LA STORIA DI PAOLO “LIBERATO DAL LACCIO DEL CACCIATORE”

Stampa: Mimep-Docete via Papa Giovanni XXIII, 2 20060 Pessano con Bornago (MI)

Presentazione

Chi non ha mai sentito la parabola del figliol prodigo, raccontata da Gesù nel Vangelo secondo Luca?... la storia di quel ragazzo che si smarrisce, ma che, dopo tante traversie, ripensa alla sua casa, si mette in cammino e trova un Padre impaziente di festeggiare il suo ritorno, per stare per sempre con lui...

La storia di Paolo, il protagonista di questo libro, e la stessa storia, scritta nel contesto di oggi, che, se da una parte mostra il degrado a cui il mondo senza Dio porta l'uomo pro­prio nel "paese dei balocchi", dall'altra mostra che basta una piccola fessura perché nell'uomo ritorni il ricordo della "casa" del Padre, il cammino verso di Lui e l'incontro pieno di tene­rezza con Lui.

Nella parabola che Gesù racconta è assente la presenza della madre. Invece, nella storia di Paolo, la madre è presente a due livelli, quello umano e quello spirituale. In più, c'è la pre­senza di una figura femminile che, da vera amica, e interessata solo all'incontro di Paolo con il Padre Celeste.

Leggere la storia di Paolo non fa bene solo ai figli pro­dighi di oggi, che non sanno quale strada intraprendere per uscire dai gineprai e dalle strade sbagliate, ma direi che fa bene di più ai padri terreni, che tante volte sono la brutta copia del Padre Celeste.

Sento di dover accompagnare queste riflessioni dopo aver letto il libro di Paolo, che, peraltro, già conoscevo, ma il suo libro senza una presentazione e come lasciare Paolo ancora una volta spoglio e solo: un vero amico non può lasciarlo così.

E chi può farlo meglio di un sacerdote, amico della sua anima e per un po' anche suo compagno di viaggio?

Pagina dopo pagina, emergeranno delle riflessioni e delle domande come queste. La famiglia, nel bene e nel male, e il palcoscenico delle storie dei nostri ragazzi di oggi. E dove non c'è famiglia? La società non ha nulla su cui interrogarsi? E noi cristiani dove ci mettiamo?

Leggere questa testimonianza potrebbe significare an­che voler togliere le proprie maschere, per poter vedere le pro­prie meschinità e per sentirsi nudi di fronte a Dio, e tutto questo può provocare una salutare reazione interiore.

Chi vorrà condividere il cammino di liberazione di Pa­olo, incontrerà un padre vero, che è stato vera icona del Padre Celeste: S. Giuseppe, a cui Paolo e particolarmente legato. Si sentirà fortemente interpellato a ritrovare il vero Padre, quello Celeste, la vera Madre, quella Celeste, per costruire con loro la propria famiglia, come quella di Nazareth, dove ognuno e attento all'altro, una famiglia aperta, per costruire con tutte le persone dì buona volontà una nuova società.

Non aggiungo altro a questa storia di oggi, tutta da leggere e da condividere.

Auguro ogni bene a chi vorrà “perdere un po' di tem­po” per ascoltare ora Paolo.

P Armando Favero O.M.I.

 

AVE o Giuseppe uomo giusto, sposo verginale di Maria e padre davidico del Messia. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto e il Figlio di Dio che a Te fu affidato: GESÙ.

 

SAN GIUSEPPE, patrono della Chiesa universale, custodisci le nostre famiglie nella pace e nella grazia divina, e soccorrici nell'ora della nostra morte. Amen

 

Parte prima

MAL DI MILANO

 

Capitolo primo

LA PAURA E LA NAUSEA

"Mamma sto male! Mamma sto male!"

La storia inizia qua.

Con mia madre che scende dal treno, arrivata di mattina a Milano con le sue creature "ppè sta vicino a papà", che stava in galera.

Mi chiamo Paolo e avevo allora appena sette anni .

Troppo pochi per venir su da Qualiano, provincia di Napoli. Uno dei tanti terun.

E Milano mi fa subito star male. Vomito.

Ora posso anche pensare che fosse il primo segnale di intolle­ranza a questa città dove sono cresciuto male.

Non ho ricordi di infanzia, mi meraviglio quando incontro gente che ne ha.

Qualcuno mi ha detto che ho rimosso.

Io credo di averli solo lasciati andare alla malora, assieme ad una bella fetta di vita da dimenticare.

Milano per me è quel posto che sta attorno al Giambellino. Le case popolari, "quelle del Duce", i giardinetti con l'erba che come noi ragazzi stentava a crescere.

Quei giardinetti che non erano mai stati posti per bambini. La lingua che parlavamo era straniera. Non capivano il napo­letano a scuola.

Ma tutte le lingue del Giambellino avevano un solo suono: la miseria.

E nella miseria noi ci si capiva subito. L'oratorio e il pallone non erano passatempi. Erano luoghi.

Anche il pallone era un luogo dove per qualche ora si respirava la normalità.

Qualcosa che sapeva di buono.

Normale non era il grigiastro dell'edilizia economico popola­re, con i viali dove dei ragazzi già vecchi incrociavano le loro vite tristi, fatte di soldi che giravano troppo in fretta e di sogni che si bruciavano come le vene che li trasportavano.

A sentinella di questi blocchi di varia povertà, le cappellette alle Madonnine ché illuminavano i cortili dove troppi ragazzi morivano prima dei vecchi.

Non c'era la poesia al Giambellino: c'erano solo le panchine dove scappare dalle mura troppo strette ed incontrare chiun­que, il più delle volte gente sbagliata, altri errori da sommare ai tuoi.

Il risultato era un enorme sbaglio.

Mi è poi stato spiegato che il rimuovere e un meccanismo di difesa.

Rimuovere in qualche modo vuol dire accantonare, mettere da parte.

Io non ho difeso mai nulla della mia vita, mai messo da parte alcunché.

Credo solo di averli distrutti i miei ricordi, spaccati in pezzi come dei vetri.

Addosso mi sono rimasti i frammenti più grossi, quelli spor­chi di sangue e di botte, oscurati dalla paura.

Ma anche qualche sorriso disinteressato, qualche scampolo di serenità a buon mercato che ha illuminato una giornata facen­domi assaggiare un cibo più dolce.

Una fetta di quella normalità distante, lontana.

L'unico antidoto al mal di Milano.

 

Capitolo secondo

L’EREDITA’ DEL MALE

La cattiveria era invece la nostra vicina.

L'ho conosciuta presto la cattiveria.

Dagli occhi di mio padre, quel poco che stava in casa fuori di galera.

Ho odiato mio padre.

Ho desiderato tante volte che crepasse e che finisse assieme a lui tutto, come una liberazione.

Non erano solo le botte, gli insulti a noi, a mia madre. Era tutto il male che arrivava da lui.

Male che mi scorreva nelle vene, che alla fine mi rendeva sem­pre più uguale a lui.

Cosa facesse nella vita lo abbiamo scoperto presto io e mio fratello Stefano.

Aprendo quel sacco e tirando fuori la stecca che ci saremmo fumati con gli amici ai giardinetti.

Il contrabbando di sigarette, di armi, quelle brutte storie di donne, il vizio di giocare, i suoi amici brutta gente come lui. I primi soldi miei me li hanno fatti avere i suoi amici. Non ricordo esattamente quanti anni avessi.

Ero piccolo quando quello che era il capoccia un giorno mi ha chiamato per darmi la bellezza di 100.000 lire dicendomi di andargli a comprare una stecca di sigarette. Quando sono tor­nato mi disse di tenere pure il resto. I primi soldi veri e facili. Più tardi ho capito quale era il giochetto.

Ci usavano così a noi ragazzi per spacciare i pezzi falsi.

Una volta ci provò anche mio padre a farmi spacciare un pezzo falso.

Non ricordo come mia madre lo venne a sapere.

Trovò il coraggio della paura e della disperazione di affrontar­lo a muso duro. Non servi a nulla, povera mamma, le prese una volta di più. Povera mamma, quante botte.

Non è una cosa che puoi vedere tua madre che sanguina. Ti mette la rabbia addosso. La voglia di spaccare tutto. Non è una cosa da vedere tuo padre che la massacra di botte. Ti uc­cide dentro, ti rende impotente.

Fino a che tutto ti esplode, all'improvviso da dentro. Un grido furibondo.

La cinghiata nell'occhio sinistro che presi quel giorno, non mi fece male.

Al pronto soccorso dove Madre Antonia (il nostro angelo trave­stito da suora) portò me e mia madre era questo che pensavo. Quella cinghiata che mi aveva gonfiato l'occhio in un modo impietoso, aveva invece saldato una spaccatura, liberato da un incubo.

Non avevo più vergogna al Pronto Soccorso. Perché da quel momento non avevo più un padre. L'odio era cresciuto fino a seppellirlo quel padre. Alla fine la separazione arrivò anche per mia madre. Ma non fu la liberazione dal male che ci aspettavamo. Fu un'altra brutta storia: la fine della mia famiglia.

Le mie sorelle prese in affido andavano finalmente a stare bene in casa di ricchi, di brava gente.

Per me e mio fratello restare con mia madre era invece l'inizio di una vita che vita non sarebbe stata.

L'inizio della nostra morte.

Iniziavamo a conoscere la strada. E la guardavamo con gli occhi duri di due ragazzi che avevano respirato, mangiato e bevuto veleno da sempre. Quegli occhi che erano l'eredità versataci in anticipo. L'eredità del male.

 

Capitolo terzo

LA BRAVA GENTE

A Milano batteva anche il cuore della brava gente.

E questo col tempo ho capito essere un seme che fatica a morire.

Quello che cresce fino a diventare Speranza.

