L’INFERNO
C’E’ !
di
Don
Giuseppe Tomaselli
"Se Dio castigasse subito chi lo offende, certamente non verrebbe offeso come lo è ora. Ma poiché il Signore non castiga subito, i peccatori si sentono incoraggiati a peccare di più. È bene sapere però che Dio non sopporterà per sempre: come ha fissato per ogni uomo il numero dei giorni della vita, così ha fissato per ognuno il numero dei peccati che ha deciso di perdonargli: a chi cento, a chi dieci, a chi uno. Quanti vivono molti anni nel peccato! Ma quando termina il numero delle colpe fissato da Dio, sono colti dalla morte e vanno all'inferno. "
(Sant'Alfonso
M. de Liguori - Dottore della Chiesa)
ANIMA CRISTIANA, NON FARTI DEL MALE! SE TI AMI... NON
AGGIUNGERE PECCATO A PECCATO! TU DICI: "DIO È MISERICORDIOSO!"
EPPURE, CON TUTTA QUESTA MISERICORDIA... QUANTI OGNI GIORNO VANNO ALL'INFERNO!!
PRESENTAZIONE
"Caro don Enzo, il libretto che ti accludo non è più
reperibile, l'ho cercato tanto, un po' dappertutto, ma non sono riuscito a
trovarlo. Ti chiedo un favore: potresti ristamparlo tu?
Vorrei tenerne alcune copie in confessionale, come ho
sempre fatto, per darlo a quei penitenti superficiali che hanno bisogno di una
scossa forte per comprendere che cos'è il peccato e quali gravissimi rischi si
corrono a vivere lontani da Dio e contro di Lui."
Don
G. B.
Con questa breve lettera ho ricevuto anche il volumetto di Don Giuseppe Tomaselli, “L'INFERNO C’E’!”, che già avevo incontrato e letto con molto interesse nella mia adolescenza, quando i preti non si vergognavano di offrire ai giovani letture come questa, per favorire in loro serie riflessioni e un radicale cambiamento di vita.
Visto che oggi, sia nella catechesi che nella predicazione, il tema dell'inferno è quasi totalmente ignorato... visto che alcuni teologi e pastori d'anime, alla colpa già grave del silenzio, aggiungono quella della negazione dell'inferno che... "o non c'è, o se c'è non è eterno o è vuoto"... visto che troppi oggi parlano dell'inferno in modo sarcastico o quantomeno banalizzante... visto che è anche e principalmente il non credere o il non pensare all'inferno che porta a impostare la propria vita in modo diverso da come Dio la vorrebbe e perciò a rischiare di farla finire nella rovina eterna... ho pensato di accogliere il suggerimento di quel sacerdote di Trento, che passa ore e ore in confessionale per ridare alle anime l'acqua pura e fresca della grazia perduta col peccato.
Il volumetto di Don Tomaselli è un piccolo gioiello, un classico che ha fatto riflettere tante persone e che certamente ha contribuito a salvare non poche anime.
Scritto in un linguaggio semplice e accessibile a tutti, offre alla mente le certezze della fede e al cuore emozioni forti che lasciano profondamente scossi.
Perché allora lasciarlo tra i rottami di altri tempi, vittima delle mode di pensiero che non credono più a ciò che è insegnato e garantito da Dio? Val la pena "risuscitarlo ".
E così ho pensato di ristamparlo per offrire una catechesi sull'inferno a tutti quelli che vorrebbero sentirne parlare, ma non sanno più a chi rivolgersi... a tutti quelli che ne hanno sentito parlare finora in modo distorto e tranquillizzante... a tutti quelli che non ci hanno mai pensato e... (perché no?) anche a chi dell'inferno non vuole proprio sentirne parlare, per non essere costretto a fare i conti con una realtà che non può lasciare indifferenti e non permette più di vivere nel peccato allegramente e senza rimorsi.
Se uno studente non pensasse mai che alla fine dell'anno ci sarà un diverso trattamento tra chi ha studiato e chi no, non gli verrebbe forse a mancare uno stimolo forte nel compimento del suo dovere? Se un dipendente non tenesse presente che lavorare o assentarsi dal lavoro senza motivo non è la stessa cosa e che la differenza si vedrà a fine mese, dove troverebbe la forza di andar a faticare otto ore al giorno e magari in un ambiente difficile? Per la stessa ragione, se un uomo non pensasse mai, o quasi mai, che vivere secondo Dio o vivere contro Dio è profondamente diverso e che i risultati si vedranno al termine della vita, quando sarà ormai troppo tardi per correggere il tiro, dove troverebbe lo stimolo a fare il bene e ad evitare il male?
Si capisce da qui che una pastorale che fa silenzio sulla terrificante realtà dell'inferno per non raccogliere sorrisini di compatimento e per non perdere la clientela, sarà anche gradita agli uomini, ma è sicuramente sgradita a Dio, perché è distorta, perché è falsa, perché non è cristiana, perché è sterile, perché è vile, perché è venduta, perché è ridicola e, quel che è peggio, perché è estremamente dannosa: riempie infatti i "granai " di Satana e non quelli del Signore.
In ogni caso non è la pastorale del Buon Pastore Gesù... che dell'inferno ne ha parlato tante e tante volte!!! Lasciamo "che i morti seppelliscano i loro morti" (cfr. Lc 9, 60), che i falsi pastori continuino con la loro "pastorale del nulla". Noi preoccupiamoci solo di piacere a Dio e di essere fedeli al Vangelo, ciò che non sarebbe... se tacessimo sull'inferno!
Questo volumetto va meditato attentamente, per il proprio bene spirituale, e va diffuso il più possibile, sia da parte dei sacerdoti che da parte dei laici, per il bene di tante anime alla deriva.
È sperabile che la lettura di questo libro possa favorire la svolta decisiva per qualche "figlio prodigo" che non pensa al rischio che corre e per qualche altro che dispera della misericordia del Signore.
Perché allora non infilarlo nella cassetta postale di qualche spavaldo bellimbusto che sta camminando allegramente e a grandi passi verso la sua rovina eterna?
Ti ringrazio per quanto farai per la diffusione di questo libro, ma più di me ti ringrazierà e ti ricompenserà il Signore.
Verona, 2 febbraio 2001 - Don Enzo Boninsegna
INTRODUZIONE
Anche se non era un mangiapreti, il colonnello M. se ne rideva della religione. Un giorno disse al cappellano del reggimento:
- Voi preti siete furbi e imbroglioni: inventando lo spauracchio dell'inferno, siete riusciti a farvi seguire da molta gente.
- Signor colonnello, non vorrei entrare in discussione; questo, se crede, potremo farlo in un secondo tempo. Le chiedo soltanto: quali studi ha fatto lei per giungere alla conclusione che l'inferno non c'è?
- Non è necessario studiare per capire queste cose!
- Io invece - continuò il cappellano - ho studiato a fondo e di proposito l'argomento sui libri di teologia e non ho alcun dubbio sull'esistenza dell'inferno.
- Mi porti uno di questi libri.
Quando il colonnello ha riportato il testo, dopo averlo letto attentamente, si sentì in dovere di dire:
- Vedo che voi preti non imbrogliate la gente quando parlate dell'inferno. Gli argomenti che portate sono convincenti! Devo ammettere che avete ragione voi!
Se un colonnello, che si pensa abbia un certo grado di cultura, giunge a deridere una verità così importante come l'esistenza dell'inferno, non c'è da meravigliarsi che l'uomo comune dica, un po' scherzando e un po' credendoci: "L'inferno non c'è... ma se ci fosse ci troveremmo in compagnia di belle donne... e poi là si starebbe al caldo..."
l'inferno!... Terribile realtà!... Non dovrei essere io, povero mortale, a scrivere sul castigo riservato ai dannati nell'altra vita. Se a fare questo fosse un dannato che si trova negli abissi infernali, quanto sarebbe più efficace la sua parola!
Tuttavia, attingendo da diverse fonti, ma soprattutto dalla Divina Rivelazione, presento al lettore un argomento degno di profonda meditazione.
"Discendiamo all'inferno fin che siamo vivi (cioè riflettendo su questa terribile realtà) - diceva Sant'Agostino - per non precipitarvi dopo la morte".
L'AUTORE
I
LA DOMANDA DELL’UOMO E LA RISPOSTA
DELLA FEDE
UN COLLOQUIO INQUIETANTE
La possessione
diabolica è una drammatica realtà che troviamo ampiamente documentata negli
scritti dei quattro Evangelisti e nella storia della Chiesa.
È possibile,
dunque, e c'è anche oggi.
II demonio, se
Dio glielo permette, può prendere possesso di un corpo umano, o di un animale
ed anche di un luogo.
Nel Rituale
Romano la Chiesa ci insegna da quali elementi si possa riconoscere la vera
possessione diabolica.
Per più di
quarant'anni ho fatto l'esorcista contro Satana. Riporto un episodio tra i
tanti che ho vissuto.
Fui incaricato
dal mio Arcivescovo di cacciare il demonio dal corpo di una ragazza che era
tormentata da qualche tempo. Sottoposta più volte a visite da parte di medici
specialisti, era stata trovata perfettamente sana.
Quella ragazza
aveva una istruzione piuttosto bassa, avendo frequentato soltanto le scuole
elementari.
Nonostante
questo, appena il demonio entrava in lei, riusciva a comprendere e ad esprimersi
in lingue classiche, leggeva nel pensiero dei presenti e vari fenomeni strani
avvenivano nella stanza, quali: rottura di vetri, forti rumori alle porte,
movimento concitato di un tavolo isolato, oggetti che uscivano da soli da un
cesto e cadevano sul pavimento, ecc...
All'esorcismo
assistevano parecchie persone, tra cui un altro sacerdote e un professore di
storia e di filosofia che registrava tutto per un'eventuale pubblicazione.
Il demonio,
costretto, manifestò il suo nome e rispose a diverse domande.
- Mi chiamo Melid!...
Mi trovo nel corpo di questa ragazza e non l'abbandonerò fino a quando non
accetterà di fare quello che voglio io!
- Spiegati
meglio.
- Io sono il
demonio dell'impurità e tormenterò questa ragazza fino a quando non sarà
diventata impura come la desidero io."
- Nel nome di
Dio, dimmi: all'inferno c'è gente a motivo di questo peccato?
- Tutti quelli
che sono là dentro, nessuno escluso, ci sono con questo peccato o anche solo
per questo peccato!
Gli rivolsi
ancora tante altre domande: - Prima di essere un demonio, chi eri?
- Ero un
cherubino... un alto ufficiale della Corte Celeste. - Che peccato avete commesso
voi angeli in Cielo?
- Non doveva
farsi uomo!... Lui, l'Altissimo, umiliarsi così... non doveva farlo!
- Ma non sapevate
che ribellandovi a Dio sareste sprofondati all'inferno?
- Lui ci disse
che ci avrebbe messi alla prova, ma non che ci avrebbe puniti così...
L'inferno!... L'inferno!... L'inferno!... Voi non potete comprendere che
significhi il fuoco eterno!
Pronunciava
queste parole con rabbia furibonda e con una tremenda disperazione.
COME SI FA PER SAPERE SE L’INFERNO C'È?
Che cos'è questo
inferno del quale oggi si parla troppo poco (con grave danno per la vita
spirituale degli uomini) e che invece sarebbe bene, anzi, doveroso conoscere
nella giusta luce?
È il castigo che
Dio ha dato agli angeli ribelli e che darà anche agli uomini che si ribellano a
Lui e disobbediscono alla sua legge, se muoiono nella sua inimicizia.
Prima di tutto
conviene dimostrare che c'è e poi cercheremo di capire che cosa è.
Così facendo,
potremo arrivare a delle conclusioni pratiche. Per abbracciare una verità la
nostra intelligenza ha bisogno di solide argomentazioni.
Trattandosi di
una verità che ha tante e così gravi conseguenze per la vita presente e per
quella futura, prenderemo in esame le prove della ragione, poi le prove della
divina Rivelazione e infine le prove della storia.
LE PROVE DELLA RAGIONE
Gli uomini, anche
se molto spesso, poco o tanto, si comportano ingiustamente, sono concordi
nell'ammettere che a chi fa il bene spetta il premio e a chi fa il male spetta
il castigo.
Allo studente
volonteroso spetta la promozione, allo svogliato la bocciatura. AI soldato
coraggioso si consegna la medaglia al valor militare, al disertore è riservato
il carcere. II cittadino onesto è premiato col riconoscimento dei suoi diritti,
il delinquente va colpito con una giusta punizione.
Dunque, la nostra
ragione non è contraria ad ammettere il castigo per i colpevoli.
Dio è giusto,
anzi, è la Giustizia per essenza.
II Signore ha
dato agli uomini la libertà, ha impresso nel cuore di ognuno la legge naturale,
che impone di fare il bene e di evitare il male. Ha dato anche la legge
positiva, compendiata nei Dieci Comandamenti.
È mai possibile
che il Legislatore Supremo dia dei Comandamenti e poi non si curi se vengono
osservati o calpestati?
Lo stesso
Voltaire, filosofo empio, nella sua opera “La legge naturale” ebbe il buon
senso di scrivere: "Se tutto il creato ci dimostra l'esistenza di un Ente
infinitamente sapiente, la nostra ragione ci dice che deve pur essere
infinitamente giusto. Ma come potrebbe essere tale se non sapesse né
ricompensare né punire? Il dovere di ogni sovrano è di castigare le azioni
cattive e di premiare quelle buone. Volete che Dio non faccia ciò che la
stessa giustizia umana sa fare?".
LE PROVE DELLA RIVELAZIONE DIVINA
Nelle verità di
fede la nostra povera intelligenza umana può dare soltanto qualche piccolo
contributo. Dio, Suprema Verità, ha voluto svelare all'uomo cose a lui
misteriose; l'uomo è libero di accettarle o di rifiutarle, ma a suo tempo
renderà conto al Creatore della sua scelta.
La divina
Rivelazione è contenuta anche nella Sacra Scrittura così come è stata
conservata e viene interpretata dalla Chiesa. La Bibbia si distingue in due
parti: Antico Testamento e Nuovo Testamento.
Nell'Antico
Testamento Dio parlava ai Profeti e questi erano i suoi portavoce presso il
popolo ebreo.
II re e profeta
Davide scrisse: "Siano confusi gli empi, tacciano negli inferi" (Sa 13
0, 18).
Degli uomini che
si sono ribellati contro Dio il profeta Isaia disse: "Il loro verme non
morirà, il loro fuoco non si spegnerà" (Is 66,24).
Il precursore di
Gesù, San Giovanni Battista, per disporre gli animi dei suoi contemporanei ad
accogliere il Messia, parlò anche di un compito particolare affidato al
Redentore: dare il premio ai buoni e il castigo ai ribelli e lo fece servendosi
di un paragone: "Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e
raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco
inestinguibile" (Mt 3, 12).
