascina davvero in un altro mondo. Ci si trova in cielo, davanti alla Trinità, al Cristo glorioso e alla sua madre benedetta; si capisce meglio, con più profonda partecipazione, la ricchezza dei misteri in cui crediamo e che intendiamo celebrare.

Non voglio certo dire che quella delle litanie sia una de­vozione imprescindibile, ma specialmente nelle comunità religiose la valorizzazione di questa preghiera tradizionale mi pare che potrebbe portare tanto frutto spirituale, per­ché rasserena, letifica, ci fa rasentare con semplicità quel­l'esperienza dell'inesprimibile che, di fronte al mistero di Maria, ha tanti motivi di essere scoperta e assaporata.

Tutte queste devozioni dovrebbero, però, portarci e aiu­tarci ad esprimere poi in modo più personale i nostri sen­timenti nei confronti di Maria; a non essere solo consu­matori della preghiera degli altri, ma a diventare capaci di pregare noi, con parole nostre. E quando la devozione matura in vera preghiera, porta sempre il suo frutto, per­ché glorifica Dio e mette noi in una maggiore ricchezza di fede, di speranza e di carità.

 

Maria, icona di Dio: le immagini mariane

A questo punto vorrei ancora parlare di un altro aspet­to della devozione alla Madonna che nella storia della Chie­sa ha un suo significato particolare e anche le sue signifi­cative vicende. Mi riferisco alle immagini della Madonna.

Avere in casa l'immagine della Madonna, portare con sé l'immagine della Madonna, esporre alla venerazione del popolo di Dio l'immagine di Maria, è stato ed è un feno­meno di testimonianza e di identificazione cristiana quanto mai significativo. Un fenomeno che dobbiamo fare oggetto di riflessione in modo particolare oggi, che stiamo viven­do un'epoca culturale nella quale l'immagine è diventata realtà sovrana.

Si impoverisce il vocabolario e si moltiplicano le imma­gini. La gente legge poco, ma recepisce immagini e la co­municazione attraverso l'immagíne è decisamente molto più diffusa e generalizzata che non quella attraverso lo scrit­to e la parola.

Penso tante volte al desiderio espresso dai santi e, pri­ma di tutto, dal salmista, di vedere il volto di Dio: «Si­gnore, che io veda il tuo volto. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,9). Vedere, contemplare il volto di Dio è vivere e insieme morire.

Ebbene, anche le immagini fanno parte della devozio­ne alla Madonna e questo deve farci pensare all'uso che facciamo noi delle immagini di Maria.

C'è nelle nostre chiese la sensibilità affinché l'immagi­ne della Madonna sia rispettosa del mistero che richiama, sia evocativa e celebrativa?

Nelle comunità religiose mi capita di rado di vedere delle immagini belle nel vero senso della parola. È tutta un'im­magineria commerciale. E quante surrogazioni alla vera pietà e devozione attraverso la moltiplicazione farragino­sa e puramente commerciale delle immagini.

Lo zelo per il culto delle immagini mi pare che possa diventare anche un'esperienza di devozione, un segno di pietà e un impegno.

 

La nostra «sigla» mariana

Anche questa dimensione così umana della devozione alla Madonna, cerchiamo di viverla con molta serietà. E non trascuriamo neppure un ultimo dettaglio.

Io credo che, a livello di devozione personale, ci sia, ci debba essere qualcosa che è tutto nostro, intimo e pro­fondo, che diventa il nostro modo confidenziale e fami­liare di avvicinare la Madonna, di pregarla, di onorarla, di volerle bene.

In tempi come i nostri in cui si moltiplicano all'infinito i «modismi», e le sigle, come personalizziamo il nostro rap­porto con Maria, come rendiamo siglata personalmente tut­ta questa esperienza del mistero di Maria, che dobbiamo contemplare, che dobbiamo approfondire e che dobbia­mo soprattutto vivere?

La domanda, ce la dobbiamo fare e dobbiamo anche cer­care di rispondere. Potremmo anche scoprire che il nostro rapporto con la Madonna non ha ancora ispirato questa im­partecipabile e incondivisibile intimità con la nostra ma­dre. Se così fosse, credo che potremmo chiedere a Maria di svelarci il suo volto e il suo cuore e di aiutarci ad entra­re più profondamente nel suo mistero per rivivere, nella nostra povertà ma nella coerenza della fede, quel rapporto tra Maria e Gesù che noi, figli in Cristo, dobbiamo vivere.

Perché la nostra pietà sia vivificata, la nostra fede ven­ga irrobustita e la nostra testimonianza alla Madonna e al figlio suo diventi più credibile, più vibrante, più carica di sincerità e quindi più ricca di capacità comunicativa e di partecipazione unificante.

 

AMARE MARIA

Dopo tutto quello che abbiamo cercato di meditare, dire che la Madonna ci vuol bene è forse superfluo, dal mo­mento che abbiamo visto come il suo ministero di carità l'abbia tutta presa e consumata.

La Madonna è stata amata da Dio e questo l'ha resa capace di amare; è entrata nella logica di quel mistero di carità che è Dio.

Dio è amore e ha «tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16), rivelandoci così la dinamica della carità come mistero che dilaga fuori di Dio.

Ma la Madonna ha anche amato il Signore e da questa sorgente è scaturito l'amore che poi ha offerto a tutti gli uomini, quella pienezza di carità con la quale ha accolto i figli che il figlio le consegna dall'alto della croce.

 

Amati da Maria

La Madonna quindi ci ha amato e ci ama, ma cosa si­gnifica concretamente per noi credere che Maria ci vuole bene con tutta la trascendenza della carità teologale, ma anche con tutta la concretezza di un amore incarnato nel­l'identità della sua natura umana?

Saperci e sentirci amati da Maria dovrebbe diventare, se ci credessimo davvero, uno dei momenti più incarnati del mistero della salvezza per la carità diffusa nei nostri cuori.

A diffondere questa carità è certo Dio attraverso lo Spi­rito, per il dono inesauribile dei sacramenti di Cristo, ma è anche la maternità perenne di Maria.

Questo credere nell'amore che la Madonna ci porta non è indulgere al sentimentalismo, ma è cercare di lasciarci prendere dal mistero di Dio nelle sue reali dimensioni: il Signore, le cose, le ha fatte e le ha volute così.

D'altra parte il sapere e il credere che la Madonna ci ama, lo sperimentare la sua presenza, la sua attenzione, la sua materna vigilanza, fa parte del nostro vivere cri­stiano e vorrei anche dire dei nostri diritti filiali.

Abbiamo diritto di rifugiarci in questa maternità che ci avvolge; abbiamo diritto di contare su questa consola­zione dell'amore di Maria. E proprio perché è un nostro diritto di figli, diventa anche un nostro dovere credere nell'amore di nostra madre.

Tanti problemi di cuore, tante aridità di sentimento, tante fermentazioni più o meno limpide che attraversano la nostra vita di ogni giorno, troverebbero così un fattore di trasparenza, di grazia e di pace.

 

Imparare da Gesù ad amare Maria

Se siamo amati da Maria, la dobbiamo amare. E qui vor­rei proprio che non considerassimo tutto questo discorso come un indulgere alla nostra povera umanità nel suo bi­sogno di essere un po' vezzeggiata e un po' cullata.

