LA SORGENTE ETERNA DELL’AMORE 

L'amore del Padre Celeste

Quattro secoli prima della venuta di Gesù, Pla­tone affermava: "Del male si può trovare qualun­que causa, ma non certo Dio, perché Dio è causa solo del bene".

Può il sole fabbricare il ghiaccio? Così l'Amore Infinito non può causare il male!

Il Padre di Gesù è anche Padre nostro! È perfet­tamente incapace di farci del male.

Causa del male è certamente il Diavolo, princi­pe di questo mondo, il nostro libero arbitrio e la natura che deve essere migliorata dall'uomo.

Il Diavolo è "colui che spezza". Egli spezza la nostra personalità, la famiglia e la società. Satana opera la schizofrenia della persona e della collettività. In fondo egli, agendo psicologicamente sul libero arbi­trio, scatena un uragano di dolore nel mondo.

Il Diavolo è la prima causa del dolore, il libero arbitrio la seconda e l'imperfezione della natura la terza.

Il Signore ha voluto l'uomo suo collaboratore e gli ha conferito il potere di perfezionare il creato. La quarta preghiera eucaristica recita: "Dio alle mani operose dell'uomo affidò l'universo perché nell'ubbidienza a sé, egli esercitasse il dominio su tutto il creato".

Dio ha creato l'acqua, ma ha fatto fabbricare a noi il secchio;

ha creato le onde elettromagnetiche, ma ha fatto ideare a noi il televisore;

ha creato la luna, ma ha fatto costruire da noi l'astronave;

ha creato i suoni, ma ha fatto comporre da Beethoven la nona sinfonia.

In altri termini: il Creatore vuole perfezionare la natura mediante il lavoro dell'uomo, il quale col progresso può liberarsi dai mali materiali.

Il Diavolo è stato debellato dal Risorto ed ora è un cane legato alla catena. Certo può mordere, eccome, ma solo quelli che gli si avvicinano. La grazia lo sconfigge!

Il Signore avrebbe potuto creare gli uomini ne­cessitati ad operare il bene proprio come le api sono determinate a confezionare il miele, ma in quel caso al posto della libertà ci sarebbe l'istinto. Nulla ha bisogno della libertà più dell'amore. L'Amore si è innamorato del nostro amore.

 

L'amore è dialogo, non monologo

Dio Amore vuole essere riamato. E noi per riamarlo dobbiamo essere liberi. Si direbbe che il Padre di Gesù e nostro è stato costretto dal suo Amore a dotarci di libero arbitrio, che potremmo definire la bomba atomica di Dio.

L'umanità con i suoi peccati ha lanciato questa bomba proprio contro il Donatore ed ha perpetrato il Deicidio. Con i nostri delitti abbiamo ammazza­to Dio, inchiodandolo sulla croce.

Se il Padre Celeste ci sottraesse il libero arbi­trio, noi saremmo declassati a livello di mammife­ri di lusso, e se ci togliesse dalle mani le leve del divenire cosmico, perderemmo la dignità di colla­boratori del Creatore.

L'Amore infinitamente paterno di Dio gli impe­disce di toglierci il libero arbitrio e di sostituirci nel migliorare la natura. L'Amore Infinito del Pa­dre impedisce di occludere le sorgenti del dolore.

Potremmo esprimerci così: il Signore, creando l'uomo, condiziona l'onnipotenza al suo amore e si ha l'impotenza dell'onnipotenza.

Quando contempliamo il Crocifisso, dobbiamo ammirare, amare e adorare la condivisione divina molto più della giustizia.

 

In che cosa consiste questa solidarietà-condivisione?

Gesù ha paragonato sé stesso alla vite e noi ai tralci. Lo Spirito Santo ha suggerito a S. Paolo un altro paragone: Gesù è il capo e noi siamo le mem­bra. Come i tralci sono uniti alla vite e le membra al capo, così noi tutti siamo uniti a Gesù.

I tralci sono uniti alla vite con vincoli organici e vitali nell'ordine vegetale.

Le membra sono unite al capo con vincoli orga­nici e vitali nell'ordine animale.

Noi siamo uniti a Gesù con vincoli organici e vitali nell'ordine mistico, che è soprannaturale e perciò sconfinatamente più intimo.

Proprio come i tralci e la vite formano un solo organismo vegetale, proprio come le membra e il capo formano un solo organismo animale, così noi e Gesù formiamo un solo organismo mistico, che è la Chiesa.

