LA MEDAGLIA DELLA MADRE

Italo Zedde C. M.

PARTE PRIMA

ZOE CATERINA LABOURÈ

Tanti pensano che per diventare santi sia necessario avere grandi doni, ricchi talenti, capacità straordinarie. Sottilissima illusione dell'io che ancora non vive nel Cristo. I farisei non si smentiscono: cercano 'segni' rumorosi e splendenti per gli occhi della carne, anche se lo spirito resta nella tenebra.

Chi volesse trovare qualcosa del genere nella perso­na di Caterina Labouré, cercherebbe invano, e potrebbe dire «questo linguaggio è duro» (Giov. 6,6o).

Essa non ha fondato ordini, non ha fatto studi su­periori, e molto stentatamente quelli elementari, non ha avuto ruoli importanti nella sua comunità, non ha realizzato opere brillanti. Quasi quasi diremmo che «non si è realizzata». E ciò non è senza stupore, per gli occhi che « guardando non vedono », perché Cate­rina è una figlia di San Vincenzo de' Paoli, il santo per eccellenza dell'attività caritativa.

Nata contadina, vissuta da cristiana, è maturata al­l'ombra di una «Nazareth» dove ha scoperto quei sol­chi di vita cristiana e religiosa, così difficili per noi da scoprire e soprattutto da battere. Quella rude casa di Borgogna, nel villaggio di Fain-les-Moutiers, non aveva proprio nulla della gloria del Bernini, che l'avrebbe glorificata un secolo e mezzo più tardi.

A Fain c'era un'altra atmosfera: c'erano colombi, animali domestici, erpici e zappe, casseruole grandi e piccole, rustici telai per filare, tavole e cassapanche di legno, sedie impagliate. Il tutto impolverato di sempli­ce e pura rozzezza.

Non mancava qualche crocifisso appeso alle pareti nude, o qualche popolare immagine sacra, ispirata alla devozione più economica. Due camini servivano per cucinare e per riscaldare quella numerosa famiglia di dieci marmocchi. Caterina è l'ottava della serie. La ma­dre ne ebbe di più, ma ne rimasero solo dieci.

La madre: la conosciamo poco o niente. Certo do­veva essere una gran donna, visto che ci ha dato una grande santa. Il padre tentò il seminario prima della rivoluzione francese, ma poi rientrò a coltivare i cam­pi. I Labouré erano però gente attaccata alla parroc­chia e devoti di Maria.

Il 2 maggio 18o6, alle sei di sera, nasce Caterina. Era un venerdì. In casa la soprannominarono Zoe, per­ché fu battezzata nella festa di santa Zoe, che signi­fica « vita ».

Caterina viene così a far corona con altri grandi santi della sua terra. San Bernardo ebbe per patria la Bor­gogna. Sua madre non viveva lontano da Fain. Come anche in un castello non lontano da Fain, Giovanna di Chantal ebbe la visione di un prete che avrebbe poi riconosciuto come Francesco di Sales. Non possiamo non ravvicinare questo sogno a quello futuro di Cate­rina. I due futuri Santi, S. Vincenzo e San Francesco di Sales chiamano in sogno due grandi loro seguaci.

 

Caterína cresce attorniata da tanti fratelli e sorelle che non la fanno sentire sola. Ben presto questi bam­bini restano orfani di madre. Caterina resta così senza mamma.

Sua sorella Maria Luisa, maggiore di Caterina, lascia la casa paterna a 22 anni per entrare nella Comunità delle Figlie della Carità.

Caterina è già così matura che si rivela una donna fatta. Rivolgendosi a suo sorella minore, Tonina, con quella ingenuità propria dei ragazzi maturi, le dice: «Ora tocca a noi due far andare avanti la casa». Par­tita Maria Luisa, in casa sono rimasti tutti maschi, eccetto lei e Tonina. Le due ragazze si danno da fare. C'è da pulire, lavare, apparecchiare, rammendare, cu­rare circa 8oo colombi di una piccionaia a muro, den­tro un grande torrione quadrato, fatta con assi dritte e traverse da sembrare uno spartito di musica. Per non parlare delle galline!

Ben presto Caterina liquida anche una domestica che aiutava nelle faccende pesanti. Ce la fa da sola. In real­tà non è per nulla sola.

A 12 anni fa la sua prima comunione. È molto seria, tutta concentrata in quel nuovo mistero. Un primo pas­so che la porterà lungo un cammino che, nel nascondi­mento e nella preghiera, la farà maturare in una fede caratteristica dei semplici. Ha solo 14 anni, quando sua sorella Tonina si accorge che Caterina fa digiuno il venerdì e il sabato, senza che nessuno se ne accorga. La breve sfuriata del padre e i « saggi » consigli della sorella si smorzano presto, sentendo le scuse dell'incri­minata: sì che mangia... solo che a volte è stanca e non ha voglia di mangiare, basta un po' di brodo! Inizia la sua vocazione a nascondere segreti. E non è tutto. Il raccoglimento interiore comincia a invaderla sensi­bilmente, per cui appena termina i lavori di casa, scom­pare in qualche angolo nascosto per pregare. Cerca ri­fugio soprattutto in chiesa. Se ne sta delle ore immo­bile in ginocchio. Pare che ciò le costi una dolorosa artrite che dovrà portarsi per tutta la vita. A Fain però non tutti la vedono con questi occhi. Una donna del villaggio si lamentava che Caterina « pregara troppo a lungo e perciò non faceva i lavori». In realtà Caterina lavorava, eccome! La nostra devota «credeva» che per pregare tanto uno dovesse trascurare i lavori. Pare che oggi di queste affermazioni non se ne sentano troppe!

 

La chiesa della sua parrocchia non è ben servita dai sacerdoti, per mancanza di clero. Ella dovrà sviluppare le fonti della sua pietà personale in chiese senza preti. Per la messa deve andare nel villaggio vicino: Mou­tiers Saint Jean. Qui c'è un ospizio tenuto da Figlie della Carità, che fa anche da ospedale. Sembra che il sito sia stato scelto da S. Vincenzo stesso. Caterina va spesso nella cappella delle suore a pregare.

A 14 anni Caterina comincia a parlare di vo­cazione. I testimoni assicurano che in questo periodo essa è «candida, gli occhi azzurri, molto gaia, con una esperienza e un impegno molto superiore alla sua età». È in questo periodo che la domestica la vide saltare su uno sgabello e abbracciare la statua della Madonna.

Quando confessò il suo desiderio a suo padre, que­sti, che aveva già una figlia religiosa, si rifiutò. Per essere più esplicito la mandò a Parigi dove un fratello di Caterina aveva una trattoria. Da Carlo sarebbe cer­tamente guarita dalle sue idee. Suo fratello si da da fare per farle prendere marito. Ma le distrazioni della capi­tale o le battute galanti degli avventori, per lo più mu­ratori e carpentieri, non la distolgono dal suo mondo interiore.

Stando a Parigi, verso i 18 anni, ha un sogno pro­fetico. Sognò di essere nella chiesa di Fain, nella cap­pella della Madonna: un anziano sacerdote vi celebra­va la Messa. Alla fine della celebrazione quel sacerdo­te le fa cenno di avvicinarsi, ma Caterina, spaventata, corre a visitare un malato. L'anziano sacerdote (sem­pre in sogno) la ritrova e le dice: «Figlia mia, è cosa buona servire i malati. Ora voi mi sfuggite, ma un giorno sarete felice di venire da me». Il sogno scom­parve. Caterina era di nuovo nella casa-trattoria di Pa­rigi olezzante di minestre di cipolla. Più tardi a Châ­tillon, vedendo un quadro di San Vincenzo de' Paoli, ella esclamerà: «Ecco il sacerdote che ho visto in sogno!». Inizia la vocazione profetica di Caterina.

Si decide allora a scrivere a sua sorella maggiore Maria Luisa, da dieci anni Figlia della Carità. Cate­rina ne ha 23. Maria Luisa, ora superiora, le risponde con un trattato di amore verso i poveri e sulla bel­lezza della vocazione vincenziana. Tale lettera, anni dopo, Caterina la rispedirà a sua sorella, quando que­sta, colpita nel suo orgoglio da una critica, lascerà la comunità nel 1834, per rientrarvi però nel '45, undici anni dopo. (Morirà il 25 luglio 1877, sette mesi dopo Caterina).

Nel settembre del 1829, Caterina lascia Parigi per andare in un convitto tenuto da sua cognata a Châtillon­sur-Seine. L'ambiente è molto diverso. È un convitto per le figlie della nobiltà. A Châtillon c'è anche una casa di Figlie della Carità, dove Caterina ha occasione di visitare i poveri. Fu nel parlatorio che riconobbe il sacerdote visto in sogno. E’ decisa a entrare dalle Figlie della Carità. Il padre, per ripicca, si rifiuta di darle sia la dote che il corredo.

Il 21 aprile 1830 giunge alla Casa Madre delle Figlie della Carità di Parigi, in rue du Bac (allora 132). Una sua cugina le procurò la dote richiesta e un otti­mo corredo. È il mercoledì precedente la traslazione delle reliquie di San Vincenzo (avvenuta la domenica 25 aprile 1830). Tutta la comunità delle suore e dei missionari è in festa. Caterina vi prende parte con gran­de trasporto e viva fede.

La nota della superiora di Châtillon, alla fine del suo postulato, laconicamente dice: «Signorina Labouré, so­rella di quella che è superiora a Castelsarrazin... ha 23 anni. Sa leggere e scrivere da sola. Buona devozione, buon carattere, temperamento forte (si intende la ro­bustezza fisica), amore al lavoro e molto gaia. Fa rego­larmente la comunione tutti i giorni» (il che per l'epoca è molto!). L'identikit della direttrice del Seminario, alla fine di questo, sulla giovane novizia, e ancor più sintetico: « Labouré Caterina, nata il 2 maggio 1806 a Fain-les­Moutiers, distretto di Semur (Costa d'oro).

Entrata nella comunità: 21 aprile 1830. Postulato: Châtillon-sur-Seine. Destinazione: ospizio di Enghien a Parigi, dove ha fatto i voti.

Robusta, di taglia media. Sa leggere e scrivere da sola. Il carattere è sembrato buono. Lo spirito e il giu­dizio non sono salienti. È pia. Lavora a perfezionarsi».

Caterina resterà infatti nell'ospizio di Enghien per tutta la vita, servendo gli anziani ricoverati, e accu­dendo alla stalla. Ecco i suoi uffici: lavora in cucina per cinque anni (1831-1836); quattro anni al guarda­roba (fino al 1840); per 16 anni ha cura della stalla, dove le vacche danno buon latte per i poveri e per la comunità (1846-1862). Caterina stessa acquista la pri­ma vacca nel 1846, e registra con precisione la vendita del latte. La stalla viene soppressa nel 1862 per una malattia che sembra colpire le vacche. Tiene anche le galline e i colombi, continuando così un lavoro dell'in­fanzia. Contemporaneamente, forse dal 1836, le viene affidata una stanza di ricoverati. Negli ultimi anni della sua vita ebbe la portineria in modo stabile.

 

Queste sono le occupazioni della Santa nella sua vita terrena. Noi la definiamo una vita normale, sem­plice, per nulla «splendente». Ma è semplicità «ingan­nevole», come quella della Famiglia di Nazareth. Quei trenta e più anni oscuri di Gesù, di Maria e di Giusep­pe sono «normali» per noi, ma non per Dio. Occor­rerebbe creare un nuovo vocabolario e invertire i ter­mini: definire splendente l'oscuro, palese il nascosto, grande il piccolo. Ma il nostro vocabolario è «del mon­do» e ci viene «dal mondo». La fede invece ci viene da Dio. Cioè gli ultimi sono primi, e i primi ultimi.

Per tutta la vita Suor Labouré conserva il segreto delle apparizioni. All'esterno la sua vita di comunità è quella di molte Figlie della Carità: dedita al lavoro, alla preghiera, all'adorazione interiore, alla osservanza delle regole e della vita buona. Ciò non impedisce che sia esatta nelle sue mansioni. Tiene i conti con pre­cisione scrupolosa. Nel 1864, come essa registra nel libro-conti, vende 313 colombi; 316 nel 1865... Ma il suo cuore fu occupato soprattutto dal servizio agli anziani ricoverati. Erano i suoi «signori e i suoi pa­droni». Né mai dubitò che quelli non lo fossero.

