LA MADONNA DELLA CORNABUSA

 

Giuseppe Zois, autore dei testi di questo libro, è un giornalista valdimagnino, stanziale delle notti in bianco a Lugano, dove lavora al "Giornale del Popolo", come caporedattore. Oltre a intendere le spettanze di chi osserva da diarista le vicende del vivere contemporaneo come ha scritto di lui Giorgio Torelli Zois ha conservato anche un forte affetto filiale verso la Valle delle sue origini. E così si spiega questo libro. Quando Zois chiede all'arcivescovo di Loreto, mons. Loris Capovilla, che fu segretario particolare di Papa Giovanni una nota di presentazione per questa fatica, ne ebbe come risposta, insieme con il testo pubblicato in apertura del libro, questo biglietto: "Davvero incredibile l'amore dei valdimagnini per la loro terra". Ecco, questo libro è nato da un gesto d'amore per il santuario della Cornabusa: perché possa essere meglio conosciuto. E quindi amato. Dai valdimagnini innanzi tutto e poi dalle folle di pellegrini che salgono a questo monte e che, ripartendone, desiderano lo hanno manifestato a più riprese uno strumento per conoscere meglio la lunga vicenda di fede e di devozione che da secoli si addensa dentro quella grotta, ai piedi di quella Statua.

 

OMAGGIO ALLA REGINA DELLA VALLE IMAGNA

di Mons. Loris Francesco Capovilla

"Il culto della Cornabusa ha una storia che dalle prime enunciazioni lungo i secoli, nella voce del Popolo di Valle Imagna, assume l'espressione di un poema di pietà religiosa, di amore e di fedeltà regionale ed ultra, sino a suscitare echi e consensi, dovunque un figlio di questa terra benedetta ponga il suo piede" (Angelo Gius. car. Roncalli, Scritti e discorsi, III, p. 614). Dal Santuario Lauretano, "inestra aperta sul mondo, a richiamo di voci arcane annunzianti la santificazione delle anime, delle famiglie, dei popoli" (Giovanni XXIII, 4 ottobre 1962), ritorno con commozione in Terra Bergamasca, in atto di felicitarmi di gran cuore con tutti coloro che si studiano di conservare e trasmettere la devozione alla Madonna Addolorata, che tanto coraggio e conforto diffonde all'intorno e oltre i confini della Valle Imagna. Tra altre care memorie, nella mia casa conservo, bene in vista, il ritratto del card. Angelo Giuseppe Roncalli inginocchiato davanti alla Madonna della Cornabusa, fotografia scattata da Dante Frosio la sera del 16agosto 1958; la stessa che, ingrandita, stava nelle stanze vaticane presso la finestra dell'angelus. Il giovane levita Angelo Roncalli presenziò il 4 ottobre 1908 al rito dell'incoronazione della cara Madonna, compiuto dal cardinale Pietro Maffi, arcivescovo di Pisa. Quarantasei anni dopo, l'antico segretario vescovile, creato cardinale e promosso patriarca dei Veneti, volle celebrare alla Cornabusa la sua messa d'oro, in semplicità e in silenzio. Nel 1958 risalì la montagna, in veste di pellegrino orante e penitente, per commemorare il mezzo secolo trascorso dall'incoronazione: "Tutta la Valle uno splendore in omaggio alla Regina Vallis Imaniae. (...) E' consolante constatare come la fedeltà della devozione a Maria sia più che mai viva presso questi buoni Valdimagnini", scrisse allora. Figlio del popolo, nutritosi col pane saporoso della tradizione domestica e diocesana, egli sapeva guardare la sua gente col cuore, che è la maniera migliore di comprenderla, educarla ed elevarla, per suscitare entusiasmi religiosi e saldi proposti di indefettibile coerenza: "il Popolo di Valdimagna resta solido nella sua fede cristiana e cattolica, perchè essa è saldata su principi teologici caratteristici: uno, la maternità di Maria, consacrata dal testamento di Gesù morente; l'altro, il mistero del dolore umano risolto nella unione con Cristo sofferente e con la Madre sua e nostra, a titolo di redenzione, di salute e di letizia finale per tutti. Se il dolore è inseparabile dalla vita umana, se tutti dobbiamo passare per di là, quale conforto il passarvi in compagnia di Gesù e di Maria, in sicurezza che nulla è perduto per chi sa soffrire nello spirito cristiano, sorretto dall'esempio della Madre di Dio, che è la dispensatrice delle grazie, anche di ordine temporale, quando occorra; in ogni caso sempre pronta a sollievo dell'umanità e di ciascuno in particolare" (Car. A. G. Roncalli, Scritti e discorsi, citato, P. 615). Sono trascorsi trent'anni dall'ultimo misterioso colloquio intrecciato dal cardinale con la Madonna della Cornabusa, due mesi prima di entrare nella successione dell'apostolo Pietro. Trent'anni! Ed ecco che l'omelia del 1° agosto 1958, da riascoltare con calma e rimeditare con fervore, conserva il suo timbro di attualità, si inserisce nel contesto delle celebrazioni ottantennali e apre la porta all'anno santo mariale, indetto da Giovanni Paolo II. I devoti della Madonna saranno lieti di conoscere i sentimenti sgorgati come limpida acqua dall'animo del futuro Giovanni XXIII, la sera del 12 agosto 1954, quando rievocò per se stesso l'incoronazione del 1908 e i primi passi del suo sacerdozio, la seconda messa a Roccantica in Sabina e la terza all'Annunziata di Firenze: "Veramente, "bonum est hic esse, è bello per noi restare qui" (Mt. 17,4): pregare in solitudine, in faccia alla natura di questa che Stoppani chiamava la più bella delle Valli Lombarde, ai piedi della cara Madonna Addolorata, che io conobbi dall'ottobre 1908, quando fu coronata dal car. Maffi, ed io ero segretario di mgr. Radini. Che soavità a ricordare, qui, quei gloriosi morti e con loro. mgr. Marelli pur presente. Insieme ricordavo la festa di Roccantica col discorso di Padre Francesco Pitocchi, la Villa illuminata, la festa dei seminaristi, i miei giovani, e il partire la sera stessa per arrivare a Firenze il mattino, in terza classe. Mezzo secolo. "Quid retribuam? Sol et clypeus est Dominus Deus. Gratiam et gloriam largitur Dominus. Che cosa renderò al Signore? Sole e scudo è il Signore Dio, il Signore concede grazia e gloria" (Sal 116, 12; Sal 84, 12). "Quid retribuam? Calicem salutarem accipiam et nomen Domini invocabo. Che cosa renderò? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore" "(Sal 116, 1213).Con la Madonna delle Caneve, del Bosco, della Castagna, del Frassino, della Fiducia, di Lourdes, di Fatima e del Libano, con la Sveta Bogoroditza (la Santa Madre di Dio dei Bulgari), con la Nicopeja di Venezia e la Salus Populi Romani, per citare solo alcuni dei dolcissimi titoli dell'interminabile litania, la Madonna della Cornabusa occupò un posto tutto particolare nella devozione di Papa Giovanni, se la tenne vicina per tutta la vita, persino in Vaticano, le fece posto nel suo cuore invocandola sempre, con gli accenti della ricordata celebrazione del 17 agosto 1958: "Come è bello, come è soave il credere, il vivere, ilpregare con la Madre nostra, in partecipazione di intimità col Figliolo suo, Verbo di Dio fatto uomo per noi, in pegno di benedizione, di prosperità e di pace fra le incertezze della vita presente, in sicurezza degli eterni gaudii che ci attendono".

 

Quel rifugio sicuro lassù, sul monte

Un porto sicuro. Un rifugio pronto a offrire un momento di riconciliazione, di riflessione che permette di tornare alle fonti del meglio della propria vita, in un prezioso processo di rigenerazione morale e spirituale. Il santuario della Cornabusa rappresenta tutto questo e molto altro ancora oggi, alle soglie dell'anno Duemila. "La Valle Imagna si identifica con la Cornabusa è il parere di don Antonio Pesenti, Cancelliere della curia è un luogo dove chiunque si sente a casa propria e ritrova perciò i valori più profondi che ha sperimentato nel corso dell'esistenza. In questo senso si può affermare che a cospetto del santuario si ritrova il meglio di se stessi, di ciò che si è vissuto" Il discorso è sicuramente valido per la totalità dei fedeli, ma si può applicare in modo particolare agli stessi abitanti della valle, ai valdimagnini, per i quali indubitabilmente la Cornabusa rappresenta un momento di aggregazione e di identità. Ciò che si è usurato andando lontano e quanti sono stati e sono i valligiani costretti a guadagnarsi il pane distanti dalle proprie rocce si rigenera proprio nell'atmosfera della Cornabusa. "è una esperienza reciproca. Il valdimagnino ha utilizzato la caverna trasformandola in santuario e il luogo sacro lo ricambia, si potrebbe dire, aiutando l'uomo a essere se stesso. Ed è proprio il valdimagnino che riesce a percepire fino in fondo in linguaggio completo della Cornabusa, che fa parte da sempre della sua vita e delle sue tradizioni, in maniera più vissuta di quella dei pellegrini che giungono a un appuntamento, certo giudicato importante, di devozione e di preghiera" La Valle Imagna è del resto una terra dalla religiosità estremamente radicata, che non per niente fu definita valle santa. Perchè? La spiegazione è curiosa e interessante e la dice lunga sul rapporto inscindibile che lega le popolazioni di questa zona alla chiesa, senza dimenticare che secoli fa la valle era guelfa, parteggiava per il papa, con una scelta di "campo" che nel corso dei secoli non ha mai conosciuto sbandamenti, ma soltanto nuove e ulteriori conferme. "L'Imagna è stata più volte definita valle santa perchè i paesi che la compongono vengono nominati e individuati non tanto per il toponimo profano, ma per il nome del santo protettore della chiesa attorno alla quale si sono raccolte le case del paese, della frazione, della comunità. Cepino stesso è conosciuto in Valle come S. Bernardì (San Bernardino); Bedulita è San Michìl (San Michele); Corna è San Simù (San Simone); Selino Alto à Sajacom (San Giacomo), Mazzoleni è Santimbù (Sant'Omobono), e così via. è un'abitudine interessante che dimostra come la gente si identifichi in quel Santo, in quella chiesa. Quest'ultima viene così riconosciuta anche in questo modo come punto d'origine di un culto religioso, come polo attorno al quale il paese ha vissuto fino ad identificarsi. E tutto ciò in parte è vero ancora oggi, mentre, tornando indietro solo di qualche decina d'anni, va pur ricordato che subito dopo la guerra furono proprio i parroci a dare il via alle attività di ricostruzione e restauro, aprendo in qualche modo la strada a tutti gli altri". Così come le varie comunità della valle si sono identificate con i Santi, così si può affermare che l'Imagna intera lo ha fatto in pieno con la Cornabusa e il santuario ne è divenuto il simbolo, anche in un significato che si allarga dallo spirituale al materiale. L'Imagna è una Valle povera da sempre, una Valle di emigranti. Dal punto di vista agricolo, per esempio, non rendeva neanche un quinto del fabbisogno, per cui gli abitanti hanno sempre dovuto servirsi di quello che c'era, si sono industriati con quel poco che avevano. "In questo senso il simbolo può essere il santuario della Cornabusa, una caverna trasformata in chiesa, anzi in basilica data l'enorme capienza. è stata una spelonca scoperta dal popolo e da questo utilizzata in senso religioso. Al contrario di ciò che è avvenuto a Somasca, con San Gerolamo Miani, qui non c'è stato un Santo a scegliere la caverna come luogo di resi denza ma è stata la stessa gente del posto a vlìorizzare il luogo in questo senso".

 

Il Santuario dalle origini a oggi

Da qui è nato così questo attaccamento particolare per il santuario, vissuto da sempre come momento di fede e di devozione collettiva, di aggregazione e di identità, di sicurezza e di speranza. Se secoli fa si parlava di rifugio nei travagliati tempi delle lotte tra guelfi e ghibellini, che scrissero pagine dolorosissime nella storia di Bergamo, oggi resta ancora questo concetto. "In modo inconscio, ma sono sicuro che qualcosa di quell'antico atteggiamento, lì ci si sentiva al riparo, sicuri, perchè c'era il Signore, rimane ancora fondamentale per spiegare il rapporto particolare che i valdimagnini intrattengono con il santuario La sicurezza puramente materiale di allora avere un posto dove fuggire e celare i propri tesori più cari si è quindi nel corso dei secoli trasposta su un piano decisamente spirituale. In fondo questi valligiani partiti per il mondo, sapendo di poter contare solo sulla propria abilità personale ed industriosità, sull'intraprendenza, nutrivano la sicurezza interiore del ritorno ad un approdo sereno e protetto da cui ripartire poi rinnovati e rigenerati. "Tornando a casa, in valle continua don Pesenti si sente il bisogno di salirvi proprio per ritrovare se stessi, per riscoprire nel proprio animo quello che mesi o anni di lontananza hanno seppellito ma non distrutto". Da non sottovalutare poi tutto ciò che è legato al santuario: la salita, che non è poi gran cosa, oggi almeno, ma che concretizza il sacrificio del cammino che si concluderà poi con l'arrivo alla grotta e con la confessione. "Il novanta per cento di coloro i quali salgono al santuario si confessa. E' un richiamo di Sacri Monti; e l'idea delle cappelle votive si inseriva in tutto questo; salendo passo passo, si poteva compiere questa specie di Via Crucis, sostando ad ogni cappella, per riflettere, pregare, rivedere un po' la propria vita con una profondità che poteva anche essere notevole. La Cornabusa come luogo di riconciliazione quindi, non soltanto tra gli uomini ma anche con se stessi. E parlando di sacrificio non si può non sottolineare che proprio la grotta può anche essere vista come il sacrificio del genio umano. Lì non c'è nulla di ciò che si trova nelle altre chiese, costruzioni, marmi che splendono. E' la devozione popolare che l'ha in pratica portata avanti, anche su un piano di povertà evangelica con una corrispondenza per cui in questa logica c'è una purificazione, una fede più rigorosa Papa Giovanni e il santuario della Cornabusa. "E' stata un po' la sua grotta, come quella di tanti altri sacerdoti. Certo deve essere stata fondamentale l'impressione di gioia, di grandezza, di edificazione che il giovane sacerdote Angelo Roncalli riportò presenziando nel 1908 alla solenne cerimonia dell'incoronazione, un avvenimento non solo per la valle ma per tutta la Bergamasca...". Di quella gioia vissuta agli inizi del proprio cammino sacerdotale Papa Roncalli non si sarebbe dimenticato mai più. Numerosi sono gli accenni che nella sua vita ebbe per la Cornabusa, ma ancora più significativa fu la decisione di recarvisi per il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, poco tempo prima di essere elevato al soglio pontificio. "E' importante il fatto conclude don Pesenti che allora avesse deciso di trascorrere lassù i suoi cinquanta anni di sacerdozio. Allora pensiamo che non c'era strada e la sistemazione cui dovette adattarsi fu senza dubbio molto francescana. E questa è la riprova che Papa Roncalli fosse rimasto innamorato della Cornabusa da quel giorno lontano dall'incoronazione, il suo punto di partenza più forte."

 

"Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce"

"O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perchè la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro". La Madonna della Cornabusa, più e più volte paragonata alla mistica Colomba, che scelse il suo nido tra gli scoscendimenti cui fanno corona il Resegone, l'U bione e l'Albenza, trasfonde il versetto del Cantico dei cantici dalle solitudini della Giudea alle rocce della Valle Imagna. Da Cà Contaglio, frazione di Cepino, a una decina di chilometri dall'ingresso della valle, si diparte la strada che conduce al santuario. Poggiato lassù, a metà del verde Pertùs, come l'Eremo delle Carceri a metà del Subasio, è senza dubbio uno dei più caratteristici del mondo. L'imbocco della grotta del santuario si apre come un cannocchiale sull'alta Valle Imagna e sulle montagne vicine. Dentro, due massicce pareti, tagliate dalla natura nello sperone del monte, sostengono a guisa di immenso architrave un enorme banco calcareo, che sensibilmente inclinato a destra, forma per tutta larghezza e lunghezza il soffitto di questa caverna che da secoli è il centro della pietà mariana di tutta la valle, meta di pellegrinaggi e propulsore di una religiosità che i tentacoli della secolarizzazione non sono riusciti a insidiare. Già don Cesare Carminati, autore dei due volumetti dedicati al santuario della Cornabusa uno del 1922 e l'altro del 1958 sottolineò quale caratteristica della popolazione della Valle Imagna "la più viva e incondizionata devozione alla Madonna della Cornabusa; devozione così profondamente radicata nell'anima di ciascuno, che nemmeno chi ha lasciato spegnere in sè la fede, ha il coraggio di bandirla totalmente dal cuore. Rileggendo le antiche cronache, si trova che fu sempre così, e questa, che si può chiamare la devozione della valle, è la più bella eredità che di generazione in generazione ci hanno trasmesso i nostri vecchi". Avvincente e caratteristica quanto il santuario è la sua storia, che affonda le sue radici in secoli lontani e che ha dovuto essere desunta, ricostruita con la pazienza di chi si accinge a incollare le innumerevoli tessere di un mosaico. Così Padre Claro Personeni (Cepino 17641843), devotissimo della Madonna della Cornabusa, temendo che col tempo le antiche tradizioni si perdessero o si snaturassero, si sobbarcò come racconta don Carminati il paziente lavoro di interrogare le persone più anziane e più autorevoli della parrocchia di Cepino e della valle per raccogliere, epurare e coordinare le antiche tradizioni riguardanti il santuario della Cornabusa. Padre Personeni non lasciò però alcuna traccia scritta del suo importante lavoro, il primo in assoluto teso a inquadrare entro confini precisi la storia del santuario. Fu don Luigi Locatelli (Corna S.Simone 18171870), che aveva raccolto dallo stesso padre Personeni la voce della tradizione, a pubblicare le memorie del santuario tratte in parte anche dai documenti che aveva a disposizione. La sua operetta "Memorie del santuario della Beata Vergine Maria della Cornabusa in Valle Imagna Diocesi di Bergamo" ebbe due edizioni, una nel 1867, l'altra nel 1892.

