LA PASSIONE DI GESU’ RIVELATA DALLA MADONNA A MARIA D’AGREDA

Tratto dalla: "MISTICA CITTA' DI DIO"

LIBRO SESTO CAPITOLO 9

Il giovedì della cena, a Betania, il Redentore prende conge­do dall'augusta Signora per andare verso la croce; ella gli chiede di poter ricevere la comunione al momento stabilito, e lo segue a Gerusalemme con Maria di Màgdala e altre san­te donne.

1141. Continuando a narrare questa Storia, ricordo che abbiamo lasciato Cristo a Betania, dopo il ritorno da Ge­rusalemme alla sera del suo trionfo. Ho già anticipato quel­lo che fecero i demoni prima che egli fosse consegnato ed altre cose che conseguirono dal loro conciliabolo inferna­le, nonché dal tradimento di Giuda e dal consiglio dei fa­risei. Torniamo ora a ciò che avvenne in tale località, do­ve, nei tre giorni che passarono dalla domenica delle pal­me al giovedì, la Vergine assistette e servì sua Maestà. Que­sti trascorse con lei tutto il tempo, eccetto quello che im­piegò a predicare nel tempio il lunedì e il martedì; il mer­coledì, infatti, non vi salì, come ho già detto. Durante ta­li ultimi viaggi istruì più diffusamente e in maniera più chiara i discepoli circa i misteri della redenzione. Ciascu­no di essi, però, pur udendo gli insegnamenti e gli avver­timenti del suo Maestro, non corrispondeva se non secon­do la disposizione con cui li accoglieva e secondo gli ef­fetti suscitati nel proprio intimo. Rimanevano sempre piut­tosto lenti nel capire e, deboli quali erano, dopo il suo ar­resto non misero in atto ciò che si erano offerti di fare.

1142. Nell'imminenza della sua uccisione, il Signore si intrattenne con Maria beatissima su quanto stava per rea­lizzare e sulla legge di grazia, comunicandole arcani così su­blimi che molti di essi ci resteranno nascosti finché non lo vedremo nella patria celeste. Di quelli che ho conosciuto, posso esprimere assai poco; asserisco, però, che egli depo­sitò nelle profondità della prudentissima colomba tutto ciò che Davide definisce sapienza di Dio, cioè la sua opera "ad extra" più mirabile, il nostro riscatto e la glorificazione de­gli eletti, ad esaltazione del suo nome. Le ordinò quanto avrebbe dovuto fare durante il suo supplizio e al momento della morte che andava ad accettare per noi, e la preparò con nuove illuminazioni. In questi colloqui, l'Unigenito pre­se a rivolgersi a lei nel modo grave e solenne proprio di un sovrano, data l'importanza di ciò di cui trattavano, facendo cessare del tutto le manifestazioni di affetto caratteristiche del figlio e dello sposo. L'attaccamento naturale della dolce Regina e la sua ardente carità erano ormai a un grado ec­celso, troppo elevato per la comprensione terrena; così, è impossibile palesare quali fossero, all'avvicinarsi della fine di quella calda conversazione, la tenerezza e l'affanno del candidissimo cuore di una simile madre, nonché i gemiti che ella emetteva dai suoi recessi, come tortora che già co­minciava a sentire la sua solitudine, tale da non poter es­sere riempita da tutte le creature dell'intero universo.

1143. Arrivò il giovedì, vigilia della crocifissione di Ge­sù, il quale prima del sorgere del sole chiamò la sua di­letta, che prostrandosi davanti a lui come al solito gli ri­spose: «Parlate, la vostra serva vi ascolta». Egli la fece rial­zare e con grande amore e serenità proclamò: «È giunta l'ora stabilita da sempre nei decreti di mio Padre per la salvezza del mondo, che la sua volontà venerabile e gra­dita mi ha affidato; la ragione richiede che ci spogliamo della nostra, che tante volte abbiamo presentato in dono. Permettetemi di andare a dare la vita per i miei fratelli e, come mia autentica genitrice, considerate un bene che io mi consegni ai miei nemici per essere docile all'Altissimo. Per questa stessa obbedienza, acconsentite a collaborare con me, poiché è dal vostro ventre castissimo che ho ricevuto la forma passibile nella quale deve essere soddi­sfatta la giustizia superna. Come avete pronunciato il "fiat" per la mia incarnazione, bramo che facciate lo stesso an­che per la mia passione; così, darete all'Onnipotente il con­traccambio al privilegio di essere stata scelta per conce­pirmi. Egli, infatti, mi ha inviato per ritrovare, mediante lo strazio del mio corpo, le pecorelle perdute della sua ca­sa, cioè i discendenti di Adamo».

1144. Queste ed altre affermazioni trapassarono l'anima infiammata della Signora e la sottoposero al più compri­mente torchio di dolore che avesse mai sopportato. Quel­l'ora era già prossima e la sua angoscia non poteva ap­pellarsi né al tempo né ad alcun altro tribunale superiore contro la decisione immutabile dell'Eterno, che aveva fis­sato quel termine per l'immolazione del Figlio. Da una par­te, ella lo guardava come vero Dio, infinito negli attributi e nelle perfezioni, nonché come vero uomo, con la sua umanità congiunta alla persona del Verbo e santificata dai suoi influssi; contemplandolo in tale incomparabile dignità, ripensava alla sottomissione che le aveva mostrato quan­do lo aveva allevato e ai molti tesori che ella aveva avuto dalla sua generosità nel lungo periodo passato con lui. Dal­l'altra parte, rifletteva su come presto sarebbe rimasta pri­va di tali ricchezze, della bellezza del suo volto e della soa­vità delle sue efficaci parole; per di più, ciò non le veniva meno in un attimo, ma era ella stessa che lo abbandona­va a tormenti ignominiosi e al sacrificio cruento, metten­dolo in balìa dei più empi e spietati avversari. Tutte que­ste considerazioni, che si prospettavano ben vivide nella mente della Vergine, penetrarono il suo cuore sensibile e appassionato, dandole una sofferenza realmente inesplicabile. Tuttavia, con la magnanimità di una regina, ella, su­perando la sua invincibile afflizione, si stese ancora ai pie­di del Maestro e, baciandoli con somma riverenza, disse:

1145. «Dominatore di ogni essere, io sono vostra an­cella, sebbene voi siate nato dal mio grembo, poiché con incomparabile bontà vi siete chinato a sollevarmi dalla polvere a questo onore. È dunque giusto che io, vile ver­miciattolo, sia grata alla vostra liberale clemenza e mi conformi al volere del Padre e vostro. Mi rimetto al suo beneplacito, perché esso si compia in me come in voi. La rinuncia maggiore per me è quella di non perire con voi, poiché farlo sul vostro modello e insieme a voi darebbe immenso sollievo alle mie pene, che mi diverrebbero tut­te dolci di fronte alle vostre, ma mi basterà l'angustia di non potervi dimenticare in quanto dovrete sostenere. Ec­covi, o mia letizia, i miei desideri e il mio cruccio di do­ver restare viva e vedere morire voi, che siete agnello sen­za macchia e impronta della divina sostanza. Accettate la mia tribolazione allo scorgere la terribile crudeltà del­le colpe punita in voi, che siete assolutamente innocen­te, per mano di quanti vi odiano. Cieli ed elementi, e voi creature che siete in essi contenute, spiriti sovrani, pa­triarchi e profeti, aiutatemi tutti a piangere la morte del mio adorato, che vi ha tratto all'esistenza. Unitevi, poi, ai miei singhiozzi per la triste miseria di coloro che ne sa­ranno causa: saranno esclusi dal gaudio perenne che egli deve guadagnare loro e non vorranno ricavare alcun van­taggio da un simile beneficio. Oh, infelici dannati! Felici invece voi, predestinati, perché le vostre vesti saranno la­vate nel sangue dell'agnello! Voi, che avete saputo ap­profittare di questo favore, lodate il Signore. O mio Unigenito e mio bene incommensurabile, date vigore a que­sta donna affranta e ammettetela come discepola e com­pagna a condividere il vostro martirio, affinché anch'io presenti con voi il mio».

1146. Ella gli rispose così e con altre espressioni che non sono in grado di riportare, disposta ad imitare la sua passione e ad aver parte in essa, come coadiutrice della nostra redenzione. Subito, domandò di poter far conosce­re un altro suo anelito ed avanzare una richiesta che già da molto teneva pronta nel suo intimo, perché le era no­to tutto quello che sua Maestà avrebbe dovuto operare al­la conclusione dei suoi giorni. Questi acconsentì e Maria purissima riprese: «Mio diletto, luce dei miei occhi, io non sono all'altezza di ciò per cui sono ansiosa di supplicarvi; ma voi siete il respiro della mia speranza e con questa fi­ducia vi imploro di volermi fare partecipe, se vi è gradito, dell'ineffabile sacramento del vostro corpo e sangue sacra­tissimo, che avete determinato di istituire come pegno del­la vostra gloria. Così, quando vi riaccoglierò dentro di me, mi saranno comunicati gli effetti di un mistero tanto uni­co e mirabile. Sono consapevole che nessuno può essere degno di siffatta grazia, ordinata dalla vostra sola magni­ficenza; per vincolarla a me, posso offrirvi solo voi stesso, con i vostri meriti infiniti. Se l'umanità beatissima alla qua­le li legate mi dà qualche diritto per il fatto che l'avete avu­ta dalle mie viscere, questo varrà per me non tanto perché voi siate mio nell'eucaristia, quanto piuttosto perché io sia vostra mediante il diverso modo di possedervi ricevendo­vi, così da tornare a stare alla vostra amabile presenza. A questa santissima comunione ho dedicato le mie azioni e i miei sospiri fin dal momento in cui avete avuto la com­piacenza di darmene cognizione e di informarmi della vo­stra volontà e della decisione di rimanere per mezzo di es­sa nella vostra Chiesa. Venite, dunque, alla vostra prima e antica dimora, quella della vostra Madre, amica e serva, che voi faceste esente dal peccato comune a tutti perché potesse custodirvi nel suo ventre. Ospiterò in me quanto io stessa vi ho trasmesso e staremo avvinti in un nuovo e strettissimo amplesso, che avrà la forza di rinfrancare il mio cuore e di infiammarne i sentimenti, perché io non stia mai lontana da voi, che siete la delizia inesauribile e tutta la gioia della mia anima».

1147. In tale occasione, la nostra Signora pronunciò molte parole cariche di immensa tenerezza e venerazione, perché parlò con meraviglioso slancio nel pregare Gesù di farla accostare alle specie del pane e del vino consacrati. Questi le si rivolse con soavità anche maggiore, accordan­dole ciò e promettendole di concederglielo fin dal princi­pio. Già da allora ella, con rinnovato abbandono, comin­ciò a fare profondi atti di umiltà, di gratitudine, di rive­renza e di viva fede per trovarsi preparata.

1148. Cristo ingiunse agli angeli della Vergine che da quel­l'istante in poi la assistessero visibilmente e la consolassero nella sofferenza e nella solitudine, come in effetti fecero. Co­mandò, poi, a lei che alla sua partenza per Gerusalemme gli andasse dietro a breve distanza con le pie donne che lo accompagnavano fin dalla Galilea, istruendole e animando­le affinché non venissero meno per lo scandalo di osservar­lo morire in maniera così infame. Al termine di tale collo­quio, il Figlio dell'eterno Padre le dette la sua benedizione, congedandosi da lei per il viaggio che lo portava alla croce. Il dolore che in questo commiato li trafisse supera ogni pen­siero terreno, perché fu pari al loro reciproco affetto, ed es­so era proporzionato alla condizione e alla dignità delle lo­ro persone; tuttavia, se possiamo dirne assai poco, non sia­mo dispensati dal ponderarlo e dal prendervi parte con la massima compassione della quale siamo capaci, per non es­sere ripresi come irriconoscenti e insensibili.

1149. Dopo aver salutato la sua dolce Madre e accora­ta sposa, egli uscì con i suoi da Betania per salire per 1'ultima volta alla città santa. Era il giovedì della cena, verso mezzogiorno. Appena fatto qualche passo, levò lo sguardo all'Altissimo e, magnificandolo e dandogli grazie, con ac­cesa carità e con prontissima obbedienza donò ancora tut­to se stesso per il riscatto del genere umano. Con straor­dinario fervore e con tanta fermezza di spirito che non posso esprimerla senza venir meno alla verità e al mio de­siderio, fece questa orazione: «Dio mio, per vostro bene­placito e per amore vostro vado a sottopormi ad atroci tor­menti per la libertà dei miei fratelli, plasmati dalle vostre mani. Vado a consegnare me stesso per la loro salvezza e per riunire insieme quelli che sono dispersi e divisi per la colpa di Adamo. Vado a disporre i tesori con i quali essi, fatti a vostra immagine e somiglianza, devono essere ador­nati e arricchiti per essere riammessi alla vostra familia­rità e alla felicità perpetua, e perché il vostro nome sia da tutti celebrato ed esaltato. Per quanto dipende da voi e da me, nessuno rimarrà senza rimedio abbondantissimo, tale che la vostra inviolabile equità sia giustificata verso quel­li che lo disprezzeranno».

1150. Per seguire l'Autore della vita, Maria si mise su­bito in cammino con Maria di Màgdala e le altre. Come il divino Maestro illuminava e formava i Dodici affinché non soccombessero durante la sua passione per le ignominie che lo avrebbero visto subire e per l'occulta tentazione di sata­na, anche la Regina della virtù confortava e rinvigoriva le discepole che erano con lei perché non si turbassero scor­gendolo spirare dopo essere stato vergognosamente flagel­lato. Queste, benché per natura più fragili degli apostoli, furono più salde di alcuni di essi nel serbare con cura gli insegnamenti di lei. Quella che progredì di più fu Maria di Màgdala, come raccontano gli evangelisti, perché la fiamma che la consumava la rendeva totalmente ardente e, inol­tre, per la sua indole ella era magnanima, coraggiosa e te­nace, sollecita e premurosa. Tra tutti, fu lei che si assunse come proprio dovere quello di prestare continuamente aiu­to e sostegno alla Signora in quei terribili giorni, senza mai allontanarsene; e così fece, come amante fedelissima.

1151. Gesù fu imitato dalla Vergine anche nella pre­ghiera e nell'offerta fatta in questa circostanza; ella, infat­ti, mirava tutte le sue azioni nel terso specchio del chia­rore superno, allo scopo di emularle. Veniva servita e scor­tata dai suoi custodi, che le si manifestavano in forma uma­na visibile, come sua Maestà aveva stabilito. Con loro con­versava sul sublime mistero del suo Unigenito, che né le sue compagne né alcun'altra creatura di quaggiù potevano comprendere. Solo essi percepivano e giudicavano ade­guatamente l'incendio che divampava senza misura nel suo cuore puro e candido, nonché la forza con cui la attrae­vano dietro di sé i profumi inebrianti' del legame che la univa al suo Figlio, sposo e salvatore, e presentavano al­l'Onnipotente il sacrificio di lode ed espiazione della sua diletta e primogenita. Poiché tutti i mortali ignoravano la grandezza del beneficio della redenzione e quanto li ob­bligasse la carità del Signore e sua, ella stessa ingiungeva agli angeli di dare gloria e onore alla Trinità, e questi lo facevano secondo la sua volontà.

1152. Mi fanno difetto le parole adatte, nonché il dolo­re e i sentimenti convenienti, per riferire quanto capii re­lativamente alla loro ammirazione. Da una parte osserva­vano il Verbo e la loro Principessa tutti intenti alla propria opera, spinti dall'incontenibile amore che avevano ed han­no per gli uomini, e dall'altra la viltà, l'ingratitudine, la pi­grizia e la durezza di questi nel confessare il proprio debito e nel ritenersi tenuti a ringraziare per un favore tale che avrebbe mosso a riconoscenza gli stessi demoni, se fos­sero stati capaci di esso. Non solo se ne stupivano, ma rim­proveravano la nostra intollerabile mancanza. Io sono una debole donna e valgo meno di un vermiciattolo; tuttavia, in questa luce che mi è stata data, vorrei alzare la voce co­sì da farla udire nell'intero universo, per risvegliare quan­ti sono inclini alla vanità e cercano la menzogna, ricor­dando loro questo vincolo e chiedendo a tutti, prostrata con la faccia al suolo, di non voler essere tanto insensibi­li e crudeli nemici di se stessi, ma di rigettare piuttosto ta­le sonno da spensierati che seppellisce nel pericolo della dannazione e tiene distanti dalla beatitudine celestiale che Cristo ci ha meritato con un'agonia oltremodo acerba.

 

Insegnamento della regina del cielo, Maria santissima

1153. Carissima, ora che la tua anima è stata rischia­rata con concessioni così straordinarie, ti invito nuova­mente a entrare nel profondo pelago degli arcani riguar­danti la passione. Ordina le tue facoltà e fa' uso di tutte le tue energie interiori per essere degna di intendere al­meno un po', di ponderare e di sentire le onte e le soffe­renze delle quali il Figlio stesso dell'eterno Padre accettò di caricarsi, umiliandosi fino ad essere crocifisso per ri­scattare tutti, nonché ciò che io feci e sopportai standogli accanto. Bramo che tu studi e apprenda questa scienza tan­to dimenticata, per seguire il tuo sposo e per prendere esempio da me, tua madre e maestra. Bramo che, scri­vendo e provando intanto nel tuo animo quanto io ti in­segnerò, ti spogli completamente di ogni attaccamento ter­reno e di te medesima, per ricalcare povera e distaccata i nostri passi distolta da ogni realtà materiale. Adesso, con un privilegio speciale, ti chiamo totalmente sola all'adem­pimento del beneplacito di Gesù e mio, desiderando istrui­re anche altri per mezzo tuo. Dunque, è necessario che ti dichiari obbligata per tutto questo come se si trattasse di un dono elargito esclusivamente a te e come se dovesse ri­manere assolutamente inutile se non ne trai vantaggio tu. Lo devi apprezzare fino a questo punto perché, per l'amo­re con cui il mio Unigenito dette se stesso per te, ti guardò con affetto così intenso come se soltanto tu fossi bisogno­sa della sua morte per la tua salvezza.

1154. È con questa regola che devi stimare il tuo debi­to. Il Creatore medesimo, incarnato, è perito per i suoi fra­telli, ma questi mostrano un'esecrabile e rischiosa sme­moratezza. Procura, allora, di compensare tale ingiuria adorandolo per tutti, come se il pagamento fosse affidato unicamente a te e alla tua fedeltà. Contemporaneamente, affliggiti per la cieca stoltezza di costoro nel disdegnare la loro felicità senza fine e nell'attirare contro di sé l'ira di sua Maestà, togliendo efficacia alle più grandi prove del suo immenso bene verso il mondo. È per questo che ti ri­velo tanti segreti e la pena senza pari che sostenni fin dal mio commiato da lui, quando egli si stava avviando al pro­prio sacrificio. Non ci sono termini in grado di esprimere la mia amarezza; perciò, di fronte ad essa, non devi con­siderare pesante nessuna tribolazione né ambire riposo o piacere naturale di alcun tipo, ma solo anelare di patire con il Signore. Unisciti ai miei travagli, corrispondendo con diligenza ai miei numerosi benefici.

1155. Voglio anche che tu mediti quanto siano detesta­bili agli occhi dell'Altissimo e ai miei, nonché a quelli di tutti i cittadini del cielo, la negligenza e il disprezzo nell'accostarsi alla santa comunione, come anche la carenza di disposizione e di fervore con cui lo si fa. Perché tu com­prenda e comunichi questo ammonimento, ti ho manife­stato ciò che feci io, preparandomi per tanti anni al mo­mento in cui avrei accolto Cristo nel sacramento, oltre a quello che riferirai in seguito per vostro ammaestramento e a vostra vergogna. Se io, senza colpa alcuna che mi fos­se di impedimento e piena di tutte le grazie, feci in modo di accrescere in me l'ardore, l'umiltà e la gratitudine, che cosa dovreste fare voi, figli della Chiesa, che ogni giorno cadete in nuovi peccati, per giungere a ricevere degnamente la bellezza della sua stessa divinità e umanità? Che conto dovranno rendere i cattolici nel giudizio? Essi hanno con sé, nell'eucaristia, il medesimo Dio, che aspetta che ven­gano a lui per ricolmarli dell'abbondanza delle sue bene­dizioni, eppure trascurano questo ineffabile favore per ab­bandonarsi perdutamente ad effimere delizie, facendosi schiavi di ciò che non è che apparente e fallace. Meravi­gliati, come gli angeli e i beati, per tanta insensatezza e sta' ben in guardia dall'incorrervi anche tu.

 

CAPITOLO 10

 

Cristo, nostro salvatore, celebra con i suoi discepoli l'ultima cena secondo la legge e lava loro i piedi, la sua Madre san­tissima conosce e comprende tutti questi misteri.

 

1156. Nel primo pomeriggio del giovedì precedente la sua morte, il nostro Redentore proseguiva il suo cammino verso Gerusalemme. I discepoli, nei colloqui che egli te­neva con loro riguardo agli arcani sui quali li stava istruen­do, gli esposero alcuni dubbi su ciò che non intendevano. Egli rispose a tutti come maestro della sapienza e padre premuroso, con parole piene di dolcissima luce, che pene­trava il loro intimo; infatti, avendoli sempre amati, in quel­le ultime ore della sua esistenza terrena, come cigno divi­no, manifestava con più forza la soavità della sua voce e del suo affetto. La sua imminente passione e la cognizio­ne dei tanti tormenti che lo aspettavano non gli impedi­vano di farlo; anzi, come il calore concentrato per l'oppo­sizione del freddo torna ad uscire con tutta la sua effica­cia, l'incendio che ardeva senza misura nel suo cuore di­vampava con maggiore tenerezza e impeto ad accendere quegli stessi che cercavano di estinguerlo, cominciando a ferire i più vicini con le sue fiamme. Noi discendenti di Adamo, eccetto Cristo e la sua Madre beatissima, solita­mente siamo resi impazienti dalla persecuzione, irritati dal­le ingiurie e sconcertati dalle pene. Ogni cosa avversa ci turba, disanima e inasprisce contro chi ci offende, così che reputiamo grande virtù il non vendicarci all'istante. La ca­rità di Gesù, però, non si alterò per le ingiurie che preve­deva e non si stancò per l'ignoranza dei suoi e per l'infe­deltà che stava per sperimentare in loro.

1157. Lo interrogarono su dove volesse consumare la Pasqua; i giudei, infatti, in quella notte cenavano e fe­steggiavano tale ricorrenza molto importante. Nella loro legge era la figura più chiara dello stesso Signore e di quan­to in lui e attraverso di lui si sarebbe dovuto operare, an­che se gli apostoli non erano ancora in grado di conoscerlo sufficientemente. Egli, allora, inviò in città Pietro e Gio­vanni davanti agli altri: avrebbero visto entrare in una ca­sa un servo con una brocca d'acqua e là avrebbero dovu­to chiedere in suo nome al padrone che gli approntasse una stanza per stare a tavola con loro. Questi, una delle persone più ricche e rinomate del luogo, gli era devoto e aveva creduto nella sua dottrina e nei suoi miracoli. A mo­tivo della sua pietà meritò che l'Autore della vita sceglies­se la sua abitazione per consacrarla, con ciò che vi rea­lizzò, come tempio santo per quanto ancora lì si sarebbe compiuto in seguito. Essi andarono subito e, individuati i segni che erano stati dati loro, pregarono quel tale di ac­coglierlo e di riceverlo come suo ospite per la solennità de­gli Azzimi; così, infatti, si chiamava quella Pasqua.

1158. Costui fu illuminato nell'animo con un favore spe­ciale ed offrì generosamente la sua dimora, con il necessa­rio per eseguire tutto secondo l'uso comune. Immediata­mente destinò loro una sala assai ampia, addobbata e ador­nata come conveniva al mistero tanto venerabile che sareb­be stato istituito, anche se né egli stesso né i due ne erano al corrente. Quando tutto fu pronto arrivarono sua Maestà e gli altri, e poco dopo giunsero anche Maria e le donne che la seguivano. Senza indugio l'umile Regina, stesa al suolo, adorò come di consueto suo Figlio, gli domandò la benedi­zione e lo implorò di comandarle ciò che avrebbe dovuto fare. Le fu detto di appartarsi in una piccola stanza e di contemplare da lì quanto la Provvidenza aveva determinato di effettuare in tale sera, confortando le sue compagne e ri­schiarandole diligentemente su quello di cui era opportuno avvertirle. Ella obbedì e si ritirò con esse ingiungendo loro di perseverare nella fede e nell'orazione; intanto, continua­va ad attendere con fervore la comunione, della quale sa­peva vicino il momento, stando sempre attenta con lo sguar­do interiore a tutto ciò che il suo Unigenito faceva.

1159. Il nostro Salvatore, quando la purissima Vergine si fu allontanata, si introdusse con i Dodici e con altri nel­l'ambiente allestito per loro. Mangiò con essi l'agnello, os­servando tutte le prescrizioni senza tralasciare niente di quanto egli stesso aveva deliberato per mezzo di Mosè. In quest'ultima cena, spiegò ai presenti di che cosa fossero fi­gura quei riti e rivelò loro che erano stati dati ai patriar­chi e ai profeti per significare quello che stava adempien­do e doveva adempiere come redentore del mondo. Affermò che l'antica legge e le sue figure avrebbero perso il loro va­lore con l'avvento della verità; infatti, non potevano più re­stare le ombre, essendo già venuta in lui la luce e la nuo­va legge di grazia, nella quale sarebbero rimasti soltanto i precetti di quella naturale, fissata perpetuamente. Questi sarebbero stati elevati e perfezionati dagli altri suoi detta­mi e consigli; inoltre, con la forza che avrebbe conferito ai nuovi sacramenti, gli antichi sarebbero cessati, in quan­to inefficaci e solo figura degli altri. Per tali scopi egli fa­ceva quella celebrazione, con la quale dava termine al lo­ro culto e ai loro costumi, che dovevano preparare a ciò che ora stava attuando; conseguito il fine, si interrompeva l'utilizzo dei mezzi.

1160. Con questi ammaestramenti, gli apostoli compre­sero ineffabili segreti di tali profondi arcani, mentre i sem­plici discepoli non capirono molto. Giuda intese poco o nul­la, meno di tutti, perché era posseduto dall'avarizia e ba­dava solo all'infame fellonìa che aveva tramato, stando com­pletamente immerso nel pensiero di perpetrarla di nasco­sto. Anche Gesù manteneva il silenzio su di essa, perché così si addiceva alla sua equità e all'ordine dei suoi altissi­mi giudizi. Non volle escluderlo da niente, finché non si trasse fuori egli stesso per la sua perversa volontà, e lo trattò sempre come suo discepolo, apostolo e ministro, non smet­tendo di rispettarlo. Con il suo esempio educò i figli della Chiesa ad avere un considerevole ossequio verso i sacerdo­ti e a custodirne con zelo l'onore, senza divulgare i loro peccati e le debolezze che scorgono in essi, come in uomi­ni di fragile natura. Dobbiamo supporre che non ci sarà al­cuno peggiore di quel perfido; del resto, il nostro credo ci insegna che nessuno sarà come il Signore, né avrà tanta autorità e tanto potere. Dunque, non sarà mai legittimo che i mortali, tutti infinitamente da meno rispetto a quest'ulti­mo, si comportino con i pastori, migliori del traditore ben­ché malvagi, come egli stesso non fece con lui. La questione non cambia nel caso dei superiori, dato che anche sua Mae­stà lo era eppure lo tollerò e proseguì a riverirlo.

1161. In questa occasione, il Figlio compose un canti­co impenetrabile a lode del Padre, perché si erano com­piute le figure della legge antica, a sua gloria. Prostrato a terra, umiliandosi secondo la sua santissima umanità, con­fessò e adorò la Divinità come enormemente più grande di lui. Parlandogli, elevò intimamente una sublime e fervida preghiera:

1162. «Dio immenso, il vostro celeste ed immutabile be­neplacito decretò di formare la mia vera umanità, stabi­lendo che in essa io fossi primogenito di tutti i predesti­nati, per vostra esaltazione e loro interminabile gaudio, e che per mio mezzo essi si disponessero ad ottenere la bea­titudine; per questo, per riscattare i discendenti di Adamo, ho vissuto con loro per trentatré anni. È giunta l'ora, op­portuna e a voi gradita, che il vostro nome si manifesti e sia conosciuto e magnificato da ogni nazione attraverso la predicazione, che palesi a tutti la vostra imperscrutabile ec­cellenza. È tempo che venga aperto il libro sigillato con set­te sigilli consegnatomi dalla vostra sapienza' e che venga posta felicemente fine all'immolazione di animali, che ha significato quello che io volontariamente ho ormai inten­zione di donare di me stesso per le membra del corpo del quale sono il capo, le pecorelle del vostro gregge, che vi supplico di guardare con misericordia. Se essa placava il vostro sdegno grazie a ciò che preannunciava, è ragione­vole che questo si concluda totalmente. Adesso mi offro con prontezza in sacrificio per essere crocifisso per tutti e mi pongo come olocausto nel fuoco del mio stesso amore. Si mitighi a questo punto il rigore della vostra giustizia e mo­strate clemenza verso di essi. Diamo loro una norma di sal­vezza, attraverso la quale si aprano le porte del paradiso, finora sbarrate per la disobbedienza, e ritrovino un cam­mino sicuro per entrare con me ad ammirarvi, se vorran­no seguire i miei comandamenti e ricalcare le mie orme».

1163. L'Onnipotente accettò questa invocazione e inviò subito dalle altezze innumerevoli eserciti di angeli, affin­ché assistessero nel cenacolo ai prodigi che il suo Unige­nito stava per realizzare. Frattanto, Maria nel suo ritiro era assorta in somma contemplazione, ravvisando ogni cosa distintamente e con chiarezza, come se fosse stata presente. Collaborava in tutto con lui come le veniva dettato dalla sua eccezionale saggezza. Faceva atti eroici ed eccelsi di ognuna delle virtù, con le quali doveva corrispondere alle sue; queste, infatti, le risuonavano nel petto castissimo, do­ve con eco arcana venivano ripetute. Ella, nel modo a lei conveniente, innalzava le stesse orazioni, ed inoltre stu­pendi inni per ciò che l'umanità santissima nella persona del Verbo stava facendo per adempiere il volere superno e dare termine alle antiche figure della legge.

1164. La singolare armonia delle doti e delle azioni del­la nostra Signora, se ora la percepissimo, sarebbe merite­vole di ogni meraviglia anche per noi, come lo fu per gli

spiriti sovrani e lo sarà per tutti nell'aldilà. Esse stavano ordinate nel suo cuore come in un coro, senza confonder­si né impedirsi le une con le altre, e in tale circostanza erano attive, tutte e ciascuna, con maggiore forza. Sapeva come in Cristo tutto si compiva ed era sostituito dalla nuo­va legge e da sacramenti più nobili ed efficaci; osservava il frutto sovrabbondante della redenzione negli eletti, la ro­vina dei dannati, la glorificazione del Creatore e della san­tissima umanità di Gesù, la fede e la cognizione universa­le della Divinità, che veniva preparata a beneficio del mon­do; vedeva spalancarsi il cielo, chiuso da tanti secoli, af­finché i mortali vi avessero subito accesso attraverso lo sta­bilirsi e il progredire della Chiesa, fondata sul Vangelo, e di tutti i suoi misteri. Ne era artefice mirabile e prudente suo Figlio, tra il plauso e lo stupore degli abitanti del re­gno di Dio, che ella benediceva con rendimenti di grazie, senza tralasciare neppure un apice, gioendo e consolando­si con incomparabile giubilo.

1165. Nel contempo, però, discerneva che queste opere ineffabili sarebbero costate a sua Maestà dolori, ignomi­nie, ingiurie e tormenti, e infine il supplizio più duro e aspro. Era cosciente che egli avrebbe dovuto soffrire tutto ciò nella carne ricevuta da lei e che, nonostante questo, tanti gli sarebbero stati ingrati e non ne avrebbero tratto profitto. Tale consapevolezza riempiva di desolante ama­rezza il candidissimo animo della pietosa Madre, ma que­sti moti interiori potevano essere contenuti nel suo nobile intimo, dal momento che ella era ritratto vivo e propor­zionato di lui. Non si turbava o alterava e non mancava di sollevare e di educare le pie donne che erano con lei. Senza perdere la sublimità delle rivelazioni che le erano date, discendeva esternamente ad istruirle e confortarle con consigli salutari e con parole di vita eterna. O straordina­ria Maestra ed esempio grandissimo, ben degno di essere imitato da noi! Purtroppo è vero che i nostri doni, se paragonati con quel pelago di grazia e di luce, sono imper­cettibili; ma è vero anche che le nostre pene e tribolazio­ni, a confronto delle sue, sono quasi apparenti e di poco peso, poiché ella da sola sopportò più di tutti gli altri mes­si insieme. Eppure, non sappiamo sostenere con pazienza la minima avversità, né per emularla e dimostrarle il no­stro amore, né per la nostra beatitudine senza fine. Tutte le contrarietà ci inquietano, ci irritano e sono accolte da noi con disappunto: quando sopraggiungono, sciogliamo il freno alle passioni, resistiamo con ira, reagiamo con tri­stezza, abbandoniamo indocili la ragione, e tutti gli im­pulsi cattivi si scompigliano stando pronti a farci precipi­tare. Anche la prosperità ci diletta e ci rovina; insomma, non possiamo confidare in niente nella nostra natura mac­chiata e corrotta. In queste occasioni ricordiamoci, dun­que, della nostra Regina, per rimettere al loro posto i no­stri disordini.

1166. Conclusa la cena prescritta, dopo avere bene in­segnato tutto agli apostoli, l'Unigenito si accinse a lavare loro i piedi, conformemente al racconto di Giovanni. Pri­ma di cominciare, si rivolse ancora all'Altissimo, stenden­dosi al suo cospetto come aveva fatto all'inizio. Questa im­plorazione non fu vocale, ma egli disse mentalmente: «Pa­dre mio, autore dell'intero universo, io sono vostra imma­gine, generato dal vostro intelletto e impronta della vostra sostanza. Essendomi offerto secondo la disposizione della vostra volontà perfetta per riscattare tutti con la mia cro­cifissione, bramo, per vostro beneplacito, di arrivare ad es­sa abbassandomi fino alla polvere, affinché la smisurata superbia di Lucifero venga confusa dalla semplicità del vo­stro diletto. Per lasciare una testimonianza di tale virtù ai Dodici e alla comunità ecclesiale, che si deve edificare su questo sicuro basamento, intendo lavare i piedi dei miei discepoli, anche quelli di Giuda, inferiore a tutti per la mal­vagità che ha tramato. Inginocchiandomi davanti a lui con sincera e profonda umiltà, gli manifesterò la mia amicizia e la possibilità di salvezza. Egli è il più acerrimo nemico che ho tra i mortali, ma non gli negherò la mia pietà e il perdono del suo tradimento; così, se lo rifiuterà, il cielo e la terra sapranno che io gli ho allargato le braccia della mia clemenza ed egli l'ha disprezzata con ostinazione».

1167. Fece quest'orazione per compiere tale gesto. Non ci sono termini e paragoni per comunicare qualcosa del­l'impeto con il quale il suo ardore determinava e faceva tutto ciò: è lenta l'attività del fuoco, la corrente del mare, la caduta della pietra e ugualmente inadeguati sono gli al­tri movimenti immaginabili negli elementi; non possiamo, però, ignorare che solo la sua carità e la sua sapienza po­terono pensare tale espressione di modestia. Egli, nella sua divinità e umanità, si piegò fino alla parte più bassa del­l'uomo, i piedi, e addirittura fino a quelli del peggiore tra tutti. Colui che era la Parola di Dio pose la sua bocca su quanto era meno decoroso e più spregevole. Colui che era il Santo dei santi e la stessa bontà per essenza, Signore dei signori e re dei re, si chinò davanti alla persona più scellerata perché potesse essere redenta, se avesse voluto comprendere e accettare questo beneficio, che non è mai sufficientemente ponderato e magnificato.

1168. Dopo aver pregato si alzò e, con un aspetto bel­lissimo, sereno e affabile, comandò ai suoi di sedersi tut­ti ordinatamente, come se fossero stati tanti magnati e lui il loro servo. Quindi, si tolse il mantello che teneva sopra la tunica inconsutile, che gli giungeva ai calcagni pur sen­za coprirli. In quel momento portava dei sandali, quan­tunque in certe circostanze se li levasse per predicare scal­zo. Erano sempre gli stessi che Maria gli aveva messo per la prima volta in Egitto e che da quel giorno erano cre­sciuti lentamente come i suoi piedi. Spogliatosi dunque del mantello, al quale si riferisce l'Evangelista parlando di ve­sti, prese una lunga stoffa e si cinse con una parte di es­sa, facendo pendere l'altra estremità. Versò poi dell'acqua in un catino, mentre tutti, pieni di meraviglia, stavano at­tenti a quello che veniva eseguito.

1169. Si avvicinò al capo degli apostoli per iniziare da lui, ma questi nel suo fervore, quando vide prostrato da­vanti a sé lo stesso Cristo che aveva confessato come Fi­glio del Dio vivente, rinnovando nel suo intimo questa fe­de con la luce che allora lo illuminava e ravvisando con grande consapevolezza la propria bassezza, turbato e sor­preso domandò: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Il no­stro bene replicò con incomparabile mansuetudine: «Quel­lo che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai do­po». Ciò significava: «Conformati adesso al mio volere e non anteporre il tuo giudizio, perché così perverti l'ordi­ne delle virtù e le separi. Prima devi soggiogare il tuo in­telletto e credere che è conveniente quanto io faccio; so­lo dopo afferrerai i misteri nascosti nelle mie opere, per­ché all'intelligenza di essi devi accedere attraverso la por­ta dell'obbedienza, senza la quale la tua umiltà non può essere veramente tale, ma orgoglio. Del resto, la tua non si può porre innanzi alla mia; infatti, io mi sono umilia­to fino alla morte, e per farlo in questa misura ho obbe­dito, mentre tu, che sei mio discepolo, non ti attieni al mio insegnamento e sotto un'apparenza di umiltà sei di­sobbediente. Se inverti tali qualità dando retta alla tua presunzione, ti privi di entrambe».

1170. Egli non intese questo ammaestramento, rac­chiuso nella risposta, perché, pur stando alla sua scuola, non era arrivato a sperimentare gli influssi celesti della la­vanda alla quale l'Autore della vita si accingeva e del con­tatto con lui. Imbarazzato dalla propria inopportuna rive­renza, ribatté: «Non mi laverai mai i piedi!». Fu ammo­nito con più durezza: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Con questa frase severa, sua Maestà canonizzò la si­curezza dell'obbedienza. Secondo la logica terrena pare che Pietro avesse delle valide motivazioni per opporsi ad un'a­zione tanto inaudita e tale da essere ritenuta molto auda­ce, come era il consentire, uomo vile e non immune da colpe, che gli stesse inginocchiato dinanzi Dio stesso, da lui riconosciuto e adorato come tale. Questa giustificazio­ne, però, non fu considerata buona, perché Gesù non po­teva sbagliare in quello che faceva e, quando non ci risul­ta palese l'errore in chi ha autorità, l'obbedienza deve es­sere cieca e non, cercare ragioni per resistere. Il Salvatore voleva dare rimedio alla ribellione dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, per mezzo della quale il peccato era en­trato nel mondo Per la somiglianza che l'atteggiamento del pescatore aveva con essa, della quale partecipava, il Si­gnore gli fece temere una punizione simile, affermando che se non si fosse assoggettato non avrebbe avuto parte con lui. Ciò corrispondeva a escluderlo dai suoi meriti e dal frutto della redenzione, per la quale siamo fatti capaci e degni della sua amicizia e della sua gloria. Lo minacciò pure di negargli il suo corpo e il suo sangue, che stava per consacrare sotto le specie del pane e del vino. Anche se in queste desiderava donarsi interamente, e non diviso, e anelava ardentemente di comunicarsi in tale modo arcano, l'in­docilità avrebbe potuto sottrarre a costui l'amoroso bene­ficio se avesse perseverato in essa.

1171. Alle parole dell'Unigenito, il principe del collegio apostolico rimase tanto castigato e istruito che, con ec­cellente abbandono, esclamò subito: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Ciò equivaleva a di­re: «Offro i miei piedi per correre verso l'obbedienza, le mie mani per esercitarla e il mio capo per non seguire il mio proprio giudizio contro di essa». Cristo accettò que­sto atto di sottomissione e dichiarò: «Chi ha fatto il ba­gno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti»; infatti, uno di loro era completamente immondo. Proclamò questo per­ché i suoi, tranne Giuda, erano stati resi giusti dalle sue esortazioni; essi avevano solo bisogno di lavare le imper­fezioni e le pecche leggere, per ricevere l'eucaristia con di­sposizione migliore, come è necessario per ottenerne gli effetti soprannaturali e per conseguire grazia più copiosa, piena ed efficace. Le mancanze veniali, le distrazioni e la tiepidezza nell'accostarsi ad essa, difatti, sono di enorme intralcio. Così, Pietro venne purificato e dopo di lui an­che gli altri, tra lo stupore e le lacrime, perché erano tut­ti rischiarati e colmati di nuovi favori.

1172. Il Maestro passò al traditore, la cui slealtà e per­fidia non poté estinguere la sua carità, né impedirgli atte­stazioni di affetto maggiori che ai suoi compagni. Senza manifestare pubblicamente questi particolari segni di te­nerezza, li fece evidenti a lui in due maniere: innanzitut­to, nell'amabilità e nella delicatezza con cui si mise ai suoi piedi, li bagnò, li baciò e li strinse al petto; poi, nelle sublimi ispirazioni con le quali toccò il suo intimo, nella mi­sura richiesta dalla debolezza e miseria di quell'animo de­pravato, cioè dandogli aiuti molto più larghi che agli altri. La sua condizione, però, era pessima, i suoi vizi estrema­mente radicati in lui, la sua ostinazione indurita e le sue facoltà turbate e debilitate. Egli si era allontanato in tutto e per tutto dall'Altissimo e si era dato in potere al demo­nio, che stava in lui come in un trono della sua perversità, e pertanto ostacolò ogni soccorso e ogni impulso positivo. Si aggiunse inoltre la paura di ciò che gli avrebbero fatto gli scribi e i farisei se non avesse rispettato l'accordo. Al­la presenza di sua Maestà e per l'energia interiore del so­stegno che gli era concesso, la luce dell'intelletto lo voleva muovere; per questo, si sollevò nella sua coscienza tene­brosa una burrasca turbolenta, che lo riempì di confusio­ne e di astio, lo infiammò di rabbia, lo gettò nella dispe­razione, lo spinse distante dal medico che intendeva ap­plicargli la cura salutare, e convertì questa in veleno mor­tale e in fiele amarissimo della malvagità dalla quale era pervaso e posseduto.

1173. La sua iniquità si oppose alla forza del contatto con le mani divine nelle quali l'eterno Padre aveva posto ogni tesoro, nonché la possibilità di compiere cose mira­bili e di arricchire tutte le creature. Anche se la sua perti­nacia non avesse avuto altri ausili che quelli portati ordi­nariamente dalla visione del Redentore, la sua malignità sa­rebbe stata superiore ad ogni immaginazione. Il corpo di Gesù era assolutamente perfetto e armonioso; il suo aspet­to era composto e sereno, bello, piacevole e soave; i suoi ca­pelli, tra il biondo e il castano, erano tagliati pari secondo l'uso di Nazaret; i suoi occhi erano grandi e sommamente graziosi e nobili; la bocca, il naso e le altre parti del suo viso erano ben proporzionate. In tutto, poi, appariva tanto af­fabile e leggiadro che chiunque lo mirava senza malizia era spinto a rispettarlo e ad amarlo. Inoltre, la sua vista provo­cava vivo giubilo, con singolare illuminazione delle anime, generava in esse pensieri celesti e produceva altri influssi. Giuda ebbe ai suoi piedi questa persona così incantevole e venerabile, che gli dava inconsuete dimostrazioni di corte­sia, peraltro con stimoli più abbondanti di quelli comuni. La sua scelleratezza, però, fu tale che niente poté piegare o ammorbidire il suo cuore di pietra; anzi, si sdegnò della dol­cezza di lui e non volle guardarlo in faccia, né porgli at­tenzione. Dal momento in cui aveva perso la fede e la gra­zia, infatti, aveva cominciato a provare questo odio contro di lui e contro la sua Madre santissima, e non li fissava mai in volto. Più spaventoso fu il terrore che della vicinanza di Cristo ebbe Lucifero. Come ho spiegato, questi se ne stava nel vile discepolo e, non tollerando l'umiltà che il Salvatore usava con gli apostoli, cercò di uscire da colui che domi­nava e dal cenacolo; ma il vigore del braccio onnipotente non permise che se ne andasse, per schiacciare la sua su­perbia. In seguito, però, il demonio venne scacciato di là, pieno di furore e di sospetti che costui fosse vero Dio.

1174. Terminata la lavanda e ripreso il suo mantello, l'U­nigenito si mise a sedere in mezzo ai suoi e fece loro il lun­go discorso che ci riferisce il quarto evangelista, iniziando con queste parole: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chia­mate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dun­que io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'e­sempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato». Proseguì rivelando loro eccelsi misteri, istruendoli, ammonendoli e formandoli; non mi trattengo qui a ripetere questo, rimet­tendomi al testo sacro. Tale discorso li rischiarò ancora sul­la beatissima Trinità e sull'incarnazione, li dispose ulterior­mente all'eucaristia e li confermò in quanto già sapevano del­la profondità della sua predicazione e dei suoi miracoli. Fra tutti, quelli che lo penetrarono di più furono Giovanni e Pie­tro, perché ciascuno ebbe una comprensione diversa, mag­giore o minore in base alla propria condizione spirituale e alla volontà celeste. Il primo racconta ciò parlando della do­manda che rivolse circa il traditore a sua Maestà; questi stes­so durante la cena, quando egli si reclinò sul suo petto, gli svelò chi era. Il secondo lo aveva sollecitato a farlo perché desiderava esserne informato per vendicare il suo Signore o impedirne la consegna, mosso dal fervore che gli ardeva den­tro e che era solito manifestare più degli altri. Giovanni, però, non glielo disse, pur avendolo conosciuto dal segno indica­togli, cioè dal boccone offerto a quell'infame: tacque e man­tenne il segreto, esercitando la carità che gli era stata co­municata e insegnata alla scuola del suo Maestro.

1175. Fu privilegiato in questo favore e in molti altri quando poggiò il capo sul petto di Gesù, dove apprese su­blimi arcani riguardanti la sua divinità e umanità nonché la Regina. In tale occasione, quest'ultima gli fu affidata, af­finché ne avesse cura; dalla croce, infatti, non gli fu pro­clamato: «Ella sarà tua madre», né a lei: «Egli sarà tuo fi­glio». Il Redentore non lo decise allora, ma dichiarò pub­blicamente quello che già prima aveva raccomandato e or­dinato. Di tutti gli atti che eseguì nella lavanda dei piedi e delle sue espressioni la purissima Vergine aveva straor­dinaria cognizione e visione, come già altrove si è asseri to, e per tutto ella compose cantici a lode e gloria dell'Al­tissimo. Quando in seguito furono compiute le sue mera­viglie, le osservava non come venendo a scoprire qualcosa di nuovo, prima ignorato, ma come scorgendo realizzare quello che già sapeva e che teneva scritto nel suo intimo, così come nelle tavole di Mosè erano incisi i comanda­menti. Intanto, illuminava le pie donne che erano con lei su quanto era conveniente, serbando per sé ciò che non erano capaci di intendere.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1176. Carissima, pretendo che tu eccella nelle tre virtù principali di mio Figlio, da me affrontate nel presente ca­pitolo, imitandolo in esse come sua sposa e mia diletta di­scepola. Queste sono la carità, l'umiltà e l'obbedienza, nel­le quali egli al concludersi della sua esistenza terrena si volle distinguere di più. Senza dubbio, mostrò sempre il suo affetto verso gli uomini, poiché per loro e a loro van­taggio fece tante e così mirabili azioni, dall'istante in cui fu concepito nel mio seno per intervento dello Spirito San­to. Al termine dei suoi giorni, però, quando stabilì la leg­ge evangelica e il Nuovo Testamento, la fiamma dell'acce­sa carità che bruciava in lui si palesò con più forza, agen­do in tale circostanza con tutta la sua efficacia. Da parte sua concorsero i dolori della morte, che lo circondavano, e da parte dei discendenti di Adamo l'avversione a patire e ad accettare il bene, la somma ingratitudine e la per­versità. Questi, infatti, tentavano di disonorarlo e togliere la vita a chi la dava loro e preparava per tutti la beatitu­dine senza fine. Con una simile contraddizione, crebbe l'amore che non si doveva spegnere; così, egli fu più inge­gnoso per conservarsi nelle sue opere, determinò come re­stare tra i suoi, dovendosi allontanare da loro, e fece ca­pire con l'esempio, le esortazioni ed i gesti quali fossero i mezzi validi e certi per essere partecipi dei suoi effetti.

1177. In quest'arte di amare il prossimo per Dio, voglio che tu sia molto saggia e solerte. Lo sarai se anche le pene e le ingiurie risveglieranno in te l'impeto della carità. Devi valutare attentamente che essa è sicura e senza sospetti quando non viene sollecitata con regali o lusinghe. È un de­bito amare chi ti fa del bene, ma, se rifletti, devi convenire che in quel caso non sai se lo ami per Dio o per ciò che ti è dato. In questa seconda ipotesi, si tratterebbe di amore verso l'interesse o verso te stessa, non verso il tuo prossimo per Dio. Chi ama per altre finalità o per motivi allettanti non conosce la carità, perché è posseduto dal cieco amor proprio del suo piacere. Se, invece, ami chi non ti spinge a questo per tali vie, la causa e l'oggetto principale è il Si­gnore stesso, che ami nella sua creatura, qualunque essa sia. Poiché, poi, non puoi praticare la carità corporale tanto quanto quella spirituale, sebbene tu debba abbracciarle en­trambe in base alle tue possibilità ed alle opportunità che ti si presenteranno, in quest'ultima devi estenderti conti­nuamente a cose grandi, come brama l'Onnipotente, con pre­ghiere, invocazioni, esercizi e anche con ammonimenti pru­denti e santi, procurando in tal modo la salvezza. Ricorda­ti che il mio Unigenito non fece a nessuno un favore tem­porale senza accompagnarlo ad uno spirituale. I suoi atti non sarebbero stati perfetti se non fossero stati fatti con que­sta pienezza. Da ciò comprenderai quanto i benefici dell'a­nima siano da preferire a quelli esteriori: chiedili sempre dando loro la priorità, quantunque la gente mondana ordinariamente cerchi con sconsideratezza quelli caduchi, di­menticando le ricchezze imperiture e riguardanti la vera amicizia e grazia dell'Eterno.

1178. L'umiltà e l'obbedienza furono esaltate nel mio Gesù da quello che egli fece e insegnò lavando i piedi ai suoi; se non scenderai più giù della polvere, con la luce in­teriore che hai di questo raro modello, il tuo cuore sarà assai duro e indocile alle sue parole. D'ora in poi, dunque, sii ben persuasa che non potrai mai dire o immaginare di esserti umiliata adeguatamente, benché tu venga disprez­zata al di sotto di tutti, per quanto peccatori; nessuno, in­fatti, sarà peggiore di Giuda, né tu puoi essere come il tuo Maestro. Nonostante questo, se meriterai che egli ti faccia omaggio di tale virtù, ciò ti darà una specie di eccellenza e proporzione con la quale divenire degna del titolo di sua sposa e in qualche maniera simile a lui stesso. Senza di essa, nessuno può essere sublimato tanto: quello che è al­to deve prima essere abbassato ed è chi si abbassato che può e deve essere innalzato; si è sempre sollevati in cor­rispondenza di quanto ci si mortifica.

1179. Affinché tu non smarrisca la gioia dell'umiltà pen­sando di custodirla, ti avverto che non va anteposta al­l'obbedienza, né va regolata secondo il proprio senno, ma secondo quello del superiore; altrimenti, sotto un'opposta apparenza, vivi da superba, perché non solo non ti collo­chi all'ultimo posto, ma ti elevi al di sopra della volontà di chi ti governa. Questo ti dimostra come tu ti possa in­gannare, avvilendoti come Pietro per non accogliere la ge­nerosità di Cristo. Così ti privi non solo dei tesori ai qua­li resisti, ma anche della stessa umiltà, che è il più eccel­so, della riconoscenza da te dovuta a lui per i suoi sommi fini e della glorificazione del suo nome. Non tocca a te penetrare i suoi imperscrutabili giudizi, né correggerli con le tue argomentazioni, per le quali ti ritieni non idonea a ri­cevere dei doni o a fare alcune opere. Tutto ciò è semen­za dell'orgoglio di Lucifero, nascosto da una falsa mode­stia: con essa egli tenta di renderti incapace di aver parte del Signore, delle sue elargizioni e della sua familiarità, che tanto desideri. Sia, dunque, per te legge inviolabile cre­dere, accettare, stimare e gradire con riverenza le sue con­cessioni, appena i tuoi confessori e superiori le avranno approvate. Allora, non cominciare a perderti in ragiona­menti cavillosi, con nuovi dubbi e timori; agisci piuttosto con fervore, e sarai umile, obbediente e mansueta.

 

CAPITOLO 11

 

Cristo, nostro salvatore, celebra la cena sacramentale ed isti­tuisce l'eucaristia, consacrando il pane e il vino nel suo sa­cratissimo e vero corpo e sangue: le preghiere e le invoca­zioni che fece; come comunicò la sua santissima Madre, ed altri misteriosi prodigi che avvennero in questa occasione.

 

1180. Con gran timore mi accingo a trattare del Sa­cramento dei sacramenti, l'ineffabile eucaristia, e di ciò che fu necessario per la sua istituzione. Difatti, sollevan­do gli occhi dell'anima per ricevere la luce divina che mi guida e mi assiste in quest'Opera, la scienza che mi viene infusa su tante meraviglie e su misteri così eccelsi è tale che ho paura della mia piccolezza, rivelatami nello spec­chio della stessa luce. Le mie facoltà sono confuse, e non trovo né posso trovare parole congruenti per spiegare ciò che vedo e per dichiarare il mio pensiero, benché tanto inferiore all'oggetto dell'intelletto. Tuttavia parlerò come ignorante, lacunosa nei termini e inabile nelle capacità, per non mancare all'obbedienza e per tessere questa Sto­ria, continuando a raccontare ciò che in queste meravi­glie operò la gran signora del mondo, Maria santissima. Se non mi esprimerò con la competenza che richiede la materia, mi facciano da scusante la mia misera condi­zione e il mio stupore, perché non è facile discendere al­le parole appropriate, quando la volontà desidera solo con i sentimenti supplire il limite della capacità di intendere e brama di godere in disparte ciò che non può né con­viene manifestare.

1181. Cristo, nostro bene, celebrò la cena prevista dal­la legge, come era suo solito, adagiato in terra con gli apo­stoli, sopra una mensa o predella che si alzava dal suolo poco più di sei o sette dita, conformemente all'usanza dei giudei. Terminata la lavanda dei piedi, sua Maestà ordinò di preparare un'altra mensa più alta, simile a quella che oggi usiamo per mangiare. Con questa cerimonia pose fi­ne alle cene ed alle rappresentazioni sommesse e figurati­ve, e diede inizio al nuovo convito in cui istituì la legge di grazia. Da qui prese avvio la consuetudine, che permane nella Chiesa cattolica, di consacrare su una mensa o su un altare. I santi apostoli coprirono la nuova mensa con una tovaglia molto preziosa e sopra di essa posero un piatto o sottocoppa ed una coppa grande a forma di calice, suffi­ciente a ricevere il vino necessario, secondo il volere di Cri­sto nostro salvatore che con la sua potenza e divina sa­pienza preveniva e disponeva tutto. Il padrone di quella ca­sa mosso da un grande impulso gli offrì questi vasi pre­ziosi, ricchi di pietra simile a smeraldo. In seguito, furo­no usati dai santi discepoli per la consacrazione, quando riconobbero il tempo più opportuno e conveniente per ce­lebrare. Gesù si sedette a mensa con i Dodici e con altri seguaci, e chiese che gli portassero del pane genuino, sen­za lievito, che pose sul piatto, e del vino puro con il qua­le riempì il calice della quantità necessaria.

1182. Il Maestro della vita fece un dolcissimo discorso agli apostoli: le sue divine parole, che sempre penetrava­no sino all'intimo del cuore, in questo sermone furono co­me raggi accesi dal fuoco della carità, che scaldarono di questa dolce fiamma gli animi dei discepoli. Egli manife­stò loro nuovi ed altissimi misteri sulla sua divinità e uma­nità, e sulle opere della sua redenzione; raccomandò la pa­ce e l'unione della scambievole carità, che lasciò vincola­ta a quel sacro mistero che aveva stabilito di operare; pro­mise ad essi che, se si fossero amati gli uni gli altri, il suo eterno Padre li avrebbe amati come amava lui, e infuse in loro la sapienza per comprendere questa promessa ed ave­re la cognizione di essere stati eletti per istituire la nuova Chiesa e la legge di grazia. Infine, rinnovò l'illuminazione, che già avevano, circa la suprema dignità, l'eccellenza e i privilegi della sua purissima Madre. Su tutti questi miste­ri san Giovanni ricevette una maggiore luce a causa del ministero a cui era destinato. Dalla stanza dove era ritira­ta in divina contemplazione, la celeste Signora vedeva tut­to quello che il suo santissimo Figlio operava nel cenaco­lo, e con profonda intelligenza lo penetrava ed intendeva più di tutti gli apostoli, e perfino degli stessi angeli che as­sistevano, come si è detto sopra, in forma corporea, ado­rando il loro vero Signore, re e creatore. Dal luogo dove stavano, Enoch ed Elia furono trasportati nel cenacolo da­gli angeli, perché il Signore aveva disposto che questi due padri, uno della legge naturale e l'altro di quella scritta, si trovassero presenti alla meravigliosa istituzione della nuo­va legge e fossero partecipi dei suoi mirabili misteri.

1183. Mentre tutti questi personaggi che ho nominato si trovavano assieme, aspettando con stupore ciò che stava per fare l'Autore della vita, apparvero nel cenacolo le persone dell'eterno Padre e dello Spirito Santo, come era accaduto al Giordano e sul Tabor. Quantunque tutti gli apo­stoli e i discepoli sentissero qualche effetto di questa vi­sione, solo alcuni l'avvertirono, e tra questi in modo spe­ciale l'evangelista san Giovanni, che nei divini misteri eb­be sempre il privilegio di un acume penetrante come la vi­sta di un'aquila. Tutto il cielo si trasferì nel cenacolo di Gerusalemme. Tanto doveva essere e fu magnifica l'opera con la quale si istituì la Chiesa del Nuovo Testamento, si stabilì la legge di grazia e si preparò la nostra eterna sal­vezza! Per comprendere quanto operò il Verbo incarnato, desidero sottolineare che avendo egli due nature, divina e umana, presenti entrambe nella sua stessa persona, le azio­ni di ambedue le nature si dichiarano e si predicano at­tribuendole ad un'unica persona, quella del vero Dio e ve­ro uomo. Conformemente a ciò, quando dico che il Verbo incarnato parlava e pregava il suo eterno Padre, non si de­ve intendere che egli parlasse e pregasse con la natura di­vina, nella quale era uguale al Padre, ma con quella uma­na, in cui era inferiore e costituito come noi di anima e corpo. In questa forma Cristo, nostro bene, nel cenacolo rese onore, magnificenza e lode all'Onnipotente per la sua divinità e per il suo essere infinito, ed intercedendo a fa­vore del genere umano pregò dicendo:

1184. «Padre mio e Dio eterno, io vi onoro, vi lodo e vi magnifico nell'essere infinito della vostra divinità inacces­sibile, nella quale sono una medesima cosa con voi e con lo Spirito Santo, perché sono stato generato "ab aeterno" dal vostro intelletto, come impronta della vostra sostanza ed immagine della vostra stessa indivisibile natura. Io vo­glio portare a termine l'opera della redenzione umana che mi avete affidato nella natura che presi nel grembo ver­ginale di mia Madre; desidero espletarla nel modo più per­fetto e con la pienezza del vostro divino consenso e così passare da questo mondo alla vostra destra portandovi tut­ti quelli che mi avete dato senza che alcuno vada perdu­to, per quanto dipenda dalla nostra volontà e dalla forza stessa della redenzione. Ho posto le mie delizie tra i figli degli uomini che in mia assenza resteranno orfani e so­li, se li lascio senza assistenza. Voglio, perciò, Padre mio, lasciare loro un pegno certo e sicuro del mio inestingui­bile amore e del premio eterno che per essi ho prepara­to. Voglio lasciare loro un ricordo indefettibile di ciò che ho operato e patito per essi. Voglio che ritrovino nei miei meriti un facile ed efficace rimedio al peccato, di cui fu­rono partecipi per la disobbedienza del primo uomo; e vo­glio restituire ad essi copiosamente il diritto, che perdet­tero, di prender parte alla felicità eterna, per la quale fu­rono creati».

1185. «E proprio perché saranno pochi coloro che ac­cederanno a questo stato di perfezione, è necessario che rimangano altri mezzi di riscatto con cui riacquistarlo, ri­cevendo nuovi doni e grandissimi favori dalla vostra inef­fabile clemenza, per restare giustificati e santificati tra­mite diverse vie, durante il loro pericoloso pellegrinaggio terreno. La nostra volontà eterna, con la quale decre­tammo la creazione dell'uomo dal nulla, affinché egli prendesse esistenza e la conservasse, fu al fine di donar­gli le perfezioni e la beatitudine della nostra divinità; ma il vostro amore, che mi obbligò a nascere con un corpo corruttibile e ad umiliarmi per gli uomini fino alla mor­te di crocee, non resta soddisfatto se non trova nuove ma­niere di comunicarsi ad essi, secondo la loro capacità e la nostra sapienza. Ciò deve avvenire con segni visibili e sensibili, percepibili dalla natura fisica dei mortali, ma che abbiano effetti invisibili, di cui sia partecipe il loro spirito immortale».

1186. «Per il fine altissimo della vostra esaltazione e della vostra gloria chiedo, Signore e Padre mio, il "fiat" della vostra eterna volontà, nel nome mio e di tutti i figli poveri ed afflitti di Adamo. E se le loro colpe provocano la vostra giustizia, la loro condizione di miseria e di bi­sogno invoca la vostra infinita misericordia, accanto alla quale io interpongo le opere della mia umanità unita con vincolo indissolubile alla mia divinità: l'obbedienza con la quale accettai di essere passibile sino alla morte; l'umiltà con la quale mi assoggettai agli uomini ed ai loro depra­vati giudizi; la povertà e le sofferenze della mia vita; le ignominie, la passione e morte; e infine l'amore con cui accettai tutto ciò per la vostra gloria, e perché voi siate riconosciuto ed adorato da tutte le creature capaci di ri­cevere la vostra grazia e di magnificarvi. Voi, Signore e Padre mio, mi rendeste fratello degli uomini e capo di tut­ti gli eletti che devono godere con noi per sempre della nostra divinità, affinché come figli siano eredi con me dei vostri beni eterni e come membra partecipino dell'influs­so del capo: effetto che io bramo di comunicare loro, per l'amore che come per fratelli ho verso di essi. E per quan­to mi riguarda, voglio condurli tutti con me alla vostra amicizia e comunione, per la quale furono formati nel lo­ro capo naturale, il primo uomo, da cui discendono».