Una Speranza che ha la faccia di persone, di gesti.

Spesso vado con la mente a mia madre in fila al convento di Via Farini dove il frate apre il portello e con la sua lunga barba sembra trasmetterti il profumo del pane fresco. "Tenga il pane signora e te picinin, ciapa questo".

Un formaggino nella sua carta dorata.

Anche oggi quando tocco con mano le povertà altrui non pos­so non ricordare quel gesto di un dono che luccica.

Un gesto che mi è sempre stato caro. Un gesto di valore.

Un valore che nessun filosofo sarebbe mai stato in grado di spiegarmi.

Un valore che ho visto aumentare nel restituirlo ad altri, ai bambini.

Il triangolo di carta dorata di un formaggino che diventa un cuore buono, che si trasforma in lacrime.

Non riuscirò mai a spiegare a mia madre tutto il bene provato in quel momento che lei ancora oggi pensa con gran vergogna. L'amore non è fatto di letteratura ma di cose piccole così.

La brava gente non fa cose grandi, è solo gente che si accorge che esisti anche tu.

Neh mamma, ti ricordi di Madre Antonia?

Ancora adesso quando non sai che fare dici se ci fosse stata Madre Antonia quella tal cosa non sarebbe successa, lei avreb­be saputo che fare.

Era la presenza di un protettore che a gente come noi non ci sarebbe dovuto toccare.

Una speranza che era la sola. Tanto ha significato questa don­na piccola e suora.

In lei trovavamo il coraggio che in noi era addormentato, la for­za di affrontare un destino che invece potevamo solo subire. Lei che rischiava del suo senza potersi aspettare contropartite. Qualcosa di strano, di indefinibile usciva da quegli occhiali enormi.

La forza del bene. Non significava molto all'epoca per me la parola Dio.

Ma il suo significato più profondo mi era invece ben chiaro grazie a quella piccola donna. A Madre Antonia stavo sempre attaccato e lei mi teneva appresso.

Spesso mi portava in chiesa ed io dietro.

Lei pregava, io mi guardavo attorno. Sentivo che c'era intorno qualcosa di bello.

Bello come la pace.

L'aria che si doveva respirare in una famiglia normale come quella a cui erano state affidate le mie sorelle.

Ero contento per loro. Perché avevo capito che la loro strada ormai era lontana dalla mia.

A me restava solo lei. Una boccata di quell'aria di quell'affetto che mi era negato perché io ero un'altra storia. Io ero io.

Ero in comunità quando la notizia della morte di Madre An­tonia mi raggiunse.

Non sono riuscito ad andare al suo funerale.

La sua morte è stato lo sganciarsi d'un appiglio, di una roccia a cui per tanto la mia vita si era attaccata.

Per non cadere nell'abisso di sotto.

Non sono ancora stato a trovarla a Monte San Giorgio dove è stata sepolta.

Ho deciso che quando lo farò le porterò questo libro. La mia Vita.

 

Capitolo quarto

SORELLA DROGA

A Piazza Tirana c'e un parco.

Su quelle panchine la mia vita ha atteso troppo poco per un appuntamento a cui non mi potevo sottrarre.

"Oh ragazzi, c'ho la roba! Adesso andiamo su a farci in casa mia che non c'e nessuno. Ci state tutti, vero? E tu Paolo hai mai provato?"

Quante volte mi è passata nella testa quella domanda e la ri­sposta che ho dato subito senza nemmeno pensarci.

Da qualche tempo io e mio fratello ci facevamo qualche can­na, ma all'eroina non ci pensavo proprio.

Eppure ci ho messo un attimo a dire solo di sì.

Tanti, l'ho saputo, hanno iniziato così, come me, con un sì neanche tanto pensato.

Cosa sarebbe successo di me se avessi avuto il coraggio o forse solo meno bisogno di amici per dire semplicemente no? Queste non sono solo domande.

Se di mezzo c'e la tua vita il chiederselo è una tortura a cui mi sono sottoposto troppe volte.

Dire no voleva dire uscire dal gruppo, da un surrogato di af­fetto qualsiasi.

Uno stupido bisogno di essere accettato, di scappare dalla so­litudine di cui era fatta la mia vita.

Quante volte ho pensato a quella gente, che poi avrebbe cam­pato per troppo tempo sulla mia pelle, come a degli amici. Come agli unici amici, che mi aiutavano, che pagavano gli av­vocati che mi passavano la roba. Che mi accoglievano sempre, a cui andavo bene sempre.

La gente che mi teneva come schiavo, mi sfruttava, mi uccideva.

Ma io volevo bene ai miei assassini.

Erano la mia famiglia, l'unica gente su cui potevo contare. Qualcosa alla fine ci univa.

Il drogato lo conosco bene: è uno schifo di uomo.

Eppure la mia compassione è con tutta questa gente che vedo nelle piazze, nelle stazioni.

Gente che spesso solo la paura o peggio la solitudine ha reso peggiore, la peggiore gente.

Gente che voleva solo qualcosa di più e che è diventata brutta gente, morte.

In fine solo dei ragazzi.

Assassini, ladri, barboni, vittime e carnefici. Una cosa sola con la tristezza.

Tristezza entrata molto prima della droga nella loro vita.

Se cercate qualcosa che unisca le storie dei drogati io credo che troverete la matrice comune della tristezza.

Prima, durante e dopo la droga. Non si può giudicare.

Nemmeno riesco a farlo con la signora che vendeva i limoni e le siringhe all'angolo della piazza.

Motivava la sua attività con delle giustificazioni. Quasi con un'etica professionale.

"Così non vi prendete le infezioni..."

Chi può giudicare queste che sono solo miserie.

Avevo 17 anni quando mi sono sparato il primo ago in vena. Ho subito vomitato.

Ancora una volta.

Ho capito alla fine che ho sempre rigettato, anche fisicamente quel male che non sentivo nella mia natura.

Ma in cui crescevo, che respiravo e prendevo a cazzotti. Come tutto il male che mi era caduto addosso da quando sono nato.

L'eroina e la cocaina era quello che mi scorreva nelle vene. Vene che intanto si asciugavano ogni giorno di più.

Vene che non si trovavano.

Mentre il sangue non usciva più dal cuore.

 

Capitolo sesto

MORTO LUI...

Era una mattina di aprile nell'88.

Il poliziotto mi aveva buttato giù dal letto per dirmi che mio fratello si era ammazzato in galera. Si era impiccato alla finestra.

Ero completamente fuori.

Gli ho solo risposto di non rompermi le scatole, qualcosa di simile e sono tornato a letto.

Abbiamo iniziato presto io e mio fratello a frequentare le galere.

I reati erano quelli di chi sta nella droga.

La prima volta che mi hanno incarcerato non mi rendevo per­fettamente conto di cosa stesse succedendomi.

Anche per la droga ma soprattutto perché non mi sentivo un delinquente.

Io ero ancora io con nulla da spartire con loro, gli altri com­pagni, gli avanzi di galera.

Ricordo ancora il momento quando realizzai ciò che ero di­ventato.

Ci stavano trasferendo dal carcere di San Vittore giù a Cassino. Viaggiavamo di notte. A Bologna ci fecero scendere dal treno ammanettati con una lunga catena che ci legava l'uno all'altro. Giù dal treno incrociammo un'anziana signora che iniziò ad insultarci, a dirci della fine che avremmo meritato, a trattarci da rifiuti, mondezza.

I miei compagni prontamente reagirono con parole anche più pesanti.

Io provai un profondo senso di vergogna.

Non era quello che volevo essere nella mia vita. Già, la mia vita.

Solo un gioco condotto in modo inconsapevole per troppo tempo.

Nemmeno la notizia della mia malattia (saputa in una - come si dice? - ordinaria attività di controllo medico all'interno del­le carceri) è stata in grado all'inizio di scuoterla da questo pro­lungato torpore.

Si era all'inizio del manifestarsi di casi di AIDS e non ne sape­vamo ancora granché.

Su come avvenne non ho mai potuto indagare più di quel tanto.

Non importava più tanto. Credo ancora nel passaggio di si­ringhe. Quante volte l'abbiamo fatto così, come il tiro di una sigaretta, anche con mio fratello. Sangue del mio sangue... Io ero più introverso di mio fratello, parlavo meno, mi na­scondevo di più.

Lui fisicamente era più grosso di me, più solare.

Era tutto quello che non riuscivo a tirare fuori da me. Volevo bene a questa altra parte di me, volevo proteggerla. Tante volte ci siamo minacciati per tirarci fuori l'un l'altro. Gli volevo bene anche quando ci picchiavamo in maniera rab­biosa. Era a me che facevo del male, che punivo, che cercavo di cacciare dalla brutta strada in cui entrambi ci eravamo messi. Stefano non era solo un fratello.

Era la mia metà di luce.

Quella mattina le parole del poliziotto che dicevano di mio fratello morto impiccato non riuscivano ad entrarmi nelle orecchie.

Tante volte aveva ripetuto di voler uscire di scena così. Una scena che era divenuta troppo dura da calcare.

Un peso che aveva spento anche il suo sorriso.

Dopo qualche ora stavo in bagno davanti allo specchio, riuscii finalmente a sentire il suono di quelle parole.

Era un coltello che entrava poco sotto la gola, che si girava e mi lacerava dentro.

Sono allora uscito di casa e ho tirato un cazzotto alla porta a vetri in fondo alle scale.

Odiavo quella luce che continuava senza di lui.

La mano sanguinava, il vetro a terra a pezzi. Era la mia vita.

 

Capitolo settimo

... MORTO IO

I momenti belli e brutti li avevamo vissuti sempre assieme.

Ti ricordi Stefano? Quando eravamo scappati dal collegio dei Martinitt? Adesso che tu avevi preso il largo non riuscivo più a capire che cosa ci dovessi stare a fare ancora qui. Da solo.

