LA
MEDAGLIA DELLA MADRE
Italo
Zedde C. M.
PARTE
PRIMA
Tanti
pensano che per diventare santi sia necessario avere grandi doni, ricchi
talenti, capacità straordinarie. Sottilissima illusione dell'io che ancora non
vive nel Cristo. I farisei non si smentiscono: cercano 'segni' rumorosi e
splendenti per gli occhi della carne, anche se lo spirito resta nella tenebra.
Chi
volesse trovare qualcosa del genere nella persona di Caterina Labouré,
cercherebbe invano, e potrebbe dire «questo linguaggio è duro» (Giov. 6,6o).
Essa
non ha fondato ordini, non ha fatto studi superiori, e molto stentatamente
quelli elementari, non ha avuto ruoli importanti nella sua comunità, non ha
realizzato opere brillanti. Quasi quasi diremmo che «non si è realizzata». E
ciò non è senza stupore, per gli occhi che « guardando non vedono », perché
Caterina è una figlia di San Vincenzo de' Paoli, il santo per eccellenza
dell'attività caritativa.

Nata
contadina, vissuta da cristiana, è maturata all'ombra di una «Nazareth»
dove ha scoperto quei solchi di vita cristiana e religiosa, così difficili
per noi da scoprire e soprattutto da battere. Quella rude casa di Borgogna, nel
villaggio di Fain-les-Moutiers, non aveva proprio nulla della gloria del Bernini,
che l'avrebbe glorificata un secolo e mezzo più tardi.
A
Fain c'era un'altra atmosfera: c'erano colombi, animali domestici, erpici e
zappe, casseruole grandi e piccole, rustici telai per filare, tavole e
cassapanche di legno, sedie impagliate. Il tutto impolverato di semplice e
pura rozzezza.
Non
mancava qualche crocifisso appeso alle pareti nude, o qualche popolare immagine
sacra, ispirata alla devozione più economica. Due camini servivano per cucinare
e per riscaldare quella numerosa famiglia di dieci marmocchi. Caterina è
l'ottava della serie. La madre ne ebbe di più, ma ne rimasero solo dieci.
La
madre: la conosciamo poco o niente. Certo doveva essere una gran donna, visto
che ci ha dato una grande santa. Il padre tentò il seminario prima della
rivoluzione francese, ma poi rientrò a coltivare i campi. I Labouré erano
però gente attaccata alla parrocchia e devoti di Maria.
Il
2 maggio 18o6, alle sei di sera, nasce Caterina. Era un venerdì. In casa la
soprannominarono Zoe, perché fu battezzata nella festa di santa Zoe, che
significa « vita ».
Caterina
viene così a far corona con altri grandi santi della sua terra. San Bernardo
ebbe per patria la Borgogna. Sua madre non viveva lontano da Fain. Come anche
in un castello non lontano da Fain, Giovanna di Chantal ebbe la visione di un
prete che avrebbe poi riconosciuto come Francesco di Sales. Non possiamo non
ravvicinare questo sogno a quello futuro di Caterina. I due futuri Santi, S.
Vincenzo e San Francesco di Sales chiamano in sogno due grandi loro seguaci.
Caterína
cresce attorniata da tanti fratelli e sorelle che non la fanno sentire sola. Ben
presto questi bambini restano orfani di madre. Caterina resta così senza
mamma.
Sua
sorella Maria Luisa, maggiore di Caterina, lascia la casa paterna a 22 anni per
entrare nella Comunità delle Figlie della Carità.
Caterina
è già così matura che si rivela una donna fatta. Rivolgendosi a suo sorella
minore, Tonina, con quella ingenuità propria dei ragazzi maturi, le dice: «Ora
tocca a noi due far andare avanti la casa». Partita Maria Luisa, in casa sono
rimasti tutti maschi, eccetto lei e Tonina. Le due ragazze si danno da fare. C'è
da pulire, lavare, apparecchiare, rammendare, curare circa 8oo colombi di una
piccionaia a muro, dentro un grande torrione quadrato, fatta con assi dritte e
traverse da sembrare uno spartito di musica. Per non parlare delle galline!
Ben
presto Caterina liquida anche una domestica che aiutava nelle faccende pesanti.
Ce la fa da sola. In realtà non è per nulla sola.
A
12 anni fa la sua prima comunione. È molto seria, tutta concentrata in quel
nuovo mistero. Un primo passo che la porterà lungo un cammino che, nel
nascondimento e nella preghiera, la farà maturare in una fede caratteristica
dei semplici. Ha solo 14 anni, quando sua sorella Tonina si accorge che Caterina
fa digiuno il venerdì e il sabato, senza che nessuno se ne accorga. La breve
sfuriata del padre e i « saggi » consigli della sorella si smorzano presto,
sentendo le scuse dell'incriminata: sì che mangia... solo che a volte è
stanca e non ha voglia di mangiare, basta un po' di brodo! Inizia la sua
vocazione a nascondere segreti. E non è tutto. Il raccoglimento interiore
comincia a invaderla sensibilmente, per cui appena termina i lavori di casa,
scompare in qualche angolo nascosto per pregare. Cerca rifugio soprattutto
in chiesa. Se ne sta delle ore immobile in ginocchio. Pare che ciò le costi
una dolorosa artrite che dovrà portarsi per tutta la vita. A Fain però non
tutti la vedono con questi occhi. Una donna del villaggio si lamentava che
Caterina « pregara troppo a lungo e perciò non faceva i lavori». In realtà
Caterina lavorava, eccome! La nostra devota «credeva» che per pregare tanto
uno dovesse trascurare i lavori. Pare che oggi di queste affermazioni non se ne
sentano troppe!
La
chiesa della sua parrocchia non è ben servita dai sacerdoti, per mancanza di
clero. Ella dovrà sviluppare le fonti della sua pietà personale in chiese
senza preti. Per la messa deve andare nel villaggio vicino: Moutiers Saint
Jean. Qui c'è un ospizio tenuto da Figlie della Carità, che fa anche da
ospedale. Sembra che il sito sia stato scelto da S. Vincenzo stesso. Caterina va
spesso nella cappella delle suore a pregare.
A
14 anni Caterina comincia a parlare di vocazione. I testimoni assicurano che
in questo periodo essa è «candida, gli occhi azzurri, molto gaia, con una
esperienza e un impegno molto superiore alla sua età». È in questo periodo
che la domestica la vide saltare su uno sgabello e abbracciare la statua della
Madonna.
Quando
confessò il suo desiderio a suo padre, questi, che aveva già una figlia
religiosa, si rifiutò. Per essere più esplicito la mandò a Parigi dove un
fratello di Caterina aveva una trattoria. Da Carlo sarebbe certamente guarita
dalle sue idee. Suo fratello si da da fare per farle prendere marito. Ma le
distrazioni della capitale o le battute galanti degli avventori, per lo più
muratori e carpentieri, non la distolgono dal suo mondo interiore.
Stando
a Parigi, verso i 18 anni, ha un sogno profetico. Sognò di essere nella
chiesa di Fain, nella cappella della Madonna: un anziano sacerdote vi celebrava
la Messa. Alla fine della celebrazione quel sacerdote le fa cenno di
avvicinarsi, ma Caterina, spaventata, corre a visitare un malato. L'anziano
sacerdote (sempre in sogno) la ritrova e le dice: «Figlia mia, è cosa buona
servire i malati. Ora voi mi sfuggite, ma un giorno sarete felice di venire da
me». Il sogno scomparve. Caterina era di nuovo nella casa-trattoria di Parigi
olezzante di minestre di cipolla. Più tardi a Châtillon, vedendo un quadro
di San Vincenzo de' Paoli, ella esclamerà: «Ecco il sacerdote che ho visto in
sogno!». Inizia la vocazione profetica di Caterina.
Si
decide allora a scrivere a sua sorella maggiore Maria Luisa, da dieci anni
Figlia della Carità. Caterina ne ha 23. Maria Luisa, ora superiora, le
risponde con un trattato di amore verso i poveri e sulla bellezza della
vocazione vincenziana. Tale lettera, anni dopo, Caterina la rispedirà a sua
sorella, quando questa, colpita nel suo orgoglio da una critica, lascerà la
comunità nel 1834, per rientrarvi però nel '45, undici anni dopo. (Morirà il
25 luglio 1877, sette mesi dopo Caterina).
Nel
settembre del 1829, Caterina lascia Parigi per andare in un convitto tenuto da
sua cognata a Châtillonsur-Seine. L'ambiente è molto diverso. È un convitto
per le figlie della nobiltà. A Châtillon c'è anche una casa di Figlie della
Carità, dove Caterina ha occasione di visitare i poveri. Fu nel parlatorio che
riconobbe il sacerdote visto in sogno. E’ decisa a entrare dalle Figlie della
Carità. Il padre, per ripicca, si rifiuta di darle sia la dote che il corredo.
Il
21 aprile 1830 giunge alla Casa Madre delle Figlie della Carità di Parigi, in
rue du Bac (allora 132). Una sua cugina le procurò la dote richiesta e un ottimo
corredo. È il mercoledì precedente la traslazione delle reliquie di San
Vincenzo (avvenuta la domenica 25 aprile 1830). Tutta la comunità delle suore e
dei missionari è in festa. Caterina vi prende parte con grande trasporto e
viva fede.
La
nota della superiora di Châtillon, alla fine del suo postulato, laconicamente
dice: «Signorina Labouré, sorella di quella che è superiora a
Castelsarrazin... ha 23 anni. Sa leggere e scrivere da sola. Buona devozione,
buon carattere, temperamento forte (si intende la robustezza fisica), amore al
lavoro e molto gaia. Fa regolarmente la comunione tutti i giorni» (il che per
l'epoca è molto!). L'identikit della direttrice del Seminario, alla fine di
questo, sulla giovane novizia, e ancor più sintetico: « Labouré Caterina,
nata il 2 maggio 1806 a Fain-lesMoutiers, distretto di Semur (Costa d'oro).
Entrata
nella comunità: 21 aprile 1830. Postulato:
Châtillon-sur-Seine. Destinazione:
ospizio di Enghien a Parigi, dove ha fatto i voti.
Robusta,
di taglia media. Sa leggere e scrivere da sola. Il carattere è sembrato buono.
Lo spirito e il giudizio non sono salienti. È pia. Lavora a perfezionarsi».
Caterina
resterà infatti nell'ospizio di Enghien per tutta la vita, servendo gli anziani
ricoverati, e accudendo alla stalla. Ecco i suoi uffici: lavora in cucina per
cinque anni (1831-1836); quattro anni al guardaroba (fino al 1840); per 16
anni ha cura della stalla, dove le vacche danno buon latte per i poveri e per la
comunità (1846-1862). Caterina stessa acquista la prima vacca nel 1846, e
registra con precisione la vendita del latte. La stalla viene soppressa nel 1862
per una malattia che sembra colpire le vacche. Tiene anche le galline e i
colombi, continuando così un lavoro dell'infanzia. Contemporaneamente, forse
dal 1836, le viene affidata una stanza di ricoverati. Negli ultimi anni della
sua vita ebbe la portineria in modo stabile.
Queste
sono le occupazioni della Santa nella sua vita terrena. Noi la definiamo una
vita normale, semplice, per nulla «splendente». Ma è semplicità «ingannevole»,
come quella della Famiglia di Nazareth. Quei trenta e più anni oscuri di Gesù,
di Maria e di Giuseppe sono «normali» per noi, ma non per Dio. Occorrerebbe
creare un nuovo vocabolario e invertire i termini: definire splendente
l'oscuro, palese il nascosto, grande il piccolo. Ma il nostro vocabolario è «del
mondo» e ci viene «dal mondo». La fede invece ci viene da Dio. Cioè gli
ultimi sono primi, e i primi ultimi.
Per
tutta la vita Suor Labouré conserva il segreto delle apparizioni. All'esterno
la sua vita di comunità è quella di molte Figlie della Carità: dedita al
lavoro, alla preghiera, all'adorazione interiore, alla osservanza delle regole e
della vita buona. Ciò non impedisce che sia esatta nelle sue mansioni. Tiene i
conti con precisione scrupolosa. Nel 1864, come essa registra nel libro-conti,
vende 313 colombi; 316 nel 1865... Ma il suo cuore fu occupato soprattutto dal
servizio agli anziani ricoverati. Erano i suoi «signori e i suoi padroni». Né
mai dubitò che quelli non lo fossero.
