L'ULTIMO DI TUTTI

Formazione all'umiltà

Leopold Beaudenom - Edizione italiana © Marietti, Torino 1938

Presentazione

Per chi è fatto questo libro? Domanda impertinente. Risposta oltraggiosa?

Sono pagine indirizzate ai superbi, agli orgogliosi, ai presuntuosi, ai tronfi. A chi altri?

A quanti hanno bisogno di pace e di gioia. Tutti siamo affamati e assetati di pace e di gioia; ma tutti mendichiamo tesori così divini dentro le sbarre di un soggettivismo irrazionale e arlecchino. Quale uomo s'è creduto di bastare a sé e non ha intascato nullaggine e fastidio? È nella pace e gode nel profon­do solo colui che vive e si muove nell'ordine, nel vero, nel giusto, nel bene. Tutto questo si trova nel­l'umiltà: «L'orgoglio infatti è causa di rovina e di grande inquietudine» (Tb 4, 13).

Non parliamo certo di una umiltà apparente o viziata: il discepolo del Vangelo, camminando sulle orme del Figlio di Dio incarnato, conosce l'umiltà più dignitosa, che splende nella verità, vigoreggia nel più puro amore, esclude la doppiezza, aborrisce l'i­pocrisia, interdice ogni megalomania.

Leggiamo nella Scrittura il pressante invito: «Cer­cate il Signore voi tutti, umili della terra, che ese­guite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l'u­miltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell'ira del Signore» (Sof 2, 3).

L'umile sentire di se stessi attira lo sguardo bene­vola di Dio e assicura l'intervento tempestivo della divina Grazia; questa poi previene e preserva, soc­corre e solleva, guarisce e consola. Giuditta così prega: «Signore, la tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati» (Gdt 9, 11).

L'Altissimo, sommamente vero e sommamente veritiero, non scende mai a patti con chi non è umile, appunto perché non lo trova dalla parte della verità e della lealtà: «Eccelso è il Signore e guar­da verso l'umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano» (Sal 137, 6).

La storia dei popoli, non meno di quella perso­nale, ammaestra senza sottintesi o scuse che Dio disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (cf. Lc 1, 51). Gli apostoli Giacomo e Pietro non dubita­no di scrivere: «Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia» (Gc 4, 6); «Umiliatevi dun­que sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1 Pt 5, 6-7).

Gesù, il Verbo del Padre che si immola per ognuno, chiede questa disposizione d'anima per realizzare in noi il mirabile disegno della Salvezza: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 3-4). Quante volte abbiamo dovuto dar ragione alla severa diffida: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11)!

La beata Mariam Baouardy (+ 1878) con delica­tezza si permette di raccontare: «Un ricco è amato e onorato da tutti. Il povero è disprezzato, non ha nulla: ma se è umile, chi è colui che il Signore onora? L'u­mile! L'umiltà è felice di essere disprezzata, di non possedere nulla. Non si attacca ad alcuna cosa, non si adira per nessun motivo. L'umiltà è contenta, è felice, l'umiltà è `soddisfarsi' di tutto. L'umiltà porta sempre il Signore nel suo cuore. L'umiltà possiede la gioia in questo mondo e nell'altro. L'umiltà non si fa riguardo di nessuno: è felice di tutto. Il Signore dice: vedi il verme (della terra)? Quanto più si sprofonda, tanto più è protetto! Ma se sta fuori viene schiacciato. Quando arriva il gelo il verme ha la terra che lo scalda, quando viene il sole ha la terra che lo rinfresca. L'umiltà è il regno del cuore di Dio. Biso­gna lavorare per l'umiltà, bisogna seminare. Allora Dio dà l'umiltà. Non basta dire solamente: "Dammi, Signore!". No, bisogna seminare e lavorare! Nel­l'Inferno c'è ogni genere di virtù, ma non c'è l'u­miltà. In Cielo c'è ogni genere di difetti, ma non l'or­goglio. Cioè Dio perdona tutto all'umile, ma non tiene in alcun conto la virtù senza l'umiltà».

È veramente un gustoso trattatello sull'umiltà. Bisogna lavorare per l'umiltà: è dono di Dio e con­quista di ogni giorno.

Il testo del canonico L. Beaudenom non è dei più facili: fa zappare nelle profondità, richiede lunga riflessione, attenzione amorosa al divino Crocifisso, e... semina i germi dell'umiltà evangelica, insurro­gabile, inapprezzabile, invincibile premessa all'a­zione dello Spirito Santo.

La vera Grazia di Dio o trova il cuore predi­sposto e aperto al rinnegamento di sé o rimane in­feconda. Quanto gravi e pur solenni le parole del Redentore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).

Non sono pochi i cosiddetti `santi mancati'. Chi sono mai? Coloro che non hanno scavato profonda la base dell'edificio spirituale. È bastato un nonnulla per rovesciare castelli di ottimi propositi e di lusin­ghieri tentativi; la non-umiltà ha rigettato il richiamo fraterno, ha fatto presumere delle proprie forze, ha fatto disperare della divina Misericordia...

L'umile invece non dispera mai!

Ce lo ricorda di nuovo la beata M. Baouardy in una sua preghiera: «Io spero in Dio, contro ogni spe­ranza. Mio Dio, malgrado le mie miserie e i miei pec­cati, spero sempre in te. Anche se tu mi gettassi nel­l'Inferno neppure allora cesserei di sperare in te. Io non sono niente, non posso niente, ma Tu puoi tutto. Spero nella Tua divina misericordia».

O santa umiltà, quanti beni soprannaturali tu assi­curi a chi ti possiede!

Per chi dunque è fatto questo libro? Chi potrà ricavarne un gran bene?

Chiunque vuol assicurarsi la Grazia della santità e della perseveranza.

Chiunque teme di faticare invano. Chiunque intende porsi dalla parte di Dio.

Chiunque non si sente ancora libero dagli inganni della superbia.

Il Venerabile p. Filippo Bardellini (+ 1956) in una svolta decisiva della vita scriveva: «O santa umiltà! Che io conosca bene il falso del mondo e la verità dei miei peccati. Che io sia nulla, che io valga nulla, e che io ami il mio nulla, le stesse mie miserie, e io sia come morto nella tomba, nel silenzio di tutti; che di me s'interessi nessuno, che nessuno mi ami, che nessuno mi stimi, che nessuno mi onori; solo a Voi, o adorabile, o amabilissimo mio Padrone, mio Signore, l'onore e la gloria. O santa, o cara, o prediletta umiltà! San Francesco d'Assisi sposò la povertà. Mio Dio, che io sposi l'umiltà!».

Per chi è fatto questo libro? Per i peccatori.

Per chi ha peccato, anche una sola volta. Per chi, tentato, non vuol peccare.

Per chi volesse gloriarsi con merito anche delle proprie infermità.

Il Salmo 118 afferma: «Prima di essere umilia­to andavo errando, ma ora osservo la tua parola... Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti» (Sal 118, 67.71). E s. Paolo scrive ai Corinzi: «Mi vanterò ben volentieri delle mie de­bolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli ol­traggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle an­gosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 9-10).

Non è la nostra nullità e miseria che allontana l'A­more misericordioso, bensì la stolta presunzione di farcela da noi, la goffaggine di una autolatrìa assur­da, la stizza o lo scorno per una inattesa ricaduta. Come all'Apostolo, anche a ciascuno di noi il Signore offre la Sua mano onnipotente, se umili-umili la sappiamo accettare: «Ti basta la mia Grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12, 9).

Scrive B. Pascal queste righe consolanti: «Il Dio dei cristiani è un Dio che fa sentire all'anima d'es­sere il suo unico bene; le fa sentire che tutta la sua pace sta in lui, che lei avrà la gioia soltanto amandolo; e che lui le fa disprezzare nel medesimo tempo tutti gli ostacoli che la trattengono e le impediscono di amare Dio con tutte le sue forze. L'amor proprio e la concupiscenza, che la trattengono, le sono insoppor­tabili. Questo Dio le fa sentire che in lei c'è quel fondo di amor proprio che la perde e che lui solo la può guarire» (Pensieri).

Per chi è fatto questo libro? Per gli innocenti.

Per chi non ha grossi debiti con la divina Giustizia. Per chi in una volontaria reclusione espìa per i fra­telli orgogliosi.

Non a caso la prima richiesta del volume che pre­sentiamo è venuta da un monastero di clausura. Di quale e quanta umiltà devono provvedersi le anime che intendono stornare i flagelli dell'ira di Dio, sfidata dalla tracotanza dei superbi? Dio le accetta, se tra­boccano di umiltà, e le ascolta: «Signore, fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi, perché non osser­vano la tua legge» (Sal 118, 136).

Al figlio Manuel, gesuita, la beata Maria C. Ca­brera de Armida (+1937) scrive: «Abbandònati al Signore, nella verità e con tutta l'anima, senza mai riprenderti. Dimentica le creature e sopra tutte le cose dimentica te stesso. Fa' il vuoto di tutto quello che non è Dio, per essere innalzato verso di Lui. Abbi una vita tutta fatta di obbedienza, umiltà e abnegazione. Muori a te stesso. Vivi solo per Gesù. Che egli regni nella tua anima».

Per chi è fatto questo libro?

Per coloro che devono trattare dell'umiltà evan­gelica, che devono insegnarla. È così arduo parlarne! Può farlo chi si sprofonda nell'umiltà nell'atto stesso di predicarla agli altri. Le labbra parlano dalla pie­nezza del cuore (cf. Mt 12, 34).

Le pagine di questo trattato vanno masticate len­tamente, e... assimilate. Anche quelle mezze righe che sanno di filosofia o di teologia, di mistica o di ascetica. Spesso la più alta filosofia fa pensare al buon senso, al sano equilibrio, a quella sapienza del cuore innata nel credente.

C'è da augurarsi che non si pretenda una imme­diata e piena comprensione di quanto l'Autore pro­pone alla nostra indagine o alla contemplazione. La vista della sproporzione fra l'immensità di Dio e la nostra assoluta dipendenza, lungi dal gettarci nello sconforto o nella paura, sospinga a immergerci nel­l'Amore che presiede alla nostra creazione e conser­vazione, alla redenzione e alla comunione con la ss. Trinità... nei secoli eterni.

«Nonostante la vista di tutte le nostre miserie che ci assalgono e ci soffocano, abbiamo un istinto che non possiamo reprimere e che ci eleva» (B. Pascal). Per chi è fatto questo libro?

Per quanti si ritrovano fra le dita i cocci del­l'insuccesso e della disfatta; o hanno il cuore stret­to nella morsa di ricordi funesti. È il momento di piegare la testa altera e di riconoscere quanto è giu­sto il Signore: «So che giusti sono i tuoi giudizi e con ragione mi hai umiliato. Mi consoli la tua gra­zia» (Sal 118, 75-76).

 

L'urgenza di diventare umili

PARTE PRIMA

Studio introduttivo

Facile o difficile lo studio dell'umiltà?

Quello dell'umiltà sembrerebbe un argomento abbastanza semplice, che non presenta le difficoltà e le vaste proporzioni dei trattati più centrali del­l'insegnamento cristiano. Gesù, la Madre sua e i Santi ne hanno manifestato in maniera eccellente, con i loro insegnamenti e i loro esempi, la natura e i tratti distintivi, ciò che l'umiltà esige e ciò che dona. Tanti maestri di spirito ne hanno analizzato e descritto l'essenza e i gradi, sottolineandone l'im­portanza determinante ed esaltandone il valore san­tificante.

Basterà, dunque, prendere in esame con la mas­sima attenzione i dati forniti dalla teologia e dalla mistica, per conoscerla e comprenderla interamente, nel suo pieno splendore?

Non lasciamoci ingannare: lo studio dell'umiltà non si può affrontare senza le giuste disposizioni. Come ogni realtà di vita soprannaturale, l'umiltà cri­stiana è tale che la ragione, con le sole sue forze, non è in grado di penetrare totalmente. Una piena cono­scenza delle sue profondità, delle motivazioni e delle finalità, dei suoi benefici influssi e della sua effica­cia, sfugge all'indagine di chi non si munisce del­l'indispensabile preparazione soprannaturale. Occor­rono, in particolare, disposizioni di fede, di deside­rio, di pietà, di semplicità e di... umiltà. Proprio per raggiungere una migliore conoscenza dell'umiltà, per apprezzarne ed avvantaggiarsi di tutte le sue nasco­ste potenzialità, per gustarne il misterioso sovrumano fascino, il primo passo sta nel chiedere anzitutto, con fede semplice e accesa, la grazia di una indispensa­bile umiltà di partenza.

I tipi superbi e orgogliosi sono preclusi a co­gliere i segreti dell'umiltà cristiana, a conoscerla in modo completo e sicuro; mentre rivela se stessa alle anime semplici, pronte ad accogliere le illu­minazioni soprannaturali e le ispirazioni divine che vengono a supplire l'insufficienza della ragione. L'umiltà appartiene a quella categoria di beni ul­traterreni per i quali Gesù lodava il Padre di darne la conoscenza ai piccoli, non ai sapienti e agli in­telligenti (cf. Mt 11, 25). Bisogna convincersi che la luce di Dio, ottenuta con la preghiera umile, più che non l'intensità della speculazione intellettuale, apre orizzonti sconosciuti e rende quasi tangibili aspetti appena intravisti.

Dunque, nel momento di chiedere alla teologia ciò che può insegnarci circa l'umiltà, per giungere ad una conoscenza precisa e completa conviene mettersi nelle condizioni di spirito più favorevoli: raddoppiare la fede nell'aiuto divino, sottomettere con umiltà la mente alla scienza infinita di Dio e contare essen­zialmente sulla sua volontà di illuminarci. Come den­tro la natura, sia nell'immensità del macrocosmo che nell'intimità del mondo infinitesimale, esistono dei segreti inaccessibili, così una specie di abisso si nasconde al centro dell'umiltà: Dio solo può farci penetrare fin là. Chi rifiuta la sua luce, si condanna a capire poco e male questa realtà situata in pieno dominio soprannaturale.

Con la recita lenta e meditata dell'inno Vieni, Spirito Creatore, o di qualche altra invocazione, chiediamo allo Spirito Santo, fonte di verità, di il­luminarci e riempirci di fuoco come gli apostoli, di ravvivare in noi i doni di intelligenza, di scienza e di sapienza, con una intensità capace di togliere tutte le zone d'ombra e le incertezze, così che la bellezza e la forza dell'umiltà possa manifestarsi pienamente.

Come ci potremo dare allo studio di questa virtù senza contemplare Gesù, maestro ed esempio adora­bile dell'umiltà, senza pregarlo intensamente di volerci comunicare almeno una briciola della stima e del­l'amore che egli ebbe per essa quando la innalzò, insieme con la sofferenza, all'altezza della Reden­zione?

Davanti al Tabernacolo, dove l'umiltà forma come l'aureola dell'Eucaristia, supplichiamo il Salvatore perché disponga la nostra intelligenza e il nostro cuore in modo che sia in grado di accogliere ogni luce e soavità nell'apprendimento di una virtù che Egli ebbe carissima.

Rivolgiamoci anche a Maria di Nazareth, la cui umiltà brillò su tutte le altre sue virtù. Per la sua straor­dinaria umiltà l'Onnipotente operò in lei grandi e stu­pende cose. Auguriamoci di sperimentare la sua arte amabile nell'insegnare e nel far amare l'umiltà!

 

La superbia è una degenerazione di tendenze positive

I teologi definiscono l'umiltà come la virtù che ha il compito di mantenere nei limiti della retta ragione il desiderio della propria grandezza. San Tommaso dice che «essa rafforza la mente e le impedisce di innalzarsi oltre il dovuto». La superbia, al contra­rio, spinge l'uomo a oltrepassare il limite e il giusto ordine nella ricerca e nell'affermazione del proprio valore. In questo senso l'umiltà viene comunemente analizzata e descritta come antagonista e moderatrice della superbia.

Senso di superiorità e volontà di emergere: che la superbia sia un ricordo della nostra grandezza origi­nale? Il suo torto sarebbe allora di pretendere un posto che più non le spetta. Re detronizzato per la propria colpa, «divinità caduta che ricorda il Cielo», rivestito di stracci ma ancora fiero di sé: così ci apparirebbe l'uomo nella sua attuale condizione di miseria.

O forse, anziché nostalgia della gloria perduta, che non sia, la superbia, la rabbia per la ribellione punita, l'eco della prima tentazione: «Diventerete come Dio»? (cf. Gn 3, 5). Si tratterebbe in questo caso di un disor­dine ereditario, che di generazione in generazione passa nel sangue umano e lo avvelena. Questa duplice origine spiegherebbe il motivo per cui la superbia contiene tracce di un valore altissimo e infimo allo stesso tempo.

Sicuramente è più esatto scorgere nella superbia la deviazione di due sentimenti posti da Dio stesso nella nostra natura: la stima di sé e il desiderio della stima degli altri. La stima di sé costituisce il fondamento della dignità personale; il desiderio della stima degli altri è uno dei cardini sui quali si regge la vita sociale. Le due tendenze sono talmente primitive e imme­diate che sembrano quasi appartenere alla categoria degli istinti e sono paragonabili per esempio a quello della conservazione. Hanno del resto una funzione analoga: come l'istinto della conservazione tiene l'uomo attaccato ad una vita anche misera, così l'i­stinto della stima di sé lo fa solidale con la propria personalità anche se di poco valore, e l'istinto del desiderio della stima altrui lo inserisce nella vita sociale, fosse anche minimo il vantaggio da ottenere.

Ambedue le tendenze portano il marchio della deca­denza originale e sono soggette a deviazioni tanto impulsive e radicate che spesso i moralisti non esi­tano a definirle vizi.

Il peccato di superbia consiste innanzitutto nello spingere all'eccesso e al disordine la stima di sé, gon­fiando viziosamente il sentimento della dignità per­sonale. Il superbo si compiace oltre i giusti limiti dei propri meriti e delle proprie qualità e si autoesalta nel giudizio di sé. Ne segue che l'aspirazione a pri­meggiare si manifesta in una ricerca spasmodica della stima e della lode degli altri, pervertendo un'aspira­zione connessa con l'istinto di socialità.

La comune denominazione di superbia viene data ai due vizi, perché entrambi hanno per oggetto l'e­saltazione del proprio io: il primo si sopravvaluta ai propri occhi, il secondo si sopravvaluta davanti agli occhi degli altri.

 

L'umiltà si oppone alle deviazioni della superbia

Sarà assolutamente necessario dichiarare guerra spietata alla stima di sé e al desiderio di essere stimati e lodati dagli altri? Si dovranno colpire fino alla loro completa distruzione? Certamente no.

Queste due tendenze sono in se stesse delle forze, delle energie che, alla pari delle passioni (governate dalle virtù morali), trovano la loro prima origine in Dio, appartengono al patrimonio della nostra natura, possiedono degli indubbi pregi e sono parte di quel­l'insieme finalizzato al bene integrale della persona, quando nella loro pratica vengono regolate, dirette e contenute nei giusti confini. Ora è precisamente l'u­miltà la virtù specifica che si impadronisce di queste due tendenze per sostenerle nella loro vitalità posi­tiva e proteggerle contro le deviazioni e gli eccessi a cui le spingerebbe la superbia.

L'umiltà non ha, dunque, lo scopo di annientare né il sentimento della dignità personale né il deside­rio della stima altrui, ma di regolarli. Non li smi­nuisce, anzi piuttosto li accresce, perché liberandoli da ogni squilibrio, li conserva nella loro forza, bel­lezza e utile funzione.

Dio ha messo nella natura il sentimento della stima di se stessi per sostenere la dignità personale con la coscienza della giustezza delle proprie idee, della legittimità dei propri diritti, del pregio delle proprie capacità. Senza la stima di sé si cadrebbe facilmente in quella debolezza d'animo che non sa né intra­prendere compiti impegnativi, né difendere beni ingiu­stamente aggrediti.

È la stima di sé che comunica a chi presiede quel senso di autorità capace di attrarre all'obbedienza e di infondere sicurezza in quanti la devono eseguire.

Ed è ancora sotto l'influsso della stima di sé che l'anima si eleva e contempla la perfezione cristiana (vertice della grandezza personale) e si innamora della gloria di Dio (traguardo più alto che l'ambizione di un grande cuore possa prefiggersi).

Anche il desiderio della stima altrui presenta aspetti positivi e vantaggiosi. È innanzitutto un segno di con­siderazione nei confronti degli altri, una specie di sottomissione al loro giudizio. Ci sono alcuni che non si lasciano smuovere da considerazioni sopran­naturali; ed eccoli compiere atti di generosità e di dedizione motivati dalla stima. Non sono pochi quelli che compiono con fedeltà il loro dovere, oppure lo svolgono con maggiore generosità e finezza, sempre sotto l'influsso della stima.

Non esistono, quindi, ragioni perché ci si debba sbarazzare di questa forza interiore, ma c'è piuttosto da imparare a dirigerla e a regolarla. Anzi, quando fosse alimentata da validi motivi, darebbe alla virtù un qualcosa di più attraente, poiché ognuno ama vedere presa in considerazione la stima che offre e si avvicina d'istinto a colui che gli procura un tale godi­mento. Benché si tratti di sentimenti facili a degra­darsi, come l'esperienza dimostra abbondantemente, nondimeno tutto ciò che è più umano trasmette una freschezza che rende le azioni più spontanee a chi le compie e più gradite a chi le riceve.

Il sentimento dell'onore si ricollega alle due ten­denze sopra riferite. Infatti, l'onore è come il ri­sultato di una stima universale, è l'apprezzamento proveniente dalla società, che detta le sue leggi e distribuisce le sue ricompense. Quantunque l'ono­re risieda nel giudizio degli altri, può trasferirsi nella coscienza. Divenuti più sensibili all'onore personale che ai riconoscimenti esterni, preferia­mo appoggiarci sull'indiscussa testimonianza de­rivante dalla verità, piuttosto che affidarci al plau­so degli altri e al variare delle loro opinioni. Ci ri­troviamo di nuovo in quella prima tendenza che ri­cerca la stima di sé. Mentre il desiderio della stima altrui guarda all'onore come a un bene comune di cui attende la propria parte, la stima di sé lo con­sidera come un bene che gli spetta di diritto. Non si può negare al sentimento dell'onore un fe­lice influsso sul perfezionamento individuale e sul dinamismo del vivere insieme. Quando si congiunge a motivazioni di valore, dona ad esse un fonda­mento ancora più solido e ne riceve un più alto in­dirizzo; se rimane solo, conserva tuttavia una certa consistenza e produce ugualmente qualche apprez­zabile risultato.

Ecco le tendenze alle quali l'umiltà assicura il migliore risultato, preservandole dagli sbandamenti e dai disordini della superbia. La sua funzione spe­cifica è di regolarle, non di soffocarle. L'umiltà le sottrae alla presa del vizio, che ne altererebbe la bontà originaria rendendole abnormi e squilibrate.

Dimostrano di non conoscere l'umiltà certi mae­stri di spirito che si mettono rigidamente contro que­ste due tendenze e le condannano senza appello. Che non preferiscano una posizione di totale aggressività per risparmiarsi le difficoltà della lotta, dato che è più facile distruggere una forza che mantenerla costante nel suo regolare gioco? Una tale posizione dimostra ristrettezza di mente e causa deplorevoli deformazioni; a lungo andare produce stati di insi­curezza e di aridità interiore. Anche il comportamento esterno ne riceve un che di fittizio e di compresso, che discredita la perfezione.

La vera umiltà è preoccupata di non mutilare, di non annientare energie che sono buone e utili in se stesse e che possono degenerare solo nel caso in cui venissero assoggettate alle pretese dell'orgo­glio.

Nel suo compito di regolatrice della stima di sé e della stima degli altri, l'umiltà si presenta come verità e giustizia. In quanto verità, illumina la coscienza circa l'ordine al quale devono conformar­si; in quanto giustizia, spinge a percorrere nel con­creto la strada indicata. In quanto verità, risiede nella intelligenza (umiltà di mente); in quanto giustizia, risiede nella volontà (umiltà di cuore). Ma dal mo­mento che mente e cuore agiscono in modo inter­dipendente, ogni aumento nella comprensione rin­vigorisce l'amore per l'umiltà e ogni crescita nel de­siderio di possederla porta a meglio cercare e co­gliere le ragioni e le leggi dell'umiltà.

 

Umiltà naturale e umiltà soprannaturale

Abbiamo detto che l'umiltà cristiana si eleva in pieno dominio soprannaturale: non esiste allora umiltà su di un piano naturale? Se ci guardiamo attorno, i fatti dicono che anche presso i non cristiani si conosce e si pratica una certa qual umiltà, che potremmo forse chiamare modestia. Come stanno le cose? Sarà oppor­tuno ripassare brevemente alcune nozioni generali circa le virtù.

In campo morale si distingue tra virtù naturali e virtù soprannaturali. L'umiltà fa parte delle une e delle altre. Quali sono le rispettive caratteristiche?

Sia le virtù naturali che quelle soprannaturali sono orientate verso un unico obiettivo: il bene. Inoltre, ogni singola virtù, nell'ordine naturale e in quello soprannaturale, ricerca il medesimo bene specifico. Nel nostro caso, l'umiltà sia naturale che soprannaturale è la virtù che regola e custodisce il giusto ordine circa la stima personale e il desiderio della stima e della lode degli altri.

Tuttavia virtù naturali e soprannaturali si diffe­renziano nettamente quanto a origine e a dinamismo. Le virtù naturali si formano lentamente attraverso esercizi frequenti e ripetuti, esattamente come avviene negli allenamenti sportivi. Non si perdono che alla lunga; e un peccato mortale non le riduce a zero.

Quelle soprannaturali, invece, vengono a noi per una specie di nuova creazione, che la teologia chia­ma `infusione': Dio le depone nell'anima con il Battesimo. La loro vivacità dipende dalla vita di Grazia: se questa cresce, tutte aumentano; se vien meno con il peccato mortale, tutte muoiono; men­tre tutte rivivono con la giustificazione o ritorno allo stato di Grazia.

Mentre le virtù naturali operano a livello di natura, quelle soprannaturali elevano e trasformano l'essere, così che le facoltà naturali acquistano grazie ad esse, oltre che una particolare bellezza, la capacità di por­tare frutti soprannaturali.

Da questo non si deve concludere che i valori di natura possano essere scartati e messi da parte, ma piuttosto sono rinvigoriti e sostenuti dalla pioggia delle Grazie attuali, che spronano l'uomo a utiliz­zare al meglio ciascuna delle capacità naturali ri­cevute in dono da Dio.

Strettamente parlando, si può parlare di `abitu­dine' (intesa come `abilità' a fare il bene) soltanto per le virtù naturali. La crescita di quelle sopranna­turali, poiché discendono in noi esclusivamente come dono di Dio, non necessariamente si accompagna ad un aumento di `abitudine'. Ma la corrispondenza alla azione dello Spirito Santo e la preghiera ottengono una effusione ancora più abbondante di Grazie, e sotto il loro influsso onnipotente le capacità naturali si for­mano, si sviluppano e acquistano finalmente la spon­taneità, l'abilità e la facilità a compiere gli atti vir­tuosi. Solo a questo punto la virtù diventa un fatto acquisito.

 

L'umiltà richiede idee precise

Ragione e fede fanno da guida nella formazione all'umiltà, mettendo innanzitutto l'intelligenza nella condizione più favorevole, che è la convinzione. Cosa importante e ardua allo stesso tempo: non la si rag­giunge che attraverso un cammino diritto e corag­gioso.

Non è facile determinare, neppure teoricamen­te, dove ci sia superbia e dove dignità personale. La cura della propria reputazione, il dovere di con­servare il proprio posto o di difendere idee ritenu­te giuste, autorizzano dei gesti che potrebbero es­sere scambiati dagli sprovveduti come evidenti in­dizi di superbia. Mentre quale razza di orgoglio si annida, ad esempio, in chi si sente autorizzato a pronunciare simili giudizi!

Il discernimento tra superbia e umiltà è ancor più complesso nella pratica. Non c'è niente che inganna e seduce più della superbia: si nasconde e si maschera, cresce e si estende insensibilmente; quando si è fatta largo, la si nota appena; e se talvolta fa capolino, si è pronti a scusarla.

La superbia non ispira orrore: la sua bruttezza e malizia spaventano assai meno di altri vizi. La sua pericolosità viene sottovalutata perché raramente arriva al peccato mortale e perché pochi la portano - per fortuna! - alle estreme conseguenze. Eppure il suo influsso è così dannoso che i Santi la chiamano `radice' di tutti i mali.

È dunque necessario, per suscitare in noi un orrore che ce ne tenga lontani, formarci delle convinzioni profonde, capaci di impressionarci in modo salutare. Non si acquistano attraverso riflessioni superficiali; e tali possono essere sia quando si minimizza che quando si gonfia all'eccesso. Occorre lasciarsi pene­trare dalla verità, mettendo da parte le espressioni convenzionali, che rischiano di oscurare l'argomento più che illuminarlo.

Neppure fermiamoci a compiacere noi stessi per la profondità delle nostre analisi e la saggezza delle nostre risoluzioni. Come si è detto più sopra, è a Dio, il solo vero maestro dell'umiltà, che bisogna chie­dere la verità, tutta la verità capace di creare in noi una piena convinzione.

 

L'umiltà come inclinazione e abitudine

La superbia è difficile da riconoscere, ma è ancora più difficile da dominare. Le sue radici penetrano nel profondo della natura. Ha una vitalità incredibile: si nutre di poco e di tutto, e non è mai sazia. Rinasce quando la si crede morta. Per dominarla è necessa­rio arrivare all'abitudine dell'umiltà, cioè ad una incli­nazione che ci segua tutti i giorni della vita e com­batta senza tregua l'inclinazione opposta, che non muore mai.

Come si acquista e si sviluppa questa felice incli­nazione, tanto contraria agli istinti della natura? Con l'esercizio! Atti e ancora atti: ecco il vero segreto, ecco l'imperiosa necessità. La convinzione è l'avanguardia e rischiara il cammino. Ma è la moltitudine degli atti, soprattutto degli atti generosi, che riporta la vittoria, conquistando il terreno e facendo regnare l'umiltà.

Sarà dunque lotta! Bisognerà piegarsi davanti alla volontà degli altri, diventare gentili con quanti ci disprezzano, dire ad ogni umiliazione: «Ben mi sta»! La natura si rivolterà, ma dominata da una umiltà risolu­ta, userà ogni forza per vincere se stessa e sarà felice di abbassarsi insieme con Gesù, esclamando con l'A­postolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6, 14).

Nell'attesa di esercitare l'umiltà vera e propria, secondo le occasioni che il corso della vita ci riserva, occorre prepararsi con la risorsa inesauribile degli atti, sia interni che esterni, volontariamente affrontati.

Gli atti interni (desideri, propositi, invocazioni, accettazioni, eccetera) possono essere nel loro insieme numerosi e intensi. L'anima può applicarsi intera­mente ad essi e le meditazioni che qui vengono offerte sono appunto destinate a facilitarne l'esercizio.

Tuttavia non vanno trascurati gli atti esterni, in quanto danno maggiore consistenza e slancio ai sen­timenti. Perché non avvalersene anche durante l'o­razione? La posizione curva e implorante del povero e del colpevole conviene mirabilmente alla preghiera. Battersi il petto, come il pubblicano del Vangelo, baciare la terra, prostrarsi al suolo, come se si avesse vergogna di guardare il cielo: ecco degli esercizi sem­plici e altrettanto efficaci.

Mezzi di questo tipo, usati a lungo, creano un po' alla volta l'inclinazione o propensione da cui pro­manano atti sempre più liberi e intensi; ottengono quella forza permanente che dona facilità, slancio e perfino gusto. È sempre così: quando aumenta la forza diventa quasi spontanea l'azione e ci si muove con accresciuto gusto e gioia.

Entriamo dunque con coraggio nella formazione all'umiltà; dedichiamo ad essa le nostre migliori ener­gie; facciamo appello alla Grazia e contiamo sul suo soccorso. Per diventare umili occorre essere convinti e risoluti, e poi bisogna molto riflettere e pregare.

 

L'umiltà è verità

Niente incoraggia di più nell'impresa che il rendersi conto del potere dell'umiltà sull'intero campo dello spirito. La sfera d'influenza di questa virtù è cono­sciuta e apprezzata troppo poco. La vogliamo breve­mente delineare.

L'umiltà è verità e giustizia, si è detto preceden­temente. Pertanto la verità illumina tutto l'ordine intellettuale e la giustizia governa tutto l'ordine morale. Qui c'è tutto l'uomo!

Qual è la verità che andiamo cercando? Quella sul nostro essere. Che cosa afferma? Che siamo delle creature, che siamo peccatori, che partecipiamo alla vita divina. Ma chi può comprendere tali parole, svi­scerarne il loro senso completo? Per comprendere il creato, occorre prima comprendere il Creatore. Per conoscere il peccato, si deve conoscere la dignità e i diritti di Colui che è stato offeso. Perché la stupenda espressione «partecipazione alla vita divina» (cf. 2 Pt 1, 4) dica qualcosa, c'è bisogno di evocare tutta la storia della salvezza.

Ora, da ogni parte in questa ricerca Dio mi si pre­senta in un modo - direi - quasi ostinato; e per com­prendere me, devo comprendere Lui. Lo trovo nella mia origine e nel mio destino, nel mio essere e nel mio operare. Se tolgo da me ciò che è suo, resto annien­tato del tutto; se invece accolgo interamente il bene che egli mi dona, mi elevo all'infinito.

Contrasto fecondo, dal quale derivano due senti­menti che si completano e costituiscono il fonda­mento della vita spirituale: l'umiltà, quando consi­dero ciò che sono; l'adorazione, quando contemplo l'Essere dal quale ricevo l'esistenza. Attraverso que­sta duplice meditazione afferro tutta la verità, attri­buisco ad ogni cosa il giusto posto e proporzione, entro nella più chiara luce che esista al mondo, quella dell'Infinito e dell'Increato che illumina il finito e il creato.

 

L'umiltà è giustizia

In quanto verità, l'umiltà conduce alla contem­plazione; in quanto giustizia, conduce ad operare il bene. Stabilendo la rispettiva posizione di Dio e del­l'uomo, la verità pone i fondamenti della giustizia; ma con l'affermazione del dovere, la giustizia fa della verità una virtù morale.

Ora, ogni dovere si riassume in una universale sot­tomissione. La sottomissione è l'accettazione di tutta la Legge, la rassegnazione a tutte le sofferenze, la fedeltà a tutte le ispirazioni. Con la sottomissione, Dio è presente in tutte le nostre azioni e le riconduce a sé, realizzando così la giustizia in modo perfetto. A lui spetta l'iniziativa dell'Essere assoluto, a noi l'obbedienza dell'essere personale libero, ma subor­dinato e dipendente.

Se poi l'amore divino compenetra e infiamma questa umiltà fedele, la sottomissione universale diventa amore universale: amore di riconoscenza per il Benefattore supremo, amore di compiacenza per l'Essere adorato, amore di benevolenza per il Dio intimo che si abbassa a ricevere qualcosa da noi, amore entusiasta per la sua gloria e il suo regno sul­l'umanità.

Si capisce allora come la giustizia coincida con l'insieme delle virtù e perché nella Scrittura i Santi siano chiamati `giusti'. Dunque, l'umiltà spalanca la strada della perfezione.

 

L'umiltà è virtù trasformante

Le due tendenze che l'umiltà ha il compito di rego­lare e dirigere, sono in grado di risalire oltre se stesse? Come la forza dei fiumi viene bloccata con le dighe e trasformata in energia elettrica, così quando l'u­miltà si impadronisce del vivo sentimento della stima personale e del desiderio ardente della stima degli altri, è capace di trasformare e orientare la loro ener­gia verso traguardi più alti. L'umiltà addita le più ardite conquiste e assicura le più abbondanti ricom­pense; e allargando gli orizzonti allontana ancora più dalla superbia.

Mirabile educazione da intraprendere e portare avanti! Tutte le verità della Fede, tutti i sentimen­ti buoni, tutte le grazie del Cielo, daranno il loro con­tributo ad un'opera che troverà il suo coronamen­to nell'umiltà. Più bella che mai, questa virtù rapirà il cuore di Dio; più penetrante di ogni altra, stabi­lirà l'anima in una pace celestiale, in una gioia sco­nosciuta.

Venga Gesù Cristo, Uomo-Dio, mio Salvatore, mio amico e fratello, mi inondi con la luce del suo inse­gnamento e del suo esempio, mi elevi e mi congiunga a sé con la potenza della sua attrazione. Eccomi qui, vivo della sua vita di Dio incarnato, che è essenzial­mente, in ogni istante, una vita di umiltà. A quale meravigliosa trasformazione, a quale perfezione può innalzarmi l'umiltà, ispirata e resa attraente dal divino Modello, sostenuta dalla sua grazia e sollevata sulle ali del santo amore!

 

Consigli per la buona riuscita delle meditazioni

Per condurre a buon fine la formazione all'umiltà è importante fare in modo che le meditazioni e i sug­gerimenti qui proposti portino il massimo d'efficacia. Per ottenere questo risultato, ecco alcuni consigli.

1. Scegliere il tempo in cui dedicarsi a queste rifles­sioni con più libertà e continuità. Riservare un mese intero: trenta giorni non sono troppi perché tutto l'in­segnamento dell'umiltà penetri la mente, perché il cuore sia impregnato di impressioni così vive e tenaci da concretare le più ardite conquiste in questa virtù. Alcuni, che ne sentano o no l'attrattiva, ricaveranno il medesimo vantaggio prolungando oltre il mese le meditazioni. I testi della presente opera, studi e medi­tazioni, offrono materia a riflessioni abbondanti e ripetute.

2. È bene dare un qualche aspetto esterno all'im­presa di conversione interiore. Cominciare con una visita prolungata alla cappella o alla chiesa. Nel rac­coglimento, nella pace e nella fiducia, con gli occhi chiusi o rivolti al Tabernacolo dove risiede il Maestro dell'umiltà, cercare di mettersi nello stato d'animo indicato all'inizio, invocare lo Spirito Santo, Spirito di verità e di amore, fare appello alla tenerezza del Cuore di Gesù. Poi andare davanti ad una immagine della Madonna, inginocchiarsi qualche istante e sup­plicarla di fecondare con le sue materne benedizioni i nostri sforzi, per assomigliare di più a Lei. Invo­care anche i Santi la cui umiltà ci ha maggiormente colpito: s. Francesco d'Assisi, s. Antonio di Padova, s. Benedetto Labre, s. Giovanni Maria Vianney, s. Teresa del Bambino Gesù, s. Bernardetta e altri ancora. A tutte le potenze celesti domandiamo luce, coraggio e perseveranza.

3. Per procedere con passo sicuro conviene cam­minare con calma e metodo, non fermarsi né scorag­giarsi davanti alle difficoltà del cammino, usare tutti i suggerimenti per tradurre in pratica le meditazioni, e non stancarsi di chiedere la luce della Grazia. Se ci si sente impotenti davanti a verità troppo alte, a virtù che sembrano impossibili per noi, ci si affidi alla scienza di Dio che predilige i piccoli e gli umili, e al suo aiuto capace di farci compiere cose più grandi di noi. Se qualche parte di questo libro restasse oscura, la chiarezza potrà venire in seguito anche per mezzo di semplicissime intuizioni. Se in qualche momento il cuore mancasse di ardore, s'infiammerà sicura­mente nell'ora voluta da Dio. Del resto, il frutto essen­ziale consiste negli atti d'umiltà e nell'inclinazione a farli, piuttosto che nella sapienza delle riflessioni e nell'ardore dei sentimenti.

4. Converrà tenersi in una costante atmosfera d'u­miltà, particolarmente nei rapporti con il prossimo. Questo clima sia mantenuto vivo durante la giornata con frequenti desideri, suggeriti dall'argomento stesso delle meditazioni.

5. È consigliabile moltiplicare gli atti esterni di abbassamento, come baciare il pavimento, tenere la testa abbassata, stendersi a terra, parlare con voce meno alta, camminare in maniera più dimessa, colti­vare lo spirito di povertà.

6. Si raccomanda di cercare le occasioni di eser­citare l'umiltà: prestando umili servizi, praticando l'obbedienza, mostrando accondiscendenza, e sem­pre in modo assai semplice; oppure evitando di con­traddire, di discutere, di togliere la parola. Infine si accettino eventuali sofferenze e contraddizioni come fossero pienamente meritate.

 

MEDITAZIONE PRIMA

Invito divino all'umiltà

Preparazione della sera

Prima di affrontare le meditazioni dove il ragio­namento porrà le basi dell'umiltà, voglio contem­plarla nei lineamenti di un bambino tutto innocen­te, come indica il divino Maestro. Il bambino stes­so è un meraviglioso abbozzo della fisionomia della persona umile: nessuna ricercatezza all'esterno, nessuna pretesa all'interno, semplicità di pensiero e di comportamento, che nel bambino provengono dalla natura e, per così dire, dalla sua felice igno­ranza, ma che in me dovranno uscir fuori dalla virtù. Intendo desiderare e raggiungere quell'ideale di semplicità che nel bambino è il riflesso dell'inno­cenza originale.

Alla scuola di Gesù che richiede in modo obbli­gatorio di diventare come i bambini, mediterò i tre punti seguenti:

1. la superbia è una tendenza innata e rovinosa;

2. l'umiltà è una virtù che rinnova e trasforma;

3. l'umiltà ottiene le benedizioni del Cielo.

Il Signore Gesù mi insegna l'umiltà nella lezione che egli diede agli apostoli e che conserva tutto il valore per gli uomini di ogni tempo.

Nel Vangelo leggo quanto segue: «Giunsero in­tanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?". Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti". E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbraccian­dolo disse loro: "Chi accoglie uno di questi bam­bini nel mio nome, accoglie me..."» (Mc 9, 33-37; cf. Mt 18, 1-5; Lc 9, 46-48).

 

1. La superbia è una tendenza innata e rovinosa

Come non riconoscere il carattere innato e prepo­tente di questa tendenza, quando la si ritrova nel cuore degli apostoli, a lungo istruiti e formati da Gesù stesso ad una vita di perfezione?

Pur seguendo il loro Maestro, discutevano per sapere chi tra loro sarebbe stato il primo, il più vi­cino al Re nel regno dei cieli. Ognuno pretendeva il posto più in vista; a nessuno passava per la mente di cercare l'ultimo. Pur chiamati a vera santità, non avevano ancora eliminato le aspirazioni naturali della superbia.

Questa tendenza, dopo aver provocato la rovina eterna addirittura di un gran numero di angeli, infetta per così dire la natura umana dopo la caduta originale; risiede in fondo al cuore e quando, dopo prolungati sforzi, la si ritiene del tutto sradicata, eccola pronta a rivivere e corrompere gli atti più virtuosi.

La si trova non soltanto in gente di basso livello, ma pure in anime incamminate bene e desiderose di perfezione, addirittura negli apostoli, chiamati a con­tinuare l'opera di Cristo sulla terra. Chi, dunque, non la porta in sé e non avverte il dovere continuo di lot­tare contro? Che in me sia innata, l'ho sperimentato anche troppo, disgraziatamente...

La superbia è funesta nelle sue conseguenze. Pro­voca fra gli apostoli discussioni amare; occupa e riem­pie la loro mente; li rende come indifferenti alla com­pagnia del Maestro.

Oh! allontanarsi da Gesù, privarsi della sua con­versazione, fuggire i suoi sguardi! E per quali van­taggi? La superbia non produce anche in noi que­sti effetti: dissensi, turbamenti, indebolimento della pietà?

 

2. L'umiltà è una virtù che rinnova e trasforma

Pesiamo bene ogni parola del Salvatore: «Se non vi convertirete...» (Mt 18, 3). Non posso restare quello che sono per natura, per inclinazione innata, forse per abitudine. Devo trasformarmi: da superbo diven­tare umile. Questa è una condizione necessaria, asso­luta per entrare nel regno dei cieli. Senza trasforma­zione non ci sarà posto per me in quel regno.

«Se non diventerete come i bambini» (Mt 18, 3). Bisogna rifare se stessi, quali che siano le difficoltà e le ripugnanze. Occorreranno tempo e pazienza, dato che non ci si rinnova in un sol giorno o con un colpo di bacchetta magica.

