L’ORAZIONE

Dal libro: LE DIVINE PAROLE di P. Augusto Saudreau O.P. - versione dal francese di P. Nivole O.P. - 1924

I. - ECCELLENZA DELLA PREGHIERA.

1. La preghiera è il gran mezzó per aumentar l'amore.

Ecco un insegnamento di Dio Padre a santa Caterina da Siena: Quando l'anima è en­trata nel cammino della perfezione, passando per la dottrina di Gesù crocifisso, con vero amore della virtù ed odio del vizio, quando con perfetta perseveranza è giunta alla casa del conoscimento di sè, ella vi si rinchiude in vigilia e continua orazione, si separa al tutto dalla conversazione del secolo. Perchè si rinchiude? Per timore, conoscendo la sua imperfezione, e per desiderio che ha di giun­gere all'amore schietto e liberale. E’ perchè vede bene e conosce che per altro modo non vi può giungere, perciò aspetta, con viva fede, la mia venuta, per accrescimento di grazia in sè. In che si conosce la fede viva? Nella perseveranza della virtù, non volgendo il capo indietro, né levandosi dall'orazione santa, per veruna cosa che sia. Salvochè per obbedienza o per carità non si deva abbando­nare la preghiera (Dialogo, c. LC).

Domandami ciò che vuoi, diceva nostro Signore alla Madre Clément, purchè mi ami, l'otterrai  (Parte II, c. vII).

 

2. Dio è felice di vederci accostare a lui colla preghiera.

Mentre che un tale recitava il Pater, santa Brigida udì come alla sua preghiera rispose lo Spirito divino: Amico mio, ti rispondo in primo luogo da parte della Divinità: tu avrai l'eredità col tuo Padre celeste; in secondo luogo da parte dell'Umanità del Verbo: tu sarai il mio tempio; terzo, da parte dello Spi­rito Santo: tu non avrai tentazioni oltre ciò che puoi portare; il Padre ti difenderà, l'Uomo Dio t'assisterà, lo Spirito Santo t'infiammerà. Come la madre, quando ode la voce del suo figlio, gli va incontro con gioia, come un padre elle ha un figlio che lavora, gli va incontro e porta con lui il carico, così io vado incontro ai miei amici, rendo loro facili tutte le cose difficili e le faccio loro portare con gioia (lib. IV, c. exVII).

 

3. Gesù s'associa alle nostre preghiere.

S. Matilde avendo salutato il suo Diletto, ricevette questa risposta: « Quando mi sa­luti, io saluto te a mia volta, quando mi lodi io lodo me stesso in te e quando tu rendi grazie anch'io in te e per mezzo tuo, rendo grazie al Padre mio (Parte III, c. Il).

 

4. Il Signore supplisce a ciò che manca alle nostre preghiere.

Durante la Messa In excelso throno, Ma­tilde vide il Signore Gesù sotto la forma d'un bellissimo fanciullo dell'età di dodici anni, seduto sull'altare come un re sul suo trono e che diceva: « Eccomi, con tutta la mia virtù divina, per guarire tutte le vostre ferite ». – Oh! S’egli volesse offrir per te una lode piena e intera a Dio Padre, diceva a se stessa la Santa, io sarei molto più contenta. E il Si­gnore a lei: « Che cosa è dunque il desiderio della lode di Dio, se non un certo dolore del­l'anima che s'affligge di non poter mai lodare Iddio quanto ella vorrebbe? Similmente i de­sideri, la divozione e tutta la buona volontà che ha un'anima di far il bene sono per lei come ferito e, quando vengo a supplire io stesso, la guarisco da tutte le sue ferite » (Parte I, c. ix).

 

5. Il miglior uso che si possa fare delle membra e del cuore.

Nostro Signore disse a S. Matilde: « Figlia mia, il bene più grande e più utile per il quale l'uomo possa usare la sua bocca, è la lode di Dio e la conversazione con Dio nella preghiera. L'opera più lodevole per gli occhi è versar lacrime d'amore e fare una costante lettura della Scrittura Santa. Per gli orecchi è ascoltare con piacere la parola di Dio ed ogni parola di comando o di consiglio che ci venga rivolta. Per le mani è sollevarle in una preghiera pura e scrivere. Ciò che v'ha di meglio per il cuore è amare ardente­mente, desiderare Iddio con tutta l'anima e meditare su di lui con dolcezza. Per tutto il corpo, le genuflessioni, le prostrazioni, gli atti di carità verso il prossimo saranno di grande utilità » (Parte III, c. XLVIII).

 

6. Le quattro specie di preghiere che abbelliscono la celeste Gerusalemme.

Matilde, udendo il responsorio «Vidi la santa città di Gerusalemme ornata e com­posta delle preghiere dei Santi», si doman­dava come una città poteva esser composta di preghiere. « Questa città è ornata, disse il Signore, come d'oro e di gemme di quattro specie di preghiere. La prima è quella onde gli eletti chiedono con cuor contrito ed umi­liato il perdono delle loro colpe. La seconda ha luogo quando gli uomini si rifugiano presso Dio nella tribolazione, e implorano il suo soc­corso. La terza è quando, in un sentimento di carità fraterna, s'intercede per la necessità e per la miseria d'un altro. Siffatta, preghiera è graditissima a Dio, e la celeste ne è sommamente abbellita. La quarta è la preghiera che, per un puro amore di Dio, si fa per la Chiesa in generale e per ciascuno, come per se stesso. Questa preghiera orna la celeste Gerusalemme conte il sole nascente adorna il firmamento! (III, cap. XLVII).

 

II. - DESIDERIO CHE HA IL SIGNORE DI ACCORDARCI I SUOI  BENEFICI.

7. La preghiera abbandona Iddio in potere deIl’uomo.

Durante la preghiera, Matilde ricevette dal Signore questo lume riguardo ad un frate pre­dicatore: « Io mi sono abbandonato anche in suo potere; non voglio colpire nessun pec­catore contro la sua volontà e a tutti quelli per cui egli pregherà voglio concedere tante grazie quante a lui piacerà di domandarmi » (Parte IV, c. XLI).

Mentre Matilde pregava il Signore per tutti quelli ch'crano in istato di peccato, affinchè egli li covertisse il Signore le disse: « Eb­bene, per le tue preghiere io convertirò cento peccatori » (Parte IV, c. LVII).

 

8. La buona preghiera che domanda a Dio quello ch'egli desidera più di noi.

Matilde pregava per la sua Congregazione, dicendo: Padre santo. conservate in nome vostro quelle che voi m'avete date. - E il Signore le rispose: « La tua voloontà è la mia, io le conserverò infatti nell'innocenza e le preserverò da ogni male ». Ella pregò anche il Figliuolo, dicendo: vi prego che siano esse uno in voi; come noi siamo uno; che, per una piena e intera volontà siano a Dio unite in tutto, come i Santi in tutto gli sono uniti in cielo. E il Figliuolo le rispose: « Il tuo desiderio è il mio, io sono in loro, ed essi sono in me; e così io perfezionerò e confer­merò in me tutte le loro opere ». Poi pregò lo Spirito Santo, dicendo: Santificatele nella verità, degnatevi d'esser il loro consolatore. E lo Spirito Santo le rispose: «La tua gioia è la mia, io voglio essere il loro consolatore e il loro conservatore». Ella udì allora echeg­giare nel cielo un suono dolcissimo, che ve­niva dal rumore delle discipline che in quel inoniento si davano quelle suore per la salute comune. A quello strepito, gli angeli applau­divano e sussultavano di gioia: i demonii, occupati nel torturare le anime, se ne fuggi­vano molto lontano: le anime erano liberate dalle loro pene e spezzate erano le catene dei loro peccati (Parte II, c. xxvi).

 

9. Iddio ci spinge a chiedere quello ch'egli desidera di darci.

Nostro Signore, racconta Giuliana di Norwich, tutto ad un tratto mi pose questo in mente: « Io sono il fondamento della tua in­tercessione: prima di tutto è mia volontà, di darti qualche cosa, allora faccio in modo che tu la voglia, poi ti spingo a domandarla e tu la domandi. Ora, come sarebbe possibile che tu non l'ottenga? ». Tutto ciò che il Signore ci suggerisce di chiedere, aggiunge ella, ce lo destinò egli stesso da tutta l'eternità; perciò è lietissimo quando noi preghiamo (Révéla­tiort9, c. XLIV).

 

10. Desidera più Dio di darci che noi di ricevere.

Gesù disse ad Angela da Foligno: « Do­mandami una grazia per te, per le tue com­pagne, per altri che t'interessino. e preparati a riceverla, perché io sono molto più pronto a dare che a ricevere » (Bollanti. n. 52).

« Mia dilettissima, disse il Signore a santa Caterina da Siena, i tuoi desideri mi rapi­scono: mi piacciono tanto che io sono molto più avido di soddisfarli che non lo sei tu di vederli sodúisfatii. Io bramo ardentemente darvi, quando consentite, le grazie che sono utili alla vostra salute; perciò m'affretto a contentare il tuo desiderio e a gradire le tue domande» (Trattato della perfezione, 7).

 

11. Il Signore eccita a pregare per concedere le sue grazie.

Soventi volte, dice Giovanna Benigna, ri­cevendo il Signore, gli domando d'accordare il suo amore a tutti quelli che desiderano di piacergli, ed egli mi assicura che tutto quello che gli chieggo con una perfetta fiducia mi è concesso; quindi egli si lamenta solo della picciolezza del mio cuore e del ritegno che le mie ansietà gli dànno, aggiungendo: « Ah! Benigna, quando verrai tu a me con un cuor grande e aperto? ». Quando mi trovro spinta a pregarlo per malati o per altri bisogni rac­comandati alle orazioni comuni, Gesù mi dice: « Sono io che ti eccito a supplicarmi per ot­tenere quella grazia dalla mia misericordia, ebbene, andrò e lo guarirò » (Parte III, ca­pit. VIII).

Il divin Salvatore le ordinò ripetute volte di pregare per Ginevra... Ella gli chiedeva di suscitare santi operai che fossero capaci di lavorare in quella vigna, per sbarbicarne le spine e scacciarne le bestie velenose che la desolavano. Una volta il nostro dolce Gesù le disse: « Se l'uomo per il suo proprio interesse non s'opponesse, ciò sarebbe già fatto». Al-

lora ella gli disse: Ah! Signore, fate trionfare il vostro interesse e la vostra gloria! - Ma egli le rispose: « Io non sforzo lo spirito di nessuno, ma Benigna ed altre anime buone, che vi s'interessano per me, devono pregare, perchè il cuore degli uomini si disponga libe­ramente a cooperare alla mia grazia. Allora la mia potenza farà i suoi miracoli consueti » (Parte III, c. xv).

Nostro Signore, racconta la B. Anna di S. Bartolomeo, m'apparve sotto la medesima forma che aveva sopra la terra; era d'una bellezza maravigliosa, ma pareva afflittissimo  accostandosi a me, mi pose la sua destra sulla spalla sinistra (era d'un peso così grave che non posso esprimere); e mi confidò la sua pena dicendomi: « Figlia mia, assistimi, vedi quante anime perdo! » E mi faceva vedere in spirito tutta la Francia così distintamente come se la vedessi co' miei proprii occhi. Ohimè l’eresia vi faceva perire a migliaia le anime (Vita, Parte 1, cap. vii).

 

12. Il Signore si compiace di versare i suoi doni per interposizione dei suoi. figli.

Mentre pregavo recitando le Litanie dei Santi, per parecchi bisogni pubblici, racconta Giovanna Benigna, l'Amore mi disse: « La regina è esaudita; ed ella otterrebbe grazie meravigliose per tutto il mondo, se non fosse così ritenuta nel domandarmele e così fredda nel riceverle a motivo dei timori ch'ella nutre internamente » (Parte III, c. vii).

 

13. Dio si compiace di esaudire le preghiere che gli rivolgiamo per quelli che ci sono cari.

S. Chiara da Rimini (+ 134t) pregava spesso per le suo compagne, per i suoi be­nefattori, dinanzi a un'immagine di nostro Signore. Un giorno quell'immagine le disse: « Io non posso rifiutarmi alle tue istanze; sii sicura che le persone che tu ami saranno scritte nel libro della vita » (Piccoli Bollah­disti, 10 febbraio).

Elisabetta Canori, pregava per le sue due figlie, quando Iddio le fece udire queste parole nell'intimo del suo cuore: « Queste due anime sono già tue, e lo sono perchè tu lo vuoi ».

E la voce divina aggiunse: « Sappi che tutte le anime che si sottomettono volontariamente a te saranno salve» (Biografia, c. xxx).

 

14. Colui che ha tanto sofferto per nostro bene rifiuterà egli quello che gli domandiamo?

S. Teresa, facendo al Signore una preghiera, temeva di non essere esaudita, a cagione de' suoi peccati. Allora, racconta ella, nostro Si­gnore m'apparve, mi mostrò la piaga della sua mano sinistra, e dall'altra mano estrasse un gran chiodo che vi portava conficcato. Nel medesimo tempo che ne divelse il chiodo ne strappò anche la carne. L'estremo dolore che ne seguì era visibile ed io ne avevo il cuore spezzato. Mi disse che « dopo aver sopportato tali sofferenze, non poteva esservi dubbio ch'egli non m'accordasse anche più volentieri ciò che gli chiedessi. Mi promet­teva inoltre di esaudire tutte le mie preghiere, ben sapendo ch'io non gliene rivolgerei nes­suna che non fosse per la gloria sua. E ag­giunse « che anche in quel tempo in cui non lo servivo punto, egli m'aveva sempre accor­dato più ancora di quello che gli chiedevo; così io non dovevo in conto alcuno dubitare ch'egli non lo facesse anche di più adesso che era sicuro del mio amore» (Biografia, c. xxx).

 

III. - EFFICACIA DELLA PREGHIERA.

15. Trionfo della preghiera.

C'era a Siena un uomo chiamato Andrea di Naddino, che era legato dai lacci di quasi tutti i peccati e di tutti i vizi. Colpito mor­talmente si abbandonava alla disperazione; santa Caterina si mette a pregare il Signore e con altissime voci interne grida avanti a lui dicendo che non permetta in verun modo che perisca quell'anima ricomperata col prezzo del sangue d'un Dio. A cui rispose il Signore: « Le iniquità di colui e le sue orribili be­stemmie sono già salite fino al cielo; poichè non solamente colla bocca ha besteminiato me e i miei Santi, ma ha gettato ancora nel fuoco una tavola ov'era l'immagine mia, della mia Madre Santissima e d'altri amici Santi. È dunque giusto ch'egli arda nel fuoco eterno. Lascialo stare, carissima figliuola, poichè è degno di morte ». Ma ella prostrata a' piedi del suo dolcissimo Sposo, colle lacrime, diceva: Se tu, amantissimo Signore, vorrai badare ai nostri misfatti, chi scamperà l'eterna danna­zione? Caterina, non cessò d'interceder presso Iddio, che le opponeva sempre il numero e l'enormità dei delitti di quell'uomo e sempre più invocava la misericordia di Dio; final­mente fu la misericordia ch'ebbe il soprav­vento sulla giustizia. Il divin Maestro disse alla Santa: « Dolcissima figliuola, ecco, ho esaudita la tua orazione, e adesso convertirò colui, per cui tanto ferventemente tu preghi ».

Nell'istess'ora apparve il Signore ad An­drea, che giaceva infermo, dicendogli: « Per­chè, o carissimo, non vuoi tu confessare le offese che m'hai fatte? Confessale in tutti i modi, perchè io son pronto a perdonarti generosamente i tuoi peccati ». Alla qual voce s'ammullì grandemente quel cuore ostinato, onde con alta voce gridò a coloro che lo ser­vivano: Mandate a chiamare il Sacerdote, ch'io voglio confessare i miei peccati. - E si confessò e morì con ammirabili sentimenti di pentimento e d'amore (Vita, B. Raimondo, Parte II, c. vii).

Ascoltiamo queste dolci, parole del Salva­tore alla pia Visitandina: « Benigna, da quin­dici anni, ad ogni comunione che fai, io ac­cordo alle tue preghiere, colla mia grazia mi­sericordiosa e potenze, la vera conversione d'un eretico, specialmente dei più ostinati della ribelle Ginevra » (Parte II, c. VIII).