In questo organismo la comunione tra il capo e le membra raggiunge la pienezza sulla croce. Sul­la croce la vita divina defluisce dal capo alle mem­bra. Gesù morente, con la vita divina, dona anche l'autore di essa, ossia lo Spirito Santo.

Gesù è perfetto uomo e perfetto Dio perciò pos­siede una intelligenza da uomo e una intelligenza da Dio. Durante la vita terrena, l'intelligenza uma­na era separata dall'intelligenza divina mediante una paratia che potremmo paragonare ad un vetro smerigliato. (Gesù perdonami la similitudine ba­nale!).

La luce dall'intelligenza divina filtrava sull'in­telligenza umana gradatamente, col ritmo del tem­po, e perciò, come dice S. Luca, Gesù "progrediva in sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e agli uomini" (Lc 2,52).

 

Qui tollit peccata mundi

Questa espressione sublime in generale viene tradotta così: Colui che toglie i peccati del mondo. Ma è troppo poco. Tollit non significa soltanto to­glie, ma soprattutto si addossa. Gesù non toglie soltanto i peccati da noi, ma li toglie, addossando­seli, facendoli suoi.

Sulla croce Gesù si impregna dei nostri peccati come una spugna. Un gioiello, che cade nel fango più sporco, si insudicia e ci ripugna, anche se poi, trattato con un detersivo, ci appare più bello di prima.

Gesù, gioiello divino, sulla croce si è impregna­to di tutti i nostri peccati, i quali hanno avuto ini­zio con Adamo, che non ebbe culla, e termineran­no con l'ultimo uomo che non avrà tomba, perché sarà ucciso dai rottami del cosmo in rovina.

L'eterno Padre vede il Figlio immerso in questo oceano sconfinato di lordura e ne prova disgusto. Questo disgusto divino dà luogo ad un eclissi.

L'intelligenza divina non filtra più luce sull'in­telligenza umana e questa entra nella notte fonda. Gesù si sente abbandonato dal Padre e grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Tale dolore è paragonabile ai tormenti infernali. A quel grido, il Padre celeste viene inondato da una tenerezza infinita, che, in termini umani, po­trebbe essere espressa così: Figlio mio, Figlio mio, io ti amo come amo me stesso. Figlio mio diletto, come posso abbandonarti soprattutto ora che stai portando a termine il mio disegno d'amore? Pro­prio ora che stai svelando il mio amore di Padre, che si dona all'umanità? Proprio ora che mi mani­festi il tuo amore fino all'ubbidienza della croce? No, no, Figlio mio! Sperimenta fino in fondo, an­che nella tua natura umana, il mio amore infinito! Papà-Dio rovesciò l'oceano dell'amore paterno su quella paratia, che separa l'intelligenza umana dall'intelligenza divina. Quel diaframma spiritua­le si infranse e l'umanità di Gesù sperimentò in modo supremo l'amore del Padre, ma non poté re­sistere all'alluvione della tenerezza paterna e il cuore venne meno.

Gesù morì d'amore!

I dolori fisici uccisero il Redentore e l'amore divino ne spezzò il Cuore, ma quell'amore, che lo uccise, è eterno e perciò non avrà fine.

È questo il motivo per cui il Risorto ha le pia­ghe ancora aperte; esse non si possono rimargina­re, perché sono bocche che debbono parlarci d'amo­re per tutta l'eternità.

La piaga del cuore è il sole della storia.

Il Padre di Gesù, se avesse potuto manifestare di più e meglio il suo amore incarnandosi perso­nalmente e subire personalmente l'orrore ed il do­lore della crocifissione, certamente avrebbe rispar­miato il Suo Figlio Diletto e si sarebbe fatto uomo Lui.

Qualunque padre, degno di questo nome, se po­tesse si addosserebbe le pene e le sofferenze del figlio.

Dio Padre lo poteva fare, ma non l'ha fatto, perché, donando il Figlio, ha ottenuto la massima ri­velazione del Suo amore per noi.

In forza della logica si deve dedurre che il Pa­dre, nel condividere il dolore del Figlio, ha soffer­to di più perché ha amato di più.

 

Emisit Spiritum

Questa espressione significa certamente morì, ma significa anche, e molto meglio, "donò lo Spi­rito" come va tradotto il testo greco "paredochen to pneuma".

L'ultimo respiro di Gesù morente è il primo re­spiro della Chiesa nascente.