GESU’ HA PARLATO MOLTE VOLTE DEL PARADISO
Nella pienezza
dei tempi, duemila anni fa, mentre a Roma imperava Cesare Ottaviano Augusto,
fece la sua comparsa nel mondo il Figlio di Dio, Gesù Cristo. Ebbe allora
inizio il Nuovo Testamento.
Chi può negare
che Gesù sia veramente esistito? Nessun fatto storico è così tanto
documentato.
II Figlio di Dio
dimostrò la sua Divinità con molti e strepitosi miracoli e a tutti quelli che
ancora dubitavano lanciò una sfida: "Distruggete questo tempio e in tre
giorni lo farò risorgere" (Gv 2, 19). Disse inoltre: "Come Giona
rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo
resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt 12, 40).
La risurrezione
di Gesù Cristo è indubbiamente la prova più grande della sua Divinità.
Gesù faceva i
miracoli non solo perché, mosso dalla carità, voleva soccorrere dei poveri
ammalati, ma anche perché tutti, vedendo la sua potenza e comprendendo che
veniva da Dio, potessero abbracciare la verità senza alcuna ombra di dubbio.
Gesù disse:
"lo sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma
avrà la luce della vita" (Gv 8,12). La missione del Redentore era quella
di salvare l'umanità, redimendola dal peccato, e di insegnare la via sicura
che porta al Cielo.
I buoni
ascoltavano con entusiasmo le sue parole e praticavano i suoi insegnamenti.
Per invogliarli a
perseverare nel bene, spesso parlava del grande premio riservato ai giusti
nell'altra vita.
"Beati voi
quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di
male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la
vostra ricompensa nei cieli" (Mt 5, 11-12).
"Quando il
Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà
sul trono della sua gloria... e dirà a quelli che stanno alla sua destra:
Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per
voi fin dalla fondazione dei mondo" (cfr. Mt 25, 31. 34).
Disse inoltre:
"Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli" (Lc 10,
20).
"Quando dai
un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato perché non
hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei
giusti" (L c 14, 13-14).
“Io preparo per
voi un regno, come il Padre mio l'ha preparato per me” (Lc 22, 29).
GESU’ HA PARLATO ANCHE DEL CASTIGO ETERNO
A un buon figlio,
per obbedire, basta conoscere cosa desidera il padre: obbedisce sapendo di
fargli piacere e di godere del suo affetto; mentre a un figlio ribelle si
minaccia una punizione.
Così ai buoni
basta la promessa del premio eterno, il Paradiso, mentre ai malvagi, vittime
volontarie delle proprie passioni, è necessario presentare il castigo per
scuoterli.
Vedendo Gesù con
quanta malvagità tanti suoi contemporanei e persone dei secoli futuri avrebbero
chiuso gli orecchi ai suoi insegnamenti, desideroso com'era di salvare ogni
anima, parlò del castigo riservato nell'altra vita ai peccatori ostinati, cioè
la punizione dell'inferno.
La prova più
forte dell'esistenza dell'inferno è data dunque dalle parole di Gesù.
Negare o anche
solo dubitare delle terribili parole del Figlio di Dio fatto Uomo, sarebbe come
distruggere il Vangelo, cancellare la storia, negare la luce del sole.
È DIO CHE PARLA
Gli ebrei
credevano di aver diritto al Paradiso soltanto perché erano discendenti di
Abramo.
E siccome molti
resistevano agli insegnamenti divini e non volevano riconoscerlo come il
Messia inviato da Dio, Gesù, minacciò loro la pena eterna dell'inferno.
"Vi dico che
molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo,
Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno (gli ebrei)
saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di
denti" (Mt 8, 11-12).
Vedendo gli
scandali del suo tempo e delle generazioni future, per far rinsavire i ribelli e
preservare dal male i buoni, Gesù parlò dell'inferno e con toni molto forti:
"Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali,
ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!" (Mt 18, 7).
"Se la tua
mano o il tuo piede ti scandalizzano, tagliali: è meglio per te entrare nella
vita monco o zoppo, piuttosto che essere gettato con due mani e due piedi
nell'inferno, nel fuoco inestinguibile" (cfr. Mc 9, 43-46. 48).
Gesù, dunque, ci
insegna che bisogna essere disposti a qualunque sacrificio, anche il più
grave, come l'amputazione di un membro del nostro corpo, pur di non finire nel
fuoco eterno.
Per sollecitare
gli uomini a trafficare i doni ricevuti da Dio, come l'intelligenza, i sensi
del corpo, i beni terreni... Gesù raccontò la parabola dei talenti e la
concluse con queste parole: "Il servo fannullone gettatelo fuori nelle
tenebre; là sarà pianto e stridore di denti" (Mt 25, 30).
Quando preannunciò
la fine del mondo, con la risurrezione universale, accennando alla sua gloriosa
venuta e alle due schiere, dei buoni e dei cattivi, soggiunse: "... a
quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno,
preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Mt 25, 41).
II pericolo di
andare all'inferno c'è per tutti gli uomini, perché durante la vita terrena
tutti corriamo il rischio di peccare gravemente.
Anche ai suoi
stessi discepoli e collaboratori Gesù fece presente il pericolo che correvano
di finire nel fuoco eterno. Erano andati in giro per le città e i villaggi,
annunziando il regno di Dio, guarendo gli infermi e cacciando i demoni dal corpo
degli ossessi. Ritornarono lieti per tutto questo e dissero: "Signore,
anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome". E Gesù: "Io
vedevo satana cadere dal cielo come la folgore" (Lc 10, 17-18). Voleva
raccomandare loro di non insuperbirsi per quanto avevano fatto, perché la
superbia aveva fatto piombare Lucifero all'inferno.
Un giovane ricco
si stava allontanando da Gesù, rattristato, perché era stato invitato a
vendere i suoi beni e a darli ai poveri. II Signore così commentò l'accaduto:
"In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli.
Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che
un ricco entri nel regno dei cieli. A queste parole i discepoli rimasero
costernati e chiesero: “Chi si potrà dunque salvare?”. E Gesù, fissando su
di loro lo sguardo disse: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto
è possibile”. (Mt 19, 23-26).
Con queste parole
Gesù non voleva condannare la ricchezza che, in sé, non è cattiva, ma voleva
farci comprendere che chi la possiede si trova nel grave pericolo di attaccarvi
il cuore in modo disordinato, fino a perdere di vista il paradiso e il rischio
concreto della dannazione eterna.
Ai ricchi che non
esercitano la carità Gesù ha minacciato un maggior pericolo di finire
all'inferno.
"C'era un
uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava
lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di
piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Persino
i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato
dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando
nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro
accanto a lui. Allora gridando disse: 'Padre Abramo, abbi pietà di me e manda
Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché
questa fiamma mi tortura'. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che hai
ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece
lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra voi e noi è
stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non
possono, né da lì si può attraversare fino a noi”. E quegli replicò:
'Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque
fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di
tormento'. Ma Abramo rispose: 'Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro'. E lui:
“No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvedranno”.
Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno
risuscitasse dai morti sarebbero persuasi”. (Lc 16, 19-31 ).
I MALVAGI DICONO...
Questa parabola
evangelica, oltre a garantirci che l'inferno esiste, ci suggerisce anche la
risposta da dare a chi osa dire scioccamente: "lo crederei all'inferno
soltanto se qualcuno, dall'aldilà, venisse a dirmelo!".
Chi si esprime
così, normalmente è già sulla via del male e non crederebbe neanche se
vedesse un morto risuscitato.
Se, per ipotesi,
oggi venisse qualcuno dall'inferno, tanti corrotti o indifferenti che, per
continuar a vivere nei loro peccati senza rimorsi, hanno interesse che l'inferno
non esista, sarcasticamente direbbero: "Ma questo è matto! Non diamogli
ascolto!".
IL NUMERO DEI DANNATI
Nota sul tema: "IL NUMERO DEI DANNATI "
trattato a pag. 15 Da come l'Autore tratta l'argomento del numero dei dannati si
sente che la situazione, dal tempo suo al nostro, è profondamente cambiata.
L'Autore scriveva in un tempo in cui, in Italia, poco o
tanto, quasi tutti avevano un qualche legame con la fede, se non altro sotto
forma di lontani ricordi, mai del tutto dimenticati, che affioravano quasi
sempre in punto di morte.
Nel nostro tempo, invece, anche in questa povera Italia,
un tempo cattolica e che il Papa è arrivato a definire oggi 'terra di
missione", troppi, non avendo più nemmeno un pallido ricordo della fede,
vivono e muoiono senza alcun riferimento a Dio e senza porsi il problema
dell'aldilà. Molti vivono e "muoiono come cani", diceva il Card.
Siri, anche perché molti sacerdoti sono sempre meno solleciti nel prendersi
cura dei morenti e nel proporre loro la riconciliazione con Dio!
È chiaro che nessuno può dire quanti siano i dannati.
Ma considerando il dilagare attuale dell'ateismo... dell'indifferenza...
dell'incoscienza... della superficialità... e dell'immoralità... io non
sarei così ottimista come l'Autore nel dire che sono pochi quelli che si
dannano.
Sentendo che Gesù
parlava spesso del paradiso e dell'inferno, gli Apostoli un giorno gli chiesero:
"Chi si potrà dunque salvare?". Gesù, non volendo che l'uomo
penetrasse in una verità tanto delicata, rispose in modo evasivo: "Entrate
per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce
alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta
invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono
quelli che la trovano!" (Mt 7, 13-14).
Che significato
dare a queste parole di Gesù?
La via del bene
è aspra, perché consiste nel dominare la turbolenza delle proprie passioni
per vivere in conformità al volere di Gesù: "Se qualcuno vuol venire
dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,
24).
La via del male,
che porta all'inferno, è comoda ed è battuta dai più, perché è molto più
facile correre dietro ai piaceri della vita, appagando la superbia, la sensualità,
la cupidigia, ecc...
"Dunque, -
può concludere qualcuno - dalle parole di Gesù si può pensare che la maggior
parte degli uomini andrà all'inferno!". I Santi Padri e, in generale, i
moralisti, affermano che i più si salveranno. Ecco le argomentazioni che
portano.
Dio vuole che
tutti gli uomini si salvino, a tutti dà i mezzi per raggiungere l'eterna
felicità; non tutti però si aggrappano a questi doni e, divenendo deboli,
restano schiavi di Satana, nel tempo e per l'eternità.
Tuttavia pare che
la maggioranza vada in paradiso.
Ecco alcune
confortanti parole che troviamo nella Bibbia: è "grande presso di Lui la
redenzione" (Sal 129, 7). E ancora: "Questo è il mio Sangue
dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati" (Mt 26, 28).
Dunque, sono molti quelli che usufruiscono della Redenzione del Figlio di Dio.
Dando uno sguardo
sia pur rapido all'umanità, vediamo che molti muoiono prima di essere arrivati
all'uso di ragione, quando non sono ancora in grado di commettere peccati gravi.
Costoro certamente non andranno all'inferno.
Moltissimi vivono
nell'ignoranza completa della religione cattolica, ma senza propria colpa,
trovandosi in paesi nei quali non è ancora giunta la luce del Vangelo. Questi,
se osservano la legge naturale, non andranno all'inferno, perché Dio è giusto
e non dà un castigo immeritato.
Ci sono poi i
nemici della religione, i libertini, i corrotti. Non tutti questi finiranno
all'inferno perché in vecchiaia, calando non poco il fuoco delle passioni,
facilmente ritorneranno a Dio.
Quante persone
mature, dopo le delusioni della vita, riprendono la pratica della vita
cristiana!
Molti cattivi si
rimettono in grazia di Dio perché provati dal dolore, o per un lutto di
famiglia, o perché in pericolo di vita. Quanti muoiono bene negli ospedali, sui
campi di battaglia, nelle prigioni o in seno alla famiglia!
Non sono molti
quelli che rifiutano i conforti religiosi in fin di vita, perché, davanti alla
morte, di solito si aprono gli occhi e svaniscono tanti pregiudizi e
spavalderie.
Sul letto di
morte la grazia di Dio può essere molto abbondante perché ottenuta dalla
preghiera e dai sacrifici dei parenti e di altre persone buone che pregano ogni
giorno per gli agonizzanti.
Quantunque molti
battano la via del male, tuttavia un buon numero ritorna a Dio prima di entrare
nell'eternità.
È VERITA’ DI FEDE
L'esistenza
dell'inferno è assicurata e ripetutamente insegnata da Gesù Cristo; è dunque
una certezza, per cui è un grave peccato contro la fede dire che:
"L'inferno non c'è!".
Ed è un grave
peccato anche solo il mettere in dubbio questa verità: "Speriamo che
l'inferno non ci sia!".
Chi pecca contro
questa verità di fede? Gli ignoranti in materia di religione che non fanno
nulla per istruirsi nella fede, i superficiali che prendono alla leggera un
affare di così grande importanza e i gaudenti ingolfati nei piaceri illeciti
della vita.
In generale
ridono dell'inferno proprio quelli che sono già sulla strada giusta per
finirci dentro. Poveri ciechi e incoscienti!
È necessario ora
portare la prova dei fatti, visto che Dio ha permesso delle apparizioni di
anime dannate.
Non c'è da stupirsi che il Divino Salvatore abbia quasi
sempre sulle labbra la parola “inferno”: non ce n'è un'altra che esprima
così chiaramente e così propriamente il senso della sua missione.
(J. Staudinger)
II
FATTI STORICI
DOCUMENTATI CHE FANNO RIFLETTERE
UN GENERALE RUSSO
Gaston De Sègur
ha pubblicato un libretto che parla dell'esistenza dell'inferno, su cui sono
narrate le apparizioni di alcune anime dannate.
Riporto per
intero l'episodio con le stesse parole dell'autore:
"Il fatto
accadde a Mosca nel 1812, quasi nella mia stessa famiglia. Mio nonno materno,
il conte Rostopchine, era allora governatore militare a Mosca ed era in
stretta amicizia col generale conte Orloff, uomo valoroso, ma empio.
Una sera, dopo
cena, il conte Orloff cominciò a scherzare con un suo amico volteriano, il
generale V., burlandosi della religione e in particolare dell'inferno.
- Ci sarà
qualcosa - disse Orloff - dopo la morte?
- Se ci sarà
qualcosa - disse il generale V. - chi di noi morirà per primo verrà ad
avvisare l'altro. Restiamo d'accordo?
- Benissimo! -
soggiunse Orloff, e si strinsero la mano in segno di promessa.
Circa un mese
dopo, il generale V. ricevette l'ordine di partire da Mosca e di prendere una
posizione importante con l'esercito russo per fermare Napoleone.