La Madonna non ama così e non desidera essere amata così.

Dovremmo imparare da Gesù ad amare Maria. Che amo­re forte, coraggioso, pieno di generosità e di distacco, li­bero da ogni egoismo e da ogni attaccamento, che amore pieno di intuizioni silenziose e profonde è stato il loro!

La Madonna e Gesù si sono capiti più con il silenzio dell'amore che con le parole dell'amore; più con la sinto­nia alla volontà del Padre che con l'armonizzazione dei loro giorni terreni, sconvolti da tante vicende.

 

Giudicati sull'amore

Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore, come dice san Giovanni della Croce. Sull'amore di Dio, certo, ma io dico anche su quello che avremo dato alla Madon­na, perché questi due amori sono inseparabili.

Allora è giusto che ci preoccupiamo un po' di amare la Madonna e di come la amiamo.

Gli amori suscitatí da una devozione deteriore non ri­spettano né Maria né noi. Le piccole emozioni occasiona­li che dipendono dal calendario, o dal tempo o dai nostri nervi, non sono l'amore a Maria.

Amare Maria è desiderio di capire il suo amore per Dio, di essere accompagnati da lei per andare davvero al Si­gnore, per rispondere davvero con fedeltà alle sue esigen­ze verso di noi.

Solo da lei possiamo imparare ad amare Cristo, da lei che per prima lo ha amato davvero, e allora questo non è un discorso accessorio che può far parte o meno della nostra spiritualità.

Siamo nella realtà dell'incarnazione, nella realtà della salvezza e della fede, e perciò amare Maria non può esse­re latitante nella nostra vita.

Dopo esserci domandati se in noi c'è questo amore alla Madonna, ci dobbiamo anche chiedere come lo esprimia­mo,- dal momento che ogni amore è originale e irripetibile.

Come amiamo la Madonna? Cosa possiamo dire per dare un contenuto concreto a questo «come»?

Dobbiamo amarla mettendoci in sintonia con i suoi mi­steri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, così come la liturgia ce li presenta e ce li fa vivere; dobbiamo amarla in una pre­ghiera che abbia la densità vissuta e autentica di un pen­sarla, di un ascoltarla, di un goderne la presenza, di un desiderarne la visione.

E qui vorrei fare un'altra riflessione: c'è una certa reti­cenza a volte nell'amare la Madonna che può forse deri­vare da un malinteso rapporto di amore tra Gesù e Maria nel quale ci sarebbe spazio per una certa gelosia. Abbiamo cioè paura di amare Maria perché Gesù potrebbe aver­sela a male.

Ma è Gesù che ci porta a Maria, è Maria che ci porta a Cristo ed è proprio la vivacità del loro reciproco amore che nutre il nostro, gli fa da viatico, lo fa crescere.

 

Condividere i suoi gesti d'amore

Il modo di amare la Madonna di cui ci dobbiamo preoc­cupare di più è quello di condividere i suoi gesti di amore verso Dio e verso gli uomini. Gesti che Maria ha pagato, che non l'hanno mandata in estasi, ma in agonia, che l'han­no inchiodata ai piedi della croce.

L'amore per la Madonna, vissuto e autentico, è uno dei fattori che irrobustiscono la spiritualità e diventano iti­nerario di purificazione interiore.

In Maria l'amore è davvero «forte come la morte» (Ct 8,6), e la sua verginità è una manifestazione significativa di quanta trascendenza di umanità ci sia in questo amore.

Noi siamo sempre in cerca di equilibri affettivi e io credo che certe cose non le possiamo imparare se non amando la Madonna, perché gli uomini, queste cose, non le sanno e non le possono dire.

Ma la Madonna le ha vissute e, nel segno e nella di­mensione della carità, dovremmo essere come figli nel farle le nostre confidenze.

Bisogna dirgliele certe cose, bisogna starla a sentire, bi­sogna che la luce del suo mistero illumini i nostri interro­gativi, i nostri smarrimenti, le nostre ombre, le nostre pe­santezze spirituali.

Amando Maria si matura meglio e si matura prima nel capire il Signore, nel servirlo e nel goderlo.

Mi sembra di poter dire che oggi, quando si tratta del­la vita interiore, dell'incremento della virtù, del supera­mento dei difetti, della vittoria sulle passioni, delle puri­ficazioni necessarie, noi religiosi ce la prendiamo comoda.

Questo attutimento della sensibilità spirituale, credo che verrebbe superato da una vita mariana più conforme al progetto di Dio, che ha messo la Madonna vicina a noi perché ci accompagnasse, ci fosse madre e ci aiutasse a rimanere creature umane come lei è stata e diventare figli di Dio e trasparenza della gloria del Signore come lei è diventata e rimane.

 

IMITARE MARIA

Sarebbe davvero un grave peccato di omissione se, par­lando della Madonna, trascurassimo di accennare all'imi­tazione di Maria.

Imitare Maria è uno dei mezzi più concreti e più validi per onorare il Signore, riconoscendo che in Maria lui ha fatto grandi cose e le ha fatte per noi.

D'altra parte, la Chiesa ci ha tanto ripetuto, durante il Concilio, che la Madonna è la discepola fedelissima del Signore Gesù, è la primogenita della redenzione, è la col­laboratrice del Redentore e queste sue collocazioni sono proprio quelle che giustificano il nostro dovere e il nostro impegno di imitazione.

 

Maria, la fedelissima

La fedeltà della Madonna, prima di tutto. Abbiamo avu­to già occasione di meditarla e abbiamo potuto osservare come questa fedeltà sia stata davvero totale e totalizzante.

San Giovanni della Croce dice che in Maria nessun de­siderio, nessun sentimento, nessun pensiero è mai nato se non dalla mozione dello Spirito Santo. È questa la pie­nezza di grazia con cui è stata salutata dall'angelo e alla quale la Vergine è stata fedele fino in fondo.

Noi, parlando della nostra fedeltà al Signore, non ab­biamo nessuna esitazione nell'affermare che, tutto som­mato, gli siamo fedeli. Ma mettiamoci di fronte alla Ma­donna, al suo comportamento concreto, storico, fatto delle nostre stesse esperienze, e la vedremo fedele al Signore con la pienezza della fede, con l'ardore della carità, con la fiducia della speranza, con la coerenza della vita.

Non c'è bisogno di dire che la Madonna non ha mai tradito il Signore; è semmai il caso di sottolineare che non l'ha mai dimenticato, non l'ha mai perso di vista, non è stata mai mossa dentro da altro impulso, da altro orienta­mento, da altro dinamismo che non fosse quello della sua appartenenza e della sua consacrazione al Signore.

Per noi si tratta di essere imitatori di questa totalizzante pienezza, di averla sempre davanti agli occhi per non es­sere faciloni a dichiararci fedeli o addirittura fedelissimi, quando invece abbiamo tanto bisogno di progredire nella trasparenza interiore, nel fervore del desiderio, nella per­severanza della fiducia verso Dio.