Sulla croce dal Corpo salgono al Capo i nostri peccati.

Nell'Antico Testamento, durante alcuni sacrifi­ci eccezionali, il fuoco, che consumava la vittima, discendeva dal Cielo. Non il fuoco, ma lo Spirito Santo, mandato dal Padre, scende sul Golgota per bruciare nel fuoco dell'Amore Eterno la Vittima divina, la quale si è impregnata talmente dei pec­cati nostri da apparire essa stessa peccato. "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato, perché noi potessimo diventare per mezzo di Lui giustizia di Dio" (2 Cor 5,21).

La passione d'amore, subita dal Redentore, ha bruciato e perciò distrutto i nostri delitti col fuoco dello Spirito Santo. Ma l'iniziativa è del Padre!

Sulla croce dalle membra salgono al capo an­che i nostri dolori, che il Crocifisso condivide in pienezza e fa suoi. Gesù, non potendo occludere le sorgenti del nostro dolore, fa di più, molto di più: lo condivide, lo fa suo, lo cristifica. Da redenti ci abilita ad essere corredentori con Lui per la sal­vezza dei fratelli.

La Santa Cena, la Messa non rappresenta, ma ripresenta il sacrificio del Calvario. Essa ci offre la possibilità di unirci all'Ostia Eucaristica come ostia pura, santa, immacolata. Di qui l'intuizione, che costituisce l'anima del­l'anima eucaristica: noi possiamo essere ostia con Gesù Ostia sul mondo.

La preghiera che recita il sacerdote, quando in­fonde alcune gocce di acqua nel vino, è quanto mai significativa. "L'acqua unita al vino sia segno del­la nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana".

L'acqua unita al vino si vinifica. Questo proces­so fisico è segno, o meglio simbolo, del processo mistico per cui le nostre sofferenze, unite alla sof­ferenza di Gesù, si cristificano.

Si pensi ad un pannolino immerso nel profumo per qualche anno. Lo si estragga e poi si metta a contatto con esso un secondo pannolino asciutto. Certamente il profumo dal primo si comunicherà al secondo pannolino. Questo fenomeno può esse­re anch'esso segno del grande mistero: i sofferenti, che con Cristo, in Cristo e per Cristo, si offrono alla Santissima Trinità sono ostie che, unite al­l'Ostia divina, ne ricevono il valore salvifico e per­ciò ciascuna di esse può esclamare beata con San Paolo: "Completo nel mio corpo ciò che manca alla passione di Cristo" (Col 1,24).

L'amore impedisce a Dio di estinguere le sor­genti del dolore, ma lo stesso amore fa partecipa­re Dio al nostro dolore.

 

Il dolore è l'ombra dell'amore

Il dolore perciò non è incompatibile con la per­fezione divina. Il Dio impassibile è il Dio dei filo­sofi non il Dio Padre di Gesù e Padre nostro! Il padre del figliuol prodigo assurge a simbolo del Padre Celeste.

I primi cristiani, non ancora condizionati dalla filosofia, parlavano con serenità e commozione del dolore di Dio.

Nel secondo secolo la Chiesa manifesta la sua pietà con espressioni toccanti, formulate dalle sue intelligenze più brillanti.

Tertulliano scrive: "Se il Figlio ha patito, il Pa­dre ha compatito.

Come avrebbe potuto il Figlio patire senza che il Padre com-patisse?" (Adv. Praxean, 29).

A sua volta Origene ribadisce: "Il Padre stesso, Dio dell'universo, lui che è pieno di longanimità, di misericordia e di pietà, non soffre forse, in qual­che modo? O forse tu ignori che, quando si occupa delle cose umane, egli soffre una passione umana? Egli soffre una passione d'amore". (In Ezech. Hom. 6,6).

Questa realtà sublime e toccante del dolore di Dio rinverdisce nell'anima sensibile del nostro papa Giovanni Paolo II.

Egli, nell'enciclica sullo Spirito Santo, scrive: "La concezione di Dio, come essere necessariamen­te perfettissimo, esclude certamente da Dio ogni dolore derivante da carenze o ferite; ma nelle pro­fondità di Dio c'è un amore di Padre", che non è né carenza né ferita. Da quell'amore di Padre sca­turisce un "imperscrutabile e indicibile dolore".

Abbiamo fatto bene a vedere il Crocifisso come espressione della giustizia, ma facciamo meglio, molto meglio, a vederlo come la manifestazione dell'amore infinito del Padre.