Tre settimane
dopo, essendo uscito di mattina per esplorare la posizione del nemico, il
generale V. fu colpito al ventre da una pallottola e cadde morto. Sull'istante
si presentò a Dio.
Il conte Orloff
era a Mosca e non sapeva nulla della fine di quel suo amico. Quella stessa
mattina, mentre stava tranquillamente riposando, ormai sveglio da un po' di
tempo, si aprirono ad un tratto le tendine del letto e comparve a due passi il
generale V. morto da poco, ritto sulla persona, pallido, con la destra sul petto
e così parlò: 'L'inferno c'è e io ci sono dentro!' e disparve.
Il conte si alzò
dal letto e uscì di casa in veste da camera, con i capelli ancora spettinati,
molto agitato, con gli occhi stralunati e pallido in volto.
Corse in casa di
mio nonno, sconvolto e ansimante, per raccontare l'accaduto.
Mio nonno si era
alzato da poco e, meravigliato nel vedere a quell'ora e vestito in quel modo il
conte Orloff, disse:
- Conte che cosa
vi è capitato?.
- Mi sembra di
impazzire per lo spavento! Ho visto poco fa il generale V.!
- Ma come? Il
generale è già arrivato a Mosca?
- No! - rispose
il conte gettandosi sul divano e tenendosi la testa tra le mani. - No, non è
tornato, ed è questo appunto che mi spaventa! E subito, trafelato, gli raccontò
l'apparizione in tutti i particolari.
Mio nonno cercò
di calmarlo, dicendogli che poteva trattarsi di fantasia, o di un'allucinazione,
o di un brutto sogno e aggiunse che non doveva considerare morto l'amico
generale.
Dodici giorni
dopo, un messo dell'esercito annunziava a mio nonno la morte del generale; le
date coincidevano: la morte era avvenuta la mattina di quello stesso giorno in
cui il conte Orloff se l'era visto comparire in camera."
UNA DONNA DI NAPOLI
Tutti sanno che
la Chiesa, prima di elevare qualcuno agli onori degli altari e dichiararlo
"Santo", esamina attentamente la sua vita e specialmente i fatti più
strani e insoliti.
II seguente
episodio fu inserito nei processi di canonizzazione di San Francesco di
Girolamo, celebre missionario della Compagnia di Gesù, vissuto nel secolo
scorso.
Un giorno questo
sacerdote predicava a una gran folla in una piazza di Napoli.
Una donna di
cattivi costumi, di nome Caterina, abitante in quella piazza, per distrarre
l'uditorio durante la predica, dalla finestra cominciò a fare schiamazzi e
gesti spudorati.
II Santo dovette
interrompere la predica perché la donna non la smetteva più, ma tutto fu
inutile.
II giorno dopo il
Santo ritornò a predicare sulla stessa piazza e, vedendo chiusa la finestra
della donna disturbatrice, domandò cosa fosse capitato. Gli fu risposto:
"È morta questa notte improvvisamente". La mano di Dio l'aveva
colpita.
"Andiamo a
vederla", disse il Santo. Accompagnato da altri entrò nella camera e vide
il cadavere di quella povera donna disteso. II Signore, che talvolta glorifica
i suoi Santi anche con i miracoli, gli ispirò di richiamare in vita la
defunta.
San Francesco di
Girolamo guardò con orrore il cadavere e poi con voce solenne disse:
"Caterina, alla presenza di queste persone, in nome di Dio, dimmi dove
sei!".
Per la potenza
del Signore si aprirono gli occhi di quel cadavere e le sue labbra si mossero
convulse: "All'inferno!... Io sono per sempre all'inferno!".
UN EPISODIO CAPITATO A ROMA
A Roma, nel 1873,
verso la metà di agosto, una delle povere ragazze che vendevano il loro corpo
in una casa di tolleranza si ferì a una mano. II male, che a prima vista
sembrava leggero, inaspettatamente si aggravò, tanto che quella povera donna
fu trasportata urgentemente all'ospedale, dove morì poco dopo.
In quel preciso
momento, una ragazza che praticava lo stesso "mestiere" nella stessa
casa, e che non poteva sapere ciò che stava avvenendo alla sua
"collega" finita all'ospedale, cominciò a urlare con grida disperate,
tanto che le sue compagne si svegliarono impaurite.
Per le grida si
svegliarono anche alcuni abitanti del quartiere e ne nacque uno scompiglio tale
che intervenne la questura. Cos'era successo? La compagna morta all'ospedale le
era apparsa, circondata di fiamme, e le aveva detto: "Io sono dannata! E
se non vuoi finire anche tu dove sono finita io, esci subito da questo luogo di
infamia e ritorna a Dio!".
Nulla poté
calmare l'agitazione di quella ragazza, tanto che, appena spuntata l'alba, se ne
partì lasciando tutte le altre nello stupore, specialmente non appena giunse la
notizia della morte della compagna avvenuta poche ore prima all'ospedale.
Poco dopo, la
padrona di quel luogo infame, che era una garibaldina esaltata, si ammalò
gravemente e, ben ricordando l'apparizione della ragazza dannata, si convertì
e chiese un sacerdote per poter ricevere i santi Sacramenti.
L'autorità
ecclesiastica incaricò della cosa un degno sacerdote, Mons. Sirolli, che era il
parroco di San Salvatore in Lauro. Questi richiese all'inferma, alla presenza di
più testimoni, di ritrattare tutte le sue bestemmie contro il Sommo Pontefice e
di esprimere il proposito fermo di mettere fine all'infame lavoro che aveva
fatto fino allora.
Quella povera
donna morì, pentita, con i conforti religiosi. Tutta Roma conobbe ben presto i
particolari di questo fatto. Gli incalliti nel male, com'era prevedibile, si
burlarono dell'accaduto; i buoni, invece, ne approfittarono per diventare
migliori.
UNA NOBILE SIGNORA DI LONDRA
Viveva a Londra,
nel 1848, una vedova di ventinove anni, ricca e molto corrotta. Tra gli uomini
che frequentavano la sua casa, c'era un giovane lord di condotta notoriamente
libertina.
Una notte quella
donna era a letto e stava leggendo un romanzo per conciliare il sonno.
Appena spense la
candela per addormentarsi, si accorse che una luce strana, proveniente dalla
porta, si diffondeva nella camera e cresceva sempre più.
Non riuscendo a
spiegarsi il fenomeno, meravigliata spalancò gli occhi. La porta della camera
si aprì lentamente ed apparve il giovane lord, che era stato tante volte
complice dei suoi peccati.
Prima che essa
potesse proferire parola, il giovane le fu vicino, l'afferrò per il polso e
disse: "C'è un inferno, dove si brucia!".
La paura e il
dolore che quella povera donna sentì al polso furono così forti che svenne
all'istante.
Dopo circa
mezz'ora, ripresasi, chiamò la cameriera la quale, entrando nella stanza, sentì
un forte odore di bruciato e constatò che la signora aveva al polso una
scottatura così profonda da lasciar vedere l'osso e con la forma della mano
di un uomo. Notò anche che, a partire dalla porta, sul tappeto c'erano le
impronte dei passi di un uomo e che il tessuto era bruciato da una parte
all'altra.
II giorno
seguente la signora seppe che la stessa notte quel giovane lord era morto.
Questo episodio
è narrato da Gaston De Sègur che così commenta: "Non so se quella
donna si sia convertita; so però che vive ancora. Per coprire agli sguardi
della gente le tracce della sua scottatura, sul polso sinistro porta una larga
fascia d'oro in forma di braccialetto che non toglie mai e per questo
particolare viene chiamata la signora del braccialetto".
RACCONTA UN ARCIVESCOVO...
Mons. Antonio
Pierozzi, Arcivescovo di Firenze, famoso per la sua pietà e dottrina, nei suoi
scritti narra un fatto, verificatosi ai suoi tempi, verso la metà del XV
secolo, che seminò grande sgomento nell'Italia settentrionale.
All'età di
diciassette anni, un ragazzo aveva tenuto nascosto in Confessione un peccato
grave che non osava confessare per vergogna. Nonostante questo si accostava
alla Comunione, ovviamente in modo sacrilego.
Tormentato sempre
più dal rimorso, invece di mettersi in grazia di Dio, cercava di supplire
facendo grandi penitenze. Alla fine decise di farsi frate. "Là - pensava -
confesserò i miei sacrilegi e farò penitenza di tutte le mie colpe".
Purtroppo, il
demonio della vergogna riuscì anche là a non fargli confessare con sincerità
i suoi peccati e così trascorsero tre anni in continui sacrilegi. Neanche sul
letto di morte ebbe il coraggio di confessare le sue gravi colpe.
I suoi
confratelli credettero che fosse morto da santo, perciò il cadavere del giovane
frate fu portato in processione nella chiesa del convento, dove rimase esposto
fino al giorno dopo.
AI mattino, uno
dei frati, che era andato a suonare la campana, tutto a un tratto si vide
comparire davanti il morto circondato da catene roventi e da fiamme.
Quel povero frate
cadde in ginocchio spaventato. II terrore raggiunse il culmine quando sentì:
"Non pregate per me, perché sono all'inferno!"... e gli raccontò
la triste storia dei sacrilegi.
Poi sparì
lasciando un odore ripugnante che si sparse per tutto il convento.
I superiori
fecero portare via il cadavere senza i funerali.
UN PROFESSORE DI PARIGI
Sant'Alfonso
Maria De' Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, e quindi particolarmente
degno di fede, riporta il seguente episodio.
Quando
l'università di Parigi si trovava nel periodo di maggior splendore, uno dei
suoi più celebri professori morì improvvisamente. Nessuno si sarebbe
immaginato la sua terribile sorte, tanto meno il Vescovo di Parigi, suo intimo
amico, che pregava ogni giorno in suffragio di quell'anima.
Una notte, mentre
pregava per il defunto, se lo vide apparire davanti in forma incandescente, col
volto disperato. II Vescovo, compreso che l'amico era dannato, gli rivolse
alcune domande; gli chiese tra l'altro: "All'inferno ti ricordi ancora
delle scienze per le quali eri così famoso in vita?".
"Che
scienze... che scienze! In compagnia dei demoni abbiamo ben altro a cui
pensare! Questi spiriti malvagi non ci danno un momento di tregua e ci
impediscono di pensare a qualunque altra cosa che non siano le nostre colpe e le
nostre pene. Queste sono già tremende e spaventose, ma i demoni ce le
inaspriscono in modo da alimentare in noi una continua disperazione!"
LA DISPERAZIONE E I
DOLORI SOFFERTI DAI DANNATI
IL DOLORE PIU’ ATROCE: LA PENA DEL DANNO
Provata
l'esistenza dell'inferno con gli argomenti della ragione, con quelli della
Rivelazione divina e con episodi documentati, consideriamo ora in che cosa
consista essenzialmente la pena di chi cade nel baratro infernale.
Gesù chiama gli
abissi eterni: "luogo di tormento" (Lc 16, 28). Molte sono le pene
sofferte dai dannati all'inferno, ma la principale è quella del danno, che
San Tommaso d'Aquino definisce: “privazione del Sommo Bene”, cioè di Dio.
Noi siamo fatti
per Dio (da Lui veniamo e a Lui andiamo), ma finché siamo in questa vita
possiamo anche non dar alcuna importanza a Dio e tamponare, con la presenza
delle creature, il vuoto lasciato in noi dall'assenza del Creatore.
Finché è qui
sulla terra, l'uomo può stordirsi con delle piccole gioie terrene; può vivere,
come purtroppo fanno tanti che ignorano il loro Creatore, saziando il cuore
con l'amore a una persona, o godendo della ricchezza, o assecondando altre
passioni, anche le più disordinate, ma in ogni caso, anche qui sulla terra,
senza Dio l'uomo non può trovare la vera e piena felicità, perché la vera
felicità è solo Dio.
Ma appena
un'anima entra nell'eternità, avendo lasciato nel mondo tutto ciò che aveva ed
amava e conoscendo Dio così com'è, nella sua infinita bellezza e perfezione,
si sente fortemente attratta ad unirsi a Lui, più che il ferro verso una
potente calamita. Riconosce allora che l'unico oggetto del vero amore è il
Sommo Bene, Dio, l'Onnipotente.
Ma se un'anima
disgraziatamente lascia questa terra in uno stato di inimicizia verso Dio, si
sentirà respinta dal Creatore: "Via, lontano da me, maledetta, nel fuoco
eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!" (Mt 25, 41).
Aver conosciuto
il Supremo Amore... sentire il bisogno impellente di amarlo e di essere
riamati da Lui... e sentirsene respinti... per tutta l'eternità, questo è il
primo e più atroce tormento per tutti i dannati.
AMORE IMPEDITO
Chi non conosce
la potenza dell'amore umano e gli eccessi a cui può giungere quando sorge
qualche ostacolo?
Visitavo
l'ospedale Santa Marta di Catania; vidi sulla soglia di un camerone una donna in
lacrime; era inconsolabile.
Povera madre!
Stava morendo suo figlio. Mi sono soffermato con lei per dirle una parola di
conforto ed ho saputo...
Quel ragazzo
amava sinceramente una ragazza e voleva sposarla, ma non era da questa
corrisposto. Davanti a questo ostacolo insuperabile, pensando di non poter più
vivere senza l'amore di quella donna e non volendo che sposasse qualcun altro,
giunse al colmo della follia: diede diverse coltellate alla ragazza e poi tentò
il suicidio.
Quei due ragazzi
spirarono nello stesso ospedale a poche ore di distanza.
Che cos'è
l'amore umano in confronto all'Amore divino...? Che cosa non farebbe un'anima
dannata pur di arrivare a possedere Dio...?!?
Pensando che per
tutta l'eternità non potrà amarlo, vorrebbe non essere mai esistita o
sprofondare nel nulla, se fosse possibile, ma essendo questo impossibile
sprofonda nella disperazione.
Ognuno può farsi
una sia pur debole idea della pena di un dannato che si separa da Dio, pensando
a ciò che prova il cuore umano alla perdita di una persona cara: la sposa alla
morte dello sposo, la madre alla morte di un figlio, i figli alla morte dei loro
genitori...
Ma queste pene,
che sulla terra sono le sofferenze più grandi tra tutte quelle che possono
straziare il cuore umano, sono ben poca cosa davanti alla pena disperata dei
dannati.
IL PENSIERO DI ALCUNI SANTI
La perdita di
Dio, dunque, è il più grande dolore che tormenta i dannati.
- San Giovanni
Crisostomo dice: "Se tu dirai mille inferni, non avrai ancora detto nulla
che possa uguagliare la perdita di Dio".
- Sant'Agostino
insegna: "Se i dannati godessero la vista di Dio non sentirebbero i loro
tormenti e lo stesso inferno si cambierebbe in paradiso".
