L'UOMO E LE SUE TRE ETA’

ILDEBRANDO A. SAN-ANGELO

Prefazione di GIUSEPPE PORTALE

COMUNITA EDITRICE - ADRANO (CT) 2001

PREFAZIONE

Ancora un libretto monotematico tratto dalla grande opera inedita di Padre Ildebrando Antonino Santangelo sul «Disegno Nascosto» di Dio per la salvezza di tutta quanta l'umanità.

« L'uomo e le sue tre età »: questo il titolo del presente lavoro, dove per « età » non va intesa duella fisica bensì quella spirituale. E lo scopriremo, questo, man mano che c'inoltreremo nella lettura di queste pagine che, sep­pure agili e svelte, sono molto ricche e ci danno più di un motivo di riflessione se vogliamo veramente vivere la nostra vita da veri cristiani, alla luce del Vangelo e dell'illuminante dottrina della Chiesa, onde percorrere sere­namente, alla sequela di Cristo, (nonostante i molteplici impegni, affanni e cure quotidiane), la via della santità che conduce a Dio, ultimo e unico no­stro orizzonte.

« Il servizio di Dio - scrive nelle pagine che seguono Padre Santangelo, fondatore di questa Comunità Editrice -, il servizio di Dio non è il rifugio dei deboli, ma l'agone dei forti. Dietro Gesù troveremo la croce; questa cro­ce, costituita dalla pratica delle virtù cristiane, dobbiamo portarla per tutta la vita e su di essa dovremo morire. Tuttavia il Signore dà, a chi gliela chie­de, la forza necessaria per tutto affrontare e soffire. Il nostro premio sarà il Paradiso: sarà tanto grande che sarebbe sempre poco sacrificare per esso mille vite... ».

« Il cristiano - fa notare dal canto suo il Concilio Ecumenico Vaticano II -, certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale ed assimilato alla morte di Cristo; andrà incontro alla ri­surrezione confortato dalla speranza... L'uomo non è limitato al solo oriz­zonte temporale ma, vivendo nella storia umana, conserva integralmente la sua vocazione eterna » (Gaudium et Spes, 22.76).

Col nostro Battesimo, offrendoci a Dio e unendoci a Cristo comincia, per mezzo della Grazia, la nostra vita soprannaturale che, come la vita natu­rale, è soggetta a sviluppo. Sviluppo che - secondo il nostro venerato Sa­cerdote - passa per tre età principali, ognuna delle quali ha caratteristiche e peculiarità proprie.

Nella prima età si ama Dio più per noi che per se stesso: si bada più al­la felicità celeste che alla gloria di Dio. Si prega, si osservano i comanda­menti e si fa il bene per venire ricompensati col Paradiso. La preghiera è piuttosto ristretta ed egoista. Si prega sì e no la mattina e la sera, qualche volta si recita il Rosario, si va a Messa la Domenica e, raramente, anche durante la settimana. Vi è un amore, nei confronti di Dio, alquanto imper­fetto e quasi infantile.

Nella seconda età spirituale si ama Dio per se stesso ed anche per noi. Lo si ama, cioè, per essere felici in Lui e con Lui. Comincia l'amore perfet­to verso Dio, s'inizia a cercare decisamente di piacerGli, darGli gloria, e a desiderare il Paradiso per quello che veramente è: l'amore e il godimento eterno di Dio nella Comunione della Santissima Trinità. « Si comincia a capire - osserva Padre Santangelo - che noi siamo proprio nulla, anzi peggio del nulla, perché il nulla non pecca, mentre noi pecchiamo. Ci an­diamo accorgendo quanto siamo deboli, quanto facilmente cadiamo in pec­cato, andiamo sempre più scorgendo in noi i rigurgiti di sensualità, tenta­zioni, irritazioni, insincerità, mancanze di carità, di retta intenzione, ten­denza alla superbia ed agli altri vizi capitali, ecc. ... Molte volte sono vere mancanze, ma per lo più sono moti: in ogni caso ci fanno constatare quale abisso di miseria siamo, e ci fanno sinceramente dispiacere quando altri manifestano un più alto concetto di noi ».

La terza età, (sempre parlando di età dello spirito che non sempre coin­cide con quella del corpo), è quella della sapienza. Età in cui cadono tutte le illusioni (bellezza, gloria, successo, grandezza) e, in un certo qual modo, ci si avvicina alla perfezione. In questa età la luce interna è molto più in­tensa di quella esterna; non si bada più alla propria immagine bensì esclu­sivamente alla gloria di Dio ed alla salvezza eterna di se stessi e del prossi­mo. Età in cui si acquista la più perfetta libertà dalle passioni determinan­dosi solo verso il Bene Supremo: Dio. Il vero ed autentico discepolo di Cri­sto si caratterizza, pertanto, per il suo amore verso Dio e la carità verso il prossimo.

« Nella terza età - scrive Padre Santangelo - la vita è più intensa, e poi­ché vivere è amare, l'intensità maggiore della vita soprannaturale consiste in un'intensità maggiore di unione con Dio. Ed è questa l'età in cui si com­pleta il sacrificio della propria volontà, vivendo nella più stretta dipendenza da Dio, abbandonandosi completamente alla Sua volontà, disposti anche a morire pur di obbedirGli ».

Ciò, naturalmente, non significa affatto chiusura nella propria beatitudi­ne, bensì - come fa rilevare il Vaticano II -, « le gioie e le speranze, le tri­stezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti colo­ro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del vero discepolo ed imitatore di Cristo ». Di conseguenza - scrive il nostro Autore -, « il buon cristiano ama il prossimo perché sa bene che colui il quale non ama resta nella morte (1 Gv. 3,14); non porta odio a nessuno perché sa che colui il quale non perdona non sarà perdonato; si commuove vedendo il prossimo soffrire e cerca di venirgli incontro con generosità e be­nevolenza poiché a ciascuno Dio ha dato cura del suo prossimo (Eccl. 17,12). Nessun santo può prescindere dalla carità. Anzi, non vi è alcuna santità senza la carità ».

« L'amore che anima la propria comunione - come ebbe a sottolineare il grande pontefice Papa Paolo VI nel suo discorso di apertura del IV perio­do Conciliare, tenuto il 14 Settembre 1965 -, l'amore non ci tiene separa­ti dagli uomini, non ci rende esclusivisti, non egoisti. Anzi, perché amore che viene da Dio, ci educa al senso dell'universalità; la nostra verità ci spin­ge alla carità; san Paolo direbbe urgenza: La carità di Cristo ci spinge (2 Cor. 5,14). Noi cristiani ci sentiamo responsabili verso tutta l'umanità. Verso tutti siamo debitori (Rm. 1,14). La Chiesa, in questo mondo, non è fine a se stessa ma è al servizio di tutti gli uomini; essa deve rendere Cristo presente a tutti, individui e popoli, quanto più largamente e più generosa­mente possibile: questa è la sua missione. Essa è portatrice dell'amore, è fondatrice di vera pace ».

In fondo, la santità è tutta qui: nell'essere segno, rendendoli presente nel mondo, del grande Amore e della grande tenerezza di Dio verso tutti i suoi figli, nessuno escluso.        GIUSEPPE PORTALE

 

L'UOMO E LE SUE TRE ETA

NOSTRA OFFERTA

I. L'OFFERTA PREZIOSA

Molti credono che il consacrarsi a Dio sia un rifugio.

Dicono che nel mondo non c'è nulla; che il mondo è un colossa­le trucco e che riserva solo spine; dicono che è beato chi si dà a Dio e che la più bella vita si fa nel servizio di Dio.

È vero che la mia sorte non la cambierei per tutto l'oro e i piaceri del mondo, ma non per questa vita, sebbene per l'altra.

Il cammino del mondo è cosparso di rose, sia pure con delle spi­ne; il cammino dei discepoli di Gesù, come quello del Maestro, è co­sparso di spine senza rose.

Nel mondo c'è abbastanza da divertirsi e da godere e se non ci an­diamo dietro non è perché non ci attragga, ma per farne un sacrifi­cio a Dio.

Nella famiglia acquisita ci sono le gioie più grandi ed i piaceri più forti della vita. Con un po' di intelligenza e di fortuna si può fare una vita molto dolce e comoda.

Nel servizio di Dio c'è rinunzia totale a tutto e chi non la pratica integralmente ne perde in massima parte il merito.

È vero che ai mondani spesso sopraggiungono preoccupazioni e disgrazie, che tolgono in parte ed anche in tutto il gusto di vivere; che molti mariti e molte mogli per i guai avuti dal coniuge, dalla sa­lute o dai figli si sono amaramente pentiti d'essersi sposati; che mol­ti ricchi muoiono di noia fra le loro ricchezze. Ma non bisogna nep­pure esagerare: il bene della vita mondana non viene per nulla som­merso dal male, tranne per un certo numero di disgrazie.

Se così non fosse nessuno penserebbe più a sposare; invece, la ve­rità è che nessuno, tranne i pochi eletti, vuol consacrarsi a Dio. D'altro canto non è neppure giusto pensare a tutte le possibili complicazioni, anzi la natura stessa ci porta a trascurarle.

Ho dunque il diritto di pensare al più roseo avvenire; ed è questo quello che a Dio debbo sacrificare.

Possiamo osservare che amici nostri, meno belli e meno intelligenti di noi hanno fatto fortuna nel mondo e menano una vita piacevolissima.

È questa bella sorte, e forse una sorte ancora più bella, quella che dobbiamo sacrificare.

È tanto gradito a Dio e tanto meritorio avere qualche cosa di grande da offrirGli: la creatura bella dei nostri sogni, il più affasci­nante amore, i più voluttuosi piaceri, la gioventù, la vita.

È questo il nostro grande dono a Dio, che colma Dio di infinita compiacenza.

È questa l'offerta che dobbiamo fargli e rinnovare ogni giorno nella S. Messa, in unione all'offerta che di sé ivi rinnova Gesù.

Chi meglio di Gesù poteva fare una vita terrena bella, onorata e felice?

Eppure egli ha voluto la croce.

È giusto ed è bello che anche noi, per amor suo, sacrifichiamo il nostro successo terreno. Compagni nel dolore, lo saremo anche nel­la felicità.

Non dobbiamo offrire a Dio uno scarto, una vita più buona a nul­la, un avvenire senza attrattive. A Dio le cose migliori ed il fiore del­la nostra vita. È vero che Dio non rifiuta nessuno; ma che valore ha una vita inutile? Quanto più belle qualità abbiamo per essere amati, quanto più belle sono le nostre speranze, quanto più gusto provia­mo ad amare ed essere amati, tanto più il nostro dono è a Dio gra­dito, a noi meritorio e proficuo alla Chiesa.

Donandoci a Dio non dobbiamo pensare di fare una vita bella. Sarebbe un'illusione e poi un'amara delusione.

Avremo una vita sacrificata. Il servizio di Dio non è il rifugio dei deboli, ma l'agone dei forti. Dietro Gesù troveremo la croce; e questa croce, costituita dalla pratica dei voti e delle virtù cristiane, dobbia­mo portarla per tutta la vita. Su questa croce, infine, dovremo mo­rire.

Tuttavia il Signore dà a chi gliela chiede la forza necessaria per tutto affrontare e soffrire.

Il nostro premio sarà il Paradiso: sarà tanto grande che sarebbe sempre poco sacrificare per esso mille vite.

« Voi piangerete e gemerete, ci ha avvertito Gesù; il mondo godrà e voi sarete contristati; ma rallegratevi che la vostra tristezza sarà cambiata in gaudio » (Io. 16,20).

Tuttavia anche per questa vita Dio ci dà qualche cosa: una pace che supera ogni senso e che nessuno ci può togliere; un ideale altis­simo di perfezione e di lotta; una visione più ampia dell'esistenza, l'unica visione reale dei valori della vita.

 

II. L'OFFERTA DEL POVERO

Ma c'è solo una benedizione nella casa di Dio?

Non ha più nulla dunque da offrire a Dio il povero che vive la vi­ta comune del mondo, il vero povero assoluto, colui che non ha al­cun merito o ben poco davanti a Dio? Non ha dunque costui modo alcuno da attrarre su di sé la clemenza e la compiacenza di Dio?

Non c'è dunque un'altra benedizione per il povero?

Per colui che opera col suo lavoro il progresso civile, dato pure da Dio in compito all'umanità?

Per colui che lavora la terra e dà il sostentamento all'umanità, compresi i religiosi e le anime consacrate d'ambo i sessi?

Per colui e per colei che portano coi propri figli le pietre viventi necessarie alla costruzione del Corpo Mistico?

Per colui che ha gustato il calice umano dei piaceri e forse anche delle amarezze?

Per colui che si è stancato nelle vie del peccato e che ad un certo pun­to se ne è con sacrificio distaccato, per obbedire alla chiamata di Dio?

Per colui che non è riuscito a nulla nella vita: né negli affari, né nell'amore, né nei piaceri, né in alcun altro ideale?

Per colui che ha sperimentato la malizia degli uomini, le traversie degli avvenimenti, le morse della sventura?

Colui che ha fatto raccogliere i resti dei pani dopo la moltiplica­zione, raccoglie con cura maggiore i resti del cuore e del corpo degli uomini.

Certamente però quanto più all'uomo resta da offrire, tanto più la sua offerta ha valore.

Dio raccoglie anche un briciolo di amore delle sue creature, accet­ta anche un po' d'aiuto per il suo Disegno Nascosto.

Ma se ancora il povero vuol fare qualche cosa di grande nella pro­pria vita bisogna che offra a Dio tutto quello che ormai gli resta: tut­to l'amore di cui ancora è capace e tutto intero quel cuore soprav­vanzato o sopravvissuto alle creature o da esse rifiutato; quel corpo impegnato o forse sfiorito nei lavori o nei piaceri e tutte le forze che gli restano.

Gesù che non venne a spegnere il lucignolo fumigante (Is. 42,3), ma a ravvivarlo, darà una nuova vitalità al cuore del povero; vi farà rifiorire nuovi sprazzi di vita, di speranza, di amore.

Gesù che non è venuto a rompere la canna fessa, ma a rinsaldar­la, darà al corpo del povero nuovo vigore; gli darà l'energia di ope­rare del bene e di percorrere la sua via crucis.

Anche il povero ed il peccatore possono santificarsi; ma bisogna che si convertano a Dio e subito si mettano dietro Cristo con molta buona volontà e con molta umiltà.

Se il santo si stima un buono a nulla, che cosa deve stimarsi il peccatore?

Solo colla sua maggiore umiltà, col suo atteggiamento dimesso e confuso nell'assemblea dei figli di Dio, come un povero capitato in un ricevimento di nobili, col suo costante mettersi e stimarsi all'ulti­mo posto, può attrarre lo sguardo e la compiacenza di Dio e sentir­si da lui ripetere: « Vieni avanti » (Lc. 14,10).

Possono anche il povero ed il peccatore contrito percorrere il cammino delle tre età, ma con santa umiltà e senza pretese.

Se lo percorrono per intero, bruciando le tappe con più buona vo­lontà se hanno già parecchio vissuto, potranno anche loro raggiun­gere la perfezione. Ma è necessario che tutto quello che possono fa­re lo facciano.

Un mezzo per santificarsi senza amore e senza sacrificio non è stato ancora inventato e non lo sarà mai.

Come bisognò che Cristo patisse per così entrare nella gloria (Lc. 24,26); così bisogna che tutti patiamo con Cristo per essere glorifi­cati con Cristo.

 

III. SVILUPPO SINCRONO

Offrendoci a Dio o unendoci a Gesù comincia, per mezzo della grazia, la nostra vita soprannaturale.

Tale vita, in terra, è ordinata al nostro sviluppo soprannaturale, in cielo alla nostra felicità.

Il nostro sviluppo soprannaturale per essere perfetto deve essere sincrono in tutte le virtù, come lo è quello del corpo in tutte le sue parti.

Ma come nel corpo alle volte un organo, una facoltà o un sistema si sviluppa più celermente degli altri o più celermente invecchia, co­stituendo nel primo caso un'anormalità, nel secondo una malattia, così nella vita soprannaturale spesso capita che una persona si svi­luppi maggiormente in una virtù (per es. nella penitenza, nello zelo, nella beneficenza, nella preghiera) trascurando le altre; o che cada in una restando ferma nelle altre.

Nel primo caso abbiamo una perfezione monca; nulla di quanto è buono e virtuoso va perduto; tutto il bene sarà minutamente ricom­pensato.

Tuttavia se ci fosse stato l'accompagnamento delle altre virtù (di­venute più facili in chi avanza in una) quella persona si sarebbe san­tificata.

Nel secondo caso abbiamo le malattie spirituali, cioè i difetti: im­pazienza, vanità, attacchi disordinati, ecc.

Se quei difetti fossero stati eliminati avremmo avuto un santo; in­vece abbiamo un povero rachitico o ammalato spirituale, che intri­stisce nell'abbondanza della sua vita cristiana con tante possibilità di santificazione.

Lo sviluppo soprannaturale passa per tre età principali.

 

PRIMA ETA'

Caratteristiche

L'amore di Dio c'è realmente nell'anima. Tuttavia si ama Dio più per noi che per sé stesso. In questo stato si bada più alla felicità che alla gloria di Dio. Si prega, si osservano i comandamenti di Dio, si fa il bene per venire ricompensati col paradiso.

È senza dubbio molto meglio ed anche più meritorio amare e ser­vire Dio per puro amore, ed allora si ha il più nobile dei fini; tutta­via non c'è nessun peccato ad intendere nell'amore e nel servizio di Dio principalmente la propria felicità. Tale intento è indice di essere ancora sul primo stadio della vita spirituale.

 

1. Preghiera

La preghiera è piuttosto ristretta ed egoista. Si prega sì e no la mattina e la sera; si dice spesso il rosario, si va a Messa la domenica e, alle volte, anche durante la settimana. Qualche volta si diventa fervorosi, si comincia a pregare moltissimo e ad accostarsi anche giornalmente per qualche periodo alla comunione; ma non è l'amo­re che spinge sebbene il bisogno, cioè qualche grazia da ottenere.

Si cercano molto volentieri i divertimenti ed i piaceri, ma si bada ad evitare quelli gravemente disonesti, anzi li si condanna.

Si bada ad evitare il peccato mortale, perché si può morire e pre­cipitare all'inferno. Non si mette troppa cura ad impiegare bene tut­to il tempo; molto se ne perde con facilità, quasi tutto lo si impiega per fini umani: il guadagno, la carriera, le convenienze, ecc.

Nella preghiera si compie il dovere di adorare Dio, di ringraziarlo per i suoi benefici e di amarlo, ma prevalentemente si pensa a chie­dere grazie e quasi sempre si domandano grazie temporali.

 

2. Obbedienza

In questa prima età si osservano i dieci comandamenti, i cinque precetti della Chiesa, i doveri del proprio stato e si diviene così buo­ni cristiani, figli di Dio ed eredi del Paradiso.

Il buon cristiano ha timore del peccato mortale, perché non vuol offendere Dio e perché teme i castighi eterni. Il timore è l'inizio del­la sapienza, è quello che fa dirigere i nostri passi nella retta via, an­che quando infuriano le passioni, che rendono più fumigante il pic­colo lucignolo dell'amore verso Dio.