1187. «Con questo amore immenso dispongo, Signore e Padre mio, che tutti i mortali da questo momento possano essere rigenerati nella pienezza della vostra amicizia e della vostra grazia con il sacramento del battesimo. Essi lo pos­sono ricevere subito dopo essere venuti alla luce, senza vo­lere proprio, manifestandolo altri per loro, affinché rinasca­no nella vostra accettazione. Da quel momento in poi sa­ranno eredi della vostra gloria; resteranno contrassegnati co­me figli della Chiesa con un carattere indelebile, che non po­tranno mai più perdere; rimarranno purificati dalla macchia del peccato originale; e riceveranno i doni delle virtù teolo­gali, fede, speranza e carità, con le quali potranno operare come figli, riconoscendovi Signore, sperando in voi ed aman­dovi per voi stesso. Gli uomini riceveranno anche le virtù con cui frenare e governare le passioni disordinate del pec­cato, e sapranno discernere senza inganno il bene ed il ma­le. Il battesimo sia il vestibolo d'ingresso alla mia Chiesa, e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti ed ai nuovi benefici della grazia. Dispongo ancora che dopo questo sa­cramento ne ricevano un altro, dal quale siano corroborati e confermati nella santa fede che hanno professato, e che devono professare e difendere con fortezza arrivando all'u­so della ragione. E poiché gli uomini per la loro fragilità mancheranno facilmente nell'osservanza della mia legge, e la mia carità non sopporta che vengano lasciati senza un ri­medio facile ed opportuno, voglio che serva a questo fine la penitenza. Per suo mezzo i figli della Chiesa, riconoscendo le loro colpe con dolore e confessandole, potranno ritorna­re nello stato di giustizia e raggiungere la gloria che ho pro­messo loro. Lucifero e i suoi seguaci in tal modo non ri­porteranno il trionfo di averli allontanati dallo stato di gra­zia e di sicurezza in cui li aveva posti il battesimo».

1188. «1 mortali giustificati per mezzo di questi sacra­menti si ritroveranno abilitati ad amare in sommo grado e ad essere in piena comunione con me, durante l'esilio della loro vita terrena: unione che stabiliranno ricevendo­mi in un modo del tutto ineffabile nelle specie del pane e del vino in cui lascerò il mio corpo e il mio sangue. Ed in ciascuno sarò presente tutto, realmente e veramente, at­traverso il misterioso sacramento dell'eucaristia, perché mi dono in forma di alimento proporzionato alla condizione umana ed allo stato dei viatori, per i quali opero queste meraviglie e con i quali sarò presente in questo modo tut­ti i giorni fino alla fine del mondo. Ed affinché gli uo­mini abbiano un altro mezzo che li purifichi e li difenda, quando giungeranno al termine della vita, istituisco per es­si l'estrema unzione, che sarà anche una specie di pegno della loro risurrezione nei medesimi corpi segnati da que­sto sacro sigillo. Tutti questi sacramenti sono indirizzati a santificare le membra del corpo mistico della mia Chiesa, nella quale si deve osservare in modo sommo l'ordine e la concordia, dando a ciascuno l'autorità corrispondente al proprio ufficio. Voglio così che coloro che li conferiscono siano ordinati mediante un altro sacramento che li collo­chi nel supremo grado di sacerdoti rispetto a tutti gli al­tri fedeli: a tale effetto serva l'ordine, perché li contrasse­gni, li distingua e li santifichi in modo speciale ed emi­nente. E benché tutti ricevano da me questa eccellente in­vestitura, dispongo che ciò avvenga per mezzo di un capo che sia mio vicario, rappresenti la mia persona, e sia il su­premo sacerdote nella cui volontà deposito le chiavi del cielo ed al quale tutti devono ubbidire sulla terra. Infine, per una più alta perfezione della mia Chiesa istituisco il matrimonio, perché santifichi il vincolo naturale ordinato alla procreazione umana. Per effetto di questi sacramenti tutti i gradi della Chiesa saranno così arricchiti ed ornati dei miei infiniti meriti. Questa, eterno Padre, è la mia ultima volontà, con la quale faccio tutti i mortali eredi dei miei tesori, che vincolo alla mia nuova Chiesa, in cui li la­scio depositati».

1189. Cristo, nostro redentore, fece questa preghiera so­lamente in presenza degli apostoli. Ma la beatissima Regi­na, che dal luogo dove stava ritirata l'osservava e l'accom­pagnava con le sue orazioni, si prostrò a terra ed offrì, co­me madre, all'eterno Padre le suppliche del Figlio. E quan­tunque non potesse intensificare, con tutte le sue forze, le opere del nostro Salvatore, alla richiesta che egli presenta­va all'Onnipotente concorse anch'ella, come sua coadiutri­ce, similmente a quanto aveva fatto in altre occasioni, fo­mentando da parte sua la divina misericordia, affinché l'e­terno Padre non guardasse mai il suo Unigenito da solo, ma sempre in compagnia di sua Madre. E così fece l'On­nipotente, guardando entrambi con tenerezza ed attenzio­ne, ed accettando le preghiere e le suppliche del Figlio e della Madre per la salvezza degli uomini. In quest'occasio­ne la Regina operò anche un'altra cosa, perché il suo san­tissimo Figlio la affidò a lei. Per intendere questo è oppor­tuno considerare che Lucifero si trovò presente alla lavan­da degli apostoli, come si è già detto nel precedente capi­tolo; egli, pertanto, non avendo avuto il permesso di usci­re dal cenacolo, da ciò che vide fare a Cristo nostro bene, arguì con astuzia che volesse operare qualcosa di porten­toso a beneficio dei Dodici. E benché il dragone si ricono­scesse molto debilitato e senza forze per lottare contro il Redentore, con implacabile furore e superbia volle investi­gare quei misteri per escogitare qualche malvagità. La gran Signora vide questo estremo tentativo di Lucifero e che il suo santissimo Figlio rimetteva a lei questa causa; pertan­to accesa di zelo e di amore per la gloria dell'Altissimo, con autorevolezza di regina ordinò al dragone e a tutte le sue schiere che proprio in quello stesso momento uscissero dal cenacolo e sprofondassero nell'inferno.

1190. In questa impresa, per la pertinacia del principe delle tenebre, il braccio dell'Onnipotente diede a Maria san­tissima una nuova forza a cui non resistette nessuno dei demoni. Furono così ricacciati nelle caverne infernali fino a quando ebbero il nuovo permesso di uscire e di trovar­si presenti alla passione e morte del nostro Redentore, con la quale dovevano rimanere del tutto vinti ed accertati che Cristo fosse effettivamente il Messia e il salvatore del mon­do, vero Dio e vero uomo. Da ciò si può comprendere il motivo per cui Lucifero e i suoi seguaci furono presenti alla cena prevista dalla legge, alla lavanda degli apostoli e poi a tutta la passione, ma non si trovarono all'istituzione della santa eucaristia né alla comunione che i discepoli ri­cevettero dalle mani dello stesso Cristo, nostro Signore. Su­bito dopo, la gran Regina si elevò all'adempimento di un più sublime esercizio e alla contemplazione dei misteri che si preparavano. I santi angeli la magnificarono come va­lorosa e nuova Giuditta cantandole inni di gloria per il trionfo riportato contro il dragone infernale. Nello stesso tempo Cristo, nostro bene, compose un altro cantico in onore dell'eterno Padre, rendendogli grazie per i favori con­cessi a beneficio degli uomini.

1191. Dopo quanto si è detto, il divin Maestro prese nel­le sue venerabili mani il pane che era sul piatto, chieden­do interiormente al Padre quasi il permesso e il benepla­cito per farsi veramente e realmente presente nell'ostia, sia in quell'ora che anche dopo nella santa Chiesa, in virtù del­le parole che stava per pronunciare. In atto di obbedien­za, alzò allora gli occhi al cielo con tanta maestosità da suscitare negli apostoli, negli angeli e nella stessa Vergine un nuovo timore riverenziale. In seguito proferì le parole della consacrazione sopra il pane, lasciandolo mutato tran­sustanzialmente nel suo vero corpo, e sopra il calice del vino, convertendolo nel suo vero sangue. Nel momento in cui Cristo nostro Signore terminò di pronunziare la formula, risuonò la voce dell'eterno Padre che diceva: «Que­sti è il mio Figlio dilettissimo, in cui è e sarà il mio com­piacimento sino alla fine del mondo; egli starà con gli uo­mini per tutto il tempo che durerà il loro esilio terreno». Questa stessa dichiarazione fu confermata anche dallo Spi­rito Santo. La santissima umanità di Cristo, nella persona del Verbo, fece un profondo inchino alla divinità presente nel suo corpo e nel suo stesso sangue. La vergine Madre, che se ne stava ritirata e raccolta in preghiera, in quell'i­stante si prostrò a terra e adorò il suo Figlio sacramenta­to con incomparabile rispetto; similmente fecero anche gli angeli assegnati alla sua custodia, tutti gli spiriti celesti, ed infine Enoch ed Elia in nome loro e degli antichi patriar­chi e profeti delle leggi naturale e scritta.

1192. Tutti gli apostoli e i discepoli prestarono fede a questo eccelso mistero - eccetto Giuda il traditore - e lo adorarono con profonda umiltà e venerazione, ciascuno se­condo la propria disposizione. Quindi il nostro gran sa­cerdote Cristo innalzò il suo corpo e il suo sangue, affin­ché lo adorassero tutti coloro che assistevano a questa pri­ma Messa: e così avvenne. In questa solenne elevazione fu­rono illuminati interiormente più degli altri la sua puris­sima Madre, san Giovanni, Enoch ed Elia perché cono­scessero in modo sublime come nelle specie del pane fos­se presente il sacratissimo corpo, in quelle del vino il san­gue, ed in entrambe tutto Cristo vivo e vero, per l'unione inseparabile della sua santissima anima con il suo corpo e il suo sangue. Essi avrebbero compreso anche come in questo sacramento vi fosse la presenza dell'intera Divinità, come nella persona del Verbo stessero quelle del Padre e dello Spirito Santo, e come in modo mirabile e misterio­so per mezzo di queste unioni, di queste esistenze insepa­rabili e concomitanti restassero presenti nell'eucaristia tut­te e tre le Persone con la perfetta umanità di Cristo no­stro Signore. La divina Signora penetrò profondamente tutto ciò, mentre gli altri lo capirono nella misura a ciascu­no conveniente. Tutti coloro che erano presenti a questo prodigioso evento poterono comprendere anche l'efficacia delle parole della consacrazione, e come queste fossero già cariche della forza divina affinché, pronunziate con l'in­tenzione di Cristo da qualsiasi sacerdote presente e futuro sui rispettivi elementi, convertissero la sostanza del pane nel suo corpo e quella del vino nel suo sangue, lasciando gli accidenti senza soggetto e con una nuova maniera di sussistere, senza andare perduti. Tutto ciò riporta una cer­tezza così assoluta ed infallibile che scompariranno il cie­lo e la terra prima che manchi l'efficacia di questa formula di consacrazione, purché venga debitamente pronunziata dal ministro e sacerdote di Cristo.

1193. La nostra divina Regina conobbe anche, con spe­ciale visione, come il sacro corpo di Cristo nostro Signo­re stesse nascosto sotto gli accidenti del pane e del vino senza alterarli, né essere alterato da loro: difatti, né il cor­po può essere soggetto di essi né essi possono essere for­me del corpo. Le specie stanno con la stessa estensione e con le stesse qualità prima e dopo la consacrazione, oc­cupando il medesimo spazio, come si vede nell'ostia con­sacrata. Il sacratissimo corpo, benché abbia tutta la sua grandezza, vi è presente in modo indiscutibile senza che una parte si confonda con l'altra: Cristo è tutto in tutta l'o­stia, e tutto in qualunque parte di essa, senza che l'ostia dilati o limiti il corpo né il corpo l'ostia, perché né l'e­stensione propria del corpo ha relazione con quella delle specie accidentali, né quella delle specie dipende dal san­tissimo corpo. E così hanno un diverso modo di esisten­za. Il corpo compenetra la quantità degli accidenti senza che questi lo impediscano. E sebbene in natura con la sua estensione la testa ricerchi luogo e spazio diversi dalle ma­ni e queste dal petto e dalle altre membra, con la potenza divina il corpo consacrato si pone con tutta la sua grandezza in un medesimo spazio, perché non ha alcuna rela­zione con l'area che naturalmente occupa, dispensandosi da tutti questi rapporti e risultando senza di essi un cor­po quantitativo. Né si trova presente in un luogo solo, né in una sola ostia, ma in molte nello stesso tempo, quan­tunque le particole consacrate siano di numero infinito.

1194. Comprese, similmente, la nostra Signora che il corpo e il sangue, benché non avessero dipendenza natu­rale dagli accidenti nel modo sopraddetto, non si sarebbe­ro conservati in essi sacramentati al di là del tempo in cui le specie sarebbero durate, senza decomporsi, disponendo così la santissima volontà di Cristo, autore di queste me­raviglie. E questo fu espressione di una dipendenza vo­lontaria dell'esistenza miracolosa del suo corpo e del suo sangue dall'esistenza incorrotta del pane e del vino. E nel momento in cui questi si corrompono e vengono distrutti o alterati dalle cause naturali - come accade per azione del calore dello stomaco dopo aver ricevuto il Santissimo Sacramento, oppure come succede per altre cause che pos­sono produrre lo stesso effetto - allora Iddio crea un'altra nuova sostanza, nell'istante in cui le specie stanno per su­bire l'ultima trasformazione. Con questa sostanza, in cui non esiste più il sacro corpo, si attua la nutrizione del fi­sico, che in tal modo si alimenta lasciando subentrare la forma umana che è l'anima. Questo evento meraviglioso della creazione di una nuova sostanza, che riceva gli acci­denti alterati e decomposti, scaturisce da una parte dalla volontà divina, che ha stabilito che il corpo non perduri con l'alterazione delle specie, e dall'altra dall'ordine di na­tura, perché il fisico dell'uomo, incline ad alimentarsi, non può aumentare la propria massa se non con un'altra nuo­va sostanza che le si aggiunga senza che gli accidenti con­tinuino ad avere in essa le loro proprietà.

1195. La destra dell'Onnipotente racchiuse in questo San­tissimo Sacramento questi ed altri misteri. La Signora del cielo e della terra li penetrò tutti profondamente, mentre san Giovanni, i due padri dell'antica legge, che si trovavano nel cenacolo, e gli apostoli ne capirono una buona parte nel mo­do a loro confacente. La purissima Regina non solo com­prese questo beneficio così comune ed altrettanto grande, ma venne a conoscenza anche dell'ingratitudine con cui i mor­tali si sarebbero comportati verso un mistero così ineffabile, istituito a loro rimedio. Decise, allora, da quel momento in poi, di considerare suo dovere il compito di compensare e supplire con tutte le sue forze la nostra villania e noncu­ranza, rendendo grazie all'eterno Padre ed al suo santissimo Figlio per una meraviglia così rara, creata in favore del ge­nere umano. E nutrì questa speciale attenzione per tutto il tempo della vita; e molte volte eseguiva questo esercizio spar­gendo lacrime di sangue dal suo ardentissimo cuore al fine di riparare la nostra riprensibile e vergognosa dimenticanza.

1196. Un'ammirazione ancor più grande mi desta quel che successe a Gesù; egli dopo aver innalzato il Santissimo Sa­cramento affinché - come ho già detto - i discepoli lo ado­rassero, lo spezzò con le sue sacre mani, comunicando in­nanzitutto se stesso, come primo e sommo sacerdote. E ri­conoscendosi, in quanto uomo, inferiore alla Divinità che egli riceveva nel suo stesso corpo e sangue, si umiliò, si prostrò fino all'annientamento ed ebbe come un tremore nella par­te sensitiva, manifestando, con ciò, due cose: l'una, la rive­renza con cui si doveva ricevere il suo sacratissimo corpo; l'altra, il dolore che sentiva per la temerità e l'audacia con cui molti uomini avrebbero ardito accostarsi a questo altis­simo ed eminente sacramento per riceverlo o toccarlo. Gli effetti che produsse in Cristo, nostro bene, la comunione fu­rono mirabilmente divini, perché per un breve lasso di tem­po ridondò in tutto il suo corpo lo splendore della gloria del­la sua santissima anima, come sul Tabor. Questa meraviglia fu manifestata pienamente alla sua purissima Madre e ne compresero solo qualcosa san Giovanni, Enoch ed Elia. Con questo privilegio la santissima umanità si dispensò dal rice­vere sollievo o dal nutrire sino alla morte qualche desiderio. La vergine Madre vide anche con speciale visione come il suo santissimo Figlio ricevesse se stesso sacramentato e ri­manesse così nel suo divin petto. Tutto ciò provocò magni­fici effetti nella nostra Regina.

1197. Cristo, nostro bene, nel comunicarsi elevò un can­to di lode all'eterno Padre ed offrì se stesso sacramentato per la salvezza di tutti i mortali. Immediatamente dopo, spezzò un'altra parte del pane consacrato e la consegnò all'arcange­lo Gabriele, perché la portasse a Maria santissima e la co­municasse. I santi angeli, per questo privilegio, rimasero sod­disfatti e ripagati dalla delusione che la dignità sacerdotale, così eccelsa, fosse spettata agli uomini e non a loro. Infatti, solo l'aver tenuto nelle loro mani il corpo sacramentato del Signore e vero Dio suscitò in essi una nuova e grande leti­zia. La divina Signora, versando copiose lacrime, stava già in attesa della santa comunione, quando giunse san Gabriele con una schiera innumerevole di angeli; ella così ricevette questo particolare beneficio dalla mano del santo principe, e fu la prima a comunicarsi dopo il suo santissimo Figlio, imi­tandolo nell'umiliazione, nella riverenza e nel santo timore. Il Santissimo Sacramento restò depositato nel petto di Ma­ria santissima, dentro il suo cuore, come in un legittimo sa­crario e tabernacolo dell'Altissimo. Questa dimora dell'euca­ristia durò per tutto il tempo che intercorse tra quella notte e il momento in cui, dopo la risurrezione, san Pietro celebrò la prima Messa, come si dirà in seguito. L'onnipotente Si­gnore dispose questa meraviglia per consolare la celeste Re­gina, ed anche per adempiere, anticipatamente, la promessa fatta alla sua Chiesa: Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Difatti, dopo la sua morte la sua santissima umanità non poteva essere presente nella Chiesa in un'altra maniera che non fosse quella di restare depositata in Maria purissima: arca viva che conteneva la vera manna con tutta la legge evangelica, allo stesso modo dell'arca di Mosè che aveva anticamente custodito le figure. Nel petto della Si­gnora e regina del cielo fino alla nuova consacrazione le spe­cie sacramentali non si consumarono né si alterarono.

1198. La celeste Principessa, ricevuta la santa comunio­ne, rese grazie all'eterno Padre ed al suo santissimo Figlio con nuovi cantici, ad imitazione di ciò che aveva fatto il Verbo divino incarnato. Subito dopo il nostro Salvatore die­de il pane sacramentato agli apostoli ed ordinò che lo di­stribuissero fra loro e lo mangiassero. Con questo co­mando conferì loro la dignità sacerdotale, che essi pronta­mente cominciarono ad esercitare, comunicando ciascuno se stesso, con somma riverenza, versando copiose lacrime e rendendo culto al corpo ed al sangue del Redentore, che avevano ricevuto. Nel ministero del sacerdozio ebbero così la preminenza più antica, come si addiceva a coloro che dovevano essere fondatori della Chiesa. San Pietro, per or­dine di Cristo, prese altre particole consacrate e comunicò i due antichi padri, Enoch ed Elia; e così con il giubilo e per gli effetti della santa eucaristia questi rimasero nuova­mente confortati ed esortati a pazientare sino alla fine del mondo nell'attesa della visione beatifica, che per tanti se­coli viene loro rimandata dalla divina volontà. I due pa­triarchi, per questo beneficio, elevarono ferventi lodi e re­sero umili grazie all'Onnipotente; furono così riportati al lo­ro luogo per ministero dei santi angeli. Il Signore dispose questa meraviglia per rendere partecipi della sua incarna­zione, e della redenzione e risurrezione generale, tutti coloro che erano vincolati alle due leggi, naturale e scritta. Infatti il sacramento dell'eucaristia, che racchiudeva in sé tutti questi misteri, venendo comunicato ai due santi uo­mini Enoch ed Elia, che si ritrovavano vivi in carne mor­tale, si estendeva nella comunione ai due stati della legge, naturale e scritta, perché gli altri che lo ricevettero appar­tenevano alla nuova legge di grazia, i cui padri erano gli apostoli. I santi Enoch ed Elia conobbero tutto ciò, ed in nome degli altri santi delle loro rispettive leggi resero lode al loro e nostro Redentore per questo arcano privilegio.

1199. Mentre gli apostoli ricevevano il Santissimo Sa­cramento accadde anche un altro miracolo, rimasto nel se­greto: il perfido traditore, Giuda, vedendo che il divin Mae­stro ordinava loro di comunicarsi, decise come uomo infe­dele di non farlo e, se avesse potuto, di conservare il sacro corpo, per poi portarlo nascostamente ai sacerdoti e ai fa­risei e farne così un capo d'accusa. Il suo proposito era quello di riferire a questi che il divin Maestro asseriva che quel pane era il suo stesso corpo, affinché essi gli impu­tassero ciò come un grave delitto. E se per caso non aves­se potuto raggiungere tale scopo, avrebbe ordito qualche al­tro vituperio al divin Sacramento. La Signora e regina del cielo, la quale per visione chiarissima stava osservando tut­to ciò che succedeva - sia la predisposizione con cui gli apostoli internamente ed esternamente ricevevano la santa comunione, sia gli effetti di questa e i loro sentimenti - si accorse anche degli esecrabili intenti dell'ostinato Giuda. Come madre, sposa e figlia si accese allora di zelo per la gloria del suo Signore e, conoscendo che era volontà divi­na che usasse in quell'occasione l'autorità di regina, ordinò ai suoi angeli che estraessero di bocca al malvagio disce­polo il pane e il vino consacrati subito dopo che li ebbe ri­cevuti, e li ponessero dove stava il rimanente. In quella cir­costanza spettava a lei difendere l'onore del suo santissimo Figlio, affinché Giuda non lo ingiuriasse come sperava con quella nuova ignominia che aveva macchinato. Gli angeli ubbidirono e, quando il peggiore dei viventi giunse a co­municarsi, gli tolsero di bocca le specie sacramentali. Le purificarono di ciò di cui si erano impregnate nell'immon­dissimo luogo della sua bocca, le riportarono nello stato di prima e le posero nascostamente fra le altre, mentre il Si­gnore zelava l'onore del suo nemico ed ostinato Apostolo. Queste specie furono poi ricevute da coloro che si comu­nicarono dopo Giuda, secondo l'ordine di anzianità, poiché egli non fu né il primo né l'ultimo a prenderle. I santi an­geli eseguirono tutto in pochissimo tempo. Il nostro Salva­tore, in seguito, rese grazie all'eterno Padre e così diede compimento ai misteri della cena sacramentale, prevista dalla legge, e dette inizio a quelli della sua passione, che io riferirò nei successivi capitoli. La Regina dei cieli conti­nuava a ponderarli e ad ammirarli tutti, e ad intonare in­ni di lode e di magnificenza all'altissimo Signore.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1200. Oh, figlia mia, se coloro che professano la fede cattolica aprissero i cuori induriti e ostinati alla vera co­noscenza del misterioso beneficio della santa eucaristia! Oh, se distaccandosi e alienandosi dagli affetti terreni, e moderando le loro passioni, si applicassero con viva fede a comprendere nella divina luce il felice privilegio di ave­re sempre presente in mezzo a loro l'eterno Dio sacra­mentato e di poterlo ricevere e frequentare, rendendosi par­tecipi degli effetti di questa manna del cielo! Oh, se cono­scessero degnamente questo grande dono; se stimassero questo tesoro; se gustassero la sua dolcezza; se in esso aves­sero parte delle virtù nascoste del loro Dio onnipotente! Essi non avrebbero più nulla da desiderare né da temere durante questo esilio terreno. I mortali non devono la­mentarsi nel tempo propizio della legge di grazia di essere afflitti dalle passioni e dalla loro fragilità, perché in que­sto pane del cielo hanno in mano la salvezza e la fortez­za. Né devono risentirsi di essere tentati e perseguitati dal demonio, perché lo vinceranno con il buon uso di questo ineffabile sacramento, ed accostandovisi degnamente. I fe­deli hanno la colpa di non attendere a questo divino mi­stero, e di non valersi della sua infinita potenza per tutti i loro bisogni e travagli, in risposta e a rimedio dei quali lo istituì il mio santissimo Figlio. In verità ti dico, o ca­rissima, che Lucifero e i suoi demoni hanno un tale timore alla presenza dell'eucaristia che il solo avvicinarsi ad essa provoca loro maggiori tormenti che stare nell'inferno. E sebbene entrino nelle chiese per tentare i credenti, in realtà violentano se stessi, perché per precipitare un'anima, ob­bligandola o attirandola a commettere un peccato princi­palmente nei luoghi sacri ed alla presenza dell'eucaristia, vengono a patire crudeli pene. Ma è lo sdegno che nutro­no contro Dio e contro le anime che li spinge ad usare tut­te le loro forze, sebbene si debbano esporre al nuovo tor­mento di stare vicini a Cristo sacramentato.

1201. Quando il Santissimo Sacramento viene condotto per le strade in processione, i demoni ordinariamente fug­gono e si allontanano in tutta fretta, e non ardirebbero ac­costarsi a coloro che lo accompagnano se non fosse per l'a­bilità e per la lunga esperienza che hanno di vincerne al­cuni, inducendoli a mancare di rispetto al Signore. Per que­sto fine, essi si affaticano tanto a ordire insidie nei templi, perché sanno quanto grave sia in questi luoghi sacri l'in­giuria al Signore, il quale vi si trova sacramentato per amo­re, aspettando gli uomini per santificarli ed attendendo che gli rendano il contraccambio del dolcissimo amore che egli dimostra loro con tante finezze. Da quanto ti ho detto po­trai comprendere quale potere possieda chi riceve degna­mente questo sacro pane degli angeli, e come i demoni te­merebbero gli uomini, se questi lo frequentassero con devozione e purezza di cuore, cercando di conservarsi in que­sto stato fino alla comunione successiva. Ma sono molto po­chi quelli che vivono con questa sollecitudine, mentre il ne­mico è sempre in agguato, spiando e cercando che subito i mortali si trascurino, si intiepidiscano e si distraggano af­finché non si valgano contro di lui di armi così poderose. Imprimi nel tuo cuore questo insegnamento; e poiché, sen­za che tu lo meriti, l'Altissimo ha disposto che tu riceva ogni giorno, per obbedienza, il Santissimo Sacramento, cerca con tutte le forze di mantenerti nello stato in cui ti disponi per la comunione sino a quando non farai la successiva. La vo­lontà del mio Signore - e anche la mia - è che con questa spada tu combatta le guerre dell'Altissimo, in nome della santa Chiesa, contro i nemici invisibili che oggi affliggono e contristano la Signora delle genti, senza che vi sia chi la consoli o chi degnamente consideri ciò. Piangi per questa causa e il tuo cuore si spezzi per il dolore perché, nono­stante l'onnipotente e giusto giudice sia sdegnato contro i cattolici per avere essi provocato la sua giustizia con pec­cati così continui e smisurati - malgrado la fede che pro­fessano -, non vi è chi consideri, ponderi e tema un danno così grande. E non vi è neppure chi si disponga ad un sin­cero pentimento: rimedio che i fedeli potrebbero subito sol­lecitare con il buon uso del divino sacramento dell'eucari­stia, con l'accostarvisi e con la mia intercessione.

1202. In questa colpa, gravissima in tutti i figli della Chie­sa, sono più riprensibili i sacerdoti indegni e cattivi, perché dall'irriverenza con cui trattano il Santissimo Sacramento dell'altare gli altri cattolici hanno attinto l'occasione per di­sprezzarlo. Difatti, se il popolo cristiano vedesse i presbiteri accostarsi ai divini misteri con timore e tremore riverenzia­le, ben comprenderebbe che con lo stesso timore e tremore tutti dovrebbero trattare e ricevere il loro Dio sacramentato. Coloro che si comportano conformemente a quanto detto ri­splendono nel cielo come il sole tra le stelle, perché dalla gloria del mio santissimo Figlio ridonda su quelli che lo ac­colgono con riverenza una luce speciale, che non possiedo­no quelli che non frequentano con devozione la santa euca­ristia. Inoltre i corpi gloriosi di questi zelanti fedeli porte­ranno sul petto, dove lo ricevettero, un segno o uno stem­ma brillantissimo e bellissimo a testimonianza del fatto che furono degni tabernacoli del Santissimo Sacramento. Ciò sarà, a loro insaputa, motivo di gaudio e di godimento per essi, di giubilo e lode per gli angeli e di ammirazione per tutti. Essi riceveranno anche un altro premio accidentale, perché conosceranno e vedranno con speciale intelligenza il modo in cui il mio santissimo Figlio è presente nell'eucari­stia, e tutti i miracoli che si racchiudono in essa. Ciò desterà in loro un gaudio così grande che basterebbe a ricrearli eter­namente, quando non ne avessero altro nel cielo. Anzi, la gloria di coloro che si saranno comunicati con degna devo­zione e purezza di cuore uguaglierà e addirittura supererà quella di alcuni martiri che non ricevettero l'eucaristia.

1203. Voglio ancora, figlia mia, che proprio dalla mia bocca tu ascolti ciò che io reputavo di me stessa, quando durante il mio pellegrinaggio terreno dovevo ricevere il mio figlio e Signore sacramentato. Ed affinché tu lo capisca meglio, rinnova nella tua memoria tutto quello che hai in­teso della mia vita, nella misura in cui io te l'ho manife­stato: fui preservata nella mia concezione dalla colpa ori­ginale; superai in amore i supremi serafini; non commisi mai peccati; esercitai sempre tutte le virtù eroicamente, avendo in ogni mia opera un altissimo fine; imitai il mio santissimo Figlio con somma perfezione; lavorai fedel­mente; patii con coraggio e cooperai a tutte le opere del Redentore nella misura che mi spettava; e non cessai mai di amarlo e di conseguire la pienezza di grazia e di gloria in grado eminentissimo. Eppure ritenni che tutti questi me­riti mi fossero degnamente ricompensati con il ricevere una sola volta il suo sacratissimo corpo nell'eucaristia, non sti­mandomi all'altezza di un così grande beneficio. Conside­ra adesso, figlia mia, ciò che tu e gli altri figli di Adamo dovete meditare quando vi accostate a ricevere questo mi­rabile sacramento. E se per il più grande dei santi sareb­be premio sovrabbondante una sola comunione, che cosa dovrebbero sentire e fare i sacerdoti e i fedeli che la fre­quentano? Apri i tuoi occhi tra le dense tenebre e la ce­cità degli uomini, e innalzati verso la divina luce per pe­netrare questi misteri. Giudica le tue opere piccole e mi­sere, i tuoi meriti molto limitati, le tue fatiche leggerissi­me, e considera la tua gratitudine molto scarsa ed esigua rispetto ad un beneficio così raro qual è quello che la san­ta Chiesa abbia Cristo, il mio santissimo figlio, sacramen­tato e desideroso che tutti lo ricevano per arricchirli. E poiché per questo bene non hai da offrirgli una degna re­tribuzione, almeno umiliati sino a lambire la polvere e giu­dicati indegna con tutta la verità del cuore. Magnifica l'Al­tissimo, benedicilo e lodalo, mantenendoti sempre pronta e disposta con fervidi affetti a riceverlo e a patire molte sofferenze al fine di conseguire un bene così grande.

 

CAPITOLO 12

 

La preghiera che il nostro Salvatore recitò nell'orto; tutti i misteri che l'avvolsero e ciò che conobbe di questi la sua santissima Madre.

 

1204. Il nostro Salvatore, con le meraviglie e i prodigi che aveva operato nel cenacolo, lasciava già ben sistema­to ed ordinato il regno che l'eterno Padre con la sua immutabile volontà gli aveva affidato. Subentrata la notte se­guente il giovedì della cena, sua Maestà decise di uscire dalla casa dove aveva celebrato gli straordinari misteri per entrare nella dolorosa lotta della sua passione e morte, per mezzo della quale si doveva compiere la redenzione uma­na. Nello stesso tempo anche Maria lasciò il luogo dove si era ritirata in preghiera, per incontrarsi con lui. Quando il Principe dell'eternità e la Regina furono di fronte, la spa­da del dolore trapassò il cuore di entrambi ferendoli, nel medesimo istante, in un modo così intenso da superare ogni pensiero umano ed angelico. L'addolorata Madre si prostrò a terra adorando Gesù come suo vero Dio e re­dentore ed egli, rimirandola con volto austero e grato per essere figlio suo, le parlò dicendo: «Madre mia, mi troverò nella tribolazione assieme a voi; facciamo la volontà del mio eterno Padre e portiamo a compimento la salvezza de­gli uomini». La gran Regina si offrì al sacrificio con tutto il cuore, chiese la benedizione a sua Maestà e avendola ri­cevuta si ritirò nuovamente nella sua stanza, dove il Si­gnore le concesse di vedere tutto quello che accadeva e quanto il suo santissimo Figlio stava per operare, affinché ella potesse accompagnarlo e cooperare in ogni cosa nella misura che le spettava. Il padrone di quella casa, presen­te a questo congedo, per impulso divino la offrì subito con tutto quello che vi era dentro alla Signora del cielo, affin­ché se ne servisse durante la sua permanenza a Gerusa­lemme. Maria l'accettò con umile riconoscenza e vi rima­se in compagnia dei mille angeli dediti alla sua custodia, che l'assistevano sempre in forma visibile solo a lei, e di alcune delle pie donne che aveva condotto con sé.

1205. Il nostro Redentore e maestro uscì dal cenacolo con tutti gli uomini che avevano assistito alla cena e alla ce­lebrazione dei suoi misteri. Subito molti di questi si conge­darono, incamminandosi per diverse strade, al fine di dedi­carsi ciascuno alle proprie occupazioni. Sua Maestà, seguito solo dai dodici apostoli, diresse i suoi passi verso il mon­te degli Ulivi, situato appena fuori della città di Gerusa­lemme, dalla parte orientale. Da ciò Giuda, reso dalla rea perfidia più che mai accorto e sollecito nel consegnare ai farisei il divin Maestro, congetturò che vi andasse a tra­scorrere la notte in preghiera, come di solito faceva. Quel­l'occasione gli parve molto opportuna per metterlo nelle ma­ni degli scribi e dei farisei, suoi alleati. Con questa infelice decisione seguì Gesù, fermandosi ogni tanto e lasciandolo andare avanti con gli altri apostoli, senza che questi peral­tro se ne accorgessero. Nel momento in cui li perdette di vista, si lanciò in tutta fretta verso il precipizio della sua ro­vina: camminava ansioso, pieno di gran timore e turba­mento, segno della malvagità che doveva commettere. E in­vaso da questa inquieta sollecitudine, come chi abbia la co­scienza tarlata dal rimorso, correndo giunse sbalordito alla casa dei sommi sacerdoti. Accadde allora che Lucifero, il quale nutriva il sospetto che Cristo nostro bene fosse il ve­ro Messia - come si disse nel capitolo decimo -, scorgendo la fretta di Giuda nel procurare a questi la morte, andò in­contro al traditore sotto l'aspetto di un suo amico, un uo­mo molto malvagio, a cui l'empio discepolo aveva confida­to la sua delittuosa azione. Sotto quelle sembianze il dra­gone gli parlò, senza essere da lui conosciuto, e gli disse che, sebbene quell'intento di vendere il suo Maestro in prin­cipio gli fosse sembrato buono, per le malvagità che aveva sentito da lui stesso narrare, in seguito riflettendovi sopra aveva preso in esame un'alternativa migliore e più sicura. E soggiunse che gli sembrava opportuno che non lo conse­gnasse ai sommi sacerdoti ed ai farisei, perché dopotutto Gesù non era poi così cattivo come pensava e glielo aveva descritto, né meritava la morte; e inoltre lo preavvertì del fatto che successivamente sarebbe potuta cadere addosso a lui qualche grande disgrazia, se il Salvatore avesse operato dei miracoli in virtù dei quali si fosse liberato.

1206. Lucifero ordì questa insidiosa trama per revocare con un più forte timore le suggestioni, che aveva prece­dentemente infuso nel perfido cuore del discepolo tradito­re contro l'Autore della vita. Ma la sua nuova malizia gli riuscì vana, perché Giuda, che volontariamente aveva per­duto la fede e non nutriva i violenti sospetti del demonio, volle mettersi a rischio cercando la morte del suo Maestro piuttosto che esporsi allo sdegno dei farisei se lo avesse la­sciato in vita. Invaso dal terrore, per la sua abominevole ingordigia non fece caso al consiglio di Lucifero, benché reputasse che questi fosse l'uomo di cui aveva assunto l'a­spetto. E siccome egli era già stato abbandonato dalla gra­zia divina, non volle né poté lasciarsi persuadere dal con­siglio del demonio a retrocedere dalla sua cattiveria. Ora, mentre l'Autore della vita si trovava a Gerusalemme, i som­mi sacerdoti si stavano consultando sul modo in cui Giu­da avrebbe adempiuto la promessa di consegnarlo ad essi. In quel momento entrò il traditore, e riferì loro che il suo Maestro si era recato con gli altri discepoli sul monte de­gli Ulivi e quella notte gli sembrava la migliore occasione per catturarlo, qualora essi fossero andati con cautela e pre­parati, affinché non sfuggisse dalle loro mani con gli arti­fici e gli stratagemmi che egli ben conosceva. I sacrileghi sacerdoti si rallegrarono tanto e si affrettarono a reclutare gente armata per catturare l'innocentissimo Agnello.

1207. Sua Maestà stava intanto discutendo, con gli un­dici apostoli, della salvezza eterna di tutti noi e degli stes­si che tramavano la sua morte. Oh, inaudita e mirabile contesa della malizia umana e dell'immensa bontà e carità divina! Se sin dal primo uomo incominciò questa lotta del bene e del male nel mondo, nella morte del nostro Re­dentore i due estremi giunsero al sommo grado a cui po­tevano arrivare, poiché ciascuno di essi operò in presenza dell'altro nel modo supremo che gli fu possibile: gli uomi­ni con la propria malizia togliendo la vita al loro stesso Creatore e redentore, e questi dandola per essi con im­mensa carità. In tale occasione fu necessario - a nostro modo di intendere - che l'anima santissima di Cristo no­stro bene volgesse la sua attenzione sulla sua santissima Madre, e facesse lo stesso la sua divinità, al fine di trova­re fra le creature qualche oggetto di compiacimento in cui far dimorare il suo amore ed arrestare la sua giustizia. Di­fatti, solo in quella pura creatura scorgeva degnissima­mente consumata la passione e morte che gli veniva pre­parata dagli uomini; solo in quella santità senza limiti la giustizia divina si ritrovava in parte compensata della ma­lizia umana. Nell'umiltà e nella fedelissima carità di que­sta celeste Signora restavano depositati i tesori dei meriti di Cristo nostro Signore, affinché in virtù di questi e del­la sua morte rinascesse in seguito la Chiesa come nuova fenice da cenere ardente. Questo compiacimento, che l'u­manità del nostro Redentore riceveva dalla vista della san­tità di Maria, gli dava sostegno e coraggio per vincere la malizia dei mortali, poiché reputava giustamente spesa la sua pazienza nel soffrire tali pene, avendo tra gli uomini la sua amantissima e degna Madre.

1208. La gran Signora dal luogo dove se ne stava ritira­ta in preghiera vedeva tutto quello che andava succedendo: i pensieri dell'ostinato Giuda e il modo in cui si appartò dal collegio apostolico; come gli parlò Lucifero sotto l'aspetto di quell'uomo, suo conoscente; quello che avvenne quando il discepolo traditore si recò dai sommi sacerdoti, e ciò che questi disposero e operarono per catturare in fretta il Si­gnore. La nostra capacità non è sufficiente a spiegare il do­lore che, per questa conoscenza infusa, penetrava il puris­simo cuore della vergine Madre, gli atti di virtù che ella eser­citava alla vista di tali malvagità e il modo in cui si com­portava dinanzi a questi avvenimenti: basti dire che tutto successe con pienezza di sapienza, di santità e di compia­cimento della santissima Trinità. Maria sentì pure compassione per Giuda e pianse la perdita di quel perverso disce­polo, compensando la sua empietà con l'adorazione, la con­fessione, l'amore e la lode dello stesso Signore, che egli ave­va venduto con un tradimento così ingiurioso e sleale; sa­rebbe stata disposta e pronta a morire per la sua salvezza, se fosse stato necessario. La prudentissima Signora pregò anche per coloro che stavano tramando la cattura e la mor­te del suo Agnello divino, poiché li rimirava; li stimava e li reputava come oggetti che si dovevano acquistare ed ap­prezzare con il valore inestimabile di una vita e di un san­gue preziosi, quali erano quelli di un Dio incarnato.

1209. Il nostro Salvatore proseguì il suo cammino ver­so il monte degli Ulivi e, passando il torrente Cedron, en­trò nell'orto del Getsèmani. Ivi, parlando a tutti gli apo­stoli che lo seguivano, disse: «Sedetevi qui, mentre io va­do a pregare; e pregate anche voi per non entrare in ten­tazione». Gesù diede loro questo avvertimento affinché fos­sero perseveranti e forti nella fede di fronte alle tentazio­ni che aveva predetto nella cena: essi si sarebbero scanda­lizzati in quella notte al vederlo patire, e tutti quanti sa­rebbero stati investiti da satana per essere gettati nell'in­quietudine e nel turbamento con false suggestioni, come era stato profetizzato che il pastore doveva essere maltrat­tato e percosso, e le pecorelle dovevano essere disperse. Il Maestro della vita, quindi, lasciando gli altri otto apostoli insieme, prese con sé san Pietro, san Giovanni e san Gia­como, e con loro si appartò in un luogo, dove non pote va essere visto né sentito dai rimanenti. Restando con que­sti tre, alzò gli occhi verso l'eterno Padre, lo adorò e lodò come era solito fare, e nel suo intimo elevò una preghiera e una supplica perché si adempisse la profezia di Zacca­ria. Egli permetteva, così, alla morte di avvicinarsi a lui, che era innocentissimo e senza peccato, e comandava alla spada della giustizia divina di risvegliarsi sul pastore e sul­l'uomo, che era anche vero Dio, per riversare su di lui tut­ta la sua asprezza, trafiggendolo fino a togliergli la vita. A tal fine Gesù si offrì di nuovo al Padre per soddisfare la sua giustizia, a riscatto di tutto il genere umano; inoltre diede consenso ai tormenti della passione e morte di af­fliggerlo proprio nella parte in cui la sua santissima uma­nità era sensibile. Da quel momento in poi respinse ogni consolazione e ogni sollievo che gli sarebbe potuto tra­boccare dalla parte insensibile, affinché con questa rinun­cia le sue pene e i suoi dolori giungessero al sommo gra­do del patire. E l'Onnipotente concesse ed approvò tutto, secondo la volontà della santissima umanità del Verbo.

1210. Questa supplica di Cristo espresse l'assenso che apri le porte al mare della passione e dell'amarezza, per­ché entrassero con impeto nella sua anima, come egli ave­va detto per bocca di Davide. E così incominciò a sentire paura ed angoscia, e tutto preso da questi sentimenti dis­se ai tre apostoli: «La mia anima è triste fino alla morte». E poiché queste parole e questa tristezza del nostro Re­dentore racchiudono tanti misteri, fonte di insegnamento per noi, riferirò nel modo in cui l'ho compreso qualcosa di ciò che mi è stato dichiarato. Sua Maestà permise che la sua mestizia raggiungesse, sia per natura che per mira­colo, il sommo grado, proporzionatamente a tutta la parte sensibile della sua umanità. E per il naturale desiderio di vivere non si rattristò solo nella parte inferiore del suo essere, ma anche nella parte superiore, con la quale con­siderava la riprovazione degli innumerevoli uomini per cui doveva morire, conoscendola dai giudizi e dai decreti im­perscrutabili della giustizia divina. Questa fu la causa del­la sua maggiore tristezza, come dirò in seguito. E non dis­se che era mesto per la morte, ma fino alla morte, perché fu meno la tristezza causata in lui dal naturale desiderio di vivere in vista della morte così vicina che non quella di vedere la perdita dei reprobi. In verità, a prescindere dal­la necessità di questa morte per la redenzione umana, la sua santissima volontà era pronta a vincere questa natu­rale brama per lasciarci un insegnamento: si riteneva ob­bligato a patire per ricambiare il beneficio di quella gloria che aveva ricevuto la sua umanità durante la vita terrena, nel corso della trasfigurazione. In tal modo quello che ave­va ricevuto sarebbe stato bilanciato da quello che avrebbe pagato. Noi così saremmo stati istruiti da questa dottrina per mezzo dei tre apostoli, testimoni di quella gloria e di questa angoscia e scelti proprio a tal fine: divulgare l'uno e l'altro mistero, che compresero con una illuminazione particolare, data loro appositamente.

1211. Perché rimanesse soddisfatto l'immenso amore che il nostro salvatore Gesù nutriva per noi, fu necessario che questa misteriosa tristezza lo inondasse profondamen­te, in modo da farlo patire fino al sommo grado; difatti, se così non fosse stato non sarebbe rimasta appagata la sua carità, né si sarebbe potuto comprendere chiaramente che questa non era estinguibile dalle molte acque delle tri­bolazioni'°. Ed in uno stato di tale sofferenza il divin Mae­stro esercitò questa carità verso i tre apostoli condotti con sé, i quali erano turbati perché sapevano che già si avvi­cinava l'ora in cui egli doveva patire e morire, secondo quello che aveva dichiarato loro in tanti modi e per via di molte predicazioni. La viltà che essi soffrivano li confon­deva e li faceva vergognare, senza che avessero il coraggio di manifestarla. Ma l'amantissimo Signore li prevenne pa­lesando loro la mestizia che avrebbe sofferto fino alla mor­te, affinché essi vedendolo afflitto e pieno di angosce non si vergognassero di sentire le loro pene e i timori da cui erano assaliti. La manifestazione della tristezza del Signo­re a Pietro, Giovanni e Giacomo racchiudeva tuttavia un altro mistero: essi, tra tutti gli altri, erano pieni di mera­viglia, ammirando il dominio che il loro Maestro aveva so­pra le creature, e nutrivano un concetto più sublime della sua divinità e della sua eccellenza come anche della gran­dezza della sua dottrina, della santità delle sue opere e del­la sua prodigiosa potenza nei miracoli. E perché fossero confermati nella fede che egli era uomo vero e sensibile, fu conveniente che questi tre apostoli fossero privilegiati dal favore di vederlo mesto ed afflitto, come un semplice mortale, affinché nella loro testimonianza la santa Chiesa fosse istruita contro gli errori che il demonio pretendeva di seminare in seno ad essa sulla verità dell'umanità di Cri­sto nostro salvatore, e noi fedeli ricevessimo questa con­solazione quando ci avessero afflitto le tribolazioni e fos­simo stati oppressi dall'amarezza.

1212. Illuminati interiormente i tre apostoli con questa dottrina, l'Autore della vita soggiunse: «Restate qui e ve­gliate con me». Con questo invito insegnava ad essi a met­tere in pratica tutti gli avvertimenti che aveva loro dato, e li ammoniva a rimanere saldi nei suoi precetti e perseve­ranti nella fede; a non piegare dalla parte del nemico e ad essere attenti e vigilanti per riconoscerlo e resistergli, nel­l'attesa di vedere, superate le ignominie della passione, l'e­saltazione del suo nome. Il Signore, pronunciati questi con­sigli, si allontanò per un certo tratto dal luogo dove si tro­vavano Pietro, Giovanni e Giacomo, e prostratosi a terra con il suo divin volto pregò il Padre eterno dicendo: «Pa­dre mio, se è possibile, passi da me questo calice!». Cristo, nostro bene, elevò questa preghiera dopo essere sceso dal cielo con la piena volontà di morire e patire per gli uo­mini; e quindi abbracciò volontariamente la sua passione non curandosi dell'atroce pena che gli avrebbe provocato e della gioia che gli era posta innanzi. Corse così con ar­dentissimo amore verso la morte, gli obbrobri, i dolori e le afflizioni, stimando in sommo grado gli uomini, che ave­va deciso di riacquistare con il prezzo del suo sangue. Ora, poiché con la sua divina ed umana sapienza e con la sua inestimabile carità dominava il timore naturale della mor­te, non sembra che questa sola paura potesse motivare ta­le richiesta. Questo ho compreso nella luce che mi è sta­ta data intorno agli arcani misteri della preghiera del no­stro Salvatore.

1213. E per manifestare ciò che ho inteso, rendo noto che in tale occasione il nostro redentore Gesù e l'eterno Padre trattavano dell'impresa più ardua che Cristo doves­se svolgere, quale era la redenzione umana, frutto della passione e della sua morte di croce, per l'occulta prede­stinazione dei santi. Ed in questa preghiera il divin Mae­stro presentò all'Onnipotente i suoi tormenti, il suo san­gue preziosissimo e la sua morte, che offriva per tutti i mortali, come prezzo sovrabbondante per ciascuno di quelli già nati e di quelli che sarebbero nati sino alla fine del mondo. Da parte del genere umano presentò tutti i peccati, le infedeltà, le ingratitudini e gli oltraggi che i malvagi avrebbero commesso per rendere inutile la sua obbrobriosa morte, da lui accettata e sofferta per loro e per quelli che in effetti sarebbero stati condannati alla pe­na eterna per non aver approfittato della sua clemenza. E benché morire per gli amici e per i predestinati fosse al nostro Salvatore benaccetto, e come desiderabile, patire e morire per i reprobi gli era molto amaro e penoso, poi­ché per loro non vi era un fine per cui il Signore soffris­se fino alla morte. Sua Maestà chiamò questo dolore ca­lice: il nome con cui gli ebrei designavano ciò che era cau­sa di molta angoscia e di grande pena. Difatti, lo stesso Gesù ne aveva fatto uso, con questo significato, parlando con i figli di Zebedeo, quando aveva chiesto loro se an­ch'essi avrebbero potuto bere il calice come egli avrebbe dovuto fare. Questo calice per Cristo nostro bene fu mol­to più amaro, in quanto comprese che la sua passione e morte per i reprobi non solo sarebbe stata senza frutto, ma occasione di scandalo ridondando per loro in mag­gior pena e castigo per averla disprezzata e per non aver­ne tratto il frutto che avrebbero dovuto.

1214. Ho dunque compreso che la preghiera di Cristo nostro Signore consistette nel chiedere al Padre che pas­sasse da lui il calice amarissimo di morire per i reprobi e che - essendo ormai inevitabile la morte - nessuno, se fos­se stato possibile, si perdesse. La redenzione che egli offri­va era sovrabbondante per tutti, e per quanto dipendeva dalla sua volontà egli l'applicava a tutti affinché a tutti gio­vasse efficacemente. Ma se ciò non fosse stato possibile ri­metteva la sua santissima volontà in quella dell'eterno Padre. Il nostro Salvatore ripeté questa supplica per tre vol­te`, ad intervalli, pregando a lungo in preda all'angoscia, come dice san Luca, e come richiedeva la grandezza e l'im­portanza del caso trattato. A nostro modo di intendere si verificò in questo frangente una specie di contesa tra la san­tissima umanità di Cristo e la sua divinità: l'una, per l'inti­mo amore che portava agli uomini della sua stessa natura, desiderava che tutti per mezzo della sua passione conse­guissero la salvezza eterna; l'altra faceva presente che, per i suoi altissimi giudizi, era già prestabilito il numero dei predestinati, e conformemente all'equità della sua giustizia non si doveva concedere il beneficio a chi tanto lo di­sprezzava con libera volontà e si rendeva indegno della vi­ta dell'anima, resistendo a chi gliela procurava ed offriva. Da questo conflitto scaturirono l'amarezza di Cristo e la lunga preghiera che recitò invocando il potere del suo eter­no Padre, essendo tutte le cose possibili alla sua infinita maestà e grandezza.

1215. L'agonia del nostro Salvatore si intensificò in virtù del grande amore che nutriva per noi e della resistenza che prevedeva sarebbe stata posta al conferimento a tutti gli uomini dei frutti della sua passione e morte. Ed allora ar­rivò a sudare abbondantemente grosse gocce di sangue, che caddero fino a terra. E benché la sua supplica fosse con­dizionata e non gli fosse concesso ciò che chiedeva, in par­ticolare per i reprobi, ottenne che gli aiuti fossero grandi e frequenti per tutti i mortali e si moltiplicassero in chi li avesse accolti senza frapporre ostacolo. Inoltre ottenne che i giusti e i santi partecipassero con sovrabbondanza del frutto della redenzione e fossero arricchiti copiosamente di doni e grazie di cui i reprobi si sarebbero resi indegni. Per­tanto la volontà umana di Cristo conformandosi a quella divina accettò la passione per tutti: per i reprobi, in mo­do sufficiente, perché fossero loro dati gli aiuti necessari, se avessero voluto approfittarne; per i predestinati, nella forma più piena ed efficace, perché avrebbero cooperato alla grazia. Così restò predisposta e quasi effettuata la sal­vezza del corpo mistico della santa Chiesa, sotto il suo ca­po e suo artefice, Cristo nostro bene.

1216. Ora, a compimento di questo divino decreto, poi­ché sua Maestà si trovava per la terza volta a pregare in preda all'angoscia, l'eterno Padre inviò il santo arcangelo Mi­chele affinché lo confortasse nei sensi corporali, dichia­randogli sensibilmente ciò che lo stesso Signore già sapeva con la scienza della sua santissima anima. Difatti, niente avrebbe potuto dirgli l'angelo che il Signore non sapesse, co­me anche nessun altro effetto avrebbe potuto operare nel suo intimo per questo suo intento. Tuttavia, come si è già detto, poiché Cristo aveva sospeso il sollievo che dalla sua onniscienza sarebbe potuto ridondare nella sua santissima umanità, lasciandola per quanto possibile patire in sommo grado come poi egli disse sulla croce, ricevette allora un al­tro conforto nella parte sensitiva con il messaggio del san­to arcangelo. E questo conforto fu un'esperienza nuova che mosse in lui i sensi e le facoltà naturali. Ciò che san Mi­chele disse da parte dell'eterno Padre consistette nel dichia­rare e far percepire a Gesù che non era possibile - come sua Maestà sapeva - che si salvassero coloro che non lo vo­levano. Nella giustificazione divina aveva tanta rilevanza il numero dei predestinati, benché fosse minore di quello dei reprobi; e tra quelli era compresa la sua santissima Madre, la quale era degno frutto della sua redenzione e oggetto di invocazione dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri, delle vergini e dei confessori, i quali si sarebbero molto distinti nel suo amore ed avrebbero operato strepito­si prodigi per esaltare il santo nome dell'Altissimo. Tra tut­ti questi l'angelo gli nominò, dopo gli apostoli, anche i fon­datori degli ordini religiosi, con il carisma proprio a cia­scuno; inoltre gli manifestò o riferì altri grandi ed arcani misteri, che non è necessario dichiarare, né io ho l'ordine di farlo, poiché quanto ho già detto è sufficiente per prose­guire la narrazione di questa Storia.

1217. Gli evangelisti riportano che nel recitare que­st'accorata supplica, durante le pause, il nostro Salvatore si recava a visitare gli apostoli e ad esortarli che veglias­sero, pregassero e non entrassero in tentazione. Egli fece ciò per sollecitare i prelati della sua Chiesa a pascere il gregge loro affidato. E difatti, se per aver cura di essi il vigilantissimo pastore lasciò la preghiera che gli stava tan­to a cuore, in questa sua premura rimane implicitamente dichiarato quello che devono fare i prelati e quanto deb­bano posporre gli affari e gli interessi alla salvezza dei fe­deli. E perché si comprenda il bisogno che avevano gli apo­stoli di essere visitati da sua Maestà, avverto che il drago­ne infernale dopo che fu cacciato dal cenacolo, come ho detto sopra, rimase per qualche tempo afflitto e affranto nelle voragini dell'abisso; poi ebbe però il permesso di uscirne, perché la sua malizia doveva servire per l'esecu­zione dei decreti del Signore. Immediatamente con molti demoni si avventò su Giuda per impedirgli - nel modo che ho già esposto - la vendita di Gesù, ma non potendo dis­suaderlo si diresse contro gli apostoli, perché sospettava che nel cenacolo questi avessero ricevuto dal loro Maestro grandi favori, che egli desiderava scoprire per distrugger­li, se avesse potuto. Il nostro Salvatore vide la crudeltà e il furore del principe delle tenebre e dei suoi ministri, e come padre amantissimo, supremo e vigilante si premurò di avvertire i suoi piccoli figli, seguaci alle prime armi, qua­li erano gli apostoli. Li svegliò e comandò loro che pre­gassero e stessero desti contro i nemici, perché non ca­dessero nella tentazione che nascostamente li minacciava e che essi non prevedevano né avvertivano.

1218. Il divin Maestro ritornò, dunque, nel luogo do­ve stavano i tre apostoli, ma li trovò che dormivano per essersi lasciati vincere dal tedio e dalla tristezza che pa­tivano, nonostante come uomini prescelti fossero mag­giormente tenuti a stare svegli e ad imitarlo. Vennero a cadere invece in quella tiepidezza di spirito in cui furo­no vinti dal sonno e dalla pigrizia. Prima di svegliarli per parlare con loro, sua Maestà si fermò a guardarli e pian­se un po' vedendoli, per la loro negligenza, sepolti ed op­pressi da quell'ombra di morte, mentre appunto Lucifero stava in agguato su di essi. Disse allora a Pietro: «Simo­ne, così dormi? Non sei riuscito a vegliare un'ora sola con me?». E quindi soggiunse a lui ed agli altri: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione, perché i miei e vo­stri nemici non dormono come fate voi». Cristo nostro bene riprese san Pietro non solamente perché egli era ca­po ed eletto come superiore di tutti gli altri, e perché tra loro si era distinto nel protestare con fervore, dicendo che sarebbe stato disposto anche a morire per lui e che non lo avrebbe rinnegato quando anche tutti gli altri scanda­lizzati fossero stati sul punto di abiurare, ma anche per­ché con quei propositi e con quelle offerte, che allora egli aveva fatto di vero cuore, aveva meritato fra tutti di essere ripreso ed avvertito. Il Signore senza dubbio correg­ge quelli che amai' e si compiace sempre dei buoni pro­positi, anche se possono venir meno nell'esecuzione co­me accadde a san Pietro, il più fervoroso dei Dodici. Nel capitolo seguente parlerò della terza volta in cui Cristo nostro salvatore tornò di nuovo indietro a svegliare tutti gli apostoli, cioè di quando Giuda era prossimo a conse­gnarlo ai suoi nemici.

1219. Frattanto, la Signora dei cieli si era ritirata nel cenacolo in compagnia delle pie donne, e nella divina lu­ce vedeva con somma chiarezza tutte le opere e i miste­ri del suo santissimo Figlio nell'orto, senza che le fosse nascosta alcuna cosa. Nello stesso tempo in cui il Signore si ritirò con i tre apostoli, Pietro, Giovanni e Giacomo, anche la divina Regina si appartò in una stanza con le tre Marie. Lasciò così il resto delle sante donne, di cui Maria Maddalena era stata designata come superiora, esortandole a pregare ed a vegliare per non cadere in tentazione. Con le tre donne a lei più familiari supplicò invece l'eterno Padre che le sospendesse ogni sollievo e ogni consolazione che le impedisse di patire in sommo grado, sia nella parte fisica che in quella spirituale, a imitazione del suo santissimo Figlio, affinché nel suo cor­po verginale avvertisse lo strazio delle piaghe e dei tor­menti che lo stesso Gesù doveva patire. Questa richiesta fu esaudita dalla santissima Trinità; pertanto la Madre sentì tutti i dolori del proprio Figlio, come si dirà in se­guito. E benché da una parte questi fossero tali da far­la più volte morire, se la destra dell'Altissimo non l'a­vesse miracolosamente preservata, dall'altra, siccome fu­rono dati a lei dalla mano del Signore, agirono da so­stegno e conforto della sua vita, perché nel suo ardente e sconfinato amore sarebbe stata più violenta la pena di veder patire e morire il suo benedetto Unigenito senza soffrire con lui.

1220. La Regina scelse le tre Marie perché l'accompa­gnassero e l'assistessero nella passione, e a tal fine esse fu­rono istruite sui misteri di Cristo con grazia e cognizione maggiore rispetto alle altre donne. Ritiratasi con queste tre, la purissima Madre incominciò nuovamente a sentire tri­stezza ed angoscia e disse: «L'anima mia è afflitta perché deve patire e morire il mio amato figlio e Signore, ed io non posso morire con lui e con gli stessi tormenti. Prega­te, o amiche mie, affinché non vi sorprenda la tentazione». Proferite queste parole, si allontanò un poco da loro e, ac­compagnando la preghiera del nostro Salvatore nell'orto, elevò la stessa supplica nel modo che conveniva a lei e conformemente a quanto conosceva della volontà umana del suo santissimo Figlio. Ma la Regina dei cieli, sapendo lo sdegno che il dragone nutriva anche contro le tre don­ne, ritornava, come Cristo con gli apostoli, ad esortarle per continuare poi l'orazione del Salvatore, vivendo la sua stes­sa agonia. Pianse anche la condanna dei reprobi, perché le furono manifestati grandi misteri sull'eterna predestinazio­ne e riprovazione. E per imitare in tutto il Redentore del mondo, e cooperare con lui, la divina Signora giunse ad avere un sudore di sangue, simile a quello di Cristo. Per di­sposizione della santissima Trinità le fu così inviato l'ar­cangelo san Gabriele per confortarla, come fu mandato san Michele al nostro Salvatore. Il santo principe dichiarò a Ma­ria la volontà dell'Altissimo con le stesse parole che san Mi­chele proferì a Gesù. E così la Madre ed il Figlio furono simili nell'operare e nel conoscere, nella misura che con­veniva a ciascuno, poiché in entrambi furono identiche la preghiera e la causa del dolore e della tristezza che soffri­rono. Ho compreso che in questa circostanza la prudentis­sima Signora teneva pronti dei teli per tutto ciò che nella passione doveva succedere al suo amantissimo Figlio; ed al­lora inviò nell'orto, dove il Signore stava sudando sangue, alcuni dei suoi angeli perché, con uno di questi panni, asciu­gassero e tergessero il suo venerabile viso. I ministri del­l'Altissimo poterono eseguire tale compito poiché sua Mae­stà per amore e maggior merito della Madre accondiscese a questo pietoso e tenero affetto. Giunta poi l'ora in cui il nostro Salvatore doveva essere catturato, l'addolorata Ma­dre avvisò le tre Marie: tutte ne fecero lamento con ama­rissimo pianto, ma si distinse in modo particolare la Mad­dalena, perché più delle altre era infiammata di amore e di fervorosa carità.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1221. Figlia mia, tutto quello che hai inteso e raccolto in questo capitolo è un richiamo e un avviso di somma im­portanza per tutti i mortali e per te, se saprai trarre ed ap­plicare la giusta considerazione. Rifletti, dunque, e medita nel tuo intimo quanto debba stare a cuore la questione del­la predestinazione o riprovazione eterna delle anime che il mio santissimo Figlio trattò con tanta ponderazione. Difat­ti, la difficoltà o l'impossibilità che tutti gli uomini fossero salvi e beati gli rese oltremodo amara la passione e morte che accettò e patì per la redenzione di tutti. In questo con­flitto interiore, egli manifestò il valore e l'importanza di que­sta impresa; e perciò moltiplicò le preghiere e le suppliche al suo eterno Padre, spingendosi per amore degli uomini fino a sudare copiosamente il suo sangue d'inestimabile prezzo, perché la sua morte non avrebbe potuto essere ap­plicata fruttuosamente a tutti, per la malizia con la quale i reprobi se ne sarebbero resi indegni. Il mio figlio e Signo­re ha giustificato la sua causa nell'aver procurato a tutti la salvezza senza limiti, con il suo sconfinato amore e con i suoi meriti; e l'eterno Padre l'ha giustificata nell'aver dato al mondo la redenzione, che ha posto in potere di ciascu­no, affinché chiunque, a suo libero arbitrio, stenda la ma­no o alla vita o alla morte, o all'acqua o al fuoco cono­scendo la distanza che intercorre fra loro.