- San Brunone,
parlando del giudizio universale, nel suo libro dei "Sermoni" scrive:
"Si aggiungano pure tormenti a tormenti; tutto è nulla davanti alla
privazione di Dio".
- Sant'Alfonso
precisa: "Se udissimo un dannato piangere e gli chiedessimo: 'Perché
piangi tanto?, ci sentiremmo rispondere: “Piango perché ho perduto Dio!”.
Almeno il dannato potesse amare il suo Dio e rassegnarsi alla sua volontà! Ma
non può farlo. È costretto a odiare il suo Creatore nello stesso tempo che lo
riconosce degno di infinito amore".
Santa Caterina da
Genova quando le apparve il demonio lo interrogò: "Tu chi sei?" -
"lo sono quel perfido che si è privato dell'amore di Dio!".
ALTRE PRIVAZIONI
Dalla privazione
di Dio, come dice il Lessio, derivano necessariamente altre privazioni
estremamente penose: la perdita del paradiso, cioè della gioia eterna per la
quale l'anima è stata creata e a cui naturalmente continua a tendere; la
privazione della compagnia degli Angeli e dei Santi, essendoci un abisso
insuperabile tra i Beati e i dannati; la privazione della gloria del corpo dopo
la risurrezione universale.
Ascoltiamo che
cosa disse un dannato riguardo alle sue atroci sofferenze.
Nel 1634 a
Loudun, nella diocesi di Poitiers, si presentò ad un pio sacerdote un'anima
dannata. Quel sacerdote chiese: "Che cosa soffri all'inferno?" -
"Noi soffriamo un fuoco che non si spegne mai, una terribile maledizione e
soprattutto una rabbia impossibile a descriversi, perché non possiamo vedere
Colui che ci ha creati e che abbiamo perduto per sempre per colpa nostra!...
".
IL TORMENTO DEL RIMORSO
Parlando dei
dannati, Gesù dice: "Il loro verme non muore" (Mc 9, 48). Questo
"verme che non muore", spiega San Tommaso, è il rimorso, dal quale
il dannato sarà in eterno tormentato.
Mentre il dannato
sta nel luogo dei tormenti pensa: "Mi sono perduto per niente, per godere
appena piccole e false gioie nella vita terrena che è svanita in un lampo...
Avrei potuto salvarmi con tanta facilità e invece mi sono dannato per niente,
per sempre e per colpa mia!".
Nel libro
"Apparecchio alla morte" si legge che a Sant'Umberto apparve un
defunto che si trovava all'inferno; questi affermò: "Il terribile dolore
che continuamente mi rode è il pensiero del poco per cui mi sono dannato e del
poco che avrei dovuto fare per andare in paradiso!".
Nello stesso
libro, Sant'Alfonso riporta anche l'episodio di Elisabetta, regina
d'Inghilterra, che stoltamente arrivò a dire: "Dio, dammi quarant'anni di
regno e io rinuncio al paradiso!". Ebbe effettivamente un regno di
quarant'anni, ma dopo la morte fu vista di notte sulle sponde del Tamigi,
mentre, circondata da fiamme, gridava: "Quarant'anni di regno e un'eternità
di dolore!...".
LA PENA DEL SENSO
Oltre alla pena
del danno che, come si è visto, consiste nel dolore atroce per la perdita di
Dio, ai dannati è riservata nell'altra vita la pena del senso.
Si legge nella
Bibbia: "Con quelle stesse cose per cui uno pecca, con esse è poi
castigato" (Sap 11, 10).
Quanto più
dunque uno avrà offeso Dio con un senso, tanto più, sarà tormentato in esso.
E’ la legge del
contrappasso, di cui si servì anche Dante Alighieri nella sua "Divina
Commedia'; il poeta assegnò ai dannati pene diverse, in rapporto ai loro
peccati.
La più terribile
pena del senso è quella del fuoco, di cui ci ha parlato più volte Gesù.
Anche su questa
terra la pena del fuoco è la maggiore tra le pene sensibili, ma c'è una grande
differenza tra il fuoco terreno e quello dell'inferno.
Dice
Sant'Agostino: "A confronto del fuoco dell'inferno il fuoco che
conosciamo noi è come se fosse dipinto". La ragione è che il fuoco
terreno Dio l'ha voluto per il bene dell'uomo, quello dell'inferno, invece, l'ha
creato per punire le sue colpe.
II dannato è
circondato dal fuoco, anzi, è immerso in esso più che il pesce nell'acqua;
sente il tormento delle fiamme e come il ricco epulone della parabola evangelica
urla: "Questa fiamma mi tortura!" (Lc 16, 24).
Alcuni non
possono sopportare il disagio di camminare per strada sotto un sole cocente e
poi magari... non temono quel fuoco che dovrà divorarli in eterno!
Parlando a chi
vive incoscientemente nel peccato, senza porsi il problema della finale resa dei
conti, San Pier Damiani scrive: "Continua, pazzo, ad accontentare la tua
carne; verrà un giorno in cui i tuoi peccati diventeranno come pece nelle tue
viscere che farà più tormentosa la fiamma che ti divorerà in eterno!".
È illuminante
l'episodio che San Giovanni Bosco narra nella biografia di Michele Magone, uno
dei suoi migliori ragazzi. "Alcuni ragazzi commentavano una predica
sull'inferno. Uno di essi osò dire scioccamente: 'Se andremo all'inferno almeno
ci sarà il fuoco per riscaldarsi!'. A queste parole Michele Magone corse a
prendere una candela, l'accese e accostò la fiammella alle mani del ragazzo
spavaldo. Questi non si era accorto della cosa e, quando sentì il forte calore
alle mani che teneva dietro la schiena, scattò subito e si arrabbiò. “Come -
rispose Michele - non puoi sopportare per un momento la debole fiamma di una
candela e arrivi a dire che staresti volentieri tra le fiamme dell'inferno?.”
La pena del fuoco
comporta anche la sete. Quale tormento la sete ardente in questo mondo!
E quanto più
grande sarà lo stesso tormento all'inferno, come testimonia il ricco epulone
nella parabola narrata da Gesù! Una sete inestinguibile!!!
LA TESTIMONIANZA DI UNA SANTA
Santa Teresa
d'Avita, che fu una delle principali scrittrici del suo secolo, ebbe da Dio, in
visione, il privilegio di scendere all'inferno mentre era ancora in vita. Ecco
come descrive, nella sua “Autobiografia” ciò che vide e provò negli abissi
infernali.
"Trovandomi
un giorno in preghiera, improvvisamente fui trasportata in anima e corpo
all'inferno. Compresi che Dio voleva farmi vedere il luogo preparatomi dai
demoni e che avrei meritato per i peccati in cui sarei caduta se non avessi
cambiato vita. Per quanti anni io abbia a vivere non potrò mai dimenticare
l'orrore dell'inferno.
L'ingresso di
questo luogo di tormenti mi è sembrato simile a una specie di forno, basso e
oscuro. Il suolo non era che orribile fango, pieno di rettili velenosi e c'era
un odore insopportabile.
Sentivo
nell'anima mia un fuoco, del quale non vi sono parole che possano descrivere la
natura e il mio corpo contemporaneamente in preda ai più atroci tormenti. I
grandissimi dolori che avevo già sofferto nella mia vita sono nulla in
confronto a quelli provati all'inferno. Inoltre, l'idea che le pene sarebbero
state senza fine e senza alcun sollievo, completava il mio terrore.
Ma queste torture
del corpo non sono paragonabili a quelle dell'anima. Provavo un'angoscia, una
stretta al cuore così sensibile e, nello stesso tempo, così disperata e così
amaramente triste, che tenterei invano di descriverla. Dicendo che in ogni
momento si soffrono le angosce della morte, direi poco.
Non potrò mai
trovare espressione adatta per dare un'idea di questo fuoco interiore e di
questa disperazione, che costituiscono appunto la parte peggiore dell'inferno.
Ogni speranza di
consolazione è spenta in quell'orribile luogo; vi si respira un'aria
pestilenziale: ci si sente soffocare. Nessun raggio di luce: non vi sono che
tenebre e tuttavia, oh mistero, senza alcuna luce che rischiari, si vede quanto
vi può essere di più ripugnante e penoso alla vista.
Posso assicurare
che tutto quanto si può dire dell'inferno, quanto si legge nei libri di strazi
e di supplizi diversi che i demoni fanno subire ai dannati, è un nulla in
confronto alla realtà; c'è la stessa differenza che passa tra il ritratto di
una persona e la persona stessa.
Bruciare in
questo mondo è pochissima cosa in confronto a quel fuoco che provai
all'inferno.
Sono ormai
trascorsi circa sei anni da quella spaventosa visita all'inferno ed io,
descrivendola, mi sento ancora presa da tale terrore che il sangue mi si gela
nelle vene. In mezzo alle mie prove e ai dolori richiamo spesso tale ricordo ed
allora quanto si può soffrire in questo mondo mi sembra cosa da ridere.
Siate dunque
eternamente benedetto, o mio Dio, perché mi avete fatto provare nel modo più
reale l'inferno, ispirandomi così il più vivo timore per tutto ciò che può
ad esso condurre."
IL GRADO DELLA PENA
A chiusura del
capitolo sulle pene dei dannati è bene accennare alla diversità del grado di
pena.
Dio è
infinitamente giusto; e come in paradiso assegna gradi maggiori di gloria a
coloro che più lo hanno amato durante la vita, così all'inferno dà pene
maggiori a chi l'ha offeso di più.
Chi è nel fuoco
eterno per un solo peccato mortale soffre orribilmente per quest'unica colpa;
chi è dannato per cento, o mille... peccati mortali soffre cento, o mille
volte... di più.
Più legna si
mette nel forno, più aumenta la fiamma e il calore. Perciò chi, tuffato nel
vizio, calpesta la legge di Dio moltiplicando ogni giorno le sue colpe, se non
si rimette in grazia di Dio e muore nel peccato, avrà un inferno più
tormentoso di altri.
Per chi soffre è
un sollievo pensare: "Un giorno finiranno queste mie sofferenze".
II dannato,
invece, non trova alcun sollievo, anzi, il pensiero che i suoi tormenti non
avranno fine è come un macigno che rende più atroce ogni altro dolore.
Chi va
all'inferno (e chi ci va, ci va per sua libera scelta) vi resta... in
eterno!!!
Per questo Dante
Alighieri, nel suo "Inferno", scrive: "Lasciate ogni speranza, o
voi ch'entrate!".
Non è
un'opinione, ma è verità di fede, rivelata direttamente da Dio, che il castigo
dei dannati non avrà mai fine. Ricordo soltanto quanto ho già citato delle
parole di Gesù: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno" (Mt
25, 41).
Scrive
Sant'Alfonso:
"Quale
pazzia sarebbe quella di chi, per godersi una giornata di spasso, accettasse la
condanna di star chiuso in una fossa per venti o trent'anni! Se l'inferno
durasse cento anni, o anche solo due o tre anni, pure sarebbe una grande pazzia
per un attimo di piacere condannarsi a due o tre anni di fuoco. Ma qui non si
tratta di cento o di mille anni, si tratta dell'eternità, e cioè di patire
per sempre gli stessi atroci tormenti che non avranno mai fine."
I miscredenti
dicono: "Se esistesse un inferno eterno, Dio sarebbe ingiusto. Perché
castigare un peccato che dura un momento con una pena che dura in eterno?".
Si può
rispondere: "E come può un peccatore, per il piacere di un momento,
offendere un Dio di infinita maestà? E come può, con i suoi peccati,
calpestare la passione e la morte di Gesù?".
"Anche nel
giudizio umano - dice San Tommaso - la pena non si misura secondo la durata
della colpa, ma secondo la qualità del delitto". L'omicidio, anche se si
commette in un momento, non viene punito con una pena momentanea.
Dice San
Bernardino da Siena: "Con ogni peccato mortale si fa a Dio un'ingiustizia
infinita, essendo Egli infinito; e a un'ingiuria infinita spetta una pena
infinita!".
SEMPRE!... SEMPRE!!... SEMPRE!!!
Si narra negli
"Esercizi Spirituali" del Padre Segneri che a Roma, essendo stato
chiesto al demonio che stava nel corpo di un ossesso, per quanto tempo dovesse
stare all'inferno, rispose con rabbia: "Sempre!... Sempre!!...
Sempre!!!".
Fu così grande
lo spavento che molti giovani del seminario romano, presenti all'esorcismo,
fecero una confessione generale e si incamminarono con più impegno nella via
della perfezione.
Anche per il tono
in cui furono gridate, quelle tre parole del demonio: "Sempre!...
Sempre!!... Sempre!!!' fecero più effetto di una lunga predica.
IL CORPO RISORTO
L'anima dannata
soffrirà all'inferno da sola, cioè senza il suo corpo, fino al giorno del
giudizio universale; poi, per l'eternità, anche il corpo, essendo stato
strumento di male durante la vita, prenderà parte ai tormenti eterni.
La risurrezione
dei corpi avverrà certamente.
È Gesù che ci
assicura questa verità di fede: "Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono
nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene, per
una risurrezione di vita e quanti fecero il male, per una risurrezione di
condanna" (Gv 5, 28-29).
Insegna
l'Apostolo Paolo: "Tutti saremo trasformati in un istante, in un batter
d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti
risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che
questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale
si vesta di immortalità" (1 Cor 15, 51-53).
Dopo la
risurrezione, dunque, tutti i corpi saranno immortali e incorruttibili. Non
tutti però saremo trasformati allo stesso modo. La trasformazione del corpo
dipenderà dallo stato e dalle condizioni in cui si troverà l'anima
nell'eternità: saranno gloriosi i corpi dei salvati e orrendi i corpi dei
dannati.
Perciò se
l'anima si troverà in paradiso, nello stato di gloria e di beatitudine,
rifletterà nel suo corpo risorto le quattro caratteristiche proprie dei corpi
degli eletti: la spiritualità, l'agilità, lo splendore e l'incorruttibilità.
Se invece l'anima
si troverà all'inferno, nello stato di dannazione, imprimerà nel suo corpo
caratteristiche del tutto opposte. L'unica proprietà che il corpo dei dannati
avrà in comune col corpo dei beati è l'incorruttibilità: anche i corpi dei
dannati non saranno più soggetti alla morte.
Riflettano molto
e molto bene coloro che vivono nell'idolatria del loro corpo e lo appagano in
tutte le sue voglie peccaminose! I piaceri peccaminosi del corpo saranno
ripagati con un cumulo di tormenti per tutta l'eternità.
È SCESA DA VIVA... ALL’INFERNO!
Ci sono nel mondo
alcune persone privilegiate che sono scelte da Dio per una missione particolare.
A costoro Gesù
si presenta in modo sensibile e le fa vivere nello stato di vittime, rendendole
compartecipi anche dei dolori della sua Passione.
