LA SCALA PER IL CIELO

Di Carmine Manzi

PREMESSA di Gherardo Leone

Dammi una mano, Padre. È l'invocazione che Carmine Manzi rivolge a Padre Pio in una delle liriche della sua raccolta di poesie a lui dedicate. Me le sono lette tutte ieri sera, ultima domenica prima della beatíficazione. Dopo una giornata pie­na di incertezze. Per non saper risolvere antichi e nuovi dilemmi, non riuscire a vedere la luce in un groviglio che mi porto dietro da anni, da decenni, come una condanna. Anche di tristezza. Per que­sta vita che passa, ogni giorno, ogni ora, tra slanci di dedizione e blateramenti inutili, cose serie e fa­luità.

Le stesse incertezze, la stessa tristezza che tro­vo nelle poesie di Manzi. E gli stessi suoi senti­menti verso Padre Pio. La stessa invocazione. "Dammi la tua mano: ch'io mi rialzi ch'ío ripren­da il cammino ch'io riprenda a sperare. Sono qui in ginocchio: dammi una mano, dammi una ma­no.

È la mia preghiera d'ogni giorno, d'ogni mat­tina, sulla sua tomba. A volte con l'anima raschia­rata dalla speranza, a volte opaca, ma perseveran­te. Per quell'uomo che ha avuto sempre tanta par­te nella mia vita. Guidandomi, nello spirito e nel corpo. Partecipando alle mie gioie e ai miei dolori. Padre, fratello, per me e per tutti quelli che veni­vano da lui. E vengono tuttora, a migliaia, una fiumana crescente.

Ci è venuto anche Manzi, dopo che per anni, per tutta la vita, aveva sentito la sua presenza, per la "fiumana" di benedizioni per lui e per i suoi ca­ri ricevuta da lontano da Padre Pio. Si è inginoc­chiato sulla sua tomba. "È notte ed ancora son ri­masti nella Cripta in tanti ma ognuno è solo ed as­sorto... Padre rischiara Padre illumina la mia mente che spesso giace stanca ed affranta al deli­rio che la gente sconvolge".

Una preghiera che è certo di tantissime altre persone, che vedono in Padre Pio un punto fermo, un'àncora cui aggrapparsi. Se tantissimi monu­menti sorgono dappertutto con la sua effigie, tan­tissime immagini, in mille espressioni. "Ma è Lui, sempre Lui: lo riconosci dal guardo benedice le sue mani imploranti dal Cielo pace sul mondo. L'assillo eterno dell'uomo, per le angosce, le sprenze, che solo i santi possono placare.

E questi Canti al Beato Padre Pio sono ci un caleidoscopio in cui sono presenti tutti i sentimenti degli uomini verso Padre Pio. Carmine Manzi se ne fa interprete. Perché li ha provai prova di persona. Merita un ringraziamento e elogio. San Giovanni Rotondo, 26 aprile 1999

 

PREFAZIONE di Giuseppe Blasi

Una boccata d'aria fresca. Questa è la sensa­zione che dà la lettura del bel mazzetto di poesie che Carmine Manzi ha scritto negli ultimi anni su Padre Pio.

A ogni pagina si rincorrono parole di alto sen­timento poetico. La poesia abbatte i confini, ab­braccia il mondo, tifa sognare e amare. Un uomo colto, raffinato, prudente e riservato perfino oltre il necessario, Carmine Manzi, che ho il privilegio di conoscere e profondamente stimare da anni, non è solo un fine uomo di cultura. Manzi è anche attento e scrupoloso cronista che ha tenuto conti­nui, stretti legami con la letteratura. In fondo, si sa, letteratura e giornalismo hanno bisogno del re­ciproco aiuto: la prima per non ridursi in un isola­mento improduttivo, il secondo per non rimanere una raccolta di aridi bollettini.

La cronaca diventa poesia in Carmine Manzi. Le poesie dedicate a Padre Pio ne sono palpitante

testimonianza. Il dolore, la speranza, la malattia, gli sguardi, il sorriso del beato di San Giovanni Rotondo: tutto viene armonizzato in un rosario di parole che ti aiutano a toccare il Paradiso.

Carmine Manzi ha nel sangue la religione della letteratura. Ha una cultura variegata. Sul ponte di questo secolo da un po' di decenni, Man­zi getta lo sguardo sugli scenari delle cose che ac­cadono dietro l'angolo ma scruta le trame anche del palcoscenico del mondo. La sua poesia ci aiuta a capire persone e cose. Questo grappolo di poesie su Padre Pio va oltre i confini del tempo. Non so­lo i santi, anche i poeti aiutano a "vivere" i mira­coli. Oggi si avverte e si vive una grande ricerca di Dio. Ma c'è prepotente il segno di un grande, con­tinuo tradimento dell'uomo. Per fortuna ci sono i santi e i poeti. Ed è grazie a loro che è possibile, mutuandole belle parole di San Paolo, "cammina­re di luce in luce".