1222. Ma quale scusa o discolpa pretenderanno di pre­sentare gli uomini per essersi dimenticati della propria eterna salvezza, quando mio Figlio ed io con l'Onnipoten­te la desiderammo ardentemente per essi e ci prodigam­mo con tanta cura ed affetto affinché l'accettassero? E se nessuno dei mortali trova giustificazione per la propria ac­cidia e la propria stoltezza, ancor meno la troveranno nel giorno del giudizio i figli della santa Chiesa, che hanno ri­cevuto la fede in questi mirabili sacramenti e che durante la vita differiscono solo di poco dagli infedeli e dai paga­ni. Non credere, figlia mia, che sia stato scritto invano che molti sono i chiamati e pochi gli eletti. Temi questa sen­tenza, e rinnova nel tuo cuore la sollecitudine e lo zelo per la tua salvezza, considerandoti ancor più obbligata per la maggior conoscenza che hai ricevuto su misteri così ec­celsi. Ed anche se tu non avessi alcun interesse per la vi­ta eterna e per la tua felicità, ciononostante dovresti sen­tirti mossa a corrispondere all'amorevolezza con la quale ti manifesto tanti e così divini segreti. E poiché ti chiamo mia figlia e sposa del mio Signore, devi comprendere che il tuo compito deve essere amare e patire senza alcuna at­tenzione alle cose visibili. Io, che sempre impiegai le mie facoltà con grande zelo in queste due azioni, ti invito ad imitarmi e, affinché tu giunga a seguirmi, voglio che la tua preghiera sia continua, senza sosta, e che vegli un'ora con me. E quest'ora deve essere tutto il tempo della vita mor­tale, perché paragonata all'eternità è meno che un'ora, an­zi un momento. Con questa disposizione, voglio che tu prosegua nella venerazione dei misteri della passione, e che li scriva, li senta e li imprima nel tuo cuore.

 

CAPITOLO 13

 

La cattura e la consegna del nostro Salvatore, dovute al tra­dimento di Giuda; ciò che fece in quest'occasione Maria san­tissima ed alcuni misteri riguardo a questo fatto.

 

1223. Mentre il nostro salvatore Gesù si trovava presso l'orto degli Ulivi, pregando il suo eterno Padre e solleci­tando la salvezza di tutto il genere umano, Giuda si af­frettava a farlo catturare e a consegnarlo ai sommi sacer­doti ed ai farisei. E poiché Lucifero con i suoi demoni non poté dissuadere la perversa volontà del malvagio discepo­lo e degli altri dall'intento di togliere la vita al loro Crea­tore e maestro, la sua antica superbia mutò disegno, ed agendo con nuova malizia infuse empie suggestioni nei giu­dei, affinché con maggior crudeltà e con atrocissime in­giurie tormentassero Cristo. Il dragone - come si è detto finora - già nutriva il pieno sospetto che quell'uomo così eccezionale fosse il Messia e vero Dio. Per non rimanere in questo dubbio, cercava allora nuove prove contro il Si­gnore per mezzo di violenti insulti, che riversò nell'imma­ginazione dei giudei e dei loro ministri, comunicando ad essi la sua indicibile invidia. In quest'occasione tutto si adempì conformemente a quanto lasciò scritto Salomone nel libro della Sapienza. Il demonio, infatti, pensò che se Cristo non era Dio, ma semplice uomo, avrebbe ceduto al­la persecuzione ed ai tormenti, ed egli così lo avrebbe vinto; se invece lo era, avrebbe manifestato la sua identità li­berandosi e operando nuovi prodigi.

1224. L'empia temerarietà di Lucifero accese ardente­mente l'invidia dei sommi sacerdoti e degli scribi. Essi adu­narono rapidamente una turba di gente e designando Giu­da come capo condottiero lo fornirono di un distaccamento di soldati gentili, di un tribuno e di molti altri giudei, af­finché tutti quanti andassero a prendere l'innocentissimo Agnello. Sua Maestà stava proprio attendendo quell'even­to, leggendo i pensieri ed osservando i disegni dei sacrile­ghi sommi sacerdoti, come aveva espressamente profetiz­zato Geremia. Quegli esemplari di malvagità uscirono al­lora dalla città e si avviarono verso il monte degli Ulivi con fiaccole accese e lanterne, armati e muniti di funi e cate­ne, come l'ideatore del tradimento aveva consigliato loro, temendo nella perfidia e nella slealtà di cui era intriso che il suo mansuetissimo Maestro, da lui reputato stregone e mago, operasse qualche miracolo per sfuggirgli dalle ma­ni. Di certo, contro la divina potenza non sarebbero stati efficaci le armi e i preparativi degli uomini, qualora il Si­gnore avesse voluto far uso di essa, come avrebbe potuto e come aveva fatto in altre occasioni prima di giungere a quell'ora stabilita per consegnarsi di propria volontà alla passione, alle ignominie ed alla morte di croce.

1225. Mentre quelli si avvicinavano, sua Maestà ritornò per la terza volta dai suoi discepoli e, trovandoli di nuovo addormentati, disse loro: «Dormite ormai e riposatevi! Ba­sta, è venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegna­to nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Il Maestro della santità disse que­ste parole ai tre apostoli prediletti, con somma pazienza, mansuetudine e dolcezza. E quelli, trovandosi confusi, co­me dice il sacro testo, non sapevano che cosa rispondergli. Subito si alzarono ed il Salvatore con loro tre tornò ad unir­si agli altri otto, nel luogo dove li aveva lasciati; ma trovò pure loro addormentati, vinti ed oppressi dal sonno per la grande tristezza che soffrivano. Comandò allora che tutti uniti sotto il loro Capo, in forma di congregazione e di cor­po mistico, andassero incontro ai nemici. In questo modo insegnava loro la virtù che deve esercitare una comunità perfetta per vincere il demonio e i suoi seguaci e non es­sere sopraffatta; difatti, una cordicella a tre capi, come di­ce il libro del Qoèlet, non si rompe tanto presto ed a colui che contro di uno è potente due potranno resistere: que­sto è il vantaggio del vivere in compagnia di altri. Il Si­gnore ammonì di nuovo tutti gli apostoli e li avvertì su quanto stava per accadere. E subito si sentì lo strepito dei soldati e degli anziani che venivano a prenderlo. Sua Mae­stà avanzò di alcuni passi per andare loro incontro, ed ini­ziando un intimo monologo con ammirevole affetto, mae­stoso valore e suprema pietà disse: «Passione desiderata dal­l'anima mia, dolori, piaghe, obbrobri, pene, afflizioni ed ignominiosa morte venite ormai! Venite, venite presto, per­ché l'ardente amore che porto agli uomini, per la loro sal­vezza, vi attende. Avvicinatevi all'innocente fra tutte le crea­ture, a chi conosce il vostro valore e vi ha tanto cercato, desiderato e sollecitato, e vi riceve con gaudio e di propria volontà: vi ho comprato con le mie brame di possedervi e vi apprezzo per quanto meritate. Voglio riparare al di­sprezzo che di voi si ha e nobilitarvi, elevandovi a dignità molto eminente. Venga la morte, affinché io, accettandola senza meritarla, riporti il trionfo su di essa e meriti la vi­ta a coloro ai quali fu data per castigo del peccato. Per­metto che mi abbandonino i miei amici, perché io solo vo­glio e posso entrare in battaglia, per guadagnare a tutti il trionfo e la vittoria».

1226. Mentre Gesù diceva queste ed altre parole, gli si accostò per primo Giuda, dando a tutti quelli che lo ave­vano seguito il segnale prestabilito: il Maestro era colui al quale si sarebbe avvicinato per salutarlo, dandogli il finto bacio di pace, come era solito fare. Quindi avrebbero po­tuto catturarlo subito, senza scambiarlo per un altro. L'in­felice discepolo prese tutte queste precauzioni non solo per l'avidità del denaro e per l'odio che nutriva verso sua Mae­stà, ma anche per il timore che aveva. Lo sciagurato re­putò, infatti, che, se Cristo non fosse morto, per lui sa­rebbe stato impossibile ritornare alla sua presenza e star­gli dinanzi. Temendo allora questa confusione più della morte della sua anima e del suo divin Maestro, per non vedersi in quello stato vergognoso, bramava di portare su­bito a compimento il suo tradimento e far morire l'Auto­re della vita per mano dei suoi nemici. Si avvicinò, dun­que, il traditore al mansuetissimo Signore e, come insigne artefice d'ipocrisia, dissimulando l'inimicizia, gli diede un bacio sul viso e gli disse: «Dio ti salvi, Maestro». E con questo perfido atto terminò l'istruzione del processo della perdizione di Giuda che si giustificò senza più l'interven­to di Dio, perché d'allora in poi gli venissero sempre me­no la grazia e gli aiuti divini. La sfrontatezza e la temera­rietà del malvagio discepolo giunsero fino al sommo gra­do della malizia, perché egli negando interiormente, anzi misconoscendo, la sapienza increata di Cristo nostro Signore riguardo alla conoscenza del suo tradimento, e il po­tere che aveva di annichilirlo, pretese di nascondere la sua malvagità con la finta amicizia di vero discepolo: e ciò al fine di consegnare ad una morte tanto vergognosa e cru­dele il suo Creatore e maestro, da cui aveva ricevuto gran­di benefici e verso il quale si trovava tanto obbligato. Que­sto tradimento fu il compendio di tanti gravi peccati sca­turiti da una malizia di calibro ineguagliabile: egli fu in­fedele, omicida, sacrilego, ingrato, disumano, disubbidien­te, falso, mendace, avido, empio, antesignano di tutti gli ipocriti, e come tale si comportò verso la persona del Dio incarnato.

1227. Da parte del Signore restarono sempre giustifica­te la sua ineffabile misericordia e l'equità della sua giusti­zia, con cui adempì eminentemente le parole di Davide: Troppo io ho dimorato con chi detesta la pace. Io sono per la pace, ma quando ne parlo, essi vogliono la guerra. Sua Maestà espletò ciò in modo così eccelso che all'avvicinar­si di Giuda, con la dolcissima risposta che gli diede - «Ami­co, per questo sei qui!» - e per intercessione della sua san­tissima Madre, inviò al suo cuore una nuova illuminazio­ne. Egli ebbe modo così di conoscere l'atrocissima perver­sità del suo tradimento e le pene che per essa lo aspetta­vano, se non si fosse ravveduto con una vera penitenza che - se avesse voluto farla - gli avrebbe fatto ritrovare mise­ricordia e perdono nella divina clemenza. Queste parole di Cristo, nostro bene, risuonarono nel cuore di Giuda come un'ammonizione che possiamo formulare con l'espressio­ne: «Amico, riconosci che ti perdi e ti rendi inutile, con questo tradimento, la mia liberale mansuetudine. Se vuoi la mia amicizia non te la negherò, appena sentirai il dolore del tuo peccato. Considera la tua temerarietà nel tra­dirmi con un finto gesto di pace, e con un bacio di falsa amicizia. Ricordati dei benefici ricevuti dal mio amore; ri­cordati che sono figlio della Vergine, dalla quale sei stato tanto vezzeggiato ed aiutato, durante il mio apostolato, con gli avvertimenti e i consigli di madre amorosa. Per lei so­la non avresti dovuto commettere un tradimento tale qual è quello di vendere e consegnare il Figlio suo: ella non ti offese mai, e la sua dolcissima carità e la sua mansuetu­dine non meritano che tu commetta un oltraggio così enor­me. E sebbene tu lo abbia fatto, non disprezzare la sua in­tercessione, poiché questa sola sarà potente presso di me, e per lei io ti offro il perdono e la vita che per te molte volte ella mi ha chiesto. Persuaditi che ti amiamo, e sap­pi che ti trovi ancora in un luogo di speranza e che non ti negheremo la nostra amicizia, se tu lo vorrai. Altrimen­ti meriterai il nostro disprezzo, il tuo castigo e la tua eter­na pena». Queste parole così sublimi non fecero presa sul­lo sciagurato cuore dell'infelice discepolo, più duro di un diamante e più disumano di una belva; egli opponendo re­sistenza alla divina clemenza giunse a quella disperazione di cui parlerò nel capitolo seguente.

1228. Quando l'Autore della vita, che si trovava con i suoi discepoli, fu baciato da Giuda, la truppa dei soldati, avuto il segno di riconoscimento, si mosse per arrestarlo. Vennero a trovarsi faccia a faccia, gli uni dirimpetto agli altri, come i due squadroni più opposti e contrari che mai vi siano stati al mondo. Da una parte vi era Cristo, nostro Signore, vero Dio e vero uomo, come capo di tutti i giu­sti, accompagnato dagli undici apostoli, che erano e dove­vano essere gli uomini migliori e più valorosi della sua Chiesa; era assistito anche da una innumerevole schiera di spiriti angelici che, meravigliati dello spettacolo, lo bene­divano ed adoravano. Dall'altra parte si faceva avanti, se­guito da molti gentili e dagli anziani giudei, Giuda, autore del tradimento, armato d'ipocrisia e di ogni malvagità, pronto a metterle in atto con ferocia. In questo squadro­ne avanzava anche, con un gran numero di demoni, Luci­fero, incitando ed addestrando Giuda e i suoi alleati, per­ché intrepidi mettessero le sacrileghe mani addosso al lo­ro Creatore. Sua Maestà parlò ai soldati con grande co­raggio ed autorità e con una incredibile propensione al pa­tire dicendo: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Naza­reno». Disse loro Gesù: «Sono io!». In questa risposta d'in­comparabile valore e felicità per il genere umano, Cristo si dichiarò nostro salvatore, dandoci il pegno sicuro della nostra redenzione e la ferma speranza dell'eterna salvezza, la quale dipendeva solamente dall'offrirsi di propria volontà alla passione e alla morte di croce.

1229. I nemici non poterono intendere tale mistero, né capire il legittimo senso delle sue parole, ma lo compre­sero la sua beatissima Madre, gli angeli e in gran parte an­che gli apostoli. E fu come quando l'Onnipotente disse al profeta Mosè: «Io sono colui che sono!, perché sono da me stesso, e tutte le creature ricevono da me il loro esse­re e la loro esistenza. Sono eterno, immenso, infinito, uno nella sostanza e negli attributi, e mi sono fatto uomo na­scondendo la mia gloria per operare, per mezzo della pas­sione e morte che mi volete dare, la redenzione del mon­do». Quando il Signore pronunziò quella parola in virtù della sua divinità, i nemici non gli poterono resistere. En­trata nelle loro orecchie, caddero tutti con la testa e col dorso a terra; e non solo furono scaraventati i soldati, ma anche i cani che conducevano ed alcuni cavalli che mon­tavano: tutti caddero a terra, restando immobili come pietre. Lucifero e i suoi demoni furono anch'essi atterrati e rovesciati, patendo nuovamente confusione e tormento. In questo stato rimasero quasi mezzo quarto d'ora, senza se­gno di vita, come se fossero stati morti. Oh, misteriosa pa­rola della sapienza divina, più che invincibile nella poten­za! Non si vanti alla tua presenza il saggio della sua sag­gezza e della sua astuzia, e non si vanti il forte della sua forza; si umilii la vanità e l'arroganza dei figli di Babilo­nia, poiché una sola parola della bocca del Signore, pro­ferita con tanta mansuetudine ed umiltà, confonde, an­nienta e distrugge tutto il potere degli uomini e dell'infer­no. Comprendiamo, figli della Chiesa, che le vittorie di Cri­sto si ottengono confessando la verità, bandendo l'ira, pra­ticando la sua mitezza e la sua umiltà di cuore e vin­cendo con l'essere vinti, con semplicità di colombe, con la quiete e la sottomissione delle pecorelle, senza la resisten­za dei lupi rabbiosi e sanguinari.

1230. Il nostro Salvatore, con gli undici apostoli, rima­se ad osservare l'effetto della sua divina parola nella rovi­na di quegli uomini, esemplari di malvagità. Sua Maestà con viso addolorato vide riflesso in essi il castigo dei re­probi, ed ascoltando l'intercessione della sua dolcissima Madre li lasciò rialzare, poiché tutto questo aveva dispo­sto l'eterna volontà. E quando quelli ritornarono in sé, egli pregò l'onnipotente Dio e disse: «Padre mio, nelle mie ma­ni avete posto tutte le cose, e nella mia volontà la re­denzione umana che la vostra giustizia vuole. Io intendo soddisfarla pienamente con tutto me stesso, e consegnar­mi alla morte per guadagnare ai miei fratelli la partecipa­zione dei vostri tesori e l'eterna felicità che avete preparato per loro». Con la forza di questa volontà l'Altissimo la­sciò che tutta quella canaglia di uomini, demoni ed altri animali si alzasse per ritornare nello stato in cui si trova­va prima di cascare a terra. E il nostro Salvatore domandò loro per la seconda volta: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dun­que cercate me, lasciate che questi se ne vadano». Con que­ste parole permise ai soldati che lo prendessero, ed ese­guissero il suo volere, incomprensibile ad essi: caricare sul­la sua divina persona tutti i nostri dolori e tutte le nostre sofferenze.

1231. Il primo uomo che villanamente avanzò per met­tere le mani addosso all'Autore della vita e catturarlo fu un servo dei sommi sacerdoti, chiamato Malco. E benché tutti gli altri apostoli fossero turbati ed afflitti dal timore, ciò non impedì a san Pietro di accendersi tutto di zelo per onorare e difendere il suo divin Maestro. Sfoderando una spada, tirò un colpo a Malco e gli recise un orecchio troncandoglielo del tutto. La sferzata avrebbe causato una maggior ferita se la provvidenza divina - del Maestro della pazienza e della mansuetudine non l'avesse deviata. Sua Maestà non permise però che in quell'occasione suben­trassero la sofferenza o la morte di qualcun'altro all'infuo­ri delle sue, delle sue piaghe e del suo sangue, poiché egli veniva a redimere tutto il genere umano, dando a tutti la vita eterna se avessero voluto accettarla. Non rientrava, in­fatti, nella sua volontà e nella sua dottrina che la sua per­sona fosse difesa con armi offensive, e che restasse questo esempio nella sua Chiesa come modo primario per difen­derla. A conferma di tutto ciò e di quanto aveva insegnato, prese l'orecchio reciso e lo restituì al servo Malco, ri­mettendoglielo al suo posto perfettamente sano, anzi an­cor meglio di prima. Gesù allora si volse a riprendere san Pietro dicendogli: «Rimetti la tua spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada per ferire peri­ranno di spada. Non vuoi che io beva il calice che mi ha dato mio Padre? Pensi forse che io non gli possa do­mandare molte legioni di angeli in mia difesa, e che egli non me le invierebbe subito? Ma come si adempirebbero allora le Scritture e le profezie?».

1232. Da questa dolce correzione san Pietro fu illumi­nato ed istruito per fondare e difendere la Chiesa, di cui era capo, con le armi spirituali, poiché la legge del Van­gelo non insegnava a combattere né a vincere con armi materiali, ma con l'umiltà, la pazienza, la mansuetudine e la perfetta carità, superando il demonio, il mondo e la carne. Mediante queste vittorie la forza divina trionfa sui suoi nemici, sulla potenza e sull'astuzia di questo mondo, dal momento che difendersi e offendere con le armi non è dei seguaci di Cristo nostro Signore, ma dei principi del­la terra bramosi di nuove conquiste: il coltello della Chie­sa deve essere quello spirituale, che tocchi le anime anzi­ché i corpi. Quindi Cristo nostro Signore si volse verso i suoi nemici e i capi dei giudei e, parlando loro con gran­de autorevolezza, disse: «Siete usciti come contro un bri­gante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare e predicare, e non mi avete arrestato. Ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre». Tutte le parole del nostro Salvatore, spe­cialmente quelle che proferì in occasione della sua pas­sione e morte, erano di notevole spessore per gli arcani misteri che racchiudevano, e non è possibile comprenderle tutte né dichiararle.

1233. Questi uomini avvezzi al peccato con il rimprove­ro del divin Maestro avrebbero ben potuto addolcirsi e confondersi, ma non lo fecero, perché erano terra maledetta e sterile, priva della rugiada delle virtù e della vera pietà. Tuttavia l'Autore della vita volle riprenderli ed insegnar ad essi la verità, perché la loro perfidia fosse meno scusabile, e alla presenza della somma santità e giustizia quel pecca­to ed altri commessi non restassero senza ammonimento ed essi non andassero via senza quella benefica medicina, se fossero stati disposti ad accettarla. Inoltre questa ri­prensione sarebbe servita a far conoscere che egli sapeva tutto quanto doveva succedere e che di sua spontanea vo­lontà si abbandonava alla morte, consegnandosi libera­mente nelle mani di coloro che gliela procuravano. Per tut­to questo e per altri altissimi fini, sua Maestà pronunciò quelle parole, parlando al cuore di quegli uomini malvagi come colui che aveva la capacità di penetrarlo e di scova­re la loro malizia, l'odio che contro di lui avevano conce­pito e la causa della loro invidia. Questa era stata partico­larmente scatenata dall'aver ripreso i vizi dei sacerdoti e dei farisei, dall'aver insegnato al popolo la verità e il cammino della vita eterna, dall'aver attirato con la sua dottrina, con il suo esempio e con i suoi miracoli la volontà di tutti gli uomini umili e pii, e dall'aver ricondotto molti peccatori al­la sua amicizia e alla sua grazia. Quindi era chiaro che co­lui che aveva il potere di operare queste cose in pubblico l'avrebbe avuto anche per far sì che senza la sua volontà non lo potessero prendere nel Getsèmani. Egli, infatti, non aveva lasciato che lo prendessero nel tempio e nella città dove predicava, non essendo arrivata l'ora stabilita dalla sua volontà per dare il permesso agli uomini ed ai demoni. E proprio perché aveva loro concesso in quel preciso mo­mento di essere catturato, disprezzato, afflitto e maltrattato disse: «Questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre». E fu come se avesse detto loro: «Sinora è stato necessario che io dimorassi con voi come maestro per vostro inse­gnamento, e perciò non ho consentito che mi toglieste la vita. Ma ora voglio compiere con la mia morte l'opera del­la redenzione umana, che il mio eterno Padre mi ha com­missionato; e perciò vi permetto di catturarmi e di esegui­re su di me la vostra volontà». Così presero il mansuetis­simo agnello e, assalendolo come tigri feroci, lo legarono, lo strinsero con funi e catene e lo condussero alla casa del sommo sacerdote, come dirò in seguito.

1234. La purissima Madre era attentissima a quello che succedeva nella cattura di Cristo nostro bene, mediante la chiara visione che le rendeva tutto manifesto come se fos­se stata presente con il corpo. Ella per la sapienza infusa penetrava tutti i misteri racchiusi nelle parole del suo san­tissimo Figlio e le opere che egli eseguiva. Quando vide che quello squadrone di soldati, seguito dalla folla, si era di­retto verso la casa del sommo sacerdote, la prudentissima Signora, prevedendo le irriverenze e gli oltraggi che tutti costoro avrebbero compiuto verso il Creatore e redentore, invitò i suoi e molti altri angeli affinché assieme a lei ren­dessero culto di adorazione e di lode al Signore delle crea­ture, per riparare le ingiurie e le offese con cui avrebbe do­vuto essere trattato da quegli uomini malvagi, principi del­le tenebre. Diede lo stesso avviso alle donne che con lei sta­vano pregando, e manifestò loro come appunto in quell'o­ra il suo santissimo Figlio consentisse ai suoi nemici che lo prendessero e lo maltrattassero, eseguendo tutto ciò con deplorevole empietà e crudeltà di peccatori. Con l'assisten­za dei santi angeli e delle pie donne, la religiosa Regina fe­ce mirabili atti di fede, di amore e di devozione internamente ed esternamente, confessando, lodando, adorando e magnificando la divinità infinita e l'umanità santissima di Gesù. E così le sante donne la imitavano nelle genuflessio­ni e prostrazioni che faceva, e gli spiriti celesti risponde­vano ai cantici con i quali ella onorava il suo amantissimo Figlio. E mentre da un lato i figli della malvagità offende­vano sua Maestà con ingiurie ed irriverenze, dall'altro la pietosa Madre lo ripagava con lodi e venerazione. Nello stes­so tempo ella placava anche la divina giustizia, affinché non si accendesse di sdegno e d'ira contro i persecutori di Cri­sto, e non li distruggesse; difatti, solamente Maria santissi­ma poté trattenere il castigo di quelle offese.

1235. La gran Signora con la sua intercessione non so­lo poté spegnere lo sdegno del giusto giudice, ma riuscì ad ottenere anche favori e privilegi per quegli uomini che lo irritavano, e a far sì che la divina clemenza rendesse loro bene per male, mentre essi recavano a Cristo nostro Signore male per bene, in retribuzione della sua dottrina e dei suoi benefici. Questa misericordia giunse al sommo grado per lo sleale ed ostinato Giuda. Difatti, vedendo la divina Ma­dre che egli lo tradiva con il bacio di finta amicizia e che con la sua immondissima bocca, dove poco prima era sta­to lo stesso Signore sacramentato, si permetteva di toccare il venerabile volto di Gesù, trapassata dal dolore e vinta dal­la carità pregò il medesimo Signore di dare un nuovo aiu­to a Giuda. E così, se lo avesse accettato, non si sarebbe perduto chi era arrivato a tale felicità, qual era quella di toccare in quel modo il viso che desiderano guardare per­fino gli angeli. Alla richiesta di Maria santissima, suo Fi­glio inviò grandi benefici al discepolo traditore che - come già si è detto - li ricevette al momento della consegna del Maestro. E se lo sciagurato li avesse accolti ed avesse in­cominciato a corrispondervi, questa Madre di misericordia gliene avrebbe ottenuti molti di più, e infine anche il per­dono della sua malvagità, come fa con altri grandi peccatori che a lei desiderano dare questa gloria e guadagnare per sé quella eterna. Ma Giuda non giunse a questa sa­pienza e perse tutto, come dirò nel capitolo seguente.

1236. Quando la Regina dei cieli vide che in forza della parola divina caddero a terra tutti gli anziani e i soldati, ve­nuti a prendere Gesù, compose con gli angeli un altro mae­stoso cantico, in cui esaltava la potenza infinita e le virtù della santissima umanità di Cristo. In questo inno elogiava la vittoria riportata dall'Altissimo quando aveva sommerso nel Mar Rosso il faraone con tutte le sue truppe, e lodava il proprio figlio e vero Dio, che come Signore degli eserciti e delle vittorie voleva darsi in preda ai patimenti ed alla morte per redimere nel più mirabile modo il genere umano dalla schiavitù di Lucifero. Maria poi elevò una preghiera al Signore, chiedendogli di rialzare e far ritornare in sé tutti coloro che erano stati rovesciati ed atterrati. Ella lo fece in primo luogo perché mossa dalla sua liberalissima pietà e dalla fervorosa compassione per quegli uomini, che il Si­gnore aveva creato a propria immagine e somiglianza; se­condariamente perché avrebbe adempiuto la legge della ca­rità insegnata e praticata dal suo Figlio e maestro: perdo­nare ai nemici e fare del bene ai persecutori; infine perché si dovevano compiere le profezie e le scritture relative al mi­stero della redenzione umana. E benché tutto questo fosse infallibile, non vi è alcuna contraddizione nel fatto che Ma­ria santissima lo chiedesse e che per le sue preghiere l'Al­tissimo si sentisse sollecitato a dispensare questi benefici: nella sapienza infinita e nei decreti della sua eterna volontà tutto era previsto ed ordinato per tali mezzi e suppliche. Non è necessario che io mi trattenga ancora a dare ulteriori spiegazioni, perché certo non vi sarebbe stato un modo più conveniente per ottenere l'intervento della divina provviden­za. Nel momento in cui i soldati presero e legarono il no­stro Salvatore, la purissima Madre sentì nelle sue mani i do­lori delle corde e delle catene, come se fosse stata legata e stretta anch'ella; e lo stesso accadde riguardo ai colpi ed ai tormenti che andava ricevendo il Signore. Questa pena che avvertiva nel corpo, concessale in forma di privilegio - co­me è stato detto sopra e come si vedrà nel corso della pas­sione -, le fu in parte di sollievo, perché l'amore gliene avreb­be arrecato una più grande nell'anima, se ella non avesse patito assieme al proprio Figlio in quel modo.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1237. Figlia mia, con tutto quello che vai scrivendo e comprendendo per mezzo del mio insegnamento, ti appre­sti ad istruire il processo contro tutti i mortali, e contro di te se come loro non ti spoglierai della rozzezza e della vil­lania, e non supererai l'ingratitudine, meditando giorno e notte la passione, i dolori e la morte di Gesù crocifisso. Questa è la sapienza dei santi, ignorata dagli uomini del mondo; questo è il pane della vita e dell'intelletto, che sa­zia i piccoli e dà loro scienza, lasciando vuoti e famelici i superbi amatori del secolo. In tale dottrina desidero che tu sia sollecita e sapiente, poiché da essa ti verranno tutti i beni. Il mio figlio e Signore insegnò l'ordine di questo ar­cano mistero quando disse: «lo sono la via, la verità e la vi­ta. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Dim­mi ora, o carissima: se il mio divin Maestro si fece via e vita degli uomini, per mezzo della passione e morte che patì per loro, non è forse necessario che, per seguire il suo stesso cammino e professare la sua verità, tutti passino per Cristo crocifisso, afflitto, flagellato e disonorato? Conside­ra, dunque, l'ignoranza dei mortali: vogliono giungere al Pa­dre senza passare per il suo Unigenito; vogliono regnare con sua Maestà senza aver patito e aver preso parte alle sue pene, e senza neppure ricordare la sua passione e mor­te, provandola in qualche modo o mostrandone una vera gratitudine. E vorrebbero allora che essa giovasse loro per poter godere, nella vita presente ed in quella eterna, i pia­ceri e la gloria, mentre il Creatore ha patito fortissimi do­lori e atroci sofferenze per entrarvi ed ha lasciato questo esempio per aprire ad essi la strada della luce.

1238. Il riposo non è compatibile con la vergogna di non aver lavorato, per chi avrebbe dovuto acquistarlo so­lo con questo mezzo. Non è vero figlio colui che non imi­ta il proprio padre, né servo fedele chi non obbedisce al proprio padrone, né discepolo chi non segue il proprio maestro, né io reputo come mio devoto colui che non pren­de parte a quanto abbiamo sofferto mio Figlio ed io. An­zi l'amore con cui noi procuriamo la salvezza eterna agli uomini ci obbliga, vedendoli così dimentichi di questa ve­rità e tanto avversi al patire, ad inviare loro tribolazioni e pene, affinché se non le amano spontaneamente, almeno le accettino e soffrano forzatamente: solamente per questa via entreranno nel cammino sicuro di quel riposo eterno che tanto desiderano. Eppure ciò non basta: l'inclinazione e l'amore cieco per le cose visibili e terrene trattengono i mortali, li ostacolano e li rendono tardi e duri di cuore, assopendo in essi la memoria, l'attenzione e gli affetti, e impedendo che si innalzino al di sopra di se stessi e di tut­to ciò che è transeunte. Da qui scaturisce la motivazione per cui non trovano serenità nelle tribolazioni, né sollievo nei travagli, né consolazione nelle pene, né quiete nelle av­versità, perché aborriscono tutto ciò e non cercano niente che sia penoso, come invece bramavano i santi, che si glo­riavano nelle tribolazioni come chi arrivasse al corona­mento dei propri desideri. In molti fedeli questa insipien­za va anche oltre, perché alcuni chiedono di essere in­fiammati dell'amore di Dio, altri che siano loro perdonate molte colpe, altri ancora che vengano loro concessi gran­di benefici: richieste che non possono essere esaudite per­ché non le domandano nel nome di Cristo mio Signore, imitandolo ed accompagnandolo nella sua passione.

1239. Abbraccia dunque, figlia mia, la croce, e senza di essa non accettare alcuna consolazione nella tua vita mor­tale. Imitami, secondo la luce che hai e l'obbligo in cui ti pongo di sentire e meditare la passione del Signore: per tale via ascenderai alla vetta della perfezione e guadagne­rai l'amore di sposa. Benedici e magnifica il mio santissi­mo Figlio per l'amore con cui si consegnò per la salvezza dell'umanità. I mortali riflettono poco su questo mistero, ma io come testimone ti avverto che il mio santissimo Fi­glio, se tralasci il suo ardente desiderio di salire alla de­stra dell'eterno Padre, nessuna cosa gradiva e bramava tan­to quanto quella di offrirsi ai patimenti della morte di cro­ce, dandosi a tal fine in potere dei nemici. Voglio anche che deplori, con intimo dolore, che Giuda nelle sue scel­leratezze e perfidie abbia più seguaci di Cristo. Molti so­no gli infedeli, molti i cattivi cattolici, molti gli ipocriti che con il nome di cristiani vendono e tradiscono, e nuova­mente vogliono crocifiggere il mio santissimo Figlio. Pian­gi per tutti questi mali che senti e conosci, affinché anche in ciò tu mi possa imitare e seguire.

 

CAPITOLO 14

 

La fuga e la dispersione degli apostoli dopo la cattura del Maestro; la conoscenza che ne ebbe la sua santissima Madre e ciò che fece in questa occasione; la dannazione di Giuda e il turbamento dei demoni per quello che venivano a sapere.

 

1240. Eseguita la cattura di Gesù - come è già stato narrato - si adempì ciò che egli aveva predetto nell'ultima cena: in quella notte tutti si sarebbero fortemente scanda­lizzati a causa della sua persona, e satana li avrebbe as­saltati per vagliarli come il grano. Gli apostoli, afflitti, re­starono confusi e disorientati quando videro che il Mae­stro veniva catturato e legato, e si accorsero che né la sua mansuetudine né le sue parole tanto dolci e potenti né i suoi miracoli né il suo innocentissimo conversare avevano potuto placare l'ira della folla e mitigare l'invidia dei som­mi sacerdoti e dei farisei. Per naturale timore si avviliro­no, perdendo il coraggio e dimenticando i consigli di Cri­sto. Incominciarono così a vacillare nella fede e ciascuno di essi, vedendo quello che stava succedendo a sua Mae­stà, pensava a come mettersi in salvo dal pericolo che in­combeva. Subito lo squadrone dei soldati, con tutta la tur­ba di gente che gli andava dietro, si accinse ad arrestare e ad incatenare il mansuetissimo Agnello, contro il quale tutti fremevano di sdegno. Gli Undici, approfittando allo­ra dell'occasione, fuggirono senza essere scorti dai giudei, sebbene questi - se lo avesse permesso l'Autore della vita - senza dubbio li avrebbero catturati poiché scappavano come codardi e rei, ma non era opportuno che fossero pre­si e patissero in quel momento. E difatti, il nostro Redentore aveva manifestato questa sua volontà dicendo alle guardie, venute ad arrestarlo, che se cercavano lui lascias­sero liberi coloro che lo accompagnavano: così accadde con la forza della sua divina provvidenza. Frattanto, anche contro i suoi seguaci si estendeva l'odio dei sommi sacer­doti e dei farisei che volevano farla finita in un colpo so­lo con tutti loro, se ne avessero avuto la possibilità. E pro­prio per questo il pontefice Anna interrogò il Salvatore ri­guardo ai suoi discepoli e al suo annuncio.

1241. Lucifero dinanzi a tale fuga si ritrovò confuso e perplesso, incrementando la sua malizia per vari fini. Egli bramava di estinguere l'insegnamento del Messia e di ster­minare tutti i suoi compagni fino a spegnere il loro ricor­do, e agognava che essi fossero presi ed uccisi. Tuttavia, non gli sembrò facile conseguire questo disegno, e ricono­scendone la difficoltà cercò di turbare gli apostoli spro­nandoli a scappare, affinché non vedessero la pazienza del Signore nella passione, né fossero testimoni di ciò che in questa sarebbe accaduto. Temette che essi, con il sublime esempio e la nuova dottrina che avrebbero potuto ap­prendere, sarebbero divenuti più forti e più saldi nella fe­de tanto da resistere alle sue seduzioni. Gli parve che se da allora avessero incominciato a titubare, in seguito li avrebbe potuti far cadere con nuove persecuzioni, serven­dosi dei giudei, i quali sarebbero stati sempre pronti ad in­sultarli, per l'odio che portavano all'Unigenito. Con questa malvagia considerazione il diavolo si ingannò da se stes­so, e quando si accorse che essi erano intimoriti, codardi e abbattuti per la tristezza, reputò che quella fosse la mi­gliore disposizione d'animo per tentarli. Li assaltò così con furiosa rabbia, proponendo loro grandi dubbi e sospetti, perché abbandonassero il loro Maestro. Ed essi riguardo alla fuga non resistettero come invece avevano fatto di­nanzi a tante false suggestioni contro la fede, benché an­che in questa avessero mancato: gli uni più gli altri meno, giacché non furono tutti parimenti turbati e scandalizzati.

1242. I discepoli si divisero tra loro correndo verso luo­ghi diversi, dato che era difficile nascondersi insieme, seb­bene in quel momento lo desiderassero. Solo Pietro e Gio­vanni si unirono per seguire da lontano Gesù con l'inten­to di vedere la conclusione del suo supplizio. Intanto es­si erano tutti presi nell'intimo da un turbamento di som­mo dolore e di forte tribolazione, che metteva sotto tor­chio il loro cuore senza lasciare consolazione e riposo. Da una parte erano combattuti dalla ragione, dalla grazia, dal­l'amore e dalla verità, dall'altra dalla seduzione, dal so­spetto, dal timore e dallo sconforto. Ma la ragione e la lu­ce della verità li riprendevano dall'incostanza e dall'infe­deltà per aver lasciato Cristo, schivando come vigliacchi il pericolo, dopo essere stati avvisati e aver fatto sfoggio, poco prima, del loro coraggio nel voler morire con lui, se fosse stato necessario. Si ricordarono della negligente di­sobbedienza e della trascuratezza nel pregare, e nel pre­pararsi contro le tentazioni, come sua Maestà aveva loro ordinato. l‘affetto che gli portavano, per la sua amabile conversazione e il suo dolce tratto, per la sua dottrina e le sue meraviglie, e il pensiero che egli era vero Dio li ani­mavano e li spronavano a ritornare a cercarlo e ad offrirsi al martirio come servi fedeli. A tutto ciò si univano la preoccupazione per Maria santissima, e la considerazione delle sue incomparabili pene e del bisogno di conforto che avrebbe avuto. E così da un lato volevano andarla a tro­vare per assisterla nel suo tormento, dall'altro invece erano lacerati e combattuti dalla paura di finire in pasto al­la crudeltà dei giudei, abbandonandosi alla morte, alla confusione e alla persecuzione. Ma riguardo alla scelta di presentarsi dinanzi all'addolorata Madre li affliggeva an­che l'idea che ella li avrebbe obbligati a ritornare nel luo­go in cui stava il suo Unigenito; inoltre temevano che se fossero rimasti con lei sarebbero stati poco sicuri, perché avrebbero potuto essere ricercati nella sua casa. Tutto que­sto era sovrastato dalle empie e terribili seduzioni del dra­gone, che inculcava nella loro mente immagini atroci: il suicidio; l'impossibilità del Maestro di liberare se stesso e di strappare loro dalle mani dei sommi sacerdoti, che in quell'occasione lo avrebbero ucciso; e la fine di tutta la loro dipendenza da lui, perché non lo avrebbero più vi­sto. Inoltre erano avvinti anche dall'insidia che, sebbene la sua vita fosse esente da colpe, egli proclamando dot­trine molto dure ed aspre sino ad allora mai praticate ve­niva odiato dai capi del popolo e dalla gente: ragion per cui era troppo drastico seguire un uomo che doveva es­sere condannato ad una fine infame e vergognosa.

1243. Questa lotta interiore negli apostoli si trasmette­va da un cuore all'altro. Satana, infondendo queste ed al­tre malvagie convinzioni, pretendeva che essi dubitassero dell'insegnamento del Signore e delle profezie inerenti ai suoi misteri e alla sua passione. Siccome nel dolore di que­sto conflitto non avevano speranza che il Messia uscisse vivo dalle potenti mani dei sommi sacerdoti, lo sgomento suscitò in loro una profonda tristezza e malinconia, per cui risolsero di schivare il pericolo e salvarsi. Fuggirono con tale pusillanimità e codardia che in nessun posto si consideravano sicuri in quella notte, spaventati da qual­siasi ombra e da ogni rumore. Un terrore più grande fu provocato in essi dalla slealtà di Giuda, giacché egli avreb­be potuto istigare anche contro di loro l'ira degli anziani, poiché, dopo aver eseguito la sua perfidia e il suo tradimento, non si era più fatto vedere da nessuno. San Pietro e san Giovanni, tra i più fervorosi nell'amore di Gesù, re­sistettero più degli altri al demonio e restando uniti volle­ro andare dietro a sua Maestà da lontano. Furono molto aiutati a prendere questa decisione dal fatto che san Gio­vanni conoscesse Anna, il quale con Caifa, sommo sacer­dote in quell'anno, si alternava nel ministero del pontifi­cato. Caifa era anche colui che nel sinedrio aveva consi­gliato ai giudei: «È meglio che un uomo solo muoia per il popolo». La familiarità di Giovanni con Anna scaturiva dal­la buona reputazione dell'Apostolo, considerato una per­sona distinta, cortese, affabile, di nobile origine e di virtù molto amabili. Fiduciosi di questo, i due proseguirono me­no timorosi il loro cammino. Essi portavano nei loro cuo­ri la gran Regina del cielo; afflitti per la sua amarezza, era­no desiderosi della sua presenza per sollevarla e consolar­la, distinguendosi particolarmente in questo devoto affetto l'Evangelista.

1244. In tale occasione la Principessa, dal cenacolo, per mezzo di una sublime illuminazione non solo rimirava il proprio Figlio nei tormenti della cattura, ma anche veniva a sapere tutto quello che accadeva agli Undici, interior­mente ed esteriormente. Vedeva la loro tribolazione e le lo­ro tentazioni, scrutava i loro pensieri, le loro determina­zioni, ciò che ciascuno faceva ed il luogo in cui si trova­va. E sebbene tutto le fosse noto, ella non si sdegnò né rinfacciò ad essi la slealtà che avevano commesso, ma an­zi si rese principio e strumento della loro salvezza, come racconterò in seguito. D'allora in poi incominciò a prega­re, e con dolcissima carità e compassione di madre dice­va nel suo intimo: «Pecorelle semplici ed elette, perché lasciate il vostro Pastore, che aveva cura di voi e vi condu­ceva al pascolo, dandovi il cibo della vita eterna? Perché, pur essendo seguaci di una dottrina così verace, abbando­nate il datore di ogni vostro bene? Come potete dimenti­care il suo comportamento così amoroso che vi attirava a lui? Perché ascoltate il maestro della menzogna, il lupo sanguinario che pretende la vostra rovina? O tesoro mio dolcissimo e pazientissimo, quanto mansueto, benigno e misericordioso vi rende l'amore degli uomini! Estendete la vostra pietà a questo piccolo gregge, che il furore del ser­pente ha turbato e disperso. Non date in pasto alle bestie le anime che vi hanno lodato. Enormi portenti avete ope­rato con i vostri discepoli, ma enorme sofferenza siete so­lito dare a quelli che scegliete come vostri servi. Non ri­provate coloro che la vostra volontà elesse a fondamento della Chiesa: non si perda tanta gloria! Non si vanti Luci­fero di aver trionfato dinanzi a voi sulla parte migliore del­la vostra casa e famiglia. Guardate il vostro amato Gio­vanni, osservate Pietro e Giacomo da voi prediletti con sin­golare affetto. Volgete gli occhi della vostra clemenza an­che verso tutti gli altri e schiacciate la superbia del dra­gone, che con implacabile crudeltà li ha turbati».

1245. In questa circostanza la grandezza di Maria, con la sua intercessione e con la pienezza di santità che mani­festò all'Altissimo, superò ogni capacità umana ed angeli­ca. Ella, oltre a sentire nel corpo e nello spirito gli strazi del suo Unigenito e le ingiurie vergognose che subiva nel­la sua persona, da lei stimata e ossequiata in sommo gra­do, avvertì e comprese anche l'angoscia dello smarrimento degli apostoli. Guardava la fragilità e la dimenticanza che essi avevano mostrato riguardo ai favori, agli avvertimenti e alle ammonizioni del loro Maestro: defezione che si era verificata in loro in brevissimo tempo dopo il sermone che egli aveva loro proferito nell'ultima cena, e l'eucaristia che aveva loro amministrato innalzandoli e vincolandoli alla di­gnità di sacerdoti. Conosceva anche il pericolo a cui erano esposti di cadere in peccati più gravi per l'astuzia con la quale il principe delle tenebre si affaticava a rovinarli, e l'i­navvertenza, dovuta alla paura, che teneva più o meno in possesso il loro animo. Per tutto questo la Vergine molti­plicò le suppliche a Cristo sollecitandone gli aiuti fino a quando avesse guadagnato per essi il riscatto e il perdono, affinché rientrassero nell'amicizia e nella grazia superna, di cui ella si rendeva strumento efficace e potente. L'eccelsa Signora raccoglieva così nel suo cuore tutta la fede, la san­tità, il culto e la venerazione dell'intera comunità ecclesia­le che stava in lei come in un'arca incorruttibile, conser­vando e racchiudendo in sé la legge evangelica, il sacrifi­cio, il tempio ed il santuario. Ella sola credeva, amava, spe­rava e onorava il Verbo incarnato per sé, per gli Undici e per tutto il genere umano, in modo da compensare, per quanto era possibile ad una semplice creatura, l'incredulità e le omissioni di tutto il resto del corpo mistico. Faceva eroici atti di fede, speranza e carità, e celebrava la divinità e l'umanità del proprio figlio e vero Dio; con prostrazioni e genuflessioni lo adorava e con mirabili cantici lo benedi­va, senza che l'intima sofferenza e l'amarezza della sua ani­ma sconvolgessero la forza della sua mediazione, accorda­ta dalla mano dell'Onnipotente. Per questa sovrana non si addice quello che è affermato nel Siracide che la musica è importuna nel dolore, perché solo ella poté e seppe in mez­zo alle sue pene accrescere la dolce armonia delle virtù.

1246. Lasciando gli apostoli nello stato che ho descrit­to, mi volgo a raccontare l'infelicissima fine di Giuda, anticipando quanto gli accadde nella sua miserevole e di­sgraziata sorte, per fare poi nuovamente ritorno alla nar­razione della passione. Il traditore, con il distaccamento di soldati e la turba di gente che aveva condotto dal nostro Redentore, giunse prima a casa di Anna e poi a quella del­l'altro sommo sacerdote Caifa, dove era atteso anche dagli scribi e dai farisei; e siccome Gesù era tanto maltrattato con percosse ed insultato con bestemmie sotto i suoi oc­chi, sopportando tutto con silenzio, mansuetudine e mira­bile pazienza, il sacrilego discepolo incominciò a mettere in discussione dentro di sé la sua perfidia. Egli riconosce­va che essa era l'unica causa dell'ingiusta crudeltà con cui quell'uomo tanto innocente veniva trattato, senza che lo meritasse. Si ricordò dei miracoli che aveva visto, dell'in­segnamento che aveva udito e dei benefici che aveva rice­vuto da lui; gli si presentarono dinanzi la pietà e la mi­tezza della Regina, la carità con cui ella aveva sollecitato la sua salvezza e la malvagità ostinata con la quale egli aveva offeso entrambi per un vilissimo interesse: l'insieme di tutte le trasgressioni che aveva commesso gli si pose da­vanti come un caso impenetrabile e come un alto monte che lo schiacciava.

1247. Giuda - come si è detto sopra - dopo essere an­dato incontro al Messia e averlo consegnato con il finto bacio, si trovava fuori dalla divina grazia. Ma per gli im­perscrutabili disegni celesti, benché stesse in balia del pro­prio consiglio, fece i ragionamenti permessi dalla divina giustizia nella sua naturale coscienza; e li fece con tutte le suggestioni di satana che lo assisteva. Quantunque riflet­tesse tra sé e formulasse un retto giudizio riguardo a ciò che si è riferito, quando era il padre della menzogna a pro­pinargli i discorsi egli si ritrovava più che mai confuso e turbato. Difatti, il diavolo alla veracità dei suoi ricordi ac­coppiava false ed ingannevoli congetture, affinché ne ve­nisse a dedurre non già il suo riscatto e il desiderio di con­seguirlo, ma al contrario l'impossibilità di ottenerlo, fino alla disperazione, come appunto accadde. Il demonio gli risvegliò così una profonda contrizione delle sue colpe, e non già per un buon fine, né per il motivo di aver offeso la verità, ma per il disonore che avrebbe avuto presso gli uomini e per il male che il Maestro, potente in miracoli, gli avrebbe potuto fare: in tutto il mondo perciò non gli sarebbe stato possibile sfuggire dalle sue mani, perché il sangue del giusto avrebbe gridato contro di lui. Con que­sto ed altri pensieri che gli suggerì, il traditore rimase in preda alla confusione e all'odio rabbioso verso se stesso. E ritiratosi da tutti stava per buttarsi giù da un punto mol­to elevato del palazzo di Caifa, ma non poté farlo. Dopo questo tentativo, come una fiera, sdegnato contro se stes­so si mordeva le braccia e le mani, si dava durissimi col­pi in testa tirandosi i capelli e, parlando in modo spropo­sitato, si mandava maledizioni ed esecrazioni, come il più infelice e sfortunato tra i mortali.

1248. Il serpente, vedendolo così avvilito, gli propose di andare dai sacerdoti per confessare il suo peccato e resti­tuire il loro denaro. Egli lo fece con celerità e ad alta vo­ce rivolse loro queste parole: «Ho peccato, perché ho tradi­to sangue innocente»; ma essi, per nulla impietositi, gli ri­sposero che avrebbe dovuto considerarlo prima. L'intento del drago era quello di provare ad impedire che il Salvato­re fosse ammazzato, per le motivazioni che ho esposto so­pra e che dirò in seguito. Con questa ripulsa datagli dagli anziani del popolo, così piena di empissima crudeltà, Giu­da non ebbe più dubbi e si persuase che non fosse più possibile evitare tale uccisione. Reputò così anche il principe del male, non tralasciando però di mettere in atto altre stra­tegie per mezzo di Pilato. Egli allora, ritenendo che il di­scepolo malvagio ormai non gli sarebbe più potuto servire per realizzare il suo intento, accrebbe in lui la tristezza e la collera, convincendolo a togliersi la vita per non aspettarsi una condanna più dura. Questi accettò l'inganno e uscito dalla città andò ad impiccarsi: si fece omicida di se stesso colui che si era fatto deicida del suo Creatore. Ciò accadde il venerdì alle dodici, lo stesso giorno della crocifissione di Cristo, ma prima che questi spirasse, perché non era op­portuno che la morte di Gesù e l'opera della nostra reden­zione cadessero immediatamente sopra l'esecrabile morte di Giuda, che con somma malizia le aveva disprezzate.

1249. I diavoli subito ricevettero la sua anima e la por­tarono all'inferno; il suo corpo invece restò impiccato e poi si squarciò nel mezzo e si sparsero fuori le viscere con meraviglia e spavento di tutti, al vedere che quel tradi­mento aveva avuto un castigo così terribile. Per tre giorni egli restò appeso ed esposto al pubblico. Nello stesso tem­po i giudei tentarono di tirarlo via dall'albero e di seppel­lirlo nascostamente, perché da un simile spettacolo ridon­dava gran confusione ai sacerdoti e ai farisei, che non po­tevano contraddire quella testimonianza della loro ferocia. Tuttavia, nonostante si dessero da fare, non riuscirono a smentirla né furono capaci di staccare le sue membra da dove si era impiccato, sino a quando, trascorsi tre giorni, per disposizione superna gli stessi demoni lo tolsero dalla forca e lo portarono via per unirlo alla sua anima, affin­ché nel profondo dei loro antri pagasse eternamente il suo peccato. E poiché è degno di spaventoso stupore ciò che ho conosciuto delle pene che gli furono inflitte, lo riferirò nel modo e nell'ordine in cui mi è stato mostrato. Tra le oscure caverne degli infernali ergastoli ve ne era una libe­ra, molto grande e di maggior tormento rispetto alle altre; i principi delle tenebre non avevano potuto precipitarvi nes­suno, benché la loro efferatezza avesse cercato di farlo fin da Caino. Ognuno di essi, ignorando il segreto, si meravi­gliava di questa impossibilità fino a quando arrivò l'anima di Giuda che con facilità fu fatta sprofondare in quella fos­sa, mai occupata da alcun dannato. Il motivo di tale diffi­coltà consisteva nel fatto che dalla creazione del mondo quella caverna era stata assegnata a coloro che, pur aven­do ricevuto il battesimo, si sarebbero perduti per non aver saputo usufruire dei sacramenti, dell'insegnamento, della passione e morte di sua Maestà, e dell'intercessione della sua santissima Madre. E siccome egli fu il primo ad esse­re partecipe di tali benefici a vantaggio della sua salvezza che orribilmente li disprezzò, fu anche il primo a provare quel luogo e tutte quelle punizioni predisposte per lui e per chi lo avrebbe emulato e seguito.

1250. A me è stato ordinato di esporre dettagliatamen­te questo mistero per ammonire ed istruire tutti i cristia­ni e specialmente i sacerdoti, i prelati e i religiosi, i quali per il loro servizio toccano più frequentemente e familiar­mente il santissimo corpo e sangue del Signore. Per non essere ripresa, vorrei trovare i termini e le ragioni con cui dare ad esso rilevanza e devozione, cercando di compen­sare l'insensibile durezza umana, affinché tutti possano trarne profitto e temere il castigo che sovrasta i cattivi cre­denti, secondo lo stato di ciascuno. I diavoli torturarono il traditore con inesplicabile crudeltà, perché non aveva ri­nunciato a vendere il proprio Maestro, per il cui martirio essi sarebbero rimasti vinti e spodestati dalla terra. Il nuo­vo sdegno, che per tale motivo essi concepirono contro Ge­sù e Maria, viene messo in atto contro tutti quelli che imitano quel perfido e cooperano con lui nel disprezzare la dottrina evangelica, i sacramenti della legge di grazia e il frutto del riscatto. A buon diritto allora Lucifero e i suoi riversano la propria vendetta su quei battezzati che non vogliono seguire Cristo, loro capo, e volontariamente si se­parano dalla Chiesa dandosi in potere ad essi, che con im­placabile superbia la aborriscono e la maledicono e come strumenti della divina giustizia castigano le ingratitudini dei redenti verso il loro Redentore. Considerino attenta­mente i fedeli questa verità! Se la tenessero presente sen­tirebbero palpitare i loro cuori e otterrebbero l'aiuto ne­cessario per allontanarsi da un pericolo così deplorevole.

1251. Durante il tempo della passione il drago, con tut­ta la sua malvagia schiera, rimase sempre attento e in ag­guato per finire di accertarsi se il Nazareno fosse il Messia e il salvatore del mondo. Difatti alcune volte era persuaso dai miracoli, altre volte invece veniva dissuaso dalle azioni e dagli affanni della debolezza umana che egli assunse per noi, ma moltiplicò maggiormente i suoi sospetti nell'orto degli Ulivi, dove sperimentò l'autorità di quella parola pro­nunciata dall'Unigenito: «Sono io!», da cui fu rovesciato e fatto cadere a terra con i suoi ministri. Era trascorso poco tempo da quando, accompagnato dalle sue legioni, era usci­to dall'inferno, dove era stato scaraventato durante l'ultima cena. E benché in quella occasione fosse stato precipitato dal cenacolo solamente dalla Vergine - come ho affermato precedentemente - egli si soffermò a riflettere, reputando che quella potenza messa in atto dal Figlio e dalla Madre fosse del tutto nuova, mai sperimentata prima contro di lo­ro. Quando gli fu permesso di rialzarsi, parlò agli altri di­cendo: «Non è possibile che una simile forza sia di un sem­plice uomo, senza dubbio questi è insieme Dio e uomo. Se egli muore come noi disponiamo, è certo che per questa via opererà la redenzione, adempirà il volere dell'Altissimo, e resterà distrutto il nostro impero e delusa ogni nostra spe­ranza di vittoria. Ci siamo malamente consigliati nel pro­curargli la morte. Ma se non possiamo impedire che peri­sca, vediamo di provare fino a dove arrivi la sua pazienza, istigando i suoi mortali nemici a tormentarlo con empia crudeltà. Aizziamoli contro di lui, suscitiamo in loro senti­menti di disprezzo, persuadiamoli a compiere sulla sua per­sona oltraggi e ignominie; spingiamoli ad usare il loro sde­gno per affliggerlo, e stiamo attenti agli effetti che tutte que­ste cose produrranno in lui». I demoni quanto proposero tanto intentarono. Non riuscirono però ad ottenere tutto quello che avevano tramato, come sarà manifestato nel cor­so della passione, e ciò per gli imperscrutabili arcani che riferirò e che in parte ho già esposto. Essi provocarono quei criminali perché decidessero di angustiare sua Maestà con atrocissime sevizie, che tuttavia non vennero concretizzate, perché egli non ne permise altre all'infuori di quelle che rientravano nel suo volere e nella necessità di patire, la­sciando che fosse espresso in queste tutto il loro furore.

1252. Ad impedire l'insolente malizia del serpente inter­venne nuovamente la Signora, a cui erano manifesti tutti i suoi sforzi. Alcune volte con l'autorità di sovrana gli ostaco­lava molti intenti, affinché non li consigliasse agli esecutori della passione; altre volte, riguardo a quelli che egli propo­neva, chiedeva all'Eterno che non permettesse che fossero ese­guiti, e per mezzo dei suoi angeli concorreva a distogliere e a far svanire quei malefici progetti; altre ancora, per quelli che rientravano nella volontà di patire del suo Unigenito - come ella penetrava nella sua infinita sapienza - interrom­peva la sua intercessione: in tutto veniva così eseguito il be­neplacito divino. Similmente, venne a conoscenza di quanto accadde nell'infelice morte e nei tormenti di Giuda, del luo­go che gli fu assegnato negli inferi e della sede di fuoco che avrebbe occupato per tutta l'eternità, come maestro d'ipocri­sia e precursore di chi avrebbe rinnegato il Signore con la mente e con le azioni. Questi sono coloro - come dice Ge­remia - che abbandonano la fonte di acqua viva per essere scritti nella polvere ed allontanati dal cielo dove stanno scrit­ti i nomi dei predestinati. La Regina di misericordia conob­be tutto, pianse amaramente e pregò per la salvezza degli uo­mini, supplicando che fossero rimossi da una cecità, da un precipizio e da una rovina così grandi; però si conformò sem­pre agli insondabili e giusti giudizi della Provvidenza.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1253. Carissima, sei rimasta meravigliata, e non senza ragione, di ciò che hai inteso e narrato dell'infelice sorte di Giuda e della caduta dei suoi compagni. Essi vennero a mancare pur essendo discepoli di Gesù, nutriti con il lat­te della sua dottrina, della sua vita, dei suoi miracoli, ed aiutati dalla sua dolce e mite parola, dalla mia interces­sione, dai miei consigli e da altri benefici ottenuti per mez­zo di me. In verità ti dico che se tutti i fedeli avessero l'ac­cortezza di imitare l'esempio lasciato da Cristo ritrovereb­bero un salutare consiglio ed una pratica istruzione per coltivare il timore di Dio durante il loro pericoloso pelle­grinaggio. Essi ricevono tanti privilegi, ma tutto questo può non essere tenuto presente come vivo esempio di santità, alla stessa maniera degli apostoli. E difatti io li ammonii in vari modi e pregai affinché fossero elargiti loro gli au­sili necessari; inoltre con la mia dolce e innocente con­versazione comunicai loro la carità che dall'Altissimo e dal Salvatore rifluiva in me, ma essi, pur trovandosi dinanzi al loro Maestro, dimenticarono tanti favori e il dovere di corrispondervi. E allora chi sarà così presuntuoso nell'esistenza terrena da non paventare il pericolo della rovina, per quanti doni abbia avuto? I Dodici erano uomini pre­scelti e ugualmente uno arrivò a cadere come il più infe­lice tra tutti, e gli altri giunsero a venir meno nella fede, che è il fondamento di ogni virtù; questo fu conforme al­l'equità ed agli imperscrutabili disegni dell'Onnipotente. Dunque, come mai non hanno paura coloro che non sono apostoli né hanno operato come questi alla scuola di mio Figlio, e non meritano la mia intercessione?

1254. Della perdizione del traditore e del suo giustis­simo castigo esponi quanto basta perché si comprenda a quale stato possano arrivare e condurre i vizi, e dove la volontà perversa possa trasportare una persona che si dia in preda ad essi e a satana, disdegnando le chiamate e gli aiuti della grazia. Su ciò che hai scritto ti invito ad osservare che non solo le pene che patisce costui, ma an­che quelle di molti cristiani - che si dannano con lui e scendono al medesimo luogo, che fu loro destinato sin dagli inizi del mondo - superano i tormenti di molti de­moni. Difatti, sua Maestà non morì per gli angeli mal­vagi, ma per gli uomini, né ai primi spettarono il frutto e gli effetti del riscatto che ai secondi sono dati nei sa­cramenti. Perciò disprezzare tale incomparabile benefi­cio non è tanto colpa di Lucifero, quanto dei credenti ai quali riguardo a questo è dovuta una punizione del tut­to nuova e diversa. L'inganno in cui caddero il principe delle tenebre e i suoi ministri non riconoscendo Gesù, come vero Dio e redentore sino alla sua morte attana­glia sempre il loro intimo, e ciò fa scaturire in essi al­tro sdegno verso coloro che sono stati salvati e soprat­tutto verso coloro per i quali è stato versato in modo particolare il sangue dell'Agnello. Si affaticano allora con veemenza per far sì che ci si dimentichi dell'opera della redenzione, rendendola infruttuosa. Nell'inferno poi si mostrano più adirati e furibondi contro i cattivi cristiani, e senza alcuna pietà infliggerebbero a questi maggiori tribolazioni se la giustizia del Signore non disponesse con equità che le pene siano proporzionate alle colpe, non lasciando ciò all'arbitrio dei diavoli, ma attenuan­dolo con la sua potenza e la sua infinita sapienza, poi­ché tanto si estende la sua bontà.

1255. Desidero inoltre che riguardo alla caduta degli apostoli consideri il pericolo della fragilità umana, poi­ché anche questa dinanzi alle elargizioni celesti facil­mente si assuefa ad essere villana, torpida ed ingrata, co­me successe loro quando fuggirono dal Maestro e nella loro incredulità lo abbandonarono. Tale debolezza negli uomini trova la sua origine nell'essere tanto sensibili ed inclini a tutto ciò che è terreno e sottomesso ai sensi, nel rimanere ben radicati a queste depravate tendenze per il peccato e nell'abituarsi a vivere e ad agire secondo la car­ne, piuttosto che secondo lo spirito. Ne consegue che trat­tano ed amano sensibilmente anche gli stessi doni del­l'Altissimo e, quando questi vengono a mancare, subito si rivolgono ad altri oggetti sensibili, si affannano per essi e trascurano la vita spirituale, che praticavano solo in su­perficie. Per questa inavvertenza e torpidezza caddero gli Undici, benché fossero tanto favoriti dal mio Unigenito e da me. I miracoli, le parole e gli esempi che ricevettero erano sensibili, ma essi, benché perfetti e giusti, erano at­taccati unicamente a quello che percepivano; così, appe­na questo venne a mancar loro si turbarono con la ten­tazione e vi caddero avendo poco penetrato quanto ave­vano visto ed udito alla scuola del Messia. Con questo in­segnamento potrai orientarti sulla strada della mia se­quela come discepola spirituale e non terrena, non as­suefacendoti al sensibile, benché si tratti di grazie del­l'Eterno e mie. E quando ti verranno concesse non sof­fermarti sulla materia, ma solleva la tua mente al subli­me che si percepisce solo con la luce e la scienza interiore". E se il sensibile può impedire la vita spirituale, che cosa non farà ciò che appartiene alla vita terrena, animale e carnale? Voglio, dunque, da te - e tu stessa lo osservi chiaramente - che dimentichi e cancelli dalle tue facoltà ogni immagine e ogni specie di creatura, affinché ti ritrovi sempre idonea ad imitarmi e ad intendere la mia salutare dottrina.

 

CAPITOLO 15

 

Si narra che il nostro salvatore Gesù venne condotto inca­tenato al palazzo del sommo sacerdote Anna; ciò che ac­cadde in quell'occasione e ciò che patì la stia santissima Madre.

