LA BEATA PASSIO

Di Jean Galot

INTRODUZIONE

Nella Passione di Gesù la sofferenza umana ha as­sunto un valore nuovo e ha trovato il suo volto vero, definitivo. Senza dubbio c'erano stati, prima di Cri­sto, dolori veri, profondi. La storia dell'umanità era portatrice di una immensa miseria, e l'esistenza di ogni individuo era contrassegnata dal segno miste­rioso di una croce di cui egli ignorava il nome e il significato.

Alle coscienze più evolute la sofferenza appariva come un castigo di Dio, meritato con il peccato. Nel volto del Crocifisso si rivela il significato autentico del dolore. In lui la sofferenza non è più una sem­plice esperienza; diventa un misterioso ideale. Essa non è più una punizione che opprime né un peso che l'uomo trascina come un condannato da Dio; è un'offerta accettata liberamente e portata al Padre celeste, in uno slancio d'amore riparatore.

Gesù infatti le dà un aspetto assolutamente puro. Alle origini dell'umanità il peso del dolore era de­rivato dal peccato; ma ecco che quel peso, culminan­do nella Passione del Salvatore, cessa di presentare le stimmate del male e diventa l'espressione dell'in­nocenza immolata. La sofferenza appare ormai come una compagna della santità, una manifestazione di perfezione. Niente è più santo, più estraneo al male del corpo appeso alla croce.

La contemplazione del Crocifisso inoltre ci fa ca­pire che i più crudeli tormenti si accompagnano alla più perfetta purezza dell'anima. Ci aiuta a ricono­scere nella sofferenza non più un segno del peccato, ma la via dell'innocenza chiamata a sacrificarsi. Ci impedisce di considerare le nostre prove come una manifestazione della collera o della disapprovazione di Dio, insegnandoci a riconoscere in esse un dono dell'amore paterno che desidera nobilitarci, santifi­carci.

In Gesù la disposizione interiore non è che la ri­sposta filiale all'amore del Padre. Il volto sofferente, da lui assunto, non ha dunque la smorfia della rivolta. È il volto dell'accettazione completa, dell'offerta ge­nerosa e integrale, senza riserve. Non una recrimi­nazione durante il supplizio a cui il grande benefat­tore dell'umanità è stato ingiustamente condannato. La parola con cui Cristo esprime il suo dolore è in­sieme un grido d'amore: « Ho sete ».

L'asprezza, l'amarezza, il rancore non trovano po­sto nei suoi sentimenti. Gli innumerevoli gemiti de­gli uomini che si innalzano al cielo accusando Dio della sofferenza che egli manda, non riecheggiano nella voce del Crocifisso. L'ultimo grido di Gesù pro­clama il suo abbandono nelle mani del Padre. La morte, come il dolore, è pienamente accettata.

Ecco perché il volto del Crocifisso, anche nella se­quela dei tormenti che gli sono imposti, conserva una serenità di fondo. Gesù soffre nel più profondo dell'animo, perfino nel sentimento della sua intimità con il Padre, della quale si sente più dolorosamente spogliato. Ma non si lascia prendere dal panico, e la disperazione non riesce a raggiungerlo; conserva una fiducia incrollabile, la convinzione di essere guidato dal Padre, con sicurezza, nell'avventura della croce. D'ora innanzi il volto della sofferenza cristiana sarà un volto di pace.

Sarà inoltre un volto che attende e prepara una gioia più grande; perché la fiducia di Cristo non è stata delusa, e il suo abbandono nelle mani del Pa­dre non è stato vano. Alla tragedia del Calvario è se­guito un trionfo glorioso. Nel momento in cui la sofferenza raggiungeva in Gesù il punto culminante, essa procedeva verso una gioia nuova ed esaltante. Il dolore non è una meta, è un passaggio, e prean­nuncia una felicità ulteriore. Nel volto sofferente sono già impressi i segni di una gioia trionfale, per­ché nel discepolo, come nel maestro, la Passione è inseparabile dalla resurrezione. La croce si inserisce nell'esistenza soltanto nella prospettiva della gioia pasquale.

A prima vista, il contrasto fra sofferenza e gioia finale è sorprendente, come fra disfatta e trionfo. In­fatti sono due fasi di una stessa manifestazione: nel dolore l'amore sboccia e può raggiungere il culmine. Gesù aveva amato intensamente il Padre e gli uo­mini nella sua vita terrena; la Passione gli ha per­messo di portare questo amore ai suoi limiti estremi. Il volto del Crocifisso è dunque quello dell'amore che si effonde, dell'amare infinitamente generoso nel­l'elargire il suo dono. È l'amore vittorioso anche durante la prova, perché si nutre del dolore e lo tra­sforma in amore. La gloria della resurrezione non fa che manifestare questa vittoria.

Si può dire che ormai il volto della sofferenza rac­chiude la fonte della gioia più elevata, perché in esso si sviluppa segretamente l'amore più grande. La sofferenza dunque non potrà più essere né sco­raggiamento né sconfitta; e se non perde il suo ca­rattere penoso, e resta una ferita, diventa però una ferita d'amore, un aprirsi del cuore a un affetto più vivo e più completo, che stimola un'offerta di sé più generosa, in cui la personalità raggiunge il suo com­pimento.

« Ecco l'uomo » (Gv. XIX, 6). La parola di Pila­to deve essere intesa in tutta la portata che essa assume nel dramma in cui si inserisce, e oltre gli intendimenti di colui che la pronunciò. È nella Pas­sione che la natura umana di Gesù si completa: il Verbo fatto carne non avrebbe assunto integralmen­te la condizione dell'umanità se fosse sfuggito alla sofferenza; attraverso il dolore supremo da lui sop­portato, l'uomo compie il suo destino terreno, e l'a­more porta il suo cuore umano ad effondersi. Il Fi­glio di Dio è uomo fin dal momento del consenso di Maria nell'Annunciazione e del presepio di Be­tlemme, ma lo diventa compiutamente solo col Cal­vario. Allora il corpo rivela la sua debolezza, l'anima del Cristo manifesta sentimenti sublimi: sulla croce grandeggia l'uomo.

Da quel momento Gesù imprime alla sofferenza l'aspetto della perfezione umana. Soffrire vuol dire diventare più profondamente uomo. Anche se este­riormente il dolore fa apparire un uomo degno di pietà, e questo era il caso di Gesù presentato da Pi­lato alla folla, esso tuttavia esalta le qualità migliori della natura umana, e la generosità nella umiliazione si raddoppia. A coloro che partecipano alla Passione si applicherà in futuro la sentenza del giudice roma­no: « Ecco l'uomo », l'uomo plasmato ed ingiganti­to dal dolore.

D'altra parte, se la sofferenza mostra l'uomo nella sua debolezza fisica e nella sua grandezza morale, rivela, in Gesù, Dio stesso. Solo un Dio può soffrire con tale nobiltà e dignità. Cristo ha potuto essere un uomo perfetto nella Passione perché era Dio. La esclamazione del centurione, testimone della morte di Gesù, attesta il trasparire della divinità nel suo modo di soffrire e di morire: « Questo uomo è vera­mente figlio di Dio » (Mc. XV, 39; Mt. XXVII, 54).

Cristo dunque conferisce alla sofferenza umana un aspetto divino. Egli ha mostrato come Dio ha voluto assumersi la sofferenza solidalmente con noi. Non è questa la risposta più eloquente a chi incessante­mente sussurra o esprime proteste contro Dio e lo accusa di indifferenza e di crudeltà per il dolore umano? Cristo in croce è Dio che risolve il problema della sofferenza non adottando una soluzione esterna, con dimostrazioni della sua onnipotenza, ma sottopo­nendosi egli stesso al dolore, sperimentando interior­mente questa realtà così amara, così pesante. Pur nella sua immensità, il Figlio di Dio fa propria la sofferenza umana, e testimonia che, lungi dall'essere indifferente o crudele, Dio si interessa alla sorte dell'uomo fino a condividerla. Invece di essere una sconfitta, come pareva all'uomo, la sofferenza diviene proprietà di Dio, privilegio del Verbo incarnato. Diventa persino rivelatrice di Dio. Nel volto doloroso di Cristo appare la disposizione fondamentale dell'essere divino: «Dio è amore» (I Gv. IV, 16). Dio si fa conoscere agli uomini con la Passione; la sua bontà e benevolenza verso l'umanità vi si dimo­strano ampiamente, e ci indicano che non soltanto egli irradia amore, ma che è l'amore nella sua massi­ma intensità. Il dolore porta in sé l'aspetto del Dio d'amore, ce lo fa scoprire. E custodisce così il mi­stero più nascosto della Rivelazione.

Non potrà più perdere l'aspetto divino che Gesù gli ha dato. I cristiani sono chiamati a impegnarsi nella sofferenza come in una impresa divina, sull'e­sempio del Maestro. Dio li induce a soffrire, come ha sofferto lui. Come li rende capaci di amare, attra­verso l'amore divino, così dà loro la forza di soffrire al modo divino. Da quel momento, anziché immi­serire l'uomo, la sofferenza sviluppa in lui la perfe­zione di Dio e non benefica soltanto l'individuo che la deve sopportare. Nel suppliziato del Golgota, bi­sogna riconoscere il Salvatore dell'umanità. In lui si annuncia la meravigliosa fecondità del dolore. Con il sacrificio cui si sottomette, Cristo trasforma il mondo.

Sulla croce egli sembra vinto; i suoi avversari han­no buon gioco nel ridere di lui. La condanna al supplizio l'ha ridotto all'impotenza, e la totale spo­gliazione che gli è stata imposta sembra attestare una irrimediabile debolezza. Ora, nell'istante in cui è privato di tutti i mezzi umani d'agire, egli è in real­tà pienamente efficiente a seguire le disposizioni del piano divino. Con la sua sofferenza e il suo fallimen­to egli merita la salvezza del mondo.

Cristo fa così del dolore il grande strumento di redenzione, il grande mezzo di riscatto. Egli ci invita a credere che ogni sofferenza ci è data per una mis­sione redentrice e che, generosamente accettata e offerta, essa contribuisce a mutare il mondo, a ren­dere migliore l'umanità. Quando un uomo ha per­duto tutto, gli resta sempre la ricchezza del dolore; quando una vita sembra inutile, svuotata della sua produttività umana, può ancora diventare efficace con l'offerta stessa di quell'inutilità, con l'umile ac­cettazione di quell'incapacità.

Nel volto torturato di Gesù è necessario vedere un centro irradiante, l'origine dell'immensa quantità di grazie che affluiranno nel mondo. La sofferenza è il prezzo di innumerevoli gioie per gli uomini, e tutto il bene che esiste nelle anime è frutto della passione di Cristo.

Offrendo il suo volto alla sofferenza, Cristo vi ha perciò impresso il segno di una fecondità divina. Il dolore è fonte di progresso e di felicità per chi l'accetta, e anche per altri; procura agli uomini gra­zie di santità ed è destinato ad accrescere la loro gioia.

Di tutti i «perché» pronunciati dall'uomo, quel­lo suscitato dalla sofferenza è il più drammatico. Il dolore infatti penetra nella profondità dell'essere umano, la turba o la sconvolge. Pone inoltre un problema non solamente teorico, ma pratico; l'in­terrogativo «perché» non deriva semplicemente da un interesse speculativo; ma risuona come un grido personale, il grido di una persona colpita in ciò che ha di più intimo o di più caro.

A questo problema di vita il Calvario offre una risposta viva. Nella carne e nell'anima del Cristo la sofferenza rivela la sua ragione d'essere e offre le sue vere dimensioni. Il volto del dolore s'identifica, dal tempo della Passione, con il volto di Cristo: viso puro e santo, viso della perfezione umana, viso di­vino d'amore, viso di Salvatore che realizza la sua missione. Questo volto di Cristo risponde a tutte le domande degli uomini sofferenti: a coloro che si cre­dono puniti, mostra che si tratta di un invito alla riparazione più che di castigo; a coloro che si consi­derano sminuiti o spezzati dalla prova, ricorda che nella prova c'è una via alla perfezione e alla nobili­tazione; a coloro che si credono vittime della poten­za arbitraria, della durezza o della freddezza incom­prensiva di Dio, attesta la simpatia divina che vuole assumere come suo il dolore e l'amore divino che si umilia fino al sacrificio totale; a coloro che si af­fliggono per gli ostacoli posti alla loro azione da di­sgrazie e fallimenti, testimonia la fecondità sopran­naturale delle loro incapacità.

Di conseguenza bisogna sforzarsi di conoscere me­glio il volto del Cristo sofferente, d'entrare nel se­greto dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Una luce s'irradierà sui dolori umani. Non che tutta la oscurità possa esser dissipata: la sofferenza resta un mistero, che oltrepassa la nostra intelligenza e scon­certa la nostra ragione. Ci sarà sempre quaggiù qual­cosa di inesplicabile nelle nostre prove.

Ma questo mistero occorre penetrarlo in comunio­ne con il mistero della Passione. Unendo la propria vita a quella del Salvatore o lasciandosi incorporare in essa, il cristiano cessa di scontrarsi con la sofferen­za come se fosse un problema irritante; la croce en­tra nella sua esistenza, croce condivisa con il Mae­stro. Il dolore diviene parte integrante della sua vita e del suo amore, accettato e assunto come una missione.

Spetta a ciascuno di realizzare questa comunione col Cristo sofferente. Un libro può aiutare a dirige­re gli sguardi verso il Redentore. Tale è lo scopo di questa opera: orientare la contemplazione verso il Salvatore, descrivere il volto dell'Uomo dei dolori, scrutare gli atteggiamenti e le disposizioni più pro­fonde di Gesù nella sua passione. Non ci fermeremo certo ai particolari esterni del dramma; la nostra at­tenzione verterà sull'essenziale, sul piano invisibile di Dio e sull'interiorità di Cristo.

Così potrà apparirci meglio, nella sua bellezza pu­ra e commovente, il volto ideale della sofferenza.

 

Capitolo primo

I PRIMI LINEAMENTI DEL RITRATTO

Quando, dopo la sua resurrezione, Cristo ha voluto spiegare ai discepoli di Emmaus e poi a tutto il grup­po dei discepoli il senso degli avvenimenti che essi avevano appena vissuto, ha ricordato loro che la Passione era annunciata, secondo le Scritture, nella legge, nei profeti e nei salmi: occorreva che il Messia soffrisse per entrare nella gloria (Lc. XXIV, 26 s., 44­46). È importante dunque ricercare nell'Antico Te­stamento i primi accenni del dramma redentore. Tre immagini commoventi del Messia che si sacrifica si presentano a noi: nella legge, Isacco legato sul rogo (libro della Genesi); nei profeti, il personaggio ideale del servo che soffre (libro di Isaia); nei salmi, la prova personale del giusto abbandonato.

 

I. IL SACRIFICIO DI ABRAMO

«Accadde che Dio mise alla prova Abramo: "Prendi tuo figlio, l'unico figlio, che tu ami, Isacco; va nella terra di Moria, e là offrilo in olocausto su una montagna che io t'indicherò" » (Gen. XXII, 1-2).

In questa raffigurazione lontana del sacrificio re­dentore, un aspetto invisibile ma essenziale del dram­ma ci è posto sotto gli occhi. Quando vediamo Abra­mo incamminarsi con Isacco verso il monte di Mo­ria, monte che sarà identificato con la collina su cui sarà costruito il tempio di Gerusalemme, scopriamo che Gesù, nella sua « Via Crucis », non cammina so­lo verso il Calvario. Egli è guidato dal Padre, attore principale della dolorosa tragedia.

Senza dubbio è Isacco che deve essere immolato; ma Abramo deve sacrificare il suo cuore di padre. Il racconto dell'episodio ci fa immediatamente intuire che il padre attraverso il figlio è la prima vittima. A lui è richiesto il sacrificio più grande che possa essere preteso da un cuore umano, il sacrificio di un figlio unico.

Quando Cristo porta la sua croce, si avvia a compie­re l'immolazione di sé. Ma il Padre che guida il suo cammino, e la cui volontà sovrana viene compiuta nella salita al Golgota, è il primo a sentire l'intensità del dramma. È lui che ha deciso di mandare suo Figlio alla morte, e tutto il suo amore paterno è im­pegnato in questa decisione; non risparmiando suo Figlio, il Padre non ha risparmiato il suo cuore.

Egli andrà anche più lontano di Abramo: Dio trat­tiene il braccio di Abramo nel momento in cui s'ap­presta a colpire la vittima innocente: «Abramo! Abramo!... Non alzare la mano sul fanciullo, non fargli alcun male! » (Gen. XXII, 11-12). Ma nessuno poteva trattenere la mano del Padre che ha voluto porre una croce al centro del mondo e su questa cro­ce far salire Gesù. Il Padre, Signore supremo della vita, ha il pieno potere di decidere una immolazione, ed egli la richiede al suo affetto personale.

Coloro che hanno accusato Dio di crudeltà nel­l'avvenimento della Passione, o che continuano a pronunciare questa accusa riferendosi alla sofferenza umana, non si rendono conto che il Padre celeste è stato crudele, implacabile con se stesso per non esser­lo con noi. È il Padre che ha tratto dal suo amore tutta la sostanza del sacrificio.

I sentimenti di Abramo nel momento in cui si ap­presta a immolare suo figlio ci permettono di intuire ciò che ha dovuto svolgersi nel cuore del Padre du­rante la Passione. Il patriarca doveva sentirsi lacerare il cuore profondamente, non solo perché doveva ac­consentire alla morte di suo figlio, ma perché doveva condurlo lui stesso a quella morte e provocarla. Può forse essere stato meno penoso per il Padre non ac­cogliere, durante l'agonia, la supplica di Gesù, as­segnargli il calice di dolore e condurlo ad un terribi­le supplizio? Noi siamo abituati, dal racconto evange­lico, a prendere in considerazione durante l'agonia e la Passione soltanto i sentimenti di Gesù, e siamo impressionati dalla desolazione che egli prova. Per avere un'idea completa di questa dolorosa separazio­ne, bisognerebbe conoscere bene la generosità subli­me del Padre che ha voluto scavare un largo solco tra sé ed il suo dilettissimo Figlio, e imporre così a Gesù, nonostante il suo affetto paterno, la sofferen­za più acuta, più intima. Il Vangelo non potrebbe descriverci questo aspetto celeste dell'abbandono, ma l'episodio del sacrificio di Isacco solleva un ango­lo del velo e ci fa almeno intuire che in quel punto c'è un mistero.

Se il Padre fa alzare la croce e vi appende il pro­prio Figlio, lo fa perché vuole aprirci, il più ampia­mente possibile, il suo cuore paterno. Ci mostra che egli dona tutto all'umanità, che non esita a sacrificare ciò che ha di più caro in vista della nostra salvezza. Desidera essere in pieno il Padre degli uo­mini.

Questa finalità del sacrificio è suggerita dalla pro­messa fatta ad Abramo: « Poiché hai fatto ciò e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo figlio, io ti ricolmerò di benedizioni, moltiplicherò i tuoi discen­denti come le stelle del cielo e la sabbia in riva al mare» (Gen. XXII, 16-17). Per il fatto che il Padre celeste non ha rifiutato il suo unico Figlio nel suo amore per l'umanità, egli è divenuto Padre di que­gli uomini, numerosi come le stelle o i granelli di sabbia. In seguito al sacrificio, la sua discendenza si è moltiplicata all'infinito. Era già Padre degli uomini per il fatto di averli creati; diventa, con la redenzio­ne, loro Padre nel senso più ampio di un amore pa­terno che tutto dona.

Così, come Isacco era nel suo sacrificio la manife­stazione della generosità di Abramo, Cristo porta in sé, nell'immolazione del Calvario, l'insondabile ge­nerosità del Padre. La croce è prima di tutto il mes­saggio di un amore paterno che vuole effondersi a profusione sugli uomini donando loro ciò che ha di più prezioso, suo Figlio, con l'intenzione di riu­nirli in Gesù e di fare di tutti loro dei figli di Dio.

 

2. IL SERVO CHE SOFFRE

Un ritratto divino e umano

I canti del servo di Yahvé, opera di un profeta di cui non conosciamo il nome, e che sono stati attribui­ti a Isaia, ci presentano il ritratto più importante del Messia, specialmente del Messia sofferente (Is. XLII, 1-7; XLIX, 1-9; L, 4-9; LII, 13 - LIII, 12).

Accade che in un ritratto noi notiamo particolari della fisionomia che non ci avevano colpito guardan­do la persona stessa. L'artista ci fa scoprire attraverso la sua opera ciò che la natura non ci aveva rivelato. Il viso ci appare in una luce nuova, con un'espres­sione che prima ci stupisce, poi ci seduce: «Tutta­via è sempre lui », diciamo contemplando i lineamenti del disegno, familiari e insieme sorprendenti. Co­minciamo a renderci conto che la sua personalità era più ricca di quanto avessimo creduto fino a quel momento, che certi aspetti essenziali ci erano sfug­giti. D'altra parte, la vista abituale di una persona ci induce a farcene un'immagine adattata ai nostri bi­sogni personali, ai nostri gusti, al nostro tempera­mento. Trasformiamo ciò che vediamo; ciò che ci cir­conda assume il colore delle nostre reazioni quotidia­ne. L'emozione suscitata da un ritratto ci libera da questa visione deformante, ci aiuta a ritornare a un apprezzamento più obiettivo, perché ci mostra la stessa persona vista da un temperamento e da occhi diversi dai nostri.

Il volto storico di Cristo ci è giunto attraverso il Vangelo. Ma quell'immagine rischia di deformarsi senza rendercene conto, noi poniamo in rilievo certi tratti mentre ne lasciamo altri in ombra. Per ritorna­re a una rappresentazione più fedele della personali­tà di Gesù, non dobbiamo solo riprendere contatto con il testo evangelico, ma confrontare il quadro del Vangelo con il ritratto del « servo di Yahvé ». Pre­sentato con linguaggio umano, questo ritratto è stato tuttavia composto da Colui che avrebbe avuto come compito, operando l'incarnazione nel seno della Ver­gine Maria, di conferire a Cristo la sua fisionomia umana. Molto tempo prima di dar forma nella carne al volto del Figlio di Dio, lo Spirito Santo ne ha ab­bozzato i tratti più sublimi. Ispirando ad un profeta ebreo la descrizione del « servo di Yahvé », egli ha ri­velato con l'anticipo di cinque secoli il volto doloroso e trionfante del Redentore. Questo ritratto, dunque, non è una copia; è un progetto, un abbozzo, ma un abbozzo il cui autore è divino. Inoltre è tale da far colpo, da attirare la nostra attenzione su aspetti del­la personalità di Gesù che rischierebbero di passare inosservati a noi. Più si studia questo ritratto, più si è colpiti dal pensiero trascendente che l'ha ispi­rato, e più si è sorpresi nel constatare a quale punto la verità del Vangelo vi è già presente. Se non sapes­simo con certezza che questo ritratto precede di molto la venuta di Cristo sulla terra, penseremmo che fu composto dopo tale venuta, perché ci induce a dire spesso: « È proprio lui »; persino nei particolari la somiglianza è sorprendente.

Se lo Spirito Santo ha disegnato la figura del Sal­vatore prima di realizzarla, l'ha fatto perché voleva fornire al popolo ebreo e all'umanità una prefigurazione degli eventi della nostra salvezza, ma special­mente una comprensione più profonda di quegli e­venti dopo che essi avessero avuto luogo. Il ritratto del «servo di Yahvé » ha certamente preparato gli spiriti all'idea del Messia sofferente, senza riuscire d'altra parte a fare molta impressione sul popolo eletto, che sognava prima di tutto il trionfo e la gloria del Messia. Ma il suo compito preciso supera notevol­mente quello di una semplice preparazione: è rivol­to a tutti gli uomini e particolarmente a tutti i cri­stiani. Ci mostra come il destino del Salvatore fosse stato fissato nelle sue grandi linee e anche nei mini­mi particolari dalla volontà divina. Ci aiuta a capire ciò che la croce da parte sua ci insegna, ma che è così difficile da ammettere e penetrare a fondo, la funzio­ne essenziale della sofferenza in un'impresa che vuole assicurare la liberazione e la felicità.

Inoltre, ispirando a un profeta la redazione di quei canti, lo Spirito Santo poneva in opera un prin­cipio di importanza fondamentale nell'economia del­l'Incarnazione redentrice: Dio è l'autore di tutta la redenzione, ma la compie con la cooperazione del­l'umanità. Dio è, attraverso l'ispirazione, l'autore del ritratto del « servo di Yahvé ». Ma egli ha stabi­lito e disegnato quel ritratto con il consenso di una intelligenza e di un cuore umani. Più tardi, alla vi­gilia dell'Incarnazione, lo Spirito Santo ricolmerà della pienezza della grazia colei che sarà destinata a diventare la madre del Salvatore; formerà l'intelli­genza e il cuore di Maria perché ella possa a sua volta formare il Figlio a sua immagine, e perché tale immagine coincida con l'immagine divina. In colui che deve, a distanza di secoli, abbozzare il ri­tratto del Messia, lo Spirito Santo ha lavorato in mo­do meno completo, ma analogo. Per far sorgere quel volto straordinario e quel destino incredibile egli ha dovuto operare molto a fondo sull'intelligenza e sul cuore dello scrittore, elevare a poco a poco i suoi pensieri umani al livello dei pensieri divini. Indo­viniamo questo lavoro constatando l'evoluzione del­le idee da un canto all'altro. Ci rendiamo conto che è stato penoso per il profeta, perché ci risulterebbe difficile capire come egli sia stato guidato a sottolinea­re la funzione della sofferenza nell'opera del Mes­sia, se non avesse dovuto riconoscere sempre più vivamente nelle proprie prove la mano divina. Lo scrittore ha dovuto trarre dalla sua vita e dal suo do­lore il ritratto del Messia sofferente. Non che, pren­diamo nota, abbia voluto ritrarre se stesso; al con­trario egli si allineava tra i peccatori per i quali un Redentore innocente si offriva in espiazione. Ma ha potuto capire la nobiltà e la bellezza della soffe­renza solo dopo aver accettato per sé il dolore e senza dubbio la persecuzione. Questo magnifico ri­tratto egli l'ha dunque pagato ben caro. Ma è an­che un onore per lui l'avervi concorso con tutto il suo essere. Proprio da una vita e da un pensiero umani lo Spirito Santo con la sua grazia illuminante ha fatto sorgere la prima immagine del Salvatore.

« Ecco il mio servo »

Prima che fossero scritti i canti del «servo di Yahvé », il Messia era stato presentato nell'Antico Testamento rivestito della dignità regale e investito di una sovranità assoluta: « Oracolo di Yahvé al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io fac­cia dei tuoi nemici lo sgabello per i tuoi piedi. Da Sion Yahvé estenderà lo scettro della tua potenza: governa in mezzo ai tuoi nemici! » (Sal. CX, 1-2). Il salmo descrive tale dominazione sui nemici anche con termini realistici, poiché parla di un mucchio di cadaveri, di teste spaccate sulla distesa della terra (Sal. CX, 6).

Più pacifico, ma non meno maestoso nella sua po­tenza, era apparso l'Emanuele del libro di Isaia. Il fanciullo predestinato aveva ricevuto l'impero sulle spalle; egli occupava il trono di Davide (Is. IX, 5-6). Il popolo ebreo immaginava il suo liberatore come un re pieno di forza e di gloria.

Così, siamo sorpresi di sentire, nei canti, che Dio presenta il Messia con questi termini: c Ecco il mio servo» (Is. XLII, 1). Una figura completamente di­versa si delinea ai nostri occhi, quella d'un servo di Dio.

Certo, l'idea del servizio di Dio non è nuova. I capi o re d'Israele erano stati considerati servitori di Yahvé, e parimenti tutto il popolo doveva servire il suo Dio, cioè rendergli il culto che gli era dovuto e obbedire ai suoi precetti. Ma la novità sta nel fatto che nella predicazione del Messia l'accento è posto deliberatamente sull'atteggiamento di servo. Appare una nuova fisionomia, in vivo contrasto con l'annun­cio di un dominatore dei popoli.

In questa fisionomia un tratto primordiale: l'u­miltà. Fino ad allora essa non aveva avuto affatto diritto alla considerazione. Qualsiasi inferiorità sareb­be sembrata una macchia nel ritratto del Messia; si voleva sperare e proclamare la trionfante superiori­tà del re ideale. La posizione di servo implica una situazione inferiore e suppone inoltre che questa si­tuazione non sia semplicemente subita come « il me­no peggio», ma accolta e sopportata volontieri. Il Messia, in questa nuova figurazione, ama tale situa­zione e si compiace di servire.

Qui c'è dunque una entrata in scena dell'umiltà degna di nota. Sconosciuta in precedenza, l'umiltà diventa un simbolo messianico. Non è forse ormai compresa nel nome stesso del Salvatore? Il titolo di servo, che professa apertamente questa umiltà, è tale da fare impressione, da stupire una coscienza ebraica avida di prospettive messianiche trionfali.

Se questo titolo sconvolgeva l'idea più consueta che gli ebrei si facevano del Messia, non ha perso al giorno d'oggi il suo valore emotivo, sconcertante. Il vocabolo « servo » non si usa più, perché sembra incompatibile con un progresso sociale in cui si af­ferma l'uguaglianza degli uomini; pare persino un attentato alla dignità umana. Anche la presentazione del Messia come servo sfida audacemente il nostro concetto dell'uomo emancipato, padrone di sé, come offendeva l'antica mentalità ebraica, abituata a spera­re in un Salvatore di strepitosa potenza.

Nel gioco drammatico in cui sono impegnate le generazioni umane, l'umiltà si presenta come un at­tore la cui entrata in scena deve ripetersi senza sosta, e suscitare indefinitamente la sorpresa degli spettatori. La brama di successo e di vittoria è così naturale nell'uomo che l'umiltà assume facilmente ai suoi occhi l'aspetto di ingenuità o di mancanza di energia, di difetto di personalità. Considerare l'umil­tà un ideale sembra ancora più sconcertante.

La dichiarazione «Ecco il mio servo» per indi­care l'uomo ideale conserva dunque per l'umanità contemporanea la sua forza sorprendente. Dio ga­rantisce espressamente l'autenticità di quest'ideale, poiché completa la presentazione dicendo: «Ecco il mio servo, che io sostengo, il mio eletto, di cui mi compiaccio» (Is. XLII, 1). Contro tutti gli altri tipi d'ideale umano, Dio annuncia con quella dichiara­zione che egli sostiene l'ideale del servizio umile. Con tutta la sua potenza Dio propone quest'ideale contro lo scherno e la derisione degli uomini, e ne afferma la grandezza di fronte a tutte le incomprensioni.

Il servo è l'eletto di Dio. Il Messia può essere servo soltanto in ragione di questa elezione divina: egli de­ve all'amore divino, che l'ha scelto e che ha collabora­to con lui, l'ispirazione del suo ideale. E poiché egli realizza quest'ideale, Dio può compiacersi pienamen­te in lui. Se l'umiltà stenta a sedurre gli uomini, essa ha sicuramente il favore divino. È già un'espres­sione di questo favore, una manifestazione della gra­zia, perché presuppone che un uomo sia guidato nel­la sua condotta da un amore divino, secondo una via soprannaturale; e d'altra parte attira la benevolenza divina, poiché è particolarmente gradita al Signore.

Inoltre l'umiltà appartiene ormai al cammino del­la grazia. Se la via regale verso la santità rappresen­tata dal Messia comporta in primo piano quest'umil­tà, ciò varrà anche per la via normale della santificazione degli uomini. Poiché l'eletto di Dio per eccel­lenza è il servo, coloro che dopo di lui o con lui di­venteranno gli eletti del Signore saranno, per lo stes­so fatto, chiamati ad un destino di servizio. Gli umili saranno i preferiti da Dio; in essi si compiacerà l'Onnipotente. Proprio attraverso l'umiltà l'amore divino si diffonderà nel mondo.

Servizio di Dio e servizio degli uomini

Quando nel linguaggio corrente parliamo di ser­vizio e di servo, ci riferiamo più specificamente al­l'atto che consiste nel servire il prossimo. Quando il vocabolo « servire » è usato per indicare un ideale, significa devozione agli altri. Al contrario, nei poe­mi che ci presentano il Messia con le caratteristiche del servo, si tratta anzitutto di servizio di Dio. In nessuna parte è detto espressamente che il servo di Yahvé è parimenti il servo del popolo. Tuttavia questa è veramente la caratteristica del personaggio messianico: è insieme servo di Dio e servo degli uo­mini, e in questa doppia prospettiva il suo servizio è completo.

La sua missione infatti, missione di liberazione de­gli oppressi e di istituzione della vera religione, è l'esecuzione di un piano di Dio e un'opera che deve portar frutto al popolo e alla terra intera. Mettendo in opera il piano divino, il servo si dona per gli uo­mini. Così si chiarisce il legame indissolubile tra i due indirizzi del servizio, obbedienza a Dio e dedi­zione all'umanità, che sono una stessa unica azione. Ciò che spiega questa unità è che Dio vuole la salvezza degli uomini e usa il servo per realizzare que­sto scopo.

La formula che esprime con forza l'unione, nel servo, del servizio di Dio e del servizio dell'umanità è: «Alleanza del popolo». Il servo è stato predesti­nato infatti a questo scopo: « Io, Yahvé, ti ho chia­mato secondo la mia volontà di salvezza, ti ho preso per mano, ti ho formato e costituito alleanza del popolo... » (Is. XLII, 6; cfr. XLIX, 8). Per il fatto che egli personifica l'alleanza, il servo è nello stes­so tempo, come capo e rappresentante del popolo, interamente votato al suo servizio e consacrato sen­za riserve al Dio che questo popolo deve onorare. Unendo il popolo a Dio, egli deve far passare in sé l'amore che gli uomini, in virtù dell'alleanza, devo­no dimostrare a Dio.

Fermiamoci un momento a questa personificazio­ne dell'alleanza nel servo, perché essa ha dei riferi­menti nella situazione odierna del sacerdote e dei cristiani. La funzione di mediazione compiuta dal servo facendo giungere all'umanità la benevolenza divina e facendo risalire verso Dio l'omaggio della natura umana, annuncia infatti il ruolo che sarà at­tribuito ai membri del corpo mistico, alla gerarchia ed ai semplici fedeli.

Il prete diventa per mezzo del sacerdozio un servo, e si devono ritrovare in lui certe caratteristiche della descrizione fatta nei canti del libro di Isaia. Egli è radicalmente consacrato al servizio di Dio e, per questo fatto stesso, al servizio dell'umanità. Deve ri­spettare e sviluppare l'alleanza, portare agli uomini, specialmente con la sua bontà pastorale e il suo zelo apostolico, il messaggio dell'amore divino, ed essere il rappresentante dell'umanità nel culto che essa deve rendere al suo Creatore.

Per i cristiani si rivela una missione analoga. Pur non avendo, come il prete, la funzione di rappre­sentante ufficiale del popolo nei suoi rapporti con Dio, il battezzato deve tuttavia contribuire ad esten­dere l'alleanza. Deve servire il Signore con spirito comunitario, con opere sociali che attirino e stimoli­no il prossimo alla pratica del culto e dei comanda­menti, in vista di un trionfo della mentalità cristia­na. Deve ugualmente comunicare agli altri, con la testimonianza della carità, l'amore che Dio gli porta: la carità consiste infatti per i cristiani nell'amarsi l'un l'altro come Cristo li ha amati; ognuno deve dunque riversare sui suoi compagni l'amore che ri­ceve dal Signore, un amore che si è manifestato nel Maestro con un servizio totale, e che deve assumere la stessa forma nei discepoli.

A questo titolo, ogni cristiano deve comportarsi da servo, servo di Dio e servo del prossimo, e con­tribuire all'alleanza che unisce Dio e la comunità umana.

Così il ritratto del servo annuncia, al di là di Cri­sto stesso, il volto spirituale dei suoi discepoli. Pro­priamente parlando, esso riguarda solo la persona del Salvatore, ma poiché questa persona deve comuni­care la sua somiglianza sull'umanità, esso assume una portata universale.

Secondo il quadro profetico del servo di Yahvé, il servizio di Dio e dell'umanità culmina nella sof­ferenza. Certamente, in tutto ciò che fa, il servo compie il volere divino. Ma solo nel supplizio si ri­vela interamente disponibile a Dio, e Dio compie in lui l'opera che aveva predisposto.

Descrivendo il dolore e la morte del servo, il pro­feta dichiara: « Yahvé si è compiaciuto di farlo a pezzi » (Is. LIII, 10). Tutti gli aspetti della terri­bile prova che si abbatte sul servo sono stati dun­que previsti e voluti da Dio stesso; sono il risultato della sua volontà sovrana. Il termine «fare a pezzi» descrive bene la sconvolgente totalità di questa sof­ferenza, che non trascura niente nell'essere umano e lo saccheggia senza pietà. In una versione di Qum­ran, l'evocazione è ancora più toccante, perché nel testo si legge: « Yahvé si è compiaciuto di farlo a pezzi e l'ha trapassato». Al culmine del supplizio, il servo è così colpito da parte a parte. Si profila, at­traverso questa immagine, non solo la crocifissione di Gesù, ma il colpo di lancia che, perforando il costato, apre in pieno e per sempre il cuore.

Alla sovranità con cui Dio dispone di tutto l'es­sere del servo al punto di farlo a pezzi e di trapas­sarlo, corrisponde l'atteggiamento del servo stesso che si dona senza riserve: « Egli offre se stesso in sa­crificio di espiazione » (Is. LIII, 10). Nel dolore non fa che servire. Si lascia fare a pezzi e trapassare; perciò è servo fino alla fine.

Servizio totale a Dio che realizza per mezzo suo il suo piano di salvezza, il sacrificio espiatorio del ser­vo è servizio totale verso l'umanità: « Egli si è spo­gliato fino alla morte ed è stato annoverato fra i malfattori, mentre prendeva su di sé i peccati della moltitudine e intercedeva per i colpevoli» (Is. LIII, 12). Non c'è servizio più completo di quest'assun­zione dei peccati dell'umanità da parte di un inno­cente; non c'è neppure un'umiltà più perfetta, per­ché, sebbene la sua innocenza gli permettesse di porsi sopra il livello degli altri uomini, egli occupò vo­lontariamente l'ultimo posto, quello dei malfattori, per essere solidale coi peccatori.

Il liberatore

Il carattere della missione del servo testimonia pure la sua qualità fondamentale, l'umile servizio di Dio e degli uomini: è una missione liberatrice, e non una missione di conquista o di dominio.

Avrebbe potuto essere una tentazione per il profe­ta concepire il liberatore come un conquistatore. Per­ché questo profeta si trovava in esilio con il popolo ebreo, condivideva la speranza di liberazione che la marcia del re di Persia, Ciro, verso Babilonia aveva fatto sorgere nel cuore dei suoi compatrioti. Prigio­nieri dei babilonesi, gli ebrei consideravano Ciro il liberatore che si avvicinava; anche la missione at­tribuita al servo assomiglia a quella che essi attende­vano dal conquistatore persiano. Il servo è stato for­mato e designato da Dio «per restaurare il paese e restituire l'eredità dissipata, per dire ai prigionieri: "Uscite e a coloro che sono nelle tenebre: - Ve­nite alla luce" » (Is. XLIX, 8-9; cfr. XLII, 7). In­fatti, ciò che Ciro ha compiuto è bene: ha liberato gli ebrei e restituito la loro terra. Tuttavia il servo non è presentato sotto l'aspetto di un conquistatore che vuole stabilire un dominio politico, ma è precisamente il servo di Dio, e quando libera i prigionieri lo fa per Dio, « con lo scopo di ricondurre a lui Giacobbe e riunire Israele intorno a lui » (Is. XLIX, 5).

Inoltre questa missione liberatrice si estende oltre la liberazione del popolo ebreo, poiché è un servizio di Dio, e assume un significato universale. «E’ poca cosa, dice Yahvé, che tu sia mio servo per risolle­vare le tribù di Giacobbe e ricondurre il resto di Israele. Io farò di te la luce delle nazioni perché la mia salvezza giunga alle estremità della terra » (Is. XLIX, 6). Diventando universale, la missione li­beratrice del servo si spiritualizza: la liberazione in­teriore ch'egli deve portare fino all'estremità della terra non può più essere una liberazione materiale di prigionieri; è la salvezza di natura morale e spi­rituale che Dio vuole donare al mondo.

Questa spiritualizzazione si accentua nell'ultimo canto, in cui la sofferenza del servo è descritta in modo più ampio. Qui, la raffigurazione della libe­razione del popolo ebreo in esilio scompare, e si tratta solo di un dramma morale: il servo libera gli uomini dai loro peccati prendendone su di sé il carico, e reintegra non delle eredità dissolte, ma delle coscienze ottenebrate: trasforma in moltitudini di giusti le moltitudini di peccatori (Is. LIII, 11). Liberazione e restaurazione assumono un significato più alto.

Gli avvenimenti vissuti dal profeta hanno contri­buito verosimilmente a far evolvere il suo pensiero verso un concetto più puramente spirituale della liberazione. La liberazione portata da Ciro al popolo ebreo e la restaurazione di Gerusalemme da lui de­cisa avevano suscitato grande speranza di un rinno­vamento dello Spirito e della mentalità religiosa del popolo. Questa speranza è stata delusa, perché il popolo ebreo è rimasto un popolo peccatore che commette iniquità e si smarrisce come in passato. Anche il profeta ha capito che la vera liberazione e la vera restaurazione non sono di natura politica. Dopo di lui, molti riporranno ancora nei mutamen­ti politici la speranza di una umanità migliore; e grandi conquistatori susciteranno entusiasmo, e al­cuni capi politici tenteranno di provocare una dedi­zione assoluta alla propria persona. Partiti o dottrine politiche si circonderanno di un alone mistico per meglio incantare le folle. Il profeta, sedotto da Ciro, in cui in un primo tempo aveva creduto di riconosce­re il Messia (Is. XLV, 1), e poi deluso da lui, ha spe­rimentato l'inefficacia sostanziale delle liberazioni e restaurazioni politiche quando esse non sono accom­pagnate da un risollevamento morale e spirituale. Il problema essenziale della trasformazione del mon­do non è di natura politica. Il messaggio contenuto nell'ultimo canto del servo ci avverte che la vera li­berazione consiste nel liberare l'uomo dal peso del peccato e nel fare di lui un « giusto ».

Ora, tale liberazione richiede, da parte di colui che l'intraprende, una disposizione d'animo com­pletamente diversa da quella di un conquistatore. Liberare gli uomini dalle loro colpe significa farne ricadere il peso su se stessi. Il liberatore è la prima vittima della sua missione; deve accettare di pagar­ne il prezzo di persona, di sentire su di sé il peso della sofferenza che dovrebbe toccare a coloro che egli vuole liberare.

Anche il liberatore che ci è descritto nell'ultimo canto scende fino all'infimo grado della vergogna e dell'ignominia: si presenta nella miserabile situazio­ne di un criminale, esperimenta i dolori meritati per le colpe dell'umanità.

Non di un solo popolo egli porta il peso del pec­cato. A differenza di una liberazione politica, una liberazione spirituale non si conclude nei limiti di una nazione. Anche nel quadro del servo che soffre non si tratta più di Giacobbe e di Israele: è la molti­tudine umana che deve essere liberata dal male e restaurata nella santità. Il servo porta nel supplizio il peso dell'umanità intera da purificare e rinnovare.

Luce delle nazioni

Il servo ha una missione didattica; deve portare alle nazioni, cioè a tutta l'umanità che vive nel pa­ganesimo, la conoscenza del vero Dio. Per mezzo del servo, la fede di Israele deve diffondersi nell'uni­verso.

L'espressione « luce delle nazioni » ha un tono un po' trionfale. Evoca una situazione gloriosa. Tut­tavia anche qui si rivelano le caratteristiche del ser­vo. Illuminare le nazioni non è volerle abbagliare con uno splendore accecante; è mettersi al loro ser­vizio per liberarle. Il servo è la luce delle nazioni per diffondere la salvezza « fino ai confini della ter­ra » (Is. XLIX, 6), « per aprire gli occhi ai ciechi » (Is. XLII, 6-7).

Egli ha compassione di « coloro che vivono nelle tenebre », e vuol trarli fuori dall'oscurità (Is. XLII, 7; XLIX, 9). Dunque non per la sua gloria vuole essere una luce, ma per amore di coloro che neces­sitano più urgentemente di questa luce e soffrono di non poterne godere. L'intenzione di «aprire gli occhi ai ciechi» esprime bene l'amore, la bontà misericordiosa del servo. Vi si intravede già il vol­to compassionevole di Cristo, che, durante la vita pubblica, accorderà a tanti ciechi una guarigione miracolosa, e con ciò farà comprendere che egli è la luce.

Il servo è parimenti al servizio degli uomini e, con la sua missione illuminatrice, al servizio di Dio, per­ché annuncia ai pagani la vera religione, quella del vero Dio. « Ho posto su di lui il mio spirito - di­chiara Yahvé - perché egli porti alle nazioni la re­ligione » (Is. XLII,1). Egli diffonde questa reli­gione « in completa verità » o « fedelmente » (Is. XLII, 3). Si insiste espressamente sull'autenticità del messaggio, sulla verità della religione.

Questa insistenza del profeta assume maggior rilie­vo se si paragona il comportamento di Ciro alla missione affidata al servo. Il profeta aveva sperato che Ciro, guidato a sua insaputa dal vero Dio, da Yahvé, si sarebbe fatto propagatore del culto di questo vero Dio (Is. XLV, 5-6). Ora, dopo il suo arrivo a Babilonia, il re di Persia aveva senza dubbio deciso di restaurare il popolo ebreo e il suo culto a Yahvé, ma prima aveva voluto sottolineare la sua simpatia per la religione dei babilonesi, prendendo Solennemente la mano della statua di Marduk, e riconoscendo così ufficialmente il culto di questo Dio. Ciro adottava un eclettismo religioso che gli per­metteva di tenere contatti coi diversi culti dei po­poli che conquistava, in modo da conciliarsi più facilmente la devozione di ogni nazione vinta. In contrasto con questo ecclettismo che a Babilonia onorava Marduk e a Gerusalemme ordinava di ri­stabilire il culto ebreo, il servo si vota esclusivamente al servizio di Yahvé, e diffonde fra i pagani un solo culto. Egli annuncia la vera religione, di una verità identica ovunque, che deve imporsi a tutti i popoli.

Questo contrasto fa pensare al confronto fra Pi­lato e Gesù: il governatore romano vorrà considerare la predicazione di Gesù colpe una questione che ri­guarda unicamente la nazione ebrea e riceverà in risposta: « Chiunque è dalla parte della verità ascol­ta la mia voce » (Gv. XVIII, 37). La sua domanda scettica: « Cos'è la verità? » (Gv. XVIII, 38) mo­strerà la differenza di mentalità tra chi è pronto ad ammettere alcune verità particolari, relative ad ogni popolo o ad ogni individuo, e chi si fa apostolo del­la verità assoluta.

Volendo portare alle nazioni pagane soltanto la verità assoluta, la religione autentica, il servo dà prova di umiltà. Infatti per proporre unicamente la verità, occorre distaccarsi da se stessi, rinunciare a diffondere un'opinione che possa lusingare l'egoi­smo individuale o nazionale. È noto che il perso­naggio del servo è libero da ogni orgoglio nazionale, perché, nella sua missione di predicazione universa­le, non manifesta nessuna preoccupazione di instaura­re una supremazia del popolo ebreo, un primato del popolo di Gerusalemme. Il suo scopo non è di otte­nere che tutte le nazioni vengano ad adorare il vero Dio nel tempio ebreo; vuole che accettino sempli­cemente la vera religione. Questo puro servizio del­la verità implica un intimo distacco dalle passioni umane, e la preoccupazione di non offuscare mai, ce­dendo all'amor proprio, la limpidezza del messaggio da trasmettere.

L'umiltà della missione illuminante si rivela so­prattutto nel modo di insegnare e di diffondere la dottrina. Il servo opera con notevole discrezione: « Egli non grida, non alza il tono di voce, non fa risuonare il suo appello nelle strade » (Is. XLII, 2). Evita perciò ogni chiasso che pretenda di imporre con mezzi esterni la religione che vuole diffondere. Conta sulla forza della verità e, nella sua umiltà, si nasconde dietro il messaggio che annuncia. Si po­trebbe dire che lascia parlare la parola di Dio di cui è messaggero. La sua predicazione non conosce le lusinghe clamorose della propaganda, perché vuole lasciare agire la verità piuttosto che mettere in ope­ra mezzi umani di seduzione.

All'umiltà si affianca la dolcezza: « Egli non spezza la canna incrinata, non spegne il lucignolo che fuma ancora » (Is. XLII, 3). Il servo dimostra compren­sione per la debolezza umana; invece di annientarla, la sostiene per farne il miglior uso. Conosce le ferite che il male apporta alla vita umana, e invece di ren­derle mortali vuole salvare la vita. Rispetta una fiamma che si estingue, perché spera di riaccenderla.

Per apprezzare il valore di questa dolcezza, è im­portante ricordare che nel libro delle consolazioni, in cui sono inseriti i canti del servo, terribili mi­nacce erano state proferite contro Babilonia: una «vendetta implacabile» stava per abbattersi sulla città (Is. XLVII, 3), e la sorte dei babilonesi era pa­ragonata a quella degli egiziani inghiottiti dal mare: «essi furono spenti come un lucignolo» (Is. XLIII, 17). Nessuna pietà era dunque prevista per il luci­gnolo che fumava ancora e la profezia annunciava un incendio, un massacro cui sarebbe stato impossi­bile sfuggire: «Non hai un salvatore», dichiarava il profeta al popolo che aveva oppresso gli ebrei.. Questa sciagura imminente, che l'arrivo di Ciro sem­brava presagire, non ebbe luogo. Il vincitore che si impadronì della città in una sola notte non volle né saccheggiare né distruggere. Si può immaginare la sorpresa del profeta: dopo aver predetto che Ba­bilonia non avrebbe avuto un salvatore, udì la pub­blicazione del decreto con cui Ciro accordava la sal­vezza alla città. In esso riconobbe il segno della bene­volenza che Dio voleva mostrare a quel popolo pa­gano, perché il profeta vedeva in Ciro lo strumento della volontà di Yahvé. Dovette essere una chiarifi­cazione: Dio rifiutava di spegnere il lucignolo che fumava ancora.

Da quel momento il profeta attribuisce al servo questo rifiuto di spegnere il lucignolo, che l'aveva così profondamente sorpreso nel comportamento di Ciro guidato da Dio. Il servo dimostra una rispettosa magnanimità verso tutto ciò che racchiude qualche valore; si rifiuta di distruggere alcunché.

In questo comportamento di umiltà e di dolcezza si può trovare un primo abbozzo del metodo di diffusione che deve caratterizzare la vera religione. Colui che diffonde questa religione deve rifiutare di usare qualsiasi mezzo di costrizione, ogni pressione ester­na, e salvare tutto il bene che si nasconde sotto le miserie umane.

Umiltà e dolcezza non sono incompatibili con la fermezza. Il servo compie il suo dovere con perseve­ranza: «Non si lascia intimorire né spezzare finché abbia stabilito la religione sulla terra» (Is. XLII, 3-4). Questa fermezza deriva dal fatto che egli è al servizio di Dio e della verità. L'amore umile è ca­pace di una dolce ostinazione che non si lascia intral­ciare da nessuna contrarietà. È un'ostinazione simile a quella di Dio nel suo piano di salvezza degli uo­mini.

Il parallelismo tra dolcezza e fermezza è bene e­spresso: « Non spezza, non spegne », « non si lascia spegnere né spezzare». Come il servo ha compren­sione e simpatia per le debolezze umane, così egli non tollera alcuna debolezza in se stesso. L'amore esige da una parte il rispetto della personalità di ciascuno e del bene che in essa si trova, e dall'altra parte una perfetta fedeltà nell'adempimento della missione di salvezza.

L'uomo dei dolori

Nel secondo canto il servo era stato presentato in una situazione di grande sofferenza morale: « Colui che è profondamente disprezzato e detestato dalle nazioni » (Is. XLIX, 7). Portava in sé l'intera umi­liazione del popolo ebreo.

Nel quarto canto questa sofferenza appare an­cora più profonda. Diventa totale al punto che il servo vien chiamato «l'uomo dei dolori, abituato alla sofferenza» (Is. LIII, 3). Tutta la sua persona è penetrata, invasa dal dolore. La sofferenza fisica è evo­cata solo sommariamente, ma il quadro della soffe­renza morale è più particolareggiato. Il servo è og­getto di disprezzo: «Era vituperato, il rifiuto del­l'umanità... era disonorato e noi non lo tenevamo in nessun conto» (Is. LIII, 3). È condannato in­giustamente: «Da un giudizio iniquo è stato tolto di mezzo» (Is. LIII, 8). Lo si considera un crimina­le punito da Dio mentre è completamente innocente: «Noi lo ritenevamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is. LIII, 4). Anche nella morte si con­ferma questo giudizio immeritato: «Gli è stata as­segnata sepoltura vicino agli scellerati e la sua tom­ba è con i malfattori, sebbene non abbia commesso nessuna ingiustizia, né pronunciato alcuna menzo­gna» (Is. LIII, 9). Niente gli è dunque stato rispar­miato nella prova.

Questa sofferenza totale è accolta dal servo con una meravigliosa docilità. Il dolore è un avvenimen­to che suscita facilmente la ribellione. Qui ci sareb­be stato come motivo di ribellione specialmente l'in­giustizia del trattamento inflitto a un innocente. Il servo avrebbe potuto protestare contro l'iniquità che lo colpiva. O per lo meno come Giobbe avrebbe potuto innalzare a Dio lamenti e gemiti. E invece accetta la prova senza la minima ombra di protesta.

La docilità che egli rivela nella sofferenza è simile a quella che mostrava nella sua missione di insegnamento. Riceve da Dio il dolore come un allievo ac­coglie la dottrina dal suo maestro. Così la docilità as­sume l'aspetto d'un ideale: il servo si dona volentieri a coloro che lo scherniscono o lo torturano, perché di fatto si dona a Dio.

Dio ogni mattina gli apre l'orecchio perché egli l'ascolti in veste di alunno: « Il Signore, Yahvé, mi ha aperto l'orecchio. E io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho consegnato le mie spalle a coloro che mi battevano, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto il mio viso agli oltraggi e agli sputi » (Is. L, 5-6). L'ideale consiste dunque nel lasciarsi fare; anche il tirarsi indietro, moto molto istintivo, è proibito, per­ché sarebbe un sottrarre. Non si tratta di una rasse­gnazione passiva, che abbandona la lotta, ma di una sottomissione attiva, che vuole accogliere il dolore inviato da Dio.

Si può immaginare tutta la forza morale racchiusa in questa dolcezza che si astiene da ogni resistenza. « Orribilmente trattato, egli piegava il capo, non apriva bocca. Come un agnello condotto al macello, e come una pecora muta di fronte ai tosatori, egli non apriva bocca » (Is. LIII, 7). Si direbbe che di fronte alla sofferenza il servo assuma un atteggia­mento di adorazione: si china, fa silenzio. Non si può comprendere tale eroismo se non si distingue nella realizzazione del servo la coscienza della presenza di Dio, presenza che si coglie più particolarmente attra­verso il dolore.

Questo comportamento religioso nella prova si rende ancora più chiaro quando si vede il servo « dare la sua vita in sacrificio di espiazione » (Is. LIII, 10). La sofferenza si trasforma in omaggio offerto a Dio. Non è sacrificio di espiazione nel senso rituale dell'espressione, poiché non c'è nessun rito in que­sta offerta, nessun tempio né alcun altare. Ma si trat­ta di un sacrificio intimo, incomparabilmente più doloroso delle immolazioni rituali, perché l'offerta di vittime animali poteva lasciare immutato il cuore dell'uomo, e molto spesso Dio aveva rimproverato a coloro che l'onoravano con sacrifici di non essere sinceri nella loro conversione, di non adottare mi­gliori sentimenti e una migliore condotta.

Il servo offre la sua vita, o più esattamente, secon­do l'espressione ebraica, «la sua anima». Più tardi Gesù userà questa parola per indicare la via della rinuncia, quando dichiarerà che colui che avrà perso la sua vita (« la sua anima ») per causa di lui la ritroverà (Mt. X, 39; XVI, 25). Donare la propria ani­ma in sacrificio non è solamente offrirsi alla morte; è accogliere tutte le sofferenze spirituali, andare in­contro ad una situazione disonorevole e alla spo­gliazione completa che caratterizzano il destino dolo­roso del servo. Il sacrificio investe la persona fino nel suo intimo.

L'aspetto più sublime di questa offerta in sacrificio è l'intenzione di scontare i peccati dell'umanità. C'è già una grande novità nel voler espiare le proprie colpe, nell'accettare la sofferenza come riparazione delle offese di cui ci si è resi colpevoli nei confronti di Dio. L'offerta di un « cuore contrito e umiliato » (Sal. LI, 19) che si pente dei suoi errori e ritorna a Dio con una conversione era stata lodata nell'An­tico Testamento. Ma il servo supera di molto que­sto livello di generosità. Non ha da convertirsi né da espiare per se stesso, poiché è innocente; la sua grandezza consiste nell'espiare i peccati altrui: «Egli era trafitto per le nostre iniquità, fatto a pezzi per le nostre colpe» (Is. LIII, 5). «Per i nostri peccati, è stato condannato a morte» (Is. LIII, 8). Si lascia inserire nel novero dei criminali, per poter inter­cedere in loro favore.

In tal modo si trasforma il senso della sofferenza. Essa avrebbe dovuto essere la punizione del peccato, e lo è ancora in apparenza, poiché il servo all'esterno sembra un colpevole sul quale si abbatte la riprova­zione divina. In realtà, cambia radicalmente. Riserva­ta ad un innocente che soffre per i peccatori, non può significare castigo. Lungi dall'essere una manife­stazione della collera divina che vendica l'offesa o della giustizia divina che la sanziona, è una testimo­nianza dell'amore divino che affida al servo una mis­sione riparatrice. Dio ama il servo affidandogli il pe­so di questa missione che si compie nella prova. Egli non vuole schiacciarlo né annientarlo, ma innal­zarlo per mezzo di un'offerta eroica, e renderlo capa­ce di compiere la funzione di salvatore.

La sofferenza si presenta quindi come il grande strumento della redenzione. Non è più considerata come un ostacolo né come un freno al destino umano. Il servo non compie la sua missione liberatrice no­nostante la sofferenza, ma a causa di essa. « Il castigo che ci salva è gravato su di lui, e per le sue piaghe siamo risanati» (Is. LIII, 5). Ciò che è ferita per il servo è guarigione per coloro a favore dei quali egli soffre. Per aver assunto su di sé il peso dei peccati degli uomini, l'umanità è tornata in suo potere, per­ché egli la purifichi e la liberi: « Lui stesso porterà il peso delle loro colpe; ecco perché gli darò in do­minio le moltitudini » (Is. LIII, 11-12).

Tale valore attribuito alla sofferenza è nuovo. Il giudaismo di solito aveva riconosciuto nella disgra­zia un segno del castigo divino. Ecco invece che l'in­nocente, più che il colpevole, riceve in sorte il dolo­re. La sofferenza assume il sorprendente significato di un favore divino, di un amore privilegiato. Invece di essere il peso di colui che subisce le conseguenze delle sue colpe, essa diventa il grande atto di gene­rosità con cui si ottiene la salvezza dei peccatori. Essa salva e guarisce; nobilita colui che la patisce e pro­cura beneficio a coloro per i quali viene offerta.

Il servo vittorioso

La sofferenza del servo non è l'ultima parola del suo destino. Essa finisce in un trionfo glorioso. L'umi­liazione non è mai ricordata senza la vittoria che l'ac­compagna.

Quando il secondo canto parla del disprezzo di cui il servo è vittima: « egli è profondamente disprezza­to e detestato dalle nazioni », aggiunge subito do­po un annunzio di gloria: « Quando ti vedranno, si alzeranno i re, i principi, e si inchineranno... » (Is. XLIX, 7). Tale gloria d'altra parte non è il frutto di sforzi umani; essa viene interamente dal­l'alto. È opera di Dio che, dopo aver sottoposto il servo alla prova, gli comunica uno splendore regale e lo propone alla venerazione degli uomini: i re si le­vano e i principi si inchinano « per riguardo a Dio che è fedele, al Santo di Israele che ti ha eletto ».

Il terzo canto illustra l'atteggiamento di fiducia del servo, esposto alle vessazioni. Per quanto sia ol­traggiato, è sicuro di non essere vinto dai suoi avver­sari, poiché l'aiuto divino non gli mancherà. In questa fiducia sta il segreto della docilità di colui che offre il dorso ai suoi torturatori, ed espone il viso agli sputi. E può abbandonarsi ai colpi ed agli insulti perché Dio lo sostiene. « Il Signore Yahvé mi viene in aiuto. Ecco perché non patisco l'effetto degli ol­traggi; ho reso il mio volto duro come una pietra; so che non rimarrò confuso » (Is. L, 7). L'espressio­ne « rendere il proprio viso duro come una pietra » troverà eco nell'espressione evangelica « tenne fissa la faccia » riferita a Gesù, quando si avvicinerà « per lui il tempo d'esser levato dal mondo » (Lc. IX, 51). Cristo renderà duro il suo viso per incamminarsi ver­so Gerusalemme, in vista della sua passione; assume­rà la fermezza intrepida del servo e la sua fiducia nel­la vittoria.

Nel quarto canto, il trionfo del servo è annun­ciato ancora prima che sia descritto l'abisso del suo dolore; ci si mostra la sua gloria finale prima di rappresentare la sua completa umiliazione: « Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e glorificato assai » (Is. LII, 13). Queste parole poste all'inizio del canto ci avvertono che la prima inten­zione di Dio è di dare al servo una gloria maggiore, e che la sofferenza gli sarà assegnata solo a titolo di prova passeggera, per giungere ad una esaltazione tanto più mirabile.

Come è mostrato il trionfo? Parole misteriose evo­cano un ritorno alla vita dopo la morte: « Dopo il suo intimo tormento, egli vedrà la luce» (Is. LIII, 11 - versione di Qumràn). Nel linguaggio ebraico «vedere la luce» significa vivere, come «non veder più » significa morire. Il servo godrà, in seguito al sa­crificio, di una vita nuova. Tale profezia è sorpren­dente poiché lascia intravedere una resurrezione. Ciò è confermato dalla dichiarazione: « Vedrà una discen­denza, prolungherà i suoi giorni » (Is. LIII, 10). Per­ciò sarà una vita ricolma di felicità, in cui il servo sarà « saziato » (Is. LIII, 11), e una vita dotata di note­vole fecondità. Il servo avrà una discendenza al di là della morte, in una esistenza nuova piena di mistero.

Egli riceverà un potere immenso sull'umanità: « Gli consegnerò in dominio le moltitudini » (Is. LIII, 12), dichiara Yahvé. I grandi della terra saran­no costretti ad inchinarsi alla sua sovranità e ricono­scervi un prodigio compiuto da Dio: « Davanti a lui i re resteranno con la bocca chiusa, poiché vedran­no ciò che non era stato loro raccontato, osserveran­no un evento inaudito » (Is. LII, 15).

Questo potere, conferito da Dio, è di ordine reli­gioso. D'altra parte è destinato ad essere esercitato da chi si trova al di là della morte, e perciò non può consistere in un potere terreno o politico. È il po­tere con il quale « il giusto renderà giuste le mol­titudini » (Is. LIII, 11): potere di liberare l'uma­nità dal peccato e di darle la santità. La discendenza del servo sarà perciò una discendenza spirituale, quella degli uomini a lui debitori della liberazione dalle loro colpe e della concessione di una vita santa. Constatiamo che il trionfo attribuito al servo è ancora un servizio, come la sofferenza. Se il servo è in­nalzato a un rango superiore e gode del privilegio straordinario della resurrezione, ciò avviene in vista della salvezza degli uomini. Il potere che egli acqui­sta viene utilizzato non per dominare sugli altri con un intento di gloria personale, ma per servire l'uma­nità. Nello splendore della sua sorte finale, il servo di Dio resta servo degli uomini.