La legge di Dio impone. dei doveri verso Dio stesso, verso noi e verso il prossimo.

I doveri verso Dio costituiscono la religione, cioè il legame con Dio. Essi sono espressi dal 1° comandamento, che impone la fede in Dio e nella sua rivelazione e la preghiera, dal 2° comandamento, che impone il rispetto del nome di Dio e dei suoi santi; dal 3° comanda­mento, che impone l'obbligo del riposo e della Messa nelle domeni­che e nelle feste, della confessione e del precetto pasquale, come più dettagliatamente determinano i 5 precetti generali della Chiesa.

I doveri verso il prossimo costituiscono la carità e lo zelo e sono espressi dal 5° comandamento, che vieta l'omicidio, le risse, l'odio, lo scandalo, dal 7°, che vieta di danneggiare il prossimo nella roba e nell'onore, dal 9° e dal 10° che vietano di desiderare la persona o la roba di altri.

I doveri verso noi stessi costituiscono la pazienza e la purezza. Es­si sono espressi dal 5° comandamento, che vieta il suicidio e la di­sperazione, dal 6°, che vieta gli atti impuri, e dal 9° che vieta i catti­vi pensieri.

a) Pazienza. Il buon cristiano non si dispera contro Dio; qualun­que cosa Egli disponga (morte di persone care, cattive annate, ma­lattie, ecc.); non si irrita contro Dio, ma china sempre il capo, si ras­segna a tutto e ripete: « Sia fatta, o mio Dio, la tua volontà! »; non si dispera contro se stesso per gli sbagli che commette, le magre figure che fa, i fallimenti e gli stessi peccati, ma si umilia e subito si solleva; non si irrita contro il prossimo per le male parti, gli oltraggi e le in­giustizie da esso ricevuti, ma si rassegna e a tutti perdona come Ge­sù.

b) Purezza. La purezza è la virtù morale regolatrice dell'istinto ses­suale.

È virtù, cioè forza. È la più bella e la più difficile virtù. È come una forza che tiene sospeso in aria un masso. Il nostro corpo tende al piacere ed al peccato più fortemente di quanto una pietra in aria ten­da alla terra. Per mantenere il nostro corpo puro, si richiede una for­za grandissima, quale le nostre risorse umane non hanno. Tale forza è di Dio, e Dio la dà a chi non lo tenta cercando i pericoli e a chi ri­corre a lui con la preghiera e coi sacramenti.

È virtù morale in quanto non risiede nell'intelligenza, come anche le altre virtù, ma nella volontà illuminata dall'intelligenza.

La purezza è una virtù acquisita col continuo controllo e dominio di sé.

Il controllo si esercita colla vigilanza sulla fantasia, perché non si occupi di immagini sensuali, e sugli occhi perché non si posino su persone, immagini, spettacoli o libri cattivi o provocanti.

Il dominio si esercita colla mortificazione, che ci priva anche dei piaceri leciti per tenere a bada i sensi quando chiedono quelli illeci­ti; colla preghiera che ci dà la forza di Dio quando le nostre forze vanno cedendo.

La purezza è una virtù possibile, anzi è la virtù propriamente ed esclusivamente umana. Non ce l'hanno gli angeli perché non hanno corpo, non ce l'hanno gli animali perché sono senza ragione.

Si dice dell'uomo puro che è puro come un angelo o come una colomba o come un giglio. L'uomo puro splende più degli angeli ai quali fa invidia ed incanta più di tutti gli animali e di tutti i fiori dei quali è immensamente più bello. L’uomo puro attira Dio; diventa il misterioso e meraviglioso tempio di Dio. La purezza non esiste sen­za il corpo e neppure senza l'intelligenza. La purezza non sta nell'i­gnoranza. Si dice che i bambini siano puri: i bambini non sono pu­ri, sono ignoranti ed innocenti. Si è puri quando si conoscono i mi­steri della vita e si regolano tutti gli appetiti della carne.

Regolatrice dell'istinto sessuale. Questo istinto è il più forte dopo quello della fame. Entrambi gli istinti sono stati messi sapientemen­te da Dio nell'uomo: l'istinto della fame per la conservazione dell'in­dividuo; quello sessuale per la conservazione della specie. La con­servazione dell'individuo e quella della specie importano una som­ma tanto grande di sacrifici, che senza questi due potentissimi istin­ti si sarebbero subito estinti gli uomini e l'intera specie umana.

La purezza è la virtù di tutti gli uomini, e a tutti, secondo la pro­pria condizione, impone l'obbligo di rispettare il proprio corpo co­me tempio di Dio e luogo dove egli abita colla sua presenza e colla sua grazia.

La purezza impone a quelli che non sono sposati di non procu­rarsi piaceri carnali e di non pensarli neppure; impone ai coniugati la reciproca fedeltà ed il rispetto delle leggi sante del matrimonio.

 

3. Carità

Il buon cristiano ama il prossimo perché sa bene che « chi non ama resta nella morte » (I Jo. 3,14); non porta odio a nessuno perché sa che a colui il quale non perdona non sarà perdonato; si com­muove vedendo il prossimo soffrire, specialmente quando gli capita qualche caso pietoso, e viene incontro. Chi si trova nella prima età spirituale, e quindi ancora nel primo stadio del suo sviluppo, fa del­la carità ma non troppa; non pensa a curare i poveri e non sempre li crede; spesso li rimanda, specialmente se gli vengono in orario inopportuno, e non pensa che mentre, per es., egli mangia il povero che chiede non ha cosa mangiare.

La sua carità è incipiente; più che carità è elemosina. Non com­prende il povero e non gli dà il suo cuore. Solo quando si dà il pro­prio cuore al povero l'elemosina diventa carità. Ora Dio comanda la carità.

Il buon cristiano:

a) È generoso: colla parrocchia, colle missioni, coi poveri, con le opere di beneficenza, ecc. Egli dà secondo le sue possibilità, anche con sacrificio, perché Gesù impone di dare ai poveri il superfluo (Lc. 11,14).

Per i mediocri superfluo è quello che si getta. Gesù non parlava di questo; ma di quanto avanza a ciò che conviene al proprio stato. Non al lusso. Superfluo al lusso non resta nulla.

La carità deve arrivare a tanto da costare qualche sacrificio. Non è carità l'elemosina di poche lire che sogliono fare moltissimi ricchi: è il mezzo di togliersi davanti il povero importuno o il sacrista in chie­sa, ma non per salvarsi. La carità del povero poi consiste nel voler bene al ricco.

 

b) È benevolo. Possiamo giudicare come siamo noi da come pen­siamo degli altri.

Ciascuno vede con i suoi occhi e misura col suo palmo.

Ogni vizio dà il suo particolare veleno al cuore, la sua particolare deviazione all'intelligenza, la sua particolare panna all'occhio.

Ogni vizio fa vedere il mondo con la sua lente speciale.

La lussuria fa vedere le creature sotto l'aspetto del sesso e del pia­cere;

l'avarizia sotto l'aspetto del lucro;

la gola sotto l'aspetto del ventre;

la bontà le fa vedere sotto la luce di Dio, cioè nella verità.

Conseguentemente il lussurioso pensa che tutti siano lussuriosi;

l'avaro pensa che tutti operino per tornaconto e per avarizia;

il goloso pensa che tutta la storia si riduca alle lotte per lo stoma­co.

Chi è buono invece pensa che tutti siano buoni;

mentre chi è cat­tivo pensa che tutti siano cattivi.

Il buono interpreta sempre in bene le azioni del prossimo;

il cattivo le interpreta sempre in male.

Il buono scusa anche quello che è evidentemente male;

il cattivo maligna anche su quello che è evidentemente bene.

Il buon cristiano tratta tutti bene per amor di Dio o per amor lo­ro.

Il cattivo cristiano tratta tutti male per mancanza assoluta di cari­tà, o tratta bene solo per tornaconto.

I peggiori non sanno trovare niente di buono nel mondo;

i migliori sanno trovare qualcosa di buono anche nei cattivi.

 

4. Zelo

« A ciascuno Dio ha dato cura del suo prossimo » (Eccli. 17,18). Il buon cristiano deve considerare che ogni creatura dia gloria a Dio, lo ami, lo serva e si salvi; non deve desiderare a nessuno l'in­ferno o il purgatorio, ma per tutti deve desiderare il Paradiso. Perché questo desiderio sia efficace il buon cristiano deve pregare, sacrificarsi, agire.

1) Preghiera. La preghiera va fatta per tutti, nessuno escluso.

Chi positivamente esclude qualche nemico dalle proprie preghie­re non ha la carità, perché la carità è universale.

Il buon cristiano prega per i vicini e per i lontani, per i cattolici e per gl'infedeli;

prega anche per i nemici secondo l'ordine di Cristo (Mt. 5,44).

Dio allora farà sentire loro la sua voce; se essi l'ascolteranno si convertiranno e ripareranno i torti fatti; se si ostineranno nel male dovranno dar conto a Dio anche di quelle ispirazioni rigettate, ed il loro inferno sarà più tormentoso.

Per questo S. Paolo dice:  « Radunate carboni ardenti sul loro ca­po » (Rom. 12,20).

2) Sacrificio. Il buon cristiano pensa poco alle rinunzie e alle soffe­renze volontarie; tuttavia sa bene che non conclude nulla ribellan­dosi alle sofferenze da Dio mandate, perde una bella occasione di far del bene a sé e agli altri e si mette in pericolo di dannarsi.

Perciò si rassegna alla volontà di Dio ed offre le sue sofferenze per la conversione dei peccatori e per penitenza dei suoi peccati.

A tal fine fa pure i digiuni prescritti e, quando si ricorda, qualche mortificazione.

3) Azione. Il cristiano ha il dovere di agire per la difesa e la diffu­sione della fede:

a) Con l'esempio. - La sua vita deve essere lo specchio della sua fe­de; dal suo comportamento gli altri arguiscono se egli crede a quan­to dice.

Le sue parole hanno efficacia fino al punto in cui egli le pratica per primo; quelle dette in soprappiù sono tempo perso o, peggio, svalutazione della sua fede.

« Se vuoi che io pianga, diceva Orazio, bisogna che per prima pianga tu ».

Il motivo per cui la maggior parte delle prediche e dei buoni con­sigli restano inutili è che chi le fa o li dà ne è poco convinto o le pra­tica poco.

« Perché, diceva un prete ad un attore, la gente corre ai vostri spet­tacoli, si commuove e vi applaude, mentre dite delle cose inventate, mentre fugge da noi, non sente o non segue quello che noi loro pre­dichiamo, pur dicendo loro delle verità eterne? »

« Perché, rispose l'attore, noi facciamo la nostra parte e diciamo le cose nostre come se fossero vere; mentre voi fate la vostra parte e di­te le cose vostre come se fossero false ».

Quando si crede fermamente non si può più vivere mediocremen­te, né tranquillamente, né silenziosamente, ma si opera, si freme, si parla.

b) Coll'azione diretta. - Il buon cristiano aiuta le opere parrocchia­li, le missioni; diffonde i buoni libri, la pratica dei nove venerdì, la devozione delle tre Ave Maria, si trascina amici, parenti, conoscenti alla messa festiva, al precetto pasquale, alle prediche, ecc.

In questa prima età lo zelo è ancora imperfetto; ci si occupa un po' della gloria di Dio e della salvezza delle anime, ma non ce ne si preoccupa. Il tempo maggiore si impiega nella ricerca degli affari, del denaro, dei divertimenti e dei piaceri leciti.

 

5. Scandalo

Ciascuno porta con sé la responsabilità di tutte le sue azioni. Tut­to ciò che viene provocato dai nostri atti viene a noi imputato. Così Gesù ha il merito e la gloria di tutti gli eletti, perché tutti gli eletti so­no salvi per lui; ogni apostolo partecipa dei meriti dei suoi discepo­li e di quanti per suo mezzo si salveranno.

Ugualmente ogni scandaloso porterà la pena di tutte le persone che avrà scandalizzato e di quanti quelli, a loro volta, avranno scan­dalizzato.

È inconcepibile il castigo di quanti fanno delle eresie o le propa­gano, di quanti producono o diffondono libri, films, e spettacoli im­morali, di quanti scandalizzano un innocente.

È terribile per lo scandaloso cadere nelle mani del Dio vivente. Il furore della leonessa contro chi le strappa i piccoli è un pallido sim­bolo del furore di Dio contro chi gli strappa i suoi figli.

« È necessario che avvengano gli scandali, ha detto Gesù, ma guai a colui per cui questi avvengono; sarebbe stato meglio per lui se si fosse appeso al collo una macina da mulino e si fosse gettato a ma­re » (Mt. 18,7; Mc. 9,41).

I peccati dello scandalizzato vengono imputati allo scandaloso ed i tormenti dello scandalizzato saranno dati in soprappiù allo scan­daloso.

Non c'è peggior peccato dello scandalo. Lo scandaloso si oppone direttamente alla missione di Cristo. Gesù si sacrifica per salvare l'uomo, lo scandaloso si coopera per perderlo. Lo scandaloso è un sabotatore dell'opera di Dio, un demolitore del piano universale sal­vifico di Dio; egli toglie all'uomo non semplicemente la vita, ma la vita eterna, cioè la più meravigliosa fortuna: la bellezza, la sapienza, l'amore, la felicità eterna, e lo condanna per sempre alla fame, alla sete, alle tenebre, al fuoco, ai tormenti, all'odio, alla disperazione. Guai allo scandaloso! Meglio sarebbe stato se non fosse mai nato.

 

TENTAZIONE

Cosa è la tentazione.

La tentazione è la proposizione fatta all'uomo di un bene creato quale suo fine.

 

a) È la proposizione fatta all'uomo. - Questa proposta può venirci fatta:

O dall'interno; quando sorge dalla nostra natura, cioè dalla fanta­sia o dall'intelligenza o dai sensi. Questo genere di tentazione è una grave minorazione della nostra natura ed è conseguenza del peccato originale. Da queste tentazioni furono esenti Gesù e Maria.

O dall'esterno; quando proviene dal demonio o dalle persone e dalle cose che ci circondano. Tale fu la tentazione di Gesù nel deser­to.

Poter cadere nella tentazione ed anche solo poter venire tentato dalla stessa propria natura è un grave difetto costituzionale, una gra­ve minorazione della propria persona come per un matematico o per un violinista lo è essere capace di sbagliare. Gesù e Maria non furono soggetti a questa minorazione, né ad alcun tentennamento nel perse­guire e raggiungere il lor fine; né per questo i loro passi e le loro azio­ni non furono meritori, perché il merito non sta nel poter o meno perdere il proprio fine, ma nel volerlo liberamente raggiungere.

b) Di un bene creato. - Tentazione è qualunque cosa illecita: un li­bro cattivo, un'amicizia, un piacere, uno spettacolo proibito, ecc. Tentazione può essere qualunque cosa lecita: un bene di fortuna, una persona, un ufficio, la scienza, il lavoro, il denaro, ecc.

Tutto è tentazione nelle mani di Satana; di tutto egli si serve per farci perdere Dio o almeno per farci perdere la quantità di grazia e di gloria a noi riservata.

c) Quale nostro fine. - Tutte le altre cose o ci debbono servire da mezzi per raggiungerlo (e per questo furono create), o dobbiamo scartarle: in tanto dobbiamo usarle in quanto ci aiutano a raggiun­gere il nostro fine; in tanto dobbiamo scartarle in quanto ce lo im­pediscono.

Tutto è tentazione quello che ci distoglie da Dio, quello che ci dis­trae dalla perfezione, quello che ci fa essere meno santi: i libri, gli amici, gli affari, le occupazioni, i viaggi, le feste, i divertimenti, i de­nari, gli studi e perfino gl'ideali ed i buoni propositi.

Quante volte, per es., Satana si serve di begli ideali per farci dis­trarre nelle preghiere!

Tutto è male quello che tende a farci perdere Dio o anche solo a non farci completare la nostra missione e la nostra perfezione. Quando S. Pietro voleva distogliere Gesù dal compiere il suo sacrifi­cio Gesù gli disse: « Va' indietro, Satana, tu mi sei di scandalo! »

Ogni peccato che ci fa commettere, ogni opera buona che ci fa omettere, ogni merito, ogni virtù, ogni anima che non ci fa conqui­stare è per Satana una grande vittoria su di noi. Egli tutte le arti e tutte le tentazioni usa in ogni tempo con noi; tuttavia nella 1a età tenta principalmente a farci cadere o ricadere nel peccato mortale; nella 2a età tenta principalmente a farci commettere il peccato venia­le e a farci perdere il fervore e l'entusiasmo della conversione; nella 3a età tenta principalmente a farci commettere dei difetti e a non far­ci raggiungere la santità.

 

La prima tentazione

Ciascun essere va naturalmente verso il suo bene e ciò che stima essere il suo bene. Gli animali per non sbagliarsi in tale ricerca han­no da Dio l'istinto, gli uomini l'intelligenza.

Ma l'intelligenza umana è stata offuscata dal peccato originale ed è diventata miope: non distingue più la felicità eterna.

Ad aggravare la situazione interviene la tentazione.

La tentazione è la proposizione di un bene minore in sostituzione di uno maggiore. Solo l'ignorante abbocca alla tentazione, come ad es. i primitivi indù che davano agli avventurieri lingotti d'oro in cambio di aghi e ninnoli, o come l'ingenuo passante col ciarlatano.

Nella tentazione religiosa non c'è alcuna proporzione tra il piace­re proposto ed il suo prezzo, l'inferno: l'uno è fugace e misero, l'altro è eterno e terribile. Non si accondiscende che per ignoranza.

Qualcuno ha interesse ad ingannarci: Satana. Egli vuole rovinare a Dio, per vendetta, il suo Disegno nascosto, e far perdere agli uomini, per invidia, la felicità da Dio loro preparata.

A questo fine Satana dispone:

a) di un'intelligenza e di una potenza formidabile.

b) di alleati potenti nel nostro spirito, nella nostra carne e nel mondo che ci circonda.

Satana, come ogni buon generale, non ha un piano unico per tut­te le battaglie: tenta ciascun uomo per il suo verso.

Sette sono le ar­mi di Satana, ossia i vizi capitali:

1) Superbia. Per essa l'uomo cerca la propria eccellenza dinanzi agli altri; ovunque può la mette in evidenza: o nella bellezza, o nel lusso, o nel denaro, o nell'intelligenza, o nella potenza, ecc., fin'an­che dove non dovrebbe pensare, cioè nella pietà e nelle opere buone. La superbia è come un vento di fuoco che distrugge tutto quello che tocca.

La superbia porta l'uomo a sottovalutare le doti degli altri e a so­pravvalutare le proprie, a vantare sé stesso e a disprezzare gli altri, ad attribuire a sé quello che è opera di Dio, a voler infine compren­dere il mistero o distruggerlo. L'ultimo frutto tosco della superbia è il razionalismo e l'incredulità.

2) Avarizia. Per essa l'uomo tende ai beni materiali per i propri ca­pricci o per sé stessi. Vuol conquistarli a qualunque costo, si irrigidi­sce nel loro possesso, che non vuole mollare per nessuna cosa.

L’avarizia è fonte di perdizione: « Quelli che vogliono diventare ricchi cadono nelle tentazioni del diavolo » (1 Tim. 6,9).

