LA
COSA PIU' GRANDE DEL MONDO
Auguriamo ad ogni cristiano di conquistare una Fede più adulta mediante la riflessione prolungata sulla carità e sull'amore reciproco intesi non come concetto astratto ma come pratica costante del vivere quotidiano.
Ad
ogni altro « Uomo della strada » auguriamo di fare insieme il nostro «cammino».
A. A.
PREFAZIONE
Suggerire
di leggere questo libretto, il cui testo risale al 1887, per semplice
curiosità o perché potrebbe essere considerato un « pezzo di antiquariato
», ci sembra una proposta davvero banale.
Invitare
a leggerlo per ricambiare un atto di cortesia a chi ce lo ha regalato, sarebbe
già una motivazione abbastanza valida, specie se ci si accingesse a farlo con
animo sgombro da pregiudizi e non rassegnato allo sconforto ed allo
scetticismo.
Ma
lo scopo primario di questa proposta è quello di verificare insieme quanto
siano scadute le qualità interiori dell'uomo moderno, sempre più proclive
alla delega, alla disquisizione astratta o al lamento, piuttosto che all'impegno
diretto in opere concrete.
San
Giovanni Bosco ci viene in soccorso con alcuni suggerimenti: « Che cosa vale
piangere tanti mali? E' meglio che ci adoperiamo con tutte le nostre forze per
alleviarli... Una volta poteva bastare unirsi nella preghiera ma oggi bisogna
unirsi anche nell'azione ed operare... Teniamoci alle cose facili ma facciamole
con perseveranza... Io non lascio mai di fare un'opera che so essere buona, per
quante siano numerose e grandi le difficoltà che mi si presentano... Io faccio
tutto ciò che è in me, il resto lo lascio fare al Signore » ecc.
E'
in questa fede quindi e nello spirito «Vincenziano», ispiratore delle due
precedenti edizioni di questo libretto, che abbiamo dato luogo a questa
ristampa, ben sapendo che, date le nostre povere forze, non saremmo potuti
arrivare a confortare i giovani disillusi, coloro che soffrono nel fisico e
nel morale perché sono malati o perché sono stati ingannati, privati della
libertà o di ogni altro diritto umano, compresa la Carità.
Ecco
perché confidiamo che chi ci legge possa trarre profitto da questa «meditazione»
e, secondo le proprie possibilità e i propri mezzi, cerchi di diffonderla
ai propri fratelli (negli ospedali, nelle carceri, nelle scuole, in fabbrica, in
ufficio, ecc.). Il nostro fine perciò non è quello di dare vita a una nuova
iniziativa benefica, bensì di favorire un risveglio di valori che dia «
nuova linfa » alle attività già esistenti.
Ci
rendiamo conto che qualunque sforzo potrebbe sembrare sproporzionato rispetto
al mare di necessità che ci circonda, ma se sapremo rafforzare la Carità e
l'Amore reciproco, privilegiando di più la promozione umana (... invece di
regalare un pesce, insegna a pescare!), i risultati futuri potrebbero essere
assai più incoraggianti di certe utopie moderne.
E'
nel segreto del nostro cuore che dovremo prima consolidare tutto ciò che
desidereremmo vedere realizzato attorno a noi!
Per
non dare luogo ad equivoci si precisa che la distribuzione del presente
libretto è completamente gratuita e pertanto il promotore della ristampa
diffida chiunque dal richiedere la benché minima cifra, né a scopo benefico
né a titolo di rimborso spese.
Per
ogni iniziativa di solidarietà umana siate animati da un altro insegnamento di
San Giovanni Bosco: «Tenetelo a mente, non valgono le furie, non valgono
gli impeti istantanei, ci vuole la pazienza continua, cioè costanza,
perseveranza, fatica! ». A. A.
(Pochi)
anni fa ero ospite di una amica straniera, donna intelligente e piena di cuore,
che fra l'altro ha fondato e sostiene la più vasta organizzazione privata di
raccolta e di assistenza per profughi di questo dopoguerra.
Una
sera, di ritorno da un lungo giro di visite nei villaggi sorti come per incanto
ad ospitare tanti miserabili, stavamo discorrendo. Riflettevo ai miracoli
della carità e facendo un ritorno su me stessa dovetti ammettere che era
stato soprattutto lo spettacolo esteriore di tanta miseria a svegliare la mia
compassione e a mettere in moto il mio cervello per trovare il miglior modo di
portare il mio aiuto. Eppure, quelle necessità contingenti nascondevano
tragedie morali ben più disperate e per lo più senza rimedio. Consideravo il
mio atteggiamento di fronte a queste tragedie e, sul filo di questo
pensiero, di fronte alle esigenze e ai bisogni morali e spirituali, forse
altrettanto urgenti, di esseri meno lontani, dei miei famigliari, dei miei
amici. Ne feci la riflessione ad alta voce. La mia cara amica si alzò e tornò
con un piccolo libro
evidentemente molto usato: « Questo libriccino non mi lascia
mai - dal giorno in cui lo ebbi tra le mani lo leggo ogni sera, e ogni volta con
maggior profitto; se vuoi leggerlo te lo impresto » Lo presi, lo portai in
camera mia, lo lessi di un fiato. Terminando la breve lettura mi parve di aver
scoperto qualcosa, qualcosa di essenziale che, per quanto deplorevole ciò
possa sembrare, m'era sfuggita fino a quel giorno. Da allora anch'io ne leggo
qualche riga ogni giorno. L'ho tradotto e pubblicato pensando che non fosse
giusto tenerlo solo per me e che forse altri, come me, avrebbero potuto trarne
giovamento e aiuto. Si tratta del testo di una conferenza tenuta a Northfield
negli Stati Uniti, nell'estate del 1887 dallo scozzese Prof. Enrico Drummond
(1851-1897) titolare della Cattedra di Scienze Naturali a Glascow (Scozia).
Insieme alla passione per la scienza e la biologia (in questo campo, oltre ad
aver partecipato a varie spedizioni scientifiche, scrisse e pubblicò molte
opere), Enrico Drummond aveva sentito fin dalla giovinezza un'esigenza, quasi
una vocazione spirituale, non intesa solo come regola personale di vita, ma come
impegno verso il prossimo e, aiutato dalla fede e da un'eloquenza non comune,
si propose di riportare nel mondo studentesco che appariva affascinato dalle
nuove teorie di Darwin sull'evoluzione, un soffio di spiritualità viva e profonda.
La fama di questo risveglio delle Università scozzesi e il successo di
questo tentativo passarono le frontiere e il Drummond fu invitato a tenere
conferenze in molte Università del mondo intero. Così, per oltre dieci anni,
finché le forze glie lo permisero e cioè dal 1884 al 1895, egli percorse gli
Stati Uniti, l'Australia, l'Europa, andando da una Università all'altra,
promuovendo incontri e prese di contatto, organizzando gli studenti delle
varie facoltà in Associazioni Cristiane, dando nuovo impulso alla vita
religiosa nelle Università medesime. Elena
Benazzo Boesch (1956)
«Quand'anche
io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho carità, divento un
rame risonante o un tintinnante cembalo. E quando avessi il dono di profezia e
conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tanta fede da trasportare
le montagne, se non ho carità, non sono nulla. E quando distribuissi tutti
i miei beni per nutrire i poveri e quando dessi il mio corpo ad essere arso,
se non ho carità, non mi giova a nulla.