In Carmine Manzi, la poesia è preghiera, spe­ranza, voglia di correre incontro alla vita, non pie­garsi mai, sognare e cercare di abbracciare il mon­

do anche se la sofferenza, la malattia, il dolore ti fanno, talvolta, cadere in ginocchio.

Carmine Manzi guarda, osserva, scruta, pre­ga, incontra Padre Pio e si aggrappa alla speranza della vita. Le sue poesie ci abitano a vivere questo miracolo.

I poeti e i santi sono i gabbiani della vita: aiu­tano a volare alto. Carmine Manzi, testimone del­la storia, dà voce alta al travaglio e alla speranza del nostro tempo. Napoli, 28 aprile 1999

 

NELLA TERRA DEL PADRE

Il mio amore per il Gargano è di tempi lon­tanfi, quando Padre Pio era ancora in vita ma non costituiva però il mito di oggi da tutti conosciuto per cui si riversano sul monte a schiera i fedeli. Sa di antico il mio amore per que­sta terra degli olivi, prima ancora che mi avvicinas­si al paesaggio e prima ancora che riscoprissi tra i sassi e per alture circostanti le orme del santo pel­legrino di Pietrelcina. Poi, quando per la prima volta vi misi piede, era tutto come io l'avevo raffi­gurato nella mente, una terra bruciata più che dal sole forse dall'incenso della preghiera. E quella pace tra gli olivi piegati, come fossero caduti anch'essi inginocchiati per la preghiera, era proprio la stessa da me vagheggiata durante le lunghe notti dell'inverno, tra le pieghe attanagliate dal dolore.

Oggi che tutti l'hanno descritto il Gargano, ed ognuno a suo modo, così che è disegnato nella mente con i suoi avvallamenti e con le colline din-

torno, alla maniera di un grande scenario, pronto per la recita della Morte e della Resurrezione, quan­do vi approdo, dopo di aver attraversato il Tavoliere deserto senza un'ombra per conforto, ho la sensazione che sia questa la terra promessa. E lui ti accompagna, senza che te ne accorgi, per vicoli e per sentieri, dandoti una mano, offrendoti un po' del suo mantello per difenderti dai rigori dell'in­verno, aprendo le sue braccia come il Cristo del Corcovado per mettere tutti sotto la sua protezio­ne. Hai l'impressione che sia questo il Colle del Paradiso, tante volte ricercato nella vita; hai l'im­pressione che sia qui, caduto sulla terra, una parte di cielo.

E se l'acqua non è molta, perché la Puglia bru­cia al sole, e se le ombre sono sempre più rare, quando un ultimo ulivo centenario se ne muore, questo cielo sempre azzurro, così intenso nel suo colore, così puro che sembra distillare anche di giorno gocce di rugiada, ti fa sembrare che tu sia giunto al limite dell'Infinito e che quasi possa toc­care il cielo con mano. E i vivi e i morti sembrano tutti presenti perché è grande la moltitudine, immensa, che si accalca nella chiesa, nella piazza antistante e per le strade. Non ti sembra più un lembo di terra ma ti appare S. Giovanni Rotondo come una parte di cielo.

Ti tornano alla mente i racconti dei primi bio­grafi (ma quanti biografi per Padre Pio!), tutti con­sapevoli, tutti pronti a raccontare almeno un fatto nuovo di questa storia che racchiude in tutte le pagine espressioni di prodigi e di mistero. A ricor­darle, non sai da dove e da chi incominciare ma, non so perché, mi vengono alla mente soprattutto nomi di tempi lontani, quando si andava alla sco­perta di Padre Pio, non ora che tanti, che tutti lo conoscono. A S. Giovanni ora Padre Pio non lo vedi più come quando s'affacciava alla piccola fine­stra del Convento e quando i più fortunati visitato­ri, quelli che ebbero il privilegio di conoscerlo durante la sua vita terrena, cadevano in ginocchio per raccogliere la sua benedizione. Oggi non lo vedi, ma tu lo senti Padre Pio nel sussurro dell'aria che agita le chiome degli alberi lungo la Via Crucis, lo senti nel respiro delle pietre, dove ancora vorre­sti cercare le sue orme, lo senti attraverso i suoi "pensieri" che sono diventati di dominio e patri­monio della gente.

Padre Pio si esprimeva per tratti brevi, era amante della sintesi, le sue parole cadevano nell'a­nimo e portavano immediatamente balsamo alle ferite del cuore. Un maestro di anime ma anche un maestro di vita per quello che riusciva a dire, ad insegnare col tocco lieve (ma alle volte dicevano che fosse anche austero!) della sua voce. Ma quello che insegnava soprattutto era la via del cielo, che cosa bisognava fare per raggiungerla, che cosa biso­gnava fare per conservare la pace dell'anima. Rivado spesso col pensiero ai suoi primi visitatori, a quelli che, dopo aver ascoltato da vicino il suono della sua voce, cercarono poi di affidare per la gioia degli altri questo loro stato di grazia.

