L’INFERNO VISTO DAI SANTI
Di
Padre Antonino M. di Monda - Associazione Cattolica Gesù e Maria – Via Oreto
192 – 90127 Palermo.
Ho la gioia e l'onore di presentare l'ultima opera letteraria del carissimo Padre Antonio Maria Di Monda, che tratta della visione che alcuni Santi particolarmente rappresentativi hanno avuto dell'inferno. L'argomento proposto dal Padre Di Monda è certamente tra i più "scomodi ", ma è anche tra i più affascinanti perché sonda un terreno sovente tralasciato dai teologi.
Si
tratta dell'ennesima "perla" del nostro Padre Antonio la cui penna
sembra mai esaurirsi. Egli ha voluto realizzare quest'interessantissimo lavoro
non solo a beneficio dei "suoi" studenti di teologia, ma anche a
favore dei fedeli che intendono approfondire la "scottante" tematica
dell'inferno, della sua esistenza e delle sue caratteristiche.
L'esperienza
dei Santi ha costituito la base di quest'opera che, senza dubbio, si rivelerà
preziosa per il lettore. Questo pregevole scritto, come del resto tutti quelli
realizzati dal P. Di Monda, nasce dalla sua attività di docente in Antropologia
Teologica e da quella d'esorcista della Diocesi di Benevento. Il suo desiderio
di ricerca e la volontà di trasmettere la sua esperienza apostolica sono, a mio
modesto parere, l'anima di questo prezioso lavoro. La determinazione di Padre
Antonio è davvero encomiabile ed esemplare. Egli, ormai non più giovanissimo,
è sempre estremamente vitale sotto il profilo scientifico e sotto quello
missionario. Queste realtà emergono anche dal suo modo di esprimersi nello
stesso tempo, corretto e preciso, sotto l'aspetto metodologico, nonché
appassionato ed infervorato, per quel che concerne lo stile. L'impressione che
si ha scorrendo le pagine del Padre Di Monda è che man mano che egli si produce
in lavori letterari, il lettore ha la possibilità di attingere un pozzo
profondo di ricchezza culturale e spirituale.
Ringrazio
Padre Antonio per questo suo impegno letterario. Egli può, senza falsa
retorica, essere considerato la memoria e la gloria vivente della nostra
Provincia Religiosa, sempre più bisognosa di frati impegnati, Santi, colti e
fervorosi come lui. Padre Antonio è un portentoso e sempre attuale modello di
dedizione apostolica per l'intera famiglia francescana conventuale. Padre
Antonio continui a donarci sempre la gioia della sua presenza e del suo
encomiabile apostolato!
Mi
sono deciso a scrivere e a pubblicare questo volume dopo che, leggendo la
biografia d'alcuni Santi, mi sono appunto imbattuto in visioni o apparizioni
scioccanti. I Santi, gli esseri più gioiosi e ottimisti che si possano
immaginare, parlano d'inferno. Una delle tante "stranezze" della loro
vita? Nient'affatto, perché d'inferno parla prima di tutto Cristo, il portatore
della vera gioia al mondo intero. Ciò significa sia che la verità, quale che
sia, non può in nessun modo essere ecclissata o peggio ancora addirittura
negata, e sia che la verità -per quanto dura e impietosa possa essere - può
ben accordarsi anche con la gioia e l'amore.
Ho
incominciato così la ricerca, i cui risultati presento appunto nelle pagine che
seguono. Naturalmente essa è stata volutamente limitata ad alcuni esemplari,
sufficienti allo scopo prefisso di presentare al mondo d'oggi, incosciente
spesso imo alla follia, una verità, con la quale - si voglia o no, si accetti
o no - bisogna fare i conti se non si vuol finire nel fallimento tragico e definitivo
della vita.
Nella
ricerca sono stato affiancato da due miei carissimi amici e fratelli Giovanni
Cocca e Carlo Sorrentino ai quali va il mio grazie cordiale e sincero.
Le
testimonianze qui addotte sono anche sufficienti a riportare alla ragione - ciò
che ci auguriamo con tutta l'anima - chi, per un verso o l'altro, l'ha perduta o
fosse sul punto di perderla. Non credo ad un inferno vuoto: Gesù non è e non
ha mai rivestito le vesti di un illusionista: le sue parole e affermazioni sono
sempre parole e affermazioni di verità e di vita, alle quali bisogna credere
con l'umiltà e la semplicità dei bambini, anche quando si è dotati di cultura
e di preparazione teologica. Egli ha affermato, tra l'altro, che un giorno dirà
a quelli di sinistra: "Via da me maledetti al fuoco eterno... ".
Non
si tratta di una minaccia che si esaurisce in vuote parole, bensì di una
tremenda sentenza di giustizia comminata a chi - e devono essere in tanti non
ha mai voluto capire il linguaggio dell'amore e della misericordia.
Scriviamo
perciò queste pagine, anche nella speranza di poter offrire un aiuto almeno a
qualche anima che, negando scientemente o no, una verità rivelata, rischia di
finire in un'eternità orrenda, senza più possibilità di riscatto.
Parlo
d'inferno..., e mi sembra già di sentire gli sghignazzamenti, i risolini
ironici, i giudizi sprezzanti di tutti i... superuomini arrivati - beati loro!
alla convinzione che l'inferno è una favola, un'invenzione di anime tristi
che, consapevolmente o no, appestano l'aria con queste fantasie mefitiche.
Sull'inferno purtroppo oggi forse si scherza troppo: fioriscono barzellette e
battute che, per lo più, tendono appunto a svuotare di significato una realtà
ritenuta fantasia e creazione di preti e di gente triste. Come si può oggi -
dicono tanti - parlare ancora d'inferno, nell'era della tecnica onnipotente e
di conquiste quasi incredibili? Ma, sia detto a scanso di equivoci: lazzi e
sorrisetti ironici e altre cose del genere, non devono impressionare troppo,
perché alla verità non si perviene con negazioni idiote e ironie stupide. Se
tutto il mondo arrivasse alla pazzia di affermare che il sole è un'illusione,
non per questo il sole cesserebbe di essere. La verità è indistruttibile ed
eterna come Dio, e l'inferno è una realtà di ragione e di rivelazione, che
niente e nessuno, nonostante i tanti interrogativi che solleva, potrà
vanificare. È vero, molti - e sono soprattutto agnostici, razionalisti e
materialisti e uomini dalla dubbia condotta - non credono all'inferno,
adducendo ragioni su ragioni che non provano niente. L'inferno - dicono molti di
loro - è qui sulla terra per la nequizia di uomini perversi.
Accingendoci
a scrivere queste pagine, partiamo proprio dalla persuasione della certezza
dell'esistenza dell'inferno, essendo verità e dogma di fede. Il che significa
che la rivelazione conferma abbondantemente i dati di ragione. Tra l'altro, i
concili di Lione del 1245 e del 1274, e quello di Firenze del 1439, e della
costituz. Benedictus Deus (1336) di Benedetto XII hanno detto che chi muore in
peccato mortale subirà l'eterna dannazione nell'inferno. Com'è verità di
fede anche l'eternità dell'inferno e delle sue pene, definita nel IV Concilio
Lateranense e nel Concilio di Lione.
Nel
543 l'imperatore Giustiniano, con l'approvazione di Papa Vigilio, pose termine
alla controversia origenista scagliando la scomunica: "Se qualcuno dice o
ritiene che il supplizio dei demoni e degli uomini empi è temporaneo e avrà
fine..., costui sia scomunicato".
La
verità, dunque, dell'esistenza e delle pene eterne dell'inferno è un dogma di
fede. Cos'è il dogma di fede? Un diktat che non ammette repliche o discussioni,
che stabilisce una verità perché così vuole qualcuno? O è qualcosa contro
la ragione che bisogna accettare per fede, pur senza esserne convinti? No, il
dogma non è niente di tutto questo. Esso è semplicemente la dichiarazione
solenne e infallibile di una verità affermata dalla rivelazione e sempre
creduta dal Popolo di Dio.
Proclamazione
solenne e definitiva resa necessaria per mettere fine a discussioni e obiezioni
non ben fondate o a negazioni, frutto d'interpretazioni riduttive o settarie.
Dichiarare
dogma una verità di fede rivelata è un po' - si direbbe - come una sentenza di
Cassazione che pone fine ad ogni controversia, con la differenza che anche la
sentenza della Cassazione, pur sempre tanto autorevole, potrebbe essere errata,
mentre non lo sarà mai la proclamazione di un dogma, essendo la Chiesa
assistita dallo Spirito Santo.
Non
indugeremo perciò su negatori e difficoltà mosse a tale verità, anche se,
all'occasione dovremo, per necessità, farne qualche piccolo accenno. Vogliamo
solo presentare quanto hanno visto i Santi per divina rivelazione, che
costituisce una conferma di più e spesso in modo clamoroso del dato biblico, la
parola di Dio per eccellenza.
Ritornando
alle "visioni" dei Santi, è sorprendente che esse si verifichino
ancora oggi, che si facciano anzi addirittura più frequenti proprio nel secolo
XX- XXI, il secolo che ha visto più che mai regredire la fede in Dio. E ciò
non può essere senza una ragione profonda.
Ma
quello che più forse sorprenderà è il fatto che le visioni dell'inferno si
ritrovino anche in quei Santi che eccellono pure per i messaggi di misericordia
e d'amore, affidati loro dal Signore. Si pensi solo, per es., a Sr. Faustina
Kowalska, colei alla quale Gesù rivelò l'infinito suo amore misericordioso.
Chiaro monito - si direbbe - a non fare dell'infinita misericordia divina un
incoraggiamento o un paravento a voluti atteggiamenti peccaminosi, in contrasto
con la legge e il Vangelo. Atteggiamenti che, oltre tutto, sono in pratica,
vere e proprie sfide a Dio e alla verità perché, confondendo misericordia e
giustizia, si finisce in pratica con l'esaltare stoltamente talmente la misericordia
da cancellare quasi l'altro non meno necessario attributo di Dio, la giustizia
infinita.
Vorremmo
pure mettere sull'avviso che non si vuol dare qui come un riassunto della
teologia sull'inferno, anche se, ragionando sulle visioni dei Santi, si arriva a
dare una prospettiva teologica tutta propria, ma per nulla in contrasto con i
relativi trattati teologici classici.
Si
tratta solo di indagare e mettere a confronto due posizioni o insegnamenti,
quello della Rivelazione divina e quella dei Santi per evidenziarne, assieme
alla sostanziale conformità, anche le possibili accidentali diversità o
dettagli che possono illuminare ancora di più questa paurosa e misteriosa realtà
dell'inferno.
Naturalmente
diamo qui per scontato che le visioni qui addotte, sono realmente avvenute,
attenendoci a quanto hanno detto i competenti a proposito di tali fenomeni
mistici. E infine parliamo dell'inferno non per il gusto di terrorizzare le
anime, ma piuttosto per amore di esse. Oggi, in gran parte, si è perduto ogni
senso di peccato e di responsabilità. I peccati, soprattutto impuri, dilagano
come uno tsunami che travolge tutto e tutti. Si guazza nel fango, si profana
tutto, e tutto questo è visto con un'indifferenza incredibile e spesso se ne fa
addirittura aperta apologia ed esaltazione: una situazione morale e spirituale
peggiore di quella del tempo del diluvio, del quale la S. Scrittura dice che
l'uomo era divenuto carne (Gen 6,5-13).
E
i peccati mortali, quelli cioè che privano l'anima della grazia e della vita
divina, uccidendola e dandola in braccio a Satana, hanno tutti come epilogo -
se non ci si pente - la dannazione eterna.
Una
parola, questa, che a ben riflettere dovrebbe far tremare le vene e i polsi. In
effetti, preferiremmo parlare di ben altri argomenti, che riempiono l'anima
d'amore e di speranza, ma non si può assistere alla fine tragica di tanti
fratelli senza fare qualcosa. "Lo so bene -scriveva S. Giovanni Crisostomo
che queste parole (= riguardanti l'inferno) sono pesanti e affliggono chi le
ascolta. Il mio cuore n'è turbato ed è pieno di spavento. Quanto più vedo che
la dottrina dell'inferno è solidamente provata, tanto più tremo e vorrei sottrarmi
per la paura. Ma è necessario dire queste cose, affinché non cadiamo
nell'inferno".
Vorremmo
quasi scusarci di dover parlare di tali argomenti, ma ci consoliamo che Cristo
stesso, il Dio incarnato per gli uomini per la loro salvezza, lui stesso ha
parlato senza posa dell'inferno. E Dio stesso ha inviato i suoi Santi a parlare
di ciò. Sarà vero quanto detto da Natuzza Evolo, la mistica di Paravati (CZ) a
cui in un'apparizione del 15 agosto 1988, la Madonna avrebbe detto: "Io
sono l'Immacolata Concezione... il mio cuore è trafitto da una spada per tutto
il mondo intero che pensa a mangiare, bere, divertirsi e a vestirsi bene, mentre
c'è gente che soffre. Pensa solo per il corpo, mai un pensiero a Dio... I
peccatori di tutto il mondo e particolarmente i religiosi cadono nell'inferno
come le foglie degli alberi..."?
È
necessario, prima di tutto, chiedersi cosa si intenda con la parola
"inferno".
Per
i credenti e anche per molti non credenti l'inferno è una realtà che riguarda
l'al di là, una realtà quindi ultraterrena di cui parlano quasi tutte le
religioni. Ecco un brevissimo accenno almeno di alcune di esse.
1.
Le religioni antiche
Plutarco
di Cheronea ha scritto un opuscolo dal titolo "Perché la giustizia
divina punisce tardi", dove parla di castighi inflitti nell'altro mondo e
di un luogo dove operano dèi o semidèi a danno di quelli che hanno operato il
male nella vita sulla terra. Egli si esprime così: "Tespesio disse che la
dea Adrastea, figlia di Giove e della Necessità, aveva nell'altro mondo i pieni
poteri di castigare ogni sorta di delitti, e che mai nessun colpevole, grandi o
piccole che fossero le sue colpe, era riuscito per forza o per astuzia ad evitare
la pena meritata. Aggiunse che Adrastea aveva ai suoi ordini tre esecutrici,
tra le quali era diviso il compito dell'esecuzione dei castighi. La prima si
chiama Poiné (= la pena, il castigo). Essa punisce in modo lieve e rapido coloro
che in questa vita sono già stati puniti materialmente nel corpo e chiude
benevolmente un occhio su tante cose che meriterebbero un'espiazione.
Quelli
la cui perversità richiede rimedi più efficaci, il Genio dei supplizi li
affida alla seconda esecutrice, chiamata Dike (= la giustizia), perché siano
puniti come meritano. Ma quanto a quelli che sono assolutamente inguaribili, una
volta che Dike le ha respinti, Erinni, la terza e la più terribile delle
aiutanti di Adrastea, balza verso di loro, li insegue furibonda mentre fuggono e
si disperdono per ogni dove straziati e doloranti, li afferra e li fa
precipitare senza misericordia in un abisso che l'occhio umano non ha mai
esplorato e che la parola non può descrivere".
Guidato
da una guida, Tespesio entra in un luogo dove gli si presenta uno spettacolo
tristissimo e dolorosissimo: vede amici, compagni e conoscenti e lo stesso suo
padre in preda a crudeli supplizi. Vede celebri e malvagi colpevoli della
storia, puniti per i loro crimini a tutti noti.
Continuando,
Plutarco racconta quanto visto da Tespesio: spettacoli penosissimi e
agghiaccianti di pene inflitte a colpevoli. "Tespesio vide così i più
celebri e malvagi colpevoli della storia, puniti per i loro crimini a tutti
noti; questi però erano tormentati molto meno dolorosamente, e si teneva conto
della loro debolezza e della violenza delle passioni che li avevano trascinati.
Ma quelli invece che erano vissuti nel vizio, ed avevano goduto sotto la
maschera ipocrita di una falsa virtù, della gloria che spetta alla virtù vera,
erano circondati da esecutori di giustizia che li obbligavano a rivoltare l'interno
delle loro anime, mostrandolo di fuori, come fa quel pesce marino chiamato
scolopendra, di cui si dice che vomiti le proprie interiora per liberarsi
dell'amo che ha inghiottito.
Altri
erano scorticati e, in questa triste condizione, mostrati a tutte le altre anime
dagli stessi esecutori del supplizio; costoro mettevano a nudo e facevano notare
implacabilmente l'odioso vizio che aveva corrotto le loro anime fino nella loro
essenza più pura e sublime. Tespesio narrava di averne visti altri attaccati e
annodati insieme, come serpenti, che si divoravano l'un l'altro con furore
rammentando i loro delitti e le passioni velenose che avevano nutrito in
cuore.
Non
lontano da quel luogo si trovavano tre stagni: il primo era pieno di oro fuso e
bollente, il secondo di piombo più freddo del ghiaccio, il terzo di ferro aspro
e duro. Demoni addetti a quegli orribili laghi tenevano in mano certi strumenti
con i quali afferravano i colpevoli e li tuffavano negli stagni o li tiravano
fuori, come il fabbro ferraio quando lavora i metalli. Per esempio, gettavano
nell'oro incandescente le anime di coloro che in vita avevano ubbidito alla
passione dell'avarizia e non avevano tralasciato alcun mezzo per arricchirsi;
poi, quando la violenza del calore le aveva rese trasparenti, i demoni si
precipitavano a spegnerle nel piombo gelido; quando le anime, dopo questo bagno,
avevano preso la consistenza di un pezzo di ghiaccio, le gettavano nel ferro,
dove divenivano orrendamente nere (...). Durante questi successivi mutamenti,
soffrivano dolori indicibili".
A
questo punto così chiosa il De Maistre: "Si osservino le traduzioni
antiche e universali su questo spaventoso abisso da cui la speranza, che pure si
trova ovunque, è scacciata per sempre" (J. MILTON, Il Paradiso perduto, 1,
66-67), "dove non si può né vivere né morire" (Corano, 87).
Plutarco
chiama questi infelici "assolutamente inguaribili" (...) una
espressione di Platone del Gorgia. "Costoro, egli scrive, essendo
inguaribili, soffriranno in eterno spaventosi supplizi". Per un'idea
sull'inferno dei romani, basta leggere 1'Eneide di Virgilio.
Notorio
poi il culto per i morti presso gli Egizi. Per costoro "I cattivi esclusi
dal luminoso regno dei morti, giacciono... affamati e assetati, nel buio del
regno sotterraneo". Non è proprio l'inferno, ma qualcosa che vi si
avvicina abbastanza.
2.
L'Islamismo
L'ìnferno
è il luogo del castigo eterno per i soli miscredenti, che sono tutti coloro che
non abbracciano l'Islamismo. Consiste nel "fuoco ardente" e nella
collera di Dio. La sura 32 recita: "Riempirò l'inferno di geni e di uomini
di ogni tipo".
"Durante
il Giudizio Universale, le buone e cattive azioni degli uomini, che sono state
registrate su un libro, saranno pesate su di una bilancia. Gli uomini dovranno
poi attraversare il golfo dell'inferno su un ponte più sottile di un capello e
più affilato di una spada, mentre sotto di loro gli inferi spalancheranno le
fauci per inghiottire coloro che cadranno e precipitarli nelle loro sei bolge.
Gli infedeli diverranno schiavi dell'inferno e bruceranno tra le sue fiamme (sura
19 e 47); i credenti potranno invece scampare al baratro e giungere in
paradiso".
3.
L'Ebraismo
Presso
gli Ebrei "l'idea dell'inferno si va preparando con l'evoluzione nel modo
di immaginare lo sheol" ritenuto dapprima come "un luogo indistinto,
un vero domicilio comune dei morti. (...) Il grado definitivo d'evoluzione è
costituito dai salmi mistici (salmi 16, 49 e 73): il giusto spera che Dio lo
liberi dallo sheol e che lo porti con sé. È chiaro che, se il giusto va con
Dio per una comunità di vita e d'intimità con Lui, solo gli empi restano nello
sheol. Così lo sheol si trasforma, da domicilio comune dei morti, in
inferno".
"Il
libro della Sapienza continua questa stessa prospettiva: la sorte dell'empio,
che è chiamata morte ed è descritta come dolorosa (cf. Sap 4, 19), è la
permanenza nello sheol, mentre i giusti hanno una vita eterna in comunità con
Dio".
4.
Il senso comune
Parlando
di senso comune, intendiamo rifarci particolarmente a quanto crede in genere il
popolo o la massa e anche uomini rappresentativi soprattutto del mondo delle
lettere e della filosofia, guidati dai suddetti criteri di discernimento.
La
nozione filosofica, (non sociologica) di senso comune ci viene così presentata
da A. Livi in un articolo storico-critico: "Insieme organico e genetico
delle evidenze empiriche primarie, dalle quali derivano i primi principi
universali (speculativi e morali) e tutte le successive certezze
dell'esperienza, dell'inferenza e della testimonianza".
La
filosofia del senso comune "serve tra l'altro, a far riflettere i cristiani
sulle pretese di verità umana delle altre religioni (pretese infondate) con le
garanzie di verità divina offerte dal messaggio evangelico, una verità
testimoniata da Dio stesso fatto uomo e da coloro che Egli scelse come testimoni
della sua resurrezione, dopo aver indicato proprio la sua resurrezione come
segno supremo o prova razionale della sua divinità, e pertanto della sua
credibilità".
Ebbene
per la grande massa del popolo e anche per gli intellettuali più aperti alla
realtà, l'inferno è il luogo e lo stato di castigo ultraterreno per tutti gli
empi, che tali sono stati fino all'ultimo giorno della loro vita. In pratica,
l'inferno è la terribile condizione di chi ha perduto Dio per sempre. Il divin
poeta Dante Alighieri - che può dirsi anche, in qualche modo, l'eco, oltre che
della teologia, anche del senso comune - lo presenta già nella terribile
scritta che legge sulla porta d'entrata: "Per me si va nella città
dolente, / Per me si va nell'eterno dolore, / Per me si va tra la perduta gente
".
"Lasciate
ogni speranza voi che entrate ".
Poi
descrivendolo in qualche modo in una prima impressione, scrive: "Quivi
sospiri, pianti ed alti guai / Risonavan per l'aer senza stelle, / Perch'io al
cominciar ne lagrimai. / Diverse lingue, orribili favelle, / Parole di dolore,
accenti d'ira, / Voci alte e fioche e suon di man con elle, / Facevan un tumulto
il qual s'aggira / Sempre in quell'aria senza tempo tinta, / Come la rena quando
il turbo spira".
5.
La religione cattolica
All'insegnamento
della Chiesa Cattolica abbiamo già accennato, riportando quanto detto da
Concili e Documenti ecclesiali sull'inferno. Ma ci viene pure presentato, in
modo chiaro e completo, dal relativamente recente Catechismo della Chiesa
Cattolica e dall'ancora più recente Compendio, apparsi in questi ultimi anni.
"La
Chiesa nel suo insegnamento - recita il Catechismo - afferma l'esistenza
dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di
peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove
subiscono le pene dell'inferno, il fuoco eterno.
La
pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale
soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e
alle quali aspira".
E
ancora: "Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima
immortale la sua retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la
sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione,
o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà
immediatamente per sempre".
Il
Compendio dello stesso Catechismo si esprime così: l'inferno "consiste
nella dannazione eterna di quanti muoiono per libera scelta in peccato mortale.
La pena principale dell'inferno sta nella separazione eterna da Dio, nel quale
unicamente l'uomo ha la vita e la felicità, per le quali è stato creato e
alle quali aspira. Cristo esprime questa realtà con le parole: Via, lontano
da me, maledetti, nel fuoco eterno" (Mt 25,41).
Il
Catechismo-Compendio si pone pure la domanda come conciliare l'esistenza
dell'inferno con l'infinita bontà di Dio. Risponde così: "Dio, pur
volendo ‘che tutti abbiano modo di pentirsi’ (2 Pt 3,9), tuttavia, avendo
creato l'uomo libero e responsabile, rispetta le sue decisioni. Pertanto, è
l'uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude volontariamente dalla
comunione con Dio se, fino al momento della propria morte, persiste nel peccato
mortale, rifiutando l'amore misericordioso di Dio".
L'inferno
ha principio con la caduta degli angeli che "creati buoni da Dio, si sono
trasformati in malvagi, perché, con libera e irrevocabile scelta, hanno
rifiutato Dio e il suo Regno, dando così origine all'inferno".
L'inferno
non è da confondersi con gli inferi, dei quali si dice di Cristo risorto:
"Discese agli inferi...".
"Gli
inferi - diversi dall'inferno della dannazione - costituivano lo stato di tutti
coloro, giusti e cattivi, che erano morti prima di Cristo.
Con
l'anima unita alla sua Persona divina Gesù ha raggiunto negli inferi i giusti
che attendevano il loro Redentore per accedere infine alla visione di
Dio".
La
religione cattolica insegna pure che la dannazione all'inferno è il castigo
riservato a tutti i negatori di Dio e trasgressori coscienti dei suoi
comandamenti. "...Per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi,
gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è
riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda
morte" (Ap 21,8).
Essi
non avranno parte al regno e alla felicità eterna: "Fuori i cani, i
fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica
la menzogna" (Ap 22,15).
L'inferno
è dunque una realtà che riguarda l'altra vita, che segue alla morte e al
giudizio di Dio, subìto da ogni uomo immediatamente dopo la morte. Pur
ammettendo che certe situazioni della vita temporale terrena si rivelino dei
veri e propri inferni; l'inferno, nella sua più vera e autentica essenza, si
riferisce all'aldilà e riguarda esclusivamente l'altra vita e quanto si
accompagna o segue alla dannazione e al fallimento della vita. Dannazione e
fallimento, perché, per la dottrina cattolica, l'uomo è chiamato a partecipare
alla vita e alla felicità di Dio stesso, ciò che viene raggiunto con l'accettazione
e l'adempimento della Parola di Dio.
Per
chi non raggiunge lo scopo, è il fallimento completo della vita: egli non solo
non vedrà Dio né parteciperà ai suoi beni, ma va incontro all'infelicità
completa. Purtroppo, alla luce della ragione e ignorando in gran parte tutta la
portata delle tendenze fondamentali dell'uomo, difficilmente si riesce a capire
quale spaventosa e irreparabile tragedia rappresenti questo fallimento. Lo si può
vedere, almeno in qualche modo, oltre che da quanto ci rivela la fede, anche
dalle rivelazioni dei Santi.
Come
si vede, la credenza in un aldilà di vita o di morte eterna la si ritrova
presso tutti i popoli e in tutte le religioni che non insegnano l'assorbimento
e l'annientamento in dio o nel nulla, o nella reincarnazione. Non è poco!