 

La storia secondo i documenti

"... Il clero e il popolo di Cepino fanno istanza e umilmente supplicano l'E.S. Ill.ma e Rev.ma perchè si degni di conceder loro la licenza di celebrare nel detto oratorio la Messa, almeno al sabato di ciascuna settimana e nella domenica fra l'ottava della Natività della B.V.Maria a culto ed onore della madre di Dio al modo stesso della concessione fatta molto tempo prima del R.mo vicario generale del vescovo di Bergamo il 4 febbraio 1510, come risulta da un rescritto autentico ivi presentato". Il brano, contenuto in un decreto del Vescovo monsignor Luigi Ruzzini, emanato in occasione della Visita pastorale del 21 giugno 1702 a Cepino, costituisce la prima base sicura per la ricostruzione della storia del santuario della Cornabusa. Infatti, dopo aver ricordato l'antichità dell'oratorio eretto nella grotta, le grazie concesse dalla Madonna e lo straordinario concorso di devoti, non solo dalla Valle Imagna e dalla diocesi di Bergamo, ma anche da Milano e altre città lombarde, l'accenno alla concessione del 1510 fornisce una prova sicura che a quel tempo nella grotta della Cornabusa si tributava culto a Maria. Don Carminati, sulla base di una serie di deduzioni, non ritiene però azzardato affermare che la devozione alla Madonna della Cornabusa abbia origini più antiche. Se si domandò e si ottenne licenza di celebrarvi la Messa per soddisfare alla pietà dei fedeli afferma è segno evidente che nella parrocchia di Cepino e nel resto della valle era molto popolare e radicata la devozione alla effigie di Maria venerata in quella grotta. Ora si chiede poteva questa devozione diffondersi in tutta la valle in un breve volgere di anni? Questa devozione appare fin d'allora entrata a costituire in parte il patrimonio e le abitudini religiose della popolazione della valle: ma per arrivare a questo l'esperienza ci insegna che occorre un succedersi di parecchie generazioni, il che necessitava con più forte ragione a quei tempi, nei quali i rapporti tra villaggio e villaggio erano affatto primitivi e molto difficili i mezzi di comunicazione. Nel 1510 quindi la Valle Imagna celebrava da molti anni la festa in onore della Vergine della Cornabusa, dal momento che a quella data era già considerata un'abitudine recarsi al santuario tutti i sabati e naturalmente nel giorno della festa della Madonna. Specialmente le feste, commenta don Carminati, per ottenere presso un popolo diritto di cittadinanza hanno bisogno di un lungo passato che gliele renda care e venerande. Se ci fosse ancora bisogno di una legittimazione si può ricorrere anche alla versione originale latina del decreto di monsignor Ruzzini. Questa dice: "...Audita. . . supplicatione sibi porrecta ab hominibus et vicinis Paroeciae de Cepino exponentibus in quodam specu... antiquitus constructum fuisse quoddam oratorium. . . ": e l'avverbio antiquitus, il nostro anticamente non sarebbe certo stato adoperato per riferirsi ad un passato di soli due secoli. Quindi si può concludere senza dubbio che fin dal 1702 il culto della Madonna della Cornabusa si riteneva comunemente, consenziente la stessa autorità ecclesiastica, di lontanissima origine e invalso da tempi immemorabili nelle tradizioni religiose della valle. Il documento del 1510 è oggi scomparso, non ve ne è traccia nè nell'archivio della parrocchia di Cepino nè in quello della Curia vescovile, ma nonostante la concreta impossibilità di produrlo, non si possono nutrire dubbi circa la sua reale esistenza e autenticità. Ne presero infatti visione, dichiarandolo autentico, il Vescovo monsignor Ruzzini, i canonici convisitatori e il cancelliere vescovile sac. Andrea Valla, che tra l'altro redasse il decreto del 1702. In più l'allora prevosto di Cepino, rev. Maldura, lo aveva citato nella sua relazione al vescovo Ruzzini. Il periodo che si può definire propriamente storico per il santuario della Cornabusa inizia quindi nel 1510 con il decreto del Vicario vescovile di Bergamo, che autorizza la celebrazione della Messa al sabato e all'ottava della Natività. Pochi anni più tardi, si presume tra il 1533 e il 1536, la grotta della Cornabusa diede asilo a un illustre ospite, San Girolamo Miani, definito l'infaticabile apostolo della carità cristiana di Venezia e di Bergamo, che giunse tra i dirupi, tra i quali si apre la grotta della Vergine, per condurre una vita di sacrifici e penitenza. Si tratta di una circostanza ormai certa ed acquisita: ne parlano sia lo storico Cornaro che il Caccia, autore di una vita del Santo. Secondo questi autori, San Girolamo, la cui fama era già diffusa in tutto il Veneto e la Lombardia, raggiunse la Cornabusa valicando il monte che separa la valle Imagna dalla valle S. Martino. Ma il suo soggiorno non si protrasse per lungo tempo. Infatti, troppo distratto e disturbato dal gran numero di devoti che già allora saliva fino al santuario, San Girolamo fu costretto ad abbandonare la Cornabusa per cercare un ambiente più adatto alla solitudine ed alla contemplazione, che trovò sulla più solitaria rupe di Somasca, ove stabilì la sua Congregazione e morì anni dopo. Completamente infondata, e ne fanno fede le date, prima fra tutte quella famosa del 1510, la leggenda secondo la quale fu lo stesso San Girolamo a portare la statuetta della Madonna nella grotta. Egli vi giunse infatti circa un quarto di secolo dopo che nella Cornabusa si celebrava già la Messa in onore della venerata effigie della Madonna. La storia scritta si arricchisce poi con la visita in diocesi del Vescovo Gregorio Barbarigo, che toccò anche il santuario della Cornabusa. Era il 1658 e il Cardinale trovò che la Cornabusa era arricchita di un'indulgenza plenaria per sette anni. Si tratta di un altro tassello importante per ricostruire ed accertare quanta importanza venisse assegnata fin da allora al santuario. Un Vescovo non ha infatti facoltà di concedere indulgenze plenarie; esclusivo dispensatore per tutta la Chiesa è soltanto il Pontefice. Il Barbarigo quindi, o uno dei suoi accompagnatori, ebbe la possibilità di prendere visione dei documenti che comprovavano la concessione dell'indulgenza. Impossibile però risalire al periodo esatto in cui il Papa dimostrò in questo modo la venerazione che già si tributava nel santuario. Padre Donato Calvi, un preziosissimo storico della Bergamasca, nello stesso anno della visita del Barbarigo accennò alla Cornabusa nelle sue "Effemeridi" del 4 maggio, parlando della sagra di San Bernardino nella parrocchia di Cepino. ...della cui parrocchia (di Cepino) a distanza di due miglia della terra, in luogo precipitoso, trovasi una profonda caverna scrive che chiamano quei popoli Cornabusa, in cui sorge una fonte d'acqua limpida e cristallina, e frequentata dalle genti di Cepino, in molte feste dell'anno, correndo tradizione che qui in tempo di guerra si ricoverassero le genti di quei contorni, e per il miracolo di un immagine di Maria Vergine, che seco aveva portato una donna, sorgesse una fonte". E questo un altro importante documento che comprova come questa tradizione, poi diffusasi in tutta la valle e così raccolta dal primo storiografo della Cornabusa, padre Claro Personeni, fosse universalmente accettata già nella prima metà del diciassettesimo secolo. Pochi anni dopo, nel 1680, l'allora Papa Innocenzo XI riconfermò la concessione dell'indulgenza plenaria per sette anni a coloro i quali, confessati e comunicati, nella festa della Natività di Maria Vergine, a cominciare dai primi vespri avessero visitato il santuario della Cornabusa. Dal momento che si tratta in pratica della stessa indulgenza che qualche anno prima aveva trovato il Cardinale Barbarigo, è logico pensare che ci si trovi di fronte ad una semplice riconferma di una concessione fatta in precedenza. Sempre in tema di antichi documenti, non si può dimenticare la memoria scritta dal parroco Maldura, trovata su un antico Messale del santuario e che rileva come il 24 giugno 1702, festa di San Giovanni Battista, lo stesso parroco, quale delegato vescovile, benedisse l'oratorio e celebrò la prima Messa cantata con padre Domenico Cazono, mentre il discorso panegirico della Madonna fu tenuto da padre Marco Palardi, della Compagnia di Gesù come padre Cazono, e missionario per la Visita pastorale.

 

La storia secondo la tradizione

Dal 1296 e per oltre un secolo Bergamo e le sue valli furono insanguinate dalle lotte tra Guelfi, che riconoscevano quale loro unico capo il Papa, e i Ghibellini per i quali la suprema autorità era rappresentata invece dall'imperatore. Welf e Waiblingen, due motti di guerra nella battaglia di Weinsberg, combattuta nel 1158 tra Enrico il superbo, duca di Sassonia, e Corrado III duca di Svevia, diedero appunto il nome alle due fazioni, Guelfi e Ghibellini. Nella Bergamasca la lotta fu lunga, crudele, costellata da saccheggi, incendi e uccisioni, come narrano parecchie cronache del tempo. La Valle Imagna, che qui ci interessa da vicino, si schierò con i Guelfi insieme a S.Martino, mentre le valli Brembilla, Brembana e Taleggio parteggiarono per i Ghibellini. Proprio in Valle Imagna tra il 1350 e il 1400 furono combattute le lotte più violente tra le due fazioni rivali, capeggiati i Guelfi da Pinamonte da Capizzone e i Ghibellini da Unguerrando Dalmasoni di Clanezzo. Logico pensare che in tali circostanze le popolazioni della valle più volte furono costrette a cercare rifugio sui monti, per sfuggire alle scorrerie dei Ghibellini e salvare quanto riuscivano a portare via in tutta fretta dalle case, incalzati dall'arrivo dei soldati. Denaro quindi e attrezzi da lavoro, gioielli e abiti migliori. La tradizione racconta di una anziana e pia donna che nella grotta della Cornabusa portò quanto aveva di più caro: una effigie di Maria Vergine Addolorata. E qui quanto è stato tramandato nella parrocchia di Cepino e in tutta la valle concorda con quanto affermano due dei migliori storici, Flaminio Cornaro e Padre Donato Calvi. Entrambe attestano infatti che l'effigie di Maria venne portata nella grotta da una donna anziana, che insieme ad altri vi aveva cercato rifugio in occasione di guerre. La Cornabusa allora, come racconta il Calvi, era quasi inaccessibile, tanto che tre uomini armati avrebbero potuto difenderla dall'assalto di mille soldati. Cornaro, parlando di questi scontri, asserisce trattarsi di quelli che nel secolo Sedicesimo afflissero la Lombardia, ma questa ricostruzione non appare accettabile, in quanto contrasta con il decreto vescovile che già nel 1510 autorizzava la celebrazione della Messa nella grotta della Cornabusa. Per questo quindi, senza dimenticare la tradizione generale, cioè che la statuetta della Madonna abbia trovato ricovero nella grotta in occasione di guerre, è più logico pensare, seguendo in questo anche l'opinione di padre Personeni che si trattasse degli scontri tra Guelfi e Ghibellini. Secondo la ricostruzione del Carminati, proprio alla seconda metà del secolo XIV si può "se non con tutta certezza almeno con la massima probabilità e verisimiglianza assegnare la prima origine, ossia il primo fatto che diede occasione al santuario" "Fuggendo questi buoni valligiani dagli assalti, dalle insidie, dagli incendi, dalle stragi che ogni dì si facevano più terribili e rovinosi racconta il Carminati e recando seco quel poco che era più necessario, più caro e di facile trasporto in tanto sgomento e scompiglio, più che altrove si nascosero in questa spelonca detta Cornabusa, la quale parve forse più opportuna per la sua posizione occultissima, per i dirupi inaccessibili nei quali è scavata e per la sua ampiezza capace di accoglierne più di ogni altra. In mezzo alla moltitudine, ivi rifugiata per avervi scampo e salvezza, ricoverò pure una povera ma pia e religiosissima vecchia donna, la quale, di tutt'altro sprovveduta, vi trasportava l'unica sua sostanza, il suo preziosissimo tesoro, una cara e bella effigie di Maria Vergine Addolorata. Ben contenta la pia donna di aver potuto così sottrarla alla rapacità e alle profanazioni dei nemici e gelosa del suo tesoro più che della propria vita, esplorando ogni angolo dell'orrida caverna, con tutta cautela finalmente la ripose nel più remoto e segreto nascondiglio, cercando e trovando conforto alla sua sventura nel pregare e piangere inginocchiata davanti alla cara sua Madonna Nè la storia, nè i documenti soccorrono però quando si voglia sapere per quale motivo, concluse ormai le guerre e giunto per tutta la valle un periodo di pace e di tranquillità, l'effigie della Madonna restò nella grotta, o perchè la devota proprietaria della statuetta decise di lasciarla lassu. Si può ipotizzare anche che questo nascondiglio venne scoperto dai Ghibellini e che i valligiani furono così costretti ad una fuga precipitosa, che non lasciò nemmeno il tempo di porre in salvo la Madonna o che l'anziana che aveva celato la statuetta nella Cornabusa restò vittima delle fatiche e degli stenti conseguenti a quei periodi tanto travagliati. Ma non si può nemmeno escludere che proprio lei, d'accordo con altri devoti, "vedendo le tante grazie che loro aveva compartito in quel luogo nel tempo della tribulazione ipotizza il Carminati pensò ivi lasciarla, per fare a Lei devote peregrinazioni e venire a invocarla nel tempo dei pascoli o in occasione di passaggio tra questi dirupi e averla protettrice nei pericoli che vi si potevano incontrare" Come conclude don Luigi Locatelli, primo storiografo della Cornabusa, "il fatto è che dopo non lungo tempo, qui cominciò questa immagine benedetta, con prodigi e miracoli, a dimostrarsi benefica verso chi l'invocava e a conciliarsi la venerazione dei popoli all'intorno. Onde si venne finalmente al savio divisamento di assecondare le amorose intenzioni di Maria e di edificarle sul luogo una chiesa" Mancano ancora qui purtroppo documenti che sarebbero preziosi per una esatta ricostruzione; è giocoforza così fare affidamento ancora una volta sulla tradizione orale raccolta da padre Personeni. Secondo quanto si tramanda, l'effigie della Vergine rimase celata nella grotta fino a quando un anziano contadino, pare si trattasse di un Mazzoleni della vicina contrada di S. Omobono, trovandosi nella zona della caverna, forse per aver smarrito il sentiero, entrò e si trovò davanti la statuetta della Vergine. "Colpito, il buon vecchio, dal celeste tesoro per lui ritrovato, e pieno il cuore di gratitudine e devozione commentava il Locatelli determinossi di venire colà ad ossequiar Maria con visita giornaliera. Sentivasi anche portato e quasi obbligato a manifestarla; ma per umiltà non volle farlo, aspettando che la divina Provvidenza e Maria santissima medesima rivelassero la cosa in altro modo più acconcio. Ed ecco come lo stesso Locatelli riportava la tradizione che si era diffusa nella valle in merito al ritrovamento della sacra effigie. "Trascorsi difatti pochi anni, una giovinetta sordomuta di San Michele, che nei dintorni di quei greppi guardava le sue pecore, entrò essa pure per curiosità ad osservare quell'antro sì oscuro e profondo, e incontratasi a vedere là sotto l'effigie di Maria ne rimase sì fattamente commossa, che volò incontanente a dare notizia ai suoi di casa, parlando speditamente e raccontando il fatto, avendo quindi riacquistato l'udito e la favella. Si aggiungerebbe che Maria Santissima le parlasse dal suo simulacro, ordinando che là sotto nella spelonca le fosse fabbricata una chiesa. Ma questa circostanza non venne assenta con tanta certezza come il resto. I parenti della giovine, rapiti dal doppio portentoso miracolo, si fecero condurre istantaneamente sul luogo; e trovata la verità dell'esposto, non è a dire con quanta premura annunziassero e facessero conoscere a tutti la scoperta della devotissima effigie e il miracolo che aveva restituito alla figliuola sordomuta l'udito e la favella, la quale a sua volta non rifiniva dal raccontare coi più vivi trasporti di gioia tutto l'accaduto. Divulgatasi in un lampo la consolante e prodigiosa notizia in Cepino, in Mazzoleni, in Bedulita e in altri paesi, da ogni parte accorse grande folla di popolo per vedere coi proprii occhi quanto veniva narrato del prodigioso rinvenimento di questa graziosa Immagine, la quale al solo essere veduta aveva operato tanto miracolo. E mentre tutti gli altri si contentavano di ammirare il fatto, di benedire ed esaltare Maria, alcuni più zelanti di quanto non conveniva, nelle notti seguenti la trasportarono prima nella chiesa di Bedulita, indi in quella di Cepino. Ma l'una e l'altra volta all'indomani la trovarono di nuovo al suo posto nella grotta. Sorpresi allora e commossi i fedeli a questi nuovi prodigi, tanto più si invogliarono di averla nella propria chiesa. E pensando che forse non fosse rimasta tra loro perchè non l'avevano trasportata colla pompa e gli onori convenienti, saggiamente divisarono di tornare a trasportarla con solennissima processione; provocando anzi perciò, come asseriscono alcuni, un decreto della Curia vescovile. Si adunano quindi i sacerdoti, si convoca il popolo, si va processionalmente a levare la santa Immagine, non volendo che avesse a rimanere più a lungo dimenticata e sepolta nella solitudine di quella oscurissima caverna. Ma che?... Arrivata la prodigiosa Effigie al luogo ove di presente si vede eretta l'ultima cappella, sul fianco del monte innanzi che incominci la discesa, ecco che con la faccia si rivolge indietro a vista di tutto il popolo e il clero presente; quasi accennando, con questo suo risguardo, al dolore che provava nell'abbandonare quel solitario asilo che essa si era eletto, e indicando con tal nuovo prodigio, che colà volea ritornare, colà rimanere, colà e non altrove, essere invocata e venerata! Al grande inaspettato portento infatti il suaccennato buon vecchio di S. Omobono, che prima l'aveva scoperta, e che devotissimo com'era della santa immagine, era presente al trionfo di Maria, e godeva che essa in tal forma per sè medesima si manifestasse e rivelasse a tutti i suoi superni voleri: Ah! ben io lo sapeva, esclamò senza accorgersi, ben io lo sapeva, essere intenzione e volontà precisa della Vergine di essere onorata nella spelonca di Cornabusa! Il perchè non ci volle di più per far retrocedere immantinente la processione, ricollocare trionfalmente al suo posto la sacratissima Immagine, e non pensare mai più a trasportarla altrove, ma piuttosto ad onorarla il meglio che fosse possibile là, dove ella aveva già fermato sua stanza, cominciato a diffondere grazie e stabilito il suo trono.

 

"La caverna è la chiesa"

Il visitatore che si reca per la prima volta alla Cornabusa resta subito colto da una mortificante delusione. "Crede di trovare così scriveva don Carminati come di solito vicino al campanile la chiesa, ma, per quanto osservi, non vede nulla. Alla sua sinistra sale una gradinata che mette a un piccolo cortile; ci si trova il campanile, ma il fabbricato adiacente non è la chiesa: è la casa del romito. Davanti a lui, tagliata nel vivo della roccia, si apre una strada che gradatamente si allarga fino a trasformarsi in piazza, messa lì, quasi per capriccio, tra un enorme macino che s'innalza a picco e un pauroso burrone che, sotto, si apre nel seno della montagna e si perde giù nei contorcimenti di una gola angusta e scoscesa. Poi più nulla". Ma la chiesa dov'è? "La chiesa è la caverna, se meglio vi garba la caverna è la chiesa scriveva il naturalista Antonio Stoppani nel 1876 nel suo "Il bel Paese" . La rupe che volge la fronte alla valle, dalla parte ov'è l'edificio si trova bruscamente ad angolo retto, e presenta un'altra fronte verso il fondo di essa. Questa seconda fronte è affatto a picco, e scavata nel mezzo da un antro quadrato, dell'altezza di forse dieci metri, larga il doppio. La caverna è nuda, e vi si contano i grossi strati calcarei, sovrapposti con breve inclinazione, che ne formano le pareti, a somiglianza di gigantesco bozzato. Un grosso banco calcareo vi si appoggia tutto d'un pezzo, in figura di immenso architrave, formando la volta, o meglio il soffitto di quel grande pertugio, e sostenendo una pila di innumerevoli strati, regolarmente sovrapposti, che formano tutta la rupe. Là in fondo alla profondità di forse quindici metri si erge il tabernacolo, aperto sul davanti, e protetto da una cancellata di ferro. Sotto il tabernacolo un altare coll'antico simulacro della Madonna della Cornabusa, in grande venerazione presso le semplici popolazioni della Valle Imagna e delle valli circonvicine". In origine la caverna era larga venti metri, alta dodici a sinistra, nove a destra, lunga più di settanta e verso il centro andava gradatamente abbassandosi. Anticamente quindi, avendo il clero e il popolo rispettato la volontà della Vergine, che aveva fatto chiaramente capire di voler restare nella spelonca, sorse il problema di garantire un minimo di decoro. "Onde fu unanime e piena di entusiasmo la gara rammenta il Carminati non solo fra i parrocchiani di Cepino, ma fra tutti i buoni popolani della valle nel contribuire con offerte e con mano d'opera alla costruzione di una cappella nell'interno della grotta, perchè la Regina del cielo, raffigurata nella devota statuetta, vi trovasse un posto più conveniente e decoroso". Facile arguire che una sia pur rudimentale cappella doveva esistere già nel 1510, all'epoca del ricordato decreto vescovile. Lo conferma tra l'altro anche il decreto successivo, quello del vescovo Ruzzini, che accennava a "un oratorio anticamente costruito". Non è possibile sapere con certezza quando quel primitivo oratorio venisse ampliato e sistemato, così come era visibile ai tempi di don Carminati, vale a dire tra il 1908 e il 1958, data dei più recenti e importanti interventi nel santuario. Si può però dedurre, stando al decreto di monsignor Ruzzini, che l'ampliamento e la decorazione della cappella siano state effettuate proprio nel 1702. Anzi, è probabile che a quel tempo si diede nuovo impulso ai lavori proprio per sistemare definitivamente la cappella in occasione della Visita pastorale e avanzare al Vescovo le richieste più sopra ricordate. Lo stesso decreto recitava infatti "(nella grotta) venne anticamente costruito un oratorio sotto il titolo e l'invocazione della B.M.Vergine della Pietà ed ora debitamente ampliato e restaurato". Intuibile anche che l'altare dovesse essere di recente costruzione a quel tempo, e naturalmente conforme alle costituzioni ecclesiastiche, eccettuate le dimensioni in larghezza e lunghezza, troppo strette e la pietra sacra alla quale, scrive sempre il Carminati, non si era ancora provveduto. Col trascorrere degli anni, tra il 1702 e il 1760 vennero costruiti anche due altari laterali, quello a destra dedicato al SS. Crocifisso e quello a sinistra ai Santi martiri Fermo e Rustico. Sempre secondo la tradizione, in occasione della erezione dei due altari il santuario fu maggiormente abbellito. Per quanto riguarda invece l'esterno, già nella vita di San Girolamo Miani edita nel 1791, si accenna oltre che al campanile e alla casa del romito, a cinque cappellette, che forse rappresentavano i miracoli operati dalla Madonna nel suo santuario. Le cappelle comunque non esistevano prima del 1760, dal momento che il Cornaro non le cita affatto, e furono comunque demolite nella seconda metà del secolo scorso, per essere sostituite da altre otto, di forma e a distanza uguale e di una sufficiente ampiezza, spiega il Carminati, per dare più vasto campo al pennello dell'artista, il pittore Sibella di Rota Fuori, che affrescò tra il 1870 e il 1872 i sette dolori della Vergine e la sua miracolosa manifestazione alla fanciulla sordomuta di Bedulita. Nel 1908 alla sommità della salita, ricorda Carminati fu costruita una cappella più ampia delle altre, "di dubbio gusto" che con figure in rilievo rappresenta l'apparizione della Madonna alla pastorella di Bedulita. Prima del 1791 non esisteva la strada che conduceva dalla casa del romito alla grotta, tanto che nella vita di San Girolamo Miani si leggeva "... dietro al quale (campanile) girando per piccola stradella tra orrori di spaventevoli rupi, a occidente s'arriva nel mezzo dell'orrido seno del monte, dove capita sotto gli occhi come nascosta la gran caverna della Cornabusa". Proprio con riguardo alla pericolosità della zona già nel 1938 venne aperta una nuova via "pur nulla togliendo alla suggestiva orridezza del luogo" sistemando l'interno e l'ingresso della grotta. Nello stesso anno furono infatti realizzati un piazzale davanti alla grotta "gettando a cavalcioni di quegli scoscesi dirupi una muraglia ad arco" che però, senza alcun motivo apparente, rovinò a valle, fortunatamente senza provocare vittime. Clero e popolo di Cepino e di tutta la valle non si diedero per vinti e solo due anni dopo riuscirono a ricostruire il grande muraglione. Sempre stando ai vecchi documenti, è possibile sapere che nel 1842 venne abbellita la cappella dotandola di un pavimento di marmo a mezzi esagoni bianchi e neri, su disegno di quello della cattedrale, mentre nel 1854 fu rinnovato il pavimento della parte anteriore della grotta, che venne rifatto con grandi lastroni riquadrati di pietra di Corna.