«Come i bambini» (Mt 18, 3), ecco la parola es­senziale. I piccoli diventano il mio specchio di con­fronto. Bisogna anzitutto che mi abbassi, che mi creda piccolo, che mi faccia piccolo e che poi agi­sca di conseguenza. Dunque, niente disprezzo e at­teggiamenti altezzosi, niente ambizioni o ricerca di privilegi, niente preoccupazioni o agitazioni det­tate dall'amor proprio. Come il bambino devo es­sere semplice, fiducioso, docile, buono, senza pre­tese e artifici. Insomma, secondo l'espressione usata dal Signore, devo farmi piccolo in tutto. Oh, quale tenero invito all'umiltà!

«Non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3). Que­sto regno, che comincia quaggiù con la grazia e si completa in Cielo con la gloria, comprende i soli beni che l'anima, assetata d'infinito, desidera. Questo regno è la pace della coscienza, che io voglio; è la perfezione, a cui tendo; è la felicità eterna, a cui aspiro con tutto me stesso. Assicurarmi questi beni: è la magnifica missione dell'umiltà.

O Gesù, con quale tenerezza mi inviti: voglio farmi molto piccolo per entrare nei beni promessi.

 

3. L'umiltà ottiene le benedizioni del Cielo

Fonte di grandezza.

«Pose in mezzo a loro un bambino» (cf. Mt 18, 2). Mettendo in evidenza al centro degli apostoli un bam­bino, Gesù gli conferiva il posto d'onore e spiegava il significato del suo gesto aggiungendo: «Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande...» (Mt 18, 4). Se la giustizia di Dio gli asse­gna il posto più alto in Cielo è perché lo merita fin d'ora: già lo occupa agli occhi di Dio.

Quanto sono sbagliati i nostri giudizi! Che stra­volgimento subirebbero le nostre classificazioni se la luce della verità squarciasse le tenebre in cui siamo immersi!

 

Fonte di consolazione.

«Abbracciando un bambino» (cf. Mc 9, 36). Come non invidiare la felicità di quel privilegiato che Gesù abbraccia e favorisce delle sue carezze? Fortunata piccolezza verso la quale si china con amore la gran­dezza divina! Se questo bambino non fosse stato molto piccolo, il Salvatore non lo avrebbe abbracciato.

Io mi lamento delle mie sofferenze interiori; cono­sco appena appena il gusto delle consolazioni spiri­tuali; Gesù non mi mette le braccia al collo e non mi stringe al suo cuore. Perché? È forse meno buono Lui o sono io troppo grande? Sì, potrebbe essere per colpa delle mie pretese. Oh, allora io scelgo d'essere pic­colo e d'essere amato. Tutte le soddisfazioni dell'a­mor proprio non valgono una carezza di Gesù!

 

Fonte di benevolenza.

«Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9, 37). Il Cristo accredita agli occhi di tutti chi somiglia a quel bambino. Dichiara che accoglierlo è accogliere lui stesso. Chi non si affret­terebbe, dunque, ad aprire a Gesù la sua dimora, le sue braccia, il suo cuore? Se mi farò piccolo, quel privilegiato che trova tutte le porte aperte sarò io.

Per rendere più gradito il suo insegnamento, Dio impreziosisce l'umiltà con il dono di essere simpa­tica. L'umile diffonde intorno a sé sicurezza e acco­glienza: si sente che non disprezzerebbe e non feri­rebbe mai. Che parli o ascolti, mette se stesso in disparte per lasciar apparire gli altri. Quel che domanda glielo si concede volentieri; niente in lui provoca quelle ripulse istintive che la superbia suscita.

È quasi uno splendore dell'anima? Un privilegio della grazia? Una fuggitiva apparizione di Gesù? Non è insieme tutto ciò? Quanto vorrei farmi piccolo per meritare tanta fortuna e tanta gioia!

 

MEDITAZIONE SECONDA

La stima esagerata di sé

Preparazione della sera

La superbia consiste innanzitutto in una stima eccessiva di sé: è una vivace propensione a esaltarsi troppo, a sopravvalutarsi. Questa tendenza, spesso alleata con l'egoismo, rende duri ed esigenti: nei supe­riori produce l'autoritarismo e l'inflessibilità, negli inferiori la voglia di indipendenza e il fastidio per la sottomissione.

Urge scoprire tutte le radici che questo tipo di superbia ha sviluppato in me. È così abile nel dissi­mulare, e ci si conosce tanto superficialmente!

Quante facili illusioni provengono non solamente dal modo parziale o tendenzioso di esaminare e di valutare le nostre intenzioni e i nostri atti, ma anche dall'esterno: ad esempio, dal rispetto che ci viene testimoniato, dalle lodi che ci illudono di trovarci in una sfera superiore. Siamo così propensi ad attribuire a noi ciò che appartiene alla missione che Dio ci affida!

Domani sonderò i recessi oscuri in cui si annida la mia superbia, la mia tendenza eccessiva e disordinata alla stima, constatando francamente:

1. l'esistenza di questa superbia;

2. le sue parzialità;

3. le sue contraddizioni;

4. i suoi pericoli.

Riconosco, mio Dio, che le mie capacità investi­gative sono impotenti a scrutare queste tristi profon­dità; perciò ricorro alla tua luce: dalla tua Grazia aspetto il dono di penetrare in me.

 

1. Esiste una stima eccessiva di sé

Bisogna rendersi conto che la tendenza ad esage­rare nella stima e nella valutazione di sé non è un fatto sporadico, ma ritorna e si presenta di continuo, sia pure con intensità variabile. Che sia volontaria e cosciente oppure no, nulla toglie al fatto che c'è. La testa è incessantemente al lavoro per scoprire qual­cosa in noi che meriti stima. Simile alla forza del­l'arbusto che affonda le radici in mezzo alle rocce, questa ricerca è istintiva e procede senza fatica, tanto è primitiva.

Si orienta e si fissa l'attenzione sulle qualità che si presume di possedere: le contempliamo, ce ne com­piacciamo, ce ne saziamo. La persistente ammira­zione produce un convincimento radicato.

Al contrario, non ci si ferma minimamente a con­siderare quanto si possiede di imperfetto, di spregevole, di umiliante; al massimo vi dedichiamo una occhiata di sfuggita, che sfuma in breve senza lasciar traccia.

Dunque, nessuna contropartita: prende forza esclu­sivamente l'eccessiva stima di sé. La verità non esi­ste più: viene registrato un solo aspetto dell'indagine.

 

2. Parzialità di questa tendenza

Se abbiamo delle capacità pratiche anche banali, ci sembrano le più importanti. Se in noi sono preva­lenti le doti intellettive, non esitiamo a ritenere spre­gevoli quelle pratiche. Se abbiamo più testa che cuore, ce ne gloriamo, compassionando coloro che, per troppa bontà, sono vittime dei più furbi. Se posse­diamo più sentimento che intelligenza, dichiariamo che la cultura è spregevole.

Quanto alla nostra intelligenza, siamo portati a dare la massima importanza agli aspetti in cui meglio riesce. Se è disinvolta ma senza solidità, disprezziamo i cervelli analitici; se è più analitica che brillante, gridiamo contro la retorica. Se si è ottenuto un suc­cesso, è perché ci si è molto impegnati. Quando non si riesce, è perché si è stati trattati ingiustamente.

Questo è il nostro sistema di ragionare. Quanto c'è da umiliarsi di tanta parzialità allo stesso tempo odiosa e ridicola!

 

3. Contraddizioni di questa tendenza

Certamente abbiamo spesso constatato la nostra inferiorità, talvolta anzi con sorprendente chiaro­veggenza; e ne abbiamo sofferto. In questo caso la superbia comincia una specie di lavorìo di rimozione, perseguito instancabilmente, che arriva a restituire una certa aria di superiorità, congiunta talvolta al disprezzo per ciò che resta troppo alto per noi. Con­traddizione apparente, identico difetto. Stimo mag­giormente ciò che possiedo io: orgoglio soddisfatto. Apprezzo con dispetto e scoraggiamento quello che mi manca: orgoglio infastidito.

Le contraddizioni della superbia possono riguardare lo stesso oggetto. Di fronte ad una persona più istruita, si dirà con convinzione che «la virtù è migliore». Se un istante dopo ci si trova di fronte ad una persona più virtuosa, ecco tornare improvvisa la stima per la scienza, presumendo di essere superiori in quel campo.

C'è bisogno di esaminare attentamente i sentimenti e le azioni, per cogliere sul fatto gli eccessi e le con­traddizioni desolanti dell'orgoglio, sempre abile nel­l'ingannare.

 

4. Pericoli di questa tendenza

Troppo facile lodare Dio di tutto quello che si è e dirgli: « E da te che mi vengono, mio Signore, le capa­cità e i successi». Sono parole che non dicono neces­sariamente umiltà e possono invece lasciar soprav­vivere superbia pratica, vano compiacimento e sen­timenti di orgoglio. Mentre si pensa di aver dato una botta all'orgoglio appariscente dello spirito, in realtà non si è tolto nulla all'eccessiva stima di sé.

Fiducioso in se stesso, il superbo non è facile a domandare consiglio, sdegna gli avvertimenti, si irri­gidisce contro gli insuccessi meritati e li aggrava. E così sbaglia nel comportamento. Chiuso nelle pro­prie idee, le sostiene aspramente, senza prestare atten­zione alle ragioni degli altri. Di qui l'ostinazione.

S'irrita contro le opposizioni, si lascia andare a parole graffianti e conserva un cuore ferito. E così perde la carità. Il superbo si tradisce con l'atteggia­mento, col tono, con le espressioni e i gesti. Finisce per rendersi ridicolo. Lo si adulerà in maniera spinta, per vedere quanti complimenti riesce a sorbire; lo si lascerà prendere una strada sbagliata, per ridere del suo smarrimento; lo si spingerà a vantarsi, per pren­dersi gioco di lui. Tristi rappresaglie!

O Signore, aprimi gli occhi ed ispirami una santa collera contro una tendenza tanto caparbia e som­mersa e piena di insidie.

Se in me non ho notato questi sintomi di super­bia, non per questo mi posso sentire al sicuro, per­ché se sono pochi quelli che ne sono guasti in modo fatale, non c'è nessuno che possa ritenersi intera­mente esente. La verità è che non mi conosco an­cora profondamente. Mi sono fatto delle idee più chia­re e una coscienza più attenta circa un vizio peri­coloso, così da averne ribrezzo e timore; ma sono ben lontano dal conoscere la realtà della mia su­perbia: ho bisogno che tu mi riveli a me stesso.

La tua luce, o Spirito Santo, sarà la fiaccola che la preghiera incessante innalzerà nelle mie tenebre, e farà emergere in me uno che non conoscevo. Per non essere affatto superbo, occorre che io sia pie­namente umile. E chi è pienamente umile? Posso dire di esserlo io?

 

MEDITAZIONE TERZA

Il desiderio eccessivo della stima altrui

Preparazione della sera

La superbia non è solamente la tendenza a stimare se stessi oltre il giusto; è anche l'inclinazione a desi­derare e a cercare stima e lode fuori di noi in modo abnorme.

Sono anch'io vittima di questa tendenza tanto dif­fusa? Domani ne indagherò i pericoli, i disordini e gli aspetti meschini.

Mi farò una chiara visione dei sintomi che la mani­festano: preoccupazioni e turbamenti causati dalla paura di essere disapprovato; a seconda dei casi: com­piacimenti sciocchi o tristezze sproporzionate; a seconda del temperamento: scoraggiamento, irrita­zione, gelosia, denigrazione, eccetera.

A quali meschinità porta questa tendenza, a quali bassezze si piega e quante falsità suggerisce! La devo temere perché toglie le forze, la devo sorvegliare per­ché è insidiosa: anche le anime che sono incamminate verso la santità faticano non poco a liberarsene.

La mia meditazione avrà questo scopo e verterà sui punti seguenti:

1. la natura e la forza di questa tendenza;

2. i disordini di questa tendenza fuorviata;

3. le follie a cui conduce.

 

1. Natura e forza di questa tendenza

Il desiderio di essere stimati e lodati dagli altri non deve essere confuso col sentimento della stima di sé. Lo si ritrova infatti in persone che si ricono­scono di poco valore, e non sono pochi quelli che accettano ben volentieri di essere apprezzati per qualità che sanno di non avere. D'altro canto cer­tuni, pieni d'amor proprio, sdegnano l'opinione e l'approvazione degli altri.

Questo desiderio di stima e di lode è ben radicato e onnipresente: non è facile sfuggirvi. «La dolcezza della gloria - afferma Pascal - è così grande che, a qualunque cosa si attacchi, anche alla morte, la si ama. Noi perdiamo con gioia anche la vita, purché se ne parli... Siamo così presuntuosi che vorremmo essere conosciuti da tutto il mondo, e così vanitosi che la stima delle cinque o sei persone che ci stanno attorno ci fa piacere e ci rende contenti».

Il bisogno di essere stimati compare fin dalla prima infanzia e secondo un detto di Platone è «l'ultimo vestito che ci leviamo».

 

2. I disordini di questa tendenza fuorviata

Un apprezzamento ragionevole ed equilibrato della stima che ci viene dal di fuori non è un vizio. Può essere anzi un aiuto e uno stimolo utile e positivo. Ad esempio, è assolutamente legittimo elogiare qual­cuno al fine di incoraggiarlo.

In fondo, ogni realtà buona merita stima. Il disor­dine sta piuttosto nel tener conto più della stima che del bene, oppure nel desiderare la stima più di quanto la si meriti, o nel ricercarla con avidità. Che cosa cerca l'uomo dominato dalla sete di lodi? È forse il bene? No, ma i suoi effetti. Quindi egli sposta e sosti­tuisce l'obiettivo finale: invece di cercare il bene per se stesso, lo fa per la ricompensa che ne riceve.

Chi è malato di questo difetto può dimostrarsi cer­tamente servizievole e generoso, ma solo per far notare le sue buone doti e suscitare intorno a sé stima e ammirazione. Se però non le raggiunge, perde ogni entusiasmo, perché il movente era l'approvazione degli altri. Allora gli subentrano depressione e rab­bia, come manifestazioni diverse dello stesso male. La depressione lo spinge nell'inattività dello sco­raggiamento, mentre la rabbia gli grida dentro di sba­razzarsi di ogni impedimento, e non sarà molto tenero nella scelta dei mezzi.

Se ad essere affamato di stima è un tipo vanitoso e tronfio, i malanni che ne derivano non sono minori. Cir­condato dalle lodi, si erge in piedi, allarga i polmoni, come per meglio aspirare l'incenso. L'illusione gli avvolge la testa come una nube, per cui gli sfugge l'e­satta situazione delle cose. Con facilità diventa im­prudente e svanisce avvolto nella sua follìa.

È forse cattivo? Ma no! Eppure lo si trova duro. È forse ingiusto? Nemmeno. E intanto calpesta crudelmente i diritti del prossimo, perché neanche li vede. È falso? Non sembra. E tuttavia cambia opi­nione, atteggiamento e linguaggio a seconda di chi gli sta intorno. È di volta in volta arrogante o adula­tore, secondo che gli torna utile. Arriva perfino a ser­virsi di formule ipocrite di umiltà. Non si propone che un unico obiettivo: conquistare un posto più alto nella stima degli altri. E compie tutto questo con la più tranquilla incoscienza.

 

3. Le follie a cui conduce

Forse la realtà in cui vivo mi tiene lontano dalle montature descritte qui sopra; ma se mi esamino seria­mente, se spingo lo sguardo nel più profondo di me stesso, che cosa vi trovo?

Sogni vuoti e senza fine in cui l'immaginazione mi fa compiere grandi gesta di sorprendente successo. Mi contemplo in uno scenario che mette in luce qua­lità superiori, che possedevo allo stato latente; sento già i mormorii di approvazione, osservo i volti di chi mi sta attorno accendersi d'entusiasmo, godo della sorpresa di tutti... e anche di me stesso.

Sono sogni, lo so, ma accarezzano la mia passione. Danno gioia e, in mancanza della realtà, mi accon­tento. In certi momenti di lucidità mi dico: sto forse diventando pazzo?

Questo sciocco amore per le lodi, sul principio può sembrare nient'altro che una dolce follia; quando però gli errori gettano la vittima fuori strada, allora la realtà si fa drammatica. Quanto è urgente vederci più chiaro! Quanto è necessario formarsi all'umiltà!

Voglio esaminare gli ideali e le motivazioni che mi hanno guidato nelle circostanze importanti del mio cammino e quelle che ora mi muovono nell'a­gire di ogni giorno.

Se esamino la vera causa delle mie gioie e delle mie tristezze, non scopro troppo di frequente l'approva­zione o la disapprovazione degli altri? Non concedo forse la mia simpatìa a chi mi àdula? Quando invece sospetto che qualcuno abbia poca stima di me, divento facilmente ostile e ingiusto nei suoi confronti...

Sì, mio Dio, mi manca la vera umiltà e l'equili­brio nei comportamenti: benedici ed esaudisci il mio vivo desiderio di entrarne in possesso.

 

MEDITAZIONE QUARTA

L'umiltà, fondamento di ogni virtù

Preparazione della sera

Il primo passo nella formazione all'umiltà con­siste nel rendersi conto del suo valore incompara­bile.

Per questo domani mi fermerò a meditare su una frase che si sente ripetere da molti: l'umiltà è il fon­damento delle virtù. È vera? In quale senso va rece­pita? Fino a che punto conserva il suo valore? Quali disposizioni concrete occorrono per metterla in pra­tica?

Finora non era che una espressione accettata pas­sivamente, senza interrogarsi sulle sue ragioni. La mia inconsistenza in fatto di umiltà che non dipenda, almeno in parte, dalla imprecisione delle mie idee su questo punto e dalla mancata convinzione che ne deriva?

La meditazione si dividerà in tre punti:

1. l'umiltà mette Dio a fondamento della vita spi­rituale;

2. l'umiltà dona la confidenza in Dio;

3. l'umiltà dona la purezza di intenzione.

 

1. L'umiltà mette Dio a fondamento della vita spirituale

San Giovanni Maria Vianney ha detto: «La super­bia è la catena del rosario di tutti i vizi; l'umiltà è la catena del rosario di tutte le virtù». Prima di lui s. Bernardo aveva scritto: «L'umiltà è come il fon­damento, buono e solido, delle virtù; se essa cede, tutte le virtù crollano».

È dottrina comunemente insegnata dagli autori spi­rituali che l'umiltà sta alla base della perfezione cristiana. Questa si identifica con la pratica del­l'insieme delle virtù, delle disposizioni e delle forze che permettono di realizzare il bene e costituisco­no la grandezza morale. Viene paragonata ad un edificio che, per durare, deve possedere solide fon­damenta.

L'umiltà è il fondamento di questo edificio, perché indica e fa accettare Dio come principio e fine degli atti virtuosi. La stima esagerata di sé porta a ritenere se stessi come principio, a perdere la nozione della necessità di Dio, a non ricorrere più a Lui, a negare implicitamente la Grazia. L'accecamento della su­perbia impedisce perfino di vedere quanto c'è di pe­ricoloso e di odioso nella strana dimenticanza o nel ri­fiuto di consultare Dio e di implorare il suo aiuto. Una tale deviazione rende impossibile la perfezione spiri­tuale. L'umiltà si oppone a questo male e compie il suo ufficio di verità dicendo: «Dio, con la sua Grazia, è il principio di ogni bene e di ogni perfezione». Im­pedisce di contare troppo sulle proprie forze e poi di attribuirsi il bene compiuto.

Dio non è solamente il principio degli atti virtuosi: deve esserne anche il fine. Ora il superbo, dominato dall'eccessivo desiderio di stima, non ha come fine che se stesso, i propri interessi. Fa conto di ciò che gli frutterà più gloria e lode. Se ci tiene a riuscire, è per amore del successo; se soffre dei suoi fallimenti, è perché lo abbassano.

La ricerca di una posizione di primo piano, di una distinzione onorifica, a volte di una semplice lode, è sufficiente a provocare sforzi e sacrifici, a ispirare atti coraggiosi, umanamente belli e benefici. Però dal momento che in essi Dio è dimenticato e messo da parte, quegli atti non sono soprannaturali e neppure virtuosi nel pieno senso della parola: sono sempli­cemente fuori della perfezione spirituale.

Quell'atteggiamento superbo reca in più a Dio l'of­fesa di preferire alla sua stima, la vana stima delle creature. Il ruolo dell'umiltà, come compito di ordine e giustizia, consiste nell'impedire una tale dimenti­canza e ingiuria, nel restituire a Dio il suo diritto di essere il fine di tutti i nostri atti, come ne è il prin­cipio, e di orientarli verso la sua maggior gloria.

Se si riflette sul motivo ultimo dei nostri atti di virtù, si constata che sono originati o dal desiderio di piacere a Dio e di glorificarlo, o dal desiderio di esal­tare noi stessi e di attirarci la stima degli uomini. Il superbo si compiace di sé e, perfino nella virtù, ricerca la propria grandezza.

La lotta dunque, mio Dio, è fra te e la mia super­bia. La mia perfezione spirituale sarà fondata su di Te che sei la forza, o su di me che sono la debolezza? La mia esistenza dovrà servire a procurare la tua glo­ria, o soddisfare la mia vanagloria? Sarai tu il mio Dio, o sarò io l'idolo di me stesso? Nel primo caso le mie virtù avranno un fondamento solido; nel secondo, saranno poggiate sul niente: non saranno che apparenza.

 

2. L'umiltà dona la fiducia in Dio

La superbia è la rivale di Dio: è l'io che si sosti­tuisce a Dio. La sua essenza si può esprimere con due formule: «lI conto su di me; io lavoro per me».

Far conto su di me, sulla mia abilità, sulle mie energie, sulle mie decisioni, non è forse un errore e una follìa, dato che non posso fare niente senza Dio? Non ho letto spesso le parole di Cristo: «Senza di me non potete far nulla»? (Gv 15, 5). Se la superbia fa praticamente dimenticare o disprezzare questa verità, l'umiltà fa sì che la ricordiamo e ne tiriamo le con­seguenze. Mostra con evidenza che dipendiamo da Dio in ogni cosa e che la sua Grazia ci è assoluta­mente necessaria.

E se ci è indispensabile la Grazia, la sapienza divina esige che, per riceverla, abbiamo quelle disposizioni che sono richieste dalla nostra povertà e impotenza. Per questo Dio ha posto l'umiltà come condizione per i suoi doni: «Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia» (Gc 4, 6).

L'umiltà è una sfiducia verso se stessi che, quasi istintivamente, fa rivolgere a Dio con fiducia. L'u­mile dice fra sé: «Io mi conosco e vedo che non posso far niente; conosco Dio e so che con Lui posso fare tutto, come scriveva s. Paolo: "Tutto posso in Colui che mi dà la forza" (Fil 4, 13). Quanto più mi sento piccolo, debole, trascinato al male, tanto più mi sento spinto a mettere in Dio tutta la mia fiducia».

 

3. L'umiltà dona la purezza di intenzione

«Cerco il mio interesse»: espressione disordinata e ingiusta con la quale il superbo offende Dio, che deve rimanere il fine di tutto ciò che egli ha creato e di tutto ciò che concede alle creature di realizzare. Ristabilendo l'ordine e la giustizia, l'umiltà ti fa dire: «Cerco la gloria di Dio». Ecco la saggezza, il bene vero, la purezza d'intenzione.

Agire per Dio significa gravitare verso l'Essere infinito per il quale tutto esiste, far risuonare la mia nota nel concerto universale che lo glorifica, pren­dere il mio vero posto nei disegni del suo adorabile amore. Dio ha il diritto di essere il bene supremo, eminentemente amabile, sicché sarei un insensato se non ne facessi lo scopo di tutti i miei atti. La super­bia si oppone a questo orientamento; l'umiltà lo rista­bilisce.

Senza fare di sé un idolo nel senso assoluto della parola, si finisce per orientare tutto a se stessi di fatto o nel desiderio. In teoria non si esclude Dio dalle pro­prie intenzioni, ma lo si lascia da parte. Si esce così dal piano divino, si devìa e ci si sposta dal progetto della creazione.

È l'umiltà che fa assumere il nostro vero posto attraverso la purezza d'intenzione. L'umile si libera dall'ossessione di sé, confessa e rispetta i diritti di Dio e ne fa la regola della propria vita. Se gli accade di scostarsene, se ne accorge e ritorna sui suoi passi. La purezza d'intenzione è per lui una necessità e, secondo la parola di Gesù, «la luce che è in lui rischiara» tutti i suoi atti (cf. Mt 6, 22-23).

Quanto è felice l'anima che si abbandona alla volontà di un Padre onnipotente e infinitamente buono: vuole tutto quel che vuole lui, ama tutto ciò che lui ama. Sopporta con la stessa serenità le prove esterne e i distacchi interiori.

Come vive lontano da queste disposizioni il superbo e quanto è da compiangere! Poiché sta scritto: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre cele­ste sarà sradicata» (Mt 15, 13).

La purezza d'intenzione e la fiducia in Dio sono, dunque, figlie dell'umiltà. La purezza d'intenzione fa da guida, la fiducia dona energia, e insieme attuano il progresso spirituale che poco alla volta conduce alla perfezione. Dio, che quaggiù è il bene ricercato, sarà in Cielo il bene posseduto.

 

MEDITAZIONE QUINTA

Formazione spirituale inquinata dalla superbia

Preparazione della sera

Nella meditazione di domani mi dedicherò ad un lavoro retrospettivo. Risalirò al tempo della mia for­mazione spirituale. Scruterò i motivi che mi hanno spinto al bene e ricercherò gli influssi esterni che in esso mi hanno forse mantenuto. Metterò da un lato ciò che era puro, disinteressato, animato dalla vista di Dio, e dall'altro ciò che più o meno consapevolmente era alterato dal desiderio della stima altrui e del mio compiacimento.

Considererò:

1. la realtà di una formazione spirituale inquinata dalla superbia;

2. i segni rivelatori di una tale realtà.

Mio Dio, allontanami da me stesso e mettimi a quella giusta distanza che mi consente di vedere con chiarezza; suscita nella memoria quei particolari che possono illuminare le mie intenzioni e azioni pas­sate. Se nella formazione della mia vita di pietà c'è stata della superbia, ti prego di farmela conoscere, sentire e detestare.

 

1. La realtà di una formazione spirituale inquinata dalla superbia

Ci sono certamente alcuni, numerosi più di quanto si creda, che hanno fatto crescere la loro vita spiri­tuale sotto l'influsso più o meno attivo di un orgoglio inconscio. Sono forse anch'io nel loro numero?

Come? La superbia mi avrebbe fornito aiuto nel prendere le abitudini di una vita pia e virtuosa e io non me ne sarei accorto? Sì, c'è una superbia che si nasconde e non si fa vedere, una superbia di cui forse sono stato anch'io vittima inconsapevole.

Certo attuale rilassamento, certa insistente tiepi­dezza, certe ricadute nella colpa, possono forse dipen­dere dal fatto che le mie virtù furono poggiate, in larga parte, sul fondamento falso e fragile della super­bia? Anima mia, stai attenta e prega...

Forse non ho riservato abbastanza attenzione alle conseguenze di due fattori psicologici:

- l'uomo è essenzialmente un imitatore;

- l'uomo subisce l'influsso dell'ambiente che lo circonda e vi si adatta.

Devo rivisitare il periodo della mia formazione spirituale tenendo conto di questi due dati.

Da quali persone ero circondato? Quali erano le idee dell'ambiente in cui sono vissuto: famiglia, casa di formazione, seminario, noviziato o altro ambiente? Sicuramente si trattava di persone scelte e di un ambiente di virtù e di pietà. La vita spirituale vi era tenuta in onore; si parlava con ammirazione degli atti eroici dei santi e si circondavano di venerazione le persone che manifestavano qualche segno di san­tità. Libri e colloqui concorrevano a sviluppare la felice impressione. Avevo stima di queste cose e pro­vavo invidia per quelli che mi passavano avanti nella edificazione.

Erano puri, del tutto puri, i sentimenti che allora mi hanno spronato al bene? Una analisi rigorosa non vi può scoprire qualche traccia di inquinamento? Il desiderio di entrare in un tipo di vita circondato dalla stima generale, non ha avuto probabilmente una larga parte nello slancio che mi ha spinto? La contentezza nel servizio di Dio non risentiva forse del compiaci­mento di me stesso e soprattutto della coscienza più o meno chiara del posto che conquistavo nella stima degli altri? Chi sarà in grado di sondare questo abisso che solo Dio conosce?

La mia stessa umiltà non ha forse subìto, almeno in parte, le ispirazioni e gli impulsi di una certa super­bia? È perfettamente possibile.

In un ambiente virtuoso si stima e si ammira l'u­miltà in sommo grado, la si riconosce come la prin­cipale virtù dopo la carità. È quasi impossibile non adottarne le forme e le espressioni fino ad una spe­cie di sentimento interno: credersi umili diventa un bisogno.

Una tale umiltà può essere vera, senza dubbio, per­ché quei benefici influssi ne favoriscono meravi­gliosamente la crescita. Ma può anche, e assai facil­mente, farsi più apparente che reale, più fittizia che sincera. Una persona naturalmente orgogliosa scam­bia in fretta le cose e dell'umiltà che le cammina davanti, persegue soltanto l'aureola.

Ancora una volta, chi sonderà un tale mistero?

 

2. I segni rivelatori di questa realtà

Il divino Maestro ha detto: «Dai loro frutti dun­que li potrete riconoscere» (Mt 7, 20). Che frutti ha prodotto la mia formazione spirituale? Passando ad altro ambiente, l'ardore si è forse raffreddato? Il mio zelo per la perfezione, e particolarmente per l'umiltà, è forse scaduto? E in questo stato deplorevole non sono precipitato assai presto, senza opporre resistenza, senza particolari scosse?

Il nuovo ambiente in cui mi sono venuto a trovare dimostrava ancora, anche se in proporzione minore, stima e ammirazione per le stesse cose; ma vi regna­vano altre idee e aspirazioni diverse. Così, troppo consenziente alla legge della mia natura fragile, mi sono adattato alla nuova situazione nella maniera più confacente all'amor proprio.

Altro segno ugualmente tipico di una formazione spirituale fuorviata dalla superbia, è la reazione di fronte alle contraddizioni, agli insuccessi, alle ingiu­stizie e alle disapprovazioni patite. Turbamenti, preoc­cupazioni, tristezze: ecco le tracce di virtù imperfet­te, fondate più o meno sulla superbia. Scoraggiamento profondo, collera, animosità, gelosia, rivolta: ecco gli indizi di una superbia radicata e imperante.

La mia era dunque un'umiltà di facciata e i miei sentimenti soltanto dei surrogati? Un'umiltà vera e profonda mi avrebbe ispirato la calma e la rassegna­zione e addirittura quella contentezza superiore e quella gioia sublime che provavano gli apostoli oltrag­giati per amore di Gesù (cf. At 5, 41).

Grazie, mio Dio, di rischiarare il profondo dell'a­nima mia. Devo confessarlo? Soffro nel vedermi quale mi rivela la tua luce. Mi chiedo se tutto in me sia da rifare. Forse le mie virtù sono apparenti, semplice effetto dell'ambiente in cui attualmente vivo. Che cosa sarei se intorno a me cambiassero le cose: posi­zione, funzioni, persone?

Al pensiero dell'isolamento morale in cui mi ver­rei a trovare, sento l'estremo bisogno di nascondermi in Te, come mio unico rifugio. Dio mio, crea in me uno spirito nuovo, veramente umile!

Dice san Girolamo: «Dell'umiltà molti ricercano l'ombra, pochi la realtà». Voglio essere nel piccolo numero di costoro.

 

MEDITAZIONE SESTA

L'umiltà, custode delle virtù

Preparazione della sera

Se l'edificio della perfezione spirituale si fonda su una superbia inconscia è costruito sulla sabbia e il pericolo di una improvvisa rovina incombe continuo. Se invece ha il suo fondamento in Dio, posso met­termi tranquillo per il passato, ma devo temere per il futuro, perché la superbia è capace di radere al suolo la costruzione più ben fondata.

«Arricchirsi di virtù senza l'umiltà - dice s. Giro­lamo - è come esporre polvere al vento». Quanta vio­lenza di bufere allora mi circonda, e in quali pericoli si trovano i miei instabili propositi!

Sant'Antonio, spaventato da una visione che gli mostrava il mondo pieno di trabocchetti, esclamò: «Signore, come si può evitarli?». Una voce gli rispose: «Con l'umiltà».

Questa virtù è nello stesso tempo il fondamento e il guardiano delle altre virtù, perché fa di Dio il prin­cipio e il fine degli atti virtuosi, mentre la superbia se li attribuisce ingiustamente e rovina così l'intera opera di costruzione.

Sono profondamente convinto di questa verità? Provo un senso di timore nel constatare che, pur non sentendomi chiaramente superbo, non sono neppure davvero umile?

L'umile avverte incessantemente il bisogno di Dio, della sua indulgenza e del suo aiuto. Nel constatare la propria miseria e fragilità, si sente come un infermo che cammina poggiando su una ferita resa più dolo­rosa ad ogni movimento. Per tendere ad una umiltà più consistente domani considererò:

1. come l'umiltà sia il sale che preserva dalla cor­ruzione;

2. come sia la luce che disperde le illusioni.

 

1. L'umiltà è il sale che preserva dalla corruzione

San Girolamo scriveva ad una persona da lui diretta: «Non aver niente di più prezioso e di più interessante dell'umiltà, perché è la principale conservatrice e custode di tutte le virtù». L'umiltà conserva e custo­disce tutte le virtù, in quanto le difende dalla corru­zione della superbia.

Più una virtù è grande, tanto più grande è la presa che offre alla superbia. Qualunque bene si presta, infatti, alla propria vana compiacenza e all'applauso degli altri.

La vana compiacenza dà l'avvio alla corruzione. Come sono dolci i suoi suggerimenti e come si fa ascoltare! Com'è fluttuante e sa ben mascherarsi! Quale veleno mescolato a cibi sani, la vana compia­cenza si insinua nella contentezza per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Penetra nelle consolazioni sensibili e nelle elevazioni più sublimi.

Insensibilmente progredisce e compie stragi. La lentezza dei suoi movimenti elude la vigilanza e in questo modo il veleno si intromette nelle virtù più preziose.

L'opera di corruzione, iniziata dal vano compia­cimento, viene portata a termine dal desiderio della stima e della lode. Il mormorio esterno di approva­zione risuona tanto gradevole al di dentro. Certo, si è convinti che non ci si lascerà incantare; che contro volontà si subisce ciò che non si può evitare; che tutta la gloria la si riferisce a Dio. Eppure il compiaci­mento si fa largo, ed è profondo!

Sotto questo doppio influsso il male progredisce; non un atto passeggero casualmente inquinato, ma tutta una serie di circostanze similari, che avvolgerà ben presto l'insieme della nostra persona: tutta l'im­presa della perfezione ne sarà corrotta.

Per un certo tempo l'edificio interiore resta in piedi per la forza dell'abitudine ed anche per le esigenze dell'orgoglio stesso. Ma questa vita fittizia non potrà sostenersi a lungo. Tentazioni più forti, circostanze impreviste, dei nonnulla... alla prima occasione met­teranno a segno la rovina.

Chi darà la forza di preservare da tanta disgrazia? L'umiltà. «La virtù - dice s. Agostino - non esiste che unita all'umiltà». Questa si diffonde nella vita spirituale come il sale gettato su di un cibo che si vuole conservare.

L'umiltà si oppone ad ogni fermentazione nociva, elimina giudizi e decisioni troppo personali e fissa in Dio intenzioni e godimenti.

Per ottenere un tale effetto, l'umiltà deve essere veramente una virtù, deve cioè agire con la facilità, la spontaneità e la prontezza che solamente l'abitu­dine dona. Altrimenti, quante sorprese e che enorme fatica! Bisogna che la spinta dell'umiltà diventi tanto connaturale quanto lo era quella della superbia.

 

2. L'umiltà è la luce che disperde le illusioni

Un detto comune, profondamente vero, afferma che la superbia acceca, e i maestri di vita spirituale hanno così ben capito il ruolo inverso dell'umiltà che ne fanno il più sicuro criterio per il discernimento degli spiriti.

Una qualsiasi virtù è vera o falsa? Una forma di ora­zione elevata viene o non viene da Dio? Un feno­meno straordinario è realtà o illusione? Il giudizio ultimo dipenderà dal convincimento preventivo sul­l'umiltà della persona che ne è favorita.

Questa regola va pure applicata alle virtù più ordi­narie. Prima richiamo alla mente gli accecamenti della superbia che ho riscontrato negli altri; e poi provo timore degli apprezzamenti nei miei riguardi se non rivelano la mia piccolezza, dato che sono veramente ben piccolo, debole e miserabile.

Dio non giudica come noi. Coloro che mi riten­gono persona progredita nella perfezione, non sanno quali sono state le mie ingratitudini e le mie colpe e quali sono tuttora le mie deplorevoli miserie. Per met­termi e restare al mio vero posto, la mia umiltà deve essere bene illuminata, deve penetrare l'intelligenza e mostrarle senza sosta il mio nulla, la mia impotenza e i miei torti: in una parola, deve essere una virtù autentica.

Quant'è facile cambiare opinione, smarrirsi e finire nella tiepidezza! Si adattano i doveri alle proprie idee, e poi la vita ai propri gusti. Si dichiara santo quel che piace; ci si avventura in pericoli non imposti dalla necessità; si scusano le proprie colpe e si tornano a commettere; non si avverte la necessità della pre­ghiera; si vive per se stessi e senza rimorsi: ecco lo stato di tiepidezza che soffoca il gusto e la volontà di perfezione.

Se invece l'umiltà fosse attiva, tale decadimen­to sarebbe segnalato e bloccato, perché essa dà il senso del vero e l'istinto del bene. Se almeno ades­so fossi preso da un profondo sentimento di sfidu­cia verso di me, la luce che mi invaderebbe sareb­be tanto viva che mi verrei a trovare nell'alternati­va o del proposito di vincermi o della certezza di oppormi alla Grazia.

Niente falsifica la coscienza quanto l'influsso di una superbia ascoltata. Niente la mantiene retta e decisa quanto il sentimento dell'umiltà. Sotto la sua direzione l'anima, diffidando di sé, segue i me­todi sicuri, chiede volentieri consiglio, teme le oc­casioni pericolose, prega incessantemente, impie­ga tutti i mezzi a sua disposizione. Anche se pos­siede grandi virtù, non le considera nemmeno; pur praticando il bene con sicurezza, intimamente è persuasa di essere debolissima. Le virtù hanno tro­vato così una perfetta custodia.

Senza l'umiltà, al contrario, quante cadute e talvolta quali cadute! Le radici dell'albero erano marcite, i fondamenti dell'edificio avevano ceduto. La tempe­sta delle passioni o la forza violenta di situazioni dif­ficili hanno sradicato l'albero e fatto crollare l'edi­ficio. E l'albero non è stato piantato di nuovo, e le macerie non sono state riedificate; mentre lì attorno certi peccatori, che avevano guazzato nel male, con la Grazia divina hanno trovato nelle loro colpe l'u­miltà che salva.

Che io non sia, o Dio, uno di quei superbi che tu abbassi, abbandonandoli ai loro ridicoli sforzi e per­mettendo che cadano in modo vergognoso. Dammi la grazia di provare sempre un vivo senso di timore e di diffidenza di me stesso.

 

MEDITAZIONE SETTIMA

I castighi della superbia

Preparazione della sera

La superbia tende a privare Dio della sua gloria, perfino del suo ruolo. Usurpa il suo posto, se non intenzionalmente, il che sarebbe mostruoso, almeno praticamente, il che è già tanto odioso. Come pen­sare che Dio tolleri tale sopruso? Quali sarebbero i sentimenti di un padrone nei riguardi del servo che pretendesse di fare a modo suo, attribuendosi ogni diritto? Come lo tratterebbe? Certo lo punirebbe e in maniera adeguata alla colpa, facendolo apparire vile e miserabile nelle sue pretese.

Ogni legge ha lo scopo di mantenere l'ordine; ora, la legge della nostra attuale condizione è l'umiltà. Se essa è violata, il disordine penetra in noi, nei nostri rap­porti con Dio e nelle relazioni con il prossimo. Da qui errori, pericoli, fallimenti e forse la rovina della vita spirituale, talvolta perfino 1'impenitenza finale.

Di solito il castigo raggiunge il colpevole con len­tezza, ma in modo inevitabile. Studierò domani que­sto argomento di giusto timore, meditando su di un triplice castigo che colpisce la superbia:

1. la sterilità soprannaturale;

2. la maledizione di Dio;

3. la decadenza morale.

 

1. La superbia è punita con la sterilità soprannaturale

La superbia possiede la proprietà fatale di rendere sterile tutto ciò che tocca. L'azione più bella da essa ispirata diventa inutile per il Cielo, come un fiore in­fecondo. Tutto il bene che raggiunge con il suo alito, immediatamente appassisce. Così la vita più attiva, se è dominata da questo vizio, assomiglia alla botte delle Danaidi che nessuno riuscirà mai a riempire. Nostro Signore diceva dei Farisei che digiunavano e pregavano per essere onorati: «Hanno già ricevuto la loro ricompensa» (Mt 6, 2.5). Perché Dio dovrebbe ricompensare ciò che non è fatto per lui?

D'altra parte, anche se volesse, non potrebbe. Ogni atto privo di un'intenzione soprannaturale, almeno potenziale, non può ottenere il concorso di Dio. Per­ciò è privo di vitalità soprannaturale. Dal momento che la Grazia non c'entra per niente, non può pro­durre gloria celeste; se lo Spirito Santo non lo vivi­fica, Dio non lo fa suo.

Compiere opere buone per superbia è come spar­gere polvere al vento. Nel monastero diretto da Paco­mio, un monaco fece un giorno una stuoia più degli altri e la mostrò per vanità, sperando di riceverne complimenti: «Questo lavoro è per il diavolo», sen­tenziò il superiore.

Che delusione attende il superbo un istante dopo la morte! Si ritroverà con le mani vuote e sentirà risuonare la sentenza: «Non vi conosco» (Mt 25, 12). Egli si meraviglierà e dirà fra sé: «Non abbiamo noi profetato nel tuo nome?» (Mt 7, 22). E cioè: «Non ho io fatto opere buone, sopportato fatiche, compiuto fino alla fine esercizi di pietà e di zelo?». Eppure Dio gli dichiarerà: «Non vi ho mai conosciuti; allonta­natevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7, 23).

Sì, il superbo ce l'ha messa tutta per darsi agli esercizi della vita spirituale, per moltiplicare gli atti virtuosi che gli hanno attirato l'ammirazione altrui, per riuscire nel lavoro apostolico: nulla di tutto ciò costituisce un merito e conta agli occhi di Dio, se è ispirato dalla superbia.

L'obiettivo principale delle sue attività era la vana­gloria e il desiderio di essere stimato e applaudito. Ricevuta questa ricompensa, non ne merita altre: il salario sarà degno della sua vanità. Egli appartiene a coloro di cui Agostino ha detto: «Erano uomini vuoti, hanno ottenuto una ricompensa vana».

 

2. La superbia è punita con la maledizione di Dio

Il Maestro divino, pur così pieno di dolcezza, ha colpito e maledetto in termini severi e terribili la superbia dei farisei e degli scribi. Per sua natura que­sto vizio è odiato da Dio, perché tende a rapirgli la gloria. «Non cederò la mia gloria ad altri, né il mio onore agli idoli», dice il Signore (Is 42, 8). Come potrebbe non maledire e non punire la superbia che si fa idolo di se stessa e toglie così al Creatore la glo­ria e l'onore a lui solo dovuti?

Per punirla Dio non ha bisogno di armarsi di spada contro il superbo: basta che lo abbandoni a se stesso. Niente di più giusto, dato che è presuntuoso; niente di più fatale, poiché è debole.

«Il Signore abbatte la casa dei superbi» (Pro 15, 25), è detto nella Scrittura. Perché l'edificio del superbo crolli, è sufficiente che Dio non mandi la sua Grazia; senza di essa infatti non si può né fare né conservare alcunché di buono. Precisamente egli con­cede la sua Grazia agli umili e la rifiuta ai superbi (cf. Gc 4, 6). San Tommaso d'Aquino, parlando del­l'umiltà come fondamento della vita spirituale, dice che «questa virtù caccia la superbia alla quale Dio resiste e rende l'uomo sottomesso e aperto alle effu­sioni della Grazia divina».

Queste effusioni sono rifiutate al superbo: incline al male a motivo del peccato originale, accecato dalle proprie illusioni, caduto in basso per essersi lasciato mille volte fuorviare, privato dell'aiuto divino che potrebbe illuminarlo e trattenerlo, egli corre verso gli abissi e sprofonda sempre più nella melma, secondo le leggi dell'accelerazione della velocità nella caduta. Gli sfugge il senso del pericolo: ha gli occhi come bendati e non avverte la necessità di chiedere luce e soccorso.