Quello di Padre Pio era un linguaggio facile, da Cappuccino di campagna, ma pure pervaso di un certo lirismo, di quello che non ha bisogno della cadenza per diventare musica e poesia. Egli il Vangelo non solo lo praticava ma lo viveva nelle piaghe del suo corpo, così che era genuino, come quello dei primi padri, fatto non solo per convince­re ma per redimere. Uno dei primi libri che mi introdusse alla conoscenza di questo mondo incan­tato del Gargano forse è quello breve, ma di una efficace potenza lirica, scritto da Vincenzo Epifano e Antonio Di Legge, dove si definiva, sia pure a rapidi tratti, la vita e l'opera di colui che veniva chiamato il Primo Cavaliere del Bene. Tutto ciò che poi da quel momento mi capitò di leggere su Padre Pio non sono che pagine di un soffuso misticismo, pagine palpitanti, ardenti di quella fede viva e sin­cera che è racchiusa nel cuore di ogni suo figlio spi­rituale. Ma che cosa si proponevano quegli autori e tutti gli altri che si sono susseguiti nel tempo, se non di giungere, attraverso l'esempio e attraverso le parole, al cuore dell'uomo per redimerlo e per edi­ficarlo?

E quando gli uomini - scriveva Giorgio Berlutti - con il loro cuore, con la loro intelligenza, con le loro opere ameranno Dio e il prossimo come se stessi, l'amore trasformerà il mondo in una terra feconda e felice e ci darà il pane e la pace per tutti. La voce di Padre Pio è questa: non vi abbandonate alla tristezza, Egli dice, perché il Signore è con voi.

Oppure, ed è la stessa cosa, non vi abbandonate mai a voi stessi - egli suggerisce - ogni fiducia pone­tela in Dio solo. Un giorno sul Gargano è troppo veloce nel passare, perché c'è qualche cosa, anch'essa di misterioso, che finisce per identificare Padre Pio con questa terra dai colori ímmaginifici che sanno d'incenso e di stoppie bruciate. Vorresti fare qui la tua dimora di oggi, di domani, di sem­pre, perchè quel conforto che tu cerchi per le stra­de del mondo sembra che invece abbia qui la sua casa, sia qui nell'aria che respiri.

Ed intanto un altro incontro prima di andar via, con Franco Lotti, un altro dei suoi biografi, venuto non so di dove, autore di un rapido schizzo dove trasfonde, con mano maestra, e con linguag­gio limpido e forbito, il misticismo e l'incanto della sua interpretazione. Dalle varie parti in cui è suddi­visa la sua opera e ove è detto di Padre Pio e dei suoi doni, di Padre Pio nell'esercizio del ministero sacerdotale, di Padre Pio e dell'eco nel cuore dei suoi figli, balza la figura di Colui che effonde dalle cinque piaghe aperte nelle carni il suo vivo sangue, offerto in espiazione ed impetrazione di perdono per una umanità che ha smarrito la via del Vangelo. E mi sembra ancora una volta di udire, attra­verso la voce dello scrittore, le parole stesse di Padre Pio quando invita tutti a non desistere dal bene intrapreso: "L'anima nostra è simile a una bar­chetta che è esposta al mare. Va spinta avanti a forza di remi: se il barcaiuolo si vuol riposare, siamo certi che sarà respinta indietro col pericolo di essere sommersa".

 

Ci sono stato anch'io sul Gargano, e più di una volta, da solo e in compagnia, ma senza una guida, se non quella "invisibi­le" di Padre Pio, che ho sentito sempre al mio fian­co, durante il cammino. E non solo l'ho visto, ma il Gargano l'ho ammirato anche attraverso le stupen­de descrizioni di poeti e di scrittori e di pittori che l'hanno ritratto e l'hanno cantato nelle loro super­be visioni. Ma se dovessi dire di conoscerlo a fondo, ancora non lo posso dire, sia perchè ad ogni volta che ci vado mi appare sempre diverso e sia

perchè resta una terra tutta da scoprire, che nelle sue pieghe nasconde segreti, che sono segreti di vita, di bellezza e di amore.

Ma questa volta la guida ce l'ho, l'ho trovata, la guida di chi ha fatto del Gargano la sua casa, prima e dopo la morte di Padre Pio. È lui che questa terra la conosce, conosce come ogni zolla ed ogni albero d'olivo centenario siano ancora pieni della sua voce e gridano tuttora il suo mistero, voglio dire, ma l'a­vete già tutti capito, Gherardo Leone. Perchè è sol­tanto lui che può affermare come il Gargano, Padre Pio, le sue aspirazioni e la sua vita personale "hanno formato sempre un tutt'uno", ed è soltanto lui che sa ricreare, perchè lo conosce, il "clima di Padre Pio".