Una volta, dice Benigna, che le piogge guastavano i prodotti della campagna e si facevano molte preghiere per farle cessare, io dissi: Signore, prendete sulla vostra mi­serabile creatura la soddisfazione dei pec­cati pubblici. E il dolce Salvatore mi rispose: « Questo popolo è ingrato, si ostina nel castigo e si rende insolente nella prosperità ». Il mio povero cuore tacque, gemendo, senza osar parlare. Gesù ebbe pietà del mio dolore e mi disse: « Benigna, per questa volta per­dono a questo popolo e in questo medesimo istante ritiro il mio castigo ». Difatti all'uscir dal coro il sole brillava e il bel tempo durò a lungo (Parte III, c. xv).

 

16. Quanto è potente la preghiera dell'anima perfetta.

Sgnore, chiedeva Giovanna Benigna, che cosa volete che la vostra Benigna vi domandi per tutti i popoli cristiani che gemono nel timore di tanti flagelli, onde li punite e li minacciate ancora? - Il Signore si degnò di risponderle: «I giusti che mi servono per amore confidano assai in me nel tempo della tribolazione e mi pregano di trattenere i miei castighi; io li esaudisco e per riguardo a loro perdono ai peccatori più ingrati, facendo come un buon padre che mostra la verga a' figliuoli male avviati e si fa pregare da qualche amico in­timo di perdonar loro. Così faccio io e i col­pevoli si correggono. Vedi dunque, o Benigna, che è bene ch'io minacci gli uomini, per ri­condurli al loro dovere e che così io riprenda senza colpire. Altre volte io colpisco, ma mi faccio trattenere da te il braccio, o Benigna, e sono glorificato ottenendo con questo mezzo qualche emendamento» (Parte III, c. xi).

 

17. I veri amici di Dio possono tutto sopra il suo Cuore.

S. Matilde pregava il Signore che allonta­nasse dal suo monastero una sventura che lo minacciava e ricevette questa consolante pro­messa: « Tu sei la mia gioia e io sono la tua; finchè vivrai e sarai la gioia del mio Cuore, il monastero non proverà simili dis­grazie » (Parte IV, c. XIII).

Gli abitanti di Beaune, dove viveva la Ve­ner. Margherita del SS. Sacrarnento, erano in una grande ansietà, temendo l'invasione d'un esercito nemico che assediava già la città di Verdun. Il divin Salvatore disse a Marghe­rita: « Mia sposa, voglio che tu conosca la virtù della mia Infanzia; continua a pregare, perchè insieme con me tu farai ritirare tutto quell'esercito che incute paura a tutto questo paese ». Egli le diceva ancora: « Io ti faccio queste grazie, affinchè tu trattenga la mia giustizia, perchè ti ho suscitata per la prote­zione del mio popolo. Prega incessantemente per il re, per lo Stato e per la Provincia » (lib. III, c. ix).

 

18. Sono più considerevoli le grazie accordate che le grazie domandate.

Una volta che il popolo era afflittissimo per il mal tempo e pregava senza esser esaudito, S. Geltrude si lagnò con nostro Sigrore che le rispose: « Non ci sarebbe da meravigliarsi che un padre volesse che il suo figlio gli doman­dasse una moneta d'argento, se avesse in­tenzione di concedergli cento marchi d'oro così non devi fare le meraviglie ch'io diffe­risca ad esaudirvi oggi, perchè ogni volta che m'invocate, anche con le più brevi pa­role e coi più piccoli pensieri, io metto per voi in serbo nell'eternità dei beni che supe­rano di gran lunga cento marchi d'oro » (li­bro III, c. xxxi).

Un'altra volta che la medesima Santa domandava al Signore di far cessare una gran siccità, egli le disse: « Con questo tempo disastroso voglio sforzare certi spiriti ribelli a rifugiarsi presso di me colla preghiera; perciò non darò corso alla tua domanda, ma in cambio t'accorderò un favore spirituale » (lib.], c. XIII.

Geltrude, sentendosi ardere d'un maggior de­siderio per il Signore, gli disse: Ah! Signore, potrò ora pregare? - E il Signore a lei: « Sì, mia Regina, tu puoi perfettamente darmi i tuoi ordini, ed io mi farò premura in tutto d'ob­bedire a' tuoi voleri e a' tuoi desideri, con maggior prontezza di quello che nessun ser­vitore mai ne potrà dimostrare nel servire la sua padrona ». - Poiehè voi vi dite così disposto ad esaudirmi, sebbene indegnissinia, perchè la mia preghiera rimane spesso senza effetto? - « Quando la regina dice al suo ser­vitore: dammi il filo che è dietro di me, sulla mia spalla sinistra, credendo che sia lì, giac­chè ella non può vedere dietro di sè, ed egli, cercando di fare ciò che gli si comanda, vede il filo pendere a destra e, non a sinistra, lo piglia tosto ove lo trova, e in presenta alla pa­drona, trovando più saggio agire così che trarre, per esempio. un filo della tonaca dal suo lato sinistro a fine di eseere il suo ordine alla lettera. Similmente io che sono la Sapienza imperscrutabile, se alle volte non esaudisco le tue preghiere secondo i tuoi voti, è perchè io li esaudisco in un modo più utile per te. Perciocchè l'umana fragilità t'impe­disce di discernere ciò che è meglio » (1. III, c. XXXIII).

 

19. grazia dí protezione ottenuta colla preghiera.

Geltrude, pregando per un'anima che amava, vide il Signore stendere la sua mano sinistra verso di lei e dirle: « Io la metterò sotto la protezione della mia incomprensibile onnipotenza e della mia imperscrutabile sa­pienza, e della mia bontà amabilissima»

(lib. III, cap. LVXIV; ed. lat., p. 258).

 

20. Partecipazione alle preghiere e alle buone opere.

Geltrude domandò al Signore che una per­sona avesse parte a tutte le opere ch'ella compiva; e nostro Signore le rispose: « Io comunicherò a codesta persona tutti i favori che la mia liberalità senza limiti opera gra­tuitamente e opererà in te sino alla fine». E la Santa: Poichè la Chiesa tutta quanta partecipa a tutto ciò che voi vi degnate di compiere in me, così come in tutti i vostri eletti, che cosa è che questa persona parteci­oerà di particolare della vostra tenerezza, quando, per una speciale affezione, io doman­derò ch'ella abbia parte a tutti i benefizi che voi mi conferite? E il Signore a lei: « Una giovane che sa, con perle e pietre preziose, comporsi varai ornamenti per fregiarsene lei e la sua sorella, fa onore al padre suo, alla sua madre e a tutta la sua casa. Quantunque la maggior parte degli elogi del pubblico si rivolgano a quella che così si adorna di col­lane e di braccialetti, che compose lei stessa, tuttavia quella fra le dette sorelle ch'ella ha scelto per fargliene portare altri simili non lascia di essere più guardata delle altre sue sorelle che nulla hanno ricevuto di simile: così, sebbene nella Chiesa s'abbia parte a tutti i favori accordati a ciascun fedele in partico­lare, tuttavia ne approfitta anzitutto di più colui che li riceve; poi quegli, a cui egli desi­dera particolarmente di comunicarli, ne ritrae a una volta maggior frutto e vantaggio » (lib. III, c. LXXVI).

 

IV. - FRUTTI DELLA PREGHIERA DIFFERITI, NASCOSTI, MISURATI SECONDO LA COOPERA­ZIONE DELL'ANIMA.

21. Sovente Iddio differisce di esaudire le no­stre preghiere per concedere assai di più a tempo opportuno.

Una persona, essendosi lamentata di non sentire alcun vantaggio dalle preghiere fatte per lei, Geltrude ne chiese la causa ai Signore, che le rispose: « Ella deve confidare nella mia bontà e sapienza, poichè io sono per lei un padre, un fratello, un amico, e veglierò sugl'interessi del suo corpo e dell'anima sua con maggior sollecitudine e fedeltà ch'ella mai non farebbe per gl'interessi d'un suo pa­rente. Colla massima fedeltà le conserverò, per un momento prestabilito e più favorevole, i frutti di tutte queste preghiere e di tutte queste domande fatte a me per lei. Allora li spanderò tutti su di lei, quando nulla potrà più guastarli o diminuirli. Si persuada bene che questo è per lei molto più salutare che il provare, subito dopo una preghiera fatta in suo favore, qualche dolcezza cui ella guaste­rebbe forse colla vanagloria, o il ricevere qualche vantaggio temporale che potrebbe di­venire per lei un'occasione di più peccati» (lib. III, c. Lxxx).

Pregando S. Geltrude per certe persone, il Signore le fece vedere che versava sopra di esse le sue grazie. Ma, chiese ella, che giova loro ch'io riceva, da voi questa cognizione, se esse medesime non senton nulla? Al che il Signore rispose: « E' forse inutile al padre di famiglia riempire le sue cantine di carrate di vino, benchè egli non ne gusti tutti i mo­menti? Tutte le volte ch'egli vuole, può trarne a volontà e berne a suo piacimento. Così quando, a richiesta de' miei eletti, io accordo grazie ad altri, quantunque costoro non sen­tano subito il gusto della divozione, tuttavia, a tempo opportuno, essi ne proveranno con maggior soavità l'effetto della mia bontà » (lib. IV, C. LIX).

Agnese di Langeac aveva dal suo confes­sore ricevuto l'ordine di chiedere al Signore dei soggetti per lo stato religioso. Ella rice­vette questa risposta: « Mia cara figliuola, stai in pace, tu hai fatto l'obbedienza. Quando sarà tempo ti esaudirò; continua a pregarmi così. Tu mia cara figliuola, non puoi dir meglio di quando metti innanzi il mio onore e la mia gloria, e le parole amorose che mi rivolgi mi guadagnano il cuore » (P. ITT, xi ).

 

22. Come dobbiamo accettare di veder ritardali i nostri desideri.

Matilde ringraziava Dio per il sentimento che gli fece dire: Ho desiderato con vivo desiderio di mangiare questa Pasqua con voi. - E il Signore a lei: « Io vorrei che tutti ricordassero che il mio desiderio fu protratto per lungo tempo, ed essi non verrebbero meno quando, per una disposizione divina, i loro desideri si trovano così differiti » (P. III, cap. x1,11),

 

23. Frutti della preghiera spesso invisibili, ma sempre reali.

Geltrude, chiedendo al Signore a che ser­vissero le preghiere ch'ella faceva per i suoi amici, poichè non ne vedeva comparire nessun frutto, ebbe questa risposta: « Quando un fanciullino ritorna dal palazzo dell'imperatore, dotato da lui di magnifiche possessioni, chi mai, fra quelli che vedono la debolezza della sua infanzia, riconosce in lui l'effetto d'una tale donazione, laddove i testimoni del fatto sanno quanto quelle ricchezze debbano ren­derlo un giorno potente e ragguardevole? Non ti faccia dunque meraviglia se non vedi cogli occhi del corpo il frutto delle tue pre­ghiere, di cui io dispongo secondo l'ordine della mia sapienza eterna per un maggior profitto. Quanto più si prega per qualcuno, tanto maggiori grazie egli riceve, perchè una preghiera fedele non resterà punto senza frutto, quantunque tale frutto sfugga agli occhi dei mortali » (lib. III, c. xxx; ed. lat., pag. 185).

 

24. Perchè la preghiera non ci libera sempre dalle nostre pene.

Matilde, pregando per una religiosa, che versava in grande ansietà, vide il Signore presso un monte coperto di fiori e nell'atto di tenere la sua destra alzata contro il monte. Ella scorse allora su quel monte piccoli insetti simili a moscerini, e il Signore le disse: « Colla medesima facilità onde un uomo po­trebbe colla mano allontanare questi moscerini io potrei, se volessi, allontanare da colei per la quale preghi, tutte le sue noie; ma non lo voglio fare, affinchè, essendo lei stessa ten­tata nelle piccole e minime cose, dalla mia grazia ch'ella invoca impari come debba dar consiglio ed aiuto agli altri nelle grandi ten­tazioni ». E aggiunse: « Sappi del resto che le molestie ch'essa prova non possono farle male più di quello che possano devastare que­sto monte i moscerini che tu vedi » (Parte IV, cap. XL).

 

25. Le grazie ottenute dalla preghiera perfezio­nano lentamente e insensibilmente le anime.

Un giorno che Geltrude era in preghiera., vide uscire dal seno del Signore un ruscello così puro come il cristallo, che andava a per­dersi nel cuore della persona per cui ella pre­gava. O Signore, disse ella, a che servono codeste effusioni a quest'anima, poichè ella non le sente punto? - « Quando un medico fa prendere una pozione salutare a un malato, gli assistenti non vedono il malato ristabilito, appena ch'essa è presa; nemmeno il malato s'accorge d'esser guarito. Tuttavia il medico, che conosce l'efficacia della pozione, sa per­fettamente ch'essa gli farà bene ». - Perché, o Signore, non le togliete i suoi moti disor­dinati e gli altri suoi difetti per cui vi ha, cosl spesso supplicato? - « Si dice sovente del Bambino Gesù, cioè di me: Egli cresceva in età e in sapienza davanti a Dio e davanti agli uomini (Luc. 11, .52). Similmente questa persona, avanzandosi d'ora in ora, cambierà i suoi vizi in virtù ed io le rimetterò tutto ciò che è dell'Uomo, affinchè dopo questa vita ella riceva altresì quello che ho preparato all'uomo, che ho risoluto di esaltare al di­sopra degli Angeli » (lib. III, VX).

 

26. Iddio alle volte esaudisce le nostre preghiere mandandoci delle prove salutari.

Santa Geltrude pregava per una persona, le parve di spander su quella una misura colma, attinta dal divin Cuore; ma tale ef­fusione si trovò presto cambiata in amarezza. Il Signore le diede questa spiegazione: « Quando si dà denaro ad un amico, costui ha la libertà di comprare tutto ciò che vuole, siccome col medesimo denaro si possono ac­quistar pomi dolci e pomi aciduli, così vi son di quelli che preferiscono acquistar pomi aciduli, perchè si conservano meglio. Simil­mente quand'io, mosso dalle preghiere de' miei eletti, spando la mia grazia su un'anima, questa, grazia opera in lei ciò che per lei è più utile. Per esempio, a certuni conviene di più esser presentemente esercitati nelle pene che nella dolcezza della consolazione; per questa ragione la grazia che loro do si cambia nell'amarezza delle pene e tribolazioni della vita presente; e tali prove li purificano e sempre più li adattano alla mia grazia, secondo il sapientissimo beneplacito del mio Cuore di­vino. Benchè ciò sia loro nascosto per il mo­mento, ne proveranno tanto maggior dolcezza in avvenire, secondo che avranno più fedel­mente lavorato, soffrendo pazientemente ogni sorta d'avversità per amore del mio nome » (lib. IV, C. LVIII).

 

27. La grazia e la libertà.

« Io concedo alle persone per cui tu preghi più di quello ch'esse domandano; ma rimetto alle loro libera volontà il farne uso quando vo­gliono » (S. Geltrude, lib. III, c. xxiv).

Il mio Salvatore, riferisce Benigna Gojoz, mi disse che, se la grazia non ha l'estensione che doveva avere, è perchè l'anima non si studia di riceverla bene, per mancanza d'a­more verso di lui, che non domanda se non di darsi e d'esser ricevuto dalla sua crea­tura, specialmente dalle sue spose. Io gli risposi: Ah! Signore, solo io trattengo la vostra larghezza e metto limiti ai vostri fa­vori; ma egli mi consolò con queste parole: « O Benigna, io vorrei che tutti avessero il tuo cuore per armare com'esso fa; ma sono pochi quelli che mi ricevono così come te » (P. III: cap. viii).