Perché possano
soffrire di più e così salvare più peccatori, Dio permette che alcune di
queste persone siano trasportate, anche se viventi, nell'ordine soprannaturale e
che patiscano per qualche tempo all'inferno, con l'anima e col corpo.
Come avvenga
questo fenomeno non possiamo spiegarlo. Si sa solo che, quando tornano
dall'inferno, queste anime vittime sono afflittissime.
Le anime
privilegiate di cui si parla, improvvisamente scompaiono dalla propria camera,
anche alla presenza di testimoni, e dopo un certo periodo, talvolta di diverse
ore, riappaiono. Sembrano cose impossibili, ma ci sono documentazioni
storiche.
Si è già detto
di Santa Teresa d'Avita.
Ora citiamo il
caso di un'altra Serva di Dio: Josepha Menendez, vissuta in questo secolo.
Ascoltiamo dalla
stessa Menendez la narrazione di qualche sua visita all'inferno.
"In un
istante mi trovai nell'inferno, ma senza esservi trascinata come le altre
volte, e proprio come vi devono cadere i dannati. L'anima vi si precipita da
se stessa, vi si getta come se desiderasse sparire dalla vista di Dio, per
poterlo odiare e maledire.
L'anima mia si
lasciò cadere in un abisso di cui non si poteva vedere il fondo, perché
immenso... Ho visto l'inferno come sempre: antri e fuoco. Benché non si
vedano forme corporali, i tormenti straziano le anime dannate (che tra loro si
conoscono) come se i loro corpi fossero presenti.
Fui spinta in una
nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre roventi e come se dei ferri e
delle punte aguzze arroventate si infiggessero nel mio corpo.
Ho sentito come
se, pur senza riuscirci, si volesse strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva
agli estremi, con un atroce dolore. Gli occhi mi sembrava che uscissero
dall'orbita, credo a causa del fuoco che li bruciava orrendamente.
Non si può né
muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come
compresso. Gli orecchi sono come storditi dalle grida orrende e confuse che non
cessano un solo istante.
Un odore
nauseabondo e una ripugnante asfissia invade tutti, come se bruciasse carne in
putrefazione con pece e zolfo.
Tutto questo l'ho
provato come nelle altre occasioni e, sebbene questi tormenti siano terribili,
sarebbero un nulla se l'anima non soffrisse; ma essa soffre in modo indicibile
per la privazione di Dio.
Vedevo e sentivo
alcune di queste anime dannate ruggire per l'eterno supplizio che sanno di dover
sopportare, specialmente alle mani. Penso che durante la vita abbiano rubato,
poiché gridavano: 'Maledette mani, dov'è ora quello che avete preso?'...
Altre anime,
urlando, accusavano la propria lingua, o gli occhi... ognuna ciò che è stato
la causa del suo peccato: 'Ora paghi atrocemente le delizie che ti concedevi, o
mio corpo!... E sei tu, o corpo, che l'hai voluto!... Per un istante di piacere,
un'eternità di dolore!:..
Mi sembra che
all'inferno le anime si accusino specialmente di peccati di impurità.
Mentre ero in
quell'abisso, ho visto precipitare delle persone impure e non si possono dire né
comprendere gli orrendi ruggiti che uscivano dalle loro bocche: 'Maledizione
eterna!... Mi sono ingannata!... Mi sono perduta!... Sarò qui per sempre!...
per sempre!!... per sempre!!!... e non ci sarà più rimedio... Maledetta
me!:..
Una ragazzina
urlava disperatamente, imprecando contro le cattive soddisfazioni che ha
concesso in vita al suo corpo e maledicendo i genitori che le avevano dato
troppa libertà nel seguire la moda e i divertimenti mondani. Era dannata da tre
mesi.
Tutto ciò che ho
scritto - conclude la Menendez - è soltanto una pallida ombra al confronto con
ciò che si soffre veramente all'inferno."
L'autore di
questo scritto, direttore spirituale di parecchie anime privilegiate, ne
conosce tre, tuttora viventi, che hanno fatto e fanno ancora visite di questo
genere all'inferno. C'è da rabbrividire per quello che mi riferiscono.
INVIDIA DIABOLICA
I demoni
precipitarono all'inferno per il loro odio verso Dio e per la loro invidia nei
confronti dell'uomo. E per questo odio e per questa invidia fanno di tutto per
riempire gli abissi infernali.
Col desiderio che
si guadagnino il premio eterno, Dio ha voluto che gli uomini sulla terra
fossero sottoposti a una prova: ha dato loro due grandi comandamenti: amare Dio
con tutto il cuore e il prossimo come se stessi.
Essendo dotato di
libertà, ognuno decide se obbedire al Creatore o ribellarsi a Lui. La libertà
è un dono, ma guai ad abusarne! I demoni non possono violentare la libertà
dell'uomo fino al punto di sopprimerla, possono però fortemente condizionarla.
Lo scrivente, nel
1934, faceva gli esorcismi ad una bambina ossessa. Riporto un breve colloquio
tenuto col demonio.
- Perché ti
trovi in questa bambina? - Per tormentarla.
- E prima di
essere qui, dov'eri? - Andavo lungo le vie.
- Che cosa fai
quando vai in giro?
- Cerco di far
commettere peccati alla gente. - E cosa ci guadagni?
- La
soddisfazione di farvi venire all'inferno con me... Non aggiungo il resto del
colloquio.
Dunque, per
tentare le persone al peccato i demoni vanno in giro, in modo invisibile, ma
reale.
Ce lo ricorda San
Pietro: "Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come
leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella
fede." (1 Pt 5, 8-9).
II pericolo c'è,
è reale e grave, non va sottovalutato, ma c'è anche la possibilità e il
dovere di difendersi.
La vigilanza, cioè
la prudenza, una vita spirituale intensa coltivata con la preghiera, con
qualche rinuncia, con buone letture, con buone amicizie, la fuga dalle cattive
occasioni e dalle cattive compagnie. Se non si attua questa strategia, non
riusciamo più a dominare i nostri pensieri, gli sguardi, le parole, le azioni
e... inesorabilmente, nella nostra vita spirituale tutto franerà.
PARLA LUCIFERO
Nel libro 'Invito
all'amore' è descritto un colloquio tra il principe delle tenebre, Lucifero e
alcuni demoni. La Menendez così lo racconta.
"Mentre ero
discesa all'inferno, udii Lucifero dire ai suoi satelliti: 'Voi dovete tentare
e prendere gli uomini ognuno per il suo verso: chi per la superbia, chi per
l'avarizia, chi per l'ira, chi per la gola, chi per l'invidia, altri per
l'accidia, altri ancora per la lussuria... Andate e impegnatevi più che
potete! Spingeteli all'amore come lo intendiamo noi! Fate bene il vostro lavoro,
senza tregua e senza pietà. Bisogna rovinare il mondo e far in modo che le anime
non ci sfuggano'.
Gli ascoltatori
rispondevano: `Siamo tuoi schiavi! Lavoreremo senza riposo. Molti ci combattono,
ma noi lavoreremo giorno e notte... Riconosciamo la tua potenza'.
Sentii in
lontananza come un rumore di coppe e di bicchieri. Lucifero gridò: 'Lasciateli
gozzovigliare; dopo, tutto ci sarà più facile. Visto che amano ancora
godere, finiscano il loro banchetto! Quella è la porta per cui entreranno'.
Aggiunse poi cose
orribili che non si possono dire né scrivere. Satana gridava rabbiosamente per
un'anima che gli stava sfuggendo: 'Istigatela al timore! Spingetela alla
disperazione, perché se si affida alla misericordia di quel... (e bestemmiava
Nostro Signore) siamo perduti. Riempitela di timore, non lasciatela un solo
istante e soprattutto fatela disperare'."
Così dicono e
purtroppo così fanno i demoni; la loro potenza, anche se dopo la venuta di Gesù
è più limitata, è ancora spaventosa.
IV
I PECCATI CHE REGALANO
PIU’ CLIENTI ALL’INFERNO
INSIDIE IN AGGUATO
È
particolarmente importante tener presente la prima insidia diabolica, che
trattiene tante anime nella schiavitù di Satana: è la mancanza di riflessione,
che fa perdere di vista il fine della vita.
II demonio grida
alle sue prede: "La vita è un piacere; dovete cogliere tutte le gioie che
la vita vi regala".
Gesù invece
sussurra al tuo cuore: 'Beati quelli che piangono." (cfr. Mt 5, 4)...
"Per entrare in cielo bisogna farsi violenza." (cfr. Mt 11, 12)...
"Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni
giorno e mi segua." (Lc 9, 23).
Il nemico
infernale ci suggerisce: "Pensate al presente, perché con la morte tutto
finisce!".
II Signore invece
ti esorta: "Ricordati dei novissimi (la morte, il giudizio, l'inferno e il
paradiso) e non peccherai".
L'uomo impiega
buona parte del suo tempo in tanti affari e dimostra intelligenza e scaltrezza
nell'acquistare e conservare i beni terreni, ma poi non impiega neppure le
briciole del suo tempo per riflettere sulle necessità molto più importanti
della sua anima, per cui vive in un'assurda, incomprensibile e pericolosissima
superficialità, che può avere conseguenze spaventose.
II demonio porta
a pensare: "Meditare non serve a niente: tempo perso!". Se oggi
tanti vivono in peccato è perché non riflettono seriamente e non meditano
mai sulle verità rivelate da Dio.
II pesce che è
già finito nella rete del pescatore, finché è ancora nell'acqua non
sospetta di essere stato catturato, quando però la rete esce dal mare, si
dibatte perché sente vicina la sua fine; ma ormai è troppo tardi. Così i
peccatori...! Finché sono in questo mondo se la spassano allegramente e non
sospettano nemmeno di essere nella rete diabolica; se ne accorgeranno quando
ormai non potranno più rimediarvi... appena entrati nell'eternità!
Se potessero
ritornare in questo mondo tanti trapassati che vissero senza pensare
all'eternità, come cambierebbe la loro vita!
SPRECO DI BENI
Da quanto esposto
finora e specialmente dal racconto di certi fatti, appare chiaro quali siano i
principali peccati che portano alla dannazione eterna, ma si tenga presente che
non sono solo questi peccati a spedire gente all'inferno: ce ne sono molti
altri.
Per quale peccato
il ricco epulone è finito all'inferno? Aveva tanti beni e li sprecava in
banchetti (sperpero e peccato di gola); e inoltre si manteneva ostinatamente
insensibile ai bisogni dei poveri (mancanza di amore e avarizia). Tremino
dunque certi ricchi che non vogliono esercitare la carità: anche a loro, se non
cambiano vita, è riservata la sorte del ricco epulone.
L’IMPURITA’
Il peccato che più
facilmente porta all'inferno è l'impurità. Dice Sant'Alfonso: "Si va
all'inferno anche solo per questo peccato, o comunque non senza di esso".
Ricordo le parole
del demonio riportate nel primo capitolo: 'Tutti quelli che sono là dentro,
nessuno escluso, ci sono con questo peccato o anche solo per questo
peccato". Qualche volta, se costretto, anche il diavolo dice la verità!
Gesù ci ha
detto: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5, 8). Ciò
significa che gli impuri non solo non vedranno Dio nell'altra vita, ma neanche
in questa vita riescono a sentirne il fascino, per cui perdono il gusto della
preghiera, pian piano perdono la fede anche senza accorgersene e... senza fede
e senza preghiera non percepiscono più per quale motivo dovrebbero fare il bene
e fuggire il male. Così ridotti, sono attratti da ogni peccato.
Questo vizio
indurisce il cuore e, senza una grazia speciale, trascina all'impenitenza finale
e... all'inferno.
MATRIMONI IRREGOLARI
Dio perdona
qualunque colpa, purché ci sia il vero pentimento e cioè la volontà di
mettere fine ai propri peccati e di cambiare vita.
Fra mille
matrimoni irregolari (divorziati risposati, conviventi) forse solo qualcuno
sfuggirà all'inferno, perché normalmente non si pentono neanche in punto di
morte; infatti, se campassero ancora continuerebbero a vivere nella stessa
situazione irregolare.
C'è da tremare
al pensiero che quasi tutti oggi, anche quelli che divorziati non sono,
considerano il divorzio come una cosa normale! Purtroppo, molti ormai ragionano
come vuole il mondo e non più come vuole Dio.
IL SACRILEGIO
Un peccato che può
condurre alla dannazione eterna è il sacrilegio. Disgraziato colui che si
mette su questa strada! Commette sacrilegio chi volontariamente nasconde in
Confessione qualche peccato mortale, oppure si confessa senza la volontà di
lasciare il peccato o di fuggirne le occasioni prossime. Quasi sempre chi si
confessa in modo sacrilego compie anche il sacrilegio eucaristico, perché poi
riceve la Comunione in peccato mortale.
Racconta San
Giovanni Bosco...
"Mi trovai
con la mia guida (l'Angelo custode) in fondo a un precipizio che finiva in una
valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso con una porta altissima che
era chiusa. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva;
un fumo grasso, quasi verde e guizzi di fiamme sanguigne si innalzavano sui
muraglioni dell'edificio.
Domandai: 'Dove
ci troviamo?'. 'Leggi l'iscrizione che c'è sulla porta'. mi rispose la guida.
Guardai e vidi scritto: 'Ubi non est redemptio! , cioè: `Dove non c'è
redenzione!', Intanto vidi precipitare dentro quel baratro... prima un
giovane, poi un altro e poi altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il
proprio peccato.
Mi disse la
guida: 'Ecco la causa prevalente di queste dannazioni: i compagni cattivi, i
libri cattivi e le perverse abitudini'.
Quei poveri
ragazzi erano giovani che io conoscevo. Domandai alla mia guida: “Ma dunque è
inutile lavorare tra i giovani se poi tanti fanno questa fine! Come impedire
tutta questa rovina?” – “Quelli che hai visto sono ancora in vita; questo
però è lo stato attuale delle loro anime, se morissero in questo momento
verrebbero senz'altro qui!” disse l'Angelo.
Dopo entrammo
nell'edificio; si correva con la velocità di un baleno. Sboccammo in un vasto e
tetro cortile. Lessi questa iscrizione: 'Ibunt impii in ignem aetemum! ; cioè:
`Gli empi andranno nel fuoco eterno!'.
Vieni con me -
soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti a uno sportello
che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie di caverna, immensa e piena
di un fuoco terrificante, che sorpassava di molto il fuoco della terra. Questa
spelonca non ve la posso descrivere, con parole umane, in tutta la sua
spaventosa realtà.
All'improvviso
cominciai a vedere dei giovani che cadevano nella caverna ardente. La guida mi
disse: 'L'impurità è la causa della rovina eterna di tanti giovani!'.
- Ma se hanno
peccato si sono poi anche confessati.