Tutto
ciò non le permise mai di imparare bene a leggere e a scrivere. I suoi
autografi sono zeppi di errori di ortografia. Lei preferì «aggiornare»
l'amore ai poveri, ne scapitò in cultura. Eppure la sua intelligenza non fu
menomata. Ella acquistò lentamente, ma profondamente, la coscienza di non
appartenere a se stessa. Né fu menomata la sua personalità: si sentiva responsabile
delle famiglie a cui apparteneva, della casa paterna prima e della sua comunità
dopo. «Non è per me che la Santa Vergine è apparsa - diceva - ma per il bene
della Compagnia e della Chiesa».
La
sua vita conobbe anche momenti tragici. Nel 1871, i Comunardi entrarono nella
casa delle suore portando scompiglio e creando problemi. Le donne dei comunardi
ne crearono anche maggiori. A causa di ciò, la santa fu chiamata a un
improvvisato tribunale per confermare accuse contro questi rivoluzionari. Con
gran sorpresa di tutti, parlò in discolpa degli accusati. Anche la sua
superiora, Suor Dufès, riuscì a salvare due gendarmi che si erano rifugiati
dalle suore. Avrebbero salvato ugualmente anche i comunardi in difficoltà, a
dispetto delle istituzioni che piazzavano le suore dalla parte dell'ordine e
della forza. Quando poi i comunardi entrarono in casa, causando la fuga della
superiora, minacciata di arresto e di morte, Suor Labouré restò
perfettamente serena: in sogno aveva visto la Madonna sedersi nell'ufficio della
superiora. Lo prese come segno di protezione in un momento di sfacelo. Frattanto
non cessa di distribuire la minestra e la Medaglia.
Ciò
che maggiormente colpisce la nostra coscienza moderna è l'incognito di
Caterina. Finché ella visse, nessuno seppe mai che era la fortunata suora delle
apparizioni. Mentre la Medaglia veniva approvata dall'Arcivescovo di Parigi e
si diffondeva dappertutto nel mondo, lei collaborò da spettatrice. Non ruppe il
silenzio neppure per difendere la Medaglia. Non si manifestò in pubblico (cfr.
Giov. 7,4). Al di là di questa nota di cronaca, buona come esempio di ascesi,
si nasconde un'impostazione di fede che sa di «perla evangelica». Si
confessò schiava e rimase perfettamente relegata nella posizione in cui Dio la
pose, che non voleva una sua collaborazione pubblicizzata. Non è questo lo
stesso atteggiamento di Maria nella vita privata e pubblica del Figlio? La
Madonna le dirà «cose che non doveva dire»: non è improbabile che fossero di
questo genere. Non mancarono tuttavia occasioni per forzare questo silenzio.
Il P. Giovanni Maria Aladel C.M., suo direttore spirituale e depositario delle
sue apparizioni, un giorno fu pressato, in presenza di Caterina, dalle domande
di alcune suore circa la Medaglia e le Apparizioni. Suor Caterina, senza
minimamente alterare il viso, unì le sue osservazioni a quelle delle altre comportandosi
da persona estranea.
Un'altra
suora le disse a bruciapelo: «Siete voi, sorella, che avete visto la Santa
Vergine». Caterina non rispose. La suora si rivolse al P. Aladel che la lasciò
nella sua credenza, senza nulla aggiungere.
Quando
nel Seminario delle Figlie della Carità di Parigi, si collocò il quadro delle
apparizioni, una suora disse al P. Aladel, ma rivolta a Suor Caterina: « È certamente
questa la suora che ha avuto le visioni». P. Aladel, imbarazzato, si rivolse a
Suor Caterina con un sorriso, dicendo che la suora «aveva indovinato». Ciò
bastò alla suora per capire che Caterina non poteva essere, altrimenti P.
Aladel non avrebbe commesso simile ingenuità.
Un'altra
suora era convinta che la suora delle apparizioni era occupata a custodire le
vacche in una casa di Parigi. Destinata essa stessa ad Enghien con suor Caterina
disse: «Non può essere lei. Non la trovo abbastanza mistica». Viene da
pensare alla cuoca del carmelo di Lisieux, che, alla morte di suor Teresa di
Gesù Bambino, disse che non si sarebbe saputo che dire di questa suora.
Tuttavia
il segreto non sembra sia stato così assoluto, senza diventare comunque un
segreto di pulcinella. La confidenza delle apparizioni fu anzitutto un segreto
assoluto, narrato a livello di confessione al P. Aladel. Egli con
l'autorizzazione di Caterina, lo confidò al futuro superiore generale della
Congregazione della Missione, il P. Giovanni Battista Etienne e all'Arcivescovo
di Parigi, senza svelare il nome della suora.
Di
fatto, a Parigi, circolava la voce che la suora delle Apparizioni fosse
attualmente occupata a tenere le vacche in una casa di Parigi. Suor Chavel
testimoniò al processo diocesano, che quando fu inviata alla casa di Enghien,
le fu detto che in quella casa si trovava la suora delle apparizioni (siamo nel
1858). Arrivata ad Enghien, la suora si convinse che la fortunata era suor
Labouré. Quando un parente di Suor Caterina, Vittorio Labouré (sempre nel
1858), andò a visitare la cappella delle apparizioni, mostrandogli la sedia che
era in cappella, gli dissero: «Abbracci questa sedia, perché la Santa Vergine
si è seduta qui quando apparve a Suor Caterina». Secondo suor Henriot,
entrata a Reuilly nel 1861, i bambini, indicando suor Caterina, dicevano: «Ecco
la suora che ha visto la Santa Vergine».
Prima
del 1870 i Chierici della Congregazione della Missione usavano recarsi a Reuilly.
I più curiosi passavano dal pollaio per incontrare quella che si diceva
essere la suora delle apparizioni. Quest'ultimo episodio è stato testimoniato
da P. Puget e raccolto da P. Coste.
Qualcosa
di vero quindi in qualche modo era trapelato. Nessuno tuttavia era «certo»,
perché il segreto non fu mai svelato da nessuno.
Lo
stesso Arcivescovo di Parigi, Mons. de Quélen aveva chiesto di parlare con la
suora, magari con un velo sul viso, promettendo che non avrebbe cercato di
penetrare la sua identità. Lo stesso arcivescovo però si lasciò convincere
dal P. Aladel di rispettare il segreto da parte della suora. Egli stesso verso
il 1835 tentò di indurre Suor Caterina a presentarsi davanti una commissione
ecclesiastica, ma «si rifiutò». A una reiterata domanda, P. Aladel così
testimonia il rifiuto della santa: «Questa suora non si ricorda più quasi
nessuna circostanza della visione, e per conseguenza, ogni tentativo di
ottenere informazioni sarà completamente inutile ».
Il
fenomeno non ha nulla di strano. Si ripete in altre persone che ebbero visioni.
L'apparizione della Santa Vergine a Teresa di Lisieux, quando fu guarita «dall'infanzia»,
divenne una fonte di scrupoli e di ansietà, quando la sua memoria si rivelò
incapace a ripresentare l'evidenza del momento.
Oppure,
scrive Laurentin, si ha da fare, in Caterina, con una politica contadina di
amnesia? «Non so niente, non ricordo più... ». Sarebbe l'eterna risposta
della gente di campagna ai curiosi e agli indiscreti. Ignoriamo d'altra parte
quale fu la «consegna» dell'apparizione. Di certo non possiamo applicare la
logica della sincerità o della superstizione, della scienza o della amnesia.
La
vita quotidiana di Caterina fu totalmente rivolta al reale. Per questo il suo «contemplare
cose celesti» ha un segno di autenticità. Incaricata degli anziani di Enghien,
rivolge ad essi tutto il suo cuore. Umile discepola di San Vincenzo, vedeva
tutti in Gesù Cristo, ma soprattutto lo vedeva nei poveri. Con gli anziani «difficili»
sapeva almeno pregare e far pregare. Ciò le permetteva di avere un buon
ascendente su di loro. Magari sapeva aspettare il giorno dopo per fare un
rimprovero necessario. Vegliava affettuosamente con loro nel momento della
morte, procurando di farli riconciliare, se necessario.
Non
parlava mai male di nessuno.
Spesso
teneva per sé il pane raffermo per dare ai poveri quello fresco. La sua azione
fu sempre condita di silenzio, di preghiera, di osservanza.
Per
il resto essa visse con indifferenza a tutto, ma piena di ardenti desideri. Ciò
conferma il perfetto equilibrio del suo spirito e soprattutto la sua profonda
libertà interiore. Aveva dei gusti molto semplici visto che era così amica
degli animali. Sul letto di morte arrivò a desiderare, con naturalezza, una
mela e dell'uva passa, senza per questo vedersi ostruita la via della santità.
Sapeva
sacrificare i suoi desideri per il bene degli altri senza vanità o compiacenza:
arte difficile per tutti noi. Tutto ciò le era connaturale, perché era frutto
del suo profondo amore per Dio e di un amore molto semplice per gli uomini.
Perciò restava sempre arbitra delle sue azioni e delle sue reazioni.
Nel
1876 suor Caterina comincia a declinare fisicamente. Si diceva che cominciava
a perdere la testa. Sentiva il cuore indebolirsi sempre più, l'asma e la
artrite si aggravavano rapidamente. Riusciva ugualmente a mobilitare tutte le
sue forze «ed essere sempre là». Aveva ancora forze per lavare le camicia
degli anziani e le «sedie da notte». Il tutto senza ripugnanza né
ostentazione ascetica.
Essa
stessa prevedeva che non avrebbe passato l'anno. Si sentiva mancare
biologicamente. In novembre seguì gli ultimi esercizi spirituali alla Casa
Madre. Tornata a casa, dovette starsene in camera. Verso la fine di dicembre
chiese al P. Chinchon di confessarla. Il 31 dicembre chiese l'Olio degli Infermi
e il Viatico; benché qualche testimonianza sia discorde nella data, tutte
concordano nel dire che suor Caterina li ricevette con grande devozione.
Seguiamola
nella sua ultima giornata terrena.
Del
mattino di questo ultimo giorno, la sua superiora, Suor Dufès, ricorda: «Ella
mi dichiarò che non avrebbe visto il giorno seguente. Io mi permisi di contraddirla
amichevolmente.
Il
P. Chevalier, nel pomeriggio va a darle un'ultima benedizione. - Non avete paura
della morte? «Perché dovrei aver paura rispose - dato che sto per rivedere la
Santa Vergine?».
Verso
le quattro del pomeriggio è invasa da una grande debolezza. Alle quattro e
trenta, la figlia di sua sorella Tonina viene a visitarla con due suoi figli e
una nipotina. Suor Caterina si sveglia come dal sonno per dare ai bambini dei
confetti e alla nipote una manciata di medaglie. La nipote la saluta promettendole
di ritornare: - Se ritorni - risponde la santa - mi vedrai, ma io non ti vedrò
perché sarò partita.
Verso
le sei si ha l'impressione che Suor Caterina se ne vada. Si chiama la superiora,
che le affida commissioni per il cielo, ma la santa, pur con un mormorio,
smonta l'ennesima implicanza della frase d'occasione: - Non so come ciò
avvenga lassù.
La
superiora insiste, dicendo che non sarebbe stato necessario formulare delle
frasi, ma che bastava pregare guardando il buon Dio.
-
Se le cose stanno così, allora vi prometto di pregare molto.
Non
si smentiva, moriva «come tutte le altre». Poco dopo una suora le porta altre
medaglie, ma le lascia scivolare sul letto. Questa volta se ne va...
Si
suona la campana, anche se non è uso di comunità. Le suore arrivano e
recitano le preghiere della buona morte. Lei aveva previsto il momento. Avrebbe
voluto avere attorno a sé 63 Figlie di Maria per far recitare a ognuna, una
delle 63 invocazioni delle litanie dell'Immacolata. Non fu possibile.
Caterina
si unisce alle preghiere, ma le sue parole non si percepiscono: «Così
silenziosa al momento della morte, come lo era stata durante la vita... ».
Alle
sette si assopisce e si addormenta, senza agonia. L'ultimo momento non fu
segnato che da un lieve sospiro e da due grosse lacrime. Le chiudono gli
occhi.
La
voce della sua morte si diffonde immediatamente. Accorrono le suore dalla Rue du
Bac e da tutte le altre case di Parigi. Nessuno si sentì triste per quella
morte.