3) Lussuria. È il vizio più attraente e più comune nell'umana natu­ra. A causa del peccato originale l'uomo tende irresistibilmente ai piaceri carnali: cerca gli illeciti, abusa di quelli leciti e li disordina.

La carne trascina lo spirito. « O infelice uomo che sono, esclama S. Paolo, chi mi libererà da questo corpo di morte? » (Rom. 7,24). La lussuria è il vizio che ha scosso l'umanità nelle sue fondamen­ta: ha guastato i gusti; la rettitudine, la mentalità, la laboriosità; ha disgregata e profanata la famiglia, ha scatenate le masse, le ha rese incontentabili, pretenziose, viziose, indolenti. È il vizio che ha rovi­nato la società e popolato l'inferno. La Madonna ha rivelato a Fati­ma: « La maggior parte di quanti si dannano, si dannano per i pec­cati di lussuria ». Quasi nessuno si danna senza di essa.

4) Ira. Per essa l'uomo s'indispone contro gli altri uomini e spes­so anche contro Dio. Il più delle voltesi tratta di mancanze leggere; ma quando la tentazione si fa grave, per gravi offese ricevute o dis­grazie, si esplode contro il prossimo o contro Dio. La maggior parte degli uomini s'è poi presa l'abitudine di bestemmiare per cose da nulla.

La tentazione rivela la religione di un uomo; chi ama Dio lo ri­spetta quand'anche dovesse subire maggiori disastri di Giobbe; chi non lo ama, perduti i beni perde anche la religione.

L'ira è il vizio che provoca i malumori, le discordie, le liti e le guer­re.

5) Gola. È il vizio che rende l'uomo un animale il quale altro pen­siero non ha all'infuori di mangiare; lo rende anche peggiore dell'a­nimale perché l'animale quando è sazio non vuole più nulla, mentre l'uomo ancora vuole: fa orgie, si ubriaca. Alla gola appartiene il vizio del fumo, della cocaina, ecc. La gola è il vizio che accorcia la vita de­gli uomini e la riempie di malanni: la natura si vendica.

6) Invidia. È il vizio dei gretti, degli impotenti, degli inetti, degli in­feriori che non si sanno rassegnare alla loro condizione, da Dio d'al­tronde permessa per la loro salvezza.

L’invidia è il vizio che ha portato sempre discordie, colpi alla schiena, tradimenti, rivoluzioni con tutto il loro seguito di sangue, di sopraffazioni, di rancori, di fame.

7) Accidia. Per essa l'uomo rifugge dalla fatica, dal lavoro, dal sa­crificio; s'annoia d'ogni tensione, d'ogni preoccupazione, d'ogni mortificazione. L'accidia nelle forme leggere è madre della tiepidez­za, nelle forme gravi è madre dell'indifferenza. Per essa si rallenta e quindi si abbandona l'esercizio delle virtù e la vita spirituale; per es­sa si dannano molti.

Satana fa leva ora su una nostra cattiva inclinazione, ora sull'altra, ora su molte. Il piano di Satana è graduale: prima tenta di farci ca­dere in peccati veniali, quindi in peccati mortali, infine di farci vive­re in stato di peccato mortale; allora ha tutte le probabilità di farci dannare.

Quando non può riuscire a far dannare un uomo, cerca almeno di sminuirgli la gloria eterna: sarà sempre per lui una vittoria.

Tenta gli uomini di qualsiasi condizione ed età, specie i religiosi ed i giovani; ho visto tentati un immenso numero di persone perfette ed anche di vecchi.

Se la tentazione fosse stata un male assoluto, Dio non l'avrebbe permessa.

La tentazione è necessaria; senza di essa non si vede né vizio, né virtù; non si vede chi è santo, chi è peccatore, chi è paziente, chi im­paziente, chi è ladro, chi è onesto, chi è puro, chi è impuro, ecc.

Senza nulla da poter preferire a Dio non si vede se vogliamo mag­giormente bene a Dio, a noi o alle creature. Gesù si è incarnato pre­cisamente per manifestare i consigli e i sentimenti dei cuori degli uo­mini e poter dar loro il premio o il castigo (Lc. 2,35).

Le grandi tentazioni manifestano le grandi virtù.

Quanti sarebbero gli onesti se potessero impunemente frodare dei milioni?

Quanti i puri se fossero belli, giovani, ricchi, corteggiati e inosser­vati?

Quanti i fedeli in una persecuzione stile Decio, Diocleziano, l'an­namita o la giapponese? Quanti resisterebbero alle prove di Giobbe? Dio nella sua infinita misericordia risparmia tali tentazioni alla maggior parte degli uomini per non farli dannare; le permette ad al­tri per formare di essi i suoi santi o per far risaltare l'amore e la glo­ria dei suoi santi.

Negli ultimi tempi saranno accresciute le tentazioni e le persecu­zioni per il sollecito completamento del numero dei santi, per la pu­rificazione di tutti i fedeli, per supplire al Purgatorio che verrà meno col giudizio universale.

Tra le molte tentazioni le più violente sono quelle d'impurità. Satana suscita nella fantasia mille immagini libidinose, fino a congestionare il sangue in testa. Il piacere ha tale forza d'attrazione per l'uomo che tutto gli fa sacrificare e tutto dimenticare: denaro, sa­lute, paradiso, inferno. La tentazione giunge a portare l'orgasmo nel corpo ed il martirio nel cuore. Per questo, dice Tertulliano, è più grande vivere colla castità che morire per la castità.

E poiché il merito è in proporzione a ciò che si sacrifica, ben po­che altre cose nella vita e ben poche altre circostanze ci fanno acqui­stare tanti meriti quanti la tentazione vinta.

Se tutto noi facessimo o sacrificassimo per un piacere, vincendo una tentazione abbiamo il merito di quanto avremmo sacrificato o più ancora.

La vittoria di una tentazione è un vero atto d'eroismo. Il seguito di simili atti eroici forma le stelle più belle del Corpo Mistico.

Se vedessimo i meriti acquistati colla vittoria delle più violente tentazioni vorremmo essere sempre così tentati.

D'altro lato non è neppur prudente voler ciò, per il pericolo di ca­dere nelle tentazioni e di perderci. Nelle tentazioni è come nelle pri­me linee di combattimento: o si diventa eroi o si cede; si oscilla tra l'ignominia e la gloria. La caduta è come un uragano che lascia nei campi distruzione e morte: rovina tutto quanto pazientemente si era piantato e costruito per anni.

« Nostra virtù che dì legger s'adombra, non spermentar con l'antico avversaro, ma libera da lui che sì la sprona » (Dante Alighieri).

a) Caduta. - Si cade nella tentazione quando c'è piena avvertenza e deliberato consenso. La piena avvertenza manca nel dormiveglia e nelle distrazioni; il consenso manca quando la volontà non si com­piace e non approva.

Ad es.: se assisto ad un delitto, non pecco vedendo l'atto dell'uc­cisione, ma solo se la mia volontà ne prova piacere o approva o vor­rebbe pigliar parte.

Per peccare non basta neppure il piacere o risentimento che può provare il corpo, ma si richiede il compiacimento esplicito e l'appro­vazione della volontà. Nessuno può peccare in stato di incoscienza o di distrazione o senza accorgersi. Per peccare bisogna farlo apposta. Quindi il dispiacere che si prova in fondo alla coscienza durante le tentazioni, il rifiuto di passare all'atto peccaminoso quando facil­mente lo si potrebbe fare, il ricorso sia pure momentaneo a Dio o al­la Madonna durante la tentazione sono argomenti comprovanti la resistenza alla tentazione stessa.

b) Mezzi per vincere le tentazioni. - La grazia è un tesoro inestima­bile che ci viene continuamente e tenacemente insidiato. Siamo co­me un viandante che va con un grosso diamante per una zona infe­stata da briganti; o come un vaso di vetro è costretto a viaggiare tra vasi di ferro. Umanamente sembra impossibile giungere alla meta incolumi; ma ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Gesù ci dà i mezzi per non cadere mai nelle tentazioni: « Vigilate e pregate ».

 

l. Vigilanza

« Fratelli, siate sobrii e vigilate perché il vostro avversario, il dia­volo come un leone ruggente gira intorno cercando chi divorare » (1 Petr. 5,8). Per non farlo entrare dobbiamo vigilare sulle aperture del­la nostra anima:

Sugli occhi, evitando sguardi impuri o immodesti sugli altri e su noi stessi; evitando di fissare persone d'altro sesso, fotografie, spet­tacoli, stampe immorali. Molte cose non fanno impressione subito, ma s'imprimono nel subcosciente e immancabilmente la faranno in seguito. Coloro che non badano a questo, perché si sentono supe­riori e sicuri di sé, infallibilmente, prima o dopo, cadranno.

Sulle orecchie, evitando sempre di ascoltare cattivi discorsi. Sull'odorato evitando gli odori provocanti all'impurità.

Sulla gola, evitando quelle qualità o quantità di cibi o, di bevande che dispongono alla libidine.

Sul tatto, evitando di accarezzare il corpo nostro o degli altri, sia pure di bambini, particolarmente quando sorgono nel nostro corpo delle commozioni; evitando a letto delle posizioni sensuali; curando la pulizia della persona. Il mezzo prossimo di tutte le impurità è il tatto e niente quanto il tatto deve essere vigilato. Bada che le tue ma­ni siano sempre pure ed elevate a Dio nel senso più stretto della pa­rola, quando sei più tentato.

Sui pensieri. Appena ti accorgi di un cattivo pensiero, scaccialo; pensa un'altra cosa più onesta. Per distrarsi è bene cambiare di posizione: se hai gli occhi chiusi, aprili; se aperti, chiudili o guarda altro; se sei a letto, alzati; se alla finestra, rientra; se seduto, passeggia; pensa a cose d'interesse o da ridere o da piangere; dici qualche pre­ghiera; soprattutto canta che ti passa. Niente quanto il canto serve a sbaragliare le fantasie importune.

Sugli affetti. Niente come l'amore salva; niente come l'amore per­de. Quando un amore naturale sorge nel nostro cuore ed esso è ri­cambiato da persona d'altro sesso comincia in noi una lotta cruenta, che infallibilmente si concluderà colla nostra caduta. Sarà un mira­colo poterlo stroncare in tempo. L'amore è un fuoco che brucia qua­lunque tempra di uomo o di donna. Quando uno sguardo ci ferisce bisogna fuggire lontano, pregare e dimenticare. Ripetendosi quegli sguardi si ripetono le ferite finché si cede all'amore e si cade. C'è un amore più forte ancora dell'amore umano, un amore che non fa ma­le, che anzi fa del bene a tutti: è l'amore soprannaturale. Ma esso, quando è con persone di sesso diverso, è un liquore troppo forte che ai piccoli fa sempre male e molto spesso anche ai grandi. I giovani non debbono coltivare amicizie spirituali con persone d'altro sesso, perché non possono controllare o dirigere la formidabile potenza dell'amore.

 

2. Preghiera

Gli accorgimenti suddetti valgono molto, ma non sono sufficien­ti per vincere sempre. La stessa volontà e forza di usare tali accorgi­menti non viene da noi, ma da Dio. Per vincere sempre bisogna sempre pregare. Si prega:

a) Colla frequenza ai sacramenti. È impossibile vincere sempre le tentazioni senza la confessione e comunione frequente. La confes­sione è un freno, la comunione una forza. È necessaria la comunio­ne almeno settimanale.

b) Col ricorso a Dio e alla Vergine SS. nelle preghiere giornaliere, particolarmente nella tentazione stessa. Basta allora un pensiero a Dio, una giaculatoria, un'Ave Maria.

Nessuno ricorrendo alla SS. Vergine nella tentazione è caduto. La Vergine SS. è la nemica naturale del diavolo.

c) Coltivare i più alti ideali per la gloria di Dio. La vita spirituale di molti cristiani si riduce ad una continua difesa dalle tentazioni.

Niente è più gravoso od antipatico. Il cristianesimo non è una sem­plice grigia lotta contro il nostro diavolo, ma contro tutti i diavoli dell'inferno scatenati per abbattere la Chiesa e dannare le anime; è soprattutto l'edificazione del Corpo Mistico di Cristo, cioè della su­prema bellezza creata e creabile; è la formazione, mediante l'amore e le virtù cristiane, della nostra più grande fortuna.

 

3. Le lagrime di Dio

« Aveva una vigna in un poggio pingue; la cinse e la rimondò dal­le pietre; e la piantò di scelte viti. Fabbricò, in mezzo, la torre e co­struì il torchio. E aspettò che facesse uva e fece spine » (Is. 5,2). Co­sì il profeta Isaia grida piangendo con Dio e per Dio.

Aveva preparata una sorte tanto bella per gli uomini Dio nel Para­diso terrestre: luci di primavera, fiori e frutti meravigliosi, gioventù eterna.

Ha preparato il Disegno di un meraviglioso edificio vivente le cui pietre fortunate debbono essere gli uomini: il Corpo Mistico.

Ha preparato per ciascun uomo una sorte nel Paradiso infinita­mente più bella di quella del Paradiso terrestre.

Con infinite cure ha circondato l'umanità intera e ciascun uomo in particolare perché nascesse, si sviluppasse e fruttificasse per rag­giungere il suo fine; la innaffiò finanche col suo sangue, e aspettò che questa vigna facesse uva, ma essa fece spine.

Una voce va ripetendo all'uomo come Satana nel Paradiso terre­stre:

« Mangiate di questo frutto; vi si apriranno gli occhi. Sarete come Dio; conoscerete il bene od il male » (Gen. 3,4).

E l'uomo ascoltando questa voce si fabbrica i suoi dommi sull'ir­razionale e sull'assurdo: crede che gl'interessi di Dio siano diversi da quelli suoi; pensa che Dio sia contro di lui e cerca il suo bene fuori di Dio e contro Dio.

Tutta la storia umana si riduce alla tenacia di Dio nel rincorrere l'umanità per salvarla e alla pertinacia dell'umanità nel correre verso la perdizione; alla cura diuturna di Dio per rimettere sempre l'uma­nità in sesto offrendole sempre nuove possibilità di salvezza; e al­l'assiduità dell'umanità nel mandarle tutte a monte; alla tenacia di Dio nel voler guidare l'uomo con infinite cure alla salvezza e al suo massimo bene; e alla pertinacia dell'uomo nel ri­fiutare tutte le ancore di salvezza e tutte le possibilità di bene; alla tenacia di Dio nel voler riuscire al suo Disegno nascosto e al­la pertinacia dell'umanità nel volerlo distruggere.

Infine Dio è più forte e vince dopo aver mille volte ripigliato il suo piano: il suo edificio di volta in volta riesce più meraviglioso, ma in­numerevoli uomini ne restano schiacciati e innumerevoli altri per sempre minorati: sono i dannati e i santi falliti. Su di loro piange Gesù.

Piange su quest'umanità ebbra di errori e di piaceri; come un gior­no pianse su Gerusalemme prevedendone la prossima e orribile ro­vina.

« Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati. Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi fi­gliuoli, come la gallina i suoi pulcini sotto le ali e tu non hai voluto » (Lc. 13,34).

L’uomo può vantarsi di esser riuscito a far piangere Dio, l'Infinito. Tanto è stato amato da lui.

Le lagrime di Dio sono per quanti ridono beffardamente del suo amore, dei suoi sforzi e del suo sacrificio per loro; per quanti, disprezzando il suo sangue e la sua grazia, vanno a precipitare all'estrema rovina; e sono ogni anno milioni e milioni; per quanti, trascurando i suoi richiami e i suoi doni, realizzano solo un decimo, un centesimo, un millesimo o meno della gloria che egli aveva preparato per loro: o predicano, celebrano, si comunicano senza frutto; o lavorano, si affaticano, si distruggono senza amore; o soffrono, piangono, muoiono senza grazia.

Noi siamo la delusione di Dio.

Egli ci voleva grandi, noi vogliamo restare mediocri; egli ci voleva vicini al suo cuore, noi vogliamo restare lontano, dietro la porta del Paradiso, preoccupati solo di arrivare a varcarla; egli, come un buon padre di famiglia, ci voleva riusciti, fortunati, principi del cielo; noi, come i figli scioperati, vogliamo restare in mezzo alla strada, nella miseria e forse anche nel vizio.

Gesù ripete a noi il monito dato alla Samaritana: « Se conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti parla! » (10. 4,10).

Se conoscessi il dono che ti sta facendo chiamandoti alla santità. Quanti ideali, ispirazioni, dolori, occasioni di mortificazioni, di cari­tà, di apostolato, ecc. Noi tutto frustriamo ostinatamente, per non scomodarci. Quando morendo ci presenteremo dinanzi a Dio, ve­dremo la gloria e la felicità che ora è stata preparata per noi; vedre­mo quanto era facile raggiungerla e come Dio aveva predisposto ac­curatamente tutto per darcene amplissima possibilità e piangeremo di rammarico. Ma sarà troppo tardi.

Oggi però ancora non è troppo tardi.

 

SECONDA ETA’

Caratteristiche

In questa seconda età si ama Dio per sé stesso e per noi. Lo si ama, cioè, per essere felici, ma felici in lui. Questo desiderio della no­stra felicità non solo non è immorale, ma neppure è imperfetto e egoista.

Così non è egoista, anzi è un ottimo sposo, colui che ama la spo­sa, cerca di non dispiacerla mai, le è fedele e vuole essere felice con lei. Sarebbe cattivo se la offendesse; sarebbe egoista se pensasse solo a sé, ai suoi piaceri e divertimenti, senza curarsi dei desideri e delle sofferenze della sposa.

In questa seconda età comincia l'amore perfetto verso Dio; si co­mincia a cercare decisamente di piacergli, di dargli gloria e a deside­rare il Paradiso per quello che veramente è, cioè l'amore ed il godi­mento eterno di Dio e del Corpo Mistico di Gesù.

 

I. UMILTA’: NASCONDIMENTO

Volendo crescere nella perfezione è necessario progredire nella ve­rità, ossia nella conoscenza di noi. Si comincia ora a capire che noi siamo proprio nulla, anzi peggio del nulla, perché il nulla non pecca e noi pecchiamo.

Ci andiamo accorgendo quanto siamo deboli, quanto facilmente cadiamo in peccati veniali, quanta propensione abbiamo per il pec­cato mortale: andiamo sempre più scorgendo in noi rigurgiti di sen­sualità, tentazioni, irritazioni, insincerità, disobbedienza e insipienze di comando, mancanze di carità, di retta intenzione, superbia, indif­ferenza alla gloria di Dio e al bene del prossimo, ecc.

Molte volte sono vere mancanze, ma il più spesso sono moti: in ogni caso ci fanno constatare quale abisso di miseria noi siamo e ci fanno sinceramente dispiacere quando altri manifestano un più alto concetto di noi.

Con ragione De Mestre disse: « Il cuore di un galantuomo è un abisso di mostruosità ».

Cominciamo parimenti a conoscere meglio le nostre buone quali­tà: desiderio di bene, onestà e amore verso Dio e il prossimo, ripu­gnanza al male, ecc.; ci accorgiamo però quanto esse dipendano da naturale inclinazione, buona educazione ricevuta, ambiente frequen­tato, ispirazione, ecc.