Pensiamo al groviglio dei nostri sentimenti. Durante la giornata ci sono le cose da ricordare e quelle da dimenti­care, le cose da fare e quelle da non fare, le mille scelte in cui siamo quotidianamente impegnati. Ma in tutto que­sto fermentare del nostro vivere, la preoccupazione, il bi­sogno profondo di essere di Dio, di rispettare la sua si­gnoria, di rispondere a ciò che egli vuole da noi, è altret­tanto chiaro nel nostro sentimento, nei nostri pensieri, nei nostri giudizi e nelle nostre scelte?

Eppure, come è vero che siamo di Dio senza intermit­tenza da parte sua, così deve diventare vero che senza in­terruzione siamo di Dio da parte nostra. E non è piccola impresa. Prima di tutto perché siamo inguaribilmente fi­gli di Adamo e non ci piace poco essere anche nostri, e poi siamo circondati da cose che vogliamo nostre, che vo­gliamo per noi.

Da dove vengono le non poche distrazioni delle nostre giornate? Vengono proprio da una discontinua e troppo superficiale fedeltà al Signore. Siamo fabbricanti di idoli e allora diventiamo pesanti, opachi, perdiamo le traspa­renze, siamo senza luce.

 

Maria, discepola del Signore

La Madonna è anche la più perfetta discepola di Gesù. Discepola attenta nell'ascolto delle sue parole, tante volte misteriose, nel guardare i suoi gesti più misteriosi an­cora, nel lasciarsi condurre al seguito di Gesù.

Se l'imitazione di Cristo è il modello supremo del no­stro vivere e del nostro diventare santi, dentro questa lo­gica dell'imitazione di Cristo c'è l'imitazione di Maria che, come nessuno, ha imitato Gesù.

Come madre ha impresso in lui somiglianze materne, ma come figlia del Padre ha anche ricevuto una piena con­figurazione al Figlio del Padre e suo e di questo ha fatto tesoro nella sua vita.

Forse dovremmo imparare da Maria a concepire l'imi­tazione di Cristo non tanto come un'esteriore ripetizione di gesti, ma piuttosto come un'interiore identificazione. Siamo chiamati a configurarci a Cristo, il Padre vuole ve­dere in noi l'immagine del Figlio suo, per il Padre siamo tutti un figlio solo, Gesù.

Ora, se questo avviene soprattutto nel mistero dell'in­carnazione, nella quale c'è il gesto di Dio che discende ma anche quello dell'uomo che è assunto, è chiaro che la con­figurazione a Cristo ha in Maria un cammino particolar­mente privilegiato ed efficace. L'esortazione della Vergi­ne a fare ciò che Cristo dice e fa e ad essere ciò che Cristo è rappresenta uno dei gesti più squisitamente materni della sua missione di grazia.

Non si finisce mai di imitare Gesù e in questo cammi­no la presenza di Maria è stimolo luminoso, è provocazio­ne efficace di grazia, di coraggio, di fiducia. Possiamo di­ventare simili a Gesù in modo che il Padre ci riconosca figli. Possiamo e allora dobbiamo: è la nostra vocazione, e la grazia della redenzione ci viene offerta per questo. Maria, «Redemptoris socia»

Imitare Maria non è dunque tanto un ripetere gesti che la Madonna ha fatto, quanto assumere le ragioni profon­de di questi gesti e le radici inesauribili delle dedizioni di Maria a Cristo e al Padre.

In questa luce, c'è un'altra qualità di Maria che non può rimanere estranea alla nostra imitazione. La Madonna è stata associata da Cristo all'opera della redenzione. «Re­demptoris socia» la chiama il Papa nella sua enciclica, in consonanza con la tradizione patristica.

Compagna del Redentore, associata alla sua missione redentrice, la Madonna ha pagato questo privilegio con il Figlio suo, donato da lei agli uomini con la stessa gene­rosità del Padre. Non ha avuto riserve, se ne è lasciata espropriare fino in fondo, per amore degli uomini, per il servizio alla misericordia redentrice.

Un cristiano non può non condividere questo atteggia­mento oblativo di Gesù e di Maria. L'imitazione di Cri­sto è veramente la ragione profonda dell'impegno aposto­lico di tutti i cristiani. La Madonna è la collaboratrice pri­vilegiata della redenzione, ma tutti noi dobbiamo entrare nella logica di questa inesauribile dedizione.

Cosa voglia dire donarsi ai fratelli, ce lo ha insegnato Ge­sù: «Dio ha tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16) e questo Figlio si è lasciato dare.

Maria ha vissuto fino in fondo, nella sua esperienza ma­terna, questa oblazione redentrice. Ne ha avuto il cuore trafitto, la vita lacerata e sconvolta da questa dedizione di Cristo alla salvezza degli uomini, e ha condiviso e ha detto sì e ha incrementato, con la sua partecipazione, questo mi­nistero di misericordia e di carità.

Forse noi, nel tempo in cui viviamo, siamo più abituati a ispirare le nostre generosità apostoliche col guardare al­le miserie degli uomini, invece che alle misericordie di Dio.

C'è veramente una trasformazione profonda da opera­re, perché le ispirazioni puramente sociologiche o antro­pologiche della carità finiscono presto e sono soggette ad una continua variazione di motivazione che rendono la­bile la perseveranza e il dono di sé fino in fondo.

Ma guardiamo il Padre, guardiamo Cristo, guardiamo Maria, guardiamo la Chiesa e allora saremo più illuminati e ci renderemo conto che il progetto di Dio per la salvez­za del mondo ha bisogno di essere continuamente richia­mato come motivazione ultima delle nostre dedizioni, dei nostri impegni, delle nostre sollecitudini apostoliche.

La «Redemptoris socia» può illuminare questo aspetto della nostra vita e aiutarci a fare più leva su quanto può essere ricchezza di grazia che non su quanto è solo validi­tà di umane ragioni e motivazioni.

Queste certo non vanno trascurate. In fondo, è pur ve­ro che a Cana di Galilea la Madonna è stata provocata alla richiesta vedendo delle giare vuote, e quelle giare non venivano dal paradiso e non erano destinate al paradiso.

Però il dinamismo di questa carità è tutto riposto nel Figlio. La Madonna vede i convitati all'asciutto, e qui è umanissima creatura e attentissima madre, ma è al Figlio, non ad altri, che dice: «Non hanno più vino» (Gv 2,3). Maria vede a prega, domanda, si rivolge a lui perché sa che lui, se vuole, può fare davvero i prodigi della carità.

Troppe volte, proprio perché non viviamo questo di­namismo autentico della dedizione apostolica, conoscia­mo tante sconfitte e tante sterilità.

 

Maria e la vita consacrata

Questo modo di intendere l'imitazione di Maria mi sem­bra meno frammentario e discontinuo di quello che tante volte pratichiamo, senza riuscire a nutrire di questa imi­tazione la nostra vita, il nostro essere discepoli, il nostro essere collaboratori della redenzione.

Attraverso l'imitazione di Maria è possibile al cristia­no raggiungere anche quella pienezza di consacrazione che, come abbiamo visto, definisce la Madonna in maniera com­pleta ed esaustiva.

Maria è la consacrata di Dio, la creatura tutta presa da Dio, tutta data al progetto del Signore e alla missione del Redentore. In questa luce è facile concludere che la Ma­donna è il modello perfetto della vita religiosa.

