LA MESSA FONTE DI VITA
Prendete
e mangiate: questo è il mio Corpo!
1.
Il Simbolo
Dio tutto ha creato per la sua gloria. Quando l'uomo impiega tutta la sua intelligenza e tutte le sue risorse per fabbricare un bel palazzo per sé o per un altro uomo certamente fa bene; ma se questo facesse per un essere a lui inferiore, per es. per un cane, certamente sarebbe stolto.
Nessuno
è uguale a Dio e quindi Dio, perché sapientissimo, non poteva creare
l'universo per altro scopo che per la sua gloria. Questa gloria egli l'ottiene
soltanto dall'uomo. È solo l'uomo infatti che può ammirare le divine
perfezioni, diffuse nella natura, riferirle a Dio, lodare e glorificare Dio
delle opere sue. C'è ancora un grado superiore di gloria che l'uomo può e
quindi deve dare a Dio: offrirgli, cioè ritornargli, quanto da Lui ha
ricevuto. Questo l'uomo lo ha capito fin dai primissimi tempi e fin d'allora ha
offerto i suoi sacrifici a Dio. Talora gli offriva le primizie dei frutti,
distruggendoli o lasciandoli disfare in suo onore; ma il principale e più
simbolico sacrificio era l'offerta degli animali. Il sacrificio dell'animale era
il sacrificio classico.
I
fini intrinseci di ogni sacrificio erano e sono sempre quattro:
1)
Latreutico. Luomo offrendo l'animale a Dio riconosce Dio come padrone
di quanto esiste sulla terra e padrone assoluto della vita e della morte. Con
la distruzione dell'animale l'uomo si intende prostrare in adorazione ed
annientare dinanzi all'infinita maestà di Dio. Nello stesso tempo si priva di
quanto gli è utile e caro e ne fa un cordiale omaggio a Dio.
2)
Eucaristico. Luomo riconosce che tutto quanto sulla terra è stato creato
da Dio e a Dio appartiene; Dio nella sua infinita bontà glielo ha messo a
disposizione. È giusto che l'uomo sia riconoscente ed in segno della sua
riconoscenza Gli offre gli animali più belli e più utili. (Gli animali
difettosi non potevano essere offerti in sacrificio).
3)
Impetratorio. Gratiarum actio, nova petitio. Il ringraziamento è in sé
stesso una nuova domanda: esso ben dispone il benefattore verso il beneficato.
Chi è buono e fa del bene non si aspetta ricompensa da coloro che benefica si
aspetta però sempre la riconoscenza.
Niente più ci affligge dell'ingratitudine di coloro che abbiamo beneficato. Col sacrificio l'uomo si attira la benevolenza di Dio. L'uomo, conscio di questo, sottomette umilmente a Dio durante il sacrificio i suoi desideri e le sue preghiere fiducioso di essere esaudito.
4)
Soddisfattorio. L'uomo sa che Dio, pur facendolo re dell'universo, gli
ha dato delle leggi alle quali è doveroso obbedire, anzitutto per giusto
rispetto e sottomissione a Dio, quindi per meglio raggiungere i suoi fini
terreni e ultraterreni.
Nello
stesso tempo è conscio della sua fragilità e dei suoi molti peccati. Non ha
coraggio di presentarsi a Dio, né mezzo di placarlo; geme dei castighi subiti,
dei quali non si può liberare; teme quelli futuri che non potrà scongiurare.
In questa dolorosa situazione vede un riparo: chiedere umilmente perdono a Dio;
e cerca di distruggere i suoi peccati col sacrificio. Piglia un animale, gli
stende le mani sopra, intendendo con questo gesto scaricare su di esso i suoi
peccati. Quindi fa immolare dal sacerdote e distruggere col fuoco l'animale
confidando che insieme all'animale vengano distrutti i suoi peccati. Pur avendo
ogni sacrificio questi quattro fini, l'uomo generalmente nel fare il suo
sacrificio se ne prefiggeva uno e precisamente o il ringraziamento o
l'espiazione, per cui i sacrifici si distinguevano in Hostia laudis ed in
holocaustum pro peccato.
Le
parti del sacrificio erano ugualmente quattro:
1)
Offerta. L'animale da immolare veniva dedicato a Dio con una preghiera.
Da quel momento diventava cosa sacra, cessava di appartenere all'uomo e non
poteva più essere adoperato per usi profani, anche se per essere immolato
doveva passare molto tempo.
2)
Immolazione. L'animale veniva ucciso dal sacerdote e col suo sangue si
aspergeva l'altare. L'immolazione era la parte centrale del sacrificio.
3)
Trasformazione. L'animale, posto su una catasta di legna, veniva bruciato
o consumato nel fuoco. Mediante il fuoco il suo corpo cambiava di natura cioè
si trasformava in fumo e in fuoco. Questa distruzione dell'essere, per cui la
materia cambiava di stato diventando luce e calore, onorava sommamente Dio,
perché per esse veniva riconosciuto il più assoluto dominio di Dio.
Distruggendosi l'animale venivano simbolicamente distrutti i peccati degli
offerenti che su di esso li avevano scaricati.
4)
Comunione. Questo era il compimento del sacrificio. Mentre l'animale si
consumava nel fuoco ed il profumo saliva in odore di soavità a Dio, una parte
della vittima veniva data all'offerente perché la mangiasse. Così la vittima
serviva da monte tra l'uomo e Dio, congiungeva il cielo e la terra e faceva
comunicare l'uomo con Dio. Questa unione onorava sommamente Iddio perché per
essa l'uomo, già purificato dai suoi peccati, distrutti nella trasformazione
dell'animale, ritornava al suo Creatore.
Ma
quale capacità poteva avere una povera bestia di purificare l'uomo dai suoi
peccati? Poteva l'uomo con la riparazione offerta nel sacrificio di un animale
soddisfare la giustizia di Dio, riparare l'oltraggio infinito fattogli, pagare
il suo debito infinito? Se tanto non poteva col sacrificio della sua persona
come lo avrebbe potuto col sacrificio di un animale? Eppure con quei sacrifici
l'uomo si propiziava Dio: Dio placava la sua giusta ira provocata dai peccati
degli uomini, sospendeva i suoi castighi, le guerre e le pestilenze, ricolmava
gli uomini dei suoi benefici, mandava loro l'acqua, i buoni raccolti, la
prosperità. Perché un animale immolato aveva tanto potere su Lui? Unicamente
perché il sacrificio dell'animale simboleggiava il sacrificio di Gesù, l'unico
sacrificio degno di Dio. Nell'animale ucciso e steso sull'altare Dio vedeva
Gesù immolato e appeso nella Croce.
2.
La realtà
Dio
tutto ha creato per la sua gloria; tale gloria ottiene quando l'uomo ritorna a
Lui liberamente.
L'uomo
può dare gloria a Dio:
1)
Ammirando e glorificando Dio per le opere sue.
In
tal modo riferisce a Dio e idealmente a Lui ritorna la creazione.
2)
Offrendo a Dio dei sacrifici;
in
tal modo egli ritorna praticamente quando c'è di meglio nella creazione.
3)
Offrendo sé stesso a Dio in sacrificio.
Tale sacrificio è quanto di più perfetto l'uomo possa fare. Con esso torna liberamente a Dio il suo capolavoro e si attua, per quanto è nell'uomo, la massima gloria di Dio. Ma anche il sacrificio dell'uomo era indegno di Dio, sia perché l'uomo era bacato dal peccato originale e dai peccati attuali, sia perché, per quanto nobile, era sempre una povera creatura, infinitamente distante da Dio.
Se
Dio non avesse potuto ottenere da tutta l'opera della creazione che il
sacrificio di miseri uomini, sacrificio peraltro che ben pochi sarebbero stati
disposti a fare personalmente, avrebbe ottenuto un risultato troppo scarso
dall'opera sua.
Perciò
Dio decreta fin dall'eternità l'incarnazione del Verbo. Gesù viene per rendere
a Dio tutta la gloria possibile a forze umane e a forze divine, perché riunisce
in sé tutte le perfezioni dell'umanità e tutte le perfezioni di Dio.
Infatti
come il vegetale assomma tutte le perfezioni del minerale e le eleva ad un
principio superiore di vita vegetativa; come l'animale assomma tutte le
perfezioni dei minerali e dei vegetali e le eleva a un principio superiore di
vita sensitiva; come l'uomo assomma tutte le perfezioni dei minerali, dei
vegetali e degli animali e le eleva ad un principio di vita razionale; così Gesù
riunendo per effetto dell'unione ipostatica l'uomo completo, corpo ed anima,
nella persona del Verbo, assomma in sé tutte le perfezioni dell'umanità e
conseguentemente di tutto il creato e le eleva ad un principio infinitamente
superiore, cioè alla vita divina. D'altro lato, essendo Gesù Dio, ogni sua
azione ha un valore infinito. Quindi facendo Gesù il sacrificio di sé dà a
Dio la massima gloria possibile, una gloria infinita. E per questo venne Gesù
al mondo: « Hai rigettato le offerte e gli olocausti; mi hai quindi preparato
un corpo. Ecco, o Signore, io vengo per fare la tua volontà » (Ebr. 10, 5).
Gesù
è venuto per fare l'unico sacrificio degno di Dio, sacrificio di cui tutti
quelli antichi erano simbolo e da cui traevano valore. Perché questo sacrificio
fosse totale era necessario che abbracciasse tutti gli istanti della vita di
Gesù, tutti i sensi e tutte le fibre del suo corpo, tutte le facoltà e le
potenze della sua anima, e che il tutto fosse consumato in olocausto perfetto.
Così Gesù dà al Padre tutta la adorazione di cui Lui è degno, Lo riconosce
il solo Buono, il solo Santo, il solo Altissimo Dio di infinita gloria; lo
ringrazia degnamente per l'infinito amore e l'infinita misericordia con cui ha
creato l'universo ed ha ricapitolato tutto quanto è in cielo ed in terra al
suo unico Figliuolo; gli offre una vittima di valore infinito e con ciò ripara
tutti i doveri degli uomini, i sacrifici non fatti o malfatti ed espia tutti i
peccati del mondo; Lo prega con la certezza di essere esaudito, per la
remissione dei peccati degli uomini, per la loro conversione, per la loro
santificazione e per tutti i loro bisogni temporali.
Il
sacrificio di Gesù, come ogni sacrificio, consta di quattro parti:
1)
OFFERTA.
Gesù si offre al Padre fin dal primo istante della sua Incarnazione. « A
principio del libro c'è scritto di me che io faccia, o Dio, la tua volontà »
(Ps. 39, 11). Quando Gesù a quaranta giorni è portato per la prima volta al
tempio, viene offerto pubblicamente da Maria SS. al sacerdote Simeone, il quale
lo piglia e solennemente lo presenta ed offre al Padre. Quindi Gesù è cosa
sacra, consacrata e riservata al Padre. Gesù non può vivere che per fare la
volontà del Padre e gli interessi del Padre. Quindi è:
1)
Obbediente. I suoi passi, le sue opere, i suoi respiri, tutta la sua vita
sono mossi non dalla sua volontà, ma da quella del Padre. Gesù nulla fa per sé:
« Il mio cibo è far la volontà del Padre mio » (Jo. 4, 34). È obbediente
fino alla croce e quando il prospetto delle immense pene fisiche e morali da
sostenere lo abbatte nell'orto, così prega: « Padre, se è possibile passi da
me questo calice; tuttavia si faccia non la mia ma la tua volontà » (Mt. 26,
3).