Tutto ciò non le permise mai di imparare bene a leggere e a scrivere. I suoi autografi sono zeppi di errori di ortografia. Lei preferì «aggiornare» l'amore ai po­veri, ne scapitò in cultura. Eppure la sua intelligenza non fu menomata. Ella acquistò lentamente, ma pro­fondamente, la coscienza di non appartenere a se stessa. Né fu menomata la sua personalità: si sentiva respon­sabile delle famiglie a cui apparteneva, della casa pa­terna prima e della sua comunità dopo. «Non è per me che la Santa Vergine è apparsa - diceva - ma per il bene della Compagnia e della Chiesa».

 

La sua vita conobbe anche momenti tragici. Nel 1871, i Comunardi entrarono nella casa delle suore portando scompiglio e creando problemi. Le donne dei comunardi ne crearono anche maggiori. A causa di ciò, la santa fu chiamata a un improvvisato tribunale per confermare accuse contro questi rivoluzionari. Con gran sorpresa di tutti, parlò in discolpa degli accusati. An­che la sua superiora, Suor Dufès, riuscì a salvare due gendarmi che si erano rifugiati dalle suore. Avrebbero salvato ugualmente anche i comunardi in difficoltà, a dispetto delle istituzioni che piazzavano le suore dalla parte dell'ordine e della forza. Quando poi i comu­nardi entrarono in casa, causando la fuga della supe­riora, minacciata di arresto e di morte, Suor Labouré restò perfettamente serena: in sogno aveva visto la Madonna sedersi nell'ufficio della superiora. Lo prese come segno di protezione in un momento di sfacelo. Frattanto non cessa di distribuire la minestra e la Me­daglia.

 

Ciò che maggiormente colpisce la nostra coscienza moderna è l'incognito di Caterina. Finché ella visse, nessuno seppe mai che era la fortunata suora delle apparizioni. Mentre la Medaglia veniva approvata dal­l'Arcivescovo di Parigi e si diffondeva dappertutto nel mondo, lei collaborò da spettatrice. Non ruppe il si­lenzio neppure per difendere la Medaglia. Non si ma­nifestò in pubblico (cfr. Giov. 7,4). Al di là di questa nota di cronaca, buona come esempio di ascesi, si na­sconde un'impostazione di fede che sa di «perla evan­gelica». Si confessò schiava e rimase perfettamente relegata nella posizione in cui Dio la pose, che non vo­leva una sua collaborazione pubblicizzata. Non è questo lo stesso atteggiamento di Maria nella vita privata e pubblica del Figlio? La Madonna le dirà «cose che non doveva dire»: non è improbabile che fossero di que­sto genere. Non mancarono tuttavia occasioni per forzare que­sto silenzio. Il P. Giovanni Maria Aladel C.M., suo direttore spirituale e depositario delle sue apparizioni, un giorno fu pressato, in presenza di Caterina, dalle domande di alcune suore circa la Medaglia e le Appa­rizioni. Suor Caterina, senza minimamente alterare il viso, unì le sue osservazioni a quelle delle altre com­portandosi da persona estranea.

Un'altra suora le disse a bruciapelo: «Siete voi, so­rella, che avete visto la Santa Vergine». Caterina non rispose. La suora si rivolse al P. Aladel che la lasciò nella sua credenza, senza nulla aggiungere.

Quando nel Seminario delle Figlie della Carità di Parigi, si collocò il quadro delle apparizioni, una suora disse al P. Aladel, ma rivolta a Suor Caterina: « È cer­tamente questa la suora che ha avuto le visioni». P. Aladel, imbarazzato, si rivolse a Suor Caterina con un sorriso, dicendo che la suora «aveva indovinato». Ciò bastò alla suora per capire che Caterina non poteva essere, altrimenti P. Aladel non avrebbe commesso simile ingenuità.

Un'altra suora era convinta che la suora delle appa­rizioni era occupata a custodire le vacche in una casa di Parigi. Destinata essa stessa ad Enghien con suor Caterina disse: «Non può essere lei. Non la trovo ab­bastanza mistica». Viene da pensare alla cuoca del car­melo di Lisieux, che, alla morte di suor Teresa di Gesù Bambino, disse che non si sarebbe saputo che dire di questa suora.

Tuttavia il segreto non sembra sia stato così asso­luto, senza diventare comunque un segreto di pulci­nella. La confidenza delle apparizioni fu anzitutto un segreto assoluto, narrato a livello di confessione al P. Aladel. Egli con l'autorizzazione di Caterina, lo con­fidò al futuro superiore generale della Congregazione della Missione, il P. Giovanni Battista Etienne e all'Arcivescovo di Parigi, senza svelare il nome della suora.

Di fatto, a Parigi, circolava la voce che la suora delle Apparizioni fosse attualmente occupata a tenere le vacche in una casa di Parigi. Suor Chavel testimoniò al processo diocesano, che quando fu inviata alla casa di Enghien, le fu detto che in quella casa si trovava la suora delle apparizioni (siamo nel 1858). Arrivata ad Enghien, la suora si convinse che la fortunata era suor Labouré. Quando un parente di Suor Caterina, Vittorio Labouré (sempre nel 1858), andò a visitare la cappella delle apparizioni, mostrandogli la sedia che era in cappella, gli dissero: «Abbracci questa sedia, perché la Santa Vergine si è seduta qui quando ap­parve a Suor Caterina». Secondo suor Henriot, entrata a Reuilly nel 1861, i bambini, indicando suor Caterina, dicevano: «Ecco la suora che ha visto la Santa Vergine».

Prima del 1870 i Chierici della Congregazione della Missione usavano recarsi a Reuilly. I più curiosi pas­savano dal pollaio per incontrare quella che si diceva essere la suora delle apparizioni. Quest'ultimo episo­dio è stato testimoniato da P. Puget e raccolto da P. Coste.

Qualcosa di vero quindi in qualche modo era tra­pelato. Nessuno tuttavia era «certo», perché il segreto non fu mai svelato da nessuno.

 

Lo stesso Arcivescovo di Parigi, Mons. de Quélen aveva chiesto di parlare con la suora, magari con un velo sul viso, promettendo che non avrebbe cercato di penetrare la sua identità. Lo stesso arcivescovo però si lasciò convincere dal P. Aladel di rispettare il se­greto da parte della suora. Egli stesso verso il 1835 tentò di indurre Suor Caterina a presentarsi davanti una commissione ecclesiastica, ma «si rifiutò». A una reiterata domanda, P. Aladel così testimonia il rifiuto della santa: «Questa suora non si ricorda più quasi nessuna cir­costanza della visione, e per conseguenza, ogni tenta­tivo di ottenere informazioni sarà completamente inu­tile ».

Il fenomeno non ha nulla di strano. Si ripete in altre persone che ebbero visioni. L'apparizione della Santa Vergine a Teresa di Lisieux, quando fu guari­ta «dall'infanzia», divenne una fonte di scrupoli e di ansietà, quando la sua memoria si rivelò incapace a ripresentare l'evidenza del momento.

Oppure, scrive Laurentin, si ha da fare, in Caterina, con una politica contadina di amnesia? «Non so nien­te, non ricordo più... ». Sarebbe l'eterna risposta della gente di campagna ai curiosi e agli indiscreti. Igno­riamo d'altra parte quale fu la «consegna» dell'appa­rizione. Di certo non possiamo applicare la logica della sincerità o della superstizione, della scienza o della amnesia.

 

La vita quotidiana di Caterina fu totalmente rivolta al reale. Per questo il suo «contemplare cose celesti» ha un segno di autenticità. Incaricata degli anziani di Enghien, rivolge ad essi tutto il suo cuore. Umile discepola di San Vincenzo, vedeva tutti in Gesù Cri­sto, ma soprattutto lo vedeva nei poveri. Con gli anziani «difficili» sapeva almeno pregare e far pregare. Ciò le permetteva di avere un buon ascendente su di loro. Magari sapeva aspettare il giorno dopo per fare un rimprovero necessario. Vegliava affettuosamente con loro nel momento della morte, procurando di farli ri­conciliare, se necessario.

Non parlava mai male di nessuno.

Spesso teneva per sé il pane raffermo per dare ai poveri quello fresco. La sua azione fu sempre condita di silenzio, di preghiera, di osservanza.

Per il resto essa visse con indifferenza a tutto, ma piena di ardenti desideri. Ciò conferma il perfetto equi­librio del suo spirito e soprattutto la sua profonda libertà interiore. Aveva dei gusti molto semplici visto che era così amica degli animali. Sul letto di morte arrivò a desiderare, con naturalezza, una mela e del­l'uva passa, senza per questo vedersi ostruita la via della santità.

Sapeva sacrificare i suoi desideri per il bene degli altri senza vanità o compiacenza: arte difficile per tutti noi. Tutto ciò le era connaturale, perché era frutto del suo profondo amore per Dio e di un amore molto semplice per gli uomini. Perciò restava sempre arbitra delle sue azioni e delle sue reazioni.

 

Nel 1876 suor Caterina comincia a declinare fisi­camente. Si diceva che cominciava a perdere la testa. Sentiva il cuore indebolirsi sempre più, l'asma e la artrite si aggravavano rapidamente. Riusciva ugualmen­te a mobilitare tutte le sue forze «ed essere sempre là». Aveva ancora forze per lavare le camicia degli anziani e le «sedie da notte». Il tutto senza ripugnanza né ostentazione ascetica.

Essa stessa prevedeva che non avrebbe passato l'an­no. Si sentiva mancare biologicamente. In novembre seguì gli ultimi esercizi spirituali alla Casa Madre. Tor­nata a casa, dovette starsene in camera. Verso la fine di dicembre chiese al P. Chinchon di confessarla. Il 31 dicembre chiese l'Olio degli Infermi e il Viatico; ben­ché qualche testimonianza sia discorde nella data, tutte concordano nel dire che suor Caterina li ricevette con grande devozione.

Seguiamola nella sua ultima giornata terrena.

Del mattino di questo ultimo giorno, la sua supe­riora, Suor Dufès, ricorda: «Ella mi dichiarò che non avrebbe visto il giorno seguente. Io mi permisi di con­traddirla amichevolmente.

Il P. Chevalier, nel pomeriggio va a darle un'ultima benedizione. - Non avete paura della morte? «Perché dovrei aver paura rispose - dato che sto per rivedere la Santa Vergine?».

Verso le quattro del pomeriggio è invasa da una grande debolezza. Alle quattro e trenta, la figlia di sua sorella Tonina viene a visitarla con due suoi figli e una nipotina. Suor Caterina si sveglia come dal sonno per dare ai bambini dei confetti e alla nipote una manciata di medaglie. La nipote la saluta prometten­dole di ritornare: - Se ritorni - risponde la santa - mi vedrai, ma io non ti vedrò perché sarò partita.

Verso le sei si ha l'impressione che Suor Caterina se ne vada. Si chiama la superiora, che le affida com­missioni per il cielo, ma la santa, pur con un mormorio, smonta l'ennesima implicanza della frase d'oc­casione: - Non so come ciò avvenga lassù.

La superiora insiste, dicendo che non sarebbe stato necessario formulare delle frasi, ma che bastava pre­gare guardando il buon Dio.

- Se le cose stanno così, allora vi prometto di pregare molto.

Non si smentiva, moriva «come tutte le altre». Poco dopo una suora le porta altre medaglie, ma le lascia scivolare sul letto. Questa volta se ne va...

Si suona la campana, anche se non è uso di comu­nità. Le suore arrivano e recitano le preghiere della buona morte. Lei aveva previsto il momento. Avrebbe voluto avere attorno a sé 63 Figlie di Maria per far recitare a ognuna, una delle 63 invocazioni delle lita­nie dell'Immacolata. Non fu possibile.

Caterina si unisce alle preghiere, ma le sue parole non si percepiscono: «Così silenziosa al momento della morte, come lo era stata durante la vita... ».

Alle sette si assopisce e si addormenta, senza agonia. L'ultimo momento non fu segnato che da un lieve so­spiro e da due grosse lacrime. Le chiudono gli occhi.