La
carità è paziente, è benigna; la carità non invidia, la carità non si
vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il
proprio interesse, non si inasprisce, non sospetta il male, non gode
dell'ingiustizia, ma si rallegra della verità; soffre ogni cosa, crede ogni
cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.
La
carità non verrà meno: ma, quanto alle profezie, andranno fallite; quanto
alle lingue, esse cesseranno; quanto alla conoscenza, essa scomparirà. Poiché
noi conosciamo in parte e in parte profetizziamo. Ma quando la perfezione sarà
venuta, quello che è solo in parte sarà abolito. Quand'ero fanciullo parlavo
da fanciullo, pensavo da fanciullo; ma quando diventai uomo misi da parte le
cose fanciullesche. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo
oscuro: ma allora vedremo faccia a faccia: ora conosco in parte, ma allora
conoscerò appieno come appieno sono conosciuto. Ora dunque queste tre cose
durano: fede, speranza e carità: ma la più grande di tutte è la carità. » 1
Cor. 13
Ognuno
di noi si è posto il grande problema di tutti i tempi, dall'antichità ad
oggi: qual'è il summum bonum, il bene supremo? Tu hai la vita davanti:
puoi viverla sfilo una volta: qual'è la cosa più nobile, il dono supremo da
desiderare?
Molti
ritengono che la cosa più grande in campo religioso sia la Fede. Per essi
questa grande parola è la nota dominante della religione. Io vi ho condotti,
invece, nel capitolo che ho letto or ora, alla sorgente della Cristianità:
e abbiamo visto: « la più grande di tutte è la Carità » San Paolo parlava
della fede proprio un momento prima: « Anche se io avessi una fede tale da
smuovere le montagne, se non ho la carità, non sono nulla ». Lungi dall'ignorarla,
San Paolo fa di proposito il confronto: ora rimangono la fede, la speranza e
la Carità e, senza un attimo di esitazione, « la più grande di tutte è la
Carità ».
Non
è un partito preso. L'uomo è portato a raccomandare ai suoi simili il lato
più caratteristico del suo temperamento: l'amore non era il lato caratteristico
di Saulo. L'osservatore attento scoprirà nella personalità di San Paolo
una meravigliosa dolcezza che cresce e matura col passar degli anni; ma la
mano che scrisse: « la più grande di tutte è la Carità », è macchiata di
sangue quando l'incontriamo per la prima volta, persecutore dei cristiani.
L'epistola
ai Corinti non è la sola a designare la Carità come il summum bonum.
Gli autori fondamentali della Cristianità sono d'accordo su questo punto. San
Pietro dice: « Soprattutto usatevi reciprocamente una fervida Carità ».
Soprattutto. E San Giovanni va anche oltre: « Dio è Carità ». Ricordate
un'altra profonda osservazione di San Paolo: « L'amore è l'adempimento della
legge ». Avete mai pensato che cosa intendeva dire con questo? Per gli uomini
di quel tempo la strada che portava al Paradiso consisteva nell'osservare i
Dieci Comandamenti e gli altri cento e più comandamenti derivati, che essi
si erano fabbricati. Gesù Cristo disse: « Io vi insegnerò una via più
semplice. Vi basterà fare una cosa sola e farete queste cento e più altre
cose senza bisogno di pensarci. Amando adempirete interamente la legge senza,
accorgervene. Potete subito rendervi conto da voi stessi che non può essere
diversamente. Prendete uno qualunque dei comandamenti: « Non avrai altro Dio al
mio cospetto ». Se un uomo ama Dio non occorre dirgli una cosa del genere.
L'amore è l'adempimento di quella legge. « Non nominare il nome di Dio invano
». Chi, amando Dio, sognerebbe di nominarlo invano? « Ricordati del giorno
di festa per santificarlo ». Non sarebbe egli ben felice di avere un giorno
su sette da dedicare più esclusivamente all'oggetto del suo amore? L'amore
adempirebbe tutte queste leggi che riguardano Dio. Allo stesso modo non
sogneresti mai di dire a chi amasse il suo prossimo di onorare suo padre e sua
madre. Non potrebbe farne a meno. Sarebbe assurdo dirgli di non uccidere.
Sarebbe un insulto suggerirgli di non rubare. Come si può derubare colui
che si ama? Superfluo pregarlo di non dir falsa testimonianza contro il
vicino. Se lo ama è l'ultima cosa che farebbe. E non vi verrebbe in mente di
sconguirarlo di non desiderarne i beni; stanno meglio in mano loro che nella
sua. Pertanto: « l'Amore è l'adempimento della legge ». E' la regola per
mettere in pratica tutte le regole, il nuovo comandamento per osservare tutti
i vecchi comandamenti, il segreto della vita cristiana svelato da Cristo.
Ora
San Paolo l'aveva imparato; e in questo superbo elogio egli ci ha dato la più
meravigliosa e originale descrizione esistente del summum bonum. Possiamo
dividerlo in tre parti. All'inizio del breve capitolo troviamo la Carità
confrontata, al centro la Carità analizzata, verso la fine la Carità difesa
come dono supremo.
San
Paolo incomincia con il confronto tra la Carità e altre cose molto
apprezzate dagli uomini di quel tempo. Non cercherò di esaminare queste cose in
dettaglio. La loro inferiorità è già evidente.
San
Paolo confronta la Carità con l'eloquenza. Nobile dono, quello di far vibrare
l'anima e la volontà dell'uomo spronandolo ad alteazioni e ad imprese sacre.
San Paolo dice: « Quand'anche io parlassi il linguaggio degli uomini e degli
angeli, se non ho la Carità, sono come un rame risonante e un tintinnare cembalo
». E sappiamo tutti perché. Tutti abbiamo provato l'aridità delle parole
senza emozione, il vuoto, l'indicibile inutilità dell'eloquenza che non sia
fondata sulla Carità.
San
Paolo la confronta con il dono di profezia. La confronta con la conoscenza dei
misteri. La confronta con la fede. La confronta con la beneficenza.
Perché
mai la Carità vale più della fede? A che serve aver fede? La fede è il
legame intellettuale tra l'anima e Dio. E qual'è il fine di questo legame tra
l'uomo e Dio? Rendere 1'uomo simile a Dio. Ma Dio è Carità. Dunque la fede si
compie nella Carità che è fine di tutte le virtù. E' quindi evidente che la
Carità vale più della fede.
