LA CROCE DI GESÙ

DON GIUSEPPE TOMASELLI

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Visto: NULLA OSTA Messanae, 19 - 3 - 1967

Sac. Sebastianus Merlino Censor Ecc1.

IMPRIMATUR

Messanae, 30 - 3 - 1967

Can. Pantaleon Minutoli vic. Gen.

INTRODUZIONE

L'otto aprile 1966, Venerdì Santo, il Sommo Pontefice Paolo VI lasciò il Vaticano ed andò al Colosseo, per compiere la pia pratica della Via Crucis.

Era solenne il corteo papale ed impo­nente la massa dei fedeli partecipanti. La religiosa pratica si svolse con molta devozione e commozione, poiché tutto era suggestivo: il ricordo dell'ora in cui Gesù moriva in Croce, l'Arena dei Martiri e la presenza del Capo Supremo della Chiesa Cattolica.

Paolo VI tenne all'occasione un memo­rando discorso e poi benedisse i presenti ed il mondo intero, tenendo in mano una Croce, che conteneva la reliquia del Sa­cro Legno della Croce di Gesù Cristo. Non sono molti i fedeli che conoscono la storia del Legno della Croce. Essendo importante, mi sono proposto di presen­tarla al popolo.

Non intendo fare uno studio sulla Cro­ce di Gesù, ma delle semplici rievocazioni. La prima parte dello scritto è storia; la seconda riguarda gli ammaestramenti spirituali, che scaturiscono dal concetto di Croce.

Fonte storica sono gli scritti di Baronio, storico rinomato.

A qualche fatto di ordine soprannatura­le, citato nello scritto, si è tenuti a presta­re solamente la fede umana. 

PARTE PRIMA

LA CROCE

Preludio

La giustizia umana punisce i colpevoli, infliggendo loro una pena proporzionata alla colpa. Ad un grave reato corrisponde una grave pena.

I delitti, specialmente quelli efferati, sogliono essere puniti con la morte. Se­condo i tempi, gli usi ed il grado di civiltà la sentenza di morte è stata ed è eseguita in vari modi.

Sino al secolo scorso i malfattori erano puniti con la ghigliottina, cioè con il ta­glio della testa. Nella prima metà di que­sto secolo era ancora in uso l'impiccagione e la fucilazione.

Nel tempo moderno la pena di morte suole essere inflitta con la sedia elettrica o con la camera a gas.

Sotto l'impero romano c'era la crocifis­sione. I malfattori erano inchiodati alla croce e vi si lasciavano morire lentamente per dissanguamento.

Al tempo di Gesù la Palestina era sotto il dominio di Roma. Avendo i Giudei pre­sentato Gesù all'autorità romana come reo di morte, fu data al Figlio di Dio la morte di croce.

 

Le sentenze di morte presso i Romani non erano troppe rare ed occorrendo le croci per i condannati, se ne tenevano tan­te in riserva.

Data la sentenza capitale, la croce era già pronta; non restava che attaccarvi alla sommità una targa di legno, con so­pra inciso il nome del colpevole e la cau­sa della condanna.

Nella Palestina erano rinomati i cedri del Libano e le croci si facevano di questo legno.

 

A Gerusalemme, capitale della Palesti­na, dimorava il Pretore Romano, il quale aveva il diritto di condannare a morte.

Lo stesso diritto poteva esercitare il re, ma sempre con la ratifica del Pretore Romano.

 

I condannati alla crocifissione, seguiti ordinariamente dalla folla, erano condotti fuori di Gerusalemme. Poco distante dalla città c'era un'altura rocciosa, alla cui cima si praticavano delle larghe fessure per conficcarvi la base della croce.

Poiché qua e là erano sparsi dei crani umani, quell'altura era chiamata « Luogo del cranio » o Calvario; in ebraico si di­ceva « Gòlgota ».

I Giudei, per rispetto al giorno del Si­gnore, non volevano che nelle feste ci fossero dei condannati sulla croce; per questo motivo la vigilia della festa i soldati romani spezzavano le ossa. dei con­dannati a colpi di mazza per affrettarne la morte e così deporre i cadaveri dalle croci.

 

Presso gli ebrei era proibito seppellire nel cimitero comune i giustiziati; sarebbe stata una profanazione. Erano seppelliti nelle campagne dai fossori addetti.

Un privato, col permesso dell'autorità romana, poteva richiedere un cadavere e seppellirlo nella tomba di famiglia, ma sempre fuori dal cimitero comune.

Giuseppe d'Arimatea, nobile decurio­ne, chiese a Pilato il Corpo di Gesù e gli diede onorata sepoltura in una tomba del suo giardino, poco distante dal luogo della crocifissione.

Fatto questo preludio, intratteniamoci su Gesù Cristo, sulla sua condanna a morte e sulla sua croce.

 

L'uomo - Dio.

Il Profeta Isaia, parlando del futuro Messia, aveva detto secoli prima: È stato annoverato tra i malfattori (IS., LIII, 12).

Gesù, durante la vita pubblica, ovun­que passava seminava il bene, tanto che il popolo esclamava: Ha fatto bene tutte le cose! (Mr., vrr., 37).

Con tutto ciò i suoi nemici, cioè quelli che non volevano riconoscerlo per Figlio di Dio, invidiandone la gloria, determinarono di metterlo a morte. Gli tendevano insidie per farlo condannare dalle autorità, ma non ci riuscivano; inoltre temevano qualche sommossa della folla, perché il popolo lo riconosceva per Messia.

Finita la sua missione, Gesù permise che i nemici riuscissero nell'intento e lo permise per dimostrare al mondo il suo infinito amore e per dare la prova supre­ma della sua Divinità, morendo sulla cro­ce e poi risuscitando.

 

Condanna nel Sinedrio.

Quali furono i falsi motivi presentati dai Giudei alle autorità per fare condanna­re Gesù?

Innanzitutto si tenga presente che in Palestina c'erano due autorità e quindi due tribunali; c'era l'autorità religiosa e quel­la civile-militare.

Al tribunale religioso, o Sinedrio, fu portata avanti una colpa religiosa.

La legge di Mosè dichiarava reo di mor­te chiunque avesse bestemmiato. Gesù si era proclamato Figlio di Dio; secon­do i Giudei questa affermazione era be­stemmia.

Quando il Divin Maestro fu arrestato col tradimento di Giuda e condotto al Si­nedrio davanti al Sommo Sacerdote Caifa, da questi fu interrogato ufficialmente: Ti scongiuro per il Dio Vivente a dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio!

Gesù gli rispose: Tu stesso lo dici! (Matt., xxvi, 64).

Questa risposta fu dichiarata colpa da meritare la condanna a morte infatti Caifa esclamò: Egli ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo di testimoni? Ecco, a­vete udito la bestemmia! Che ve ne pare?

Quelli risposero: È reo di morte! (Matt., xxxvi, 65).

 

Condanna nel Pretorio.

La sentenza di morte data dal Sommo Sacerdote non poteva essere esecutiva; do­veva essere ratificata dall'autorità romana.

Cosa importava di una bestemmia ai Romani, gente tuffata nel paganesimo? Per loro una bestemmia non poteva co­stituire un reato di morte.

I Giudei dovettero trovare un'altra ac­cusa per strappare al Pretore Romano la sentenza di morte; perciò dissero a Pilato: Il Nazareno sovverte la nostra nazione e distoglie dal pagare il tributo a Cesare, dicendo essere Lui il Cristo Re ... Solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dalla Galilea, ove ha cominciato, sino a qui! (Lc., xxII, 12).

Pilato, fatto l'interrogatorio, si convin­se che l'accusa era falsa e che i Giudei ne volevano la morte per gelosia. Volendo liberarlo dalle loro mani, lo dichiarò pub­blicamente innocente; ma in fine il Preto­re, debole com'era ed intimorito dalle minacce dei capi del popolo, che l'avreb­bero accusato all'imperatore di Roma qua­le suo nemico, dichiarò Gesù reo di morte e lo consegnò loro. I nemici di Gesù udita la sentenza, si affrettarono ad eseguirla.

Nel cortile del Pretorio furono portate tre croci, perché quel giorno avrebbero dovuto essere crocifissi anche due ladroni.

 

La Croce di Gesù.

È naturale che il condannato, a vedere lo strumento del suo supplizio, senta or­rore e tremi. Così sarà stato per i due ladroni, ma non per Gesù Cristo.

Il Figlio di Dio conosceva la sua Croce sin dall'eternità; ancora prima di farsi Uomo l'aveva mostrata in visione ai Pro­feti; di essa aveva parlato agli Apostoli, predicendo loro che sarebbe stato croci­fisso; l'aveva additata ai suoi seguaci di ogni secolo: Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua! (Matt., xvi, 24).

Quando, dunque, Gesù si trovò davanti alla sua Croce, non indietreggiò, ma sus­sultò in cuore e l'abbracciò con amore, pensando: Quando sarò innalzato su que­sta Croce, trarrò tutti a me!

 

Sangue sulla Croce.

Il tragitto dal Pretorio al Calvario fu molto doloroso. La Croce era pesante e Gesù cadde più volte sotto di essa. Fu necessario che un uomo, certo Simone di Cirene, lo aiutasse a portarla.

Quando Gesù giunse sul Golgota era sfinito. Da lì a poco il suo Sacro Corpo fu disteso sulla Croce e vi fu conficcato con i chiodi alle mani ed ai piedi. Era pre­sente sua Madre.

Il Sangue del Redentore imporporò quel legno, santificandolo: La Croce fu poi inalberata e Gesù vi rimase inchiodato diverse ore. Il Sangue che veniva giù dal capo coronato di spine e dalle trafitture dei chiodi, continuava ad inzuppare il legno della Croce.

Emesso l'ultimo respiro e ricevuto il colpo di lancia al costato, Gesù fu deposto dalla Croce e seppellito poco distante dal luogo della crocifissione, nel sepolcro of­fertogli da Giuseppe D'Arimatea. Furono deposti anche i cadaveri dei due ladroni.

Era necessaria questa deposizione, es­sendo prossima la Pasqua dei Giudei; nul­la però importava che le croci restassero ancora issate.

Al calare della sera si era chiuso il doloroso dramma del Calvario. La Vergi­ne Maria e le pie donne erano ritornate a casa; il sepolcro di Gesù era custodito dalle guardie del Sinedrio; sul Golgota cominciava a regnare il silenzio.

Le tre croci erano rimaste temporanea­mente innalzate.

Avviciniamoci a quella di centro per contemplarne la preziosità!

 

Croce preziosa.

Salve, o Croce di Gesù! Per mezzo tuo è stato redento il mondo!

Mente umana non avrebbe mai potuto pensare che tu, o Croce, oggetto d'ignomi­nia e strumento di supplizio, saresti po­tuta diventare oggetto di culto e di ono­re per la parte più civile dell'umanità!

Il Sangue del Figlio di Dio ti ha nobi­litata; avendoti scelta per altare del suo supremo sacrificio.

Tu, o Croce, sei divenuta un trono di gloria! Sopra di te è morta la Vita (Gesù) e per mezzo tuo la morte degli uomini è divenuta vita!

Un albero nel Paradiso terrestre fu la rovina del mondo ed un altro albero, che sei tu, o Croce, ha portata la salvezza!

O Croce Santa, segno di vittoria, tu regnerai su tutte le nazioni e sulle potenze infernali! Tu sarai invocata nel dolore e nella gioia! Su te saranno impressi gli ul­timi baci di chi parte da questo mondo!

 

Profanazione.

Tutto ciò che era servito ai condannati a morte, non poteva essere utilizzato ne­gli usi comuni; gli Ebrei tenevano tanto a questo.

Non si sa dove fossero stati seppelliti i due ladroni crocifissi con Gesù; si sa però che le tre croci, con le rispettive targhe delle iscrizioni ed i chiodi, furono sotterrate poco lontano dal sepolcro di Gesù.

Dopo l'Ascensione al Cielo e la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e sui discepoli, aumentando il numero dei cre­denti in Gesù Cristo ed essendo grande il fervore, crebbe anche la venerazione di tutto ciò ch'era appartenuto al Figlio di Dio.

Come oggi si va a Lourdes e si va in pellegrinaggio a visitare i luoghi sacri rimasti celebri nella storia, così e più an­cora dai primi Cristiani si accorreva alla Grotta di Betlemme, alla Casa di Naaa­reth, al Cenacolo ed al Getsemani.

Però il concorso maggiore dei visita­tori era al Calvario, sia alla sua cima, ov'era la roccia, sulla quale era stata pian­tata la Croce, sia al sepolcro, ov'era avve­nuta la risurrezione, e sia al piccolo tratto di terreno, ove stava sotterrata la Croce del Martire Divino.

Gli Ebrei, che non volevano ancora riconoscere la Divinità di Gesù Cristo e che anzi lottavano contro i suoi seguaci, non approvavano tali visite, specialmente quelle del Calvario. Tentarono tutto per cancellare la memoria del Nazareno.

Anche l'autorità romana non vedeva di buon occhio la nuova e grande corrente religiosa, perché contraria al culto delle divinità pagane.

Non essendo stato facile impedire il culto a Gesù Cristo sul Golgota, per la potente attrazione che esercitava quel sa­cro luogo, l'imperatore di Roma, Adriano, emise un decreto: Si profani il monte Calvario, per tenerne lontani i Cristiani!

Allora, per ordine imperiale, la depres­sione che separava il Golgota dal sepolcro di Gesù, fu riempita di terra, chiudendo così l'ingresso al sepolcro.

Tutto quel tratto di terreno fu livellato con il materiale di scarico e così rimasero seppelliti Calvario e sepolcro. Ne risultò una grande piattaforma.

Per sfogare l'odio anticristiano non fu sufficiente ciò; si fece di peggio.

Sul santo sepolcro si costruì un tempio in onore di Giove, il quale era conside­rato il « padre degli déi pagani », e sul posto della crocifissione s'innalzò un tem­pio alla dea della disonestà, cioè a Venere.