Credenze così universali suppongono o quell'indistruttibile senso comune che si
immedesima quasi con la natura umana o tracce di rivelazione dall'alto,
inquinatesi magari lungo i secoli di elementi fantastici ed erronei che, però,
non oscurano del tutto il nucleo essenziale.
Prima
di procedere oltre, è il caso di chiedersi: è bene o male riflettere
sull'inferno?
La
domanda si impone perché - in tempi in cui tutto è visto e risolto all'insegna
di un buonismo ad oltranza - vigoreggia sempre la protesta di tanti che
ritengono inopportuno - se non addirittura dannoso, almeno per alcune classi di
persone - indugiare su certi argomenti. Non si ripete da tanti, un po'
dappertutto per es., che ai piccoli non si deve parlare di inferno per non terrorizzarli?
Come non mancano di quelli che se la prendono contro la Chiesa e i sacerdoti di
far ricorso, per piegare i cuori, al "terrorismo" intellettuale. E cioè
si predicherebbe l'inferno per vincere una durezza di cuore, che difficilmente
si vincerebbe con altri argomenti. Non si ripete continuamente che agli uomini
bisogna parlare di amore e non di timore?
Vorremmo
dire prima di tutto che tutte queste proteste o obiezioni, spesso sono ipocrite
e pretestuose. Si afferma, per es., che non si devono spaventare i piccoli col
pensiero dell'inferno, e poi si ammanniscono loro, specie alla televisione,
scene di orrore ben più devastanti e orrende. Si pensi pure a certe feste o
manifestazioni, diffuse e incoraggiate in tutti i modi, come Halloween o sedute
sataniche e simili, organizzate soprattutto per i bambini!
Diremo poi che, naturalmente, dette proteste sono spesso in pieno contrasto con quanto suggeriscono le Scritture e il comportamento dei Santi. In verità, usando discrezione e prudenza si possono e si devono insegnare, magari gradualmente, anche le più crude verità, perché anche queste appartengono al deposito delle verità da credere per la salvezza eterna e la cui conoscenza e ricordo sono altamente salutari.
Ma
vediamo in breve perché è salutare intrattenere mente e cuore nella
considerazione anche sull'inferno.
1.
CHI RACCOMANDA IL PENSIERO DELL'INFERNO
La
riflessione e la meditazione sull'inferno è, prima di tutto, raccomandata:
a.
Dalla Sacra Scrittura dove - lo si sa - Dio stesso
parla attraverso l'agiografo o scrittore sacro.
Così
il Siracide ammonisce: "In tutte le tue opere ricordati della sua fine e
non cadrai mai nel peccato" (Sir 7,40). Parole così commentate dalla
Bibbia di Gerusalemme: "Con la precisazione 'la tua fine', il greco intende
chiaramente le ultime realtà" (p.1433), e perciò la morte, il giudizio,
l'inferno e il paradiso.
"Ricordati
dell'ira, poiché non sarà lenta a venire. Umilia profondamente il tuo
spirito, perché il fuoco e il verme saranno il castigo della carne
dell'empio" (Sir 7,18-19).
Gesù
stesso invita a temere e a far di tutto per sfuggire alla dannazione:
"Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere
di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e
l'anima e il corpo nella Geenna " (Mt 10,28).
"Meglio
entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere
gettato nel fuoco eterno" (Mt 18,8).
Se
il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: "è meglio per te entrare nel regno
di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove
il loro verme non muore e il fuoco non si estingue" (Mc 9, 42).
L'Apostolo
a sua volta dice: "Attendete alla vostra salvezza con timore e
tremore" (Fil 2,12), e quindi, all'occorrenza, è utile e necessario
ricorrere anche a ciò che fa tremare salutarmente.
In
piena rispondenza con questi dati, la liturgia della Chiesa, il Mercoledì delle
Ceneri, fa dire dal sacerdote che impone la cenere sul capo: "Ricordati che
sei polvere ed in polvere ritornerai". Il pensiero della morte - il ritorno
alla polvere - può scuotere non poco e spingere sulla via della conversione a
Dio.
In
breve, la Scrittura invita a ricordare i novissimi e cioè gli eventi che
seguiranno alla fine della vita: morte, giudizio, inferno e paradiso. Satana al
contrario invita a non pensare, a non drammatizzare, a godersi la vita quando si
è giovani soprattutto, nel pieno delle forze fisiche e intellettuali.
Si
darà ascolto più alle illusioni di Satana, il menzognero per eccellenza, che
alla Parola di Dio? Può Dio ingannare l'uomo e volere il suo male?
b.
Da Santi Padri e uomini di grande saggezza
In
linea con le S. Scritture i Santi Padri e Scrittori della Chiesa si soffermano
ed esortano non poco a meditare sulle verità che riguardano l'uomo alla fine
della vita e dopo morte. Riportiamo qui il pensiero di alcuni di essi.
Origene
- in un primo momento ortodosso in questo argomento - affermò che
nell'inferno c'è il fuoco eterno e disse che ciò va affermato in pubblico
allo scopo di frenare le passioni umane.
Non
meno esplicito S. Basilio Magno, che così si esprime: "Quando ti senti
portato a qualche peccato, pensa al tribunale tremendo e insopportabile di
Cristo, più grave di tutti per l'ultimo supplizio, infamia e disonore eterno.
Temi e divenuto saggio per questo timore, frena la tua anima dai cattivi
desideri".
Del
timore dell'inferno si sono serviti tanti Santi per scuotere le anime dal loro
torpore e far breccia in esse. Si pensi, per. Es. a S. Alfonso de' Liguori, alle
missioni organizzate dal P Scaramelli e P Francesco Bianchi e, non meno, dal B.
Antonio Baldinucci.
c.
Dalla sana psicologia e dal buon senso
L'uomo,
dato il peccato originale, è per natura ribelle alla legge che volentieri ama
trasgredire. Per questo la legge è presentata con la sanzione. Senza la
sanzione essa resterebbe quasi sempre lettera morta o si presenterebbe tutt'al
più come una pia esortazione, che generalmente lascia il tempo che trova. E
questo sia nei rapporti con Dio come in quelli con gli uomini.
Da dire perciò che, con ogni probabilità, se ad essere trasgredite sono soprattutto le leggi morali, ciò è dovuto anche al fatto che esse appaiono senza sanzione o, per lo meno, le si vedono senza alcuna seria conseguenza pratica. Una illusione tragica, perché non esiste peccato senza conseguenze e senza sanzioni. Si sa, infatti, dalla Rivelazione che ci sarà –soprattutto - alla fine della vita e alla fine dei tempi il giudizio di Dio sulla condotta di tutti con la sanzione della vita o morte eterna (il paradiso o l'inferno).
Stante
così la cosa, psicologia e buon senso non possono non ritenere saggio ricordare
queste sanzioni soprattutto ai più riottosi e ribelli.
d.
Dall'insegnamento della pedagogia
La pedagogia stessa consiglia e invita a riflettere - sia pure con prudenza e discrezione - sull'inferno. Certo, l'educazione va impostata essenzialmente sulla convinzione e sull'amore, ma cosa si fa quando l'amore non c'è? Soprattutto in questi casi si comprende che l'amore non è fatto solo di baci e di carezze, ma anche di frustate e di sberle, perché anche queste sono suggerite dall'amore vero che non si rassegna ad essere completamente sconfitto. Ad un peccatore incallito e tutto immerso nella materia il terrore di incappare in un tragico eterno destino potrebbe essere un primo passo verso la salvezza. e.
e.
Dall'esperienza dei Santi
Dalle innumerevoli e più diverse esperienze dei Santi si ricava la certezza che il pensiero dell'inferno fa bene anche a chi, - come S. Teresa che, pur avendo "visto" l'inferno -, non è fatto per la via del timore. "Mi accade intanto - dice appunto la Santa - che quando sono afflitta da qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione perché mi sembrino subito da nulla persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo".
E
aggiunge: "Questa (= la visione e la discesa all'inferno) fu una delle più
grandi grazie che il Signore m'abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo non
meno per non temere le contraddizioni e le pene della vita che per incoraggiarmi
a sopportarle, ringraziando il Signore d'avermi liberata da mali così terribili
ed eterni, come mi pare di dover credere".
Anche
Suor Faustina Kowalska afferma: "Scrivo questo (= allude alla descrizione
di quanto ha visto e sofferto nello scendere all'inferno) per ordine di Dio,
affinché nessun'anima si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che
nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata
negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare
che l'inferno c'è. (...) Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose
che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci
sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno".
Ai
veggenti di Medjugorje la Madonna dice: "Vì ho mostrato tutto questo
perché sappiate che [l'inferno] esiste e lo diciate agli altri".
Fuoco...
diavoli... la gente bruttissima! - ripete Vicka -. Tutti con le corna e con la
coda. Sembrano tutti diavoli. Soffrono... Dio ce ne preservi e basta. P Bubalo
le chiede: La Madonna non vi ha proibito di raccontarlo? "Non ce l'ha
proibito; anzi ci ha detto di raccontarlo". Più avanti Vicka aggiunge:
"Credo che sarebbe molto utile che gli uomini non si dimenticassero mai
che, un giorno, saremo tutti giudicati da Dio. Esiste una differenza terribile
tra il Paradiso e l'inferno".
La
storia dunque insegni: furono tanti i Santi che, per paura dell'inferno,
ritrovarono la via del bene e della salvezza. Si pensi all'impressione salutare
che ancora suscita il Quadro dell'anima dannata che è nella Chiesa dei
Lazzaristi a Napoli: una grande immagine del Crocifisso, in carta incollata su
tela, con il bordo inferiore bruciato dall'impronta delle mani infuocate di una
dannata, che sarebbe apparsa al suo amante nel 1711 a Firenze. (Fu) Portato a
Napoli nel novembre 1712 dal P. Bernardo Giuseppe Scaramelli.
In
effetti, anche il parlare di inferno è misericordia di Dio. Il pensiero infatti
dell'inferno salva: "salva più anime l'inferno che il paradiso".
2.
MA IL CRISTIANESIMO NON È GIOIA?
Si
può pensare che la riflessione e il pensiero dell'inferno siano in contrasto
con l'essenza della salvezza che è gioia e trionfo di essere. Certo, la salvezza
è e dovrebbe essere espressione di purissima gioia. L'essere, infatti, liberati
dalla catena del peccato, e ritrovarsi figli adottivi di Dio e commensali
degli angeli, predestinati ad una felicità eterna, ecc., sono tutte realtà e
fonti di inesauribile gioia spirituale. Ma sono tanti, purtroppo, a non capire e
a non voler capire. Misteri così gaudiosi sono per loro parole senza senso che
non impressionano nemmeno l'epidermide della loro anima. Di qui quasi la necessità,
-risultando incomprensibile il linguaggio dell'amore -, di far ricorso anche ai
mezzi che incutono paura.
Si
può e spesso si deve parlare anche di inferno per quegli stessi che camminano
sul retto sentiero, perché la salvezza, finché si è su questa terra è sempre
ancora a rischio. Come in ogni sperata conquista, fino a quando questa non è
stata effettivamente raggiunta, si ha sempre timore di non farcela.
Di
qui, quindi, anche la certezza che il pensiero o la meditazione sull'inferno
"non è... una distorsione del mistero cristiano di salvezza, né un'evocazione
di verità esotiche".
A
coloro che insistessero a parlare solo di amore (Dio va servito con l'amore e
non nella paura, ecc.) è bene ricordare che tutto ciò che comunque avvicina a
Dio, è buono. Poiché il timore dell'inferno allontana dal peccato, può essere
questo il primo passo per l'auspicata riconciliazione con Dio. L'ideale resta
sempre quello di tendere e operare per amore, ma quando l'amore non c'è o non
ci si è ancora arrivati, il timore può essere utile, per sfuggire ai lacci e
ai tranelli che, numerosi, possono o tendono ad ingannare le anime, mettendone a
rischio la salvezza eterna.
Bisogna
pure ammettere che la meditazione sull'inferno può essere deprimente per delle
anime profondamente cristiane, ma la ripugnanza del mondo così accentuata oggi
facilmente è "una maschera che nasconde il fondo di angustia che
attanaglia ogni spirito umano".
3.
CONVERTITI DALLA PAURA
Quanto
bene possa fare il pensiero dell'inferno, ce lo dice - un esempio tra i tanti -
quanto avvenuto ai funerali di un famoso maestro della Sorbona di Parigi,
Raimondo Diocré. L'episodio, clamoroso e famoso, fu, al dire di P. Tomaselli,
riportato dai Bollandisti ed analizzato rigorosamente in tutti i suoi
particolari. Lo riportiamo qui nelle sue linee essenziali.
Alla
morte dunque del professore famoso, avvenuta a Parigi, si prepararono solenni
funerali nella Chiesa di Notre-Dame. Vi parteciparono professori e uomini di
cultura, autorità ecclesiastiche e civili, discepoli del defunto e fedeli di
ogni ceto. La salma, collocata al centro della navata centrale, era coperta da
un semplice velo.
Si
iniziò a recitare l'ufficio dei defunti. Arrivati alle letture bibliche, e
precisamente alle parole: "Responde mihi: Quantas habeo iniquitates et peccata...
", si udì una voce sepolcrale uscire da sotto il velo: "Per giusto
giudizio di Dio sono stato accusato!". Con sgomento e paura si tolse il
velo, ma la salma era ferma e immobile. Si riprese l'ufficiatura interrotta fra
il turbamento generale. Arrivati al versetto predetto, il cadavere si alzò a
vista di tutti e gridò: "Per giusto giudizio di Dio sono stato
giudicato!". Spavento e terrore si impadronirono di tutti. Alcuni medici si
avvicinarono allora alla salma ripiombata in piena immobilità, ma constatarono
che il morto era veramente morto. A questo punto non si ebbe il coraggio di
continuare il funerale, rimandando tutto all'indomani.
Le
autorità ecclesiastiche non sapevano cosa fare: alcuni dicevano, è dannato e
perciò non si può pregare per lui; altri invece dicevano: non si può ancora
parlare di dannazione certa, pur essendo stato accusato e giudicato. Il Vescovo
ordinò che si riprendesse a recitare l'ufficio dei morti. Ma al famoso
versetto, nuovamente il cadavere si alzò e gridò: "Per giusto giudizio di
Dio sono stato condannato all'inferno per sempre!".
Ormai
era sicuro che il defunto era dannato. Il funerale cessò e si credette bene
non seppellire la salma nel cimitero comune.
Tra
i presenti c'era un certo Brunone, discepolo e ammiratore di Diocré, che rimase
profondamente scosso da quanto accaduto. Pur essendo già un buon cristiano,
risolvette di abbandonare tutto e darsi alla penitenza. Con lui altri decisero
la stessa cosa. Brunone divenne il fondatore dell'Ordine dei Certosini o
Trappisti, Ordine tra i più rigorosi della Chiesa Cattolica. Ma a dissipare
ogni dubbio e perplessità, affacciati da sistemi pedagogici e psicologici
ecc., è sufficiente ricordare che di inferno ha parlato, - e in che modo! - la
stessa Vergine SS. Ai tre bambini di Fatima, una di 10 anni, l'altra di sette
anni e il terzo di cinque anni! Brutto segno allora che, oggi, quasi non si
parli più dell'inferno.
In
merito già il Claudel diceva: "Una cosa mi turba profondamente ed è che i
sacerdoti non parlano più dell'inferno. Lo si passa pudicamente sotto silenzio.
Si sottintende che tutti andranno in cielo senza alcuno sforzo, senza alcuna
convinzione precisa. Non dubitano nemmeno che l'inferno sta alla base del
Cristianesimo, che fu questo pericolo a strappare la Seconda Persona alla Trinità
e che la metà del Vangelo ne è piena. Se io fossi predicatore e salissi in
cattedra, proverei in primo luogo il bisogno di avvertire il gregge addormentato
dello spaventoso pericolo che sta correndo".
4.
PERCHÉ È UTILE IL PENSIERO DELL'INFERNO
Ma,
in concreto, perché è utile il ricordo e la riflessione sull'inferno?
Soprattutto perché tale pensiero aiuta potentemente a tener lontano e a vincere
tutte le suggestioni del male, del peccato che, a volte, sono tali da travolgere
anche i più radicati nel bene. E il peccato - lo si sa - è il vero e più
terribile nemico dell'uomo, perché strumento di sicura dannazione e l'unico
grande ostacolo alla comunione con Dio e alla vita autentica dello spirito.
Naturalmente,
invitando a riflettere e a parlare di inferno, non si può dedurre, come già
detto, che tutto - nella religione cattolica - è basato sul terrore. Gesù,
anche quando parla dell'inferno, parla per salvare le anime, indicando loro la
via della salvezza.
E
tutto ciò è sempre amore che incita, incoraggia, corregge, esorta. E chiunque
può, così deve impostare la sua vita sui grandi misteri e beni della speranza
cristiana.
Bisogna
ringraziare il Signore anche per queste visioni o apparizioni avute dai Santi,
essendo per tutti anche - come vedremo - dei richiami di amore, delle
prospettive aperte su realtà che riguardano gli uomini di tutti i tempi e di
ogni condizione. A chi si danna il Signore non può che ripetere quelle parole
della Scrittura: "Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non
abbia fatto?" (Is 5,4).
Sono
tanti oggi, anche tra fedeli che frequentano la Chiesa e Sacramenti, a negare
l'esistenza dell'inferno. A parte ogni altra motivazione, sembra impossibile che
Dio, infinitamente buono e misericordioso, possa e voglia condannare
inesorabilmente e per sempre a un supplizio eterno che nessun'immagine o parola
può descrivere.
1.
L'INFERNO Sì, MA SULLA TERRA
Magari,
sì, un inferno esiste - dicono tanti -, ma sulla terra dove troppo spesso è
preparato da uomini ad altri uomini con una ferocia inimmaginabile. Di ciò ne
siamo tutti arciconvinti, tanto evidente è questa triste realtà, ma non sarà
inutile addurne qualche esempio soprattutto perché - come si dirà più avanti
- l'inferno dell'aldilà è la continuazione dell'inferno sulla terra.
Si
pensi ai gulag dei regimi comunisti, ai campi di concentramento dei nazisti,
autentici inferni. Non esagerano coloro - soprattutto quelli che li sperimentarono
sulla loro pelle - a qualificarli come tali.
Una
descrizione di un vero "inferno" sulla terra ci è offerto da Primo
Levi che così presenta la vita da lui vissuta in un campo di concentramento
nazista della seconda guerra mondiale: "Il viaggio non durò che una
ventina di minuti. Poi l'autocarro si è fermato, e si è vista una grande
porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi
percuote nei sogni): Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi.
Siamo
scesi, ci hanno fatto entrare in una camera vasta e nuda, debolmente
riscaldata. Che sete abbiamo!
Il
debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che
non beviamo. Eppure c'è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è
proibito bere perché l'acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il
cartello è una beffa, 'essi' sanno che noi moriamo di sete, e ci mettono in una
camera e c'è un rubinetto, e Wasser trinken verboten. Io bevo, e incito i
compagni a farlo: ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di
palude. Questo è l'inferno.
Oggi,
ai nostri giorni, l'inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi
stanchi stare in piedi, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non
succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più
pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa
goccia a goccia".
E
continua: "Alla campana si è sentito il campo buio ridestarsi. Improvvisamente
l'acqua è scaturita bollente dalle docce, cinque minuti di beatitudine; ma
subito dopo irrompono quattro (forse sono i barbieri) che, bagnati e fumanti,
ci cacciano con urla e spintoni nella camera attigua, che è gelida; qui altra
gente urlante ci butta addosso non so che stracci, e ci schiaccia in mano un
paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo tempo di comprendere e già ci
troviamo all'aperto, sulla neve azzurra e gelida dell'alba, e scalzi e nudi, con
tutto il corredo in mano, dobbiamo correre fino ad un'altra baracca, a un
centinaio di metri. Qui ci è concesso di vestirci. Quando abbiamo finito,
ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l'uno
sull'altro. Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi,
riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi.
Eccoci
trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci
siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa,
la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la
realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può
andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è
nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non
ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero.
Ci
toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la
forza di farlo, di far sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi
quali eravamo, rimanga. Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo
compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto
significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane,
nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto,
una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara.
Queste
cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di
venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremmo altri a
sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e
suscitatori di memorie nostre.
Si
immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua
casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto
possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di
dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di
perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere e della
sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più
fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità.
Si
comprenderà allora il duplice significato del termine 'Campo di annientamento',
e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul
fondo".
Ed
ecco la notte. "Così si trascinano le nostre notti. Il sogno di Tantalo e
il sogno del racconto si inseriscono in un tessuto di immagini più indistinte:
la sofferenza del giorno, composta di fame, percosse, freddo, fatica, paura e
promiscuità, si volge di notte in incubi informi di inaudita violenza, quali
nella vita libera occorrono solo nelle notti di febbre.
Ci
si sveglia a ogni istante, gelidi di terrore, con un sussulto di tutte le
membra, sotto l'impressione di un ordine gridato da una voce piena di collera,
in una lingua incompresa. La processione del secchio e i tonfi dei calcagni
nudi sul legno del pavimento si mutano in un'altra simbolica processione:
siamo noi, grigi e identici, piccoli come formiche e grandi fino alle stelle,
serrati l'uno contro l'altro, innumerevoli per tutta la pianura fino all'orizzonte;
talora fusi in un'unica sostanza, un impasto angoscioso in cui ci sentiamo
invischiati e soffocati; talora in marcia a cerchio, senza principio e senza
fine; con vertigine accecante e una marea di nausea che ci sale dai precordi
alla gola; finché la fame, o il freddo, o la pienezza della vescica non convogliano
i sogni entro gli schemi consueti.
Cerchiamo
invano, quando l'incubo stesso o il disagio ci svegliano, di districarne gli
elementi, e di ricacciarli separatamente fuori dal campo dell'attenzione
attuale, in modo da difendere il sonno dalla loro intrusione: non appena gli
occhi si richiudono, ancora una volta percepiamo il nostro cervello mettersi
in moto al di fuori del nostro volere; picchia e ronza, incapace di riposo,
fabbrica fantasmi e segni terribili, e senza posa li disegna e li agita in una
nebbia grigia sullo schermo dei sogni".
Per
sopravvivere: nel lager "vi è una vasta categoria di prigionieri che, non
favoriti inizialmente dal destino, lottano con le sole loro forze per
sopravvivere. Bisogna risalire la corrente; dare battaglia ogni giorno e ogni
ora alla fatica, alla fame, al freddo, e alla inerzia che ne deriva; resistere
ai nemici e non aver pietà per i rivali; aguzzare l'ingegno, indurare la
pazienza, tendere la volontà. O anche, strozzare ogni dignità e spegnere ogni
lume di coscienza, scendere in campo da bruti contro altri bruti, lasciarsi
guidare dalle insospettate forze sotterranee che sorreggono le stirpi e gli
individui nei tempi crudeli. Moltissime sono state le vie da noi escogitate e
attuate per non morire: tante quanti sono i caratteri umani. Tutte comportano
una lotta estenuante di ciascuno contro tutti, e molte una somma non piccola
di aberrazioni e di compromessi. Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla
del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della
fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della
stoffa dei martiri e dei Santi".
Ed
ecco ancora un'altra pagina che dà un'idea di un altro "inferno"
escogitato dagli uomini: "La Securitate, la polizia politica rumena,
durante gli interrogatori ricorreva ai metodi di tortura classici: pestaggi,
percosse sulle piante dei piedi e sospensione per i piedi, a testa in giù. A
Pitesti la crudeltà delle torture ha di gran lunga superato questi metodi.
Venne
praticata tutta la gamma dei supplizi possibili e impossibili; alcune parti del
corpo venivano bruciate con la sigaretta; alcuni prigionieri avevano le natiche
necrotizzate e la carne che cadeva come quella dei lebbrosi; altri erano
obbligati a ingurgitare un'intera gamella di escrementi e quando vomitavano
gli veniva ricacciato il vomito in gola. La fantasia delirante di Turcanu si
scatenava in modo particolare contro gli studenti credenti che rifiutavano di
rinnegare Dio.
Alcuni
venivano 'battezzati' tutte le mattine nel seguente modo: si immergeva loro la
testa in una tinozza piena d'urina e di materia fecale, mentre gli altri
detenuti attorno salmodiavano la formula del battesimo. Perché il suppliziato
non annegasse, di tanto in tanto gli si tirava fuori la testa e lo si lasciava
respirare un attimo prima di reimmergerlo in quella mistura. Uno di questi
battezzati, che aveva subìto sistematicamente questa tortura, aveva acquisito
un automatismo che durò circa due mesi: tutte le mattine andava a immergere da
solo la testa nella tinozza, con grande gioia dei rieducatori. I seminaristi
invece erano obbligati da Turcanu a officiare le messe nere che lui metteva in
scena, soprattutto durante la settimana santa, la sera di Pasqua.
Alcuni
facevano i cantori, altri i sacerdoti. Il testo della liturgia di Turcanu era
evidentemente blasfemo e parafrasava in maniera demoniaca l'originale. La Santa
Vergine era chiamata "la grande puttana" e Gesù "il coglione che
è morto sulla croce". Il seminarista che faceva il prete veniva fatto
spogliare completamente, gli veniva avvolto addosso un mantello macchiato di
escrementi e appeso al collo un fallo confezionato con il sapone e la mollica di
pane e cosparso di DDT.
Nel
1950, durante la notte di Pasqua, gli studenti in corso di rieducazione
dovettero passare davanti a un simile prete, baciare il fallo e dire:
"Cristo è resuscitato".
La
prima fase della rieducazione si chiamava "smascheramento esterno; il
prigioniero doveva dare prova della propria lealtà confessando quanto aveva
nascosto durante l'istruttoria del processo, in particolare i legami con amici
in libertà.
Nella
seconda fase, lo smascheramento interno. doveva denunciare quanti l'avevano
aiutato all'interno della prigione. Nella terza fase, lo smascheramento morale
pubblico si chiedeva al detenuto di schernire tutto ciò che considerava sacro:
i genitori, la moglie, la fidanzata, Dio se era credente, gli amici. Si arrivava
così alla quarta fase: il candidato all'adesione all'ODCC veniva designato a
‘rieducare’ il suo migliore amico, torturandolo con le sue stesse mani e
diventando, quindi, a propria volta un carnefice".
Le
scene descritte sono così orripilanti da giustificare, in qualche modo, l'idea
di un inferno posto in atto dalla perversità e dalla fantasia di uomini
inqualificabili. E, tuttavia, esiste pure l'inferno, quello eterno dell'altra
vita, incomparabilmente più spaventoso.