Così
pure la Carità vale più della beneficenza perché il tutto vale più di una
parte. La beneficenza è solo una piccola porzione della Carità, una delle
infinite vie della Carità, e può anche esistere ed esiste di fatto, molta
beneficenza senza Carità. E' molto facile gettar una moneta a un mendicante per
la strada; di solito è più facile darla che rifiutarla. Eppure ci può
talvolta essere Carità in un rifiuto. Noi cerchiamo di liberarci per mezzo di
quella moneta dai sentimenti di compassione che nascono in noi dallo
spettacolo della miseria. E' troppo a buon mercato, troppo a buon mercato per
noi e spesso troppo caro per il mendicante. Se noi lo amassimo realmente,
faremmo per lui molto di più o molto di meno.
In
seguito San Paolo confronta la Carità col sacrificio e col martirio. E qui mi
rivolgo al piccolo gruppo di futuri missionari - vorrei chiamare alcuni di voi
con questo appellativo per la prima volta - e vi invito a tener presente
che, anche se darete il vostro corpo per essere arso, se non avete la Carità
non vi servirà a nulla, a nulla! Non potete portare al mondo pagano niente di
più grande dell'impronta e del riflesso della Carità Divina sul vostro
carattere. Quello è il linguaggio universale. Vi occorreranno anni per
parlare il cinese o a dialetti dell'India. Dal giorno in cui sbarcherete, quel
linguaggio della Carità, capito da tutti, spanderà inconsapevolmente il
fiume della sua eloquenza. Missionario è l'uomo, prima ancora di ciò che
dice. Il suo carattere è il suo messaggio. Nel cuore dell'Africa, nella
regione dei Grandi Laghi, ho incontrato dei negri, uomini e donne che
ricordavano il solo uomo bianco che avessero mai visto, Davide Livingstone, e
sulle orme dei suoi passi nel Continente Nero, il viso degli uomini ancora si
illumina parlando del buon Dottore pietoso che passò da quelle parti anni addietro.
Essi non potevano capire le sue parole, ma sentivano che il suo cuore era
vibrante di Carità. Portate ciel nuovo campo di lavoro, dove intendete anche
fissare la vostra esistenza quel fascino semplice e la vostra missione sarà un
successo. Non potete portare niente di più come non dovete portare niente di
meno. Inutile partire portando meno di questo. Potrete raggiungere qualsiasi
perfezione, essere pronti a qualsiasi sacrificio, ma se date il vostro corpo
per essere arso e non avete la Carità, tutto sarà inutile a voi e alla causa
di Cristo.
Dopo
aver confrontato la Carità con queste cose, San Paolo ci presenta in tre
versetti molto brevi una analisi impressionante di quella « cosa suprema ».
Ascoltate. La Carità, egli ci dice, è una cosa complessa.
Come
la luce. Allo stesso modo che lo scienziato prende un raggio di luce e lo fa
passare attraverso un prisma e voi lo vedete uscire dall'altro lato del prisma
diviso nei colori che lo compongono, rosso, bleu, e giallo e viola e arancio e
gli altri colori dell'iride, così San Paolo fa passare questa cosa, la Carità,
attraverso il meraviglioso prisma del suo intelletto ispirato ed essa esce dall'altra
parte divisa nei suoi elementi. E in quelle poche parole noi abbiamo quello
che si potrebbe chiamare lo Spettro della Carità, l'analisi della Carità.
Osservate gli elementi che la compongono. Vi accorgerete che hanno dei nomi
comuni, che sono virtù di cui si parla ogni giorno, che sono cose che possono
essere messe in pratica da ogni individuo, qualunque sia il posto che occupa
nella vita; vi accorgerete che sono tante piccole cose, tante virtù ordinarie,
quelle che costituiscono il summum bonum. Lo Spettro della Carità ha
nove componenti:
Pazienza
« La carità sopporta ogni cosa »
Benevolenza
«La Carità è benevola»
Generosità
«La
Carità non invidia»
Umiltà
«La
Carità non si vanta, non si gonfia»
Cortesia
«La
Carità non si comporta in modo sconveniente»
Magnanimità
«Non sospetta il male»
Altruismo
«Non cerca il proprio interesse»
Buon
carattere
«Non si inasprisce»
Sincerità
«Non gode dell'ingiustizia, ma gioisce nella verità».
Pazienza,
benevolenza, generosità, umiltà, cortesia, altruismo, buon carattere,
magnanimità, sincerità: costituiscono il dono supremo, la statura
dell'uomo perfetto. Notate che tutte sono in rapporto con l'uomo, in rapporto
con la vita, in rapporto con l'oggi che ben conosciamo e col domani che ci
aspetta e non con la misteriosa eternità. Taluni parlano solo dell'amore verso
Dio; ma Cristo parlò pure molto della Carità verso il prossimo. La religione
non è una cosa strana o una sovrastruttura, ma l'ispirazione della vita
secolare, il respiro dello spirito eterno attraverso il mondo temporale. La
cosa suprema, in breve, non consiste in una « cosa » ma nell'ulteriore
rifinitura dei molteplici gesti e parole che costituiscono la somma di ogni
singola giornata.
Il tempo stringe, e non posso che accennare sorvolando a ognuno di questi ingredienti. La Carità è Pazienza. Questo è l'atteggiamento normale della Carità. La Carità è passiva, aspetta a cominciare, non ha premura; è calma, è pronta a fare il suo lavoro quando viene chiamata, ma nel frattempo dà prova di uno spirito mite e quieto. La Carità soffre ogni cosa, sopporta ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa. Perché la Carità capisce e quindi aspetta.
Benevolenza.
Carità fattiva. Avete mai notato quanta parte della Sua vita Cristo ha
trascorsa facendo cose buone, semplicemente facendo cose buone? Datevi una
scorsa, tenendo presente questo pensiero, e scoprirete che Egli ha trascorso
gran parte del Suo tempo semplicemente facendo felice la gente, beneficando
la gente. C'è una sola cosa al mondo più grande della felicità, ed è la
santità: e non dipende da noi; ma quello che Dio ha messo nelle nostre mani è
la felicità degli esseri che ci circondano e questo dipende in gran parte dal
nostro atteggiamento benevolo verso di loro.
«
La cosa più grande, che un uomo possa fare per il Padre celeste, dice
qualcuno, è di essere gentile verso gli altri Suoi figli ». Mi chiedo come mai
noi non siamo tutti più buoni di quel che siamo. Quanto ve ne sarebbe bisogno!
Che cosa facile! Come agisce istantaneamente! Come rimane indelebile! Come
si ripaga generosamente. Poiché non c'è debitore al mondo più stimabile, più
superbamente stimabile della Carità. « La Carità non viene mai meno ».
Carità significa successo, felicità, vita. «La Carità, dice il poeta
Browning, è energia vitale».
«
Poiché la vita con le sue gioie e (i suoi dolori) Le sue speranze i suoi timori
Non altro è che la nostra possibilità di conoscere l'amore Quale potrebbe
essere, è stato «ed è ».
