LA
S. SINDONE E LA SCIENZA MEDICA
PRESENTAZIONE
Presentiamo
questo libretto sulla S. Sindone vista dalla Medicina, scritto dal P. Giuseppe
Toscano, medico missionario saveriano.
Due
cose ci siamo proposti: di essere in perfetto accordo con la scienza medica e di
esprimerci in una forma piana, comprensibile a tutti.
Fino
a pochi decenni fa, non avremmo potuto «leggere nella S. Sindone, quanto vi
possiamo leggere oggi e trovarvi la conferma e la spiegazione d'ogni minimo
particolare narratoci dal S. Vangelo. Siamo, quindi, dei privilegiati.
Auguriamo a tutti di approfondirsi nella conoscenza della Passione del Signore e di crescere nel suo amore. La Vergine Addolorata, Madre del Crocifisso, guidi e benedica tutti. Mimep-Docete
La
S. Sindone è il lenzuolo sepolcrale ricordato dai Vangeli, nel quale, dopo la
deposizione dalla croce, fu avvolto il corpo del Signore e sul quale si sono
impresse le sue fattezze, con i segni della flagellazione e incoronazione di
spine e delle ferite delle mani, dei piedi e del costato.
Essa
è lunga metri 4,36 e larga metri 1.1. E’ un tessuto di lino, di un sol pezzo,
leggero, morbido al tatto, di color ocra appena accennato. Il lino, dicono i
periti in materia, ha durata indefinita purché conservato al secco. Fra le
fibre di lino si trovano anche fibre di una specie di cotone detto "Herbaccum"
che si coltivava in Medio Oriente e sconosciuto in Europa. L'ingrandimento
mostra la fattura detta "a spina di pesce" che i tecnici tessili
chiamano "spina da 3 spezzata ogni 30 fili".
Nella
parte mediana si vedono due impronte d'un corpo umano, che si contrappongono per
la testa: una è l'immagine anteriore, l'altra l'immagine posteriore.
L'importanza
di questa reliquia è data dal fatto che essa porta in sé i segni e le prove
della sua autenticità. Molti di questi segni e di queste prove entrano
nell'ambito della medicina e di qui la ragione del titolo di queste pagine.
Possiamo
però dire che tutti i rami della scienza sono interessati allo studio della S.
Sindone: accenno, per curiosità, ad uno di essi, la pollinologia, ossia lo
studio dei pollini.
Lo
scienziato Max Frei ha scoperto sulla Sindone la presenza di più di 100 varietà
di pollini, il che permette - ha scritto l'illustre scienziato - "di provare
che la Sindone nel suo passato ha soggiornato in Palestina, in Turchia, in
Francia e in Italia". Se ne riparlerà più avanti. Ora ci limitiamo ad
osservare che i pollini non sono incollati sulle fibre e non sono coperti di
colore, come accadrebbe se si trattasse di una pittura, ma sono liberi, al di
sopra o fra le fibre del lino.
Si
legge nel S. Vangelo: Allora Gesù andò con i discepoli in un luogo chiamato
Getsemani e cominciò a rattristarsi (Mt 26, 36)... e il suo sudore divenne
come gocce di sangue che cadevano per terra» (Lc 27, 44).
Il
sudore di sangue, rarissimo, ma non impossibile, è dovuto ad una aumentata
permeabilità dei capillari delle glandole sudorifere, in seguito ad un trauma
eccezionalmente grave. Da milioni di queste glandole, sparse su tutto il corpo
del Signore uscì sudore misto a sangue. Fino a pochi anni fa l'attenzione degli
studiosi era rivolta specialmente alle impronte delle piaghe e alle colate di
sangue presenti nella Sindone. Oggi si tende a dar rilievo anche all'impronta
diffusa che disegna sulla superficie della Sindone l'immagine anteriore e
posteriore del corpo del Signore; tutto questo perché vi si trova una
connessione col sudore di sangue avvenuto nell'Orto degli Ulivi e quindi un
passo avanti nel mistero di come si sia formata l'immagine della Sindone.
Infatti,
il corpo del Signore dovette essere tutto ricoperto da un sottile strato di
sudore e di sangue (emoglobina) che, in seguito ad esalazione, diedero origine
all'impronta straordinariamente perfetta del corpo del Signore.
Parte
del ferro contenuto nell'emoglobina dei globuli rossi potè rimanere inglobato
nelle trame del tessuto, perché l'elaboratore elettronico ha rivelato la
presenza di microtracce di ferro (uno dei componenti dell'emoglobina) su tutta
l'impronta del corpo del Signore, il che sta a dimostrare la presenza di
sudore di sangue su tutta la sua superficie; non solo, ma per mezzo di
elaborati procedimenti di laboratorio, la presenza di sangue è stata
confermata da dodici prove fra le quali quella dell'albumina, dei pigmenti
biliari, delle proteine, il test emocromogeno e il test a fluorescenza.
È
stato possibile anche con fibre prelevate dalle macchie più scure della
Sindone, dovute a macchie di sangue, determinare il gruppo sanguigno cui
apparteneva il Signore e cioè il gruppo AB, lo stesso che risultò dall'esame
della Carne e del Sangue del miracolo di Lanciano.
L'impiego
di ben diciotto solventi non sono riusciti a far sparire il colore della
Sindone, perché l'immagine non è dovuta all'apporto di sostanze, ma è stata
provocata da un viraggio di colore che non risulta più profondo di qualche
micron (qualche millesimo di millimetro).
Questo
viraggio si formò con l'andar degli anni (forse decenni o addirittura secoli),
quando, in seguito all'invecchiamento della tela la tenue impronta lasciata
dall'esalazione del sudore e del sangue si rivelò alla vista. Se dopo la
Resurrezione la figura del corpo del Signore fosse stata visibile nella Sindone
i Vangeli non avrebbero taciuto un fatto così importante.
La
tenue esalazione potè impressionare solo la parte del lenzuolo che era verso il
corpo del Signore perché il retro del lenzuolo non porta traccia di tutta
la sagoma corporea ma solo le impronte di sangue delle ferite e delle colate:
tale impressione è perciò estremamente delicata e potrebbe sparire col tempo
se la Sindone fosse esposta per lungo tempo alla luce.
Nel
retro della Sindone è stata invece scoperta la presenza di materiale da
imbalsamazione a base di carbonati acidi. Il Prof. Baima Bollone, in corrispondenza
delle lesioni, ha potuto reperire scagliette cornee, che formano la parte più
superficiale della pelle e che, probabilmente staccatesi dal corpo dell'Uomo
della Sindone, si sono depositate sui fili del lenzuolo nelle macchie di sangue.
Inoltre ha dimostrato, secondo quanto ci dice il Vangelo, la presenza sulla
Sindone di aloe e mirra e, ciò che è più strabiliante, tracce di terreno
proprio della Palestina nelle ferite delle ginocchia.
All'altezza
del ginocchio si leggono le seguenti lettere SNCTISSIE e JESU, in minuscolo del
secolo decimoprimo e cioè Sanctissime jesu, scritta probabilmente eseguita da
un pellegrino medioevale.
La
scoperta di ossido di ferro sulla Sindone, (scoperta che fece esultare i
nemici dell'autenticità della Sindone stessa) si è dimostrata invece
un'ulteriore prova della sua autenticità. Quell'ossido di ferro, infatti, era
di origine biologica, purissimo, di dimensioni submicroniche, quale si trova
nel sangue. Non potè quindi trattarsi di ferro faciente parte di un colorante.
Ed infatti sono stati positivi per ferro biologico da sangue tutti gli esami
cui fu sottoposto, fra cui elenchiamo la positività all'esame dell'emocromogeno
e della cyanometaemoglobina; anche l'esame alle proteasi risultò positivo
senza residui.
Nel
sangue della Sindone è stato rivelato un alto contenuto di bilirubina: ciò si
verifica solo quando avvengono improvvise e numerosissime rotture di globuli
rossi, come dovette accadere a Gesù specialmente durante la flagellazione.
Nella
S. Sindone, l'impronta è dappertutto superficialissima, ed è dovuta ad un
ingiallimento o oscuramento delle fibrille più superficiali dei fili del
tessuto: non vi è assolutamente traccia alcuna di colori che sarebbero
penetrati in profondità né delle colle che si usavano per preparare "i
fondi" delle pitture.
E
non vi è neppure traccia alcuna di strinature; questo sia detto contro
l'ipotesi di una strinatura ottenuta per frode con un metallo caldo.
Sotto
le radiazioni ultra-violette sono fluorescenti le strinature e le macchie di
sangue e specialmente l'alone più chiaro che circonda le macchie di sangue,
alone dovuto al siero.
Orbene
nella S. Sindone, l'impronta generale del corpo non è fluorescente (come
avrebbe dovuto essere se forse stata provocata da una strinatura), mentre
sono fluorescenti tutte le macchie di sangue (e fra esse notevolissime le
contusioni e ferite della flagellazione) caratterizzate da un alone ancora più
fluorescente, dovuto all'alone di siero formatosi intorno alle macchie.
Fuori
della città, in appositi luoghi, esistevano travi infisse nel suolo, sempre
pronte, chiamate stipes. Portare la croce si riferisce al solo patibulum cioè
alla trave orizzontale della croce, che il condannato portava fino al luogo di
esecuzione. Il modo di portarlo dipendeva dai carnefici: generalmente veniva
legato sulle spalle del condannato con corde fissate alle braccia aperte.
Giunti
al luogo di esecuzione, il condannato veniva inchiodato o legato sul patibulum o
trave orizzontale che veniva poi sollevata e incastrata sullo stipes o trave
verticale. Subito, poi, venivano inchiodati anche i piedi.
Normalmente
le sindoni, o lenzuoli funebri, erano lunghe tre-quattro metri: il corpo, lavato
sette volte, completamente rasato, cosparso di aromi e profumi e rivestito delle
sue vesti, vi veniva avvolto fino al mento. Il viso rimaneva scoperto fino
all'ultimo momento, quando veniva ricoperto con un sudario.
Data
l'imminenza del sabato e cioè del riposo festivo che iniziava alla sera del
venerdì, tempo nel quale era proibito dalla legge toccare cadaveri (Gv. 19,42),
si rimandò alla domenica il compimento della lavatura della Salma del Signore
e della spalmatura degli aromi. (Si ricordi che la Maddalena e le pie donne
andranno al sepolcro con gli aromi, di buon mattino, il giorno dopo il sabato:
cfr. Lc. 23, 56; Mc. 16, 1-2).
Gesù
perciò non ricevette le cure e i riti soliti a compiersi per la sepoltura.
Strappato
violentemente dalla croce (S. Elena vi troverà ancora attaccati i chiodi), fu
portato al sepolcro e avvolto nel lenzuolo o sindone procurata da Giuseppe d'Arimatea.
Costui, di ritorno da Pilato con l'ordine che gli fosse consegnata la Salma di
Gesù, aveva comperato una sindone, molto lunga, forse di quelle usate per i
ricchi. Nicodemo, invece, aveva provveduto una mistura di mirra e aloe (Gv 19,
39).
Poiché
i vestiti erano stati divisi fra i soldati (Gv 19, 23-24), Gesù fu posto nel
sepolcro nudo come ci conferma la Sindone.
Nell'antico
"Codice di leggi ebraiche" (Kitzur sulcban aracb) vien prescritto che
chi fosse morto di morte violenta con spargimento di sangue:
1)
Non doveva essere lavato prima della sepoltura;
2)
Il sangue non poteva essere asciugato;
3)
Il corpo, così come si trovava, doveva essere avvolto in un solo lenzuolo detto
sobeb.
Così
avvenne anche per il Corpo del Signore? La Sindone ci mostra di fatto l'immagine
di una Salma (parte anteriore e posteriore) non lavata, non rasata, nuda e
coperta anche nella testa.
Tutto
parla di un rito affrettato di sepoltura, in attesa, dopo il sabato,
dell'assetto definitivo della Salma e della sepoltura definitiva, come voleva la
legge per i deceduti al venerdì (Gv 19, 42). Due mani pietose però - forse le
mani stesse della Madre sua - devono aver ravviata amorosamente la bella chioma
e la barba che incorniciano in modo ordinato il maestoso viso.
Dio
nelle sue opere si prefigge sempre molteplici fini; certamente Gesù fu
crocifisso il venerdì perché doveva essere il nostro agnello pasquale ma v'è
anche un'altra ragione: se Gesù fosse stato ucciso in un altro giorno della
settimana sarebbero stati compiuti sulla sua salma tutti i riti funebri degli
ebrei: sarebbe stato lavato, pulito, rasato e vestito.
Invece,
essendo morto al venerdì, per l'imminenza del sabato fu deposto nel sepolcro
senza che i riti funebri alterassero sul suo corpo i segni delle sue sofferenze
delle quali, nella S. Sindone, abbiamo una testimonianza così travolgente.

Le
parti direttamente a contatto con il lenzuolo (naso, mento, mani, braccia,
schiena, calcagni, etc.) lasciarono un'impronta scura; quelle non a perfetto
contatto e più lontane (collo, avvaliamenti ai lati del naso, parte laterale
delle guancie etc.) lasciarono un'impronta sfumata od anche nessuna impronta.
L'immagine
visibile sul lenzuolo, di color carminio-malva sbiadito, è quella di un uomo
raffigurato con i chiaro-scuri invertiti; e cioè il bianco al posto del nero e
il nero al posto del bianco.
Praticamente
si formò un negativo, scoperto solo quando la S. Sindone fu fotografata nel
1898:
così il mondo intero potè ammirare le sembianze del Signore.
Nell'anno
1898 in occasione dell'ostensione della S. Sindone, il Re Umberto di Savoia la
fece fotografare. Durante lo sviluppo della lastra si verificò un fatto
inaspettato: la lastra mostrava un meraviglioso positivo invece del solito
negativo; ciò significa che la S. Sindone presenta una figura al negativo. Il
negativo fotografico era conosciuto da neppure 30 anni e cioè da quando verso
il 1870 esso fu inventato per avere più copie di una sola fotografia.
Nessun
argomento come questo militò in favore della S. Sindone. Chi aveva potuto tanti
secoli prima della scoperta del negativo fotografico inventare un
"negativo" perfetto in ogni suo particolare?
Poiché
la Sindone è, come abbiamo detto, una immagine negativa dell"`Uomo della
Sindone", la lastra fotografica negativa ci dà la Sua immagine positiva.
Per
orientare il lettore nella interpretazione delle varie foto della Sindone
diciamo che il negativo fotografico ci dà una visione positiva dell"`Uomo
della Sindone", come se Lo avessimo di fronte a noi. In tal modo sarà
facile capire quale è il Suo lato destro e quale il sinistro.
Osservazioni
generaliA
prima vista colpisce una doppia riga nera (e quindi bianca sul negativo) che
corre quasi ininterrotta per tutta la lunghezza del lenzuolo e i numerosi
triangoli simmetrici di tela più bianca. Sono i segni dell'incendio di Chambery
avvenuto nella notte fra il 3 e il 4 dicembre 1532.
Le
parti nere sono porzioni di tessuto carbonizzato, i triangoli bianchi sono
rattoppi fatti dalle Clarisse di Chambery dopo l'incendio, per sostituire le
parti di tela distrutte dal fuoco.
Fra
le due righe nere e la serie dei triangoli, si intravvede l'impronta di una
figura umana, nelle sue parti anteriore e posteriore.
Di
queste impronte, alcune sono più vive e colpiscono maggiormente: sono macchie
di sangue; altre sono appena visibili, si presentano come un tenue sfumato e
si confondono con la tinta giallastra del lenzuolo.