2)
Umile. È assurdo che Gesù potesse essere superbo. La superbia è la
soverchia stima di sé, cioè l'attribuirsi perfezioni che non si hanno. Gesù
ha tutte le perfezioni in grado infinito, e siccome non c'è nulla superiore
all'infinito, Gesù non può avere né dare di sé un concetto superiore a
quello che è, né stimarsi o farsi stimare più di quanto vale. Per essere
meglio riservato al Padre, Egli non solo non si fa ammirare, ma si nasconde; non
solo non cerca di essere onorato, ma cerca di essere disprezzato. Ed era
conveniente che fosse umile. L'uomo infatti si insuperbisce o per i beni
materiali o per le doti del corpo o per quelle dell'anima. Chi è Dio si
avvilirebbe a fregiarsi di tutte queste cose infinitamente inferiori a sé. Gesù
non solo non manifesta le sue perfezioni, ma positivamente le nasconde per
offrirle e riservarle al Padre. « Non cerco la mia gloria » (Io. 8,50).
3)
Povero. La povertà assoluta lo accompagna dalla culla. Gesù si fa
passare per il figlio del falegname Giuseppe, si confonde con la povera gente,
se la fa con le persone dei più bassi ranghi sociali; mangia con i pubblicani,
conversa con i peccatori, è affabile con tutti, tutti attira a sé per
portarli al Padre suo. Lava i piedi agli apostoli, si fa coronare re di burla,
sceglie di farsi sacrificare col supplizio più infamante, quello riservato agli
schiavi delinquenti. È povero. La povertà assoluta lo accompagna dalla culla
alla croce. Non ha nulla e nulla mai possiede nella sua vita. Era conveniente
che così fosse. Il padrone dell'universo si sarebbe degradato ed avvilito se si
fosse fatto signore di una terra, di un castello, di qualunque altra proprietà.
Essendo disceso dal cielo ed avendo occultata la sua infinita maestà, era
giusto che non fosse padrone di cosa alcuna. « Le volpi - Egli poté dire -
hanno le loro tane, gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell'Uomo non ha
dove posare il capo » (Mt. 8, 20). Così, insieme al sacrificio di sé, Gesù
fece al Padre il sacrificio di tutto il creato, che pure gli apparteneva.
4)
Sacrificio. Il suo corpo appartiene al Padre e deve servire solo per il
Padre, non per aver delle soddisfazioni. Ed era conveniente che così fosse. I
Vangeli notano spesso che Gesù era triste, narrano che diverse volte ha pianto,
mai che abbia riso. Gesù vive nel totale sacrificio dei sensi, nel totale
distacco dal mondo e muore fra i più atroci tormenti. Così riserva tutti suoi
sensi, tutte le sue fibre al Padre e le consuma integralmente nel suo
sacrificio.
5)
Zelante. Nella sua vita Gesù cerca solo la gloria del Padre e per essa
spende tutte le sue energie e compie il suo sacrificio. Alla madre sua, che gli
chiede perché si fosse eclissato per tre giorni lasciando nella costernazione
lei e S. Giuseppe, risponde: « Non sapevate che io debbo trovarmi nelle cose
che riguardano il Padre mio? » (Lc. 2, 49). Vive continuamente la sua
consacrazione al Padre stando a Lui sempre unito nella preghiera, e, dopo aver
faticato tutto il giorno a fare del bene e a predicare il Vangelo per attirare
gli uomini al Padre, passa le notti prostrato in preghiera. La sua vita si
riduce a questo: parlare agli uomini di Dio, parlare a Dio degli uomini per
supplire i loro doveri verso Dio.
II)
IMMOLAZIONE.
Nessuno ha maggiore amore di chi dà la sua vita per la persona amata. A Gesù
non basta perdere la sua vita, cioè cessare di vivere per amore del Padre. Dopo
tutto a vivere in quelle condizioni in cui Egli visse non c'era gusto e morire
sarebbe stata una liberazione. Gesù volle positivamente annientare la sua vita
fra gli strazi per amore del Padre. Era conveniente che così facesse perché
fosse perfettissimo il suo sacrifico: così infatti non restava più che cosa
soffrire e cosa sacrificare per il Padre.
Tutte
le fibre della sua carne, tutti i suoi sensi e tutte le facoltà della sua
anima soffrirono quanto umanamente potevano soffrire. Tutti i suoi organi
oltrepassarono i limiti della sopportazione.
Tutto
in Lui perì quando per la violenza dei crampi e dell'agonia il suo cuore cessò
di battere.
Mai
morte umana fu più completa e simultanea di quella di Gesù. Tutto il suo corpo
divenne livido, mentre della sua anima Gesù poté dire: « Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato! » (Mt. 45, 46). È grande come il mare la sua
attrizione e nessuno potrà mai arrivare a comprenderlo e a compatirlo (Lamentaz.
2, 13).
Gesù
soffrì non semplicemente quanto un uomo poteva soffrire, ma quanto poteva
soffrire un uomo sostenuto dalla divinità. Niente ci fu al mondo più grande di
Gesù; in Gesù niente più grande del suo sacrificio; nel suo sacrificio niente
più grande della sua passione; nella sua passione niente più grande della
sua morte.
La morte di Gesù è la suprema glorificazione di Dio, il maggiore avvenimento della creazione; essa è il punto che divide i tempi. Bastava una sola goccia del sangue di Gesù a soddisfare la giustizia del Padre, a glorificarLo degnamente, a salvare tutti gli uomini. Gesù volle soffrire tutto quanto era possibile soffrire perché fosse completo il suo sacrificio, perché potesse dare la massima prova del suo amore, perché fosse sovrabbondante la glorificazione del Padre e la redenzione degli uomini.
III)
TRASFORMAZIONE.
Ma ancora dopo morto, il corpo di Gesù restava così come il Padre glielo
aveva formato. Bisognava che il fuoco consumasse questo corpo perché il
sacrificio di Gesù potesse dirsi completo. Dio lo investe col suo amore e, come
aveva fatto col sacrificio di Elia e di Salomone, lo consuma e lo fa brillare
trasformandolo in un corpo glorioso, non più opaco e pesante, ma luminoso e
leggero, non più materiale, corruttibile e deformabile, ma spirituale,
bellissimo ed immortale. Ora quel Corpo è puro da ogni scoria umana, è degno
di Dio perché già i peccati umani da Lui presi sono stati distrutti con la
morte. Ora finalmente l'opera della espiazione e redenzione è completa; ora si
attua la più grande gloria di Dio che è la ricompensa del giusto.
Dio
ha dimostrato la sua giustizia annientando Gesù e ricevendo da Lui la
riparazione completa dei peccati degli uomini. Tuttavia Gesù ha fatto tutto
questo non per debito personale, poiché non aveva peccato, ma per amore al
Padre e agli uomini. Egli è innocente. Resta quindi scoperta una partita
importante. Dio è in debito, deve ricompensare Gesù e non può sopportare
dilazioni a un siffatto debito. Per questo fu scritto: « Non permetterà che il
suo Santo veda la corruzione » (Ps. 15, 10). Per questo all'alba del terzo
giorno Dio lo risuscita; lo riempie di tutte le perfezioni possibili e
concepibili per un corpo umano, lo rende in tutto degno di sedere alla destra
del Padre e di godere la somma ed eterna felicità.
IV)
COMUNIONE.
Finalmente era tempo che Gesù, uscito dal Padre, ritornasse al Padre. L'opera
per cui il Padre l'aveva mandato nel mondo era compiuta. Il corpo suo
risuscitato era ormai degno di entrare in cielo e sedere glorioso alla destra
del Padre, perché nel sepolcro aveva lasciato tutto quello che era
corruttibile e mortale. E così dopo quaranta giorni dalla resurrezione, fondata
e confermata la Chiesa, Gesù ascende al cielo.
Ma
se con l'ascesa al cielo Gesù avesse chiuso completamente la sua missione, la
sua sarebbe stata una unione, non comunione e quindi il suo sacrificio sarebbe
stato incompleto.
La
giustizia di Dio era soddisfatta ma alla gloria di Dio mancavano ancora gli
uomini che dovevano a Lui essere condotti, e con Lui comunicare per la sua
gloria e per la loro felicità.
Perciò
Gesù prima di morire istituisce l'Eucaristia che sarà il mezzo con cui unirà
intimamente a Sé gli uomini in modo da formare con tutti essi una cosa sola, un
Corpo Mistico da poter offrire al Padre.
1.
È il prodigio della onnipotenza di Dio
L'onnipotenza
di Dio risplende nell'ottenere i più grandiosi effetti coi mezzi più umili. Il
sommo Iddio che le intelligenze non possono contenere si racchiude con tutte le
sue infinite perfezioni in una minuscola ostia. Li c'è il Corpo glorioso di
Gesù la cui bellezza sorpassa qualunque nostra idea e qualunque nostro sogno
di bellezza. Lì c'è tutta l'infinita potenza di Dio.
Nell'Eucaristia,
in una piccola ostia c'è racchiusa una potenza infinitamente superiore a
qualunque forza della natura; c'è l'onnipotenza di Dio, capace di incenerire
l'universo e di tenere a freno, imbriggliate nella materia, le formidabili
energie che la costituiscono.
Dinanzi
all'Eucaristia c'è veramente da tremare, da umiliarsi, da prostarsi per terra
in muta adorazione. Non possiamo avere parole per esaltare un tanto miracolo;
non possiamo compiere i nostri doveri verso di esso.
L'unica
cosa degna che possiamo fare è di unirci a Gesù stesso ed offrire al Padre le
nostre adorazioni insieme a quelle che Egli nell'Eucaristia continuamente gli
offre.
Dinanzi
a tale miracolo impallidiscono i miracoli operanti da Gesù nella sua vita
pubblica e tutti i miracoli della creazione. Tale sommo miracolo Gesù riesce
per di più ad ottenerlo con una semplice parola di un povero uomo, un prete.
2.
È il prodigio dell'amore di Dio
L'Eucaristia
è il mezzo della nostra elevazione allo stato soprannaturale ed il pegno
della futura gloria.
Gesù
si chiude in migliaia di tabernacoli per star sempre vicino a noi; ivi resta
trascurato ed abbandonato dagli uomini per poter essere avvicinato ogni tanto
da qualcuno bisognoso di conforto, di pace, di elevazione. Gesù non sa stare
senza di noi. « Le mie delizie sono nello stare tra i figli degli uomini » (Prov.
8, 31). Oh, amore infinito di un Dio! Dove abbondò il peccato sovrabbondò la
grazia. Dal tabernacolo Egli ci ripete: « L’uccello può dimenticare i suoi
piccoli, la madre può dimenticare il frutto del suo seno, ma io non mi dimenticherò
di te » (Is. 49, 15).
Un
re avendo dovuto mettere il figlio ribelle in prigione e non bastandogli il
cuore a lasciarlo lì solo a soffrire, lasciò i suoi abiti regali, si vestì
da galeotto e andò a fare compagnia al figliuolo per aiutarlo a scontare la
pena. Il re è Dio; il figliuolo siamo noi, esiliati in questa terra di castigo
e di prova.
Oh,
tenerezza infinita di Gesù per dei miserabili peccatori!
3.
È il prodigio della Sapienza di Dio
Realizza:
-
il Corpo Mistico;
-
il sacrificio completo della creazione (S. Messa);
-
la nostra santificazione.
Gesù
nella sua vita terrena iniziò, non completò la sua missione. La sua missione
era la gloria di Dio e la salvezza delle anime. A questo fine fece del suo
corpo un'ostia pura, santa e immacolata e la offrì in sacrificio perfetto a
Dio; ma egli voleva che Dio ottenesse dalla sua creazione il massimo onore e
la massima gloria possibile.
A
questo fine istituì l'Eucaristia colla quale riunisce gli uomini in un sol
corpo, il suo Corpo Mistico, e li offre al Padre nel sacrificio della Messa.
Come
il suo corpo fisico Gesù lo prese per sacrificarlo sulla croce, così forma il
suo Corpo Mistico per sacrificarlo sull'altare. Nella S. Messa Gesù offre al
Padre in sacrificio se stesso e tutti i fedeli a Sé uniti: così per essa tutte
le membra hanno la possibilità di fare a Dio un sacrificio perfetto.