Fra Dio onnipotente e noi, deboli per essenza, è sta­bilito un contratto tacito: «Voi state al vostro posto, e io al mio; siate umili e pregate e io vi sosterrò». Il ca­stigo per l'infrazione a questo contratto è l'abbandono.

La maledizione di Dio contro la superbia può prendere anche una forma più terribile di quella del­l'abbandono: si trasforma in avversione e odio. La Scrittura avverte: «Tre tipi di persone io detesto, la loro vita è per me un grande orrore: un povero su­perbo...» (Sir 25, 2); «E un abominio per il Signo­re ogni cuore superbo, certamente non resterà im­punito» (Pro 16, 5).

Quest'odio divino perseguita il superbo, senza che nulla possa sottrarlo ai suoi giusti castighi: «La tua arroganza ti ha indotto in errore, la superbia del tuo cuore; ...anche se ponessi, come l'aquila, in alto il tuo nido, di lassù ti farò precipitare. Oracolo del Signore» (Ger 49, 16).

Parole che mettono paura. Tremo davanti alla rive­lazione dell'odio che Dio, conosciuto come infinita­mente misericordioso, porta contro questo vizio. Un posto eminente anche nella Chiesa, importanti servizi resi perfino alla religione, virtù ammirevoli e senza dubbio troppo ammirate, possono fornire esca alla superbia, senza costituire una difesa nei confronti di Dio. «Di lassù ti farò precipitare». E lo ha fatto con i superbi: «Ha rovesciato i potenti dai troni» (Lc 1, 52).

Una superbia da meritare tali castighi penso sia rara fra le persone devote. Ma troppo spesso c'è in loro una superbia minore che pure attira giuste punizioni: aridità persistenti, insuccessi, tristezze, colpe in cui Dio permette che si cada.

La superbia nel suo desiderio smodato di stima e di lode, viene punita anche col non raggiungimento della gioia cercata, con la delusione riservata alle sue febbrili preoccupazioni. I suoi desideri superano sem­pre le mete raggiunte; quanto più ottiene tanto più diventa avida.

Da parte sua Dio si sente dimenticato e tace o si volge altrove; toglie le grazie per dimostrare la sua riprovazione. Si accontentasse di mescolare l'ama­rezza alle nostre gioie umane e di renderci infelici nelle nostre vane ricerche! Un giorno, senza dubbio, la fame ricondurrebbe il figlio prodigo alla casa paterna... (cf. Lc 15, 16-20).

 

3. La superbia è punita con la decadenza morale

Quali sono le conseguenze della maledizione di Dio contro l'orgoglioso, che egli detesta e abban­dona? San Paolo, parlando dei filosofi perduti dalla loro superbia, dice: «Dio li ha abbandonati all'im­purità secondo i desideri del loro cuore, sì da diso­norare fra di loro i propri corpi» (Rm 1, 24).

Eccoli decaduti, degradati, ridotti al livello di ani­mali che seguono gli istinti. Per usare i termini del­l'Apostolo, il superbo diventa «animalis homo» inca­pace di percepire ciò che appartiene allo Spirito di Dio (cf. 1 Cor 2, 14).

Colpito dal triste spettacolo, devo capire che la superbia contiene in radice ogni degrado morale. «Principio della superbia infatti è il peccato» (Sir 10, 13). Parola rivelata e comprovata dall'esperienza. Per descrivere quanto esce da questa sorgente inqui­nata, la Scrittura avverte: «Il cuore dei superbi è come l'alito cattivo che emana da uno stomaco malato» (Sir 11, 32 Volg.).

Se questo è vero, come posso meravigliarmi nel sentire che la superbia è un segnale premonitore di riprovazione? Immergendosi nel male, il superbo vi trova alla fine la sua tomba. Per uscirne, dovrebbe riconoscersi colpevole, far appello alla Grazia, umi­liarsi; ma quell'infelice ne è incapace.

Dei castighi che ho appena intravisto, non ce n'è uno al quale prima o dopo possa sottrarmi. Per questo devo temere i progressi insidiosi della superbia e considerare come sia capace di distruggere tutto. Ogni buona azione ispirata dall'amor proprio è corrotta in partenza. Un atto iniziato santamente, all'improvviso può alterarsi per un motivo di vanità che se ne impa­dronisce. Un'opera compiuta in maniera perfetta può deporre in me un germe di corruzione con il vano compiacimento.

Concedimi, o Dio, di evitare i castighi della super­bia e di poter godere dei premi dell'umiltà. Invece della sterilità soprannaturale, le mie più piccole azioni saranno arricchite dal merito. Invece della tua maledizione e della tua avversione, sarò coperto di benedizioni e di tenerezze. Invece del degrado, sarà l'elevazione, perché tu «sollevi l'indigente dalla polvere», e... «innalzi gli umili» (cf. Sal 112, 7; Lc 1, 52). Invece della prevedibile riprovazione, sarà assicurata la predestinazione. Tu affermi con la voce del Salmista che «salvi gli spiriti affranti» (cf. Sal 33, 19).

E non potrebbe essere diversamente. L'umile prega e tu, Signore, ti «volgi alla preghiera del misero» (cf. Sal 101, 18). Tutto può con la tua forza; sei tu che vivi in lui. Se ne va nell'ombra e nel silenzio; se deve mostrarsi, si mantiene sotto il tuo sguardo. Dimentico del bene che compie, desideroso unicamente della tua gloria, non ha che l'ambizione di essere ogni giorno più tuo figlio.

Aiutami ad essere umile a questo modo.

 

Motivi per essere umili

PARTE SECONDA

Studio introduttivo

La ragion d'essere dell'umiltà si trova nella condizione umana

Ecco prendere forma il dovere di essere umili: la superbia opprime e minaccia tutta l'esistenza; falsa e rende precario l'insieme delle virtù; altera i princìpi della vita spirituale e toglie alle azioni ogni merito soprannaturale; attira il castigo e prepara la rovina. Bisogna, dunque, opporle l'umiltà.

Una tale conclusione, per quanto ben fondata, non manifesta ancora le ragioni profonde e i motivi intrin­seci dell'umiltà; dimostra se non altro che di motivi ce ne sono. In effetti se il disordine c'è, ci sarà la causa, avendo Dio posto il bene nell'ordine e nell'e­quilibrio.

Forse che il bene dell'umiltà non esce fuori dalla natura stessa delle cose? E allora, essere umili, non equivarrebbe semplicemente all'essere nel vero? è - quanto si potrà ritrovare nelle prossime meditazioni. Verrà presentata la condizione dell'uomo nel suo essere creato, decaduto, trasformato dalla Grazia.

L'umiltà che ne risulta non avrà niente di stretta­mente personale; sarà uguale per ogni uomo, dal più perfetto al più miserabile. È l'umiltà di fronte a Dio. Umiltà facile, a quanto sembra, dato che non esige che un atto di buon senso; ma tuttavia umiltà molto potente, perché genera i santi.

Perché non ne forma un gran numero? Forse a causa della debolezza umana? Certo, c'entra anche questa; ma è più giusto farne colpa alla mancata con­vinzione. Le verità tradizionali che riguardano la con­dizione umana sono talmente note che suscitano minore attenzione. Anche considerate con più serietà, rischiano di restare astratte e non scuotono quella parte di noi che si lascia smuovere soltanto dalle forti impressioni.

Le meditazioni precedenti, frutto di attenta osser­vazione, forse ci hanno colpito: le tendenze sono fatti morali, quasi altrettanto rilevabili quanto i fatti mate­riali; e i fatti hanno il vantaggio di costringerci a riflettere e di persuadere.

Ora, di fronte a delle nuove verità che saranno og­getto della nostra meditazione, bisogna premunir­si contro la funesta abitudine di ritenere meno certo quello che non è sensibile e di lasciar sussistere dubbi su verità che destano sorpresa. Si fa un po' come l'ignorante che alza le spalle quando uno scienziato gli espone tutto quello che racchiude una goccia d'acqua. Nelle meditazioni che seguono vor­remmo raggiungere il mondo sconosciuto che si na­sconde al fondo delle cose note, per ricavarne una convinzione che costringa irresistibilmente all'u­miltà.

 

La ragion d'essere dell'umiltà sta anche nei nostri peccati e nella nostra insignificanza di fronte ai Santi e a Dio

Alle meditazioni astratte e quasi impersonali sulla condizione dell'uomo, seguiranno meditazioni sulla nostra personale situazione di peccatori e sulla nostra pochezza di fronte ai Santi e a Dio. Invece delle verità della fede, faremo sfilare davanti agli occhi i nostri pensieri, le nostre azioni, le omissioni e le altre man­canze della nostra vita. Campo assai vasto di cui vor­remmo nascondere le parti più oscure nella lonta­nanza del passato o fra le ombre della fantasia, e che invece ha da essere vivamente rischiarato alla luce di un serio esame.

La meditazione sulla propria colpevolezza forma la base dell'umiltà; di quell'umiltà che fa abbas­sare la fronte, non solo davanti a Dio, ma pure da­vanti agli uomini; di quell'umiltà che spezza il sen­timento esagerato della stima di se stessi e mette fine alla ricerca di quella stima altrui che si sa di non meritare.

La stima di un oggetto è connessa al suo prezzo, ma questo non può essere definito se non con una unità di misura che, nel nostro caso, sta nel confronto. Io, con che cosa ho da mettermi a confronto? Con quello che è basso e miserabile? No, perché non merita stima ciò che è senza valore. Il mio confronto, dun­que, deve essere fatto con ciò che è grande, con ciò che è bello.

Ora, di fronte ai Santi e a Dio, mi trovo davanti alla vera dimensione del grande e del bello, di ciò che determina la stima. Il confronto metterà in risalto la mia insignificanza e verrà a completare l'effetto degli alti ragionamenti con la forza di una impres­sione che colpisce la sensibilità.

 

I motivi di umiliarsi davanti a Dio dispongono a umiliarsi davanti agli uomini

Per il fatto che certe motivazioni vanno bene per tutti e non fanno sentire la nostra piccolezza se non davanti a Dio, bisogna concludere che sono ineffi­caci nei rapporti con i nostri simili e, di conseguenza, non conducono all'umiltà pratica? Niente affatto.

L'umiltà che si esercita nelle due direzioni, Dio e gli uomini, possiede un denominatore comune: disporre ad un giusto abbassamento. Ora, mentre cre­sce questa disposizione nei confronti di Dio, gli stessi motivi la fanno crescere in se stessa. Divenuta più forte, più pronta ad abbassarsi, adattandosi alle cir­costanze e regolata con saggio discernimento, questa disposizione porterà a moderare ogni tipo di pretesa e, se necessario, a rinunciarvi definitivamente. Qual­siasi genere di conoscenza dilata le capacità del sapere e ogni affetto familiare dispone il cuore a meglio amare il Signore: la stessa cosa avviene con l'umiltà, qualunque sia l'oggetto del suo esercizio.

Lasciamoci penetrare da verità che, pur non essendo personali in senso stretto, abbasseranno nondimeno la nostra fronte così che non oserà rialzarsi impru­dentemente davanti ad alcuno.

 

L'analisi della nostra triste condizione deve procedere tenendo presente la misericordia divina

Meraviglia mista a spavento consegue quasi ine­vitabile all'analisi di ogni forma di vita: vita dell'a­nima, vita del corpo, e persino vita di una pianta. Tutto vi appare così delicato, così complesso, così fragile, che si teme ad ogni istante di vedere quel­l'organismo distrutto per il più piccolo mal funzionamento. Fortunatamente a compensare la paura c'è qualcosa oltre l'analisi: c'è l'esperienza. Potrà sem­brare che il nostro essere non possa sopravvivere ed invece vive; potrà sembrare che non possa resistere a tante cause di disgregazione ed invece resiste. Altret­tanto avviene nel campo soprannaturale.

L'analisi delle leggi che reggono quest'ordine incombe minacciosa, ma la realtà dei fatti ridimen­siona gli allarmismi. C'è ovunque in azione, come rimedio universale, quella meravigliosa forza che nel­l'universo si chiama Provvidenza e che prende qui il nome, ancora più rassicurante, di Misericordia.

Non c'è cristiano che, di fatto, non abbia larga­mente il potere di evitare ogni peccato mortale e di rialzarsi se pecca.

Non c'è persona che con la preghiera non possa ot­tenere tutto ciò che gli manca e nessuna che sia priva, anche per un solo istante, della capacità di pregare.

Quello che forse è impossibile oggi, diventerà pos­sibile domani, se usiamo bene delle più piccole gra­zie che ci preparano a quel traguardo più alto. Certi aiuti che a rigore non ci sono dovuti, ci saranno invece infallibilmente dati. E che importa lo stretto diritto ad avere tali aiuti, se ci arrivano altrettanto sicuramente per via di Grazia?

Nel giorno del giudizio ognuno sarà costretto dal­l'evidenza a confessare che Dio è stato buono, troppo buono con lui. Non vi sarà eccezione a questa regola, perché siamo sotto il regime della Misericordia, e di conseguenza sotto quello dell'umiltà.

 

MEDITAZIONE PRIMA

Il mio nulla

Preparazione della sera

Se il mio essere derivasse da una materia esistente fuori di Dio o se, creato interamente da lui, avessi portato con me - cosa impossibile - una impercetti­bile particella della sua sostanza, avrei un valore; e questo valore, sia pur minimo, sarebbe tuttavia sem­pre degno di apprezzamento.

Ma non è così perché, se è vero che vengo da Dio, io non esco dal suo seno, ma da un atto esterno e da una semplice volontà della sua onnipotenza. Più che un essere, sono una cosa inconsistente, provvisoria, paragonabile ad una nota musicale che esce da uno strumento sotto le dita dell'artista. Dio non è né arric­chito dal fatto che è creatore, né diminuito dal fatto che io esisto. Ecco la verità certa, dimostrata dalla ragione e ammessa dalla filosofia più rigorosa.

Nondimeno io esisto, ho un'essenza; questo mio essere ha un'estensione, delle forme; agisce, trasforma la materia; è libero, vuole e non vuole; la sua intel­ligenza gli dà coscienza di tutto l'universo, il suo genio può generare meraviglie. Forse che tutto que­sto è niente?

Qualcosa pur è, ma di fronte a Dio, questo qual­cosa è sì vano, sì fuggitivo, che la Scrittura lo chiama un `nulla', un essere che non conta: «La mia esistenza davanti a te è un nulla» (Sal 38, 6). Così diventa chiara la parola di Paolo: «Chi dunque ti ha dato que­sto privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1 Cor 4, 7).

Rifletterò domani su questo aspetto sconcertante, su questa rigorosa conclusione che si impone all'a­nima e ne determina la volontà. Perché l'umiltà è più che una convinzione: è una virtù che opera. Tenderò dunque all'umiltà pratica attraverso la considerazione del mio nulla:

1. nulla dell'essere;

2. nulla dell'operare.

 

1. Il nulla dell'essere: sono un niente

Nostro Signore dice a Caterina da Siena: «Sai, figlia mia, chi sono io? Sarai fortunata se vieni a saperlo! Io sono Colui che è e tu quella che non è».

Dio è l'Essere in tutta la pienezza della parola; questo è il nome che egli si attribuisce: «Io sono colui che sono» (Es 3, 14). Io, al contrario, sono il nulla in tutto il suo vuoto: questo è il mio nome!

Prima della creazione non esistevo neppure nel più lontano elemento. Mille anni, cento anni fa, ero una semplice possibilità che un niente avrebbe potuto impedire di far arrivare all'esistenza. Un giorno sono comparso sulla terra. Secoli e secoli mi hanno preceduto e, senza dubbio, si susseguiranno dopo di me. In questo spazio io riempio alcune ore brevi e preci­pitose. Poi il silenzio si richiuderà su di me come l'acqua profonda inghiotte la pietra che ne ha incre­spato per un istante la superficie.

L'essere che possiedo è la fragilità e l'inconsistenza personificate, un vapore che si alza per svanire ben presto. Lo dice bene s. Giacomo: «Siete come vapo­re che appare per un istante e poi scompare» (Gc 4, 14). Il mio essere è polvere vivificata: «Ricordati, uomo, che tu sei polvere e in polvere ritornerai».

Alla luce della pura verità, quello che si vedrebbe in me, nella materia del mio corpo come nella sostanza della mia anima, sarebbe un nulla sostenuto da ogni parte dalla potenza creatrice. Che se questo sostegno necessario, anche se invisibile, venisse tolto un istante, il mio essere scomparirebbe, svanirebbe come fumo nell'aria, senza lasciare traccia alcuna.

«O nulla sconosciuto! O nulla sconosciuto!», ripete nell'estasi la beata Angela da Foligno. Grido di profonda verità, somma delle irrisorie grandezze del­l'uomo; ma anche punto d'appoggio dei sentimenti più potenti, più elevati, più degni di Dio.

Se io sono il nulla, o Signore, tu sei l'Essere; se io sono il niente, tu sei il Tutto. Questa doppia visione forma con il suo contrasto il ritmo dei canti del Cielo. Sotto queste luci che piovono dall'alto, la condizione dei Santi appare simile alla mia, ma la loro umiltà è al tempo stesso a mia vergogna e a mia lezione. La gloria di Dio fa continuamente splendere ai loro occhi la verità del loro nulla, mentre le mie molteplici mise­rie arrivano ad oscurarla ai miei sguardi.

 

2. il nulla dell'operare: non posso niente

Le mie azioni sono della stessa natura dell'essere. Ora io vivo e non vedo la potenza creatrice che mi sostiene. Agisco e tuttavia non colgo questa stessa potenza che mi mette in movimento.

Sembra a me che tutta la mia attività mi appar­tenga. Muovo la mano o la testa, combino un affare, invento una soluzione, penso, scelgo, amo. Ebbene, tutto ciò che in questi atti è positivo viene prodotto dall'azione di Dio più che dalla mia.

Non può essere diversamente. Vi si oppone la natura delle cose. Dio onnipotente non può darmi la forza di compiere fuori di lui un solo atto: sarebbe un costi­tuirmi creatore. Conseguenza carica di mistero e allo stesso tempo di abbagliante verità; conseguenza che penetra fin nell'intimo della mia libera scelta.

Nel proposito che faccio di diventare umile, e che sembra appartenere esclusivamente a me (perché potrei lasciarlo perdere), Dio agisce mille volte più di me; la mia partecipazione consiste solamente nel­l'aderire al suo influsso che mi sollecita.

Se voglio cercare il fondo di questa stessa ade­sione, perché l'ho data e quale forza mi abbia spin­to ad essa, ritroverei ancora Dio. Per spiegare come resto pur sempre libero, sono costretto a dire: «Sento d'essere libero e so che Dio è abbastanza potente da rispettare la mia libertà nelle sue condizioni essen­ziali, pur completandola perché raggiunga il suo fine ultimo».

Se compio il male, la potenza di Dio - obbedendo a leggi generali di superiore sapienza - concorre a tutto ciò che, in questo caso come negli altri, è atto positivo. Mi accompagna anche nel momento in cui, allontanandomi dall'ordine, mi sottraggo al suo influsso.

Il male è una deviazione di cui io sono responsa­bile: storno l'azione di Dio, la costringo ad andare fuori strada e le impedisco di arrivare al fine che avrebbe dovuto raggiungere.

Quanto è dunque inconsistente e ridicola, o Signore, la compiacenza per le mie qualità, anche per le più evidenti! Quanto è temeraria la fiducia nella mia volontà, anche la più decisa! Quanto è ingiusto l'at­tribuirmi il bene che si compie per mio mezzo! Come aver fiducia in me? Come mettermi uno scalino più in su degli altri?

Il sottilissimo velo del creato ricopre tutto questo niente. Il velo è leggero e mille occasioni lo solle­vano; è però sufficiente per autoingannarmi. Del resto quanto è trasparente! Ma non sono attento e non guardo quello che nasconde; continuo ad attribuire una consistenza assoluta ai miei atti contingenti e su di essi poggio le mie pretese.

Signore, tu che vedi e scruti le menti e i cuori, che pensi di questo cieco? Abbi pietà di lui, apri i suoi occhi, e fa' sorgere la visione della tua immensa infinità davanti alla sua miserabile piccolezza, con­fusa da un passato di superbia.

Questa constatazione mi darà la serenità nei suc­cessi come negli insuccessi: vale la pena prendersela tanto? Mi innalzerà a quella elevata sapienza che mette le cose nella giusta luce e nella loro esatta pro­porzione. Siano benedette le grandi ombre del nulla che fanno uscir fuori lo splendore dell'Essere che è tutto! La conoscenza del mio niente può dispormi mirabilmente alla contemplazione.

Sì, vedrò l'Infinito avvolgermi da ogni parte e in esso mi perderò, abbandonando la superbia; cadrò in ginocchio e assaporerò queste parole: «Mio Dio e mio Tutto!».

 

MEDITAZIONE SECONDA

Necessità della Grazia

Preparazione della sera

La precedente meditazione getta luce sulla rifles­sione di domani. Se non sono niente nell'ordine della natura, che cosa sarò nell'ordine della Grazia? La Grazia non mi è affatto dovuta. Se mi è data, non fa mai parte della mia sostanza, resta una ricchezza divina di cui posso vedermi spogliato ad ogni istante.

D'altra parte, se la vita naturale nei suoi più pic­coli atti ha bisogno del concorso di Dio per ogni movi­mento, che dire della dipendenza a cui mi costringe l'esercizio della vita soprannaturale, i cui atti parte­cipano tutti del divino?

La Grazia non è solo, come credono falsamente molti cristiani, un completamento delle forze; è il principio primo di tutta l'attività soprannaturale, di quegli stessi atti che una lunga abitudine o una attra­zione personale rendono estremamente facili. Scrutando il mio nulla e la mia situazione da que­sto nuovo punto di vista, non mancherò di conside­rare che almeno qui la mia dipendenza è garanzia della mia grandezza: la vita soprannaturale è essen­zialmente una vita di dipendenza, poiché partecipa della stessa vita di Dio, che è il solo a poterla man­tenere viva.

Questa è la mia condizione costitutiva in modo tale che mi seguirà perfino nella vita eterna. Anche là Dio resterà il principio di tutti i miei atti. Oh, dipendenza deliziosa! Sarà Dio stesso a farsi adorare, amare, can­tare dai suoi eletti in una unione indicibile, prossima all'unità.

Col cuore animato da tale speranza, mediterò domani sulla necessità della Grazia:

1. necessità della Grazia attuale in genere;

2. necessità della Grazia preveniente;

3. necessità della Grazia concomitante.

 

1. Necessità della Grazia attuale in genere

Nell'ordine soprannaturale l'incapacità dell'uomo è assoluta. La Grazia attuale gli è indispensabile per l'opera più semplice come per la più difficile: «Nes­suno può dire "Gesù è Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12, 3).

Ecco una espressione che ho spesso sentito e che ho accettato allo stato di formula passiva. La Chiesa ne ha fatto un articolo di Fede; io la credo ferma­mente, ma forse non ne misuro la portata.

Per valutarla convenientemente, mi metterò in un punto elevato e prenderò come riferimento delle mie osservazioni un perfetto cristiano, oppure un santo religioso o sacerdote.

Costui ha conservato l'innocenza battesimale, ha servito Dio con fedeltà costante; ora è pieno di meriti, di virtù e di fervore. I meriti hanno procurato alla sua Grazia santificante degli accrescimenti meravigliosi; le virtù hanno sottomesso perfettamente la sua natura; il fervore mette in azione ogni energia del suo cuore. Eccolo, in fondo, capace di tutti gli eroismi. Eppure senza una Grazia attuale immediata non è in grado, per quanto santo egli sia, di pronunciare con merito il nome di Gesù.

«L'occhio meglio conformato - dice Agostino - non può vedere niente senza l'aiuto della luce. L'uomo più santo non può fare il bene senza l'aiuto divino dell'eterna luce della Grazia».

 

2. Necessità della Grazia preveniente

Ecco un'arpa perfettamente in ordine, che contiene all'infinito, per così dire, melodie nascoste; eppure per sprigionarle avrà sempre bisogno della mano del­l'artista. Prima è inerte e silenziosa; poi quando riceve i tocchi, vibra meravigliosamente.

Così l'anima non vibra che mossa dalla Grazia. Al­l'origine di tutti i suoi atti soprannaturali c'è l'azione di una Grazia preveniente. Questa Grazia muove il pensiero, il desiderio, risveglia il volere e provoca l'at­tività. In questo volere, che determina l'azione, si ri­trova ancora la Grazia attuale, che lo completa miste­riosamente, senza privare del suo ruolo la libertà umana. Io voglio ed è Dio che, più di me, vuole con me.

L'arpa del più grande maestro, strumento docile delle sue più belle ispirazioni, lasciata a se stessa, non è migliore di un'arpa qualunque nell'eseguire l'accordo più elementare. È totalmente inerte e resta muta. Così è e così resta, senza la Grazia, l'anima perfetta di un santo.

La corda dell'arpa pizzicata dall'artista entra in vibrazione. Allo stesso modo, l'anima del giusto, mossa dalla Grazia, comincia il suo agire sopranna­turale. Nell'arpa l'intensità del suono, qui l'intensità dell'atto non saprà mai superare la forza dell'impulso ricevuto. Quale la mozione, tale l'effetto. La persona che dà il suo consenso non vi apporta e non vi aggiunge nulla: come l'arpa.

Dove sta, dunque, la mia parte? Io coopero, mi presto, faccio mio l'impulso ricevuto. In fondo, sono un nulla da cui Dio trae qualcosa.

 

3. Necessità della Grazia concomitante

C'è un aspetto sotto il quale la mia impotenza appare più grave di quella dell'arpa. Questa, messa in movimento, prolunga le sue vibrazioni. L'anima, mossa dalla Grazia, s'arresta all'istante nel suo agire soprannaturale se con lei non continua a muoversi la Grazia, che qui prende il nome di Grazia concomi­tante.

Ho cominciato - per esempio - un atto di amor di Dio; le mie labbra stanno per terminare le parole. Se la Grazia si ferma, la mia formula può continuare, ma si fa vuota.

Non posso allora attribuirmi niente di mio? Nep­pure la volontà o il semplice desiderio? No, assolu­tamente niente; sarebbe contrario alla Fede. Come? Neppure il potere di meritare questo desiderio e di conquistarlo, in tutta giustizia, con degli sforzi natu­rali di ragione e di volontà? No, tale pretesa sarebbe contraria alla Fede.

Ma almeno mi sia riservata una parte, per quanto minima! Non dice s. Paolo: «La grazia di Dio che è con me»? (1 Cor 15, 10). Dunque, partecipo anch'io all'atto soprannaturale, e vi ho la mia parte! Sì, ma questa parte è di tale natura che non può inorgoglire, altrimenti l'Apostolo non avrebbe detto: «Chi dunque ti ha dato questo privilegio?» (1 Cor 4, 7). Io ricevo da Dio perfino quanto liberamente faccio: «È Dio infatti che suscita in voi - ripete l'Apostolo - il volere e l'operare» (Fil 2, 13).

Se è vero che sono un essere creato, è rigorosa­mente vero che rimango un essere che porta il nulla nella sua attività e nella sua essenza.

Come non meravigliarmi allora di sentire in me la superbia? Come non riconoscere la menzogna e l'in­giustizia di questo vizio? E come non vedere che alla base di ogni atto e di ogni virtù ci vuole l'umiltà? La sua necessità non è necessità morale, sinonimo di grande importanza, ma necessità assoluta. E dal momento che l'umiltà partecipa alla necessità della Grazia, anche la sua necessità è assoluta.

Dio ha diritto di esigere da me l'umiltà, perché ha il dovere di mantenere l'ordine delle cose; non ha, dunque, il diritto di permettermi un atomo di super­bia.

Davanti a Lui mi farò molto piccolo e resterò del tutto sottomesso e dipendente; sarà mio piacere pie­garmi nella più profonda adorazione, non solamente nei luoghi di preghiera, ma anche nel segreto della casa: è l'atteggiamento più conveniente. Se non potrò farlo in pubblico, conserverò almeno quel vivo senso di abbassamento che saprà tenermi a freno.

 

MEDITAZIONE TERZA

Necessità delle grazie speciali

Preparazione della sera

Affronterò domani un argomento arduo per la ragione, ma decisivo per l'umiltà. Vedrò come senza grazie speciali, sulle quali non posso avanzare alcun diritto, non sono in grado di resistere alle tentazioni, e, qualora fossi caduto, non saprei rialzarmi dal pec­cato. Anzi, il semplice perseverare nella pietà dipende assolutamente dal loro intervento. E non sono io sol­tanto, poveruomo pieno di imperfezioni, a soffrire una situazione tanto amara; anche il più santo degli uomini sulla terra si trova nelle medesime condizioni e deve con me lamentare la stessa impotenza.

Dovrei sentirla come s. Filippo Neri che ripeteva, gemendo, ogni mattina la preghiera: «Mio Dio, non fidarti di me. Trattienimi e custodiscimi, perché senza di te non c'è peccato che io non possa commettere prima di sera». Ora, un timore tanto grande anche in lui era del tutto fondato; un solo peccato di superbia, privandolo delle grazie speciali, lo avrebbe forse con­dotto a cadere.

Devo anch'io condividere un senso di salutare timore? Provare un sentimento più vivo del bisogno di Dio? Voglio raggiungere questo traguardo medi­tando domani su due aspetti:

1. la perseveranza nel bene esige grazie speciali;

2. l'umiltà le ottiene.

 

1. La perseveranza nel bene esige grazie speciali

L'uomo è sicuro di ricevere tutte le grazie di cui ha bisogno, ma non è sicuro di corrispondere alle gra­zie ricevute. Gli occorre un soccorso ulteriore che, a rigor di termini, non è dovuto ad alcuno. Questo aiuto supplementare consiste in una maggiore intensità e tempestività della stessa Grazia; e ciò in conseguenza della triste condizione seguita al peccato originale.

Il Concilio di Trento dichiara: «L'uomo in stato di Grazia non può perseverare nel suo stato senza un aiuto speciale di Dio». Impariamo a pesare ogni singola parola.

1. Si tratta dell'uomo in stato di Grazia, cioè che possiede la vita soprannaturale, che ha diritto alle grazie ordinarie. Non possiede già tutto quello che gli occorre per raggiungere il fine? No, tenuto conto della sua fragilità, non ha ancora tutto.

2. Si tratta di ogni uomo, fosse pure di un santo. Come? Neppure un santo può avere la certezza di un certo qual `diritto' a simili grazie? No!

3. Non si sta parlando di perfezione o di crescita nella vita spirituale e nell'unione con Dio, ma sem­plicemente di perseveranza nello stato di Grazia. Non posso, dunque, tenermi sicuro di restare quel che sono e di conservare quel che possiedo, se lo voglio con tutte le mie forze? No, perché senza un aiuto sup­plementare, la mia volontà è pronta a venir meno ad ogni istante.

4. Si tratta di `impossibilità'. Il Concilio non parla di difficoltà, né grande né piccola, ma di precisa `impossibilità' di fatto.

È necessario richiamare alcune nozioni fonda­mentali di teologia: per perseverare nel lungo periodo occorre una grazia speciale; per perseverare di fronte a pericoli straordinari, ci vuole una grazia dello stesso genere; per questo la brevità della vita può essere considerata un dono prezioso; comunque la scelta del momento favorevole per una buona morte è sempre una grazia del tutto speciale.

Mio Dio, forse ho davanti ancora molti anni da vivere. Se non otterrò una tua grazia speciale mi per­derò. E se, in un momento imprevisto, sopravvenisse qualche difficoltà più grave? Di certo finirei male se in quel preciso momento non ricevessi una nuova effusione della tua Grazia.

Mio Dio, posso rendermi infedele nell'età matura, nella vecchiaia, nell'ultimo giorno; posso sbagliare gravemente ed essere sorpreso dalla morte in stato di peccato, senza una tua grazia speciale.

Se, con il peccato mortale, mi accadesse di per­dere la vita dell'anima, non avrei niente in mano che mi assicuri di riprenderla, non potrei mettere avanti nulla che meriti in modo assoluto che Dio me la restituisca. Senza una speciale grazia, non riuscirei mai a ritrovare le giuste condizioni e la preghiera suffi­ciente per riottenerla.

Fammi sentire vivamente, o Dio, che cosa significa essere totalmente in tuo potere; dammi la volontà di restare davanti a te in atteggiamento di assoluta dipen­denza, evitando il pericoloso e criminale atteggia­mento della superbia.

 

1. L'umiltà ottiene le grazie speciali per la perseveranza e la salvezza

Con la mente confusa e il cuore oppresso, getto da ogni parte sguardi ansiosi. La mia condizione appare disperata: il peccato mi ha sbattuto qui. Non posso contare affatto su di me e non posso esigere niente dalla giustizia divina. Sono dunque davanti ad un pro­blema senza soluzione? No, perché la Misericordia lo risolve: si china sulla mia indegnità e la guarda con affetto, come una madre. Fa scendere sulla mia afflizione le promesse più inspe­rate: perdono, aiuto, grazia, addirittura amore. Tutto è posto a mia disposizione.

Ora, gli impegni che Dio assume sono sacri: costi­tuiscono tutto un ordine di misericordia dello stesso valore dell'ordine della giustizia. Se il regìme della giustizia ha le sue leggi, quello della misericordia ne ha altrettante, e queste leggi sottostanno alle rispet­tive condizioni. Sotto il regno della giustizia, la con­dizione è il diritto; sotto il regno della misericordia, la condizione è l'umiltà.

Se io mi rendo umile, se mi ritengo del tutto impo­tente, se sto attento a non disprezzare gli altri e se prego, io compio la mia parte e Dio, mantenendo le promesse, compie la sua. Nonostante la mia miseria, egli mi ama, mi protegge, mi dona la sua Grazia.

Quanto non potrei esigere dalla sua giustizia, lo ricevo infallibilmente dalla sua misericordia.

Misericordia e umiltà sono termini correlativi. La miseria è un abbassamento, come l'umiltà; ma la miseria deriva dalla nostra condizione, l'umiltà pro­viene dalla volontà. La misericordia ama solamente la miseria che si umilia, e la salva.

Comprendo adesso perché i santi attribuiscono all'umiltà il dono della perseveranza. Se sono umile, rimango nell'ordine, che consiste nella sottomissione universale. Avrò l'ardire di distinguere fra i voleri divini e respingere quelli che non obbligano sotto pena di peccato? Potrò mormorare davanti ai doveri difficili o alle circostanze dolorose? Se io credo di non essere strettamente tenuto a certi gradi di sotto­missione, neppure Dio mi deve certe speciali grazie di preservazione.

Se sono umile, avverto il bisogno dell'aiuto divino e prego. Il ruolo della preghiera risulta qui in tutta la sua evidenza. Con essa otterrò quanto non avrei saputo ottenere da me, né interamente meritare. Più capirò il valore di queste verità fondamentali, tanto più sarò portato alla preghiera.

Con cuore aperto ripeterò il grido della Liturgia: «O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto» (cf. Sal 69, 2)! Da quale intimo sussulto sarò preso nel ripetere: «Non ci indurre in tentazione»! Mi accosterò con le mani giunte a tutti coloro che possono intercedere per me, ai santi, agli angeli, a Maria! Quali accenti di fede metterò nella formula onnipotente: «Per Cristo nostro Signore»!

La grazia che imploro in questo momento, grazia delle grazie, è quella di diventare umile. La doman­derò senza fine e per ottenerla userò le maniere umili della Cananea (cf. Mc 7, 27-30). Voglio essere umile, perché voglio salvarmi.

 

MEDITAZIONE QUARTA

Pericoli della mia condizione

Preparazione della sera

La meditazione di domani sarà come la dimostra­zione pratica della precedente. L'analisi della mia condizione, in rapporto al bene e al male, mi farà vedere da una parte l'estrema fragilità delle risorse personali che sostengono la mia perfezione spirituale, e dall'altra la formidabile potenza delle cause ostili che sono all'opera per abbatterla.

Spalancando gli occhi su debolezze e pericoli della mia situazione assai precaria, questa meditazione evi­denzierà nella maniera più convincente la necessità di grazie speciali. Così domani la persuasione del­l'intelligenza verrà ad aggiungersi all'impressione della conturbante meditazione d'oggi.

Metterò nella mia ricerca tutta l'attenzione, con lo scopo non di dare un appoggio razionale ad una verità di fede, ma per riceverne il massimo di luce. Esami­nerò:

l. i pericoli della libertà e delle cattive tendenze;

2. i pericoli del mondo, del demonio e delle varie circostanze.

Ma se ti amo, o Dio, è forse così triste esserti debi­tore della mia salvezza? Sarà tanto pauroso consta­tare la mia totale impotenza, se ho fiducia in te? Anche se davanti allo sguardo si estende senza limiti la mia miseria, vedo che la tua misericordia arriva immen­samente più lontano e in essa getto tutte le mie debo­lezze, gridando: «Pietà, o Padre mio»!

 

1. Pericoli della libertà e delle cattive tendenze

l. L'opera della mia perfezione e la mia stessa sal­vezza si trovano in pericolo per la natura della libertà, fragile strumento con il quale costruirò una eternità felice o infelice.

Sento che la mia libertà è incerta e cambia di con­tinuo. È turbata dal variare delle impressioni; si lascia condizionare profondamente dagli interessi che la coinvolgono.

Dare spazio ai suggerimenti positivi, fermarsi alle scelte buone: questa la sua regola d'oro. Se la libertà si fa imprudente nei suoi movimenti, se si attarda per debolezza a dare ascolto ai suggerimenti negativi, eccola trascinata al male. Dopo tutta una vita fedele, la libertà resta essenzialmente capace di fallire.

Con quale felicità, o Dio, ti riconsegno la mia libertà, la sottometto al tuo dominio e l'affido alla tua misericordia! Prendila, dirigila, sostienila e, all'occorrenza, riservale i tuoi inesauribili perdoni. Parlarti così, o Dio, non è già un cominciare ad essere umile?

2. Fra i funesti influssi che spingono la libertà al male, le cattive inclinazioni hanno il primo posto. Sono connesse con la mia struttura personale: una semplice mancanza di equilibrio le riaccende. Si nascondono sotto mille parvenze di bene; e vanno riguardate con timore anche quando sembrano asso­pite, perché il loro risveglio mi trova spesso fiducioso in me, e di conseguenza disarmato.

Voglia o no, vegetano nel profondo del mio io. Se sono assecondate, tiranneggiano da padrone; se sono combattute, esercitano ugualmente un potere occulto che segretamente corrode.

L'esperienza dimostra che le inclinazioni dell'uomo sono più verso il male che verso il bene. Bisogna essere dei sofisti di prima grandezza per affermare che, in fondo, l'uomo vuole sempre il bene. Sì, lo vuole, ma in maniera molto ambigua, e confondendo spesso il bene oggettivo con l'interesse personale; lasciandosi ingannare dall'apparenza, ponendo il bene unicamente nel piacere e pretendendolo immediato. Queste tendenze fuorviate agiscono sulla libertà per mezzo dell'illusione e dell'attrazione.

Quale spavento quando si getta lo sguardo nei labi­rinti del cuore umano!

Perché una luce più viva squarci le tenebre, fac­ciamo una ipotesi: niente più Inferno da temere, né Dio da amare; niente più reputazione da salvare, né inconvenienti da scansare. Quale diventerebbe allora la mia vita? E fin dove arriverebbero le mie pazzie? La mia vita sarebbe esattamente quella prodotta dalle inclinazioni cattive, se non fossero combattute.

Ora, queste inclinazioni ci sono in me e formano, ahimè, il mio io. E se a queste tendenze innate si aggiunge la forza delle abitudini, quale schiavitù! La libertà finisce asservita e bistrattata; l'orrore del male non provoca più istintiva ripugnanza; le cattive incli­nazioni ingrossano e come un torrente la trascinano, e la memoria delle sconfitte subite smorza ogni corag­gio per il futuro. Quali incresciose e forse dispotiche abitudini verranno a formarsi con il ripetersi delle sconfitte!

Chi saprà strappare alla morte la povera vitti­ma? Solo la misericordia di Dio! Chi spingerà la misericordia divina ad intervenire? L'umiltà! È un fatto incontestabile che alcuni, pur trovandosi in­golfati nelle colpe, si sono gettati nell'umiltà come in un luogo di salvezza, e la misericordia non li ha respinti.

 

2. Pericoli del mondo, del demonio e delle situazioni

1. Il mondo, quello che il Salvatore ha maledetto e chiamato «mondo di scandali» (cf. Mt 18, 7), ci av­volge come l'atmosfera e ci penetra con i suoi vele­ni, come un'epidemia con le sue cariche batteriche.

Niente condiziona tanto fortemente l'uomo quanto il comportamento di chi gli sta accanto. Si dà per scontato che quello che tutti fanno, lo si può fare; e di fronte a un simile principio, per quanto irrazio­nale, i ragionamenti non contano più nulla.

I santi conoscono bene qual è la potenza del demo­nio e i suoi intrighi. «Il vostro nemico, il diavolo, - dice s. Pietro - come leone ruggente va in giro, cer­cando chi divorare» (1 Pt 5, 8). E s. Paolo esorta gli Efesini a «rivestirsi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo» (Ef 6, 11). Il suo influsso non diventa forse più fatale in coloro che lo sottovalutano?

Ora, non mi è possibile abbandonare il mondo, né tenermi al largo dal demonio. Lo spirito del mondo mi rammollisce e l'astuzia del diavolo spia il momento critico. Complici con le mie inclinazioni, non riuni­ranno le loro forze per trascinare via la mia ingenua libertà? Che cosa sarà di me, se la superbia mi allon­tana le attenzioni di Dio e mi ritrovo solo a combat­tere contro questi due avversari?

2. Arrivano delle combinazioni nelle quali cadrei a terra senza scampo, sebbene in modo libero. Dio le conosce tutte, anche le più temibili; misura il grado di resistenza che posso opporre e conosce in quali circostanze quel grado, sufficiente in se stesso, diven­terebbe insufficiente a causa della mia fragilità.

Lascerà che queste angosciose situazioni pre­valgano o lo impedirà? Una volta iniziata la batta­glia, verrà in mio aiuto o permetterà la mia cadu­ta? Segreto della sua libera volontà. Sia che allon­tani da me il pericolo, sia che rafforzi la mia resi­stenza, Egli mi dona una grazia che non mi è do­vuta per niente. La mia dipendenza da Lui è, dunque, la più completa!

Mio Dio, tu conosci l'insieme di tutti gli avveni­menti; tu prevedi quei giorni di stanchezza e sfidu­cia in cui l'anima si abbandona; tu constati le debo­lezze che si ripetono, togliendo slancio alla volontà. Prima di offrire un aiuto speciale, tu guardi le dispo­sizioni dell'anima in pericolo. Se la vedi umile e sot­tomessa, tendi la mano ed è salva. Se la vedi irrigi­dita nella superbia, ti volti dall'altra parte ed eccola perduta.

Padre mio, non ho paura di te, ma di me; tuttavia non avrò paura di me se mi nasconderò nel seno della tua misericordia. Sì, voglio entrarvi e non uscirne più. Ne studierò con amore le benefiche leggi; impa­rerò a farmi dolce e indulgente con gli altri, come tu lo sei con me, a non pretendere alcuna stima e a lasciare a te la lode del bene che, del resto, non mi appartiene.

Tutte le sofferenze della mia povera vita, tutte le dimenticanze e i disprezzi nei miei riguardi, tutte le delusioni e perfino le umiliazioni più profonde, le ac­cetterò come provenienti insieme dalla tua giustizia e dalla tua misericordia, come elementi provvidenzia­li di riabilitazione presente e di gloria futura.

Mio Dio e Padre, non mi hai tu dato il tuo Figlio Gesù? Con lui mi sento sicuro di te. Vivendo di lui, sono sicuro di me. O Gesù, vieni nel mio nulla, riem­pilo, vivificalo; viviamo insieme, insieme amiamoci e camminiamo.

Mio Dio e Padre, tu mi fai sentire vivamente la mia impotenza per attirarmi fra le tue braccia. Den­tro le tue braccia e, di continuo, sopra l'abisso: quale sicurezza! Dipendo da te e io mi attacco strettamente al tuo cuore adorato.