 

28. Molti non si preparano a ricevere le grazie divine.

Un sabato, vigilia della Pentecoste, rac­conta Maria Brotel, verso le ore nove di sera, cominciai a recitare il mio Rosario. Tosto Gesù venne a me, era triste e piangeva; io gli domandai perché piangesse così alla vi­gilia d'una sì gran festa di gioia. Egli mi rispose che era perchè, volendo effondere il suo Spirito sulla Chiesa, vi trovava il maggior numero d'anime senza preparazione per rice­verlo, e perchè i più avendo il cuore occupato dall'amore delle cose terrene, dai desideri di orgoglio, di piaceri, di ricchezze, non lascia­vano quasi nessun posto allo Spirito Santo. Allora io gli dissi: Fate come faceste per i venditori del tempio, scacciate dai cuori tutte quelle cattive cose. Ed egli: « Figlia mia, io non posso fare da solo. Io do la mia grazia, ma, poichè le anime sono libere, occorre la loro cooperazione ». - Ma, Signore, anche i vostri apostoli erano imperfetti; eppure loro facevate grandi grazie. - « Anche nella Chiesa, - egli rispose -, vi sono grandi grazie di cui si potrebbe approfittare ». A questa ri­sposta di Gesù io ebbi chiusa la bocca. Infine gli dissi: Le grazie che non potrete elargire, non le lasciate inutili, datele a noi. - « Si, le darò, ma ai cuori che saranno preparati, cioè che saranno vuoti d'ogni amore e d'ogni attaccamento terreno. Sono queste le anime ch'io colmerò de' miei doni » (Vita, appen­dice I, n. 15). Cosl alle anime fedeli sono date le grazie respinte dagli altri. Gesù, par­lando del servo pigro in una parabola, non ha egli detto: «Toglietegli la mina e datela a colui che ha dieci mine? Vi dico che si darà a colui che ha ed egli sarà nell'abbondanza; quanto a colui che non ha, gli sarà tolto ancora quello che ha» (Luc., xix, 24).

 

29. Dobbiamo farci violenza per renderci degni di ricevere le grazie domandate per noi.

Pregando Geltrude per una persona che aveva presa in fallo, disse: Signore, poichè vi prego nell'interesse della vostra gloria per questa persona, benchè io sia l'ultima delle creature, voi, essendo infinitamente potente, perchè non mi esaudite? - « Per la mia onnipotenza io posso tutto ma per la mia inar­rivabile sapienza, io conosco, discerno tutto e non faccio nulla che non convenga. Quando un re della terra, potente per forza e per vo­lere, vuole che siano pulite le sue scuderie, egli non ci mette mano in conto alcuno, per­chè ciò non converrebbe. Così io non traggo qualcuno dal male ov'è caduto per sua pro­pria volontà, salvoché egli stesso, facendosi violenza e cambiando volontà non si mostri degno del mio amore e convenientomente dis­posto » (lib. III, c. Laxxiv).

Mentre Geltrude pregava per una persona, la vide dinanzi al Signore, che le mostrava una magnifica veste, senza però indossargliela. Il Signore disse alla Santa meravigliata: «Quando mi si offre alcun che per le anime dei fedeli defunti, essendo io per mia bontà proclive alla misericordia e al perdono, e sa­pendo che queste anime non possono più aiu­tarsi in nulla, ho pietà dei loro estremi bisogni e applico tosto al loro sollievo o alla loro li­berazione, secondo lo stato o il merito di cia­scuno, ciò che per loro si offre. Ma, quando mi si fanno simili offerte per i vivi io le serbo senza dubbio per la loro salute; però, siccome essi medesimi possono aumentare i loro meriti con opere di giustizia, col loro desiderio, colla loro buona volonta, conviene ch'essi s'adoperino a guadagnare, col loro proprio lavoro, quello che desiderano d'appro­priarsi dei meriti altrui.

Quindi è che, se la persona per cui tu preghi desidera ornarsi dei benefizi che a te ho con­feriti, ella deve applicarsi spiritualmente a tre cose: 1° abbassarsi per umiltà e ricono­scenza a ricevere siffatta veste, cioè deve umilmente confessare d'aver bisogno dei me­riti altrui e con affetto rendermi grazie ch'io mi sia degnato di supplire alla sua indigenza coll'abbondanza, altrui; 2° deve prendere la veste con speranza e fiducia, cioè sperando nella mia bontà, e confidando di ottenere con ciò da me un grande avanzamento nell'anima sua; 3° deve indossarsela esercitandosi nella carità e nelle altre virtù. E lo stesso faccia chi desidera aver parte alle grazie o ai meriti altrui; allora potrà riceverne qualche van­taggio » (lib. III, c. i xv). «»

 

30. Bisogna raddoppiare le preghiere quando colui per il quale si prega pone ostacolo alle grazie domandate.

S. Geltrude pregava poi, un sacerdote, Gia­como di Vitry, pio e zelante, ma il cui zelo e pietà si erano raffreddati per un affetto troppo umano. Il Signore rispose alla Santa: «L'uomo per cui mi preghi contradice alle tue preghiere e vi si oppone a tutto potere. Non che cessare le sue preghiere. Gertrude le raddoppiò e fu esaudita» (c. viii).

 

V. - PRATICA DELLA PREGHIERA.

31. Pregare come pregò Gesù nell'orlo di Getsemani.

Il divin Maestro, preparando la B. Battista Varani alle prove che l'aspettavano, le insegnò come doveva pregare per ben sopportarle: «Quand'io pregavo nell'orto degli Ulivi, piacque al Padre mio di far passare davanti a' miei occhi i crudeli dolori che dovevo subire durante la mia passione. Spogliandomi allora d'ogni volontà propria, dissi: Fiat voluntas tua. E da questa ardente orazione uscii così infiammato d'amore, che liberamente elessi di morire ne' più orribili supplizi, per l'onore del Padre mio e per la salvezza delle anime. Tre volte ritornai all'orazione, volendo inse­gnare a tutti che non basta una breve pre­ghiera fatta di sfuggita; ma che alla sola per­severanza io do il mio Cuore.

« Rammenta ch'io ero Dio e che venni dal cielo in terra per soffrire. Eppure, vedendo avvicinarsi l'ora della mia passione, fui come forzato dall'umana natura ad esclamare: Pa­dre mio, se è possibile, passi da me questo calice. Te lo dico ancora, figlia mia, ancorchè tu m'abbia più volte supplicato d'inviarti la sofferenza, quando la vedrai da vicino, tu manderai il medesimo grido: transeat, si pos­sibile est. Ma purchè tu aggiunga: fiat vo­luntas tua, nulla vi sarà, nelle tue Parole che possa dispiacermi.

« Io ti diedi l'esempio, ed anche parlai in tal modo solo per consolare e scusare te e tutti quelli che fremono di fronte alla soffe­renza. Se, nonostante codesto timore, tu per­severi nella preghiera e se, in cambio di co­desto sforzo, la bontà divina si degna di rive­larti i dolori che ti attendono e infiammarti del desiderio di soffrire, allora la rassomiglianza tra noi sarà, così perfetta che il Padre mio si vedrà in qualche modo costretto ad amarti come ama me» (Vita, c. vi).

 

32. Non domandare se non in conformità colla vololontà divina.

La Madre Maria Domenica Moess chiedeva la salute per il suo fratello sacerdote; e nostro Signore le disse: «Tu non sai quello che do­mandi. Lasciami eseguire tranquillamente i miei disegni e non mi mettere ostacoli per via ».

A S. Brigida il Signore disse: « Quando mi fai qualche preghiera, finbiscila semp0re con queste parole: Sia fatta la vostra volontà e non la mia » (lib, I, c. xiv).

 

33. Per esaudirci, Iddio non domanda che la nostra confidenza.

A S. Matilde. che pregava per una persona, il Signore disse: «Ella creda solo nella mia bontà e secondo la misura della sua fede io compirò l'opera mia in lei » (parte IV, c. xxxvi).

Quando Margherita Maria presentava a nostro Signore le sue richieste. egli le diceiva: « Creali tu c’io lo pssa fare? Se tu lo credi, vedrai la potenza del mio Cuore nella magnificenza del mio amore » E a misura ch'ella vedeva i suoi felici pro­gressi: «Non ti diss'io che, se potevi cre­dere, avresti veduto compiersi l'effetto de' tuoi desideri?» Lett. 5, p. 192).

 

34. Perseverare. - Il Signore aspetta d'essere pregato con costanza per aumentare le sue grazie.

Lamentandosi il divin' Maestro con Maria Brotel di certi peccatori, quest'anima pia gli disse: Forse voi non concedete loro grazie bastanti; forzatele con una grazia abbondante e attiratele a voi più fortemente; allora tutto cambierà. E il Signore le rispose: « Tale non è l'ordine consueto della mia Provvidenza; non è ne' miei disegni il forzare le anime: io lascio la libertà, a fine di far meritare mediante la corrispondenza; do loro la mia grazia, ma, lascio loro il libero arbitrio: essi possono rifiutarmi e mi rifiutano.  - ­Maria soggiunse: Deh! forzateli; essi hanno bisogno d'una grazia potente per essere tratti dalla vecchia strada delle perverse abitudini. In seguito avranno abbastanza meriti da acquistare seguendo la via su cui li avrete collo­cati, con grazie più ordinarie che voi allora darete loro. - « Io non ricuso di farlo, ma tu continua a domandarlo » (vita c. x).

 

35. Bisogna unire la mortificazione alla preghiera.

Francesca delta Madre di Dio pregava per la conversione dei peccatori e segnatamente per quelli dell'Inghilterra; e il Signore, rac­conta ella, mi disse che voleva darmene tre e che ciò non mi costerebbe la vita, ma che egli desiderava ch'io portassi per tre giorni il cilizio, e digiunassi anche per tre giorni in pane ed acqua. Qualche giorno dopo vennero tre persone d'Inghilterra a far l'ab­iura nella nostra Chiesa. Quando giunsi in coro, nostro Signore mi disse: « Io sono fe­dele alle mio promesse e tu non hai compiuto ciò che t'avevo comandato ». Avevo ancora un digiuno da fare, ch'io compii in quello stesso giorno, (c. viii).

Un'altra volta che pregava per ottener la pioggia, Cristo le disse: « Domanda il permesso di portar domani il cilizio, per ot­tenere da me questa grazia ». Ella fece così e fin dal giorno dopo cominciò a piovere (xii).

 

36. In che consiste la preghiera perfetta.

Ecco un insegnamento di Dio a S. Cate­rina da Siena: «La preghiera perfetta non consiste nella moltitudine delle parole, ma nell'ardore del desiderio che solleva 1'anima a me, mediante il conoscimento del suo niente e quello della mia bontà insieme uniti. Bi­sogna dunque unire la preghiera mentale e la preghiera vocale come la vita attiva e la vita contemplativa » (Dialogo, c. LXVI).

 

37. Come si può e come si deve pregare continuamente.

« Ciascuno, secondo il suo stato, deve coo­perare alla salute delle anime come lo ispira una santa volontà; tutto ciò che si dice e si fa per la salute del prossimo ha il valore d'una preghiera, ma non esime dalla preghiera vocale prescritta a luogo e tempo debito. Fuori di questa preghiera obbligatoria, tutto ciò che si fa nella carità di Dio e del pros­simo, tutto ciò che si fa anche per sè, con una retta intenzione, può chiamarsi una pre­ghiera, perchè, come dice il mio Apostolo S. Paolo, non cessa di pregare chi non cessa di ben operare. Perciò ti dissi che la preghiera si fa in molti modi, unendo la preghiera vo­cale colla mentale, perché questa preghiera è ispirata dall'ardore della carità e quest'ar­dore della carità è la preghiera continua » (Dialogo, C. LXVI).

 

38. Come lodare Iddio, quando si vede offeso.

Matilde vide un giorno una persona far un gesto di cui ella fu scandalizzata: ma ri­conoscendo la sua colpa, se ne umiliò, e il Signore le disse: « Quando vedrai qualche gesto di cui sarai scandalizzata, tu mi loderai per la nobiltà e la decenza de' miei gesti. Quando vedrai qualcuno abbandonarsi all'or­goglio, tu lodami per la mia profonda umiltà, che mi ha sottomesso a tutti, sebbene io sia il Signore di tutti. Quando vedrai altri in preda all'ira lodami per la mia mansuetudine, che mi fece comparire come un agnello di­nanzi al giudice. Quando vedrai un impaziente, lodami per la pazienza che esercitai nel soffrir ogni cosa. Cosi potrai superar in te tutto ciò che potrà spiacerti, per il fatto che tutto in me ti piacerà sommamente » (Parte III, ca­pit. XLIII).

 

39. Non turbarsi delle distrazioni, ma combatterle.

Il Signore disse a S. Caterina da Siena: «Spesso il demonio assedia più l'anima colle aue tentazioni durante il tempo destinato alla preghiera che durante il tempo che non le è consacrato. Esso vorrebbe ispirarti la noia della preghiera. Alle volte dice: Questa pre­ghiera non ti giova a nulla, perchè non si dev'esser così distratti. Con tal mezzo il de­monio si sforza di turbare e disgustar l'anima dell'esercizio della preghiera, perchè la pre­ghiera è un'arma con cui l'anima si difende contro tutti i suoi nemici » (Dial.. c. LXV).

«Tu, figlia mia carissima, sai che è perse­verando in una preghiera umile, continua e fedele che l'anima acquista ogni virtù. Ella deve perseverare e non lasciarsi mai arrestare dalle illusioni del demonio o dalla propria fragilità. Deve resistere ai pensieri, ai moti della carne e ai discorsi che lo spirito del male pone sulla lingua degli uomini per disto­glierla dalla preghiera. Ohi quanto è dolce all'anima e quanto è a me gradita la pre­ghiera fatta col conoscimento della vostra bas­sezza e col conoscimento della mia bontà al lume della santa fede e con l'ardore della mia carità » (Ibid., r,  vi).

 

CAPO XXII.

ORAZIONE MENTALE

I. - SUA ECCELLENZA.

1. La preghiera vocale e la preghiera mentale.

Il Signore disse a S. Caterina da Siena: « Molti mi pregano piuttosto colle labbra che col cuore. Non pensano che a recitare un certo numero di salmi e di Pater. E compito il numero che si sono proposti di dire, non pare che pensino più oltre; pare che pongano affetto e attenzione all'orazione, solo nel dire vocalmente. Egli non si vuole far così, per­chè, non facendo altro, poco frutto traggono, c ciò poco è piacevole a me. Tu sai che l'a­nima è imperfetta prima d'essere perfetta; così è  imperfetta la sua orazione. Per non cadere nell'ozio quando ancora è imperfetta, l'anima deve applicarsi all'orazione vocale. Ma non deve fare l'orazione vocale senza la mentale; mentre che le labbra pronunziano parole, ella si sforzerà d'inalzare e fissare la sua mente nel mio amore colla considera­zione de' suoi difetti in generale e del sangue del mio Figliuolo. E questo deve fare, ac­ciocchè il conoscimento di sè e la considera­zione de' difetti suoi le faccia conoscere la mia bontà in sè e continuare l'esercizio suo con vera umiltà. Non voglio che siano considerati i difetti in particolare, ella in comune, acciocchè la mente non sia contami­nata per il ricordo dei particolari e laidi peccati. Dico inoltre ch'ella non deve consi­derare i suoi peccati, senz'aggiungervi la considerazione del sangue del mio Figliuolo e la memoria della mia inesauribile misericordlia, affinchè non cada nel turbamento che la con­durrebbe alla disperazione » (Dialogo, capi­tolo LXVI).

 

2. Chi non ha l'amore dell'orazione non può ricevere che poche grazie.

S. Teresa era alle volte incaricata da no­stro Signore di certi messaggi che non poteva mandare ad effetto se non con molto sacri­fizio. Un giorno, come riferisce uno de' suoi confessori cercò di scusarsene: O Signore, non potete parlare ad essi voi stesso? Come mai m'incaricate d'una tal missione? E ri­cevette questa risposta: «Poiché tu non puoi adoperarti per me in opere più grandi, voglio almeno che aiuti gli altri a servirmi. Poi quegli di cui si tratta non non ha le disposizioni volute perchè io gli parli; e, se lo volessi fare poco dedito com'è all'orazione non mi crederebbe ». Difatti l'orazione sola e l'o­razione ben fatta rende l'uomo capace di ri­cevere le divine comunicazioni. Nostro Si­gnore lo fece intender ancora a S. Teresa che gli diceva: Signore, non vi sono altre persone, specialmente degli uomini, dei teo­logi che, se voi parlaste loro, compirebbero questa, missione molto meglio di me? A cui rispose egli: «Gloi uomini, i teologi non vo­gliono porsi in grado d'entrar meco in rela­zione. Respinto da essi io mi trovo obbligato ad andar a trovare delle donne per aprir loro il mio Cuore e trattare con esse de' mici in­teressi ». (Vita del Ribera lib. IV c V).