Il
braccio destro è più muscoloso del sinistro, segno di un lavoro rude fatto
dall'Uomo della Sindone. Le gambe mostrano i polpacci molto sviluppati, indice
che l'Uomo della Sindone aveva camminato molto. Ed, infatti, noi sappiamo che
Gesù disse di non aver ove posare il capo e, per tre anni, si trasferì
continuamente da un paese all'altro per predicare la "buona novella".
I
piedi non sono completamente visibili sull'impronta frontale perché non
furono completamente ricoperti dalla tela: sono invece ben segnati nell'impronta
dorsale. Le dita dei piedi son ben distanziate l'una dall'altra, così come si
trovano in chi non ha conosciuto calzature, ma ha camminato sempre o a piedi
nudi o con semplici sandali.
L'insieme
rivela una anatomia perfettamente proporzionata, sebbene con qualche eccezione,
come la mancanza del collo nell'impronta anteriore, il braccio destro più
lungo del sinistro, la lunghezza esagerata delle gambe, dovuta ad un ripiegamento
del lenzuolo, la spalla destra più bassa che non la sinistra ecc. Queste
eccezioni, come vedremo quando se ne dovrà parlare di volta in volta, sono di
importanza decisiva a favore dell'autenticità della Sindone.
Le
impronte danno una sorprendente impressione di rilievo. Esse sono di color
bistro, sfumate, senza contorni netti e si differenziano dalle macchie di
colore tendenti leggermente al carminio che sono evidentemente dovute al
contatto con sangue coagulato. Questi decalchi sanguigni, a differenza delle
impronte del corpo, hanno limiti precisi e presentano talora un alone più
pallido, dovuto al siero del coagulo.
Mentre
le impronte del corpo formano un negativo fotografico, le impronte delle piaghe,
essendosi formate per contatto diretto con coaguli di sangue, sono positive.
Su
tutta la schiena le escoriazioni si sovrappongono alle numerose piaghe della
flagellazione le quali si presentano come schiacciate e allargate rispetto alle
altre come se esse fossero state sottoposte ad un peso, che schiacciandole le
ha riaperte e allargate: il peso del corpo di Gesù morto disteso nel
sepolcro.
Alcune
contusioni poterono esser prodotte dai movimenti fatti dal Signore sulla croce
per poter respirare.
Nell'impronta
posteriore si noti a metà vita la grande colata che parte da destra e va verso
sinistra essa è l'impronta del sangue uscito dal costato quando Gesù fu
calato dalla croce e posto orizzontalmente.
Sulla
Sindone il corpo di Gesù sembra pietrificato: ciò fu dovuto alla tetania che
Gesù dovette soffrire in croce. Tutto in Lui è spasmodicamente in tensione:
tesi sono i muscoli della scapola e aderenti alle coste; tesi i quadricipiti
femorali; tesi i glutei tondeggianti, a palla. Tutta la cassa toracica è
risalita e ipertesa nello sforzo di massima inspirazione; i due muscoli
pettorali sono in contrazione, allargati e risalenti verso le clavicole.
Anche
ad uno sguardo superficiale l'Uomo della Sindone colpisce per la sua armonica
bellezza; specialmente dalle morbide linee del Volto traspare dolce serenità,
mistica pace e sereno abbandono.
Ma
oltre all'armoniosa bellezza del viso, ci appare un uomo di singolare
perfezione: statura alta, cranio capace, faccia alquanto allungata; vasta,
dritta e alta la fronte; naso forse leggermente aquilino, tipico della razza
ebraica; zigomi grandi e un poco sporgenti; armoniose le linee del volto e degli
arti; ben proporzionate in modo scultoreo sia la lunghezza che la larghezza del
corpo.
Merita
una menzione particolare il santo Volto. Nel negativo esso appare come un
ritratto che riceve l'illuminazione da sinistra. Ai lati del viso appaiono i
capelli lunghi e abbondanti, certamente accomodati da due mani pietose, le Mani
della Madre sua. Infatti non sono in posizione naturale essendo il capo disteso,
avrebbero dovuto ricadere sul piano e non lasciare così vistosa traccia di sé.
Il
capo appare allo stesso livello del petto, perché ripiegato in avanti.
Probabilmente
ai lati del volto doveva esservi qualche cosa che tenesse sollevata la tela,
forse sacchetti di profumo, perché non si vedono le parti laterali delle
guance e il volto si è riprodotto senza deformazioni, in proiezione ortogonale
perfetta.
Le
parti più impresse, direttamente a contatto con il lenzuolo, sono le arcate
orbitarle (le sopracciglia), il naso, i baffi, la barba e la guancia destra.
Più sfumate, a seconda della distanza, si presentano le cavità degli occhi,
gli avvallamenti ai lati del naso, la parte laterale delle guance.
La
bocca e i baffi, riprodotti fedelmente, sono leggermente spostati a sinistra,
rispetto all'asse facciale, per l'imperfetta distensione del lenzuolo, formante
in tale zona una piccola cavità.
La
barba si presenta non eccessivamente lunga. Si distinguono assai bene sui
capelli e sul viso varie macchie di sangue.
Parlando
della nascita di Gesù il santo Vangelo dice: "Mentre si trovavano in quel
luogo (a Betlemme) si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce
il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una
mangiatoia." (Lc 2, 7) Gesù fu concepito miracolosamente, nacque miracolosamente
lasciando intatta la verginità della Madre sua, ma fu vero uomo.
Contro
i doceti, eretici del primo secolo, i quali sostenevano che l'incarnazione del
Verbo Figlio di Dio era stata solo apparente, la Sindone ci dà una prova
irrefutabile della reale umanià di Cristo. Infatti, le fotografie
tridimensionali fatte dal prof. Tamburelli mostrano sul ventre "un lieve
avvallamento che ingrandito ha rivelato la presenza del legamento
ombelicale".
Ecco
alcune misurazioni rilevate dal Prof. Iudica-Cordiglia:
Lunghezza
del capo cm. 18,4
Larghezza
del capo cm. 14,7
Larghezza
bizigomatica cm. 12,4
Altezza
della faccia cm. 17,5
Statura
m. 1,81
Lunghezza
dell'arto sup. cm. 60, 5
Lunghezza
dell'arto inf. 84,6
"Dando
uno sguardo ai valori ottenuti, vediamo apparirci in tutta la sua imponente
bellezza... un uomo di singolare perfezione... armonioso nelle linee del tronco
e degli arti e proporzionato in modo scultoreo sia nella lunghezza come nella
larghezza... corporea, che potrebbe o dovrebbe essere classificato al di sopra
e al di fuori di ogni etnico". (Prof. ludica-Cordiglia)
La
Sindone mostra netta e ben marcata la differenza fra sangue vivo, con
rivoletti sinuosi e ben marcati, sgorgato dalle ferite mentre Gesù agonizzava
sulla croce, ad esempio alla nuca, sulla fronte, ai polsi; e il sangue uscito
dal corpo di Gesù dopo la morte, dai contorni imprecisi, ad esempio il sangue
della ferita del costato e del piede destro, e il sangue alle reni
posteriormente.
Nella
Sindone troviamo l'impronta di tre tipi di ferite: escoriazioni, contusioni,
ferite vere e proprie.
Escoriazioni.
Se sono avvenute durante la vita vi è presenza di emorragia nella pelle; se
avvenute dopo la morte non v'è questa presenza perché uno dei primi fenomeni
dopo la morte è lo svuotamento dei capillari cutanei.
Nel
caso della S. Sindone, quindi, tutte le numerosissime escoriazioni visibili
sul corpo del Signore sono state provocate in vita.
Contusioni.
Anche le contusioni non sono rilevabili se fatte su un cadavere, per 1a
mancanza di fatti vitali, quindi le due contusioni sulle spalle dovute al
trasporto del patibudum e le contusioni prodotte dai colpi di flagello, furono
provocate in vita.
Ferite.
Quando le ferite, cioè le soluzioni di continuità nei tessuti della pelle,
sono state prodotte in vita, i margini sono rigonfi e sanguinanti e così sono
le ferite dei chiodi e dei colpi di flagello. Quando invece le ferite sono state
prodotte dopo la morte, sono nette, senza rigonfiamenti ai margini e
sanguinano solo se venute a contatto con un grosso vaso o con una raccolta di
sangue. È questo il caso della ferita provocata dal colpo di lancia al
costato del Signore.
La
cosa che maggiormente colpisce l'occhio nell'immagine della S. Sindone sono i
colpi di flagello distribuiti su tutto il corpo, dalle spalle alle estremità
inferiori. Essi costituiscono, forse, la testimonianza più vistosa della
Sindone e meritano la nostra più devota attenzione.
Nel
pensiero di Pilato, la flagellazione doveva essere una punizione da infliggere a
Gesù prima di lasciarlo libero: una lezione come dice il S. Vangelo (Lc 23,
16-20-22). E la Sindone ci dimostra questi due particolari, e cioè, che la
flagellazione fu solo una punizione, una lezione esemplare, e che il paziente
doveva essere liberato.
Infatti,
i colpi furono inferti ovunque, ma non nella zona antistante al cuore: se i
carnefici avessero infierito su quella zona, la più delicata, il povero
condannato sarebbe morto per tamponamento cardiaco da pericardite sierosa
traumatica, e in tal caso essi avrebbero dovuto risponderne personalmente a
Pilato.
Comunque
i carnefici non furono miti e si osservano colpi sul dorso, sui glutei, sulle
gambe... sono almeno 98 i colpi che si possono con sicurezza individuare.
Il
numero dei colpi, superiore a quello permesso dalla Legge Mosaica, ci dice che
Gesù fu flagellato per ordine di un tribunale romano.
Presso
gli Ebrei, infatti, non si potevano superare i 40 colpi (ed anche questi non
potevano essere inferti se non dopo visita del medico che doveva dichiarare che
il paziente era capace di sopportare la flagellazione senza morirne); presso i
Romani, invece, la flagellazione non aveva limiti. Il fatto poi che fu usato,
come vedremo, un flagello del tipo taxillatum, ci dice che l'Uomo della Sindone
non era Romano, perché il cittadino romano non poteva essere punito con tale
strumento.
La
maggior parte dei colpi si trovano nell'immagine posteriore della Sindone e ciò
fa pensare che Gesù sia stato legato ad una colonna; però se ne trovano alcuni
anche nella parte anteriore del corpo: cinque o sei sul ventre e una quindicina
sul torace verso le spalle, inferti dal sotto in su.
Non
essendovi parte del corpo risparmiata se ne deve dedurre che Gesù fu denudato
prima di subire questo supplizio.
Le
fotografie rafforzate fatte a Pasadena (U.S.A.) mostrano che dalle ferite
prodotte dai colpi di flagello in prossimità del tetto delle spalle, partono
rivoli che, raggiunte le spalle scendono sul davanti: ciò conferma che Gesù
fu flagellato curvo su una colonna, ovvero che Gesù dopo la flagellazione
cadde supino a terra.
Il
tipo di flagello usato fu quello chiamato flagrum taxillatum, che Orazio
definisce horribile fagrum e di cui a Roma esiste un esemplare al Museo
Nazionale delle Terme.
Il
flagrum taxillatum era formato da due piccole sfere munite di punte metalliche
unite da un'asse metallico lungo tre centimetri e montato su due o tre
corregge di cuoio; talora le sfere venivano appese a due o tre funicelle. Nella
S. Sindone si contano 98 colpi di flagello. Di questi, 50 portano i segni
ternari, cioè di un flagello a tre terminazioni doppie; 9 hanno appena qualche
traccia del terzo segno del flagello; 18 mostrano solamente segni di due punti
terminali e 21 mostrano un solo segno.
Da
ciò si può concludere che furono usati almeno tre tipi di flagelli. Secondo
alcuni Studiosi vi sarebbero anche i segni di altri due tipi di flagello uno
fatto con una striscia di cuoio ed uno fatto di cordicelle con nodi. Forse si
tratta di colpi ricevuti durante il viaggio al Calvario.
Sempre
secondo alcuni Studiosi i colpi di flagello rilevabili dalla Sindone sarebbero
121.
Le
ferite provocate dal flagrum erano lacerocontuse, quindi diventano
fluorescenti ai raggi ultra-violetti, per la presenza di sangue. Le fotografie
a fluorescenza, in modo meraviglioso ci mostrano il piccolo manubrio che univa
le due palline di bronzo, spesso non visibile ad occhio nudo e, ancora più
fluorescente, l'alone di siero del sangue tutt'intorno alle ferite.
I
flagellatori dovettero essere due perché i colpi su ogni lato del corpo
mostrano due precise raggiere convergenti in due punti focali: i due carnefici.
E cioè le tracce dei colpi sono disposte oblique verso l'alto sulla parte alta
della schiena, orizzontali alle reni, ed oblique verso il basso, nelle gambe.
Questa
flagellazione così precisamente geometrica, conferma l'intenzione di Pilato
di voler dare una lezione a Gesù prima di liberarlo. Normalmente, infatti, i
condannati a morte di croce venivano flagellati mentre si recavano nudi, con
le braccia legate alla trave portata dietro le spalle, al luogo del supplizio.
Se Gesù fosse stato flagellato, come i suoi due compagni, durante il viaggio al
Calvario, i colpi sarebbero distribuiti disordinatamente sulle varie parti del
corpo. La S. Sindone invece ci rivela metodicità e quasi regolarità nella
distribuzione e direzione dei colpi a raggiera, pienamente intonati al concetto
di una punizione che doveva preludere alla liberazione come aveva inteso e
voluto Pilato.
Ma
che la flagellazione inferta a Gesù dovesse preludere alla sua liberazione,
come ci dice il Vangelo (Lc 23, 16-20-22), se ne ha un'altra prova nella S.
Sindone. Infatti, nella zona scapolare sinistra e soprascapolare destra, che
furono a contatto con il pesante patibulum (la trave orizzontale della croce,
portata dal condannato al luogo del supplizio, pesante circa 40-60 chili) si
notano due larghe contusioni con i segni ben visibili del flagrum. Ciò sta ad
indicare che i colpi di flagello furono inferti prima che Gesù venisse caricato
del braccio orizzontale della croce.
Cos'era
successo? Quando a Pilato fu rinfacciato di non essere amico di Cesare e gli fu
ventilata la possibilità di essere coinvolto politicamente con un
"presunto Re dei Giudei", capitolò vergognosamente, si rimangiò
tutte le proteste fatte sull'innocenza di Gesù e lasciò che lo si
condannasse a morte (Gv 19, 12-16).
Il
casco di spineIl
Vangelo si esprime al riguardo in modo lapidario e preciso: i soldati,
intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo (Gv 19, 2).
Questo
crudele episodio non era nella prassi della procedura penale romana e non è mai
ricordato in nessun processo storico di condanna alla morte di croce
tramandatoci dall'antichità. Furono i soldati che, avendo forse udito Gesù
asserire che era re, escogitarono questa crudelissima e inumana burla.
Il
tipo di corona che i nostri artisti pongono in capo a Gesù è ad anello,
secondo gli schemi nostri occidentali. In Oriente questo tipo di corona posta
intorno al capo non era conosciuto: si usavano mitre preziose e copricapi a
cupola. I soldati, quindi, dovettero intrecciare un copricapo di spine a forma
di casco e lo conficcarono a viva forza sulla testa del Signore: la sua
grandezza aumentava lo scherno e il dileggio. Esso era tenuto a posto da tre,
quattro o più giri di vimini, all'altezza della fronte e della nuca: una specie
di cerchio di giunchi intrecciati. Questa corona è conservata a Parigi nella
Santa Cappella, appositamente fatta costruire da S. Luigi IX Re di Francia. La
corona di spine, perché fatta a calotta, dovette provocare ferite su tutta la
superficie della testa e sulla fronte e ciò è documentato, dalla S. Sindone in
modo impressionante: tutta la calotta cranica, infatti, dalla fronte
all'occipite è tempestata di rivoli di sangue, e 1'imbrunimento di tutta la
zona, fa pensare al sudore misto a sangue che invadeva la massa di capelli. Le
impronte di ferita da punta che testimoniano il casco di spine sono 13 sulla
fronte e 20 sulla regione occipitale. Queste impronte di sangue, risultano
formate da sangue uscito da ferite mentre il Signore era ancora vivo, perché
hanno le caratteristiche delle macchie da sangue coagulato.