Dove c'è Amore c'è Dio. Chi vive nell'Amore vive in Dio. Dio è amore, dunque amate. Senza calcoli, senza distinzioni, senza rinvii, amate. Date a piene mani, ai poveri, cosa molto facile, ma anche ai ricchi, che spesso ne hanno ancora più bisogno; e ancor più ai vostri pari, cosa difficilissima, e per i quali ciascuno di noi fa forse meno che per qualsiasi altro. C'è una differenza tra il cercare di far piacere e rendere felici. Rendete felici. Questo è l'inesauribile e anonimo trionfo di uno spirito che ama realmente. « Viviamo una volta sola; qualsiasi cosa buona possiamo fare per un essere umano, qualsiasi servizio possiamo rendere, rendiamolo adesso. Non tardiamo, non trascuriamo alcuna possibilità perché non passeremo mai più per quella strada ».
Generosità.
« La Carità non è invidiosa ». Questa è la Carità in gara con altri.
Qualunque opera buona intraprendiate troverete sempre chi fa la stessa cosa e
probabilmente meglio di voi. Non siate invidiosi. L'invidia è un sentimento
di astio verso coloro che sono sulla nostra stessa linea, un sentimento di
rapacità e di detrazione. Molto spesso nemmeno l'attività cristiana
costituisce una protezione contro i sentimenti poco cristiani. Questo, che di
tutti i sentimenti indegni che oscurano l'anima cristiana è il più
riprovevole, ci aspetta inevitabilmente sulla soglia di qualsiasi impresa, se
non siamo fortificati dalla grazia della generosità. Una cosa sola dovrebbe
veramente invidiare il cristiano, ed è il cuore aperto, ricco, generoso che
« non invidia ».
E poi, dopo aver imparato tutto questo, un'altra cosa dovete imparare: l'Umiltà, per mettere un suggello sulle vostre labbra e dimenticare quello che avete fatto. Dopo aver fatto del bene, dopo che la Carità è penetrata nel mondo e ha fatto il sino magnifico lavoro, rientrate nell'ombra e non dite niente di quanto è avvenuto. La Carità si nasconde anche ai suoi stessi sguardi. La Carità ha persino ragione della verità. « La Carità non si vanta, non si gonfia ».
Il
quinto ingrediente di questo summum bonum, in certo qual modo
inaspettato, è la
Cortesia.
Questa è Carità nella società, Carità in rapporto aie norme di buona
educazione. « La Carità non si comporta in modo sconveniente ». Si è detto
che la buona educazione è Carità nelle quisquilie. " cortesia si può
definire Carità nelle piccole cose. E il solo segreto della buona educazione
è la Carità. La Carità non può comportarsi in modo sconveniente. Potete
introdurre la persona più rozza nella migliore società: se ha nel cuore un
fondo di Carità non si comporterà in modo sconveniente. Caryle ha detto di
Roberto Burns che in Europa non c'era gentiluomo più autentico del poeta
contadino. E ciò perché egli amava ogni cosa, il topo, la margherita e ogni
cosa, grande o piccola, che Dio ha creato. Così, con quel semplice
passaporto, egli poteva mescolarsi a gente di qualsiasi ambiente e frequentare
i principi e re, quando non era nella sua casetta sulle rive dell'Ayr. Conoscete
il significato della parola gentiluomo. Significa un uomo gentile: un uomo
che fa le cose con gentilezza, con Carità. Tutto il mistero sta lì. L'uomo
gentile non può, per la sua stessa natura, fare una cosa non gentile, non da
gentiluomo. L'anima non gentile, l'essere insensibile agli altri, incapace
di simpatia non può fare altrimenti. «La Carità non si comporta in modo
sconveniente ».
Altruismo.
« La Carità non cerca il proprio interesse ». Notate bene.
Nemmeno l'interesse proprio. L'uomo si preoccupa, e giustamente, dei suoi diritti. Ma viene il giorno in cui l'uomo può esercitare un diritto superiore: quello di rinunziare ai suoi diritti. San Paolo non ci invita a rinunziare ai nostri diritti. La Carità va molto oltre. La Carità esige che noi non li ricerchiamo affatto, che li ignoriamo, che noi eliminiamo qualsiasi elemento personale dai nostri calcoli. Non è difficile rinunziare ai nostri diritti. Sono spesso esteriori. La difficoltà è di rinunziare a noi stessi. Ancora più difficile è il non volere nulla per noi stessi. Dopo aver cercato, acquisito, guadagnato, meritato qualcosa, per quanto ci concerne, ne abbiamo già preso la crema. Piccolo sacrificio allora, forse, rinunciarci. Mentre il non cercare, il considerare ogni individuo non per quello che ha ma per quello che gli altri hanno, id opus est. « Cerchi grandi cose per te stesso? » dice il profeta, « non cercarle ». Perché? Perché non c'è grandezza alcuna nelle cose, le cose non possono essere grandi. La sola grandezza sta nell'Amore non egoista. Persino il rinnegamento di se stessi è nullo di per sé, anzi è quasi un errore. Solo un grande scopo o un Amore più potente può giustificare questo rinnegamento. Non esistono difficoltà per l'Amore, niente è difficile. Credo che il giogo di Cristo sia leggero, il « giogo » di Cristo è solo il Suo atteggiamento più facile, più felice di qualsiasi altro. La lezione più evidente dell'insegnamento di Cristo è che non c'era felicità nel possedere o nel ricevere, ma solo nel dare. Ripeto, non c'è felicità nel possedere o nel ricevere ma solo nel dare. E metà dell'umanità segue una pista sbagliata nell'inseguire la felicità. Essi credono che la felicità consista nel possedere, nell'ottenere e nel farsi servire dal prossimo. Mentre consiste nel dare e nel servire gli altri. Quello di voi che vuole essere più degli altri, dice il Cristo, si metta al servizio degli altri« Chi vuole essere felice ricordi che c'è una sola via: è fonte di maggiore benedizione, di maggiore felicità il dare che il ricevere.
L'altro
ingrediente è molto importante: il Buon umore. «La Carità non si
lascia provocare». Ben strano trovare qui questa affermazione. Si considera
abitualmente il malumore come una debolezza molto innocua. Ne parliamo come di
una semplice infermità di natura, una tara, una questione di temperamento, non
una cosa da prendere in seria considerazione nel giudicare il carattere di un
individuo. Eppure qui, proprio nel centro di questa analisi della Carità, esso
trova il suo posto: e la Bibbia a più riprese torna a condannarlo come uno
degli elementi più distruttivi della natura umana.