 

Il Padre ha tanto amato il mondo, da dare il suo unico Figlio (Gv 3,16)

Il pensiero di S. Giovanni è sostenuto da questa dialettica. Tanto c'è di vita quanto c'è di amore. A misura che cresce l'amore cresce anche la vita. Dare la vita per i propri nemici è l'espressione più su­blime dell'amore.

Dunque Gesù sulla croce, morendo per i suoi assassini, che siamo tutti noi peccatori, ha raggiunto il vertice dell'amore e quindi della vita.

In Gesù la morte è vita che trabocca su di noi. La natura di Dio è amore e perciò si manifesta soprattutto sulla croce. Dunque il Crocifisso è la più sublime manifestazione della natura divina e soprattutto dell'amore del Padre. La bellezza, che risplende nel creato, è riflesso della natura del Cre­atore e perciò ne canta la gloria; il Crocifisso non è riflesso della natura divina; ne è la perfetta mani­festazione e perciò ne costituisce la gloria.

In Gesù Crocifisso l'amore, la vita e la gloria si identificano.

Il sofferente, che nell'Eucaristia si unisce al­l'Ostia divina, diventa anch'egli un'ostia che par­tecipa dell'amore, della vita e della gloria del Cro­cifisso.

Il sofferente che si offre ed offre con Gesù vive sul vertice del creato. Di qui la gioia che risplende sul volto delle anime eucaristiche.

 

La gioia è esuberanza di vita

C'è la gioia che è esuberanza di vita fisica e ge­nera l'euforia.

C'è la gioia che è esuberanza di vita spirituale e dona serenità al saggio intellettuale.

C'è la gioia che è esuberanza di vita divina, ossia di grazia deificante, la quale comunica la beatitu­dine di Gesù.

Essere confitti con Gesù in croce vuol dire go­dere la massima beatitudine.

Chi ama Gesù sa molto bene che il Corpo san­tissimo del Redentore copre gran parte della cro­ce; egli perciò, stringendosi al Crocifisso, avverte poco la croce, ma sperimenta molto bene l'Amore crocifisso: sente palpitare sotto il suo cuore il Cuore di Gesù, avverte il calore scottante di quelle mem­bra brucianti di carità, si inebria del suo sangue, gode lo sguardo amante di quegli occhi divini.

Chi ama appassionatamente Gesù, sì soffre, ma gode ancor di più.

 

Noi esistiamo perché Dio Padre ci ama

Cartesio diceva: penso, dunque sono. È certa­mente più corretto dire: io sono pensato perciò esi­sto. Sono pensato da Dio perché Egli mi ama. Dun­que se il Padre Celeste smettesse d'amarmi, cesse­rebbe dal pensarmi ed io cadrei nel nulla.

Dio Padre mai e poi mai costruisce le nostre cro­ci, ma è sempre accanto a noi, anzi in noi, prontissimo ad infonderci la forza per portarle dietro Gesù. Basta chiedergliela questa energia divina. Neppure è vero che Dio-papà permette il male. Il Padre amantissimo certamente non può conce­dere il permesso di fare il male. Egli, per rispettare il nostro libero arbitrio, di cui è geloso, si limita a tollerare il male. Ma tollerare non è permettere! Dio Padre tollera perché con la sua Sapienza Infinita sa ricavare il bene dal male.

Egli poi, straricco di Misericordia, nel perdona­re i figli suoi gode la gioia più grande di tutte le gioie.

Papà di Gesù e Papà nostro, non sarà sufficiente l'eternità per ringraziarti d'averci eletti tuoi figli adot­tivi e, ancor di più, d'averci inseriti misticamente nel tuo Figlio naturale Gesù, di cui siamo le membra.

Ti chiediamo perdono per averti tante e tante volte calunniato, attribuendo a Te i mali che ci rat­tristano e per i quali tu soffri con il tuo dolore, che per quanto trascenda la nostra comprensione, resta pur sempre dolore.

La calunnia più orrenda che possiamo perpetra­re è attribuire a Te, Padre d'infinito amore, i nostri mali!

Papà-Dio, grazie per l'amore eterno che nutri per noi.

Papà-Dio, perdono per la nostra pazzesca ca­lunnia che ti ritiene causa del nostro dolore. Papà-Dio, grazie perché tu, ricco di misericor­dia, ascolti ancora, con tenerezza paterna e mater­na, la supplica di tuo Figlio e nostro Redentore: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".