Il
sacrificio della Messa è un unico sacrificio con quello della croce. Come il
Corpo Mistico è uno sviluppo di Gesù, mediante l'assorbimento e
l'assimilazione degli uomini che entrano a far parte della Chiesa; così il
sacrificio della Messa è uno sviluppo del sacrificio di Gesù medante l'offerta
e l'immolazione dei corpi e delle anime dei fedeli.
Ogni
fedele come costituisce un membro del Corpo Mistico così deve costituire una
parte del suo sacrificio. Il sacrificio di Gesù deve essere completato dal
sacrificio di tutte le sue parti: questo attua la S. Messa.
Il
sacrificio dei fedeli è tutt'uno col sacrificio di Gesù e da esso acquista
il suo valore.
Le
offerte, i sacrifici e i dolori degli uomini fatti e sopportati al di fuori
della comunione al sacrificio di Gesù, cioè senza almeno lo stato di grazia,
non hanno nessun valore. Dio accetta e premia tali offerte, sacrifici e dolori
secondo il grado e l'intensità con cui sono uniti al sacrificio di Gesù.
La
S. Messa è quanto di più sublime accade sulla terra: è il centro di tutto il
creato e di tutti i tempi. Essa ha lo stesso valore infinito del sacrificio
della Croce.
La
vittima è la stessa: Gesù.
Il
sacrificio della Croce è la causa della Redenzione: il sacrificio della Messa
ne è l'applicazione e la perpetuazione. La S. Messa raccoglie tutti i meriti
della Croce e li distribuisce in grazia ai fedeli. Per mezzo della Messa, Iddio
raggiunge tutti gli scopi propostisi nella creazione. L'umanità, mondata dal
sangue di Gesù, si offre insieme al suo Capo in un unico sacrificio a Dio, in
ogni angolo della terra ed in ogni momento del tempo. Si attua così la profezia
di Malachia: « Ecco in ogni luogo viene offerta al mio nome un'oblazione
monda ». Non sono nominativamente tutti gli uomini che fanno quest'offerta;
tuttavia sono tutti i gruppi e tutti i luoghi; sono i migliori uomini che si
trovano in ogni angolo della terra. Dio per essi preliba i più bei frutti di
ogni albero umano. Essi rappresentano ufficialmente quanti sono buoni e temono
Dio. Il cielo e la terra per virtù della Messa si congiungono: il ponte di
congiunzione è Gesù. Tutti gli Angeli e i Santi trasaliscono di gioia, vedendo
per essa riconosciuti e soddisfatti i diritti di Dio da parte degli uomini e
vedendo gli uomini ricolmati da torrenti di misericordia, di grazia e di meriti,
e resi idonei alla felicità eterna.
Senza
la S. Messa non avrebbero più motivo di vivere gli uomini, di esistere la
terra, di splendere il sole, di girare le stelle. Non ci sarebbe stato neppur
motivo della creazione dell'universo, della creazione dell'uomo e
dell'incarnazione di Gesù. La S. Messa è il centro dei disegni di Dio ed il
movente di tutte le operazioni divine. Nella Messa Dio riceve la adorazione che
tutta l'umanità gli deve, ed i dovuti ringraziamenti per gli innumerevoli
benefici con cui continuamente inonda la terra: benefici materiali, quali
l'aria, l'acqua, il sole, la vita, ecc.; benefici spirituali, quali la continua
misericordia, i sacramenti, le grazie attuali, ecc.
Gesù
nell'Eucaristia offre continuamente al Padre le sue adorazioni e i suoi
ringraziamenti e quelli di quanti a Lui si uniscono.
Nella
Messa la Divina giustizia, continuamente provocata dai peccati dell'umanità,
si placa per il sacrificio di Gesù e continua ad aspettare gli uomini a
penitenza.
La
B. Anna Maria Taigi vide in una visione un globo, figura della terra, su cui si
avventavano furiosamente da tutte le parti immense fiamme per incenerirlo, ma
nello stesso tempo vide sul mondo il Divin Crocifisso mentre la SS. Vergine
Addolorata si prostrava ai suoi piedi, implorando dal Padre misericordia per il
sacrificio di Gesù. Ed ecco le fiamme si allontanavano ed il pericolo della
fine della terra venne scongiurato. È quello che continuamente avviene e per
cui il mondo ancora sopravvive, nonostante tutti gli innumerevoli peccati. Gesù
si presenta crocifisso al Padre nella S. Messa, la SS. Vergine intercede. La S.
Messa a chi assiste ottiene il compatimento di Dio sulle proprie negligenze ed
omissioni; il perdono dei peccati veniali; l'abbreviazione della pena del
purgatorio meritato dai propri peccati; la preservazione da molti pericoli e
disgrazie dell'anima e del corpo. La S. Messa raggiunge infine le anime del
Purgatorio e solleva ed abbrevia le loro pene.
La
S. Messa è come il mare. Quanto maggiore è la capacità dei recipienti,
tanto maggiore sono i tesori che se ne riportano. I meriti del S. Sacrificio
sono proporzionati al fervore con cui vi assistiamo e al grado con cui
partecipiamo.
Con
una S. Messa possiamo far discendere torrenti di grazie su tutta la Chiesa;
grazie di conversioni, di divine ispirazioni, di provvidenza, ecc. Tutte le
grazie vengono a noi per la S. Messa. Essa applica a noi i meriti infiniti del
Sacrificio di Gesù in croce, proporzionatamente alle nostre disposizioni. Si
merita di più ascoltando devotamente la S. Messa che col distribuire ai
poveri tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando tutta la terra (S.
Bonaventura).
Il
Signore ci accorda tutto quello che nella S. Messa gli domandiamo e, ciò che
è di più, ci dà quello che noi non possiamo neppure chiedere e ci è più
necessario (S. Girolamo).
Per
la S. Messa, Dio continua a dare a tutta l'umanità l'assistenza della sua
Provvidenza, continua a far spuntare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, a
far germogliare le messi, ed attirare l'umanità a Sé. Tutta la perfezione
dipende dalla S. Messa.
La
nostra maggiore o minore bontà e santità dipende dal grado maggiore o minore
di partecipazione al S. Sacrificio.
L'opera
della nostra santificazione è la nostra Messa; è la nostra unione e
continuazione del sacrificio di Gesù.
Per
capire la santità, bisogna capire la S. Messa. Per raggiungere la santità
bisogna vivere integralmente la S. Messa.
Frattanto
la cosa più grande che tu possa fare nella tua giornata è di ascoltare la S.
Messa. Devi mettere tutti gli sforzi per ascoltarla ogni giorno, facendo sempre
la S. Comunione, che della Messa è il compimento. Se hai tempo cerca di
ascoltare tutte le Messe che puoi. La S. Messa è una perla preziosissima, di
inestimabile valore che tu devi cercare giornalmente di incastonare nella tela
della tua giornata. Dice un proverbio sapientissimo: Messa ascoltata, giornata
guadagnata.
1.
Offerta mistica
L'offertorio
ricorda e rinnova l'offerta del Corpo di Gesù e della sua anima, di tutti i
suoi sentimenti e di tutte le sue azioni, fatta da Gesù stesso al Padre fin dal
momento della sua Incarnazione, e rinnovata solennemente nella sua
presentazione al Tempio, privatamente in tutti i momenti della sua vita.
La
vita di Gesù fu tutta consacrata e riservata al Padre. Con ogni sua azione ed
in ogni istante della sua vita Gesù diede al Padre una gloria infinita ed
acquistò per tutti noi la grazia di santificare la nostra vita e le nostre
azioni, sì da poter con esse glorificare Dio e perfezionare noi.
Col
suo lavoro Gesù meritò a noi la grazia di santificare il nostro lavoro, il
riposo, colle sue refezioni meritò a noi la grazia di santificare le nostre
refezioni, colle sue sofferenze e colle sue lagrime meritò a noi la grazia di
santificare le nostre sofferenze e le nostre lagrime, colle sue preghiere
meritò a noi la grazia di santificare, cioè rendere degne di Dio, le nostre
preghiere, colla sua morte meritò a noi la grazia di santificare la nostra
morte, ecc.
Il
mezzo unico di santificare tutte queste cose nostre è quello di unirci a Lui e
di offrirle per mezzo suo al Padre.
Nell'offertorio
della Messa Gesù rinnova l'offerta di tutto se stesso ed insieme del suo Corpo
Mistico. Allora egli offre al Padre noi e ciò che noi gli presentiamo.
Tutto
quanto è offerto è naturale, come è frutto di natura l'ostia presentata
nell'offertorio; ma come quel pane sarà trasformato nell'Immolazione in
Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù, così tutto quanto uniamo
all'offerta del pane, fatta dal sacerdote in nome di Gesù e sotto le vesti di
Gesù, si trasforma in azione e passione di Gesù.
Niente
fuori di Gesù piace al Padre e glorifica il Padre: niente fuori di Gesù è
meritorio di grazia e di vita eterna.
Tutta
la perfezione nostra consiste nel rivestirci della dignità e dei meriti di Gesù,
offrendo a Lui noi stessi e tutte le cose nostre perché vengano assunte da Lui
e da Lui santificate ed offerte come cosa sua al Padre.
Questo
è il mistero e l'operazione della Messa.
Quando il Sacerdote offre a Dio l'Ostia bianca, noi, dopo esserci purificati colla confessione e colla contrizione, dobbiamo mettere sopra quella bianca ostia il nostro cuore, il nostro corpo, l'anima nostra, il nostro lavoro, le nostre preghiere, le nostre fatiche di cui quel pane è simbolo.
Quanto
il Sacerdote offre a Dio il Calice dobbiamo offrire insieme le nostre sofferenze
e le nostre preoccupazioni, che sono come il succo del nostro corpo e della
nostra vita.
a)
Simboli dell'offerta
La
Chiesa simboleggia:
NELLA
COLLETTA
La partecipazione nostra al sacrificio. Anticamente i fedeli portavano dei pani che a principio della Messa il diacono raccoglieva e deponeva sull'altare. Alcuni dovevano essere consacrati, gli altri erano destinati al mantenimento dei ministri ed il resto ai poveri. In seguito fu sostituita l'offerta dei pani con l'offerta di denari, da servire per gli stessi scopi. Oggi lo scopo non si raggiunge per la poca generosità dei fedeli. Nella colletta, potendo, dà la tua offerta, anche con sacrificio come simbolo dell'offerta del tuo cuore.
Come
infatti i molti chicchi di frumento macinati e riuniti, e quindi fermentati
dal lievito, formano un unico pane; così i molti cristiani, sacrificati e
riuniti dalla professione dell'unica fede, dalla stessa osservanza della legge
di Dio e dall'ubbidienza allo stesso Vicario di Gesù, e fermentati dallo stesso
lievito di vita che è il Corpo di Gesù, formano un unico Corpo Mistico.
La
Chiesa simboleggia la nostra divinizzazione nella infusione delle poche gocce
d'acqua nel calice fatta un momento prima dell'offerta del vino. Come infatti
quelle gocce d'acqua unite alla massa del vino diventano vino e quindi, nella
consacrazione, anch'esse sangue di Gesù; così noi, unendoci all'offerta di Gesù
e quindi al suo Corpo, restiamo divinizzati.
Come
le gocce d'acqua se non fossero state unite al vino sarebbero restate sola
acqua; così se non ci uniamo a Gesù restiamo allo stato naturale. Tutto quanto
non viene unito a Gesù resta nello stato naturale, non acquista alcun valore
divino né merito di vita eterna. L’unione con Gesù produce la
trasformazione in Lui.
Quanto
più l'offerta nostra e delle cose nostre è totale e fervorosa tanto più ci
uniamo a Gesù, ci soprannaturalizziamo, partecipiamo al suo sacrificio e quindi
parteciperemo della sua felicità e della sua gloria.
I
bambini che muoiono appena battezzati vengono offerti al Padre da Gesù al
momento stesso del battesimo per mezzo di chi li fa battezzare. Essi non fanno
personalmente alcun sacrificio; viene loro imputato il sacrificio di Gesù e
solo per Lui si salvano, senza alcuna cooperazione personale.