Il
cuoio capelluto è ricchissimo di vasi sanguigni, sia arteriosi che venosi, e
questi vasi si scambiano numerose anastomosi non solo fra di loro ma anche con
il reticolo vasale infraosseo e sottostante la scatola cranica. Di qui
l'abbondante gemizio sanguigno delle ferite al cuoio capelluto. Ciò spiega
come mai tutta la chioma del Signore sia intrisa di sangue, non solo, ma spiega
anche l'abbondanza e la grandezza delle emorragie che si sono spinte,
attraverso la chioma, fino alle superfice, come ci documenta la S. Sindone.
Il
dolore provocato dalle spine dovette essere molto intenso se si pensa che il
cuoio capelluto è uno dei tessuti più ricchi di "punti dolorifici"
dovuti alle terminazioni sulla cute dei nervi sensitivi del dolore: nel cuoio
capelluto essi sono circa 144 per centimetro quadrato.
Dall'alto
della fronte scendono quattro o cinque impronte di sangue, delle quali una a
forma di 3, particolarmente impressionante. Essa inizia da una ferita al limite
dei capelli e discende obliquamente a sinistra per poi riprendere la verticale.
Certamente questi due diversi momenti corrispondono alla posizione del
Signore, dapprima piegato verso sinistra e poi ritto.
A
questo punto, però, la colata si allarga in senso orizzontale è come se avesse
trovato un ostacolo, probabilmente un ramoscello spinoso aderente obliquamente
alla fronte. Superato questo ostacolo in un momento in cui Gesù teneva il capo
ripiegato a sinistra, la colata riprende obliquamente, per arrestarsi di nuovo
e diffondersi orizzontalmente al di sopra dell'arcata sopracigliare. Davanti a
questo nuovo ostacolo, il sangue potè accumularsi lentamente e coagularsi a
suo agio. Con quasi certezza il nuovo ostacolo è stato dato da un giunco che
passava sulla parte bassa della fronte al di sopra delle arcate sopracigliari,
allo scopo di tenere in posizione la calotta di rami spinosi.
Uno
dei rametti di giunco doveva essere per una certa lunghezza intimamente aderente
alla cute della fronte, perché anche un coaugulo posto a destra ed uno posto a
sinistra si arrestano nettamente allo stesso livello.
Nella
grande colata che stiamo analizzando, però, un po' di sangue dovette piano
piano farsi strada, superando lo spessore del giunco che teneva a posto la
corona di spine: infatti, si è formato un nuovo grumo a goccia, in alto sottile
e poi più grosso, che raggiunge il sopra ciglio. La leggera obliquità di
questo ultimo percorso ci dice che Gesù aveva di nuovo piegato la testa a
sinistra.
Due
lunghe colate di sangue si osservano anche su ciascuna delle folte masse di
capelli che incorniciano il viso. Esse scendono, interrompendosi, fino
all'altezza del mento. Quella di destra scende doppia da una profonda ferita un
rivolo si ferma alla stessa altezza alla quale si fermò il rivolo a forma di 3
che abbiamo appena esaminato; l'altro, alla stessa altezza, non ha lasciato
traccia di sé sulla Sindone; segno evidente che in quei punti passavano i
giunchi che tenevano a posto il casco di spine.
A
proposito delle colate che abbiamo esaminato si possono fare osservazioni
preziose.
Anzitutto
la colata a forma di 3, è di sangue venoso. Il sangue è abbondante ma non è
uscito spinto da una forza a tergo: con ogni probabilità era stata lesa la vena
frontale.
Le
cose stanno all'opposto per le due colate che scendono lungo le due chiome fino
all'altezza della barba si tratta di sangue arterioso che fuoriesce spinto
dalla pulsazione arteriosa e che arriva su ambedue le chiome fino all'altezza
della barba.
Chi
poteva, nel Medio Evo o dopo, conoscere queste nozioni sul sangue venoso e
arterioso, quando si pensa che la circolazione del sangue fu scoperta nel 1593
da Andrea Cesalpino, la cui opera portò in seguito alla identificazione di due
tipi di sangue, venoso e arterioso, con relative diverse modalità di
coagulazione, e agli esperimenti dell'Harvey nel 1628?
Su
tutta l'altezza della testa e della nuca sono visibili colate di sangue
provenienti dalle ferite provocate dalle spine. L'abbondanza di queste colate è
impressionante. Esse scendono seguendo direzioni diverse. Sono emorragie di
sangue proveniente da lesioni profonde. La maggior parte delle ferite prodotte
dalla corona di spine si trovano sulla nuca; ciò perché durante le tre ore di
agonia sulla croce, la corona dovette a questo livello urtare contro il legno
trasverso della croce (il patìbulum) ogni volta che il Signore raddrizzava il
capo, provocando così sempre maggior affondamento delle spine nel cuoio
capelluto. Tutte le colate si arrestano in corrispondenza di una linea concava
verso l'alto, quasi certamente indicante il passaggio della fascia di giunchi
stretta alla nuca per tenere a posto il casco di spine.
Nonostante
che tutti i capelli ci si mostrino intrisi di sangue, sono chiaramente
distinguibili le ferite. Quattro di queste hanno prodotto due colature in
direzioni diverse, a seconda che il capo di Gesù era piegato a destra o a
sinistra, quattro colature sono decisamente in direzione destra e almeno
sette decisamente in direzione sinistra.
il
santo Vangelo ci dice che dopo la flagellazione e l'incoronazione di spine, Gesù
indossò
di
nuovo le sue vesti (Mt. 27, 31). Pilato sperava ancora di salvarlo.
Dopo
la condanna, però, Gesù non fu spogliato delle sue vesti e andò al Calvario
vestito. Probabilmente si capì che Gesù era all'estremo delle sue forze e
che se, togliendogli le vesti di dosso, si fossero riaperte le ferite, Gesù
non avrebbe potuto vivere fino al Calvario. Il fatto è che Gesù andò al
Calvario vestito, e il Vangelo lo fa notare, proprio perché la cosa era
contraria all'uso vigente: i condannati alla croce venivano condotti al luogo
del supplizio completamente nudi e flagellati durante il percorso.
La
notizia dell'Evangelista ha una conferma nella Santa Sindone. Se Gesù avesse
portato la trave sulle spalle scoperte, già lese dai flagelli, essa avrebbe
slabbrate ed estese le lacerazioni già esistenti (quelle della flagellazione)
fino a formare un'unica grande piaga: le spalle, invece, pur mostrandosi,
escoriate e contuse, lasciano anche vedere le lesioni provocate dai flagelli.
Tutto ciò potè avvenire perché le spalle erano protette dalla veste.
Altro
motivo di grave sofferenza per il Signore dovette essere il "titolo"
che portava appeso al collo. Il "titolo" era una tavoletta su cui era
scritto il nome del condannato e talora anche il suo misfatto. Dal Vangelo
sappiamo che nel "titolo" portato da Gesù vi era il suo nome: "Gesù
di Nazareth", e il motivo per cui era stato condannato: "Re dei
Giudei"; ed anche sappiamo che la scritta era ripetuta in tre lingue:
ebraica, greca e latina.
Doveva
quindi essere una tavola di almeno cm. 80x30. Ciò che dava disturbo non era
soltanto il suo peso ma specialmente il fatto che, ballonzolando sul davanti,
faceva perdere l'equilibrio già così instabile del Signore; inoltre impediva
la vista per cui Gesù non vedeva ove metteva i piedi, ed anche peggiorava la
situazione delle cadute, perché quando il Signore cadeva, il
"titolo" appeso al collo poteva essere in una posizione tale da provocare
gravi dolori e disagio al Signore. La corda poi, cui era appesa la tavola, gli
girava intorno al collo e dovette procurargli un dolore, come dire, di segamento
al collo. Fu tale tavola, divenuta un terribile strumento di tortura a lasciare
traccia di sé sul volto di Gesù nella Sindone? Il Prof. Marastoni, infatti,
servendosi di ingrandimenti fotografici e di fotografie tridimensionali, scoprì
la presenza di varie lettere sul volto del Signore, sia in alfabeto ebraico sia
in caratteri dell'alfabeto latino lapidario. In modo particolare sulla guancia
destra sono ben leggibili le lettere S NAZARE. La mente non può non pensare
alle parole Jesus Nazarenus che sappiamo essere state scritte in tre lingue
sul titolo. È possibile quindi che Gesù, cadendo, abbia sbattuto il volto
sulla tavola del titolo e che le lettere, che dovevano essere ancora fresche
perché scritte da poco tempo, abbiamo lasciato sul suo volto la loro impronta.
Sembra anche che il Signore abbia portato al collo una tavoletta molto più
piccola della precedente con le sole parole IN NECE (M) e cioè (condannato)
"a morte". Infatti parti di tale scritta si leggono tre volte sul
volto della S. Sindone, in caratteri onciali (cioè dell'altezza di cm. 2,5),
come erano in uso nel primo secolo.
Quando
i condannati erano più di uno, venivano legati fra di loro. Anzitutto venivano
legate fra di loro le estremità destre di tutti i patiboli. Ogni condannato
poi oltre ad avere l'estremità sinistra del suo patibolo legata al proprio
piede sinistro, l'aveva anche legata al piede destro del condannato che
precedeva.
Avendo
le fotografie rafforzate del Dott. Lynn di Pasadena (U.S.A.), mostrato che
soltanto la gamba sinistra del Signore ha le lividure della corda intorno al
piede, se ne può inferire che Gesù era al terzo posto nel gruppo. Infatti se
fosse stato al primo o al secondo posto presenterebbe i segni delle lividure
della corda anche nella gamba destra. Ciò, come vedremo, costituirà per Lui
una nuova fonte di disagi.
L'impronta
obliqua lasciata dal pcatibulum o legno trasverso della croce, parte dall'alto
della spalla destra e arriva fin sotto la scapola sinistra. Ciò perché tale
legno non era soltanto legato alle braccia del condannato ma anche al suo piede
sinistro: il camminare quindi imprimeva alle trave un movimento verso il basso
per cui essa gravava maggiormente sulla spalla sinistra ed infatti questa
spalla ci appare nella Sindone più tormentata che non la destra.
Sulla
spalla destra, nella parte esterna della regione soprascapolare, vi è una
larga zona
escoriata,
obliqua in basso e in dentro, avente la forma di un rettangolo di cm. 10x9
circa. Le escoriazioni hanno varia grandezza; talune riproducono meno chiaramente,
perché più larghe e sfumate, i colpi della flagellazione. Ciò sta ad
indicare che su di esse in un secondo tempo ha gravato un corpo ruvido, non
fisso ma in movimento, così da spianare e deformare escoriazioni preesistenti
e formarne di nuove.
Questa
zona si prolunga in avanti ed è visibile nella parte anteriore della Sindone,
nella regione clavicolare destra.
Confrontando
le due spalle si nota che la spalla destra è notevolmente abbassata rispetto
alla sinistra. Il fatto è stato provocato dal colpo di lancia di Longino, che
avendo aperta la cavità pleurica, ha fatto afflosciare il polmone destro e
conseguentemente abbassare la spalla destra.
A
sinistra, più in basso, ed esattamente sulla punta della scapola e nella
regione sottoscapolare è ben visibile un'altra zona escoriata, che presenta i
medesimi caratteri essa è di forma tondeggiante con un diametro di cm. 14.
Sono
le tracce del trasporto del patibulum, cioè del braccio trasverso della croce,
dal Pretorio al Calvario. Quando Gesù cadeva, la trave che doveva pesare circa
cinquanta chili, scivolava o sulle spalle o obliquamente sulla schiena
producendo le vaste zone di escoriazioni presentateci dalla Sindone.
La
tradizione ci ha tramandato la notizia di tre cadute di Gesù sotto il peso del
patibulum. Di fatto dovettero essere molto più numerose.
Gesù
aveva il suo patibolo legato alla estremità destra con quelli dei suoi compagni
e all'estremità sinistra con il suo piede sinistro ed anche con il piede destro
del compagno che lo precedeva. Ad ogni colpo di flagello dato - secondo il
costume - ai due ladroni, costoro, che erano in piene forze, dovevano dimenarsi,
agitarsi, trascinarsi a vicenda e spingersi l'un l'altro; le funi che legavano
fra loro i tre condannati erano molto corte, quindi chi ne andava di mezzo era
il Terzo Condannato, il quale, avendo già subito la flagellazione, procedeva
a fatica sotto il peso del suo patibulum e veniva costretto a terra: il piede
sinistro legato all'estremità del patibolo si piegava e andava ad urtare
violentemente contro le lastre di pietra della via come fan fede le grosse
contusioni del ginocchio sinistro; il pesante patibolo, prima della caduta
sostenuto obliquo sulla spalla destra, colpiva con tutto il suo peso la zona
sottoscapolare sinistra, già a sua volta ripetutamente martoriata dai colpi
di flagello, e Gesù, cadeva pesantemente a terra non solo a peso morto, perché
non poteva difendersi mettendo avanti le mani legate al patibolo, ma
specialmente perché schiacciato sotto il peso dei cinquanta chili del patibolo
che aveva sulle spalle.
E
una volta a terra, Gesù, impossibilitato ad alzarsi perché privato dell'uso
delle braccia e delle mani, veniva trascinato dai due ladroni e fatto oggetto di
nuovi scherni e di nuovi maltrattamenti finché non fosse aiutato a
risollevarsi; poi tutto il triste corteo riprendeva la via fino a quando,
incontratosi con Simone di Cirene, il pesante patibolo di Gesù venne a lui
affidato.
La
S. Sindone ci dà una documentazione impressionante delle cadute di Gesù,
specialmente nelle lesioni del volto e delle ginocchia.
Quando
Gesù cadeva a terra, non aveva alcuna possibilità di difendersi col mettere
avanti le
mani,
perché legate sotto il patibolo.
Unico
modo di difendersi, quando la caduta non era repentina e quando il
"titolo" appeso al collo non glielo impediva, era quello di presentare
al selciato della strada le guance.
In
modo particolare ne soffrivano le parti della faccia che avevano ossa
sottostanti alla pelle, come le tempie e gli zigomi.
E
proprio in queste parti la Sindone rivela tumefazioni, dovute ai traumi delle
cadute.
Quando
però Gesù non faceva in tempo a piegar la testa e ad offrire alla terra una
delle sue guance, allora sbatteva a terra violentemente il viso e le parti che
ne dovettero soffrire maggiormente furono la fronte e il naso.
E
difatti la S. Sindone mostra al centro della fronte una vasta escoriazione. In
corrispondenza poi del sopracciglio destro, ad un centimetro e mezzo dalla
radice del naso, è ben visibile un taglio lungo sei centimetri, dovuto ad un
trauma (caduta a terra? bastonata?) che ha compresso la cute contro la cresta
ossea dell'arcata sopracciliare. Anche sul sopracciglio sinistro è visibile una
vasta zona contuso-escoriata di due centimetri e mezzo.
Escoriazioni
si osservano sulla guancia sinistra, sull'apice del naso, sul labbro inferiore.
Anche
nella regione del mento, in corrispondenza al solco naso-labiale sinistro, si
nota, nonostante la presenza della barba abbondantemente intrisa di sangue, un
notevole gonfiore della parte, e gonfiori se ne osservano un po' ovunque specialmente
nella guancia destra.