 

MEDITAZIONE QUINTA

Le mie colpe

Preparazione della sera

Con questa meditazione metto piede sul mio ter­reno, perché il peccato è la sola mia vera proprietà: è l'unica cosa nella quale Dio non c'entra. Si tratta di esplorare con determinazione questa terra deso­lata che è la mia esistenza piena di peccati, per cono­scere con giusto giudizio il mio valore.

Correrò in cerca di attenuanti, nascondendomi die­tro il fatto che non sono l'unico peccatore? No, mi metterò alla presenza di Dio e dirò col Salmista: «Con­tro te solo ho peccato» (Sal 50, 6), senza scusare la mia colpevolezza con quella degli altri.

Del resto qual è il mio posto fra i peccatori? Mi resterà sconosciuto fino all'ultimo giorno. La mia posizione di peccatore non viene stabilita né dal numero, né dall'apparente gravità della trasgressione.

Cercherò più avanti di capire quale atteggiamento impone l'umiltà verso gli altri; per il momento cerco unicamente di ripescare le mie colpe, per rendermi conto di quanto poco valgo e sentirmi ben piccolo di fronte a Dio e alla mia coscienza. Mediterò:

1. la realtà delle mie colpe;

2. il mio abbassamento di valore, di dignità e di ideale.

Tu, o Dio, mi aiuterai a conoscermi veramente e a giudicarmi come tu mi giudichi, senza riduzioni che vorrebbero attenuare la gravità dei miei torti, e senza esagerazioni che non servono a niente.

 

1. La realtà delle mie colpe

Tristissima realtà quella delle mie colpe! Ecco il momento di ripetere davanti a Dio una specie di con­fessione generale, di fare una sofferta revisione degli atti del mio libero arbitrio.

Sarà bene suddividere la vita passata in periodi successivi e fermarsi in modo particolare sugli ele­menti emergenti di ciascuno; fare un conto appros­simativo almeno delle colpe più gravi. Si potrà fissare l'attenzione sui peccati più umilianti, purché non abbia a soffrirne l'immaginazione.

L'opprimente realtà del mio essere di peccatore sta non solamente nell'esistenza dei miei peccati, ma anche nelle motivazioni che mi hanno indotto a peccare. Per­ché ho tanto peccato? I veri motivi del peccato, quelli che non si confessano, provocano una vergogna più grande: alcuni sono gretti, altri turpi. In fondo è sem­pre per soddisfare me stesso che ho peccato.

Perfino nelle buone azioni, dov'era la retta inten­zione? Talvolta non furono ispirate dal desiderio e dal bisogno di apparire migliore di quanto sono in realtà? E ancora non sono in grado di assaporare tutta l'amarezza delle mie colpe, se non ne osservo la lunga serie commessa, in mezzo e nonostante le grazie rice­vute.

La storia delle mie ingratitudini è assai più obbro­briosa in quanto si intreccia alla storia delle miseri­cordie divine: educazione cristiana, posizione eco­nomica-sociale conveniente, formazione spirituale, Messe e Comunioni, doni di pietà, orazioni fervo­rose, grazie di preservazione, ispirazioni dello Spirito Santo, e altro. Dove sarei finito senza questi aiuti?

Quante assoluzioni ho ricevuto... seguite, ahimè, da quante cadute! Se non avessi fatto assegnamento su di un troppo facile perdono, avrei forse peccato di meno... O Dio, sono confuso dalla bontà della tua Provvidenza così misericordiosa, paziente e perse­verante nei miei riguardi, pur tra le mie continue ingratitudini! Quanto ha ragione il Salmista che dice: «Buono e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore... Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe» (Sal 102, 8.10).

Quale dev'essere oggi il mio atteggiamento? Quello del pentimento, certo; ma soprattutto quello dell'u­miltà, che ripete con totale confusione: «Il mio pec­cato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50, 5). Le colpe sono state cancellate e forse anche le loro conse­guenze; ma il fatto che siano state commesse non sarà cancellato in eterno.

 

2. II mio abbassamento di valore, di dignità e di ideale

L'insieme dei miei peccati a quale livello ha ridotto il valore della mia persona, la sua dignità, il suo ideale? Non sono finiti molto in basso?

1. Del mio valore, della mia forza d'animo, che cosa è rimasto? Quale stima, quale credito posso accordare a me stesso? Ho un qualche diritto ad avere fiducia in me? L'esperienza di me stesso ri­sponde: no!

Chi alterna continuamente colpe, pentimenti, e di nuovo colpe, può dire di sapersi dirigere, di essere padrone di sé? Soccombere per cose da nulla, spesso senza alcuna resistenza, per il solo fatto che, trascorso un po' di tempo, l'abitudine torna all'assalto, signi­fica forse avere il dominio della propria situazione?

Eppure avevo fatto il proposito, mi ero creduto convertito; ed ecco che sono caduto di nuovo! Quale consistenza possiede la mia volontà? Quante volte mi sono detto: Ma sono cose da pazzi! E la ragione, che pur vedeva tanto giustamente, non ha saputo alzare la voce e farsi intendere.

Talvolta un vile istinto ha talmente dominato l'in­telligenza che l'ha condotta a fornirgli perfino delle giustificazioni fallaci.

A dire il vero, il mio maestro è stato il male, e non ho né motivo di esserne fiero, né diritto di aver fidu­cia in me.

2. Dal punto di vista della mia dignità personale, quale diritto ho all'onore? L'onore va di pari passo con la dignità. Ora, la dignità esige che ciascuno si mantenga sempre al proprio livello, senza eccezioni, e sia fedele alla parola data, senza venir meno.

Quante volte, e fino a che punto, ho avvilito la mia dignità di cristiano e forse la mia stessa dignità di uomo? Non ho introdotto nelle facoltà dell'anima, negli atteggiamenti del mio corpo, un germe di cor­ruzione?

Il capriccio, la passione, l'egoismo, l'orgoglio, non hanno spesso soppiantato, come moventi, il nobile amore del bene? Come posso credermi degno di onore?

Ne è forse degno chi vien meno alla parola data? Quante volte ho dato la parola alla mia coscienza, al confessore, a Dio! Un solo caso di questi basterebbe a disonorare un uomo di mondo; e le mie defezioni sono tante che mi è impossibile contarle. Che dire poi se il mancare di parola fosse diventato abitudine, compagno di cammino dell'intera mia esistenza?

In verità ho perduto tutta la mia dignità personale. Quale onore posso pretendere?

3. Quanto al mio ideale, dove mi trovo? L'ideale era quella storia della mia vita scritta dalla bontà di Dio; era la serie graduale dei doni che dovevano essermi offerti se fossi stato fedele; era la mia per­sona in continuo progresso, quel mio destino che di giorno in giorno si ammantava di bellezza.

Di fronte a questo ideale, dove sono finito? Gra­zie sperperate, propositi messi in un canto, cedimenti da ogni parte. Ad ogni perdono, quel disegno veniva ripreso dalla Misericordia, ma su basi meno larghe, e alla fine sfigurato dal continuo venir meno. Vedo Dio che lavora senza posa a ricostruirlo; e vedo me che, purtroppo, lavoro con accanita ostinazione per gua­starlo.

L'ideale realizzato sarebbe stato la bellezza, la nobiltà di tutta la mia persona. Che cosa ne ho fatto e che cosa sono diventato? Bruttezza, bassezza, con­traddizione da ogni parte. Poco alla volta l'azione di Dio in me è diminuita, la sua immagine impallidita, la sua gioia spenta. Non posso cercare scampo che nella confusione, nell'accusa, nel pentimento. L'u­nico mio rifugio sta nella più sincera umiltà.

O Dio di bontà, tu non sapresti percuotere chi si umilia con la fronte a terra. O Dio di pietà, ti inte­nerisci del peccatore che confessa le sue debolezze come del mendicante che mostra i suoi poveri stracci, perché riconosci in lui, anche se deturpati, i lineamenti visibili di Gesù, tuo Figlio amatissimo. Lasce­rai che il suo sangue in me si corrompa? Non avrai compassione della sua gloria? Quanto pura e grande sarà se, dall'essere miserabile che sono, tu farai uscire una creatura nuova, retta, forte, generosa... ma soprat­tutto veramente umile.

Allontana per l'avvenire ogni colpa, mio Dio, e non lasciarmi altro che il sentimento acuto della mia miseria: mi accompagni in ogni progresso spirituale e in ogni felice realizzazione del mio zelo, affinché stimoli incessantemente la riconoscenza, il desiderio di riparazione e di amore, frutto divino della tua mise­ricordia e gioia deliziosa del mio pentimento.

 

MEDITAZIONE SESTA

Di fronte ai Santi e a Dio

Preparazione della sera

Domani contemplerò le virtù dei Santi e le infi­nite perfezioni di Dio. Perché? Per avere il più vivo senso della mia inconsistenza e inoltre per scuotere la mia fiacchezza, poiché l'umiltà, mentre abbassa le pretese sciocche, suscita il giusto ardimento.

Farò scorrere sotto lo sguardo i particolari della superiorità dei Santi, delle loro virtù, dei loro sentimenti, delle loro opere; e allo stesso tempo, col medesimo sguardo, considererò le mie virtù, i miei sentimenti, le mie opere. Dal momento che pretendo di valere qualcosa e voglio avere dirit­to ad una stima particolare, non è con i miserabili che devo confrontarmi, ma con i più virtuosi, con i Santi.

Alla vista della loro perfezione, possono nascere due sentimenti: quello della viltà, che ricusa l'impresa di salire tanto in alto, o quello della coraggiosa com­petizione, che ripete con Agostino: «Si isti et illi cur et non ego?». Pregherò il Signore di concedermi l'u­miltà che,; tutta curva davanti alla schiacciante gran­dezza dei Santi, si raddrizza e si slancia sulle loro tracce, esclamando fiduciosa con l'Apostolo: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13).

Poi evocherò gli abbaglianti splendori di Dio, per spegnere nella loro luce accecante i vani luccichii della stima di me stesso. Di fronte alle perfezioni divine, le lacune e le bruttezze mie susciteranno un senso di confusione che non solamente mi farà sen­tire un nulla davanti a Dio, ma impedirà di sovrasti­marmi nei confronti degli uomini.

 

1. Di fronte ai Santi

1. Guardo dapprima un santo Apostolo, uno che si chiami Pietro, Paolo, Andrea, Giovanni o con un altro nome. Egli non s'appartiene più; lo Spirito di Dio lo possiede e lo guida; il suo zelo si allarga al mondo e si curva sul più povero schiavo. Le fatiche, le perse­cuzioni, le minacce di morte lo infiammano ancora di più; le umilianti bastonature lo fanno gioire. I mira­coli lo accompagnano e le folle gli cadono davanti in ginocchio. Egli muore e scompare nell'umiltà: data e luogo di martirio restano spesso ignoti.

E il mio zelo, il mio coraggio, la mia abnegazione, le mie conquiste eccelse, le mie doti personali? Le guardo con pena e resto tutto confuso della mia super­bia. Eppure accetto le lodi; mi compiaccio forse di quel poco che faccio...

Misurarmi dunque con un santo Apostolo: quale si­curo mezzo per sentirmi profondamente umiliato!

2. Ecco poi una vergine martire, Lucia, Agnese, Agata o un'altra. Non ha amato che Gesù e lo ha amato con passione pura. L'anima di lei è un cielo di chiara e soave luce. Non l'ombra di un pensiero mole­sto. L'amore è andato via via crescendo e non ha lasciato spazio alle fantasie dei sensi.

Mai accetterà di appartenere ad un uomo. China sorridente la testa sotto la mano del carnefice: morire per lei significa appartenere a Gesù!

Di fronte a tanta purezza, a tanta pace, a tanto dolce amore, cos'è la mia vita? Immaginazioni immonde, sogni malsani, agitazioni, lotte: tutto un passato che in parte mi sfugge, ma che Dio ricorda. Non posso certo essere orgoglioso della virtù che conservo, forse riparata, ma sempre così imperfetta.

3. Immagino l'anacoreta del deserto: Antonio, Pacomio, Ilarione. Oblìo e silenzio attorno a lui; lo sguardo di Dio è la sola luce delle sue vie; quasi sempre in preghiera; sonno e cibo sono talmente misurati che bastano appena per evitare la morte; terribili mortificazioni ne martirizzano quotidiana­mente il corpo.

E di fronte vedo me afferrare tutti i comodi della vita. Quale derisione, se la gente mi crede mortifi­cato! Quale vergogna, se lo credo io stesso! Come dovrebbe essere facile riconoscermi piccolo e farmi umile...

4. Voglio mettermi a confronto con un santo dot­tore della Chiesa come Ambrogio, Agostino, Gio­vanni Crisostomo, Tommaso d'Aquino? La loro scienza è tanto estesa che lascia stupiti ancora oggi; il loro influsso attraversa i secoli ed è la prova più sicura del loro alto valore.

Ed io? Sarò fiero della mia scienza, forse non profonda e senza merito, scienza corta, che si trova già in migliaia di libri? E godrò di una gioia sciocca, vedendo la mia fama estendersi a cento passi di distanza?

5. E ora verrò ai Santi contemplativi come Fran­cesco d'Assisi, Caterina da Siena, Teresa d'Avila. Quali mistiche ascensioni, quali slanci verso Dio! Ed in questi sublimi amplessi, quale intensità di amore, quale grado di unione! Purezza e trasparenza delle facoltà intellettive, incendio delle facoltà affettive, sovrano distacco, meravigliosa corrispondenza ai favori celesti: anime formate e modellate sul cuore di Dio!

Alla luce di questi splendori mistici, quanto mi ritrovo opaco e rozzo! Ah, che sono le mie preghiere e che cosa mai producono? Qual è la mia applica­zione a Dio? Il mio amore diventa forse più puro, più alto, più intimo, più acceso, più diffusivo?

6. Posso anche immaginare i Santi sconosciuti, che sono passati lavorando, pregando e soffrendo. Face­vano il bene così tacitamente che non se n'è avuto alcun sentore. Dio solo conosce le grazie da lui con­cesse per la loro intercessione!

Quale eroismo nella vita di certe persone semplici alle prese con i disagi della vita! Al vederle calme e tranquille la gente le credeva felici, e lo erano infatti, ma secondo un'altra prospettiva. Parlando seriamente, valgo io quanto loro?

 

2. Di fronte a Dio

Una goccia d'acqua di fronte all'oceano, un lumi­cino di fronte al sole: tale è la santità dell'uomo di fronte alla perfezione di Dio. Gli attributi divini sono abissi misteriosi, in cui il pensiero si perde confuso ed estasiato.

Permetti, mio Dio, di mettere la mia piccolezza a confronto con la tua infinita maestà, così come gli scultori usano collocare una figura umana alla base di un grandioso monumento per farne meglio risal­tare la schiacciante mole.

Tu sei l'onnipotenza; io l'infinita debolezza. Tu l'immensità; io occupo nello spazio un punto imper­cettibile.

Tu sei la sapienza, la pace, l'armonia, la misura; io l'errore, l'imprevidenza, l'ansietà, il turbamento, il disordine.

Tu sei la santità senz'ombra, eccelsa, perfetta, ne­cessariamente nemica di ogni male; io il difetto, il de­siderio torbido, il peccato.

Tu sei l'immutabilità; quale sei, tale rimani per sempre; quello che pensi e vuoi, lo pensi e lo vuoi eter­namente. Io sono l'inconsistenza, l'instabilità; le mie impressioni e i miei gusti cambiano al passare di ogni nuvoletta nell'aria.

Tu sei la bellezza senz'ombra, senza macchia, senza tramonto. Tutto ciò che sulla terra seduce, incanta e affascina, non è che un lontano riflesso della tua inef­fabile bellezza.

Che cosa siete voi azzurro e stelle del cielo, fasci di luce abbagliante, fiori della primavera e mèssi del­l'estate, brezze e profumi della natura, profondità delle foreste e delle acque, cinguettìo degli uccelli e voci umane? Un semplice impercettibile riflesso della bellezza di Dio.

E anche il genio dell'uomo non è che un riverbero dell'eterna intelligenza, e il suo cuore, sorgente di tutti gli affetti e focolare di tutti gli eroismi, non è che una favilla a paragone dell'Amore infinito.

Chi sono io, con le mie spaventose miserie, a con­fronto delle perfezioni di Dio? Paragonarmi a lui è assolutamente ridicolo! Eppure, quando l'offendo, mi metto al di sopra di Dio, preferendo la mia volontà alla sua: quale insulto e quale pazzia!

Al termine di questa meditazione, posso ancora dire di non conoscere il vuoto mostruoso della super­bia? Dopo aver fissato lo sguardo sui Santi e su Dio, e di riflesso su di me, non mi resta che aprirmi ai pressanti inviti dell'umiltà.

Sono invitato al più profondo disprezzo di me, e al tempo stesso sono spinto ad una mirabile emula­zione, al desiderio di imitare i Santi e Dio stesso, per­ché Gesù ha detto: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). Che cosa occorre all'onnipotenza divina per fare di me un santo? Molta umiltà da parte mia.

 

L'umiltà di Gesù

PARTE TERZA

Studio introduttivo

Come fare le meditazioni sull'umiltà di Gesù

Prepariamoci a queste meditazioni con sommo rispetto: Gesù è Dio; con premurosa docilità: Gesù è maestro; con piena fiducia: Gesù è buono.

Egli stesso mi chiama per essere Lui a formarmi. O dolce iniziazione, o ineffabile familiarità, o spe­ranza veramente soave! Egli riserva per me le sue lezioni, i suoi esempi, i suoi segreti.

Con gli esempi mi cammina davanti per mostrare come si è umili.

Con le parole illumina i suoi esempi.

Con i segreti svela l'umiltà del suo cuore: «Impa­rate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29). Tuttavia Egli svela la sua sapiente dottrina a coloro che piccoli sono o piccoli vogliono diventare (cf. Mt 11, 25).

Il cuore è un focolare il cui calore si trasforma in luce: cercherò di meditare in maniera affettiva. Ma più del cuore, la Grazia è luce: attirerò il suo splendore in me!

O Spirito Santo, Spirito creatore, crea pensieri e propositi nuovi, una terra nuova e un cielo nuovo. Fammi conoscere Gesù, dammi ciò che appartiene a Gesù. Voglio essere umile come Lui e per mezzo di Lui.

Le meditazioni su Gesù umile mi faranno pro­gredire nella conoscenza dell'umiltà, ponendo in maggior luce le verità già meditate e dilatando an­cora più gli orizzonti. Stimoleranno la pratica di questa virtù con l'intrinseca forza dell'esempio più autorevole.

 

L'umiltà di Gesù non fu apparenza, ma realtà

Affinché queste meditazioni possano esercitare tutta la loro efficacia, devo liberarmi da certe idee confuse che rappresenterebbero le azioni e i senti­menti di Gesù come troppo superiori alla condizione in cui vivo, troppo lontani da me perché possano ser­virmi di esempio. Sicuramente lo stato di elevazione in cui si trova l'anima di Gesù, per la sua unione per­sonale con il Verbo, è così diverso dal mio che è impossibile precisarne la natura e le leggi, e man­cano perfino le parole per farlo. Ma se gli orizzonti lontani sfuggono allo sguardo, rimangono accessibili le regioni più vicine. Esplorerò soltanto queste.

Due sono le questioni principali che si presentano considerando Gesù sofferente e umiliato:

1. Soffrì realmente Egli che, anche qui sulla terra, era immerso nella visione beatifica? Poteva sincera­mente avere un basso sentire di sé, lui che si sapeva tanto grande? Al di fuori l'umiliazione e il dolore apparivano evidenti, ma esistevano nel suo intimo? Non avrebbe egli operato tutte queste cose unica­mente allo scopo di costituire per noi l'autorevole insegnamento dell'esempio?

2. Se quelle umiliazioni e quei dolori furono reali, per sopportarli il Cristo aveva a disposizione tutta la sua forza divina: egli era l'infinito, l'onnipotente, il forte per eccellenza. Io invece non sono che una povera e piccola creatura, impastata di debolezza. La sua umiltà fu proporzionata alla sua grandezza, come tutto il resto, ed a malapena il mio sguardo può alzarsi quel tanto da contemplarne la vastità. Come avrebbe la mia persona la capacità di raggiungerla?

Sono ragionamenti privi di senso, perché l'umiltà di Gesù non è una semplice apparenza, un modello senza vita e neppure un esempio fuori della mia por­tata, altrimenti il Dio della verità mi ingannerebbe; il Dio giusto mi spingerebbe a subire umiliazioni che nemmeno lui ha sofferto; il Dio sapiente mi impor­rebbe un peso che solo spalle divine sono in grado di portare!

Il Salvatore ha sentito la vergogna delle umilia­zioni con la naturale ripugnanza ispirata dal senso della dignità personale, e le ha accettate come cosa giusta. Erano necessarie infatti queste due condizioni: sentire e accettare. Sentire realmente nel suo cuore d'uomo, accettare liberamente con la sua volontà di Figlio obbediente, affinché la sua umiltà fosse una virtù e i suoi atti acquistassero merito.

L'anima di Gesù era simile alla nostra, come il suo corpo era simile al nostro; l'una e l'altro costituiti dagli elementi che formano il nostro stesso essere; il suo corpo aveva il nostro sangue, i nostri nervi, i nostri organi; la sua anima era, come la nostra, dotata di intelletto, di volontà, di sensibilità. Se il nostro sangue umano scorreva nelle sue vene, nel suo cuore palpitavano i nostri umani sentimenti.

 

Gesù ha sentito vivamente le umiliazioni e le ha accettate per amore

Nondimeno esistono due grandi differenze tra il modo di sentire di Gesù e il nostro; ma queste due dif­ferenze non fanno che rendere più vincolante l'e­sempio: Gesù, mille volte più dotato di noi, sentiva più vivamente; Gesù, più virtuoso di noi, accettava più filialmente.

Si sa che maggiori sofferenze caratterizzano la vita delle nature maggiormente dotate. Essendo più in alto, esse vedono lontano; più sensibili, avvertono le minime sfumature; più costanti, sono meno facili a dimenticare. Di conseguenza, quanto più Gesù ha sof­ferto, tanto più ha il diritto di presentare come veri esempi le sue azioni e i suoi sentimenti.

Senza dubbio i suoi esempi lasceranno sempre a molta distanza la nostra lenta e faticosa imitazione; e non la oltrepasseranno soltanto per la grandezza delle azioni, ma anche per la perfezione dell'offerta: Gesù andava incontro alle umiliazioni e alle soffe­renze, e le amava.

Ma allora dov'è il merito, se il patire non gli costò niente, se tutto accettò per amore?

Al contrario: un amore ardente rende più facili gli atti di virtù, ma nello stesso tempo dona loro maggiore intensità e perfezione e, conseguentemente, merito maggiore.

Se le azioni di Cristo furono determinate dal suo immenso amore, lo furono tanto liberamente quanto dolorosamente, perché in lui non era la divinità a sen­tire, ma la natura umana, una natura più sensibile della nostra e anche più aperta alla sofferenza. Non devo dire: «Io non sono Dio, non posso fare ciò che ha fatto lui». Ho davanti a me il Figlio dell'uomo ed è questi che viene offerto alla mia imitazione.

 

Gesù ha dato l'esempio della stessa umiltà di abiezione

Due meditazioni mostreranno il Salvatore che pra­tica, nel corso della vita nascosta e di quella pub­blica, l'umiltà di nascondimento e l'umiltà di azione. Poi si cercherà nel cuore di Gesù e si scoprirà, profonda fino al mistero, l'umiltà di annientamento, umiltà prodotta dal sentimento del suo niente e man­tenuta viva dalla visione beatifica.

Questo genere di umiltà conviene ad ogni creatura. Avrebbe dovuto essere la disposizione di Adamo nel paradiso terrestre e sarà in qualche modo quella della nostra beatitudine: è il sentimento del nulla davanti all'Infinito. Ma il Cristo poteva andare più lontano e praticare l'umiltà di abiezione?

L' umiltà di abiezione è essenzialmente quella della bruttezza e della bassezza spregevole. Non potrebbe convenire alla creatura che esce dalle mani di Dio; è tutta opera umana; è la conseguenza del peccato; è dovuta al male. Ora, il male, per quanto piccolo, è uno svilimento che fa scendere più in basso del nulla. Vedere in sé la bruttura del male e giudicarsi in base a tale constatazione, ecco ciò che costituisce in modo speciale l'umiltà dell'uomo decaduto. Cosa diffici­lissima da comprendere: non si ha il senso profondo e completo della propria viltà; non si è propensi a met­tersi molto in basso; si ripetono all'interno delle for­mule di umiltà, ma davanti alle umiliazioni reali non si ritrova che l'istinto umano fatto di orgoglio.

Per questo Gesù ha voluto essere nostra luce e nostro modello fino agli ultimi limiti dell'abbassa­mento. Senza dubbio l'umiltà di abiezione non potrebbe essere in lui - che era senza peccato - il senso di indegnità imposto dalle colpe personali. Ma egli si è sostituito agli uomini colpevoli e ha preso su di sé tutti i loro peccati, tutte le loro iniquità (cf. Is 53, 4-5), secondo le parole espressive dell'Apostolo: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore» (2 Cor 5, 21).

In quanto caricato delle ignominie umane, Gesù si è visto del tutto miserabile, abietto e degno di ogni disprezzo; per questo non si è sottratto ad alcuna umi­liazione, ad alcun avvilimento, come ricorderanno le meditazioni dedicate alla sua umiltà di abiezione. Se il mio cuore commosso volesse compiangerlo in mezzo ai suoi obbrobri e la mia mano volesse allontanare da lui gli schiaffi e l'odiosa corona di spine, egli mi di­rebbe: «Non farlo, queste umiliazioni io le merito». L'umiltà esige forse di mettersi al di sotto di tutti?

Vedremo Gesù lavare i piedi degli apostoli e coman­dare loro di mettersi a servizio degli altri. Come inter­pretare un tale insegnamento? Abbassarsi fino a questo punto rientra nelle esigenze dell'umiltà, o non è che un consiglio? E questo consiglio include la per­suasione di essere l'ultimo di tutti?

Bisogna tenere presenti alcuni punti fermi:

1. Il giorno dell'ultima Cena nostro Signore si mette a lavare i piedi di tutti gli apostoli e dichiara che quel suo abbassarsi doveva essere per noi una legge. Più tardi Paolo esorterà i cristiani: «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil 2, 3). E Tommaso scriverà: «Per l'umiltà noi dob­biamo sottometterci a tutti i nostri simili a causa di Dio». I Santi hanno seguito questa regola pratica e la Chiesa non ha mai canonizzato una umiltà minore: ecco non solamente giustificati, ma anche glorificati questi pretesi eccessi!

2. L'umiltà è un avvertire i propri difetti e le pro­prie colpe. Ora quando questa percezione è vivace, si impadronisce di tutto l'uomo, nasconde ai propri occhi i difetti e le colpe degli altri, e fa sinceramente cercare l'ultimo posto come il solo che convenga alla nostra personale miseria.

3. L'umiltà è la scorta più sicura della carità; que­st'ultima, a quanto sembra, non si dilata che nello spazio preparato dall'umiltà. La legge dell'umiltà si estende, dunque, tanto quanto quella della carità.

Dalle verità sopra riferite risulta che l'abbassa­mento di fronte agli altri fa parte dell'essenza del­l'umiltà nel senso che noi non dobbiamo disprezzare nessuno né preferirci ad alcuno in maniera assoluta. Al di là di questo, l'abbassarsi diventa soltanto un consiglio e non ha che i limiti imposti dalla prudenza.

Il consiglio poi di mettersi al di sotto degli altri è da ritenersi semplicemente un esercizio esterno, oppure deve essere considerato una regola di giudi­zio, cioè una inclinazione a credere che il posto che mi spetta sia davvero l'ultimo? Esattamente così, per­ché il Cristo non saprebbe domandare una condotta in contraddizione con i sentimenti più intimi.

Come si formi e possa conservarsi sincera una tale persuasione, me lo dirà una prossima meditazione. Fin d'ora tuttavia ho motivo di supporre che il giu­sto apprezzamento di sé si fonda sulla totalità della persona, su tanti elementi del passato che non so ben giudicare e su tutte le vicende future che un impe­netrabile mistero nasconde.

Per finire ci si può domandare se l'umiltà perfetta esiga che ognuno si ritenga `matematicamente' l'ul­timo degli uomini. La risposta è negativa perché è teoricamente poco probabile che ciò sia vero; se infatti ognuno dovesse pensare di essere l'ultimo fra i miliardi di persone che popolano la terra, in effetti ciò sarebbe vero soltanto per uno. Questa eccezione, tuttavia, nulla toglie alla forza delle considerazioni precedenti: rimane il valore dell'inclinazione pratica a considerarsi inferiori agli altri, ed è questa che fa l'umiltà.

 

MEDITAZIONE PRIMA

Umiltà di nascondimento

Preparazione della sera

Per trent'anni sui trentatré che passa sulla terra, Gesù conduce una vita nascosta e umiliata. C'era qualcosa di meglio oltre il predicare e il salvare anime? O piuttosto, per salvare le anime, aveva dei mezzi più potenti di quello di mostrarsi e di mettersi in azione?

Sì, l'aveva: è l'umiltà che prepara il trionfo. Essa spoglia l'uomo dall'ingombrante preoccupazione di sé, che impedisce l'azione divina, e custodisce il cuore nella docilità.

D'altra parte l'umiltà, quando è vera, tende al nascondimento: ecco il suo posto preferito; qui si trova a proprio agio e qui resta finché la voce di Dio non gli domanda di uscire.

E poi il sacro nascondimento dell'umiltà non è forse da considerarsi come il santuario in cui Dio si rivela e si concede più intimamente? Come non pre­ferirlo quando si ha il cuore pieno di amore?

Domani percorrerò con la più grande tenerezza i testi sacri che introducono in quel periodo tutto impre­gnato dell'umiltà di nascondimento. Contemplerò Gesù umile:

1. nella sua Incarnazione e nella sua Natività;

2. nel tempio e in esilio;

3. a Nazareth.

Per questa contemplazione, o Maria e Giuseppe, e voi angeli fortunati unici testimoni dei divini annien­tamenti, prestatemi i vostri occhi e i vostri cuori.

 

1. Nell'Incarnazione e nella Natività

«Il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). Chi potrà mai capire il mistero espresso con queste parole? Il Verbo, immagine del Dio invisibile (cf. Col 1, 15), pieno della sua gloria e a lui consustanziale (Eb l, 3), il Verbo per il quale tutte le cose sono state create (cf. Gv 1, 3), si è fatto carne, polvere animata, misera­bile corpo d'uomo. Che degradazione! È una specie di annientamento. «Spogliò se stesso - dice l'Apostolo - assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2, 7). Questo primo atto appartiene a Dio solo; quelli che seguiranno appartengono all'Uomo-Dio.

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento» (Lc 2, 1). Ecco Gesù sottomesso ad un padrone ancora prima della nascita; egli si piega alle pretese di quel padrone. Cesare avrà un suddito in più e il Salvatore non avrà né casa né culla: l'ha voluto lui, lui l'ha scelto.

«Non c'era posto per loro nell'albergo» (Lc 2, 7). Cosa del tutto naturale: essendo poveri, furono rifiu­tati.

Maria «lo depose in una mangiatoia» (Lc 2, 7). La greppia in cui mangiano gli animali diventa la sua culla; un fastello di paglia sostiene e circonda quel cor­picino così tenero. Dolce bambino addormentato nella mangiatoia, sembri riposare nell'umiltà!

«C'erano in quella regione alcuni pastori...» (Lc 2, 8). Dei guardiani di greggi, gente povera: ecco chi onora del suo primo incontro. Li preferisce perché è umile.

«Questo per voi il segno: troverete un bambino av­volto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 12). Il segno che rivelerà Dio Salvatore è la picco­lezza: un essere fragile, senza parola e senza sguar­do, in una mangiatoia, come un debole agnello nel suo giaciglio di paglia.

I pastori lo adorano e se ne tornano al loro gregge. E Gesù resta ignorato. È per ordine di Dio che i pastori non parlano? O solo perché egli ha permesso così? Forse parlarono, ma non furono ascoltati; era gente di condizione troppo bassa...

Gesù non abbandona la stalla se non per andare in una povera casa lì vicina. Gli angeli lo hanno pro­clamato Messia, ma non hanno potuto alzare il velo dell'umiltà che lo ricopre.

 

2. Al tempio e in esilio

«Quando venne il tempo della loro purificazione... » (Lc 2, 22). Sono trascorsi quaranta giorni; Maria e Giuseppe vanno a Gerusalemme, portando Gesù; sono soli, nessuno si occupa di loro.

Nel tempio, però, dei profeti li accolgono: Simeo­ne, venerato dal popolo, dichiara Gesù «luce per illuminare le genti»; e Anna, vedova tutta dedita alla pietà, «parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2, 32.38).

È il lampo di un istante, e il velo dell'umiltà subito si richiude. Quando i Magi verranno a cercarlo in Gerusalemme, nessuno ne avrà nemmeno sentito par­lare.

La carovana dei figli d'Oriente turba per un giorno il sonno della città. I sapienti dichiarano che il Mes­sia casomai dovrebbe nascere a Betlemme. La citta­dina è a due leghe di là; ma nessuno vi corre o accom­pagna i Magi. Quale prodigio di indifferenza!

«Prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto» (Mt 2, 13). In piena notte, la voce di un angelo sveglia Giuseppe e gli ordina di cercare rifugio in Egitto per salvare Gesù dal furore di Erode. Ecco tutto quello che Dio intende fare per suo Figlio. Pen­sando alle possibilità dell'onnipotenza, ammiro in Gesù la volontà ben precisa che di lui non si faccia nessun conto. Anche il ritorno in Galilea è altrettanto sottomesso, oscuro e umile.

 

3. A Nazareth

Nazareth, al tempo di Gesù, non era che un pae­sino sperduto nel verde, con le sue due o tre strade per le quali mai passava un forestiero, in un silenzio rotto solamente, di tanto in tanto, da qualche arnese di lavoro. In questo centro senza nome, dove i giorni e le ore scorrono lenti, Gesù, Dio annientato, rimane sconosciuto a coloro che a lui si rivolgono per qual­che servizio o che lo ascoltano.

Solo Maria e Giuseppe sono là per adorarlo, ma non lo rivelano. Fare quel che fa un fanciullo in una famiglia povera, ecco la vita di Gesù. Quali toccanti panorami si aprono a colui che, nella meditazione, ricostruisce l'ambiente e i particolari di quelle gior­nate! Osservare ciò che avviene, ascoltare ciò che si dice e considerare come tutti questi atti senza strepito creino sulla terra la vera umiltà.

O Gesù, la tua volontà di annientamento è di una evidenza e di una costanza che colpiscono mente e cuore. Tu che sei la via, la verità e la vita, abbi pietà della superbia che mi porta fuori strada e mi tortura.

O Gesù, abituami ad amarti assai, affinché l'oblìo delle creature non mi sia amaro. Insegnami a nascon­dermi per attirare i tuoi sguardi. Difendimi dal desi­derio affannoso dell'azione e della riuscita.

Tu prolunghi per trent'anni la tua lezione, per inse­gnare a custodirne lo spirito non solo in qualche cir­costanza o di quando in quando, ma tutti i giorni della vita. Che ci trovavi dunque di tanto delizioso nell'o­scurità dell'oblio da non volerne uscire? Ci trovavi l'infinito, l'insondabile bellezza del Cielo, lo splen­dore adorabile della Divinità...

 

MEDITAZIONE SECONDA

Umiltà di azione

Preparazione della sera

Dopo aver meditato sull'umiltà di nascondimento nella vita familiare di Gesù, mediterò sull'umiltà che egli ha praticato durante la vita pubblica. Nella vita attiva l'umiltà non è nascondimento, ma salvaguar­dia; tende con ogni sua forza a non farsi notare, ma se la volontà di Dio si oppone a questa aspirazione e domanda di svolgere un ruolo di primo piano, si con­centra nel cuore senza diminuire in nulla la propria intensità. Allora, sempre intraprendente, rivolge il suo benefico influsso sull'esercizio delle altre virtù e comunica loro quel carattere di semplicità e distacco che forma la loro forza.

Essere umili nell'ombra del nascondimento è rela­tivamente facile; invece rimanere umili in mezzo all'attività esige una virtù solida e sagge precauzioni.

Compiacersi della lode per la semplice considera­zione del bene che si è fatto, è tentazione tanto forte e veleno tanto sottile! Darsi importanza e assumere pose a misura che si sale nella carriera, non è la regola comune? E d'altra parte, non è forse inevitabile mostrarsi, agire, parlare, riuscire? Non è più conve­niente imporsi con le proprie capacità?

Domani l'esempio del divino Maestro splenderà e mi impedirà di lasciarmi ingannare, facendomi vedere:

1. che la sua umiltà fu semplice;

2. che la sua umiltà fu coraggiosa.

 

1. L'umiltà di Gesù fu semplice

L'umiltà di Cristo ha tutto il fulgore della verità, tutto l'incanto della semplicità. L'accostarsi a lui non presenta nulla di stupefacente. Il suo vestire è ordina­rio, il contegno modesto, la testa leggermente china. Sia che guardi, che parli o che stia facendo qualsiasi cosa, è di una naturalezza perfetta. Gesù non fa teatro.

Chi gli va dietro? Gente del popolo in abito da lavoro, bambini con le loro madri, e anche pubbli­cani disprezzati e altra gente di cattiva reputazione. Ecco chi egli preferisce, chi attira a sé, chi riabilita; per loro ha tesori di benevolenza.

Com'è che troviamo poi in questo stesso cuore delle avversioni straripanti di sdegno? Egli odia la superbia ed è senza pietà per i farisei impastati di megalomania. Non tiene conto né della loro probità morale, né delle loro elemosine, né del loro rispetto per la Legge, né delle loro preghiere prolungate, per­ché la virtù ispirata dalla superbia gli è in orrore.

La sua vita è uno spogliamento continuo. I poveri lo hanno ospite nelle loro case; alcune donne prov­vedono alle sue necessità. Non possiede una pietra su cui posare la testa (cf. Mt 8, 20). Per predicare non pretende né tempio né cattedra: un rialzo erboso, l'angolo d'un crocicchio, la sponda di una barca gli bastano.

Il linguaggio è talmente semplice, nella sua subli­mità, che tutti lo capiscono. È così limpido il suo modo di esprimersi che la verità traspare in modo tale che le parole sembrano scomparire. Fa proprie le espres­sioni, gli usi e le idee stesse del popolo. I suoi discorsi sono i più lontani da ogni forma di ricercatezza.

E come è semplice la sua virtù! Gesù non dà a vedere di solito nulla di straordinario. Conduce una vita comune, mangia e beve come qualsiasi altro, ha le sue ore di stanchezza. Quando vuole dedicarsi alle lunghe meditazioni si ritira sui monti.

Senza dubbio la sua sublime virtù si rivela ad ogni istante; ma è compenetrata da tale naturalezza che non suscita meraviglie, simile a un monumento le cui perfette proporzioni ne nascondono la grandiosità.

 

2. L'umiltà di Gesù fu coraggiosa

Appena scoccata l'ora stabilita dal Padre, il Cristo esce dall'oscurità, si presenta, parla e si circonda di discepoli. Trascina le folle e fa tremare i pubblici poteri. Guarisce gli ammalati, calma le tempeste, mol­tiplica i pani, scaccia i demoni e risuscita i morti. Queste grandi opere le compie con tutta semplicità; non ricerca onori, non fugge gli insulti; si mostra indifferente agli uni e agli altri.

Non possiamo fare a meno di ammirare questa umiltà dall'ampio respiro, che libera l'animo da ogni paura e da ogni esitazione. Il Maestro ne rivela il segreto: «Il Padre che è con me compie le sue opere» (Gv 14, 10). Gesù si attribuisce il ruolo di semplice strumento; ed uno strumento non oppone resistenza e non si insuperbisce.

L'umiltà, quando è vera, rende il cuore aperto e generoso. Davanti ad una volontà superiore non si permette né rifiuti né riserve. Ispira un desiderio del bene che tiene solo Dio come obiettivo e una fiducia che tutto attende da lui. L'umiltà che non avesse que­sti caratteri sarebbe falsa o incompleta.

Gesù si presenta e parla con autorità. Si presenta per quello che è e dice ciò che ha la missione di dire. Non ha alcuna di quelle timidezze che risentono della preoc­cupazione personale, né di quelle formule di umiltà che contengono spesso un condensato di superbia.

Il suo esempio mi offre importanti lezioni pratiche: quando mi viene affidato un incarico, devo dimenti­care me stesso e farmi dimenticare; devo avere l'u­miltà di Giovanni Battista che dice: «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3, 30). Che Dio solo sia manifestato e che le anime siano salvate!

Quell'andar ripetendo continuamente che si è inca­paci e indegni, non è un modo indiretto di attirare l'attenzione? E qui sono chiamato in causa proprio io! Fossi capace di attribuire a Dio quello che da lui ho ricevuto! «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria» (Sal 113, 9). Fosse vero che la con­vinzione della mia inutilità andasse crescendo di pari passo con la riuscita delle mie imprese!

Sul finire della vita Francesco d'Assisi lasciava che le folle si inginocchiassero davanti a lui e gli bacias­sero le sacre stimmate. Un frate gli manifestò il suo stupore. «Oh! Non mi inganno affatto - rispose il Santo -; non vengono qui per vedere me; questi atti di ve­nerazione che ricevo, li rendo a Dio, cui solamente spettano».

Voglio coltivare i medesimi sentimenti e non vedere altri che Dio in tutto il bene che avrò la fortuna di compiere. Che il Signore mi conceda di non corrompere il bene con la ricerca di me stesso e della vanagloria…

 

MEDITAZIONE TERZA

Umiltà di annientamento

Preparazione della sera

Le due meditazioni precedenti hanno mostrato l'u­miltà di Gesù nelle sue manifestazioni esterne: mi è apparsa dolce e coraggiosa; nelle prossime meditazioni la cercherò nel suo stesso cuore e la scoprirò abis­sale fino al mistero.

In qual modo Gesù, infinito come Dio e perfetto come uomo, poteva coltivare un umile sentire di sé? Se, al limite, gli atti esteriori di abbassamento pos­sono trovare in Gesù una spiegazione che li giustifi­chi, come ammettere in lui una coscienza e convin­zione di personale indegnità? Cercherò di far mia una verità tanto misteriosa.

Sotto il peso di una rivelazione a dir poco schiac­ciante, non sarò costretto a diventare umile a mia volta? Forse che il Cristo avrebbe avuto più motivi per essere umile di quanti possa averne io? O sarò tanto cieco da non vederli, tanto illogico da non trarne le dovute conseguenze?

Fammeli comprendere, o Gesù, in questa medita­zione nella quale considererò:

1. il mistero della tua umiltà;

2. provocata dalla coscienza del tuo niente;

3. alimentata dalla visione beatifica.

Ti prego non solo di farmi convinto, bensì di com­muovermi, di far vibrare la mia anima del tuo stesso slancio verso l'umiltà. Voglio avere anch'io, per tua grazia, una umiltà di cuore che spinga all'abbassa­mento e perfino a compiacersi in esso.

 

1. Gesù umile fino all'annientamento

«Io sono mite e umile di cuore», ha detto nostro Signore (cf. Mt 11, 29). Dal suo cuore, pertanto, par­tiva la volontà di essere umile; il suo cuore ne gustava le amare dolcezze.

Questo cuore è un santuario dalle profondità miste­riose, che vorrei poter esplorare. Le azioni si vedono, ma i sentimenti del cuore restano nel segreto e sono questi sentimenti che danno sostanza alla virtù.

O Gesù, tu stesso apri per me il tuo cuore perché io scopra il segreto della tua umiltà. Tu volevi essere amato e per toccare i cuori umani, per conquistarli, hai escogitato i più grandi sacrifici. Tra tutti non ne hai trovato uno più crocifiggente del sacrificio del tuo onore. Dare la vita era più facile. È stato, quindi, l'amore per il nostro amore che ti ha fatto umile.

Tu hai visto, o sapiente Dio e Salvatore fedele, che la superbia è il più grande male dell'umanità e la sua più pericolosa tendenza. Per attirarci sulla via del­l'umiltà, ti sei detto: «Mi getterò io per primo su que­sta strada e andrò tanto avanti che avranno vergogna a non seguirmi». È, dunque, il dovere dell'esempio che ti ha fatto umile.

Lentamente passo in rassegna questi nobili mo­tivi e li medito con commossa tenerezza. Come non lasciarmi coinvolgere? Come non diventare umile, o Gesù, per aiutarti a salvare me, per darti la prova del mio amore, per trovarmi in perfetta sintonia con te?