Se per vita religiosa intendiamo vita consacrata a Dio, qualunque ne sia poi la specificazione ulteriore nella for­ma, nei fini parziali e nelle missioni specifiche, Maria ne è il modello; ogni persona consacrata in Maria si ritrova, da Maria impara, da Maria è preceduta e sorretta, da Ma­ria è illuminata e consolata.

La connessione tra la vita religiosa e l'attenzione alla persona di Maria è documentata in infiniti modi nella storia della Chiesa. Quante sono le famiglie religiose consacrate a Maria, che di Maria portano il titolo, che a lei si riferi­scono per la connotazione della loro spiritualità, per l'i­spirazione delle loro dedizioni apostoliche o delle loro scelte contemplative? È un fenomeno che meriterebbe di essere maggiormente analizzato e approfondito.

La vita religiosa, in altre parole, ha costituito veramente un'esperienza formidabile di imitazione di Maria e dalla Madonna è stata aiutata alla scoperta e alla realizzazione di quelli che chiamiamo i consigli evangelici, i voti.

La purezza verginale di Maria è un ideale che dà so­stanza al voto di castità; l'obbedienza di Maria, l'ancella del Signore, dà sostanza al voto di obbedienza; l'umiltà della Vergine diventa, ispira e sostiene il voto di povertà, una povertà intesa non nel senso economico, ma in quello più globale dell'umiltà radicale.

La verginità, l'obbedienza, l'umiltà di Maria devono ispi­rare la nostra vita religiosa in quanto ideale di perfezione evangelica e cristiana, di creature identificate a Cristo Si­gnore.

 

ESSERE DI CRISTO PERCHÉ CRISTO SIA DI TUTTI

Imitare Maria vuole dire anche imitarla nel darsi a Cri­sto. Infatti la Madonna non ha «fatto qualcosa» per il mi­stero che le era offerto e rivelato, ma ha cominciato ad essere per questo mistero un'offerta, una disponibilità, uno spazio, una patria potremmo dire.

In Maria si è incarnato il Verbo di Dio, e lei lo ha ac­colto con la totalità di se stessa, non soltanto per il con­senso della fede ma per la dedizione del suo essere. Lei ci insegna a dire di sì al mistero dell'incarnazione, ci in­troduce nella dinamica del consenso e della disponibilità.

 

Dedizione di Maria a Cristo

Cosa offre Maria? Offre se stessa, nell'identità storica del suo essere.

Offre il suo tempo, che diventa il tempo di Gesù: dopo il suo sì, nella vita di Maria non ci sarà più un giorno che abbia senso se non come dedizione a Gesù.

È nel tempo di Maria che Gesù nasce, cresce, è esule... e questo tempo diventa di Gesù perché lei ha rinunciato ad un suo tempo personale.

Noi riempiamo il nostro tempo di tante cose, è nostra proprietà. Maria non è sollecita di molte cose: prima del­la sua omonima evangelica, lei si è data a Cristo e ha scel­to quindi la parte migliore che non le sarà tolta (cf Lc 10,41-42).

Maria offre ancora il suo spirito, questo misterioso spi­rito umano dove fioriscono i pensieri, dove maturano le consapevolezze, dove si radica a poco a poco la coscienza dell'identità e della responsabilità personale e si esplicita sempre più il bisogno della libertà. Questo spirito dove anche tutti i fermenti dell'amore trovano nutrimento, spin­ta, sollecitazione e nel quale l'uomo diventa se stesso sa­pendolo e vivendone tutto il travaglio; questo spirito del­l'uomo, così espressivo dell'immagine di Dio e così recet­tivo del suo splendore, della sua verità, del suo amore e della sua gloria, in Maria è un terso cristallo, capace di recepire tutto il sole senza perderne alcuna vibrazione.

Ebbene, questo spirito di Maria diventa di Gesù. Lei non è occupata di Gesù, è occupata da Gesù; l'incarna­zione opera questa occupazione in una maniera misterio­sa e inesauribile.

Vivere una vita così espropriata per l'iniziativa di qual­cuno che vuole diventare Figlio dell'uomo pur essendo Fi­glio di Dio; abbandonarsi a questa dedizione con tutta l'ob­bedienza della fede porta nella vita di Maria una profon­da unità interiore, che la rende capace di essere sempre quella fedelissima silenziosa, divenuta solo trasparenza del Figlio che porta, che genera e che offre all'umanità come salvatore.

Dopo il suo tempo e il suo spirito, la Madonna offre a Gesù anche la sua carne.

Così verginalmente sua, intatta e immacolata, quella car­ne viene offerta al Figlio come tabernacolo, ma anche co­me primo viatico terreno, perché diventa la carne di Gesù.

Con questo dono misterioso e ineffabile, la verginità di Maria diventa anche l'inizio della trasfigurazione del corpo, un segno che mette in evidenza come il Signore, nel creare l'uomo, non ne abbia imprigionato lo spirito nell'opacità della carne, ma abbia voluto con essa render­lo visibile.

L'offerta della sua carne a Cristo, in questa radicale to­talità, la porta ai piedi della croce, per consustanziarsi del mistero del Crocifisso e imporporarsi di quella redenzio­ne e di quella salvezza.

Infine, Maria offre a Gesù le ricchezze deliziose e stu­pende della sua umanità, così limpida, così trasparente, così capace di diventare dono.

Ed eccola rendere servizio al Figlio suo nella quotidia­nità dei gesti, nella continuità delle attenzioni, nella ine­sauribile effusione dell'affetto, nella sollecitudine che la porta a dare a Gesù le gioie supreme del mistero a cui si è abbandonata e gli olocausti altrettanto supremi della sua dedizione.

Questa ricchezza di umanità, che la Madonna esprime rendendola sostanza della sua gioia e del suo patire in Cri­sto, nella condivisione della passibilità arcana del Verbo incarnato, fa sì che la Madonna non venga sottratta alla condizione di pellegrina che segue Gesù, che ne ricalca le orme, fino al monte dell'Ascensione, dove queste si per­dono in cielo.

Quei passi, Maria li segue tutti e anche le sue orme si perderanno in cielo e la sua assunzione sarà un'estrema dedizione affinché la sua umanità diventi veramente tut­ta di Cristo.

Tutto questo è bello ed è vero, ma non possiamo di­menticare né sottovalutare il fatto che tutta la dedizione di Maria a Gesù avviene nella continuità del quotidiano, nella concretezza e nell'umiltà dei gesti umani e terreni.

Il Vangelo non ci dà dettagli, ma sappiamo che per al­meno trent'anni Maria è stata la mamma di Gesù nel sen­so più esistenziale e più concreto. Lo ha cresciuto con la dedizione di una maternità tutta donata a quest'unico fi­glio, nella moltitudine dei piccoli gesti colmi di amore.

L'episodio delle nozze di Cana ci rivela l'abitudine di Maria a certe attenzioni materne, che qui diventano at­tenzione per gli altri, i fratelli del Figlio suo: «Non hanno più vino» (Gv 2,3).

Ai piedi della croce, Gesù viene denudato e privato della sua veste, quella veste inconsutile fatta dalle mani di Ma­ria, accarezzata dalle sue dita con una soavità dolcissima e piena di amore.