Ed era proprio questo clima che mi mancava, che non ero mai riuscito a trovare prima, questo clima da idillio spirituale dove ognuno o si cerca dentro o cerca qualcosa fuori, ma dove soprattutto ognuno si sente partecipe di una pace collettiva, che è nell'aria, perchè è universale. Nelle sue "Lettere dal Gargano" non sai più che cosa ammi­rare in Gherardo Leone, se il suo spirito anelante del domani o non piuttosto la sua immedesimazio­ne col cielo d'una terra che è arida solo nel suo aspetto esteriore, mentre - e lo si vede dagli olivi in ginocchio da anni per pregare come nel Getsemani - tutto intorno parla di pace e un profumo d'incenso, che non sai donde provenga, s'innalza fino al cielo, a confondersi con le nuvole bianche che attraversa­no il firmamento.

Il Gargano di Gherardo Leone è un Gargano vissuto, amato, sofferto; te lo presenta l'autore come un albero gigantesco che si espande sempre di più e raggiunge con i suoi rami le terre più lon­tane, fino alle lande del deserto aride e sconfinate; una narrazione quasi biblica in cui senti parlare di "atmosfere messianiche" e di un contagio continuo, ogni giorno, delle moltitudini alla fede in Dio ed in Padre Pio. I ricordi di Gherardo Leone sono quel­li di una vita, provengono da molto lontano, quan­do sul Gargano uno tra i primi libri che si offriva al lettore era quello della storia della conversione di Alberto Del Fante (e Alberto Del Fante, che fece epoca ai suoi tempi, fu anche l'autore dei miei primi incontri letterari).

Andare sul Gargano era un'attesa continua, e ridiventava attesa, per lui che ormai non ne sapeva più vivere lontano, già il giorno dopo che n'era ritornato. Gherardo Leone ne scrive di questa terra da inebriato, così che una grande felicità gli traspa­re "dagli occhi, dai modi, dalle parole"; tutte le cose che incontra nel suo percorso, anche le più piccole, le più semplici, hanno la potenza di trasfi­gurarlo, quando andava in cerca delle more lungo i sentieri che fiancheggiano il Convento o quando si sofferma estatico a fissare Padre Pio che al momen­to della elevazione, quando celebrava Messa, "sem­brava sprofondato nel pavimento, col capo nasco­sto contro l'altare".

Gherardo Leone lo abbiamo fisso negli occhi nella sua veste di eterno pellegrino che sale e scen­de, chissà quante mai volte nella sua vita, per i tor­nanti del Gargano. Ed altre pagine stupende del suo libro sono quelle dedicate al Natale, ariose ma piene di tanta nostalgia, soffuse di una quasi mesti­zia: se egli fosse vissuto al tempo di Gesù, in Palestina, dice che gli sarebbe piaciuto di essere un pastore malinconico ed il primo ad avvistare gli

angeli e a restare fermo all'ingresso della Grotta "rannicchiato in un angolo, a guardare e a cercare di capire".

Per me, il vero poeta del Gargano è lui, il Gherardo della rapsodia autunnale, incantato e fermo nel guardare il paese e la campagna al buio "rischiarati dalla luna"; e quando è là nella Cripta, davanti alla Tomba che sembra risplendere: avverte in quel momento che anche la sua anima diventa "lucida" ed un senso di pace trasumana dal volto e dagli occhi di tutti gli oranti; starebbe lì, fino all'al­ba, tra anime che sono in sintonia con la sua, per­ché "mi sembra che tutti i rapporti umani si ridu­cano alla fine soltanto a questo: volere tutti insieme e concordi il regno di Dio. Tutto il resto non è che marginale".

Questo ed altro nel libro "Clima di Padre Pio" di Gherardo Leone; ma la grandezza dello scrittore sta nella faciltà, tra il Manzoni ed i "Fioretti" di S. Francesco, con cui egli riesce a trasmettere agli altri la sua gioia e la sua pace, la grandezza spirituale del suo mondo interiore. Ma mi piace Gherardo Leone perchè ha anima e cuore di poeta: le sue parole sono come note musicali, incidono come schegge o sono eteree come il soffio dell'aria quando gli albe­ri si scuotono alla brezza della sera. Non mi è mai capitato di trovare condensato in un sol libro tanto fascino e tanta suggestione, perché egli la voce di Padre Pio la fa sentire come se fosse ancora viva, perché egli il volto di Padre Pio te lo fa vedere da vicino; perché lo ha impresso dentro, nel suo cuore: ed ha quindi la capacità non comune, per il vian­dante assetato di pace, di metterti in pace con te stesso, in pace con la coscienza e in pace con Dio.

O forse il pregio di queste "Lettere dal Gar­gano" è ancora un altro e sta nel fatto che, pure essendo essenzialmente una autobiografia, il perso­naggio principale (Gherardo Leone) poi si nascon­de, si tira in disparte, per cedere il posto ad un'al­tra figura molto singolare ed importante che è quel­la di Padre Pio: è il momento che le due biografie si fondono e si intrecciano, per diventare una cosa sola: il Gargano, la terra di Padre Pio, gli uomini di Padre Pio.