E tuttavia quanto più ti scopro sapiente, buono, perfetto e santo, più mi meraviglio nel vederti così umile. Se si trattasse solo di atti esteriori me lo spiegherei: i tuoi passi erano guidati da amore e sapienza. Ma tu affermi: «Io sono umile di cuore». L'umiltà del cuore non esprime la coscienza profon­da della propria piccolezza? Eppure tu sei l'Altis­simo...

 

2. Umiltà provocata in Gesù dalla coscienza del suo nulla

Gesù è «il più bello tra i figli dell'uomo» (cf. Sal 44, 3). Il suo corpo è puro e santo; il suo spirito non soffre illusioni; il suo cuore è padrone di tutti i movi­menti; l'immaginazione è tersa come la poesia; il suo sguardo attrae, la sua parola persuade, la sua bontà trascina. Nessuna macchia, nessuna imperfe­zione lo rende meno affascinante. Le virtù e i doni brillano in lui di uno splendore supremo.

In alto vede gli angeli che gli si prostrano davanti, in basso la creazione che gli obbedisce, e nel futuro tutte le generazioni che baciano le orme dei suoi passi, tutti gli eroismi di coloro che lo seguono con la più profonda dedizione.

Che dire degli attributi relativamente infiniti che la teologia gli riconosce: la trasformazione dell'a­nima sua che esaurisce l'idea della Grazia, la sua scienza che si estende a tutto il creato? Che dire soprattutto della sua dignità assolutamente infinita: il corpo e l'anima sussistenti nell'unità di una sola per­sona, quella del Verbo, trainati nella sua orbita e degni di ricevere gli stessi atti di adorazione? Quale splen­dore!

In mezzo a tanta ricchezza e a tanta gloria Gesù resta umile. Lo rimane per effetto di una miracolosa ignoranza? Assolutamente no. Cosciente fino all'e­stremo di tutte le sue grandezze, con altrettanta luci­dità riconosce l'estrema piccolezza della sua natura umana.

Che vede egli dunque? La dignità divina di cui gode non è che una splendida veste, un puro dono posato su un puro nulla. La sua anima, che ne è rive­stita, ieri non esisteva; ad ogni istante ricadrebbe nel nulla se, momento per momento, non fosse sostenuta dall'onnipotenza, tanto resta insussistente ciò che è creato anche nell'Uomo-Dio, tanto `nulla' porta nel suo intimo.

Mi raffiguro quest'anima adorabile che dice molto prima di Caterina da Siena: «Io sono quella che non è». Pronunciate da un Maestro impareggiabile, sono parole che danno le vertigini e fanno intravedere l'im­magine inafferrabile del nulla.

 

3. Umiltà alimentata in Gesù dalla visione beatifica

Noi sappiamo di essere un nulla, eppure non siamo umili. Come mai? Perché viviamo a sbalzi in questo pensiero penetrante, il solo che genera la convinzione e colpisce la volontà.

La superbia in principio è semplicemente una dimenticanza, che col tempo diventa un'illusione, ma non è mai la verità. Se un santo del Cielo tornasse sulla terra conservando il godimento della visione beatifica, solo con un miracolo potrebbe soffrire e acquistare dei meriti, ma non potrebbe essere superbo, perché la visione di Dio e allo stesso tempo del pro­prio nulla non lo lascerebbe mai.

Ora il nostro divino Salvatore godeva quaggiù la visione beatifica e attingeva la sua profonda umiltà da questa luce. Quale spettacolo l'incessante faccia a faccia fra il Verbo e la natura umana che egli ha assunto! La sua anima spinge gli sguardi meravigliati e rapiti nelle profondità di questo oceano, che nem­meno essa può scandagliare. Da ogni parte il suo sguardo si arresta ed ha la sensazione di quell'aldilà che si estende all'infinito. Mai, per quanto eterna sia la sua durata, quest'anima unita al Verbo comprenderà pienamente il Verbo stesso.

Gli `Osanna!' della folla risuonino pure quaggiù attorno a lui come una nube luminosa: egli non alzerà la testa; i carnefici gli sputino in faccia: il suo cuore non si rivolterà! I pensieri di Gesù stanno ben più in alto.

In mancanza della visione beatifica, ecco la visione che deriva dalla Fede: l'infinito Dio è sempre infi­nito; mentre l'uomo, davanti a lui, è una specie di nulla in tutto e sempre.

Non è questo il modo di vedere che si riscontra nelle grandi anime dei santi? Non è forse lo stesso che si ritrova in certe anime incolte e semplici? Che fine hanno fatto allora le mie illuminazioni, anche se più altisonanti delle loro? Io riconosco il mio niente, ma loro lo vedono e lo sentono e lo toccano!

Devo rendermi familiare questa visione di Dio a tal punto da esserne tutto compenetrato. La renderò attuale e viva mantenendomi alla presenza di Dio, soprattutto con la preghiera. Quale dolce maniera di prepararmi alla visione beatifica dell'eternità! Si trovi in Cielo o sulla terra, chi vede Dio è infallibilmente umile.

 

MEDITAZIONE QUARTA

Umiltà di abiezione

Preparazione della sera

La meditazione di domani sarà come un quadro delle umiliazioni di Gesù durante la sua Passione. Metterò tutto l'impegno per misurarne l'estensione e sentirle vivamente, pur nella convinzione che, nono­stante gli sforzi, non saprò toccare che i bordi di un oceano.

La Passione, infatti, racchiude tali eccessi di abbas­samento che la mente umana non può sondarne le profondità; scorge appena ciò che appare all'esterno, e questo è sufficiente per restarne sconvolti; ma al di là delle umiliazioni visibili esiste un mistero impe­netrabile e adorabile.

Se avessi la sensibilità di Francesco d'Assisi, di Teresa d'Avila, di Giovanni della Croce, scoprirei un Cristo umiliato che non conoscevo affatto. Come loro metterei sotto i piedi tutta la superbia della terra e strapperei dal cuore fin l'ultima fibra sensibile all'i­nutile stima.

Questa meditazione non mi domanderà di rien­trare in me stesso e di esaminarmi: il suo scopo è piuttosto di mettere sotto gli occhi e nello spirito l'immagine viva di Gesù umiliato. Possa il suo volto penetrare in me con la sincerità delle riflessioni e imprimersi con la forza dell'amore! Se lascerò al­l'anima mia di impregnarsi tutta di Gesù, avrò fatto per lo sviluppo dell'umiltà molto più che se aves­si ansiosamente analizzato tutte le mie miserie: avrò guadagnato per l'umiltà l'amore stesso che nutro per Gesù.

Tre punti compongono la meditazione che segue:

1. le umiliazioni esteriori di Gesù;

2. le sue umiliazioni interiori; 3. le sue umiliazioni spirituali.

 

1. Le umiliazioni esteriori di Gesù

Eccomi davanti a Colui che fu «infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» (cf. Sal 21, 7). Mi viene presentato come «castigato, percosso da Dio e umiliato» (cf. Is 53, 4), «verme, non uomo» (cf. Sal 21, 7).

Egli fu umiliato:

l. Nella sua dignità di uomo libero. I suoi nemici si gettano brutalmente su di lui, lo legano e lo tra­scinano in prigione. E io, così geloso della mia indi­pendenza! Guai a chi la tocca!

2. Nella dignità del suo corpo immacolato. È spo­gliato degli abiti, flagellato, inchiodato sulla croce alla presenza del popolo; un uomo d'onore preferi­rebbe la morte a una simile vergogna.

3. Nella sua dignità di uomo. Riceve gli insulti, gli sputi e gli schiaffi. Come reagiscono le persone nor­mali a oltraggi di questo tipo?

4. Nella dignità della sua ragione. Lo guardano come un pazzo, gliene dànno la divisa, lo fanno pas­sare lentamente fra due ali di curiosi. E io, così tur­bato quando si contesta una mia qualità, quando una mia opinione viene posta in ridicolo?

5. Nella sua dignità di profeta. Gli bendano gli occhi, lo colpiscono sulla schiena e sul volto dicen­dogli: «Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?» (Mt 26, 68).

6. Nella sua dignità regale. Gli gettano addosso un vecchio straccio di porpora, gli pongono una canna in mano e una corona di spine sul capo. I soldati fanno davanti a lui ironiche genuflessioni, sghignazzano e lo colpiscono col suo scettro da burla.

7. Nella sua dignità divina. Gli avversari gliela strappano per quanto è in loro potere: «Egli è un impostore, ha bestemmiato, perché si è fatto Figlio di Dio» (cf. Gv 19, 7). La condanna a morte si fonda su questa incriminazione. Sul Calvario i farisei gli gri­dano ridacchiando: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (Mt 27, 40). Oh, quando mi capita di essere disapprovato, quando qualcuno mi canzona crudelmente e io non posso vendicarmi! Se la mia collera è impotente, quali fremiti sconvolgono il mio interno!

8. Nella sua dottrina. Lo accusano di distrugge­re la Legge, di ingannare le folle, di comportarsi da sedizioso e da bestemmiatore, di essere nemico di Dio.

9. Nella sua reputazione. Viene condannato da tutti i tribunali: giudeo, romano, erodiano. È consegnato al più vergognoso dei supplizi, crocifisso fra due ladroni, come il più criminale; e questo nel momento in cui giudei e stranieri affluiscono da ogni parte, in pieno giorno, con tutta la pubblicità possibile.

10. Nei suoi discepoli. Tradito da uno di loro, abbandonato da tutti, rinnegato espressamente dal loro capo, Gesù si vede perduto anche fra quella parte del popolo che ancora era incerta. Che cosa resta in lui che non sia umiliazione e abbassamento?

 

2. Le umiliazioni interiori di Gesù

Bisogna penetrare più a fondo. Sulle rovine del­l'onore esterno, l'orgoglio può ancora ergersi e pro­lungare la resistenza. Scacciato dappertutto, si ri­fugia nel sentimento del proprio valore personale come in una cittadella rimasta intatta. L'uomo vale per la sua resistenza morale. Sotto la forza bruta che lo opprime, resta invitto. Troppo spesso però que­sta grandezza d'animo è fragile, perché impastata di superbia.

Gesù si presenta ai miei occhi nell'obbrobrio della sua apparente debolezza. Sembra vinto anche prima della Passione. Sensazioni di paura e di angoscia lo invadono, e le manifesta come se fosse incapace di contenerle: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mt 26, 38).

Ne è talmente oppresso che un sudore di sangue gronda dalle sue membra tremanti. Sembra così poco fedele a se stesso che prega il Padre di allontanargli quel calice che ha tanto desiderato; talmente acca­sciato che domanda aiuto agli apostoli e accetta quello di un angelo.

O bella e profonda umiltà, così umana nell'e­spressione e così disposta ad essere compatita!

 

3. Le umiliazioni spirituali di Gesù

C'è un altro genere di superbia, più rara e non meno perniciosa: quella spirituale. Temibile quando si è circondati dalla stima, lo è altrettanto quando si è immersi nelle umiliazioni.

Anche se uno è disprezzato, calunniato e perse­guitato, trova sempre attorno a sé, come Gesù sul Calvario, qualcuno che simpatizza per lui. Se poi l'at­teggiamento è dignitoso, se le parole manifestano sentimenti elevati, se in lui tutto rivela un animo supe­riore alle avversità, la simpatia si trasforma in ammi­razione.

Se Dio stesso, con qualche segno di speciale pro­tezione, lo circonda dell'aureola dei martiri, l'am­mirazione si trasfigura in entusiasmo. Quale pericolo per l'anima non sprofondata nell'umiltà! Quale pie­distallo per la sua superbia!

Il Cristo ha scelto l'umiliazione senza ritorno. L'ha voluta in tutta la sua nudità di spirito. Niente discorsi, ma una sorta di attonito stupore, interrotto da qual­che rara parola che pare un singulto. Nessuna luce interiore: tutto in lui è oscuro come la notte che si abbassa sul Calvario.

Il Padre suo è senza pietà e Gesù si dichiara abban­donato da lui. Già tradito dagli uomini, ora anche da Dio! Niente, né sulla terra né in Cielo, che non sia umiliazione. L'abiezione di Gesù è consumata, e là muore.

Quel Crocifisso che si erge dappertutto davanti al mio sguardo, con la sua testa reclinata, il suo volto livido, l'aspetto di desolata prostrazione, è l'immagine dell'uomo umiliato. Immagine stessa dell'umiltà, più ancora che del dolore. Quando il do­lore si spegne, l'umiliazione rimane accanto a quel cadavere sospeso al patibolo. Quale esempio e quale aiuto!

 

MEDITAZIONE QUINTA

Necessità dell'umiltà di abiezione

Preparazione della sera

Abbiamo appena meditato sulle ingiurie che Gesù ha subìto, sulle conturbanti debolezze che ha pro­vato; l'abbiamo visto abbandonato da tutti e spogliato di ogni cosa; la sua abiezione inaudita è apparsa in tutta evidenza. Nessun dubbio: egli ha voluto essere l'uomo delle umiliazioni.

Perché l'ha voluto? Bisogna cercare questo per­ché. Sarebbe soltanto per dare un grande esempio? Attenzione: accettare l'umiliazione non è ancora sen­tire l'umiltà che dice: «Questo è giusto!».

Ecco qui la parola che Gesù pronunciò venendo nel mondo e che ripeté in ciascuno dei suoi abbas­samenti; la si leggeva negli occhi affranti, la si scorgeva errare sulla fronte pensierosa, fremeva nelle sue membra doloranti; ciascun suo movimento denun­ciava il colpevole inseguito dalla giustizia.

Tutto in Gesù è necessariamente sincero, anche l'e­spressione di uno sguardo, perfino il semplice con­trarsi di un lineamento; sento, dunque, salire dall'a­biezione della sua Passione una voce che ripete ge­mendo: « È giusto, io l'ho meritato».

Questa la lezione di domani; vedrò:

1. la ragion d'essere dell'umiltà di abiezione;

2. l'esempio che ne ha dato Gesù;

3. la legge di questa umiltà.

Se l'umiltà di abiezione per Gesù è giustizia, che sarà allora per me? Devo riconoscere questo grado di umiltà come giusto e necessario. Sarà il punto di partenza per un santo capovolgimento di tutta la mia vita morale.

 

1. La ragion d'essere dell'umiltà di abiezione

Due testi della Scrittura gettano luce sulla ragion d'essere. Il primo è: «Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 7). Si tratta del Verbo incarnato considerato prima della sua Passione: si è fatto nullità dal momento che si è fatto uomo. Avesse pur realizzato questo suo progetto nel paradiso ter­restre, nello splendore della natura originale, il Tutto e il nulla, l'Essere per eccellenza e l'essere per crea­zione si sarebbero trovati in lui l'uno di fronte all'al­tro. L'Incarnazione sarebbe stata anche in questo caso un annientamento, e la sua umiltà sarebbe stata la consapevolezza della propria piccolezza.

Un secondo testo completa l'idea di questa virtù, presentandola tale quale conviene all'uomo decaduto:

«Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 8).

«Umiliò se stesso»: si è come gettato a terra; si fa così di un oggetto che si disprezza.

«Fino alla morte»: come un colpevole che viene tra­scinato al patibolo.

«E alla morte di croce»: è l'ignominia nella morte, la morte con l'estremo supplizio, quel genere di morte che lascia vedere il giustiziato sopra la folla, con i lineamenti sconvolti e la carne coperta di piaghe san­guinanti.

Qui non è più il Dio incarnato, ma il Dio redentore; non è più l'umiltà di annientamento, ma l'umiltà di abiezione; non è più l'oblìo, ma il disprezzo. La ragion d'essere di questa virtù che ingigantisce non è più il niente, ma il male.

 

2. Gesù modello di umiltà di abiezione

Contemplo Gesù coperto di tutte le infamie: come agnello di Dio che porta i peccati del mondo, si è caricato di tutte le colpe degli uomini, se n'è costi­tuito responsabile e il peccato è divenuto come cosa sua propria, la sua personificazione (cf. Gv l, 29; Is 53, 4; 2 Cor 5, 21).

Non solo ne è carico e rivestito, ma ne è penetrato, divorato quasi fosse una lebbra che lo consuma. Di­venta come un oggetto di orrore per Dio e di disgusto per il suo popolo (cf. Sal 21, 7; Is 53, 4).

Gesù esclama: «Ma io sono verme, non uomo» (cf. Sal 21, 7). Come posso capire tutta l'umiliazione con­tenuta in questa frase: Sono un verme, che si pesta con i piedi e si fa sparire nel terreno? Umiliarsi è piegarsi fino a terra; Gesù va più in giù.

Quali sono i suoi sentimenti ultimi? Ogni virtù si misura nell'amore per il proprio oggetto e consiste nella inclinazione pratica che l'attira verso di esso. Qui l'oggetto è l'abiezione. Il primo grado è l'ac­cettazione; poi vengono il desiderio, la ricerca, il godimento.

Ripasso con la memoria sia le parole sia le cir­costanze che rivelano questi sentimenti in nostro Signore: nulla di più efficace e di più commoven­te. Le contemplerò nel silenzio che regna nel suo cuore.

 

3. La legge dell'umiltà di abiezione

Questa tipica umiltà di Gesù mi viene proposta alla imitazione? Per essere cristiana è necessario che la mia umiltà tenda a giudicarmi meritevole di disprezzo? O devo piuttosto scorgere qui una mi­rabile esagerazione, un pungolo incomparabile, de­stinato a spronarmi almeno verso una umiltà ordi­naria?

L'esempio di Gesù è fuori dubbio uno stimolo enorme ed è qualcosa di più: è una legge, o meglio, la rivelazione di una legge e la sua promulgazione autentica.

Ciò che Gesù qui fa, a quale titolo lo compie? In qualità di Uomo-Dio? Niente affatto. Come tale egli merita tutta la gloria. In qualità di Redentore? Sì, e solo a questo titolo.

In quanto Redentore egli è il nostro rappresentante e la nostra cauzione. Ora, l'atteggiamento che prende il mio rappresentante corrisponde esattamente a quello che conviene a me, che mi spetta a pieno diritto. Il prezzo sborsato come cauzione è il prezzo di cui io sono debitore. L'abiezione di Cristo non crea dunque un obbligo, ma lo evidenzia.

La legge di abiezione esisteva già per i peccatori, ma non la conoscevano; senza Gesù, non l'avrebbero mai conosciuta. Gesù viene, prende le loro colpe, valuta le umiliazioni che esse meritano; subisce que­ste umiliazioni, le vuole, le ama.

Quando dice: «Sono umile di cuore», è come se dicesse: «Essere umili è la legge; io l'ho accettata per voi peccatori; ma è soprattutto la legge vostra: accettatela».

O Gesù, non avevo mai capito questa lezione. Eppure tutto me la suggeriva: gli insegnamenti rice­vuti per tanti anni, le conclusioni evidenti alle quali io stesso ero arrivato, gli avvenimenti della mia vita... Lo sapevo, dunque, eppure per me risuona come una novità. Ti ringrazio di avermi illuminato e di aver toccato il mio cuore. Sia benedetta la tua misericor­dia che mi apre gli occhi venendo incontro ai miei desideri e alle mie necessità!

Poiché l'umiliazione è la mia legge, non mi irri­terò contro di essa e, nelle circostanze penose per il mio orgoglio, sarò paziente e dolce.

 

MEDITAZIONE SESTA

Mistero della umiltà di abiezione

Preparazione della sera

La meditazione di domani completa le due prece­denti e ne rende sode le conclusioni con argomenti irrefutabili. Queste ulteriori motivazioni poggiano in modo speciale sulla Fede, dal momento che la ragione resta incerta davanti a verità di cui non riesce a defi­nire esattamente i contorni ed è portata a trovare strano quello che non le è familiare, a chiamare fantasti­cheria e misticismo tutte le profonde dottrine che la superano.

Non alla ragione prevenuta, ma alla ragione sem­plicemente logica bisogna qui domandare l'adesione. Se i dogmi della Fede sono veri e l'umiltà di abiezione ne è la conseguenza, una volta che quei princìpi ven­gono spiegati, la conclusione dovrebbe essere accolta allo stesso titolo dei misteri, quantunque essa pure rimanga un mistero.

Il passaggio dalla conoscenza di una verità all'a­desione franca e completa ad essa è assai difficile quando questa verità viene a sconvolgere la situa­zione preesistente. Bisogna chiederne la grazia: è Dio che può dare la convinzione incrollabile ed è pure la sua Grazia che permetterà di praticare l'umiltà di abiezione come una vera virtù, cioè come facilità ad accettare serenamente le umiliazioni, come abitudine a portarne il peso con tranquillità, ed anche come amore che le accoglie con gioia. Mediterò:

1. l'umiltà di abiezione nei Santi;

2. l'umiltà di abiezione si spiega con il mistero del peccato;

3. basta il peccato originale a giustificare l'umiltà di abiezione.

 

1. L'umiltà di abiezione nei Santi

L'umiltà di abiezione è una specie di labirinto per il sottile ragionatore, il quale la trova assurda; lo è, purtroppo, anche per non pochi cristiani che la guar­dano come una pia stravaganza, se non altro sotto l'a­spetto pratico.

Per correggere queste idee è bene non isolare il Maestro divino dai suoi discepoli più istruiti. In loro è sempre lui che ammaestra, poiché possiedo­no il suo Spirito: è lui più vicino a noi, lui più si­mile a noi.

Ricordiamo le pesanti espressioni con cui i santi designavano se stessi: abisso di miseria, aborto, rifiuto dell'umanità, e altre dello stesso tenore. Quali erano i loro sentimenti? Si giudicavano indegni di parlare, immeritevoli perfino di vivere. Tali espressioni erano loro familiari; si sono trovate sulle labbra di tutti, come un gemito tipico dopo il Calvario. Che spetta­colo stupendo venti secoli di una tale umiltà, sempre la stessa e la sola che sia canonizzata!

Bisogna considerare la logica della loro umiltà: dalle parole passa ai fatti. Li disprezzano, li perseguitano: restano miti. Li oltraggiano, li colpiscono: hanno un sorriso di gioia. Li dichiarano cattivi ed essi confessano di esserlo più ancora. Li abbando­nano ed essi lo trovano giusto. Si giudicano inutili; se fanno del bene, proclamano che è Dio a compierlo e lo compie nonostante loro, più che per loro mezzo. Ecco ciò che dicono, ecco ciò che sentono, ecco ciò che veramente pensano.

Alcuni si sono distinti in modo particolare nelle umiliazioni: bramavano il disprezzo come gli ambi­ziosi la gloria e quando Dio chiedeva quale ricom­pensa desideravano come premio per le loro fatiche, rispondevano: «Soffrire ed essere disprezzati per Te».

Quale confusione davanti a loro! Eppure sono com­portamenti di uomini uguali a me, spesso meno col­pevoli, sempre di maggior valore.

 

2. L'umiltà di abiezione si spiega con il mistero del peccato

L'uomo comprenderebbe l'umiltà di abiezione se fosse capace di sondare a fondo l'abisso del peccato. Gesù ne ha esplorato le cupe profondità alla duplice luce della scienza infusa e della visione beatifica.

La santità dell'Essere infinito, la sua maestà, la sua bontà, la sua suprema bellezza, lo splendore degli attributi divini che gli inondavano l'anima di luce abbagliante, tutto gli mostrava fino a che punto Dio merita rispetto, amore e lode. Poi ad un tratto lo scenario cambia: il peccato raggiunge queste meraviglie e si abbatte sull'onore divino come per an­nientarlo. A tal vista, un confuso smarrimento, un'a­mara desolazione invadono Colui che porta i pec­cati del mondo.

Contempliamolo schiacciato sotto questo peso nella sua agonia; ascoltiamo parole di strano scoraggia­mento: «Se vuoi, allontana da me questo calice!» (Lc 22, 42). Notiamo quel sudore di sangue che attesta una specie di catastrofe.

Eppure, bisogna dirlo, la santa umanità del Salva­tore non conosceva ancora tutto il disordine, tutta l'offesa che contiene il peccato; solo la sua natura divina ne aveva la piena visione.

Quale torto avrei se volessi misurare il peccato dall'apparenza esterna o con la sola conoscenza for­nita dalla ragione! Anche per la mente stessa di Gesù il peccato ha conservato dei segreti. Comincio a com­prendere che in fatto di umiltà non ne so quasi nulla, e mai saprò tutto...

Il mistero si trova, dunque, nel peccato e non nel­l'umiltà che ne è la conseguenza logica. Essa è, infatti, il comportamento che spetta al peccatore: è una sen­tenza di giustizia che egli deve pronunciare contro se stesso.

Ma come se ne farà carico se è incapace di misu­rare la gravità della colpa? Gli resta una via di uscita: guardare con occhi più penetranti dei suoi, non giu­dicare con i sentimenti dell'uomo ma con quelli di Dio. I santi hanno fatto così; ecco perché la santa fol­lia dei loro abbassamenti è profonda sapienza.

«Imparate da me», ripete il Salvatore. Dovrò, dun­que, io cercarla altrove? L'umiltà è una virtù quasi interamente soprannaturale: alta come i cieli, profonda come l'inferno. Appare ben corta la ragione e quanto debole di fronte ad una rivelazione di tale propor­zione...

 

3. Basta il peccato originale a giustificare l'umiltà di abiezione

Ci sono dei Santi che non hanno mai commesso alcun peccato personale di una certa gravità; neppure erano carichi del peso dei peccati altrui, la cui respon­sabilità spiega in parte l'umiltà di Gesù. Anch'essi tuttavia sono stati colpiti dal peccato originale e l'es­sere partecipi di questa caduta giustifica anche in loro l'umiltà di abiezione.

Il peccato originale è un dogma definito, che proiet­ta la sua luce di Fede sull'argomento che stiamo me­ditando.

Il peccato delle origini pesa sull'umanità intera. È principalmente per sua causa che il Figlio di Dio si è incarnato, per esso è morto, per esso si è fatto così umile.

Non c'è dubbio che anche l'uomo più giusto ha subìto e accolto in sé questa macchia disonorante, oggetto dell'avversione di Dio e ne porta le conse­guenze umilianti fino alla morte.

L'ignoranza, le illusioni, le rivolte, il piacere del male, hanno inquinato sangue e cervello; per cui ognuno tiene in seno il germe di tutti i peccati. Che disonore e che pericolo!

Non c'è una sola colpa commessa da un uomo che io non sia capace di commettere. Se una disgrazia così grave non mi è capitata, è senza dubbio perché l'occasione fatale, con le sue insidiose trame, ancora non si è presentata. Del resto sono più che numerosi i casi della vita che giustificano il timore e l'umiltà.

Maestro mio divino, non posso opporre resistenza alla tua umiltà e a quella dei santi; mi vergogno di cir­condare la mia umiltà di obiezioni che non tengono più. Che bisogno c'è di andare in cerca di conferme quando sei tu che insegni, tu che sei la Verità? Forse devo mettermi in ascolto delle tue parole? Basta che io ti guardi: la tua umiltà si presenta come una lezione vivente che mi trapassa; al di là delle tue umiliazioni esteriori mi sforzo di intravedere l'abisso della tua umiltà interiore.

Ma dal momento che l'umiltà è una virtù assai pra­tica, che pervade intenzioni e gesti, la voglio mettere in atto generosamente, senza tanto misurare l'obbligo che ad essa mi costringe. Che stia forse qui il segreto dei Santi?

 

MEDITAZIONE SETTIMA

Umiliarsi davanti a tutti

Preparazione della sera

L'umiltà di abiezione, argomento delle meditazioni precedenti, mentre obbliga al più profondo abbassa­mento di sé davanti a Dio, dispone ad umiliarsi davanti agli uomini. 1 santi che l'hanno praticata non si annien­tavano solo nel rapporto con Dio, ma si mettevano sotto i piedi di tutti, giudicandosi i più miserabili dei mortali.

È relativamente facile sentirsi minimi davanti a Dio, ma rimpicciolire un pochino soltanto davanti al prossimo, mettersi un gradino al di sotto, lasciarsi pestare i piedi, suppone una virtù rara e profonda, che pochi possiedono.

Un tale atteggiamento è il segno più sicuro di umiltà genuina e solida. Per questo, prima di subire le spa­ventose umiliazioni della Passione, Gesù volle insegnare con l'esempio la forma di umiltà che ci mette sotto i piedi dei fratelli.

Nell'ultima Cena, al momento di istituire l'Euca­ristia, egli si mise a lavare i piedi degli apostoli e ad asciugarli con un asciugatoio. Fu una sorpresa per loro: lui, il Maestro, farsi servitore, chinarsi ai loro piedi e lavarli! Gesù si accorse dello stupore; disse che avrebbero compreso più tardi il suo gesto; soprat­tutto domandò di imitare l'esempio.

È quanto mediterò domani in tre punti:

l. Gesù insegna ad umiliarsi davanti a tutti;

2. questa umiltà è di ordine soprannaturale;

3. le motivazioni di questa umiltà.

 

1. Gesù insegna ad umiliarsi davanti a tutti

Che il Salvatore abbia voluto dare questo preciso insegnamento lo dimostra chiaramente la lavanda dei piedi; basta considerare i particolari di quel gesto e l'intenzione del Maestro.

In tutti i tempi, e segnatamente in Oriente, ci si è serviti di una rappresentazione materiale per scolpire negli animi le verità più importanti. Ora quale azione esprime l'umiltà meglio del lavare i piedi, questa parte del corpo che tocca la terra e si infanga?

Ma quella che sta davanti a noi non è una umiltà qualsiasi: è l'umiltà dell'Uomo-Dio verso gli uomini. Umiltà senza finte: Gesù non si fa aiutare. Umiltà risoluta: Gesù fa violenza a Pietro. Umiltà estrema: si inginocchia ai piedi del peggiore degli uomini, Giuda. Mai riuscirò a lasciarmi penetrare abbastanza da particolari tanto significativi...

Con la lavanda dei piedi Gesù intende inaugurare una forma nuova dei rapporti fra gli uomini, evitando che l'originalità del modo metta in ombra l'impor­tanza del fine.

Per questo richiama l'attenzione degli apostoli: «Sapete ciò che vi ho fatto?». E risponde senza mezzi termini indicando con precisione cosa intende: «Vi ho dato l'esempio». Non trascura di rendere espli­cito l'obbligo che ne deriva: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (cf. Gv 13, 12-15).

Insiste sull'importanza del precetto proclamando beati coloro che lo comprenderanno e lo metteranno in pratica. Non si tratta perciò di un insegnamento d'occasione o non ben definito, ma preparato, spie­gato e raccomandato; è una dottrina perfetta e indi­scutibile.

Non c'entra affatto l'ipotesi di un racconto poste­riore a sostegno della speciale pratica di lavare i piedi ai fedeli, come esisteva nei primi secoli. La scom­parsa di questa consuetudine accuserebbe di infedeltà la Chiesa, custode com'è delle tradizioni sacre. In realtà quell'uso non era che un segno; l'umiltà ne era il senso, e questa non ha cessato di animare la società cristiana, adattandosi - perenne e duttile - al variare delle situazioni.

 

2. Questa umiltà è di ordine soprannaturale

Che umiltà è mai questa che Pietro non è ancora in grado di comprendere e che soltanto più tardi riu­scirà ad accettare? Non è la semplice umiltà di ragione, ma l'umiltà soprannaturale, che gli sarà rivelata dallo Spirito Santo.

L'umiltà di pura ragione è l'abbassarsi davanti a Dio: nulla di più logico; include anche la modestia, cioè il freno alle nostre pretese: la saggezza umana l'approva. Ma l'abbassarsi davanti ai propri simili, anche ai cattivi, davanti a qualunque essere umano, il mettersi del più grande sotto i piedi del più pic­colo, come Cristo ha fatto, e con sincerità: ecco quello che Dio solo può insegnare e comandare.

In effetti, perché sottomettermi agli altri? E come farlo con convinzione quando ognuno dovrebbe a sua volta fare altrettanto? Non è una forma di integrali­smo, che il buon senso mette prontamente alla porta? Una finzione poco seria, che svanisce davanti alla riflessione e non regge affatto nella pratica?

Ed invece no, non è un ideale estremista, ma l'in­segnamento universale dei maestri di vita spirituale, a cominciare da Paolo: «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil 2, 3). No, non è un vaneggiare sterile, ma un dina­mismo essenzialmente cristiano. Tutti i santi si sono ritenuti gli ultimi e se una cosa stupisce più ancora della loro ammirabile virtù è appunto la convinzione radicata della loro propria bassezza.

 

3. Motivi per umiliarsi davanti a tutti

La giustificazione di un insegnamento apparente­mente sconcertante si trova scritta dentro di noi. In ciascuno c'è del bene e c'è del male. Il bene, in ultima analisi, viene da Dio e non abbiamo il diritto di van­tarcene. Il male invece viene interamente da noi e ne meritiamo noi tutta la vergogna. Questa è la nostra condizione davanti alla giustizia divina.

Ora la situazione dell'uomo, di fronte al bene e al male, è una situazione molto diversa, a seconda che si tratti del bene e del male che è in lui, o del bene e del male che è nel prossimo.

Nei propri confronti l'uomo è costituito giudice: ha la coscienza, si conosce e si sente responsabile, nel profondo si vede assai bugiardo e cattivo; può e in verità deve dichiararsi tale.

Nei confronti del prossimo non è più lui il giudice: non ne ha la competenza. Infatti la colpevolezza si dovrebbe valutare dall'intenzione, che gli sfugge; l'ingratitudine si dovrebbe misurare dalla propor­zione con le grazie ricevute, che egli non conosce; il valore complessivo dipenderà poi dal giudizio finale, che ignora.

Nel giudicare se stesso l'uomo ha delle certezze; nel giudicare il prossimo si avvale solo di congetture. Di sé ha il dovere di erigersi a giudice; del prossimo ne ha la proibizione: «Chi sparla del fratello... parla con­tro la legge» (Gc 4, 11). E se mi manca il diritto di giudicare gli altri, come potrei arrogarmi quello di ri­tenermi migliore anche di uno solo di essi? 23

Maestro mio divino, fa' che io sia penetrato da questo tuo insegnamento che mi coglie di sorpresa: giudicare gli altri mi sembrava altrettanto giusto che giudicare me stesso. Non lo si fa correntemente? Ma chi lo fa si inganna! E allora anch'io mi ingannavo...

La mia povera ragione appena appena osa affer­mare questo grado di umiltà: concedimi la volontà di credere e donami soprattutto il coraggio delle con­clusioni improrogabili. Devo assolutamente nei miei fratelli far risaltare ciò che viene da Dio, il bene; anche dentro di me lo posso guardare, ma prima ho da giudicare l'opera mia, il male.

O sublime punto di vista, tu illumini contempora­neamente l'umiltà e la carità; queste due virtù emi­nentemente cristiane, tu le fondi in uno stesso prin­cipio: Dio visto nel prossimo. L'umiltà lo vede, la carità lo ama.

Umiliarsi davanti a tutti è un comandamento nuovo. Non sorprende più. Dal momento che Dio entra nel­l'umiltà, tutto cambia, tutto rinnova; e se per suo esplicito comando e attraverso misteriosi rapporti, questo Dio incarnato si prolunga in ogni uomo, come può stupire che egli imponga verso chiunque un rispetto soprannaturale?

 

MEDITAZIONE OTTAVA

Maria imitatrice del suo umile Figlio

Preparazione della sera

Nessun santo ha imparato l'umiltà di Gesù più per­fettamente di Maria, sua Madre, perché nessuno è penetrato tanto intimamente nella conoscenza e nel­l'amore di nostro Signore. Vicina a lui, vedeva i motivi per essere umile con una visione chiara, continua e penetrante. Noi perdiamo di vista, dimentichiamo; lei mai!

Il suo sguardo interiore era abitualmente attento e coglieva gli inviti all'umiltà: contemplava di continuo l'infinita grandezza di Dio e allo stesso tempo non levava gli occhi dalla propria piccolezza. Il Magnifi­cat era il cantico segreto di tutte le ore: «Dio ha guar­dato l'umiltà della sua serva... Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente» (Lc 1, 47.49).

Per proteggere la nostra umiltà tanto fragile, Dio la mette al riparo di qualche imperfezione o se non altro di inspiegabili ignoranze. Con Maria ha tolto ogni precauzione: era immacolata, perfetta, benedetta fra tutte le donne. E lei lo sapeva.

Ella ha sondato, meglio di tutti i teologi insieme, l'altissimo valore della sua divina maternità e ne ha conosciuto tutte le prerogative. Ma l'abisso delle gra­zie ricevute non ha fatto che rendere più evidente ai suoi occhi l'abisso del proprio nulla. Nessuna crea­tura, dopo Gesù, si è maggiormente sprofondata nel­l'umiltà.

Domani mediterò l'eroismo e l'umiltà di Maria che si esplica in comportamenti alti e sofferti, e che compie per tutta la vita ciò che nessun uomo saprebbe sostenere per un giorno solo. Comincerò a contemplare:

1. Maria che impara come Madre l'umiltà di Gesù;

2. Maria che partecipa come corredentrice all'u­miltà del suo Figlio;

3. Maria che chiama a seguire l'umiltà di Gesù.

 

1. Maria impara come Madre l'umiltà di Gesù

L'umile Gesù era il Figlio suo, Figlio di lei sola, Figlio amatissimo, suo Figlio e suo Dio, il suo tutto. E lei gli voleva tanto bene! Più fortunata di tutte le mamme, lo adorava d'amore. Tutto taceva davanti a tale sentimento dominante e sovrano; tutto veniva fondato sulla fiamma intensa di questo amore.

E lei non amava che un Gesù umile, perché non poteva conoscerne un altro. Non esiste che un Fi­glio di Dio incarnato: ma il Figlio di Dio incarna­to è il Gesù annientato. Fin dal primo istante egli si fa umile e umile resta finché sarà uomo e finché sarà suo Figlio.

Maria lo studiava con gli occhi, con il suo cuore e con le materne sue intuizioni. Una madre possiede il genio di indovinare tutto; il suo pensiero si protende, come un tempo il suo corpo, in quell'essere che rimane suo per sempre.

È dal cuore che nascono le grandi intuizioni. Il cuore comanda e l'intelligenza obbedisce; a volte la spinge in modo tale da farle superare se stessa. Il cuore non è lo scrigno da cui tutto proviene? La crea­zione stessa non esce forse dal cuore di Dio?

Nel cuore di Maria gli avvenimenti evangelici, le parole e le espressioni del suo Figlio, si riaccendevano al contatto delle sue ardenti meditazioni: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19). L'umile Gesù andava rivelan­dosi progressivamente nelle estasi di amore della Madre. Quale penetrazione ella aveva dell'umiltà dei suoi misteri divini, della sua dipendenza creaturale, della sua povertà da nullatenente e dell'amore con cui egli amava tutto ciò!

A misura che Gesù cresceva, ella ne spiava i minimi gesti, raccoglieva le più rare parole. Più tardi lo con­templava al lavoro: ne ammirava la discrezione, la dolcezza, il gusto per le occupazioni senza rilievo, l'affetto per i piccoli, il continuo prodigio del suo nascondimento.

Si può dire che Maria conosceva attraverso il cuore il suo Gesù, il suo umile Figlio. Così, imitarlo, divenne per lei legge e libertà. Quasi senza voler­lo, ella si fece tanto umile da non ritrovarsi più in nulla. Amò condividere l'ombra in cui il Figlio si nascondeva, il silenzio in cui egli sembrava per­dersi; si rallegrò di abbassare sempre più se stessa insieme con lui.

Egli era però tanto avanti su quella strada: lei cam­minava sempre e non lo raggiungeva mai. E lo pre­gava di attenderla. Egli camminava ancora, si affret­tava verso il Calvario e gridava a sua Madre: «Noi là ci arriveremo insieme».

 

2. Maria partecipa come corredentrice all'umiltà del suo Figlio

Sulla culla di Gesù passavano già vènti di morte. Le voci lontane dei profeti facevano risuonare parole di questo tipo: espiazione, vittima. Previsioni deso­lanti riempivano il cuore della Madre. E che? Qual­cuno oserà schiaffeggiare questo dolce volto? Chi vorrà trapassare con chiodi queste piccole mani, que­sti piedi così teneri? Chi innalzerà questo innocente su di una croce infame?

Ah! Se le fosse possibile prendere il suo posto! No, non lo prenderà, ma con lui lo condividerà, per­ché lei non è solamente sua Madre, è anche sua socia nella redenzione del mondo.

Come Madre voleva, con tutta la vita e tutta l'a­nima, unirsi ad ogni intenzione, ad ogni pena, ad ogni palpito del cuore del Figlio. Dio ha assecondato la sua brama: l'ha resa corredentrice.

Eccola dunque in possesso del diritto di partecipare alle umiliazioni redentrici di Gesù, del diritto stesso di volerle con lui. Egli vuole essere umiliato? E lei vuole che lo sia! Ne soffre terribilmente, ma conti­nua a volerlo. Suo Figlio vuole morire? E lei vuole che egli muoia! E così lei è immolata sul Calvario insieme con lui.

Dopo che egli è morto, Maria resta sola, nel suo sublime ruolo, a subire le umiliazioni che si abbat­tono sul cadavere del suo Diletto. In lei il sacrificio si prolunga ancora...

 

3. Maria chiama a seguire l'umiltà di Gesù

Quando il Cristo morente sulla croce promise a Giovanni che Maria sarebbe stata sua Madre, intese fare di lei la Madre spirituale di tutti gli uomini. In quel momento lei desiderò che i suoi nuovi figli fos­sero spinti dalla passione di imitare, dopo di lei e con il suo aiuto, l'umiltà adorabile del suo Figlio divino. Questa fu una delle grazie per le quali offrì a Dio i suoi inenarrabili dolori.

Non vorrò io esaudire il sospiro di Colei che, essendo Madre del mio Salvatore, è diventata anche Madre mia?

Se Maria ha così perfettamente seguito Gesù nel­l'umiltà è in ragione del suo incomparabile amore. Solo l'amore possiede la forza di far proprie le umi­liazioni di Cristo. Ed io non saprò diventare umile almeno per amore?

Praticare l'umiltà per amore è cosa assai bella, per­ché si arricchisce questa virtù di un movente più ele­vato di quello che le è proprio; è la cosa più giusta, perché la carità siede da regina in mezzo alle virtù, è la loro nutrice, la sola che le fa sussistere; è la cosa più saggia, perché niente è più forte dell'amore e niente più attraente di quanto è da lui ispirato.

Sì, non c'è di meglio che avviarsi sulla strada del­l'amore per raggiungere in fretta l'umiltà!

La paura mette i freni, può trattenere sulla china del male, potrà anche suggerire un qualche impulso verso il bene; ma soltanto l'amore apre i grandi orizzonti, eleva sempre più in alto e così allontana dal male nella maniera più vigorosa.

Con Maria mi fermerò a contemplare Gesù umile nei suoi misteri, nelle sue parole, nel suo Cuore, nella sua Eucaristia. Con lei proverò il gusto di imitarlo, assaporando le parole ispirate: «Sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome. Attirami dietro a te, corriamo!» (Ct 1, 3-4).

 

L'anima veramente umile

PARTE QUARTA

Studio introduttivo

Umiltà vera e umiltà falsa

Eccomi convinto e deciso: voglio essere umile! Questa mia determinazione ha bisogno di essere inca­nalata nel giusto tracciato. Infatti le conoscenze ancora non precise mi rendono incerto, i miei errori perso­nali congiunti alle male abitudini accumulate lungo gli anni costituiscono un bagaglio negativo che mi dirotta fuori strada. Princìpi mal conosciuti e rimedi mal indovinati possono lasciarmi in una umiltà incom­pleta o falsa. Per questo una serie di meditazioni mi guideranno e illumineranno nel mettere in cantiere le convinzioni già acquisite.

Comincerò con il prendere in considerazione radici e frutti della vera umiltà, con l'apprezzarne in modo corretto lo splendore. E se questo metterà in risalto le imperfezioni della mia umiltà, dall'altro col suo fascino, conquisterà il mio cuore. Per gustare le attrat­tive della vera umiltà devo premunirmi e fortificarmi contro le insufficienze, le seduzioni e le falsificazioni di alcuni sottoprodotti di umiltà adulterata. Scarterò prima di tutto quella che si può individuare come umiltà razionalistica.

 

Umiltà razionalistica

1. In cosa consiste? Si tratta di una umiltà che non si fonda sulla fede, ma esclusivamente su viste e giu­dizi della ragione. Non coltivare una stima esagerata di se stessi e non disprezzare la gente meritevole di stima; non intraprendere niente di superiore alle pro­prie forze e non innalzarsi al di là dei propri meriti; non mostrare né arroganza né vanità: ecco quanto basta alle sue esigenze.