Il
segreto ormai non era più tenibile. La comunità della casa, quella sera, fece
una lettura spirituale molto invidiabile. La superiora, Suor Dufès, lesse alle
conso-
relle
il racconto delle apparizioni della Medaglia, scritto da Suor Caterina per la
superiora, nell'impossibilità di raggiungere il suo confessore.
Non
furono versate lacrime alla sua sepoltura. La folla enorme, brulicante di
(ormai) antiche cornette, partecipava più a una gioiosa processione che a un
convoglio funebre.
L'umile
contadina di Fain, veniva accompagnata al sepolcro in attesa del 27 luglio 1947,
quando la Chiesa la proclamerà Santa Caterina Labouré.
Intendiamo
ora riportare i testi delle apparizioni principali di cui S. Caterina fu
privilegiata, e soprattutto il racconto dell'apparizione del 27 novembre 1830.
Ci limitiamo soltanto a queste.
Caterina
infatti, fin dal periodo del suo Seminario, ebbe numerose apparizioni. Alcune di
queste riguardano la Medaglia. L'apparizione stessa della Medaglia, la novizia
la ricevette non una volta ma più volte. Ricordiamo soprattutto le seguenti:
A
fine aprile 1830, la santa ha tre visioni del Cuore di S. Vincenzo de' Paoli
(con S. Luisa de Marillac fondò le Figlie della Carità). Essa vide durante
l'ottava della Traslazione delle reliquie di San Vincenzo, il suo cuore, prima
bianco, poi rosso, infine rosso-scuro. La santa interpreta i colori come simbolo
prima di innocenza, poi di carità e infine di prova e di dolore.
Nella
notte fra il 18 e il 19 luglio 1830, fra le undici e mezzo della sera e le due
del mattino, ha un lungo colloquio con la Madonna. La santa però ci riferisce
solo poche cose. La Madonna le affida una missione, in cui sono coinvolte
anche le due comunità fondate da San Vincenzo.
Il
27 novembre 1830 segna la data più importante: l'apparizione della Medaglia
Miracolosa. Circa queste e altre apparizioni e sogni di S. Caterina Labouré,
abbiamo molti suoi autografi e molte notizie di altre fonti.
Per
i primi due anni, dopo queste apparizioni (1830-1831) non possediamo documenti
scritti. Tutto ciò che fu pubblicato fino alla morte della Santa, è dovuto al
P. J. M. Aladel (18oo-1865 ), missionario di San Vincenzo e
Confessore-Direttore di S. Caterina. Egli però non ha lasciato una descrizione
completa di tutte le apparizioni, specie per quanto riguarda i particolari della
Medaglia. Egli lascia solo una specie di «istantanea»: la visione di un «quadro»
della S. Vergine dalle mani aperte e raggianti, con l'invito a far coniare una
Medaglia e a portarla con devozione. Il libro del P. Aladel, pubblicato anonimo,
conobbe ben otto edizioni, prima che egli morisse. La nona edizione fu pubblicata
da un altro missionario, il P. J. Chevalier (1810-1899), che la arricchì di
altre preziose notizie. L'opera tuttavia restò fondamentalmente un libro di
devozione. Ottimi lavori sulla Medaglia furono dovuti ad altri due missionari:
il P. E. Crapez (1878-1949) e il P. L. Misermont (1864-1940). Ebbero la fortuna
di partecipare al processo di beatificazione della Santa, e di usare, per le
loro pubblicazioni, il « Summarium » dei Processi stessi. Non sempre però le
loro notizie sono verificabili. Tutte le opere successive hanno attinto a
quanto scritto da questi missionari.
Ultimamente
(1976) René Laurentin (il noto maríologo) e il Padre P. Roche C.M., in
collaborazione con molti missionari e Figlie della Carità, hanno pubblicato un
prezioso volume (a cui seguirà un secondo) sulla Medaglia e su S. Caterina, con
una ricca documentazione storica.
Il
testo che noi pubblichiamo è preso da questa ultima opera, con un sistema
particolare. Anzitutto traduciamo direttamente solo gli autografi di S. Caterina.
Dato però che sovente sono più di uno e molto simili fra loro, invece di
presentarli in sinossi, ne facciamo una specie di catena senza alterare il
testo. Ciò permetterà al lettore di avere una descrizione più completa dei
fatti e dei testi delle apparizioni con le parole della santa stessa. Per quanto
riguarda l'apparizione del 18/19 luglio 1830, stando alla relazione della santa
stessa la facciamo precedere dal racconto della visione del Cuore di San
Vincenzo, benché di qualche mese prima, perché preparano le visioni avute in
seguito.
Gli
scritti della santa hanno bisogno di essere perfezionati nella punteggiatura,
per cui è possibile che l'interpretazione data in qualche punto sia
opzionale.
Le
parole fra parentesi sono aggiunte per maggior chiarezza, salvo che il contesto
non faccia capire chiaramente che si tratta di parole della santa stessa.
«Figlia
mia, il buon Dio vuole incaricarti di una missione... »
Ecco
il racconto dagli scritti della santa:
Padre
mio, lei vuole che le dia qualche piccolo dettaglio su ciò che avvenne ormai
26 anni fa. Credo di essere incapace di farlo. Tuttavia tento di farlo con tutta
la semplicità possibile.
Prego
Maria, mia buona Madre di ricordarmene tutte le circostanze: «O Maria, fate
che sia per la vostra maggior Gloria e per quella del vostro Divin Figlio... »
Dò inizio.
Sono
arrivata (in Seminario) il 21 aprile 1830: era il mercoledì prima della
traslazione delle reliquie di San Vincenzo de' Paoli, felice e contenta di
essere arrivata per questo gran giorno di festa. Avevo l'impressione di non
essere più attaccata alla terra.
Domandavo
a S. Vincenzo tutte le grazie che mi erano necessarie anche per le due famiglie,
per la Francia e per il mondo intero.
Mi
sembrava che esse ne avessero estremo bisogno. Infine pregai S. Vincenzo di
insegnarmi ciò che dovevo domandare con fede viva.
Ogni
volta che rientravo da San Lazzaro (= Chiesa dei Missionari, dove si conserva
l'urna col corpo di S. Vincenzo) avevo tanta pena: mi sembrava di ritrovare
nella comunità S. Vincenzo o almeno il suo cuore che mi appariva ogni volta che
tornavo da S. Lazzaro. Avevo la dolce consolazione di vederlo al di sopra
della piccola cassa dove erano esposte le reliquie di San Vincenzo. Mi apparve
tre diverse volte: per tre giorni di seguito; bianco color carne, per annunciare
la pace, la quiete, l'innocenza, l'unione. Dopo lo vidi rosso-fuoco (per
indicare) che doveva infondere la carità nei cuori. Mi sembrava che tutta la
comunità doveva rinnovarsi ed estendersi fino all'estremità del mondo. Infine
lo vidi rosso-nero, il che mi mise tristezza nel cuore, che avevo difficoltà
a superare. Non sapevo ne come ne perché tale tristezza si riferiva al cambio
di governo. Tuttavia non potei trattenermi dal parlarne con il mio confessore;
ciò mi diede una calma molto profonda, distogliendomi da tutti i miei pensieri.
Fui
poi favorita da un'altra grande grazia. Fu di vedere nostro Signore nel
Santissimo Sacramento, che io vidi per tutto il tempo del mio seminario, eccetto
le volte che io dubitavo. Allora la volta seguente non vedevo più nulla, perché
volevo approfondire, e dubitavo di questo mistero. Credevo di ingannarmi. Il
giorno della Santissima Trinità, Nostro Signore mi apparve come un Re con la
Croce sul petto, nel Santissimo Sacramento. Ciò avvenne durante la santa
Messa al momento del Vangelo. Mi sembrò che la croce colasse sangue sotto i
piedi di Nostro Signore. Mi è sembrato che Nostro Signore fosse spogliato di
tutti i suoi ornamenti (caduti) tutti per terra. È a questo punto che ho
avuto i pensieri più tristi e più neri. Ho avuto (cioè) il pensiero che il re
della terra (= di Francia) sarebbe caduto e spogliato di tutti i suoi abiti
regali. Di ciò ho avuto tanti (altri) pensieri che non saprei spiegare, sulle
perdite che si sarebbero fatte.
Giunse
così la festa di San Vincenzo, quando alla vigilia, la nostra buona madre Marta
ci fece un'istruzione sulla devozione ai santi e in particolare sulla devozione
alla Santa Vergine. Il che mi diede un tal desiderio di vedere la Santissima
Vergine che mi sono coricata con questo pensiero: quella stessa notte avrei
visto la mia buona Madre. Era da molto tempo che desideravo vederla. Alla fine
mi sono addormentata.
Poiché
ci era stato distribuito un pezzetto di cotta di San Vincenzo, io ne tagliai la
metà e la inghiottii.
Così
mi sono addormentata col pensiero che San Vincenzo mi avrebbe ottenuto la
grazia di vedere la Santissíma Vergine. Finalmente alle undici e mezza di
sera mi sono sentita chiamare:
-
Suor Labouré, Suor Labouré!
Mi
svegliai e guardai dalla parte dove sentivo la voce, che veniva dalla parte del
passaggio (fra le due fila di letti). Tiro la tendina, vedo un bambino bianco
vestito, di circa quattro o cinque anni, che mi dice:
-
Venga in cappella. Presto, si alzi e venga in cappella. La Santa Vergine
l'aspetta».
Mi
viene subito un dubbio: «qualcuno potrà vedermi»!. Il bambino risponde al
mio pensiero:
-
Stia tranquilla, sono le undici e mezzo e tutti dormono. Venga, l'aspetto.
Io
mi sono sbrigata a vestirmi e mi sono diretta verso il bambino che era rimasto
in piedi, senza avanzare al capo del letto. Egli mi ha seguito, o piuttosto
l'ho seguito io, (stando) sempre alla mia sinistra, spandendo raggi luminosi
ovunque passava. Le luci, dove noi passavamo, erano accese dappertutto. Ciò mi
stupiva molto. Ma molto di più fu la sorpresa quando sono entrata in
cappella: la porta si aprì appena il bambino la toccò con la punta del dito.
La mia sorpresa è stata poi molto più completa quando vidi tutte le candele e
le lampade accese, il che mi ricordava la messa di mezzanotte (= a Natale).
Non
vedevo tuttavia la Santa Vergine. Il bambino mi condusse nel presbiterio, a
fianco della poltrona del direttore, e là mi inginocchiai. Il bambino rimase in
piedi per tutto il tempo. Siccome trovavo lungo il tempo (dell'attesa), guardavo
se le vegliatrici non passassero per la tribuna. Finalmente arrivò il momento,
e il bambino me lo fece notare dicendomi:
-
Ecco la Santa Vergine. Eccola!
Sentii
un rumore come di un fruscio di veste di seta che veniva dalla parte della
tribuna, presso il quadro di S. Giuseppe, che andava a posarsi sui gradini
dell'altare dalla parte del vangelo, in una poltrona simile a quella (del
quadro) di S. Anna. Solamente la Santa Vergine non era la stessa figura (che è
nel quadro) di S. Anna. Io dubitavo che fosse la Santa Vergine. Tuttavia il
bambino che era là mi disse:
-
Ecco la Santa Vergine!
Mi
sarebbe impossibile dire ciò che ho provato in quel momento o ciò che avveniva
dentro di me. Non ero sicura di vedere la Santa Vergine...
Fu
allora che quel bambino non mi parlò più come un bambino, ma come un uomo
molto forte, con parole fra le più decise. Allora, guardando la Santa Vergine,
feci un salto verso di lei, in ginocchio, sui gradini dell'altare. Appoggiai le
mie mani sulle ginocchia della Santa Vergine...
Quel
momento fu il più dolce della mia vita, e mi sarebbe impossibile dire tutto ciò
che ho provato. Ella mi disse come dovevo comportarmi col mio Direttore, e
molte (altre) cose che non dovevo dire; il modo di comportarmi nelle mie pene:
di venire a gettarmi ai piedi dell'altare, e lo indicò con la mano sinistra,
e là effondere il mio cuore. Là avrei ricevuto tutte le consolazioni di cui
avrei avuto bisogno.