Sono piccoli accenni, che manifestano la concretezza squisita della dedizione di Maria, le ricchezze umane della donna madre, della donna vergine, della creatura che il Si­gnore ha fatto perché diventasse segno della sua misericordia.

Come imitiamo Maria in questo supremo e totale dono di noi stessi a Cristo?

 

Cristo donato a tutti

Imitare la dedizione della Madre al Figlio suo ci obbli­ga anche ad un'altra presa di coscienza: la Madonna si è data a Cristo con tanta perfezione da trovarsi impegnata a donare a sua volta Cristo a tutti.

Possiamo dire che non ha avuto un solo giorno per te­nerlo per sé. Ha detto di sì, ed è subito entrata nella logi­ca dell'incarnazione per la quale Gesù è venuto per essere dato, per essere rivelato, per essere offerto.

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio uni­genito» (Gv 3,16) e lo dà attraverso Maria, che deve por­tarlo, custodirlo, donarlo perché tutti lo credano, lo com­prendano, lo accettino e lo accolgano.

Uno degli aspetti più evidenti della sua vita è proprio questa dedizione a Cristo sostanziata di dono e di offer­ta. È lei la prima a non considerarlo una proprietà privata.

Ora, imitare Maria in questo donare Gesù, non è forse la sintesi del mistero cristiano, del progetto di Dio per la salvezza del mondo?

Non è forse questa la storia dell'amore di Dio e della sua misericordia? E noi siamo convocati a vivere a nostra volta questo dono del Figlio di Dio a tutta l'umanità.

Quando Maria presenta al Tempio Gesù, compie un ge­sto pieno di significato: abbandona nelle braccia di Simeone il suo piccolo e fa sì che questi possa dire: «Lasciami ora andare in pace, perché ho visto la tua salvezza» (cf Lc 2,29).

In quel momento la Madonna si rende conto che il fi­glio non è più del tutto suo. Non se ne rammarica, ma quale progresso nella fede, nella speranza e nella carità, nella purezza verginale dell'amore è necessario per essere così divinamente madre e così capace di donare!

Questo insegna tante cose a noi, anime consacrate, alle quali Cristo è stato dato in dono: Maria insegna come il dono si riceve e come lo si custodisce donandolo.

Quanti superamenti dell'egoismo, quante rinunce alle umane sensibilità, quanti distacchi dalle più profonde esi­genze del cuore, questo richiede.

Durante la vita nascosta, Maria si prepara a quando que­sto Figlio, cresciuto da lei, comincerà ad essere colui che si dona da solo, con autonomia, e farà conoscere alla ma­dre anche i momenti in cui prenderà le distanze: «Che ho da fare con te, donna?» (Gv 2,4).

Occorre la fede per imitare la Vergine benedetta che dona il Figlio al di là delle ragionevolezze, delle logiche umane, delle coerenze della storia, naufragando con lei nel­la sapienza ed onnipotenza di Dio.

Imitare la Madonna in questo dare Cristo non deve es­sere solo una intenzione, un proposito, ma un dinamismo profondo della vita cristiana che si deve compiere e rea­lizzare.

Come? Non si sa: come, dove, quando saremo condot­ti dal Signore, nella fatica del pellegrinaggio e nella beati­tudine della fede.

 

Posseduti da Cristo per donarlo

Tutto questo significa molte cose estremamente con­crete.

La prima è proprio il domandarci se siamo capaci di la­sciarci totalmente possedere da Cristo, rimanendo dispo­nibili a che lui non sia soltanto nostro, ma attraverso noi diventi di tutti.

Diventare sempre più capaci di donare colui al quale ci siamo donati, non è impresa di poco conto. Significa lasciarci espropriare da Cristo, perché le no­stre sensibilità vengano purificate così da essere più liberi di pensare agli altri, e diventare così più sinceri, più ge­nerosi, più perseveranti nel dare Cristo.

Darlo facendolo desiderare, amare, conoscere, mettendoci a servizio. La Madonna ha fatto così e, se la nostra vita non viene attraversata da questa esperienza del darsi a Cristo per darlo, diventa una burocratica espressione spi­rituale per definire il piccolo cabotaggio delle nostre co­siddette generosità apostoliche.

Diventiamo degli operatori pastorali, attrezzati strumen­talmente con tutte le tecniche moderne, ma l'anima, ma il cuore, ma lo spirito? In vacanza, e la nostra vita non viene macerata dalla dedizione a Cristo e dall'impegno di dare il Signore.

A questo punto mi potreste dire: in questo modo imi­tare la Madonna diventa qualcosa di troppo vago. Non potrebbe evidenziare una mezza dozzina di atteggiamen­ti concreti con i quali mettere a posto anche questo capi­tolo della nostra fedeltà e del nostro impegno?

L'imitazione di Maria non è la raccolta antologica di alcuni casi; non è la scoperta preventiva e astratta di al­cuni comportamenti: l'imitazione è l'inserimento vitale in un mistero che diventa luce e stimolo permanente di cari­tà, che diventa pazienza, coraggio ed esultanza di fede.

Il darsi a Cristo e il dare Cristo ha le sue leggi, che dob­biamo vivere, che, mentre le rispettiamo, ci purificano, ci dilatano il cuore perché ci fanno vivere a misura di Dio e non a misura nostra, a misura dei suoi progetti, al ritmo dei tempi del Signore.

Ecco il processo dell'ascesi e della fioritura della virtù cristiana, così che diventi vero anche per noi che il nostro cibo è fare la volontà del Padre (cf Gv 4,34).

Io non credo che la conclusione del nostro meditare que­ste cose debba essere quella dei molti propositi, ma piut­tosto quella di un proposito onnicomprensivo, plenario, che non lasci spazio alle evasioni, alle soste, ai ritardi, al­le pigrizie e alle impuntature della nostra superbia che tutto vuol capire, della nostra vanità che non si rassegna mai a contare poco e della nostra libertà che è un'insidiosa con­corrente della signoria di Dio. E che il Signore ci aiuti!

 

OPEROSI NELLA CARITA

Dopo aver pensato ad imitare Maria nei suoi atteggia­menti verso Cristo e verso la Chiesa, vediamo ora di rac­cogliere qualche pensiero, suggerito dal Vangelo, sul co­me la Madonna ha reso il suo amore per Dio tutto un cre­scendo di attenzione amorosa, di dedizione generosa, di misericordia senza fine verso i suoi fratelli.

Ci fermeremo a tre quadri evangelici particolarmente suggestivi.

 

La carità del cuore: Maria da Elisabetta

La Madonna annunziata, già tutta presa da Cristo, se ne va in fretta alla casa della sua parente Elisabetta, pri­ma di tutto per portare là Gesù, che non può rimanere solo suo. E questo è già un movimento di carità che deve farci pensare. Ma poi va là per aiutare.

Cosa avrà fatto? È facile immaginarlo: le cose di tutti i giorni, ma con una dedizione di carità, con una delica­tezza di amore, con una condivisione di sollecitudini, che rendevano un dono ogni cosa.