- Si sono
confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male
o del tutto taciute. Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi
peccati, ma ne ha detto solo due o tre. Ve ne sono alcuni che ne hanno commesso
uno nella fanciullezza e per vergogna non l'hanno mai confessato o l'hanno
confessato male. Altri non hanno avuto il dolore e il proposito di cambiare.
Qualcuno invece di fare l'esame di coscienza cercava le parole adatte per
ingannare il confessore. E chi muore in questo stato, decide di collocarsi tra i
colpevoli non pentiti e tale resterà per tutta l'eternità. Ed ora vuoi vedere
perché la misericordia di Dio ti ha portato qui? - La guida sollevò un velo e
vidi un gruppo di giovani di questo oratorio che conoscevo bene: tutti
condannati per questa colpa. Fra questi ce n'erano alcuni che in apparenza
avevano una buona condotta.
La guida mi disse
ancora: 'Predica sempre e ovunque contro l'impurità! :. Poi parlammo per circa
mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si
concluse: 'Bisogna cambiar vita... Bisogna cambiar vita'.
- Ora che hai
visto i tormenti dei dannati, bisogna che anche tu provi un poco l'inferno!
Usciti da
quell'orribile edificio, la guida afferrò la mia mano e toccò l'ultimo muro
esterno. Io emisi un grido di dolore. Cessata la visione, notai che la mia mano
era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura."
Padre Giovan
Battista Ubanni, gesuita, racconta che una donna per anni, confessandosi,
aveva taciuto un peccato di impurità. Arrivati in quel luogo due sacerdoti
domenicani, lei che da tempo aspettava un confessore forestiero, pregò uno di
questi di ascoltare la sua confessione.
Usciti di chiesa,
il compagno narrò al confessore di aver osservato che, mentre quella donna si
confessava, uscivano dalla sua bocca molti serpenti, però un serpente più
grosso era uscito solo col capo, ma poi era rientrato di nuovo. Allora anche
tutti i serpenti che erano usciti rientrarono.
Ovviamente il
confessore non parlò di ciò che aveva udito in Confessione, ma sospettando
quel che poteva essere successo fece di tutto per ritrovare quella donna.
Quando arrivò presso la sua abitazione, venne a sapere che era morta appena
rientrata in casa. Saputa la cosa, quel buon sacerdote si rattristò e pregò
per la defunta. Questa gli apparve in mezzo alle fiamme e gli disse: "lo
sono quella donna che si è confessata questa mattina; ma ho fatto un
sacrilegio. Avevo un peccato che non mi sentivo di confessare al sacerdote del
mio paese; Dio mi mandò te, ma anche con te mi lasciai vincere dalla vergogna e
subito la Divina Giustizia mi ha colpito con la morte mentre entravo in casa.
Giustamente sono condannata all'inferno!". Dopo queste parole si aprì la
terra e fu vista precipitare e sparire.
Scrive il Padre
Francesco Rivignez (l'episodio è riportato anche da Sant'Alfonso) che in
Inghilterra, quando c'era la religione cattolica, il re Anguberto aveva una
figlia di rara bellezza che era stata chiesta in sposa da diversi principi.
Interrogata dal
padre se accettasse di sposarsi, rispose che non poteva perché aveva fatto il
voto di perpetua verginità.
II padre ottenne
dal Papa la dispensa, ma lei rimase ferma nel suo proposito di non servirsene e
di vivere ritirata in casa. II padre l'accontentò.
Cominciò a fare
una vita santa: preghiere, digiuni e varie altre penitenze; riceveva i
Sacramenti e andava spesso a servire gli infermi in un ospedale. In tale stato
di vita si ammalò e morì.
Una donna che era
stata sua educatrice, trovandosi una notte in preghiera, sentì nella stanza un
gran fracasso e subito dopo vide un'anima con l'aspetto di donna in mezzo a un
gran fuoco e incatenata tra molti demoni...
- lo sono
l'infelice figlia del re Anguberto.
- Ma come, tu
dannata con una vita così santa?
- Giustamente
sono dannata... per colpa mia. Da bambina io caddi in un peccato contro la
purezza. Andai a confessarmi, ma la vergogna mi chiuse la bocca: invece di
accusare umilmente il mio peccato, lo coprii in modo che il confessore non
capisse nulla. Il sacrilegio si è ripetuto molte volte. Sul letto di morte io
dissi al confessore, vagamente, che ero stata una grande peccatrice, ma il
confessore, ignorando il vero stato della mia anima, mi impose di scacciare
questo pensiero come una tentazione. Poco dopo spirai e fui condannata per
tutta l'eternità alle fiamme dell'inferno.
Detto questo
disparve, ma con così tanto strepito che sembrava trascinasse il mondo e
lasciando in quella camera un odore ributtante che durò parecchi giorni.
L'inferno è la testimonianza del rispetto che Dio ha per
la nostra libertà. L'inferno grida il pericolo continuo in cui si trova la
nostra vita; e grida in modo tale da escludere ogni leggerezza, grida in modo
costante da escludere ogni frettolosità, ogni superficialità, perché siamo
sempre in pericolo. Quando mi annunciarono l'episcopato, la prima parola che
dissi fu questa: "Ma io ho paura di andare all'inferno."
(Card. Giuseppe Siri)
V
I MEZZI CHE ABBIAMO PER
NON FINIRE ALL'INFERNO
LA NECESSITA’ DI PERSEVERARE
Che cosa
raccomandare a chi già osserva la Legge di Dio? La perseveranza nel bene! Non
basta essersi incamminati sulle vie del Signore, è necessario continuare per
tutta la vita. Dice Gesù: "Chi avrà perseverato sino alla fine sarà
salvato" (Mc 13, 13).
Molti, finché
sono bambini, vivono cristianamente, ma quando cominciano a farsi sentire le
bollenti passioni giovanili, imboccano la via del vizio. Come è stata triste
la fine di Saul, di Salomone, di Tertulliano e di altri grandi personaggi!
La perseveranza
è frutto della preghiera, perché è principalmente per mezzo dell'orazione
che l'anima riceve gli aiuti necessari a resistere agli assalti del demonio.
Nel suo libro 'Del gran mezzo della preghiera' Sant'Alfonso scrive: "Chi
prega si salva, chi non prega si danna". Chi non prega, anche senza che il
demonio lo spinga... all'inferno ci va con i propri piedi!
È consigliabile
la seguente preghiera che Sant'Alfonso ha inserito nelle sue meditazioni
sull'inferno:
'O
mio Signore, ecco ai tuoi piedi chi ha tenuto in poco conto la tua grazia e i
tuoi castighi. Povero me se tu, Gesù mio, non avessi pietà di me! Da quanti
anni mi troverei in quella voragine ardente, dove già bruciano tante persone
come me! O mio Redentore, come non bruciare di amore pensando a questo? Come
potrò, in avvenire, offenderti di nuovo? Non sia mai, Gesù mio, piuttosto
fammi morire. Già che hai iniziato, compi in me la tua opera. Fa' che il tempo
che mi dai io lo spenda tutto per te. Quanto vorrebbero i dannati poter avere
un giorno o anche solo un'ora del tempo che a me concedi! E io che ne farò?
Continuerò a spenderlo in cose che ti disgustano? No, Gesù mio, non permetterlo
per i meriti di quel Sangue che finora mi ha impedito di finire all'inferno. E
Tu, Regina e Madre mia, Maria, prega Gesù per me e ottienimi il dono della
perseveranza. Amen."
L'AIUTO DELLA MADONNA
La vera devozione
alla Madonna è un pegno di perseveranza, perché la Regina del Cielo e della
terra fa di tutto affinché i suoi devoti non vadano eternamente perduti.
La recita
quotidiana del Rosario, sia cara a tutti!
Un grande
pittore, raffigurando il Giudice divino nell'atto di emettere la sentenza
eterna, ha dipinto un'anima ormai vicina alla dannazione, poco distante dalle
fiamme, ma quest'anima, aggrappandosi alla corona del Rosario, viene salvata
dalla Madonna. Quanto è potente la recita del Rosario!
Nel 1917 la
Vergine Santissima apparve a Fatima a tre fanciulli; quando aprì le mani ne
sgorgò un fascio di luce che sembrava penetrasse la terra. I fanciulli videro
allora, ai piedi della Madonna, come un grande mare di fuoco e, immersi in
esso, neri demoni e anime in forma umana simili a braci trasparenti che,
trascinati in alto dalle fiamme, ricadevano giù come faville nei grandi
incendi, fra grida di disperazione che facevano inorridire.
A tale scena i
veggenti alzarono gli occhi alla Madonna per chiedere soccorso e la Vergine
soggiunse: "Questo è l'inferno dove vanno a finire le anime dei poveri
peccatori. Recitate il Rosario e aggiungete ad ogni posta: `Gesù mio, perdona
le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno e porta in cielo tutte le
anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia:".
Quanto è
eloquente l'accorato invito della Madonna!
I DEBOLI DI VOLONTA’
II pensiero
dell'inferno giova soprattutto a coloro che zoppicano nella pratica della vita
cristiana e sono assai deboli di volontà. Costoro cadono facilmente nel
peccato mortale, si rialzano per qualche giorno e poi... ritornano a peccare.
Sono un giorno di Dio e l'altro giorno del diavolo. Questi fratelli ricordino le
parole di Gesù: "Nessun servo può servire a due padroni" Lc 16, 13).
Normalmente è il vizio impuro che tiranneggia questa categoria di persone;
non sanno controllare lo sguardo, non hanno la forza di dominare gli affetti del
cuore, o di rinunciare a un divertimento illecito. Chi vive così abita
sull'orlo dell'inferno. E se Dio troncasse la vita quando l'anima è in peccato?
"Speriamo
che questa disgrazia non mi capiti", dice qualcuno. Anche altri dicevano
così... ma poi sono finiti male.
Un altro pensa:
"Mi metterò di buona volontà fra un mese, fra un anno, o quando sarò
vecchio". Ma tu sei sicuro del domani? Non vedi come sono in continuo
aumento le morti improvvise?
Qualcun altro
cerca di illudersi: "Poco prima della morte sistemerò ogni cosa".
Ma come pretendi che Dio ti usi misericordia sul letto di morte, dopo aver
abusato della sua misericordia per tutta la vita? E se poi te ne mancasse la
possibilità?
A quelli che
ragionano in questo modo e vivono nel gravissimo pericolo di piombare
all'inferno, oltre alla frequenza ai Sacramenti della Confessione e della
Comunione, si raccomanda...
1) Vigilare
attentamente, dopo la Confessione, per non commettere la prima colpa grave. Se
si cadesse... rialzarsi subito ricorrendo di nuovo alla Confessione. Se non si
fa così, facilmente si cadrà una seconda volta, una terza volta... e chissà
quante altre!
2) Fuggire le
occasioni prossime del peccato grave. Dice il Signore: "Chi ama il
pericolo in esso si perderà" (Sir 3, 25). Una volontà debole, davanti
al pericolo, cade facilmente.
3) Nelle
tentazioni pensare: “Val la pena, per un momento di piacere, rischiare
un'eternità di sofferenze? È Satana che mi tenta, per strapparmi a Dio e
portarmi all'inferno. Non voglio cadere nella sua trappola!”.
È NECESSARIO MEDITARE
A tutti è utile
meditare il mondo va male perché non medita, non riflette più!
Visitando una
buona famiglia incontrai una vecchietta arzilla, serena e lucida di mente
nonostante gli oltre novant'anni.
“Padre, - mi
disse - quando ascolta le confessioni dei fedeli raccomandi loro di fare un po'
di meditazione ogni giorno. Mi ricordo che, quand'ero giovane, il mio confessore
mi esortava spesso a trovare un po' di tempo per la riflessione tutti i
giorni.”
Risposi: "In
questi tempi è già difficile convincerli ad andare a Messa alla festa, a non
lavorare, a non bestemmiare, ecc... ". Eppure, come aveva ragione
quell'anziana signora! Se non si prende la buona abitudine di riflettere un po'
ogni giorno si perde di vista il senso della vita, si spegne il desiderio di
un profondo rapporto col Signore e, mancando questo, non si riesce a fare
nulla o quasi di buono e non si trova il motivo e la forza per evitare ciò
che è male. Chi medita con assiduità, è quasi impossibile che viva in
disgrazia di Dio e che vada a finire all'inferno.
IL PENSIERO DELL’INFERNO È UNA LEVA POTENTE
II pensiero
dell'inferno genera i Santi.
Milioni di
martiri, dovendo scegliere tra il piacere, la ricchezza, gli onori... e la
morte per Gesù, hanno preferito la perdita della vita piuttosto che andare
all'inferno, memori delle parole del Signore: "A che serve all'uomo
guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?" (cfr. Mt 16, 26).
Schiere di anime
generose lasciano famiglia e patria per portare la luce del Vangelo agli
infedeli in terre lontane. Così facendo si assicurano meglio l'eterna salvezza.
Quanti religiosi
abbandonano anche i piaceri leciti della vita e si danno alla mortificazione,
per raggiungere più facilmente la vita eterna in paradiso!
E quanti uomini e
donne, sposati o no, pur con non pochi sacrifici osservano i Comandamenti di
Dio e si impegnano in opere di apostolato e di carità!
Chi sostiene
tutte queste persone in una fedeltà e generosità certamente non facili? È il
pensiero che saranno giudicati da Dio e premiati col paradiso o castigati con
l'inferno eterno.
E quanti esempi
di eroismo troviamo nella storia della Chiesa! Una ragazzina di dodici anni,
Santa Maria Goretti, si lasciò uccidere piuttosto che offendere Dio e dannarsi.
Cercò di fermare il suo violentatore e assassino dicendogli: "No,
Alessandro, se fai questo vai all'inferno!"
San Tommaso Moro,
gran cancelliere d'Inghilterra, alla moglie che lo sollecitava a cedere
all'ordine del re, sottoscrivendo una decisione contro la Chiesa, rispose:
"Che cosa sono venti, trenta, o quarant'anni di vita comoda in confronto
all'inferno?". Non sottoscrisse e fu condannato a morte. Oggi è Santo.
POVERI GAUDENTI!
Nella vita
terrena, buoni e cattivi vivono insieme come il grano e la zizzania si trovano
nello stesso campo, ma alla fine del mondo l'umanità sarà divisa in due
schiere, quella dei salvati e quella dei dannati. II Giudice Divino confermerà
allora solennemente la sentenza data a ciascuno subito dopo la morte.
Con un po' di
fantasia, proviamo a immaginare la comparsa davanti a Dio di un'anima cattiva,
che sentirà fioccare su di sé la sentenza di condanna. In un lampo sarà
giudicata.