Mistero finale della personalità del servo

Il servo è un personaggio di tale perfezione che dà l'impressione di aver in sé qualcosa di divino. La sua innocenza irreprensibile sembra un'espressione della santità di Dio in un essere umano. La sua perfetta docilità nella sofferenza sembra sovrumana, tanto appare superiore agli impulsi spontanei che un uomo fatica a padroneggiare! Il suo comporta­mento morale rivela la presenza o l'azione straordi­naria di Dio in un'anima umana.

Nella sua missione il servo dimostra parimenti un'affinità singolare con la divinità. Non solo con­clude l'alleanza tra Dio e il popolo; egli è l'alleanza, come se riunisse in sé la presenza di Dio e la pre­senza del popolo. Fa di più che portare la luce alle nazioni; egli è questa luce, come se personificasse la verità divina che deve diffondersi nel mondo. La re­ligione che stabilisce non è solo la religione di Yahvé, ma « la sua religione » (Is. XLII, 1); la legge che egli promulga è « la sua legge » (Is. XLII, 3), in modo che anche in questo caso egli è il rappresen­tante perfetto di Dio.

Nel suo trionfo, è onorato con un gesto di solito rivolto alla divinità, quello dei re che « chiudono la bocca » (Is. LII, 15). Dispone di un potere su tutta l'umanità, che è trasmissione del potere divino sul mondo. Esercita una attività di santificazione dei pec­catori, che appartiene di solito a Dio. Dio infatti cancella i peccati e comunica la sua santità agli uo­mini.

Il volto del servo nel dolore e nel trionfo com­porta perciò dei lineamenti divini. Così si spiega l'i­deale assoluto che egli incarna. Tuttavia il profeta che ha descritto questo volto vedeva in lui solo un volto umano. Ma è un volto umano in cui la perfezione divina traspare con tale forza che ci si domanda fin dove arriva l'intimità fra questo uomo e Dio. Que­sto è il mistero finale che si nasconde nella perso­nalità del servo. Come servo, egli è distinto da Dio, ma è pure del tutto affidato a Dio. Il servo è un uomo idealmente posseduto da Dio. In che modo può realizzarsi questo possesso ideale? Il profeta non lo sapeva; noi sappiamo che si realizza con l'Incarna­zione. Dobbiamo ammirare l'intuizione del profeta, che ha proposto l'ideale di un uomo così profonda­mente ricolmo di Dio.

Comprendiamo meglio che il problema della sof­ferenza, proprio della vita umana, è fatto in realtà sulla misura di Dio, e che la soluzione spetta all'uo­mo capace di darsi a Dio e di attingere in Dio la per­fezione di sopportare il dolore e di offrirlo.

In conclusione si potrebbe dire che la sofferenza richiama, per una soluzione completa, il mistero del­l'Incarnazione, cioè dell'unione più perfetta di Dio e della natura umana. La personalità del servo ci orienta verso questo mistero.

 

3. IL GIUSTO ABBANDONATO

Il giusto nell'afflizione, descritto nel salmo XXII, volge verso il cielo il lamento straziante che risuo­nerà sulla croce: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Sal. XXII, 2).

Perché il salmista lancia questo grido di dolore? Egli è sottoposto ad una terribile prova da cui ha l'impressione di essere sommerso. Da ogni parte è circondato da nemici simili a tori o a leoni. Si tro­va in una completa miseria, « un verme e non un uomo » (Sal. XXII, 7) e, come servo che soffre, è in balìa del disprezzo: « Vergogna del genere umano, rifiuto del popolo ». Non gli sono risparmiate le beffe: « Tutti coloro che mi vedono mi scherniscono, la loro bocca sogghigna, scuotono la testa... » (Sal. XXII, 9). Inoltre si vede in preda alla morte: «So­no come l'acqua che scorre, e tutte le mie ossa si slogano; il mio cuore è simile alla cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere» (Sal. XXII, 15). Questa sensazione di slogamento, di crollo del corpo sareb­be particolarmente adatta a caratterizzare le sensazio­ni di un uomo appeso alla croce; ciò è confermato dalla impressionante immagine: « Mi hanno trafitto le mani e i piedi » (Sal. XXII, 17). Il tormento della sete fa pure pensare al Crocifisso: « Il mio palato è secco come un coccio, e la lingua incollata alla gola » (Sal. XXII, 16). La distribuzione delle vesti completa una scena che sembra composta per raf­figurare il supplizio del calvario: «Dividono tra di loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica » (Sal. XXII, 19). Tuttavia l'intenzione dell'autore non è di descrivere i particolari di un supplizio, ma di rappresentare con immagini una situazione appa­rentemente disperata. Il salmista non pretende che le sue ossa siano state veramente slogate, né che le sue mani e i suoi piedi siano stati veramente trafitti, né che la sua bocca bruciasse per la sete, né che le sue vesti siano state veramente trafugate e divise. Tutte queste metafore, che egli accumula per com­porre il quadro più impressionante della sua disgra­zia, diventeranno realtà solo nella crocifissione di Cristo. Ma l'insieme delle immagini mostra bene la profondità della miseria.

Questo quadro potrebbe già essere considerato un ritratto, tracciato con molto anticipo e con notevole precisione, della passione del Salvatore. Più commo­vente ancora è l'evocazione del senso di intimo ab­bandono provato dal giusto nella sua prova. Invano salgono verso il cielo i suoi appelli di soccorso: Dio non gli risponde più: « Mio Dio, ti chiamo di giorno, non rispondi; nella notte per me non c'è silenzio » (Sal. XXII, 2). Per quanto ardente e costante, il suo lamento sembra cadere nel vuoto, pare non riesca a commuovere l'Onnipotente. Così l'infelice esprime la sua angoscia di essere abbandonato da colui nel quale ha posto la sua speranza di salvezza. La lontananza di Dio, il silenzio di Dio, sono il suo dolore più profondo.

Tuttavia la sua angoscia non è disperazione. Do­po aver esclamato: « Perché mi hai abbandonato? », il salmista dichiara: « Eppure tu... » (Sal. XXII, 4), come per indicare che un tale abbandono è incredi­bile, che non può essere vero e definitivo. Condivide la fiducia che i suoi antenati hanno posto in Dio, fiducia che non è mai stata delusa: « In te i nostri padri hanno avuto fiducia; essi hanno avuto fiducia e tu li hai liberati; verso te innalzavano il grido, in te si rifugiavano, in te ponevano la loro fiducia, mai invano» (Sal. XXII, 5-6). Perciò c'è la certezza che la liberazione verrà.

Questa fiducia è ancora più direttamente fondata sull'amore paterno di Dio: il giusto messo alla prova si rivolge a Dio come figlio. «Fino dal seno mater­no » (Sal. XXII, 11) Dio è suo padre, e alla nascita Dio l'ha preso sulle ginocchia, secondo il gesto del padre orientale che riceve il figlio neonato per di­mostrare che lo riconosce come suo. Questa tene­rezza paterna, presente da sempre, non può scompa­rire; la sollecitudine del padre verso il figlio non poteva essere colta in fallo. La fiducia filiale è sicura di ottenere soddisfazione.

In altri salmi, colui che è minacciato od oppresso si vale della sua qualità di giusto per domandare soccorso a Dio; nella sua disgrazia, Giobbe ricorda tutto il bene che ha compiuto e che dovrebbe procu­rargli una sorte migliore. Qui l'innocente persegui­tato non rivendica i diritti della sua innocenza. Non fa credito dei suoi meriti, ma della vigilanza paterna di Dio. Le stesse beffe degli avversari sottolinea­no questo atteggiamento: «Si è appellato a Yahvé: che egli lo liberi! Che lo salvi perché lo ama » (Sal. XXII, 9). Questa è la vera fiducia soprannaturale che non è fiducia in se stessi né nelle proprie qualità personali, ma ricorso all'amore del Signore per noi.

Questa fiducia impedisce al salmista di lasciarsi trascinare dall'asprezza o dalla ribellione. Egli non protesta contro la disgrazia che gli capita; non chie­de conto a Dio della dolorosa situazione in cui si tro­va. Non si sente sulle sue labbra alcuna parola di scontento o di amarezza; il suo lamento non lascia posto alla sensazione di essere trattato ingiustamen­te. Un uomo sommerso dalla prova fa spesso fatica a conservare il controllo di se stesso, a mantenere un atteggiamento di sereno abbandono. Qui, l'atteg­giamento è perfetto. Giusto e innocente, l'infelice continua ad essere tale nei tormenti, conservando nei riguardi di Dio una placida docilità.

Lo stesso abbandono fiducioso nel Signore disto­glie il salmista dal rimbeccare i nemici. Circondato dagli avversari, egli supplica Dio non di punirli, ma semplicemente di accordargli la liberazione: « Tu, Yahvé, non stare lontano, oh mia forza, vieni presto al mio soccorso! Libera dalla spada la mia anima... » (Sal. XXII, 20-21). Questo comportamento appare meglio in tutta la sua nobiltà quando lo si parago­na a quello di un altro salmista, anch'egli oppres­so dalla prova. Il salmo LXIX ci presenta un qua­dro toccante dell'afflizione umana, parecchi aspet­ti del quale saranno riferiti alla Passione di Gesù, ma dal quale i sentimenti di animosità non sono assenti: « Speravo di trovare compassione, ma invano, dei consolatori, e non ne ho trovati. Come nutrimen­to mi hanno dato del veleno, nella sete mi hanno abbeverato con dell'aceto». L'oppresso non manca di richiedere un castigo esemplare per i suoi oppres­sori; nella sua preghiera è espresso il forte istinto di rivincita, poiché chiede a Dio di restituire ai ne­mici la misura della loro cattiveria: «Di fronte a loro la tavola sia un tranello e la loro prosperità una finzione... Rovescia su di loro la tua collera, che il fuoco della tua ira li raggiunga; la loro dimora divenga un deserto, le loro tende siano vuote, senza abitanti » (Sal. LXIX, 23, 25-26). Ascoltando que­ste imprecazioni, si apprezza di più la preghiera del salmo XXII, in cui nessuna vendetta cerca di essere soddisfatta e nessuna maledizione è pronunciata con­tro i nemici.

Dopo la preghiera viene l'annuncio della libera­zione ottenuta. Infatti il salmista comincia a lodare Dio; invita gli altri ad unirsi a questa lode. Ciò che è soprattutto degno di ammirazione nella condotta di Dio è che il Signore « non ha disprezzato la po­vertà del povero» (Sal. XXII, 25). È venuto in aiuto a colui che era senza risorse; gli concede anche l'abbondanza dei suoi favori: « I poveri mangeranno e saranno saziati» (Sal. XXII, 27). I doni divini sono tanto più ricchi quanto più è stata completa la miseria.

Tutta la terra finirà per associarsi alla lode pro­nunciata dal salmista. Il salmo finisce con l'evocazio­ne della regalità universale di Yahvé: « La terra in­tera si ricorda di Dio e ritorna a lui; tutte le famiglie delle nazioni si inchinano a lui. La regalità sia per Yahvé, il padrone delle nazioni! Di fronte a lui solo si inchinino tutti coloro che dormono nella terra, davanti a lui si inginocchino tutti coloro che scendono nella polvere » (Sal. XXII, 28-30). Così i morti stessi si alzano per adorare Dio; a questa ge­nerazione del passato si uniranno quelle del futuro, i « popoli che verranno ».

La prova del giusto sfocia dunque non soltanto nella sua individuale salvezza, ma nella instaurazione del regno di Dio sui vivi e sui morti. La sofferenza angosciosa si scioglie in ringraziamento per la li­berazione e in esaltazione del trionfo del Signore.

 

Capitolo secondo

LA PROSPETTIVA DI UNA VITA INTERA

« Soffrire molto »

Gesù annuncia la sua Passione con queste parole « Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto » (Mc. VIII, 31; cfr. IX, 11; Lc. XVII, 25). Comincia a rivelare ai suoi discepoli questo evento soltanto verso la fine della sua vita pubblica. Ma si tratta di un evento deciso con molto anticipo, con un decreto divino: « È necessario che il Figlio dell'uomo soffra molto... » ; è «scritto» (Mc. VIII, 31; cfr. IX, 11; Lc. XVII, 25); perciò Gesù lo conosce e lo prevede da sempre. E la parola « molto » suggerisce che egli ha davanti agli occhi con vivezza i tormenti che gli saranno inflitti.

Gesù è vissuto nella prospettiva del sacrificio di redenzione. Tale prospettiva era già presente nella sua coscienza di fanciullo. Il Vangelo ce ne fornisce un'indicazione nell'episodio dello smarrimento nel tempio. Il fanciullo di dodici anni risponde a sua madre: « Perché mi cercavate? Non sapevate che è necessario che io stia nella casa di mio Padre? » (Lc. II, 49). Come più tardi ai suoi discepoli, ora dichia­ra a Maria: « È necessario ». Per appartenere al Pa­dre occorre che egli si distacchi dal mondo e sacrifi­chi i suoi affetti, e comincia a farlo fin da questo momento, sottraendosi alla tutela dei suoi genitori.

Le parole « è necessario » indicano sufficientemente che egli si separa per tre giorni da Maria e da Giu­seppe non per capriccio personale né per desiderio di indipendenza, ma al contrario per un obbligo im­perioso. Si sottomette già alla Passione, che comanda tutta la sua opera.

Se Gesù ci avesse raccontato i pensieri più vivi del suo spirito durante i lunghi anni di silenzio a Na­zareth, o se avessimo potuto, in un giorno di quella sua vita appartata, sorprendere il suo stato d'animo, saremmo stati sorpresi nel constatare che per lui, nel segreto, già cominciava la salita al Calvario. La­vorando in disparte a un compito che non era nota­to da nessuno, si sapeva destinato ad essere un gior­no esposto alla vista di tutti, immolato su di una croce. A Nazareth, egli doveva lavorare molto; a Ge­rusalemme, sapeva che gli sarebbe stato necessario soffrire molto.

Nella vita pubblica, il primo ad intravedere il destino di Gesù è il rude Giovanni Battista; subito, in una visione profetica, egli raggiunge il fondo del suo animo: «Ecco l'agnello di Dio» (Gv. I, 29), dice, al primo incontro. Nella sua severa austerità, era rimasto colpito dalla dolcezza di colui che vedeva camminare e parlare, dalla dolcezza del suo sguardo e della sua voce, dalla dolcezza della sua predica­zione, in cui non c'erano minacce, ma l'annuncio della salvezza e della felicità. In questa dolcezza ave­va subito riconosciuto, per ispirazione divina, «l'a­gnello condotto al macello» predetto da Isaia (Is. LIII, 7), l'agnello che Dio aveva destinato al sa­crificio. Aveva compreso che tale dolcezza di volto e i comportamento non era il segno di una esistenza facile, ma di un olocausto, che sotto i lineamenti soavi c'era un'anima eroica, e che al di là dello sguar­do affettuoso c'era la visione, dissimulata per discre­zione e per amore, di un immenso sacrificio. Gli era sembrato di intuire che la dolcezza di Gesù era in realtà un'incredibile energia, quella di sacrificarsi in silenzio, di soffrire senza lamentarsi. Il Battista, che aveva già molto sofferto come annunciatore del­l'imminente regno messianico, scopriva ora, nell'ama­bile persona di Gesù, colui che avrebbe dovuto sof­frire molto per attuarlo.

Gesù stesso lascia spesso capire di avere presente la sua passione; queste allusioni, ancora enigmatiche per i suoi interlocutori, si sono chiarite solo dopo l'avvenimento, ma mostrano con quale acutezza Ge­sù conoscesse il suo avvenire e come la sua dottrina e la sua vita fossero guidate da tale prospettiva. Al timido Nicodemo, venuto con precauzione, una not­te, a trovarlo, egli indica la sorte drammatica riser­vata al Figlio dell'uomo, con termini che questo buon uomo di Israele potrà comprendere solo in seguito: « Come Mosè ha innalzato il serpente nel deserto, così è necessario che il Figlio dell'uomo sia innalza­to » (Gv. III, 14). Innalzato, così Gesù vedeva se stesso: innalzato, molto in alto sulla croce, davanti alle moltitudini. Questa rapida evocazione giustifica bene le parole dette a Nicodemo: se la vita del di­scepolo di Gesù deve essere una vita completamente nuova, che procede verso l'alto, ciò avviene perché essa affonda le radici in una redenzione in cui i valo­ri umani sono sconvolti e sostituiti con valori divini.

La sofferenza del Calvario deve distogliere gli uomini dal passato ed inaugurare per essi un avvenire radi­calmente diverso. È proprio la visione della croce che permette a Gesù di essere così radicale nella sua dottrina. Proprio questo sguardo alle sue sofferenze lo condurrà a richiamare ai suoi discepoli la necessi­tà di portare la propria croce, perché portare la pro­pria croce significa seguirlo: « Se qualcuno vuole ve­nire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua ». « Colui che non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me » (Mt. XVI, 24; X, 38). Gesù portava già la sua croce, ne sentiva già il peso sulle spalle, e in virtù di ciò egli reclamava la rinuncia dai suoi discepoli: tocca a loro seguirlo.

« Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto a separare il figlio dal padre e la figlia dalla madre... » (Mt. X, 34-35) dice ancora. Prevede che la spada penetrerà prima nei suoi affetti e trafig­gerà il cuore di sua madre. Sa che il supplizio della croce gli procurerà la terribile separazione dal Padre celeste, e che soffrirà crudelmente per l'abbandono dei suoi discepoli. Egli vede e sente già dentro di sé questa lacerazione universale provocata dalla sua pas­sione. E quando parla della necessità di « perdere la propria vita » (Mt. X, 39; XVI, 25), pensa che lui stes­so vi si assoggetterà per primo, poiché la sua morte non tarderà.

Se talvolta il cristiano odierno ha la sensazione di una certa durezza nella dottrina della rinuncia pro­posta da Gesù, se si impaurisce nel sentirlo parlare di una spada che deve separare il figlio da suo padre, si ricordi che Cristo ha pronunciato queste parole avendo davanti la visione della sua passione e morte, in una accettazione totale. Al contrario dei farisei, non ha fatto portare agli altri un peso che non aves­se posto prima sulle sue spalle.

L'impegno per un destino di dolore

Il pensiero della sua fine tragica non era per Gesù soltanto previsione, ma impegno, perché diri­geva la sua azione come la sua dottrina. Quando i suoi discepoli, partita la samaritana, lo invitano a mangiare, egli risponde di avere un altro nutrimento, che consiste nel compiere l'opera voluta dal Padre. E deve affrettarsi a portarla a termine, poiché vede ve­nire già la messe, e per il tempo del raccolto dovrà essere scomparso. « Qui si verifica il proverbio: uno è il seminatore e un altro il mietitore » (Gv. IV, 37). Il Messia ha il compito di seminare, lasciando ai discepoli la gioia di raccogliere. Questa riflessione illumina di luce particolare l'apostolato di Gesù. Quando egli indica con il gesto della mano le messi che biondeggiano, quando segue con gli occhi quella donna mostratasi così aperta al suo messaggio e quan­do vede gli abitanti di Sichem venire da lui disposti a credere, Cristo prova certamente la gioia dell'apo­stolo che contempla il felice esito dei suoi sforzi; ma questa gioia quale sacrificio tiene in serbo! « Non sono io che raccoglierò - pensa -. Ad altri toccherà raccogliere i frutti ». La messe biondeggiante gli ri­corda che si avvicina il momento di lasciare questa terra. Gli esiti favorevoli nelle anime gli rendono più viva la coscienza della sua prossima fine.

Tutta la sua esistenza è dunque intessuta di avveni­menti che fanno risorgere in lui la visione del suo destino. Dopo la moltiplicazione dei pani, egli pro­mette l'Eucarestia, e tale promessa è accompagnata da un'allusione alla sua morte: il pane che egli offrirà è la sua carne « per la vita del mondo » (Gv. VI, 51). Così, la moltiplicazione dei pani, che sembrava un miracolo in cui l'onnipotenza del Maestro si com­piaceva di svelarsi, era stata, nel segreto del cuore di Gesù, un'immagine del suo sacrificio, dell'offerta del suo corpo alla croce; mentre gli apostoli sazia­vano la folla, egli aveva l'impressione di svuotarsi, di dare la propria sostanza.

Egli disinganna coloro che si immaginano il re­gno messianico come un bottino da dividere. Quan­do la madre di Giacomo e di Giovanni viene a chie­dere per i suoi due figli i posti migliori, a destra e a sinistra del Messia innalzato in gloria, Gesù rispon­de: « Non sapete ciò che domandate ». Egli lo sape­va: si vedeva innalzato davanti a tutti, con a destra e a sinistra due malfattori crocifissi. « Potete voi bere il calice che io devo bere, o essere battezzati con il battesimo in cui io devo essere immerso? » (Mc. X, 38; Mt. XX, 22). Più esattamente, secondo le parole di san Marco, Gesù dice: il calice che io bevo, il battesimo in cui sono immerso, poiché già ora, con la visione così concreta e profonda del suo avvenire, Gesù comincia a vivere la passione. Nel momento in cui parla ai suoi discepoli, beve già il calice. Ma l'espressione «bere il calice» è troppo debole, perché una bevanda amara non infligge un dolore all'intero essere e non evoca l'immensità del­le sofferenze del Calvario. Gesù vede tale immensità, e perciò aggiunge: « Il battesimo in cui sono immer­so ». Il dolore per lui è già un oceano che l'avvolge da ogni parte, in cui è completamente immerso, poi­ché la passione deve colpire e torturare tutte le parti del suo essere, causando ferite a tutto il corpo e a tutta l'anima, senza che niente possa sfuggire. Il Fi­glio dell'uomo non deve soltanto soffrire, ma soffrire molto.

Egli sa che il supplizio della croce distruggerà in lui l'uomo, ma sarà ancor più grave perché la sua natura umana è un santuario unico e meraviglioso che sarà saccheggiato: «Distruggete questo tempio» (Gv. II, 19), dice ai suoi avversari, sapendo che lo faranno. Egli porta questo tempio nella sua carne; di fronte al tempio di pietra, egli è il vero tempio in cui abita il Padre dei cieli e in cui la consacra­zione dell'umanità a Dio è completa. Gesù conosce pienamente il valore eccezionale di questo corpo umano così strettamente unito a Dio, e ne contem­pla in anticipo il sacrificio sanguinoso; gusta la gioia di un'anima completamente dedicata al Padre, ma ac­cetta che questo santuario sia devastato e che le tene­bre penetrino nell'intimo della sua anima, facendogli sperimentare l'assoluto abbandono. Quando parla di distruzione del tempio, è profondamente conscio del­la tempesta della passione.

L'ora s'avvicina

Questo pensiero, orientativo di tutta la sua vita, acquistava una potenza ossessiva a mano a mano che cresceva l'ostilità dei suoi avversari e che la con­clusione drammatica diveniva ormai inevitabile. I farisei sono decisi a sopprimere colui che li impor­tuna, e i loro emissari seguono dappertutto Gesù. In tutti i luoghi in cui si reca, Cristo scorge sguardi che lo spiano, che lo odiano. È circondato da per­sone pronte a cogliere la minima occasione per pro­vocargli contro una sommossa popolare e ucciderlo (Gv. VIII, 20-59; Lc. IV, 29). Parecchie volte ten­tano di arrestarlo o di lapidarlo, e anche a Nazareth, il suo villaggio nativo, sfugge per poco a quelli che vogliono gettarlo in un precipizio. Vivendo sotto una continua minaccia Cristo dunque si trova senza soste di fronte al pensiero del suo supplizio. Lo vede ve­nire: « Viene la notte » (Gv. IX, 4); « l'ora viene » (Gv. XII, 23); infine, durante l'Ultima Cena, di­chiara « che la sua ora è venuta » (Gv. XIII, 1).

C'è una frase che ritorna sulle sue labbra, e mo­stra a qual punto fosse assillato dalla prossima parten­za: « Sono con voi ancora per poco » (Gv. VII, 33; cfr. XIV, 19; XVI, 16); « La luce è con voi ancora per poco tempo » (Gv. XII, 35). Conosceva la gran­dezza dell'eternità, eppure trovava breve il periodo che lo separava dalla morte; di giorno in giorno ve­deva restringersi il lasso di tempo accordato alla sua vita in mezzo agli uomini, e non poteva astenersi dal sottolineare la brevità del suo soggiorno, per inco­raggiare i suoi ascoltatori ad approfittare più assiduamente della sua presenza. Non era questa forse la presenza che i profeti avevano desiderato ed at­teso, la presenza verso la quale tutte le anime nutri­vano una segreta aspirazione? Anche i suoi avversari erano stati guidati in spirito da Dio verso questa presenza che essi avrebbero cercato dopo averla per­duta: «Voi mi cercherete» (Gv. VII, 34; VIII, 21; cfr. XIII, 33), dichiara pubblicamente. Questo biso­gno che gli uomini avevano di lui gli toccava il cuore e gli rendeva più penoso il sacrificio di lasciarli così presto. Perciò i contatti con gli uomini avvenivano sotto il segno di un addio molto vicino; il dolore della passione e della morte diveniva più imminente ad ogni incontro.

La vivezza di questa prospettiva appare nel modo migliore nell'episodio dell'unzione a Betania. Gesù approva il gesto di Maria, che ha versato su di lui un profumo molto costoso: « Ella ha unto il mio cor­po in anticipo per la sepoltura » (Mc. XIV, 8). Mol­ti altri infliggeranno presto torture a quello stesso corpo; è come se Gesù avesse potuto sentire, ancor prima di quelle torture, la dolcezza dell'imbalsama­zione. In questa vita, si vedeva già al di là della morte. Non soltanto le persone e gli avvenimenti facevano rinascere in lui il pensiero della passione, ma le cose stesse. A Gerusalemme, amava predicare nel tempio, all'ombra dei portici. Non poteva non scorgere molto spesso la fortezza che si ergeva nelle vicinanze; sapeva e vedeva che là egli sarebbe stato interrogato, flagellato, condannato da Pilato. Là i farisei, che oggi discutevano con lui e invano cerca­vano di confonderlo, avrebbero emesso il grido: « A morte, crocifiggilo » (Gv. XIX, 15). Gesù, che ve­deva i loro sguardi pieni di odio sempre fissi su di lui, sentiva già quel grido. E dopo quella predicazio­ne, quando di sera, stanco, si ritirava nel Getsemani, sotto gli ulivi del giardino, si trovava nel luogo che avrebbe accolto la sua agonia: sapeva che gli alberi circostanti sarebbero stati i futuri testimoni della sua angoscia e nella calma della penombra o della notte intravedeva uno spasimo terribile.

L'intera vita di Cristo è dunque dominata dalla visione della sua passione e della sua morte.

San Paolo dichiarava di essere afflitto da una « scheggia nella carne » (II Cor. XII, 7), una infermi­tà misteriosa che gli rammentava senza sosta la sua impotenza nel corso della sua attività apostolica. Cri­sto possedeva una scheggia nel cuore; quel pensiero doloroso della passione che si risvegliava in parecchie occasioni, ogni volta gli riportava dinanzi agli oc­chi un abisso di sofferenza e gli faceva sentire la pre­carietà della sua vita terrena. La profezia di Simeo­ne a Maria aveva avuto l'effetto di porre l'intera esi­stenza della madre di Gesù nella prospettiva del sa­crificio: la spada del dolore era cominciata a pene­trare nel suo cuore molto prima dell'evento del Cal­vario sotto forma di semplice pensiero e preoccupa­zione per la sofferenza annunciata. Cristo non aveva bisogno di profezia perché una ferita si aprisse e si allargasse nel segreto del suo cuore pensando alla tragedia finale.

E questo pensiero non si riduceva per lui a un vago presentimento. La Vergine sapeva che avrebbe dovuto soffrire aspramente a causa di suo Figlio, ma ignorava la natura degli avvenimenti che avrebbero provocato tale sofferenza; Giovanni Battista aveva annunciato un sacrificio, ha dichiarando semplice­niente di riconoscere «l'agnello di Dio» e senza ren­dersi conto di che genere sarebbe stata tale sofferen­za. Gesù al contrario distingueva l'avvenire con più precisione. Non soltanto conosceva la natura della morte che gli era destinata, ma anche i particolari del supplizio; vedeva la flagellazione e gli scherni, lo sfinimento nel portar la croce e il tormento della sete.

Quando pensiamo alla scienza superiore di Cristo, la consideriamo come un privilegio i cui vantaggi ci sembrano evidenti. Ma il presagio della Passione ci mostra tutto ciò che tale privilegio è dovuto costare a Cristo. Fu il privilegio di soffrire di più: egli che doveva « soffrire molto » riceveva dalla visione an­ticipata del sacrificio un supplemento di sofferenza. Ha vissuto in segreto, lentamente, la Passione prima di subirla pubblicamente, una volta per tutte. E si comprende la vita di Gesù sulla terra soltanto se si tiene conto di quella sofferenza sempre fissa davanti ai suoi occhi. Con la conoscenza dell'avvenire, Cristo ha potuto offrire lungo tutta la sua esistenza, piena­mente conscio della portata della sua offerta, il sa­crificio della Croce. Così le poche ore della Passio­ne hanno riempito profondamente la sua vita in­tera, e il gesto di offerta, inaugurato al primo risve­glio della sua intelligenza infantile, si è completa­to attraverso tutti gli avvenimenti della sua vita pub­blica fino al momento in cui egli inclinò la testa sul Golgota.

Perché?

Perché Gesù era destinato a soffrire molto? Per­ché ha sofferto più di ogni altro uomo, anche solo nell'aver previsto le sue sofferenze? Egli non ha po­sto esplicitamente questa domanda «perché?», ma è la domanda che noi ci poniamo per lui, poiché la poniamo per noi stessi quando la sofferenza ci op­prime. Perché soffrire, perché soffrire tanto?

Ci pare sempre che la sofferenza sia qualche cosa di irragionevole, di illegittimo, una intrusa nella no­stra vita, da cui avremmo dovuto essere preservati. Essa ci sorprende, distrugge i nostri progetti, osta­cola le nostre speranze. Difficilmente comprendiamo l'utilità della sofferenza che si oppone così accanita­mente a noi, fatichiamo a convincerci che un Dio buono abbia potuto darcela. Ma dove essa ci pare più ingiustificabile è nell'innocente. Perché l'innocen­te subisce una sofferenza che non ha meritato?

Tale problema della sofferenza del giusto si era già presentato nell'Antica Testamento, e Giobbe ave­va chiesto a Dio la ragione della sua prova. Perché aveva perduto la sua famiglia e le sue proprietà, dal momento che era stato un servo fedele di Yahvé? La sola risposta che gli era stata data si basava sulla trascendenza assoluta delle vie divine, e sulla loro incomprensibilità per l'uomo.

In Gesù il problema raggiunge il punto focale. Il Messia è perfettamente innocente; è la santità stes­sa. Perché la sua vita deve sfociare in un supplizio che ha tutta l'apparenza del peccato, al punto che san Paolo ha potuto dire che Dio « lo ha fatto peccato », mentre in realtà Gesù « non aveva conosciuto il peccato » (II Cor. V, 21)? Perché Cristo, perfetta purezza, ha dovuto avere davanti agli occhi senza so­sta una Passione che somigliava a una maledizione e a un castigo?

Perché, soprattutto, la sua vita pubblica e aposto­lica è stata così brutalmente abbreviata da una cata­strofe? Era venuto sulla terra per fare del bene, e tutta la sua attività aveva come scopo di confortare e guarire gli infelici. « Egli ha fatto bene tutte le cose » osservava la folla (Mc. VII, 37). Diffondeva la felicità intorno a sé e compiva una predicazione che nessun altro avrebbe potuto realizzare al suo po­sto. Volgeva le anime a Dio, perdonava i loro pecca­ti e le conduceva alla salvezza. Perché questo insi­gne benefattore dell'umanità ha potuto restare per così breve tempo in mezzo a noi, perché è morto così giovane, quando un soggiorno più lungo sulla terra avrebbe procurato agli uomini tante gioie e tante grazie? E perché, dopo aver sanato tante pia­ghe nei corpi e nelle anime degli altri, ha sofferto lui stesso tanti tormenti, nella carne e nell'intimo del suo spirito?

La risposta

Tutta l'esistenza di Cristo è una risposta a tale domanda, una risposta sorprendente.

In primo luogo, la sofferenza non è considerata da Gesù una funesta fatalità, né un doloroso inci­dente che venga a sconvolgere i suoi progetti e ad o­stacolare la sua opera. Essa non è un'intrusa; ha il suo posto indicato nell'intenzione di Cristo, perché, di fronte al nostro stupore, non teme di dichiarare che la sua Passione e morte costituiscono lo scopo della sua vita. Gli altri uomini devono accettare la loro morte, come hanno dovuto ricevere la vita. Gesù è il solo che abbia voluto una vita terrena e, cosa paradossale, l'ha voluta in vista della morte. Nel momento in cui la prospettiva di tale morte si avvi­cina, e, sotto l'impressione di tale imminenza, l'idea di chiedere al Padre di essere dispensato dalla Pas­sione si presenta a lui molto più seducente, egli stes­so sottolinea l'incoerenza di una simile domanda: « Ora la mia anima è turbata; che dirò? Padre, sal­vami da questa ora. Ma io sono venuto appunto in vista di quest'ora » (Gv. XII, 27). Dunque proprio in ragione di questa ora fatale egli è venuto sulla terra. Se per caso quell'ora gli fosse stata risparmiata, la base stessa della sua Incarnazione sarebbe caduta, lo scopo della sua esistenza terrena sarebbe crollato. Gesù è venuto in mezzo a noi per essere inchiodato sulla croce.

È una prospettiva a cui lo spirito umano stenta ad abituarsi, quando non la trascura o non rifiuta di prenderla in considerazione. Si potrebbe dire che questo predisporre la vita in funzione del supplizio e della morte è radicale e sconvolgente e spinge ad affrontare il problema del male e della sofferenza. I dati vengono capovolti poiché l'ora fatale della morte, così profondamente temuta dagli uomini, e l'ora del dolore supremo, così difficilmente sopporta­ta da loro, diventano il fine stesso verso il quale Cristo si dirige. Egli considera questi avvenimenti, che sembrano nemici inconciliabili della vita umana, la principale realtà della sua vita terrena.

Quando dice, per parlare della sua morte, « la mia ora », vuol suggerire che quella sarà l'ora che gli apparterrà di più, in cui sarà veramente e piena­mente se stesso. La sua intera esistenza sarà stata una ascesa verso quell'ora, che dovrà riassumerla in qualche modo tutta, giustificare tutto e spiegare tutto, perché proprio quell'ora ha attirato il Figlio di Dio quaggiù. Il Verbo ha preso una carne umana per poterla offrire un giorno al supplizio della croce. Quando nella sua vita pubblica, come anche a Na­zareth, contempla le terribili sofferenze che verran­no, Gesù può ripetere a se stesso: « Ma per questo sono venuto, in vista di questa ora».

Ha forse scelto lui la fine della sua vita terrena? Cristo sottolinea che quella fine gli è stata assegnata dal Padre. Il Padre ha deciso che suo Figlio muoia sul Calvario, e Gesù fa atto di sottomissione, of­frendosi a quella morte, prendendola come fine del­la sua missione. Secondo le parole di san Paolo, Cri­sto si è fatto « obbediente fino alla morte, alla morte in croce » (Fil. II, 8). L'apostolo vede in essa un annientamento e una riduzione alla condizione di schiavo. Vuole mostrare con ciò fino a qual punto incredibile Cristo ha spinto la sua docilità alla vo­lontà del Padre: lo schiavo è privato di tutto ciò che costituisce la gioia e la manifestazione della per­sonalità e vive nella vergogna della sua condizione; così Cristo ha acconsentito ad essere privato di tutto ciò che costituiva la gioia e lo splendore della sua natura divina e ad accettare una morte oltraggiosa, vergognosa. Ma san Paolo non vuole assolutamente dire che Cristo avrebbe accettato quel destino alla maniera di uno schiavo, cioè con passività o rasse­gnazione fatalista. In piena libertà, accondiscenden­do attivamente e donandosi volentieri, Gesù ha pre­so il fardello della Passione. Ha fatto coincidere la sua volontà con quella del Padre, perciò manifesta un desiderio così grande di vivere finalmente l'ora del supplizio.

«E’ necessario », « è scritto », sulla bocca del Sal­vatore non sono dichiarazioni fataliste. Il fatalismo sarebbe d'altra parte un mezzo per sottrarsi alla sof­ferenza quanto più è possibile: significherebbe con­siderarla una necessità ineluttabile che si lascia pas­sare sul proprio capo, senza evitarla ma anche senza prendervi molto parte. Con la passività si può re­spingere il dolore alla superficie dell'anima, come un elemento esterno ed estraneo. Invece Cristo ha aper­to completamente la sua anima alle decisioni del Padre, perché l'ha aperta tutta al dolore. La sua Passione è diventata una cosa sua, perché ha accolto la sofferenza con tutto il suo essere. Come riponeva nel Padre il suo amore, ha posto tutto il suo fervore nella prova mandata dal Padre. Ha collaborato pie­namente con il Padre all'opera della Passione.

Lo guidava non soltanto il suo amore per il Padre, ma il loro comune amore verso gli uomini. Qui il nostro «perché» riceve la sua risposta definitiva. Il Padre ha mandato suo Figlio al supplizio, e Cri­sto ha accettato volentieri la morte, perché tutti e due avevano consacrato agli uomini un amore assoluto. Volevano salvare l'umanità nel modo più completo e sublime; Cristo ha preso su di sé il carico schiac­ciante che il peccato faceva pesare su di noi e ha sofferto al posto nostro le conseguenze del nostro peccato per farci condividere la sua santità. San Pao­lo vede la prova dell'amore perfetto del Padre verso di noi nel fatto che egli non ha risparmiato il suo unico Figlio e l'ha consegnato alla morte (Rom. VIII, 32); e quando pensa a Cristo considera la sua morte in favore di ognuno di noi come la testimonianza più sublime del suo amore (E f . V, 2, 25). San Gio­vanni ci riferisce la parole stesse di Gesù, dette qual­che momento prima del dramma: «Per loro io mi sacrifico» (Gv. XVII, 19).

Il segreto della Passione di Cristo sta dunque nel­l'amore per l'umanità: un amore tanto generoso che ha voluto assumere la miseria dei peccatori e pagare il loro debito di espiazione per elevarli in fine a una vita nuova. Ciò è sempre stato insegnato ai cristiani; ma come è difficile per loro comprendere bene que­sta verità specialmente quando si trovano di fronte alle proprie sofferenze! Per capire colpe le nostre sof­ferenze siano una partecipazione all'amore redentore di Cristo, è necessario vedere colpe le sofferenze di Gesù siano state ispirate da quell'amore redentore e lasciarsi penetrare profondamente da quella visione.

Quest'amore suscitava un vero desiderio di soffrire la Passione. Certamente quella terribile prova non cessa di destare in Cristo un segreto timore, di cui vediamo la manifestazione nell'agonia. Ma egli vuole dominare la paura e guardare con compiacenza il sup­plizio, in cui potrà finalmente donarsi agli uomini. Descrive così il desiderio che vince la paura: « Devo ricevere un battesimo e come sono ansioso finché non sarà compiuto! » (Lc. XII, 50). Alcuni esegeti hanno interpretato le parole «essere ansioso» come una aspirazione di Gesù, mentre altri vi hanno rico­nosciuto piuttosto l'angoscia che lo opprimeva (M. J. LAGRANGE, Évangile selon S. Luc, Parigi 1921, p. 373). Pensiamo che i due sentimenti si trovino qui mescolati; Cristo svela l'angosciosa impazienza di vedere compiersi la Passione. Non viene forse spon­taneo dire: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e quanto desidero che sia già acceso! » (Lc. XII, 49). Egli possiede in sé il fuoco che è venuto a portare, a «gettare» nel mondo, e vivamente de­sidera di accenderlo negli altri. Ma deve prima pas­sare attraverso il supplizio, e ciò lo riempie di una angoscia che l'opprime e, nello stesso tempo, stimola l'impazienza del suo desiderio. «Sono ansioso, ho fretta che ciò si compia».

La crudezza della sua angoscia sfidava dunque la forza del suo desiderio, e quest'ultima riusciva vit­toriosa perché governata dal fuoco dell'amore. Non fu mai un desiderio tranquillo e gradevole, perché per Gesù la sofferenza restava, come per gli uomini, una cosa penosa che fa indietreggiare e spaventa. L'angoscia che si è manifestata nel Getsemani era nata da molto tempo nel cuore di Cristo, ma era sta­ta respinta dal potere vittorioso del suo amore, de­sideroso di salvare gli uomini.

Essa rendeva più aspra e più forte l'aspirazione per la quale era necessario che lottasse tanto. L'amore dava a Gesù il coraggio di far convergere la sua vita, i suoi pensieri e la sua attività verso l'ora del dolore.

Immagini d'amore, immagini di sacrificio

Il Signore stesso ci ha indicato come l'amore aveva fatto entrare la sofferenza nel suo ideale. Ci dichiara infatti il suo amore adombrandolo in immagini, in cui il pensiero della morte acquista una importanza fondamentale. Si può riconoscervi come Gesù abbia voluto espressamente orientare il suo amore verso la via del sacrificio e ivi consumarlo.

La prima immagine, la più commovente, è quella del buon pastore. I profeti avevano chiamato Yahvé il pastore del popolo ebreo; Ezechiele aveva persino attribuito questo nome al Messia: « Stabilirò su di loro (le mie pecore) un solo pastore che le pascerà, il mio servo Davide » (Ez. XXXIV, 23). Cristo fa eco a quella profezia quando rivendica il nome di pa­store. Ma ne trasforma il significato. In Ezechiele l'amore del pastore per le pecore era già stato de­scritto in modo commovente: Yahvé promette di ve­nire in aiuto alle sue pecore che sono oggetto di maltrattamenti, di condurle in pascoli fiorenti, di assicurare loro il riposo, la pace e la sicurezza; cer­cherà le pecore perdute, medicherà quelle ferite e curerà le malate (Ez. XXXIV, 11-22). Questo quadro mette in luce la magnificenza e la delicatezza dell'amore divino: una generosità che fornirà alle pecore quanto c'è di migliore, e tante attenzioni in­dividuali per quelle particolarmente bisognose del suo aiuto.

Vediamo come Cristo vuole realizzare questo ri­tratto del buon pastore, attribuendogli un signifi­cato incomparabilmente più bello e più completo: « Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la sua vita per le pecore; il mercenario che non è pasto­re, al quale le pecore non appartengono, vede veni­re il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde, perché è un mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore mi conoscono, come il Padre conosce me e io conosco il Padre. E offro la mia vita per le pecore » (Gv. X, 11-16). Nel pastore descritto da Ezechiele abbiamo ammirato la tenera sollecitudine dell'amore divino; qui siamo sor­presi nel vedere che quella sollecitudine giunge fino al sacrificio della vita. Per introdurre le pecore in ricchi pascoli, in cui esse godranno riposo, sicurezza e pace, il buon pastore dà la vita; non solo vuole chinarsi sulle pecore malate o ferite, raggiungere le pecore sperdute, ma per esse ha deciso di morire. Spinge fino in fondo la logica del suo amore, nel modo più sorprendente per noi e più faticoso per lui. Evidentemente non si tratta soltanto di un amo­re generico verso gli uomini, perché Gesù lascia capi­re il segreto motivo che guida il suo amore fino alla morte: egli conosce le sue pecore. Conosce ciascuna in particolare, le sue miserie e il suo valore, e ritie­ne che ciascuna valga il sacrificio della propria vita. Da parte loro, anche le pecore lo conoscono: sanno distinguere colui che le ama, e riconoscono il suo amore precisamente nel sacrificio della sua vita. Quat­tro volte in questo brano Gesù ripete che offre la sua vita per le pecore: in tale sacrificio sta l'essenza della sua qualità di buon pastore.

Anche l'attributo di servo viene ad assumere qui il suo pieno significato. « Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per riscattare molti » (Mc. X, 45; Mt. XX, 28). Questa dichiarazione di Gesù fornisce la giu­stificazione dell'umiltà cristiana; spiega perché chi vuol essere grande, il primo fra i discepoli, deve es­sere il servo di tutti. Ma va ben oltre i limiti del­l'umiltà, poiché Cristo afferma che il suo servizio arriverà fino al dono della vita. Egli evoca la figura del servo che soffre e pretende di realizzarla. Rea­lizzandola, le dà una nuova ampiezza. Infatti egli possiede la sovranità divina, e in lui Dio stesso si umilia per servire. Il suo servizio esige che egli su­peri la distanza infinita esistente fra il Creatore e la creatura: con ciò mostra la grandezza ecceziona­le del suo amore. Se il volto del servo descritto nel libro di Isaia aveva già dei mirabili lineamenti di­vini, qui acquista la più eccelsa sublimità, poiché nell'«agnello condotto al macello» (Is. LIII, 7) vi è il volto stesso di Dio. Colui che dà la sua vita in riscatto è lo stesso essere che ha ogni potere sulle sorgenti della vita. Il servo che si umilia sino alla morte è il padrone assoluto di tutte le cose, che ama gli uomini al punto di offrirsi per loro in olocausto totale.

Un terzo titolo che Cristo si è assunto è quello di sposo. Già san Giovanni Battista glielo aveva as­segnato: per mostrare la sua gioia alla venuta del Messia, dichiarava che l'amico dello sposo gioiva nel sentire la sua voce (GIN. III, 29). Cristo riprende questa allegoria, quando risponde ai discepoli del Precursore, usando il linguaggio del loro maestro.

Costoro avevano domandato a Gesù perché i suoi discepoli non digiunassero. Il Salvatore rivendica a sé la qualità di sposo che Giovanni Battista gli aveva riconosciuto e la presenta come motivo di gioia: « I compagni dello sposo possono digiunare mentre lo sposo è con loro? Finché lo sposo è con loro, non possono digiunare » (Mc. II, 19; cfr. Mt. IX, 15). Tut­tavia la vita di Cristo dimostra che egli è proprio lo sposo dell'umanità, poiché ha dato agli uomini l'amore tenero e forte insieme, completo e delicato, che risponde all'ideale del matrimonio. Egli realizza la promessa di Dio, che con la voce del profeta Osea aveva annunciato al suo popolo: « Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa in un legame di giu­stizia e di giudizio, di grazia e di tenerezza, ti legherò a me nella fedeltà, e tu conoscerai Yahvé » (Os. II, 19-20). Il fervore del Cantico dei cantici esplo­de in tutta l'attività di Cristo, come un inno d'amo­re per gli uomini, ricco della freschezza di un dono nuziale. E questo fervore, dove lo conduce? Gesù non si limita a sottolineare che la sua presenza deve rallegrare i suoi discepoli, ma aggiunge: «Verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, e allora in quei giorni digiuneranno» (Mc. II, 20; cfr. Mt. IX, 15). Secondo l'usanza delle nozze ebraiche, lo sposo non si sottraeva agli amici che partecipavano alla fe­sta, ma costoro alla fine si ritiravano. Dunque Gesù personalmente spinge il confronto più lontano di quanto si dovrebbe, per rilevare il senso del suo de­stino. Il suo amore è più grande di quello di un co­mune sposo: non saranno i suoi compagni ad abban­donare lo sposo alla gioia della sua intimità, ma lo sposo che dovrà partire. In quel giorno, i discepoli « digiuneranno »; non si tratta qui dell'osservanza di un digiuno materiale; « digiuneranno », cioè pa­tiranno nell'intimo la Passione e la morte di Cristo. San Matteo chiama questo digiuno un lutto; sono due espressioni simboliche della sofferenza che il cri­stiano deve accettare in comunione con la morte del suo Maestro.

San Paolo mette in luce la portata di questo amore nuziale, scrivendo agli efesini che il loro amore co­niugale deve prendere come esempio Cristo che «ha amato la Chiesa e si è donato per essa » ( Ef. V, 25). Gesù si è comportato come uno sposo che non pone limite al suo amore, e che vuol dare la dimostrazione più alta del suo affetto con il dono della sua vita.

Infine, egli esprime i suoi sentimenti verso di noi nella forma dell'amicizia: vera amicizia infatti ha of­ferto ai suoi discepoli. Non ha concepito questa amicizia come una simpatia che l'avrebbe condotto semplicemente a cercare la loro compagnia, a gioire della loro presenza e a rendere loro dei servigi. Ha voluto essere amico fino in fondo, senza riserve, in modo che fosse impossibile trovare una amicizia più grande della sua: « Nessuno ha un amore più gran­de di chi offre la sua vita per gli amici » (Gv. XV, 13), dice nell'ultima amichevole riunione con i suoi disce­poli, durante l'Ultima Cena. Non ci sarebbe una mi­sura perfetta dell'amicizia se non ci fosse questa offer­ta decisiva.

Buon pastore, servo, sposo, amico, tutti questi ti­toli assunti da Gesù per esprimere il suo amore sono diventati nei suoi discorsi l'annuncio della sua morte.

Lungi dal considerare la morte come la fine sfortu­nata che avrebbe distrutto il suo sogno d'amare, Cri­sto la riteneva la più alta realizzazione e la prova più manifesta del suo amore. Voleva morire da buon pastore, da servo, da sposo, da amico.

Lo voleva pure come Figlio. Abbiamo enumera­to le immagini con le quali Gesù aveva spiegato il suo amore verso gli uomini; il suo amore verso il Padre si riassumeva in una immagine ancora più importante, quella di Figlio. L'amore filiale doveva sfociare nella morte come nel suo apogeo: Gesù va incontro alla « sua ora - dice - perché il mondo conosca che io amo il Padre » (Gv. XIV, 31). È la radice più profonda del sacrificio. Sulla croce mo­strerà a tutti fin dove giunge il suo amore per il Padre, e attesterà, con la sottomissione e l'abbando­no assoluto, che egli non è un figlio, ma il Figlio.

Da ogni parte, l'amore che urge nell'anima di Gesù lo trascina alla Passione e alla morte. Ecco perché si compiace di contemplare quella tragica prospet­tiva, nonostante debba ogni volta vincere la paura. Presagisce la gravità delle sue sofferenze, e nel con­tempo conosce il valore estremo del suo amore. Si compiace di poter testimoniare così che ama il Padre e ama gli uomini, o più esattamente di potere, nel­l'ora del supplizio, amare fino in fondo, perché nel suo sacrificio non c'è soltanto una manifestazione, ma una realizzazione e una consumazione del suo amore. La visione della Passione che ha accompagna­to il pensiero di Gesù lungo la sua esistenza faceva parte del suo sogno, come l'ora in cui l'amore attinge il suo punto più alto fa parte del sogno degli uomini.

«Molti frutti»

Cristo, nel suo cammino verso l'ora in cui dovrà soffrire molto, è anche sostenuto dalla sicurezza che il suo amore non sarà inutile e il suo sacrificio pro­durrà molti frutti. « In verità, in verità, vi dico, se il chicco di frumento caduto in terra non muore resta solo; ma se muore produce molti frutti » (Gv. XII, 24). Cristo è proteso verso l'ora della morte perché considera questa come lo scopo della sua esistenza, sorgente di fecondità. Con la morte, otterrà ciò che è venuto a cercare su questa terra.

Tale fecondità è precisamente il fine perseguito dal Padre quando impone un sacrificio: « (Il Padre) pota ogni tralcio che porta frutti, perché ne pro­duca di più » (Gv. XV, 2). Gesù non applica a sé il principio enunciato per i discepoli, essendo scon­tato che egli non è un tralcio ma la vite stessa. Tuttavia il destino dei discepoli deve imitare il suo destino. Che cosa ha fatto sinora in questo mondo, se non portare frutti? Il Padre sta per potarlo, po­tarlo profondamente con un sacrificio totale. Cristo ha voluto avvisarci che questa potatura attraverso la prova non doveva essere considerata un segno del­la collera divina che fa cadere il suo castigo sul pec­catore: infatti non viene potato un tralcio sterile e marcio, ma quello che produce frutti. E il Padre lo pota per assicurargli una fecondità maggiore: tale è lo scopo e il senso della prova, prima per Cristo, poi per i cristiani.

Gesù aveva prodotto innumerevoli frutti con la sua vita santa, con la sua obbedienza al Padre, con la predicazione e l'apostolato; sapeva che il supplizio della croce gli sarebbe stato inviato per fargli pro­durre maggiori frutti, e tale prospettiva lo incorag­giava e lo confortava. Con ciò risolveva l'enigma po­sto dalle vite stroncate nel fiore dell'età, che per la loro innocenza o santità sembravano doversi sottrar­re a tale sorte, l'enigma della morte dei giovani, ap­parentemente grandi talenti e feconde attività sot­tratte alla diffusione del regno di Dio. Cristo è stato il primo esempio chiarificatore: la sua innocenza e la sua santità meritavano tutt'altro che un supplizio; la fecondità della sua opera di apostolato faceva pre­sagire che egli potesse continuarlo a lungo. Ma egli, che vedeva i frutti già ottenuti e i frutti che avreb­be ottenuto in lunghi anni di vita, si è affidato alla saggezza del Padre, convinto che il suo sacrificio gli avrebbe procurato una maggiore ricchezza di messi.

L'evento glorioso

Fin d'ora Cristo contempla il frutto immediato del suo sacrificio, inseparabile dalla sua morte: la sua vita gloriosa di risuscitato. Ogni volta che annuncia ai discepoli l'imminenza della sua morte, predice lo­ro l'evento ben più sorprendente della sua resurrezio­ne. Nelle sue parole si sente che egli lo vede con una chiarezza pari ai particolari del suo supplizio: « Il terzo giorno il Figlio dell'uomo deve risuscitare » (Mc. VIII, 31; Mt. XVI, 21; Lc. IX, 22). «Egli deve», « è necessario»: la resurrezione avverrà ine­vitabilmente come la Passione, in virtù della stessa potenza divina: Passione e resurrezione formano due anelli di una catena infrangibile. La prospettiva del supplizio è dunque sempre legata a quella del trionfo.

Ecco perché, in fondo al dolore che egli prova per dover lasciare i discepoli, Gesù sente già la gioia segreta di ritrovarli dopo la separazione, gioia tanto più intensa quanto più sarà stata penosa la separa­zione. Molto spesso ha ripetuto che era ancora per poco tempo in mezzo a noi. Ora dice di più: « An­cora un poco, e non mi vedrete più, poi ancora un poco, e mi vedrete » (Gv. XVI, 16). Non sente la tristezza della partenza senza la gioia del ritorno. Vede in anticipo i chiodi penetrare nelle sue mani e nei suoi piedi, vede ugualmente in anticipo se stesso in mezzo ai discepoli con il corpo risuscitato, in cui le piaghe sono divenute una gloriosa testimonianza del suo amore.

Contempla così concretamente la sua morte nel quadro dell'evento glorioso, che adopera, per indi­carla, un'espressione strana: « essere innalzato », che indica dapprima il fatto di essere issato materialmen­te sopra la terra inchiodato alla croce, ma che fa anche intuire l'ascensione gloriosa. Quando Gesù di­chiara che sarà innalzato, lo fa per dimostrare il po­tere che tale « elevazione » gli procurerà: « Come Mosè - dice a Nicodemo - ha innalzato il serpen­te nel deserto, così è necessario che il Figlio dell'uo­mo sia innalzato, perché chiunque crede abbia in lui la vita eterna » (Gv. II, 14); e ai suoi avversari di­chiara: « Quando avrete innalzato il Figlio dell'uo­mo, allora riconoscerete che sono io » (Gv. VIII, 28). La sua crocifissione li condurrà perciò a riconoscere la sua dignità. Infine ecco la attestazione più sorpren­dente: « E io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutti gli uomini a me» (Gv. XII, 32). Essere innal­zato, perciò, non vuol dire soltanto essere issato sulla croce bene in vista, ma acquistare un ascendente su tutta l'umanità. Gesù non poteva vedersi inchiodato al suo strumento di supplizio senza scorgere nello stesso tempo la luce straordinaria che stava per irra­diarsi dalla sua crocifissione. Così proclama che l'ora della sua morte è anche quella della sua glorificazio­ne: « È venuta l'ora in cui il Figlio dell'uomo sarà glorificato » (Gv. XII, 23).

Se Gesù si compiace nel pensare alla glorificazione che farà seguito alla sua morte, non lo fa certamente per mire egoistiche. Prima di tutto pensa con amo­re al Padre, che ha voluto collegare i due avveni­menti in stretta successione; pieno di ammirazione e di obbedienza verso i disegni del Padre, Gesù si compiace di lui con il fervore del suo cuore filiale e non si stanca di contemplarlo. Pensa anche con gioia alla resurrezione, la quale continuerà a dimo­strare l'amore perfetto verso gli uomini che la sua morte deve rivelare. Nella glorificazione apparirà in piena luce la magnificenza dei doni che l'amoroso sacrificio di Gesù ci procura. Per il bene e la felicità degli uomini Cristo risorto apparirà nella sua po­tenza gloriosa, fonte di salvezza dell'umanità.

Gesù è anche lieto di poter dichiarare, poco prima della morte: « Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori » (Gv. XII, 31). La croce gli assicura infatti il trionfo sulle potenze del male. Ha visto queste potenze all'opera intorno a sé durante la sua vita terrena. Ha avuto costantemente sotto gli occhi la miseria degli uomini, trascinati al peccato da for­ze superiori, da uno spirito di seduzione. Durante il soggiorno nel deserto, all'inizio della vita pubblica, Satana non gli ha forse mostrato tutti i regni della terra presentandosi come il loro padrone? Cristo ave­va potuto constatare la forza di quel dominio, scon­trandosi con la ostinazione proterva dei farisei; ne aveva percepito l'estensione, assistendo ai danni pro­vocati nella folla ebrea da una propaganda malizio­sa. Non aveva forse incontrato, in certe occasioni, il seduttore presente persino nelle parole di Pietro, il capo dei discepoli? Talvolta aveva colto l'occasione di liberare alcune persone possedute dal demonio: questi casi isolati restavano un simbolo; aveva fretta di cacciare in modo definitivo e universale Satana. E desiderava il suo sacrificio per procurare agli uo­inini una liberazione così preziosa.

L'unione dell'umanità con Dio

Più che di una sconfitta di Satana, la morte in croce sarebbe il segnale della riconciliazione dell'umanità con Dio. Dalla colpa di Adamo in poi tutte le genera­zioni degli uomini si erano addentrate profonda­mente nella via del peccato. Cristo, che aveva presen­te la loro storia, vedeva i danni causati da quel ma­le, i delitti senza numero, la ferocia degli odi, la falsità dei cuori, la vergogna dei costumi. Se san Paolo ha in modo sorprendente enumerato i vizi del­l'umanità peccatrice, quale quadro più impressio­nante Gesù doveva aver presente intimamente, dato che nessuna infamia segreta poteva sfuggirgli! In modo più immediato, leggeva l'insondabile miseria del peccato nelle anime intorno a lui. Ne percepiva specialmente l'aspetto più grave: la separazione da Dio. Il peccatore entrava con il peccato in uno stato di ostilità verso Dio, e questa condizione era tale da attirare ogni catastrofe, da distruggere ciò che costi­tuisce la bellezza e la felicità della vita, da condurre al castigo eterno. Si capisce che Gesù, pieno di com­passione per quella miseria, abbia voluto venire sulla terra espressamente per i peccatori, e che con la sua condotta abbia meritato di essere chiamato loro ami­co. Circondato da peccatori, con quale impazienza aspettava il momento in cui avrebbe cancellato le loro colpe, e li avrebbe fatti uscire dalla condizione di miseria e di vergogna; con quale ardore deside­rava di ottenere per loro il perdono divino e di ri­conciliarli con il Padre! E con tanta ansia voleva annunciare a tutti che i loro peccati erano perdo­nati. L'aveva già dichiarato a qualcuno, ma sapeva che, dicendo al paralitico o alla peccatrice pentita « I tuoi peccati ti sono perdonati », il prezzo di que­ste parole era la sua vita, e che distribuiva in anticipo i benefici della sua morte. Per comunicare agli uo­mini la grazia del perdono divino, egli stava per of­frire il suo supplizio.

Egli stesso ci dà la prova di pensare con una insi­stenza particolare a questo frutto del suo sacrificio. Nell'ultima cena dice ai discepoli: « Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, sparso per molti in remissione dei peccati » (Mt. XXVI, 28). Con il suo sguardo divino egli può contemplare le moltitudini di cui parla; vede tutta l'umanità cui sta per essere ac­cordata la remissione dei peccati; grazie al suo sacri­ficio, la vede passare dalla miseria alla gioia, dalla lontananza da Dio all'unione con lui. Ormai l'ostilità del passato sarà sostituita da un'alleanza senza fine. Gesù si ritiene felice di spargere il suo sangue per suggellare tale riconciliazione e assicurare il perdono.

Inoltre, nella propria morte Cristo intravede la vi­ta che sta per donare agli uomini. Il Figlio dell'uomo deve essere « innalzato » di fronte alla moltitudine, come in altri tempi il serpente di bronzo era stato innalzato da Mosè nel deserto, « perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna » (Gv. III, 15). Guardando la sua croce, Gesù scorge tutti coloro che in futuro la considereranno fonte della loro salvezza, e si entusiasma di fronte a quell'immenso fiume di vita che si effonderà tra gli uomini e raggiungerà tutte le anime, scendendo dalla croce. Quanto più soffrirà, tanto più la vita sarà generosa e magnifica; con un supplizio breve, guadagnerà una vita senza fine per gli uomini.

Il dolore gli appare come un annuncio di gioia: «La donna, nel momento di partorire, si trova nel­l'afflizione perché la sua ora è venuta; ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più del dolore, per la gioia di aver dato al mondo un uomo » (Gv. XVI, 21). Nella delicatezza del suo amore Cri­sto qui non pensa direttamente a sé, ma ai suoi di­scepoli, che stanno per essere messi alla prova dalla sua condanna e dal suo supplizio. «Voi pure ora siete tristi, ma io vi rivedrò e il vostro cuore si ral­legrerà, e nessuno potrà rapire la vostra gioia » (Gv. XVI, 22). Si sente che la gioia futura e definitiva dei discepoli è già sua. Ora egli si trova chiaramente in una situazione analoga a quella della donna che partorisce; deve dare la vita non a un uomo solo, ma a tutti, e deve darla con dolore. Ma questo dolore, che è suo, è irrilevante di fronte allo spettacolo della gioia da lui offerta agli altri. Per quanto possano sembrare terribili, i tormenti della croce costitui­scono solo il preludio di una immensa letizia per l'umanità.

Infine, in questa prospettiva così consolante dei frutti della Passione, la visione di un fatto che dove­va largamente consolare il Signore ci è attestata in una delle più commoventi espressioni pronunciate da Gesù, alla quale abbiamo già fatto cenno. Dopo aver detto che Satana sarà cacciato da questo mondo, dichiara: « Quando sarò stato innalzato da terra, trar­rò a me tutti gli uomini » (Gv. XII, 32). Predice il suo trionfo come un successo dell'amore. Nel mo­mento in cui fa questa profezia, sa che, entro poco tempo, si farà il vuoto intorno a lui, che al momento del suo arresto i discepoli lo abbandoneranno, che Pietro lo rinnegherà, che nessuno nel processo inter­verrà in suo favore, tranne una straniera che non lo conosce, la moglie di Pilato. Sa che in quel momento critico nessuno dei molti malati da lui guariti, nes­suno dei suoi molti beneficati si muoverà per pro­teggerlo, e per protestare contro le ingiuste accuse. Il benefattore di molti uomini non troverà nessuno al suo fianco per difenderlo. Sarà come se tutto l'a­more, dato così generosamente ai discepoli ed alle folle, fosse caduto nel vuoto e non avesse suscitato alcun'eco: la solitudine nella Passione sarà uno dei tormenti più crudamente sofferti dal cuore di Gesù. Ma Cristo vede in quella solitudine ben altro: per aver accettato di essere solo e abbandonato in quel­l'ora decisiva, quanti uomini saranno attratti verso di lui! Nessuno l'accompagnerà dopo l'arresto; ma ormai tutti si sentiranno spinti verso di lui. Do­po l'abbandono momentaneo dei discepoli, verrà la immensa affluenza dei cristiani che si legheranno a lui e che, ricordando l'abbandono passato, vorranno unirsi a lui intimamente. Cristo abbandonato resterà per sempre un richiamo all'intimità, e la sua croce la più potente attrattiva dell'amore.