2.
ESISTE ANCHE L'INFERNO DELL'ALDILÀ
Se
è impossibile negare l'esistenza di veri e propri inferni sulla terra, un
inferno eterno, invece, appare più che mai, a tanti, una vera e propria favola
inaccettabile per mille ragioni. Eppure - ne abbiamo già fatto cenno -:
"Tutti i popoli furono persuasi dell'esistenza di una pena eterna per gli
empi.
I
Greci, i Romani, i Galli, i Persiani, gli Indiani, i Cinesi e altri popoli
dell'Oriente, quelli barbari e pagani dell'Europa settentrionale come i Germani
e i Britanni, numerose tribù primitive dell'Africa, varie scuole maomettane,
come pure i gruppi indigeni scoperti recentemente in America e in Australia,
tutti ammettono una vita ultraterrena, dove gli empi soffriranno pene
gravissime. È rilevante il valore di questo consenso perché s'impone per la
sua antichità e universalità, riguarda una verità spiacevole (specialmente
per i malvagi), a cui non si può assegnare altra origine che la Rivelazione o
la voce della coscienza. Questa, allo stesso modo che promulga la legge naturale
e rende certa l'esistenza del Legislatore Supremo, così ne manifesta anche la
sanzione. Un tale consenso non può essere basato sull'errore". Questa
credenza universale è confermata in pieno dalla Rivelazione.
Il
catechismo della dottrina cattolica - che abbiamo riportato sopra - non fa che
ripetere e riassumere la rivelazione divina, portata alla perfezione da Cristo
stesso. Non vogliamo qui elencare tutti i testi e le prove del N.e V.
Testamento, per i quali rimandiamo ad autori competenti.
Eccone
però almeno alcuni, tra i più significativi.
Nel
libro di Giuditta si legge: "Il Signore onnipotente si vendicherà di essi
(gli empi e ribelli a Dio), e li visiterà nel giorno del giudizio; Egli farà
entrare il fuoco e i vermi nella loro carne, perché siano bruciati e straziati
in eterno" (Giuditta 16, 20- 21).
È
chiaro che qui si parli dello stato del dannato, bruciato e straziato in eterno
dal fuoco e da altre pene.
Non
meno esplicito il profeta Isaia: "Si sono atterriti in Sion i peccatori,
il tremito ha invaso gli ipocriti. Chi di voi potrà stare col fuoco divoratore?
Chi di voi potrà stare nelle fiamme eterne?" (Is 33, 14).
Chi
non conosce poi la parabola del ricco epulone? Il ricco che banchetta tutti i
giorni e il povero Lazzaro tormentato dalla fame. Ma ecco, questi muore ed è
portato dagli angeli nel seno di Abramo (= in paradiso). Muore il ricco e va
all'inferno: in mezzo ai tormenti, torturato dalla sete e dal fuoco, implora una
stilla d'acqua ma gli viene negata, oltre tutto perché "tra noi e voi -
dice Abramo - è stabilito un grande abisso, che non si può attraversare"
(Lc 16,19-31).
Gesù
spesso parla di fuoco eterno, di verme inestinguibile, di tenebre e stridore di
denti, ecc.
Al
giudizio finale - dice il Signore - buoni e cattivi sono separati: i buoni alla
destra e i perversi alla sinistra. A questi egli dirà: "Via, lontano da
me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi
angeli" (Mt 25,31-46).
"Molti
verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e
Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori
nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti" (Mt 8,12).
Per
l'uomo trovato al banchetto nuziale senza l'abito nuziale, "il re ordinò
ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà
pianto e stridore di denti" (Mt 22,13).
La
metafora "tenebre esteriori" è, secondo Maurizio Blondet, agghiacciante.
"Gesù - egli dice -, quando allude a 'le tenebre esteriori dove non è che
pianto e stridor di denti', deve ricorrere a parole scelte da una zona estrema
del linguaggio', come fa dire Thomas Mann al suo diavolo, che con il nome di
Sammael (angelo del veleno) si presenta al musicista Leverkhun per comprargli
l'anima. Perché si possono usare molte parole, ma tutte stanno soltanto per
nomi che non esistono.
Questa
è precisamente la gioia segreta, la sicurezza dell'inferno: che non è
enunciabile, che è salva dal linguaggio. Che esiste semplicemente, ma non la si
può mettere nel giornale, non la si può rendere pubblica, non se ne può dare
una nozione critica con parole. (...) E, infatti, ciò che più colpisce è come
Gesù, nell'alludere a ciò che avviene nelle tenebre esteriori, ricorra a una
frase d'impersonalità inaudita, una impersonalità di secondo grado. Non dice
che `nelle tenebre esteriori'si piange e si stridono i denti. Non dice nemmeno
che `non c'è altro' che pianto e stridore; già quell'altro è di troppo, perché
non c'è più, forse, nemmeno la minima traccia di `altro'.
Tutto
ciò che c'è là fuori non è che pianto e stridor di denti. Potremmo
sospettare che non esistano nemmeno più esseri umani nel senso proprio, ma solo
residui. C'è infatti là fuori qualcuno che piange e stride? A prendere le
parole di Cristo nel senso letterale, non c'è che pianto e stridore".
S.
Pietro e l'Apocalisse ci dicono, pure, tra l'altro, per chi è destinato
l'inferno. "Non sapete voi che gli ingiusti non possederanno il regno di
Dio? Badate a non errare: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri,
né gli effeminati, né quelli che peccano contro natura, né i ladri, né gli
avari, né i dediti all'ubriachezza, né i maldicenti, né i rapaci, avranno
l'eredità del regno di Dio". L'inferno è soprattutto per quelli "che
vanno dietro alla carne, nell'immonda concupiscenza, e disprezzano l'autorità"
(2 Pt 2,9-10).
L'inferno
è per "i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali,
i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori" ( Apoc 21,8).
Anche
l'apostolo Paolo afferma che coloro che non obbediscono al Vangelo saranno:
"castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore" (2
Thess 1,9). Alla fine dei tempi "il Figlio dell'uomo manderà i suoi
angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli
operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e
stridore di denti" (Mt 13,41-42).
Da
dire pure che, leggendo attentamente il Vangelo si ha addirittura l'impressione
che esso parli soprattutto dell'inferno: vedi, per es., la parabola delle
vergini sapienti e stolte (queste trovano la porta chiusa e sono escluse dalla
cena e lasciate nella tenebra e freddo della notte...); la parabola dei talenti
(il servo fannullone, cacciato e spogliato di tutto), ecc. Non c'è, quasi
pagina soprattutto del Vangelo, dove non si parli o non si alluda all'inferno.
Superfluo
ricordare che chi parla, con tanta chiarezza e decisione dell'inferno, è
Cristo Redentore, Colui cioè che ha dato la vita per l'umanità, e che ha
mostrato e parlato in maniera ammirabile della divina misericordia (si pensi
solo alla parabola del Figliuol prodigo). Si può allora rimanere sconcertati
quanto si vuole, incapaci come siamo di conciliare l'infinita misericordia con
l'infinita giustizia divina, ma non si può mettere in dubbio la verità affermata:
esiste un inferno, spaventoso luogo di tormenti, e un inferno eterno.
Di
fronte ad affermazioni così categoriche, che senso hanno certe affermazioni o
difficoltà avanzate magari, spesso, anche da preti e teologi di fama? Tutte le
obiezioni - quali che siano e anche moltiplicate all'infinito e non risolte in
pieno dalla ragione -, mai potranno scalfire le affermazioni chiarissime della
Rivelazione. Il Cardinale Newman, se non erro, diceva che cento obiezioni non
costituiscono un argomento. Se, infatti, si ha a che fare con una verità
autentica, alle obiezioni si può anche non saper rispondere per mille ragioni,
ma esse mai potranno vanificarla o eliminarla.
3.
OBIEZIONI E DIFFICOLTÀ
Ma
quali sono le obiezioni che più si affacciano contro questa verità rivelata?
Si
insiste soprattutto sulla inconciliabilità di un inferno spaventoso ed eterno
con la misericordia infinita di Dio. Come può Dio, infinitamente misericordioso,
condannare alla dannazione eterna un povera creatura che, cattiva quanto si
voglia, non può di per sé voler offendere tanto il Signore da meritare pena
così spaventosa? In effetti, il peccatore, volente o nolente, è pur sempre
una creatura di impensabile fragilità e miseria.
Come
è possibile poi immaginare un inferno eterno? Due obiezioni che sembrano
toccare di più la sensibilità e che, sempre ripetute, si direbbero quelle
che più vanno di... moda.
Un
accenno significativo di questa "moda", tra i tanti, lo troviamo nel
romanzo "Il Cavallo Rosso" di Eugenio Corti. Manno che discute e
rifiuta, ritenendola arbitraria, la placida fiducia di alcuni, di certi giovani
preti. A questi egli dice, per es.: "Dunque, se di qua l'inferno c'è,
perché dobbiamo escludere che possa esserci anche di là? Per quale ragione?
Con
la differenza fondamentale che di là gli esseri umani non si trovano nel
tempo, ma nell'eternità, dunque anche nell'eternità dell'inferno...".
(...) 'Ma Dio è amore, lo vuoi capire?', tornavano a contrastarlo quei preti
fiduciosi (...). `Tu, imperfetto come sei, manderesti qualcuno all'inferno, cioè
nei tormenti per l'eternità?' gli obiettava anche adesso il cappellano: `e vuoi
che ce lo mandi Dio? Il quale oltretutto ci prescrive, sopra ogni altra cosa, di
amarci e di evitarci le sofferenze gli uni agli altri?' Il punto però - si
diceva Manno -stava qui: nel fatto che non era mica Dio a mandarceli. Proprio
come non era Dio a introdurre gli uomini negli inferni di questa guerra: sono
loro stessi, gli uomini, che nella loro terribile libertà ci si mettono (che
partono ad es., in guerra gli uni contro gli altri, che inventano il razzismo,
eccetera), e lo fanno in contrasto con Dio, andando cioè contro la sua volontà
e i suoi comandamenti... "Per poi concludere magari, i più incoscienti,
che Dio non esiste, visto che c'è tanto male sulla terra!".
C'era
inoltre quel particolare del fuoco, quegli accenni qua e là nei testi sacri al
fuoco eterno. Per quegli accenni più d'un credente finisce con l'attribuire
alla parola inferno un significato solo metaforico. "Molti non credenti
poi, per quegli accenni si confermano nell'opinione che la Scrittura è una
mescolanza inattendibile di miti, leggende, racconti storici e prescrizioni
varie, messa insieme da un popolo di seminomadi".
Per
lui al contrario quei richiami al fuoco rendevano la sgradevole prospettiva
dell'inferno -anche in questo momento lo constatava - più plausibile.
"Perché se l'essere umano è davvero costruito per formare un tutt'uno con
Dio, come i tralci con la vite, allora il trovarsi definitivamente separato da
Dio (questo e non altro essendo l'inferno) comporterà - per l'essere umano
immortale - una sorta di disintegrazione permanente...
E
cos'altro sulla terra potrebbe rendere meglio del fuoco l'idea della
disintegrazione?". 'Il fatto
che quei seminomadi, solo in parte coscienti di ciò che scrivevano, e certo
ignoranti del rapporto vite-tralci, avessero usata la parola fuoco, secondo lui
contribuiva dunque a indicare che avevano scritto sotto un'ispirazione
superiore...".
Si
fa leva sul sentimento e si fantastica addirittura di visite della Madonna ai
dannati: "Nell'apocrifo russo Viaggio della Madre di Dio al luogo dei
tormenti, Maria visita i poveri peccatori all'inferno, è stupita dai loro
paurosi castighi e chiede a suo Figlio di concedere ad essi occasionali
sospensioni dalle torture ogni anno da Pasqua a Pentecoste". Tornando alle
obiezioni avanzate da tanti, è chiaro che non si può qui rispondere
dettagliatamente, perché ci porterebbe lontano e non è questo lo scopo di
queste pagine. Si potrebbe però rispondere semplicemente - come or ora abbiamo
detto - che di inferno parla proprio Cristo, Salvatore del genere umano, che
soprattutto dal Vangelo si rivela ricchissimo di pietà e di misericordia. Non
si vorrà certo accusare Gesù di contraddizione.
Ciò
porta alla logica conclusione che la creduta opposizione tra misericordia e
giustizia è solo frutto della debolezza e finitezza della ragione creata,
incapace di sondare il mistero nella sua radice. Comunque all'obiezione suddetta
il Compendio del Catechismo della Dottrina cattolica così risponde quanto alla
pena dell'inferno"... è l'uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude
volontariamente dalla comunione con Dio se, fino al momento della propria morte,
persiste nel peccato mortale, rifiutando l'amore misericordioso di Dio".
L'obiezione
avanzata da sempre da innumerevoli persone, viene formulata spesso in questi
termini: "L'inferno non può essere eterno perché Dio è Amore". Si
risponde: forse che l'amore è incompatibile con un inferno eterno? Dante,
grandissimo poeta, e teologo forse ancora più grande, pone sulla porta
dell'inferno questa iscrizione: "Giustizia mosse il mio alto fattore: /Fecemi
la divina potestate, / La somma sapienza, e il primo amore".
Egli
dice cioè che l'inferno è fatto sia dalla potenza, sia dalla sapienza e sia
dall'amore! Come spiegare questo? Dante non ha avvertito la forza dell'obiezione?
Tempo fa io stesso scrivevo: "L'amore vero è, per necessità, sapiente e
giusto, legame, vincolo e splendore di tutte le virtù ". E perciò
soprattutto in Dio "non c'è solamente un legame necessario tra gli
infiniti (suoi) attributi, ma questi, compenetrandosi ed identificandosi come
misteriosi ineffabili cerchi di oro, fanno sì che anche l'amore non possa non
essere, allo stesso tempo, anche ordine, giustizia e sapienza e onnipotenza.
Dio
che restaura l'ordine e punisce il peccato soddisferà perciò non meno alle
esigenze della giustizia che a quelle di un amore infinito. Certo, la povera
ragione umana sente qui le vertigini della sua sconfinata debolezza. Poiché però
certamente Dio è, tra l'altro giustizia e amore infinito, e poiché non è meno
certa la rivelazione dell'inferno, a nessuno sarà permesso di negare una sola
di queste verità sol perché non riesce a coglierne il nesso con le
altre". E aggiungevo pure più tardi che "Non è Dio Amore che vuole
l'inferno eterno, è l'anima che nella sua cecità misteriosa mai chiederà perdono
a Dio e perciò mai Dio Amore potrà accordarlo a chi lo rifiuta ostinatamente".
Poiché però il mistero comunque permane grande, non resta che chinare la testa
davanti all'imperscrutabile, adoperandosi con tutte le forze a non incappare in
così spaventosa realtà!
Una
volta affermata l'esistenza dell'inferno, si vuol sapere naturalmente in che
cosa esso consista realmente. Già da quanto detto viene fuori una immagine
abbastanza realistica dell'inferno. Trattandosi però di un argomento che,
almeno in parte, sfugge alla ragione umana, è bene scendere a maggiori
dettagli, sulla scorta sempre dei dati rivelati. Da non dimenticare però che il
linguaggio umano, per quanto si voglia, -soprattutto per alcune verità di fede,
e tra queste certamente l'inferno - resta sempre assolutamente inadatto alla
bisogna, ben lontano cioè dalla realtà. Un punto, questo, sottolineato - come
vedremo - da quasi tutti i Santi che, avendo visto l'inferno, ce lo hanno
descritto.
1.
LUOGO E/O STATO?
Prima
di addentrarci nell'argomento è opportuno chiedersi se l'inferno è uno stato
e/o un luogo. Il quesito è di non lieve importanza, perché, tra l'altro, se
l'inferno fosse solo un luogo, i diavoli o le anime dannate che, per qualsiasi
ragione, ne uscissero fuori, sarebbero, almeno in queste ipotizzate parentesi,
libere dai loro tremendi supplizi. Un'interruzione quindi o almeno una
attenuazione delle terribili pene a cui sono essi assoggettati.
L'inferno,
per prima cosa, è certamente uno stato, più che un luogo. Lo stato si confonde
con l'essere stesso, implicando esso qualcosa che è nello stesso proprio essere
e che, quindi, lo si porta con sé ovunque si vada e comunque si viva. Chi è in
stato di malattia, ovunque egli si trovi - o all'ospedale o a casa sua, o a
Roma o a Parigi - è sempre malato.
Essendo
uno stato, perciò, è chiaro che il dannato l'inferno, per così dire, lo porta
con sé e in sé, ovunque possa trovarsi. Si può capire così come il diavolo,
pur scorrazzando - Dio permettendolo - per il mondo, è sempre nell'infelicissimo
stato di dannazione eterna: e cioè ovunque va e comunque si trova, egli è
sempre a bruciare nell'inferno.
Lo
stato del demonio e del dannato è uno stato spaventoso di sofferenza
inesprimibile, di disperazione totale, di solitudine inguaribile, di odio che
rode e scarnifica, per così dire, tutto l'essere.
Non
importa - o meglio - importa poco se tutto questo è sofferto anche in un luogo
tenebroso che accresce la sofferenza: lo stato di dannazione, sostanzialmente,
resta quello che è.
Detto
questo e fatta chiarezza su alcun punti essenziali, niente impedisce di
ritenere - anzi di dover ritenere - l'inferno anche un luogo. La parola stessa
"inferno" dice qualcosa o una realtà "che è sotto". Da
dire anzi che alcuni dati biblici sembrano favorire questa opinione. La
rivelazione, infatti, parla di "tenebre esteriori"; al ricco epulone
che, dall'inferno, chiede il refrigerio di una stilla d'acqua, Abramo
risponde, tra l'altro: "tra noi e voi è stabilito un grande abisso:
coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può
attraversare fino a noi" (Lc 16,26); al giudizio finale Dio dirà a quelli
della sinistra, i dannati in pratica: "Via da me, maledetti, al fuoco
eterno ...e andranno al castigo eterno" (Mt 25,41.46).
In
merito però a questa questione non esistono - né nella S. Scrittura né nel
Magistero della Chiesa - affermazioni esplicite e dogmatiche. La Chiesa non si
è pronunziata mai in maniera infallibile, anche se tutto lascia pensare -
visioni di inferno e apparizioni di dannati - che l'inferno sia - oltre che
stato - anche un luogo spaventoso. Senza escludere del tutto l'ipotesi che, trattandosi
di apparizioni avute da creature umane e a creature umane destinate, lo stato di
dannazione potrebbe essere stato, per così dire, come materializzato anche in
un luogo per farne meglio risaltare l'orrenda realtà. Anche i Padri della
Chiesa, però, e i teologi più quotati, generalmente, ritengono che l'inferno
sia pure un luogo di pena e di sofferenza inimmaginabile che si troverebbe
sulla terra o sotto terra.
Ma
se si parla dell'inferno che è anche un luogo, perché esso è sito o
immaginato sotto terra? La distanza anche materiale o spaziale, anzi lo sprofondamento
nell'abisso non vorrà significare anche e soprattutto lo stato di maledizione e
di lontananza da Dio?
2.
LE PENE DELL'INFERNO
Checché sia di questa questione, diavoli e anime in stato di dannazione soffrono l'assenza di Dio (la cosiddetta pena del danno) e ogni genere di inimmaginabili tormenti sensibili (la cosiddetta pena del senso).
a.
L'assenza di Dio
Il
più grande tormento dei dannati è il non poter più vedere Dio. Per coloro che
vivono sulla terra, immersi come sono nei sensi e distratti da mille cose, il
non poter vedere Dio potrebbe ritenersi come qualcosa di insignificante quasi.
Finché infatti si vive quasi solo di materia, l'uomo può vivere anche senza
Dio, come se egli non esistesse affatto. E purtroppo così vivono milioni di
uomini, tutti ingolfati nel lavoro, nei piaceri della terra, nel guadagno di
denaro e di beni dalle mille attrattive. Spogliato però del suo corpo e venuto
del tutto meno il mondo delle cose passeggere, si avvertirà da tutti il peso di
quella irresistibile innata tendenza a Dio che è l'eterno, l'infinito, la
pienezza, la vera felicità che soddisfa in tutto.
Nel
cuore del dannato c'è questa indistruttibile e fortissima tendenza verso Dio, e
allo stesso tempo una spaventosa e irresistibile avversione che lo porta a
odiarlo con odio inestinguibile, a bestemmiarlo incessantemente. E come un'onda
portata inesorabilmente sulla spiaggia, egli tende e si slancia verso Dio e
sempre ne è ricacciato. Quel Dio, mille volte offertosi nell'amore e
nell'abbraccio del perdono, e mille volte rifiutato, ora per il dannato è il
vero bene dal quale si sente per sempre escluso. La sua infelicità e la sua
disperazione stanno soprattutto qui.
Tutto
ciò è presentato dal Faber in una splendida pagina, - che riportiamo qui
integralmente, scusandoci con i lettori per la sua lunghezza - nella quale si
chiede a che cosa si può assomigliare questa pena. "... Vediamo a che
somigli, poiché fortunatamente eccede ogni immaginazione a concepirne la
tremenda realtà.
Supponiamo
che noi potessimo vedere gli ingenti pianeti e le ponderose stelle rotanti la
loro orrenda massa con spaventevole e forse con rumorosa velocità, tuonando
nei campi del firmamento con furioso moto gigantesco, quale viene debolmente
raffigurato da una valanga, e descrivendo con deviazioni che spaventano e con
evoluzioni che fanno rabbrividire, le orbite per forza centripeta e centrifuga;
noi vedremmo nella nudità delle sue ingenti operazioni la legge divina di
gravità.
In
pari modo noi scorgeremmo le vere relazioni tra Dio e noi, il vero significato e
valore della sua benefica presenza, se potessimo vedere un'anima dannata al
momento della sua riprovazione finale e giudiziale, pochi istanti dopo la sua
separazione dal corpo, ed in tutto il vigore d' un'anima sciolta dall'ingombro
del corpo e nell'orrore d'un penare senza fine.
Nessuna
belva feroce nelle selve, nessuna chimera dell'immaginazione pagana potrebbe
essere così orribile. Appena tirata l'insuperabile barriera tra essa e Dio, ciò
che i teologi chiamano amore radicale della creatura per il Creatore erompe in
una vera tempesta di incessanti sforzi. Cerca il suo centro, e non lo trova.
Balza verso Dio, ed è di nuovo piombata al basso. Si lancia e batte contro le
pareti di granito della sua prigione con tale incredibile forza che il pianeta
deve essere ben saldo nel suo equilibrio per non spostarsi all'urto di quella
violenza spirituale. Ma la legge di gravità è ancora più forte, ed il pianeta
oscilla lievemente nella sua splendida atmosfera. L'anima sciolta dal corpo non
può impazzire, altrimenti l'idea di un insuperabile desiderio di Dio, e
l'inefficace attrazione della gloriosa Divinità, basterebbero a far dare volta
alla ragione.
Percorrendo
la sua bruciante gabbia, quello spirito colle sue molte facoltà ed accresciuta
intelligenza spende la sua tormentosa immortalità variando, sempre
ricominciando e compiendo con monotonia, come belva ingabbiata contro le ferree
sbarre, un triplice movimento, non tre movimenti successivi, ma simultanei, un
triplice movimento disperato.
Nella
sua rabbia vorrebbe raggiungere Dio, ed afferrarlo e detronizzarlo, ucciderlo
e distruggerlo. Nella sua agonia vorrebbe soffocare la sua interna sete di Dio,
che la inaridisce, la dissecca e la brucia, con tutto il furente orrore d'una
sfrenata frenesia. Nelle sue furie vorrebbe spezzare le sue strette catene di
rodente fuoco che fissano e rendono immobile il suo amore radicale del Sommo
Bene, e la sospingono sempre indietro con urli crudeli, rendendo vana la sua
disperata tendenza verso il Centro Increato. Con questi continui e vani tre
sforzi passa la sua vita d'interminabili orrori. La veemenza con cui lancia le
sue imprecazioni contro Dio è vana; esse ricadono senza salire molto alte,
restando molto al di sotto del suo tranquillo e festeggiato trono.
Finalmente
le passa innanzi l'immensità di Dio, che per lei è improfittevole e senza
consolazione; questa non è una vera immagine, ma solo un'ombra informe, ma
pur l'anima conosce che è Dio. Con uno strido che dovrebbe essere udito in
tutto il creato si slancia su tale ombra, ed urta, benché puro spirito, contro
terrori materiali. Tenta afferrar l'ombra di Dio, ed invece abbraccia scottanti
fiamme. Si rialza per altra riscossa contro di lui, ma si vede innanzi dei ceffì
satanaci. Si slancia presso quell'ombra quanto è lunga la propria catena, ed
urta un'atterrita folla di anime maledette e dannate come lei.
Così
si contorce sempre col sentimento di essere la tormentatrice di se stessa. Così
non passa ora del nostro tempo, non istante delle nostre stellate notti, non
intervallo nelle vibrazioni delle nostre selve rischiarate dalla luna, non
ondulazione d'aure profumate dai nostri giardini, non nota di delizia musicale
per noi, senza che quella sciagurata e non commiserevole anima non si senta
nuovamente venir meno per l'opprimente sentimento che tutto quanto la circonda
è eterno. Tutto questo non è che l'assenza della dolce presenza di Dio nella
sua creazione".
S.
Agostino, a sua volta, afferma: "L'essere respinto dal regno di Dio,
l'essere esiliato dalla città di Dio, l'esser privati della vita di Dio,
mancare della grande abbondanza della dolcezza di Dio... è pena così grande
che non può essere paragonata a nessuna altra pena che si conosca".
"Allontanatevi da me, maledetti" (Mt 25,41). Questa parola che il Giudice supremo dirà a tutti gli esclusi dal paradiso, pesa già come una montagna sul dannato e per sempre. Una tragedia che le più patetiche situazioni umane - come quella della madre tutta tesa verso la sua creatura che non può vedere; o come quella dell'esule che muore di nostalgia e di rimpianto per la sua terra amata che non vedrà mai più - non ne sono che immagine sbiadita.
b.
La pena del senso
Alla
pena del danno è congiunta pure la pena del senso, e cioè quell'insieme di
sofferenze che affligge il corpo dell'uomo attraverso i suoi cinque sensi:
vista, udito, gusto, odorato e tatto. I dannati, pur spogliati del corpo, le
soffrono come se lo avessero. Il Signore - dice Teresa d'Avila - volle farmi sentire
in ispirito quelle pene ed afflizioni (= dell'inferno), come se le soffrissi nel
corpo.