Fu
forse a causa di una di queste cadute fulminee nella quale Gesù non fece in
tempo a piegare la testa che battendo violentemente il viso al suolo sotto il
peso dei cinquanta chili del patibolo, gli si ruppe la cartilagine nasale. Due
particolarità tipiche stanno a dimostrarlo: la tumefazione che la Sindone
presenta alla metà superiore del naso e le intentazioni che sono presenti nel
punto del distacco della cartilagine nasale e cioè subito al di sotto della
tumefazione della metà superiore del naso. In seguito a questa frattura uscì
abbondante sangue dalle narici, come testimonia la fotografia tridimensionale
del prof. Tamburelli: un rivolo di sangue dalle narici è gocciolato sui baffi
fino a formare, in seguito, un grumo sul labbro superiore.
Si
è provato a porre sulle spalle di un giovane una trave di cinquanta chili: al
più piccolo
urto,
dato che il baricentro veniva a trovarsi molto alto, il giovane cadeva a terra e
sempre sul ginocchio sinistro, forse perché la gamba sinistra era legata
all'estremità sinistra della trave.
La
S. Sindone ci mostra il ginocchio sinistro particolarmente contuso, con numerose
escoriazioni di forma e grandezza diverse, a bordi frastagliati, nella
regione rotulea. Un po' al di sopra e in fuori, ci sono due piaghe rotonde di
due centimetri di diametro. Inoltre le fotografie rafforzate di Pasadena
(U.S.A.) hanno rivelato tre lividure a cerchio intorno al terzo inferiore
della gamba sinistra, lividure dovute a tre giri della corda che univa il piede
sinistro di Gesù al suo patibolo e alla gamba destra o al patibolo del
condannato che seguiva. Il ginocchio destro mostra diverse piaghe contuse, ma
meno evidenti e meno numerose.
Nella
zona delle ginocchia, dei piedi e del naso, il Prof. S.F. Pellicori, del Santa
Barbara Research Center, ha scoperto, misti al sangue, frammenti di sostanza
terrosa.
Ci
dice il Vangelo "Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di
Cirene e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù" (Lc 23,
26).
Bisogna
dire che ad un certo momento le condizioni di Gesù si fecero così allarmanti
che si giudicò non avrebbe più potuto continuare e giungere vivo al
Calvario. E se Gesù fosse morto, il Sinedrio non avrebbe potuto dare il tanto
bramato spettacolo di mostrarlo a tutti crocifisso. Di qui la finta compassione
dei Giudei che obbligarono Simone Cireneo a portare il patibulum, per alleggerirne
Gesù ed evitare che egli morisse.
Tutto
ciò fu di enorme sollievo a Gesù non solo pel peso di cui fu liberato ma per
la libertà di movimenti che acquisiva.
Fu
forse la sua SS. Madre ad aiutarlo a proseguire? L'arte ci mostra spesso Maria
nell'atto di aiutare Gesù a salire al Calvario.
Quello
che è certo è che la tradizione ci mostra Gesù talmente sfinito che continua
a cadere, e questa tradizione, mentre ha fissato nella Via Crucis una sola
caduta di Gesù prima che fosse alleggerito del peso del patibolo, ne commemora
due dopo che ne era stato liberato, segno questo che Gesù continuò a cadere
per lo sfinimento terribile cui era giunto.

L'antichità
non ha riprodotto per tre secoli la scena della crocifissione perché,
conoscendo la tragica realtà di questo atroce supplizio, che Cicerone definì
"crudelissimum teterrimumque", il cuore umano rifuggiva dal
rappresentarlo; quando questa pena andò in disuso la si rappresentò ma in modo
ben lontano dalla realtà.
Già
abbiamo accennato come avveniva. Arrivati sul luogo del supplizio, ove lo stipes
o tronco verticale della croce era già stato infisso al suolo, a Gesù steso
a terra sul patibulum, vennero inchiodate le mani che formavano con il corpo
un angolo di 90 gradi; indi il patibulum fu sollevato e posto sullo stipes. Ciò
avveniva facilmente perché lo stipes non era alto più di due metri e la parte
alta era adattata ad entrare nell'incastro già preparato nel patibulum.
Innestato
il patibulum sullo stipes, il corpo di Gesù pendette penzoloni, accasciatosi
per il peso, mentre l'angolo del suo corpo con le braccia si portò da 90 gradi
a 65 gradi. Era questo uno dei momenti più tragici, perché, portatesi le
braccia verso la verticale, il crocifisso non poteva più espirare e provava
subito un terribile senso di soffocamento. In tale posizione Gesù sarebbe
morto in pochi minuti per asfissia se i carnefici non avessero subito
sollevato il suo corpo per riportare le braccia verso l'orizzontale, e non
avessero flesse le sue ginocchia e inchiodati i piedi. In tal modo, Gesù
puntando su di essi potè mantenersi più sollevato ed espirare.
Secondo
la S. Sindone i chiodi delle mani furono conficcati nei polsi: se fossero
stati
conficcati
nelle palme, il peso del corpo avrebbe lacerato la mano e il condannato non
avrebbe potuto essere sostenuto. Nel polso, invece, che è formato da vari
ossicini, il chiodo può penetrare facilmente e non v'è pericolo di
laceramento. Ed infatti nella mano sinistra che è incrociata sulla destra
all'altezza del polso, il segno della ferita del chiodo è a 8 cm. dalla testa
del III osso metacarpico (dito medio), e cioè nel carpo, sulla linea di
flessione del polso. Il carpo è formato da otto ossicini: fra quattro di questi
ossicini (il capitato, l'uncinato, il piramidale e il semilunare) v'è lo spazio
del Destot. In questo piccolo spazio, data la convessità di questi ossicini è
facile piantare un chiodo, anche di 9 mm. di diametro. I carnefici conoscevano
bene questo punto, che permette la sospensione di un grosso peso senza che la
mano si laceri, per la presenza anche del robusto legamento trasverso del carpo.
Inoltre
in quel punto non passano né arterie né vene per cui non v'è pericolo di
emorragie anche mortali, il che potrebbe accadere se si conficcasse un chiodo
nel palmo della mano. Conficcando il chiodo nello spazio del Destot, però, si
lede il nervo mediano. La lesione di questo nervo dà dolori atroci e caduta
della pressione. Il dolore può essere così acuto da provocare shock e morte.
Sembra
che la lesione di un grosso nervo, com'è il nervo mediano, sia il dolore più
grande che un uomo possa sopportare. Probabilmente poi, il nervo non fu dal
chiodo tagliato in due, ma solo in parte, per cui il dolore, essendo il nervo
sempre a contatto con il ferro del chiodo, dovette persistere. Ogni movimento di
Gesù, ogni scossa del suo corpo dovette rinnovare quel tremendo dolore
veramente superiore alle forze umane.
Passando
in quel punto il chiodo lede anche il nervo tenar che è sensitivo e motorio e
provoca la contrazione dei muscoli tenar e la successiva opposizione
intrapalmare del pollice, causando spasimo atroce. Ed infatti la S. Sindone ci
presenta quattro dita delle mani, senza i pollici che sono in opposizione sotto
il palmo.
La
Santa Sindone ci presenta le mani incrociate sul basso ventre: la destra
raggiunge il margine esterno della radice della coscia sinistra. La sinistra
passa al di sopra del polso destro nascondendolo completamente e supera la linea
mediana molto meno della mano destra.
Soltanto
quindi la mano sinistra ci mostra la piaga prodotta dal chiodo della
crocifissione. Essa è quadrata ed ha 9 millimetri di lato. Si noti che la
dimensione di 9 millimetri è la stessa del chiodo che si conserva a Roma nella
Chiesa di S. Croce in Gerusalemme, donato da S. Elena madre di Costantino. Da
questa ferita partono tre colate di sangue.
Notare
la fedeltà delle impronte e l'alone prodotto dal siero. Due colate raggiungono
subito il margine ulnare dell'avambraccio. La più grossa scende obliquamente
verso il basso e indietro prima di raggiungere il margine ulnare.
La
terza colata, più sottile e frastagliata, sale fino al gomito; probabilmente
essa ha seguito un solco tra due gruppi di muscoli estensori, ma di tratto in
tratto sfugge verso il margine ulnare, secondo la legge della gravità.
Queste
diverse direzioni hanno una spiegazione plausibile. Gesù fu inchiodato sul
patibulum per terra, ma quando questo fu posto sullo stipes, il peso del corpo
portò le braccia dalla posizione quasi orizzontale ad una posizione più verso
la verticale: per ciò il sangue colò verso i gomiti. Quando, però, Gesù
sulla croce, per poter respirare, dava alle braccia la posizione più
orizzontale possibile, drizzandosi e prendendo come punto d'appoggio il chiodo
dei piedi, allora dalla colata che andava verso il gomito partivano tante
piccole colate verso il margine ulnare.
La
piaga della mano sinistra ci ha lasciato di sé una documentazione di autenticità
sconvolgente. La grande macchia della ferita del polso sinistro, è stata
fotografata anche sul retro della Sindone. In mezzo a tale grande macchia, la
fotografia ha rivelato una forma più scura dai margini ben delineati aventte:
un quadrato di circa un centimetro di lato. É questa la forma della ferita
prodotta dal chiodo, impressa così nettamente perché, dopo l'estrazione del
chiodo, i lembi della ferita erano rimasti aperti e il coagulo che vi si era
formato dentro è stato abbondantemente assorbito dal lino.
L'impronta
della mano destraLa
mano destra appare più tormentata della sinistra e le sue dita mostrano
escoriazioni vaste e ben marcate dovute allo sfregamento sulle asperità del
legno della croce. Le dita poi sono in forzata estensione: con ogni probabilità
il chiodo, penetrando nel carpo, lesionò o recise i rami del nervo mediano che
raggiungono i muscoli flessori superficiali e profondi delle dita, per cui non
funzionando più questi muscoli, antagonisti dei muscoli estensori, le dita sono
rimaste nel particolare atteggiamento di ipertensione.
Il
braccio destro appare più lungo del braccio sinistro: a ciò può aver
contribuito la lussazione dell'articolazione omero-scapolare provocata dal
violento stiramento dell'arto per far arrivare la mano al foro del chiodo
preparato in precedenza, ma la causa principale fu 1'afflosciamento del polmone
verificatosi dopo il colpo di lancia che aprì la cavità pleurica.
L'impronta
anteriore dei piedi Questa impronta manca completamente perché la tela forse
non arrivò a coprire i piedi, oppure perché non potè formarsi per la presenza
di fiori o di altri oggetti, aromi, unguenti, ecc.
Vi
sono soltanto macchie irregolari di sangue all'altezza del collo del piede
destro.
Osservando
l'impronta posteriore della Sindone è facile rilevare che la gamba sinistra è
leggermente flessa in avanti e in dentro, sicché i piedi sono leggermente
incrociati: ciò perché il piede sinistro era sulla croce sovrapposto al destro
essendo stati i due piedi crocifissi con un sol chiodo. Sopraggiunta la
rigidità cadaverica la gamba sinistra mantenne la sua posizione in flessione
anche nel sepolcro. Mentre il piede destro ha lasciato un'impronta completa
(e cioè calcagno, pianta e le cinque dita, specialmente l'alluce), del piede
sinistro si vede solo il calcagno e la parte di mezzo, non avendo potuto il
sangue colare fino alle dita perché impedito dal sottostante piede destro. La
flessione in avanti e in dentro della gamba sinistra, con grande evidenza
confermata dalla fotografia tridimensionale, mostrando apparentemente la gamba
sinistra più corta che non la destra, ha dato luogo ad una interpretazione di
notevole importanza storica per la Sindone. Prima che la Sindone comparisse in
Francia nel 1205 era stata conservata nella Cappella imperiale delle Blacherne a
Costantinopoli ove veniva esposta ogni venerdì alla venerazione del pubblico.
Vedendosi chiaramente che la gamba sinistra era più corta, nacque la credenza
che Cristo fosse zoppo e si suffragava tale tesi con le parole di Isaia che
inizia la descrizione della passione e morte del Signore con le parole "Non
ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per
provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei
dolori" (Is. 53, 2-3).
Questa
credenza indusse gli artisti a porre sotto i piedi del Crocifisso un suppedaneo
obliquo. Tale suppedaneo fu posto anche nelle semplici croci che in tal modo in
tutto l'Oriente, da Costantinopoli alla Russia, da mille anni continuano a presentare
il suppedaneo traverso.
L'impronta
del piede destro mostra, disposti in meandri capricciosi, i coaguli delle colate
di
sangue.
Nella parte di mezzo si nota una chiazza rettangolare, da cui sembra si
dipartano le colate: alcune scendono verso le dita in meandri capricciosi di sangue
vivo e avvennero mentre Gesù era in croce; altre, più sfumate, di sangue misto
a siero, vanno verso il calcagno (oltrepassando anche l'impronta del piede) e
dovettero verificarsi dopo la deposizione di Gesù dalla croce e cioè dopo
che fu tolto il piede dal chiodo. La chiazza quadrata corrisponde al chiodo
della crocifissione essa si trova all'altezza della parte posteriore del secondo
spazio intermetatarsale, e cioè fra il II e il III osso metatarsale e perciò
immediatamente davanti alla linea del Lisfrang, linea che separa il tarso dal
metatarso. Anch'essa è di mm. 9 di lato, come il chiodo conservato a Roma nella
Chiesa di "S. Croce in Gerusalemme" e donato da S. Elena, Madre
dell'imperatore Costantino. Non essendovi, in questo punto, passaggio di vene e
arterie non v'era il pericolo di emorragie mortali.
La
fotografia fatta sul rovescio della Sindone all'altezza del piede destro, ha
rivelato una ferita ovale con le punte in alto e in basso: la ferita prodotta
dal chiodo quadrato si era allungata per il peso di tutto il corpo sostenuto in
quel punto.
È
visibile solo il calcagno, con colature di sangue cadaverico.
La
crocifissione dei piedi era facilmente fattibile perché ponendo un chiodo sulla
linea del Lisfrang, fra il tarso e il metatarso, bastava anche un solo colpo di
martello per far attraversare dal chiodo tutto il piede.
Il
Vangelo ci informa che la scritta "Gesù Nazareno Re dei Giudei" fu
posta al di sopra della testa (Mt. 28, 37). Anche di questo fatto, che avveniva
piuttosto raramente, troviamo conferma nella S. Sindone.
Abitualmente
la tavoletta col nome del condannato e, più raramente, col motivo della
condanna, veniva inchiodata insieme ai piedi che venivano inchiodati
separatamente con due chiodi.
La
S. Sindone ci rivela che i due piedi furono inchiodati sovrapposti, il sinistro
sul destro ciò perché, come ci dice il Vangelo, la tavola del titolo fu
posta al di sopra della croce. Riportando essa non solo il nome del Condannato
ma anche la causa della condanna (Re dei Giudei), e in tre diverse lingue,
ebraica greca e latina (Gv. 19, 20) le sue dimensioni (circa cm. 30x80) erano
tali per cui fu necessario porla al di sopra della croce: i piedi quindi
poterono essere inchiodati con un solo chiodo, secondo l'usanza vigente, come ci
rivela la S. Sindone. L'Evangelista Giovanni fa notare che "molti Giudei
lessero questa scritta" (Gv. 19, 20).
Data
l'imminenza del sabato, durante il quale i condannati non potevano restare sulla
croce, i carnefici ne abbreviarono l'agonia inchiodando il Condannato
direttamente alla croce, senza sostenerLo con funi.
Le
braccia fissate in alto portavano ad una relativa immobilità del torace e
quindi ad una grande fatica nella respirazione. Infatti, era facile compiere
l'inspirazione per l'allargamento delle braccia, ma non si poteva compiere
l'espirazione. Ciò portava ad un accumulo di acido carbonico nel sangue, e ad
un aumento dell'acidità. L'acidità abbassa la soglia di eccitazione delle
fibre muscolari per cui più facilmente i muscoli vanno in "fatica" e
si ha la tetania e i conseguenti crampi.