Si tratta certamente dell'attrattiva psicologica che eserciterà sulle anime disponibili lo spettacolo dei dolori del Calvario, della simpatia che susciterà la vi­sta di così grandi sofferenze offerte per noi e la no­stra felicità, del desiderio, che esse provocheranno, di stringersi a chi è stato tanto solo, di tenergli com­pagnia e condividere la sua pena. Si tratta di tutti gli atti di generosità delle anime che vorranno sof­frire come Cristo ha sofferto, non risparmiandosi in niente; della devozione totale degli esseri disposti a tutto per seguirlo e pronti a tutto per servire la sua causa; degli innumerevoli eroismi che l'eroismo del Salvatore in croce moltiplicherà sulla terra. Ma si tratta pure, in senso lato, di una forte attrattiva che Cristo eserciterà sulle anime prima ancora che esse lo conoscano, di una specie di fascino fondamentale che agirà sugli uomini antecedentemente alla loro co­noscenza del Vangelo. Questo fascino spingerà gli uo­mini a cercare oscuramente il Redentore crocifisso, né avranno riposo finché non l'avranno incontrato; e quando l'avranno trovato, riconosceranno in lui colui a cui li conduce la loro più profonda aspira­zione. Grazie a questa attrazione il mondo e l'umanità appaiono di necessità predisposti a Cristo; Gesù di­venta il centro di ogni esistenza umana. Ispirando la fede, la speranza e l'amore, non è, come l'attrattiva di un uomo su un altro uomo, opera umana, ma divina. L'autore è il Padre: « Nessuno può venire a me - dichiarava Gesù - se il Padre che mi ha mandato non l'attrae ». Dunque è il Padre che, innalzando suo Figlio sulla croce, attrae gli uomini a sé.

Abbiamo così la spiegazione dell'efficacia della sof­ferenza di Gesù: nel dolore, l'uomo soffre e Dio agi­sce. Per mezzo della croce la potenza del Padre si è manifestata pienamente per la salvezza dell'umanità. Nella visione del sacrificio, Cristo contemplava già il trionfo di Dio e la gioia degli uomini uniti per sempre al loro Salvatore nel segno della Croce.

 

Capitolo terzo

LA PREPARAZIONE

L'inserimento dei discepoli nella prospettiva della Passione

Dopo aver constatato come Gesù si trovasse nella situazione di dover pensare, in ogni istante della sua vita, alla Passione e alla morte, dobbiamo vedere co­me ha guidato i suoi discepoli a inserirsi in questa prospettiva, e come li ha preparati all'avvenimento. Questo avvenimento doveva essere una prova terri­bile per gli uomini chiamati a vivere nella sua in­timità, testimoni dei suoi miracoli e che credevano nella sua qualità di Messia.

Si conosce il comportamento di Gesù con sua ma­dre. Da lungo tempo l'aveva preparata facendole vi­vere, con molto anticipo, un'ora simile a quella del­la Passione; le aveva riservato una prima esperienza della loro dolorosa separazione. All'età di dodici an­ni si era sottratto alla sua compagnia per restare nel tempio. Il Vangelo ci lascia intuire, attraverso le pa­role ancora piene d'angoscia di Maria, con quale acutezza il colpo fu sentito. A questa angoscia Gesù rispose con una spiegazione piena di mistero: « Non sapevate che io devo stare nella casa di mio Padre?» (Lc. II, 49). La Vergine non aveva compreso quelle parole, ma le aveva tanto più conservate preziosa­mente nel suo cuore. Ella sospettava che il suo de-

stino fosse riassunto in quelle parole, che esse dovesse­ro determinare la storia dei suoi rapporti con il Fi­glio. Sebbene Gesù avesse voluto giustificare con un principio assoluto la pena che le aveva causato, senza esprimere né rincrescimento né scusa, Maria non si era ribellata a lui come Pietro farà più tardi. Non aveva posto una sola domanda; aveva accettato l'affli­zione che suo Figlio le faceva subire, prevedendo confusamente che ne avrebbe dovuto accettare altre, più crudeli. Così doveva a poco a poco formarsi in lei l'atteggiamento che assumerà sul Calvario.

Il caso dei discepoli era diverso. La situazione di Maria infatti era unica ed eccezionale: la Vergine doveva collaborare con suo Figlio alla redenzione del­l'umanità; vi era stata preparata da una pienezza di grazia, che le dava la forza di guardare in faccia la morte di Gesù e di offrire con lui coraggiosamente il suo sacrificio. Ella era stata illuminata e fortificata in vista di quell'ora tragica e, dalla profezia di Simeone in poi, tutta la sua vita, come quella di Ge­sù, si era svolta sotto il segno di una grande prova futura. Invece, per i discepoli il Maestro disponeva di pochissimo tempo. La sua vita pubblica non do­veva durare più di due o tre anni e, prima di poter annunciare la sua Passione, Gesù doveva far loro co­noscere la sua persona e la sua dottrina. Perciò sol­tanto verso la fine del suo ministero apostolico poté parlare chiaramente delle sue sofferenze future. In un lasso di tempo brevissimo, una prospettiva così nuova non poteva essere pienamente assimilata dagli ascoltatori. Ma, rivelandola, Cristo mirava ad otte­nere che i discepoli cominciassero a capire, dopo la Passione, il significato dell'avvenimento, ed applica­re tale verità alla loro vita. A differenza della Vergi­ne, che doveva essere matura per l'ora del dolore ai piedi della croce perché la sua missione essenziale si sarebbe svolta là, i discepoli non dovevano rag­giungere la loro maturità per quel momento, per­ché la loro missione si sarebbe iniziata più tardi. Se essi non dovevano capire subito, Cristo voleva tutta­via fornire loro tutti gli elementi perché potessero capire in seguito.

Quando Gesù predice per la prima volta la sua Passione e la sua morte, l'impressione è violenta. Le circostanze chiariscono la pedagogia del Salvatore. L'annuncio segue la professione di fede di Pietro, sulla strada di Cesarea di Filippi. Alla domanda: « Ma voi, chi dite che io sia? », il capo dei discepoli a nome di tutti risponde: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt. XVI, 16). Gesù si congratula per questa audace affermazione, ispirata da una lu­ce venuta dall'alto, da una rivelazione del Padre ce­leste. Lo scopo che Cristo si prefigge da molto tempo è raggiunto: i discepoli hanno fede nella sua qualità di Messia e di Figlio di Dio. Ma è soltanto una prima tappa. Prima che non fosse superata, Gesù non poteva rivelare di più: prima di parlare del Messia soffe­rente, gli occorreva stabilire che egli era il Messia au­tentico. Ora che questo titolo era riconosciuto, do­veva assolutamente procedere e precisare il modo in cui si sarebbe realizzato il suo destino messianico.

Primo annuncio

La Passione e la morte non sono un elemento acces­sorio, ma l'essenziale, perché da esse doveva giungere agli uomini la salvezza. Non bastava che i suoi disce­poli credessero nel Messia e nel Figlio di Dio; era necessario che credessero in Cristo crocìfisso, nel valo­re redentore della sua Passione e della sua morte.

Così appena si è congratulato con Pietro, Gesù inizia una nuova rivelazione. «Ed egli cominciò ad ammaestrarli... » (Mc. IX, 31; cfr. Mt. XVI, 21). Gesù è preciso ed esauriente nel suo insegnamento. È così schietto che l'evangelista ha conservato l'impressione di crudele franchezza prodotta dal suo discorso sui di­scepoli: « E diceva queste cose apertamente » (Mc. VIII, 32), come se ci si dovesse attendere, data la na­tura di tali parole, che restassero nell'ombra e nel segreto. Era una grossa sorpresa dover ascoltare, do­po l'omaggio di fede reso alla persona di Gesù, l'an­nuncio della catastrofe che stava per abbattersi su di lui. Gli ebrei non immaginavano forse l'avvento del Messia in una nuvola di gloria? Cristo dà una versione completamente diversa di tale evento: «E’ necessario che il Figlio dell'uomo soffra molto, che sia rifiutato dagli anziani, dai grandi sacerdoti e dagli scribí, che sia messo a morte e che risorga dopo tre giorni » (Mc. VIII, 31). Tale sorte si contrappo­neva all'idea che i discepoli si erano formata della instaurazione del regno messíanico, da loro concepito come un regno terreno, e già parecchie volte infatti si erano bisticciati per occuparne il primo posto.

Pietro, che aveva riconosciuto in Gesù il Messia e il Figlio di Dio, afferra subito l'incredibile importanza di quella profezia. Non può sopportarne l'or­rore; devono dunque crollare i suoi sogni di trionfo messianico? Pietro interpreta come una concessione alla debolezza e allo scoraggiamento il preannuncio della Passione (rivolto coraggiosamente da Cristo ai suoi discepoli) e considera l'espressione « è necessa­rio », in cui è affermato il piano divino di redenzione, come una manifestazione di fatalismo di fronte ad un'eventuale sconfitta. Pensa che Gesù si sia lasciato impressionare dall'ostilità circostante, e abbia per­duto fiducia nell'esito della lotta. Egli non vuole per­tanto condividere simile posizione; non vuole le sof­ferenze, la sconfitta e soprattutto la morte.

Crede giunto il momento di usare l'ascendente che possiede in qualità di capo dei discepoli. E ritie­ne utile prendere in disparte Gesù, per parlargli più francamente, senza dover mischiare i suoi com­pagni in una discussione. Usa un tono energico, in cui affiora l'indignazione che sente aumentare in sé, ma in pari tempo il desiderio di ridare forza a colui che crede scoraggiato e abbattuto. Gli evangelisti ci dicono che egli cominciò « a rimproverare » Gesù: « Dio ti preservi da ciò! » disse, come se vedesse negli avvenimenti predetti dal Maestro una maledi­zione divina, che occorreva allontanare a qualunque costo. « Ciò non ti accadrà » (Mt. XVI, 22). Lo diceva con la stessa certezza con cui aveva affermato, qual­che istante prima, che Gesù era il Messia e il Figlio di Dio; se era il Messia, la catastrofe non sarebbe accaduta. Così le nubi che stavano accumulandosi al­l'orizzonte venivano all'improvviso dissolte: la previsione di Cristo non si sarebbe realizzata; il Messia non sarebbe morto.

La risposta di Cristo è la più tagliente che cono­sciamo. «Vattene! Allontanati da me, Satana! Tu mi sei di scandalo; i tuoi pensieri non sono di Dio, ma degli uomini» (ML XVI, 23). Nella voce del discepolo Gesù aveva riconosciuto il suo vecchio nemico Satana, che già nel deserto aveva cercato di distoglierlo dall'obbedienza al Padre e di indurlo al­la scelta più facile di un trionfo messianico, con mol­ti prodigi. Pietro non sospettava di fare il gioco di quel nemico, ma Cristo smaschera la manovra. Su questo punto non può esserci nessun equivoco. Pie­tro aveva preso Gesù in disparte, ma Gesù si volge verso i discepoli e li guarda tutti mentre lancia la sua accusa. Oltre che al gruppo presente dei suoi disce­poli, si può pensare che egli si rivolga a tutti i cristia­ni, prevedendo il momento in cui sarebbero stati tentati di sognare un cristianesimo senza la croce, una religione più facile senza la necessità del sacrificio; si rivolge a coloro che immaginano un amore pieno di armonia senza il dolore della prova. Non soltanto dichiara tale sogno un'utopia; ma mostra che è ope­ra del nemico di Dio e deve essere respinto come una suggestione satanica: «Allontanati da me, Sata­na! ». Chi non accetta la croce deve andarsene con Satana: non c'è modo di restare con Gesù senza acco­gliere nel proprio ideale la sofferenza. Cristo l'ha chiaramente e rigorosamente insegnato al capo degli apostoli, perché tutti gli altri non potessero avere dubbi a questo proposito.

Sottolineiamo che la protesta di Pietro aveva costituito una vera tentazione per Gesù. Cristo amava in modo tutto particolare questo discepolo che aveva scelto per guidare la sua Chiesa, e sapeva che Pietro era intervenuto per amor suo, per risparmiargli una dolorosa fine; nelle parole « ciò non ti accadrà », aveva colto l'espressione di un affetto che desiderava assolutamente allontanare da lui ogni disgrazia. Così dice a Pietro: « Tu mi sei di scandalo », cioè una pietra di scandalo. È la pietra messa sul suo cammi­no da un amore male inteso; occorrerebbe anzi dire un falso amore, perché, quando tende ad allontanare dalla croce, l'amore rischia di deviare verso l'egoismo. Il vero amore, che viene da Dio e non dagli uomini, prende la via del sacrificio. Cristo ci indica con que­sto episodio dove si trova la pietra di scandalo anche nella nostra vita: è sulla strada che porta alla croce; proviene da un amore falso, frutto di sorde compia­cenze egoistiche, e scompare davanti al vero amore, di origine divina, che sa di dover soffrire.

Simon Pietro deve anche sperimentare la purifi­cazione e la divinizzazione dell'amore, come tutti i cristiani. Egli crede al Messia, e l'ama; non riesce tuttavia ancora a credere in un Messia sofferente, né ad amarlo. Egli, che è destinato a diventare la pie­tra sulla quale sarà fondata la Chiesa, è per il mo­mento pietra di scandalo. Diverrà effettivamente la pietra di base quando avrà accettato la Passione di Cristo e ne avrà compreso il valore, al punto da es­sere disposto a condividere un giorno la sorte del suo Maestro: egli riceverà la missione di guidare la Chiesa: « Sarai il pastore delle mie pecore », e insie­me l'annuncio del suo martirio: « Quando sarai vecchio, tenderai le mani ed un altro ti cingerà e ti con­durrà dove non vorrai » (Gv. XXI, 16-18).

Gli avvertimenti si moltiplicano

Il primo annuncio della Passione fu seguito da pa­recchi altri. Di solito si parla di tre profezie fatte da Gesù (Mc. VIII, 31; IX, 31; X, 32-34), ma gli evan­gelisti stessi ce ne raccontano altre (Mc. IX, 12; Lc. XVII, 25; cfr. Lc. IX, 31), e possiamo dedurre che Cristo sia ritornato di frequente su questo tema, facendone l'argomento principale del suo insegna­mento, nell'ultimo periodo della sua vita pubblica. Come tutta la sua esistenza tendeva verso il momen­to del sacrificio, tutta la sua predicazione si concen­trava su quell'avvenimento già così vicino. Si tratta della predicazione ai discepoli, perché soltanto a loro Cristo parlava della sua Passione; un tale insegna­mento sarebbe stato completamente fuori della por­tata della folla. La Passione faceva parte del «mi­stero del regno di Dio» al quale venivano intro­dotti i discepoli, e che restava inaccessibile alla mol­titudine (Mc. IV, 11).

Molto significativo è l'episodio della trasfigurazio­ne, dove ai discepoli più intimi Cristo manifesta la sua gloria. Si trasforma improvvisamente per ap­parire loro rivestito di luce. Precisamente in questa manifestazione abbagliante e trionfale viene annun­ciata la sua morte. Mosè ed Elia circondano il Signo­re e si intrattengono con lui: essi «parlavano della partenza, che egli stava per compiere a Gerusalem­Ine » (Lc. IX, 31). È esattamente la stessa pedagogia che aveva fatto seguire, alla professione di fede messianica di Pietro, una profezia della Passione. Qui Gesù si rivela in tutto lo splendore della sua qualità di Messia, ma la sua missione, il compito che deve «eseguire», è soprattutto definito come una «partenza». La profezia fa più impressione in que­sto quadro, perché è attribuita ai rappresentanti del­l'Antico Testamento. Mosè ed Elia rendono testimo­nianza al Messia, affermando che egli eseguirà il suo compito morendo a Gerusalemme. Per la prima volta viene palesato ai discepoli che tutto il passato del popolo ebreo tende verso la Passione di Cristo e che in questa Passione si trova il significato della rivelazione divina, il significato delle Scritture. E la trasfigurazione stessa ha il solo scopo di confermare questa verità, di far comprendere che il trionfo glo­rioso del Messia avverrà nel suo sacrificio. La racco­mandazione del segreto, che l'accompagna, ha una ragione analoga, perché Gesù impone il silenzio ai suoi discepoli finché il Figlio dell'uomo sia risuscitato dai morti (Mc. IX, 10): la trasfigurazione potrà es­sere divulgata quando l'avvenimento che essa an­nunciava sarà realizzato: questo avvenimento è una resurrezione dai morti, una glorificazione dopo il sacrificio totale.

Incuriositi da questa allusione a una resurrezione dai morti, i discepoli vorrebbero saperne di più. So­prattutto vorrebbero esprimere una obiezione. Non gradiscono questa prospettiva di morte, e preferireb­bero appoggiarsi alla tradizione ebrea come era in­tesa dai farisei. Secondo tale tradizione, l'avvento del Messia doveva essere preceduto dalla venuta di Elia, che avrebbe avuto come missione di mettere ordine, in modo che l'instaurazione del regno mes­sianico avesse luogo senza difficoltà e il Messia do­vesse cogliere soltanto la sua gloria. Ora, nella tra­sfigurazione, Elia pareva aver finito la sua missione e anch'egli parlava della morte che stava per colpire Gesù. La missione di Elia non avrebbe invece dovu­to consistere precisamente nel risparmiare tale mor­te e nel facilitare l'instaurazione del regno? «Per­ché gli scribi dicono che Elia deve precedere la ve­nuta del Messia?» chiedono i discepoli. E Gesù fa esplicito il senso della loro domanda dicendo: «Elia ritornando sulla terra prima della venuta di Cristo ristabilisce ogni cosa » (Mc. IX, 11-12).

Cristo, dunque, risponde agli apostoli opponendo la vera tradizione, il significato autentico della rive­lazione affidata da Dio al popolo ebreo: «In che modo sta scritto che il Figlio dell'uomo deve soffrire molto ed essere disprezzato?». Ecco ciò che dice la Scrittura, e ciò che la trasfigurazione aveva appena confermato: l'Antico Testamento stesso rendeva te­stimonianza a un trionfo messianico ottenuto per mezzo della morte del Messia. Gesù aggiunge qui delle precisazioni: «Soffrire molto», ed «essere di­sprezzato», che risultano impressionanti dopo la sua apparizione ai discepoli in un abbagliante splendore, ma chiaramente congiunte alla profezia di Isaia, in cui vediamo il servo di Yahvé oppresso dalle sofferen­ze e divenuto oggetto di disprezzo: « Era disprezzato, l'ultimo degli uomini, l'uomo dei dolori... » (Is. LIII, 3).

Poi, dopo aver definito come la Scrittura annuncia il destino del Messia, Gesù viene al caso particolare di Elia. « Ma io ve lo dico, in realtà Elia è già venuto e gli hanno fatto tutto ciò che volevano, come è stato scritto di lui » (Mc. IX, 13). Di Elia era stato scritto che aveva molto sofferto per la giustizia, e che a cau­sa della sua fedeltà al vero Dio e della testimonian­za a lui resa aveva dovuto fuggire davanti a una re­gina che aveva giurato di farlo morire. Questa perse­cuzione di Elia, afferma ora il Salvatore, si ripropone e si realizza nella venuta di Giovanni Battista, che pure fu oggetto di trattamento arbitrario e cattivo. Il ruolo del precursore non solo non contrastava con la persecuzione del Messia, ma anzi preparava dichiaratamente gli spiriti ad essa. Così l'intero An­tico Testamento, fino all'ultimo esempio del profe­ta Giovanni Battista, perseguitato e maltrattato, at­testava che il regno messianico si sarebbe costituito nel dolore.

Le parole di Gesù dunque testimoniano che la Passione del Messia è la meta autentica di tutta la storia di Israele. Non soltanto la vita di Cristo era orientata alla Passione, ma ad essa converge tutto il piano divino della salvezza, come si era già mani­festato nella rivelazione accordata al popolo eletto. Gesù voleva far capire ai suoi discepoli che questa morte, preannunciata loro dalle sue parole, era sta­ta decisa dalla volontà divina, da sempre: voleva in­segnare che gli avvenimenti appartenenti alla storia sacra, cioè alla storia vera delle relazioni di Dio con l'umanità, sono orientati verso la Passione e la morte di Cristo. Per inciso Gesù ha citato gli esempi di Elia e di Giovanni Battista, vedendo nelle loro prove una prefigurazione della sua; ma si potrebbero moltiplicare i riferimenti, come Cristo ci invita a fare parlando della sorte riservata dagli ebrei ai lo­ro profeti, sorte che a sua volta attende di subire (Mt. XXIII, 32 s.; Lc. XI, 49 s.). E se i fatti del­l'Antico Testamento dovevano avere come meta la Passione, la morte del Messia, con la resurrezione che sarebbe seguita, costituiva il termine di tutta l'organizzazione dell'opera salvifica e consentiva di spiegare il significato della storia che l'aveva prece­duta. «Compiendo» questa Passione, Cristo avrebbe giustificato tutta la storia e posto in chiaro le basi su cui essa si fondava.

A mano a mano che l'avvenimento si avvicina, ne ripete l'annuncio ai suoi discepoli sottolineandone l'imminenza: « Il Figlio dell'uomo è consegnato nel­le mani degli uomini », dice loro (Mc. IX, 31). È un fatto acquisito, non soltanto perché Giuda da molto tempo ha intenzione di tradirlo e in cuor suo ha già stimato e venduto il Salvatore, ma perché il Padre ha deciso di sacrificare suo Figlio, e perché questo sacrificio, accettato e offerto da Gesù, è un progetto divenuto realtà. Non resta che dare l'ultimo tocco: prima gli uomini: « Ed essi lo metteranno a morte », poi Dio: « E dopo averlo messo a morte, egli risusciterà il terzo giorno ».

Il Signore

Gesù non si stanca di mettere in luce il contrasto tra la gloria che gli sarà decretata e la via che con­duce a tale gloria: l'avvento del Figlio dell'uomo rassomiglierà a un lampo abbagliante, che illumina da un punto all'altro il cielo; « ma prima è necessario che egli soffra molto, e che sia rifiutato da questa gene­razione » (Lc. XVII, 25). Intorno a queste soffe­renze, dà alcuni chiarimenti; nel momento in cui sale a Gerusalemme, egli descrive ai suoi discepoli il supplizio di cui sembra essere lo spettatore, prima che la vittima. Si indovina con quale emozione debba aver fornito questi particolari: « Ecco che noi saliamo a Gerusalemme, e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai principi dei sacerdoti e agli scribi; essi lo condanneranno a Inorte e lo daranno in mano ai Gentili, costoro lo derideranno, sputeranno su di lui, lo flagelleranno e lo uccideranno; e dopo tre giorni egli risusciterà » (Mc. X, 33-34). Annuncia anche per la prima volta il genere di morte che gli sarà inflitto: « Essi lo crocifiggeranno » (Mt. XX, 19).

A chi rivolge queste precisazioni sulla sua condan­na, le beffe e gli sputi, la flagellazione, la crocifissio­ne? Ad alcuni discepoli spaventati. Al momento di mettersi in viaggio verso Gerusalemme, i discepoli erano in preda alla paura. Avevano tentato di disto­gliere Gesù da quel viaggio, obiettando che i nemici avevano voluto lapidarlo, ma non vi erano riusciti. Sulla strada Gesù camminava in testa, per guidarli; essi lo seguivano contro voglia, tremanti di paura. Cristo avrebbe potuto dire, come spesso si fa in simi­li casi: «Non abbiate paura; non sarà così difficile; non dovrete soffrire danni dai farisei poiché il Pa­dre vi proteggerà». Al contrario, egli prefigura le sofferenze che dovrà sopportare, e le descrive molto più esattamente di quanto abbia fatto finora. Questa predizione, invece di calmare il turbamento dei di­scepoli, li impressiona di più.

Qui si rivela quanto abbia di divino questa prepa­razione alla Passione. Cristo non agisce come si fa­rebbe se mossi solo da simpatia umana per rassicura­re gente impaurita. Non mira a consolare i disce­poli, ma a renderli più forti; non cerca di placare il loro timore, ma di persuaderli a controllarlo. Avrebbe potuto tenerli a bada con vaghe parole di conforto: preferisce risvegliarli completamente, ri­velando loro la verità. Li pone davanti alla nuda verità della croce. La sua missione infatti non è uma­na, ma divina: deve introdurre i discepoli nel dram­Ina della loro salvezza. Si sforza dunque di elevarli a quel livello superiore da cui si può guardare la croce senza protestare e senza perdersi di coraggio. Vuole associare i suoi dodici apostoli alla conoscen­za che egli possiede del suo destino, far loro condi­videre la sua visione della Passione, perché essi si accostino non come a una sofferenza accidentale cau­sata dalla cattiveria degli uomini, ma come a una prova inviata da Dio e prevista nei particolari.

Desidera che i discepoli riconoscano prima di tutto il piano divino nel supplizio che gli sarà inflitto; egli cammina davanti a tutti sulla strada di Gerusalemme per mostrare che ha fretta di realizzare quel progetto; i discepoli devono seguirlo, ma con la stessa sicurezza, ben consapevoli anch'essi della meta del loro Maestro.

Inoltre, questo annuncio è fatto ai discepoli non solo per il momento preciso in cui viene loro indi­rizzato, ma per l'avvenire. Per il momento, i disce­poli non capiscono niente: «Ed essi non compresero nulla di ciò », ci dice san Luca (Lc. XVIII, 34), aggiungendo che una forza misteriosa nascondeva lo­ro il significato di quelle parole. Era una di quelle verità che i discepoli non potevano ancora sostenere e che lo Spirito Santo avrebbe loro rivelato più tar­di, ricordando le parole di Gesù. Queste parole sono dunque destinate a tutte le generazioni; testimoniano che Cristo è andato spontaneamente al supplizio con una prospettiva assolutamente esatta del suo sacrifi­cio, che si è offerto in piena consapevolezza alla con­danna, alle beffe e agli sputi, alla flagellazione e alla crocifissione.

Quel Cristo, che in testa al gruppo dei discepoli, si dirige verso la città santa in cui sarà crocifisso, è il Signore in tutta la sua potenza. Nel preparare i discepoli alla Passione, Gesù mostra la sua sovranità. Certamente ha come principio essenziale di confor­Inarsi al progetto del Padre e di obbedire alle sue direttive, ma il piano di salvezza è stato veramente rimesso nelle sue mani, ed egli è incaricato di realiz­zarlo. Predicendo a molte riprese la sua Passione, la sua morte, la sua resurrezione, sembra dominare quegli eventi con la sua visione dell'avvenire e la sua prestazione volontaria. Incamminandosi per la strada di Gerusalemme per iniziare la Passione, si comporta da Signore, e ancora da Signore si conse­gnerà ai suoi nemici, ai loro scherni, ai loro sputi e ai loro colpi di frusta. Egli conosce ed accetta tutto in anticipo: la scelta è sua, e non dei suoi avversari.

Una indicazione impressionante sugli eventi fu­turi è data dal continuo accostamento della resurre­zione alle profezie della sofferenza e della morte.

Cristo annuncia insieme la sua gloria e la Passione, e dichiara con esattezza: « La mia vita, nessuno me la toglie; io stesso la offro spontaneamente. Ho il potere di offrirla ed ho il potere di riprenderla ». La sua morte, la sua resurrezione dunque sono nelle sue mani, secondo la volontà del Padre: « Questo è il comandamento che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv. X, 18).

Gesù vuole comunicare anche ai suoi discepoli questa padronanza sulla sofferenza e la morte. Al pari di lui, i discepoli non saranno dispensati dalla sofferenza e dalla morte, ma dovranno acquistare una libertà maggiore di fronte alle prove. Egli vuole renderli consapevoli in anticipo del loro destino, non nei particolari, ma in generale: che anch'essi preve­dano di dover affrontare il sacrificio. Annuncia in particolare le persecuzioni di cui saranno vittime

« Voi sarete odiati da tutti per causa mia » (Mc. XIII, 13), adombrando così il futuro del cristianesimo; co­me Gesù era stato mandato dal Padre a un sacrificio che compie spontaneamente in quanto lo aveva pre­visto, cosa egli manda i suoi discepoli alla prova dopo averla loro predetta, perché essi possano liberamente affrontarla e offrirla.

Il comportamento del Signore, che cammina in testa al gruppo dei dodici per andare verso la Passio­ne, è dunque destinato a servire d'esempio ai cristia­ni. Tocca a loro camminare in testa all'umanità che ha paura e prendere coraggiosamente la strada della croce. Come Cristo, sanno che devono soffrire e per­ché devono soffrire; come lui devono essere ispirati da un grande amore che li dispone al sacrificio.

Il cammino di Gesù verso l'immolazione assume, con la sovranità che egli vuol attribuirgli, un'an­datura trionfale. Tuttavia, si tratta di un trionfo na­scosto nel segreto del suo cuore, svelato in parte ai suoi discepoli, di un trionfo nell'amore, non nell'e­goismo. Tutti gli espedienti con i quali l'egoismo cerca di riprendere ciò che la sofferenza costringe un'anima a donare, non hanno alcuna presa su Gesù. Una rivincita dell'egoismo ambizioso sarebbe consi­stita in una ostentazione di sfida agli avversari, in una bravata. Cristo avrebbe potuto vendicarsi delle beffe e degli sputi, mostrando un grande disprezzo per i suoi nemici e ridendo della loro incapacità di piegare il suo animo. Avrebbe potuto pronunciare la condanna di coloro che si preparavano a metterlo a morte, ponendo in luce la loro cattiveria o le loro sordide astuzie. Invece, quando annuncia le future sofferenze, ne parla come semplice vittima, non come accusatore. Se svela certi aspetti del suo supplizio, come la flagellazione o le derisioni, non lo fa per sot­tolineare la crudeltà o la malizia di coloro che gliele infliggeranno, ma per far conoscere l'intensità dei dolori che dovrà sopportare, per mostrare la profonda umiliazione alla quale sarà sottoposto per amore degli uomini.

Prevede, senza rancore, i cattivi trattamenti; per­dona i suoi nemici e chiede per loro il perdono di­vino; offre le sue sofferenze per gli stessi carnefici, perché anch'essi possano salvarsi. Gesù pensa dun­que al suo trionfo, non per schiacciare i suoi perse­cutori, né per far pagar caro ai suoi nemici il loro delitto, ma per assicurare gli uomini che il prezzo della sua morte non andrà perduto, che l'amore test­imoniato dal suo sacrificio, ricadrà su di loro trasformato in gioia. Andando verso Gerusalemme, Cristo è pronto al sacrificio, e ha piena fiducia e sa con assoluta certezza che tutto avverrà per il meglio.

Un altro espediente dell'egoismo avrebbe potuto essere l'autocompassione. É il pericolo che minaccia l'anima alle prese con la sofferenza, che la spinge a usare di questa come di un mezzo per rendersi in­teressante, per attirare l'attenzione, per autocommi­serarsi della propria miserabile sorte. Chiaramente Gesù è lontano da simili sentimenti. Infatti quando predice la sua Passione sulla strada di Gerusalemme, solo i discepoli si autocompiangono per la loro futu­ra sorte: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Gv. XI, 16), dice tristemente Tommaso, mentre i suoi compagni hanno paura e vorrebbero tornare in­dietro. Cristo non si abbandona a pensieri tristi; cammina senza lamentarsi, con ardore e vigore. Ve­dremo che avrà pietà non di sé, ma degli altri, come se dimenticasse il suo destino per pensare soltanto al dolore degli altri. Tanto sa commuoversi per la sofferenza del prossimo, tanto rífiuta di intenerirsi per la propria sorte e di insistere con compiacimento sul suo ruolo di vittima. Invece di mostrare emo­zione, sa dominarla e nasconderla, tanto che i disce­poli non intuiscono, sotto il tono fermo e misurato della sua voce, la tempesta di sentimenti che la pro­fezía della Passione solleva in lui.

L'offerta che si compie durante la salita a Geru­salemme, dunque, non si rivela agli uomini, ma a Dio. ed è rivolta al Padre, con un atto di completo abbandono in lui. Gesù si offre al Padre, prendia­mone ben nota; non va spontaneamente a consegnar­si ai suoi nemici, per dar loro l'occasione di mandar­lo a morte. Cristo non ha mai provocato i suoi avver­sari, né si è prestato al loro gioco; sa di dover com­piere il sacrificio, ma non fa nulla per arrivare al supplizio. Alcuni cristiani, nei primi secoli, andaro­no spontaneamente a consegnarsi ai carnefici per ottenere la gloria del martirio; ma la Chiesa ha di­sapprovato il loro comportamento. Se Cristo lascia dunque la Galilea per andare in Giudea, non è per consegnarsi ai farisei; si incammina per dovere di amore. « Signore, colui che tu ami è ammalato » (Gv. XI, 3). L'appello di Marta e Maria non cessava da due giorni di risuonare al suo orecchio. Gesù do­veva aiutarle nel momento del dolore, e per questo si recava in una regione in cui avrebbe rischiato la morte. Inoltre il suo programma di apostolato richie­deva la sua presenza a Gerusalemme: doveva predi­care per l'ultima volta nella città santa, far capire alle folle accorse per la festa della Pasqua l'autentica parola di Dio. Per queste due ragioni Gesù si sarebbe esposto al pericolo.

E quale emozione manifestò nel compiere quel doppio dovere d'amore, cioè di amicizia verso Lazza­ro e di sollecitudine apostolica verso Gerusalemme, lui che invece si rifiutava di lasciarsi commuovere dalla visione dei suoi dolori imminenti. Alla vigilia della Passione, questa emozione ci rivela l'atteggia­mento di Gesù di fronte alla sofferenza degli uomini.

A Betania

Abbiamo detto che Cristo si era incamminato ver­so la Giudea in veste di Signore. E si comporta an­cora da Signore durante l'incontro con Marta, all'ar­rivo a Betania. Al dolce rimprovero che la sorella di Lazzaro non potrà trattenere: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto», Gesù risponde con autorità: « Tuo fratello risorgerà » (Gv. XI, 23). Perciò si presenta come l'Onnipotente, capa­ce persino di realizzare il miracolo per eccellenza. Poi­ché Marta ritiene che le sue parole alludano ad una resurrezione lontana, che avverrà alla fine dei tempi: « So che egli risusciterà nella resurrezione all'ultimo giorno », Gesù precisa che ha il potere di operarla ora: « Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà, e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno ». Marta aveva cre­duto che Gesù fosse stato preceduto dalle circostan­ze, sorpreso dalla morte improvvisa di Lazzaro, che non aveva avuto il tempo di prevenire. Gesù le fa ca­pire invece che non è rimasto vittima degli eventi, perché ha il potere di ristabilire ogni cosa, e che non è stato sorpreso dall'avvenimento, perché è padrone del tempo, e può pertanto realizzare ora la resurrezio­ne che è attesa per l'ultimo giorno.

La sua qualità di Signore, potente di fronte alla morte, avrebbe potuto dispensarlo da ogni emozione di fronte al dolore, del quale stava per sopprimere la causa. Tuttavia il Vangelo ci lascia intuire che già durante l'incontro con Marta Gesù era profondamente commosso nel vedere il suo dolore. Quando anche Maria viene a gettarsi ai suoi piedi piangen­do, l'emozione del Maestro diventa incontenibile; «freme dentro di sé», scosso dalla vista di tale af­flizione: « si turba » perché la sofferenza prende tut­to il suo essere e offusca la chiarezza del suo sguardo. Poi, dopo aver avuto il tempo di dire ancora una frase: « Dove l'avete posto? », scoppia in pianto. In la­crime si reca alla tomba dell'amico. Giunto nelle vici­nanze, l'emozione lo vince per la seconda volta: negli esseri umani, la vista della tomba di una persona cara rinnova il dolore della separazione, poiché rivela la fredda realtà della morte. Gesù non si è sottratto a questa impressione; ne ha assaporato tutta la tristezza. All'inizio era stata la compassione per il dolore di Marta e di Maria a provocare il suo pianto; ora pian­ge per Lazzaro, il suo amico morto, contemplando il sepolcro in cui l'hanno deposto. Ciò avviene qualche minuto prima che egli pronunci la parola che salva: « Lazzaro, vieni fuori ». Colui che piange è il Salvato­re e il Signore.

Cristo rivela, in questo episodio che è un prelu­dio alla sua morte e alla sua resurrezione, il vero at­teggiamento divino nei riguardi della sofferenza e della morte degli uomini. La sofferenza e la morte non sono risparmiate a coloro che Dio ama; Lazzaro, che Cristo amava, era morto nonostante una preghie­ra così commovente, e il dolore di Marta e di Maria non fu impedito da colui che avrebbe potuto inter­venire in tempo. È vero che Gesù ha il potere divi­no di ristabilire ogni cosa in un istante, di restituire Lazzaro alla vita, Marta e Maria alla gioia. Egli è il Signore e domina la sofferenza e la morte. Tuttavia, come Marta e Maria, gli uomini, anche se amano Cristo e hanno fiducia nel suo potere sovrano, diffi­cilmente possono difendersi da una impressione di insensibilità e di freddezza del Signore nei confronti delle loro prove. Il Signore non sembra forse inac­cessibile alla tragicità delle situazioni umane? Si ha un bel dire: Dio ci manda la sofferenza per il nostro bene e per la nostra salvezza ed egli finirà col tra­sformarla in felicità; nel momento in cui soffriamo, ci sembra che Dio non valuti abbastanza la pena che ci ha inflitto, che la veda da una lontananza inacces­sibile. Gesù ci rivela invece, con la sua condotta ver­so Lazzaro, come Dio abbia pietà della umana sof­ferenza: vede da vicino e sente tutta la crudezza del dolore che egli provoca in Marta e in Maria, non in­tervenendo per guarire il fratello. E commosso dalle loro lacrime così da piangere insieme con loro. Ben­ché padrone della morte, è profondamente turbato dalla morte di Lazzaro: la sua intenzione di risusci­tarlo non gli impedisce di fremere davanti alla sua tomba, di essere scosso dal dolore. Questa pietà mo­stra fino a quale punto Dio partecipi al turbamento provocato dai dolori umani, pur essendo il Signore che li manda, li domina e che vuol trasformarli in felicità. Gesù ci dimostra che Dio non è indifferente alle nostre sofferenze ed è anzi solidale con l'affli­zione degli uomini. L'amore del Signore si manifesta qui in tutta la sua grandezza: « Guardate quanto l'ama », dicevano gli ebrei, vedendo le lacrime di Gesù (Gv. XI, 36).

D'altra parte, la compassione del Signore per la sofferenza degli uomini testimonia della perfezione divina, perché essa non resta sterile. Gesù è solidale con il dolore di Marta e di Maria e pertanto vuole farlo cessare. Alcune forme di pietà umana invece non producono effetti, eccetto un'emozione passeg­gera, e non portano nessun beneficio all'infelice che subisce la prova. E anche quando la pietà vuole tra­sformarsi in attività benefica e soccorrere colui che soffre, urta contro i limiti delle possibilità umane: non si possono aiutare gli afflitti e gli infelici come si vorrebbe, perché il dolore e la miseria difficilmente si possono eliminare e mai completamente. L'uo­mo è impotente di fronte alla sofferenza anche se ne ha pietà. Invece Cristo ha il potere di porvi rimedio; è il vincitore della sofferenza e della morte, come dimostra la resurrezione di Lazzaro. La sua pietà è perfettamente efficace, partecipa al dolore per supe­rarlo. Certamente non sopprime il dolore che fa parte del piano divino, ma nasconde nel dolore la gioia di una liberazione prossima e la speranza certa del trionfo: l'afflizione del cristiano, come quella di Marta e di Maria, è infallibilmente destinata a cambiarsi in esplosione di gioia.

Davanti a Gerusalemme

I sentimenti di Cristo in vista di Gerusalemme non sono meno rivelatori. A Betania, aveva risposto al dolore degli amici che l'avevano accolto e dei fe­deli che credevano nella sua missione; al suo arrivo nei pressi della città santa rivela la sua emozione di fronte alla sofferenza di coloro che rifiutano di credere in lui. Eppure questa sofferenza è ancora lonta­na. È significativo il fatto che Gesù, la cui Passione è così vicina, preferisce pensare ai dolori che saran­no causati in un futuro lontano dalla rovina della città; la visione della sua croce non gli impedisce di contemplare tutte le croci che saranno issate du­rante l'assedio di Gerusalemme per il supplizio dei suoi compatrioti. Questa catastrofe lo addolora. Giun­to da Betania, è arrivato sul Monte degli Ulivi: du­rante la discesa la città santa si distende davanti ai suoi occhi in tutto il suo splendore, con il tem­pio bianco, scintillante in primo piano. Contem­plando la bellezza di quel panorama, Gesù vede la futura desolazione, e piange. « Se avessi riconosciuto anche tu in questo giorno l'annuncio della pace! Ma ora è rimasto nascosto ai tuoi occhi. Verranno per te giorni in cui i tuoi nemici stabiliranno una trincea intorno a te, ti accerchieranno e ti assaliranno da ogni parte, e distruggeranno te e i tuoi figli che stanno con te, e non lasceranno in te pietra su pie­tra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata» (Lc. XIX, 42-44). La distruzione del­la città sarà il castigo per la sua incredulità; gli ebrei riceveranno allora la punizione che la loro ostilità omicida verso Cristo e il loro rifiuto del Vangelo hanno meritato: « Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli! » (Mt. XXVII, 25). Castigo, questo, da loro stessi invocato. Cristo non ne gioisce come di una vendetta, ma considera, piangendo, quello spettacolo.

Anche qui le lacrime rivelano il vero atteggia­mento di Dio di fronte alla sofferenza che egli manda in riparazione del peccato. Quando si parla del­la sofferenza colpe di una vendetta divina, occorre comprendere bene questa epressione. Nel senso pro­prio, non c'è una vera vendetta, poiché chi si ven­dica si appaga del male che infligge e lo ritiene co­me un compenso al male ricevuto. Non è così per Dio, che non gioisce di far soffrire gli uomini. Anche per un dolore che rappresenta l'espiazione più giusta e più meritata, Cristo mostra la più tenera simpatia. Egli compiange tutti quelli che piangeranno al mo­mento della catastrofe. L'amore divino del Signore si manifesta con la pietà anche per la sofferenza che viene a sancire il peccato. Si sarebbe potuto dire una seconda volta: « Guardate come egli amava questa cit­tà e il suo popolo ».

L'emozione di Cristo ha un'origine più profonda. Gesù non si addolora soltanto per la rovina futura della città, ma per il peccato attuale del popolo ebreo. Il male risiede là, in quel rifiuto degli ebrei a riconoscere e accogliere il loro Messia. Là si tro­va il motivo decisivo del dolore: « Gerusalemme, Ge­rusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! » (Lc. XIII, 34; Mt. XXIII, 37). Come conseguenza di quel rifiuto verrà la devastazione: « Ecco che la vostra casa è la­sciata a voi deserta ». La casa che Dio aveva detto sua, « la mia casa » (Ger. XII, 7), è abbandonata agli ebrei: « la vostra casa ». Essa è privata della pre­senza divina che sola poteva riempirla. E la presenza di Dio le era stata offerta con la venuta di Gesù; ma, rifiutata dagli abitanti della casa, sarà ormai loro sottratta. Mettendo in croce Cristo, gli ebrei scaccia­no Dio dalla loro dimora, e Dio si sottrae a loro. Soprattutto suscita compassione nel cuore di Cristo l'abbandono spirituale, di cui la rovina materiale del tempio e della città sarà soltanto un simbolo. Cristo è turbato in questo momento dalla desolazio­ne di tante anime, dal lungo itinerario che il popolo ebreo percorrerà attraverso la storia, privo della pre­senza amorosa di Dio, che fino a quel momento gli era stata assicurata in modo particolare. Gesù si la­menta della incredulità ostinata, perché conosce il terribile vuoto costituito dall'assenza di Dio, in un uomo come in un popolo. Questo male merita più compassione di tutti i dolori fisici.

La scena di Cristo in lacrime sulla città di Geru­salemme adombra l'atteggiamento fondamentale di Dio di fronte al peccato dell'uomo, in particolare di fronte al peccato più grave, quello che respinge la luce del Vangelo. Non è collera, ma tristezza. Certamente interviene anche la collera divina, ma l'abbandono desolato che colpirà la città santa e il suo popolo è il castigo di un peccato capitale. Tuttavia la tri­stezza e la pietà, che testimoniano la costanza del­l'amore divino, mostrano che la collera non può na­scere da una definitiva ostilità di Dio. Nella rivela­zione d'amore del Nuovo Testamento, la collera ap­pare come circondata da un amore più grande; ecco perché Gesù piange per i duri di cuore, che ha già minacciato. Alla base della sua collera verso i farisei c'è una profonda tristezza (Mc. 111, 5). La collera, che infliggerà a Gerusalemme una sorte orribile, assume il suo vero significato soltanto se la si guarda attraverso le lacrime di Gesù, testimonianza di una dolente simpatia. Questo episodio è una lezione attua­le per ogni cristiano: se egli è portato a credere che i suoi peccati provochino in Dio un moto di collera, capace di scavare un abisso tra la santità divina e la colpa, deve ricordarsi dell'atteggiamento del Signore di fronte al peccato: un'immensa tristezza che pone­va tra lui e i peccatori più incalliti il nuovo legame di un amore contrastato e insieme compassionevole.

Questo amore deve alla fine essere vincitore. La collera si manifesta una volta sola e il castigo non mira soltanto a punire, ma a ricondurre il popolo al Signore. Così si spiega come la prova decretata per Gerusalemme sia in ultima analisi una testimonian­za dell'amore divino, e come lo sguardo triste di Ge­sù non abbia mentito manifestando quest'amore. La rovina è destinata a provocare un giorno il ritorno della nazione infedele. Cristo stesso lo lascia capire quando, dopo aver predetto la rovina della città santa, termina con una visione più consolante. Dopo aver dichiarato: « Ecco, la vostra casa è lasciata a voi de­serta », aggiunge: « Io ve lo dico, non mi vedrete or­mai più, fino al giorno in cui direte: " Sia benedetto colui che viene nel nome del Signore! " » (Mt. XXIII, 39; Lc. XIII, 35). Dopo il supplizio del Calvario, di cui si è reso responsabile, il popolo ebreo perderà la presenza di Cristo, e la casa che altre volte aveva ospitato Dio diventerà deserta. Tuttavia l'assenza non è definitiva; un giorno, ad una scadenza di cui Cristo non rivela il termine, ma che egli già vede nel lon­tano avvenire, la sua presenza si farà di nuovo sentire in questo popolo e in questa città grazie alla fede in lui. Sarà nel momento in cui gli ebrei renderan­no omaggio alla sua prerogativa di Messia: «Bene­detto colui che viene nel nome del Signore! ». Allora Dio ritornerà a Gerusalemme e stabilirà tra gli ebrei il suo regno spirituale: in quella occasione potrà finalmente adunare i figli di Gerusalemme come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali. Il suo amore ora subisce un arresto, ma trionferà più tardi; la sconfitta è soltanto provvisoria e la manifestazione della collera è un mezzo per preparare la vittoria dell'amore.

Inoltre, con la sua entrata trionfale, nella quale è compresa anche la manifestazione della sua tri­stezza, Cristo anticipa l'accoglienza vittoriosa del Mes­sia da parte del popolo ebreo, che avverrà in un futuro lontano. Egli stesso ha preparato questa en­trata. Non si tratta di un semplice caso dovuto a un'ondata di entusiasmo della folla; anche in questo episodio Gesù come Signore domina tutto il corso degli avvenimenti. Sulla strada da Betania a Geru­salemme, avvicinandosi a Bethfage, non lontano dal Monte degli Ulivi, aveva detto a due discepoli: « An­date al villaggio che sta di fronte a voi, e appena en­trati, troverete un asinello legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e conducetelo qui. Se qual­cuno vi domanda: " Che cosa fate? ", dite: - Il Signo­re ne ha bisogno ", ed egli lo lascerà subito venire » (Mc. XI, 2-3). Tutti i particolari sono dunque delineati con precisione: Gesù ha voluto mostrare che si trattava di un progetto ben definito.

Tale atteggiamento può sembrare sorprendente se si pensa che un anno prima Gesù aveva rifiutato un entusiasmo simile della folla che voleva procla­marlo re. Quella volta, la moltiplicazione dei pani aveva provocato la simpatia popolare; ora la resur­rezione di Lazzaro ha suscitato una grande ammira­zione. Perché Gesù accetta oggi gli omaggi che aveva energicamente respinto in altra occasione? E perché, dopo essere fuggito davanti alle folle entusiaste, si presenta ora egli stesso e volentieri alle dimostrazioni di fervore, organizzando l'entrata su di un asinello?

Perché, per un seguito di circostanze, tale entrata assume il significato di una autentica entrata mes­sianica in Gerusalemme. Gesù ha annunciato ai suoi discepoli che si reca nella città santa per subirvi una condanna a morte, per soffrire e morire in croce, e poi risuscitare. Egli entra sì in trionfo, ma non per un trionfo temporale, alla vigilia della Passione. Non può esserci equivoco sul genere di regalità che Gesù reclama, sulla qualità del suo messianismo. D'altra parte, ha scelto la forma più modesta e più semplice per entrare in città, in groppa a un asinello. Egli vuole precisamente sottolineare che rifiuta qualsiasi parata superba e ogni fasto regale: giunge come Zac­caria ha predetto: « Ecco il tuo re viene a te... è umi­le, in groppa a un asino... » (Zac. IX, 9). Il profeta aveva voluto escludere una venuta su carri o cavalli di guerra: il Messia non mostra fierezza bellicosa, ma deve apparire con un'umiltà che spira e offre la pace: «Egli parlerà di pace alle nazioni» (Zac. IX, 10). Cristo accetta che lo si proclami re, ma mostra che quella regalità non ha lo scopo di opporsi al dominio romano: l'asinello è simbolo di un dominio di tutto altro genere, di un cuore dolce e umile, e il segno della pace, di quella pace la cui realtà sarà data da Cristo risuscitato: « La pace sia con voi » (Gv. XX, 19, 21-26). La folla canta proprio quella gloria: una gloria e una pace celesti: « Pace in cielo e gloria nei luoghi alti! » (Lc. XIX, 38).

Cristo è conscio che Gerusalemme vuole sottrarsi alla pace offerta da Dio, dato che non riconosce il va­lore di quell'offerta. Ma nello stesso tempo la sua entrata trionfale fa presagire il momento in cui la città accoglierà quella pace e riconoscerà il Messia, poiché la folla grida ora ciò che sarà più tardi il grido di fede del popolo ebreo: « Sia benedetto colui che viene nel nome del Signore! ». È ben vero, come i commentatori hanno fatto notare, che Gesù ode già, nella voce della folla che lo acclama, le grida molto prossime: « A morte! Crocifiggilo! ». Tuttavia sente insieme la voce che, dopo numerosi secoli di incre­dulità, l'acclamerà infine come Messia e come re. Sa che il suo amore per quel popolo non sarà re­spinto per sempre, e che la croce, impostagli dagli e­brei stessi, finirà per attirarli a lui. Per questo motivo, nella prospettiva della Passione, che esclude ogni sovranità temporale del Messia, e della resurrezione, che assicura la sua venuta in spirito, egli accoglie con gioia gli omaggi che gli vengono resi, i mantelli e le palme che vengono stesi sul suo cammino, gli «osanna» che risuonano dappertutto. Tali omaggi non sono vani né falsi: annunciano la conversione finale di Israele. Questa sarà l'ultima vittoria prima della Passione, e anche l'ultima vittoria prima della Parusia.

 

Capitolo quarto

LA CENA D'ADDIO

Una cena desiderata da molto tempo

Nella sua qualità di Signore Gesù dirige i prepara­tivi della cena pasquale, come aveva diretto quelli dell'entrata trionfale. San Luca, colpito dalla sovrani­tà del Maestro, non si dimentica di cogliere a tale pro­posito i particolari più precisi. « Venne il giorno degli Azzimi in cui si doveva immolare la Pasqua; Gesù mandò Pietro e Giovanni, dicendo: "Andate a pre­pararci la Pasqua perché noi possiamo mangiarla". Essi gli chiesero "Dove vuoi che la prepariamo?". Rispose: " Quando sarete entrati in città incontrere­te un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo nella casa in cui entrerà. E direte al padrone di casa: "Il Maestro ti dice: `Dov'è la sala in cui potrò mangiare la Pasqua con i miei discepoli?'. Egli vi mostrerà una stanza alta, grande, ornata di tappeti. Lì fate i preparativi " » (Lc. XXII, 7-12). È probabile che questo padrone di casa fosse un amico o un discepolo segreto di Gesù, perciò non è strano che Cristo ab­bia potuto contare sicuramente sulla sua ospitalità. Ma sorprende che egli abbia predetto l'incontro con un uomo che portava una brocca d'acqua, fatto abba­stanza insolito in un paese in cui questa è una man­sione delle donne, e che abbia ordinato a Pietro e a Giovanni di seguirlo: con la profezia di queste piccole circostanze egli voleva mostrare ai discepoli che dominava la situazione. Voleva farlo alla vigilia della Passione, per dimostrare che solo lui poteva preve­dere e dirigere gli eventi, e che i discepoli dovevano conservargli la fede; voleva farlo in particolare per il pasto pasquale, per far loro capire che attribuiva mol­ta importanza a quel pasto e se ne occupava in modo speciale.

Infatti, fin dall'inizio della cena, si ha l'impressione di una rivelazione eccezionale, come Cristo non ha ancora fatto, e nella quale vuole aprire fino in fondo il suo animo: « Desidero ardentemente mangiare questa Pasqua con voi prima di soffrire » (Lc. XXII, 15). Conosciamo un altro grande desiderio di Cristo la Passione, che egli in cuor suo « ha fretta » di com­piere. Proprio il pasto con l'agnello pasquale immo­lato è l'annuncio e la prefigurazione del supremo sa­crificio, e richiede di essere realizzato definitiva­mente appunto in quel sacrificio: « Poiché vi dico che non ne mangerò più fino a quando la Pasqua sia celebrata nel regno di Dio ». La legge costante che ab­biamo osservato nella vita di Gesù e che fa convergere tutto verso la Passione si manifesta di nuovo e nel modo più commovente: l'Ultima Cena acquista un significato solo attraverso l'immolazione del Calvario. Cristo dà senso anche alla istituzione del pasto pa­squale, in cui si consuma l'agnello immolato, sim­bolo della liberazione accordata da Yahvé al suo po­polo. Gesù parla di « adempiere » oppure « con­sumare » la Pasqua, come se fino a quel momen­to fosse stata vuota di contenuto o priva di vera real­tà, e come se dovesse acquistare il suo contenuto e la sua realtà solo per mezzo suo. Gli agnelli degli uomini non erano stati che un'immagine dell'agnello di Dio; l'agnello pasquale era in sé inefficace, una mera prefigurazione, una preparazione, e il vero sa­crificio come la vera liberazione dovevano aver luo­go sul Calvario. Così anche Cristo, che aspira a met­tere fine ad un regime di immagini e di simboli per dispensare alfine agli uomini la realtà della salvezza, desidera compiere l'ultima cena pasquale.

Il suo desiderio porta dunque al sacrificio libera­tore. Gesù ha atteso a lungo il momento in cui potrà donarsi ed ecco che nell'Ultima Cena egli sta per at­tuare questo sacrificio in un modo misterioso, in un sacramento, al quale fa partecipare i suoi discepoli per mezzo della comunione. Così l'Eucaristia è il frutto di una profonda aspirazione del Salvatore: an­ticipa la redenzione e prolunga indefinitamente il sacrificio del Calvario, la presenza di Cristo e del suo amore, il dono di sé per nutrire le anime.

Nel momento in cui vuole istituire con il sacra­mento questo dono definitivo, Cristo esprime anche, con la libertà delle parole e dei gesti una festa pasquale, l'amore segreto che riverserà sul mondo. L'ul­tima cena intima con i dodici è un addio, nel quale il Maestro rivela ai discepoli i suoi più profondi senti­menti per far loro intuire la bontà che li ispira.

Gesù esprime insieme la sua tristezza e la sua gioia. Tristezza perché non mangerà più la Pasqua e non berrà più dalla coppa di vino. Nelle parole: « Vi dico che non mangerò più la Pasqua », « vi dico che or­mai non berrò più il frutto della vigna », si sente l'emozione di colui che sta per lasciare questa terra, lasciare per sempre ì gesti della vita terrena, soprat­tutto i gesti di devozione e di amicizia, come quelli di una cena consumata in onore di Dio e in compa­gnia di amici. Nella tristezza di Gesù non c'è però né amarezza, né asprezza, poiché l'emozione è inte­ramente frutto dell'amore. È la tristezza di colui che lascia gli esseri ai quali si dona, come rivelano le sue parole: « Prendete ciò e dividetelo fra voi »: la sua parte è finita, e di conseguenza tutto è per gli altri. Cristo non invidia la loro gioia, ma li abbandona per assicurarla a loro.

La tristezza è così unita alla speranza e alla gioia. Il pasto pasquale non è soltanto il simbolo di un sa­crificio, ma soprattutto di una liberazione. Gesù non mangerà e non berrà più fino al momento in cui la Pasqua « sarà celebrata nel regno di Dio », finché « questo regno sarà venuto » (Lc. XXII, 16, 18).

L'oggetto dei desideri del Maestro è dunque l'in­staurazione del regno di Dio, prevista come un avve­nimento imminente. Cristo è impaziente di far entra­re gli uomini in questo regno. La gioia di un avven­to molto vicino della sovranità divina sull'umanità è, come la sua tristezza, un prodotto dell'amore, poi­ché l'avvento recherà vantaggio agli uomini e Cristo lo pagherà con il suo sacrificio.

La lezione d'umiltà

Di fronte all'amore assoluto di Gesù, l'amor pro­prio dei discepoli non si è ancora spento. Udendo l'accenno al « regno di Dio », la cui venuta è annunciata come imminente, i dodici sentono risvegliar­si in cuore ambiziose rivendicazioni: quale di loro dominerà in questo regno e sarà considerato il più grande? (Lc. XXII, 24). Subito si riaccende una di­sputa che li ha già fatti venire alle prese parecchie volte. Essi non notano la sconvenienza, di fronte alla generosità totale di Cristo, dei loro egoismi rapaci e delle loro vanitose pretese.

Gesù lo sente e nella delicatezza del suo cuore de­ve essere profondamente ferito da tale risposta bru­tale alle sue testimonianze d'amore. Vede in anti­cipo il regno di Dio, che donerà ai suoi discepoli per mezzo delle sue sofferenze, lacerato dalle loro rivali­tà e gelosie. Dopo aver rifiutato tutti gli onori terre­ni e aver voluto fondare il suo regno sull'umiltà, ora constata come la brama degli onori cooperi a di­struggerlo. Ha scelto pochi giorni prima un animale pacifico, l'asinello, perché la sua entrata in Gerusa­lemme fosse un annuncio di pace, ma deve assistere ora alla piccola guerra che i suoi migliori amici intra­prendono per dividersi il trionfo.

Non c'è niente di più penoso per un uomo che ve­dere i propri figli, presso il suo letto di morte, conten­dersi con rabbia il possesso dell'eredità; in passato il re Davide era stato tormentato dallo spettacolo della lotta tra i suoi figli, che gareggiavano in astu­zie ed intrighi per ottenere una successione che non era ancora aperta. A Cristo tocca il dolore di assi­stere ad una disputa dello stesso genere tra i disce­poli, educati alla sua dottrina d'amore e d'umiltà; egli predice che dovrà soffrire e morire per il suo regno ed essi vogliono impadronirsene, ognuno per proprio conto. Come reagisce Gesù? Potrebbe rim­proverarli con autorità e dichiarare quanto si sente offeso da quella lite, mostrando come sia malvagio l'egoismo che cerca di cogliere i frutti di un amore immolato. Ma Cristo non è suscettibile e preferisce celare le ferite del suo cuore e non pensare che al bene degli altri. Una volta ancora istruisce ed educa i suoi apostoli. Non si veste della fierezza dell'amore misconosciuto, ma si umilia ai loro occhi. E in que­sta lezione di umiltà, apparentemente occasionale, svelerà il vero atteggiamento che ispira la sua Pas­sione. La reazione di Gesù sembra nascere in modo naturale dalle circostanze di una disputa, ma è vo­luta in funzione della redenzione che sta per compier­si. San Giovanni ha sottolineato che Cristo aveva agi­to con piena consapevolezza della portata del suo gesto e aveva espressamente conferito al suo com­portamento molto semplice un significato solenne, incancellabile nella memoria dei testimoni.

«Sapendo che suo Padre gli ha dato tutto nelle mani, e che egli è uscito da Dio e ritornerà a Dio, si alza da tavola e depone le vesti, e, preso un panno, se ne cinge; poi versa dell'acqua in un catino, e co­mincia a lavare i piedi ai suoi discepoli » (Gv. XIII, 3-5). Eloquente risposta a pretese di amor pro­prio! Gesù fa il lavoro di un servo, poiché era compito del servo lavare i piedi dei convitati. E pos­siamo immaginarci il Maestro contento di mostra­re ai suoi discepoli fino a che punto li ama, perché in questo episodio, ben lontano dal convenzionale, Cri­sto può finalmente mostrarsi quale è. Il Signore e Maestro è felice di rivelare il genere di sovranità che rivendica e che consiste nell'amare gli altri fino al punto di inginocchiarsi ai loro piedi per servirli. Date le circostanze in cui si compie, questo gesto definisce nello stesso tempo lo spirito che ispira il sacrificio del Calvario. Infatti Cristo ha dichiarato in che cosa consiste il compito del servo: « Il Figlio del­l'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per il riscatto di molti » (Mc. X, 45). Quando dice, dopo aver lavato i piedi dei disce­poli: « Io sto in mezzo a voi come colui che serve » (Lc. XXII, 27), non dimentica lo scopo finale del suo servizio: in modo speciale, pensa proprio a questo servizio per eccellenza, in cui darà la sua vita per il riscatto degli uomini. Vi è dunque più di una sem­plice lezione d'umiltà: Gesù preannuncia oggi, con il suo gesto, l'umiliazione volontaria cui lo porterà domani la sua Passione.

Non sorprende quindi che il discepolo, il quale prima aveva protestato contro l'eventualità della Pas­sione e della morte di Cristo, si dichiari contrario alla maniera di agire del Maestro: « Signore, sei tu che mi lavi i piedi? ». Gesù ha un bel rispondergli che egli capirà più tardi il significato di quel gesto, ma il rifiuto è categorico: « No, tu non mi laverai mai i piedi » (Gv. XIII, 6-8). Pietro potrà compren­dere bene questo gesto soltanto dopo la Passione; e poiché non vuole né la Passione né l'umiliazione del Messia, non può sopportare che il Signore gli lavi i piedi. È ben vero che nella sua protesta si notano l'amore e il rispetto che egli sente per Cristo. Sulla strada di Cesarea, ascoltandolo predire la sua Pas­sione, quello stesso amore e rispetto gli avevano fatto dire: « Ciò non ti accadrà mai » (Mt. XVI, 22). Desiderava troppo il bene e l'onore di Gesù per sop­portare l'idea della sua umiliazione. Ora giustamente Cristo richiede un amore più grande e più autentico, che voglia prendere parte alla sua umiliazione. Gesù spiega a Pietro che, per aver parte al suo regno, egli deve prima consentire all'umiliazione del Mes­sia: « Se io non ti lavo, non avrai parte con me ». Pietro comprende subito che l'amore di Gesù è una esi­genza imperiosa e assoluta e, poiché è affezionato al suo Maestro più che a ogni cosa al mondo, si ab­bandona a lui senza porre nessuna condizione e con una totale generosità: «Signore, non lavarmi soltan­to i piedi, ma anche le mani e la testa » (Gru. XIII, 8-9). Questa generosità gli varrà in seguito un sup­plizio umiliante, analogo a quello del Salvatore.