Ma lo scopo di Gherardo Leone, che deve con­siderarsi come uno sceneggiatore di eccezione per questa sua visione d'immenso che lo sostiene, era proprio questa rappresentazione al vivo di una terra che si avvicina tanto, anche per la sua posizio­ne geografica e per il suo colore da grano maturo, allo splendore messianico della Terra Promessa. E San Giovanni Rotondo diventa allora il paese del­l'anima, il Colle dell'Infinito, dove corre ognuno in cerca di approdo perché sa che qui la pace esiste, è qui che veramente la pace si trova.

L'attualità di un libro è quando resiste al tem­po, ma, per resistere al tempo, esso deve parlare di cose eterne. Ci spieghiamo perchè, scritto nel 1976, non abbia perduto proprio nulla col passare degli anni ed in esso i lettori ancora si riconoscono: "Clima di Padre Pio" di Gherardo Leone è "uno stralcio di storia dello spirito", e il suo autore è un cooperatore di pace e di giustizia.

 

COLLOQUIO

Non bussai mai

alla porta del tuo Convento

non perchè non ne avessi bisogno

ma per lasciare che vi entrassero

gli altri più bisognosi di me.

Ora l'ora è suonata

e a San Giovanni son venuto:

Tu lo sai perchè son venuto!

Padre, Tu lo sai,

Tu sai tutto il mio peregrinare,

quando ho goduto quando ho sofferto

e quando ho sperato.

Che cosa Tu non sai?

Se ho peccato, se ho sbagliato,

mi sei apparso a sera nel pensiero

con la tua mano alzata

per darmi il perdono da me invocato.

E allora, perchè son venuto?

Ho attraversato il Gargano

tra gli olivi e immensi campi di grano

che sembravano tovaglie d'altare

ricamate a frange d'oro sotto il sole.

E quando ho visto da vicino

la porticina del tuo Convento

è andato l'occhio alla finestra

dove Tu apparivi benedicente.

Son rimasto senza parola

fisso ad aspettare

che t'affacci per l'Angelus,

poi ho seguito la gente

per correre alla Tua Tomba;

Padre Pio Tu lo sai

- e allora perchè parlare? -

Lo sai perchè sono venuto

da Te sul Gargano:

per apprendere a pregare!

 

PRESENZA

Non c'è piazza

e non c'è angolo

di città e di paese,

non c'è portone

e non c'è più casa,

che un monumento

non abbia o un'edicola

un ritratto o una figura

che ricordi Padre Pio.

Campeggia dovunque

l'immagine del Frate,

dal marmo e dalle tele

dalle mattonelle maiolicate

e dalle vetrate istoriate,

dai bronzi che son baciati

dalla pioggia d'inverno

e dal sole dell'estate.

Raccolto nel suo saio,

la barba da Cappuccino,

per metà ricoperte

le mani piagate,

il cordone pendente

fino ai calzari.

Sembra appena uscito

dalle mura del Convento

ma se dal piedistallo

potesse scendere a terra

le strade del mondo

Egli cercherebbe nuovamente

per ritornare tra la gente.

E con gli occhi rivolti al cielo

cercherebbe attraverso il Chiostro

la via del confessionale

dove uomini stanno da ore

in fila e raccolti in preghiera

per inginocchiarsi e chiedere

da Lui il perdono di Dio.

 

LA FIUMANA

Non dimentico che da San Giovanni

m'inviarono una volta a nome del Padre

per me e per le persone mie care

una "fiumana" di benedizioni,

e per tutta la vita ho sentito

che leniva il mio tormento

nei momenti difficili e più duri

e mi dava conforto nel mio dolore.

Era l'anno millenovecentocinquantasette

- e Padre Pio ancora era vivente

- raccoglieva gli affanni Lui di persona,

le preghiere e le invocazioni

che gli venivano dalla gente.

Ma "fiumana" è una parola grande,

questa benedizione che dal cielo

scende copiosa sul mio capo

e diffonde d'intorno e sulla mia casa

del Signore le gioie e le effusioni.

Ancora mi sento a distanza d'anni

da quest'acqua prodigiosa tutto investito

che discende mista ad un profumo

dal sacro monte del Gargano

e sa di rose e di gelsomini.

Alzo lo sguardo allora e vedo la Tua mano

tesa in alto, o Padre, che benedice

e rassicurato dal paterno tuo sorriso

riprendo con nuova fiducia il mio cammino.

 

PRIMA CHE SI FA SERA

C'è un'angustia che rende

lenti e duri a passare i miei giorni

la mia vita pesante più d'un macigno.

Ti lodo ti chiamo t'invoco

imploro con fiducia il tuo nome

e non aggiungo altre parole.