L'acidità
(e di conseguenza la "fatica" e la tetania) veniva aumentata anche per
un altro fattore: la diminuita funzionalità respiratoria comportava un sovraccarico
di lavoro al cuore; il cuore rispondeva aumentando il numero dei battiti che si
affievolivano sempre più; ne seguiva un ristagno di sangue in tutto il corpo e
l'acido carbonico si accumulava maggiormente. Il povero condannato non aveva che
una risorsa: puntare sui piedi, sollevare alquanto il corpo afflosciato e
portare le braccia, o almeno un braccio, in posizione orizzontale. Alleggerita
così la trazione delle braccia, il torace riprendeva a respirare, l'asfissia
diminuiva e il condannato sopravviveva.
Per
permettere tale sollevamento del corpo i carnefici usavano inchiodare i piedi in
modo che le gambe fossero in grande flessione: in tal modo il condannato poteva
sollevarsi un po' anche se con atroci dolori e respirare. Ma a sua volta, lo
sforzo di puntare sul chiodo che fissava i piedi, per sollevarsi, e il dolore
atroce che ne seguiva, portava alla "fatica", e quindi alla tetania,
anche gli arti inferiori e il povero condannato si afflosciava di nuovo e
l'asfissia generale riprendeva.
Dalla
Santa Sindone apprendiamo che anche il Signore dovette essere crocifisso con le
ginocchia in flessione perché se ciò non fosse stato Egli non avrebbe potuto
fare i movimenti che la S. Sindone ci ha documentato. I due rivoli di sangue
che, dalla piaga del polso sinistro, subito scendono verso il margine ulnare
rappresentano la posizione orizzontale iniziale. Le colate che scendono lungo
gli avambracci verso i gomiti testimoniano sia i successivi accasciamenti di Gesù,
sia i vari movimenti fatti per buttarsi ora tutto da una parte, ora tutto
dall'altra.
I
brevi rivoletti che lungo gli avambracci si distaccano dalla colata principale
per andare verso i margini ulnari, rappresentano i momenti in cui il Signore,
con uno sforzo supremo, si sollevava e portava le braccia verso una posizione
orizzontale onde poter respirare, ed anche i movimenti fatti per portare verso
l'orizzontale ora un braccio ora l'altro.
La
stessa cosa si dica delle brevi colate che abbiamo trovato sulla fronte e
sulla nuca. I loro vari zig-zag testimoniano i vari movimenti fatti da Gesù per
buttarsi ora tutto a destra, ora tutto a sinistra.
Questa
preziosa documentazione fa escludere che si sia usato un sostegno al perineo,
sostegno di cui la Sindone non ci rivela l'esistenza, e che avrebbe prolungata
l'agonia.
Come
abbiamo accennato, il povero condannato poteva aiutarsi anche gettando il
corpo ora tutto a destra ora tutto a sinistra: gettandosi a destra, il braccio
destro andava più verso la verticale, però il braccio sinistro si poneva
orizzontale e il condannato poteva espirare un po' con la parte sinistra del
torace: viceversa, buttandosi a sinistra poteva espirare con la parte destra del
torace.
È
forse, perché vedevano Gesù compiere questi movimenti e questi sforzi per
respirare, che i Farisei gridavano "Ha salvato gli altri, non può salvare
se stesso? Scenda ora dalla croce" (Mt. 2 7, 42).
L'agonia
trascorreva, così, in una alternativa di accasciamenti e di sollevamenti: di
asfissia e di respirazione.
La
tetania però si faceva sempre più grave i crampi dapprima si sviluppavano nei
muscoli dell'avambraccio, poi a poco a poco si estendevano ai muscoli del
braccio degli arti inferiori, del tronco. Il condannato diveniva sempre più
cianotico, la temperatura aumentava, la sudorazione si faceva esageratamente
abbondante, accompagnata da brividi e capogiri, e quando venivano colpiti
dalla tetania i muscoli della respirazione sia del torace che del ventre, la
morte sorprendeva il crocifisso in uno spasimo di inspirazione.
Che
il Signore abbia sofferto in croce per l'asfissia e la conseguente tetania, la
Sindone ce ne dà una prova incontestabile: il torace è rigonfio al massimo; i
due grandi pettorali, che sono i più potenti muscoli respiratori, sono in
contrazione forzata, allargati e risaliti verso le clavicole e le braccia; tutta
la gabbia toracica è pure risalita e ipertesa, in massima inspirazione;
l'infossamento epigastrico appare approfondito, depresso, come conseguenza di
questa elevazione, distensione in avanti ed in fuori, del torace; per questa
elevazione forzata delle coste, la massa addominale è spinta in basso per
cui, si vede, al di sopra delle mani incrociate, far rilievo il basso ventre.
Nell'impronta posteriore si vedono i quadricipiti femorali e i glutei tesi
nell'ultimo sforzo fatto da Gesù per sostenersi e poter respirare e parlare. Il
Signore, però, pur avendo sofferto per l'asfissia e la conseguente tetania, non
morì per questa causa. Infatti egli parlò proprio nell'ultimo istante di sua
vita, anzi gettò anche un grande urlo, il che l'asfittico non può fare perché
non può espirare e cioè non può mandar fuori l'aria dai polmoni.
Si
legge nel S. Vangelo: "Gesù disse: Ho sete. E i soldati, inzuppata una
spugna nell'aceto, la posero in cima ad una canna di issopo e gliel'accostarono
alla bocca" . (Gv. 19, 29).
Il
Prof. Tamburelli, autore delle più belle fotografie tridimensionali della
Sindone, ha scoperto entro un grumo di sangue posto sulla guancia sinistra a
lato del naso, una incisione, da lui così descritta "Questa incisione ha
una parte superiore rettilinea, che può corrispondere alla parte piana della
punta del ramo di issopo, prodotta dal taglio con un falcetto, ed una parte
inferiore curva, che può corrispondere alla parte cilindrica della punta
stessa. Si noti inoltre la traccia che partendo dal lato destro dei capelli,
prosegue leggermente sulla guancia destra e sul naso e termina su tale grumo, e
che sta ad indicare come la punta del ramo di issopo sia stata inizialmente
appoggiata sul lato destro dei capelli e fatta scorrere fino a portare la spugna
sulla bocca dell'Uomo della Sindone e quindi a produrre la suddetta incisione
nel grumo di sangue". (Da IlTempo, 18 Marzo 1985).
Tutto
ciò potè accadere o per un movimento repentino del volto di Gesù, o per una
errata mira del soldato.
Quando
Giuseppe d'Arimatea si presentò a Pilato per chiedergli il corpo di Gesù,
Pilato si meravigliò che Gesù fosse già morto (Mc. 15, 44). Molte dovettero
essere le cause della precocità della morte del Signore: la perdita di sangue
verificatasi durante l'agonia nell'orto e la flagellazione; il dolore delle
ferite dei chiodi; l'ispissatio sanguinis per l'imponente sudorazione, la
spossatezza fisica di una intera giornata di terribili sofferenze;
l'abbattimento morale causatogli dalla presenza della Madre desolata,
dall'abbandono degli amici e dalle pene interiori.
Da
quando, all'inizio di questo secolo, fiorirono gli studi sulla S. Sindone, si
fecero varie ipotesi sulla causa vera della morte di Gesù. Molta fortuna fece
l'ipotesi della morte per asfissia in seguito a tetania (crampi) instauratasi
dapprima alle braccia, poi alle gambe, ai muscoli del ventre e da ultimo ai
muscoli del torace: anche la morte per idropericardio traumatico fu invocata,
come pure la morte per collasso ortostatico da insufficiente pressione
arteriosa.
Oggi
gli Studiosi propendono per la tesi che Gesù sia morto per rottura del cuore.
Solo così si spiega l'uscita di sangue e acqua dal costato di Cristo. Infatti
il liquido sieroso esistente nel pericardio è di scarsa entità ed affondando
un coltello nel lato destro di un cadavere e raggiungendo il pericardio e il
cuore, non esce mai sangue ed acqua ma soltanto sangue e in quantità esigua.
Coloro
che muoiono per rottura del cuore quasi sempre emettono un alto grido subito
prima di morire: il loro pericardio è sempre molto teso e gonfio tanto che
comprime in alto i polmoni; il sangue nella quantità di più di un litro, vi si
trova sedimentato ma non coagulato: in basso v'è la parte corpuscolare, cioè
i globuli rossi e bianchi, in alto galleggia il plasma o siero.
Ora,
osservando la ferita del costato di Cristo, si ha netta l'impressione di una
fuoriuscita violenta di liquido: questo infatti non è sceso secondo le linee
della gravità ma violentemente, tumultuosamente, come spinto da una grande
pressione. Forando il pericardio all'altezza dataci dalla Sindone e cioè fra
la sesta e la settima costa, prima dovette uscire il sangue sedimentato al
fondo del pericardio e poi il plasma.
Si
tratta ora di spiegare la rottura del cuore.
In
seguito ad un infarto, nelle condizioni di riposo, la zona infartuata va verso
l'organizzazione e la cicatrizzazione; ma in condizioni sfavorevoli, i tessuti
della zona di infarto vanno verso una mortificazione sempre maggiore (miomalacia)
per cui sotto la pressione endocardica il miocardio può fissurarsi con
conseguente emopericardio acuto e morte immediata del soggetto per tamponamento
del cuore.
Ora,
dalla descrizione evangelica dell'amarissima agonia di Gesù nell'orto, si può
pensare che Gesù vi abbia subìto un infarto per spasmi delle coronarie. Marco
(14, 33) ci dice che Gesù cominciò ad atterrirsi e ad angosciarsi. Colui che
è colto da infarto prova un violento dolore anginoide e angoscia, diviene
pallido, va in preda a profusa sudorazione ed ha la sensazione di una morte
immediata per la caduta della pressione.
Luca
ci avverte che anche Gesù ebbe profuso sudore: "In preda all'angoscia...
il suo sudore divenne come goccie di sangue che cadevano a terra" (Lc. 22,
44). Marco ci riporta le parole di Gesù "L'anima mia è tristissima fino
alla morte" (Mc. 14, 34). "Gesù poi si prostrò a terra e
pregava" (Mc. 14, 35).
Il
riposo che l'infartuato automaticamente si prende subito dopo l'infarto,
specialmente se si sdraia e permette la ripresa della circolazione cerebrale,
gli dà la sensazione di aver superato la crisi. È quanto probabilmente accadde
a Gesù quando si prostrò a terra e forse vi restò per quattro, cinque ore
in intensa preghiera. Superata la crisi, alzatosi calmo e pienamente cosciente,
disse: "Basta, è giunta l'ora. Il Figlio dell'Uomo sta per essere
consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, il traditore è
vicino" (Mc. 14,41-42).
Gesù
non ebbe più tregua, finché sulla croce, dopo tante resistenze, in seguito ad
un ennesimo sforzo di sollevamento per poter respirare, il suo miocardio si
ruppe ed Egli "lanciato un grande grido, chinato il capo, rese lo
spirito" (Le, 23, 46; Gv. 19, 30).
Se
Gesù fosse morto per asfissia sarebbe svenuto e morto senza riprendere
coscienza. Invece la posizione alquanto elevata delle braccia e la flessione
delle ginocchia, gli permisero di combattere l'asfissia e, nei periodi di
sollevamento, anche di parlare. Subito prima di morire, parlò (non avrebbe
potuto parlare nei periodi di accasciamento per la forzata inspirazione e tanto
meno gridare) e alla rottura del cuore gettò il grande grido e spirò.
Morì
quindi cosciente e certamente in quell'istante - il più prezioso della sua
vita - si offri al Padre, gridò la sua offerta al Padre. Noi non avremmo mai
saputo ciò se la lancia del soldato romano non ce l'avesse rivelato.
Il
profeta Davide, nel salmo 108, che è il salmo dell'innocenza di Gesù e della
perfidia dei suoi persecutori, mette in bocca al Giusto, al Santo, alla Vittima
innocente, queste misteriose parole: 'Dentro di me, il mio cuore è
ferito"(vers. 22).
Nel
Salmo 69 poi, che nella sua seconda parte è il grido di angoscia del Fedele
vittima del suo zelo, lo stesso Davide dice: "Salvami dai miei nemici...
L'insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione ma
invano... Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato
aceto". Questo salmo è messianico e viene citato più volte nei libri
del Nuovo Testamento; per esempio da S. Matteo 27, 34 e 48; da S. Giovanni 2,
17; 15, 25; dagli Atti degli Apostoli 1, 20; dalla Lettera ai Romani 11, 9 e 10;
15, 3; dall'Apocalisse 3,15.
Non
meno misteriose sono le parole scritte da santa Brigida nella sua seconda
Orazione: "I dolori acutissimi delle tue ferite penetravano orribilmente
nella tua anima beata e infierivano crudelmente sul tuo Cuore sacratissimo,
finché, rottosi il cuore, esalasti felicemente lo spirito ". "donec,
crepante corde, spiritum feliciter emisisti".
Giovanni
ci dice che Gesù "chinato il capo, spirò" (Gv 19, 30). Nella S.
Sindone, posteriormente, il collo è ben visibile mentre anteriormente non lo
è. La distanza lineare fra la bocca e le articolazioni sterno-clavicolari è
diminuita rispetto alla norma: è infatti cm. 8 invece di cm. 18 il che dimostra
che il Signore ha il capo notevolmente flesso.
La
rigidità cadaverica intervenuta subito dopo la morte (come avviene quando la
morte è stata preceduta da grandi sforzi) ha fissato quella posizione,
rivelata ora dal lenzuolo funebre. Probabilmente, per rispetto, la testa non
fu forzata a riassumere la sua posizione naturale quando Gesù fu posto nel
sepolcro. Ciò fu provvidenziale perché ci dà modo di sapere che Gesù morì
dopo aver piegato la testa e quindi morì cosciente.
Se
nell'istante della morte Gesù fosse stato accasciato, il capo non avrebbe
potuto piegarsi in avanti perché infossato tra le braccia tendenti alla
verticale e bloccato dai muscoli sternocleidomastoidei in tetania e cioè
spasmodicamente contratti. Gesù era, dunque, in un momento di sollevamento, e
quindi era cosciente, morì cosciente. Le fotografie tridimensionali ci
documentano il reclinamento del capo in avanti. In tali fotografie sono ben
evidenziate due grosse gocce molto appuntite e che dovettero formarsi dopo che
Gesù, morto, reclinò il capo: una si trova sulla parte destra dei baffi,
l'altra si è formata con il sangue colato dalla narice destra. Il fatto che
esse sono rimaste appuntite ed esili, prova che non vennero più alimentate da
nuovo sangue e il loro peso non fu sufficiente per farle cadere, e ciò è prova
che la morte di Gesù avvenne sulla croce.
La
morte sulla croce è anche confermata dal fatto che tutti i rivoli di sangue del
volto, colano all'in giù, diretti verso terra; nessuno di essi è diretto verso
la parte posteriore, come sarebbe avvenuto se il Signore avesse perduto sangue
dopo la deposizione; come invece avvenne per il sangue uscito dalla ferita del
costato, dopo che Gesù fu deposto dalla croce.
È
stato osservato che uomini colpiti dalla morte durante o subito dopo sforzi
molto penosi, presentano, quasi subito dopo la morte, rigidità cadaverica.
Questo
fenomeno è conosciuto dai cacciatori che quando raccolgono una lepre che è
stata a lungo rincorsa dai cani, la trovano rigida, stecchita.
Anche
al Signore dové succedere questo fenomeno perché la Sindone ce lo rivela con
una accentuata rigidità cadaverica: le braccia tese, i muscoli pettorali tesi,
i glutei tondeggianti, cioè rigidi e non afflosciati, il ventre rientrante
nella parte alta, i quadricipiti femorali tesi.