Perciò
i dannati vedono continuamente immagini e spettacoli orrendi, sono frastornati
da clamori e urla spaventose, sentono fetori da non dire; come pure sono
cruciati da contatti e pressioni e cose del genere per tutto l'essere.
Le
pene del senso consistono prima di tutto e soprattutto nel fuoco che brucia e
tortura i dannati fin nelle radici stesse del loro essere.
Si
obietterà: come può il fuoco torturare l'anima, lo spirito? A parte che Dio può
tutto e quindi può fare pure che il fuoco tocchi e tormenti lo spirito; si deve
ricordare che il fuoco dell'inferno, pur essendo vero fuoco come insegna la
Chiesa, non è della stessa natura del nostro fuoco materiale.
La
S. Scrittura parla soprattutto di fuoco ardente e di zolfo, di arsura
dilaniante, di pianto spaventevole, di tenebre esteriori, di rimorsi laceranti
(per grazie sciupate, per il tempo dedicato a futilità e peccati, per le tante
possibilità di bene perdute ecc.: verme che non muore), di odori ributtanti e
fetori che emanano come da corpi in putrefazione (geenna). In particolare,
Giobbe parla di "luogo tenebroso coperto dalla caligine di morte, di
regione di miseria e delle tenebre, dove regna l'ombra di morte, il disordine e
l'orrore sempiterno" (Giob 10,21.29).
Perché
anche una pena del senso oltre quella del danno?
Perché
il peccato, oltre ad essere offesa di Dio, è indebito godimento ed esaltazione
folle delle creature.
"Ogni
peccato, dice S. Agostino, è aversio a Deo et conversio ad creaturas", e
cioè allontanamento da Dio per andare verso le creature. E perciò il peccato
va castigato sia per il colpevole allontanamento da Dio e sia per la disordinata
preferenza accordata alle creature anziché a Dio.
Lo stesso pensiero, più o meno, in S. Tommaso che scrive: "La pena è proporzionata al peccato. Nel peccato vi sono due aspetti: la separazione dal Bene increato, che è infinito (per questo il peccato è infinito), e l'adesione a un bene effimero, e pertanto il peccato è finito, sia perché un bene effimero è finito, sia anche perché l'adesione stessa è finita, non potendo gli atti delle creature essere infiniti. In quanto il peccato è separazione da Dio, risponde alla pena del danno, che è pure infinita, esso è infatti la perdita di un bene infinito, Dio; in quanto è una disordinata adesione alle creature, risponde alla pena del senso, che è finita".
c.
Pene eterne ed immutabili
Le
pene per il dannato sono eterne e senza mai alcuna attenuazione o
alleggerimento. Infatti la S. Scrittura parla di "verme che non muore"
(Mc 9,42); di 'fuoco inestinguibile" (Ivi); di "fuoco eterno" (Mt
25,41.46).
È
impensabile perciò sia la cessazione e sia un'attenuazione delle pene, di cui
opinò soprattutto Origene. Egli parla di una apocatastasi, e cioè di una
generale restaurazione che vedrebbe rifatti e salvati anche i dannati all'inferno
e lo stesso Satana.
Ma
a tale opinione si oppone la dottrina della Chiesa. Questa non ha mai accettato
l'idea dell'apocatastasi, la condannò anzi formalmente nel 543 con papa
Vigilio, come pure nel Conc. Costantinopolitano II (553), nel Conc.
Costantinopolit. III (680) e nel Concilio II di Nicea (787).
Ma
l'opinione di Origene si oppone pure al più elementare buon senso. Buon senso,
espresso molto bene, per es., tra gli altri, da S. Epifanio e da S. Girolamo,
quanto all'asserita rigenerazione. S. Epifanio, infatti, scrive: "Quanto a
quello che egli (= Origene) cerca di sostenere, non so se piangere o ridere.
L'insigne maestro osa affermare che il diavolo tornerà ad essere ciò che era
stato e che rientrerà nella sua stessa dignità e ascenderà di nuovo al regno
dei cieli. Cosa inaudita! Chi è tanto insensato e stolto da ammettere che S.
Giovanni Battista, S. Pietro e S. Giovanni Apostolo ed Evangelista, come pure
Isaia e Geremia e gli altri profeti, possano essere coeredi col diavolo del
regno dei cieli?".
S.
Girolamo, a sua volta, afferma: "Se tutte le creature ragionevoli sono
uguali, e dalle virtù o dai vizi, per propria volontà, sono portate in alto o
sprofondate in basso e, dopo un lungo giro e dopo innumerevoli secoli, avverrà
la restaurazione di tutte le cose, e uguale sarà il merito dei combattenti;
quale differenza vi sarà tra una vergine e una meretrice? Tra la Madre del
Signore (il solo affermarlo è delitto) e le prostitute? Saranno eredi dello
stesso regno il diavolo e Gabriele, gli Apostoli e i demoni?".
Da
rigettare ugualmente l'idea di una mitigazione delle pene infernali. L'opinione
molto in voga al tempo di S. Tommaso, è da questi così bollata: "Questa
opinione è presuntuosa, perché contraria alle asserzioni dei Santi; è
frivola, non fondata su alcuna autorità, ed è irragionevole".
Non
resta allora che attenersi fedelmente alle parole della S. Scrittura e
all'insegnamento della Chiesa, pur se una "pietà" tutta umana tenda a
far buon viso ad opinioni del genere.
Visioni
e apparizioni appartengono ai fenomeni mistici straordinari, di cui parlano
innumerevoli mistici e teologi.
Esistono
non poche descrizioni dell'inferno fatte da Santi, che lo hanno visto o
sperimentato per volere superno.
Prima
di presentarne alcune, però, ci sembra opportuno offrire prima delle nozioni
sommarie e chiedersi che valore teologico dare a queste "rivelazioni",
supposto che si siano veramente verificate.
1.
Si tratta di rivelazioni private
Da
notare prima di tutto che dette visioni o apparizioni sono dette rivelazioni
private non perché non siano o non debbano essere a vantaggio di tutta la
Chiesa, ma nel senso che ad esse, non facendo parte di quelle verità di fede,
necessarie per conseguire la salvezza, si potrebbe anche non prestare fede.
"E quando la Chiesa le approva, non ci obbliga a crederle, ma solo
permette, come dice Benedetto XIV che siano pubblicate ad istruzione ed
edificazione dei fedeli; onde l'assenso che vi si deve prestare non è atto di
fede cattolica, ma atto di fede umana fondato sull'essere queste rivelazioni
probabili e piamente credibili" (Siquidem hisce revelationibus taliter
approbatis, licet non debeatur nec possit adhiberi assensus (idei catholicae,
debetur tamen assensus (idei humanae, juxta prudentiae regulas, juxta quas nempe
tales revelationes sunt probabiles pieque credibiles De servorum Dei
beatificatione, 1. 11, c. 32, n. 11).
2.
Natura di queste apparizioni o visioni
La
visioni "sono percezioni soprannaturali di oggetti naturalmente invisibili
all'uomo".
E
cioè accade che alcune anime vedano, per un intervento superiore, delle realtà
che ordinariamente non sono viste dagli altri uomini: visioni, per es., di
Santi, di defunti, di anime del purgatorio o di dannati, ecc.
Le
visioni sono di tre specie: sensibili, immaginarie e intellettuali. "Le
visioni sensibili o corporali od oculari, che si dicono anche apparizioni, sono
quelle in cui i sensi percepiscono una cosa reale naturalmente invisibile
all'uomo".
E
cioè visioni e apparizioni possono avvenire "per mezzo dei sensi corporali
esteriori; per questo, tali visioni si chiamano corporee. Possono succedere in
due maniere. L'una è propriamente e veramente corporea, cioè quando con
corpo reale e dotato di peso si presenta alla vista o al tatto qualche cosa
dell'altra vita, come Dio, un angelo, un Santo, il demonio, un'anima o altro. Si
forma a tale scopo, per opera e virtù degli angeli buoni o cattivi, qualche
corpo immateriale ed apparente, il quale, benché non sia corpo naturale e
vero di colui che rappresenta, è veramente un corpo di aria condensata con le
sue dimensioni quantitative".
Un'altra
maniera di visione corporea "sono certe immagini di corpo, di colore e
simili, che un angelo può causare negli occhi alterando l'aria circostante.
Colui che le riceve giudica di vedere qualche corpo reale presente, mentre esso
non c'è e ci sono solo immagini con le quali si altera la vista con un inganno
ad essa impercettibile.
Questo
genere di visioni illusorie non è proprio degli angeli buoni né delle
apparizioni divine, anche se è possibile che lo sia e tale poté essere la voce
che udì Samuele (Cf 1 Re 3,4). Ordinariamente, però, le simula il demonio
per quello che contengono di inganno, specialmente per gli occhi" (448449).
"Nella Scrittura si trovano molte visioni corporee avute dai Santi e dai
Patriarchi. Adamo vide Dio rappresentato dall'angelo (Cf. Gen 3,8), Abramo i tre
angeli (Cf.Gen 18,1-2), Mosè il roveto e molte volte il Signore stesso (Cf. Es
3,2). Hanno avuto molte volte visioni corporee ed immaginarie anche dei
peccatori, come Caino (cf. Gen 4,9) e Baldassar che vide la mano sul muro (Cf
Dan S,5)".
Le
visioni invece immaginarie o immaginative "sono quelle prodotte da Dio o
dagli angeli nell'immaginazione sia nella veglia sia nel sonno". Visioni
immaginarie se ne trovano nella S. Scrittura per es., il Faraone ebbe quella
delle vacche (cf. Gen 41,1 ss) e Nabucodonosor quella dell'albero (Cf Dan 4,1
ss) e della statua (Cf Dan 2,1 ss.), ed altre simili.
A
proposito delle visioni puramente spirituali, così si esprime S. Giovanni della
Croce: "Parlando... delle visioni che sono puramente spirituali, senza
cioè il mezzo e l'opera di alcun senso del corpo, dico che due sorta di visioni
possono cadere nell'intelletto: le une sono visioni di sostanze corporee; le
altre, di sostanze separate o incorporee. Le prime sono intorno a tutte le cose
materiali che esistono in cielo e in terra, e che l'anima può vedere anche
stando nel corpo, mediante una certa luce soprannaturale derivata da Dio, nella
quale può scorgere le cose del cielo e della terra in loro assenza, come
leggiamo essere avvenuto a S. Giovanni che nell'Apocalisse descrive le
bellezze della celeste Gerusalemme che vide in cielo...".
"Ma
le altre visioni di sostanze incorporee, vale a dire di angeli e di anime, non
si possono vedere neanche mediante quel lume derivato, ma con un altro più alto
che si chiama lume di gloria; e perciò queste visioni di sostanze incorporee
non sono proprie di questa vita, né si possono vedere in corpo mortale".
Quanto
alle visioni intellettuali di sostanze corporee che "spiritualmente si
ricevono nell'anima, dico che esse sono a guisa delle visioni corporee; poiché,
come gli occhi vedono le cose materiali mediante la luce naturale, così l'anima
mediante il lume soprannaturale derivato dall'alto, vede interiormente con
l'intelletto queste medesime cose naturali ed altre ancora come a Dio piace; se
non che c'è differenza nel modo di percepirle, poiché le spirituali e
intellettuali accadono in modo assai più chiaro e sottile che non le corporee.
Quando
Dio vuol fare all'anima questa Grazia, le comunica quella luce soprannaturale
che abbiamo accennata, in cui con la massima facilità e chiarezza vede le
cose che Dio vuole, ora del cielo, ora della terra, senza che faccia ostacolo
o importi l'assenza o presenza loro. Il che avviene, alle volte, come se si
aprisse una risplendentissima porta, per la quale si vedesse una luce a guisa di
un lampo che in una notte buia all'improvviso illumina gli oggetti, li fa vedere
chiari e distinti, e subito li lascia di nuovo all'oscuro, quantunque le loro
forme e figure restino impresse nella fantasia.
Ciò
accade nell'anima molto più perfettamente; perché le cose vedute con lo
spirito in quella luce le restano impresse in tale maniera che, ogni volta che
vi fa avvertenza, torna a vederle in sé come prima; in quella guisa appunto
che in uno specchio si scorgono le figure che vi sono rappresentate, ogni volta
che alcuno torni a mirarvi. Ed è da notarsi che le forme delle cose vedute,
giammai si cancellano interamente dall'anima, quantunque con l'andar del tempo
si vadano un po' affievolendo".
I
mistici ci istruiscono sul modo con cui avvengono le visioni immaginarie e
corporee: "Si formano per mezzo di immagini sensibili, causate o mosse
nell'immaginazione o fantasia, le quali rappresentano gli oggetti in modo
materiale e sensitivo, come cosa che si guarda con gli occhi del corpo, si
ascolta, si tocca o si gusta. Sotto questa forma di visioni i profeti dell'antico
Testamento - particolarmente Ezechiele, Daniele e Geremia - manifestarono
grandi misteri che l'Altissimo rivelò loro per mezzo di esse. In simili visioni
l'evangelista Giovanni scrisse la sua Apocalisse".
"Ma
le altre visioni di sostanze incorporee, vale a dire di angeli e di anime, non
si possono vedere neanche mediante quel lume derivato, ma con un altro più alto
che si chiama lume di gloria; e perciò queste visioni di sostanze incorporee
non sono proprie di questa vita, né si possono vedere in corpo mortale".
Le
visioni dell'inferno da parte di Santi o di anime elette sono, senza dubbio
visioni sensibili e immaginarie. Essi hanno visto e toccato e sofferto nel corpo
e nell'anima.
3.
Che valore attribuire alle apparizioni o visioni
Le
visioni che ci occupano qui provengono da Dio o sono frutto di menti esaltate o
malate di schizofrenia o di isterismo e simili? O frutto magari di
immaginazione già imbottita di immagini, da qualsiasi parte derivate o attinte?
Il quesito, pur importante, interessa qui fino ad uno punto. Perché a parte il
fatto che almeno alcune si presentano come chiaramente di origine
soprannaturale; in effetti anche quelle che potrebbero spiegarsi naturalmente,
sono in piena sintonia con i dati rivelati, come vedremo. Stando così le cose,
dette visioni o apparizioni, se veramente si sono verificate, hanno lo stesso
valore che hanno tutte le rivelazioni private. E cioè quello di confermare in
qualche modo il dato rivelato, e quello di ricordare agli immemori certe verità,
dalle quali facilmente si evade non solo per la naturale smemoratezza
dell'uomo, ma anche e spesso per il disagio che esse comportano e per le
conclusioni alle quali perentoriamente conducono, ecc.
Da
chiedersi pure: quanto detto dai Santi sull'inferno è frutto di visioni o di
vere e proprie "discese" nell'inferno? Per varie di queste testimonianze
c'è da pensare che, più che visioni, si sia trattato anche di realtà, giacché
i protagonisti sono "portati" nell'inferno, soffrendo enormemente.
Reale discesa percepita come tale dagli stessi demoni. A vedere S. Veronica
Giuliani nell'inferno, Satana urla furibondo ai suoi ministri: "Via
l'intrusa che ci accresce i tormenti!". Certo non ci sappiamo spiegare come
è possibile scendere nell'inferno da vivi, condividendo le stesse sofferenze
dei dannati. Ma l'importante non è tanto sapere come si è discesi
nell'inferno, ma quanto si è visto e sperimentato. Il non sapersi spiegare un
fenomeno, - bisogna ribadirlo una volta di più - non può essere un motivo
sufficiente per negarlo o per spiegarlo in modo chiaramente e volutamente
distorto.
4.
Perché si verificano detti fenomeni
Ci
si potrebbe domandare pure il perché di tali fenomeni. Lo si diceva già a
proposito del loro valore in confronto della rivelazione pubblica. Dio non opera
che per amore. E l'amore ricorre a tutti i mezzi per salvare chi si ama. E perciò
anche attraverso le visioni o le apparizioni, il Signore richiama alla realtà
delle cose perché non si resti ammaliati da colori e apparenze ingannatrici.
E purtroppo - noi lo sappiamo bene per esperienza -, sono tanti coloro che vanno
dietro a vere e proprie illusioni e suggestioni.
Si
capisce allora che anche questi interventi dall'alto sono espressione di vera e
propria misericordia. Con l'oscurarsi soprattutto di verità di fede di grande
importanza, detti interventi straordinari aiutano enormemente a ritrovare la
via della verità. Da notare, in conclusione, che visioni e apparizioni non
possono confondersi con immaginazioni di fantasia, pura creazione del soggetto
che opera. Sulla pur grandiosa concezione immaginaria de La Divina Commedia si
può anche non consentire, trattandosi appunto di immaginazione poetica. Molto
più difficile non consentire con le visioni dei Santi, che presentano una
realtà che eccede anche ogni possibile immaginazione.
Ma
è tempo di sentire e analizzare quanto ci dicono i Santi con le loro visioni o
apparizioni. Ci fermeremo naturalmente solo ad alcuni, privilegiando
soprattutto Santi più vicini a noi per il tempo e per la cultura. E questo
anche per non perdersi dietro racconti o episodi non del tutto storicamente
accertati o addirittura leggende e miti, da non prendere in considerazione.
1
- L'inferno visto da S. Teresa d'Avila
Monaca
e riformatrice del Carmelo, Teresa di Gesù, nata ad Avila in Spagna il 28 marzo
1515 e morta ad Alba il 4 ottobre 1582, è una dei Santi che ha visto l'inferno.
Lo racconta essa stessa nella vita scritta da Lei in questi termini: "Un
giorno mentre ero in orazione; mi trovai tutt'a un tratto trasportata intera
nell'inferno. Compresi che Dio mi voleva far vedere il luogo che i demoni mi
avevano preparato, e che io mi ero meritato con i miei peccati.
Fu
una visione che durò pochissimo, ma vivessi anche molti anni, mi sembra di non
poterla più dimenticare. L'ingresso mi pareva un cunicolo molto lungo e
stretto, simile a un forno assai basso, buio e angusto; il suolo tutto una melma
puzzolente piena di rettili schifosi. Infondo, nel muro, c'era una cavità
scavata a modo di nicchia, e in essa mi sentii rinchiudere strettamente. E
quello che allora soffrii supera ogni umana immaginazione, né mi sembra
possibile darne solo un'idea perché cose che non si sanno descrivere. Basti
sapere che quanto ho detto, di fronte alla realtà sembra cosa piacevole.
Sentivo
nell'anima un fuoco che non so descrivere, mentre dolori intollerabili mi
straziavano orrendamente il corpo. Nella mia vita ne ho sofferto moltissimi, dei
più gravi che secondo i medici si possano subire sulla terra, perché i miei
nervi si erano rattrappiti sino a rendermi storpia, senza dire dei molti altri
di diverso genere, causatimi in parte dal demonio.
Tuttavia
non sono nemmeno da paragonarsi con quanto allora ho sofferto, specialmente al
pensiero che quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione.
Ma anche questo era un nulla innanzi all'agonia dell'anima. Era un'oppressione,
un'angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che
non so come esprimermi. Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco,
perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui
è la stessa anima che si fa in brani da sé. Fatto sta che non so trovare
espressioni né per dire di quel fuoco interiore né per far capire la
disperazione che metteva il colmo a sì orribili tormenti. Non vedevo chi me li
faceva soffrire, ma mi sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio
peggiore fosse il fuoco e la disperazione interiore.
Era
un luogo pestilenziale, nel quale non vi era più speranza di conforto, né
spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com'ero in quel buco praticato
nella muraglia. Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso, e mi pareva
di soffocare. Non v'era luce, ma tenebre fittissime; eppure quanto poteva dar
pena alla vista si vedeva ugualmente nonostante l'assenza della luce: cosa che
non riuscivo a comprendere.
Per
allora Dio non volle mostrarmi di più, ma in un'altra visione vidi supplizi
spaventosissimi, fra cui i castighi di alcuni vizi in particolare. A vederli
parevano assai più terribili, ma non mi facevano tanta paura perché non li
sperimentavo, mentre nella visione di cui parlo il Signore volle farmi sentire
in ispirito quelle pene ed afflizioni, come se le soffrissi nel corpo. (...)
Sentir parlare dell'inferno è niente. Vero è che io l'ho meditato poche volte
perché la via del timore non è fatta per me, ma è certo che quanto si medita
sui tormenti dell'inferno, su quello che i demoni fanno patire, o che si legge
nei libri, non ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diversa,
come un ritratto messo a confronto con l'oggetto ritrattato. Quasi neppure il
nostro fuoco si può paragonare con quello di laggiù.
Rimasi spaventatissima e lo sono tuttora mentre scrivo, benché siano già passati quasi sei anni, tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso dove sono. Mi accade intanto che quando sono afflitta da qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione perché mi sembrino subito da nulla persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo. Questa fu una delle più grandi grazie che il Signore m'abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo non meno per non temere le contraddizioni e le pene della vita che per incoraggiarmi a sopportarle, ringraziando il Signore d'avermi liberata da mali così terribili ed eterni, come mi pare di dover credere".
Nella
visione della Santa si evidenziano vari ed importanti fattori riguardanti
l'inferno:
a)
Il luogo dove starebbe l'inferno, il cui ingresso è costituito da un cunicolo
lungo e stretto, simile ad un forno basso, buio e angusto. Un luogo
pestilenziale dove non c'è più né speranza di conforto, né spazio per
sedersi o distendersi.
Il
suolo, tutto melma puzzolente, è pieno di rettili schifosi. Non c'è luce, ma
tenebre fittissime e intanto tutto ciò che può dar pena alla vista si vede
ugualmente.
b)
Le pene sofferte dai dannati. L'anima è investita da un fuoco che Teresa non sa
descrivere; il corpo (la Santa è lì con l'anima e il corpo) è straziato
orrendamente da dolori intollerabili. Ma tutto questo è ancora niente di fronte
all'agonia dell'anima che soffre un'oppressione, un'angoscia, una tristezza e
un vivo e disperato dolore "che non so - dice la Santa - come esprimermi
". "Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco, perché
almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui è la
stessa anima che si fa in brani da sé. La sofferenza più atroce è il pensiero
che queste pene non hanno né fine né mitigazione alcuna". I supplizi
peggiori sono il fuoco e la disperazione interiore.
Le
pene e le afflizioni sono sentite in ispirito ma si soffre veramente, come se si
soffrisse nel corpo.
c)
Dette pene sono tali da superare ogni umana immaginazione: a paragone di esse,
le sofferenze più atroci di questa terra sono un niente. Quanto vien detto o si
medita sull'inferno e i suoi supplizi non ha nulla a che vedere con la realtà,
perché totalmente diversa. È certo che "quanto si medita sui tormenti
dell'inferno, su quello che i demoni fanno patire, o che si legge nei libri, non
ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diversa, come un ritratto
messo a confronto con l'oggetto ritrattato. Quasi neppure il nostro fuoco si può
paragonare con quello di laggiù ".
d)
Oltre ai castighi diciamo così comuni per tutti i dannati, ci sono pure
spaventosissimi castighi per ogni vizio particolare.
e)
È la stessa anima dannata che si dilania, che si fa in brani da sé. "Non
vedevo - dice la Santa - chi me li faceva soffrire (detti tormenti), ma mi
sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio peggiore fosse il fuoco e la
disperazione interiore".
2
- SANTA VERONICA GIULIANI
Santa
Veronica Giuliani (Orsola) nacque il 27 dicembre 1660. Entrò nel monastero
delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello. Morì il 9 luglio 1727.
Una
visione dell'inferno, avuta nel 1696, è così raccontata da Santa Veronica:
"Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava
incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si
vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un
puzzore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare.
In
questo punto, Iddio mi dà una comunicazione sopra l'ingratitudine delle
creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto
appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla.
Così mi disse: Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta,
per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno".
In
questo mentre, parvemi di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni:
tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in
un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi
davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e
mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco
spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava sangue, e sotto quel
grave peso stava. O Dio! Io avrei voluto raccogliere il Sangue, e pigliare
quella Croce, e con grand'ansia desideravo il significato di tutto.
In
un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie, e poi,
tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo, e maledicevano Iddio e i
Santi. Qui mi si aggiunge un rapimento, e parvemi che il Signore mi facesse
capire, che quel luogo era l'inferno, e quelle anime erano morte, e, per il
peccato, erano divenute come bestie, e che, fra esse, vi erano anco dei
Religiosi. (...) "Parevami di essere trasportata in un luogo deserto,
oscuro e solitario, ove non sentivo altro che urli, stridi, fischi di serpenti,
rumori di catene, di ruote, di ferri, botti così grandi, che, ad ogni colpo,
pensavo sprofondasse tutto il mondo. Ed io non aveva sussidi ove rivolgermi;
non potevo parlare; non potevo invitare il Signore.
Parevami
che fosse luogo di castigo e di sdegno di Dio verso di me, per le tante offese
fatte a S. Divina Maestà. Ed avevo avanti di me tutti i miei peccati. (...)
Sentivo
un incendio di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che colpi sopra di me; ma non
vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava
a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! Che pena! Che tormento!
Descriverlo non posso; ed anco il sol ricordarmi di ciò, mi fa tremare. Alla
fine, fra tante tenebre, parvemi di vedere un piccolo lume come per aria. A poco
a poco, si dilatò tanto. Parevami che mi sollevasse da tali pene; ma non
vedevo altro (...)".
Un'altra
visione dell'inferno è del 17 gennaio 1716. La Santa racconta che in detto
giorno fu trasportata da alcuni angeli nell'inferno: "In un batter d'occhio
mi ritrovai in una regione bassa, nera e fetida, piena di muggiti di tori, di
urli di leoni, di fischi di serpenti ... Una grande montagna si alzava a picco
davanti a me ed era tutta coperta di aspidi e basilischi legati assieme... La
montagna viva era un clamore di maledizioni orribili. Essa era l'inferno
superiore, cioè l'inferno benigno. Infatti la montagna si spalancò e nei suoi
fianchi aperti vidi una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di
fuoco. I demoni, estremamente furiosi, molestavano le anime le quali urlavano
disperate. A questa montagna seguivano altre montagne più orride, le cui
viscere erano teatro di atroci e indescrivibili supplizi.
Nel
fondo dell'abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al
centro una sedia formata dai capi dell'abisso. Satana ci sedeva sopra nel suo
indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati. Gli angeli mi
spiegarono che la visione di satana forma il tormento dell'inferno, come la
visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo notai che il muto
cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli
angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: Essi
furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi.
Ed
in quell'abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime... ". Ed ecco
come presenta le visioni della Santa il già citato Cioni: "Come Dante,
anche la nostra Santa, appena su la soglia, ode urli, voci lamentevoli,
bestemmie e maledizioni contro Dio. Vede mostri, serpenti, fiamme smisurate.