Mi era sempre sembrato che tra noi due tu avessi diritto a qualcosa di più.

Io non mangiavo in collegio e il cibo lo nascondevo per darlo a te, che eri più grosso di me.

Che avevi più fame di tutto.

Adesso capisco di aver sempre saputo che non eri forte come sembrava.

Tu come me.

La tua morte mi metteva a nudo. Mi toglieva la maschera che mi aveva sempre tenuto in vita.

Il poter dividere con te quel poco di rispetto di questa vita mi veniva tolto e ora anche io vedevo di essere fragile. La tua fine mi faceva assaggiare la mia, me la faceva desiderare.

Era solo questione di tempo ormai. Io e te due facce della stessa medaglia. Erano questi i pensieri che mi portavano nel buio dove vita e morte avevano lo stesso sapore, lo stesso significato.

Ero nel fondo e non mi importava più di esserlo.

Gli amici morivano ad uno ad uno, overdose, ammazzati, AIDS...

Non mi curavo della malattia, non mi importava. La morte ormai camminava insieme a me.

Mi faceva da palo nei piccoli reati, mi teneva la siringa mentre mi preparavo la droga da spararmi in vena, mi parlava durante i viaggi.

Era l'unica ormai rimasta a tenermi compagnia. L'unica che io potessi intendere allora.

Ricordo che nostro padre telefonò per venire al tuo funerale. Ho risposto io al telefono. Pieno di cocaina.

Gli ho urlato che se l'avessi visto lì l'avrei ammazzato come un cane.

Non e più venuto.

Non ci siamo mai più cercati.

 

Parte seconda

MASSI RIMOSSI

 

Capitolo primo

L’OCCASIONE

Non ho grossi ricordi di quel periodo.

La droga ed il mezzo per averla. Tutto qui.

L'ultima volta che fui arrestato avevo raggiunto il fondo. Scrissi agli amici che mi avevano sempre aiutato.

Erano gli stessi che campavano sulla mia pelle ma pur sempre quelli che avevano ogni volta pagato gli avvocati per tirarmi fuori.

Questa volta non potevano farlo. Ero solo.

Al processo per direttissima l'avvocato d'ufficio non riuscì a fare granché.

Piccolo spaccio il reato, massimo della pena la sentenza. Nessun tipo di appoggio da fuori.

La situazione era quella ma stranamente arrivò il primo pen­siero positivo da tanto.

Mi dissi subito che quello era il momento di uscirne fuori. Quello o mai più!

Era l'occasione ed io decisi di sfruttarla.

Che cosa strana come nei momenti più impensati ritrovi la forza appena sufficiente a compiere le scelte che cambiano la vita.

Ero stanco di quella vita e ho solo deciso di uscirne fuori. La crisi di astinenza la passai in cella.

Fu dura ma ne uscii grazie anche all'aiuto dei compagni.

E' difficile da spiegare in parole come funzioni una crisi di astinenza.

"Tacchino freddo" la chiamano gli inglesi.

Una specie di febbre ossea che mi procurava scossoni in branda che nemmeno il valium in dosi industriali riusciva a placare. In carcere restai per un anno e mezzo.

Io ero napoletano ed in carcere quello era sinonimo di camor­rista. Mi chiesero subito di che famiglia facevo parte. Non capivo.

Mi spiegarono meglio.

"Ah ...quella famiglia... no, no io sono di mamma".

Ero un disgraziato... ma non sono mai stato un delinquen­te. Ricordo che girava anche dentro la droga. Ma ormai ero schifato.

Un compagno un giorno si stava facendo e mi passò la siringa. Vidi lo stantuffo fatto con un pezzo di legno sporco di sangue. Girai la faccia e dissi che mi facevo solo di coca.

Tenevo ancora alla mia maschera ma riuscii a tenere duro sulla decisione presa.

Da allora la mia vita restava ancora impregnata di tante schi­fezze ma mai più di quello.

Mancavano pochi giorni a Natale del 90, quando la guardia mi disse che il direttore del carcere mi voleva parlare.

E che voleva quello mò?

"Indulto! Sei libero di andartene Paolo".

La mia risposta fu "Ma non mi prendere per il..."

Non mi diede il tempo di finire la frase che a male parole mi diede le 50 mila lire per prendere il treno e tornarmene a casa.

Appena fuori ricordo la pioggia fredda di dicembre ed il vino che subito mi comprai per scaldarmi le ossa.

Non era granché come ritorno alla libertà ma ero fuori e or­mai sul treno di casa.

A Lodi salì il controllore.

Gli mostrai il foglio di scarcerazione.

"Allora... Buon Natale" erano le prime parole buone che sen­tivo da mesi, da quando ero entrato in carcere.

Sono queste piccole cose che non fatico a ricordare.

Sono le cose che mi hanno sempre scaldato... più del vino a buon mercato.

 

Capitolo secondo

I RICORDI

Arrivato in Centrale chiamai mamma. "Guarda che arrivo a casa".

"Disgraziato" mi disse subito "sei scappato..."

Ci misi un po' a rassicurarla alla fine quando arrivai in taxi, lei mi buttò i soldi per pagarlo dal balcone.

Entrato in casa, è stato un attimo il capire che da lì me ne dovevo andare presto. Se possibile anche prima.

Tutto quello che era stata la mia vita era lì.

Nelle sedie che ci tiravamo addosso nelle litigate, i muri stessi che avevano preso parte a tutto.

Il male era ancora tutto lì pronto a torturarmi. Si sentivano ancora i rumori del Male.

Il suono sordo delle botte di mio padre, i pianti di mia madre, le scazzottature sorde a denti digrignati con mio fratello.

I silenzi della droga.

All'inizio mia madre non voleva rassegnarsi a perdermi di nuovo. Ma ancora una volta incrociavo la decisione giusta.

Il sacerdote che venne a conoscermi ci mise solo un attimo a decidere di prendermi.

Mi fissò diritto negli occhi come per studiarmi.

"Andiamo" non disse altro dandomi una pacca e facendomi segno di prendere la mia roba.

La comunità era un posto tranquillo.

La routine dei lavori e delle altre attività alternata ai momenti di condivisione.

Ma io mi ero portato il mio carcere con me. Cella di isolamento e chiave buttata via.

Vestito della tuta che portavo in galera e la catenaccia d'oro da uomo di rispetto al collo dissi subito ai ragazzi: "Tempo tre mesi qui divento il capo!"

Ma quella lì non era la galera.

Non bastava più fare i duri per essere rispettati. Serviva altro.

Serviva la cosa che più mi mancava. Serviva un cuore.

E il mio era seppellito da macigni di ricordi.

Iniziava lì il primo lavoro per cui serviva ancora una volta decidere.

E ormai una mano mi guidava.

Ma non è mai così facile come sembra raccontandolo poi. La terapia intanto sembrava non avere effetto su di me. Ogni volta che si trattava di raccontarsi, di aprirsi diventavo aggressivo.

Ero ancora troppo fragile per mollare la maschera.

Un giorno durante una terapia di gruppo un ragazzo raccontò di sentirsi a disagio con me visto che ero l'unico sieropositivo del gruppo.

E' una ferita che ancora porto con me. E' il vero male che uccide. Malattia che diventa una colpa, motivo di esclusione, di diffidenza.

Ho reagito nell'unico modo che sapevo reagire davanti a qual­cosa che sentivo ingiusto.

Per tre volte sono stato invitato a lasciare la comunità. Tre volte. Tre cadute.

L'ultima volta una ragazza, la responsabile, trovò la via per aprirmi il cuore.

"Scrivi Paolo, scrivi quello che sei, scrivi quello che hai dentro." Tornato a casa mi sono chiuso in camera e ho iniziato a scrivere. "Io sono Paolo. Io non sono istruito, non so nemmeno par­larvi di me.

Io non sono niente. Ma ho bisogno del vostro amore..."

E' stato come girare una chiave in una serratura arrugginita. Da quel momento le parole sono poi via via uscite sempre di più ed ogni parola era una pietra che si sgretolava.

Un ricordo che veniva smosso.

In breve tempo ero diventato agli occhi degli altri una persona affidabile.

Lo pensavo anch'io.

Non divenni alla fine quel capo che in galera mi avevano inse­gnato a rispettare, ma semplicemente uno dei responsabili. Responsabile era una parola nuova per me.

Una parola che aveva un sapore diverso da quelle sempre sen­tite, sempre usate.

Sapeva di pulito, di normalità.

Avevo all'epoca 29 anni e mi affidarono alcuni tra i più picco­li. Ragazzi con la metà dei miei anni.

Mi riconoscevano una dote ed era quella che serviva. Sentivo la compassione.

Compassione per loro, per le loro storie così uguali alla mia...

E così iniziavo anche a sentire pietà per me stesso. Non ero diventato una persona diversa.

Sarebbe servito imboccare una strada nuova, diversa per di­ventarlo.

Ma iniziavo ad avere una speranza.

Una piccola luce che si accende nel fondo e ti risveglia. Ti aiuta a percepire un respiro.

Sei vivo.

 

Capitolo terzo

ANCORA FUORI

Quel che si sente ad uscire da una comunità è una cosa dif­ficile da spiegare a chi non è stata mai offerta una seconda possibilità.

Buttare del tempo vissuto alle spalle, smettere di pensarci per ricominciare.

Non come se nulla fosse successo ma piuttosto come una stra­da che riprende a scorrere giusta sotto i tuoi piedi, regolare dopo essersi persi altrove.

Guardare avanti per non sentire più il peso degli errori. Non pensarci più, mai più.

Gli amici con cui si è fatto un pezzo di strada sono importan­ti. Sono i nuovi legami, la nuova base.

A Carate io ed altri tre amici usciti freschi dalla comunità ave­vamo trovato casa assieme.