- Figlia mia, il buon Dio vuole incaricarti di una missione; avrai molte pene, ma le supererai pensando che lo fai per la gloria del buon Dio. Conoscerai ciò che viene dal buon Dio. Sarai tormentata fino a quando non l'avrai detto a colui che è incaricato di guidarti. Sarai contraddetta ma avrai la grazia. Non temere nulla. Dì tutto ciò che avviene in te con confidenza. Dillo con semplicità. Abbi fiducia. Non temere. Vedrai certe cose: rendi conto di ciò che vedrai e sentirai. Sarai ispirata nella tua orazione: rendi conto di ciò che ti ho detto e di ciò che vedrai nelle tue orazioni.
I
tempi sono molto tristi. Disgrazie verranno ad abbattersi sulla Francia. Il
trono sarà rovesciato. Il mondo intero sarà sconvolto da calamità di ogni genere.
(La Santa Vergine aveva un'espressione molto addolorata nel dire ciò).
Ma
tu vieni ai piedi di questo altare, qui le grazie saranno sparse su tutte le
persone che le chiederanno con confidenza e fervore.
Figlia
mia, a me piace spandere le mie grazie particolarmente sulla Comunità. Io
l'amo molto per fortuna. Sono (però) addolorata: ci sono grandi abusi. Le Regole
non sono osservate e la regolarità lascia a desiderare.
C'è un grande rilassamento nelle due Comunità. Dillo a colui che è incaricato di te; benché egli non sia superiore, fra non molto avrà un incarico specifico sulla comunità. Egli deve fare tutto il possibile perché la la regola sia rimessa in vigore. Digli da parte mia di vegliare sulle cattive letture, sulla perdita di tempo e sulle visite. Quando la regola sarà rimessa in vigore, ci sarà un'altra comunità che verrà a unirsi alla vostra. Non è la consuetudine, ma Io la amo. Dì che le ricevano, Dio le benedirà. Esse godranno di una grande pace.
La
comunità godrà di una grande pace e diverrà numerosa. Sopravverranno però
grandi sciagure. Il pericolo sarà grande. Tuttavia non temete. Dì che non
abbiano paura. La protezione del buon Dio è sempre presente, in modo tutto
particolare, e San Vincenzo proteggerà la comunità (La Santa Vergine era
sempre triste).
Io
stessa però sarò con voi. Ho sempre vegliato su di voi. Io vi concederò molte
grazie. Verrà il momento in cui il pericolo sarà talmente grande da credere
tutto perduto. Allora io sarò con voi.
Abbiate
fiducia, avrete modo di riconoscere la mia visita, la protezione di Dio e di San
Vincenzo sulle due Comunità. Abbiate fiducia, non scoraggiatevi: in quel
momento sarò con voi.
Ma
non sarà lo stesso delle altre comunità: ci saranno delle vittime. (La Santa
Vergine aveva le lacrime agli occhi nel dire ciò).
Fra
il clero di Parigi ci saranno molte vittime. Monsignore l'Arcivescovo morirà
(a questa parola, di nuovo lacrime).
Figlia mia, la croce sarà disprezzata, la getteranno per terra, scorrerà il sangue nelle vie. Si aprirà di nuovo il Costato di Nostro Signore, le vie saranno insanguinate. Monsignor l'Arcivescovo sarà spogliato dei suoi abiti (a questo punto la Santa Vergine non poteva più parlare, la pena era dipinta sul suo volto).
Figlia
mia, mi disse, il mondo intero sarà nella tristezza.
A
queste parole, io pensavo quando sarebbe accaduto (tutto) ciò: ho capito molto
bene: 40 anni e dieci e poi la pace.
Su
questo argomento, Padre Aladel mi disse: «Chissà se voi e anch'io ci saremo?».
Gli risposi: «Ci saranno altri, se non ci saremo noi».
Mi
ricordo che un giorno dicevo al P. Aladel: « La Santa Vergine vuole da voi una
missione. Inoltre voi ne sarete il fondatore e il direttore. È una Compagnia di
Figlie di Maria, alla quale la Santa Vergine concederà molte grazie. Vi saranno
accordate indulgenze. Le Figlie (di Maria) saranno molto felici. Si faranno
molte feste. Il mese di Maria si celebrerà con grande solennità e sarà
generale. Le feste saranno grandi.
«Io amo queste feste e accordo grazie».
Si celebrerà anche il mese di San Giuseppe. Ci sarà molta devozione. È grande la protezione di San Giuseppe. Ci sarà molta devozione al Sacro Cuore di Gesù...
Allora
le domandai il significato di tutte le cose che avevo visto, e Lei mi spiegò
tutto.
Non
so quanto tempo sono rimasta là. Tutto ciò che so, quando Ella se ne partì,
è che notai come qualche cosa che si spegneva, poi soltanto un'ombra che si
dirigeva dalla parte della tribuna, per lo stesso cammino da dove era
arrivata.
Mi
alzai dai gradini dell'altare e notai il bambino dove l'avevo lasciato. Mi
disse:
-
Se n'è andata.
Abbiamo
rifatto lo stesso cammino, sempre tutto illuminato, col bambino sempre alla mia
sinistra. Io pensavo che questo bambino fosse il mio Angelo custode che si era
reso visibile per farmi vedere la Santa Vergine. Infatti l'avevo pregato perché
mi ottenesse questo favore Era vestito di bianco, portava una luce miracolosa,
cioè era splendente di luce. Aveva press'a poco quattro o cinque anni.
Ritornai
a letto alle due del mattino, infatti sentii battere l'ora. Non ho più dormito.
«Fai
coniare una Medaglia secondo questo modello...»
Ecco
il testo della santa: 27 novembre 1830.
O
Regina, che siete assisa presso Dio, ascoltate favorevolmente le mie
preghiere. È per voi e per la vostra maggior gloria che vi prego di illuminarmi
e darmi le forze e il coraggio di agire per la vostra più grande gloria...
Mi
sembra di essere, in quel momento così desiderabile per me, al sabato vigilia
della prima domenica di avvento, giorno in cui la nostra buona madre Marta ci
fece una così bella istruzione sulla devozione ai santi e alla Santa Vergine.
Ciò mi diede un così grande desiderio di vedere la Santa Vergine che pensai
che ella mi avrebbe fatto questa grazia. Ma questo desiderio era così grande
che avevo la convinzione che l'avrei vista nella sua più grande bellezza.
Il
medesimo giorno alle cinque e mezzo di pomeriggio, all'ora dell'orazione, dopo
(la lettura) del punto della meditazione, cioè qualche minuto dopo, in un profondo
silenzio, mi è sembrato di udire un rumore come il fruscio di una veste di seta
che veniva dal lato della tribuna, a fianco del quadro di San Giuseppe.
Dando
una sguardo da quella parte, ho visto la Santa Vergine vicino al quadro di San
Giuseppe.
Essa
aveva una palla bianca sotto ai piedi. Era in piedi, vestita di bianco, di media
statura, di un aspetto così bello che non potrei dirne la bellezza. Aveva un
vestito di color bianco-aurora accollato, fatto come si dice «alla vergine»,
con le maniche lisce. Il capo era coperto con un velo bianco che le scendeva da
ogni lato fino ai piedi; di sotto aveva i capelli a bandine, e di sopra una
specie di cuffia con una piccola trina, larga press'a poco due dita, appoggiata
leggermente sui capelli.
I
piedi erano appoggiati su una palla, o meglio su una mezza palla, almeno non
vedevo che la metà. Teneva anche una palla fra le mani che rappresentava il
globo.
Teneva
le mani all'altezza della vita, in modo tutto naturale. Gli occhi erano rivolti
verso il cielo. In quel momento il suo volto era straordinariamente bello, che
non potrei descrivere...
Poi
all'improvviso, ho notato che le sue dita si sono riempite di anelli con pietre
preziose, le une più belle delle altre. Alcune più grosse, altre più piccole,
che emettevano raggi, gli uni più belli degli altri. Tali raggi uscivano dalle
gemme più grosse a più grandi fasci, che si espandevano sempre più. Dalle più
piccole scaturivano raggi più sottili che si espandevano sempre più verso il
basso. I raggi che uscivano da queste gemme splendevano da ogni parte,
coprendo tutta la parte inferiore (della figura), tanto che non si vedevano più
i piedi.
Non
mi sarebbe possibile dirvi ciò che sentivo, cioè i pensieri e tutto ciò che
ho appreso in così breve tempo: non riuscirei a dirlo.
Proprio
mentre la stavo contemplando, la Santa Vergine abbassò gli occhi guardandomi,
e sentii una voce in fondo al cuore che mi disse queste parole:
- Questa palla che tu vedi rappresenta il mondo intero, specialmente la Francia e ogni anima in particolare.
Qui
mi è impossibile descrivere ciò che ho percepito e ciò che ho visto:
bellezza, splendore, raggi così belli...
- Questi raggi che tu vedi, sono il simbolo delle Grazie che io spando sulle persone che me le chiedono. Queste gemme da cui non escono raggi, sono le grazie che uno dimentica di chiedermi.
Mi
fece (così) comprendere come la Santa Vergine gradiva di essere pregata, e come
fosse generosa verso le persone che la invocavano; come fossero abbondanti le
grazie che ella concedeva alle persone che gliele domandavano; come fosse
grande la gioia che provava nel concederle...
Dove
fossi in quel momento... non saprei: ero piena di gioia. Attorno alla Santa
Vergine si era formmato un quadro un po' ovale, dove nella parte alta del quadro
(si leggevano) queste parole: scritte in lettere d'oro: - O
MARIA, CONCEPITA SENZA PECCATO, PREGATE PER NOI CHE RICORRIAMO A VOI!
Allora sentii una voce che mi disse:
- Fai, fai coniare una medaglia secondo questo modello; tutte le persone che la porteranno, riceveranno grandi grazie, portandola al collo. Le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con confidenza.
Dopo aver contemplato questo quadro, mi è sembrato che si girasse. È allora che ho visto il rovescio della Medaglia.
(In
seguito) ero preoccupata, perché non sapevo che cosa bisognava mettere allato
del rovescio della Medaglia. Dopo tante preghiere, un giorno, durante la
meditazione, mi è sembrato di sentire una voce che mi diceva:
- L'M e i due cuori sono sufficientemente eloquenti.
Tutto
disparve come qualcosa che si spegne, e io sono rimasta ricolma non so... non so
di che cosa: di buoni sentimenti, di gioia, di consolazione.
Dai
testi che sono stati riferiti, si può facilmente ricavare che S. Caterina, nei
suoi scritti, non riporta tutti i particolari dell'apparizione della Medaglia.
Infatti essa riferiva a voce, volta per volta, le comunicazioni della
Madonna per il suo Direttore. Inoltre si ricordi che quando S. Caterina porrà
per iscritto i suoi ricordi, la Medaglia era ormai diffusa e conosciuta in tutto
il mondo.
Per
la nostra mentalità quindi, desiderosa di maggior precisione, dobbiamo sapere
che possiamo trovare tali particolari in altri scritti. Dal libro di P. Aladel,
ricaviamo che il rovescio della Medaglia è costituito dall'M, sormontato da
una croce, e al di sotto i due cuori di Gesù e Maria.
Questo
è l'unico particolare proprio del P. Aladel. Come si vede però neanche lui
intende riferire i particolari della Medaglia per farne una descrizione cronachistica,
ma piuttosto per descrivere i benefici effetti della Medaglia. Inoltre egli
precisa, riportando le parole della Madonna che ordinavano di far coniare la
Medaglia, che questa va portata «indulgenciée », ossia benedetta.
Altri
particolari li desumiamo invece dal processo diocesano voluto dall'Arcivescovo
di Parigi e diretto dal suo vicario generale, mons. Pierre Quintin. Tale
processo iniziò il 16 febbraio 1836 e si protrasse per 19 udienze, sentendo
come testimoni soprattutto il P. Aladel, il P. Etienne, l'editore E. Bailly e il
fabbricante di medaglie A. Vachette. Da questo processo veniamo a conoscere
informazioni utili, soprattutto per capire meglio la figura di S. Caterina e la
diffusione della Medaglia. Si domanda al P. Aladel perché la suora ha mantenuto
l'anonimato; egli risponde: per la sua grande umiltà. Si domanda se la suora ha
visto la medaglia, dopo la sua coniazíone; egli risponde di sì, e che la portò
con grande devozione. Si domanda ancora al P. Aladel, perché si attese così a
lungo per far coniare la Medaglia; risponde che egli in principio non vi diede
alcuna importanza, anzi che aveva considerato il racconto della suora come
effetto della sua immaginazione, e aveva cercato di convincere la suora nello
stesso senso. Tuttavia, dato che la visione si era ripetuta altre due volte, e
che la suora riferiva che la Santa Vergine era malcontenta del ritardo (cosa che
non poteva riguardare se non lui stesso), si decise a muovere i passi necessari
per eseguire i desideri della Madonna.