È menata per tutto l'inferno. Precipitano giù, con la furia di densa grandine,
le anime dei nuovi abitatori. 'E a quest'arrivo, si rinnovano pene sopra pene ai
dannati'. In un luogo ancora più profondo trova ammucchiate migliaia di anime
(son quelle degli assassini), sopra le quali incombe un torchio con una immensa
ruota. La ruota gira e fa tremare tutto l'inferno. All'improvviso il torchio
piomba su le anime, le riduce quasi a una sola; cosicché ciascuna partecipa
alla pena dell'altra. Poi ritornano come prima. Ci sono parecchie anime con un
libro in mano. I demoni le battono con verghe di fuoco nella bocca, con mazze di
ferro sul capo, e con spuntoni acuti trapassano loro le orecchie. Sono le anime
di quei religiosi bastardi, che adattarono la regola a uso e consumo proprio.
Altre anime sono rinchiuse in sacchetti e infilzate dai diavoli nella bocca d'un
orrendo dragone che in eterno le digruma. Sono le anime degli avari. Altre
gorgogliano tuffate in un lago d'immondizie. Di tratto in tratto sgusciano
fulmini. Le anime restano incenerite, ma dopo riacquistano lo stato primiero.
`I
peccati che hanno commesso sono i più gravi che mai vivente può immaginare'.
Tutte le strade dell'inferno appaiono sparse di rasoi, di coltelli, di mannaie
taglienti. E mostri, dovunque mostri. E una voce che grida: Sarà sempre così.
Sempre, sempre, sempre. Veronica è condotta alla presenza di Lucifero. Egli ha
d'intorno le anime più graziate dal cielo, che nulla fecero per Iddio, per la
sua gloria; e tiene sotto i piedi, a guisa di cuscino, e pesta continuamente le
anime di quelli che mancarono ai loro voti. 'Via l'intrusa che ci accresce i
tormenti!', urla furibondo ai suoi ministri. Levata dall'inferno, Veronica
ripete esterrefatta: O giustizia di Dio, quanto sei potente!".
Ed
ecco adesso in breve quanto di più notevole si ritrova nelle visioni di Santa
Veronica:
a)
L'inferno è luogo oscurissimo ma dà incendio come fosse una gran fornace. In
tutte le altre visioni il paesaggio, per così dire, è sostanzialmente sempre
quello, anche se cambiano alcuni dettagli. Anche quando si ritrova in un luogo
deserto, oscuro e solitario essa non sente altro che urli, stridi, fischi di
serpenti, rumori di catene, di ruote, di ferri, botti così grandi che, ad ogni
colpo sembrava sprofondasse tutto il mondo.
Come
quando si ritrova "in una regione bassa, nera e fetida, piena di muggiti di
tori, di urli di leoni, di fischi di serpenti... Una grande montagna si alzava a
picco davanti a me ed era tutta coperta di aspidi e basilischi legati assieme...
La montagna viva era un clamore di maledizioni orribili". Si tratta
sempre di inferno come le dice Gesù: "Mira e guarda bene questo luogo che
non avrà mai fine. 1T sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio
sdegno ". Tormento per i dannati è appunto la giustizia di Dio ed il
rigoroso suo sdegno.
b)
I dannati sono coloro che hanno rifiutato Dio e la sua legge, e hanno scelto di
servire il proprio io. I demoni li tengono come bestie legate di diversa
specie. Bestie che, in un subito, divengono agli occhi della Santa, creature (=
uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che le davano più terrore che non gli
stessi demoni. La Santa li vede precipitare, dannati per sempre, in quell'abisso
come una pioggia.
L'inferno,
secondo la Santa, lo si merita soprattutto per il peccato di ingratitudine. Le
anime cioè, pur essendo nell'abbondanza di tanti beni, quasi mai sanno
riconoscere la provenienza e quasi mai si ricordano di Colui che tutto ha fatto
e ha donato.
c)
Anche all'inferno c'è un ordine: chi ha peccato di più e più gravemente
responsabile, soffre più spaventosamente degli altri che hanno peccato meno e
con meno responsabilità.
Per S. Veronica esiste un inferno superiore, cioè l'inferno benigno, e un inferno massimo. Esistono perciò vari reparti, raffigurati forse in quelle montagne, l'una diversa dall'altra dalle quali i dannati si precipitano nell'abisso. Infatti la montagna si spalanca e nei suoi fianchi aperti la Santa vede una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di fuoco. I demoni, estremamente furiosi, molestano le anime le quali urlano disperate. A questa montagna seguono altre montagne più orride, le cui viscere sono teatro di atroci e indescrivibili supplizi.
Precipitano giù, con la furia di densa grandine, le anime dei nuovi abitatori. "E a quest'arrivo, si rinnovano pene sopra pene ai dannati".
In
un luogo ancora più profondo trova ammucchiate migliaia di anime (sono quelle
degli assassini), sopra le quali incombe un torchio con una immensa ruota. La
ruota gira e fa tremare tutto l'inferno. All'improvviso il torchio piomba su
le anime, le riduce quasi a una sola; cosicché ciascuna partecipa alla pena
dell'altra. Poi ritornano come prima.
Ci
sono parecchie anime con un libro in mano. I demoni le battono con verghe di
fuoco nella bocca, con mazze di ferro sul capo, e con spuntoni acuti trapassano
loro le orecchie. Sono le anime di quei religiosi bastardi, che adattarono la
regola a uso e consumo proprio.
Altre
anime sono rinchiuse in sacchetti e infilzate dai diavoli nella bocca d'un
orrendo dragone che in eterno le digruma. Sono le anime degli avari. Altre
gorgogliano tuffate in un lago d'immondizie. Di tratto in tratto sgusciano
fulmini. Le anime restano incenerite, ma dopo riacquistano lo stato primiero.
"I peccati che hanno commesso sono i più gravi che mai vivente può
immaginare".
d)
Nel fondo dell'abisso ci sono i gerarchi dell'inferno. Qui, infatti, la Santa
vede un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia
formata dai capi dell'abisso. La Santa nota che il muto cuscino della sedia
erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Alla domanda agli angeli di chi
fossero quelle anime, ella riceve questa terribile risposta: "Essi furono
dignitari della Chiesa e prelati religiosi". Satana ci sedeva sopra nel
suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati.
e)
La visione di Satana forma il tormento dell'inferno, come la visione di Dio
forma la delizia del Paradiso. Qui i beati sono felici nella visione di Dio che
è la fonte e la radice di tutti i loro beni; nell'inferno i dannati, oltre ad
essere tormentati incredibilmente dai demoni che dispensano pene e sofferenze
inaudite nel loro odio, è la visione di Satana soprattutto, il loro massimo
nemico e artefice in parte della loro dannazione, che li fa soffrire indicibilmente.
f)
Nell'inferno vi è pure la pena dei sensi: la Santa parla di fiamme e fuoco, di
stridi e rumori, di fetore e fumo orrendo. Pene da non potersi paragonare a
nessuna pena della terra.
Grande
mistero l'inferno e terribile realtà. "Molti - come disse la Madonna a Sr.
Veronica - non credono che vi sia l'inferno, ed io ti dico che tu medesima che
ci sei stata non hai compreso niente cosa sia".
3
- Beata Anna Caterina Emmerick
Emmerick
Anna Caterina nacque 1'8 settembre 1774 a Flamske bei Coestfeld (Westfalia) entrò
nel Monastero di Agnetenberg in Duelmen (Westfalia) delle Canonichesse Regolari
di S. Agostino. Morì a Duelmen il 9 novembre 1824.
La
B. Emmerick tra i tanti doni ricevuti, è famosa soprattutto per le stimmate e
le visioni avute. Ella ebbe una visione dell'inferno quando vide scendere il
Salvatore negli inferi. "Vidi (...) il Salvatore avvicinarsi, severo, al
centro dell'abisso. L'inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso,
illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata
risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di
orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un tratto,
si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazione e
di tenebre. L'inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri
discordi e disperati. Mentre nel cielo si gode la gioia e si adora l'Altissimo
dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisite che comunicano
la vita, all'inferno invece si sprofondano cavernose prigioni, si estendono
orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi,
orribili. Là dentro ferve l'eterna e terribile discordia dei dannati.
Nel
cielo invece regna l'unione dei Santi eternamente beati. L'inferno, al
contrario, rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore; là
imperversa il dolore e si soffrono quindi supplizi in una indefinita varietà di
manifestazioni e di pene. Ogni dannato ha sempre presente questo pensiero: che i
tormenti, ch'egli soffre, sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti.
Quanto si sente e si vede di orribile all'inferno è l'essenza, la forma interiore
del peccato scoperto. Di quel serpe velenoso, che divora quanti lo fomentarono
in seno durante la prova mortale. Tutto questo si può comprendere quando si
vede, ma riesce inesprimibile a parole.
Quando
gli Angeli, che scortavano Gesù, avevano abbattuto le porte infernali, si era
sollevato come un subbisso d'imprecazioni, d'ingiurie, di urla e di lamenti.
Alcuni Angeli avevano cacciato altrove sterminate torme di demoni, i quali
avevano poi dovuto riconoscere e adorare il Redentore.
Questo
era stato il loro maggior supplizio. Molti di essi venivano quindi
imprigionati dentro una sfera, che risultava di tanti settori concentrici.
Al
centro dell'inferno si sprofondava un abisso tenebroso, dov'era precipitato
Lucifero in catene, il quale stava immerso tra cupi vapori. Tutto ciò era
avvenuto secondo determinati arcani divini.
Seppi
che Lucifero dovrà essere scatenato per qualche tempo: cinquanta o
sessant'anni prima dell'anno 2000 di Cristo, se non erro. Alcuni demoni invece
devono essere sciolti prima di quell'epoca per castigare e sterminare i mondani.
Alcuni di essi furono scatenati ai nostri giorni; altri lo saranno presto.
Mentre tratto questo argomento, le scene infernali le vedo così orripilanti
dinanzi ai miei occhi, che la loro vista potrebbe perfino farmi morire" Per
Emmerick dunque:
a)
L'inferno è un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce
quasi metallica. All'entrata ci sono enormi porte nere con serrature e
catenacci incandescenti.
All'inferno
si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti, laghi smisurati
rigurgitanti di mostri paurosi, orribili.
b)
I demoni sono imprigionati dentro una sfera, che risulta di tanti settori
concentrici. Al centro dell'inferno si sprofonda un abisso tenebroso, dov'è
precipitato Lucifero in catene, e dove sta immerso tra cupi vapori.
c)
L'inferno è un carcere di eterna ira dove si soffrono supplizi in una
indefinita varietà di manifestazioni e di pene. E perciò urla di orrore si
elevano senza posa da quella voragine paurosa. In questo mondo di desolazione
e di tenebre, si dibattono esseri discordi e disperati. Questi hanno sempre presente
il pensiero che i tormenti sofferti sono il frutto naturale e giusto dei loro
misfatti.
d)
Quanto si sente e si vede di orribile nell'inferno è l'essenza, la forma
interiore del peccato rivelato appieno in tutta la sua spaventosa virulenza.
e)
L'inferno è l'opposto del cielo: il cielo è come un giardino bellissimo di
fiori e di frutti squisiti che comunicano la vita. La vita eterna è come
alimentata da un cibo ... Siamo di fronte all'albero della vita, come lo era già
nell'Eden? La visione di Emmerick presenta tratti teologici molto originali: ne
rileveremo qualcuno più in là.
4
- La visione di S. Giovanni Bosco
S.
Giovanni Bosco nacque a Castelnuovo d'Asti il 16 agosto 1815, e morì il 31
gennaio 1888.
È
da tutti conosciuto il suo straordinario carisma di educatore dei giovani per
i quali istituì pure l'Ordine dei Salesiani. Anch'egli ebbe una visione
dell'inferno che egli stesso raccontò ai giovani. "Mi trovai con la mia
guida (l'Angelo Custode), infondo ad un precipizio che finiva in una valle
oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima,
serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un
fumo grasso, quasi verde, s'innalzava sui muraglioni dell'edificio e guizze di
fiamme sanguigne. Domandai: Dove ci troviamo? Leggi, mi rispose la guida,
l'iscrizione che è sulla porta! C'era scritto: Ubi non est redemptio! cioè:
dove non c'è redenzione. Intanto vidi precipitare dentro quel baratro... prima
un giovane, poi un altro ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in
fronte il proprio peccato. Esclamò la guida: Ecco la causa precipua di queste
dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini. Gli infelici
erano giovani da me conosciuti. Domandai: Ma dunque è inutile che si lavori tra
i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina? Coloro che
hai visto, sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se
morissero, verrebbero senz'altro qui!
Dopo
entrammo nell'edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa
iscrizione: Ibunt impii in ignem aeternum! Cioè: Gli empi andranno nel fuoco
eterno!
Vieni
con me! - soggiunse la guida -. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad
uno sportello, che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie d'immensa
caverna, piena di fuoco.
Certamente
quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore. Io questa spelonca non ve
la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà Intanto, all'improvviso,
vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La guida disse: 'La
trasgressione del sesto comandamento è la causa della rovina eterna di tanti
giovani'. `Ma se hanno peccato, si sono però confessati'. 'Si sono confessati,
ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute
affatto. Ad es., uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne
disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella
fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l'hanno confessato
male e non hanno detto tutto.
Altri
non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l'esame di
coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale
risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta
l'eternità... Ed ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha
condotto? La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo
Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa. Fra essi vi erano
di quelli che in apparenza tengono buona condotta.
Continuò
la guida: Predica dappertutto contro l'immodestia! - Poi parlammo per circa
mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si
concluse: Mutare vita!... Mutare vita!
Ora,
soggiunse l'amico, che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche
tu un poco di inferno! Usciti dall'orribile edificio, la guida afferrò la mia
mano e toccò l'ultimo muro esterno; io emisi un grido...
Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura".
In
questo sogno di Don Bosco c'è da rilevare, tra l'altro, quanto segue:
a)
L'inferno appare come un'immensa caverna piena di fuoco, racchiusa come in un
immenso edificio con porta altissima serrata, sulla quale si legge l'iscrizione:
ubi non est redemptio (dove non c'è redenzione). Caverna impossibile a
descriversi in tutta la sua spaventosa realtà.
b)
Nell'inferno non c'è redenzione e cioè non c'è più alcuna possibilità di
salvezza. Satana con i suoi angeli e i dannati, sono ormai perduti per sempre.
c)
I dannati sono condannati al fuoco eterno (Ibunt impii in ignem aeternum!) che
sorpassa mille e mille gradi di calore, tanto che Don Bosco, pur stando ancora
fuori, è oppresso da un caldo soffocante, e vede che un fumo grasso, quasi
verde, s'innalza sui muraglioni dell'edificio con guizze di fiamme sanguigne.
d)
Le anime si dannano soprattutto per peccati impuri e le immodestie: peccati
magari confessati pure, ma non assolti perché non confessati bene, o non
confessati tutti o taciuti in confessione, o confessati senza vero dolore e
proponimento.
e)
Tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. In effetti è il peccato
che danna l'anima. La visione di D. Bosco vuol dire pure forse che ognuno si
può dannare anche per un solo peccato mortale, se la morte dovesse accadere
senza aver potuto liberarsi da tale stato. Ma generalmente ci si danna
soprattutto per un peccato predominante nella vita terrena, dal quale proliferano
tante altre male erbe.
Don
Bosco è invitato dalla guida che l'ha condotto all'inferno a predicare
dappertutto contro l'immodestia. Il sogno viene a ribadire quanto continuamente
si insegna e si predica dalla Chiesa e dai sacerdoti, tra l'irrisione magari di
spiriti evoluti e cattivi: il peccato e specialmente il peccato impuro, con le
mode invereconde e le immodestie che lo fomentano in tutti i sensiapre la via
alla dannazione eterna.
5
- L'inferno visto dai tre veggenti di Fatima
I
bambini, ai quali apparve la Madonna a Fatima dal 13 maggio al 13 ottobre 1917,
sono Lùcia de Jesus (nata il 22 marzo 1907 e morta il 2005), Francisco (nato
l'11 giugno 1908 e morto il 4 aprile 1919) e Jacinta Marto (nata l' 11 marzo
1910 e morta il 20 febbraio 1920).
Tra
l'altro, la Madonna fece vedere loro l'inferno. Vedemmo, racconta Lucia,
"come un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le
anime, come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana,
che ondeggiavano nell'incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro
stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti - simili al cadere
delle scintille nei grandi incendi - senza peso né equilibrio, tra grida e
gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di
paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di animali
spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di bracia ".
Ai
piccoli terrorizzati dalla paura, la Madonna dice: "Avete visto l'inferno,
dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire
nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se farete quello che vi dirò,
molte anime si salveranno e avranno pace". La Madonna dirà pure:
"Quando recitate il Rosario, dopo ogni mistero dite: O
Gesù mio, perdonateci, liberateci dall'inferno, portate in cielo tutte le
anime, soprattutto quelle più bisognose".
Da
notare che al tempo delle apparizioni della Madonna Lucia de Jesus aveva 10
anni, Francisco e Jacinta Marto rispettivamente 9 e 7 anni.
Anche
in questa visione ci sono elementi significativi da rilevare:
a)
L'inferno appare come un grande mare di fuoco nel quale sono immersi demoni e
dannati. E nel fuoco ondeggiano nell' incendio, sollevati dalle fiamme, cadendo
da tutte le parti.
b)
I dannati emettono grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzano
e fanno tremare di paura.
c)
Demoni e dannati appaiono come braci trasparenti e nere o abbronzate di forma
umana. I demoni si distinguono per la forma orribile e ributtante di animali
spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di bracia. Le
differenze notate (come braci trasparenti e nere o abbronzate) rispondono molto
probabilmente alle diverse forme di tormenti dati per i peccati specifici.
Oppure vogliono contrassegnare la maggiore o minore colpevolezza dei dannati.
d)
Dai demoni e dannati escono fiamme e nuvole di fumo. Evidentemente il fuoco
infernale permea tutto l'essere, quasi come ad identificarsi con esso. Da notare
che la tenera età dei veggenti non ha impedito alla Madonna di presentare loro
uno spettacolo così orrendo. Ciò dice qualcosa ad una certa pedagogia che, per
risparmiare alle anime uno spavento salutare, lascia che esse corrano il rischio
della dannazione eterna.
6
- L'inferno visto da Sr. Maria Giuseppa Menendez
Suor
M. Giuseppa Menendez, Religiosa del Sacro Cuore, nacque a Madrid il 4 febbraio
1890 e morì il 29 dicembre 1923.
Sr.
M. Giuseppa Menendez fece varie visite all'inferno. Ecco quanto vede e narra in
una di queste: "In un istante mi trovai nell'inferno, ma senza esservi
trascinata come le altre volte, e proprio come vi devono cadere i dannati.
L'anima vi si precipita da se stessa, vi si getta come se desiderasse sparire
dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire. L'anima mia si lasciò cadere
in un abisso, in cui non si poteva vedere il fondo, perché immenso ... Ho visto
l'inferno come sempre: antri e fuoco.
Benché
non si veggono forme corporali, i tormenti straziano i dannati come se i corpi
fossero presenti e le anime si riconoscono. Fui spinta in una nicchia di fuoco e
schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei ferri e delle punte aguzze
arroventate s'infigessero nel mio corpo. Ho sentito come se si volesse, senza
riuscirvi, strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva agli estremi, con un
atroce dolore.
Gli
occhi mi sembrava che uscissero dall'orbita, credo a causa del fuoco che li
bruciava orrendamente. Non si può né muovere un dito per cercare sollievo, né
cambiare posizione; il corpo è come compresso. Le orecchie sono stordite dalle
grida confuse, che non cessano un solo istante. Un odore nauseabondo e
ripugnante asfissia ed invade tutti, come se si bruciasse carne in putrefazione
con pece e zolfo. Tutto questo l'ho provato come le altre volte e, sebbene
questi tormenti siano terribili, sarebbero un nulla se l'anima non soffrisse. Ma
essa soffre in un modo indicibile.
Ho
visto alcune di queste anime dannate ruggire per l'eterno supplizio che sanno
dover sostenere, specialmente alle mani. Penso che abbiano rubato, poiché
dicevano: Dov'è ora quello che hai preso?... Maledette mani!... Altre anime
accusavano la propria lingua, gli occhi... ciascuna ciò che è stato causa del
suo peccato: ben pagate sono adesso le delizie che ti concedevi, o mio corpo!...
E sei tu, o corpo, che l'hai voluto!... Per un istante di piacere un'eternità
di dolore! Mi pare che nell'inferno le anime si accusino specialmente di
peccati d'impurità.
Mentre
ero in quell'abisso, ho visto precipitare dei mondani e non si può dire né
comprendere le grida che emettevano ed i ruggiti spaventosi che mandavano:
Maledizione eterna! ... Mi sono ingannata!... Mi sono perduta!... Sono qui per
sempre... per sempre... e non c'è più rimedio!... Maledizione a me! Una
fanciulla urlava disperatamente, imprecando contro le cattive soddisfazioni
concesse al corpo e maledicendo i genitori, che le avevano data troppa libertà
a seguire la moda ed i divertimenti mondani. Da tre mesi era dannata. Tutto
questo che ho scritto, conclude la Menendez, non è che un'ombra in paragone a
ciò che si soffre nell'inferno".
Quanto
visto dalla Menendez si può così riassumere:
a)
L'inferno è un abisso di cui non si può vedere il fondo, perché immenso, con
antri dappertutto e fuoco.
b)
I dannati cadono nell'inferno non sospinti da una forza esterna, ma da una forza
misteriosa interna. Vi si precipitano, quindi, da se stessi, gettandovici come
se desiderassero sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire.
Questo sottrarsi da Dio equivale, in fondo, alla pena del danno consistente,
appunto, nella privazione della vista di Dio: la pena più atroce anche se
difficile a descriversi.
c)
Assieme alla privazione della vista di Dio, si aggiungono tormenti a non finire,
che i dannati patiscono nell'anima e anche nel corpo come se lo avessero: è la
pena del senso.
e)
Detta pena del senso è espressa in toni sconcertanti: la Menendez è spinta in
una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei
ferri e delle punte aguzze arroventate s'infigessero nel suo corpo. Sente come
se le si volesse, senza riuscirvi, strapparle la lingua, cosa che la riduce agli
estremi, con un atroce dolore.. Le sembra che gli occhi le escano dall'orbita,
a causa forse del fuoco che li bruciava orrendamente. Ella non può né muovere
un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come
compresso. Le orecchie sono stordite dalle grida confuse, che non cessano un
solo istante. Un odore nauseabondo e ripugnante asfissia ed invade tutti, come
se si bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo. Tormenti terribili che
sarebbero, però, un nulla se l'anima non soffrisse.
f)
Ma l'anima soffre in un modo indicibile. La veggente ha visto alcune di queste
anime dannate ruggire per l'eterno supplizio che sanno di dover sostenere.
g)
Per ogni peccato ci sono pene speciali. I dannati per ladrocinio soffrono
specialmente alle mani, poiché dicevano: Dov'è ora quello che hai preso?...
Maledette mani!... Altre anime accusavano la propria lingua, gli occhi...
ciascuna ciò che è stato causa del suo peccato: "Ben pagate sono adesso
le delizie che ti concedevi, o mio corpo!... E sei tu, o corpo, che l'hai voluto!...
Per un istante di piacere un'eternità di dolore!".
Pare
però che nell'inferno le anime si accusino specialmente di peccati d'impurità:
i mondani, precipitano nell'inferno emettendo grida e ruggiti spaventosi da non
potersi comprendere. Una ragazza urla disperata: "Maledizione eterna!...
Mi sono ingannata!... Mi sono perduta!... Sono qui per sempre... per sempre...
e non c'è più rimedio! ... Maledizione a me!". Impreca contro le
cattive soddisfazioni concesse al corpo e maledice i genitori, che le avevano
data troppa libertà a seguire la moda ed i divertimenti mondani.
h)
Per quanto si voglia, è quasi impossibile esprimersi sulla realtà dell'inferno.
Quanto scritto - dice la Santa - "non è che un'ombra in paragone a ciò
che si soffre nell'inferno ".
7
- L'inferno visto da Santa Faustina Kowalska
Kowalska
Elena (Maria Faustina) nacque il 25 marzo 1955 a Glogowiec, in Polonia. Entrò
nella Congregazione della B. V. M. della Misericordia. Per ordine del suo
Direttore spirituale scrisse il diario personale, che intitolò "La
Divina Misericordia nell'anima mia". Morì a 33 anni il 5 ottobre 1938.
Anche
S. Faustina Kowalska, la confidente dell'Amore misericordioso di Gesù, fece
l'esperienza dell'inferno.
Ecco
come lei racconta l'evento: "Oggi sotto la guida di un angelo, sono stata
negli abissi dell'inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua
estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho visto: la prima
pena, quella che costituisce l'inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i
continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non
cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l'anima, ma non
l'annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso
dall'ira di Dio; la quinta pena è l'oscurità continua, un orribile soffocante
fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e
vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia
continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l'odio di Dio,
le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie.
Queste
sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei
tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti
dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera
tremenda e indescrivibile.
Ci
sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si
differenzia dall'altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se
non mi avesse sostenuta l'onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso
col quale pecca verrà torturato per tutta l'eternità ".
E
aggiunge: "Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima si
giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che nessuno sa come sia. Io,
Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno,
allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è. Quello
che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e
cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano
che ci fosse l'inferno".
Come si presenta, allora, l'inferno nella visione di Sr. Faustina? Eccone le linee essenziali:
a)
L'inferno è un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione
spaventosamente grande. Orribili caverne e voragini di tormenti dove ogni
supplizio si differenzia dall'altro.
b)
Le pene principali che straziano i dannati sono sette:
La
perdita di Dio: è la
cosiddetta pena del danno, quella che costituisce veramente l'inferno;
I
continui rimorsi di coscienza.
I dannati saranno torturati dal ricordo dei peccati commessi; dal ricordo dei
tanti aiuti ricevuti e non accettati. Avrebbero potuto salvarsi così facilmente
e invece...
La
consapevolezza che tale stato spaventoso non cambierà mai.
La tremenda disperazione con l'odio contro Dio e le bestemmie e le
imprecazioni. Essi saranno sempre lontani da Dio e nel fuoco. Non usciranno più
da quel carcere di disperazione e di morte.
Il
fuoco: è la pena che
riassume tutte le pene che vanno sotto il nome di "pena del senso",
quel fuoco puramente spirituale, acceso dall'ira di Dio che penetra l'anima
senza annientarla.