Moltissimi
cristiani non fanno mai alcuna offerta di sé a Dio: non lo amano, tutt'al più
lo temono. Vivono quasi perennemente in peccato mortale; se lo evitano è per
paura dell'inferno, e se vanno a Messa e fanno pure il precetto è piuttosto per
salvarsi.
Costoro
vivono al margine del cristianesimo, alla periferia del Corpo Mistico e stanno
continuamente nell'alternativa di salvarsi o di dannarsi. Sono come i ramoscelli
malati e semisecchi di un albero: non crescono e non producono frutti, ossia
non acquistano alcun merito. La loro salvezza più che da loro dipende dalle
circostanze cioè dalla Misericordia di Dio; bisognerà che muoiano precisamente
in qualcuno di quei rarissimi giorni o momenti in cui si trovano in grazia di
Dio, cioè subito dopo confessati o quando, improvvisamente illuminati da Dio,
hanno fatto un atto di contrizione perfetta. Intanto, non c'è grazia che riceva
un peccatore che non sia stata pagata per lui da un giusto.
Questi tiepidi e mali cristiani che si salvano, si salvano solo per i meriti altrui, per i sacrifici e per le preghiere dei giusti. Essi sono i parassiti del Corpo Mistico: vivono sul sangue altrui. Iddio permette la loro esistenza per la formazione di un eletto stuolo di Santi: costoro infatti si santificano precisamente coll'unirsi maggiormente al sacrificio di Gesù, cioè col pigliare insieme a Lui un buon numero di peccati di tutti questi mali cristiani e col mutarli in sé col sacrificio della propria vita, unita al sacrificio di Gesù.
b)
Gradi di offerta
I
gradi di offerta e di partecipazione al sacrificio sono vari, e corrispondono
ai gradi di amore di Dio e di vita soprannaturale.
Il
1° grado è l'offerta del proprio essere a Dio colla volontà di amarlo e
servirlo per tutta la vita, disposti a voler sacrificare tutto, piuttosto che
offenderlo gravemente col peccato mortale. Ad esso corrisponde il 1° grado di
vita spirituale, detto vita purgativa, perché in esso si bada ad evitare i
peccati e a purificarsi di essi. È il grado in cui generalmente si ferma la
massa dei buoni cristiani. Non si è buoni senza tale volontà.
Il
2° grado è l'offerta al Signore del proprio essere colla volontà di amarlo e
servirlo per tutta la vita, disposti a sacrificare tutto piuttosto che
offenderlo col peccato veniale. Ad esso corrisponde il 2° grado di vita
spirituale, detta vita illuminativa, perché in esso si bada a conoscere meglio
il modello divino e i suoi insegnamenti per osservarli. È il grado in cui
generalmente si fermano i fervorosi. Non ci può essere fervore senza volontà
decisa di evitare a tutti i costi il peccato veniale.
Il
3° grado è l'offerta del proprio essere a Dio in puro amore, disposti a
voler cercare unicamente e con tutte le proprie energie il maggior beneplacito e
la maggior gloria di Dio, fino ad essere consumati per questo fine in un
sacrificio totale. Ad esso corrisponde il 3° grado di vita spirituale detta
vita unitiva, perché in esso si bada soprattutto ad amare Dio e a stare a Lui
continuamente uniti colla preghiera.
Questa
è l'offerta delle anime perfette.
Quanto
maggiore è il grado di offerta, tanto maggiore è il distacco dal mondo, e
tanto più intenso e più stretto è il vincolo con cui ci si obbliga, perché
ogni cosa consacrata deve essere separata da quanto è profano e riservata a
Dio.
Nel
1° grado ci si distacca dai legami e dai piaceri gravemente illeciti e ci si
obbliga col vincolo della promessa: la si fa nel battesimo e la si rinnova nella
conversione.
Nel
2° grado ci si distacca dai legami e dai piaceri leciti, dalle comodità
materiali, dai piaceri carnali e dalle stesse inclinazioni della volontà e ci
si invola coi voti di povertà, castità e obbedienza, privati o solenni.
Non
bisogna fare il secondo passo senza aver fatto il primo; né il terzo senza aver
fatto il primo e il secondo. Chi salta, costruisce senza fondamenta e rovina
tutto il proprio lavoro ed i propri sacrifici. Molti si fanno scrupolo di un
peccato veniale e non curano quelli mortali, per es. rispettano al millesimo la
roba altrui, ma non fanno la carità secondo la propria condizione, oppure vanno
sempre a messa ma peccano contro il matrimonio, ecc. Vorrebbero fare una vita
fervorosa e intanto perdono ogni merito perché cadono e spesso anche vivono
nel peccato mortale.
Molti
fanno i voti religiosi e intanto cadono, e spesso vivono, in peccato veniale.
Niente vi è di più lagrimevole della loro sorte: non hanno né le gioie terrestri dei mondani, né quelle celesti delle anime consacrate. Fanno come quegli emigranti che vendono la proprietà, lasciano la famiglia per andare lontano ed arricchire, ed ivi invece si riducono a fare i pezzenti. Non valeva la pena far tanti sacrifici per questo. Era meglio restare a casa propria. Questa è la sorte di tanti religiosi. Sarebbe stato molto meglio per loro se avessero fatto i buoni padri o le buone madri di famiglia.
Chi
non vuol rovinare la sua vita non deve far voto di castità se non ha ferma
volontà di santificarsi.
c)
Qualità dell'offerta
L'offerta
nostra è più o meno gradita a Dio secondo il grado della nostra vita
spirituale, ossia del nostro amore. La qualità del frutto dipende dalla qualità
dell'albero. Non può un albero cattivo far frutti buoni, né un albero
ammalato far frutti di buona qualità.
Lo
stesso sacrificio divino offerto a Dio da un cristiano mediocre attira su di lui
qualche grazia; offerto da un S. Andrea Avellino libera un gran numero di
anime purganti ed attira su tutta la Chiesa grandi grazie; offerto da Maria SS.
scampa tutto il mondo da gravi sciagure ed attira su un immenso numero di anime
grazie efficaci di conversione.
Così
una palla di ferro lanciata da un bimbo arriva a qualche metro, lanciata da un
uomo arriva a diverse diecine di metri, lanciata da un cannone arriva a molti
chilometri. Tutto sta nella potenza di lancio. Quello che importa è aumentare
la nostra potenza di lancio nel fare la nostra offerta a Dio, cioè aumentare il
grado del nostro amore.
È
così che le stesse azioni fatte nello stesso convento da una suora tiepida le
permetteranno a stento di salvarsi; fatte da una suora fervorosa li rendono
un'anima molto accetta a Dio e molto distinta nel cielo; fatte da suor Teresa
del Bambino Gesù ne fanno una gran santa.
Non
basta far l'offerta; bisogna viverla. Tutto il lavoro della nostra vita
spirituale sta nel vivere la nostra Messa. Ogni qualvolta nella Messa offri a
Dio te stesso e le cose tue per le mani di Gesù, rinnovi e completi l'offerta
di Gesù. Dio si ferma e si compiace nella tua offerta più ancora di quanto
si è compiuto nel sacrificio di Abele, di Abramo e di Melchisedec, perché
nella tua offerta vede il suo figliolo che offre.
E
tutte le volte che nella tua giornata offri a Dio il tuo cuore e le tue opere in
unione a Gesù e per mezzo suo, rinnovi a Dio la sua divina compiacenza per
l'offerta stessa di Gesù. Bada però che quanto è a Dio consacrato non si
ritira più.
2.
Immolazione
Nel sacrificio della S. Messa l'immolazione della vittima si rinnova nella consacrazione. Qui Gesù muore misticamente. Si tratta di uno stato di morte misteriosa. È il mistero dell'attuale e perenne agonia di Gesù nella Chiesa. Gesù soffre certamente nell'Eucaristia. Lo ha rivelato esplicitamente in molte apparizioni. Qualche esempio:
a)
Nella terza grande rivelazione a S. Margherita Alacoque Gesù, lamentando le
ingratitudini e le sconoscenze degli uomini, disse: « E questo è quello che mi
addolora ancora più di quanto ho sofferto nella mia passione ... ».
b)
Il 26.11.1922 Gesù disse a Suor Josefa Menendez: « I peccatori mi feriscono
senza compassione, e non soltanto i peccatori, ma quante altre anime mi
trafiggono con frecce che causano grande dolore. Consolami, amami,
abbandonati. Un atto di abbandono mi consola più di molti sacrifici ».
c)
A Limpias, nella Spagna, dal 1919 al 1922 in molte volte oltre centomila
persone, fra cui anche moltissimi medici, scienziati, sacerdoti ed anche un
Vescovo, mons. Manuele Rujz y Rodriguez di Cuba, videro il crocifisso muovere
gli occhi tristissimi, sudare abbon-
dantemente
come i moribondi, contrarre spasmodiscamente il petto, boccheggiare
affannosamente, muovere e piegare il capo sconsolatamente come nel momento
della sua morte.
Volere spiegare queste ed innumerevoli altre rivelazioni riferendole ai dolori da Gesù sofferti per la sua onniscienza nella sua vita terrena è un voler forzare il senso evidente. Non bisogna mai complicare e rendere difficile il senso delle parole quando questo è chiaro.
«
Ci si domanda come si possono spiegare teologicamente le manifestazioni di
Cristo sofferente per i peccati e le offese degli uomini.
Prima
di rispondere a questo quesito è necessario porre in rilievo due fatti:
1.
Gesù Cristo nel presente stato glorioso non è più soggetto alle sofferenze
come nella vita terrena. Essendo infatti nello stato di termine e quanto al
corpo e quanto all'anima, nessun agente estrinseco può influire in lui a modo
di causa efficiente di dolore, né fisico, né morale.
2.
Le manifestazioni di Gesù Cristo a S. Margherita Alacoque non possono dirsi
allucinazioni emotive, ma debbono ritenersi reali, oggettive e storiche; ciò
è dimostrato dall'esplicita dichiarazione della Chiesa: sia nell'approvazione
dei detti e dei fatti della stessa santa, sia nel decreto della sua
canonizzazione, sia nell'approvazione del culto al S. Cuore di Gesù. Dalla
lettera apostolica di Leone XIII del 28.6.1889 risulta evidente che motivo del
culto al S. Cuore di Gesù è consolarne l'amore disprezzato ed integrarne
l'onore leso.
Poste
tali premesse ci si domanda come conciliare lo stato di Gesù glorioso con le
manifestazioni di Gesù sofferente.
Le
spiegazioni dei teologi sono varie:
a)
Gesù soffre così come soffre Dio stesso in quanto odia il peccato. È da
notare che in questo caso la ragione del dolore è fuori di Cristo stesso.
b)
Gesù soffre in atto nelle membra del suo Corpo Mistico, come è dato vedere
negli Atti IX, 4: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". Anche in
questo caso il motivo della sofferenza è estrinseca a Gesù Cristo stesso.
Infatti è proprio dell'amore infinito effondere le sue manifestazioni di bene e
di grazia sull'umanità. Ora, l'uomo abusando della propria libertà si
dichiara nemico di Cristo quando disordinatamente, si orienta alle creature.
Ciò costituisce l'ostacolo perché si attui la manifestazione della bontà e
della misericordia divina.
Il
peccato dunque non è causa dei dolori di Gesù, ma solo condizione.
Il
concetto di causa include il concetto di dipendenza e di possibilità che nel
nostro caso non può verificarsi.
Dunque
la causa della sofferenza di Gesù è da ricercarsi nella sua stessa infinita
carità verso gli uomini, impedita dalla sua giustizia che non gli fa
manifestare la sua carità così, quando e dove egli vorrebbe.
Quindi
le manifestazioni della sofferenza di Gesù sono manifestazioni della infinita
perfezione del suo amore e della sua giustizia » (Santi Pesce).