La voce della sua morte si diffonde immediatamente. Accorrono le suore dalla Rue du Bac e da tutte le altre case di Parigi. Nessuno si sentì triste per quella morte.

Il segreto ormai non era più tenibile. La comunità della casa, quella sera, fece una lettura spirituale molto invidiabile. La superiora, Suor Dufès, lesse alle conso-

relle il racconto delle apparizioni della Medaglia, scritto da Suor Caterina per la superiora, nell'impossibilità di raggiungere il suo confessore.

Non furono versate lacrime alla sua sepoltura. La folla enorme, brulicante di (ormai) antiche cornette, partecipava più a una gioiosa processione che a un convoglio funebre.

L'umile contadina di Fain, veniva accompagnata al sepolcro in attesa del 27 luglio 1947, quando la Chiesa la proclamerà Santa Caterina Labouré.

 

PARTE SECONDA

IL RACCONTO DELLE APPARIZIONI

Intendiamo ora riportare i testi delle apparizioni principali di cui S. Caterina fu privilegiata, e soprat­tutto il racconto dell'apparizione del 27 novembre 1830. Ci limitiamo soltanto a queste.

Caterina infatti, fin dal periodo del suo Seminario, ebbe numerose apparizioni. Alcune di queste riguar­dano la Medaglia. L'apparizione stessa della Medaglia, la novizia la ricevette non una volta ma più volte. Ri­cordiamo soprattutto le seguenti:

 

A fine aprile 1830, la santa ha tre visioni del Cuore di S. Vincenzo de' Paoli (con S. Luisa de Maril­lac fondò le Figlie della Carità). Essa vide durante l'ottava della Traslazione delle reliquie di San Vin­cenzo, il suo cuore, prima bianco, poi rosso, infine rosso-scuro. La santa interpreta i colori come simbolo prima di innocenza, poi di carità e infine di prova e di dolore.

 

Nella notte fra il 18 e il 19 luglio 1830, fra le undici e mezzo della sera e le due del mattino, ha un lungo colloquio con la Madonna. La santa però ci rife­risce solo poche cose. La Madonna le affida una mis­sione, in cui sono coinvolte anche le due comunità fon­date da San Vincenzo.

 

Il 27 novembre 1830 segna la data più impor­tante: l'apparizione della Medaglia Miracolosa. Circa queste e altre apparizioni e sogni di S. Cate­rina Labouré, abbiamo molti suoi autografi e molte notizie di altre fonti.

Per i primi due anni, dopo queste apparizioni (1830-­1831) non possediamo documenti scritti. Tutto ciò che fu pubblicato fino alla morte della Santa, è dovuto al P. J. M. Aladel (18oo-1865 ), missionario di San Vin­cenzo e Confessore-Direttore di S. Caterina. Egli però non ha lasciato una descrizione completa di tutte le apparizioni, specie per quanto riguarda i particolari della Medaglia. Egli lascia solo una specie di «istan­tanea»: la visione di un «quadro» della S. Vergine dalle mani aperte e raggianti, con l'invito a far coniare una Medaglia e a portarla con devozione. Il libro del P. Aladel, pubblicato anonimo, conobbe ben otto edi­zioni, prima che egli morisse. La nona edizione fu pub­blicata da un altro missionario, il P. J. Chevalier (1810-1899), che la arricchì di altre preziose notizie. L'opera tuttavia restò fondamentalmente un libro di devozione. Ottimi lavori sulla Medaglia furono dovuti ad altri due missionari: il P. E. Crapez (1878-1949) e il P. L. Misermont (1864-1940). Ebbero la fortuna di partecipare al processo di beatificazione della Santa, e di usare, per le loro pubblicazioni, il « Summarium » dei Processi stessi. Non sempre però le loro notizie sono verificabili. Tutte le opere successive hanno at­tinto a quanto scritto da questi missionari.

Ultimamente (1976) René Laurentin (il noto marío­logo) e il Padre P. Roche C.M., in collaborazione con molti missionari e Figlie della Carità, hanno pubblicato un prezioso volume (a cui seguirà un secondo) sulla Medaglia e su S. Caterina, con una ricca docu­mentazione storica.

Il testo che noi pubblichiamo è preso da questa ultima opera, con un sistema particolare. Anzitutto traduciamo direttamente solo gli autografi di S. Cate­rina. Dato però che sovente sono più di uno e molto simili fra loro, invece di presentarli in sinossi, ne fac­ciamo una specie di catena senza alterare il testo. Ciò permetterà al lettore di avere una descrizione più com­pleta dei fatti e dei testi delle apparizioni con le parole della santa stessa. Per quanto riguarda l'apparizione del 18/19 luglio 1830, stando alla relazione della santa stessa la facciamo precedere dal racconto della visione del Cuore di San Vincenzo, benché di qualche mese prima, perché preparano le visioni avute in se­guito.

Gli scritti della santa hanno bisogno di essere perfe­zionati nella punteggiatura, per cui è possibile che l'in­terpretazione data in qualche punto sia opzionale.

Le parole fra parentesi sono aggiunte per maggior chiarezza, salvo che il contesto non faccia capire chia­ramente che si tratta di parole della santa stessa.

 

APPARIZIONE DEL 19 LUGLIO 1830

«Figlia mia, il buon Dio vuole incaricarti di una missione... »

Ecco il racconto dagli scritti della santa:

Padre mio, lei vuole che le dia qualche piccolo det­taglio su ciò che avvenne ormai 26 anni fa. Credo di essere incapace di farlo. Tuttavia tento di farlo con tutta la semplicità possibile.

Prego Maria, mia buona Madre di ricordarmene tut­te le circostanze: «O Maria, fate che sia per la vostra maggior Gloria e per quella del vostro Divin Figlio... » Dò inizio.

Sono arrivata (in Seminario) il 21 aprile 1830: era il mercoledì prima della traslazione delle reliquie di San Vincenzo de' Paoli, felice e contenta di essere arrivata per questo gran giorno di festa. Avevo l'im­pressione di non essere più attaccata alla terra.

Domandavo a S. Vincenzo tutte le grazie che mi erano necessarie anche per le due famiglie, per la Francia e per il mondo intero.

Mi sembrava che esse ne avessero estremo bisogno. Infine pregai S. Vincenzo di insegnarmi ciò che dovevo domandare con fede viva.

Ogni volta che rientravo da San Lazzaro (= Chiesa dei Missionari, dove si conserva l'urna col corpo di S. Vincenzo) avevo tanta pena: mi sembrava di ritro­vare nella comunità S. Vincenzo o almeno il suo cuore che mi appariva ogni volta che tornavo da S. Laz­zaro. Avevo la dolce consolazione di vederlo al di sopra della piccola cassa dove erano esposte le reliquie di San Vincenzo. Mi apparve tre diverse volte: per tre giorni di seguito; bianco color carne, per annunciare la pace, la quiete, l'innocenza, l'unione. Dopo lo vidi rosso-fuoco (per indicare) che doveva infondere la carità nei cuori. Mi sembrava che tutta la comunità doveva rinnovarsi ed estendersi fino all'estremità del mondo. Infine lo vidi rosso-nero, il che mi mise tri­stezza nel cuore, che avevo difficoltà a superare. Non sapevo ne come ne perché tale tristezza si riferiva al cambio di governo. Tuttavia non potei trattenermi dal parlarne con il mio confessore; ciò mi diede una calma molto profonda, distogliendomi da tutti i miei pensieri.

Fui poi favorita da un'altra grande grazia. Fu di vedere nostro Signore nel Santissimo Sacramento, che io vidi per tutto il tempo del mio seminario, eccetto le volte che io dubitavo. Allora la volta seguente non vedevo più nulla, perché volevo approfondire, e dubi­tavo di questo mistero. Credevo di ingannarmi. Il giorno della Santissima Trinità, Nostro Signore mi ap­parve come un Re con la Croce sul petto, nel Santissi­mo Sacramento. Ciò avvenne durante la santa Messa al momento del Vangelo. Mi sembrò che la croce colasse sangue sotto i piedi di Nostro Signore. Mi è sembrato che Nostro Signore fosse spogliato di tutti i suoi or­namenti (caduti) tutti per terra. È a questo punto che ho avuto i pensieri più tristi e più neri. Ho avuto (cioè) il pensiero che il re della terra (= di Francia) sarebbe caduto e spogliato di tutti i suoi abiti regali. Di ciò ho avuto tanti (altri) pensieri che non saprei spiegare, sulle perdite che si sarebbero fatte.

Giunse così la festa di San Vincenzo, quando alla vigilia, la nostra buona madre Marta ci fece un'istru­zione sulla devozione ai santi e in particolare sulla de­vozione alla Santa Vergine. Il che mi diede un tal de­siderio di vedere la Santissima Vergine che mi sono coricata con questo pensiero: quella stessa notte avrei visto la mia buona Madre. Era da molto tempo che desideravo vederla. Alla fine mi sono addormentata.

Poiché ci era stato distribuito un pezzetto di cotta di San Vincenzo, io ne tagliai la metà e la inghiottii.

Così mi sono addormentata col pensiero che San Vin­cenzo mi avrebbe ottenuto la grazia di vedere la San­tissíma Vergine. Finalmente alle undici e mezza di sera mi sono sentita chiamare:

- Suor Labouré, Suor Labouré!

Mi svegliai e guardai dalla parte dove sentivo la voce, che veniva dalla parte del passaggio (fra le due fila di letti). Tiro la tendina, vedo un bambino bianco vestito, di circa quattro o cinque anni, che mi dice:

- Venga in cappella. Presto, si alzi e venga in cappella. La Santa Vergine l'aspetta».

Mi viene subito un dubbio: «qualcuno potrà veder­mi»!. Il bambino risponde al mio pensiero:

- Stia tranquilla, sono le undici e mezzo e tutti dormono. Venga, l'aspetto.

Io mi sono sbrigata a vestirmi e mi sono diretta verso il bambino che era rimasto in piedi, senza avan­zare al capo del letto. Egli mi ha seguito, o piuttosto l'ho seguito io, (stando) sempre alla mia sinistra, span­dendo raggi luminosi ovunque passava. Le luci, dove noi passavamo, erano accese dappertutto. Ciò mi stu­piva molto. Ma molto di più fu la sorpresa quando sono entrata in cappella: la porta si aprì appena il bambino la toccò con la punta del dito. La mia sorpresa è stata poi molto più completa quando vidi tutte le candele e le lampade accese, il che mi ricordava la messa di mezzanotte (= a Natale).

Non vedevo tuttavia la Santa Vergine. Il bambino mi condusse nel presbiterio, a fianco della poltrona del direttore, e là mi inginocchiai. Il bambino rimase in piedi per tutto il tempo. Siccome trovavo lungo il tempo (dell'attesa), guardavo se le vegliatrici non passassero per la tribuna. Finalmente arrivò il momento, e il bambino me lo fece notare dicendomi:

- Ecco la Santa Vergine. Eccola!

Sentii un rumore come di un fruscio di veste di seta che veniva dalla parte della tribuna, presso il qua­dro di S. Giuseppe, che andava a posarsi sui gradini dell'altare dalla parte del vangelo, in una poltrona si­mile a quella (del quadro) di S. Anna. Solamente la Santa Vergine non era la stessa figura (che è nel quadro) di S. Anna. Io dubitavo che fosse la Santa Vergine. Tuttavia il bambino che era là mi disse:

- Ecco la Santa Vergine!

Mi sarebbe impossibile dire ciò che ho provato in quel momento o ciò che avveniva dentro di me. Non ero sicura di vedere la Santa Vergine...

Fu allora che quel bambino non mi parlò più come un bambino, ma come un uomo molto forte, con pa­role fra le più decise. Allora, guardando la Santa Ver­gine, feci un salto verso di lei, in ginocchio, sui gradini dell'altare. Appoggiai le mie mani sulle ginocchia della Santa Vergine...

Quel momento fu il più dolce della mia vita, e mi sarebbe impossibile dire tutto ciò che ho provato. Ella mi disse come dovevo comportarmi col mio Di­rettore, e molte (altre) cose che non dovevo dire; il modo di comportarmi nelle mie pene: di venire a get­tarmi ai piedi dell'altare, e lo indicò con la mano sini­stra, e là effondere il mio cuore. Là avrei ricevuto tutte le consolazioni di cui avrei avuto bisogno.