Il
processo o interrogatorio continua preciso e minuzioso. Il P. Aladel conferma
tutte le notizie che sappiamo dal suo libro.
Un
secondo particolare della Medaglia, ignorato sia dai racconti di S. Caterina,
sia dal libro del P. Aladel, ci è fornito invece dalla testimonianza del Padre
G. B. Etienne, allora economo generale della Congregazione della Missione e
futuro Superiore Generale. Egli afferma al processo, di aver avuto notizia dal
P. Aladel che la suora, nel rovescio della Medaglia, vide un'M sormontata da una
croce avente una sbarra alla base. Di fatto questo particolare si trova in tutte
le Medaglie coniate sotto P. Aladel.
Quest'ultimo
particolare è confermato dal rapporto definitivo sulla inchiesta sopra
accennata, dove Mons. Quentin riassume l'origine della Medaglia, i suoi effetti
e le circostanze della visione. In questo documento si afferma che, nel rovescio
della Medaglia, la suora vide la lettera M sormontata da una croce avente una
sbarra alla base; al di sotto della lettera M, i Cuori di Gesù e di Maria, dato
che uno era coronato di spine e l'altro trafitto da una spada. Il rapporto
conclude con la precisazione che le deposizioni di P. Aladel ed Etienne sono
in tutto conformi.
Non
vi è quindi alcun dubbio che gli elementi costitutivi del rovescio della
Medaglia sono l'M, la Croce, una sbarra fra l'M e la croce, e sotto questo «gruppo»,
i due Sacri Cuori. Tutti questi elementi infatti sono documentati e
testimoniati con precisione.
Per
ulteriori precisazioni sui simboli soprattutto del rovescio della Medaglia,
abbiamo ora in Italia l'opera del Confratello P. Angelo Zangari C.M., nella
quale l'autore studia con molta cura la simbologia della Medaglia (ANGELO
ZANGARI, C.M., Simbologia della Medaglia Miracolosa, Genova 1976).
PARTE
TERZA
Ecco
ciò che ci appare al primo immediato sguardo della medaglia: una Donna
gloriosa, splendente, circondata di luce e di grazia (cfr. Apc 12). Se non
leggessimo attorno a questa «visione» l'invocazione dettata dalla Madonna,
non esiteremo a inserirla; oppure scriveremo «Io sono l'Immacolata Concezione».
Ciò che Lourdes chiarirà più tardi, è profondamente anticipato dalla visione
di Caterina.
Maria
e il peccato sono due antitesi. Non è soltanto il contrasto della natura: lei
è bellissima, la trionfante, la purissima. Lui invece: il nemico, l'accusatore,
il tentatore, l'illusore, il bugiardo, il menzognero. È il buio, l'oscurità,
la notte. Lei sovranamente vittoriosa, pacificamente trionfante, serenamente
maestosa nel suo essere una Madre Santa, immacolata, ricolma di tutto ciò che
creatura può ricevere da Dio. Lei che «piena di grazia» canta: Ecco la serva
del Signore... Grandi cose ha fatto in me il Signore.
Il
serpente invece ripete: «Non servo». Propinatore di ragionamenti a vuoto.
Vuoti di Dio e di amore. Forse pieni di puro ragionare, di pure risonanze
verbali, al di là e al di sotto delle quali, si nasconde il rovescio del
disinganno.
Non
è soltanto un contrasto di luce e di ombra, di grazia e di peccato, di amore e
del suo contrario.
È
soprattutto un rapporto, un reciproco scontro, una vittoria su duello. Non sono
due mondi che orbitano in distanza. Sono sempre uno contro l'Altra. Sempre
di fronte: uno per uccidere, l'Altra per salvare. Uno per annebbiare, l'Altra
per illuminare. Non si ignorano a vicenda. Sono inseparabilmemnte in contrasto.
Ma non in contrasto inconscio, casuale, fortuito, è una lotta congenita.
«
Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe questa
ti schiaccerà la testa e tu insidierai il suo calcagno» (Gen. 3,15). Sono
entrambi destinati a scontrarsi. Dove c'è uno, lei è assente. Dove lei regna
esso non osa.
Il
suo veleno non l'ha colpita. Al contrario, «è stata ricoperta di Spirito Santo».
È stata arricchita di ogni bene di salvezza: della somma di tutti i beni di
grazia, del fior fiore, fin dalla sua concezione. Il Padre riservava una tal
Madre per il suo Figlio, perché, come il Primogenito (cfr. Ef. 1,18), fossero
da lei formati, secondo la sua immagine, (cfr. Rom. 8, 29) tutti gli altri
innumerevoli figli.
Nella
Medaglia la contempliamo con le mani piene di grazia che salva, di santità che
innalza. Sono i frutti dell'albero. I frutti dello Spirito sono: amore, pace,
bontà, ciò che è gradito a Dio (Ef. 5,10), sapienza, spirito di santità (2
Cor. 6,6 ), la fede, la carità, la purezza (I Tim. 4,12), Dall'albero cattivo
escono invece gli altri frutti, quelli della carne: fornicazione, libertinaggio,
inimicizie, gelosie (cfr. Gal. 5,1g-23).
Ecco
colei che a mani aperte, spande i suoi frutti. Sono mani aperte per risanare,
per confortare e per accogliere. Come la madre tende la mano al suo bambino
che corre a rifugiarsi in lei, così sono le mani di Maria per i suoi bambini.
Perché tutti sono e siamo bambini. Se non diventate come bambini... NON POTETE.
Nulla possiamo. Lei è stata la prima e la più grande fra questi bambini,
proprio perché non si è sentita grande, ma una piccola serva. Ha rovesciato
la prova della libertà dei progenitori: «sarete come Dio» (Gen. 3,5).
Senza
peccato, dall'inizio del suo essere. Cioè il vuoto dell'io e la pienezza di
Dio, della sua grazia, della sua santità, del suo Essere. La chiamiamo Figlia
di Sion (Sof. 3,14-17)? Troppo poco. La diciamo nuova Eva? Molto di più. È la
Donna vestita di sole (Apc. 12), la nuova Gerusalemme, la Vergine-Madre (Is.
7,14). È la Madre di colui che «era dall'inizio non iniziato presso Dio... e
si fece carne di carne umana» (Cfr. Giov. 1,1-14).
Il
« senza » è troppo poco, dà il vuoto (anche se del male), mentre lei è «con»
Dio: con il Padre, con il Figlio, con lo Spirito. Lei non sente privazioni, non
passò il deserto della ribellione, ma dice «Farò tutto ciò che Dio ha
detto» (Cfr. Es. 24,7). Non osa dire neppure tanto, e si dichiara
semplicemente «serva» (Lc. 1,38).
È
la nuova presenza di Dio nel popolo. 16 Colei che porta Dio. La vera Arca
dell'Alleanza (cfr. Es. 40,1621,34-35), sulla quale «stenderà la sua ombra
la potenza dell'Altissimo» (Lc. 1,35). I Padri della Chiesa scrivono che,
alla domanda dell'Angelo a Maria, tutto il mondo trepidava per la risposta. Il
«sì» di Maria esaudì l'antica preghiera del profeta Isaia:
Stillate,
cieli dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e
produca la salvezza e germogli insieme la giustizia. (Is. 45,8). «All'annuncio
dell'Angelo la Vergine Maria accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e
portò la Vita al mondo» (LG, 53).
Il
principio rivelato che «senza la fede e impossibile essere graditi a Dio» (Ebr.
11,6), si è realizzato pienamente soltanto in Maria. Nessuno ha percorso questo
cammino più in profondità. L'epistola agli Ebrei canta la fede dei personaggi
più importanti della storia della salvezza, specialmente di Abramo (Ebr. 11).
Già San Paolo nell'epistola ai Romani, scrisse di Abramo: «non esitò con
l'incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente
convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a
compimento» (Rom. 4,20-21). Eppure non fu facile. Per Abramo fu necessario che
Dio gli ricordasse che non c'era niente di impossibile per lui (Gen. 18,14).
Sembrava proprio impossibile avere un figlio nella vecchiaia. Ma se era
impossibile avere un figlio in vecchiaia, era sempre naturale che un figlio
fosse generato dai suoi genitori.
Sarebbe
stato lo stesso per Zaccaria ed Elisabetta. Ma Zaccaria «non credette alle
parole dell'Angelo Gabriele» (cfr. Lc. 1,20), tuttavia tale mancanza di fede
non bloccò la generosità di Dio: «quelle cose si sarebbero avverate a loro
tempo» (Lc. 1,20).
Ciò
che S. Paolo nell'epistola ai Romani o l'autore dell'epistola agli Ebrei non
concludono, è invece chiaramente concluso da S. Luca.
Zaccaria
vacillò e non credette. Ma Elisabetta canta: «Beata te che hai creduto» (Lc.
1,45).
E
non fu superato anche Abramo? Se fu «impossibile» aver un figlio in
vecchiaia, non fu forse «più impossibile» avere un figlio «senza conoscere
uomo»? (Lc. 1,34). Ora San Paolo scrive che «eredi si diventa per la fede»
(Rom. 4,16), come Abramo, per fede, è diventato padre di «tutti noi». Tanto
più Maria è Madre di tutti noi. Tanto più in lei si realizza «la promessa
fatta ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza» (Lc 1,55).
Maria
ha creduto a ciò che è impossibile. Ciò implica lo smarrimento della
sicurezza umana, là dove questa sembra indispensabile, là dove la sua
privazione, rende stranieri in mezzo ai concittadini. Nel medesimo tempo impone
la seguente legge: rendere reale l'invisibile rivestendosene come di un abito,
in un contesto indivisibile dall'umano, dal concreto, dal contingente quotidiano.
«Come è possibile questo»? È possibile essere nel mondo e non del mondo? È
possibile accettare di vivere dentro componenti umane e, spesso, umaniz-
zate,
ma respirare un'altra aria? Per noi no, per Dio «tutto è possibile».
Per
questo noi siamo figli di Maria, più che di Abramo, perché Maria è « più
» Madre per noi, di quanto sia padre Abramo.
Paolo
VI ci dice: «Poiché Maria è pur sempre la strada che conduce a Cristo, ogni
incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso» (29
aprile 1965). Il Concilio Vaticano II ci ricorda: «Poiché ogni salutare
influsso della Beata Vergine verso gli uomini, non nasce da una necessità, ma
dal beneplacito di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo,
si fonda sulla mediazione di Lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta
la sua efficacia; non impedisce minimamente l'immediato contatto dei credenti
con Cristo, anzi lo facilita» (LG, 6o).
Ecco:
lei è così grande, così ricca, perché così è piaciuto a Dio, «per il
beneplacito di Dio». Tutto appartiene a Cristo poiché «Egli è il capo...
il principio, il primogenito» (Col. 1,18), poiché Dio «lo fece sedere alla
sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni
potenza e dominazione, di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef. 1,21).
Egli è l'unico Mediatore (I Tim. 2,5).
Ma
il Mediatore ha voluto una Mediatrice, per suo «beneplacito». Per questo Maria
è «la nostra benedetta Madre». Madre della Chiesa e Madre spirituale degli
uomini. «Maria è veramente Madre delle membra di Cristo... perché cooperò
con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono
le membra» (LG, 53 citando S. Agostino).
Lei
è così grande per questo: per far ricorso, per trovare rifugio, per essere di
sollievo. La sua non è una grandezza isolante e lontana, distante e
inavvicinabile. Lei è grande per essere con i suoi piccoli. Per essere vicina.
Per essere chiamata e invocata. Non aspetta altro, perché non è potente che
per rendere forti.
Tutti
pregano lei. Tutti hanno pregato lei. Per questo nessuno può ricorrere ad
altri, sia perché lei è l'anima della Chiesa che prega, sia perché gli
altri ottengono da lei, imparano da lei. Gli altri danno ciò che da lei
ricevono, perché solo lei ha il Figlio, solo lei è sua Madre, solo lei è «diventata»
sua Madre anche nella fede.