I luoghi più sacri della terra furono profanati in modo così orribile!

I Cristiani non andarono più al Calva­rio, volendo evitare i contatti con i pagani; ma il loro pensiero era sempre rivolto ai tesori nascosti sotto i due templi. Bisognava attendere l'ora della Provvi­denza.

 

La Provvidenza.

Com'è grande ed adorabile la Sapienza Divina!

Ebrei e pagani volevano eclissare la luce del Figlio di Dio. Credevano di es­sere riusciti nell'empio disegno; invece il Signore si servì di tutto questo per cu­stodire quei sacri luoghi e per fare un gior­no indovinare meglio il posto della croci­fissione e del sepolcro.

Col correre degli anni e dei secoli forse si sarebbero perdute certe tracce impor­tantissime; invece i due templi pagani ser­virono ad individuare tutto con preci­sione.

Il suolo di Palestina non è argilloso, ma piuttosto sabbioso, cosicché il mate­riale di scarico adoperato a coprire il Calvario fu una buona salvaguardia alla dete­riorizzazione della roccia del monte, del sepolcro e del legno della Croce.

 

Persecuzioni.

La dottrina di Gesù Cristo si diffon­deva non solo in Palestina, ma in tutto il mondo conosciuto allora, particolarmente nell'esteso impero romano.

Si moltiplicavano i miracoli; si conver­tivano in massa città e legioni di guer­rieri; c'erano Cristiani nella plebe e tra i patrizi; anche nella corte imperiale c'era­no ferventi seguaci di Gesù.

Gl'imperatori romani si preoccuparono seriamente, vedendo nell'estendersi del Cristianesimo un grave pericolo alla base dell'impero, il quale si reggeva sui princi­pi del paganesimo.

Per fermare e distruggere la forte cor­rente cristiana emanarono degli editti di persecuzione.

Chi può contare i sacrifici dei Cristiani dei primi secoli, costretti a stare sottoter­ra, nelle catacombe? Quanti tormenti su­birono i Martiri!

Le persecuzioni furono molte, terribili e per lungo tempo; ma quando Dio volle ritornò la pace.

 

Con questo segno vincerai!

Nell'anno 306 Costantino il Grande successe al padre Costanzo Cloro. Ben pre­sto egli si trovò davanti ad un nemico, Massenzio, che voleva dominare a Roma.

Costantino si accorse che Massenzio era troppo forte e che non avrebbe po­tuto vincerlo nella battaglia decisiva. Era pagano e non sapeva a quale divinità ri­volgersi per essere aiutato.

Era giunta l'ora della Provvidenza, cioè, la fine delle persecuzioni contro i Cri­stiani. Avvenne allora un prodigio.

Un giorno Costantino assistette ad un fenomeno miracoloso e, non solo lui, ma tutto il suo esercito. Di pomeriggio, mentre il sole volgeva al tramonto, apparve sopra il disco solare una grande Croce, formata di raggi luminosi. Sulla Croce stava scritto in latino: Con questo segno vincerai!

Costantino rimase colpito dallo strano fenomeno e non sapeva darsene spiegazio­ne. Venne Gesù in suo aiuto.

La notte l'imperatore ebbe una visione. Gli apparve il Divin Nazareno, avendo in mano lo stesso segno che si era visto in cielo sopra il disco solare, e gli ordinò di fare uno stendardo simile a quello per ser­virsene nelle imprese militari.

Costantino, scosso ed illuminato dalla visione, l'indomani comandò che si co­struisse il Làbaro, fregiato del segno della Croce.

Preceduto dal Làbaro, l'esercito costan­tiniano attaccò battaglia contro Massenzio. Non c'era parità di forze; Costantino a­vrebbe dovuto essere sconfitto ed invece riportò strepitosa vittoria. Attribuì il buon esito della battaglia all'assistenza del Dio dei Cristiani.

 

L'uomo della Provvidenza.

Costantino cominciò subito a interes­sarsi del Cristianesimo, volle istruirsi nel­la dottrina di Gesù Cristo e comprese ch'era ormai tempo di finirla con le perse­cuzioni.

Per agire con prudenza fece un passo per volta. Dapprima pubblicò un editto: La religione cristiana è tollerata nell'im­pero romano.

In seguito divenne Cristiano pure lui, anzi divenne un grande araldo del Cristia­nesimo.

Ordinò che il fisco restituisse i beni tolti ai Cristiani nell'ultima persecuzione, diede parecchie leggi a favore della reli­gione di Gesù Cristo, stabilì una multa contro i bestemmiatori e per rispetto a Gesù Crocifisso abolì il supplizio della croce per i condannati a morte.

I Cristiani salutarono in Costantino il loro liberatore e lo riconobbero quale uo­mo della Provvidenza; poterono uscire dalle catacombe e pubblicamente profes­sare la loro fede.

Costantino il Grande non vide più nei Cristiani i nemici dell'impero, ma i veri sostenitori.

 

Le Basiliche.

La conversione dell'imperatore fu ra­dicale. Volle ricevere il Battesimo e fu rigenerato alla Grazia Divina dal Papa S. Silvestro. Appena battezzato, Costan­tino riacquistò anche la salute del corpo, essendo affetto da grave malattia.

Grato al Signore, pubblicò un editto: Nell'impero romano si possono edificare templi in onore del Dio dei Cristiani.

Lui stesso ne diede l'esempio. Volle che si costruisse a Roma una grande basilica nella zona del Laterano e propriamente nel palazzo imperiale. La dedicò al San­tissimo Salvatore ed anche a S. Giovanni Battista, essendo stato egli battezzato in quel luogo.

Passati otto giorni dal suo Battesimo, Costantino mise la fondamenta di un'altra basilica sul colle Vaticano, ov'era stato ucciso S. Pietro. In tale occasione depose gli abiti imperiali, indossò quelli di ope­raio, s'inginocchiò sul sacro luogo e pregò versando lacrime.

Di poi, preso il bidente, rimosse la ter­ra, cavandone dodici cesti, in onore dei dodici Apostoli, e mise le fondamenta del tempio del Principe degli Apostoli.

Lo stesso fece sulla Via Ostiene, presso il luogo ov'era stato decapitato S. Paolo. Le tre celebri basiliche di Roma, San Giovanni in Laterano, S. Pietro e S. Paolo fuori delle Mura, per opera di Costantino furono costruite con vera magnificenza.

L'imperatore prese talmente a cuore la religione cristiana, da intervenire alle adu­nanze religiose; nelle riunioni dei Vescovi e dei Sacerdoti voleva assistere e presie­dere.

Chi avrebbe mai immaginato che un imperatore romano, persecutore dei Cri­stiani, avesse potuto giungere a tale grado di religiosità!

 

Lavoro sul Golgota.

L'attività religiosa di Costantino non si limitò a Roma. Presto il pensiero del­l'imperatore si portò ai luoghi santi, dove Gesù Cristo era vissuto, ed in modo spe­ciale al monte Calvario, luogo profanato da due templi pagani.

Bisognava abbattere questi templi e co­struire sullo stesso luogo una grande ba­silica.

Scrisse allora una lettera al Vescovo di Gerusalemme, Macario, comunicandogli la sua decisione e pregandolo di assumere la sorveglianza dei lavori.

La costruzione della basilica sul Calva­rio durò circa dodici anni, poiché dovet­te farsi un immenso lavoro: abbattere i due templi, rimuovere tutto il materiale per mettere allo scoperto il Calvario ed il sepolcro di Gesù e poi costruire.

A questo punto nella storia appare la nobile figura della madre dell'imperatore.

 

L'imperatrice Elena.

La madre di Costantino fu Elena, la quale, sebbene di umili natali, per la sua bontà e bellezza andò in sposa a Costanzo Cloro.

Quando Costantino divenne imperato­re, volle alla corte la madre e le diede il titolo di Augusta.

L'imperatrice Elena era pagana, ma ver­so i 65 anni si fece battezzare e cominciò ed essere vera seguace di Gesù. L'ultimo periodo della sua vita, sino oltre gli ot­tant'anni, fu un continuo esercizio di bon­tà e di zelo cristiano.

L'imperatrice, innamorata della carità, prese il nome di « serva dei servi di Ge­sù ». Beneficava i poveri, provvedendoli di cibo e di vestito; s'interessava dei condan­nati ai lavori dei metalli e ne fece liberare molti. Sebbene imperatrice, con umiltà e semplicità serviva a tavola i poverelli. La sua vita fu preghiera e beneficenza.

Gli scrittori cristiani del tempo ne fecero i più splendidi elogi e la Chiesa la dichiarò Santa.

La gloria principale di Sant'Elena è questa: l'invenzione della Croce di Gesù Cristo, dovuta alla sua fede, alle sue pre­ghiere ed al suo zelo.

La narrazione che il figlio faceva alla madre dell'apparizione del segno della Croce in cielo e della visione di Gesù nel­la notte seguente, accese nell'animo del­l'imperatrice tanto amore alla Croce di Gesù, da non darle pace finchè non l'aves­se trovata sul Golgota.

 

Invenzione della Croce.

Dopo avere avuta una visione, Sant'E­lena lasciò Roma e andò a Gerusalemme, nel tempo in cui si eseguivano i lavori di demolizione sul monte Calvario.

L'imperatrice osservò bene i punti prin­cipali del Golgota e si studiò d'indovina­re il posto ove avrebbe potuto essere la Croce. Per riuscire nell'intento fece fervo­rose preghiere; il Signore si degnò indi­carle il posto con una visione.

La pia donna, raggiante di gioia, disse ai muratori ed ai terrazzieri: Scavate il terreno qui! - e tracciò un segno di Croce.

Proprio in quel posto, a certa profon­dità si trovò una tavola coperta di terra; fu detersa e vi lessero parole scritte in ebraico, in greco ed in latino. Era la ta­vola che Ponzio Pilato aveva fatto affig­gere alla Croce del Redentore: « Gesù Nazareno Re dei Giudei ».

L'imperatrice baciò il sacro legno ed ordinò agli operai di intensificare il la­voro per trovare la Croce. Presto appar­vero tre croci; erano identiche. Quale sa­rebbe stata quella di Gesù? Il problema non era facile a risolversi; era necessario l'intervento divino.

Sant'Elena informò il Vescovo di Ge­rusalemme, Macario, che ebbe un'idea fe­lice. In città era moribonda una nobile signora. Il Vescovo fece portare le tre croci in casa dell'agonizzante per fare un esperimento.

Uno storico conservò la preghiera pro­nunziata dal Vescovo in quell'occasione: « Signore, che concedesti la salute al genere umano per la morte di Croce del tuo Figlio Unigenito e che ora hai ispi­rato alla tua serva Elena di cercare il le­gno beato, dove fu sospesa la nostra sal­vezza, mostraci con evidenza quale delle croci servì per la gloria divina e quali furono di supplizio ai malfattori. Fa' che questa donna, che giace sul letto semiviva, al tocco del legno salutare sorga subito dalla morte imminente alla vita! ».

Fatta la preghiera, il Vescovo con una croce toccò il corpo della morente. Costei rimase ancora agonizzante; lo stesso av­venne al tocco della seconda croce. Ma appena fu toccata dalla terza, l'inferma apri gli occhi, scese dal letto e cominciò a camminare lodando Dio.

 

Festa del Sacro Legno.

Avvenuto il miracolo, Sant'Elena spe­dì al figlio una reliquia della Croce. L'im­peratore la fece mettere dentro la sua sta­tua, eretta nel foro di Costantinopoli.

In seguito una parte della Croce fu por­tata dall'imperatrice con sé a Roma ed il resto, in maggioranza, rimase a Gerusa­lemme.

Ogni anno a Gerusalemme cominciò a venerarsi la Croce, con una festa partico­lare, detta « La festa del Sacro Legno ». L'esposizione solenne della Croce comin­ciò a farsi anche al Venerdì Santo.

 

Vicenda storica.

Trascorsi alcuni secoli, ci fu una triste vicenda.

Cosroe, re dei Persiani, fece guerra contro Foca, dominatore della Palestina; occupò Gerusalemme, fece strage dei Giu­dei, s'impossessò dei beni della città e portò via anche la Croce, che l'imperatrice Elena aveva fatta collocare sul Calvario. Eraclio, successore di Foca, bramava riavere la Croce; pregava e digiunava per impetrare da Dio l'aiuto a riconquistarla. Illuminato ed assicurato da una visio­ne, Eraclio preparò un grande esercito, si mosse contro i Persiani e ne riportò vittoria. La prima condizione di pace fu la restituzione della Croce di Gesù Cristo. Dopo quattordici anni la Croce fu ri­portata a Gerusalemme. Fu giorno di gran festa quello in cui l'imperatore Eraclio ricollocò la Croce sul Calvario. All'occa­sione ci fu un fatto prodigioso.

L'imperatore, per rendere onore a Ge­sù Cristo, volle portare sulle sue spalle la Croce, dal Pretorio al Calvario. Indos­sò abiti preziosi e si ornò di oro e di gem­me. Era seguito dal Vescovo Zaccaria, dai Sacerdoti e dal popolo.

Quando il religioso corteo giunse alla porta della città, che menava al Calvario, l'imperatore non poté andare avanti; più si sforzava a camminare e più si sentiva spinto indietro da una forza misteriosa. Visto ciò, il Vescovo disse: - Impera­tore, il tuo vestito a festa, la tua corona e le gemme sono in contrasto con l'umiltà e la povertà di Gesù Cristo. Vestiti da povero! -

Eraclio depose gli abiti da festa, ne in­dossò degli umili, tolse anche i calzari e così poté continuare il cammino. Ricollo­cò poi la Croce sulla roccia del Calvario.

La memoria di questa vicenda storica è solennizzata con la festa liturgica, detta « Esaltazione della Santa Croce », in data 14 settembre.

Ma riprendiamo l'importante storia di Sant'Elena.

 

Basilica Eleniana.