Quando
c'è un vizio nelle persone cosiddette virtuose, questo è il cattivo
carattere. E' spesso la sola pecca in un carattere nobile sotto ogni altro
aspetto. Conosciamo uomini e donne che sarebbero del tutto perfetti se non
fosse di quella loro tendenza ad essere facilmente rannuvolate, impulsive,
suscettibili. Questa possibilità di coesistenza tra cattivo carattere e
alte qualità morali è uno dei più dolorosi problemi dell'etica. La verità è
che esistono due grandi categorie di peccati: i peccati del corpo e i peccati di
intenzione. Il Figliol Prodigo può servire di esempio per la prima, il
Fratello Maggiore per la seconda categoria. La società non ha dubbi nel
giudicare che cosa sia peggio. Il vituperio cade, senza esitazione, sul Figliol
Prodigo. Ma sarà poi così giusto? Noi non abbiamo una bilancia per pesare i
nostri rispettivi peccati e i giudizi comparativi non sono altro che parole
umane, ma le deficienze della parte più elevata della nostra natura possono
essere meno veniali di quelle della parte più bassa e agli occhi di Colui che
è Amore un peccato contro la Carità può apparire cento volte più
spregevole. Nessuna forma di vizio - né il materialismo, né la sete di
ricchezze, né l'ubriachezza - può scristianizzare la società come il cattivo
carattere. Per amareggiare 1' esistenza, per disgregare le comunità, per
distruggere i rapporti più sacri, per avvilire uomini e donne, per contrastare
l'infanzia, insomma per causare dolori a titolo assolutamente gratuito, non c'è
di meglio che il cattivo carattere. Osservate il Fratello Maggiore, morale, -
laborioso, paziente, ligio al suo dovere - riconosciamogli tutte le sue qualità
- osservate quest'uomo, questo fanciullo che se ne sta imbronciato fuori
della porta della casa paterna: « Era pieno di rabbia, sta scritto, e non
voleva entrare ». Osservate l'effetto di questo suo atteggiamento sul padre,
sui servi, sulla gioia degli invitati. Pensate all'effetto sul Prodigo: e
quanti prodighi sono tenuti lontani dal Regno di Dio per colpa della mancanza di
Carità di coloro che professano di esserci dentro? Come studio di carattere,
analizzate il temporale a mano a mano che si addensa sulla fronte del Fratello
Maggiore. Di che cosa è fatto? Di gelosia, di rabbia, di orgoglio, di mancanza
di Carità, di crudeltà, di sicurezza, di sé, di suscettibilità, di ostinazione
di musoneria: ecco gli ingredienti di quest'anima buia e priva di Carità.
Cambiando le proporzioni, questi sono gli ingredienti di qualsiasi cattivo
carattere. Dite voi se i peccati del corpo siano più condannabili che vivere in
questi peccati di intenzione e imporli al prossimo? Forse che Cristo medesimo
non ha precisamente risposto a questa domanda quando disse: « Io vi dichiaro
che i pubblichiani e le donne perdute entreranno prima di voi nel Regno dei
Cieli »? In verità non c'è posto in cielo per un atteggiamento di questo
genere. Un individuo in queste disposizioni non saprebbe far altro che
rendere il Paradiso insopportabile a tutti. Pertanto, se un individuo di
quel genere non rinasce di nuovo, non può, veramente non può entrare nel
Regno dei Cieli. Infatti è assolutamente certo - e non dovete fraintendermi -
che per entrare in Paradiso un uomo deve portarlo con sé.
Vedete
dunque perché il cattivo carattere è significativo, non tanto per quel che è
in sé, ma per quello che rivela. Ecco perché mi permetto di parlarne in
termini così crudi. E' un banco di prova per la Carità, la rivelazione di una
natura fondamentalmente poco caritatevole. E' la febbre intermittente che
mette in luce un malessere interno cronico; la bollicina occasionale che,
salendo alla superficie, tradisce un'avaria in profondità, un campione dei più
reconditi prodotti dell'anima involontariamente lasciato sfuggire in un momento
di abbandono; in una parola, la prova lampante di ogni sorta di peccati
orrendi e anticristiani. Infatti un solo scatto di malumore simboleggia
istantaneamente una mancanza di pazienza, una mancanza di gentilezza, di
generosità, di cortesia.
Non
basta perciò combattere il cattivo carattere. Bisogna risalire alla fonte e
modificare il fondo della propria natura, e gli umori rabbiosi scompariranno
di per sé. Il cuore si ammorbidisce, non cacciandone via gli umori acidi, ma
mettendovi dentro qualcosa: un grande Amore, uno Spirito nuovo, lo Spirito di
Cristo. Cristo, lo Spirito di Cristo compenetrandosi con il nostro stesso
spirito, raddolcisce, purifica, trasforma ogni cosa: solo questo può
sradicare quello che è falso, può operare una trasformazione chimica,
rinnovare, rigenerare e riabilitare l'uomo interiore. Gli uomini non si
trasformano per azione del tempo o di un atto di volontà, ma per opera di
Cristo.
Perciò
lasciate che sia in voi lo spirito che era in Gesù Cristo.
Una volta di più, ricordatevi che questa è una questione di vita o di morte. Non posso fare a meno di insistere per voi, per me: non date scandalo col vostro cattivo carattere poiché: « Chi avrà scandalizzato uno, meglio sarebbe per lui che si mettesse una pietra da macina intorno al collo e si gettasse nel mare profondo ». In altre parole, il chiaro verdetto del Signore Gesù è questo: meglio non vivere piuttosto che vivere senza Amore. Meglio non vivere piuttosto che non amare.
Magnanimità
e Sincerità.
Magnanimità è la grazia di accostamento verso la gente sospettosa. E il suo
possesso è il gran segreto dell'influenza personale. Scoprirete, riflettendo
un momento, che la gente che ci influenza è quella che crede in noi. In
un'atmosfera di sospetto la gente si chiude mentre in un'atmosfera di fiducia
si espande, si sente incoraggiata, e si educa alla vita sociale. E'
meraviglioso che in questo mondo duro e ostile esista ancora qua e là qualche
rara creatura che non pensa male. La Carità « non pensa male », non cerca il
movente, vede il lato buono di ogni azione, lo spiega con benevolenza. Delizioso
vivere con questa mentalità. Che stimolo, che benedizione incontrarla anche per
un giorno solo! Godere fiducia significa essere salvati. Se cerchiamo di
influenzare o di sollevare gli altri, ci accorgeremo presto che il successo è
proporzionale alla loro fiducia nella nostra fiducia in loro poiché nessun uomo
potrà ritrovare il rispetto di se stesso finché non si sentirà rispettato
dal prossimo; la figura ideale che ci facciamo di lui diventa per lui la
speranza e il modello di quello che potrebbe divenire.
«La
Carità non si rallegra dell'ingiustizia, ma gode della verità ». Esprimo
con « sincerità » il concetto contenuto nelle parole: «
gode della verità». Poiché per colui che ama, la Verità sarà l'oggetto del
suo amore non meno del prossimo. Egli accetterà solo quello che è vero,
sarà in cerca della verità con umiltà di spirito e senza pregiudizi e amerà
quello che avrà scoperto a costo di qualsiasi sacrificio. Nelle parole di San
Paolo è implicito più esattamente il dominio di sé, che rifugge
dall'approfittare dei peccati altrui, la Carità che non si delizia nel rendere
pubbliche le debolezze altrui ma «
copre ogni cosa », la sincerità di propositi che si sforza di vedere le cose
come sono e si rallegra se le trova migliori di quanto il sospetto lasciasse
temere o la calunnia insinuasse.
Quanto
precede esprime il nostro tentativo di fare un'analisi dell'Amore. Ora, si
tratta proprio di inserire queste cose nel nostro carattere. Questo è il lavoro
supremo cui dobbiamo impegnarci in questo mondo, per imparare la Carità.