L'umiltà dei Santi la turba; l'insegnamento dei mae­stri di vita spirituale urta profondamente con le sue linee direttrici e l'autorizza a sentenziare: «Qualcu­na è da prendere, qualche altra da lasciare»; talvolta giunge a dire: «Ma questo è assurdo!».

L'umiltà razionalistica non sempre è teorica; il più delle volte si accontenta di restare pratica. Allora non è più la ragione che si inganna, ma la natura che tra­scina. Si accetta senza difficoltà tutto l'insegnamento, ma non ci si mette nemmeno per sogno a viverne le conclusioni, oppure si scantona dalle invalicabili esi­genze con dei sofismi tranquillizzanti; ad esempio: prendere il primo posto sarebbe rispetto del proprio ruolo sociale; parlare favorevolmente di sé equivar­rebbe a semplicità; accettare elogi e complimenti non altro che santa libertà.

Una umiltà di questo tipo è falsa nei suoi principi, perché non tiene conto degli insegnamenti della Fede. E insufficiente nella sua portata morale, poiché non raggiunge il suo obiettivo, che è la perfezione spiri­tuale nella imitazione di Cristo.

2. Quanto si deve temere. L'umiltà razionalistica accalappia, poiché si presenta in nome della ragione: niente urtanti esagerazioni e neppure banali conces­sioni; nessuna di quelle brutture che tradiscono il male.

La natura non viene contrariata; le tendenze natu­rali non sono chiamate a superarsi; il sentimento innato del giusto e del bene vi si trova accontentato. Il giudizio comune concorda, in questo caso, con la ragione e la natura: non la pensa così il mondo intero? Ed ecco escluso il dubbio pratico.

Sarò anch'io una povera vittima dell'errore gene­rale... Malgrado ciò resto lontano dalla vera umiltà.

3. Quanto è insufficiente. L'umiltà razionalistica si blocca alla soglia del soprannaturale e si interes­sa solo dell'aspetto umano. Qui l'errore sta nell'ac­contentarsi di una valutazione imperfetta e parzia­le. Le grandi verità relative al peccato originale e alla necessità della Grazia elevano in modo singo­lare la prospettiva; orizzonti sconosciuti di dipen­denza si spalancano allora agli occhi della fede e da­vanti a queste scoperte di eccezionale importanza, l'insufficienza dell'umiltà razionalistica appare in tutto il suo stridore.

Quel terra-terra che si è convenuto di chiamare buon senso non basta per giudicare le cose di lassù. Tra i pagani l'umano giudizio tacciava di pazzia il sublime annientamento del Calvario; tra i cristiani suscitava quei «nemici della croce di Cristo» di cui Paolo parla «piangendo» (cf. Fil 3, 18). Quante per­sone si danno l'aria di essere pie, e invece sono imbe­vute soltanto di spirito umano a detrimento del valore cristiano, e spogliano l'umiltà di Gesù del suo afflato soprannaturale!

Se la mia umiltà non è quella del Maestro sarà del tutto inadeguata a sostenere l'edificio spirituale, e senza pregio davanti a Dio, incapace di attirare le sue grazie. Ci si inganna quando ci si crede umili solo per­ché non si è né arroganti, né vanitosi, né ambiziosi, né suscettibili. Bisogna tornare alla scuola di Betlemme, di Nazareth e del Calvario, capire più a fondo gli in­segnamenti di Gesù e prendere come ideale, non la moderazione dei saggi, ma l'umiltà dei Santi.

 

Umiltà meschina e impacciata

Non è umiltà vera quella che rende esitanti nel prendere una decisione, insicuri nel dare un ordine, o turbati nel mettere in atto un richiamo con la neces­saria fermezza. L'umiltà vera non coarta il pensiero e non paralizza l'azione.

Trascurare un atto di virtù o un'opera di zelo per non esporsi alla vanità è tipico di un animo meschino. Vacillare davanti a qualsiasi incarico non è umiltà, ma grettezza d'animo.

La volontà di Dio deve essere la sola regola del mio agire, e la mia sicurezza va fondata sulla sua Grazia. Non si può chiamare virtù un tentennare che nasconde i connotati dell'egoismo, il quale avendo in mente solo la propria tranquillità rende angusto il cuore e corto il braccio.

L' autocompiacimento è un difetto, ma il rattristarsi di se stessi fino allo scoraggiamento ne è un altro. Vedere mal fatto tutto ciò che si fa non è né giusto né saggio: infatti il bene che c'è dentro di me appar­tiene prima di tutto a Dio.

Irritarsi per i propri sbagli è la dimostrazione pra­tica che si conosce male se stessi e male si conosce Dio. L'umiltà vera rende ancora più vivo il penti­mento, la preghiera e lo sforzo; l'umiltà falsa produce viltà, fa indietreggiare davanti alla contrizione, alla preghiera e al combattimento.

L'umiltà impacciata combina i guai più seri quando è chiamata ad esercitare l'autorità: non si trova la forza di impartire comandi, o lo si fa con una tale titubanza che priva chi riceve l'ordine di quella forza cui ha diritto; ci si lascia criticare e condannare senza rendersi conto che così facendo si concede la libertà di disprezzare Dio presente nel superiore; e questo non è un piccolo svantaggio per chi ha voglia di far bene.

Come il razionalismo, altrettanto la grettezza d'a­nimo non vede l'umiltà che attraverso una visione parziale e difettosa: suppone l'orgoglio dove non c'è, in quel principio o in quel certo comportamento che ritiene ne sia ispirato. Non arriva a cogliere l'insieme che permette di dare il giusto peso ai particolari; afferra invece con abbagliante chiarezza quel dato aspetto, caricandolo di significati irreali. Non riesce neppure a immaginare che ci siano circostanze che fanno sì che un'altra virtù, per esempio la carità, impedisca all'umiltà non di esistere, ma di apparire.

Il rimedio consiste nel non fidarsi troppo del pro­prio giudizio, nel leggere quei libri che possono appor­tare una luce migliore, nel seguire con fiducia i con­sigli di un direttore spirituale. La causa di questa ristrettezza di mente e di cuore si trova spesso nella formazione prima; ci vorrà pertanto una formazione nuova, più sicura e intelligente, per riportare a idee più vaste e più corrispondenti al vero.

 

Umiltà paurosa

La timidezza proviene dal carattere e riguarda tutto ciò che può ispirare paura. La paura può essere frutto o di un guardarsi attorno troppo inquieto (paura degli altri) o di una volontà troppo debole (paura di se stessi). Questi due difetti generano apprensione e incostanza: ci si spaventa davanti ai problemi, oppure non si affrontano in modo deciso, non si è costanti nelle soluzioni, nel corso dell'azione ci si lascia bloc­care dal minimo contrattempo.

La scelta del rimedio sarà in relazione alla causa che produce il malanno. Perciò se si è eccessivamente prudenti, troppo meticolosi, si deve tagliare corto, decidersi a prima vista nelle cose ordinarie, non riflet­tere troppo negli affari importanti. In ogni caso la decisione deve essere definitiva e non rimettere mai in questione quanto si è già stabilito. Se accadesse di sbagliarsi non c'è da fare la tragedia, ma sempli­cemente ricordare che nemmeno i più riflessivi sfug­gono ai guai dell'insufficienza umana.

Se si è timidi di natura, se gli ostacoli e le conte­stazioni ci turbano al primo apparire, non bisogna scambiare la propria insicurezza per umiltà e cedere subito le armi, ma invece imporsi di far rispettare i propri diritti e la propria dignità, mantenere fermo l'ordine impartito e il proprio giudizio finché non appaia evidente che si è nell'errore.

In fondo, come l'umiltà meschina, anche l'umiltà paurosa nasconde nelle pieghe la preoccupazione di sé e l' oblìo di Dio. Meschinità e timidezza sono con­trarie alla prudenza, che ha il compito di governare tutte le virtù: screditano l'umiltà e recano danno al singolo e alla società.

 

Umiltà falsa

Pochi sfuggono al difetto di ritenere per umiltà le manifestazioni puramente esteriori di questa virtù. Gesù biasimava severamente i farisei che si crede­vano umili perché facevano profonde riverenze per le strade, continuando però a ritenersi migliori e a disprezzare gli altri. Senza arrivare a una tale ipo­crisia, troppo facilmente si maschera con gesti e for­mule la mancanza interiore e reale di umiltà.

Si dice d'essere buoni a nulla, si usano maniere deferenti verso il prossimo, in chiesa si assume un atteggiamento compunto: dunque siamo umili! Pro­viamo un po' a sondare il cuore: si pensa veramente di non valere nulla? Forse che facendo l'inchino si per­mette agli altri di guardarci dall'alto in basso? Come mai diventiamo tristi e ci ribelliamo interiormente se veniamo giudicati poco esperti, se siamo contraddetti o semplicemente se veniamo trascurati?

L'origine di questo malinteso sta nell'avere adot­tato formule e pose create in ambienti di pietà, dove sono sincere per alcuni, ma dove per i più non sono che un superficiale modo di presentarsi. L'umiltà non è bella e autentica se non quando in essa tutto si armo­nizza nella sincerità, nell'accordo fra quanto si dice e quanto si pensa, fra il gesto esterno e la convin­zione profonda.

Se la mia umiltà non arriva a ispirarmi quelle convinzioni di indegnità che i santi manifestavano, non devo assolutamente esprimerle né prenderne gli atteggiamenti; la mia umiltà deve conservare la bellezza di ciò che è vero, pur non essendo straor­dinario. Ci saranno sempre delle imperfezioni che sarà facile confessare, delle inferiorità di cui sarò convinto, dei torti che riconoscerò volentieri. La mia umiltà sarà meno imponente, ma sincera; non ispirerà un atteggiamento di grande bassezza, ma mi lascerà in una atmosfera libera da pretese.

San Francesco di Sales afferma che «parlare di sé è pericoloso quanto camminare su una corda». Ma è ancora più pericoloso parlare male di sé. Chi, in tal caso, ha una gran voglia di farsi credere? Bisogna essere ben santi per parlare male di sé con tutta fran­chezza...

Si arriva al punto che la superbia riesce a trarre profitto dai gesti e dalle formule più umili. Si finge di nascondersi, e con ciò altro non si brama che d'es­sere cercati; si parla male di sé, per stimolare qual­che parola in bene; si chiede d'essere corretti, per essere lodati; se si accusa una colpa, è perché è già molto nota; si esagerano i propri torti, per farli scom­parire nell'umiltà della confessione.

Rodriguez la chiama «umiltà ad uncino» perché serve ad attirare le lodi, come si ricorre all'uncino per arrivare a prendere oggetti che non si riesce a rag­giungere con la mano.

 

Umiltà apparente

L'umiltà può essere falsa anche nella sua intima origine. Come si possono prendere da un ambiente spirituale formule e gesti che non esprimono la reale virtù che si possiede, così si possono coltivare delle impressioni che ingannano sulla reale esistenza del­l'umiltà.

Una persona devota ha letto le vite dei santi, ha provato la più viva ammirazione per il miracolo della loro umiltà e ora brucia dal desiderio di imitarli. Niente di più lodevole. Ma ben presto quella tal per­sona crede di avere l'umiltà dei santi perché li ammira e si sente obbligata a professare il disprezzo di sé come loro facevano.

Provate un po' ad interrompere quei gemiti, appa­rentemente cavati dalla coscienza della propria mise­ria e dite: «Ma è dunque vero che sei tanto vile e ripu­gnante e colpevole?». Eccola immediatamente sor­presa e smontata, come per uno spillo che sgonfia un pallone.

Era una umiltà tutta di facciata; non sgorgava dal profondo della convinzione, come nei veri santi. Quella persona non era realmente convinta della pro­pria bassezza: sia almeno così umile da riconoscerlo. Si convinca maggiormente delle mille imperfezioni che riempiono la sua vita, dei difetti che, visibili agli occhi degli altri, le restano ancora nascosti. Non per­metta che la coscienza si appanni e si falsi col fare l'abitudine a sentimenti convenzionali e fittizi: sia sincera davanti a Dio che legge nei cuori.

 

Umiltà d'illusione

Se il clima trasmette una impressione superficiale di umiltà, ci sono dei temperamenti che se ne creano l'illusione e sono quelli dove l'immaginazione pre­vale.

Un'anima d'artista, di poeta, di musicista, può ingannare gli altri e ingannare se stesso in fatto di durezza di cuore e di egoismo, mentre percorre tutta la gamma della sensibilità esaltando con entusiasmo ogni più pura dedizione. La sua fantasia coglie la situazione, vi si inserisce e si identifica fino a viverla come propria. La parte che, grazie all'immaginazione, l'artista gioca al naturale, gli sembra la traduzione e l'espressione di se stesso: in lui coesistono due vite, ma in realtà ne conosce una sola.

Ce ne sono di persone di questo taglio in fatto di umiltà: l'ammirano, la desiderano, la amano, ne cele­brano la bellezza. Ma ritengono per acquisita una virtù che invece ha solo impressionato l'immagina­zione. Camminano sognando l'umiltà e quando l'urto di umiliazioni concrete e sensibili le fa uscire dal sogno, si ritrovano preoccupate di se stesse e avvilite nel loro amor proprio. Due personaggi coesistevano dentro di loro: uno di convenzione e di immagina­zione, con l'illusione dell'umiltà; e l'altro di carne ed ossa che, nel suo intimo, non si era spogliato della superbia.

Se la mia immaginazione è vivace, devo mettermi in guardia: è capace di introdurre nell'umiltà, come in tutto, il suo potere di illusione. In sogno realizza molto, ma a livello pratico non trova ali; stanca, se non disingannata, si affloscia a terra.

L'immaginazione può anche aiutare, ma richiede il più attento controllo.

 

Umiltà senza vita

All'influsso dell'ambiente e a quello del tempe­ramento si aggiunge una terza fonte d'illusione: il persistere di un qualche effetto di virtù scomparse.

Si trovano persone superbe che fanno atti di umiltà, confessano la loro miseria e qualche loro torto, si mettono all'ultimo posto e si accusano perfino dei mali pubblici. Come si spiega questo fenomeno?

Si spiega col persistere di tracce di una virtù che si è dissolta. Si può applicare all'umiltà l'osserva­zione che Francesco di Sales fa nei riguardi della carità. Egli scrive: «Quel rimasuglio d'amore che sopravvive alla carità nell'anima colpevole, non è la carità, ma una piega e una inclinazione che il gran numero degli atti le ha lasciato..., è una semplice eco che ripete la voce. Non è la parola di un essere vivente, ma quella di una vuota caverna».

Sì, quando il superbo vomita contro se stesso espressioni eccessivamente aspre, il suo parlare è senza vita; sono formule, un tempo sincere, che egli ha conservato; sono sentimenti, che una volta sgor­gavano dal cuore e che continuano per mera abitu­dine; sono ancora abbastanza forti da provocare tal­volta dei sussulti, ma l'umiltà reale è assente; non c'è più l'anima e il vigore dell'umiltà.

 

Come evitare gli abbagli in fatto di umiltà

Si è esposti a tanti e tali abbagli che viene da do­mandarsi dove stia la verità. Se sento indifferenza per l'umiltà, non sono umile; se per essa provo ammi­razione, non per questo sono più garantito. Se nella preghiera moltiplico gli atti di umiltà, se mi trattengo quando l'amor proprio viene ferito, se sono felice di parlar male di me e il pensiero dell'umiltà mi dà gioia... sarò poi umile davvero?

Circa gli atti di umiltà compiuti nella preghiera nulla da ridire, se non che sono troppo facili per essere una sicura testimonianza in favore della virtù.

Controllarsi quando l'amor proprio è ferito non è una prova assoluta di umiltà, spesso è solo prudenza. L'amor proprio stesso può consigliare una condotta del genere: anche il solo desiderio di non passare per superbo potrebbe risultare sufficiente spiegazione di simili sforzi.

Quanto al piacere che si prova nel parlare male di sé e alla gioia sensibile che desta il pensiero dell'u­miltà, non è il caso di farne un gran conto: tali gusti, realissimi nelle persone sante, nelle anime ordinarie non sono spesso che un certo qual compiacimento di sé o tutt'al più una ammirazione platonica della virtù.

Aspettiamo l'occasione propizia: un disprezzo senza alcuna contropartita, una preferenza per altri che ti butta in un canto, un insuccesso di cui sei incol­pato, una fiducia che ti viene tolta, un semplice rim­provero ben meritato. Allora sì, se il gusto persiste, se accetta queste umiliazioni senza ostentazione, se produce nell'animo una gioia profonda e dà alla vita spirituale un aumento di ardore, rassicuriamoci. Un gusto di tal genere non viene dalla natura: Dio solo può ispirarlo.

Senza dubbio è bene mettere ogni impegno per progredire il più velocemente possibile nell'umiltà, come nelle altre virtù, ma senza mai ricorrere a for­mule poco sincere, dettate dall'immaginazione o dai sentimenti dei santi. Quante espressioni non produ­cono che l'illusione della virtù e forse la superbia. Se poi sono prive di contenuto, non sono degne né di Dio né servono a fortificare l'animo.

 

Ruolo della volontà e della sensibilità

Nel corso di queste meditazioni ci può venire addosso una specie di scoraggiamento constatando di non possedere i requisiti della vera umiltà. Se però la si desidera francamente, se si è risoluti nell'eser­citarsi anche quando costa: ecco la virtù che si mette in moto, l'umiltà di volontà, la sola attualmente pos­sibile per molte anime.

La virtù risiede principalmente nella volontà e l'in­clinazione che ne costituisce l'essenza è una incli­nazione di volontà, non di sensibilità. Il gusto può fare la sua comparsa dopo un lungo allenamento o può sgorgare da un infuocato amore: in ogni caso verrà a ravvivare gli atti, renderà più attraente la virtù, ma non potrà mai esserne l'elemento costitutivo e la virtù potrà vivere, agire e svilupparsi senza.

Non confondiamo la volontà con la sensibilità: la prima è la determinazione, è la scelta interiore; la seconda è il gusto o il disgusto, l'impressione felice che attira o quella penosa che allontana. La sensibi­lità ama ciò che corrisponde ai suoi gusti; la volontà ciò che corrisponde al suo dovere.

Può dunque accadere di amare e di odiare allo stesso tempo la stessa cosa. La sensibilità, ad esem­pio, può compiacersi in una affermazione di amor proprio che la volontà respinge con forza.

La volontà ha il diritto di tenere la sensibilità alle sue dipendenze, perché a lei spetta di presiedere tutta la vita morale. Ora la volontà quanto è più forte tanto più domina sulla sensibilità, che a sua volta le pre­sterà il sostegno dei suoi gusti e dei suoi ardori.

Non va dimenticato che la volontà non esercita sulla sensibilità un potere immediato e assoluto. Non può costringere questa capricciosa facoltà a provare questa o quella impressione, tuttavia conserva il diritto di mettere avanti e di far valere i motivi che la gui­dano. Alla riuscita della sua azione si frappongono spesso degli ulteriori ostacoli, perché il gusto sensi­bile dipende pure dal temperamento, dalle circostanze propizie, dalla novità, eccetera.

Anche Dio interviene: a volte si accontenta di lasciare al loro libero gioco queste forze contrastanti, altre volte prende lui l'iniziativa. «Aumenterò la tua sensibilità», dice il Salvatore a s. Margherita Maria Alacoque.

Se poi la tentazione giunge anch'essa ad aggiun­gere turbamento, disgusto e ribellione, allora la prova si fa completa. Eppure la virtù resta intatta nelle altezze della volontà.

Coraggio, Dio veglia! Dai miei pensieri di sco­raggiamento, dalle ripugnanze e dalle paure suscitate dalle severe meditazioni che ho iniziato, uscirò più saldo, più amato da Dio, più umile.

 

MEDITAZIONE PRIMA

Caratteri della vera umiltà

Preparazione della sera

L'umiltà è una virtù: dunque, una forza perma­nente. Su quale punto concentra la sua azione? Su di una tendenza pericolosa che è doveroso dominare: la tendenza a sopravvalutarci nella stima di noi stessi e a sopraelevarci nella opinione degli altri. L'umiltà le oppone prima l'inclinazione al semplice nascondi­mento, poi fa nascere l'inclinazione al disprezzo di sé, e questa inclinazione in alcune anime diviene un vero amore.

Non è contro natura una tale disposizione dell'a­nimo? No, perché eminentemente pacificatrice e bene­fica come inclinazione dello spirito, potrebbe caso­mai sembrare contro natura nelle manifestazioni esterne. Va tuttavia ricordato che se questa inclinazione dello spirito è generata dalla virtù dell'umiltà di cui è il movimento, le azioni esterne rimangono invece sotto il governo della prudenza. Ed è questa che si premura di salvaguardare i diritti di ogni singola virtù: la dignità personale è rispettata, ogni utile iniziativa è messa in atto: in una parola, sarà fatto ciò che deve essere fatto.

L'umiltà non interviene che per dare a tutto que­sto lavorio un carattere in certo modo impersonale, stabilendo così la libertà di Dio nel suo agire sull'a­nima e la fedeltà dell'anima nella sua perfetta obbe­dienza a Dio.

Mi darò con serena fiducia alla meditazione dei caratteri della vera umiltà:

1. l'inclinazione al nascondimento;

2. l'inclinazione al disprezzo di sé;

3. l'inclinazione a stimare gli altri.

 

1. L'inclinazione al nascondimento

«Ama essere ignorato»: la sentenza della Imita­zione di Cristo rivela il primo carattere della vera umiltà. Dice s. Francesco di Sales: «L'umiltà nasconde tutto ciò che è virtù e perfezione umana; lo manife­sta solo quando glielo impone la carità... È un sem­plice soprabito. non vuole né fingere di sapere quello che ignora, né aver l'aria di ignorare quello che sa».

L'anima veramente umile non ama gli elogi, ma non saprebbe respingere quelli che ritiene di meri­tare; s'industria in questo caso nello sviare l'atten­zione, cosa del resto facile: basta parlare agli altri di loro stessi e subito si è dimenticati. Una persona meno umile prenderebbe un'aria agitata e negherebbe l'e­videnza: atteggiamento falso, umiltà dubbia. L'umile nascondimento non può fare a meno della verità e della semplicità.

Quand'ella riesce, ne fa risalire a Dio tutta la glo­ria; quando fallisce, non accusa che se stessa. La ragione si adombra di questa parzialità, ma l'anima umile se la spiega molto bene: Dio non è la sorgente prima e necessaria di ogni atto buono? Come può l'Essere perfetto avere una qualunque parte in un insuccesso?

Del resto lei non pensa affatto al bene compiu­to, ancora meno agli elogi ricevuti; elimina atten­tamente dalle pareti del vaso ogni goccia di vano com­piacimento, perché sa che qualsiasi traccia residua potrebbe corrompere tutto il bene che Dio vi met­terà dentro.

Scegliere l'ufficio meno in vista, preferire il posto meno appariscente, le sembra la cosa più naturale. Non ambisce nulla di ciò che si distingue e se è chia­mata a fare grandi cose, vi si reca avvolta nello spol­verino della modestia; cerca di essere dimenticata ovunque, come quando fa caldo si cerca l'ombra e là ci si trova bene.

Il suo gusto è stare con i piccoli e i poveri. Quando la superbia non acceca, Gesù traspare dai loro volti: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me», dice il Signore (Mt 25, 40).

 

2. L'inclinazione al disprezzo di sé

Si leggono nella Imitazione di Cristo queste altre parole: «Chi si conosce bene, si disprezza». È la seconda caratteristica dell'anima veramente umile. L'umiltà di nascondimento ha come oggetto la stima che viene dagli altri, ne modera e ne guida il desi­derio innato. L'umiltà riguardante il disprezzo di sé regola invece la tendenza alla stima di se stessi, le cui deviazioni sono funeste.

L'umile si studia di conoscere il poco che vale; a questo fine considera spesso ciò che gli è motivo di umiliazione in tutto ciò che concerne i suoi talenti, le doti esteriori, i doni della Grazia, e altro. Conoscendosi pieno di difetti, di cattive inclina­zioni, e sentendosi sempre malfermo nelle virtù, arros­sisce delle dimostrazioni di stima che gli tocca rice­vere: «Se sapessero!», sospira.

Se gli accade di commettere uno di quei gesti goffi che arrecano danno solamente all'amor proprio, si sforza di amarli e fa attenzione a non attenuarne senza motivo l'impressione fastidiosa.

Se si tratta di una colpa, la odia in quanto offesa di Dio, ma gode dell'umiliazione inflitta da questa dimostrazione della sua incurabile debolezza che mette in evidenza la misericordia del Signore.

Sempre diffidente di sé, l'umile consulta volen­tieri anche gli inferiori, se la prudenza lo consente; ed è ben lieto di attribuire il buon esito alle indica­zioni ricevute.

Negli ambienti dove si usa la correzione, rende facile e dolce questo compito; esorta a farsi dire in tutta libertà quello che vedono in lui di difettoso; trova giuste le osservazioni e ne ringrazia sincera­mente.

Nel confessionale ricorda le colpe vergognose del passato, non nasconde la malizia del suo peccato e si guarda bene dal cambiare l'effetto della sua accusa con abili giri di frase che potrebbero farlo sembrare umile anziché vile.

Quando si è ripresi, oppure avvertiti di un errore o di una imprudenza, il disprezzo di sé esige anzi­tutto che si prenda in seria considerazione; poi, se l'osservazione è giusta, che si ringrazi con franchezza, senza aggiungere alcuna di quelle espressioni che rivelano il malessere dell'amor proprio ferito: «Ah, lei ha proprio ragione! Io non ho che difetti... Ah, se lei conoscesse tutta la mia miseria!».

Esattamente il contrario quando si dà un consiglio che non viene accolto; se si mostra irritazione o si dice con malumore: «Dopo tutto è affar suo!... Sicuro, lei ne sa più di me!», allora è certo che non si parla per umiltà. Di un atto di carità si fa una questione di amor proprio e lo zelo si arresta sconcertato. Una umiltà profonda, non cercando che il bene migliore, avrebbe forse consigliato di insistere con dolcezza trattandosi di un eguale, o con ferme ammonizioni trattandosi di un inferiore su cui si ha responsabilità.

 

3. L'inclinazione a stimare gli altri

La Imitazione di Cristo dice ancora: «Non avere la minima buona opinione di sé e stimare molto gli altri è grande saggezza e alta perfezione».

La stima per il prossimo non è un atto diretto del­l'umiltà, ma il risultato più costante e la prova più certa. Se possiedo un reale desiderio di nascondi­mento non c'è mai nulla che mi faccia ombra; se provo per me stesso un sincero disprezzo, automati­camente accresco la stima per gli altri. All'opposto della superbia che, mentre innalza se stessa, si sforza di abbassare il prossimo.

«Ognuno consideri gli altri superiori», dice l'A­postolo (cf. Fil 2, 3). Ecco la regola. L'umile non si crede migliore e non pensa male degli altri. I suoi pro­pri difetti l'occupano abbastanza e non gli lasciano il tempo di valutare gli altrui; se gli succede di batterci contro con il naso, li scusa o li guarda con indulgenza.

Riserva la sua gelosa premura ai propri pensieri più che alle parole, per spingersi più avanti nella virtù. Ha in orrore il disprezzo del prossimo e scaccia dall'intimo anche l'ombra di un tale sentimento; si sforza di sostituire con un giudizio positivo ogni impressione triste nei riguardi degli altri, fissando l'attenzione sulle buone qualità o sull'amore di cui sono oggetto da parte di Dio.

In tutti i rapporti con il prossimo, l'umiltà porta ad essere giusti, imparziali e generosi. Non si diventa né esigenti né amareggiati; non si resta stravolti per una svista o una mancanza di riguardo; si è fonda­mentalmente miti e facilmente riconoscenti, perché convinti di non meritare nulla.

Se capita d'essere oggetto di qualche ingiustizia o di qualche prepotenza, si comincia con l'esaminare se per caso non siamo stati noi a darne l'occasione; poi, pensando alle nostre colpe, si riconosce che Dio ha tutto il diritto di servirsi degli altri per castigarci. Così niente è più soave di un cuore umile. Sembra che abbia perduto il triste potere di irritarsi: si sente tanto povero!

 

MEDITAZIONE SECONDA

Effetti della vera umiltà

Preparazione della sera

Una virtù può essere conosciuta o dalle sue ca­ratteristiche intrinseche o dai suoi effetti esterni. Le caratteristiche interiori ne rivelano l'essenza; gli effetti la forza. Una umiltà che possiede tutte le sue caratteristiche interiori, necessariamente è vera; come è vera l'umiltà quando produce tutti i frutti che le sono propri. Le due prove non si contraddi­cono mai e il loro esame successivo aiuta a pene­trare più profondamente nella conoscenza e nel­l'amore dell'umiltà.

Quale incoraggiamento se riuscissi a scoprire nelle mie disposizioni interiori qualche lineamen­to autentico di umiltà, o nella mia vita le manifestazioni di alcuni dei suoi effetti! Quale rimprove­ro invece se constato caratteristiche o risultati con­trari!

Domani ammirerò i frutti più saporosi dell'umiltà:

1. la pace;

2. il fervore;

3. la fecondità.

La vera umiltà assicura il pieno fiorire della vita spirituale, una vita posseduta, esuberante di vigore e di forza di espansione.

Fa', o mio Dio, che io capisca e gusti queste cose; fa' che vi attinga un gran coraggio e qualche gioia. Se al vedere la mia esistenza tiepida e sterile lo sco­raggiamento mi assale, fammi ritrovare lo slancio che mi spinga ad una più grande umiltà. La crescita in questa virtù mi porterà nuova pace, nuovo fervore e nuova fecondità.

 

1. La pace

«Troverete ristoro per le vostre anime»: è la pro­messa di Gesù a coloro che praticano la lezione espres­sa con le parole: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29).

«La pace è la tranquillità dell'ordine», ha scritto Agostino. La pace è l'ordine conservato. Ora, l'u­miltà è ordine a tutti i livelli: rende sottomessi a Dio, miti con il prossimo, pazienti con le nostre miserie. Da dove potrebbe mai insinuarsi il turbamento?

La pace è il grande bene di quaggiù, nell'esilio, come la beatitudine è il grande bene di lassù, nella patria: l'una e l'altra sono il sigillo del regno di Dio. La pace è il più imperioso bisogno dell'anima. Per avanzare verso Dio occorre essere puri, ma altret­tanto rimanere nella pace.

La superbia è un disordine che spinge fuori posto e getta nel turbamento. L'orgoglioso si lagna fa­cilmente degli uomini, degli avvenimenti e di Dio stesso; si ostina nella sua volontà e si irrita contro le resistenze; è ambizioso e si indispettisce; si ab­batte per l'insuccesso e non trova la pace con il successo. Poiché ricerca se stesso al posto di Dio, non sarà mai contento.

Fortunato lui se qualche più amara delusione lo ri­conduce ad umili sentimenti! Ritroverebbe il suo posto e la pace. L'umiltà calma il dolore, ripara il male, ci restituisce a noi stessi e ci apre il cuore di Dio. Che dolce riposo nelle sue braccia accoglienti!

Una umiltà generosa, che accetta le grandi umi­liazioni, trova in esse una immensa pace e una gioia celestiale, che la consumano come olocausto di incom­parabile profumo. Gioia che pervade la parte superiore dell'anima, mentre quella inferiore rimane talvolta nell'ombra: anche l'anima immolata ha bisogno di restare umile ai suoi propri occhi!

«Figlio mio - afferma la Imitazione di Cristo - àpplicati a fare la volontà degli altri piuttosto che la tua. Scegli sempre di avere di meno, piuttosto che di più. Prendi sempre l'ultimo posto e sta sottomesso a tutti. Chiedi che la volontà di Dio si compia piena­mente in te. È per questa via che si entra nella regione del riposo». Il cammino che conduce alla pace non lo ha forse tracciato l'umiltà?

Gli insuccessi, le delusioni umilianti, le colpe com­messe, la mia persistente miseria, mi turbano, mi sconcertano, mi rendono scontento di me e degli altri: questo avviene perché non possiedo ancora la facilità e l'inclinazione proprie della virtù dell'umiltà. Invi­dio la pace delle grandi anime in mezzo alle ingiurie perché è il segno di un meraviglioso dominio di sé: Dio solo può dare tanta bellezza morale!

 

2. II fervore

«L'umiltà rende l'uomo malleabile sotto l'azio­ne della Grazia divina», afferma s. Tommaso. Il fervore è l'attività dello spirito, è una vita in cui le virtù sono in azione, cooperano l'una con l'altra e progrediscono. A volte questo esercizio avviene con facilità, altre volte richiede sforzi; in certi casi è come la primavera con l'incanto dei suoi fiori, in altri è come l'autunno con le sue foglie gialle e i frutti maturi.

Consolazione o prova, primavera o autunno, sem­pre è un movimento intenso di vita. Questa attività dipende dall'abbondanza delle grazie. La Grazia è la linfa che sale e diffonde la vita in tutto l'essere. Senza Grazia tutto è inerzia e apatia; con la Grazia, ecco lo slancio e la crescita.

D'altra parte le grazie dipendono da Dio, che è libero di distribuirle come vuole. Il miglior mezzo per ottenerle è di essergli graditi. Ora l'anima gli piace per la sua fisionomia interiore e lo commuove con il suo atteggiamento.

La fisionomia dell'anima umile è un insieme di rispetto, di sottomissione e di amore; presenta i carat­teri del sentimento profondo della sua miseria, esprime in modo inimitabile i tratti della verità e della sem­plicità: come non potrebbe piacere a Dio?

Il suo atteggiamento è quello del povero che sente il peso delle proprie necessità e prega; il suo impulso più naturale è di rivolgersi a Dio in ginocchio. Ora, dichiara la Scrittura, «la preghiera dell'umile pene­tra le nubi» (Sir 35, 17).

L'Onnipotente ha gli occhi incantati sull'umile e le orecchie affascinate dall'accento della sua pre­ghiera; apre il cuore e riversa su di lui le grazie tanto continue quanto il suo umile atteggiamento, e tanto potenti quanto le sue umili richieste. Divinamente illuminato e stimolato, l'umile avanza con passo rapido e sicuro verso la perfezione e la santità.

Il superbo, al contrario, dispiace a Dio, che disto­glie le sue misericordie. Non avverte la necessità del­l'orazione; prega poco o male e così languisce come una pianta non baciata dal sole. Forse gli rimangono le grazie sufficienti per non morire, ma non abbastanza per vivere intensamente, per dimorare nel fervore.

Ed io constato il mio languore spirituale, le mie aridità nella preghiera, il mio poco ardore nel com­piere i doveri gravosi, la mia mancanza di gusto nelle cose di Dio. Da dove provengono tutte queste ripu­gnanze se non dalla mancanza di umiltà?

Non basta lasciare da parte la vanità più ridicola o le pretese fuori da ogni buon senso; non basta, per così dire, non essere superbi: questa umiltà negativa salva dalla colpa, ma non genera il fervore. È neces­saria una azione più incisiva, un atteggiamento più implorante, un vivo sentimento della propria mise­ria, un grido sincero verso Dio.

 

3. La fecondità

«Se il chicco di grano caduto in terra... muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Il grano di frumento viene gettato nel terreno e là assume tutte le caratteristiche della morte; solo allora porta frutto abbondante. La terra che ricopre gli elementi di una morte che riduce al nulla: ecco l'immagine par­lante dell'umiltà, la condizione per la fecondità spi­rituale.

Dio si compiace nello scegliere i suoi cooperatori fra i piccoli e i deboli, tra coloro che non possono dar­gli che una collaborazione irrisoria. San Paolo dice che Dio sceglie «ciò che nel mondo è stolto, debole... ignobile e disprezzato e ciò che è nulla». E aggiunge che fa così «perché nessun uomo possa gloriarsi da­vanti a Dio» (cf. 1 Cor 1, 27-29).

Il motivo è quello di mettere in risalto il suo inter­vento, di renderlo evidente, e di ottenere Lui tutta la gloria della riuscita. Se usasse uno strumento di qua­lità potrebbe sorgere il dubbio che la riuscita dipenda da quello, stornando da Dio la gloria che gli spetta. Perciò anche nel caso in cui Dio susciti degli uomini eccezionali, li rende ancora più grandi con l'umiltà, perché non è suo costume chiedere al superbo colla­borazione, né prestargli la sua.

Quanti talenti rimangono infecondi per questa sola ragione! E invece, quante opere meravigliose sono uscite dalle fatiche di un umile Francesco di Assisi, di un Vincenzo de' Paoli!

Tutto prospera tra le mani dell'umile. Tutto svani­sce tra le mani del superbo.

E lui non lo comprende. Può essere abile e metter­cela tutta: perché non riesce? Legga la Scrittura: «Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere» (1 Cor 3, 7).

D'altra parte l'umile diffida di se stesso, riflette e si consulta. Questo modo di fare, che forma la pru­denza, contribuisce alla riuscita. Il superbo si muove all'opposto, suscita contrasti con la sua rigidezza e antipatie con la sua aria di sufficienza. Di qui i fal­limenti.

Se Dio permette che il superbo faccia del bene è per rispetto a una missione che gli ha affidato o per riguardo a preghiere venute da altre parti o ancora per amore di coloro che hanno alla loro portata solo quella tal persona. Nel giudizio finale si conoscerà chiaramente il reale valore delle sue azioni. Ma anche quaggiù, talvolta, è svelata l'insipienza dei collabo­ratori orgogliosi: «La loro stoltezza sarà manifestata a tutti» (2 Tm 3, 9).

Come mai è così scadente la mia azione santifi­cante su chi mi sta attorno? Perché non so approfit­tare delle occasioni opportune per agire positivamente sulle anime? La risposta ormai è chiara: perché non ho la potenza che viene dalla vera umiltà. Senza umiltà l'intelligenza è un raggio che non illumina né riscalda, e l'attività un inutile agitarsi dell'uomo. Attirare in sé il Dio creatore con la potenza della sua Grazia: ecco il segreto per compiere il bene.

Mio Dio, dammi la pace che nessuna forza riesce a turbare, perché si è morti a ciò che può turbare. Concedimi quel fervore che si slancia, che corre, che ti raggiunge, o Dio, supremo oggetto delle mie aspi­razioni. Concedimi la fecondità: dammi anime con­quistate da un amore e da uno zelo immuni da ogni amor proprio; quella fecondità che semina la tua vita nelle anime per trasformarle in Te.

 

MEDITAZIONE TERZA

L'umiltà nei rapporti con Dio

Preparazione della sera

Ho già visto in precedenza ciò che sono davanti a Dio: tutto quello che ho meditato mi ha fatto toccare con mano il contrasto tra le nostre rispettive posi­zioni. Domani mi metterò più particolarmente di fronte ai doveri che ne conseguono e che abbracciano tutta la vita cristiana.

Il mio scopo non sarà di ripassarli, ma piuttosto di imparare a compenetrarli di umiltà. Sarà questa la luce che me ne farà misurare la vastità, l'unzione che me ne farà cogliere le sfumature, lo stupore che infiammerà la generosità del mio cuore.

Voglio tuffarmi in questa contemplazione e farne la mia vita. Voglio che il sentimento dell'umiltà accompagni tutto il cammino della mia anima verso Dio: passerà nella mia obbedienza per renderla profonda, risoluta e dolce; accompagnerà le mie pra­tiche di pietà perché siano degne di Colui che si adora in ginocchio e mi terrà incessantemente in un atteg­giamento molto vivo di riconoscenza e di amore.

La meditazione si comporrà di tre argomenti:

1. lo spirito di sottomissione;

2. l'apertura a Dio;

3. lo spirito di riconoscenza e di generosità.

 

1. Spirito di sottomissione

San Tommaso ha scritto: «L'umiltà, in quanto virtù speciale, consiste principalmente nella sottomissione a Dio». Sottomissione universale: ad ogni sua volontà e ad ogni suo desiderio. Sottomissione con­creta e immediata: nel compimento del dovere quo­tidiano. Sottomissione gioiosa: perché realizza il mio bene e la mia grandezza.

L'umiltà elimina la volontà umana in quanto prin­cipio indipendente di determinazione, per sostituirvi la volontà divina. L'umile attua, dunque, la sublime invocazione: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra».

I comandamenti gli si presentano saggi e buoni; tutto ciò che ad essi si oppone appare detestabile. Non è certo l'umile a dire: «Ah, se la tal cosa non fosse proibita!». Non distingue tra peccato grave e meno grave, perché odia anche il più leggero.

I consigli evangelici lo trovano pronto e disposto: li ammira tutti e quando si presenta l'occasione di praticarli, non aspetta che l'indicazione dall'alto.

L'umile ascolta il Maestro nel suo intimo; ricono­sce la sua parola dalla pace che lascia. Come potrebbe resistere alle ispirazioni? Non dimentica tuttavia che spetta al direttore spirituale verificarne e regolarne le attrattive, ma anche in lui è ancora Dio che egli ascolta.

Lo spirito di Fede gli dice che la Provvidenza governa gli atomi come gli astri, e traccia i sentieri di ciascuna esistenza umana come le strade delle nazioni; che stende le sue cure paterne dal primo apparire alla vita, senza trascurare uno solo dei nostri capelli; che tutti gli avvenimenti sono stati previsti e predisposti dalla sapienza e potenza di Dio.

Docile a queste verità, l'umile non conosce la mor­morazione, resta sereno nelle afflizioni, calmo di fronte ai contrattempi. La paziente accettazione gli sembra naturale. «Dio l'ha permesso, Dio l'ha voluto: il padrone è lui ed è un padrone buono»: ecco tutta la sua mirabile filosofia.

Le tentazioni, anche le più importune, e le pene interiori, anche le più inspiegabili, lo trovano sem­pre sottomesso. Indubbiamente soffre, geme, ha paura, ma non dice mai: «Perché? Ma è giusto?».

Ricorda le proprie colpe, le resistenze, il suo orgo­glio e pensa: «Sono ben meritate queste punizioni; saranno un rimedio». Così l'umile passa in mezzo a tenebre e assalti, ma fiducioso e sempre umile. Ah, se potesse leggere negli occhi del Padre suo celeste!

 

2. Apertura a Dio

Uno degli effetti più notevoli dell'umiltà è di spa­lancare le porte a ciò che riguarda il divino. Con tutta la forza della propria natura, l'umiltà porta ad essere sensibili e pronti nelle cose di Dio.

Si gode tanta apertura quanta umiltà si possiede, perché quanto più si è umili tanto più si avverte la distanza che separa il niente dall'infinito. Quando sulla vita di una persona si alza questa luce, tutto ciò che riguarda Dio prende proporzioni e colori mera­vigliosi.

Il creato splende di bellezza: la natura, la chiesa più povera, anche soltanto il nome di Dio. La vista di una pianta, di un insetto, di un nido di uccelli riempie di un tenero rispetto. L'universo diventa come un immenso tempio in cui si deve passare in raccogli­mento. L'umiltà con la sua voce ripete: «Quanto siamo piccoli noi e quanto è grande Dio!». Esclama con gioia: «Colui che protegge i miei passi tremanti è lo stesso che dirige l'evolversi dell'immensità del cosmo».

L'umile porta dappertutto il suo spirito di atten­zione e rispetto. San Francesco di Sales, solo nella sua cameretta, si sentiva alla presenza della Maestà divina e si comportava con la stessa dignità di quand'era in pubblico.

Come pratica il culto l'umile? Per lui la chiesa è veramente la casa di Dio, il trono in cui l'Eterno riceve l'adorazione che gli è dovuta, l'altare sul quale gli sono offerti i sacrifici graditi, la mensa santa dove vengono distribuite le luci della parola divina e le grazie dei sacramenti, il luogo consacrato dove ogni pietra merita una venerazione commossa. Mentre lo spirito di Fede fa capire queste cose, lo spirito di umiltà le fa gustare.

Quando l'umile entra in chiesa si considera come un mendicante introdotto nel palazzo del re; lo si denota nel modo di prendere l'acqua santa, di por­tarsi avanti, di cercarsi un posto. Preferisce stare in ginocchio; se deve sedersi, conserva il suo atteggia­mento composto. Non si permette la minima libertà di sguardo, la minima distrazione di pensiero: non è forse indegno di essere tollerato in quel luogo?

Come si comporterà poi durante le celebrazioni, i riti, la Messa? Come al momento della s. Comunione? Quella piccola creatura fatta di nulla e di peccato, che occupa nell'universo un punto impercettibile, eccola ammessa all'intimità di Colui che è tutto! Meraviglia, adorazione e amore. Così, dappertutto e sempre, l'umile è portato a trat­tare Dio in Dio.