 

1256. Degna cosa sarebbe parlare della passione, del­le ignominie e dei tormenti di Gesù con parole così vive ed efficaci da penetrare più di una spada a doppio taglio, fino a dividere con intensa sofferenza la parte più intima di noi stessi. Difatti, le pene che gli furono inflitte non furono comuni: non si troverà mai dolore simile al suo dolore ! La sua persona non era come quella degli altri uomini; inoltre egli non patì per sé né per le sue colpe, ma per noi e per i nostri peccati. È opportuno, dunque, che descriviamo i travagli del suo martirio non in modo usuale, ma forte ed incisivo, così da proporli ai nostri sensi. Me infelice, che non posso dar efficacia alle mie espressioni, né trovare quelle che l'anima mia desidera per manifestare questo segreto! Esporrò solo ciò che ar­riverò a comprendere e mi spiegherò come potrò e mi sarà propinato, benché la scarsezza del mio talento coar­ti e limiti la grandezza dell'illuminazione, e i termini ina­deguati non arrivino a dichiarare il concetto più nasco­sto del cuore. Supplisca a tale lacuna la vitalità della fe­de che noi, membri della Chiesa, professiamo. E se i vo­caboli sono ordinari, siano. straordinari l'afflizione e il sentimento, sia altissimo il giudizio, veemente la com­prensione, profonda la riflessione, cordiale la ricono­scenza e fervente l'amore, poiché tutto sarà meno della verità dell'oggetto e meno di quanto noi dovremmo cor­rispondere come servi, amici e figli adottati per mezzo della morte di Cristo, nostro bene.

1257. Il mansuetissimo Agnello, catturato e legato, fu condotto dall'orto degli Ulivi al palazzo dei sommi sacer­doti, e per primo a quello di Anna. Quel turbolento squa­drone di soldati e di ministri camminava preavvisato dai consigli del discepolo traditore che aveva raccomandato a tutti loro di non fidarsi del Maestro, ma di arrestarlo sot­to buona scorta, ben stretto con corde, perché come uno stregone sarebbe potuto sfuggire dalle loro mani. Questi esecutori di malvagità erano anche irritati e provocati oc­cultamente da Lucifero e dai principi del suo regno di te­nebre, affinché trattassero il Signore empiamente, senza umanità né dignità. E, come strumenti obbedienti alla vo­lontà del dragone, non lasciarono cadere niente di quanto venne permesso di eseguire contro di lui. Lo legarono con una catena di grossi anelli di ferro, in maniera tale che do­po avergli circondato i fianchi e il collo venivano a sopra­vanzare i due estremi. A questi attaccarono delle manette con le quali bloccarono quelle divine mani che avevano creato l'intero universo: strette in questo modo gliele po­sero non al petto, ma al dorso. Avevano preso la catena dalla casa di Anna, dove serviva per alzare la porta di un carcere, fatta a saliscendi; con l'intento di catturare il Sal­vatore l'avevano tolta di là e accomodata con le manette mediante dei lucchetti. Tuttavia, dopo che lo ebbero ser­rato in questa morsa inaudita, non rimasero né soddisfat­ti né sicuri, poiché subito lo avvolsero con due corde mol­to lunghe: una gliela gettarono al collo e incrociandoglie­la sul petto gliela girarono intorno al corpo, stringendolo con forti nodi e lasciando pendenti le estremità, affinché due di loro lo trascinassero; con la seconda, invece, gli le­garono le braccia e le mani dietro alla schiena lasciando­ne ugualmente pendere due lunghi capi, dai quali altri due di loro potessero trascinarlo.

1258. L'Onnipotente e il Santo così ridotto si lasciò cat­turare e sottomettere, come se fosse stato il più facinoro­so ed il più svigorito dei nati, avendo preso su di sé l'ini­quità di tutti noi e, per operare il bene, la debolezza e l'impotenza con cui siamo incorsi nel peccato. I soldati lo legarono nel Getsèmani, tormentandolo anche con insulti: come velenosi serpenti con bestemmie, ingiurie ed inaudi­ti obbrobri sputarono il sacrilego veleno, che avevano den­tro, contro colui che è adorato e magnificato da ogni es­sere vivente in cielo e sulla terra. Partirono allora tutti quanti dal monte degli Ulivi con clamori e gran tumulto, conducendo in mezzo a loro il Redentore, tirandolo alcu­ni per le corde dinanzi ed altri per quelle che portava al dorso, attaccate ai polsi. E con questa inconcepibile bru­talità a volte lo facevano camminare in fretta, precipitosamente, altre lo tiravano indietro e trattenevano, altre an­cora lo strattonavano da un lato e dall'altro, dove la forza diabolica li spingeva. Questi ministri di empietà spesso lo buttavano anche al suolo dove egli, avendo le mani inca­tenate, sbatteva con il suo venerabile volto, rimanendo mal­concio, pieno di polvere e riportando molte ferite. Quan­do cadeva gli si gettavano addosso, dandogli calci, calpe­standolo, passando sopra la sua regale persona e calcan­dogli la faccia. Ed elevando vituperi con urla e scherni, lo saziavano di umiliazioni, come deplorò Geremia.

1259. Satana, in mezzo al furore violento che aveva ac­ceso in costoro, stava molto attento alle opere di sua Mae­stà, pretendendo di irritarne la pazienza al fine di com­prendere se fosse veramente un semplice uomo. E difatti questo dubbio angustiava la sua acerrima superbia più di tutte le sue grandi pene. Ma quando riconobbe la mansue­tudine, la tolleranza e la dolcezza che egli mostrava fra tan­ti oltraggi e affronti, e quando vide che li riceveva con vol­to sereno e austero senza turbamento né alterazione, si in­furiò ancor di più. E come impazzito ed imbestialito, tentò di prendere le corde per tirarlo assieme ai suoi demoni con maggiore violenza di quella che mettevano in atto gli stes­si manigoldi, al fine di provocare con più crudeltà la sua mitezza. Questo intento, però, fu impedito da Maria san­tissima, la quale dal luogo dove stava ritirata osservava scru­polosamente, con la chiara visione che aveva, tutto quello che si andava eseguendo contro suo Figlio. Di fronte al­l'ardimento di Lucifero, usò il potere di regina e gli co­mandò di non accostarsi ad offenderlo come aveva deter­minato. Nel contempo, le forze di questo nemico vennero meno ed egli non poté realizzare il suo desiderio, perché non era conveniente che la sua malvagità si frapponesse in quella maniera nella passione di Gesù. Tuttavia, gli fu per­messo per disposizione divina di provocare i suoi contro di lui e di incitare i giudei, poiché erano fautori della sua mor­te e detentori delle sue sorti. Così fece e, rivoltosi ai prin­cipi delle tenebre, disse: «Chi è mai costui che, venuto al mondo, con la sua pazienza e le sue opere ci tormenta e distrugge in tal modo? Nessuno, da Adamo fino ad oggi, ha conservato tale imperturbabilità in mezzo ad una soffe­renza così atroce, e non si sono mai viste tra i mortali un'u­miltà e una mansuetudine simili. Dunque, come potremo starcene quieti con un esempio tanto raro e potente da at­tirare tutti dietro di sé? Se questi è il Messia, senza dub­bio aprirà il cielo e chiuderà la strada per la quale condu­ciamo i mortali alla perdizione, e noi resteremo vinti e de­lusi nei nostri propositi. E quand'anche non fosse che un uomo, io non posso accettare che venga lasciato un mo­dello tale di pazienza. Venite, dunque, esecutori della mia perfidia, e perseguitiamolo per mezzo dei suoi nemici che, obbedienti alla mia autorità, hanno indirizzato contro di lui la furiosa invidia che ho loro comunicato».

1260. L'Autore della nostra salvezza si assoggettò allo spietato sdegno che il drago risvegliò e fomentò in quello squadrone di giudei, nascondendo il potere con il quale li avrebbe potuti reprimere o annichilire, e tutto ciò affinché la nostra redenzione fosse più copiosa. I soldati, maltrat­tandolo, lo condussero legato al palazzo di Anna, alla cui presenza lo posero come malfattore, degno di condanna a morte. Era usanza presentare così incatenati i delinquenti che meritavano il castigo capitale, e proprio quei legacci ne erano una testimonianza. In tal modo lo tiravano come se gli intimassero la sentenza prima che la pronunziasse il giudice. Il sacrilego sacerdote, pieno di superbia e di ar­roganza, uscì in una sala e si sedette sulla sedia o tribu­nale che vi si trovava. Subito un'immensa moltitudine di demoni lo circondò, mentre satana gli si pose accanto. I ministri e i soldati gli mostrarono Gesù incatenato, di­chiarando: «Ecco, signore, conduciamo qui quest'uomo cat­tivo, che con i suoi incantesimi e con le sue malvagità ha turbato tutta Gerusalemme e l'intera Giudea; ma questa volta non gli ha giovato l'arte magica per sfuggire dalle no­stre mani».

1261. Il Signore era assistito da innumerevoli angeli che lo riconoscevano e adoravano, i quali erano meravigliati degli imperscrutabili giudizi della sua sapienza, poiché egli consentiva di essere presentato come peccatore, mentre l'i­niquo sacerdote si mostrava giusto e zelante dell'onore che empiamente pretendeva di strappargli insieme alla vita. In­tanto 1'amantissimo Agnello taceva senza aprire bocca, co­me aveva predetto il profeta Isaia, ed allora Anna con to­no imperioso lo interrogò riguardo ai suoi discepoli e a quello che egli predicava, al fine di calunniare la rispo­sta, se avesse contenuto qualche parola che desse motivo di accusa; ma il Maestro della santità, che regge ed emen­da i più saggi, offrì all'Eterno l'umiliazione di essere por­tato come reo dinanzi al sommo sacerdote, e di venire in­terrogato da lui come delinquente ed autore di una falsa dottrina. Alla domanda sul suo insegnamento, egli replicò con volto umile e lieto: «Io ho parlato al mondo aperta­mente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, do­ve tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito citi che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho det­to». Difese così il suo ammaestramento e la sua credibi­lità, rimettendosi ai suoi ascoltatori. D'altra parte la verità e la virtù si accreditano e si garantiscono da se stesse, an­che tra i peggiori nemici.

1262. Riguardo ai suoi seguaci non disse nulla, sia per­ché non era opportuno, sia perché questi non si trovava­no allora nella disposizione d'animo da poter essere da lui lodati. Quantunque la risposta che aveva dato fosse stata così sapiente e consona alla domanda, una delle guardie si mosse con inconcepibile audacia e, alzando la mano, colpì il suo sacro e venerabile volto e nel percuoterlo lo ri­prese: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Sua Maestà ricevette questa ingiuria e pregò il Padre per colui che lo aveva offeso, stando pronto a voltarsi per offrire l'altra guancia e prendere, se fosse stato necessario, un altro schiaffo, adempiendo così ciò che egli stesso aveva inse­gnato; ma, affinché quell'insolente non restasse soddi­sfatto ed imperturbato per quell'atto di inaudita malvagità, ripeté con grande serenità e mansuetudine: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, per­ché mi percuoti?». Oh, spettacolo di nuova meraviglia per gli spiriti sovrani! Oh, come a saperlo non dovrebbe tre­mare il cielo e spaventarsi tutto il firmamento? Costui è colui di cui disse Giobbe: non solo è saggio di mente, ma tanto potente e forte che nessuno resistendogli può con ciò aver pace; sposta i monti con il suo furore, prima che es­si possano accorgersene; scuote la terra dal suo posto e sbatte le sue colonne le une contro le altre; comanda al sole che non sorga e pone alle stelle il suo sigillo; egli è colui che fa cose grandi ed incomprensibili; è colui alla cui ira nessuno può far fronte e dinanzi al quale si piegano quelli che sostengono il mondo. Questi è colui che per amore dei medesimi uomini tollera di essere percosso da un ministro scellerato con uno schiaffo sul volto!

1263. Il sacrilego servo per l'umile ed efficace risposta di Gesù restò come disorientato nella sua malvagità. Tut­tavia né questa confusione né quella in cui poté entrare il sommo sacerdote, a motivo di tale insolenza commessasi alla sua presenza, mosse lui e i giudei a moderarsi, in qual­che modo, contro l'Autore della vita. Mentre continuavano a ricoprirlo di vituperi, giunse alla casa di Anna san Pie­tro insieme a san Giovanni che, essendo conosciuto, si in­trodusse facilmente nel palazzo. L'altro, invece, rimase fuo­ri, fino a quando la portinaia, una serva del sommo sa­cerdote, alla richiesta di Giovanni, non lo lasciò entrare perché vedesse quello che stava succedendo al Redentore. I due si trovarono davanti alla sala del sommo sacerdote e, poiché in quella notte faceva freddo, Pietro si accostò al fuoco preparato dai soldati. La serva lo guardò allora con attenzione e, riconoscendolo come uno dei seguaci di Cri­sto, si avvicinò dicendogli: «Forse anche tu sei dei discepo­li di quest'uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». La do­manda gli fu rivolta con una specie di disprezzo e di rim­provero, tanto che egli con debolezza e viltà si vergognò. Quindi si appartò dalla conversazione ed uscì fuori, anche se immediatamente dopo, seguendo il Maestro, si sarebbe diretto verso l'abitazione di Caifa, dove per altre due vol­te avrebbe negato di conoscerlo.

1264. Per il nostro Salvatore fu più grande questa sof­ferenza che quella dello schiaffo, essendo la colpa odiosa e nemica della sua immensa carità e le pene amabili e dol­ci, perché con esse avrebbe vinto i nostri peccati. Al pri­mo rinnegamento pregò l'Eterno per il suo futuro vicario e dispose che, per mezzo dell'intercessione di Maria santissima, gli venisse elargita la grazia dopo le tre negazio­ni. Intanto ella dal suo oratorio osservava tutto ciò che av­veniva e, serbando in se stessa il propiziatorio e il-sacrifi­cio, cioè il suo stesso Unigenito sacramentato, si rivolgeva a lui per le sue richieste e i suoi affetti amorosi: esercita­va così eroici atti di compassione, culto e adorazione. Al­lorché fu messa al corrente del rinnegamento di san Pie­tro pianse amaramente e non smise sino a quando non eb­be l'illuminazione che l'Altissimo non gli avrebbe ricusato gli aiuti e lo avrebbe rialzato dalla caduta. La purissima Principessa sentì nel suo corpo verginale tutte le percosse e i tormenti del suo diletto, nelle stesse parti in cui egli veniva maltrattato. Non appena sua Maestà venne stretto con le corde e le catene, ella avvertì nei polsi un dolore tanto atroce che le fuoriuscì il sangue dalle mani, come se queste fossero state realmente legate, e lo stesso accadde in tutti gli altri patimenti. Siccome a tale angoscia si uni­va quella del cuore, nel vedere soffrire il Verbo incarnato ella giunse a versare lacrime di sangue: il braccio dell'on­nipotente era l'artefice di questa meraviglia! Sentì anche il colpo dello schiaffo come se nel contempo quella mano sa­crilega avesse percosso insieme il Figlio e la Madre. Di­nanzi a questo atto oltraggioso e in mezzo a tutte queste bestemmie ed irriverenze, invitò gli spiriti celesti a ma­gnificare e ad adorare con lei il Creatore, come ricompensa degli obbrobri che egli subiva dai peccatori. E con pru­dentissime parole - ma molto lamentevoli e dolorose - di­scuteva con essi della causa della sua amara compassione e del suo pianto.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1265. Carissima, a cose grandi ti chiama e t'invita la di­vina luce che vai ricevendo circa i misteri del Signore e miei su ciò che patimmo per il genere umano e che continuiamo a patire per il cattivo contraccambio che esso ci rende, come irriconoscente ed ingrato verso tanti benefici. Tu vivi nella carne peritura e sei soggetta a queste igno­ranze e miserie, ma con la forza di quanto comprendi si generano e si risvegliano in te innumerevoli atti di ammi­razione e di afflizione sia per la dimenticanza e la poca partecipazione ed attenzione dei mortali ad arcani così ec­celsi, sia per i beni che essi perdono a causa della loro ac­cidia e della loro tiepidezza. Dunque, quale sarà la sen­tenza che esprimeranno su tutto ciò gli angeli e i santi? Quale sarà quella che presenterò io al cospetto del sommo sovrano, nel vedere il mondo e ancor più i fedeli in una condizione così pericolosa di spaventosa spensieratezza, dopo che il mio Unigenito è morto per loro, dopo che han­no ottenuto me come madre e avvocata e hanno avuto co­me esempio la sua purissima vita e la mia? In verità ti di­co: solo la mia intercessione e i meriti che porto dinanzi all'Altissimo, del Figlio mio e suo, possono sospendere il castigo e placare il suo giusto sdegno, perché non distrugga la terra e non flagelli duramente i membri della comunità ecclesiale che, pur conoscendo la sua volontà, non l'a­dempiono. Io però sono molto disgustata nel trovare così poche persone che piangono con me e consolano il Re­dentore nelle sue pene. Questa durezza per i cattivi cri­stiani nel giorno del giudizio sarà la punizione di maggior turbamento, perché si accorgeranno allora con dolore ir­reparabile che non solo furono ingrati, ma disumani e cru­deli verso di lui, verso di me e verso se stessi.

1266. Considera dunque il tuo dovere: innalzati sopra ogni cosa terrena e sopra te medesima, perché io ti ho chia­mata ed eletta affinché ricalchi le mie orme e mi accom­pagni in quello in cui mi lasciano sola le creature che il Maestro ed io abbiamo tanto beneficato e obbligato. Pon­dera diligentemente quanto costò al mio Unigenito ricon­ciliare gli uomini con il suo eterno Padre e guadagnar lo­ro la sua amicizia. Piangi ed affliggiti perché molti vivono in questa dimenticanza, e molti altri si affaticano con tut­ti i loro sforzi per distruggere e perdere ciò che costò il sangue e la crocifissione dello stesso Dio, e ciò che io dal­la mia concezione ho procurato e di continuo procuro a vantaggio della loro salvezza. Risveglia nel tuo cuore un'a­mara contrizione nel constatare che nella santa Chiesa han­no numerosi successori i sommi sacerdoti sacrileghi ed ipo­criti, che con falsa apparenza di pietà condannarono Gesù. Ed è così che rimangono ben radicate la superbia, il fasto ed altre gravi colpe che vengono intronizzate e rese lecite, mentre l'umiltà, la verità, la giustizia e le virtù restano op­presse e tanto soffocate da far prevalere solo la cupidigia e la vanità. Pochi sono coloro che conoscono la povertà di Cristo e ancor meno sono coloro che l'abbracciano. La fe­de è come ostruita e non si dilata per la smisurata ambi­zione dei potenti; in molti cattolici resta spenta e così tut­to ciò che deve avere vita rimane morto e si dispone per la perdizione. I consigli del Vangelo cadono nell'oblio, i pre­cetti sono violati, la carità è quasi estinta. Mio Figlio offrì le sue guance alle percosse con mansuetudine, ma chi per­dona un'ingiuria per comportarsi come lui? Anzi, il mondo ha emanato una legge per il contrario e non solo gli infe­deli l'hanno seguita, ma anche gli stessi credenti.

1267. Poiché conosci questi peccati, desidero che tu, in riparazione di essi, imiti quello che io feci nella passione e in tutto il mio pellegrinaggio: la pratica delle virtù con­tro i vizi. Per compensare il nostro Salvatore per le bestemmie lo benedicevo, per le imprecazioni lo lodavo, per le infedeltà lo confessavo, e così operavo per tutte le altre offese. Sull'esempio di Pietro, cerca di schivare i pericoli che corrono i discendenti di Adamo, giacché tu non sei più forte dell'Apostolo, e, se qualche volta ti capita per debo­lezza di cadere, piangi subito con lui e chiedi la mia in­tercessione. Ripara le tue mancanze e i tuoi errori ordi­nari con la pazienza nelle avversità; accoglile con volto se­reno, senza alcun turbamento, qualsiasi esse siano: infer­mità, molestie delle creature o anche quelle che avverte lo spirito per la contraddizione delle passioni e per la lotta contro i nemici invisibili e spirituali. Ben puoi patire per tutto questo, e lo devi, tollerandolo con fede, speranza e magnanimità di cuore e di mente, poiché ti avverto che non vi è esercizio più vantaggioso e utile all'anima quan­to il soffrire: esso dà luce, disinganna, distoglie dalle cose terrene e conduce al Signore. Ricordati che sua Maestà vie­ne sempre incontro al debole, liberandolo e proteggendo­lo, perché egli sta dalla parte del tribolato.

 

CAPITOLO 16

 

Si narra come Cristo nostro salvatore fu condotto alla casa del sommo sacerdote Caifa, dove venne accusato ed interrogato; il rinnegamento di Pietro per altre due volte; ciò che Maria san­tissima fece in questa occasione ed altri arcani misteri.

 

 

1268. Dopo che il nostro Salvatore ebbe ricevuto gli af­fronti e lo schiaffo, Anna lo mandò così com'era, legato ed incatenato, a Caifa, suo genero. Questi, esercitando in quell'anno l'ufficio di sommo sacerdote, aveva già riunito gli scribi e gli anziani del popolo per istruire il processo dell'innocentissimo Agnello. Frattanto i diavoli, vedendo l'invincibile pazienza e la mitezza che il Signore degli eser­citi mostrava di fronte alle ingiurie subite, stavano come attoniti, invasi da una confusione e da un furore indici­bili. Non riuscivano a penetrare i suoi sentimenti e le sue idee, e nelle azioni esterne, di cui si servivano per sonda­re il cuore delle altre persone, non ritrovavano alcun mo­vimento disordinato. Egli, d'altra parte, non si lamentava né sospirava né concedeva alcun piccolo sollievo alla sua umanità, e perciò il dragone, di fronte a tanta grandezza d'animo, si meravigliava e si affliggeva come dinanzi a co­sa inaudita, mai vista tra i mortali di natura passibile e fragile. Furibondo, allora, irritava i principi, gli scribi e i ministri affinché lo offendessero e maltrattassero rico­prendolo di abominevoli obbrobri: tutti - se la divina vo­lontà lo permetteva - erano pronti ad eseguire quanto ve­niva loro suggerito.

1269. Quell'orda di spiriti infernali e di gente spietata partì dalla casa di Anna e, trattando Gesù ignominiosa­mente, con inesplicabile crudeltà, lo trascinò lungo le stra­de fino al palazzo di Caifa. Questa schiera violenta entrò con scandaloso tumulto e il Creatore dell'universo fu ac­colto dall'intero sinedrio tra forti risate e beffe, perché tut­ti lo vedevano soggetto ed arreso al loro potere e alla lo­ro giurisdizione, dalla quale erano convinti che non avreb­be potuto più difendersi. Oh, segreto dell'altissima sapien­za del cielo! Oh, stoltezza dell'ignoranza diabolica e del­1'accecatissima goffaggine degli uomini! Oh, quale immensa distanza c'è tra voi e le opere dell'Altissimo! Il Re del­la gloria, potente in battaglia, vince i vizi, la morte e le colpe con le virtù della pazienza, dell'umiltà e della carità, e il mondo crede di averlo sottomesso con la superbia e la sua arrogante presunzione. Quale distacco intercorreva tra i pensieri di Cristo e quelli che tenevano in possesso tali esecutori di malvagità! L'Autore della vita offriva all'Onni­potente quel trionfo, che la sua mansuetudine e la sua umiltà acquistavano sul peccato, e pregava per i sacerdo­ti, gli scribi e tutti coloro che lo perseguitavano manife­stando la sua pazienza, i suoi dolori e l'ignoranza degli ac­cusatori. Maria santissima in quello stesso momento ele­vava una medesima supplica, intercedendo per i nemici suoi e del suo Unigenito; inoltre, lo accompagnava e lo imi­tava in quello che egli andava compiendo perché, come ho già detto molte volte, tutto le era noto. Tra il Figlio e la Madre vi era una dolcissima e mirabile corrispondenza, sommamente gradevole agli occhi dell'Eterno.

1270. Caifa, assistito da Lucifero con i suoi demoni, stava sulla cattedra acceso da una mortale gelosia e da una violenza rabbiosa contro il Maestro. Gli scribi e i fa­risei nei confronti del docile Agnello erano come lupi san­guinolenti davanti alla preda, e tutti insieme si rallegra­vano come fa l'invidioso quando vede avvilito e smarrito chi era più in alto di lui. Di comune accordo cercarono allora qualcuno che, subornato con donativi e promesse, rendesse qualche finta dichiarazione contro di lui. Giun­sero quanti erano prevenuti, ma in quello che attestava­no non concordavano fra sé, e quindi ciò che asserivano non poteva applicarsi a colui che per natura era l'innocenza e la santità stessa. Per non correre il rischio di ve­dersi confusi, i sommi sacerdoti presentarono altri due falsi testimoni, i quali deposero contro sua Maestà, asse­rendo di averlo udito affermare di essere tanto potente da distruggere il tempio di Dio fatto da mani di uomini, e da edificarne in tre giorni un altro che non fosse fab­bricato da loro. Ma nemmeno tale attestazione sembrò conveniente, sebbene per mezzo di questa pretendessero di fornire una colpa nei suoi confronti: quella di usurpa­re il potere divino e di volersene appropriare. Del resto, quand'anche ciò fosse stato detto così, sarebbe stato ugualmente verità infallibile e non avrebbe potuto rite­nersi errato o presuntuoso, poiché Gesù era realmente Dio. Tuttavia la deposizione era mendace perché egli non aveva pronunciato quelle parole come le riferivano i te­stimoni, che avevano ingiustamente inteso che egli par­lasse di un tempio materiale. E difatti, quando i com­pratori e i venditori, scacciati fuori da esso, domandaro­no al Messia con quale autorità facesse ciò, la sua rispo­sta fu: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò ri­sorgere», riferendosi al tempio della sua santissima uma­nità che, disfatto da loro, egli avrebbe risuscitato al ter­zo giorno, come in effetti avvenne.

1271. Il nostro Redentore a tutte le calunnie che veni­vano scagliate contro di lui non ribatté. Caifa, vedendo al­lora il suo silenzio e la sua mitezza, si alzò dalla sedia e gli chiese: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano co­storo contro di te?». Egli tuttavia non aprì bocca, perché tutti i membri del sinedrio non solo erano predisposti a non dargli credito, ma avevano anche il doppio intento che egli pronunciasse qualche espressione di cui servirsi per poterlo denigrare. Con questo volevano persuadere il po­polo che quanto essi macchinavano contro costui era ret­to, e così la gente non sarebbe venuta a sapere che lo con­dannavano a morte senza una giusta causa. Il malvagio sa­cerdote, dinanzi all'umile tacere del Signore, invece di in­tenerire il suo cuore si infuriò ancor di più, vedendo resa vana la sua malizia. Frattanto satana stava molto attento alle opere del Salvatore, nonostante la sua intenzione fos­se differente da quella del sommo sacerdote; infatti, egli pretendeva solo di irritare la sua pazienza oppure di ob­bligarlo a proferire qualche parola che gli permettesse di capire se fosse veramente Dio.

1272. Con questo proposito il dragone accese l'immagi­nazione di Caifa, affinché con grande collera ed autorità ri­volgesse al Nazareno l'interrogativo: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». Questa domanda fu azzardata e piena di temerarietà e d'in­sipienza poiché trattenere il Maestro legato come reo, nel dubbio se fosse o non fosse vero Dio, era un delitto e una terribile sfrontatezza: l'indagine si sarebbe dovuta svolgere diversamente, secondo ragione ed equità. Ma egli, senten­dosi invocare per il Dio vivo, adorò e venerò quel santissi­mo nome, benché pronunziato da lingua sacrilega. E in virtù di questa riverenza replicò: «Tu l'hai detto, anzi io vi dico che d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto al­la destra del Padre, e venire sulle nubi del cielo». A que­sta divina dichiarazione i demoni e gli uomini si turbaro­no con effetti diversi. Lucifero e i suoi sentirono nell'inti­mo una forza superiore che li precipitò in un baratro, facendo sperimentar loro un atroce tormento, e non avreb­bero ardito ritornare alla presenza di sua Maestà se l'altis­sima provvidenza non avesse nuovamente consentito loro di ricominciare a dubitare se egli avesse detto il vero, op­pure avesse ribattuto in tal modo per liberarsi dai giudei. Con tale sospetto i principi delle tenebre fecero un ulterio­re sforzo, uscendo un'altra volta in campo aperto: si riser­vava così per la croce, secondo la profezia di Abacuc, l'ul­timo trionfo che su di essi e sulla morte avrebbe dovuto ri­portare il nostro Redentore, come in seguito vedremo.

1273. Il sommo sacerdote, invece di essere disinganna­to dalla risposta ricevuta, ne fu sdegnato; si alzò un'altra volta e, stracciandosi le vesti a prova dello zelo per l'On­nipotente, gridò: «Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Questa pazza ed abominevole avventa­tezza suonò veramente come una bestemmia, perché negò a Gesù la filiazione di Dio che per natura gli si addiceva e gli attribuì la colpa che per natura ripugnava. Tale fu la sua stoltezza da renderlo esecrabile e blasfemo quando af­fermò che bestemmiava colui che era la santità stessa! Egli, che poco prima, per ispirazione dello Spirito Santo, in virtù della sua dignità aveva preannunciato che conveniva che morisse uno solo affinché non perisse tutta la gente, non meritò per i suoi peccati di comprendere la stessa verità che proclamava; ma, essendo gli esempi e i giudizi dei go­vernanti e dei superiori tanto influenti da muovere il po­polo incline a lusingarli e ad adularli, quel malvagio sine­drio fu istigato ad irritarsi contro di lui. Tutti quanti ri­batterono: «È reo di morte!», e contemporaneamente, aizzati dal demonio, scagliarono contro il mansuetissimo Agnello il loro diabolico furore: alcuni lo schiaffeggiavano, altri gli strappavano i capelli; alcuni gli sputavano sul ve­nerabile viso, altri gli davano colpi sul collo. Ciò era una specie di vergognoso oltraggio, con il quale i giudei trat­tavano coloro che reputavano vilissime persone.

1274. Mai tra i mortali si inventarono ignominie più crudeli e disonorevoli di quelle che in quest'occasione fu­rono commesse contro il Salvatore. San Luca e san Mar­co nei rispettivi Vangeli riportano che i soldati gli benda­rono gli occhi e lo percossero con schiaffi e pugni, dicen­dogli: «Profetizza adesso, indovina: chi ti ha colpito?». Il motivo per cui gli coprirono il volto fu misterioso: dal giu­bilo con il quale egli pativa quegli obbrobri e quei vitupe­ri ridondarono su di esso un fulgore ed una bellezza così straordinaria che riempirono di meraviglia e di angoscio­sa confusione tutti quegli esecutori di empietà. Essi inve­ce, per dissimularla, attribuirono quello splendore a stre­goneria e ad arte magica; come indegni di guardarla deci­sero nuovamente di ricoprire la faccia del Signore con un panno immondo, perché quella divina luce li tormentava e, inoltre, veniva a debilitare le forze con cui mettere in atto la loro collera. Tutti questi spregi ed abominevoli in­sulti, che egli subiva, erano visti e sofferti dalla sua san­tissima Madre nelle medesime parti e nello stesso mo­mento. Vi era solo questa differenza: in lui i dolori erano causati dalle torture che gli erano inflitte; in lei erano pro­vocati dalla mano dell'Altissimo, per volontà della stessa Regina. E naturalmente, se per l'intensità delle pene e del­le angustie interiori ella veniva meno, era però subito sor­retta e confortata dalla grazia divina per continuare a pa­tire con il suo amato Figlio.

1275. I sentimenti che l'Unigenito esprimeva durante que­ste torture del tutto nuove e atroci sono indicibili e incom­prensibili per ogni capacità umana. Solo Maria li conobbe pienamente al fine di imitarli con somma perfezione. In­tanto il Maestro, sperimentando l'atrocità del dolore, anda­va sentendo compassione verso quelli che avrebbero dovu­to seguire la sua dottrina e, nell'istante in cui con il suo esempio insegnava loro lo stretto cammino della santità, si volse a benedirli maggiormente. Anzi, in mezzo a quegli ob­brobri e a quegli strazi, rinnovò ai suoi eletti le beatitudini che in precedenza aveva loro offerto e promesso. Riguardò amorevolmente gli uomini che avrebbero dovuto ricalcare le sue orme nella povertà di spirito dicendo: «Beati sarete nel­la penuria e nel distacco dalle cose terrene, perché con la mia passione e morte devo guadagnare il regno dei cieli, co­me pegno sicuro e certo della povertà abbracciata volonta­riamente. Beati saranno coloro che con mansuetudine sof­friranno e tollereranno le avversità e i travagli, perché oltre al diritto di essere partecipi del mio gaudio, che acquiste­ranno per essere venuti dietro a me, possederanno anche gli animi umani con la dolce conversazione e la soavità delle virtù. Beati quelli che seminano nelle lacrime, perché in es­se riceveranno il pane della vita e dell'intelletto, e racco­glieranno poi il frutto della felicità eterna».

1276. «Benedetti saranno anche quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché li soddisferò e sazierò in modo tale da oltrepassare tutti i loro aneliti, così nella grazia co­me nel premio della gloria. Benedetti quelli che avranno compassione di coloro che li offendono e li perseguitano nella misura in cui lo faccio io, perdonando ed offrendo a chi mi odia la mia amicizia e la mia grazia se la vuole accettare: io prometto ad essi, in nome del Padre mio, una copiosa misericordia. Siano benedetti i puri di cuore, che mi imiteranno crocifiggendo la loro carne per conservare il candore dello spirito: io prometto ad essi di farli giun­gere alla visione della mia divinità. Benedetti i pacifici che non contrappongono il proprio interesse di fronte ai mal­vagi, bensì li sopportano con animo semplice e tranquillo senza brama di vendetta: essi saranno chiamati figli miei, perché imitano il loro Padre celeste, ed io li riconosco e li imprimo nella mia mente e nel mio intimo adottandoli co­me miei. Siano beati ed eredi del mio regno tutti coloro che patiranno persecuzione a causa della giustizia, perché soffriranno con me, e dove sono io desidero che là siano per sempre anche loro. Rallegratevi voi, o poveri! Conso­latevi voi, che siete e sarete mesti! Celebrate la vostra for­tuna, voi piccoli e disprezzati dal mondo! E voi che pati­te con umiltà e pazienza, abbiate sempre la gioia interio­re, affinché possiate seguirmi per i sentieri della verità. Ri­nunziate alla vanità; disdegnate il fasto e l'arroganza della fallace e menzognera Babilonia; passate per il fuoco e per le acque della tribolazione fin quando arriverete a me, che sono luce, verità e via all'eterno riposo e refrigerio».

1277. Mentre il nostro Salvatore era tutto preso da que­sti pensieri e dalle suppliche a favore dei peccatori, il con­siglio dei maligni lo circondò e - come aveva predetto Da­vide - simile a un branco di cani arrabbiati lo investì, co­prendolo di scherni, obbrobri, percosse e bestemmie. L'ac­cortissima Vergine, che lo accompagnava in tutto, elevò per i nemici la stessa preghiera di intercessione del suo dilet­to, e nelle benedizioni che egli estese ai giusti ed ai predestinati si costituì come loro madre, rifugio e protettrice. Infine, a nome di tutti, innalzò cantici di lode e di rin­graziamento al Signore perché nella sua accettazione e nel suo compiacimento riservava ai disprezzati e ai poveri un luogo così sublime. Tale motivazione e le altre, che aveva­no suscitato sentimenti di pietà in Cristo, la spinsero, per il resto della passione e della sua esistenza terrena, ad op­tare nuovamente e con incomparabile fervore per le in­giurie e le pene.

1278. San Pietro aveva seguito sua Maestà dall'abita­zione di Anna a quella di Caifa, da lontano perché tratte­nuto e scoraggiato dal timore dei giudei. Tuttavia, egli vin­ceva in parte questo terrore con l'affetto che portava al suo Maestro e con il suo coraggio naturale. Tra la moltitudine di gente che entrava ed usciva dalla casa di Caifa, non gli fu difficile introdurvisi, protetto alquanto dall'oscurità del­la notte. Alle porte dell'atrio, però, lo vide un'altra serva, la quale, avvicinatasi ai soldati che anche lì stavano a scal­darsi al fuoco, disse: «Costui è uno di coloro che accom­pagnavano il Nazareno». Poco dopo uno dei circostanti esclamò: «In verità anche tu sei galileo ed uno di loro». Ma egli negò di nuovo e, giurando che non era suo se­guace, si allontanò da essi. E benché fosse uscito fuori nel cortile, non se ne andò né poté farlo, perché frenato dall'amore e dalla compassione per i tormenti nei quali la­sciava il Redentore, di cui desiderava vedere la fine. Stet­te allora a vagare e a spiare per circa un'ora dentro il pa­lazzo finché un parente di Malco, lo schiavo del sommo sacerdote a cui aveva tagliato l'orecchio, lo riconobbe e soggiunse: «Tu sei galileo e discepolo di Gesù, io ti ho visto con lui nell'orto». Allora Pietro ebbe ancor più paura e cominciò ad imprecare e a giurare che non conosceva quell'uomo. Subito cantò il gallo per la seconda volta, e si adempì puntualmente la sentenza e la predizione del­l'Unigenito: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinne­gherai tre volte».

1279. Il dragone infernale procedette contro l'Apostolo con molta operosità per farlo cadere: dapprima mosse le serve, perché meno considerate, e poi i soldati, affinché le une e gli altri lo affliggessero con il loro interesse ver­so di lui e con le domande che gli rivolgevano. E allorché si accorse che era in pericolo e che incominciava a vacil­lare lo turbò con immaginazioni e timori. Per questa vee­mente tentazione, il primo rinnegamento fu semplice, il secondo con giuramento, e il terzo invece fu espresso da Pietro con l'aggiunta di imprecazioni ed esecrazioni con­tro se stesso. In questo modo, prestando attenzione alla crudeltà dei nostri avversari, da un peccato minore si pas­sa ad uno più gravoso; ma egli sentendo il canto del gal­lo si ricordò dell'avviso del Signore, che in quell'istante voltatosi lo guardò con la sua liberale misericordia». Ed affinché lo rimirasse, intervenne la Regina, poiché dal ce­nacolo, dove si trovava in ritiro, si era mossa a pietà aven­do appreso i rinnegamenti, il modo e le cause per le qua­li il futuro vicario di suo Figlio - angosciato dalla paura e molto più dalla spietatezza di Lucifero - li aveva com­messi e, prostrandosi subito a terra, fra le lacrime pre­sentò all'eterno Padre la fragilità di costui e i meriti di Cristo. L'Altissimo ridestò allora il suo animo, lo riprese benignamente e infuse in lui la luce necessaria perché ri­conoscesse la propria colpa. In quello stesso momento egli uscì dalla casa di Caifa con il cuore spezzato da intimo dolore e, piangendo amaramente per la sua caduta, si ri­fugiò in una grotta, che adesso chiamano del Gallicanto, dove fortemente scosso si pentì con vivo dispiacere. In tre ore ritornò in grazia ed ottenne il perdono, benché le san­te ispirazioni gli fossero sempre state date. In questo tem­po la purissima Madre gli inviò uno dei suoi angeli, af­finché di nascosto lo consolasse e ravvivasse in lui la spe­ranza; difatti, in mancanza di tale virtù, avrebbe potuto essergli ritardata la clemenza divina. Il messaggero cele­ste, poiché era trascorso così poco da quando era stata commessa tale mancanza, partì con l'ordine di non ma­nifestarglisi; eseguì allora tutto puntualmente senza esse­re visto dal gran penitente, che restò confortato e perdo­nato per l'intercessione di Maria.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1280. Carissima, il misterioso avvicendarsi degli obbro­bri e degli affronti che subì sua Maestà è un libro chiuso da aprire e penetrare soltanto con l'illuminazione superna. Ed è così che tu lo hai compreso e che in parte ti è stato manifestato, benché tu stia per scrivere molto meno di quello che hai inteso, non potendo dichiarare tutto. Intanto io voglio che nella misura in cui esso si sfoglia davanti a te e ti si fa chiaro rimanga impresso in te; desidero anche che, nella cognizione di un esempio così vivo e vero, tu apprenda la sublime scienza che la carne ed il sangue non ti possono spiegare, perché il mondo non la conosce né è degno di conoscerla. Questa filosofia consiste nell'assimi­lare ed amare la felicissima sorte degli indigenti, degli umi­li, degli afflitti, dei disprezzati e di tutti coloro che ri­mangono anonimi ai figli della vanità. Il nostro Salvatore stabilì questa dottrina nella sua Chiesa, quando sul mon­te predicò e propose a tutti le otto beatitudini. E, come un dottore pronto ad eseguire l'insegnamento annunciato, lo mise in pratica quando tra gli obbrobri della passione ne ripropose il valore, secondo quanto hai già riportato. Ora, sebbene i cattolici tengano aperto dinanzi ai loro oc­chi il libro della vita e ne abbiano presente il contenuto, sono molto pochi e contati quelli che frequentano la scuo­la divina per studiare su di esso, mentre sono numerosi quelli che stolti ed insensati lo ignorano e non sono di­sponibili ai suoi consigli.

1281. Tutti aborriscono la povertà e sono assetati di ric­chezze dalla cui fallacia non vengono disingannati. Infi­niti sono quelli che perseguono l'ira e la vendetta, e di­sdegnano la mansuetudine. Pochi piangono le vere mise­rie, in cui incorrono per le trasgressioni, mentre molti si affannano per la terrena consolazione. A stento vi è chi ami la giustizia, e chi non sia ingiusto e sleale con il pros­simo. La clemenza si vede estinta, la schiettezza dei cuo­ri violata ed oscurata, la pace distrutta; nessuno perdona e tutti non solo non vogliono patire per giustizia, ma me­ritando di soffrire molti castighi e tormenti ingiustamen­te fuggono da essi. Perciò sono pochi i beati che vengo­no raggiunti dai miei favori e da quelli del mio Unigeni­to. Molte volte ti è stato palesato il dispiacere e il legitti­mo sdegno dell'Onnipotente contro i maestri della fede, i quali dinanzi al loro modello e Maestro vivono quasi co­me infedeli. Addirittura molti altri sono ancora più dete­stabili, perché dispregiano il frutto della redenzione pur confessandolo e nella terra dei santi operano il male con empietà, rendendosi indegni del rimedio che con larga cle­menza fu loro concesso.

1282. Da te voglio che lavori duramente per giungere ad essere beata, ricalcando perfettamente e integralmente le mie orme secondo le forze che ricevi, al fine di inten­dere ed eseguire questa dottrina nascosta ai prudenti e ai saggi del mondo. Ecco che allora ogni giorno ti rivelo nuo­vi segreti della mia sapienza, affinché il tuo intimo si in­fiammi e tu prenda animo per stendere le mani a cose grandi. Ora ti propongo un esercizio che io praticai e nel quale tu potrai in parte imitarmi. Già sai che dal primo istante della mia concezione fui piena di grazia, senza mac­chia di peccato originale e senza essere partecipe dei suoi effetti: ed è per questo singolare privilegio che fui beata per virtù, senza sentire ripugnanza né alcuna contraddi­zione da vincere, e senza trovarmi debitrice di qualcosa per errori propriamente miei. Eppure la scienza divina mi insegnò che io come donna, essendo traviata per natura, anche se non ero toccata dalla colpa, dovevo abbassarmi fino a lambire la polvere. E poiché ero provvista degli stes­si sensi di coloro che avevano commesso la disobbedien­za, con i suoi malvagi effetti che sin d'allora si sperimen­tano, dovevo per questa sola parentela avvilirli e frenarli nell'inclinazione che istintivamente riportavano. Così io procedevo come una figlia fedele che consideri come suo il debito del padre e dei fratelli, benché non le apparten­ga, e cerchi in tutti i modi di pagarlo e soddisfarlo con tanta maggiore diligenza quanto più ama i suoi familiari, e quanto meno essi possono disobbligarsi. Ciò io operavo verso tutto il genere umano, piangendo i suoi errori e le sue miserie; e poiché ero discendente di Adamo, mortifi­cavo in me i sensi e le facoltà con cui egli aveva manca­to, e mi umiliavo come se fossi coperta, oberata e rea del­la sua trasgressione, nonostante non mi riguardasse, e lo stesso facevo per gli altri uomini, miei fratelli. Tu non puoi seguirmi in tali azioni perché non sei scevra della colpa, ma questo ti obbliga ad emularmi nel resto che io attuavo. Il possesso del peccato originale e il dovere di soddi­sfare alla giustizia superna ti devono spingere ad affaticarti senza interruzione per te stessa e per gli altri, e a piegar­ti sino a terra, affinché il tuo cuore contrito inclini la pietà celeste ad usar misericordia.

 

CAPITOLO 17

 

Le sofferenze che patì il nostro salvatore Gesù durante la not­te del rinnegamento di Pietro e il gran dolore della sua san­tissima Madre.

 

1283. I santi evangelisti hanno fatto passare sotto si­lenzio i patimenti di Gesù nella notte del rinnegamento di Pietro e gli insulti che ricevette nella casa di Caifa, men­tre tutti e quattro riferiscono la nuova consultazione fatta tra i membri del sinedrio per presentarlo a Pilato, come si vedrà nel capitolo seguente. Io allora dubitai se fosse op­portuno proseguire il mio racconto e manifestare quanto mi era stato dato di comprendere, perché nel contempo mi fu fatto capire che nel nostro pellegrinaggio terreno non ci sarà svelata ogni cosa, né conviene che si dica a tutti ciò di cui si viene a conoscenza, poiché nel giorno del giudi­zio saranno palesati questo ed altri misteriosi eventi della vita e della passione del nostro Redentore. Inoltre, su quan­to io posso dichiarare, non trovo parole adeguate al mio pensiero e molto meno all'oggetto che concepisco, perché l'argomento è ineffabile e superiore alla mia capacità. Tut­tavia, per obbedire, esporrò quello che mi sarà concesso di intendere, per non essere ripresa per aver taciuto una verità così sublime da confondere e condannare la vanità e la dimenticanza umana. Confesso dinanzi al cielo la mia durezza a non morire di vergogna e dolore, per aver com­messo colpe che tanto costarono a quel Dio che mi diede l'esistenza: non possiamo negare l'orrore e la gravità del peccato che fece strazio dell'Autore della grazia e della glo­ria. Sarei la più ingrata di tutti gli uomini, al pari dello stesso demonio, se da oggi in poi non aborrissi la colpa più della morte: questo debito desidero trasmettere e ri­cordare a tutti i cattolici, figli della Chiesa.

1284. L'ambizioso sommo sacerdote, di fronte alle tortu­re che Cristo nostro bene subiva silenziosamente alla sua pre­senza, si accese d'invidia, mentre i suoi collaboratori, non appagati di ciò che veniva messo in atto contro la divina per­sona, fremettero d'ira. Passata la mezzanotte, deliberarono che il Salvatore restasse ben custodito fino al mattino, per avere la certezza che non potesse fuggire mentre dormivano. Ordinarono perciò di rinchiuderlo, legato com'era, in un sot­terraneo che serviva per far scontare l'ergastolo ai peggiori ladroni e facinorosi dell'impero. Questo carcere era senza lu­ce e così sporco e maleodorante che, se non fosse stato ben chiuso, avrebbe potuto infettare l'intera abitazione; difatti, erano parecchi anni che non veniva pulito sia perché assai profondo, sia perché non si facevano molti scrupoli di con­finare le persone più inique in quell'orribile luogo, ritenen­dole gente indegna di ogni pietà, bestie indomite e feroci.

1285. Eseguito subito l'ordine del malvagio consiglio, il Creatore dell'universo fu portato in quell'immondo e tene­broso luogo. E poiché seguitava a stare legato nello stesso modo in cui era stato condotto dal Getsèmani, quei mal­viventi poterono continuare con sicurezza a sfogare su di lui lo sdegno che il principe delle tenebre somministrava loro incessantemente: ora lo tiravano per le corde, ora lo trascinavano con disumano furore, con percosse esecrabi­li. La prigione descritta in un angolo presentava una sporgenza, talmente resistente da non essere mai stata smus­sata, a cui venne spietatamente attaccato con l'estremità delle corde sua Maestà, che, lasciato in piedi con il corpo ricurvo, non aveva possibilità di sedersi e rialzarsi per un piccolo sollievo: questo si rivelò una tortura nuova ed estre­mamente penosa. I soldati, abbandonandolo così, serraro­no le porte con le chiavi che consegnarono ad un custode perché ne avesse cura.

1286. Il dragone infernale nella sua recondita superbia non aveva riposo; bramava sempre di poter sapere se co­stui fosse il Messia e, per irritarne l'eccelsa pazienza, mac­chinò un'altra malvagità. Infuse nell'immaginazione della guardia depravata l'intento di invitare alcuni amici, dai co­stumi simili ai suoi, per scendere tutti insieme nella fossa e trattenersi alquanto a prendere in giro il mansuetissimo Agnello: volevano obbligarlo a profetizzare ed a fare qual­cosa di inaudito, poiché lo ritenevano un mago o un in­dovino. Con questa diabolica suggestione Lucifero eccitò anche altri sgherri inducendoli ad eseguire le perfide mo­lestie che avevano pensato. E mentre essi si riunivano per decidere, molti degli angeli che assistevano Gesù nel mar­tirio, vedendolo in un posto tanto ignobile, stretto in quel­la dolorosa posizione, subito si prostrarono davanti a lui, adorandolo come vero Dio. Inoltre, gli resero riverenza e culto tanto più profondi quanto più lo riconobbero mira­bile nel permettere di farsi insultare per l'amore che por­tava ai mortali, e gli elevarono alcuni inni e cantici com­posti da Maria. In nome della stessa Signora, lo pregaro­no che, quantunque non volesse mostrare la potenza del­la sua destra nell'innalzare la sua santissima umanità, al­meno desse loro il permesso di alleviargli il tormento e di­fenderlo da quella schiera di malvagi, che incitata dal dia­volo si preparava ancora ad offenderlo.

1287. Il nostro Maestro non accettò un ossequio così par­ticolare e disse: «Ministri dell'eterno Padre, non è mia volontà avere sollievo in questo momento. Io desidero sop­portare gli affronti per soddisfare la carità ardente con la quale amo i discendenti di Adamo, e lasciare ai miei eletti un esempio, affinché mi imitino e non si perdano d'animo nelle tribolazioni, tenendo presenti i tesori della grazia che ho procurato ad essi con abbondanza. In tal modo io voglio giustificare la mia causa perché nel giorno della mia ira sia manifesta ai reprobi la giustizia con cui saranno condannati per aver disprezzato l'acerbissima passione, che io ho ac­cettato per procurare il loro rimedio. Dite a colei che mi ha generato che si consoli in quest'afflizione, sino a quando non arriverà il giorno della gioia e del riposo, e mi accompagni adesso nell'opera della redenzione, poiché dal suo compas­sionevole affetto e da tutto ciò che fa io ricevo soddisfazio­ne e compiacimento». Dopo questa risposta, i messaggeri superni ritornarono dalla Regina e con queste rassicuranti parole la confortarono, benché ella tramite un'altra via di conoscenza non ignorasse il volere di patire del suo Unige­nito e tutto ciò che succedeva nella casa di Caifa. E quan­do ebbe notizia della nuova crudeltà con la quale i soldati lo avevano attaccato e della condizione tanto dura in cui era stato lasciato, la purissima Vergine provò nella sua delica­tissima persona lo stesso dolore, avvertendo anche quello dei pugni, degli schiaffi e degli obbrobri che erano stati ri­servati all'Autore della vita. Nel corpo della candidissima co­lomba tutto risuonava come un'eco miracolosa: stesso dar­do feriva il Figlio e la Madre, stesso coltello trapassava en­trambi, con la sola differenza che egli soffriva come uomo-­Dio e unico salvatore dell'umanità, ella come semplice crea­tura e coadiutrice del beneplacito divino.

1288. Quando l'amorosa Principessa seppe che Gesù permetteva l'ingresso nel carcere a quei vilissimi malfatto­ri, pianse amaramente per quanto stava per accadere. Pre­vedendo i perversi propositi di Lucifero, fu molto pruden­te ad usare il suo potere regale e ad impedire che si eseguisse contro il suo diletto qualche atto indecoroso, come costui stava macchinando. Difatti, sebbene tutte le azioni tramate fossero indegne e di somma irriverenza, in alcu­ne vi poteva concorrere minore decenza: queste erano quel­le che il nemico cercava di inculcare nelle guardie per pro­vocare lo sdegno di Cristo, quando vedeva che con le al­tre molestie intentate non era riuscito ad irritare la sua mansuetudine. Furono talmente rare, ammirevoli, eroiche e straordinarie le opere compiute da Maria in questa cir­costanza ed in tutto il corso della passione, che non si pos­sono giustamente riferire né lodare, benché su tale argo­mento siano stati scritti molti libri: è ineluttabile, allora, rimettere tutto ciò al tempo della visione beatifica, perché è così sublime da non potersi narrare in questa vita.

1289. Quei ministri del peccato entrarono nel sotterra­neo, celebrando con ingiurie la festa che avevano deciso di fare tra derisioni e beffe contro il Signore. Avvicinatisi a lui, incominciarono a sputargli in faccia in modo nauseante, schernendolo e dandogli schiaffi con incredibile sfacciatag­gine; ma egli non rispose né aprì bocca né alzò lo sguardo, serbando sempre sul volto un'umile serenità. Quei farabut­ti volevano obbligarlo a parlare oppure a fare qualcosa di ridicolo o straordinario, al fine di avere ancora un'occasio­ne per appellarlo come stregone e burlarsi di lui. Allorché si accorsero invece della sua imperturbabile mitezza, si la­sciarono maggiormente irritare dai diavoli: lo sciolsero dal­la roccia a cui stava legato e lo posero in mezzo alla pri­gione, bendandogli con un panno i santissimi occhi. Accer­chiatolo incominciarono uno dopo l'altro a percuoterlo con pugni sotto il mento e schiaffi, chiedendogli di indovinare chi fosse colui che lo aveva colpito; ciascuno faceva a gara per superare gli altri nelle derisioni e nelle bestemmie. In quest'occasione, essi pronunciarono parole blasfeme ancor più fieramente che alla presenza di Anna.

1290. Alla pioggia di obbrobri il mansuetissimo Agnel­lo non ribatteva. Frattanto, satana bramava che facesse qualche gesto contro la pazienza, crucciandosi nel vede­re come questa virtù rimanesse immutabile in lui. Infu­se, allora, nell'immaginazione di quei suoi amici l'infer­nale decisione di spogliarlo di tutte le vesti e di trattar­lo come aveva escogitato nella sua esecrabile mente. A questa suggestione quegli iniqui non fecero resistenza, ri­solvendo di concretizzarla subito. La prudentissima Ver­gine con preghiere, lacrime e sospiri e con l'autorità di regina impedì l'abominevole sacrilegio, implorando il Pa­dre che non concorresse con le cause seconde in tali azio­ni delittuose. Ingiunse così a quei ministri di empietà di non usare la loro forza naturale per effettuare quanto avevano ordito e, per questa potenza, essi non poterono realizzare niente di ciò che il serpente con la sua mali­zia aveva loro suggerito, poiché dimenticavano imme­diatamente molte cose che desideravano fare tralascian­done altre, e rimanevano con le braccia irrigidite sino a quando non ritrattavano la loro perversa iniziativa. Nel desistere ritornavano nello stato normale, perché quel miracolo non era compiuto per castigarli, ma solo per impedire gli atti più ignobili; infatti, era loro consentito di eseguire solamente le irriverenze che rientravano nel beneplacito superno.

1291. La potentissima sovrana comandò anche ai de­moni che tacessero e non incitassero più a simili oltrag­gi. Da questo ordine il dragone restò schiacciato e reso inabile in ciò a cui si estendeva la volontà di diniego del­la Madre; fu allora impossibilitato ad aizzare ulterior­mente la stolta rabbia di quei delinquenti, che pertanto non furono più in grado di dire o fare qualcosa di inde­coroso, se non nell'ambito loro permesso. Tuttavia essi, pur sperimentando in sé tutti quegli effetti mirabili e al­quanto insoliti, non meritarono di disingannarsi né di ri­conoscere il potere divino e, benché in quel frangente si sentissero ora storpi ora liberi e sani, attribuivano il re­pentino cambiamento a facoltà di stregone e di mago, ri­tenendo tale il Maestro della verità e della vita. Con que­sto diabolico errore perseverarono nel fare altre burle in­famanti e nell'infliggere nuovi tormenti a Cristo, fin quan­do si accorsero che la notte era già molto avanzata. Ri­tornarono allora a legarlo alla roccia e lasciandolo lì at­taccato uscirono con i ministri infernali. Per disposizio­ne dell'eccelsa sapienza fu affidata alla gran Signora la difesa dell'onestà e della dignità del suo Unigenito, per­ché queste non venissero offese.

1292. Il nostro Salvatore rimase nuovamente solo in quella fossa, assistito però dagli angeli che, stupefatti delle sue opere e dei segreti giudizi in ciò che aveva vo­luto patire, lo adoravano e lo benedicevano magnifican­do ed esaltando il suo santo nome. Egli elevò una lun­ga orazione all'Eterno, pregandolo per i futuri cristiani, per la propagazione della fede e per gli apostoli, inter­cedendo particolarmente in favore di san Pietro, che in quel momento si rammaricava e piangeva il proprio pec­cato. Raccomandò anche quelli che lo avevano ingiuria­to e deriso, e soprattutto invocò l'Onnipotente per Ma­ria e per coloro che a sua imitazione sarebbero stati af­flitti e disprezzati dal mondo: per tutti questi fini offrì la passione che già incombeva su di lui. Nel contempo la celeste Principessa, addolorata, lo accompagnava in­nalzando le stesse suppliche a vantaggio dei figli della Chiesa e dei nemici, senza turbarsi né risentire sdegno contro questi ultimi. Nutriva disprezzo solo verso Luci­fero, perché incapace di aprirsi alla grazia a causa del­la sua irreparabile ostinazione, e con profondi gemiti parlò all'Altissimo:

1293. «Bene dell'anima mia, siete degno di ricevere l'o­nore e la lode degli esseri viventi: tutto a voi è dovuto, per­ché siete immagine del Padre e impronta della sua so­stanza, infinito nel vostro essere e nelle vostre perfezioni; siete principio e fine di ogni santità. Se tutto è stato crea­to per adempiere docilmente il vostro volere, come mai adesso disprezzano, insultano e oltraggiano la vostra per­sona, meritevole del loro supremo culto e della somma ve­nerazione? Come mai si è tanto innalzata la malizia dei mortali? Come mai si è tanto inoltrata la superbia sino a mettere la bocca nel cielo? Come può esser diventata così potente l'invidia? Voi siete l'unico splendido sole di giusti­zia che illumina e dissipa le tenebre dell'errore. Siete la sorgente della grazia, che non è negata a nessuno se la vuole. Siete colui che per liberalità date l'essere, il movi­mento e la conservazione. Tutto dipende da voi ed ha bi­sogno di voi, senza che voi abbiate bisogno di niente. Che cosa dunque hanno visto nelle vostre opere? Che cosa di tanto gravoso hanno ritrovato in voi perché siate così of­feso e maltrattato? O atrocissima bruttura del peccato, che hai sfigurato la bellezza del cielo ed oscurato lo splendo­re del suo venerabile volto! O sanguinolenta fiera, che sen­za umanità tratti il riparatore stesso dei tuoi danni! Figlio mio, io so già che siete l'artefice del vero amore, l'autore del riscatto, il maestro, il Signore degli esercititi, e che voi stesso mettete in pratica la dottrina insegnata agli umili discepoli della scuola divina. Voi abbassate l'alterigia, confondete l'arroganza e siete esempio di salvezza peren­ne. Ma se volete che ciascuno imiti la vostra ineffabile carità e la vostra infinita mitezza, spetta a me farlo per pri­ma; a me che offrii il mio corpo per rivestirvi della carne passibile, nella quale ora siete percosso, riempito di sputi e schiaffeggiato. Oh, potessi subire io sola tante pene e voi, innocentissimo tesoro mio, restarne privo! Ma se ciò non è possibile, patisca almeno io con voi sino alla fine. E voi, spiriti superni che, stupefatti della sua mansuetudine, co­noscete la sua immutabile divinità e l'innocenza e la no­biltà della sua vera umanità, ricompensatelo delle ingiurie e delle bestemmie. Dategli magnificenza e gloria, sapien­za, virtù e fortezza. Invitate gli astri, i pianeti, le stelle e gli elementi affinché tutti lo confessino, e considerate se per caso vi sia un altro dolore simile al mio». Queste ed altre struggenti parole proferiva la purissima Regina, so­spirando alquanto nell'amarezza del suo cordoglio.

1294. Nel corso della passione la pazienza della Vergine fu incomparabile: non le parve mai troppo quello che sop­portava, non considerando il peso dei suoi tormenti ugua­le a quello del suo affetto, che misurava sull'amore, sulla dignità di Gesù e sulle torture a lui inflitte. Inoltre, per tut­te le insolenze lanciate contro di lui, ella nutrì il desiderio di sentirle su di sé e, pur non reputandole proprie, le pian­se perché rivolte contro la divina persona e ritorte a dan­no degli aggressori stessi. Pregò per tutti costoro, affinché l'Onnipotente li perdonasse, li allontanasse dalla colpa e da ogni male, e li illuminasse con la sua luce, cosicché an­ch'essi conseguissero il frutto della redenzione.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1295. Carissima, sta scritto nel Vangelo che l'Altissimo diede al suo e mio Unigenito il potere di condannare i reprobi nel giudizio universale. In quel giorno tutti coloro che saranno considerati rei vedranno e riconosce­ranno la sua santissima umanità, nella quale furono ri­scattati tramite il suo martirio. Per di più, sarà lo stesso Signore a chiedere ai peccatori di rendere conto delle lo­ro azioni e, siccome non gli potranno rispondere né da­re soddisfazione, questa vergogna sarà il principio della punizione che riceveranno per la loro ostinata ingratitu­dine. Allora sarà palese la misericordia di Dio in tutta la sua grandezza, ma anche la giustizia, perché i cattivi sa­ranno meritevoli del castigo eterno. Enormi e acerbissi­me furono le sofferenze che patì il mio santissimo Figlio, particolarmente per coloro che non avrebbero guadagna­to gli effetti della redenzione. Mentre veniva torturato, il mio cuore si sentì trapassato, come pure nel guardarlo coperto di sputi, schiaffeggiato, bestemmiato ed afflitto con torture tanto empie che non si possono comprende­re nell'esistenza terrena. Io ebbi di ciò una chiara visio­ne e la mia angoscia fu conforme alla rivelazione data­mi. Ma le tribolazioni peggiori furono provocate dalla consapevolezza che molti si sarebbero dannati nonostan­te il supplizio di sua Maestà.

1296. Desidero che tu mi accompagni in questi pati­menti, che mi imiti e che gema sopra una così lamente­vole sciagura; tra i mortali non ve n'è un'altra degna di essere deplorata tanto amaramente, né vi è strazio che si possa paragonare ad essa. Sono pochi nel mondo quelli che riflettono su tale verità con la dovuta ponderazione, ma il Maestro ed io li accogliamo con speciale compiaci­mento, perché ci seguono sulla via dei dolori e si afflig­gono per la perdizione di tante anime. Cerca di distinguerti in quest'esercizio ben accetto al sommo sovrano. Devi però essere al corrente delle sue promesse: a colui che chiederà sarà dato, a chi griderà sarà aperta la porta dei suoi infiniti tesori. Ed affinché tu sappia cosa offrir­gli, imprimi nella memoria le pene procurate al tuo spo­so, per mano di uomini vili e depravati, e l'invincibile pa­zienza, la mansuetudine, il silenzio con cui egli si assog­gettò alla loro iniqua volontà. Tenendolo presente come modello, d'ora innanzi tenta con tutte le forze di mante­nerti immune dall'irascibilità e da ogni altra passione che attanaglia i discendenti di Adamo; fa' che si generi in te un profondo rifiuto della superbia che disprezza ed of­fende il prossimo. Supplica inoltre il Padre perché ti con­ceda mitezza, affabilità e amore verso la croce: stringiti ad essa, prendila con pio affetto e va' dietro a Cristo, af­finché tu giunga a possederlo.

 

CAPITOLO 18

 

La riunione del consiglio per la conclusione del processo con­tro il salvatore Gesù; la decisione di rimetterlo a Pilato; l’ac­correre di Maria santissima verso il Figlio con san Giovan­ni evangelista e le tre Marie.