 

Il mjio Gesù, dichiara Giovanna Bengna Gojoz, mi dice sovente che la preghiera del cuore è migliore e ottiene più da lui che quella delle labbra, perchè egli esaudisce i desideri di quelli che si dilettano in lui, e non è possibile dilettarsi in qualcuno se non per l'amore del cuore (Parte I, c. IX).

 

3. Le anime d'orazione sono troppo scarse.

Nelle sue memorie Maria Brotel scrisse quanto segue: Gesù si presentò a me. Era triste e mi disse: «E' un pezzo ch'io cerco un'anima che voglia trattenersi lungamente con me nel­l'orazione, e non ne trovo. Nessuno vuol rien­trare, in sè e in me; nessuno vuol conversar meco; non se n'ha il tempo o si trova, lungo. Si cerca se stesso e non il Padre mio nè me; perciò non si giungerà alla santità. Quanto tempo perduto che non si ritroverà! quante grazie di cui ci si priva per sempre!» . - Toccate queste anime, gli dissi io, cambia­tele. - « Come potrei farlo? poichè solo nell'orazione posso dar lume ed amore » .

Allora mi fece comprendere e in certo luogo vedere questo fatale accecamenhto di tante anime e fui spaventata vedendole sprofondarsi tutti i giorni inj una notte profonda, precipitarsi da se stesse nell'inferno, senza che i demoni abbiano molto da fare. Gesù era profondamente triste facendomi veder tutto questo vergava lacrime. Egli riprese a dire: «Esse affermano che Dio non doman­derà quello che non ha dato! Ed io chiederò a quelle anime quello che loro non avrò dato, perchè se ne privano per la loro pigrizia e per la loro indifferenza; perchè non vogliono incomodarsi nè mortificarsi. Domanderò loro tutto quello che loro avrei dato se avessero saputo volerlo; domanderò loro le anime che con sè avrebbero salvate, se avessero fatto ciò ch'io loro domandavo».

Dopo quello ch'io credetti di vedere, posso dire che è difficile andar in cielo senza far orazione; senza rientrar in sè e conversar con Dio circa quello ch'egli vuole da noi. Gesù continuò a dire: « Io voglio che tu mi compensi di tutte queste freddezze, e per questa tu passerai, meco quattro ore in ora­zione». Oh! Rispondo io, ciò è molto, io non lo posso fare. - «Vuoi tu dunque farmi dis­piacere, trattarmi come quelle anime che ti ho fatto vedere? » - Ma è impossibile. - »«Utilizza bene il tuo tempo e vedrai che puoi non perdere un minuto e troverai tutto quello che occorrerà, ed anche di più » (Vita ap­pendice II).

 

4. Gesù vuol'esser cercato nell'orazione.

M’accinsi pertanto a far queste quattro ore di orazione. Sovente mi sembravano trascor­rere rapidamente, ma era, perchè allora Gesù faceva tutto. Quante volte, quando viene, egli mi dice: «Che cerchi tu? ». – Oh! cerco voi e non vi trovo. - « Io amo che tu mi cerchi. Quante anime, dopo avermi cercato un istante appena, se ne vanno, dicendo che perdono il loro tempo! Esse non mi trovano, perchè bon si dànno la pena di cercarmi sul serio. Ah! se queste persone avessero per­duto i loro buoi o le loro mucche, come li cercherebbero finchè non le avessero trovate! Ma sono Io non val la pena ». Com'era triste quando tali cose mi diceva! pareva che non potesse frenar le lacrime. « Non è per me, ma è per loro ch'io soffro; vedo le grazie di cui si privano per colpa loro e per sempre. Qual conto avranno da rendere al mio Padre e a Me, che le ho cercate con tanto amore, umiltà e pazienza, senza mai stan­carini, nè giorno, nè notte, nonostante il modo come mi trattano! No, non mi stanco io; ma esse... Gli bastano due minuti per disgu­starle! Figlia mia, non mi compenserai tu? Voglio che tu mi cerchi per quelli che non vogliono; che ogni volta ch'io sono con te, mi domandi con perseveranza il lume ch'essi non hanno e che non avranno mai se tu non lo implori per essi ».

Io vedevo quanta pena gli ragionasse que­sta indifferenza delle anime, ma gli dicevo corne volete voi che vi cerchino tanto, poiché non vi trovano presto? spesso voi vi lasciate cercare molto a lungo. « E' vero, - mi ripose egli, - ma questo è ciò che forma il merito dell'amore. Quand'anche mi cercassero per tutta la loro vita senza trovarmi, ancora non avrebbero fatto che il loro dovere. Io m'incaricherei di compensarle largamente ».

Quand'ero in orazione, sovente mi trovavo nell'aridità, rimanendovi due ore senza che Gesù venisse a parlarmi né a vedermi; lo chiamavo invano, gli dicevo: passerò qui la mia vita, ma non me n'andrò affatto. Quando finalmente viene, mi sorride dicendomi: «Io non potei resistere a te, bisognò ch'io scen­dessi: tu rapisci il mio Cuore, bisogna ch'io venga ad aprirtelo e a farti vedere tutto il rnio amore per i tuoi fratelli e per te »

 

II. - PRATICA.

5. L'anima nell'orazione deve essere semplice, fidente, lieta.

Maria Brotel ricevette da Gesù preziosi consigli sul modo di far orazione: « Rappre­sentati davanti a me » mi disse, « come una bambina che va a chiedere al suo babbo ciò ch’egli vuole dalla sua piccina, che è pronta a non rifiutargli nulla. Devi essere come un figliuolino che è in casa, e che domanda con molta semplicità, senza sottintesi, senza rag­giri. Altre volte figurati di vedermi sempre presente e di parlarmi cuore a cuore, di pregare o di conversare con me. Ma voglio che tu venga sempre con una nuova gioia; ancorchè tu non la senta, sii contenta. Io non amo che si venga a me, con quella mol­lezza e con quell'indifferenza, che mi fa tanta pena.

Venne sovente, durante la mia orazione, anche il mio angelo custode, mandato da Gesù e da Maria: « Essi mi mandano a dirti di non rilassarti, perchè il tempo passa sempre più rapido; ci vuole del coraggio, della confidenza, dell'abbandono in Colui che ti comanda, che t'ama, che non vuole che tu riposi un minuto secondo. Egli ti fa dire che ora non è il tempo del riposo, ma del lavoro, del sacrifizio, della sofferenza. Tu non devi stancarti nè trasandarti » (Vita, append. II).

 

6. Qual semplicità di cuore domandi Iddio nell'orazione.

Maddalena Vigneron, facendo orazione, ser­ivasi da prima di molte rappresentazioni pie, e moltiplicava le parole ardenti e i colloquii infiammati. Il suo direttore le fece capire che sarebbe più gradevole al Signore, se ella si studiasse di camminare nella semplicità della fede; ella obbedì e il Signore l'incoraggiò a proseguire per quella via con queste parole: « Questo cambiamento era necessarissimo. In verità, questa uscita (dalla via delle immaginazione) non potè effettuarsi senza grandi pene; pareva ch'io t'avessi abbandonata: da qualunque lato l'anima si voltasse, era un Dio che sembrava non la volesse più guardare.

« Il fondo di questa pena era che, essendo l'immaginazione tutta piena e penetrata da siffatte specie (rappresentazioni) create, lo spirito sempre voleva riunirsi ad esse, a ca­gione della lunga abitudine contratta. Dal canto suo, il demonio non mancava di tormentarla colle sue illusioni, facendole vedere la impossibilità d'obbedire al suo direttore col­l'esattezza che esigeva da lei nel rinunziare a quelle immaginazioni ch'ella credeva vera­mente divine. L'anima in fondo acconsen­tiva bensì a detta rinunzia di specie sensi­bili...., ma codesta privazione da principio non aveva molto merito, essendosi fatta solo per forza e con dispiacere, giacchè l'a­nima si credeva occupatissima nell'orazione e senz'alcun pensiero inutile. Finalmente ella obbedì come una bambina e con questo mezzo schiacciò il demonio. Di più, in quella gran violenza che s'era fatta per ascoltarmi seria­mente nel silenzio interiore, ricevette un me­rito grandissimo; in verità, s'ella avesse ob­bedito più prontamente, non sarebbe stata così lungamente esposta alla malizia dei demonii. Fu d'uopo ch'ella passasse per tale prova per conoscermi in verità, affinchè per l'avvenire fosse più fedele al suo Gesù crocifisso nelle operazioni che il mio Spirito Santo produce continuamente nel centro del suo cuore.

Per fondamento della tua preghiera ti basta credere semplicemente ch'io sono un essere incomprensibile e del resto regolarti sugli ab­bassamenti che Gesù praticò verso la sua santa Madre; ecco il modello dell'umiltà di cuore necessaria nella mia santa presenza. (Vita, Parte III, cap. v, p. 297).

 

7 . Preparazione all'orazione: la rinunzia.

In un rapimento, racconta Veronica Giuliani, il Signore mi rammentò com'egli m'insegnava a fare l'orazione mentale, la prima volta che mi posi a praticarla. Appena ebbi preso un punto da meditare, egli si presentò alla mia mente, e mi fece intendere che nella scuola dell'orazione non dev'esserci volontà propria, e l'anima non deve condursi se non secondo la volontà di Dio. Io mi domandavo come dovevo fare per imparare a ben far orazione; e ogni volta che mi comunicavo, udivo che mi si diceva internamente: « Se vuoi impa­rare a far l'orazione mentale, è tampo ». Al­lora capii che dovevo cercare tutte le occasioni di mortificare la mia volontà propria, che dovevo esaminare tutto ciò ch'era di mio gusto e mi cagionava soddisfazione e rinun­ziarvi, per far ciò ch'era contrario alle mie inclinazioni; finalmente che la mia unica cura doveva esser il far la volontà di Dio. Mi ci applicai per lungo tempo. Adesso il Signore mi dà nuovamente le sue istruzioni a questo proposito, ed io capisco che, per ben far ora­zione, l'anima deve prepararsi facendo sì che non vi sia in lei altro che la volontà di Dio. Quando ci mettiamo in orazione con questo spogliamento di noi stessi e con questo de­siderio di far la volontà di Dio. questa vo­lontà divina si fa conoscere. Un po' di tempo trascorso in questa perfetta conformità ci li­bera da tutti gli ostacoli e ci fa conoscere il vero modo di vivere. Così s'apprendono tutte le virtù, s'apprende ciò che sono le cose della terra, si piglia in orrore tutto il creato, si vorrebbe non avere che croci e pene, non si cerca che disprezzi e abbassamenti, si ot-. tiene un vero conoscimento di sé si scoprono i menomi difetti e si trovano i mezzi di cor­reggersi. Ecco ciò che il Signore mi fece intendere (Diario, vol. IV. p. 219).

 

8. Le distrazioni sono inevitabili in questa vita.

S. Teresa essendo stata assai distratta nel suo ringraziamento, portava invidia a quelli che vivevano in fondo al deserto, pensando che non vedendo e non udendo nulla, erano al sicuro dalle distrazioni. Allora udì queste parole: « T'inganni a partito, figlia mia le tentazioni del demonio sono colà più violente che altrove. Abbi pazienza: tali cose sono inevitabili in questa vita » (Relazione, ca­pit. XXXIV ).

 

9. Nelle aridità ed impotenze, l'anima dev'essere contenta della volontà di Dio.

Iddio sottraeva qualche volta a S. Marghe­rita Maria le sue dolcezze. Trovandosi ella un giorno in una grande impotenza, si lagnò con nostro Signore che permettesse ch'ella re­stasse senza far nulla alla sua presenza. Al­lora. egli le fece questo rimprovero: «S'io ti voglio alla, mia presenza sorda, cieca e muta, non devi tu esser contenta?» (Contemp., pag 49).

 

10. Merito  della preghiera arida.

« Durante la prova disse alla B. Varani il dolce Salvatore, ricordati clie vi è più me­rito nel tenersi davanti all'Eterno senza di­vozione e senza lacrime che se si avesse il cuor pieno d'amore e tali occhi molli di pianto. ­La preghiera arida, desolata, in cui tu per­severi, riscatta una parte delle tue colpe, dove che, se tu ti stemprassi in tenerezze; davanti al Signore, non soddisfaresti alla somma del tuo debito.

« Fa provvista d’umile pazienza per i giorni d'avversità e d'abbandono. Soprattutto non credere che la sospensione delle dolcezze spirituali possa venire dalla collera divina: essa, non è in realtà che un effetto certo del­l'amore che il Signore ti porta. Sai cli'egli non intende di darti il paradiso sopra la terra. Egli ti vuole sola, tutta sola, spoglia di tutto, sopra la croce, dove si consuma la santa e spirituale unione del Creatore colla creatura. Allora potrai dire come la sposa dei sacri Cantici: Il mio Diletto è mio, ma io sono sua in mezzo ai rossi gigli della sua passione, quei gigli della sofferenza che sono il caro pascolo del suo Cuore » (Vita, c. vi).

 

11. Le tre fasi dell'orazione.

1° Rientrare in sè e meditare la propria miseria, senza tuttavia perdere di vista la misericordia divina; 2° uscire da sè, e riandare nella propria memoria i bernefizi divini con riconoscenza ed amore; 3° sollevarsi al di­ sopra di sè colla contemplazione delle cose divine e di Dio stesso; ecco le tre fasi del­l'orazione che il Signore descrisse a S. Gel­trude: « Di' a quella persona che s'ella desidera l'unione d'amore, deve come un un uc­cello nobile e generoso, costruirsi a' miei piedi un nido colle frasche della propria miseria e coi rami della mia grandezza per riposar­visi nel ricordo continuo della propria miseria, perchè l'uomo mortale è di sua, natura pronto al male e tardo al bene, se non è prevenuto dalla grazia. Mediti frequentemente la mia misericordia, rammentando quanto paterna­mente sono io disposto a riceverla dopo la 'sua caduta, quando ritorna a me colla peni­tenza. Ma, quando vorrà spiccare il volo dal caro nido per ricercare il suo pascolo, venga nel mio seno a riandare nella sua memoria, con amore e riconoscenza, i benefizi ch'io spando sopra di lei dalla sovrabbondanza della mia tenerezza. Che s’ella gode di spingere più lon­tano il suo volo e di salire più alto sull'ala de' suoi desideri, si sollevi, a guisa d'agile ­aquila, al disopra di se stessa, mediante la contemplazione delle cose celesti, volando da­vanti alla mia faccia e, sollevata sull'ali di serafino nello slancio audace dell'amore, con­templi col puro sguardo dello spirito il Re ce­leste nella sua gloria.

« Ma, perché non appartiene alla vita pre­sente rimanere lungamente sulle più alte cime della contemplazione, a cui anzi si fa difficoltà a sollevarsi, - l'ora è rara e breve è il soggiorno. dice S. Bernardo. - le è giuo­coforza, il ripiegare le ali col ricordo della pro­pria miseria e tosto ridiscendere nel proprio nido, riposarvisi per qualche tempo, fino che solo l'azione della grazia, ella abbia il piacere di volarsene verso ridenti pascoli e in quello slancio ella la fa uscire da se stessa di raggiungere poi le vette della divina con­templazione. E così per queste alternative, sia che rientri in sè per la considerazione della propria fragilità, sia che esca da sè per il ricordo de' miei benefizi, sia ancora che si sollevi per la contemplazione delle cose ce­lesti, ella gusti sempre le delizie dei gaudi celesti» (lib. III, c. LXXIV).