Nelle parole che rivolge ai discepoli e da cui trae la lezione dell'episodio, Gesù lascia ancora capire che l'accesso al Regno implica la partecipazione all'umi­liazione del suo supplizio. Egli formula il principio che gli apostoli devono agire come servi e non ricer­care la grandezza terrena: « Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, an­che voi dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri. Io vi ho dato l'esempio, affinché anche voi facciate come io ho fatto con voi » (Gv. XIII, 14-15). Poi precisa fin dove deve arrivare questa volontà di servire: partecipare alla sorte del Messia, condividere le sue prove, per essere ammessi alla gioia del suo regno. « Io sono in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete rimasti costantement con me durante le mie prove, e io dispongo in vosìo favore, come mio Padre ha preparato il Regno in mio favore, affinché voi mangiate e beviate con me alla mensa nel mio regno; voi siederete in trono per giudicare le dodici tribù di Israele» (Lc. XXII, 27-30).

Per ricevere un posto al banchetto del Regno, oc­corre dunque «restare con Cristo durante le sue prove ». A tale condizione il Regno è messo a dispo­sizione dei discepoli. Qui Cristo dà la risposta finale alle pretese dei dodici. Pur rifiutando e condannan­do l'amor proprio che li ispira, Gesù offre loro una magnifica soddisfazione. Essi si erano contesi il do­minio e il possesso del Regno. Otterranno quel do­minio: « Voi siederete sul trono per giudicare le dodici tribù di Israele ». Ma vi giungeranno per via diversa da quella dell'ambizione o dell'orgoglio: con l'umiltà che li renderà servi di tutti e li farà parteci­pare alle umiliazioni del loro Maestro e Signore. Nel­la sua profonda benevolenza, Cristo conserva tutto ciò che c'era di legittimo nelle aspirazioni dei discepoli, e nella sua inestinguibile bontà soddisfa il loro desi­derio. Ma con un amore senza debolezza chiede loro di servire come lui e di associarsi alla sua Passione prima di accedere alla felicità e all'onore che sono loro promessi.

Il Signore tradito

Essi godono già un'anticipazione di quella felicità nell'Ultima Cena, simbolo del banchetto messiani­co, in cui essi mangeranno e berranno, dice Gesù, « alla mia mensa nel mio regno ». A questo cibo pa­squale, che è stato l'ultimo simbolo - e solo un simbolo - del sacrificio redentore, Cristo fa seguire un pasto che racchiuda la realtà stessa di quel sacrificio. La sua intenzione di cominciare un nuovo convito subito dopo l'antico si era manìfestata proprio nel gesto della lavanda dei piedi. Era usanza di lavare i piedi dei convitati all'inizio del banchetto; Gesù co­mincia a farlo nel corso del pasto (Gv. XIII, 2), per­ché vuole istituire una nuova mensa.

Per questo secondo convito è richiesta una purez­za tutta speciale. Assumendosi un compito di servo, Cristo indica un nuovo significato simbolico del suo gesto: vuole mettere alla prova i discepoli e accertarsi della loro purezza. Per tutti, ad eccezione di Giuda, la lavanda dei piedi è la testimonianza della purezza già acquisita. Così a Pietro che vuole farsi lavare le mani e la testa Gesù risponde: « Chi ha fatto un ba­gno non ha bisogno di lavarsi, ma è completamente puro. Anche voi siete puri, ma non tutti » (Gv. XIII, 10). Per il banchetto pasquale, secondo la tradizione ebraica, era necessaria la purezza rituale; ma per que­sto nuovo pasto che Gesù collegava al primo, occor­reva un’altra purezza, una coscienza buona. Giuda non la poteva, con la sua anima di traditore, partecipare al pasto che stava per comin­ciare. Cristo gli dà un avvertimento: egli conosceva colui che lo tradiva; perciò disse: « Non siete tutti puri» (Gv. XIII, 11). Gesù aveva sperato che il traditore sarebbe trasalito, che non avrebbe voluto lasciarsi lavare i piedi da colui che aveva deciso di vendere, che 1'esempío del rifiuto di Pietro gli avreb­be permesso di protestare anche lui con una scusa onesta: avrebbe potuto opporsi al servizio di Gesù senza svelare la sua colpevolezza. Certo tra le inten­zioni più rilevanti di Cristo, quando cominciò a la­vare i piedi ai dodici, vi era quella di suscitare in Giuda una rinunzia all'azione mostruosa che si pre­parava a compiere. Ma il traditore, ostinato nel suo desiderio di guadagno, trovò più vantaggioso lasciarsi lavare i piedi senza manifestare nessuna ripugnanza.

La preoccupazione di fermare Giuda prima della sua partecipazione al pasto eucaristico continua nel­la condotta di Gesù. Il Salvatore cita una frase della Sacra Scrittura che deve sembrare molto oscura ai discepoli, ma di cui Giuda non può non afferra­re il senso: « Chi mangia il mio pane ha levato contro di me il suo calcagno » (Gv. XIII, 18). Poi, non vedendo nessuna reazione, nessun turbamento nel traditore, Gesù si turba e con grande emozione e con l'insistenza che si usa per annunciare una cosa incredibile dichiara: « In verità, in verità vi dico, uno di voi mi tradirà » (Gv. XIII, 21). Questa affer­mazione provoca tristezza nei discepoli; ognuno è avido di ottenere immediatamente la certezza di non essere il traditore. Incalzano le domande: « Sarei forse io? »; da un lato uno che vuol tradirlo, dall'al­tro proteste moltiplicate di fedeltà da parte dei di­scepoli. Nel suo turbamento Gesù riceve un conforto che vale più di un compenso per la sua afflizione; nelle voci angosciate dei suoi discepoli ha ricono­sciuto il loro amore; ha scoperto, nella premura che ognuno mostra di sentire il Maestro escludere il suo tradimento, un affetto tanto grande, che un'ac­cusa sarebbe la più grande catastrofe. Ha sentito che, liberamente da lui accettata. Non era Giuda a cacciar­lo da questo mondo, ma egli stesso se ne sarebbe an­dato secondo il piano divino; per Gesù il tradimen­to non sarebbe stato una disgrazia; lo sarebbe stato invece per il traditore: « II Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo per opera del quale il Figlio dell'uomo è tradito » (Mt. XXVI, 24). E poiché Giuda non vuole cedere né alla minaccia né al gesto familiare del boccone offer­togli, Cristo testimonia ancora una volta la sua quali­tà di Signore dicendogli: « Ciò che fai, fallo presto » (Gv. XIII, 27). Egli domina con il suo potere sovrano anche questo tradimento.

Pur volendo impressionare Giuda allo scopo di scoraggiare la sua impresa criminale, egli nascon­de ai discepoli il dramma di quella lotta e la vera posta in gioco. « Nessuno dei convitati comprese per­ché Gesù avesse parlato in quel modo. Alcuni pen­savano che, siccome Giuda teneva la borsa, Gesù vo­lesse dirgli: " Compra ciò di cui abbiamo bisogno per la fest ", oppure "dà qualche cosa ai poveri" » (Gv. XIII, 28-29). In tale discrezione, che fa pronunciare al Maestro parole chiare solo per il traditore nel loro significato lampante e che non suscitano la sorpresa o i sospetti degli altri discepoli, pur avver­titi dell'imminenza del tradimento, si riconosce la sovranità di Gesù. Con tattica consumata, egli dirige gli eventi.

È importante tener presente alla mente questa sovranità di Cristo, poiché la sua portata è vastissima. La lotta che viene disputata tra Gesù e Giuda adom­bra infatti la lotta tra Cristo e Satana. Giuda non il grande avversario; è soltanto un agente al servi­zio di una potenza superiore. Nel racconto dell'Ul­tima Cena san Giovanni ha ricordato l'intervento di Satana. « Dopo quel boccone, proprio in quel mo­mento, Satana entrò in lui » (Gv. XIII, 27). Certa­mente Satana era già entrato in Giuda; ma questa volta prende veramente possesso di lui, e 1'evangelí­sta vuole sottolineare che il tradimento è in realtà opera di Satana. Così quando Gíuda esce dal cena­colo, si immerge nella notte, nelle tenebre esterne: come notarono i testimoni quando la porta si aprì e poi si richiuse: « Era notte » (Gv. XIII, 30). È l'ora della potenza delle tenebre. Tuttavia è una poten­za dominata da Gesù che sovrasta le macchinazioni del discepolo ribelle e le insidie di Satana.

L'ístítuzíone dell'Eucaristia

L'atto decisivo della Cena dimostra ancora l'amore senza limiti di Cristo: egli si serve del suo sacrificio per offrirlo ai discepoli; vuole comunicare loro il suo corpo e il suo sangue prima di immolarsi il gior­no dopo. Prima di consegnarsi ai suoi avversari, avrà donato tutto se stesso ai suoi amici.

Gesù « prese del pane e, dopo averlo benedetto, lo spezzò e lo offrì ai suoi discepoli dicendo: "Prendete e mangiate: questo è il mio corpo dato per voi". Poi prese un calice, rese grazie e lo porse loro dicen­do: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, che è sparso per un gran numero di uomini in remissione dei peccati" (Mt. XXVI, 26-28). E dopo ogni consacrazione, aggiunse: "Fate que­sto in memoria di me " » (I Cor. XI, 24-25).

Di questo gesto e di queste parole, che costituisco­no un'azione fondamentale di Cristo e che hanno dato luogo a tanti commenti, prenderemo in conside­razione soltanto gli aspetti che possono aiutarci a capire il dramma stesso della Passione. Con piena sovranità Gesù preannuncia la morte che gli sarà in­flitta. Offre in dono ai suoi discepoli il suo corpo e il suo sangue nella condizione in cui li avrà ridotti l'immolazione sul Calvario: questo corpo è « dato per voi », questo sangue è « sparso per molti uomi­ni ». È la sua stessa Passione che viene trasmessa ai discepoli prima che sia compiuta.

Gesù definisce questa Passione la conclusione del­l'alleanza. « Questo è il mio sangue, il sangue del­l'alleanza ». Fa allusione al sangue delle vittime, con cui Mosè aveva asperso il popolo ebreo per sigillare l'alleanza con Dio, e riprende la formula stessa del­la Sacra Scrittura: « Ecco il sangue dell'alleanza » (Es. XXIV, 8). Tale formula è stata resa più esplicita da san Paolo e da san Luca i quali, per sottolinea­re la differenza e la separazione dall'antica alleanza, parlano di « nuova alleanza ». Nuova del tutto infatti è l'alleanza conclusa dal Signore. Ma la formula origi­nale, più semplice, adoperata da Gesù, è ancora più significativa: « Il mio sangue, quello dell'alleanza ». Non soltanto questa alleanza è nuova, ma è la sola, l'autentica alleanza: è semplicemente « l'alleanza ». Quelle che l'avevano preceduta non erano state che dei simboli e delle prefigurazioni. C'è alleanza sol­tanto in Cristo, e più precisamente nel suo sacrificio.

Questa alleanza era stata annunciata dai profeti. Un giorno Dio avrebbe concluso un patto per mezzo del quale il suo popolo gli sarebbe appartenuto per sempre: sarebbe stata una alleanza eterna (Ez. XXXVII, 26). Con essa, Dio avrebbe manifestato il suo favore e portato la pace definitiva: i peccati sa­rebbero stati perdonati e il popolo sarebbe vissuto per il suo Creatore: « Io sarò il loro Dio ed essi sa­ranno il mio popolo » (Ger. XXXI, 33; cfr. Ebr. VIII, 10). Inoltre l'alleanza e l'appartenenza reciproca di Dio e del suo popolo erano state considerate dai profeti simili a un'unione matrimoniale avente tutta la forza e la freschezza d'un amore giovane. Ecco in­fatti come, secondo l'espressione del profeta Osea, Yahvé si era rivolto a Israele: « Farò un patto per lo­ro, in quel giorno... Ti unirò a me per sempre, ti uni­rò a me in un connubio di giustizia e di giudizio, nel­la grazia e nella tenerezza, ti unirò a me nella fedeltà, e tu conoscerai Yahvé » (Os. II, 20-22). È in questo momento che gli uomini possono finalmente cono­scere Dio: nel momento in cui Cristo conclude l'al­leanza per mezzo del suo sangue. Allora gli uomini possono riconoscere l'immensità dell'amore divino, apprezzarlo e accogliere l'intimità offerta loro da que­sto amore. L'amore che Gesù manifesta nel suo sa­crificio è l'amore dei fidanzati, perché va alla morte come innamorato dell'umanità, desiderando la sua salvezza e la sua felicità. È un amore che si offre per sempre, come il fidanzato si offre per la vita; è un amore che propone agli uomini un'esistenza nuo­va, in stretta unione con lui, nel dono assoluto di una persona a un'altra e nella fusione dei loro pensieri e dei loro cuori. È un amore che, richiedendo il sacrificio completo, si impegna a mantenere una fedeltà assoluta.

Quando Gesù dichiara che il suo sangue è quello dell'alleanza, non bisogna vedere in lui soltanto co­lui che in nome di Dio stipula con l'umanità un patto di servizio vicendevole, con la promessa divi­na di assistenza e il perdono assicurato dei peccati. Gesù non assume soltanto un obbligo: egli lega il suo cuore agli uomini. Nel nome di Dio si promette all'umanità e la prende come sposa. Questo amore rivela la sua autenticità e il suo carattere completa­mente disinteressato e sacrificato, per il fatto che si esprime per mezzo del sangue sparso e sanziona la unione con un olocausto. Sebbene la prospettiva del­la Passione sia veramente tragica, Gesù la considera con un fresco amore da fidanzato, ansioso di sboccia­re in gioia completa, di realizzare un'unione perfetta. Così, nella semplice parola « alleanza », vuol far sen­tire l'affetto di cui è pieno, il mistero del suo amore.

Egli ha un gran desiderio di consumare questo pasto con i discepoli, per pronunciare quella parola, per provare la gioia di renderla reale. Nel calice ha reso presente la realtà del suo sangue: il suo cuore poteva finalmente esprimere la realtà del suo amore, per mezzo dell'offerta del sacrificio.

Questo desiderio e questa santa impazienza era­no quelli di Dio stesso. Era annunciato da tanto que­sto giorno del fidanzamento! Rivelando questo pro­getto, Yahvé aveva svelato la sua intenzione e aspi­razione più profonda; aveva rivelato il suo cuore. Tutta la storia sacra era stata disposta in modo da preparare il momento dell'unione. Con le parole dell'Ultima Cena l'unione era sancita per sempre e il piano divino mirabilmente eseguito. Il sangue di Gesù garantiva l'alleanza; la comprendeva al punto di identificarsi in qualche modo con essa. Infatti, se­condo la versione di san Paolo e di san Luca, le paro­le di Gesù sono: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue » (I Cor. XI, 25; Lc. XXII, 20). Nel calice c'è il sangue, ma è presente soprattutto e pri­ma di tutto l'alleanza, cioè l'amore divino che si do­na agli uomini definitivamente. Il calice riconferma l'essenza della Passione di Cristo, il dono del suo sangue. Gesù aveva dunque la consapevolezza di instaurare tra Dio e l'umanità un'unione definitiva. Aggiungendo: « Fate questo in memoria di me » voleva che quell'ora, in cui era stata proclamata l'al­leanza, si iterasse senza fine nella storia. L'amore umano non sarebbe stato capace di tanto: esso non può ottenere che l'ora della dichiarazione d'amore si rinnovi con sempre uguale fervore, né che l'unio­ne realizzata si ripeta nel tempo con la stessa fre­schezza e lo stesso slancio; ma Dio, sì, ha il potere di compiere questa meraviglia. Cristo ha posto le basi per questo continuo rinnovamento.

Con ciò Gesù dimostrava fino a che punto la Pas­sione rappresentasse per lui il momento ideale, poi­ché tanti altri momenti, quello dell'Ultima Cena e poi quello di tutte le messe, dovranno riprodurne il gesto essenziale. Niente provava con più efficacia come fosse profondo e sincero nell'anima di Cristo il desiderio della Passione. Questa sofferenza, per lui, era l'amore che avrebbe dato interamente, e che la sua generosità senza limiti distribuiva già in anti­cipo ai secoli futuri.

 

L'unità del Padre e del Figlio

Nell'Eucaristia, dunque, Dio racchiude il suo amo­re nel corpo e nel sangue di suo Figlio. Si attua così il principio che si applica a tutta la vita di Gesù, ma particolarmente alla Passione: « Io sono nel Padre e il Padre è in me ». Anche le parole: « Questo è il mio corpo », « questo è il mio sangue » sono ispira­te direttamente dal Padre: « Le parole che vi rivol­go, non le pronuncio da me stesso; il Padre che è in me compie le sue opere » (Gv. XIV, 10). Il Padre agisce nell'Eucaristia, poiché agisce nel sacrificio del Calvario.

Prima di soffrire, Gesù insiste particolarmente sul­l'unità indissolubile che egli forma con il Padre. Dichiara che fino a quel momento ha fatto tutto in onore del Padre, per rendere testimonianza alla sua grandezza e per farlo conoscere agli uomini. Chiede, nella preghiera sacerdotale, che quell'opera sia com­piuta fino in fondo e che la redenzione imminente estenda sull'umanità la gloria del Padre.

«Padre, l'ora è venuta; glorifica tuo Figlio» (Gv. XVII, 1). Cristo dunque chiede al Padre la sua glo­rificazione. Sa che la sua glorificazione sarà ottenuta con il sacrificio: essere glorificato vorrà dire «essere sollevato» da terra, essere posto sulla croce e in vir­tù di questa elevazione materiale ricevere l'elevazio­ne spirituale che si compirà con la resurrezione e la ascensione. Gesù non ha mai cercato una gloria di­versa da quella che doveva venirgli dal dramma del Calvario. Possedeva già la gloria, lo splendore della sua divinità, ma aveva rinunciato a manifestarla durante il suo soggiorno sulla terra e si era volonta­riamente spogliato di tutti i vantaggi che la sua con­dizione divina gli avrebbe consentito. Di questa glo­ria vuole ricevere soltanto ciò che il Padre gli accor­derà: « E ora tu, o Padre, glorificami presso di te, con la gloria che avevo presso di te, prima che il mon­do fosse » (Gv. XVII, 5). Soprattutto vuole che tut­ta la gloria ritorni integralmente al Padre: « Glorifi­ca tuo Figlio, affinché tuo Figlio ti glorifichi » (Gv. XVII, 1).

La Passione è offerta con questo scopo: assicurare la gloria del Padre diffondendo tra gli uomini i bene­fici del suo nome. Infatti la gloria del Padre consiste nel dare al Figlio il potere di comunicare a tutti gli uomini la vita divina e di stabilirli nella vera fede, che è il riconoscimento dell'unico vero Dio e del suo inviato, Gesù (Gv. XVII, 2-3).

Da ciò si nota che Cristo si offre tanto per amore del Padre quanto per amore degli uomini, perché il Padre desidera e persegue la salvezza e la santifi­cazione degli uomini. Si comprende anche che la « gloria » del Padre non è inutile e vana, come uno splendore che si diffonde senza operare nessuna tra­sformazione profonda; la gloria sta nella comunica­zione della vita divina agli uomini. La gloria del Padre risiede nella perfezione conferita all'umanità.

Da quel momento non dobbiamo stupirci che l'u­nione del Padre e del Figlio, destinata a manifestarsi nella Passione e nella glorificazione di Gesù, si debba imprimere nella comunità umana. Come lo splendo­re della vita divina deve trasmettersi agli uomini, quell'unità deve cominciare a vivere in loro. Gesù prega « perché tutti siano uno come tu, o Padre, sei in me, e io sono in te, perché anch'essi siano uno solo in noi » (Gv. XVII, 21). Ecco perché Gesù ri­torna con insistenza in questo momento sul coman­damento dell'amore fraterno. Egli ripete ai suoi di­scepoli che quello è il suo comandamento, un coman­damento nuovo, dal quale saranno riconosciuti i suoi veri seguaci: amarsi l'un l'altro (Gv. XIII, 34-35; XV, 12-17). Lo ripete non soltanto perché è il suo coman­damento più caro, visto il suo amore verso tutti i discepoli, ma perché la sua unione con il Padre è il bene più prezioso che egli offre agli uomini, e perché questa unione prende forma e si incarna negli uomini attraverso il loro amore fraterno. L'a­more vicendevole significa soddisfazione delle esi­genze dell'unità divina, e testimonianza che l'amore vicendevole del Padre e del Figlio si è riversato nei nostri cuori. La gloria del Padre consiste in questo amore e in questa unità degli uomini, gloria che Cri­sto ha voluto realizzare in noi con la sua Passione e resurrezione.

Pregando per questa unità, Gesù esaudisce un voto antichissimo formulato dai profeti: per loro l'epoca messianica doveva essere caratterizzata dalla definiti­va riunione del popolo d'Israele. La dispersione de­gli ebrei veniva considerata un castigo divino in pu­nizione dei peccati, mentre la loro riunione era di­venuta l'ideale, che il Messia avrebbe trasformato in realtà. Cristo realizzava ora le profezie dell'unità, con il criterio più vasto, prescindendo dalle restri­zioni di un nazionalismo esclusivista: l'unità a cui pensava non era più soltanto quella del popolo ebreo, ma della umanità intera. Nel momento della pre­ghiera, Cristo vedeva questa unità estendersi pro­gressivamente attraverso i paesi e i secoli. Tutte le aspirazioni degli uomini a un'unità d'amore, alla pa­ce e all'accordo, si erano fuse nell'aspirazione di Gesù. Assistendo alle liti e all'odio degli uomini, Cristo ave­va sentito un immenso desiderio di realizzare un'uni­tà vittoriosa, oltre ogni discordia, e aveva usato, per ottenerla, tutta la forza della sua preghiera al Padre.

Inoltre Cristo non soltanto desidera, ma può rea­lizzare l'unità, perché la sua preghiera è efficace infatti è garantita dal suo sacrificio perfettamente me­ritorio. Gesù alza gli occhi al Padre pensando al suo sacrificio: nell'implorare l'unità, egli offre l'enor­me peso dei suoi dolori. Prega non soltanto con le labbra, ma con la forza della sua Passione, e la sua preghiera non può che essere largamente esaudita. Proprio in quel momento Cristo poneva le basi di quell'unità, che voleva vedere instaurata nel futuro e per la quale offriva il suo sacrificio, dandole per sempre l'unico fondamento valido. Nella cena euca­ristica aveva costituito con i suoi discepoli una co­munità indissolubile. Il suo gruppo di apostoli non aveva soltanto l'unione che risulta dal vivere insieme e dall'avere affinità di sentimenti e un analogo sco­po da raggiungere. Aveva l'unità creata in ciascuno dei membri dalla vita di Cristo, comunicata dal sa­crificio del suo corpo e del suo sangue. Così la Passione, permettendo di dare agli uomini il corpo e il sangue della vittima della croce, stabiliva per sempre l'unità dell'umanità, cioè l'unità di una vita iden­tica che sarebbe circolata in tutti i suoi membri.

 

Il Signore resta

« L'ora è venuta » (Gv. XVII, 1). È l'ora tanto attesa: ma a Cristo interessa mostrare che questa non passerà come le altre. Nel momento in cui se ne va, egli afferma che resta, e il compito dei discepoli con­siste nel restare in lui. Gesù predice che la sua Passio­ne non sarà un avvenimento isolato: i suoi seguaci dovranno soffrire come lui, perché il servo non sta so­pra il padrone. Il mondo, o più esattamente la bas­sezza e la cattiveria degli uomini, continueranno a perseguitare i cristiani come hanno perseguitato Cristo. Così la Passione dà inizio a un'era nuova, a una lunga tradizione di sofferenze e di prove.

Accettando personalmente di soffrire, Gesù ha ac­cettato la stessa sorte per i suoi discepoli. Il suo atteg­giamento ha determinato il destino dei cristiani; il suo sacrificio ha portato con sé il loro. Durante la ce­na d'addio vediamo in Cristo non soltanto il Mae­stro di un piccolo gruppo di discepoli, ma il capo di un grande esercito: questo capo non vuole capi­tolare nella lotta contro il peccato né cedere alle rivendicazioni delle passioni umane, a tutte le solle­citazioni dell'egoismo. Il suo rifiuto comporta per lui e per tutti quelli che sono sottomessi a lui una lotta ad oltranza, con un seguito di pene e di sconforto. « Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi... » (Gv. XV, 20).

Ma questo non è soltanto un segno della perseve­ranza del mondo nei cattivi propositi; è, prima di tutto, un segno della fedeltà di Dio, che ha stabilito un piano omogeneo di salvezza, in cui si riserva ai cristiani come a Gesù il dono della prova. La reden­zione dovrà diffondersi nel modo in cui è stata rea­lizzata da Cristo: con l'offerta del dolore in spirito d'amore. Il Padre si occuperà di potare i rami che portano frutto, perché producano di più.

La sofferenza in cui Gesù sta per essere completa­mente immerso diventerà perciò la condizione per­manente della sua Chiesa. Preparandosi a prendere la croce, Cristo sa di introdurre qualcosa di nuovo nel destino umano, di sconvolgerlo per sempre. Ma dimostra anche che è padrone di ogni sviluppo futuro, poiché, nel momento in cui predice il suo sacrificio e insieme quello dei discepoli, dà a questi ultimi i mezzi per superarlo.

Pur sconvolgendo le tranquillità e le comodità costituite, egli offre il dono della pace. È venuto per smascherare una pace ingannevole e illusoria, che consiste nella soddisfazione degli istinti e suscita inevitabilmente le discussioni e la guerra; egli vuol donare la vera pace, più forte di ogni tendenza egoi­stica degli uomini; questa pace deve abitare anche nell'anima in preda al dolore, anche nel cuore che resta inaccessibile a ogni richiamo. Cristo dà la sua pace, divina, opposta alla pace del mondo: « Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace; ma ve la do non come la dà il mondo » (Gv. XVI, 27). Egli prevede lo smarrimento in cui cadranno i suoi discepoli al mo­mento del suo arresto; sa che le persecuzioni turbe­ranno l'avvenire della sua Chiesa. Ma ora egli dona la sua pace proprio per vincere infallibilmente quel­lo smarrimento. Più che la pace, egli dà la gioia. Vuo­le che la sua gioia divina abiti in loro e che essa sia completa (Gv. XV, 11). Predicendo ai discepoli le prove, non desidera affatto farli pensare all'avveni­re con tristezza; non richiede che mostrino in viso le tracce di un destino tragico; non vuole la severità, né il malcontento, né la fredda austerità. Non gli basterebbe neppure che i suoi discepoli respinges­sero la tristezza in fondo al cuore e mostrassero agli altri con un viso sorridente una gioia apparente. Vuole che in fondo all'anima abiti la gioia e che que­sta gioia si mostri con pienezza; egli la vuole e la dà.

Con questo fissa il fine a cui deve tendere la soffe­renza, che esiste in vista della felicità. Non c'è felici­tà, secondo il piano di redenzione, se non quella ot­tenuta per mezzo della prova; è necessario passare attraverso il dolore, e ogni gioia che pretendesse di esserne dispensata sarebbe falsa e menzognera. Ma la felicità che Cristo dà con il sacrificio soddisfa vera­mente le aspirazioni più profonde dell'anima. Pri­ma della Passione, Gesù si compiaceva di contemplare gli immensi fiumi di gioia che sarebbero piovuti sul­l'umanità grazie alla croce; vedeva tanti cuori tra­sformati da una intima felicità, e quella trasforma­zione gli dimostrava la fecondità del suo sacrificio.

Se dà ai suoi discepoli la pace e la gioia ancor pri­ma di essere colpito e afflitto da una prova terribile, è perché egli resta, oltre le vicende del sacrificio. Ha in sé la vita divina che non può essere sconfitta da nessuna prova temporale. Nell'esistenza di Gesù è temporale il fatto che egli nasconde la sua divinità e il suo splendore agli occhi degli uomini. La Passione, che più di ogni altro avvenimento della sua vita pub­blica adombrerà lo splendore divino, avrà una du­rata molto breve e sarà subito seguita da una manife­stazione trionfale della vita divina.

Cristo, che aspira a comunicare ai discepoli la vita e lo splendore della sua divinità, chiede loro espres­samente di restare in lui. Abbandonati alle loro forze, essi sarebbero travolti dal turbine delle prove, som­mersi dal dolore. Ma la precarietà del tempo sulla terra non potrà influire su di loro, se rimarranno uniti stabilmente a Cristo e accoglieranno la sua vita divina. « Restate in me, e io in voi » (Gv. XV, 4).

Gesù, che presto apparirà allo sguardo della fol­la inchiodato sulla croce, ha rivelato sufficientemente ai suoi discepoli di essere veramente e per sempre il Signore. Ecco perché non corre nessun rischio nella sua lotta con la potenza delle tenebre. La vittoria è già assicurata, vittoria di cui ha distribuito i frutti di pace e di gioia. L'ultima parola del Salvatore è una parola di certezza incrollabile, un appello a una fiducia assoluta: « Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo » (Gv. XVI, 33).

 

Capitolo quinto

LE TENEBRE DEL GETSEMANI

La notte

Per un istante, nel cenacolo, la porta si era aperta sulla notte. In quella notte, in cui Giuda si era im­merso per consumare il suo tradimento, Cristo stava a sua volta per impegnarsi. Terminata la cena, si ri­trovò nell'oscurità con il gruppo dei discepoli. Sape­va ciò che Giovanni comprese molto più tardi e ci suggerì nel racconto evangelico, cioè che quella not­te era un simbolo: l'ora delle tenebre era giunta.

Così, uscendo dalla calda atmosfera della cena pa­squale per entrare nel freddo silenzio della strada, dovette sentirsi, per così dire, sepolto: improvvisa­mente l'oscurità l'avvolgeva da ogni parte, come se volesse farlo passare dal regno della vita al regno della morte. La vita non è forse nella luce? Gesù, che si era servito di questi simboli per predicare la sua dottrina, ora ne riceveva la controprova. Le tene­bre volevano impadronirsi della luce.

Questo brusco cambiamento di scena, che in altre circostanze sarebbe passato inosservato, fu in quel mo­mento percepito in modo acuto dal Signore. Discen­dendo per il pendio che lo conduceva al Cedron, Gesù intuì sempre più di essere insidiato dalle tene­bre. Il momento, così bello e luminoso, atteso con impazienza e consumato con tranquillità, della cena e dell'ultima riunione tra amici, era veramente svanito. Seguivano il Maestro, tra le case, soltanto delle om­bre umane, che avevano perduto la vivacità di poco prima. Gente affaticata scendeva meccanicamente, un ritmo mesto e pesante faceva desiderare il sonno, ma Cristo sapeva che quella notte non era fatta per dor­mire, sapeva quanto quell'oscurità sarebbe pesata sulle sue spalle. Già nella discesa verso il Cedron egli rassomigliava ad un operaio che deve portare fino alla meta un carico schiacciante.

In fondo al declivio, mentre costeggiava il letto del torrente, poteva alzare gli occhi verso la città santa. Anche l'intera città, sebbene fosse sulla mon­tagna, era nascosta: la città, e non il Signore, si tro­vava ora nelle tenebre. Gerusalemme era sommersa in un'ombra profonda; respingeva lontano da sé la « luce delle nazioni ». Cristo che l'aveva lasciata vi sarebbe ritornato come prigioniero, prima di entrarvi come vincitore. Camminando verso gli uliveti del Getsemani, Gesù non poteva staccare il pensiero da quella città che aveva tanto amato e la cui ostilità l'opprimeva. Tutto il peso della notte che circondava la collina di Sion sembrava cadere su di lui, silenzioso ma implacabile. La notte era abitata da Giuda e dal principe di questo mondo.

Il Maestro pensava anche ai suoi discepoli, che in quella notte sarebbero stati turbati e dispersi. Li aveva avvertiti della prova che stava per abbattersi su di loro: « Tutti voi sarete tristi e scoraggiati da ciò che succederà nel corso di questa notte. Poiché sta scritto: io colpirò il pastore e le pecore del greg­ge saranno disperse ». Ma all'avvertimento non manca di aggiungere una nota fondamentale di speranza: « Dopo la mia resurrezione, vi precederò in Gali­lea » (Mt. XXVI, 31-32). Gesù sa che il Getsemani sarà soltanto una sosta, che non lo farà giungere in ritardo rispetto ai suoi discepoli, ma gli permetterà finalmente di precederli in Galilea e di attenderli là. Quella notte è solo una tappa per altre giornate.

Pietro non ha neppure ascoltato la profezia finale della resurrezione. Le prime parole: « Tutti voi sare­te scoraggiati » hanno provocato in lui una focosa reazione. No, non sarà così: « Anche se gli altri fos­sero scoraggiati, io non lo sarò » (Mt. XXVI, 33). A questa dichiarazione impetuosa, Gesù risponde cal­mo e persuasivo: « Simone, Simone, ecco che Sata­na vi ha cercati per vagliarvi come si fa col frumen­to, ma io ho pregato per te perché la tua fede non venga meno» (Lc. XXII, 31-32). Il Maestro vuole far capire che la lotta si scatenerà con una forza su­periore: Satana infatti colpirà i discepoli, come si scuote il grano in un setaccio. Pietro non potrebbe resistere con le sue sole forze, resisterà soltanto gra­zie alla preghiera del Salvatore che lo sosterrà nel­la fede e gli permetterà di riprendere il cammino, dopo un momento di scoraggiamento e di abban­dono. « E tu, quando ti sarai ravveduto - aggiun­ge Gesù - conferma i tuoi fratelli » (Lc. XXII, 32). Ma, di nuovo, Pietro non ha ascoltato le ultime pa­role, quelle che assicurano la vittoria, e pensa sol­tanto al cedimento che Gesù ha previsto e che egli rifiuta: « Signore, io sono pronto ad andare con te in prigione e alla morte » (Lc. XXII, 33). Poi­ché il Maestro aveva parlato in tono più commosso, anche Pietro conferma con emozione la sua assoluta fedeltà. Questa volta Cristo gli predice solennemen­te: « In verità, ti dico, prima che il gallo canti due volte, tu mi avrai rinnegato tre volte » (Mc. XIV, 30). Ma la solennità dell'annuncio non fa che spinge­re Pietro ad una negazione ancora più formale: pro­testa così violentemente contro l'affermazione di Ge­sù, che trascina tutti gli altri a fare la stessa cosa. Nes­suno accetta la profezia, pur chiaramente annunciata e ripetuta.

Niente è più chiaro e indicativo delle resistenze incontrate da Gesù nei discepoli. Il Maestro deve combattere con i nemici esterni; ma i suoi amici tal­volta gli oppongono una resistenza più forte e inte­riore. In quel momento Gesù non riesce a convincer­li. In quella notte, egli è il solo che porta la luce, eppure non riesce a illuminarli. L'ombra è più forte e sta dalla parte dei discepoli. Il Maestro tace e avan­za nelle tenebre.

 

La tristezza

Arrivando nel giardino del Getsemani, in cui era solito riposarsi dalle fatiche della giornata, Gesù dice ai discepoli di sedersi e di attendere che la sua pre­ghiera sia terminata. Poi prende con sé Pietro, Giaco­mo e Giovanni, e in questa cerchia più ristretta di amici comincia a dire: « La mia anima è oppressa dalla tristezza fino a morirne » (Mc. XIV, 34).

Mai il Maestro ha fatto una confidenza così strug­gente sulla condizione della sua anima. E non addol­cisce l'espressione, né cerca di velare la violenza dell'ondata che lo sommerge. Non dice: « Sono triste », ma: « La mia anima è oppressa dalla tristezza », per sottolineare che la tristezza lo circonda da ogni parte e penetra fino in fondo al suo animo. Eccolo, il bat­tesimo in cui doveva essere completamente immerso. Prima di essere un battesimo di acute sofferenze, è un battesimo di immensa tristezza. La sua tristezza è così profonda e totale che potrebbe farlo morire. Sulle labbra del Signore, le parole « fino a morir­ne » non sono una esagerazione. Egli si sente come soffocato e travolto da quella malinconia opprimente.

Da dove viene questa oppressione? Tra le cause vi è certamente il peso delle fatiche della sua vita apostolica, che Cristo aveva sopportato validamente e con gioia, senza misurare gli sforzi, senza controllare la sua generosità. Ma oggi l'ipertensione causata dal­le predicazioni prolungate di fronte alle folle, dalle controversie incessanti con i farisei, l'estenuazione per le lunghe preghiere notturne e il dispendio di forze provocato dalle lunghe camminate sulle strade di Galilea e di Giudea sembrano ricadere su di lui. L'intensa emozione del momento dell'istituzione del­la Eucaristia ha contribuito molto ad accasciarlo. Di fronte alla prospettiva imminente delle sofferenze, Gesù si sente infinitamente stanco.

Tuttavia la fatica non è ancora la tristezza. Perché in quel momento il fardello è più pesante e susci­ta in lui il dolore? Non sorprende forse che lo stes­so Gesù, il quale dichiara ai discepoli la sua intima pena, poco prima avesse loro promesso una gioia definitiva? Come poteva la fonte della gioia esse­re sommersa dalla tristezza? Cristo aveva in un altro momento proclamato le Beatitudini. Egli sa dove si trova la felicità e ha potere su essa. Perché dun­que è in preda a una malinconia così cupa?

Vi è un mistero, un mistero che mette in gioco l'intimità stessa di Gesù, la sua relazione con il Pa­dre, perché nella sua vita proprio la presenza viva e sentita del Padre faceva scaturire la gioia. Nell'ora del Getsemani, Gesù non sarebbe immerso in una tristezza così assoluta se percepisse ancora sensibil­mente la presenza beatifica del Padre. Forse il sen­timento di questa presenza è improvvisamente venu­to meno in lui: la gioia ha ceduto il posto a un gran­de vuoto, a un abisso, poiché il Padre stesso sembra abbandonarlo.

Occorre ricordare il fervore del Maestro nel par­lare del Padre celeste, l'insistenza con cui egli descri­veva la sua stretta unione con lui, la sua gioia di tro­vare, nelle cose e negli uomini, manifestazioni della bontà o della potenza del Padre. La presenza pater­na illuminava l'esistenza di Gesù, costituiva la fonte dei suoi pensieri e delle sue azioni. Ora questa luce sembra cedere il posto alle tenebre. Certamente la unione con il Padre rimane incrollabile nell'animo del Salvatore, ed egli ne è conscio: « Non sono solo, perché il Padre è con me » (Gv. XVI, 32). Ma tale unione è ormai nascosta, e dà l'impressione di es­sere assente. Essa non viene più percepita né apprez­zata; non genera più né gioia né entusiasmo. Per il sentimento, è come se avesse cessato di esistere.

Così, prima di subire la morte del corpo, Cristo subisce una morte interiore. Gli viene meno il suo affetto più caro. Il Padre sembra essere scomparso e così ogni gioia è cessata. È come un passaggio im­provviso dalla pienezza al nulla: Cristo assapora in questo momento una terribile solitudine, di cui non aveva prima mai fatto l'esperienza. Cerca invano la presenza amata: il Padre, che ha tutto insegnato a Cristo, non parla, non gli risponde; egli, che ha ope­rato tanti miracoli attraverso il Salvatore, non agisce più. In fondo all'anima di Gesù regna un silenzio mortale.

Per inoltrarsi in questo mistero, si può ricordare lo stato di desolazione descritto dai mistici. Accade anche all'anima più fervente di sentirsi completa­mente spogliata di ogni sentimento, di avere arido ed inerte il cuore, prima infiammato d'amore. I mi­stici sentono crudelmente questa sensazione dell'as­senza di Dio. Cristo nel Getsemani ebbe un'analo­ga impressione: non era un tormento, ma piuttosto un'incapacità, un vuoto, dove prima c'era la presen­za del Padre. Così egli era in preda a una tristezza senza fine.

Nessun mistico ha mai assaporato una desolazione così assoluta come quella del Getsemani. Nessuno infatti ha potuto apprezzare come Cristo la felicità di un'anima interamente posseduta da Dio; nessuno avrebbe potuto raggiungere il grado di intimità di Gesù con il Padre. Da allora nessuno è stato così profondamente invaso dall'abisso del vuoto interio­re che segue la pienezza. Gesù sente l'assenza di Dio intensamente, come prima aveva sentito la sua presenza. Si potrebbe dire che Cristo raggiunge, nel momento dell'agonia, la tristezza assoluta.

Non è sorprendente che una tristezza così greve ab­bia invaso Gesù? Perché Cristo si trova colpito nel sentimento più profondo, cioè nell'intimità con il Padre? Se avessimo dovuto immaginare una Passione del Verbo incarnato, avremmo volentieri ritenuto inaccessibile alla prova il santuario dell'amore filiale nell'animo di Gesù. Noi avremmo riconosciuto uno stato psicologico incrollabile, una fortezza interiore nella quale la sofferenza non avrebbe potuto pene­trare. Lo spettacolo del Getsemani e la confessione, fatta da Cristo, di una tristezza totale, in cui la sua ani­ma si sentiva morire, riescono per noi sconcertanti.

Senza dubbio questo dramma ha un grande valore e porta conforto a chi è sottoposto a una pena simile. Nelle pene interiori e nelle prove spirituali, gli uo­mini sanno che Cristo li ha preceduti sulla stessa via conoscendo una tristezza più grande della loro, spinta al limite della tristezza umana. Le anime fer­vorose, la cui felicità consiste nel vivere in intimità con Dio, sono da quel momento meno sorprese di incontrare la pena di un vuoto nell'animo, dell'as­senza apparente di Dio.

Tuttavia la tristezza coglie così profondamente l'a­nima di Cristo, non soltanto per essere di conforto agli altri; quest'anima è colpita nella sua intimità con il Padre, perché deve in quel momento portare il peso dei peccati del mondo. Il peccato separa l'uo­mo da Dio; rompe la relazione di amicizia che il Creatore ha voluto stabilire con la sua creatura, e mette fine alla presenza divina nell'animo umano. Se­condo la parabola del figliol prodigo, il peccato è l'azione di un figlio che abbandona suo padre e vuole vivere lontano da lui. Perciò il peccato toglie all'uo­mo il possesso di Dio e della sua intimità, e lo im­merge nella più grande infelicità, poiché il possesso di Dio è il più prezioso frutto della vita umana, la vera fonte della gioia.

Poiché Gesù si assume il carico di tutti i peccati dell'umanità, la sua più profonda sofferenza consiste nel sentire la lontananza del Padre. Non può senti­re la separazione da Dio come la sente un peccatore; egli resta innocente, il suo essere è indissolubilmente unito al Padre, e la sua volontà resta in piena armo­nia con la volontà paterna. Non può dunque trovarsi in preda alla contraddizione intima che costituisce il tormento dell'uomo in stato di peccato: contrad­dizione tra la tendenza fondamentale dell'essere u­mano orientato verso Dio e la volontà che rifiuta di amarlo. Il peccatore infatti soffre per il fatto di re­spingere volontariamente il Signore verso il quale dovrebbe tendere; si autoinfligge la tristezza di pri­varsi del suo bene.

Cristo non poteva soffrire per questa contraddizio­ne. Ma è giunto fino ad assumere il dolore della pri­vazione della presenza divina e dell'offuscamento completo dell'anima.

La tristezza che avvolge Gesù è dunque un riflesso dei peccati del mondo; ma è pura e santa, anche se in realtà è ancora più dolorosa. L'immenso amore di Cristo per il Padre rende la sua pena molto più acuta.

Si potrebbe dire che ora il Salvatore è triste per tutti i peccatori che dovrebbero rattristarsi delle loro colpe e non lo fanno abbastanza. Egli nella sua santità assoluta non poteva conoscere il pentimento, ma ha voluto assaggiare, in virtù di un amore per­fetto, il gusto amaro di privarsi di una presenza, alla quale tutta la sua persona aderiva con l'affetto più ardente. La sua tristezza è l'eco perfetta, in un cuore umano, di quella causata al Padre dal peccato dei suoi figli, e che la parabola del figliol prodigo ci sug­gerisce. In questa parabola il padre infatti soffre per l'affronto di suo figlio e per la sua partenza, mentre sarà felice per il suo ritorno. Considerando la gioia manifestata al momento del suo incontro con il figlio pentito, si indovina fino a quale punto il suo amore paterno ha dovuto essere torturato ed afflitto dal comportamento e dall'assenza del figlio ribelle. Il mistero di un cuore paterno afflitto dalla lontanan­za dei figli prodighi si riflette nel mistero dell'agonia, in cui il Figlio fedele assapora, nella profondità e pienezza della sofferenza umana, la separazione dal Padre.

Così si chiarisce il senso della tristezza più profon­da predestinata ai seguaci di Cristo, l'impressione di un Dio lontano e assente. Se il Salvatore non avesse subito questa prova, si sarebbe potuto pensare ad es­sa come ad una conseguenza dei peccati personali, che sfociava semplicemente nella purificazione individua­le. L'esempio di Gesù mostra che questa tristezza è un peso dovuto ai peccati dell'umanità e che colpisce le anime più impegnate in una missione di redenzio­ne o di apostolato. Essere privati del senso della presenza divina vuol dire essere chiamati a offrirsi al Pa­dre per riparare le colpe del mondo.

Questa tristezza non è il segno di una lontananza reale da Dio, ma piuttosto un'indicazione di fervore. L'anima afflitta dall'assenza divina è in realtà un'ani­ma in cui l'amore di Dio si è ampiamente sviluppa­to; essa soffre per l'assenza dell'Essere amato, pur re­stando intimamente unita al Padre nella prova, per­ché il Padre la rende partecipe della sua afflizione per i peccati dei suoi figli: è un'anima intimamente impegnata con lui nel dramma della redenzione.

Nel Getsemani Gesù è in preda allo spavento. La parola usata dall'evangelista san Marco indica una paura violenta, che si impadronisce improvvisamente dell'anima (Mc. XIV, 33). Un vero stupore invade Cristo di fronte alla prospettiva imminente della sua Passione.

Questa paura è in contrasto con la serenità abi­tuale di Gesù, con la calma sovrana che anima la sua attività nella vita pubblica. Rammentiamo che, nella barca flagellata dalla tempesta, egli aveva dormito, e che i suoi apostoli terrorizzati, destandolo, non gli avevano causato nessuno spavento. Con il suo atteg­giamento calmo insegnava ai suoi discepoli a domina­re la paura e a conservare la fiducia. Invece nell'Orto degli Ulivi egli stesso era assalito dalla paura, e vi­vamente impressionato dalla previsione delle sue prossime sofferenze.

La paura che si addormentano, a dire il vero per incoscienza, mentre il Maestro comincia a tremare.

La paura di Cristo ci aiuta a comprendere come egli non sottovalutasse il supplizio che stava per su­bire. Con l'onnipotenza divina presente in lui, Gesù avrebbe potuto affrontare la sofferenza, disprezzan­dola come irrisoria. Che cosa è un dolore, anche se profondo e forte, in confronto a Dio? Ma giustamente la verità dell'Incarnazione si manifesta nello spaven­to di Gesù. Il Figlio di Dio incarnato è un uomo autentico, un uomo che spontaneamente prova un moto di ribellione e di paura di fronte al supplizio. La divinità non impedisce a Cristo di essere un uo­mo integrale, di lasciarsi prendere dalla paura. Que­sta paura garantisce la sincerità della Passione, testi­monia la grandezza del sacrificio.

Nel meditare sulla paura di Gesù, si può parago­nare il suo atteggiamento a quello consigliato dalla filosofia stoica. Gli stoici insegnavano a conservare una totale indifferenza di fronte al dolore, a ignora­re al massimo la pena sentita e a non ammettere la possibilità di turbamento delle facoltà superiori del­l'uomo. Ciò significava guardare la sofferenza dall'al­to. Cristo ha l'umiltà di considerarla dal basso. In­vece di rendere la sua anima dura ed insensibile, si lascia turbare dalla terribile prospettiva del Calva­rio, e sperimenta il sentimento di un terrore pro­fondo.

Perché questa differenza? L'atteggiamento stoico potrebbe sembrare più degno; non è tipico della nobiltà umana conservare una completa serenità tra avvenimenti sconvolgenti, e la perfezione morale non si augura che l'uomo conservi la padronanza di sé, dominando i suoi moti istintivi come per esempio la paura? Infatti Gesù resta padrone di se stesso, ma non pretende di chiudersi in una torre d'avorio. In lui tutto è amore; l'amore lo rende di­sponibile sia al supplizio che alla paura del suppli­zio. L'amore per gli uomini lo invita ad assumersi umilmente il loro timore della sofferenza; l'amore per il Padre lo induce ad accettare il turbamento come un elemento del sacrificio, un oggetto da offrire. L'ideale non è quello dell'essere serenamente chiuso in se stesso, ma dell'uomo completamente offerto al Padre, e aperto alla solidarietà con gli altri uomini.

Gesù non ha vergogna di mostrare la sua paura ai tre discepoli che ha portato con sé, Pietro, Giaco­mo e Giovanni. Avrebbe potuto nascondere il suo terrore. Gli eroi delle epopee rivelano il loro intrepi­do coraggio, lasciando vedere che non temono niente; molti uomini si crederebbero sminuiti agli occhi del prossimo, se lasciassero trasparire il timore che li agita. Tale amor proprio è sconosciuto a Cristo. Poi­ché il suo cuore vuole donarsi, permette ai suoi più cari amici di assistere allo spettacolo di un'anima pie­na di paura, e di constatare la sua debolezza umana; vuole così guidarli ad approfondire il mistero della sua Passione. Offre loro quest'ultima prova della sua amicizia. Già aveva rivelato tutto ciò che essi po­tevano comprendere, e ora mostra loro i suoi più profondi sentimenti nell'imminenza del supplizio. Questa è la sua ultima confidenza, la più sublime e la più sorprendente.

La paura che si impadronisce del Maestro è soltanto un moto istintivo della natura umana davanti a una dura prova? Essa sembra tradire un valore più direttamente religioso, sacro. Quando san Marco usa altrove il verbo « essere spaventato », col quale indica la disposizione intima di Gesù durante l'ago­nia, dà a questa espressione il significato dello stupo­re che si prova davanti ad avvenimenti prodigiosi. In modo simile, la folla è presa dallo stupore osser­vando Gesù dopo la trasfigurazione: come in altri tempi gli ebrei si erano intimoriti, vedendo Mosè, sceso dal monte Sinai, ancora abbagliato dalla visio­ne di Dio, così il popolo è colto dallo spavento, ve­dendo Gesù scendere dalla montagna dove si è appe­na trasfigurato (Mc. IX, 14). Dopo la resurrezione, uno stupore di questo genere si impadronisce delle donne nel momento in cui, entrando nel sepolcro vuoto, si trovano di fronte un giovane con una veste bianca (Mc. XVI, 5-6). Questi esempi ci invitano a pensare che, durante l'agonia, lo stupore di Cristo ha una causa soprannaturale: è la paura di fronte al prodigio che il Padre vuole realizzare con la Passione.

Nel Calvario che si preannuncia il Salvatore rico­nosce infatti il piano di salvezza stabilito dal Padre. Sapere che dietro all'immensa sofferenza di Gesù c'è la volontà del Padre, la rende più impressionante: la paura di Gesù è suscitata da quella volontà onni­potente che ha deciso il sacrificio.

Alcuni artisti cristiani hanno rappresentato la san­ta Trinità nella Passione così: il Padre sta dietro alla croce e la sostiene con le braccia distese, e la presenta al mondo mentre vi è appeso il Figlio. Nel Getsema­ni, Gesù vede la croce già issata e sostenuta dal Padre, e ciò lo riempie di stupore. Se la croce gli fosse imposta solo da forze umane, sarebbe molto meno temibile. Ma tutta la maestà del Padre gli presenta già lo strumento del suo supplizio, il che sconvolge il Salvatore.

 

Il disgusto

Nella traduzione latina della Volgata la frase di san Marco che concerne i sentimenti di Gesù nella agonia dice: « Cominciò ad essere in preda allo spa­vento e al disgusto » (Mc. XIV, 33). Nel testo greco, l'accenno al disgusto non è così esplicito. Il termine usato dall'evangelista è abbastanza difficile da defini­re, indica certamente un malessere, un'inquietudine, un intimo tormento. Gli si è anche attribuito come significato originale «essere lontano da se stesso», essere gettato fuori di sé. Ma, più verosimilmente, il termine deriva da una parola che significa «aver­ne abbastanza», «essere oppresso», «essere disgu­stato». Anche il padre Lagrange traduce «si trovò pieno di paura e di sconforto ». Vi è dunque nella anima di Gesù una stanchezza morale, un disgusto. Più che la paura, questo disgusto indica la profon­dità del dramma intimo. Se Gesù, per resistere alla paura, avesse avuto il desiderio e l'entusiasmo di offrire il suo sacrificio, non sarebbe stato così profon­damente impressionato dalla prospettiva del suppli­zio. Ma il desiderio che ha manifestato prima, di­cendo chiaramente di essere ansioso di ricevere il suo battesimo di sangue, sembra scomparso. In fondo al cuore, il Salvatore conserva la volontà di salvare il mondo, di liberare gli uomini dal peccato e di trasmettere loro la sua vita divina. Ma per lo scopo della sua missione egli non sente ora alcuna attrat­tiva. La grande opera alla quale si è dedicato su que­sta terra, e che deve compiere nella sofferenza del Calvario, provoca in lui ormai soltanto una forte ripugnanza.

Nel Getsemani, Gesù non scorge più la bellezza del gesto che sta per compiere; pur avendo tanto amato gli uomini e continuando ad amarli molto, non è più allettato dall'amore ansioso di consumarsi nel dolore. Più tardi, alcuni martiri gusteranno l'eb­brezza di donare la vita per lui e andranno con gioia alla morte, con un fervore che non sembrerà risen­tire affatto il trauma del sacrificio; avranno, anche di fronte al supplizio, il sentimento del trionfo. Ma l'atto più generoso dell'umanità, l'eroismo del Re­dentore sulla croce, che susciterà l'ammirazione in tutti i tempi, suggerisce ora al suo autore soltanto indifferenza e ripugnanza. La sua generosità è ora più completa, poiché l'amore si rivela perseverante, nonostante il disgusto.

La magnificenza del progetto di salvezza è nasco­sta: soltanto le ombre sono presenti allo sguardo pieno di tristezza di Gesù. Egli vede il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, che preludono a molti altri tradimenti, a molti altri rinnegamenti.

Guarda gli odi che si concentrano sulla sua perso­na di Salvatore, le feroci opposizioni al suo sublime insegnamento delle Beatitudini. Da quel momento nasce l'impressione che il suo gesto sia inutile, o peggiori il destino di alcuni: quale scopo ha la Passione, se non riesce a convertire il ladrone mal­vagio e se stimola la cattiveria degli avversari? Sulla prospettiva della redenzione si accumulano ombre in uno spettacolo così scoraggiante da togliergli ogni desiderio di offrirsi in sacrificio.

In questo disgusto vi è, come nella tristezza, il mi­stero della riparazione. Il peccato suscita, in colui che lo commette, un profondo disgusto di sé: e, quando diviene la condizione abituale dell'uomo, provoca la nausea dell'esistenza. Il peccatore è scontento in sé, perché ha voluto fare a meno di Dio; l'orienta­mento della sua vita gli sembra perdere significato perché Dio vi è assente o viene contestato. Accade che si associno peccato e gioia di vivere; in realtà invece il disgusto accompagna il vizio. Nella sua innocenza, Cristo vuole assumere il peso di questo disgusto pro­vocato dal peccato. Essendo solidale con i peccatori sente, fino alla nausea, una viva avversione interiore contro il mondo e la sua missione.

Cristo non avrebbe assunto fino in fondo la mise­ria umana se non avesse fatto l'esperienza di tale di­sgusto. Ormai, grazie a lui, questo sentimento, sim­bolo di una miseria che prende coscienza di sé, può ancora essere una via alla santità; l'impressione di stanchezza, di noia universale, può divenire una pre­ziosa offerta apostolica. La nausea si trasforma in un mezzo di redenzione.

 

L'angoscia

San Luca, che ha taciuto sui sentimenti di Gesù al momento del suo arrivo al Getsemani, li descrive invece nel corso della preghiera: qui la crisi dell'ani­ma raggiunge il suo punto culminante. Non c'è da stupirsi; abbiamo notato che la paura del Salvatore è causata da un supplizio, dietro al quale si scorge la volontà del Padre. Ponendosi in presenza del Pa­dre per implorarlo, Gesù vede l'oggetto della sua pau­ra rivelarsi più precisamente; la minaccia gli appare con maggiore chiarezza.

Cristo, racconta san Luca, « entra in agonia » (Lc. XXII, 44). L'agonia non indica qui, per la precisione, l'ultima difesa di un individuo contro la morte immi­nente, gli ultimi spasimi di un corpo in cui la vita sta per spegnersi. Tuttavia significa una condizione simile: l'angoscia che colpisce Gesù è il moto sponta­neo dell'essere umano, desideroso di sfuggire al sup­plizio. È la rivolta dell'anima e del corpo alla pro­spettiva di sofferenze terribili e di una morte vergo­gnosa. Il corpo partecipa all'angoscia, poiché, secon­do le precise parole dell'evangelista, il sudore di Gesù « divenne simile a grosse gocce di sangue che cadevano a terra».

Questo particolare, meglio di ogni altra conside­razione, ci svela l'intensità dell'angoscia del Salva­tore e l'accanimento della lotta; il sudore trasforma­to in gocce di sangue indica che anche il corpo è scosso dal conflitto in cui l'anima si dibatte. Gesù versa già il suo sangue nel Getsemani, segno che la morte interiore precede la morte sulla croce.

L'angoscia è la ripercussione, nell'anima e nel cor­po di Cristo, dell'immensa lotta in cui si affrontano il bene e il male. La persona tutta santa di Gesù è certamente inaccessibile al male, non può cadere in balia della potenza di Satana. Tuttavia non è sfuggita alla tentazione, e ha dovuto respingere le suggestio­ni di Satana. Nel deserto, prima della vita pubblica, si era svolto un grande combattimento: Gesù aveva affrontato il suo vero avversario, e aveva resistito agli inviti del demonio.

Nel Getsemani questa lotta si ripete, raggiungen­do la fase decisiva. La solitudine dell'agonia riflette, in modo più drammatico, la solitudine di un tempo nel deserto. Là si erano rivolte soprattutto al pen­siero di Gesù le lusinghe di Satana: qui vengono ri­volte all'interezza della sua persona e sembrano pe­netrare più a fondo nel suo cuore. L'imminenza del­la sofferenza è l'ora della tentazione più pericolosa.

Senza dubbio Gesù non sente in sé il morso del peccato. Non è soggetto alla forza misteriosa che, dal­l'interno, ci spinge verso il male e che si chiama con­cupiscenza, un'eredità del peccato originale. Cristo non può sentire compiacimento per quanto è male o è proibito, poiché è esente da ogni inclinazione a trasgredire la legge divina e all'egoismo ostile a Dio.

Ma sente crescere in sé l'inclinazione naturale a conservarsi in vita, a proteggersi contro la sofferenza e la morte. In sé, questa inclinazione non è cattiva, perché fa parte della natura umana, è l'istinto di dife­sa proprio di ogni uomo. Tuttavia Satana vorrebbe servirsi di questa inclinazione per far fallire il piano di salvezza, distogliendo Gesù dal cammino della Pas­sione. Il Cristo non aveva forse riconosciuto e sma­scherato Satana in Pietro che si opponeva al suo de­stino doloroso? Se Satana ispirava le parole del di­scepolo, piene di simpatia ben comprensibile verso Gesù, non si deve forse scoprire la sua presenza nel Getsemani, in una tentazione che porterebbe Cristo a sottrarsi al Calvario?

Le espressioni usate da san Paolo riguardo alle lotte della vita cristiana e dell'apostolato si potreb­bero applicare per la prima volta alla lotta dell'ago­nia. « Per quanto ci riguarda, non è contro la car­ne e il sangue che dobbiamo lottare, ma contro i Principati, contro le Potenze, contro i Sovrani di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti mali­gni che abitano gli spazi celesti» (Ef. VI, 12). La carne e il sangue si ribellano in Gesù alla minac­cia della croce; la sua natura umana, nella debolezza terrena, prova ripugnanza e freme di orrore di fron­te all'avvenimento che si prepara. Ma Cristo non de­ve soltanto lottare contro la resistenza così violenta della carne; egli combatte contro potenze superiori, che nascondono la loro azione nei moti di una natura ribelle. E per vincere i sovrani del mondo delle tene­bre, Gesù deve conquistare se stesso. Si trova come assediato nell'intimo del suo essere e deve riuscire vittorioso proprio contro le forze del male.

Questo conflitto accanito lo pone in stato di an­goscia e provoca un sudore di sangue. Dobbiamo am­mirare la generosità con cui Gesù accetta la lotta che redime. Egli ha permesso a Satana di avvicinarlo e di utilizzare nella tentazione più grave gli istinti fon­damentali dell'essere umano.

Cosi con la sua agonia il Salvatore si è avvicinato a noi notevolmente. Pur non avendo conosciuto il peccato (e non poteva conoscerlo), ha voluto sotto­porsi pienamente alla tentazione, per partecipare al nostro destino ed alle nostre difficoltà morali, e far l'esperienza più somigliante ai nostri intimi conflitti. Voleva così sostenere la nostra perseveranza con la sua, attirarci nel suo stesso trionfo.

Egli ci rivela che il nostro spirito e il nostro cuo­re sono la posta in gioco di una lotta gigantesca tra Dio e il demonio. Al seguito di Cristo e con la forza che viene da lui, ogni uomo deve conquistare se stes­se, opponendo un rifiuto a Satana e donandosi a Dio. Deve imparare a dominarsi, non per amor proprio, ma per amare e servire il Signore; deve farlo a prez­zo di penosi conflitti, in cui è necessario domare le ribellioni istintive della carne e dell'animo contro un Dio che vuole prendere tutto.

Il Maestro nell'agonia ci fa intuire quanto le no­stre angosce e lotte interiori si riflettano sul mondo. Poiché si tratta di un combattimento contro le po­tenze del male, il destino dell'umanità viene coin­volto nelle nostre lotte più segrete. È importante che noi, opponendo resistenza alla tentazione e re­spingendo gli assalti o le rivendicazioni dei nostri istinti e delle nostre passioni, contribuiamo a una sconfitta più grande di Satana nell'universo, a un in­grandimento del regno di Dio.

In agonia fino alla fine del mondo, Cristo continua, nel cuore dei suoi discepoli, la lotta iniziata nel proprio cuore. In essi prova ancora ripugnanza per la sofferenza e la morte, l'angoscia dell'essere che si ribel­la al dolore. Ma assicura a loro anche la padronanza e la vittoria, dà ai cristiani la forza di vincere l'an­goscia, offrendo a Dio gli istinti ribelli e accogliendo il dolore, che è un mezzo di espansione del Regno.

 

La preghiera

Cristo trasforma la sua angoscia in preghiera.

Il suo atteggiamento esteriore è caratteristico: es­sa esprime l'oppressione in cui si trova l'anima di Gesù. San Marco ci dice: «Inoltratosi per un trat­to, si prostrò a terra, e pregò » (Mc. XIV, 35). San Luca è più conciso e dice semplicemente che Gesù si inginocchia (Lc. XXII, 41). Ma, volendo inginoc­chiarsi per la preghiera, Gesù cade a terra, come schiacciato dal peso della prova. È prostrato in tutta la sua lunghezza, poiché, secondo le parole di san Matteo, il suo viso tocca il suolo: « Cadde col viso per terra » (Mt. XXVI, 39). Di questo atteggiamen­to di completo scoraggiamento, Cristo fa un atto di preghiera e di offerta.