Gesù
soffre perché ama; vuol diffondere il suo amore, ma moltitudini lo rigettano.
Come
le onde del radar, se intercettate, ritornano all'apparecchio generatore
perturbandolo e segnalando così l'oggetto intercettato; così l'amore di Gesù,
rigettato dai peccatori, ritorna a Lui facendolo soffrire.
Come
conciliare l'agonia di Gesù, dal Getsemani in poi, colla felicità della
visione beatifica?
È
un mistero. Una pallida intuizione di tale conciliazione ce la può dare la
patetica musica funebre. Essa ci rattrista ancor di più quando siamo già
tristi, spesso ci scioglie come un grumo in gola e ci fa piangere, ci immerge in
un mare di amarezze e di nostalgie, ma nello stesso tempo ci attrae, ci incanta,
ci placa, ci fa diventare dolce la tristezza ed il pianto, e ci spinge a voler
naufragare in un mare di lagrime e di armonie.
Tuttavia
non vorremmo per tutto l'oro al mondo che si ripetesse quel lutto o quel dolore.
Nell'Eucaristia
si ripete misticamente l'agonia del Getsemani.
I
motivi, a parte la visione della sua passione e morte, sono gli stessi:
a)
La visione dei peccati
Nel
Getsemani Gesù doveva riparare a Dio l'offesa dei peccati e soddisfare la
giustizia di Dio. La malizia del peccato è infinita ed infinita è pure la
giustizia di Dio.
Gesù
dovette sostenere su di sé il peso tremendo di Dio infinito e onnipotente che
l'oppresse, lo schiantò e l'annientò più ancora che tutto il peso
dell'universo.
È
terribile sostenere il peso del Dio vivente che precipita come un uragano sulla
terra desolata dal peccato.
Nessun
uomo può sostenere, neppure per un istante, una scintilla della giustizia di
Dio. Gesù ci riuscì unicamente perché sostenuto dalla stessa forza di Dio; ma
si sentì l'anima stritolata da una tristezza spaventosa. Un solo peccato ha
fatto soffrire Gesù più di tutti i tormenti della sua passione.
Ora
continuamente la giustizia di Dio, provocata dagli infiniti peccati degli
uomini, gravita col suo peso infinito sopra l'umanità, e Gesù continuamente la
trattiene e la sostiene perché non incenerisca gli uomini e la terra.
Ogni
peccato è una freccia al cuore di Gesù. Gli uomini continuano a vivere e a
divertirsi peccando, e non riflettono che frattanto Gesù, l'innocentissimo,
il sensibilissimo, il più bello dei figli degli uomini, geme col cuore
squarciato e con l'anima straziata per il suo amore disprezzato.
b)
L'immolazione continua della Chiesa
Il
corpo di Gesù non ha più la corona di spine; non percepisce più i suoi dolori
fisici, ma soffre nel suo Corpo Mistico.
La
Chiesa rinnova continuamente l'immolazione fisica di Gesù. Essa è sempre
universalmente e parzialmente in catene, sempre torturata, sempre crocifissa.
Nei
primi tre secoli fu perseguitata ferocemente dagli imperatori romani. I
cristiani a migliaia venivano decapitati, bruciati, torturati, divorati dalle
belve.
Nei
successivi tre secoli fu perseguitata dai barbari e dagli eretici: prevalsero i
tormenti morali, gli imprigionamenti, gli esili, ma non mancarono torture e
uccisioni particolarmente da parte di Giuliano l'apostata, dei Vandali e dei
Visigoti.
Nel
secolo VII cominciò la persecuzione mussulmana che si protrasse, tra alti e
bassi, fino alla caduta della potenza islamica nel XVII secolo, uccidendo e
facendo schiavi molti milioni di cristiani.
Nel
XVI e XVII secolo imperversarono le persecuzioni protestanti in buona parte
dell'Europa, particolarmente quella luterana nella Germania e quella anglicana
nell'Inghilterra, che a furia di imprigionamenti, di confische e di uccisioni,
distrusse il nome cattolico in quelle nazioni già interamente cattoliche.
Nel
secolo XVI si scatenò nella fiorente cristianità giapponese una violentissima
persecuzione che mise a morte diverse centinaia di migliaia di cristiani ed abolì
nel Giappone la Chiesa Cattolica.
Nel
XVIII secolo si scatenò la Rivoluzione Francese che mise a morte tutti i
vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le suore, i cristiani di un certo nome, che
furono decapitati.
Nel
secolo XIX si ebbero violente persecuzioni in Cina, nel Tonchino, nella
Cocincina e quelle sanguinosissime dei Drusi contro gli Armeni, protrattasi fino
al primo quarto del presente secolo.
Infine
nel secolo XX ci sono state le tremende persecuzioni comuniste in Russia, nel
Messico, nella Spagna, negli Stati Baltici, negli Stati Balcanici, in Cina, che
hanno messo a morte o imprigionati molti milioni di cristiani in odio alla fede.
I martiri dei primi secoli sono stati calcolati 18 milioni. Ma quanti sono
quelli che in tutti i tempi hanno perduto la vita direttamente o indirettamente
per causa della fede? Quanti quelli che per lo stesso motivo hanno perduto i
diritti civili, hanno subíto dei soprusi, delle ingiurie, o danni fisici e
morali? Incalcolabili.
Gesù
soffre nel corpo dei suoi martiri tutti i loro tormenti.
Come
la SS. Vergine ai piedi della croce soffrì nel suo cuore tutti i tormenti di
Gesù, per cui divenne la regina dei Martiri; così sempre Gesù dall'Eucaristia
soffre tutti i dolori della sua sposa dilettissima, la Chiesa.
Ma
oltre il martirio classico c'è la passione di un immenso numero di cristiani,
vittime del proprio zelo o della volontà di Dio o della malizia dei cattivi.
Per il cuore di Gesù passano i dolori dei penitenti, i tormenti dei miliardi
di ammalati, gli strazi dei suoi figli squarciati nei campi di battaglia, negli
ospedali, nelle disgrazie, le separazioni delle persone amate subíte in vita o
in morte a causa del suo amore o della sua volontà, il freddo e la fame di
milioni di poveri sofferenti nell'oscuro dei propri tuguri, nelle strade o nei
campi di concentramento, ecc.
Gesù
geme con gemiti inenarrabili per tutti i dolori dell'umanità e li offre al
Padre perché li accetti come tributo di sangue dell'umanità, e ne faccia
strumento di gloria per le vittime e di conversione per i peccatori.
Tutto
questo Gesù compie nell'immolazione mistica che continuamente rinnova nelle
sante Messe celebrate in ogni istante sulla faccia della terra.
c)
La dannazione dei peccatori
Il più grande dolore Gesù lo soffre per coloro che si dannano. L'ultimo istante mortale di costoro è l'istante in cui egli perde tutte le speranze, in cui vede frustrato tutto il suo sacrificio, in cui sente dolorosamenhte amputate le membra del suo Corpo vivo, in cui versa l'ultima amara lagrima sulla loro eterna sventura, perché appena morti la giustizia di Dio li dovrà gettare all'inferno.
Come
una madre di numerosa famiglia piange desolatamente la morte di uno dei suoi
figli sebbene altri ne restino, perché intanto quel figlio è perduto; così
Gesù amaramente piange su ogni sventurato figlio del suo cuore e del suo
dolore che va all'inferno, non considerando in quel momento quanti altri gli
restano vivi.
È
così che nell'Eucaristia si rinnova misticamente e continuamente
l'immolazione e la morte di Gesù.
L'Eucaristia
è la consumazione del sacrificio di Gesù. Nell'Incarnazione egli si abbassa a
pigliare la forma di servo, cioè la forma di uomo; ma l'uomo è il re della
natura e Gesù si abbassa ancora, coll'Eucaristia, fino a pigliare la forma di
cosa inanimata, cioè dell'essere che possiede il grado minimo di esistenza.
Nella sua vita umana Gesù poteva ancora difendersi, sottrarsi ai suoi nemici,
confonderli colla sua sapienza. Nell'Eucaristia è a disposizione di tutti,
anche dei suoi nemici. Questi lo possono sempre pigliare, ricevere
sacrilegamente, insozzare e trafiggere: Gesù non si difende mai, non fulmina
nessuno, non confonde nessuno, non risponde a nessuno. Chiunque può
scapricciarsi su di Lui, può sfogare su di Lui il suo veleno. Questo stato di
supremo dolore, di suprema umiliazione, di supremo annientamento glorifica
sommamente il Padre; è espresso nella doppia consacrazione del pane e del vino
nel corpo e nel sangue di Gesù, che così permangono separati fino al momento
della trasformazione.
Per
perpetuare questa massima glorificazione del Padre, Gesù istituisce
l'Eucaristia non solo come sacrificio, ma anche come sacramento.
Mediante
l'immolazione, cioè la consacrazione del pane e del vino, nella S. Messa Gesù
perpetua la sua immolazione nella croce e manifesta in modo più completo il suo
amore e la sua obbedienza al Padre, il suo amore agli uomini, ai quali così
estende i benefici della sua redenzione.
Offri
a Dio, durante la consacrazione, Gesù immolato in supremo sacrificio di lode e
di espiazione, per supplire degnamente ai tuoi doveri di adorazione e di
ringraziamento a Dio, per espiare i peccati tuoi e dell'umanità e per implorare
su te e su tutti la divina misericordia e le divine grazie. Rinnova spesso
durante il giorno la seguente offerta che l'Angelo insegnò ai bambini di
Fatima, raccomandando loro di ripeterla spesso, ogni volta per tre volte: «
SS. Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, io profondamente vi adoro; vi
offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di nostro Signore Gesù
Cristo in riparazione degli oltraggi coi quali egli medesimo è offeso. Per i
meriti del suo sacratissimo cuore e per l'intercessione del cuore immacolato di
Maria vi domando la conversione dei peccatori. Gloria al Padre, al Figlio,
allo Spirito Santo, com'era nel principio, ora e sempre, nei secoli dei
secoli. Amen ».
In
questa sua continua agonia Gesù è piuttosto solo, come nel Getsemani, e cerca
anime generose che gli facciano compagnia e lo sostengano nell'eccesso del suo
sconforto.
Ma
gli uomini sfuggono dalla croce: la vita è bella, il sole splendente ed essi
sentono ripugnanza alla rinunzia, al raccoglimento, al pianto.
Niente vi è di più grande nella vita nostra che consolare Gesù nella sua agonia.
Questo
puoi fare:
Naturalmente
prima bada a non conficcargliene tu coi peccati tuoi; quindi bada a far evitare
dagli altri quanti peccati puoi; infine bada a riparare i peccati di tutti. «
Ogni atto d'amore ripara per mille peccati », ha rivelato Gesù a suor
Josepha Menendez.
Mentre
ti è data questa meravigliosa possibilità, fa spesso, durante il giorno e
nelle veglie della notte, ma specialmente quando senti bestemmiare o vedi
peccare, degli atti d'amore.
Una
lagrima di compassione sparsa sulle sue sofferenze è immensamente più
preziosa di qualunque brillante e più grande di qualunque opera umana. Ogni
bacio dato sul corpo di Gesù agonizzante gli chiude qualche piaga apertagli
dagli uomini. Unendoci a Gesù agonizzante colla meditazione amorosa, colla
preghiera e colla compassione, lo confortiamo, lo solleviamo, gli diamo per
tutto quel tempo una tregua di gioia in mezzo ai suoi dolori. Per questo Gesù
chiede a tutte le anime generose, come già a S. Margherita Alacoque, che gli
facciano per un'ora la settimana compagnia, possibilmente alle ore 23 di ogni
giovedì. Fa' settimanalmente la tua ora santa, sia pure in altra ora.
Quanti
dolori risparmiano a Gesù, quale gioia gli danno coloro che lavorano e si
sacrificano per la conversione delle anime. Una tra le più grandi prove d'amore
a Gesù è il consacrarsi all'apostolato. Per questo Gesù, dopo la resurrezione
chiese a S. Pietro se lo amasse e per prova gli chiese: « Pasci i miei
agnelli » (Jo. 21, 15).