Questo riconoscimento della miseria nostra e di tutte le cose umane di contro all'unica realtà dell'essenza di Dio e dei valori so­prannaturali genera in noi:

a) Basso, cioè giusto concetto dello stato nostro. - Sarebbe un'insigne stoltezza insuperbirci. Infatti perché insuperbirci? Per i nostri pecca­ti? Per le nostre virtù? E che meraviglia c'è se ne abbiamo qualcuna, dopo che siamo stati innestati in Gesù! La meraviglia sarebbe che l'innesto non facesse frutto. Allora sarebbe tagliato, come il fico ste­rile, e gettato nel fuoco.

Invece di fermarci a considerare le nostre virtù, piccole, difettose e misere rispetto a quelle dei santi, dobbiamo preferire di considerare la nostra miseria. « Chi crede di stare in piedi, ci avverte S. Paolo, ve­da di non cadere » (1 Cor. 10,12).

Non c'è peccato che fa un uomo, che non possa fare un altro uo­mo. Chi presume delle sue forze è prossimo a cadere come S. Pietro. L'umiltà scongiura i pericoli. Infatti Dio preserva dalle cadute coloro che a lui ricorrono per essere preservati.

b) Ripugnanza a riflettere su di noi perché il bene che andiamo fa­cendo è da Dio. È quanto mai pericoloso riflettere sul filo del nostro discorso, sulla bontà di una nostra preghiera e azione e contempo­raneamente compiacercene. Simile sguardo ci fa venire le vertigini, ci toglie il sostegno di Dio e ci fa affondare come S. Pietro sulle acque.

c) Rettitudine d'intenzione. - Non c'è cosa più stolta che pregare, far opere di carità, di penitenza e d'apostolato per farsi ammirare; non si ha nulla dagli uomini, né da Dio.

Almeno gli stolti che fanno altri peccati hanno qualche cosa: i lus­suriosi hanno i piaceri della carne, i golosi quelli del palato, gli ava­ri hanno i denari, ecc. I superbi, invece, non hanno nulla, proprio nulla; parole di lode che si perdono al vento, sguardi sterili di am­mirazione, ricordo che svanisce subito. Quand'anche si lascia un nome celebre a che vale?

Che se ne fanno le anime di Cicerone, di Omero, di Virgilio, di Ta­cito del ricordo degli studenti? Che se ne fanno le anime di Augusto, di Dante, di Goethe delle loro statue?

Il sapiente fa tutto per Dio che tutto vede e di tutto ricompenserà. Lo stolto fa le cose per gli uomini e praticamente perde intera­mente energie e sacrifici di tutta una vita.

Se, pregando e facendo un'opera buona, ti sopraggiunge un pen­siero di vanità e di superbia scacciale subito e rettifica l'intenzione, senza però tralasciare l'azione. « O Signore, è solo per te che faccio questo ».

d) Nascondimento. - Le anime, come le boccette delle essenze, mantengono il loro profumo solo se stanno chiuse. Il silenzio, il rac­coglimento, il nascondimento sono le doti principali di un'anima perfetta.

Qualche volta qualcuna di esse ci passa vicina o forse anche ci vi­ve vicina per lunghi anni senza accorgercene; ci accorgiamo di essa solo dopo che è morta. Tanti santi non vengono conosciuti neppur dopo la morte.

La maggior parte degli uomini, invece, strombazzano o almeno cantano in sordina il bene che fanno, come le galline dopo aver fat­to l'uovo; qualcuno allora porta via il merito.

Gesù ci avverte: « Guardatevi di fare la vostra elemosina al co­spetto degli uomini per essere da loro ammirati; altrimenti non avrete premio dal Padre mio che è nei cieli. Quando tu dunque fai l'elemosina non far suonare la tromba dinanzi a te, come fanno gl'i­pocriti nelle sinagoghe e nelle piazze per essere onorati dagli uomi­ni: in verità vi dico che essi hanno ricevuto la loro ricompensa. Ma quando tu fai l'elemosina la tua sinistra non sappia quello che fa la tua destra; affinché la tua elemosina si faccia in segreto ed il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando pregate non fate come gl'ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere vi­sti dagli uomini; in verità vi dico: hanno ricevuto la loro ricompen­sa.

Tu invece, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, prega il tuo Padre in segreto; e il Padre tuo che vede nel segre­to, ti ricompenserà.

E quando digiunate non fatevi tristi, come gl'ipocriti: essi si sfor­mano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano; in verità vi dico che essi hanno ricevuto la loro ricompensa.

Tu invece quando digiuni ungiti il capo e lavati la faccia affinché non apparisca agli uomini che digiuni, ma solo al Padre tuo che ve­de nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà » (Mt. 6).

 

II. IL TEMPO

Il tempo è il susseguirsi del prima e del poi, cioè il divenire delle creature. In esso si fabbrica il nostro essere. Ultimato l'essere, co­mincia l'eternità, ossia la stabilità o la vita piena del medesimo.

Come di ogni albero Dio crea il seme, e ne destina la qualità ed il massimo sviluppo, che raggiungerà in pieno solo se si trova nelle circostanze più favorevoli di terra, di umidità e di calore; così di ogni uomo Dio crea il seme, sia naturale che soprannaturale e contempo­raneamente ne destina la misura massima di sviluppo, di bellezza e di perfezione.

Tale sviluppo, bellezza e perfezione l'uomo poi raggiungerà sia in natura che nella soprannatura solo crescendo nelle circostanze più favorevoli.

Quando lo sviluppo si arresta in tutto o in parte l'uomo non rag­giunge tutta la sua perfezione; se la deficienza è molta egli resta mi­norato.

Il completo sviluppo naturale l'uomo lo raggiunge quando non è turbato da malattie o disgrazie o fatiche eccessive e si nutre sempre adeguatamente; il completo sviluppo soprannaturale lo raggiunge vivendo sempre in grazia di Dio e compiendo per tutta la vita tutto il bene possibile.

Dio dà all'uomo di buona volontà il tempo necessario per rag­giungere tutta la sua perfezione; non fa restare a metà per mancanza di tempo la perfezione di un santo.

Il tempo è il dono più prezioso di Dio; qualsiasi altro dono mate­riale, sia pure della terra intera e di tutti i piaceri possibili in terra, sarebbe nulla rispetto al dono del tempo.

Mentre infatti i doni materiali non aggiungono nulla al nostro es­sere e colla morte si debbono lasciare, il tempo invece ci dà la possi­bilità di divenire per tutta l'eternità più belli, più sensibili, più intel­ligenti e più potenti. Queste qualità ci renderanno più capaci di pos­sedere l'infinito Iddio ed il Corpo Mistico di Gesù, più amanti, più amati e più felici per l'eternità.

Se qualcuno ti offrisse un miliardo di lire o un minuto di tempo, tu senza la minima perplessità dovresti scegliere il minuto, perché il miliardo nulla aggiunge a te stesso e colla morte devi lasciarlo, men­tre nel minuto puoi accrescere sensibilmente te stesso con atti so­prannaturali.

Non c'è persona più stolta di colui che perde il tempo.

 

Il tempo e noi

Il tempo ci è dato per la formazione del nostro essere.

Possiamo crescere in su come l'albero, in giù come le radici o non crescere affatto e restare in letargo. Nel primo caso cresciamo verso il Paradiso, nel secondo verso l'inferno, nel terzo restiamo senza in­famia e senza lodo ma non sfuggiamo per questo alla condanna, co­me non la sfuggì il servo infedele che andò a nascondere il talento ricevuto invece di trafficarlo.

La crescita in su vien data dal buon uso del tempo, la crescita in giù dal mal uso del tempo, il letargo dallo spreco del tempo.

 

1) Spreco del tempo: letargo. - Il tempo si spreca tutte le volte che si vive in stato di peccato mortale perché allora non si guadagna meri­to da nessuna opera buona, e tutte le volte che non si dirige a Dio la propria attività.

I santi desiderano un altro minuto di vita terrestre per accrescere la gloria di Dio e la loro felicità; i dannati desiderano un minuto di tempo per potersi pentire e salvare; gli stolti sprecano giorni, mesi ed anni in mille cose inutili: costoro sono come dei miserabili che muoiono di fame inseguendo tutto il giorno delle farfalle, mentre vanno continuamente calpestando diamanti.

Quando non si vive e non si opera per Iddio il tempo è perduto.

Molti vivono soprannaturalmente solo alcune ore al giorno - il tem­po della Messa e delle altre preghiere -; moltissimi altri solo cinque minuti al giorno - il tempo di qualche preghierina mattina e sera -, moltissimi ancora niente addirittura. Sommando il tempo vissuto soprannaturalmente tanti, dopo una lunga vita si trovano ad esser vissuti solo alcuni anni, altri alcuni mesi, altri alcuni giorni, altri qualche ora, l'ora della morte in cui si sono convertiti.

Quanto più si è vissuti soprannaturalmente tanto più ci si è svi­luppati e tanto più si sarà felici. La maggior parte degli uomini han­no in cielo la felicità dei bimbi.

 

2) Cattivo uso del tempo: crescita a rovescio. - Ci sono al mondo de­gli sventurati la cui crescita è solo crescita di malanni e di dolori. Possiamo dire che crescono a rovescio: il loro occhio va diventando sempre più sensibile ed insofferente alla luce, il loro stomaco sempre più irritabile, i loro organi sempre più dolenti, i loro nervi sempre più tormentosi, fino al punto che la loro vita diventa un inferno. A costoro assomigliano i peccatori che vivono sempre peccando: ad ogni peccato si accresce la loro sensibi­lità e la loro capacità fisica e psichica di soffrire, e la loro vita si ridu­ce ad una continua crescita a rovescio, verso l'inferno e verso un'e­ternità sempre più tormentata.

Iddio, che premia ogni nuovo atto soprannaturale castiga ogni nuovo peccato con un aumento di tormenti eterni e deve per forza far così perché è giustizia infinita.

 

3) Buon uso del tempo: crescita. - La felicità e l'infelicità eterna in­nanzi tutto stanno in noi, nella nostra costituzione, come nella vita naturale la salute e la malattia, la serenità e la disperazione.

È questo il motivo per cui, pur operando nello stesso luogo, l'ange­lo è beato, il demonio è tormentato; l'uno gode delle creature, l'altro ne soffre, l'uno sperimenta la bellezza di Dio, l'altro la sua giustizia.

La felicità sorgerà dalla nostra armonia e perfezione, l'infelicità dalla nostra disarmonia ed imperfezione.

L'unica cosa che importa e per cui siamo al mondo è di crescere in su, cioè in perfezione.

Vivi sempre in grazia; impiega sempre bene il tuo tempo; fa sem­pre qualche cosa: prega, lavora e leggi. I ritagli di tempo impiegali in giaculatorie e nella recita di Ave Maria.

Mai il demonio ti trovi ozioso. Invece che riposare nell'ozio, ripo­sa cambiando occupazione: dopo un lavoro mentale, un lavoro ma­teriale e viceversa; dopo un lavoro impegnativo, un lavoro molto leggero.

Accorcia le visite e le chiacchiere, elimina le letture inutili.

 

III. Preghiera

In questa seconda età si comincia ad avere il desiderio di Dio. Non si vuol più condurre una vita vuota, dispersa e caotica.

Il tempo diventa tutto un cammino verso Dio, cioè un'elevazione a Dio.

Non spinge più alla preghiera solo il bisogno, ma anche il deside­rio vero di riposare in Dio-Amore.

I divertimenti mondani cominciano a perdere la loro attrattiva; comincia a piacere il raccoglimento, la permanenza in Chiesa dinan­zi al SS. Sacramento, la meditazione, la lettura spirituale, le giacula­torie.

Dopo visite inutili, spettacoli e divertimenti ci si sente vuoti, scon­tenti e ci si vuole immergere nella preghiera e nella meditazione per rinfrancare l'anima. Si cerca seriamente di non perdere il tempo. Si ha vero orrore del peccato. Se per disgrazia si cade in peccato mor­tale lo si piange a lungo amaramente come S. Pietro; si bada diligen­temente ad evitare il peccato veniale un po' per timore del purgato­rio, un po' per reale desiderio di non offendere minimamente Dio.

Si vogliono compiere puntualmente tutti i propri doveri verso Dio; si bada ad adorarlo come si deve, a ringraziarlo, a lodarlo, ad amarlo sopra ogni cosa, a pregarlo per i bisogni nostri e della Chie­sa.

Si stabilisce una regola di vita e si divide la giornata in una parte consacrata interamente a Dio ed in un'altra dedicata al compimento dei propri doveri.

 

1. Pratiche di pietà della seconda età

a) Preghiera del mattino. Appena sveglio dirigi a Gesù i tuoi primi atti d'amore; quindi ringrazia il Signore della buona notte e del nuo­vo giorno; offri te stesso e le cose tue al Cuor di Gesù e a Maria SS. recitando una formula adatta; ottima quella dell'apostolato della preghiera.

b) Meditazione. Falla giornalmente. La tua meditazione sia un'in­troduzione alla preghiera, un mezzo per raccoglierti e per estirpare i tuoi difetti. Quanto sia importante a tal fine la meditazione lo dice S. Alfonso: « Comunione e peccato possono stare insieme, meditazio­ne e peccato no ».

c) Messa. Non lasciare nessun giorno la S. Messa e comunione. Nella Messa unisciti al sacrificio e alla missione di Gesù. La Messa sia il principio del tuo sacrificio quotidiano.

d) Rosario. Recitane ogni giorno almeno cinque poste, possibil­mente tutte le 20.

e) Vita Eucaristica. Gesù ha voluto fissare in permanenza la sua di­mora fra gli uomini nel Tabernacolo. Ivi si trova ad attendere alla sua missione redentrice sino alla fine del mondo.

Se vuoi trovarlo non lo cercare nel passato dei tempi; non inter­rogare le strade e le città della Terra Santa; non lo cercare nel sepol­cro come le pie donne. Non cercare un vivente tra i morti. Gesù è ri­sorto, non è li; ti aspetta nel Tabernacolo.

1) La gioia di Gesù è di stare assieme a coloro che ama. La sua delizia è di stare coi figli degli uomini. Gli uomini sono la sua gioia ed il suo tormento, come la sposa per lo sposo, secondo la loro fe­deltà o infedeltà, la loro salute o infermità spirituale.

Egli guarda te in particolare e ti segue dovunque vai; per lui non ci sono distanze, né muri. Egli pensa sempre a te e vuole che tu pure pensi a lui.

Quando ti vede delicato di coscienza, ai suoi occhi sei veramente bello ed affascinante. Quando dalla casa, dal lavoro, dalla strada vol­gi a lui il pensiero e lo sguardo; quando ti sbrighi presto dalle tue faccende per andare a lui e te ne stai presso di lui a pregarlo, o solo a guardarlo con amore, egli è felice; egli ti guarda con infinito amo­re ed è tutto tuo.

Gesù ormai non può stare senza di noi; è come una donna la quale finché non ha figli sta contenta senza di essi, ma quando li ha avuti non può stare più senza di essi.

Quando tu gli stai vicino gli fai dimenticare le pene inflittegli dai peccatori. Un tuo atto d'amore ripara mille bestemmie, come egli ha rivelato a Suor Consolata Betrone.

Un cuore acceso d'amore consola e ripara Gesù per un'intera par­rocchia indifferente. Quando sei libero, quando non ti resta altro da fare per salvare la tua parrocchia ed il tuo popolo, dopo aver tutto tentato invano, va' a gettarti ai piedi del Tabernacolo ed ivi, pregan­do e piangendo, trascorri il resto dei tuoi giorni.

2) La gioia di Gesù è di poter far del bene a coloro che ama. Che cosa desidera e a che cosa attende Gesù nel Tabernacolo?

Al compimento della tua perfezione. Quanto più gli stai vicino, tanto più egli ha tempo di lavorarti.

Per questo egli è restato nel tabernacolo esponendosi all'abban­dono, all'ingratitudine, ai sacrilegi, all'universale indifferenza e irri­verenza per essere a noi luce, conforto, calore.

Quando la tua anima è oppressa da dolori, da disastri familiari, da disinganni non stare a lamentarti cogli amici, a gemere o a impreca­re contro gli uomini o contro la tua mala sorte: ma va' a raccontare tutto a Gesù e ad offrirgli le tue pene, perché le metta nel calice del­le pene sue e dell'umanità e le offra al Padre in sacrificio di lode e d'espiazione.

Quando la tua anima è assalita dalla tempesta: tentazioni d'impu­rità, di incredulità, di disperazione, va' a gettarti ai piedi di Gesù, co­me S. Pietro nella barca che stava affondando, e gridagli che ti salvi; infallibilmente Gesù allora si alzerà e calmerà la tempesta.

Come nell'acqua torbida, in un recipiente, il fango e la polvere pian piano precipitano, e l'acqua diventa chiara; così, quando ci mettiamo a lungo avanti Gesù Eucaristico, ogni fango ed ogni tur­bamento precipitano e l'anima ritorna serena.

Non ci può essere tempo migliore, dopo quello della sofferenza, del tempo passato presso il Tabernacolo. Lo insegnò Gesù stesso quando Marta si lamentò perché Maria se ne stava ai suoi piedi: « Marta, Marta, sei molto indaffarata e ti affatichi in troppe cose; Ma­ria ha scelto la miglior parte » (Lc. 10,4).

Come gli animali generalmente pigliano il colore della terra o dei vegetali sui quali vivono (es.: grilli, farfalle, afidi), così gli uomini pi­gliano le qualità di ciò di cui vivono: gli avari diventano duri come l'oro, i lussuriosi sensuali ed egoisti come gli animali, gli amanti di Gesù euricaristico diventano dolci e delicati come Gesù.

Per questo i santi stanno a lungo davanti al tabernacolo: le ore li­bere dalle occupazioni e spesso le notti intere. Tanti santi avevano quasi il domicilio in Chiesa.

f) Lettura spirituale. La lettura spirituale ha una capitale importan­za nella seconda età: essa è il mezzo ordinario di cui Dio si serve per comunicare le sue ispirazioni. La maggior parte dei santi hanno ri­cevuto lo stimolo alla conversione e alla perseveranza nel fervore dalle buone letture.

Iddio ha voluto l'invenzione della stampa per la formazione dei suoi santi e per la diffusione del suo regno.

Bisogna però che i libri siano ben fatti perché facciano profitto. Tante opere ascetiche o agiografiche sciatte, prive di contenuto, mirabolanti o ampollose sono controproducenti: fanno venire la noia della buona lettura e della stessa vita spirituale.

Non c'è peggio che affidare una buona causa a un cattivo avvoca­to.

Ho spesso incontrato delle persone indisposte o prevenute contro la stampa cattolica e contro le cose spirituali per aver conosciuto la nostra peggiore stampa. Bisogna scegliere i libri buoni per sostanza e per forma. I libri più efficaci sono le vite dei santi, perché niente trascina quanto l'esempio; ma è pure necessario avere un bagaglio ascettico.

g) Preghiere della sera. Sono la cristiana conclusione della giornata. Non debbono essere rimandate al sonno; meglio anticiparle anche di un'ora.