Come Costantino volle il tempio di S. Giovanni in Laterano attiguo al palazzo imperiale, così Sant'Elena volle un tem­pio attaccato al suo palazzo nella zona del Sessorio, poco distante dal Laterano. Que­sto tempio fu chiamato dapprima « Basi­lica Eleniana ».

Sant'Elena, soddisfatta di aver trovata la Croce di Gesù, ritornò a Roma, portan­do seco reliquie importanti, e cioè: una porzione della Croce, una parte della ta­vola con l'iscrizione fatta da Pilato, due chiodi della crocifissione ed alcune spine della corona di Gesù. Fece anche traspor­tare dei sacchi di terra del Calvario.

Queste cose furono messe nella Basili­ca Eleniana.

I Cristiani di Roma, e poi altri, co­minciarono ad affluire in questo tempio per venerare specialmente il legno della Croce.

Con l'andare del tempo la basilica non fu chiamata più « Eleniana », ma « Santa Croce in Gerusalemme », tanto più che la terra trasportata da Gerusalemme era stata messa sotto il pavimeno della Cap­pella delle Reliquie.

 

Cappella delle Reliquie.

Nel decorso dei secoli la Cappella del­le Reliquie ha avuto delle modificazioni. Qui si descrive com'è al presente.

A sinistra della Basilica, entrando, in fondo verso l'abside, si trova la devota Cappella.

L'architetto Florestano Di Fausto ha voluto dare all'ingresso l'idea del Calva­rio.

Infatti, appena entrati nell'atrio, si co­mincia a salire; ci sono nove gradini, a gruppi di tre. In fondo all'atrio sta una grande porta di ferro, a forma di Croce.

Sopra una parete si legge l'iscrizione latina « Pars crucis boni latronis ». C'è la parte trasversale della croce del buon la­drone, incassata nella parete e protetta da un'inferriata. Il legno è lungo un metro e settantotto e largo centimetri tredici.

Su questo legno, a fianco di Gesù, finì la vita Disma, il quale senti dirsi dal Si­gnore le confortanti parole: « Oggi sarai con me in Paradiso! ».

Attraversata la porta di ferro, si entra nella Cappella, le cui pareti ed il pavimen­to sono di marmi pregiati.

Quando Ponzio Pilato condannò Gesù, scrisse sopra una tavola il nome ed il mo­tivo della condanna, e cioè « Gesù Naza­reno Re dei Giudei ». La scrittura era in­cisa sul legno con uno strumento appuntito, detto « stilo ».

Una parte di questa tavola è esposta nella Cappella e vi si legge solo metà dell'iscrizione. La tavoletta è lunga un palmo e mezzo, larga quasi un palmo e dello spessore di circa centimetri tre. È di colore un poco oscuro ed ha i margini laceri; ciò fa pensare che siano state stac­cate delle particelle.

La tavola è dentro un reliquiario, il quale poggia sopra sei zampe di leone, in metallo.

Sull'altare delle Reliquie sta una teca di forma ovale con dentro il dito dell'Apo­stolo S. Tommaso. Probabilmente è quel dito che toccò le cicatrici di Gesù, in con­ferma dell'avvenuta risurrezione.

Le Reliquie più importanti sono: le due spine della corona, il chiodo della Croci­fissione ed il legno della Croce.

 

Le Sacre Spine.

La corona di spine, che fu posta sul Ca­po di Gesù quando fu vestito da re di burla, non andò perduta.

Dopo che Gesù fu deposto dalla Croce, gli fu tolta dal capo la corona intrisa di Sangue e fu conservata gelosamente.

Secondo gli storici Baronio e Moresi, quando Sant'Elena ritrovata la Croce par­tì per Roma, portò con sé assieme alle al­tre Reliquie anche la corona di spine.

Per vicende storiche questa corona fu trasportata in divèrsi luoghi ed attualmen­te, dal 1806, si trova a Parigi, nella Chie­sa di Nótre Dame. E’ priva di spine, per­ché queste sono state sparse in molte Chiese.

Due spine stanno a Roma nella Basili­ca di Santa Croce in Gerusalemme, racchiuse in reliquiario; sono visibili. So­no diritte, legnose, appuntite e lunghe tre centimetri e mezzo.

 

Chiodo della Crocifissione.

Quando fu ritrovata la Santa Croce, fu­rono ritrovati anche i chiodi della crocifis­sione, i quali erano ancora nei fori del sa­cro legno.

I chiodi principali, cioè quelli che era­no a contatto con il Corpo di Gesù erano quattro: due per le mani e due per i piedi.

C'erano anche altri chiodi secondari: quelli che trattenevano la tavola dell'iscri­zione di Pilato; quelli che univano i due legni della Croce, l'asta verticale e quella trasversale; i chiodi del ceppo, su cui pog­giavano i piedi di Gesù Crocifisso.

Sant'Elena utilizzò i chiodi conoscen­done la preziosità.

Nella Basilica di Santa Croce si conser­va un chiodo principale, ossia uno di quel­li che trafissero le membra di Gesù.

Il reliquiario è come un ostensorio. Vi sono raffigurati all'esterno due Angeli, in atto di adorazione. Il chiodo è al centro del reliquiario, dentro un peristilio; è ca­povolto, cioè la punta è in alto e la capoc­chia è alla base, assicurata con linguette. d'argento. È lungo dodici centimetri e mezzo ed ha la punta tronca. È di forma quadrata ed ha lo spessore di nove milli­metri. La capocchia è larga e rotonda.

È da notare che verso l'estremità il chio­do non è diritto; risalta subito che è sta­to raddrizzato, essendo stato in origine ri­torto.

 

Legno della Croce.

Come si è detto sopra, Sant'Elena por­tò da Gerusalemme una porzione della Croce di Gesù. Di questa oggi rimangono nella Cappella delle Reliquie soltanto tre schegge, essendone state asportate molte particelle, distribuite già nel mondo.

I tre frammenti sono conservati in un artistico reliquiario, di cui ora si fa la de­scrizione.

E’ composto da una Croce di argento dorato. Al centro dei bracci della Croce c'è un bassorilievo in oro, che rappresenta la Santissima Trinità, con l'abbellimento di una raggiera dorata.

Nella parte superiore, sotto il cristallo, sono scritte in oro le parole di S. Paolo su Gesù; l'iscrizione è in latino, che tra­dotta dice: « Si umiliò facendosi ubbi­diente sino alla morte, e morte di Cro­ce! ».

Nei bracci laterali e nell'inferiore stan­no i tre pezzi della Croce, con ornamenti in oro. Poco più sotto, nel braccio inferio­re, è raffigurata la Vergine Addolorata in bassorilievo d'oro; più sotto ancora è ri­prodotta la corona di spine.

La Croce posa sopra una base, al cen­tro della quale è raffigurata in oro la sce­na della crocifissione.

Ai lati del piedistallo stanno due An­geli, in cui uno tiene la lancia e l'altro la canna con una spugna.

Un tempo non era facile visitare la Cap­pella delle Reliquie; oggi è tutto agevo­lato.

La Cappella è aperta tutti i giorni e le Sante Reliquie sono mostrate ai fedeli dietro semplice richiesta fatta al custode, che è un religioso Passionista. Questi re­cita alcune preghiere con i visitatori e poi mostra loro le Reliquie.

Chi va a Roma, non tralasci di visitare la Basilica di Santa Croce.

 

PARTE SECONDA

Segno del Figlio dell'uomo.

Il Redentore, parlando di se stesso, di­ceva di essere il Figlio dell'uomo. Questa denominazione si addice a Ge­sù in quanto Egli è l'Uomo per eccellen­ze, cioè Colui che davanti all'Eterno Pa­dre rappresenta tutta l'umanità. Infatti, pur restando vero Dio, si fece vero uomo, prese sopra di sé le iniquità di tutti gli uo­mini e divenne loro pietoso intermediario presso la Divina Giustizia.

Tanti in società portano dei distintivi, per esprimere un'idea particolare. Anche Gesù ha il suo segno distintivo e questo è la Croce. Parlando Egli della sua secon­da venuta nel mondo, nel giorno del Giudizio Universale, dice: Allora apparirà in cielo il segno del Figlio dell'uomo (Matt., XXLv, 30).

Si commenta questa frase evangelica. Alla fine del mondo, appena avvenuta la risurrezione universale, l'umana genera­zione sarà divisa dagli Angeli in due schie­re, quella dei buoni, o salvi, e quella dei cattivi, o dannati.

Tutti i risorti attenderanno la compar­sa del Giudice Supremo. Ma prima di Lui apparirà in cielo il suo segno, cioè la Cro­ce, o Bandiera del Cristo.

Che Croce sarà quella?

Forse sarà una Croce meravigliosa, splendida, formata per l'occasione dalla Onnipotenza Divina.

Potrà darsi invece, e questa è l'opinio­ne comune, che sia la vera Croce di Ge­sù, quella di legno, la stessa su cui Egli morì.

Come le ceneri dei corpi umani, disper­se per il mondo, al suono delle trombe angeliche si riuniranno per ricomporsi, così i frammenti della Croce di Gesù, dis­seminati oggi in numerosi reliquiari, si riuniranno per ricomporre la Croce.

- Allora, dice Gesù, tutte le nazioni della terra piangeranno, vedranno il Fi­glio dell'uomo venire sulle nubi del cie­lo con grande potenza e gloria (Matt., xxiv, 30).

Questo significa che alla comparsa del­la Croce i buoni piangeranno di gioia, ve­dendo in quel sacro segno la bontà e la potenza del Figlio di Dio ed anche l'àn­cora della salvezza, alla quale si sono ag­grappati per entrare in Paradiso.

I cattivi al contrario piangeranno di disperazione, perché non hanno creduto alla Redenzione ed hanno disprezzato la Croce e perché vedranno in quel segno la giustificazione della loro condanna.

Amiamo, dunque, la Croce; veneriamo­la e gloriamoci di esserne seguaci!

 

Croce vittoriosa.

Consideriamo brevemente la Croce qua­le segno di gloria e di vittoria di Gesù Cristo nel mondo e quale segno di speran­za per i credenti in Dio.

Roma anticamente centro del pagane­simo, persecutrice dei Cristiani, a distanza di tempo è mutata.

Sui cento e cento campanili della città e sull'eccelsa cupola di San Pietro si erge maestosa la Croce, quale segno di vitto­ria del Cristo sul mondo pagano.

Come a Roma, così in ogni città ed in ogni villaggetto ove giunge il Missionario, ovunque spicca e domina la Croce.

Il segno del Figlio dell'uomo abbatte ogni potenza umana e vede ai suoi piedi i piccoli ed i grandi, i popoli ed i loro reggitori.

Nel mondo la morte è considerata co­me la dominatrice, poiché tutti cadono sotto i suoi colpi. Ma la Croce domina an­che sulla morte.

È sempre la Croce che si erge nei gran­di e nei piccoli cimiteri, sulle varie Cap­pelle sepolcrali e sulle singole tombe.

I corpi umani, seppelliti, dormono il sonno della pace all'ombra della Croce, in attesa della risurrezione; la prima cosa che vedranno appena usciti dal sepolcro sarà la Croce ... il segno del Figlio del­l'uomo in cielo.

Gesù, morendo come uomo sulla Cro­ce, vinse la morte!

O morte, dov'è la tua vittoria? ... Su te trionfa Gesù Cristo, che è risurrezione e vita.

Il Divin Maestro dice: Quando uno forte guarda in armi l'a­trio, è al sicuro tutto quanto possiede. Ma se viene uno più forte di lui e lo vince, gli toglie tutte le armi sulle quali confidava e ne divide le spoglie (Lc., xi, 21).

Il forte, di cui parla Gesù, è Satana, che ha le sue armi per rovinare le anime. Ma c'è uno più forte di lui ed è Gesù, che ha vinto Satana morendo sulla Croce e continua a vincerlo col segno della Croce.

Lo scrivente ha fatto l'Esorcista non poche volte, cioè ha dovuto scacciare il demonio da certi ossessi.

Durante l'Esorcismo il Sacerdote suo­le tenere in mano il Crocifisso, quale po­tente arma contro il demonio. Il nemico delle anime davanti alla Croce freme ed è tormentato.

Quando l'Esorcista fa dei segni di Cro­ce sulla fronte della persona indemoniata, questa dimena la testa con tanta veemen­za, che spesso riesce difficile il segnarla. Quando il segno di Croce è tracciato sul petto, sono tali le reazioni ed i contorci­menti da far riflettere sulla potenza stra­ordinaria del segno di Croce.

Sotto la potenza della Croce, quando il demonio non può più resistere, esclama: - Me ne vado! -

La Croce di Gesù trionfa non solo sul mondo, ma anche sulle potenze infernali e placa la Divina Giustizia.

 

Legno isolatore.

Nella città, ove dimoro, non è molto, si abbatté un violento acquazzone. Un si­gnore, per ripararsi, teneva il parapioggia aperto.

Sarà stata la direzione della scarica elet­trica, oppure l'attrazione esercitata dal metallo della punta del parapioggia, il fat­to fu che il fulmine si scaricò lì, con una energia almeno di duecentomila volts.

Il malcapitato si vide dentro una gran fiammata; avrebbe dovuto restare carbonizzato; invece, caduto a terra per la scos­sa e rimessosi con un cordiale, poté ritor­nare a casa.

Come si salvò? ... Il manico del para­pioggia era di legno; si sa che il legno è un buon isolatore. Non essendo potuta passare la corrente per il manico, quell'uo­mo rimase illeso.

Un pezzo di legno salva un uomo!

Se tanto può un legno naturale, che co­sa non può il legno della Croce di Gesù Cristo, impregnato del Sangue Divino? 1 fulmini della Divina Giustizia non posso­no colpire il peccatore, se questi si afferra al legno della Croce.

 

Serpente sull'asta.

Il Signore nell'Antico Testamento die­de un simbolo di ciò che sarebbe stata un giorno la Croce ed il Crocifisso.