- Figlia mia, il buon Dio vuole incaricarti di una missione; avrai molte pene, ma le supererai pensando che lo fai per la gloria del buon Dio. Conoscerai ciò che viene dal buon Dio. Sarai tormentata fino a quan­do non l'avrai detto a colui che è incaricato di guidarti. Sarai contraddetta ma avrai la grazia. Non temere nul­la. Dì tutto ciò che avviene in te con confidenza. Dillo con semplicità. Abbi fiducia. Non temere. Vedrai certe cose: rendi conto di ciò che vedrai e sentirai. Sarai ispirata nella tua orazione: rendi conto di ciò che ti ho detto e di ciò che vedrai nelle tue orazioni.

I tempi sono molto tristi. Disgrazie verranno ad abbattersi sulla Francia. Il trono sarà rovesciato. Il mondo intero sarà sconvolto da calamità di ogni ge­nere. (La Santa Vergine aveva un'espressione molto addolorata nel dire ciò).

Ma tu vieni ai piedi di questo altare, qui le grazie saranno sparse su tutte le persone che le chiederanno con confidenza e fervore.

Figlia mia, a me piace spandere le mie grazie parti­colarmente sulla Comunità. Io l'amo molto per fortuna. Sono (però) addolorata: ci sono grandi abusi. Le Re­gole non sono osservate e la regolarità lascia a desi­derare.

C'è un grande rilassamento nelle due Comunità. Dil­lo a colui che è incaricato di te; benché egli non sia superiore, fra non molto avrà un incarico specifico sulla comunità. Egli deve fare tutto il possibile perché la la regola sia rimessa in vigore. Digli da parte mia di vegliare sulle cattive letture, sulla perdita di tempo e sulle visite. Quando la regola sarà rimessa in vi­gore, ci sarà un'altra comunità che verrà a unirsi alla vostra. Non è la consuetudine, ma Io la amo. Dì che le ricevano, Dio le benedirà. Esse godranno di una gran­de pace.

La comunità godrà di una grande pace e diverrà numerosa. Sopravverranno però grandi sciagure. Il pericolo sarà grande. Tuttavia non temete. Dì che non abbiano paura. La protezione del buon Dio è sem­pre presente, in modo tutto particolare, e San Vincenzo proteggerà la comunità (La Santa Vergine era sempre triste).

Io stessa però sarò con voi. Ho sempre vegliato su di voi. Io vi concederò molte grazie. Verrà il momento in cui il pericolo sarà talmente grande da credere tutto perduto. Allora io sarò con voi.

Abbiate fiducia, avrete modo di riconoscere la mia visita, la protezione di Dio e di San Vincenzo sulle due Comunità. Abbiate fiducia, non scoraggiatevi: in quel momento sarò con voi.

Ma non sarà lo stesso delle altre comunità: ci saran­no delle vittime. (La Santa Vergine aveva le lacrime agli occhi nel dire ciò).

Fra il clero di Parigi ci saranno molte vittime. Mon­signore l'Arcivescovo morirà (a questa parola, di nuovo lacrime).

Figlia mia, la croce sarà disprezzata, la getteranno per terra, scorrerà il sangue nelle vie. Si aprirà di nuovo il Costato di Nostro Signore, le vie saranno insangui­nate. Monsignor l'Arcivescovo sarà spogliato dei suoi abiti (a questo punto la Santa Vergine non poteva più parlare, la pena era dipinta sul suo volto).

Figlia mia, mi disse, il mondo intero sarà nella tri­stezza.

A queste parole, io pensavo quando sarebbe accaduto (tutto) ciò: ho capito molto bene: 40 anni e dieci e poi la pace.

Su questo argomento, Padre Aladel mi disse: «Chis­sà se voi e anch'io ci saremo?». Gli risposi: «Ci saran­no altri, se non ci saremo noi».

Mi ricordo che un giorno dicevo al P. Aladel: « La Santa Vergine vuole da voi una missione. Inoltre voi ne sarete il fondatore e il direttore. È una Compagnia di Figlie di Maria, alla quale la Santa Vergine concederà molte grazie. Vi saranno accordate indulgenze. Le Figlie (di Maria) saranno molto felici. Si faranno molte feste. Il mese di Maria si celebrerà con grande solennità e sarà generale. Le feste saranno grandi.

«Io amo queste feste e accordo grazie».

Si celebrerà anche il mese di San Giuseppe. Ci sarà molta devozione. È grande la protezione di San Giusep­pe. Ci sarà molta devozione al Sacro Cuore di Gesù...

Allora le domandai il significato di tutte le cose che avevo visto, e Lei mi spiegò tutto.

Non so quanto tempo sono rimasta là. Tutto ciò che so, quando Ella se ne partì, è che notai come qualche cosa che si spegneva, poi soltanto un'ombra che si diri­geva dalla parte della tribuna, per lo stesso cammino da dove era arrivata.

Mi alzai dai gradini dell'altare e notai il bambino dove l'avevo lasciato. Mi disse:

- Se n'è andata.

Abbiamo rifatto lo stesso cammino, sempre tutto illuminato, col bambino sempre alla mia sinistra. Io pensavo che questo bambino fosse il mio Angelo cu­stode che si era reso visibile per farmi vedere la Santa Vergine. Infatti l'avevo pregato perché mi ottenesse questo favore Era vestito di bianco, portava una luce miracolosa, cioè era splendente di luce. Aveva press'a poco quattro o cinque anni.

Ritornai a letto alle due del mattino, infatti sentii battere l'ora. Non ho più dormito.

 

APPARIZIONE DEL 27 NOVEMBRE 1830

«Fai coniare una Medaglia secondo questo modello...»

Ecco il testo della santa: 27 novembre 1830.

O Regina, che siete assisa presso Dio, ascoltate favo­revolmente le mie preghiere. È per voi e per la vostra maggior gloria che vi prego di illuminarmi e darmi le forze e il coraggio di agire per la vostra più grande gloria...

Mi sembra di essere, in quel momento così deside­rabile per me, al sabato vigilia della prima domenica di avvento, giorno in cui la nostra buona madre Marta ci fece una così bella istruzione sulla devozione ai santi e alla Santa Vergine. Ciò mi diede un così grande desi­derio di vedere la Santa Vergine che pensai che ella mi avrebbe fatto questa grazia. Ma questo desiderio era così grande che avevo la convinzione che l'avrei vista nella sua più grande bellezza.

Il medesimo giorno alle cinque e mezzo di pomerig­gio, all'ora dell'orazione, dopo (la lettura) del punto del­la meditazione, cioè qualche minuto dopo, in un pro­fondo silenzio, mi è sembrato di udire un rumore come il fruscio di una veste di seta che veniva dal lato della tribuna, a fianco del quadro di San Giuseppe.

Dando una sguardo da quella parte, ho visto la San­ta Vergine vicino al quadro di San Giuseppe.

Essa aveva una palla bianca sotto ai piedi. Era in piedi, vestita di bianco, di media statura, di un aspetto così bello che non potrei dirne la bellezza. Aveva un vestito di color bianco-aurora accollato, fatto come si dice «alla vergine», con le maniche lisce. Il capo era coperto con un velo bianco che le scendeva da ogni lato fino ai piedi; di sotto aveva i capelli a bandine, e di sopra una specie di cuffia con una piccola trina, larga press'a poco due dita, appoggiata leggermente sui ca­pelli.

I piedi erano appoggiati su una palla, o meglio su una mezza palla, almeno non vedevo che la metà. Te­neva anche una palla fra le mani che rappresentava il globo.

Teneva le mani all'altezza della vita, in modo tutto naturale. Gli occhi erano rivolti verso il cielo. In quel momento il suo volto era straordinariamente bello, che non potrei descrivere...

Poi all'improvviso, ho notato che le sue dita si sono riempite di anelli con pietre preziose, le une più belle delle altre. Alcune più grosse, altre più piccole, che emettevano raggi, gli uni più belli degli altri. Tali raggi uscivano dalle gemme più grosse a più grandi fasci, che si espandevano sempre più. Dalle più piccole scaturivano raggi più sottili che si espandevano sempre più verso il basso. I raggi che uscivano da queste gem­me splendevano da ogni parte, coprendo tutta la parte inferiore (della figura), tanto che non si vedevano più i piedi.

Non mi sarebbe possibile dirvi ciò che sentivo, cioè i pensieri e tutto ciò che ho appreso in così breve tem­po: non riuscirei a dirlo.

Proprio mentre la stavo contemplando, la Santa Ver­gine abbassò gli occhi guardandomi, e sentii una voce in fondo al cuore che mi disse queste parole:

- Questa palla che tu vedi rappresenta il mondo intero, specialmente la Francia e ogni anima in par­ticolare.

Qui mi è impossibile descrivere ciò che ho perce­pito e ciò che ho visto: bellezza, splendore, raggi così belli...

- Questi raggi che tu vedi, sono il simbolo delle Grazie che io spando sulle persone che me le chie­dono. Queste gemme da cui non escono raggi, sono le grazie che uno dimentica di chiedermi.

Mi fece (così) comprendere come la Santa Vergine gradiva di essere pregata, e come fosse generosa verso le persone che la invocavano; come fossero abbondanti le grazie che ella concedeva alle persone che gliele do­mandavano; come fosse grande la gioia che provava nel concederle...

Dove fossi in quel momento... non saprei: ero piena di gioia. Attorno alla Santa Vergine si era formmato un quadro un po' ovale, dove nella parte alta del quadro (si leggevano) queste parole: scritte in lettere d'oro: - O MARIA, CONCEPITA SENZA PECCATO, PREGATE PER NOI CHE RICORRIAMO A VOI! Allora sentii una voce che mi disse:

- Fai, fai coniare una medaglia secondo questo modello; tutte le persone che la porteranno, riceve­ranno grandi grazie, portandola al collo. Le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con confidenza.

Dopo aver contemplato questo quadro, mi è sem­brato che si girasse. È allora che ho visto il rovescio della Medaglia.

(In seguito) ero preoccupata, perché non sapevo che cosa bisognava mettere allato del rovescio della Medaglia. Dopo tante preghiere, un giorno, durante la meditazione, mi è sembrato di sentire una voce che mi diceva:

- L'M e i due cuori sono sufficientemente elo­quenti.

Tutto disparve come qualcosa che si spegne, e io sono rimasta ricolma non so... non so di che cosa: di buoni sentimenti, di gioia, di consolazione.

 

COMPLEMENTI NECESSARI

Dai testi che sono stati riferiti, si può facilmente ricavare che S. Caterina, nei suoi scritti, non riporta tutti i particolari dell'apparizione della Medaglia. In­fatti essa riferiva a voce, volta per volta, le comuni­cazioni della Madonna per il suo Direttore. Inoltre si ricordi che quando S. Caterina porrà per iscritto i suoi ricordi, la Medaglia era ormai diffusa e conosciuta in tutto il mondo.

Per la nostra mentalità quindi, desiderosa di maggior precisione, dobbiamo sapere che possiamo trovare tali particolari in altri scritti. Dal libro di P. Aladel, rica­viamo che il rovescio della Medaglia è costituito dall'M, sormontato da una croce, e al di sotto i due cuori di Gesù e Maria.

Questo è l'unico particolare proprio del P. Aladel. Come si vede però neanche lui intende riferire i par­ticolari della Medaglia per farne una descrizione cro­nachistica, ma piuttosto per descrivere i benefici effetti della Medaglia. Inoltre egli precisa, riportando le pa­role della Madonna che ordinavano di far coniare la Medaglia, che questa va portata «indulgenciée », ossia benedetta.