 

12. Obbedire all'attrattiva che porta al raccoglimento.

Dio Padre disse a S. Caterina da Siena « Spesso l'anima nella sua ignoranza si ostina a recitare colla lingua certe preghiere, quand'io la visito, ora dandole un chiaro co­noscimento di sè e la contrizione delle sue colpe, ora facendole intendere la grandezza della mia carità, altre volte manifestandole in diversi modi la presenza del mio Figliuolo diletto. Ella non deve far così, perchè facen­dolo sarebbe inganno del demonio. Ma subito che sente la mia visita, come ho detto, deve abbandonare la preghiera vocale per la pre­ghiera mentale e non ripigliarla salvo elle abbia tempo. Non avendo tempo, non se ne deve curare, nè venirne a tedio, né a confu­sione di mente, perchè ha fatto ciò che do­veva fare. Bisogna tuttavia eccettuare 1'uf­fizio divino, che gli ecclesiastici e i religiosi sono obbligati a dire. E non dicendolo, m'of­fendono, poiché, vi sono tenuti fino alla morte. E se sentissero la loro mente tratta all'ora­zione mentale all'ora ch'essi dovrebbero consacrare alla recita dell'ufficio, devono dirlo prima o dopo, perché non devono mai trala­sciarlo.

L'anima deve cominciare dalla preghiera vocale per arrivare alla preghiera mentale e, appena che vi al trova disposta, ella serberà il silenzio. La preghiera vocale, fatta come ho detto, conduce alla preghiera perfetta.

« Alcuni partecipano al corpo e al sangue di Cristo virtualmente, quantunque non sacra­mentalmente, perchè partecipano all'ardore della carità per mezzo della santa preghiera poco o molto secondo le disposizioni di chi prega. Colui che prega con poca applicazione, raccoglie poco; colui che prega con molta applicazione, raccoglie molto. Quanto più l'a­nima si sforza di purificare l'amor suo e unirsi a Me col lume dell'intelletto, tanto più mi co­nosce; quanto più mi conosce, tanto più mi ama; quanto più mi ama, tanto più mi gusta..

« Adunque vedi che l'orazione perfetta non s'acquista con' molte parole, ma con affetto di desiderio levandosi in Me con conosci­mento di sè condito insieme l'uno coll'altro» (Dialogo, LXVI).

 

13. Bisogna abbandonarsi alla grazia infusa quand'essa tocca l'anima.

Il Signore diede questa istruzione a santa Matilde: « Quando ti mando qualche grazia, lascia tutto, sbrigati da tutto, per modo che, più libera e più sciolta, tu goda la grazia che ti è infusa; perchè, in quel momento, tu non puoi far nulla di meglio o di più utile. Quando reciti i salmi o qualche altra preghiera che recitavano i Santi sopra la terra, tutti i Santi pregano per te. Quando mediti o quando t'in­trattieni con me, tutti i Santi mi benedicono con gioia » (Parte III, c. XI).

 

14. Unione di volontà, unione di mente, unione sensibile dell'orazione.

S. Veronica Giuliani ci mostrò come l'unione della nostra volontà con quella di Dio è la stessa sostanza dell'o­razione; quando l'anima è anche unita di mente, in grazia dei vivi lumi che le sono comunicati e che assorbono tutta la sua at­tenzione, l'unione è più completa; essa è più dolce ancora quando la sensibilità è toc­cata dalla grazia e il cuore deliziosamente intenerito. Ma l'unione sensibile potrebbe tro­varsi là dove non si trova l'unione di volontà; perchè, anche prima che l'anima abbia, rinun­ziato alla sua volontà propria, quando pure questa fosse colpevolissima, il Signore può darle dei lumi, che le ispirano desideri an­cora inefficaci, velleità, che producono nel sentimento dolci emozioni: finchè la volontà non sarà conforme a quella di Dio, non sarà l'unione. Quindi il Signore disse a S. Teresa: « Non pensare, figlia mia, che l'unione consista nel trovarsi a contatto con me, perchè quelli che mi offendono ci si trovano loro malgrado. Le dolcezze e le delizie dell'ora­zione, anche quelle che raggiungono un grado elevatissimo e di cui io sono l'autore, non sono l'unione. Sovente sono mezzi di cui mi servo per attirare le anime che non sono in grazia con me» - « lo capii, dice S. Te­resa, che l'unione è una disposizione pura e libera da tutte le cose della terra, in cui non si trova più nessuna tendenza contraria alla volontà di Dio, in cui l'intelletto e la volontà sono conformi a questa divina volontà, distac­cati da tutto, totalmente occupati di Dio e in cui non v'ha più traccia dell'amore di sè nè d'alcuna cosa creata». Questo stato d'unione nelle anime perfette dura sempre, anche quand'esse hanno la mente occupata del compimento dei loro doveri; non per questo sono esse in quell'orazione che S. Teresa chiama orazione d'unione, che è uno stato estatico, in cui non solo la volontà, ma tutte le potenze sono unite a Dio e assorbite nella contempluione e nell'amore. Questo stato di assorbimento non si può prolungare neppure nelle anime più favorite, come fu detto ancora a S. Teresa. Io, continua ella, credetti di udire quanto segue, sebbene ciò fosse senza parole: « Noi ci ricollochiamo così presto in mezzo a questa nube di polvere sollevata dalle nostre miserie, dalle nostre mancanze, dagli ostacoli d'ogni genere, che non ci è quasi possibile conservar sempre quella purezza che possiede il nostro spirito nel momento in cui si unisce a Dio. Tale stato sarebbe troppo lontano dalla nostra estrema miseria, troppo elevato al disopra di essa ». Da ciò segue che le distrazioni involontarie, non impedendo l'unione della volontà a quella di Dio, non impe­discono il frutto dell'orazione (Relazione 65).

 

15. Come discernere le parole di Dio dal lavoro dell'immaginazione.

Nostro Signore diede a Maddalena Vigneron le istruzioni seguenti, di cui è superfluo notare l'importanza: «Figlia mia, voglio darti uno schiarimento sui colloquii d'amore, perchè tu sappia se tutto ciò che se ne scrisse è uscito dal tuo Gesù crocifisso, e se il tuo proprio spirito e il demonio stesso non ne produssero parecchi. Per farne un buon discernimento è d'uopo notare che quelli ch'io produssi, partirono dal segreto e dal centro del mio cuore e si forma­rono nel segreto e nel centro dell'anima tua, con poche parole, in vero, ma amorosissime... Ecco qual era, il succo e la sostanza delle mie parole nell'anima tua: io sono il tuo Dio: sono la vita dell'anima tua; tu non sei capace d'a­marmi quant'io t'amo; oh! quanto ti amo. Tutti i miei colloquii erano di tale natura; non era punto il tuo senso proprio che li pre­duceva, ma propriamente il cuore del tuo Gesù crocifisso. Siffatte espressioni d'amore met­tono e lasciano l'anima in una gran pace, ed essa diventa come divinizzata.

« Mia cara figlia, non v'ha dubbio alcuno che non sia uscita dal tuo proprio senso naturale una quantità d'altre specie di colloquii, in cui tu hai potuto notare una profusione di parole molto frequenti ed abbastanza bene disposte, elle corrispondevano le une alle altre, come la eco, per domande e risposte. Tu mi parlavi cuore a cuore molto familiarmente e mi facevi rispondere; erano conversazioni che l'anima tua si faceva in virtù del santo amore di cui era ripiena, senza tuttavia sentirne molto ef­fetto. Ma sappi che quando l'amore parla per se stesso, non lascia all'anima questa gran libertàe  questo potere di far tante domande e risposte; egli tende a imprimersi su tutte le potenze facendosi vivamente sentire, e il suo fuoco così diffuso s'applica unicamente a dis­truggere tutto ciò che gli è opposto e che vuol far qualche resistenza, come accadeva in te, quando la mia misericordia ti favoriva di quel dolce bacio, elle s'imprimeva sull'orlo delle tue labbra. E' vero ch'io mi sono urtato un'infinità di volte colla mia animuccia, ve­dendola perdersi così in questa sorta di colloquii, in cui ella trovava una piccola sen­sualità spirituale; ma i colloquii ch'io ope­ravo non avevano nulla di materiale nella loro sostanza, essendo prodotti dalla pura forza del mio Spirito Santo ».

 

16. La ricerca degli slanci affettuosi e delle emozioni sensibili è un ostacolo ai progressi del vero amore.

« Ancor una volta ti dico che in verità essi uscivano dal centro del mio Cuore ed erano un'emanazione del mio amore. Non ho io dunque motivo di lagnarmi del tuo cuore che annientava un amore ch'era eterno, per ammnetterne un altro che era solo passeggero? Non era egli un trattarmi con un certo dis­prezzo, quando nel tempo stesso che ti espri­mevo l'amore che avevo per il tuo cuore con queste parole vere: Oh! quanto ti amo, invece di trar profitto da quest'amicizia, tu la trascuravi mentre ti trastullavi a prestar attenzione alle produzioni del tuo spirito? Tut­tavia non condannai affatto la buona volontà che avevi d'amarmi e di favellarmi in tal modo; perchè tutti codesti colloquii si formavano in te in conseguenza della forza del mio più puro amore; infatti, dopo ch'esso ebbe fatto una grand'impressione su tutte le po­tenze dell'anima, gli spiriti naturali ne rimanevano intimamente compenetrati, e, per il grande ardore ond'erano infiammati, pro­ducevano codesti ragionamenti così frequenti, oosì dolci e così gradevoli. Ma ciò che mi spiaceva era il ritardo che portavano alla tua maggior perfezione

 

17. Il demonio sovreccita le sensibilità, per turbare le operazioni del puro amore.

« Il demonio, per conto proprio, non poò me­scolarvi del suo se non un bollore di desideri, che qualche volta fu sul punto di privarti della mia presenza attuale a cagione della sregola­tezza delle passioni che si sollevavano durante quei discorsini. Sai tu bene che, quando le potenze spirituali dell'anima tua erano come inabissate nel loro centro, quello sciagurato ebbe perfino la sfrontatezza di creare e for­mare nella tua immaginazione dei colloquia in certo modo simili a quelli che erano di­vini?... Egli conosce molto bene che la sen­sualità corporale per mia gran misericordia è in te attutita e che a lui fa d'uopo di cercar altri mezzi per riuscire nel suo intento. Che fa egli? Segue da vicino le mie proprie opera­zioni e si serve dell'unione che l’anima ha col corpo per ridestare e fomentare tutto ciò che conosce esser capace di sregolatezza nella na­tura corrotta dal peccato.

« Nondimeno è a lui impossibile intrapren­dere qualcuna di queste false operazioni, se non ha prima scoperto ch’io ho fatto impres­sione sul tuo cuore con qualche tocco amoroso. Ma, appena che se ne può accorgere, egli eccita nelle potenze dell'anima tua una piccola gioia segreta, che si espande per tutto; e tale gioia ti fa concepire desideri d'àmarmi, ma in modo assai imperfetto, giacchè il tutto contribuisce a mantenere nell'anima tua quei piccoli gusti e delicatezze, che soffocano quello che c'è di più puro amore... Egli fece ogni sforzo perchè il fuoco del mio amore diventasse come materiale per mezzo di specie (rappre­sentazioni) ch'egli formava nella tua immagi­nazione. Nondimeno resta sempre in fondo al­l'anima tua tanto lume da vedere con qualche certezza che non sono io solo che opero... Il demonio non tendeva che a combattere lo Spirito divino sulla pratica della rinunzia a questa sorta di gusti... Da un'altra parte, il tuo Gesù crocifisso, non volendo trovar nulla nell'anima tua che si opponesse alla sua ami­cizia e che non fosse puro amore, l'attraeva fortemente a sè colle sue dolci e amorose co­municazioni. Tale contrarietà, fu la causa di quelle grandi pene; perchè quell'abominevole aveva già preso un si grand'impero sull'anima tua, e lo aveva insinuato in tutte le sue po­tenze un certo amor proprio tendente a sod­disfarsi.

Figlia mia carissima, io ti faccio cono­scere tutto questo, affinchè mi ringrazi della gran misericordia ch'ebbi per l'anima tua, avendola tratta, da codesto pantano d'imper­fezioni, che avrebbe impedito il tuo avanzamento; se non ci fosse stata l'innocenza del tuo cuore e la tua obbedienza, tu saresti ri­masta in quella disgrazia, nella quale è se­polta la maggior, parte delle anime spirituali, sebbene illuminatissime » (Parte III, c. II).

 

18. Felici effetti prodotti dalla rinunzia alle immaginazioni, ai colloquii e agli ardori sensibili.

« Hai tu notato che, in conseguenza della proibizione del tuo direttore d'intrattenerti in simili discorsi e colloquii, sentisti nell'anima tua annientarsi e fonderei qualche cosa, come si fonde la cera nel fuoco? Tu non potevi di­scernere nè spiegare che cosa ciò fosse, tanto più che il demonio t'aveva accecata, e gli spiriti naturali erano incantati d'una divo­zione sensibile. Il mio amore n'ebbe compas­sione e, per liberarti da simili bassezze, ti fece entrare per pura fede in un'ampia e profonda idea del mio essere incomprensibile« (cap. iv).

 

19. Come Gesù fa fare un corso di spirituali esercizi.

Un giorno, racconta Maria Brotel, Gesù mi disse: «Io non posso abbastanza conversare con te. Voglio che tu faccia molto seriamente un corso di spirituali esercizi, ma voglio che ti sia imposto di farlo; di' al tuo direttore che tu desideri di raccoglierti almeno in solitudine per qualche giorno». - Non capisco che cosa volete dire, risposi io. - « Te lo farò capire; tu mi seguirai nelle meditazioni che ti si daranno, non farai altro che questo. Io, dal canto mio, verrò più spesso, ti parlerò; poi tu non mi rifiuterai nulla di tutto ciò che ti chiederò. Non ti voglio lasciar passar nulla; ma cancellerò anche tutta la pena che puoi aver cagionata a me e al Padre mio, allo Spi­rito Santo o alla mia Madre. Voglio che durante codesto ritiro tu domandi il vero dis­prezzo del mondo e il vero conoscimento di me stesso; domanda ancora ch'io t'inondi del mio spirito di luce, d'amore e d'abbandono. Tu credi che è per te ch'io ti chiedo tutto ciò; oh! in quanto a questo tu non ci penserai, e nemmeno ti occuperai di te, ma de' tuoi fra­telli, niente di più. Non mi chiederai mai ab­bastanza. Fa ciò che voglio io e non ciò che vuoi tu; voglio che tu non faccia mai la tua volontà in nulla, Io per me, non la feci mai. Figlia della croce, ascendi sulla croce, ci re­sterai finchè io ti dica di scenderne; se voglio lasciarviti fino alla morte, ci resterai; non mi chiedere più di scendere, è inutile.

« Quand'io chiesi al mio Padre d'allonta­nare questo calice da me, mi fu risposto: no; ed io dico a te: no; eppure t'amo assai più che tu non pensi. E' perchè t'amo che ti tratto in questo modo. Io non mi occuperò di te, ma sono le anime, sono i tuoi fratelli che io t'affido. Muori d'amore per le anime, tu sei la vittima de' tuoi fratelli ».

Egli ripigliò: « Oh! quanto si può fare in un ritiro! ma quello che mi dà gran pena, è che le anime si turbano, si tormentano, non s'appoggiano abbastanza sul mio amore, s'oc­cupano troppo di se stesse e non abbastanza dell'anima dei loro fratelli. Oh! come vorrei che le anime fossero in pace, nell'arnore, con me e non con se stesse; mi presentino i loro fratelli, poi si abbandonino senza limiti. Du­rante i tuoi esercizi, come ti ho detto e chie­sto, prega per le anime » (Vita., append. II).

 

CAPO XXIII.

UFFICIO O O BREVIARIO

I. - SUA ECCELLENZA.

1. Gesù ha egli recitate le ore canoniche?

Un giorno Matilde supplicò Gesù di dirle se veramente avesse recitate le Ore sopra la terra. Ed egli rispose con bontà: « Io non le osservai leggendole a modo vostro, ma tribu­tando le mie lodi a Dio Padre. Tutto quello che si osserva presso i cristinai io lo co­minciai; come il battesimo io lo cominciai e lo compii per essi, santificando così e perfe­zionando tutte le opere di quelli che credono in me. Perciò dissi al Padre: Io mi santifico per loro, affinchè essi medesimi siano santi in me (Ioan., XVII, 19). In quel modo stesso che nelle sette Ore voi ricordate ciò ch'io soffrii in quelle medesime ore e l'offrite a Dio, così io nella mia sapienza, previdi tutto ciò che dovevo soffrire » (Parte III, e. xxxl).