Fa' quindi l'esame di coscienza, chiedi perdono del mal fatto. Andando a letto seguita a pregare anche solo mentalmente, finché ti addormenti e tutta la notte ti sarà computata come una preghiera.

h) Lavoro. Le occupazioni variano, ma l'intenzione deve essere sempre la stessa: tutto per amor di Dio.

Durante la rivoluzione francese, un prete aveva l'abitudine di dir sempre: « Per il buon Dio », sia confessando, sia andando dagli am­malati, sia mangiando, ecc. Scoperto e portato alla ghigliottina, gli fu chiesto dal boia se avesse qualcosa da dire. Il buon prete disse le ul­time parole: « Anche questo per il buon Dio ». E fu decapitato.

Così scorra la tua vita.

Durante il lavoro, specialmente se è materiale, ripeti sempre delle giaculatorie. La tua giornata diventi una preghiera continua.

E quando verrà l'ora della tua morte ripeti per l'ultima volta: « Anche questa, o Signore, per amor tuo ».

i) Confessione. Spesso il tenore della vita spirituale dipende dal confessore, almeno quando non c'è un direttore spirituale santo. Molti abbandonano la vita spirituale o ne perdono i meriti per avere un confessore privo di vita interiore: quelli che il demonio ed il mondo non hanno potuto perdere, spesso vengono perduti da un confessore troppo umano. Chiedi a Dio un confessore santo e dotto, o almeno un direttore spirituale dal quale di tanto in tanto possa pi­gliare una buona direzione.

Vi son pochi santi perché vi sono pochi santi confessori e diretto­ri spirituali. Una delle opere più grandi e più efficaci per la gloria di Dio è la direzione delle anime; chi ne ha la possibilità non può fare cosa più grande nella sua vita che divenire un direttore spirituale.

La confessione va fatta ogni otto giorni o almeno ogni quindici. Nell'esame preventivo alla confessione bisogna evitare due ecces­si: di non pensare a niente o di pensar troppo.

È necessario fare un esame di coscienza, ma non è necessario far­lo a lungo, nella vana ricerca di peccati che non esistono. Bastano per l'esame pochi minuti; se nulla affiora è segno che la grazia di Dio è stata più forte della nostra miseria e ci ha preservato da cadu­te.

Invece allora di crucciarsi per non saper trovare nulla di male, bi­sogna dar gloria a Dio della grazia che ci ha usata e pregarlo di vo­ler continuare ad assisterci.

Una donna che si tormentava l'anima a pensar sempre i suoi pec­cati passati, i possibili non detti, le eventuali circostanze taciute e ri­faceva sempre le sue confessioni, un giorno, finita la sua intermina­bile accusa si sentì dire dal confessore: « Ancora c'è qualche cosa ».

« No, rispose la donna, credo non ci sia nulla ».

« Sì, rispose il confessore, c'è ancora qualche cosa: c'è la tua man­canza di fiducia nella mia misericordia che mi offende sopra ogni al­tra cosa ».

E scomparve. Era Gesù.

Non si deve sempre rivangare il passato, specie dopo avere fatta la confessione generale. La confessione deve essere breve e semplice. Gesù vuole il pentimento ed il proposito di non ricadere.

l) Confessione spirituale. Per confessione spirituale s'intende l'esa­me di coscienza e l'accusa fatta a Dio stesso con cuore contrito, do­mandandogli perdono e promettendogli sinceramente di non voler ricadere. Tale confessione si deve fare ogni sera durante le preghiere della sera; ma è bene farla diverse volte al giorno, impiegando anche solo qualche minuto. È il mezzo per tenerci sempre sotto controllo, per riparare immediatamente le cadute fatte e non restare una sola ora in stato di tiepidezza. È un mezzo anche per evitare eventuali al­tre cadute sia perché così i propositi son sempre freschi, sia perché un esame non deve finire senza uno sguardo preventivo sulle possi­bili future cadute allo scopo di evitarle.

m) Raccoglimento. Raccogliere significa raccattare, e riunire ciò che è disperso. E’ bene raccogliere le cose proprie: i frutti del proprio giardino, le carte del proprio ufficio, i membri della propria famiglia ecc. Ma quello che soprattutto importa è raccogliere se stesso.

Purtroppo la vita ci sottopone ad una continua dispersione. Disperdiamo energia nel lavoro, intelligenza negli affari, amore nelle creature.

Da mane a sera non facciamo che disperdere frammenti del no­stro corpo e della nostra anima, parti del nostro io. Spesso non ne possiamo più di questa continua dispersione e, malgrado l'impegno che richiedono le nostre attività, viviamo intimamente scontenti.

Né contenti possiamo essere perché non siamo contenuti in noi, non siamo interi in noi, né interi col nostro Amore, ma ne siamo fuori e lontani in parte o in tutto.

Quando la dispersione è grande avvertiamo un grande senso di stanchezza e di vuoto. Una cosa sola allora è necessaria: raccoglier­si, cioè ritirare il proprio corpo e le proprie energie dalle attività, i propri pensieri dalle cose terrene, il proprio cuore dalle creature e ri­entrare interi, soli in luogo deserto (nella solitudine della Chiesa o della casa o della campagna), ove nessuno pigli o distragga qualche parte di noi.

Bisogna ritirarsi innanzi a Dio, ché altrimenti il senso di stanchez­za o di scontento aumenta e ci getta violentemente o nella dispera­zione, o nuovamente nel vortice dell'attività, del peccato, del vuoto.

Bisogna rientrare soli, senza farci accompagnare da nessuna crea­tura, da nessuna preoccupazione. Bisogna dimenticare tutto e met­terci interamente dinanzi a Dio, meditando e pregando, come un ac­cumulatore scarico a contatto dell'energia elettrica per essere ricari­cato.

Allora tutta l'anima colle sue facoltà sarà in noi, Iddio la riempirà interamente e in noi si ristabilirà la pienezza della vita e della gioia.

Quanto tempo bisogna stare in tale ritiro? Tutto il tempo che è ne­cessario per reintegrarci e ripigliare pieno possesso di noi e di Dio; tutto il tempo necessario, quindi, per rivedere dove e perché aveva­mo lasciati brandelli di anima e di cuore, quando e perché non sia­mo stati interi colla nostra volontà, ma abbiamo peccato e trasgredi­to i propositi; tutto il tempo necessario per saziare l'anima nostra di Dio, per ripigliare la fiducia in Dio, la sicurezza di noi, la pace piena. Il consuntivo del bene e del male, i propositi e la confessione con­cludono il ritiro.

A questo raccoglimento è necessario dedicare qualche tempo al giorno, qualche giorno al mese, qualche mese all'anno, anche con ritorni alla vita per i nostri più stretti doveri. È questo il passeggio e la villeggiatura dell'uomo di Dio.

Tutte le altre attività passano in secondo ordine, perché nessuno può sostituire la gloria che dobbiamo a Dio, la vita che dobbiamo a noi, come nessuno può sostituirci nei pasti e nel sonno.

Il ritiro bisogna che produca un raccoglimento non solo momen­taneo, ma permanente. Bisogna quindi uscire padroni dei propri pensieri e della propria volontà. Bisogna sublimare da ogni cosa il proprio pensiero e da ogni creatura il proprio cuore a Dio.

Bisogna conservare sempre il freno alla lingua, il controllo alle azioni, imbrigliandosi il meno possibile nelle cure mondane, parlan­do il meno possibile delle cose vane, non scattando mai né dinanzi all'offesa, né dinanzi all'ingiustizia, né dinanzi alla seduzione.

Bisogna essere interi dove si opera, come i saggi, come gli Angeli, come Dio stesso.

 

IV Obbedienza

Nella seconda età il desiderio di far sempre la volontà di Dio spin­ge a sacrificare a Dio completamente la propria volontà così da vive­re sempre di obbedienza.

Non c'è cosa più cara della propria libertà e non c'è cosa più me­ritoria del sacrificio di essa. Tre sono le libertà principali:

libertà di volere, libertà di godere, libertà di disporre.

Si sacrificano tali libertà con i voti di povertà, castità ed obbedien­za.

Non è completo il nostro sacrificio a Dio senza questi tre voti o, per lo meno, senza l'osservanza di essi se anche non vengano fatti. Per questo i cristiani fervorosi li fanno nella seconda età.

1) Non viene soppressa, ma perfezionata l'osservanza dei doveri ge­nerali cioè dei dieci comandamenti, dei cinque precetti e dei doveri del proprio stato.

Il prete diventa più zelante per le anime, più attento nell'ammini­strazione dei sacramenti e nella celebrazione della Messa;

la suora di carità più caritatevole nella cura degli ammalati;

l'impiegato più coscienzioso e più laborioso;

l'uomo di legge più giusto; ecc.

Si vanno ricercando più attentamente i propri difetti per correg­gerli.

Non ci si offende verso chi ce li fa rilevare, anzi si è loro grati.

S. Giovanni Berchmans pregava insistentemente i suoi compagni a fargli rilevare i suoi difetti e prometteva molte preghiere a chi glie­ne avesse fatto notare qualcuno.

Non spinge più il timore del peccato mortale e dei castighi di Dio, ma il desiderio di non volere minimamente offendere Dio.

2) Si sceglie lo stato più perfetto, cioè duello religioso. Il cristiano fer­voroso cerca, se gli è possibile, di entrare in un ordine o in un Istitu­to religioso.

Se non gli è più possibile e si convince di poter fare bene nella so­cietà restando nello stato secolare, si fa un programma preciso di vi­ta cristiana ed emette privatamente i voti, sforzandosi quindi di vi­verli almeno nello spirito.

3) Ci si adatta allo stato già scelto o impostoci. Quando non siamo più padroni del nostro destino, o per non poter più ritornare sui no­stri passi o perché su di noi c'è una volontà superiore che non ci rende liberi di far quel che vogliamo, non resta che cercare la nostra santificazione nello stato in cui ci troviamo.

Satana ci vuol far perdere la perfezione possibile a noi, suggeren­doci ideali grandiosi e impossibili, circostanze irreali (se fossi lì o in quello stato, ecc.) e progetti ipotetici.

Bada a perfezionarti nello stato in cui ti trovi; con quei parenti forse irritabili o insopportabili, con quello stato di salute che non ti permette di fare quell'apostolato o quelle penitenze che vorresti fare e forse non te ne permette affatto, con quella povertà che non ti per­mette di fare grandi iniziative.

Quando ti sarà possibile fare di più farai di più; quando ti sarà possibile scegliere stato e circostanze migliori le sceglierai.

Quando non ti è possibile fare altro, almeno per il momento, è in­dice che Dio vuole che tu compia il tuo lavoro in quello stato e in quelle circostanze.

Salute, incomprensioni, maltrattamenti, strettezze, occupazioni sono da Dio disposti per la nostra santificazione.

4) Si cerca di far bene ciò che si fa. L'imperativo dei santi è: « Fa' be­ne quel che fai ». A tal fine bisogna applicare:

a) L’attenzione materiale. Chi fa male le sue azioni non può offrirle a Dio.

La sua offerta in tal caso sarebbe simile a quella di Caino che, in­vece della benevolenza attirò la maledizione di Dio.

b) L'attenzione spirituale, facendo tutto per amor di Dio.

Lavora non per il denaro, la comparsa o altro, ma per Iddio; stu­dia non per la promozione, per il diploma, ma per Iddio; mangia non per il gusto, ma per Iddio; riposa per lo stesso motivo, ecc.

Poche volte abbiamo nella vita occasione di fare grandi cose, ma abbiamo sempre l'opportunità di farne delle piccole. L'arte non sta nel far cose piccole o grandi, ma nel farle bene. La bravura o l'impe­rizia possono spiccare sia nelle cose grandi, che nelle piccole, sia nel fare un palazzo che nel fare una miniatura. I rozzi badano alla mole, i civili all'arte.

Dio che è il sommo artista ed il sommo giudice d'arte non bada alle mansioni da noi occupate sulla terra, né alla mole delle opere da noi fatte, ma alla perfezione con cui le abbiamo fatte.

In una vita fatta di piccole cose (per es.: lavori di casa, impiego, catechismo, cura d'anime) ci può essere la stessa perfezione che nel fare grandi opere, grandi predicazioni o nel governare una diocesi o tutta la Chiesa.

Il più oscuro operaio del Signore può avere la gloria del più gran­de Papa e più ancora, se ama e serve meglio il Signore. Questa è la verità più consolante della fede.

Se c'è una condizione di privilegio è quella di soffrire di più, di stancarsi di più nel lavoro, di amare di più. Come Iddio ha impiega­to e fatto risplendere tutta la sua sapienza e potenza nelle stelle; co­me negli atomi, nel baobab come nel fiorellino, nell'elefante come nel moscerino; così noi dobbiamo impiegare tutta la nostra diligen­za ed il nostro amore nel fare qualunque cosa, sicché tutto da noi proceda perfetto.

 

1. Pazíenza

La pazienza è quella virtù morale che induce la volontà ad accet­tare quanto dispiace alla natura.

Pazienza viene da patire. Senza disposizione a patire non v'è pa­zienza.

La pazienza è proporzionata alla quantità delle sofferenze.

« È una virtù »; e quindi atto di forza, di violenza. Si credono forti quanti scattano dinanzi all'insulto e alle contrarietà; sono invece de­boli, come i bimbi che strillano appena li pungono. Forti sono solo quelli che si dominano e si frenano.

« È una virtù morale ». Risiede quindi nella volontà illuminata dall'intelligenza. Per essere pazienti bisogna avere coscienza del do­lore, dell'ingiustizia, dell'insulto, del male. Non è quindi paziente chi non ha ragione, come l'animale, o chi non ne ha l'uso, come chi è piccolo e stupido e pazzo e chi non capisce e non avverte e dorme.

« Che induce la volontà ad accettare quanto le dispiace ».

Tutto quello che dispiace è l'oggetto della pazienza, mentre tutto quello che piace è oggetto della temperanza.

Tanti dicono che sarebbero buoni, pazienti, giusti se nessuno li in­sultasse né li provocasse, se non capitassero loro cose stolte, se non dovessero vedere e patire delle ingiustizie.

Fanno ridere. Essi non sono né buoni, né pazienti, né giusti; né potranno mai esserlo.

La bontà consiste nel vincere il male col bene, non nel farsi vince­re dal male; la pazienza consiste precisamente nel sopportare le co­se stolte; la giustizia consiste non nel non vedere e non patire delle ingiustizie, ma nel non farle.

Infinite son le cose che ci dispiacciono:

a) I peccati nostri e degli altri. Dobbiamo odiarli, ma sopportarli. Dobbiamo evitarli sempre e farli evitare; ma quando abbiamo avuto la sventura di commetterli dobbiamo chinare il capo, rassegnarci al­la nostra miseria, umiliarci e, dopo aver chiesto perdono e aiuto al Signore, ricominciare da capo la nostra ascesi, una, cento, mille vol­te. La prima pazienza è con noi stessi. S. Francesco di Sales diceva: « Anch'io ho i miei difetti, ma non faccio mai pace con essi ».

E quando altri li hanno commessi o hanno semplicemente com­messo degli sbagli e dei danni materiali non dobbiamo scattare con aspri rimproveri o, peggio, con delle sfuriate, col pretesto di voler correggere; in realtà noi sfogheremmo la nostra bile e non otterrem­mo nessun bene.

b) Le ingiustizie. Le ingiustizie sono i mali che non meritiamo: una precedenza di altri, una falsa interpretazione di una nostra azione, una mormorazione, una calunnia, un insulto, una percossa, ecc.

La maggior parte degli uomini rispondono a tono all'ingiustizia, reagiscono scattando e ricambiando, stimmatizzano nelle conversa­zioni i malefici, ecc. hanno diritto a far questo: la risposta non è in­giuria; ma, facendo così, decadono dal campo soprannaturale in quello naturale e spesso si mettono allo stesso livello di quelli che operano l'ingiustizia.

I santi non reagiscono. « A chi ti percuote in una guancia, ha det­to Gesù, porgi l'altra guancia » (Lc. 6,29).

Un esempio mirabile di pazienza lo diede S. Filippo Neri nel sop­portare le persone moleste. Officiò, il santo, per molto tempo una Chiesa i cui sacristi erano due aguzzini: non erano mai pronti, non erano mai utili; spesso, appena uscita Messa spegnevano le candele dell'altare o pigliavano il messale e scappavano via lasciando il san­to in asso, spessissimo ancora lo insultavano villanamente. Il santo non volle mai licenziarli per avere occasione di esercitare la pazien­za. Un giorno mentre uno di essi maltrattava il santo, l'altro, giunto di buon umore, fu preso da tanta indignazione contro il collega che lo assalì e se lo mise sotto i piedi per strozzarlo; e lo avrebbe finito se il paziente santo non glielo avesse tolto di sotto.

c) I dolori. I dolori sono il maggior banco di prova della pazienza. Aveva Dio, per provare la fedeltà di Giobbe, acconsentito a Sata­na di fare a lui tutto il male che avesse voluto. E Satana in un giorno distrusse tutta la fortuna di Giobbe: gl'incendiò gl'immensi granai e le case, gli fece depredare l'innumerevole bestiame e le ricchezze, gli fece ammazzare tutti i dieci figli. E Giobbe restò fedele a Dio e al­l'annunzio di ogni nuova sventura ripeté: « Il Signore ha dato, il Si­gnore ha tolto; come piacque al Signore così è avvenuto. Sia bene­detto il nome del Signore » (Job. 1,20).

Dio allora lodò Giobbe, ma Satana rispose: « Pelle per pelle! Tut­to ciò che ha l'uomo lo dà in cambio della sua vita! Tu invece prova a stendere la tua mano e a toccarlo nelle ossa e nella carne e allora vedrai che egli in faccia ti benedirà » (cioè ti maledirà) (Job. 2,4).

E Giobbe fu colpito dalla lebbra; ma restò ancora fedele a Dio, dando così la prova suprema della sua pazienza e del suo amore a Dio.

Alle volte l'anima nostra si carica per intero per le ingiustizie, per le provocazioni, per i dolori acuti e ininterrotti, e tende a scoppiare e a scaricarsi come fa una nube temporalesca coi fulmini; e basta allo­ra una scintilla per farla esplodere, e scintille ne vengono tante e ci si contiene sino alla fine: questo è l'eroismo della pazienza.

Allora la forza della nostra anima è immensamente superiore a quella del tuono e del fulmine, allora ci si avvicina alla santità.

La pazienza è il segno e la prova della perfezione raggiunta. Un giorno fu chiesto a S. Tommaso: « Da dove si conosce la perfezione di un cristiano? » « Dalla pazienza », rispose il santo. Poca pazienza, poca perfezione; molta pazienza, molta perfezione. Non ci son nervi che tengano. I nervi li abbiamo tutti: mentre i fervorosi li dominano, i mediocri si fanno da essi dominare; così come i deboli si fanno tra­scinare dal cavallo, i forti lo frenano.