Questo
è il massimo che possa fare e la prova più grande di amore che possa dare.
3.
Trasformazione
La
resurrezione è la terza parte del sacrificio di Gesù. Per essa venne
trasformato tutto il suo corpo: si spogliò della mortalità e della
corruttibilità e si rivestì dell'immortalità; ogni sua fibra brillò dello
splendore della gloria di Dio, e così divenne degno di sedere alla destra del
Padre e capace di tutta la felicità preparatagli da Lui.
Con
la risurrezione si compie la gloria di Dio.
Tale
atto di somma gloria a Dio Gesù lo rinnova nel sacrificio della Messa e lo
perpetua nell'Eucaristia ove il suo corpo è presente nello stato di gloria per
partecipare la gloria della resurrezione agli uomini. Nella S. Messa, la
risurrezione di Gesù si rinnova misticamente quando il sacerdote spezza
l'ostia consacrata e ne lascia cadere una parte nel calice; allora il corpo di
Gesù presente nell'ostia si riunisce al suo sangue presente nel calice come
nella mattina di Pasqua.
Tale
mistione e riunione applica a quanti si uniscono colla comunione al sacrificio
di Gesù la grazia della vita eterna e della resurrezione gloriosa. Ma se Gesù
risorto ormai più non muore, non può naturalmente tornare ancora a risorgere.
Risorge però continuamente nella sua Chiesa e nelle membra vive del suo Corpo
Mistico, che egli a contatto del suo corpo glorioso rende idonei alla
resurrezione finale nel giudizio universale.
Dall'assieme
della sua Chiesa, da ciascuno dei suoi membri vivi, che egli vivifica nella S.
Comunione, Gesù continuamente riceve, rinnovata, la gioia dolcissima della sua
resurrezione.
Per
questo gli è dolce restare nell'Eucaristia: « Le mie delizie sono nello stare
coi figli degli uomini » (Prov. 8, 31).
Tali
consolazioni sono il contrabbilancio alle pene infinite della sua continua
agonia, causata dai mali e dai peccati dell'umanità. Un giusto ripara per mille
peccatori.
a)
Gesù risorge nella sua Chiesa
Gesù
vive la vita della Chiesa; la vita della Chiesa è la sua vita prolungata.
Come il martirio della Chiesa costituisce il suo martirio, così lo sviluppo, lo splendore della Chiesa, che egli ha meritato colla sua immolazione nella croce ed alimenta colla sua immolazione nell'altare, costituiscono la sua delizia e la sua felicità. Dall'Eucaristia Gesù vede con grande giubilo:
•
la sempre maggiore stabilizzazione e lo sviluppo sempre maggiore del dogma
lungo i secoli.
• La nascita e lo sviluppo degli ordini religiosi contemplativi e attivi, delle congregazioni dedicate all'apostolato o alla carità, delle scuole di spiritualità, delle case e dei centri di formazione; dell'azione cattolica, delle sue specializzazioni e delle sue molteplici forme di apostolato; di ogni organizzazione e forma di pietà liturgica, di carità e di apostolato, ecc.
•
Lo sviluppo interno della perfezione della Chiesa.
Quanto
maggiormente cresce il male e l'attrattiva del piacere, del lusso e del denaro,
tanto maggiormente cresce il bene, il merito del sacrificio della carne, del
disprezzo e della povertà. Mai il mondo è stato così allettante come oggi,
mai lo scandalo più eccitante. II vizio viene direttamente suggerito e
potentemente colorito nelle reclames, nelle varietà, nelle riviste. Il nudo più
sfacciato esibito nei teatri, negli sport, nelle spiagge. La moda ispirata
quasi per intero alla sensualità. Da ogni poro respiriamo lo scandalo. La
corruzione ci incanta e ci attrae coi suoi mille tentacoli.
Ciononostante
un esercito grande di fedelissimi taglia recisamente i mille tentacoli,
rinuncia ad ogni piacere, combatte per mantenersi puro, umile, povero.
In
questi umili eroi Gesù si compiace, esulta di gioia. « Ti ringrazio, o
Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai
piccoli » (Mt. 11, 25).
•
L’espansione della Chiesa.
Il
granello di senapa da Lui seminato continuamente cresce e meravigliosamente si
va sviluppando sotto i suoi occhi. I popoli ad uno ad uno vengono evangelizzati;
da per tutto giungono i suoi missionari a impiantare la sua croce ed a formare
centri di fervorose cristianità. Su tutti i fronti cresce la Chiesa. Gesù
con infinita tenerezza segue e cura la sua Sposa; ne vede continuamente crescere
la bellezza, copia viva della sua; ne vede continuamente sviluppare la statura
e attende con amorosa ansia il giorno in cui sarà completa per correrle
incontro nel giudizio universale, stringerla al suo cuore, essere con lei
felice, offrirla al Padre ed immergersi con lei nel suo seno.
L’apostolato della preghiera, del sacrificio e dell'azione per la conquista delle anime ci fa contribuire allo sviluppo della bellezza e della statura della Chiesa e ci fa affrettare il giorno delle sue nozze col Verbo Incarnato per la sua e per la nostra felicità.
b)
Gesù risorge in ciascuno di noi
Gesù vive la vita di ciascuno di noi come la madre vive la vita di ciascuno dei suoi figli. Dall'Eucaristia egli segue con tenerezza e gioia la vita nostra.
Quel
giorno, salutato con gioia dai nostri genitori, è salutato con gioia più
grande da Gesù, che decretando dall'eternità la nostra creazione, ne aveva
stabilita la data. In quel giorno egli si è rallegrato immensamente vedendo
tutta la perfezione che avremmo acquistata, tutta la gloria che avremmo data al
Padre, la felicità che egli avrebbe avuto da noi e che noi avremmo avuto da Lui
eternamente.
Il
merito di tale gioia di Gesù è dei nostri genitori. La gioia degli sposi
cristiani è quella di dare figli alla Chiesa, membri al Corpo Mistico di Gesù.
Questa è la loro missione: nel compimento di essa sarà il loro premio, nel
rinnegamento di essa il loro castigo eterno.
Esso
è la nostra vera nascita, perché in esso avviene la nascita di quel corpo e di
quell'anima che abiteranno il cielo e che già in quel giorno ne divengono
cittadini di diritto. Nel battesimo Gesù piglia possesso di noi, ci inserisce
nel suo Corpo Mistico. Col battesimo si inizia in noi il ciclo delle divine
operazioni e misericordie tendenti alla nostra perfezione e felicità. Non
sarebbe giovato nascere se non avessimo potuto rinascere col battesimo.
Al
sorgere delle passioni il disegno di Gesù fu distrutto in noi per il peccato
mortale. Quello fu per Gesù un giorno di dolore. Mentre in stato di peccato
mortale lavoriamo, ci divertiamo, ridiamo o dormiamo Gesù sta crocifisso nel
nostro cuore; supplica il Padre, mostrandogli le sue piaghe e il suo tormento
di aver pietà di noi; ci ottiene la grazia di non cader fulminati all'istante
dalla giustizia di Dio, e frattanto ci prepara i richiami e gl'incontri che
potranno portare alla conversione. Finalmente spunta il giorno della nostra
conversione: è un giorno di grande gioia per Gesù. Egli l'ha voluto persino
profetizzare nella parabola della pecorella smarrita.
Quando
un peccatore si converte, Gesù risorge nel suo cuore. Ogni qualvolta cooperiamo
per la conversione di un peccatore rinnoviamo a Gesù la gioia della sua
resurrezione. Al "Pax Domini" domanda a Gesù in virtù della sua
mistica resurrezione che dia a te e a tutti i fedeli e a tutti i peccatori la
grazia di una vera conversione, della gloriosa resurrezione finale e della vita
eterna.
SI RALLEGRA DELLA NOSTRA CONVERSIONE DALLA TIEPIDEZZA AL FERVORE
Forse
la nostra anima, pur vivendo in stato di grazia, è ammalata: affetti
disordinati, menzogne, impazienza, vanità, come tanti morbi, l'attaccano e la
fanno illanguidire. Non ci fanno più profitto gli alimenti spirituali: la
comunione, le letture spirituali, le divine ispirazioni; e viviamo una vita
amara e illusa, piena di sacrifici ma senza profitto. Gesù allora ci guarda
dall'Eucaristia con immensa tristezza, come una madre il figlio ammalato, e
implora per il suo sacrificio la nostra guarigione. Finalmente un giorno abbiamo
forse decisamente rinunziato alla vanità e alla mediocrità. È stato il
giorno della nostra guarigione e della più grande gioia di Gesù: l'anima
della sua sorella, della sua sposa guarisce; ritorna in lei la salute, il
colore, la bellezza, la possibilità di svilupparsi e raffinarsi
meravigliosamente.
Se
non lo sei, diventa subito fervoroso. L’anima fervorosa incanta Gesù. Tutto
egli in lei trova bello come un innamorato nella sua fidanzata. Una preghiera,
un sacrificio, un pensiero, uno sguardo lo rallegrano. Offri sempre a Gesù
tutto quello che fai, tutto quello che ti riempie l'animo. Molti si ricordano di
Gesù nel dolore, ma lo dimenticano nella gioia. Offrigli le tue gioie, anche
più piccole, un bel frutto o una bella melodia, un bel fiore o un bel panorama.
Offrigli tutti i tuoi piaceri leciti di qualsiasi genere. Gesù si rallegra
delle nostre gioie. Vivi con Gesù tutta la tua vita, nella gioia e nel
dolore. Santa Maddalena de' Pazzi, stando un giorno ammalata con una grande sete
e ricevendo un grappolo d'uva, lo offrì a Gesù e quindi lo mangiò coll'intenzione
di estinguere la sua sete nel Calvario. Gesù gradì tanto quell'atto semplice
e affettuoso e glielo manifestò in un'apparizione.
Gesù
si rallegra vedendoci crescere come una madre vedendo crescere il suo
figliuolo. Ci vorrebbe far crescere cogli occhi ed a questo fine ci ha preparato
un cibo meraviglioso, il suo Corpo.
Dio
ha stabilito un processo generale di crescita per ciascun essere vegetale o
animale secondo la propria natura. Ha stabilito pure per questa nostra umanità,
divenuta ora così dinamica e così fitta, dei processi accelerati di crescita
per darle più cibi, più vesti.
Gli
ormoni (particolarmente quello T) per messi, foraggi e alberi affinché crescano
molto più celermente e producano frutti più numerosi e più grossi; gli
antibiotici per molte qualità di animali domestici (particolarmente polli e
suini) affinché crescano più presto e divengano più grossi, raggiungendo
anche il 40% in più del loro peso normale; le onde ultra-sonore per i germi
vegetali ed animali per imprimere loro una grande celerità di sviluppo.
Per
fare più celermente sviluppare la nostra vita soprannaturale, immensamente più
grande e più nobile di ogni altra vita, e per farle raggiungere una perfezione
e una bellezza maggiore, Gesù ha dato:
-
il cibo meraviglioso del suo corpo. Per aumentare il numero e la qualità degli
eletti ha fatto diffondere l'uso della comunione quotidiana.
-
Le rivelazioni del suo amore infinito.
-
La devozione alla sua Madre SS. mediante molteplici rivelazioni della
medesima.
Ogni
comunione è un'immagazzinamento di numerosi princípi attivi, stimolanti
efficacemente alla perfezione. La comunione frequente porta da sé, se non vi
sono ostacoli da parte nostra, alla santità, cioè al più celere e al più
perfetto sviluppo del nostro essere e dà a Gesù una grandissima gioia.