Tu che ricevesti il dono da Dio

della ubiquità e della veggenza,

tutto già sai e conosci le mie pene,

Tu che non ti sei mai negato

ma sempre pronto con il tuo intervento

a lenire il dolore della povera gente,

Tu che non lasciasti mai solo nessuno

corri in soccorso di chi fidente

in Te spera e implorando s'abbandona.

Ma Padre Pio prima ancora che si fa sera

dammi, ti prego, un tuo segno d'amore,

che non discenda la notte sull'anima in pena.

 

INVOCAZIONE

Oggi è una giornata buia,

non ho visto sorgere il sole,

sta per prendere

il sopravvento la disperazione.

Non so più a chi rivolgermi

a che cosa aggrapparmi,

mi sento smarrito.

Chiamo e nessuno mi ascolta,

invoco e nessuno mi sente;

cadono nel vuoto

tutte le mie parole

come pietre inghiottite dall'onda.

Ma possibile?

Che non s'accenda

una stella nel cielo

per me questa sera;

che non fiorisca

una rosa d'inverno

nel mio giardino di rovi?

Ma possibile?

Che ogni mia preghiera

si fermi per strada

e non raggiunga

più il tuo cuore

che fu sempre aperto

a raccogliere ogni

invocazione d'amore?

Ma se anche

tu non m'ascolti,

se le tue braccia

non mi tendi,

io come potrò fare?

Padre Pio, Padre Pio

dammi la tua mano:

ch'io mi rialzi

ch'io riprenda il cammino

ch'io riprenda a sperare.

Sono qui in ginocchio:

dammi una mano,

dammi una mano.

 

LA TUA PALESTINA

Il popolo t'ha voluto Santo

già prima che la Chiesa

costruisse per Te un altare,

t'ha voluto santo da sempre,

quando ancora eri in vita

e vedeva in Te

l'inviato del cielo

su questa terra di lacrime.

Non capita così spesso

di fare col Santo

un cammino da vicino,

fissarlo negli occhi,

sentire la sua voce,

toccare la sua mano,

chiedere a lui,

direttamente, mentre è in vita,

di intercedere a nome nostro

per il perdono, presso Dio.

Ed invece è successo

che sia diventato il Gargano

la nuova Palestina

e il popolo sapeva

ch'era possibile con Te

accorciare le distanze

che ci separano dall'Infinito.

Tu avanti,

il peso sulle spalle

del secolo che muore,

e il popolo tutto dietro

che s'accalca che si stringe

si raduna per ascoltare

da tutti i continenti

da Te il canto delle beatitudini,

il sermone della montagna.

 

LA SCALA PER IL CIELO

Misuravi il tempo

contando le ore

sui grani del Rosario.

E intanto costruivi

giorno dopo giorno

la scala per il cielo.

Lo sguardo in Alto

e gli occhi tuoi fissi

dove splende il Sole.

Non avevi più peso,

il tuo spirito era confuso

coi palpiti dell'azzurro.

Questa terra non era più

ormai da tempo la tua dimora:

lassù tra gli angeli del Cielo,

Era là, Padre Pio, la tua Patria.

 

PER LE STRADE DI PIETRELCINA

M'è rimasta ne gli occhi impressa

la tua figura di giovinetto

bisbigliando salmi e preghiere

per le strade di Pietrelcina

alla ricerca di Dio.

Tra pietre del selciato sconnesse

ti fermavi ad ogni passo -

lo sguardo oltre l'orizzonte –

cadendo quasi in meditazione

come se ti trovassi dinanzi

alle stazioni del Calvario.

Lentamente e tutto assorto

poi di nuovo allungavi il passo

tra vecchie case e per dirupi,

le mani strette, unite in preghiera,

e gli occhi. sempre in Alto rapiti

dall'azzurro del cielo infinito.

 

SULLA TUA TOMBA

Quando dagli affanni del giorno

la mente stanca riposa

- e sul Gargano la sera distende

il suo manto d'azzurro e di rose –

coi pellegrini che ancora

sostano ed invocano

vorrei sulla tua tomba

anch'io sostare in preghiera.

La notte che incombe

avvolge nell'ombra le case

ed un velo ricopre

di mistero tutte le cose:

s'accendono a mille le luci

nei paesi intorno al Convento,

disegnano sui monti

per valli e distese

le strade infinite

che portano al cielo.

Ma è allora, nel silenzio,

che il colloquio riprende

ognuno con la propria coscienza

e mette a nudo le pene,

domanda al Signore perdono:

è l'ora in cui Padre Pio

si mette ad ognuno vicino,

lo vedi al tuo fianco,

che ti siede accanto,

che ti guarda negli occhi,

che nel cuore ti scruta,

come allora che stanchi

- e ci sconvolge un tormento -

sentiamo più da vicino

che ci soccorre la Mamma.