 

2. Purezza

La purezza è un fiore che deve fiorire in ogni età della vita spiri­tuale. Tuttavia nella seconda età essa è molto più smagliante e pro­fumata: è frutto di maggiore vigilanza, di maggiore generosità e di maggiore delicatezza.

a) Maggiore vigilanza. Quand'anche fossimo giunti fino alle soglie del Paradiso, resta nel corpo e nel cuore nostro un'attrazione al pia­cere e all'amore umano che in qualunque momento di distrazione ci farebbe precipitare nel peccato. Ho visto cadere vecchi sulla soglia della morte: chi si mette nel pericolo in esso cade; il cristiano fervo­roso vigila perché il suo cuore non si attacchi naturalmente a nessu­na creatura, controlla i suoi affetti perché siano tutti santi, tronca ogni occasione di peccato, e di perdita della Grazia e dell'Amicizia di Dio.

b) Maggiore generosità. Questa si manifesta col voto di castità, che è la maggior prova di amore. Mentre infatti nel fidanzamento si pre­ferisce una persona ad un'altra, col voto di castità le si sacrificano tutte per Uno che resterà sempre invisibile.

Nella vita comune esiste e vien praticato da tanti un voto di casti­tà matrimoniale che, pur essendo molto meno meritorio di quello di castità perfetta, ha tuttavia anch'esso la sua perfezione.

c) Maggiore delicatezza. Questa si manifesta:

1) Nel parlare, mai triviale, leggero o equivoco. Non si fanno, né si vogliono sentire discorsi cattivi, allusioni o parole volgari. Non si ri­de, né si sorride alle banali barzellette. Non bisogna vergognarsi di arrossire dinanzi al male.

2) Nel guardare, sempre modesto per le strade, nei locali pubblici ed anche su sé stesso. II nostro occhio non deve essere mai sensua­le: vi si deve leggere sempre la purezza. Il nostro volto deve essere sempre pudico e modesto. Tutta la nostra persona deve essere il profumo di Cristo.

3) Nel comportamento sempre serio, mai sbarazzino, per quanto senza malizia.

Nel trattare col prossimo bisogna essere sempre riservati, gentili e gravi. Tale gravità deve spiccare sempre.

Un domestico di S. Francesco di Sales narra di aver spiato a lun­go dalla serratura il santo nella sua cella, e di averlo visto sempre colla stessa gravità che aveva in società e sempre composto come se fosse osservato da qualcuno.

 

V Carità

In questa 2a età, l'amore al prossimo cresce come un albero rigo­glioso.

Si comincia a sentire l'amore a tutto quanto c'è sulla faccia della terra, ad eccezione che al peccato, a somiglianza di Dio che nulla odia di quanto ha creato.

Bisogna vedere in ciascuna persona al di là della sua scorza, il più delle volte inappetente o addirittura repellente, ciò che interiormen­te è o potrà divenire, a somiglianza di Dio che ama gli uomini, qua­si sempre in peccato, non per quello che sono, ma per quello che potranno divenire.

Bisogna amare tutti, compatire e aiutare tutti, pregare per tutti, spegnendo ogni antipatia. Nessuno deve essere morto nel cuore no­stro; altri potranno essere nostri nemici, ma noi non dobbiamo es­sere nemici a nessuno.

Un bisogno potente di soccorrere tutti ci deve spingere: « La cari­tà di Cristo ci spinge » (2 Cor. 5,14).

Bisogna che di tutti ci interessiamo, o personalmente o per mezzo della S. Vincenzo: di poveri, di ammalati, di orfani, di carcerati, di disoccupati, ecc., avendo sempre per massima di fare da noi, senza importunare altri, tutto quello che è possibile fare.

L'ideale della carità è di entrare in una congregazione religiosa di carità o di apostolato e di farne le opere pur restando nel secolo. In questa 2a età la carità va prendendo il suo pieno sviluppo e giunge alla vigilia della maturazione, che verrà poi nella 3a età.

 

VI. Zelo

Mentre il regno di Dio è impegnato in un sanguinoso combatti­mento contro il regno di Satana, e Cristo, coperto ancora delle sue cinque ferite, marcia in testa al suo esercito fedele, svegliando i son­nolenti ed invitando tutti alla lotta; mentre si va profilando sempre più certa, vicina e grandiosa la vittoria universale e finale del regno di Dio; mentre le anime, mietute da Satana, vanno precipitando in gran numero all'inferno, il cristiano generoso sente vergogna dell'i­nutilità della sua vita, si sente affascinato dal più bello ideale del mondo, quello dell'apostolato, e si vota a Cristo.

Come si può sopportare di vedere il Santissimo, il bellissimo, il buonissimo divino Maestro trascurato, profanato, ingiuriato, perse­guitato?

Come non fremere vedendo il trionfo della bassezza, della bestia­lità, della perfidia, dell'ingiustizia, del dolore, del male?

Come ci si può divertire dinanzi a dei condannati a morte? Come si può camminare e dormire in pace quando, vicino a noi, altri camminano verso l'inferno e dormono sul ciglio di esso? Come si possono spendere soldi inutilmente quando essi potreb­bero servire per tante opere di bene: Missioni, Clero indigeno, Voca­zioni ecclesiastiche, poveri, buona stampa, opere parrocchiali?

Gli uomini scherzano colla morte eterna. Raccontano, scrivono romanzi e storielle o li girano in film, simili a un comico che riuni­sce e diverte uno stuolo di condannati a morte, ignari del loro desti­no.

Il cristiano fervoroso la rompe con questa farsa e con tutte le con­venzioni e presenta ai peccatori, senza tanti preamboli, la loro brut­tissima situazione per salvarli. Per lui non esiste l'arte per l'arte, l'in­dustria per l'industria, il divertimento per il divertimento ma tutto è un mezzo per l'apostolato; egli non ha pace e non dà pace; si placa solo nella preghiera, nell'azione e nel sacrificio.

a) Preghiera. Il cristiano fervoroso prega quotidianamente per la Chiesa universale. Non perde tempo, perché sa che esso è prezioso e gli può servire a salvare tante anime. Nelle sue labbra e nel suo cuo­re c'è sempre l'atto incessante d'amore e l'anelito all'avvento di Ge­sù: « Vieni, Signore Gesù! »

b) Sacrificio. Crescendo l'amore alle anime, cresce il desiderio del sacrificio. Pian piano la vita del cristiano fervoroso comincia a dive­nire una Via Crucis: sono malattie, ostacoli d'ogni genere nelle ope­re, persecuzioni. Quando la croce di Dio è più leggera il fervoroso l'appesantisce con penitenze, mortificazioni, lavori sfibranti.

c) Azione. L’operaio del Signore confida in lui e lo prega per l'av­vento del suo regno come se tutto dipendesse da lui; però progetta e lavora come se tutto dipendesse solo da sé. Dio non fa quello che l'uomo può fare e non opera finché può operare l'uomo. Quando poi l'uomo non può far più nulla egli interviene.

L'operaio non sta a sperare e ad aspettare che faccia Iddio, ma fa subito quanto può fare da sé. Quando ha fatto tutto ciò che poteva, ha il diritto di sperare e di pregare che Iddio faccia il resto; non prima.

L'operaio non se ne sta mai colle mani in mano: il suo zelo è mol­teplice: una ne fa e cento ne pensa. Non si limita a un genere e a un campo di lavoro, sia una parrocchia, un paese o una provincia, arri­va fin dove può arrivare; s'interessa di tutto ciò di cui può interes­sarsi, badando però a portare a termine le cose iniziate, senza la­sciarle a metà. Quando molte cose possono abbracciarsi tanto me­glio; quando ciò non è possibile, bisogna contentarsi di farne poche pur di completarle.

Solo allora l'operaio è contento la sera: quando vede che ha lavo­rato tutto il giorno per il regno di Dio e ne è stanco.

Per i grandi c'è l'apostolato di linea; per i piccoli c'è l'apostolato spicciolo: campagna del precetto pasquale, diffusione dei 9 venerdì, dei 5 sabati, della buona stampa, catechismo, conferenze, ecc.

 

VII. Tiepidezza

La tiepidezza è lo stato di peccato veniale, lo stato, cioè, in cui si commettono volontariamente delle mancanze leggere contro la vo­lontà di Dio, quali per es.: impazienze, menzogne senza grave dan­no, attacchi leggeri disordinati, leggere disubbidienze, mancanze di carità, ecc.

Come lo stato di disgrazia e di peccato mortale è dato da uno o più peccati mortali commessi e non distrutti colla contrizione e col­la confessione; così lo stato di tiepidezza o di peccato veniale è dato da uno o più peccati veniali commessi e non distrutti colla contri­zione, cioè col sincero dolore di avere offeso Dio.

Non è quindi tiepido chi in un momento di fragilità o di inconsi­derazione commette un peccato veniale e poi subito se ne pente; ma chi:

a) volontariamente e con certa frequenza (una o più volte la setti­mana) cade in peccati veniali.

b) non si convince della malizia di tali peccati e non se ne pente sinceramente.

c) non si decide seriamente, neppure in confessione, di non com­metterne più e non si sforza di evitarli.

1) Verso Dio. Il peccato veniale è un'offesa leggera fatta a Dio, dis­ubbidendo alla sua legge in materia leggera. Si dice leggera non in quanto offendere Dio sia qualche volta cosa leggera; ma in quanto il peccato veniale non tende a distruggere il disegno di Dio sul mondo e su noi, bensì a ridurlo, a rallentarlo.

Dio colla sua sapienza e potenza infinita raggiungerà i suoi fini pienamente nel Corpo Mistico, nonostante la nostra tiepidezza, ma noi resteremo eternamente minorati.

Dio si indispone fortemente contro il tiepido. Il tiepido non ha una mala volontà contro Dio, ma ha una mala buona volontà: vuol servire Dio, ma senza tanto scomodarsi. È come il servitore che ser­ve, ma fa tutto sbadatamente; come l'operaio che lavora, ma fa tutto male; come l'amico che favorisce, ma non a tempo e a luogo. Dio fa al tiepido una minaccia terribile: « O fossi almeno caldo o freddo! Ma poiché sei tiepido e non sei né caldo, né freddo ti comincerò a vomitare dalla mia bocca » (AP. 3,15).

2) Verso Gesù. La tiepidezza è la causa dell'amarezza più grande di Gesù; come egli stesso rivelò a S. Margherita Alacoque:

« Ma quello che più mi affligge è l'indifferenza di coloro che si di­cono miei amici ».

Come un uomo ingiuriato e maltrattato dai suoi nemici, Gesù vorrebbe trovare tra i suoi cari sollecitudine, cure, affetto ed invece trova presso i tiepidi trascuratezza e sgarbatezza.

Una scortesia ed una parola pungente di una persona cara ci af­fligge sempre più di una ferita fattaci da un nemico.

3) Verso noi. La tiepidezza è una malattia: non ci toglie la vita so­prannaturale, ma ce ne toglie il fiotto e la bellezza.

La bellezza del tiepido si guasta, come quella dell'ammalato, fino, nelle forme più gravi, a perdersi. Il tiepido non piace a nessuno: né a Dio, né agli uomini, né a sé stesso. Il tiepido perde, come l'ammala­to, il gusto di tutto: della preghiera, della comunione, della mortifi­cazione, del dovere. Non avendo il sostegno di un grande amore e di un grande ideale egli sente, per contrappasso, il bisogno degli sva­ghi, del successo, degli affetti umani; esce quanto più può da sé per occuparsi di attività esterne; cerca l'apostolato rumoroso e dal facile successo; coltiva, con sacrificio di tempo ed anche con pericolo, le amicizie.

Il tiepido perde il frutto della sua donazione a Dio; è come chi ha il tenia: per quanto mangi, si mantiene sempre magro e debole; è come un giardino colpito dalla cocciniglia; il contadino lo ha pianta­to, zappato, concimato, irrigato, ma il male rovina il raccolto. Non è secco e non viene tagliato, ma finché resta in quello stato fa pochi e mali frutti di vita eterna.

Il tiepido ha le virtù cristiane: le ha acquistate con sacrificio, ma le ha attaccate dal male:

la preghiera attaccata da distrazioni più o meno volontarie; la carità dalla superbia e dalla sgarbatezza; lo zelo dall'ambizione, dalla cocciutaggine, dall'incostanza; l'ubbidienza dalla trascuratezza e dalla lentezza; la purezza dagli attacchi disordinati.

I frutti di tale albero non vanno a conto: Dio li rigetta.

Non v'è niente di più infelice del tiepido: realmente si è donato a Dio e non ha i piaceri di questo mondo, né i frutti del suo sacrificio; Satana glieli va piluccando mentre egli li porta al Re dei re, come i corvi, nel sogno, al compagno di Giuseppe.

La tiepidezza dispone al peccato mortale e quindi alla dannazio­ne.

Salvandosi, il tiepido, pur non essendosi sposato, non avrà il pre­mio speciale dei vergini; pur avendo fatto apostolato, non avrà il premio speciale degli apostoli; pur avendo fatto carità non avrà il premio speciale dei caritatevoli; pur avendo rinunziato alla volontà propria o alle ricchezze, non avrà il premio speciale dei religiosi, ecc.

È brutto aver fatto una vita sacrificata, come quella delle anime consacrate, e poi riuscire a malapena solo a salvarsi.

Satana è riuscito a fare ai tiepidi il più brutto dei tiri: non fa per­dere loro la vocazione, ma li fa sacrificare inutilmente, sicché non abbiano niente in terra e niente di speciale in cielo.

Chi si è consacrato a Dio niente deve temere di più quanto la tie­pidezza, cioè quanto le ricadute volontarie nei peccati veniali e nei difetti. Meglio qualunque rimprovero, qualunque danno, qualunque mala comparsa che una menzogna, un'impazienza, una disubbi­dienza.

4) Verso il prossimo. La tiepidezza rende inefficace e controprodu­cente la nostra azione sul prossimo e rallenta i nostri legami con es­so.

Il cristianesimo presentato dai tiepidi è poco attivo e poco simpa­tico: non ha alcun elemento di presa o mordente sugli altri.

Il tiepido ha ben poco calore e ben poca grazia da spartire; è am­malato, debole, povero e non può agire, né produrre dei beni, né di­viderli.

Il suo cristianesimo non è una convinzione, ma una tradizione; non è un impegno, ma un adattamento; è un misto di cerimonie noiose e di doveri monotoni e deprimenti; è un superfluo che l'uo­mo moderno intento al pratico, alla semplicità ed all'economia, scarta come un barocchismo spirituale. Un corpo privato dell'anima diviene un cadavere; a questo si riduce il cristianesimo del tiepido.

Il breviario, il rosario e le altre preghiere nel tiepido diventano uno stupido convenzionalismo simile alle preghiere dei mulinelli in­dù.

Il cristianesimo che attrae è il cristianesimo puro; quello dei cri­stiani integrali, siano preti o uomini di stato, scienziati o operai; è il cristianesimo eroico dei pionieri della sociologia cattolica, delle fer­vorose suore di carità, degli zelanti missionari, dei santi.

2. Rimedio alla tiepidezza

Il rimedio alla tiepidezza è la contrizione, cioè il pentimento dei propri peccati perché sono offesa a Dio.

Come non si esce dallo stato di disgrazia neppure colla confessio­ne se non si detestano i peccati mortali e non si propone seriamen­te di evitarli; così non si esce dallo stato di tiepidezza neppure colla confessione se non si detestano sinceramente i peccati veniali e non si propone seriamente di evitarli. Il cristiano fervoroso evita sempre il peccato veniale ed i difetti volontari. Se vi cade se ne pente subito; non vive mai in pace con essi, ma sempre li combatte. La caduta è per lui sorgente di rammarico per l'offesa fatta a Dio ed è sprone a diventare più raccolto e più virtuoso per riparare il male fatto.

 

VIII. Frutto della 2° età: la pace

La pace è la tranquillità dell'ordine. L’ordine infatti conserva la vi­ta, il disordine la distrugge.

Quando la vita del corpo è in pericolo sorge l'allarme: il dolore. Quando tutto è in regola, tutto è tranquillo: allora gli organi non si sentono neppure funzionare.

Volersi allarmare quando non esiste nessun pericolo né in noi, né fuor di noi è una stupidaggine. Conservare permanentemente tale paura ingiustificata è segno di pazzia.

Il buon cristiano non può, né deve aver paura e preoccupazione alcuna quando in lui tutto è in regola ed egli tende sinceramente a Dio.

Volersi in tale stato mantenere inquieto è indice di poca intelli­genza o di squilibrio. L’allarme può venire solo dal peccato; ma il cristiano fervoroso non vuol commetterlo e se ne pente se lo ha commesso.

Deve essere senza pace solo chi vuol ancora peccare e vuol man­tenersi nel peccato. Chi non ha questa volontà, di nulla deve turbarsi:

a) Non del passato. Al male fatto e al bene non fatto non c'è più ri­medio. Solo si può e si deve chiedere perdono a Dio e riparare con un fervore maggiore. Piangere i morti son lagrime perse; l'unica co­sa da fare è di guardare l'avvenire.

b) Né del presente. Invece di piagnucolare per i nostri peccati e di­fetti ripariamo subito, raccogliendoci nella preghiera e servendo più fedelmente Dio. Invece di piagnucolare per i nostri dolori e le nostre afflizioni offriamoli generosamente al Signore, pensando che essi più tardi non ci saranno più e resterà la gloria data a Dio, il bene fat­to alle anime e l'aumento di gloria eterna procurate a noi.

Invece di piagnucolare per la nostra dappocaggine, decidiamo di essere più generosi nel sacrificio, più pronti alle divine ispirazioni, più fedeli al dovere, più raccolti. Gesù disse a Suor Consolata: « In­vece di perder tempo pensando tutte le tue mancanze e piagnuco­lando sulla tua miseria, fa' un atto d'amore che tutte le ripari! ».

c) Né dell'avvenire.

1) Non per i bisogni materiali, perché Dio che pensa ai gigli dei campi o agli uccelli dell'aria, maggiormente pense­rà a noi, suoi figliuoli.

2) Non per le prove spirituali e per i dolori futuri, perché Dio non permetterà che siamo provati più di quanto potremo sopportare; lo ha promesso espressamente e sarà fedele alle promesse (I Cor. 10.13).

3) Non per la previsione di non poter raggiungere quella santità e quella gloria eterna sperata. Sarà per noi quello che Dio vorrà. Cer­chiamo di far sempre meglio e, per il resto, « In la sua voluntade è nostra pace ».

 

TERZA ETA'

I. L'ERA DELLA SAPIENZA

La terza età spirituale è l'età della sapienza. In questa età:

1) Cadono le illusioni:

a) L'illusione della bellezza. - Prima si cercava ancora la bellezza propria e si cercava pure quella del prossimo. In questa età la luce interna è molto più intensa di quella esterna. Non si bada più alla propria figura, al proprio effetto sugli altri, alla stima e al giudizio degli altri: son cose troppo piccole.

Non si perdono gli occhi sulla bellezza di uomini e donne perché si è convinti della loro precarietà e vanità. Si cerca solo di aumentare la bellezza eterna nostra e del prossimo per meglio glorificare e com­piacere Dio e far meglio risplendere e glorificare il Corpo Mistico.

b) L'illusione degli ideali. - Nella gioventù si sono avuti grandi idea­li e non è stato un male perché l'ideale è la molla delle azioni; ma il più delle volte si trattava di ideali imprecisi, infondati, irrealizzabili e spesso megalomani.