Il suo viso tocca la terra, ma Gesù, invece di lasciar­si vincere dalla tristezza e dalla stanchezza, volge lo sguardo al Padre. La sua prostrazione non si riduce all'inerzia, all'impotenza scoraggiata, ma vuol dive­nire adorazione e anche supplica. Se gli manca la forza fisica di alzare la testa, conserva la forza morale di alzare gli occhi al cielo. Nulla è più suggestivo di questo viso incollato a terra, che tuttavia guarda nella direzione del Padre.

San Luca ha cura di indicare la forza misteriosa, superiore che spinge Gesù a pregare. Egli precisa che il Maestro « è stato condotto» (Lc. XXII, 41) lon­tano dai suoi discepoli, a una certa distanza. Indovi­niamo (lui la partecipazione dello Spirito Santo, che un'altra volta aveva « spinto » Gesù nel deserto (Mc. I, 12; cfr. Mt. IV, 1; Lc. IV, 1), l'aveva condotto in un luogo per rimanere solo nella preghiera e nella lotta contro Satana. Lo stesso Spirito, nel Getsemani, strappa Cristo alla compagnia dei suoi amici per far­gli cercare rifugio e conforto nella contemplazione del Padre e nella preghiera. Nel momento in cui, spontaneamente, il cuore umano sarebbe disposto ad aggrapparsi a persone amiche presenti, per dimenti­care, con la loro vicinanza, la violenza della prova, lo Spirito Santo allontana il cuore di Gesù da quel­l'intimità per metterlo in contatto più diretto con il Padre. In quella solitudine egli dovrà affrontare per di più, in piena coscienza, il suo destino, ma ri­troverà nello stesso tempo l'appoggio più solido del­l'aiuto paterno.

Il momento del dolore perciò deve essere quello della preghiera più ardente, di una ricerca della pre­senza divina. Al primo incontro, la compagnia degli uomini sembra molto più allettante, e le consolazioni umane più accessibili e più efficaci. In realtà, il ri­fugio di chi soffre è Dio e se si ha il coraggio di segui­re, come fa Gesù, l'ispirazione dello Spirito Santo che lo guida verso la preghiera in solitudine, si attin­gerà una consolazione più grande.

Mai Gesù si è rivolto al Padre con tanto fervore come ora. Si direbbe che il dolore lo porti ad espri­mere, in una specie di parossismo causato dall'ango­scia, tutto lo slancio del suo affetto filiale. Infatti è la sola preghiera per la quale uno degli evangelisti, san Marco, abbia usato la parola aramaica pronunciata da Gesù: « Abba » (Mc. XIV, 36). Si può concludere verosimilmente che questa volta la parola più fami­liare per dire « padre » sia uscita dalle labbra di Gesù con un accento indimenticabile. Spaurito, disorien­tato, oppresso, il Salvatore lancia con la tenerezza più smarrita il grido del suo amore più profondo. Le due sillabe « abba » risuonano nella notte del Getsema­ni come un grido di aiuto. Contengono il segreto della vita terrena di Cristo, l'origine e lo scopo del­la sua Passione, la speranza del suo trionfo. Da solo, questo appello basterebbe già a dimostrare che, nel momento in cui ha l'impressione di essere lontano dal Padre e non riesce più a sentire il calore della sua presenza, il Salvatore si avvicina di più a lui. Egli ha sempre vissuto in unione col Padre e rafforza an­cora tale unione quando, nell'angoscia e nella paura, si rivolge al Padre amatissimo. Gli rivolge il grido più appassionato del suo cuore di Figlio.

Più tardi, i primi cristiani si compiaceranno di usare l'esclamazione di Gesù: « Abba, Padre! » (Rom. VIII, 15; Gal. IV, 6). Il loro fervore sarà, come quello del Maestro, ispirato direttamente dal­lo Spirito Santo. La gioia di poter chiamare Dio con il nome di Padre ha dovuto essere meritata da Gesù. Perché quel nome « abba» possa essere pronuncia­to con entusiasmo dai suoi discepoli, Cristo ha do­vuto dirlo in un momento di terribile angoscia, il grido ha dovuto essere prima santificato dalla Pas­sione del Maestro, reso più assoluto dal dolore. Nella voce dei cristiani che si rivolgono al Padre celeste vi è una lontana eco del Getsemani. Il Salvatore, che desiderava, con la sua sofferenza, comunicarci la sua figliolanza divina, ha posto nel grido « abba » l'intensità del suo dolore, per meritare per noi il pri­vilegio di ripetere questo grido nella gioia.

 

La domanda di allontanare il calice

Pietro, Giacomo, Giovanni hanno inteso a suffi­cienza la preghiera dell'agonia per riferirla a noi; in­fatti Gesù non ha smesso di ripetere le stesse parole. Senza dubbio, dopo aver risvegliato la curiosità dei discepoli, questa preghiera è sembrata a loro mono­tona, e questa monotonia avrà provocato la loro son­nolenza. L'insistenza di Cristo nell'incessante itera­zione è il segno che, pur nella semplicità, essa espri­me adeguatamente la sua disposizione d'animo. Dice tutto ciò che desidera dire. Nello stato di prostra­zione in cui è immerso, non potrebbe scegliere per la sua preghiera una forma più completa o più elo­quente. E neppure sviluppare i pensieri e le inten­zioni della sua preghiera sacerdotale, come nell'Ul­tima Cena. Il suo dramma interiore l'obbliga a limi­tarsi all'essenziale, a pregare nel modo più semplice ed elementare.

Ricordiamo, secondo le rudi parole di san Marco, ciò che dice Gesù: « Padre, tutto è possibile a te; al­lontana da me questo calice. Tuttavia, non ciò che desidero io, ma ciò che vuoi tu » (Mc. XIV, 36).

La preghiera riflette esattamente la lotta che si svolge nell'anima di Cristo. Il Salvatore ha voluto confidare al Padre questo intimo conflitto, rimettere nelle sue mani la soluzione del problema. Poter e­sprimere questa angoscia è già una liberazione per lui. La preghiera allarga in uno scambio d'amore ciò che era prima compresso in un'unica coscienza.

Cristo non esita a domandare che il calice di dolo­re gli sia risparmiato, e dimostra così una singolare audacia; infatti sa che quel calice di dolore è il gran­de mezzo di redenzione. Nell'istituzione dell'Eucari­stia ha già donato ai discepoli il calice che conteneva il sangue del suo sacrificio. Ora invece supplica il Padre di togliere dalla sua strada quella suprema sof­ferenza, con cui deve portare a termine la sua mis­sione, e che ha annunciato più volte come l'atto defi­nitivo del suo amore salvifico.

L'audacia è rivelatrice: il Signore ci insegna che possiamo sempre supplicare Dio di risparmiarci una prova, qualunque essa sia. Possiamo pure chiedere al Signore che allontani da noi una sofferenza chia­ramente destinata al bene nostro e altrui. Dio può disporre gli avvenimenti in modo diverso, che non nuoccia né a noi né agli altri. Ma possiamo rivolgere tali suppliche solo se aggiungiamo, sull'esempio del Maestro, la nostra perfetta sottomissione alla volontà divina.

La preghiera di Gesù potrebbe essere esaudita. « Tutto è possibile a te », dice a suo Padre. Il Padre ha previsto un piano di salvezza, ma ha il potere so­vrano e può cambiare, sconvolgere il suo progetto, fatto secondo le sue intenzioni. Non è legato a nes­suna necessità e in ogni momento la sua volontà è interamente padrona della situazione. Potrebbe per­ciò predisporre un altro progetto di salvezza che non comprenda il dramma del Calvario. La possibilità di rivolgere qualsiasi domanda al Padre si basa sul suo potere, che nulla può sforzare né limitare, sulla sua libertà d'azione cui niente è impossibile.

Tuttavia Cristo non otterrà ciò che domanda. Il progetto stabilito dal Padre per la redenzione sarà rispettato e Gesù dovrà bere tutto il calice che gli verrà presentato. Quando, più tardi, alcuni cristiani constateranno, addolorati o delusi, che la loro pre­ghiera non viene esaudita, potranno ripensare che l'implorazione così commovente di Gesù nell'agonia non ha incontrato il favore che meritava, e apparen­temente non è stata accolta. Tutte le domande che sembrano arenarsi hanno un precedente impressio­nante: la supplica del Getsemani.

Ma la richiesta di Gesù non ha proprio avuto al­cun effetto? Sarebbe strano e incredibile, poiché egli stesso aveva dichiarato poco prima, nel momento del­la resurrezione di Lazzaro: « Padre, ti ringrazio di avermi esaudito. A dire il vero, sapevo che tu mi esaudisci sempre» (Gv. XI, 41-42). Se egli è sem­pre esaudito, come potrebbe non esserlo nella pre­ghiera culminante dell'agonia, molto più importante della preghiera pronunciata in vista della resurrezio­ne del suo amico?

Il Salvatore ha dunque dovuto ricevere il frutto della sua preghiera. L'epistola agli ebrei dichiara appunto questo: « Nei giorni della sua vita nella carne, egli ha presentato, con un forte grido e con lacrime, implorazioni e suppliche a chi poteva sal­varlo dalla morte, ed è stato esaudito per merito della sua pietà » Eb. V, 7). Evidentemente Gesù non è stato esaudito con l'essere preservato dalla morte fisica. Ma è stato esaudito in modo superiore. Il desiderio di aver salva la vita aveva ispirato la sua richiesta, ed egli riceve soddisfazione in questo senso, perché la sua vita trionfa sulla morte. Mentre sembra fallire nel suo scopo preciso, la preghiera di Gesù riesce a ottenere uno scopo più elevato; invece della conservazione della vita fisica e mortale, ottiene la vita gloriosa e immortale; testimoniando così che ogni preghiera a cui non corrisponde il favore espres­samente chiesto si vede ricompensata con un altro dono più importante e più aderente alle aspirazioni profonde di colui che prega.

 

La sottomissione alla volontà del Padre

« Non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi », sono le ultime parole della preghiera del Maestro, che esprimono la sua più risoluta determinazione, qua­lunque sia l'esito riservato alla sua domanda di al­lontanare il calice.

È notevole che Gesù riconosca nel supplizio a lui destinato la volontà del Padre, mentre, in apparen­za, questo supplizio è voluto dai suoi nemici, dalla ostilità implacabile dei capi del popolo ebreo, che si sono accordati per seguire il consiglio di Caifa e hanno deciso di mandare a morte il predicatore, giu­dicato troppo rivoluzionario, troppo pericoloso per la gente del posto. Agli occhi di un osservatore o di uno storico, il concorso di parecchie azioni criminali sta per scatenare la tragedia del Golgota: il tradi­mento di Giuda, la condanna a morte pronunciata dal Sinedrio, la pressione esercitata sul governatore romano e la viltà finale di costui, che permette la morte di un innocente. Cristo conosce, meglio di tutti, le manovre e le macchinazioni che avranno come esito la sua morte in croce, ma, invece di considerare le cause umane del dramma, riconosce la for­za sovrana del Padre, che domina gli eventi e si serve anche di azioni criminali per realizzare il suo piano di salvezza.

Questo sguardo fisso sul Padre aiuta a collocare esattamente il problema della sofferenza personale. Se Gesù avesse individuato all'origine del suo sup­plizio soltanto volontà umane, sarebbe stato indotto a opporsi nel modo più efficace alle loro malvagie intenzioni. Avrebbe ostacolato, anche con la violen­za, i loro tentativi, si sarebbe sottratto alle insidie, smascherando la viltà dei propositi. Avrebbe sventato le astuzie di Giuda e l'agguato per l'arresto. Invece, ha scorto la volontà del Padre nel gioco delle passioni e delle circostanze, e ha compreso che, secondo il piano di suo Padre, doveva offrire, attraverso il dolore e la morte, una suprema testimonianza di verità e d'a­more; perciò non cercherà di sfuggire al suo destino, anzi l'accoglierà come proveniente dall'alto.

Egli ritiene la sofferenza che si avvicina non sol­tanto permessa, ma voluta dal Padre: « Ciò che tu vuoi ». Si sottomette alla deliberazione del Padre, e non a una semplice autorizzazione. Il pensare che Dio si limiti a non impedire l'intervento della sof­ferenza, significherebbe sminuire indebitamente il ruolo negli avvenimenti dolorosi dell'esistenza uma­na. L'angoscia del Calvario è stata espressamente vo­luta dal Padre come sacrificio redentore, e accettata da Gesù per lo stesso motivo.

Il Padre ha consentito il tradimento di Giuda, l'odio dei membri del Sinedrio e di Caifa, la condan­na ingiustamente inflitta da Pilato. Egli non può volere questi peccati, e li tollera soltanto per rispettare la libertà accordata agli uomini, che non può rito­gliere. Ma utilizza questa condotta colpevole per raggiungere i suoi scopi e, pur non volendo la cat­tiveria degli avversari di Gesù, vuole il dolore che ne sarà il risultato, e lo vuole soprattutto per il suo valore soprannaturale di offerta riparatrice e di mez­zo di salvezza.

È pure essenziale, per i discepoli come per il Mae­stro, scoprire nella prova la volontà del Padre. Colo­ro che fissassero tutta la loro attenzione sulle cause visibili o umane, e non riuscissero a scorgere l'inten­zione di Dio negli avvenimenti, non sarebbero più in grado di apprezzare il significato della loro soffe­renza.

Si intuisce che, agli occhi di Gesù, l'intenzione del Padre comporta l'amore più grande. Dicendo « ciò che tu vuoi », egli sa fino a quale punto la vo­lontà di Dio, da lui chiamato « abba », sia una volon­tà che ama. Il terribile supplizio assume improvvisa­mente un aspetto di bontà paterna. La sollecitudine e la generosità del Padre non potrebbero essere in errore; sono dunque presenti nel sacrificio del Cal­vario voluto da lui.

Da ciò si deduce che la sottomissione di Gesù è un atteggiamento filiale: Cristo si dispone a obbedire totalmente, come un figlio che compie la volontà del padre. È un'obbedienza del genere che Cristo aveva chiesto ai suoi discepoli, quando insegnava lo­ro a pregare. Li aveva invitati a dire al loro Padre celeste: « Che la tua volontà sia fatta sulla terra come in cielo » (Mt. VI,10). Sapeva che l'accettazione della volontà del Padre costituisce il sacrificio più intimo, talvolta molto difficile da offrire. Per primo accetta completamente quella volontà, e traccia la strada dell'obbedienza che redime.

« Pur essendo Figlio - dichiara l'epistola agli Ebrei - egli imparò, da ciò che soffrì, a obbedire » (Eb. V, 8). Gli è certamente costato molto accondiscendere, nel Getsemani, alla volontà del Padre, e restare ob­bediente nel corso della Passione. Ma conviene ag­giungere che se la sottomissione fu per lui penosa, gli fu nello stesso tempo facilitata dall'essere il Figlio, disposto compiutamente ad un amore filiale che si preoccupa soprattutto di piacere al Padre.

La rinuncia insita nell'obbedienza è messa in ri­lievo nella preghiera dell'agonia: « Non ciò che io voglio ». Si tratta di rinunciare a ciò che un uomo di solito persegue con il maggior accanimento, il com­pimento della sua volontà. Cristo ha voluto conoscere questa rinuncia, e l'agonia del Getsemani mostra con eloquenza che, per adeguarvisi, egli ha dovuto distac­carsi da se stesso. Il Salvatore propone così il princi­pio dell'obbedienza cristiana, della rinuncia all'amor proprio e ad un'orgogliosa indipendenza, dell'annul­lamento della volontà umana di fronte alla volontà divina.

Il compenso per questa rinuncia è la dolcezza dell'amore contenuta nella dichiarazione in cui Gesù si dice disponibile: « Ciò che tu vuoi ».

 

L'esortazione alla preghiera

Quando Gesù confida la sua tristezza a Pietro, Gia­como e Giovanni, domanda loro di associarsi alla sua preghiera: « Restate qui e vegliate » (Mc. XIV, 34). Nella versione di san Matteo, viene accentuata la partecipazione ai sentimenti del Maestro: « Vegliate con me » (Mt. XXVI, 38).

Cristo non ha semplicemente lo scopo di assicurar­si, in un momento critico, la simpatia dei discepoli e di trovare in essi qualche conforto. Non è questo il motivo della sua esortazione poiché, quando trova i discepoli addormentati, sottolinea la ragione per la quale devono pregare: « Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione: lo spirito è pronto, ma la carne è debole » (Mc. XIV, 38; Mt. XXVI, 41). Co­me al solito, Gesù non dà consigli ai suoi discepoli per suo vantaggio, ma per il loro: perché vede chiara­mente quanto bisogno hanno del soccorso della grazia.

La preghiera è necessaria a chi vuole superare la tentazione. Cristo considera la situazione dei suoi discepoli, che presto si troveranno in circostanze ca­paci di mettere a dura prova il loro coraggio: nel­l'ora dell'arresto, essi avranno bisogno di una grande forza morale. Se non pregano, non sapranno testimo­niare la loro fedeltà al Maestro.

Affermando che lo spirito è pronto, Gesù allude alle buone intenzioni che animano i suoi amici. Quan­do Pietro ha voluto smentire la profezia del rinne­gamento e ha solennemente promesso di restare vi­cino a Gesù, i suoi compagni hanno usato lo stesso linguaggio; essi sono tutti decisi a restare fedeli. « Ma, aggiunge Gesù, la carne è debole ». La natura uma­na è infatti vittima di una profonda debolezza, che può far fallire i migliori propositi; chi si trova in eccellenti disposizioni oggi, può rivelare domani una debolezza incomprensibile. Così l'uomo, lasciato a se stesso, non può far conto sulla fermezza della sua buona volontà. Il solo rimedio e la sola garanzia di perseveranza si trovano nella preghiera. In Dio, l'uo­mo può trovare una forza che lo renderà capace di respingere le tentazioni.

Gesù tenta di far capire a Pietro la debolezza del­l'uomo che non ricorre alla preghiera e che si fida troppo del suo coraggio: « Simone, dormi? Non hai potuto vegliare un'ora soltanto? » (Mc. XIV, 37). Il comportamento attuale di Simone contrasta con le sue ardenti affermazioni, e preannuncia già la debolezza che manifesterà quando rinnegherà il Mae­stro. Il rimprovero di Gesù è anche un invito più pressante alla preghiera.

Ritornando per tre volte vicino ai discepoli ad­dormentati, Cristo ripete lo stesso invito. Non si fa illusioni sul successo dei suoi sforzi; comprende che non riuscirà a sottrarre i suoi amici a un sonno che le emozioni della giornata e la vista della sua ago­nia hanno reso più profondo. Ma oltre ai tre ami­ci che ha voluto associare alla sua preghiera del Getsemani, egli rivolge la sua esortazione a tutte le generazioni umane: «Vegliate e pregate». È l'ulti­ma raccomandazione di Gesù ai discepoli prima di essere da loro separato durante la Passione, è l'ulti­mo consiglio lasciato loro prima di morire. Quando sta per abbandonare i suoi amici, li assicura che sa­ranno tanto più forti quanto più avranno pregato, e che dalla costanza nella preghiera dipenderà il po­tere di respingere le tentazioni di Satana.

Gesù stesso attinge nella preghiera il coraggio di affrontare il supplizio. Proprio durante la preghiera, secondo l'affermazione di san Luca (Lc. XXII, 43), un angelo viene a confortarlo: questo è il simbolo dell'assistenza divina che ogni preghiera garantisce. Dopo aver terminato il suo dialogo patetico con il Padre, Gesù potrà rialzarsi per aspettare il drappello che verrà ad arrestarlo.

Quando i discepoli, indifesi perché non hanno pre­gato, fuggiranno sconcertati e impauriti, Cristo, che ha pregato così a lungo e con tanto ardore, affronterà i suoi avversari con fermezza incrollabile. Uscendo dal Getsemani, sopporterà tutto senza debolezza.

 

Capitolo sesto

L'ARRESTO

Un volto diverso

Cristo nell'ora dell'arresto è completamente di­verso dal Cristo in agonia: non è più un uomo oppres­so, col viso prostrato al suolo. Benché si consegni ai suoi nemici, si mostra padrone della situazione e del suo destino; si lascia incatenare, pur essendo piena­mente sovrano.

Tuttavia, niente ci fa pensare che le tenebre ad­densatesi nella sua anima si siano dissipate, né che la desolazione sia scomparsa. Poiché sulla croce Gesù esprimerà il dolore di essere abbandonato dal Padre, è verosimile che quel sentimento doloroso sia conti­nuato durante l'intera Passione.

Ma, pur intimamente afflitto, Cristo ha ritrovato una sicurezza con cui domina tanto la sua angoscia interiore quanto il dramma finale della sua vita ter­rena. La sua vita pubblica era stata caratterizzata da una grande serenità tra ogni sorta di controversie e opposizioni. E ancora la serenità illumina la sce­na dell'arresto.

Il cambiamento di stato d'animo contribuisce a svelarci la profonda psicologia umana del Salvatore. Pur essendo Figlio di Dio, che gode dell'assoluta per­fezione divina, ha conosciuto nella natura umana il carattere mutevole proprio dell'uomo e l'incostanza delle impressioni e dei sentimenti. Nel Getsemani, è in preda a una crisi che assorbe tutte le sue forze e scuote il suo essere; vedendolo in tale abbattimen­to, si potrebbe concludere che è completamente so­praffatto dagli eventi. Subito dopo, si presenta sor­prendentemente calmo, dominando con lo sguardo quegli stessi avvenimenti, e con una saldezza morale che non si lascia turbare dall'arrivo dei suoi avver­sari armati. Questo succedersi di diversi stati d'animo è proprio della vita umana; Gesù ne ha fatto l'espe­rienza, avendo voluto assumere una esistenza uma­na con la sua fragilità e i suoi limiti.

D'altra parte, il cambiamento di stato d'animo di Cristo ci fa intuire che anche l'incostanza della psico­logia umana è guidata nella sua evoluzione da Dio. Il Salvatore ha sperimentato l'angoscia nel Getsemani, perché la crisi dell'agonia aveva il suo posto nel piano di redenzione. Il Padre, che aveva diretto la missione terrena di Gesù, continua a guidarla nell'ora della Passione; non ha soltanto orientato i passi di suo Fi­glio verso l'Orto degli Ulivi, ma ha spinto la sua anima nelle tenebre della tristezza e della paura. Poi l'ha fatto uscire da quel momento di crisi.

Così Cristo ha ricevuto dal Padre, prima, la prova dell'angoscia e dello smarrimento, poi una consolante fermezza e imperturbabilità. Abbiamo notato che quel conforto gli è stato accordato grazie alla sua preghiera. Ciascuno dei due stati d'animo era oppor­tuno nel suo momento, appropriato alle circostanze. Durante la crisi, si potrebbe pensare che l'oppressione durerà senza fine e che non si ritroverà mai più la se­renità e la padronanza di sé; ma secondo il piano divino, la crisi interiore non si prolunga oltre il limite di sopportazione e di convenienza al bene spirituale dell'individuo, e può scomparire con la stessa subita­neità con cui è apparsa. C'è una Provvidenza che trac­cia l'itinerario segreto delle prove e delle consolazio­ni intime.

Ogni stato d'animo ha il suo valore soprannaturale e induce l'uomo a esprimere un aspetto più partico­lare del dono di sé, dell'offerta totale. L'angoscia del Getsemani, con il senso di vuoto e di paura, ha in­dotto Gesù ad aggrapparsi con più energia al Padre; e gli ha permesso un abbandono più generoso alla sua volontà. La fermezza, testimoniata dal Salvatore dal momento dell'arresto, contribuisce a un'accetta­zione più coraggiosa del sacrificio. Tutte le sfuma­ture dell'amore e dell'offerta vengono meglio poste in evidenza attraverso i diversi stati d'animo.

Quando per la terza volta, dopo la preghiera piena d'angoscia e d'abbandono, il Maestro ritorna presso i suoi discepoli, non ripete più la pressante racco­mandazione di vegliare e pregare con lui. Dice in­vece: « Dormite pure e riposate! » (Mc. XIV, 41; Mt. XXVI, 45), parole in cui il sorriso si fonde con la pietà. Gesù sa bene che non è più tempo di dormi­re e che i suoi discepoli riceveranno ben presto una forte scossa. Il suo modo ironico di consigliare loro il riposo contrasta con il tono supplichevole con cui aveva prima richiesto di unirsi alla sua preghiera e mostra che già Cristo ha superato la sua crisi spirituale.

L'ora suprema la e considera con un certo umorismo la tendenza invincibile al sonno manifestata dai suoi amici nel­l'ora più dolorosa della sua esistenza. L'emozione tragica dell'agonia è finita; il Maestro guarda con su­periorità e maggior distacco il pericolo che si sta avvicinando.

«Basta così», aggiunge, usando un termine che significa «congedare». Gesù congeda i suoi discepo­li: ormai non li solleciterà più a partecipare alla sua prova, mentre durante l'agonia li aveva esortati con molta insistenza a unirsi alla sua preghiera. Con que­sto fa prevedere l'atteggiamento che adotterà fra po­co: nel momento in cui verrà arrestato, invece di im­pegnare i suoi discepoli a restare con lui, proteg­gerà la loro fuga. Il periodo della vita pubblica, in cui i discepoli si accompagnavano al Maestro per ri­cevere il suo insegnamento e assimilare la sua men­talità, è finito. Per quanto riguarda la Passione, Gesù sa che, secondo il progetto del Padre, deve affrontar­la da solo.

« L'ora è venuta », afferma. L'ora dell'arresto non è come le altre, è 1'« ora » per eccellenza, misteriosa­mente stabilita dalla volontà paterna, in cui verrà compiuto il dramma della redenzione. Anche qui, il contrasto con la preghiera dell'agonia è commoven­te. Gesù aveva chiesto al Padre che, se fosse possi­bile, l'ora del dolore venisse allontanata da lui (Mc. XIV, 35). Ora egli stesso annuncia che quell'ora su­prema è suonata, e l'annuncia senza il tremore che lo agitava poco prima al solo pensarci, quasi come se facesse parte del felice esito della sua preghiera. Per quanto abbia desiderato esattamente il contrario di ciò che accade, trova la forza di bene accoglie­re l'ora che avrebbe volentieri evitato, e da questo punto di vista viene esaudito. Quanti uomini, dopo di lui, domanderanno che venga loro risparmiata una prova, e otterranno non la sua soppressione, ma il coraggio di sopportarla degnamente!

Cristo sembra in questo momento ritornare in fa­miliarità con l'« ora ». Prima della ribellione e della paura nell'agonia, questa « ora » era stata in qual­che modo la compagna della sua vita pubblica. Mol­te volte ne aveva previsto l'approssimarsi, e vi aveva individuato, insieme a una grande sofferenza, l'ora della riunione definitiva con il Padre (Gv. XIII, 1), e l'ora della gloria: « L'ora in cui il Figlio dell'uomo deve essere glorificato » (Gv. XII, 23; XVII, 1). Sarebbe l'ora dell'instaurazione del Regno: « L'ora in cui i morti sentiranno la voce del Figlio di Dio », e « l'ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità » (Gv. V, 25; IV, 23).

Tale prospettiva era stata offuscata, nel Getsemani, dall'ombra della tristezza interiore e dalla sua pre­ghiera angosciata; Gesù distingueva soltanto l'ora di un terribile supplizio, che avrebbe desiderato al­lontanare. Nel momento dell'arresto, di nuovo l'ora ricompare nella prospettiva solita e riprende il suo totale significato, che la rende accettabile e perfino cara a Gesù. E’ l'ora in cui sarà donata la salvezza al mondo e verrà instaurato il regno del Figlio dell'uo­mo sui vivi e sui morti. Non si nota forse il tono sicu­ro con cui Gesù pronuncia le parole: « L'ora è giun­ta », come se esse dovessero esprimere la sua sovranità, l'inaugurazione del suo regno messianico?

 

Il Figlio dell'uomo è consegnato ai peccatori

È suonata l'ora di una sovranità che vuole pene­trare fra gli uomini con l'umiltà dell'amore. Gesù aggiunge, per precisare il significato di quell'ora: « Ecco che il Figlio dell'uomo verrà consegnato nelle mani dei peccatori ».

Nel senso più immediato e più ovvio, la frase si­gnifica che Cristo sta per essere tradito, consegnato dal traditore nelle mani di coloro che, con intenzio­ne colpevole, attentano alla sua vita e stanno per commettere il peccato più decisivo. Ma le parole espressamente vaghe «nelle mani dei peccatori» ci fanno supporre che la frase pronunciata da Gesù im­plichi un significato più vasto. Il Figlio dell'uomo sta per essere posto nelle mani dell'umanità pecca­trice, di cui gli ebrei colpevoli possono essere con­siderati i rappresentanti. Dietro l'azione visibile di Giuda che lo tradisce e lo consegna ai capi del popo­lo ebreo, c'è, più profonda e più invisibile, l'azione del Padre che consegna suo Figlio all'umanità col­pevole.

Così si può riconoscere nelle parole di Gesù una definizione della redenzione. Il Figlio dell'uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori, perché deve as­sumersi le conseguenze del peccato dell'umanità; con il peccato gli uomini hanno assunto la responsabilità di sottoporre il Figlio di Dio all'umiliazione della croce.

Occorre richiamare alla mente come l'Antico Te­stamento ci descrive l'uomo peccatore consegnato nella mano vendicatrice di Dio: le disgrazie del popolo ebreo vi appaiono come un castigo divino, e le minacce degli oracoli profetici annunciano le terri­bili sanzioni ordinate da un Dio offeso. Il dramma della redenzione presenta ora l'immagine inversa: non è più l'uomo colpevole ad essere consegnato nel­la mano vendicatrice di Dio, ma è Dio stesso che viene consegnato nelle mani colpevoli degli uomini. Tutto l'amore che ispira la redenzione si esprime in questo rovesciamento di situazione: Dio, che po­trebbe vendicarsi del peccato, diventa prigioniero dei peccatori. La scena dell'arresto esprimerà bene questa verità: lasciandosi prendere e legare dai suoi nemici, Cristo compie l'atto di donarsi ai peccatori, nell'umiltà dell'amore che si sottomette agli altri. È veramente garanzia della nostra liberazione.

Il rovesciamento di situazione chiarisce pure il significato della sofferenza. Gli uomini hanno spesso l'impressione che Dio infligga loro il dolore in se­guito alle colpe commesse. Tale impressione non è falsa, poiché è vero che la sofferenza è mandata da Dio e appartiene al piano divino; ed è anche vero che è in relazione con i peccati. Ma non è una puni­zione: il Figlio dell'uomo è consegnato nelle mani dei peccatori, non per essere castigato, ma per offrire una riparazione dei peccati. In realtà sono gli uomi­ni che infliggono a Dio la sofferenza; essi commetto­no il peccato, e la loro volontà peccatrice provoca la necessità di una riparazione, che Dio stesso ha voluto compiere a nome nostro.

Da parte di Dio, c'è soltanto amore; amore che ri­spetta la volontà umana perfino nelle sue aberrazio­ni, amore che accetta anche gli effetti nefasti dell'offesa commessa. Tale prospettiva ci invita a completa­re o a modificare le nostre vedute troppo superficiali riguardo al significato delle nostre prove. I nostri peccati meritano una sanzione; il male commesso dal­l'umanità reclama un castigo. Ma il peso della soffe­renza meritata dai peccatori è stato sopportato dal Figlio di Dio, come omaggio di redenzione. Ormai non è più l'uomo che soffre a causa di Dio; è piutto­sto Dio che soffre a causa degli uomini e invita gli uomini ad unirsi al suo sacrificio. A torto pensiamo di avere qualche ragione per rimproverare Dio del do­lore che ci fa incontrare nella vita; piuttosto, Dio legittimamente potrebbe castigare la nostra colpevo­lezza, che gli è costata la sofferenza della croce, ma preferisce invitarci a condividere questa sofferenza da lui nobilitata e divinizzata.

Il Figlio dell'uomo consegnato ai peccatori è Dio che viene a portare il peso delle nostre colpe. È vero che Gesù non parla del Figlio di Dio consegnato ai peccatori, ma del Figlio dell'uomo, usando, per de­signarsi, un'espressione a lui abituale con cui vuol mettere l'accento sulla sua natura umana. Tuttavia, questa espressione implica anche la sua natura divi­na. Era stata già usata infatti nella profezia di Daniele per indicare un essere misterioso di origine celeste, destinato a ricevere la sovranità divina. Nel linguag­gio contemporaneo di Cristo, come dimostra il libro di Enoch, essa era riferita a un Messia divino, pre­esistente alla creazione del mondo, compartecipe del­l'onnipotenza di Dio sull'universo, a un salvatore in cui tutti devono sperare e che tutti devono adorare. Quando Gesù chiama se stesso col nome di « Figlio dell'uomo », vuole dichiarare non soltanto la sua es­senza umana, ma anche la sua origine celeste e la sua sovranità divina, e così afferma che è Dio.

Il Figlio dell'uomo consegnato nelle mani dei pec­catori è dunque un personaggio divino; il Maestro ha voluto suggerire il mistero di Dio che si sottopo­ne alle conseguenze del peccato, alla volontà dei pec­catori. Dio appare la grande vittima del peccato degli uomini.

Nel Figlio dell'uomo, insieme con Dio, anche l'uomo ideale è consegnato ai peccatori. Cristo rap­presenta infatti la perfezione umana, l'uomo in tut­ta la bellezza della sua natura e del suo destino, l'uo­mo amico di Dio. Il peccato ferisce e cerca di distrug­gere proprio questa perfezione; non è soltanto un'of­fesa a Dio, ma un oltraggio alla dignità umana.

Gesù vuole dunque subire, nella Passione, anche i rovinosi effetti del peccato nell'uomo, per far trion­fare l'umanità ideale che egli realizza nella sua per­sona.

 

«Alzatevi! »

Gesù ha appena avuto il tempo di dire ai discepo­li: « Dormite e riposatevi », che rivolge loro un or­dine contrario: « Alzatevi! Andiamo! Ecco: colui che mi tradisce è vicino » (Mc. XIV, 42).

I discepoli, assonnati, non chiedevano altro che di poter dormire ancora. « I loro occhi erano appe­santiti dal sonno », ci dice san Marco (Mc. XIV, 40; Mt. XXVI, 43); quando Gesù era venuto a distur­barli per la seconda volta, non avevano saputo rispondergli. Così non hanno notato i soldati avvicinarsi con le fiaccole.

Vedendoli, Gesù dà l'allarme. A dire il vero, il suo sguardo penetra ben più in profondità. Infatti egli afferma: «Colui che mi tradisce è vicino». Dopo aver detto a Giuda, nel momento in cui quest'ulti­mo aveva abbandonato l'Ultima Cena per immerger­si nella notte: «Ciò che vuoi fare, fallo presto» (Gv. XIII, 27), Gesù non aveva perso di vista il di­scepolo ribelle. Con uno sguardo più penetrante di quello umano, lo vedeva avvicinarsi nelle tenebre. La sua allusione a Giuda mostra quanto egli domi­ni il corso degli avvenimenti. Quanto più i discepoli sono inconsapevoli, tanto più Gesù rivela la sua per­fetta conoscenza del dramma che sta per svolgersi. Il Salvatore non sarà sorpreso dai fatti imminenti: Giuda e i soldati del seguito non giungeranno ina­spettati. Gesù li attende da molto tempo. Prean­nunciando l'arrivo del traditore, egli ci offre un pri­mo elemento che attesta la sua sovranità nella Pas­sione. Un secondo elemento si trova nella parola che risuona come un ordine pressante: «Alzatevi! ». Per l'ultima volta Cristo guida i discepoli, agisce da Maestro. Ripete, con maggior premura, le parole già pronunciate alla fine della cena pasquale: «Alza­tevi! Andiamo via da qui! » (Gv. XIV, 31). Allora, aveva avuto il tempo di spiegarsi meglio: « Non avrò più l'occasione di intrattenermi a lungo con voi, poi­ché viene il principe del mondo; su di me egli non ha alcun potere, ma è necessario che il mondo sap­pia che amo il Padre e che agisco secondo l'ordine che il Padre mi ha dato » (Gv. XIV, 30). Perciò Cristo aveva detto, durante l'Ultima Cena: « Alzatevi! », con la certezza di riuscire vincitore sul principe del mondo, e di vincerlo col suo amore per il Padre.

Si può intuire che in questo momento Gesù è ispi­rato da sentimenti simili. Ora sta per incontrare Satana, il principe del mondo, per affrontarlo nella lotta decisiva, in cui riuscirà vittorioso. Con l'ordine: «Alzatevil » si propone di mettere i discepoli al­l'erta, di prepararli ad affrontare il principe del mon­do. Questa è un'esortazione a predisporsi alla lotta, con tutte le forze morali necessarie per resistere in un grande pericolo, ma con la fiducia nella vittoria.

Questo richiamo non vale anche per i secoli futu­ri, destinato com'è a risvegliare non soltanto i di­scepoli nel Getsemani, ma gli esseri inclini ad asso­pirsi nella incessante lotta che si ripropone nell'u­manità tra il Salvatore e il principe del mondo? Il comando: « Alzatevi! » continuerà a risuonare in ter­ra fino al completo trionfo di Cristo alla fine dei tempi.

 

Giuda di fronte a Gesù

Di fronte alla condotta di Giuda è difficile non sen­tire ripugnanza e orrore. Ci si stupisce che il disce­polo, dopo aver così a lungo dissimulato i suoi veri sentimenti, non esiti a guidare la truppa, pronta ad arrestare il suo Maestro. Egli svela improvvisamente il suo gioco con un'audacia che fa fremere. Si direb­be che, entrato Satana in lui, nel momento in cui Gesù gli offre il boccone, Giuda faccia tacere facil­mente gli ultimi scrupoli di coscienza e ponga in opera, con grande rapidità, il tradimento progettato. Il demonio lo dirige con facilità e decisione. L'ordine dato da Giuda ai soldati ha un suono odioso: «Afferratelo e tenetelo saldamente per con­durlo via » (Mc. XIV, 44). Ha paura che Gesù sfug­ga ai suoi avversari, e insiste perché gli si renda im­possibile la fuga; con una persona che ha fatto tanti miracoli occorrono tutte le precauzioni. Se il tenta­tivo di arresto fallirà, i trenta denari, che il tradito­re sogna da molto tempo e crede già di possedere, svaniranno. Perché egli possa riscuotere quel denaro, occorre trattenere saldamente il suo Maestro.

Il segnale scelto per indicare Gesù alla truppa non avrebbe potuto essere un simbolo migliore del­l'ipocrisia: «Colui che bacerò è Gesù» (Mc. XIV, 44; Mt. XXVI, 48). Si resta confusi davanti a tale cini­smo. Giuda non avrebbe potuto pensare a un altro segnale? La sua audacia nel servirsi proprio di que­sto segno, che esprime un affetto speciale, ci rivela quanto la sua anima doveva essersi staccata dal Mae­stro e indurita nell'indifferenza verso di lui. Niente aveva più valore per Giuda all'infuori del denaro.

Con passo deciso, giunto presso il gruppo dei di­scepoli, Giuda si dirige subito verso Gesù. Lo saluta nel modo solito e più naturale: «Salve, Maestro». Queste parole sarebbero bastate a indicare l'identità di Gesù. Ma Giuda aggiunge il gesto convenuto; dà un bacio al Maestro. Secondo il Vangelo, questo non è un bacio qualunque, freddo e formale: «Egli lo baciò teneramente», raccontano san Marco e san Matteo (Mc. XIV, 45; Mt. XXVI, 49). Più questo ba­cio è insistente e prolungato, meglio si compie la sua funzione di segno, a indicare chiaramente agli occhi della truppa chi è l'uomo di cui deve impadronirsi. Il gesto di Giuda resterà per sempre il simbolo del tradimento; ma è anche l'esempio di una delle più mostruose deviazioni della condotta umana, il mercanteggiamento dell'amore, la vendita dell'affet­to o dei segni dell'affetto. Da questo punto di vista, il bacio del traditore non è un fatto raro e isolato; è il simbolo del peccato che disonora troppo spesso l'umanità.

Che cosa avviene nell'animo del Salvatore quando si trova di fronte a Giuda? Cristo deve soffrire acuta­mente per l'affronto che gli viene fatto. È veramente un affronto: « Uno dei dodici » in persona viene ver­so il Maestro per consegnarlo ai nemici. Tutti i disce­poli devono aver provato vergogna, specialmente co­lui che aveva chiamato Giuda alla dignità di apostolo.

Il tradimento è certo la più cocente sconfitta subita dal Salvatore. Se l'insuccesso presso le folle e presso i capi del popolo ebreo è penoso per lui, si indovina che l'insuccesso nel cuore di Giuda gli è sta­to ancora più doloroso. Si tratta di un discepolo che il Maestro ha personalmente scelto, ha accolto tra i suoi amici e con il quale ha condiviso i misteri del regno di Dio, le grandi verità della sua dottrina e gli scopi della sua missione apostolica. Cristo aveva posto molte speranze in Giuda e aveva fiducia in lui; non è riuscito a serbarlo fedele e ad arrestarlo sulla china fatale. La sofferenza del Maestro deve essere tanto più viva in quanto egli ha dimostrato al disce­polo ribelle più amore, più zelo nel salvarlo.

Sarebbe comprensibile che Cristo non avesse per­messo a Giuda di dargli un bacio ipocrita. Egli lo la­scia fare, vuole rispettare fino in fondo la libertà del discepolo, anzi, si presta a quel gesto di amicizia. In questo momento applica il precetto: «Io vi dico di non tener testa al cattivo; al contrario, se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, offrigli anche l'altra» (Mt. V, 39). Il bacio in questa circostanza è peggiore di uno schiaffo. Ma Gesù ha una ragione ancora più forte per lasciarsi baciare, ed è che egli non ha mai cessato di amare Giuda. Non soltanto si presta a quel bacio, ma si offre sinceramente al suo discepolo e vorrebbe rinnovargli l'offerta della sua amicizia.

L'intenzione amichevole è espressa bene nelle pa­role che san Matteo ci riferisce: «Amico, perché sei qui? » (Mt. XXVI, 50). San Luca riferisce la stessa frase con parole più chiare: « Giuda, tu tradisci il Figlio dell'uomo con un bacio! » (Lc. XXII, 48). Per l'ultima volta il Maestro dimostra a Giuda che non si lascia ingannare; per l'ultima volta cerca di provocare in lui un senso di orrore per ciò che ha in mente di fare. Più che un rimprovero, questo è stu­pore doloroso per una amicizia schernita, che però vorrebbe, con parole commosse e benevole, riconqui­stare un cuore divenuto ormai estraneo.

Il Maestro si comporta dunque, in quest'ultimo scorcio di vita che il traditore gli lascia, come un re­dentore ansioso di salvarlo. Il cuore di Gesù resta aperto e pieno d'amore; sarebbe bastato che Giuda provasse un po' di rimorso, perché il bacio di tradimento si mutasse in bacio di riconciliazione e di per­dono.

Forse siamo troppo inclini a vedere nel bacio di Giuda soltanto il tradimento, e non riconosciamo abbastanza l'atto di Cristo che si lascia baciare, e che manifesta un eroismo più grande dell'ipocrisia del suo discepolo. Quel bacio resta certamente una dimo­strazione del grado di aridità cui il desiderio del de­naro può condurre un uomo, e del comportamento mostruoso cui può progressivamente giungere chi devia dalla retta strada. Ma indica nello stesso tem­po l'instancabile bontà di Gesù, che nemmeno il più grande delitto saprebbe scoraggiare: è la bontà che non respinge Giuda, non lo opprime di rimpro­veri come avrebbe meritato, non lo smaschera in pubblico. Questa bontà non riesce a toccare il cuore del traditore, ma ottiene una vittoria, il cui benefi­cio si riverserà su tutto il mondo, la vittoria dell'a­more, che la più crudele perfidia non ha potuto sminuire.

Il bacio di Giuda fu inutile alla truppa che l'ac­compagnava, perché Gesù stesso, di sua propria ini­ziativa, si presentò dicendo: « Chi cercate? ». Quando udì la risposta: « Gesù di Nazareth », disse subito: « Sono io » (Gv. XVIII, 4-5).

Ciò mostra come Cristo si comporti da padrone sovrano del suo destino. Non è Giuda, guidato da Satana, che lo prende in trappola. È Gesù, che diri­ge in qualche modo lo svolgimento del suo arresto.

 

« Sono io »

« Conoscendo - dice san Giovanni - tutto ciò che stava per accadergli » (Gv. XVIII, 4), si presenta spon­taneamente ai suoi nemici.

L'evangelista racconta un episodio che conferma e chiarisce meglio la sovranità del Maestro: « Quando ebbe detto loro " Sono io ", essi indietreggiarono e caddero a terra. Gesù domandò di nuovo: "Chi cer­cate? ", essi risposero: " Gesù di Nazareth ", e Gesù di rimando: " Vi ho detto che sono io... " » (Gv. XVIII, 6-8). Ci fu un vero miracolo? Sarebbe sor­prendente, poiché Gesù non ha mai operato mira­coli per mettere altri uomini ai suoi piedi e ottenere da loro un omaggio forzato; egli ancora meno deside­ra stupire con prodigi coloro che vengono ad arre­starlo, perché, inoltrandosi nella via della Passione, rinuncia alla strada più facile delle manifestazioni prodigiose. Tuttavia san Giovanni ha visto nell'epi­sodio un segno straordinario della potenza di Cristo.

Infatti, camminando coraggiosamente incontro al­la truppa, Gesù la impressiona. Pronuncia con tale fermezza le parole « sono io », che le prime file in­dietreggiarono. Quegli uomini, che si sono armati per impadronirsi di Gesù di Nazareth, sono sorpresi di vedere lui in persona venire verso di loro, dichia­rando la sua identità. Fanno istintivamente un passo indietro, e questo movimento ne fa cadere alcuni. Senza aver bisogno di compiere un miracolo, Gesù sovrasta, con la sua fermezza e maestà, coloro che vo­gliono prenderlo; il suo atteggiamento risoluto per un istante li confonde.

Questo non è un prodigio, ma un segno; l'evan­gelista vi ha visto un'indicazione della potenza divina di Gesù. La prestanza naturale del Maestro e la sua andatura risoluta, rivelano una misteriosa supe­riorità, dotata di un fascino irresistibile. Nel mo­mento dell'arresto, colui che sta per essere fatto pri­gioniero dimostra di essere Dio.

In un certo modo, quasi lo dichiara. L'affermazio­ne «sono io» vuole dapprima fornire una risposta a coloro che cercano Gesù di Nazareth. Ma questa dichiarazione di identità sembra avere un significato più profondo. Le due parole greche corrispondenti possono anche tradursi con «io sono»; parole che costituiscono la definizione di Dio nel Vecchio Te­stamento. Nella sua rivelazione a Mosè, Yahvé si era chiamato « io sono » (Es. III, 14). Gesù aveva as­sunto per sé quel nome divino: « In verità, in verità vi dico, prima che Abramo nascesse, io sono » (Gv. VIII, 58; cfr. VIII, 24-28; XIII, 19). Nel momento in cui si consegna ai nemici, nella risposta: « Sono Io », non risuona forse un'altra attestazione della sua divinità: « Io sono »? Gli avversari non potreb­bero capire l'allusione; ma l'autorità divina del Sal­vatore che traspare nelle parole « sono io » li sog­gioga. Cadere a terra è un simbolo: quegli uomini sono posti loro malgrado in atteggiamento di adora­zione. Nella paura momentanea che li fa indietreg­giare e cadere gli uni sugli altri, non si rendono con­to di ciò che avviene loro; tuttavia, obiettivamente, indipendentemente dalle loro intenzioni, testimonia­no la potenza sovrana di Cristo.

Si potrebbe dire che dietro le circostanze e la par­te svolta dagli uomini in questo incontro c'è una liturgia, di cui Gesù è l'iniziatore e di cui i suoi discepoli potranno capire il significato solo più tardi. Il Maestro pronuncia le sacre parole « io sono », e coloro che vengono verso di lui subito si prostrano per terra.

Ancora sotto quest'aspetto, l'arresto sembra rove­sciare la situazione dell'agonia. Nella sua supplica al Padre, Gesù era caduto a terra sotto il peso della prova che lo minacciava; qui invece i nemici, quan­do si avvicinano minacciosi, cadono a terra. Questo doppio quadro suggerisce già quello della Passione e della resurrezione. Il Cristo oppresso dalla soffe­renza diventa il Cristo trionfante. Al momento del­l'arresto Gesù lascia intravedere il suo trionfo, e fa sì che, per mezzo dei suoi nemici, si avveri in anticipo la profezia, che egli aveva loro riferito: « Quando a­vrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora riconosce­rete che sono io » (Gv. VIII, 28). Fa loro capire il suo « io sono », mostrandone la forza nascosta.

 

Il rifiuto della spada

Quando Gesù risponde per la seconda volta «so­no io », i soldati caduti si rialzano e vogliono mettere le mani su di lui. In questo momento Pietro sguaina la spada, colpisce Malco, un servo del gran sacerdote, e gli taglia l'orecchio destro. La decisione, presa dal focoso discepolo, di seguire Gesù fino alla morte, è così messa in pratica: Pietro è pronto a perdere la vita in combattimento per salvare il suo Maestro.

L'intervento di Gesù non è meno rapido. « Rimetti la tua spada nel fodero » (Gv. XVIII, 11; Mt. XXVI, 52), dice a Pietro. L'ingiunzione è fatta al capo dei discepoli, da lui scelto come primo pastore della Chiesa. Oltre che alla persona di Pietro, quest'ordine è rivolto a tutti i suoi successori; indica il comporta­mento richiesto ai capi della comunità cristiana di fronte ai persecutori. È loro proibito di rispondere alla violenza con la violenza. I futuri responsabili del destino della Chiesa non potranno mai sguainare la spada per proteggerla o per farla progredire. Nes­sun pretesto potrà essere invocato per l'uso delle armi, dal momento che Pietro aveva la migliore del­le ragioni: difendere Gesù stesso, e il suo gesto è stato condannato dal Maestro. La più santa delle in­tenzioni non basta a rendere legittimo, per la Chiesa, il ricorso alla spada.

Le parole « rimetti la tua spada nel fodero » non si sono perdute nella storia della Chiesa. Esse han­no orientato la condotta dei cristiani nel corso del­le persecuzioni dei primi secoli. Impedendo ogni resi­stenza armata, hanno condotto molti di essi al marti­rio. L'eroismo dei discepoli deve essere, come quello del Maestro, un eroismo non d'imprese militari, ma di dolcezza caritatevole.

All'ordine dato a Pietro Gesù aggiunge il moti­vo: « Perché tutti coloro che impugnano la spada periranno di spada » (Mt. XXVI, 52). Questo prin­cipio sembrerebbe adatto alla situazione di Pietro e dei discepoli, poiché, se avessero voluto resistere con la forza alla truppa venuta per arrestare Gesù, avrebbero rischiato di farsi massacrare. Ma questa af­fermazione riveste un valore più universale: non si­gnifica che tutti coloro che ricorreranno alle armi morranno nella lotta intrapresa; significa piuttosto che l'uso della violenza è sempre un'opera di morte, e che tutti coloro che vi si presteranno accentueran­no il dominio della morte sull'umanità e di conse­guenza su loro stessi. Impugnare la spada vuol dire rinunciare all'amore e a quanto esiste di più nobile nell'uomo; ed è anche fatalmente morire a causa del­la spada, svilire l'umanità.

Qui vi è pure una condanna della guerra. Gesù non vuole soltanto tracciare per il capo dei suoi di­scepoli la linea di condotta che dovrà essere quella della Chiesa. La giustifica con una considerazione generale: l'ideale per l'umanità è di giungere a eli­minare le lotte violente tra gli uomini e a bandire la guerra. La Chiesa deve integralmente metterlo in pratica, fin dall'inizio della sua esistenza. I disce­poli di Gesù devono rinunciare alla violenza, non opporre resistenza ai persecutori, perché si sviluppi nell'umanità l'amore, che metta al bando finalmente la guerra e la violenza.

Inoltre Cristo ricorda a Pietro ciò che gli ha già insegnato: la Passione è parte del piano di salvezza deciso dal Padre celeste, e non bisogna voler sottrar­visi. « Pensi tu forse che io non possa chiedere aiuto a mio Padre, che mi fornirebbe subito più di dodici legioni di angeli? Come dunque si compirebbero le Scritture, secondo le quali deve avvenire così? » (Mt. XXVI, 53-54). « Non devo bere il calice che il Padre mi ha offerto? » (Gv. XVIII, 11).

Gesù sottolinea che si lascia arrestare non per debolezza, ma per obbedienza al Padre. Il maggior potere non è di chi usa la violenza, ma di chi se ne astiene. Occorre maggior forza d'animo per obbedire che per combattere; occorre maggior energia per ri­nunciare che per contrattaccare. Così l'atteggiamen­to pacifico di Cristo si accorda con la sua onnipotenza.

Il Maestro spinge questo atteggiamento pacifico fino al limite, poiché subito dà prova della sua sovra­nità, guarendo il servitore ferito. È il suo ultimo mi­racolo prima della resurrezione: miracolo che dimo­stra una bontà particolare verso i nemici. Gesù non vuole che il suo arresto porti danno a uno degli uo­mini della truppa; riparando il male commesso dal­la spada di Pietro, mostra che agli avversari non bi­sogna solamente perdonare, ma fare del bene.

Gesù rivela anche il significato profondo della po­tenza divina, che vuole svilupparsi soltanto nella di­rezione dell'amore. Cristo rifiuta di fare un miracolo per sfuggire a coloro che vengono per impadronirsi di lui, ma ne fa uno per permettere a Malco e ai suoi compagni di arrestarlo, senza timore e senza pericoli.

 

L'ora della potenza delle tenebre

Ormai il compito degli uomini mandati per arre­stare Gesù diventa uno dei più facili. È sufficiente che essi circondino colui che ha detto: « Sono io », e lo facciano prigioniero. « Allora - racconta san Giovanni - la coorte e il tribuno e le guardie dei giudei afferrarono Gesù e lo legarono » (Gv. XVIII, 12). Per precauzione, i capi ebrei avevano chiesto che dei soldati romani accompagnassero la truppa, per prestarle man forte in caso di resistenza. Tutto que­sto spiegamento di forze armate assume un tono ridicolo, in confronto alla facilità con la quale avviene l'arresto. Mentre Cristo testimonia una potenza au­tentica ma celata, i suoi nemici esercitano una po­tenza inutile, inadatta alla situazione.

Gesù stesso attira l'attenzione della turba sull'i­nutilità di tale mobilitazione: « Vi siete messi in marcia con spade e bastoni per catturarmi come se fossi un ladrone. Ogni giorno stavo seduto nel tempio, a insegnare, e non mi avete preso » (Mt. XXVI, 55). Questi uomini sarebbero stati incapaci di giustificare il loro modo d'agire; Cristo ne indica la vera ragione: la Sacra Scrittura deve avverarsi, il progetto divino deve divenire realtà. Quale profe­zia si realizza a questo punto? Il libro di Isaia annun­ciava che il servo sofferente sarebbe stato considerato come un malfattore; Gesù arrestato come un ladrone sembra avverare la profezia.

Secondo san Luca, Cristo aggiunge: « È la vostra ora, e la potenza delle tenebre » (Lc. XXII, 53). Prima di quell'ora, Gesù avrebbe potuto essere ar­restato cento volte, dal momento che non si nascon­deva per insegnare, e che tutti i frequentatori del tempio potevano avvicinarsi a lui senza difficoltà. Ma invano avrebbero cercato di catturarlo. Un tenta­tivo era perfino fallito: le guardie mandate per con­durre Gesù ai grandi sacerdoti e ai farisei avevano rinunciato a mettere le mani su di lui, ed erano state talmente impressionate dalla sua predicazione che si erano sentite ormai disposte in suo favore e quasi pronte a credere in lui (Gv. VII, 44). L'ora dell'ar­resto era stata fissata dal Padre: un'ora della notte per simbolizzare l'opera della potenza delle tenebre.

Satana non può condurre Giuda nel Getsemani e mettere fine all'attività apostolica di Gesù se non nel momento determinato dal piano divino di sal­vezza. Soltanto in quel momento può sottrarre al­l'umanità la sua luce e sforzarsi di ristabilire l'oscu­rità.

Riconoscendo che questa è l'ora della potenza del­le tenebre, Cristo svela un aspetto importante della Passione, come pure dell'intera economia della sal­vezza. Satana ha una funzione, ma soltanto entro i limiti a lui concessi dalla sovranità del piano divino. Dio tollera che il suo grande nemico svolga la sua attività distruttrice e si opponga all'azione divina; ma si serve anche dell'attività di Satana perché il progetto di salvezza abbia successo. Egli trasforma in un bene per l'umanità ciò che Satana compie per condurla alla perdizione. L'arresto è un trionfo del demonio, poiché riesce a paralizzare Gesù, a im­pedirgli di continuare a diffondere intorno a sé i meravigliosi benefici del suo insegnamento e dei suoi miracoli. Ma il trionfo è solo apparente: il Pa­dre celeste utilizzerà l'azione di Satana per la salvez­za degli uomini, facendo scaturire tale salvezza dal­la condanna a morte di Gesù. L'ora della potenza delle tenebre annuncia una nuova aurora: in definiti­va quest'ora è più di Dio che di Satana.

 

L'abbandono dei discepoli

Vedendo il loro Maestro in potere dei nemici, tutti i discepoli fuggono. Gli evangelisti non hanno tralasciato di ricordare il fatto, che non fa onore al gruppo degli apostoli: « Tutti lo abbandonarono e fuggirono » (Mc. XIV, 50).

Cristo stesso si era preoccupato di proteggere la loro fuga, poiché aveva detto agli uomini della tur­ba: « Se cercate me, lasciate che questi se ne vadano » (Gv. XVIII, 8). San Giovanni insiste sulla profonda intenzionalità di questa sollecitudine, la cui efficacia è una verifica della parola pronunciata dal Maestro: « Disse ciò perché si adempisse la sua parola: "Non ho perduto nessuno di coloro che mi hai donato" » (Gv. XVIII, 9; cfr. XVII, 12). Quando, nella pre­ghiera sacerdotale, Gesù aveva dichiarato che nessuno dei suoi discepoli si era perduto, tranne il figlio di perdizione, voleva parlare della perdita dell'anima. Qui, nell'episodio dell'arresto, si tratta di salvaguar­dare la vita fisica. Ma eguale è la vigilanza di Cristo nell'uno e nell'altro caso, e la protezione della vita corporea è il segno della cura posta nella difesa della vita morale e spirituale.

La sollecitudine di Gesù è commovente, perché vuole permettere ai suoi discepoli di abbandonarlo in completa sicurezza; ma certamente il Maestro sen­te l'animo straziato nel vedere che tutti i suoi amici lo abbandonano. Un uomo che si trova nella prova è più sensibile alla presenza consolante di un grup­po di amici; soffre di più nel vedersi abbandonato da coloro che ama. Cristo accetta volentieri questa solitudine, che in realtà deve essergli molto penosa, perché tutto in lui è comandato dall'amore. Mentre si consegna agli avversari, si preoccupa di mettere al sicuro le persone di cui è responsabile. Vuole assicurare nello stesso tempo l'opera che ha intrapreso, e la Chiesa di cui gli apostoli formano il nucleo ini­ziale.

Un giovane avrebbe avuto l'occasione di unirsi ceraggiosamente a lui e di dividere la sua sorte. Que­sto giovane, probabilmente san Marco, il futuro evan­gelista, aveva cominciato a seguire il prigioniero; la turba volle catturarlo, ma egli abbandonò la sua ve­ste leggera nelle mani delle guardie e fuggì a sua volta. Ancora una volta la turba si mostrava poco efficiente, poco adatta al suo compito; non riusciva neppure a impadronirsi di un uomo inerme. In verità chi proteggeva i discepoli proteggeva anche quel giovane.

La ragione più importante della diserzione di tutti i discepoli sta nel progetto del Padre. Non si deve certamente negare la loro viltà, né la loro debolezza morale, dovuta alla mancanza di preghiera. Ma, die­tro la loro condotta, riconosciamo una superiore in­tenzione divina. Se l'ora è suonata per il martirio di Gesù, non è ancora suonata per il martirio della Chiesa; anche ai discepoli la grazia per questo mar­tirio non è ancora donata.

Il Padre vuole che suo Figlio si incammini da solo, per primo, verso una morte eroica, affinché nella sua solitudine porti tutto il peso del futuro martirio del­la sua Chiesa. Proprio nel suo martirio gli apostoli e i cristiani dovranno attingere la forza di offrire il loro. Cristo deve precedere tutti gli altri: ecco per­ché, condotto dalla turba armata di spade e bastoni, non ha più vicino nessuno dei suoi compagni. Dovrà affrontare da solo i capi del popolo ebreo, restare solo durante il processo, Eccolo spogliato di ciò che sulla terra costituiva la sua più preziosa ricchezza: il gruppo dei suoi apostoli; così si completa la nudità spirituale della sua Passione.

 

Capitolo settimo

GESÚ PROCESSATO DAGLI EBREI

Penoso inizio del processo

La prima tappa dell'itinerario di Gesù prigioniero lo porta a soddisfare la curiosità di Anna, vecchio gran sacerdote. Caifa ha ordinato di mostrare quel­l'interessante prigioniero a suo suocero, che ufficial­mente non ha nessun potere, ma che conserva una grande influenza negli ambienti direttivi. È un ge­sto di deferenza nei suoi riguardi, come più tardi quello di Pilato verso Erode.

Non conosciamo nulla di quell'incontro, ma si in­tuisce che Anna sia rimasto deluso dal silenzio del prigioniero. Se si compiace di vedere incatenato e impotente un uomo, che aveva molto preoccupato i suoi amici e minacciato la loro posizione, non riesce a ottenere da lui la minima risposta: quel famoso oratore tace e non risponde nulla. Anna non può neppure sapere se quel silenzio è senza significato o voluto con abilità. Così non tarda a rimandare a Caifa lo strano prigioniero.

Caifa, ci ricorda san Giovanni, aveva dato questo consiglio agli ebrei: «E’ meglio che un uomo solo muoia per il popolo» (Gv. XVIII, 14). Perciò la responsabilità di quella morte appartiene al gran sa­cerdote: lui ha preso l'iniziativa del crimine e ha convinto gli altri capi ebrei a prendervi parte, poiché, aggiunge l'evangelista, in seguito a quel consi­glio, « decretarono di ucciderlo » (Gv. XI, 53). Tut­tavia, anche in questa intenzione criminale, Caifa è dominato da una volontà superiore alla sua: nell'or­dine che emette, non attua soltanto la sua idea per­sonale, ma una profezia che viene dall'alto. In un senso, del quale non si rende conto, è vero che un uomo solo deve morire per il popolo, e, secondo le parole di san Giovanni, «non soltanto per il po­polo, ma anche per raccogliere nell'unità i figli di Dio dispersi» (Gv. XI, 52).

Tale profezia, cioè questa dichiarazione pronuncia­ta in nome di Dio da Caifa, non è evidentemente né consapevole né volontaria, ma mostra che il gran sa­cerdote, pur tramando abilmente nell'ombra per mettere fine al pericolo costituito da Gesù, è in real­tà comandato, senza saperlo, dalla potenza sovrana, di cui è ritenuto il rappresentante tra gli ebrei. Di­cendo che un uomo deve morire per il popolo, pren­de a pretesto il pericolo che i romani vengano a di­struggere la nazione ebrea, nel caso in cui Gesù la unificasse intorno a sé; finge di pensare che il mes­sianismo del Nazareno possa assumere il carattere di un movimento rivoluzionario e causare una repres­sione da parte della potenza occupante. Di fatto, vuo­le assicurare non il bene del popolo, ma il vantag­gio suo e dei suoi amici, con la condanna a morte di Gesù. Desta comunque meraviglia che Dio riesca a far capire il significato autentico della morte di Cri­sto, grazie a questa falsità, e che si serva dell'egoismo settario di Caifa per proclamare l'amore del Salvato­re, immolatosi per il bene del suo popolo.