Con il fuoco l'oscurità continua con un orribile fetore soffocante, la compagnia continua di satana.
c)
Queste sono pene che tutti i dannati soffrono, ma non è questa la fine dei
tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti
dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera
tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti,
dove ogni supplizio si differenzia dall'altro.
E
qui Sr. Faustina aggiunge: quanto rivelato e scritto sull'inferno è solo una
pallida ombra della realtà.
8
- Edvige Carboni
Nacque
a Pozzomaggiore, in provincia di Sassari, il 2 maggio 1880 e morì a Roma il 17
febbraio 1952.
Gesù
la portò un giorno a vedere le pene dell'inferno. Testimoni attestano che,
durante la visione, si contorceva tutta e pronunciava parole che dicevano la sua
grande sofferenza. Una conferma di più di quelle pene spaventose infernali,
davanti alle quali anche i Santi tremavano di terrore.
9
- L'inferno visto dai veggenti di Medjugorje
Anche
i veggenti di Medjugorje videro l'inferno. I primi a vederlo furono Jakov,
Vicka, e Marija. Una seconda visione l'ebbero Jakov e Vicka, guidati dalla
Madonna, verso la metà di novembre 1981. "Molta gente - dice loro la
Madonna - sulla terra è ormai convinta che, dopo la morte, sia tutto finito. Ma
questo è un grande errore. Qui siete solo di passaggio. Dopo la morte c'è
l'eternità".
Ed
ecco quanto essi dicono. Dopo aver visto il paradiso e il purgatorio Jakov e
Vicka, presi per mano dalla Madonna, vedono l'inferno. "È un posto
terribile, nel mezzo c'è un gran fuoco, ma non come quello che conosciamo sulla
terra. Abbiamo visto gente assolutamente normale, come quelli che si incontrano
per la strada, che si gettavano da soli in quel fuoco. Quando ne uscivano
assomigliavano a belve feroci che gridavano il loro odio e la loro ribellione e
bestemmiavano. Era difficile credere che fossero esseri umani, tanto erano
sfigurati, cambiati. Davanti a questo spettacolo eravamo spaventati e non
capivamo come una cosa così orribile potesse succedere a quella gente.
Fortunatamente la presenza della Gospa [la Madonna] ci rassicurava.
Abbiamo
anche visto una ragazza molto bella gettarsi nel fuoco: dopo sembrava un mostro.
La Gospa allora ci ha spiegato quello che avevamo visto e ci ha detto: `Quella
gente è andata all'inferno di sua volontà. È una loro scelta, una loro
decisione. Non abbiate paura! Dio ha donato a ciascuno la libertà. Sulla terra
ognuno può decidersi per Dio o contro Dio.
Certe
persone sulla terra fanno sempre tutto contro Dio, contro la sua volontà,
pienamente consapevoli: cominciano così l'inferno nel loro cuore; quando viene
il momento della morte, se non si pentono, è lo stesso inferno che continua'.
Gospa, Le abbiamo allora chiesto, queste persone, un giorno, potranno uscire
dall'inferno?- 'L'inferno non finirà, coloro che sono là non vogliono ricevere
più niente da Dio, hanno scelto liberamente di essere lontani da Dio, per
sempre! Dio non vuole forzare nessuna ad amarlo'. (...) Alla fine la Gospa
affida loro una missione: `Vi ho mostrato tutto questo, perché sappiate che
esiste e lo diciate agli altri'.
Padre
Bubalo, rivolgendosi a Vicka dice: "Ad un tratto la Madonna è scomparsa e
davanti a voi si è aperto l'inferno. L'avete visto tu, Jakov e Marija. Hai
scritto che era spaventoso; sembrava un mare di fuoco; dentro c'era tanta gente.
Tutti anneriti, sembravano diavoli. Affermi che nel mezzo hai visto una
donnaccia bionda, con i capelli lunghi e le corna, e i diavoli che l'assalivano
da tutte le parti. Era orribile e basta. Io ho descritto - spiega Vicka - come
ho potuto; ma non lo si può descrivere".
La
Madonna vi ha detto perché ve lo ha mostrato? "Sì, sì; come no! Ce l'ha
mostrato per farci vedere come stanno coloro che ci cadono... Chi può pensare
sempre a queste cose? Però non si può neppure dimenticare quello che abbiamo
visto. Verso la metà di novembre Vcka e Jakov sono stati portati dalla
Madonna in cielo.
La
Madonna ha prima mostrato il purgatorio e poi l'inferno. Dalle parole di Vcka si
direbbe che i due veggenti siano stati portati all'inferno: Fuoco... diavoli...
la gente bruttissima! -ripete Vcka -. Tutti con le corna e con la coda. Sembrano
tutti diavoli. Soffrono... Dio ce ne preservi e basta. Solo che ho visto di
nuovo quella donnaccia bionda e con le corna".
In
breve cosa si afferma nelle suddette visioni? Si afferma che:
a)
L'inferno è un posto terribile con in mezzo un gran fuoco, ma non come quello
che abbiamo sulla terra.
b)
I dannati - gente assolutamente normale come quella che si vede per le strade -
si gettano da soli in quel fuoco.
Ma
sono pure paurosamente tormentati dai diavoli. I veggenti hanno visto nel mezzo
una donnaccia bionda, con i capelli lunghi e le corna, orribile, assalita da
tutte le parti dai diavoli.
La
visione di anime che si gettano da sole nel fuoco e ne escono simili a belve
feroci somiglia un po' a quanto dice la Emmerick.
c)
Quando i dannati escono dal fuoco assomigliano a belve che bestemmiano e
gridano il loro odio e la loro ribellione. Talmente cambiati e sfigurati che
si stenta a crederli esseri umani. Vedono pure una ragazza molto bella che,
gettatasi nel fuoco, dopo sembra un mostro.
d)
Come ciò avvenga, lo spiega la Madonna. Questa gente è andata all'inferno di
sua volontà, di propria scelta, perché Dio ha donato a tutti la libertà e
ognuno può decidersi per Dio o contro Dio. Certe persone sulla terra fanno
sempre tutto contro Dio del tutto consapevoli. Alla morte se non si pentono,
è lo stesso inferno che continua. L'inferno, in effetti, è la continuazione
dell'inferno nel cuore, voluto dai peccatori con i propri peccati.
e)
L'inferno non finirà più. Coloro che sono là non vogliono ricevere più
niente da Dio. Hanno scelto liberamente di stare per sempre lontani da Dio. E
Dio non forza nessuno ad amarlo.
L'inferno
è eterno soprattutto perché i dannati non vogliono ricevere più nulla da Dio.
f)
Tra inferno e paradiso esiste una differenza abissale.
10
- TERESA MUSCO
Nacque
a Caiazzo (CE) il 7 giugno 1943 e morì a Caserta il 19 agosto 1976. Ebbe
innumerevoli fenomeni mistici tanto che P Roschini l'ha detta la più grande
mistica del secolo scorso. Pare che non una volta sola abbia visto l'inferno o
vi ci sia portata in qualche modo.
Il
29 novembre 1961 Teresa si lagna dolcemente con Gesù, dicendo: "Io quel
poco che sto facendo, lo faccio di vero amore, ma Tu perché mi hai mostrato
l'inferno e mi hai fatto scendere nell'abisso?
Mi
è sembrato di esservi da secoli ed ho subìto tutti i tormenti, tra cui non è
stato il minimo quello di ascoltare le sterili confessioni dei dannati e le
grida di odio, di dolore e di disperazione. Perché mai, Gesù, mi hai mostrato
ciò? Forse io sono una di quelle anime? Quanto orrore sento nella mia anima!
"Un'altra
volta, Teresa sogna di essere in un grande prato con tante margherite bianche.
Ad un bel momento il grande fabbricato è scomparso e Teresa si è ritrovata a
guardare una cosa spaventosa, in una grande luce: questa era piena di fuoco e di
demoni che, con le loro mani misteriose afferravano giovani, vecchi, bambini,
signorine, trascinandoli giù, mentre venivano divorati dalla fiamme e le loro
braccia scarnite, trasparenti erano alzate in alto, verso il cielo. Quel grande
vuoto era divenuto un mare di fuoco, che ondeggiante cercava di prendere qualche
anima, che passava di lì".
Un
altro giorno, alle ore 11,25, Teresa, avvertendo molta stanchezza, si è
appoggiata sul letto. Ma come se lì fosse stato qualcuno ad attenderla, si
sente fermata sul letto da due mani, come inchiodata in croce, e due persone
hanno cominciato a percuoterla come se le strappassero la carne. Poi si sente
come trasportata in un deserto dove vi erano innumerevoli serpenti di ogni
colore. Vi era pure un serpente di mille colori, lungo dieci metri e con sette
teste che sbranava ogni persona che passasse per quel deserto.
Teresa
cerca di rendersi conto di dove si trovi, lotta tanto, ma quando vede scritto su
un cartello "luogo di dannazione" le viene la forza di pregare
l'Angelo Custode a salvarla.
Si
ritrova sul letto tutta coperta di lividure: erano le ore 2 di pomeriggio.
Un
altro giorno si ritrova di fronte ad un deserto da attraversare. Camminò a
lungo e poi senti lunghi lamenti e poi ancora fortissimi lamenti, e vede in una
stanza il grande demonio, Lucifero, che prendeva quelle anime, erano ragazze e
ragazzini, e le metteva nel fuoco, facendo sentir loro grandi dolori e, poi
comandava la loro volontà. Quando le anime non obbedivano, la bocca del demonio
si legava al cuore delle persone e ne beveva tutto il sangue.
Ancora.
È il 10 gennaio 1975. All'improvviso Teresa è portata fuori dal suo corpo,
mentre accanto ad esso lo guardano due angioletti. Si è ritrovata, assieme al
suo Angelo Custode come in un grande deserto. Arrivati in mezzo ad esso,
l'Angelo scompare ed ella si è trovata in mezzo a due crepacci di montagna che
doveva attraversare. Riesce a passare a fatica e si ritrova ancora in un
deserto dove vi era un pagliaio con dentro tanti uomini, simili a vampiri con
tutti i denti fuori della bocca. Va a chiedere a loro dove si trovasse la
strada, ma essi l'afferrano e la colpiscono con un frustino.
Teresa
cade per terra sotto le loro mani e non ha la forza di rialzarsi, mentre quelli
continuavano a menarla. Invoca aiuto dalla Madonna e quegli esseri scompaiano.
Teresa si alza e vede il suo corpo tutto sporco di sangue e pieno di lividure.
Ha cominciato a camminare e la strada si apriva da sola davanti, chiudendosi di
nuovo dietro le sue spalle. Arriva in un piazzale dove era il suo Angelo Custode
che le dice: "Teresa, io ero con te e tu non mi hai sentito, ma ora ti dirò
che verrà un giorno che gli abissi dell'inferno si apriranno sotto i piedi
dei dannati, mentre nel cielo vi sarà un gran trionfo di Santi. Con orrore gli
abissi si spalancheranno davanti, per poi chiudersi sopra di essi, senza scampo
e per tutta l'eternità". L'Angelo l'invita poi a tornare a casa e Teresa
si ritrova di nuovo davanti al letto col suo corpo lì disteso. Rientrata in
se stessa trova il suo corpo, vivo e vero pieno di lividi.
Anche
quanto segue deve riferirsi a una visione dell'inferno del 27 dicembre 1974:
"... sola qui? Sola no, non voglio restare sola! Il fuoco, il fuoco! Ah,
quante anime che si disperano! Gesù, senti che grida disperate? Aiutale, Gesù,
ti prego! Non puoi aiutare, Gesù? Perché? Com'è terribile, Gesù! Non
permettere a nessuno che ci possa andare. Che cosa è quello? No, è il fuoco!
Che calore! D'inverno non l'ho mai sentito un calore simile! O Gesù, io mica ci
voglio andare in quel posto, aiutami, perché voglio aiutare gli altri a non
andarci. Nulla si può fare per non farli urlare così, Gesù? ".
A
solo titolo di curiosità riportiamo qui anche quanto visto da una veggente di
Lucera, dove ha lasciato un nome e una fama non comune: Rosa Lamparelli (n.
6.3.1910 +12.6.2000).
La
Madonna le descrisse il paradiso, l'inferno e il purgatorio. Così lei racconta:
"Vuoi vederlo? Mi disse. Mi prese per mano e mi condusse. Il primo a
visitare fu l'inferno; era composto di un gran sotterraneo con una grande porta
all'entrata e di dentro formato come tanti archi tutti affumicati. Un calore
immenso e una puzza insopportabile vi era. Dal fondo venivano grida disperate di
tanti dannati. Quello che potei vedere mi è sempre impresso; da una parte vi
erano tanti uomini che si dibattevano disperatamente e vicino vi era una donna
di una forma orribile coi capelli scarmigliati, gli occhi fuori dalle orbite,
nera come un carbone, faceva orrore. Non dico poi di tanti altri dannati
trasformati in tanti animali spaventosi che non posso ricordare senza
rabbrividire. Non volli andare più avanti e pregai il mio angelo e la Madonna
di condurmi indietro. Mi portarono al Purgatorio... ".
Che
dire delle visioni di Teresa Musco? Ecco qualche considerazione:
a)
L'inferno è il luogo di dannazione: un mare di fuoco, pieno di demoni,
presentati questi anche sotto l'immagine di serpenti dai mille colori.
b)
I dannati sono divorati dalle fiamme, dal fuoco di cui è impossibile dire il
calore e l'intensità: "P. Franco, che fuoco, che fuoco! No, Gesù, abbi
pietà di noi, Signore. Gesù non puoi buttarmi così. E’ terribile! Quanto
fuoco".
Assieme
al fuoco, mille altri tormenti (inutili confessioni= rimorsi di coscienza,
rimpianti di non aver corrisposto alle grazie, ecc.) che strappano loro grida di
odio, di dolore e di disperazione.
c)
Assieme a tutto ciò, i dannati sono tormentati dai diavoli (i serpenti dai
mille colori) e da Lucifero (il serpentaccio lungo dieci metri). "I demoni
che, con le loro mani misteriose afferrano giovani, vecchi, bambini, signorine,
trascinandoli giù, mentre venivano divorati dalla fiamme e le loro braccia
scarnite, trasparenti erano alzate in alto, verso il cielo. Lucifero, che prende
ragazze e ragazzini, e le mette nel fuoco, facendo sentir loro grandi dolori e,
poi comandava la loro volontà. Quando le anime non obbedivano, la bocca del
demonio si legava al cuore delle persone e ne beveva tutto il sangue".
d)
Nessuno, neanche Gesù, può aiutare i dannati divorati dal fuoco: "Il
fuoco, il fuoco! Ah, quante anime che si disperano! Gesù, senti che grida
disperate? Aiutale, Gesù, ti prego! Non puoi aiutare, Gesù? Perché? Com'è
terribile, Gesù! Non permettere a nessuno che ci possa andare".
e)
Sono tante le anime che vanno a finire nel fuoco eterno:
"Quante
anime che si disperano! Quanto fuoco, quante anime! Non ne ho visto mai così,
mi sento scoppiare. Attento! Attento! No, come può finire così tanta gente?
Gesù non vuole questo. Allora preghiamo tutti".
f)
La visione finale dopo il giudizio universale: non ci sarà che paradiso e
inferno. Così parla a Teresa il suo Angelo Custode:
"Teresa
(...) ora ti dirò che verrà un giorno che gli abissi dell'inferno si apriranno
sotto i piedi dei dannati, mentre nel cielo vi sarà un gran trionfo di Santi.
Con orrore gli abissi si spalancheranno davanti, per poi chiudersi sopra di
essi, senza scampo e per tutta l'eternità".
Le
visioni dell'inferno, avute dai Santi, pur così diverse tra loro nei dettagli,
lasciano intravedere tutta una serie di verità rivelate, che è bene evidenziare
in qualche modo in una visuale d'insieme.
Da
notare, prima di tutto, che non esiste opposizione sostanziale tra dette visioni
e i dati rivelati. Si hanno solo sfumature e dettagli diversi: differenze che,
non essendo in contraddizione tra loro, potrebbero essere tutte vere,
rispondenti cioè alla verità oggettiva, vista da angolature diverse, così
come sono tutti veri i vari panorami di una città, ripresi da vari punti.
Ma non è però da escludere neanche che dette differenze siano dovute, in qualche modo, alla struttura spirituale e temperamentale dei veggenti. E cioè esse potrebbero essere anche effetti di fantasie fervide o di ricordi di letture fatte e anche di complessi, identificati o no. Elementi quindi di fantasia, introdottisi, diciamo così, furtivamente nelle varie apparizioni.
Le
descrizioni possono risentire, non meno, delle idee e della teologia professata,
come presto vedremo parlando soprattutto della Emmerick.
Ciò
premesso proviamo ad offrire una visuale d'insieme di tutte le visioni
presentate.
1.
Per i Santi, dunque, l'inferno è una terribile realtà e non una favoletta
per bambini! In pratica è il tragico fallimento di creature, che, create per la
felicità e la vita eterna, si ritrovano - e per di più eternamente -
nell'infelicità più totale.
Uno
sciagurato fallimento, e per di più irreparabile, nessuno più può annullare o
modificare. Come si fa a vivere lontano da Dio, nel fuoco e in mille altri
tormenti?... E come si fa a vivere, sapendo che questa tremenda situazione sarà
sempre così, senza mai mai mai mutare?... Mistero sconcertante! Alle
barzellette e ironie sciocche, i Santi oppongono descrizioni che fanno fremere
di terrore e di spavento. Ed essi, senza dubbio, sono infinitamente più
credibili di tutti gli sciocchi che popolano il mondo. Credibili per la loro santità
che è dirittura di anima e di mente, che mai si presterebbe ad ingannare
qualcuno. E credibili per il favore che godono presso Dio, che si serve volentieri
di loro per operare meraviglie e inviare agli uomini i suoi messaggi di salvezza
e di misericordia.
Se
si riflettesse un pochino soltanto, molto probabilmente tanti sfuggirebbero a
questo supremo e definitivo fallimento della vita.
2.
Per tutti i Santi, passati qui in rassegna, l'inferno è l'esatto opposto del
paradiso. L'inferno è il carcere di eterna ira, dove si sprofondano cavernose
prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti
di mostri paurosi, orribili. Là dentro si dibattono esseri discordi e disperati,
vi ferve cioè l'eterna e terribile discordia dei dannati.
In cielo invece si gode la gioia e si adora l'Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisiti che comunicano la vita. E qui tutto è gioia, ordine, bellezza, incanto per gli occhi e per l'anima. Qui regna l'unione dei Santi eternamente beati. Ed è questa la ricompensa data da Dio ai suoi fedeli servitori.
3.
Per tutti i Santi l'inferno è qualcosa di si orrido da superare ogni umana
immaginazione. In esso vi regna - come si deduce dall'insieme delle visioni - il
mostruoso, tutto ciò che fa paura e atterrisce (l'arido deserto, abissi senza
fondo, mostri, serpenti, ecc.). Le pene dei dannati, quelle del danno e del
senso, - inesprimibili e tali da non poter trovare, per esse, paragoni o analogie
- sono presentate in tutta la loro crudezza in una certa varietà che, però non
crediamo porti danno agli elementi essenziali che, come si è detto, sono in
perfetta e totale sintonia con la Rivelazione. Qui interessano soprattutto i
contenuti delle visioni con tutte le conclusioni e conseguenze che se ne possono
trarre.
Tutti
parlano di fuoco e di altri orrendi castighi.
Esse
sono quelle elencate dalla Menendez e che si ritrovano, più o meno in tutte le
altre apparizioni, e cioè:
La
perdita di Dio: la pena che costituisce propriamente 1'infemo, I continui
rimorsi di coscienza,
La
consapevolezza che quella sorte non cambierà mai,
Il
fuoco che penetra l'anima senza annientarla, un fuoco puramente spirituale
acceso dall'ira di Dio,
L'oscurità
continua e un fetore soffocante,
La
compagnia continua di Satana,
La
disperazione con l'odio a Dio, e con le imprecazioni, le maledizioni, le
bestemmie.
I
dolori che vi si soffrono sono spaventosi e intollerabili. Al confronto i dolori
più atroci della terra, come dice la stessa S. Teresa "non sono nemmeno da
paragonarsi con quanto allora ho sofferto, specialmente al pensiero che quel
tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione. Ma anche questo
era un nulla innanzi all'agonia dell'anima. Era un'oppressione, un'angoscia,
una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come
esprimermi. Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco..." (S.
Teresa d' Avila).
Ma
il supplizio maggiore è il fuoco e la disperazione interiore, che non si sa
descrivere.
4.
Tutti parlano pure dei supplizi riservati ad alcuni vizi.
"Queste
sono pene che tutti i dannati soffrono - aggiunge la Menendez ci sono tormenti
particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con
quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci
sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si
differenzia dall'altro". S. Teresa parla, in merito, di "spaventosissimi
castighi". Ogni vizio ha i suoi castighi particolari. C'è chi accusa le
mani che hanno rubato, o la lingua e gli occhi con i quali hanno peccato.
Tra
le pene del dannato ci sono ancora quelle inflitte dallo stesso satana e dai
diavoli. Perché? Perché il dannato, consapevolmente o inconsapevolmente, li
ha scelti in vita e li ha serviti come suoi signori e padroni. E il diavolo,
il maligno per essenza, non può dare e non sa dare che umiliazioni e sofferenze.
Stando
così le cose viene da chiedersi:come è possibile che ci sia chi adori il
diavolo e ad esso si appoggi? È pazzesco confidare nel proprio acerrimo
nemico che vuole solo la dannazione eterna di tutti. Come è ugualmente
incomprensibile che si possa diffidare di Dio, che ha dato mille prove del suo
amore, e che per salvare l'uomo dalla schiavitù di satana e dal rischio tremendo
dell'inferno, si è incarnato e ha dato il proprio sangue in riscatto.
5.
In piena conformità al Vangelo e al Magistero della Chiesa, in tutte le visioni
si insiste sull'eternità dell'inferno e sulla disperazione che la certezza di
tale terribile realtà provoca nei dannati. Nessuna mitigazione, quindi, o
evasione, tanto meno una loro soppressione.
Purtroppo
alla unanimità espressa dai Santi sulle verità dell'inferno, non sembra che
vogliano sempre adeguarsi teologi, letterati e opinionisti anche di grido. Anche
se, ad onore del vero, è, forse, la stessa grandezza del mistero che spinge a
"sognare" uscite e soluzioni impossibili. A riguardo scelgo solo due
esempi.
Il
primo riguarda i dannati all'inferno.
Tutti i Santi vedono innumerevoli dannati all'inferno. Vari di loro anzi
affermano di averli visti cadere nell'abisso. Così, per es., S. Veronica
Giuliani: "La montagna viva era un clamore di maledizioni orribili. Essa
era l'inferno superiore, cioè l'inferno benigno. Infatti la montagna si spalancò
e nei suoi fianchi aperti vidi una moltitudine di anime e demoni intrecciati con
catene di fuoco.
I
demoni, estremamente furiosi, molestavano le anime le quali urlavano
disperate. A questa montagna seguivano altre montagne più orride, le cui
viscere erano teatro di atroci e indescrivibili supplizi. E in quell'abisso,
ella vide precipitare una pioggia di anime... ".
S.
Giovanni Bosco vede precipitare nell'inferno giovani da lui conosciuti, ecc.
Non
potendosi negare l'esistenza dell'inferno - una verità così chiaramente
espressa dalle Scritture e dai Santi -, si è ipotizzato che esso sia vuoto.
L'inferno, perciò, di cui tante volte ha parlato soprattutto il Signore in
persona, non sarebbe che uno spauracchio da non prendere troppo sul serio o uno
spaventapasseri che fa paura solo agli ignari e ingenui!
È
chiaro che, con tutto il rispetto e la stima che abbiamo soprattutto per i
teologi, preferiamo credere ai Santi che, prescindendo anche dalla concordanza
con le Scritture, sono, come già detto, immensamente più credibili degli
stessi grandi teologi e letterati.
Altro
esempio riguarda l'eternità dell'inferno e delle sue pene.
Tutti i Santi citati ci parlano di eternità delle pene con l'esclusione anche
di qualsiasi attenuazione. Ed ecco che, oggi, anche dopo la condanna
dell'apocatastasi di Origene, viene a dirci il contrario il Maritain in un
volumetto dell'età senile dal titolo Le Cose del cielo, a cura di Nora
Possenti Ghiglia, ediz. Massimo, Milano.
I
dannati nell'inferno - dice il Maritain - lavorano a costruire edifici che
crollano a causa delle loro divisioni e odi. "Essi faranno delle città
nell'inferno, delle torri, dei ponti, vi condurranno battaglie... nel male
stesso manifestano i doni e le energie ontologiche di cui la creatura non
sarebbe sprovvista se non quando cessasse di essere" (p. 77).
C'è
il fuoco, ma "poiché l'anima resta rivolta contro Dio e fissata nell'odio,
il fuoco non le serve a nulla e le brucia eternamente" (p. 75). Eternamente
di sicuro, dal momento che le anime sante protestano contro l'eternità
dell'inferno. Il nostro amore, questo amore che (Dio) ci ha dato, come potrebbe
essere soddisfatto di vedere Dio odiato senza fine, e senza fine bestemmiato da
esseri usciti dalle sue mani? Vedere il crimine aggiungersi al crimine? E tra i
maledetti ce n'è di quelli che amiamo [...].
"No,
noi non cesseremo mai, continueremo a pregare e a gridare per il Sangue del
Salvatore, ah!, senza avere, lo sappiamo bene, il minimo diritto di essere
esauditi, e lasciando solamente la follia dell'amore esalare da noi liberamente,
gratuitamente" (p. 78). Maritain spera che Dio cambi la volontà dei
dannati "fissata nel male in virtù dell'ordine della natura in maniera
assoluta e immutabile", con un "miracolo".
Per
farla breve, ogni dannato viene "perdonato (sempre dannato ma
perdonato)" e così "lascia i luoghi bassi, viene fuori dal fuoco, è
trasportato nel limbo. Egli gioirà, benché rimanga ferito, di quella felicità
naturale" di cui godono i bimbi morti senza battesimo, "e che è
ancora un inferno rispetto alla gloria" (p. 79). "Il fuoco
dell'inferno resta eterno in se stesso, continua a bruciare senza fine (...)
ma coloro che vi erano stati immessi ne sono stati tratti fuori per
miracolo" (p. 80). Resta per Maritain, che "questi perdonati sono
dei perduti. Non sono stati salvati, non sono riscattati"; solo, "la
loro anima è tratta fuori dalla pena del senso in quanto causata dal
fuoco" (ibidem).