 

1297. Gli evangelisti narrano che gli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi - molto rispettati dal popolo per la conoscenza che avevano della legge - si riunirono all'alba del venerdì mattina in casa di Caifa, dove sua Maestà si trovava imprigionato. I membri del sinedrio di comune ac­cordo volevano concludere il processo di Gesù con la con­danna a morte, come tutti bramavano, pennellando a tal fine la causa del colore della giustizia per soddisfare la gen­te. Ordinarono allora che egli fosse condotto davanti a lo­ro allo scopo di interrogarlo nuovamente. I soldati subito scesero alla cella e, accostatisi a lui per scioglierlo dalla roccia, con grandi risa e beffe dissero: «Ehi, Nazareno, quanto poco ti sono giovati i miracoli per difenderti! Non ti tornerebbero ora a vantaggio, per fuggire, quelle arti con le quali raccontavi che in tre giorni avresti riedificato il tempio? Vieni, ti aspetta l'intero consiglio per mettere fine ai tuoi inganni e darti in potere a Pilato, in modo che la finisca con te in un solo colpo». Il Signore si lasciò slega­re e portare di fronte ai sommi sacerdoti senza aprire boc­ca e, pur essendo sfigurato ed indebolito dai tormenti, da­gli schiaffi e dagli sputi, dai quali avendo le mani incate­nate non si era potuto pulire, non suscitò in loro com­passione; tanta era l'ira che nutrivano contro di lui!

1298. Gli fu chiesto per la seconda volta se egli fosse il Cristo, cioè l'Unto, con intenzione maliziosa, quindi non per sentire ed accettare la sua affermazione, ma per deni­grarla ed imputargliela come accusa. Tuttavia, egli non vol­le negare la verità per la quale desiderava morire, ma nem­meno confessarla, affinché non la disprezzassero e la ca­lunnia non apparisse realtà. Moderò, perciò, la risposta of­frendo la possibilità ai farisei, se avessero avuto ancora un briciolo di pietà, d'investigare con zelo il mistero nascosto nelle sue parole; se non l'avessero avuto si sarebbe capito che la colpa stava nel loro malvagio intento e non già nel­la sua dichiarazione. Dunque proferì: «Anche se ve lo di­cessi, non mi credereste; se vi interrogassi non mi rispondereste e non mi sleghereste. Vi dico, però, che da questo momento il Figlio dell'uomo starà seduto alla destra della potenza di Dio». Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono». E ciò corrispose a dir loro: è ben legittima la conseguenza da voi tirata, che io sono il Figlio di Dio, per­ché le mie azioni e la mia dottrina, le vostre Scritture e tutto ciò che adesso operate con me attestano che io sono il Messia promesso.

1299. Ma siccome quell'assemblea di maligni non era disposta ad accogliere la verità divina - benché, se avesse voluto ragionare, avrebbe ben potuto ravvisarla e crederla - non la comprese né le diede importanza, anzi la ritenne un'asserzione blasfema e degna di condanna. Vedendo che l'Unigenito confermava ciò che prima aveva rivelato, tutti urlarono: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». E subito, con­cordemente, decretarono che fosse presentato a Ponzio Pi­lato, che governava la provincia della Giudea in nome del­l'imperatore romano come signore della Palestina. In ef­fetti, secondo le leggi che vigevano allora, le cause di san­gue o di morte erano riservate al senato o all'imperatore, oppure ai suoi ministri, che reggevano le province lonta­ne, senza essere lasciate al giudizio degli stessi abitanti. Difatti, i romani avevano stabilito che questioni così gra­vi, quali erano quelle di togliere la vita, si discutessero con maggiore attenzione, affinché nessun reo fosse punito sen­za essere stato prima ascoltato, e senza che gli fosse stato concesso del tempo e un luogo per la sua difesa, giacché in quest'ordine di giustizia essi si conformavano, molto più delle altre nazioni, alla legge naturale della ragione. Nella causa del Redentore i sommi sacerdoti e gli scribi vollero che un pagano come Pilato emettesse la sentenza da loro agognata, al fine di poter proclamare che sua Maestà era stato condannato dal governatore, il quale non lo avrebbe fatto se l'accusato non lo avesse meritato. Sino a tal pun­to i membri del sinedrio erano ottenebrati dal peccato e dall'ipocrisia, quasi non fossero stati essi stessi più sacri­leghi del giudice gentile ed autori di tanta scelleratezza! Ma l'Altissimo dispose che ciò si manifestasse a tutti median­te quello che operarono con Pilato, come ora vedremo.

1300. Quegli empi condussero il nostro Salvatore dal palazzo di Caifa a quello del governatore, per presentar­glielo come un malfattore, legato con le catene e le corde con le quali lo avevano catturato. Allora Gerusalemme era piena di gente proveniente da tutte le parti della Palestina per celebrare la Pasqua dell'agnello e degli azzimi. A cau­sa del clamore che già si era sparso, e per la notizia che tutti avevano del Maestro, una innumerevole moltitudine si precipitò a vederlo flagellato e trascinato lungo le stra­de. Dinanzi ad uno spettacolo così osceno e raggelante la folla si divise in varie opinioni. Alcuni gridavano: «Muoia, muoia questo malvagio ed impostore, che ha ingannato il mondo»; altri sostenevano che la sua dottrina e le sue ope­re non sembravano tanto cattive, perché aveva fatto mol­to bene a tutti; altri ancora, quelli che avevano creduto in lui, si affliggevano e piangevano. L'intera città era pervasa dalla confusione e dall'agitazione. Lucifero con i suoi de­moni stava molto attento a quanto succedeva e, scopren­dosi misteriosamente sopraffatto e tormentato dall'invinci­bile pazienza del mansuetissimo Agnello, con insaziabile furore impazziva nella rabbia e nella sua stessa superbia: sospettava che quelle virtù, tanto sublimi da sorprenderlo, non potessero appartenere ad un semplice uomo. D'altra parte presumeva che il lasciarsi maltrattare e disprezzare in maniera così eccessiva ed il patire tanta debolezza nel corpo non potessero concordare con l'identità di vero Dio. «Se lo fosse - pensava - la natura divina nel comunicarsi a quella umana avrebbe trasmesso effetti così grandi e po­tenti da non farla venir meno e da non permettere ciò che in essa si sta compiendo». Il dragone congetturava in que­sto modo perché era all'oscuro del segreto superno: Gesù aveva sospeso gli effetti che avrebbero potuto ridondare dalla divinità all'umanità, affinché le sue sofferenze potes­sero raggiungere il sommo grado. Con questi dubbi si in­viperiva ancor più contro il Messia e, vedendolo tollerare all'inverosimile quelle atrocità, si ostinava a perseguitarlo volendo conoscere chi realmente fosse.

1301. Era già spuntato il sole quando si verificarono ta­li eventi. L’afflitta Madre, che osservava ogni cosa, decise di abbandonare il luogo del suo ritiro per seguire diretta­mente le vicende del Figlio ed accompagnarlo alla croce; ma mentre usciva dal cenacolo, san Giovanni, ignorando la visione che ella aveva, sopraggiunse a riferirle l'accadu­to. Dopo il rinnegamento di Pietro, egli si era messo un po' da parte interessandosi solo da lontano di ciò che av­veniva. Ammetteva di essere colpevole per essere fuggito dall'orto degli Ulivi e non appena si trovò dinanzi alla Re­gina la venerò, chiedendole perdono tra le lacrime; quindi le confessò il suo rammarico e tutto quello che aveva fat­to e sperimentato stando con Cristo. Gli parve opportuno prevenire Maria affinché, alla vista del suo diletto, non re­stasse tanto trafitta e addolorata dall'insolito e straziante spettacolo. E, per descriverlo al più presto, le rivolse que­ste parole: «Oh, mia Signora, quanto è tribolato il nostro Redentore! Non è possibile guardarlo senza che il cuore si spezzi. Il suo bellissimo volto è tanto deturpato e sfigura­to dagli schiaffi, dai colpi, dagli sputi che a malapena lo riconoscereste». La prudentissima sovrana, dopo aver ascoltato con tanta premura quanto le era stato riferito - come se non fosse stata al corrente di quelle vicende -, si angustiò sciogliendosi in un amarissimo pianto. Le sante discepole che erano con lei la udirono gemere ed anch'es­se rimasero con l'intimo trapassato dal cordoglio e dallo stupore nell'apprendere la triste notizia. La Principessa im­pose all'Apostolo di seguirla con le devote donne, alle qua­li suggerì: «Affrettiamo il passo, perché gli occhi miei ve­dano il Verbo del Padre che nel mio seno prese sembian­ze umane. E voi vi accorgerete, o carissime, di quanto pos­sa sul mio Dio l'amore che porta ai discendenti di Adamo e di quanto gli costi redimerli dal peccato e dalla morte e aprir loro le porte del cielo».

1302. La Vergine si incamminò per le strade di Geru­salemme, insieme a Giovanni e ad alcune sante compagne, tra cui le tre Marie ed altre fedelissime che l'assistevano sempre. Pregò i divini messaggeri addetti alla sua custodia di fare in modo che la calca non le impedisse di raggiun­gere il suo Unigenito ed essi ubbidirono subito, vigilando su di lei con somma diligenza. Lungo le vie per le quali passava, l'Addolorata sentiva i vari discorsi che la folla fa­ceva e le opinioni che ciascuno esternava nel raccontare quanto era accaduto al Nazareno. I pochi uomini pii pre­senti si rammaricavano, alcuni asserivano che lo volevano crocifiggere, altri riferivano in quale luogo lo stessero por­tando e con quale brutale legatura lo conducessero, come un facinoroso, ricoprendolo d'infamia. C'era anche chi do­mandava quali delitti avesse commesso perché gli fosse in­flitto un castigo tanto crudele. Infine molti, con ammira­zione, ma con poca fede, si chiedevano: «A questo sono valsi i suoi miracoli? Senza dubbio i prodigi compiuti era­no furberie, perché non si è saputo né difendere né libe­rare». Ogni parte della città si riempiva di piccoli assem­bramenti e mormorazioni, ma l'invincibile Signora in mez­zo a tanta agitazione - benché colma d'incomparabile ama­rezza - non si turbava, mantenendo l'equilibrio e interce­dendo per i non credenti e i malfattori, come se non avesse avuto altra preoccupazione che quella di sollecitare in loro favore la grazia ed il perdono. Ella amava quegli ini­qui con una carità talmente longanime che sembrava aver ricevuto da questi innumerevoli benefici. Non si sdegnò né si adirò contro i sacrileghi esecutori della passione del Sal­vatore, né mostrò indizio di avversione, ma anzi li guar­dava con dolcezza, facendo a tutti del bene.

1303. Alcuni di quelli che la incontravano la riconosce­vano e mossi a compassione le dicevano: «Oh, afflitta Ma­dre! Quale sventura ti è sopraggiunta! Quanto deve essere ferito il tuo cuore!». Altri con arroganza le rinfacciavano: «Come hai cresciuto male tuo Figlio! Perché gli permette­vi di insinuare nel popolo tante novità? Sarebbe stato me­glio se l'avessi rinchiuso e tenuto a freno, comunque un simile avvenimento servirà d'esempio alle altre donne, per­ché apprendano dalla tua sventura come educare i propri figli». La candidissima colomba udiva anche discorsi an­cor più terribili di questi e nel suo ardente amore dava il giusto posto ad ogni cosa: accettava la comprensione dei pietosi, soffriva l'empietà degli increduli, non si meravi­gliava degli ingrati e degli insipienti, e implorava l'Altissi­mo per ciascuno.

1304. In mezzo a questa gran confusione, l'Imperatrice dell'universo fu guidata dagli spiriti celesti verso il posto in cui incontrò il Maestro, dinanzi al quale si prostrò con profonda riverenza, rendendogli culto di fervida adorazio­ne qual mai gli diedero né gli daranno le creature. Il Fi­glio e la Madre, che nel frattempo si era alzata in piedi, si guardarono con incomparabile tenerezza e, trapassati da ineffabile dolore, si parlarono. Ella si fece poi da parte per andargli dietro, e mentre camminava si rivolgeva a lui ed all'Onnipotente pronunciando nel suo intimo parole così sublimi che non possono essere articolate da lingua mor­tale. Oppressa dalle pene esclamava: «Dio immenso, mio Gesù, ben conosco il fuoco della vostra carità verso il genere umano, che vi obbliga a celare l'infinita potenza del­la divinità nella carne corruttibile, ricevuta nel mio seno. Confesso la vostra sapienza incomprensibile nell'accettare tali ignominie e tormenti, e nel consegnare voi stesso, Si­gnore di tutto ciò che esiste, per il riscatto dell'uomo, ser­vo, polvere e cenere. Voi siete degno che ogni essere vi lo­di, vi benedica e vi esalti per la vostra sconfinata bontà; ma io come potrò mettere in atto il desiderio che queste obbrobriose azioni si eseguano solo in me invece che nel­la vostra divina persona, gioia degli angeli e splendore del­la gloria dell'Eterno? Come non aspirare al vostro sollievo in tali atrocità? Come potrò sopportare di vedere il vostro bellissimo volto afflitto e sfigurato, e di rendermi conto che soltanto per il Creatore e redentore del mondo non c'è pietà in una passione così violenta ed amara? Ma se non è pos­sibile che io vi conforti come madre, accettate almeno la mia angoscia ed il dispiacere di non poter fare di più».

1305. Nella Regina restò talmente impressa l'immagine del suo diletto, maltrattato, deturpato e incatenato, che du­rante la vita non si cancellò mai più dalla sua mente e sem­pre lo rimirò in quella forma. Cristo nostro bene giunse, frattanto, alla casa del governatore, seguito da diversa gen­te, tra cui molti del consiglio dei giudei, che rimasero fuo­ri del pretorio fingendosi fervidi religiosi, pieni del timore di contaminarsi e di non poter mangiare la Pasqua degli azzimi. E, come stoltissimi ipocriti, questi non riflettevano sull'immondo sacrilegio che macchiava le loro anime, as­sassine dell'innocente Agnello. Pilato, benché fosse un gen­tile, condiscese al cerimoniale degli ebrei e, accorgendosi che essi avevano difficoltà ad entrare, uscì fuori. Confor­memente allo stile dei romani domandò: «Che accusa pre­sentate contro costui?». Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non l'avremmo condotto legato nel modo in cui lo rimettiamo nelle tue mani». E ciò fu come dirgli: noi ab­biamo verificato le sue malvagità e siamo così attenti al senso della giustizia ed ai nostri doveri che se non fosse un facinoroso non avremmo proceduto contro di lui. Il gover­natore riprese: «Quali delitti sono dunque quelli che egli ha commesso?». «Si ostina - ribatterono i giudei - a sobillare il nostro popolo, vuol farsi re, proibisce che si paghino a Cesare i tributi, si dichiara Figlio di Dio e ha predicato una nuova dottrina incominciando dalla Galilea e proseguendo per tutta la Giudea sino a Gerusalemme». «Dunque, pren­detelo voi - disse Pilato - e giudicatelo secondo le vostre leggi, perché io non trovo in lui nessuna colpa». Essi re­plicarono: «A noi non è consentito di infliggere a nessuno la pena di morte, e tanto meno di uccidere».

1306. Gli angeli avevano fatto in modo che la beata Ver­gine, con san Giovanni e le donne, si avvicinasse al luogo dell'interrogatorio per poter osservare ed udire tutto. Ella stava coperta con il manto per lo strazio del dolore che trafiggeva il suo purissimo cuore; piangeva versando lacri­me di sangue e negli atti di virtù era un limpidissimo spec­chio che riproduceva l'anima santissima dell'Unigenito, le cui pene riviveva nelle proprie membra. Pregò allora il Pa­dre perché le concedesse di non perdere di vista Gesù fi­no alla crocifissione, per quanto fosse possibile, e ciò le fu accordato durante il tempo in cui egli non stette rinchiu­so in prigione. Inoltre, poiché riteneva opportuno che tra le false accuse e le diffamazioni si conoscesse l'innocenza del Salvatore e si venisse a sapere che lo condannavano a morte senza alcun reato, elevò una fervorosa orazione. Supplicò l'Onnipotente che il giudice non rimanesse inganna­to e prendesse coscienza che il Messia gli era stato porta­to per il rancore dei sacerdoti e degli scribi. E difatti, gra­zie alle sante parole di Maria, egli ebbe chiara cognizione della realtà e comprese che il Maestro non era colpevole, ma gli era stato consegnato solo per invidia, come narra l'evangelista Matteo. Per tale ragione sua Maestà si aprì di più con Pilato, benché non cooperasse con la verità am­messa; e così questa non fu di profitto per lui bensì per noi, e servì anche per mettere in luce la perfidia dei som­mi sacerdoti e dei farisei.

1307. La folla, talmente presa dalla rabbia, bramava di trovare il governatore propizio a pronunziare subito la sen­tenza capitale e, allorché si accorse che egli titubava, in­cominciò ad alzare con furore la voce, ribadendo che il Nazareno si voleva impadronire del regno della Giudea e si ostinava ad ingannare ed a convincere tutti, sostenen­do di essere il Cristo, il re unto. Questa maliziosa incri­minazione fu proposta a Pilato affinché egli, mosso dallo zelo per il potere temporale esercitato sotto l'impero ro­mano, si determinasse ad emettere al più presto il ver­detto. Gli ebrei, i cui re venivano unti, soggiunsero allora che costui asseriva di essere il Cristo, perché volevano in­durre il governatore, appartenente alla classe dei gentili che non avevano questa usanza, a capire che farsi chia­mare con quell'appellativo corrispondeva ad affermare di essere re. Il giudice interpellò nuovamente l'imputato: «Che cosa rispondi alle accuse che ti muovono contro?». Ma il Verbo di Dio in presenza dei suoi calunniatori non aprì bocca, sicché Pilato, meravigliato di tale silenzio e pazienza, desiderando esaminare meglio se fosse veramente re, si ritirò con lui dentro il pretorio per allonta­narsi dalle grida della calca. Quando furono soli gli do­mandò: «Tu sei il re dei giudei?». Non poteva pensare che egli fosse re di fatto, perché sapeva bene che non regna­va, e così lo interrogava per conoscere se lo fosse di di­ritto e se avesse un regno. Il mansuetissimo Agnello re­plicò: «Questo che mi chiedi procede da te stesso o te lo ha detto qualcuno parlandoti di me?». Gli fu obiettato: «Sono io forse giudeo, per cui debba esserne al corrente? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno condotto al mio tribunale; spiegami allora che cosa tu abbia fatto e che cosa significhi questo titolo». Riprese: «Il mio regno non è di quaggiù, ma se lo fosse è certo che i miei servitori mi avrebbero difeso, affinché non venissi dato in potere ai giudei». Il governatore credette in parte a questa atte­stazione e perciò proseguì: «Dunque tu sei re mentre ga­rantisci di avere il regno?». Ed egli non lo negò: «Tu dici che sono re e per rendere testimonianza alla verità sono venuto nel mondo; e tutti coloro che sono nati dalla ve­rità mi ascoltano». Pilato si stupì e tornò a domandargli: «Che cos'è la verità?»; e senza attendere ulteriore rispo­sta, uscì un'altra volta dal pretorio e dichiarò: «Io non tro­vo in lui nessuna colpa per farlo uccidere. Tuttavia, vi è già nota la tradizione che vi è tra voi di donare la libertà ad un detenuto per la festività della Pasqua. Chi volete dunque che sia costui, Gesù o Barabba?». Quest'ultimo era un ladro ed omicida, che in quel tempo si trovava in car­cere per aver ucciso un uomo durante una rissa. Allora tutti gridarono: «Vogliamo che rilasci Barabba e crocifig­ga Gesù». I membri di quella malvagia schiera rimasero saldi in tale petizione fin quando videro esaudito il loro proposito.

1308. Per il dialogo con il Redentore e l'ostinazione del popolo, il giudice restò molto turbato. Difatti, da una parte non voleva deludere i giudei - anche se difficilmente avrebbe potuto farlo, ravvisandoli tanto determinati a far perire il Maestro, qualora non vi avesse accondisceso -, dall'altra però aveva ben chiaro che lo perseguitavano per l'invidia mortale nutrita contro di lui, e che l'accusa di sovvertitore era falsa e ridicola. Quanto all'imputazione che il Signore ribadiva di essere re, era rimasto soddi­sfatto della risposta ricevuta e sbalordito nel trovarlo tan­to povero, umile e sofferente di fronte alle calunnie lan­ciategli. Illuminato dall'alto comprese la sua innocenza, anche se confusamente, perché ignorava il mistero e la dignità della persona divina. E benché fosse mosso dalla forza delle sue parole ad avere un'elevata opinione di lui e a pensare che in lui si racchiudesse un segreto parti­colare - perciò desiderava liberarlo e a tal fine lo inviò da Erode, come dirò nel capitolo seguente -, non si aprì al flusso della grazia celeste. A causa del peccato non me­ritò di essere penetrato dall'eccelsa sapienza e fu indotto a ponderare i fini temporali, invece che ad agire secon­do giustizia: procedette da malvagio giudice, consultando ancora coloro che incriminavano ingiustamente il candi­dissimo Agnello essendo suoi nemici. Operò allora con­tro la propria coscienza e accrebbe il suo delitto perché lo fece condannare e, ancor prima, flagellare disumana­mente, senza nessun altro motivo che quello di accon­tentare la folla.

1309. Quantunque il governatore fosse tanto iniquo da infliggere la pena capitale a sua Maestà, che riteneva un semplice uomo, innocente e buono, la sua colpa fu mi­nore a paragone di quella dei sacerdoti e dei farisei. Di­fatti, questi non solo agivano con gelosia, crudeltà ed al­tri esecrabili fini, ma anche con l'accanimento a non ri­conoscere il Nazareno come il vero Messia promesso nella legge che professavano. E per loro castigo l'Eterno per­mise che, quando lo incriminavano, lo chiamassero Cri­sto, ossia re unto, confessando così la stessa verità che negavano. Quanto nominavano invece avrebbero dovuto crederlo, intendendo che egli era unto non con la consa­crazione figurativa dei re e dei sacerdoti antichi, ma con quella di cui parlò Davide, diversa da tutte le altre, qua­le era l'unzione della divinità unita all'umanità innalzata dal Salvatore nell'essere vero Dio e vero uomo. La sua anima santissima era perciò unta con i doni di grazia e di gloria, conseguenti all'unione ipostatica. L'accusa dei presenti esprimeva tutta questa misteriosa verità, che es­si per la loro perfidia rigettavano e per invidia interpre­tavano falsamente, incolpandolo di proclamarsi re senza esserlo. Era invece vero l'opposto, sebbene egli non vo­lesse dimostrarlo: non aveva intenzione di usare il pote­re di un sovrano temporale, pur essendo Signore di ogni cosa, poiché non era venuto nel mondo per comandare, ma per ubbidire. La cecità giudaica era però molto gran­de, perché la gente aspettava il Messia come un libera­tore e un guerriero tanto potente da doverlo accettare per forza e non con la pia volontà che l'Altissimo ricercava. Arroccati su questa attesa gli ebrei lo calunniavano di far­si re, mentre non lo era.

1310. La Principessa del cielo capiva profondamente tali arcani, meditandoli nel suo purissimo e sapientissi­mo cuore ed esercitando eroici atti di tutte le virtù. E mentre gli altri discendenti di Adamo, concepiti nel pec­cato e macchiati da esso, quanto più vedono crescere le tribolazioni tanto più sono soliti turbarsi e restarne op­pressi, risvegliando in sé l'ira con altre disordinate pas­sioni, Maria era soggetta a tutto il contrario: né il peccato né i suoi effetti la sfioravano, né la natura operava come poteva fare la grazia. Le persecuzioni e le molte ac­que dei dolori e delle angosce non estinguevano in lei la fiamma ardente del divino amore, ma come fomenti l'a­limentavano ulteriormente, spronandola a pregare per i rei, quando la necessità era suprema poiché la malizia degli uomini era arrivata al sommo grado. Oh, Regina delle virtù, signora delle creature, dolcissima madre di misericordia! Tardo ed insensibile è il mio intimo: non lo spezza e non lo strazia ciò che il mio intelletto conosce delle vostre pene e di quelle del vostro amantissimo Uni­genito! Se dinanzi a quanto mi è stato rivelato rimango in vita, è ben a ragione che io mi umilii sino alla morte. È delitto contro la carità e la pietà vedere l'Innocente pa­tire tormenti e nel contempo chiedergli grazia senza es­sere partecipe delle sue sofferenze. In che modo noi pos­siamo affermare che abbiamo affetto per Dio, per il Ver­bo incarnato e per voi, se davanti al calice amarissimo dell'acerba passione ci ricreiamo bevendo a quello dei di­letti di Babilonia? Oh, potessi io comprendere questa ve­rità! Oh, potessi sentirla e approfondirla, ed essa potesse raggiungere la parte più nascosta di me stessa vedendo Gesù e la Vergine che stanno subendo tante disumane atrocità! Come potrò mai pensare che mi facciano ingiu­stizia nel perseguitarmi, che mi sovraccarichino nel di­sprezzarmi, che mi offendano nell'aborrirmi? Come potrò mai lamentarmi di ciò che sopporto, anche se sono in­sultata dal mondo? O Madre dei martiri, regina dei co­raggiosi, maestra di coloro che si mettono alla sequela di vostro Figlio! Se io sono vostra figlia e discepola, secon­do quanto la vostra benignità mi assicura e il mio sposo mi volle meritare, non disdegnate il mio desiderio di ricalcare le vostre orme sul cammino della croce. E se per fragilità sono venuta meno, ottenetemi voi lo spirito di fortezza, ed un cuore contrito e umiliato per la mia in­gratitudine. Guadagnatemi dal Padre l'amore, dono tanto prezioso, che solo la vostra potente intercessione mi può acquistare ed il mio Salvatore elargire.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1311. Carissima, grande è la negligenza degli uomini nel considerare le opere di Cristo e nel penetrare con umile ri­verenza i misteri che egli racchiuse in esse, per il riscatto di tutti. A questo riguardo molti non sanno, ed altri si me­ravigliano, che sua Maestà abbia permesso di essere con­dotto come reo dinanzi a giudici iniqui, di farsi esamina­re da loro come malfattore, e di farsi trattare e reputare come persona ignorante, del tutto disinteressata a rispon­dere con somma sapienza per dimostrare la sua innocen­za, e a persuadere i maliziosi giudei e tutti i suoi avver­sari. In questa straordinarietà, primariamente, si devono venerare i suoi altissimi giudizi giacché dispose la reden­zione umana con equità, bontà e rettitudine. Egli non negò a ciascuno dei suoi nemici gli aiuti sufficienti per agire giustamente - se avessero voluto collaborare - usando del privilegio della loro libertà al fine di conseguire il proprio bene. Difatti, è volontà dell'Onnipotente che tutti siano sal­vi, se ciò non viene ostacolato da noi stessi; e quindi nes­suno ha motivo di lamentarsi della divina pietà, che è sem­pre sovrabbondante.

1312. Inoltre, anelo che tu apprenda l'insegnamento con­tenuto in queste opere, perché nessuna fu messa in atto dal mio diletto se non come redentore. Nel silenzio e nella pazienza che conservò durante la passione, tollerando di essere ritenuto empio ed insensato, diede ai mortali un esempio tanto sublime quanto poco considerato e messo in pratica. Essi, poiché non riflettono sul contagio che Lu­cifero trasmette loro per mezzo del peccato e sempre con­tinua a spargere nel mondo, non cercano nel Medico il far­maco che curi la loro malattia, ma sua Maestà, per la sua immensa carità, ha lasciato il rimedio nelle sue parole e nelle sue azioni; ciascuno, dunque, si consideri concepito nella colpa, e veda quanto sia piantata nel proprio cuore la semente, gettata dal dragone, della superbia, della pre­sunzione, della vanità, dell'autostima, dell'avidità, dell'ipo­crisia, della menzogna e di altri vizi. Tutti, solitamente, vo­gliono avanzare nell'onore e nella vanagloria, desiderando essere apprezzati; i dotti e coloro che si reputano saggi, pavoneggiandosi della scienza, bramano di essere applau­diti ed elogiati; quelli che sono ignoranti, invece, tentano di mostrarsi sapienti; i facoltosi si gloriano dei loro averi, per i quali amano essere ossequiati; i poveri vogliono es­sere ricchi, comparire tali e guadagnarsi la stima; i potenti vogliono essere temuti, adorati ed obbediti. Tutti si affan­nano a correre attratti da un abbaglio e cercano di appa­rire come non sono, e non sono ciò che cercano di appa­rire; giustificano facilmente i loro errori, si sforzano di in­grandire le loro qualità, si attribuiscono beni e favori co­me se non li avessero ricevuti, e li ricevono come se fos­sero loro dovuti e non fossero stati dispensati per grazia. E così di questi doni ognuno non solo non è riconoscen­te, ma ne fa armi contro Dio e contro se stesso; e gene­ralmente si ritrova pieno del veleno letale dell'antico ser­pente, e tanto più assetato di berlo quanto più viene feri­to e indebolito dal deplorevole malore. La via della croce, che porta all'imitazione di Gesù per mezzo dell'umiltà e della sincerità cristiana, è deserta, perché pochi sono quel­li che camminano su di essa.

1313. A schiacciare il capo di satana ed a vincere la sua tracotante arroganza servì la mitezza che il mio Unigeni­to ebbe anche nel suo supplizio, permettendo che lo trat­tassero da stolto e delinquente. Come maestro di questa divina filosofia e medico che veniva a curare l'infermità del peccato, egli non volle discolparsi, né difendersi, né giu­stificarsi, né smentire coloro che lo accusavano, lasciando un vivo modello per procedere contro gli intenti del de­monio. Mise allora in pratica l'insegnamento del Saggio: «Più preziosa è a suo tempo la piccola ignoranza che la scienza e la gloria». Difatti, per la fragilità umana, in de­terminati momenti è più conveniente apparire semplici e inesperti, piuttosto che fare vano sfoggio di virtù e di sag­gezza. Tu conserva nell'intimo i precetti del Salvatore e miei, ed aborrisci ogni ostentazione: soffri, taci, e fa' che il mondo ti reputi ignorante, perché esso non conosce in quale luogo dimori la vera sapienza.

 

CAPITOLO 19

 

Pilato manda il Signore da Erode e gliene sottopone la cau­sa; il Redentore viene accusato davanti al re, che lo disprezza e lo invia di nuovo a Pilato. Maria santissima lo segue; si narra ciò che accade in questa circostanza.

 

1314. Una delle accuse che i giudei e i loro capi pre­sentarono a Pilato contro Gesù salvatore nostro fu che egli aveva predicato, incominciando a fomentare il popolo fin dalla Galilea. Per questo il governatore gli domandò se fos­se galileo. Una volta informato che era nato e cresciuto in quella provincia, gli parve di avere un qualche motivo per dichiarare non di sua competenza la causa di Cristo no­stro bene - che egli trovava senza colpa -, liberandosi dal fastidio di coloro che insistevano perché lo condannasse a morte. Erode in quei giorni si trovava a Gerusalemme per celebrare la Pasqua. Costui era figlio dell'altro Erode che aveva ordinato la strage degli innocenti perseguitando Ge­sù appena nato e che, avendo sposato una donna giudea, era passato al giudaismo e divenuto un proselito israelita. Per questa ragione, anche suo figlio Erode Antipa osser­vava la legge di Mosè ed era venuto a Gerusalemme dalla Galilea, di cui era tetrarca. Fra Pilato ed Erode non inter­correvano buoni rapporti, perché entrambi avevano auto­rità sulle principali province della Palestina e poco tempo prima il governatore, sollecito nell'affermare il dominio del­l'impero romano, aveva fatto decapitare alcuni galilei men­tre offrivano, sacrifici, mescolando il loro sangue con quel­lo dei sacrifici stessi. Il re se ne era sdegnato, per cui Pi­lato, volendogli opportunamente dare qualche soddisfazio­ne, decise di mandargli il Signore in quanto suo suddito, affinché lo esaminasse e giudicasse; in realtà egli sperava che Erode lo avrebbe lasciato libero, riconoscendolo inno­cente e denunciato per invidia dai sommi sacerdoti e da­gli scribi.

1315. Il Redentore, legato e incatenato com'era, uscì dal­la casa del governatore romano scortato dagli scribi e dai sacerdoti, che andavano per accusarlo di fronte al nuovo giudice, e da un gran numero di soldati e servi, che lo con­ducevano tirandolo con le corde. L'esercito si apriva il pas­saggio attraverso la folla accorsa a vedere e, poiché i sol­dati e i capi del popolo erano talmente assetati del sangue del Salvatore da volerlo spargere in quello stesso giorno, affrettavano il passo e quasi correndo conducevano per le vie sua Maestà in un disordinato tumulto. Anche Maria santissima, insieme alle persone che erano con lei, seguì il suo dolcissimo Gesù per stargli accanto negli altri momenti della passione, fino alla croce. Ma sarebbe stato impossi­bile alla gran Signora continuare questo percorso senza perderlo di vista se i santi angeli non avessero disposto tut­to come ella desiderava, in modo che si trovasse sempre così vicina a suo Figlio da poter godere della sua presen­za e partecipare dei suoi tormenti. Tanto appunto ottenne col suo ardentissimo amore, cosicché udiva nello stesso tempo gli insulti e i colpi che il Signore riceveva, le mor­morazioni del popolo e i vari giudizi che ciascuno formu­lava da sé o riferiva di altri.

1316. Quando Erode seppe che Pilato gli mandava il Na­zareno, si rallegrò grandemente. Sapeva che Gesù era sta­to molto amico di Giovanni, che egli aveva fatto decapita­re, ed era informato sulla sua predicazione; inoltre, con stolta e vana curiosità desiderava vedergli compiere qual­che portento per farne oggetto di meraviglia e materia d'in­trattenimento nelle conversazioni. L'Autore della vita, dun­que, giunse alla presenza del re omicida, contro il quale il sangue di Giovanni Battista gridava vendetta al cospetto di Dio più del sangue del giusto Abele. L'infelice adultero lo accolse ridendo, come uno che ignori i terribili giudizi del­l'Altissimo, considerando Cristo nostro bene un incantato­re e un mago. Accecato da un così funesto errore, incominciò ad esaminarlo e a fargli diverse domande, pensan­do d'indurlo in questo modo a compiere qualche miraco­lo. Ma il Maestro della sapienza e della prudenza tacque, rimanendo sempre con umile severità davanti all'indegno giudice, il quale per le sue malvagità ben si meritava la punizione di non ascoltare le parole di vita eterna che, se fosse stato ben disposto, sarebbero uscite dalla bocca del Figlio dell'eterno Padre.

1317. I principi dei sacerdoti e gli scribi lì convenuti muovevano al nostro Salvatore le medesime accuse che in precedenza avevano presentato a Pilato. Neppure qui sua Maestà replicò alle loro calunnie, come invece avrebbe vo­luto Erode; non aprì le labbra né per rispondere alle do­mande, né per difendersi, perché il re non era comunque degno di udire la verità. Questo fu il suo giusto castigo, ed è ciò che i principi e i potenti del mondo devono mag­giormente temere. Erode si adirò perché il Redentore, si­lenzioso e mansueto, deludeva la sua vana curiosità; qua­si confuso, dissimulò il suo dispetto facendosi beffe di lui e, schernendolo insieme a tutto il suo esercito, ordinò che venisse ricondotto dal governatore. I soldati, dopo essersi presi gioco della modestia di Cristo, gli misero addosso una tunica bianca - segno distintivo di coloro che perdevano il senno - al fine di trattarlo come matto ed insensato, in modo che tutti si guardassero da lui. Indossata dal Signo­re, invece, questa veste fu simbolo e testimonianza della sua innocenza e purezza. Così infatti aveva stabilito l'im­perscrutabile provvidenza dell'Altissimo, affinché quei mal­vagi, compiendo azioni di cui ignoravano il significato, te­stimoniassero la verità che pretendevano di oscurare in­sieme alle meraviglie compiute dal Redentore e da essi ma­liziosamente misconosciute.

1318. Erode si mostrò grato per la cortesia usatagli dal governatore romano nel sottoporgli il caso del Nazareno, e gli mandò a dire che non trovava colpa alcuna in lui, ma anzi gli pareva uomo ignorante e di nessun conto. Conforme agli arcani disegni della sapienza divina, da quel giorno i due si riconciliarono e divennero amici. Condotto dai soldati, Gesù tornò per la seconda volta al pretorio tra lo schiamazzo e il tumulto della folla. Infatti, gli stessi che prima lo avevano acclamato e osannato come Messia benedetto da Dio, pervertiti già dall'esempio dei sacerdo­ti e dei giudici, avevano cambiato parere, condannando e disprezzando ora colui al quale pochi giorni prima ave­vano dato gloria e venerazione. È di tale efficacia l'erro­re e il cattivo esempio dei capi da trascinare il popolo. Sua Maestà camminava tra le imprecazioni della gente, ripetendo di continuo dentro di sé con ineffabile amore, umiltà e pazienza quelle parole che aveva dette per boc­ca di Davide: Io sono verme, non uomo, infamia degli uo­mini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo. Il Redentore era "verme e non uomo": non fu generato, infatti, come gli altri e non era solo e meramente uomo, bensì vero uo­mo e vero Dio; per di più non fu trattato da essere uma­no, ma da verme vile e spregevole. Di fronte a tutti gli in­sulti che gli venivano lanciati non fece strepito né oppo­se resistenza maggiore di quella di un umile verme da tut­ti pestato e considerato ributtante. Quelli che guardavano Cristo nostro salvatore - ed erano innumerevoli - storce­vano le labbra e scuotevano il capo, quasi ritrattando l'o­pinione che ne avevano avuto e la considerazione in cui lo avevano tenuto.

1319. Rimasta fuori dal tribunale in cui era stato fatto entrare il Signore, l'afflitta Madre non si trovò corporal­mente presente agli oltraggi e alle accuse che i sacerdoti mossero contro l'Autore della vita al cospetto di Erode, né alle domande che costui gli rivolse, ma vide tutto in visio­ne interiore. Quando però Gesù uscì fuori la incontrò, ed entrambi si comunicarono con lo sguardo l'intimo dolore e la reciproca compassione, intensi come l'amore di un tale figlio e di una tale madre. La tunica bianca, che gli aveva­no fatto indossare alla stregua di un insensato e senza giu­dizio, fu un nuovo strumento per trafiggere il cuore della Regina del cielo; in realtà, ella sola fra tutti i mortali co­nosceva il mistero dell'innocenza che quell'abito significa­va, per cui adorò con grandissima venerazione il suo divin Figlio così rivestito. Lo seguì fino alla casa di Pilato, dove veniva condotto per la seconda volta, poiché in essa sareb­be stato eseguito ciò che Dio aveva disposto per la nostra salvezza. In questo tratto di strada accadde che i soldati, per la moltitudine del popolo e per la fretta con cui con­ducevano Gesù ingiuriandolo, tirandolo crudelmente per le corde e facendolo stramazzare a terra più volte, gli faces­sero uscire molto sangue; inoltre, siccome egli non poteva rialzarsi facilmente perché aveva le mani legate e la furia della gente non poteva né voleva trattenersi, qualcuno ca­deva sopra di lui, lo pestava e lo percuoteva con molti col­pi e calci, provocando nei soldati grandi risa, anziché la na­turale pietà di cui, per astuzia del demonio, erano del tut­to privi, come se non fossero stati neppure uomini.

1320. Alla vista di così smisurata efferatezza, crebbero la compassione e l'afflizione di Maria santissima, la quale or­dinò agli angeli che l'accompagnavano di raccogliere il san­gue divino sparso per le strade, in modo che il Salvatore non fosse ulteriormente offeso e calpestato dai peccatori; e così essi fecero. Sua Altezza, inoltre, comandò loro che im­pedissero agli operatori d'iniquità di calpestare il Redentore del mondo, qualora fosse caduto un'altra volta. In tutto prudentissima, ella non volle che i suoi celesti servitori fa­cessero ciò contro la volontà del Signore; così impose loro che in suo nome gliene chiedessero il permesso e gli pre­sentassero le angustie che ella, come madre, soffriva ve­dendolo trattato con tanto disprezzo tra gli immondi piedi di quei malvagi. Per obbligare maggiormente il suo santis­simo Figlio, attraverso i medesimi angeli gli chiese di com­mutare l'umiliazione di essere calpestato e offeso dagli em­pi mortali nell'obbedienza alle preghiere della sua afflitta Madre, la quale era anche sua schiava e fatta di polvere. Gli spiriti celesti portarono le sue richieste a Cristo nostro be­ne non perché sua Maestà le ignorasse - giacché le cono­sceva e ispirava egli stesso per virtù divina - ma perché Dio vuole che in questo si osservi l'ordine della ragione, cono­sciuto allora dalla gran Signora con eminente sapienza.

1321. Il Redentore accolse i desideri e le preghiere del­la beatissima Vergine e diede il permesso ai suoi angeli, quali ministri della volontà di lei, di fare ciò che ella desi­derava. Essi, quindi, non permisero che nel rimanente per­corso l'Unigenito del Padre fosse gettato a terra o calpe­stato come prima era accaduto, anche se fu dato il con­senso ai soldati e al popolo, accecato dalla malizia, d'infie­rire con folle rabbia ingiuriandolo in altri modi. La Regina guardava e udiva tutto con cuore invitto ma addolorato, co­me pure le Marie e san Giovanni, che piangendo copiosa­mente seguivano il Maestro divino insieme a lei. Non mi soffermo però a parlare delle lacrime di queste ed altre san­te donne lì presenti, perché sarebbe necessario fare una lun­ga digressione, specialmente per narrare della Maddalena, di tutte la più ardente nell'amore e la più grata al Signore, come disse egli stesso quando la perdonò, affermando che ama di più colui al quale più è perdonato.

1322. Gesù arrivò per la seconda volta in casa di Pon­zio Pilato e di nuovo i giudei incominciarono a reclamar­ne la condanna alla crocifissione. Il governatore, che co­nosceva l'innocenza dell'accusato e la mortale invidia dei Giudei, fu molto dispiaciuto che Erode gli avesse rimesso la causa da cui egli desiderava esimersi. Trovandovisi ob­bligato come giudice, in diverse maniere tentò di placare gli accusatori, per esempio parlando segretamente ad al­cuni servi ed amici dei capi e dei sacerdoti, affinché do­mandassero la libertà per il nostro Salvatore, lo rilascias­sero dopo una qualche punizione e non richiedessero più il malfattore Barabba. Pilato aveva fatto questo tentativo, quando i giudei gli avevano presentato nuovamente Cristo perché lo condannasse. La possibilità di scegliere fra lui e Barabba non era stata loro prospettata una sola volta, ma due o tre: una prima che sua Maestà venisse condotto da Erode e un'altra dopo. Gli evangelisti riferiscono ciò con qualche differenza, pur senza contraddirsi nella verità. Pi­lato parlò ai giudei e disse loro: «Mi avete portato que­st'uomo come sobillatore del popolo; ecco, l'ho esaminato da­vanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quel­le di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l'ha ri­mandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò. Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi tino per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?». Sapendo che Pi­lato voleva in tutti i modi liberare il Nazareno, la folla ri­spose: «A morte costui! Dacci libero Barabba!».

1323. L'usanza di dare la libertà a un prigioniero nella grande solennità della Pasqua fu introdotta fra i giudei in memoria e per riconoscenza di quella ottenuta dai loro an­tenati in quel giorno, quando Dio li aveva riscattati dal po­tere del faraone uccidendo i primogeniti degli egiziani e sommergendo il faraone stesso e il suo esercito nel Mar Rosso. A motivo di questo memorabile beneficio, gli ebrei ne facevano uno al più grande delinquente perdonandogli i suoi delitti, finendo però per castigare altri che erano me­no colpevoli. Gli accordi fatti con i romani prevedevano, fra l'altro, che detta usanza venisse conservata e così fa­cevano i governatori. In questa circostanza, tuttavia, i giu­dei stessi pervertirono tale costume: dovendo dare la li­bertà al peggior criminale ed affermando che Gesù lo era, condannarono lui e graziarono Barabba, che reputavano meno malvagio. La rabbia del demonio, profittando della loro perfida invidia, li rendeva tanto perversi da essere ac­cecati in tutto, anche contro se stessi.

1324. Mentre Pilato sedeva in tribunale, sua moglie Pro­cula, venuta a sapere ciò che stava accadendo, gli inviò que­sto messaggio: «Non avere a che fare con quel giusto; per­ché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua». La ra­gione dell'avvertimento di Procula fu la seguente: Lucifero e i suoi demoni, vedendo quanto veniva fatto al nostro Sal­vatore e l'inalterabile mansuetudine con cui egli sopporta­va tante offese, furiosi com'erano si trovarono ancor più confusi ed incerti. La loro superbia non comprendeva co­me fosse compatibile l'essere Dio con l'acconsentire a simili oltraggi avvertendone gli effetti nella carne, per cui non riu­scivano a capire se Cristo fosse o no uomo e Dio. Nono­stante ciò, il dragone era convinto che in un tale miracolo si nascondesse qualche mistero per gli uomini e che in ogni caso, se non avesse impedito il successo di una cosa tanto inusitata, esso avrebbe arrecato alla sua malvagità grande danno e rovina. In seguito a questa risoluzione presa con i suoi demoni, satana cercò di far desistere i farisei dal per­seguitare il Redentore, inviando loro molte suggestioni, ri­maste però inefficaci perché prive di forza divina e intro­dotte in cuori ostinati e corrotti. Di conseguenza quegli spi­riti, disperando di ridurli al loro volere, andarono dalla mo­glie del governatore e le parlarono in sogno; le suggeriro­no che quell'uomo era giusto e senza colpa e che, se suo marito lo avesse condannato, sarebbe stato privato della di­gnità che possedeva e a lei ne sarebbero venuti molti do­lori. In tal modo vollero indurla a consigliare a Pilato di li­berare Gesù anziché Barabba, per evitare una grande scia­gura nella loro casa e sulle loro persone.

1325. Procula fu assai spaventata dalla visione. Quando seppe quello che stava succedendo tra i giudei e suo ma­rito, inviò a quest'ultimo - come riferisce l'evangelista Mat­teo - l'avvertimento di non coinvolgersi nell'uccisione di chi riteneva giusto. Inoltre, il demonio insinuò nell'imma­ginazione dello stesso Pilato timori simili, che l'ammoni­mento della moglie accrebbe. Poiché si trattava di un tur­bamento di natura mondana e politica ed egli non aveva assecondato i veri aiuti che Dio gli aveva mandato, questa paura durò solo fino a quando non ne subentrò un'altra che lo mosse con più violenza, e lo si vide dalle conse­guenze. Tuttavia, l'indegno giudice insistette per la terza volta, difendendo l'innocenza di Cristo nostro salvatore e attestando che non trovava in lui nessuna colpa meritevo­le di morte; lo avrebbe quindi castigato e poi rilasciato. E difatti lo fece flagellare, per vedere se i giudei ne sarebbe­ro stati soddisfatti. Ma essi gridando gli risposero di cro­cifiggerlo. Allora Pilato chiese che gli portassero dell'ac­qua e ordinò di liberare Barabba secondo la loro richiesta, dopodiché si lavò le mani alla presenza di tutti dicendo: «Guardate bene quello che fate. Io non sono responsabile della morte di quest'uomo, che voi condannate. A testi­monianza di ciò mi lavo le mani, affinché si sappia che non sono macchiate di sangue innocente». Con quel ge­sto parve a Pilato di discolparsi con tutti imputando la morte di Gesù al popolo e ai capi che la domandavano. Fu così sciocca e cieca la loro rabbia che accondiscesero alla dichiarazione del governatore romano solo per vedere cro­cifisso il Signore, e caricarono la responsabilità del delit­to su se stessi e sui propri discendenti pronunciando quel­la terribile ed esecrabile sentenza: «II suo sangue ricada so­pra di noi e sopra i nostri figli».

1326. Oh, cecità stoltissima e crudele! Oh, inimmagi­nabile audacia! Volete attribuire a voi e ai vostri figli l'i­niqua condanna dell'innocente, che lo stesso giudice di­chiara incolpevole, affinché contro voi tutti esso gridi sem­pre, fino alla fine dei secoli? Oh, perfidi e sacrileghi giu­dei! Il sangue dell'Agnello, che lava i peccati del mondo, e la vita di un uomo, che al tempo stesso è vero Dio, pesa­no così poco da volerli addossare a voi stessi e ai vostri fi­gli? Se fosse stato anche solo vostro fratello, benefattore e maestro, pure la vostra audacia sarebbe stata spaventosa e deprecabile la vostra malvagità. Di certo è giusto il ca­stigo che subite; è giusto che il peso del sangue di Cristo non vi dia mai requie; ed è giusto che questo carico, pe­sante più del cielo e della terra, vi opprima e vi schiacci. Quale grande dolore! Il sangue divino cadde su tutti i fi­gli di Adamo per lavarli e purificarli e fu sparso sui figli della santa Chiesa; eppure in essa vi sono molti che al pa­ri dei giudei se ne assumono la responsabilità con le pro­prie opere e parole, quelli non sapendo e non credendo che fosse sangue del Messia e i cattolici sapendo e con­fessando che lo è.

1327. I peccati e le azioni depravate dei cristiani han­no un loro linguaggio e parlano contro il nostro Signore, gridando: «Cristo sia svergognato, schiaffeggiato, disprez­zato, coperto di sputi, crocifisso; a lui si preferisca Barab­ba. Sia tormentato, flagellato e coronato di spine per i no­stri peccati, perché noi non vogliamo avere altra parte in questo sangue se non quella di causarne lo spargimento oltraggioso; ci venga pure eternamente imputato! Soffra e muoia lo stesso Dio incarnato e noi godiamo dei beni ap­parenti. Approfittiamo dell'occasione, usiamo le creature, coroniamoci di rose, viviamo con allegria, avvaliamoci del­la forza; nessuno sia preferito a noi, disprezziamo l'umiltà, detestiamo la povertà, accumuliamo tesori, inganniamo tut­ti, non perdoniamo offese, abbandoniamoci ai piaceri più turpi, bramiamo ardentemente tutto ciò che vediamo e im­pegnamoci fino al limite delle nostre forze per ottenerlo. Questa sia la nostra legge, senza alcun altro rispetto. E se così facendo crocifiggiamo il Salvatore, il suo sangue ri­cada pure su di noi e sui nostri figli».

1328. Domandiamo ora ai reprobi che si trovano all'in­ferno se le loro opere parlarono in questo modo - come af­ferma Salomone nel libro della Sapienza - e se sono detti e furono empi perché ebbero pensieri tanto stolti. Che co­sa possono sperare coloro i quali rendono inutile per sé il sangue del Redentore e se lo fanno ricadere addosso non desiderandolo a proprio rimedio, ma disprezzandolo a pro­pria dannazione? Chi tra i figli della Chiesa sopporterebbe di essere posposto ad un ladrone facinoroso? Tale insegna­mento è così poco messo in pratica che si rende ammire­vole chi acconsente ad essere preceduto da un altro buono e benemerito quanto e più di lui; eppure non si troverà nes­suno tanto buono come sua Maestà, né tanto malvagio co­me Barabba. Ciononostante sono senza numero quelli che, davanti a questo esempio, si offendono e si considerano sfor­tunati qualora non siano preferiti e innalzati nell'onore, nel­le ricchezze, nelle dignità e in ciò che nel secolo presente riceve ostentazione e plauso. Gli uomini sollecitano, si con­tendono e ricercano proprio questo, occupandovi i propri pensieri e le proprie forze e facoltà, da quando cominciano ad usarle fino a quando le perdono. Il più grande doloroso danno è che non sono liberi da un simile contagio neppu­re quanti per professione e stato di vita hanno rinunciato al mondo: mentre il Signore ordina loro di dimenticarsi del proprio popolo e della casa del loro padre, essi vi si ri­volgono con la parte migliore della natura umana, cioè con l'attenzione e la sollecitudine verso i parenti, nonché con la volontà e il desiderio di procurare ad essi quanto il mondo possiede. Ciò, tuttavia, appare loro ancora poco: s'immer­gono nella vanità e, invece di dimenticare la casa paterna, dimenticano quella di Dio in cui vivono e in cui ricevono gli aiuti divini per conseguire la stima, l'onore, la salvezza che altrimenti non avrebbero mai ottenuto e il sostenta­mento senza affanno né preoccupazione. Abbandonando l'u­miltà, che per il loro stato di vita dovrebbero professare, si dimostrano ingrati per tutti questi benefici. La pazienza del Salvatore, gli oltraggi da lui subiti, gli obbrobri della croce, l'imitazione delle sue opere, la sequela del suo insegnamento sono lasciate a chi è povero, solo, abbandonato, e le strade di Sion si vedono deserte e desolate, perché sono veramen­te pochi quelli che vengono a celebrare la festa dell'imita­zione di Cristo.

1329. Pilato non fu meno insipiente dei giudei nel pen­sare che, lavandosi le mani ed imputando loro il sangue di Gesù, si sarebbe giustificato sia nella sua coscienza che davanti agli uomini, ai quali pretendeva di dare soddisfa­zione con quel gesto pieno d'ipocrisia e di menzogna. È vero che i giudei furono gli attori principali e più colpe­voli nella condanna dell'innocente, di cui si assunsero la terribile responsabilità, ma non per questo Pilato ne rimase estraneo, poiché conoscendo l'innocenza del Redentore non avrebbe dovuto posporlo ad un ladro omicida, né casti­garlo, né correggere chi non aveva niente da correggere. A maggior ragione non avrebbe dovuto lasciarlo alla mercé dei suoi mortai nemici, di cui gli era manifesta l'invidia e la crudeltà. Non può giudicare rettamente colui che, co­noscendo la verità e la giustizia, le mette sulla stessa bi­lancia del rispetto umano e degli interessi personali: un si­mile peso trascina la ragione degli uomini codardi, i qua­li non possono resistere all'ingordigia e al timore monda­no perché non possiedono in sommo grado le virtù ne­cessarie ai giudici; accecati dalla passione, abbandonano l'equità per non mettere a rischio il proprio tornaconto. Così accadde a Pilato.

1330. La nostra grande Regina e signora rimase nel pretorio, cosicché grazie ai suoi santi angeli poté udire la discussione del governatore con gli scribi e i sommi sacerdoti riguardo all'innocenza di Cristo nostro bene e allo scambio con Barabba. Con ammirabile mitezza, vi­vo ritratto del suo santissimo Figlio, ascoltò tacendo tut­te le urla di quelle tigri feroci. Per quanto la sua indici­bile modestia fosse inalterabile, le voci dei giudei pene­travano come spada a due tagli nel suo cuore ferito; e le grida del suo, silenzioso dolore erano accette all'eterno Padre più delle lacrime con cui la bella Rachele - se­condo quanto dice Geremia - piangeva i suoi figli senza essere consolata perché non li poteva richiamare in vita'. La nostra bella Rachele, Maria santissima, non do­mandava vendetta ma perdono per i nemici che le toglieva­no l'Unigenito del Padre e suo. Imitava e accompagnava sua Maestà negli atti da lui compiuti, operando con tanta pie­nezza di santità che la pena non sospendeva le sue facoltà: il dolore non impediva la carità, la tristezza non rallentava il fervore, lo strepito non distraeva l'attenzione, le ingiurie e il tumulto della folla non erano di ostacolo al raccoglimen­to; in tutto ella esercitava le virtù in sommo grado.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1331. Figlia mia, noto che ti meravigli per ciò che hai inteso e scritto, riflettendo sul fatto che Pilato ed Erode non si mostrarono tanto inumani e crudeli verso il mio Fi­glio santissimo quanto i sommi sacerdoti e i farisei. Ti ve­do considerare attentamente che i primi erano giudici pa­gani e i secondi maestri della legge e guide del popolo d'I­sraele che professavano la vera fede. Al riguardo desidero illuminarti con un insegnamento; non è nuovo e l'hai sen­tito altre volte, ma ora voglio che tu lo richiami alla men­te e non lo dimentichi per tutto il corso della tua vita. Tie­ni presente dunque, o carissima, che la caduta da un luo­go alto è estremamente pericolosa ed il suo danno è irre­parabile o per lo meno assai difficile da rimediare. Luci­fero ebbe in cielo un posto eminente sia per natura, sia per i doni di luce e di grazia, poiché vinceva in bellezza tutte le creature; eppure discese nella più profonda brut­tezza e miseria, cadendo in un'ostinazione maggiore di quella di tutti i suoi seguaci a causa del suo peccato. Ai progenitori del genere umano, Adamo ed Eva, fu data una dignità altissima. Essi furono adornati di grazie sublimi, uscite dalla mano dell'Onnipotente; eppure, peccando, pro­vocarono a sé e alla propria posterità una grandissima ro­vina, il cui rimedio, come la fede v'insegna, ebbe un prez­zo incalcolabile e fu opera di misericordia infinita.

1332. Tanti altri sono giunti all'apice della perfezione e di là sono infelicemente precipitati, trovandosi poi sfidu­ciati o quasi impossibilitati a rialzarsi. I motivi di questo danno risiedono in gran parte nella creatura stessa. Infat­ti, l'anima caduta da uno stato di virtù eccelsa prova di­spetto e vergogna smisurata, non solo perché ha sciupato beni preziosi, ma anche perché confida nelle grazie pas­sate e perdute più che nelle future, e spera nei doni rice­vuti e malamente impiegati per la sua ingratitudine più che in quelli che può acquistare con impegno rinnovato e maggiore fermezza. Da questo insidioso stato d'animo de­riva l'agire con tiepidezza, senza fervore né impegno, sen­za gusto né devozione, perché la sfiducia estingue tutto ciò; al contrario la speranza, animata e incoraggiata, vince mol­te difficoltà e corrobora la debolezza umana, animando a intraprendere opere grandi. C'è un'altra ragione e non me­no importante: chi è abituato ai favori di Dio - per ufficio come i sacerdoti e i religiosi, o per esercizio di virtù co­me le altre persone spirituali - di solito pecca disprezzan­doli e facendo un cattivo uso delle cose divine. Incorre nel­la pericolosa rozzezza di tenere in poco conto i benefici del Signore proprio perché li riceve di frequente; con un simile irriverente atteggiamento, impedisce alla grazia di renderlo suo collaboratore e spegne in sé il santo timore che risveglia e stimola ad operare il bene, ad ubbidire al­la volontà divina e ad approfittare subito dei mezzi stabi­liti da Dio per convertirsi e guadagnare la sua amicizia e la vita eterna. Questo rischio è evidente nei sacerdoti tie­pidi, i quali celebrano l'eucaristia e gli altri sacramenti sen­za devozione, come pure nei dotti, nei saggi e nei potenti del mondo, che difficilmente si emendano perché hanno perso la venerazione dei rimedi della Chiesa - sacramen­ti, predicazione e dottrina -, di cui non comprendono più il significato. Così, assumendo le stesse medicine che per altri peccatori sono salutari e che guariscono gli ignoran­ti, loro, medici della salute spirituale, si ammalano.

1333. Ulteriori cause del danno di cui ti ho parlato ri­guardano il rapporto con il Signore. Infatti, le mancanze di coloro che per virtù o stato di vita sono più legati a Dio pesano sulla bilancia della sua giustizia in modo assai dif­ferente rispetto a quelle delle altre anime beneficate dalla sua misericordia. E sebbene i peccati di tutti siano di ugua­le materia, le circostanze li rendono molto diversi. I sa­cerdoti, i maestri, i potenti, i prelati e quanti occupano un posto di rilievo o hanno fama di santità provocano grandi mali con lo scandalo della loro empia condotta. Nell'arri­schiarsi ad agire contro Dio, che meglio conoscono e ver­so il quale hanno un debito superiore a quello altrui, so­no più temerari, perché lo offendono con maggiore con­sapevolezza e quindi con più irriverenza. Per tale motivo l'eterno Padre è tanto irritato dalle colpe dei cattolici e, in particolare, da quelle di coloro che si distinguono per sag­gezza, come si comprende dalle sacre Scritture. Nel tem­po assegnato a ogni mortale per meritare la vita eterna, è anche stabilito fino a quale numero di peccati la pazienza del Signore debba aspettare e sopportare ciascuno; secon­do la giustizia divina il numero non è computato solo sul­la base della quantità, ma anche della qualità e del peso delle colpe. Può dunque succedere che, in chi eccelle per scienza eccelsa o ha ricevuto dal cielo singolari benefici, la qualità supplisca la quantità e che costui, con un minor numero di colpe, venga abbandonato e castigato al pari di altri peccatori che ne hanno commesse di più. D'altra par­te, non a tutti può accadere come a Davide e a san Pietro; non in tutti infatti la caduta è preceduta da tante opere buone alle quali il Signore faccia attenzione, né tantomeno il privilegio di alcuni è regola generale per tutti, per­ché Dio, nei suoi imperscrutabili giudizi, non sceglie tutti per un ministero.

1334. Con questo insegnamento, figlia mia, il tuo dub­bio sarà chiarito e intenderai quanto malvagio e amaro sia offendere l'Onnipotente, allorché egli pone molte anime re­dente dal suo sangue sulla strada della luce e ve le guida. Intenderai, inoltre, come una persona possa cadere da uno stato sublime in un'ostinazione più dura di quella di altre creature che si trovano in una condizione meno perfetta. Tale verità è attestata dal mistero della passione e morte del mio Figlio santissimo; infatti, i capi, i sacerdoti, gli scri­bi e l'intero popolo, pur essendo maggiormente debitori a Dio rispetto ai pagani, furono portati dalla loro empietà ad una pervicacia, cecità e crudeltà più detestabile e avventa­ta di quella dei pagani stessi, che non conoscevano la ve­ra religione. Voglio che tutto ciò ti metta in guardia da un rischio così grande, affinché tu sia prudente ed unisca al santo timore l'umile gratitudine e l'alta stima dei beni del Signore. Nel tempo dell'abbondanza non dimenticare quel­lo dell'indigenza. Confronta l'uno e l'altro in te stessa; ri­corda che hai il tesoro in un vaso fragile, che lo puoi per­dere e che ricevere tanti doni non è questione di merito, né il possederli è diritto dovuto, bensì frutto della grazia e della munificenza divine. L’Altissimo ti ha reso sua inti­ma familiare; tuttavia non sei preservata dal cadere, dal perdere il timore e la riverenza o dal vivere negligente­mente. Al contrario, timore e riverenza devono crescere in te in proporzione ai favori. Anche l'ira del serpente, infat­ti, è aumentata; la sua sorveglianza nei tuoi confronti si è fatta più stretta, perché sa che Dio ha mostrato il suo amore generoso a te più che ad altre creature e che, se tu fos­si ingrata nonostante gli innumerevoli doni ricevuti, sare­sti infelicissima e degna di rigoroso castigo e la tua colpa sarebbe inescusabile.

 

CAPITOLO 20

 

Per ordine di Pilato il nostro salvatore Gesù fu flagellato, co­ronato di spine e schernito; ciò che fece Maria santissima in questa circostanza.

 

1335. Pilato, conoscendo l'ostinazione dei giudei sde­gnati verso il Nazareno e desiderando rilasciarlo perché lo sapeva innocente, credette che una flagellazione severa avrebbe placato sia il furore del popolo, sia l'invidia dei sommi sacerdoti e degli scribi; essi così avrebbero cessato di perseguitare Gesù e di cercarne la morte. Inoltre, se per caso l'imputato fosse stato reo di qualche mancanza nelle cerimonie e nei riti giudaici, con ciò sarebbe stato punito a sufficienza. Pilato pensò questo perché, informatosi nel corso del processo, gli fu detto che il Signore era accusa­to di non osservare il sabato e le altre tradizioni; in realtà, si trattava di una calunnia stolta e priva di fondamento, come è riferito dai santi evangelisti. In proposito, però, il governatore romano parlava pur sempre da ignorante: nel Maestro della santità infatti non poteva esserci posto per alcun difetto riguardo alla legge, che egli non era venuto ad abolire ma a compiere e a perfezionare; d'altra parte, se anche l'accusa fosse stata vera, non avrebbe dovuto pu­nirlo con una pena tanto sproporzionata - dato che la leg-

ge stessa prevedeva altri mezzi di purificazione da tutte le trasgressioni che gli stessi accusatori di Cristo commette­vano frequentemente -, né lo avrebbe dovuto fare con una simile crudeltà e col castigo dei flagelli. Il giudice s'ingannò molto ritenendo che i giudei avessero un po' di umanità e di compassione naturale. Il loro accanimento non era da uomini, i quali di solito, vedendo il nemico prostrato, si commuovono e si placano perché hanno un cuore di car­ne e l'amore per il proprio simile è istintivo e suscita una certa pietà. Quei perfidi erano come trasformati in demo­ni, i quali s'infuriano maggiormente contro chi è più umi­liato ed afflitto e quando lo vedono abbandonato dicono: «Perseguitiamolo adesso, perché non ha chi lo difenda e lo liberi dalle nostre mani».