Un
giorno (3.9.1922) Gesù, comparendo a suor Josepha dopo la comunione della
comunità e abbassando lo sguardo sulle suore immerse nel ringraziamento,
disse: « Ora sono sul trono che io stesso mi sono preparato. Le mie anime non
possono capire fino a qual punto riposano il mio cuore accogliendolo nel loro
piccolo e misero, ma certamente tutto mio! Poco mi importano le miserie, quello
che voglio è l'amore. Poco mi importano le debolezze, ciò che voglio è la
fiducia. Queste sono le anime che attirano nel mondo la misericordia e la
pace; senza di esse la giustizia divina non potrebbe essere contenuta. Ci sono
tanti peccati! ».
Gesù
ha sete d'amore. Nel 1923 rivelò alla medesima suor « Quando ti lascio
nell'angoscia, il tuo dolore impedirà alla mia collera di colpire i
peccatori. Quando pur sentendoti fredda e insensibile, mi dici ugualmente che mi
ami, allora veramente consolerai il mio cuore. Un solo atto d'amore fatto quando
ti lascio sola, ripara moltissime ingratitudini di altre anime. Il mo cuore
conta quegli atti d'amore e li raccoglie tutti quasi balsamo prezioso. Voglio
che tu mi dia anime; per questo non ti chiedo altro che amore in tutte le tue
azioni. Fa' tutto con amore, soffri con amore, lavora per amore e, soprattutto,
abbandonati al mio amore. Valgono tanto le anime! Bisogna molto soffrire per
salvare un'anima. L’unica cosa che io da te desidero è l'amore. Il verace
amore è quello che allontana tante anime dall'abisso di perdizione a cui
corrono... L’amore è soave, ma operoso.
Dimmi
che mi ami: è ciò che più mi consola, perché sono affamato d'amore. Voglio
che tu arda dal desiderio di vedermi amato e che il tuo cuore non si alimenti
che di questo desiderio. Partecipa alle mie pene, alla mia solitudine, alla mia
tristezza; tienimi compagnia. Amami per tante anime che mi disprezzano ».
Come
ogni amante Gesù desidera le dichiarazioni d'amore delle persone amate. Il
cuore di Gesù è un cuore di carne come il nostro; solo è molto più grande,
tanto che vi entra il mondo intero.
4.
Comunione
Il
fine della vita di Gesù fu la sua ascensione al cielo; ad essa fu orientata
tutta la sua vita. Dopo aver soddisfatto la giustizia di Dio, dopo aver
manifestato la misericordia di Dio, redimendo colla sua morte gli uomini e
rendendoli idonei a divenire figli di Dio; dopo essere divenuto degno di sedere
alla destra del Padre colla sua resurrezione, Gesù ritorna al Padre dal quale
era venuto.
Colla
sua ascensione Gesù completa l'opera sua; con Lui l'umanità e la creazione
ritorna a Dio.
La
gloria di Dio è nella manifestazione delle sue perfezioni alle creature
intelligenti, sicché queste ne restino ammirate e felici. Nell'Ascensione di
Gesù, Dio manifesta in grado sommo le sue divine perfezioni:
a)
a Gesù, verso cui estingue un debito di giustizia, ricompensandolo del suo
sacrificio per gli uomini, coll'esaltarlo, col glorificarlo e con
l'assoggettargli tutte le creature. Le quali come sono state causa del suo
martirio, così saranno causa della sua gloria e della sua umana felicità.
b)
Alle anime dei giusti, alle quali, col rivelarsi perfettamente faccia a
faccia, dà la felicità massima, ricevendone la massima ammirazione, le
massime lodi ed i massimi ringraziamenti.
La
totale gloria di Dio coincide con la felicità nostra. La croce è solo un punto
di passaggio; è una prova ed una preparazione.
Dio non ci ha creati per farci soffrire, ma unicamente per renderci felici. La sofferenza è una conseguenza del peccato; è l'espiazione del peccato e la prova della nostra fedeltà e del nostro amore a Dio.
Dio
finalmente si riposerà dell'opera sua quando ci avrà resi tutti felici; quando
anche noi, dopo la resurrezione, saremo ascesi al cielo.
Frattanto
lo stato di somma gloria che Gesù diede nella sua ascensione a Dio lo volle
perpetuare nella S. Messa, nella Comunione, in cui rinnova misticamente la sua
comunione con Dio e cogli uomini. Contemporaneamente si rinnova nella sua anima
la gloria della sua ascensione.
Il
suo corpo è alla destra del Padre ed ormai vi resterà per tutta l'eternità.
La sua felicità e la gloria di Dio aumentano ad ogni nostra comunione.
Con
la comunione eucaristica infatti Gesù:
•
moltiplica i suoi doveri verso il Padre;
•
inizia e consuma il nostro sacrificio;
• ci rende idonei alla comunione eterna.
a)
Gesù moltiplica i suoi doveri verso il Padre
Gesù è venuto per dare al Padre non semplicemente la maggior gloria, ma tutta la gloria possibile. A questo fine ha ideato il Corpo Mistico, cioè la nostra comunione con Lui e la conseguente nostra divinizzazione. Tutto questo egli ottiene mediante la comunione, in cui diveniamo due anime in una carne. Il corpo di Gesù ed il corpo nostro si uniscono e si fondono. Allora le opere nostre diventano opere di Gesù.
Così
Gesù si riproduce ed opera in ogni suo discepolo:
•
moltiplica il suo cuore per quanti cuori tiene uniti a sé;
•
moltiplica le sue adorazioni, le sue lodi, i suoi ringraziamenti, le sue
preghiere al Padre per quanti, uniti a Lui, per Lui e con Lui offrono a Dio le
loro adorazioni, le loro lodi, i loro ringraziamenti e le loro preghiere;
moltiplica l'atto supremo del suo sacrificio per quanti accettano
cristianamente la morte e particolarmente per quanti offrono la loro vita a
Dio.
b)
Gesù ci rende idonei alla Comunione eterna
•
ASPIRAZIONI UMANE
In natura nessun essere sta quieto in sé. La quiete è la morte. Dio solo è vivo ed è quiete, perché infinito e felice in sé. Nell'universo tutto corre, tutto anela, tutto ama. Amare è tendere. Dio tende a sé stesso: il Padre tende al Figlio, il Figlio tende al Padre; entrambi tendono allo Spirito Santo; lo Spirito Santo tende al Padre e al Figlio. Le creature invece, essendo limitate, tendono fuori di sé e solo fuori di sé trovano la propria quiete.
Le
energie corrono a formare gli atomi e nell'atomo stan quiete; gli atomi corrono
a formare gli elementi materiali che costituiscono il mondo e negli elementi
stan quieti; i mondi corrono verso il loro centro di attrazione, il centro
dell'Universo, quello che gli astronomi chiamano il Trono di Dio e nella loro
ordinata tendenza stanno in equilibrio e in quiete.
Nella
terra i venti e le onde si rincorrono, si accavallano, si abbracciano, si
fondono; le piante tendono al sole, i fiori aprono le loro corolle anelanti
verso il polline e quando l'han ricevuto si chiudono in pace, gli uccelli si
inseguono instancabili nel cielo.
Questa
tendenza generale è l'amore inconscio delle creature. Non tendere, ossia non
amare è morire. Muore il mondo materiale che non corre, muore la pianta che non
tende al sole e non raggiunge la luce, muore ogni essere che non raggiunge
l'oggetto dei propri istinti.
L’uomo,
che è l'essere più perfetto della creazione, è quello che più di tutti tende
ed ama; è quello in cui l'amore è più perfetto, perché cosciente, e più
potente perché ne costituisce la vita stessa. Nella creazione solo l'uomo
veramente ama. Amare è vivere. L’uomo che non tende e che non ama ma si
chiude in sé si annulla o nella inazione o nel pessimismo. Ciò avviene
quando egli si convince di non poter raggiungere un ideale d'amore, o perché
non vi crede più o perché lo vede molto lontano. Non è vero che ci si stanca
di amare. Ci stancano gli amori che occupano il nostro cuore, o perché perdono
la loro bellezza o perché perdono la nostra stima. Se perdiamo ogni speranza di
trovare o di conservare il nostro amore finisce per noi ogni attrattiva e ogni
scopo di vivere.
Ogni
aumento di amore è aumento di vita; ogni diminuzione di amore è diminuzione di
vita. Chi non ama resta nella morte: la vita a lui diviene vuota, insulsa,
noiosa; la morte una liberazione. Se poi si è amato e si è perduto il proprio
amore, senza speranza alcuna di poterlo qualche volta riabbracciare, subentra la
disperazione, che è tanto più struggente, quanto più grande era l'amore.
Nell'inferno
la vita è una morte continua perché non vi si ama; c'è la disperazione più
orribile, perché morendo si è conosciuto l'Amore infinito che si è perduto
per sempre. Suor Josepha Menendez, discesa diverse volte all'inferno vi provò
la pena più terribile che vi si soffre, causa a sua volta delle altre pene:
quella di non poter amare.
L’uomo
continuamente cerca, continuamente aspira: con tutte le sue facoltà, tutti i
suoi sensi. A tutto vuol correre, tutto vuole attrarre a sé: cogli occhi,
colle braccia, colla bocca, col corpo intero.
Tutto
in noi ama, brama, geme. Siamo continuamente spinti, continuamente anelanti,
continuamente delusi.
L'uomo
crede di trovare l'oggetto di tutte le sue aspirazioni nella donna, la donna
nell'uomo: quindi entrambi credono di trovarlo nei figli e poi nei nipoti. Così
l'uomo compie i destini di Dio, ma la sua vita si risolve tutta in una ricerca e
spesso in un pianto in due, in tre, in quattro.
Non
è questo lo spettacolo che ci danno gli amanti per le strade, nei cinema, nelle
anticamere dei medici, degli avvocati, negli ospedali, nei lutti?
Se
fossero perfettamnete contenti e felici non andrebbero mai in giro.
La
loro vita non è altro che la ricerca inconscia in due di un amore più grande
da godere assieme.
Cosa
cerca ogni uomo? La gioventù e l'amore assoluto.
Nel
caso più fortunato in cui l'uomo riesce ad avere tutto quello che la vita può
dare, tutti i piaceri della carne e dello spirito, una grave minaccia sempre gli
incombe: quella della fine. Ad ogni risveglio si sente qualcosa di amaro in
bocca e di vuoto nell'anima; ad ogni autunno si accorge che qualche foglia è
caduta dalla sua rosa. Dopo un breve splendore, effimero come quello del fiore,
le linee della sua bellezza vanno sformandosi, l'elasticità e le energie cominciano
a venirgli meno, cominciano a sorgere piccoli disturbi organici che pian piano
vanno aggravandosi. Ad un certo punto, con infinita tristezza, si accorge che
non riesce più simpatico come prima e che la giovinezza è perduta, e con essa
la felicità.
Non
v'è tristezza maggiore per l'uomo che ha posto tutte le sue speranze in questa
vita che il passaggio della gioventù. È suo questo canto desolato: « Non
ritorna mai più / come un sogno se ne va la gioventù!».
Qualunque
sacrificio egli farebbe per allungarla. Un poeta fortunato, considerato quasi
un semidio e corteggiato da uomini e donne, diceva amaramente a un suo amico:
« Darei tutta la mia gloria vana per ringiovanire di dieci anni ».
Invano
gli alchimisti e i maghi hanno lavorato per tanti secoli per trovare il filtro
della eterna gioventù.
Ma
soprattutto l'uomo cerca l'amore, e la gioventù stessa la cerca in funzione
dell'amore. Nessun amore lo sazia definitivamente, ma solo per qualche tempo. Se
alle volte ci si dice sazi non è perché lo siamo veramente, ma perché non
abbiamo altre speranze ed altre possibilità umane di amare.
La
disperazione dell'uomo comincia quando ha trovato tutto quello che cercava e che
umanamente poteva sperare. Allora si accorge che ancora resta nel suo cuore un
vuoto incolmabile. Cosa è allora che in fondo cerchiamo?
Vorremmo
un amore bellissimo, buonissimo, intelligentissimo, sempre giovane; vorremmo un
amore che ci capisse a fondo, che eccitasse la nostra sensibilità, che ci
attraesse coi suoi occhi, che ci penetrasse l'anima.