 

2. Colui che canta con fervore l'ufficio divino s'unisce strettisimamente a Dio.

S. Matilde cantava le lodi di Dio con un sì fervido amore che, se anche avesse dovuto per questo rendere lo spirito, ella non avrebbe cessato di cantare. Mentre pertanto cantava con una tale unione in Dio e con Dio, il Si­gnore le disse: «Sembra che tu prenda in questo momento il tuo respiro nel mio Cuore; così ogni persona che sospirerà di desiderio o d'amore per me, piglierà il suo respiro, non in sè, ma nel mio divin Cuore, come un mantice, che non contiene altro vento che quello che trae dall'aria » (Parte III, c. VII).

 

3. Chi canta con amore rallegra il Cuore di Dio.

S. Matilde pregava per una persona che trovava, penoso l'uffizio divino; e il Signore disse alla sua serra: « Perchè mi canta ella di mal animo, quand'io alla mia volta voglio cantare a lei con tanta dolcezza in cielo? Cantare per me un sol giorno per obbedianza, mi è più gradito di tutti i canti che si possano eseguire di propria volontà » (P. I, cap., xxxv).

Quando la Madre Clément si disponeva a cantare l'uffizio, spesso il suo divino Sposo le faceva udire in latino queste parole della Cantica: Sonet vox tua in auribus meis ­« la tua voce risuoni al mio orecchio » (Cant. ii, 14; Vita, P. III, c. x).

 

4. Quanto piace a Dio colui che canta le sue lodi.

Mentre si cantava in coro il cantico: Bene­dicite omnia opera Domini Domino, il Si­gnore disse a S. Matilde: « Quando una per­sona canta quest'inno o qualche altro simile, in cui s'invitano tutte le creature a cantare le divine lodi, tutte queste creature vengono spiritualmente in mia presenza e mi lodano, per quella persona o per tutti gli uomini in genere, di tutti i beni ch'io ho loro fatto (Parte III, c. VII).

Francesca di Bona, avendo recitato con gran fervore e ripetuto più volte il salmo Lau­date Dominum omnes gentes, il divin Salva­tore si mostrò a lei con un volto pieno di grazia e di maestà e le rivolse queste amorose parole: « Figlia mia, tutti quelli che mi loderanno come ora, tu fai e con pari amore, entreranno nel regno de' cieli, ed io sarò presente nell'ora della loro morte » (li­bro II, c. x).

 

5. Le lodi rivolte al Signore traggono tutto il loro valore dalle disposizioni del cuore. L'Eterno Padre diede a S. Maria Madda­lena de' Pazzi queste gravi lezioni: «Vi sono tante diverse maniere di lodarmi, quante vi sono creature che mi lodano, e le lodi che mi si dànno tanto differiscono le une dalle altre quanto i frutti degli alberi. Tra questi frutti, gli uni servono per il nutrimento dell'uomo, gli altri per quello degli animali immondi. Sai tu, figlia mia, qual è la lode di cui ini nutro io? E' quella che esce dai cuori puri e pienamente sottomessi alla mia volontà. Non già, ch'io abbia bisogno di questo nutrimento delle vostre lodi, poichè gli angeli e gli astri non cessano di lodarmi e del resto io ricevo dalle mie infinite perfezioni una lode sommamente sublime e perfetta; ma perché tal è il mio beneplacito ed io amo infini­tamente i cuor puri e sottomessi alla mia vo­lontà. Quanto ai cuori pieni di sè e d'amor proprio, di cui tutti gli affetti sono terreni e carnali, le loro lodi mi spiacciono estrema­mente. Io voglio che le lodi delle spose del mio Verbo partano da un cuore talmente puro e rassegnato che mi sforzino a far misericor­dia alle creature che ne hanno bisogno, e desidero così ardentemente che mi facciano siffatta violenza che s'io potessi, m'abbasserei fino a pregarmele.

«Vi sono di quelli che mi lodano per il loro interesse proprio; io non accetto la loro lode se non in quanto vi sono sforzato dalla mia bontà, per dar loro le grazie di cui hanno bisogno; ma non considero quelle lodi come mie, perchè esse non hanno per scopo che il loro interesse particolare: Ve ne sono altri che mi lodano per abitudine ed io prefe­rirei che non lo facessero, perchè sviliscono la lode che mi piace e di cui solo i miei eletti hanno il segreto.

«O figlia mia, quanto mi è grata la lode de' miei eletti! cioè di quelli elle hanno il cuor puro e che sono perfettamente soggetti alla mia volontà. In quella guisa che gli alberi, piegando i loro rami carichi di frutti, sembrano invitare i passanti a coglierli, così quelli che mi lodano con purezza di cuore e con conformità alla mia volontà m'invitano con una dolce violenza ad accettare le loro lodi e a fare la volontà di quelli che fanno la mia: voluntatem timentium se faciet (Sal­mo CXLtv, 19). Le anime di tale tempra io le tengo sul mio seno, come una madre vi tiene il suo bambino; le nutro del mio latte facendo la loro volontà, che non è altro che la mia, perchè hanno rinunziato a tutto ciò che non è la mia volontà; finalmente le col­loco come lumi brillanti sul candelabro della mia Chiesa, affinchè illuminino il mondo colle pure e ardenti fiamme della loro carità (Parte IV, c. xiv).

 

II. - PRATICA.

6. Come bisogna stare attenti nel recitare l'uffizio.

Un giorno a Mattutino, S. Margherita Diaria non poteva, cantare e nemmeno seguire l'uf­fizio salmeggiando. Ella era molto afflitta di tale privazione, quando il Signore si fece sentire a lei, mostrandosi poi nella figura d'un bambinello. Temendo ella che fosse un an­gelo di Satana, Fece questa domanda: Se siete voi, o mio Dio, fate ch'io canti le vostre lodi. In quel medesimo istante ella sentì la sua voce libera e più forte che mai. Io, dice ella, proseguii il Te Deum insieme col coro e il resto del Mattutino passò così senza che tutte le carezze di cui la sua bontà mi onorò, mi rendessero meno attenta all'uffizio. Sola­mente sentivo che il mio interno era potente­mente legato a quella distinta presenza e oc­cupato nell'onorarla.. Alla fine egli mi disse: « Io volli provare il motivo per cui tu re­citavi le mie lodi; perehè, se tu ti fossi te­nuta un momento meno attenta a dirlo, io mi sarei ritirato » (Contemp., p. 50).

Nostro Signore, riferisce Maria Amata, du­rante l'uffizio, mi domanda un'intenzione speciale al Pater, all'Are e al Gloria e alle orazioni. Ma, s'io sono applicata a Dio, non devo cercar di fermarmi al senso delle pa­role. Egli mi raccomandò che, quando la mia attrattiva mi ci portasse, dicessi spesso: Santo, santo, santo, insieme crei Serafini (ca­pit. VIII).

 

7. Recitare il santo uffizio in unione con Gesù.

S. Matilde domandò al Signore se le virtù, mediante la pratica, acquistassero maggior merito presso Dio. « Non v'ha bene così pic­colo cui la pratica continuata non faccia ap­parire grande dinanzi a Dio », disse il Si­gnore. - Qual è il minor bene in cui uno si possa esercitar sovente con utilità? - « E' recitar le Ore con attenzione e divozione; non già che sia questo il minor bene, ma per­chè non si può far meno che compiere il pro­prio dovere. Adunque, allorchè si cominciano le Ore, si dica col cuore o anche colla bocca Signore, in unione di quell'intenzione, che aveste voi d'osservare sulla terra le Ore ca­noniche in onore del Padre, io recito quest'Ora a vostro onore; e così tengasi sempre l'at­tenzione in Dio. Quando la pratica ripetuta diventata abitudine, questa diventa così no­bile e così grande davanti a Dio Padre, da sembrare che non sia se non una sola cosa con ciò che praticai io stesso » (Parte III, cap. XXXI).

 

8. Richiamare al pensiero quello che, a ciascuna delle Ore, Gesù ha sofferto, e unirsi a questa sofferenza.

« Accade alle volte, disse il Signore a S. Matilde, che quando gli sposi hanno fatto un lungo viaggio, al loro ritorno le spose rin­novino le loro nozze. Bisogna ch'io faccia lo stesso perchè un'ora d'allontanamento da me è più dura, all'anima amante di quello che sarebbero per una sposa della terra mille anni lungi dallo sposo ». Poi egli applicò il suo Cuore divino sul cuore dell'anima e le disse: « Ora il mio Cuore è tuo e il tuo cuore è mio ». E con un dolcissimo amplesso e con tutta la sua virtù divina egli attrasse in sè quest'anima, talmente che sembrava non formare più se non uno spirito con lui. Ma, o Signore, disse S. Matilde, la sposa frutti­fica per il suo sposo. Qual frutto, o floridis­simo Sposo, vi recherò io? - « Tu mi darai ogni giorno sette figliuoli. Pertanto appena che ti sarai alzata la notte per il mattino, per riverenza a quell'amore il quale fece sì che per te io m'abbandonassi incatenato fra le mani degli empi e mi rese obbediente fino alla morte, disponiti ad obbedire in quel giorno a tutto quello che ti sarà ingiunto, quand'anche tu dovessi compiere tutta l'obbedienza che nessun Santo mai avesse compiuta. A Prima, in omaggio a quell'umiltà con cui io comparvi dinanzi ad un giudice indegno, come un agnello pieno di mansuetudine, assoggettati per me ad ogni creatura e sii preparata ad eseguire qualunque vile e basso lavoro. A Terza, per quell'amore con cui volli esser disprezzato e saziato d'ogni obbrobrio, tu dis­prezza te stessa. A Sesta, crocifiggi a te stessa, il mondo e crocifiggi te pure al mondo, pensando com'io, calamita dell'anima tua, fui per te confitto in croce, e per conseguenza tutte le delizie e dolcezze del mondo siano per te come una croce amara. A Nona, muori al mondo e ad ogni creatura, in questo senno che l'amarezza della mia morte sia una dol­cezza pel tuo cuore ed ogni creatura come tale non t'ispiri che disprezzo e disgusto.

Verso l'ora dei Vespri, nella quale fui deposto dalla croce, tu rammenterai con gioia come dopo la tua morte e finite le tue fatiche, ti prenderai un beato riposo nel mio seno. A Compieta, ancora, ricordati di quella beata unione in cui, divenuta un solo spirito con me, tu godrai effettivamente me stesso unione che comincerà quaggiù mediante l'ac­cordo della tua volontà colla mia, nella pro­sperità come nella sventura e che si compirà un giorno nella gloria per non cessar più mai » (Parte III, c. xxix).

 

9. Mezzi per trionfar del sonno durante il santo uffizio.

Ah! Signore, diceva S. Matilde, che fra­gilità dell'uomo miserabile è mai questa, che egli non si possa parare dal dormire, anche mentre assiste ai divini uffizi? - « Se gli uomini pensassero alle cose del cielo, o anche alle pene dell'inferno, essi non dormirebbero a  lungo!». – Ma coloro, a cui ciò non è dato, che cosa faranno? - « Colui che avesse un amico molto caro gemerebbe, se fosse pri­vato della sua famigliarità; dunque l'anima, la quale riflettesse ch'io sono per lei un amica fedelissimo e amantissimo e che acco­standosi a me ella riceverà la comunicazione di tutti i miei segreti, sentirebbe il suo cuore eccitato a riporre in me le sue delizie. Colei che pensasse ancora qual dolcezza e quale soavità io posso esser per lei, qual potenza e qual libertà ella otterrà sopra se stessa per la preghiera, vedrebbe il sonno fuggirsene ben lungi da lei » (Parte III, c. xx).

 

10. Giaculatorie efficaci per riparare le distrazioni nel santo uffizio.

S. Matilde pregava per una persona che s'era lamentata di recitare spesso le Ore con distrazione. E il Signore le disse: «Alla fine delle Ore, ella aggiunga sempre, coll'intenzione di riparare la sua negligenza: O Dio, siate propizio a me peccatore, o questo: O Agnello pieno di mansuetudine, abbiate pietà di me. - E s’ella dimentica di farlo quasi a tutte le Ore? - « Se omette di dirlo dopo le Ore, lo dica almeno sette volte al giorno, nell'ora che vorrà. Se difatto queste parole. O Dio, siate propizio a me peccatore (Luc., xvIII, 13), ebbero tanta efficacía per il pubblicano, che per esse meritò d'esser giustificato di tutti i suoi peccati, perché non otterrebbero ad un altro la remissione della sua mancanza? La mia misericordia è tanto clemente oggi come fu in quel tempo » (Parte III, cap. XXXII).

 

Dal libro: VITA INTERNA DI GESU' CRISTO MANIFESTATA A M. CECILIA BAIJ BENEDETTINA DI MONTEFIASCONE (1694 -1766) -

Stando in quel deserto, come ho detto, ope­rando molto con le mie suppliche ed offerte per la salute dei miei fratelli, passando molte ore in ora­zione per trattare il tutto col Padre mio, seguitai quivi il modo di lodare il Padre, come facevo, mentre stavo in casa con la mia diletta Madre ed all'ore stabilite. Sapeva la mia diletta Madre quan­do io mi ponevo a cantare le divine lodi, ed ella si univa meco. Mentre stavo lodando il Padre mio, sempre con nuovi cantici, venivano tutti gli animali e tutte le fiere selvagge che in quel deserto abitava­no, e con atto umile si ponevano ad udire le lodi del lor Creatore. Ed io allora pregavo il Padre mio a dare ai miei fratelli un simil sentimento, perchè molto più ad essi conviene di stare ad udire le lodi del loro Creatore, avendoli creati ad immagine sua, e data loro l'anima razionale, e capaci di amarlo e servirlo e di goderlo eternamente. Ed io bramavo, che tutti i miei fratelli corressero ad udi­re quelli che si impiegano in cantare e recitare le di­vine lodi, che per questo appunto il Padre mio ha fatto che siasi istiuito un sì santo esercizio, ed ha eletto alcuni perchè lo stiano lodando e gli altri l'ascoltino, ed in quel tempo ancor essi diano glo­ria e lodi al lor Creatore: Vedevo io, come quelle bestie e gli animali tutti stavano con attenzione e si­lenzio ad udirmi, e poi rivolgevo il pensiero e lo sguardo verso dei miei fratelli, e, vedendoli in ciò sì trascurati e distratti, ne sentivo gran pena. Vedevo, come molti non si sarebbero pigliato alcun pensie­ro di soddisfare all'obbligo loro, cioè, di stare ad ascoltare le divine lodi, e che piuttosto si sarebbero divertiti in passatempi mondani. E vedevo come molti vi avrebbero assistito sì male, che piuttosto avrebbero provocato a sdegno il mio divin Padre con le loro irriverenze, offendendolo gravemente nel tempo istesso che devono dargli quel culto, che per ogni giustizia gli è dovuto. E vedendo che in questo si sarebbero fatti superare dall'istesse fiere e animali irragionevoli, ne sentivo gran pena, e per­ciò pregai molto il mio divin Padre ad illuminarli, e dar loro la sua grazia in abbondanza, acciò in que­sto si portasse ognuno come deve, e riflettesse che Iddio è presente e con modo speciale assiste alle funzioni sacre, alle divine lodi, e tanto sta osser­vando chi le recita, tanto chi l'ascolta, per premia­re o punire quell'opera che, per sua gloria, ha fat­to istituir, e per salute e merito di chi le recita come di chi vi assiste. Mi promise per costoro molta gra­zia il Padre mio, come difatti ad ognuno la com­parte. Ma, oh quanti ve ne sono che se ne abusano e non ne fanno conto alcuno, e rigettano i lumi di­vini, che il Padre con tant'amore loro invia!