Forse che la vita non è piena di occasioni per imparare la Carità? Ognuno
di noi, uomini e donne, ha ogni giorno migliaia di queste occasioni. Il mondo
non è un ricreatorio ma una palestra. La vita non è una vacanza, ma una
educazione. E la sola eterna lezione per tutti noi è come possiamo amare
meglio. Che cosa fa dell'uomo un buon giocatore di foot-ball? L'esercizio. Che
cosa fa dell'uomo un vero artista, un vero scultore, un vero musicista? L'esercizio.
Che cosa fa dell'uomo un buon linguista, un buon stenografo? L'esercizio. Non
c'è niente di capriccioso nella religione. Valgono per lo spirito le stesse
leggi, gli stessi sistemi che per il corpo e per l'anima. Se l'uomo non tiene
in esercizio le braccia non ne svilupperà i muscoli; e se non tiene l'anima in
esercizio, non ne irrobustirà le fibre, non acquisterà né forza né bellezza
spirituale. La Carità non è frutto di una emozione entusiastica. E' la ricca,
solida, robusta, vigorosa espressione dell'intero compiuto carattere
cristiano, è la natura simile a Cristo nel suo pieno sviluppo. E gli elementi
che costituiscono questo carattere superiore si possono solo comporre con
pratica incessante.
Non
imprecate contro la vostra sorte. Non lamentatevi delle preoccupazioni
incessanti, delle meschinità contingenti, delle vessazioni che dovete
sopportare, delle piccole e sordide anime con cui siete in contatto per
ragioni di lavoro od altro. Soprattutto non nutrite risentimento per le
tentazioni che vi sono proposte; non siate perplessi se vi sembra che vi
stringano sempre più da vicino, incessanti, nonostante la agonia, gli sforzi,
le suppliche. Questo è l'esercizio che Dio ha voluto per voi, e questo
esercizio compie la sua funzione rendendovi pazienti e umili e generosi e altruisti
e buoni e cortesi. Non serbate rancore verso la mano che plasma l'immagine
informe che ancora sta dentro di voi. Essa cresce in bellezza anche se non ve
ne accorgete in mezzo alla vita. Non isolatevi. Rimanete in mezzo agli uomini,
alle cose, ai fastidi, alle difficoltà, agli ostacoli. Ricordatevi
delle parole di Goethe: Es bildet ein Talent sich in der Stille, Doch ein
Character in dem Strom der Welt. «Il
talento si sviluppa nella solitudine - il talento della preghiera della fede
della meditazione soprannaturale, - ma il Carattere si forma nel turbine dei
contrasti umani ». E' lì soprattutto che gli uomini devono imparare la Carità.
Ma in qual modo? Per rendere la cosa meno difficile ho fatto cenno ad alcuni
elementi della Carità. Ma sono solo elementi. La Carità in sé non si potrà
mai definire. La luce è qualcosa di più che la somma dei suoi componenti: un
etere ardente, abbagliante, tremolante. La Carità è qualcosa di più della
totalità dei suoi elementi, una cosa palpitante, vibrante, sensibile, vivente.
Mediante la sintesi di tutti i colori l'uomo può ottenere il colore bianco, non
la luce. Mediante la sintesi di tutte le virtù possiamo ottenere la virtù, non
la Carità.
Ma
allora, come può questo trascendente complesso vivente essere convogliato
nelle nostre anime? Noi impegniamo la nostra volontà per impossessarcene,
cerchiamo di imitare coloro che lo posseggono, legiferiamo intorno ad esso;
vegliamo, preghiamo. Ma tutto questo da solo non riuscirà a portare la Carità
nella nostra natura. La Carità è un effetto: solamente se adempiremo le
vere condizioni potremmo ottenere l'effetto. Volete che vi dica quale ne è la
causa?
Cercate
nella prima Epistola di San Giovanni: troverete le parole: « Noi amiamo perché
Egli ci ha amati per primo ». Perché: ecco la causa: « perché Egli ci ha
amati per primo »: e l'effetto è che noi amiamo, che Lo amiamo, che amiamo
tutti gli uomini, non potendo farne a meno. Egli ci ha amati, noi amiamo, amiamo
tutti. Il nostro cuore si è lentamente modificato. Contemplate l'Amore di
Cristo e sarete pieni di Carità. Mettetevi di fronte a quello specchio, nel
riflesso del carattere di Gesù e vi trasformerete in quella stessa immagine, in
tenerezza da tenerezza. Non c'è altra via. Non si può amare su comando. Si
può solo contemplare l'oggetto amabile, e innamorarsene e venire ad
assomigliargli. Perciò osservate questo Carattere Perfetto, questa Vita
Perfetta. Guardate all'immenso sacrificio, a come Egli ha dato se stesso in
olocausto, durante tutta la Sua vita, fino alla Croce del Calvario e sarete
costretti ad amarlo. E amandolo, sarete costretti a diventare simili a Lui.
Amore produce amore. E' un processo di induzione.
Mettete
un pezzo di ferro in presenza di un corpo magnetico: quel pezzo di ferro si
magnetizzerà per un certo tempo. Si carica di una forza di attrazione
semplicemente in presenza della forza originaria e finché li lascerete uno
accanto all'altro saranno ambedue magnetizzati. Rimanete a fianco di Colui
che ci ha amati e ha dato se stesso per noi e voi pure diverrete un centro,
una forza di attrazione permanente; e come Lui, attirerete tutti gli uomini a
voi, come Lui sarete attratti da tutti gli uomini. Questo è l'effetto
inevitabile della Carità. Ogni individuo che soddisfi a quella condizione non
può non vedere realizzarsi quell'effetto in sé. Cercate di abbandonare l'idea
che la religione ci viene misteriosamente, a caso, a capriccio. Essa ci viene
per legge soprannaturale, divina. Eduardo Irving andò un giorno a trovare un
ragazzo moribondo: entrato nella stanza, posò semplicemente la mano sul capo
del malato dicendo: Figlio mio, Dio ti ama, - e se ne andò. E il giovane si
alzò dal letto e prese a chiamare i famigliari dicendo: Dio mi ama! Dio mi
ama! Quel ragazzo era trasformato: La senszione che Dio lo aveva dominato,
slegato e aveva incominciato a creare in lui un cuore nuovo. Così l'amore di
Dio scioglie i cuori umani che non sanno amare e crea in loro l'uomo nuovo, che
è paziente e umile e mite e altruista. E non c'è altra via per ottenerlo.
Non c'è niente di misterioso: amiamo il prossimo, amiamo tutti, noi amiamo i
nostri nemici perché Egli ci ha amati per primo.
Ora,
come conclusione, vorrei aggiungere poche frasi sul perché San Paolo abbia
scelto la Carità come il bene supremo. E' un perché degno di nota. Eccolo in
una parola: perché la Carità è durevole. « La Carità, insiste San Paolo,
non viene mai meno ». Quindi San Paolo inizia un altro dei suoi mirabili
elenchi di cose considerate grandi e le spiega una ad una. Egli accenna alle
cose che gli uomini pesavano dovessero durare e dimostra come siano tutte
effimere, temporanee, transitorie.