 

Il Santuario trasformato

Il santuario della Cornabusa solo una trentina di anni fa era del tutto diverso da quello che oggi appare ai pellegrini, che sempre numerosi giungono per l'erta salita da Cepino, sia pure in auto e in torpedone e non più, come nel passato, a piedi, in pellegrinaggi sereni che partivano fina dalle prime ore del mattino, torce e candele accese per illuminare la strada. Fino al 1958 infatti, a detta di gente del luogo, pure devotissima alla Madonna della Cornabusa, a chi veniva da fuori il santuario dava un'impressione quasi scostante, cupa. Una cancellata altissima, spessa e diffidente chiudeva interamente la bocca della grotta come un fortilizio; all'interno, una chiesetta angusta era malamente pigiata dentro il vano scuro e dava un senso soffocante, cone se ci si trovasse in un antro sinistro. Le candele friggevano nell'umidità. Si tornava fuori, ricordano ancora oggi parecchi frequentatori del santuario, con un senso di sollievo, con un bisogno di aria e di sole. Nel 1956 don Angelo Bertuletti, parroco di Cepino Imagna un curato che si autodefiniva "eremita della Cornabusa" decise che il santuario doveva avere un nuovo aspetto. Anche perchè proprio nel 1958 sarebbe caduto il cinquantenario della solenne incoronazione della Madonna. Originale e rara fu quindi l'impresa a cui furono chiamati gli architetti, Luciano Galmozzi e Giuseppe Gambirasio. I due professionisti subito affermarono che "la singolarità del tema, che non ha raffronti con i precedenti, cioè la trasformazione di una grotta naturale in santuario, non poteva suggerirci che una impostazione al di fuori degli schemi usuali dell'architettura religiosa". La grotta restava quindi un fatto vivo, da interpretare senza alcuna alterazione nel suo suggestivo equilibrio di forme e d'ambiente. Secondo i giornali del tempo, si trattava quindi di porre un accento dove l'organismo liturgico lo richiedeva, con un gesto naturale e semplice. Il pavimento della caverna si abbassò di circa tre metri, per realizzarne uno nuovo, grande a lastre di pietra (quello della platea fu dono di un Vanotti di Berbenno, detto Nano) adagiato a catino con studiati effetti prospettici. Questo si prolungò infatti al di fuori della grotta, fino a includere e incorniciare il paesaggio e si pose quale elemento architettonico base, da cui si generano sia i due altari laterali di destra che i confessionali, il pulpito, l'altare maggiore e quello ai piedi della statuetta della Madonna. Come scrissero allora gli architetti, si volle impostare un racconto, quello della grotta e della Madonna, che conferisse al luogo la caratteristica della tradizione figurativa della chiesa. Infatti furono le forme a condizionare il materiale da utilizzare nella trasformazione, proprio perchè era necessario trovare qualcosa che aderisse sia alle complesse forme inventate che alla particolare natura dell'ambiente grotta e paesaggio. Galmozzi e Gambirasio pensarono così ad una serie di getti di elementi composti da leganti e da graniglie di marmi opportunamente scelti, da colare entro forme già predisposte. Molte parti degli elementi di getto furono poi pensate per essere completate con bassorilievi e sculture per la maggior parte descrittive e figurative. Così, entrando nella grotta a sinistra, i due confessionali per le donne ricavati dalla roccia, sono divisi da una grande croce di cemento, i cui bracci sono ornati da simboli vari a rilievo, Adamo ed Eva, il Buon Pastore e l'Immacolata che schiaccia la testa al serpente. Proseguendo verso il centro della grotta a destra ci sono altri due altari laterali in cemento, sul primo è riprodotta la scena della Crocifissione, sul secondo il Transito di San Giuseppe. L'altare maggiore, che si trova al centro, verso il fondo della grotta pure realizzato in cemento porta raffigurata sul paliotto la Pietà, opera dello scultore Elia Ajolfi. Lo stesso artista ha realizzato tutti i disegni degli altari, dei confessionali e della balaustra, preferendo il cemento al posto della pietra, perchè è in grado di dare maggiormente il senso della roccia e di armonizzarsi meglio con la grotta. Sempre dell'Ajolfi sono i rilievi del pulpito, sistemato su un rialzo di roccia naturale, a sinistra di chi guarda l'altare maggiore e il capocielo in rame argentato sopra l'altare maggiore, che misura sei metri per sette ed è opera della ditta Rusconi. Tutto l'altare maggiore è in cemento, il tabernacolo pesa due quintali ed èchiuso da una porticina in rame argentato sbalzato dal Guidotti. Una grande croce, sempre in cemento, domina l'altare, arricchita con altri simboli vari. I misteri dolorosi in rilievo ornano la balaustra di cemento che chiude il presbiterio. L'altare della Madonna è situato in cornu Evangelii, a lato dell'altar maggiore, proprio dove fu riposto secoli fa e quindi ritrovato il prezioso simulacro. Il pallio riproduce appunto la storia dell'anziana in fuga, che sistemò qui la sua preziosa statuetta. In fondo alla grotta c'è il laghetto, quattro metri per sei, a ricordo perenne dell'acqua sgorgata miracolosamente. Sotto i due altari laterali di destra passa un canale sotterraneo della larghezza di circa un metro e alto poco di più, che consente lo scolo delle acque del laghetto, scaricate poi nella valle sottostante. Nel corso degli importanti lavori di sistemazione del '57 e '58, modifiche radicali vennero apportate anche all'esterno. Il piazzale venne infatti sopraelevato per essere portato a livello del nuovo pavimento della grotta (che era stato abbassato di circa tre metri), si chiuse poi con un muraglione a semiluna la nuova platea, facendo così diventare misura oggi 96 metri di lunghezza compreso il laghetto interno, 20 metri di larghezza media e 89 di altezza media. Quattro sono i cancelli per i quali si accede alla grotta, due al centro e due ai lati. A sinistra è stata posta la fontanella che prima si trovava al centro del piazzale. Quella di cui il Carminati diceva "...la chiesa l'annuncia un lieve murmure d'acqua, che rompe la selvaggia monotonia del luogo. t la fontana posta a fianco della grotta. Quel mormorio è un richiamo, un invito: seguitelo e dopo pochi passi vi troverete davanti a un'ampia caverna: quella è la chiesa. Sempre a sinistra del cancello c'è una statua della Madonna della Cornabusa alta quattro metri, mentre a destra ci sono la piletta dell'acqua benedetta e sul muraglione un'altra piccola statua. Oltre il muraglione, verso la valle, corre un passaggio pedonale, che porta verso il monte e Costa Imagna, in più è stata costruita una strada che permette il giro della processione dalla grotta. Negli stessi anni si pose mano anche alla realizzazione di una strada d'accesso, che permettesse di salire anche con le auto, dal bivio prima di Cà Contai, in salita verso Bedulita e poi piegata verso il santuario. Gli importanti lavori per dare alla Cornabusa l'aspetto che oggi tutti conosciamo iniziarono il 7 gennaio 1957, per terminare nel luglio del 1958; nel novembre del 1956 la Commissione d'arte diocesana aveva approvato il relativo progetto. Voluti dal parroco di Cepino, don Angelo Bertuletti, in occasione delle celebrazioni del cinquantenano dell'incoronazione, ("un sacerdote dal cuore coraggioso ed entusiasta e innamorato della Madonna") con un curato, don Giglio Arnoldi ("che la gente ha battezzato don Camillo e che sposterebbe a spallate una montagna per la sua Madonna, se fosse necessario"), i lavori furono compiuti in economia da una quindicina di operai in un primo tempo e poi soltanto da cinque, assistiti appunto da don Giglio. La spesa, ingente, fu coperta con le offerte dei valligiani, sia residenti che immigrati, che dimostrarono naturalmente una generosità singolare verso la loro cara Madonna, come ebbe a commentare don Carminati. "Oggi l'antro della Cornabusa, così com'è, è davvero una scoperta gaudiosa, sia mistica che architettonica dalle caratteristiche uniche scrisse 1' ''Eco di Bergamo'' ai tempi dell'inaugurazione dei lavori . Ci si trova di fronte ad una promessa mantenuta oltre l'aspettativa, ad un lavoro da artisti speleologi quali si possono definire l'architetto Galmozzi, il giovanissimo architetto Gambirasio e lo scultore Ajolfi. Al primo accostamento di fronte al crudo macigno, i suddetti artefici, come essi stessi hanno confessato, si sono trovati sconcertati, ma poi la suggestività del lavoro e il bisogno di non respingere l'invito della natura che concedeva un'infiltrazione entro le viscere della sua maestà alla genialità umana hanno prevalso. Le mine hanno squarciato per mesi il seno millenario della roccia, fino a ottenere l'odierna stupenda caverna che per quasi ottanta metri s'addentra nell'intimità del monte". "Siamo saliti quassù per ben 33 volte dall'inizio dei lavori dissero gli ingegneri abbiamo lavorato con soddisfazione benchè duramente, il nostro è stato un lavoro eseguito in coralità, cioè nessuno ha ignorato l'altro, nessuno ha potuto strafare sopravanzando i colleghi di lavoro, perciò l'opera è risultata omogenea in tutte le parti". "Inoltre ci siamo accostati con umiltà al tema affermò l'architetto Galmozzi lasciando la parte preponderante alla natura, che noi abbiamo solo completato con pochi e sobri tocchi. Davanti all'immensa imboccatura uno spiazzo che è anch'esso chiesa, arginato da un muro a falce riempito da una cancellata, ha potuto dare allo Speco la capienza di oltre tremila persone" Si trattò insomma di lavori impegnativi, basti pensare tra l'altro alle difficoltà di lavorare nella zona, con gli strapiombi, con l'acqua che sgorgava abbondante e a fiotti irregolari sul fondo della grotta, con assoluta povertà di mezzi e inoltre ad una buona distanza dai paesi. E davvero straordinario ciò che è stato fatto si commentò a lavori conclusi. E questo grazie al coraggio di don Angelo, all'abilità dei due architetti e dello scultore, ma anche alla "brava gente della valle che per la propria Madonna ha affrontato ogni sorta di sacrifici, come il sindaco di Bedulita che mise a disposizione una teleferica per portar su tonnellate e tonnellate di materiale". "Adesso, dunque, la nostra terra bergamasca possiede uno dei più suggestivi e singolari santuari del mondo furono sempre i commenti riportati dall"'Eco di Bergamo" E costruito tutto dal Signore per la sua Madre, la Colomba dei Cantici. E magnifico anche come grotta: aperta come da una grande vela di roccia, sul cui bordo esterno si arrampica gioiosamente tutta la vegetazione del Pertùs, è fatta di roccia di una tinta calda, nobile, drappeggiata dolcemente, con le figurazioni tipiche che fanno felici gli speleologi. Si restringe piano piano verso il fondo, dove si alza una specie di basso tronco d'albero a far da tetto, con le sue fronde di pietra, a un piccolo laghetto".

 

L'effigie della Madonna

La statuetta che l'anziana donna salvò dalle scorrerie dei Ghibellini nella valle rappresenta la Madonna Addolorata, che porta in grembo il corpo del Figlio, deposto dalla Croce. La raffigurazione, scolpita in legno, misura 7080 centimetri di altezza. "Rimasta poi per tanto tempo celata sotto questo antro senza riparo veruno, all'aria, all'umido, all'acqua che trapela dalle fessure della roccia, al gelo, a tutti i cambiamenti e alle intemperie dell'atmosfera si chiedeva don Locatelli, primo storiografo del santuario come tutavia si è conservata sempre intatta, illesa, incorrotta con quel colorito vivissimo, bianco e vermiglio, come se fosse di recentissima fattura?" La Commissione artistica che presiedette nel 1958 i lavori di restauro del santuario, quando il gruppo della Madonna Addolorata venne portato a Bergamo per essere sottoposto ad uno studio accurato, affermò, riferendosi alla statua "è di fattura squisita, anche se uscita dalla mano di un artigiano, tutto fa presumere che sia del primo Quattrocento. Il panneggio richiama l'arte dei migliori toscani di quel tempo". La Commissione giudicò così che la statuetta non fosse opera di un artigiano locale, ma che fosse stata importata dalla Toscana. Impossibile risalire al modo in cui l'effigie venne por tata in valle ed entrò in possesso dell'anziana che nelle epoche travagliate delle lotte tra Guelfi e Ghibellini la salvò nell'oscurità della grotta, dove si era rifugiata insieme ad altri valligiani. Dalle risultanze degli studi della Commissione artistica, composta anche dal professor don Teodoro Dolci, dal professor Trento Longaretti, dall'ingegner Luigi Angelini e da un Gritti, don Carminati osservò che per datare l'arrivo della statuetta nella grotta "occorre così risalire verso la prima metà del secolo XV, circa il 1443, data dell'ultima insurrezione contro i Ghibellini di Almenno e vai Brembilla" Nel corso dei lavori di sistemazione del 5758 l'attenzione dei sacerdoti e degli architetti si appuntò naturalmente sulla statuetta della Madonna. La sua nicchia e il suo altare furono così collocati nello stesso posto dove l'effigie era stata nascosta dai rifugiati Guelfi e dove la trovò la pastorella sordomuta di Bedulita: sul fianco sinistro del fondo, perfettamente visibile da tutta la grotta. La Madonna Addolorata era in origine rivestita da un pesante manto, che l'avvolgeva interamente, lasciando sporgere da una spaccatura della stoffa soltanto la testa del Gesù che teneva coricato in grembo. L'intervento di sistemazione la riportò invece a come era nel Quattrocento, liberata dal pesante manto, che le era stato apposto nei secoli successivi, con il sicuro intento di abbellire la scultura. Il volto della Madonna è severo e composto, come nelle classiche figure quattrocentesche, mentre il corpo di Gesù morto che le è adagiato in grembo è stranamente piccolo, come quello di un bambino. E un'anomalia sculturale si notò ma così commovente, così piena di profondo significato umano, dal momento che fra le braccia della Madre il Figlio ritrova sempre le proporzioni di un bambino. L'ultimo respiro è insomma per una Madre come il primo vagito.

 