Attraverso la sollecitudine della carità di Maria, nasce una misteriosa sintonia tra lei ed Elisabetta; due creature che si aiuteranno a vicenda a fare ciò che il Signore ha detto e ha fatto, ma si aiuteranno anche ad essere se stes­se, nella gioia di una vocazione stupenda e nella ineffabi­lità di un'esperienza unica.

Noi abbiamo preso l'abitudine di fare i bilanci della no­stra carità: contiamo i gesti compiuti, le razioni distribuite, i generi consumati, le bollette pagate, le iniziative prese.

È una materializzazione della carità che ci sottrae alla dedizione di noi stessi, perché rende gli altri veicolo del nostro donarci a Dio e spazio del nostro dare al Signore l'amore che gli dobbiamo.

Così diventiamo strumenti, banali operatori di carità. Ma la misericordia che le nostre opere devono veicolare, l'amore che devono rendere visibile, l'annuncio che de­vono rendere credibile, dove sono?

Che contrasto con questa Vergine che se ne va fretto­losa per la montagna, piena di luce e di gaudio e sparge intorno a sé una ineffabile freschezza di fede, una inespri­mibile gioia.

Abbiamo tanto da imparare da questa Vergine benedet­ta, perché la nostra carità diventi veramente un tessuto non di cose da inventariare, ma di doni che si concatena­no, manifestando e realizzando quel primato dell'amore che è sostanza del Vangelo di Gesù.

 

La logica della carità: Maria a Cana

Il secondo episodio evangelico che ci aiuta ad entrare nel concreto della carità di Maria verso le necessità e gli imbarazzi degli altri è l'episodio di Cana.

Intanto notiamo che la Madonna è là perché là c'è Ge­sù ed è proprio l'essere dove è Gesù che la rende attenta e puntuale.

Intorno c'è il fervore della festa, c'è l'esultanza dei cuori, c'è la felicità degli sposi, c'è il rumore festaiolo degli invi­tati. La presenza di Maria emerge nel momento in cui suc­cede qualcosa che nessuno ha ancora notato: manca il vino.

L'attenzione materna di questa donna ha visto, ha ca­pito e non ha detto con disinvoltura: e io che ci posso fa­re? Si è resa conto di non poterci fare niente, ma la coe­renza della sua fede e la profondità del suo amore l'hanno illuminata e ispirata. Si è rivolta al Figlio suo e gli ha ma­nifestato il fatto: «Non hanno più vino» (Gv 2,3).

Che c'entrava lei? Dove la carità urge tutti sono con­vocati e tutti c'entrano.

Il richiamo di Gesù non sconvolge Maria, ma la rivela ancora una volta come colei che crede: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,4-5). Ed è il prodigio, il proseguire della festa, la gioia di tutti.

Ma in questo espisodio evangelico alcuni dettagli ci proiettano al di là del miracolo.

Intanto il fatto per cui la Madonna esprime la sua cari­tatevole sollecitudine: chiedere il miracolo per una sovrab­bondanza di vino sembra assurdo alla nostra logica uma­na, ma non alla logica della carità.

Questa fiducia che la carità serve sempre, è sempre al suo posto nell'intreccio dei molti rapporti umani, la Ma­donna ce la insegna.

Noi tante volte ci troviamo imbarazzati e vengono fuori tutte le nostre riserve, le nostre prudenze, i nostri calcoli, per cui nei nostri rapporti quotidiani accade forse più spes­so che gli altri ce le chiedano, le cose, piuttosto che noi le offriamo.

Potrebbe essere un piccolo test, per vedere se nella no­stra vita sono presenti quelle carità silenziose che non met­tono mai in primo piano le nostre persone e arrivano sem­pre un po' prima perché le cose non si vedano e le cose si facciano, perché qualche tribolazione venga risparmia­ta, qualche gioia venga distribuita.

 

La misericordia spirituale: Maria nel Cenacolo

Il terzo episodio nel quale è giusto che guardiamo Ma­ria per imparare qualcosa è la presenza nel Cenacolo.

I discepoli, che hanno visto il Signore salire al cielo, si trovavano nel Cenacolo e lì, ad aspettarli, c'è Maria, la madre del Signore. Non che possa sostituirlo, ma lo ri­corda, ne è come una soavissima presenza, e intorno a lei si ricrea la comunità, nella preghiera, nella speranza, nel­la serenità e nella pace.

In questa circostanza la Madonna pratica, a vantaggio della Chiesa che nasce, soprattutto le opere di misericor­dia spirituale.

Qui non c'è vino da moltiplicare, ma c'è fede da sor­reggere, speranza da rinnovare, nostalgie da rasserenare, amarezze da redimere, rimpianti da rendere meno pun­genti.

I discepoli si ritrovano senza il Maestro, sanno che la loro esistenza è compromessa per sempre, sono sollecitati da tante parole ascoltate, da tante promesse che sembra­no essere andate deluse.

Ma c'è Maria e la loro speranza fiorisce in preghiera, la preghiera fiorisce in comunione e la comunità si com­pagina attraverso una presenza di maternità capace di ogni dedizione.

Dentro questa generale fatica che la circonda dopo l'a­scensione di Gesù, Maria non mette la sua stessa fatica di credere e di essere madre; mette il gaudio, la pace, la gioia, diventa la consolatrice, lei che, forse, dovrebbe a sua volta essere consolata.

È l'eroismo della carità.

È un discorso importante per quell'aspetto della carità cristiana che dovrebbe essere esercitato soprattutto da co­loro che sono più di Cristo, che lui ha scelto e consacrato.

Le opere di misericordia spirituale sono un impegno par­ticolarmente nostro, per vivere con il popolo di Dio, con gli uomini di questo mondo tutte le afflizioni e le tribola­zioni interiori, gli scoramenti che sono così di frequente bagaglio della vita della gente.

L'impegno delle opere di misericordia spirituale rima­ne oggi aggrappato ad una nostra fedeltà: se non le fac­ciamo noi, non le fa nessuno.

Chiamiamo la Madonna consolatrice e noi siamo con­solatori?

Ci sono persone che sono desiderate come la Madon­na, perché hanno sempre un supplemento di anima da of­frire, un palpito di cuore da regalare, una ragione di spe­ranza da proclamare e hanno sempre quel sereno coraggio che nei momenti più difficili è la caratteristica di coloro che hanno capito fino in fondo il comandamento del Si­gnore.

La devozione popolare nei confornti della Madonna nel­l'intuizione del popolo di Dio sottolinea in modo partico­lare questa dimensione di misericordia.

È un segno di come nell'esperienza della Chiesa la Ma­donna c'è ed entra con i gesti misericordiosi della carità. Tutto questo dovrebbe trovare una risonanza continua­mente viva e rinnovata nella nostra vita e nella nostra pre­senza in mezzo ai fratelli.

 

MAGNIFICAT E CONSACRAZIONE

Tutto l'episodio evangelico della Visitazione è pervaso da una gioia semplice e composta che sfocia nel canto del Magnificat.

La Madonna è veramente una creatura beata, che la­scia dilagare nella sua vita la gloria, la maestà, la bontà, la misericordia, la potenza del Signore.