Altri particolari li desumiamo invece dal processo diocesano voluto dall'Arcivescovo di Parigi e diretto dal suo vicario generale, mons. Pierre Quintin. Tale processo iniziò il 16 febbraio 1836 e si protrasse per 19 udienze, sentendo come testimoni soprattutto il P. Aladel, il P. Etienne, l'editore E. Bailly e il fabbri­cante di medaglie A. Vachette. Da questo processo ve­niamo a conoscere informazioni utili, soprattutto per capire meglio la figura di S. Caterina e la diffusione della Medaglia. Si domanda al P. Aladel perché la suora ha mantenuto l'anonimato; egli risponde: per la sua grande umiltà. Si domanda se la suora ha visto la medaglia, dopo la sua coniazíone; egli risponde di sì, e che la portò con grande devozione. Si domanda ancora al P. Aladel, perché si attese così a lungo per far coniare la Medaglia; risponde che egli in principio non vi diede alcuna importanza, anzi che aveva con­siderato il racconto della suora come effetto della sua immaginazione, e aveva cercato di convincere la suora nello stesso senso. Tuttavia, dato che la visione si era ripetuta altre due volte, e che la suora riferiva che la Santa Vergine era malcontenta del ritardo (cosa che non poteva riguardare se non lui stesso), si decise a muovere i passi necessari per eseguire i desideri della Madonna.

Il processo o interrogatorio continua preciso e mi­nuzioso. Il P. Aladel conferma tutte le notizie che sap­piamo dal suo libro.

Un secondo particolare della Medaglia, ignorato sia dai racconti di S. Caterina, sia dal libro del P. Aladel, ci è fornito invece dalla testimonianza del Padre G. B. Etienne, allora economo generale della Congrega­zione della Missione e futuro Superiore Generale. Egli afferma al processo, di aver avuto notizia dal P. Aladel che la suora, nel rovescio della Medaglia, vide un'M sormontata da una croce avente una sbarra alla base. Di fatto questo particolare si trova in tutte le Medaglie coniate sotto P. Aladel.

Quest'ultimo particolare è confermato dal rapporto definitivo sulla inchiesta sopra accennata, dove Mons. Quentin riassume l'origine della Medaglia, i suoi effetti e le circostanze della visione. In questo documento si afferma che, nel rovescio della Medaglia, la suora vide la lettera M sormontata da una croce avente una sbarra alla base; al di sotto della lettera M, i Cuori di Gesù e di Maria, dato che uno era coronato di spine e l'altro trafitto da una spada. Il rapporto conclude con la pre­cisazione che le deposizioni di P. Aladel ed Etienne sono in tutto conformi.

Non vi è quindi alcun dubbio che gli elementi co­stitutivi del rovescio della Medaglia sono l'M, la Croce, una sbarra fra l'M e la croce, e sotto questo «gruppo», i due Sacri Cuori. Tutti questi elementi infatti sono do­cumentati e testimoniati con precisione.

Per ulteriori precisazioni sui simboli soprattutto del rovescio della Medaglia, abbiamo ora in Italia l'opera del Confratello P. Angelo Zangari C.M., nella quale l'autore studia con molta cura la simbologia della Me­daglia (ANGELO ZANGARI, C.M., Simbologia della Medaglia Miracolosa, Genova 1976).

 

PARTE TERZA

ALLA SCUOLA DELLA MEDAGLIA

Riflessioni teologiche

La concepita senza peccato e il serpente

Ecco ciò che ci appare al primo immediato sguardo della medaglia: una Donna gloriosa, splendente, cir­condata di luce e di grazia (cfr. Apc 12). Se non legges­simo attorno a questa «visione» l'invocazione dettata dalla Madonna, non esiteremo a inserirla; oppure scri­veremo «Io sono l'Immacolata Concezione». Ciò che Lourdes chiarirà più tardi, è profondamente anticipato dalla visione di Caterina.

Maria e il peccato sono due antitesi. Non è soltanto il contrasto della natura: lei è bellissima, la trionfante, la purissima. Lui invece: il nemico, l'accusatore, il ten­tatore, l'illusore, il bugiardo, il menzognero. È il buio, l'oscurità, la notte. Lei sovranamente vittoriosa, paci­ficamente trionfante, serenamente maestosa nel suo es­sere una Madre Santa, immacolata, ricolma di tutto ciò che creatura può ricevere da Dio. Lei che «piena di grazia» canta: Ecco la serva del Signore... Grandi cose ha fatto in me il Signore.

Il serpente invece ripete: «Non servo». Propinatore di ragionamenti a vuoto. Vuoti di Dio e di amore. Forse pieni di puro ragionare, di pure risonanze verbali, al di là e al di sotto delle quali, si nasconde il rovescio del disinganno.

Non è soltanto un contrasto di luce e di ombra, di grazia e di peccato, di amore e del suo contrario.

È soprattutto un rapporto, un reciproco scontro, una vittoria su duello. Non sono due mondi che orbi­tano in distanza. Sono sempre uno contro l'Altra. Sem­pre di fronte: uno per uccidere, l'Altra per salvare. Uno per annebbiare, l'Altra per illuminare. Non si ignorano a vicenda. Sono inseparabilmemnte in con­trasto. Ma non in contrasto inconscio, casuale, for­tuito, è una lotta congenita.

« Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe questa ti schiaccerà la testa e tu insidierai il suo calcagno» (Gen. 3,15). Sono entrambi destinati a scontrarsi. Dove c'è uno, lei è assente. Dove lei regna esso non osa.

Il suo veleno non l'ha colpita. Al contrario, «è stata ricoperta di Spirito Santo». È stata arricchita di ogni bene di salvezza: della somma di tutti i beni di grazia, del fior fiore, fin dalla sua concezione. Il Padre riser­vava una tal Madre per il suo Figlio, perché, come il Primogenito (cfr. Ef. 1,18), fossero da lei formati, se­condo la sua immagine, (cfr. Rom. 8, 29) tutti gli altri innumerevoli figli.

Nella Medaglia la contempliamo con le mani piene di grazia che salva, di santità che innalza. Sono i frutti dell'albero. I frutti dello Spirito sono: amore, pace, bontà, ciò che è gradito a Dio (Ef. 5,10), sapienza, spirito di santità (2 Cor. 6,6 ), la fede, la carità, la purezza (I Tim. 4,12), Dall'albero cattivo escono invece gli altri frutti, quelli della carne: fornicazione, libertinag­gio, inimicizie, gelosie (cfr. Gal. 5,1g-23).

Ecco colei che a mani aperte, spande i suoi frutti. Sono mani aperte per risanare, per confortare e per accogliere. Come la madre tende la mano al suo bam­bino che corre a rifugiarsi in lei, così sono le mani di Maria per i suoi bambini. Perché tutti sono e siamo bambini. Se non diventate come bambini... NON PO­TETE. Nulla possiamo. Lei è stata la prima e la più grande fra questi bambini, proprio perché non si è sen­tita grande, ma una piccola serva. Ha rovesciato la prova della libertà dei progenitori: «sarete come Dio» (Gen. 3,5).

Senza peccato, dall'inizio del suo essere. Cioè il vuoto dell'io e la pienezza di Dio, della sua grazia, della sua santità, del suo Essere. La chiamiamo Figlia di Sion (Sof. 3,14-17)? Troppo poco. La diciamo nuova Eva? Molto di più. È la Donna vestita di sole (Apc. 12), la nuova Gerusalemme, la Vergine-Madre (Is. 7,14). È la Madre di colui che «era dall'inizio non iniziato presso Dio... e si fece carne di carne umana» (Cfr. Giov. 1,1-14).

Il « senza » è troppo poco, dà il vuoto (anche se del male), mentre lei è «con» Dio: con il Padre, con il Figlio, con lo Spirito. Lei non sente privazioni, non pas­sò il deserto della ribellione, ma dice «Farò tutto ciò che Dio ha detto» (Cfr. Es. 24,7). Non osa dire nep­pure tanto, e si dichiara semplicemente «serva» (Lc. 1,38).

È la nuova presenza di Dio nel popolo. 16 Colei che porta Dio. La vera Arca dell'Alleanza (cfr. Es. 40,16­21,34-35), sulla quale «stenderà la sua ombra la po­tenza dell'Altissimo» (Lc. 1,35). I Padri della Chiesa scrivono che, alla domanda dell'Angelo a Maria, tutto il mondo trepidava per la risposta. Il «sì» di Maria esaudì l'antica preghiera del profeta Isaia:

Stillate, cieli dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia. (Is. 45,8). «All'annuncio dell'Angelo la Vergine Maria accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la Vita al mondo» (LG, 53).

 

Il principio rivelato che «senza la fede e impossi­bile essere graditi a Dio» (Ebr. 11,6), si è realizzato pienamente soltanto in Maria. Nessuno ha percorso questo cammino più in profondità. L'epistola agli Ebrei canta la fede dei personaggi più importanti della storia della salvezza, specialmente di Abramo (Ebr. 11). Già San Paolo nell'epistola ai Romani, scrisse di Abramo: «non esitò con l'incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento» (Rom. 4,20-21). Eppure non fu facile. Per Abramo fu necessario che Dio gli ricordasse che non c'era niente di impossibile per lui (Gen. 18,14). Sembrava proprio impossibile avere un figlio nella vecchiaia. Ma se era impossibile avere un figlio in vecchiaia, era sempre naturale che un figlio fosse generato dai suoi genitori.

Sarebbe stato lo stesso per Zaccaria ed Elisabetta. Ma Zaccaria «non credette alle parole dell'Angelo Ga­briele» (cfr. Lc. 1,20), tuttavia tale mancanza di fede non bloccò la generosità di Dio: «quelle cose si sareb­bero avverate a loro tempo» (Lc. 1,20).

Ciò che S. Paolo nell'epistola ai Romani o l'autore dell'epistola agli Ebrei non concludono, è invece chia­ramente concluso da S. Luca.

Zaccaria vacillò e non credette. Ma Elisabetta canta: «Beata te che hai creduto» (Lc. 1,45).

E non fu superato anche Abramo? Se fu «impossi­bile» aver un figlio in vecchiaia, non fu forse «più impossibile» avere un figlio «senza conoscere uomo»? (Lc. 1,34). Ora San Paolo scrive che «eredi si diventa per la fede» (Rom. 4,16), come Abramo, per fede, è diventato padre di «tutti noi». Tanto più Maria è Ma­dre di tutti noi. Tanto più in lei si realizza «la promes­sa fatta ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discen­denza» (Lc 1,55).

Maria ha creduto a ciò che è impossibile. Ciò impli­ca lo smarrimento della sicurezza umana, là dove questa sembra indispensabile, là dove la sua privazione, rende stranieri in mezzo ai concittadini. Nel medesimo tempo impone la seguente legge: rendere reale l'invisibile ri­vestendosene come di un abito, in un contesto indivi­sibile dall'umano, dal concreto, dal contingente quo­tidiano. «Come è possibile questo»? È possibile essere nel mondo e non del mondo? È possibile accettare di vivere dentro componenti umane e, spesso, umaniz-

zate, ma respirare un'altra aria? Per noi no, per Dio «tutto è possibile».

Per questo noi siamo figli di Maria, più che di Abra­mo, perché Maria è « più » Madre per noi, di quanto sia padre Abramo.

 

Pregate per noi che ricorriamo a Voi!

Paolo VI ci dice: «Poiché Maria è pur sempre la strada che conduce a Cristo, ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso» (29 aprile 1965). Il Concilio Vaticano II ci ricorda: «Poiché ogni salutare influsso della Beata Vergine ver­so gli uomini, non nasce da una necessità, ma dal bene­placito di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei me­riti di Cristo, si fonda sulla mediazione di Lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia; non impedisce minimamente l'immediato contatto dei credenti con Cristo, anzi lo facilita» (LG, 6o).

Ecco: lei è così grande, così ricca, perché così è pia­ciuto a Dio, «per il beneplacito di Dio». Tutto appar­tiene a Cristo poiché «Egli è il capo... il principio, il primogenito» (Col. 1,18), poiché Dio «lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione, di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef. 1,21). Egli è l'unico Mediatore (I Tim. 2,5).

Ma il Mediatore ha voluto una Mediatrice, per suo «beneplacito». Per questo Maria è «la nostra bene­detta Madre». Madre della Chiesa e Madre spirituale degli uomini. «Maria è veramente Madre delle mem­bra di Cristo... perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (LG, 53 citando S. Agostino).

Lei è così grande per questo: per far ricorso, per trovare rifugio, per essere di sollievo. La sua non è una grandezza isolante e lontana, distante e inavvicinabile. Lei è grande per essere con i suoi piccoli. Per essere vicina. Per essere chiamata e invocata. Non aspetta altro, perché non è potente che per rendere forti.