Le grazie della Cornabusa

Non sono numerosissime quelle riportate da don Carminati, ma c'è un motivo: la mancanza di documentazione. "Di molti e insigni miracoli è rimasta solo la fama scriveva o se ne conserva il ricordo solo nelle famiglie e nelle discendenze dei beneficati. Particolarmente non si ebbe cura di assicurarne con dichiarazioni scritte la memoria e l'autenticità. Dei documenti poi, che pure esistevano, non vi ha più alcuna traccia; probabilmente vennero distrutti e non è inverosimile pensare che non pochi di essi giacciano sepolti e ignorati in qualche archivio o tra le carte di qualche antica famiglia della valle". Resta memoria di Giovanni Piazzalunga di Seriate, che ai primi dell'Ottocento rilasciò una dichiarazione autografa al parroco di Cepino per enumerare le molteplici grazie ottenute invocando l'immagine della Vergine della Cornabusa. Per due volte la Madonna l'aveva guarito da malattie mortali, un'altra volta da un mal di testa così forte e persistente da procurargli la cecità. In più, sempre grazie all'intercessione di Maria, una sua figlia, Barbara Eurosia era stata guarita da altre due malattie: una febbre maligna che le aveva lasciato delle conseguenze alla testa e al viso e un'altra molto grave che l'aveva tenuta per qualche giorno priva di coscienza e in delirio. L'anziano Piazzalunga, nonostante l'età avanzata aveva allora 74 anni volle recarsi ugualmente alla Cornabusa per ringraziare la Madonna. La data ascritta al suo documento autografo è il 4 ottobre dell 806. E' quasi commovente rileggere lo scritto che il beneficato aveva rilasciato al parroco di Cepino: "Gio piazza bnga del Comune di Seriate dalla imagine miracola della Cornabusa riceputo molte grazie guarito di due malatie mortali et un altra mi era venuto un male nella testa il quale sieru venuto orbo con la invocasione di questa imagine della vergine venerata nella Ciesa della Corna busa di vai di magna sono guarito tutte tre le volte et di più mi anno fatto la grazia per una mia figlia per nome barbora eurozia le quale la sono guarita di due malatia la prima malatia sono istata di febre maligna la quale li aveva lasciati delli incomodi nella testa et nella faccia et la seconda era venuta fora de sentimenti et con la invasione (invocazione) della suddetta madona della Corna busa sono guarita et in più mi anno fatto grasia di venire in persona a riverirla et a renderli li grazie ricepute che sono nella etta di anni adesso 74 4 Ottobre 1806 Comune di Seriate". Nel 1838, precisamente il 29 agosto, la Madonna graziò invece Ester Manzoni di Rota Dentro. La ragazza, fin dalla morte di tutti e due i genitori, nel 1836, aveva sofferto "forti apatemi" e fin dal primo gennaio 1838 "era stata sorpresa da veementi e dolorose convulsioni, le quali rendendosi ogni giorno più frequenti e forti, l'avevano ridotta a tale che il 16 luglio fu per più ore in agonia e munita degli ultimi sacramenti non aspettava che di rendere il suo spirito a Dio La giovane si era riavuta, ma ridotta in condizioni tali che non poteva più stare nè in piedi nè seduta se non fosse stata appoggiata a qualche cosa. Il 22 agosto dopo aver dormito poco più di un'ora le apparve in sogno la Vergine della Cornabusa, che le disse: "La ho qui nelle mani la grazia, ma voglio prima che tu venga a fare una visita alla mia chiesuolina, e verrai un mercoledì. Condurrai teco il tuo confessore a dir Messa, e in quella che leverà il Signore ti verrà male, sentirai per tutta la vita (persona) grandi dolori. Ma non abbi paura, che io ti darò la grazia di portarli, e allora ti toglierò di dosso il male e ti metterò addosso la forza. L'inferma dopo un attimo di sorpresa ("ho fatte tante divozioni e non sono guarita") si risvegliò "e piena di fede le parea che la grazia fosse già fatta, onde si mise a ringraziare Maria come se fosse guarita". Secondo l'ordine ricevuto, giunto il mercoledì chiamò dunque il confessore e su una gerla da fieno, con un guanciale da appoggiare il capo, visto che non aveva la forza di reggersi, venne condotta fino al santurario. Lì si bagnò le giunture con l'acqua della fonte della Madonna e venne quindi trascinata, più che condotta, in chiesa. In quel tempo c'erano nei pressi del santuario gli operai che lavoravano all'ampliamento della piazza, che parteciparono alla celebrazione e furono quindi presenti al fatto. Quando il celebrante giunse al canone, l'inferma cominciò a sospirare e si rese evidente che pativa dolori, tanto che "il respiro si faceva sempre più roco e ansante fino all'elevazione "Allora cadde rovescio, trascinando seco le donne che la sostenevano e contorcendosi pei dolori in guisa, che alcuni di quegli operai, non potendo reggere al lacrimevole spettacolo, e pensando che morisse uscirono dalla chiesa. Rimase in tale stato fino al Memento dei morti: cosicchè il sacerdote medesimo che celebrava non sapeva più quasi che cosa si facesse sì per la compassione della paziente, sì maggiormente per la consolazione di veder verificata la visione. Quando ad un tratto l'inferma dice e ripete: Lasciatemi andare, lasciatemi andare! e poichè si continuava a tenerla, il sacerdote rivolgendosi disse: Lasciatela andare, temete si faccia male qui davanti alla Madonna? E difatti, lasciata libera balzò in piedi, congiunse le mani, fissò gli occhi alla Beata Vergine, sah i gradini e andò a inginocchiarsi sulla predella dell'altare dalla parte dell'Evangelo e vi rimase fino alla fine della Messa. Ricevette la SS. Comunione e, fatto il ringraziamento e cantate le litanie, frammiste ai singulti e alle lacrime dei circostanti, il giorno stesso pienamente risanata, senza bisogno alcuno tornava a Rota Dentro, facendo a piedi tutto il lungo cammino e ricevuta quasi in trionfo da moltissime persone, le quali, meravigliate e rapite per la notizia precorsa della grazia ricevuta, erano venute ad incontrarla". Nel 1863 fu invece la volta di una bambina, Rosa Frosio di Selino. La piccola era stata imprudentemente gettata dal fratellino in una fossa piena di calcina appena tolta dalla fornace e aveva riportato una lesione agli occhi così grave da restare cieca, "per modo che i medici ebbero a dichiarare esser difficile potesse ricuperare la vista perfetta". I genitori, senza perdersi d'animo, la condussero al santuario della Cornabusa, le bagnarono gli occhi con l'acqua della sorgente che scaturisce nella grotta e tornarono a casa. Lì ebbero la consolazione di constatare che la piccola aveva recuperato del tutto la vista, "così ritrovò senza sforzo alcuno una piccola moneta perduta che i genitori le avevano posto in mano; e mai più ebbe a soffrire nella vista". Ma la lista delle grazie, per quanto giudicata piuttosto corta, causa la mancanza di relative documentazioni, annovera numerosi altri casi. Si parla per esempio di Giuseppe Spinelli di Almenno S. Salvatore, che soffriva da tempo di una dolorosa cistite per la quale inutilmente aveva tentato tutti i rimedi dell'arte medica. "Essendo ricorso all'aiuto della Madonna della Cornabusa ed essendo venuto a piedi scalzi a far visita al suo santuario ne ritornò perfettamente guarito" Questa grazia è attestata da don Giovanni Pedersini. Quest'ultimo, fin da quando era chierico in seminario si vide spuntare a lato di un occhio un' escrescenza cancrenosa, che i medici avevano consigliato di estirpare. "Ma temendo egli un'operazione così dolorosa e di tanto pericolo, pensò invece di raccomandarsi a Colei che è chiamata Salute degli infermi. Fece quindi voto di visitarne a piedi scalzi il vicino santuario; e, adempiuto appena il voto, la protuberanza cancrenosa sparì da sè medesima quasi per incanto". Sempre don Pedersini venne beneficato un'altra volta dalla Madonna della Cornabusa, dopo essersi procurato un forte patimento come conseguenza di un grave sforzo. "Si trovò perfettamente guarito" quando si rivolse con fiducia alla Vergine. Il diciottenne Luigi Caldara di Giuseppe, della parrocchia di S.Stefano degli Angeli, epilettico da anni, nel 1874 era ridotto a sopportare accessi sempre più violenti del male, tanto che "la famiglia prevedeva prossima la morte del suo infelice Luigi". Il parroco d'allora, don Pietro Mazzoleni, che divenne più tardi canonico onorario della Cattedrale, aveva raccontato ai propri parrocchiani la storia del santuario della Cornabusa, ponendo l'accento sui prodigi e le grazie che Maria aveva operato nella grotta. Così il giovane epilettico accompagnato da due chierici, il cugino Giacomo Caldara e Fermo Suardi, partì per S. Omobono, dove già lo attendeva il parroco Mazzoleni per recarsi insieme in pellegrinaggio alla Cornabusa. "Dopo lungo. e faticoso cammino alle 5 ore si arrivò al santuario. L'infermo si confessò, ascoltò la Messa celebrata dal parroco Mazzoleni per lui, si comunicò coi compagni di viaggio. Dopo la santa Messa nel vicino ospizio fece colazione con appetito straordinario. Allegro, saltellante di gioia, discese dal monte, ritornò perfettamente guarito a S. Stefano e mai più ebbe a soffrire di epilessia". Un altro beneficato dalla Madonna fu Angelo Orizio, un ragazzo sedicenne di Rovato, ammalato per cinque anni al ginocchio destro di "flemmasia linfatico scrofolosa". Nel maggio del 1886 fu condotto alla Cornabusa e "fatte le dovute divozioni dinanzi a quella sacra effigie di Maria Addolorata e bagnatosi la gamba di quell'acqua prodigiosa della grotta, venne a casa perfettamente guarito e non ebbe più nulla a soffrire del suo male". Nove persone sottoscrissero allora una dichiarazione che attestava la guarigione del giovane Angelo. Tra questi c'erano tre sacerdoti. Più o meno la stessa vicenda è quella di Vittorio Roncelli di Villa d'Almè, "tormentato da una piaga purulenta e cancrenosa che minacciava di degenerare in una infezione generale e incurabile". Guarì dopo essersi lavato la piaga con l'acqua della sorgente della Cornabusa. Nel lungo elenco di grazie c'è da annoverare anche quella che la Vergine concesse nell'888 a un professore del liceo di Lodi, Guerrino Prina. L'uomo soffriva di una persistente emorragia emorroidale e si trovò risanato dopo una visita al santuario. Denunciò l'accaduto con una lettera al parroco di Cepino definendosi "un cattolico convinto" ma non "un cretino nè un visionario, nè tampoco un dericale: anzi i clericali mi fanno l'onore di avermi per avversario essendo fautore dell'Italia una, libera e indipendente colla capitale Roma" In tema di grazie ottenute alla Cornabusa, don Carminati cita anche il crollo del gran muraglione che era stato costruito nel 1838 per l'ampliamento del piazzale. Si era in settembre alla vigilia della solennità del santuario e numerosi operai stavano ancora lavorando sul piazzale. Nella muraglia e nel grande arco di sostegno si era già aperta una larga fenditura e il muratore che aveva da poco terminato un tentativo di consolidamento si era appena spostato insieme ai suoi compagni sull'altro versante, per assistere all' accensione dei fuochi artificiali. Allo sparo del primo mortaretto l'arco, il muro e parte del piazzale rovinarono a valle senza provocare alcuna vittima. Facile immaginare cosa sarebbe successo se il crollo si fosse verificato appena un'ora prima, con tutti gli operai allavoro, o peggio, il giorno dopo, quando il piazzale sarebbe stato gremito di fedeli giunti alla Cornabusa per la festa. Nell'edizione vecchia (così la chiama il Carminati) del volumetto sul santuario e in un quaderno che si conserva nell'archivio parrocchiale di Cepino sono registrate altre grazie riportate in ordine cronologico. Nel 1872 Pietro Cardinetti di S. Omobono cadde da una rupe alta venti metri, si raccomandò alla Madonna della Cornabusa e restò illeso. Nell'874 Lucia Cicolari ved. Personeni di Selino fu guarita all'istante da una dolorosissima sciatica. Nello stesso anno Caterina Cassotti di S. Omobono fu liberata da gravi malori che più volte l'avevano ridotta in fin di vita. Era il 1883 quando Teodoro Mazzoleni di S. Omobono, tormentato da terribili e lancinanti dolori all'intestino, dopo aver fatto voto di recarsi al santuario e ricevervi i SS. Sacramenti guarì "e da quel giorno non sentì più dolore alcuno". Lo stesso Mazzoleni attesta anche di aver ricevuto una straordinaria grazia spirituale. Nell'888 Giuseppe Personeni di Cepino riacquistò la vista perduta, adempiendo al voto di far cinque visite alla Cornabusa. Luigi Bolis di Berbenno precipitò nel 1889 da un'alta rupe, mentre tagliava legna a Rota dentro. Invocò la Madonna e restò incolume. Angela Dell'Oro Fumagalli di Valmadrera nel 1891 dichiarò di essere guarita all'istante da un tumore che da tempo l'affliggeva. Una bambina di soli otto mesi, Apollonia Personeni di Cepino per quattro mesi fu tormentata da acutissimi dolori, che l'avevano ridotta in fin di vita. Disperando di poterla guarire con i mezzi umani i genitori la portarono al santuario. La piccola cominciò a contorcersi e urlare "come per l'innanzi non aveva mai fatto. Chiamato d'urgenza il medico, nel visitarla constatò nel basso ventre la presenza di un corpo estraneo, duro e a punta. Praticò un taglio e con somma sua meraviglia estrasse dalle viscere della bambina un acutissimo ago, lungo sette centimetri... Il medico non seppe spiegarsi come la bambina non fosse rimasta vittima di una peritonite". Nello stesso anno, 1892, Maria Radaelli Rondalli di Calolzio, affetta da una fistola all'occhio sinistro, guarì dopo essersi rivolta alla Vergine della Cornabusa. Anche Maria Todeschini di Locatello nel 1892 "molestata da un tumore e spedita dai medici, fece divozione alla Madonna della Cornabusa di andarla a visitare a piedi nel suo santuario e d'allora non soffrì più disturbo alcuno". Ippolito Todeschini di Berbenno nel 1910 guarì invece da un'ernia, dopo essersi tuffato nell'acqua che sgorga nella grotta. Una vicenda recente, avvenuta nel 1958, nel corso dei festeggiamenti del cinquantenario dell'Incoronazione è quella che ebbe come protagonista Pierluigi Mazzucotelli un bimbo di tre anni, che con la madre, il padre e la sorellina era giunto alla Cornabusa il 13 agosto in occasione della Giornata delle donne. Mentre la madre si accostava alla Comunione, Pierluigi, tenuto per mano dal padre, volle camminare sul ciglio della mulattiera, ma improvvisamente con un brusco movimento sfuggì dalla mano del genitore, precipitando nel burrone. Un provvidenziale alberello fermò la caduta del piccolo, che restò, svenuto, impigliato nei rami. "Era vivo: non sembrava nemmeno ferito: ma come salvarlo? Era a una profondità di circa trenta metri. Non c'era tempo da perdere. Si staccò una corda dal campanile: non sarebbe mancato qualche volonteroso che, aggrappandosi, sarebbe riuscito a raggiungerlo e salvarlo. Però nel frattempo un cappuccino, padre Abramo, e un sacerdote passionista erano scesi nel canalone e s'accorsero che era più facile riuscire nell'impresa risalendo il dirupo. Tosto accorsero due giovani di Cà del Foglia (Brembilla), Antonio e Benvenuto Locatelli, ai quali si aggiunse il giovane Giacomo Panseri di Bonate. Intrapresero la difficile scalata e uno riuscì ad afferrare il fanciullo che a. quel contatto tosto rinvenne... Venne fatto scendere lentamente: la mano di uno lo affidava alla mano di un altro, finchè si ridussero sul fondo, per risalire il santuario dalla parte della collina.. Miracolo? Non domandatelo a chi scrive: domandatelo a chi assistette a questa scena rapida, fulminea. Nel cuore di tutti vibrava e ardeva questo sentimento: «Madonna Santa, nel giorno in cui vennero a trovarvi le mamme, ci avete benedetto tutte, salvando il fanciullo a una mamma».

 

Gli ex Voto

La parete sinistra della grotta del santuario della Cornabusa è quasi interamente coperta dagli ex voto, segni e testimonianze della fede e della devozione dei fedeli. Qualche anno fa le edizioni Capelli per la Regione Lombardia pubblicarono un interessante volume, "Pittura popolare Ex voto dipinti della Bergamasca", a cura di Angelo Turchini, una vastissima ricerca per esaminare la traduzione di un discorso religioso in una cultura pittorica definibile come popolare, in quanto espressione di modi di vita e valori condivisi e trasmessi da gran parte della società del tempo. Purtroppo i ricercatori dovettero però rinunciare a procedere alla scheda ura degli ex voto della Cornabusa, ritenuta inopportuna per la propria sicurezza date le notevoli difficoltà e visionato il materiale. Si annota comunque che "gli ex voto (dei primi del '900) sono collocati su un'impalcatura che arriva sino alla sommità della grotta; sono legati ad essa per mezzo di fu di ferro "passante" e sono nella maggior parte danneggiati dalla muffa, per via della forte umidità che regna. Infatti la roccia trasuda l'acqua proveniente dalla montagna soprastante, tanto che i fedeli devono ascoltare la Messa con le ombrelle aperte. Fra gli ex voto recenti ve n'è uno fatto da Gimondi per la vittoria del Giro d'Italia, sapientemente realizzato in cemento" Interessante a proposito di ex voto quanto annotava don Angelo Roncalli futuro Papa Giovanni XXIII, riportato dal Turchini proprio nel volume "Pittura popolare". Il sacerdote cogliendo una realtà insieme umana e religiosa, annotava che la vera storia dei santuari sono gli atti di devozione", sono anzi le stesse pareti del santuario con le lunghe file di dipinti votivi e di ex voto collocati attorno all'altare, o nella cappella o altrove non importa a narrare una storia secolare di amarezze, di dolori, di sofferenze, di momenti di crisi, insomma, risoltisi felicemente e fortunosamente. Gli ex voto costituiscono un tutto unico, un insieme assolutamente straordinario di storie singole risolte in una storia singolare, quella del santuario, ripercorribile attraverso quella che Roncalli chiamava "atti di devozione". Attraverso questi si costituisce una storia soggetta a continuo arricchimento, ma unica nel suo dipanarsi ed evolversi inesistente, perchè tutti gli ex voto, una volta collocati nel luogo deputato sono ricondotti a un unico momento.... La serie degli ex voto nella lettura popolare si costituisce in storia, in memoria collettiva di singoli accadimenti significativi per l'individuo e per la comunità in cui è situato. La storia narrata scorre sotto gli occhi per riverberarsi nella storia parlata: i fatti miracolosi "corron sulla bocca" una volta fuori dello spazio sacro, ma ancora dentro l'aria evocativa da questo promanante. Si tratti di rievocare casi tristi o disperati, gli ex voto sono un indubitabile attestato della potenza del sacro, per cui il territorio per così dire istituzionale della diocesi o della parrocchia è superato, è oltrepassato". Per quanto riguarda invece quelle che sono definite le modalità di ricorso al "sacro" il Turchini porta come esempio un brano tratto pari pari dalla storia della Cornabusa di don Carminati. "Chi scriveva il sacerdote dei quasi 2000 uomini e giovani che la guerra strappò al bene e all'affetto delle nostre famiglie non ricorse durante l'imperversare della tremenda bufera alla Madonna della Cornabusa? Nessuno, tornando dal fronte a rivedere i suoi cari, nessuno negò una visita al suo santuario; nessuno scrivendo alla famiglia se ne dimenticò; nessuno osò affrontare il fuoco nemico senza avere con sè l'immagine o la medaglia della cara Madonna; nessuno al sopravvenire della sera nell'augusta trincea o negli oscuri camminamenti, oppure sotto l'infuriare della raffica del fuoco lasciò d'invocarne il nome. Quanti, scrivendo alle famiglie e ai propri sacerdoti, acclusero nella lettera una generosa offerta pei santuario di Maria, l'elemosina per la celebrazione di una S. Messa davanti alla sua miracolosa effigie! Quanti, non potendo perchè lontani, recarsi a visitare nella sua grotta, vi mandarono chi la mamma, chi la sposa, chi la figlia e chi la sorella! Quanti tornati incolumi alla casa paterna, attribuirono alla Madonna della Cornabusa la grazia per lo scampato pericolo e si portarono lassù con tutta la famiglia a esprimerle più con lacrime che con parole tutta la loro gratitudine! Quanti non udii io stesso ripetere, alludendo alla Cornabusa: Ah, se non ci fosse stata quella Donnina là, non so dove sarei a quest'ora! forse sul Carso, e sul Sabotino, o sul Monte Nero qualche spanna sotto terra!". Don Luigi Locatelli, che per primo raccolse e pubblicò le vicende del santuario, così nella sua operetta del 1867 descrisse gli ex voto del santuario, definendoli "monumento di bontà e di gratitudine" "Qui si vede una tenera madre, là un padre affettuoso, ambedue travagliati e consolati insieme; quella per la guarigione della propria figlia, questi per quella del figlio. Qui famiglie intere di sette persone, là una terza di otto, che tutte hanno ottenuta la grazia dimandata per i propri malati. Questa è una Lucia Mazzoleni, quest'altra una Maria Rosa di Barzana, e queste sono due altre divote tutte favorite di guarigione da Maria. Questa fu risanata da pericolosissima malattia nel 1758, questa nel 1763, quest'altra nel 1848. Qui è un tale di Bergamo che, ridotto agli estremi, ricevuti i SS. Sacramenti e l'ultima benedizione papale, avendo tuttavia invocato Maria della Cornabusa, èperfettamente guarito. Là è un idropico al quale il chirurgo ha dovuto cavare Dio sa quanta acqua, e Maria lo ha perfettamente risanato. Dirimpetto è un infelice con una gamba spaventevolmente ingrossata che forse si dovea amputare; ma la Madonna della Cornabusa lo ha preservato dalla cancrena e dal taglio. Osservate: questi è Agostino Rota caduto da una pianta nel 1709; quest'altro è un infelice di Brumano precipitato da alti dirupi; questo terzo, ecco cade da una casa, e quest'altro da una fabbrica. Ma che? L'invocazione di Maria della Cornabusa tutti li ha salvati. Vedete? Qui sono due che passano lungo una strada sotto una grandine di pietre che precipitano dalla soprastante montagna e non ricevono offesa veruna. E qui è un Francesco Cicolari caduto in un imboscata d'assassini, ferito mortalmente con due palle d'archibugio e tuttavia campa felicemente la vita. E là in quel bastimento, sebbene sì agitato dai venti e dalle onde, sapete voi quante persone si salvarono dal terribile naufragio? Ma chi li ha salvati tutti questi infelici e chi li ha fatti illesi se non Maria della Cornabusa, che tutti hanno invocato con amore e con fede. E quelle bende? e quelle grucce? e quelle scranne? Perchè tutte queste cose qui nel santuario? E bisogno di dimandare? Sono altrettanti monumenti di grazie di Maria. Sono bende di piaghe incancrenite che tuttavia guarirono lavate con l'acqua di questo fonte, alla quale Maria, per premiare la fede dei suoi devoti, ha conferito una virtù prodigiosa. Sono grucce con le quali, a stento e sostenuti dai compagni, si trascinarono al Santuario parecchi infelici, i quali da tempo non potevano più camminare, e sono tornati a casa senza veruno altro appoggio, ovvero quanto prima hanno ottenuto la grazia implorata. E le scranne son qui lasciate per ricordare a tutti la guarigione perfetta di due giovanetti, ai quali doveasi fare amputazione dei piedi. Similmente quei cuori d'argento, quei voti che dappertutto circondano la venerata effigie nell'interno della sua nicchia, non sono altro che tutti segni e monumenti pur questi di grazie ricevute dalla beatissima Vergine; come lo erano eziandio quelle altre tante tavolette, che ancora a nostro ricordo si vedevano, quelle innumerevoli altre che si vedevano nei secoli passati e che ora sono state rose e consunte dal tempo".