Io lavoravo come manovale in un'impresa edile. A quasi trent'anni lavoravo per la prima volta. Non era né facile né bello. Però lavoravo.

I primi tempi continuavamo ad avere contatti con la comu­nità. Solo le convinzioni ritrovate, i ritmi giusti sembravano sfilacciarsi in fretta fuori, al contatto con un mondo che non era cambiato con noi.

Ma che anzi ci stava aspettando per sfidare le nostre nuove vite.

Troppo deboli, ancora troppo poco pieni di altro per resistere all'urto.

Le prime uscite in discoteca, al night.

Qualche spinello. Tanto per...

Una sera due dei miei compagni rientrarono in casa e nel pie­no della notte si misero a fare le pulizie.

Erano fatti persi di eroina.

Il giorno dopo ho fatto l'unica cosa che mi pareva giusta. Me ne sono andato.

La comunità mi ha ospitato per qualche mese fino a che sono riuscito a trovare un piccolo appartamento a Vimercate.

Lì ho ricominciato. Da solo.

Le giornate passavano tra il lavoro di giorno e le partite di ramino pokerato la sera, con la gente del bar.

Soldi che entravano, soldi che uscivano.

Soldi che passavano tra le mani per diventare gioco, alcool, donne.

La mia vita era uscita dalla droga ma restava ancora altro da me. La tristezza continuava a restarci attaccata.

Era ancora la stessa vita.

Cercavo qualcosa meglio, qualcosa di più. Trovavo solo male... incrociavo nuove tristezze.

Una sera mentre in cucina mi stavo preparando da mangiare mi assali l'angoscia. Improvvisa, fortissima senza un motivo apparente.

Avevo all'improvviso un bisogno disperato di aiuto, ancora di amore.

Pensai istintivamente a Madre Antonia, l'unico appoggio mai avuto in vita.

"Dove sei?"

Mi sono reso allora conto di essere veramente solo.

Ho allora iniziato a piangere di disperazione. Senza fermarmi. Alla fine ero ancora li. Saldamente sul fondo.

Ciò che non sapevo ancora era che da allora mi sarei solo ri­sollevato. Da quel momento...

Qualche giorno dopo vado a fare un preventivo a un indirizzo che un amico mi aveva passato.

Il mio sguardo si è allora alzato su di una ragazza.

Una cosa così banale e nello stesso tempo così meravigliosa: l'ennesimo innamoramento di un ragazzino con ormai le ma­lizie di un vecchio.

Sono sempre stato facile alle cotte e appena ho visto Grazia ho subito iniziato a fare lo scemo.

Lavoravo a Milano a quel tempo, e presto sono tornato ad abitarci, vicino Piazza Sant'Agostino.

Lavoravo per lei e ho provato più di una volta ad invitarla fuo­ri, una pizza, bere qualcosa e poi... quel che sarebbe successo. "Mi dispiace ma non posso; perché invece non vieni con me alla Messa..."

...alla Messa ????? Questa qui non ha capito bene...

Se si rendesse conto probabilmente eviterebbe di fare certe proposte a uno come me.

Per giorni e giorni ho cercato di vincere le sue resistenze ma non c'e stato nulla da fare.

Vuole andare a Messa? Va bene, faccio come vuole.

La porto a Messa, alle processioni, in tutte le sacrestie di Mila­no e dintorni... che m'importa... mi basta lo stare con lei.

 

Capitolo quarto

IL CALORE DELL’INFERNO

Le uniche esperienze di Chiesa vissute fino ad allora risalivano a quando da ragazzino stavo attaccato alla sottana di Madre Antonia.

L'ho già detto che mi portava spesso in Chiesa e pregava per me. Stavo bene allora accoccolato lì vicino a lei.

La strada per Garlasco verso il Santuario della Bozzola quella sera di mercoledì non era per me invece una strada di pace. Ero nervoso. Una tensione che cresceva in modo innaturale avvicinandomi.

Col tempo ho scoperto che luoghi "tremendi" fossero i san­tuari mariani.

Il silenzio che era piombato in macchina quella sera era la colonna sonora del mio malessere.

Parcheggiata la macchina entriamo subito a sederci sulle panche.

La processione del sacerdote che benediceva dava inizio alla Messa di Liberazione.

Per me una Messa è sempre stata solo una Messa.

Poco più di un rito collettivo che peraltro ritenevo di scarso interesse.

Quello che stava iniziando in quel momento era invece qual­cosa di forte a cui non ero per nulla preparato.

Qualcosa che neanche lontanamente immaginavo.

Ho un solo ricordo che riunisce le oltre due ore di celebrazione. Uno solo.

Uno striscio di acqua benedetta che nell'aspersione mi rag­giunge alla guancia destra.

Fuoco che brucia e io che non riesco a gridare.

Resto così come in catalessi in un tempo che ha arrestato il suo naturale scorrere.

Non ho un solo altro ricordo.

Al termine della celebrazione esco da Chiesa bestemmiando, imprecando contro di lei, la strega, che mi aveva portato in quel posto.

D'istinto le metto le mani al collo. "Cosa vuoi da me??? Cosa vuoi????!!!" Rientriamo a casa in un viaggio interminabile fatto di buio e neon intercalati dalle continue bestemmie.

Ci lasciamo male.

Ci lasciamo con l'intenzione di non rivederci più.

Nel mio letto finalmente chiudo gli occhi e riesco a riposare. Un sonno stranamente tranquillo.

"Scusa..." la mattina dopo il primo pensiero è telefonarle. Senza un vero scopo né una ragione apparente.

La sua risposta mi gela il sangue: "Non provare più a chiamar­mi. Non voglio più sentire parlare di te..."

"Aspetta, aspetta... dimmi solo una cosa. Come posso fare per confessarmi... ????"

Il silenzio che seguì la mia richiesta era di una persona ferita che stava soppesando le mie vere intenzioni, la mia sincerità. Un silenzio che durò molto o forse no.

La sua risposta era ancora Fiducia.

Credo che per chiunque sia una gran cosa il riconquistarsi la fiducia altrui ma in particolare per gente come me è qualcosa di immenso, di indescrivibile.

 

Capitolo quinto

COME UN BAMBINO

Il mercoledì successivo Grazia mi accompagnava da Don Gregorio.

Volevo chiedere la confessione.

Non avevo idea dei tempi con cui dovessero procedere le cose, da troppo tempo ne ero ormai lontano.

Quella era una cosa che mi serviva ed andavo a prenderla. Qualcosa ancora da consumare perché mi avrebbe fatto star bene.

”Da quanto tempo non ti confessi”?

Per troppo tempo raccontare i fatti miei era un'attività da cui mi ero astenuto. Da qualche tempo avevo reimparato a farlo, laggiù in comunità e mi era servito a guarire dalla dipendenza della droga.

Qualcosa di simile mi aspettavo dovesse essere la confessione e per far quello ero già pronto. Subito.

Ma la confessione intesi poi essere altro. E' cosa sacra il "sacra­mento" e non bisogna solo mettere insieme le idee ma aggiu­stare i pezzi di cuore per ricongiungerlo a quello del Padre. Il sacerdote dopo aver ascoltato brevemente la mia storia mi disse solo di tornare la domenica successiva, quando avrei mangiato con lui ed i suoi ragazzi.

Poi ci saremmo confessati. Così feci.

Ricordo di quella confessione lunga un pomeriggio che mi lasciai andare come un bambino.

So bene che sentirsi come un bambino è modo di dire fre­quente e quando le parole diventano frequenti il loro suono diventa sordo, il loro significato logora.

A me che un'infanzia è stata negata il sentirmi leggero come un bambino era molto di più che un modo di dire.

Era rimpossessarmi della miglior parte di me.

Significa trovare fiducia laddove comandava la diffidenza, pro­vare la serenità dove la rabbia era sempre stata la forza che teneva in vita ed infine assaporare la bellezza di qualcosa di pulito dopo anni nel male, nel brutto.

L'abbraccio del Padre Misericordioso a questa immagine pen­so sempre ricordando quella confessione.

"Ho sbagliato, ho vissuto male nel Male" questo dicevo. "Non importa, e tutto passato, ora sei qui!" questo sentivo. Ed in questo abbraccio mi lasciavo andare felice. Piangevo, leggero, come un bambino...

Da allora in avanti il peccato ha iniziato a pesarmi come il tradimento verso chi mi aveva riaccolto così.

Ed anche il peggiore avanzo di galera sa cosa vuol dire il tradi­mento verso gli amici, verso i fratelli.

Non so se teologicamente questa sensazione sia corretta, ma questo è l'onore, il rispetto che ho imparato nella vita.

E' poca cosa e non dotta. Ma è uno dei pochi sentimenti veri che conservo da una vita sbagliata.

Ora mi confesso ogni volta che sbaglio, che tradisco, che rin­nego. Lo faccio subito perché non voglio più uscire dall'ab­braccio di questo padre ritrovato.

 

Capitolo sesto

NEL PERDONO

Grazia continuava a starmi vicino.

Scoprii in lei cose che non avevo mai visto in una ragazza. Ogni giorno che ci frequentavamo era per me un passo avanti verso lo scoprire il valore dell'essere fratelli.

Un amore diverso, più rischioso dove facilmente si perde ed il guadagno non è quasi mai garantito.

Ma era la strada dove avevo incontrato il Padre e non volevo smarrirla di nuovo. Solo quello sarebbe stato il mio guadagno. Essere ancora sulla via.

Ogni tanto Grazia mi raccontava di sogni, di cose che ascolta­vo ma non riuscivo troppo a prendere seriamente.

Mi bastava e ne avanzava al momento di quello che avevo ricevuto da questo mondo nuovo, fatto non solo di carne e sangue ma anche di cose che uscivano fuori dalla mia ordina­ria comprensione.