 

3. Spirito di riconoscenza e di generosità

Giudicarsi indegno di tutto, vedersi povero, sentirsi infermo; poi, con gli occhi rivolti al cielo, contem­plare Dio infinito, buono e paterno, chino su questa miserabile creatura per rialzarla, guarirla, arricchirla e amarla, non è dare al sentimento della riconoscenza l'espressione più vera e lo stimolo più potente? Que­sta è l'opera dell'umiltà.

L'ingratitudine è forse dovuta più a distrazione e dimenticanza che a mancanza di cuore. Posto di fronte alla bontà, l'uomo tende naturalmente ad essa, ma troppo spesso egli passa oltre senza vederla.

I benefici divini sono di tutti i giorni, ci avvolgono da ogni parte e si stendono su tutti gli uomini. Ma ci si abitua a usufruirne come se si producessero da soli, senza una mente che li diriga.

Anche doni consistenti non risvegliano sempre la nostra attenzione distratta. I rapporti soprannaturali di Dio con noi sono in qualche modo continui; le gra­zie speciali non sono affatto rare, ma i nostri occhi non sanno vederle.

Talvolta un intervento straordinario della Provvi­denza si impone all'attenzione e provoca il grido: «Quanto è buono il Signore!». Ma ben presto, occu­pati attorno ai suoi doni, dimentichiamo Lui stesso; assomigliamo ai bambini che si lasciano colmare di cure con l'egoismo dell'incoscienza.

Ora, niente mette in luce i benefici di Dio e rende generosa la riconoscenza quanto lo spirito di umiltà, che fa esclamare: «Meritavo di essere abbandonato e sono invece oggetto di una attenta premura; meritavo odio e sono oggetto di amore». Il contrasto potrebbe prolungarsi indefinitamente, quanto la lunghezza delle nostre miserie e quella delle divine misericordie. Fa ricordare quel Salmo che ad ogni versetto ripete: «Eterna è la sua misericordia» (Sal 135).

Chi è veramente umile non teme di vedere in se stesso i doni di Dio: nel toccare con mano da una parte la propria miseria e dall'altra la bontà divina, si sente spinto a cantare il Magnificat o ad esclamare con il Salmista: «Canterò senza fine le grazie del Signore» (Sal 88, 2).

Se è pericolosa la considerazione del bene che è in noi quando resta da sola, altrettanto è utile quan­do si unisce alla sua contropartita: la vista della bontà di Dio, fonte di quei doni. L'importante è, dunque, rimanere nella verità intera. La superfi­cialità di spirito, la brama di vana compiacenza e soprattutto di lode, rischiano di trascinare insidio­samente l'anima fuori dalla verità: sono nemici che l'umile non sopporta.

 

MEDITAZIONE QUARTA

L'umiltà nei rapporti con il prossimo

Preparazione della sera

Domani mediteremo il comportamento della per­sona umile nei confronti del prossimo:

1. verso i superiori;

2. verso gli eguali;

3. verso gli inferiori.

Senza dubbio c'è un'umiltà di più alto livello di quella praticata nei confronti del prossimo, perché quest'ultima presenta dei limiti. Per contro, non ce n'è una più virtuosa, per così dire: infatti abitualmente costa, altre volte ripugna, assai presto è tentata di smentirsi.

Eppure proprio questa umiltà è il sostegno più solido delle nostre virtù; solo l'umile è giusto e ragio­nevole, mite e paziente; solo lui tocca il cuore, il nostro e quello dei fratelli. Ogni durezza, ogni man­canza di riguardo, ogni egoismo, dichiarano che l'u­miltà non c'è.

Dio ci ha dato un segno dal quale riconoscere se lo amiamo davvero: è l'amore verso coloro che ci ispirano una istintiva indifferenza o avversione. La stessa cosa vale per l'umiltà.

Quando si ha Fede, è facile umiliarsi davanti a Dio; ma umiliarsi davanti al prossimo, chiunque egli sia, è quasi eroico. Da questa pietra di paragone si rico­nosce la vera umiltà.

 

1. L'umiltà verso i superiori

Se sono realmente umile nei miei rapporti con Dio, lo sarò anche con i miei superiori, perché vedrò e rispetterò in loro l'impronta della divina maestà. Evi­terò tutto ciò che potrebbe appagare la voglia di met­termi alla loro pari.

«L'umiltà - dice p. Janvier - reprime l'inclina­zione che ci porta a voler essere eguali a coloro che hanno su di noi una legittima autorità, a coloro che nella gerarchia di questo mondo sono più di noi. Chiunque segua i precetti dell'umiltà non pretende per sé l'onore dovuto solamente a chi presiede la società religiosa o civile. Sapendo di non essere né re né padrone, non vuole essere trattato da re o da padrone. Accetta il rango e il ruolo secondario che la Provvidenza gli assegna, non cerca di uscirne, né di impadronirsi di dignità alle quali non ha diritto».

Vedendo nei miei superiori il carattere sacro di rappresentanti di Dio, carattere che irradia da tutta la loro persona, chiuderò gli occhi sulle loro miserie personali, non fermerò il pensiero sui difetti che ren­derebbero la loro dignità di superiori penosa e forse insopportabile da un punto di vista umano; tutta la mia condotta verso di loro sarà penetrata di spirito di sottomissione interiore e filiale.

 

2. L'umiltà verso gli eguali

L'anima che vive nel duplice sentimento della gran­dezza di Dio e della propria bassezza evita non solo di volersi eguagliare ai superiori, come è stato detto, ma anche di mettersi su un piano di parità con chiun­que altro. Per lei gli uguali sono sempre per qualche aspetto dei superiori e onora sinceramente la loro superiorità relativa.

Possiede un meraviglioso intuito per scoprire nei suoi eguali preziose doti naturali o spirituali, davanti alle quali le piace interiormente inchinarsi; talenti, qualità, meriti che sono altrettanti titoli al suo rispetto e che le porgono il motivo di tranquillamente nascon­dersi.

Le piace l'ultimo posto fra gli eguali e non le man­cano le buone ragioni per ottenerlo. Lungi dal riva­leggiare, è sempre disposta a cedere il passo, ad usare deferenza verso gli altri, a convenire col loro giudi­zio anche nelle piccole cose, con i loro gusti e con la loro volontà.

Piacesse a Dio che tutti, nei loro rapporti scam­bievoli, fossero animati da questo spirito! Che perfetta unione e delicata carità regnerebbe nei rapporti umani quando fosse realizzato l'augurio di s. Paolo: «Cia­scuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri supe­riori a se stesso» (Fil 2, 3).

 

3. L'umiltà verso gli inferiori

Chi considera se stesso alla luce della verità, non si attribuisce alcuna eccezionale qualità nei confronti degli altri; sotto questo punto di vista non trova alcuno inferiore a se stesso. «Non avrete fatto il più piccolo progresso finché non vi sentirete al di sotto di tutti», garantisce l'autore della Imitazione di Cristo.

Se l'umile deve esercitare in nome di Dio qualche autorità, non dimentica il suo nulla, non lo perde di vista un istante. Con sollecitudine, premura e dol­cezza si rende servitore di tutti.

Quando rende loro i servizi imposti dal suo inca­rico, adempie con gioia i compiti meno elevati, s'ab­bassa internamente, si inginocchia in spirito ai loro piedi, sull'esempio del divino Maestro che «non è venuto per essere servito, ma per servire» (Mt 20, 28).

La sua maniera di comandare non ha nulla di impe­rioso, di esigente, di duro, perché la parola di Gesù risuona incessante ai suoi orecchi: «Il più grande tra voi sia vostro servo» (Mt 23, 11).

Si mette nei panni dei dipendenti per comprendere le loro difficoltà e le loro pene, per compatire e alleg­gerire. Cerca di ottenere una obbedienza spontanea, chiedendo in nome di Dio.

Mai fa rimproveri in pubblico, e nemmeno in pri­vato, che possano offendere la loro suscettibilità. Con dolce e invincibile pazienza si sforza di correggere gli indocili.

Se fossi davvero umile quale potere eserciterei sulle anime! La grandezza può ispirare timore; il talento, am­mirazione; ma l'umiltà e la semplicità mettono i cuori a proprio agio; sono attirati, conquistati, perché non possono fare a meno di vedere l'immagine vivente di Colui che fu la dolcezza e l'umiltà in persona.

 

MEDITAZIONE QUINTA

Esercizi esteriori di umiltà

Preparazione della sera

«Gli atti esterni di umiltà - dice s. Francesco di Sales - non sono l'umiltà, però la favoriscono molto; sono la buccia di questa virtù e ne conservano il frutto».

Gli spiriti superficiali non si rendono abbastanza conto dell'influsso che il fisico esercita sullo spirito. L'umiltà può trovare nell'esercizio esterno da lei ispi­rato un'eco che ne favorisce grandemente lo sviluppo. Pare quasi che le verità penetrino in noi attraverso i sensi e vi depongano la loro impronta.

Troppo spesso forse ho disdegnato o almeno visto con indifferenza questo tipo di formazione. È invece alla mia portata meglio di qualunque altro, e non è il meno potente. Il timone non è che una piccola parte della nave, eppure ne governa la rotta. Un esercizio costante dell'umiltà può portare molto avanti in que­sta virtù. Per cui la persona veramente umile si preoc­cupa di tenere sempre un comportamento umile.

Del resto, un atto esteriore privo di umiltà non sarebbe in contraddizione con la virtù interna, se real­mente ci fosse? O piuttosto, come ritenere viva una umiltà che non estende la sua azione sugli annessi e connessi più visibili? Ogni principio vitale crea l'ar­monia tutt'intorno. Domani mediterò sull'esercizio esterno dell'umiltà lungo tre direttrici:

l. circondarmi di umiltà;

2. impregnarmi di umiltà;

3. diffondere umiltà.

 

1. Circondarsi di umiltà

Il mio alloggio deve essere povero, soprattutto la parte riservata a me. I vestiti saranno modesti il più possibile. Nei miei rapporti preferirò i poveri ai ric­chi, i piccoli ai grandi.

Alloggio povero, indumenti non ricercati, ecce­tera, sono strettezze che agiscono sulle impressioni e dispongono all'umiltà; mentre un appartamento lus­suoso e un abbigliamento di classe ottengono l'ef­fetto contrario.

Si tratta di impressioni suscitate spontaneamente, contro le quali non c'è nulla da fare. L'agire buono o cattivo dipende dalla volontà, ma le impressioni sono indotte dall'ambiente esterno. È dunque saggio circondarsi di tutto ciò che favorisce sentimenti di umiltà.

Se nostro Signore ha messo tanto in guardia con­tro i pericoli della ricchezza, non è forse perché il suo possesso accarezza e favorisce la superbia? Per il ricco è molto più difficile sfuggire alla tentazione di credersi qualcuno...

Perché non lasciare che l'umiltà degli elementi esterni favorisca e cooperi alla maturazione del frut­to interiore che virtualmente essi contengono? Pro­curerò dunque di fermare spesso l'attenzione su ciò che di povero mi circonda, per prediligerlo, sen­tirmene felice, pensare che mi è proprio adatto e che più di tanto non merito. Terrò sulle labbra que­sta semplice preghiera: «Fa', o mio Dio, che l'umiltà di queste cose passi nel mio cuore».

 

2. Impregnarsi di umiltà

Decisa la scelta degli elementi di cui circondarsi, l'umiltà, santamente invadente, sente aumentare le sue aspirazioni constatando i preziosi frutti di cui lei stessa è la prima a trarne vantaggio.

L'esteriore della mia persona diventerà intera sua conquista, accetterà la sua legge, riceverà la sua impronta e sarà tutto penetrato della sua bellezza. A sua volta pagherà il tributo all'umiltà interiore, offren­dole nuove occasioni di crescita.

In questo campo, infatti, si avvera il principio di correlazione tra mondo esteriore e mondo interio­re. Da un prudente autocontrollo - che smorza l'im­petuosità del tratto, frena un portamento troppo spi­gliato, toglie alla voce il suo accento autoritario, mortifica lo sguardo sostenuto - l'anima può rica­varne un profondo sentimento di umiltà. Allo stes­so tempo questo autocontrollo è l'espressione di un atto positivo dell'umiltà, che impartisce i suoi ordini. E allora per rendere la sua volontà più in­cisiva, l'umiltà avanza la sua propria ragione im­mediata: «Non ho il diritto di permettermi tanta li­bertà».

In questo modo, la forza dell'atto di umiltà inte­riore viene ad aggiungersi e a confermare quella pro­veniente dalle impressioni sensibili suscitate dal por­tamento esterno.

La persona molto umile mantiene un contegno tutto particolare, fatto di semplicità, di deferenza e di ama­bilità. Nessun atteggiamento studiato in lei: i gesti, l'incedere, la voce, gli sguardi, tutto è improntato a umiltà e l'espressione del volto ne riassume l'armo­niosa sintesi.

Avere un aspetto dolce e semplice, quale aiuto per me, quale edificazione per chi mi sta intorno, quale forza per la mia azione sugli altri! Potessi lasciarmi impregnare dentro e fuori di umiltà! Potessi non fare un solo atto esterno senza indurre al di dentro il pro­fumo dell'umiltà!

 

3. Diffondere umiltà

Un vestito impregnato di profumo lo spande attorno a sé. Quando l'umiltà pervade il cuore e l'esteriore di una persona, si espande con tutta spontaneità attra­verso l'atteggiamento, le azioni e le parole.

Questa virtù va dal di dentro, dove risiede, al di fuori, dove esercita il suo dominio. Qui passa, qui vive, qui risplende, diffondendo attorno a sé uno splendore che affascina.

Una persona veramente umile avvicina i fratelli, anche i minimi, testimoniando loro un autentico rispetto; mai lo saprebbe tralasciare; se ne varia la forma e il contenuto, lo fa per saggia prudenza e carità.

Scegliere quanto c'è di più povero, cedere il passo, lasciare che altri diriga la conversazione, mostrarsi contenta di tutto e di tutti: ecco quanto fa nel modo più spontaneo.

Non parlando di sé e tenendosi il più possibile nel nascondimento, non brilla per niente in società; però diffonde quel certo fascino, quel profumo così vero che si nota appena, ma così profondo da restarne impregnati. Dio spesso permette che coloro che ne godono non pensino neppure all'umile fiore nascosto che lo dona.

Quanto progredisce la virtù favorita da questi con­tinui abbassamenti! In essi si nasconde, ed è già cosa buona; in essi si esercita, ed è un ulteriore vantag­gio. Ogni manifestazione di rispetto per gli altri, ogni silenzio di sé custodito, ogni contestazione evitata, accrescono la forza dell'inclinazione, il merito spi­rituale, le compiacenze di Dio.

O Signore, è la superbia che si manifesta troppo spesso nelle mie parole, nelle mie sollecitudini, nelle mie mancanze di riguardo, nelle mie contestazioni, nel mio desiderio di apparire, e anche nelle mie tristezze.

Mio Gesù, così dolce e amabile per l'umiltà, dispiega in me la potenza del tuo amore e fa' che diventi finalmente umile per davvero.

 

Umiltà trasformante

PARTE QUINTA

Studio introduttivo

Umiltà e amore della propria abiezione

Le meditazioni che seguono toccheranno la perfe­zione e il compimento dell'umiltà: scoprirò l'umiltà che trasforma.

La meravigliosa trasformazione operata da questa virtù consiste nel sostituire all'inclinazione innata, che porta l'uomo a desiderare ed amare esasperata­mente la propria grandezza, l'inclinazione opposta che lo porta a desiderare ed amare il proprio abbas­samento, la disistima e il disprezzo di sé. Sostituire la vanagloria e l'amor proprio con quello che gli autori spirituali chiamano l'amore della propria abiezione, è un autentico prodigio: prodigio dello sforzo umano, ma soprattutto della Grazia divina.

Che cos'è l'abiezione, termine che ha qualcosa di inconsueto nel senso qui inteso? San Francesco di Sales, che ha trattato questo argomento con la sua abituale saggezza nell'Introduzione alla vita devota, mette a confronto l'umiltà e l'abiezione: «L'abiezione è la piccolezza, la bassezza e la viltà che sono in noi senza che noi ci pensiamo; la virtù dell'umiltà è invece la genuina conoscenza e il volontario riconoscimento della nostra abiezione. Ora, il vertice dell'umiltà con­siste non solo nel riconoscere volontariamente la nostra abiezione, ma nell'amarla e nel goderne, e que­sto non per mancanza di coraggio e di generosità, ma per esaltare maggiormente la divina Maestà e per sti­mare il prossimo molto più di noi stessi».

Abiezione è, dunque, tutto ciò che ci umilia e abbassa ai nostri propri occhi e agli occhi degli altri: le nostre inferiorità di ogni genere, di ordine econo­mico, di posizione sociale, di presenza, di relazione, di intelligenza, di cultura, di virtù; i nostri difetti, soprattutto quelli appariscenti, gli sbagli commessi in piena luce, gli insuccessi di cui si è venuti a cono­scenza; e in un ordine più intimo, le nostre più vol­gari tentazioni, i vili cedimenti, le colpe e partico­larmente le ricadute nel peccato.

C'è da aggiungere che l'abiezione risiede più nel giudizio interiore, che nella realtà concreta. San Fran­cesco di Sales fa notare che un vestito tutto rattop­pato non è abiezione per un eremita, mentre lo è per un povero operaio; un severo rimprovero che un reli­gioso riceve dal proprio superiore non contiene l'u­miliazione del medesimo rimprovero ricevuto da una persona qualsiasi; un malato affetto da una piaga al volto oltre al male patisce anche l'abiezione, mentre chi soffre di una piaga al braccio ha il male ma non l'abiezione.

Secondo lo stesso Dottore della Chiesa ci sono atti di virtù che sono apprezzati, altri che sono disprez­zati; gli uomini di mondo ritengono di nessun valore l'esercizio della pazienza e della semplicità, onorano invece quello del coraggio e della prudenza; fare l'e­lemosina sembra loro un gesto degno di stima, men­tre perdonare le offese sarebbe una sconfitta sprege­vole.

Infine, l'abiezione può derivare sia da incapacità o da fatti accidentali (come il cadere per strada sotto gli occhi dei passanti), sia da colpe commesse. Certo, bisogna evitare ad ogni costo tutto ciò che offende Dio o il prossimo, fosse anche per semplice svista o per incapacità; occorre averne dispiacere ed essere pronti a riparare. Ma anche in questi casi è cosa buona gustare l'abiezione che ne deriva, perché ne tragga il massimo profitto la virtù dell'umiltà. San France­sco di Sales arriva a dire riguardo alle colpe: «Non trascurerò di far buon viso all'abiezione e al disprezzo che me ne provengono, e se fosse possibile separare la colpa dall'abiezione, rigetterei con forza il pec­cato e conserverei umilmente l'abiezione».

Se il cuore umile ama l'abiezione e vi si compiace, non è per l'abiezione in se stessa, in quanto disgustosa e avvilente; un tale amore e un tale compiacimento sarebbero vizio e non virtù. La ama e vi si compiace in quanto è buona e giusta per la sua capacità di san­tificazione, essendo adatta a spezzare la superbia e, come osserva lo stesso Santo, a procurare più gloria a Dio e più stima per il prossimo.

L'umiltà vera preferisce alle umiliazioni volonta­rie quell'abiezione che viene dagli imprevisti della vita. Perché? Perché in questo modo è più sicura di rientrare nel disegno di Dio, disegno di sapienza e di bontà sempre preferibile a quello scelto da noi. A pari generosità di amore, l'umiliazione accettata supera quella liberamente scelta, anzitutto perché la prima ha una origine più nobile (la volontà di Dio), e poi perché offre maggiori garanzie, scelta com'è dalla Sapienza infallibile; e infine perché, avvolta nella scorza dell'inevitabile, offre meno agganci all'amor proprio.

Una umiltà nobile e serena trova immensa gioia nel vedersi introdotta per questa via nel piano di Dio e, anche se non può intuirne i lontani sviluppi, già in an­ticipo li conosce meravigliosamente belli e paterni.

 

Umiltà e prudenza

Così com'è presentata in queste meditazioni l'u­miltà non è per caso un insieme di pazzie, di sugge­rimenti nocivi alla realtà della vita e delle relazioni sociali? Più di uno forse ormai se lo domanda. Per questo è utile portare l'attenzione sull'accordo che si deve operare tra umiltà e prudenza.

Non si tratta qui della prudenza umana che nella sua limitatezza blocca l'umìltà entro i suoi stretti con­fini, ma della prudenza soprannaturale che prende la regola di valutazione dalle verità rivelate e decide in vista della maggiore gloria di Dio. Questa prudenza apre all'umiltà tutta l'ampiezza degli esempi del Sal­vatore.

La prudenza è una virtù di discernimento e di misura, che deve assicurare all'umiltà i caratteri della vera virtù. Ora ogni virtù dovrebbe tendere alla per­fezione, cioè ad avvicinare maggiormente a Dio che è la pienezza dell'essere, conferendo un più alto grado di essere. Nel nostro caso l'umiltà, con i suoi ideali di nascondimento e di amore al disprezzo, non è forse il contrario di una virtù, dal momento che, invece di mirare alla nostra grandezza, incessantemente ci comanda di abbassarci?

No, l'umiltà non ci diminuisce affatto! Il nascon­dimento non tocca l'essere, ma l'apparire; non ridu­ce la nostra consistenza, ma le nostre megalomanie; l'umiltà di abiezione non allontana dai grandi ideali, ma li fa più intensamente desiderare quale compenso alle nostre abissali miserie. L' amore al disprezzo quan­do penetra l'anima assicura alle virtù la loro bellez­za, sbarazzandole da tutte le scorie, e la loro libertà, affrancandole da tutti gli ingiustificati interessi egoi­stici.

Il compito della prudenza è precisamente quello di far prevalere e di mantenere quest'ordine, di orien­tare tutto il movimento degli atti di umiltà e di sce­gliere, a seconda delle circostanze, questa o quella forma della virtù, mitigandone gli slanci, per meglio equilibrare una natura o per rispettare un talento.

 

La prudenza regola gli atti di umiltà

Da sola l'umiltà potrebbe spingere a manifesta­zioni poco dignitose o a bloccarsi per paure da nulla. La prudenza non permette di tralasciare una inizia­tiva buona per la sola ragione che ci mette in vista; si oppone a tutto ciò che viene a sminuire il valore della persona o ad arrestare il bene nella sua forza espansiva.

La prudenza possiede il senso del bello e del giu­sto; respinge ciò che è moralmente detestabile; in questo modo allontana dall'umiltà atteggiamenti ed espressioni che sanno di ridicolo e la preserva da ogni deformazione, anche interiore. Favorisce una umiltà franca e serena; la mantiene fiduciosa e coraggiosa; la rende disinteressata e duttile, abbandonata all'a­zione di Dio e desiderosa anzitutto della sua gloria.

La forza propria dell'umiltà non viene sminuita, anzi! Trovato il posto giusto e mantenuta nel suo ruolo, acquista tutto il vigore per cercare e compiere ciò che Dio da lei vuole; il che suscita una fioritura di iniziative collaterali.

La prudenza le chiede non di abdicare ai diritti, ma di non esagerare il rigore. Non paralizza l'azione, ma la subordina. L'umiltà mi spinge verso il nascon­dimento, l'umiliazione e il disprezzo; la prudenza mi sottomette a una volontà superiore che mi assegna un compito o mi domanda una prestazione e richiede il contributo delle mie facoltà e delle mie virtù.

Contenere l'umiltà nelle sue manifestazioni non è mortificarla in se stessa. Se alcune azioni o parole o umiliazioni le sono proibite, non le è proibito colti­vare l'inclinazione ad esse; e l'amore che la ispira, lungi dallo spegnersi, non fa che aumentare per la spinta del desiderio insoddisfatto e per il merito di una rinuncia che costa. Se le espressioni dell'umiltà hanno dei limiti, l'amore per esse non ne ha alcuno. Ora la virtù sta proprio in questo amore.

Alle anime timide e meno generose la prudenza suggerisce: «Non temete di compiere quegli atti che umiliano di più e non ascoltate i dubbi sollevati forse dalla neghittosità; fermatevi soltanto davanti al timore di una colpa».

Ad altre anime, troppo audaci, insegna a tenere conto delle loro forze effettive, perché non si sco­raggino per aver urtato nei propri limiti e non ten­tino Dio oltrepassando la sua Grazia.

 

La prudenza determina il tipo di umiltà conveniente

La prudenza non si accontenta di incoraggiare o di trattenere l'umiltà nel momento di passare all'azione. Va molto più al cuore con i suoi consigli: insegna ad adottare quel genere di umiltà che a ciascuno conviene.

Altra deve essere l'umiltà di una religiosa, altra quella di una donna che vive nel mondo. Che il con­tegno e le maniere, le parole e le azioni debbano assu­mere una forma differente a seconda della diversa posizione sociale che uno occupa, tutti lo capiscono.

Ciò che si capisce meno è come uno stile di com­portarsi e di parlare debba essere mantenuto anche al di fuori del suo luogo specifico. Non sarebbe pre­feribile, ad esempio, deporre in privato quel contegno che si addice a chi comanda, per riprenderlo quando si ritorna in pubblico? Non è forse più perfetto eser­citare l'umiltà esteriore quando non subentra alcun dovere di tenerla entro i limiti?

La prudenza ha una visione migliore: sa che una virtù richiede continuità e armonia nei pensieri, nei sentimenti e negli atti interni ed esterni. Consiglia dunque di evitare ogni sistema di essere e di agire che interrompa il ritmo della virtù, al fine di renderla in­trinsecamente più forte. Alle persone che debbono ap­parire in pubblico ed esercitare il comando imporrà una umiltà profonda e forte; consiglierà loro ogni eserci­zio che le abbassi sinceramente davanti a Dio e a se stesse, ma impedirà tutto ciò che potrebbe diminuire in qualche modo il prestigio e il vigore del loro ruolo.

D'altra parte Dio stesso aggiunge di frequente alle grazie di stato la grazia di qualche umiliazione che non va cercata. E dal momento che viene da lui, è saggezza il non inquietarsene, ma l'accoglierla come aiuto provvidenziale contro la superbia.

 

La prudenza regola l'esercizio dell'umiltà al fine di equilibrare i diversi temperamenti

Ciò che la prudenza suggerisce per risolvere una situazione concreta, lo consiglia ugualmente per ripor­tare l'equilibrio in un temperamento. Ci sono alcuni che dubitano sempre di sé, delle loro capacità, dei loro progetti. La troppa fiducia in se stessi è un difetto, ma lo è altrettanto l'esagerata sfiducia. E lo è con conseguenze nefaste: il dubbio invade l'anima e la deforma; l'impotenza blocca la vita e l'annienta.

La virtù consiste non soltanto nella giusta valuta­zione delle situazioni e nel perseguire il bene, ma altresì nelle disposizioni profonde della nostra natura. Si trova qui il fondamento che dà origine e stabilità alle azioni; è qui che si formano le abitudini. Non si può scavalcare la natura. La coscienza del dovere può esigere in questo istante un comportamento energico; ma solo una natura fortemente preparata sarà capace di imporre con autorità le decisioni ritenute neces­sarie e di portarne il peso senza flettere.

La prudenza domanda, dunque, alle anime esage­ratamente diffidenti di se stesse di coltivare meno il senso della loro incapacità, di non essere troppo pronte ad abbassarsi davanti agli altri, ma piuttosto di tenersi immuni dall'amor proprio e dalla superbia, di vedere Dio nel bene che fanno e di non comandare che in suo nome.

Una visione esagerata della loro insufficienza, della loro inettitudine e del loro stato di inferiorità, ver­rebbe a deprimere un carattere dalle risorse già insuf­ficienti.

Perciò coloro che dirigono persone timide, devono esortarle alla fiducia in se stesse con opportuni inco­raggiamenti; devono lasciarle agire da sole per svi­lupparne lo spirito di iniziativa; devono, con diversi mezzi, fare in modo che si sentano a loro agio nel­l'ambiente in cui vivono, rassicurarle, rialzarle e condurle finalmente a quella facilità di parola e di azione che è certamente conseguenza della fiducia in Dio, ma anche del giusto riconoscimento del pro­prio valore.

Agire in questo modo è far fruttificare il talento ricevuto, invece di avvolgerlo inerte nel cencio di una umiltà mal compresa.

 

La prudenza regola l'esercizio dell'umiltà nel rispetto delle diverse inclinazioni

Alcuni Santi hanno provato una gioia celestiale nell'abbassarsi e nel degradarsi con umilianti epiteti. E ci sono delle anime altrettanto sante che provano più fastidio che piacere in questo modo di fare; cono­scono tutta la loro miseria, ma sono poco portate a col­tivarne la suggestione. Spesso si tratta di anime pure, risparmiate dal male e fors'anche dalla tentazione: come potrebbero indignarsi contro ciò che conoscono appena appena?

Ce ne sono altre la cui delicatezza di coscienza prova una sofferenza indicibile al vedere la più pic­cola macchia. In altre ancora il senso del bello è tal­mente sviluppato che rifiuta d'istinto ogni bruttezza. Il solo contatto del pensiero con ciò che non è nobile, provoca loro un senso di tristezza e di impotenza: il cuore si chiude e lo slancio verso Dio viene meno. È giusto condannare queste ripugnanze? È saggio fare loro violenza?

La prudenza induce al rispetto della disposizione provvidenziale che si trova in queste nature; fa capire che non è essenziale per l'umiltà praticare tutte le forme di abbassamento; se i motivi di umiliarsi non sono in armonia con il carattere, la considerazione che «tutto viene da Dio» può far progredire ugual­mente la loro umiltà.

Ciò che conta è che questa virtù sia pratica e ge­nerosa; importa meno che lo sia per questo o quel mo­tivo. Di fronte a Dio l'anima si sente piccola piccola; non si vanta in nessun modo della riuscita delle sue opere o dei suoi progressi spirituali; non disprezza il prossimo, per quanto miserabile; è sempre mite, in­dulgente e buona. Se le capita l'umiliazione, la guar­da con occhi abituati a contemplare il Calvario, e l'ac­coglie come se stringesse Gesù e la sua croce.

L'umiltà, come le altre virtù, merita un culto gene­rale: non ha il diritto più delle sue sorelle ad un altare a lei riservato in ogni tempio. Chi è più attirato e adatto ad una virtù e chi ad un'altra; ciascuno percorre la sua strada: continui liberamente. Andrà più lon­tano se non si farà violenza ad una predisposizione che rientra in un disegno provvidenziale.

 

L'umiltà trasforma la stima di sé e il desiderio della stima altrui

Giunta al suo vertice l'umiltà non si accontenta di contenere e moderare quelle tendenze che, con le loro esagerazioni, formano la superbia, cioè la stima di sé e la ricerca della stima e della lode altrui. L'umiltà si adopera per trasformarle. Le nostre ultime medi­tazioni lo spiegheranno.

Senza l'umiltà, queste due tendenze porterebbero troppo al di là la difesa o, piuttosto, l'esaltazione del proprio io; farebbero della nostra persona il princi­pio e lo scopo esclusivo: il che sarebbe un grave disor­dine, un'ingiustizia e un'offesa a Dio, principio e fine di tutte le cose, al quale soltanto spetta tutta la glo­ria. L'umiltà non tollera un tale disordine e oltrag­gio; grida con l'arcangelo Michele: «Chi come Dio?». Chi è dunque il vero autore di ogni bene? Chi merita per primo la lode?

Con l'umiltà, ecco che Dio siede sul suo trono. Tutte le virtù vengono a riconoscerlo come il Princi­pio da cui provengono, e tutti i loro atti sono diretti verso di lui come verso il loro fine necessario. Nel far rispettare questi due doveri, l'umiltà giustifica il suo titolo di fondamento e custode delle virtù.

Un altro titolo, ancora più bello, merita: l'umiltà è il coronamento delle virtù per la trasformazione delle due tendenze che prima ha vinto. Essa indirizza verso il Cielo queste forze ormai rese docili. Tra­sforma la stima di sé in ammirazione del divino che opera in noi, e il desiderio della stima altrui in aspi­razione alla approvazione da parte di Dio.

Così trasformate le due tendenze trovano di potersi sviluppare in uno spazio molto più vasto; si fondano su motivazioni ben più salde; la loro bellezza si libera da ogni ombra; e infine il loro dinamismo scorre da Dio al prossimo in chiave soprannaturale.

Questa umiltà trasformante, che subentra all'a­zione difensiva, innalza a livelli altissimi, là dove hanno vissuto Gesù, la sua Madre divina e i Santi. È simile in tutto all'umiltà che regna nei cieli. Portami a questo livello altissimo, mio Dio: te lo chiedo con tutta l'anima!

 

MEDITAZIONE PRIMA

L'amore per il disprezzo

Preparazione della sera

Si può meditare utilmente sull'amore per il di­sprezzo di sé? Elevarsi a quella vetta da cui si esclama: «Quant'è buono essere demoliti e disprezzati!»? E provare riconoscenza in qualche modo per quelli da cui provengono le umiliazioni e, se il bene lo con­sente, addirittura correre incontro alle offese e agli insulti? Ne sono capace io che non so accettare nean­che le inevitabili trascuratezze?

Tuttavia il Cristo mi chiama a guardare in alto, a fare il possibile per dirigere i miei passi verso le vette della virtù. Mi vergogno di lasciarlo camminare da solo verso le umiliazioni che egli affronta al mio posto. Resterò sordo alla sua chiamata?

La serena contemplazione dell'umiltà ai suoi mas­simi livelli indubbiamente susciterà in me qualche sentimento di ripugnanza, ma anche degli slanci di generosità. I capolavori, infatti, esercitano sempre un potere di attrazione e di stimolo. Certuni non si deci­deranno coraggiosamente ad imboccare le vie del­l'umiltà che nel giorno in cui questa virtù rivelerà loro il suo splendore più intenso.

Senza dubbio le meditazioni spazieranno in regioni troppo elevate per essere raggiunte immediatamente dalla pratica; tuttavia queste riflessioni non potranno fare a meno di operare in profondità, suscitando vivi desideri e generose iniziative. Un migliore possesso della verità innalza con sé la mia vita di ogni giorno. Domani mediterò:

1. la natura dell'amore per il disprezzo;

2. i motivi di questo sentimento;

3. la strada da seguire per arrivarci.

 

1. Natura dell'amore per il disprezzo

Il sincero disprezzo di sé porta l'umiltà molto avanti, ma non alla sua perfezione ultima. Suppone sicuramente penetranti intuizioni di Fede e una logica stringente, ma si blocca davanti ad una considera­zione per così dire platonica: ciascuno dovrebbe essere l'esclusivo spettatore della propria umiliazione, l'u­nico testimone delle proprie umilianti confessioni.

L'amore del disprezzo supera questo scoglio: de­sidera il disprezzo in piena luce, il disprezzo che si legge sul volto degli altri. Ed ha l'urgenza di passare dai pensieri ai fatti, dalla nube che corre nel cielo al temporale che scroscia sulla terra. Il disprezzo di sé sacrifica l'appetito per la stima di sé; l'amore per il disprezzo immola anche quello per la stima degli altri.

Dal momento che questo strano amore per il disprezzo forma l'atto supremo dell'umiltà, ne diventa anche la prova più sicura. Si ha un bell'immergersi nel disprezzo di sé, ma non si può avere alcuna certezza di una umiltà perfetta se non al contatto col disprezzo degli altri. Soltanto là, tutta la nostra esi­stenza intessuta di superbia viene frantumata. Ma per amare un sacrificio di tal genere bisogna che la virtù sia passata, per così dire, nel nostro sangue.

Se la ribellione interna rumoreggia, malgrado l'ac­cettazione di principio, significa che l'umiltà è ancora imperfetta, non ha impregnato sufficientemente la natura per trasformarne gli impulsi; tuttavia dimo­stra di dominare sufficientemente la volontà così da vincerli, o almeno da condannarli.

Se al contrario non si scatena nessuna reazione contro le umiliazioni significa che la natura è stata addomesticata: la virtù ha stabilito saldamente il suo dominio e produce la pace. Se poi questa pace è com­penetrata di dolcezza e di gioia, la virtù ha raggiunto la perfezione. Essa va incontro al disprezzo e l'ab­braccia come un amico, si compiace di essere vili­pesa e trasforma in amore le amarezze.

Alcuni autori ritengono l'accettazione del disprezzo come un grado di umiltà superiore al desiderio del di­sprezzo. Sicuramente l'atto ha il pregio di provare l'autenticità del sentimento, ma provarne l'esistenza non significa averne la misura, che consiste nella fer­mezza dell'abitudine, nella intensità dell'inclinazio­ne e nella purezza delle intenzioni che lo animano.

Certe sante persone, alle quali le umiliazioni reali sono risparmiate, possono raggiungere le vette del­l'umiltà con la forza del desiderio. Davanti a Dio, che legge nei cuori, i desideri sono veri atti, con il van­taggio di poter essere rinnovati più di frequente. Desi­derio e atto si equivalgono; il loro valore dipende dal­l'amore che muove l'anima.

E tuttavia la realtà provoca una reazione più vigo­rosa, si impone all'anima in maniera più vivace e ne scuote anche i sensi. È un assalto contro il quale la virtù chiama a raccolta tutte le sue forze e, per l'in­tensità di reazione che richiede, la lotta si fa più vio­lenta e porta a una vittoria più bella e decisiva.

 

2. Motivi di questo sentimento

L'amore al disprezzo può venire come conseguenza della vista penetrante della nostra miseria e del ricordo doloroso delle colpe. Il senso della verità risveglia quello della giustizia: sono un miserabile; merito di essere disprezzato; devo amare che mi si disprezzi. A questa disposizione fondamentale si aggiunge il desiderio di riabilitarsi e di riparare: l'umiliazione diventerà il prezzo del mio riscatto!

Più spesso l'amore al disprezzo nasce dall'amore di Dio. Senza questo è difficile immaginare tanta severità contro se stessi. La carità prova una tale sof­ferenza di aver ferito il suo Dio che si solleva nel­l'umiliazione riparatrice; arrossisce talmente delle proprie miserie in faccia alla bellezza divina che vor­rebbe fuggire e nascondersi: l'umiliazione diventa così il suo rifugio. Da questa profondità le sembra che la grandezza del suo Dio meglio si armonizzi con la propria piccolezza e che Egli permetta di lasciarsi amare da lei.

La maggior parte delle persone arriva all'amore del disprezzo attraverso l'amore del Salvatore umi­liato e disprezzato. Il desiderio di seguirlo dovunque vada, di non lasciarlo solo a soffrire tanti obbrobri, ma di condividerne le offese e di consolarlo, brucia in esse a tal punto che la loro umiltà si innalza e calca le cime con la nobiltà e la costanza di una amicizia forte come la morte.

«Gesù è nell'umiliazione - dice a sé l'anima - mi ci getto anch'io; con lui io la voglio e ne godo; sotto gli insulti egli è rimasto nel silenzio: anch'io lo conserverò; egli ha subìto le peggiori ingratitudini: sop­porterò anch'io senza lamentarmi le ingratitudini di chi mi abbandona. Nel momento in cui faceva appello all'amicizia degli apostoli e all'aiuto degli angeli ha visto con la sua prescienza accorrere anime che vole­vano consolarlo e offrire alle sue labbra riarse il calice del conforto delle loro umiliazioni, da lui stesso ispi­rate. Non vorrò essere una di queste, accogliendo e desiderando quelle occasioni benedette che mi con­cedono di essere presente sul Calvario?».

E l'anima prosegue: « O Gesù, le umiliazioni della mia povera vita sono tue, non solamente perché te le offro e tu le hai già accettate in anticipo, ma perché è la tua Grazia che mi dà la forza di accoglierle e il desiderio di domandarle. Quando amo l'umiliazione e il disprezzo, sei tu che lo ami in me; tu compi adesso, attraverso la mia volontà e il mio cuore, quello che facevi sulla terra con la tua volontà e il tuo cuore. Quale onore e felicità per me nel poter arricchirti delle mie umiliazioni e prolungare e portare a com­pimento la tua vita sulla terra!».

 

3. La strada da seguire per arrivare all'amore per il disprezzo

Desiderare e amare il disprezzo è una perfezione soprannaturale che Dio solo insegna e rivela ai pic­coli e agli umili, e che tiene nascosta ai superbi (cf. Mt 11, 25). Che io diventi piccolo e umile davanti a Dio e alle persone che mi circondano: sarà questo il primo passo verso le vette dell'umiltà. Che la paura di non poter raggiungere queste altezze non impedi­sca i tentativi e gli esercizi!

Una azione graduale e perseverante, sostenuta dalle grazie crescenti di Dio, elimina ogni impossibilità. Comincerò ad accettare con cuore più pronto le umiliazioni inevitabili; non andrò in cerca di furbizie per evitarle; metterò da parte ogni sentimento di dispetto; mi sforzerò di ringraziarne Dio; sarò mite con coloro che mi umiliano e, come minimo, pregherò per essi. A misura che farò progressi, il mistero dell'umiltà mi svelerà nuovi segreti e sentirò una mano onnipo­tente condurmi in alto, superando quegli ostacoli il cui solo pensiero un tempo mi spaventava.

L'amore che intuisce la gloria di seguire Cristo sulla via delle umiliazioni resta diffidente di se stesso e conta soprattutto sulla Grazia. L'aspettare e il desi­derare passivamente l'abbassamento e il disprezzo, senza andare loro incontro, è forse ugualmente per­fetto se, per prudente rispetto, un uguale amore lascia a Dio la cura di distribuirli a suo piacimento. Tutta la generosità dell'anima sembra allora concentrarsi in sé, pronta al primo segnale. È l'attesa filiale di cui Francesco di Sales fa i più alti elogi.

Ritorna ancora l'obiezione: l'amore al disprezzo non è in netto contrasto con tutti i miei istinti perso­nali, con il sentire comune degli uomini, con la stessa ragione? Ecco la risposta: contrario ai miei istinti? Evidentemente. Alle inclinazioni comuni? Certo. Alla ragione? Ancora una volta sì, se la ragione viene lasciata alle sue sole forze. Occorre che le verità di Fede vengano ad allargarne le vedute troppo corte. Una ragione ammaestrata dalla Fede arriva a con­clusioni nuove e queste propongono ideali nuovi, sco­nosciuti alla semplice natura.

Nelle sue caratteristiche essenziali, l'umiltà cristiana è già una virtù soprannaturale; nel suo slancio verso l'amore al disprezzo diventa nel soprannaturale una virtù eminente, che non può essere che di consiglio; in ogni caso, soltanto l'umiltà colloca in quelle condi­zioni perfette che lasciano a Dio, principio primo degli atti umani, la piena libertà di iniziativa.

 

MEDITAZIONE SECONDA

L'abiezione a servizio dell'umiltà

Preparazione della sera

La prossima meditazione mostrerà perché si deve amare l'abiezione: Dio la permette per proteggere e custodire l'umiltà, per dissipare i fumi dell'amor pro­prio che si alzano continuamente dal nostro fondo di superbia e per controbilanciare nel giudizio degli altri, con umiliazioni esteriori, l'ammirazione sempre peri­colosa suscitata dalla virtù.

L'abiezione è inoltre uno stimolo. Alla povera natura umana, facile ad addormentarsi, occorrono dei colpi sensibili che risveglino il suo ardore, come lo sperone nei fianchi del cavallo. Il bisogno di Dio si riaccende e la preghiera si fa più intensa.

Questi benefici provengono anche dal dolore, ma l'abiezione ha di particolare che lascia un senso di piccolezza che, quando è profondo e sereno, conserva il cuore più docile davanti a Dio e più affabile con il prossimo.

Infine, con il senso di distacco che diffonde all'in­torno, l'amore per l'abiezione dà all'anima una libertà più completa: è il colpo d'ala che libera dalla forza di attrazione verso la terra e apre il volo verso le altezze dello spirito.

Questi i pensieri che mi terranno occupato nella prossima meditazione, in cui starò ad osservare:

1. Dio che veglia sulla mia umiltà con l'abiezione;

2. il mio dovere di corrispondere a questa premura divina.

 

1.Con l'abiezione Dio veglia sulla mia umiltà

L'umiltà è talmente necessaria che Dio permette l'abiezione in tutto e per tutto. Dentro e attorno a me le umiliazioni continuano a offrire i loro servizi all' umiltà.

Le mie qualità sono inevitabilmente accompagnate da difetti, e di solito questi difetti hanno come origine le stesse qualità. Del resto, fossero anche perfette, potrebbero non essere riconosciute o peggio attirarmi malevolenza e invidia.