Vita gaudente...
libertà dei sensi... divertimenti peccaminosi... indifferenza totale o quasi
nei confronti di Dio... derisione della vita eterna e specialmente
dell'inferno... In un lampo la morte tronca il filo della sua esistenza quando
meno se l'aspetta.
Liberata dai
legami della vita terrena, quell'anima si trova subito davanti a Cristo
Giudice e comprende fino in fondo di essersi ingannata durante la vita...
- Dunque, c'è
un'altra vita!... Come sono stata stolta! Se potessi tornare indietro e
rimediare al passato!...
- Rendimi conto,
o mia creatura, di ciò che hai fatto in vita. - Ma io non sapevo di dover
sottostare ad una legge morale.
- lo, tuo
Creatore e Sommo Legislatore, ti chiedo: Che ne hai fatto dei miei Comandamenti?
- Ero convinta
che non ci fosse un'altra vita o che, comunque, tutti si sarebbero salvati.
- Se tutto
finisse con la morte, Io, tuo Dio, mi sarei fatto Uomo inutilmente e inutilmente
sarei morto su una croce!
- Sì, ho sentito
di questa cosa, ma non vi ho dato peso; per me era una notizia superficiale.
- Non ti ho dato
l'intelligenza per conoscermi e per amarmi? Ma tu hai preferito vivere come le
bestie... senza testa. Perché non hai imitato la condotta dei miei buoni
discepoli? Perché non mi hai amato fin che eri sulla terra? Tu hai consumato il
tempo che ti ho dato alla caccia di piaceri... Perché non hai mai pensato
all'inferno? Se tu l'avessi fatto, mi avresti onorato e servito, se non per
amore almeno per timore!
- Dunque, per me
c'è l'inferno?...
- Sì, e per
tutta l'eternità. Anche il ricco epulone di cui ti ho parlato nel Vangelo non
credeva all'inferno... eppure vi è finito dentro. A te la stessa sorte!... Vai,
anima maledetta, nel fuoco eterno!
In un attimo
l'anima si trova nel fondo degli abissi, mentre il suo cadavere è ancora caldo
e si preparano i funerali... "Maledetta me! Per la gioia di un attimo, che
è svanita come un lampo, dovrò bruciare in questo fuoco, lontana da Dio, per
sempre! Se non avessi coltivato quelle amicizie pericolose... Se avessi pregato
di più, se avessi ricevuto più spesso i Sacramenti... non mi troverei in
questo luogo di estremi tormenti! Maledetti piaceri! Maledetti beni! Ho
calpestato la giustizia e la carità per avere un po' di ricchezza... Ora altri
se la godono e io devo scontare qui per tutta l'eternità. Ho agito da pazza!
Speravo di
salvarmi, ma mi è mancato il tempo di rimettermi in grazia. La colpa è stata
mia. Sapevo che mi sarei potuta dannare, ma ho preferito continuar a peccare.
La maledizione cada su chi mi dato il primo scandalo. Se potessi ritornare in
vita... come cambierebbe la mia condotta!"
Parole...
parole... parole... Troppo tardi ormai...!!!
L'inferno è una morte senza morte, una fine senza fine.
(San Gregorio Magno)
VI
NELLA MISERICORINA DI
GESU’ E’ LA NOSTRA SALVEZZA
LA MISERICORDIA DIVINA
II parlare
soltanto dell'inferno e della divina Giustizia potrebbe farci cadere nella
disperazione di poterci salvare.
Essendo noi così
deboli, abbiamo bisogno di sentir parlare anche della divina misericordia (ma
non solo di questa, perché altrimenti rischieremmo di cadere nella
presunzione di salvarci senza merito).
Dunque...
giustizia e misericordia: non l'una senza l'altra! Gesù desidera convertire i
peccatori e allontanarli dalla via della perdizione. Egli è venuto nel mondo
per procurare la vita eterna a tutti e desidera che nessuno si danni.
Nel libretto
"Gesù misericordioso", contenente le confidenze fatte da Gesù alla
Beata Suor Maria Faustina Kowalska, dal 1931 al 1938, si legge tra l'altro:
"Ho tutta la vita eterna per usare la giustizia e ho solo la vita terrena
in cui posso usare la misericordia; ora voglio usare misericordia!".
Gesù, dunque,
vuole perdonare; non c'è colpa tanto grande che Egli non possa distruggere
nelle fiamme del suo Cuore divino. L'unica condizione assolutamente richiesta
per ottenere la sua misericordia è l'odio al peccato.
UN MESSAGGIO DAL CIELO
In questi ultimi
tempi, in cui il male sta dilagando nel mondo in modo impressionante, il
Redentore ha mostrato con più intensità la sua misericordia, fino a voler dare
un messaggio all'umanità peccatrice.
Per questo, cioè
per attuare i suoi disegni di amore, si è servito di una creatura privilegiata:
Josepha Menendez.
Il 10 giugno del
1923 Gesù apparve alla Menendez. Aveva una bellezza celestiale improntata a
sovrana maestà. La sua potenza si manifestava nel tono della voce. Queste le
sue parole: 'Josepha, scrivi per le anime. Voglio che il mondo conosca il mio
Cuore. Voglio che gli uomini conoscano il mio amore. Lo sanno ciò che ho fatto
per loro? Gli uomini cercano la felicità lontano da me, ma inutilmente: non la
troveranno.
Mi rivolgo a
tutti, agli uomini semplici come ai potenti. A tutti mostrerò che se cercano la
felicità, lo sono la Felicità; se cercano la pace, lo sono la Pace; lo sono la
Misericordia e l'Amore. Voglio che questo Amore sia il sole che illumina e
riscalda le anime.
Voglio che il
mondo intero mi conosca come il Dio della misericordia e dell'Amore! Voglio
che gli uomini conoscano il mio ardente desiderio di perdonarli e di salvarli
dal fuoco dell'inferno. I peccatori non temano, i più colpevoli non mi
sfuggano. Li attendo come un Padre, a braccia aperte, per dare loro il bacio di
pace e la vera felicità.
Il mondo ascolti
queste parole. Un padre aveva un unico figlio. Ricchi e potenti, vivevano in
grande agiatezza, circondati da servi. Pienamente felici, non avevano bisogno
di alcuno per aumentare la loro felicità. Il padre era la gioia del figlio e
il figlio la gioia del padre. Avevano cuori nobili e sentimenti caritatevoli: la
minima miseria altrui li muoveva a compassione. Uno dei servi di questo buon
signore si ammalò gravemente e certamente sarebbe morto se gli fossero mancati
l'assistenza e i rimedi adatti. Quel servo era povero e viveva solo. Che fare?
Lasciarlo morire? Quel signore non voleva. Per curarlo invierà qualche altro
dei suoi servi? Non starebbe tranquillo perché, curandolo questi più per
interesse che per amore, non gli avrebbe dato tutte quelle attenzioni di cui
hanno bisogno i malati. Quel padre, angosciato, confidò al figlio la sua
inquietudine per quel povero servo. Il figlio, che amava suo padre e ne
condivideva i sentimenti, si offrì di curare egli stesso quel servo, con
premura, senza badare a sacrifici e a stanchezza, pur di ottenere la
desiderata guarigione. Il padre accettò e sacrificò la compagnia del figlio;
questi a sua volta rinunciò all'affetto e alla compagnia del padre e, facendosi
servo del suo servo, si dedicò interamente alla sua assistenza. Gli prodigò
mille attenzioni, gli provvide quanto era necessario e tanto fece, con
infiniti sacrifici suoi, che in poco tempo quel servo infermo guarì.
Pieno di
ammirazione per quanto il padrone aveva fatto per lui, il servo chiese come
avrebbe potuto mostrare la sua riconoscenza. Il figlio gli suggerì di
presentarsi al padre suo e, visto che ormai era guarito, di offrirsi nuovamente
al suo servizio, rimanendo in quella casa come uno dei servi più fedeli. Il
servo obbedì e, tornato al suo antico compito, per mostrare la sua
riconoscenza, compiva il suo dovere con la più grande disponibilità, anzi, si
offrì di servire il suo padrone senza essere pagato, ben sapendo che non ha
bisogno di essere retribuito come dipendente chi in quella casa è già trattato
come un figlio.
Questa parabola
non è che una debole immagine del mio amore per gli uomini e della risposta che
mi aspetto da loro.
La spiegherò
gradatamente, perché voglio che si conoscano i miei sentimenti, il mio amore,
il mio Cuore."
SPIEGAZIONE DELLA PARABOLA
"Dio creò
l'uomo per amore e lo collocò in tale condizione che nulla poteva mancare al
suo benessere sulla terra, fino a che non fosse giunto alla felicità eterna
nell'altra vita. Ma, per ottenere questa, doveva sottomettersi alla volontà
divina, osservando le leggi sapienti e non gravose impostegli dal Creatore.
L'uomo, però,
infedele alla legge di Dio, commise il primo peccato e contrasse così quella
grave infermità che doveva condurlo alla morte eterna. Per il peccato del
primo uomo e della prima donna, tutti i loro discendenti furono gravati dalle più
amare conseguenze: tutto il genere umano perdette il diritto che Dio gli aveva
concesso, di possedere la felicità perfetta nel Cielo e da allora in poi
dovette tribolare, soffrire e morire.
Per essere felice
Dio non ha bisogno né dell'uomo né dei suoi servizi, perché basta a se
stesso. La sua gloria è infinita e nessuno può diminuirla. Però Dio, che è
infinitamente potente e infinitamente buono ed ha creato l'uomo soltanto per
amore, come potrà lasciarlo patire e poi morire in quel modo? No! Gli darà
un'altra prova di amore e, di fronte a un male infinito, gli offre un rimedio di
valore infinito. Una delle tre Divine Persone prenderà la natura umana e
riparerà il male causato dal peccato.
Dal Vangelo
conoscete la sua vita terrena. Sapete come dal primo momento della sua
Incarnazione si sottomise a tutte le miserie della natura umana. Da bambino
soffrì il freddo, la fame, la povertà e le persecuzioni. Come lavoratore fu
spesso umiliato e disprezzato come il figlio del povero falegname. Quante volte,
dopo aver portato il peso di una lunga giornata di lavoro, Lui e il suo Padre
putativo si trovarono la sera ad aver appena guadagnato il minimo per
sopravvivere. E così visse per trent'anni.
A quell'età
abbandonò la dolce compagnia di sua Madre e si consacrò a far conoscere il suo
Padre del Cielo, insegnando a tutti che Dio è Amore. Passò facendo solo del
bene ai corpi e alle anime; ai malati diede la salute, ai morti la vita e alle
anime... alle anime rese la libertà perduta con il peccato ed aprì loro le
porte della vera patria: il paradiso.
Venne poi l'ora
in cui, per ottenere la loro salvezza eterna, il Figlio di Dio volle dare la sua
stessa vita. E in che modo morì? Circondato dagli amici?... Acclamato dalla
folla come un benefattore?... Anime carissime, voi sapete che il Figlio di Dio
non volle morire così. Egli, che non aveva seminato altro che amore, fu vittima
dell'odio. Egli che aveva portato la pace nel mondo, fu vittima di una crudeltà
feroce. Egli che aveva reso la libertà agli uomini, fu legato, fu imprigionato,
fu maltrattato, fu bestemmiato, fu calunniato e morì infine su una croce tra
due ladri, disprezzato, abbandonato, povero e spogliato di tutto!
Così si sacrificò
per salvare gli uomini. Così compì l'opera per la quale aveva lasciato la
gloria del Padre suo. L'uomo era gravemente malato e il Figlio di Dio venne a
lui. Non soltanto gli rese la vita, ma gli ottenne la forza e i mezzi necessari
per acquistare quaggiù il tesoro dell'eterna felicità.
Come ha risposto
l'uomo a questo immenso amore? Si è offerto come il buon servitore della
parabola al servizio del suo Signore senza altro interesse che gli interessi di
Dio? Qui bisogna distinguere le differenti risposte date dall'uomo al suo
Signore.
Alcuni mi hanno
veramente conosciuto e, spinti dall'amore, hanno sentito accendersi in cuore il
vivo desiderio di dedicarsi completamente e senza interesse al mio servizio, che
è quello del Padre mio. Gli hanno chiesto che cosa avrebbero potuto fare di più
per Lui e il Padre mio ha loro risposto: 'Lasciate la vostra casa, i vostri beni
e voi stessi e venite dietro a me per fare quello che vi dirò'.
Altri si sono
sentiti commuovere il cuore alla vista di ciò che il Figlio di Dio ha fatto per
salvarli. Pieni di buona volontà, si sono presentati a Lui chiedendogli come
avrebbero potuto corrispondere alla sua bontà e lavorare per i suoi
interessi, senza però abbandonare i propri. A costoro il Padre mio ha
risposto: 'Osservate la legge che Io, vostro Dio, vi ho dato. Osservate i miei
Comandamenti senza sviarvi né a destra né a sinistra; vivete nella pace dei
servi fedeli'.
Altri poi hanno
capito ben poco quanto Dio li ami. Tuttavia un po' di buona volontà ce l'hanno
e vivono sotto la sua legge, più per l'inclinazione naturale al bene che per
amore. Questi però non sono dei servi volontari e volonterosi, perché non si
sono offerti con gioia agli ordini del loro Dio; ma siccome in essi non c'è
cattiva volontà, in molti casi basta loro un invito perché si prestino al
suo servizio.
Altri ancora si
sottomettono a Dio più per interesse che per amore e solo nella stretta misura
necessaria per la ricompensa finale promessa a chi osserva la sua legge.
E poi ci sono
coloro che non si sottomettono al loro Dio, né per amore, né per timore. Molti
lo hanno conosciuto e disprezzato... molti non sanno neppure chi sia... A
tutti dirò una parola di amore!
Parlerò prima a
coloro che non mi conoscono. Sì, a voi figli carissimi, parlo a voi che sin
dall'infanzia vivete lontano dal Padre. Venite! Vi dirò perché non lo
conoscete e quando comprenderete chi è e quale Cuore amante e tenero ha per
voi, non potrete resistere al suo amore. Capita spesso che coloro che crescono
lontani dalla casa paterna non provino alcun affetto per i genitori. Ma se un
giorno esperimentano la tenerezza del padre e della madre non si staccano più
da loro e li amano più di quelli che sono sempre stati con i loro genitori.
Parlo anche ai
miei nemici... A voi che non soltanto non mi amate, ma mi perseguitate col
vostro odio chiedo soltanto: 'Perché questo odio così accanito? Che male vi
ho fatto perché mi maltrattiate così? Molti non si sono mai fatta questa
domanda ed ora che Io stesso la rivolgo a loro, forse risponderanno: 'Sento
dentro di me questo odio, ma non so come spiegarlo'.
Ebbene, risponderò
io per voi.