E’ notte ed ancora son rimasti

nella Cripta in tanti

ma ognuno è solo ed assorto,

come in sogno rapito,

e pensa che sia invece

lui soltanto in ginocchio

ad elevare l'ultimo

- rinfrancato e pentito -

canto d'amore a Padre Pio:

"Padre rischiara Padre illumina

la mia mente che spesso

giace stanca ed affranta

al delirio che la gente sconvolge.

Viviamo in un mondo ch'è falso

dove tutto è il contrario

dell'amore e del sentimento,

e c'è pericolo ch'io cada

ove Tu non mi soccorra

ove Tu non mi porga la mano.

Per le strade c'è buio,

odio e violenza, tanta violenza,

che fanno paura:

gente che ha smarrito

i valori della vita,

il senso della libertà,

dell'amore e della giustizia,

della umana convivenza.

Ma è questa l'ora,

Padre Pio è la tua ora,

l'ora del tuo ritorno

su questa terra, in mezzo a noi:

ha sete il popolo della tua voce,

vuole ascoltare, da Te ancora,

come quando t'affacciavi

alla finestra del Convento,

la Novella del Buon Pastore".

 

MA, SEI SEMPRE TU!

T'hanno raffigurato

il volto i pittori

in ogni atteggiamento

di estasi e d'amore.

T'hanno cantato i poeti

di tutto il mondo

per dirti che nutrono

per Te un bene profondo.

T'hanno scolpito in tanti

nel bronzo e nel marmo

soggiogati dal tuo carisma

per imprimere il tuo sembiante.

Proprio come Te, nessuno

è stato mai raffigurato

in cento e mílle espressioni

di un volto ch'è unico e solo.

Ma è Lui, sempre Lui:

lo riconosci dal guardo benedicente,

le sue mani imploranti

dal Cielo pace sul mondo.

 

LETTERA A PADRE PIO

Son venuto per ringraziarti

sulla tua tomba al Gargano,

ma era il primo di maggio

piena la chiesa di gente,

nemmeno ho potuto accostarmi

fermarmi in ginocchio un istante.

Ed allora ti scrivo

questa lettera per dirti

- come se ti fossi vicino -

quello che non ho potuto

a viva voce questa mattina.

Mancavo a San Giovanni da anni –

tante cose sono cambiate,

tutto è divenuto più grande –

ma è come se rimasto io fossi

tra le vecchie e nuove mura

a vedere e ad ascoltare.

Il matroneo dove vivevi

le tue estasi di cielo;

il confessionale dove il mondo

deponeva le sue pene;

la piccola veranda per una sosta

dopo la preghiera;

la finestra sulla piazza

da cui t'affacciavi a benedire

sotto il sole o con la pioggia

e il vento i pellegrini

a trovar pace venuti

da lontano al tuo Convento.

Dimentica la gente ogni affanno

quando è a Te vicino,

il dolore si fa lieve e cresce

l'amore dentro il cuore,

negli occhi torna a brillare

nuovamente il sole.

Come acqua chiara la tua parola

dal pozzo scorre dell'antico chiostro

e trasforma in pace ciò che trova

lungo tutto il suo percorso.

Quando lascio è sera,

o Padre Pio,

la tua terra tra gli ulivi

ma l'eco m'accompagna

della tua voce

e il canto sale a Dio

lungo il mio cammino.

 

SUL GARGANO

Questa è la terra della tua missione –

gli disse quel giorno il Signore –

e Padre Pio sul Gargano

approdò come Colombo per la conquista,

innalzando tra gli ulivi una Croce.

Avvenne tutto in sul mattino

dopo una lunga notte di meditazione,

quando come un ostensorio

si leva il sole dalla collina

e sbianca le palme d'un argento vivo.

Non sapeva Padre Pio come

dare inizio alla sua giornata

e attendeva - gli occhi rivolti al Cielo –

che gli desse il Signore un altro segno

per intraprendere sicuro il suo cammino.

Iniziò allora come il Buon Samaritano

a spargere nel campo con la mano

tra le rocce arse della sua terra

ovunque giungesse, con lo sguardo

sollevato al Cielo benedicente.

E fu un miracolo ogni giorno

da quel mattino sul colle aprico:

accorre la gente d'ogni lido come ad un sicuro approdo

e grida: Padre, Padre Pio,

Con te sul Gargano voglio anch'io

restare qui dove si sente immensa

e più da vicino la voce di Dio,

su questo colle dove si respira

aria di pace tra gli ulivi al vento,

Dove ogni cuore sfiduciato sente

rifiorire dentro nuovamente la speranza

e dalla terra s'innalza al cielo

il canto dell'amore che ogni distanza

annulla e rende tutti uguali dinanzi a Dio.

 

A SAN GIOVANNI DI SERA

Dall'alto il sole discende dei monti

e precipita a valle verso il mare,

nell'ora che sul Gargano suonano

dalla Chiesa a distesa le campane.

Diventa all'improvviso d'oro il cielo

su San Giovanni al calar della sera,

si fanno deserte tutte le strade

perché la gente va in chiesa a pregare.