 

Tutti pregano lei. Tutti hanno pregato lei. Per que­sto nessuno può ricorrere ad altri, sia perché lei è l'ani­ma della Chiesa che prega, sia perché gli altri otten­gono da lei, imparano da lei. Gli altri danno ciò che da lei ricevono, perché solo lei ha il Figlio, solo lei è sua Madre, solo lei è «diventata» sua Madre anche nella fede.

«Maria fu più beata nell'accoglíere la fede di Cristo che nel concepire la carne di Cristo, perché a colei che disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte » (Lc. 11,27), Gesù rispose: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano». In realtà che cosa giovò ai parenti carnali di Gesù, che non credettero in lui, il fatto d'essergli parenti? Così anche lo strettissimo vincolo della ma­ternità non avrebbe dato alcun vantaggio a Maria, se ella non fosse stata più beata per aver portato il Cristo nel Cuore che non nella carne» (S. Agostino, De S. Virg. PL 40,399).

Noi ricorriamo a lei, perché dobbiamo imparare da lei, e da lei tutto ricevere, anche ciò che è di Cristo. Questi noi sembrano essere in antitesi con Maria, sembrano «altro» da essa. No, davanti a lei esiste solo l'antitesi dell'antico avversario. Noi non siamo in anti­tesi, perché lei è con il Figlio, e il Figlio è «con noi tutti i giorni fino alla fine dei secoli» (Mt. 28,20). E lei vuole essere con noi, perché per noi fu fatta. È con noi anche quando diciamo «riconosco la mia colpa» (Sal. 50,5); quando diciamo: «Ecco, vengo io» (Ebr. 10,7); oppure confessiamo: «sono un uomo peccatore» (Lc. 5,8). Anche quando diciamo «no» e facciamo poi il «sì». Anzi ricorriamo a lei perché faccia del nostro no un suo sì al Padre.

Noi ricorriamo a Lei nel bisogno. E siamo sempre nel bisogno di grazia, di conversione, di perfezione, di distacco, di annullamento, di consolazione. Non ricor­riamo soltanto a date fisse, in momenti prestabiliti, o quando l'etichetta spirituale lo richiede: ricorriamo sempre. Senza la nostra Madre, la più bella teologia resta astrazione, e l'astrazione non ha bisogno di Ma­dre. Senza di lei, la nostra lotta quotidiana resta un «battere l'aria» (cfr. 1 Cor. 9,26).

Spesso noi ricorriamo a noi stessi. Alle nostre capa­cità, alle nostre forze, alla nostra intelligenza. Poggiamo la nostra sicurezza nella nostra abilità: nel progettare, nel fare, nell'organizzare, nell'eseguire. La cultura di­venta un nostro prodotto, l'ignoranza una nostra col­pa; il fare una virtù, il non fare una desolazione.

Più sovente ricorriamo ad altri. All'opinione degli altri, all'aiuto degli altri, all'appoggio, alla speranza, alla fiducia degli altri.

Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori.

Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode (Sal. 126,1).

Nasce l'idolatria. Non quella antica fatta di divinità di creta, di ferro, di bronzo, di oro o di legno. Noi costruiamo idoli più aggiornati, secondo la nostra tec­nica ed inventiva: i titoli, le cariche, i posti, la fama, l'opinione, la gloria, i beni e l'io. Noi li facciamo, li stabiliamo, li delimitiamo; li facciamo parlare, o tacere, li dipingiamo o li bruciamo. Ma essi sono sempre muti. A questi ricorriamo. La celebre «lettera di Geremia» (Bar. 6) sugli idoli, non ha ancora esaurito la sua ironia.

La nostra Madre ci libera da tali idoli, se a lei ri­corriamo.

 

Caterina scrive che il suo viso è indescrivibile. Ma le mani, le descrive bene. Parla delle Mani di Maria, vede il cuore di San Vincenzo, i cuori di Gesù e di Ma­ria. Educata a servire i poveri, ad aiutarli con le «pro­prie mani» tali simbolismi le sono congeniti. Avrà spesso sognato, magari a occhi aperti, le mani di quel Sacerdote che la invitavano ad andare da lui. Mani di San Vincenzo che sollevarono il misero, assolsero il peccatore, distribuirono il Corpo di Cristo. Ora scopre altre Mani, quelle della Madonna. Mani aperte: tese all'incontro, all'amore, all'unione. Pronte ad abbrac­ciare. Sono soprattutto mani piene di grazia. Di là sono maturate le crescite. Qui sono nate le vocazioni, i mar­tiri, i confessori, le vergini, i pastori e i presbiteri. Di là nacquero i santi, quelli famosi e quelli ignoti. Mani che alleviarono ogni sapore di lacrime: della madre afflitta, del figlio addolorato, del presbitero affaticato. Quelle gemme lucenti, quei fasci di raggi... segnano il cammino della Chiesa: illuminano i Concili, i Papi, i vescovi, i Sacerdoti, i religiosi e le religiose, i laici.

Tutti sono stati «fasciati» dalla luce di questi raggi. Ci sono però anche gemme spente. «Le gemme da cui non uscivano raggi, sono le grazie che uno si dimentica di chiedere».

Ecco i nostri talentí nascosti nel fazzoletto e sot­terrati. Ecco l'olio mancante delle lampade. Queste grazie non si ricevono, perché non si chiedono. Non le chiediamo: la Madre è molto delicata, dice che non le chiediamo per dimenticanza. Sappiamo bene che a volte non le vogliamo, abbiamo paura di riceverle, per­ché ci potrebbero scomodare. La Madre definisce tutto ciò «dimenticanza del bambino». È un rimprovero che non offende la nostra sensibilità, per la sua delicatezza.

Resta per noi il triste fatto che non le riceviamo. Oppure non riceviamo perché cerchiamo dove non possiamo trovare quanto non possiamo ricevere. Op­pure ci sembra soltanto di non ricevere. Se uno bussa, picchia, insiste, persevera, alla fine il Regno si apre. Ricorriamo soprattutto per questo, prima per il Re­gno, poi per il resto. Da qui comprendiamo che «ricor­rere» vuol dire prima di tutto pregare. Infatti non ci bastano le «pratiche» di pietà, ci è indispensabile la pietà, che è pregare col cuore e nel cuore. Pregare e stare con Dio, non pregare è abbandonare Dio. La Ma­donna vuole gente che preghi. Le nostre difficoltà sono originate dal non pregare, dall'abbandonare il Signore. « ... Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non contengono acqua» (Ger. 2, r3).

Allora «seguiamo ciò che è vano» (Ger. 2, 5; Sal. 115,8; Os. 9,io). Pregare è preservarsi dal «vano», dalla vanità: non da quella «che si specchia», ma da quella che svuota.

Pregare è seminare bene. La Madonna vuole aiu­tarci a non seminare sulla strada, su luogo sassoso, sulle spine. Ma su terreno buono che fruttifichi, ognuno «se­condo la misura di fede che Dio gli ha dato» (Rom. 12,3).

Pregare è costruire sulla roccia, e non sulla sabbia (cfr. Mt. 7,24-27).

Pregare è non interrompere la costruzione a metà, e non sbagliare i calcoli (cfr. Lc 14,28-32), infatti o uno si attacca a Dio o se ne separa (cfr. Mt. 6,24).

Può anche accadere che talvolta i nostri conti risul­tino sbagliati, come quel che deve affrontare un nemico più numeroso (cfr. Lc. 14, 31). La Madonna vuole aiu­tarci a «rifare i conti» da capo e farli quadrare sempre secondo la fede e la carità.

Nel ricorrere a Maria, la Chiesa, dai Papi, ai fedeli, ha sperimentato una preghiera speciale definita «il com­pendio di tutto quanto il Vangelo» (Pio XII, citato da Paolo VI nella «Marialis Cultus, 42), cioè il rosario: la corona della Beata Vergine Maria. Paolo VI ricorda «la vigile attenzione e la premurosa sollecitudine» dei Suoi Predecessori verso questa «preghiera contempla­tiva, che è insieme di lode e di supplica». Ma soprat­tutto il rosario è «preghiera evangelica, incentrata nel mistero dell'Incarnazione redentrice... dunque preghiera di orientamento nettamente cristologico. Infatti, il suo elemento caratteristico - la ripetizione litanica del «Rallegrati, Maria» - diviene anch'esso lode incessante a Cristo, termine ultimo dell'annuncio dell'An­gelo e del saluto della madre del Battista: «Benedetto il frutto del tuo seno» (Lc. 1,42). Diremo di più: la ripetizione dell'Ave Maria costituisce l'ordito, sul quale si sviluppa la contemplazione dei misteri» (Paolo VI, Marialis Cultus, n. 46).

Il Papa ricorda che, oltre i due elementi della lode e della implorazione, il rosario fa ribadire l'importanza di un altro elemento essenziale: «la contemplazione». Senza di essa il rosario è corpo senza anima, e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formu­le e di contraddire all'ammonimento di Gesù: «Quan­do pregate, non siate ciarlieri come i pagani, che cre­dono di essere esauditi in ragione della loro loquacità» (Mt. 6,7). Per sua natura la recita del rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favo­riscano nell'orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il cuore di Colei che al Si­gnore fu più vicina, e ne dischiudono le insondabili ricchezze» (Paolo VI, MC, 47).

È sufficiente questo ricordo, dottrinale e pastorale insieme, per assicurare la nostra devozione al Rosario. Lo recitiamo in famiglia o da soli, in comunità o in privato, davanti al tabernacolo o dove possiamo. Reci­tarlo è almeno un dovere, trascurarlo è almeno insi­pienza, osteggiarlo è pesante leggerezza di spirito.

Lo recitiamo quindi non per esclusivismo devozio­nale, né perché intendiamo alterare le sue proporzioni, ma perché «è una preghiera eccellente, nei riguardi della quale... il fedele deve sentirsi serenamente libero, sollecitato a recitarlo, in composta tranquillità, dalla sua intrinseca bellezza» (Paolo VI, MC, 55).

 

«Ricorriamo a Voi...» - Come?

Con grande fiducia e con totale abbandono, per far sì che la parola di Dio fruttifichi in noi, e non scivoli via come su duro cemento. Eppure chi può dire di aver se­minato solo e sempre sulla buona terra? Nessuno ha mai scoperto zizzania nel suo campo? Perché - ci do­mandiamo anche noi - il Padrone non ha mietuto su­bito la zizzania? (cfr. Mt. 13,24-30). Perché noi siamo un po' zizzania, un po' buon grano. Oggi produciamo il cento, domani seminiamo sulla roccia. Oggi dicia­mo: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Giov. i1, 16), domani diciamo: «quell'uomo, io non l'ho mai conosciuto» (cfr. Giov. 18,17). Oggi pensiamo: «Ades­so sì che abbiamo capito, ora parli chiaro» (Giov. 16, 29), domani si avvererà su di noi l'altra parola: «Vi disperderete ciascuno per proprio conto e mi lascerete solo» (Giov. 16,31). Ossia: «Oggi confessi i tuoi pec­cati e domani continui di nuovo ciò che oggi hai con­fessato. Ora proponi di stare in guardia, e dopo un'ora operi come se non avessi proposto nulla» (Imitazione di Cristo 1,22,6).

Ricorriamo ai lei per presentare la nostra debolezza, le nostre fragilità quotidiane (cfr. Lc. 17,3-4). È questo un aspetto importante del nostro portare «tutti i giorni la nostra croce» Lc. 27,3-4,. In questo continuo ricor­rere, infatti, si nasconde un aspetto misterioso della fede, non facilmente traducibile, ma chiaramente intui­bile nel suo giusto senso: «Mi vanterò quindi ben vo­lentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la po­tenza di Cristo... Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor. 12, 9s). Dio infatti «non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e possa vivere» (Ez. 33-11). Ma questa esperienza ci fa riporre tutto il nostro appoggio nella grazia di Dio, nel soccorso ma­terno di Maria, producendo la vera umiltà. Il male infatti viene da noi e non da Dio: «Nessuno quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio, perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria con­cupiscenza che lo attrae e lo seduce» (Giac. 1,r3-r4; cfr. i Cor. 10,13; Rom. 7,8-io). Così sappiamo che non possiamo menar vanto di nulla (cfr. Rom. 3,27; 2,17) se non «nella speranza della gloria di Dio» (Rom. 5,2).