Si legge nella Sacra Scrittura: Gli Ebrei partirono dal monte Or ed andarono verso il Mar Rosso, per girare attorno alla terra di Edom.

Ma ben presto il popolo, annoiato del viaggio e delle fatiche, parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: Perché ci hai tratti dall'Egitto a morire in un deserto? Manca il pane, non c'è ac­qua e noi siamo nauseati di questo cibo leggerissimo (la manna). -

Per questo motivo il Signore mandò contro il popolo dei serpenti, che con i morsi, come di bruciatura, producevano piaghe e morte in moltissimi.

Gli Ebrei, andati da Mosè, dissero: Ab­biamo peccato, parlando contro il Signo­re e contro di te. Prega affinché allontani da noi i serpenti. -

Mosè pregò per il popolo ed il Signore gli disse: Fa' un serpente di bronzo ed innalzalo come segno dei feriti (dai serpenti). Chi lo guarderà, avrà la vita. -

E Mosè fece un serpente di bronzo e lo innalzò come segno; i feriti che lo guarda­vano, guarivano (Numeri xxi, 4 ... ).

Gesù stesso, come si legge nel Vangelo di S. Giovanni (III, 14), spiegò il signifi­cato del suddetto fatto e cioè: Come il serpente fu innalzato sull'asta per ordine di Dio, così Gesù fu innalzato sulla Croce.

Come chi guardava il serpente di bron­zo guariva dai morsi mortiferi, così chi guarda Gesù Crocifisso con gli occhi della fede, riconoscendo in Lui il Salvatore del Mondo, andrà salvo dalla morte del pec­cato.

 

Amore alla Croce.

Sia la Croce la nostra forza, la nostra gioia, il nostro amore e cantiamo con la Chiesa:

Salve, o Croce, unica nostra speranza! La Chiesa tiene in grande stima la Cro­ce e la onora di continuo con la sua Litur­gia.

La vuole sopra ogni Altare, anzi al cen­tro di esso ed in alto, durante la celebra­zione della Messa.

Apre le sue processioni con la Croce elevata, portata da un Ministro dell'Al­tare.

Il Papa, i Cardinali ed i Vescovi la por­tano abitualmente esposta sul petto. Benedice Croci e Crocifissetti, annet­tendo le indulgenze.

La onora con feste particolari durante il corso dell'anno liturgico.

 

Amore e rispetto.

I Santi, in genere, hanno avuto un cul­to speciale per la Croce. Per tacere di altri, si accenna a San Giovanni Bosco.

Quando il Santo nelle sue peregrina­zioni era costretto a cambiare residenza, non tralasciava di portare con sé un anti­co Crocifisso, che poi collocava nella came­retta.

Negli Oratori, Ospizi e Collegi che apri­va, poneva una Croce col Crocifisso in ogni vano dell'ambiente.

Ne faceva regalo ad ogni Salesiano, che partiva per le Missioni.

Era il dono preferito a persone di ri­guardo; ad esempio al nobile signore Za­verio Provana in segno di riconoscenza fe­ce simile dono, dicendo: Eccole la Croce benedetta! Se Dio mi esaudisce, essa col­merà di benedizioni e di timor di Dio chi la porterà.

Quando il Papa Pio IX gli donò una cassetta piena di Crocifissi, Don Bosco era felice di poterli regalare, tanto più ch'era­no indulgenziati.

Nelle Memorie Biografiche di Don Bo­sco si legge che il Santo benediceva dei Crocifissetti, i quali poi operavano prodi­gi di guarigione e di conversioni.

Come i Santi, così tutti i fedeli devono avere caro il Crocifisso.

Si tenga sulla parete della camera, sul tavolo ed in ogni ambiente ove si lavora. Si guardi lungo il giorno la Croce, sol­levando la mente a Gesù ed invocandone la Benedizione con qualche giaculatoria, ad esempio: O Gesù, per la tua Croce e Passione, abbi pietà di me!

Più che tutto la si porti addosso, possi­bilmente al collo. La si baci mattina e sera e nei pericoli dell'anima e del corpo.

Come sono da compiangersi quegl'in­felici, che sono ostili alla Croce! Gl'irreligiosi non la vogliono negli uffi­ci, nei negozi, nelle scuole e nei circoli. Non vogliono la Croce, perché sono ne­mici di Gesù Cristo.

- Chi non è con me, è contro di me! - così dice il Divin Maestro.

Ed in particolare, quanta compassione fanno i comunisti della Russia, che han­no abolita la Croce, sino a mettere a suo posto sulle tombe il segno di falce e mar­tello!

 

Una Santa.

Nel volume dei cinque libri di Santa Geltrude ci sono degli episodi edificanti, intonati al culto della Croce e del Croci­fisso. Se ne citano alcuni.

Si era fatta una processione, preceduta al solito dall'immagine della Croce, per ottenere la serenità del tempo. Al ritorno, mentre si varcava la soglia della Chiesa, Santa Geltrude vide animarsi il Crocifisso e sentì che Gesù, dall'alto del patibolo, diceva all'Eterna Padre:

Eccomi, o Padre, rivestito dell'umana natura, che ho assunto per la salvezza del mondo! Io vengo con una falange di ani­me fedeli ad offrirti le mie suppliche!

L'Eterno Padre a queste parole rimase placato e disse: Ecco il segno dell'allean­za tra me e la terra!

Un giorno, mentre la Santa contempla­va il Crocifisso, comprese che l'anima, guardando amorosamente l'emblema della nostra Redenzione, merita che Dio rivol­ga con bontà il suo sguardo verso di lei. Sotto l'influsso dello sguardo divino l'ani­ma diviene brillante come uno specchio, ove si riflette l'immagine del Salvatore; la Corte Celeste si rallegra a tale vista e l'ani­ma ne ha aumento di merito per l'eternità.

La Santa ebbe pure, per luce divina, il seguente insegnamento: Quando una persona guarda il Crocifisso con devozione, deve pensare che Ge­sù le dica con bontà: Ecco, come per tuo amore, ho voluto essere appeso nudo, sfi­gurato, coperto di piaghe, con le membra violentemente distese sopra una Croce! Il mio Cuore, o anima, è così appassiona­tamente amante del tuo che, se per sal­varti fosse necessario, sopporterei di nuo­vo e volentieri per te sola tutto quanto ho sofferto per il mondo intero. -

Questi pensieri devono ridestare nei cuori sentimenti di riconoscenza, perché è sempre effetto di una grazia divina che gli occhi umani si posino sull'immagine della Croce e non si fissino mai senza che l'anima ne risenta impressioni salutari.

La contemplazione di Gesù Crocifisso è sempre di profitto. Come è impossibile maneggiare la farina senza impolverarsi, così l'anima non può pensare al Crocifis­so, senza trarre qualche vantaggio.

Sforziamoci perciò di coltivare questo sacro ricordo, affinché la memoria della Passione di Gesù diventi per noi gioia ineffabile al cuore.

Santa Geltrude desiderava ardentemen­te avere un Crocifisso, per venerarlo spes­so con amore. Però cercava di moderare il suo desiderio, temendo che quell'esercizio esteriore troppo assiduo fosse a detrimen­to delle sue pratiche interiori.

Gesù allora le disse: « Non temere, mia diletta figlia! In tale devozione io sono l'unico oggetto dei tuoi buoni pensieri, quindi non può ostacolare le gioie spirituali di cui ti colmo.

« Inoltre ti confido che mi torna assai gradito vedere lo strumento del mio sup­plizio circondato d'amore e di rispetto.

«Tuttavia non basta contentarsi di ave­re la Croce; questa deve rendere più vivo il ricordo dell'amore e della fedeltà, che mi hanno fatto sopportare le amarezze del­la Passione, perché più che alla soddisfa­zione personale, bisogna mirare agli esem­pi che il Crocifisso richiama».

Un venerdì la Santa si ricordò di aver tolto i chiodi del suo Crocifisso, che tene­va nella stanza, per mettervi a loro posto dei boccioli profumati di garofano. Chiese pertanto a Gesù:

O mio diletto Signore, cosa hai tu pen­sato quando, con atto tenerissimo, io tolsi i chiodi dalle dolci ferite dei tuoi piedi e delle tue mani, per mettervi fragranti boc­ciolini?

Le rispose Gesù: Tale prova d'amore mi ha così conso­lato, che ho diffuso sulle piaghe dei tuoi peccati il balsamo della mia Divinità.

- Insistette la Santa: Mio Gesù, accorderai lo stesso favore a tutti coloro che ti onoreranno in questo modo?

Rispose Gesù: Non a tutti, ma sola­mente a quelli che compiranno quest'atto con lo stesso tuo amore; però grande sarà la ricompensa anche per le anime che non ti uguaglieranno in fervore e devozione. -

A queste dolci parole la Santa prese il Crocifisso, lo coperse di teneri baci e, stringendolo al cuore, gli prodigò tutto il suo amore.

Dopo di ciò, Gesù staccò il braccio de­stro dalla Croce ed abbracciò la Santa con infinito amore.

 

Il segno della Croce.

Conviene ora parlare della Croce quale segno religioso che si traccia sulla propria persona, toccando fronte, petto e spalle e pronunziando i nomi delle tre Divine Persone. Questo segno può essere fatto pure sopra altre persone o sopra oggetti, nell'atto di benedire.

Col segno della Croce noi facciamo una professione di Fede, cioè manifestiamo di credere nei due più grandi misteri rivelati dal Signore: « Unità e Trinità di Dio », pronunciando le parole, e « Incarnazione, Passione e Morte del Figlio di Dio », trac­ciando il segno della Croce. Questo sacro segno è molto usato e rac­comandato dalla Chiesa.

La Liturgia lo prescrive con frequenza; infatti ogni funzione religiosa comincia e si chiude con la Croce; durante la stessa funzione il segno suole ripetersi più volte. Nella celebrazione della Messa quante vol­te il Sacerdote rinnova il segno della Croce!

Ogni amministrazione di Sacramenti ha uno o più segni di Croce. Lo stesso si di­ca delle varie Benedizioni.

Si può affermare che il segno di Croce è l'atto religioso più semplice e più in uso nella Chiesa di Gesù Cristo.

 

Prodigi.

La sacra storia registra dei miracoli av­venuti col segno della Croce.

L'Abate S. Benedetto aveva dei nemici, che gl'insidiavano la vita. Un giorno gli presentarono con inganno un bicchiere con dentro del veleno, invitandolo a bere.

Il Santo fece un segno di Croce sul bic­chiere e questo si ridusse subito in fran­tumi.

Il Taumaturgo S. Nicolò di Bari è raf­figurato nell'atto di benedire col segno di Croce tre bambini, i quali lo mirano sor­ridenti.

Il Santo, forse per divina ispirazione, aveva saputo che un tale vendeva carne umana, quasi fosse carne di bestiame. Si presentò al perfido venditore, gli rinfac­ciò i delitti commessi e, come prova del suo dire, fece un segno di Croce sulla car­ne esposta; subito risuscitarono tre bam­bini.

 

Segnarsi devotamente.

Data l'importanza, si raccomanda di fare spesso e bene il segno di Croce.

E’ bene segnarsi:

Mettendosi a letto e svegliandosi al mattino.

Prima e dopo delle preghiere, del lavo­ro e dei pasti.

Entrando e uscendo di Chiesa. Mettendosi in viaggio.

Nei bisogni particolari dell'anima e del corpo.

Non sempre è prudente segnarsi davan­ti ad altri; in certe circostanze ci si può servire del piccolo segno di Croce, cioè fatto solamente sulla fronte oppure sul petto.

La Croce sia fatta bene e che non si riduca ad un segno insignificante, quasi fosse un caccia-mosche.

 

Iniziativa.

A chiusura dell'argomentazione si pre­senta una iniziativa.

Diceva una persona allo scrivente: Io ho un Crocifisso, che mi metteranno sul petto quando morrò e che dovrà venire con me nella tomba. -

L'iniziativa non è disprezzabile; sareb­be infatti vantaggioso, spiritualmente par­lando, avere un Crocifisso, tenerlo addos­so, o a portata di mano, ed avere l'abitudine di baciare le Sante Piaghe.

Il pensiero che quel Crocifisso sarà nel­le nostre mani nel tempo dell'agonia, che riceverà l'ultimo nostro bacio a chiusura della vita e che ci accompagnerà nel sepol­cro, questo pensiero, illuminato dalla Fe­de, potrebbe suscitare in noi nobili sen­timenti, specialmente nelle ore gravi della vita.

 

PARTE TERZA

Croce e sofferenza.

Gesù si avviò al Calvario con la Croce sulle spalle. Quel tragitto ha avuto il no­me di « Via Dolorosa ».

Gesù, prevedendo quel viaggio, duran­te la vita pubblica ne fece cenno ai suoi seguaci: Chi vuol venire dietro a me, rin­neghi se stesso, prenda la sua croce, ogni giorno, e mi segua (Lc., ix, 23).

I Cristiani devono imitare il loro Divin Maestro, seguendone le tracce.

La dottrina di Gesù Cristo è bella, per­fetta, apportatrice di gioia intima, utilis­sima ad ogni ceto di persone; però richie­de il rinnegamento di sé, cioè il dominio delle passioni disordinate. Per avere que­sto dominio occorre imporsi dei sacrifici.

Dal rinnegamento di sé scaturisce, come da sorgente divina, la pace dell'anima, la gioia della vita e la speranza del gaudio eterno.

I frutti del sacrificio sono mirabili! Prendere la croce e seguire Gesù vuol dire non uscire dal binario della Legge Divina, non ribellarsi alla volontà di Dio quando si è visitati dal dolore, non abbat­tersi nelle prove della vita; insomma, sa­pere soffrire cristianamente, pensando che nella vita si deve portare la croce e che solo per mezzo di essa si giunge al Para­diso.

Un motto latino dice: « Ad Lucem per Crucem », cioè, si giunge a Dio, che è Luce Eterna, per mezzo della Croce, come Gesù Cristo entrò nella sua gloria in Cielo per mezzo della Croce.