1336. I sommi sacerdoti e i farisei odiavano implaca­bilmente l'Autore della vita, perché Lucifero, disperando di poter impedire la morte di lui, li irritava con la sua mal­vagità senza limiti, istigandoli a ucciderlo con efferatezza. Pilato si trovava fra la luce della verità che conosceva ed i motivi umani che lo dominavano; seguendo l'errore che ragioni del genere solitamente provocano in chi governa, comandò di flagellare duramente colui che dichiarava in­nocente. L'esecuzione dell'ingiusta sentenza suggerita dal demonio fu affidata a sei soldati tra i più robusti, i quali, da uomini vili, malvagi e senza misericordia, accettarono con molto piacere il ruolo di aguzzini. Chi è adirato e in­vidioso, infatti, si compiace sempre di dare sfogo al suo furore con azioni ignominiose e crudeli. Subito questi ser­vi di satana, con molti altri, condussero il Signore nel luo­go adibito a quel supplizio: un cortile, o una specie di ve­stibolo, dove solevano torturare i delinquenti affinché con­fessassero i loro delitti. Il cortile faceva parte di una costruzione non molto alta ed era circondato da colonne: al­cune, coperte dall'edificio stesso, lo sostenevano, altre era­no scoperte e più basse. Ad una di queste ultime, di mar­mo, legarono strettamente Gesù, perché lo ritenevano un mago e temevano che sfuggisse dalle loro mani.

1337. Prima lo spogliarono della veste bianca con non minore ignominia di quella usata nel fargliela indossare in casa dell'adultero ed omicida Erode; poi, per sciogliere le corde e le catene con cui era stato legato al momento del­la cattura nel Getsemani, lo maltrattarono ferocemente, la­cerando le piaghe che i lacci, essendo tanto stretti, gli ave­vano procurato nelle braccia e nei polsi. Una volta libera­te le divine mani, gli comandarono imperiosamente e con imprecazioni di spogliarsi da solo della tunica inconsutile, la stessa con cui da bambino la sua Madre santissima lo aveva vestito in Egitto, quando gli aveva tolto le fasce. In quel momento il Signore non portava altro abito, perché all'arresto gli avevano levato il mantello che solitamente in­dossava. Il Figlio dell'eterno Padre obbedì ai carnefici ed incominciò a spogliarsi, subendo il disonore della nudità di fronte a tanta gente. Poiché agli artefici di quella spie­tatezza sembrò che per pudore il Salvatore tardasse a sve­stirsi, con violenza gli strapparono la tunica a rovescio per denudarlo più velocemente. Sua Maestà rimase soltanto con il perizoma, lo stesso che Maria santissima gli aveva messo insieme alla tunicella in Egitto, giacché gli abiti era­no cresciuti col sacro corpo senza che egli se li togliesse mai; così anche i sandali, che aveva portato sempre, salvo che nel periodo della predicazione, quando camminava spesso a piedi scalzi.

1338. Ho saputo che qualche dottore ha detto o medi­tato che il nostro Redentore fu denudato del tutto, sia per essere flagellato sia per essere crocifisso, e che egli permi­se tale vergogna a maggior tormento della propria persona. Avendo ricercato la verità in seguito ad un nuovo ordine dell'obbedienza, mi è stato manifestato che la pazienza di Cristo fu pronta a patire tutto senza resistere ad infamia alcuna, ma entro i limiti della decenza. I giudei tentarono di offendere ancor più pesantemente il Signore con la to­tale nudità e si accinsero a privarlo anche del perizoma; non vi riuscirono perché, non appena gli si accostavano, le loro braccia s'intirizzivano e gelavano, come era avvenuto nella casa di Caifa quando avevano preteso di compiere il medesimo gesto. E per quanto i sei carnefici si avvicinas­sero per dare prova della loro forza in questa ingiuria, ac­cadde a tutti la stessa cosa, sebbene poco dopo, per flagel­lare Gesù con più crudeltà, questi ministri del peccato al­zassero un po' detto perizoma - poiché sua Maestà sin qui lo permise - senza toglierlo completamente. Neppure il mi­racolo di vedersi impediti nel commettere simili scellera­tezze mosse o addolcì i cuori di quelle bestie umane, che anzi, con diabolica follia, l'attribuirono all'arte magica che imputavano all'Autore della verità e della vita.

1339. In questa forma, dunque, il divino Maestro restò nudo alla presenza di molta gente e i sei aguzzini lo lega­rono brutalmente ad una colonna di quell'edificio per per­cuoterlo meglio. Quindi cominciarono per ordine, a due a due, a colpirlo così duramente come non sarebbe stato pos­sibile alla natura umana se lo stesso Lucifero non si fosse impossessato del cuore empio di quei suoi servi. I primi due flagellarono l'innocentissimo Signore con alcune cor­dicelle molto ritorte, grosse e rigide, dando prova del loro disprezzo furioso e della loro forza fisica. I primi flagelli formarono in tutto il corpo deificato del nostro Salvatore grandi gonfiori e livide contusioni, che lo sfigurarono, giun­gendo quasi a fargli versare il preziosissimo sangue per le ferite. Quando questi carnefici si stancarono, ne subentra­rono altri due, che a gara, con estremità di cuoio simili a redini durissime, lo colpirono sulle prime percosse, rom­pendo quelle bolle e quei rigonfiamenti fatti dai primi e facendone uscire il sangue divino, che non solo bagnò completamente il nostro Redentore, ma schizzò anche sul­le vesti dei sacrileghi soldati e scorse fino a terra. Dopo ciò si fermarono i secondi aguzzini e seguitarono i terzi, servendosi come nuovi strumenti di certe estremità di ner­vi di animali, duri al pari di arbusti secchi. Costoro fla­gellarono sua Maestà con maggiore brutalità, sia perché non percuotevano più il suo corpo verginale bensì le feri­te stesse procurate dagli altri, sia perché furono ancora oc­cultamente istigati dai demoni, la furia dei quali cresceva a motivo della pazienza di Cristo.

1340. Poiché Gesù era tutto una piaga e le sue vene erano già aperte, gli ultimi carnefici non trovarono alcun membro sano da ferire, ma continuarono a lacerare quel­la carne immacolata, riducendola a brandelli e scopren­do le spalle in molti punti, cosicché le ossa, tinte di san­gue, divennero ben visibili per più di un palmo di mano. Per cancellare completamente la sua bellezza, superiore a quella di tutti i figli degli uomini, lo flagellarono sul viso, sui piedi e sulle mani fin dove poterono scatenare il loro furore contro l'innocentissimo Agnello. E questi colpi furono incomparabilmente dolorosi, essendo tali parti più innervate, sensibili e delicate. Il sangue del Si­gnore scorse a terra, aggrumandosi con abbondanza; quel venerabile volto divenne tumido e piagato; gli occhi fu­rono accecati dal sangue e dai rigonfiamenti che vi si for­marono. Come se non bastasse, lo imbrattarono di sputi e lo coprirono d'insulti. Il numero preciso delle sferzate date al Salvatore fu di cinquemilacentoquindici, dalla pianta dei piedi alla testa. Così l'Autore e padrone di ogni cosa creata, che per natura divina era impassibile, si fe­ce per noi, nella condizione della nostra carne, uomo di dolori, molto esperto nelle sofferenze umane, ultimo di tutti e da tutti deriso.

1341. La folla che seguiva il Nazareno aveva riempito i cortili della casa di Pilato sin nella strada, perché aspetta­va di vedere come sarebbe andata a finire quella vicenda; ciascuno parlava concitatamente, secondo il giudizio che si era formato sull'evento. In mezzo alla confusione, la Ver­gine sopportò offese e tribolazioni incomparabili per gli in­sulti e le bestemmie che giudei e pagani proferivano con­tro il suo Figlio santissimo. E quando lo condussero al luo­go della flagellazione, la prudentissima Signora, accompa­gnata dalle Marie e da san Giovanni, si ritirò in un ango­lo del cortile, dove una visione chiarissima le mostrò i tor­menti sofferti dal nostro Redentore. Benché non guardas­se con gli occhi del corpo, vide tutto meglio che se fosse stata molto vicino e niente le rimase nascosto. Non è uma­namente comprensibile quali e quante pene ella abbia pa­tito in questa circostanza: si conosceranno in Dio, unita­mente ad altri misteri imperscrutabili, quando in lui sa­ranno manifestati a tutti per la gloria del Figlio e della Ma­dre. Ho già detto altrove in questa Storia - e soprattutto narrando la passione del Signore - che Maria santissima avvertì sensibilmente ogni sofferenza provata da Gesù. Lo stesso accadde anche durante la flagellazione: i colpi dati a Cristo nostro bene si ripercuotevano nelle medesime par­ti del corpo della gran Regina. E per quanto ella non ver­sasse altro sangue all'infuori di quello effuso insieme alle lacrime, né si trasferissero a lei le piaghe del Figlio, lo stra­zio la trasformò e sfigurò a tal punto che san Giovanni e le Marie non la riconoscevano più. Oltre ai dolori fisici, furono indescrivibili quelli della sua anima purissima, per­ché in essa, crescendo la conoscenza, aumentò l'afflizione. Ella sola fra tutte le creature poté e seppe unire all'amore naturale di madre e alla suprema carità verso Cristo la ca­pacità di comprendere l'innocenza di lui, la dignità della sua divina persona e il peso delle ingiurie inflittegli dalla perfidia giudaica e dagli altri figli di Adamo, che egli ri­scattava dalla morte eterna.

1342. Dopo la flagellazione gli stessi carnefici, con au­dacia imperiosa, sciolsero il nostro Salvatore dalla colon­na e, bestemmiando nuovamente, gli comandarono di ri­vestirsi subito della tunica che gli avevano tolto. Uno di quei soldati, incitato dal demonio, aveva nascosto la veste del mansuetissimo Maestro, affinché non la trovasse e, per sua maggiore derisione, rimanesse nudo. La Madre del Si­gnore conobbe questo intento malvagio e, usando della sua potestà di regina, ordinò a Lucifero e a tutti i suoi diavo­li di andarsene da quel luogo; ed essi si allontanarono al­l'istante, costretti dalla forza e dal potere di sua Altezza. Allora ella diede ordine ai santi angeli di riporre l'abito del suo Figlio santissimo in un posto da cui egli potesse ri­prenderlo per ricoprire il suo sacro corpo piagato. Gli spi­riti celesti obbedirono prontamente. I sacrileghi soldati non compresero che era stato operato un miracolo, ma attri­buirono il fatto ad arte magica. Il nostro Redentore si ri­vestì, dopo aver sopportato sulle piaghe il nuovo dolore causatogli dal rigore della notte, poiché - come riferisce il Vangelo - faceva freddo. Sua Maestà, infatti, era stato nu­do a lungo, per cui il sangue delle ferite si era congelato e comprimeva le piaghe, divenute più gonfie e dolorose. La temperatura rigida lo aveva debilitato al punto che gli venivano meno le forze per sopportare quei tormenti, per quanto l'incendio della sua infinita carità lo spingesse a patire e a desiderare sempre più e più pene. Nonostante che nelle creature ragionevoli la pietà sia naturale, non vi fu chi si accorgesse della sua sofferenza e del suo stato di bisogno ad eccezione della Madre addolorata, la quale pian­geva per il genere umano e, compatendolo, si affliggeva.

1343. Tra i misteri di Cristo nascosti all'umana sapien­za, suscita grande meraviglia che lo sdegno dei giudei, uo­mini di carne e sangue come noi, non si placasse al vede­re Gesù così piagato e ferito da cinquemilacentoquindici colpi; stupisce che un oggetto tanto misero non muovesse in quei perfidi un'istintiva compassione, ma che anzi la lo­ro invidia escogitasse ingiurie e tormenti nuovi contro chi era già provato a tal segno. Il loro furore era talmente im­placabile che senza porre tempo in mezzo essi tentarono un altro inaudito genere di angherie: andarono da Pilato e, alla presenza di quelli del suo consiglio, gli dissero: «Que­sto sobillatore ed ingannatore del popolo, Gesù Nazareno, con le sue furberie e vanità ha cercato di far sì che tutti lo considerino il re dei giudei. Affinché la sua superbia sia umiliata e la sua presunzione svanisca completamente, de­sideriamo che tu ci consenta di mettergli le insegne regali che la sua fantasia si è meritata». Il governatore acconsentì all'ingiusta richiesta, dando loro licenza di eseguirla.

1344. Condussero subito il Salvatore al pretorio, dove lo spogliarono nuovamente con la stessa crudeltà ed in­solenza di prima e gli misero addosso, come veste da fin­to re, una porpora lacera e sporca perché fosse deriso da tutti. Posero inoltre sulla sua sacra testa un cerchio di giunchi spinosi ben intrecciati, con punte assai acumina­te e robuste, e gli premettero questa specie di corona in modo tale che molte spine penetrarono sia fino al cranio, sia fino agli orecchi e agli occhi. Così il tormento che sua Maestà patì con la corona di spine fu uno dei più atroci. Come scettro regale gli misero nella destra una spregevo­le canna; oltre a tutto ciò gli gettarono sulle spalle un mantello di color viola cupo, simile alle cappe degli ecclesiastici, indumento che faceva parte dell'ornamento pro­prio dei re. In questa maniera, i giudei rivestirono da re da burla colui che per natura e per titoli era vero Re dei re e Signore dei signori. I soldati si riunirono alla pre­senza dei sommi sacerdoti e dei farisei e, posto al centro il nostro Redentore, con scherno feroce lo coprirono d'in­giurie. Alcuni gli s'inginocchiavano davanti e gli dicevano per sbeffeggiarlo: «Salve, o re dei giudei!»; altri gli dava­no schiaffi, altri con la canna che teneva in mano lo per­cuotevano sul capo ferendolo; altri gli sputavano e tutti lo vituperavano in diversi modi suggeriti loro dalla furia del demonio.

1345. Oh, carità incomprensibile e senza misura! Oh, pazienza mai vista né immaginata tra i figli di Adamo! Chi mai, o mio Signore, poté costringere la vostra grandezza ad umiliarsi - essendo voi Dio vero e onnipotente nell'es­sere e nelle opere - al punto di soffrire tanti inauditi tor­menti ed oltraggi? Ma chi abbandonò la sua condotta mal­vagia affinché voi non foste obbligato a fare e patire nien­te per l'umanità, o bene infinito? Chi mai avrebbe credu­to o pensato una cosa simile se voi non ci aveste mostra­to la vostra sconfinata bontà? Dov'è il nostro senno, ora che con la fermezza della fede contempliamo i meravigliosi doni del vostro amore? Che cosa produce il lume della ve­rità che conosciamo e confessiamo? Quale incantesimo è questo che subiamo? Perché alla vista del vostro dolore, dei flagelli, degli insulti e delle ignominie andiamo in cer­ca dei piaceri, del riposo, dei privilegi e delle vanità del mondo senza vergogna né timore? Veramente grande è il numero degli stolti, poiché la peggiore empietà è ricono­scere il debito e non pagarlo, ricevere il beneficio e non gradirlo, aver sotto gli occhi il massimo bene e disprez­zarlo, allontanarlo da noi e non approfittarne, lasciare la vita, fuggirla e seguire la morte eterna. Fra tali e tante of­fese l'innocentissimo Agnello non aprì bocca e non valse­ro a mitigare il furioso sdegno dei giudei né la derisione con cui lo disprezzarono, né i tormenti che gli inflissero.

1346. A Pilato parve che l'ingrato popolo si sarebbe commosso vedendo il Nazareno ridotto in quello stato; per questo lo mostrò a tutti da una finestra del pretorio, in modo che guardassero com'era: flagellato, sfigurato e co­ronato di spine con le vesti ignominiose da finto re. Lo stesso Pilato disse: «Ecce homo. Ecco qui l'uomo che con­siderate vostro nemico. Che altro posso fargli, dopo aver­lo castigato con tanto rigore? Ormai non avete più ragio­ne di temerlo. Io non trovo in lui nessuna colpa che me­riti la morte». Quello che il governatore affermava corri­spondeva alla realtà, ma così facendo egli condannava il suo stesso sopruso: aveva fatto tormentare un uomo che riconosceva e dichiarava giusto e che sapeva non essere degno di morte, e lo aveva permesso in maniera tale che i supplizi lo avrebbero potuto privare non solo di una, ma di più vite. Oh, cecità dell'amor proprio e malvagità di compiacere a forza di condiscendenze coloro che danno e tolgono le dignità! Come oscurano la ragione questi sen­timenti perversi, facendo pendere la bilancia della giusti­zia, adulterandola nella più grande delle verità e nella con­danna del Giusto dei giusti! Tremate, o giudici della ter­ra, e badate che la stadera dei vostri giudizi e dettami non sia fraudolenta, perché in una sentenza ingiusta i giu­dicati e i condannati siete voi. E siccome i sommi sacer­doti e i farisei desideravano pervicacemente eliminare Cri­sto nostro salvatore, niente che fosse meno della morte li poteva contentare; quindi, risposero a Pilato: «Crocifiggi­lo, crocifiggilo!».

1347. La benedetta tra le donne, Maria santissima, vi­de Gesù quando il governatore lo presentò al popolo di­cendo "Ecce homo", e inginocchiatasi lo adorò e lo con­fessò come vero Dio-uomo. Lo stesso fecero san Giovanni, le Marie e gli angeli che assistevano la gran Signora, per­ché, come madre del nostro Salvatore e come regina di tut­ti, ella comandò loro di fare così. Essi inoltre sapevano che ciò corrispondeva alla volontà di Dio. La prudentissima co­lomba disse agli spiriti celesti, all'eterno Padre e molto più al suo amantissimo Figlio intense parole di dolore, di com­passione e di profonda venerazione, quali poterono essere concepite solo nel suo cuore ardente e casto. Con la sua altissima sapienza considerò inoltre che, in quella circo­stanza in cui sua Maestà era così insultato, disprezzato e schernito dai giudei, era assolutamente necessario conser­vare il credito della sua innocenza. Dietro questa saggia determinazione, la gran Regina rinnovò le preghiere fatte in precedenza per Pilato, affinché costui, in quanto chia­mato a giudicare, continuasse a dichiarare che il nostro Redentore non era né degno di morte né malfattore come i giudei pretendevano, e affinché il mondo comprendesse la verità.

1348. In virtù della preghiera della beatissima Vergine, l'ingiusto giudice sentì grande pietà nel vedere il Signore così maltrattato con flagelli e insulti, e gli dispiacque che lo avessero straziato con tanta ferocia. Benché tutti questi moti fossero alquanto favoriti dalla sua natura dolce e com­passionevole, era soprattutto la luce che riceveva per in­tercessione della Madre della grazia ad operare in lui, ispi­randogli di trattenersi con i giudei a questionare circa la libertà da concedere a Gesù nostro salvatore, come riferi­sce l'evangelista san Giovanni dopo la coronazione di spi­ne. Poiché essi gli chiedevano di crocifiggerlo, Pilato ri­spose: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio» All'udir ciò, il governatore ebbe ancor più paura e, secondo il concetto di divinità che aveva, pensò che il Nazareno potesse davvero essere Figlio di Dio. Rien­trato nel pretorio, in disparte si rivolse al Signore e gli do­mandò di dove fosse; ma non ottenne risposta, perché non era in grado di comprenderla e neppure la meritava. Tut­tavia egli tornò ad insistere con il Re del cielo: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il po­tere di metterti in croce?». Con queste parole Pilato in­tendeva obbligare Gesù a discolparsi e a dirgli qualcosa su ciò che desiderava sapere. Era convinto che un uomo tan­to afflitto e tormentato avrebbe accettato qualunque favo­re offertogli dal giudice.

1349. Il Maestro della verità invece parlò senza difen­dersi e con maggiore sublimità di quella che Pilato cerca­va: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande». Anche solo una simile affermazione avrebbe dovuto persuadere il giudice a non condannare Cristo, facendogli capire che su quell'uomo non avevano potere né lui né Cesare, che un ordine più al­to ne aveva permesso, contro la ragione e la giustizia, la consegna alla sua giurisdizione, che perciò Giuda e i capi del popolo, non liberandolo, avevano peccato più gravemente di lui, pur essendo anch'egli reo della medesima col­pa, benché in misura minore rispetto agli altri. Pilato non giunse a conoscere questa misteriosa verità e s'intimorì molto per le parole del Signore, adoperandosi maggior­mente per rilasciarlo. Poiché compresero il suo intento, i sommi sacerdoti lo minacciarono insinuando che, se non avesse privato della vita chi si faceva re o lo avesse addi­rittura liberato, sarebbe incorso nell'inimicizia dell'impe­ratore. Gli dissero infatti: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare». Dissero questo perché gli imperatori romani non consen­tivano a nessuno in tutto l'impero di ardire d'impadronir­si del titolo regale senza la loro volontà e, se Pilato aves­se accondisceso a ciò, non avrebbe osservato i decreti di Cesare. All'insidiosa minaccia dei giudei, Pilato si turbò molto e all'ora sesta tornò ad insistere un'altra volta di­cendo loro: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vo­stro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare».

1350. Il governatore si lasciò vincere dall'ostinazione e dalla malvagità dei giudei e, sedutosi in tribunale - detto in greco Litòstroto e in ebraico Gabbatà -, nel giorno del­la Parasceve pronunciò la sentenza di morte contro l'Au­tore della vita. I capi del popolo se ne andarono piena­mente soddisfatti e con grande gioia, divulgando quel ver­detto nel quale, senza che essi lo sapessero, è racchiusa la nostra salvezza. La Madre addolorata, stando fuori, co­nobbe tutto contemplandolo in visione. E quando i som­mi sacerdoti e i farisei uscirono rendendo pubblica la no­tizia della condanna alla crocifissione, si rinnovò lo strazio del suo castissimo cuore, che fu trafitto, penetrato e trapassato crudelmente dalla spada dell'amarezza. Poiché la pena di Maria santissima in tale circostanza superò ogni umano pensiero, non posso parlarne, ma devo rimetterne la considerazione alla pietà cristiana. Tantomeno è possi­bile riferire i suoi atti interiori di adorazione, culto, rive­renza, amore, compassione, dolore.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1351. Figlia mia, sei piena di meraviglia nel considera­re la durezza di cuore dei giudei e la condiscendenza di Pi­lato, il quale di fronte all'innocenza di mio Figlio riconob­be la loro cattiveria, ma se ne lasciò vincere. Io ti voglio trarre fuori da questo stupore con l'insegnamento e gli am­monimenti che ti occorrono, affinché tu sia vigilante nel cammino della vita. Sai già che le antiche profezie dei mi­steri della redenzione e tutte le sacre Scritture sono infal­libili, poiché passeranno il cielo e la terra prima che cessi­no di compiersi secondo quanto ha stabilito la mente di­vina. Ora, perché si realizzasse la vergognosissima morte profetizzata per il mio Gesù, era necessario che al mon­do vi fossero uomini che lo perseguitassero, ma che questi fossero i giudei e i loro capi, e che Pilato fosse l'ingiusto giudice che lo condannò, fu loro sfortuna e somma infeli­cità e non scelta dell'Altissimo, che avrebbe voluto tutti sal­vi. Essi furono condotti a tanta rovina dalle proprie colpe e dalla somma malvagità con cui opposero resistenza alla grazia rifiutando benefici incommensurabili, come quello di avere con sé il loro Salvatore e maestro, di avere a che fare con lui, di conoscerlo, di udirne la predicazione e l'insegnamento, di assistere ai suoi miracoli e di ricevere tan­ti favori che nessuno degli antichi padri aveva potuto otte­nere, per quanto li avesse bramati. Così fu giustificata la causa del Signore e fu noto a tutti che, per quanto egli aves­se coltivato con le proprie mani la sua vigna e l'avesse col­mata di beni, essa gli diede in cambio spine e tribolazioni, tolse la vita al padrone che l'aveva piantata e non volle ri­conoscerlo, come doveva e poteva meglio degli stranieri.

1352. Quanto successe a Cristo capo avverrà sino alla fine del mondo alle membra del suo corpo mistico che so­no i giusti, perché sarebbe scandaloso che le membra non corrispondessero al capo, i figli al padre e i discepoli al maestro. E anche se gli scandali sono inevitabili perché nel mondo sempre vivranno insieme i perseguitati e i per­secutori, chi dia la morte e chi la subisca, chi mortifichi e chi sia umiliato, nondimeno le diverse sorti sono frutto della malizia o della bontà degli uomini. Sciagurato colui che, per sua colpa e cattiva volontà, provoca lo scandalo e si rende così strumento del demonio. I primi ad acca­nirsi contro la nuova Chiesa furono i sommi sacerdoti, i farisei e Pilato, i quali ne perseguitarono il capo e, nel cor­so dei secoli, sono imitati da quelli che ne fanno soffrire il mistico corpo.

1353. Adesso dunque carissima, alla presenza del Signore e mia, considera quale sorte tu voglia scegliere. Il tuo Re­dentore e sposo fu tormentato, coronato di spine e oltrag­giato: se brami appartenere al suo corpo mistico non è cer­to conveniente né possibile che tu viva nei piaceri secondo la carne. Tu devi essere quella che è perseguitata e non per­seguita, che è oppressa e non opprime, che patisce senza far patire il suo prossimo, che porta la croce e sopporta lo scandalo e non lo causa; anzi, nella misura in cui ti sarà possibile, devi procurare agli altri il rimedio e la salvezza, ricercando la perfezione del tuo stato e della tua vocazio­ne. Questa è la parte di eredità degli amici di Dio e dei suoi figli nella vita mortale; in essa si trova la partecipazione al­la grazia e alla gloria, che mio Figlio acquistò per il gene­re umano con i tormenti, le ingiurie e la morte di croce. Anch'io, poi, cooperai all'opera della salvezza, costatami i dolori e le afflizioni che hai inteso: fa' in modo di non can­cellare mai dal tuo cuore le loro immagini e la loro me­moria. L'Onnipotente avrebbe potuto far grandi nel tempo i suoi eletti, dare loro ricchezze, doni e fama, renderli for­ti come leoni e capaci di sottomettere ogni cosa al loro po­tere invincibile. Ma non conveniva condurli per una simile via perché gli uomini non s'ingannassero, pensando che la felicità consistesse nella grandezza di ciò che è visibile e terreno; in tal caso, infatti, avrebbero abbandonato le virtù ed oscurato la gloria del Signore, non avrebbero sperimen­tato l'efficacia della grazia divina, né aspirato a ciò che è spirituale ed eterno. Voglio che t'impegni continuamente e tragga profitto da questa scienza ogni giorno, mettendo in pratica tutto quello che vi scopri e conosci.

 

CAPITOLO 21

 

Pilato pronunzia la sentenza di morte contro l'Autore della vi­ta; sua Maestà porta la croce sul colle dove deve morire ed è seguito da Maria santissima. Si narrano, inoltre, le azioni del­la Madre contro il demonio in tale circostanza ed altri eventi.

 

1354. Pilato sancì il decreto di morte sulla croce con­tro colui che è la vita stessa, il nostro Salvatore, per sod­disfare ed appagare i farisei e gli scribi. Dopo che fu notificata la sentenza, l'innocentissimo reo fu guidato in un altro luogo della casa del giudice, dove gli fu tolto l'igno­minioso mantello di porpora che gli avevano fatto indos­sare per burlarsi di lui come finto re. Da parte di Gesù questo atto fu colmo di mistero, ma da parte dei giudei si trattò di un'azione deliberatamente malvagia. Costoro lo fe­cero condurre al supplizio con le sue vesti, affinché tutti potessero riconoscerlo; infatti, a causa dei flagelli, degli spu­ti e della corona di spine, il suo volto appariva tanto sfi­gurato che il popolo avrebbe potuto individuarlo solo dal­l'abito. Gli rimisero la tunica inconsutile che gli angeli, su ordine della Regina, avevano posto sotto i loro occhi pren­dendola di nascosto dall'angolo di una stanza dove gli sbir­ri l'avevano gettata quando lo avevano spogliato per rive­stirlo del mantello di porpora, segno di derisione e di scan­dalo. Essi, però, non compresero ciò che stava accadendo e tanto meno vi prestarono attenzione, essendo così preoc­cupati e solleciti di accelerare l'uccisione del Redentore.

1355. La notizia della condanna fece subito il giro del­la città e tutti si riversarono precipitosamente nel palazzo di Pilato per osservare il Nazareno mentre veniva portato al martirio. Gerusalemme era strapiena di gente perché, ol­tre ai suoi numerosissimi abitanti, molti vi erano giunti per celebrare la Pasqua. Tutti accorsero per la novità e le vie furono riempite. Era venerdì, il giorno della Parasceve, che in greco significa preparazione o disposizione, perché pro­prio in quel giorno gli ebrei si preparavano e si dispone­vano per il sabato seguente, ritenuto da loro una grande solennità. In tale giorno non eseguivano alcun lavoro e nep­pure cucinavano il cibo, ma facevano ogni cosa il venerdì. Il mansuetissimo Agnello fu fatto uscire, vestito dei propri indumenti: il suo viso era talmente ferito che nessuno avrebbe mai potuto scorgere in lui lo stesso Cristo che avevano veduto prima. Come dice Isaia, apparve disprezzato e reiet­to, percosso da Dio e umiliato, perché il sangue seccatosi e i rigonfiamenti lo avevano reso tutto una piaga. Alcune volte gli spiriti superni, per comando della Vergine afflitta, lo avevano ripulito dagli sputi nauseanti, ma quei malvagi ricominciarono subito a sputargli addosso e lo fecero sen­za misura, tanto che egli fu totalmente ricoperto dalle schifose immondezze. Di fronte a uno spettacolo così in­fausto, si sollevò tra la folla un clamore e un chiasso tan­to confuso che non si intendeva più nulla e si udiva sola­mente lo strepito e l'eco delle voci. Tra tutte risuonavano quelle dei sommi sacerdoti e dei farisei, che con gioia smo­data e piena di scherno si rivolgevano alla moltitudine af­finché si acquietasse, sgombrasse la strada e potesse ascol­tare la sentenza. Tutto il resto del popolo era disorientato e diviso da giudizi diversi; differenti, infatti, erano i senti­menti di ciascuno come pure differenti erano le provenienze degli astanti. Molti di loro erano stati beneficati dalla bontà del Signore e dai suoi miracoli; altri avevano appreso e ac­colto il suo insegnamento ed erano suoi amici e conoscen­ti. Alcuni piangevano amaramente, altri si domandavano quali delitti avesse commesso quell'uomo da meritare un tale castigo, ed altri ancora rimanevano turbati e ammuto­liti. Tutto era scompiglio e tumulto.

1356. Degli Undici solo Giovanni era presente. Egli sta­va accanto alla Madre dolente ed era possibile scorgere en­trambi benché fossero alquanto separati dalla calca. Quan­do l'Apostolo vide il Maestro - dal quale sapeva di essere molto amato - trascinato così davanti alla gente e segna­to dalla sofferenza, venne meno e perse i sensi come mor­to. Anche le tre Marie caddero a terra tramortite da un freddo deliquio. Solo la Regina rimase invitta. Il suo cuo­re generoso, nonostante il profondo dolore umanamente impossibile da comprendere e da immaginare, non si ab­batté, né si scoraggiò, né provò la debolezza dello sveni­mento come successe agli altri. Si mostrò in tutto pru­dentissima, forte e degna di stima, si comportò esterior­mente con accortezza e, senza singhiozzi né grida, confortò le altre donne e il discepolo prediletto; chiese all'Altissimo che infondesse in essi il coraggio e li consolasse con la sua presenza affinché ella potesse trovare in loro una compa­gnia fino alla fine della passione. Grazie a questa implo­razione Giovanni e le altre Marie ebbero sostegno, si ri­presero dallo svenimento e poterono parlare di nuovo con lei. Fra tanta confusione e toccata dalla più amara delle afflizioni, la Signora non fece alcun gesto né movimento, mentre, con la dignitosa compostezza di una sovrana, la­sciava scendere dagli occhi incessanti e copiose lacrime. Guardava l'Unigenito, supplicava l'eterno Padre e gli offri­va il martirio del Salvatore, unendosi a tutte le sue azio­ni. Ella conosceva la malizia del peccato, penetrava i mi­steri della redenzione umana, invitava gli angeli a riflet­tervi e pregava per gli amici e i nemici. Dando il giusto posto all'amore di madre e alla pena che ne corrisponde­va, si prodigava nelle opere di virtù, richiamando in tal modo l'ammirazione del cielo e il sommo compiacimento della Divinità. Non è possibile riferire con i miei termini le espressioni che ella sapientemente andava formando nel suo intimo e sussurrando sulle labbra, e quindi ne lascio la considerazione alla pietà cristiana.

1357. I sommi sacerdoti e i soldati cercavano di cal­mare e di far tacere il popolo, perché si potesse udire la sentenza contro il Messia; infatti, dopo avergliela notifi­cata personalmente, volevano proclamarla dinanzi a lui. La folla fece dunque silenzio e, mentre egli stava in pie­di come un criminale, cominciarono a leggerla ad alta voce, cosicché tutti ne potessero ascoltare il contenuto. Fe­cero lo stesso per diverse volte sulle strade e da ultimo ai piedi della croce. Questa condanna è stata stampata e dif­fusa in volgare ed io l'ho vista; secondo la cognizione che mi è stata data, nella sostanza è vera, salvo alcune paro­le che le sono state aggiunte. Io la ripeterò qui senza que­ste ultime, ma esattamente con quelle che mi sono state dette, senza aggiungervi o togliere nulla. Esse suonano co­me segue:

1358. «Io, Ponzio Pilato, governatore della Galilea In­feriore, reggente dell'impero romano in Gerusalemme, nel palazzo del pretorio, giudico e pronunzio la condanna a morte di Gesù, chiamato Nazareno, originario della Gali­lea, uomo sedizioso, sovvertitore della legge, del nostro se­nato e del grande imperatore Tiberio Cesare. Con la pre­sente sentenza stabilisco che perisca sulla croce, come si usa per i colpevoli, perché egli ogni giorno ha riunito e chiamato a raccolta numerose persone, ricche e povere, e non ha cessato di provocare tumulti per tutta la Giudea, proclamandosi Figlio di Dio e re d'Israele. Inoltre ha mi­nacciato la rovina di questa insigne città, del suo tempio e del sacro impero, negando il tributo a Cesare. Ha avuto per­sino l'ardire di entrare con rami di palma in Gerusalemme e nel tempio di Salomone, accompagnato da una folla nu­merosa. Ordino al primo centurione Quinto Cornelio di con­durlo per le vie a sua vergogna, legato com'è e flagellato per mio comando. E affinché chiunque possa riconoscerlo, gli siano lasciate le sue vesti e gli sia messo sulle spalle il duro legno sul quale sarà inchiodato. Vada per tutte le stra­de pubbliche, in mezzo ai due ladroni che sono stati si­milmente condannati per furti e omicidi, perché ciò serva da esempio intimidatorio, per tutto il popolo e per i mal­fattori. Inoltre esigo che questo farabutto venga spinto fuo­ri dalle mura per la porta Pagora, adesso detta Antoniana. Sia preceduto da un banditore che dichiari ad alta voce le colpe enunciate in questo mio decreto e poi sia condotto al monte chiamato Calvario, dove si usa dare il supplizio e giustiziare gli empi. Qui sia inchiodato sulla stessa croce che avrà dovuto portare ed il suo corpo rimanga appeso fra i due suddetti ladroni. Sopra di essa, precisamente sulla parte più alta, sia posta l'iscrizione con il suo nome nelle tre lingue oggi più frequentemente usate, ossia l'ebraico, il greco e il latino: "Questi è Gesù Nazareno, Re dei Giudei", perché tutti capiscano ed egli sia da tutti conosciuto. Si­milmente ingiungo, sotto la pena della perdita dei beni, del­la vita e di essere considerato un ribelle contro l'impero, che nessuno, a qualunque stato o condizione appartenga, ardisca temerariamente impedire o ostacolare la sentenza di giustizia da me pronunziata, amministrata e da eseguir­si rigorosamente secondo i decreti e le leggi dei romani e degli ebrei. Nell'anno della creazione del mondo cinquemi­laduecentotrentatré, il venticinque marzo. Ponzio Pilato, giudice e governatore della Galilea Inferiore, in nome del­l'impero romano, come sopra di propria mano».

1359. Secondo tale computo, la creazione del mondo avvenne in marzo e dal giorno in cui fu plasmato Adamo sino all'incarnazione del Verbo trascorsero cinquemilacen­tonovantanove anni. Se si aggiungono i nove mesi duran­te i quali egli dimorò nel seno verginale della sua santis­sima Madre e i trentatré anni in cui visse sulla terra, se ne hanno cinquemiladuecentotrentatré e, conformemente al computo romano degli anni fino al venticinque marzo, i tre mesi avanzano. Secondo il calcolo della Chiesa al pri­mo anno del mondo non toccano più di nove mesi e set­te giorni, poiché il secondo anno comincia dal primo di gennaio. Per quanto concerne le diverse opinioni dei dot­tori, mi è stato comunicato che è vera e giusta quella del­la Chiesa nel martirologio romano.

1360. Dopo che la sentenza di Ponzio Pilato fu pro­nunciata ad alta voce alla presenza di tutti, i soldati misero sulle spalle delicate e piagate di sua Maestà la pesante croce. Gli sciolsero le mani, perché fosse in grado di te­nerla, ma non gli slegarono il corpo, per poterlo trascina­re con le corde a loro piacimento. E per maggiore crudeltà le girarono due volte intorno al collo. Il duro legno era lungo quindici piedi, costruito grossolanamente e molto pe­sante. Il banditore diede inizio alla lettura della condanna e la confusa e turbolenta moltitudine di gente, insieme ai ministri della giustizia e alle guardie, cominciò a muover­si, in una scomposta processione, tra grandi strepiti e cla­mori e si incamminò per le vie della città dal palazzo di Pilato verso il monte Calvario. Quando il Redentore prese su di sé la croce, la guardò con un'espressione piena di giubilo e di inusitata allegrezza, come suole fare lo sposo nel vedere i preziosi monili della sua sposa; parlò con es­sa, nel suo cuore, e l'accolse con queste parole:

1361. «O croce, bramata dall'anima mia! Finalmente appaghi le mie aspirazioni! Tu mi sei così cara! Vieni a me, o mia diletta, stringimi fra le tue braccia e su di esse, co­me su un sacro altare, mio Padre riceva il sacrificio dell'e­terna riconciliazione con il genere umano. Per morire so­pra di te sono disceso dal cielo e ho assunto carne morta­le e passibile. Tu devi essere lo scettro con il quale trion­ferò su tutti i miei avversari, la chiave con cui aprirò le por­te del paradiso ai miei eletti, il luogo santo dove trovino mi­sericordia i colpevoli discendenti di Adamo e anche il luo­go dei tesori, da cui essi possano attingere per arricchire la loro povertà. Mi voglio servire di te per dare valore e con­siderazione agli oltraggi e agli obbrobri degli uomini, tan­to da far sì che i miei amici li abbraccino con gioia e li cer­chino con desiderio ardente, per potermi seguire sul cam­mino che io spianerò loro attraverso di te. Dio immenso, vi glorifico come sovrano dell'universo e in obbedienza al vo­stro divino beneplacito prendo su di me il legno dell'im­molazione della mia umanità innocentissima e volontariamente accetto di portarlo per la salvezza dei viventi. Acco­glietemi come oblazione gradita alla vostra equità, affinché essi d'ora innanzi non siano più servi, ma figli ed eredi: vo­stri eredi e coeredi con me del vostro regno».

1362. La Principessa contemplava questi arcani e guar­dava gli avvenimenti senza che alcuno le rimanesse na­scosto: di tutti aveva un'altissima conoscenza ed una profonda comprensione, superiore perfino a quella dei mi­nistri celesti. Gli eventi che non riusciva a vedere con gli occhi del corpo, li percepiva con l'intelligenza della rivela­zione: quest'ultima glieli manifestava mediante le azioni in­teriori del suo Unigenito. In questa luce divina penetrò lo straordinario valore dato al santo legno nel momento in cui venne a contatto con il nostro Maestro. Senza indugio, la prudentissima Vergine lo adorò e venerò con il culto do­vuto e lo stesso fecero anche tutti gli spiriti superni che erano al loro servizio. Accompagnò il Signore nelle effu­sioni di tenerezza con le quali egli accolse la croce e si ri­volse ad essa con espressioni che le si addicevano come corredentrice. Pregò anche l'Onnipotente, imitando in tut­to come viva immagine, senza allontanarsene per nulla, il suo modello originale. Quando la voce del banditore ri­suonò per le strade proclamando il giudizio, ella nell'udir­lo compose un cantico di lode. Inneggiò all'innocenza im­macolata di Gesù contrapponendo la benedizione ai delit­ti citati nella sentenza, quasi volesse commentarne le pa­role in suo onore e a sua gloria. Nel comporre tale inno fu aiutata dai custodi che lo ripetevano alternatamente con lei, mentre gli abitanti di Gerusalemme bestemmiavano il loro Creatore.

1363. Poiché in questa via di dolore tutta la fede, la scienza e la carità erano serbate nel cuore grande di Maria, ella solamente fu in grado di intendere in modo per­fetto ed avere una cognizione appropriata di ciò che si­gnificassero la passione e la morte di Dio per il genere umano. E senza perdere l'attenzione a quello che esterior­mente era necessario fare, considerò nella sua saggezza i misteri della redenzione. Soppesò anche con la massima ponderazione chi fosse colui che stava patendo, ad opera di chi e per chi patisse; infatti ella fu l'unica, dopo l'Altis­simo, a ricevere la più sublime cognizione della dignità del­la persona di Cristo, della sua natura divina e umana, del­le perfezioni e degli attributi relativi ad essa. La candida colomba non fu solamente testimone oculare di quanto egli provò, ma ne fece anche esperienza. Divenne così motivo di sante emulazioni non solo per gli uomini, ma anche per gli stessi angeli che non ottennero tale pienezza di grazia. Essi vennero a sapere come la Regina sentisse e portasse in sé i dolori di suo Figlio, e l'inesplicabile compiacimen­to che ne aveva la santissima Trinità. Compensava così la pena che non poteva sperimentare con l'onore e le lodi che andava tributando. Alcune volte capitava che la Madre par­tecipasse nel suo spirito e nel suo corpo castissimo ai pa­timenti corrispondenti a quelli inflitti a lui, prima ancora che le venissero manifestati tramite l'intelletto. E come col­ta dallo spavento, gridava: «Ahimè, quale agonia fanno su­bire ora al mio dolcissimo diletto!». E subito era rischia­rata su tutto ciò che stavano facendo a sua Maestà. Fu a tal punto eroica e fedele nel sopportare e nell'imitare co­lui che era suo modello e nostro bene, da non concedersi mai alcun sollievo naturale; non solo delle membra, in quanto non riposò, né mangiò, né dormì, ma anche dello spirito, privandosi dei piaceri e delle consolazioni che le avrebbero potuto arrecare conforto, fatta eccezione di quel­le che le furono comunicate attraverso la forza della gra­zia divina. Allora la Signora le accolse con umiltà e rico­noscenza per attingervi nuovo coraggio ed essere concentrata con maggiore fervore sulla tribolazione del suo Uni­genito e sulla ragione dei suoi tormenti. Ella ebbe chiara notizia della malizia dei giudei e dei soldati, dei bisogni, della rovina e dell'ingratissima natura dell'umanità, per la quale egli stava offrendo la propria vita.

1364. La destra dell'Eterno, in questa circostanza, fe­ce per mano di Maria, segretamente, un mirabile prodigio contro Lucifero e i suoi ministri. Costoro seguirono con attenzione tutto quello che stava accadendo nel martirio di Gesù, del quale avevano una conoscenza non chiara per non dire confusa. Allorché egli prese la croce sulle sue spal­le, tutti i suoi nemici rimasero sbigottiti e come paraliz­zati, provando una meraviglia del tutto inusitata e una rin­novata tristezza accompagnata da confusione e rabbia. Af­ferrato da questi nuovi e insuperabili sentimenti di ango­scia e di paura, il principe delle tenebre temette che il suo regno avrebbe potuto essere minacciato da una pesante ed irreparabile distruzione e cadere in rovina; decise dunque di scappare e di rifugiarsi con tutti i suoi seguaci nelle ca­verne infernali, ma, mentre pensava di eseguire tale desi­derio, intervenne la Vergine che glielo impedì. L'Altissimo stesso infatti la illuminò, rivestendola della sua potenza e facendole comprendere ciò che dovesse fare, e così ella si volse contro i diavoli e con il comando di una sovrana li trattenne dalla fuga, ordinando loro di attendere la fine di ogni cosa rimanendo presenti. Essi non si poterono op­porre perché avevano cognizione della forza superna che operava in lei e, sottomessi al suo volere come se fossero stati catturati e legati, accompagnarono il Signore fino al Calvario, dove era stabilito che dal trono della croce avreb­be trionfato contro di loro. Non trovo un esempio adeguato per poter spiegare la mestizia e l'abbattimento che da al­lora in avanti li oppressero. A nostro modo di intendere, essi salirono verso il monte come i condannati condotti al supplizio, debilitati, infiacchiti e rattristati dal timore del giusto castigo. Questa pena del demonio fu conforme alla sua natura malvagia e corrispondente al danno che aveva recato al mondo introducendovi il peccato e la morte, per l'annientamento dei quali Dio stesso si stava immolando.

1365. Il nostro Salvatore proseguì il cammino, por­tando sulle spalle, come dice Isaia, il segno della sovra­unità, da cui avrebbe regnato sulla terra e l'avrebbe assog­gettata, meritando che il suo nome fosse esaltato al di so­pra di ogni altro nome e riscattando tutto il genere uma­no dall'egemonia che satana aveva conquistato su di esso. Lo stesso profeta chiama questo potere giogo, sbarra e ba­stone dell'aguzzino che risolutamente e imperiosamente esigeva il tributo della prima colpa. Per vincere tale tiran­no, distruggere lo scettro del suo dominio e il giogo della nostra schiavitù, sua Maestà prese il duro legno su di sé nello stesso punto in cui si mette il giogo della servitù e lo scettro della potenza regale - come colui che spoglia di questi il drago e lo trasferisce sulla sua schiena - affinché gli schiavi discendenti di Adamo, da questo momento in poi, lo riconoscessero come loro legittimo Signore e vero re e lo seguissero sulla via della croce. Da questa, infatti, avrebbe attirato tutti a sé, e li avrebbe comprati al caro prezzo del suo sangue e della sua vita.

1366. Oh, quanto atroce è la nostra ingratitudine e deplorevole la nostra dimenticanza! Che i giudei e gli au­tori del martirio di Gesù ignorassero il mistero nascosto ai principi del mondo e non osassero toccare la croce perché la giudicavano un'infamante disonore, fu loro colpa e assai grave. Eppure non lo fu come la nostra, poiché que­sto arcano fu a noi prontamente svelato e noi nella fede di questa verità siamo in grado di condannare la cecità di quelli che, perseguitarono il nostro Salvatore. Se conside­riamo dunque rei coloro che ignorarono ciò che avrebbe­ro dovuto sapere, quanto grande sarà il peccato di tutti noi, che, conoscendo e confessando Cristo come nostro re­dentore, tuttavia lo offendiamo, perseguitiamo e uccidia­mo come fecero i giudei? O mio Gesù, mio dolcissimo amore, voi luce del mio intelletto e gloria dell'anima mia, non affidate alla mia indolenza e tiepidezza il volervi se­guire con la mia croce sul cammino della vostra! Fatemi questo favore: attiratemi a voi e correrò dietro alla fra­granza della vostra inesprimibile pazienza, della vostra ineffabile umiltà nell'ora del disprezzo e dell'angoscia. Prenderò parte alle offese, alle umiliazioni, alle sofferen­ze che vi sono state inflitte. Sia questa la mia porzione e la mia parte di eredità, il mio onore e il mio riposo sul­la terra e, ad eccezione della vostra croce e delle onte, non voglio né consolazione, né riposo, né gioia alcuna. Men­tre i giudei e tutto il popolo ormai reso cieco fuggivano per le strade di Gerusalemme onde evitare di toccare il le­gno dell'innocentissimo condannato, egli riusciva ad aprir­si un varco nel vuoto che si era creato intorno a lui per paura del contagio che la sua gloriosa ignominia, secon­do la perfidia dei persecutori, avrebbe seminato. Il resto della via era preso d'assalto dalla folla e in mezzo alla con­fusione di grida e clamori si sentì risuonare la voce del banditore della sentenza.

1367. Le guardie, prive di ogni umana compassione e pietà, trascinavano il Signore con incredibile crudeltà e to­tale mancanza di rispetto: alcuni lo tiravano in avanti con le corde perché accelerasse il passo; altri lo trattenevano dal di dietro per poterlo tormentare. A causa di questa violenza e del grave peso, egli spesso barcollava e più volte ca­deva e, allorché urtava contro le pietre, gli si aprivano nuo­ve ferite, soprattutto sulle ginocchia; ciò gli causanva una piaga ancora più profonda sulle spalle. Quando vacillava, il duro legno urtava contro il suo santissimo capo o vicever­sa il capo contro di esso, e le spine della corona ad ogni colpo si conficcavano affondando sempre più nella carne non ancora ferita. Gli aguzzini accompagnavano queste atro­cità con maledizioni, oltraggi e ingiurie e coprivano il suo volto di polvere, escrementi e sputi a tal punto da acceca­re i suoi occhi colmi di clemenza verso tutti; così essi stes­si sì condannavano perché indegni di uno sguardo tanto be­nevolo. Impazienti e bramosi di assistere alla sua morte, non gli permettevano di prendere respiro; la sua umanità, essendo scesa su di essa in poche ore una pioggia di stra­zi, era spossata e sfigurata e, secondo il parere dei presen­ti, era già sul punto di rendere la vita tra indicibili dolori.

1368. Tra la moltitudine di gente si avviò anche la Ver­gine dolente e afflitta, partendo dalla casa di Pilato, per se­guire il suo Unigenito insieme a Giovanni, a Maria Mad­dalena e alle altre Marie. Siccome il tumulto e la confu­sione impedivano loro di avvicinarsi a lui, la Regina pregò il Padre affinché le concedesse la grazia di stare ai piedi della croce in modo da poterlo vedere fisicamente e, se­condo la volontà divina, ordinò agli angeli di realizzare ta­le disposizione. Essi le obbedirono con enorme rispetto e con prontezza la fecero passare per una scorciatoia, dalla quale andarono incontro al Maestro. Madre e Figlio si guar­darono in volto e per entrambi si rinnovò il dolore di ciò che ciascuno stava soffrendo; tuttavia non proferirono al­cuna parola, perché la rozzezza degli sgherri non lo avreb­be permesso. Ella lo adorò e con la voce interiore lo sup­plicò che, non potendo recargli alcun sollievo come era in­dotta a desiderare per compassione e non permettendo egli stesso agli spiriti celesti di farlo, almeno si degnasse con il suo potere di suscitare nella mente degli aguzzini il pen­siero di mandargli qualcuno che lo aiutasse. Cristo, il no­stro bene, accolse questa richiesta, per la quale obbligaro­no Simone di Cirene a portare la sua croce. I farisei e i soldati si convinsero a fare questo passo, spinti in parte da un certo senso di naturale umanità e in parte dal timore che Gesù spirasse prima di giungere ad essere crocifisso, poiché egli era ormai allo stremo delle forze.

1369. Nessun essere vivente può comprendere l'ango­scia che la Principessa provò durante il percorso verso il monte Calvario avendo sotto lo sguardo quel Figlio che el­la sola sapeva degnamente conoscere ed amare. E sarebbe caduta in deliquio e quindi morta se la potenza divina non l'avesse sostenuta con la sua forza mantenendola in vita. Provata dalla più profonda e amara sofferenza si rivolse interiormente a sua Maestà: «Mio diletto e Dio eterno, lu­ce dei miei occhi, accogliete il sacrificio che faccio di non potervi rendere leggero il peso della croce, di non poterla prendere su di me, che sono una semplice creatura, per morire su di essa per amore vostro come voi volete mori­re per l'ardentissimo amore verso gli uomini, o amantissi­mo mediatore tra la colpa e la giustizia! Come potete eser­citare la misericordia tra tante e così grandi ingiurie ed of­fese? O amore senza fine e senza misura, che permettete tali tormenti e obbrobri per manifestare ancor più aperta­mente l'incendio della vostra carità! O amore infinito e dol­cissimo! Se l'intimo dei discendenti di Adamo e la loro vo­lontà fossero in mio potere, non corrisponderebbero così male alle pene che patite per tutti! Chi potrebbe parlare al loro cuore e intimare loro ciò di cui vi sono debitori, poi­ché tanto caro vi è costato il riscatto della loro schiavitù e il rimedio della loro rovina?». E la gran Signora del mondo proferiva altre prudentissime e sublimi espressioni, che io non sono in grado di fare mie.

1370. Come riferisce l'evangelista san Luca, tra la fol­la seguivano il Nazareno molte donne, che si lamentava­no e piangevano amaramente. Rivolgendosi loro, egli af­fermò: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno gior­ni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non han­no generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». Con queste misteriose parole volle da­re credito alle lacrime che sarebbero state versate per la sua passione e in qualche modo anche la sua approva­zione, mostrandosi così grato per la loro pietà; volle inol­tre indicare alle pie discepole il motivo e il fine che de­vono avere le nostre, affinché siano ben indirizzate. Allo­ra esse ignoravano tutto ciò: piangevano solo sulle ingiu­rie, le umiliazioni e i dolori che il loro Maestro era co­stretto a sopportare e in lessun modo sulle cause per le quali soffriva; perciò meritarono di essere istruite. Fu co­me se egli avesse detto loro: «Piangete sui vostri peccati e quelli dei vostri figli e non sui miei, che non ne ho né posso averne. E anche se il provare compassione di me è cosa buona e giusta, io voglio che gemiate sulle vostre col­pe piuttosto che su quello che io sto subendo per esse: in tal modo passeranno su di voi e sui vostri figli il prezzo del mio sangue e la redenzione che questo cieco popolo ignora; infatti, verranno i giorni del giudizio e del castigo universale in cui saranno considerate fortunate coloro che non avranno generato, mentre i dannati chiederanno ai monti e ai colli di coprirli per non vedere la mia indignazione. Se in me che sono innocente le loro trasgres­sioni hanno prodotto questi effetti, che cosa non produr­ranno in loro allorquando si troveranno così aridi, senza frutti di grazia né meriti?».

1371. Come ricompensa per il loro pianto e la loro compassione, quelle fortunate donne furono rischiarate dal Signore affinché potessero comprendere la sua dot­trina. Intanto si adempì la preghiera che Maria aveva fat­to. I sommi sacerdoti, i farisei e i soldati decisero di chia­mare qualcuno per aiutare Gesù fino al Calvario. In quel momento sopraggiunse Simone il Cireneo, detto così per­ché nativo di Cirene, città della Libia; costui era il padre di Alessandro e Rufo, due discepoli del Signore. I giu­dei lo obbligarono a prendere il suo posto per un tratto di strada. Essi non vollero avvicinarsi alla croce né toc­carla, perché si vergognavano reputandola come stru­mento del castigo di un uomo giustiziato quale insigne malfattore. Si servirono di tali cerimonie e usarono que­sta misura di precauzione contro di essa per indurre la gente a pensarla come loro. Il Cireneo la prese su di sé e andò dietro a sua Maestà costretto a procedere tra i due ladroni affinché tutti lo credessero e ritenessero un delinquente al pari di loro. La Principessa intanto si av­vicinava a Cristo come aveva bramato e chiesto al Padre. Nel suo martirio, sebbene ne condividesse da vicino i pa­timenti con tutti i suoi sensi e ne prendesse parte, ella era a tal punto conforme al beneplacito divino da non ac­cennare mai ad alcun movimento e gesto interiore o este­riore che potesse far pensare al desiderio di ritrattare il suo consenso alla sofferenza del suo figlio e Dio. L'amo­re, la grazia e la santità di questa Regina furono così grandi da superare e vincere la natura.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1372. Carissima, voglio che il risultato dell'obbedien­za per la quale scrivi la mia Storia sia quello di formare una vera discepola del mio Unigenito e mia. A tale scopo sono orientati, innanzitutto, l'illuminazione superna che ricevi riguardo a questi arcani tanto sublimi e degni di ve­nerazione e poi gli insegnamenti che ti impartisco e ripe­to continuamente al fine di distaccare il tuo cuore dal­l'affetto umano delle creature, sia dal nutrirlo tu in prima persona sia dall'accettarlo da alcun altro. Così vincerai gli impedimenti del demonio, molto pericolosi per il tuo ca­rattere incline alla condiscendenza; ed io, che lo conosco, ti guido e ti accompagno nel cammino come la madre e la maestra che educa e corregge. Con la scienza dell'Al­tissimo penetri già i misteri della sua passione e anche l'unica vera via della vita, quella della croce. Non tutti so­no chiamati e scelti per percorrerla: molti sono quelli che vogliono seguire il Salvatore, ma solo pochissimi sono ve­ramente disposti ad imitarlo; infatti quando giungono a sentire il peso della tribolazione, lo respingono e se ne al­lontanano. Il dolore è duro da sopportare per la natura umana, il frutto dello spirito è profondamente nascosto e solo pochi si lasciano guidare dalla luce. Molti fra i mor­tali si dimenticano della verità, ascoltano la voce della car­ne, che viziano ed appagano. Amano ardentemente l'ono­re del mondo e disprezzano gli oltraggi e le ingiurie; avi­di delle ricchezze, aborriscono la povertà; assetati dei pia­ceri, sono terrorizzati dalla mortificazione. Essi sono ne­mici della croce del Messia e con orrore fuggono da es­sa, giudicandola ignominiosa come coloro che lo hanno ucciso.

1373. Molti credono, ingannandosi, di stargli accanto senza soffrire, senza operare o faticare e vivono già contenti e appagati per il fatto di non essere tanto arditi nel com­mettere colpe. Sono persuasi che tutta la perfezione consi­sta nella prudenza o nella tiepida carità, e così non negano niente alla propria volontà e non praticano le virtù che mol­to costano alla carne. Costoro uscirebbero da tale menzo­gna se pensassero che il mio diletto non solo fu redentore ma anche maestro, e lasciò nel mondo non solamente il te­soro dei suoi meriti, come rimedio alla loro dannazione, ma anche la medicina necessaria per la malattia per cui si in­fermò la natura a causa del peccato. Nessuno è più saggio di lui e nessuno poté conoscere l'amore come lui. Con tut­to ciò, benché potesse quanto voleva, non scelse una vita piacevole né facile, ma travagliata e piena di afflizioni. Egli non avrebbe esercitato la sua dottrina esaurientemente ed efficacemente se, nel redimere gli uomini, non li avesse istruiti sul modo di vincere il diavolo, la tentazione e se stes­si. Questo trionfo si ottiene con la croce, la penitenza, la compunzione, il rinnegamento di sé: sono la caratteristica, la testimonianza e il segno dell'amore dei predestinati.

1374. Poiché sai il valore della santa croce e l'onore che per essa ricevettero le umiliazioni e le tribolazioni, ab­bracciala e portala con gioia ricalcando le orme del tuo Maestro. La tua gloria in questo pellegrinaggio non sia al­tro che la persecuzione, il disprezzo, l'infermità, la tribo­lazione, l'umiliazione e quanto vi è di penoso e contrario alla condizione della carne peritura. Poiché mi emuli in tutti gli esercizi compiacendomi, non voglio che ti procu­ri né accetti sollievo o riposo in alcuna cosa terrena. Non devi soppesare lungamente tra te e te le sofferenze che sop­porti e tanto meno manifestarle con la pretesa di trovarne alleviamento. Non devi neppure esagerare e ingrandire le persecuzioni e le molestie che ti causeranno le creature. Mai sfugga dalla tua bocca che è molto quello che subisci, né ti venga in mente di fare un confronto con i patimen­ti altrui. Con questo non intendo dire che sia una colpa ri­cevere qualche sollievo onesto e moderato o lamentarsi con paziente rassegnazione. In te, però, una tale liberazione sa­rebbe un'infedeltà verso il tuo sposo, poiché tu sei a lui obbligata molto più di mille altri. La tua corrispondenza nel penare e nell'amare non potrà essere scusata se non sarà piena di dedizione, delicatezza e lealtà. Talmente conformata a se stesso ti vuole il Signore che neppure un sospiro devi concedere alla tua debolezza senza avere un fine più sublime del semplice riposarti e ristorarti. E se l'ardore ti costringerà, allora lasciati rapire dalla sua for­za soave per riposare amando; ma ben presto l'amore del­la croce saprà congedare tale conforto: tu sai che io face­vo questo con docile rinunzia. Sia per te regola generale che ogni consolazione umana è imperfetta e comporta dei pericoli; devi accogliere solo quella che ti invierà l'Altissi­mo direttamente o attraverso i suoi angeli. Dei doni che ti elargirà la sua destra prendi ciò che ti possa aiutare ad es­sere forte per soffrire di più e per distaccarti dalle cose ef­fimere e piacevoli, che toccano la sensibilità.

 

CAPITOLO 22

 

Si narrano la crocifissione del nostro salvatore Gesù sul mon­te Calvario, le sette parole che pronunciò sulla croce e come Maria santissima lo assistette con immenso dolore.

 

1375. Il nostro Salvatore, vero e nuovo Isacco, Figlio dell'eterno Padre, giunse al monte del sacrificio, lo stesso sul quale, in passato, avrebbe dovuto essere immolato Isac­co, figlio del patriarca Abramo e figura di Cristo. Il du­rissimo comando, che era stato un tempo sospeso su Isac­co, veniva ora eseguito sull'innocentissimo Agnello. Il Cal­vario era un luogo immondo e disprezzato, destinato al ca­stigo dei malfattori, dei condannati, dai cadaveri dei qua­li riceveva cattivo odore e in conseguenza di ciò maggiore ignominia. Il nostro amatissimo Gesù vi arrivò affaticato, trasformato dalle piaghe e dal dolore, insanguinato, ferito e sfigurato. La forza della divinità, che deificava la sua san­tissima umanità per mezzo dell'unione ipostatica, l'assi­stette non tanto per alleviare i suoi tormenti, ma piuttosto per essergli di aiuto e conforto durante gli stessi, cosicché il suo infinito amore fosse completamente appagato e la sua vita conservata fino a che non fosse giunto il momento di consegnarla liberamente alla morte sulla croce. Rag­giunse la sommità del Calvario anche l'afflitta Madre, con il cuore colmo di amarezza. Era fisicamente molto vicina al suo diletto, ma spiritualmente fuori di sé per il dolore: tutta si trasformava in lui e nella sofferenza che egli sta­va vivendo. Accanto a lei stavano Giovanni e le tre Marie; ella, infatti, aveva domandato e ottenuto dall'Altissimo il favore di ritrovarsi presente e vicina al Signore ai piedi della croce con questa sola e santa compagnia.

1376. Quando la prudentissima Vergine si rese conto che si stavano compiendo i misteri della redenzione e vide che i soldati cominciavano a spogliare Gesù per crocifiggerlo, rivolse il suo spirito all'Onnipotente con questa preghiera: «Mio Signore e mio Dio, siete il Padre del vostro Unigeni­to, che per l'eterna generazione nacque Dio vero dal Dio vero che siete voi e per l'umana generazione nacque dalle mie viscere, dove assunse la natura di uomo sottoposta alla sofferenza. Con le mie mammelle lo allattai e nutrii, e come il miglior figlio che poté giammai nascere da altra creatura lo amo. Come vera madre ho un diritto naturale su di lui e sulla sua umanità santissima, e so che mai la vostra provvidenza negherebbe un tale diritto a chi lo pos­siede. Adesso dunque vi restituisco questo diritto e lo pon­go di nuovo nelle vostre mani, perché il vostro e mio Uni­genito sia sacrificato per la salvezza del genere umano. Ac­cogliete la mia oblazione e il mio sacrificio; non potrei in­fatti offrire così tanto se fossi io stessa ad essere immola­ta e sottoposta a tali pene e non solo perché mio Figlio è vero Dio, a voi consustanziale, ma anche e soprattutto per il dolore che mi dilania il cuore. Sarebbe per me un gran sollievo e il compimento dei miei desideri se io morissi al posto suo: cambierebbero le sorti e la sua vita verrebbe conservata». Questa preghiera fu accolta con gioia e com­piacimento inesprimibili. Nel disegno divino il sacrificio del figlio di Abramo doveva solamente prefigurare quello del Figlio, a cui il Padre avrebbe riservato la vera esecuzione. E neppure alla madre di Isacco fu detto mai nulla del mi­sterioso sacrificio, non solo per la pronta obbedienza di Abramo, ma anche perché non si sarebbe potuto com­prensibilmente affidare tale decisione all'amore materno di Sara: ella, benché fosse una donna santa e giusta, avrebbe probabilmente tentato di impedire il comando del Signore. Questo non avvenne con Maria; egli, infatti, poté confidarle, senza esitazione, il suo progetto, perché sottomettendosi al­la sua volontà collaborasse e cooperasse, secondo le sue ca­pacità, all'opera di redenzione di Cristo.