Chi sono ancora questi noi? San Paolo ci insegna una grande dottrina; noi siamo coloro per i quali Cristo si è dato alla morte! Ma questi noi hanno quattro attributi che ci qualificano: peccatori, empi, deboli, nemici (Rom. 5,6-11). «Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è mor­to per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui» (Rom. 5,8-9). E noi «eravamo peccatori» non solo prima del Battesimo, ma purtroppo anche dopo. Cristo Gesù è morto anche per questi peccati, perché «laddo­ve è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rom. 5,20). Spontaneamente sentiamo di poter aggiun­gere con San Paolo «Che diremo dunque? Continuia­mo a restare nel peccato perché abbondi la grazia? È as­surdo!» (Rom. 6,1).

Allora noi ricorriamo alla Madonna per far sì che di­ventiamo sempre più «figli della luce» (Giov. 12,36).

 

Il rovescio della Medaglia

Finora abbiamo contemplato la Medaglia di faccia, nel suo splendore, nella sua gloria. Per brevità, non si è detto neppure tutto. E’ sufficiente per contemplare «quale grande nome» abbbia acquistata la Madre di Dio. Ma dove e come Maria si è acquistata « tale no­me»? Come è diventata così? Noi la pensiamo sovente Regina, Immacolata, Assunta, sempre Vergine, Media­trice e Madre. Questa è la Maria della Gloria. La Me­daglia ci parla anche del momento di fede di Maria, del sua «camminare» qui in terra davanti a Dio.

La necessità di far girare la Medaglia, ci fa medi­tare sulla natura stessa del voltarla, del guardare die­tro le quinte, del ricercare il processo che ha portato Maria a «generare il Cristo della Fede.

Significa anzitutto che quanto vediamo direttamen­te nasconde un'altra realtà. Maria appare nella Meda­glia circonfusa di gloria, la realtà nascosta dietro la gloria esige da noi un'attenta decifrazione. Abbiamo mai ammirato un capolavoro d'arte? Un Michelan­gelo, un Leonardo, un Tiziano? Si resta incantati. Ma sappiamo il «processo» che l'artista ha usato per por­tare a termine la sua opera? Tale processo infatti non appare, è nascosto. E’ invisibile. Nasconde la fatica, il tormento e gli abbellimenti dell'artista. Prima un di­segno scheletrico, poi un lento colorarsi, un lavoro tremendamente disarmonico, alla fine però c'è una Gio­conda, una Resurrezione, una Creazione.

Il rovescio della Medaglia è il lento passaggio del­l'artista Divino sull'anima di Maria. La tela fu prepa­rata fin dall'eternità: «La beata vergine insieme con l'Incarnazione del Verbo Divino, fu predestinata fino dall'eternità quale madre di Dio» (LG, 61). Poi essa genera il Figlio nella carne e nella fede, quel Verbo che fu generato «non da sangue, né da volere della carne, né da volere di uomo» (Giov. 1,13) e che prese carne dalla Beata Vergine Maria.

Spesso ignoriamo il lento lavorio del Padre su Maria, perché ci fermiamo subito al risultato, temendo forse di scoprire le tappe della sua fede.

Qui si scoprono i passaggi segreti, i momenti non lucenti, quell'andare seminando nelle lacrime e mietendo nella gioia. Il rovescio della Medaglia è la «semina nelle lacrime» (Sai. 125,5). Come Gesù, che divenne schiavo obbediente fino alla morte, e alla morte di Croce. Ma poi ricevette un «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Filippo. 2,6-11). Il piano divino è sempre così: un diritto e un rovescio, lo svelato e il nascosto, il detto e il non detto. L'aver generato Cristo nella carne, non avrebbe avuto alcuna importanza per Maria, se ella non fosse stata «colei che ha ascoltato la parola di Dio e l'ha messa in pratica» (cfr. Lc. 11,28). Il rovescio della Medaglia ci rivela il come.

È già un mistero il dover girare la Medaglia prima ancora di meditare il suo contenuto. Il doverla voltare è già un profondo messaggio. Girare o voltare, andare a fondo, non stare in superficie, superare l'umano, guar­dare oltre il visto, ascoltare oltre il sentito, percepire ol­tre il detto: è uno dei dinamismi più intimi della fede. Quel procedimento che fa comprendere sia «le cose ter­restri che le celesti» (Giov. 3,12), che aiuta a scoprire «una sapienza, ma una sapienza che non è di questo mondo... parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta» (I Cor. 2,6-7). È un aspetto del « Grazie, Padre, che hai rivelato queste cose ai pic­coli» (Mt. 11,25), Qui il saggio è stolto, e lo stolto è saggio (cfr. I Cor. 1,17-31). Per capire, occorre imitare Maria che «serbava tutte queste cose meditan­dole nel suo cuore« (LC 2,19; 3.51). Maria è stata sem­pre in «ascolto», sempre attenta, sempre sensibile.

Dover meditare su simboli o figure è indice di lin­guaggio particolare. È un sistema che richiede decifra­zione mediante la sapienza che viene da Dio. Gesù stes­so parla questo linguaggio. Noi crediamo a volte, di capire le sue parole, ma non afferriamo il linguaggio. Vediamo i segni e ne restiamo abbagliati. Come il po­polo che lo segue, dopo la moltiplicazione dei pani: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Giov. 6,26). Vediamo i segni, ma non andiamo «oltre». Allora anche i segni possono diventare non momenti di luce, ma momenti di tenebre.

Il rovescio della medaglia va contemplato e inqua­drato secondo questi tipi di riflessione. La caratteristi­ca propria di tale metodo di comunicazione è la sua esi­genza, per la sua polivalenza, a guardare «oltre» , a sentire «più a fondo». Altrimenti potrebbe succedere che gli occhi, guardando, non vedano, e gli orecchi, sentendo, non ascoltino.

Il suo nuovo linguaggio proviene sì dai simboli presi a sé, ma soprattutto dalla loro relazione reciproca che permette di costruire nuovi campi di riflessione. Come quando, con alcuni termini congiunti reciprocamente, noi stabiliamo delle attrazioni. Allora i termini o i sim­boli (noi, Voi, ricorrere, un'M, una croce) composti nel modo dovuto, ci danno un volume di fede, uno spazio all'interno del quale Dio si rivela a noi, e noi tendiamo a Dio.

Ecco perché la Medaglia, e soprattutto il suo rove­scio, è ancora un mondo da scoprire. È piuttosto ele­mentare la comprensione dei singoli termini o simboli, è più misteriosa la loro relazione interna. Ma scoprire il loro «linguaggio globale» è il punto di arrivo neces­sario del nostro meditare e del nostro pregare.

 

M (Emme) come Madre

Non abbiamo bisogno di ricordare i punti della fede sulla Maternità divina di Maria. È un cardine della ri­velazione ormai ben saldo. Si è consolidato con un ini­zio eterno nella mente di Dio, concretizzato all'Annun­cio dell'Angelo, completato alla Croce, sviluppato e chiarito lungo i secoli, dal Concilio di Efeso al Vatica­no 11, attraverso la liturgia: «Veneriamo la gloriosa e sempre Vergine Maria, Madre del nostro Dio e Si­gnore Gesù Cristo» (Preghiera Euc. 1).

Molti hanno letto il rovescio della Medaglia, inter­pretando la M come Maria. Meglio dar ragione a chi legge «Madre», e nella Croce, più che una croce, il segno +, inizio di Cristo. Madre di Cristo.

L'amore o la devozione tuttavia ha spesso occhi acuti, se vi ha letto una Croce, «infatti io ritenni di non sa­pere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1 Cor. 2,2). Non solo, ma San Paolo iden­tifica i «nemici della croce di Cristo» (Fil. 3,18) con i nemici di Cristo stesso.

La Madonna dunque ci dice che è la Madre di Gesù Cristo. La Madre di Cristo Crocifisso. È qui che essa lo ha generato veramente nella fede: alla Croce. Ha liberamente e volontariamente offerto il suo Figlio al Padre per la redenzione del mondo.

Essere Madre, per Maria, indica immediatamente una relazione al Figlio, non soltanto nella generazione della carne (esclusivamente sua), ma soprattutto nel­l'averlo «dato» (cfr. Giov. 3,16) a noi, insieme con il Padre. Il Padre lo ha dato e sacrificato per noi secondo il suo Amore infinito, Maria lo ha offerto per noi se­condo il suo amore limitato e creato, ma pur sempre altissimo e irraggiungibile.

La «vicinanza di Maria alla croce» non indica sol­tanto vicinanza fisica, ma anche partecipazione al mi­stero della croce, cioè al mistero della salvezza. Ecco la Corredentrice benevolmente scelta dal Padre. In que­sto contesto il discepolo la riceve come Madre, e la Madre riceve il discepolo come figlio. Maria diventa così anche la Madre della nuova comunità messianica, salvata dal Figlio con il suo Sangue.

Comprendere il dinamismo di questo mistero, sia a livello psicologico, sia specialmente a livello di fede, e uno dei doni più delicati e più scelti dello Spirito, al quale dobbiamo incessantemente chiederlo.

Scoprire l'impatto di queste affermazioni nel mondo affettivo dal Cuore Immacolato di Maria di Nazareth, è scoprire il velo nascosto, con cui il Padre ha spezzato di dolore il cuore della Madre.

Ecco la «Madre dei dolori», la «Regina dei Martiri », la «Vergine Addolorata».

Tutto ciò ci viene meglio illustrato dalla rappresenta­zione dei due Cuori. Che cosa vuol dirci la Madonna, facendo rappresentare il suo Cuore con quello di Ge­sù? Il dolore di ciascuno, la sofferenza della Madre e del Figlio: certamente. Più ancora d'unione e l'amore delle loro anime nel loro soffrire. Non è un dolore isolato e reciprocamente distante. Dicono tutto il loro mondo interiore, tutto il loro essere, la loro volontà e intelli­genza, uniti nel fare la volontà del Padre.

Non ci può essere unità senza unione. Come il Figlio è unito al Padre ed è uno con il Padre, così il Fighio è unito alla Madre, da fare quasi un cuor solo e un'anima sola.

Ciò indica che i due cuori sono allo stesso livello per degnazione del Cuore di Cristo verso la Madre. È il Cuore di Maria che è stato elevato nel Cuore di Cristo. Ecco l'aspetto principale: Cristo eleva il cuore della Madre a sé, come vuole elevare il cuore di ognuno di noi al mistero della sua Passione, Morte e Resur­rezione. Questa è la base, questo è il fondamento, que­sto è il principio.

Eppure leggendo bene i Vangeli scopriamo tormenti e separazione, distacchi e rimproveri. Quel giorno che la Madre lo cercava, preoccupata e angosciata, si sente ancora dire: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc. z,49). E San Luca termina con una misteriosa rifles­sione: «Ma essi non compresero le sue parole» « Lc. 2,49). Sì, dogmaticamente le parole di Gesù sono una rivendicazione della sua Figliolanza divina, egli ha Dio per Padre, ha con Lui dei rapporti che oltrepassano quelli della famiglia umana. Esistenzialmente sono uno strazio per il cuore della Madre. Dopo tutto ciò che già è avvenuto dentro di lei, dopo tutto ciò che Dio stesso le ha rivelato... sentirsi dire delle parole che «non capi­sce», dovette essere una tremenda prova. Fu in questi momenti che i loro cuori erano uniti. Noi chiamiamo questa situazione: incomprensione, ma è solo debolezza di linguaggio.

Maria non capì le parole del Figlio. Noi ci senti­remmo offesi e frustrati, se affermassimo che «non com­prendiamo le parole di Gesù». Eppure siccome i farisei dicevano di vedere, si sentono dire: «Siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» (Giov. 9,41).

Maria, umilmente, afferma di «non vedere», per quanto vede molto bene. Fu docile, plasmabile, sensi­bile. Pur non avendo bisogno di purificazione, ella spe­rimentò la fede più purificante. E fu obbediente alla parola di Dio, al progetto del Figlio, al piano di sal­vezza.