«Maria
fu più beata nell'accoglíere la fede di Cristo che nel concepire la carne di
Cristo, perché a colei che disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno
da cui hai preso il latte » (Lc. 11,27), Gesù rispose: «Beati piuttosto
coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano». In realtà che cosa giovò
ai parenti carnali di Gesù, che non credettero in lui, il fatto d'essergli
parenti? Così anche lo strettissimo vincolo della maternità non avrebbe dato
alcun vantaggio a Maria, se ella non fosse stata più beata per aver portato il
Cristo nel Cuore che non nella carne» (S. Agostino, De S. Virg. PL 40,399).
Noi
ricorriamo a lei, perché dobbiamo imparare da lei, e da lei tutto ricevere,
anche ciò che è di Cristo. Questi noi sembrano essere in antitesi con Maria,
sembrano «altro» da essa. No, davanti a lei esiste solo l'antitesi dell'antico
avversario. Noi non siamo in antitesi, perché lei è con il Figlio, e il
Figlio è «con noi tutti i giorni fino alla fine dei secoli» (Mt. 28,20). E
lei vuole essere con noi, perché per noi fu fatta. È con noi anche quando
diciamo «riconosco la mia colpa» (Sal. 50,5); quando diciamo: «Ecco, vengo io»
(Ebr. 10,7); oppure confessiamo: «sono un uomo peccatore» (Lc. 5,8). Anche
quando diciamo «no» e facciamo poi il «sì». Anzi ricorriamo a lei perché
faccia del nostro no un suo sì al Padre.
Noi
ricorriamo a Lei nel bisogno. E siamo sempre nel bisogno di grazia, di
conversione, di perfezione, di distacco, di annullamento, di consolazione. Non
ricorriamo soltanto a date fisse, in momenti prestabiliti, o quando
l'etichetta spirituale lo richiede: ricorriamo sempre. Senza la nostra Madre, la
più bella teologia resta astrazione, e l'astrazione non ha bisogno di Madre.
Senza di lei, la nostra lotta quotidiana resta un «battere l'aria» (cfr. 1 Cor.
9,26).
Spesso
noi ricorriamo a noi stessi. Alle nostre capacità, alle nostre forze, alla
nostra intelligenza. Poggiamo la nostra sicurezza nella nostra abilità: nel
progettare, nel fare, nell'organizzare, nell'eseguire. La cultura diventa un
nostro prodotto, l'ignoranza una nostra colpa; il fare una virtù, il non fare
una desolazione.
Più
sovente ricorriamo ad altri. All'opinione degli altri, all'aiuto degli altri,
all'appoggio, alla speranza, alla fiducia degli altri.
Se
il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori.
Se
il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode (Sal. 126,1).
Nasce
l'idolatria. Non quella antica fatta di divinità di creta, di ferro, di bronzo,
di oro o di legno. Noi costruiamo idoli più aggiornati, secondo la nostra tecnica
ed inventiva: i titoli, le cariche, i posti, la fama, l'opinione, la gloria, i
beni e l'io. Noi li facciamo, li stabiliamo, li delimitiamo; li facciamo
parlare, o tacere, li dipingiamo o li bruciamo. Ma essi sono sempre muti. A
questi ricorriamo. La celebre «lettera di Geremia» (Bar. 6) sugli idoli, non
ha ancora esaurito la sua ironia.
La
nostra Madre ci libera da tali idoli, se a lei ricorriamo.
Caterina
scrive che il suo viso è indescrivibile. Ma le mani, le descrive bene. Parla
delle Mani di Maria, vede il cuore di San Vincenzo, i cuori di Gesù e di Maria.
Educata a servire i poveri, ad aiutarli con le «proprie mani» tali
simbolismi le sono congeniti. Avrà spesso sognato, magari a occhi aperti, le
mani di quel Sacerdote che la invitavano ad andare da lui. Mani di San Vincenzo
che sollevarono il misero, assolsero il peccatore, distribuirono il Corpo di
Cristo. Ora scopre altre Mani, quelle della Madonna. Mani aperte: tese
all'incontro, all'amore, all'unione. Pronte ad abbracciare. Sono soprattutto
mani piene di grazia. Di là sono maturate le crescite. Qui sono nate le
vocazioni, i martiri, i confessori, le vergini, i pastori e i presbiteri. Di là
nacquero i santi, quelli famosi e quelli ignoti. Mani che alleviarono ogni
sapore di lacrime: della madre afflitta, del figlio addolorato, del presbitero
affaticato. Quelle gemme lucenti, quei fasci di raggi... segnano il cammino
della Chiesa: illuminano i Concili, i Papi, i vescovi, i Sacerdoti, i religiosi
e le religiose, i laici.
Tutti
sono stati «fasciati» dalla luce di questi raggi. Ci sono però anche gemme
spente. «Le gemme da cui non uscivano raggi, sono le grazie che uno si
dimentica di chiedere».
Ecco
i nostri talentí nascosti nel fazzoletto e sotterrati. Ecco l'olio mancante
delle lampade. Queste grazie non si ricevono, perché non si chiedono. Non le
chiediamo: la Madre è molto delicata, dice che non le chiediamo per
dimenticanza. Sappiamo bene che a volte non le vogliamo, abbiamo paura di
riceverle, perché ci potrebbero scomodare. La Madre definisce tutto ciò «dimenticanza
del bambino». È un rimprovero che non offende la nostra sensibilità, per la
sua delicatezza.
Resta
per noi il triste fatto che non le riceviamo. Oppure non riceviamo perché
cerchiamo dove non possiamo trovare quanto non possiamo ricevere. Oppure ci
sembra soltanto di non ricevere. Se uno bussa, picchia, insiste, persevera, alla
fine il Regno si apre. Ricorriamo soprattutto per questo, prima per il Regno,
poi per il resto. Da qui comprendiamo che «ricorrere» vuol dire prima di
tutto pregare. Infatti non ci bastano le «pratiche» di pietà, ci è
indispensabile la pietà, che è pregare col cuore e nel cuore. Pregare e stare
con Dio, non pregare è abbandonare Dio. La Madonna vuole gente che preghi. Le
nostre difficoltà sono originate dal non pregare, dall'abbandonare il Signore.
« ... Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me,
sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non
contengono acqua» (Ger. 2, r3).
Allora
«seguiamo ciò che è vano» (Ger. 2, 5; Sal. 115,8; Os. 9,io). Pregare è
preservarsi dal «vano», dalla vanità: non da quella «che si specchia», ma
da quella che svuota.
Pregare
è seminare bene. La Madonna vuole aiutarci a non seminare sulla strada, su
luogo sassoso, sulle spine. Ma su terreno buono che fruttifichi, ognuno «secondo
la misura di fede che Dio gli ha dato» (Rom. 12,3).
Pregare
è costruire sulla roccia, e non sulla sabbia (cfr. Mt. 7,24-27).
Pregare
è non interrompere la costruzione a metà, e non sbagliare i calcoli (cfr. Lc
14,28-32), infatti o uno si attacca a Dio o se ne separa (cfr. Mt. 6,24).
Può
anche accadere che talvolta i nostri conti risultino sbagliati, come quel che
deve affrontare un nemico più numeroso (cfr. Lc. 14, 31). La Madonna vuole aiutarci
a «rifare i conti» da capo e farli quadrare sempre secondo la fede e la carità.
Nel
ricorrere a Maria, la Chiesa, dai Papi, ai fedeli, ha sperimentato una preghiera
speciale definita «il compendio di tutto quanto il Vangelo» (Pio XII, citato
da Paolo VI nella «Marialis Cultus, 42), cioè il rosario: la corona della
Beata Vergine Maria. Paolo VI ricorda «la vigile attenzione e la premurosa
sollecitudine» dei Suoi Predecessori verso questa «preghiera contemplativa,
che è insieme di lode e di supplica». Ma soprattutto il rosario è «preghiera
evangelica, incentrata nel mistero dell'Incarnazione redentrice... dunque
preghiera di orientamento nettamente cristologico. Infatti, il suo elemento
caratteristico - la ripetizione litanica del «Rallegrati, Maria» - diviene
anch'esso lode incessante a Cristo, termine ultimo dell'annuncio dell'Angelo e
del saluto della madre del Battista: «Benedetto il frutto del tuo seno» (Lc.
1,42). Diremo di più: la ripetizione dell'Ave Maria costituisce l'ordito, sul
quale si sviluppa la contemplazione dei misteri» (Paolo VI, Marialis Cultus, n.
46).
Il
Papa ricorda che, oltre i due elementi della lode e della implorazione, il
rosario fa ribadire l'importanza di un altro elemento essenziale: «la
contemplazione». Senza di essa il rosario è corpo senza anima, e la sua recita
rischia di divenire meccanica ripetizione di formule e di contraddire
all'ammonimento di Gesù: «Quando pregate, non siate ciarlieri come i pagani,
che credono di essere esauditi in ragione della loro loquacità» (Mt. 6,7).
Per sua natura la recita del rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un
indugio pensoso, che favoriscano nell'orante la meditazione dei misteri della
vita del Signore, visti attraverso il cuore di Colei che al Signore fu più
vicina, e ne dischiudono le insondabili ricchezze» (Paolo VI, MC, 47).
È
sufficiente questo ricordo, dottrinale e pastorale insieme, per assicurare la
nostra devozione al Rosario. Lo recitiamo in famiglia o da soli, in comunità o
in privato, davanti al tabernacolo o dove possiamo. Recitarlo è almeno un
dovere, trascurarlo è almeno insipienza, osteggiarlo è pesante leggerezza di
spirito.
Lo
recitiamo quindi non per esclusivismo devozionale, né perché intendiamo
alterare le sue proporzioni, ma perché «è una preghiera eccellente, nei
riguardi della quale... il fedele deve sentirsi serenamente libero, sollecitato
a recitarlo, in composta tranquillità, dalla sua intrinseca bellezza» (Paolo
VI, MC, 55).
«Ricorriamo
a Voi...» - Come?
Con grande fiducia e con totale abbandono, per far sì che la parola di Dio fruttifichi in noi, e non scivoli via come su duro cemento. Eppure chi può dire di aver seminato solo e sempre sulla buona terra? Nessuno ha mai scoperto zizzania nel suo campo? Perché - ci domandiamo anche noi - il Padrone non ha mietuto subito la zizzania? (cfr. Mt. 13,24-30). Perché noi siamo un po' zizzania, un po' buon grano. Oggi produciamo il cento, domani seminiamo sulla roccia. Oggi diciamo: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Giov. i1, 16), domani diciamo: «quell'uomo, io non l'ho mai conosciuto» (cfr. Giov. 18,17). Oggi pensiamo: «Adesso sì che abbiamo capito, ora parli chiaro» (Giov. 16, 29), domani si avvererà su di noi l'altra parola: «Vi disperderete ciascuno per proprio conto e mi lascerete solo» (Giov. 16,31). Ossia: «Oggi confessi i tuoi peccati e domani continui di nuovo ciò che oggi hai confessato. Ora proponi di stare in guardia, e dopo un'ora operi come se non avessi proposto nulla» (Imitazione di Cristo 1,22,6).
Ricorriamo
ai lei per presentare la nostra debolezza, le nostre fragilità quotidiane (cfr.
Lc. 17,3-4). È questo un aspetto importante del nostro portare «tutti i giorni
la nostra croce» Lc. 27,3-4,. In questo continuo ricorrere, infatti, si
nasconde un aspetto misterioso della fede, non facilmente traducibile, ma
chiaramente intuibile nel suo giusto senso: «Mi vanterò quindi ben volentieri
delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo... Quando sono
debole, è allora che sono forte» (2 Cor. 12, 9s). Dio infatti «non vuole la
morte del peccatore, ma che si converta e possa vivere» (Ez. 33-11). Ma questa
esperienza ci fa riporre tutto il nostro appoggio nella grazia di Dio, nel
soccorso materno di Maria, producendo la vera umiltà. Il male infatti viene
da noi e non da Dio: «Nessuno quando è tentato, dica: "Sono tentato da
Dio, perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male.
Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo
seduce» (Giac. 1,r3-r4; cfr. i Cor. 10,13; Rom. 7,8-io). Così sappiamo che non
possiamo menar vanto di nulla (cfr. Rom. 3,27; 2,17) se non «nella speranza
della gloria di Dio» (Rom. 5,2).