Una mattina ricordo arrivò in cantiere e la vidi subito con uno sguardo diverso, determinato.

Si avvicina e senza tanti giri di parole inizia a chiedermi di mio padre.

Mi parla di un sogno e compresi subito che non la stavo pren­dendo seriamente; comincia col descrivermi la figura dell'uo­mo sognato che riconosco con certezza da alcuni particolari essere mio padre, ormai trasferitosi da qualche parte con la nuova compagna.

Nascondo d'istinto le mie reazioni. Sono subito e natural­mente diffidente. Mi chiedo con questa bella dimostrazione di paranormale dove voglia andare a parare.

Voleva stupirmi? Va bene c'è riuscita... ed allora?

"No, Paolo... volevo solo dirti questo: tu lo devi perdonare!" Più serena in viso, come di qualcuno che abbia portato a ter­mine qualcosa che doveva, si allontana.

Io inizio a pensare, lo confesso un poco scosso da questa storia che aveva il suono di una stranezza, quasi una voce di anti­co profeta. Qualcosa che mi richiamava ad una dimensione, ad una volontà che superava ogni cosa da sempre conosciuta, toccata, misurata.

Non avevo più pensato a mio padre da quel giorno al funerale di mio fratello. L'ultimo pensiero fatto su di lui era il rancore duro, una specie di maledizione lanciata per l'eternità.

Poi il nulla. Avevo semplicemente lasciato il pensiero.

Ma i passi sulla strada che avevo intrapreso dovevano essere fatti uno alla volta e consapevolmente. Questo era il primo passo che mi veniva richiesto.

Ho spesso pensato in seguito perché questo dovesse essere l'inizio.

La risposta mi è arrivata un giorno davanti al crocifisso.

La porta della nostra salvezza si apriva da lì, dalle parole "Pa­dre, perdona loro...".

Restava il modo con cui ciò mi veniva richiesto.

Eppure capivo che la scossa a prendere sul serio il tutto veniva da lì.

Una specie di firma, un sigillo apposto perché potessi intende­re su di una comunicazione che altrimenti avrei accantonato come il frutto di altrui fantasie.

Dico una banalità nel dire che non tutti siamo fatti allo stesso modo.

Ma dico una cosa che ho conosciuto essere vera.

Il cuore di alcuni più che di altri ha bisogno di venire aiutato, ha bisogno di toccare, di vedere.

Ho impiegato del tempo a capire certe cose.

Dio sa come ognuno di noi è fatto e a chi vedere e toccare può fare del bene, e a chi altri no.

Lo strumento per avvicinare questo che nel chiamare "sopran­naturale" (e so di usare una parola che spesso chiude le orec­chie invece di aprirle) resta la ragione.

Non un dio da adorare ma uno strumento prezioso, per guar­darci dalla creduloneria, dall'imbroglio e dalla malafede.

Uno strumento che discretamente ci deve accompagnare ad una soglia dove semplicemente e serenamente confermare: "Ora non mi compete più".

Solo lì, a quel punto, giunge in aiuto la Fede.

 

Capitolo settimo

QUEL CHE SI DEVE DIRE…

Mi prendo ora - in mezzo alla mia storia - la libertà di una premessa.

Le premesse si mettono all'inizio di qualcosa e per me l'inizio è ora.

Ho dovuto combattere prima di decidermi se fosse il caso o meno di accennare a ciò che segue e che io - nonostante tutto­ ritengo solo un fatto della mia vita.

Anzi: il fatto.

Ho dovuto combattere contro gli amici che mi raccomanda­vano prudenza, citandomi più volte il passo del Vangelo dove Gesù stesso dice che le perle non vanno date ai porci. "Attento - mi si e spesso raccomandato - rischi che la tua storia perda di credibilità. Ed allora la gente riderà di te. Ti daranno del visionario e più che un beneficio ne verrà un danno".

Li ringrazio tutti. So che è il mio bene quello che loro pesava­no sopra tutto.

Ma il Bene non è sempre il mio bene, la mia convenienza, ed alla fine ho deciso che valesse la pena anche di correre questo rischio pur di stare nella Verità fino in fondo. Quella Verità ritrovata che per me ora resta il bene più grande.

La cosa che mai vorrò più riperdere.

Non miro a difendere un rispetto degli uomini che nella vita ho imparato a stimare per ciò che vale.

Non ho paura nemmeno della loro derisione.

Il mio timore è ora di tradire la Verità e tornare nel peccato. La Verità è il bene che voglio difendere sopra ogni cosa, il Bene che ho rinnegato per una vita.

Ora il coraggio che chiedo a Dio è quello di restarGli sempre fedele.

Iniziando dalle piccole cose che ho imparato a riconoscere come quelle crepe che, insignificanti, poi rompono una diga. La mia vita era divenuta dopo i momenti iniziali come una tranquilla passeggiata tra le tante cose nuove e ritrovate.

Mi ero trasferito da qualche tempo a Milano vicino a S. Am­brogio. Andavo frequentemente a Messa e prima di questa c'era la recita del Rosario.

Momenti di serenità, rituali che davano le regole alla mia vita che stava cercando di ricostruirsi.

Ma non molto di più.

Avevo lasciato intanto la cooperativa in cui lavoravo e la stessa amicizia con Grazia si era allentata.

Non mi spaventava la solitudine, ma ancora una volta il fatto che la direzione fosse sempre confusa ed io forse ancora trop­po debole per tenere la rotta.

Avevo ormai abbandonato gli eccessi ed i disordini della mia vita ma era ancora lontana in me la forza di una decisione radicale ad intraprendere la nuova strada.

Ero in una specie di limbo, né bello né brutto... così, così. Se fossi stato una brava persona probabilmente in questo lim­bo, fatto di regole, di pratiche e di abitudini ci sarei rimasto una vita.

Ma per uno come me non c'era la via di mezzo, la tiepidezza. Ed il rischio maggiore era quindi di ricaderci.

Occorreva che qualcosa, che Qualcuno mi svegliasse da que­sto sereno e ristoratore sonno di pace.

Che rimuovesse l'ultimo masso.

 

Parte terza

TERZO GIORNO

 

Capitolo primo

UN PADRE

Mi ero coricato quella sera dopo cena, alla solita ora. Un poco di televisione e poi a letto.

Una sera come tante.

Era da tempo che ero rientrato nel ciclo del tranquillo sonno ristoratore.

Non più ore piccole.

Era buio quando mi svegliai senza una ragione nel cuore della notte.

Un buio che non inquietava, un buio in cui mi sentivo culla­to, sereno.

Mi ero così ritrovato supino con la testa rivolta verso i piedi del letto.

Tre luci, improvvise, in rapida successione, un volto femmini­le, come d'una madonna rinascimentale coronata di stelle, che mi scorre, anch'esso rapido, davanti come in un film.

Riesco appena a distinguerne i tratti.

Ed infine una immagine viva, presente nella stanza, di un uomo di cui riuscivo a vedere solo la figura dalla cintola in su.

Un uomo giovane, con una folta barba scura, come gli occhi. Occhi che mi guardavano.

Non reagii come d'istinto di fronte ad un'intrusione nella mia casa.

Ma rimasi sereno, come calamitato dal suo sguardo.

Uno sguardo severo ma senza risentimento, senza l'odio, nes­suno dei sentimenti che finora avevo raccolto dagli sguardi maschili incrociati nella mia vita.

Lo sguardo d'amore severo di un padre.

La silenziosa presenza di questa persona durò appena qualche secondo poi tutto finì come era iniziato.

Rimasi poco tempo ancora in quella strana posizione, turbato da qualcosa che non riuscivo a valutare, da un fatto strano che non riuscivo a spiegarmi.

Mi ricordo: la prima cosa che feci fu di alzarmi ed andare in bagno.

Acqua fresca e pizzicotti per realizzare che non si trattasse di un sogno.

Ma era tutto reale e non ne avevo dubbi visto che di cose arte­fatte penso ormai di intendermi.

Ero stato visitato ma ancora non avevo sentito il bisogno di fissare il pensiero su chi.

Ma non importava, una sensazione di felicità mi entrò nel cuore come un assaggio di Paradiso.

E se quello era, allora desideravo morire.

Non come tante altre volte l'avevo desiderato, come una fine. Ma come l'inizio di una felicità mai provata.

Presi il Rosario e cominciai a pregare, e la felicità semplice­mente continuava.

Per giorni niente riuscì a togliermela.

Sul lavoro, a casa, in mezzo alla gente una splendida serenità continuava a cullarmi ed io mi lasciavo cullare.

Non mi ero fatto subito delle idee sul soggetto della presenza di quella notte.

La veste viola, il mantello marrone erano particolari che non avevo messo a fuoco.

Ma presto lo sguardo mi si dischiuse anche su quello.

E tutto avvenne in un modo molto ordinario e così lo vo­glio raccontare senza abbellirlo con nulla di particolare, ma lasciandolo per quello che era.

Anche questo ho capito e voglio trasmettere.

Cioè come Dio mandi il più delle volte le sue ispirazioni non nella straordinarietà ma negli eventi quotidiani, quelli che a torto spesso consideriamo banali.

Qualche giorno dopo mi trovavo davanti alla televisione, che restava spesso ancora l'unica compagna delle mie serate.

Col telecomando stavo saltando da un canale all'altro. Ad un certo punto mi blocca un viso.

Mi gela il sangue per la somiglianza con "quel" viso. Un viso sorridente.

Una voce nella scena che fuori campo intanto dice: "Giuseppe, Giuseppe!!!"

Da quelle immagini di uno sceneggiato televisivo, ho inteso chi mi avesse visitato.

Non la persona matura delle immagini che la tradizione ci tramanda ma un ragazzo giovane e dai tratti meridionali come i miei.