Terminato poi che avevo le divine lodi, or­dinavo a tutte quelle bestie ed animali che ancor es­si, al lor modo, lodassero il lor Creatore, ed ognun di loro, con somma ordinanza, alzata la lor vocé al canto, al lor modo di intendere lodavano il Padre mio. Ed io dicevo, e con ragione: - Ah, mio divin Padre! le bestie più feroci e selvagge, gli animali più foresti obbediscono alla mia voce. Ed è possi­bile, che solo i miei fratelli, da me tanto amati, da voi tanto beneficati, si rendano sordi e duri alla mia voce, e non vogliano eseguire quel tanto che da me loro sarà ordinato per la vostra gloria e per la loro salute? E pur sarà così! - E tutto afflitto, pregavo il Padre ad usar loro misericordia, a per­donarli ed a non castigarli come meritavano. E per verità il Padre, in questo, si mostrava molto adira­to, ed io lo placavo, offerendogli le mie lodi a no­me di tutti i miei fratelli. E come vedevo, che ve ne erano molti, che in ciò sarebbero stati pronti e fe­deli, gli offerivo anche le lodi di costoro unite con le mie, acciò con questa unione, avessero anche quelle il loro merito appresso il Padre mio. E di ciò restava il Padre molto soddisfatto. Per questo poi di nuovo il lodavo e ringraziavo, e magnificavo la sua bontà e misericordia.

 

Primi battiti del Cuor di Gesù

Unito che fui a quell'umanità, adorai in primo luogo l'eterno mio Padre, e lo ringraziai del beneficio fatto al genere umano in donargli me stes­so, suo Figlio Unigenito, per l'umana redenzione. Lo adorai e lo ringraziai a nome di tutte le creature razionali, alle quali io mi dichiarai allora loro fra­tello; mi protestai, sin da quel momento, che tutto ciò che io avessi operato e patito in ogni istante del­la mia vita, tutto intendevo di operare e patire per i miei fratelli e supplire con questo al mancamento e negligenza loro.

Dopo questo primo atto di adorazione e ringraziamento, domandai all'eterno mio Padre una grazia particolare per la mia diletta Madre, e fu, che ogni volta che io respiravo, mentre dimora­vo nelle di lei viscere, le avesse accresciuto un gra­do di grazia, e questa fosse per rimunerarle in que­sta vita il centuplo, mentre quel respiro mi veniva somministrato dall'alito del suo purissimo cuore. Si degnò il Padre in questo di compiacermi, ed in­sieme farne consapevole la mia diletta Madre, ac­ciò maggiormente si rallegrasse e si compiacesse di dare albergo a me suo Figlio diletto.

Condisceso che fu il Padre mio a compar­tire questi doni ala mia Madre, io, unito con essa lei, cioè l'anima mia con il suo spirito, gli rendem­mo le dovute grazie, ed io gli resi grazie anche da me per parte di mia Madre: perchè, come Dio, di più valore erano i miei ringraziamenti e perciò più graditi dal Padre mio.

 

Espiazione e lagrime in Betlemme

Ritrovandomi, sposa carissima, quivi a giacere in terra, avvilito, annichilito, da tutti ab­bandonato e privo di ogni umano soccorso, mi era di una pena molto grande. Piangevo per tenerezza in vedermi in tanta miseria e povertà, gelato dal freddo, (1)

(1) L'oriente e l'Occidente sono sempre andati d'accordo nel ri­conoscere che Gesù nacque durante una delle dodici notti sacre, che l'antichità particolarmente venerava dal 25 dicembre al 6 gennaio. Eran vi senza dubbio delle ragioni mistiche per far bril­lare al mondo la gran luce del Messia, proprio in quell'epoca in cui il sole, arrivato innanzi al segno del Capricorno, si leva al di sopra del punto solstiziale e risale di nuovo verso la primavera per comunicare alla terra una vita nuova; ma la ragione fonda­mentale fu che, per tempo, la prima generazione cristiana ap­prese che il Salvatore era nato in una stalla, durante una notte d'inverno. Le ragioni in contrario che si desumono dal gregge che passava la notte in pien'aria, come dice S. Luca, non sono troppo forti. Oggi ancora gli Arabi, dopo le piogge del dicem­bre, cioè verso la fine del mese, lasciano le loro dimore e discen­dono nelle pianure coi loro armenti. Baclay, Schwarte, Schii­beri ed altri viaggiatori celebri dichiarano che spesso le settima­ne dellarne di dicembre sono in Palestina le più belle dell'anno. La terra si riveste di verde; Tobler ci fa sapere che si approfitta di questo tempo per far uscire le pecore dalle stalle e metterle alla pastura nei campi. Sono divenute però le circostanze di po­vertà e di freddo nella tradizione un commentario naturale del vangelo nella nascità di Gesù, che la Chiesa non poteva dimenti­care. - Un'altra difficoltà la desumono dal censo di Cesare Au­gusto, che dovette essere intrapreso durante la bella stagione. Ma fu già risposto che il popolo romano non aveva l'abitudine di darsi molto pensiero delle comodità dei suoi alleati e tributari. Se l'ordine di Augusto fu promulgato in settembre, dopo la pa­ce dell'impero, il censo non potè farsi che nell'inverno per i pae­si lontani da Roma, come la Palestina. - Si trova in S. Ippolito (in Dan. IV.) la più antica testimonianza in favore del 25 dicem­bre. L'oriente celebrò dapprima la festa della Natività il 6 gen­naio, Roma preferì sostituirla alle feste pagane che si celebrava­no il 24 dicembre in onore della nascita dell'invincibile: Natales Invicti, S. Leone Magno, Serm. 21, 6, e s. Agostino, con. Faust, 20,4. Al V secolo la Chiesa graca ammise la data della Chiesa romana, e da quel tempo la Natività è stata celebrata dovunque il 25 dicembre.

 

che pure sentivo molto sensibile, quan­tunque in quell'età; e tutto questo offerivo al Pa­dre mio assieme con le mie lacrime, in soddisfazio­ne dei peccati di tutto il genere umano, ed in parti­colare delle molte delicatezze con cui trattano i miei fratelli il loro corpo, non potendo soffrire che questo patisca alcuna incomodità o penuria di tut­to il necessario non solo, ma anche del superfluo.

Adorato che io ebbi l'eterno mio Padre, dopo che fui uscito dall'utero verginale, gli offrii quelle adorazioni, che tanto erano a Lui grate, an­cora per parte dei miei fratelli, in particolare di quelli che, subito nati, non sono capaci di adorarlo per essere privi dell'uso di ragione. Lo ringraziai per parte di tutti, giacchè in quell'età non sono ca­paci di farlo. Il Padre mio tutto accettò e gradì, e per parte di tutti restò adorato, ringraziato ed ono­rato in modo tale, che se questi muoiono prima dell'uso di ragione, oppure in quell'istante dopo nati, oppure pervenendo all'età di potere amare, lodare, adorare, ringraziare Dio e non lo fanno per loro negligenza o malizia, nondimeno il Padre mio è restato glorificato con tutti questi atti che io ho fatto per loro, senza eccettuarne neppure un solo. E quella gloria che io gli diedi in quel primo istante della mia natività per tutti essi, benchè questi siano poi a Lui ribelli, nondimeno non gliela possono più levare.

Ritrovandomi poi così giacente in terra tra tante miserie, piangevo, sposa carissima, incon­solabile, tutti i peccati dei miei fratelli, che'già ve­devo essere di tanto disonore e dispregio del Padre mio, e vedevo che sopra di me si dovevano scarica­re tutti i flagelli per placare lo sdegno e l'ira pater­na, giustamente irritata dalla malizia degli uomini. Dicevo al Padre:

Padre mio amatissimo! ecco questo mio corpo, che già è uscito al suo mondo per dare tutte quelle soddisfazioni alla divina giustizia che vuole sopra di me! Pertanto, scaricate pure i flagelli della vostra ira e sdegno, che portate al peccatore, sopra di me! Eccomi pronto a darvi tutte quelle soddisfa­zioni che la vostra giustizia richiede da me, purchè si convertano e vivano i peccatori! Muoia io fra pa­timenti, purchè essi siano fatti degni di vivere eter­namente con Voi in quel regno, che io ora son ve­nuto ad acquistar loro! Passate, o Padre mio, que­ste mie richieste ed offerte con rescritti di grazia! Fate, che tutte le creature, che hanno buona volon­tà, si convertano a Voi, e glorifichino in eterno la Vostra misericordia!­

Si compiaceva molto il mio divin Padre di queste mie esibizioni e l'accettava con sommo gu­sto, promettendomi quanto io gli richiedevo.

 

Il Pater noster

Arrivata la sera, dopo di essermi tratte­nuto alquanto con i miei apostoli, a prendere qual­che ristoro per conservare l'umanità, la quale era molto abbattuta e necessitosa per le continue fati­che del viaggio e della predicazione, fatte le solite orazioni, come più volte ho detto, mi ritirai in quella notte alla campagna solo, ad orare al Padre mio.

Quella notte la spesi tutta in orare. Sup­plicai il mio divin Padre per tutti i miei fratelli ed a Lui raccomandai, come Padre di tutti, e desiderai di lasciare ad essi un modo di orare facile ed effica­ce. Perciò composi l'orazione del Pater noster, consultando il tutto col mio divin Padre. E lo pre­gai ad esaudire tutti i miei fratelli quando, con fede ed amore, avessero recitata la suddetta orazione, nella quale si contiene tutto ciò che essi possono desiderare. Piacque al divin Padre la suddetta ora­zione composta da me, suo amato e diletto Figlio, chè in me molto si compiaceva. Vidi l'efficacia che avrebbe avuto la suddetta orazione appresso del Padre, e perciò desiderai di presto insegnarla ai miei discepoli, e, per essi, a tutti i miei fratelli. Vi­di ancora in quella notte, tutti quelli che l'avrebbe­ro recitata con fede ed amore, e le molte grazie che costoro, per mezzo di essa avrebbero ottenute, ed il gusto che avrebbero dato al mio divin Padre nel re­citarla devotamente ed attentamente, e di ciò molto mi rallegrai e godei molto. Vidi ancora il gran numero di quelli che l'avrebbero strapazzata, reci­tandola senza amore, con poca fede e senza atten­zione, e che costoro non solo avrebbero fatto di­spiacere al mio divin Padre, privandolo del gusto che sente, quando è ben recitata, ma ancora pri­vando loro stessi del conseguimento delle grazie che in essa domandano; e di costoro intesi una somma amarezza. Io in quella notte, la recitai al Padre con tutto l'amore, a nome di tutti i miei fra­telli, ed il Padre ricevè di ciò un sommo gusto; e gliela offerii in supplemento di tutto il dispiacere che gli avrebbero fatto i miei fratelli, quando la re­citano malamente. Ed il Padre restò soddisfatto per la mia offerta di suo sommo compiacimento.

Terminata pertanto la notte, recitate le divine lodi, e rese le dovute grazie al Padre; tornai dai miei apostoli i quali si erano in quella notte ri­posati. Lodato che ebbi con essi il mio divin Padre, acciò si fosse degnato di illuminarli, per ben capire l'eminenza dell'orazione che io ad essi voleva inse­gnare. Ed il Padre li illuminò, e loro diede un ar­dente desiderio di udir presto e ben capire l'orazio­ne che io volevo insegnar loro.

Essendosi pertanto disposti per udire ed imparare la suddetta orazione, la dissi loro, stando io in mezzo di essi, come Maestro loro. In ogni pa­rola che io dicevo del Pater, loro facevo la spiega­zione di tutto il contenuto, ed essi mi udivano at­tentamente, ed il tutto ben capivano, ed inteneriti,

per la consolazione che sentivano in udire la sud­detta orazione, dirottamente piangevano, conside­rando quel tanto, che in detta orazione si contene­va, e si anche per vedere l'amore con cui ad essi l'insegnavo.

Terminato pertanto che io ebbi di inse­gnar loro la suddetta orazione, con tutte le sue di­chiarazioni, la feci recitare a tutti unitamente, ge­nuflessi in terra, alla presenza del Padre mio. E re­stò impressa tutta nella loro mente. Si compiacque il divin Padre della suddetta orazione, e pregato da me ad esaudirli, prómise di dare ad essi quel tanto che in detta orazione gli avevano domandato. E, nelle persone loro, lo promise anche a tutti i miei fratelli quando ancor essi in tal modo l'avessero re­citata.

Terminata l'orazione, e rese le dovute grazie al divin Padre, restarono i miei apostoli con­fortati e consolati sentendo nel loro interno un'in­solita e divina consolazione, e perciò unitamente lodavano il Padre mio e me, loro Maestro, per avergliela insegnata. Ed io di nuovo li istruii, di­cendo loro, che ogni volta che essi volevano orare il Padre, recitassero e meditassero la suddetta ora­zione, e che il Padre li avrebbe esauditi.

 

Esercizi e lodi divine

Devi sapere ancora, che mentre io mi trattenni in quella parte della Galilea con i miei quattro discepoli, non tralasciai giammai i miei so­liti esercizi di orazione, di recitare le lodi divine al mio divin Padre, e lo facevo fare ancora ai miei di­scepoli, in particolare l'orazione, molto necessaria per essi, nella quale loro insegnai a domandare in essa tutte le grazie ad essi necessarie. L'istruii nel modo di ben orare. Molto ci volle perché si assue­facessero a far detta orazione, non essendone essi capaci in modo alcuno. E tutti stavano attenti ad udir le mie parole. Ma io volevo che orassero anch'essi al Padre mio, e perciò pregai il Padre ad illuminare le loro menti in tempo che stavano oran­do, ed a comunicare alle anime loro il suo spirito e far loro sentire e gustare la sua soavità, perchè si affezionassero vieppiù a sì santo esercizio. Ed il Padre esaudiva le mie suppliche, mentre faceva ad essi sentire e gustare la soavità e dolcezza di quella manna che in sì santo esercizio si contiene. Perciò si affezionarono molto all'orazione, e per mezzo della medesima ricevevano grandi lumi dal Padre mio, che abbondantemente communicava loro il suo spirito, e con ciò più chiaramente conoscevano la persona mia e le virtù che io predicavo, e si ac­cendevano nel desiderio di perfettamente imitarmi, come poi fecero. Desideravo io che tutti i miei fra­telli praticassero un sì santo esercizio, perchè per mezzo di questo avrebbero ricevuto grandi lumi dal mio divin Padre, ed avrebbero conosciuto tutto ciò che devono operare per la loro eterna salute; avrebbero ancora, per mezzo di detta orazione, ot­tenuto dal Padre mio tutte le grazie che avessero domandate. Perciò io tanto l'inculcai ai miei disce­poli, e l'insegnai, per mezzo loro, anche a tutti i miei fratelli, come ti dirò a suo luogo. Perciò non mancavo di pregare anche per tutti il Padre mio, acciò dispensasse le sue grazie a tutti quelli che avessero praticato un sì santo esercizio. E vedendo che i miei fratelli sarebbero stati sì negligenti e tra­scurati in detto esercizio, ne intesi pena, ed offerii al Padre mio la mia continua orazione in supple­mento di quanto in ciò essi mancano, e per detta offerta lo pregai a dare a tutti un vero sentimento e spirito di orare. Me lo promise il Padre, e difatti vi­di, come molti si sarebbero in ciò segnalati, ed avrebbero ottenuto molte grazie, per mezzo di det­ta orazione, e sarebbero giunti a gran perfezione e santità di vita. Di ciò ne godei molto, si per il bene loro, come per il compiacimento del mio divin Pa­dre, perchè gode di comunicarsi alle anime e di in­fondere in esse il suo spirito. E questo lo fa con le anime oranti.