Io nel mio intimo voglio il bene, ma non di rado l'imperfezione inquina questa volontà con l'ansia o lo scoraggiamento. Altre volte l'imprudenza e l'in­capacità mi fanno sbagliare. Avrei una gran voglia di irritarmi contro me stesso. Ed invece no, la Sapienza divina permette questi errori per la mia umiltà: lon­tano da me l'arrabbiarmi!

Succede poi che persino il meglio che ho fatto viene discusso, ostacolato, distrutto. Gli insuccessi sono im­putati a me. Anche questo avviene per il mio bene.

La vita interiore è piena anch'essa di umiliazioni: freddezza e aridità nelle preghiere, abbattimento nelle prove, insensibilità scoraggianti, disgusto per tutto. E la sorte di non poche anime predilette da Dio. Nelle loro angustie gridano: «Perché, o Padre, perché?». E la voce divina risponde: «Figlio mio, ti devi rendere conto che sei un nulla e che non puoi niente. Questa conoscenza sperimentale di te stesso vale più di molti anni di consolazione; affonda le radici nelle profon­dità del tuo niente e, stanco di te, guarda di più a me».

Ma perché certe tentazioni che minacciano la vita stessa della mia anima? Perché questi miserabili cal­coli interessati, che assolutamente non voglio? Per­ché quelle fantasie vergognose che la volontà respinge, ma di cui la natura si compiace? Tutto serve per ren­dermi umile. «La mia potenza (di Dio) si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12, 9). Purtroppo la superbia è tanto forte che per vincerla sembrano necessarie talvolta le colpe più umilianti. A malincuore il Signore ritira il suo braccio ed io precipito. Perché, mio Dio? Come Gesù guarì il cieco con del fango impastato di saliva, anche le radici della superbia non si riescono ad estirpare spesso se non con il fango del peccato.

Aiutami, Signore, a trovare l'umiltà senza dover ricorrere a questo rimedio estremo.

 

2. Il mio dovere di corrispondere alla premura divina

L'azione della Sapienza di Dio domanda corri­spondenza. Mia prima cura sarà quella di ricono­scerla, scoprendo gli strumenti di umiliazione che la Provvidenza divina ha posto in me e attorno a me. Sono numerosi...

Devo anche sforzarmi perché si imprimano in me nel modo più vivo. Se non ne rimango toccato, la Grazia andrà perduta e questo mezzo non produrrà il suo effetto. Dio sarà costretto a spingere più a fondo la dura lezione.

Devo porre più attenzione alle astuzie dell'amor proprio, che è così abile nell'allontanare la vista dei difetti e nell'evitare ogni umiliazione esterna. Non andrò in cerca di scuse se non quando Dio lo vuole e lascerò sulla mia virtù le spine che la proteggono.

Cercherò di amare l'abiezione che deriva dalle cir­costanze più varie: ciò significa amare concretamente l'umiltà e alimentarla sostanziosamente.

Amare l'umiltà senza amare l'abiezione equivale a ingannarsi. Abiezione è l'avere difetti appariscenti, è il non riuscire, è il constatare la propria insuffi­cienza, è l'essere tentati in modo ripugnante. Amare l'abiezione è chiamarsi contenti di tutto questo, escluso il peccato; è coltivarne l'utile memoria.

O Sapienza divina, intravedo finalmente la tua volontà di rendermi umile con tutti i mezzi. Con accento nuovo dirò col Salmista: «Bene per me se sono stato umiliato» (Sal 118, 71).

A che cosa non ti ho costretto con la mia cecità? E adesso a che punto mi trovo? Amo almeno un poco quelle abiezioni che Tu ami e proponi perché servano alla mia umiltà, la difendano e l'accrescano?

Quale splendido spettacolo si rivelerà ai miei occhi quando, alla fine, contemplerò la Sapienza del Padre che veglia sulla mia fragile umiltà! Allora troveranno spiegazione le domande che mi tormentano di fronte alle contraddizioni di cui sono vittima anche i santi; allora le mie persistenti imperfezioni, i miei incon­cepibili cedimenti e perfino i miei peccati, in una parola tutte quelle deprecabili miserie che mi ten­gono in allarme, mi strapperanno grida di ammirazione: la Sapienza si manifesterà in ogni parte e si giustificherà da sola.

Fin d'ora, mio Dio, farò buon viso a tutte le umi­liazioni, accoglierò serenamente le abiezioni ripe­tendo dentro di me: «Quanto è buono Dio nella sua sapienza!».

 

MEDITAZIONE TERZA

Trasformazione della stima di sé

Preparazione della sera

Se voglio stimarmi a fondo devo cercare in me ciò che da Dio viene, in particolare nell'ordine sopran­naturale. Nello scoprire doni meravigliosi, realtà vera­mente grandi, comprenderò l'altissima dignità del cristiano: sarà questo il supremo volo della aspira­zione alla stima di sé.

Questa inclinazione, di cui l'umiltà ha vinto in principio attraverso costanti lotte le deviazioni della superbia, verrà trasformata. Ormai l'umiltà ispira all'anima di fissare, senza paure e senza esaltazioni, tutto ciò che in lei c'è di divino, i pregi che proven­gono da Dio, le attività da lui sostenute, la bellezza soprannaturale che riflette quella divina; o meglio, l'umiltà fa sì che non si veda più se stessi, talmente ci si sente pervasi dal divino.

Nella prossima meditazione contemplerò:

1. i doni di Dio in me;

2. l'umiltà che li fa risplendere.

Porterò in queste riflessioni uno spirito libero da preconcetti e disposto ad una giusta ammirazione; uno spirito aperto, che non si arresta davanti a obiezioni da due soldi; e soprattutto un grande spirito di Fede.

 

1. I doni di Dio in me

Tutto ciò che io sono in quanto uomo è dono di Dio: capolavoro della creazione; sovrano domina­tore della materia; microcosmo dentro il quale l'u­niverso si riflette attraverso i sensi e si trasforma in pensiero con l'apporto dell'intelligenza; angolo di Cielo in cui Dio si rivela come autore di tutte le cose e si fa presentire come infinito; vivente arric­chito di una volontà libera che lo fa padrone dei suoi atti e del suo destino.

Perché tanta magnificenza di doni mi appare come un fatto ordinario? Se pensassi che un lampo di intel­letto supera l'immensità dei cieli stellati, che un atto di volontà è più potente di tutto il movimento degli oceani, che i meravigliosi istinti di tutti gli animali insieme non raggiungono il valore di un solo pen­siero!

Eppure lo splendore dei doni naturali impallidisce davanti ai doni della Grazia: posseggono una tale nobiltà che l'onnipotenza divina non potrebbe for­mare creatura a cui fossero connaturali. La grazia è la trasformazione più radicale del nostro essere, è partecipazione alla natura divina, con il suo contenuto di infinito e la sua capacità di contemplare fac­cia a faccia.

C'è nell'intimo della mia piccolezza, una vita che Dio solo suscita in me: ciascun atto soprannaturale ha bisogno di lui per iniziare e per continuare. Se i miei occhi si aprissero improvvisamente, vedrei Dio curvo su di me, intento a lavorare alla mia divinizzazione. Questo è certo, anche quando non lo vedo. Che almeno io lo creda con forza entusiasta! Sarà un inizio e un cominciare a riconoscerlo.

Un legame più affettuoso mi unisce a Gesù. Egli è mio amico, mi dona il suo cuore e i suoi beni. E’ mio fratello, perché ha preso la mia natura; è un qual­cosa di me ed è la mia grande gloria; o piuttosto sono io un qualcosa di lui e ciò costituisce la mia più grande fortuna. Gli appartengo, come piccolo fiotto di san­gue che viene dal cuore, per una unione vitale, che quaggiù rimane nell'ombra e che sarà in Cielo splen­dente di luce; sono unito a lui come il tralcio alla vite (cf. Gv 15, 5). Sono un membro del suo corpo mistico: posso farlo diminuire o crescere; sono necessario per la sua felicità e posso essere una delusione per le sue attese. Mi è concesso di lasciarlo vivere pienamente in me o di anteporgli la triste dispersione della mia vita nella ricerca disordinata delle gioie e degli applausi del mondo.

Non trovi, anima mia, che queste grandezze siano sufficienti a soddisfare il tuo bisogno di stima e a dare fondamento alla tua nobiltà? Quale nobiltà più antica di quella che viene dall'Eterno? Quale nobiltà più illustre di quella che discende dall'Altissimo? Attraverso Gesù sono uscito dal sangue di un Dio e la mia vita si nutre di un alimento divino. Aspetterò il paradiso per andar fiero di tante glorie? Il Cielo le farà splendere, è vero, ma la Grazia me ne arricchi­sce fin d'ora.

 

2. L'umiltà fa splendere i doni di Dio

Il superbo potrà forse vedere Dio nella natura, ma certo non lo vede in se stesso. Quello che fa, lo attri­buisce a sé; quello che egli è, anche nel profondo, lo crede opera delle sue mani. E vive di questi concetti più per incoscienza che per presunzione: più che escludere Dio, lo ignora.

A misura che l'umiltà diffonde su questo acceca­mento la sua chiara luce, l'evidenza dell'azione divina appare, si dilata e finisce con l'occupare ogni spa­zio. La grandezza dell'uomo quaggiù sta nel cercare Dio. Se lo cerca nella natura, lo scopre dappertutto, anche nel più piccolo granello di sabbia; se lo cerca in se stesso, lo ritrova in tutte le fibre del suo essere, fin nel più veloce pensiero. Ne consegue che l'umile non si crede migliore di nessuno e quando si ammira lo fa in ginocchio.

Nei tempi antichi, dietro al carro del trionfatore, la prudenza di un grande popolo metteva un araldo incaricato di ripetere l'avvertimento: «Ricordati che sei un uomo». Nel nostro caso, questa è la voce del­l'umiltà che non si stanca di suggerire: «Ricordati che sotto tutte le tue grandezze, tu non sei che un uomo, un nulla. Mantieni il tuo posto, difendi il tuo onore, prendi le giuste iniziative, insisti e lotta quando è il caso; ma nel tuo necessario operare ricordati sem­pre di ciò che sei. Non perdere mai di vista l'origine dei tuoi doni, non smettere di tenere davanti il fine ultimo delle tue azioni».

Se la stima di sé fosse semplicemente la stima dei doni di Dio in noi, non porterebbe alla esaltazione personale: si guarderebbero i doni in quanto sono in noi per averli ricevuti dalla liberalità divina. È a que­sto fine che l'umiltà interviene: perché io tenga gli occhi aperti, perché veda il limite e la fragilità dei doni che sono in me, moderando l'inclinazione natu­rale che porterebbe ad ingigantirli. Nello stesso tempo l'umiltà si oppone alla vana compiacenza che sarei tentato di ricavarne; vieta come una ingiustizia ogni giudizio che comporti il minimo disprezzo per gli altri.

Indubbiamente la stima di sé resta una virtù assai delicata e, senza la Grazia, costituirebbe un tenta­tivo condannato al fallimento. D'altra parte non è saggio nemmeno chiudere gli occhi e consegnarsi alla paura: i pericoli possono essere scongiurati e la profonda consapevolezza della dignità personale non saprà trovare altrove motivi altrettanto validi. Questa coscienza interiore diventa una specie di regalità che, con la forza del suo dominio salda­mente stabilito, caccia il male con uno sdegno istin­tivo e invincibile.

Se si penetra nell'animo dei santi, si scopre il sen­timento della stima di sé splendidamente cresciuto. Sanno di essere figli di Dio, partecipi della sua natura, futuri eredi della sua gloria; sono altamente fieri del­l'amicizia di Gesù, della somiglianza che egli imprime nella loro anima, dell'azione costante che esercita nel più intimo del loro essere.

Questa consapevolezza li spinge verso una perfe­zione che li ingigantisce; e la loro ambizione, con slancio sovrumano, concepirà il disegno di ingran­dire Dio stesso, lavorando per la sua gloria. Non hanno né incertezze né paure di fronte alle imprese più ardite e ai pericoli più evidenti. Con quale orrore scansano il male supremo, il peccato! Non si trova in nessun altro luogo una esaltazione più alta della stima di sé, esaltazione piena di grandezza e di forza e, nello stesso tempo, tanto dolce e pacifica, perché si svi­luppa nell'atmosfera pura e calda della verità, del bene e del bello per eccellenza.

 

MEDITAZIONE QUARTA

Desiderio della stima e del piacere di Dio

Preparazione della sera

Domani mediterò sulla trasformazione che si opera nell'anima divenuta profondamente umile della ten­denza a cercare la stima e il gradimento degli altri. Questa trasformazione segue tre direzioni, che con­sidererò una ad una:

I. il desiderio della stima di Dio;

2. il desiderio di piacere a lui;

3. il desiderio di far piacere a lui.

Il desiderio di essere stimati e il desiderio di pia­cere sono così vicini da sembrare piuttosto due mani­festazioni della stessa tendenza. Rimangono tuttavia distinti: il desiderio di essere stimati mira all'appro­vazione e aspira a un giudizio favorevole. Come si vede riguarda soprattutto l'intelligenza. Invece il desi­derio di piacere manifesta un tentativo in direzione del cuore: si cerca una stima piena di affetto.

C'è poi il desiderio di piacere e quello di far pia­cere che presentano una differenza ancora più mar­cata: il primo, per sua natura, è piuttosto egoista e si appassiona del bene che guadagna la stima. Il secondo, al contrario, cerca soprattutto il bene degli altri. C'è un fatto che li avvicina ed è questo: che il secondo deriva dal primo come l'effetto dalla causa. In altre parole: chi vuol piacere cerca generalmente di far piacere.

Il triplice desiderio di essere stimato da Dio, di piacergli e di fargli piacere, brucia nell'anima dei santi. Viene ravvivato e alimentato dalla contempla­zione ininterrotta delle prospettive trascendenti del mondo soprannaturale: i santi scorgono Dio dapper­tutto; sentono che Gesù appartiene a loro in modo speciale e, in Gesù, tutto ciò che a lui si ricollega, angeli e uomini.

 

1. Il desiderio della stima di Dio

Se avessi con Dio delle relazioni amichevoli, desi­dererei vivamente la sua stima. Ognuno ricerca la stima di quanti gli stanno attorno, soprattutto dei grandi: ottenerla significa avvicinarsi a loro e parte­cipare della loro grandezza. Ma Dio è un Essere invi­sibile, che sembra perdersi all'orizzonte. La sua stima per me non può essermi espressa da una voce che arriva alle mie orecchie o da uno sguardo diretto su di me.

In mancanza di una parola o di uno sguardo sen­sibili, non ci sono forse delle prove implicite che si fondano sulle sue affermazioni? Non lo so forse, in maniera certa, che egli tiene in grande stima ogni granello di bene, quello di un atto durato un istante e quello di una virtù consolidata in modo permanente? Nel compiere un atto di generosità, nel perfezionare una qualsiasi virtù, sono sicuro di guadagnarmi la sua stima; stima che cresce con il crescere delle mie azioni e con l'aumentare delle mie virtù. Solo la Fede comprende queste cose, solo la carità ne può fare la sua vita. Peccato che la mia Fede sia debole e la carità fragile...

Signore mio, autore di ogni luce e ispiratore di ogni desiderio di bene, fammi luce, dammi coraggio; metti alla mia portata le verità che sono alla portata dei santi; accendi il mio cuore di quella fiamma che spinse i santi a piacerti in ogni cosa.

 

2. Il desiderio di piacere a Dio

È il desiderio di attirare la sua speciale attenzione, di vivere sotto la benevolenza del suo sguardo, di essere prediletti da lui.

Il desiderio di piacere, anche nel campo semplice­mente umano, raggiunge il suo compimento nel desi­derio di essere amati. Ma insieme a questo si fa brec­cia il desiderio di ottenere una certa ammirazione. Del resto un grande amore ha bisogno dell'ammirazione. Come farsi ammirare da Dio? Con ogni sforzo gene­roso, con ogni atto distinto, con ogni sentimento ele­vato: non si ammira ciò che è ordinario.

Niente è più nobile nelle attività umane della dedi­zione e del sacrificio: si impongono senza trucchi all'ammirazione. Attirerò, dunque, l'ammirazione di Dio dedicandomi alla sua causa e, all'occorrenza, sacrificandomi per essa. Immolerò i miei gusti quando fossero di ostacolo; accoglierò serenamente le croci e sfiderò le incertezze dell'avvenire con coraggiosa fiducia.

Il desiderio di piacere a Dio diventa il desiderio di affascinarlo: siamo già oltre l'attirare la sua atten­zione e meritare la sua stima. Vogliamo conquistarne il cuore! Quale stimolo il desiderio d'essere per lui oggetto che rapisce il suo sguardo e fa pulsare il suo cuore! In questa nascente persuasione, l'anima si schiude alla più rigogliosa primavera! Le sue facoltà si animano, prendono vigore e ingigantiscono.

Quale principio di perfezione! Per piacere e con­quistare ci vuole la bellezza, ci vogliono virtù pre­ziose e qualità perfette. Quanta cura di sé nelle per­sone che vogliono riuscire attraenti! Mio Dio, se voglio piacere ai tuoi occhi e conquistare il tuo cuore, non posso accontentarmi di una mediocre vita inte­riore; devo coltivare la più delicata purezza d'animo e intensificare lo spirito di preghiera con una vita di carità.

Piacere a Gesù, Uomo-Dio, mio Fratello e Amico, guadagnarmi il suo amore, ottenere dalle sue labbra la sua dolce approvazione o attenderla in Cielo, quale spazio sconfinato al mio desiderio di piacere! Nessun limite lo restringe. L'attenzione di Cristo si fissa su di me notte e giorno; la sua anima è sensibile a tutte le attenzioni e le premure; legge distintamente nel mio cuore quello che provo per lui e non so espri­mere. Mentre quaggiù la stima non si concede che raramente e per un po' di tempo, Gesù porterà in Cielo e renderà eterna quella stima che quaggiù avrò susci­tato nel suo cuore.

 

3. II desiderio di far piacere a Dio

Il desiderio un po' interessato di attirare gli sguardi di Dio e di piacergli, si eleva insensibilmente al desi­derio disinteressato di fargli piacere. Recargli qual­che gioia, un po' di gloria, mettersi a sua disposizione, sacrificarsi affinché queste attività lo onorino, abbellirsi di virtù perché la loro vista lo faccia con­tento: l'umile non vorrebbe tutto questo?

A forza di voler affascinare Dio si rimane presi dal suo incanto; a forza di spogliarsi di ciò che lo allontanerebbe, si arriva ad amare di più la sua suprema amabilità: il desiderio di piacere fa nascere il desiderio di far piacere.

Si entra in una dimensione nuova: le qualità messe in campo per riuscire a piacergli, fioriscono ora in una forma più bella, più dolce e più perfetta. L'anima non fa che ripetere: «Purché Dio sia contento!». Vive della gioia che riesce a procurargli, non tanto per il fatto d'essere lei a donarla, ma perché la vede in Lui. Si consola delle sue proprie pene pensando che Dio è felice.

Il distacco da se stessa avviene in maniera tanto soffice che l'anima se ne accorge appena e in maniera tanto completa che Dio regna in ogni frammento. Così la virtù acquista il fondamento più solido e il perfezionamento più alto. Il capriccio e l'incostanza non trovano più posto e la superbia stessa sembra scomparire, perdendosi in Dio.

Signore mio, tanto amabile e tanto amato, dal momento che ci sono anime che sembrano non vivere altra vita che la tua e non avere altro desiderio che il tuo bene, altre gioie che le tue gioie, degnati di far discendere fino alla mia bassezza qualche sussulto per queste altezze. Se non posso volare costantemente tanto in alto, fa' almeno che io ci arrivi nella medi­tazione: ne conserverò per la vita ricordi e impressioni salutari.

Oggi, o Gesù, cercherò di farti contento in ogni cosa, cercherò il tuo sguardo, quello sguardo che possa dirmi: «Tu mi piaci!». Che cosa non farò per ottenerlo?

 

MEDITAZIONE QUINTA

Desiderio di piacere al prossimo

Preparazione della sera

Mostrarsi indulgenti, affabili e buoni verso gli altri, cercare di far loro piacere, dimostrare a tutti un calo­roso affetto che apre il cuore: ecco un ideale che la povera natura umana non può realizzare con le sue sole forze.

Troppi calcoli interessati e troppa incostanza ne dominano i sentimenti; d'altra parte, troppe defor­mazioni ne oscurano l'ideale. Bisogna che una bel­lezza venuta d'altro luogo la illumini.

L'uomo non concederà all'uomo questo amore ideale, se non rivestendolo dell'ideale divino, vedendo Dio nel prossimo e guardando questo prossimo nel seno del Salvatore, secondo il comandamento che fa da fulcro alla legge nuova.

Ho sempre capito il comando di Gesù? Penetra i miei sentimenti e si manifesta nelle mie azioni? Povero me, forse è già molto se rientra nelle convinzioni.

Mio divino Maestro, apri i miei occhi, questi occhi della fede che sola ti può scoprire: fa' che domani, ritrovandoti nel prossimo per il quale forse non avrei spesso che indifferenza e amarezza, io cominci ad amarlo di quell'amore che porto per te.

La meditazione mi farà vedere:

1. Dio nel prossimo;

2. Gesù nel prossimo;

3. come regolare il desiderio di piacere agli altri.

 

1. Dio nel prossimo

Dirigere verso Dio il desiderio di piacere e di far piacere, significa elevarlo stupendamente e dargli un traguardo che non deluderà alcuna attesa. Ma quag­giù, Dio non mi lascia vedere il suo volto, non rice­verò da lui uno sguardo, un sorriso, una manifesta­zione sicura del piacere che gli procuro. I miei rap­porti con il soprannaturale sono basati non sui sensi, ma sulla volontà. Ci sono alcuni che nella preghiera sentono la dolcezza dell'amore condiviso; altri non la sentono. Gli uni e gli altri hanno sempre fame di Dio, sia perché non lo hanno ancora gustato, sia per­ché, avendolo gustato, sono diventati insaziabili. Eccoli allora rivolgersi verso il prossimo, che Dio ha fatto a sua immagine e al quale ha comunicato la sua natura: vedere il prossimo e amarlo è un po' come vedere Dio e amare qualcosa di lui.

Evocando l'episodio biblico dell'incontro del gio­vane Tobia e del suo parente Raguele, s. Francesco di Sales scrive: «Non notate che Raguele, senza cono­scere il piccolo Tobia, lo abbraccia, lo accarezza, lo bacia e piange d'amore su di lui? Da dove viene questo amore, se non da quello che egli portava al vec­chio Tobia padre, a cui quel bambino assomigliava tanto?...

Quando noi vediamo quel prossimo creato a imma­gine e somiglianza di Dio, non dovremmo dirci l'un l'altro: "Ma guarda questa creatura, non somiglia tutta al Creatore?". Non dovremmo noi prenderle il volto, accarezzarlo e piangere d'amore su di lei? Non dovremmo donarle mille e mille benedizioni? Ma è per amore di lei? No certamente, perché non sap­piamo se quella creatura è degna d'amore o di odio per se stessa. E perché allora, o Teotimo? Per amore di Dio che l'ha formata a sua immagine e somiglianza e, di conseguenza, resa capace di partecipare alla sua bontà, nella Grazia e nella gloria; per amore di Dio, dico, da cui proviene e a cui appartiene, attraverso il quale, nel quale e per il quale essa esiste e al quale assomiglia in modo tutto particolare.

Per questo, non solamente il divino amore coman­da molte volte l'amore del prossimo, ma lo produce e lo diffonde lui stesso nel cuore umano come sua im­magine e somiglianza, perché come l'uomo è l'im­magine di Dio, così l'amore sacro dell'uomo verso l'uomo è la vera immagine dell'amore divino del­l'uomo verso Dio».

In questo modo, l'umile attinge dal suo amore a Dio un grande amore per il prossimo; egli vede nelle qualità e nei meriti del prossimo l'opera di Dio, il riflesso delle sue perfezioni, il dono che Dio gli mette vicino per aiutarlo e attrarlo. Da ogni parte Dio mi si fa vicino e si fa amare in coloro che io amo. Nel mio intimo egli si fa sentire come il principio nuovo dei miei affetti, sempre vivi, ma santamente sopraelevati.

 

2. Gesù nel prossimo

Dopo averci dato la sua somiglianza, Dio pren­de la nostra e diventa uno di noi. Unicamente per riscattarci? Basta allora che dia il suo sangue. Per­ché quei trent'anni di oscura esistenza in tutto si­mile alla nostra? Perché quei tre anni di vita pub­blica durante i quali si dà a conoscere al mondo? Perché, se non per darci un modello di come ci dob­biamo comportare gli uni verso gli altri, un mo­dello tanto perfetto e bello che a colpo d'occhio fa trasalire di meraviglia, tanto mite e umile che sem­bra diventato facile da imitare, tanto forte e tene­ro che s'impadronisce del cuore?

Così quando dà quel comandamento, che chiama il `suo': «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15, 12), ci guardiamo intorno per cercare le per­sone sulle quali riversare il nostro amore, appreso dal­l'amore di Cristo. E quando aggiunge: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 40), percepiamo l'iniziazione a quella realtà misteriosa che è la vita di Gesù in noi, la sua presenza e la sua azione nelle membra del suo Corpo mistico.

O Maestro adorato, tu mi chiedi di riversare sul mio prossimo i sentimenti che fa nascere in me il tuo fascino divino e di tradurre in atto questi sen­timenti che avvicinano gli uomini, li incoraggiano e li rendono migliori. Tu non cancelli la persona umana, ma le conferisci lo splendore del tuo nome, l'abbellisci e la proteggi. La luminosità della tua im­magine attenua le ombre dei suoi difetti; la tua azio­ne in lei la innalza; e questo per suscitare in suo fa­vore una dedizione instancabile, una compassione che non disdegna nulla e un profondo amore che risale fino a te.

Come non desiderare di piacere a coloro che Cri­sto onora? Come non cercare di far piacere a coloro che egli tanto ama? I santi si sono buttati nella rea­lizzazione di questo infuocato desiderio, che com­porta tutte le delicatezze dell'affetto, tutte le premure dell'amabilità, le soavità dell'indulgenza, la longa­nimità dell'aiuto scambievole, i servizi resi con il sorriso e perfino quella dolcezza di parola e quell'a­spetto accogliente che rivelano un cuore in cui Dio regna ed agisce.

 

3. Come regolare il desiderio di piacere al prossimo

Il desiderio di piacere a Dio e di fargli piacere, quando si volge verso il prossimo, comunica all'a­nima una inclinazione piena di quella delicatezza, elevatezza e costanza che deriva dal rapporto con l'a­mabilità infinita. Ma il desiderio di piacere perde di autenticità se incappa in certi scogli: l'esagerazione, la preoccupazione troppo personale che ha di mira più l'interesse che il bene in se stesso, e l'inquina­mento del servilismo che spinge all'adulazione e falsa l'anima.

È necessario porvi rimedio con una grande pu­rezza di intenzione, rinnovata di frequente: «Mio Dio, voglio essere buono solo per essere buono e pia­cere a te».

Nell'anima umile e pura, le deviazioni fanno pre­sto a manifestarsi: se nel desiderio di piacere s'infil­tra un senso di preoccupazione e di inquietudine è chiaro che l'intenzione sta perdendo di purezza. Cosa che diventa ancora più lampante se la preoccupazio­ne degenera in afflizione e asprezza. L'esame di co­scienza, la preghiera e l'amore per la perfezione met­teranno in evidenza ed elimineranno il pericolo.

Questo sistema difensivo sarà completato da una regola di saggia libertà. Per evitare uno scoglio, c'è forse da urtare contro un altro? Per evitare i pericoli che può portare con sé il desiderio di piacere, si deve forse sopprimere ogni manifestazione di affetto e mostrarsi infastiditi al minimo segno di apprezza­mento? Sarebbe un mutilare inutilmente la natura, impoverire l'esistenza, spezzare i legami più sacri. Non c'è qui né l'ideale né la verità.

Il desiderio di piacere deve essere conforme alle esi­genze della situazione di ciascuno; deve essere sano, franco, sottomesso all'influsso di Dio ed esercitato sotto il suo sguardo; deve irradiare quel fascino straor­dinario che forma la gloria della virtù cristiana; insomma deve far giungere all'amore e alla glorifi­cazione del Padre che è nei cieli.

Come verrebbe trasformata l'umanità, se tutti si lasciassero prendere da un simile desiderio sopran­naturale! Che pace, che consolazione nelle inevitabili disgrazie! Purtroppo l'egoismo pressoché generale impedisce ancora l'edificazione della ideale civiltà dell'amore. Nondimeno l'eroico esempio dei santi resta là a far brillare l'ideale cristiano, a suscitare generosità e dedizione, sostenute ed animate dall'a­more di Dio.

Mi deciderò ad imitarli?

 

 

ELEVAZIONI

Rapporti dell'umiltà con la carità

Comune l'obiettivo: la gloria di Dio

Al termine delle meditazioni dedicate all'umiltà, si capisce in modo nuovo l'importanza di questa virtù nel cammino verso la santità. Non si potrebbe, in un certo senso, chiamarla regina delle virtù e causa della perfezione spirituale? Senza di lei è impossibile diven­tare santi; con lei fioriscono infallibilmente tutte le altre virtù, compresa la carità. Quest'ultima in se stessa è la più alta: il suo primato è universalmente riconosciuto.

Eppure trova nell'umiltà la migliore ancella, la sua protezione e la sua salvezza. Infatti una carità che non fosse umile, non potrebbe esistere e conservarsi in vita. Per cui non sarà mai possibile trovare sepa­rate queste due virtù nell' anima.

Ambedue hanno le stesse radici, cercano insieme la gloria di Dio, gli rendono la stessa preferenza su tutte le cose, parlano lo stesso linguaggio, quello del­l'adorazione.

La carità vuole il bene di Dio e questo bene quag­giù si chiama la sua gloria. Tutto per la gloria di Dio quello che palpita nel mio cuore e quello che le mie mani possono realizzare e quello che progettano i miei pensieri! Solo la gloria di Dio ha da regnare nel­l'universo, dove anche il più piccolo atomo possiede una voce per proclamarla!

Ma la carità si trova la strada sbarrata da un peri­colosissimo nemico: la superbia, l'esaltazione del proprio io. Se mi innalzo nella stima di me stesso, se mi faccio un piedistallo con la stima degli altri, non penso più a Dio e trascuro la sua gloria. L'anima si compiace di se stessa, tende ad ergersi sopra gli altri e spreca le sue risorse nei tormenti dell'ambizione e dell'invidia.

La carità viene allora salvata dall'umiltà, che scac­cia la superbia dicendo: «Se tu sei il nulla e il male, rinuncia alle tue pretese; l'uomo non ha il diritto di avvilirsi nella ricerca di se stesso; deve tendere ad una grandezza, ad una bontà e ad una perfezione che imitino le perfezioni divine; il suo punto d'arrivo necessario è la gloria di Dio, non la propria». Al posto del miserabile io, al quale impedisce di inchinarsi, l'umiltà fa regnare Dio; ella non si disprezza che per affrancarsi; non si abbassa, che per balzare verso le altezze.

Inseparabili compagne di lotta, l'umiltà e la carità non saprebbero vincere l'una senza l'altra. Senza umiltà, la carità svanirebbe nell'illusìone; senza carità, l'umiltà sprofonderebbe nell'avvilimento. La morte dell'una porterebbe la rovina dell'altra. Unite insieme queste due virtù dànno a Dio la maggior gloria mediante il sacrificio di quanto insuperbisce la per­sona umana.

Sacrificano la stima degli altri e ciò che di solito l'attira: le doti, la riuscita, l'onore stesso. L'umiltà fornisce la materia per il sacrificio, la carità vi porta il fuoco: l'umiltà è la voce della giustizia che pro­clama la sentenza, la carità è la spada che la esegue. Se talvolta il Maestro ferma dall'alto la spada e libera la vittima, come nel caso di Abramo, e se ci lascia a scopo di bene l'aureola della stima e dell'ammira­zione, dobbiamo ritenere questi doni come dati a pre­stito.

Così, attraverso la carità, l'umiltà spinge la sua azione fino agli estremi confini del suo ideale: l'az­zeramento. Così pure, attraverso l'umiltà, la carità trova da offrire a Dio una vittima degna, per quanto possibile, della sua infinità.

Comune il principio: la visione di Dio

All'origine della carità c'è la sovrana amabilità di Dio: è il Dio infinitamente amabile che lei contempla e di cui si innamora. Verso di lui si slancia e si solleva in volo a misura che egli le manifesta la sua bellezza. Che questo amore si trasformi nell'incen­dio di una santa passione o resti semplicemente un amore di volontà determinato dalla scelta, è sempre un movimento disinteressato: non ha di mira che la divina amabilità.

Anche l'umiltà perfetta trova in queste stesse per­fezioni divine la causa principale del suo esistere. Davanti alla grandezza di Dio, l'anima avverte la sua infinita piccolezza; davanti all'autorità sovrana dell'Altissimo, si prostra in una dipendenza assoluta. Riconoscendo nell'azione di Dio il principio miste­rioso e reale di ogni bene, non trova nessun appiglio dove fondare le sue pretese, niente che appartenga veramente alla creatura, perché il nulla e il male non possono avanzare alcun diritto.

Non riuscirò, dunque, a contemplarti, mio Dio, nei tuoi adorabili attributi, senza provare questi senti­menti di carità e di umiltà. Nascono da una stessa visione, palpitano della stessa sorpresa, si accrescono vicendevolmente e si completano. Ogni ascesa del­l'una porta l'altra più in alto.

La carità dice: «Quanto è bello Dio!». L'umiltà grida: «Come sono miserabile davanti a lui!». La ca­rità riprende: «Egli ci ama». E l'umiltà si stupisce: «È mai possibile?». Allora la carità spiega: «Vedi, egli è tanto buono quanto santo; egli conosce la no­stra pochezza e si accontenta del poco che possia­mo dargli». L'umiltà rialza la fronte ed esclama: «Allora bisogna amarlo di più! La schifezza in cui mi vedo, le colpe che appesantiscono la mia vita, le miserie che formano il mio essere, diventano ra­gioni per amarlo. Come? Mi ama fino a questo punto? Amare quello che è bello e puro è l'incli­nazione naturale della bontà; ma quale immensa bontà è mai questa che ama nonostante i difetti e le ingratitudini?».

La carità risponde: « O umiltà, ci sono dunque abissi di bontà che non potrei conoscere senza di te, tu allar­ghi i miei orizzonti e ciò che io scopro per tuo mezzo accende in me il desiderio di amare più ardentemente».

L'umiltà riprende: «O carità, tu vuoi trasformarmi in te; io resto umiltà e tuttavia divento amore. Sotto il ricco mantello di cui mi rivesti, lascia che io con­servi i miei stracci: serviranno a preservare la con­sapevolezza della mia miseria nativa e trasmetteranno a tutto il mio comportamento un qualcosa di più tenero e di più affabile».

Ed ecco che la carità vuole adottare gli atteggia­menti dell'umiltà, nascondersi in qualche modo sotto i suoi stracci, per piacere solamente a Dio, per libe­rarsi da ogni vana compiacenza di se stessa, per nascondersi all'ammirazione degli uomini e conser­vare così intatto il pregio delle sue azioni.

Dice infine l'umiltà alla carità: «In Cielo tu mi getterai via come il viaggiatore si toglie il mantello che lo ha coperto lungo la strada».

«Non sarà mai - assicura la carità - io ti trasfor­merò in adorazione beatifica e ti rivestirò del mantello regale che lassù onorerà il nulla».

 

CONCLUSIONI

Esame sulla pratica dell'umiltà

Quale stima e quale desiderio ho nei confronti del­l'umiltà? Capisco fino a qual punto l'umiltà è neces­saria a tutte le altre virtù? E’ costante oggetto delle mie preghiere, argomento frequente delle meditazioni, delle letture e dei miei esami?

Fra i mezzi per acquisire l'umiltà, ce n'è almeno uno che adopero con perseveranza? Quando sono davanti al Tabernacolo, oppure quando faccio la Comunione, cerco di attirare in me l'umiltà di Gesù Eucaristia?

Guardo alle umiliazioni che mi vengono dal pros­simo o da me stesso, come a occasioni preziose per avanzare nella scienza dell'umiltà? Sono persuaso che le mie migliori opere a volte avvizziscono a causa della vanagloria? Come mi comporto negli insuccessi patiti dal mio amor proprio? La mia pace viene tur­bata o perduta, se arrivano a scoprire il poco che valgo? E per questo che metto forse una cura esage­rata nel nascondere i miei difetti e le mie colpe?

Le mie simpatie vanno alle persone semplici e modeste oppure agli spiriti audaci e sicuri di sé? Con­verso volentieri con gente di condizione inferiore? Non amo forse ciò che si distingue, perché si stacca da quell'ordinario che io disprezzo? Il mio modo di parlare e di agire non ha nulla di quelle arie di 'gran­deur' che trovo ridicole negli altri? Sono fedele allo spirito del Vangelo che richiede semplicità nello stile di vita, di vestito, di cibo, di alloggio?

Mi piace fare in segreto, secondo il consiglio del Signore, le opere buone? Mi ripugna accettare elogi, soprattutto le adulazioni false? Ho forse quel difetto, tanto comune, di dilungarmi a parlare con soddisfa­zione delle mie opere buone?

Resto umile nelle consolazioni, nei progressi spi­rituali e nella riuscita delle mie imprese? Sono capa­ce di contentarmi della buona testimonianza della co­scienza e di fare a meno dell'approvazione altrui? Ho forse combattuto tristezze e scoraggiamenti compia­cendomi di qualche aspetto positivo della mia perso­nalità?

La sfiducia in me non è che il preludio di una grande fiducia in Dio? Mi servo forse dell'umiltà come di un pretesto per la pigrizia, perdendo tempo a gemere sulle mie miserie, invece di superarle con l'impegno e il sacrificio? La mia umiltà si trasforma talvolta in umore tetro, in noia di me stesso e dei miei compiti?

Non è forse per falsa umiltà che temo di farmi avanti quando è necessario, e mi chiudo nell'isola­mento di fronte alle offese del mondo? La mia timi­dezza non è semplicemente un travestimento dell'amor proprio? Quando l'utilità e la carità richiedono che parli di ciò che mi riguarda, faccio trapelare qual­che forma di truccata modestia?

La mia umiltà è abbastanza soprannaturale da man­tenermi paziente e mite davanti alle mie miserie, da accettare le situazioni che manifestano i miei torti o i miei difetti e ne fanno argomento di critiche, ironie e calunnie? Il mio amor proprio non se la prende con troppa facilità per una mancanza di riguardo, per una parola pungente?

Il dispiacere dei miei peccati non è forse in gran parte causato dalla vergogna e dal dispetto? E la mancanza di umiltà che mi impedisce di rialzarmi prontamente dopo le cadute e di utilizzare in se­guito a fin di bene le mie colpe, che invece cerco di sminuire nascondendomi dietro le attenuanti delle circostanze?

Se temo la presunzione, non è soltanto perché si oppone alla mia abitudine di comandare e di avere `ufficialmente' ragione? L'opinione che ho di me stes­so probabilmente è il contrario di quella che face­va dire a s. Paolo: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io» (1 Tm 1, 15), e a s. Vincenzo de' Paoli: «Io sono peggio dei diavoli».

Sento profondamente il bisogno di pregare prima di agire e quello di ringraziare dopo l'azione? Col­tivo ambizioni nascoste, oltre a quella di mettere il meglio di me nei doveri che mi sono affidati? Stimo i miei incarichi superiori al mio valore personale? Lavorare alle dipendenze, riservare a me i lavori più ingrati, lasciare agli altri il merito della riuscita, mi è facile o penoso?

Resto calmo se un superiore fa poco conto di me, se mi rivolge qualche osservazione? Ai rimproveri oppongo repliche o scuse, invece di promettere sinceramente di far meglio? Non sono eccessivamente geloso della mia indipendenza?

Mi sforzo di avere una buona opinione del prossimo e di parlare bene di lui, di non fissare il pensiero sui suoi difetti, di non giudicarlo, di evitare la contrad­dizione e la discussione vivace? Riesco a non inter­rompere gli altri e a tacere a tempo? Ho il pensiero di lasciare agli altri ciò che vi è di meglio e di più appetibile, di aver per loro premure dettate dal sen­timento della mia inferiorità? Non c'è niente in me che risente di quello spirito di intraprendenza che tende a dominare sugli altri?

Sopporto con mitezza, sull'esempio del divino Maestro, che non mi si ascolti, che mi si contraddica, che si snaturino le mie intenzioni, che si respingano le mie richieste, che si trascurino i miei consigli, che mi si tratti senza riguardo e anche senza rispetto? Quando mi credo vittima della malevolenza o del­l'ingiustizia, non respingo forse con ira ciò che mi ferisce?

Mentre nostro Signore ha taciuto davanti all'odio e alla calunnia, io sono propenso a vendicarmi con parole sprezzanti e beffarde, a nutrire contro i miei avversari un rancore persistente, oppure a perdermi di coraggio per la tristezza? Per quanto possano essere crudeli le mie pene, so riconoscere che come pecca­tore merito trattamenti peggiori? Prego per coloro che mi umiliano e mi disprezzano? Sono deciso ad abbandonare fino alla fine ogni mia causa nelle mani del Padre celeste, per poter vivere e morire nella sua beata pace?

 

CONCLUSIONI

Consigli finali

Devo definire in modo preciso i miei propositi, esaminando ciò che ho da correggere o da introdurre, e i mezzi da utilizzare per riuscire.

Sceglierò una immagine che ritorni con facilità alla mente e scuota l'animo; per esempio: l'infinità di Dio di fronte al mio nulla, la presenza misteriosa di Gesù in me, il ricordo di certe colpe umilianti, la constatazione di un evidente stato di inferiorità, ecce­tera.

Concentrerò il mio sforzo in una pratica molto effi­cace, come: adorare Dio profondamente prima della preghiera, impormi un aspetto umile e sereno in ogni circostanza, controllare i miei gesti e il tono della voce, fare attenzione ad ascoltare gli altri...

Stabilirò una punizione per ogni mancanza: una preghiera speciale, una privazione, una accusa parti­colareggiata nella confessione. Come minimo, segnerò ogni giorno il numero delle mie mancanze, per sen­tirmi umiliato.

È bene prendere nota delle meditazioni o delle let­ture sulle quali sarebbe utile ritornare in ragione di una per settimana o per mese. Senza questo prolun­gato esercizio, i particolari vanno perduti, le impres­sioni si cancellano e il ritmo rallenta. Formarsi all'u­miltà è un lavoro di largo respiro; tornerà utile rileg­gere spesso gli insegnamenti di questo libro.

Per chiudere degnamente le meditazioni, bisognerà mettere in atto alcune pratiche un po' straordinarie. Sarebbe il momento di fare una confessione più con­trita e più completa, indicando nei dettagli le colpe che, più o meno direttamente, feriscono la virtù del­l'umiltà, accusando anche i peccati più umilianti del passato.

La Comunione sia preparata con più cura; il rin­graziamento sia più fervente e prolungato. Ci si impa­dronisca talmente di Gesù da portarlo ovunque si andrà e il profumo della sua umiltà eucaristica pene­tri tutta l'attività quotidiana.

Nel mio aspetto e nel mio portamento assumerò un tono molto tranquillo e mite. Ascolterò e parlerò in modo da far piacere a tutti.

La visita al SS. Sacramento avrà un che di solenne: mi muoverò con più gravità, con atteggiamento più dimesso, resterò in ginocchio a lungo, andrò vicino all'altare per stringermi maggiormente a Gesù e mi metterò in uno stato di sensibile intimità con lui. Gli parlerò veramente cuore a cuore, con tutta la since­rità dell'anima toccata da tante riflessioni sull'umiltà, di cui lui è il modello incomparabile. Gli dirò quanto ammiro i suoi abbassamenti e le sue umiliazioni, la sua pazienza e la sua bontà; gli confermerò il mio amore, supplicandolo di accrescere questo affetto ancora tanto tiepido; lo pregherò ardentemente di concedermi la grazia di comprendere sempre meglio l'umiltà e di diventare un'anima davvero umile. Andrò poi ad inginocchiarmi davanti alla statua della Madonna, per supplicarla di benedire i miei pro­positi e di intercedere presso il suo divin Figlio, affin­ché in modo più sicuro e veloce io entri e cammini nella via della santa umiltà, dov'ella ha camminato con tanta perfezione.