«
Le profezie passeranno ». Era la grande ambizione delle madri di quei tempi,
che il loro ragazzo diventasse un profeta. Da secoli Dio non aveva parlato per
bocca di un profeta e a quei tempi il profeta era più grande del re. Gli uomini
aspettavano ansiosamente la venuta di un altro messaggero e pendevano dal suo
labbro quando egli appariva, come dalla voce stessa di Dio. San Paolo dice: «
Le profezie passeranno ». La Bibbia è piena di profezie. Una dopo l'altra
sono « passate », cioè essendosi avverate, il loro compito si è esaurito e
non hanno altro compito che alimentare la fede dei credenti.
Poi
San Paolo parla delle lingue. Quella era un'altra cosa molto ambita. « Le
lingue scompariranno ». Come tutti sanno, molti secoli sono passati da quando
le lingue sono apparse in questo mondo. Eppure sono scomparse. Date alla parola
il senso che volete. Anche prendendo la parola « lingua » in senso puramente
figurato come lingua in generale (che non era affatto il senso che vi dava San
Paolo), vi troverete tuttavia una verità in senso generico. Pensate alla
lingua in cui questi capitoli sono stati scritti - il greco - esso è scomparso.
Prendete il latino, l'altra lingua importante di quei tempi: è scomparso da
molto tempo. Guardate la lingua indiana: sta scomparendo. La lingua del Paese
di Galles, l'irlandese, lo scozzese delle Highlands, stanno scomparendo
sotto i nostri occhi. Il libro di lingua inglese più letto in questi anni, a
parte la Sacra Scrittura, è una delle opere di Dikens, Il giornale di
Pickwick. E' scritto nel gergo londinese. Gli esperti ci assicurano che fra
cinquuant'anni sarà incomprensibile per il medio lettore inglese.
San
Paolo va oltre e con audacia anche maggiore aggiunge: « La conoscenza passerà
». La sapienza degli antichi dov'è? del tutto scomparsa. Uno scolaretto
del giorno d'oggi sa più di quanto non sapesse Isacco Newton. La sua conoscenza
è scomparsa. Il giornale di ieri che gettate nel fuoco, è conoscenza che
svanisce. Le vecchie edizioni delle grandi enciclopedie si comprano per pochi
soldi. Le cognizioni che esse contengono sono caduche. Il vapore ha sostituito
la carrozza, l'elettricità ha sostituito il vapore e gettato nell'oblio
infinete invenzioni anche recenti. Guglielmo Thomson, una delle persone più
autorevoli nel momento attuale diceva l'altro giorno: « La macchina a vapore
sta per scomparire ». « Le scienze scompariranno ». Nel cortile di ogni
officina c'è un mucchio di lamiere di ferro, qualche ruota contorta, qualche
leva, qualche molla rotta e arrugginita: vent'anni fa ciò costituiva
l'orgoglio della città; la gente accorreva dalle campagne per vedere la
grande invenzione, ora è cosa superata: ha fatto il suo tempo. E tutta la
scienza e la filosofia di cui ci vantiamo oggi saranno presto sorpassate. Fino
a ieri la più quotata personalità della Facoltà di Medicina dell'Università
di Edimburgo era Giacomo Simpson, lo scopritore del cloroformio. L'altro giorno
il Prof. Simpson, suo nipote e successore fu pregato dal bibliotecario dell'Università
di indicargli le pubblicazioni sull'argomento che non servivano più: «
Togliete e mettete in cantina qualsiasi pubblicazione che ha più di dieci anni
» fu la risposta. Giacomo Simpson era un'autorità fino a pochi anni fa: da
ogni parte del mondo venivano a consultarlo e ora tutto l'insegnamento di
quell'epoca è dal più al meno superato dalla scienza. attuale. E così per
ogni ramo della scienza. « Ora la nostra conoscenza è parziale. Noi
vediamo attraverso un vetro, oscuramente ».
Potreste
citarmi qualcosa che è destinata a durare? Di molte cose San Paolo nemmeno si
è degnato parlare. Non ha menzionato né il denaro né la fortuna né la
gloria, ma ha scelto tra quelle che i più grandi uomini del suo tempo ritenevano
avessero qualche valore, e le ha decisamente scartate. San Paolo non aveva
niente da obiettare contro tali cose, considerate in sé, egli si limita a dire
che non avrebbero durato. Erano cose grandi, ma non cose supreme. Ci sono cose
che vanno più in là. Ciò che siamo, va al di là di ciò che facciamo, di ciò
che possediamo. Molte cose che l'uomo dichiara peccaminose non lo sono; ma hanno
un valore temporaneo. Questo è uno dei temi essenziali del Nuovo
Testamento. San Giovanni dice del mondo, non che è nell'errore, ma
semplicemente che « passa ». Ci sono tante cose splendide e piacevoli in
questo mondo, cose grandi e nobili, ma non dureranno. Tutto ciò che è di
questo mondo, il piacere degli occhi, il piacere della carne, l'orgoglio della
vita hanno una breve durata. Quindi, non amate il mondo. Nessuna cosa al mondo
merita che un'anima immortale si dedichi a lei o dia la vita per lei. L'anima
che non muore deve dedicarsi a qualcosa che non muore ed ecco le sole cose che
non muoiono: «Ora rimangono la fede, la speranza
e la Carità - ma la più grande di tutte è la Carità».
Di
queste tre cose, due passeranno: poiché la fede diventerà visione, e la
speranza diventerà godimento. Ma la Carità deve durare. Dio, Dio Eterno è
Carità. Agognate quindi quel dono imperituro, il solo valore che avrà corso
nell'Universo, quando tutti gli altri valori del mondo saranno inutili e fuori
corso. Prima di darvi ad altre cose, datevi alla Carità, rispettando le
proporzioni delle cose. Fate che almeno il primo grande scopo della vostra
esistenza sia quello di realizzare il vostro carattere, costruendolo sulla
base della Carità.
Ho
detto che questa cosa è eterna. Avete mai notato che San Giovanni associa
continuamente la Carità e la fede con la vita eterna? Chiunque si affida a
Lui, cioè chiunque Lo ama - poiché la fiducia è soltanto la strada che mena
all'amore - ha la vita eterna. Il Vangelo offre all'uomo la vita. Non offrite
mai un sorso di Vangelo. Non offrite solamente gioia o solamente pace o
solamente riposo o solamente salvezza: dite loro che Cristo è venuto per dare
agli uomini una vita più abbondante di quella che hanno, una vita prodiga
di amore, e perciò di salvezza per loro stessi e piena di possibilità per alleviare
e redimere l'umanità. Solo allora il Vangelo può imposessarsi dell'uomo per
intero, corpo, anima e spirito, e distribuire a ciascuna delle parti che
compongono la sua natura, il suo compito e la sua ricompensa. Molti dei
messaggi correnti si rivolgono ad una sola parte della natura umana. Offrono
pace, non vita, fede non amore, riabilitazione non rigenerazione. E gli uomini
si distaccano presto d'una simile religione perché in realtà non ha mai
fatto presa su di loro. La loro natura non ne era interamente permeata. Non
veniva loro offerta una corrente di vita più profonda né più lieta di quella
vissuta fino allora. Questo prova che solo un amore più completo può
gareggiare con l'amore del mondo.