Questa beatitudine non costituisce un privilegio, ma è piuttosto pienezza di un mistero che riguarda tutti e in Maria si compie e si rivela come profezia e consumazio­ne, perché gli uomini avessero in lei una guida, una mae­stra, una incarnazione profetica di tutto il mistero della fede.

Il Papa, nella sua enciclica Redemptoris Mater, parlan­do della Madonna pellegrina della fede, la presenta come una sorella che si accompagna ad ogni uomo e ne condivi­de il pellegrinaggio.

Ogni cristiano ha quindi in Maria un modello proposto per un'imitazione che deve essere vissuta non guardando lontano, ma accompagnandosi a Maria con intimità, con fiducia, con capacità di comunicazione profonda.

 

La gioia della fede

Se questo è vero per tutti i cristiani, è anche vero per coloro che sono chiamati alla pienezza della vocazione cri­stiana: i consacrati e, come tali, vogliamo fare alcune ri­flessioni confrontando la nostra con la fede della Madonna. Domandiamoci ancora, in primo luogo, se è vero che

la nostra fede è la radice della nostra esultanza interiore, il nutrimento della nostra indefettibile beatitudine. Non è una domanda strana, perché si direbbe che oggi ci sembra più interessante essere credenti che vivono le angosce e le oscurità della fede, e abbiamo quasi vergo­gna di essere anime beate, di proclamare la prorompente felicità della nostra vita raggiunta dal dono di Dio.

Ne è venuta fuori una fede che sembra essere destinata più a fare da filtro tra noi e Dio che non a squarciare ogni velo e farci maturare nella pienezza della luce.

Quando il Signore Gesù ha chiamato gli apostoli, ne ha fatto dei credenti non abolendo le condizioni umane e terrene, ma liberandoli da queste provvisorie prigioni e anticipando profeticamente in loro la beatitudine della fede.

Essi non capivano - il Vangelo ce lo dice spesso -, ma diventavano depositari di una verità che li legava a Cristo Signore e che avrebbe superato tutte le miserie uma­ne, comprese quelle delle temporanee e terrene fedeltà. Li rendeva credenti, il Signore, i suoi apostoli.

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eter­na» (Gv 6,68). C'era, in queste parole, tutta la dramma­tica consapevolezza di una fede fragile, di una fedeltà che vivevano senza capire bene cosa significasse, dove li por­tasse, ma che comunque non si poteva mettere in discus­sione.

L'ascolto del Maestro, che diceva le cose dell'eternità, che rivelava i segreti del Padre, che apriva gli orizzonti del Regno, si mescolava alla povertà del loro essere crea­ture ancora lontane dalla consumazione.

Tutto questo continua ancora in noi, discepoli chiama­ti e prediletti dal Signore, anche se questa predilezione non diventa nostra eredità se non quando trova in noi pie­nezza di corrispondenza e di fedeltà.

Comunque, la nostra fede di anime consacrate, per le quali la dimensione vocazionale dell'esistenza è un dono già concesso, confermato e continuamente rivivificato dal Signore, è fede che ci fa beati, travasando nella nostra vi­ta i misteri della beatitudine eterna, che il Signore ci ha rivelato e promesso.

Questa domanda ce la dobbiamo fare con molta serie­tà, perché se c'è qualcuno che non può vivere di conse­guenze di avvenimenti passati, ma solo di misteri presen­ti ed eterni, questo è proprio il cristiano.

 

Fede, dono presente

Nella dimensione umana, la storia non è mai un pre­sente, ma un passato, o se è un presente è un presente catturato dal passato e tribolato dall'avvenire. Mentre la fede è beatitudine perché è dono presente, anche se ha dei precedenti che tentiamo spesso di tirare in ballo, per­suasi che l'uomo vive più dei condizionamenti che il suo passato gli impone, che non della libertà che la sua digni­tà gli offre.

Abbiamo sempre una scusa, la colpa è sempre degli al­tri e dimentichiamo che tra noi e Dio c'è solo una dimen­sione che conta, quella del presente, perché Dio è l'eter­no presente.

Questa attualità della fede fa sì che essa non sia mai ripetitiva, ma continuamente aperta al Signore che parla, e parlando vivifica, nutre e illumina e ci rende partecipi di quella sapienza che aiuta a leggere il groviglio delle vi­cende umane senza lasciarci prendere nel loro labirinto, rendendoci capaci di dipanarle con facilità e felicità di cre­denti.

Quando queste cose diventano sostanza nel nostro es­sere, trovano spazio in noi, la persona diventa semplice, limpida, capace di contenere le cose di Dio, di capirle e di viverle. Riusciamo così a liberarci dalle angustie di di­mensioni che crediamo invalicabili, strutturali dell'uomo, dimenticandoci che l'uomo ha una sola vera dimensione: è immagine del Dio vivente, chiamato alla comunione con lui, perché questa comunione lo realizzi e diventi testi­monianza dell'onnipotenza e della gloria del Signore.

Attraverso la vocazione radicale della vita religiosa si rivela la supremazia del Signore sulla sostanza stessa del­l'uomo. Se guardiamo Maria, vediamo che Dio si è impa­dronito di lei in modo globale e totalizzante e Maria si è lasciata scegliere, non ha scelto, non ha preso tempo per riflettere, per analizzare criticamente il progetto di Dio, per verificarne la fattibilità.

Anche noi siamo chiamati, anche noi siamo coinvolti nello stesso progetto, anche noi dobbiamo glorificare il Si­gnore aprendoci all'irrompere del cielo nella vita terrena.

Nell'eterna beatitudine capiremo qualcosa di più, ma intanto crediamo e nella fede, che scompiglia tante volte i nostri umani paradigmi, scopriremo che la nostra voca­zione non ci ha imprigionato in una scelta che ci ha chiusi al futuro, ma ci ha liberato per un avvenire eterno, che è coronamento di questo cammino nella fede.

La presenza della Madonna nella nostra vita sia dun­que davvero una presenza di gioia, perché della sua esul­tanza che viene da Cristo, noi abbiamo bisogno per nu­trire e illuminare la vita, senza attardarci alle nostalgie di questo mondo, ma lasciandoci sedurre dalle promesse del­l'eternità.

 

CONSACRARSI A MARIA

Nella storia del culto e della devozione alla Madonna, l'impegno della sua imitazione è ricchissimo di riferimen­ti e di esemplificazioni concrete proprio nell'esperienza dei santi e nel vissuto della loro pietà.

Tanti fondatori e fondatrici hanno sentito l'esigenza di approfondire le esigenze dell'imitazione di Maria come iti­nerario spirituale da percorrere, sia pur nella notevole va­rietà delle forme. Hanno illuminato e approfondito, in ma­niera preferenziale, un aspetto o un altro del mistero di Maria non solo per farne oggetto di fede, ma anche per farne oggetto di ispirazione ascetica, di comportamento vissuto, o per sottolineare l'imitazione di Maria nell'esse­re discepoli di Cristo, fedeli alla Chiesa del Signore.

Sono per noi indicazioni preziose per quelle specifica­zioni della vita spirituale che, attraverso la varietà delle sue ispirazioni e delle sue forme, testimonia la ricchezza della santità di Dio e la sua inesauribile perfezione.