È
anche possibile che la rigidità mostrataci dalla S. Sindone sia dovuta al
dolore acuto provato dal Signore nel momento della rottura del cuore: il Signore
ebbe allora una contrazione spasmodica fissata subito dopo dalla morte.
Quando
si voleva por fine alle sofferenze del crocifisso, oppure si voleva per qualche
motivo
farlo morire subito, gli Ebrei usavano spezzargli le gambe. Spezzate le gambe,
veniva meno il punto di appoggio dei piedi, quindi il corpo restava penzoloni,
le braccia andavano verso la verticale, l'asfissia diveniva completa, il
crocifisso perdeva subito la conoscenza e nel giro di pochi minuti spirava.
Sappiamo
dal Vangelo che questa fu la fine dei due ladroni crocifissi ai lati di Gesù e
il motivo di questo atto fu l'imminenza del sabato (cioè dei primi vespri del
sabato) nel qual tempo un condannato non poteva restare sul patibolo.
"Furono i Giudei stessi - dice il Vangelo - affinché i corpi non
rimanessero in croce durante il sabato,... a chiedere a Pilato che fossero loro
spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono
loro le gambe... A Gesù, però, vedendo che era già morto, non spezzarono le
gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, e subito uscì
sangue ed acqua (Gv. 19, 31-34).
Sembrerebbe
che fosse stato inutile trafiggere il fianco di Gesù, dacché egli era già
morto, ma v'era un'altra legge che bisognava rispettare. La legislazione
ebraica proibiva la consegna del corpo di un giustiziato ai familiari, ma i
Romani l'avevano abrogata ed avevano imposto la legislazione romana per cui il
corpo di un giustiziato poteva essere legalmente restituito al familiari purché
muniti di autorizzazione del giudice o del tribunale che aveva emesso la
condanna a morte; il carnefice però non poteva consegnarlo se non dopo essersi
assicurato della morte avvenuta, con un colpo che gli aprisse il cuore.
Fu
solo così che il carnefice poté consegnare il corpo di Gesù a Giuseppe d'Arimatea
(Mt. 27, 58; Mc. 15, 45; Lc. 23, 52).
Il
colpo di lancia inferto sul petto di Gesù ebbe un effetto strano: dalla ferita
uscì sangue ed acqua e probabilmente con tanta forza da non colare lungo il
corpo del Signore, ma da formare addirittura un getto che andò a cadere
discosto dal piede della croce. Bisogna dire che ciò non fosse mai stato visto
e che tutti se ne meravigliassero altamente, se san Giovanni nel raccontarcelo
sente il bisogno di chiamare come testimone Dio stesso. Dice infatti nel suo
Vangelo che "lui che ha visto, ne dà testimonianza e la sua testimonianza
è vera; ed Egli (Dio) sa che lui dice il vero perché anche voi crediate".
Fu dunque un fatto mai visto questa fuoriuscita di sangue ed acqua, un fatto
fuori dall'ordinario, grazie a Dio documentato dalla S. Sindone e che ci ha dato
modo di sapere esattamente di che cosa è morto il Signore in croce: in
seguito alla rottura del muscolo cardiaco il sangue era passato nel pericardio,
provocando la morte per tamponamento del cuore. Il pericardio dilatato
enormemente per la presenza di più di un litro di sangue quando, circa due ore
o più dopo, fu trafitto dalla lancia di Longino, spinse fuori violentemente
il sangue che già si era depositato e il siero che l'Evangelista Giovanni
chiama "acqua".
Il
cuore occupa una posizione mediana e anteriore, dietro il piastrone sternale;
mentre la sua
punta
è nettamente a sinistra, la sua base supera a destra lo sterno. I carnefici,
pratici del mestiere, dovevano sapere molto bene che il punto migliore per
raggiungere il cuore era il quinto o il sesto spazio e cioè lo spazio fra la
quinta e la sesta costa o fra la sesta e la settima costa. In quel punto la
lancia penetrando quasi orizzontalmente, perfora facilmente la pleura e un
lembo di polmone per raggiungere il pericardio e il cuore.
L'abbondanza
del sangue e specialmente la violenza con la quale esso uscì dalla ferita
furono dovute al fatto che dopo la rottura di cuore, tutta la colonna di sangue
della vena cava superiore premette, per il principio di Pascal, sul sangue che
si era riversato nel pericardio.
Invece,
dopo che il Signore fu deposto dalla croce, la ferita prodotta dalla lancia
continuò a sanguinare, senza violenza, per l'afflusso di sangue dalla vena cava
inferiore.
Nella
S. Sindone, all'altezza del quinto o del sesto spazio intercostale, a dodici
centimetri
dallo
sterno si vede una ferita di arma da taglio, ovale, lunga centimetri 4,4 e larga
cm. 1,5. (In recenti scavi furono rinvenute a Gerusalemme molte lance romane di
cm. 4 di larghezza).
Questa
lesione è importante perché permette di affermare in modo scientificamente
categorico che il Signore era realmente morto, come fa osservare anche il
Vangelo: "I soldati vedendo che Gesù era già morto, non gli spezzarono le
gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito uscì
sangue e acqua" (Gv. 19, 33-34).
La
ferita è nitida come sono le ferite fatte post mortem che non mostrano turgore
ai margini, non collabiscono, anzi tendono a retrarsi; ed infatti la ferita ha
la forma ellittica propria delle ferite che vengono fatte dopo la morte. Dalla
ferita si dipartono verso il basso, e cioè fin sotto l'arcata del torace,
sulla parete addominale, colature di sangue, per una lunghezza di almeno 15
cm. e la larghezza di 6 cm. Questo sangue mostra le caratteristiche del
sangue post-mortale: grumi aureolati di siero. Non è quindi omogeneo e sinuoso
come i rivoletti delle braccia e della nuca: segno che il cuore non pulsava più
e non alimentava più il progressivo formarsi dei rivoletti.
Il
margine interno di questa colatura è dentellato, con frastagliature
arrotondate che a primavista sembrano strane in una colata di sangue avvenuta in
un cadavere immobile e verticale quelle ondulazioni corrispondono al rilevarsi
delle coste e su ciascuna di esse alle digitazioni del muscolo grande dentato.
La
S. Sindone permette di constatare che molto "sangue e acqua" uscì con
violenza dalla ferita del costato. Questo fatto non ha avuto finora spiegazione
se non ammettendo che Gesù sia morto per rottura del cuore, lesionatosi in una
zona infartuatasi durante l'agonia nell'orto.
In
tale circostanza, infatti, il soggetto muore nel giro di pochi secondi, dopo
aver lanciato un grande grido.
Se
Gesù fosse morto per asfissia si sarebbe trovato in uno stato di
accasciamento e non avrebbe potuto né gridare né piegare il capo, già
infossato fra le braccia; poi sarebbe stato incosciente per lo svenimento che
sempre si accompagna all'asfissia.
Gesù
invece gridò e piegò il capo: quindi era in uno stato di sollevamento: e fu
forse questo suo ultimo sforzo di sollevarsi per respirare che gli procurò la
rottura del cuore. Dal cuore il sangue passò nel pericardio che si dilatò
enormemente e quando, circa due ore o più dopo, fu trafitto dalla lancia di
Longino, spinse fuori violentemente il sangue già depositato e il siero
(l'acqua).
L'impronta
meravigliosa della ferita al petto, all'altezza della sesta e settima costa, con
tutta la colatura della fuoruscita di sangue e acqua, non l'avremmo avuta se il
lenzuolo fosse stato semplicemente adagiato sul corpo del Signore. Per convincersene
si pensi alla posizione del braccio, proprio vicino alla ferita, si pensi alla
distensione del lenzuolo, specialmente in seguito alle legature delle due fasce
intorno al collo e all'altezza delle mani e si concluderà che solo un
avvicinamento intenzionale del lenzuolo poteva causare la formazione di questa
meravigliosa impronta e permettere quindi a noi la visione così nitida della
quinta piaga del Salvatore. Fu forse la Madre con le Sue Mani Benedette, in quel
momento di estremo saluto, ad aggiustare il lenzuolo sul corpo adorabile del
Figlio e darci così la possibilità di contemplare la piaga del costato.
I
nostri pittori hanno rappresentato la deposizione di Gesù dalla croce come
una tristissima cerimonia, però compiuta nella pace: Maria da una parte tiene
il braccio destro di Gesù nelle sue mani; Giuseppe d'Arimatea, dall'alto di una
scala, distacca il braccio sinistro del Signore, Nicodemo, inginocchiato a
terra, con una grossa tenaglia toglie il chiodo dei piedi. Era la scena che
veniva rappresentata nei drammi liturgici detti "Misteri".
La
realtà dov'è essere stata ben più triste. I minuti contati, la fretta per non
trasgredire la legge che imponeva non si toccassero cadaveri al sopraggiungere
del sabato, dominarono la mestissima cerimonia e, se accettiamo la tradizione
che S. Elena trovò la croce con i chiodi ancora attaccati, possiamo inferirne
che Gesù fu strappato a forza dalla croce per essere portato con la massima
fretta al sepolcro.
L'imminenza
del riposo sabatico.
Ogni
sabato presso gli Ebrei era preceduto da un giorno detto "di
preparazione" (parasceve) nel quale si doveva preparare tutto quanto poteva
servire al giorno dopo, non potendosi di sabato fare lavoro alcuno. Il sabato
andava dalla notte del venerdì alla notte del sabato. Per notte s'intendeva
l'apparizione in cielo della terza stella. Gli Ebrei erano aiutati
all'osservanza del riposo sabatico da tre suoni di tromba, emessi dal Tempio.
Al
primo suono si doveva smettere ogni lavoro dei campi; al secondo suono si
dovevano chiudere le botteghe, al terzo suono di doveva smettere di cuocere
cibi, e si accendevano le lampade. Dopo un piccolo lasso dl tempo seguivano
altri tre suoni per indicare il vero inizio del sabato. Questi ultimi tre suoni
venivano emessi circa un'ora dopo il tramonto, all'apparizione della terza
stella.
Nel
pomeriggio i Giudei chiedono a Pilato che siano rotte le gambe ai crocifissi
perché i loro corpi non potevano rimanere in croce all'inizio del sabato, che
era il grande sabato della Pasqua (Gv. 19, 31).
Pilato
acconsente; però a Gesù, essendo già morto, fu dato solo il colpo di lancia.
Solo "dopo questi fatti" Giuseppe d'Arimatea corre da Pilato a
richiedere il corpo di Gesù. Pilato chiama il centurione e assicuratosi della
morte di Gesù ne concede il corpo a Giuseppe (Mc. 15, 4345). Secondo la legge
ebraica la salma di Gesù avrebbe dovuto essere gettata nella fossa comune, ma i
Romani avevano imposto la loro legge che permetteva ai familiari di avere il
corpo di un condannato a morte.
Giuseppe
corre a comperare la sindone, mentre Nicodemo procura gli aromi. Ritornati al
Calvario doveva restar loro poco tempo, forse una mezz'ora, durante il quale
dovettero distaccare i piedi dal chiodo, disinnestare il patibolo, deporre il
corpo di Gesù per terra, togliere i due chiodi delle mani o forse sfilare le
due mani dai chiodi, trasportare la Salma al sepolcro posto nelle vicinanze,
ricomporla specialmente forzando le braccia ad incrociarsi sul corpo, disporre
la Salma sulla pietra ove era già stata preparata la sindone, riportare la
sindone dalla parte della testa sul davanti fino ai piedi, porre qualche benda
intorno al corpo di Gesù (Gv. 19, 40), rotolare la grande pietra sull'entrata
del sepolcro e ritornare in fretta a casa, perché - come ci dice S. Luca - le
tre stelle brillavano in cielo ed erano già quindi imminenti i tre squilli
che indicavano non tanto la fine di ogni lavoro (già avvenuta dopo il terzo
suono di tromba) quanto l'inizio del vero e sacro riposo sabatico. La lavatura
della salma, la rasatura del capo e della barba e le unzioni con aromi in uso
presso gli Ebrei, furono rimandate al giorno dopo il sabato.
Data
la rigidità cadaverica instauratasi poco dopo la morte, i due piedi, anche dopo
la deposizione, erano rimasti uno sull'altro, e cioè il sinistro sul destro,
così come erano stati sulla croce.
È
difficile dire in quale momento (se quando Gesù era ancora in croce appena
distaccati i piedi dal chiodo, o subito dopo il distacco di tutto il corpo dalla
croce, o quando Gesù fu deposto nel sepolcro), ma è certo che i due piedi
furono distaccati a viva forza dalla posizione che avevano quando Gesù fu
crocifisso. Questo fatto è dimostrato con evidenza dalla S. Sindone ed è
stato scoperto dall'illustre sindonologo Mons. Giulio Ricci. Su tutti e due i
piedi infatti sono conservate le impronte delle due mani che li hanno
distaccati: il piede sinistro porta le impronte di una mano destra e il piede
destro di una mano sinistra. Di ogni mano si vedono solo il mignolo, l'anulare e
il medio, essendo le altre due dita l'indice e il pollice, occupate
nell'abbracciare la parte opposta del piede per dare stabilità alla stretta.
È
una colatura che ha le stesse caratteristiche e la stessa provenienza della
colatura del costato: macchia tendente al rosa, di sangue misto a sierosità
che parte da destra e si divide in vari rivoli fino a raggiungere il fianco
sinistro.
Si
formò quando il corpo del Signore venne posto in posizione orizzontale, e dalla
ferita del costato uscì anche sangue proveniente dalla vena cava inferiore.
Questo sangue dov'è essere in notevole quantità e uscire anche durante il
trasporto al sepolcro. Quello che aderì alla pelle diede l'impronta che
osserviamo.
Si
legge nel S. Vangelo: "Giuseppe d’Arimatea che aveva comperato un
lenzuolo, calò (il corpo di Gesù) dalla croce e lo depose in un sepolcro scavato
nella roccia (Mc. 15, 46) dopo averlo, insieme a Nicodemo avvolto nel lenzuolo e
in bende insieme ad aromi"; (Gv. 19,40).
Il
corpo del Signore non fu cosparso di aromi in polvere, la quale avrebbe coperto
e fatto sparire le tracce di sangue e neppure fu unto con balsami che avrebbero
prodotto una sola macchia uniforme. Invece gli aromi e specialmente il natron,
un carbonato di sodio che veniva importato dall'Egitto, furono sparsi sotto
la Sindone e sopra di essa, dopo che era stata rivoltata sul corpo di Gesù.
Abbondanti tracce ne sono state ritrovate nel retro della Sindone.
Le
cento libbre di mirra e di aloe, circa 35 chili, portate da Nicodemo, secondo il
costume ebraico furono abbondantemente cosparse ovunque, sulle pareti del
sepolcro, omaggio profumato al Defunto per favorirne la conservazione; e
minutissima polvere di aloe e di mirra si trova fra le fibre della Sindone.
Mentre
le braccia di Gesù furono a viva forza portate dalla posizione che avevano
assunto in croce, alla posizione che ci indica la S. Sindone, fortunatamente per
noi la testa fu lasciata nella posizione che aveva conservato per la rigidità
cadaverica così che noi abbiamo il documento che Gesù morì cosciente e non
per tetania, la quale lo avrebbe fatto svenire prima che morisse e non avrebbe
permesso il ripiegamento della testa che sarebbe rimasta invece infossata fra le
due spalle.
Come
già detto a suo luogo, ci vogliam porre qui alcune domande che nascono dalla
presenza della Madre di Gesù:
Fu
la Madre Sua che non volle che la testa subisse il trauma di essere raddrizzata?