Papà-Dio il nostro ringraziamento profuma del Sangue di Gesù ed arde col fuoco dello Spirito Santo. Quel sangue e quel fuoco ce li hai donati tu, Pa­dre Santo!

Papà-Dio, la nostra gratitudine te la offre, insieme alla sua, la tua creatura prediletta, la Bellissima, la Madre del tuo Figlio che è anche Madre nostra.

 

Dio Padre principio dell'eterno Amore

L'autore di queste paginette sarebbe tanto feli­ce, se riuscisse a sradicare dal cuore di qualche cri­stiano, peraltro pio e morigerato, questi due orri­bili errori.

- credere che il male ce lo mandi il Padre Celeste;

- pensare che la Madonna è più buona di Gesù e Gesù più generoso di Dio Padre.

A volte si sente dire, addirittura con toni di de­vozione, che la Madonna non riesce a trattenere il braccio sdegnato di Gesù e che Gesù fa fatica a placare l'ira del "Padreterno", pronto a scagliare fulmini sull'umanità perversa.

Invece Gesù ha le braccia inchiodate dall'amo­re e, se le schioda, è per sollevarci al livello del suo Cuore. La Madonna poi è predestinata, abili­tata e delegata a dare colore, calore, e timbro di amore materno all'infinita carità del Padre. Ma la scaturigine prima, il Principio senza principio del­l'Eterno Amore è lui: il Padre!

Il Padre di Gesù, mediante la morte e risurre­zione del Figlio, è diventato anche Padre nostro e noi perciò siamo coinvolti e travolti dall'eterno amore con cui il Padre genera il Verbo.

Il Risorto dice alla Maddalena, apostola degli Apostoli: "Và dai miei fratelli e di loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (Gv 20,17).

Siamo fratelli di Gesù perché Papà suo è Papà nostro.

C'è tanta logica nell'affermazione di S. Paolo: "Il Padre, se ci ha dato il Figlio, come non ci darà in dono, insieme a lui, tutte le cose?" (Rm 8,31-32).

Il Padre non si limita ad arricchirci di doni cre­ati, ci offre addirittura il Dono Increato, ossia lo Spirito Santo, l'Eterno Amore che è la terza perso­na della Santissima Trinità.

Gesù esclama: "Voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli. A maggior ragione Dio, vostro Padre, darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono" (Lc 11,13).

Il Dono Increato, che il Padre ed il Verbo si scam­biano nell'eternità, Papà-Dio ora lo dona a noi nel tempo.

L'Eterno Padre per la nostra Salvezza fa incar­nare il Figlio e ci regala lo Spirito Santo. Lo Spiri­to Santo, a sua volta, ci rende e ci fa sentire fratelli del Risorto e figli della Risorta.

Il Dono Increato riempie il Cuore di Gesù ed il Cuore della sua Sposa di tanta carità da farla tra­boccare su di noi.

Con la nostra fantasia umana potremmo imma­ginare l'amore divino come uria fiumana incommensurabile che sgorga dalla sorgente eter­na, che è il Padre, scroscia nel Cuore di Gesù, defluisce nel Cuore della Bellissima e irrora le ani­me nostre.

Noi possiamo amare la Madonna quanto voglia­mo, se più di Lei amiamo Gesù.

Nella prima pagina della Bibbia leggiamo que­ste parole più luminose della luce:

Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò (Gn 1,27).

Dunque, per avere l'immagine completa di Dio creante, bisogna tener presente quella dei genitori procreanti.

Per ottenere l'immagine dell'amore di Dio Pa­dre non basta l'amore del padre, occorre anche l'amore della madre.

I due amori paterno e materno sono complemen­tari e, soltanto se sono uniti, ci danno l'immagine e la somiglianza dell'amore di Dio-Papà.

Ebbene, se sommassimo tutti gli amori paterni e materni di tutte le generazioni, passate, presenti e future, noi avremmo soltanto una pallida imma­gine dell'amore che Dio Padre porta per ciascuno di noi.

Papà-Dio insieme al Verbo Incarnato ed allo Spirito Santo Dono, ora è in attesa di farci naufra­gare nell'oceano infinito del loro amore increato, che con Dante potremmo definire così: Luce intellettual piena d'amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogni dolzore (dolcezza).

Adolfo L’Arco