Se la croce quotidiana si porta con fede e con uniformità al volere di Dio, diviene più leggera e spesso amabile.

Se non si vuol portare e si trascina, di­viene più pesante e talora insopporta­bile.

La Croce è dunque sinonimo di soffe­renza.

Nel mondo tutti portano la croce, per­ché tutti soffrono. Chi soffre oggi, chi sof­frirà domani; chi soffre nel corpo e chi nello spirito; chi porta la croce di legno, in apparenza molto pesante, e chi la porta di metallo, in apparenza più piccola, ma in realtà più gravosa.

È da tenere presente che tante croci piombano addosso per colpa propria: o perché non si è moderati nel mangiare e vengono i malanni; o perché non si sa fre­nare la lingua e poi nascono i contrattem­pi; o perché si è superbi e gelosi e così si creano i nemici, ecc.

Più virtù ... e meno croci!

 

Saper soffrire.

Chi vuole piacere a Gesù, deve saper soffrire e ricordare ciò che Don Bosco spesso diceva: Le spine che ci pungono nel tempo, saranno fiori per l'eternità.

Soffrire molto, ma soffrire male, impre­cando, è soffrire da dannati.

Soffrire molto e coraggiosamente, ma per una causa cattiva, quale sarebbe un amore illecito o un odio radicato, è sof­frire da demoni.

Soffrire poco o molto, ma per amore di Dio, è soffrire da Santi.

Chi soffre, offra a Dio, per sé e per le anime.

Soffrire e non offrire, significa sprecare.

 

Esempio edificante.

Si richiede una grazia particolare, da impetrare con la preghiera, per sapere sof­frire a lungo e con generosità.

Ci sono luminosi esempi di fortezza, cristiana in uomini ed in donne; si riscon­trano in genere nelle anime sante. Fu un'eroina Santa Liduvina, che per circa quarant'anni soffri a letto. Fu un eroe il Venerabile Don Andrea Beltrami, Salesia­no, morto giovane; egli si stimava felice nella lunga e grave sofferenza.

Ciò che colpisce assai è il constatare che anche nell'infanzia si trovano esempi meravigliosi.

Non è molto, trovandomi a Palermo, fui visitato da due coniugi; vestivano a lutto. Mi disse la signora: Quest'anno è morta la mia bambina. Sono addolorata per la sua scomparsa, ma contenta di esse­re madre di tanto tesoro.

- Qual è il nome della bambina?

- Maria Concetta Lanza. E’ molto co­nosciuta, entro Palermo e fuori. Tanti aspettano la pubblicazione della sua bio­grafia, la quale è quasi pronta. Laici, Sa­cerdoti e lo stesso Cardinale sono entusia­sti della mia figliuoletta.

- Vorrei conoscere qualche cosa al ri­guardo.

- A tre anni, riprese la mamma, la bambina fu affetta da diversi mali, finché rimase paralizzata. Tenne il letto per otto anni; immobilizzata, poteva muovere sol­tanto la testa ed il pollice e l'indice della mano destra. Era sempre sorridente, sem­pre calma; soffriva ed offriva tutto a Gesù per i peccatori.

Soggiunse il babbo: Reverendo, io non capisco come mia figlia da piccola abbia potuto comprendere cose superiori all'età! Aveva quattro anni e mi diceva: Babbo mio, io non guarisco; io devo soffrire per salvare le anime!

La mamma continuò: In città si parlava tanto di mia figlia, che il Cardinale volle conoscerla e venne a visitarla; le volle da­re lui la prima Comunione, a quattro an­ni, e restò così colpito dalla bellezza della sua anima, che nelle prediche la citava co­me esempio.

Nella mia casa c'era il pellegrinaggio; la visitavano certi peccatori e si converti­vano; gli afflitti partivano consolati ed al­tri riprendevano la vita cristiana, da tem­po trascurata.

Non poche grazie si ottenevano con le sue preghiere. Dopo morta si stanno ot­tenendo ancora grazie.

Servendosi delle due dita, pitturò molte immagini; ma il suo diletto principale era scrivere letterine a coloro che soffrivano; prima di spedirle le deponeva ai piedi del­la Madonna.

Insisteva su questo: Dobbiamo offrire a Gesù i nostri sacrifici per salvare le ani­me!

Fu sei volte in pellegrinaggio a Lour­des e diceva: Vado dalla Madonna, però non guarirò mai; questo non ha impor­tanza. -

Fu un'ostia di sofferenza per i peccatori e si offrì al Signore cantando prima di mo­rire.

Abbiamo presentata al Cardinale la di­citura della preghiera, per metterla a tergo dell'immagine di Maria Concetta, af­finché Dio si degni concedere grazie. Chi sa che Gesù non voglia glorificarla anche sulla terra! -

Fin qui la mamma.

Mentre scrivo ho dinnanzi la foto di Maria Concetta Lanza e dico fra me: Una bambina ... grande maestra! Insegna ai giovani, agli adulti ed ai vecchi come si deve soffrire!

 

Le due corone.

Tra le anime straordinarie, di cui si fa gran parlare, si annovera Caterina Em­merick. Si raccomanda la lettura dei due volumi della sua biografia.

Questa stimmatizzata tedesca comprese l'importanza della sofferenza e visse soffrendo densamente. Amava il patire più che altri possa amare il piacere.

Si riporta un brano della sua storia, con le sue stesse parole:

Quattro anni prima della mia entrata in monastero, un mezzogiorno stavo inginoc­chiata davanti ad un Crocifisso, dentro la Chiesa dei Gesuiti.

Mentre ero assorta in meditazione, sen­tii un calore dolce e vivo. Intanto dall'Al­tare del SS. Sacramento vidi venire verso di me Gesù, sotto le amabili sembianze di un giovane sorridente.

Con la mano sinistra Egli sosteneva una corona di fiori e con la destra un serto di spine. Poi mi presentò le due corone, af­finché io scegliessi quella che meglio preferivo. Senza pensarci due volte, scelsi la corona di spine. Allora Gesù me la pose sul capo ed io me la compressi con ambe­due le mani. - Dopo Gesù scomparve ed io cominciai a sentire un acuto dolore alla testa.

Il giorno seguente la mia fronte e le tempia erano gonfie e mi causavano dolori lancinanti, i quali poi si ripetevano con frequenza e talvolta duravano giorni e notti. -

Una riflessione!

Se Gesù si presentasse ad ogni vivente con due corone in mano, per fare scegliere o la corona di fiori (simbolo di piaceri) o quella di spine (simbolo di sacrifici), la maggior parte dei viventi sceglierebbe la corona di fiori.

Eppure ... dalla spina nasce la rosa, con la sua bellezza ed il suo profumo, co­me dalla spina del sacrificio nasce la gioia dello spirito. Beate le anime che compren­dono ciò! Sono loro che godono sulla ter­ra la vera felicità.

 

Sapienza e fede.

Ogni anima conosca la croce assegnata da Dio e si sforzi di portarla con merito. Un operaio durante il lavoro ebbe un infortunio; per grazia di Dio non morì. La sua testa era già aperta e schizzava il cervello. Dopo lunghe cure si rimise in qualche modo, ma con tristi conseguenze. Il povero uomo, andando per le vie all'improvviso stramazzava al suolo, ripor­tandone contusioni e ferite. In casa parla­va di continuo e guai a contrariarlo! Ave­va degli scatti che mettevano paura. Più volte costui veniva a trovare lo scrivente accompagnato dalla sposa. La donna, vera cristiana, sempre serena, se­guiva ovunque lo sposo, lo compativa e lo trattava con squisita carità.

Un giorno, durante una visita, mi ac­corsi che la buona signora toccò con la ma­no la spalla del marito e poi portò la mano alle labbra per baciarla.

Le chiesi subito: Signora, che significa ciò?

- Mio marito in questo stato è la mia croce. Ho inteso baciare la croce che Gesù mi ha data.

Quanta sapienza e quanta fede nell'u­mile gesto di questa donna!

Oh, se tutti imparassero a baciare la croce che Dio presenta, quella croce che purifica e che prepara il Paradiso, come cambierebbe la faccia del mondo!

 

Il ferito.

Il guardare Gesù sofferente sulla Croce, mentre si è nello stato di sofferenza, ap­porta al nostro debole animo forza e co­raggio.

Durante la grande guerra, che sconvolse il mondo, le vittime furono innumerevoli. In un paesetto, Neufomantiers, diocesi di Meaux, a causa di un'incursione aerea molti rimasero feriti. Non essendovi in paese un ospedale né un ambiente adatto al Pronto Soccorso, si utilizzò la Chiesa.

Qui si facevano le prime cure, dando la precedenza ai casi urgenti.

Fu portato un giovane ufficiale in stato pietoso. Il medico per salvarlo doveva in­tervenire con atto operatorio. In Chiesa non c'era il posto adatto per adagiare il ferito ed il medico lo distese sull'altare.

- Abbia pazienza, disse all'ufficiale, non c'è altro posto! Abbia anche pazienza se deve soffrire di più, perché non ho mezzi per fare l'anestesia e devo operarlo mentre è sveglio.

- Non si preoccupi, rispose il ferito; mi dà forza il pensare che qui è stato sa­crificato un Altro prima di me.

- Chi è stato?

- Gesù Cristo ... Ogni giorno su quest'Altare ha rinnovato il sacrificio del­la Croce, durante la Messa. -

L'atto operatorio si protrasse e fu mol­to doloroso. L'ufficiale stava fermo, de­stando gran meraviglia nel medico. Que­sti, finita l'operazione chirurgica, chiese: - Come ha fatto a stare fermo, quasi impassibile, mentre io l'ho operato? - In quel tempo io guardavo ed attin­gevo forza.

- Cosa guardava?

- Il Crocifisso di quest'Altare. Guar­davo e pregavo, pensando alle sofferenze di Gesù, di gran lunga superiori alle mie!

 

C. R. O. C. E.

I maestri insegnano a scuola, stando in cattedra.

Gesù Cristo, Maestro Divino, durante la sua vita pubblica insegnava ovunque; però la sua cattedra per eccellenza fu la Croce.

Su questa cattedra dolorosa il Figlio di Dio fece l'epilogo dei suoi insegnamenti, dimostrando con i fatti quanto aveva in­segnato a parole.

Consideriamo le lezioni che ci dà dalla Croce, servendoci di un semplice acro­stico:

C. = Carità.

R. = Riparazione.

O. = Orazione.

C. = Comprensione.

E. = Esattezza.

 

Anima, da me redenta, ascolta il tuo Gesù, Crocifisso!

Pensa agli spasimi da me avuti! Io, on­nipotente, avrei potuto liberarmi da tanto dolore e scendere dalla Croce. Eppure vi rimasi inchiodato a lungo, sino all'ultimo respiro.

Chi mi teneva fisso alla Croce? ... La carità, l'amore illimitato ai fratelli, che ero venuto a salvare.

Per tre anni avevo insegnato la carità, l'amore vicendevole, dicendo: Ciò che avrete fatto all'ultimo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me! ... Amatevi scambie­volmente come io ho amato voi ... Da ciò sarete riconosciuti per miei discepoli, se vi amerete l'un l'altro ... Perdonate di cuore, se volete che Dio perdoni a voi i peccati ... Amate i vostri nemici, pregate per loro e fate loro del bene. -

Stando sulla Croce, continuai ad inse­gnare la carità, dandone l'esempio. Nessuno ama l'amico più di colui che dà la vita per l'amico. Ed io, Redentore del mondo, davo la vita per gli uomini, anche per quelli ingrati, per coloro stessi che mi avevano crocifisso e per loro prega­vo il Padre Celeste, scusandone la colpa: Padre, perdona loro, perché non sanno ciò che fanno! -

Tu. o anima, quando contempli la mia Croce, pensa subito alla carità, virtù che è termometro dell'amore divino.

Tu ti glorî della mia Croce e fai bene. Ma come pratichi la carità?

Ami santamente il prossimo, per amor mio, con i fatti e non solamente a parole? Eviti gli scogli, che fanno arenare la carità, cioè la simpatia sregolata, con l'amore sensibile esagerato, ed eviti l'an­tipatia?

Vedi nel prossimo la mia immagine e pensi che fai a me quello che fai agli altri? Chi ti tratta si accorge che tu hai vera carità? Eviti gli scatti nervosi, i gesti sprezzanti e le parole mordaci?

Se ami chi ti ama, cosa fai di più dei pagani? Anch'essi amano i loro amici. La tua carità sia rivolta in particolare ai nemici, cioè a quelli che ti trattano male e ti danno motivo di soffrire. Sop­portali, compatiscili, perdona, prega per loro ed offrimi le sofferenze che ti appor­tano a vantaggio di loro stessi. Te ne ho dato l'esempio dalla Croce, perché offrivo all'Eterno Padre a bene dei crocifissori i dolori della crocifissione.

R. = Riparazione.

Ogni strappo che si fa alla Divina Giu­stizia si deve riparare. La Divina Giusti­zia è perfettissima, infinita. Ciò che si toglie all'amore divino, si dia raddoppiato e possibilmente centuplicato.

La mia vita fu una continua riparazione dei peccati del mondo. Però l'atto più ec­cellente di riparazione lo compii sulla Cro­ce, ove io, Vittima Divina, sospeso tra cielo e terra, pagavo i grandi debiti del­l'umanità.

Si pecca per procurarsi un piacere ille­cito; si ripara con il dolore.

Con gli spasimi della Croce ho riparato per tutti in generale e per ciascuno in par­ticolare. Ho fatto quanto potevo fare. Re­sta ora ad ognuno il fare là propria parte. Comprese bene questa verità l'Aposto­lo Paolo, quando disse: Compio in me quelle cose che mancano alla Passione del Cristo (Col., 1, 24).

Sì; ha sofferto il Capo e devono soffrire le membra. Soffrendo si ripara per sé e per gli altri.