Nel processo, questo orientamento superiore con­tinuerà a rivelarsi nel comportamento del gran sa­cerdote, nonostante le malvage intenzioni che lo ispi­rano. Tentando di raggiungere lo scopo che si è pre­fisso, Caifa infatti si lascia condurre da Dio, e, più precisamente, da Gesù stesso. Ciò è dimostrato fin dal primo incontro con l'accusato.

Come da Anna, Gesù sta in silenzio di fronte al gran sacerdote. Caifa aveva senza dubbio sperato di ottenere dall'accusato qualche parola comprometten­te. Lo interroga intorno ai suoi discepoli, alla sua dottrina, ma non riceve risposta; poiché esprime il suo stupore e domanda la ragione di quel silenzio, alla fine Gesù gli dice: « Io ho parlato al mondo con parole chiare; ho sempre insegnato nella sinagoga o nel tempio, dove si radunano gli ebrei; non ho detto nulla in segreto. Perché interroghi me? Do­manda a quelli che mi hanno udito parlare: essi sanno bene ciò che ho detto» (Gv. XVIII, 20-21).

Con tali parole, Cristo si limita a svolgere il ruolo di un accusato, che aspetta la notifica e la prova delle accuse mosse contro di lui. Ora, comportandosi come un accusato, egli diventa il padrone del suo processo. Caifa fallisce nel primo interrogatorio; non soltanto non ottiene alcuna informazione e non può cogliere in Gesù nessuna parola pericolosa, ma la risposta finale, pacata e chiara, tende a dimostrare che ha torto il gran sacerdote, perché dovrebbe interrogare altri, invece dell'accusato.

Si capisce che Caifa non ha potuto fare a meno di mostrarsi irritato. Notando l'imbarazzo e la sconten­tezza del gran sacerdote, una guardia vuole reagire e schiaffeggia Gesù: « Così rispondi al gran sacerdo­te! ». Ma come ha indotto Caifa al silenzio, così Gesù disarma il servo troppo zelante: « Se ho parlato male, dimostra che cosa ho detto di male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? » (Gv. XVIII, 22). Egli richiede la semplice applicazione delle re­gole della giustizia, con una serenità impressionante. Cristo ha palesemente ragione in questo caso, come nella risposta al gran sacerdote.

Caifa si rende conto della sua sconfitta: lo schiaffo è una dimostrazione della sua impotenza. Non gli resta altro da fare che interrompere l'interrogatorio e cercare altrove motivi di condanna per il processo che si inizierà il mattino seguente. La dolcezza silen­ziosa di Gesù ha prevalso nella prima fase della lotta. Già la verità e l'amore si rivelano più forti; annun­ciano la loro vittoria.

 

Pietro rinnega

Quando la giovane portinaia si avvicinò a Pietro, nel cortile del gran sacerdote, per osservarlo alla luce della fiamma, il discepolo s'impaurì. Non si era an­cora rimesso dalla paura provata durante l'arresto di Gesù, dopo il fallimento del suo colpo di spada. Aveva ricominciato a seguire da lontano Gesù e non senza una certa apprensione era entrato nel cortile del gran sacerdote. Una parola detta da Giovanni alla portinaia gli aveva permesso di introdursi nel palazzo e di andare a scaldarsi presso il braciere del cortile. Ma giustamente la giovane serva, che custodi­va la porta, era impensierita per l'entrata di quello sconosciuto e, notando la sua aria poco sicura, i suoi sospetti aumentarono. Gli si avvicinò, per meglio vederlo alla luce del fuoco, e gli disse: « Anche tu eri con Gesù Nazareno ». La risposta di Pietro fu tanto categorica quanto era grande la sua paura:

« Non lo conosco e non so che cosa tu voglia dire » (Mc. XIV, 67-68).

Il discepolo pensò subito che fosse più prudente avvicinarsi alla porta, dirigendosi verso il vestibolo. Ma là, inevitabilmente, lo raggiunse la serva, e que­sta volta si rivolse a coloro che erano presenti, in­dicando Pietro: « Eccone uno che era con Gesù di Nazareth! » (Mt. XXVI, 71). Pietro di nuovo negò, e giurò persino, per garantire la sua negazione.

Nel frattempo un gallo aveva cantato, ma il disce­polo non se ne era accorto: era troppo preoccupato della sua sicurezza. Per non apparire sospetto, si unì alla conversazione del gruppo; dopo un'ora, uno dei presenti si rivolse improvvisamente a lui: « Sicura­mente sei uno di quelli, perché sei galileo; il tuo modo di parlare ti tradisce » (Mc. XIV, 70; Mt. XXVI, 73). Gli altri approvarono, e alla fine un servo di Caifa, parente di Malco, credette di ricono­scere colui che aveva sguainato la spada: « Non ti ho forse visto con lui nell'orto? ». La minaccia diventa­va pericolosa. Pietro non vide altro scampo che ne­gare con energia ancor maggiore di prima. « Comin­ciò a imprecare e a giurare: " Non conosco l'uomo di cui parlate" » (Mc. XIV, 71).

In queste negazioni successive, sempre più insi­stenti, si rivela l'ingranaggio della colpa. Il caso di Giuda offre un esempio più terribile e più tragico; Giuda è stato progressivamente trascinato in un'in­fedeltà sempre più decisa, fino al tradimento, che avrebbe ritenuto impossibile nel momento in cui ave­va cominciato a seguire il richiamo del Maestro. Spa­ventato dallo sguardo indagatore di una serva, Pie­tro spera di schivare il pericolo, dichiarando sem­plicemente di non sapere. Ma il comportamento non fa che esporlo di più a una denuncia; e dopo aver negato una prima volta, è portato a negare con più forza una seconda e una terza volta.

La sua prima menzogna e la sua prima infedeltà, oltre a non trarlo d'impaccio, lo pongono in una si­tuazione che diventa sempre più inestricabile. Que­sto è un esempio impressionante della tendenza del peccato a moltiplicarsi e ad aggravarsi, anche se è dovuto solo alla debolezza o alla viltà.

Fortunatamente, il secondo canto del gallo arrivò a tempo per impedire a Pietro di impantanarsi ulte­riormente nei suoi falsi giuramenti. Quel canto gli rammenta la profezia di Gesù: « Prima che il gallo canti due volte, tu mi rinnegherai per tre volte» (Mc. XIV, 72). Turbato da quel ricordo, Pietro si allontana dal gruppo in cui si trova.

Proprio in quel momento, Gesù esce dalla sala dove ha avuto luogo l'interrogatorio di Caifa. Deve seguire le guardie che lo conducono incatenato, ma volge la testa verso il suo discepolo, secondo le paro­le così impressionanti di san Luca: «Voltatosi, il Si­gnore fissò gli occhi su Pietro» (Lc. XXII, 61).

Ammiriamo la speciale attenzione di Gesù per il discepolo. Non si è limitato a preannunciargli un se­gnale che lo fermasse sulla china, il secondo canto del gallo, ma interviene ora personalmente per riconqui­stare, con un amorevole sguardo, il cuore di colui che l'ha rinnegato. Per una coincidenza provviden­ziale, l'interrogatorio termina nello stesso istante del­la terza negazione, in modo che il Maestro, subito dopo il canto del gallo, può scambiare uno sguardo con il discepolo. Non è questa la sollecita bontà di Gesù verso i peccatori? Egli dimostra la sua premu­ra di venire in loro aiuto: la premura che l'ha indot­to a venire sulla terra e lo spinge ora a offrirsi in sacrificio.

Lo sguardo di Cristo fa comprendere a Pietro la colpa commessa. Fino a quel momento il discepolo si era lasciato istintivamente guidare dalla paura, dal desiderio di sfuggire ai sospetti che pesavano su di lui. Nelle sue negazioni, pensava soltanto a se stesso, a salvaguardare la sua vita; non si rendeva chiaramente conto della sua infedeltà al Maestro, poiché evitava di pensarci e non voleva rendersi con­to, pienamente cosciente, della realtà del suo compor­tamento. Mentre indietreggiava, fuggiva anche il pen­siero di Gesù. Ma il Maestro compare improvvisa­mente davanti a lui e lo riporta di fronte alla vera prospettiva. Inoltre lo sguardo insistente di Gesù gli fa scoprire la sua colpa, lo risveglia dalla sua in­coscienza, meglio del canto del gallo.

Pietro legge in quello sguardo una grande tristez­za. Il Signore è afflitto nel constatare che il capo dei suoi discepoli non ha avuto il coraggio della propria fede; il rinnegamento di Pietro è per lui, in un certo modo, più penoso delle intenzioni malvage di Caifa, poiché è frutto della viltà di un amico. I suoi occhi esprimono una pena profonda.

Nello stesso tempo, Pietro capisce l'inestinguibi­le amore che c'è nello sguardo e nel cuore del Mae­stro. Il suo sguardo rattristato è uno sguardo di bontà, che offre il perdono. Nessuna collera, nes­suna irritazione si possono scorgere negli occhi di Gesù: l'unico rimprovero è quello, dolce e silenzio­so, di un affetto ferito.

Tale sguardo indimenticabile sconvolge l'animo di Pietro: il discepolo esce subito e piange amaramen­te la sua colpa. È stato salvato dal suo incontro con Gesù. Se fosse stato abbandonato a se stesso, avrebbe potuto rammaricarsi per la sua viltà, sentirsi offeso per essere stato umiliato, e ripiegarsi su se stesso nel disgusto e nello scoraggiamento. Soltanto lo sguar­do di Cristo poteva suscitare in lui il vero pentimen­to, che deplora non l'umiliazione della colpa, ma la tristezza inflitta all'amore del Signore. Soltanto quel­lo sguardo poteva ispirare un dispiacere pieno d'amo­re e di fiducia nel perdono. Quando Pietro scoppia in singhiozzi, non piange su se stesso, ma perché ha rinnegato e offeso un Maestro così buono. Lo sguar­do che lo segue sempre l'assicura che l'amicizia non è spezzata; dalla debolezza della colpa sorge una nuo­va speranza, basata sull'amore più grande, così viva­mente espresso dagli occhi di Gesù.

 

Notte di oltraggi

Il processo non poteva incominciare subito: si do­veva aspettare il giorno. Caifa e i capi ebrei avevano anche bisogno di un ritardo di qualche ora per pre­parare lo svolgimento del processo e organizzare le te­stimonianze che dovevano fornire una ragione di con­danna.

Dopo l'interrogatorio, Gesù è riconsegnato nelle mani delle guardie, incaricate di sorvegliarlo accu­ratamente. Senza dubbio viene condotto in un car­cere, o in una stanza che serviva per la detenzione dei prigionieri.

Qui si svolge la scena degli oltraggi descritta da san Luca: «Gli uomini che lo custodivano si pren­devano gioco di lui, e lo maltrattavano crudelmente. Lo coprivano con un velo e lo interrogavano, di­cendo: "Indovina: chi è colui che ti ha colpito?» (Lc. XXII, 64).

La debolezza e la disgrazia di un uomo possono suscitare la compassione. Ma possono anche, ahimé, stimolare l'istinto di crudeltà, e così vediamo le guar­die tormentare ancor più Gesù con percosse e scherni. Si divertono con il prigioniero e le beffe rendono più sferzante la loro crudeltà.

Questa è per loro l'occasione di vendicarsi del comportamento di Gesù durante l'interrogatorio. Es­se si erano infuriate nel vedere il prigioniero ri­fiutarsi di rispondere alle domande di Caifa, ren­dendo impossibile il compito al gran sacerdote. Lo schiaffo dato da un servo testimoniava la loro indigna­zione: quel malfattore, quel falso profeta teneva a bada l'autorità! Inoltre, la risposta di Gesù a colui che l'aveva colpito aveva dovuto accrescere l'irrita­zione degli altri, poiché dimostrava che Gesù era nel­la ragione e gli altri nel torto. L'autore dello schiaffo, rimasto tranquillo durante l'interrogatorio, aveva certamente giurato di vendicarsi in seguito. Uscite dalla sala, le guardie non si trattengono più e appa­gano la collera impazientemente dominata.

Cristo indifeso è in balìa dei loro colpi e dei loro scherni, perché deve portare il peso di tutte le cru­deltà e malvagità umane. La Chiesa, che Gesù è ve­nuto a fondare, sarà pure vittima di molte crudeli persecuzioni e di molti assalti, in cui l'ironia si me­scolerà alla violenza! Gesù ha voluto assumersi que­sto fardello, far ricadere su di sé i cattivi trattamenti che i suoi discepoli subiranno, e la derisione di cui la loro fede sarà bersaglio.

« Indovina! ». Agli schernitori sembra così eviden­te di avere davanti un profeta da farsa, incapace di pe­netrare con lo sguardo attraverso il velo che porta sugli occhi! Il silenzio del prigioniero pare un'ulte­riore prova della sua debolezza e della sua inettitu­dine, ed eccita il loro estro, come la sua dolcezza ir­rita e stimola la loro violenza. Se qualcuno avesse loro detto che lo sguardo del prigioniero era lo sguar­do stesso di Dio, capace di scrutare la loro coscienza, e che il suo volto, da loro bendato, era destinato ad essere contemplato per tutta l'eternità, non avreb­bero potuto comprendere né tanto meno ammettere simile verità.

Tuttavia forse qualcuno ha intuito in quest'uomo schernito e maltrattato qualche cosa di straordinario. Agli sguardi crudeli e beffardi che lo circondano Gesù non risponde con uno sguardo di odio. Non si può scoprire nel suo atteggiamento alcuna rab­bia impotente né sfida orgogliosa. Cristo non fa che accettare: accoglie i colpi, accoglie una serie di scher­ni, a cui non vuole sottrarsi. Nel suo sguardo non appare mai una fiamma di amor proprio irritato, impaziente di vendicarsi. Soltanto un amore incom­preso, rattristato ma costante, irraggia discretamente dal suo viso. Togliendogli bruscamente il velo dopo essersi preso gioco di lui, chissà se una delle guardie non sia stata improvvisamente colpita da quello sguardo d'amore, e non abbia, da quel momento, riflettuto in silenzio, chiedendosi se l'accusato non avesse ragione, se non fosse davvero il profeta?

Ma la vittoria più incontestabile del Salvatore in questa notte d'oltraggi doveva durare, nel corso dei secoli, in tutti coloro che, nel contemplarlo oppresso dai colpi e dagli scherni, hanno meglio compreso l'immensità del suo amore e gli hanno dedicato un affetto più grande. È anche la vittoria di tutti i se­guaci che, nell'esempio del loro Maestro, hanno at­tinto il coraggio di sopportare i cattivi trattamenti, di sfidare le beffe, di accettare l'ingiuria o la perse­cuzione senza reazione né vendetta.

 

Davanti al Sinedrio: false testimonianze e silenzio

Al mattino presto si riunisce il Sinedrio, tribunale presieduto dal gran sacerdote e composto dai capi dei sacerdoti, dagli anziani e dagli scribi o dottori della legge. Era stato convocato d'urgenza, poiché la festa di Pasqua sarebbe cominciata la sera dello stes­so giorno, ed era necessario che, prima, Gesù fos­se condannato a morte. Se non avesse ottenuto quel risultato, Caifa temeva che i seguaci del profeta avrebbero avuto la possibilità di riorganizzarsi e di sollevare il popolo in favore dell'accusato; anche po­co prima si era spaventato nel constatare la sim­patia crescente di cui Gesù godeva presso le folle. Do­veva perciò procedere il più rapidamente possibile.

Sfortunatamente per lui, nella fretta non aveva preparato con sufficiente diligenza il processo che voleva avviare. Per assicurare il procedimento secon­do i suoi desideri, avrebbe dovuto organizzare più accuratamente le testimonianze. Il racconto evange­lico ci dice che molti falsi testimoni si presentarono, ma che non si riuscì a ottenere una testimonianza valida, garantita dall'accordo perfetto di due testi­moni. Erano testimoni falsi, non perché attribuivano necessariamente a Gesù affermazioni false o inven­tavano azioni non commesse da lui, ma perché ave­vano ricevuto l'incarico speciale di portare questa o quella testimonianza, e perché si era cercato di far loro ripetere in anticipo la deposizione, in modo che, anche se si fosse trovato, in essa, un fondo di ve­rità, una espressione autentica di Gesù, la testimo­nianza potesse tuttavia venire adattata e più o meno trasformata, per servire l'accusa.

La lezione era stata imparata male, e nessun te­stimone riuscì a fare una dichiarazione abbastanza coerente con quella di un altro. Lo spettacolo, più so­lenne di quello del primo interrogatorio, diventava sempre più imbarazzante per chi l'aveva allestito. L'intera assemblea del Sinedrio, ostile all'accusata, era incapace di formulare un'accusa; solo contro tut­ti, Gesù diventava invulnerabile senza nemmeno a­prir la bocca. L'una dopo l'altra, le false testimonianze crollavano ai suoi piedi. La stizza e il cattivo umore dovevano aumentare nelle autorità. Il proces­so minacciava di svergognarne i promotori. Tale se­rie di falsi testimoni dimostrava già, con sinistra elo­quenza, l'artificiosità del processo e la presumibile in­giustizia che guidava i suoi iniziatori. Caifa comin­ciava a coprirsi di ridicolo e rivelava, suo malgrado, l'iniquità e la falsità della sua condotta.

Nella confusione crescente, improvvisamente na­sce una speranza; una testimonianza sembra più se­ria delle altre. Caifa l'ha riservata per la fine, come la sua carta migliore. Finge di ascoltare con maggiore interesse i diversi testimoni che vengono a riferire parole di Gesù: « L'abbiamo sentito dire: - Distrug­gerò questo tempio, fatto da mani di uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, che non sarà fatto da mani d'uomo" » (Mc. XIV, 58). In verità, Cristo si era espresso diversamente; aveva detto: « Distruggete questo tempio, io lo ricostruirò in tre giorni » (GIN. II, 19). I testimoni gli fanno dire: « Distruggerò questo tempio»; così trasformata quell'affermazione può essergli imputata come un attentato criminale contro quanto vi è di più sacro. Già in passato i sa­cerdoti ebrei avevano reclamato la morte del profeta Geremia, che aveva osato annunciare la distruzione del tempio e della città (Ger. XXVI, 6). Pretenden­do di distruggere un tempio, di cui Dio stesso ave­va ordinato la costruzione, e annunciando che ne avrebbe ricostruito un altro in tre giorni, Gesù non si pone forse sullo stesso piano di Dio? È una bestem­mia che merita la condanna a morte.

Ma ancora una volta le testimonianze non concordano, perché è chiaro che si sono volute modificare di proposito le parole pronunciate da Gesù. I dot­tori della legge, che controllano minuziosamente la coincidenza verbale delle deposizioni, devono con­statare il disaccordo, con grande imbarazzo di Caifa. Questa nuova sconfitta è tanto più notevole in quan­to, nel momento in cui i capi del popolo ebreo non riescono a condannare Gesù per la sua profezia sul­la distruzione del tempio, questa profezia comincia ad avverarsi proprio per opera loro: giudicando Gesù e volendo condannarlo a morte, cominciano a distruggere il loro tempio ed insieme tutta la religio­ne ebrea, e così permettono la ricostruzione, in tre giorni, di un altro tempio, il corpo di Cristo risu­scitato.

Caifa dovrà lasciar cadere questo capo d'accusa, l'ultimo che possa presentare? Poiché le testimo­nianze non possono essere accettate, resta un solo mezzo: provocare una confessione dell'accusato. Il gran sacerdote vuole almeno indurre Gesù a parlare: la minima affermazione potrebbe essere utilizzata contro di lui, essere il punto di partenza di un inter­rogatorio più serrato. Per riuscirvi, Caifa si alza con solennità in mezzo all'assemblea e domanda: « Non rispondi nulla alla testimonianza che questa gente presenta contro di te? » (Mc. XIV, 60). Vorrebbe sottintendere che, non rispondendo nulla, l'accusa­to si comporta da colpevole.

Ma Gesù resta impassibile e silenzioso. « Taceva - dice san Marco - e non rispondeva nulla » (Mc. XIV, 61). Il suo silenzio sventa tutte le astuzie e i maneggi degli accusatori.

Bisogna comprendere bene l'importanza del silen­zio di Cristo. Non è semplicemente abilità, anche se Gesù avrebbe potuto essere altrettanto abile, ri­spondendo ai falsi testimoni. Avrebbe potuto sma­scherare la malafede degli accusatori. Nel corso della vita pubblica, quante volte aveva risposto vittoriosa­mente alle domande insidiose, postegli dagli scribi e dai farisei? Coloro che gli preparavano trabocchetti si vedevano cadere nei loro stessi intrighi e costretti a riconoscere che le sue risposte erano giuste. Da­vanti al Sinedrio, egli avrebbe potuto confondere i testimoni senza nessuna difficoltà; se avesse voluto parlare, come Caifa desiderava, avrebbe potuto, con le sue risposte lucide di Maestro, mettere in imba­razzo il gran sacerdote. Ma questa è l'ora del silenzio umile, come ha voluto il Padre, introducendo suo Figlio in un processo di condanna. Per Gesù, che aveva la risposta così giusta e pronta, tale silenzio de­ve essere stato penoso. Non si dovrebbe pensare che il silenzio non gli sia costato nulla. Di fronte ad ac­cuse ingiuste, gli uomini si affrettano a giustificarsi, protestano con veemenza contro la calunnia. Si in­dovina di quale forza d'animo Gesù abbia avuto bi­sogno per non reagire, per tacere ostinatamente, mentre una sola sua parola sarebbe bastata a sottoli­neare l'ingiustizia dell'accusa. Il silenzio di Cristo, di fronte a una serie di false testimonianze, è eroico.

È un silenzio di accettazione, in cui non c'è ombra di risentimento: Gesù accetta la prova dell'accusa in­giusta, come ha accettato i colpi e gli scherni delle guardie. Questa sofferenza accettata diventa sacrifi­cio, il suo silenzio è pieno dell'offerta di se stesso.

In tale silenzio l'amore è vittorioso: l'amore verso il Padre, al quale è offerto il sacrificio; l'amore verso l'umanità, per la quale è offerto; l'amore verso i falsi testimoni, che non si rendono bene conto del ruolo loro imposto, per i quali Gesù sente simpatia e com­passione.

Con l'amore, è vittoriosa la luce. L'assalto delle false testimonianze è un'offensiva delle tenebre. Il grande combattimento della menzogna contro la verità. Nel processo le manovre oscure della menzo­gna, a furia di parole, vengono ad infrangersi contro una verità silenziosa, ma inespugnabile. « La luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno accolta » (Gv. I, 5).

 

La domanda decisiva

Quando Caifa constatò che in risposta al suo inter­rogatorio l'accusato manteneva ancora il silenzio, sen­tì che la partita era quasi persa. Il processo rischiava di fallire; giuridicamente, era impossibile trovare una ragione valida per la condanna a morte. Occor­reva dunque congedare l'assemblea del Sinedrio sen­za essere giunti ad una conclusione, ad una sentenza, o più esattamente alla sola sentenza che poteva es­sere emessa in tale caso, la condanna capitale?

Restava una sola risorsa per evitare quella dimo­strazione di impotenza: intimare a Gesù di procla­mare la sua identità e la sua missione. I capi ebrei non volevano ammettere la pretesa di Gesù di pre­sentarsi come Messia e Figlio di Dio. L'avevano ac­cusato di volersi rendere eguale a Dio, chiamando Dio suo Padre; per questa ragione da molto tempo volevano ucciderlo (Gv. V, 18). Proclamarsi Figlio di Dio nel senso forte, come faceva Gesù, ai loro oc­chi significava bestemmiare, usurpare un onore che spetta soltanto a Dio, e perciò meritare la morte.

Se avessero potuto indurre Gesù a ripetere simile dichiarazione blasfema, il processo avrebbe potuto finalmente concludersi. Caifa poteva ottenere ciò sol­tanto ponendo direttamente la domanda all'imputa­to: « Io ti scongiuro per il Dio vivo: dicci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio » (Mt. XXVI, 63).

Le parole « ti scongiuro per il Dio vivo » indi­cano chiaramente la solenne insistenza della doman­da. E’ evidente che Caifa non desidera essere illumi­nato su ciò che chiede. Con questa domanda tocca il fulcro del problema di Gesù, ma ciò non l'interessa. La sua insistenza ha soltanto lo scopo, nel suo pen­siero, di ricevere finalmente una risposta.

Egli non ha posto prima questa domanda, perché con essa egli affida a Gesù la conclusione del proces­so. L'imputato potrebbe tacere, o anche rispondere con parole sibilline, e in tale caso eviterebbe il giu­dizio dei suoi giudici. Gesù sarà condannato soltanto se provocherà la sua condanna, con una risposta affermativa molto chiara. Così al termine di tutte le accuse invano formulate contro di lui, Gesù resta pa­drone del processo: Caifa è costretto a lasciargli l'ul­tima decisione.

Suo malgrado, il gran sacerdote pone il processo sulla strada destinata; fa la domanda che resterà, nel corso dei secoli, la domanda essenziale, di fronte alla quale gli uomini dovranno compiere una scelta fondamentale. Sottolineiamo che egli non chiede sem­plicemente a Gesù se è il Cristo, cioè il Messia, per­ché la rivendicazione di questa prerogativa non ba­sterebbe a giustificare la pena di morte. Gli chiede se è « il Figlio di Dio benedetto » (Mc. XIV, 62), o « il Figlio di Dio », per invitarlo ad attribuirsi un titolo che presume una certa uguaglianza con Dio e a pronunciare una bestemmia che provochi la pena capitale.

Verosimilmente, secondo la versione di san Luca, le due domande sono state fatte una dopo l'altra. Caifa ha chiesto prima a Gesù se era il Cristo, poi, di fronte alla sua risposta affermativa, gli ha chiesto se era il Figlio di Dio. Questo procedimento deriva dal fatto che il gran sacerdote giudicava, in un primo tempo, troppo audace la domanda sul titolo di Figlio di Dio; si aspettava soltanto una risposta alla doman­da meno compromettente sul titolo di Messia. È Gesù che, per così dire, l'ha incoraggiato a formulare la domanda finale; e l'ha quasi suggerita con la sua prima risposta, come vedremo. Fino alla fine l'im­putato ha dominato lo svolgimento del suo processo.

Le due domande sono state precedute da uno scongiuro fatto nel nome di Dio; Caifa parla non solo come individuo, ma come rappresentante di Dio nel popolo ebreo; la sua richiesta non è soltanto la espressione della sua astuzia e della cattiveria dei suoi propositi: è una domanda sacra. Attraverso la voce del gran sacerdote, il Padre celeste richiede a Gesù una confessione, una testimonianza. E gli chie­de di garantire la verità della sua risposta, offrendosi coscientemente alla condanna a morte.

Alla domanda: « Sei il Cristo? », Gesù inizia ri­spondendo: « Anche se ve lo dicessi, non mi credere­ste; anche se vi interrogassi, non rispondereste » (Lc. XXII, 67-68). Manifesta la sua intenzione di porsi nel regno della fede, e non semplicemente al livello di una procedura di accusa. Sa già che i suoi ascoltatori rifiutano di credere; se volesse interro­garli sul significato che danno alla parola « Cristo » e ancora più sulle ragioni che adducono per non prendere sul serio le sue affermazioni messianiche, non otterrebbe risposta. In questo modo negativo di esprimersi, Gesù insinua già un'affermazione: in­dica che egli è il Messia, il Cristo, ma un Messia al quale bisogna credere, un Messia disposto a spiegare le sue prerogative e la sua missione a coloro che vo­gliono informarsi in buona fede.

E aggiunge per precisare: « D'ora in avanti vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra dell'Onnipo­tente, e venire sulle nuvole del cielo» (Mt. XXVI, 64). A un Sinedrio, che è l'ultima assemblea dell'e­braismo dell'Antica Alleanza, proclama il suo titolo di Messia con un'espressione dell'Antico Testamento. Vuole dimostrare che in lui si realizzano le profezie.

La prerogativa di « Figlio dell'uomo » (Dan. VII, 13) non era sconosciuta ai dottori della legge; essi conoscevano il Messia di origine celeste, dotato di poteri divini, che il libro di Daniele presentava con questo nome. Alcuni di essi avevano letto il libro di Enoch, in cui il Figlio dell'uomo aveva ancora più precisamente un ruolo divino e appariva a fianco di Dio come suo Figlio. Gli scribi e i farisei, che ascol­tavano Gesù proclamarsi il Figlio dell'uomo, non ne erano sorpresi; sapevano che spesso nel suo insegna­mento egli aveva assunto quel titolo, e avevano ca­pito che, facendo allusione alla profezia di Daniele, voleva esser considerato un Messia celeste e divino.

Annunciando il Figlio dell'uomo «seduto alla de­stra dell'Onnipotente », Gesù rafforza la sua affer­mazione. Evoca il salmo 110: « Il Signore ha detto al mio Signore: siedi alla mia destra ». Un giorno egli aveva interrogato i farisei: « Che ve ne pare di Cristo? Di chi è Figlio? ». E citando il salmo aveva loro dimo­strato che il Messia doveva essere il Signore di Da­vide, piuttosto che suo figlio, poiché in quel salmo Davide lo chiamava: « Il mio Signore ». Così aveva indotto al silenzio i suoi interlocutori, insinuando che egli era il Figlio di Dio. La stessa insinuazione affiora nella sua affermazione suprema.

L'immagine del Figlio dell'uomo che viene sulle nuvole del cielo, tratta da Daniele, sottolinea espres­samente la divinità del Figlio dell'uomo, poiché la nuvola è il simbolo della presenza divina. Venire sulle nuvole significa venire come Dio, con la sovra­nità divina.

L'audacia di tale affermazione raggiunge il massi­ino, quando Gesù dichiara ai membri dell'assemblea che essi vedranno la realizzazione della profezia di Daniele, e la vedranno proprio da quel momento: «D'ora in avanti vedrete il Figlio dell'uomo... ». In­fatti la morte renderà possibile il trionfo glorioso di Cristo, che, dopo l'ascensione, siederà alla destra del Padre e ritornerà nel mondo con la potenza divina dello Spirito Santo. Di questa venuta, realizza­ta nell'espansione della Chiesa, i membri del Sine­drio saranno i testimoni: essi assisteranno al trionfo di colui che hanno condannato a morte, e vedranno la diffusione improvvisa della comunità fondata dal Nazareno.

Caifa e i suoi amici compresero certamente l'im­portanza delle parole di Gesù, la cui audacia veniva nel momento giusto a soddisfare i loro desideri. Per loro era una fortuna inaspettata: Gesù stesso aveva oltrepassato la domanda, aveva proclamato la sua prerogativa di Messia, precisando che era un Messia divino. Ciò significava invitare il gran sacerdote a formulare l'ultima domanda, che doveva portare ir­rimediabilmente alla rovina un accusato così temera­rio: « Sei il Figlio di Dio? ». Questa domanda nasceva così spontanea dall'annuncio sul Figlio dell'uomo che, secondo san Luca, tutti si unirono a Caifa per dire: « Sei tu dunque il Figlio di Dio? » (Lc. XXII, 70).

La risposta è solenne nella sua semplicità: «Voi l'avete detto. Io sono» (Lc. XXII, 70). Gesù non si limita a dire «sì»; le parole «voi l'avete detto» sarebbero state sufficienti, ma Gesù aggiunge: «Io sono», espressione che di solito viene tradotta con «io lo sono». Infatti essa significa non soltanto che egli è Figlio di Dio, ma che è Dio, poiché attribui­sce a sé il nome proprio di Dio. Durante la sedu­ta del Sinedrio, vi è un riscontro nella rivelazio­ne del nome divino sul monte Sinai. Yahvè ave­va svelato a Mosè la sua identità dichiarando di chia­marsi « Io sono ». Davanti ai capi del popolo ebreo e al gran sacerdote, che lo scongiurano di dire chi è, Gesù rivendica tutta la grandezza del nome di Yahvè « io sono », e proclama la sua identità divina: egli è il Figlio di Dio, essendo Dio.

Con questa espressione, « io sono », lascia capire che la sua esistenza non potrebbe essere compromes­sa da una condanna a morte. Egli possiede in sé la facoltà di sopravvivere. Nel momento in cui provoca la sua condanna, annuncia che esiste per sempre: contro il divino «io sono», tutti gli assalti umani si infrangeranno senza successo. È un titolo di eter­nità.

 

La condanna

« Allora - racconta san Marco - il gran sacerdote si stracciò le vesti e disse: " Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete sentito la bestemmia. Che ve ne sembra? ". Tutti lo condannarono giudicando­lo reo di morte » (Mc. XIV, 63-64).

Era consuetudine stracciarsi le vesti in segno di lutto. Quando si udiva una bestemmia, questo ge­sto voleva esprimere il dolore. Questo è il signifi­cato del gesto di Caifa che, per le sue funzioni di gran sacerdote, doveva sentire una tristezza più gran­de e un più vivo orrore per la minima bestemmia. In questo caso la bestemmia assumeva proporzioni inau­dite: mai fino ad allora nessuno aveva osato presen­tarsi come Figlio di Dio e come Dio. Così Caifa at­tribuisce al suo gesto la massima portata.

In realtà Caifa non prova dolore, ma esulta: ha ottenuto finalmente ciò che cercava. Il gesto teatrale di stracciarsi le vesti fa parte della messa in scena del processo. L'esclamazione: « Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? » risuona come un grido di trionfo. Il gran sacerdote aveva incontrato tante dif­ficoltà nel reclutare i testimoni che non avevano saputo recitare la loro parte, ed ecco che l'accusato stesso fornisce ciò che inutili manovre non avevano ottenuto. Gesù sostituisce tutti i testimoni, e la sua testimonianza è irrefutabile.

Da quel momento diviene pura formalità doman­dare il parere dei membri dell'assemblea; tutti i membri si compiacciono, come Caifa, di essere stati tolti dall'imbarazzo da una affermazione blasfema, che sembra cadere dal cielo e salvare il processo al­l'ultimo momento. La sentenza di morte può final­mente essere giustificata.

« Tutti lo condannarono », dice san Marco. Non si dovrebbe concludere che tutti i membri del Si­nedrio abbiano espresso lo stesso parere, poiché è molto probabile che Caifa si sia astenuto dal convo­care coloro che prima avevano manifestato una certa simpatia per Gesù, o una ostilità minima a suo riguar­do: ad esempio Giuseppe d'Arimatea non ha certa­mente preso parte alla condanna. Tuttavia l'unani­mità di cui parla l'evangelista è impressionante. Tut­ta l'assemblea condanna colui che si è presentato come Messia e Dio.

La condanna spiega il significato profondo del pec­cato. La frase « tutti lo condannarono » evoca tutti gli uomini, che, con il peccato, sono propensi a con­dannare Dio, a volere la sua morte. E’ vero che Dio condanna il peccato, ma prima è condannato da esso. Il peccatore si pone in stato di ostilità verso Dio; vorrebbe sopprimere la presenza fastidiosa del suo Creatore, quel suo potere che lo turba e l'atterrisce.

Così tutti i peccatori sono responsabili della con­danna inflitta dal Sinedrio. In tutte le epoche si ri­trovano uomini che vogliono sopprimere Dio, scac­ciarlo dalla vita umana. Mentre ascoltava i capi ebrei che lo dichiaravano reo di morte, Gesù sapeva che essi erano i portavoce di una moltitudine di uomini, e riconosceva necessario per lui portare il peso della condanna universale di Dio per i peccatori.

Dopo la condanna, alcuni membri del Sinedrio rivelano la bassezza del loro animo. Si avvicinano a Gesù per ingiuriarlo, per sputare su di lui. Durante la riunione, avevano trepidato di impazienza e di collera, constatando la loro impossibilità di trovare una testimonianza valida. Pronunciata la sentenza, essi si vendicano, come avevano fatto i servi dopo il primo interrogatorio, e come fanno ancora, maltrat­tando e picchiando l'accusato. Questo scatenamento di odio e di villania, benché opera di alcuni e non di tutti, completa il significato della condanna.

Gesù è abbandonato senza difesa all'appagamento delle passioni umane. Ora non gode neppure della minima protezione legale stabilita dalle regole del processo. Così gli fanno pagare sia il trionfo del suo silenzio che l'audacia della sua affermazione. Tutta­via l'assalto delle ingiurie e delle brutalità non po­trebbe cancellare le parole « io sono » pronunciate dal Maestro, né la sentenza unanime del Sinedrio. L'affermazione « io sono », che provoca la sua condanna a morte, significa che egli è ed esiste senza fine, immutabile attraverso la sofferenza e vive oltre la vita terrena.

«Se ve lo dicessi, voi non mi credereste». Cristo aveva detto ciò e, come previsto, aveva ricevuto in cambio non solo incredulità, ma un'ostilità più fana­tica. Ormai, il suo «io sono» invita gli uomini a prendere posizione, poiché il processo, avviato da Caifa, non è terminato e continuerà a svolgersi fino alla fine del mondo. Tutta l'umanità è convocata a quel processo. Contro Gesù continuano ad affluire accuse e false testimonianze, insieme con gli oltraggi alla sua Chiesa. Tuttavia, mentre molti si oppongono con accanimento a lui e rifiutano di riconoscerlo co­me Dio, il suo « io sono » trova ascoltatori sempre più numerosi. Gesù ha proclamato la sua identità divina non soltanto per la piccola assemblea del Sinedrio, ma per l'immensa assemblea umana: lancia il suo grande appello alla fede, a prezzo della sua morte; respinto da alcuni, si farà ascoltare da tutta la terra e riunirà tutte le nazioni, così che il rifiuto del Si­nedrio sarà compensato dall'accoglienza da parte di innumerevoli folle.

 

Giuda dopo il tradimento

San Matteo è l'unico evangelista che ci racconta la storia di Giuda dopo il tradimento. « Allora Giuda, che l'aveva tradito, vedendo che Gesù era stato con­dannato, fu preso dal rimorso e riportò i trenta dena­ri d'argento ai principi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: " Ho peccato perché ho tradito il sangue innocente". Essi risposero: "Che ci importa? È affar tuo. Egli gettò le monete nel santuario, si allonta­nò e andò ad impiccarsi»(Mt. XXVII, 3-5).

Fin dal mattino Giuda si aggirava intorno al pa­lazzo di Caifa. Voleva vedere ciò che accadeva a Ge­sù, perché improvvisamente, dopo il tradimento, considerava gli eventi con occhio diverso, ed era spa­ventato della sua azione. Prima aveva pensato solo alla somma di denaro che il suo tradimento gli avreb­be fruttato: la sorte del Maestro non gli interessava. Ora invece era atterrito dalle conseguenze del suo atto e temeva che Gesù venisse condannato. Si indo­vinano i pensieri che lo turbavano: ripeteva a se stesso che i capi ebrei non sarebbero giunti al punto di mandare a morte chi era così palesemente inno­cente. Più di tutti gli altri, egli aspettava con impa­zienza l'esito del processo, con il terrore suscitato dal rimorso.

Quando vide Gesù uscire incatenato per essere condotto da Pilato, comprese che la condanna era stata pronunciata. Il rimorso divenne intollerabile. Che cosa poteva fare per fermare il corso degli avve­nimenti? Andare dai principi dei sacerdoti e dagli anziani, restituire loro il denaro, dir loro che Gesù era innocente? Ragionevolmente non poteva affatto sperare che fossero rimessi in discussione il pro­cesso e la condanna, ma nel suo panico Giuda si ag­grappò a questa debole speranza. Voleva ora disfare ciò che aveva fatto, restituire le monete perché Gesù venisse rimesso in libertà, compiere l'atto inverso del suo peccato. Appena si accostò ai principi dei sa­cerdoti, si rese conto che ciò era impossibile. Non li commosse né la confessione del suo peccato né la dichiarazione del «sangue innocente», e nemmeno l'offerta di restituzione dei trenta denari.

I capi ebrei manifestarono il loro cinismo e la loro durezza. La preoccupazione di sapere se Gesù fos­se innocente o colpevole non esisteva in loro; essi non provavano nessun rincrescimento di aver negoziato un tradimento con Giuda. Il discepolo era servito co­me strumento ai loro piani; ora che avevano ottenuto quanto volevano, non si curavano più di restare in contatto con il traditore: « Che ci importa? È affar tuo ». Gli scrupoli di Giuda li lasciavano indifferenti.

Che fare dei trenta denari? Giuda ora malediceva quelle monete d'argento, che aveva sognato da molto tempo, alle quali aveva sacrificato tutto, compresa la più bella amicizia e il suo destino di apostolo. Non soltanto quei denari non gli avevano fruttato nulla e gli sembravano i più disprezzabili, ma gli bruciavano le mani ed erano per lui un peso intollerabile. Non gli restava altro da fare che sbarazzarsene: con rab­bia andò a gettarli nel santuario.

In questa condotta si rivela la psicologia della con­dizione del peccatore dopo la sua colpa. Una volta passata l'eccitazione suscitata dalla tentazione e dal compimento del peccato, il peccatore si trova di fron­te alla sua brutta azione. È sorpreso di constatare le conseguenze che avrebbe potuto prevedere, ma che non avevano attirato la sua attenzione, conseguenze che possono essere terribili. Talvolta vorrebbe tor­nare su ciò che ha fatto, cancellarne la traccia, e la impossibilità a farlo accresce il rimorso e lo scon­tento di sé. I complici nel peccato si allontanano da lui e lo trattano duramente, poiché avevano messo in comune soltanto due egoismi, che finiscono per cozzare. Quanto alle ricchezze e ai piaceri che aveva voluto procurarsi, essi, dopo il fatto, gli sembrano beffardi e illusori: dopo aver pensato di arricchirsi, si ritrova con le mani vuote, e respinge con disgusto ciò che aveva ardentemente desiderato.

Solo una richiesta di aiuto rivolta a colui che aveva tradito avrebbe potuto salvare Giuda. Vedendolo pas­sare incatenato, avrebbe potuto incontrare il suo sguardo, poiché il condannato lo cercava ancora. Il traditore avrebbe potuto ottenere subito il suo per­dono, proprio come Pietro l'aveva ottenuto. A Gesù avrebbe dovuto chiedere di disfare ciò che egli aveva fatto, di cancellare la colpa. Il suo torto fu di voler tentare, da solo, di porre rimedio alla sua disgrazia, piuttosto che ricorrere al Maestro.

Così Giuda si aggrappava ancora a sé, perfino in quello stato di rabbia interiore per aver commesso il peccato e per aver tradito il sangue innocente. Si chiudeva nell'amarezza invece di aprire il suo animo pentito a Gesù. La sua confessione: « Ho peccato » poteva redimerlo soltanto se ispirata dalla fede. Sfor­tunatamente Giuda non si fidò della bontà miseri­cordiosa del Maestro, non volle sollecitarla. Consi­derò soltanto la propria condotta, che gli faceva orro­re, e per disperazione volle uccidersi.

Dopo avere raccolto il denaro gettato nel santua­rio, i principi dei sacerdoti furono assaliti da uno scrupolo: « Non è lecito mettere questo denaro nel tesoro, poiché è prezzo di sangue » (Mt. XXVII, 6). Bel caso di coscienza per coloro che non avevano esitato a reclamare la morte di un innocente! La parola fariseo qualifica bene tale comportamento: una deli­catissima condotta morale nell'osservanza scrupolosa delle prescrizioni della legge, che copre l'enorme massa di intenzioni malvagie e criminali.

Il denaro servì all'acquisto di un campo, il « cam­po del vasaio », che diventò il luogo di sepoltura per gli stranieri e venne chiamato « campo del san­gue ». Questo campo era situato nella valle della Geenna, valle di cui Gesù aveva fatto il simbolo del supplizio eterno. Ancora oggi, il ricordo di Giuda resta legato a quella valle, in cui, secondo le parole del Maestro, « il verme non muore e il fuoco non si spegne » (Mc. IX, 48). Questa espressione non è forse destinata a far riflettere coloro che sono tentati di tradire Cristo, a fare indietreggiare coloro che stanno per inoltrarsi nella via dell'infedeltà o del­l'ipocrisia? Il « campo del sangue » resta il segno, silenzioso ma significativo, dell'esito tragico del pec­cato.

 

Capitolo ottavo

IL PROCESSO DAVANTI A PILATO

Il ricorso a Pilato

Perché l'esecuzione potesse aver luogo lo stesso giorno, occorreva senza ritardo condurre il condan­nato al tribunale del governatore romano. Sciolto dalle catene durante l'interrogatorio, Gesù viene di nuovo legato e condotto a Pilato. I membri del Sinedrio l'accompagnano con un gran numero di loro seguaci.

Giunti davanti al pretorio, i capi ebrei rifiutano di entrare (Gv. XVIII, 28). Infatti il pretorio, se­de del governo e del tribunale, è un luogo conside­rato impuro. Secondo le regole e le usanze osserva­te dai farisei, entrare nella casa di un pagano vuol dire contrarre una impurità che dura parecchi gior­ni; poiché gli ebrei devono mangiare la Pasqua nello stesso giorno, non possono incorrere in tale contaminazione e devono astenersi dal mettere pie­de nella residenza del governatore. Ritroviamo qui l'ipocrisia di una purezza formale e legale che na­sconde le più malvagie intenzioni. Alla vigilia, pri­ma di mangiare con i suoi discepoli l'agnello pa­squale, Gesù aveva considerato la purezza del cuore dicendo: «Voi siete puri ma non tutti» (Gv. XIII, 10). Risulta palese il contrasto con il comporta­mento dei farisei, che si preparano a prendere il pasto con una purezza esterna e un delitto sulla coscienza.

È inutile ricordare che per Cristo queste regole di purezza legale non costituiscono nessun problema. Gesù non ha mai esitato a recarsi nella casa dei pubblicani e di coloro che venivano chiamati pec­catori, né a entrare in contatto con i pagani; gli esempi di Zaccheo e del centurione romano baste­rebbero a dimostrarlo. Calpestando per l'ultima vol­ta il formalismo ostentato dai farisei, egli lo condan­na, definitivamente. Conferma la sua intenzione di liberare l'umanità dalle norme avvilenti di un le­galismo scrupoloso, e di stabilire un culto « in spiri­to e verità », più intimo e più sincero. Il processo davanti a Pilato ci presenta l'innocenza assoluta, in un luogo detto impuro, posta a confronto con gli assalti delle insidie e dell'odio di coloro che evitano la contaminazione del pretorio; ci permet­te di calcolare il valore di una religione troppo formalista.

Fin dalle prime parole del governatore, i capi ebrei si rendono conto che non sarà facile vincere la partita. Pilato certamente rispetta gli scrupoli religiosi che impediscono ai capi ebrei di entrare nel pretorio. Viene loro incontro e chiede: « Qua­le accusa portate contro quest'uomo? » (Gv. XVIII, 29). La domanda in sé è delle più normali, ma vie­ne pronunciata con tono significativo: gli ebrei in­tuiscono che il governatore è stato informato della cosa e che, a suo parere, non esiste nessun grave reato contro l'accusato. Ma essi rispondono insisten­do sulla gravità dell'accusa: «Se costui non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato ». Ma questo modo generico di incriminare Gesù non fa altro che confermare Pilato nella sua idea: si tratta più di un dissenso di carattere religioso, al quale gli ebrei attribuiscono una grande importanza, ma che non interessa il potere politico dell'occupante: « Prendetelo voi - dice Pilato - e giudicatelo se­condo la vostra legge ».

Gli ebrei sono costretti a dichiarare il vero mo­tivo per cui sono venuti dal governatore: « Non abbiamo il potere di condannare a morte nessuno » (Gv. XVIII, 30-31). I capi del popolo sono umi­liati da tale situazione, in cui il governatore roma­no si riserva il diritto di vita e di morte, e in cui, di conseguenza, le più gravi sentenze di condanna di­pendono da lui. È ancora più umiliante doverlo dire. Ma per ottenere la condanna a morte di Gesù, gli ebrei sono pronti a tutte le umiliazioni; possia­mo immaginare il tono ossequioso da loro usato per riconoscere la loro impotenza, per sottolineare la loro deferenza verso un governatore che detestano. Pilato probabilmente capisce che una dichiarazione così umile nasconde una volontà ostinata di giun­gere allo scopo.

Egli ha lasciato capire che, se si vuole ricorrere a lui, non ci si può limitare a una vaga accusa. Così gli ebrei espongono la loro accusa: « Noi abbiamo trovato quest'uomo che spargeva il disordine nel­la nostra nazione, e vietava di pagare il tributo a Cesare, pretendendo di essere il Messia, il re » (Lc. XXIII, 2). Danno cosa un carattere politico all'ac­cusa religiosa contro Gesù; la sua pretesa di essere re è una minaccia per la sovranità dell'imperatore e costituisce un motivo sufficiente di condanna a morte.

L'accusa di vietare il pagamento dell'imposta a Cesare richiama l'insidia in precedenza tesa a Gesù « È lecito o no pagare il tributo a Cesare? » (Mc. XII, 14; Mt. XXII, 17; Lc. XX, 22). Già essi cer­cavano un pretesto per accusare Gesù presso i roma­ni. Il Maestro aveva loro risposto sottolineando la loro ipocrisia, e provocando la loro sorpresa con una affermazione che non poteva né screditarlo pres­so il popolo né comprometterlo agli occhi della po­tenza occupante. L'ipocrisia è meglio rivelata qui, poiché gli ebrei fanno un rimprovero che non con­corda affatto con le parole di Gesù: «Date a Cesare ciò che è di Cesare ».

Il comportamento dei farisei di fronte a Pilato consiste precisamente nel dare a Cesare ciò che è di Dio. È curioso e impressionante vedere con qua­le zelo essi curano gli interessi di Cesare e vo­gliono difenderlo contro il pericolo rappresentato dalle rivendicazioni messianiche di Gesù. Ci sor­prende constatare che i capi ufficiali del giudaismo si servano di fronte a Pilato del titolo di Messia come causa di condanna a morte. Ciò significa rinne­gare la speranza più sacra della religione ebrea.

Il comportamento degli ebrei in questa fase del processo preannuncia l'azione di coloro che, nel corso dei secoli, faranno appello al potere politico per perseguitare la Chiesa e arrestare il suo svilup­po. Come Cristo, la Chiesa sarà spesso presentata quale pericolo per l'ordine costituito, una minaccia per il sovrano o per lo Stato. Nella sua comparsa davanti a Pilato, Gesù porta più particolarmente in sé questo destino del suo regno, messo a con­fronto con i regni terreni e temuto da essi come una forza rivale o nemica.

In questa fase romana del processo, san Giovanni scopre un'altra intenzione del piano divino: «Per­ché fossero adempiute le parole dette da Gesù, per indicare di qual genere di morte egli doveva mori­re» (Gv. XVIII, 32). Se gli ebrei fossero riusciti a condannarlo a morte in uno dei loro precedenti ten­tativi, Gesù avrebbe finito la sua vita con la lapi­dazione, come toccò poco tempo dopo al martire Stefano. Secondo la volontà di Dio, egli doveva mori­re con il supplizio della croce, non essere annien­tato a terra, ma innalzato da terra perché potesse attirare a sé tutti gli uomini. La sentenza di Pilato doveva esporre Gesù allo sguardo dell'umanità ed offrire al culto cristiano il suo oggetto più caro, il crocifisso.

 

« lo sono re »

Il compiacimento degli ebrei nel prendere la di­fesa degli interessi romani non può non sembrare sospetto a Pilato. Tuttavia, poiché essi presentano un reato di natura politica e accusano Gesù di mi­nacciare l'autorità romana, il governatore deve al­meno informarsi e istituire il processo. Se rifiutas­se ogni esame, i farisei potrebbero lamentarsi di lui a Roma, accusarlo di negligenza nel controllo dell'ordine pubblico e nella repressione degli atten­tati alla sovranità dell'imperatore.

Egli rientra perciò nel pretorio, si fa condurre Gesù, e comincia ad interrogarlo: « Sei tu il re dei giudei? » (Gv. XVIII, 33; Mc. XV, 2; Mt. XXVII, 11; Lc. XXIII, 3). È la domanda fondamentale. Il modo di formularla è rivelatore. Pilato non chie­de: « Tu sei re? », ma: « Sei tu il re dei giudei? ». Si sente in queste parole tutto il disprezzo del go­vernatore per quella nazione. Tale disprezzo d'altra parte ricade sullo stesso accusato: che bella dimostra­zione di sovranità! L'uomo che si trova là legato, in­vece, come sembra veramente un re! Senza seguaci armati, solo contro la folla che all'esterno è riunita per condannarlo, come potrebbe seriamente presen­tarsi come re? Soltanto gli ebrei possono riconoscere in lui il Messia. La domanda di Pilato perciò esprime divertimento e disprezzo.

Gesù si astiene dal rispondere alla domanda co­me è stata formulata. Di fronte al Sinedrio aveva voluto porsi al livello della testimonianza religiosa e del richiamo alla fede. Qui egli vuole far capire a Pilato che la domanda è più seria di quanto egli creda, che potrebbe avere un significato nella misu­ra in cui non ripetesse semplicemente una cattiva accusa: «Dici ciò da te stesso, o altri te l'hanno detto di me?». Il governatore dovrebbe dire ciò per se stesso, porre il problema per necessità perso­nale; in questo caso otterrebbe una risposta.

Si può indovinare lo stupore di Pilato di fronte a questo accusato che comincia a interrogarlo e vor­rebbe volgere la sua attenzione a un quesito che non lo interessa: « Sono io forse ebreo? La tua na­zione e i grandi sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto? » (Gv. XVIII, 35). Il disagio e l'ira del governatore, per questa questione che egli giudica stupida, aumenta. Pilato crede così po­co alla colpevolezza dell'imputato che chiede a lui ciò che ha fatto. Gli offre ogni possibilità di giustifi­carsi facilmente nel pretorio, luogo in cui è al riparo dagli accusatori. Pilato desidera finire al più presto, e chiede solo poche parole per chiarire la disputa.

Mentre dà chiarimenti, Gesù ritorna alla prima domanda, che merita riflessione; egli si sforza di condurre Pilato a una visuale superiore a quella del processo. « Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei segua­ci avrebbero combattuto perché io non fossi conse­gnato agli ebrei. Ma in realtà il mio regno non è di qui » (Gv. XVIII, 36). Un regno che non è di questo mondo che cosa può significare per il go­vernatore? Questi comprende che non si tratta di un regno politico, che l'accusato vuol parlare di religione. Ma non vuole entrare in questo genere di considerazioni e taglia corto: « Così dunque tu sei re? ».

Senza dubbio questa è ancora la stessa domanda iniziale. Tuttavia Pilato non dice più: «Sei tu il re dei giudei?». Egli comprende meglio la menta­lità dell'accusato, così estranea alla sua e alle sue preoccupazioni politiche. Pronuncia la parola «re» nel senso più vasto che l'imputato voglia attri­buirle.

Così Gesù può rispondere: «Tu lo dici. Io sono re » (Gv. XVIII, 37). L'affermazione risuona co­me quella pronunciata davanti al Sinedrio. All'ini­zio vi è la stessa espressione: « Tu lo dici »; essa suppone che il giudice in persona sia stato guidato da un'intenzione superiore, da una ispirazione di­vina, a esprimere con parole sue ciò che Gesù è. Così si spiega il fatto che egli abbia formulato la domanda esattamente come occorreva formularla, perché la risposta non fosse che una conferma.

La dichiarazione «io sono re» espone Cristo al pericolo di una condanna a morte, come l'altra affermazione: «Io sono» davanti al Sinedrio. Inve­ce di volersi discolpare e di rifiutare il titolo di re, che gli ebrei accusano l'imputato di aver rivendica­to, Gesù si attribuisce chiaramente tale titolo. Egli rende testimonianza alla verità, e si prepara a pa­gare, a prezzo della sua vita, questa proclamazione di regalità, poiché, in conclusione, Pilato manderà Gesù al supplizio solo per questa ragione, e l'iscri­zione che gli farà porre sulla croce lo attesterà giu­ridicamente.

Per evitare ogni confusione con una sovranità politica, Gesù precisa subito: «Per questa ragione io sono nato, per questo sono venuto nel mondo; per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce» (Gv. XVIII, 37). Egli lascia trapelare la sua origine su­periore: è venuto nel mondo, cioè misteriosamen­te esisteva prima della sua vita terrena, poiché la sua nascita è una venuta. A differenza degli altri uomini, egli viene da un altro luogo. Ciò presuppon­gono le parole: «Io sono», pronunciate davanti al Sinedrio: Gesù esiste prima di vivere una vita umana.

A quest'origine misteriosa è legata la missione che deve compiere, poiché, unico tra gli uomini, può dire che la sua nascita ha uno scopo, che ha voluto venire sulla terra per adempiere un compito, quello di testimone della verità. Da quel momen­to la sua sovranità è universale come la verità stes­sa; non riguarda soltanto gli ebrei: si rivolge a tutti coloro che desiderano accogliere la verità, e di con­seguenza a Pilato in persona.

È palese lo zelo apostolico di Cristo, che tratta il governatore come un'anima che ha bisogno di luce e di verità e non come un giudice. Mentre manife­sta la più completa indifferenza per la sua procla­mazione di regalità, poiché essa deve provocare la sua morte, Gesù si interessa al destino di Pilato; vuole che quest'incontro possa essergli utile. Gesù nel suo processo esercita un apostolato: osa invitare Pilato, che dovrebbe condannarlo per la sua prete­sa di essere re, a riconoscere tale sovranità, come ha osato invitare il Sinedrio, così ostile, a credere che egli era Figlio di Dio. L'appello a ricevere la verità vorrebbe indurre Pilato a rientrare in se stesso, a guardare le cose con occhi diversi da quelli di procuratore romano, a porsi al di sopra della contesa con i capi ebrei. A questo livello superiore, le parole: « Io sono re » assumerebbero un signi­ficato per lui.

Con un'alzata di spalle si difende contro un dialogo che lo affa­scina suo malgrado. Non è chiuso ed inaccessibile come i membri del Sinedrio. Senza dubbio è più impressionato di quanto voglia mostrare, e il mi­stero che intravede dietro le parole sorprendenti del­l'accusato è tale da fargli paura.

Preferisce terminare la conversazione e conser­vare il suo ruolo di giudice. Esce dal pretorio per dichiarare agli ebrei: « Io non trovo in lui nessun motivo di condanna » (Gv. XVIII, 38). È la con­clusione del suo interrogatorio e la sua convinzione personale. Quest'uomo che dice di essere re non ha fatto nulla di male; è vittima di odi religiosi dovuti ad una rivalità di influenza. Si vogliono sfrut­tare con cattiveria i suoi propositi per far credere alla sua colpevolezza.

In questo momento, Pilato ha almeno il merito di rendere pubblicamente testimonianza alla veri­tà: afferma chiaramente l'innocenza dell'accusato. Per poter aderire alla sovranità che ha avuto il pri­vilegio di sentir proclamare, dovrebbe continuare ad agire conformemente alla verità, e cercarla fino in fondo. Per agire secondo verità, dovrebbe avere il coraggio di far rispettare l'innocenza che afferma; per ricercare la verità fino in fondo, dovrebbe su­perare lo scetticismo che lo paralizza.

 

Gesù viene rimandato da Erode

Invece di calmare gli accusatori, il riconoscimen­to dell'innocenza di Gesù provoca una recrudescenza della loro ostilità e dei loro rimproveri: « Egli solleva il popolo, diffondendo il suo insegna­mento in tutta la Giudea, dalla Galilea dove ha incominciato, fin qui» (Lc. XXIII, 5). All'orec­chio di Pilato, la nuova accusa è rivelatrice e tale da confermarlo nella sua convinzione. I capi e i dottori ebrei si lamentano di essere sostituiti, nel­la loro influenza sul popolo, da un uomo che con l'insegnamento ottiene maggior successo; l'imputa­to ribelle predica dunque semplicemente una dot­trina religiosa e non si occupa di politica.

Ma l'attenzione di Pilato è attirata da un parti­colare. Sentendo parlare di Galilea, intravede la so­luzione che sta cercando: il mezzo per sbarazzarsi del processo e salvare un innocente. Egli chiede se Gesù sia davvero un galileo, e la sua decisione è subito presa: poiché la Galilea è governata da Ero­de, ed Erode si trova a Gerusalemme per la festa di Pasqua, rinvierà l'imputato a lui. Erode non ha certamente a Gerusalemme il potere di giudicare, ma può almeno ordinare il processo e verificare se le colpe attribuite a Gesù siano fondate. Se volesse prendere in mano l'intera causa e chiudere defini­tivamente il caso condannando o rilasciando Gesù, Pilato sarebbe lieto di questo intervento. Egli è si­curo di far piacere a Erode mandandogli Gesù, e dice a se stesso che il signore della Galilea ricono­scerà subito, come ha fatto lui, l'innocenza dell'im­putato.

Cristo viene così condotto in presenza di un al­tro giudice, per un nuovo interrogatorio. «Quando vide Gesù - racconta san Luca - Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo, per ciò che aveva sentito dire di lui, e sperava di vederlo operare qualche miracolo. Lo interrogò per­ciò con molte parole, ma Gesù non gli rispose nul­la. I principi dei sacerdoti e gli scribi erano là, per accusarlo con vigore. Erode, con i suoi soldati, gli manifestò il suo disprezzo, si prese gioco di lui, lo rivestì di una veste smagliante e lo rimandò a Pi­lato. In quel giorno Erode e Pilato divennero amici, mentre fino a quel momento erano stati nemici » (Lc. XXIII, 8-12).

Se Gesù avesse voluto sfuggire alla condanna, a­vrebbe potuto approfittare della brama di Erode di fare la sua conoscenza. Chiaramente le accuse dei capi ebrei non interessano a Erode e non ricevono da parte sua che indifferenza voluta e disprezzo. I principi dei sacerdoti e gli scribi si accaniscono nel­l'accumulare capi d'accusa e non riescono a farsi ascoltare. Sarebbe l'occasione buona per Gesù di sottrarsi ai suoi avversari, di rispondere ad Erode in modo da soddisfare la sua curiosità, di guadagnare la sua protezione e di far congedare gli accusatori. Anche in questo momento, Gesù è il vero domina­tore del processo. Lo era davanti a Pilato, poiché era stato lui a decidere di dichiararsi re, nel momen­to e nel modo scelti da lui. Lo è davanti a Erode, poiché avrebbe la possibilità di servirsi di lui per liberarsi.

Ma mostra la sua sovranità con il silenzio. Erode moltiplica invano le domande. Gesù ha voluto ri­spondere soltanto a giudici legittimi, il Sinedrio e Pilato; e ha voluto rispondere soltanto in materia religiosa, come una testimonianza resa alla verità e come un appello alla fede. Erode non ha il potere legittimo di giudicare, e la sua curiosità è soltanto un capriccio e un futile desiderio. Cristo non ha mai cercato di mettersi in mostra, di rendersi in­teressante; tanto meno acconsentirebbe a soddisfa­re il desiderio di fare assistere Erode ad un mira­colo, egli che ha rinunciato a redimere facendo pro­digi. Da quel momento, a chi sarebbe incapace di comprendere una testimonianza e di ascoltare un appello alla fede, può rispondere solo con il silenzio.

Quanto al pensiero di liberarsi, esso sarebbe con­trario al piano del Padre celeste. Gesù si accorge dell'ira dei suoi accusatori, che si sentono impoten­ti di fronte a Erode e sono umiliati di non trovare alcun seguito nel pubblico, ma non approfitta della situazione, e rinuncia ad aggiungere al disprezzo di Erode il suo. Non spregia i suoi nemici umiliati; prova per loro soltanto una sincera pietà, mista alla tristezza di dover constatare tale spiegamento di odio. Non cerca di trionfare su loro con mezzi uma­ni, valendosi di un'abilità che rassomiglierebbe alla loro astuzia. Fra la marea delle loro malvagie ac­cuse e la dolcezza tranquilla del suo silenzio, il con­trasto è completo.