 

La solenne incoronazione del 1908

Novemila firme, tante ne vennero raccolte nell'898 in tutta la valle per una sottoscrizione che chiedeva che la Madonna della Cornabusa fosse incoronata allo stesso modo di quelle del santuario di Caravaggio o di Ardesio, di Ponte Nossa o di Desenzano, Stezzano e Santa Caterina. E perchè non si incorona la nostra Madonna? Era questa la domanda che si era affacciata spontaneamente nella mente dei valdimagnini e che, pronunciata dapprima timidamente, poi con sempre crescente insistenza ripetuta, diventò desiderio, speranza e infine proposito dell'intera popolazione. Nel 1900 il parroco di Cepino e rettore del santuario della Cornabusa presentò così al Vescovo mons. Gaetano Camillo Guindani il voto del clero e del popolo della parrocchia. Guindani trasmise così, facendolo suo, il desiderio degli abitanti della valle al Capitolo Vaticano (cui spetta il diritto di incoronare le Immagini della Beata Vergine) appoggiando e raccomandando la richiesta. Era il gennaio del 1901. Nessuno osava sperare comunque che la domanda potesse essere accolta ed esaudita in tempi brevi, ma segretario del Capitolo Vaticano era allora monsignor Cavagnis, nativo di Bergamo. "Il degno prelato ritenne singolare favore concessogli dal cielo il vedersi capitar fra le mani questa pratica, che gli forniva l'insperata occasione di poter così onorare quella effigie ch'egli, fanciullo ancora, aveva con filiale affetto visitato nella sua grotta". E così già il 29 marzo dello stesso anno monsignor Cavagnis firmò il decreto dell'incoronazione, redatto e inviato al Vescovo di Bergamo dall'allora segretario di Sua Santità Leone XIII, arciprete della Basilica Vaticana e prefetto della S. Congregazione della rev.ma Fabbrica di S.Pietro, Cardinale Rampolla. Un'altra autorevole parola in appoggio alla richiesta della valle fu quella pronunciata da monsignor Radini Tedeschi, allora Canonico di S. Pietro e molto influente nel mondo ecclesiastico di Roma. Sarebbe stato lo stesso prelato, divenuto Vescovo di Bergamo, a incoronare qualche anno più tardi la Vergine della Cornabusa insieme al cardinale Maffi. Ottenuto il sospirato decreto, iniziava però il faticoso impegno di preparare i festeggiamenti, che avrebbero dovuto essere grandiosi. Al clero e al popolo di Cepino si unirono "con mirabile slancio di pietà e sacrificio" clero e popolo di tutta la valle. Si trattava infatti di fabbricare la nuova casa parrocchiale, dove avrebbero dovuto essere ospitati i prelati invitati alla cerimonia, sistemare le strade, abbellire il santuario e soprattutto raccogliere i fondi necessari per allestire le feste. I lavori si protrassero per sette anni. "I valdimagnini non si sarebbero mai rassegnati a fare una cosa meschina. Avrebbero quindi aspettato. La pena della lunga attesa sarebbe stata largamente compensata dal superbo spettacolo dell'omaggio da essi tributato alla loro Madonna, omaggio solenne e senza pari". E il 20 aprile del 1908 le campane diedero finalmente il sospirato annuncio che quell'anno avrebbe avuto luogo la solenne incoronazione. Avvicinandosi la data della cerimonia, in valle cominciarono a ritornare numerosi emigranti, che non avrebbero voluto mancare proprio quel giorno intorno all'altare della Madonna. "Tornarono dunque, e la festa di ciascuna famiglia nel rivedere e riabbracciare i suoi cari, rese più viva la gioia e intensificò l'entusiasmo delle feste di tutta la valle". Il Cardinale Pietro Maffi, Arcivescovo di Pisa e primate di Sardegna e Corsica, monsignor Giacomo Radini Tedeschi, Vescovo di Bergamo e monsignor Luigi Maria Marelli, Vescovo di Bobbio furono i tre prelati a cui toccò l'onore di cingere della corona d'oro il capo della Madonna della Cornabusa. L'arcivescovo di Milano, il Cardinale Andrea Ferrari, cui sarebbe spettato il diritto di compiere il rito, declinò l'invito, trattenuto altrove "da gravi e improrogabili cure del pastorale". Il 2 ottobre, vigilia dell'inizio dei festeggiamenti, giunse a Bergamo il Cardinale Maffi, che nel pomeriggio dello stesso giorno accompagnato dal Vescovo della diocesi proseguì, in carrozza a quattro cavalli e lungo la strada dei Torni, verso la Valle Imagna. Mancava ancora monsignor Marelli, che avrebbe raggiunto i due prelati a Cepino il giorno successivo. Giunti all'imbocco della valle, al ponte sul Brembo tra Villa d'Almè e Almenno S. Salvatore la carrozza degli ospiti fu affiancata e seguita da altre, che portavano a bordo altre personalità religiose, tra le quali il parroco di Cepino don Giuseppe Baretti. Dal ponte di Almenno, accanto al quale sorgeva uno degli archi trionfali che per otto chilometri, lungo l'intero percorso, avrebbero accompagnato il corteo, iniziarono le festose accoglienze. Tutta la popolazione della valle si era riversata lungo la strada che conduce a Cepino e nel paese stesso. "La via è tutta un addobbo scriveva don Carminati : archi, sandaline, fiori, sempreverdi, drappi, pizzi, così tutte le case del paese: il selciato è tutto seminato di fronde e di fiori; non vi è angolo che non rechi una nota di festa; persino le piante sono adorne e imbandierate". Il vero e proprio ciclo dei festeggiamenti, che sarebbero durati tre giorni si aprì con la prima funzione religiosa nella parrocchiale di Cepino, dopo la benedizione e l'inaugurazione della nuova casa parrocchiale. Il perpetuo avvicendarsi di gioie e di dolori nel corso della vita umana fornì al Cardinale Maffi il tema del discorso improvvisato, dopo la recita del rosario, nella parrocchiale. "Come nella vita di Cristo, così nella vita della Chiesa: dopo i trionfi, le persecuzioni; dopo le consolazioni, le amarezze. Così anche nella vita di Maria: essa fu circondata da gloria ed esperimentò ineffabili consolazioni: ma lungo il suo cammino incontrò anche profonde umiliazioni e indicibili dolori. Noi incoroniamo la Madonna: ecco la gloria! ma incoroniamo la Madonna Addolorata: ecco l'umiliazione e il dolore! Oggi sono due corone d'oro che poseranno sul capo di Gesù e Maria: ma prima il capo di Gesù fu torturato da una corona di spine, e sul capo di Maria si abbattè la più grande sventura che possa colpire il cuore di una madre. In questo giorno il cuore di Maria esulta di una gioia trionfale, ma prima quello stesso cuore fu trafitto dalle spade del più grande dolore. Come la vita di Cristo, della Chiesa e di Maria, così la vita nostra, la vita delle nazioni, delle famiglie, degli individui. Oggi siamo in festa, domani potremmo trovarci nell'afflizione". Da questo continuo alternarsi, concluse il Cardinale, bisogna quindi trarre profitto per riflettere che, se la terra non è in grado di darci la felicità e se così facilmente alla gioia può succedere il dolore, soltanto per quelli che hanno saputo abbracciare insieme a Gesù la croce delle tribolazioni ci sarà come premio, come immutabile ed eterno godere il paradiso. Conclusa la funzione con la benedizione, la sorpresa per tutti fu, usciti dalla chiesa, lo spettacolo della valle completamente illuminata. "Sui colli e sui cocuzzoli dei monti circostanti ardono grandiosi falò. Numerosi razzi a guisa di stelle filanti rompono qua e là con scie luminose". Ma questo non era che il preludio.

 

La prima giornata, sabato 3 ottobre 1908

Momento culminante della giornata sarebbe stato il trasporto della statua della Vergine della Cornabusa fino a Cepino, dove il giorno successivo si sarebbe tenuta la solenne cerimonia dell'Incoronazione, ma fin dall'alba la via che dal paese sale al santuario formicola di lumi, quelli dei pellegrini, giunti anche da paesi lontani per onorare la Madonna ed assistere all' Incoronazione. Intanto sia nella parrocchiale che al santuario la celebrazione delle Messe era iniziata proprio fin dalle prime ore del giorno. Lo stesso Cardinale Maffi, assistito da due canonici celebra nella parrocchiale la Messa conventuale e distribuisce la Comunione generale. Il sole è già alto quando il Vescovo di Bergamo, mons. Radini Tedeschi si avvia alla volta della Cornabusa, dove "Maria siede Regina sopra un trono dorato, eretto nel centro della grotta, tutta ricoperta di oro e di gemme, circondata di fiori e di ceri ardenti". Alle 8.30 inizia la celebrazione della Messa pontificale del Vescovo, assistito da monsignor Giuseppe Facchinetti e altri canonici della Cattedrale, presenti tutti i parroci e i sacerdoti della valle. Rammentando una visita alla Cornabusa di ben 37 anni prima, quando giovanetto era giunto lassù ad onorare Maria, monsignor Radini Tedeschi parla della Cornabusa come un rifugio. Come lo fu secoli prima nelle lotte tra Guelfi e Ghibellini, oggi "è divenuta un rifugio caro e sicuro anche in altre terribili battaglie per la Chiesa, per la fede, per la morale, per tutto ciò che è santo, per la salvezza delle anime". Maria stessa la cui immagine della Cornabusa è quella dell'Addolorata sul Calvario "dove rinunciò alla maternità divina per prendere noi come figlioli" è madre, regina dell'umanità sofferente e rifugio. Terminata la Messa solenne, dal santuario fino alla parrocchiale di Cepino comincia a snodarsi la processione per il trasporto dell'effigie della Madonna. "Tutte le parrocchie della valle vi sono rappresentate. E' uno scintillare di croci d'argento, di ricchi stendardi, di preziosi paramenti. Qua e là gruppi di confratelli del SS. Sacramento nelle loro belle e vivaci divise: numerose rappresentanze delle Associazioni cattoliche precedute dai loro vessilli: poi più di cento giovani in cotta portanti magnifici ceri ardenti: poi una interminabile sfilata di chierici: poi i sacerdoti, i parroci in divisa, i canonici, i prelati, i Vescovi di Bergamo e di Bobbio, il Cardinale Arcivescovo di Pisa nella maestà della sacra porpora; poi il trono dorato col simulacro della Vergine; poi un torrente, una fiumana di popolo; poi i canti, i concerti dei corpi musicali l'echeggiare dello sparo dei mortaretti; poi lo sfondo verdeggiante del colle e l'occhieggiare dei cespugli sorridenti al cielo nella gloria del sole; poi un numero infinito di spettatori accalcati a ogni risvolto della via, aggrappati a tutti i picchi, a tutte le sporgenze di roccia, addossati a tutti i poggi, sporgenti da tutte le macchie, disseminati ovunque sul vasto e accidentato pendio del monte". In maniera tanto efficace descrive don Carminati la discesa del simulacro di Maria dalla sua grotta fino alla parrocchiale di Cepino, dove il giorno successivo avrebbe avuto luogo la solenne incoronazione. La sera della vigilia la valle è un formicolare indescrivibile di lumi, con i falò sulle sommità dei monti e razzi luminosi, girandole e candele romane, con zampilli e piogge luminose rutilanti tutti i colori dell'iride.

 

La giornata dell'incoronazione

E' domenica, 4 ottobre, e fin dall'alba il sagrato e le adiacenze della chiesa di S.Bernardino la parrocchiale sono già animate in maniera insolita. Nella chiesa che rigurgita di fedeli mons. Radini e mons. Bobbio celebrano la Messa, alla Comunione numerosi sacerdoti vengono in loro aiuto per riuscire a comunicare la folla. Mortaretti e campane fuori sottolineano la gioia di tutta la valle per l'avvenimento che si compirà di li a poco. Sul presbiterio della parrocchiale il cardinale Maffi insieme ai mons. Radini Tedeschi e Marelli compie l'atto che precede l'inizio del solenne Pontificale: benedice le due corone artistiche e preziose, le chiama don Carminati che dovranno cingere il capo della Madonna e di Gesù. Sono due fanciulli valdimagnini vestiti da paggetti che portano le due corone su cuscini di velluto davanti al trono di Maria. E il Cardinale Maffi a tenere l'omelia e con uno spunto delicatissimo accosta subito il santuario della Cornabusa a quello toscano di Rupe cava. Ricorda infatti l'Arcivescovo di Lucca, mons. Arrigoni, la cui famiglia era originaria proprio della Valle Imagna. "Nell'invito che mi avete fatto dice ho ravvisato una disposizione della Provvidenza, la quale volle che la Toscana ricambiasse la Valle Imagna di ciò che questa fece per essa "Infatti mons. Arrigoni dalla Valle Imagna più volte aveva visitato la grotta che si apre nel monte che separa il territorio di Pisa da quello di Lucca "per che i pisan veder Lucca non ponno" secondo Dante. La grotta viene chiamata di Rupe cava e con lo stesso nome viene appellata la Madonna che vi si venera. "Ora dice Maffi dalla Toscana viene a voi un altro Vescovo e si dirige a un'altra grotta che voi amate la Cornabusa, per incoronarne la Madonna. dunque un richiamo che la Toscana rende alla Valle Imagna" Qualche anno più tardi nella prefazione che lo stesso Cardinale Maffi scrisse per il volumetto di don Carminati sul santuario valdimagnino, l'alto prelato affermò che i due santuari gli richiamavano i duo Seraphim "che ogni domenica noi sacerdoti troviamo richiamati nel Breviario e che clamabant alter ad alterum: e per me sono le nostre due valli, le nostre due montagne, le nostre caverne che l'una all'altra si rispondono echeggiando Maria!". "Columba mea foraminibus petrae...." le parole del Cantico rivolte alla Madonna richiamano altre grotte: Betlemme e il Calvario; altre fessure: quella dove fu piantata la croce su cui morì Gesù e i fori aperti nel corpo di Cristo e questo insegna, secondo le parole di Maffi, "che a gloria non si ascende, se non passando per le vie del dolore". Del resto le stesse cappelle che ornano la strada che conduce al santuario richiamano lo stesso insegnamento, dalla gioia di Maria incoronata dal Signore fino alla via dolorosa della fuga in Egitto, per poi arrivare alla gloria del santuario. E ancora: "la stessa via che guida alla Cornabusa è un ammaestramento per chi sa dalle cose di quaggiù trarre argomento per salire su verso il cielo. Essa è scavata nel sasso, non è ombreggiata, non una stilla d'acqua la refrigera. Immagine di ciò che talvolta accade a chi sale l'erta della virtù. Ma l'acqua fresca e refrigerante si trova alla grotta: il refrigerio è premio della virtù: l'ultimo passo mette dalle lacrime al gaudio sempiterno. Di più: quella via a risvolte sale, sale sempre. Ci insegna che in qualunque condizione ci troviamo, purchè o l'obbedienza o la Provvidenza stessa ci abbia in essa collocati, sempre possiamo salire su verso il cielo" E' giunto il momento dell'incoronazione. Per dare la possibilità al maggior numero di persone possibile di assistere al rito, il trono che sorregge il simulacro della Madonna è stato collocato sull'ampio sagrato, su una tribuna rialzata. Davanti al trono i Cardinali e i Vescovi, assistiti da numerosi canonici della Cattedrale da parroci e sacerdoti della valle ascoltano il cancelliere vescovile, mons. Vittorio Masoni leggere il decreto del Capitolo Vaticano che concede all'effigie l'onore dell'Incoronazione. I tre alti prelati firmano il verbale del rito, steso dallo stesso mons. Masoni. I padrini delle corone, Giovanni Frosio e Giacomina Invernizzi, entrambi di Cepino, salgono i gradini del trono accompagnati dai due paggetti che reggono le corone, salgono anche il parroco di Cepino, don Baretti e il Cardinale Maffi. Tra il suono delle campane, lo scoppio dei mortaretti e gli squilli delle trombe dei corpi musicali il Cardinale cinge la fronte di Maria e di Gesù con le due corone. Intorno esplode l'entusiasmo e, concluso il rito, i fabbricieri della parrocchia del santuario riportano il simulacro della Vergine nella parrocchiale. I devoti si alternano fino a sera tra i Vespri pontificali, la benedizione e la Cresima amministrata nel pomeriggio dal Vescovo di Bergamo. L'illuminazione della valle a sera sigla il termine del giorno "faustissimo e felicissimo che rimarrà memorando negli annali della storia del santuario della Cornabusa e della vita religiosa di Bergamo".

 

La terza giornata

Oggi, lunedì, la Madonna torna alla sua grotta. La processione, "grandiosa e interminabile"' si snoda alle 8, con le parrocchie al completo, clero, confraternite, circoli giovanili, autorità, sacerdoti, canonici della Cattedrale e dietro al trono "viene cavalcando il Cardinale Maffi, seguito dai Vescovi di Bergamo e di Bobbio". Poi i fedeli. E' monsignor Marelli, Vescovo di Bobbio, che celebra la Messa insieme agli altri due prelati e all'omelia ricorda la prima Incoronazione della Madonna, l'Annunciazione. Dopo, "umile nella sua gloria, abiit in montana cum festinationeansiosa, amorosa sale le montagne della Giudea, onde nascondere agli uomini lo splendore che emanava dalla sua fronte. Qui avviene lo stesso fatto. Ieri incoronata giù sulla piazza: ed oggi risale alla sua montagna". Come Maria sulle montagne della Giudea esercitava la carità, santificava Giovanni e di Elisabetta faceva una profetessa, dalla Cornabusa vuole "spandere grazie e favori sui suoi figli devoti.... Oggi si diffonde l'indifferentismo prosegue Marelli . Lo temevo anche per voi salendo quassù. Ma con gioia ripeto: qui l'indifferentismo non c'è. Qui c'è la fede. Ma se l'avete, o cari, conservatela e pregate per i vostri fratelli lontani e in lotta in mezzo agli errori, per i colpiti dall'indifferenza. Pregate la Madonna che faccia rifulgere la scintilla della fede, che mandi sacerdoti zelanti!" Accanto ai bisogni morali dove Maria, "refugium peccatorum", è pronta a tendere la mano, ci sono anche quelli materiali e la Madonna, "consolatrix afflictorum", anche qui non abbandona i suoi figli. "Quelle tavolette attestano ciò che Maria ha fatto. Qui troverete sempre soccorso non solo per voi, ma anche per i vostri cari". Con la benedizione del Santissimo si chiude il ciclo dei festeggiamenti, ma non è così per i fedeli, che stentano a lasciare il piazzale e la grotta. E il Cardinale Maffi quello che si vuole per l'ultima volta ascoltare. E il prelato acconsente, sale su una sedia e da quel pulpito improvvisato, vicino alla cancellata del santuario, parla alla folla. Sono ringraziamenti e congratulazioni, l'assicurazione che il Santo Padre "amareggiato da tanti dolori" troverà motivo di conforto nel sapere "che i bergamaschi non smentiscono le gloriose tradizioni religiose dei loro padri; che anzi con rinnovato fervore sono fermamente decisi di proseguire nell'intrapreso cammino della franca professione, della leale pratica della loro fede". E a conclusione non manca l'esortazione a non abbandonare mai la strada scelta. "E' camminando così che voi arriverete a Dio, raggiungerete la meta ultima, il cielo, dove vedrete e saluterete nella maestà della gloria quella dolce Madre che avete onorato e incoronato nella sua effigie miracolosa.

 

Il sacerdote Angelo Roncalli

Il verbale o istrumento della solenne incoronazione subito dopo le prime firme porta quella del "sac. Angelo Roncalli segretario vescovile". Il futuro Papa Giovanni XXIII partecipò infatti alle cerimonie del 1908, ma già parecchie volte, fin da ragazzo e da seminarista, aveva affrontato la salita che conduce alla Cornabusa. Così comunque ebbe a ricordare la sua partecipazione all'incoronazione della Vergine Addolorata nel volume secondo dei suoi "Scritti e discorsi". "Il fervore religioso della Valle Imagna per la Cornabusa trovò il suo punto più luminoso cinquant'anni or sono ottobre 1908 (il Pontefice riporta il discorso che tenne nel cinquantenario dell'incoronazione, nel 1958) quando il venerato Vescovo nostro, mgr. Giacomo Maria Radini Tedeschi, accogliendo i voti del clero e del popolo bergamasco, oltre che il desiderio unanime dei tanti e innumerevoli devoti della Madonna della Cornabusa, ottenne dalla Santa Sede l'autorizzazione di incoronare di aureo diadema la piccola statua dell'Addolorata e del suo Figlio giacente sulle sue braccia materne. Voi crederete alla mia commozione, se vi dico che ho ancora negli occhi quella festa, che io seguii con viva tenerezza di giovane sacerdote. Fu una celebrazione indimenticabile, onorata dalla presenza del grande Cardinale Pietro Maffi, Arcivescovo di Pisa e dei due prelati monsignori Radini e Marelli, l'uno e l'altro, in successione Vescovi di Bergamo (19051914) Monsignor Radini, oratore insigne tra i Vescovi d'Italia, per la circostanza offriva a Maria Addolorata l'omaggio del suo silenzio, per lasciare parlare il Cardinale e l'inimmaginato suo successore, che dissero cose mirabili al clero ed al popolo numerosissimo ed esultante".