Anima, che mediti sulla mia Croce, sei convinta che devi riparare i tuoi peccati? I peccati da te commessi sono tuoi e devi ripararli tu, o in questa vita o nell'altra.

I tuoi atti di riparazione, di per se stes­si, non avrebbero valore presso la Divi­na Giustizia; però posso avvalorarli io, che sono il Riparatore per eccellenza.

Unisci dunque la riparazione ai me­riti della mia crocifissione; solo così po­trai dare a Dio ciò che gli hai tolto con le tue colpe.

Mentre ripari le tue miserie morali, ri­para anche per quelli che peccano e non riparano.

Perché i meriti della mia crocifissione possano fruttare, è necessario che altre anime riparino con me.

In vista di ciò, nel mio Amore Miseri­cordioso, scelgo nel mondo delle vittime straordinarie, dette comunemente « anime privilegiate ». Sono costoro che stanno con me sulla Croce e riparano per i fra­telli traviati.

Tu, o anima, non sei nel numero delle privilegiate; ma potresti essermi partico­larmente cara, se con generosità intonassi la tua vita alla riparazione.

Fa' di tutto per divenire un'anima ostia, cioè offrimi le tue pene, fisiche e morali, per riparare i peccati dell'umanità. C'è tanto da riparare ... per te, per i tuoi fa­miliari, per la tua città, per il mondo intero!

O. = Orazione.

Stavo sulla Croce a soffrire e pregavo! Durante la vita, nella bottega di Naza­reth e nel periodo della evangelizzazione, di continuo il mio Spirito era unito al Pa­dre Celeste. Passavo le notti in preghie­ra. Ma l'orazione più accetta al Padre fu quella dell'Orto degli Ulivi e quella fatta mentre pendevo dalla Croce.

Soffrire e pregare! ... Pregare e sof­frire!

Dalla preghiera viene all'anima la forza. Quando si soffre e si prega, non si è più soli.

Oh, se i sofferenti del mondo si raffor­zassero con l'orazione, come sarebbero calmi e rassegnati e come sarebbe prezioso il loro patire!

Invece, purtroppo quando si è visitati dal dolore, da non pochi si tralascia la preghiera. Per conseguenza si diviene de­boli ed allora s'impreca contro la mala sorte e ci si dispera.

O voi, che soffrite in questa valle di lacrime, mirate me sulla Croce! Anch'io ho sofferto come voi e più di voi! Impara­te da me a pregare nel tempo della prova!

Durante il dolore, specie se è denso, non si possono fare prolungate orazioni, ma si può conservare lo spirito di orazio­ne. Basta allora una semplice invocazione, uno sguardo al Cielo, un bacio a me Crocifisso, un sospiro d'amore, per attira­re sopra di sé la Benedizione Divina e la grazia attuale proporzionata alla prova.

Sulla Croce le mie orazioni vocali fu­rono brevi ed ardenti; ma era orazione continua l'umile accettazione del calice amaro che il Padre Celeste mi presentava, com'era adorazione lo stare silenzioso della Vergine Addolorata ai piedi della Cro­ce, mentre guardava me agonizzante. Quanta gloria e gioia mi danno le ani­me, che nel dolore alzano il cuore e la mente a me Crocifisso, implorando pietà e conforto! La loro preghiera tocca il mio Cuore delicato e dà forza e rassegnazione. Quando il corpo ha una piaga, vi si sparge sopra l'olio o l'unguento; così il dolore è alleviato. Similmente chi soffre molto, preghi molto. La preghiera è il ve­ro balsamo spirituale.

C. = Comprensione.

Quando accettai dal Padre Celeste la missione di farmi Uomo per salvare l'uma­nità, conoscevo bene che la mia vita sa­rebbe stata una continua immolazione.

Quando la Vergine di Nazareth rispose a Gabriele: Ecco la serva del Signore! Si faccia di me secondo la tua parola! - comprese che avrebbe dovuto subire il martirio del cuore; poi divenne la Donna del Dolore.

Tu, o anima cristiana, devi riflettere per comprendere che cosa sia la tua vita e per­ché ti sia stata data.

Non tutti riflettono per comprendere; difatti c'è chi maledice il giorno della sua nascita, c'è chi si tronca insipientemente la vita e c'è chi vive alla cieca. Non com­prendendo il fine della vita, da non pochi si vive male.

Chi si convince che la vita dev'essere piacere, è in errore e vive inquieto. perché è sempre circondato di spine, più o meno pungenti.

La vita non è una partita di piacere, ma un faticoso viaggio verso la vita che non finirà mai; è tempo di prova, per meritar­si il premio eterno; è una milizia, è con­tinuo combattimento contro le malvage passioni, contro la vanità del mondo e con­tro Satana.

Stando così le cose, la vita ha la carat­teristica del sacrificio. Ci sono le ore di gioia, ma queste sono in minima parte.

Chi comprende che la vita è dovere e sacrificio, non si meraviglia delle spine che incontra nel percorso. Chi pensa alla co­rona di gloria, promessa a chi avrà com­battuto legittimamente, trascorre la vita nella serenità e nella pace dei figli di Dio.

E. = Esattezza.

Esattezza significa ordine, perfezione. Dalla Croce insegnai l'esattezza, cioè il compimento perfetto della missione che Dio assegna ad ogni anima.

Ognuno che viene in questo mondo, ha una missione particolare da compiere, se­condo i talenti ricevuti. Chi non la com­pie, è un essere fallito.

Io, Dio - Uomo, compii esattamente la mia missione di Redentore. Tutto ciò che i Profeti avevano scritto di me, tutto fu da me adempiuto nei minimi particolari. Infatti, mentre stavo per morire, mancava ancora un atto da compiere ed anche que­sto volli soddisfare. Il Profeta Davide, ve­dendo in ispirito la mia agonia sulla Cro­ce, scrisse che io avrei chiesto da bere. Ed allora negli ultimi istanti, affinché si adem­pisse la Scrittura, dissi: Ho sete! - I sol­dati inzupparono una spugna nell'aceto e, postala in cima ad una canna d'issopo, l'accostarono alla mia bocca.

Quando ebbi preso l'aceto, esclamai: Tutto è compiuto! - Chinai il capo e resi lo Spirito.

Tutto è compiuto! - dovrebbe dire ogni mia creatura quando sta per partire da questo mondo. Ma quante missioni frodate e lasciate a metà! Quanto bene omesso per pigrizia e negligenza!

Tu, o anima, stai compiendo bene, con esattezza, la missione che ti è stata asse­gnata nella vita? Come compi i doveri del tuo stato? Ne trascuri qualcuno, forse as­sai grave, per rifuggire dal sacrificio? Pen­sa che io, per fare esattamente la volontà del Padre Celeste, mi assoggettai alla mor­te, e morte di Croce!

È esatto chi fa tutto ciò che è tenuto a fare.

 

Preghiera alla Santa Croce.

A chiusura del piccolo trattato sulla Croce di Gesù, si presenta una preghiera, che suole recitarsi a Roma nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Se ne raccomanda la recita devota:

« Croce Santa di Gesù, che ci ricordi l'agonia e la morte dell'Uomo-Dio, ricevi con le nostre adorazioni i più fervidi voti del nostro cuore. Sia questo un omaggio di riparazione degli insulti, cui ti ha fatto segno l'empietà dei crocifissori novelli.

« Glorioso vessillo della morte di Gesù, tu sei il Santo Altare sul quale s'immolò la Vittima Divina!

« O Croce benedetta, tu sei la sorgente inesauribile di quelle grazie, che sgorgano dal Cuore Sacratissimo di Gesù!

« Tu sei la cattedra della Sapienza Cele­ste, che fu proclamata dal Redentore mo­ribondo! Ai tuoi piedi, o Santissima Cro­ce, giace abbattuta la morte ed incatenato Lucifero.

« Trionfatrice potente di tutti i tuoi ne­mici, apri a noi i tesori della misericordia ed accogli le nostre preghiere e le nostre riparazioni. Converti gli empi, perdona i peccatori, fortifica i giusti!

« Spandi sopra tutti le tue Benedizio­ni! Amen ».

 

ORA SANTA (Notturna) - IN UNIONE AI DOLORI DI MARIA

Preghiera preparatoria

Mia Signora e dolce Madre mia, Maria! Io, anima peccatrice, guidata dalla fede e dall'amore, vengo a te e mi prostro vicino ai tuoi piedi.

Qui tu mi aspetti con le braccia aperte nelle lunghe ore del giorno e qui levo il mio grido di venerazione e d’amore a te, Mamma del bell'Amore e Madre mia Maria. Nelle ombre silenziose del Tempio, per­mettimi di partecipare con un po' di medi­tazione al dolore tuo di Madre. Dietro l'i­nerte porticina del Tabernacolo, che serra il tuo Gesù, Prigioniero degli uomini, tu vuoi parlarmi e mi chiami con tenera carità. Oh, se io potessi infondere nel mio cuore la tua fervida carità, che per me t'avvampa nel tenerissimo Cuore di Madre e sentire i tuoi palpiti d'amore nel mio agghiacciato cuore!

E sono qui, per ascoltare la tua voce che mi chiama ad un amplesso di gioia e di mestizia insieme, per inebriarmi delle tue gioie caste e purissime e tutta avvolgermi in un'onda beatifica di Paradiso.

O Madre mia, quanto sei buona! Ma sai tu, Maria, chi è quest'anima che ti pre­ga? ... Creata, redenta, nutrita del tuo Gesù, io non conobbi purtroppo la ricono­scenza e l'amore verso Dio, che anzi lo ab­bandonai con ingratitudine, per scegliermi il demonio a despota dei pensieri e dei palpiti miei. E tu allora attendesti invano, vicina alla porta del Tabernacolo del tuo Gesù, che io accorressi a consolarti dei tuoi dolori e consolare Gesù dell'abbandono che gli reca la maggior parte degli uomini.

L'anima mia, da te beneficata, che tu avevi colmato di grazie e di favori di predi­lezione, fuggiva lontano da te e dal mio Gesù, correndo, ebbra di passione e di pec­cato, dietro larve passeggere di morte. Eppure tu, buona e pia, m'aspettasti sino ad ora, invitandomi ai tuoi piedi, per manifestarmi parte della Passione di Gesù e per farmi conoscere con più precisione i tuoi intimi dolori provati nel tempo della Passione e con ispirazioni misteriose ed amo­rose insieme, poiché sei Madre, il bisogno di ritornare sui sentieri della giustizia e della pietà.

Lascia dunque, Mamma mia Maria, che io intoni finalmente l'inno di ringraziamento più fervido e che con me inviti tutte le ge­nerazioni umane, che vissero e vivranno nell'avvenire, a cantare la grandezza delle tue misericordie, che superano le arene de­gli oceani e le stelle sfavillanti nel cielo.  

I - I miei dolori

Sappi, o anima diletta, che io, in qua­lità di Madre del Figlio di Dio, non abbi­sognavo di essere purificata come le altre donne; però, affinché si adempissero la legge e le Profezie, volli vivere conforme ad es­se ed andai al Tempio per purificarmi.

Conversavo umilmente con gli umili. Non volli che si scorgesse in me qualche cosa di singolare, poiché l'umiltà formava la mia delizia.

Ma nel giorno della Purificazione il mio dolore fu grande, poiché, sebbene conosces­si per divina ispirazione che il mio Figliuolo avrebbe sofferto, nondimeno per le parole del vecchio Simeone, le quali mi predissero la spada che avrebbe trapassata l'anima mia e che il Figliuolo mio sarebbe stato posto a segno di contraddizione, il mio Cuore ve­niva gravemente ferito, quantunque miti­gato dalla consolazione del Divino Spirito.

Ora voglio che tu sappia come dal gior­no della Purificazione il mio Cuore fu tra­fitto da tante spine.

La prima fu il pensiero, poiché tante volte guardavo il mio diletto Gesù o lo in­volgevo nei panni o scorgevo le sue mani  e i suoi piedi, altrettante volte l'anima mia era presa da nuovo dolore, perché pen­savo alla sua crocifissione.

Fui addolorata nell'udito, presentendo le ingiurie e le menzogne che si sarebbero det­te contro il mio Gesù e le insidie che gli avrebbero tese i suoi nemici; ed ogni volta ne ero affranta.

Il terzo dolore fu nella vista, poiché quando miravo Gesù, già lo vedevo nell'at­to della flagellazione e della crocifissione.

Fu nel tatto il mio quarto dolore, quan­do lo aiutavo insieme cogli altri a deporre dalla Croce il mio Figliuolo e lo involgevo nel lenzuolo e lo riponevo nel sepolcro. In quei momenti mi si accrebbe tanto lo spa­simo, che le mani ed i piedi non avevano più forza ed, oh, quanto volentieri mi sarei sepolta col mio Figliuolo!

Soffrivo in quinto luogo per la brama ardentissima di raggiungere il mio Gesù, dopo lo sua Ascensione; e la mia lunga di­mora nel mondo, aumentava l'affanno.

Soffrivo in ultimo per le persecuzioni fatte agli Apostoli ed ai discepoli, il cui do­lore era,il mio: sempre timorosa che aves­sero a cadere nella tentazione e nei pericoli; sempre ero addolorata, perché si contrad­diceva agli insegnamenti del mio Figliuolo Gesù. E, sebbene assisteva la grazia di Dio e la mia volontà si uniformava alla volontà divina, ciò non pertanto il dolore perseverò continuo, misto a consolazione, sino a che ascesi in Cielo presso il mio Figliuolo.

Perciò chi vuole rendermi omaggio, ab­bia costante questo mio dolore nell'anima sua, perché senza pene ed affanni ben pochi possono giungere alla gloria del Paradiso.

 

Orazione

O mia dolce Mamma Celeste, tutto ho compreso... ! Più non voglio ascoltare la voce della natura, le grida della mia cieca sensibilità, l'amore sregolato di me! La mia risoluzione è presa; io voglio abbracciare tutte le pene ed i dolori che il tuo Gesù vuol donarmi e lascio a te piena libertà di farmi mettere alla prova dal tuo e mio Gesù.