Quanto a Erode, come si era rallegrato di veder venire Gesù, così ora si adira di non riuscire a farlo parlare. Si sente forse giudicato da quel silenzio? Lo spettacolo della testa di Giovanni Battista por­tata su di un piatto nel corso di un banchetto non era svanito dalla sua memoria; Erode si era forse chiesto se Gesù fosse Giovanni Battista risuscitato? (Mt. XIV, 2). Una volta in presenza di Gesù, egli rivede colui che aveva fatto decapitare e il rimorso gli rende ancora più intollerabile il silenzio con cui sono accolte tutte le sue domande. Egli coglie subito la somiglianza tra il profeta di cui aveva a­scoltato le proposte e l'uomo incatenato che sta davanti a lui. Quest'uomo è un rimprovero vivente, capace di sconvolgere la sua coscienza in un momen­to in cui vorrebbe soltanto divertirsi.

Turbato nei suoi piaceri, Erode nello stesso tempo si indispettisce per questo interrogatorio che non porta a nessun risultato. Perciò reagisce con un superbo disprezzo, con beffe feroci. Poiché questo Gesù si presenta come re, ordina di rivestirlo con un abito di gala, una veste smagliante che dimostri la sua dignità agli occhi di tutti. Si diverte a con­templare l'accusato in queste vesti e i suoi scherni rimbalzano sugli ebrei, resi ridicoli dall'avere un si­mile re. Poi, rimandando a Pilato il prigioniero così rivestito, sorride nel vederlo allontanarsi con la turba degli accusatori come un re da comme­dia con il seguito dei sudditi più turbolenti. È un altro modo di far sapere a Pilato il risultato dell'in­terrogatorio: la veste smagliante è una solenne ga­ranzia d'innocenza, assegnata però a un visionario, a un semi-pazzo.

L'evangelista rileva che questa fu l'occasione del­la riconciliazione tra Pilato ed Erode: la deferenza dimostrata da Pilato verso il tetrarca di Galilea fece dimenticare una vecchia contesa. Persino in questo episodio, in cui viene beffeggiato e messo in ridicolo, il Salvatore serve da strumento di buon accordo e riavvicina due nemici fino a farne degli amici. Egli paga questa riconciliazione con l'eroismo del silen­zio e della dolcezza mentre è oggetto di scherno. Gesù è un simbolo: con le sofferenze della Passione deve meritare non soltanto la riconciliazione degli uomini con Dio, ma quella degli uomini fra di loro. E, per ottenerla, deve soprattutto soffrire umiliazio­ni, per riparare gli atti di orgoglio e di amor pro­prio che suscitano inimicizia e discordie tra gli uo­mini.

 

Gesù ritorna da Pilato

Vedendo Gesù ritornare, Pilato resta deluso. E­rode preferisce lasciargli le seccature di questo processo; tuttavia gli rende un servizio dimostran­do che a suo parere l'imputato è innocente e che nessuno deve prendere sul serio la sovranità che quel camuffamento vorrebbe suggerire.

Non resta che trarre le conclusioni. Pilato si ri­volge ai capi ebrei riuniti davanti al pretorio: «Voi mi avete presentato quest'uomo come sobillatore del popolo alla rivolta. Io ho ordinato il processo da­vanti a voi, e non ho trovato quest'uomo colpevole di nessuno dei delitti di cui l'avete accusato, e nep­pure Erode l'ha giudicato colpevole, poiché l'ha rimandato a noi. Voi lo vedete: quest'uomo non ha fatto nulla che meriti la morte » (Lc. XXIII, 14­15). La sentenza è pronunciata: secondo la dop­pia inchiesta condotta da Pilato e da Erode, l'accu­sato è innocente, e non si può più infliggergli la pena di morte. I capi ebrei si vedono sfuggire la preda. Ma protestano e rinnovano le accuse; intui­scono anche che il governatore è imbarazzato, e sperano finalmente di impressionarlo e di farlo in­dietreggiare. Continua l'assalto delle accuse e dei rimproveri.

Per fare una concessione, Pilato ricomincia a in­terrogare l'imputato sulle sue colpe. Ritorna nel pretorio e fa delle domande. Forse Gesù gli fornirà un argomento più perentorio per respingere definiti­vamente le accuse dei suoi rivali. Ma Gesù non ri­sponde più; ha già detto a Pilato ciò che aveva da dirgli; gli ha spiegato in che senso è re. « Non ri­spondi nulla? » gli dice il governatore. « Considera tutte le accuse che essi fanno contro di te! » (Mc. XV, 4). Pilato si stupisce di quel silenzio. Desta sorpresa un accusato che trascura di difendersi e che non si preoccupa di confutare accuse menzogne­re, mentre ne avrebbe la possibilità. Di solito gli accusati si servono di tutti i mezzi a loro disposi­zione per far riconoscere la loro innocenza. Gesù è talmente diverso da tutti gli altri imputati! Pi­lato se ne convince sempre di più ed è spaventato.

Attraverso il silenzio di Gesù si profila un miste­ro, che il governatore si è accontentato di sfiorare senza scoprire; ma qual è il mistero? Abbiamo già sottolineato, fin dall'inizio del processo, il tenace silenzio adottato da Cristo, atteggiamento in con­trasto con l'attività di predicazione da lui esercitata in precedenza. Gesù aveva così bene e così eloquente­mente parlato, per compiere la sua missione di inse­gnamento, aveva persino affascinato con le sue paro­le coloro che erano venuti ad arrestarlo, tanto da indurli a rinunciare al loro progetto, ma ora tace osti­natamente durante il processo. Abbiamo sottolineato che questo nuovo comportamento è giustificato dal ruolo di accusato; comportandosi come accusato piut­tosto che come predicatore Gesù compie la volontà del Padre.

Ma c'è un'altra ragione più profonda, e proprio in questa ragione il mistero si rivela in tutta la sua ampiezza. Come le altre prove e rinunce della Pas­sione, il silenzio appartiene al sacrificio di reden­zione che Gesù deve offrire a suo Padre. Cristo tace per rimediare a tutte le parole del mondo che han­no offeso Dio. Astenendosi dal rispondere alle grida e ai rimproveri degli accusatori, offre al Padre una riparazione a tutte le parole di odio, alle ingiurie e alle calunnie, a tutte le cattiverie proferite da voce umana. La parola dell'uomo serve spesso ad esprimere mancanza di carità, contese, invidia, di­sprezzo e avversione; essa manifesta ogni sorta di cattivi sentimenti. Nel suo silenzio, Gesù porta il peso di tutti i peccati commessi con la lingua.

Questo silenzio è una rinuncia più difficile per­ché è compiuta dal Verbo, la Parola di Dio. La sua Incarnazione gli ha permesso di esprimere con parole umane la sua personalità divina, una parola eternamente pronunciata dal Padre. Quando Gesù insegna e predica, in ciò che dice esprime la pro­fondità del suo essere. Ma giustamente la Passione vela la sua persona divina, e colui che è Parola di­viene silenzio. Possiamo intuire fino a quale pro­fondità giunga il sacrificio. Gesù si spoglia di una parola umana, che tuttavia era soltanto espressione della Parola divina, per riscattare tutto il male esi­stente nelle parole dell'umanità.

 

Barabba o Gesù

Pilato vorrebbe salvare l'imputato silenzioso, ma non sa più come sbarazzarsi degli accusatori. Improvvisamente, di fuori, la folla si accalca da­vanti al pretorio e reclama la liberazione di un condannato, come ha l'abitudine di fare per la vi­gilia della Pasqua. Udendo quelle grida, Pilato si presenta alla folla. Intravede subito la possibilità che gli viene offerta di sistemare la questione sen­za dover condannare un innocente e senza violare le esigenze della giustizia e della sua coscienza. Ormai non ha più davanti a sé soltanto i capi ebrei; sa che il popolo non condivide l'odio del Sinedrio, e che alcuni giorni prima la folla ha persino accolto Gesù con ovazioni, mentre ritornava a Gerusalem­me. Le accuse dei capi ebrei non interessano alla folla; e meno ancora la loro rivalità a proposito del prestigio ottenuto da colui che ha fatto miracoli.

Così Pilato si affretta a cogliere l'occasione: «Vo­lete che rilasci il re dei giudei? » (Mc. XV, 9; Gv. XVIII, 39). Questa volta chiamando Gesù «re dei giudei » non intende disprezzarlo, ritiene invece di essere abile lusingando gli istinti nazionalistici di una folla sempre alla ricerca di un re che incarni le sue aspirazioni politiche. Vorrebbe presentare Gesù come un eroe nazionale. Potrebbe così concludere il proces­so, soddisfare la folla, e rimandare i capi ebrei con un affronto in più, che proviene dal popolo più che da lui. Che vittoria sarebbe se il popolo reclamasse la liberazione del suo re, dopo che i capi hanno chiesto la sua condanna proprio per quel motivo!

Ma subito i principi dei sacerdoti, gli anziani, gli scribi, per sventare quella manovra, gridano un altro nome: Barabba. Ecco l'eroe popolare che bi­sogna liberare: infatti egli si è reso colpevole di un delitto proprio in una sedizione. Forse è un brigan­te o un assassino, ma è un rivoluzionario, che ha voluto rovesciare l'autorità della potenza occupante.

Questa scelta, proveniente dai capi ebrei, è au­dace, e indica ancora la loro doppiezza. Essi accusa­no Gesù di sobillare il popolo contro i romani, poi sollecitano la grazia per un promotore di se­dizioni.

Il nome Barabba circola sempre più in mezzo al­la folla; a Pilato giungono delle grida: «Non lui, ma Barabba» (Gv. XVIII, 40). Il governatore in­siste, sperando, nonostante tutto, che il popolo ri­fletta ancora: «Quale volete che lasci libero, Ba­rabba o Gesù chiamato Cristo? » (Mt. XXVII, 17­21). La parola Cristo o Messia troverà forse una accoglienza più favorevole? E il confronto fra un assassino e un uomo, al quale la folla ha talvolta decretato il titolo di Messia, inviterà forse a sceglie­re quest'ultimo?

La risposta sale unanime verso Pilato: «Barab­ba! » (Mt. XXVII, 21). Il governatore vorrebbe pun­tare ancora sulla simpatia del popolo per Gesù: non potrebbe liberare anche lui, dato che sta per rilasciare Barabba? «Che farò dunque di Gesù chia­mato Cristo?» (Mt. XXVII, 22).

I capi, che ora tengono bene in pugno la folla, ordinano di gridare: « Crocifiggilo! » (Mc. XV, 13). Sorpreso da quella reazione e rendendosi con­to che il popolo, chiedendo la crocifissione, ripete solo ciò che gli viene suggerito, senza neppure sa­pere perché Gesù meriti di essere crocifisso, Pilato interroga: « Ma che male ha fatto? » (Mc. XV, 14; Mt. XXVII, 23). Infatti la folla non accusa Gesù di essersi presentato come re; ma, istigata dai capi, essa non risponde alla richiesta di spiegazione. Le grida si fanno più forti: « Crocifiggilo! ».

Invece di aver successo, la scappatoia cui ha fatto ricorso Pilato ha accresciuto il tumulto. Il governa­tore si è appellato al popolo, e il popolo unisce le sue grida alle accuse dei capi. Il sotterfugio di Erode è fallito; ed è pure fallito quello della gra­zia accordata a un prigioniero. Aumenta l'imbaraz­zo di Pilato, mentre i capi, di fronte agli indugi del governatore, diventano sempre più propensi a strap­pargli la condanna, sicuri di avere successo.

La folla distoglie il suo favore da Gesù, o piut­tosto è indotta a fare ciò dai sacerdoti e dagli anzia­ni. La sua preferenza per Barabba, che deve aver trovato un'eco così dolorosa nel cuore di Gesù, preannuncia tutte le scelte che, nel futuro, saranno fatte a danno del Salvatore. Altre folle più numero­se si lasceranno traviare da minacce e preferiranno Barabba a Gesù. Seguiranno gli organizzatori di sedizioni, di rivoluzioni politiche, invece di segui­re colui che predica e suscita la vera rivoluzione, quella delle anime. Le folle voteranno perfino a favore di assassini e si staccheranno da Cristo che offre loro una vita migliore. Si lasceranno trascinare all'ostilità contro la Chiesa, come la folla ebrea con­tro Cristo.

La scelta tra Barabba e Gesù viene proposta alla folla e nello stesso tempo ad ogni individuo. La domanda di Pilato si traduce per ogni esistenza u­mana così: «In chi vuoi porre la tua speranza?». In Gesù o in altri? Gli altri non mancano: come ci fu un Barabba, ci sono sempre uomini disponibili per il ruolo di eroe popolare o di salvatore, uomi­ni capaci di cattivarsi le simpatie e di fare concor­renza al fascino che emana da Cristo. Ciascuno deve fare personalmente la sua scelta, mentre il vero Salvatore, invisibile e silenzioso, attende la deci­sione.

Quali sono stati i sentimenti e i pensieri di Gesù durante questo nuovo episodio di un processo così strano? Egli non ha visto la folla riunita davanti al pretorio, ma conosce bene il popolo. Gli ha dimo­strato tanto amore con la sua instancabile predica­zione, con i suoi miracoli! Ora invece quella folla, a sua volta, si separa da lui, l'abbandona e gli si ri­bella contro, reclamando la sua morte.

Questo voltafaccia consacra il fallimento della missione di Cristo presso il suo popolo. Non più soltanto i capi, ma tutta la folla si leva contro di lui. Tuttavia la stessa folla gli aveva prima manife­stato il suo favore, la sua ammirazione, talvolta il suo entusiasmo. Proprio quella folla, dopo la mol­tiplicazione dei pani, aveva voluto fare di lui il suo re (Gv. VI, 15) e, attonita davanti ai miracoli, gli aveva decretato questo elogio: «Egli ha fatto bene tutte le cose » (Mc. VII, 37). Gesù sentiva ancora risuonare nelle orecchie le grida: « Osanna al Fi­glio di Davide! », che l'avevano salutato alla sua entrata in Gerusalemme (Mt. XXI, 9). Quel suc­cesso popolare di ieri rendeva più cocente il falli­mento di oggi.

L'intera missione terrena di Gesù sembra così terminare in un disastro. In realtà questa sua mis­sione terrena riguardava il popolo ebreo: seguendo l'ordine del Padre, Cristo ha limitato la sua attività evangelizzatrice ai suoi compatrioti, ed è uscito dal­le frontiere della Palestina soltanto per passare at­traverso il territorio di Tiro e di Sidone, dove di­chiarava: «Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt. XV, 24). Tutti gli sforzi del Salvatore si sono concentrati su Israe­le; quello straordinario spiegamento di zelo e di bontà, invece di provocare la conversione del po­polo e la sua adesione al Vangelo, sfociò in quel clamore: « Crocifiggilo! ». L'evangelista san Matteo dice chiaramente che l'intera folla emise quel gri­do (Mt. XXVII, 22). Se mai ci fu qualcuno che abbia meritato di riuscire ed abbia avuto il potere ed il talento per ottenere successo, questi era il Figlio di Dio; invece egli subisce nel suo ministero aposto­lico il fallimento più clamoroso e più umiliante.

Cristo ha perciò conosciuto la sofferenza penosa della sconfitta; ha assaporato dolorosamente la pro­va, subita da chi si prodiga fino allo stremo, e non ottiene il risultato sperato. Egli conclude la sua vita con una disfatta. Il popolo, al quale egli ha tanto donato, lo respinge con crudeltà, poiché non esita a chiedere il supplizio della croce; lo respinge per un lungo periodo di tempo, poiché per numerosi secoli il popolo ebreo resterà refrattario al messag­gio di Cristo.

Tuttavia Cristo salva l'umanità proprio con questo fallimento. Secondo la profezia di Isaia, il servo deve santificare le folle umane con le sue sofferenze (Is. LIII, 11); deve acconsentire ad essere rinnegato, scher­nito pubblicamente e condannato dalla folla. L'ac­cettazione della sconfitta fa parte del sacrificio espia­torio, in cui egli « dona la sua anima », cioè offre ciò che ha di più intimo (Is. LIII, 10). Egli potrà asper­gere con la sua benedizione le «falle delle nazioni» (Is. LII, 15) soltanto dopo essersi saziato fino alla nausea delle grida ostili della folla ebrea.

Il fallimento diventa così lo strumento di reden­zione per eccellenza. Lo spettacolo di Gesù che non riesce a convertire il suo popolo, e riceve invece l'ostilità di tutti, fa riflettere. Siamo così propensi a subire la seduzione del successo che, anche nel campo dell'apostolato, lo ricerchiamo con tenacia. Cristo ci illumina riguardo al valore segreto del fallimento. Come riparazione delle colpe dell'amor proprio e dell'ambizione, l'umiliazione della scon­fitta può essere offerta al Padre con molto amore e ottenere la salvezza delle anime. Più del successo durante la vita pubblica, l'immensa sconfitta della Passione ha fruttato agli uomini il perdono, la san­tità, una nuova vita.

La flagellazione e l'incoronazione di spine

Pilato non abbandona ancora la partita e cerca nuovi mezzi per salvare Gesù. Si è convinto che il suo atteggiamento è giusto, poiché sua moglie gli ha mandato a dire: «Non comprometterti con quel giusto! Oggi ho molto sofferto in sogno a causa di lui » (Mt. XXVII, 19). Quel consiglio aveva un sapore misterioso, che deve avere impressionato il governatore; quel messaggio d'altra parte non fa­ceva che esprimere ciò che la sua coscienza gli det­tava.

Ma come uscirne? Gli venne un'idea; ordinare la flagellazione di Gesù. Così avrebbe fatto una con­cessione alla folla e avrebbe placato le sue rivendi­cazioni; poi avrebbe tentato di impietosirla, mo­strandole l'imputato coperto di sangue.

Quest'ultimo espediente doveva costar caro a Ge­sù. Quelli adoperati fino a quel momento avevano reso più dura la prova: il rinvio ad Erode aveva permesso che Gesù fosse schernito; la scelta fra Ba­rabba e Gesù si era risolta in una nuova umiliazio­ne, ora la flagellazione stava per infliggergli dolori terribili.

In realtà, questo aggravamento incessante della sofferenza di Gesù, anche se dovuto alle debolezze e agli espedienti di Pilato, si trovava già compreso nel piano del Padre. Il Padre celeste non ha voluto «risparmiare il suo Figlio unico» (Rom. VIII, 32), e gli ha preparato un'enorme quantità di do­lori nella Passione. Voleva donare completamente suo Figlio all'umanità, in tutta la sua capacità di amare e di soffrire.

La flagellazione era considerata dai romani un supplizio infamante, riservato agli schiavi ed agli stranieri. Sappiamo che san Paolo vi si sottrarrà, facendo valere il suo privilegio di cittadino roma­no (Atti XXII, 24-29). Gesù sarà flagellato come ebreo, uomo di qualità inferiore. Egli non possiede il privilegio di cui gode il suo discepolo, l'apostolo dei gentili, poiché deve conoscere il culmine del dolore sia fisico che morale.

Gli evangelisti si sono astenuti dalla descrizione del supplizio, e anche al giorno d'oggi i cristiani non amano raffigurare la scena crudele: il condan­nato svestito, legato a una colonna, percosso con forza e brutalità, subito ferito e sanguinante, poi­ché le fruste sono fatte di strisce di cuoio rinfor­zate da ossicini o catenelle di ferro che terminano in palle di piombo. La flagellazione era così crudele che talvolta provocava la morte. Da parte dei sol­dati romani incaricati di frustare quell'ebreo non si poteva attendere nessun lenimento alla sofferen­za; se essi videro una possibilità di aggravare il supplizio, certamente non ne persero l'occasione.

Infatti, dopo aver riversato una pioggia di colpi sul condannato, cominciarono a schernirlo, a diver­tirsi a sue spese. « I soldati - racconta san Marco - lo condussero nell'interno del cortile, cioè nel preto­rio, e vi convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora, cinsero la sua testa con una corona di spine, che avevano intrecciato. Poi cominciarono a salutarlo:"Salve, re dei giudei!". Lo picchiavano sulla testa con una canna, gli sputavano addosso, piegavano le ginocchia davanti a lui per rendergli omaggio» (Mc. XV, 16-19).

La condizione pietosa di Gesù dopo la flagella­zione ha suscitato una maggiore crudeltà e il di­sprezzo beffardo dei soldati. Gli orrori delle camere di tortura e dei campi di concentramento ci hanno mostrato fino a che punto può giungere la crudel­tà umana. Gesù ha dovuto subire lo scatenamento di istinti crudeli, poiché, se doveva riparare agli odi sapientemente calcolati, il suo sacrificio doveva pur essere offerto in riparazione di tutti gli eccessi del­l'istinto selvaggio e sadico.

In particolare, la dolcezza d'animo con cui egli ha ricevuto i colpi e le beffe era destinata a espiare gli eccessi delle passioni nazionaliste. Infatti abbiamo no­tato che egli fu trattato con maggior rigore e disprezzo dai soldati romani perché era ebreo. Doveva portare il peso dell'orgoglio e del disprezzo che ogni nazione tende a dimostrare verso gli altri, e di tutte le violenze provocate dall'odio fra le nazioni.

Il mucchio di arbusti spinosi che si trovava nel cortile, preparato per accendere il fuoco, ha fornito ai soldati un divertimento, il cui emblema resterà per sempre legato al Cristo della passione. La co­rona di spine è un ammirevole simbolo. Gesù ha voluto essere re dell'umanità soltanto portando duella corona. La sua sovranità ha seguito la strada del dolore. Anche la canna che gli mettono in mano, a guisa di scettro, serve a picchiargli la testa: le sue insegne di re gli provocano la sofferenza, ed egli riceve schiaffi e sputi a titolo di omaggio. Essere re, per Gesù, significa soffrire di più, per tutti e a nome di tutti.

Ormai le spine che si conficcheranno nella carne del cristiano o nella sua anima costituiranno la compartecipazione alla corona regale. E quando quelle spine provengono dalla cattiveria degli altri devono servire a promuovere, nei discepoli come nel Maestro, il trionfo regale dell'amore sull'odio.

 

« Ecco l'uomo »

Vedendo in quale stato si trova Gesù, un brandel­lo d'uomo abbandonato agli scherni dei soldati, Pi­lato vuole mostrarlo nella sua foggia regale, con la veste rossa da soldato, che gli serve da manto di porpora, e con la corona di spine. Egli spera di su­scitare nella folla un moto di pietà e di dare ai farisei lo spettacolo di un uomo che è già stato suf­ficientemente umiliato e battuto, di un uomo da cui per conseguenza non avrebbero più dovuto te­mere nulla in futuro.

« Ecco, ve lo conduco fuori, dice Pilato al popolo, affinché sappiate che io non trovo in lui nessun mo­tivo di condanna ». Poi mostra Gesù che si trova al suo fianco. « Ecco l'uomo! » (Gv. XIX, 4-5).

Lo spettacolo non è abbastanza straziante e pie­toso agli occhi di una folla emotiva? Non è abba­stanza ridicolo agli occhi dei capi che hanno desi­derato combattere l'influenza di Gesù sul popolo? L'uomo è un essere dal viso gonfio e sanguinante, il sangue si confonde con la sua tunica rossa e la corona di spine ne sottolinea il prestigio da farsa.

Non c'è quanto basta per disarmare l'odio?

Ma subito i capi ebrei e la folla gridano: « Cro­cifiggilo! Crocifiggilo! ». Ancora una volta Pilato fallisce nel suo intento. Quell'uomo flagellato e sfi­gurato non suscita pietà o disprezzo, anzi sembra provocare un accanimento maggiore nei suoi per­secutori, decisi a farlo morire.

Gesù vede che la folla radunata davanti al pre­torio diventa sempre più ostile verso di lui. Fino a quel momento, ha ascoltato dall'interno della casa le grida e i clamori: ora gli è necessario vedere il popolo che reclama la sua crocifissione. Questa sof­ferenza deve aggiungersi alle altre.

La folla che ha ora davanti non assomiglia forse a quella che ascoltava così avidamente la sua predi­cazione? Non è la stessa a cui ha prodigato i suoi miracoli? Il suo sguardo doloroso riconosce alcuni volti, poiché in quella folla ci sono persone cui egli ha fatto del bene, che hanno avuto nella famiglia o nel parentado degli ammalati guariti da lui. Gesù guarda con tanta pena quei volti chiudersi e indu­rirsi. Ha dimostrato loro tanta bontà e pietà, ed ora diventa l'oggetto dei loro sguardi spietati.

Gesù deve sentire profondamente l'ingratitudine di quel popolo. Egli aveva dimostrato di non essere indifferente alla riconoscenza, poiché, dopo aver guarito dieci lebbrosi, si era stupito che uno solo venisse a ringraziarlo. Ora quella folla, che dovreb­be esprimergli tanta gratitudine, gli rivolge solo grida di odio. Per l'animo sensibile ed affettuoso del Salvatore, è un dolore ancora più struggente delle piaghe aperte.

« Ecco l'uomo! ». Pilato non credeva di esprimere con queste parole una verità così grande. Pensava a un uomo umiliato e schernito, che non merita più neppure una condanna a morte: un uomo sceso al grado più basso della miseria umana. Infatti esi­biva quell'uomo non soltanto agli sguardi della fol­la ebrea, ma a quelli di una umanità molto più va­sta. Molti altri uomini, nei secoli seguenti, contem­pleranno quell'uomo che suscita tanta compassio­ne, ma scopriranno in lui un ideale sublime. È l'uomo che attraverso la sofferenza e con la sofferen­za restaura la grandezza umana, l'uomo perfetto che con il dolore dilata l'amore al massimo.

Ripensando all'esclamazione del governatore ro­mano, i cristiani colgono e sfruttano meglio, nelle prove che sembrano rimpicciolire e sfigurare la loro esistenza, un'occasione per diventare più integral­mente uomini, più simili all'uomo per eccellenza. Si ricordano che, visto dall'esterno, Cristo coperto di sangue e vestito di una tunica rossa sembrava annullato nella sua dignità di uomo; tuttavia, agli occhi del Padre, raggiungeva il culmine della no­biltà umana. La sofferenza che sembra demolire l'uomo lo innalza e lo rende più uomo, cioè più amorevole e più generoso.

 

La scelta di fronte al Figlio di Dio

Il grido « crocifiggilo! » fa irrigidire Pilato. Egli non vuole fare altre concessioni. Non deve forse già rimproverarsi di aver ordinato la flagellazione di un innocente? Le piaghe di Gesù non sono già un rimprovero per lui? Così dichiara: « Prendetelo e crocifiggetelo voi, poiché io non trovo in lui nes­sun motivo di condanna» (Gv. XIX, 6). Si sente che Pilato è stanco di vedere un odio così ostinato abbattersi su di un uomo la cui innocenza è evi­dente. In questa causa non vuole assumersi altre responsabilità. Se i capi ebrei vogliono che Gesù sia crocifisso, compiano loro quell'azione!

Tuttavia tale permesso sembra subito pericoloso agli ebrei. Se assumono l'incarico di crocifiggere Gesù, il governatore potrebbe più tardi denunciare la loro condotta in un rapporto all'imperatore, e ciò li metterebbe in una posizione spiacevole, poi­ché essi non hanno il diritto di pronunciare una sentenza di morte. Occorre perciò ottenere che Pi­lato stesso pronunci la sentenza.

Constatando che il primo motivo addotto, la prete­sa di essere re e l'agitazione rivoluzionaria, non riesce a convincere, essi ne presentano un altro. Questa volta è il vero motivo, il motivo religioso: « Noi abbiamo una legge, e secondo la legge egli deve mo­rire, perché si è fatto Figlio di Dio » (Gv. XIX, 7). Secondo la legge ebrea, che Pilato è tenuto a rispettare, il Figlio di Dio deve essere condannato a morte.

Il governatore scopre ora l'accusa fondamentale fatta a Gesù dai capi del popolo. Invece di spinger­lo a ratificare la decisione degli ebrei, tale accusa lo impressiona nel senso contrario, lo fa indietreg­giare. Di fronte al titolo «Figlio di Dio», si impau­risce. Fin dall'inizio del processo è rimasto colpito dal mistero che si nasconde nell'accusato: il suo silenzio, le sue dichiarazioni di una sovranità che non è di questo mondo, la sua dolcezza sorprendente di fronte ad accuse o a beffe, tutto ciò fa supporre che egli sia un uomo diverso da tutti gli altri.

La spiegazione di ciò non sarà forse in un'origine superiore: «Figlio di Dio»? Non è questa la chiave di tutto il comportamento dell'accusato? Si giustifi­cherebbe pure agli occhi del governatore anche il consiglio di sua moglie e il sogno in cui ella ha sof­ferto molto a causa di «quel giusto».

Pilato rientra nel pretorio in cui Gesù era stato condotto e domanda: « Di che paese sei? ». Poiché Gesù non risponde alla sua domanda, egli si inner­vosisce: « A me non parli? Non sai che io ho il po­tere di liberarti e il potere di crocifiggerti? ». Gesù risponde: « Tu non avresti alcun potere su di me se non ti fosse stato dato dall'alto » (Gv. XIX, 9-11). Questa è una risposta anche alla domanda: « Di dove sei tu? »: se il potere che Pilato possiede su Gesù viene dall'alto, significa che Gesù stesso è dal­l'alto, cioè egli è Figlio di Dio.

Gesù aggiunge: «Perciò colui che mi ha conse­gnato a te, ha commesso un peccato più grave». Non si tratta di un confronto fra il peccato commes­so da Pilato e quello di cui si sono resi colpevoli i capi ebrei; infatti Pilato non ha ancora preso la sua decisione né commesso il peccato di ingiustizia che consiste nella condanna di un innocente. Gesù non potrebbe perciò parlare come se la colpa fosse già commessa. Egli non vuole dichiarare gli ebrei più colpevoli di Pilato, ma più colpevoli per aver per­seguitato il Figlio di Dio. Poiché Gesù è dall'alto, colui che l'ha consegnato a Pilato « ha commesso un peccato più grave ». La gravità del peccato deri­va dalla grandezza dell'accusato, dalla sua origine celeste e divina.

Vi è compreso un avvertimento a Pilato stesso: se gli ebrei sono più colpevoli per averlo consegna­to, anche il governatore sarà più colpevole e com­metterà un peccato più grande se pronuncerà la condanna, poiché il condannato è colui che è venu­to dall'alto, il Figlio di Dio. In questa affermazione si manifesta la sovranità di Gesù: egli si esprime come giudice sulla colpevolezza degli uomini. Ha il potere di giudicare Pilato, suo giudice.

Notiamo che, per effetto della nuova accusa fatta dagli ebrei contro Gesù, il processo è posto sul suo giusto terreno. Ormai Pilato conosce perfettamente gli elementi essenziali del processo. Per lui il pro­blema non consiste più semplicemente nel sapere se sta per condannare un innocente, ma se farà mettere in croce il Figlio di Dio, di origine cele­ste. Gesù ha informato abbastanza il suo giudice, perché egli possa prendere la sua decisione con più chiara responsabilità. È come Figlio di Dio che Ge­sù deve essere liberato o condannato a morte. L'alter­nativa è insieme grandiosa e tragica.

In quest'ultimo dialogo con Pilato, non si può fare a meno di ammirare la discrezione con cui Ge­sù presenta la sua identità divina. Egli tenta di aprire l'animo del governatore a una rivelazione che questi è poco preparato a ricevere. Rinuncian­do in un primo tempo a rispondere alla domanda: « Di dove sei tu? », egli tenta di fargli capire quanto d'inesprimibile e di misterioso ha la sua ori­gine. Poi, quando gli risponde, gli indica che tale origine è implicita nel potere stesso che il governa­tore rivendica; la questione di tale origine non è estranea a Pilato, come costui avrebbe potuto pen­sare; ma è legata al suo attuale potere di giudice. Cosi il governatore potrà giudicare soltanto assu­mendo una responsabilità nei riguardi del cielo. Gesù non esercita alcuna pressione su di lui e gli lascia la libertà, ma con notevole serenità gli espo­ne la portata del giudizio. Nello stesso tempo rivela il suo amore di Figlio di Dio, poiché si dimostra completamente incurante della propria sorte e si preoccupa soltanto degli altri, della scelta così im­portante davanti a cui viene a trovarsi la coscienza di Pilato.

 

La condanna alla croce

Il governatore ha ben compreso l'avvertimento di Gesù. Questo uomo che pretende di venire dal­l'alto, questo Figlio di Dio gli ispira timore; la con­danna non attirerà su di lui la collera del cielo? « In seguito a ciò - dice san Giovanni - Pilato cer­cava di liberarlo » (Gv. XIX, 12). In precedenza ave­va già tentato di rilasciarlo, ma questa volta egli è più fermamente risoluto a rendergli la libertà.

Ma il risveglio della coscienza di Pilato e del suo timore religioso è effimero; la sua decisione di rila­sciare Gesù è immediatamente rimessa in discussio­ne. I capi ebrei infatti presentano in questo mo­mento l'argomento che darà loro la vittoria: la minaccia di ricorrere all'imperatore. « Se tu lo liberi, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re si di­chiara contrario a Cesare» (Gv. XIX, 12). La mi­naccia può essere reale, poiché già per alcuni litigi precedenti gli ebrei si erano lamentati presso l'im­peratore e avevano ottenuto che Pilato modificasse la sua condotta. Questa volta la denunzia sarebbe ancora più grave, poiché gli ebrei accuserebbero il governatore di disinteressarsi di un tumulto rivo­luzionario e di una pretesa regalità, pericolosa per l'imperatore. Potrebbero provocare la sua destitu­zione, farlo cadere in disgrazia.

Stretto fra la paura del cielo e la paura di Cesare, Pilato ascolta solo quest'ultima. Gli scrupoli di co­scienza svaniscono davanti al suo interesse, davanti al desiderio di conservare ad ogni costo il posto di governatore. Alcuni istanti prima, in presenza di Gesù e della sua origine divina, Pilato ha preso la decisione di rilasciarlo; ora, in presenza degli accu­satori e della loro minaccia di ricorrere a Roma, prende la decisione inversa.

Fa condurre fuori Gesù e l'invita a prendere po­sto davanti al tribunale, nel cortile lastricato del « litostroto », per ascoltare il verdetto. Era la vi­gilia della Pasqua, circa l'ora sesta, precisa san Gio­vanni, cioè mezzogiorno. Per l'ultima volta, Pilato si rivolge al popolo: « Ecco il vostro re! » (Gv. XIX, 14). Egli sta per condannare Gesù su richie­sta degli ebrei, ma nello stesso tempo sta per offrire loro Gesù come re. Si direbbe che nell'atto della condanna il governatore è guidato ancora da una forza superiore, che lo fa parlare in modo profetico.

È vero, profondamente vero, che Gesù diventa il re del suo popolo facendosi mettere a morte per lui. Qualunque sia il disprezzo che Pilato poté met­tere nell'esclamazione; « Ecco il vostro re! », Dio vi ha nascosto tutto l'amore per cui vuol donare agli ebrei, come agli altri uomini, il loro unico re.

La dichiarazione provoca una nuova fiammata di odio: « A morte! A morte! Crocifiggilo! ». Ma Pilato vuole fare assaporare agli ebrei la vergogna dell'e­secuzione che reclamano: «Metterò in croce il vo­stro re?». I principi dei sacerdoti rispondono: «Noi non abbiamo altro re che Cesare» (Gv. XIX, 15). Essi si servono ancora della stessa minaccia. Se aves­sero potuto vedere in anticipo ciò che sarebbe costa­to alla città di Gerusalemme e al popolo ebreo il fatto di non avere altro re che Cesare, sarebbero rimasti atterriti; ma come Pilato non era consape­vole del valore profetico delle sue parole: «Ecco il vostro re », così essi non sapevano che la loro rispo­sta preannunciava il disastro della conquista di Ge­rusalemme e il massacro di numerosi ebrei.

Sentendoli ripetere la minaccia, Pilato si rasse­gna. Ma con un gesto simbolico vuole ancora svin­colare la sua responsabilità. Poiché il tumulto non cessa di aumentare, si fa portare dell'acqua, si lava le mani in presenza della folla: « Io non sono re­sponsabile di questo sangue; tocca a voi giudicare ». Tutto il popolo risponde: « Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli! » (Mt. XXVII, 24-25).

Così è messa bene in evidenza la viltà del gover­natore, che proclama l'innocenza dell'accusato mentre lo condanna, e che vorrebbe sbarazzarsi di una responsabilità che in realtà deve assumere. Pilato non ha il coraggio di agire conformemente alla sua convinzione; egli se ne lava le mani, ma la sua mano si macchia del sangue di colui di cui firma la con­danna. Così, davanti alla storia e davanti a Dio, è responsabile della condanna a morte di Gesù, ben­ché l'abbia decisa senza cattiveria e a malincuore.

Per quanto riguarda il popolo, trascinato dai suoi capi, esso non esita a domandare che il sangue di Gesù ricada su di lui: fa così appello al giudizio del cielo. È noto che tale giudizio verrà con la catastro­fe dell'anno 70, ma anche nel lontano futuro del popolo ebreo disperso e perseguitato.

Tuttavia nel piano divino che comprende la con­dotta umana e la guida verso una meta più alta, la terribile esclamazione: « Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli! » assume un significato finale più consolante. Il sangue di Cristo è destinato a ricadere sugli uomini, procurando ad essi salvezza e felicità. Anche il popolo ebreo è chiamato a be­neficiare di questa effusione di sangue che ha recla­mato; un giorno, secondo le parole di san Paolo, « tutto Israele sarà salvo » (Rom. XI, 26). Perciò non invano a Gerusalemme, nella basilica del­l'« Ecce Homo », posta nel luogo dell'antico lito­stroto, dove in altri tempi la folla ebrea ha recla­mato la condanna del Messia e Figlio di Dio, si leg­ge oggi l'iscrizione: « Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli come rugiada di benedizione! ». Di fronte allo sguardo di Cristo condannato a morte, non c'è soltanto l'odio dei capi ebrei e l'osti­lità del suo popolo, ma la rugiada di benedizione che deve ricadere su tutti gli uomini e su quel po­polo smarrito. Con questa prospettiva Gesù vuole ora portare la sua croce e morire.

 

Capitolo nono

LA CROCE

La vergogna della croce

Come la flagellazione che ne era il preludio, il supplizio della croce aveva un carattere infamante. Veniva inflitto più specificatamente agli schiavi; un cittadino romano non avrebbe potuto subirlo. D'al­tra parte offriva uno spettacolo compassionevole, poiché il condannato moriva in mezzo a dolori atro­ci, torturato dalla sete, e il suo corpo restava ap­peso al patibolo in balìa dei cani e degli avvoltoi. Si capisce perché i primi cristiani non abbiano vo­luto rappresentare Cristo in croce; questa immagine avrebbe evocato in loro ricordi spiacevoli o di orrore; la rappresentazione di un crocifisso sarebbe sem­brata una degradazione del Salvatore. Erano anco­ra sconvolti dal vergognoso supplizio del loro Mae­stro. Questa vergogna dovette essere molto sentita da Gesù stesso e dagli spettatori della sua morte. Se­condo la volontà del Padre, era necessario che il Figlio di Dio, per salvare l'umanità dal suo pecca­to, toccasse il fondo dell'angoscia e delle abiezioni umane, e che apparisse, al termine della sua vita terrena, l'ultimo degli uomini, il più disprezzabile. Ciò era necessario perché l'amore del suppliziato toccasse il parossismo.

I due malfattori, crocifissi nello stesso momento, dovevano completare il quadro della vergogna. Tut­to cospirava a porre Gesù al livello dei malfattori. Il Padre dispone le circostanze della morte di suo Figlio in modo che sia interamente immersa nel­l'umiliazione: questa morte non ha neppure la mae­stà di una certa solitudine, anzi deve essere inqua­drata in quella di due briganti. Persino in alcuni particolari si riconosce l'intenzione dell'Incarnazio­ne redentrice: Gesù unisce la sua morte a quella degli uomini come ha unito la sua vita alla loro. E unisce in modo speciale la sua morte a quella dei peccatori: resta « amico dei peccatori » fino alla fine, al punto di morire come loro e con loro.

La vergogna della croce è il rimbalzo della ver­gogna del peccato su Cristo. Tutto il disonore me­ritato dai peccatori ricade su colui che meritereb­be soltanto onori ed elogi. E poiché è accettata dal­l'amore, questa vergogna diventa nobiltà e supre­ma dignità. Gesù ha fatto della croce lugubre e av­vilente un segno luminoso, il simbolo di una soffe­renza che eleva ed onora.

 

Le donne di Gerusalemme

Secondo le usanze, Gesù deve portare la croce fino al luogo del supplizio. Una grande folla lo ac­compagna, non solo i curiosi e gli avversari, coloro che hanno richiesto la condanna e vogliono goder­si il loro trionfo, ma anche quelli che provano sim­patia per il condannato. Si sa che in quella folla ci sono alcune donne che si battono il petto e piango­no per la sorte di Gesù (Lc. XXIII, 27).

Per la prima volta dall'inizio del processo viene segnalato nel Vangelo un gesto favorevole a Gesù da parte del popolo ebreo. Esso proviene da un gruppo di donne. Il solo intervento per salvare Cri­sto dalla morte era stato fatto pure da una donna, la sposa di Pilato. Si direbbe che vi è una dimensio­ne del dramma che è più accessibile alla donna. La donna prende parte più spontaneamente a una tra­gedia personale. Mentre gli uomini nella lotta op­pongono un ideale ad un altro, le donne prendono maggiormente in considerazione la persona che è oggetto della lotta, capiscono più profondamente una situazione e una disgrazia personali.

D'altra parte la compassione dimostrata dalle don­ne non è un semplice atto di pietà verso un con­dannato a morte. Secondo il racconto di san Luca, essa si rivolge specialmente a Gesù più che agli al­tri due condannati che portano la croce sullo stesso cammino. Queste donne fanno una distinzione; ri­conoscono in Gesù ciò che egli ha di unico e di ecce­zionale. Come Pilato, sanno bene che l'invidia ha spinto i farisei a reclamare la morte di colui che dicono essere Cristo, il Messia; poiché hanno visto e ascoltato Gesù, conoscono l'elevatezza del suo in­segnamento, il suo potere di compiere miracoli, la sua bontà che ha prodigato benefici. Considerano la condanna di Gesù un'ingiustizia e una disgrazia per il popolo. Così si battono il petto, come per un atto di pentimento a nome di tutti, e per manifestare pubblicamente il loro dispiacere per quel supplizio.

Queste donne preludono così al ritorno di un certo numero di ebrei, fin dal giorno della Pentecoste. Ascoltando il rimprovero contenuto nel discor­so di Pietro: «Voi l'avete preso e fatto morire, in­chiodandolo alla croce per mano di uomini iniqui » (Atti II, 23), molti ascoltatori «si commuoveran­no» (Atti II, 37) e si convertiranno. Le donne non aspettano che il rimprovero sia formulato; ne hanno coscienza e dimostrano il loro dolore.

Il loro pentimento è accompagnato da una com­passione molto viva per Gesù, e vedendolo trasci­nare faticosamente la sua croce esse hanno pietà della sua sofferenza. Precedono così la schiera di tutti quelli che, nella storia umana, si lasceranno commuovere dallo spettacolo della Passione di Cri­sto e vorranno prender parte al dolore del cammi­no della croce.

Notiamo che il comportamento di queste donne non manca di coraggio. I capi ebrei circondano an­ch'essi il condannato, per sorvegliare l'esecuzione del supplizio: essi hanno da molto tempo formulato minacce contro tutti coloro che oseranno mostrare simpatia verso Gesù. E proprio in presenza di quei volti pieni di odio, di quegli sguardi minacciosi, le donne osano avvicinarsi a Gesù per testimoniargli il loro dispiacere e la loro pietà. Si direbbe che la Passione cominci a svolgere una funzione che si ri­proporrà poi nella vita di numerosi esseri umani stimolare il coraggio, dare la forza di testimoniare anche in presenza degli avversari di Cristo. Veden­do il condannato che porta la croce, le donne han­no l'audacia di fare quanto non avevano osato pri­ma, durante il processo davanti a Pilato: mostrare un sentimento di solidarietà verso Gesù.

La loro dimostrazione pubblica di simpatia indi­ca che il popolo ebreo non era affatto unanime nel­l'intenzione colpevole di mettere a morte Cristo. Se la folla riunita davanti al pretorio con le sue grida aveva dato l'impressione di una certa umanità, ciò avvenne perché le persone favorevoli a Gesù non avevano osato esprimere il loro parere.

La compassione delle donne non è rimasta senza risposta: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me! Piangete piuttosto su voi stesse e sui vostri figli, perché verranno giorni in cui si dirà: "Beate le donne sterili, i grembi che non hanno partorito, i seni che non hanno nutrito!". Allora si comincerà a dire alle montagne: "Cadete su di noi"; e alle col­line: "Copriteci!". Infatti, se si tratta così il legno verde, che si farà del legno secco? » (Lc. XXIII, 28-31).

Le parole del Salvatore manifestano bene il suo amore. Nella terribile sofferenza che gli tocca, Gesù non pensa alla propria persona. Spesso invece gli uo­mini sono tentati di chiudersi in sé nel momento del dolore, di concentrare la propria attenzione sul loro dramma privato. La sofferenza che non dà tregua comporta il rischio dell'egoismo. Gesù invece pen­sa alla disgrazia degli altri, alla grande tragedia che il popolo ebreo presto vivrà. Egli, il legno verde dell'innocenza personificata, è stato trattato così du­ramente; il legno secco, quello dei colpevoli, non servirà forse ad alimentare il fuoco?

Questa non è una minaccia di collera: è la com­passione che Gesù prova per la sorte del suo popo­lo, e un avvertimento di non seguire mai la strada presa dai responsabili della condanna a morte. Il disastro che sta per abbattersi sulla città di Geru­salemme è una immagine del castigo ancora più considerevole che è riservato al peccatore ostinato. Gesù rivela una preoccupazione essenziale che ani­ma la sua Passione: fare tutto il possibile per evi­tare agli uomini il castigo del fuoco eterno. La grande disgrazia non è la sofferenza; questa non fa che mettere alla prova il legno verde. La grande uni­ca disgrazia è quella di diventare un legno secco e di giungere alla morte definitiva. Nel suo amore per gli uomini, Cristo vuole assolutamente sottrar­li a quella sorte funesta e soffre volentieri perché essa sia loro risparmiata.

 

Simone di Cirene

La strada che conduce dal pretorio al Calvario non è lunga; ma è troppo lunga per Gesù che, sfi­nito a causa della flagellazione e dei maltrattamenti, cede sotto il peso della croce. I soldati romani ve­dono arrivare un uomo dalla campagna e lo requi­siscono; così Simone di Cirene viene costretto a por­tare la croce, dietro al condannato (Mc. XV, 21; Mt. XXVII, 32; Lc. XXIII, 26).

Qui si rivela in modo più completo l'umiltà del Salvatore: egli ha avuto bisogno di altri per portare la croce fino al luogo del supplizio. Il cammino del Calvario non è stato per lui un saggio di bra­vura. Più tardi alcuni monaci del deserto garegge­ranno nel resistere a terribili mortificazioni. Gesù, più umilmente, subisce solo i tormenti che gli verigono imposti, e mostra la sua debolezza fisica: fin dalla partenza, vacilla sotto il peso posto sulle sue spalle, mentre i suoi due compagni di supplizio portano con maggiore fermezza la croce; e infine non riesce più a camminare.

Con questa incapacità dimostra che, anche in uno stato di prostrazione delle forze fisiche, l'ener­gia morale può restare intatta. Il vero coraggio non consiste nel compiere saggi di bravura, ma nel con­servare, pur nell'indebolimento del corpo, l'ardore dell'anima. Quando Gesù ha ammaestrato i suoi discepoli sulla necessità di portare la loro croce, alludeva a questa forza spirituale.

Nell'episodio si svela soprattutto il piano di Dio: associare ogni uomo alla sofferenza redentrice di Cristo. Il Padre avrebbe potuto dare a suo Figlio forza sufficiente per portare da solo la croce fino al Calvario. Ma ha disposto intenzionalmente gli av­venimenti in modo tale che Gesù cadesse lungo la strada: voleva porre dietro a Gesù, sotto la croce, un altro uomo, un uomo qualunque, incontrato per caso, per significare che qualsiasi uomo è destinato a dividere la croce con Gesù, che ogni croce è la stessa croce di Cristo e che viene sempre portata in compagnia del Salvatore, il quale cammina da­vanti a tutti, come guida.

Persino il particolare espresso con la parola «re­quisire» è suggestivo. Esso sottintende che Simone di Cirene non ha reso questo servizio volentieri. Forse si ribellò o cercò di opporre resistenza; è comprensibile che fosse seccato di dover portare quello strumento di supplizio, e di sentirne la vergogna su di sé. Perciò nessuno si meraviglierà che egli abbia preso la croce di cattivo umore. Soltanto in seguito apprezzerà l'onore che gli è stato fatto. Molti uomini fanno un'esperienza simile: la croce si presenta a loro come una imposizione, ed essi ne subiscono il peso, loro malgrado. Beati coloro che riescono a vincere la ribellione o l'avversione, e a scoprire la dignità di una croce sopportata al segui­to del Salvatore.

Se il racconto evangelico, parlando di requisizio­ne, ci fa supporre i sentimenti di Simone, non ci informa intorno a quelli di Gesù. Ma poiché il Sal­vatore dimentica la propria sofferenza per pensare agli altri, e alle donne di Gerusalemme si rivela più preoccupato delle future prove del popolo ebreo che del suo dolore, non può forse egli provare la stessa simpatia per Simone, costretto a portare la sua croce? Chi potrebbe descrivere lo sguardo che egli posò sul suo compagno di cammino all'arrivo al Calvario? Gesù, sensibilissimo alla riconoscenza, avrebbe potuto non manifestare a Simone la sua gratitudine? In realtà fu Simone a ricevere un favo­re, tuttavia Gesù lo ringrazia come ringrazierà tutti coloro che accettano di portare la croce con lui per la salvezza del mondo.

Per Simone, come per la sua famiglia, questa fu una grazia divina. Infatti san Marco ci dice che Si­mone era il padre di Alessandro e di Rufo, verosi­milmente due cristiani il cui nome era ben noto a Roma. Il cammino del Calvario, fatto con il Salva­tore, e la croce portata per lui, hanno perciò avvi­cinato definitivamente Simone a Gesù, e sono stati l'origine dell'adesione dei suoi due figli alla Chiesa. Questo è un esempio dei frutti della croce, della sua efficacia apostolica.

 

La crocifissione

I tre condannati, con la scorta dei soldati, usciti dalla città si fermano: le croci saranno innalzate sul colle roccioso del Golgota, a poca distanza dalle mura.

Prima del supplizio viene offerto a Gesù del vino aromatizzato con la mirra. È un'usanza il cui signi­ficato è spiegato in un brano del libro dei Proverbi: « Date liquori forti a chi sta per morire e vino a colui che ha il cuore pieno di amarezza; beva e di­mentichi la sua miseria, e non ricordi più le sue pene! » (Prov. XXXI, 6-7). La mescolanza di vino e mirra era considerata un ristoro particolarmente inebriante. Non sappiamo chi l'abbia offerta a Ge­sù; se un certo numero di donne ha assistito al suo supplizio, non sorprende che il gesto sia stato com­piuto da una di loro, desiderosa di lenire le sue sofferenze.

Per dimostrare che apprezza quel gesto, Gesù inu­inidisce le labbra nella coppa che gli viene offerta (Mt. XXVII, 34), ma rifiuta di berla. Ciò che egli deve bere è il calice offertogli dal Padre; non né vuole altro. Non accetta alcun lenimento e non vuo­le attenuare, neppure con un poco di ebbrezza, la lucidità durante il sacrificio. Sarebbe un modo per sfuggire al dolore. Molti cercano di stordirsi duran­te la prova e tentano di trovare nell'ebbrezza l'oblio della loro disgrazia. È una debolezza che Cri­sto vuole espiare. Nell'affrontare il supplizio, non vuole essere meno cosciente, meno uomo. Vuole guardare in faccia il dolore terribile che si avvici­na, accoglierlo e soffrirlo in pieno possesso delle sue facoltà, offrirlo con chiara intelligenza, con sensi­bilità non affievolita, con volontà padrona di sé. Così l'amore può essere più profondo e il dono più completo.

I soldati cominciano a lavorare. Distendono e in­chiodano Gesù sulla croce. Di questo momento così doloroso gli evangelisti non danno nessun partico­lare. Il Salvatore si lascia fare e conserva il silenzio. Soffre atrocemente per le mani e i piedi trafitti, ma non si lamenta affatto. Coloro che non prestano attenzione al suo viso potrebbero credere questo con­dannato indifferente e incallito; chi lo conosce ri­trova in lui la dolcezza caratteristica del suo com­portamento, una dolcezza di cui comprende l'eroi­smo. Gesù dà l'esempio di una pazienza senza limite, che la peggiore sofferenza non riesce a soverchiare. I chiodi che si affondano nella sua carne vengono accolti come se provenissero dal Padre. Persino al culmine di un dolore che scuote tutto il suo essere, il Salvatore accetta e offre.

È l'ora da lui preannunciata, in cui viene elevato da terra. Il suo pensiero va a tutti coloro che deve attrarre a sé. Sulla croce il suo sguardo può abbrac­ciare, da una posizione più elevata, la folla che lo circonda, simbolo dell'immensa moltitudine degli uomini. Gesù vuole soffrire e morire, guardando il mondo intero: l'orizzonte della sua offerta è universale. Sa che il suo sacrificio effettuerà la trasfor­mazione più radicale dell'umanità, lo sconvolgimen­to dell'universo. I suoi occhi cercano, vicino e lonta­no, la massa umana per la quale il suo dolore meri­terà salvezza e felicità. Dall'alto della croce egli so­gna un'umanità santa e felice, e assicura infallibil­mente il compimento di tale sogno.

Nella crocifissione le passioni umane trovano an­cora modo di manifestarsi. I soldati non hanno per­so il loro spirito di crudele scherno nei riguardi di colui che dice di essere re. Per fare una corte a Gesù e decretargli tutti gli onori che gli spettano, essi lo pongono al centro e crocifiggono i due malfattori uno a destra e l'altro a sinistra di Gesù. Con mali­gna compiacenza, fissano l'iscrizione che indica il motivo della condanna: «Gesù di Nazaret, Re dei giudei» (Gv. XIX, 19).

Pilato stesso ha redatto i termini di questa iscri­zione. È la sua ultima vendetta sugli ebrei, per l'imbarazzo causatogli da quella faccenda, e per la umiliazione subita cedendo alle istanze degli accu­satori, o piuttosto alla loro minaccia di fare appello a Cesare. I farisei leggono la scritta e capiscono l'affronto: quel galileo, quell'uomo che viene dallo sconosciuto paese di Nazareth, è stato loro dato co­me re, davanti agli occhi di tutti, passanti e stranie­ri! Parecchi vengono a protestare dal governatore: « Non bisogna scrivere: Il re dei giudei ", ma "Quest'uomo ha detto: io sono il re dei giudei " ». Questa volta Pilato non ha più nulla da temere; re­spinge seccamente la protesta: «Ciò che ho scrit­to è scritto» (Gv. XIX, 21-22). Egli assapora questo piccolo trionfo e coglie l'occasione per confer­mare la sua autorità, in cambio delle concessioni che ha dovuto fare.

Anche in questo momento si vede come la scena stessa della crocifissione sia stata disposta dalla so­vranità divina. Il Padre celeste si serve degli istinti beffardi dei soldati e della vendetta del governatore romano perché sia posta in evidenza, nel suo sup­plizio, la regalità di Gesù. Inoltre, questa regalità è imposta agli ebrei contro la loro volontà. Ormai la scritta resterà appesa alla croce e sarà per sempre un emblema di sovranità regale.

E’ vero che si tratta semplicemente di un re dei giudei. Ma la scritta è redatta in tre lingue, non soltanto in ebraico, ma in greco ed in latino, lingue universali. Questo è un segno che la regalità di Cristo vuole estendersi nell'universo e superare le divisioni create tra gli uomini dalla differenza di linguaggio. Gesù muore per unificare l'umanità nel suo amore; l'iscrizione trilingue del suo titolo di re resta un simbolo della sua intenzione di universa­lità e di unità al di sopra delle nazioni.

 

La spartizione delle vesti

«Quando i soldati ebbero crocifisso Gesù - rac­conta san Giovanni - presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato. Poi presero la sua tunica. Questa tunica era senza cuciture e tes­suta in un solo pezzo da cima a fondo. Essi dissero fra loro: " Non stracciamola, ma tiriamola a sorte a chi toccherà ". Ciò avvenne perché si adempisse la Scrittura: " Si sono divisi le mie vesti e hanno tira­to a sorte la mia tunica" » (Gv. XIX, 23-24; cfr. Sal. XXII, 19).

In questo episodio vi è la realizzazione materia­le di un brano del Salmo XXII. Spartire e tirare a sorte erano due immagini quasi equivalenti, di cui il salmista si era servito per evocare l'estrema povertà alla quale era ridotto. Perché si adempisse la Scrittura, sarebbe bastato che Gesù fosse spoglia­to di tutte le sue vesti. Ciò che stupisce è che la tunica venga veramente tirata a sorte, e così l'im­magine del Salmo diventa precisamente la reale si­tuazione di Gesù.

La spartizione delle vesti suggerisce il duplice valore della spogliazione del Crocifisso. La spoglia­zione totale è in primo luogo un'offerta al Padre: rinunciando alle sue vesti, Gesù rinuncia a tutto ciò che ancora possedeva sulla terra, e può presen­tare al Padre celeste solo la sua nudità. Ma questa spogliazione è nello stesso tempo un dono fatto agli uomini. I soldati sono contenti di spartirsi quel bottino, e Cristo non è meno felice di lasciarlo a loro. Quelli che lo crocifiggono hanno diritto a una ricompensa per il loro lavoro; Gesù si compia­ce di poter lasciare loro qualche cosa. È un simbo­lo della prospettiva generale del suo sacrificio, che vuole offrire tutto al Padre con lo scopo di donare tutto all'umanità.

Per quanto riguarda la tunica tessuta in un solo pezzo, che è stata tirata a sorte, essa potrebbe avere parecchi significati simbolici. Il grande sacerdote ebreo, secondo la descrizione dello storico Giuseppe, portava una tunica fatta d'un solo pezzo molto lungo (Antichità III, 7, 2); l'accostamento ci invite­rebbe a riconoscere in Gesù il vero gran sacerdote che, offrendosi in sacrificio, esercita il suo sacerdozio e presenta al cielo il supremo sacrificio sacerdotale. D'altra parte, lo scrittore ebreo Filone attribuisce questa tunica da gran sacerdote al Verbo, e l'iden­tifica con il mondo, che il Verbo porta come un ve­stito e di cui conserva l'unità senza frattura (De fuga, 110-112); in questo caso la tunica rappresen­terebbe l'universo di cui Cristo, con il suo sacri­ficio, assicura l'unità. Ma la tradizione cristiana ha riconosciuto più volentieri nella tunica senza cuci­ture un'immagine dell'unità della Chiesa. Niente nell'episodio evangelico certamente obbliga ad ac­cettare questo simbolismo; tuttavia l'immagine è bella e risponde ad una verità fondamentale: il Sal­vatore ha sofferto perché la sua Chiesa resti unita, e perché siano evitati o superati ogni dissenso e ogni scisma. Nel comportamento dei soldati, che rifiutano di stracciare la tunica, si adombra il do­vere dei cristiani di respingere quanto è suscettibi­le di dividere la Chiesa.

 

« Perdona loro »

Non appena Gesù è in croce, comincia a pregare: « Padre, perdona loro, perché non sanno ciò che fanno» (Lc. XXIII, 34). Sono le sue prime parole, o forse, dopo averle già pronunciate mentre veniva inchiodato sulla croce, le ha poi ripetute. Gesù non soltanto perdona personalmente ai suoi nemici il supplizio che gli fanno subire, ma con tutta la forza del suo animo implora il perdono dal Padre. Questa è la sua ultima preghiera di implorazione, animata dalla pienezza del suo affetto filiale. Del titolo di Figlio di Dio, che gli avversari hanno così aspramen­te respinto, Gesù si serve per ottenere il perdono del­la loro colpa.

Questa preghiera non è semplicemente mormo­rata a fior di labbra, ma si rivela ispirata dall'a­more più sincero. Gesù scusa i suoi nemici: « Non sanno ciò che fanno ». Alcuni hanno sostenuto che questa ignoranza si verifica esclusivamente nei sol­dati: essi non sapevano ciò che facevano, mentre i capi ebrei avevano dimostrato di agire con malizia abbastanza consapevole. Ma se Gesù avesse voluto scusare soltanto i soldati, e domandare perdono solo per loro, la sua preghiera sarebbe molto meno bel­la. È troppo evidente che i soldati romani, esecuto­ri della sentenza di Pilato, non erano idonei a giu­dicare il problema di Gesù e ignoravano chi fosse il condannato. La nobiltà del perdono consiste pre­cisamente nel fatto che il Cristo vuole offrirlo an­che ai suoi peggiori nemici: Caifa e il Sinedrio. Pro­prio per loro Gesù difende la causa dell'ignoran­za: anche se essi hanno agito con astuzia e cattiveria, i capi del popolo ebreo non sapevano ciò che face­vano, perché non pensavano di mettere in croce un uomo che era realmente Messia e Figlio di Dio. La loro responsabilità risulta perciò attenuata.

Invece di accusare i suoi avversari, o di perdonare loro affidando al Padre la cura di vendicarlo, Gesù li difende. Mostra una grande bontà e simpatia per la disgrazia di coloro che l'hanno condannato e che lo fanno soffrire, disgrazia che consiste nel non ren­dersi conto dell'errore in cui cadono. Questa è la carità più comprensiva e più indulgente, testimo­niata nel momento stesso in cui i nemici portano a termine la loro opera e Gesù patisce la sofferenza più atroce.

Non si può essere meravigliati che questa carità non sia stata ammessa da tutti i cristiani. Alcuni, fin dai primi secoli, hanno voluto sopprimere dal testo del Vangelo questa preghiera di perdono: la frase viene omessa in parecchi manoscritti e versio­ni. Senza dubbio tale preghiera sembrava troppo favorevole agli ebrei e troppo esigente per la passio­ne umana della vendetta.

Questo esempio di Cristo infatti propone una generosità infinita. Chiedere ai discepoli di perdo­nare con la stessa grandezza d'animo del Maestro non può comportare semplicemente un atteggia­mento negativo, con cui si rinuncia a volere il male per coloro che ci fanno del male; ma deve tradursi in una volontà positiva di fare loro del bene, e specialmente in una preghiera rivolta a Dio in loro favore. Questo perdono non può cercare un com­penso nella speranza di una vendetta divina o di un castigo divino; deve essere ispirato da una carità che scusa il prossimo, prende in considerazione o immagina volentieri quanto attenua la sua colpevo­lezza. Se il giudice sovrano degli uomini ha manife­stato un perdono pieno di bontà, come potrebbero i suoi discepoli proporre un altro atteggiamento? La conoscenza perfetta dei cuori umani, posseduta da Gesù, ci garantisce che soltanto un simile perdono è conforme sia alla verità sia all'amore.

 

Atteggiamenti della folla davanti alla croce

Di fronte allo spettacolo del Crocifisso, la folla cessa di manifestare l'ostilità che aveva dimostrato durante il processo di Pilato. «Il popolo stava a guardare» nota san Luca (Lc. XXIII, 35). Senza dubbio la vista del supplizio di Gesù ispira pietà, e fa riflettere alcuni sull'inconsistenza delle accuse rivolte al condannato. Forse anche il fascino che emana da Cristo, dalla sua dolcezza e serenità, con­quista parecchi degli astanti.

Invece alcuni passanti, che non si trattengono, gridano insulti: «Ehi! Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso e scendi dalla croce!» (Mc. XV, 29-30). Hanno sentito par­lare di accuse formulate durante il processo, e col­gono l'occasione per rinfacciare al Crocifisso quel­la che essi ritengono una pretesa enorme e sacrilega.