E al Tempio s'avverte la Tua presenza,

qualcuno sente il dolce Tuo profumo

che per l'ampie navate si diffonde

e dona conforto con la sua essenza.

Un celestiale rapimento avvolge

ogni cuore che fiducioso invoca

il tuo soccorso per le sue afflizioni

e con amore grande a Te si volge.

 

LA CASA SOLLIEVO DELLA SOFFERENZA

Il monumento più grande e più bello

l'hai costruito Tu sul monte Gargano

e con paterno affetto l'hai chiamato

Casa sollievo della sofferenza.

È la risposta venuta dal mondo

al grido prepotente del tuo amore:

in ogni pietra il cuore della gente

e il nome scritto d'un benefattore.

Lievita come il pane nella madia

e cresce la tua opera a vista d'occhio,

come fossero gli angeli del cielo

ad innalzarla ogni giorno più in alto.

L'albero da Te piantato s'è fatto

grande ed ha messo rami come quercia

che l'ombra sua distende e dona al mondo

della fortezza e della pace il segno.

 

FINALMENTE

L'abbiamo atteso

questo giorno

per tutta la vita

ed ora all'altro guardiamo,

quello in cui sarai

innalzato sull'Altare.

Il cammino l'abbiamo

percorso tutti insieme,

seguendo con Te la strada

irta di tribolazioni,

di cadute ad ogni passo,

che dal Gargano

t'ha portato in cielo.

Finalmente tra i Beati,

sei Tu l'ultimo arrivato,

ma noi, coi nostri occhi,

ti vediamo al primo posto,

dove il Cristo intorno a Sé,

chiama coloro che in vita,

segnandoli con le Sue piaghe,

di preferire ha dimostrato.

Oggi che sei più presso a Dio

guarda a questo popolo festante

che t'invoca per le strade

e t'acclama sulla terra,

in tutto il mondo dei credenti:

noi l'abbiamo atteso con Te

questo giorno di maggio

che riempie tutta l'aria

di quel profumo di rose

con cui t'annunziavi alla gente

per affermare la tua presenza. 

POSTFAZIONE di Mario Maiorino

L'illustrazione del libro "La scala per il cielo" di Carmine Manzi, uomo di approfondita cultura che per decenni è stato, come lo è tuttora, nel campo delle lettere, e non solo, per esempio di vi­ta, un punto di riferimento ai valori religiosi e cri­stiani nel culto dell'uomo e della sua spiritualità, per questa propria onoranza a Padre Pio con scritti e versi che rappresentano il culto della gioia della santificazione, della semplicità, del sacrifi­cio, di preghiera, di operosità e di miracoli, ha ri­chiesto - e non poteva essere diversamente -l'in­tervento di artisti che, tra l'altro, si siano sempre cimentati al tema dell'arte sacra.

Sono tre figuristi meridionali, eccellenti nel disegno, della nostra terra, irpina, sannita e cilen­tana, impegnati, come oggi, a rendere vivo l'elo­gio di Padre Pio: Giuseppe Antonello Leone, di Pratola Serra; Giovanni De Vincenzo, di Apice; Francesco Bruno, di Piaggine, dei quali rendiamo presente l'impegno all'operare in chiese, come Leone, di cui rammentiamo una "Via Crucis" in S. Pietro in Camerellis, in Salerno, e le vetrate nel Duomo di Benevento nel cui sacello Padre Pio fu ordinato sacerdote; di De Vincenzo, di cui segna­liamo un bel S. Giorgio, immensa scultura, in un'interpretazione tutta personale, appunto di Padre Pio; e di Bruno, del quale riportiamo all'e­logio il gran monumento in bronzo all'arcivesco­vo Demetrio Moscati nel duomo di Salerno, e le porte, pure in bronzo, alla Cripta dello stesso edi­ficio.

I loro disegni, da noi scelti e proposti, ora uniti al testo di Manzi, sono di un'integrità lingui­stica dell'arte religiosa, di vera grazia; e, in pari tempo, di una limpidezza e di uno spessore ideale di facile accostamento alla comprensione degli uomini di cultura e alle masse che amano gover­nare il loro sentire religioso quale evento naturale della cristianità dell'uomo. D'altro canto essi arti­sti, non usando retorica, in scioltezza di tratti e in una naturalezza di gesti, hanno con chiarezza se­ gnato autentici momenti del religioso Padre Pio, modello di virtù e di ottemperanza alla fede, pro­pria del cristiano, del sacrificio e delle stimmate. Per questo riteniamo che l'avere congiunta l'ope­ra di questi tre artisti a quella di altro artista, della penna e del cuore, sia stata una scelta felice che rende sicurezza alla cognizione piena di un testo che contempla scritti, riflessioni e versi ispirati al­la proiezione della figura di Padre Pio di Pietralci­na, di cui l'autore, con l'onorarne la beatitudine, ne vive in pectore la santificazione.