Commenta
il Blondet: "Spero si capisca l'enormità di quel che viene qui elucubrato.
E che si veda la radice torbida di quella malattia del cattolicesimo che - in
mancanza di migliori approfondimenti - s'è chiamata buonismo, e di cui
Maritain è stato uno dei massimi diffusori".
Il
buonismo che è una forma del sentimentalismo, rivela qui che la radice di
ogni sentimentalismo è la sensualità, il materialismo sensuale. Maritain
infatti suppone che il destino dei dannati possa essere migliorato sottraendoli
al fuoco; è il dolore fisico, la "pena del senso" quello che per lui
pesa davvero. La pena del danno, è qualcosa che si può sopportare, non è
vero? Tutto ciò è ovviamente insensato. Se, come dice Maritain, "la
giustizia di Dio è la sua pazienza" (p.74), ossia se fosse vero che Dio
"soffre che delle creature formate a sua immagine lo rifiutino...
eternamente", sarebbe più coerente ipotizzare che, per porre fine alla
propria sofferenza, Dio concedesse anche ai dannati la salvazione, ossia la
visione di sé; perché il `fuoco' non è che un ‘simbolo’ del dolore della
mancata visione: anche se un simbolo radicalmente concreto, che realmente
brucia ogni fibra dell'essere umano, anima e corpo. Ma pretendere la salvazione
finale dei dannati è palesemente eretico, e Maritain se ne astiene".
Come
si vede, proprio perché le visioni dei Santi qui presentate, non sono
immaginazione o pura fantasia, offrono tutte un quadro sostanzialmente identico
dell'inferno, perché riflettono verità oggettive. Ciò che le Sacre Scritture,
i Santi Padri ci dicono sinteticamente o anche velatamente, viene qui
squadernato e approfondito nei suoi particolari, anch'essi differenti solo in
dettagli che non distruggono affatto una omogenea visuale d'insieme.
Sulle
visioni dei Santi qui addotte si potrebbero fare parecchie considerazioni da
vari punti di vita. Ci limiteremo a farne qualcuna soprattutto d'indole
teologica e morale.
1.
Non sfugga all'attenzione, prima di tutto, che quanto accaduto ai Santi e qui
esposto, è dovuto all'iniziativa di Dio stesso. Tutte le visioni, infatti, ci
dicono che esse sono volute e permesse da Dio per ribadire e confermare questo
tremendo mistero dell'inferno. In effetti, a parte ogni considerazione, i
Santi sono i migliori interpreti della Rivelazione di Dio. È Lui che fa
"scendere" all'inferno il veggente o la veggente o fa guidare da
angeli chi ha stabilito debba subìre si straordinaria e tremenda avventura o
esperienza. Ciò dice che il suo dominio si estende per davvero ad ogni realtà
esistente, ed è Lui il vero Signore e dominatore di tutto, compreso l'inferno.
Non è il diavolo il padrone dell'inferno, anche se egli esercita qui un
dominio che è, prima per lui, fonte di inaudite sofferenze
2.
Il mistero dell'inferno, considerato soprattutto nella sua eternità, sconcerta
e fa quasi smarrire la ragione. Ma esso si illumina non poco se si pensa - come
hanno affermato vari dei Santi qui proposti - che esso è voluto e creato dal
demonio e dal dannato stesso. I veggenti di Medjugorje, dopo aver visto
l'inferno, chiedono alla Madonna se quelle persone dannate, potranno un giorno,
uscire dall'inferno - e la Madonna risponde: "L'inferno non finirà, coloro
che sono là non vogliono ricevere più niente da Dio, hanno scelto liberamente
di essere lontani da Dio, per sempre! Dio non vuole forzare nessuna ad
amarlo".
Dio, sommo amore, mai avrebbe voluto l'inferno. In un esorcismo fatto a Roma dal P Candido, a questi che aveva detto con ironia al demonio: "Vattene da qui, tanto, il Signore te l'ha preparata una bella casa, ben scaldata!", il demonio avrebbe risposto: "Tu non sai niente. Non è Lui che ha fatto l'inferno. Siamo stati tutti noi. Lui non ci aveva neppure pensato".
3.
L'inferno è prodotto ed esiste per il peccato, e perciò è il peccato il vero
creatore dell'inferno, quel peccato sul quale tanto si scherza e si ironizza,
e che lo si vuole in nome della vita e della felicità da godere.
L'inferno
è la mercede del peccato, di ogni peccato che offende gravemente il Signore:
mercede, conseguenza e frutto del peccato, soprattutto del peccato impuro
sessuale in tutte le sue forme. Ne sono convinti e consenzienti tutti i Santi
che presentano l'inferno. Si rilegga quanto detto ed esortato dall'Angelo a S.
Giovanni Bosco, parole confermate non meno da Giacinta, la piccola veggente di
Fatima che, prima di morire, dirà tra l'altro: "I peccati che portano più
anime all'inferno sono i peccati della carne. Verranno certe mode che
offenderanno molto Gesù. Le persone che servono Dio non devono seguire la
moda. La Chiesa non ha mode. Gesù è sempre lo stesso".
Tutti
i dannati, nella visione di S. Giovanni Bosco avevano scritto in fronte il
proprio peccato. In effetti è il peccato che danna l'anima. La visione di Don
Bosco vuol dire pure forse che ognuno si può dannare anche per un solo peccato
mortale, se la morte dovesse accadere senza aver potuto liberarsi da tale
stato. Ma generalmente ci si danna soprattutto per un peccato predominante
nella vita terrena, dal quale proliferano tante altre male erbe.
L'affermazione
che l'inferno è il prodotto dell'inferno, non è inficiata da quanto afferma S.
Veronica Giuliani, che si va all'inferno soprattutto per l'ingratitudine
all'amore di un Dio appassionato, flagellato e coronato di spine e morto per
noi. In effetti, ogni peccato è un gesto di ingratitudine allo sconfinato
amore di Dio.
In
pratica l'inferno è la ricompensa di chi non ha voluto capire e apprezzare e
accettare l'infinita follia di un amore divino donatosi tutto. E sull'infinita
misericordia di Dio ha prevalso, se così ci è lecito esprimerci, l'infinita
giustizia di Dio: "Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine.
Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno" (S.
Veronica). Il fatto che l'inferno sia originato dal peccato spiega tante cose!
Ma, pur con queste luci, il mistero si chiarisce fino a un certo punto. Ci si
domanda, infatti, subito: come può l'uomo volere veramente l'inferno? La
risposta di S. Tommaso illumina fino a un certo punto. Egli dice che i dannati
sono ostinati come i demoni e perciò il loro volere non potrà mai essere
buono. E spiega così la cosa: "... il valore deliberativo deriva da loro
stessi (cioè dagli spiriti dannati stessi), in quanto è in loro potere
inclinare con l'affetto verso questa o quell'altra cosa. E tale volere in essi
è solo cattivo, questo perché essi sono del tutto stornati dall'ultimo fine
del retto volere; e d'altronde non può esserci un atto buono di volontà, se
non in ordine alfine predetto. Quindi anche se vogliono un bene, lo vogliono non
bene, cosicché il loro volere anche in tal caso non può dirsi buono".
E
ciò perché la volontà degli angeli buoni (e quindi anche delle anime umane
con la morte del corpo) è confermata nel bene, mentre la volontà dei demoni (e
anche di tutti i dannati) è ostinata nel male. La causa di questa ostinazione
non proviene dalla gravità della colpa, bensì dalla particolare condizione
della loro natura e del loro stato. Mentre infatti l'uomo, nel conoscere,
procede discorrendo e cioè passando gradatamente da una verità all'altra,
l'angelo invece - e similmente l'uomo con la morte - percepisce col suo intelletto
in modo irremovibile. E perciò la volontà dell'uomo aderisce ad una cosa in
modo instabile, conservando il potere di staccarsi da essa per aderire ad una
cosa contraria; la volontà dell'angelo, invece, aderisce stabilmente e irremovibilmente
al suo oggetto.
4.
Nell'inferno non solo esistono mostri paurosi, ma ovunque vi predomina il
mostruoso, l'orrido, perché tale è il peccato, il mostro per eccellenza, che
strappa all'anima il benessere e la vita, e la deforma, facendole perdere ogni
dignità. Per questo, come abbiamo visto, i dannati si gettano da soli in quel
fuoco, e quando ne escono assomigliano a belve feroci, che bestemmiano e
gridano il loro odio e la loro ribellione. Talmente cambiati e sfigurati che
si stenta a crederli esseri umani. Santa Veronica vede i dannati apparire prima
come bestie legate di diverse specie, ridiventati poi uomini, ma tanto
spaventevoli e brutti, da incutere più terrore dei demoni stessi. Tali anime
sono morte e divenute come bestie per il peccato.
Non
c'è che dire. Anche i veggenti di Medjugorje affermano: "Abbiamo visto
gente assolutamente normale, come quelli che si incontrano per la strada, che si
gettavano da soli in quel fuoco. Quando ne uscivano assomigliavano a belve
feroci che gridavano il loro odio e la loro ribellione e bestemmiavano ... Era
difficile credere che fossero esseri umani, tanto erano sfigurati,
cambiati...". In effetti, l'uomo che obbedisce alle sue passioni e al
demonio, non ne diventa solo schiavo, ma si degrada come lui, bestia spaventosa
e deforme. D'altra parte Satana, essendo sprofondato nell'abisso di ogni
degrado, non può che vedere e contattare solo dei mostri come lui.
Ma
qui si innesta, ancora una volta, il problema della vera libertà. Dio ha donato
la libertà all'uomo non perché facesse quello che vuole, ma perché facesse
liberamente quanto torna, in definitiva, a profitto e a vantaggio dell'uomo
stesso. La libertà, quindi, è un dono per fare più grande l'uomo, per
renderlo veramente uomo signore e re dell'universo intero. E ciò si avvera
scegliendo liberamente il bene da fare. Scegliere invece liberamente di trasgredire
la legge, di fare il male, non solo non è affatto un diritto da rivendicare,
ma solo un tristo potere e segno aperto di imperfezione di ogni libertà creata.
Il che significa pure che scegliendo il male, l'uomo non si innalza, non
conquista vette immacolate di perfezione - ah le sciocchezze e le vanterie di un
libero pensiero rivendicato come segno di grande dignità e nobiltà davanti a
Dio e davanti agli uomini! - ma scende, si degrada al livello delle bestie che,
non potendo operare con la ragione che non hanno, sono sempre pronte a cacciare
unghie e artigli per sopraffare o difendersi. Che differenza tra un Santo che è
arrivato ad un esercizio perfettissimo della libertà e un uomo che, pur
inneggiando e gloriandosi scioccamente di essere un libero pensatore e uno che
non si lascia condizionare da niente e da nessuno, in verità è solo un miserabile
schiavo delle sue passioni e dei suoi istinti. Che differenza tra un peccatore
impaziente, violento, passionale e un Santo dal volto sereno e giocondo,dall'animo
fatto amore e bontà con tutti! "Mettere a prova la libertà anche contro
Dio (= il peccato voluto e amato) - ha ricordato Benedetto XVI - non innalza
l'uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più
ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo".
5.
L'inferno è lo svelamento completo del peccato. Si ripete da tutte le parti che
il peccato è veleno e morte, sconquasso e squilibrio, suicidio e dannazione.
Difficile però vedere sulla terra il peso del suo veleno e l'entità della sua
vera essenza. È soprattutto nell'inferno che il peccato, come dice la beata
Emmerick, operando in pienezza in tutta la sua virulenza, matura e sviluppa
tutto il suo carico di mostruosità e di morte. "L'inferno - dice lei -
rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore. Quanto si sente e si
vede di orribile all'inferno è l'essenza, la forma interiore del peccato
scoperto".
L'inferno
è perciò anche la continuazione dell'inferno del cuore, voluto dai peccatori
con i loro peccati.
Se
si comprendesse che, assieme a satana, è il peccato il grande nemico
dell'uomo! Come far capire poi che arrivare addirittura ad esaltare il peccato
come segno di distinzione e di grandezza, è il massimo della stupidità e della
pazzia? Ma purtroppo di tali "pazzi" il mondo, in ogni epoca, ne è
stato sempre pieno!
6.
Nell'inferno regna pure la tenebra, la notte fonda: in tutte le visioni si parla
di tenebre. "Non v'era luce ma tenebre fittissime; eppure quanto poteva dar
pena alla vista, si vedeva ugualmente nonostante l'assenza della luce" (S.
Teresa). Luogo oscurissimo (S. Veronica).
Non
c'è che dire, è sempre in atto la stessa logica: il peccato è la negazione
di Dio che è luce, vita, bellezza, la verità, l'amore, la fonte in una parola
di tutti i valori. Coloro perciò che hanno rifiutato la luce, saranno perennemente
nelle tenebre più fitte, perché l'opposto alla luce è appunto la tenebra, la
notte, il simbolo di ogni negazione. Chi rifiuta la luce non può che vivere
nella tenebra. Tenebra già nella vita terrena e tenebra paurosa nell'inferno.
Ma
pur nel buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il
male degli altri ed il proprio.
7.
Nell'inferno è bandito l'amore. Nelle cavernose prigioni e orrendi deserti e
laghi dell'inferno - dice la Emmerick - ferve l'eterna e terribile discordia
dei dannati. Nell'inferno cioè non può esistere l'amore, perché vi predomina
assoluto l'odio verso tutto e verso tutti e anche tra dannato e dannato. Senza
amore vi ferve la discordia. La discordia è il contrario della concordia, che
è un effetto della carità, dell'amore. La concordia infatti "deriva dal
fatto che la carità unisce i cuori di persone in una data cosa, che è
principalmente il bene divino, e secondariamente il bene del prossimo".
"La discordia è figlia della vanagloria, perché ciascuno degli oppositori si fissa sul proprio punto di vista, senza cedere all'altro; ed è una proprietà della superbia e della vanagloria cercare la propria eccellenza".
Nell'inferno
non può esserci né pace né amore, e perciò, non potendovi esistere né
compagnia né associazione di sorta, vi regna pure la più spaventosa
solitudine. Non per nulla è stato detto del diavolo che egli è l'essere non più
capace di amare. Ma lo stesso deve dirsi di tutti i dannati. Deve dirsi allora
che l'inferno sono gli altri, come ha scritto Sartre. Ciò è vero in pieno proprio
nell'inferno dove l'inferno sono gli altri ai quali si vuol fare del male e dai
quali si riceve tutto il male possibile.
Che
se è avvenuto, e può sempre accadere, che qualche dannato - rifacendoci a
fatti storici - avverte parenti o amici e conoscenti di stare nell'inferno,
esortando a cambiare la vita per non fare la stessa fine, ciò non è dettato da
amore o sana preoccupazione. Si tratta solo di misteriosi interventi che i
dannati spesso sono costretti a fare, solo perché così vuole Dio nei suoi
imperscrutabili disegni.
Anche
per questo le pene dell'inferno mai potranno attenuarsi: l'amore, da solo,
sarebbe già un grande lenimento alle orrende sofferenze.
8.
L'inferno rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore, essendo
di tutto questo continuazione e sviluppo e anche rivelazione totale. Ogni
dannato ha sempre presente questo pensiero: che i tormenti da lui sofferti
sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti. Come tanto spesso sono i
peccati nel mondo a produrre paurosi disastri. Conferme a questa dottrina ce ne
sono tante, specie negli scritti dei SS. Padri, come S. Agostino. Ma mi piace
qui riportare una testimonianza di una Santa (o candidata alla canonizzazione)
dei nostri tempi, Edvige Carboni. Prima che scoppiasse la terribile seconda
guerra mondiale Edvige ne fu avvertita a più riprese. Per es., la Madonna le
disse: "Verrà fra pochi mesi una terribile guerra. Io sto trattenendo il
braccio del mio Figlio sdegnato per le mode immodeste e altri peccati
orribili, ma non riesco a placarlo".
Nel settembre 1941 in una visione Gesù così disse a Edvige: "Figliola, io agli uomini ho dato la libera volontà di operare come a loro piace. Il mondo è tanto cattivo, che sono stato costretto ad abbandonarlo a se stesso. Non sono io che ho mandato la guerra, no, no. Sono i peccati degli uomini che hanno attirato il presente pagello; sono i capi, che fanno da soli. E io interverrò, quando vedrò che gli uomini non possono fare più niente. Allora salverò la mia Sposa, la Chiesa".
Nell'inferno
si aduna dunque tutta la sozzura del mondo. Se in cielo gli effetti dei peccati
dei salvati sono stati cancellati dalla misericordia di Dio; gli effetti invece
delle iniquità dei dannati sono come accumulati nell'inferno, che appare, così,
come una specie di immondezzaio dove vanno a finire tutti i rifiuti non
riciclati. E così si ripresenta, una volta di più, la visione di due realtà
contrapposte, di due città, la città dell'odio e della discordia, della
mostruosità e della infelicità eterna, e la città dell'amore e della bellezza
e della felicità perenne.
Questo
pensiero - che è soprattutto della beata Emmerick, Suora agostiniana -
richiama istintivamente alla mente La Città di Dio di S. Agostino. "Due
amori - egli dice - hanno dunque fondato due città: l'amore di sé portato fino
al disprezzo di Dio, ha generato la città terrena; l'amore di Dio, portato fino
al disprezzo di sé, ha generato la città celeste".
Ed
è sempre S. Agostino a dirci che la sede definitiva dei cittadini della Città
di Dio è il cielo, il paradiso; per gli abitanti della città terrena è
l'inferno.
9.
Anche nell'inferno esiste un ordine e una gerarchia:
Anche nell'inferno c'è un ordine: chi ha peccato di più e più gravemente, soffre più spaventosamente degli altri che hanno peccato meno e con meno responsabilità. E più grande è il peccato commesso, più mostruosi si è: nella visione dei tre fanciulli di Fatima "I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di animali spaventosi e sconosciuti". Le differenze notate (i dannati erano come braci trasparenti e nere o abbronzate) rispondono molto probabilmente alle diverse forme di tormenti dati per i peccati specifici, oppure vogliono sottolineare che non tutti sono colpevoli allo stesso modo e nella stessa misura.
Per
questo perciò esistono nell'inferno vari reparti, raffigurati forse in quelle
montagne, l'una diversa dall'altra dalla quale i dannati si precipitano
nell'abisso. Spalancatasi infatti la montagna e apertisi i suoi fianchi, Santa
Veronica vede una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di fuoco.
I
demoni, estremamente furiosi, molestano le anime le quali urlano disperate. A
questa montagna seguono altre montagne più orride, le cui viscere sono teatro
di atroci e indescrivibili supplizi.
Precipitano
giù, con la furia di densa grandine, le anime dei nuovi abitatori. "E a
quest'arrivo, si rinnovano pene sopra pene ai dannati".
In
un luogo ancora più profondo trova ammucchiate migliaia di anime (son quelle
degli assassini), sopra le quali incombe un torchio con una immensa ruota. La
ruota gira e fa tremare tutto l'inferno.
All'improvviso
il torchio piomba su le anime, le riduce quasi a una sola; cosicché ciascuna
partecipa alla pena dell'altra. Poi ritornano come prima. Ci sono parecchie
anime con un libro in mano. I demoni le battono con verghe di fuoco nella bocca,
con mazze di ferro sul capo, e con spuntoni acuti trapassano loro le orecchie.
Sono le anime di quei religiosi bastardi, che adattarono la regola a uso e
consumo proprio. Altre anime sono rinchiuse in sacchetti e infilzate dai diavoli
nella bocca d'un orrendo dragone che in eterno le digruma. Sono le anime degli
avari. Altre gorgogliano tuffate in un lago d'immondizie. Di tratto in tratto
sgusciano fulmini. Le anime restano incenerite, ma dopo riacquistano lo stato
primiero. "I peccati che hanno commesso sono i più gravi che mai vivente
può immaginare".
Nel
fondo dell'abisso ci sono i gerarchi dell'inferno. Qui, infatti, Santa Veronica
vede un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia
formata dai capi dell'abisso. La Santa nota che il muto cuscino della sedia
erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Alla domanda agli angeli di chi
fossero quelle anime, ella riceve questa terribile risposta: "Essi furono
dignitari della Chiesa e prelati religiosi".
Satana
ci sedeva sopra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i
dannati.
Dunque
non è la stessa cosa meritare l'inferno per un solo o per molti peccati
mortali. Il peccato pesa sempre spaventosamente ed è sempre gravido di
conseguenze.
10.
La visione di satana forma il tormento dell'inferno, come la visione di Dio
forma la delizia del Paradiso. Ritorna qui - soprattutto nella visione della
Emmerick - il confronto col cielo: i beati sono felici nella visione di Dio che
è la fonte e la radice di tutti i loro beni; i dannati sono tormentati incredibilmente
nella loro visione del loro massimo nemico e artefice in parte della loro
dannazione.
11.
L'inferno è il luogo della giustizia: "Mira e guarda bene questo luogo -
dice il Signore a S. Veronica Giuliani - che non avrà mai fine. Lì sta per
tormento la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno". E tuttavia, anche
nell’inferno, secondo S. Caterina da Genova, splende in qualche modo la
misericordia di Dio, perché: "La pena dei dannati non è già infinita
in quantità, imperciocché la dolce bontà di Dio spande il raggio della sua
misericordia anche nell'inferno. Perché l'uomo morto in peccato mortale, merita
pena infinita, e tempo infinito di essa pena. Ma la misericordia di Dio ha fatto
solo il tempo della pena infinito, e la pena terminata in quantità: imperciocché
giustamente gli avrebbe potuto dar molto maggior pena che non gli ha dato.
Oh
quanto è pericoloso il peccato fatto con malizia! Perché l'uomo con difficoltà
se ne pente, e non pentendosi esso, sempre sta la colpa, la quale tanto
persevera, quanto l'uomo sta nella volontà del peccato commesso, o di
commetterlo" (n.9).
12.
L'inferno è eterno soprattutto perché nessun dannato chiederà mai perdono a
Dio. La Madonna dice ai veggenti di Medjugorje: "L'inferno non finirà,
coloro che sono là non vogliono ricevere (siamo noi a sottolineare) ricevere più
niente da Dio, hanno scelto liberamente di essere lontani da Dio, per
sempre!".
L'inferno
è una scelta libera dei dannati. Ancora la Madonna di Medjugorie dice ai
veggenti: "Dio ha donato a ciascuno la libertà. Sulla terra ognuno può
decidersi per Dio o contro Dio. Certe persone sulla terra fanno sempre tutto
contro Dio, contro la sua volontà, pienamente consapevoli: cominciano così
l'inferno nel loro cuore; quando viene il momento della morte, se non si
pentono, è lo stesso inferno che continua".
13.
I dannati, appena morti, si precipitano da se stessi nell' inferno, vi si
gettano come se desiderassero sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e
maledire.
Anche qui si trova riscontro in S. Caterina da Genova che così scrive: "Siccome lo spirito netto e purificato non trova luogo, eccetto Dio, per suo riposo, per essere stato a questo fine creato, così l'anima in peccato non ha altro luogo se non l'inferno, avendole ordinato Dio quel luogo per fin suo. Però, in quell'istante che lo spirito vien separato dal corpo, l'anima va all'ordinato luogo suo senz'altra guida, eccetto quella che ha la natura del peccato; partendosi però l'anima dal corpo in peccato mortale. E se l'anima non trovasse in quel punto quella ordinazione, procedente dalla giustizia di Dio, rimarrebbe in maggiore inferno che non è quello, per ritrovarsi fuori di essa ordinazione, la quale partecipa della divina misericordia, perché non dà all'anime condannate tanta pena, quanta esse meritano. Perciò, non trovando luogo più conveniente, né di minor male per loro, spinte dall'ordinazione di Dio, vi si gettan dentro, come nel suo proprio luogo" (n.12).
Di
fronte alla luce possente di Dio e alla sua Maestà il dannato si vede tanto
abietto e miserabile da non poterne assolutamente sopportare la vista e la
presenza, e perciò fugge, si inabissa.
Succede
un po' la stessa cosa tra gli uomini. Chi, invitato a un gran banchetto, si
accorgesse all'ultimo momento di aver la faccia sporca, scapperebbe via dalla
vergogna. Si potrebbe dire, quindi, che non è Dio prima di tutto a scacciare il
dannato, ma lui stesso: "Quale rapporto infatti ci può essere tra la
giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre?" (2 Cor
6,14). Tenebra e luce, deformità e santità, disordine e ordine perfettissimo
non possono coesistere o convivere.
Il
dannato fugge dalla vista di Dio e poi lo odia pure. Demoni e dannati, tutti
si scagliano contro di Lui, odiandolo e maledicendolo. "La montagna viva -
afferma tra gli altri S.Veronica Giuliani - era un clamore di maledizioni
orribili ".
Un
odio spaventoso, inestinguibile e senza ragione. Il dannato mai potrà accusare
Dio di essere Lui, sia pure in qualche modo, la causa della sua dannazione.
L'odio allora si spiega perché strutturalmente la luce non è la tenebra, e la
grazia non è il peccato. L'una nega l'altro, l'una si oppone radicalmente
all'altro. Ma i dannati non possono non odiare e non maledire chi è in uno
stato felice del tutto opposto al loro.
Da
aggiungere pure che il dannato si sente condannato e svergognato anche dalla
semplice presenza di Dio, anche senza parlare. Così come un'anima santa, pur
senza dire niente, accusa e condanna i cattivi.
14.
I demoni dispensano pene e sofferenze inaudite nel loro odio .... Incapaci ormai
di poter amare, essi non hanno altra gioia - se di gioia si può parlare - che
di far soffrire al massimo tutti gli altri.
Per
lo più si rischia di andare all'inferno perché si vuol fare quello che si
vuole, si pecca, si trasgredisce la legge con l'illusione di essere liberi e non
esseri sottomessi a nessuno. Tragica illusione, l'uomo non può essere assolutamente
libero. O se si è schiavi della giustizia, schiavitù che in effetti è splendida
affermazione di vita e di dominio di sé e quindi di vera libertà; o si è
schiavi dell'empietà che è vera e tremenda schiavitù che porta alla morte:
"Non sapete voi che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per
obbedirgli, siete schiavi di colui al quale servite: sia del peccato che porta
alla morte, sia dell'obbedienza che conduce alla giustizia?" (Rom 6,16).
"E’
sempre accaduto secondo l'eterna e giusta legge di Dio che chi non ha voluto
essere governato secondo dolcezza, si governa da sé quasi come castigo, e chi
di propria volontà ha respinto il giogo soave e il lieve peso della carità, ha
dovuto reggere di mala voglia il peso insopportabile della propria volontà.