La Madre che sperimentò in sé la tragedia della mor­te del Figlio, è capace di comprendere le nostre grandi e piccole tragedie. I nostri abbandoni, le nostre inca­pacità, la nostra impotenza al bene, il nostro volere e non potere, il nostro tendere e non raggiungere. Ci è presente nella gioia e nelle contraddizioni. Nella pace e nel dolore.

Dio l'ha data come Madre anche a noi. Per questo il suo compito è di formare in noi il suo divin Figlio. La sua «maternità» verso di noi è un vero essere ma­dre: ci forma, ci plasma, ci conduce per mano, ci ri­conduce a Dio, ci accompagna nel cammino, ci con­forta, ci dà sollievo e anche gioia. Questa Madre ha nel cuore gli innumerevoli figli generati nel Sangue del Figlio, attraverso " il battesimo e cresciuti nella Euca­restia.

In ogni momento dunque dobbiamo lasciarci con­durre da lei, guidare da lei. Come il suo cuore fu sempre in quello di Gesù, così il nostro deve stare nel cuore della Madre. Perché ciò che avvenne nell'anima e nel cuore di Maria, è simbolo di ciò che «avviene» in tutta la Chiesa.

« Questo globo... rappresenta ogni anima in particolare »

Queste parole non fanno propriamente parte della apparizione della Medaglia, ma la precedono immedia­tamente, e possono essere un altro modo di esprimere la nostra presenza nel cuore di Maria.

Sono parole importanti. Ogni anima. Tu ed io. Ognu­no degli altri. Quelli che tu ami e quelli che pensi di non amare: sono tutti, siamo tutti nelle mani e nel cuore della Madre, nel quale le nostre disunioni sfu­mano e diminuiscono a livello di capricci tra fratellini, figli della stessa Madre. Ogni anima è nel cuore di Maria, non per l'oblio, ma per il ricordo materno. Non come un numero, ma come una storia vivente. Quel nostro crederci inutili, dimenticati, senza ruolo, senza importanza, senza virtù: è allora che siamo presenti alla Madre. «Quando siedi e quando ti alzi, quando dormi e quando vegli, quando entri e quando esci» (cfr. Sal. 120). Essa fa da nostro custode: insieme con il Figlio.

Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno,

il custode d'Israele (Sal. 120,3-4). Tutto quello che siamo stati e siamo. Il nostro pas­sato e il nostro presente, il futuro lontano e quello vicino. In tutto ciò è presente la Madre. Giacché lei è più vicina a noi, di quanto non lo siamo noi verso di lei. Lei accompagna tutte le nostre azioni, le circo­stanze che le complicano o le semplificano: quelle tristi e quelle gioiose, le oscure e le lucenti. Il nostro pro­predire nella fede e nella virtù è un effetto dell'essere nelle sue mani e nel suo cuore. Non si spaventa nep­pure per i nostri rifiuti temporanei, anzi in quel mo­mento ci tiene più stretti. Ne approfitta per insegnarci concretamente la nostra debolezza e la nostra incapa­cità, per poter poi curarla e guarirla con la strapotenza della Grazia.

Siamo nelle sue mani: tutto il nostro cammino. Il nostro correre veloci, il nostro rallentare, il nostro zop­picare, il nostro stare indietro. Essa dà slancio e velo­cità alle pecore agili, fascia e cura quelle zoppicanti. La epopea del salmo io6 ci aiuta a meditare la vicinanza della Madre nelle nostre vicende: Ridusse i fiumi a deserto, a luoghi aridi le fonti d 'acqua e la terra fertile a palude per la malizia dei suoi abitanti. Ma poi cambiò il deserto in lago e la terra arida in sorgenti d'acqua (Sal. 1o6,33-35).

La vita di ciascuno di noi, nelle mani di Maria, è un'avventura fra la terra e il cielo. È un continuo im­parare, un continuo insegnare; un attendere in Dio, un confidare nel suo santo nome. (Cfr. Sal. 32).

Il Signore è il mio pastore: mon manco di nulla... (Sal. 22,1).

Con lei è più facile dire: «se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me». Se pensiamo che ogni anima è nel cuore di Maria, sarà più consolante ripetere: Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia (Sal. 26,3). Le parole della Madonna richiedono dunque da noi grande fiducia e totale abbandono. Un abbandonarsi nelle sue mani, uno sperare fiducioso e contenuto, un tranquillo riposare nella volontà del Padre, dove l'uma­no crolla. Perché la nostra Madre fa crollare l'umano, dentro e fuori di ognuno, pezzo per pezzo. Non potreb­be essere altrimenti. Essere nelle sue mani significa strap­parci dalle «mani» degli altri. Proprio per gelosia.

Infine essere nelle sue mani, significa che non le siamo ignoti, non lontani, non dimenticati. Anzi che tutto il «nostro» è suo. Ogni bene e ogni grazia. An­che ogni croce e ogni tribolazione.

La nostra rigenerazione spirituale avviene nel bat­tesimo e nello Spirito (cfr. Giov. 3,g ), cioè nella matu­razione progressiva della fede. Ma la pianta cresce sotto lo sguardo della Madre, è affidata alla sua cura. Tutto quindi lei dispone, per non lasciarci soli nel crescere. Essa infatti vuole che ognuno raggiunga la piena matu­rità di Cristo, accolto nel cuore come bambini. Il regno è dei piccoli. Qui il «sapiente» è accecato dalla sua stessa sapienza, e il «cieco» è illuminato dalla sua cecità.

Ogni anima che vuole essere cristiana, non può stare lontano dalle mani e dal cuore di Maria, in particolare i sacerdoti e i religiosi.

Il sacerdote riceve ordini sacri che lo fanno differire essenzialmente, non solo di grado, dal sacerdozio comu­ne dei fedeli (LG, 10). In virtù dell'unzione dello Spirito Santo, il sacerdote è marcato «da uno speciale carattere che lo configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa) (PO, 2).

Egli è nelle mani di Maria in modo privilegiato. In lei, Madre della Chiesa, il sacerdote trova il modello della propria dedizione a Cristo. Dalle sue mani egli attende quella fede e quell'amore che renderanno frut­tuosa la sua partecipazione umana al sacerdozio del Cristo. E come Maria fu fedele fino alla fine, così egli confida di perseverare nell'opera apostolica a benefi­cio dei fratelli. In lei, trova soprattutto, il modello della unione al Cristo, anzi una via privilegiata.

I religiosi e le religiose che hanno consacrato la loro vita alla Chiesa, superano la tensione fra la vita di preghiera e l'azione apostolica, guardando a Maria tutta intenta «all'unica cosa necessaria» e dedita al bisogni degli altri: da Elisabetta, a Cana, con i discepoli a Pen­tecoste.

Se la speciale vocazione dei religiosi è di dare testi­monianza al Regno di Dio, la vita terrena di Maria fu la testimonianza più perfetta al regno del Figlio. I reli­giosi, mediante i loro voti, si mettono a disposizione dei loro fratelli e sorelle, in una più vasta famiglia cri­stiana, sia per un apostolato più libero, sia per una pre­ghiera più efficace, ma soprattutto per essere più uniti al Cristo.

Il cuore di Maria, unito a quello di Cristo, è il mo­dello anche di questa consacrazione. Di questo mistero di unione alla missione di Cristo, che fu soprattutto olo­causto di volontà: «Per questo entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrifici né offerta, un corpo invece mi hai preparato... Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà».

Ma l'autore dell'epistola agli Ebrei, aggiunge subito dopo la riflessione più importante: «Dopo aver detto prima, non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte.... soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua vo­lontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo» (Ebr. 10, 5-9). Il sacrificio «nuo­vo» è quello della volontà, del fare ciò che Cristo ha fatto e non ha fatto; del come si è rivelato e del come non si è rivelato.

Il cuore di Maria era con Lui, unito in questa dedi­zione di volontà. I religiosi trovano in Maria, il mo­dello della loro silenziosa immolazione, del loro sacri­ficarsi a goccia a goccia, nella polvere e nell'altare, uniti continuamente al sacrificio e all'opera salvatrice di Cristo. Nel silenzio esterno e interno, nell'adorazione unificante, nell'azione di evangelizzazione a beneficio dei «poveri di Dio».

 

Riflessioni conclusive

La Medaglia così com'è richiede molta riflessione per essere compresa e accettata, solo nella preghiera e nella fede si può scoprire la sua ricchezza e il suo pre­zioso valore. Ciò che contiene di dottrina è irraggiungi­bile. Ciò che rivela di bontà e protezione è speri­mentabile.

Molti cercano segni, altri cercano miracoli. Eppure il miracolo è sotto gli occhi, il suo «segno» è sempre presente. Se abbiamo difficoltà a «leggere» o a «sen­tire» è perché cerchiamo quel che non possiamo tro­vare, bussiamo dove non ci può essere aperto.

Più che cercare, forse dobbiamo accettare quel che abbiamo già trovato.

Portando la Medaglia, ci viene ricordato che dovun­que andiamo, dovunque siamo, Maria è con noi, noi siamo con lei. La nostra vocazione è ascoltarla e se­guirla, è stare con lei, essere in lei, operare per mezzo di lei. È lasciarsi prendere, lasciarsi afferrare dal suo progetto, per rompere il nostro, per spezzare tutto ciò che è nostro e accettare tutto ciò che è suo. È così che la Madonna vuole da noi silenzio e sacrificio, interio­rità e fede, preghiera e dedizione, proprio oggi dove tutto è «esteriore », in cui il «vanto è esteriore e non nel cuore» (2 Cor. 5,12).

La Madre vuole dei figli che conservino nel cuore le parole del Figlio, le riflettano e le attuino.

 

La piccola mole del presente libretto non ha per­messo di riportare nemmeno poche delle innumerevoli grazie di ogni specie, ottenute in un secolo e mezzo di esistenza della Medaglia. Sono grazie e miracoli di ogni specie. Chi è così estraneo da ignorare tali cose? (cfr. Lc. 24,18.

Vogliamo tuttavia riportare un solo episodio, fra i più recenti, che riassume e simboleggia tutta la materna protezione che la Medaglia esercita su chi invoca la Madre con fede e devozione.

È una relazione che proviene dalle Figlie della Carità di Ruffano, provincia di Legge. Il fatto è accaduto nel­l'aprile 1977.

Anna Ciullo è una vispa bambina di Ruffano (Lecce), dove è nata il 4 Agosto 1973. Frequenta la scuola ma­terna delle Figlie della Carità. È la domenica in Albis del 1977 (17 aprile), giorno in cui la famiglia si trova in campagna. Con lei c'è il fratellino. È una giornata meravigliosa per sgambettare nei prati. La bimba però non si accorge che si sta avvicinando a un pozzo, sca­vato nel prato, coperto soltanto da un velo di plastica: è questione di secondi e la bimba scompare, precipitan­do nel pozzo. Il fratellino non si rende neanche conto dell'accaduto. Il papà, non vedendola più nel prato, pensa subito al peggio: corre al pozzo, si china, chiama la bambina. Anna è laggiù, pacifica e tranquilla, ada­giata sull'acqua come fosse in poltrona. Il papà grida aiuto, accorrono altri parenti, rapidamente si compie il salvataggio. È incredibile: Anna è completamente asciutta, si lascia maneggiare come una bambola da favola. Qualcuno si tocca il cuore, pensando a un in­farto: il pozzo è profondo ben nove metri, e l'acqua tocca i tre metri e mezzo!

Al panico segue immediatamente lo stupore, la me­raviglia, infine la gioia. Fra gli abbracci e le domande dei genitori, la bambina risponde tutta candida, che una bella Signora vestita di bianco, come quella che è nella medaglia che porta al collo, l'ha sostenuta fra le braccia per tutto il tempo che è rimasta nel pozzo. Successive visite neurologiche non hanno rivelato al­cun trauma.

Messa davanti a varie effigi della Madonna, appena le è presentata la «Madonna dei Raggi», esclama. « È la bella Signora che mi ha tenuto fra le braccia! ». Da quel giorno anche il padre, totalmente diverso, non bestemmia più e guarda con riconoscenza alle suore, per mezzo delle quali praticamente la bambina ha co­nosciuto la Medaglia.

Con approvazione ecclesiastica