 

Il clero della Valle stretto intorno alla Madonna

Dopo i tre giorni delle feste dell'Incoronazione, martedì 6 ottobre "i sacerdoti della valle vollero tributare a Maria un omaggio tutto loro, l'omaggio del sacerdozio cattolico. Alla celebrazione al santuario partecipano oltre cento sacerdoti "per ripeterle tutti insieme il grazie della riconoscenza, per presentarle nel modo più solenne l'attestato dell'amore e della pietà filiale" è monsignor Marelli, Vescovo di Bobbio, rimasto in valle, a pronunciare l'omelia nella quale viene esaltato il parallelismo tra Maria Addolorata e il sacerdote. Maria corredentrice, dispensatrice dei tesori della redenzione, simbolo di una maternità nuova ha una figura che presenta molti punti di contatto con il sacerdote. Anche quest'ultimo infatti nel corso della Messa "presta l'opera sua perché si rinnovi e si ripeta il sacrificio della Croce, così come Maria diede il suo consenso alla passione di Cristo". Come la Madonna rinunciò ad ogni diritto sulla vittima divina che le apparteneva in quanto figlio, per dispensare i tesori della Redenzione, affinché si compisse la salvezza del mondo , così il sacerdote "dispensa alle anime i frutti della Redenzione" sotto forma di penitenza ed Eucarestia. Ugualmente cè un parallelo tra la maternità di Maria e la paternità di anime del sacerdote, che sacrifica quella della natura per avere quella della grazia. Monsignor Marelli conclude la sua omelia esortando i sacerdoti a condurre i fedeli al santuario di Maria, "precedendo i vostri fedeli con il buon esempio, venite voi stessi e frequentemente". "Qui vicini alla buona Madre concluse , meditando nel silenzio della sua grotta le verità eterne, ascoltando la sua parola che va dritta al cuore, trattando con lei gli interessi della vostra anima e delle anime di cui davanti a Dio e davanti alla Chiesa avete le responsabilità, voi, o sacerdoti, ritemprerete il vostro zelo, ravviverete la vostra pietà, purificherete le vostre coscienze e ritornando alle vostre parrocchie vi porterete con voi il segreto della riuscita: la benedizione e la protezione di Maria.

 

Il cinquantenario dell'incoronazione

Cornabusa 19081958. Un'altra grande data. Per l'occasione il santuario si presenta ai fedeli completamente rinnovato, dopo i lavori che si sono protratti per un paio d'anni. Proprio il 1958 segna per la Cornabusa uno straordinario interesse, come nota Giambattista Busetti nel suo "I santuari mariani della Bergamasca" e questo per due motivi. In quest'anno è ormai conclusa la comoda strada che da Cepino conduce fino alla grotta, che si trova tra l'altro in una splendida posizione, che favorisce le passeggiate, che possono essere ben completate da qualche devozione alla Madonna. La seconda circostanza, afferma Busetti, è rappresentata dai profondi legami che con la Cornabusa ebbe don Angelo Roncalli, divenuto poi Papa con il nome di Giovanni XXIII. Un Papa bergamasco che con la sua terra conservò sempre rapporti estremamente vivi e vivificanti. Fu proprio il Cardinale Roncalli, allora Patriarca di Venezia a intervenire nel 1958 alle celebrazioni del cinquantenario dell'incoronazione della Madonna della Cornabusa. Quella fu la sua ultima visita al santuario, solo due mesi dopo venne infatti eletto Papa. "Quella visita del Cardinale Roncalli al santuario della Cornabusa non fu però un fatto isolato, ma l'ultimo di un rapporto strettissimo che lo aveva sempre legato a questo santuario, che il Papa bergamasco predilesse in modo particolare così che da allora lo si chiamò anche "il santuario di papa Roncalli". Infatti i suoi antenati venivano dalla Valle Imagna e portavano nel sangue la devozione alla Madonna della Cornabusa". L'affetto del Cardinale Roncalli si manifestò con frequenti visite, ma soprattutto nel 1954, arrivato a Cepino dopo aver visitato il parroco don Angelo Gritti che era infermo, salì ai piedi del santuario dove rimase in ritiro per qualche giorno. Proprio in occasione di quel suo soggiorno alla Cornabusa, prima di recarsi al suo paese natale, Sotto il Monte, per celebrare il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, il Cardinale promise a don Angelo Bertuletti, parroco di Cepino, la sua presenza per le celebrazioni del cinquantenario dell'Incoronazione. In questi ultimi anni quindi il santuario è stato in pratica inserito nell'itinerario dei luoghi che concorsero a formare la pietà di Papa Giovanni, ed ecco spiegata una sorta di risveglio d'interesse, non tanto da parte della popolazione della Valle Imagna, per cui la Cornabusa ha sempre rappresentato il centro ideale del culto a Maria, quanto da parte di pellegrini provenienti anche da centri più lontani e dall'estero. "Un grande arco di luce unirà sempre nella fede e nella speranza la pietra dell'Albenza e la più alta vetta della cristianità" si scrisse ricordando i legami intercorrenti tra il Papa e il santuario, e, all'interno della grotta, una lapide murata a destra recita: "Don Angelo Giuseppe Roncalli onorava con la sua presenza e la sua profonda pietà questo santuario il 4 ottobre 1908 quando il Card. Pietro Maffi questa sacra immagine solennemente coronò e già Card.Patriarca di Venezia dal 9 al 14 agosto 1954 qui sostava di nuovo a meditare nell'umile santità del monte il cinquantesimo del suo sacerdozio. Qui ancora il 16 e 17 agosto 1958 piamente venerava l'eccelsa gloria di Colei del cui Figlio fu eletto Vicario in terra il 28 ottobre dello stesso anno col nome augusto di Giovanni XXIII" I festeggiamenti per il mezzo secolo dall'Incoronazione vennero fissati dal 10 al 17 agosto, in pratica un'intera settimana, dalla domenica alla domenica, che si aprì appunto con l'arrivo del Vescovo, monsignor Giuseppe Piazzi che amministrò la Cresima a decine di fanciulli giunti da tutta la valle. Dopo aver invocato la benedizione di Maria su tutti i valdimagnini, compresi gli emigranti, il Vescovo termina dicendo "Voi avete reso più grande e più bella la dimora che su questi dirupi si è scelta Maria, ma siatene sicuri: essa non si lascerà vincere in generosità: in compenso, se le sarete sempre devoti e fedeli, preparerà a ciascuno di voi un trono di gloria nel suo regno del paradiso La settimana "santa" prosegue con le giornate dedicate ai fanciulli, ai sacerdoti, alle donne, quest'ultima con la terribile avventura del piccolo Pierluigi Mazzucotelli che precipita nel dirupo che costeggia il sentiero che conduce al santuario e resta illeso. Poi tocca alle giovani, che convergono in più di duemila nella grotta trasformata, come scrisse l"'Eco di Bergamo", in un cantiere mistico in cui fervevano i canti e le preci giovanili. Dopo la Messa vespertina la Madonna della Cornabusa scende tra la sua gente in processione tra le fiaccole e i paesi illuminati. Prima del solenne trasporto nella parrocchiale di Cepino, nella grotta la Messa è celebrata dal parroco del paese, don Angelo Bertuletti, "che per due anni fece la spola tra Bergamo e Cepino, avvicinando ingegneri, professori d'arte, scultori, paziente lavoratore e tenace realizzatore che insieme col suo curato fu l'anima e l'impulso di un'opera colossale". Il curato, don Giglio Arnoldi, non solo ospitò gli operai che lavoravano alla trasformazione del santuario, "ma dopo la Messa, vestendosi in tuta, vi lavorò sempre da mattina a sera, per preparare alla Madonna una casa suggestiva e grandiosa, uno dei templi più originali che in suo onore esistano sulla terra". La processione, "che accende i sentieri e i luoghi di misticismo e commozione" conduce il simulacro di Maria dalla grotta della Cornabusa fino ai piedi della collina, dove attende il Vescovo di Bergamo, monsignor Piazzi, circondato dal clero e dai confratelli del SS. Sacramento, che guida la processione al lume delle torce e dei fari delle auto fino alla parrocchiale. Venerdì e sabato sono le giornate dedicate agli uomini che lasciarono il segno, come argutamente ricorda don Carminati, "un po' anche nelle osterie, ma soprattutto in chiesa" e dei malati, che si avvicinarono alla Madonna nutrendo certo una qualche speranza di guarigione, ma anche "per poter comprendere meglio il perché del dolore e per accettarlo con santa rassegnazione, uniformandosi alla volontà di Dio, che sembra unicamente giusta, mentre è al servizio della misericordia". La chiusura solenne dei festeggiamenti è domenica. Già al sabato sera giunge però il Cardinale Roncalli, Patriarca di Venezia, cui fanno corona numerosi emigranti, rientrati dall'estero proprio per prendere parte ai festeggiamenti per Maria. Nel suo sermone della vigilia Roncalli rende omaggio a tutti i valdimagnini emigrati in terra di Francia (egli fu Nunzio apostolico a Parigi) e in altri Paesi. Il segno di riconoscimento da lui riscontrato è stato in tutti, si scrisse, la devozione alla loro Madonna della Cornabusa. Il Cardinale non può fare a meno di ricordare la solenne celebrazione di mezzo secolo prima, alla quale assistette in veste del segretario del Vescovo Radini Tedeschi, ma tornando al momento attuale non può che smentire le false profezie che preconizzano la scomparsa della fede. La Valle Imagna è come non mai legata al suo santuario. Domenica, giorno di chiusura dei festeggiamenti, è il Cardinale che, assistito dal Capitolo della Cattedrale, celebra il pontificale. Dopo aver rievocato la storia della Madonna della Cornabusa indicando "alcune delle figure di più caratteristico rilievo: Vescovi, ecclesiastici, uomini di speciale distinzione, in esercizio di pietà e carità cristiana, che furono familiari a questo santuario", non può fare a meno di sottolineare come il culto della Cornabusa... assume l'espressione di un poema di pietà religiosa, di amore e di fedeltà regionale ed ultra". "Il popolo di Valdimagna aggiunge resta solido nella sua fede cristiana e cattolica perché essa è saldata su principi teologici caratteristici: uno la maternità di Maria, consacrata dal testamento di Gesù morente: e l'altro il mistero del dolore umano risolto nella unione con Cristo sofferente, e con la Madre sua e nostra, a titolo di redenzione, salute e di letizia finale per tutti. Ed è ben così che si spiega come il figlio della Valle Imagna dovunque lo si incontri, parla della Cornabusa e della sua Madonna: non già che egli pretenda di godere dei privilegi riservati a lui e negati agli altri cattolici di tutto il mondo, poiché la Madonna è madre di tutti, come di tutti i cristiani Cristo è fratello; ma ad indicare una speciale sua vivacità di sentimento, che è legata alla tradizione dei suoi avi e che per lui è grande onore e grande merito di mantenere Conclusa la celebrazione, nel pomeriggio, il simulacro della Vergine torna sul monte, si accende la gara tra i valligiani per essere i portatori della statua alla solenne processione di chiusura. In questo slancio di generosità ed entusiasmo scrivono le cronache della giornata si sono distinti Andrea Dolci di Boston, un valdimagnino nazionalizzato americano che ormai non conosce quasi più la lingua italiana, ma che non ha potuto scordare il linguaggio della fede e della devozione alla sua Madonnina e con lui Giuseppe Battista Rota di Bedulita e Bernardo Zanella". Nella grotta il Cardinale Roncalli celebra la Messa vespertina, dopo essersi inerpicato a piedi, insieme ai fedeli,lungo la faticosa salita. "Le famiglie prosperano finché in esse la Madre conta qualcosa dice finché è ascoltata e venerata" e si congeda dalla terra delle sue radici affermando che "tornando alla mia Venezia porterò nel mio cuore il vostro palpito mariano". "Ma dunque, era tutto finito? si chiedeva don Carminati . Di fuori, all'esterno sì: ma non nel cuore. Vi era e vi turbinava tale copia e ricchezza di ricordi, di sentimenti, di propositi, che dovranno passare molti decenni prima che sulla Cornabusa e nel cuore degli abitanti della Valle Imagna il passato stenda il suo velo". E oggi, 1987, siamo a soli ventun anni di distanza dal 2008, anno nel quale verrà celebrato il centenario della solenne incoronazione della Madonna della Cornabusa...

 

La "seconda" di settembre

Il santuario è aperto soltanto durante la bella stagione. Resta invece chiuso d'inverno, vale a dire dal mese di ottobre alla festa del Lunedì dell'Angelo. La strada che conduce alla grotta è infatti difficilmente praticabile con la neve e con il gelo, ragion per cui si preferisce limitare l'apertura durante i mesi in cui non ci sono problemi per salire. Nonostante la Cornabusa sia situata soltanto a poche centinaia di metri sopra il livello del mare, la via è abbastanza impegnativa da percorrere in caso appunto di gelo o di neve. Tutt'altra cosa è naturalmente in primavera e in estate, quando chi lo desidera può trasformare la visita devota alla Cornabusa anche in una ridente passeggiata salendo a piedi, partendo da Cepino, la frazione di Sant'Omobono Imagna che si trova a circa tre chilometri di distanza. Durante il periodo d'apertura, alla domenica si celebrano due messe, una alla mattina e l'altra al pomeriggio, il santuario è infatti spesso meta di pellegrini che utilizzano il vicino posto di ristoro. La festa della Madonna della Cornabusa è fissata alla seconda domenica di settembre, giorno in cui per antichissima tradizione ricorre la solennità. Ecco come descriveva don Carminati la festa della Madonna. "Tutta la valle è un'immensa luminaria; in cima ai monti e ai colli grandi falò, simili a fari luminosi nel grande azzurro che li sovrasta; sul pendio dei prati e dei pascoli, nell'oscurità della notte si delineano qua e là le iniziali del nome benedetto di Maria Vergine; tutte le contrade hanno il loro falò; da tutte le case si lanciano razzi che guizzano a mò di comete nel cielo stellato; sono illuminate le chiese, i campanili, le finestre delle case. Ad un tratto e in più punti la valle è rallegrata da magnifici fuochi artificiali, dai mille colori che si alternano e si fondono. Fra tutti i punti luminosi, uno però si distingue, simile a grandiosa fontana a getto continuo, che invece d'acqua lancia in alto una pioggia dei più smaglianti colori: quel punto è la Cornabusa, il santuario di Maria. Si ha l'impressione di trovarsi in un mondo fantastico, nella valle degli incantesimi. Le campane fino a tarda ora suonano a distesa; e nella valle fatta a conca le note squillanti giungono or distinte or confuse all'orecchio, portando a quella superba festa di colori il contributo dell'armonia.... Venuta la mattina del gran giorno, al primo albeggiare si vedono già le vie brulicare di gente, uomini, donne, fanciulli, bambini; tutti alla Cornabusa. Sono centinaia, migliaia di persone che si affollano attorno al santuario: nella vasta grotta, divenuta angusta per la circostanza, è una ressa continua di devoti. Tutta la valle si è riversata attorno al santuario, tutti vogliono confessarsi e comunicarsi, ricevere la benedizione. I numerosi sacerdoti venuti dalla valle o dal di fuori, dalle tre, dalle quattro del mattino stanno ininterrottamente confessando, distribuendo la SS. Comunione o dispensando benedizioni: ed è ormai mezzogiorno. E sono fortunati quelli che possono assistere alla Messa solenne, ai vespri, al discorso che si tiene in onore di Maria; molti, i più, debbono rassegnarsi a guardare ed ascoltare da lontano.

 

La Valle Imagna

"Si apre in forma di conca ellittica, scavata in seno alle montagne, con le sponde di lividi calcari e il fondo di neri schisti, che sembrano carbone, ma riccamente coperta di boschi, di prati, di colli; e in quel manto di lieta verzura, rotto da severe bizzarre rupi, spiccano gli sparsi casolari, i paeselli, le torri. Quando il cielo è azzurro, la valle somiglia a un vaso di smeraldo stonato, con un coperchio di zaffiro trasparente" è la descrizione che il naturalista Antonio Stoppani diede della valle, considerata da molti una delle più belle tra quelle che fanno corona a Bergamo. Stoppani la visitò nel 1870. L'Imagna, attraversata dal fiume omonimo (che forma, come sempre scrisse lo Stoppani, in alcuni punti una gola angusta, ma profonda, più piccola della Viamala, ma più pittoresca) affluente del Brembo, confina a nord con Monterone, a nord est con la Val Taleggio, a est con la Val Brembilla, a sud con Almenno e a sud ovest con la regione montagnosa che si stende fra Pontida e Lecco e che è denominata Val San Martino. Oltre cento milioni di anni fa la valle, come tutto il territorio che la circonda, non era che la piccola porzione del fondo di un vasto mare, che copriva tutte le Prealpi e la valle Padana; proprio i coralli e le conchiglie, di cui sono ancora visibili i gusci pietrificati a Brumano, Fuipiano, Strozza, La Grate, concorsero a formare le rocce di cui è ricca. Sempre le impalcature calcaree di coralli e di alghe si ritrovano nei banchi di dolomia da cui si originarono le pareti verticali dell'Albenza, del Resegone, della Corna Camozzera.

 

Caverne, sorgenti intermittenti e fonti solforose.

Oltre alla caverna della Cornabusa, la Valle Imagna ne offre altre due ''assai singolari e interessanti anche dal lato scientifico". Si tratta della caverna del Dama e della Tomba dei Polacchi, entrambe in territorio di Rota Fuori. Sempre lo Stoppani dedicò alle due grotte diverse pagine del suo "Bel Paese". La caverna del Dama, così chiamata dal nome dello scopritore e proprietario, Angelo Dama che era oste e pizzicagnolo a Rota Fuori, presenta la particolarità di avere le stalattiti assolutamente cilindriche, allo stesso modo le stalagmiti. "Immaginatevi un bosco di ceri, quali pendenti dalla volta, quali nascenti dal suolo a cento a cento, di tutte le lunghezze, di tutte le sgrossezze, dalla candelina al cero pasquale, modesto e nano però, non raggiungendo alcune di quelle concrezioni un metro di altezza. La Tomba dei Polacchi (impossibile risalire a una qualsiasi sensata spiegazione ditale appellativo), poco lontana dalla caverna del Dama, ha pure essa una sua singolarità. Nel discendere verso di essa, notò lo Stoppani, si incontra una serie di imbuti dal diametro da 5 a 20 metri e dalla profondità da 3 a 10 "dentro i quali la pioggia si raduna, improvvisando laghetti che ben presto scompaiono". Sotto la crepa lineare formata dagli imbuti si apre la caverna, che raccoglie l'acqua, la incanala in un torrentello "che sbuca già grosso da un pertugio inaccessibile, percorre la caverna per un certo tratto, poi sparisce per un altro pertugio del pari inaccessibile". Sempre in tema di curiosità naturali, la Valle Imagna possiede due sorgenti intermittenti, una a Valsecca, l'altra a Cepino. La prima, chiamata Terzigliana, ma più comunemente Sbadol, è una sorta di fiumicello. In tempi normali si sveglia due volte al giorno. Alle 6 del mattino, preceduta da un soffio d'aria e da un gorgoglio arriva l'acqua. Per una mezz'ora la portata della sorgente cresce, si mantiene normale per altre tre ore e mezzo e per la successiva mezz'ora decresce fino a cessare; alle 6 del pomeriggio il fenomeno si ripete. Tutto dipende dal fatto che i condotti sotterranei che portano l'acqua all'esterno sono disposti come un sifone e, vuotatolo una prima volta, ci vogliono ben sette ore e mezzo perché si riempia di nuovo. La Valdadda di Cepino presenta lo stesso fenomeno, che si ripete però quattro volte al giorno invece che solo due. A Ponte Giurino e S. Omobono sono diverse le sorgenti minerali di acque sulfuree. La più rinomata è quella che scaturisce verso Valsecca, sulla destra della Valpettola. Fontanino della rogna, così era chiamata anticamente, perché le sue acque erano stimate rimedio efficacissimo contro questa affezione. In passato si affermava che "le acque di questa stazione idroterapica, fredde, iodicosulfuree, possiedono un grado di energia curativa... per le affezioni catarrali, gli ingorghi di fegato, le malattie della pelle...".

 

L'etimologia del nome Valle Imagna

Due sono le ipotesi più attendibili per spiegare da dove la valle derivò il suo nome. La prima, avanzata, come ricorda don Carminati, da un Rota, si richiama al funzionario longobardo, il Waldeman, che era incaricato di presiedere i territori di caccia del re. Il Waldeman (da Wald bosco e Man uomo) aveva autorità politica e militare e dipendeva dalla corte longobarda di Almenno. Fissava i confini delle terre, arrestava i fuggiaschi, disciplinava gli schiavi, preparava le cacce reali. Alle sue dipendenze c'erano parecchi uomini, che erano chiamati del Waldeman. Con il passare del tempo questa denominazione si allargò fino a comprendere anche tutti gli abitanti della valle, la valle e il fiume che l'attraversa. La seconda ipotesi è quella che formulò il direttore della biblioteca civica di Bergamo, Mazzi, ai tempi di don Carminati, che le riporta entrambe nel suo volumetto dedicato alla Cornabusa, che contiene anche altre notizie di carattere storico e geografico sulla valle. Secondo Mazzi, dunque, la valle costituiva per la corte di Almenno, così come era stato in precedenza con i Romani, una sorta di proprietà demaniale e in Vestfalia i beni comuni venivano denominati Waldemeyne e Waldemey. Nulla di strano quindi se tutta intera fosse stata designata con il nome di "die Waldemeyne", vale a dire i beni comuni della corte di Almenno. Si spiegherebbe anche il "gn" di Valdimagna, dal momento che il dialetto della valle per legge fonetica cambia spesso la desinenza "am a" in "aigna".