Perciò con un criterio mirabile e giusto la legge eterna ha messo in posizione
contraria a sé ed ha conservato sottoposto a sé chi l'aveva fuggita, dato che
egli non ha potuto sottrarsi per le sue colpe alla severità della giustizia
e, soggetto al suo potere, ma escluso dalla felicità, non è riuscito a
rimanere a Dio nella sua luce, nella sua pace, nella sua gloria".
E
Dio fa di tutto perché le anime siano preservate da sì spaventosa sorte. Ci
sono mille argomenti che provano come il Signore ricorra a tutti i mezzi per
salvare gli uomini. Egli li vuole salvi e felici con Lui. Per questo egli
insiste, spinge, esorta, corregge, spaventa affinché l'anima capisca ed operi
secondo il suo vero vantaggio spirituale.
Di
questa volontà salvifica di Dio è prova anche questa stessa molteplicità di
visioni. Ma, in proposito ascoltiamo anche un messaggio dato a Suor Menendez. Il
10 giugno del 1923 le apparve Gesù: aveva una bellezza celestiale improntata
a sovrana maestà. La sua potenza si manifestava nel tono della voce. Queste le
sue parole: "Josepha, scrivi per le anime". Voglio che il mondo
conosca il mio Cuore. Voglio che gli uomini conoscano il mio amore. Lo sanno ciò
che ho fatto per loro? Gli uomini cercano la felicità lontano da me, ma
inutilmente: non la troveranno.
A
Suor Benigna Consolata Ferrero, Gesù confiderà un giorno, dopo averle mostrato
l'inferno: "Vedi, Benigna, quel fuoco!...Sopra a quell'abisso io ho
steso, come un reticolato, i figli della mia misericordia, perché le anime non
vi cadano dentro. Quelle però che si vogliono dannare, vanno lì per aprire con
le proprie mani quei fili e cadere dentro e una volta che vi sono dentro neppure
la mia bontà le può salvare. Queste anime sono inseguite dalla mia
misericordia molto più di quanto sia inseguito un malfattore dalla polizia, ma
esse sfuggono alla mia misericordia".
Sr
Faustina dice: "Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo
spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per
questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco
incessantemente la Misericordia di Dio per loro. O mio Gesù, preferisco
agonizzare fino alla fine del mondo nelle più grandi torture, piuttosto che
offenderTi col più piccolo peccato".
Le
visioni dei Santi sono un grande richiamo di amore a non fare la stessa fine dei
dannati.
Da
rilevare, che visioni o "discese" all'inferno si moltiplichano, sembra,
nel secolo XX, il secolo della maledizione, del peccato e dell'apostasia
generale dalla fede; o "come stato autorevolmente e insospettabilmente definito
"il secolo delle idee assassine", "il secolo del male",
"il secolo dei martiri", "il secolo dei genocidi".
Non
è soprattutto in questo secolo che l'attaccamento alla vita terrena e alla
carne e al sesso hanno raggiunto punte da capogiro?.
Esse,
perciò, sono oltre tutto grandi richiami di un amore santo che non si dà per
vinto. Richiami fecondi di applicazioni morali ed ascetiche per chi vuol capire.
Vediamone almeno qualcuna.
1.
Dette visioni sono richiami a non lasciarsi illudere da mode e correnti di
pensiero che si allargano sempre più, fino a far credere vero quello che è
solo una colossale menzogna. E cioè, a coloro che si illudono che Dio, essendo
amore e misericordia infinita non dannerà nessuno all'inferno, le visioni dei
Santi - anche di Santi che magari più hanno parlato di amore e di misericordia
divina (si pensi soprattutto a Santa Faustina Kowalska) - ribadiscono le
tremende verità dell'inferno. Sr. Faustina constaterà che i dannati visti da
lei erano, in gran parte, quelli che non credevano all'inferno.
I Santi fanno risuonare alto il monito che l'inferno esiste per davvero: illudersi è da pazzi. La semplice prospettiva di correre rischio di dannarsi, sempre possibile, dovrebbe spingere ad evitarlo con tutte le forze. E di fronte alla prospettiva di un naufragio totale si accetteranno pure tutte le sofferenze e le umiliazioni e le miserie, che può riservare il percorso terreno.
I
Santi dicono che è necessario persuadersi che questa vita che meglio si
direbbe, secondo S. Agostino, una vita che muore o una morte che vive, non è la
vita vera, ma solo un percorso per arrivare al porto della eternità.
La
Madonna lo dirà chiaramente a Medjugorje: "Molta gente sulla terra è
ormai convinta che, dopo la morte, sia tutto finito. Ma questo è un grande
errore. Qui siete solo di passaggio. Dopo la morte c'è l'eternità".
È
significativo che Dio e la Madonna facciano vedere a veggenti e a Santi, oltre
al purgatorio e al paradiso, anche l'inferno. Non è un chiaro segno che tutta
la vita - vissuta più a livello materiale o più a livello spirituale - ha come
traguardo la vita eterna, che può diventare morte eterna?
Oggi
si crede così poco all'inferno, con quali conseguenze è facile immaginare. E
sono non pochi ad insegnare o a seminare dubbi su questa tremenda e misteriosa
realtà. Ma i Santi vi credevano - ce lo dicono le testimonianze addotte - e
come! Mi piace, anzi, concludere questo punto con un'altra testimonianza di S.
Giovanni Bosco, di cui pure qui si è parlato. Non tenendo conto della
"ininterrotta tensione escatologica che emerge violenta dai Vangeli e che
per quasi venti secoli ha dominato nella cultura cattolica, compendiata nei
'novissimi' - morte, giudizio, inferno o paradiso - (...) si ecclissa il sensus
stesso del cristianesimo tradizionale, che ruotava attorno a queste quattro
impressionanti meditazioni. Era talmente forte questa trepidazione del poi, che
don Giovanni Bosco, il fondatore dei Salesiani, dedicava sei su sette delle
meditazioni che proponeva ai suoi ragazzi durante la settimana alla
contemplazione della morte, del giudizio di Dio e della dannazione eterna
...una sola al paradiso. Oggi i reverendi salesiani riderebbero di queste truculente
ingenuità cui il loro Fondatore dava tanto rilievo".
E
tuttavia, con tutte le perplessità o obiezioni che può suscitare detto dogma,
il meglio sarebbe sempre schierarsi dalla parte più sicura. E la parte più
sicura non può essere quella degli intellettuali o presunti tali o quella dei
viziosi e superficiali della vita. Forse non aveva torto Baudelaire. "Baudelaire,
uno che di demoni se ne intendeva - ci dice Messori - voleva denunciare ai
giudici di Parigi (per interesse personale mascherato, in modo truffaldino, da
difesa della civiltà e da lotta contro la superstizione) i gazzettieri del suo
tempo: Questi signori, i quali giurano che inferno e diavoli non esistono e che
inveiscono contro chi ci crede ancora, hanno, con tutta evidenza, buoni motivi
personali per farlo. Se non temessero nulla, riderebbero. Se si arrabbiano, è
perché temono".
2.
Dette apparizioni o visioni sono un richiamo a salvare soprattutto l'anima. Esse
ci dicono implicitamente: a che serve possedere il mondo intero se si dovesse
perdere l'anima? A Suor Consolata Betrone che, nella guerra 40-45, supplicava
incessantemente perché mettesse fine all'orrenda carneficina soprattutto di
giovani generazioni, Gesù le rispose: "Vedi, Consolata, se oggi Io
concedessi la pace, il mondo ritornerebbe nel fango... la prova non sarebbe
sufficiente... ". Quanto ai giovani inviati al macello: "Oh, non è
meglio due, tre anni di acerbe, intense, inaudite sofferenze e poi un'eternità
di gaudii; che una intera vita di dissolutezze e poi l'eterna dannazione? (...)
Oh, quanta gioventù ringrazierà in eterno Dio per essere periti in questa
guerra, che li ha salvati eternamente".
Salvare
prima di tutto l'anima propria e adoperarsi a salvare pure quelle dei
fratelli. "L'anima è l'unica cosa - scrive P Faber - che meriti cura.
Pensate un istante al significato di esser dannato, e dannato eternamente! Chi
può approfondirne l'orrore? Chi può dipingersi adeguatamente la grandezza
della rovina, la vastità della sciagura, gli insopportabili tormenti,
l'irrimediabile ferocia della disperazione? Pure S. Teresa vide le anime umane
quotidianamente affollarsi sulla soglia dell'inferno, e cadervi fitte come
cadono le frondi per vento autunnale. Gesù stette tre ore pendente dalla sua
croce per ciascuna di quelle anime perdute! Esse potrebbero ora essere tutte
fulgidamente raggianti e belle nella corte celeste! Forse esse ci amarono,
furono da noi riamate, e v'era molto di amabile in esse. Un dì furono generose,
affabili, disinteressate; ma esse amarono il mondo e furono padroneggiate
dalle loro proprie passioni; e benché non ci pensassero, crocifissero di nuovo
Nostro Signore; ed ora sono perdute, dannate eternamente!" .
3.
E sono un richiamo che dicono: è tempo che si torni alla predicazione dei
novissimi, parlando quindi anche dell'inferno. Sono decenni che certi argomenti
- e tra questi certamente anche l'inferno - sono tabù nella Chiesa. Così
comportandosi, come ci si può illudere di essere fedeli al compito assunto di
annunciare il verbo di Cristo?
Cristo
ha parlato dell'inferno, e come! Ne ha parlato tanto da potersi affermare essere
-l'inferno - tra le più presenti nella sua predicazione di salvezza. Si
presume di saperne più di Cristo e di essere più saggi di Lui? La paura di
terrorizzare le anime è paura messa avanti da satana, l'eterno nemico dell'
uomo, che vuole distogliere da tale predicazione e annuncio. Parlare dell'inferno,
anche se - come ovvio - va fatto con equilibrio, evitando fanatismi e fissazioni.
Pio IX, verso la fine del suo pontificato, raccomandava a un Missionario
francese: "Predicate molto le grandi verità della salvezza, predicate
specialmente l'inferno. Dite chiaramente tutta la verità sull'inferno, non c'è
nulla di più efficace per far riflettere i poveri peccatori e
convertirli".
Il
grande Papa Pio XII, nell'Esortazione programmatica ai Parroci e Predicatori
quaresimali di Roma, il 23 marzo 1949, disse: "La predicazione delle prime
verità della fede e dei fini ultimi non solo nulla ha perduto della sua
opportunità ai nostri tempi, ma anzi è divenuta più che mai necessaria ed
urgente. Anche la predica sull'inferno. Senza dubbio si deve trattare un simile
argomento con dignità e saggezza. Ma quanto alla sostanza stessa di queste
verità, la Chiesa ha, dinanzi a Dio e agli uomini, il sacro dovere di annunziarla,
d'insegnarla senza alcuna attenuazione, come Cristo l'ha rivelata, e non vi è
alcuna condizione di tempi che possa far scemare il rigore di quest'obbligo.
Esso lega in coscienza ogni sacerdote a cui, nel ministero ordinario e
straordinario, è affidata la cura di ammaestrare, di ammonire e di guidare i
fedeli".
Stando
a quanto racconta P Pellegrino Emetti, in uno o più esorcismi, il diavolo
avrebbe detto che, tra le tante cose che gli fanno piacere (divorzio,
discoteche, mode femminili indecenti, ecc.) "soprattutto mi piacciono
e mi rallegrano quei Vescovi e quei Preti che negano la mia esistenza e la mia
opera nel mondo ...e sono tantissimi ... oh, che gioia, che gioia per me ...
lavoro tranquillo e sicuro ... persino i teologi oggi non credono alla mia
esistenza ... che bello ... che gioia...e così negano anche quel loro Dio che
era venuto per distruggermi ... invece l'ho vinto ... l'ho inchiodato io sulla
croce ...ahahahah...! Bravi questi Preti ... bravissimi questi Vescovi ...
bravissimi questi teologi... sono tutti miei fedeli servitorelli... ne faccio
quello che voglio ahahahah...! Ormai sono miei... li porto dove voglio...
vestiti da beccamorti... con la sigaretta sempre in bocca... profumati come gagà
... in cerca di donnicciole facili... con aiuto di ultima moda... pieni di
danaro... si ribellano ai dogmi del loro falso Dio... e della falsa Chiesa di
quel Crocifisso mia vittima... sono i miei soldati più sicuri del mio regno,
pieno pieno di loro... Con essi metto confusione e smarrimento nel popolo, che
allontano sempre più dal falso Dio... e porto nel mio regno di odio e di
disperazione eterna... per sempre con me, con me... ahahahahah! Quanti di essi
ne ho fatti scrivere alle sètte mie... allettati dalla mia carriera e dal mio
denaro... li compro con facilità... perché
finalmente sono riuscito a non far amare più, né quel falso loro Dio, né
quella Donna che pretende di avermi vinto".
4.
Le suddette visioni dei Santi costituiscono un invito a parlare del peccato, di
quello impuro soprattutto. Almeno in alcune di esse, si insiste a denunciare il
triste ruolo che ha l'impurità nella dannazione delle anime: sono tanti a
dannarsi per questo peccato.
Bisogna
insistere nella predicazione sul peccato perché se n'è perduto del tutto il
senso. Il che significa che niente più è peccato per la mentalità corrente;
e in niente più si vede il peccato.
Trasgredire
allegramente i precetti di Dio e della Chiesa; favorire e soddisfare le tendenze
anche più abnormi; porre come metro assoluto il proprio io; accogliere e
propalare le dottrine più strampalate e in pieno contrasto col Vangelo, ecc.
ecc., tutto è niente. Per cui né ci si pente né si ritiene materia di
confessione. Se ne può avere un'idea da certe confessioni: anime cariche di
peccati gravissimi e mortali riducono la loro confessioni - quando si degnano di
confessarsi - a... qualche parola...; a qualche bugia e... basta! È lo stato
d'animo di innumerevoli uomini e donne che, immersi fino al collo nel disordine
morale, vivono tranquilli e sicuri, contenti magari di vedersi "buoni"
nel fondo del cuore e di non far male a nessuno.
Le
visioni dei Santi spingono a parlare del peccato e soprattutto del peccato
impuro, generalizzatosi nelle sue forme anche più repellenti e portato
addirittura in trionfo come una conquista di libertà. Se ne deva parlare, non
perché il peccato impuro è il più grave, ma perché è certamente quello in
cui incorre la quasi totalità degli uomini, ed è quello che più facilmente fa
perdere la fede e trascina all'inferno. Una situazione morale, quella odierna,
disastrosa. E tuttavia gli annunciatori della Parola di Dio, vescovi e
sacerdoti e cristiani impegnati esitano più che mai a parlarne.
È
questo - oltre tutto - uno dei tanti segni di una crisi tremenda della Chiesa di
oggi, crisi avvertita anche da laici. Uno di questi, Sergio Quinzio, mette in
bocca ad una sua creatura letteraria, Papa Pietro, queste parole: "Dobbiamo
prendere atto dell'apostasia della Chiesa che elude lo scandalo della fede, che
lo stravolge in ciò che fede non è, riducendo a etica la salvezza
escatologica, e perciò se ne fa un'opera ragionevolmente umana".
E
conclude: "Bisogna avere il coraggio di riconoscere che in tempi recenti la
verità cristiana non è stata più annunciata nella sua integrità, ma via via
ne sono stati accentuati sempre più marcatamente i risvolti e le implicazioni
compatibili con la sensibilità degli uomini ... moderni. Il cristianesimo si è
praticamente ridotto così, agli occhi dei più, ad una forma di umanesimo
(...). Dai supremi pastori della Chiesa fino alle più umili omelie che si pronunciano
tutte le domeniche nelle nostre Chiese, il discorso che viene proposto è
ormai, quasi sempre, un discorso soprattutto etico, sociale, politico, economico.
Non è esagerato dire che, in questo senso, il Magistero ha abdicato al proprio
compito. La Chiesa, in quanto istituzione, sembra non avere più il coraggio di
proclamare la propria fede. Tutto fa pensare che se ne vergogni, o addirittura
finga di credere ancora ciò in cui in realtà non crede più".
Come
non vedere pure che la scomparsa completa del peccato nell'annuncio della
Parola è certamente una delle cause più importanti del generale abbassamento
di tono e di fervore della vita cristiana e del rilassamento, sempre più
preoccupante, dei costumi?
Sì,
lo sappiamo bene, le polemiche nel mondo riguardo al sesso sono tante da tutte
le parti e da tutti i settori. La Chiesa è accusata di essere sessuofoba; ci
si scaglia contro teologi e moralisti accusati di esagerare su questo peccato;
si reclama libertà assoluta in fatto di contraccettivi, di mode, di tutte le
forme di trasgressioni del sesto comandamento. Si ha l'impressione che il mondo
sia impazzito, una volta cancellata o messa da parte la prospettiva della vita o
morte eterna.
Le
visioni dei Santi invitano energicamente a riflettere. È da ribadire ancora una
volta che gli annunciatori della Parola di Dio hanno il dovere sacrosanto di
predicare a tutte le creature tutto quello che Cristo ha insegnato. E noi
sappiamo che nell'insegnamento del Cristo, il peccato, i novissimi, in
particolare l'inferno, hanno un posto di tutto rilievo. La lotta alle cattive
tendenze, il peccato anche solo di pensiero, il tema della conversione
radicale, la realtà dell'inferno si affermano quasi ad ogni pagina del Vangelo.
Non si possono illudere le anime con le sole belle parole di amore, di
misericordia, ecc. Di fronte, anzi, ad una società che sembra piombata in un
coma profondo irreversibile, è più che mai urgente una terapia d'urto, un
possente elettroshock che faccia aprire gli occhi su una situazione morale, che
potrebbe diventare tragica. Certo, - lo ripetiamo ancora - se si vuole, si può
cancellare dalla vita ogni esigenza morale; si può ostinatamente negare
l'esistenza dell'inferno. Ma è questa la realtà? Non serve a niente ostinarsi
pervicacemente a negare l'esistenza di un muro: andandovi a sbattervi contro,
nonostante la contraria persuasione soggettiva, ci si romperà certamente la
testa! È quanto, in soldoni, vogliono dirci i Santi con le loro apparizioni o
visioni.
5.
Le apparizioni dicono pure che bisognerebbe impegnarsi immensamente di più
per la salvezza dell'anima. E ad essa principalmente dovrebbe orientarsi
l'apostolato nella Chiesa.
Si parla tanto di poveri, di terzo e quarto mondo, di bambini che muoiono di fame. In proposito, si pensi a tutte le campagne umanitarie, sempre poche di fronte ai reali bisogni esistenti e sempre da incoraggiare e benedire. Si piange e ci si rattrista giustamente al pensiero che milioni di uomini muoiono di fame. Però non si piange quasi mai sui peccatori che rischiano la vita eterna. Il Papa Benedetto XVI ha detto nel suo Messaggio per la Quaresima 2006: "In nessun modo è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore". "Anche oggi – aggiunge -, nel tempo della interdipendenza globale, si può constatare che nessun progetto economico, sociale o politico sostituisce quel dono di sé all'altro nel quale si esprime la carità. Chi opera secondo questa logica evangelica vive la fede come amicizia con il Dio incarnato e, come Lui, si fa carico dei bisogni materiali e spirituali del prossimo. Lo guarda come incommensurabile mistero, degno di infinita cura ed attenzione. Sa che chi non dà Dio dà troppo poco, come diceva la beata Teresa di Calcutta: 'La prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo'. Perciò occorre far trovare Dio nel volto misericordioso di Cristo: senza questa prospettiva, una civiltà non si costruisce su basi solide".
Le
parole del Papa spaziano certamente su un più vasto orizzonte, ma sono tali che
comprendono anche lo stato di povertà di coloro che, per il peccato, sono a
rischio continuo di eterna salvezza. E perciò bisogna senz'altro ammettere che
a vincere questa rovinosa povertà si fa troppo poco, se non niente addirittura.
La Madonna di Fatima dice che molte anime vanno all'inferno perché nessuno
prega per loro. Non ignoriamo che ci sono nella Chiesa tante anime eroiche che
offrono la propria vita, che si immolano per implorare misericordia. Ma, data
la tremenda realtà dell'inferno, bisognerebbe fare immensamente di più e ogni
anima dovrebbe prodigarsi per i poveri peccatori. È soprattutto questo
l'amore del cristiano autentico.
"Quando
ritornai in me, - dice Suor Faustina - non riuscivo a riprendermi per lo
spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per
questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco
incessantemente la Misericordia di Dio per loro. O mio Gesù, preferisco
agonizzare fino alla fine del mondo nelle più grandi torture, piuttosto che
offenderti col più piccolo peccato".
Bisogna
ammettere che le rivelazioni presentate in queste pagine, pur se private,
possono riempire di sgomento e di terrore. E faranno acuire, forse, anche alcuni
problemi o quesiti, che non cessano di tormentare lo spirito umano di ogni tempo
e condizione. Quesiti come questi, per es.: come è possibile che Dio punisca
e per sempre, un povero peccatore che, volente o nolente, è pur sempre una
creatura di impensabile fragilità e miseria? Come è possibile immaginare un
inferno eterno? Rispondere dettagliatamente ci porterebbe lontano e non è
questo lo scopo di queste pagine. Ma, in fondo, a tali quesiti - se si
riflette bene - la risposta, almeno in qualche modo, la si è data già in
queste pagine.
Ma
più che perdersi in questi interrogativi, è bene ricordare che alle nostre
paure e preoccupazioni rispondono altre rivelazioni rassicuranti, fatte ad anime
privilegiate. Ecco, per es., come parla Gesù a Suor Benigna Consolata: 'Io dò
loro (le mie pecorelle) la vita eterna e in eterno non periranno e nessuno le
strapperà dalle mie mani (Gv 10,28). Hai capito, Consolata? Nessuno può
strapparmi un'anima. Perché allora il dubbio: Chissà se mi salverò!, se io
nel Vangelo ho assicurato che nessuno può strapparmi un'anima e dò a questa
anima la vita eterna e quindi non perirà?
Credimi,
Consolata, all'inferno ci va chi vuole, cioè chi vuole veramente andarci
perché, se nessuno può strapparmi un'anima dalle mani, l'anima, per la
libertà concessale, può tradirmi, rinnegarmi e passare di propria volontà al
demonio. Oh, se invece di ferire il mio Cuore con queste diffidenze, pensaste
un po' al Paradiso che vi attende, perché io vi ho creati non per l'inferno ma
per il Paradiso, non per andar a far compagnia al demonio, ma per godermi
eternamente nell'Amore.
Vedi,
Consolata, va all'inferno chi vuole andarvi... pensa come è stolto il vostro
timore di dannarvi. [...]. Dopo che per salvare la vostra anima ho versato il
mio sangue, dopo che per una intera esistenza l'ho circondata di grazie, di
grazie... all'ultimo istante della vita, quando sto per raccogliere il frutto
della Redenzione e quindi quest'anima sta per amarmi eternamente, Io, che nel
santo Vangelo ho promesso di dare ad essa la vita eterna e che nessuno me la
strapperà di mano, me la lascerò rubare dal demonio, dal mio peggior nemico?
Ma, Consolata, si può credere a questa mostruosità?
Vedi,
l'impenitenza finale è per quell'anima che vuole andare all'inferno di
proposito e quindi ostinatamente rifiuta la mia immensa misericordia, perché Io
non rifiuto il perdono a nessuno, a tutti offro e dono la mia immensa
misericordia, perché per tutti ho versato il mio Sangue, per tutti! No, non è
la moltitudine dei peccati che danna l'anima, perché Io li perdono se essa si
pente, ma è l'ostinazione a non volere il mio perdono, a volersi dannare".
Sempre
alla stessa Suora Gesù dirà pure: "Consolata, ho bisogno di vittime, il
mondo si perde e Io lo voglio salvare. Consolata, un giorno il demonio ha
giurato di perderti ed Io di salvarti. Chi ha vinto? ...Ebbene, ha giurato di
perdere anche il mondo e Io giuro di salvarlo, e lo salverò col trionfo della
mia misericordia e del mio amore. Sì, salverò il mondo con l'Amore
misericordioso, scrivilo".
Anche
a Sr. Faustina Kowalska Gesù disse un giorno: "Desidero che i miei
Sacerdoti annunzino questa mia grande misericordia per le anime peccatrici. Il
peccatore non tema di avvicinarsi a me. Anche se l'anima fosse come un
cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio, non
è così davanti a Dio.
Le
fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderle sulle anime degli
uomini. Sono tutto amore e misericordia. Un'anima che ha fiducia in me è
felice perché io stesso mi prendo cura di lei. Nessun peccatore, fosse pure un
abisso di abiezione, esaurirà mai la mia misericordia, poiché più vi si
attinge e più aumenta. Figlia mia, non cessare di annunziare la mia
misericordia, col farlo darai refrigerio al mio Cuore consumato da fiamme di
compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di
fiducia nella mia bontà!
Per
punire ho tutta l'eternità, adesso invece prolungo il tempo della misericordia
per essi. Anche se i suoi peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi
alla mia misericordia, il peccatore mi glorifica e onora la mia Passione.
Nell'ora della sua morte io lo difenderò come la mia stessa gloria. Quando
un'anima esalta la mia bontà, Satana trema davanti ad essa e fugge fin nel
profondo dell'inferno".
E
come bisogna bandire ogni preoccupazione e paura di dannarsi, se si cammina
nell'obbedienza e nell'amore; così bisogna pure non temere il diavolo che si
sforza di portare tutti all'inferno. Ce lo dice, tra i tanti, S. Teresa d'Avila:
"Se questo Signore è così potente, come so e vedo; se i demoni non gli
sono che schiavi, come la fede non mi permette di dubitare, che male mi possono
fare se io sono la serva di questo Re e Signore? Piuttosto, perché non sentirmi
così forte da affrontare l'inferno intero?...
Sapete
quando i demoni ci fanno spavento? Quando ci angustiamo con le sollecitudini per
gli onori, per i piaceri e le ricchezze del mondo. Allora noi, amando e cercando
quello che dovremmo aborrire, mettiamo nelle loro mani le armi con cui potremmo
difenderci e li induciamo a combatterci con nostro immenso pregiudizio. (...)
Piaccia a Dio che io (...), sorretta dalla sua grazia, ritenga riposo ciò che
è riposo, onore ciò che è onore, piacere ciò che è piacere, e non il
contrario. Allora farei le corna a tutti i demoni, che fuggirebbero
spaventati".
I
Santi! Sono sempre loro che, tutto pieni di Cristo luce e vita, ci ripetono
parole di vita eterna!