Non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo. Fu Lei ad accomodare i bei capelli
intorno al Volto del Figliolo, capelli che sono l'unica cosa in ordine sul corpo
martoriato del Signore?
E
probabilmente dobbiamo pure a quelle Mani Benedette se nella S. Sindone si è
prodotta la meravigliosa impronta della ferita al fianco, con tutta la colatura
di sangue ed acqua. Infatti, se il lenzuolo fosse stato semplicemente adagiato
sul corpo del Signore l'impronta della ferita della lancia non avrebbe potuto
formarsi. Ma quale Madre davanti al figlio morto, non gli pone la mano sul
petto, quasi per assicurarsi che il cuore del figlio non batte più?
Noi
pensiamo che Maria fece ciò aggiustando il lenzuolo sul corpo adorabile del
Figlio, dandoci così la possibilità di contemplare la quinta piaga, la piaga
del costato, che ci ha rivelato la causa della morte del Salvatore.
I
due piedi presentano i talloni divaricati e gli alluci vicini, posizione
contraria a quella che normalmente assumono i cadaveri e cioè talloni uniti e
alluci separati. Ciò è spiegato dal fatto che la rigidità cadaverica li ha
fissati nell'atteggiamento che avevano in croce, quando furono posti uno sull'altro
per essere crocifissi con un sol chiodo.
Un
sudario (o grande fazzoletto) fu posto intorno al volto al di sopra della
Sindone, per evitare che la bocca s'aprisse; poi furono fatte due o tre
fasciature tutt'intorno al corpo.
Una
volta chiusi gli occhi dei loro defunti gli Ebrei usavano mettere sulle palpebre
abbassate due monete.
Anche
sugli occhi di Gesù furono poste e la S. Sindone ce lo ha rivelato. Si tratta
di impronte di monete coniate fra il 29 e il 32 dell'era di Cristo da Pilato e
conosciute dai numismatici per due errori nel nome in greco dell'imperatore
Tiberio. Vi si leggeva infatti, TIBERIU CAISAROS invece di TIBERIOU KAISAROS.
Dopo il 32 ci fu un'altra emissione della stessa moneta ma la dicitura fu
corretta.
Un
altro commovente particolare ci mostra la S. Sindone: Gesù ha la bocca
semiaperta, quasi che la morte l'abbia fissata nel suo ultimo grido non finito,
perché stroncato dalla rottura del cuore. Che cosa gridò Gesù? Voleva forse
gridare "Mamma" e la morte gli impedì di finire la parola? Se si
pensa che tutti i nostri cari muoiono invocando la mamma si può pensare che
anche l'ultimo pensiero di Gesù sia stato per la sua SS. Madre.
Maria
aveva sentito quel grido ed ora vedendo la bocca del suo Figliolo semiaperta,
dovette uscire dal sepolcro con quello straziante grido nella sua mente e nel
suo cuore.
Usciti
dal sepolcro e rotolata la grande pietra che ne ostruiva l'entrata, la mesta
comitiva si affrettò a ritornare a casa, perché, come ci dice S. Luca,
"già brillavano in cielo le luci del sabato" (Lc. 23, 54) ed erano
quindi imminenti i tre squilli di tromba che indicavano non tanto la fine del
lavoro (già avvenuta precedentemente in seguito ad altri squilli), quanto
l'inizio del vero sacro riposo sabatico.
La
lavatura della salma, la rasatura del capo e della barba e le unzioni con aromi,
proprie dei riti degli Ebrei di cui discepoli e pie donne "erano molto
preoccupati" (Lc. 23, 56) furono rimandati al giorno dopo il sabato: ma il
Padre che è nei Cieli aveva disposto diversamente e Maria, la Madre di Gesù,
attese in preghiera il momento della resurrezione del suo Figlio.
Il
corpo del Signore non rimase avvolto nel lenzuolo per un periodo superiore
alle 30-40 ore; ciò è comprovato dalla totale mancanza di tracce di processi
putrefattivi. Questa mancanza assoluta di ogni segno di decomposizione
cadaverica è una constatazione comprovata da tutti i più recenti studi. La S.
Sindone è quindi una prova indiretta dell'avvenuta resurrezione di Cristo: se
Cristo non fosse risorto, la Sindone si sarebbe alterata, come sempre avviene
nelle tele che avvolgono salme inumate.
Ma
la Sindone non reca neppure tracce di striature, che si sarebbero verificate
se essa fosse stata distaccata dal corpo di Cristo nel modo consueto, naturale.
Il corpo dovette sparire dalla Sindone, lasciandola immutata nella sua
posizione, perché le impronte delle ferite e dei coaguali sono rimaste intatte
e non sono strusciate come sarebbe avvenuto se la salma fosse stata mossa.
Il
decalco perfetto comprova pure che il lenzuolo non fu tolto dal corpo con
l'aiuto di liquidi emollienti.
Sembrerebbe
che il corpo sia come sparito dall'interno della Sindone, in un istante, al
momento della Resurrezione.
Ed
infatti nel Vangelo di S. Giovanni si legge che quando questo Apostolo entrò
nel sepolcro vide "otbonia keimena" cioè "i lini appiattiti,
afflosciati" come se il corpo che essi avevano contenuto si fosse
volatilizzato, fosse scomparso, e vide anche che: "Il sudario (o
fazzoletto, o mentoniera) che era stato aggiustato alla testa, non era afflosciato
come i lini, ma distintamente avvolto e arrotolato al suo posto" (Gv. 20,
6-7) così come era stato posto intorno alla faccia del Signore.
Allora
dice il Vangelo "vidit et credidit"; dopo aver visto credette. Che
cosa vide e che cosa credette? Vide i lini intatti nella posizione in cui li
avrebbe lasciati un corpo che avesse preso la proprietà dello spirito, e
credette nella Resurrezione del Signore. (Gv. 20, 8-9).
In
altre parole il corpo che la Sindone conteneva si era come
"smaterializzato" di colpo, passando altraverso la tela senza
smuoverla.
La
S. Sindone, quindi, non ci rivela soltanto le sofferenze e la morte di Gesù, ma
forse anche ci conferma il mistero della Sua Resurrezione, e non è improbabile
che proprio a ciò pensasse S. Cirillo di Gerusalemme quando, nel 348, invitava
i suoi fedeli "a guardare il sepolcro vuoto e i lini" come prova della
Resurrezione di Gesù.
Dopo
la morte del Signore, la sua croce, la tavola del titolo, le croci dei ladroni e
i chiodi furono interrati perché per legge erano ritenuti oggetto di impurità
legale. L'imperatore Adriano, nel primo secolo d.C., dopo aver coperto la cima
del Golgota e livellata la valletta del sepolcro con materiale di riporto, aveva
circondato il luogo con un grande muro, e sulla spianata aveva edificato un
tempio a Venere e Giove. L'imperatore Costantino fece demolire il tempio e
rimuovere il materiale di riporto fino a ritrovare il livello originario. Nel
frattempo arrivò a Gerusalemme l'ottuagenaria imperatrice Elena, madre di
Costantino, che avendo individuato il posto ove da una famiglia si sapeva che
erano state sepolte le croci, fece scavare finché esse non emersero. Per
distinguere la croce di Gesù, sembra che sia servita del titolo, ma si narra
anche il miracolo di una donna ammalata guarita al contatto della vera croce.
E i chiodi, come poté distinguerli da quelli usati per i due ladroni? C'è chi
ha supposto che i chiodi fossero ancora attaccati alle croci perché, data
l'imminenza
del
sabato, i corpi morti del Signore e dei due ladroni non potendo restare
attaccati alla croce, furono violentemente strappati. Due chiodi Elena regalò
al figlio; il quale con uno fece un cerchietto per il suo elmo, oggi conservato
a Monza (Corona Ferrea) e usò l'altro come freno per il suo cavallo, ed è oggi
conservato nel duomo di Milano. Il terzo chiodo Sant'Elena lo portò con sé a
Roma, e si conserva nella Basilica Sessoriana che era il salone di ricevimento
del suo palazzo (Sessoriam) poi trasformato nella chiesa oggi chiamata di
Santa Croce in Gerusalemme.
"Più
che un'immagine è una presenza". (Paul Claudel)
La
S. Sindone ci rivela un volto bello ed imponente.
"Quando
Gesù cominciò a predicare aveva circa 30 anni" ci dice S. Luca (Lc.
3-23).
Nella
Sindone Gesù appare più vecchio, ma si tenga presente che è il ritratto di un
uomo suppliziato, che ha subito torture, percosse e sofferenze inenarrabili,
sforzi e fatiche inaudite.
2
FIGURE DEL PROF TAMBURELLI di pag. 94 libro grosso
il
Prof. Tamburelli ha sottoposto il volto della Sindone ad un lavaggio elettronico
che attenuasse o cancellasse i segni del sangue e delle ferite, senza togliere
eventuali rughe, le borse sotto gli occhi ecc.
Questo
lavaggio ha rivelato un viso di austera bellezza, giovane, dai lineamenti
ebraici: il naso è lievemente ricurvo, la bocca piccola, la fronte alta e
liscia, un volto di una bellezza severa, di un uomo sui 30 anni.
Sebbene
orribilmente straziato, esso conserva un'attrattiva che rapisce per la sua
incomparabile bellezza, commuove pei segni di uno straziante dolore fisico e
morale, forse soprattutto morale, soggioga perché è il volto di Dio fatto
Uomo.
Su
di esso sono soffusi sentimenti di dolore calmo e rassegnato, di tristezza dolce
e mite, uniti ad un atteggiamento di serenità e di sovranità... Un volto
simile, così espressivo, non si è mai visto su nessuna tela...
"Il
Volto dell'Uomo della Sindone rappresenta ciò che v'è di più commovente nel
campo dell'arte... Ciò che traspare meglio su questa nobile fisionomia così
tremendamente martoriata è un senso di straordinaria pace, di solennità
unita a dolce serenità e a calma profonda che rapisce sempre più ". (E.
Faure).
"Volto
di ineffabile e pacata bellezza, e d'una maestà veramente sovrumana".
(Daniel Rops).
Da
questo volto traspare la divinità e si prova la sensazione che questo sia il
ritratto di Gesù. "Nessun'opera potrà mai rendere l'espressione del divin
volto della Sindone, con i suoi molteplici e opposti sentimenti di dolcezza e di
forza, di nobiltà e umanità, di serenità e tristezza, di vitalità pulsante
sotto le sembianze della morte... È il Cristo morto e vivo, pieno della maestà
del giudice, dell'eroismo del martire, della dolcezza dell'amico; è il Cristo
della passione e del Calvario, il Cristo trionfante sulla morte, il Cristo
dell'amore, della misericordia e della vita eterna". (Noguier
de Malijay).
Abbiamo
studiato con amore questo documento spettacolare che è la S. Sindone. Il suo
messaggio è semplice: il Signore si è incarnato, ha vissuto fra noi, è
morto, è risorto.
Proprio
a noi, alla generazione moderna, che tutto vuol vedere e toccare con mano, che
di tutto vuol rendersi conto, la Divina Provvidenza ha riserbato ed ha rivelato,
attraverso la fotografia e la scienza, questo documento sconvolgente, vero e
reale che è la S. Sindone.
In
essa abbiamo potuto vedere, toccare, documentare, quanto già i S. Vangeli ci
avevano insegnato intorno alla passione, all'agonia e alla morte del Signore.
Momento per momento, la S. Sindone ci ha messo sotto gli occhi quanto il nostro
caro Signore ha sofferto per noi nella flagellazione, nella incoronazione di
spine, durante la via al Calvario, nella crocifissione, nell'agonia in croce,
fino a quando esalò l'ultimo respiro, documentato dai copiosi fiotti di sangue
sgorgati dalla ferita del costato.
Perciò
il S. Padre Paolo VI ha potuto dire: Gesù non ba scritto nulla, ma è rimasto
con noi nell'Eucaristia, nella Gerarchia, nei poveri, e in questo mirabile
documento della Sua passione e morte scritto a caratteri di sangue.
L'antichità
rifuggì dal rappresentare il Signore umiliato e sofferente nelle scene della
Passione. Si preferivano i simboli: l'agnello, il pesce, la croce gemmata;
oppure il Cristo era rappresentato o come un maestro in atto di insegnare, o
come il re del cielo posto su un arcobaleno iridato simbolo dei Cieli.
Solo
nel secolo sesto si diffonde l'immagine di Cristo Crocifisso, però il Signore
è sulla croce non sofferente ma in atteggiamento di vincitore; è vestito, con
gli occhi aperti.
A
sostenere questo stato di cose contribuiva anche l'eresia che sosteneva che
Cristo non aveva un corpo umano reale, ma solo apparente (i Doceti) e una sola
natura, quella divina (i Monofisiti).
Fu
il Concilio Trullano dell'anno 691 che, travolgendo perplessità e indugi,
prescrisse nell'articolo 82 "che la figura di Cristo nostro Dio sia
innalzata e dipinta anche nelle immagini, sotto forma umana, invece dell'antico
agnello, di modo che, comprendendo il valore profondo dell'umiliazione del
Verbo di Dio, siamo indotti a ricordarci anche della sua vita terrena, della sua
passione divina, della sua morte salutare e della redenzione".
In
tal modo la Chiesa affermò la via della verità, a differenza degli eretici che
continuarono a rappresentare la Croce senza il Signore Crocifisso, come i
Nestoriani in tutta l'Asia e i Copti in Abissinia.
La
situazione poi era peggiorata in Palestina dal fatto che il possesso di un
lenzuolo funebre costituiva il delitto "di impurità legale"
severamente punito, e supponeva un altro delitto non meno grave, quello di
"violazione di sepolcro".
È
logico che, per queste circostanze, sia in Oriente che in Europa era
inconcepibile un culto pubblico della S. Sindone: ciò non toglie però che la
sua esistenza sia confermata da varie prove:
Nel
II secolo la troviamo menzionata in due Vangeli apocrifi. In uno, il
"Vangelo di Matteo" detto anche "Vangelo degli Ebrei" si
legge che "il Signore stesso, dopo la resurrezione, affidò la Sindone al
servo del Sacerdote del Tempio". Questo passo viene ricordato nel suo
"De viris illustribus" da S. Girolamo che tradusse dall'aramaico in
greco e in latino tale Vangelo: esso testimonia la convinzione, comune in quel
tempo, che la Sindone fosse religiosamente conservata. L'altro Vangelo apocrifo,
pure esso del secondo secolo che menziona la Sindone è il "Vangelo dei
Dodici Apostoli" detto anche "Gesta Pilati".
Dopo
l'editto di Costantino (313) la S. Sindone viene nominata ed esposta
pubblicamente. Ne sia prova una omelia di S. Cirillo (315-387) vescovo di
Gerusalemme, nella quale egli dice ai suoi fedeli "Quanto il Signore abbia
sofferto nella sua Passione noi possiamo vederlo nei suoi lini funerari che
conserviamo in questa nostra chiesa", cioè nella Basilica Costantiniana
del S. Sepolcro. Tale omelia è dell'anno 348.
Che
la Chiesa fosse a conoscenza che i lini della Passione del Signore erano
gelosamente conservati se ne ha una prova nel fatto che Papa Silvestro, al
Concilio provinciale tenutosi a Roma alla terme di Traiano nel 325, alla
presenza dell'imperatore Costantino e di 267 vescovi, stabili che "Il
santo sacrificio della Messa fosse celebrato su una tovaglia di lino consacrata
dal Vescovo come se lo fosse sulla Sindone monda di Cristo ". (Labbè, Sacr.
Concilia, p. 1542).
Nel
500 d.C. l'imperatore Giustiniano mandò "esperti" a Gerusalemme perché
misurassero esattamente la statura di Gesù, per far costruire una croce da
sistemare in Santa Sofia. Sembra logico pensare che si poteva fare ciò soltanto
servendosi della Sindone.