 

Le prime popolazioni

Non vi è nulla di sicuro, ma pare che i primi popoli che penetrarono nella valle Imagna vadano cercati tra gli Euganei e gli Orobi, i primi stanziatisi sugli omonimi monti intorno a Padova e i secondi nel territorio montuoso che sta tra Como e Bergamo. Secondo alcuni etnologi, gli Orobi, oriundi della città di Orobia, dell'isola Eubea, nell'Egeo, città scomparsa parecchi secoli prima di Cristo, sarebbero tra i colonizzatori della penisola, insieme agli Umbri e ai Tirreni. Risalendo la scala della storia è accertato che Almenno, all'imbocco della valle, fin dagli ultimi tempi della repubblica fu una sorta di colonia romana. Non si sa quando i Romani giunsero, però da Almenno non solo passarono, ma vi si sistemarono anche per un soggiorno prolungato, creando nel paese un deposito di armi e di viveri. Pian piano quindi il nucleo, e la valle di cui faceva parte, si popolarono di elementi romani o romanizzati. Molto probabilmente un forte impulso all'immigrazione venne fornito dalle invasioni barbariche dal 452 all'800, "quando non pochi della nobiltà e del popolo si rifugiavano sui monti e nelle valli per sfuggire ai massacri e alle atrocità delle orde selvagge degli Unni, dei Vandali, degli Alemanni, degli Alani, degli Eruli, Turingi, Goti, Longobardi e Franchi". Anche Bergamo conobbe così l'invasione longobarda e, come scrisse uno storico, "furono usate tante crudeltà e uccisioni che, fuggendo il popolo per salvarsi sui monti, restò la città priva di abitanti" Almenno (il cui nome deriva da Lemen, una parola celtica dal significato ignoto) divenne così la corte, la casa di campagna del re longobardo Astolfo, che regnò in Italia tra il 749 e il 756. Ad Almenno soggiornò più volte, prova ne sono diversi documenti che firmò nella sua "corte d'Almenno". "La corte di Lemene in comitatu Pergomi" fu poi donata nell'876 dal re di Germania Lodovico I, nipote di Carlomagno alla nipote Innengarda. Seguendo sempre le vicende del paese, nell'892 Guido da Spoleto, che l'anno prima era divenuto imperatore, concesse la corte di Almenno al marchese Corrado, mentre più tardi questa passò era il 950 al conte Attone marchese di Lecco, che morendo senza figli la lasciò in feudo al vescovo di Bergamo. Era l'anno 975. La valle che si apriva a partire da Almenno, pur essendo abitata, contava pochissimi residenti, se Berbenno non annoverava, secondo il Calvi, che 480 abitanti nel 1668. Basta fare le debite proporzioni per rendersi conto di quanto il territorio, incolto e coperto da oscure foreste, fosse spopolato. "Ma se la Valle Imagna era Almenno e chiamavasi Almenno scrisse don Carminati non costituì però mai il centro della corte regia, ma solamente una pertinenza di essa ultima. Con tutta probabilità serviva ai re e poi ai signori feudatari per le cacce e vi si prestava certo egregiamente tanto per la sua vicinanza, la sua configurazione e i folti boschi che ne coprivano all'ingiro la corona di colli e monti. Con nome moderno la Valle Imagna si sarebbe potuta chiamare il Regio parco d'Almenno".

 

Il dialetto

Le caratteristiche del dialetto valdimagnino sono considerate piuttosto particolari. "Per chi anche superficialmente si intende dilatino, non è difficile scoprirvi tracce evidenti della lingua che i Romani seppero, come il loro ominio imporre a tutto il mondo allora conosciuto" scriveva don Carminati, ricordando una serie di parole nelle quali il dialetto della valle tende a conservare l'i e l'u della etimologia e della desinenza latina. (...).

 

Le lotte tra Guelfi e Ghibellini e il dominio dei Visconti

Dal 1296 e per più di un secolo la città e il contado di Bergamo furono teatro di acerrime lotte tra le due fazioni rivali dei Guelfi e Ghibellini, con scorrerie, saccheggi, rapine, incendi, uccisioni. Lo stesso travaglio conobbero le valli. La Brembilla, la Brembana e il Taleggio erano ghibelline, come Almenno inferiore e Villa d'Almè; mentre l'Imagna, San Martino, insieme ad Almenno superiore e Gerosa erano guelfe. Quest'ultima fazione considerava il Papa come proprio capo, mentre al contrario i Ghibellini ritenevano che fosse l'imperatore di Germania. Sui due campi opposti per quanto riguarda la Valle Imagna e la Brembilla si fronteggiavano per i Guelfi i capi Trussardo Rota, Andrea Rota, Cripio de' Crippi di Strozza, Pinamonte e Peppino Pellegrini di Capizzone, Matano di Mazzoleni, Foppo da Locatello, Andriolo Greppi da Strozza, Butazolo Rota e altri. I Ghibellini contavano invece nelle loro file Eugenio, Simone, Zavino e Mogna de' Carminati di Brembilla, Jacopo Gritti de' Locatelli di Berbenno, Andreanino Rota di Rota Fuori, i Dalmasani di Clanezzo. In principio furono i Guelfi a prevalere, ma i Ghibellini, non rassegnandosi alla sconfitta, chiesero l'appoggio di Matteo Visconti (12881322) signore di Milano, offrendogli in compenso il dominio di Bergamo. Il Visconti riuscì a sbaragliare i Guelfi e inviò Mandello a governare la città. Ma i partigiani del Papa tentarono la riscossa, in un primo tempo fortunata, ma successivamente con il nuovo aiuto dei Visconti i Ghibellini riuscirono ad avere la meglio. Cominciò così per Bergamo e le valli quella che il Carminati chiama la tirannia dei Visconti "che non governarono, ma sfruttarono il nostro paese. Numerosi sono gli episodi di questo periodo che riguardano da vicino la valle, a partire dal dominio di Barnabò Visconti (13541385), il cui nome e la fama "sopravvive ancora nella memoria dei vecchi e nelle tradizioni della valle". Questi anni sono comunque segnati da successive ribellioni delle valli guelfe, che mal sopportavano di trovarsi sotto il dominio di signori ghibellini quali erano i Visconti. Nell'agosto, settembre e ottobre del 1363 per esempio anche l'Imagna insieme ad altre valli si ribellò. "Barnabò Visconti, Signore di Bergamo, perché troppo parzial fautore della ghibellina fazione dava a ogni ghibellino piena facoltà di uccidere qualsiasi guelfo e la casa abbruciargli. Seguirono infiniti omicidi, estorsioni, tirannie ed incendi de' più empi che mai stati fossero. Durarono un anno i progressi della crudeltà uccidendo l'una e l'altra parte persone innocenti e barbaramente trucidando le famiglie intere". Nel 1373 i Guelfi, provenienti dalla Valdimagna e altre terre, assalirono i Ghibellini, capitanati dal figlio di Barnabò, Ambrogio, a Caprino, in Val San Martino. La vendetta del Visconti che in quell' occasione ebbe il figlio ucciso, fu terribile. Dopo aver posto in stato di assedio il monastero di S. Giacomo in Pontida e aver promesso agli assediati che avrebbe loro lasciato salva la vita, trucidò tutti: uomini d'arme e monaci che incautamente si erano fidati della parola del condottiero. Il dominio visconteo proseguì con violenze e ribellioni; un nuovo tentativo di rivolta ebbe luogo anche in valle Imagna nel 1376, mentre nel 1384 il Calvi descrive un fatto d'armi avvenuto nelle vicinanze del Pertusio. "Andarono queli di Locatello con li Arigoni sopra il monte Ochono e dopo l'uccisione dei custodi, diedero quel monte in potere dei Visconti, che poi vi fabbricò una bastia e pose un castellano"... Il monte Ochono è molto probabilmente la prominenza quasi inaccessibile chiamata l'Oca che si erge sullo spartiacque tra l'Imagna e la San Martino, distante un centinaio di metri dal Pertùs. Nel 1407 le cronache parlano di un'altra ribellione dei Guelfi delle valli Imagna, San Martino, Brembana e Senana superiore ed inferiore, di Sorisole, di Poltranica... Avversari dei Guelfi d'Imagna erano i Ghibellini di Brembilla, che contavano però su un numero maggiore di uomini e fortificazioni. Il castello più antico era certamente quello sul monte Ubione, costruito nel decimo secolo, che al tempo di Barnabò Visconti rappresentava un'importante fortificazione ghibellina. C'erano poi il castello di Casa Eminente e quello di Clanezzo. In questo modo le famiglie dei due signori del luogo, i Dalmasani e i Carminati potevano dominare non solo sulla Valle Brembilla, ma anche sull'Imagna che rinchiudevano tra i due castelli in alto e in basso. Quando la signoria di Bergamo passò dai Visconti alla Serenissima, che favoriva apertamente i Guelfi, per i Ghibellini cominciò la disfatta che culminò nel 1443 con il bando dato agli abitanti ghibellini della Val Brembilla e la distruzione delle fortezze principali della valle. Dalla Repubblica veneta la Valle Imagna ebbe un trattamento di favore, come riferisce il Calvi. "I Valdimagnini per la loro obbedienza al Vescovo, integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Principe (il Doge) con vani privilegi, grazie e favori arricchiti et honorati (anno 1428)". Sempre per quanto riguarda quegli anni burrascosi che precedettero l'instaurarsi del dominio della Serenissima, esistono anche le cronache di Castello Castelli che danno un quadro fedele e preciso di cosa significasse in quel tempo vivere in Valle Imagna. I racconti del Castelli, che vanno dal 1378 al 1407, sono un susseguirsi di rapine, incendi scorrerie e violenze, uccisioni da entrambe le parti.

 

Pinamonte da Capizzone

Pinamonte Pellegrini da Capizzone è senz'altro il campione guelfo più noto, le cui gesta sono state tramandate fino a oggi. E' naturalmente difficile come sempre nei casi di questo genere sceverare la verità dalla leggenda, come fu dunque è accertato che Pinamonte esistette realmente e anzi il primo priore del monastero di Santo Stefano dei Domenicani, che fu completamente distrutto nell'aprile 1565. Le prodezze di Pinamonte, così come è stato tramandato da secoli nella valle, risalgono al quattordicesimo secolo, precisamente agli anni tra il 1350 e il 1380. Nacque a Capizzone da Angela Bugada e Giuseppe Pele fu battezzato nell'antica chiesa di San Lorenzo. "Era di carattere fiero, ardente, intollerante delle ingiurie; l'ambiente di continue lotte in cui viveva contribuì non poco ad accentuare quel carattere già per natura inclinato ai litigi e alle contese". Specie di domenica non era raro vederlo alla testa dei suoi compaesani, che conduceva a misurarsi con i Ghibellini della Botta o di Casa Eminente. Il fattaccio accadde in un pomeriggio d'ottobre del 1356. Il Pinamonte stava tornando da Gerosa verso Capizzone quando, passando dal confine di Berbenno, vicino al ponte cpensò di fermarsi nell'osteria che lì sorgeva, condotta da Bartolomeo Bolis. Il locale era pieno di Ghibellini; dopo un'abbondante bevuta, a cui Pinamonte aveva preso parte, uno di loro, più alticcio degli altri, tacciò di codardia tutti quelli di Capizzone, compreso chi in quel momento lì rappresentava, Pinamonte. Quest'ultimo non se lo fece ripetere due volte, sfoderò un coltello, spense il lume e fece una carneficina, poi fuggì saltando dalla finestra. La fuga era a quel punto l'unica via di scampo e così dopo un saluto alla madre valicò l'Albenza spingendosi fino a Lecco e di qui a Milano, dove trovò ospitalità e protezione in un convento. Gli sgherri dello iusdicente di Almenno intanto avevano già cominciato a frugare tutta la valle alla ricerca di Pinamonte, che era già stato condannato ad essere bruciato vivo. Nel silenzio e nel raccoglimento del convento di Milano il giovane intanto riuscì a riflettere e a rendersi conto dell'enormità del suo delitto. Decise di espiare il suo peccato, entrando nell'ordine di San Domenico e in più partì in pellegrinaggio per la Terra Santa. Secondo una delle fonti circa la vita di Pinamonte, il viaggio avrebbe dovuto aver luogo verso il 1370. Tornato in patria, una triste sorpresa attendeva il religioso. I Ghibellini di Brembilla, guidati da Unguerrando Dalmasano e appoggiati da Barnabò Visconti, compivano continue violente scorrerie in Valle Imagna, portando morte e desolazione. Pinamonte non seppe resistere e tornò in valle per preparare la rivincita, diventando l'organizzatore e il capo dei Guelfi. L'occasione propizia per colpire i Ghibellini venne quando le spie di Pinamonte gli riferirono che Unguerrando Dalmasano dal suo castello di Ubione stava preparando il saccheggio di Mazzoleni. Alla sera del 5 aprile 1372 si videro falò ardere sulla vetta di Valnera, sulle rupi di Bedulita e sui macigni della Cornabusa: erano segnali per i Guelfi, che si radunarono e si nascosero in località Pasano, vicino a Cepino, sulla sinistra del fiume per attendere al varco i Ghibellini di ritorno dal saccheggio di Mazzoleni. Così fu: ad uno squillo di tromba i Guelfi si gettarono sugli avversari, lo stesso Dalmasano riuscì a mala pena a sfuggire. Era solo l'inizio. Pinamonte si alleò con Meri no dell'Olmo, signore di Endenna, e affrontò e vinse i Suardi, castellani ghibellini della Val Seriana e Cavallina. Pinamonte e l'alleato riuscirono successivamente a sfuggire allo strettissimo assedio del castello di Endenna ad opera dei Ghibellini dopo la sconfitta dei Suardi, uscendo dalla fortezza facendosi strada con le armi. Guadagnarono le rupi di Sedrina, attraversarono Brembilla e di lì scesero a Blello, mettendosi in salvo in Valle Imagna. Continuando la lotta Pinamonte, frate guerriero, e i suoi organizzarono una spedizione contro Casa Eminente dei Carminati e il castello di Clanezzo dei Dalmasani. Le fortezze vennero incendiate e lo stesso Unguerrando venne trucidato da Pinamonte nonostante le suppliche della nuora dell'anziano guerriero, sposa del figlio di questi Beltramo, in quel momento lontano a combattere per i Visconti. I Guelfi con queste vittorie iniziarono a sperare di potersi scuotere di dosso il giogo ghibellino, ma i Visconti, per i quali ciò avrebbe significato la fine del proprio dominio sul territorio di Bergamo, non potevano permetterlo. Barnabò strinse d'assedio il monastero di Pontida, i cui monaci avevano sempre apertamente favorito i Guelfi. A difendere Pontida giunsero tutti i Guelfi dell'Imagna e della Valle San Martino, compreso Pinamonte. Il valore dei combattenti non riuscì però questa volta ad avere la meglio. Molti Guelfi morirono e lo stesso Pinamonte fu prigioniero di Beltramo, che attendeva quel momento per vendicare la morte del padre. Beltramo trascinò il religioso a Pianezzo e lo condannò ad una terribile prigionia. Carico di catene fu gettato nei sotterranei del castello, senz'aria e senza luce. Lì restò non si sa per quanto tempo, fino alla morte. Tra i ruderi dell'antica rocca di Clanezzo, che passò poi in proprietà dei Conti Roncalli si mostra ancora il luogo dove Pinamonte fu tenuto prigioniero e l'anello di ferro fissato alla grossa pietra dove era incatenato. Secondo un'altra tradizione, il frate guerriero vinse invece il castello di Clanezzo, obbligando il ghibellino Dalmasano a restituire ai Guelfi tutto ciò che era stato loro confiscato. Dopodiché tornò nel suo convento, dove trascorse in pace gli anni che gli restavano.

 

Il ponte della regina

è l'antico ponte sul Brembo, che secondo il Calvi fu costruito per ordine della regina longobarda Teodolinda negli anni intorno al 600. Il ponte venne però ricostruito sui ruderi di un più alto manufatto romano. Quest'ultimo era lungo 180 metri, si elevava per 24 di altezza e traversava il fiume con un salto di otto arcate. Serviva ai romani per il passaggio delle truppe che dalla Rezia (Grigioni) raggiungevano Aquileia e perché la colonia romana di Almenno non avesse problemi nei collegamenti con Bergamo. Il ponte costruito dai Longobardi venne però gravemente danneggiato dalle piene del Brembo, tanto che nel 1209 il Comune di Almenno dovette contrarre un prestito di ventimila lire imperiali per il restauro. Altre somme ingenti futono spese nel 1273 e nel 1283. La rovina pressoché totale del ponte avvenne il 30 agosto del 1493. I piloni di mezzo sostennero però l'urto delle acque fino al 1793, cent'anni dopo vennero demoliti insieme ad altri ruderi, al momento che costituivano un pericolo per le opere di presa sulla sponda sinistra. L'ingegner Fornoni che diresse la demolizione ebbe però ordine di abbattere solo i ruderi della ricostruzione medievale, lasciando intatti quelli romani.

 

«'N casa fo' mars»

E' una tradizione antichissima e piuttosto particolare della valle, simile a quella che sopravvive ancora in qualche zona del Ticino, ma per il mese di gennaio. Il 31 marzo ragazzi e ragazze di ogni contrada, accompagnati anche dagli adulti e dagli anziani all'imbrunire sciamano fuori dalle case. Di lì a poco inizia ogni sorta di rumore, con trombe, corni, zufoli, pentole, falci, latte, tuttò è buono per creare strepito, per "cacciare via marzo".

 

LE PARROCCHIE DELLA VALLE IMAGNA PRIMA DEL 1700

Il Vicariato di Almenno aveva a quei tempi una vasta estensione territoriale, comprendeva tutta la valle Imagna, più Blello e Gerosa. Le notizie storiche sulle parrocchie sono quelle riportate da padre Calvi in "Chiese della città e della diocesi di Bergamo" citate poi da don Carminati nel suo volumetto sulla Madonna della Cornabusa.

 

BEDULITA

La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Michele arcangelo, fu costruita prima del 1400. Nella parete esterna, notava il Carminati, si conservano alcuni affreschi che rimontano a detta epoca. Il patrono si solennizzava, secondo il Calvi, il 29 settembre e l'8 maggio. In un altro piccolo oratorio della famiglia di Antonio Petrobelli dedicato a S.Carlo, si festeggiava invece ogni anno quest'ultimo santo.

 

BERBENNO

La chiesa dedicata a S.Antonio Abate era considerata la più bella di tutta la valle, tra l'altro era l'unica che fosse provvista di organo. Il Calvi attribuisce a Lorenzo Lotto l'ancona rappresentante S. Antonio che si conserva ora nell'Accademia Carrara, ma il Carminati precisa che l'opera è sicuramente del Previtali. La chiesa conta cinque altari, il maggiore costruito a spese del conte Petrobelli. L'edificio sacro fu negli anni successivi arricchito con affreschi di Vincenzo Orelli e fu poi ampliato negli anni dal 1914 al 1917. Il Calvi racconta poi che ai tempi in cui egli raccolse queste notizie esisteva già la Compagnia del Carmine, con festa e processione il 16 luglio. La consacrazione della chiesa si celebrava invece il 19 agosto. Berbenno, che al tempo del Calvi contava 610 abitanti, aveva anche l'antico oratorio di S.Pietro di cui lo storico scrive: "Chiesa posta sopra un alto eminentissimo monte incolto e silvestre, ricca di indulgenze che si possono lucrare il medesimo giorno di San Pietro e nel dì del Corpo del Salvatore (Corpus Domini) con concorso di popolo in detti giorni, e si dice comunemente che questa sia la chiesa più antica della Valdimagna e che ivi si conducevano tutti gli deffonti per lo spatio all'ingiro di sette o otto miglia".