I capi, grandi sacerdoti, scribi, anziani, pongono nei loro commenti maggiore quantità di malizia e di odio. Per loro la crocifissione di Gesù è una vit­toria, che non rinunciano a sfruttare. Conversano con tono beffardo: « Ha salvato gli altri; ora non può salvare se stesso! Cristo, il re di Israele, scenda ora dalla croce, affinché noi vediamo e crediamo! » (Mc. XV, 31-32). « Egli ha posto la sua fiducia in Dio; Dio lo liberi ora, se lo ama! Poiché egli ha detto: "lo sono figlio di Dio!"» (Mt. XXVII, 43). Gli scherni continuano così a essere rivolti ai due titoli rivendicati da Gesù: re-Messia e Figlio di Dio. Gli avversari considerano la crocifissione come la prova decisiva: credono di trionfare e di riconoscere nella croce la prova che quei titoli non sono auten­tici, che Gesù è un bugiardo la cui condotta è di­sapprovata da Dio. Dopo avere ben ascoltato l'in­vito alla fede che Gesù ha pronunciato per l'ultima volta nel Sinedrio, esigono, per credere, che il con­dannato scenda dalla croce. In questo fatto si rivela la loro divergenza fondainentale dal messaggio e­vangelico: non vogliono un Messia che soffre, e ai loro occhi la morte infamante di Gesù è la sconfitta definitiva.

In realtà, la prova definitiva si ritorcerà contro di loro. Gesù non scenderà dalla croce, ma la sua elevazione sulla croce sfocerà nell'elevazione in glo­ria. Sul Calvario, però, le apparenze non sembrano favorevoli alla posizione presa dai capi? Non sem­bra forse che Gesù sia abbandonato da Dio, di cui tuttavia si è proclamato Figlio, e che le sue rivendi­cazioni di sovranità si annullino con la sua vita stessa? Le beffe devono anche aver causato una forte impressione nei discepoli, negli amici di Gesù, ed accentuato il loro smarrimento. A differenza del Mae­stro, essi non si rendono conto che il trionfo è molto vicino, e considerano l'attuale avvenimento un disastro incomprensibile.

Molto spesso nella storia della Chiesa questo fatto si ripeterà: la Chiesa sembrerà sconfitta, e i suoi pastori, rappresentanti di Cristo sulla terra, saranno il bersaglio di malvagie derisioni. Per cre­dere, si esigerà che la Chiesa non sia crocifissa, che non conosca la prova. I beffardi si affidano alle ap­parenze e non possono aspettarsi la vittoria prean­nunciata dalla croce.

Quanto ai soldati, essi fanno eco agli scherni de­gli ebrei, ma li condiscono dei disprezzo che pro­vano per loro: « Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso! » (Lc. XXIII, 37). Alcuni membri del Si­nedrio, ascoltando quelle parole, devono aver di­grignato i denti: i soldati non fanno che rileggere l'iscrizione di Pilato, così poco lusinghiera per gli ebrei.

Questo segno non rivela forse dissensi che esisto­no fra gli avversari di Cristo? Quando l'odio per Gesù o per la sua Chiesa unisce gli uomini, non tardano ad apparire, in questa triste solidarietà, le passioni umane che spezzano il buon accordo. Colo­ro che si oppongono a Cristo sono trascinati ad op­porsi gli uni agli altri.

Accade che quando un uomo si sente impotente davanti ai nemici o alle beffe, il suo essere si esa­spera nel rancore e in una rivolta tanto più aspra in quanto sa di essere inutile. In Gesù non vi è nessun atteggiamento di questo genere, e nel suo silenzio doloroso si nasconde soltanto un amore più intenso, come dimostrerà la sua risposta al ladrone pentito. Il Salvatore spera di vincere tutta questa cattiveria espressa con insulti e beffe, agendo nel­l'intimo del cuore umano con una bontà più forte e più assoluta.

 

La conversione del ladrone

Soltanto san Luca racconta la conversione di uno dei due ladroni crocifissi con Gesù. San Marco e san Matteo si limitano a dire che i ladroni univano le loro voci a quelle dei farisei per oltraggiare Gesù (Mc. XV, 32; Mt. XXVII, 44). Questa affer­mazione troppo generica dei due evangelisti fa so­spettare che le indicazioni sommarie forniteci sulle circostanze della Passione e della morte di Gesù ci nascondano diversi particolari, e probabilmente del­le testimonianze di un commovente affetto verso il Crocifisso.

San Luca ci riferisce ad esempio un particolare commovente. « Uno dei ladroni appesi alla croce l'insultava, dicendo: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi ". Ma l'altro lo rimproverava dicendo: "Non hai timore di Dio, tu che subisci la stessa condanna? Per noi, essa è giustizia, perché riceviamo ciò che i nostri atti hanno meritato; ma lui non ha fatto nulla di male". E diceva: "Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno ". Gesù gli rispose: - In verità, ti dico, oggi sarai con me in paradiso " » (Le. XXIV, 39-43).

I due ladroni, uno a destra, l'altro a sinistra di Gesù, sembrano rappresentare l'umanità, quell'uma­nità che un giorno, secondo il quadro del giudizio descritto nel Vangelo, si ritroverà tutta intera di­visa in due parti; una alla destra del Figlio dell'uomo, l'altra alla sua sinistra. La scelta compiuta di fronte a Cristo in croce, di fronte alla sua sovranità, distingue le due parti. Uno dei ladroni respinge quella sovranità e se ne ride; l'altro ci crede.

La scelta consiste nell'accettazione o nel rifiuto della condizione di peccatore, e della croce stessa. Il primo ladrone vorrebbe essere liberato dalla cro­ce e non potrebbe riconoscere in Gesù il Cristo, che a questa condizione: «Salva te stesso e anche noi». Egli non accetta il castigo, non vuole piegar­si davanti a Dio e non ammette la sua colpevolezza, né la giustizia del verdetto. Così viene rimprovera­to di non temere Dio. Il suo compagno accetta invece il supplizio meritato dai suoi atti; si confessa peccatore e ciò gli dà maggior lucidità per afferma­re l'innocenza di Gesù. Non pretende di sottrarsi alla croce, ma pone la sua speranza in Cristo, che con la sua sovranità è destinato a riportare, nell'al di là, la vittoria sulla sofferenza e sulla morte.

Si vede come, in questi due opposti atteggiamen­ti, la fede nel Cristo Re è unita alla confessione del peccato ed all'accettazione della croce. Si vede anche come l'episodio costituisca il compimento della profezia di Simeone: Gesù « è destinato ad essere causa di rovina e di resurrezione per molti» (Lc. II, 34). La resurrezione di uno dei ladroni ri­veste una forma ed una subitaneità impressionanti.

La semplicità della conversione la rende più straordinaria. Si sarebbe potuto pensare che quel ladrone fosse incorreggibile, incapace di mutare di­sposizione d'animo. Inoltre, se non si conoscesse la risposta di Gesù ad alcuni, sarebbe stato possibile dubitare della sincerità del cambiamento, e porre in discussione la serietà del buon proposito; si sarebbe potuto osservare che una vita passata in mezzo ad ogni genere di misfatti, furti o omicidi, aveva dimostrato abbastanza il valore dell'uomo ed indica­va le sue più profonde disposizioni con maggior verità di una conversione in extremis. La dichiara­zione di Gesù ci rivela invece che la vita di questo uomo viene decisa proprio all'ultimo momento, e che il suo comportamento sulla croce ha cancellato completamente la macchia di un passato peccami­noso. Proprio prima della morte, questo condanna­to è passato dal peccato alla santità.

Nella conversione, l'amore personale del ladro­ne per Gesù si rivela in maniera tutta speciale. Il ladrone comprende il dramma dell'innocenza cro­cifissa, poiché difende Gesù dicendo: « Egli non ha fatto nulla di male ». Lo prega, invocandolo con il suo nome: «Gesù, ricordati di me... ». Si sente che cerca l'intimità con Gesù, suo compagno di sof­ferenza. Nel Vangelo, quando Cristo vuole mostra­re un affetto speciale per qualcuno, lo chiama per nome: ciò indica che il pastore conosce bene la sua pecorella (Gv. X, 3). Qui il ladrone mostra il suo affetto verso Cristo: è il brano del Vangelo in cui il nome di «Gesù» sembra pronunciato con il più grande affetto e la più viva commozione.

La risposta di Cristo non dimostra un amore mi­nore. L'intimità che il ladrone ha richiesto gli viene concessa: «Tu sarai con me». La prontezza della ricompensa è notevole. Il ladrone aveva parlato del momento in cui Gesù sarebbe giunto nel suo regno, cioè verso la fine dei tempi. Cristo gli risponde: « Oggi ». La sua preghiera viene perciò esaudita oltre ogni possibile speranza, immediatamente. Lo stesso giorno, subito dopo la morte, il ladrone penti­to sarà accolto in paradiso, dove continuerà senza fine l'amicizia stretta sulla croce.

La parola «oggi» non indica soltanto la rapidità della soddisfazione data alla richiesta del ladrone, ma indica anche l'immediata realizzazione della ve­nuta messianica annunciata per la fine dei tempi. In precedenza, quando Marta dichiarava che Lazza­ro sarebbe risuscitato nell'ultimo giorno, Gesù ave­va proclamato: «Io sono la Resurrezione e la Vi­ta » (Gv. XI, 24). Egli aveva provato di poter do­nare subito ciò che era stato annunciato per l'ultimo giorno. Sulla croce egli proclama imminente la ve­nuta del suo regno. Oggi, dall'istante della sua mor­te, il regno di Cristo sarà instaurato nell'al di là. La risposta al ladrone proviene da un sovrano.

 

« Donna, ecco tuo figlio »

Se i malfattori rappresentano presso Gesù l'uma­nità peccatrice invitata alla conversione, Maria e il discepolo prediletto rappresentano un'altra umani­tà, quella della purezza e dell'amore.

La frase: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv. XIX, 25) segna il punto culminante della spogliazione di Ge­sù. Dopo aver abbandonato tutto ciò che possiede, Cristo dona il suo bene più prezioso, sua madre. Vuole che ella diventi la madre degli uomini e ri­versi sui suoi discepoli l'affetto prima dedicato a lui. La maternità spirituale di Maria è il dono più grande del cuore di Gesù crocifisso. Chi non ammettesse questa maternità non comprenderebbe la te­stimonianza più commovente dell'amore di Cristo per l'umanità. Gesù fa partecipare Maria al suo de­stino terreno in modo completo. La invita a offrire interamente il suo sacrificio materno, poiché dicen­dole: « Ecco tuo figlio », le fa capire che il suo Figlio unico sta per esserle tolto e che ormai ella deve as­sumersene un altro. Maria deve accettare la morte di suo figlio prima che quella morte abbia luogo. Gesù la chiama « donna » per dimostrarle che la distanza tra loro sta per aumentare; chiamata a collaborare con il Figlio dell'uomo all'opera reden­trice, è la nuova Eva assunta a fianco del nuovo Adamo, che deve accettare il sacrificio della sua maternità in vista di una maternità universale.

Cristo non esita a far sì che sua madre, la persona da lui più amata al mondo, partecipi completamen­te al suo sacrificio e condivida l'immensità del suo dolore. L'ultima parola che le rivolge ha per sco­po di farle offrire la pienezza della sua sofferenza, e di aprirle una meravigliosa prospettiva sulla nuo­va maternità che le viene data dopo la sua offerta. In questo dono eccezionale fatto a Maria si rivela una verità generale: più un essere umano è amato da Cristo, introdotto nella sua intimità, più è chia­mato a condividere la sua croce. E vi è chiamato in vista di una maggiore fecondità. Le più acute sof­ferenze non sono destinate ai più grandi peccatori, ma piuttosto a coloro che il Signore circonda di un affetto più vivo.

D'altra parte Maria aveva ben afferrato l'invito divino, poiché spontaneamente voleva vivere a fianco di Gesù la Passione e l'agonia del Calvario; ella riteneva che fosse una debolezza e una mancanza d'amore il sottrarsi allo spettacolo del supplizio di suo figlio. Desiderava partecipare il più intimamen­te possibile alla sorte dolorosa di Gesù, unirsi alla sua offerta per la salvezza del mondo. Non a caso, ma per disposizione provvidenziale e per volontà personale, si trovava ai piedi della croce.

San Giovanni ci dice che ella stava in piedi, e ci indica la fermezza del comportamento di Maria. In­vece di essere travolta dall'evento che agli occhi di tutti sembra una catastrofe, conserva il suo corag­gio. La spada che le trapassa il cuore non la fa va­cillare. La stessa forza incrollabile unisce la madre e il Figlio.

Restando in piedi, Maria domina il suo dolore. Si indovina che ella trangugia le lacrime pronte a sgorgare, perché non vuole causare a Gesù una pe­na supplementare, manifestandogli il suo dolore. Capisce di dover sostenere nello stesso modo, con il suo coraggio, le donne che la circondano, come pure i discepoli presenti a una certa distanza. La sua figura diritta è un simbolo ed uno sprone. Come Gesù, Maria non è vinta, ma resiste vittoriosa­mente all'assalto del dolore.

In lei la fede, la speranza e l'amore resistono. Maria continua a credere nel Messia; quando gli avversari si prendono gioco di colui che ha preteso di essere il Cristo ed il Figlio di Dio, ella si conso­lida maggiormente nella sua fede. Non ha affatto perduto la speranza; conta sempre sul trionfo di suo Figlio, trionfo che, secondo la sua profezia, deve verificarsi, attraverso la morte, in una misteriosa resurrezione. Anziché cedere al suo amore, si uni­sce a Gesù con una forza di affetto che la sofferenza spinge all'estremo limite. Così in lei si personifica­no la fede, la speranza e la carità con cui la Chiesa aderirà a Cristo, e approfondirà la sua adesione nel condividere la sua croce.

Secondo la volontà di Cristo, il dolore di Maria è simile a quello del parto. Come madre, ella deve contribuire a generare i figli di Dio, così come ave­va collaborato con lo Spirito Santo nel concepire il Figlio di Dio, nel partorire il Verbo incarnato. Que­sta sofferenza è proiettata verso l'avvenire, verso la formazione di una nuova umanità. Invece di essere smentita dal dramma del Calvario, Maria ne esce con una personalità più grande, che si accorda me­glio alle dimensioni di un mondo nuovo.

L'amore della Vergine, che si era espanso nell'af­fetto materno per il suo figlio divino, si dilaterà senza limiti nell'amore universale per tutti gli uo­mini. Questo ampliamento è meritato dal sacrificio: Maria ha pagato molto caro il suo titolo di madre degli uomini, e perciò ci tiene di più. La sofferenza è stata per lei una fecondità nuova e insieme una estensione incomparabile dell'amore.

 

«Ecco tua madre»

Perché Maria diventasse la madre del discepolo prediletto e, con lui, di tutti gli altri discepoli, basta­va che Gesù dicesse: «Donna, ecco tuo figlio». Se egli dichiara, volgendo lo sguardo verso Giovanni:

« Ecco tua madre », significa che vuole indirizzargli un messaggio particolare. Gesù esprime il suo de­siderio che all'affetto di Maria corrisponda l'amore filiale di ciascun discepolo.

È il fondamento della devozione a Maria. Per volontà sacra del Salvatore, il cristiano deve tratta­re Maria con il rispetto, la fiducia, la tenerezza e l'ammirazione che un uomo dimostra a sua madre, e che Gesù stesso ha dimostrato alla sua. Dopo ave­re così profondamente amato Maria, Cristo vuole che il nostro amore continui il suo. Questa volontà assume una forza tanto più grande, perché è il desi­derio di un morente, l'ultimo testamento del Cro­cifisso.

Cristo, in questa raccomandazione, non è ispirato dalla pietà verso una madre, che la sua morte sta per lasciare in una dolorosa solitudine: mira molto più in alto. Lo spinge la preoccupazione della sal­vezza degli uomini. Egli chiede ai suoi discepoli di considerare Maria come la madre, attraverso la qua­le viene loro donata la vita divina, e di stabilire con lei rapporti d'amore per completare i rapporti d'amore che devono avere con Dio.

Maria si trova sulla strada della grazia che va da Dio agli uomini; d'ora in avanti ella trasmetterà la grazia attraverso le sue mani materne, e offrirà l'amore divino attraverso il suo amore materno. Per­ciò merita l'affetto e la stima dovuti ad una madre che dona ai figli quanto ha di più prezioso. Per rispondere e collaborare alla grazia divina, i cristia­ni devono tentare di accogliere pienamente Maria nel loro cuore.

Il discepolo prediletto ha dato l'esempio di que­sta accoglienza: « Da quel momento, il discepolo la prese con sé » (Gv. XIX, 27). Giovanni ha preso Maria in casa sua, ha vissuto in sua compagnia. Questo è il simbolo dell'intimità che deve esistere fra il cristiano e sua madre. Ogni discepolo di Cristo deve riservare a Maria un posto privilegiato nella sua vita, e chiedersi se ha compreso l'intero valore del­la frase: « Ecco tua madre ».

 

«Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?»

« Verso l'ora nona - racconta san Matteo - Gesù gridò a voce alta: " Eli, Eli, lamma sabacthani? ", cioè: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbando­nato?" » (Mt. XXVII, 46; cfr. Mc. XV, 34). Il sup­plizio dura da circa tre ore: per Gesù la fine si avvicina.

Nonostante la sua debolezza fisica, il Crocifisso ha ancora la forza di parlare. L'acutezza del suo gri­do esprime la profondità della sua angoscia. L'escla­mazione iniziale del salmo XXII è la più sconvol­gente espressione pronunciata da Gesù, quella che meglio rivela la natura intima della sua sofferenza.

Gesù si lamenta con suo Padre di essere stato ab­bandonato da lui. La domanda è rivolta infatti al Padre. Eccezionalmente Gesù gli parla chiamando­lo « Dio mio ». Alcuni hanno ritenuto che in que­sto momento la natura umana di Cristo si sentisse abbandonata dalla divinità. Ma in realtà è sempre la persona divina del Verbo che parla e agisce nel­la natura umana di Gesù; è dunque il Figlio che si lamenta di essere abbandonato dal Padre. L'appel­lativo «Dio mio» è dovuto alla citazione del salmo; così Gesù, abituato a pronunciare il nome di «Pa­dre», mostra meglio il suo sentimento di abban­dono.

Il grido è emesso poco prima della morte, nel momento cioè in cui questo sentimento raggiunge il culmine, ma Gesù aveva cominciato ad usare questa invocazione arrivando nel Getsemani; la con­centrazione dei dolori sulla croce fa risuonare que­sta espressione con un accento ancora più doloroso. Gesù deve completare la riparazione dei peccati dell'umanità, sentendosi del tutto privato della pre­senza del Padre.

Il suo lamento non è un rimprovero, e si esprime con una domanda: « Perché? ». Avviene che quella domanda venga posta a Dio con una disposizione alla scontentezza e alla rivolta: perché la sofferen­za? Ma nel caso di Gesù non riflette nessuna asprez­za. Testimonia semplicemente l'oscurità in cui si tro­va la sua anima. Come nel salmo, la domanda è piena di fiducia: il salmista ricordava che non si po­ne invano la propria speranza in Dio, e Gesù è ani­mato da una non minore certezza. Il suo atteggia­mento mostra in che senso i sofferenti possono chiede­re a Dio « perché? ». La domanda, anche se scaturita da un grande dolore, deve essere animata da una fer­ma fiducia nel Padre.

A questa domanda il salmo stesso aveva fornito una risposta. Esso terminava con una lode a Dio per la salvezza concessa dopo la prova, e con l'annun­cio del regno universale di Yahvé, che restituisce anche la vita ai morti. Gesù non riprende la parte finale di questo salmo, ma la include evidentemen­te nella sua prospettiva. Chiedendo «perché?», sa che l'abbandono di cui soffre ora è il prezzo paga­to per l'instaurazione del suo regno, per la salvezza dell'umanità e la resurrezione dei morti. È un ab­bandono che deve sfociare nel trionfo del regno di Dio.

 

« Ho sete »

Dopo aver espresso il tormento più profondo del­l'anima, Gesù esprime il più vivo tormento del corpo: la sete. Poiché ha perduto sangue in abbon­danza, è consumato da una sete bruciante. Umil­mente egli la fa conoscere: «Ho sete» (Gv. XIX, 28). È la stessa umiltà manifestata durante l'incon­tro con la Samaritana: «Dammi da bere» (Gv. IV, 7). Le aveva chiesto quel servizio pur sapendo di essere il solo che poteva donare l'acqua viva, ca­pace di estinguere definitivamente la sete, l'acqua che zampilla trasformandosi in vita eterna (Gv. IV, 14). Nel momento in cui i fiumi di grazia stanno per scaturire dalla croce, Gesù dice di essere asse­tato.

Questa sete fisica è simbolo di una sete più pro­fonda: Gesù ha sete delle anime; vuole attirarle a sé e desidera la loro collaborazione alla sua opera redentrice. La risposta ricevuta sul Calvario non po­trebbe calmare la sua sete: senza dubbio un soldato ha compassione di lui e gli offre una spugna imbe­vuta di aceto, per dissetarlo; ma i suoi compagni vorrebbero impedirglielo, e commentano il suo ge­sto canzonando: « Lascia! Vediamo se Elia verrà a salvarlo » (Mt. XXVII, 49). I soldati avevano cre­duto, come altri spettatori del dramma, che gridan­do: « Eli, Eli, lamma sabacthani », Gesù avesse chia­mato in aiuto Elia. Questa irrisione è l'ultima della serie inflitta al condannato. La sete di Cristo è mol­to più forte; aspira a salvare gli uomini, a liberarli dal male che li soggioga, a introdurli in un mondo di amore e di felicità. Non solo questa sete non viene estinta, ma Gesù ne muore: la sua morte è comandata dal desiderio di prendere il cuore degli uomini per riempirlo della sua vita divina.

D'altra parte l'esperienza del processo gli ha di­mostrato l'inefficacia di tutti i mezzi apostolici, ec­cetto la sofferenza e la morte. Gesù ha incontrato la durezza e la malizia di Caifa e dei membri del Sinedrio; in precedenza, tutta la sua attività apo­stolica non era riuscita a toccare il loro cuore, la sua predicazione non era giunta a farli riflettere, né i suoi miracoli a convincerli; la sua estrema te­stimonianza, che ha provocato la sua condanna, non ha trovato nessuna eco in loro. Anche Pilato ha re­sistito a tutti gli sforzi fatti dall'accusato per met­terlo in presenza di un mistero religioso. Soltanto il sacrificio può ottenere ciò che la parola e l'azione non hanno ottenuto. Gesù ha sete di tutte quelle anime che non ha potuto commuovere e convertire; vuole riscattarle con la morte. Poiché la dedizione apostolica sembra aver fallito lo scopo che si prefig­geva, e non ha potuto vincere un'ostinata resisten­za, gli resta l'ultima risorsa della sofferenza e della morte, per riuscire vittorioso nel regno invisibile. Così la sete apostolica di Gesù lo accompagna oltre la morte.

Ormai tutti coloro che sono invitati a condividere la croce del Maestro sono destinati a soffrire una sete uguale alla sua. Non basta accettare il dolore con coraggio; bisogna anche unirsi all'intensa aspi­razione di Cristo nel suo sacrificio, al suo desiderio di salvezza per l'umanità. Il cristiano è chiamato a soffrire con intenzione apostolica: tutti i dolori de­vono fondersi in questo tormento più intimo costi­tuito dalla sete delle anime da salvare.

 

« Tutto è compiuto »

Dopo aver assaggiato l'aceto, Gesù dice: « Tutto è compiuto » (Gv. XIX, 30). Questa frase può ave­re parecchi significati.

In primo luogo indica la fine: Gesù dichiara che la sua vita è giunta a termine, e considera questa vita un'opera integralmente compiuta. In apparenza la sua esistenza terrena viene brutalmente troncata, mentre era ancora carica di promesse. Dopo avere elargito tanti benefici e operato tanti miracoli, avreb­be potuto, se la sua vita terrena fosse stata più lun­ga, moltiplicare considerevolmente le meraviglie di cui era autore. Si sarebbe perciò potuto lamen­tare che la sua morte venisse a interrompere una attività così straordinaria: dopo due anni e qualche mese di ministero apostolico, Gesù muore nel fiore della giovinezza, a meno di trentacinque anni. Di­cendo che « tutto è compiuto », ci fa capire che non si tratta di una spiacevole interruzione della sua esistenza: sul Calvario la sua vita è portata a ter­mine, ed egli ha realizzato pienamente la missione che gli spettava di realizzare. La sua morte non è una interruzione, ma la conclusione della vita.

La differenza tra l'apparenza e la realtà è illumi­nante. Accade talvolta che delle vite umane sem­brino troncate troppo presto nel fiore dell'età; di fronte ad una giovinezza promettente, tragicamen­te interrotta dalla morte, si resta stupiti e rattristati. Ma un fatto del genere, deplorevole secondo il giu­dizio degli uomini, risponde invece a un segreto piano divino: un destino che imita quello di Cristo non può essere sminuito né rovinato, poiché è stato guidato dal Padre al suo termine, e in minor tempo ha raggiunto la pienezza della perfezione che il Pa­dre desiderava conferirgli.

La frase «tutto è compiuto» significa parimenti che Gesù ha ormai seguito fino in fondo la volontà del Padre. Di frequente il Salvatore ha sottolineato che si lasciava guidare in ogni cosa dalla volontà paterna; il suo ideale non era quello della comple­ta indipendenza, ma quello dell'ubbidienza filiale. Nella Passione, ancora più di prima, questa sotto­missione è stata penosa per Gesù. La morte sta per sopravvenire, portando al culmine un'ubbidien­za dolorosa, ma perfetta.

Infine, l'espressione « tutto è compiuto » indi­ca che Gesù ha amato gli uomini fino alla fine. E’ il perfezionamento di un'opera e di un'ubbidienza, ed è anche la perfetta carità. Il Salvatore era venu­to nel mondo per amore dell'umanità peccatrice questo amore ha raggiunto la pienezza dello svi­luppo nel dolore. Gesù non avrebbe potuto amare di più gli uomini; il suo sacrificio è il dono che le forze umane permettono fino all'estremo limite. Perciò non è mancato nulla a quest'amore; esso re­sterà per sempre come nel momento della morte: esemplare per l'eternità.

 

«Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito»

Appena detto: «Tutto è compiuto», Gesù emet­te un alto grido: «Padre, nelle tue mani raccoman­do il mio spirito». È l'invocazione della sua morte, poiché nello stesso momento china il capo e spira.

Per l'ultima volta, riappare il nome di Padre. Nel corso della Passione, il Vangelo registra tre pre­ghiere al Padre: durante l'agonia, per chiedere che, se è possibile, il calice venga allontanato, ma con spirito di sottomissione alla volontà paterna; sulla croce, per implorare il perdono in favore dei nemi­ci, e infine nel momento della morte, per farne una offerta senza riserve. Sono tre momenti importanti: l'accettazione del dolore, la carità, il totale abban­dono. In tutti i momenti importanti della sua esi­stenza Gesù invoca il Padre, si compiace di pronun­ciare con tenerezza il suo nome. Quanto affetto vi è nell'ultimo grido delle sue labbra morenti: « Abba » !

La parola « Padre » è tanto più significativa per­ché è stata espressamente aggiunta da Gesù alla fra­se del salmo XXXI: infatti il Salvatore riprende le parole del salmista (Sal. XXXI, 6), come per far riecheggiare per l'ultima volta nel suo cuore la pre­ghiera tradizionale del popolo ebreo, della quale ap­profondisce il significato. Il salmista raccomandava il suo spirito nelle inani di Yahvé, sperando di essere liberato dalla prova e di sfuggire alla morte. Gesù compie lo stesso gesto, mentre sprofonda, per così dire, nella morte stessa, accettando la sua fine con la speranza di un'altra vita, più sublime di quella terrena.

Il Salvatore dà così l'esempio di una morte che non è subita passivamente, ma viene pienamente accettata e offerta. Il Padre ha determinato l'avveni­mento e ne ha stabilito l'ora e le circostanze; è lui che chiama suo Figlio e vuole riprenderlo con sé. Ma è anche Gesù che si presenta a lui, e si ab­bandona con amore nelle sue mani paterne.

Questo è un abbandono dello spirito e non sol­tanto della vita. Per lo spirito umano, di fatto, la morte è il « grande » sacrificio: è cessazione della vita del corpo e, per l'anima che resta immortale, un salto nell'ignoto. Se il corpo conosce i sussulti dell'agonia, l'anima si trova angosciata di fronte al­lo strappo violento dalla materia in cui ha vissuto fino a quel momento. Gesù dichiara: «Raccomando il mio spirito», per sottolineare il dono intero del suo spirito nell'atto di morire. Vince l'angoscia con un atteggiamento di completa fiducia. Il suo affetto di Figlio si esprime nel suo abbandono al Padre.

Fino a quel momento, il Salvatore gli aveva già offerto tutti i suoi atti. Nella morte può offrire di più: il suo spirito, cioè il principio dei suoi pensie­ri e della sua attività volontaria. È un'offerta in cui viene rimessa al Padre la stessa capacità di of­frire.

Così Gesù, affidando il suo spirito nelle mani del Padre, compendia la sua vita e totalizza la forza del suo amore. Per il Salvatore la morte è veramente il culmine dell'esistenza terrena, l'atto supremo del­la vita umana che si dona.

Quest'abbandono è compiuto con la certezza che il Padre trasformerà istantaneamente ciò che gli viene affidato, e glorificherà l'anima di cui riceve l'umile rinuncia. Lo spirito di Gesù non si abban­dona nel vuoto, ma nell'oceano della divinità. At­traverso la morte, questo spirito penetrerà nell'al di là e si riempirà subito dell'immensa gloria di­vina. L'ultimo grido del Salvatore è perciò il grido di una speranza assolutamente sicura di essere sod­disfatta, certa di giungere alla gloria e alla resur­rezione.

 

La risonanza della morte

Per descrivere la morte di Gesù, san Giovanni si limita a dire: « Chinato il capo, spirò ». Ma gli altri evangelisti hanno voluto sottolineare meglio, nel loro racconto, la risonanza grandiosa di quella morte.

Con parecchie immagini si suggerisce la riper­cussione dell'avvenimento sull'umanità. L'oscurità che avvolge la terra (Mc. XV, 33; Mt. XXVII, 45; Lc. XXIII, 44-45) esprime la partecipazione dell’­intero universo al dramma della redenzione, il suo cordoglio per la morte di Cristo. Il tremito della terra, ricordato da san Matteo (Mt. XXVII, 51), simbolizza lo sconvolgimento radicale suscitato dal­la morte; tra poco lo stesso evangelista descriverà un altro terremoto nel momento della resurrezione (Mt. XXVIII, 2). Il velo del tempio che si squarcia da cima a fondo (Mc. XV, 38; Mt. XXVII, 51; Lc. XXIII, 45) indica il crollo del culto ebreo: i capi della religione ebrea hanno rifiutato Gesù, ed ecco che Dio squarcia il velo con cui nascondeva la sua presenza nel tempio, poiché ormai abbandona il san­tuario, lascia deserta la sua casa (Lc. XIII, 35; Mt. XXIII, 38), e mette fine al privilegio dell'ebraismo. Inizia così a realizzarsi la profezia di Gesù: «Di­struggete il tempio... » (Gv. II, 19).

San Matteo aggiunge che molte tombe si sono aperte, che i morti sono resuscitati, sono entrati nel­la città santa e sono apparsi a molte persone (Mt. XXVII, 52-53). Questa è l'immagine della grande liberazione concessa nell'al di là alle anime dei defunti; fino alla morte di Cristo, queste anime re­stavano ancora prigioniere della morte, nel senso che non potevano penetrare nella città santa del cielo. Nel momento in cui il Salvatore entra nella morte, discende agli inferi, cioè prende possesso del regno della morte, libera le anime di coloro che hanno vissuto bene sulla terra e meritato una ri­compensa eterna, e le porta con sé nella felicità del paradiso. Perciò l'ora della morte di Cristo ha se­gnato una nuova era per tutta l'umanità che aveva preceduto la venuta del Messia; la morte di Gesù fu il grande segnale della liberazione e della for­mazione di una comunità celeste di anime gloriose che circondano l'anima gloriosa del Salvatore. Da sola, questa visione dell'umanità vissuta prima di Cristo e condotta con lui in paradiso basterebbe a rivelare la fecondità della morte.

Un episodio attesta tale efficacia della morte nel­l'umanità vivente: la riflessione del centurione di­mostra l'attrattiva che Cristo innalzato sulla croce comincia ad esercitare sulla moltitudine delle nazio­ni pagane. Appunto la morte, secondo la testimo­nianza di san Marco, fa impressione su di un uomo che verosimilmente non aveva avuto occasione di conoscere Gesù quando era vivo: «Il centurione che stava davanti a lui, vedendo in qual modo era spirato, disse: "Quest'uomo era davvero Figlio di Dio! » (Mc. XV, 39). Come capo del drappello dei soldati romani addetti all'esecuzione, aveva a­scoltato i capi ebrei prendersi gioco del Crocifisso in veste di Figlio di Dio. Come ultima rivincita su tutte quelle beffe, egli rende testimonianza che Ge­sù merita di portare il titolo per il quale è stato condannato a morte. Colui che si era rivolto a Dio chiamandolo con il nome di Padre era morto come Figlio di Dio.

Così, il centurione che aveva la responsabilità dell'esecuzione è la prima conquista della morte di Gesù; con il suo atto di fede inaugura le innu­merevoli conversioni che seguiranno: simbolizza la adesione delle nazioni diverse dalla nazione ebrea al messaggio del Vangelo. Sopprimendo il privile­gio del tempio e del giudaismo, la morte di Cristo apre la strada all'accoglimento della fede da parte di tutta l'umanità, senza distinzioni di sorta.

Anche sul popolo ebreo la morte di Gesù pro­duce un effetto sorprendente. San Luca nota che il comportamento della folla cambia: «Tutta la folla che si era radunata per assistere allo spettacolo, vi­sto ciò che era accaduto, tornava indietro battendosi il petto» (Lc. XXIII, 48). Dopo aver richiesto con violenza la morte di Gesù, la folla aveva guar­dato in silenzio il Crocifisso (Lc. XXIII, 35): una volta passata la fittizia eccitazione del suo comporta­mento di fronte a Pilato, essa aveva cominciato a rendersi conto, non senza disagio o un poco di stu­pore, delle conseguenze del grido «crocifiggilo». Vedendo morire Gesù, capiva meglio che era inno­cente, e si rammaricava delle proprie azioni. L'osti­lità lasciava il posto al pentimento. Nel cuore di questa folla da lui tanto amata, Cristo cominciava a penetrare, grazie alla morte.

Infine, qual è l'effetto della morte sui discepoli? San Luca dichiara che « tutti gli amici di Gesù e le donne che l'avevano seguito dalla Galilea stavano in lontananza e guardavano » (Lc. XXIII, 49). Vi è un contrasto tra la folla che se ne va e gli amici di Gesù che restano sul posto. Questi amici hanno ripreso coraggio, e san Luca, dicendo che essi resta­vano là, suggerisce che il loro comportamento è di­ventato più fermo. Fermandosi vicino al Crocifisso dopo la sua morte, invece di andarsene come se il dramma fosse finito, essi lasciano apparire la costan­za del loro affetto verso Cristo. La morte del Mae­stro tende perciò a rendere i discepoli più corag­giosi e più fedeli nella loro adesione.

Un altro esempio ci è dato da Giuseppe di Arimatea. Come membro del Sinedrio, non aveva osa­to esprimere la simpatia che provava per Gesù, né intervenire pubblicamente in suo favore nel corso del processo. Dopo la morte di colui che egli consi­derava già suo Maestro, trova l'audacia che gli era mancata in precedenza, e va da Pilato per chieder­gli il corpo. Così facendo, prende apertamente po­sizione in favore del Crocifisso, e si compromette, poiché nessuno nel Sinedrio ignorerà che Giuseppe ha offerto per la sepoltura di Gesù il sepolcro nuo­vo situato nei pressi del Calvario. Il disastro della croce perciò suscita un nuovo coraggio; si direbbe che esso diffonde già, in modo discreto, l'energia che galvanizzerà i discepoli nel momento della resur­rezione.

 

Il colpo di lancia

« Poiché era il giorno della preparazione - dice san Giovanni - gli ebrei vollero evitare che i corpi restassero sulla croce durante il sabato, perché quel sabato era un giorno solenne. Essi domandarono a Pilato che venissero loro spezzate le gambe e che fossero rimossi » (Gv. XIX, 31).

Quest'azione degli ebrei è di nuovo comandata da una preoccupazione legale: il rispetto del sabato che questa volta coincide con la festa di Pasqua. Il loro scrupolo appare molto meschino, dopo tutto lo scatenamento di odio che si è abbattuto su Gesù, e rivela nella sua inconsapevole doppiezza il loro comportamento farisaico.

Tuttavia, la provvidenza del Padre si servirà di quest'azione per compiere l'ultimo atto della tra­gedia o piuttosto l'ultimo tratto per concludere il quadro della morte di Cristo. Infatti, secondo san Giovanni, nell'episodio si manifesta un'intenzione superiore. Gli ebrei ottengono da Pilato ciò che hanno chiesto, ma a Gesù, morto per primo in se­guito a un supplizio più doloroso, viene riservato un gesto inatteso. Invece d'un'orribile mutilazione, la rottura delle gambe, un colpo di lancia gli trafigge il costato, per iniziativa di un soldato che vuole ve­rificare la morte, e più ancora per un'ispirazione dal Cielo, che vuole dare al mondo un crocifisso con il petto aperto.

Il colpo di lancia non è più una sofferenza per il crocifisso, perciò il suo valore simbolico è più evi­dente. Esso rivela l'intero dramma della Passione, ponendo in risalto per sempre nella carne del Sal­vatore l'apertura completa del suo cuore. Quell'a­more che Gesù aveva continuato a dare agli uomini nel corso della sua vita e ancora di più nella sua morte, ora è inciso e fissato per sempre nel costato trafitto come nella sua immagine più vera e più commovente.

Nel sangue e nell'acqua che colano dalla ferita, l'evangelista indica la fecondità di quell'amore che non ha voluto tenere niente per sé. Sangue e acqua sono i simboli dell'Eucaristia e del Battesimo e, in senso più generale, delle grazie di salvezza che il sa­crificio di Gesù ottiene all'umanità. L'episodio rea­lizza materialmente l'annuncio profetico: «Dal suo petto sgorgheranno torrenti d'acqua viva» (Gv. VII, 38). L'acqua viva o vita divina dello Spirito Santo, sorge dall'amore consumato nella morte, e già passato nella gloria celeste.

Un'altra volta Cristo aveva già lanciato a piena voce l'invito: « Se qualcuno ha sete, venga a me! E beva, chi crede in me! » (Gv. VII, 37). Ora è la sua ferita che, con maggiore eloquenza, chiama gli uo­mini ad abbeverarsi a una vita superiore, a soddi­sfare la loro sete.

San Giovanni attribuisce grande importanza a questo piccolo avvenimento, che gli altri evangelisti non hanno ricordato: « Chi ha visto ne ha dato te­stimonianza, e la sua testimonianza è vera; egli sa di dire la verità, affinché anche voi crediate » (Gv. XIX, 35). Nel sangue e nell'acqua, o nella grazia che esce dalla ferita del cuore, il discepolo prediletto aveva ri­conosciuto il trionfo dell'amare, la vita che proviene dalla morte: attraverso il suo costato trafitto, Cristo chiama alla fiducia e alla fede. Così la testimonian­za di Giovanni viene a stimolare questa fede.

Due brani della Sacra Scrittura, come sottolinea l'evangelista, ricevono così la loro realizzazione: il primo ci fa considerare in Gesù l'agnello pasquale che, secondo l'uso degli ebrei, doveva conservare le ossa intatte: «Nessuna delle sue ossa sarà spez­zata »; l'altro annuncia il pentimento dei respon­sabili del dramma: « Essi volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto» (Gv. XIX, 36-37; cfr. Es. XII, 46; Sal. XXXIV, 21; Zac. XII, 10). Infatti, secon­do la profezia di Zaccaria, qualcuno doveva essere trafitto e la sua morte misteriosa doveva provoca­re un mutamento nello stato d'animo del popolo: « Ci sarà per lui compianto come per un figlio unico; essi lo piangeranno come si piange un primo­genito». E tale cordoglio doveva coincidere con l'a­pertura di una fonte destinata a purificare Gerusa­lemme dai suoi peccati (Zac. XII, 10; XIII, 1). Il costato trafitto del Salvatore, attirando gli sguardi, converte i cuori e fa scaturire una sorgente di gra­zia che lava le macchie degli uomini.

Il testo originale della profezia ci fa intravedere una profondità ancora più misteriosa nel costato trafitto. La conversione del popolo viene espressa con uno sguardo ormai rivolto a Dio: « Io spanderò - diceva Yahvé - sulla casa di Davide e sugli abi­tanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di pre­ghiera, ed essi volgeranno gli occhi verso di me. Per quanto riguarda colui che essi hanno trafitto, essi faranno per lui un lamento come per un figlio uni­co... ». Il cambiamento di stato d'animo del popolo consisteva perciò nel guardare verso Dio. Nel testo, come viene citato da san Giovanni, lo sguardo è ri­volto a colui che è stato trafitto. Infatti le due ver­sioni del testo trovano la loro realizzazione in Gesù

« Volgeranno i loro occhi verso di me, che hanno tra­fitto ». Cristo è Dio; come Figlio di Dio viene im­molato sulla croce e trafitto con la lancia. Lo sguar­do di coloro che si convertono si volge perciò a Dio, volgendosi a lui.

Così, il costato trafitto rivela la divinità stessa di Gesù. E lo sguardo di conversione è nello stesso tempo uno sguardo di contemplazione e di adora­zione. Guardando il petto aperto del Crocifisso, si contempla Dio stesso; la sovranità divina, che si era lasciata sempre intravedere nel corso della Passione, risplende a causa del colpo di lancia.

Questo Dio che attira gli sguardi è il Dio d'amo­re, poiché il costato aperto manifesta la sublimità del dono di Cristo agli uomini. È un Dio che ama e che desidera di essere amato; secondo le parole di Zaccaria egli diffonde uno spirito di grazia e di preghiera, e suscita un lamento pieno d'amore, poi­ché ha voluto essere il primogenito degli uomini, pur restando Dio. Ormai la rivelazione di Dio e del suo amore ci giunge attraverso il cuore trafitto del Salvatore.

Viene pure svelato il significato della sofferenza. Pur non provocando dolore, il costato aperto simbo­leggia le terribili sofferenze che hanno colpito Ge­sù nel profondo dell'anima e del corpo. La lancia trafigge il corpo di Cristo e penetra nel punto più profondo del cuore; niente viene risparmiato. Que­sto è il simbolo di un cuore che non si chiude in se stesso nell'amarezza, ma che si apre con la Passione e si espande al massimo. La sofferenza appare così co­me la perfetta effusione dell'amore. Inoltre la soffe­renza esprime l'amore stesso di Dio: il dolore assu­me una qualità divina, una nobiltà celeste, e sol­tanto un cuore trafitto può mostrare tutta la forza dell'amore divino. Infine, il costato aperto è il segno della fecondità della sofferenza: la sorgente di grazia sgorga dal dolore, e colui che ha donato tutto ottie­ne la trasformazione del cuore degli uomini.

 

Capitolo decimo

IL TRIONFO

Il trionfo

Non ripeteremo nei suoi particolari il racconto delle apparizioni di Cristo risuscitato, come abbiamo seguito la narrazione evangelica della Passione. Sarebbe oltrepassare il nostro scopo, che si limita a voler mostrare il volto della sofferenza nella per­sona del Salvatore. Ci resta semplicemente da pre­cisare, in un breve schizzo, il significato del trionfo riportato da Cristo e il valore definitivo che questo trionfo conferisce alla sofferenza stessa.

 

Sofferenza e trionfo

La resurrezione di Cristo si manifesta come il necessario risultato della sofferenza accettata e of­ferta: questa sofferenza diventa trionfo glorioso.

Tale trionfo non può essere impedito né com­promesso dagli avversari di Gesù. I capi ebrei a­vrebbero voluto rendere impossibile anche la mi­nima apparenza di rivincita. Essi avevano visto mal­volentieri l'iniziativa di Giuseppe di Arimatea, che aveva ottenuto da Pilato il corpo del condannato e sorvegliato la sua sepoltura. Sospettavano che i di­scepoli avessero un'intenzione occulta: poiché Gesù aveva annunciato che sarebbe risuscitato, era possibile che i suoi seguaci meditassero di portar via il corpo e di far credere in seguito che fosse risuscitato. Così era necessario assicurare la guardia della tomba e sigillare la pietra che ne chiudeva l'entrata. Con il permesso del governatore, furono prese tutte le pre­cauzioni per impedire anche la minima apparenza di resurrezione.

I capi del popolo sono riusciti a far soffrire e mo­rire Gesù, ma il loro potere finisce lì. Essi non pos­sono impedire la vittoria del Crocifisso. Le loro pre­cauzioni si riveleranno ridicole di fronte alla forza sovrana di Cristo che resuscita, anzi dimostreran­no meglio la sua irresistibile potenza. Ciò che avviene per Cristo, si ripeterà senza fine per i suoi discepoli e per la Chiesa: la sofferenza e la morte possono essere inflitte ai cristiani, ma nessuno può impedire che il loro sacrificio termini nel trionfo. Guardie e sepolcri sigillati saranno sempre ineffi­caci.

Il trionfo è inevitabile perché è voluto da Dio. Il Padre ha voluto la Passione di Gesù soltanto in vista della sua resurrezione. Vuole la sofferenza degli uomini soltanto in vista di un trionfo più grande. La volontà divina non impone mai a una esistenza umana il dolore per se stesso: la sofferen­za non potrebbe essere il fine del destino, poiché nel piano divino è solo un passaggio. Essa umilia e impicciolisce l'essere umano soltanto per esaltarlo e ingrandirlo più tardi. Gesù è stato crocifisso per dominare il mondo.

Il trionfo della resurrezione è ineluttabile poi­ché è il primo scopo della volontà del Padre, e anche perché è implicito nella Passione stessa. Abbiamo po­sto in rilievo le manifestazioni della sovranità di Ge­sù durante il suo arresto, il processo e il supplizio. La dimostrazione della sua regalità è legata alla cro­ce, poiché deriva in modo particolare dalla sua sof­ferenza. Il Crocifisso è esposto agli occhi di tutti con il titolo di re. Abbiamo notato che san Giovan­ni caratterizza il trionfo nel dolore, usando il ter­mine « essere innalzato », per designare l'innalza­mento sulla croce e insieme l'elevazione nella glo­ria, poiché la seconda è contemplata attraverso il primo: « Quando sarò innalzato da terra, trarrò tutti gli uomini a me » (Gv. XII, 32).

L'immagine di Cristo sollevato dal suolo sulla collina del Calvario simbolizza perciò un'esaltazio­ne in gloria. Se lasciamo da parte l'immagine per cercare di capire a fondo la realtà, come possiamo spiegare questo trionfo nell'umiliazione? Con la sua ubbidienza alla volontà del Padre, Gesù si presta completamente all'opera che il Padre vuole realiz­zare per mezzo suo; nel supplizio, si sottomette e si apre al massimo all'energia del Padre, che può così prenderne pieno possesso. Quest'energia è tan­to vivificante che nella morte Gesù è già pieno del­la forza di resurrezione.

La sofferenza agisce nello stesso modo: il dolore, ricevuto con sottomissione alla volontà del Padre, apre l'anima all'energia divina e contribuisce a riem­pirla di una forza celeste. Dio prende meglio pos­sesso dell'anima che soffre, quando questa accetta la prova. Egli le comunica segretamente, grazie all'ubbidienza, una potenza superiore, che fa della sofferenza un intimo trionfo.

Inoltre, se consideriamo il Salvatore, compren­diamo fino a che punto la sua sia una vittoria del­l'amore. Poiché era ispirato dall'amore filiale verso il Padre e da un amore redentore verso l'umanità, Gesù non ha affrontato la sofferenza con lamenti e rimpianti. Non si è abbandonato a sentimenti di amarezza, di rancore o di vendetta. Ha continuato ad amare nella Passione, ed ha raggiunto il culmi­ne dell'amore. Nel racconto evangelico, questo trionfo dell'amore trapela ovunque. Con la loro cattiveria e i loro scherni, i suoi avversari non sono riusciti a far uscire Gesù dai confini dell'amore; sono riusciti soltanto a rafforzare l'eroismo della sua dolcezza e del suo perdono. Sulla croce si rivela l'amore più forte di tutto l'odio del mondo.

La sofferenza da sola può rendere sublime la te­stimonianza dell'amore; è ciò che avviene in Gesù, e deve avvenire ormai nella sofferenza di ogni uomo. Se chi soffre coglie l'occasione della prova per ama­re di più, trionfa sul male e riesce vittorioso, anche nel dolore più opprimente, poiché il suo amore, come quello di Cristo, si espande.

Il grande avvenimento della resurrezione rende esplicita perciò una vittoria che era già stata otte­nuta dalla vittima nel segreto del suo cuore; vitto­ria di Dio nell'uomo che ubbidisce; vittoria del­l'amore, che risponde all'ostilità con la bontà.

Poiché è una vittoria di Dio, avviene nel mistero, senza testimoni. Mentre la morte era stata vista da una grande folla, nessuno assiste alla resurrezione, e Cristo resuscitato appare soltanto ai suoi fedeli, a gruppi privilegiati. Il carattere misterioso della resurrezione ci indica che non dobbiamo aspettare un trionfo esteriore, visibile come una gloria terre­na, dopo aver sofferto. Il trionfo è donato da Dio nell'invisibile ed è di ordine superiore.

La resurrezione è vittoria dell'amore, perciò deve essere particolarmente discreta. Essa si rivela attra­verso le apparizioni di Cristo, in modo sufficiente da fornire un fondamento solido alla fede. Fa ri­splendere la verità con le parole del Maestro, le note regali parole « Io sono ». Ma non è una rivin­cita che umilia gli avversari; il Salvatore trionfante non appare in mezzo ai suoi nemici per dimostrare loro che si sono sbagliati, né per prendersi gioco della loro ira impotente. Ogni vendetta sarebbe in­compatibile con l'amore, che egli ha voluto testi­moniare agli uomini con la sua passione. Cristo si comporta umilmente nella gloria della resurre­zione come nell'annientamento del Calvario.

Questa è la natura del trionfo suscitato dalla sof­ferenza: trionfo soprannaturale in quanto trionfo di Dio e, di conseguenza, trionfo che può restare nascosto sulla terra; trionfo nella dolcezza e nell'u­miltà, perché trionfo dell'amore.

 

Dolore e gioia

Il dolore è la via di accesso a una gioia più pro­fonda. Il ricongiungersi di Cristo risuscitato ai suoi discepoli conferma una profezia, fatta prima della Passione, e costantemente applicata nella vita cristiana: « In verità, in verità vi dico, voi piangerete e sarete addolorati, mentre il mondo godrà; voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia» (Gv. XVI, 20).

Il Maestro aveva annunciato francamente ai suoi discepoli la prova che li attendeva, partecipando alla sua Passione; ma aveva anche sottolineato il contrasto fra un dolore passeggero e una gioia de­stinata a durare. La sua resurrezione porta ai suoi la gioia definitiva, che nessuno potrà più togliere loro. D'ora in avanti ogni sofferenza viene introdotta nella vita cristiana come partecipazione alla Passione di Gesù, ma essa non può più essere separata dalla gioia che deve seguirla. Dolore e gioia sono due compagni inseparabili dell'esistenza terrena, ma il dolore resta essenzialmente transitorio, effimero, mentre la gioia da esso generata resterà per l'eternità.

Nel racconto delle apparizioni di Cristo risusci­tato si coglie l'intenzione del Salvatore di venire lui stesso a trasformare in gioia il dolore di coloro che stanno ancora piangendo la sua morte. La pre­senza della sua persona opera questa trasformazio­ne tanto nel cuore di Maria Maddalena e delle altre donne, che in quello dei discepoli. Niente di­mostra meglio la volontà del Signore di colmare di felicità coloro che si sono affezionati a lui e che hanno vissuto con lui l'ora terribile del Calvario.

Nella misura in cui ciascuno gli è stato fedele durante la Passione, il Salvatore testimonia la sua più viva sollecitudine nel donare la sua gioia di ri­suscitato. Così, le donne hanno il privilegio di ricevere per prime la notizia della resurrezione, di rivedere Gesù e di entrare nella gioia del suo trion­fo, poiché hanno manifestato, più coraggiosamente dei discepoli, il loro affetto a Cristo durante il sup­plizio. Ciò indica come il Redentore vuole distri­buire la gioia che è il risultato della generosità nel­la sofferenza.

Con quale delicatezza Gesù dissipa il dolore di Maria Maddalena per inondare la sua anima di una nuova felicità! L'affetto di Maria Maddalena per il Maestro si rinsalda dopo la morte come nel dram­ma del Golgota: quest'affetto l'ha indotta a venire all'alba alla tomba, poiché vuole ritrovare almeno la presenza del corpo di Gesù. Vedendo la tomba vuota, è presa da una nuova angoscia e, dopo aver informato i discepoli di quella sparizione, che giudi­ca scandalosa e disastrosa, ritorna presso il sepolcro e piange. Agli angeli che le chiedono: «Donna, per­ché piangi?», risponde: «Perché hanno preso il mio Signore, e non so dove l'abbiano posto» (Gv. XX, 13). È come se le portassero via Cristo per la seconda volta; il suo dolore è così raddoppiato. Ma nell'istante preciso in cui la sua tristezza è più grande, essa sta per mutarsi in gioia. Maria Maddalena fa l'esperienza di questa verità, che molti altri faranno dopo di lei: la fase più terribile della prova è il segno di una gioia imminente. Tutto è già pronto per la sua felicità: la tomba vuota, davanti a cui ella piange, è l'annuncio del trionfo, ma ella non se ne rende conto. Gli angeli vestiti di bianco sono chiara­mente messaggeri di gioia, ma ella è talmente oppressa dal dolore che non coglie neppure il significato della loro presenza.

Prima di farsi riconoscere, Gesù vuole ancora di­mostrare la sua simpatia per il dolore di una donna che è così profondamente affezionata a lui. Si di­rebbe che non voglia accrescere la tristezza di Ma­ria Maddalena, ma piuttosto introdurvisi per fa­re scaturire dall'interno la gioia: « Donna, perché piangi? Chi cerchi? » (Gv. XX, 15). Il Salvatore risuscitato ci rivela così di non essere indifferente alla sofferenza, essendosene definitivamente liberato, e continua a compatire i nostri dolori umani, soprat­tutto il dolore causato dalla sua apparente assenza. Ma compatisce per rendere più completa la gioia della sua indefettibile presenza. Egli chiede: « Per­ché piangi? », per far rilevare che sotto il dolore c'è in realtà una sorgente di gioia; e domanda: « Chi cer­chi? », per far capire a coloro che lo cercano che l'hanno già trovato.

Una sola parola di Cristo basta a cancellare la più nera tristezza: « Maria! » (Gv. XX, 16). Appena sen­te il suo nome pronunciato da una voce familia­re, Maria Maddalena dimentica le lacrime. L'istan­te in cui ritrova Gesù vivo è il culmine della sua vita, una felicità che aumenta e trabocca. Se non avesse vissuto la Passione del suo Maestro, non a­vrebbe conosciuto questa gioia trionfante, che com­pensa in abbondanza tutta l'intensità del sacrificio.

Il Vangelo, che ci ha descritto il dolore, non accen­na neppure alla gioia di Maria Maddalena, tanto è evidente. Ma ci fa notare che, sia nella tristezza che nella gioia, persiste la stessa disposizione d'animo fondamentale: un attaccamento totale alla perso­na del Maestro. Maria Maddalena vorrebbe trattenere Gesù: si è gettata ai suoi piedi e non vorrebbe più lasciarlo. La sua gioia consiste interamente nel pos­sesso di Cristo.

La stessa trasformazione del dolore in gioia avvie­ne nelle altre donne accorse alla tomba per comple­tare l'imbalsamazione di Gesù. Esse sono dappri­ma avvertite della resurrezione da un angelo, poi, mentre si allontanano piene di terrore, incontrano Cristo in persona, che dice loro: « Rallegratevi » (Mt. XXVIII, 9). Nel suo primo saluto, il Salvato­re tiene ad esprimere l'invito alla gioia, poiché quest'invito rivela la sua intenzione più importante: dare la gioia agli uomini.

Per i discepoli di Emmaus, si rinnova quanto era avvenuto nel caso di Maria Maddalena. Gesù, avvici­nandoli senza farsi riconoscere, comincia col di­mostrare simpatia per il loro dolore. Dà ad essi l'oc­casione di raccontare la prova subita: lui stesso cer­ca di penetrare nella loro sofferenza perché vuole riempirli di gioia. Spiegando i brani della Sacra Scrittura, che avevano predetto la sofferenza del Messia e il trionfo successivo, egli restituisce ai di­scepoli coraggio e speranza. « Non ci ardeva forse il cuore quando per strada ci parlava e ci svelava il significato delle Scritture? » (Lc. XXIV, 32). Così, a loro insaputa, senza che ne prendano chiaramen­te coscienza, la gioia comincia ad invaderli, mentre sono in compagnia del Maestro. Questa gioia esplo­de nel momento in cui lo riconoscono. «Subito - racconta san Luca - essi partirono e ritornarono a Gerusalemme » (Lc. XXIV, 33). La fretta di ripren­dere la strada, dopo una giornata così piena di fatiche e di emozioni, indica con sufficiente elo­quenza l'allegria che ha cancellato tutte le tracce della loro malinconia.

Quando Cristo appare, quella stessa sera, in mez­zo ai suoi discepoli, la gioia è così grande che alcuni rifiutano di credervi (Lc. XXIV, 41). Il Salvatore resuscitato porta una gioia così stupefacente che non tutti riescono ad accoglierla immediatamente. È un'immagine della gioia divina, che trova troppi cuori umani insufficientemente preparati a ricever­la. Se la sofferenza richiede una generosità di cuore che soltanto la grazia può dare, la gioia ne reclama una simile. Ma precisamente la sofferenza, aumen­tando l'amore, contribuisce ad aprire un cuore uma­no all'immensità della gioia che gli viene offerta dal Salvatore trionfante.

 

Angoscia e pace

Tra l'angoscia del Getsemani e la pace che ir­raggia dal Salvatore resuscitato esiste un contrasto notevole, come tra il dolore e la gioia. « La pace sia con voi », annuncia Gesù, mentre appare in mezzo ai suoi discepoli (Gv. XX, 19, 21, 26). E ripete questo augurio di pace constatando il turbamento che la sua venuta improvvisa produce.

Con le lotte intime che ha coraggiosamente sop­portato, Cristo ha ottenuto per l'umanità una pace superiore. Con il suo sacrificio ha meritato di con­cludere l'alleanza definitiva tra Dio e gli uomini, alleanza che assicura agli uomini l'amicizia divina e il soccorso divino. In precedenza, il peccato aveva provocato uno stato di ostilità tra l'umanità e il creatore; grazie alla croce, l'inimicizia finisce ed il perdono divino è offerto a tutte le colpe umane. Dio restituisce agli uomini una benevolenza mag­giore di quella che era stata loro concessa prima della caduta. Per questo gli uomini non hanno più nulla da temere dall'onnipotenza divina; possono vivere in pace.

« Non abbiate paura », dice Gesù alle donne, all'alba del giorno della sua resurrezione (Mt. XXVIII, 10). Il suo trionfo vuole bandire la paura di Dio per sostituirle una fiducia serena nell'amore divino. La riconciliazione è fatta, e l'umanità deve ormai continuare il cammino nella pacifica sicurez­za di un divino favore garantito per sempre.

Certamente, nel destino degli uomini, la lotta interiore può durare per tutta la vita terrena; la partecipazione al Getsemani non è conclusa e Cri­sto continuerà a restare in agonia nel cuore dei suoi discepoli. Tuttavia il Cristo che attira gli uo­mini nella sua lotta è il Cristo trionfante; egli co­munica già la sua pace, anche nelle inquietudini e nelle angosce più dolorose.

Da allora, tutte le lotte dei cristiani contribui­scono a sviluppare nel mondo la pace, scopo della redenzione: esse meritano la più ampia applicazio­ne di quella pace ottenuta da Cristo resuscitato. Coloro che devono lottare contro la sofferenza han­no il conforto di pensare che così diffondono la vera pace: pace delle coscienze nella loro riconciliazione con Dio, pace della carità che supera tutte le divisioni.

L'esperienza individuale conferma la realtà di una pace che si ingrandisce attraverso la lotta e la sofferenza. La ricerca del piacere procura solo una soddisfazione apparente, accompagnata da turba­menti e inquietudini, poiché l'uomo si allontana da Dio o spezza i rapporti con lui. La sofferenza invece, anche se angosciata, avvicina l'anima a Dio e la conduce a una pace più profonda. L'intima tranquillità non è uno dei minori effetti del dolore. La pace è una vittoria dell'amore nelle profondità dell'animo.

 

Fecondità della sofferenza

Cristo evoca il dolore della donna che dà alla luce un figlio, per sottolinearne la fecondità. La sof­ferenza produce un uomo nuovo, e la gioia è fonda­ta sulla venuta di quest'uomo nel mondo.

Cristo resuscitato porta in sé un'umanità nuova. Con la Passione, egli non ha meritato soltanto di ritrovare la vita che aveva accettato di perdere. Ha ottenuto una vita nuova e superiore, e vuole donar­la agli uomini. Con la resurrezione, è il primogeni­to di una generazione di uomini spiritualizzati e di­vinizzati.

La qualità superiore della vita ottenuta dal Sal­vatore è suggerita dal genere di rapporti che egli stabilisce con i suoi discepoli durante i quaranta giorni che precedono l'ascensione. «Non toccarmi» (Gv. XX, 17) dice Gesù a Maria Maddalena, per farle capire che ormai l'intimità con lui deve essere portata ad un altro livello, più misterioso. Egli non conduce più una vita terrena continua con i suoi, e si limita ad apparire di tanto in tanto, in modo impensato e senza più sottomettersi alle leggi dei corpi umani, poiché appare in mezzo ai discepoli, nonostante tutte le porte chiuse (Gv. XX, 19). Questo è un simbolo della vita più spirituale che il suo corpo resuscitato possiede.

Non si può definire meglio questa vita che come vita dello Spirito Santo. L'uomo nuovo plasmato da Cristo è un uomo interamente riempito dallo Spirito Santo. Quando, la sera della resurrezione, Gesù dice ai suoi discepoli: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv. XX, 22), egli intende tutti i frutti della Passione, e comincia a comunicarli ai suoi. Pro­prio con l'infusione dello Spirito Santo il perdono dei peccati penetra nell'anima, l'amore di Cristo si trasmette ai discepoli, il suo insegnamento viene loro inculcato e lo zelo apostolico è dato loro con potere di compiere cose meravigliose.

La Pentecoste infonderà nell'umanità ciò che il Salvatore ha meritato con la sua Passione. Quanto era stato donato in precedenza ai discepoli era solo preludio e anticipazione: il dono essenziale viene fatto dopo l'Ascensione di Cristo. Innalzato nella gloria celeste a fianco del Padre, Cristo recupera il potere di salvezza meritato dalla sua offerta sul Cal­vario, e l'esercita subito inviando lo Spirito Santo. Il miracolo della Pentecoste è il frutto del sacrifi­cio redentore. Esso costituisce la Chiesa e la riempie di vita divina.

Si è detto che la Chiesa è nata dal costato aper­to di Cristo sulla croce. L'avvenimento visibile del­la Pentecoste potrebbe farci dimenticare che il do­no dello Spirito Santo è il risultato della te