Quello era il san Giuseppe che seppi di aver incontrato in una esperienza che non avevo mai vissuto prima e mai più - quasi a garanzia della unicità e preziosità di quell'evento - avrei vis­suto dopo.

Ed ancora adesso mi meraviglio del fatto di come una sempli­ce immagine sorridente e perdippiù televisiva mi potesse aver fornito l'indiretta e gioiosa conferma di tanta premura.

Mi alzai subito e come un bambino corsi a telefonare a Grazia. Mi aspettavo che mi potesse prendere per matto, che non mi prendesse sul serio.

Mi disse invece di pregarlo.

In qualunque modo lo avessi incontrato, chiaro per lei era il significato di una cura particolare che mi era stata rivolta. Era un padre che mi aveva preso a cuore. Un padre terreno.

 

Capitolo secondo

PREGHIERA

Ora che la mia vita si è impastata di lenta e a volte faticosa preghiera.

Ora che le mie giornate trascorrono nell'attesa del quotidiano incontro serale con l'Eucaristia.

Ora che sono sulla strada e fatico per rimanerci, tante cose hanno infine trovato un significato.

Quel significato che dà la forza.

Ma allora tutto era molto più difficile.

L'entusiasmo di quei primi giorni mi aveva fatto abbracciare più forte una preghiera che Grazia mi aveva all'inizio propo­sto. Il Rosario è stata la mia prima scuola di preghiera e la fonte di tante fatiche.

Avrei voluto solo ritrovare il Paradiso toccato per un attimo; Chiunque e qualunque cosa fosse.

Nulla di quel che avevo provato sino ad allora, droga o affetto umano, poteva anche solo minimamente essergli paragonato. Mi si chiedeva invece di pregare e pregare senza sosta.

La disperazione infine mi raggiunse un giorno.

Gettai a terra la corona del Rosario ed alzai finalmente il mio grido di rabbia: "Cosa vuoi dalla mia vita!???!!"

Quanta gente ho poi conosciuto aver gridato le stesse parole con me.

Ma queste sono le parole che non possono mai essere dette insieme ad altri.

Hanno il suono stesso della solitudine. Pretendevo che Dio mi parlasse.

La Bibbia che avevo lì vicino a me era la Parola stessa del Si­gnore. La aprii d'istinto e subito lessi questa frase: "Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un'intelligenza umana".

Sentii riempirmi di vergogna, raccattai da terra il Rosario e ripresi a pregare.

Ed il Rosario guidava i miei passi verso un'altra tappa impor­tante del mio cammino: l'incontro con Maria a Medjugorje.

 

Capitolo terzo

STRADE

Non ricordo come mi trovai su quel pullman ma forse nem­meno è così importante trattenere tutti i ricordi.

La prima volta che mi recai in terra di Bosnia è stato con un pellegrinaggio organizzato.

Nel continuo moto di ricerca e di assestamento di quel perio­do. Senza una richiesta, senza aspettative.

Solo per la fame arretrata di sapere, di vedere, di conoscere di più di questa terra inesplorata che era la fede.

Grazia mi parlava spesso di questo luogo, Medjugorje, ed io mi trovai infine là.

Giravo tra la gente, come un bambino al parco giochi. Era il posto dove volevo essere.

Era il posto dove quello che sentivo dentro si sposava con quello che vedevo fuori.

Con questo stato d'animo rimasi ad ascoltare per la prima volta il caro Padre Slavko, che parlava a dei militari. Quest'uomo che ha dato letteralmente la vita per Maria, par­lava una lingua che finalmente potevo capire.

La lingua di quello che c'era ora nel mio cuore.

La stessa lingua che parlava l'altra anima di Medjugorje, padre Jozo. Frate e testimone fino al duro carcere comunista di quei fatti.

Uomo di Dio e di Maria che ancora oggi a distanza di anni, ogni volta che vengo in queste terre per sentirlo parlare, per ri­cevere la benedizione di Dio dalle sue mani, riesce a portarmi avanti di un passo sulla mia strada.

E tutti gli incontri con gente che vive con un solo cuore.

Anche solo per pochi giorni.

Non importa è l'assaggio, è la prova che il paradiso è possibi­le e nasce qui, tutti in ginocchio davanti all'Eucaristia, dove Maria togliendoci dai bordi dei nostri precipizi, per mano ci ha condotto.

A Medjugorje ho capito che questa mia strada aveva una dire­zione e doveva incrociarsi con altre.

Anche questo mio raccontare nasce dall'avere capito quanto le altre strade siano importanti e servano a rendere la mia più sicura, a mantenerne la direzione.

Così ho iniziato a testimoniare.

A dare voce forte a quello che Dio mi ha fatto incontrare, alle cose più belle.

Di tutte una ho inteso aver fatto breccia nel cuore di tanti. Di tanti cuori feriti: il senso del Perdono.

Quella forza che riunisce le strade.

 

Capitolo quarto

L’AMORE, ANZI LA CARITA’

Portavo a casa da questo primo viaggio in quei luoghi intanto la certezza della forza ricevuta nella Messa quotidiana, nella Confessione, nel Santo Rosario.

Erano le armi che giorno dopo giorno mi rendevano più forte, meno vittima degli attacchi della quotidianità.

L'estate successiva a questo mio primo viaggio volevo tornare in questi luoghi cercandoli come una sorta di viatico.

Ma il posto nel pellegrinaggio questa volta per me non c'era ed io mi sentii deluso, forse tradito.

Chiamai gente amica cercando conforto nel passare alcuni giorni di quell'estate loro ospite.

"Senti Paolo. Se vuoi ti posso dare il numero telefonico di un mio vecchio compagno di classe. Si chiama Alberto e da anni si occupa di portare aiuti umanitari in terra di Bosnia. I suoi viaggi li chiama pellegrinaggi di carità, perché nascono dalla preghiera nei luoghi di Medjugorje che diventa - come per miracolo - cibo, vestiti, calore umano per chi di tutto questo ha un bisogno disperato".

Le parola di questa persona cara mi tolsero un macigno dal cuore. Telefonai immediatamente.

Ed immediatamente fui arruolato in questo esercito della spe­ranza. E subito lo spazio del mio furgone, quello del lavoro quotidiano, non fu mai così pieno.

Mi dissero un giorno: "Deve essere così. Lo spazio che lasci vuoto viene occupato dalla disperazione".

Iniziai ad impratichirmi di un vecchio C. B. prestatomi per l'occasione.

Serviva a comunicare con il resto del convoglio mi dissero. Ma era molto di più.

Era la voce delle preghiere innalzate nelle difficoltà, delle sto­rie di vita che si incrociavano.

Ma ancora di più erano i silenzi di chi ascoltava ed iniziava a camminare.

Quanta gente ho incontrato su quei furgoni... qualcuna la rincontro tuttora, altra non mi è più capitato di rivederla. Nessuno ho mai in realtà perso.

Su quelle strade ho scoperto che l'uomo si nasconde in vite normali, vite silenziose, vite che diventano grandi quando si riempiono di amore.

Su quelle strade ho scoperto che anche io avevo una vita gran­de, una vita importante.

Me lo hanno detto gli occhi dei bambini nei campi profughi, le vedove che per loro lottavano ogni giorno, i vecchi obbligati a sopravvivere.

Chi ha conosciuto la miseria, non la può ignorare, non la può più sentire come qualcosa che riguarda altri.

La miseria di questa gente era la mia miseria.

Le loro storie si accompagnavano alla mia, le loro richieste di aiuto reclamavano da me un sacrosanto diritto di essere ascoltate.

Il diritto alla solidarietà che ho scoperto negli occhi di bambi­ni sporchi e malvestiti non è allora un nobile sentimento. Piuttosto un ricatto a cui chi c'è passato non si può più sottrar­re. Meraviglioso ricatto che ritorna più di quello che chiede. Mi fermo spesso tra i bambini. Mi piace guardare i loro occhi che si riaccendono per delle caramelle, per qualche biscotto. Cosa vedo in quegli occhi?

Vedo un piccolo guaglione che guarda un formaggino ricevu­to dalle mani di un frate come un tesoro... la quintessenza del bene che esiste nel mondo.

Questo è quello che vedo... il bene che ho incontrato e che continuo a incontrare.

Da una parte o dall'altra e questo bene... che cerco e che mi riempie la vita.

 

Capitolo quinto

LE COSE ED IL LORO VALORE

Quanti viaggi da allora, quante persone, ricordi, parole e gesti. Conservo tutti nel cuore, anche se mi viene ancora difficile il farlo vedere e a questo punto mi sono rassegnato.

Ringrazio il Signore di avermeli dati. Tutti. Nessuno me li toglierà.

Quello che ci lega è più forte di un interesse, una passione, una morte.

Sono le persone che hanno riallacciato i legami tra me ed il mondo. Sono i miei legami con un mondo che è tornato or­mai a sorridermi, nei visi di tanti.

Ne ricordo solo alcuni: quello di Alberto, "il mio paparino", quelli poi di Elena e Massimo dell'Associazione Fabio - Vita nel Mondo di Genova -, di Giuseppina di Tortona e tutti gli altri con cui abbiamo mischiato scampoli di cuore.

Scampoli come quello che inaspettato mi ha donato Arianna, la mia figlioccia, chiedendomi un giorno di farle da padrino di Cresima.

Pare poca cosa, lo so...

Una cerimonia religiosa, il regalo... poco più...

Ho paura che ormai solo forse per quelli della mia razza… nella mia storia una richiesta del genere riesce ancora ad avere peso, il potere di commuovere.

Sono parole che sanno di buono, una sorta di riammissione a pieno titolo nella vita del Bene.

Se avessero fragranza che servisse a farne intendere il gusto saprebbero di torta di mele fatta in casa.