Abbondanza
d'amore vuol dire abbondanza di vita, e amore eterno vuol dire vita eterna.
Quindi la vita eterna è indissolubilmente legata all'amare. Vogliamo vivere
eternamente per la stessa ragione per cui vogliamo vivere domani. Perché volete
vivere domani? Perché qualcuno vi ama, qualcuno che volete vedere domani e
amare a vostra volta. Nessun'altra ragione spiega il nostro desiderio di
vivere se non quello di amare e di essere riamati. Un uomo si suicida quando non
ha nessuno che lo ama. Finché ha degli amici, della gente che lo ama e che
egli ama, egli vivrà: perché vivere è amare. Anche soltanto l'affetto di un
cane può tenerlo in vita: tolto questo, tolto il contatto con la vita, non ha
nessuna ragione di vivere. L'energia vitale è venuta meno. Anche la vita eterna
è conoscenza di Dio e Dio è amore. Questa è la definizione stessa di
Cristo. Meditatela: « Questa è la vita eterna, che essi possano conoscere Te,
solo vero Dio, e conoscere Gesù Cristo che Tu hai mandato ». L'Amore deve
essere eterno. E' ciò che è Dio. In ultima analisi dunque Amore significa
Vita. L'Amore non viene mai meno e la vita non viene mai meno finché c'è
Amore. Ecco la filosofia di quanto ci mostra San Paolo, la ragione per cui nella
natura delle cose la Carità deve essere la cosa suprema, perché è destinata
a durare, perché è Vita Eterna. Quella Vita è una cosa che stiamo vivendo
ora, non una cosa che avremo al momento di morire: abbiamo ben poche
possibilità di ottenerla quando morremo, se non la viviamo ora. Non esiste
peggior destino in questo mondo che quello di vivere e invecchiare solo, senza
amare e senza essere amato. Essere perduto vuol dire vivere senza essere
rigenerato, senza amare e senza essere amato; essere salvato vuol dire amare, e
colui che vive nell'amore vive già in Dio, poiché Dio è amore.
Ora
ho quasi terminato. Quanti - di voi vorranno seguirmi e leggere questo capitolo
una volta la settimana per i prossimi tre mesi? Un uomo fece così e la sua
vita intera - ne fu cambiata. Volete provare? E' per la cosa più grande del mondo.
Potreste incominciare a leggerlo ogni giorno, specie quei versetti che
descrivono il carattere perfetto. « La Carità sopporta tutto ed è benevola;
la Carità non è invidiosa, la Carità non si vanta ». Portate questi ingredienti
nella vostra vita. Allora tutto ciò che farete sarà eterno. E' una cosa che
merita. Merita dedicarvi del tempo. Nessuno può diventare santo nel sonno e per
assolvere la condizione posta occorrono préghiere, meditazioni e tempo; allo
stesso modo che per perfezionarsi su qualsiasi piano, fisico o spirituale,
occorre preparazione e cura. Volgetevi -a quest'unica cosa: a qualunque
costo cambiate questo carattere trascendente contro il vostro. Se guardate la
vostra vita a ritroso, vi accorgerete che i momenti salienti, i momenti in cui
avete veramente vissuto sono i momenti in cui avete agito per spirito di Carità.
Riandando al passato con la memoria, al di sopra e al di là dei piaceri effimeri
della vita, risaltano quei momenti supremi in cui avete avuto modo di compiere
degli atti di bontà inavvertiti in favore di coloro che vi circondano; cose
troppo piccole perché possa meritare di parlarne ma che pure vi danno la
sensazione di essere entrate nella vostra vita eterna. Ho visto quasi tutte le
cose meravigliose che Dio ha fatto, ho provato quasi tutti i piaceri che Dio ha
progettato per l'uomo: eppure guardando indietro io vedo emergere dalla vita già
trascorsa quattro o cinque brevi esperienze in cui l'amor di Dio si rifletteva
in una modesta imitazione, in un mio piccolo atto d'amore cose che sopravvivono
alla nostra vita. Tutto il resto è transitorio. Ogni altro bene è frutto di
fantasia. Ma gli atti d'amore che tutti ignorano - e ignoreranno sempre -
quelli non fallano mai.
Nel
Vangelo di San Matteo, dove il Giorno del Giudizio ci è illustrato con
l'immagine di Colui che, seduto su un trono divide le pecore dalle capre, il
banco di prova per l'uomo non è « come ho creduto » ma « come ho amato ».
Il banco di prova della religione, la prova finale della religione, non quello
che ho fatto, né quello che ho creduto, né quello che ho realizzato, ma la
maniera con cui ho praticato la Carità di ogni giorno. Per ciò che non abbiamo
fatto, cioè per i peccati di omissione, noi saremo giudicati. Non potrebbe
essere altrimenti. Infatti, rifiutare la Carità significa negazione dello
spirito di Cristo, segno che non l'abbiamo mai conosciuto, che per noi Egli ha
vissuto invano. Significa che Egli non ha suggerito nulla - al nostro pensiero,
che non ha ispirato niente nella nostra vita, che non siamo mai stati neppure
una sola volta abbastanza vicino a Lui da essere toccati dal fascino della Sua
compassione per il mondo. Significa che: « Ho vissuto per me, ho pensato per
me, per me solo e nessun altro come se Gesù non fosse mai vissuto E come se
Egli non fosse mai morto ». E' davanti al Figlio dell'Uomo che tutte le nazioni
del mondo saranno convocate. E' alla presenza dell'Umanità che saremo
accusati. E lo spettacolo medesimo, la sola vista di essa umanità giudicherà
silenziosamente ciascuno di noi. Saranno presenti coloro che abbiamo
incontrato e aiutato; o la moltitudine ignorata cui avremo negato compassione o
rispetto. Nessun altro testimonio occorrerà convocare. Nessun'altra accusa, se
non quella di mancanza di Carità, ci sarà mossa. Non ingannatevi. Le parole
che un giorno ascolterà ciascuno di noi parleranno di vita, di poveri e di
affamati, di ricovero e di vestiario, di bicchieri di acqua fresca in nome di
Gesù Cristo. Chi è Cristo? Colui che ha dato da mangiare agli affamati, vestito
gli ignudi, visitato gli infermi. Dove è Cristo? Chiunque avrà accolto un
piccolo fanciullo nel Mio nome avrà ricevuto Me. E chi appartiene a Cristo?
Chiunque ama è nato da Dio.
Non
permettete mai che qualcuno venga a voi senza che se ne vada via migliore e più
contento. Siate l'espressione della bontà di Dio; bontà sui vostri volti, bontà
nei vostri occhi, bontà nel vostro sorriso, bontà nel vostro cordiale saluto.
Ai
bambini, ai poveri, a tutti coloro che soffrono e sono abbandonati, date sempre
un gioioso sorriso. Date a loro non solo le vostre cure, a ma anche il vostro
cuore. Madre Teresa