Chi
sono ancora questi noi? San Paolo ci insegna una grande dottrina; noi siamo
coloro per i quali Cristo si è dato alla morte! Ma questi noi hanno quattro
attributi che ci qualificano: peccatori, empi, deboli, nemici (Rom. 5,6-11). «Ma
Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori,
Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo
sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui» (Rom. 5,8-9). E noi «eravamo
peccatori» non solo prima del Battesimo, ma purtroppo anche dopo. Cristo Gesù
è morto anche per questi peccati, perché «laddove è abbondato il peccato,
ha sovrabbondato la grazia» (Rom. 5,20). Spontaneamente sentiamo di poter
aggiungere con San Paolo «Che diremo dunque? Continuiamo a restare nel
peccato perché abbondi la grazia? È assurdo!» (Rom. 6,1).
Allora
noi ricorriamo alla Madonna per far sì che diventiamo sempre più «figli
della luce» (Giov. 12,36).
Finora
abbiamo contemplato la Medaglia di faccia, nel suo splendore, nella sua gloria.
Per brevità, non si è detto neppure tutto. E’ sufficiente per contemplare «quale
grande nome» abbbia acquistata la Madre di Dio. Ma dove e come Maria si è
acquistata « tale nome»? Come è diventata così? Noi la pensiamo sovente
Regina, Immacolata, Assunta, sempre Vergine, Mediatrice e Madre. Questa è la
Maria della Gloria. La Medaglia ci parla anche del momento di fede di Maria,
del sua «camminare» qui in terra davanti a Dio.
La
necessità di far girare la Medaglia, ci fa meditare sulla natura stessa del
voltarla, del guardare dietro le quinte, del ricercare il processo che ha
portato Maria a «generare il Cristo della Fede.
Significa
anzitutto che quanto vediamo direttamente nasconde un'altra realtà. Maria
appare nella Medaglia circonfusa di gloria, la realtà nascosta dietro la
gloria esige da noi un'attenta decifrazione. Abbiamo mai ammirato un capolavoro
d'arte? Un Michelangelo, un Leonardo, un Tiziano? Si resta incantati. Ma
sappiamo il «processo» che l'artista ha usato per portare a termine la sua
opera? Tale processo infatti non appare, è nascosto. E’ invisibile. Nasconde
la fatica, il tormento e gli abbellimenti dell'artista. Prima un disegno
scheletrico, poi un lento colorarsi, un lavoro tremendamente disarmonico, alla
fine però c'è una Gioconda, una Resurrezione, una Creazione.
Il
rovescio della Medaglia è il lento passaggio dell'artista Divino sull'anima
di Maria. La tela fu preparata fin dall'eternità: «La beata vergine insieme
con l'Incarnazione del Verbo Divino, fu predestinata fino dall'eternità quale
madre di Dio» (LG, 61). Poi essa genera il Figlio nella carne e nella fede,
quel Verbo che fu generato «non da sangue, né da volere della carne, né da
volere di uomo» (Giov. 1,13) e che prese carne dalla Beata Vergine Maria.
Spesso
ignoriamo il lento lavorio del Padre su Maria, perché ci fermiamo subito al
risultato, temendo forse di scoprire le tappe della sua fede.
Qui
si scoprono i passaggi segreti, i momenti non lucenti, quell'andare seminando
nelle lacrime e mietendo nella gioia. Il rovescio della Medaglia è la «semina
nelle lacrime» (Sai. 125,5). Come Gesù, che divenne schiavo obbediente fino
alla morte, e alla morte di Croce. Ma poi ricevette un «nome che è al di sopra
di ogni altro nome» (Filippo. 2,6-11). Il piano divino è sempre così: un
diritto e un rovescio, lo svelato e il nascosto, il detto e il non detto. L'aver
generato Cristo nella carne, non avrebbe avuto alcuna importanza per Maria, se
ella non fosse stata «colei che ha ascoltato la parola di Dio e l'ha messa in
pratica» (cfr. Lc. 11,28). Il rovescio della Medaglia ci rivela il come.
È
già un mistero il dover girare la Medaglia prima ancora di meditare il suo
contenuto. Il doverla voltare è già un profondo messaggio. Girare o voltare,
andare a fondo, non stare in superficie, superare l'umano, guardare oltre il
visto, ascoltare oltre il sentito, percepire oltre il detto: è uno dei
dinamismi più intimi della fede. Quel procedimento che fa comprendere sia «le
cose terrestri che le celesti» (Giov. 3,12), che aiuta a scoprire «una
sapienza, ma una sapienza che non è di questo mondo... parliamo di una sapienza
divina, misteriosa, che è rimasta nascosta» (I Cor. 2,6-7). È un aspetto del
« Grazie, Padre, che hai rivelato queste cose ai piccoli» (Mt. 11,25), Qui
il saggio è stolto, e lo stolto è saggio (cfr. I Cor. 1,17-31). Per capire,
occorre imitare Maria che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo
cuore« (LC 2,19; 3.51). Maria è stata sempre in «ascolto», sempre attenta,
sempre sensibile.
Dover
meditare su simboli o figure è indice di linguaggio particolare. È un
sistema che richiede decifrazione mediante la sapienza che viene da Dio. Gesù
stesso parla questo linguaggio. Noi crediamo a volte, di capire le sue parole,
ma non afferriamo il linguaggio. Vediamo i segni e ne restiamo abbagliati. Come
il popolo che lo segue, dopo la moltiplicazione dei pani: «Voi mi cercate non
perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete
saziati» (Giov. 6,26). Vediamo i segni, ma non andiamo «oltre». Allora anche
i segni possono diventare non momenti di luce, ma momenti di tenebre.
Il
rovescio della medaglia va contemplato e inquadrato secondo questi tipi di
riflessione. La caratteristica propria di tale metodo di comunicazione è la
sua esigenza, per la sua polivalenza, a guardare «oltre» , a sentire «più
a fondo». Altrimenti potrebbe succedere che gli occhi, guardando, non vedano, e
gli orecchi, sentendo, non ascoltino.
Il
suo nuovo linguaggio proviene sì dai simboli presi a sé, ma soprattutto dalla
loro relazione reciproca che permette di costruire nuovi campi di riflessione.
Come quando, con alcuni termini congiunti reciprocamente, noi stabiliamo delle
attrazioni. Allora i termini o i simboli (noi, Voi, ricorrere, un'M, una
croce) composti nel modo dovuto, ci danno un volume di fede, uno spazio
all'interno del quale Dio si rivela a noi, e noi tendiamo a Dio.
Ecco
perché la Medaglia, e soprattutto il suo rovescio, è ancora un mondo da
scoprire. È piuttosto elementare la comprensione dei singoli termini o
simboli, è più misteriosa la loro relazione interna. Ma scoprire il loro «linguaggio
globale» è il punto di arrivo necessario del nostro meditare e del nostro
pregare.
Non
abbiamo bisogno di ricordare i punti della fede sulla Maternità divina di Maria.
È un cardine della rivelazione ormai ben saldo. Si è consolidato con un inizio
eterno nella mente di Dio, concretizzato all'Annuncio dell'Angelo, completato
alla Croce, sviluppato e chiarito lungo i secoli, dal Concilio di Efeso al
Vaticano 11, attraverso la liturgia: «Veneriamo la gloriosa e sempre Vergine
Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo» (Preghiera Euc. 1).
Molti
hanno letto il rovescio della Medaglia, interpretando la M come Maria. Meglio
dar ragione a chi legge «Madre», e nella Croce, più che una croce, il segno
+, inizio di Cristo. Madre di Cristo.
L'amore
o la devozione tuttavia ha spesso occhi acuti, se vi ha letto una Croce, «infatti
io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi
crocifisso» (1 Cor. 2,2). Non solo, ma San Paolo identifica i «nemici della
croce di Cristo» (Fil. 3,18) con i nemici di Cristo stesso.
La
Madonna dunque ci dice che è la Madre di Gesù Cristo. La Madre di Cristo
Crocifisso. È qui che essa lo ha generato veramente nella fede: alla Croce. Ha
liberamente e volontariamente offerto il suo Figlio al Padre per la redenzione
del mondo.
Essere
Madre, per Maria, indica immediatamente una relazione al Figlio, non soltanto
nella generazione della carne (esclusivamente sua), ma soprattutto nell'averlo
«dato» (cfr. Giov. 3,16) a noi, insieme con il Padre. Il Padre lo ha dato e
sacrificato per noi secondo il suo Amore infinito, Maria lo ha offerto per noi
secondo il suo amore limitato e creato, ma pur sempre altissimo e
irraggiungibile.
La
«vicinanza di Maria alla croce» non indica soltanto vicinanza fisica, ma
anche partecipazione al mistero della croce, cioè al mistero della salvezza.
Ecco la Corredentrice benevolmente scelta dal Padre. In questo contesto il
discepolo la riceve come Madre, e la Madre riceve il discepolo come figlio.
Maria diventa così anche la Madre della nuova comunità messianica, salvata dal
Figlio con il suo Sangue.
Comprendere
il dinamismo di questo mistero, sia a livello psicologico, sia specialmente a
livello di fede, e uno dei doni più delicati e più scelti dello Spirito, al
quale dobbiamo incessantemente chiederlo.
Scoprire
l'impatto di queste affermazioni nel mondo affettivo dal Cuore Immacolato di
Maria di Nazareth, è scoprire il velo nascosto, con cui il Padre ha spezzato di
dolore il cuore della Madre.
Ecco
la «Madre dei dolori», la «Regina dei Martiri », la «Vergine Addolorata».
Tutto
ciò ci viene meglio illustrato dalla rappresentazione dei due Cuori. Che cosa
vuol dirci la Madonna, facendo rappresentare il suo Cuore con quello di Gesù?
Il dolore di ciascuno, la sofferenza della Madre e del Figlio: certamente. Più
ancora d'unione e l'amore delle loro anime nel loro soffrire. Non è un dolore
isolato e reciprocamente distante. Dicono tutto il loro mondo interiore, tutto
il loro essere, la loro volontà e intelligenza, uniti nel fare la volontà
del Padre.
Non
ci può essere unità senza unione. Come il Figlio è unito al Padre ed è uno
con il Padre, così il Fighio è unito alla Madre, da fare quasi un cuor solo e
un'anima sola.
Ciò
indica che i due cuori sono allo stesso livello per degnazione del Cuore di
Cristo verso la Madre. È il Cuore di Maria che è stato elevato nel Cuore di
Cristo. Ecco l'aspetto principale: Cristo eleva il cuore della Madre a sé, come
vuole elevare il cuore di ognuno di noi al mistero della sua Passione, Morte e
Resurrezione. Questa è la base, questo è il fondamento, questo è il
principio.
Eppure
leggendo bene i Vangeli scopriamo tormenti e separazione, distacchi e
rimproveri. Quel giorno che la Madre lo cercava, preoccupata e angosciata, si
sente ancora dire: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi
delle cose del Padre mio?» (Lc. z,49). E San Luca termina con una misteriosa
riflessione: «Ma essi non compresero le sue parole» « Lc. 2,49). Sì,
dogmaticamente le parole di Gesù sono una rivendicazione della sua Figliolanza
divina, egli ha Dio per Padre, ha con Lui dei rapporti che oltrepassano quelli
della famiglia umana. Esistenzialmente sono uno strazio per il cuore della
Madre. Dopo tutto ciò che già è avvenuto dentro di lei, dopo tutto ciò che
Dio stesso le ha rivelato... sentirsi dire delle parole che «non capisce»,
dovette essere una tremenda prova. Fu in questi momenti che i loro cuori erano
uniti. Noi chiamiamo questa situazione: incomprensione, ma è solo debolezza di
linguaggio.
Maria
non capì le parole del Figlio. Noi ci sentiremmo offesi e frustrati, se
affermassimo che «non comprendiamo le parole di Gesù». Eppure siccome i
farisei dicevano di vedere, si sentono dire: «Siccome dite: Noi vediamo, il
vostro peccato rimane» (Giov. 9,41).
Maria,
umilmente, afferma di «non vedere», per quanto vede molto bene. Fu docile,
plasmabile, sensibile. Pur non avendo bisogno di purificazione, ella sperimentò
la fede più purificante. E fu obbediente alla parola di Dio, al progetto del
Figlio, al piano di salvezza.