Qualcosa che appartiene ad una casa, ad una famiglia, alla pace ed all'ordine che vi regna.

Ringrazio Stefania e Roberto, i genitori, che insieme ad Arian­na hanno voluto che assaporassi di questa serenità.

Ricordo quando ricevetti il certificato di battesimo da Qualia­no, da presentare quale credenziale di padrino "regolare". Feci fatica ad ottenerlo.

Ad un certo punto ricordo anche che dissi a mia madre: "A mammà, ma siamo sicuri che mi avete battezzato??"

Povera donna, pure questa colpa le volevo imputare. "Eccome nò! - si difendeva - Tuo padre fece pure una festa con gli amici di laggiù."

Finalmente il certificato arrivò.

Aprii la busta e ricordo che lessi una data: 19 Marzo 1963. San Giuseppe.

Un'altro amico che non mi molla mai. Mi sono cari tutti gli amici nuovi.

Ma non dimentico le persone care di sempre.

Mia madre sopra tutte, le mie sorelle e le loro famiglie, Madre Antonia la mia seconda madre, mio fratello e tutti gli amici del Giambellino... persi per strada.

A loro che non ce l'hanno fatta vorrei dedicare in modo parti­colare la fatica di aver raccontato questa mia storia.

Mi unisco a loro nella speranza: quella Resurrezione che tutti ci riunirà.

Chi non ha camminato con me farà forse fatica a capire il peso ed il valore che do a tutto questo e forse lo giudicherà persino banale.

Quante cose perdono valore a chi non ha lo strumento per misurare.

Lo strumento - ho imparato - si chiama dolore. Questo ho imparato.

 

Capitolo sesto

LA COLLINA DELLA PACE

Chiudo.

Chiudo in modo circolare, come avevo iniziato: con mio padre.

Ho sempre pensato che attraverso lui il male fosse entrato nel­la mia vita.

Da subito.

La notizia della sua morte mi raggiunse mentre lavoravo fuori Milano.

Fu mia madre a darmela.

"Paolo, guarda che tuo padre e morto." Finì così di parlare.

Non reagii subito. Dopo iniziai a piangere. In quel momento, oggi posso dire, di aver ritrovato la pace, il senso e la profondità della pace che arriva solo da uno stretto sentiero: quello del perdono dato... prima di tutto a se stessi. Stavo salendo la collina del Podbrdo, dove i veggenti di Me­djugorje hanno incontrato Maria per la prima volta.

Era ormai buio, pioveva... salivo e pregavo. Pregavo intensamente.

Quante volte ho chiesto sulla collina il miracolo, quello della guarigione, quello di una nuova vita. Mi ero isolato completa­mente da ogni cosa che avevo intorno.

Rialzo infine il capo.

Nessuno attorno a me. Non riesco a orientarmi.

Un buio fosco e senza tracce che alimenta un senso di ango­scia, di smarrimento.

La solitudine che mi assale più che la reale sensazione di es­sermi perso.

Come da tanto non mi assaliva.

L'ombra di un uomo, giacca a vento e cappuccio calato.

Un attimo solo ed ho di fronte il viso di mio padre, più gio­vane, più calmo.

Mi guarda serio ma sereno. Uno sguardo mai visto prima. "Dai... chiano, chiano... c'arrivamm..."

Lo seguo stranito, mi ritrovo sul sentiero... l'uomo è sparito. Mi fermo e inizio a piangere.

Quella persona venuta ad incoraggiarmi, a darmi una mano a ritrovare la strada era il padre che mi era stato ritornato - solo per pochi attimi - a lasciarmi il senso tangibile di una cura, di un affetto terreno.

L'amore di un padre.

 

APPENDICE

Stralcio da una relazione di Madre Antonia e dei suoi collabo­ratori sulla situazione sociale giovanile al Giambellino nei primi anni '80.

Situazione sociale del Quartiere Giambellino.

E' un quartiere molto difficile, con tutte le caratteristiche delle zone di periferia, ed e costituito da due situazioni sociali netta­mente distinte:

• una parte di popolazione medio borghese;

• una parte nettamente popolare, costituita quasi total­mente da immigrati.

Soprattutto, ma non solo, nel quartiere popolare esplodono tanti problemi:

• famiglie separate

• un componente in prigione

• ambedue i componenti in prigione

• convivenze difficili

• ragazze madri

• disoccupazioni prolungate

• donne abbandonate

• uomini abbandonati

• disaccordo e incomprensioni

• alcolismo

• droga

• prostituzione

• inadempienza scolastica e analfabetismo

• attività illegale

• rifiuto al lavoro e quindi assistenzialismo

• malattia mentale

• presenza di qualche figlio handicappato

• presenza di anziani

In queste condizioni familiari e sociali, disadattamento, delin­quenza e droga trovano l'humus adatto per nascere e dilagare. La Cooperativa e la Comunità Parrocchiale cercano di vivere in prima persona le problematiche del quartiere in cui sono si­tuate, e nell'incerto, faticoso e scomodo cammino di attenzione e di conversione degli "ultimi" tentano di dare timide risposte nella complessa problematica giovanile che ogni giorno più ci provoca e ci mette in crisi.

E' in questa tensione dinamica, in quanto cristiani, che si situa l'esperienza di disintossicazione di sette nostri ragazzi di età dai 16 ai 18 anni.

Per chi vive da lontano la problematica della droga e del disa­dattamento, sia perché i ragazzi che vede sono gli "altri" ormai quasi più figli neppure della nostra generazione e della nostra società, sia perché sono fuori dagli incontri di tutti i giorni, l'esperienza può sembrare assurda, illusoria e senza possibilità concreta di riuscita.

Ma per noi che non possiamo uscire di casa senza incontrare tanti volti giovanili segnati dalla "morte" e questi volti spen­ti, chiunque essi siano, li sentiamo quelli dei "nostri ragazzi", perché Gesù ha detto che "qualunque cosa avrete fatto a loro, l'avrete fatta a me", ogni minima possibilità di risposta la sen­tiamo come un imperativo.

Sentiamo il parere di persone esperte che da anni giocano la loro vita per questa realtà giovanile. La loro risposta è chiara ed inequivocabile.

"Comunque sia l'esito dell'esperienza, non si può lasciare senza risposta il grido di aiuto; domani potrebbero puntarci contro il dito "è colpa tua".

Nel mese di Novembre dello scorso anno, in seguito ad una sparatoria avvenuta in Via Lorenteggio, Paolo, Stefano, "A", B , C , "D", 'T`, coinvolti nella droga da circa un anno e che trovavano nella Parrocchia un punto di riferimento e una possibilità di dialogo, forse impressionati dall'uccisione di tre loro "amici" nella suddetta sparatoria, chiedono di allontanarsi da Milano per uscire dal giro.

Il 30/11/1981 si parte per la montagna in un completo isola­mento, senza possibilità di comunicazione. Ci si organizza in Parrocchia per effettuare turni di presenza di educatori (coppie, giovani, famiglie, ecc.). I tre giorni di (omissis) servono per il distacco violento e netto dall'eroina.

Il mese a (omissis) invece e per staccarsi psicologicamente dall'ossessione del buco e per prendere coscienza che al di là dell'eroina, ognuno ha da risolvere gravi problemi esistenziali: sono essi la causa della fuga nell'eroina.

Questa presa di coscienza li mette in crisi positivamente, fa loro confusamente intuire che la strada per diventare "uomini" è lunga e complessa. "Ho scoperto che è difficile diventarlo, però e bello". Faticosamente, attraverso dialoghi personali e incontri di gruppo spesso burrascosi, nei quali violentemente o suasi­vamente si cerca di aiutarli a mettersi ciascuno di fronte a se stesso, comincia a disgregarsi la coesione di gruppo costruita attorno all'eroina e a farsi strada l'intuizione molto vaga cia­scuno dei propri problemi personali diversi da quelli del suo amico. Cominciano a delinearsi e ad emergere scelte personali ed autonome.

Si fa chiaro che (omissis) ha esaurito il suo compito e si eviden­zia la necessità di un ulteriore passaggio di qualità. Si cercano comunità terapeutiche ed educative nelle quali possano essere aiutati a ritrovare gradualmente se stessi, andando alla radice dei loro problemi.

Si assicura loro che sarebbe nata una cooperativa di lavoro per il loro rientro a Milano, dopo la fase della comunità:

• "E" e "A" scelgono la Cascina (omissis);

• Paolo e "C" optano per L'Azienda Agricola (omissis), proprietari e gestori due universitari;

• "D", Stefano e "B" decidono di rientrare a Milano, nell'illusione di resistere e di trovare lavoro.

Il soggiorno presso le due cascine agricole (omissis) ci sembra sia stato molto positivo per i quattro ragazzi, ha segnato un'ulterio­re presa di coscienza delle difficoltà, una graduale assunzione di responsabilità e quindi un lento crescere come uomini.

Il programma fatto insieme ai ragazzi prevedeva il rientro a Milano per il mese di ottobre, in relazione all'inizio delle attivi­tà della Cooperativa e dei corsi.

(omissis)

Paolo e "C" della Cascina (omissis) dopo cinque mesi di crescita e di lavoro gratificanti, sono andati in crisi.

Ha iniziato Paolo a maggio con fasi acute di mutismo e nervosi­smo, con ripensamenti lucidi, ma un poco vittimistici sulla sua situazione personale e familiare, con illusioni ottimistiche sul­la sua capacità di autonomia e quindi progetti futuristici; con depressioni profonde e incapacità a vivere la situazione reale di crescita paziente del presente.