 

La spiritualità mariana

Dobbiamo stare attenti a non rendere periferico que­sto aspetto della vita cristiana che è la spiritualità maria­na. È un discorso che è andato crescendo, ma sempre que­sta configurazione a Maria come ideale del cristiano è stata presente nella Chiesa di Dio.

Nell'epoca patristica e medievale ritroviamo le radici di una spiritualità mariana che ha condotto a Cristo, ha aiutato a capire Cristo, ad essere più fedeli a lui e al suo mistero di salvezza.

Cerchiamo di non essere sbrigativi, sommari e facilmente riduttivi quando parliamo di spiritualità mariana. Lo di­co con una certa malinconia, perché le tendenze minimi­ste nei confronti dell'attenzione, della imitazione, della ispirazione mariana nella vita cristiana, hanno conosciu­to momenti di prepotente prevalenza e non si può dire che questi momenti siano completamente passati.

Questa spiritualità mariana del culto, dell'imitazione, dell'onore non è esaustiva. C'è un'altra esperienza della storia della Chiesa e della santità, che sottolinea in una maniera più esplicita, più immediata e più significativa un altro tipo di rapporto con la Madonna, quello della comu­nione interpersonale e della consacrazione.

 

In comunione con Maria

Vivere la spiritualità mariana non significa approfon­dire la consapevolezza che lei è lei e noi siamo noi, maga­ri aggiungendoci un «purtroppo». Che Maria sia Maria è vero, che noi siamo noi è anche vero, ma l'esperienza di tanti santi è stata invece quella del realizzare, nella fede e nella carità, un'unione così profonda con Maria da ren­dere vero che tra lei e noi c'è un mistero che si diffonde, che è il mistero del Figlio suo e in esso siamo uno con lei.

Questa dimensione comunionale della spiritualità ma­riana è una cosa molto grande. Che l'imitazione diventi comunione, la sequela identificazione, condivisione, par­tecipazione di vita è un'istanza particolarmente preziosa.

Il mistero di Maria si compie nella storia della salvez­za, cioè nella Chiesa. Quando la Madonna viene chiama­ta sposa dello Spirito Santo o anche sposa del Verbo in­carnato, si va al cuore del mistero. Ma dobbiamo ricor­darci che questa fecondità dello Spirito, la Madonna la partecipa. Anche noi siamo chiamati a condividere que­sta fecondità dello Spirito Santo e anche noi, come Chie­sa, siamo chiamati ad essere partecipi del mistero nuziale che la Chiesa è nei confronti del Verbo.

Sono misteri che vanno contemplati, che vanno vissuti, amati, desiderati e proprio questo deve caratterizzare una spiritualità mariana che non si limiti ad introdurre nel proprio quadro quotidiano o mensile o annuale un riferi­mento alla Madonna, ma che si caratterizzi per questa pe­netrazione del mistero, lasciandosene assumere e diven­tandone spazio.

A perdersi in Cristo ci si guadagna sempre, ma possia­mo analogamente dire che anche a perdersi in Maria si guadagna sempre nella capacità di diventare più profon­damente Cristo e quindi sempre più compiacenza del Pa­dre, di diventare collaboratori della redenzione e segni della gloria del Signore.

 

Consacrati a Maria

Tutto questo è bello e profondamente vero se lo pren­diamo sul serio con una coerenza di fede, di speranza e di carità che caratterizzino la nostra vita nel suo insieme e nella sua cristiforme qualità.

Una vita cristiforme è quella nella quale in noi si mo­della la nuova creatura secondo Dio, che è Cristo Signo­re. Ma l'esperienza spirituale non ha avuto paura di spin­gersi fino a parlare di una vita mariaforme, non intesa co­me alternativa alla vita cristiforme, ma come introduzio­ne nel cristiformismo di Maria.

Nessuno è più simile a Gesù della Madonna, e allora la comunione con lei può contribuire a rendere la nostra somiglianza a Cristo sempre più ricca di contenuti, di aspi­razioni, di desideri, di entusiasmi.

Proprio in questa prospettiva si colloca l'altro discor­so, ormai generalizzato nella Chiesa di Dio, della consa­crazione a Maria.

Anche il Papa nella sua enciclica ricorda la consacra­zione a Maria appunto come itinerario di pienezza di fe­deltà a Cristo e di configurazione a lui. È la logica dell'i­mitazione, certo, ma anche la logica della maternità spiri­tuale di Maria.

La vita spirituale consacrata a Maria è ricca di contenuti. La possiamo concepire come una vita indissolubil­mente legata a quella della Madonna, secondo il concetto della signoria di Maria. È lei la padrona, nel senso più ricco ed espressivo della parola, è lei che dispone della nostra vita per il Figlio suo e per l'opera del Figlio suo. E vivere la consacrazione a Maria nella disponibilità a lasciarci con­durre da lei verso Cristo, a lasciarci illuminare da lei su che cosa Cristo vuole da noi, è un itinerario spirituale pre­zioso: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).

Il servire Cristo diventa allora abbandono a Maria: dicci che cosa vuole il tuo Figlio, donaci ciò che il tuo Figlio vuole da noi e ciò che vuole darci.

Nell'esperienza di alcuni santi il concetto della Madonna come nostra Signora ha trovato esplicitazione in una for­ma particolare di consacrazione che è quella della schiavitù.

I santi che hanno intuito questa totalità della consegna a Maria non hanno camminato con la logica del padrona­to, ma con quella dell'amore. Nessun vincolo è più forte dell'amore e, nella misura che Maria dilaga con il suo amore in una creatura, questa è fatta una con il Signore e la sua vita è caratterizzata da questa unificante ed estasiante co­munione.

Questo radicale non essere più nostri ma di Dio e del suo Cristo, questa dimensione così radicale dell'essere cri­stiani, in Maria si è compiuta in maniera perfetta. Conse­gnandoci a lei ed entrando in comunione con lei, venia­mo aiutati ad essere più perfettamente e completamente del Signore e le nostre possibilità di dedizione nella cari­tà e nella cooperazione alla salvezza del mondo vengono enormemente dilatate.

I santi, tutto questo, l'hanno compreso e l'hanno vis­suto, e il Papa ce lo ricorda. Credo che per la nostra vita queste riflessioni possano diventare illuminanti per dare fondamento storico e spessore concreto a una spiritualità mariana di cui c'è tanto bisogno nel nostro tempo e nella nostra storia.

A mo' di corollario, vorrei anche dire che questa spiri­tualità mariana, non solo nel senso dell'imitazione ma della comunione per una più profonda identificazione in Cristo, è anche veicolo di esperienze interiori particolarmen­te profonde attraverso quella che possiamo chiamare la di­mensione mistica della spiritualità mariana.

Si tratta di vertiginose esperienze spirituali che non è male ricordare, anche per fermentare di grandi desideri e di grande fedeltà il nostro impegno di imitazione della Madonna e di comunione con lei, per condividere ciò che lei è e ciò che lei fa.

Ciò che lei fa è la meraviglia della nostra santità, della nostra redenzione alla quale lei coopera. Diventi questo per noi un viatico e una speranza che non vengano mai meno, per illuminarci e per aiutarci a camminare con Ma­ria, pellegrina nella fede, in cammino con la Chiesa del Signore.

E buon viaggio!