Nell'Itinerarium
di Antonio Piacentino, che visitò i Luoghi Santi attorno all'anno 570, si dice
che in un piccolo monastero rupestre di suore di clausura vicino al Giordano,
veniva conservato "il Sudario che fu sulla fronte del Signore".
San
Braulio, vescovo di Saragozza, morto nel 651, parla della colonna della
flagellazione dicendo che anche S. Girolamo la vide e descrisse e aggiunge:
"Intorno ai lini e alla Sindone con cui è stato avvolto il corpo del
Signore so che esistono, pur non conoscendone lo stato di conservazione; ma non
è possibile pensare che ci sia stata trascuratezza nel conservare per i tempi
futuri le reliquie conservate fin dal tempo degli Apostoli".
Nel
secolo ottavo, nel Prefazio del sabato dopo Pasqua del Messale Mozarabico, usato
in Spagna, si legge: "Pietro vide le recenti tracce lasciate sopra i
pannolini del Morto che era risorto ".
Già
si è accennato che l'immagine del Salvatore dovette formarsi nella Sindone solo
in seguito all'invecchiamento del tessuto di lino. Ciò spiega forse perché
parlando della Sindone non si accenni mai, nei documenti su accennati,
all'immagine del Signore.
Ch'io
sappia, la prima volta, è nella relazione del pellegrinaggio fatto nel 670 dal
monaco Arculfo, relazione redatta dal monaco Adamanno. Vi si parla di due
reliquie venerate a Gerusalemme: la prima è un Sudario conservato in uno scrigno
avvolto in un'altro panno di lino, che Arculfo vide e baciò insieme a una
grande moltitudine di persone adunate nella chiesa. L'altra è "un altro
lino più grande molto venerato anche perché lo si riteneva tessuto dalla
Madonna; in tale lino sono ricamati i nomi dei dodici Apostoli e nel mezzo
figura la stessa immagine del Signore; esso da una parte è di colore rosso e
nel retro è di colore verde". Per i nomi dei dodici Apostoli si può
pensare ad una fascia posta intorno al lenzuolo con i nomi ricamati, fascia non
giunta fino a noi, mentre pel colore verde del retro del lenzuolo è
interessante il fatto che la Sindone è giunta a noi protetta nel retro da un
lino di color verde.
Non
si conoscono con esattezza le vicende storiche durante il periodo dell'ottavo
e nono secolo. Sembra che durante le invasioni persiane ed arabe in Palestina,
la S. Sindone sia stata portata al sicuro ad Edessa nell'Anatolia. Ciò fu
provvidenziale perché in tal modo essa poté sfuggire alle distruzioni di
immagini che si fecero nell'impero bizantino durante le persecuzioni
iconoclaste.
Nel
sec. X v'è la testimonianza di Epifanio Monaco che nel suo Hagiopolitae ci
assicura che la Santa Sindone era a Gerusalemme. "A Gerusalemme - egli
scrive - sono conservate le reliquie della Passione: lancia, spugna, canna,
corona di spine e la Sindone".
Finalmente
il 16 Agosto 944 la S. Sindone fu portata a Costantinopoli. L'entusiasmo dei
fedeli fu enorme ed ogni anno il popolo ricordava quel giorno con una
solennissima festa.
Ogni
venerdi la S. Sindone veniva esposta ai fedeli in modo che l'impronta del
Signore si vedesse in piedi: da qui nacque la falsa notizia che Cristo fosse
zoppo perché la Sindone ci mostra la gamba sinistra più corta in quanto ancora
nella posizione flessa assunta durante la crocifissione, fu così che in
Oriente, nelle Croci, fu posto un suppedaneo obliquo.
Sappiamo
anche che alle Blacherne di Costantinopoli veniva distribuita una fettuccia
riproducente la lunghezza della figura sindonica. È da allora che il volto di
Gesù viene copiato dalla S. Sindone e copie si diffusero in tutta l'Europa
facendo da modello ai mosaicisti di Roma e della Sicilia. Per capire ciò si
ricordi che la Chiesa Ortodossa proibiva di "inventare" immagini
religiose: si poteva solo ripeterle dalle copie derivate dall'originale. Il S.
Volto della Sindone fu ritenuto originale e perciò divenne il modello per
secoli di tutte le icone bizantine. Se ne trova già una, risalente al VI sec.,
nel Monastero di S. Caterina sul Sinai e dopo il sec. VII, il Volto sindonico si
trova perfino coniato su alcune monete di Costantinopoli.
Nel
1204 la S. Sindone si trovava ancora "nella cappella imperiale delle
Blacherne a Costantinopoli ed ogni venerdì veniva esposta per diritto, in modo
che si poteva veder bene la figura di Cristo". Così scrisse Roberto di
Clary che ne fu testimone oculare. Roberto di Claiy un anno dopo prese parte
alla conquista di Costantinopoli e sappiamo che il Vescovo di Troyes, Garnier
de Trainel, fu incaricato di custodire le reliquie della Cappella imperiale
di S. Maria della Blacherne.
Roberto
di Clary, ritornato in Francia, scrisse le sue memorie che, fortunatamente per
gli studiosi, furono scoperte agli inizi di questo secolo e subito pubblicate
dall'editore Lauer a Parigi nel 1924 col titolo: La conquète de Constantinople.
A pag. 90 di dette memorie si legge che nella basilica delle Blacherne era
conservata la Sindone del Signore, ma che durante il saccheggio della città
essa era sparita.
Ultimamente
è stato scoperto un documento per noi estremamente interessante: è una lettera
del 1205 con la quale Teodoro Angelo, membro della Famiglia Imperiale di
Costantinopoli, prega il Papa perché si adoperi affinché la S. Sindone sia
restituita a Costantinopoli.
Non
è improbabile che sia stato il vescovo di Troyes, Garnier de Trainel a voler
mettere la S. Sindone al sicuro in occidente e naturalmente in Francia, dopo una
breve sosta ad Atene.
Un
"familiare" non meglio identificato, di tale vescovo, ritornato in
Francia, sposò una damigella della famiglia dei Conti di Charny e dal 1206 al
1350 sembra che la Sindone sia stata sempre conservata a Besançon, o presso
questa famiglia di cui esiste uno stemma con la riproduzione della Sindone, o
presso altre famiglie della cerchia dei Templari, i quali furono anche accusati
di avere un culto segreto pel Volto Santo.
Nel
1349, mentre la Sindone era conservata nella Cattedrale di Besançon, subì un
primo incendio, le cui tracce sono visibili nella copia della S. Sindone
eseguita dal Durer nel 1516.
Nel
1349 sembra che il Conte Goffredo di Charny, signore di Lirey, abbia avuto una
specie di conferma del possesso della Sindone da parte del re Filippo di Valois.
È un fatto che, in quel tempo, egli fa costruire a Lirey una chiesa collegiata
alla quale dona la S. Sindone perché vi sia conservata.
Essa
vi rimase fino al 1418 dopo il quale anno, in seguito a guerre, subì vari
spostamenti.
Sempre
in possesso dei Conti di Charny la ritroviamo a Chambery portatavi da Caterina
di Charny che la donò alla duchessa Anna di Lusignano, figlia del re di Cipro e
moglie di Ludovico di Savoia. Ciò avvenne dal 1448 al 1453 e da allora la S.
Sindone fu sempre proprietà di casa Savoia. Nella magnifica cappella del
palazzo ducale di Chambery ove essa fu custodita dal 1467 al 1578, subì, il 4
dicembre 1532, un secondo incendio, che per poco non la distrusse.
Nel
1535 il duca di Savoia Carlo III, per metterla al sicuro durante la guerra fra
l'imperatore Carlo V e il re di Francia Francesco I, la portò a Torino, di dove
il duca Ernanuele Filiberto nel 1561 la riportò a Chambery, dove si era
stabilito. Di lì, lo stesso duca, nel 1578, la riportò a Torino per esaudire
il desiderio dell'Arcivescovo di Milano, il Cardinale S. Carlo Borromeo, che
aveva fatto voto di andare a venerarla; poi, avendo il duca fissata la sua
residenza a Torino, la Sindone non fu più riportata a Chambery, ma rimase a
Torino.
A
Torino, su disegni del Guarini, fu costruita, dietro 1'altar maggiore della
cattedrale, una cappella con una cupola alta 65 m. inaugurata nel 1694. Il
Guarini religioso teatino (1624-1683) era stato missionario in India e mise
nella sua cupola motivi orientali.
Il
lungo itinerario compiuto dalla S. Sindone è documentato anche dai pollini
trovati fra le fibre del tessuto, visibili con microscopio elettronico a 36.000
ingrandimenti. In essa, infatti, furono trovati pollini di 25 piante di
Gerusalemme e di 11 piante del Mar Morto; pollini di 18 piante dell'Anatolia
ove, a Edessa, la S. Sindone fu messa al sicuro durante le invasioni persiane e
arabe dopo il V sec.; pollini di 11 piante di Costantinopoli, ove la Sindone
rimase dal 944 al 1205; indi pollini di 19 piante della Francia Centrale,
pollini di 13 piante della Savoia e pollini di 16 piante del Piemonte.
Poniamo
termine al nostro breve studio, riportando un prezioso documento: il brano di
una lettera, databile intorno al 73 d.C., che il filosofo siro Mara Bar
Serapione, scrisse al figlio, studente in Edessa: "Che vantaggio han tratto
gli Ateniesi dall'aver ucciso Socrate, misfatto che dovettero pagare con la
carestia e con la peste? Oppure quelli di Samo dall'aver arso Pitagora, se poi
il loro paese fu in un attimo sepolto dalle sabbie? O gli Ebrei dall'esecuzione
del loro saggio Re, poiché da quel tempo furono spogliati del loro regno ? Un
Dio di giustizia fece infatti vendetta di quei tre saggi. Gli Ateniesi morirono
di fame, quelli di Samo furono sommersi dal mare, gli Ebrei vennero uccisi e
scacciati dalla loro terra a vivere dispersi per ogni dove. Socrate non è
morto, grazie a Platone, e nemmeno Pitagora a causa della statua di Era. Né il
Re saggio, grazie alle nuove leggi da lui promulgate".
Che
il Signore Gesù, morto una volta per noi, possa sempre rivivere nei nostri
cuori con l'osservanza delle sue leggi.
A
parte il fatto che il risultato dei tre laboratori sul C14 sia stato valutato da
una sola persona, il Dott. Tite del British Museum, senza possibilità di
controllo da parte di alcuno e che, contrariamente all'accordo preciso, il
risultato degli esami sarebbe dovuto rimanere segreto fino alla comunicazione
ufficiale del Card. Ballestrero (mentre tempo prima v'era stata un'incredibile
fuga di notizie), risulta a tutti chiaramente che questo esame al C14 è troppo
in contrasto con le scienze (e sono una decina) che hanno dimostrato l'antichità
della Sindone.
Io
vorrei qui sottolineare la scarsa attendibilità dell'esame al C14.
Dico
subito che non è mia intenzione contraddire i risultati degli esami al C14,
ma mi preme notare che la storia riporta incredibili errori degli esami al C14.
Il
C14 si trova nell'atmosfera e tutti i viventi, siano essi vegetali o animali o
uomini, lo incorporano: i vegetali dall'atmosfera; gli animali e gli uomini
mangiando vegetali e animali.
Con
la morte del vivente non solo cessa l'incorporazione del C14, ma se ne inizia
l'emissione che dura migliaia e decine di migliaia di anni, a seconda del tipo
di organismi e dell'ambiente nel quale si trovano. La quantità di C14 esistente
in un organismo può darci un'idea dell'età di tale organismo.
Tale
esame deve però tener conto di un tal numero di circostanze variabili che il
risultato finale è quasi sempre mal sicuro. Così dovremmo sempre essere
certi che la quantità di C14 presente nell'atmosfera sia sempre costante, che
il magnetismo terrestre non abbia subìto variazioni, come pure che sia sempre
stato invariato l'afflusso dei raggi cosmici, affluso che varia notevolmente con
la esplosione delle super-nove in cielo e delle bombe atomiche sulla
terra.
Per
tutti questi motivi, nei bollettini scientifici vengono spesso segnalati errori
madornali di esami fatti col C14, come quello condotto su gusci di lumache
ancora viventi che risultarono vecchie di 26.000 anni (da "Science",
n. 22, 1984) o quello (cfr. "Antartic Journal" Sett.-Ott. 1971)
condotto su una foca uccisa da poco, che risultò morta da 1.300 anni!
Il
prof. W Wolfli, direttore del laboratorio di Zurigo (uno dei tre laboratori che
hanno esaminato la Sindone) ha sottoposto all'esame del C14 una tovaglia
tessuta da sua suocera 50 anni prima ed ha avuto il responso che la tovaglia era
vecchia di 350 anni. Il professore si scusò dicendo che l'errore era forse
dovuto all'uso di detersivi...
Lo
stesso prof. Michael Tite, già ricordato, ha dichiarato che una sola radiazione
anomala sulla Sindone può invalidare l'esame del C14. Si pensi quindi se tale
esame poteva essere effettuato sulla Sindone considerando alcuni fatti ai quali
qui vogliamo solo accennare:
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La Sindone fu per secoli esposta al fumo delle candele.
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Spessissimo fu baciata e toccata dalle mani dei fedeli.
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Il 14 aprile 1503, a Bourg-en-Bresse, alla presenza di tre Vescovi la Sindone fu
sottoposta alla cosiddetta "ordalìa" (o prova del fuoco): fu immersa
nell'olio bollente per provare la sua autenticità e l'indelebilità delle sue
impronte. Quali effetti ha potuto avere ciò sui risultati dell'esame al C14?
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Nella notte del 3 dicembre 1532, a Chambery, la Sindone, chiusa in una cassetta
rivestita d'argento subì un terribile incendio che fuse un angolo della
cassetta e tutti gli angoli della Sindone che era ripiegata e che si trovavano
in quell'angolo. Tutta la Sindone non si incenerì per mancanza di ossigeno, ma
chi può dire quali alterazioni subì la stoffa racchiusa ad un calore di
quasi 1.000 gradi C?
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Le Suore Clarisse che ne curavano la manutenzione erano solite lavarla ogni
10-20 anni con lisciva: può ciò aver alterato l'esito dell'esame?
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Durante i 42 giorni della ostensione a Torino dal 27 agosto all'8 Settembre
1978, dentro la teca che conteneva la Sindone furono immessi, e vi rimasero per
tutto quel tempo, circa 300 metri cubi di azoto puro. Può avere anche questo
disturbato l'esito dell'esame al C14? E, subito dopo l'ostensione, la Sindone
fu sottoposta per 120 ore consecutive al più spietato esame scientifico della
storia: fu fotografata ai raggi X e ai raggi ultravioletti, per un totale di
6.000 fotografie ravvicinate, subendo un massiccio bombardamento di radiazioni
elettroniche!
Tutto
ciò conforta a sperare che l'esame al C14 venga rifatto tenendo conto di tutte
le contaminazioni che la santa Sindone ha subìto attraverso due millenni: se
l'esame sarà serio, avremo allora - ne siamo certi - una ulteriore prova della
sua antichità e autenticità.
O
signore, che hai lasciato i segni della Tua presenza quaggiù e i pegni
evidenti del Tuo amore nella santissima Sindone, che avvolse il Tuo adorabile
Corpo dopo la deposizione dalla Croce, per i meriti della Tua Santa Passione e a
motivo di questo venerabile lino che servì per la Tua Sepoltura, concedici
misericordiosamente, Te ne preghiamo, che nella Resurrezione anche noi possiamo
partecipare a quella gloria, nella quale Tu regnerai per tutta l'eternità.
Così sia.
Preghiera
inserita da Pio XI nel Breve Apostolico del 23 marzo 1934.