1377. Terminata la supplica, la Regina si accorse che gli empi soldati del governatore volevano dare a Gesù vino mescolato con mirra e fiele. Era costume presso i giudei di porgere ai condannati a morte un miscuglio di vino ge­neroso e aromatico perché potessero sopportare con più vigore i tormenti del supplizio e i loro spiriti ne riceves­sero aiuto e conforto. Questa usanza trova un riferimento negli scritti di Salomone: Date bevande inebrianti a chi sta per perire e il vino a chi ha l'amarezza nel cuore. La loro perfida crudeltà arrivò al punto di trasformare questa be­vanda, che agli altri giustiziati poteva recare un qualche sollievo, in una pena ancora più grande: gliela porsero ama­rissima, mescolata con fiele, per infliggergli maggiori af­flizioni. La Vergine venne a conoscenza di questa inuma­nità e con materna compassione lo pregò di non bere. Sua Maestà la assecondò e senza ricusare del tutto questa tor­tura, assaggiò l'acre pozione e non ne volle bere.

1378. Era già l'ora sesta, che corrisponde per noi a quel­la di mezzogiorno, quando i soldati, per crocifiggere nudo il Salvatore, lo spogliarono della tunica inconsutile e delle vesti. Siccome questa era chiusa e lunga, gliela rovescia­rono passandola sopra la testa senza togliergli la corona di spine e facendo ciò con violenza gliele strapparono la­cerandogli nuovamente le ferite; in alcune rimasero con­ficcate le punte delle spine che, per quanto fossero dure e aguzze, si ruppero per la veemenza con cui i carnefici ese­guirono questa atrocità. Gli rimisero poi la corona con una tale crudeltà da aprire altre profonde piaghe. Mentre lo spogliavano, si lacerarono anche quelle del suo corpo, per­ché la tunica vi era già attaccata e il distaccarla da esse aggiunse altro dolore al dolore già lancinante. Per quattro volte lo denudarono e lo rivestirono: la prima per flagel­larlo alla colonna; la seconda per mettergli il mantello di porpora; la terza per denudarlo di nuovo e rivestirlo; la quarta ed ultima sul monte Calvario, quando lo spogliaro­no definitivamente. Qui fu sottoposto a maggiori tormen­ti, perché più numerose erano le ferite ed egli era ormai debilitato. Inoltre in quel luogo soffiava un forte vento che contribuì col freddo ad aumentare la pena.

1379. A tutto ciò si aggiunse la sofferenza di vedersi nudo davanti a sua Madre, alle altre donne che l'accom­pagnavano e alla moltitudine di gente ivi presente. In­dossava solo i panni intimi che Maria gli aveva messo sotto la veste in Egitto; i carnefici, infatti, non glieli po­terono togliere né quando lo flagellarono né quando lo innalzarono sulla croce e così fu posto nel sepolcro con essi. E questo mi è stato manifestato più volte. Nondi­meno Cristo, nostro bene, avrebbe voluto lasciare questo mondo completamente nudo, in somma povertà e senza avere con sé nulla, se non fosse intervenuta la supplica della Signora che lo pregò di conservare quei panni. Egli accondiscese perché con questa obbedienza poteva sup­plire all'estrema povertà con cui avrebbe desiderato mo­rire. Il duro legno era disteso sulla terra mentre si di­sponeva l'occorrente per ucciderlo insieme a due ladroni, destinati a essere crocifissi con lui. Intanto il nostro Mae­stro si rivolse al Padre così:

1380. «Dio eterno, alla vostra immensa maestà d'infini­ta bontà e giustizia offro tutto il mio essere umano unita­mente alle azioni che ho compiuto per la vostra santissi­ma volontà, allorché ho assunto, scendendo dal vostro se­no, la carne passibile per redimere gli uomini. Con me vi offro mia Madre, il suo amore, le sue opere perfettissime, i suoi dolori, le sue preoccupazioni, le sue cure e la sua sollecitudine nel servirmi, nell'imitarmi e nell'accompa­gnarmi fino alla morte. Vi offro il piccolo gregge degli apo­stoli, la Chiesa dei fedeli che è ora e che sarà fino alla fi­ne del mondo e con essa tutti i discendenti di Adamo. Tut­ti pongo nelle vostre mani, Signore onnipotente, e da parte mia sono pronto a soffrire e morire spontaneamente per loro, e desidero che siano salvi tutti coloro che vorranno seguirmi e trarre profitto dall'opera della redenzione: in virtù della grazia che ho acquistato per essi, da schiavi del demonio diventino vostri figli, miei fratelli e coeredi. Spe­cialmente vi offro i poveri, i disprezzati, gli afflitti; essi so­no i miei amici perché mi hanno seguito nel cammino del­la croce. Voglio che i giusti e i predestinati rimangano scrit­ti nella vostra memoria eterna. Vi supplico di allontanare il castigo e sospendere il flagello della giustizia sugli uo­mini: non siano puniti come meritano le loro colpe e d'o­ra innanzi siate loro Padre, come siete mio Padre. Vi sup­plico similmente per coloro che con pio affetto assistono alla mia morte: illuminateli con la vostra luce divina. Vi prego per tutti quelli che mi perseguitano, affinché si con­vertano alla verità, e soprattutto per l'esaltazione del vo­stro ineffabile e santissimo nome».

1381. La Regina conobbe tale orazione e imitò il Mae­stro rivolgendosi all'Altissimo. Non dimenticò né tralasciò l'adempimento di quelle prime parole che aveva percepito dalla bocca del suo Unigenito appena nato: «Amica mia, diventate simile a me». Si stava ora adempiendo la pro­messa fattale dal Signore che, in contraccambio della vita umana da lei data al Verbo nel suo grembo verginale, egli le avrebbe comunicato una nuova vita di grazia, sublime e superiore a quella di tutte le creature. Questo beneficio avrebbe incluso la conoscenza di tutte le azioni della san­tissima umanità di suo Figlio: nessuna di esse poteva ri­manerle celata e, nella misura in cui ella fu in grado di comprenderle, le imitò. Fu sempre sollecita nel fissarvi l'at­tenzione, profonda nel penetrarle, pronta e coraggiosa nel­l'eseguirle. Perciò non si lasciò turbare dal dolore, né osta­colare dall'angoscia o imbarazzare dalla persecuzione e tan­to meno scoraggiare dall'amarezza della passione. Assi­stette al supplizio di Cristo non come testimone oculare alla maniera degli altri giusti, perché infatti così non av­venne. La sua esperienza fu unica e singolare in tutto: sentì nel suo corpo verginale le sofferenze esterne ed interne che egli pativa nella sua persona. Si può dire che fu flagella­ta, coronata di spine, schernita e schiaffeggiata, caricata della croce e su di essa inchiodata; provò infatti questi tor­menti nel suo purissimo corpo e, benché il modo fosse di­verso, ci fu anche una grande somiglianza: la Madre do­veva essere la perfetta immagine del Figlio. Tale esperien­za singolare racchiuse un ulteriore mistero: recare soddi­sfazione all'amore di Gesù, alla sua passione e al divino consenso che questa stessa fosse ricopiata in una pura crea­tura. Nessun'altra aveva tanto diritto a ciò quanto lei.

1382. Per poter segnare i fori dei chiodi sulla croce, i carnefici comandarono con alterigia e tracotanza al Crea­tore dell'universo - o temerarietà inaudita! - di stendersi sopra di essa; il Maestro dell'umiltà obbedì senza opporre resistenza. Con inumano e crudele istinto disegnarono i fo­ri non in proporzione alla grandezza del corpo, ma più di­stanti al fine di poter fare quello che in seguito eseguiro­no. La Signora della luce venne a conoscenza di tale nuo­va crudeltà e questa fu una delle maggiori afflizioni che soffrì il suo purissimo cuore in tutta la passione. Penetrò infatti le intenzioni depravate degli sbirri e previde il mar­tirio che suo Figlio avrebbe dovuto sopportare nel mo­mento in cui sarebbe stato inchiodato sulla croce. Non si poté tuttavia rimediare perché il Redentore stesso voleva sottoporsi a una simile tortura per la salvezza degli uomi­ni. Quando si rialzò, perché si potesse forare il duro legno, accorse Maria vicino a lui, lo tenne per un braccio, lo adorò e gli baciò la mano con sommo rispetto. I carnefici per­misero che ciò accadesse perché credevano che, alla vista di lei, Gesù si sarebbe ancora più contristato e non vole­vano risparmiargli nessun dolore. Non compresero però il mistero: in quell'occasione egli non ebbe maggiori consolazioni né provò gioia interiore più grande che quella di vedere la sua santissima Madre e la bellezza della sua ani­ma. In essa scorse riflesso il ritratto di se stesso e la pie­nezza del frutto della sua passione e morte.

1383. Fatti i fori nella croce, i carnefici gli comandaro­no per la seconda volta di stendersi sopra di essa per in­chiodarlo. Egli obbedì pazientemente e stese le braccia sul felice legno: era spossato, sfigurato ed esangue, a tal pun­to che, se nell'empietà ferocissima di quegli uomini aves­sero potuto trovare spazio la naturale ragione e il senso di umanità, non sarebbe stato possibile per la crudeltà acca­nirsi sull'innocente e mansueto Agnello, afflitto dalle pia­ghe e dai dolori. Ma non fu così, perché i giudei e i suoi nemici - o giudizi terribili e occultissimi del Signore! - fu­rono afferrati dall'odio e dalla malvagia volontà del demo­nio e persero completalmente i sentimenti di cui gli uo­mini sensibili sono capaci; agirono pertanto con rabbia e furore diabolici.

1384. Subito uno dei carnefici prese la mano di Cristo e la tenne premuta sopra il foro mentre un altro ne con­ficcò, penetrando a forza di martellate, il palmo con un chiodo angolato e grosso. Si ruppero le vene, i nervi e le ossa di quella santissima mano che aveva creato i cieli e ogni essere vivente. Non era possibile inchiodare l'altra, giacché il braccio non arrivava al buco; i nervi, infatti, si erano contratti perché il foro era stato fatto maliziosamente più distante. Per rimediare a questo difetto, presero la ca­tena con la quale il Signore era stato legato nell'orto degli Ulivi, ne avvolsero il polso con una estremità dove c'era un anello con manette, e con una ferocia inaudita tiraro­no dall'altro estremo finché riuscirono a portare la mano sul buco e la inchiodarono. Passarono poi ai piedi: ne mi­sero uno sopra l'altro, li incatenarono e, tirando con for­za e crudeltà, li fissarono usando un terzo chiodo più for­te degli altri due. Il sacro corpo, unito alla divinità, rimase attaccato saldamente alla croce; ogni suo membro, for­mato dallo Spirito Santo, fu talmente reciso e lacerato che si potevano contare le ossa: quelle del petto e delle spal­le erano tutte slogate, esposte e fuori dalla posizione na­turale, avendo ceduto alla violenta crudeltà dei carnefici.

1385. 1 dolori del Signore furono incredibilmente gran­di e non si può esprimere con le parole la sofferenza che patì. Solamente nel giorno del giudizio si avrà una cono­scenza più chiara, quando la condanna dei reprobi sarà giustificata e i santi lo loderanno e glorificheranno ade­guatamente; ma in questo momento in cui la fede ci per­mette, anzi ci obbliga ad esprimere il nostro giudizio, se l'abbiamo, io supplico e prego i figli della Chiesa che cia­scuno personalmente consideri questo venerabile mistero, lo ponderi e lo soppesi con tutte le sue circostanze. Sicu­ramente troveranno motivi efficaci per aborrire il peccato, per non commetterlo più, essendo stato la causa dell'indi­cibile sofferenza dell'Autore della vita. Consideriamo anche e contempliamo lo spirito della Vergine, il suo purissimo corpo oppresso e abbattuto dai tormenti: sono la porta del­la luce attraverso la quale entreremo a conoscere il sole che ci illumina. O Regina delle virtù! O Madre dell'im­mortale Re dei secoli, il Verbo incarnato! Purtroppo è ve­ro che la durezza dei nostri cuori ingrati ci rende inetti, indegni e incapaci di sentire i vostri dolori e quelli del vo­stro Unigenito; ma ci sia concesso, per vostra clemenza, questo bene che non siamo in grado di guadagnare. Puri­ficateci e liberateci dall'indolenza, dall'ingratitudine e dal­la villana rozzezza. Se noi siamo la causa di tali e tante afflizioni, per quale ragione, o giustizia, queste debbono essere sopportate solo da voi e dall'amato Salvatore? Pas­si il calice degli innocenti ai colpevoli, che lo bevano perché lo meritano. Ma ahimè! Dov'è il senno? Dove il lume dei nostri occhi? Chi ci ha privato dei sensi? Chi ci ha ru­bato il cuore sensibile e umano? Quand'anche, Signore mio, non fossi stata creata a vostra immagine e somi­glianza, quand'anche non avessi ricevuto da voi il dono del­la vita, quand'anche tutti gli elementi e gli esseri formati dalla vostra mano e posti al mio servizio non mi avessero annunciato la notizia sicura del vostro immenso amore, lo zelo infinito per cui vi siete lasciato inchiodare sulla cro­ce avrebbe dovuto essere sufficiente per stringermi a voi con catene di compassione, di riconoscenza, di carità e di confidenza nella vostra ineffabile misericordia. Ma se non mi risvegliano tante voci, se il vostro ardore non mi ac­cende, se la vostra passione e i vostri tormenti non mi com­muovono, se i benefici ricevuti non mi obbligano, quale fi­ne mai devo sperare della mia stoltezza?

1386. Posto il Signore sul duro legno, i carnefici, per evitare che i chiodi cedessero al peso e non reggessero il divino corpo, risolsero di ribatterne e incurvarne la parte sporgente che oltrepassava la croce e la capovolsero, la­sciandolo appeso su di essa riverso sul terreno. Questa nuo­va crudeltà suscitò orrore e raccapriccio fra tutti i presenti e la folla mossa a pietà insorse in grandi clamori. L'afflit­ta Madre, partecipe dei patimenti del Figlio, si oppose a tale smisurata empietà e pregò l'eterno Padre di non per­mettere l'esecuzione di quanto era stato progettato; poi co­mandò ai ministri celesti di assistere e servire il loro Crea­tore. Ogni cosa avvenne secondo il suo desiderio. Quando i carnefici rivoltarono la croce, sostennero Gesù impeden­do che il suo corpo e il suo viso toccassero i sassi e le im­mondezze. Quelli ribatterono le punte dei chiodi senza ac­corgersi del miracolo: le sacre membra erano così vicine al suolo e la croce, sostenuta dagli angeli, così salda e fer­ma che i perfidi giudei pensarono che egli fosse posato sul­la dura terra.

1387. A questo punto avvicinarono la croce al buco do­ve doveva essere posta: la sollevarono verso l'alto, aiutan­dosi alcuni con le spalle e altri con lance e alabarde, e la piantarono nel fosso che avevano scavato a tal fine. La no­stra vera vita, il nostro Salvatore, rimase appeso in aria sul duro legno davanti ad una innumerevole folla di uomini e genti di nazioni diverse. Non posso non ricordare un'altra crudeltà che ho visto infliggere a sua Maestà: quando fu in­nalzato, fu ferito con le lance e altri strumenti di tortura, gli furono conficcati i ferri nella carne procurandogli sotto le braccia profondi squarci. Davanti a un simile spettacolo si sollevò da parte del popolo un clamore di alte grida e si rinnovò la confusione: i giudei bestemmiavano, i compas­sionevoli gemevano, gli stranieri si stupivano; alcuni non po­tevano nemmeno guardare per il dolore che provavano; al­tri sostenevano che l'esempio di tale punizione potesse es­sere un insegnamento per molti; altri ancora chiamavano il Crocifisso " il giusto". Tutti questi giudizi e pareri vani si con­ficcarono come dardi acuti nel cuore della Madre addolo­rata. Il sacro corpo perdeva molto sangue dalle ferite, per­ché fu scosso dal pesante movimento della croce che veni­va conficcata nel terreno. Si riaprirono le piaghe e restaro­no più visibili le sorgenti alle quali lo stesso Signore per bocca di Isaia ci aveva invitato ad attingere con gioia le ac­que con cui spegnere la sete e lavare le macchie delle no­stre colpe. Nessuno potrà addurre scuse, se non si affret­terà ad avvicinarsi all'acqua per dissetarsi, poiché quest'ac­qua non si vende in cambio dell'argento e dell'oro, e si dà gratuitamente solo per il semplice fatto di volerla ricevere.

1388. Successivamente misero in croce i due ladroni, uno alla destra e l'altro alla sinistra del nostro Redentore riservandogli così il posto di colui che reputavano essere il malfattore principale. I pontefici e i farisei non si cura­rono affatto di essi e rivolsero tutta la loro ira e il loro fu­rore contro colui che per sua natura era senza peccato e santo. Scuotendo la testa con scherno e beffe, lanciarono pietre e polvere contro di lui, dicendo: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso!», e an­cora: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo». Anche i ladroni lo oltraggiavano allo stesso modo e tali bestemmie recarono al nostro Maestro un dolore ancora più profon­do e vivo, poiché questi erano vicini alla morte e non tro­vavano così alcun vantaggio dal frutto delle sofferenze che avrebbero subito con essa e con le quali avrebbero potuto parzialmente rendere soddisfazione per i delitti commessi e opportunamente castigati dalla giustizia; solo uno di es­si approfittò dell'occasione, un'occasione che mai più si of­frì ad alcun peccatore del mondo.

1389. Quando la Regina venne a conoscenza che i giu­dei nella loro malvagità e ostinata invidia tentavano di di­sonorare ancora di più Cristo e che lo bestemmiavano e giudicavano il peggiore tra tutti, desiderando dimenticare e cancellare il suo nome dalla terra dei viventi, come Ge­remia aveva profetizzato, si accese di nuovo nel suo fe­delissimo cuore l'ardente zelo per l'amore di suo Figlio. Si prostrò davanti alla regale persona sospesa sulla croce, do­ve lo stava adorando, e implorò il Padre affinché si pren­desse cura dell'onore del suo Unigenito, con segni così ma­nifesti da confondere la malizia di quei perfidi e frustrare le loro perverse intenzioni. Quindi, con lo stesso fervore si rivolse a tutte le creature insensibili e affermò: «O creature, prive di sensibilità e tuttavia chiamate all'esistenza dal­la mano dell'Onnipotente, manifestate voi il cordoglio e la compassione che gli uomini capaci di ragione, nella loro stoltezza, gli negano per la sua morte. Cieli, sole, luna, stel­le e pianeti, fermate il vostro corso e sospendete i vostri influssi. Elementi, alterate la vostra natura: perda la terra la sua quiete, si spezzino le pietre e i duri macigni. Se­polcri, aprite il vostro grembo nascosto per la vergogna dei vivi. Velo del tempio mistico e simbolico, dividiti in due parti e con la tua spaccatura scuoti gli increduli, intima loro il castigo e rendi testimonianza alla verità della glo­ria del Signore dell'universo, che essi vogliono oscurare».

1390. Grazie a questa supplica, l'Altissimo ordinò e di­spose tutto ciò che avvenne quando sua Maestà spirò. Il­luminò e toccò il cuore di molti tra i presenti prima che la terra mostrasse segni e prodigi e anche durante tale even­to, affinché riconoscessero in Gesù il santo, il giusto, il ve­ro Figlio di Dio, come fecero il centurione e tanti altri che, nel racconto degli evangelisti, si allontanarono percuoten­dosi il petto per il dolore. E non solo lo confessarono co­loro che lo avevano ascoltato e avevano aderito al suo in­segnamento, ma anche molti altri che non lo avevano co­nosciuto né avevano veduto i suoi miracoli. Sempre per la stessa preghiera di Maria, Pilato venne ispirato a non cam­biate il titolo della croce che era già stato posto sul capo del Redentore nella lingua ebraica, greca e latina. I giudei avevano insistito con lui dichiarando: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei»; il governatore, però, rispose: «Ciò che ho scritto, ho scrit­to». Tutti gli esseri privi di sensibilità per volere divino obbedirono al comando della Vergine. Dall'ora di mezzo-

giorno fino alle tre del pomeriggio, che corrispondono al­l'ora nona in cui il Signore morì, come se fossero diven­tati sensibili, fecero ciò che è riferito nei Vangeli: il sole nascose la sua luce; i pianeti mutarono gli influssi; i cieli, le stelle e la luna cambiarono il loro corso; gli elementi si turbarono; la terra tremò e molti monti si spezzarono men­tre le pietre si frantumarono le une contro le altre; infine si aprirono i sepolcri e ne uscirono i defunti, risvegliatisi alla vita. I giudei vennero colti dallo spavento e dalla pau­ra, quantunque la loro inaudita cattiveria impedisse loro di comprendere la verità.

1391. I soldati che avevano crocifisso il Salvatore si di­visero le sue vesti, che spettavano loro come esecutori. Fe­cero in quattro parti, una per ciascuno, il mantello che ave­vano portato al Calvario per disposizione superna (era lo stesso mantello di cui egli si era spogliato durante l'ultima cena quando aveva voluto lavare i piedi degli apostoli). Non poterono tuttavia ripartire la tunica inconsutile, poiché co­sì aveva disposto l'imperscrutabile provvidenza. Gettarono le sorti su di essa e colui a cui toccò la sorte la prese; si compiva così letteralmente la profezia di Davide. I misteri relativi a questa verranno successivamente spiegati dai san­ti e dai dottori. I giudei avevano lacerato con i tormenti e le ferite inflitte l'umanità di Gesù, nostro unico bene, che copriva e nascondeva la sua divinità, ma non poterono of­fenderla in alcun modo, né arrivare ad essa col supplizio del martirio, e colui al quale toccherà la sorte di parteci­pare per mezzo della grazia alla giustificazione della divi­nità sarà chiamato a possederla e goderla totalmente.

1392. Poiché la croce era il trono della maestà del no­stro Maestro e la cattedra da cui voleva insegnare la scien­za della vita, egli, innalzato su di essa, avendo confermato la dottrina con l'esempio, pronunciò le parole che com­prendevano il sommo grado di carità e perfezione: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Aveva vin­colato se stesso a questo principio dell'amore fraterno, chia­mandolo il suo comandamento. E per rafforzare la verità del suo insegnamento, lo praticò sul duro legno, non sol­tanto amando e perdonando i suoi nemici, ma perfino scu­sandoli per la loro stessa ignoranza. E lo fece nel momento in cui la loro cattiveria giunse al vertice, quando cioè per­seguitarono, crocifissero e bestemmiarono il loro Dio. Que­sto è ciò che l'ingratitudine umana operò dopo aver rice­vuto tanta luce, tanti precetti e soprattutto tanti benefici; e questo invece è ciò che il nostro Salvatore fece con la sua ardentissima carità, avendo in contraccambio i tormenti, le spine, i chiodi, la croce e le bestemmie. Oh, fervore impe­netrabile! Oh, soavità ineffabile! Oh, pazienza mai imma­ginata dagli uomini, ammirata dagli angeli e temuta dai de­moni! Uno dei ladroni, chiamato Dima, intuì un barlume di questo arcano: fu illuminato interiormente dalla pre­ghiera di intercessione di Maria, perché potesse riconosce­re il suo Redentore dalle prime parole che pronunciò sulla croce. Mosso da profonda sofferenza e contrizione dei suoi peccati, rimproverò il suo compagno: «Neanche tu hai ti­more di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamen­te, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».

1393. Gli effetti della redenzione trovarono terreno fer­tile nel cuore del buon ladrone, del centurione e di tutti coloro che ebbero il coraggio di confessare il Signore elevato sulla croce; ma il più fortunato fu Dima, che meritò di sentire le sue seconde parole: «In verità ti dico, oggi sa­rai con me nel paradiso». Oh, felice ladrone! Tu solo ot­tenesti la parola bramata da tutti i santi e giusti! Agli an­tichi patriarchi e profeti non fu concesso di udirla: si re­putarono già favoriti di scendere nel limbo e ivi aspettare per lunghi secoli il paradiso che tu guadagnasti in un at­timo dando lietamente altra forma al tuo mestiere. Ora ces­si di rubare le cose altrui e terrene e subito rapisci il cie­lo dalle mani di sua Maestà; ma tu lo rapisci giustamente perché egli te lo dona per grazia. Tu fosti l'ultimo disce­polo del suo ammaestramento nella vita e il primo a met­terlo in pratica dopo averlo appreso. Amasti e corregesti il tuo fratello, riconoscesti il tuo Creatore e riprendesti co­loro che lo oltraggiavano; lo imitasti nel patire con doci­lità, lo pregasti con umiltà affinché in avvenire si ram­mentasse delle tue miserie. Egli volle esaudire all'istante i tuoi desideri senza differire il premio che conseguì per te e per tutti i mortali.

1394. Dopo che costui ebbe ottenuto la giustificazio­ne, Cristo posò gli occhi colmi di amore sulla Madre che stava afflitta con Giovanni ai piedi della croce e, rivol­gendosi ad entrambi, disse prima a lei: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». Chiamò Maria "donna" e non "madre", perché questo se­condo nome conteneva qualcosa di dolce e delicato e il pronunciarlo gli avrebbe arrecato una sensibile consola­zione. Durante la sua passione egli non si concesse alcun conforto o sollievo esteriori, giacché vi aveva rinunciato totalmente, ma con la parola "donna" volle tacitamente intendere ciò: «Donna, che sei benedetta fra tutte le donne e la più saggia tra i figli di Adamo. Donna forte e per­fetta, mai vinta dal peccato, fedelissima nell'amarmi, in­defettibile nel servirmi, il cui amore le molte acque del mio supplizio non hanno potuto né spegnere né travol­gerei, vado dal Padre mio e da adesso in poi non posso stare con voi, ma il mio discepolo prediletto vi assisterà e avrà cura di voi come madre: sarà vostro figlio». Da quell'ora Giovanni la prese con sé e la venerò e servì per tutto il resto della sua vita. Il suo spirito venne rischia­rato da una nuova luce, affinché potesse conoscere e ap­prezzare degnamente il bene che gli era stato affidato: il più prezioso ed eccelso creato dal braccio dell'Onnipo­tente dopo l'umanità di Gesù. Anche la Regina, che ave­va compreso tutto, con umile riconoscenza lo accolse co­me figlio. Gli immensi benefici della passione non impe­dirono al suo cuore generoso e colmo di benevolenza di prestargli obbedienza; ella, infatti, agiva sempre al som­mo grado di perfezione.

1395. Si avvicinava già l'ora nona, sebbene per l'oscu­rità e la confusione sembrasse essere una notte tenebro­sa. Allora il nostro Salvatore proferì a gran voce la quar­ta parola dalla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?». Non tutti capirono quantunque egli aves­se parlato nella sua lingua. Poiché la prima locuzione si esprime in ebraico con i vocaboli "Elì, El", alcuni pensa­rono che invocasse Elia, mentre altri, beffeggiandolo, di­cevano: «Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!». Il mi­stero di queste parole fu tanto profondo quanto occulto ai giudei e ai pagani e in esse si trovano i molti signifi­cati che i dottori di sacra Scrittura hanno loro conferito. A me fu rivelato che il suo abbandono non consistette nel­la separazione della divinità dalla sua santissima umanità, così che cessasse la visione beatifica o si sciogliesse l'u­nione sostanziale ipostatica, che ebbe fin dall'istante in cui fu concepita per opera dello Spirito Santo nel talamo ver­ginale e mai lasciò. Questa dottrina è cattolica e vera. È certo che anche l'umanità santissima fu abbandonata dal­la divinità nella misura in cui non fu preservata dalla mor­te e dai dolori dell'acerbissima passione; il Padre, però, non lasciò del tutto il Figlio in quanto prese la difesa del suo onore e lo testimoniò permettendo alle creature di muoversi e di mostrare sentimento nel momento in cui egli spirò. Il Signore espresse un altro abbandono attra­verso il lamento che sgorgò dal suo immenso affetto ver­so il genere umano, quello dei reietti e dei dannati. Se ne dolse nell'ultima ora come aveva fatto nella preghiera nel­l'orto degli Ulivi, quando la sua santissima anima si era rattristata fino alla morte; infatti, la sua copiosa ed ab­bondante redenzione offerta per tutti non sarebbe stata ef­ficace per essi, ed egli sarebbe stato rifiutato da loro nel­la beatitudine eterna per la quale li aveva fatti e riscatta­ti. E poiché tutto ciò avvenne secondo il decreto dell'On­nipotente, Gesù eruppe in questo gemito generato dall'a­more e dal dolore, volendo intendere: «Perché mi hai la­sciato senza la compagnia degli empi?».

1396. Per rafforzare e dare più credito a ciò, il Signo­re aggiunse subito la quinta parola: «Ho sete». I tormen­ti e le angosce dovettero suscitare in lui una sete natura­le, ma non era tempo di manifestarla e tanto meno di ap­pagarla: egli non avrebbe mai parlato in tal senso, sapen­do che si trovava vicino al trapasso. L'espressione aveva un altro significato: la sua sete era che gli schiavi discendenti di Adamo non sciupassero la libertà che aveva guada­gnato loro. Desiderava ardentemente che tutti gli uomini, mediante la fede e la carità, la grazia e l'amicizia, traes­sero vantaggio dai suoi meriti e dalle sue sofferenze e non perdessero l'eterno gaudio lasciato in eredità. Questa sola era la sete del nostro Maestro e solo Maria ne penetrò per­fettamente il segreto. Con il cuore colmo di struggimento e di tenerezza, chiamò interiormente a sé i poveri, gli af­flitti, gli umili, i disprezzati e gli oppressi e li invitò ad ac­costarsi al Redentore perché mitigassero parzialmente - completamente sarebbe stato impossibile - la sua sete di anime. I perfidi giudei e gli sbirri, coerenti con la loro in­felice crudeltà, gli porsero, deridendolo e schernendolo, una spugna imbevuta di aceto e fiele in cima ad una can­na e gliela accostarono alla bocca, perché ne bevesse e si adempisse così la profezia di Davide: Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto. Egli lo gustò pazientemente e ne inghiottì qualche sorso signi­ficando misteriosamente quanta pena gli avrebbe recato la dannazione dei reprobi, ma su richiesta della Vergine lo ri­fiutò subitaneamente e smise di bere; ella, infatti, sarebbe stata la porta e la mediatrice per tutti coloro che avreb­bero tratto profitto dalla passione e dalla redenzione.

1397. Quindi Gesù pronunciò la sesta parola avvolta nel mistero: «Consumatum est», cioè «Tutto è compiuto!». E volle intendere: «È compiuta l'opera della mia missione e del riscatto del genere umano, come è compiuta l'obbe­dienza con cui il Padre mi inviò a patire e morire per es­so. Si sono adempiute le Scritture, le profezie e gli esempi dell'Antico Testamento, come è compiuto il corso della vi­ta sofferente e mortale che accettai nel castissimo grembo di mia Madre. Lascio al mondo il mio esempio, l'insegna­mento, i sacramenti e gli aiuti per rimediare al male e al peccato. È soddisfatta la giustizia dell'Altissimo ed è assol­to il debito della posterità di Adamo. La Chiesa è già in possesso del perdono dei peccati che saranno commessi, e tutta l'opera dell'incarnazione e della redenzione ha rag­giunto la massima perfezione per la parte che mi riguarda come Salvatore. Per l'edificazione della Chiesa trionfante è stato già posto il sicuro fondamento nella Chiesa militan­te: nessuno potrà alterarlo né mutarlo». Tutti questi miste­ri sono contenuti nelle brevi parole "Consumatum est!".

1398. Volgendosi l'opera della redenzione verso la per­fezione del compimento, ne conseguì che, come il Verbo in­carnato era uscito dal Padre per mezzo della vita mortale ed era venuto nel mondo, così, per mezzo della morte, ri­tornasse da questa vita al Padre con l'immortalità. A que­sto punto Cristo pronunciò l'ultima parola: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», e lo fece gridando a gran voce affinché tutti i presenti potessero udire. Alzò gli occhi al cielo come se parlasse con Dio e subito, chinato il capo, rese il suo spirito. In virtù della forza divina di quest'ulti­ma parola, Lucifero fu sconfitto e scaraventato con tutti i suoi demoni nel precipizio profondo dell'inferno, dove ri­masero atterrati, come avrò modo di riferire nel prossimo capitolo. L'invincibile Regina, quale madre del Redentore e corredentrice, penetrò tali arcani più profondamente di tut­te le altre creature, e, come aveva sentito i dolori corri­spondenti ai tormenti del suo Unigenito, così sentì i dolo­ri e i tormenti che egli patì nel momento della morte sen­za perdere la vita, e l'Eterno gliela conservò miracolosa­mente allorché avrebbe dovuto morire realizzando un miracolo più grande di quelli con cui le aveva recato confor­to nell'intero corso dell'esistenza terrena. Quest'ultima sof­ferenza fu più forte, intensa e viva di tutte le altre. Tutto ciò che subirono i martiri e gli uomini giustiziati dall'ini­zio dei tempi non è paragonabile a quello che Maria provò e sopportò nel martirio del Figlio. Ella rimase ferma ai pie­di della croce fino a sera, quando le sacre membra furono sepolte, e in ricompensa di questa particolare angoscia ven­ne ancor più spiritualizzata in quel poco che il suo corpo verginale aveva conservato dell'essere perituro.

1399. Gli evangelisti non riferiscono gli altri misteri che il nostro Salvatore operò sulla croce, e noi cattolici non ne abbiamo alcuna notizia, se non le congetture dedotte dall'infallibile certezza della fede. Tra quelli che mi sono stati rivelati riguardo alla storia e al luogo della passione, vi è una preghiera che sua Maestà fece prima di proferi­re le sette parole. Dico preghiera perché si trattò effetti­vamente di un colloquio con l'Onnipotente, sebbene pro­priamente fosse un'ultima espressione di volontà o testa­mento, che egli volle lasciare come vero e sapientissimo padre della famiglia affidatagli, cioè il genere umano. Co­me la ragione insegna, il capo di una famiglia e proprie­tario di molte o poche sostanze non sarebbe un prudente dispensatore né attento al suo compito, se non dichiaras­se nel momento della morte come disporre dei propri be­ni onde gli eredi e i successori siano informati di quello che spetta a ciascuno senza litigi, e ognuno lo acquisisca secondo giustizia e ne entri in possesso pacificamente. Per tale motivo e per poter morire liberi dalle cose terrene, gli uomini del mondo fanno il loro testamento; anche i reli­giosi si spogliano dell'uso di queste perché nell'ora della morte pesano molto e la conseguente preoccupazione im­pedisce allo spirito di innalzarsi al Creatore. E benché es­se non potessero recare imbarazzo al nostro Maestro, poi­ché non ne aveva e, se anche ne avesse avute, non sarebbero state un ostacolo al suo potere infinito, conveniva che disponesse in quell'ora dei tesori spirituali e dei doni che aveva conquistato per i mortali nel corso del suo pel­legrinaggio.

1400. Dei beni eterni egli fece testamento sulla croce, determinando a chi toccassero, quali ne dovessero essere i legittimi eredi e quali invece i diseredati e le ragioni di questo. Fece ciò parlando con il Padre, retto giudice di tut­te le creature: in lui erano riepilogati i segreti della pre­destinazione dei santi e della riprovazione dei dannati. Il testamento fu tenuto nascosto e solo la Regina ne conob­be il contenuto, perché, oltre ad esserle rivelati tutti gli at­ti dell'anima santissima di Gesù, era sua erede universale e costituita signora dell'universo. In qualità di correden­trice, doveva essere anche erede testamentaria, per le cui mani, mani in cui l'Unigenito pose tutte le cose come il Padre le aveva poste nelle sue, si eseguisse la sua volontà. A lei è affidato l'incarico di ripartire i tesori acquisiti dal Figlio, a lui dovuti per i suoi infiniti meriti. Questa spie­gazione mi è stata comunicata affinché sia sempre più ri­conosciuta la dignità della nostra sovrana e i peccatori ri­corrano a lei come depositaria delle ricchezze che il Sal­vatore ha ottenuto dall'Altissimo. Dobbiamo conseguire ogni aiuto per intercessione della Vergine, che ha il com­pito di distribuirli con le sue caritatevoli e generose mani. Testamento del nostro Salvatore sulla croce

1401. Conficcato il legno della santa croce sul monte Cal­vario, il Verbo incarnato, crocifisso su di essa, prima di pro­nunciare le sette parole, si rivolse interiormente all'Onni­potente e disse: «Padre mio, da questo albero della croce io vi confesso e vi esalto con il sacrificio dei miei dolori e della mia passione e morte, poiché con l'unione ipostatica della natura divina innalzaste la mia umanità alla suprema dignità, cosicché sono Cristo, Dio e uomo, unito alla vostra stessa divinità. Vi lodo perché comunicaste alla mia uma­nità fin dal momento dell'incarnazione la pienezza di tutti i doni possibili di grazia e di gloria. Fin dal principio mi deste per tutta l'eternità il dominio totale e pieno su tutte le creature. Mi faceste sovrano dei cieli, del sole, della lu­na, delle stelle, del fuoco, dell'aria, della terra, dei mari e di tutti gli esseri sensibili e insensibili che vivono in essi. Mi affidaste l'ordinamento dei tempi, dei giorni e delle not­ti conferendomi dominio e potere su tutto, secondo la mia volontà o il mio arbitrio. Mi costituiste capo e re di tutti gli angeli e degli uomini perché li governassi e comandas­si, e perché premiassi i buoni e castigassi i cattivi. Mi do­naste la potestà e le chiavi dell'abisso perché faccia quel­lo che voglio dal supremo delle altezze fino al profondo de­gli inferi. Mi assegnaste la giustificazione dei mortali, i lo­ro imperi, regni e principati, i grandi e i piccoli, i poveri e i ricchi. Per opera vostra sono diventato per tutto il gene­re umano sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, Signore della morte e della vita, della santa Chiesa e dei suoi tesori, delle Scritture, dei misteri, dei sacramenti, del­le leggi e dei doni della grazia. Tutto ciò, o Padre mio, po­neste nelle mie mani e lo subordinaste al mio volere, e perciò vi magnifico e vi onoro».

1402. «E ora che morendo in croce mi separo da que­sto mondo per fare ritorno alla vostra destra, ora che ho compiuto con la mia passione l'opera della redenzione che mi affidaste, è mio anelito che proprio questa croce sia il tribunale della nostra giustizia e misericordia. Inchiodato su di essa voglio giudicare gli stessi per cui offro la vita. Giustificando la mia causa voglio dispensare i tesori che ho meritato con il mio supplizio. Sia fin da adesso stabi­lito il compenso che spetta a ciascuno dei giusti e dei re­probi, conformemente alle azioni con cui mi avranno ama­to o rifiutato. Ho cercato e chiamato tutti gli uomini alla mia amicizia, e dall'istante in cui mi sono incarnato ho fa­ticato incessantemente per loro. Ho sopportato molestie, fatiche, offese, insolenze, derisioni, flagelli, corone di spi­ne e adesso patisco l'amarissima morte sul duro legno. Per tutti ho implorato la vostra immensa pietà e ho pregato vegliando notti intere; ho digiunato, sono stato pellegrino e forestiero per insegnare loro il cammino della vita eter­na che da parte mia desidero per tutti perché per tutti l'ho guadagnato senza alcuna eccezione né esclusione, come per tutti ho fondato e stabilito la legge di grazia. La Chiesa in cui possono trovare la salvezza sarà stabile e ferma nei se­coli dei secoli».

1403. «Nella nostra sapienza e provvidenza conosciamo, Padre mio, che per la malizia e la cattiveria degli uomini non tutti vogliono acquisire la beatitudine senza fine, né avvalersi della nostra misericordia e intraprendere la via che ho tracciato per loro con il mio esempio e con la cro­cifissione stessa; essi invece seguono il loro peccato fino alla perdizione. Voi siete giusto e retto nei vostri giudizi e poiché mi avete costituito giudice dei vivi e dei morti, dei buoni e dei malvagi, è d'uopo che io dia ai giusti il premio meritato per essere venuti dietro a me e per aver­mi servito, e ai cattivi il castigo per la loro perversa osti­nazione: i primi abbiano parte con me della mia eredità e i secondi ne vengano privati, dal momento che non volle­ro accettarla. Ordunque, nel vostro e mio nome vi esalto: accogliete la mia ultima volontà che è conforme alla vo­stra eterna e divina. Chiedo innanzitutto che fra tutte le creature la mia purissima Madre, nel grembo della quale mi incarnai, sia nominata erede unica e universale di tut­ti i miei beni di natura, grazia e gloria, affinché ne sia la signora con pieno potere. Le concedo già fin d'ora in ef­fetti tutto ciò che come pura creatura può ricevere dalla grazia, mentre i beni della gloria li prometto e riservo per il futuro. È mia brama anche che gli angeli e gli uomini siano suoi, le appartengano ed ella possa esercitare su di essi l'assoluto dominio: tutti le obbediscano e la servano. I demoni invece devono temerla ed essere a lei soggioga­ti. Pure le creature prive di ragione devono esserle sotto­messe: i cieli, gli astri, i pianeti, gli elementi e tutti gli es­seri viventi sulla terra e nel mare, gli uccelli, i pesci e gli altri animali. La costituisco sovrana di tutto, affinché tut­ti la onorino. Similmente desidero che ella sia depositaria e dispensatrice di tutti i beni dell'universo. Ciò che ella di­sporrà e ordinerà nella Chiesa per i miei figli, sarà con­fermato nell'empireo dalle tre divine Persone. E tutto ciò che domanderà a favore dei mortali ora, in avvenire e sem­pre lo concederemo secondo il suo volere».

1404. «Dispongo inoltre che agli angeli, che compirono la vostra volontà, appartenga il supremo cielo come pro­pria e imperitura abitazione nell'estasi e somma gioia del­la chiara visione della nostra divinità, e che posseggano eternamente la felicità della comunione con noi. Coman­do ad essi che riconoscano mia Madre come loro regina, la servano, l'accompagnino, l'assistano, la portino sulle lo­ro mani in ogni luogo e tempo; obbediscano a ogni suo comando ed eseguano tutto ciò che ella vorrà loro ordi­nare. Esilio e separo dalla nostra vista i diavoli, in quan­to a noi ribelli, li condanno ad essere oggetto del nostro aborrimento e all'eterna privazione della nostra amicizia e gloria, della visione di Maria, dei beati e dei giusti; asse­gno loro come definitiva dimora il luogo più distante dal nostro trono regale, l'inferno, il centro della terra, dove sono privati della luce e costretti a sentire l'orrore delle te­nebre più fitte. Sia questa la parte di eredità scelta per la loro superbia e ostinazione: si ribellarono infatti contro l'essere divino e i suoi disegni. Vengano dunque puniti, con­dannati all'ergastolo dell'oscurità e tormentati con fuoco inestinguibile».

1405. «Da tutta l'umana natura, con la pienezza del mio beneplacito, chiamo, eleggo e prescelgo tutti i giusti e predestinati che per mezzo della mia grazia e imita­zione devono essere salvi poiché hanno adempiuto la mia volontà e obbedito alla mia santa legge. Nomino questi, al primo posto dopo la purissima Vergine, eredi di tutte le mie promesse e benedizioni, dei misteri, dei tesori dei sacramenti, dei segreti delle sacre Scritture. Li faccio ere­di della mia umiltà e mansuetudine di cuore; delle virtù della fede, speranza e carità; della prudenza, giustizia, for­tezza e temperanza; dei miei doni; della mia croce, delle fatiche, degli obbrobri, del disprezzo, della povertà e nu­dità che ho subito. Sia questa la loro parte di eredità nel­la vita presente. Poiché la devono scegliere con l'eserci­zio delle buone opere, sappiano, per poterlo fare con gioia, che essa è il pegno della mia amicizia, la stessa che ho scelto per me. Offro la mia protezione e difesa, le mie sante ispirazioni, i favori di grazia e potenti aiuti, la giu­stificazione secondo la loro disposizione, preparazione e carità. Sarò per loro padre, fratello e amico ed essi sa­ranno miei figli eletti e carissimi. Come tali li dichiaro eredi di tutti i miei meriti e tesori, senza limitazione al­cuna, per quanto dipende da me. Voglio che essi faccia­no parte della Chiesa, partecipino dei sacramenti e pos­sano conseguire tutto ciò che saranno capaci di ricevere secondo la loro disponibilità, e possano ricuperare la gra­zia e i beni nel caso in cui dovessero perderli, ritornan­do a me rinnovati e lavati interamente col mio sangue. Desidero intensamente che in tutte queste circostanze sia propizia l'intercessione della Regina e dei miei santi: el­la li riconosca come figli e li protegga e li consideri sua proprietà; gli angeli li difendano, li custodiscano, li por­tino nelle loro mani, perché non inciampino e, se doves­sero cadere, li aiutino a risollevarsi».

1406. «E ancora chiedo che i miei giusti ed eletti su­perino in eccellenza i reprobi e i demoni: i miei nemici de­vono temerli ed essere loro soggetti; tutti gli esseri ragio­nevoli o privi di ragione si pongano al loro servizio; i cie­li, i pianeti, gli astri e i loro influssi li conservino e tra­smettano loro la vita; il suolo, gli elementi e gli animali siano il loro sostentamento. Le creature che mi apparten­gono si sottomettano ad essi come a fratelli ed amici miei, e la loro benedizione conceda la rugiada del cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e mosto. Ancora voglio porre le mie delizie tra i figli dell'uomo, comunicare lo­ro i miei segreti, conversare con loro con fiducia e, fin­tanto che vivranno nella Chiesa militante, essere presente sotto le specie del pane e del vino, in pegno e caparra ineffabili dell'eterna felicità e gloria. Questo prometto loro, di queste li costituisco eredi affinché ne abbiano in cielo con me il perenne possesso e gaudio».

1407. «Stabilisco e in qualche modo concedo che nel­l'esistenza peritura l'eredità dei dannati e di coloro che so­no rifiutati da noi sia la concupiscenza della carne, degli occhi e la superbia della vita con tutte le sue conseguen­ze, quantunque siano stati creati per un altro fine ben più alto. Si cibino pure e si sazino della sabbia della ter­ra, ossia delle sue ricchezze, della corruzione e dei piace­ri, del fumo della vanità e della presunzione di questo mondo. Essi, per acquistare il possesso di queste cose, si sono dati da fare e in tale preoccupazione hanno impie­gato la loro volontà e i sensi. In questa direzione hanno usato le capacità, le elargizioni che abbiamo loro conces­so e, per propria scelta, si sono lasciati ingannare, abor­rendo quanto ho loro insegnato nella mia santa legge. Han­no rinunciato alla verità che ho scritto nel loro cuore co­me anche a quella ispirata dalla mia grazia; hanno di­sprezzato la mia dottrina e i miei benefici e hanno dato ascolto ai miei nonché loro avversari, accettando l'ingan­no. Hanno amato la vanità, operato l'iniquità, assecon­dato l'ambizione e, compiacendosi della vendetta, hanno perseguitato i poveri, umiliato i retti, oltraggiato i sem­plici e gli innocenti. Nella ricerca della propria esaltazio­ne, hanno voluto innalzarsi sopra i cedri del Libano se­condo i principi dell'ingiustizia».

1408. «Poiché hanno fatto tutto ciò per offendere la no­stra bontà e sono rimasti ostinati nella loro perfidia ri­nunciando al diritto da me acquisito di essere figli, li diseredo e li escludo dalla mia amicizia e gloria. Come Abra­mo allontanò da sé i figli delle concubine con alcuni do­ni e riservò la maggior parte dell'eredità per Isacco, il fi­glio di Sara, donna libera, così io escludo dalla mia ere­dità i dannati e lascio loro solamente i beni caduchi che essi stessi hanno scelto. Li separo dalla nostra compagnia, da quella di mia Madre, dei ministri celesti e dei santi e li condanno alle carceri eterne e al fuoco dell'inferno in­sieme a Lucifero e ai suoi, che essi hanno servito libera­mente, e li privo per sempre della speranza nella reden­zione. Padre mio, questa è la sentenza che pronuncio co­me giudice e capo degli uomini e degli angeli; questo è il testamento che dispongo per la mia morte e per l'ope­ra della redenzione umana, garantendo a ciascuno ciò che gli spetta secondo giustizia, conformemente alle azioni compiute, al decreto della vostra incomprensibile sapien­za e all'imparzialità della vostra perfetta equità». Così parlò Cristo nostro salvatore sulla croce con l'Altissimo. Questo mistero restò sigillato e serbato nel cuore di Ma­ria come un testamento occulto e chiuso, affinché per sua intercessione e disposizione, al tempo opportuno e da quel momento in poi, fosse eseguito nella comunità ecclesiale. In realtà in quell'ora si incominciò la sua esecuzione ed attuazione in conformità alla conoscenza e previsione di­vina in cui tutto, passato e futuro, è allo stesso tempo uni­to e presente.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1409. Figlia mia, fa' in modo, con tutto l'affetto possi­bile, di non dimenticare la scienza degli arcani che ti ho manifestato in questi capitoli. Come tua madre e maestra, domanderò al Signore che mediante la sua forza impri­ma in te le rivelazioni che ti ho fatto perché rimangano fisse e presenti finché vivrai. Pensa incessantemente a Ge­sù crocifisso, mio unigenito e tuo sposo, e non scordare mai i dolori della croce e l'insegnamento che egli volle donarci su di essa. In questo specchio devi acconciare la bellezza della tua anima e riporre quella gloria interiore che si addice alla figlia del principe, cosicché tu possa avanzare, procedere e regnare come sposa del supremo Re. Questo titolo onorifico ti obbliga ad imitarlo con tut­ta te stessa e a diventare a lui conforme nella misura in cui ti sarà possibile con l'aiuto della sua grazia. Questo deve essere il frutto dei miei consigli ed è mio desiderio che tu, da ora innanzi, viva crocifissa con Cristo e divenga simile a lui, morendo all'esistenza terrena. Gli effetti del­la prima colpa siano del tutto estirpati e tu possa vivere di quanto compie in te la virtù superna. Devi rinunciare all'eredità avuta come discendente di Adamo, affinché tu possa ricevere l'eredità del secondo Adamo, Gesù, tuo re­dentore.

1410. La tua vita deve essere una croce pesante e angu­sta, dove tu sia inchiodata e in nessun modo, in forza di di­spense e interpretazioni benevole che la rendono spaziosa, ampia e comoda, sia una via larga, ma piuttosto sicura e perfetta. Questo è l'inganno dei figli di Babilonia e di Ada­mo, che, ciascuno nel proprio stato, cercano di rendere più leggera la legge di Dio e agiscono in tal senso mercanteg­giando la salvezza delle loro anime. Essi vogliono infatti comprare il cielo a basso prezzo e si pongono nel pericolo di perderlo del tutto dal momento che costa loro il doversi sottomettere e adattare al rigore dei precetti divini. Ne consegue da parte loro la ricerca di dottrine e opinioni che di­latino i sentieri della beatitudine eterna: si dimenticano co­sì che mio Figlio insegnò loro quanto stretta sia invece la porta e angusta la via e che egli stesso la intraprese, af­finché nessuno potesse pensare di percorrerne di più spa­ziose e comode, adatte alle bramosie della carne e alle in­clinazioni viziate del peccato. Tale pericolo è maggiore per gli ecclesiastici e i religiosi, che, per la loro scelta e il loro stato di vita, sono chiamati a seguire il Maestro e confor­marsi alla sua povertà. Per questo scelsero il cammino del­la croce e intanto, però, vogliono che la dignità o la reli­gione servano ad essi al fine di comodità temporali o per accrescere l'onore, la stima e il plauso che altrimenti non avrebbero mai conseguito. Per ottenere tutto ciò essi allar­gano la croce che promisero di portare vivendo legati e conformati alla carne, servendosi di opinioni e interpreta­zioni fallaci. A suo tempo, tuttavia, conosceranno la verità di quella sentenza dello Spirito Santo: Agli occhi dell'uomo tutte le sue vie sono rette, ma chi pesa i cuori è il Signore.

1411. Carissima, devi stare lontana da questo inganno e avere una vita conforme alla tua professione e nella più stretta osservanza, così che su questa croce tu non ti pos­sa stendere né voltare da una parte o dall'altra, proprio per­ché tu sei inchiodata su di essa con il Signore. Devi tene­re la mano destra inchiodata all'obbedienza, senza riservarti alcun momento o parola o gesto o pensiero che non siano governati da tale virtù. Non devi avere nessun atteggiamento che sia opera della tua volontà, bensì dell'altrui: non ti è lecito credere di essere saggia per te stessa; devi invece es­sere ignorante e cieca, affinché i superiori ti guidino. «Colui che promette - dice il Savio -, inchiodata la sua mano e con le parole delle sue labbra, resta legato e preso». Hai inchiodato la tua mano col voto dell'obbedienza e con que­sto atto hai rinunciato alla libertà e al diritto di volere o non volere. Terrai quella sinistra inchiodata al voto di po­vertà senza concederti nulla di quanto gli occhi sono soli­ti desiderare, nessuna simpatia né affetto, perché, riguardo all'uso o al desiderio di cose di tal fatta è opportuno che tu segua e imiti Cristo povero e nudo sulla croce. Col ter­zo voto di castità, devono essere inchiodati i tuoi piedi, per­ché i tuoi passi e i tuoi movimenti siano puri, casti e gra­devoli. Perciò non devi permettere che, in tua presenza, si proferiscano parole dissonanti dalla purezza né tollerare che immagini o figure di questo mondo ti possano colpire, né guardare o toccare creatura umana. I tuoi occhi e tutti i tuoi sensi siano consacrati alla castità, senza concederti al­cuna dispensa, se non quella di fissarli in Gesù crocifisso. Osserverai e custodirai sicura il quarto voto di clausura nel costato e nel petto di sua Maestà: è la dimora che ti asse­gno. E affinché questa dottrina ti sembri soave e questo cammino meno aspro, mira e considera con attenzione nel tuo cuore l'immagine che di lui hai conosciuto: pieno di piaghe, tormenti e dolori, alla fine inchiodato sulla croce senza avere nel suo corpo parte alcuna che non fosse feri­ta e tormentata. Entrambi eravamo più delicati e sensibili di tutti i figli degli uomini, e per loro abbiamo sofferto e sopportato dolori amarissimi per incoraggiarli a non rifiu­tarne altri minori in vista del loro eterno e proprio bene e dell'amore che li ha obbligati. Per esso dovrebbero mostrarsi grati, intraprendendo con fiducia e abbandono il sentiero seminato di spine e di affanni, e portare la croce, per imi­tare e seguire Cristo ed ottenere la felicità senza fine: que­sta è la diritta via per arrivarvi.

 

CAPITOLO 23

 

Sulla croce Cristo, nostro salvatore, trionfa sul demonio e stilla morte, secondo la profezia di Abacuc. I diavoli tengo­no un conciliabolo all'inferno.

 

1412. I venerabili arcani contenuti nel presente capito­lo corrispondono a molti altri da me già trattati in questa Storia. Uno di essi riguarda il fatto che Lucifero e i suoi ministri, nel corso della vita di Gesù e davanti ai suoi mi­racoli, non poterono mai giungere ad avere la sicurezza as­soluta che egli fosse vero Dio e salvatore del mondo, e quindi neppure a comprendere la dignità di Maria beatis­sima. Provvidamente la sapienza superna aveva disposto così, affinché l'incarnazione e la redenzione si compissero in maniera più conveniente. Satana, dunque, pur sapendo che l'Altissimo si sarebbe fatto uno di noi, ne ignorava le modalità e le circostanze e, poiché se ne formava un'opi­nione nella sua superbia, prese un grande abbaglio: ora af­fermava che Cristo era Dio, per i suoi prodigi; ora lo ne­gava, vedendolo povero, umiliato, afflitto e affaticato. Con­fuso tra queste varie ipotesi, rimaneva nel dubbio e conti­nuava a fare indagini; questo durò fino all'ora del Gòlgo­ta, quando, venendo a scoprire i misteri di lui, fu allo stes­so tempo disingannato e sconfitto, per la passione e mor­te che aveva procurato alla sua umanità santissima.

1413. Il trionfo del nostro Maestro si realizzò in modo così elevato e mirabile che io mi confesso incapace di spie­garlo; esso, infatti, fu del tutto spirituale e celato ai sen­si, con i quali lo devo illustrare. Vorrei che ci potessimo informare gli uni gli altri come fanno gli angeli, perché non meno è necessario per manifestare e capire tale ope­ra meravigliosa del potere divino. Dirò ciò che potrò e ad illuminare sarà la fede, più che il significato delle mie espressioni.

1414. Ho già riferito come il nostro avversario e i suoi provarono ad allontanarsi dal Signore ed a precipitarsi al­l'inferno, appena egli ricevette la croce sulle sue sacre spal­le, perché in quel momento avvertirono che la forza cele­ste cominciava ad affliggerli maggiormente. Poiché sua Maestà lo permise, da questo nuovo tormento riconobbe­ro che con l'uccisione di quell'innocente, da loro tramata, li sovrastava un enorme danno, e che non si trattava di una semplice creatura. Quindi, desideravano ritirarsi e non assistere più come prima i giudei e i responsabili della giu­stizia; il braccio dell'Onnipotente, però, li trattenne e li legò come dragoni ferocissimi, costringendoli per mezzo di un comando della Vergine a non fuggire ed a seguire il suo Unigenito sino alla fine. L'estremità della catena mistica fu data alla Regina, affinché li tenesse soggiogati con le virtù del suo diletto. Anche se spesso, pieni di furore, davano strattoni per liberarsi, non riuscirono a superare la resi­stenza con la quale ella li teneva, obbligandoli a giungere al luogo del supplizio e a mettersi intorno al duro legno, dove ordinò loro di rimanere immobili fino al termine di eventi così sublimi come erano quelli che vi si compivano per la loro rovina e il riscatto degli uomini.

1415. A questo ordine, il principe del male e i suoi squa­droni furono tanto prostrati dalla pena che sentivano per la presenza di Gesù e di sua Madre, e per ciò che li mi­nacciava, che avrebbero trovato profondo sollievo nel get­tarsi negli abissi. Poiché non era loro concesso, si stringe­vano fra sé come formiche sbalordite e come vermiciatto­li timorosi che cercano di nascondersi in qualche buco, benché la loro rabbia non fosse propria di animali, ma di demoni più crudeli dei draghi. Qui la tronfia tracotanza di Lucifero fu del tutto avvilita e svanirono le sue pretese di innalzare il suo trono sopra le stelle e di bere le limpide acque del Giordano. Oh, come era abbattuto e inerme co­lui che in tante occasioni aveva arditamente presunto di capovolgere l'intero universo! Come era perplesso e sconfortato colui che aveva raggirato molte anime con pro­messe fallaci o con minacce! Come era turbato l'infelice Amàn davanti al patibolo sul quale aveva tentato di far sa­lire il nemico Mardocheo! Oh, quale ignominia per lui os­servare la vera Ester, Maria purissima, domandare che il suo popolo fosse risparmiato e che il traditore venisse ro­vesciato dalla sua primitiva grandezza e castigato con la condanna dovuta alla sua smisurata protervi! Qui l'op­presse e decapitò la nostra invincibile Giuditta, qui gli schiacciò l'altera cervice. Da adesso in poi saprò, satana, che il tuo orgoglio oltrepassa le tue possibilità. Già ti co­prono vermi, invece che splendore; già il tarlo consuma e rode il tuo cadavere. Tu, che ferivi le genti, sei colpito più di tutte loro. Non temerò più le tue false intimidazioni, né darò più ascolto ai tuoi inganni, poiché ti vedo annienta­to e senza alcun vigore.

1416. Era ormai tempo che il serpente antico fosse so­praffatto dal Maestro della vita. Era opportuno che ciò av­venisse con la sua disillusione e a questo aspide velenoso non doveva giovare il turarsi le orecchie per non udire la voce dell'incantatore. Allora, Cristo iniziò a proferire dalla croce le sette parole, dando a lui e ai suoi ministri licenza di intendere i misteri in esse racchiusi, perché voleva trion­fare così su di loro, sul peccato e sulla morte, spogliandoli della tirannia con la quale tenevano soggetto il mondo. Pronunciò la prima: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Essi conobbero con certezza che parlava con l'Eterno, che era suo figlio e vero Dio con lui e con lo Spi­rito, che nella sua umanità santissima di perfetto uomo uni­ta alla divinità accettava liberamente di perire per i discen­denti di Adamo, che per i suoi atti d'infinito valore offriva il perdono a tutti coloro che avrebbero voluto trarne profit­to, senza eccettuare quanti lo stavano straziando. Provaro­no tanta ira e tanto dispetto che si lanciarono impetuosa­mente verso gli antri tenebrosi, dibattendosi con tutte le energie per farlo; ma la potentissima Signora lo impediva.

1417. La seconda parola fu indirizzata al fortunato la­drone: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». I diavoli capirono che il frutto della redenzione era la sal­vezza dei rei e il suo fine ultimo l'esaltazione degli eletti, che i meriti di Gesù cominciavano ad operare con nuova efficacia, che con essi si aprivano le porte del paradiso, si­no a quel momento chiuse per la colpa originale, e che molti sarebbero entrati a godere la beatitudine perenne e ad occupare i posti che per loro era invece impossibile riac­quistare. Si resero conto che aveva la facoltà di chiamare i traviati, giustificarli e glorificarli, e che aveva riportato innumerevoli vittorie su di loro nella sua esistenza terrena con le virtù eminenti dell'umiltà, della pazienza, della man­suetudine e con tutte le altre che aveva esercitato. Con il nostro linguaggio non si possono esplicare la loro confu­sione e il loro tormento, che furono tali da umiliarne la superbia fino a muoverli a pregare la Vergine di permet­tere che si ritirassero nelle loro caverne e di allontanarli dalla sua presenza; ma ella non acconsentì, perché non ne era ancora giunta l'ora.

1418. Il dolcissimo Unigenito rivolse alla Regina la ter­za parola: «Donna, ecco il tuo figlio!». I demoni compre­sero che ella era vera Madre di Dio fatto carne, e che era la stessa il cui segno era stato manifestato ad essi in cielo quando erano stati creati ed avrebbe calpestato loro la te­sta, come l'Altissimo aveva preannunciato nell'Eden. Pe­netrarono la sua eccellenza sopra ogni essere, nonché il suo dominio su di loro, come stavano sperimentando. Fu ine­splicabile il loro furore, poiché fin dal principio, da quan­do era stata plasmata Eva, erano andati tutti indagando con astuzia quale potesse essere quella grande donna della qua­le avevano visto il segno nel cielo, e in tale occasione sep­pero di non averla identificata. Questo irritò la loro arro­ganza più di ogni altro supplizio e si adirarono con se stes­si come leoni feroci rinnovando l'antica collera contro di lei, benché senza successo. Appresero inoltre, come una mi­naccia a quello sdegno, che Giovanni era stato assegnato da Cristo come angelo custode di Maria, con l'autorità di sacerdote; lo stesso scoprì anche l'Evangelista. Lucifero non fu informato solo della potestà di lui contro gli spiriti del male, ma anche di quella che veniva concessa a tutti i sa­cri ministri per la loro dignità e partecipazione al potere stesso di sua Maestà. Ebbe, poi, notizia che pure le altre persone rette, benché non presbiteri, sarebbero state sotto una speciale protezione e sarebbero rimaste salde contro l'inferno. Tutto ciò debilitava lui e i suoi seguaci.