La
Madre che sperimentò in sé la tragedia della morte del Figlio, è capace di
comprendere le nostre grandi e piccole tragedie. I nostri abbandoni, le nostre
incapacità, la nostra impotenza al bene, il nostro volere e non potere, il
nostro tendere e non raggiungere. Ci è presente nella gioia e nelle
contraddizioni. Nella pace e nel dolore.
Dio
l'ha data come Madre anche a noi. Per questo il suo compito è di formare in noi
il suo divin Figlio. La sua «maternità» verso di noi è un vero essere madre:
ci forma, ci plasma, ci conduce per mano, ci riconduce a Dio, ci accompagna
nel cammino, ci conforta, ci dà sollievo e anche gioia. Questa Madre ha nel
cuore gli innumerevoli figli generati nel Sangue del Figlio, attraverso "
il battesimo e cresciuti nella Eucarestia.
In
ogni momento dunque dobbiamo lasciarci condurre da lei, guidare da lei. Come
il suo cuore fu sempre in quello di Gesù, così il nostro deve stare nel cuore
della Madre. Perché ciò che avvenne nell'anima e nel cuore di Maria, è
simbolo di ciò che «avviene» in tutta la Chiesa.
«
Questo globo... rappresenta ogni anima in particolare »
Queste
parole non fanno propriamente parte della apparizione della Medaglia, ma la
precedono immediatamente, e possono essere un altro modo di esprimere la
nostra presenza nel cuore di Maria.
Sono
parole importanti. Ogni anima. Tu ed io. Ognuno degli altri. Quelli che tu ami
e quelli che pensi di non amare: sono tutti, siamo tutti nelle mani e nel cuore
della Madre, nel quale le nostre disunioni sfumano e diminuiscono a livello di
capricci tra fratellini, figli della stessa Madre. Ogni anima è nel cuore di
Maria, non per l'oblio, ma per il ricordo materno. Non come un numero, ma come
una storia vivente. Quel nostro crederci inutili, dimenticati, senza ruolo,
senza importanza, senza virtù: è allora che siamo presenti alla Madre. «Quando
siedi e quando ti alzi, quando dormi e quando vegli, quando entri e quando esci»
(cfr. Sal. 120). Essa fa da nostro custode: insieme con il Figlio.
Non
lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si
addormenterà, non prenderà sonno,
il
custode d'Israele (Sal. 120,3-4). Tutto quello che siamo stati e siamo. Il
nostro passato e il nostro presente, il futuro lontano e quello vicino. In
tutto ciò è presente la Madre. Giacché lei è più vicina a noi, di quanto
non lo siamo noi verso di lei. Lei accompagna tutte le nostre azioni, le circostanze
che le complicano o le semplificano: quelle tristi e quelle gioiose, le oscure e
le lucenti. Il nostro propredire nella fede e nella virtù è un effetto
dell'essere nelle sue mani e nel suo cuore. Non si spaventa neppure per i
nostri rifiuti temporanei, anzi in quel momento ci tiene più stretti. Ne
approfitta per insegnarci concretamente la nostra debolezza e la nostra incapacità,
per poter poi curarla e guarirla con la strapotenza della Grazia.
Siamo
nelle sue mani: tutto il nostro cammino. Il nostro correre veloci, il nostro
rallentare, il nostro zoppicare, il nostro stare indietro. Essa dà slancio e
velocità alle pecore agili, fascia e cura quelle zoppicanti. La epopea del
salmo io6 ci aiuta a meditare la vicinanza della Madre nelle nostre vicende:
Ridusse i fiumi a deserto, a luoghi aridi le fonti d 'acqua e la terra fertile a
palude per la malizia dei suoi abitanti. Ma poi cambiò il deserto in lago e la
terra arida in sorgenti d'acqua (Sal. 1o6,33-35).
La
vita di ciascuno di noi, nelle mani di Maria, è un'avventura fra la terra e il
cielo. È un continuo imparare, un continuo insegnare; un attendere in Dio, un
confidare nel suo santo nome. (Cfr. Sal. 32).
Il
Signore è il mio pastore: mon manco di nulla... (Sal. 22,1).
Con
lei è più facile dire: «se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei
alcun male, perché tu sei con me». Se pensiamo che ogni anima è nel cuore di
Maria, sarà più consolante ripetere: Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho
fiducia (Sal. 26,3). Le parole della Madonna richiedono dunque da noi grande
fiducia e totale abbandono. Un abbandonarsi nelle sue mani, uno sperare
fiducioso e contenuto, un tranquillo riposare nella volontà del Padre, dove
l'umano crolla. Perché la nostra Madre fa crollare l'umano, dentro e fuori di
ognuno, pezzo per pezzo. Non potrebbe essere altrimenti. Essere nelle sue mani
significa strapparci dalle «mani» degli altri. Proprio per gelosia.
Infine
essere nelle sue mani, significa che non le siamo ignoti, non lontani, non
dimenticati. Anzi che tutto il «nostro» è suo. Ogni bene e ogni grazia. Anche
ogni croce e ogni tribolazione.
La
nostra rigenerazione spirituale avviene nel battesimo e nello Spirito (cfr.
Giov. 3,g ), cioè nella maturazione progressiva della fede. Ma la pianta
cresce sotto lo sguardo della Madre, è affidata alla sua cura. Tutto quindi lei
dispone, per non lasciarci soli nel crescere. Essa infatti vuole che ognuno
raggiunga la piena maturità di Cristo, accolto nel cuore come bambini. Il
regno è dei piccoli. Qui il «sapiente» è accecato dalla sua stessa sapienza,
e il «cieco» è illuminato dalla sua cecità.
Ogni
anima che vuole essere cristiana, non può stare lontano dalle mani e dal cuore
di Maria, in particolare i sacerdoti e i religiosi.
Il
sacerdote riceve ordini sacri che lo fanno differire essenzialmente, non solo di
grado, dal sacerdozio comune dei fedeli (LG, 10). In virtù dell'unzione dello
Spirito Santo, il sacerdote è marcato «da uno speciale carattere che lo
configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo
della Chiesa) (PO, 2).
Egli
è nelle mani di Maria in modo privilegiato. In lei, Madre della Chiesa, il
sacerdote trova il modello della propria dedizione a Cristo. Dalle sue mani egli
attende quella fede e quell'amore che renderanno fruttuosa la sua
partecipazione umana al sacerdozio del Cristo. E come Maria fu fedele fino alla
fine, così egli confida di perseverare nell'opera apostolica a beneficio dei
fratelli. In lei, trova soprattutto, il modello della unione al Cristo, anzi una
via privilegiata.
I
religiosi e le religiose che hanno consacrato la loro vita alla Chiesa, superano
la tensione fra la vita di preghiera e l'azione apostolica, guardando a Maria
tutta intenta «all'unica cosa necessaria» e dedita al bisogni degli altri: da
Elisabetta, a Cana, con i discepoli a Pentecoste.
Se
la speciale vocazione dei religiosi è di dare testimonianza al Regno di Dio,
la vita terrena di Maria fu la testimonianza più perfetta al regno del Figlio.
I religiosi, mediante i loro voti, si mettono a disposizione dei loro fratelli
e sorelle, in una più vasta famiglia cristiana, sia per un apostolato più
libero, sia per una preghiera più efficace, ma soprattutto per essere più
uniti al Cristo.
Il
cuore di Maria, unito a quello di Cristo, è il modello anche di questa
consacrazione. Di questo mistero di unione alla missione di Cristo, che fu
soprattutto olocausto di volontà: «Per questo entrando nel mondo, Cristo
dice: «Tu non hai voluto né sacrifici né offerta, un corpo invece mi hai
preparato... Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà».
Ma l'autore dell'epistola agli Ebrei, aggiunge subito dopo la riflessione più importante: «Dopo aver detto prima, non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte.... soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo» (Ebr. 10, 5-9). Il sacrificio «nuovo» è quello della volontà, del fare ciò che Cristo ha fatto e non ha fatto; del come si è rivelato e del come non si è rivelato.
Il
cuore di Maria era con Lui, unito in questa dedizione di volontà. I religiosi
trovano in Maria, il modello della loro silenziosa immolazione, del loro sacrificarsi
a goccia a goccia, nella polvere e nell'altare, uniti continuamente al
sacrificio e all'opera salvatrice di Cristo. Nel silenzio esterno e interno,
nell'adorazione unificante, nell'azione di evangelizzazione a beneficio dei «poveri
di Dio».
Riflessioni
conclusive
La
Medaglia così com'è richiede molta riflessione per essere compresa e
accettata, solo nella preghiera e nella fede si può scoprire la sua ricchezza e
il suo prezioso valore. Ciò che contiene di dottrina è irraggiungibile. Ciò
che rivela di bontà e protezione è sperimentabile.
Molti
cercano segni, altri cercano miracoli. Eppure il miracolo è sotto gli occhi, il
suo «segno» è sempre presente. Se abbiamo difficoltà a «leggere» o a «sentire»
è perché cerchiamo quel che non possiamo trovare, bussiamo dove non ci può
essere aperto.
Più
che cercare, forse dobbiamo accettare quel che abbiamo già trovato.
Portando
la Medaglia, ci viene ricordato che dovunque andiamo, dovunque siamo, Maria è
con noi, noi siamo con lei. La nostra vocazione è ascoltarla e seguirla, è
stare con lei, essere in lei, operare per mezzo di lei. È lasciarsi prendere,
lasciarsi afferrare dal suo progetto, per rompere il nostro, per spezzare tutto
ciò che è nostro e accettare tutto ciò che è suo. È così che la Madonna
vuole da noi silenzio e sacrificio, interiorità e fede, preghiera e
dedizione, proprio oggi dove tutto è «esteriore », in cui il «vanto è
esteriore e non nel cuore» (2 Cor. 5,12).
La
Madre vuole dei figli che conservino nel cuore le parole del Figlio, le
riflettano e le attuino.
La
piccola mole del presente libretto non ha permesso di riportare nemmeno poche
delle innumerevoli grazie di ogni specie, ottenute in un secolo e mezzo di
esistenza della Medaglia. Sono grazie e miracoli di ogni specie. Chi è così
estraneo da ignorare tali cose? (cfr. Lc. 24,18.
Vogliamo
tuttavia riportare un solo episodio, fra i più recenti, che riassume e
simboleggia tutta la materna protezione che la Medaglia esercita su chi invoca
la Madre con fede e devozione.
È
una relazione che proviene dalle Figlie della Carità di Ruffano, provincia di
Legge. Il fatto è accaduto nell'aprile 1977.
Anna Ciullo è una vispa bambina di Ruffano (Lecce), dove è nata il 4 Agosto 1973. Frequenta la scuola materna delle Figlie della Carità. È la domenica in Albis del 1977 (17 aprile), giorno in cui la famiglia si trova in campagna. Con lei c'è il fratellino. È una giornata meravigliosa per sgambettare nei prati. La bimba però non si accorge che si sta avvicinando a un pozzo, scavato nel prato, coperto soltanto da un velo di plastica: è questione di secondi e la bimba scompare, precipitando nel pozzo. Il fratellino non si rende neanche conto dell'accaduto. Il papà, non vedendola più nel prato, pensa subito al peggio: corre al pozzo, si china, chiama la bambina. Anna è laggiù, pacifica e tranquilla, adagiata sull'acqua come fosse in poltrona. Il papà grida aiuto, accorrono altri parenti, rapidamente si compie il salvataggio. È incredibile: Anna è completamente asciutta, si lascia maneggiare come una bambola da favola. Qualcuno si tocca il cuore, pensando a un infarto: il pozzo è profondo ben nove metri, e l'acqua tocca i tre metri e mezzo!
Al
panico segue immediatamente lo stupore, la meraviglia, infine la gioia. Fra
gli abbracci e le domande dei genitori, la bambina risponde tutta candida, che
una bella Signora vestita di bianco, come quella che è nella medaglia che porta
al collo, l'ha sostenuta fra le braccia per tutto il tempo che è rimasta nel
pozzo. Successive visite neurologiche non hanno rivelato alcun trauma.
Messa
davanti a varie effigi della Madonna, appena le è presentata la «Madonna dei
Raggi», esclama. « È la bella Signora che mi ha tenuto fra le braccia! ». Da
quel giorno anche il padre, totalmente diverso, non bestemmia più e guarda con
riconoscenza alle suore, per mezzo delle quali praticamente la bambina ha conosciuto
la Medaglia.