Addio, piaceri d'un giorno!

Addio, beni transitori!

Addio, vane lodi degli uomini, fumo che si dissipa in un istante e non la­scia che rimorsi!

Io voglio godere un giorno della felicità dei Santi; e per conseguire il premio dei vincitori, o mia dolce Madre, entro con te nella via che mena al Cielo!  Tre Ave e tre- Gloria. - Una lode. 

II -  Pretorio e Calvario

Venuto il tempo della Passione del mio Figliuolo, i nemici me lo tolsero e, percuo­tendolo e sputandogli addosso, lo scherni­vano.

Condotto presso la colonna per essere flagellato, accostò ad essa le mani, che senza pietà gli vennero legate.

Erano fuggiti gli amici, mentre i nemici insorti contro di Lui gli stavano d'intorno e flagellavano quel corpo, mondo da ogni macchia di peccato.

Al primo colpo, io che gli stavo più da presso, provai un dolore indicibile. I colpi si moltiplicarono; il mio Gesù fu percosso e flagellato talmente sino ai fianchi, che ap­parivano le costole.

Mentre il Figliuolo mio era tutto san­guinante e col corpo dilaniato, in modo che non aveva parte sana, un tale, pieno di sde­gno, gridò: Lo volete voi forse uccidere prima che sia giudicato? -

Allora il Figliuolo mio indossò di nuovo le vesti. Con quale strazio io mirai il luogo presso la colonna, tutto cosparso di Sangue!

I soldati, dando spintoni a Gesù, lo tra­scinavano davanti al giudice. Mentre era così condotto a guisa di ladrone, il Figliuolo mio si terse il Sangue dagli occhi. Poi fu giu­dicato e gli posero sulle spalle la Croce. Ed avendola Egli portata alquanto, la si diede a portare ad un tale, che s'imbatteva a passare per via.

Andando il Figlio mio al luogo del sup­plizio, alcuni lo percossero sulla testa, altri sul volto. Giunsi con Lui sul luogo della Passione e vidi apparecchiati tutti gli stru­menti della sua morte.

Lo stesso mio Figliuolo depose la veste, mentre i ministri dicevano tra loro: Questa veste è nostra!

Dopo di ciò, i crudeli carnefici l'afferra­rono e lo distesero sopra la Croce; vi con­fissero una mano, avendola prima assicurata con una corda. Poi inchiodarono l'altra ma­no, in modo somigliante alla prima; indi con due chiodi crocifissero i piedi. Ciò fatto, gli riposero in testa la corona di spine; e tanto fortemente questa ripunse il santo ca­po del Figliuolo Gesù, che il Sangue scor­rendo gli velava gli occhi e gli deturpava il volto.

Standosene Gesù così sanguinante e cro­cifisso, si doleva per me, che ero lì presso e piangevo. Allora udì alcuni dire che il mio Gesù era un ladro; altri, che era un impostore; ed altri, che nessuno più di Lui era degno di morte; ed a questi discorsi mi si incrudeliva il dolore.

Quando Gesù pendeva miseramente dal­l'albero della Croce, io lo miravo, Madre Addoloratissima, senza conforto alcuno.

Il Figliuolo mio, guardando me e gli amici suoi piangenti inconsolabilmente, con voce lamentevole ed alta gridava al Padre suo, dicendogli: Padre, perché mi hai ab­bandonato? -

Allora gli occhi divennero semispenti, gli si affondarono le gote e l'aspetto fu di morte. Aveva la bocca aperta e la lingua sanguinante; tutto il corpo era pallido e smunto, per il Sangue versato; le mani ed i piedi erano rigidamente stirati; i capelli e la barba cosparsi di Sangue.

Se ne stava così il Figlio mio, ma il Cuore resisteva ancora, perché di ottima e forte complessione; quando lo spasimo del­le membra e dei nervi salì al Cuore, s'in­tensificarono le sofferenze. La vita in quel corpo crocifisso lottava con la morte e così si prolungava con infinita angoscia l'orri­bile agonia.

Allorché il Figlio mio, stretto fra tante pene, mirò gli amici che piangevano ed avrebbero voluto piuttosto essi sopportare quello strazio, anziché vederlo soffrire in tal modo, la sua afflizione per il loro dolore superò tutte le amarezze e tribolazioni, che sino a quell'istante aveva sostenuto nelle membra e nel Cuore, poiché li amava tene­rissimamente. Allora, oppresso dai dolori del corpo da parte dell'umanità, esclamava: Pa­dre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio! -

Ed io, Madre desolatissima, udendo que­sto grido tremai in tutta la persona e la spada del dolore mi trafisse il cuore tanto duramente.

Si avvicinava la morte del mio Gesù; ed essendogli scoppiato il Cuore per la vio­lenza dei dolori, tutto il corpo si contrasse; e, sollevato un poco il capo, lo piegò sul­1'òmero. Mi dissero allora alcuni: Maria, il Figliuolo tuo è morto! - Ed altri: È mor­to, ma risorgerà! -

Sopraggiunse un uomo e confisse una lancia nel Costato del mio Gesù, ma con tanto impeto che poco mancò lo passasse da parte a parte; e quando ritrasse l'asta, la punta era intrisa di Sangue. Mi parve che avessero trafitto il cuore a me stessa, veden­do squarciato quello del mio Figliuolo ca­rissimo.

Poi lo tolsero dalla Croce; ed io lo ac­colsi sopra le mie ginocchia; pareva un leb­broso e tutto lividure. Dopo lo deposero sopra un bianco lenzuolo ed io con un pan­nolino ne lavai le piaghe ed il corpo. Da ul­timo lo riposero nel sepolcro.

Compiutesi queste cose, Giovanni mi condusse a casa sua.

Ecco, o anima riparatrice! Questi dolo­ri ha sostenuto per te il mio Gesù!

 

Orazione

O mia tenerissima e addoloratissima Madre, tutto il mio desiderio è di essere nel numero dei veri amici di Gesù tuo Fi­glio; la mia scelta è fatta. Ho detto addio ad ogni altra gioia, fuorché a quella di se­guire te ed il mio Gesù nella salita del Cal­vario.

I piedi insanguinati del tuo e mio Gesù hanno tracciato la mia strada; la memoria del tuo dolore e dei dolori del tuo carissimo Figlio, sarà il balsamo delle mie ferite. Stu­dierò ogni giorno con te il mistero della Croce e tu m'insegnerai a leggere nelle tue intime e sacre piaghe e nelle Piaghe del tuo e mio Gesù i segreti del Divino Amore. M'insegnerai a preferire il Calvario al Ta­bor, l'amarezza alla dolcezza, l'umiliazione alla gloria, le privazioni della santa povertà alle ricchezze ed ai godimenti di questo mondo; ed io esclamerò allora con coloro che ti amano ed amano il tuo e mio Gesù: Signore, soffrire ed avere disprezzi per Voi!... Ecco tutta la mia ambizione sulla terra!

La tua santa Benedizione mi raffermi in queste sante risoluzioni sino all'ultimo giorno. Così solo potrò dire: Le sofferenze del mio Gesù non sono state vane per me ed i tuoi dolori mi hanno aiutato a ben soffrire e fortificato di più nelle mie sante risoluzioni! Tre Pater - Ave - Gloria. - Una lode. 

III - L'olocausto

Devi ora meditare la morte di Gesù! Tutte le membra gli si irrigidirono. Con­

sidera in questa parte di adorazione l'amara e crudele carneficina di Gesù e considera pure la sua deposizione dalla Croce.

Quelli che ebbero l'ufficio di deporlo, appoggiarono alla Croce tre scale, delle qua­li una più bassa, preso i piedi del mio Fi­gliuolo, l'altra fra l'ascella ed il braccio e la terza scala giungeva alla metà del corpo. In questa saliva uno dei depositori, per soste­nere il corpo, mentre un altro toglieva dalle mani i chiodi, che si protendevano di là dal legno.

È impossibile ridire a parole la tristezza che mi pervase al momento in cui Gesù fu deposto dalla Croce! Il dolore mi toglieva il respiro; eppure nel mio intimo esultavo, pensando che il mio Figlio non sarebbe mor­to mai più, ma che avrebbe trionfato per sempre; ed era un misto di piacere e di affanno.

Sepolto Gesù, due cuori furono rinchiu­si nella tomba, quello del Figlio e quello della Madre, perché dov'è il nostro tesoro, ivi anche si trova il nostro cuore. Difatti nei tre giorni che seguirono la morte, io dimoravo sempre col pensiero e con gli affetti presso il sepolcro di Gesù.

Anima devota, prima di rimuovere gli occhi dal Crocifisso, considera attentamente e distintamente l'Uomo dei dolori: quella testa coronata di spine, quel volto contuso dagli schiaffi, la bocca abbeverata di fiele e di aceto, le orecchie ferite da grida omicide e da bestemmie, gli occhi spettatori del fu­rore e della rabbia dei suoi nemici, quel corpo insomma tutto piagato e le mani ed i piedi inchiodati alla Croce...

Entra quindi nell'anima di Gesù e nel­la mia e misura, se puoi, quel mare di do­lori che inondò il Cuore del mio Figlio ed il mio!

Vi fu mai olocausto più universale, più intero e perfetto? Con questo suo esem­pio l'Uomo-Dio t'insegna come deve essere servito un Dio ed a prendere per divisa quella massima: La creatura non può fare mai abbastanza per Dio. Non mai abbastan­za rispetto per un Dio, il quale ha sopra di te un dominio infinito; non mai abbastanza gratitudine per un Dio, infinitamente gene­roso; non mai abbastanza amore per un Dio, infinitamente amante ed infinitamente ama­bile. I tuoi omaggi, i tuoi servigi, i tuoi sacrifici sono già troppo limitati per la tua naturale incapacità. Vorresti ancora restrin­gerli con la tua malvagità?

Dio te ne liberi con la sua santa grazia!

 

Orazione

O mia tenerissima Madre, con confiden­za ed amore a te mi abbandono in corpo ed anima!

Togli, tronca, brucia tutto quello che nel mio cuore fa ostacolo al conseguimento del dolce Regno Celeste; e le mie piccole croci. non servano che a tenermi vicina a te nella Passione del Figlio tuo dolcissimo ed a stac­carmi da tutto il rimanente, per non posse­dere mai più che te ed il tuo diletto Gesù. Amen!

Tre Pater - Ave - Gloria. - Una lode.

 

IV - ­Compatisci ed imita

Chi andasse in mezzo ad una gran folla, oppresso alle spalle ed alle braccia da un peso intollerabile, con gli occhi ricolmi di pianto, si volgerebbe al certo qua e là per vedere se alcuno fosse per muoversi a com­passione e volesse alleggerirlo di quel carico.

Ora fu così di me, perché fui sempre ripiena di tribolazione, dalla natività del mio Figlio Gesù sino alla sua morte. So­stenni sulle mie spalle un peso gravissimo, che mai venne meno e lo sopportai rasse­gnata, mentre il mio cuore era affittissimo e pativa più di ogni altra creatura.

Ora mi rivolgo ai cittadini del mondo e cerco se per caso ve ne siano alcuni che abbiano compassione e vogliano considerare i miei affanni; e ne trovo ben pochi. Si pen­sa molto poco ai miei dolori! Ma tu, anima fedele, che mi stai dinanzi in quest'ora soa­ve, non ti scordare di me! Considera spesso la tua Madre Addolorata, che è tanto di­menticata ed anche disprezzata! Vedi quanto ho sofferto; e per quanto puoi, imita il mio dolore, méditalo sovente ed attentamente e piangi perché gli amici di Dio sono così pochi.

Beato colui che piange! Egli gioisce nel­la croce, vale a dire egli opera con allegrezza e con affetto di cuore, congiungendo ai canti interiori delle sante ispirazioni, il suono mi­sterioso dell'arpa delle buone opere, della rassegnazione, dell'amore, della beatitudine nei patimenti, unendo le pene del tuo cuore u quelle del mio Cuore Addolorato.

Per godere di questa pace e di questa felicità in mezzo alle croci, bisogna abban­donarsi in tutto e per sempre al volere del mio Figliuolo Gesù ed al suo beneplacito. Se tu sei nella povertà, ama questa po­vertà, che Gesù permette affinché tu onori la nudità sofferta da Lui nel presepio. Se sei nella malattia, non perdere nulla dei tuoi continui patimenti, che ti danno qualche tratto di somiglianza ai miei dolori ed ai do­lori sofferti da Gesù sulla Croce.

Se sei nell'umiliazione, ricordati degli abbassamenti infiniti di Gesù, mio Figlio, e gioirai di partecipare agli obbrobri di Gesù, a fine di potere un giorno avere parte con me nell'eterna gloria del mio Gesù.

Si rilevi un altro frutto pratico da que­sta Ora Santa.

Le lacrime che ho versate per il mio Figlio Gesù, specialmente sul Calvario, sono molto preziose al cospetto di Dio; tutti i miei dolori, perché sofferti per Gesù e con Gesù, hanno davanti al Divin Padre un va­lore particolare. Offrire i miei dolori a Dio è rendergli un gradito omaggio.

I miei devoti offrano spesso alla Divi­nità i miei dolori, il che può farsi, come ta­luni fanno, recitando la corona dei Sette Dolori.

Quanto onore mi tributano coloro che tutti i giorni, od almeno al venerdì ed al sabato e nei giorni a me sacri, recitano que­sta corona, riandando con il pensiero ai mo­menti più dolorosi della mia vita!

Come ricevono la mia materna benedizione quelle anime che, tutti i giorni o al­meno in quelli a me consacrati, uniscono al ricordo dei miei dolori l'offerta delle sette spade che trafissero il mio cuore!

 

Orazione

O mia dilettissima Madre Maria, infiam­ma il mio cuore col pensiero del Calvario e dei tuoi acerbi dolori e se il tuo fuoco ed il fuoco divino del Figlio tuo lo divorerà, saprà altresì esclamare con i Santi: O patire o morire! Soffrire ed avere disprezzi!