Nel mese di maggio rientra a Milano con l'intenzione però di cercare un' altra Comunità. Resta a Milano circa un mese, re­siste al buco non allo spinello, decide in modo autonomo per la Comunità di (omissis) dove permane per un altro mese, non regge alla rigidezza dei metodi torna a Milano con una chiarezza ed un programma preciso: non sentendosi abbastanza forte per vivere a Milano partirà per il sud e si fermerà a casa di suo padre (ora assente) a Qualiano, Napoli; cercherà lavoro e tornerà a Milano quando si sentirà abbastanza maturo.

Attualmente sta lavorando con gli zii a Qualiano, è contento, si fa sentire spesso per telefono e sta andando bene. (omissis)

"B", "D", Stefano, che hanno deciso il ritorno a Milano dopo solo tre o quattro giorni sono di nuovo al buco, e diradano le visite in parrocchia.

Per un paio di mesi tutti e tre i ragazzi vivono nel giro; noi ne seguiamo i passi, le crisi, i ripensamenti attraverso le famiglie, in attesa che l'esperienza del "fondo" li faccia "tornare".

Stefano e D infatti "tornano. devono, vogliono riuscire". Ambedue decidono, con abbastanza coscienza, l'unica possibi­lità, la Comunità di (omissis).

Ambedue vi vengono accompagnati.

• Stefano è a casa dopo una settimana.

• "D" regge positivamente per un mese, poi chiede un'esperienza meno rigida.

Effettivamente, a giudizio degli esperti, la terapia di (omissis) e poco adatta a degli adolescenti. E' indicata soprattutto per gio­vani maturi che hanno molti anni di eroina alle spalle.

I ragazzi non vogliono rimanere a Milano, ma non si trova la struttura adatta.

Dopo una lunga e difficile ricerca, si trova una disponibilità, per i soli mesi estivi, nella Cooperativa Agricola di (omissis) (omissis)

Stefano però, oltre alla giovane età, ha anche una personalità molto fragile, affettivamente e psichicamente immatura, inca­pace di auto-disciplina ed auto-decisione (fin da bambino non si è mai misurato con nessuna "regola", e cresciuto in balia di se stesso).

Il ritorno a Milano per la visita militare, lo attira nel giro e si abbandona alla soluzione più facile.

(omissis)

Siamo pienamente convinti di non aver raggiunto completa­mente l'obiettivo propostoci, non ci illudevano neppure, anche perché la situazione dei ragazzi e sempre fluida e il cammino perché diventino uomini e ancora lungo e difficile; quindi ci attende ancora molta strada da fare "con loro".

Cerchiamo di credere, come cristiani, "che la vittoria ultima sul male è il dono ultraterreno, che viene direttamente dal cuo­re del Padre, anche se, d'altra parte, questo dono e realmente anticipato in quelle parziali vittorie su ogni, tipo di male, che vengono raggiunte su questa terra con l'impegno di tutti.

Chi, per potersi impegnare di fronte al male, pretende di vedere un esito immediato e totalmente soddisfacente del proprio im­pegno, si condanna a pericolose delusioni. Pur tendendo a esiti efficaci, occorre credere che l'impegno della carità vale per se stesso, nonostante l'eventuale permanere delle difficoltà." (Atti­rerò tutti a me. Carlo Maria Martini)

(omissis)

Siamo pienamente convinti che la droga è soprattutto problema di emarginazione e disadattamento, familiare, scolastico e socia­le, almeno per quanto riguarda i giovani del nostro quartiere, per cui si cerca di avere una visione globale della situazione puntando soprattutto alla prevenzione.

Dove la situazione familiare e tale da non garantire al bambino un minimo indispensabile a livello educativo si promuove l'af­fido familiare, parziale di qualche ora o di tutta la settimana; diverse famiglie della Parrocchia stanno portando avanti questa esperienza difficile, ma positiva.

Un doposcuola pomeridiano sostenuto esclusivamente da vo­lontari (mamme e universitari) cerca di risvegliare la motivazio-

ne allo studio e a colmare lacune di anni, a ragazzi delle medie, generalmente intelligenti, ma trascurati a scuola fin dalle prime classi elementari.

L'anno scorso ha funzionato una scuola popolare per il conse­guimento della licenza media a quattro ragazzi pluribocciati, fortemente ostili alla scuola, ma intelligenti.

Hanno sostenuto gli esami come privatisti presso la scuola sta­tale e sono stati promossi con "Buono". Quest'anno due di essi frequentano la scuola superiore e vanno bene, uno frequenta un corso professionale triennale, un quarto lavora.

La realtà sociale dei minori ci sembra talmente grave, che i nostri interventi sono parziali e limitati; cerchiamo di lasciarci provo­care da questa realtà, e aderire alle indicazioni del Vescovo.

 

PREGHIERE A SAN GIUSEPPE

SUPPI,ICA A SAN GIUSEPPE

O amabile e glorioso San Giuseppe, dolce custode del Figlio di Dio e sposo verginale dell'Immacolata, fiore dei vergi­ni e delizia degli Angeli, in questo giorno a te particolarmente solenne noi ci uniamo alla Vergine Santa per ringraziare il Si­gnore degli immensi tesori concessi all'anima tua privilegiata: "Non solo sei patriarca, ma principe dei patriarchi; più che confessore; in te sono racchiuse la dignità dei vescovi, la ge­nerosità dei martiri e le virtù di tutti gli altri Santi. Più per­fetto degli Angeli nella verginità, emitentissimo in sapienza, compitissimo in ogni sorta di perfezione". O caro Santo, tra i grandi il più grande, lascia che il nostro cuore esprima a te tutte le lodi più belle e tutte le aspirazioni più sante. E per darti un segno del nostro tenerissimo affetto ti offriamo oggi il nostro cuore, perché tu lo deponga tra le mani del tuo Gesù, per purificarlo, per renderlo più disposto ai divini voleri, per consacrarlo al servizio della Chiesa.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

O augusto Protettore delle nostre famiglie, tu ci hai scoperto il prezioso tesoro del silenzio, del raccoglimento, del­la vita interiore, riporta nelle nostre case il valore dello spirito, la preoccupazione del divino e dell'eterno, la ricerca sincera e generosa della santità.

Aiutaci a guardare il cielo, a fissare le nostre povere pupille in alto, verso l'azzurro e la pace. Così più puro fiorirà il nostro pane e la gioia scintillerà radiosa dai volti dei nostri figli.

Tu che sei il grande patrono dei lavoratori, fa che colo­ro che faticano quaggiù nelle officine, nelle fabriche, nei can­tieri, nei campi, nelle scuole, sappiano trasformare in dono divino il sudore quotidiano.

Riporta nei poveri cuori di chi non pensa più al tuo diletto Signore, le virtù consolatrici della fede, della speranza e della carità.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

Ma uno squardo pietoso volgi particolarmente, quest'oggi, al Papa, ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, a tutti i cristiani, o fortissimo Protettore della Chiesa Universale. Tu che hai salvato Gesù dalle insidie di Erode, salvaci dal peccato che solo può rovinarci per sempre; salvaci dalle false attrattive di Satana che perverte senza pietà, soprattutto quando la ten­tazione è particolarmente maligna. In quel momento vieni in nostro aiuto con la tua potente intercessione, perché anche noi possiamo dire assieme alla grande tua devota: "Non ricordo di aver chiesto grazie a San Giuseppe senza essere stata esaudita."

Sono queste le grazie che ti chiediamo: di poter conser­vare sempre nel nostro cuore Gesù; di amarlo con tutta l'anima, con tutte le forze, per tutta la vita. Chi non conosce ancora

la Chiesa, chi e lontano, chi si e allontanato, ritorni all'ovile, dietro il tuo soave richiamo!

E a chi mai, se non a te, o dolcissimo Patrono dei mo­ribondi, offriremo gli ultimi istanti della nostra vita? In quel momento, da cui dipende tutta l'eternità, dà uno sguardo come sai fare tu a quel Bambino che tanto caramente stringi tra le braccia; e con la Vergine tua Sposa a noi vieni, o potente e pietoso San Giuseppe.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

 

CONSACRAZIONE A SAN GIUSEPPE

O San Giuseppe uomo giusto e fedele, che nella pie­nezza dei tempi cooperasti al grande mistero della nostra Re­denzione come sposo verginale di Maria e capo della Santa Famiglia di Nazareth; dalla Chiesa, nostra madre e maestra, proclamato Patrono universale, accetta il mio affidamento e la mia consacrazione a Te.

O San Giuseppe, come l'Eterno Padre si degnò affi­darti i tesori più grandi che possedeva, Gesù e Maria; così io, con umile fede, intendo consacrarmi a Te con piena volontà. Al tuo patrocinio affido la mia persona e quanto mi è caio: la salute dell'anima e del corpo, l'incolumità della mia famiglia e della mia comunità, sopratutto la fedeltà incondizionata al Battesimo e alla mia particolare Vocazione.

O San Giuseppe, sotto i tuoi sguardi amorosi, rinnovo oggi le promesse battesimali e gli impegni del mio stato di vita, assunti nel sacramento del Matrimonio, o nel sacro Or­dine, o nella Professione Religiosa.

O San Giuseppe, abbi per me e per quanti mi sono cari, le premure che avesti per Gesù e per Maria: accoglimi nella casa del Signore come membro della tua stessa Famiglia; aiutami a conoscere, servire e amare Gesù e Maria come Tu li hai conosciuti, serviti e amati. AI termine della vita aprimi le porte del Cielo. Amen

 

A TE, O BEATO GIUSEPPE

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricor­riamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, insieme con quello della tua santissima Sposa. Per quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all'Immacolata Vergine Madre di Dio, e per l'amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue, e con il tuo potere ed aiuto soccorri ai nostri bisogni.

Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amatis­simo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo, assi­stici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del bambino Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità, e copri ciascuno di noi con il tuo patrocinio, affinché col tuo esempio e con il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in Cielo. Amen.