 

CAPIZZONE

C'è la chiesa dedicata a S. Lorenzo, titolare, nella quale era conservata una reliquia in legno della Croce. Il paese aveva anche un'altra chiesa "bellissima" dedicata all'Annunciazione di Maria Vergine. "In cotale giorno lì è concorso di popolo. Inoltre di là del fiume d'Imagna scrive sempre il Calvi verso mattina, lì sono due chiese, l'una del M .Cristoforo Cassano, l'altra delli signori Cassotti, soggette a S. Lorenzo". Una di queste chiese, aggiungeva il Carminati, dev'essere l'oratorio di S. Maria Elisabetta in Brembilla vecchia della quale parlò in altro luogo il padre Calvi.

 

CEPINO

Incidentalmente parlando della parrocchia del paese, il Calvi accennò anche alla Cornabusa, che chiama però Goren bus. Menziona comunque la chiesa di S. Bernardino con cinque altari; la festa veniva celebrata il 20 maggio. La chiesa che il Carminati chiamava nuova è quella fabbricata agli inizi del secolo "dovuta allo zelo del parroco don Giuseppe Baretti, alla generosità e al lavoro della popolazione

 

CORNA S. SIMONE

La chiesa è dedicata al SS. Apostoli Simone e Giuda, chiesa povera, mercenaria del comune, dice il Carminati. Poco dopo la metà del milleseicento l'allora parroco curato Michele Manzoni rispose con una lettera a padre Calvi che in precedenza aveva chiesto notizie della parrocchia. Il curato spiegò così in breve che l'officio della consacrazione era celebrato il 30 settembre, che si faceva una processione solenne il giorno di San Marco e che "il giorno principale del concorso del popolo" era quello di S. Simone. Nel paese, 236 anime, esistevano anche la Compagnia e la Confraternita del Santissimo e del Rosario. Il Carminati completa le notizie spiegando che nella parrocchiale esistono due tele di buona fattura della Madonna con il bambino, una attribuita al Carsena, l'altra al Ceresa. La contrada di Canito, prosegue il sacerdote, ha un oratorio dedicato a S. Domenico edificato nella seconda metà del diciassettesimo secolo, secondo la disposizione testamentaria del 1661 di Antonio Moreschi. L'obbligo era quello di farvi celebrare due messe al mese oltre a quella solenne nel giorno del titolare. Proseguendo nelle notizie storiche, il Carminati racconta che a Broncilione, frazione di Corna, vi fu la sede di un giusdicente, una sorta di pretore, un cittadino di Bergamo che amministrava la giustizia ai quindici comuni della valle superiore, mentre il vicario di Almenno si recava a S. Omobono due volte la settimana.

 

COSTA IMAGNA

Ecco che cosa ne diceva il Calvi. "Sopra la comunità di S. Omobono lì è un monte alto, nominato la Costa che non produce altro che fieno, amator delle intemperie e di tempeste molto sovente, che conserva la neve per tutto aprile. La Chiesa di questi popoli è dedicata a S. Maria Elisabetta alli 2 di luglio et a S.Giuseppe alli 19 marzo

 

FUIPIANO D'IMAGNA

Faceva anticamente parte della parrocchia di Locatello, da cui fu staccata nella prima metà del sedicesimo secolo. La chiesa è dedicata a S. Giovanni Battista, il Calvi la chiamò "vaghissima" aggiungendo che contava "quattro nobili altari e una icona di S. Domenico di molto valore e stima fatto in Roma. è ricca di molte reliquie che si portano il giorno dell'Ascensione in solenne processione. Chiesa provvista di sacri addobbi... Ha tre compagnie: del Santissimo, del S. Rosario, del Cordone di S. Francesco di Paola. Ha sottoposto l'oratorio di S. Filippo Neri di molta divozione. Conta anime 300".

 

LOCATELLO

Qui la chiesa dedicata a S. Maria Assunta è definita tra le più antiche della valle, fu consacrata il 17 agosto 1561 e il Calvi la descrisse come una chiesa ricca. L'ancona rappresentante la Maternità della Vergine è opera del nostro Andrea Previtali, aggiunge il Carminati. Possedeva pure una "croce di inestimabile valore in cui lavorarono artisti del 1400 quali l'Ughetto, il Tilii e il Da Nova, ma fu venduta nel 1875 a certo Alessandri di Roma per duemila lire".

 

RONCOLA

La parrocchiale, dedicata a S. Bernardo di Chiaravalle, fu consacrata nell'ottobre del 1446. La festa è il 20 aprile. Sempre il Carminati, che riferisce i fatti come stavano al tempo della redazione del suo volumetto, apparsi nel 1922, afferma che i dipinti del Moroni, che forse aveva soggiornato in quel paese per qualche tempo, "sono stati troppo trascurati ed oggi si presentano molto deteriorati. La parrocchiale possiede anche una croce bizantina del 1400 e pizzi di gran valore".

 

ROTA DENTRO

La chiesa, secondo quanto dice il Calvi, era dedicata a San Gottardo e fu consacrata il 5 maggio 1590. Divenne parrocchiale nel 1614 dopo la separazione da Rota Fuori. Il paese, che contava allora duecento anime, possedeva anche due confraternite quella del SS. Sacramento e quella della B.V. del Carmine.

 

ROTA FUORI

Stando a un'iscrizione che si vede scolpita sopra la porta della sacristia, fa notare il Carminati, la prima erezione della chiesa dedicata a San Siro Vescovo "rimonterebbe al principio del secolo ottavo". L'edificio sacro sarebbe così uno dei più antichi di tutta la diocesi. La chiesa attuale, nota ancora il sacerdote, è relativamente moderna ed è una delle migliori della valle. Ai tempi del Calvi la chiesa faceva 380 anime, aveva cinque altari e le solite scuole.

 

SELINO

La chiesa dedicata a S. Giacomo apostolo fu eretta in parrocchia nel 1465. Il giorno 25 luglio si fanno festa e processione, recitava la relazione che il parroco aveva inviato a padre Calvi, la sagra è il 3 agosto. Ha due compagnie.

 

S. OMOBONO

La chiesa dedicata al Santo che dà il nome al Comune fu consacrata il 3 agosto 1561. Il Calvi, oltre a parlare degli otto altari della chiesa, diede notizia delle due confraternite del SS. e del S. Rosario e delle reliquie autentiche del B. Simone da Mantova. Il 9 luglio si festeggiava S. Pantaleone martire, il 13 novembre il santo titolare, parecchio frequentata era la festa degli apostoli Filippo e Giacomo il 1° maggio.

 

STROZZA

Cinque gli altari della chiesa dedicata a S. Andrea. Fu consacrata il 16 agosto del 1561. Vi sono due confraternite, del SS. e del S. Rosario, e come prosegue il Calvi "alcune reliquie di diversi santi in una cassa presentata e riconosciuta in bona et ampla forma.

 

VALSECCA

Pure nel 1561 fu consacrata la chiesa dedicata a S. Marco, la cui festa si celebrava il 25 aprile. Il Carminati scrive che "in una cappella posta di fianco alla chiesa dal lato occidentale, si conserva e si venera un simulacro di Gesù spirante sulla croce. E opera assai pregevole e da molti attribuita ai nostri Fantoni".

 

Gli uomini celebri della Valle Imagna

Il primo ad essere ricordato è il beato Agostino Cassotto de' Mazzoleni, che morì nel 1323. Nacque in Dalmazia, ma il padre Nicolò era oriundo della Valle Imagna. Entrò giovanissimo nell'ordine di S. Domenico, il Papa Giovanni XXII lo creò Vescovo di Zagabria dove rimase tredici anni. Fu poi a Lucera, in Puglia, dove mori. Eustachio Locatelli, che morì nel 1573 quando ricopriva la carica di Vescovo di Reggio, fu confessore del Papa Pio V. Locatelli era nato a Bologna da genitori valdimagnini. Tra i personaggi illustri va citato il Cardinale Cinzio Personeni Aldobrandini (15601610). Il padre era nativo di Cà Passero a Berbenno. Lasciò la valle nel 1557 e si diede alla mercatura. Sposò Giulia Aldobrandini, sorella di papa Clemente VIII. Dall'unione nacque Cinzio, che si laureò e fu inviato da Sisto V in Germania e Polonia per affari di stato. Quando lo zio Aldobrandini divenne Papa con il nome di Clemente VIII fu creato cardinale. Nipote del Cardinale Cinzio Parsoneni Aldobrandini fu il ven. Francesco Passero. Nacque nel 1536 a Berbenno, nella contrada Cà Passero. Direttore spirituale del Passero fu S. Filippo Neri. Conclusi gli studi si fece francescano, fu in Palestina e a Subiaco. Morì a Roma in odore di santità nel 1626. Il processo di beatificazione fu iniziato due soli giorni dopo la morte per ordine dello stesso Papa Urbano VIII. Medico di grande fama sia in patria che all'estero fu invece Michele Angelo Rota (15891662) che nacque a Venezia da padre proveniente da Rota Fuori. Fu alla corte dei Farnese di Parma, del re di Francia, di Grecia e dell'imperatore di Germania. Antonio Sibella, che nacque a Valsecca nel 1728, fu sacerdote di grande austerità ed eminente dottrina, così lo definisce il Carminati, che informa che se ne scrisse anche la Vita. Morì nel 1801. In campo artistico da citare è Jacopo Quarenghi (17441817) che nacque a Rota e, seguendo le orme del padre, si dedicò dapprima alla pittura, poi cambiò strada, votandosi all'architettura di cui divenne uno degli esponenti più noti e importanti di quegli anni. Fu infatti architetto di Caterina Il imperatrice di Russia e disegnò e costruì i principali palazzi imperiali di Mosca e Pietroburgo. Proprio in quest'ultima città morì. Un altro valdimagnino, Giovanni Palazzini nato a Berbenno nel 1783, trovò fama in Russia. Nel 1812 fece parte in qualità di medico dell'armata di Napoleone I. Reduce dalla Russia il primario fu nominato professore alla cattedra di Mantova. Infine Giulio Arrigoni (18061874). Nacque a Locatello,vestì il saio e fu acclamato come primo oratore d'Italia. Fu Arcivescovo di Lucca, dove morì.

 

Valle da vedere

Costa Valle Imagna, al bivio della strada per Valcava, nonostante l'impetuoso sviluppo edilizio dell'ultimo decennio, ha conservato ancora qualche testimonianza del passato, quando tra l'altro insieme a S. Omobono era il solo paese che riusciva a sfuggire alla endemica povertà della valle, grazie all'attività di ambulanti degli abitanti, che vendevano oggetti in ferro, legno, prodotti della lana realizzati durante i lunghi mesi invernali. La parrocchiale del paese risale al 1840, costruita su una chiesa precedente è dedicata alla Visitazione di Maria. Ventisei anni più tardi fu ampliata, è stata arricchita di nuove cappelle e del protiro con colonne in pietra di Sarnico nel 1958. Internamente sono da segnalare la Visitazione attribuita a Gian Paolo Cavagna, l'affresco nella tazza del presbiterio e l'affresco nel catino absidale opera di Antonio Sibella (1895). Più recenti sono il bronzo al fonte battesimale e la Via Crucis in rame sbalzato di Ferruccio Guidotti (1963); lo stesso artista ha eseguito anche il disegno della vasca battesimale in marmo rosa di Zandobbio. Il campanile della chiesa infine, in pietra viva, fu innalzato tra il 1908 e il 1910. Rota Imagna e Fuipiano costituiscono altre due mete interessanti da abbinare ad una escursione in valle, la prima non molto distante da S. Omobono e la seconda praticamente in cima alla valle, raggiungibile, sempre da S. Omobono, seguendo la strada panoramica che passa da Locatello. L'altipiano roccioso su cui è posta Rota fu abitato da tempi antichissimi, fin dall'età del Bronzo. Nella Tomba dei Polacchi, una grotta carsica in località Cà Brignoli, furono effettuati diversi ritrovamenti nel corso di successive campagne di scavi. Al Civico museo archeologico di Bergamo sono visibili i reperti: un rosario inciso sulle due facce, oggetti in bronzo, ornamenti d'osso, un vaso con altri oggetti in bronzo, ossa di animali e una scoria di ferro. Il Comune di Rota si costituì nel 1927 con la fusione tra Rota Dentro e Rota Fuori. Il paese vanta di aver dato i natali a Giacomo Quarenghi, famoso architetto e pittore. In località Cà Piatone, tra un gruppo di antiche abitazioni, esiste ancora la casa natale dell'artista, risalente al Seicento e in buone condizioni. Lo stabile è tuttora abitato, per cui è impossibile effettuare visite. Giacomo Quarenghi vi nacque nel 1744, fu poi alla corte imperiale di Caterina Il di Russia e si stabilì a Pietroburgo, oggi Leningrado. Qui realizzò opere notevoli, tra cui il palazzo dell'Accademia delle Scienze, il teatro dell'Ermitage, vari palazzi, la Farmacia di corte, il Collegio degli Affari esteri, il palazzo della Borsa, la chiesa dei Cavalieri di Malta. Morì a Pietroburgo nel 1817. A Rota Dentro la parrocchiale è intitolata a S. Gottardo, anche qui numerose sono le opere d'arte che vi si conservano. Da citare un Crocifisso del 1686 attribuito a Scuola lombarda del diciassettesimo secolo, una crocefissione del 1667, i dipinti che raffigurano S. Margherita e S.Maddalena, 1711, attribuiti all'istriano Francesco Trevisani. Interessante tra le sculture il pulpito in legno, forse settecentesco, con un singolare mascherone che funge da sostegno; da ricordare infine il S. Rocco in legno policromo di Giordano Sanz. S. Siro è invece il santo a cui è dedicata la parrocchiale di Rota Fuori, completata nel 1765. Conserva un dipinto dell'Immacolata opera di Francesco Quarenghi, padre di Giacomo, ma il pezzo più antico è una scultura in marmo grigio che raffigura S. Anna e la Vergine ed è fatta risalire al quattordicesimo o quindicesimo secolo. Fuipiano (da Fopiano e probabilmente dal latino fagitum planum, pianoro dei faggeti) era posta al confine tra il ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Così fu sede di una caserma che sorgeva nella frazione Arnosto. Qui sono ancora visibili alcuni esempi di architetture rustiche e una chiesetta che l'incisione sopra l'altare fa risalire al 1605 e che probabilmente era l'antica parrocchiale di Fuipiano. Sull'esempio di molti altri centri della valle, anche qui la chiesa conserva una vera e propria raccolta di opere d'arte. è dedicata a S. Giovanni Battista e risale al 1739. Molte sono quindi le cose degne di segnalazione, tra queste il dipinto di Giacomo Francia, 1535, che è composto da dieci figure che originariamente dovevano far parte di un grande stendardo utilizzato durante le processioni. Dello stesso autore c'è una tela del 1585, Madonna delle Grazie e Santi, mentre si contano pure sei tele di Francesco Quarenghi, tre della scuola del Tiepolo, una Immacolata di Giovanni Ghizzoletti, tre opere di Giuseppe Orelli e ancora tre tele del Cinque, Sei e Settecento tutte di autore ignoto. Non si possono tacere infine gli armadi della sacrestia, intagliati riccamente risalgono al Settecento e, sempre in sacrestia, le cinque statuette del Quattrocento che raffigurano la Madonna e i santi Pietro, Giovanni Evangelista, Rocco e Sebastiano, realizzate da abili artigiani locali. Una conclusione insolita di questi itinerari può essere il parco faunistico "Le Cornelle" a Valbrembo, un Comune che dista soli sei chilometri da Bergamo. Su un'area di novantamila metri quadri vivono animali di tutti i continenti, dai felini agli elefanti, cammelli, struzzi, uccelli e così via, per ognuno dei quali è stato ricostruito un ambiente simile a quello naturale della specie. Da marzo a novembre il parco è aperto con orario continuato dalle 9 alle 19, per informazioni sugli orari invernali è consigliabile telefonare allo 035/630422. L'itinerario di fede che conduce al santuario della Cornabusa cuore della devozione mariana di tutta la valle può arricchirsi di altri numerosi motivi di interesse se, una volta visitata la grotta, si allarga il proprio orizzonte ai paesi circostanti. L'escursione può prendere il via proprio dalla parrocchia che accoglie nella sua giurisdizione il santuario: Cepino, che è una frazione del Comune di S. Omobono (le altre tre frazioni che lo compongono sono Selino Basso, Mazzoleni e Selino Alto). A Cepino la parrocchiale è dedicata a S. Bernardino da Siena da qui il fatto che in Valle il paese viene anche chiamato "San Bernardì", per via appunto del Santo patrono. La chiesa è sorta nell'Ottocento sull'area dove era già ubicata un'altra chiesa. L'edificio sacro è arricchito da alcune tele del Seicento di autore ignoto, da una Pietà settecentesca di Gaetano Peverada e da sedici quadretti di scene macabre, di epoca imprecisa, che sono stati definiti di notevole interesse iconografico. La chiesa di Mazzoleni che è anche la parrocchia del capoluogo (anche se di fatto il baricentro si è spostato in questi anni sempre di più a Selino Basso) è dedicata a S. Omobono. Da qui il nome della parrocchia e del Comune. E come Comune è l'unico in Italia ad essere intitolato al Santo cremonese Omobono Tucenghi, che fu canonizzato nel 1199. Statue, affreschi e dipinti lo raffigurano nella parrocchia di Mazzoleni, che risale al Settecento (la facciata e il portico furono aggiunti successivamente). Tra i notevoli dipinti conservati all'interno si può ricordare la pala di Gian Giacomo Lolmo, datata 1558. Dal punto di vista storico Mazzoleni durante il governo di Venezia ospitò in una casa nei pressi della chiesa il vicario della Valle Imagna che, pur avendo la sede centrale ad Almenno, per due giorni la settimana si spostava qui per amministrare la giustizia. Il Consiglio della Valle poi, che era composto dai consoli dei diversi Comuni, si riuniva sempre a Mazzoleni in piazza del Comune, sopra la sala di udienza del vicario. Pietra viva locale appena sbozzata servì invece a partire dal 1713 alla costruzione della parrocchiale di Selino Alto. Da vedere: tele del diciassettesimo e diciottesimo secolo, una Madonna attribuita a Giambettino Cignaroli, una Madonna con Bambino di scuola bolognese, le stazioni della Via Crucis e una Strage degli innocenti attribuita a Francesco Quarenghi. Infine c'è il prezioso piccolo tabernacolo in legno dorato, decorato con motivi gotici e piccole sculture del Quattrocento veneto. Un'attrattiva interessante di S. Omobono è costituita dalle fonti. La sorgente principale, detta della Bettola, è conosciuta fin dall'antichità. Acqua "Prodigiosa" la definì nel 1772 il dr. G.Pasta, anche se per avere la prima analisi chimica si dovette attendere fino al 1848 con il dr. Polli. Proprio l'Ottocento fu il periodo di massimo splendore di queste fonti; dalle tre sorgenti scaturiscono acque con proprietà curative per le malattie della pelle e del fegato. Ancora oggi le fonti non hanno perso il loro interesse, anzi sono al centro di un moderno complesso di balneoterapia realizzato dopo che una frana aveva danneggiato l'edificio precedente. Da S. Omobono si può partire anche per una escursione in uno dei luoghi più pittoreschi di tutta la Valle Imagna, il Pertùs. Toccando Valsecca e prendendo a destra al bivio poco prima di arrivare a Costa Imagna, con una comoda strada si sale al passo di Valcava, che si può valicare per scendere poi nella Val San Martino. Valcava tra l'altro (1250/1400 m.) è annoverata tra i centri invernali della Bergamasca. Valsecca (valle secca, toponimo che oggi contrasta con la ricca vegetazione della zona) sotto la Repubblica di Venezia segnava il confine con il ducato di Milano. Vicino alla parrocchiale esiste ancora la casa della gendarmeria veneta con la scritta "caserma della guardia imperiai". Testimoniano l'importanza strategica della zona anche alcuni ruderi di strutture difensive, tra cui un grande rustico munito di due torri. Sotto l'aspetto religioso, Valsecca è un altro punto fermo della fede dei valdimagnini, molto legati al grande Crocifisso di legno che parte della critica attribuisce a fra Giovanni da Reggio, 1654 conservato nella cappella vicino alla parrocchiale. Secoùdo la tradizione il Crocifisso, che ancora oggi è meta di molti devoti, salvò il paese dalle quattro epidemie di colera del 1836, 1849, 1855 e 1867. La parrocchiale di Valsecca, dedicata a S. Marco Evangelista, costituita alla fine del Quattrocento, custodisce parecchie opere d'arte. La più pregevole è una Madonna con Bambino e Angeli, scolpita nel Quattrocento in bassorilievo sul marmo, lo stile ricorda quello dell'Amadeo. Tra le tele sono da citare l'Adorazione dei Magi, seicentesca, pittore Carlo Ceresa; S.Marco in adorazione, 1729, Francesco Quarenghi; Via Crucis, settecentesca, Gaetano Peverada e altri dipinti di ignoti del diciassettesimo e diciottesimo secolo.