 

Nel mettere la tunica

Essendo arrivato in età competente, dissi alla Madre mia, che mi levasse dai legami delle fa­scie, essendo stato di già abbastanza quivi legato. Si compiacque la diletta Madre di eseguire quanto io le avevo richiesto, e postomi una tunicella ben povera, che aveva intessuta con le sue mani, mi ve­stì, restando io libero e sciolto da quei legami, che invero mi si rendevano molto penosi per aver tutto l'uso di ragione e cognizione perfetta, che suol ave­re un uomo avanzato nell'età. Vestito ch'io fui, giunte insieme le mani, e piegate in terra le ginoc­chia, ringraziai il padre mio, che si fosse degnato sciogliermi da quei legami, e mi avesse provvisto di vestimento. Feci in questa occasione molte suppli­che e molte offerte al Padre mio, in pro de' miei fratelli. In primo luogo lo pregai, che siccome si era degnato di sciogliere me da quei legami, così si degnasse sciogliere dai legami del peccato tutte quelle anime miserabili, che si trovano inviluppate tra le colpe, e poi rivestirle della sua grazia. Poi gli offerii quel primo atto di orare così genuflesso in terra, e lo pregai, che, in virtù di quell'atto a Lui tanto grato e di tanto suo compiacimento, si de­gnasse di dare virtù a tutti i miei fratelli, acciò pos­sano esercitare e praticare un tal atto ed un tal mo­do di orare, a Lui tanto accetto e gradito; e lo pre­gai che chi gli avesse domandata qualsivoglia gra­zia in quella forma prostrato, non gliel'avesse negata; tanto più se gliel'avesse domandata a nome mio e per i meriti miei. Dippiù lo pregai, che si fos­se degnato di farmi vedere tutte le nazioni così pro­strate alla presenza sua, ed adorare Lui come vero Dio e Signore di tutto il creato. A queste mie sup­pliche condiscese benignamente il Padre mio, ed allora disse quelle parole: - Hic est Filius meus di­lectus, in quo mihi complacui. - Fu inteso però solo dalla mia diletta Madre, essendo quivi Lei sola ad assistere la persona mia. Domandai poi licenza al Padre mio, come suo vero ed obbediente Figlio, di servirmi di tutte le mie membra e sensi, ma in tutto e per tutto in far cose di suo volere e servizio e maggior gloria. Mi concesse il tutto il Padre mio, ed io con la sua benedizione mi alzai.

 

I primi passi

Ed incominciai a formare i primi passi, che erano da fanciullo tenero, e quasi tremolanti. L'offerii al Padre mio, e lo pregai, che in virtù di quei miei passi, formati per sua gloria, avesse dato tanta forza e virtù a tutti i miei fratelli di incammi­narsi alla perfezione, e di reggere e regolare i loro passi in modo tale, che non li facessero mai in di­sgusto del Padre mio ed in pregiudizio delle anime loro, ma solo per sua gloria e per adempire la volontà sua, e per loro profitto spirituale.

 

Le prime parole

Formai poi le prime parole, che fu in pre­senza della mia diletta Madre e di Giuseppe suo sposo. Come era stato ancora del camminare, le mie prime parole furono in lode del Padre mio. E le proferii con tanta grazia ed amabilità, che la di­letta Madre con Giuseppe si disfacevano in lagrime di consolazione. Dopo poi salutai ambedue, e li ringraziai di quanto avevano operato e patito per amor mio. Mi esibii tutto ai loro comandi, sotto­mettendomi in tutto e per tutto alla loro obbedien­za, dichiarandomi di voler vivere loro soggetto tut­to il tempo che io sarei dimorato con essi loro. Dopo poi mi ritirai in disparte, di nuovo ad orare; e questo poi era il mio continuo esercizio: cioè, pie­gar le ginocchia ed orare al Padre mio. Offerii al Padre mio quelle mie prime parole e quelle lodi che io gli avevo dato, e lo pregai, che, per quel compia­cimento che Lui ne aveva avuto, si fosse degnato di perdonare a tutti i miei fratelli, che con questo sen­timento l'avessero offeso, e si degnasse di benedire e santificare le loro lingue, acciò non si sciolgano in proferir parole di offesa sua e dei loro prossimi; e che per quelle parole mie, tanto a Lui grate, si de­gnasse di restar placato con i miei fratelli, mentre era molto sdegnato con essi, per la gravezza delle offese che ricevéva, più per mezzo di questo sentimento che di tutti gli altri. Restava placato il Pa­dre mio, ma mi faceva vedere la moltitudine e gra­vezza delle offese che riceveva dai miei fratelli con questo senso. O sposa mia! che gran moltitudine di offese riceve il Padre per mezzo di questo senso! In verità, che quasi tutti se ne servono per tutt'altro, che per il fine per il quale il Padre mio gliel'ha da­to. Oh! quanto mi affliggeva questa grand'offesa che facevano e fanno tutti i miei fratelli al Padre mio! Vedere che avendo Lui dato loro l'uso della lingua perchè lo lodino, lo benedicano e lo ringra­zino, e l'insegnino a fare a tutti in simile modo, essi per contrario, con questo senso l'offendono con mormorazioni, con detrazioni, con spergiuri, con bestemmie, con ingiurie, ed altre cose simili. Oh! che cosa mostruosa si è mai questa che fanno le creature. Oh! quanto, sposa mia, mi affliggeva la gravezza di queste colpe e la moltitudine di esse! Piangevo dirottamente una tal iniquità, e mi offe­rivo ed esibivo al Padre mio di volerlo in eterno lo­dare, benedire, e ringraziare, e di soddisfare a no­me di tutti e per parte di tutti i miei fratelli, che in questo avessero errato. Accettava e gradiva molto il Padre mio queste offerte e suppliche, e si dimo­strava alquanto placato verso de' miei fratelli, e mi prometteva di sospendere il meritato castigo per siffatte colpe, e di aspettarli a penitenza. E con questo poi mi andavo alquanto consolando, e mi applicavo molto più a supplicare il Padre mio per essi, e ad offerirgli tutte le opere mie in soddisfazione delle loro colpe e in impetrazione di grazie.

 

La preghiera di Gesù

Lo pregavo ancora, che siccome si era de­gnato di provvedermi di quella povera veste, con cui io ero vestito, egli si degnasse di vestire le anime con la veste della sua grazia, sciogliendole prima da ogni legame di colpa. Era invero, sposa mia, co­sa di gran meraviglia il vedermi, cosi piccolo bam­binello, vestito con quella veste, con le mani giunte e con le ginocchia in terra, pregare il Padre mio! Stavano quivi ammirati gli angelici spiriti, la mia diletta Madre con Giuseppe si disfacevano in lacri­me per la compassione e per la gioia che provavano nel rimirarmi. Il Padre mio, poi mi riguardava con tanto amore, come un ricco tesoro della sua di­vinità, e come soggetto, dove aveva collocato tutti i tesori della sua ricchezza e bontà. E spesso mi dice­va per consolarmi, quando mi vedeva in quella po­situra così afflitto, mesto e così umiliato mi ripete­va sovente: - Chiedi pure, amato Figlio, ciò che brami da me, che io son pronto a darti tutto ciò che vuoi. - Postula a me, et dabo tibi gentes haereditatem team. - Queste parole mi apportavano una gran consolazione. Ed io allora, animato dalla bontà e liberalità del Padre mio, gli domandavo istantaneamente la salute del genere umano. Ed allora ìl Padre mio mi prometteva di dar tanta grazia a tutti, che volendo essi fare ciò che si spetta alla loro salute, ognuno si fosse potuto salvare; facen­domi ben conoscere che chi non si salva si è perchè, infatti, non vuol salvarsi, non che il Padre mio manchi di dare a tutti una grazia sufficiente, aven­dola a me promessa, e praticandolo, con tutta libe­ralità. Tanto più che mi affliggevo in vedere la moltitudine delle anime che abusano di detta gra­zia, la quale io loro avevo ottenuta con tante sup­pliche e sospiri, e poi esse proprio esser causa della loro perdizione. Ringraziavo il Padre mio della sua gran bontà e liberalità, e di nuovo mi offerivo a Lui, e lo pregavo che si adempisse il suo volere, che di già conoscevo: che era, che tutte le creature si fossero salvate, e che tutte fossero state perfette e sante. Ma quanto è poco adempita questa volontà del Padre mio, mentre la maggior parte procura di fare il contrario. Questo mi affliggeva molto. Mi .consolavo però, in far io perfettamente la volontà sua, e gli offerivo questa mia prontezza di volontà, in eseguire tutto ciò che voleva da me, in supple­mento di tutti quelli che non vogliono in modo al­cuno eseguire il suo santo volere, e con questo tol­gono al Padre mio la gloria e l'onore, ed a se stessi il premio. Onde restava a sufficienza onorato e glorificato il Padre mio per l'offerte che gli facevo io, e solo restavano le anime prive del merito e del bene, che ad esse ne risulterebbe quando adempis­sero la divina volontà.

 

Li invita a lodare e benedire il Padre

Sceso già dal Tabor e ritrovati quivi i miei apostoli, fui da essi accolto con insolita alle­grezza. E tutti mi incominciarono a narrare, come si erano sentiti riempire di una insolita alleggrezza e consolazione interna. Li stavo ad udire con molto gusto e li animai dicendo loro, che siccome godeva­no di vedersi consolati, così avessero anche godu­to, quando si sentivano afflitti, pensando che il di­vin Padre tutto dispone con altissima provvidenza, e tutto permette per loro bene e profitto spirituale, e che quando permette le afflizioni, non tarda mol­to a consolare chi a Lui ricorre con fiducia, e chi di Lui si fida. E loro andavano replicando, che quan­do si sarebbero trovati afflitti e travagliati, non avessero mancato di far ricorso al divin Padre, il quale li amava teneramente ed aveva cura partico­larmente di tutti loro.

A queste ed altre cose che io loro andavo insinuando, si disfacevano in lagrime i miei apo­stoli, parte per la consolazione interna che sentiva­no, e parte per udire le mie parole, le quali appor­tavano ad essi una sempre nuova allegrezza e con­solazione. Ed io li esortavo sempre a lodare e bene­dire il divin Padre, come autore di ogni bene e di ogni consolazione che a loro veniva data da me.

Pregai ancora il divin Padre ad ispirare a tutti i miei fratelli, quando da Lui sono consolati, a riconoscere il beneficio delle sue mani, a mostrarglisi grati, con ringraziarlo, benedirlo e lodarlo; siccome ancora quando sono afflitti e travagliati, a prendere il tutto con pazienza dalle divine sue ma­ni, e di questo ancora rendergli grazie, mentre il tutto è ordinato a lor maggior profitto spirituale. E vidi, come il Padre l'avrebbe fatto, e che molti si sarebbero approfittati della divina ispirazione, e che facendolo avrebbero dato molto gusto al divin Padre. E di ciò godei molto, benchè provai dell'amarezza, per vedere, come molti si sarebbero serviti della detta grazia in tempo delle consolazio­ni, ma non già in tempo delle afflizioni: mentre al­lora si sarebbero inquietati e non dando orecchio alla divina ispirazione, avrebbero del tutto perso la pazienza, lamentandosi dell'amorosa mano che li percuote per sanarli. Per il che disgustano il divin Padre, ed essi perdono il merito che in tal occasio­ne acquisterebbero, se ricevessero il tutto con pa­zienza, e ne rendessero grazie al Padre celeste. Orai di nuovo per tutti costoro al Padre, e lo pregai del suo aiuto, e che accrescesse in essi i suoi divini lu­mi, e vidi che per questa nuova grazia, molti se ne sarebbero approfittati. Ed io intesi consolazione e ne resi grazie al Padre, benchè non mancò a me dell'amarezza, per vedere come molti si sarebbero abusati anche di questa nuova grazia.

Già tu senti, sposa mia, come a me non mancarono mai amarezze per vedere l'abuso delle grazie, che i miei fratelli avrebbero fatto, con tutto ciò non lasciai mai di pregare continuamente il divin Padre, a compartirne loro di nuovo. Nè mai mi stancai di pregare per essi, ed offrii questa mia per­severanza nel pregare per gli ingrati, al divin Pa­dre, e lo pregai che si fosse degnato di dare un tal dono di perseveranza nel pregare per tutti i suoi prossimi, a tutti quelli che in questo particolare mi imitano. E vidi, come il Padre l'avrebbe data loro. E di ciò godei, si per il gusto che ne sente il Padre, come per l'utile che ne risulta, tanto ad essi, come a tutti quei prossimi per i quali essi pregano.

 

La scoperta meravigliosa

Dr. Stovell era un ateo, ed era uno dei più famosi scienziati dell'USA. Lavorava nel campo dell'ener­gia atomica, e cercava di penetrare i misteri della natura. Esplorò vie nuove nella natura, facendo grandi scoperte. Alcune di esse furono tali che avrebbero potuto trasformare completamente un modo di pensare. A questo proposito, egli scrisse: «Io ero un ateo convinto, e credevo che Dio fosse il prodotto della fantasia di entusiasti credenti. Du­rante il nostro lavoro scientifico, avevamo fatto delle scoperte sorprendenti sul cervello umano.

Noi constatammo che il cervello rappresenta una speciale radio trasmittente. Noi cercammo di stu­diare le onde e riuscimmo a fare altre scoperte. Riuscimmo cioè a scoprire tutta la scala delle onde, e dove le onde si distinguon fra di loro. Ci interes­sava specialmente fare un esperimento per sapere come fosse il cervello di un uomo morente. Ebbi­mo la possibilità di fare questo esperimento su una signora credente. Essa non sapeva per nulla che noi avessimo messo gli strumenti necessari nella stanza accanto alla sua, per poter fare degli esperimenti.

Con me c'erano 4 eminenti scienziati, tutti atei: io però il più accanito.

Fra i nostri apparecchi, ce n'era uno che misurava la potenza del pensiero di questa donna morente. Questo apparecchio aveva un punto di intersezione o grado, e scala, che misurava fino ai 500 gradi, nei due sensi contrari. Prima di iniziare il nostro lavo­ro, dovevamo misurare la potenza della stazione radio trasmittente più potente dell'USA. In quel momento l'ago segnava 9 gradi. Allorchè l'ora del­la morte della signora si stava avvicinando, essa cominciò a ringraziare Dio per tutto, a lodarLo. Essa Gli domandò la Sua benedizione e il perdono dei suoi peccati, in nome del Sangue di Gesú Cri­sto. Si rallegrava di poter ben presto essere ammes­sa in un altro mondo.

Noi scienziati, che stavamo nella camera accanto, eravamo tanto commossi da tutto ciò che sentiva­mo, che dimenticavamo completamente i nostri strumenti. Devo ammetterlo: avevamo le lagrime agli occhi!

Il campanello dello strumento ci svegliò dai nòstri ragionamenti. Appena posamo gli occhi sul qua­drante e guardammo, non potevamo credere ai no­stri occhi: la lancetta segnava più di 500 gradi, anzi cercava di salire ancor di più; ma. non poteva, a causa della costruzione dell'apparecchio. Meravi­gliatissimi, ci guardammo. Per la prima volta, nel­la storia dell'umanità, era stata misurata la forza della preghiera di un credente. Era SS volte più for­te della più potente stazione radio trasmittente dell'USA. Allora si spezzò tutto il mio atteggia­mento di spirito ateistico!

Dopo un po' di tempo, decidemmo di fare un altro esperimento, su un altro tipo di uomo, che era un ateo convinto. Mettemmo a posto gli strumenti e pregammo una sua sorella di parlare con il moren­te. Egli disse che dubitava di Dio e degli uomini, ecc. La lancetta del nostro apparecchio incominciò a muoversi nel senso opposto, e allorchè il morente incominciò a maledire ogni cosa, si fece sentire il campanello dell'apparecchio. La lancetta segnava meno 500.

In questo modo fu misurata la potenza dei pensieri cattivi e delle bestemmie.

Allora in me si risvegliò una seria riflessione. Se noi scienziati possiamo misurare la forza delle on­de della fede, delle preghiere e della bontà, e con­temporaneamente la forza del male che emana il nostro essere, allora non potrebbe essere possibile che Dio legga i nostri pensieri e nello stesso tempo percepisca lo svolgimento del nostro pensiero nella preghiera? Con ciò io mi ero messo faccia a faccia con Dio Onniscente. Come già dissi poco fa, si spezzò tutto il mio atteggiamento di spirito ateisti­co. Come scienziato onesto non potevo contestare la verità. Adesso sono un cristiano felice, e credo in Gesù Cristo, mio Salvatore. »

NB: La conversione del dott. Stovell avvenne il 12 luglio 1953.

(versione dall'inglese di Elisa Zanolari)