O Vergine Addolorata, eccoti il mio cuore! Io te lo dono per unirlo al tuo cuore piagato, lacerato e coronato di spine. Voglio patire con te e non ti chieggo che una grazia: la grazia cioè di saperti amare patendo!

Voglio consolare il tuo Cuore Immaco­lato ed Addolorato, così oltraggiato dalle bestemmie, col comunicarmi spesso, e spe­cialmente al sabato, in ispirito di ripara­zione. Questo desiderio che hai manifestato ai tre fanciulli di Fatima, voglio soddisfarlo con amore filiale e perenne. Amen! Tre Pater - Ave - Gloria. - Una lode. 

 

DOMENICHE SANTIFICATE

La Comunione di Pasqua, una volta l'an­no, non è sufficiente a vivere da buoni Cri­stiani. Il Concilio di Trento dichiarò che è desiderio della Chiesa che i fedeli, ogni­qualvolta assistono alla Messa, si accostino alla Comunione.

La domenica si va a Messa; si consiglia quindi di comunicarsi ogni domenica. Vantaggi. La Comunione domenicale:

1) Soddisfa al desiderio di Gesù, che dice nella Messa: a Prendete e mangiate tutti!

2) Fa partecipare attivamente al Divin Sa­crificio.

3) Santifica il giorno del Signore.

4) Dà la forza di vivere cristianamente du­rante la settimana.

Invito. - I fedeli, almeno-una volta nel­la vita, per un anno intiero, santifichino le domeniche con l'accostarsi alla Comunione.

Scopo. Ognuno metta un'intenzione par­ticolare, ad esempio:

Riparare i peccati che si fanno nella domenica...

Liberare qualche anima dal Purgatorio:..

Convertire qualche peccatore...

Fare un buon matrimonio...

Ri­parare i peccati propri e quelli della fa­miglia...

Assicurare la buona morte a sè ed ai propri cari... ecc,. . .

NORME PRATICHE

1) Comunicarsi per un anno intiero ogni domenica.   

La pratica può iniziare nella prima do­menica dell'anno, ovvero in qualunque al­tra, purchè le domeniche raggiungano il numero annuale.

2) Chi fosse impedito a comunicarsi la domenica, potrebbe supplire in altro giorno della settimana.

3) Gli ammalati cronici e coloro che per gravi motivi non potessero comunicarsi ogni domenica, basta che ricevano la Comu­nione cinque volte durante l'anno, in osse­quio alle cinque Piaghe di Gesù, ed offra­no le loro sofferenze: per la pace del mon­do, per il Sacerdozio Cattolico e per la con­versione dei peccatori.

4) L'essenza della pia pratica è la Comu­nione domenicale. Il resto si lascia alla ge­nerosità dei fedeli.

5) Si consiglia di seguire le direttive suggerite nell'apposito libretto a Domeni­che santificate, da richiedersi a: Libreria Sacro Cuore - Via Lenzi, 24 - Messina.

PRO UNIONE CHIESE SEPARATE

Uno dei più grandi problemi ecclesia­stici è la Conciliazione delle Chiese Cristia­ne Separate con la Chiesa Cattolica. La Chiesa di Gesù Cristo non è ancora un solo Ovile sotto un solo Pastore.

Si compia la pratica delle Domeniche Santificate per impetrare dallo Spirito San­to la luce divina ai capi delle Chiese Sci­smatiche, Ortodosse e Protestanti, affinchè riconoscano la suprema autorità del Papa, legittimo Successore di San Pietro nella Sede di Roma.

Pratica. - Ogni fedele sia un apostolo e trovi almeno una decina di persone da di­sporre alla Comunione domenicale. 

ATTO DI DOLORE PERFETTO

Il mezzo ordinario per ricevere il per­dono dei peccati è il Sacramento della Confessione.

Il mezzo straordinario è l'atto di do­lore perfetto, con il proposito di confes­sarsi al più presto. Che cosa è il dolore?

E' il dispiacere delle colpe commesse, che fa proporre di non peccare più.

Il dolore è di due specie: imperfetto e perfetto.

E' imperfetto se si è pentiti dei pec­cati, più per il timore dei castighi divini che per l'offesa fatta a Dio.

E' perfetto quando si è pentiti del ma­le fatto più per il dispiacere dato a Dio, il più buono dei padri, che per il giusto castigo meritato.

Quando si emette un atto di dolore perfetto, con la volontà di confessarsi al più presto, restano perdonati tutti i pec­cati, veniali e mortali.

La Santa Chiesa prescrive che, pur ri­mettendosi un'anima in grazia di Dio col dolore perfetto, non ci si accosti ai Sa­cramenti dei vivi, se prima non ci si è confessati. I Sacramenti dei vivi sono: Cresima, Eucaristia, Olio degli Infermi, Ordine Sacro e Matrimonio.

Come eccitarsi all'atto di dolore per­fetto? Riflettendo sulla bontà di Dio, che ci ha creati per renderci eternamente fe­lici in Paradiso, e riflettendo sulla bontà di Gesù, che per nostro amore si è fatto uomo, ha sparso il suo Sangue per noi ed è rimasto vivo e vero nei Tabernacoli per essere nostro sostegno nel pellegri­naggio della vita.

Più che tutto spinge al dolore perfetto la vista del Crocifisso, del Corpo di Gesù ricoperto di piaghe.

UN ESEMPIO

Tutti dovrebbero conoscere ed apprez­zare l'atto di dolore perfetto, il quale, se è fatto con vero amore e con limpidezza come l'acqua che scende da un'alta vet­ta, allora non solo cancella i gravi pec­cati, ma ne distrugge anche la meritata pena, cosicché morendo si può andare su­bito in Paradiso senza passare dal Pur­gatorio.

Questo sublime atto può farsi in pochi istanti anche col semplice pensiero.

Si porta un esempio: Una donna perversa è carica di gravi peccati; è donna pubblica; si è macchia­ta la coscienza con parecchi omicidi di bambini a motivo dell'aborto; la sua lin­gua diabolica ha vomitato molte bestem­mie; il suo cuore si nutre di odio; semina il male a larghe mani. E' un vero tizzone d'inferno sulla terra.

Sino ai quindici anni viveva nel timo­re di Dio; da allora ai cinquant'anni è stata un impasto d'iniquità.

Ma non sempre dura il bel tempo! Un forte malore improvviso la colpisce ed è trasportata d'urgenza all'ospedale con 1'autambulanza. -

E' lasciata sola sulla lettiga in una ca­mera, in attesa di qualche dottore per il controllo.

La povera donna è assai abbattuta e neppure riesce a parlare; tuttavia vede, sente e ragiona bene. E' ormai convinta di essere prossima a morire.

I suoi occhi si posano sopra un'imma­gine sacra, appesa alla parete; è il qua­dro della Pietà, l'Addolorata e Gesù morto.

Gesù ha versato il suo sangue per tutti ed anche per questa peccatrice; è pronto a perdonarle tutto, purché sia pentita, come ha perdonato tutto al buon ladro­ne pentito.

La grazia di Dio, specie se è abbon­dante, bisogna attirarsela in qualche mo­do o con le proprie opere buone o con le opere buone altrui, servendosi in parti­colare della preghiera. Mentre l'infelice donna è lì sulla let­tiga, ci sono in quella città anime devote che pregano per i moribondi e che offro­no a Dio sacrifici per quelli che stanno per lasciare questa vita.

La misericordia di Dio applica le ope­re buone altrui alla donna morente e la luce divina comincia ad illuminarla. E' ancora in tempo, prima di presentarsi a Gesù Cristo Giudice.

Essa pensa: Sono qui, nell'ospedale; mi sento troppo male. E se dovessi mo­rire?... Male ne ho fatto!... Cosa mi è ri­masto dei piaceri della vita?... Nulla!... E se, morendo, trovassi un'altra vita? ... Da giovanetta credevo al Paradiso ed al­l'inferno. Ci credevo ed ero convinta. Poi disprezzai la Religione... -

Lo sguardo a Gesù morto ed all'Addo­lorata le dà luce e pensa ancora: Gesù è morto in Croce per tutti. M'in­segnarono nella fanciullezza che Egli è il Buon Pastore che cerca la pecorella smarrita. Ed io sono una pecorella smar­rita. Che sia questo il momento in cui Egli mi ritrova?... -

La luce divina s'intensifica sempre più. La morente non può muoversi fisica­mente, ma il suo spirito è in grande at­tività; avviene in quell'anima una santa rivoluzione e trionfa la grazia. Allora nel­l'intimo del suo cuore dice: Gesù, Buon Pastore, perdonami! Trop­po ti ho offeso. Ora credo quanto Tu hai insegnato!... Detesto tutto il mio male operato! Sono pentita dei dispiaceri che ti ho dati! Vorrei poter annullare col mio sangue ogni mia colpa!... Gesù ti amo!... Molto ti ho offeso, ma molto ti voglio amare! Mi presento a te come la Madda­lena, pentita!... Se non morrò, cambierò vita e riparerò gli scandali dati!... Gesù, potessi confessarmi!... Appena potrò, lo farò!... Vergine Addolorata, Madre della Pietà, pietà di me!... - La morente si assopisce e dopo pochi istanti spira.

Sopraggiunge il dottore e constata la morte. La donna, pubblica, è conosciuta anche dal dottore, che esclama: Eh, don­naccia, sei morta! E' finita la bella vi­ta! -

Davanti al dottore ed a quanti la co­noscono quella è considerata « donnac­cia », degna del fuoco eterno.

Davanti a Dio è invece un'anima eletta. Per l'atto di dolore perfetto, unito alla volontà di confessarsi, ha ricevuto da Dio il perdono di tutti i suoi enormi peccati. Certamente l'anima è salva e molto pro­babilmente neppure passa dal Purgato­rio.

UTILIZZARLO

Se è cosi prezioso e potente l'atto di dolore perfetto, giova sapere quando uti­lizzarlo:

1) Se per debolezza spirituale si cades­se in grave peccato, si faccia di tutto per rimettersi al più presto in grazia di Dio, Non si resti in peccato, rimandando la Confessione Sacramentale a tempo inde­terminato, ma si emetta subito l'atto di dolore perfetto. E' dovere di tutti stare sempre in grazia di Dio.

2) E' conveniente rinnovare quest'atto ogni sera, quando si va a letto, perchè nella notte potrebbe avvenire la morte. Infatti, quanti al mattino sono trovati morti!

3) E' necessario compierlo in pericolo di vita e specialmente nelle ore di agonia.

4) Si utilizzi per i moribondi, per i col­piti d'infarto, di trombosi, ecc... Si è ri­scontrato che i moribondi d'ordinario conservano l'udito in discrete condizioni, anche quando pare che siano morti per l'immobilità delle membra.

Quando manca il Sacerdote per assi­stere l'ammalato o mentre si attende l’arrivo del Sacerdote, si suggerisca al moribondo parlandogli all'orecchio a voce un poco elevata. Se il moribondo sente e se­gue col pensiero quanto gli viene suggerito, in un attimo può rimettersi in grazia di Dio e salvare l'anima sua. Mentre si è in argomento, si dà uno schiarimento.

Avvenuta la cosi detta morte, non sem­pre questa è reale, perchè può essere ap­parente; difatti la Legge proibisce di sep­pellire i cadaveri prima delle ventiquat­to ore.

Quando di notte tempo o in pieno gior­no muore qualcuno senza i Conforti Re­ligiosi, si chiami al più presto il Sacer­dote, il quale, entro un paio di ore può dare l'Assoluzione Sacramentale “sotto condizione”.

 

Triste realtà

Visitando i Luoghi Santi si prova tanta gio­ia spirituale; però resta nell'anima una pro­fonda amarezza per la mentalità e la condotta degli Israeliti.

Sembrerebbe strano, ma è così: nella Terra Santa per coloro che vi abitano Gesù è un estraneo, un sopportato soltanto per la storia che li lega a Lui.

Per gli Israeliti Gesù non è il Messia pro­messo, il predetto dai Profeti; aspettano ancora il Messia. Sentono antipatia ed avversione ver­so coloro che lo riconoscono come Messia.

Per i Musulmani Gesù è una persona di gran lunga inferiore a Maometto e contrastano apertamente coloro che lo riconoscono Reden­tore del mondo.

La popolazione della Terra Santa è formata in massima parte d'Israeliti e di Maomettani. Di Cristiani vi stanno solo i Sacerdoti Cat­tolici e quelli Ortodossi, coloro che dimorano in un certo numero d'Istituti di Suore e poi... i pellegrini, che giornalmente vi giungono da ogni parte del mondo.

La dimora e la condotta ostile o indifferente di chi abita nella Terra Santa, è una z:u:,tinua profanazione del luogo sacro ed un insulto inin­terrotto al Figlio di Dio, che ivi diede tutto se stesso.

Si preghi per gl'infedeli e specialmente per gli Israeliti e per i Maomettani, o Musulmani.

 

Iniziativa santa

Nel « Padre Nostro », si dice:... Venga il tuo regno!

Il regno di Gesù Cristo c'è nel mondo, ma non abbraccia tutti i popoli, stanno ancora nel mondo grandiose masse di infedeli. Di costoro bisogna interessarsi molto, affinché abbiano la vera luce e lascino le tenebre dell'errore.

Si suggerisce una santa iniziativa.

Un giorno al mese, a libera scelta, prefe­ribilmente l'ultimo sabato di mese per avere l'aiuto della Madonna, ogni anima pia offra a Dio le buone opere della giornata per la con­versione degli infedeli, in particolare per gli Israeliti e per i Musulmani dimoranti in Terra Santa.

In tale giorno non manchi l'assistenza alla Messa, la Comunione e la recita del Rosario. È cosa lodevole fare celebrare qualche Mes­sa mensile.

Giaculatoria: Gesù Nazareno, Redentore del mondo, pietà degli infedeli! Convertili!