Vorremmo
con lui l'unione più intima, tale da divenire una sola cosa con lui, che in lui
si saziasse finalmente l'anima nostra e la nostra carne; e vivere così con
lui sempre giovani, sempre sani, sempre felici.
Vorremmo
non essere estranei a tutto quello che è bello e buono, vorremmo tutti amare e
da tutti essere amati. Vorremmo tutti possedere e da tutti essere posseduti.
Vorremmo riunire finalmente i fili sparsi del nostro amore, riavere tutti i
brandelli di cuore che in terra spesso ci portano gli esseri belli che
incontriamo. Vorremmo che tutto questo fosse nobile, puro, ideale.
Vorremmo
così col nostro amore, con tutto ciò che di bello è stato creato,
immergerci in un mare di delizie. Ma non è questo un sogno pazzesco?
Sarebbe
stato pazzesco se Dio, infinitamente buono, non avesse voluto, nella sua
misericordia, renderlo una realtà.
Senza
saperlo cerchiamo Gesù ed il suo Corpo Mistico.
In
Lui e per Lui conosceremo tutta la scienza e possederemo tutto l'amore.
`
I.
Se il Figlio di Dio è venuto nel mondo, tale avvenimento costituisce
l'avvenimento più importante nella storia dell'universo e l'avvenimento
centrale dei tempi e degli spazi.
NELLA
S. MESSA GESÙ CRISTO, UOMO-DIO, È NOSTRO INTERCESSORE, NOSTRO SACERDOTE E
NOSTRA VITTIMA: ESSENDO DIO E UOMO INSIEME, LE SUE PREGHIERE, I SUOI MERITI, LE
SUE OFFERTE SONO DI UN VALORE INFINITO.
Se
il figlio di Dio fatto uomo ha patito ed è morto, questo avvenimento è di
tale importanza che al mondo non sta altro che ricordarlo, celebrarlo e
ritualizzarlo ogni giorno.
Tutta
la storia del mondo deve gravitare, incentrarsi e giustificarsi in tale
avvenimento.
2.
La Chiesa per ordine stesso di Gesù, rievoca, celebra, rinnova misteriosamente
tale sacrificio di Gesù ad ogni istante in ogni giorno nelle 465.000 messe
che ogni giorno vengono celebrate nei cinque continenti.
3.
Per tal motivo la cosa più gradita a Dio è la compassione con Gesù Crocifisso
e la contemplazione della sua passione. Dice giustamente Sant'Alfonso: « Vale
più una lacrima sparsa sul Crocifisso che lunghe penitenze e lunghi
pellegrinaggi ».
Niente
poi c'è al mondo di più prezioso di un'anima crocifissa con Cristo.
4.
Nella santa Messa la Chiesa unisce intimamente il suo sacrificio al sacrificio
di Gesù, così da risultare un unico sacrificio: il sacrificio di tutto il
Corpo Mistico, del Capo, Gesù, e delle membra.
LA
S. MESSA, DEVOTAMENTE PARTECIPATA, PERORA IL PERDONO DEI NOSTRI PECCATI,
DIMINUISCE IL PURGATORIO, PROCURA ALLE ANIME PURGANTI IL MIGLIOR SUFFRAGIO.
Nella
S. Messa Gesù offre al Padre insieme alle sue virtù, alle sue preghiere, ai
suoi dolori, al suo sangue e alla sua morte, le virtù, le preghiere, i dolori e
la morte della Madonna, dei martiri, dei santi e di tutti i buoni cristiani con
i quali completa la sua passione, ai quali partecipa mediante i suoi meriti
infiniti la sua dignità divina.
5.
L'unica offerta degna di Dio è il sacrificio del suo Figlio. L'unica maniera di
rendersi graditi a Dio è di offrirsi in un solo sacrificio col sacrificio di
Gesù.
L'unica
espiazione, riparazione, propiziazione per i peccati nostri e del mondo intero
è il sacrificio di Gesù.
L'unica fonte di grazie per noi e per il mondo, l'unica speranza per il mondo e per noi è il sacrificio di Gesù.
L'unico
supplemento alle nostre omissioni, alle nostre indigenze, ai nostri vuoti, è il
sacrificio di Gesù.
L'unica
cosa che può rendere preziose le nostre preghiere, le nostre opere buone, le
nostre fatiche, i nostri sacrifici è il sacrificio della Messa.
6.
Una Messa dà una gloria infinita al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo, una
grande gioia a tutti i santi del cielo, un grande sollievo alle anime del
Purgatorio, una pioggia di grazie a tutti gli uomini della terra, dei
grandissimi meriti e delle grandissime grazie a te, che l'ascolti e vi
partecipi. Tutto ciò che ha valore ha valore, dalla Messa, cioè dal sacrificio
di Gesù.
LA
S. MESSA E’ LA RINNOVAZIONE DEL SACRIFICIO DELLA CROCE; TRATTIENE LA GIUSTIZIA
DIVINA; REGGE LA CHIESA; SALVA IL MONDO.
7.
É la S. Messa che tiene in vita il mondo, che placa la giustizia di Dio per i
peccati dell'umanità. Senza la Messa il mondo verrebbe distrutto ogni giorno
per i suoi peccati.
La
Beata Anna Maria Taigi vide in visione che le fiamme distruggitrici della
giustizia di Dio, le quali stavano per avventarsi sulla terra e distruggerla,
se ne allontanavano per il sacrificio di Gesù offerto dalla Chiesa
quotidianamente.
8.
Perché la Messa sia per te un sacrificio che ti renda accetto a Dio occorre che
divenga il tuo sacrificio; e affinché divenga il tuo sacrificio occorre che
tu lo offra unito a Gesù, cioè in stato di grazia e che tu ti offra insieme a
Gesù, prendendo parte attiva alla Messa.
9.
Occorre innanzi tutto che ti renda degno di Dio, purificandoti di tutti i tuoi
peccati con un atto di contrizione perfetta ogni volta che entri in chiesa per
partecipare al Sacrificio della Messa.
La
Chiesa mette il fonte di acqua benedetta all'entrata per rimetterci con essa i
peccati veniali, e per farci ricordare di far l'atto di contrizione che ci lava
e ci rimette anche tutti gli altri peccati.
10.
La Messa sarà tanto più sorgente di grazie e di meriti per la tua
santificazione quanto più ne fai di essa il tuo sacrificio.
Perché
la Messa sia il tuo sacrificio occorre che tu offra per le mani del sacerdote,
insieme al pane e al vino, le tue preghiere, le tue fatiche, i tuoi sacrifici,
tutte le tue opere buone.
11.
Alla consacrazione, durante la Messa, si compie un mistero: il Verbo come coll'incarnazione
unì alla sua persona la natura umana per farne un sacrificio degno di Dio e
offrirlo al Padre nella Croce, così nella Messa unisce a sé la tua persona
con tutte le tue cose buone e tutti gli uomini membri del suo Corpo Mistico con
le loro opere buone e i loro sacrifici, li trasforma in suoi e li offre al Padre
in un unico sacrificio.
Alla
consacrazione nella S. Messa si compie il mistero solenne e meraviglioso del
rinnovamento mistico dell'immolazione di Gesù in croce e dell'immolazione del
Corpo Mistico.
Questo
mistero è simboleggiato dall'unione delle poche gocce di acqua col vino nel
calice, che nella consacrazione diventano insieme al vino Corpo e Sangue di Gesù.
12.
Alla comunione si compie questo mistero: Gesù si unisce intimamente con
quanti lo ricevono così da diventare con loro una cosa sola; così comunica
loro la sua vita e i suoi meriti e li unisce intimamente al Padre e allo
Spirito Santo.
13.
Gesù nella comunione compie tutto questo in te nel grado in cui ti unisci a lui
spiritualmente con l'amore, nel grado, cioè, in cui lo ami, lo scegli come
primo amore e primo ideale della tua vita e che vuoi vivere per lui.
14.
Non c'è cosa più importante, più preziosa, più utile a te e al mondo intero,
che tu possa fare nel giorno, che andare in chiesa e offrire a Dio il sacrificio
della Messa.
Qualunque somma potessi andare a ritirare ogni mattino e metterla in un libretto, sarebbe un nonnulla rispetto ai meriti e ai tesori che acquisti e ti conservi per l'eternità ogni giorno che vai a Messa. Devi stimare la Messa come l'atto più importante della tua giornata.
15.
Quando ti senti vuoto, quando ti senti oppresso, quando hai di bisogno di
importanti grazie e ti accorgi che non hai alcun titolo per ottenerle; quando ti
senti vuoto, quando ti senti preoccupato per l'avvenire di te, dei tuoi e del
mondo intero, offri al Padre Gesù nel sacrificio della Messa. Egli basta a
tutto.
16.
Tutta la tua vita deve diventare la tua Messa e una preparazione alla Messa.
Come
nei giorni avanti viene preparata l'ostia e il vino che debbono venire
consacrati, così nel tempo che intercorre tra una tua Messa e l'altra devi
preparare la materia del tuo sacrificio: mortificazioni, elemosine, atti di
carità, di pazienza, di ubbidienza, preghiere, lavoro fatto per Dio, sofferenze
offerte a Dio, ecc. Questi saranno i tuoi doni che devi portare in Chiesa ogni
volta che vieni a partecipare alla Messa, e che devi offrire ogni volta a Dio
con l'ostia santa. In tal maniera ancora tutta la tua vita diventa la tua Messa.
17.
La Messa è il centro e lo scopo della creazione. Come di tanti chicchi di grano
macinati e ripuliti dalla crusca si fa un pane che nella Messa si trasforma in
Cristo; così di tanti cristiani contriti dai loro peccati e purificati dalle
loro scorie si fa nella Messa un solo Corpo, una sola Ostia che viene immolata
con Gesù.
18.
Completa ogni volta la tua Messa con la comunione. Chi va a Messa e non fa la
comunione rassomiglia a uno che va a pranzo, vede la tavola imbandita, non
mangia, e se ne torna digiuno.
D'altro
lato chi può fare la comunione una volta l'anno è segno che la può fare ogni
giorno, perché deve avere le disposizioni che lo rendono idoneo a fare la
comunione ogni giorno: pentimento dei peccati, distacco dal peccato, volontà di
non farne più, volontà di amare Dio sopra ogni cosa.
19.
Ogni cristiano deve mettere nella Messa il proprio cuore nell'ostia, deve
unirlo intimamente al Cuore di Gesù e al cuore di tutti i fratelli con un amore
ardente cosi che venga consumato con gli altri in uno nella comunione.
20.
Il cristiano che non intende purificare il proprio cuore, e non intende unirlo a
quello di Cristo, resta al di fuori non solo della Messa, ma anche del Corpo
Mistico. Nella Messa il cristiano deve operare ogni volta la sua conversione,
la sua purificazione, la sua adesione a Cristo, la sua donazione totale a lui.
21.
Il cristiano che non unisce il suo cuore a quello di tutti i fratelli, come un
chicco di grano agli altri per fare un solo pane del sacrificio e un solo
cuore, resta estraneo al sacrificio della Messa e al Corpo Mistico.
Per
compiere tale unione deve purificarsi col dolore e deve in atto sentire un amore
sincero e fraterno verso tutti gli uomini.
22.
Le prime comunità cristiane erano viventi e conquistatrici perché erano unite
nella preghiera, nella Messa e nella Comunione eucaristica, nell'amore fraterno
e nella comunione dei beni materiali.
23.
Uscendo dalla Messa devi sentirti il fratello di tutti, devi essere desideroso
di salutare tutti, di fare amicizia con tutti, di aiutare tutti con le tue
prestazioni e con tutte le economie personali che ti è possibile realizzare;
devi sentirti Gesù che continua la sua missione e che esce per cercare gli
uomini, per beneficarli, per salvarli. Solo così vivi la tua Messa e il tuo
cristianesimo.