Se nella vostra
infanzia non mi avete conosciuto è stato perché nessuno vi ha insegnato a
conoscermi. Mentre voi crescevate, le inclinazioni naturali, l'attrattiva per il
piacere, il desiderio della ricchezza e della libertà sono cresciuti con voi.
Poi un giorno avete sentito parlare di me; avete sentito dire che per vivere secondo
la mia volontà, occorreva sopportare e amare il prossimo, rispettare i suoi
diritti e i suoi beni, sottomettere e incatenare la propria natura, insomma,
vivere sotto una legge.
E voi che, fin
dai primi anni non viveste che seguendo il capriccio della vostra volontà e
gli impulsi delle vostre passioni, voi che non sapevate di quale legge si
trattasse, avete protestato con forza: - Non voglio altra legge che i miei
desideri; voglio godere ed essere libero!: Ecco perché avete cominciato a
odiarmi e a perseguitarmi.
Ma io, che sono
vostro Padre, vi amavo e, mentre con tanto accanimento lavoravate contro di me,
il mio Cuore più che mai si riempiva di tenerezza per voi. Così trascorsero
troppi anni della vostra vita...
Oggi non posso
contenere più a lungo il mio amore per voi e, vedendovi in guerra aperta contro
Colui che tanto vi ama, vengo a dirvi lo stesso chi sono. Figli amatissimi, lo
sono Gesù. Il mio nome significa: Salvatore; per questo ho le mani forate dai
chiodi che mi tennero confitto in croce, su cui morii per vostro amore; i miei
piedi portano i segni delle stesse piaghe e il mio Cuore è stato aperto dalla
lancia che lo trafisse dopo la mia morte.
Così mi presento
a voi, per insegnarvi chi sono e quale sia la mia legge; non vi intimorite: è
legge di amore. Se e quando mi conoscerete, troverete la pace e la felicità.
Vivere come orfani è ben triste. Venite, figlioli, venite al Padre vostro. Sono
il vostro Dio e il vostro Padre, il vostro Creatore e il vostro Salvatore; voi
siete le mie creature, i miei figli ed anche i miei redenti, perché a prezzo
del mio sangue e della mia vita vi ho riscattati dalla schiavitù del peccato.
Avete un'anima
immortale, dotata delle facoltà necessarie per operare il bene e capace di
godere eterna felicità. Forse, all'udire le mie parole voi direte: - Non
abbiamo fede, non crediamo alla vita futura!...'. Non avete fede? Non credete in
me? Perché allora mi perseguitate? Perché desiderate la libertà per voi, ma
poi non la lasciate a coloro che mi amano? Non credete alla vita eterna? Ditemi:
siete felici così? Ben sapete che avete bisogno di qualche cosa che non trovate
e non potete trovare sulla terra. Il piacere che cercate non vi soddisfa...
Credete nel mio
amore e nella mia misericordia. Mi avete offeso? lo vi perdono. Mi avete
perseguitato? lo vi amo. Mi avete ferito con le parole e con le opere? lo voglio
farvi del bene e offrirvi i miei tesori. Non crediate che lo ignori come siete
vissuti finora. So che avete disprezzato le mie grazie e che qualche volta avete
profanato i miei Sacramenti. Non importa, lo vi perdono!
Sì, vi voglio
perdonare! lo sono la Sapienza, la Felicità, la Pace, sono la Misericordia e
l'Amore!"
Ho riportato solo
alcuni brani, i più significativi, del messaggio del Sacro Cuore di Gesù al
mondo.
Da questo
messaggio traspare di continuo il grandissimo desiderio che ha Gesù di
convertire i peccatori per salvarli dal fuoco eterno.
Infelici coloro
che fanno i sordi alla sua voce! Se non lasciano il peccato, se non si danno
all'amore di Dio, per tutta l'eternità saranno vittime del loro odio al
Creatore.
Se finché sono
su questa terra non accolgono la divina misericordia, nell'altra vita dovranno
subire la potenza della giustizia divina. È cosa orrenda cadere nelle mani del
Dio vivente!
NON PENSIAMO SOLO ALLA NOSTRA SALVEZZA
Forse questo
scritto verrà letto da alcuni che vivono in peccato; qualcuno forse si
convertirà; qualcun altro, invece, con un sorrisino di compatimento, esclamerà:
"Sciocchezze, sono storielle che vanno bene per le vecchiette!".
A chi invece
leggerà con interesse e con una certa trepidazione queste pagine dico...
Voi vivete in una
famiglia cristiana, ma forse non tutti i vostri cari sono in amicizia con Dio.
Forse il marito, o un figlio, o il papà, o una sorella, o un fratello non
ricevono da anni i santi Sacramenti, perché schiavi dell'indifferenza,
dell'odio, della lussuria, della bestemmia, dell'avidità, o di altre colpe...
Come si troveranno questi vostri cari nell'altra vita se non si ravvedono? Voi
li amate perché sono vostro prossimo e vostro sangue. Non dite mai: "A me
cosa interessa? Ognuno pensa alla sua anima!"
La carità
spirituale, cioè il prendersi cura del bene dell'anima e della salvezza dei
fratelli, è la cosa più gradita a Dio. Fate qualcosa per la salvezza eterna di
quelli che amate.
Diversamente,
starete con loro nei pochi anni di questa vita terrena e poi sarete separati da
loro in eterno. Voi tra i salvati... e il papà, o la mamma, o un figlio o un
fratello tra i dannati...! Voi a godere la gioia eterna... e qualcuno dei vostri
cari nel tormento eterno...! Potete rassegnarvi davanti a questa possibile
prospettiva? Pregate, pregate molto per questi bisognosi!
Diceva Gesù a
Suor Maria della Trinità: "Infelice il peccatore che non ha nessuno che
preghi per lui!".
Gesù stesso ha
suggerito alla Menendez la preghiera da fare per convertire i traviati:
rivolgersi alle sue divine piaghe. Gesù ha detto: "Le mie piaghe sono
aperte per la salvezza delle anime... Quando si prega per un peccatore,
diminuisce in lui la forza di Satana ed aumenta la forza che viene dalla mia
grazia. Per lo più la preghiera per un peccatore ne ottiene la conversione, se
non subito, almeno in punto di morte".
Si raccomanda
dunque di recitare, ogni giorno, cinque volte il "Padre nostro' cinque
volte l"'Ave Maria" e cinque volte il "Gloria" alle cinque
Piaghe di Gesù. E poiché la preghiera unita al sacrificio è più potente, a
chi desidera qualche conversione si consiglia di offrire ogni giorno a Dio
cinque piccoli sacrifici a onore delle stesse cinque Divine Piaghe. Utilissima
è la celebrazione di qualche Santa Messa per richiamare al bene i traviati.
Quanti, pur
essendo vissuti male, hanno avuto da Dio la grazia di morire bene per le
preghiere e i sacrifici o della sposa, o della madre, o di un figlio...!
CROCIATA PER MORENTI
Peccatori nel
mondo ce ne sono tanti, ma i più a rischio, quelli che hanno più bisogno di
aiuto sono i moribondi; rimane loro solo qualche ora o forse pochi istanti per
rimettersi in grazia di Dio prima di presentarsi al Tribunale divino. La
misericordia di Dio è infinita ed anche all'ultimo istante può salvare i più
grandi peccatori: il buon ladrone sulla croce ce ne ha dato la prova.
Ci sono moribondi
tutti i giorni e tutte le ore. Se chi dice di amare Gesù se ne interessasse,
quanti sfuggirebbero all'inferno! In qualche caso può bastare un piccolo atto
di virtù per strappare a Satana una preda.
Molto
significativo è l'episodio narrato ne "L'invito all'amore". Una
mattina la Menendez, stanca delle pene sofferte all'inferno, sentiva il bisogno
di riposare; tuttavia, ricordando ciò che Gesù le aveva detto: "Scrivi
quello che vedi nell'aldilà'; con non poca fatica si mise a tavolino. Nel
pomeriggio le apparve la Madonna che le disse: "Tu, figlia mia, questa
mattina prima della Messa hai compiuto un'opera buona con sacrificio e con amore
in quel momento c'era un'anima già prossima all'inferno. Mio Figlio Gesù ha
utilizzato il tuo sacrificio e quell'anima si è salvata. Vedi, figlia mia,
quante anime si possono salvare con dei piccoli atti di amore!"
La crociata che
si raccomanda alle anime buone è questa:
1) Non dimenticare nelle preghiere quotidiane le anime agonizzanti
della giornata. Dire, possibilmente mattina e sera, la giaculatoria: "San
Giuseppe, Padre putativo di Gesù e vero Sposo di Maria Vergine, prega per noi e
per gli agonizzanti di questo giorno.
2) Offrire le sofferenze della giornata e le altre opere buone per i
peccatori in genere e specialmente per i moribondi.
3) Alla Consacrazione nella S. Messa e durante la Comunione invocare
la divina misericordia sugli agonizzanti del giorno.
4) Venendo a conoscenza di ammalati gravi, far tutto il possibile
perché ricevano i conforti religiosi. Se qualcuno si rifiutasse, intensificare
le preghiere e i sacrifici, chiedere a Dio qualche sofferenza particolare, fino
a mettersi nello stato di vittima, ma questo solo col permesso del proprio padre
spirituale. È quasi impossibile, o almeno molto difficile che un peccatore si
danni quando c'è chi prega e soffre per lui.
PENSIERO FINALE
Il Vangelo parla
chiaro:
Gesù ha
affermato più e più volte che l'inferno esiste. Dunque, se l'inferno non ci
fosse, Gesù...
sarebbe un
calunniatore del Padre suo... perché lo avrebbe presentato non come un padre
di misericordia, ma come un giustiziere senza pietà;
sarebbe un
terrorista nei nostri confronti... perché ci minaccerebbe la possibilità di
subire una condanna eterna che di fatto non esisterebbe per nessuno;
sarebbe un
bugiardo, un prepotente, un pover'uomo:.. perché calpesterebbe la verità,
minacciando castighi inesistenti, pur di piegare gli uomini alle sue voglie
malsane;
sarebbe un
torturatore delle nostre coscienze, perché, inoculandoci il timore
dell'inferno, ci farebbe perdere la voglia di godere in santa pace certe gioie
"piccanti" della vita.
SECONDO
TE, GESÙ PUO’ ESSERE TUTTO QUESTO? E QUESTO SAREBBE, SE L'INFERNO NON CI
FOSSE! CRISTIANO, NON CADERE IN CERTI TRABOCCHETTI! POTREBBE COSTARTI TROPPO
CARO...!!!
Se io fossi il
diavolo farei una sola cosa; esattamente ciò che sta avvenendo: convincere la
gente che l'inferno non esiste, o comunque che, se c'è, non può essere
eterno.
Fatto questo,
tutto il resto verrebbe da sé: ognuno arriverebbe a concludere che si può
negare qualunque altra verità e commettere qualunque peccato che... gia tanto,
prima o poi, tutti saranno salvi!
La negazione
dell'inferno è l'asso nella manica di Satana: spalanca le porte a qualunque
disordine morale.
(Don
Enzo Boninsegna)
HANNO DETTO
Tra noi da una
parte e l'inferno o il paradiso dall'altra non c'è di mezzo che la vita: la
cosa più fragile che esista.
(Blaise
Pascal)
La vita ci è
stata data per cercare Dio, la morte per trovarlo, l'eternità per possederlo.
(Nouet)
Un Dio solamente
misericordioso sarebbe per tutti una bella pacchia; un Dio solamente giusto
sarebbe un terrore; e Dio non è né una pacchia né un terrore per noi. È un
Padre, come dice Gesù, che, finché siamo vivi è sempre disposto ad accogliere
il figlio prodigo che torna a casa, ma è anche il padrone che, alla fine della
giornata, dà a tutti il giusto salario meritato.
(Gennaro
Auletta)
Due cose uccidono
l'anima: la presunzione e la disperazione. Con la prima si spera troppo, con la
seconda troppo poco. (Sant'Agostino)
Per salvarsi è
necessario credere, per dannarsi no! L'inferno non è la prova che Dio non ama,
bensì che ci sono uomini che non vogliono amare Dio, né essere amati da Lui.
Nient'altro. (Giovanni Pastorino)
Una cosa mi turba
profondamente ed è che i sacerdoti non parlano più dell'inferno. Lo si passa
pudicamente sotto silenzio. Si sottintende che tutti andranno in cielo senza
alcuno sforzo, senza alcuna convinzione precisa. Non dubitano nemmeno che
l'inferno sta alla base del Cristianesimo, che fu questo pericolo a strappare la
Seconda Persona alla Trinità e che la metà del Vangelo ne è piena. Se io
fossi predicatore e salissi in cattedra, proverei in primo luogo il bisogno di
avvertire il gregge addormentato dello spaventoso pericolo che sta correndo.
(Paul
Claudel)
Noi, fieri di
avere eliminato l'inferno, lo diffondiamo adesso dappertutto.
(Elias
Canetti)
L'uomo può
sempre dire a Dio...: "Non sia fatta la tua volontà!". È questa
libertà che dà origine all'inferno.
(Pavel
Evdokimov)
Da quando l'uomo
non crede più all'inferno, ha trasformato la sua vita in qualcosa che
assomiglia molto all'inferno. Evidentemente non può farne a meno!
(Ennio
Flaiano)
Ogni peccatore
accende da sé la fiamma del proprio fuoco; non che sia immerso in un fuoco
acceso da altri ed esistente prima di lui. La materia che alimenta questo fuoco
sono i nostri peccati. (Origene)
L'inferno è la
sofferenza di non poter più amare. (Fédor Dostoevskij)
È stato detto,
con profondissima intuizione, che il paradiso stesso per i dannati sarebbe un
inferno, nella loro ormai inguaribile distorsione spirituale. Se potessero,
per assurdo, uscire dal loro inferno, lo ritroverebbero nel paradiso, avendo
considerate nemiche la legge e la grazia dell'amore. (Giovanni Casoli)
La Chiesa nel suo
insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di
coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono
immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, "il fuoco
eterno"... (1035). Il peccato mortale è una possibilità radicale della
libertà umana, come lo stesso amore... Se non è riscattato dal pentimento e
dal perdono di Dio, provoca l'esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna
dell'inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive,
irreversibili... (1861).
(Catechismo
della Chiesa Cattolica) ** L'inferno è lastricato di buone intenzioni.
“L’inferno è
lastricato di buone intenzioni”.
(San
Bernardo di Chiaravalle)
NIHIL
OBSTAT QUOMINUS IMPRIMATUR
Catania
18-11-1954 Sac. Innocenzo Licciardello
IMPRIMITUR
Catania
22-11-1954 Sac. N. Ciancio – Vic. Gen.
PER
ORDINAZIONI RIVOLGERSI:
Don
Enzo Boninsegna – Via Polesine, 5 – 37134 Verona.
Tel.
E Fax. 0458201679 *Cell. 3389908824