In questa età gli ideali si riducono alle proporzioni attuabili, si concretizzano sulle cose possibili, pigliano una forma e un program­ma preciso, si cessa di battere all'aria e di fare i Don Chisciotte, ci si chiede e ci s'impegna a fondo nel proprio dovere e ci si dirige risolu­tamente a mete determinate, riservando il resto all'efficacia della preghiera e del sacrificio.

c) L'illusione della gloria. - La gloria è l'illusione dell'infanzia e di coloro che restano bambini.

Chi non ha capacità di conquistarla se ne accorge e ride della sua ingenuità; chi ha la capacità di conquistarla non aspira ad essa: è già troppo grande.

Conseguentemente in questa età non attira e non muove più la gloria; si vuole molto di più: si vuole l'essere, non l'apparenza.

c) L'illusione del successo. – L’uomo è troppo prigioniero della ma­teria; troppo miope e troppo abituato a misurare il valore di una persona dal suo successo; i mondani dal successo mondano, i catto­lici dal successo apostolico.

Nella terza età si è ormai abituati a non guardare il successo; si comprende come il successo reale di un uomo non è sempre quello che appare.

Le grandi opere umane degli ingegneri, dei politici, degli artisti, ecc. sono bolle di sapone; ed anche nella Chiesa sono bolle di sapo­ne l'entusiasmo suscitato e le grandi opere compiute da persone pri­ve di vita cristiana intensa: riviste, convegni, giornali, collegi, ecc.

Troppi lavorano per superbia, per gelosia, per convenienza, ecc., e perdono la propria vita per nulla.

L’insuccesso dei fervorosi e, specialmente dei santi, è solo appa­rente: essi hanno salvato vicino e lontano tante anime, hanno sana­to tante situazioni familiari ed anche nazionali. Il loro grande suc­cesso sarà rivelato solo nel giudizio.

Dio non premia secondo il successo, ma secondo la fatica e la ret­ta intenzione.

d) L'illusione della grandezza. - In questa età si vede chiaro come troppe cose influiscono sul successo di un uomo, indipendentemen­te dal suo valore: la sua nascita, l'ambiente, la situazione politica na­zionale, gl'interessi economici e politici, l'incontro con quel giornali­sta, con quel mecenate, ecc.

La grandezza di un uomo è il risultato di molti elementi, mancan­do il minimo dei quali, quell'uomo sarebbe rimasto confuso nella massa dei mediocri. In tutto questo, quindi, l'uomo non ha merito: è Dio che gli affida quella missione.

Il merito dell'uomo sta nella sua corrispondenza al piano divino, nella grandezza del suo lavoro e nella quantità dei sacrifici che ab­braccia e deve sopportare per la gloria di Dio.

Ma nel mondo della natura non possiamo parlare di meriti e neppu­re, quindi, di vera grandezza. La grandezza umana è una commedia.

2) Cessano i peccati. - Il sapiente va diritto alla meta: la realizza­zione piena del suo essere, l'immersione nell'essenza di Dio e la Co­munione dei Santi.

I beni terreni non lo attraggono o per lo meno non lo spingono mai all'azione; egli vuole solo il possesso di Dio, infinita bellezza, e la comunione psico-fisica con tutti gli esseri veramente belli usciti dalle mani di Dio. Niente lo fa deviare; nessuna maschera lo attrae.

Per lui non esiste la tentazione di tornare indietro; una sola tenta­zione può veramente sconvolgerlo: quella della fede.

Il suo dilemma è chiaro:

« O è vera la fede cattolica o non è vera.

Se non è vera, tutto in me è sbagliato ed è sbagliato pure nel cam­po della morale e del dovere. Se è vera tutto in me è giusto. E poiché è vera, l'unica cosa logica al mondo è andare fino in fondo nella lu­ce della fede, cioè santificarsi. Gli unici sapienti sono i santi ».

Come il matematico non sbaglia, il musico non stona, così il sa­piente non pecca. Ogni uomo può essere bravo solo sotto un aspet­to: bravo come letterato, come artista, come organizzatore; bravo cioè per qualche accidente che colla morte si lascia. Bravo nella so­stanza, bravo cioè e perfetto come uomo c'è solo il santo.

Ogni peccato è una stoltezza; la è per il principiante perché gli to­glie la vita soprannaturale e lo espone all'inferno; la è molto di più per il cristiano perfetto perché gli distrugge quanto ha con fatica in lungo tempo costruito; al suo confronto sarebbe insignificante la stoltezza di chi avesse costruito un transatlantico o un grattacielo e poi, per capriccio, lo distruggesse. Il sapiente si sente come inchio­dato al muro: non può peccare. La tentazione generalmente non lo turba e addirittura non lo tocca.

Ogni tanto però la natura si risveglia e le tentazioni e le passioni lo mettono in agitazione; ma egli resiste e, pur nel parossismo, sta rivolto a Dio perché non cada.

3) Si arriva alla maturazione della perfezione. - Un solo desiderio ha il sapiente: « Desidero morire ed essere con Cristo ». A tal fine egli tende con tutte le sue energie a portare le sue virtù fino alla perfe­zione ed a consumare il suo sacrificio. Il sapiente:

a) Sceglie la vocazione, la professione, le occupazioni, i programmi che meglio lo fanno sviluppare soprannaturalmente. Non si fa diri­gere in tale scelta né da ragionamenti e valutazioni umani, né da passioni, né dal sentimento, ma unicamente dalla ragione.

b) Ama le creature che lo portano alla meta; scarta quelle che lo fan­no deviare: in tanto le ama in quanto lo aiutano al fine, in tanto le scarta in quanto lo distraggono. Con semplicità, ma con fermezza. Per creature si intende tutto ciò che è creato: denari, libri, cultura, professione, amici, persone, ecc.

c) Cammina sempre verso la meta. - Non fa passi inutili. Chi va in un luogo non si mette a fare ghiri-gori attorno alla strada, special­mente se ha il tempo misurato, ma cammina sempre avanti.

Il tempo lo abbiamo misurato, come pure le energie; ed è stolto perderne.

Il sapiente fa tutto per Dio e va a Dio in ogni azione. Non fa azio­ni che non possano dirigere a Dio; non fa niente di inutile, niente senza uno scopo, niente che non sia per il fine: né visite, né parole, né affari, né attività.

d) Mette tutto il suo impegno a sviluppare sino alla perfezione le virtù cristiane.

4) Si acquista la perfetta libertà. - La libertà è la possibilità di auto­determinarsi per il bene.

Mentre tutti gli esseri inferiori all'uomo si determinano al loro be­ne forzatamente, ossia ad esso vengono determinati necessariamen­te, solo l'uomo nel mondo cerca il suo bene spontaneamente.

Il libero arbitrio, invece, è la possibilità di scegliere fra due contra­ri, ossia di determinarsi al bene oppure no, e addirittura di determi­narsi al bene proprio e al proprio male.

Il libero arbitrio è un grave difetto perché il bene è uno solo: la possibilità di poter sbagliare è un gran difetto, come nello scrittore e nel pianista; la possibilità di potersi distruggere è la peggior qualità di un essere, come lo è per la nave la possibilità di affondare lungo il viaggio e per l'apparecchio la possibilità di poter da un momento al­l'altro precipitare durante il volo.

Infatti noi vogliamo l'essere; la possibilità di distruggerci è contro la nostra volontà. Lo scegliere la nostra distruzione è il più grave dei difetti. La si sceglie solo per cecità e per incoscienza.

Se noi fossimo veramente liberi di fare quello che vogliamo non ci distruggeremmo mai, né ci condanneremmo mai all'infelicità eterna. La vera libertà ce l'hanno solo i santi perché non peccano.

La libertà perfetta ce l'hanno gli eletti in cielo perché conoscendo e possedendo il bene non vogliono mai lasciarlo. Il peccato è preci­samente perdere il bene.

La libertà assoluta ce l'ha Dio. Egli è il Santissimo, l'Essere cioè le­gato, fondato, fermo stabilmente nella sua essenza, nelle sue perfe­zioni e nella sua felicità. Dio è l'Essere sovranamente libero; su Lui si fonda il nostro essere, la nostra libertà, la nostra santità e la nostra felicità.

In questa terza età spirituale si va scoprendo sempre più lumino­samente la verità, ci si va distaccando sempre più perfettamente da ogni minimo peccato e si va quindi sempre più acquistando la liber­tà. « La verità vi farà liberi », ha detto Gesù. Sapienza, libertà, santità si equivalgono; come pure, d'altro lato, ignoranza, peccato.

La tentazione interna, il tentennamento dinanzi al bene è un di­fetto.

La vittoria sulle tentazioni è una virtù negativa. La virtù non sta nel non fare il male, ma nel fare il bene; come la virtù del piani­sta non consiste nel non sbagliare, ma nel fare delle suonate bellis­sime.

Per questo Cristo, pur non potendo peccare, acquistò meriti infi­niti: perché si determinò volontariamente a compiere perfettissima­mente il Disegno di Dio.

Nella terza età si va acquistando la santità cioè la libertà piena; si va facendo tutto il bene che è possibile fare e si va così accrescendo e rafforzando il proprio essere solidificandolo in Dio.

5) Caratteristiche. - In questa 3a età della vita soprannaturale si co­mincia ad amare e servire Dio per se stesso, perché merita di essere amato e servito.

Si comincia a prescindere da sé. Non che sia possibile scindere la gloria di Dio dalla nostra felicità, perché solo allora sarà completa la gloria Dio, quando egli ci vedrà inscindibilmente uniti a sé nella glo­ria eterna; ma il cristiano, giunto a questa età, non pensa più tanto a sé, e vuole consumarsi in un sacrificio continuo per procurare a Dio la massima gloria, disposto anche a non averne ricompensa.

 

II. La prova suprema: Notte oscura.

A questo punto Dio, ormai sicuro del suo eletto che, d'altro can­to, assisterà colla sua speciale grazia, permette a Satana tutto ciò che vuole contro di lui.

Satana, conoscendo la tenerezza di Dio per il suo fedele ed il ruo­lo importante di questi nel Corpo Mistico di Cristo, chiama a rac­colta i suoi migliori collaboratori infernali e prepara il supremo as­salto.

La caduta di un eletto gli dà più soddisfazione che la perdizione di migliaia di anime, perché sottrae a Dio più gloria che la perdizione di queste.

Comincia per l'eletto la prova suprema che, nei fini di Dio, dovrà completamente purificare il suo amore, bruciare le ultime scorie dei suoi peccati passati e dare gli ultimi tocchi alla sua sovrana bellezza eterna.

La prova suprema è data da terribili tentazioni sulla purezza e sul­la fede.

« Guarda la felicità dell'amore umano: degli amori leciti e di quel­li illeciti: tutto è finito per te! E perché? Per un'altra vita che nessuno ha visto! E se questa non fosse vera? Se morendo ci si andasse a di­struggere nel nulla universale? Il nulla! » Questo pensiero fa paura: fissandolo ci si sente annichilire.

« Hai visto Gesù o un miracolo portentoso? E se Gesù era il vero Dio perché non si faceva conoscere e servire da tutti gli uomini? Quanti sono i cattolici? Appena un sesto di tutta l'umanità. E di que­sti, quanti i praticanti? Neppure un decimo. Quanti i votati come te? Un numero irrisorio.

Non è probabile che tu sia un pazzo insieme a questi pochi? È possibile che tutta l'umanità sia priva di buon senso? Non vedi co­me sono fatali il corso delle malattie individuali, familiari, sociali, il progresso della tecnica, delle dottrine economiche, sociali, morali ed immorali, le morti, le guerre, le carestie, le crisi?

Perché non tornare indietro, sia pure no nel peccato, ma nella vi­ta comune di miliardi di uomini? Perché perdere per sempre l'espe­rienza dell'amore umano? Ed ammessa un'altra vita, che vi troverai? Forse una felicità spirituale fantastica, come quella dei bei sogni!

Non è stoltezza lasciare i piaceri concreti ed inebrianti per inse­guire delle ombre? E poi, facendo la semplice vita dei buoni cristia­ni, non puoi ugualmente salvarti? Quanti fanno una vita piacevolis­sima nelle loro famiglie e poi avranno, se c'è, anche il Paradiso? E poi sei sicuro di salvarti? Non è detto che una cattiva morte cancel­la una buona vita? E se, con tutti questi sacrifici ti dannerai? E se è scritto che ti dovrai dannare?

D'altro canto quanti peccatori si convertono in ultimo e così si trovano bene in terra e bene in cielo! »

Questo e altre simili tentazioni assalgono spesso e con una vio­lenza inaudita il perfetto cristiano e lo mettono in uno stato di agi­tazione, angoscia ed agonia, in confronto al quale la morte è un sol­lievo.

La carne si ribella e reclama i suoi diritti, lo spirito si deprime ed arriva a sentirsi stritolato; sente l'oppressione del nulla e dell'infini­to. D'altro lato tutto è perduto: non c'è più la possibilità materiale e morale di rifarsi la vita in senso umano, perché ormai si è troppo in vista o si è già distrutta la vita e la salute per il servizio di Dio; que­sto che è il maggior titolo di onore e di merito dinanzi a Dio, costi­tuisce il maggior tormento nella tentazione.

Tutto allora comincia a disgustare e ad opprimere: la preghiera, la fede, Dio stesso ed il cielo.

Si affaccia l'idea di essere stato uno sventurato: si debbono fare sforzi erculei per incatenarsi ancora a Dio, dicendo:

« Mio Dio, io resto. Mio Dio, io credo, ti adoro, ti amo ». È l'ora dell'amore puro.

È incredibile il progresso che si fa nella perfezione ed i meriti che si acquistano con una sola di queste tentazioni superate. Un giorno di simili vittorie vale più di un anno di servizio fedele e tranquillo a Dio.

Spesso si aggiunge il tormento del dubbio d'avere acconsentito a queste tentazioni; anch'esso è permesso da Dio per la purificazione e per la formazione dei suoi santi. Infatti quel tormento per il timo­re dell'offesa a Dio è indice di un grande amore verso di Lui.

Senza uno speciale aiuto di Dio, qualunque uomo in simili tenta­zioni si perde; ma Dio aiuta sempre i suoi figli e non li fa cadere.

 

III. Umiltà: Annientamento

L'umiltà, finché è semplice riconoscimento della nostra pochezza e dei nostri peccati è una virtù negativa; ci immunizza dalla super­bia, cioè dal considerarci più di quello che siamo. Ma come virtù po­sitiva l'umiltà comincia colla seconda età, quando si comincia a sa­crificare quello che siamo, cercando il nascondimento.

La perfezione dell'umiltà si raggiunge nella 3a età:

1) Colla percezione chiara della propria debolezza. - Dio ci fa ora comprendere come potremmo da un momento all'altro cadere, co­me siamo capaci dei peccati più grossi e più luridi, come solo la sua grazia ci può preservare. Sorge quindi in noi la convinzione di esse­re gli ultimi peccatori. Pertanto non è necessario considerarci meno di quello che siamo: siamo il nulla.

Per essere umili non dobbiamo dichiararci colpevoli di peccati non fatti, né smentire il bene fatto: questa non sarebbe umiltà, ma bugia. L’umiltà è verità. A Dio la gloria di ogni bene; noi siamo solo capaci di male.

Questa comprensione, col procedere nella perfezione, si fa sempre più chiara e ci rende sempre più umili con Dio e cogli uomini.

2) Coll'annientamento del nostro essere in omaggio all'infinita perfezio­ne di Dio. - Gesù ci ha dato l'esempio più meraviglioso. « Egli an­nientò sé stesso, pigliando (coll'incarnazione) la forma di servo, fa­cendosi stimare un semplice uomo. Si umiliò e si fece ubbidiente fi­no alla morte. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome sopra ogni nome, affinché nel suo nome pieghino il ginocchio tutti gli es­seri terrestri, celesti ed infernali» (Ffipp. 2,7).

Egli occultò la sua bellezza suprema, rivelandola solo per alcuni istanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, perché la testimoniassero do­po la sua morte; quindi ne distrusse ogni traccia nella passione, fino a diventare l'obbrobrio degli uomini e l'abbiezione della plebe.

Occultò la sua maestà vivendo di elemosina e servendo gli apo­stoli.

Occultò la sua potenza non facendo nulla che giovasse a sé, non impedendo le macchinazioni dei suoi nemici e non fulminandoli; ri­velò solo ciò che era necessario per portare a termine la sua missio­ne.

Dietro Gesù tutti i santi hanno sentito il bisogno di nascondersi, di occultare le proprie doti e le proprie virtù e di annientare la pro­pria personalità.

La copia più fedele di Gesù è Maria SS. che, pur essendo la più al­ta e la più santa delle creature, si nascose al punto di non essere per nulla conosciuta.

I santi cercano quello che li umilia, sfuggono quello che li onora; fanno al buio il maggior bene che possono, preferiscono le attività dove possano meno brillare e fare scalpore; di tutte le loro opere e virtù conosciamo una percentuale minima e spesso insignificante. Non è un santo quello che non ha nulla di grande riservato.

S. Filippo Neri non volle mai essere cardinale; S. Giovanni Vian­ney mentre veniva insignito di un'onorificenza era tanto umiliato e mortificato da sembrare un condannato al patibolo.

S. Gemma Galgani, quando era visitata da nobili, attratti dalla fa­ma della sua santità, si faceva trovare a giocare o a far moine ad una gatta.

Il P Bresciani, accusato falsamente di adulterio, disse: « Tutti sia­mo uomini e possiamo sbagliare ». Il superiore allora, persuaso del­ la sua colpevolezza gli proibì di celebrare la S. Messa. Il Padre visse lungo tempo sotto il peso dell'infame calunnia, finché il calunniato­re, morendo, ne dichiarò l'innocenza.

Nella 3a età si cercano i lavori più umili, nei quali non spiccano le proprie belle qualità: si preferisce, nell'apostolato, il lavoro coi picco­li, coi poveri, cogli umili.

Tuttavia la suprema legge dell'apostolato resta sempre il maggior bene della Chiesa e delle anime e, quando questo lo esige, il cristia­no fervoroso non teme il gran pubblico e la notorietà.

Un monaco voleva conoscere l'anima più santa della terra. Dio, un giorno, gli rivelò che gliela avrebbe fatta conoscere da una stella in testa.

Allora il monaco si mise in cammino per i conventi ed i romitori più celebri, ma non riuscì mai a vedere la persona dalla stella in te­sta.

Dopo lungo peregrinare pervenne ad un monastero femminile di poca rinomanza e, come altrove, col permesso della superiora, si mise in corridoio per vedere sfilare tutte le monache. Neanche qui nulla.

L’eremita chiese se vi fosse ancora qualche monaca. Ce n'era un'altra: una giovane che non sapeva parlare, né rispondere bene; stava sempre in cucina ed attendeva alla pulizia dei piatti e dei loca­li più umili; mangiava quello che rimaneva alle altre, si vestiva degli abiti smessi dalle altre. Più che una monaca, poteva dirsi una povera cameriera, presa in convento per carità. Il monaco volle vederla: quando comparve le brillò una stella sul capo. Restarono tutti allibi­ti: ma la santa, vistasi scoperta, durante la notte fuggì. Non si seppe mai più nulla di essa. Così la persona che in quel tempo era la più santa della terra non sarà conosciuta che nel giorno del giudizio universale.