1419. La quarta parola fu diretta al Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». In essa i nemici intuirono che la sua carità era immensa e senza termine, e che inspiegabilmente per soddisfarla l'influsso della divinità era stato sospeso alla sua umanità santissima, affin­ché, con il sommo rigore della passione, la redenzione fos­se abbondantissima. Capirono che egli si affliggeva e si la­mentava con affetto, perché non sarebbero stati liberati tut­ti gli uomini, dai quali era stato abbandonato, ed era ri­soluto a sopportare di più, se gli fosse stato chiesto. Que­sta felicità dei mortali di essere tanto diletti dal Signore stesso aumentò l'invidia di tutti costoro, che sentirono la sua onnipotenza pronta a ciò. La loro malvagità e il loro orgoglio furono schiacciati ed essi si confessarono deboli per opporsi efficacemente tutte le volte che qualcuno avreb­be voluto approfittarne.

1420. La quinta parola fu: «Ho sete ». Essa accelerò il trionfo contro satana e i suoi, che provarono maggiore rab­bia e dispetto, perché Gesù la indirizzò più chiaramente con­tro di loro. Afferrarono che significava: «Se vi pare tanto quello che soffro per i miei fratelli e smisurato il mio amo­re per loro, desidero che intendiate che la mia incommen­surabile bontà è sempre assetata della loro beatitudine, al­la quale anelo, e non l'hanno spenta le molte acque dei miei tormenti e dei miei dolori. Se fosse necessario, ne affron­terei di assai peggiori, per riscattarli dalla vostra tirannia e renderli solidi contro la vostra malizia e superbia».

1421. La sesta parola proferita fu: «Tutto è compiuto!». Il serpente e gli altri, così, ebbero completamente presen­te il mistero dell'incarnazione e della salvezza, già conclu­sa in tutta la sua perfezione, secondo l'ordine superno. Fu svelato loro che il Figlio aveva obbedito all'Eterno e aveva adempiuto pienamente le promesse fatte per mezzo dei pa­triarchi e dei profeti. Furono, inoltre, messi al corrente che la sua umiltà e docilità avevano compensato la protervia e la ribellione da loro mostrata nell'empireo, quando non avevano voluto sottomettersi a lui né riconoscerlo come su­periore nella carne, ed erano perciò avviliti con eccelsa sa­pienza e giustizia da quello stesso che avevano disprezza­to. Poiché, poi, era conseguente alla sua elevata dignità e ai suoi meriti illimitati che Cristo in quell'ora esercitasse la facoltà di giudice delle creature celesti e terrene, affi­datagli dall'Altissimo, egli, usando la sua forza ed ese­guendo la sentenza contro il dragone nel medesimo istan­te in cui la pronunciava, intimò a lui e a tutti i suoi com­pagni di scendere subito nelle profondità più oscure delle carceri infernali, come condannati al fuoco perenne. Im­mediatamente dopo disse la settima parola: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». La sua potentissima Madre concorse con lui e ingiunse anch'ella ai demoni di precipitare in quel momento negli abissi. Per questo co­mando del supremo Re e della Regina, essi partirono dal monte Calvario e piombarono fino negli antri più bassi, con maggiore violenza e rapidità di un fulmine.

1422. Il Redentore, vittorioso, dopo avere sopraffatto il più grande avversario, per consegnare il suo spirito al Pa­dre dette licenza alla morte di avvicinarsi, chinando il ca­po e abbattendola con tale consenso, in cui come il ten­tatore essa trovò il suo laccio. La ragione di ciò è che que­sta non potrebbe ferire né avere potere su nessuno, se non fosse per la prima colpa, alla quale fu imposta come pena. Perciò l'Apostolo afferma che sua arma e suo pungiglione è il peccato, da cui è stata aperta la ferita attraverso la qua­le è entrata nel mondo. Sua Maestà estinse il debito del male che non poteva commettere; dunque essa, quando gli tolse la vita senza avere alcun diritto su di lui, perse quel­lo che aveva sugli altri figli di Adamo. Da allora né essa né Lucifero avrebbero più potuto offenderli, se questi ne aves­sero approfittato e non fossero tornati a soggiogarsi volon­tariamente a loro. Se il nostro progenitore non fosse cadu­to, e noi tutti in lui, non ci sarebbe stato il castigo della morte, ma piuttosto un transito da una condizione felice a quella felicissima della patria di lassù. Il peccato, però, ci rese sudditi di essa e di satana, che ce la procurò per av­valersene, privandoci del passaggio alla vita eterna e ancor prima della grazia, dei doni e dell'amicizia di Dio, e per mantenerci servi suoi e dei vizi, soggetti al suo crudele e iniquo impero. L'Unigenito distrusse tutte queste opere del diavolo; perendo da innocente e pagando per noi, fece in modo che la morte fosse soltanto del corpo e non dell'ani­ma, fisica e non spirituale e perpetua, ed anzi fosse la por­ta per il gaudio del paradiso per chi non avesse voluto far­selo sfuggire. In tale maniera scontò l'antica trasgressione, disponendo anche che da parte nostra potessimo offrire co­me ammenda il trapasso corporale, accettato per amore suo; così, assorbì la morte, e la sua morte santissima fu il boc­cone con il quale la ingannò, togliendole le energie e la vi­ta e abbandonandola prostrata e sconfitta

1423. In questo successo del nostro Salvatore si compì la profezia fatta da Abacuc nella sua preghiera, dalla qua­le prenderò soltanto ciò che basta al mio intento. Egli co­nobbe tale mistero e il dominio del Signore sulla morte e sul maligno. Con religioso timore gli domandò di dare vi­ta a chi aveva plasmato, cioè l'uomo, e predisse che l'avrebbe fatto e, nel suo sdegno, si sarebbe ricordato di ave­re clemenza. Annunciò che la gloria di questa meraviglia avrebbe riempito i cieli e la sua lode la terra, che il suo splendore sarebbe stato come la luce e che egli avrebbe tenuto nelle sue mani bagliori di folgore, che sono le brac­cia della croce, nella quale sarebbe stata nascosta la sua forza. Proclamò, inoltre, che la morte sarebbe andata da­vanti a lui come schiava e il serpente sarebbe stato ab­bassato ai suoi piedi e quindi avrebbe misurato la terra. Tutto fu eseguito alla lettera, in quanto il nostro nemico uscì con il capo fracassato dai piedi del nostro Maestro e della beatissima Vergine, che lo umiliarono e calpestaro­no con la loro passione e con la loro potenza. Poiché egli piombò sino al centro del globo, nella regione dell'infer­no più profonda e distante dalla superficie, si dice che mi­surò la terra. Il resto del testo riguarda il trionfo di Cri­sto nel progredire della Chiesa sino alla fine, e non è ne­cessario riportarlo qui; quello che, però, è conveniente che noi tutti comprendiamo è che il drago e i suoi, per la sua morte, furono legati, abbattuti e indeboliti per tentare gli esseri dotati di ragione. Lo sarebbero ancora, se questi con le loro colpe e spontaneamente non li avessero libe­rati e non avessero incoraggiato la loro superbia a ritor­nare con rinnovato vigore a seminare rovina. Tutto ciò si capirà meglio dal conciliabolo che essi tennero e da quel­lo di cui parlerò continuando a narrare questa Storia.

Conciliabolo tenuto all'inferno da Lucifero e dai suoi demoni dopo la morte di Cristo, nostro Signore

1424. Lucifero e i suoi ministri caddero dal monte Cal­vario fin negli abissi con più furia e turbolenza di quando erano stati precipitati dalle altezze. Il loro regno è sempre terra tenebrosa e coperta dalle ombre della morte, piena di caliginosa confusione, di miserie, angustie e disordine, come afferma Giobbe; eppure, in tale occasione la sua in­felicità e il suo scompiglio furono più grandi, perché i dan­nati ricevettero ulteriore orrore e tormento dalla ferocia con cui i demoni vi discesero e dal dispetto che nella lo­ro rabbia mostrarono. Certamente, questi non hanno l'au­torità di porli a loro arbitrio in zone di maggiore o mino­re tribolazione, poiché ciò è deciso dall'equità divina, se­condo i misfatti di ciascuno; tuttavia, il giusto giudice sta­bilisce che, oltre alla pena "essenziale", in alcune circo­stanze ce ne possano essere altre "accidentali". Quanto è stato commesso, infatti, ha lasciato radici e molti mali per altri, che per questo si smarriscono; così, i durevoli effet­ti di tali peccati non ritrattati le motivano. Giuda fu stra­ziato con altre torture per aver venduto sua Maestà, pro­curandone l'uccisione. I diavoli scoprirono in quel mo­mento che il luogo di punizioni terribili dove lo avevano collocato era destinato a coloro che si sarebbero smarriti con la fede e senza le opere, e a quelli che avrebbero ri­fiutato di proposito la virtù e il frutto della redenzione, contro i quali essi manifestano più collera.

1425. Appena satana ebbe il permesso di sfogare l'ira con­cepita contro il Salvatore e Maria e di rialzarsi dopo essere rimasto per qualche tempo steso al suolo, volle intimare ai suoi compagni la sua ribadita tracotanza contro Gesù. A ta­le scopo li convocò tutti e, sistematosi in una posizione ele­vata, dichiarò loro: «A voi, che per tanti secoli siete stati e starete nella mia fazione per la legittima vendetta delle sof­ferenze inflittemi, sono note quelle che mi sono state pro­cacciate adesso da questo nuovo uomo e Dio e sapete come per trentatré anni egli mi abbia indotto in errore, ce­landomi la sua vera identità e i suoi atti interiori, e sgomi­nandoci per mezzo della stessa condanna che gli abbiamo procurato per annientarlo. Prima della sua incarnazione, lo denigrai e non mi assoggettai a confessarlo più meritevole di me dell'adorazione di tutti. Per tale resistenza fui sca­gliato giù dal cielo insieme con voi e mi fu data questa brut­tezza, indegna del mio splendore e della mia bellezza; ma più di tutto questo mi affligge il vedermi vinto e oppresso da costui e da sua Madre. Fin dalla formazione di Adamo li ho cercati con attenzione per distruggerli o, se non mi fosse riuscito, traviare le creature di lui e fare in modo che nessuna di esse lo accettasse come Signore e lo servisse, e che le sue azioni non portassero loro vantaggio. Questi so­no stati i miei desideri, questi i miei pensieri e i miei sfor­zi, ma invano, poiché mi ha sconfitto con la sua umiltà e la sua povertà, mi ha calpestato con la sua pazienza e infi­ne mi ha defraudato del potere che avevo nel mondo con la sua passione e la sua ignominiosa crocifissione. Ciò mi angoscia in maniera tale che, quando anche io lo strappas­si dalla destra di suo Padre, dove già starà glorioso, e tra­scinassi tutti coloro che ha riscattato in questo inferno, non verrebbe appagato il mio odio né placato il mio furore».

1426. «È forse possibile che l'Onnipotente abbia innal­zato la natura umana, così inferiore alla mia, al di sopra di tutto quello che ha fatto, che l'abbia tanto favorita da unirla a se stesso nel Verbo eterno, che prima di compie­re questo abbia mosso guerra contro di me e dopo mi ab­bia schiacciato con mio enorme sconcerto? Sempre l'ho considerata nemica crudele, sempre è stata per me ripu­gnante e intollerabile. O gente tanto beneficata da colui che detesto e tanto diletta dalla sua ardente carità! Come impedirò la vostra fortuna? Come vi potrò rendere affran­ti al pari di me, dato che non posso togliervi la stessa esi­stenza? Che faremo dunque, miei vassalli? Come restaure-

remo il nostro impero? Come riacquisteremo forza contro i mortali? Come potremo ancora superarli? È, infatti, chia­ro che da ora in poi tutti, se non sono insensibili, assolu­tamente ingrati e peggiori di noi contro questo uomo-Dio, che con tanto amore li ha liberati, faranno a gara nell'an­dargli dietro, gli daranno il proprio cuore e abbracceran­no i suoi soavi precetti. Non acconsentiranno ai nostri in­ganni, disdegneranno gli onori illusori che offriamo e ane­leranno al disprezzo, vorranno la mortificazione e cono­sceranno il pericolo dei piaceri, abbandoneranno i tesori e le ricchezze e avranno care le privazioni, che il loro Mae­stro ha reso così stimabili, e per imitarlo riterranno orri­bile tutto quello con cui noi proviamo ad allettare i loro appetiti. Ciò abbatte il nostro regno, poiché nessuno verrà con noi in questo luogo di confusione e di tormento, e tut­ti conseguiranno la beatitudine che abbiamo perso, si pie­gheranno fino a terra e patiranno con sopportazione; la mia indignazione e la mia superbia non avranno effetto».

1427. «Oh, me infelice, di che terribile pena mi è causa l'essermi sbagliato! Tentando questo uomo-Dio nel deserto, gli ho dato occasione di lasciare con il suo trionfo un esem­pio ad ognuno e ho fatto sì che ci fosse qualcuno capace di sopraffarmi. Perseguitandolo, gli ho solo permesso di edu­care alla sua umiltà e pazienza. Persuadendo Giuda a ven­derlo e i giudei ad angariarlo con feroce accanimento e ad ammazzarlo, ho affrettato la mia rovina e l'instaurarsi del­la dottrina che mi ero impegnato a cancellare. Come si poté abbassare in tale misura colui che era Dio? Come sostenne tanto da parte degli uomini, così malvagi? Come potei da­re io stesso un simile aiuto affinché la salvezza fosse così abbondante e mirabile? Oh, che potenza divina è la sua, co­me mi angustia e indebolisce! Come la mia avversaria, colei che lo ha generato, è così invincibile contro di me? Il suo potere è inusitato per una semplice creatura e senza dubbio le viene partecipato dallo stesso che rivestì di carne. Costui mi ha sempre combattuto duramente attraverso que­sta donna, così aborrita dalla mia alterigia da quando la vi­di nella sua immagine o idea. Se, però, non si soddisfa il mio orgoglioso risentimento, non desisto dal lottare contro di lui, contro Maria e contro i discendenti di Adamo. Orsù, voi che mi seguite, è ormai il momento di concretizzare la nostra ira; avvicinatevi tutti a discutere con me delle vie per farlo, perché su ciò bramo il vostro parere».

1428. A questa tracotante proposta risposero alcuni dei demoni di grado più elevato, incitandolo con vari consigli per ostacolare il frutto della redenzione. Convennero che non era possibile offendere la persona di Cristo, né dimi­nuire il valore immenso dei suoi meriti, né distruggere la virtù dei suoi sacramenti, né falsificare o corrompere quan­to aveva predicato, ma nonostante tutto c'era bisogno di trovare, corrispondentemente ai nuovi principi, mezzi e fa­vori ordinati dall'Altissimo per il rimedio, nuovi modi di contrastarli, come anche più grandi seduzioni e raggiri. Perciò alcuni, dotati di maggiore sagacia e malizia, disse­ro: «È certo che i mortali hanno già nuovi ammonimenti e una legge assai forte, sacramenti nuovi ed efficaci, un nuovo modello e maestro di perfezione e una influentissi­ma interceditrice ed avvocata in questa nuova donna; ma le inclinazioni della loro natura sono sempre le stesse, e le cose dilettevoli per i sensi non sono mutate. In tale ma­niera, aggiungendo nuova astuzia, disfaremo per quanto dipende da noi ciò che egli ha operato per loro, e ci sca­glieremo aspramente contro di essi, cercando di attirarli con lusinghe e muovendo le loro passioni, così che le as­secondino con impeto senza preoccuparsi di altro; la loro condizione è tanto limitata che, quando è occupata con un oggetto, non può badare al contrario».

1429. Con questa determinazione essi, con rinnovata furbizia, cominciarono a distribuirsi un'altra volta i com­piti, dividendosi in vari squadroni, ciascuno dei quali era incaricato di istigare ad un vizio differente. Decisero di sforzarsi di conservare nel mondo l'idolatria, perché gli es­seri umani non arrivassero alla cognizione dell'autentico Signore, né del loro riscatto. Se non vi fossero riusciti, poi, stabilirono di inventare sette ed eresie e, per realizzare tut­to ciò, di investigare quali fossero tra di essi i più cattivi e depravati, che prima abbracciassero gli errori e poi ne fossero guide per gli altri. Fu allora che quei velenosi ser­penti concepirono la setta di Maometto, le eresie di Ario, di Pelagio e di Nestorio e quante ne sono comparse dal tempo della Chiesa primitiva fino ad oggi, nonché altre che tengono pronte, delle quali non è necessario né conveniente parlare. Lucifero approvò questo piano infernale, perché si opponeva alla verità divina e abbatteva il fondamento del­la salvezza, che consiste nella fede in Dio. Lodò, onorò e pose al suo fianco i diavoli che avevano dato tali suggeri­menti, i quali si incaricarono di individuare gente empia che introducesse simili menzogne.

1430. Alcuni si assunsero la responsabilità di pervertire le tendenze dei fanciulli, osservandole fin dalla nascita. Al­tri si impegnarono a rendere negligenti i padri nell'educa­zione dei figli, o per eccessivo amore o per avversione, e a fare in modo che questi li detestassero. Altri ancora si offrirono per mettere odio tra mariti e mogli, e per facili­tare loro l'adulterio e il disprezzo della giustizia e della fe­deltà. Tutti furono d'accordo che avrebbero diffuso attriti, ostilità, conflitti e vendette; li avrebbero stimolati a questo con suggestioni fallaci, spingendoli alla superbia e alla sen­sualità, con l'avarizia e con desideri di prestigio e dignità. Avrebbero presentato le loro apparenti ragioni contro tut­te le virtù insegnate da sua Maestà e, soprattutto, avreb­bero provato a distogliere le creature dalla memoria della sua passione e crocifissione, della redenzione e delle pene eterne. Ad essi parve che così costoro avrebbero rivolto le energie ai piaceri terreni, e non sarebbe rimasta loro at­tenzione o considerazione alcuna per ciò che è celeste e per il proprio stato interiore.

1431. Satana, dopo avere udito queste ed altre rifles­sioni, affermò: «Vi sono molto riconoscente per i vostri pro­getti e acconsento a tutti. Sarà assai semplice ottenere ogni cosa da coloro che non professeranno i decreti che Gesù ha dato; l'impresa, però, sarà ardua contro coloro che li accetteranno e aderiranno ad essi. Quindi, è soprattutto contro di loro che io intendo dare dimostrazione della mia immane rabbia. Perseguiterò in modo durissimo quanti ac­coglieranno le sue parole e lo seguiranno; con loro la no­stra guerra deve essere fiera e ostinata sino alla fine dei giorni. Nella comunità ecclesiale devo seminare la mia ziz­zania: ambizione, avidità, lussuria e feroci rancori, con tutti gli altri vizi dei quali sono capo. Se si moltiplicano e crescono le colpe tra i cattolici, questi con tali ingiurie e con la loro villana ingratitudine irriteranno l'Onnipotente e faranno sì che egli neghi legittimamente ad essi il suo aiuto, meritato con tanta abbondanza da Cristo. Se con le loro mancanze si privano di tale difesa, riporteremo una sicura vittoria. È anche opportuno adoperarci per strap­pare loro la pietà e tutto ciò che è spirituale, e perché non capiscano l'efficacia dei sacramenti o si accostino ad essi in condizione di peccato, o almeno senza fervore e devo­zione; questi benefici, infatti, non sono materiali e per ri­cavarne maggiore frutto bisogna riceverli con tali disposi­zioni. Se essi saranno giunti una volta a spregiare la me­dicina, tardi recupereranno la salute, e faranno meno re­sistenza alle nostre tentazioni. Non si avvedranno dei nostri inganni, si dimenticheranno dei favori concessi loro, non stimeranno il ricordo del proprio Salvatore, né l'in­tercessione di sua Madre. Questa triste trascuratezza li ren­derà indegni della grazia e procurerà che egli, adirato, la rifiuti loro. Voglio che collaboriate tutti con me con gran­de vigore, non perdendo tempo né alcuna occasione di ese­guire quanto vi comando».

1432. Non è possibile riferire gli espedienti che il drago e i suoi alleati macchinarono allora contro la Chiesa e i suoi membri, perché queste acque del Giordano entrassero nella sua bocca. Basti notare che conferirono per quasi un anno intero ed è sufficiente esaminare l'andamento della storia dopo il sacrificio del Signore, nostro bene, e dopo tanti miracoli, doni ed esempi luminosi di uomini santi per manifestare la fede. Ponderando che tutto ciò non riesce a ricondurre molte persone al cammino della vita, si deduce quanto il maligno abbia fatto contro di esse, e che la sua collera è tale che può dire con Giovanni: Guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore. Ma, ahimè! Verità tanto chiare come que­ste, e tanto importanti per intendere il pericolo in cui ci troviamo ed evitarlo con tutte le forze, sono oggi così can­cellate dalla mente dei mortali, con irreparabili conseguen­ze! Il nemico è astuto, crudele e vigilante; noi, invece, sia­mo addormentati, negligenti e deboli! Come può meravi­gliare che Lucifero si sia tanto impossessato della terra, se pochi gli si oppongono, mentre molti lo ascoltano, lo ap­provano e vanno dietro alle sue menzogne, non pensando alla rovina perenne che egli guadagna loro con implacabi­le furia e malizia? Prego coloro che leggeranno questo scrit­to di non voler ignorare una minaccia così temibile. Se non la intuiscono dallo stato del mondo, dalle sue sciagure e dal danno che ciascuno sperimenta in sé, la discernano al­meno dalla cura necessaria e dai numerosi validi rimedi la­sciati ai suoi dal nostro Maestro. È certo, infatti, che egli non ci avrebbe applicato un antidoto simile se il nostro ma­le, con l'eventualità di perire eternamente, non fosse stato tanto spaventoso e tremendo.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1433. Mia diletta, la luce superna ti ha rivelato molto sul glorioso trionfo che il mio Unigenito riportò dalla cro­ce sui demoni e sull'oppressione con cui li sconfisse e pro­strò. Devi essere consapevole, però, che ciò di cui sei al­l'oscuro è più di quello che hai appreso di arcani tanto ineffabili, perché la creatura, finché è nella carne, non può penetrarli come essi sono in se stessi. La Provvidenza ri­serva la loro comprensione totale come premio degli elet­ti nel cielo e nella visione beatifica, dove si capiscono per­fettamente, e come confusione dei reprobi, nella misura in cui li conosceranno alla fine dell'esistenza di quaggiù. Quel­lo di cui sei stata informata è abbastanza per istruirti sui rischi che corri e per incoraggiarti nella speranza di de­bellare i tuoi avversari. Considera anche a fondo la nuova ira concepita contro di te dal serpente per quanto hai espo­sto in questo capitolo. L'ha sempre avuta, cercando di im­pedirti di narrare le mie vicende; ma ora la sua superbia si è irritata un'altra volta, perché hai svelato lo smacco, l'umiliazione e l'abbattimento che egli dovette subire allo spirare di Gesù, la condizione nella quale rimase e gli stra­tagemmi che escogitò con i suoi compagni per vendicare la propria caduta contro i discendenti di Adamo, soprat­tutto i cristiani. Tutto questo lo ha ulteriormente turbato ed esacerbato, dato che scorge ciò palesato a chi non ne sapeva niente. Tu saggerai tale sdegno nelle tribolazioni che ti farà provare con varie tentazioni e persecuzioni; d'al­tra parte, hai già cominciato a fare esperienza della sua rabbia e ferocia. Ti do questo avvertimento perché tu stia molto accorta.

1434. Ti stupisce a ragione l'aver avuto notizia del pote­re dei meriti di sua Maestà e dell'opera di salvezza, con quanto causò nei ministri di satana, mentre osservi questi stessi signoreggiare tanto spavaldi con raccapricciante au­dacia. Benché tale sbigottimento ceda di fronte all'illumi­nazione che ti è stata concessa su quello che hai racconta­to, voglio ugualmente aggiungere qualcos'altro, affinché cre­sca la tua sollecitudine contro esseri così pieni di malignità. Senza dubbio il principe delle tenebre e i suoi, rendendosi conto dell'incarnazione e della redenzione, scoprendo che mio Figlio era nato tanto povero, umile e vilipeso, e venendo ad avere cognizione della sua vita, dei suoi prodigi, della sua misteriosa morte e di quanto ancora aveva compiuto sulla terra per attrarre a sé gli uomini, restarono indeboli­ti e senza forze per circuire i discepoli, come solevano fa­re con gli altri e come sempre bramavano. Nella comunità primitiva durò per molti anni il terrore dei diavoli, e la pau­ra che questi avevano dei battezzati; in essi, infatti, la po­tenza dell'Altissimo risplendeva per mezzo dell'imitazione del Signore e dell'ardore con cui professavano la fede, se­guivano la dottrina evangelica ed esercitavano le virtù con eroici ed infiammati atti di amore, di sottomissione, di pa­zienza e di disprezzo delle apparenze vacue e fallaci. Mol­ti, anzi, spargevano il proprio sangue, dando la vita per lui, e facevano azioni stupende e mirabili ad esaltazione del suo nome. Questa inalterabile fortezza era data loro dalla me­moria ancora fresca della sua passione, dal tenere più pre­sente il modello sublime della sua magnifica sopportazione e del suo abbassamento e dall'essere meno tentati dai dra­goni, che non poterono rialzarsi dal grave atterramento in cui li aveva abbandonati la vittoria del Dio crocifisso.

1435. La viva immagine del Maestro che questi ultimi di­stinguevano nei primi credenti li spaventava a tal punto che non osavano avvicinarsi ad essi e subito fuggivano. Così suc­cedeva con gli apostoli e con gli altri giusti che godettero degli insegnamenti divini e offrirono con la loro perfezione le primizie del riscatto e della grazia; lo stesso accadrebbe anche oggi, come si constata e si sperimenta nei santi, se tutti i cattolici la accettassero, si lasciassero guidare da es­sa e percorressero il cammino della croce, come lo stesso Lucifero paventò che avrebbero fatto. Ben presto, però, la carità, il fervore e la devozione iniziarono a raffreddarsi. Molti si sono scordati del beneficio del loro rimedio, han­no assecondato le inclinazioni e i desideri della carne, han­no avuto a cuore la vanità e l'avidità di beni e si sono fat­ti ingannare ed affascinare dalle false favole del seduttore, oscurando così la gloria del Creatore e consegnandosi nel­le mani dei loro acerrimi nemici. Per questa triste ingrati­tudine il mondo è pervenuto al suo attuale infelicissimo sta­to. I demoni hanno innalzato la loro protervia, presumen­do di impadronirsi di tutti, per la dimenticanza e l'indiffe­renza dei cristiani. La loro audacia arriva a cercare di di­struggere l'intera Chiesa, pervertendo tanti affinché la ne­ghino e quelli che stanno in lei affinché la disdegnino o non approfittino dell'immolazione del loro Salvatore. La cala­mità maggiore è che parecchi non se ne accorgono e la igno­rano, sebbene possano ritenere di essere giunti ai tempi mi­nacciati dal mio Unigenito, quando disse alle figlie di Ge­rusalemme che sarebbero state fortunate le sterili e che mol­ti avrebbero pregato i monti e i colli di coprirli abbatten­dosi sopra di essi, per non vedere l'incendio di colpe tanto brutte consumare i figli della perdizione, quali alberi sec­chi, senza frutto e senza alcuna qualità. Carissima, tu vivi in questo secolo così malvagio e, perché non ti sorpren­da lo sterminio di tante anime, piangilo sinceramente con amarezza, e non far mai cadere nell'oblio l'incarnazione, passione e morte di sua Maestà; rendi grazie per questo, al posto di tanti altri che non se ne curano. Ti assicuro che tale ricordo e meditazione incute grande timore all'inferno e tormenta gli spiriti del male, che scappano e si allonta­nano da coloro che tengono a mente con riconoscenza le opere e i misteri del Redentore.

 

CAPITOLO 24

 

Il costato di Gesù, già spirato, viene ferito da un colpo di lancia; egli è deposto dalla croce e sepolto. Si narra, inoltre, ciò che in questa circostanza operò Maria santissima, fino al suo ritorno al cenacolo.

 

1436. Il quarto Vangelo narra che presso la croce sta­vano Maria, la madre di Gesù, Maria di Cleofa e Maria di Màgdala. Sebbene ciò venga riferito prima che si raccon­ti della morte del nostro Salvatore, si deve comprendere che l'invitta Regina vi restò anche dopo, sempre in piedi accanto al duro legno, adorando su di esso l'Unigenito già spirato e la divinità che era ancora unita al suo corpo. El­la rimaneva salda tra le onde impetuose di afflizione che penetravano fino nell'intimo del suo castissimo petto, e con la sua eminente scienza meditava i misteri della redenzio­ne e l'armonia con la quale la sapienza superna li ordina­va. La sua maggiore sofferenza era la sleale ingratitudine che con tanto danno sarebbe stata mostrata verso un beneficio così raro e meritevole di infinita riconoscenza. Era allo stesso tempo preoccupata di come dare sepoltura al sacro corpo di suo Figlio e di chi lo avrebbe deposto dal­la croce, verso la quale teneva sempre alzati i suoi occhi. Con questo inquietante pensiero parlò così agli angeli che l'assistevano: «Ministri dell'Altissimo e miei amici nella tri­bolazione, sapete bene che non vi è alcun dolore pari al mio. Ditemi, dunque: in che modo tirerò giù il diletto del­l'anima mia? Come e dove troverò un sepolcro degno di lui? In quanto sua madre, questo spetta a me. Ditemi che cosa io debba fare ed aiutatemi con la vostra diligenza».

1437. Essi le risposero: «Signora nostra, il vostro cuore affranto si dilati per abbracciare ciò che ha ancora da pa­tire. L'Onnipotente ha celato la sua gloria e il suo potere, per assoggettarsi all'empia disposizione dei malvagi, e vuo­le sempre accondiscendere alle leggi fissate dalle sue crea­ture. Una di queste prevede che i condannati non siano ca­lati senza licenza del giudice. Noi saremmo pronti e forti nell'obbedirvi e nel proteggere il nostro vero Dio, ma la sua destra ci trattiene, perché è sua volontà difendere in tutto la sua causa e spargere il sangue che gli è restato a favore degli uomini, per vincolarli maggiormente a corrispondere al suo amore, che li ha riscattati così copiosamente. Se es­si non ne approfitteranno nella maniera dovuta, il loro ca­stigo sarà deplorevole, e il suo rigore sarà il compenso del­la lentezza con la quale l'Eterno procede alla vendetta». Ta­li parole accrebbero la pena dell'oppressa Vergine, poiché non le era stato ancora manifestato che sua Maestà avreb­be dovuto essere infilzato con una lancia e il sospetto di ciò che sarebbe avvenuto la pose in nuova angoscia.

1438. In quel momento scorse avvicinarsi una truppa di gente armata; nel timore di qualche altra ingiuria contro il defunto, si rivolse a Giovanni e alle due donne: «Ahimè, il mio strazio giunge ormai all'estremo e il mio cuore si frantuma in me! Non sono ancora soddisfatti di averlo uc­ciso? Pretendono di offendere in qualche altro modo il sa­cro corpo già privo di vita?». Era la vigilia della solenne festa del sabato e i giudei, per celebrarla senza altre preoc­cupazioni, avevano chiesto a Pilato il permesso di rompe­re le gambe ai tre giustiziati, affinché perissero più in fret­ta e potessero così essere sistemati quella sera stessa, sen­za rimanere esposti fino al giorno seguente. I soldati di­stinti da Maria beatissima si dirigevano verso il Calvario con tale intento. Quando furono lì, constatando che i due ladroni ancora respiravano, spaccarono loro gli arti, ma per Cristo, che era già esanime, non ce ne fu bisogno; si adempiva così l'arcana profezia riportata nel libro dell'E­sodo nella quale era stato comandato di non spezzare le ossa dell'agnello pasquale, che era sua figura. Uno di co­storo, di nome Longino, però, accostatosi a lui, trafisse con la lancia il suo costato, da dove subito uscì sangue e ac­qua, come dichiara l'Evangelista, affermando di aver visto e di rendere testimonianza alla verità.

1439. Il sacro corpo, ormai morto, non poté avvertire la sofferenza, ma la sentì bene la Regina nel suo purissi­mo petto, come se vi avesse ricevuto il colpo; questo tor­mento, tuttavia, fu minore di quello che ella provò di fron­te alla ribadita crudeltà con la quale era stato aperto il co­stato del suo Unigenito. Mossa a compassione, ella disse a colui che l'aveva fatto: «Il Signore abbia pietà di te per l'af­flizione che mi hai inflitto». La sua indignazione, o meglio la sua mansuetudine, arrivò sin qui e non oltre, come esem­pio per tutti noi per quando saremo oltraggiati. Nella considerazione della candidissima colomba, tale torto fatto al Redentore fu molto pesante e il contraccambio che ella ne rese al colpevole, rispondendo al male con doni e benedi­zioni, fu il più grande beneficio, quello cioè di essere guar­dato dall'Altissimo con misericordia; così, infatti, avvenne, perché suo Figlio, vincolato dalla sua richiesta, stabilì che alcune gocce del sangue e dell'acqua schizzassero sul vol­to di lui, dandogli attraverso questo favore la vista corpo­rale, che egli quasi non aveva, e quella dell'anima, affin­ché conoscesse il Crocifisso che aveva inumanamente feri­to. Si convertì e, piangendo i suoi peccati, li lavò con il sangue e con l'acqua scaturiti dal fianco di colui che com­prese essere vero Dio e salvatore del mondo. Subito lo pro­clamò tale alla presenza dei suoi compagni, a loro mag­giore confusione e come ulteriore attestazione della loro durezza e perfidia.

1440. La prudentissima Madre capì il significato del col­po di lancia: in quell'ultimo sangue unito ad acqua che zam­pillava dal costato di sua Maestà nasceva la Chiesa, purifi­cata e rinnovata in virtù della sua passione, e dal sacro pet­to venivano fuori come dalla radice i rami che poi si sareb­bero dilatati ovunque con frutti di vita eterna. Richiamò ugualmente nel suo intimo l'episodio della pietra percossa dalla verga della giustizia del Padre affinché sgorgasse acqua viva con cui mitigare la sete di tutti gli uomini, rinfrescan­do e rinfrancando quanti fossero andati a berne. Ponderò la corrispondenza delle acque dell'Eden, diramate in quattro corsi sulla superficie della terra per fecondarla, con queste cinque fontane che si aprirono, ancora più abbondanti ed ef­ficaci, nei piedi, nelle mani e nel costato del nuovo paradi­so dell'umanità santissima di Gesù. Ella racchiuse questo ed altro in un cantico di lode che compose a sua gloria dopo la lesione provocata dalla lancia; in esso pregò con fervore perché quei misteri si compissero a vantaggio di tutti.

1441. Il giorno di Parascève declinava già verso sera e la tenerissima Vergine non aveva ancora alcuna certezza riguardo alla sepoltura che desiderava dare al Signore, il quale lasciava che la sua tribolazione si alleggerisse nel modo determinato dalla sua provvidenza ispirando Giu­seppe di Arimatèa e Nicodemo. Questi erano entrambi ret­ti e discepoli di lui, benché non del numero dei settanta­due, perché nascosti per timore dei giudei, che detestava­no come sospetti e nemici quanti ascoltavano i suoi inse­gnamenti e lo confessavano loro maestro. A Maria non era stato rivelato l'ordine della volontà superna circa la depo­sizione nel sepolcro e, con la difficoltà che le si presenta­va, cresceva in lei la dolorosa sollecitudine, dalla quale non trovava la maniera di trarsi fuori con la propria diligenza. Stando così affranta, sollevò gli occhi al cielo e disse: «Im­menso sovrano, nella vostra infinita bontà e sapienza vi siete degnato di innalzarmi dalla polvere alla sublime con­dizione di genitrice del vostro Unigenito e con sconfinata generosità mi avete concesso di nutrirlo al mio seno, di al­levarlo e di stare con lui sino alla sua uccisione. Ora toc­ca a me, come madre, dare decorosa sepoltura al suo sa­cro corpo. Le mie energie giungono solo a bramarlo e a farmi spezzare il cuore per la sofferenza di non averne la possibilità: vi supplico di dispiegare nella vostra potenza i mezzi perché io lo possa fare».

1442. Ella elevò questa orazione quando fu sferrato il colpo di lancia e, dopo un breve spazio di tempo, si ac­corse che si avvicinava altra gente, con delle scale e degli strumenti che le fecero immaginare che stessero venendo a togliere dalla croce il suo inestimabile tesoro. Non sa­pendone il fine, si afflisse un'altra volta paventando qual­che crudeltà e, rivolgendosi a Giovanni, domandò: «Figlio mio, che intento avranno costoro, che arrivano con tante attrezzature?». L’Apostolo la rassicurò: «Non temeteli, mia Signora, sono Giuseppe e Nicodemo, con alcuni loro ser­vitori, tutti amici e devoti del Redentore». Il primo era giu­sto davanti all'Altissimo e rispettato tra il popolo, nobile e membro del sinedrio, come fa comprendere l'Evangelista affermando che non aveva aderito alla decisione e all'ope­rato degli assassini di colui che credeva il Messia. Anche se fino ad allora lo aveva seguito in segreto, in quel mo­mento si manifestò, per effetto della salvezza. Abbando­nando la paura dell'invidia dei giudei e non badando al po­tere dei romani, andò arditamente da Pilato e gli chiese il corpo di sua Maestà, per calarlo giù e dargli onorata se­poltura, sostenendo che era innocente e vero Dio, come era testimoniato dai miracoli della sua vita e della sua morte.

1443. Il governatore non ebbe animo di negarglielo, ma anzi gli diede licenza di disporne nel modo che gli sarebbe parso più conveniente, e costui, ottenuto tale permesso, uscì dalla sua casa. Chiamò quindi Nicodemo, che era anch'egli giusto e dotto nelle lettere divine e umane e nelle sacre Scrit­ture, come si deduce da ciò che gli fu dichiarato ti arido di notte si recò ad udire le parole di Cristo: ti uomini santi stabilirono con audacia di seppellire Gesù: Giuseppe procurò la sindone e il sudario nel quale avvolgerlo e Ni­codemo comprò addirittura cento libbre degli aromi con i quali si era soliti ungere i defunti più ragguardevoli; con queste cose preparate e con alcuni utensili si avviarono al Calvario con il loro seguito e con altre persone pie, nelle quali già agiva il sangue sparso per tutti.

1444. Pervennero al cospetto della Vergine, che con in­comparabile pena continuava a rimanere sotto il duro le­gno con il discepolo diletto e le altre Marie; invece di sa­lutarla, per il dolore che si riaccese in ciascuno con enor­me veemenza alla vista dell'eccelso e struggente spettaco­lo, stettero per un po' prostrati ai suoi piedi, e tutti a quel­li della croce, dando libero corso alle lacrime e ai sospiri senza proferire niente. Gemettero ininterrottamente con amari lamenti, finché ella li rialzò dal suolo, fece loro co­raggio e li confortò; solo allora la salutarono, con umile compassione. L'accortissima Madre si mostrò grata della loro pietà e dell'ossequio che erano venuti a rendere al lo­ro Signore e maestro ponendo in un sepolcro il corpo or­mai defunto, e a nome di lui promise loro il premio. Giu­seppe rispose: «Nostra Regina, proviamo già nell'intimo la soave forza dello Spirito, che ci ha mossi con tanto ardo­re che non abbiamo saputo meritare né sappiamo espri­mere». Subito entrambi si spogliarono del mantello, ap­poggiarono con le proprie mani le scale alla croce e sali­rono a schiodare il sacro corpo. Ella stava molto vicina, assistita da Giovanni e da Maria di Màgdala. Al nobile d'A­rimatèa parve che lo strazio si sarebbe rinnovato in lei se lo avesse toccato mentre lo deponevano, e pregò l'Aposto­lo di farla allontanare per distogliere la sua attenzione; que­sti, però, conoscendo meglio il suo invincibile cuore, ri­batté che dal principio della passione era sempre restata presente accanto al suo Unigenito e non se ne sarebbe se­parata sino alla fine, perché lo adorava come Dio e lo ama­va come frutto delle sue viscere.

1445. Nonostante ciò, la implorarono di accogliere in parte la supplica che le facevano di ritirarsi leggermente indietro, ma ella replicò: «Carissimi, poiché mi sono trovata a vedere configgere il mio delicatissimo Figlio, vi scon­giuro di considerare come cosa buona che io sia qui ora che gli vengono tolti i chiodi. Questo atto così pietoso, ben­ché mi laceri ancora, mi sarà tanto più di sollievo quanto più lo potrò guardare». Quindi, procedettero nell'ordinare la deposizione. Asportarono prima di tutto la corona dal sacro capo, scoprendo le ferite assai profonde che vi ave­va lasciato, la portarono giù con immensa devozione e tra i singhiozzi, e la porsero alla gentilissima Signora. Ella la ricevette in ginocchio con ammirevole riverenza, acco­standola al suo volto verginale, irrigandola con abbondan­te pianto e graffiandosi per il contatto con le spine; nello stesso istante invocò il Padre di fare in modo che esse, consacrate con il sangue di Cristo, fossero onorate dai fe­deli che le avrebbero avute in futuro.

1446. Subito, a sua imitazione, le venerarono l'Evange­lista, Maria di Màgdala, le altre Marie e alcune donne che erano con loro. Fecero lo stesso con i chiodi: per prima la Principessa, seguita poi dai circostanti. Ella, per prendere il corpo di Gesù, genuflessa, stese la sindone spiegata; Gio­vanni reggeva la testa e Maria di Màgdala i piedi, per aiu­tare Giuseppe e Nicodemo, e tutti insieme, con grande ri­spetto e sofferenza, lo consegnarono a lei. Ciò le provocò tanto affanno quanto delizia: osservare così piagato il più bello tra i figli dell'uomo ravvivava il suo tormento, men­tre tenerlo stretto al petto le dava smisurata angoscia e al­lo stesso tempo sommo gaudio, perché il suo ardentissimo affetto riposava nel possesso del suo tesoro. Lo adorò con supremo ossequio, effondendo lacrime di sangue, e dopo di lei lo fecero anche i suoi innumerevoli custodi, ma que­sto rimase nascosto; poi tutti gli altri, a cominciare dal discepolo, venerarono il sacro corpo, che ella cingeva a tal fine tra le braccia stando seduta in terra.

1447. Agiva in tutto con sapienza e prudenza tali da da­re stupore ai mortali e agli esseri celesti: le sue parole era­no ben ponderate, dolcissime per la compassione verso tan­to splendore sfigurato, tenere per il cordoglio e arcane per ciò che significavano; il suo dolore faceva impressione più di ogni altro possibile; commuoveva e illuminava tutti su un mistero tanto sublime quale era quello di cui trattava; inoltre, senza eccedere né mancare in quanto doveva, ma­nifestava nell'atteggiamento un'umile maestà, tra la serenità del viso e la tristezza che sentiva. Con questa varietà così uniforme parlava con il Salvatore, con l'Eterno, con gli spi­riti sovrani, con gli astanti e con l'intero genere umano, per la cui redenzione il suo diletto si era liberamente immola­to. Non mi trattengo oltre a riferire in dettaglio le sue as­sennate e meste espressioni, perché la pietà cristiana ne im­maginerà molte e non posso fermarmi su ognuna.

1448. Dopo un po', Giovanni e Giuseppe la pregarono di permettere la sepoltura perché si avvicinava la sera e, accorta, acconsentì. Il corpo fu unto sullo stesso lenzuolo con gli oli aromatici acquistati da Nicodemo e in questo atto religioso vennero consumate tutte le cento libbre che erano state comprate; quindi, esso fu collocato sul feretro, per essere trasportato. Maria, vigile in tutto, convocò mol­ti cori di angeli, perché assistessero con i suoi alla siste­mazione nel sepolcro delle membra del loro Creatore, e im­mediatamente essi discesero dall'alto in forma visibile, seb­bene solo a lei. Si disposero dunque due processioni: una composta da loro e l'altra da uomini. Sollevarono il sacro corpo Giovanni, Giuseppe, Nicodemo e il centurione che era stato presente quando il Signore era spirato e lo aveva confessato Figlio di Dio. Gli andava dietro la Vergine, accompagnata da Maria di Màgdala, dalle altre Marie e dalle pie donne. Oltre a queste persone, intervenne un in­gente numero di credenti, che, mossi dalla luce superna, erano venuti al Calvario dopo il colpo di lancia. In tale or­dine si incamminarono tutti in silenzio e tra i gemiti ver­so un giardino poco distante, dove Giuseppe possedeva una tomba nuova, nella quale nessuno era stato ancora depo­sto; in questo fortunatissimo luogo posero le spoglie. Pri­ma che esse fossero coperte con la lapide, l'avveduta Ma­dre le adorò ancora, con ammirazione di tutti, angeli e uo­mini. Subito, gli uni e gli altri la imitarono e venerarono il loro Re, crocifisso e sepolto; quindi, misero lì davanti una pietra, che, come dice il Vangelo, era molto grande.

1449. Nel momento in cui fu serrato il sepolcro di Ge­sù, si chiusero quelli che si erano aperti alla sua morte, ri­manendo come in attesa per conoscere se mai sarebbe toc­cata ad essi la felice sorte di accogliere nel proprio seno il corpo defunto del loro autore incarnato; gli davano così quanto potevano, mentre i giudei non lo avevano ricevuto vivo e loro benefattore. A sorvegliarlo restarono molti cu­stodi divini, ai quali aveva comandato ciò la loro Signora, che lasciava là il proprio cuore. Con lo stesso silenzio e ordine con cui erano giunti da quel monte, tutti vi risali­rono. La Maestra delle virtù si accostò alla croce e la adorò con enorme devozione, e senza indugio fecero lo stesso Giovanni, Giuseppe e gli altri. Poiché il sole era già tra­montato, la scortarono sino alla casa in cui si trovava il cenacolo, dove ella si ritirò; affidandola al discepolo, alle Marie e ad altre seguaci, i rimanenti si congedarono da lei e singhiozzando le chiesero la benedizione. La semplice e saggia Regina si mostrò grata per l'ossequio che avevano prestato al suo Unigenito e per il beneficio da lei avuto, e li licenziò pieni di altri segreti doni interiori, con larghi aiuti della sua natura cortese e della sua indulgente umiltà.

1450. Il sabato mattina i sommi sacerdoti e i farisei, confusi e turbati per ciò che stava accadendo, si recarono da Pilato e gli domandarono di far vigilare la tomba, per­ché Cristo, da loro chiamato impostore, aveva detto che sarebbe tornato in vita dopo tre giorni ed era possibile che i suoi lo rubassero e poi affermassero che era risorto. Egli accondiscese e costoro misero la guardia al sepolcro. Que­sti perfidi tentavano solo di nascondere ciò che temevano sarebbe successo, come si capì in seguito, quando corrup­pero i soldati affinché dichiarassero che sua Maestà era stato portato via; siccome, però, non c'è consiglio contro Dio in questo modo si divulgò e confermò maggiormen­te la risurrezione.

 

Insegnamento della Regina del cielo

1451. Carissima, la ferita al petto di mio Figlio fu assai crudele e dolorosa solo per me, ma i suoi effetti misterio­si sono deliziosi per le anime sante, che ne sanno gustare la dolcezza. Mi afflisse molto, ma per coloro ai quali fu in­dirizzato tale arcano favore è uno sconfinato sollievo nella sofferenza; per comprenderlo ed esserne partecipe, devi con­siderare che egli, per la sua ardentissima tenerezza verso di loro, oltre alle piaghe nei piedi e nelle mani volle avere quella sul cuore, che è la sede dell'amore, affinché potes­sero entrare attraverso di essa per goderne attingendo alla sua stessa fonte, e vi trovassero rifugio e consolazione. Bramo che nel tuo esilio tu cerchi soltanto questo conforto e che tu abbia il costato come abitazione sicura sulla terra; lì apprenderai le proprietà e le leggi della carità in cui pren­dermi a modello, e che in contraccambio delle ingiurie do­vrai benedire chi offenderà te o qualcosa di tuo, come hai inteso che feci io quando fui trafitta dal colpo inferto al mio diletto già spirato. Ti assicuro che non puoi fare alcu­na opera più potente di questa presso il cielo, per ottenere con efficacia la grazia che desideri. La preghiera che si fa dimenticando gli oltraggi non ha forza solo per te, ma an­che per chi li ha arrecati, perché il mio pietoso Signore si commuove, vedendo che gli uomini lo imitano nel perdo­no e nell'intercessione per chi fa loro del male; così essi hanno parte al sommo bene che egli manifestò sul Calva­rio. Scrivi in te queste mie parole e mettile in pratica per emularmi in ciò che ho stimato di più. Contempla tramite quello squarcio il cuore del tuo sposo, e me, che in lui ho tanto affetto verso i nemici e tutte le creature.

1452. Medita anche la sollecita puntualità con la quale l'Altissimo accorre in modo opportuno a rispondere alle necessità di chi lo invoca con vera fiducia, come fece con me quando restai triste e abbandonata mentre dovevo da­re degna sepoltura a Gesù. Allo scopo di soccorrermi in tale angustia riempì di zelo e di benevolenza l'intimo di quei giusti, che se ne preoccuparono alleviando tanto la mia pena da essere colmati, per questo atto e per la mia orazione, di meravigliosi influssi divini per tutto il tempo della deposizione e della sistemazione nel sepolcro, ve­nendo resi nuovi e illuminati sugli eventi della redenzione. Questo è l'ordine mirabile della soave e vigorosa provvi­denza dell'Eterno, che, per vincolare alcuni a sé, pone nel­la tribolazione altri, e muove chi può assistere il bisogno­so affinché il benefattore, per il suo gesto meritevole e per la supplica del povero che lo riceve, venga rimunerato con quanto non avrebbe guadagnato per altre vie. Il Padre delle misericordie, che stimola con i suoi aiuti le azioni, le paga poi come è conveniente, per la corrispondenza alle sue ispirazioni con quel poco di cooperazione da parte no­stra in ciò che per essere buono proviene tutto da lui.

1453. Rifletti, poi, su come egli agisca rettamente, com­pensando gli affronti sopportati con pazienza. Dal mo­mento che il mio Unigenito era morto disprezzato, irriso e bestemmiato, dispose subito che fosse sepolto onorata­mente, indusse molti a confessarlo loro sovrano e salvato­re e ad acclamarlo santo e innocente, e volle che nella stes­sa occasione, mentre finivano di crocifiggerlo ignobilmen­te, fosse adorato come Figlio di Dio e persino i suoi av­versari sentissero in se stessi l'orrore e il turbamento del peccato commesso nel perseguitarlo. Questi benefici, an­che se non tutti ne approfittarono, furono effetto della pas­sione e anch'io concorsi con le mie implorazioni affinché egli fosse venerato da quelli che conoscevo.

 

CAPITOLO 25

 

La Regina del cielo consola Pietro e gli altri apostoli, usa prudenza dopo la sepoltura del Figlio e vede discendere la sua anima al limbo, dove si trovavano i santi padri.

 

1454. La pienezza di sapienza che illuminava l'intelletto di Maria beatissima non lasciava spazio ad alcuna man­canza ed ella, in mezzo ai suoi dolori, continuava a porre attenzione ad ogni azione che l'occasione richiedeva. Con questa superna provvidenza non trascurava niente, operan­do ciò che era più santo e perfetto in tutto. Dopo la sepoltura di Cristo, nostro bene, si ritirò, come si è detto, nel cenacolo; nel luogo dove era stata celebrata la Pasqua parlò con Giovanni, con le Mafie e con le altre che lo avevano seguito dalla Galilea, ringraziandoli con semplicità e nel pianto per la perseveranza con la quale sino a quel mo­mento l'avevano accompagnata con pietà ed affetto nel cor­so della passione del suo adorato Gesù, in nome del quale promise loro il premio. Al tempo stesso, si offrì alle pie di­scepole come ancella e amica. Tutte le si mostrarono rico­noscenti per questo grande favore e le baciarono la mano chiedendo la benedizione; la supplicarono poi di distendersi un po' e di mangiare qualcosa, ma ella rifiutò: «Mio ripo­so e mio ristoro deve essere il vedere risorto il mio Signo­re. Voi, o carissime, soddisfate le vostre necessità come è giusto, mentre io me ne sto con lui in disparte».

1455. Si separò da loro assistita dall'Apostolo e quin­di, postasi in ginocchio, affermò: «Tenete a mente le pa­role con le quali il mio Unigenito dalla croce ha voluto costituire voi mio figlio e me vostra madre. Siete sacer­dote dell'Altissimo: per questa eccelsa dignità è opportu­no che io dipenda da voi in tutto e da adesso bramo che mi comandiate quello che sarò tenuta a fare, conside­rando che sono sempre stata serva e che tutta la mia gioia sta nell'obbedire fino alla morte». Proclamò ciò tra mol­te lacrime ed egli, spargendone ugualmente in abbon­danza, rispose: «Signora mia, che avete dato alla luce il mio Redentore, sono io che devo sottostare a voi, perché al figlio non compete autorità, ma abbandono e docilità nei confronti della propria madre. Chi mi ha reso suo mi­nistro vi ha fatto sua genitrice ed è stato soggetto al vo­stro beneplacito, sebbene fosse il Creatore dell'universo. Occorre, dunque, che anch'io lo sia allo stesso modo e mi impegni con tutte le forze per corrispondere adeguatamente all'incarico di assistervi; per adempierlo con deco­ro, vorrei essere più angelo che uomo». Tali espressioni furono molto prudenti, ma non sufficienti per vincere l'u­miltà della Regina delle virtù, la quale replicò: «Mio di­letto, sarà mia consolazione reputarvi mio capo, dato che lo siete. Io nel pellegrinaggio terreno devo sempre avere un superiore al quale subordinare i miei aneliti e le mie opinioni. Per questo siete inviato dall'Onnipotente e co­me figlio vi compete darmi tale sollievo nella mia triste solitudine». Egli riprese: «Madre mia, sia fatta la vostra volontà, poiché in essa è riposta la mia sicurezza di non sbagliare». Ella, senza aggiungere altro, gli domandò li­cenza di rimanere a contemplare i misteri di sua Maestà e lo pregò di recarsi a procurare del cibo per le donne, e di sostenerle e confortarle; eccettuò soltanto le Marie, che intendevano continuare il digiuno sino alla risurre­zione, scongiurandolo di permettere loro di attuare quel devoto proposito.

1456. Giovanni andò a incoraggiare queste ultime ed eseguì quanto gli era stato ordinato, curandosi dei biso­gni delle altre; tutte, poi, si appartarono e passarono la notte in mesta e straziante meditazione del supplizio del Salvatore. La Vergine, tra i flutti delle sue angustie e del­le sue pene, faceva ogni cosa con questa saggezza così di­vina, senza scordare affatto a causa di esse di praticare con puntualità l'obbedienza, la sottomissione, la carità e la previdenza, per quanto era importante. Né si dimen­ticò di se stessa nell'attendere alle esigenze delle sue com­pagne, né per queste tralasciò di fissare il pensiero su ciò che conveniva alla sua maggiore perfezione. Ammise l'a­stinenza delle Marie, più robuste e fervorose nell'amore, e provvide alle più deboli; dispose l'Evangelista, avver­tendolo di come dovesse comportarsi con lei, e agì in tut­to come vera maestra della santità e dispensatrice della grazia, proprio mentre le acque della tribolazione le giungevano fino all'anima. Quando, poi, restò da sé, sciolse il freno alla corrente impetuosa della sofferenza e si fece possedere completamente dall'amarezza, richiamando al­la memoria le immagini di tutti i tormenti e dell'ignobi­le condanna del suo Gesù, e riflettendo anche sulla sua vita, la sua predicazione, i suoi miracoli, il valore infini­to della redenzione, la Chiesa fondata con tanta bellezza e tante ricchezze di sacramenti e tesori di misericordia, la felicità incomparabile dell'intero genere umano così ab­bondantemente e gloriosamente riscattato, la sorte ine­stimabile degli eletti che ne avrebbero goduto, la spa­ventosa sventura dei reprobi che per loro volere si sa­rebbero resi indegni della beatitudine eterna che era sta­ta meritata loro.

1457. Attese l'alba ponderando nel modo dovuto realtà così sublimi, lamentandosi, lodando ed esaltando le ope­re di Cristo, il suo sacrificio, i suoi imperscrutabili giudi­zi ed altri altissimi arcani della sua provvidenza. Si ele­vava al di sopra di tutti, come unica madre della vera sa­pienza, conversando ora con gli angeli ora con sua Mae­stà riguardo a ciò che l'illuminazione celeste le faceva sen­tire nel suo castissimo petto. Il sabato mattina, dopo le quattro, il nuovo figlio entrò, desideroso di rinfrancare l'Addolorata, che, genuflessa, lo implorò di concederle la benedizione come sacerdote e suo superiore; anch'egli, ge­mendo, la chiese a lei, e se la dettero scambievolmente. Maria lo invitò ad uscire senza indugio, perché ben pre­sto fuori avrebbe incontrato Pietro, che veniva a cercarlo; lo esortò ad accoglierlo, consolarlo e condurlo là, ed a fa­re lo stesso con gli altri discepoli che avrebbe trovato, dan­do loro la speranza del perdono e manifestando a ciascu­no l'amicizia di lei. Egli lasciò il cenacolo e dopo pochi passi lo scorse mentre, pieno di confusione e tra le lacri­me, arrivava dalla grotta in cui aveva pianto il suo rinne­gamento e si recava assai timoroso dalla Regina. Giovan­ni alleviò un po' la sua angoscia riferendo il messaggio, e subito entrambi provarono a rintracciare gli altri; ne in­contrarono alcuni e tutti insieme tornarono alla casa do­ve stava il loro rimedio. Pietro si introdusse per primo e da solo al cospetto della Signora e, gettandosi ai suoi pie­di, esclamò con grande afflizione: «Ho peccato davanti al mio Dio, ho offeso il mio Maestro e voi». Non riuscì a proferire altro, oppresso dai singhiozzi e dai sospiri che provenivano dal profondo del suo intimo.

1458. Ella, vedendolo prostrato a terra e stimandolo da una parte penitente per la sua recente caduta e dall'altra responsabile della comunità ecclesiale, scelto dal suo Uni­genito come vicario, non riteneva opportuno inchinarsi al pastore che poco prima aveva dichiarato di non conosce­re il suo Signore né del resto sopportava nella sua umiltà di tralasciare di prestargli la riverenza che gli spettava in considerazione del suo ufficio. Valutò, allora, conveniente dargli ossequio, nascondendone però il motivo; perciò, si inginocchiò dinanzi a lui venerandolo con questa azione e, per dissimulare il suo intento, disse: «Invochiamo la re­missione del vostro sbaglio». Pregò e lo rincuorò, confor­tandolo e muovendolo a confidare. Gli ricordò la bontà di Gesù con i colpevoli pentiti e l'obbligo che egli aveva, co­me capo del collegio apostolico, di confermare tutti con il suo esempio nella costanza e nella confessione della fede. Con queste ed altre parole, molto veementi e dolci, lo rin­saldò nella fiducia nella clemenza. Quindi, si fecero avan­ti gli altri, i quali, stesi al suolo, la supplicarono di scusa­re la loro codardia, che li aveva indotti ad abbandonare il Salvatore nella passione. Si dolsero amaramente del loro errore, spinti a maggiore dispiacere dalla presenza della compassionevole Vergine, il cui mirabile aspetto provocava in essi straordinari effetti di contrizione e di affezione verso di lui. Ella li fece rialzare e li rianimò con la pro­messa dell'indulgenza che bramavano e della sua interces­sione per ottenerla. Incominciarono subito tutti per ordi­ne a raccontarle ciò che a ciascuno era successo nella fu­ga, come se ne avesse ignorato qualche circostanza. Li ascoltò traendo occasione da quello che affermavano per parlare al loro cuore allo scopo di rafforzarli nell'adesione a sua Maestà e di risvegliare in essi il suo amore; conse­guì tutto ciò, perché, dopo averla udita, si separarono da lei infervorati e resi giusti con aumenti di grazia.

1459. In questo la Madre impiegò parte del sabato e quando fu sera si ritirò un'altra volta nel suo oratorio al­lontanandosi da loro, ormai rinnovati nello spirito e colmi di sollievo e di gaudio, ma sempre tristi per l'uccisione di Cristo. Durante la notte ella rivolse la sua mente alle ope­re che l'anima beatissima del Figlio compiva dopo essersi staccata dal sacro corpo; infatti, seppe fin da quel momento che essa, unita alla divinità, discendeva al limbo per libe­rare i padri che vi erano trattenuti, dal primo retto morto nel mondo aspettando la venuta del Redentore universale. Per spiegare questo mistero, che è uno degli articoli del credo circa la santissima umanità del Verbo, mi è sem­brato bene far intendere ciò che mi è stato rivelato intor­no a quel carcere sotterraneo e alla sua ubicazione. Infor­mo, dunque, che il nostro pianeta da una superficie all'al­tra ha un diametro di duemilacinquecentodue leghe, mil­leduecentocinquantuno sino alla metà; la circonferenza si deve misurare in rapporto a questo. Al centro, come nel cuore della terra, sta l'inferno, una spelonca o un caos con­tenente molte stanze buie con supplizi diversi, tutti terri­bili e spaventosi, che formano un globo simile a una broc­ca immensa con una bocca o entrata molto larga e spa­ziosa. In questa orribile fossa di confusione e di tormenti stanno i demoni e tutti i dannati, e vi rimarranno per tutta l'eternità', finché Dio sarà Dio, perché laggiù non vi è scampo.

1460. Da un lato degli inferi c'è il purgatorio, dove le anime dei giusti si purificano, se in questa vita non han­no finito di pagare per le loro mancanze e non ne sono usciti così puliti e senza difetti da poter raggiungere subi­to la contemplazione dell'Altissimo. Questa caverna è am­pia, ma molto meno dell'inferno, alla quale non è collega­ta, quantunque anche in essa vi siano duri castighi. Dal la­to opposto sta il limbo, diviso in due antri: uno è per i pic­coli deceduti prima del battesimo con il solo peccato ori­ginale, senza atti buoni o cattivi del proprio arbitrio; l'al­tro serviva per farvi sostare gli uomini dopo l'espiazione del male commesso, perché non potevano essere ammessi in paradiso né esultare nel Signore finché non fossero sta­ti salvati e non fosse stato aperto l'ingresso che la tra­sgressione di Adamo aveva chiuso. Il limbo è ancora me­no vasto, non comunica con l'inferno e non ha pene come il purgatorio, perché vi si perveniva da esso dopo averle già scontate, avendo come unico danno quello di non po­ter godere del sommo Bene. Vi si trovavano tutti coloro che erano periti in stato di grazia dal principio fino alla crocifissione di Gesù. In questo luogo si recò la sua ani­ma santissima con la divinità, quando diciamo che scese agli inferi; con tale nome, infatti, si designano tutte le par­ti che stanno nelle profondità, anche se nel linguaggio co­mune lo riferiamo all'inferno, perché questo è il significa­to più noto, come parlando di cielo ordinariamente pen­siamo all'empireo, dove stanno e staranno sempre gli elet­ti, e perché il limbo e il purgatorio hanno queste denomi­nazioni particolari. Dopo il giudizio finale saranno abitati solo il cielo e l'inferno, perché il purgatorio non sarà più

necessario e dal limbo i bambini devono ancora trasferir­si in un'altra dimora.

1461. L'anima santissima vi giunse, accompagnata da innumerevoli angeli, che lodavano il loro sovrano vitto­rioso e trionfante e rendevano a lui onore, gloria e po­tenza. Per rappresentare la sua grandezza e magnificen­za comandarono che si spalancassero le porte di quel­l'antica prigione, perché il Re della gloria, potente in bat­taglia e signore delle virtù, le potesse varcare. A questo ordine si spaccarono alcune rupi, benché non ce ne fosse bisogno per l'accesso di Cristo e della sua milizia, intera­mente composta da spiriti sottilissimi. Per la sua presen­za quell'oscuro abisso si convertì in cielo, perché si riempì tutto di mirabile splendore. Le anime dei giusti che era­no lì furono beatificate con la visione chiara della Trinità e istantaneamente passarono da una condizione di così lunga speranza al possesso perpetuo del gaudio, e dalle tenebre alla luce inaccessibile. Riconobbero il loro vero Dio e lo esaltarono con nuovi cantici, affermando: «L'A­gnello che è stato immolato è degno di ricevere potenza, ono