 

IV Preghiera

Nella terza età soprannaturale la vita è più intensa; e poiché vive­re è amare, l'intensità maggiore della vita soprannaturale consiste in un'intensità maggiore di unione con Dio. Quando più aumenta il nostro amore a Dio, tanto più aumenta la nostra amabilità.

Nel mondo puoi amare perdutamente una persona senza esserne riamato.

Nel mondo soprannaturale, invece, amando sicuramente vieni ri­amato. Per quanto tu possa essere misero o insignificante e per quanto Dio sia infinitamente bello, per lui mai tu sarai repellente, eccetto che non voglia divenirlo col peccato. La carità, cioè l'amore, copre una grande moltitudine di peccati.

Gli atti d'amore, che a principio della vita spirituale sono radi, progredendo si vanno facendo sempre più frequenti, sino a divenire un continuo atto d'amore; come gli scoppi di una motocicletta, radi a principio, quindi, nella corsa, indistinti.

Bisogna evitare l'ozio e tutto quanto non sia richiesto da un dove­re o ordinato all'apostolato.

La tua cura sia di vivere amando.

Ripeti l'atto d'amore quando cammini e quando siedi, quando la­vori, quando riposi e quando attendi il sonno.

Ripetilo anche colla sola mente sicché ogni tuo respiro sia un so­spiro d'amore, un'aspirazione a Gesù, a Maria e all'avvento del re­gno di Gesù.

Niente interrompa la tua unione con Dio, eccetto che i lavori nei quali si richiede l'applicazione dell'intelligenza; ma questi stessi lavori, fatti per amore di Dio, continueranno a dire a Dio il tuo amore.

Tutto per tè diventi insipido, tutto amaro quanto non ti parla di Gesù e a lui non ti porta. Lui solo ti sia dolce, in lui solo riposa nel­la solitudine della tua stanzetta e, particolarmente, avanti il taberna­colo.

Il tuo luogo preferito sia sempre la chiesa, il tuo passatempo e la tua delizia sia sempre la preghiera.

La preghiera, se ispirata tutta dall'amore, non si esaurisce, natu­ralmente, nell'amore; essa comporta l'adorazione, la lode e la sup­plica.

Tutti questi aspetti e fasi della preghiera ricorrono durante il gior­no; ma particolarmente si sviluppano quando si fa di proposito l'o­razione mentale.

Nella terza età il tempo dedicato esclusivamente alla preghiera au­menta: si va semplicizzando la giornata collo scartare tutte le occu­pazioni superflue per dedicarne il tempo alla preghiera; si va sem­plicizzando la preghiera col sopprimere la maggior parte delle paro­le, per semplicemente adorare, lodare, ringraziare, amare, supplicare Dio per sé e per gli altri.

 

V. Obbedienza

In questa 3a età si completa il sacrificio della propria volontà vi­vendo nella più stretta dipendenza da Dio, abbandonandosi com­pletamente alla volontà di Dio e disponendosi anche a morire per l'ubbidienza. Qui la pazienza e la purezza si fondono coll'obbedien­za di cui ne sono degli aspetti.

Nella 3a età il cristiano sta come il servo fedele coll'occhio al pa­drone, pronto a correre ad ogni suo ordine. Tutta la sua vita dipen­de da Dio; può ripetere come Gesù: « Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio » (Io. 4,34).

Giunge alla perfezione: l'osservanza dei 10 comandamenti, dei precetti della Chiesa e dei doveri del proprio stato; l'obbedienza ai superiori anche quando essi sono tirannici o irragionevoli; la fedeltà alle divine ispirazioni, che sono il piano di Dio per farci raggiungere pian piano la santità; l'acquiescenza agli avvenimenti, che sono la più diretta manifestazione della volontà di Dio; l'accondiscendenza al prossimo, che completa colle sue esigenze e colle sue angherie la nostra pazienza. Nella 3a età si esercita:

 

L'abbandono a Dio

L’abbandono è il sacrificio completo della propria volontà. Esso si manifesta coll'accettazione di tutto ciò che Dio dispone di noi e in­torno a noi, senza chiedere o desiderare il contrario: ricchezza o po­vertà, onori o disprezzi, salute o malattie, consolazioni o aridità.

Se Dio volesse lasciare a noi la scelta dovremmo scegliere la po­vertà invece della ricchezza, il disprezzo invece degli onori, i dolori invece della gioia, l'abbandono invece del successo, come li ha scelti Gesù.

Pertanto in questa 3a età soprannaturale bisogna vivere distaccati da tutto e indifferenti a tutto, disposti sempre, se fosse volontà di Dio, a fare il contrario di ciò che stiamo facendo; a perdere tutto co­me Giobbe e a ripetere come Giobbe dopo aver perduto i beni, i fi­gli e la salute: « Il Signore me li ha dati, il Signore me li ha tolti; sia benedetto il nome del Signore! »; a vivere e a morire; a soffrire in ter­ra o a soffrire in Purgatorio; a fallire o a lasciar sospesa ogni nostra attività.

S. Ignazio di Lojola diceva: « Se dovesse crollare tutta la Compa­gnia di Gesù mi basterebbe un quarto d'ora per ritornare nell'indif­ferenza ».

Nell'indifferenza c'è il sacrificio di tutto ed il merito di tutto: del ricco caritatevole e del povero rassegnato, del missionario e dell'am­malato, dell'apostolo e del martire.

Non c'è stato più perfetto di quello dell'indifferenza. Quando ci attacchiamo molto a qualche cosa, sia pure ad un'opera santa, uscia­mo dall'indifferenza e ci mettiamo in uno stato d'imperfezione.

 

Obbedienza fino alla morte

Nella 3a età si vola ad ogni cenno della volontà di Dio, manifesta a noi o da un'ispirazione o da un ordine dei superiori, anche col pe­ricolo di perdere la salute o la vita.

I santi andavano per ubbidienza anche dove sapevano che sareb­bero caduti ammalati, osservavano le regole che rovinavano la loro salute.

S. Giovanni Berkmans diceva: « La mia massima penitenza è la vita comune; per l'osservanza di una sola regola darei volentieri an­che la vita ».

Egli osservò sempre anche le più piccole regole: mai volle chiede­re dispensa alcuna. In questa pratica costante, monotona e snervan­te presto fini di consumarsi; contrasse la tisi e morì a 24 anni; egli è l'esempio specialmente di quanti vivono in comunità.

Il B. Felice da Nicosia, il santo cieco dell'ubbidienza, partiva senza discutere agli ordini dei superiori, senza vedere ostacoli, senza batter ciglio; volava per le scale, si gettava dalla finestra, subiva senza scu­sarsi, anzi domandando perdono; le più grosse ed ingiuste sfuriate ed invettive dei superiori per ipotetiche mancanze.

Era un martirio, ma il beato non faceva nulla trapelare, non ma­nifestava mai stanchezza anche nelle cose più strambe e massacran­ti. Dio volle premiare la sua eroica ubbidienza con molti miracoli in vita ed in morte.

S. Ludovina per obbedire al medico pigliava medicine e si faceva fare delle medicazioni che sapeva con certezza non le avrebbero fat­to alcun bene, anzi le avrebbero accresciuto i dolori fino all'insop­portabile, come di fatto sempre avveniva.

S. Teresa del Bambino Gesù fu la santa delle piccole cose, dei pic­coli sacrifici, dell'obbedienza scrupolosa alla regola. Ma quell'obbe­dienza assoluta e continua senza mai chiedere dispensa, anche quando si sentiva internamente finire, non fu una piccola cosa, seb­bene uno stillicidio cruento che ben presto l'asciugò, la fece divenire tisica e morire a 24 anni.

L'ubbidienza perfetta alla regola, a chi ci comanda o a chi ci vuol comandare brucia le tappe del nostro sacrificio e ci porta all'immo­lazione.

 

V Carità

Dopo aver dato le proprie cose per amor di Cristo ed aver consa­crato se stesso al bene del prossimo, nella 3a età si consumano le proprie energie per il prossimo.

Nessun santo può prescindere dalle opere di carità; coloro stessi che si sono sacrificati in altre opere (per es. nell'apostolato, nell'os­servanza delle regole, ecc.) hanno saputo essere generosissimi ed af­fabilissimi col prossimo.

Non basta dedicarsi ad opere di carità negli ospedali o nelle par­rocchie per raggiungere la perfezione della carità; bisogna che le no­stre opere di carità siano perfette qualitativamente e quantitativa­mente.

a) Qualitativamente: bisogna che odorino di gentilezza e di sacrifi­cio.

La gentilezza è il profumo della carità. Chi serve con poco garbo offre a Dio un fiore senza profumo. Un cristiano perfetto è sempre l'immagine di Gesù, dolce con tutti ed umile di cuore. La sgarbatez­za distrugge la carità.

b) Quantitativamente: chi mette un limite alla carità o alle presta­zioni di sé stesso non raggiunge la perfezione della carità. La perfe­zione consiste nel donare e nel donarsi senza misura. Bisogna però donarsi e sacrificarsi con intelligenza, cioè non in fatiche inutili, ma in opere che tendano a un gran bene; bisogna donare con sapienza, cioè non al primo venuto, ma a colui che è in più stretta necessità.

Il Cardinale Dusmet ai poveri dava non solo il suo denaro, ma an­che la sua biancheria, i suoi oggetti, e per loro impegnò diverse vol­te la croce pastorale.

S. Francesco di Valois e S. Giovanni de Matha, fondatori dell'ordi­ne dei Mercedari per la redenzione degli schiavi, misero nella regola il voto di donare se stessi ai padroni mussulmani per liberare gli schiavi cristiani.

S. Vincenzo de' Paoli volle soccorrere tutti i mali del tempo causa­ti da guerre, pesti e carestie, e in parte vi riuscì mobilitando migliaia di persone a servizio dei poveri e degli ammalati e distribuendo soc­corsi per un valore odierno pari a molti miliardi di lire.

S. Luigi Gonzaga si offrì per servire gli appestati ed in questo esercizio contrasse la peste e morì.

Il beato Massimiliano Kolbe, prigioniero dei tedeschi nel campo di concentramento di Oswiecim, si offrì all'ufficiale tedesco per mo­rire in cambio di un sergente polacco, condannato a morte con altri nove soldati per la fuga di un prigioniero. Accettato il cambio Padre Massimiliano venne condannato a morire di fame e, restando anco­ra vivo dopo 20 giorni di digiuno, venne finito con un'iniezione di acido muriatico.

Tutti sentono la bellezza della carità; ma solo nella Chiesa cattoli­ca questa raggiunge la perfezione e l'eroismo di sacrificare le proprie cose e sé stesso per amor del prossimo.

 

VI. Zelo

Nella 3a età lo zelo diventa un fuoco che divora. Non si osa più sopportare di vedere Dio sconosciuto, trascurato, bistrattato; non si può resistere alla visione di Gesù agonizzante per i peccatori, delle anime che vanno continuamente all'inferno e del male che trionfa nel mondo.

Per sfuggire al pericolo di lasciare la breccia e far andare tutto alla malora, o di morire per lo scoramento, si va a trovare sfogo nella preghiera e nel pianto, nel sacrificio e nell'apostolato.

1) Preghiera. La preghiera nella 3a età diventa irresistibile e per noi e per Dio.

a) Per noi. L'anima è oppressa da troppe preoccupazioni; sente troppo la propria impotenza dinanzi all'infinità dei peccatori da convertire, degli errori da estirpare e alla prepotenza del male da combattere. Non c'è che Dio, il quale possa capovolgere la situazio­ne della Chiesa e la dittatura baldanzosa di Satana; non c'è che Ma­ria che possa commuovere e spingere Dio ad intervenire sollecita­mente senza attendere che il male sia consumato.

Allora ci si mette in preghiera offrendo a Dio la nostra impotenza, ben sapendo che Dio aspettava il nostro fallimento e la nostra preghie­ra per intervenire. Questa certezza ci solleva e ci dà animo e speranza.

La preghiera rappresenta la valvola di sicurezza per noi e per il mondo.

b) Per Dio. Il cristiano che vive ancorato nella fede e nella Chiesa, che non ha interessi propri, ma quelli della Chiesa; che non attende nulla nella vita ma solo il regno di Dio, ha un potere immenso nel cuore di Dio, quando per Lui combatte, spera e prega.

Le sue preghiere sono irresistibili: per esse attira il cielo sulla ter­ra, affretta il regno di Dio, allontana o attenua i divini flagelli, salva le anime.

Nella 3a età soprannaturale, il cristiano non ama che Cristo ed il suo Corpo Mistico: per gli uomini desidera l'unica cosa che valga: che entrino a far parte del Corpo Mistico ed in esso si sviluppino. Egli tutti avvolge e tutti vuol riunire col suo amore; la sua missione è una continuazione della missione di Gesù: riunire tutti gli eletti e tutti i dispersi in uno, e non solo quelli che sono, ma anche quelli che saranno sino alla fine del mondo.

Per tale compito egli col suo apostolato diretto non vale e perciò si rifugia nella preghiera. La preghiera è abbondantissima nella sua giornata e permea pure tutte le sue attività.

La sua occupazione principale è l'atto incessante d'amore e di supplica.

Cerca di non perdere un solo atto d'amore per non lasciar perde­re nessuna anima di quante potrà salvarne; e pertanto ama il silen­zio ed il raccoglimento, evita le folle, le distrazioni e le chiacchiere, si apparta pur in mezzo alle feste, quando non ha nulla di utile da fa­re, e si mette in preghiera.

2) Sacrificio. – L’amore a Gesù e alle anime non è un amore plato­nico o piacevole, ma un amore che costa, brucia e tormenta; nella 3a età spinge a fare e a soffrire tutto, anche la morte e alla morte lega col voto. Tale voto è il voto di vittima.

Col voto di vittima decidiamo di metterci in croce come Cristo; quindi sulla croce verremo messi e dalla croce scenderemo solo do­po morte.

Non è possibile fare a Dio un'offerta più grande del voto di vitti­ma.

Non c'è nulla al di sopra di tale voto: vivendolo fedelmente diamo a Dio la gloria più grande che uomo possa dargli, diamo a Gesù la gioia più grande che possiamo dargli, salviamo il maggior numero di anime che a noi è possibile salvare, acquistiamo la perfezione maggiore che a noi è possibile acquistare.

Si manca al voto di vittima col pentimento d'averlo fatto, se ne frustrano i benefici coll'insofferenza; lo si rovina colla disperazione. Un avvenire di sangue e di gloria, di fatiche eccessive e di tribola­zioni attende le anime vittime. Su di esse si accaniranno le forze per­niciose della natura, gli uomini e i demoni, e provocheranno loro malattie e tribolazioni, tentazioni e disgrazie. Tutte le amarezze del mare verranno su di loro.

Il voto di vittima non è una bella preghiera, ma l'adottamento di un durissimo sistema di vita; non è un bel sogno o una bella poesia d'amore e di dolore, ma una terribile realtà di martirio e d'agonia.

Dio sostiene le sue vittime; senza il suo sostegno resterebbero schiacciate.

Non perirà mai nello scoramento e nella disperazione un'anima vittima.

Quando Dio la vedrà al limite di sopportabilità la sgraverà in tut­to o in parte o la farà morire. Non bisogna preoccuparsi della pro­pria capacità di resistenza al dolore. Dio non permetterà che venia­mo tribolati o tentati più di quanto potremo sostenere; egli cambie­rà il corso degli avvenimenti per non farci perire. Frattanto aspetta con ansia il giorno in cui ci potrà abbracciare e ricompensare; per le vittime abbrevia i tempi ed affretta la resurrezione. La vittima è in terra l'immagine più perfetta di Gesù crocifisso ed in cielo l'immagi­ne più perfetta di Gesù glorioso.

3) Azione. - La vita del vero apostolo è una vita durissima: è la vi­ta di questa 3a età. L'apostolo cerca quel genere d'apostolato in cui può fare più bene, sacrificando spesso le sue inclinazioni; nell'apo­stolato lavora senza risparmiarsi. L'apostolato che costa poco fa de­gli onesti impiegati di Dio, ma non degli apostoli e dei santi.

Quello che importa non è diffondere la croce di Cristo nel mon­do, ma farci penetrare dalla croce in questo lavoro di apostolato. Dio non ha bisogno di campane e di microfoni, ma di vittime. So­lo le vittime danno del proprio per la salvezza delle anime. Ogni vit­tima è un apostolo ed ogni apostolo è una vittima.

L’apostolo dorme solo quanto è necessario per ripigliare le sue fa­tiche; mangia solo per ritemprarsi, quando può e ciò che trova, cam­mina fino a sfiancarsi, parla fino a spolmonarsi. Non ha paura di ca­dere ammalato e di morire presto. Quando non c'è urgenza misura le sue forze, ma unicamente per rendere di più.

La prudenza non è per lui l'arte di conservarsi, ma l'arte di rende­re più e meglio per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. L’apostolo ha la sollecitudine di tutte le Chiese sparse nel mondo, ha l'assillo dell'avvento del regno di Dio; per questo non perde tem­po a dire o a leggere cose inutili, a divertirsi, a villeggiare senza ne­cessità, ecc. L’apostolo non cerca la gloria o il denaro, ma solo le ani­me. Egli ripete con S. Giovanni Bosco: « Dammi, o Signore, le anime e toglimi il resto ».

I modelli migliori dell'apostolo sono:

S. Paolo che percorse predicando tutta l'Europa, subendo per il Vangelo stanchezza, fame, prigioni, lapidazioni, flagellazioni, nau­fragi ed infine la decapitazione.

S. Francesco Saverio che percorse buona parte dell'Asia predican­do il Vangelo spolmonandosi, macerandosi con penitenze, acca­sciandosi spesso per le fatiche ed ottenendo così la conversione di centinaia di migliaia di anime.

S. Giovanni M. Vianney che, relegato ad Ars per la sua pochezza, preparò ed attuò colle sue asprissime penitenze e colle sue diuturne preghiere il rinnovamento di Ars, delle zone vicine e di vasti ceti del­l'intera Francia.

Il Santo curato si flagellava, mangiava una volta al giorno e solo patate che cucinava ogni otto giorni, dormiva 4 ore la notte, confes­sava circa 18 ore al giorno ed ogni giorno predicava; ma la sua voce era tanto fioca che nessuno lo sentiva, e gli uditori, che gremivano la Chiesa, al solo vederlo si convertivano.

S. Francesca Cabrini che percorse le Americhe pregando, soffren­do e fondando da per tutto scuole ed ospedali.

S. Giovanni Bosco che passò la sua vita andando sempre a caccia di anime, cercando di risolvere, coll'istituzione d'innumerevoli ora­tori e collegi, il problema dell'educazione dei ragazzi e della gioven­tù.

Margherita Lekev (Maggy) che diede vita a tante fiorenti opere parrocchiali, educò con sacrifici enormi i figli del popolo ed attra­verso i figli raggiunse i genitori quasi sempre corrotti ed anticlerica­li; e finì di consumarsi in pochi anni tra la scuola, il patronato, le opere di carità, le penitenze e la preghiera.

In ogni tempo, in ogni età, in ogni ceto si trovano gli apostoli; ma tutti hanno la stessa caratteristica: un immenso amore a Dio e alle anime, una volontà indomita di pregare, sacrificarsi e lavorare fino alla morte per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime.