L'INFANZIA SPIRITUALE
CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ
GIOVANNI BLANLO
IMPRIMATUR
Curia Arch. Mediolani die 28 - 12 - 1944
Can. Bernareggi V. G
INDICE
Introduzione del Traduttore
Dedica
Prefazione: L'Infanzia Spirituale come partecipazione dello spirito e della grazia del Bambino Gesù Verbo Incarnato
PARTE PRIMA
Natura e qualità dello stato d'Infanzia Spirituale
Cap. I - Necessità di diventar fanciulli
Cap. II - Eccellenza e fascino dell'Infanzia Spirituale.
Cap. III - In che cosa consiste lo spirito d'Infanzia e di piccolezza
Cap. IV - Rinuncia totale allo spirito proprio e umiltà (Prima qualità)
Cap. V - Abbandono completo di sé nelle mani di Dio e indifferenza in ogni cosa (Seconda qualità)
Cap. VI - La Semplicità (Terza qualità).
Pensieri di S. Francesco di Sales sulla semplicità.
Cap. VII - La purità (Quarta qualità).
Cap. VIII. La Dolcezza e Mansuetudine (Quinta qualità).
Cap. IX L'Innocenza (Sesta qualità).
PARTE SECONDA
Mezzi per ottenere qualche partecipazione allo stato d'Infanzia Spirituale.
Cap. I - Il culto del Bambino Gesù.
Consacrazione del Card. De Berulle a Gesù Bambino
Cap. II - L'imitazione di Gesù Bambino nelle cose basse e piccole agli occhi del mondo e nell'esercizio degli uffici abbietti e disprezzati
Cap. III. Divozione ai Santi più devoti del mistero di Gesù Bambino.
Invocazioni del Servo di Dio Giov. Olier a S. Giuseppe
Lettera del medesimo sull'Infanzia Spirituale
Pensieri del Card De Berulle sull'Infanzia Spirituale.
PARTE TERZA
Considerazioni pratiche per onorare Gesù Bambino Verbo Incarnato.
Preambolo.
Cap. I. Doveri di onorare il Bambino Gesù e di aver parte alla sua Divina Infanzia.
Cap. II. Figure e realtà dell'Infanzia di Gesù
Cap. III. Relazioni tra i misteri dell'Infanzia e la Passione di N. S. Gesù Cristo
PARTE QUARTA
Misteri e stati propri dell'Infanzia di Gesù.
Cap. I. La Concezione del Santo Infante Gesù (Primo mistero). Offerta di se stesso al SS. Bambino, Gesù
Cap. II . Il Verbo Incarnato dimora per nove mesi nel seno della SS. Vergine (Secondo mistero). Preghiera del P. De Condren e del Ven. Giov. Olier. Parafrasi di S. Giov. Eudes.
Cap. III La Visitazione (Terzo mistero)
Cap. IV. La Natività (Quarto mistero)
Cap. V. L'Adorazione dei Pastori (Quinto mistero)
Cap. VI. La Circoncisione (Sesto mistero).
Cap. VII. L'Adorazione dei Re Magi (Settimo mistero)
Cap. VIII. La Presentazione al Tempio (Ottavo mistero)
Cap. IX . Fuga e dimora in Egitto (Nono mistero)
Cap. X - Il ritorno dall'Egitto a Nazareth (Decimo mistero)
Cap. XI . Lo smarrimento di Gesù nel Tempio (Undicesimo mistero)
Cap. XII . Il lieto ritrovamento di Gesù in mezzo ai dottori.
PARTE QUINTA
Meditazione sul Bambino Gesù per ottenere le qualità e le grazie della sua Divina Infanzia.
Meditazione I. L'Infanzia di Gesù è un mistero di piccolezza
Meditazione II - L'Infanzia di Gesù è un mistero di purezza
Meditazione III. L'Infanzia di Gesù è un mistero d'innocenza
Meditazione IV . L'Infanzia di Gesù è un mistero di semplicità
Meditazione V - L'Infanzia di Gesù è un mistero di dolcezza
Meditazione VI. L'Infanzia di Gesù è un mistero di silenzio
Meditazione VII - L'Infanzia di Gesù è un mistero di amorosa schiavitù.
Meditazione VIII - L'Infanzia di Gesù è un mistero di dipendenza.
Meditazione IX - L'Infanzia di Gesù è un mistero di crescimento
Sentimenti di Fénelon per il giorno di Natale.
Consacrazione di De Renty al Bambino Gesù.
Divozione di S. Margherita Maria Alacoque al Bambino Gesù.
APPENDICE
Indulgenze concesse alle pratiche di devozione a Gesù Bambino
Novena del S. Natale
Novena da premettersi al giorno 25 di ciascun mese.
Preghiera a Gesù Bambino.
INTRODUZIONE
Il sulpiziano Giovanni Blanlo (1617-57), autore di questo trattato dell'Infanzia Spirituale, ebbe dal Signore il dono di un talento superiore e precoce: a ventidue anni era già professore rinomatissimo di filosofia in uno dei più celebri Collegi di Parigi; ma non si lasciava abbagliare dagli splendidi successi delle sue lezioni e conduceva una vita pia e mortificata, sotto la direzione del gran Servo di Dio Giovanni Olier, il quale lo accettò nella Società dei Preti addetti al Seminario e alla Parrocchia di S. Sulpizio, detti Signori (Messieurs) di S. Sulpizio, come anche oggi si chiamano;
Alla scuola di un tal maestro, Giovanni Blanlo si elevò in breve tempo alla pratica eroica di tutte le virtù cristiane. Docile alle istruzioni del suo santo direttore, era divotissimo della S. Infanzia di Gesù e in tal modo si portò all'eroismo nell'umiltà e nella mortificazione. Per umiltà si sforzò di tener nascosti i suoi talenti e non volle essere ordinato sacerdote; morì, infatti, non essendo che suddiacono. Per la sua austerità e per il suo spirito di orazione «non era inferiore ai celebri anacoreti della Tibaide» (1).
Per obbedienza e dietro preghiera di vari suoi discepoli che gli erano carissimi, scrisse questo opuscolo dell'Infanzia Spirituale; non volle tuttavia che fosse stampato, ma che rimanesse nascosto insieme ad altri suoi scritti di gran pregio; i suoi discepoli lo pubblicarono dopo la sua morte, e si può dire che questo libro è il vero codice dell'Infanzia Spirituale.
La morte di Giovanni Blanlo fu ammirabile e preziosa davanti al Signore. Il Servo di Dio Giovanni Olier, vicino a morire, disse a coloro che lo assistevano: «Chi desidera venire con me?» Blanlo, che era presente, rispose subito: «Io, Padre mio, vengo volentieri». Ebbene, gli rispose il Servo di Dio, preparati. E infatti, alla sera ai quello stesso giorno fu colpito da grave polmonite e prima ancora che si facessero i funerali del suo santo maestro, morì in odore di santità (2).
Crediamo bene riportare questo brano della prefazione della prima edizione: «Il lettore non disprezzi questo libro per la sua piccolezza, esso risponde alla piccolezza del Bambino Gesù e all'umiltà dell'Infanzia Spirituale... E' piccolo, ma è prezioso; è breve, ma ci insegna in compendio una scienza sublime... L'Autore, nella sua profonda umiltà, lo tenne nascosto; ma la sua morte, che fu preziosa agli occhi di Dio, è e sarà preziosa anche davanti agli uomini, poiché ha scoperto loro questo piccolo libro, il quale era un tesoro nascosto. Non v'è nulla di più prezioso, di più semplice, di più solido, di più devoto; ma si sa anche che il pio Autore aveva ricevuto da Dio grazie e lumi affatto speciali... Questo piccolo trattato potrebbe chiamarsi la perla evangelica e il segreto della vera devozione... Tenerlo nascosto ci sarebbe sembrato una vera colpa, e speriamo con ragione che le anime divote della S. Infanzia del Verbo Incarnato, lo accoglieranno con gioia, lo leggeranno con amore e vi troveranno abbondanti consolazioni».
Giovanni Blanlo è il teologo che ha meglio spiegato l'Infanzia Spirituale, forse perché ne era più intimamente penetrato in tutta la sua vita; per altro, espone la dottrina del suo maestro e direttore spirituale Giovanni Olier, il quale a sua volta la teneva dal Padre de Condren suo maestro immediato e per il tramite di questi, dal celebre e santo Cardinale de Bérulle (15751629).
«La divozione di Gesù Infante, era già antica ai tempi del Bérulle (3), ma questi la ringiovanì, la trasformò e la fece sua; essa incomincia o ricomincia con lui e negli ambienti più accessibili all'azione di questo grande uomo: l'Oratorio ed i monasteri del Carmelo; durante i primi sessant'anni del secolo XVII si propaga con un prodigioso successo in tutta la Francia; ma quanto più diventa popolare, tanto più sfugge alle direttive della Scuola Francese di spiritualità, riprendendo insensibilmente la sua figura primitiva» (4).
Infatti S. Agostino; S. Leone, S. Gerolamo e S. Paolo, poi, S. Francesco, S. Alfonso de' Liguori erano ferventi ed affettuosi divoti di Gesù Bambino.
Per intendere ciò che dice a Brémond nelle parole citate, è d'uopo ricordare che per quei maestri sommi che furono de Bérulle, de Condren e Olier, la divozione a Gesù Bambino non era affettuosa, né sentimentale, bensì austera, rigida ed aliena da tenerezza, nemmeno quando lo contemplavano unito con l'amabile Vergine Madre (5). Nell'Infanzia di Gesù consideravano sopratutto l'umiliazione e, come dicono loro, l'annientamento - «L'Infanzia, dice Bérulle, è lo stato più opposto alla sapienza...; lo stato più vile e più abbietto dopo quello della morte; il Verbo Divino lo ha scelto perché non ha potuto trovare altro stato più umile né più abbietto. Perciò il Verbo si è annientato due volte: la prima col farsi uomo, poi col farsi bambino». Per il Condren l'Infanzia è uno stato «vergognoso» (honteux) per il Verbo, il bambino essendo un composto di quattro bassezze o umiliazioni. In tal modo la divozione a Gesù Bambino, per loro è divozione che non parla se non di rinuncia e di morte a noi medesimi.
«Lo "spirito d'infanzia" poi, non lo proponevano come imitazione di Gesù Bambino, ma come adempimento del precetto di Cristo: Se non diverrete simili a questo fanciullo, non entrerete nel regno dei Cieli (Matth. 18, 3). Ciò che volevano diffondere non era una divozione speciale, ossia un complesso di pratiche in onore di Gesù Bambino, ma uno spirito, lo "spirito d'infanzia". La prima, idea di questo "Spirito" veniva dal Bérulle, ma fu ripresa, approfondita e precisata dal Condren il quale la trasmise ai suoi discepoli: Amelote, Olier, Renty... E nel primo pensiero del Bérulle il fanciullo di cui dobbiamo riprodurre le disposizioni, non era Gesù medesimo, ma quel fanciullo galileo che il Divin Maestro proponeva come modello agli Apostoli; dimodochè quando pure non conoscessimo il Vangelo dell'Infanzia, dovremmo sempre averne lo spirito, atteso il precetto di Gesù» (6).
Ma a poco a poco, la rigidità dei primi maestri dell'Oratorio si mitigò e lo Spirito d'Infanzia divenne l'imitazione di Gesù Bambino, rivestendosi così di dolcezza e di soavità. Pertanto, questo opuscolo del Blanlo può dirsi un opuscolo di transizione, perché vi si trovano già accenni all'amabilità di Gesù Infante.
Il Sommo Pontefice Benedetto XV nel suo discorso per la promulgazione del decreto sull'eroicità delle virtù di S. Teresa del Bambino Gesù (14 agosto 1922), così spiegava la natura e la necessità dell'Infanzia Spirituale:
«Tutti i fedeli di qualunque nazione, età, sesso e condizione, debbono mettersi animosi in quella via, per la quale S. Teresa del Bambino Gesù raggiunse l'eroismo della virtù. L'armonia che corre fra gli ordini dei sensi e quello degli spiriti ci permette di argomentare dal primo le doti di quell' Infanzia Spirituale che apre l'adito al secondo dei due ordini indicati.
«Osserviamo perciò un fanciullo che muove ancora incerto il passo e non ha ancora del tutto spedito l'uso della favella. Se un coetaneo lo insegue, se un bimbo più forte lo minaccia, o se l'improvviso apparire di una bestiola gli mette paura; dove corre affannoso? Fra le braccia della madre! E stretto al seno di lei, depone ogni timore e lascia uscire liberamente quel respiro di cui i suoi piccoli polmoni non sembravano più capaci; guarda anzi coraggioso chi è stato cagione di tanto spavento, e sembra provocarlo a tenzone quasi dicendo: «Sono ormai affidato a sicuro sostegno; nelle braccia della madre mia mi abbandono, con piena fiducia non pur di essere tutelato contro ogni assalto nemico, ma di essere condotto dove meglio convenga al mio sviluppo fisico».
«Analogamente l’Infanzia Spirituale è formata di confidenza in Dio e di cieco abbandono nelle mani di Lui.
«Non è malagevole rilevare i pregi di questa Infanzia Spirituale, né perciò che esclude, né per ciò che suppone.
«Esclude infatti il superbo pensiero di sé; esclude la presunzione di raggiungere con mezzi umani un fine soprannaturale; esclude la fallacia di bastare a sé nell'ora bel pericolo e della tentazione.
«E, d’altra parte, suppone viva fede nell'esistenza di Dio, suppone pratico omaggio alla potenza e alla misericordia di lui: suppone fiducioso ricorso alla Provvidenza di colui dal quale possiamo ottenere la grazia di evitare ogni male e di conseguire ogni bene. Sono così mirabili i pregi di questa Infanzia Spirituale, tanto se si considera nel lato negativo, quanto se la si mira nel positivo, che non reca meraviglia di averla il divin Maestro additata come condizione necessaria per conseguire la vita eterna».
Dopo citati e commentati i passi del S. Vangelo (Matth. 18, 3 e Marc., 10, 15) dove Gesù ci insegna la necessità dell'Infanzia Spirituale, il Pontefice continua:
«Dobbiamo dunque dire che al divin Maestro premeva che i suoi discepoli sapessero essere l'Infanzia Spirituale condizione necessaria per conseguire la vita eterna... Poteva alcuno credere che la via della confidenza e dell'abbandono in Dio fosse suggerita solo a quei pochi fortunati, ai quali la malizia non ha tolto la grazia del fanciullo, quasi che l'Infanzia Spirituale non potesse aversi più dove non si trova semplicità infantile. Ma le parole del divin Maestro: Nisi conversi fueritis et efficiamini sicut parvuli (Matt., 18, 3) non indicano forse la necessità di un mutamento e di un lavoro? Nisi conversi fueritis: esse indicano un mutamento che debbono fare i discepoli di Gesù Cristo per ritornare fanciulli, e si comprende che un uomo può lavorare per essere e apparire ciò che non è mai stato o che più non è; ma poiché l'uomo non può non essere stato fanciullo, le parole Nisi efficiamini sicut parvuli, importano l'obbligo di lavorare per riprendere le doti del fanciullo.
«Sarebbe ridicolo il pensare alla possibilità di riprendere l'aspetto e la debolezza dell'età infantile; ma non è fuor di ragione scorgere nelle divine parole un ammonimento rivolto anche agli uomini di età matura, per farli tornare alla pratica di quelle virtù che costituiscono l'Infanzia Spirituale».
A sua volta il Sommo Pontefice Pio XI, nel discorso della solenne promulgazione del decreto di approvazione dei miracoli per la beatificazione di Suor Teresa del Bambino Gesù (11 febbraio 1923), ci dava una bella definizione dell'Infanzia Spirituale:
«Che Cosa vuol dirci suor Teresa fatta parola di Dio? perché questa è la caratteristica di Dio; parlare colle opere, e le sue opere parlano, insegnano. Vuol dirci che c'è qualche cosa che piace a Dio almeno altrettanto che le grandi opere... E' la semplicità, l'umiltà sincera del cuore, la divozione intera al proprio stato in qualsiasi gradino dell'umana gerarchia, la preghiera incessante, la generosa disposizione a tutti i sacrifici, l'immolazione continua, l'abbandono e la confidenza in Dio perché disponga di noi; è soprattutto, senza competizioni di concorrenza la carità vera, l'amore di Dio, l'amore sincera di Gesù, quel vero voler bene a Dio e a Gesù, come Egli volle bene a noi; quella carità di cui S. Paolo scolpisce i principali caratteri nella prima lettera ai Corinti: "Carità che ci fa benigni, pazienti, accurati in tutti i nostri doveri, dimentichi di noi, del solo ben fare emulatori; carità che sorretta da fede e da speranza tutto soffre, tutto vince; carità senza della quale a nulla giova la scienza, a nulla i miracoli". Via sublime questa certamente, ma a tutti facile e non solo possibile, perché, come S. Agostino osserva, qualcuno può dire che non può predicare, né insegnare, né fare austere penitenze, ma usare benignità e pazienza, pregare, voler bene a chi queste cose sono impossibili, purché sinceramente volute?
«E queste sono le grandi lezioni che la piccola Teresa del Bambino Gesù, fatta maestra e apostola, a tutti insegna».
S. Giovanni Crisostomo, in una omelia celebre, ci indica, egli pure, alcune pratiche dell'Infanzia:
«L'anima del bambino non è contaminata dalle malattie che infettano quella dell'uomo; non serba il ricordo delle ingiurie, e benché rimproverata dalla madre sua, sempre la ricerca. Presentategli pure una regina ornata di diadema, non la preferirà per nulla a sua madre anche mal vestita, giacché non apprezza i beni della terra se non in quanto gli sono utili e non già per un motivo di grandezza. Non ha altra guida che il suo cuore e non cerca se non ciò che gli è necessario, e lascia il seno materno appena è soddisfatto. Non lo toccano le nostre vane preoccupazioni di fortuna e di onori, e non si commuove per concupiscenza dinnanzi alla bellezza corporale. Ecco perché Gesù afferma che il regno dei Cieli è di coloro che rassomigliano al fanciullo. Sforziamoci dunque di acquistare per virtù quelle qualità che sono naturali nei bambini» (7).
Ci sembra che l'illustre Mons. Gay riassuma molto bene il complesso delle virtù che si contengano nella pratica dell’Infanzia Spirituale: «L'Infanzia Cristiana, dice quel pio Vescovo, è la purezza, la semplicità, la vera umiltà, l'assenza completa di ogni pretesa, di ambizione e di astuzia, la sincerità, il candore e una ignoranza volontaria del mando la quale aiuta in noi la scienza di Dio. E' la pace e l'uguaglianza dell'anima; è il suo primo sviluppo soprannaturale, l'ingenuità dei suoi sentimenti e la grazia, deliziosa insieme ed innocente, delle sue comunicazioni con gli altri. E' la sua docilità pronta, intera e sempre lieta.
«E' la sua bontà, la sua affabilità, la sua inalterabile mansuetudine, quel dolce abbandono per il quale essa vive giorno per giorno sotto lo sguardo della buona Provvidenza, sempre contenta, per altro, di tutto ciò che questa cara Provvidenza ordina, dispone o tollera.
«L'Infanzia Cristiana è inoltre nell'Anima quella libertà tutta santa che nasce dal suo senso filiale verso Dio, dall'esperienza che essa continuamente fa della materna sollecitudine del suo Dio e della sua coscienza di essere sempre in casa di questo gran Padre. L'Infanzia Cristiana in tal modo è una vera redenzione interna, una liberazione del cuore e della mente, una specie di ricupero della giustizia originale. Essa mantiene 1'anima nelle sue proprie sorgenti, perpetuando così la sua giovinezza e conservando la sua integrità e la sua forza» (8).
A prima vista la via dell'Infanzia Spirituale sembra una via facilissima, ed è facile in verità perché non comprende che virtù ordinarie, come spiegava il Sommo Pontefice Pio XI, e perché fondata sulla divozione e sulla contemplazione dell'amabile Infante di Betlemme; per l'influenza di Gesù Infante che ci spinge interiormente e nello sguardo d'amore alla sua amabilità e alla sua bontà, le rinunce diventano relativamente facili. Ma sotto la dolcezza contiene l'amaro; sotto le rose e i profumi ci sono le spine e i sacrifizi; in realtà la vita dell'Infanzia Spirituale richiede eroismo continuo, perché importa la rinuncia totale e perfetta all'amor proprio, come pure tutte le soddisfazioni naturali.
Così la intendeva S. Margherita Maria (Cfr. p. 229 di questo volume); così la intendeva pure S. Teresa del Bambino Gesù, la quale alla divozione del Bambino Gesù univa la divozione al Santo Volto. Meditando le profezie di Isaia (cap. 53 e 60), in cui viene presentato il Messia come uomo di dolore e Redentore, la Santa di Lisieux venne investita di questa verità che «la grandezza soprannaturale deve ricercarsi nell'abiezione, e che a patimento fisico e morale volontariamente accettato è redentore», e ne aveva fatto il fondamento di tutta la sua vita spirituale. Le parole di Isaia «formarono, dice ella medesima, il fondo della mia divozione al Volto Santo, o, per dir meglio, il fondo di tutta la mia pietà».
«Questa divozione al Santo Volto è di importanza assolutamente capitale, perché con essa la pietà di S. Teresa del Bambino Gesù, mette, attraverso i Vangeli, le sue più forti e lontane radici fin nelle più vive profezie dell' Antico Testamento, ed è una delle prove più incontestabili che questa spiritualità, questa via d'Infanzia si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, è eminentemente cattolica. Disgraziatamente è da temersi che molte anime superficiali della spiritualità di Suor Teresa non siano per ritenere che la sua divozione dell'Infanzia di Gesù, dimenticando o trascurando il culto che ella conservava pure alla divozione al Volto martoriato del Messia» (9).
Il celebre e santo Padre de Condren praticava mirabilmente tutte le virtù dell'Infanzia Spirituale. «Perché Gesù Cristo si era fatto infante e aveva espresso la volontà che i suoi membri diventassero come infanti, egli continuò per molti anni a domandare a Dio l'Infanzia Spirituale. Si raccomandò a questo effetto a tutte le anime sante che conosceva e si mise con una cura speciale a studiare l'indole dei bambini. Infine acquistò questa grazia con tale perfezione che una delle cose più meravigliose nella sua vita era di vederlo da una parte estremamente illuminato ed elevato nello spirito, e dall'altra perfettamente bambino. Era di una semplicità oltremodo ingenua, e di una prontezza ammirabile nel fare tutto quanto si desiderava da lui; trattava il mondo come se lo ignorasse ed era sempre gaio e piacevole; coi bambini giocava con tutta semplicità ed era con loro così umile, che talora domandava il loro parere in certe cose e si assoggettava al loro sentimento» (10).
Ai nostri giorni il Signore ha dato al mondo in S. Teresa del Bambino Gesù un esempio straordinario della pratica dell'Infanzia Spirituale sino alla più eroica. santità.
Sarà bene tenerci presenti le parole del S. Vangelo con cui Nostro Signore insiste sulla necessità dell'Infanzia Spirituale:
1° «Nel tempo stesso si presentarono a Gesù i discepoli e gli dissero: Chi è mai il più grande nel regno dei cieli? E Gesù chiamato a sé un fanciullo (11), lo pose in mezzo ad essi e disse: In verità io vi dico, che se non vi convertirete e se non diverrete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. Chiunque pertanto si farà piccolo come un fanciullo, quegli sarà il più grande nel regno dei cieli» (Matth., 18, 1-4).
2° «Lasciate che i piccoli vengano a me... ché di questi è il regno di Dio. In verità, vi dico, che chiunque non riceverà il regno di Dio come un fanciullo, non entrerà in esso» (Marc., 10, 14-15).
3° «E vennero a disputare fra di loro, sopra di chi fosse il maggiore, ma Gesù vedendo i pensieri del loro cuore, prese per mano un fanciullo e se lo pose accanto. E disse loro: Chiunque accoglierà un tal fanciullo in nome mio, accoglie me; e chiunque accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo fra tutti voi, quegli è il maggiore». (Luc., 9, 46-48).
DEDICA
al Bambino Gesù Verbo Incarnato
O Divino Bambino desiderato dalle genti, Gesù Salvatore del mondo, ecco ai piedi della vostra culla un leggero abbozzo della vostra Santa Infanzia, che da Voi aspetta il suo compimento e la sua perfezione. Da voi, o Luce dei gentili, questo libro aspetta lo splendore per comparire alla luce. O SS. Ospite di Betlemme, che amate ciò che è piccolo e ve ne servite per operare cose grandi, accogliete quest'opuscolo che viene da voi e si presenta a voi. Esso aspetta la vostra grazia per essere bene accolto da coloro che lo leggeranno; da voi aspetta la luce per illuminarli, la devozione per animarli, la soavità per dirigerli e la grazia per umiliarli ai vostri piedi, ad esempio di quei re, che per i primi vi adorarono: Procidentes adoraverunt.
E' questo un piccolo granello di manna che da voi aspetta per sé e per quelli che vorranno nutrirsene un sapore, un gusto tutto celeste. E' una tenue scintilla che aspetta il vostro soffio, o S. Bambino Gesù, per giungere ad infiammare ed accendere i cuori dell'amore della vostra purissima ed amabilissima Infanzia, all'onore della quale questo opuscolo viene offerto, dedicato e per sempre consacrato. Così sia.
PREFAZIONE
L'Infanzia Spirituale come partecipazione dello spirito e della grazia del Bambino Gesù Verbo Incarnato
La natura ha le sue età e le sue crescenze. Dapprima forma un'infante, poi un giovane, infine un uomo perfetto; così pure nell'ordine della grazia vi sono principii, progresso e perfezione.
Mi sembra tuttavia che tra la natura e la grazia vi sia una notevole differenza.
Nel corso delle età naturali, la seconda estingue la prima e la terza esaurisce la seconda; dimodochè un giovane non è fanciullo e un uomo fatto non è più un giovine; sarebbe anzi fare ingiuria ad un uomo fatto dirgli che è ancora nell'infanzia. «Quando ero bambino, dice S. Paolo, parlavo da bambino... pensavo da bambino. Divenuto poi uomo, ho smesso quelle cose che erano da bambino» (1 Cor 13, 11).
Al contrario nella vita soprannaturale e divina della grazia, l'Infanzia cresce e si perfeziona con l'età, e quanto più l'uomo è perfetto nella grazia e nella santità cristiana, tanto più diventa bambino, non già rispetto al corpo, ma rispetto allo spirito, «non sensibus sed malitia» dice S. Paolo; «Non siate fanciulli nell’intelligenza, ma pargoletti nella malizia» (l Cor., 14, 20).
L'uomo spirituale cresce mirabilmente bene mentre diminuisce: «crescens mirabiliter in consummatione» (Eccli. 43. 8), «Cresce mirabilmente anche nella pienezza della perfezione». «Quando avrà finito, dice il Savio, allora sarà da capo». «Cum consummaverit homo, tunc incipiet» (Eccli. 18, 6). E non è mai così piccolo, come quando. è più grande.
Lo stato e la grazia dell'Infanzia Spirituale del divino Gesù sono dunque per tutte le età e per tutte le condizioni; importa molto perciò di conoscerne la soavità, la natura, la proprietà e il mezzo di ottenerla e di perfezionarsi in quella; e ciò non si può sapere né intendere bene fuorché per la luce e il benigno aiuto dello stesso Gesù Bambino, il quale è la luce, la vita e la guida degli infanti spirituali.
Dobbiamo pertanto prostrarci ai piedi del Bambino Gesù, adorandolo nella sua culla come in una cattedra dalla quale insegna questa breve ma sublime lezione: «Imparate da me che son dolce ed umile di cuore» (Matth., 11, 29), e ci minaccia che, se non l’avremo imparata bene non avremo parte nel suo regno. Vediamo nel Vangelo che Nostro Signore avendo chiamato un piccolo fanciullo lo pose in mezzo ai suoi discepoli e' disse loro: «In verità vi dico che se non vi convertirete e non diverrete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli» (Matth. 18, 3) e soggiunge che coloro i quali meglio avranno imparato questa lezione d'Infanzia e di piccolezza cristiana, saranno i più grandi in quel regno: «Chiunque si umilierà come questo piccolo fanciullo sarà il più grande nel regno dei Cieli» (Matth. 18, 4).
Da ciò consegue che l'altezza dei Santi in Cielo sarà proporzionata ai gradi di umiltà, di piccolezza e d'Infanzia Cristiana che essi avranno posseduto sulla terra.
Gesù non dice: Colui che avrà più studiato, più digiunato, più lavorato o che avrà fatto più elemosine, ma: Colui che si sarà fatto piccolo come questo fanciullo, sarà il più grande, affinché la grandezza sia proporzionata alla bassezza: «l'abisso dell'abbassamento nell'umiltà attira un abisso di elevazione» (Ps., 61, 9). Nulla si innalza se non è prima stato abbassato (Ephes. 4, 9).
Nel Vangelo poi leggiamo queste formali parole di Nostro Signore: «Colui che è il più piccolo fra tutti voi; quello è il più grande» (Luc., 9. 48) come se dicesse: Colui che è il più piccolo davanti ai suoi propri occhi e davanti agli uomini, è il più grande davanti a Dio.
Oh beata piccolezza che forma la grandezza degli uomini! Davanti a Dio niente è grande se non è piccolo in se stesso, perché Dio solo è grande, Dio solo è la grandezza medesima che non saprebbe veder nulla di grande fuori di sé. Perciò Egli comunica la sua grandezza a quelli tra i suoi sudditi che son piccoli, onde si sappia che la grandezza che si vede in loro e sopra di loro non è propria di loro stessi, ma di Colui il quale solo è grande.
Voi solo, o mio Signor Gesù, Voi! solo siete grande: Tu solus Altissimus, Iesu Christe!
Pertanto, per intendere bene l'altezza delle ricchezze di Dio, bisogna conoscere la profondità della miseria della creatura; e per sapere che Dio solo è grande, bisogna sapere che noi siamo niente e non abbiamo niente; perciò per ben conoscere Dio, bisogna essere fanciulli, perché il piccolo fanciullo non ha nulla e non sa nulla, ma ha un padre che per lui è tutto, Deus meus et omnia: il mio Dio per me è tutto.
PARTE PRIMA
Natura e stato dell'Infanzia Spirituale
CAPITOLO PRIMO
Necessità di diventar fanciulli
Una tale necessità ci è insegnata dal Vangelo, il quale ci assicura che, se non ci facciamo piccoli come fanciulli, non entreremo nel regno dei Cieli (Matth., 18, 3), Anzi Nostro Signore conferma questa verità col giuramento: «In verità, io vi dico che chiunque non riceverà il regno di Dio come un fanciullo, non vi entrerà giammai» (Luc 18, 17).
Però l'Infanzia di cui parliamo non è altro che il seguito del Battesimo; infatti, siccome alla nascita naturale segue l'infanzia naturale, così al Battesimo, che è la nascita soprannaturale, segue l'Infanzia Spirituale per la quale l'uomo battezzato, animato da un nuovo Spirito, incomincia a condurre una vita nuova, la quale ha qualche proporzione e somiglianza con l'infanzia naturale. Perciò S. Pietro, ai primi cristiani, dopo il loro Battesimo, rivolgeva queste parole che la Chiesa adopera nella prima domenica dopo Pasqua, nella quale i battezzati deponevano la veste bianca che avevano portato per otto giorni, domenica che perciò si chiama in Albis: Deponete ogni malizia e ogni frode, le finzioni e le insidie. Come bambini di fresco nati, bramate il latte spirituale, sincero, affinché per esso cresciate a salute (Petr. 2, 1-2).
Per salvarsi è dunque necessario, e di necessità di salute, divenire fanciulli: il Figlio di Dio, il quale è la Verità, ce lo ha detto con giuramento: Amen dico vobis. Lo crederà chi vorrà, lo intenderà chi potrà, ma è parola di Gesù Cristo.
E' cosa talmente vera che il Figlio di Dio, benché sia la sapienza e la grandezza medesima, si fece egli medesimo piccolo bambino volle nascere nel seno di una vergine, ricevendone il latte e lasciandosi condurre da lei; volle insomma assoggettarsi a tutte le necessità dell'infanzia, per insegnarci che dobbiamo essere fanciulli, come volle essere egli medesimo per meritarci la grazia di questo stato col mistero della sua Infanzia. Per noi, dice il Profeta Isaia, si è fatto fanciullo (Is. 9, 6); bisogna dunque che un gran mistero sia nascosto sotto lo stato d'Infanzia, poiché la Scrittura così di frequente attribuisce al Figlio di Dio questa qualità di infante: Puer.
Questa scienza dell'Infanzia Spirituale in Gesù, è nascosta ai sapienti del mondo, perché è la scienza dei piccoli e dà ad essi il dono dell'intelligenza (Ps. 118, 130). Gesù Cristo, infatti, esultante di gioia nello Spirito Santo e adorando i giudizi di Dio suo Padre, protesta che i prudenti del secolo non intendono nulla di questa scienza, perché è per loro un mistero nascosto, il quale venne rivelato ai piccoli (Luc. 10, 21); non già che sia una scienza piccola, ma sembra piccola e disprezzabile ai belli spiriti che si stimano grandi, epperò viene chiamata la scienza dei piccoli: oppure si dice scienza dei piccoli perché rende gli uomini piccoli in sé e ai loro propri occhi, e fa che conoscano il proprio niente e la grandezza di Dio, il quale solo è grande.
Oh follia e accecamento degli uomini! Per non voler riconoscere le proprie piccolezze, non diventano mai veramente grandi; ostentano di essere savi, e sono pazzi; né mai diventano uomini, perché non vogliono essere fanciulli!
E' questa la scienza dei Santi, la sapienza dei perfetti, la quale non fu conosciuta da nessuno tra i prìncipi del secolo (I Cor., 2, 8) e sembra pazzia e sciocchezza agli occhi carnali dell'umana prudenza.
E' quel tesoro evangelico nascosto nel cuore del fedele; e questo tesoro, una volta che sia stato trovato, genera il disprezzo per quanto v'è nel mondo, e principalmente induce chi lo ha travato a disprezzare talmente se stesso che varrebbe essere schernito da tutti, mentre prima voleva essere onorato da tutti.
Davide era un uomo fatto, anzi un re; ma era un fanciullo in Gesù Cristo, e lo dimostrò quando, schernito da sua moglie Michol perché aveva danzato davanti all'arca, le fece questa bella risposta: Al cospetto del Signore... io danzerò, e mi avvilirò ancor più di quello che ho fatto, e sarò umile, ai miei propri occhi (Reg. 6, 12).
Ecco come si divertirono gli infanti spirituali: il loro gioco consiste nel saper bene umiliarsi e nell'essere stimati pazzi davanti al mondo, quando si tratta della gloria di Dio; perciò disse S. Gregorio che ammirava Davide umiliato davanti all'arca, più di Davide trionfante col suo esercito. Davide, infatti, quando vinceva i nemici del popolo di Dio, non rovesciava che le mura di qualche fortezza e trionfava di gente straniera; mentre, quando si umiliava danzando davanti all'arca, vinceva se stesso. Non è quindi da stupirsi che fosse così intelligente nella legge di Dio, come disse lui stesso: Ebbi più intelligenza che gli anziani (Ps. 118, 100). Era fanciullo per l'umiltà e la sottomissione del suo spirito, perciò divenne più sapiente che gli stessi anziani.
Perché Davide era piccolo ai suoi propri occhi, Dio gli rivelò i suoi segreti, ma l'Infanzia Spirituale venne già manifestata nella di lui elezione. Quando Samuele cercava tra i figlioli di Iesse quello che Dio aveva scelto per essere re del suo popolo; per ciascuno dei primi sette gli venne detto: Non è questo l'eletto di Dio (Reg., 16, 9); domandò se non vi era più nessun figliolo e il padre rispose: Resta ancora un fanciullo che pasce le pecore (Ibid. 11). Ed era appunto il piccalo Davide al quale Dio destinava la grandezza dello scettro d'Israele, perché era piccolo.
In tal modo la grazia della piccolezza e dell'Infanzia Cristiana è il fondamento della regalità divina. Così Gesù Cristo nella sua Infanzia venne adorato come Re dai re medesimi, i quali lo cercarono appunto come re. Dov'è, dissero i Magi, colui che è nato re dei Giudei? (Matth., 2, 2.) come se dicessero: Dov'è quel bambino che è re?
Pertanto quel detto di Salomone: Guai a quella terra che ha per re un bambino (Eccli., 10, 16) non deve intendersi che dell'infanzia naturale, e non dell'Infanzia soprannaturale e divina. Beata invece quella terra di cui il re è Gesù Bambino ed è governata da quelli che hanno lo spirito dell'Infanzia regale del divino Gesù!
Anche la ragione fondata sulla fede ci insegna che l'uomo e l'angelo si perdettero perché vollero essere troppo grandi: l'angelo perché volle essere troppo potente e l'uomo perché volle essere troppo sapiente. Adamo ed Eva vollero troppo ragionare sul comandamento che Dio aveva loro fatto; così bisognava che in riparazione del loro orgoglio rinunciassero alla propria ragione ed alla prudenza umana per lasciarsi condurre in avvenire, come ciechi e, come fanciulli, nella semplicità della fede, la quale non ragiona punto, ma ascolta: Fides ex auditu (Rom., 10, 17). La fede, infatti, nella sua semplicità, non sa ciò che sia ragionare e non chiede né perché né come: perché o come viene comandato questo o quello? Ma con tutta semplicità crede ed obbedisce a ciò che gli vien detto o comandato dal padre suo, secondo gli riferisce sua madre, senza sapere né la causa, né il motivo per il quale deve fare in un modo piuttosto che in un'altro.
CAPITOLO SECONDO
Eccellenza e fascino dell'Infanzia Spirituale
La scienza dell'Infanzia Spirituale è così sublime che non poteva essere insegnata agli uomini fuorché da un dottore e maestro che fosse Uomo-Dio. Un tal Maestro è Gesù Cristo, senza del quale gli uomini né avrebbero potuto, né avrebbero voluto sapere che cosa sia l'Infanzia e l'umiltà cristiana, tanto sono ripieni dello spirito di grandezza e di superbia che è come lo spirito ereditario del genere umano.
In quella guisa che certe famiglie sono infette da malattie che passano dai padri ai figlioli, così si può dire che la superbia, l'amore della propria eccellenza, l'amore di sé, lo spirito di orgoglio e il desiderio della propria grandezza sono mali ereditari per tutta la stirpe di Adamo, come un veleno che dal capo fluisce in tutte le membra. Orbene, per questo contagio non v'è medicina fuorché l'Infanzia Cristiana.
Gesù Cristo, Dio e Uomo, è anche il Maestro degli uomini; come Signore e Padrone dà loro un solo comandamento: l'amore; come Maestro, porge loro, una sola lezione: l'umiltà. Quando comanda, vuole l'amore: «La mia legge è questa che vi amiate l'un l'altro» (Ioan., 15, 42). Quando insegna, inculca l'umiltà: «Imparate da me ad essere dolci ed umili di cuore» (Matth., 11, 28). E' impossibile obbedire al suo comandamento senza voler imparare la sua lezione; è pure impossibile imparare bene la sua lezione senza voler osservare il suo comandamento.
La carità e l'umiltà sono come due sorelle germane, tutt'e due sorte dal sangue regale di Gesù, nate dalla sua morte e nella sua morte. La loro culla è stata la Croce; La sorgente della loro vita è il sangue di Gesù Cristo che questo benigno Salvatore ha sparso sopra tutti gli uomini. Amori ed umiliazioni che non vengono da questa fonte, ma d'altra sorgente, sono falsi e inutili.
Gesù in croce stava in mezzo a due ladroni, dei quali uno era buono e l'altro cattivo. Questi ci raffigurano le due sorti di amore: uno è l'amor superbo, che come un cattivo ladrone attira tutto a sé e vuole usurpare l'onore dovuto solo a Dio; l'altro è l'amore umile rivolto a Gesù che rinvia a Dio ogni onore, non ritenendo per sé che le pene e le ignominie, quindi fa dire col buon ladrone: Noi meritiamo ciò che soffriamo, ma costui non ha mai fatto nessun male (Luc., 23, 41).
Quanto abbiamo detto della carità, va inteso della carità cristiana; perché la carità, considerata assolutamente, è più anziana dell'umiltà, poiché è eterna come Dio, il quale è la carità medesima: Ti ho amato da tutta l'eternità, dice Dio per bocca del Profeta Geremia (31, 3); mentre l'umiltà ha avuto principio soltanto con la creatura; la carità è sempre stata in Dio; è sempre stata Dio medesimo; è sempre stata, è e durerà in eterno.
Al contrario, sebbene Dio abbia sempre amato l'umiltà (12); non ha incominciato ad essere umile se non quando si è fatto uomo; allora, infatti, colui che è grande per essenza è divenuto piccolo per partecipazione; colui che per la propria natura è al disopra di tutto, ha preso la nostra natura per mettersi al disotto di tutto: Dio grande, ama le cose piccole: E' grande, eppure guarda con attenzione e amore le cose basse e piccole (Ps., 112, 6).
Dio ama talmente le cose piccole che ne ha preso una presso di sé (l'Umanità di Gesù Cristo); l' ha posta come nel proprio seno, sorreggendola con la sua propria persona, affine di avere presso la sua grandezza una piccola creatura, la quale comparendo tanto più piccola quanto più e vicina ad una grandezza infinita, possa rendere, con la sua piccolezza, a nome di tutte le creature, un perpetuo omaggio all'eccellenza incomparabile del Creatore al quale è congiunta personalmente. Questa creatura è l'Umanità di Gesù Cristo: la chiamo piccola considerandola in se stessa e secondo la sua condizione di creatura, sebbene sia oltremodo grande per l'unione personale con la natura divina, sublimità la più elevata alla quale possa giungere una creatura.
Orbene, questa creatura (l'Umanità di Gesù Cristo) a Dio associata personalmente, egli l'ama in tal modo che ne porta il nome e la qualità; e però Dio non sdegna di chiamarsi uomo, né il Verbo eterno di chiamarsi bambino. Dio le comunica le sue grandezze e prende in prestito le sue bassezze, la ricolma con estrema generosità delle sue ricchezze e ne prende la povertà e la miseria. Meravigliosa comunicazione, di cui la Chiesa con grande stupore canta: O admirabile commercium! Oh commercio ammirabile!
Bisogna dunque riconoscere che Dio ama molto la piccolezza, l'Infanzia e l'umiltà, poiché non contento di vedere, fuori di sé e dinnanzi a sé delle creature umiliate, si è degnato di associare a sé una natura creata, affine di poter essere umile nella sua propria persona.
Un principe amava talmente un fiore che non si contentava di vederlo ogni giorno davanti a sé nel proprio giardino, ma volle ancora portarlo sopra di sé come attaccato alla propria persona e tenerselo al collo, per avere il piacere di respirarne l'odore a suo bell'agio. Ecco una bella immagine dell'amore che Dio porta all'umiltà.
L'umiltà dell'Infanzia Cristiana è quel fiore dei campi che non si trova nelle città; quel giglio delle valli che non cresce sulle montagne (Cant., 2, 1). E' questa viola sempre inclinata verso terra, che non si solleva mai verso il Cielo; così l'anima veramente umile non alza punto la testa, non ha sentimenti elevati e sublimi (Ps. 130, 1); tutti la calpestano senza che si lagni; non si fa conoscere fuorché per il suo odore, così dolce e piacevole per tutti, che persino i superbi e i grandi del mondo si rivestono delle sue apparenze, come di un profumo per attirarsi l'amore degli uomini, quantunque nel loro intimo non siano che putredine e superbia.
Riconosciamo dunque che l'Infanzia Cristiana in cui l'uomo pratica la vera umiltà, è qualcosa di oltremodo prezioso ed ammirabile. Dio tanto l' ha amata che ha voluto egli medesimo farsi infante, per insegnare agli uomini orgogliosi a diventare piccoli come fanciulli e a dire come il grande S. Giovanni: Egli deve crescere e deve essere esaltato, ed io essere abbassato (Ioan., 3, 30). Anzi ha voluto compendiare tutta la scienza della sua scuola in due o tre paroline: Imparate da me ad essere dolci e umili di cuore, come se dicesse: questo devi imparare da me, o anima cristiana, perché nessun altro ha mai insegnato questa lezione; io sono sceso dal Cielo apposta, per insegnarla agli uomini con la parola e con l'esempio.
«E' questa, esclamava appunto il divoto S. Bernardo, una lezione utilissima ed oltremodo sublime: conoscere e disprezzare se stesso. Chi non ha nessuna stima di sé e sempre pensa bene e parla bene degli altri, costui possiede grande sapienza e perfezione» (13); e S. Agostino dice pure queste belle parole piene di ammirazione e d'amore: «Oh dottrina salutare! O Maestro e Signore dei mortali, ci dite d'imparare da voi, non già a costruire un mondo, ma a diventar dolci e umili di cuore. In questo avete compendiato tutti i tesori di sapienza e di scienza che in voi sono nascosti!... E' dunque cosa così grande essere piccolo, che se voi così grande non vi foste fatto piccolo per insegnarcelo, giammai avremmo potuto saperlo? Certo che è così» (14).
O lezione sconosciuta a tutte le scuole dei filosofi! Il dotto Platone e l’eloquente Demostene l' hanno ignorata: è dottrina che non s'impara sotto i portici di Zenone, ma sotto i portici di Betlemme; dottrina dai sapienti mondani ritenuta una sciocchezza, e che tuttavia forma la sapienza dei Santi. Felici quei discepoli che l'intendono bene, ne fanno il loro studio principale e la ripetono continuamente, non soltanto a memoria, ma ancora con tutto il cuore e con generoso affetto! Mitis et humilis corde: dolcezza ed umiltà di cuore; è questa la lezione di cui l'unico Maestro è Gesù e gli uditori sono unicamente fanciulli e piccoli poveri (spirituali).
Aristotile nel principio della Morale si domanda se i giovani siano capaci di essere uditori della sua scienza, non avendo ancora essi l'esperienza delle cose umane. Ma eccovi una scienza per la quale invece si richiedono discepoli che non abbiano giudizio per condursi da sé, ma soltanto un po' di buona volontà e un cuore docile per sottomettersi senza resistenza né contraddizione a ciò che verrà loro proposto, assoggettandosi con assoluta deferenza all'autorità del Maestro che insegna, il quale è la Verità medesima, senz'altro motivo che la parola del Maestro o di coloro che ne fanno le veci: qui bisogna credere e fare.
Il profeta Isaia aveva predetto una tale docilità infantile, con queste parole: Il Signore mi desta al mattino, mi desta al mattino le orecchie, affinché l'ascolti come Maestro. Il Signore Iddio mi ha aperto le orecchie e io non contraddico né mi tiro indietro (Is 50, 4). Queste parole profetiche esprimono anzitutto i sentimenti di Gesù Cristo il gran Maestro dell'umiltà cristiana, ma in seguito anche i sentimenti di tutti i suoi discepoli che avrebbero avuto lo spirito del loro Maestro. In una parola è questa lezione, che S. Agostino, parlando della scienza che in essa si impara, conclude: «Qui dunque trovasi tutta la più sublime e perfetta scienza, la quale consiste nel sapere che l'uomo per sé è nulla e che tutto il suo essere viene da Dio e non sussiste che per glorificare Dio». (15). Soggiunge il Santo Dottore «che tutta la scienza dell'uomo, Tota et magna scientia hominis, consiste nel conoscere il proprio nulla e la sua assoluta dipendenza da Dio. Chi non ha questa cognizione, benché sappia tante cose, non sa niente, poiché non conosce il proprio niente in confronto di Dio che è tutto». Perciò S. Paolo dice: «Se alcuno ci tiene ad essere qualche cosa, mentre è nulla, costui seduce se stesso (Gal. 5, 3), perché pensa di essere qualche cosa, mentre è niente.
Orbene, affine di essere ben fondati in questa grande scienza del proprio niente, fa d'uopo essere ridotti allo stato d'Infanzia Cristiana, altrimenti si potrà averne qualche cognizione speculativa, ma non si giungerà mai a quella scienza pratica, la quale tuttora è vera scienza dei Santi, scienza che Dio dà agli umili perché diventino figli suoi (Sap. 10, 10); scienza che è nel cuore piuttosto che nell'intelletto e che si impara nel voler ignorare ciò che già si sa, piuttosto che nel volere o desiderare di imparare cose nuove; scienza che si impara con la preghiera piuttosto che con la lettura, coi sospiri piuttosto che con la discussione, coi gemiti piuttosto che cogli argomenti, non già con parole a fior di labbra, ma con l'amore nel più profondo del cuore.
Gli spiriti sapienti e superbi non sono adatti per questa scienza, ma bensì quelli che sanno umiliarsi con gli umili; non già coloro che si innalzano nei loro pensieri, ma coloro i quali hanno umilissimi sentimenti di se medesimi (16).
CAPITOLO TERZO
In che cosa consiste lo spirito d'Infanzia e di piccolezza
E' questo uno stato, ossia una disposizione nella quale l'anima, illuminata dalla luce della grazia, conosce chiaramente e umilmente riconosce di non avere né spirito, né giudizio per condursi nella via della salvezza; perciò con tutta semplicità si abbandona a Nostro Signore Gesù Cristo per vivere nella fede e lasciarsi condurre dallo Spirito di lui onde conoscere la sua volontà; e ciò senza mormorare, né senza troppo ragionare o riflettere sopra se medesima, né sopra quelli che la dirigono, né suoi mezzi di cui si servono.
L'anima animata da questo spirito non ha altra intenzione fuorché quella di piacere a Dio solo nel fare la sua volontà; e questa le viene notificata, o interiormente per ispirazione, o esternamente per la decisione dei suoi direttori ai quali ella obbedisce come un fanciullo al padre suo, in nome di Dio di cui tengono il luogo (17).
Da questa descrizione generale potremo formarci, con l'aiuto di Dio, qualche nozione delle qualità e condizioni proprie di questo stato per intenderlo meglio. Tratteremo perciò 1° della rinuncia all'amor proprio; 2° dell'abbandono totale di sé nelle mani di Dio e dell'indifferenza ad ogni cosa; 3° della semplicità; 4° della purità; 5° della dolcezza e della mansuetudine; 6° infine dell'innocenza, la quale è una proprietà dell'infanzia spirituale.
Capitolo Quarto
Rinuncia totale allo spirito proprio e umiltà
Prima qualità dello stato d'Infanzia Spirituale
I. L'abnegazione di se stesso è la prima massima della vita spirituale cristiana e deve essere il primo impegno di chi vuole essere discepolo di Gesù Cristo. «Se qualcuno vuol venire al mio seguito, rinunci a se stesso» (Matth., 16, 24). Orbene, tra le cose nostre, una delle principali è il nostro spirito: è questo come il governatore e la guida di tutte le altre; perciò colui che ha rinunciato bene al proprio spirito, ossia all'amor proprio anche nei propri giudizi, facilmente si libererà dagli altri impedimenti (18).
Quando Giuditta tagliò la testa a Oloferne, generale dell'esercito degli Assiri, tutto l'esercito nemico se ne andò in rotta. Così, quando uno, per la virtù e la grazia di Dio abbia rinunciato bene al proprio spirito, per lasciare il posto a quello di Nostro Signore il quale è il re e il padrone degli spiriti, svaniscono tutti gli altri ostacoli.
Ecco il motivo per il quale chi pretende di entrare nel beato stato dell'Infanzia Cristiana, deve innanzi tutto e principalmente studiarsi di praticare l'abnegazione ossia la rinuncia perfetta all'amor proprio, sforzandosi più che potrà, con la forza della grazia di Nostro Signore, di contraddire il proprio giudizio, di andare contro il proprio sentimento e la propria inclinazione, col fare semplicemente ciò che gli viene comandato o consigliato da parte di Dio, ad onta delle ripugnanze e delle resistenze della natura, la quale cerca di sottrarsi ad una tale direzione, oscura per la ragione ed afflittiva per i sensi.
Opposizione della natura
La natura vuole essere condotta per una via luminosa e facile, mentre la fede intende condurci per sentieri oscuri e difficili (Ps. 50, 8); la natura dice sempre come i Farisei a Nostro Signore. Gesù Cristo: «Maestro, vogliamo vedere qualche segno ossia qualche prodigio» (Matt., 12, 38). Noi vorremmo sapere perché ci viene comandata tal cosa, mentre ci sembra che sarebbe meglio fare diversamente. Ma alla natura si deve rispondere come Nostro Signore ai Farisei: Questa generazione cattiva ed adultera va cercando un prodigio (Matt., 12, 39), questa razza maledetta di Adamo e questa natura corrotta cerca sempre di vedere e di sentire, ma per suo castigo nessun prodigio le sarà concesso fuorché il segno di Giona, il quale è un segno di morte e di sepoltura; perché essa dovrà credere ciò che non vede morendo a se stessa e al proprio sentimento, seppellirsi tutta viva nella tomba della fede oscura per morirvi con Gesù Cristo e vivere con lui di una vita nuova, che sarà al di sopra dei sensi e della ragione (19).
Così appunto fa il fanciullo: infatti egli non ha per condursi lo spirito e la ragione umana; ma con docilità si lascia condurre da un padre sapiente, il quale meglio di ogni altro sa ciò che gli conviene. In questo anzi si trova l'uso giusto della ragione; infatti, non è forse ragionevole obbedire ad uno che ne sa più di noi, senza altra ragione se non quella che egli è più sapiente di noi? Ora l'autorità divina non è forse superiore al nostro giudizio e alla ragione umana? E' dunque perfettamente ragionevole che, senza ragionare, noi seguiamo la luce della fede, anche contro tutte le belle apparenze della umana ragione, poiché, come dice bene S. Agostino, non siamo chiamati ragionevoli, ma fedeli (20).
Secondo la filosofia, la ragione signoreggia l'animalità, così nel cristiano la fede deve signoreggiare la ragione, affinché, come Aristotile disse che l'uomo vive per l'arte e per la ragione, vivit arte et ratione, così possiamo dire che il cristiano non ha altra vita che quella della fede; Iustus ex fide vivit (Rom. 1, 17).
Se voi chiedete ad un sapiente del mondo perché agisce in un modo piuttosto che in un altro, vi dirà che la ragione, le convenienze civili e le regole della prudenza richiedono così, e che comportarsi in altro modo non sarebbe agire da uomo onesto, mentre tutti quelli che nel mondo sono stimati per savi si comportano in quel modo.
Ma se voi domandate ad un cristiano fedele perché agisce così e così, vi dirà che la fede, nella quale fu battezzato, gli insegna che bisogna fare in questo modo, che il suo Maestro Gesù Cristo così ha ordinato o consigliato di fare, e che tutti i Santi ed i discepoli di Gesù si sono comportati così. Ecco il linguaggio di coloro che sono nello stato di Infanzia Cristiana.
Se dunque vogliamo ricevere in noi quel sapiente Direttore che è lo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo, Spirito di cui la direzione è onnipotente e la luce è la Verità medesima, perché non è, altro che Dio; Spirito che ha il potere non soltanto di dirigere e di riformare, ma anche di rinnovare e persino di creare, creator Spiritus. Per ricevere questo Spirito bisogna rinunciare allo spirito della creatura che è lo spirito nostro e lasciarci condurre da lui come fanciulli dal loro padre, poiché il divino Spirito non entra in noi fuorché nella misura in cui ne usciamo noi stessi (21).
E' questa la ragione per la quale poche persone sono perfettamente stabilite nell'Infanzia Cristiana; poche, infatti, vogliono perdere completamente l'uso del proprio spirito e del proprio giudizio, perciò poche possono dire con S. Paolo: Io vivo, ma non più io medesimo, di me medesimo, da me medesimo (Gal. 2, 20). Eppure rinunciare a sé stesso, ossia perdere se stesso a questo modo, è l'unico mezzo per mettere al sicuro la propria salvezza secondo la parola di Gesù Cristo (22).
Perdere l'uso del proprio spirito, vuol dire non essere più padrone e proprietario di sé (23), infatti, l'Apostolo dice: Voi non appartenete più a voi stessi (24), ma a Colui che è risuscitato dai morti (Rom. 7, 14). Sia che viviamo, sia che moriamo, apparteniamo al Signore (Rom. 14, 8) il quale è morto e risuscitato per ottenere la piena padronanza sui vivi e sui morti. In tal modo non abbiamo più il diritto di servirci delle nostre facoltà sotto l'impero della nostra volontà; ma dobbiamo lasciarci muovere, reggere, dirigere da colui al quale apparteniamo, come schiavi riscattati dal suo sangue e inoltre come veri figliuoli di Dio: Coloro che si lasciano condurre dallo Spirito di Dio, dice, l'Apostolo, quelli sono veramente figli di Dio (25).
E' da osservare che la parola adoperata dall'Apostolo, aguntur, significa un'azione cui: corrisponde, da parte nostra, una condotta passiva ed obbediente.
Tutto questo non impedisce che l'uomo cristiano giudichi, ragioni ed usi delle sue facoltà naturali per operare, poiché Dio gliele ha date per questo fine; perciò S. Paolo dice che l'uomo spirituale giudica ogni cosa. Pertanto, togliere al cristiano la proprietà delle sue facoltà, non significa impedirgli di farne uso, ma soltanto prescrivergli di farne un buon uso, il quale consiste in questo che l'uomo non si applichi: punto da se medesimo alle proprie azioni secondo l'inclinazione della sua propria volontà e la sua soddisfazione, poiché agire in questo, modo non è agire da cristiano e da servo di Gesù Cristo, ma da uomo che vuol essere il padrone della propria azione ed in conseguenza averne l'onore e la gloria.
Colui che parla da se stesso, dice Nostro Signore, cerca la propria gloria (Ioan. 7, 18).
Agire in questo modo è vivere per se, in sé e in vista di se stesso. Eppure Gesù Cristo, come insegna S. Paolo, è morto perché non viviamo per noi, ma per lui: Gesù Cristo è morto per tutti, affinché quelli che vivono, non vivano per se medesimi ma per colui che per loro amore è morto e risuscitato (2 Cor., 5, 15) e ci ha dato il suo spirito vivificante al posto dell'anima vivente di Adamo, anima che portiamo in noi e ci governa finché non abbiamo ricevuto lo Spirito di Gesù Cristo e accettato la sua direzione.
Il principio e il fine, nelle nostre azioni, sono correlativi; perciò chiunque vuol essere causa e principio della propria azione (26), vuole esserne anche il fine, epperò si mette al posto di Dio al quale soltanto appartiene di essere principio e fine di ogni cosa (Ap. 1, 8). Il Figlio di Dio è morto affinché Dio sia il primo in ogni cosa (Col. 1, 18), per riacquistare questo primato di principio e di fine che l'uomo superbo vorrebbe attribuire a se stesso, come il demonio gli aveva promesso per indurlo a mangiare il frutto proibito: Sarete come tanti Dei (Gen. 3, 5).
Il vero cristiano, essendo posseduto da Gesù Cristo Nostro Signore, non vuole più fare niente da sé medesimo e per sé, avendo completamente rinunciato alla propria volontà affine di lasciarsi condurre dallo Spirito Santo che è Nostro Signore Gesù Cristo, al quale si appartiene di applicare la volontà all'opera e l'opera alla volontà, come dice S. Bernardo (27); essendo egli stesso il creatore e il padrone degli spiriti, a lui propriamente spetta il diritto di muovere e condurre tutti gli spiriti inferiori, i quali vogliono abbandonarsi alla sua regale direzione invece di condursi essi stessi con la loro servile libertà.
Danni dell'amor proprio
Ma siccome Iddio non violenta né costringe, perciò abbandona a loro stessi coloro che vogliono condursi da sé e respingono il dolcissimo ed amorevolissimo governo del Figlio suo. Dio li abbandona ai desideri del loro cuore (Rom. 1, 24) e ai loro vani consigli (Ps. 80, 13), lasciando che operino secondo la loro fantasia, in una parola li abbandona al loro senso reprobo; pertanto se ne vanno erranti e vagabondi nelle vie storte del loro cuore accecato (28).
Coloro che si sottomettono alla condotta di questo divino Spirito, non fanno mai niente per capriccio, né per fantasia, ma tutto per amore di Dio, e in tutto cercano la sua gloria e il suo onore; non hanno altro intento che di piacere a Lui e non di accontentare se medesimi. Così faceva Nostro Signore: S. Paolo dice che Egli non piacque a se stesso (Rom 15, 3), Gesù stesso afferma di aver fatto sempre ciò che sapeva essere gradito al Padre suo (29).
Il principio per il quale il cristiano opera così divinamente non può essere che lo Spirito Santo, il quale è lo Spirito di verità, l'Amore di Dio e Dio medesimo. Lo Spirito Santo è Amore, dice S. Gregorio (30); e S. Giovanni: Dio è carità (I Ioan. 4, 8). Perciò quelli che non hanno questo divino Spirito agiscono solo per se, mossi dallo spirito di cupidigia il quale non è altro che l'amor proprio, lo spirito del mondo e della carne che riempie tutti i figli di Adamo, come un lievito che ha infettato tutta una massa del genere umano, come tossico che si è insinuato nel midollo di tutti gli uomini fin dalla loro nascita e vi è inveterato.
E' impossibile che un uomo il quale opera da sé e non è mosso dallo Spirito Santo, possa operare altrimenti che per se stesso; anche a propria insaputa si proporrà sempre la propria soddisfazione come fine delle sue azioni e in tutto non cercherà che se stesso.
Pertanto, la cura continua del cristiano deve essere quella di rinunciare incessantemente a se stesso e alle sue inclinazioni, a tutti i suoi pensieri, desideri, intenzioni e parole come provenienti da se medesimo, lasciando così il posto allo Spirito di Gesù Cristo, il quale si degna di essere il nostro direttore e la nostra guida, se vogliamo rinunciare ad ogni altro padrone e principalmente a noi medesimi.
Ecco perché la Chiesa al principio di tutte le sue funzioni, anche delle più sante, invoca sempre lo Spirito Santo, affinché i suoi figli, i quali sono pure uomini, non lo contaminino col loro spirito proprio e umano; ma che tutto si faccia per ordine e condotta dello Spirito Santo il quale è l'anima della Chiesa, e quindi deve animarla, muoverla, vivificarla, come quella che è il Corpo mistico di Gesù Cristo, di cui egli è lo Spirito.
Per meglio intendere ciò che abbiamo detto di questi due modi di agire, per se stesso o per lo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo, vale a dire, per propria soddisfazione o per amore di Dio, per passione o per carità, ricorreremo ad un paragone.
Immaginiamo. un uomo di gran talento, il quale sia ubriaco; in questo stato, parlerà ancora, ragionerà e agirà col suo spirito e con la sua scienza, ma non allo stesso modo di prima. Infatti, nel suo spirito padroneggiato dal vino, non è più la sua volontà che lo muove ad agire, ma la virtù ed azione del vino dal quale è riscaldato e animato. Donde avviene che ritornando in sé e nel suo stato naturale, si meraviglierà di ciò che avrà detto, ed anche si pentirà di aver detto tante cose che non avrebbe voluto dire se fosse stato in sé. Lo stesso si può dire di un uomo che trova si agitato da una violenta passione di ira.
Orbene, in quella guisa che il calore del vino e l'ardore della passione muovono l'uomo ad agire animalescamente, così l'ardore del Divin Verbo, il fervore della santa carità infusa dallo Spirito Santo nel cuore del fedele, lo muove ad agire divinamente.
Il primo ardore mette l'uomo fuori di sé e lo fa scendere al livello delle bestie; mentre il secondo lo eleva al di sopra di se medesimo fino al livello degli Angeli. Il primo guasta tutto ciò che buono vi è nell'uomo; l'altro invece perfeziona tutto ciò che vi trova. Ma tutte e due agiscono in modo che l'uomo sembra non agire più per sé, né per mozione del suo spirito naturale, del quale direste che non è più padrone, poiché è posseduto da uno spirito più forte del suo, cioè da un tiranno usurpatore come il vino e la passione, oppure dal suo re legittimo e vero padrone, il quale è lo Spirito del re Gesù Nostro Signore.
Donde avviene che l'uso che l'uomo fa delle sue facoltà nello stato d'ebbrezza, di febbre o di passione, è in qualche modo violento, e forzato e non è perfettamente libero, perché la ragione la quale deve accompagnare la volontà per formare il libero arbitrio è diminuita da quella forza maligna ed estranea all'uomo. Al contrario, la ragione viene purificata, perfezionata ed elevata dal divino Spirito di Gesù Cristo, il quale illumina l'intelletto e lo libera dall'ignoranza che ne forma la schiavitù, e in pari tempo infiamma la volontà, liberandola dall'affetto ai vizi e dalla suggestione delle passioni le quali lo tengono in schiavitù; talmente che lo Spirito Santo, ben lungi dal ferire la libertà dell'uomo, la rende più perfetta: Dove si trova lo Spirito Santo, dice S. Paolo, là è la libertà (2 Cor., 3, 17).
Necessità di agire in modo soprannaturale
Chi vuol entrare nello stato dell'Infanzia Cristiana deve sempre avere il proposito risoluto di spogliarsi del suo vecchio spirito per rivestirsi del nuovo, che è quello di Gesù Cristo, per essere una nuova creatura di lui, nova creatura, ossia l'opera nuova, novum figmentum, creata in Gesù Cristo; altrimenti ciò che farà non sarà contato come opera cristiana e spirituale, ma resterà carnale. Tale è la regola del Vangelo, poiché Gesù Cristo disse a Nicodemo: «Ciò che nasce dalla carne è carne, mentre ciò che nasce dallo spirito è spirito» (Ioan. 3, 6).
Esaminate dunque qual è lo spirito che vi muove ad agire ed è come l'anima dell'anima vostra e il principio delle vostre azioni. Perché se siete ancora mosso dal vostro spirito proprio e per il vostro interesse, voi fate ancora parte di quell'uomo che si chiama Adamo (I Cor. 3, 3). Non siete ancora giunto all'Infanzia Cristiana, la quale richiede uno spirito e un cuore tutto nuovo, formati dallo Spirito di Gesù Cristo, creati in Cristo Iesu, affine di poter operare e soffrire nella sua virtù, poiché l'operazione dipende dalla natura dell'essere (31).
S. Paolo, infatti, mette la creazione, che ha per termine l'essere prima dell'operazione, dicendo: Siamo opere di Dio, creati in Gesù Cristo per le opere buone che Dio ha preparate onde vi impieghiamo tutta la nostra vita (Ephes. 3, 10).
Come conoscere da quale spirito siamo mossi
Ma come potrò io sapere se sono diretto dallo Spirito Santo, che è lo Spirito di Nostro Signore, ovvero da altro spirito, o se opero da me stesso e secondo la mia propria volontà? Affinché facciamo bene qualsiasi cosa, è necessario che la facciamo con qualche piacere, altrimenti non ameremmo ciò che facciamo. Posto questo principio; come potremo conoscere se nell'operare siamo mossi dall'amore del nostro piacere e dalla ricerca della nostra propria comodità, ovvero dall'intenzione intima e spirituale della grazia e della carità da Dio infusa nei nostri cuori per mezzo, dello Spirito Santo, affinché operiamo per lui e non per nostro proprio compiacimento?
Rispondere a questa questione è difficile, perché la soluzione dipende da un principio che ci è nascosto, ossia dall'amore principale che domina nel nostro cuore, amore che ci muove ad operare e dà il moto a tutte le nostre facoltà. Accade bene spesso che mentre noi pensiamo di agire sotto la mozione dell'amore di Dio e della sua bontà, siamo invece mossi dall'amore di noi stessi e dalle nostre comodità, il quale per ingannarci si sarà anche rivestito dei colori dell'amor di Dio, trasfigurandosi in angelo di luce (2 Cor. 11, 14) e rivestendosi dell'apparenza del bene (32).
Perciò dobbiamo sempre operare con timore e guardarci bene dal presumere con certezza infallibile d'aver fatto bene, come pure dal vantarsi di esser piaciuti a Dio, perché Dio solo può saperlo; Dio solo sa ciò che egli opera nell'uomo col suo Spirito, come ci insegna Salomone: «E' certo che vi sono dei giusti e dei sapienti, e le loro opere sono nelle mani di Dio; tuttavia l'uomo non sa se merita amore od odio; ma tutto rimane incerto e non sarà svelato fuorché nel secolo futuro» (Eccli., 10, 1). S. Paolo dice pure: «Solo lo Spirito di Dio sa ciò che Dio fa» (1 Cor., 2, 11).
Orbene le opere buone sono prodotte dallo Spirito di Dio e non dallo spirito dell'uomo. Sono azioni compiute in Dio, come dice il Vangelo, Opera in Deo facta (Ioan., 3, 21); Dio solo dunque sa se le opere che noi facciamo sono buone e gradite alla sua divina Maestà.
Una tale incertezza è effetto della Provvidenza di Dio nella condotta dell'uomo per tenerlo sempre nell'umiltà, affinché dopo aver fatto ciò che avrà potuto, possa dire: Se v'è qualche cosa di buono in quest'opera, non sono io che l' ho fatto; se vi è del male o qualche difetto, è tutto effetto mio, talmente che non posso gloriarmi di niente di buono che vi sia in me, ma soltanto umiliarmi e confondermi (2 Cor., 12, 5).
Tuttavia, vi sono parecchi segni, dai quali le anime buone possono congetturare che le loro azioni sono gradite a Dio e derivano dal principio dell'amore buono, e ciò deve consolare e confortare la loro speranza, altrimenti cadrebbero nello scoraggiamento. Per esempio, possiamo giudicare così quando, dopo avere esaminato bene quale sia il motivo che ci muove, riconosciamo che non è la vanità, né il nostro vantaggio, e neppure la nostra soddisfazione perché non troviamo piacere in ciò che facciamo, ed è questo l'indizio più sicuro che operiamo bene; oppure se vi troviamo qualche piacere vi rinunciamo con tutto il cuore davanti a Dio protestandogli che non vogliamo sia questo il motivo della nostra azione, ma desideriamo che sia fatta unicamente per lui. Dopo questo, bisogna agire con semplicità, senza curarsi dei sentimenti della natura corrotta, la quale chiede sempre che la si consideri e si abbia cura del suo interesse (33).
Bisogna sempre, pertanto, ritornare al primo principio della vita cristiana, dal quale dipendono la bontà e il valore delle azioni meritorie e gradite a Dio, vale a dire, al principio dell'abnegazione di noi stessi, abneget semetipsum, senza della quale tutto quanto facciamo rassomiglia ad una casa malferma, fondata sulla sabbia o sulla. terra mossa, e destinata ad essere rovesciata al primo vento. Al contrario, colui che sa respingere dal suo cuore, con una vera abnegazione di sé, tutta la sabbia mobile della confidenza in se medesimo e della propria stima e mettere sopra l'abisso del proprio nulla quella solida pietra che è Gesù Cristo, potrà arditamente innalzare il suo edificio, perché il fondamento sarà solido (34).
E' strano che noi sempre preferiamo edificare piuttosto che demolire noi stessi. Eppure da questo bisognerebbe incominciare. Noi non vogliamo svestirci, ma vestirci, eppure prima di metterci in abito nuovo bisogna deporre quello vecchio. In un campo è necessario strappare le vecchie radici prima di seminarvi il buon grano. Invece noi crediamo che edificare sia onorifico e che nel demolire non vi sia onore; perciò preferiamo parlare piuttosto che tacere; comporre, scrivere e combinare nuove invenzioni piuttosto che leggere con semplicità e ascoltare ciò che gli altri ci dicono; in una parola, preferiamo agire piuttosto che cedere all'azione degli altri, perché in quello vi è più del nostro che in questo.
La natura è tutta attività, perciò non può soffrire, che nel suo proprio movimento sia fermata da altro principio che da se medesima, in quella guisa che un fiume impetuoso non potrebbe soffrire di essere fermato nel suo corso.
Eppure il principale esercizio del cristiano consiste, appunto nell'opporsi alle tendenze ed agli impeti continui della sua natura corrotta, e nel lasciarsi frenare, per così dire come un cavallo focoso, dal dolce freno dello Spirito di Dio. «Le mie lodi, dice il profeta Isaia, le mie lodi saranno il freno di cui mi servirò per fermarmi e per salvarti» (Is., 48, 9). Ecco donde bisogna incominciare per essere fanciulli dell'Infanzia Spirituale: cessare dal seguire l'amor proprio, per lasciarsi muovere e reggere dallo Spirito di Nostro Signor Gesù Cristo. Coloro i quali son mossi dallo Spirito di Dio, quelli sono figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo, perché hanno il medesimo Spirito (Rom., 8, 14).
Capitolo Quinto
Abbandono completo di sé nelle mani di Dio e indifferenza in ogni cosa
Seconda qualità dello stato d'Infanzia Spirituale
La rinuncia all'amor proprio della quale abbiamo trattato nel capitolo precedente, porta con sé l'abbandono completo di se stesso e di tutti i propri interessi nelle mani di Dio e di coloro i quali ne tengono le veci per noi, con una perfetta indifferenza a fare e sopportare qualsiasi cosa, secondo la disposizione della santa volontà di Dio e l'ordine della sua divina Provvidenza, senza particolare attacco a niente, senza preoccupazione rispetto a ciò che potrà accaderci.
Anche questa condizione è propria all'Infanzia Spirituale, e se ne vede la figura nell'infanzia naturale dei pargoli, i quali non si prendono fastidio per nulla, affidandosi alla cura dei loro genitori (35). Donde avviene che sono contenti tanto nelle miserie ed avversità pubbliche, quanto nella prosperità, sperando sempre che, per qualunque disgrazia potrà loro accadere, i genitori provvederanno.
Ciò che i pargoletti fanno per istinto naturale, il quale bene spesso ha un cattivo fondamento nello loro pretese immaginarie, i figlioli di Dio lo fanno per l'azione della grazia e sotto la direzione dello Spinto di Gesù Infante, il quale non inganna mai coloro che in lui confidano.
Gesù Cristo medesimo ci comanda, anzi ci ordina questo intero abbandono nelle mani del Padre suo, quando ci proibisce di inquietarci per l'indomani, con queste parole: «Non vogliate mettervi in pena pel domani» (Matth., 6, 34) e Davide, avo di Gesù, ne aveva già fatto un consiglio dicendo: «Getta nel seno del Signore la cura di te, ed Egli ti nutrirà» (Ps. 54, 23).
Questo abbandono di se stesso, quando sia ben formato nell'anima cristiana, è il fondamento di una gran pace e di una gran quiete. Il cristiano animato dallo spirito d'Infanzia Spirituale, sapendo che Dio è suo Padre, Padre che sa tutto, può tutto e vuole fare del bene ai suoi figlioli, sapendo inoltre che niente può accadere senza l'ordine della divina Previdenza, non s'inquieta per l'avvenire, non si turba, non si affligge, punto. Contentandosi di ciò che il Padre suo celeste gli manda, dice di buon cuore: «Così è, o Padre, perché così piacque a voi» (Matth., 11, 26). Tutto avvenga come a voi piacerà, fiat, fiat; non si faccia la mia volontà, ma la vostra. Non sicut ego volo, sed sicut tu.
Tutti i nostri turbamenti e le nostre inquietudini, vengono unicamente da una certa prudenza umana e carnale, per la quale confidiamo in noi stessi e nei mezzi che ci sembrano ben sicuri; temiamo la cattiva riuscita dei nostri affari e abbiamo paura dei nemici futuri, paventando di non poterli superare. L'anima in tal modo ragiona bene, perché conosce il suo debole; ma non è ragionevole in quanto che, vedendo la sua debolezza, non ricorre ad un principio superiore più sicuro di lei, per lasciarsi condurre da quello e appoggiare in esso le sue speranze. Giustamente pertanto, ella trova il castigo della sua colpa nel turbamento e nell'inquietudine ch'ella dà a sé, diventando il proprio carnefice, senza trovare in sé né guida, né appoggio.
Gli infanti spirituali, invece, procurano di soffocare in sé una tale maledetta prudenza, e al suo posto, prendendo come guida la luce della fede la quale mostra loro ciò che sono in sé e ciò che Dio è, concepiscono un'intera diffidenza di se stessi e di tutte le creature, da queste non aspettando aiuto alcuno come proveniente da loro; così mettono tutta la loro fiducia in Dio e non aspettano nessun aiuto fuorché da lui, ancorché per mezzo di qualche creatura. «Il mio aiuto viene tutto dal Signore» . (Ps. 120, 2) dicono esse; vana è l'assistenza degli uomini (Ps., 59, 13); maledetto chi confida nell'uomo e si appoggia su un braccio di carne! (Ier. 17, 5) In Dio pongo tutta la mia fiducia (Ps., 10, 1) e con lui farò prodezze (36).
Una tale pace è accompagnata da una santa gioia che è inseparabile dai figlioli di Dio, pax et gaudium in Spiritu Sancto. Donde avviene che, siccome i piccoli fanciulli sono quasi sempre allegri perché non si prendono mai fastidio alcuno, così i fanciulli spirituali cristiani sono quasi sempre lieti e pieni di santa allegria spirituale (2 Cor., 6, 10), a motivo della fiducia nel loro celeste Padre e della loro indifferenza per qualunque cosa possa accadere (37).
Per avere questa fiducia filiale e infantile in Dio, fa d'uopo essere bene elevati nella sua grazia, perché un tale stato importa una certa familiarità e libertà dell'anima con Dio, ciò che è molto raro nei poveri peccatori convertiti; questi infatti, di solito non ardiscono prendersi con Dio tanta libertà ricordando ciò che sono stati e portando ancora i segni, ossia gli stigmi del peccato e le pessime impressioni che ha lasciato nell'anima per la sua lunga dimora. Pertanto le anime innocenti, le quali possiedono ancora le primizie dello Spirito Santo, vale a dire, la grazia del Battesimo, sono ben più adatte a ricevere questa grazia dell'Infanzia Spirituale a motivo della loro purità e innocenza; una volta perduta l'innocenza, non viene mai riparata completamente dalla penitenza, come dice S. Paolo: E' impossibile che coloro i quali sono stati una volta illuminati... e sono poi precipitati (nel peccato mortale) si rinnovellano un'altra volta a penitenza (Hebr. 6, 6).
Un quadro restaurato e un abito vecchio rifatto sono ben differenti dalla prima pittura e da un abito nuovo.
Questo però non toglie che il povero peccatore convertito debba aspirare a questo stato d'Infanzia, sospirando l'innocenza dei primi anni dopo il Battesimo, e cercando di riparare, sui residui della prima grazia, le rovine che il peccato ha fatto nell'anima sua (38).
CAPITOLO SESTO
Semplicità
Terza qualità dello stato d'Infanzia Spirituale
La semplicità è una santa disposizione per la quale l'anima tende all'unità e fugge ogni molteplicità nelle sue intenzioni, nei suoi affetti, nelle sue parole e nelle sue azioni. La sua divisa è questa massima del Salvatore: «Una sola cosa è necessaria» (Luc., 20, 41).
La semplicità è una virtù che ha un occhio solo, vale a dire uno sguardo semplice in tutto ciò che pensa, fa o dice; e questo sguardo è rivolto a Dio, per piacere a lui senza preoccuparsi di ciò che diranno gli uomini. E' una virtù che rende l'anima tutta pura e le sue opere tutte luminose. Se il tuo occhio è semplice, dice Gesù Cristo, tutto il tuo corpo sarà luminoso (Matth., 6, 22).
La semplicità inoltre dà all'anima una certa dirittura e rettitudine opposta alla riflessione che siamo soliti fare su noi stessi e sulla nostra propria soddisfazione, perché la semplicità porta l' anima diritto a Dio in tutto ciò che fa, senza riflettere sopra se stessa per vedere se è cosa che le piaccia o se vi trovi il suo tornaconto.
L'anima semplice va diritto per la sua strada come i misteriosi animali di Ezechiele: Ibant et non revertebantur (Ezech., 1, 14).
Chi ha l'anima semplice ha il cuore retto; così diciamo che vanno diritto coloro che vanno per una strada sola e che non ritornano punto sui loro passi.
Questa virtù, pertanto, può spiegarsi con queste tre parole: unità, purità, rettitudine.
L'unità esclude il miscuglio e la composizione di vari affetti, e la rettitudine esclude il ritorno sopra se stesso e la riflessione sugli altri. In tal modo, per avere un cuore da infante spirituale, bisogna avere un cuor solo, cor unicum, il quale sia puro, cor rectum coram Domino.
L'anima che possiede queste tre qualità, unità, purità, rettitudine, è veramente semplice e capace di entrare nello stato d'Infanzia Cristiana. Di Giobbe sta scritto che era uomo semplice e retto, che temeva Dio e che fuggiva il male (Iob., 1, 1); mi pare che questo ci insegni che la rettitudine è come il carattere proprio della semplicità: simplex et rectus, come se fosse una stessa cosa. E infatti, noi diciamo che una persona è semplice quando va diritto senza indugiarsi né a riflettere sopra ciò che vi è intorno a lei, né preoccuparsi di ciò che gli altri diranno; si comporta insomma come il fanciullo, il quale non riflette sulle persone che lo guardano.
La parola semplicità, per corruzione di linguaggio, si applica di solito ad indicare persone di poco criterio e di poca intelligenza, né bisogna meravigliarcene, perché la semplicità è una virtù opposta alla prudenza umana e carnale, la quale ha occhi più numerosi di Argo per considerare ciò che si dice di lei, se la compagnia in cui sì è trovata è rimasta edificata dalla sua conversazione e mille altre simili cose da cui l'anima semplice non si preoccupa punto. Pertanto, i prudenti del secolo la stimano stolida e stordita, e qualificano la semplicità come idiotaggine e povertà di spirito, mentre bene spesso, davanti a Dio, è una virtù elevatissima.
Ho detto bene spesso, perché, a dire il vero, vi è una certa semplicità naturale che può provenire dal temperamento e dal carattere naturale; in tal caso appartiene all'infanzia naturale piuttosto che all'Infanzia Spirituale. Una tale semplicità è molto differente dalla semplicità che è una virtù divina, per la quale l'uomo, per quanto naturalmente intelligente, tuttavia è talmente diretto dallo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo, che non vuole aver nessuna intenzione fuorché di piacere a lui, rinunciando a tutti i vani interessi e a tutte le pretese che potrebbe avere davanti agli uomini, se volesse darsi la pena di piacere a loro con l'usare del suo spirito proprio e dei suoi talenti naturali secondo l'istinto della natura.
Dal fin qui detto risulta che la semplicità virtuosa e cristiana è strettamente collegata con la carità, poiché per l'unità della sua intenzione va diritto a Dio, come al suo oggetto e nulla vuole amare fuorché lui solo, senza alcun riguardo al proprio interesse. Donde avviene che l'anima va santificandosi sempre più, finché sia interamente spogliata di tutte le dolcezze delle creature che le coprono il cuore e le impediscono di darsi tutta a Dio in modo perfetto e immediato.
«Chi mai potrà trovare un'anima veramente povera di spirito e perfettamente libera dall'affetto alle creature? E' questo un tesoro più prezioso delle ricchezze del mondo» (39). Eppure bisogna essere tale per essere perfettamente semplice; ma la perfezione della semplicità non si troverà mai se non in Cielo, quando non vi sarà più nulla dell'uomo medesimo, e Dio sarà tutto in tutti.
La virtù della semplicità in alcuni è nell'interno più che nell'esterno; in altri si manifesta anche all'esterno; si vede infatti nella loro condotta una certa maniera di comportarsi tutta infantile, vanno e vengono sempre lieti e contenti, senza inquietarsi del mondo che li circonda e li osserva; talvolta fanno persino azioni puerili che il mondo chiama semplicità e che eccitano che le risa della buona gente. Ma essi non se ne prendono fastidio; perché non vi pensano, avendo la mente ed il cuore occupati dell'oggetto unico del loro amore, il quale è Dio; ovvero se vi pensano ed agiscono in tal modo a bell'apposta, fanno così per umiliarsi davanti agli uomini pur ridendo come se fosse cosa da niente (40). Sono ben contenti di essere ritenuti come fanciulli di cento anni, secondo un detto della Sacra Scrittura, Puer centum annorum (Is., 65, 20), Poiché l'eterna Sapienza, il grande Gesù, il Verbo incarnato si degnò di farsi bambino, di esser ritenuto come tale e di nascondere sotto le apparenze della semplicità infantile i tesori della sua infinita Sapienza. Il Verbo di Dio si espose in tal modo alle risa ed alle beffe degli uomini, i quali lo ritenevano come un semplice uomo, figli di un povero operaio e persino come un povero idiota. Dopo un tal esempio, quale uomo veramente fedele a Dio temerà di essere considerato tra gli uomini del mondo come un fanciullo? Di ciò infatti S. Paolo si faceva un vanto: Nos stulti propter Christum. Non c'è dunque da stupirci se la parola semplicità è così mal sentita nel mondo, perché il vero significato ne è mal conosciuto; Così pure la povertà di spirito è mal conosciuta e ritenuta dagli uomini come la miseria estrema; eppure il Figlio di Dio la pone come fondamento di tutta la felicità dell'uomo: «Beati i Poveri di spirito perché a loro appartiene il regno dei Cieli» (40).
Infine, per concludere questo argomento, un abito è semplice quando non è foderato, quindi non ha doppia stoffa, ma una stoffa sola; Così è semplice quell'anima che ha un solo amore, una sola intenzione e una sola pretesa. L'anima semplice è quella che non è ripiegata su se stessa, né ricurva in se medesima, perché questo è ancora duplicità; di una linea retta, infatti, se ne fanno due quando la si ricurva, così l'anima si moltiplica quando si ricurva su se stessa. «Si sono ricurvati come un arco cattivo» dice il Profeta (Ps. 77, 57). «Sono divenuto miserabile, diceva ancora Davide, perché mi sono curvato oltre misura» (Ps. 37, 7). Tutte queste espressioni ci indicano benissimo la tortuosità. infelice che abbiamo contratto col peccato. Perciò la S. Scrittura dice che Dio aveva fatto l'uomo retto, perché egli andava dritto a Dio per l'unità del suo sguardo e del suo affetto; ma dopo che si è ripiegato verso se stesso per considerare se medesimo e compiacersi in sé, si è gettato in una molteplicità quasi infinita di pensieri, di affetti e di intenzioni, infinitis se miscuit quaestionibus (Eccli., 7, 30). Questa parola miscuit è importantissima, perché indica un miscuglio che l'uomo fa nel suo cuore con mille futilità, mentre prima era semplicemente unito e stabile nella semplicissima unità di Dio suo Creatore.
Perciò quando Dio, per bocca del profeta Ezechiele, promette di ricondurre l'uomo sulla strada della salvezza, dice che riunirà il cuore moltiplicato e lo ricondurrà all'unità (Ezech., 11, 17-19). Dabo eis cor unum. Io darò loro un cuore unico; così pure per mezzo del profeta Geremia, dice: «Li radunerò da ogni parte della terra e darò loro un cuore solo e una via sola» (Ierem, 32, 37-39), una via diritta e semplice che li condurrà a me.
Coloro dunque, che vogliono acquistare l'Infanzia Cristiana, si applichino molto a questa unità semplice, perché la semplicità è una delle proprietà dei figlioli di Dio. Così ci insegna S. Giovanni Climaco: «La semplicità, dice questo Santo, è la prima proprietà che si riconosce nei fanciulli; essa esclude ogni varietà; Adamo essendone insignito nella sua innocenza, non poteva vedere la nudità dell'anima sua e la turpitudine del suo corpo», perché non rifletteva su se stesso, come fece dopo il suo peccato. Prima di peccare il nostro primo padre aveva il corpo tutto ricoperto della luce della sua innocenza, perché aveva l'occhio semplice il quale non guardava che il suo Creatore. Dopo il peccato, invece, si compiacque in se medesimo, e non essendo più semplice il suo occhio, ma cattivo, il suo corpo divenne tenebroso.
«Certamente, continua il medesimo Santo, è un gran bene e una felicità affatto singolare possedere una tal perfetta semplicità la quale in alcuni trovasi naturalmente: ecco la semplicità naturale. Ma è ben più eccellente la semplicità spirituale che si acquista col lavoro e col sudore, superando, con le pratiche virtuose, i sentimenti viziosi che le sono contrari»: semplicità dunque conquistata col lavoro ad onta della resistenza della natura, la quale in ogni cosa ama la verità; semplicità virtuosa che è la madre di una profondissima umiltà e mansuetudine. Infine, soggiunge il medesimo Santo, per avere questa virtù bisogna avvicinarsi con tutta semplicità al Maestro che la conferisce ed è il Re delle virtù, Rex virtutum».
Accorriamo dunque a lui con semplicità, senza finzione, né dissimulazione, né malizia, né curiosità, come ad un Maestro alla scuola del quale dobbiamo profittare. Siccome egli è oltremodo perfetto e semplice, vuole pure che le anime che a lui si avvicinano, siano semplici ed innocenti perché semplicità e umiltà vanno sempre unite (41).
S. Giovanni Climaco, inoltre, ci spiega benissimo la semplicità esponendone i vizi opposti, come la finzione e la curiosità, delle quali la prima indica molteplicità di intenzioni e l'altra invece varietà di desideri. La semplicità toglie l'una e l'altra perché non tende se non a una cosa sola: piacere a Dio; vuole andare in Cielo con un occhio solo e un piede solo, vale a dire con una sola intenzione ed un unico affetto, piuttosto che andare all'inferno con due occhi e due piedi.
Meglio giungere alla vita con un piede solo... che essere gettato con tutti due i piedi nel fuoco eterno... meglio entrare nella vita eterna con un solo occhio piuttosto che con due essere gettato nel fuoco eterno (Matth., 18, 8-9). In questo brano del Vangelo, sotto l'immagine del piede, dell'occhio, e della mano, si fa' menzione di un affetto, di un’azione e di un'intenzione che bisogna tagliare o cavare. Tutto questo si riferisce all'amor proprio per il quale ricerchiamo noi stessi, guardando in ogni cosa, noi medesimi e operando nulla se, non per noi, perché la nostra natura corrotta non ha né sentimento, né movimento, fuorché per se stessa: ed ecco l'occhio, il piede e la mano che dobbiamo tagliare con l'abnegazione continua di noi medesimi, sforzandoci di sterminare le ricerche personali e i movimenti dell'amor proprio che non muore mai.
Perciò bisogna aver sempre il coltello in mano, perché per non essere più importunati da questi movimenti di propria riflessione e di ricerca su noi stessi, fa d'uopo essere giunti ad un grado meraviglioso di semplicità e di innocenza; eppure bisogna ardentemente desiderare di ottenere quell'occhio buono, quell'occhio con il quale non si vede che Dio solo, sforzandoci di cavare quell'occhio sinistro e maligno il quale fa sempre guardare a noi stessi e ai nostri interessi.
Bisogna che la mano sinistra non sappia quello che vien fatto dalla destra, vale a dire che in tutto ciò che facciamo, non dobbiamo avere nessuna altra vista, nessun'altra intenzione fuorché quella dell'eternità la quale viene significata dalla destra, e non avere né riguardo, né pretese rispetto ai beni temporali significati dalla sinistra; in caso diverso, non saremo semplici come i figlioli di Dio, ma prudenti e savi come i figli del secolo. La sapienza di questi, davanti a Dio è pazzia, perché piena di frode, di duplicità e di ricerca del proprio interesse, mentre al contrario la sapienza dei figlioli di Dio è tutta semplice, senza dissimulazioni né duplicità. Ecco un vero israelita, diceva Gesù Cristo di Natanaele, nel quale non v'è alcun inganno (Ioan. 1, 48).
Pensieri di S. Francesco di Sales sulla semplicità
La semplicità non è altro che un atto di carità puro e semplice, il quale non ha che un solo fine, quello cioè di piacere a Dio; l'anima nostra è semplice quando in tutto ciò che facciamo non abbiamo altra intenzione fuorché questa.
L'anima semplice, dopo fatta un'azione che giudicava doversi fare, non vi pensa più; e se le viene il pensiero di ciò che si dirà o si penserà di lei, subito scaccia tali preoccupazioni, perché non può soffrire nessuna deviazione nel suo intento, il quale è di stare attenta al suo Dio per crescere nel suo amore. La considerazione delle creature non la commuove per nulla, perché ella tutto riferisce al Creatore.
La santa semplicità non ricerca affannosamente ciò che dovrà dire o fare, ma in tutto si abbandona alla divina Provvidenza alla quale è sommamente attaccata, senza deviare né a destra né a sinistra, ma seguendo semplicemente la sua strada. Se incontra qualche occasione di praticare qualche virtù, ne approfitta con gran cura come di un mezzo adatto per giungere alla propria perfezione, la quale è l'amor di Dio; ma non si agita per ricercare tali occasioni, tuttavia non le disprezza; si mantiene con tranquilla pace nella fiducia che il suo desiderio è conosciuto da Dio, il quale vede come essa non cerchi altro che di piacere a lui, e questo le basta.
Voi mi chiedete in qual modo devono comportarsi in tutte le loro azioni le anime che nell'orazione si sentono attirate a questa santa semplicità. Rispondo che non solo nell'orazione, ma in tutta la loro condotta devono camminare in ispirito di semplicità, abbandonando al beneplacito di Dio tutta la loro anima, le loro azioni, i loro buoni successi, con un amore perfettamente e assolutamente confidente nell'eterno amore della divina Provvidenza; così debbono tenere la loro anima ferma in questa disposizione, senza permettere che si occupi di se stessa per vedere ciò che fa e se ne è soddisfatta.
Purtroppo le nostre soddisfazioni e consolazioni non soddisfano gli occhi di Dio, ma soltanto quel miserabile amore che abbiamo per noi medesimi, all'infuori di Dio e della considerazione di lui.
Certuni pensano che la semplicità sia contraria alla prudenza; ma non è vero, perché le virtù, anziché contraddirsi, hanno invece le une con le altre una grandissima unione.
Altri domandano come si debbano intendere queste parole di Nostro Signore: Siate prudenti come il serpente. Tralasciando altre risposte, dico che si devono intendere così: Siate prudenti come il serpente, il quale, quando viene assalito, espone tutto il suo corpo per salvare la sua testa, così dobbiamo fare anche noi, esponendo tutto al pericolo, quando sia necessario per conservare in noi sano ed intero Nostro Signore e il suo amore; perché egli è il nostro capo e noi siamo le sue membra ed è questa la prudenza che perfettamente si accorda con la semplicità.
La prudenza soprannaturale è come un sale spirituale che dà gusto e sapore a tutte le altre virtù; ma deve essere praticata in modo che la virtù della confidenza affatto, semplice e amorosa, sorpassi tutto il resto e ci faccia dimorare in pace e tranquillità nelle mani del celeste Padre, sicurissimi, in virtù di tale confidenza, nella nostra perfezione e della sua amabilissima cura.
CAPITOLO SETTIMO
Purità
Quarta qualità d'Infanzia Spirituale
La virtù della purità è propria anch'essa dell'infanzia, donde avviene che i fanciulli chiamansi pueri, quasi come puri.
La puerilità viene dalla purità; anzi la purità interiore dell'anima è significata dalle purità della carne dei piccoli fanciulli, la quale di solito è bianca e netta, perché non è ancora alterata e contaminata da nessun corpo estraneo e non ha ancora altro alimento fuorché il latte. Perciò nella S. Scrittura quando si parla della guarigione di Naaman il lebbroso, si dice: «La sua carne tornò come la carne di un piccolo fanciullo ed ei fu mondato» (4 Reg., 5, 14).
Chi dunque vuole arrivare al beatissimo stato dell'Infanzia Cristiana, si acquisti la purità, la quale non è altro che una santa disposizione, per cui l'anima respinge ben lontano da sé tutto ciò che potrebbe contaminarla; poi abbia tanta cura di conservare il suo candore, come l'ermellino di conservare la sua bianchezza, e prendere come divisa questo motto: Malo mori quam foedari. Piuttosto la morte che l'infamia!
Per intendere meglio questa purità, è da sapere che la bellezza dell'anima consiste nella carità e la sua bruttezza nella cupidigia. L'amor di Dio è quello che rende l'anima bella e nitida, mentre l'amore alle creature la rende sudicia e deforme. Dio è un oggetto infinitamente bello, a segno che rende belli anche coloro che lo amano; ma, al contrario, la creatura è così meschina che il suo amore guasta ed infetta coloro che ad essa attaccano il cuore: «Sono divenuti abominevoli, dice un profeta, come le cose che essi hanno amato» (Osea, 9, 40).
L'anima è simile ad uno specchio; orbene, tutto quanto tocca lo specchio, lo macchia. L’anima nostra è così delicata che non può essere toccata, fuorché da Dio, senza che la sua purità ne soffra danno; ora il contatto dell'anima consiste nell'amore, nell'affetto, nell'adesione, nell'unione amorosa col suo oggetto.
Ogni volta che l'anima attacca il cuore a qualche cosa che non è Dio, contrae, per il fatto stesso, una certa macchia spirituale, che la rende deforme agli occhi di Dio e degli Angeli; gli uomini non se ne accorgono, perché non hanno occhi se non di carne per considerare le macchie corporali che si contraggono col contatto e il miscuglio con vari corpi, come la mano che tocca il fango, o l'argento mischiato col piombo. «L'anima mia è protesa al suolo», dice il profeta (Ps., 98, 25), «Fui aderente alla terra» (Ps., 43, 25): ecco l'attacco, l'unione, l'aderenza alle cose impure che sono sotto di noi e del nostro corpo per la loro situazione. Epperò, come il corpo, per conservarsi sempre netto, non devo aver contatto con le cose che sono sotto di lui e lo circondano; così l'anima, per tenersi pura e nitida, si astenga dall'unirsi con l'affetto a tutto ciò che è al di sotto di lei, né abbia affetto fuorché per le cose che sono al di sopra, dicendo come Davide: «Il mio sommo bene è di starmene vicino a Dio» (Ps., 72, 23).
Da ciò si vede quanto sia difficile conservare puro il proprio cuore, e quanto siano pochi coloro che posseggono la perfetta purità. Nessuno è senza macchia: Nemo mundus a sorde. E' molto facile dire che non si ama niente fuorché Dio, e che tutto il resto si ama per amor di lui; ma troppo spesso queste sono soltanto parole; infatti, se dite il vero, perché allora il vostro cuore si inasprisce e si irrita quando gli si toglie qualche cosa che non è Dio, mentre è Dio stesso che gliela toglie, poiché la sua Provvidenza di tutto dispone? Se il vostro cuore non ama che Dio solo, è d'uopo che si contenti di Dio solo e di ciò che Dio si compiace di mandargli. Perché dunque vi sentite tanto commosso quando vi manca quel libro, quel cibo, quel piacere, quella compagnia, quell'abito, ecc.?
Voi vedete dunque che il vostro cuore, non è puro, e che nel suo fondo vi è ancora, della lordura. Ripulite, quindi, ripulite sino al fondo il vostro cuore e la vostra anima (Ps., 136, 7). Strofinate questo vaso: non è pulito, ma vi si trova ancora molta cupidigia; la carità non vi è sola, poiché non può trovarsi fuorché in un cuore puro: Charitas in corde puro. Beati coloro che hanno il cuore ben pulito! Non hanno voluto veder altra cosa, perciò vedranno Dio; è saranno belli come gli Angeli, Et erunt sicut Angeli Dei, perché l'anima loro è rimasta nel corpo senza partecipare al contagio del corpo, senza cioè contaminarsi con l'affetto ai suoi piaceri ed alla carne, in quella guisa che gli Angeli effettivamente non hanno nessun contatto col corpo.
Per conservarsi nella purità, l'anima sia delicata come un bambino che non si può toccare per paura che pianga (42). Così bisogna che l'anima, considerando il pericolo in cui si trova, dica a tutti gli oggetti che la circondano ciò che Nostro Signore disse a Maddalena: Non mi toccare perché non sono ancora asceso al Padre mio (Ioann., 20, 17): Non sono ancora beato (nella gloria), non mi toccate per paura di guastarmi, non potrei amarvi in questa vita senza attaccarmi a voi, e attaccando a voi il mio cuore, guasterei l'anima mia, là, quale essendo fatta unicamente per Dio, non deve amare che lui solo. Ritiratevi dunque per ora, ossia aspettate che io sia beato e allora vi vedrò in Dio e vi amerò in lui, senza pericolo di perdermi in voi e con voi.
La solitudine e la ritiratezza sono un gran mezzo per ottenere e conservare la purità nel cuore; perché sebbene la conversazione col prossimo possa essere lecita, tuttavia è molto pericolosa, specialmente quando piace alla carne e diletta i sensi, come sono le visite e i colloqui dei nostri amici e di quelli che ci vogliono bene: il cuore, sentendosi portato dal peso della sua inclinazione naturale verso questa sorta di oggetti, quando li incontra vi si getta sopra come un cane affamato sopra un pezzo di carne o di pane, o come il cavallo sopra una misura di biada, e per impedire tali irruzioni la d'uopo usare il bastone o la briglia, vale a dire che fa d'uopo usarsi molta violenza per impedire che il cuore s'attacchi a tali persone; per quanto si sia diligenti, il cuore ne rimane sempre commosso e dopo tali colloqui non è più integro come prima.
Perciò i Santi, i quali erano gelosi della loro purità, amavano sempre con gran cuore la solitudine a segno che le città per loro erano come prigioni e non vi si portavano fuorché per pura necessità di carità.
«L'amore della verità, dice S. Agostino, richiede un santo ozio, e solo per la necessità della carità si può impegnarsi in negozi, benché giusti. Che se nessuno ve li impone, state preoccupati nella ricerca dell'amore della verità; se vi si impone qualche occupazione esterna, adempitela per debito di carità, ma non perdete per questo l'amore alla ricerca della verità» (43).
A chi vuole acquistare e conservare quella purezza infantile di cui parliamo, diremo queste parole dell'Imitazione: Fuge, dilecte mi; fuggi, mio caro, fuggi. Imita Nostro Signore, declina a turba, sta lontano dalla gente; fuggi, chiudi la tua porta sopra di te. Non impicciarti di nessuna cosa del mondo se non di ciò che ti spetta per necessità; altrimenti presto sarai lebbroso e l'anima tua perderà quel candore della purezza che è necessario per l'Infanzia Cristiana.
Questa purezza dell'Infanzia Cristiana ha vari gradi di perfezione.
Vi sono cristiani i quali possiedono la purità di affetto; non vogliono amare nulla fuorché Dio e non sono più molestati dai movimenti dalla concupiscenza, ma non hanno ancora la purità della mente, perché sono ancora disturbati dai fantasmi e dalle immaginazioni di mille oggetti cattivi o inutili.
Altri invece possiedono l'una e l'altra purità, del cuore e della mente, come l'augurava S. Paolo ai fedeli: «La pace di Dio, la quale sorpassa ogni intendimento, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Gesù Cristo» (Philip., 4, 7). Questi godono una pace profonda che è figlia della purità; perché tutte le nostre inquietudini ed i nostri turbamenti non provengono che dall'impurità e dalla sozzura dell'anima, in quella guisa che le agitazioni della terra non provengono che dal miscuglio delle esalazioni e dei venti nelle viscere delle montagne.
Da ciò consegue che lo stato d'Infanzia Cristiana non è mai ben perfetto se non comprende queste due sorte di purezza; perciò è assai raro che lo si trovi nella sua perfezione. Chi è colui, infatti, che non abbia la mente e il cuore agitato da qualcuno di queste quattro cose nelle quali S. Bernardo vede il principio dei nostri turbamenti: «l'azione del senso o l'inquietudine che punge, il rimorso della colpa o, l'immaginazione che disturba coi suoi fantasmi» (44)? Sono come quattro cavalli focosi che muovono il carro della nostra povera anima, e ci vuole grande attenzione sopra di noi stessi e farci una santa violenza per frenare i loro impeti (Ps., 21, 9). Sono dunque questi i flagelli dei poveri peccatori, flagelli duri e pesanti (Ibid., 10). Ma l'anima proprio pura ed innocente, che ha raggiunto l'alto grado dell'Infanzia Cristiana, poco o niente è molestata da questi disturbi interiori (45); e questo ci insegna quanto siamo obbligati a lavorare per confermarci nella rinuncia a noi stessi, perché siamo ancora lontani da uno stato così tranquillo il quale appartiene alla beatitudine. «Beati i pacifici, dice Gesù, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matth., 5, 9).
CAPITOLO OTTAVO
Dolcezza e mansuetudine
Quinta qualità d'Infanzia Spirituale
La dolcezza è virtù propria dell'Infanzia Spirituale, perché è una qualità dell'infanzia naturale; questa infatti è di un umore così facile e dolce come il latte e il miele di cui si nutre.
La dolcezza o mansuetudine non è altro che una santa disposizione dell'anima piena di carità, per la quale, essendo lieta dentro di sé, dalla sua purezza interiore fa ridondare dei segni di gioia sull'esterno del suo volto, e così si rende gradevolissima a coloro coi quali conversa; così fa buon viso ad ogni sorta di persone, tutto sopporta e non si irrita di niente. La dolcezza è simile ad un fanciullo, che in mezzo ad una compagnia, tutti vogliono baciare, tanto è amabile. Ne consegue che questa virtù è propria soltanto di coloro i quali son ben padroni di sé, tengono nelle loro mani, come dice il profeta, la loro anima ed il loro cuore (Ps., 115, 109), ed hanno soffocato in sé ogni movimento di malumore e di collera.
Sansone non trovò il favo di miele se non nella gola del leone ch'egli aveva soffocato (Iudic., 14, 14); così la dolcezza non fluisce che in un cuore ben mortificato il quale abbia soffocato in se stesso la leonessa dell'ira; è un agnello che nasce da un leone morto.
Chi mostra nel suo volto una dolcezza simulata, conservando nel cuore amarezza e fiele, non ha la virtù dell'Infanzia Spirituale, la quale non sa cosa sia dissimulare, né può fingersi diversa da ciò che è in realtà, perché, come abbiamo detto della semplicità, essa ha sempre il cuore sulle labbra e manifesta esteriormente ciò che ha dentro di sé e nulla più.
Questa virtù è pure una delle figlie della carità e sorella germana dell'umiltà; e tutte e due, l'umiltà e la dolcezza, furono carissime virtù del Salvatore e della sua S. Madre. Maria nel portare al tempio le o due tortorelle o colombe (Luc.. 2, 24), figurava queste due virtù che ella portava nel suo cuore, avendole imparate dal Figlio suo: Imparate da me, che sono mansueto ed umile di cuore, Non v'è nulla di più dolce della colomba, perché dicono che non abbia neppure il fiele.
La virtù della dolcezza, rispetto alle azioni del cristiano, è come lo zucchero rispetto ai frutti: come la prudenza ne è il sale, così la dolcezza ne è lo zucchero; essa corregge e raddolcisce l’amarezza del cuore, diffonde gaiezza sul volto, mette nelle parole una certa soavità per la quale ciò che ciò che ella dice riesce buono per essa che parla e per quelli che l'ascoltano. Sotto la sua lingua vi è del miele e del latte, e sulle sue labbra è diffusa la grazia. L'anima che è tutta investita di tale virtù, compie tutte le sue azioni con una gran pace e tranquillità, con soavità e nello spirito di Dio; non si turba, non si irrita, in ogni cosa aspetta il suo tempo e fa tutto con peso, numero e misura.
Così faceva il Santo vescovo di Ginevra, il quale fu un raro esemplare di dolcezza e di mansuetudine, poiché durante tutta la sua vita, si studiò di non mai irritarsi per qualsiasi occasione che gli venisse data, ed aveva il cuore pieno della dolcezza della santa carità, a segno che tutte le sue parole e, i suoi scritti ne furono imbalsamati e la sua memoria si è diffusa in tutta la Chiesa come un prezioso profumo.
E' vero tuttavia che nei Santi questa virtù non si trova in tutti allo stesso modo; gli uni, infatti, si sono contentati di possederla nella sua radice, ossia nel cuore; così vari solitari, i quali, non avendo occasione di conversare col prossimo, non si sono tanto curati di far risplendere nel loro volto il ridente colore di questa virtù. Altri invece hanno emesso dai loro occhi e dalla loro bocca le foglie ed i fiori di questa virtù di cui avevano la radice nel cuore, e questo a vantaggio del prossimo. «Per amore dei miei fratelli e dei miei prossimi, dice il profeta, ho proferito parole di pace e di dolcezza» (Ps. 121, 8). Non bisogna, pertanto, giudicare che coloro i quali hanno un po’ di austerità sul volto, di tristezza nel loro esterno, o di ruvido nelle loro parole, siano privi di questa virtù, perché la dolcezza è più interna che esterna: Sembrano tristi, secondo la parola di S. Paolo, ma sono sempre lieti (2 Cor., 6, 10).
Se volete conservare nella pace l'anima vostra, e rendervi graditi a Dio e agli uomini, fate buona provvista di quest'olio della mansuetudine, sorella dell'umiltà e virtù cristiana propria di Gesù Infante. «Figliuolo, dice il Savio, conserva l'anima tua nella dolcezza» (Eccli., 10, 31, 5). «Fa’ con la mansuetudine tutte le tue azioni» (Ibid., 3, 19).
La mansuetudine compie e perfeziona le azioni e rende coloro che la possiedono gloriosi ed amabili. Tutto ciò che fate, fatelo senza malumore e senza precipitazione; affrettatevi lentamente: affrettatevi, contro la pigrizia; lentamente, contro l'agitazione e la precipitazione. Se correggete qualcuno, fatelo in spirito di dolcezza. Nella conversazione soprattutto, praticate con tutti questa amabile virtù, non già per farvi amare, ma per far amare Nostro Signore. Infatti il figlio modesto è l'onore del padre suo, ed il discepolo intelligente è l'onore del suo maestro. Orbene, Gesù è padre e maestro della dolcezza e dell'umiltà, e queste sue virtù sono la livrea dei suoi servi.
La sua dottrina è dottrina di pace e di dolcezza, come insegna S. Giacomo: «Chi è saggio e intelligente tra voi? Faccia vedere, mediante una buona vita, le sue opere fatte con mansuetudine. Che se nei vostri cuori avete lo zelo amaro e l'animosità, non vogliate gloriarvi e mentire contro la verità; perché non è questa una sapienza che scende dall'alto, ma terrena, animalesca e diabolica. Dove infatti vi è tale zelo e discordia, ivi è lo scompiglio ed ogni opera prava.
«La sapienza che è dall'alto, innanzi tutto, è pura, poi pacifica e modesta; arrendevole, fa a modo dei buoni, è piena di misericordia e di buoni frutti, aliena dalle critiche altrui e dalla ipocrisia» (Iac., 3, 13-17); perché è semplice, non giudica male del prossimo, affine di essere sempre in pace con tutti.
Così pure S. Paolo raccomanda a tutti i cristiani di non essere armanti delle liti, ma modesti, dimostrando ogni mansuetudine verso gli uomini (Tit.. 3, 2) e vuole che sprezzino le stolte questioni, le dispute e le contese legali, perché sono inutili e vane (Ibid., 9).
CAPITOLO NONO
L'Innocenza
Sesta proprietà dell'Infanzia Spirituale
L'innocenza naturale è talmente propria ai fanciulli che quando si vuol dire di uno che è ancora fanciullo, si dice che è un povero innocente. Orbene, il cristiano deve essere per grazia e per virtù, ciò che i fanciulli sono per età e per natura.
L'innocenza virtuosa è uno stato, una disposizione per la quale l'anima non vuol nuocere ad alcuno e non può ricevere danno da nessuno. La parola innocenza. sembra avere questo significato, poiché dire che uno è innocente, ossia innocuo, è dire che non nuoce a nessuno e che nessuno gli può nuocere (46).
Mi sembra perciò che si possano distinguere due sorta di innocenza, una attiva, passiva l'altra. Con la prima, l'uomo non vuol nuocere a nessuno, ma al contrario fa del bene a tutti. Con la seconda, l'uomo è in uno stato tale, che non può ricevere danno da nessuno. La prima è segno di buona volontà; la seconda, segno di forza e di potenza. La prima è una santa affezione di carità che tace il male e lo nasconde (Rom., 13, 10); la seconda è come una solidità e fermezza nella carità medesima, per la quale l'anima dagli oggetti che la circondano non riceve più impressioni cattive e passa attraverso i pericoli senza riceverne danno, secondo queste parole di Nostro Signore: «Quantunque bevessero del veleno, questo non nuocerà loro» (Marc., 16, 18).
I bambini passano in mezzo alle compagnie di uomini e di donne senza contaminarsi, perché non fanno, riflessione su ciò che sentono e che vedono, ma sono interamente occupati di ciò che amano; così l'anima virtuosamente innocente, essendo tutta occupata dall'oggetto del suo amore il quale è Gesù, cui si affezionano le anime rette ed innocenti, nulla riporta con sé delle occasioni, dei luoghi, delle persone che incontra, perché il suo cuore è perfettamente distaccato da tutto, perciò è indifferente a tutto. Sebbene gli oggetti con le loro attrattive cerchino di corromperla; essa si sente nel suo interiore fortificata dalla presenza di Gesù, a segno che respinge facilmente tutte le frecce e tutte le lusinghe dei suoi nemici.
L'anima può giungere ad un tal grado d'innocenza da non sentire più le attrattive delle creature, come un uomo che si fosse rinchiuso in un potente castello non sentirebbe più nessuna molestia dai suoi nemici esterni. La sua innocenza le serve da riparo, come una tenda fortificata, nella quale cammina attraverso il campo di questa vita mortale, la quale non è altro che una continua guerra (47).
Adamo, coperto dal mantello della sua innocenza, non poteva essere offeso da nessun agente esterno; così l'anima cristiana, rivestita dalla luce dell'innocenza a guisa di mantello, non riceve più i colpi degli spiriti maligni che la circondano. A lei sono dirette queste parole: «La sua verità ti circonderà di uno scudo: non temerai lo spavento notturno.… mille cadranno al tuo fianco... ma nessun male si accosterà a te» (Ps. 90, ,5).
Questo stato d'innocenza è dunque la perfezione e il compimento dell'Infanzia Cristiana; suppone, infatti, che l’anima già morta a se stessa e ad ogni cosa, con grande semplicità d'intenzione e grande purità negli affetti; diversamente non potrebbe possedere la perfetta innocenza tanto attiva come passiva.
Davide perciò diceva: «Signore, chi abiterà nel vostro tabernacolo e chi riposerà sul vostro santo monte?» e rispondeva: Colui che ha le mani innocenti e il cuore puro (Ps. 23, 4), concludendo che colui il quale è così puro e così innocente, Non movebitur in aeternum (Ps. 14, 5), sarà stabile ed immutabile in questo stato beato. Con l'interrogazione quis habitabit, chi è costui? Davide ci fa intendere che è cosa ben rara trovare tali innocenti che siano capaci di ascendere così alto, fino nel seno di Dio, come il fanciullo nel seno della madre sua, per riposarvi e poter dire: «In lui dormirò in pace e mi riposerò» (Ps, 14, 5).
La cupidigia che portiamo in noi, è un nemico domestico che ha troppe intelligenze con gli oggetti esteriori, per lasciarci in riposo. Che se talvolta ci lascia qualche tregua, è, un sonno passeggero dal quale presto si sveglia per pungerci e sollecitarci con desideri continui, i quali sono come pungiglioni che turbano la pace dell'anima. ed anche la sua innocenza. E' ben difficile, difatti, che il diletto che queste tentazioni portano con loro non faccia qualche impressione sull'anima. Dopo la morte soltanto, questo stimolo di peccato sarà interamente strappato dal fondo del nostro cuore, e allora diremo: «Dov'è, o morte, la tua vittoria? E il tuo pungiglione dov'è ora?» (1 Cor., 15, 55).
Tuttavia vi sono delle anime le quali sono così favorite da Dio e partecipano così intensamente all'Infanzia di Gesù, che in esse la concupiscenza trovasi legata e incatenata quasi per tutta la loro vita; come quel drago dell'Apocalisse il quale fu preso da un Angelo che lo legò per mille anni e lo chiuse nell'abisso, affinché non ingannasse più nessuno (48).
In quella guisa che un frutto, benché amaro ed aspro di sua natura, può nondimeno essere talmente imbevuto di zucchero e come inabissato nello zucchero, che non se ne sentirà più la crudità, né l'amarezza; così può accadere che la grazia di Gesù Cristo Nostro Signore inondi talmente l'anima di soavità, che la malignità della carne e le punture della concupiscenza non siano più sensibili per lei. In tal modo gli oggetti esteriori avranno un bel presentarsi ai suoi occhi, ella non li guarderà neppure, non avendo più in se stessa né desideri, né appetito interiore di tali cose; e pertanto resterà immobile, e come insensibile ai loro assalti.
Ecco l'innocenza perfetta, simile a quella di Adamo, il quale nel suo stato originale era così puro e così innocente, che nulla poteva nuocergli; gli oggetti esteriori non facevano sopra di lui nessuna cattiva impressione; tutte le creature erano per lui come altrettanti specchi dove contemplava il Creatore e le vestigia della Maestà di Dio; mentre per noi sono lacci e cause di tentazione, a meno che una grazia abbondante di Nostro Signore non ci rimetta in una innocenza simile a quella di Adamo, con l'assopire in noi quella concupiscenza carnale, la quale è effètto del peccato originale e principio di tutti i peccati attuali. Diversamente, quando passeremo attraverso il mondo, gli oggetti sensibili dei quali è pieno, colpendo i nostri sensi, ecciteranno questa concupiscenza, la quale con i suoi desideri, ci provocherà alla ricerca di tali oggetti; così non avremo mai quella sicurezza che è propria dell'anima perfettamente stabilita nell’Infanzia Spirituale, la quale «non teme né i terrori della notte, né le frecce che il nemico lancia durante il giorno. Non risente nulla dei flagelli dei peccatori perché Dio l'ha posta al sicuro nella propria casa, l'ha nascosta nelle pieghe della sua propria faccia, mettendola al sicuro dalle mani, degli uomini e dalla lingua dei maldicenti (Ps. 30, 21).
PARTE SECONDA
Mezzi per ottenere qualche partecipazione alla stato d'Infanzia Spirituale
CAPITOLO PRIMO
Il culto del Bambino Gesù
Dobbiamo credere che Gesù Cristo Nostro Signore, essendo la sorgente e la fonte di tutte le grazie e virtù cristiane, le comunica ai suoi fedeli per mezzo dei suoi misteri, come per mezzo di mistici canali. Pertanto, siccome chi vuol bere, applica la bocca all'imboccatura del canale pel quale l'acqua passa; Così chi vuol essere partecipe della grazia del Salvatore, deve applicare e unire la bocca della sua mente e del suo cuore a questi divini misteri, onde possa dire con Davide: «Ho aperto la bocca ed ho attinto lo spirito» (Ps., 118, 131).
Sono queste le acque salutari delle quali parlava il profeta Isaia quando diceva: «Attingerete con gaudio le acque dalle fonti del Salvatore» (Isa., 12, 3); e Dio medesimo ci promette di riempircene il cuore, se vorremo aprire la bocca: Dilata la tua bocca, ed io la riempirò, dice il Signore (Ps., 80, 11). Tutte le grazie dei Santi non sono che rivi emanati dalla pienezza del Salvatore, come dice S. Giovanni (Io. 1, 16).
Fa d'uopo dunque accostarci a questa grande sorgente, con un vaso ben pulito e vuoto, dice S. Agostino (49). Questo vaso è il nostro cuore, il quale deve desiderare molto quest'acqua salutare della grazia di Gesù Infante (Io. 4, 15). Il desiderio, infatti, è l'apertura del cuore, e quanto più il desiderio è intenso, tanto più la bocca del cuore è grande e meglio aperta per ricevere. «Dilata la bocca, dice il Signore, e la riempirò»; dilatala con desiderio e la riempirò con l'infusione delle mie grazie: domandate e riceverete, «cercate e troverete».
Quaerite et invenietis. Non basta, Picchiate e la porta vi sarà aperta (Matth., 7, 7).Orbene, il mezzo per aprire bene la bocca e di applicarla al Santo Infante Gesù per attirarci la grazia del mistero della sua Infanzia, è l'orazione e la meditazione frequente di questo mistero nelle sue circostanze con una continua adorazione di Dio fatto uomo e bambino (50).
Chi sovente fiuta i fiori, se ne attira l'odore; e chi maneggia spesso dei profumi, o solo si compiace di stare nei luoghi nei quali ve ne sono, si trova infine anche lui profumato; così colui che mediterà spesso il mistero di Gesù Bambino, richiamando alla propria mente la stalla, il presepio, la fuga del Divino Infante in Egitto, la sua obbedienza a Maria ed a Giuseppe e tutte le altre circostanze della sua Infanzia, se questo farà con affetto di cuore ed amore, infine si troverà rivestito delle qualità di questo mistero, perché le virtù si acquistano con l’amarle e l'amore si eccita col considerarle.
E chi potrà considerare un Dio fatto sì piccolo come un bambino, senza desiderare di abbassarsi e di umiliarsi? Come ammirare la sua semplicità infantile, la sua obbedienza, la sua dipendenza dalla Madre e dal padre putativo, senza concepire il proposito di lasciarsi dirigere da coloro che Dio ci dà per aiutarci e dirigerci? In tal modo, a forza di pensare di affezionarci allo stato meraviglioso e grazioso di Gesù Bambino e Infante, si diventerà infanti come lui. Ma questo suppone una gran fede, perché in questo mistero non serve il ragionamento.
Consacrazione del Card. De Bérulle a Gesù Bambino
Contemplo, venero, adoro Gesù nella sua Infanzia, mi dedico a lui in questo stato al quale voglio rendere un omaggio particolare, consacrandomi e dedicandomi ad esso per riceverne grazia, direzione, protezione, influenza e azione singolare; voglio che lo stato d'Infanzia di Gesù sia lo stato fondamentale dell'anima mia e che da quest’Infanzia divina, come dalla Vita della mia vita, io riceva vita, sussistenza e attività.
CAPITOLO SECONDO
L'imitazione di Gesù Bambino nelle cose basse e piccole agli occhi del mondo e nell'esercizio degli uffici abbietti e disprezzati
Il carattere universale dell'Infanzia, il quale ne comprende tutte le proprietà e ne è, per così dire, la differenza specifica, può chiamarsi la piccolezza; appena, infatti, si parli d'infanzia, la prima, idea che se ne concepisce, è come di qualche cosa piccola; e al contrario, quando parliamo di un uomo al confronto di un bambino, noi concepiamo qualche cosa di grande.
Se qualcuno desidera entrare nello stato d'Infanzia Spirituale, è dunque necessario che pensi a voler diventare piccolo e si affezioni a quelle cose che agli occhi del mondo sono basse e disprezzabili.
Il mondo non ha stima se non di ciò che appare grande e splendente; eppure, secondo la S. Scrittura, ciò che i sapienti, del secolo stimano grande ed elevato, davanti a Dio invece è abominevole (Luc., 16, 15).
Davide dice pure che Dio guarda da vicino ciò che è piccolo, mentre guarda da lontano ciò che è elevato (Ps. 137, 6). Perciò non v'ha nulla che sia opposto allo spirito del mondo, come lo stato dell'Infanzia Spirituale: il mondo infatti considera i fanciulli spirituali come pazzi e imbecilli; i fanciulli spirituali invece, stimano il mondo come stolto ed insensato. Il mondo è a me crocifisso, dice S. Paolo, ed io al mondo (Galat., 6, 14). Chi ha ragione?
Nel dì del giudizio si vedrà chi sarà ingannato; allora i sapienti mondani, i prudenti del secolo, vedendosi: con tutta la loro politica, per sempre miserabili, e vedendo pure i figlioli di Dio, con tutta la loro semplicità, così gloriosi col loro Maestro Gesù, il quale allora non comparirà più come un bambino, bensì come Re maestoso, esclameranno con gemiti disperati, come viene riferito dal libro della Sapienza: «Questi, sono dunque coloro che noi avemmo a scherno e a proverbio d'improperio? Noi insensati stimavamo la loro vita una pazzia, e la loro fine disonorata: ed ecco che sono contenti tra i figli di Dio e la loro sorte è tra i Santi. Dunque, noi troviamo dal cammino della verità, e la luce dell'intelligenza non si levò per noi» (Sap. 5, 3-6).
E i figli di Dio risponderanno: «Dove sono i sapienti? Dove sono i dottori? Dove sono i studiosi di questo mondo? Non è dunque evidente ora che Dio ha resa stolta la sapienza del mondo?» (1 Cor., 1, 20).
Potete pertanto giudicare quali siano le pratiche di piccolezza che bisogna esercitare per entrare nell'Infanzia Spirituale, perché sono appunto quelle che sono opposte allo spirito ed alle massime del mondo. Il mondo ama e stima i palazzi, gli abiti belli, i bei discorsi, gli impieghi grandi e nobili, gli uffici lucrativi ed onorabili; il mondo, in una parola, rassomiglia al suo infernale principe e governatore, del quale sta scritto che ama le cose elevate, e che la sua superbia, come quella dei suoi simili, s'innalza sempre più: Superbia eorum qui te oderunt, ascendit semper.
Il demonio quando tentò il Salvatore, rese manifesta questa sua superbia, mentre lo portò in due luoghi elevati: sul pinnacolo del Tempio e su un alto monte, manifestando in tal modo la sua alterigia che esso comunica ai suoi sudditi, cioè ai mondani.
Il Re Gesù, al contrario, ispira ai suoi figlioli l'amore alle cose basse, umili e, disprezzabili, dicendo loro, a voce bassa, all'orecchio del cuore: «Imparate da me ad essere dolci ed umili di cuore». Egli insegna loro amore delle piccole celle, degli ammobiliamenti poveri, degli abiti dimessi, dei cibi comuni, degli impieghi oscuri e del piccolo lavoro manuale, degli uffici meno esposti alla stima degli uomini.
Spesso invece lo spirito del mondo e il nostro proprio spirito ci suggeriscono segretamente di avvicinarci di più all'altare, di salire sul pulpito per predicare e comparire. «Fatevi conoscere al mondo, dicevano a Gesù i suoi parenti, fate parlare di voi» (Ioann.., 7, 4). Era questo lo spirito dei Farisei, i quali, volevano comparire i primi dappertutto ed essere considerati da tutti (Matth., 23, 5). Ma lo spirito di Nostro Signore Gesù Cristo è tutto opposto di quello dei Farisei, vuole sempre rimanere nascosto agli occhi degli uomini, e desidera dappertutto stare all'ultimo posto: in novissimo loco. Chi è il primo tra di voi, sia il servo degli altri (Matth., 20, 27). Ecco le lezioni che Gesù dà ai suoi discepoli, i quali sono i fanciulli di Betlemme.
Bisogna dunque, con la grazia di Gesù Bambino, metterci francamente ad amare e a ricercare la piccolezza e a fuggire la grandezza, ad onta della resistenza della nostra natura corrotta, la quale aborre e disprezza tutte queste piccole cose che le sembrano o troppo vili o almeno inutili, perché non le piacciono.
Ora, perché le umiliazioni dell'Infanzia Spirituale siano profittevoli, bisogna accettarle volentieri in unione a Gesù Bambino e sotto l'influenza del suo Spirito, considerando come egli medesimo le abbia volute per se medesimo sulla terra, onde glorificare il Padre suo e insegnare agli uomini ad umiliarsi davanti a Dio, il quale guarda con benevolenza le cose umili. Senza una tale disposizione, che procede dallo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo Bambino, le nostre azioni non sono che azioni umane, anzi troppo spesso frivolezze e giuochi da bambini; ma ciò che è santificato dallo Spirito di Gesù Bambino, quantunque in sé sia piccola cosa per ragione della sua entità e del suo ufficio, ha davanti a Dio un prezzo infinito per ragione della sua forma e del suo fine donde proviene il suo valore.
Gesù ha santificato e nobilitato tutte le faccende umane, col contatto della sua purezza e con l'esercizio che ha voluto farne nella sua natura umana. L'uomo che è unito a Gesù Cristo per mezzo della fede e della carità ed agisce sotto la mozione dello Spirito di lui, non fa niente di comune, quantunque tale appaia agli occhi degli uomini.
Tuttavia, questa maniera di agire non consiste soltanto in una semplice considerazione della mente nel pensare a Gesù Bambino, ma piuttosto in una unione affettiva del cuore con la sua Divina Persona, per imitarlo e per piacere a lui e in lui all'Eterno Padre per la virtù dello Spirito Santo, il quale era il principio i tutte le azioni di Gesù e che deve essere il motore e il protomotore di tutte le opere nostre (51).
Bisogna perciò incessantemente darci ed abbandonarci a questo Divino Spirito, rinunciando ad ogni altro spirito, specialmente al nostro, e supplicando quel Divino Spirito di voler continuare in noi la vita di Gesù Cristo per compiere nelle membra ciò che ha cominciato nel capo.
Abituandoci ad agire in questo modo, a poco a poco diventeremo cristiani e Gesù Cristo si formerà ed entrerà in noi (52). Quando poi sarà interamente formato nell'anima, questa non avrà più bisogno di fare tanti atti per unirsi a Lui, perché l'unione sarà già fatta; e ciò che sembra tanto difficile nel principio, alla fine sarà così facile da sembrare naturale, quantunque una tal vita sia divina e soprannaturale.
Il cuore del cristiano deve essere innestato sulla persona di Nostro Signore Gesù Cristo, come un ramo sul tronco; per questo egli ha voluto sorreggere con la sua Divina Persona una natura umana, affinché l'uomo, trovasse in lui il suo proprio appoggio. Ha voluto non solo reggere l'uomo, ma anche portarlo; e non solo portarlo con la sua potenza, ma sorreggerlo nella sua propria personalità nell'Incarnazione, affinché tutto in lui e per mezzo di lui fosse assodato (53). Egli porta tutto con la virtù della sua parola (Hebr.. l, 3), ma la sua natura umana egli la porta e sorregge personalmente. Sembra che Dio si sia comportato coll'uomo come una madre, la quale, avendo parecchi figlioli, li nutre e governa tutti, ma uno solo se lo prende al seno, contentandosi di condurre gli altri per mano. Pertanto, non si è unito all’Angelo con l'Incarnazione, ma alla stirpe di Abramo (Ibid., 2, 16).
Ah, se l'uomo intendesse l'onore che Dio ha fatto alla nostra natura portandola e sorreggendola col Verbo Incarnato! Come si rallegrerebbe di essere uomo e uomo cristiano! Mistero ammirabile, che Dio abbia amato l'uomo sino a volerlo portare in sé e mettersi in uno stato di essere egli stesso portato dall'uomo! Poiché dopo che si è fatto uomo prendendo a portare personalmente la natura umana, l'uomo può portarlo anche corporalmente. Ben lo seppero la Santa Vergine e S. Giuseppe, e lo stesso favore ci viene pure comunicato nella S. Comunione: Glorificate Dio, dice S. Paolo, e portatelo nel vostro corpo (I Cor., 6, 20).
Dio porta l'uomo, e l'uomo porta Dio; ma in modo ben differente. Dio porta l'uomo e lo sorregge in qualità di superiore, e l'uomo lo porta come a lui inferiore; Dio porta l'uomo per la sua propria virtù, Verbo virtutis suae; e l'uomo porta Dio per la virtù di Dio medesimo, il quale si fa portare da lui, comunicando gli la forza di portarlo. Come cavalca bene colui che è portato dalla grazia di Dio (54)! La grazia di Dio lo trarrà dal pantano e lo salverà da ogni pericolo; la grazia è un peso che rassomiglia alle penne dell'uccello, il quale più ne è fornito, tanto meno può volare.
Se dunque vogliamo partecipare alla vita di Gesù Bambino, prenderlo nel nostro seno e metterlo nel nostro cuore, bisogna che diventiamo simili a questo Divino Infante.
Felice quella vecchiaia che viene rinnovata col portare Gesù Bambino! Tuttavia lo portiamo ogni giorno, non soltanto sulle nostre braccia come Simeone, ma nel nostro petto per mezzo della S. Comunione; eppure rimaniamo sempre nella nostra vecchiaia di Adamo; il contatto con questa pietra divina non ci toglie questa nostra vecchia pelle, tanto è indurita e aderente alla nostra carne. Dobbiamo pertanto accostarci a questa pietra e prendere incessantemente intimo contatto con essa, affine di rinnovarci spiritualmente e di camminare in una via tutta nuova (55). «Beato chi afferrerà e sbatterà i suoi bambini contro la pietra» (56). Beato cioè, chi sa frenare i movimenti della sua natura corrotta, col tenersi perfettamente aderente, a quella mistica pietra che è Gesù! Beato chi sa schiacciare i piccoli serpi dai suoi desideri e dei suoi pensieri perversi che pungono sempre il nostro povero cuore senza lasciargli requie!
CAPITOLO TERZO
Divozione ai Santi più devoti del mistero di Gesù Bambino
I primi ad avere divozione a Gesù Bambino furono Maria e Giuseppe, i quali godettero le primizie della sua Infanzia; ma con quale divozione!
Rispetto alla SS. Vergine, chi potrebbe pensare quali comunicazioni ella ricevesse dal suo Divino Bambino mentre lo portava per nove mesi nelle sue castissime viscere? Oh quali impressioni faceva il Divino Infante sull'anima e sul corpo della sua SS. Madre, e quali applicazioni della grazia del mistero della sua Infanzia, il quale allora era tutto rinchiuso nel seno della sola Vergine Maria!
Ma come un vaso ripieno di liquore, quando sia riscaldato, non può conservarlo senza effonderlo, così la Santa Vergine come un Vaso sacro, Vaso spirituale, Vaso ammirabile, Opera dell'Altissimo, piena della grazia del suo caro Bambino, si porta prontamente a rendere partecipe della sua pienezza un altro bambino, sui monti della Giudea. Maria pertanto spinta dal fervore e dalla carità di Gesù, porta in tal modo la grazia dell'Infanzia divina al bambino di Elisabetta. Coloro che vogliono ricevere qualche goccia della purità, semplicità ed innocenza di Gesù Bambino, si accostino alla S. Madre, la quale è tesoriera e come dispensiera di questa grazia. Maria è il canale per il quale Gesù Bambino si comunica, è come la sorgente dell'Infanzia di Gesù, poiché in lei egli nacque e in lei fu concepito per opera dello Spirito Santo.
Accostatevi dunque a Maria, se volete diventare infanti spirituali; ella ne è la madre. Adorate Gesù Bambino, mentre risiede per nove mesi in Maria, poi riposa sul seno, di Maria, ne succhia le mammelle, la bacia con le sue labbra divine, e pensate quale fosse il flusso e il riflusso d'amore di quei due cuori, del Cuore di Gesù Bambino verso Maria, del Cuore di Maria verso Gesù; Sono meraviglie da meditare con affetto, piuttosto che spiegare a voce o in iscritto. E' necessario che quel medesimo Spirito che univa il Cuore di Gesù ed il Cuore di Maria, ci infonda pensieri confacenti a questo mistero, perché da noi medesimi non ne siamo capaci.
Di più, siccome il sole imprime la sua somiglianza sui corpi diafani che sono suscettibili di riceverne lo splendore, come l'acqua ed il cristallo, così Gesù imprimeva la sua divina somiglianza in quelli che a lui si avvicinavano, se erano disposti a riceverlo. Orbene, Maria e Giuseppe vissero sempre con Gesù, lo guardavano, lo servivano, lo baciavano, lo portavano e gli rendevano mille omaggi e servizi, e inoltre erano le anime più capaci di ricevere le sue divine influenze; pensate dunque quale non dovette essere l'impressione dell'Infanzia di Gesù in queste felicissime copie. Certamente Maria e S. Giuseppe possono dire come S. Giovanni: «Ciò che vedemmo cogli occhi nostri, contemplammo e colle nostre mani palpammo del Verbo di vita, del Verbo Bambino, questa vita che si manifestò, la vedemmo, l'attestiamo e vi annunciamo questa vita eterna, la quale era presso il Padre ed apparve a noi» (I Io., 1, 1-2).
Quando S. Giuseppe morì, come si crede, tra le braccia di Gesù, e così morì non solo, nell'Infanzia Spirituale, ma nell'Infanzia di Gesù Cristo. Morte felice! Beati quelli che muoiono nel Signore (Ap. 14, 13). Egli fu il custode, il padre nutrizio, il tutore di Gesù Bambino; perciò ebbe certamente una parte tutta particolare in questo mistero, perché la di lui vita ebbe il suo termine nel tempo dell'Infanzia del Salvatore e tutte le sue fatiche furono consumate nel servizio di questa Divina Infanzia.
Non bisogna dunque separare Gesù Bambino da Maria e da Giuseppe, come non si separa il frutto dall'albero e dalle foglie.
Coi santi Re Magi, bisogna cercare Gesù Bambino nelle braccia. della sua divina Madre (Matth., 2. 11). Bisogna andare a Betlemme coi pastori per vedervi e adorarvi il Verbo Eterno fatto bambino per noi (Luc., 2, 15). Questi re e questi pastori ci serviranno pure di mediatori presso Gesù per ottenerci di partecipare alla grazia della sua Infanzia. Dobbiamo invocarli mentre li ringraziamo per gli omaggi che hanno reso al Divin Bambino.
INVOCAZIONI A S. GIUSEPPE del Servo di Dio Giovanni Olier
Vi saluto, Giuseppe, immagine di Dio Padre.
Vi saluto, Giuseppe, padre di Dio Figlio.
Vi saluto, Giuseppe, santuario dello Spirito Santo,
Vi saluto, Giuseppe, oggetto di amore della SS. Trinità.
Vi saluto, Giuseppe, fedelissimo consulto re del gran Consiglio.
Vi saluto, Giuseppe, custode della Santa Vergine.
Vi saluto, Giuseppe, amante della povertà.
Vi saluto, Giuseppe, esempio di dolcezza e di sapienza.
Vi saluto, Giuseppe, modello di umiltà e di obbedienza.
Voi siete benedetto tra gli uomini!
Benedetti i vostri occhi, perché videro ciò che vi fu dato vedere!
Benedette le vostre orecchie, perché sentirono ciò che vi fu dato sentire!
Benedette le vostre mani che toccarono il Verbo Incarnato!
Benedette le vostre braccia, che portarono Colui che porta l'universo!
Benedetto il vostro petto, sul quale il figlio di Dio dolcemente riposò!
Benedetto il vostro cuore, infiammato del più ardente amore!
Benedetto l'Eterno Padre, che vi elesse!
Benedetto il Figlio, che vi amò!
Benedetto lo Spirito Santo, che vi santificò!
Benedetta Maria, vostra sposa, che vi amò come suo sposo e come un fratello!
Benedetto l'Angelo, che fu il vostro custode!
Benedetti in eterno tutti coloro, che vi benedicono e vi amano!
LETTERA del Servo di Dio Giovanni Olier sull'Infanzia Spirituale
«Prego Nostro Signore di riempirvi dello spirito della sua S. Infanzia... E' questa una delle grazie che i cristiani devono maggiormente desiderare per vivere secondo la volontà di Dio. Anzi è una grazia assolutamente necessaria, poiché Gesù Cristo nel S. Vangelo protesta che se non diverremo simili a piccoli fanciulli, non entreremo nel regno dei Cieli.
Ciò che mi avete scritto in merito ai vari rispetti umani che vi inquietano ed a quella sapienza troppo umana che infetta la vostra condotta, può farvi comprendere il grandissimo bisogno che avete di questo spirito, perché l'Infanzia Spirituale vi farà interamente dimenticare le leggi del mondo e della sapienza mondana. Per l'Infanzia Cristiana, l'anima vostra si troverà in tal modo in uno stato indipendente dal mondo, che non potrà più conformarsi in nulla ai suoi costumi, né prendere le sue massime per regola della propria condotta. Il cristiano che ha lo spirito dell'Infanzia Spirituale non ha più né prudenza, né sapienza umana, e va con tutta docilità dove lo porta la mozione dello Spirito Santo.
Il fanciullo va, senza riflessione, dovunque lo si conduce: così i figli di Dio, veri infanti spirituali, vanno dovunque lo Spirito di Dio li conduce. Non si perdono a considerare se ciò che fanno è conforme alle leggi del mondo, ai suoi costumi, alle sue usanze; ma si contentano della sapienza della fede, la quale è la Sapienza di Dio medesimo, la regola e la luce che egli stesso dà loro; perciò si abbandonano puramente e senza riflessioni alla sua condotta. Così evitano tutto il riflesso della luce umana, la quale sovente con le sue impurità spegne in noi la luce di Dio.
Coloro che hanno lo spirito dell'Infanzia Cristiana, non riflettono sopra se medesimi, né si preoccupano di ciò che si dirà di loro nel mondo, non dànno più retta a quella prudenza della quale, come afferma la sacra Scrittura, vani sono i pensieri ed incerte le previdenze (57); perciò tengono chiusi gli occhi a queste vane luci, affine di possedere la Sapienza Divina ed adorabile, perché li conduca in tutto e riempiendo la loro mente delle divine verità della fede, serva loro di regola in tutta la loro vita. Né si contentano di evitare in generale ciò che vi è di perverso nella sapienza umana, ma anche ciò che in essa è secondo la ragione, affinché non si dedichino alla pietà soltanto per il principio generale d'uno spirito bene intenzionato, ma per la luce divina per la quale in ogni cosa considerano il beneplacito del Maestro e del Padre celeste. Ecco qual è la condotta dei figliuoli di Dio posseduti dal suo Divino Spirito, i quali, benché siano infanti, possiedono una sapienza molto più solida, più seria e più regolata che quella del mondo intero riunita insieme, perché la loro regola, la loro luce è la sapienza di Dio medesimo.
Orbene, lo spirito d'Infanzia, non solo dà all'anima luce per condursi in ogni circostanza, ma dispone inoltre dolcemente la volontà a fare ciò che Dio vuole. Perché noi non possiamo operare senza mozione, come neppure senza luce; non possiamo agire senza volontà e senza un'affettuosa, dolce e dilettevole inclinazione che ci attiri e ci porti a ciò che Dio ci fa volere. Anzi, siccome Dio è un agente perfetto e riempie tutte le facoltà e le potenze dell'anima, operando in ciascuno secondo la sua disposizione e il suo stato, non solo riempie la nostra mente di luce e la nostra volontà di movimenti soavi e affettuosi, ma inoltre con il suo vigore e con la sua forza. anima tutte le altre nostre potenze, onde portarle a ciò che egli vuole. La sua augusta presenza dà all'anima una tale fiducia che essa si porta senza esitazione e con una meravigliosa facilità, all'adempimento di tutti i doveri che Dio le impone e giunge persino ad una santa audacia di fare per Dio qualunque cosa, stimando ogni cosa troppo piccola davanti a lui, e considerando tutte le opere che si presentano come cosa da nulla in confronto del sentimento che ha della grandezza Dio. Vedete dunque quale sarebbe la vostra felicità se foste ben posseduto dallo spirito d'Infanzia Cristiana! Quale pace, quale tranquillità e quale gioia per il vostro cuore!
Con quale purezza, con quale forza, con quale libertà e fedeltà vi comportereste in ogni cosa! E' questa la grazia che dovete implorare da Dio, col rinunciare al vostro spirito proprio, e morire perfettamente a voi per abbandonarvi alla condotta di Nostro Signore, il quale a tempo e luogo vi suggerirà i vostri doveri.
Sospirate ogni giorno questa grazia e conservate costantemente l'ardente desiderio di giungere a questo stato d'Infanzia, il quale è così utile e così necessario per la perfezione dell'anima».
PENSIERI del Card. De Bérulle sull'Infanzia Spirituale
Gesù Cristo, come vediamo nel S. Vangelo, non ci invita alle cose grandi ed elevate; mentre in vari luoghi ci esorta, anzi ci obbliga alle cose che nel mondo sono riputate basse e abbiette. Abbiamo infatti, nel Vangelo di S. Luca (cap. 9), un fatto dove il Figlio di Dio grande e piccolo sulla terra, seduto in mezzo ai suoi Apostoli, prende con le sue divine mani un fanciullo, dimostrando che nella tenerezza del suo amore e nella stima di una tale piccolezza, lo preferisce ai suoi Apostoli medesimi. Contempliamo questa scena ammirabile e consideriamone tutte le parti perché è ben degna delle nostre riflessioni.
Gesù si trovava nella campagna della Giudea, dove spargeva la semente della grazia e della salvezza; istruiva gli Apostoli, conversando familiarmente con loro e parlando della sua croce e della sua morte. Leggendo nei loro pensieri, chiama un fanciullo, puellum, secondo il testo originale, e lo pone in mezzo agli Apostoli, lo abbraccia e lo accarezza, volendo così dare agli Apostoli medesimi una istruzione nuova, degna di lui e della sua Croce e fondamentale per il loro apostolato. Notiamo che di solito Gesù stava in mezzo agli Apostoli, come ci riferisce il Vangelo; questa volta invece, un fanciullo tiene il posto di Gesù e sta nel mezzo: Statuit eum in medio eorum, dice S. Matteo (18, 2) e S. Marco specifica esplicitamente che quelli erano i Dodici: Vocavit duodecim (6, 7). Gesù era il Maestro che gli Apostoli dovevano guardare e seguire; questa volta, invece, egli vuole che contemplino e prendano come esemplare un piccolo fanciullo, e così, per mezzo di un fanciullo, vuole istruire coloro che destina ad essere dottori e pastori del mondo intero.
Gesù era la persona più degna del Cielo e della terra... perciò il posto migliore in Cielo e in terra era quello più vicino a Gesù; era appunto questo il posto dove stava allora quel piccolo fanciullo, poiché Gesù lo teneva fra le sue braccia, sul suo seno e vicino al suo Cuore: Complexus illum, dice S. Marco, statuit illum secus se, dice S. Luca. Questo posto di onore e di amore singolare, questo posto di favore nella tenerezza e nella familiarità di Gesù era dato allora non ai grandi del Cielo e della terra, non ad un Angelo o ad un Apostolo, ma riservato ad un fanciullo a favore della sua infanzia e della sua piccolezza. In questo atto, il Figlio di Dio sembra voler, in faccia al Cielo ed alla terra, ricoverare la piccolezza nel suo proprio seno come nel trono del suo amore, e in questa unione dolce, tenera e familiare con un piccolo fanciullo, pronunciare i suoi oracoli in favore della piccolezza e assoggettare a quel fanciullo persino quelli che sono i più grandi nel suo stato, rivolge la sua parola agli Apostoli e li obbliga a diventare come questo fanciullo che egli teneramente abbraccia e si tiene caramente sul seno.
Com'è grande, com'è dolce vedere quel Gesù, nel quale riposa la pienezza della Divinità e della Sapienza eterna, vederlo unito ad un piccolo fanciullo!
Oh felice fanciullo, trovarsi in un posto così eminente e delizioso, così vicino a quel Cuore dove riposa e trionfa la Divinità medesima!
Ma se un tale spettacolo è dolce e grande, la lezione ne è oltremodo severa, l'effetto ne è potente e il fine ne sembra strano; perché Gesù, con quella sua azione e con le sue parole, umilia non solo i grandi della terra, questo sarebbe poco, ma anche i Grandi del suo Stato divino e celeste (gli Apostoli). Alloro cospetto pone la piccolezza nel suo proprio seno, come sopra un trono, e sopra un trono ad essa dovuto poiché l'ha già stabilita nella sua propria persona che egli ha rivestito della nostra bassezza e mortalità. Non esorta soltanto, ma obbliga espressamente gli Apostoli ad essere simili a questo piccolo fanciullo con queste parole che sono una sentenza spaventevole e una minaccia formidabile: Nisi efficiamini sicut parvulus iste, non intrabitis in regnum Caelorum (Matt., 18, 3).
Così dichiara che vuole assoggettare, non solo la grandezza peritura della terra, ma persino la grandezza più alta nella sua grazia e la dignità più fiorente nel suo Stato, vale a dire l'apostolato, all'umile piccolezza, della quale formula in queste parole una raccomandazione così forte, così degna e potente. Lo Stato apostolico infatti è lo Stato più grande della corona di Gesù, la più grande dignità della sua Casa, il più grande ufficio del suo Impero.
Che può mai esservi di più potente e, insieme, di più dolce in favore della piccolezza? Questo oracolo di Gesù deve spaventarci e mentre è uno spettacolo che ci cava lagrime dagli occhi, deve sciogliere la nostra superbia nella dolcezza di Gesù così favorevole ai piccoli, confondere coloro che sono i più grandi, abbassare per sempre i più alti cedri del Libano e metterli ai piedi di Gesù e dei piccoli di Gesù sulla terra.
PARTE TERZA
Considerazioni pratiche per onorare Gesù Bambino Verbo Incarnato
Preambolo
Ama et fac quod vis, ama e fa ciò che vuoi, ha detto il grande S. Agostino. Amate Gesù Bambino e il suo amore vi suggerirà in suo onore molte pratiche di divozione che i libri e i predicatori non saprebbero insegnarvi.
Coloro che non fanno se non ciò che trovano nei libri di pietà sono come strumenti di musica i quali, essendo inanimati non rendono nessun suono fuorché quando vengono toccati; ma coloro che della santa carità sono animati e diretti, sono simili a quegli abili cantori i quali a loro piacimento fanno sentire dolci armonie e dispongono come vogliono della loro voce, o per intonare cantici già vecchi, o per cantare melodie tutte nuove.
Tali devono essere i divoti della Divina Infanzia di Gesù; devono lasciarsi penetrare sino al cuore dalle grazie e attrattive, dalla tenerezza e bellezza e dall'amore di questo divino Bambino; affinché, avendo l'anima imbalsamata dai suoi divini profumi, non pensino che a lui, non agiscano che per lui, non abbiano che lui sulle labbra nelle conversazioni, di maniera che possano dire col Profeta: «Alla, vostra gloria, o mio Dio, canterò melodie e cantici nuovi» (Ps., 143, 9); vi onorerò con le sante industrie che il vostro amore mi suggerirà; per voi farò dei sacrifizi e vi benedirò, non solo secondo il modo antico e comune, ma con una divozione e con pratiche affatto particolari e tutte nuove (Cant. 7, 13) .
Tuttavia, a sollievo e consolazione delle anime divote al S. Bambino Gesù, insieme con le considerazioni dei Santi Misteri, proporremmo alcune pratiche generali o particolari in suo onore.
CAPITOLO PRIMO
Dovere di onorare il Bambino Gesù e di aver parte alla Sua Divina Infanzia
Gesù Bambino, come Verbo e Figlio di Dio, contiene in sé nella loro pienezza tutte le grazie e tutti i tesori di Dio suo Padre, è lo splendore e l'immagine perfetta delle divine perfezioni del Padre e la sorgente inesauribile di ogni sapienza e di ogni scienza (Coloss., 2, 3); perciò i Patriarchi ne sospiravano la venuta, considerandolo come l'unico oggetto dei loro ardenti desideri (Is., 64, 1).
Noi lo consideriamo rivestito della nostra carne e vivente come bambino sulla terra; ma l'Eterno Padre ce lo presenta come Figlio suo benamato e nostro caro Maestro di cui dobbiamo ascoltare le lezioni, Ipsum audite, e seguire gli esempi, ut sequamini vestigia eius (1 Petr., 2, 21). In quanto Figlio di Dio, deve essere l'unico oggetto dei nostri desideri e del nostro amore; come Bambino e Figlio dell'uomo, va perfettamente imitato e seguito, soprattutto nello stato della sua Infanzia e ne proporremo qui parecchi motivi:
1°) Perché l'Infanzia è più amabile ed ha attrattive più dolci che tutte le altre età e tutti gli altri stati della vita umana;
2°) Perché Gesù Cristo, nostro Salvatore, avendo passati pochi anni sulla terra, ha voluto esservi chiamato bambino, vivere e comparire bambino e fanciullo, mentre non ha voluto essere chiamato vecchio, né raggiungere un'età molto avanzata;
3°) Quantunque Nostro Signore dall'Apostolo S. Paolo sia chiamato il nuovo e secondo Adamo, tuttavia è vero che ha voluto espressamente essere dissimile dal primo Adamo nell'origine e nella durata. Il vecchio Adamo venne creato in una età perfetta e nell'uso dei sensi; non fu soggetto alle debolezze della nascita, dell'infanzia e dell'adolescenza: Nostro Signore al contrario, cessò di vivere quando i suoi sensi corporali arrivarono all'ultimo periodo della loro perfezione naturale; dimodochè non venne al mondo se non per crescere, come dice S. Giovanni Battista: Illum oportet crescere (Ioann.. 3, 30). Morì, tosto che ebbe raggiunto l'età stabile in cui l'uomo si conserva senza aumento né diminuzione. In tal modo Gesù con la sua santa vita consacrò l'infanzia e l'adolescenza, ossia quell'età in cui l'uomo cresce ancora, adempiendo in se stesso e supplendo a ciò che mancava alla vita del primo uomo.
4°) L'Infanzia naturale del Divino Gesù è una misteriosa immagine della perfezione cristiana, nella quale, lasciandoci condurre come piccoli fanciulli, lo seguiamo come il nostro Padre e rispettiamo la Chiesa, sua santa Sposa, come nostra buona Madre. Perciò appunto, S. Pietro e S. Paolo paragonano i fedeli a piccoli fanciulli: Sicut modo geniti infantes, siete come bambini appena nati, dice S. Pietro; e S. Paolo: Filioli, siete i miei piccoli figlioli.
5°) Il. S. Vangelo ci propone un fanciulletto come l'esempio che dobbiamo imitare sotto pena di eterna dannazione. Fate pure tutto ciò che credete, ma se non diverrete simili a piccoli fanciulli non entrerete giammai nel regno dei Cieli (Marc., 10, 15): parole di Vangelo: Da Gesù Bambino impareremo dunque la strada del Cielo donde egli è disceso per insegnarla a noi. Gesù fanciullo col suo esempio ci insegna la sommissione, la fedeltà, la religione e l'amore con cui dobbiamo compiere i nostri doveri verso Dio. Da lui impariamo l'obbedienza, la dipendenza, il rispetto e la tenerezza che dobbiamo avere per coloro che ci reggono; e infine nella sua Divina Infanzia troviamo il modello perfetto di tutte le virtù cristiane, dell'umiltà, della semplicità, della povertà, della pazienza, dell'affabilità, della docilità, della dolcezza, della purità, della modestia, del silenzio, dell'orazione, dell'abbandono a Dio e della perfetta carità.
CAPITOLO SECONDO
Figure e realtà dell'infanzia di Gesù
Gesù Bambino, Verbo Incarnato, è sorgente di grazie, di perfezioni, di virtù e di misteri, sorgente così feconda che, per poco lo si guardi con rispetto e amore, si rimane compresi di stupore e di profonda ammirazione.
S. Cipriano, ammirando le opere stupende di Gesù Bambino, chiama onnipotente la sua Infanzia, Omnipotens Infantia.
S. Clemente Alessandrino lo considera come l'esemplare di ogni perfezione, Perfecta disciplina; dice che il divin Bambino è la dolce e feconda mammella dell'Eterno Padre: dolce, perché non v'è nulla di più attraente di questo divin Bambino; feconda, perché è la sorgente inesauribile di ogni luce e di ogni felicità.
Oh felici quelle anime che a lui si attaccano e lo possiedono! Sembra ben piccolo, ma è il nostro Maestro, il nostro Direttore, il nostro Re, il nostro Padre, il nostro Dio, e lui solo deve essere la nostra guida; poiché i fedeli non devono agire fuorché sotto la direzione, gli esempi, la luce e l'autorità dell'umile Fanciullo Gesù, come dice Isaia: Un piccolo fanciullo li guiderà (58).
Infatti, la vista di questo divino Infante ci insegna in modo sensibile il più sublime di tutti i nostri misteri, quello della SS. Trinità. Il suo custode S. Giuseppe è l'immagine dell'Eterno Padre; il Verbo Incarnato effettivamente è la seconda persona di questo augusto mistero; e la Vergine nutrice e Madre di Gesù, è il tempio e la sposa dello Spirito Santo; ovvero, in altro modo, Gesù Infante da solo ci rappresenta ben chiaramente questo ineffabile mistero nel quale adoriamo un solo Dio in tre persone; in Gesù Cristo, infatti, adoriamo invece una sola persona e tre sostanze distinte: quella del Verbo, che è divina; quella dell'anima sua, che è spirituale; e quella del suo corpo, la quale è visibile e corporale, mentre tutt'e tre hanno una sola sussistenza che è tutta divina (59).
La creazione di Adamo, la sua caduta e la pena che ne seguì, si vedono santamente rappresentate nel pargoletto Gesù, il quale da S. Paolo viene chiamato il secondo, celeste e nuovo Adamo. (1 Cor., 15, 45).
Dapprima, come l'ordine del mondo non venne stabilito se non dopo il caos e la confusione che l'avevano preceduto, così l'opera dell'Incarnazione non venne compiuta se non quando una pace universale ebbe posto fine ad una infinità di divisioni, di ribellioni e di guerre che avevano gettato il terrore su tutta la faccia della terra (Ps. 80, 9). «Scuoterò, aveva detto il Signore per bocca di un Profeta, scuoterò il cielo e la terra, il mare e il continente. E verrà il desiderato da tutte le genti» (Agg., 2, 7).
Adamo fu formato da un limo che Dio aveva benedetto; Gesù Bambino fu tratto dal più puro sangue della SS. Vergine, la quale era particolarmente benedetta e santificata.
Adamo fu animato dal soffio di Dio (Gen., 2, 7), Gesù Bambino venne concepito per opera dello Spirito Santo e ne fu ripieno.
Adamo nella sua creazione fu costituito re degli animali e delle creature viventi (Gen., 1, 26): Gesù Bambino nacque Signore di tutto l'universo (60). Re degli uomini, natus est Rex, e venne riconosciuto nella sua nascita come Sovrano degli Angeli: Adorent eum omnes Angeli Dei (Hebr. l, 6).
Il primo uomo per superbia volle essere simile a Dio: Gesù, Dio incarnato, per umiltà si rese simile all'uomo; così il desiderio del primo Adamo venne compiuto nel secondo, e l'ambizione dell'antico Adamo, soddisfatta nel nuovo, il quale supplì all'impotenza di quello che ne colpì mirabilmente e santamente il cattivo desiderio, facendosi simile a noi per darei i mezzi di diventare simili a lui. Epperò il Padre celeste, con compiacenza ed amore, disse a Gesù Ciò che con indignato rimprovero aveva detto al primo Adamo: «Ecco un Adamo che è perfettamente simile a noi, che è Dio e un medesimo Dio con noi» (Gen., 3, 22).
Adamo perdette il paradiso terrestre e ne fu scacciato per avere desiderato una ambiziosa indipendenza; e per aver violato la legge di Dio venne condannato al lavoro continuo e ad una perpetua penitenza; Gesù Cristo, invece, per offrire all'Eterno Padre la soddisfazione dovuta per la colpa del primo uomo, si spogliò, in certo qual modo, della sua divina indipendenza, lasciò volontariamente il Cielo per scendere sulla terra affine di obbedire ai suoi servi ed alle sue serve, onde guadagnar il suo pane fin dalla sua infanzia con un lavoro rude e penoso (Ps. 87, 16).
Infine, Gesù Bambino, ci viene rappresentato da quell'innocente pastore perseguitato dal suo fratello Caino (61), poi dal pio Enoch che incominciò ad invocare il nome di Dio in una maniera tutta speciale; il S. Bambino, è quell'arca misteriosa di Noè, la quale, attraverso mille burrasche, scogli, tempeste e naufragi, contiene e porta al sicuro la salvezza e la riparazione del mondo; è l'innocente Isacco nel quale sono poste tutte le benedizioni del Cielo.
Nella culla di Betlemme come sull'altare Eucaristico, Gesù è il piccolo e delizioso granello di manna che sazia il suo povero popolo nel deserto e nel periglioso pellegrinaggio di questa vita; è quella piccola pietra del Profeta Daniele, la quale staccatasi dall'alto del monte, abbatte lo stesso colosso misterioso del re Nabucodonosor, il quale rappresentava le diverse monarchie che Gesù Bambino venendo al mondo comprese nel suo impero.
Il S. Bambino è l'arca dell'alleanza degli Ebrei con i Gentili, degli Angeli con gli uomini, del Cielo con la terra, di Dio con le creature, e Maria e Giuseppe sono i due gloriosi cherubini che lo proteggono, lo coprono, lo contemplano, lo adorano e l'imitano; è il piccolo Davide che trionfa del gigante Golia, cioè del demonio, e ci libera dalla potenza degli spiriti maligni, i quali, come i Filistei, perseguitano il popolo di Dio; è infine colui che la legge e tutti i Profeti annunciavano (62).
Infine il S. Bambino ha compiuto la legge antica dandocene una affatto nuova; ha santificato e perfezionato la prima col nascere e vivere nelle sua infanzia sotto le leggi e l'obbedienza della Sinagoga; e ha stabilito la seconda con le sue opere, le sue parole ed i suoi esempi. In tal modo Gesù Bambino è stato la pietra angolare che nella propria persona ha congiunto il Nuovo Testamento col Vecchio: Qui fecit utraque unum (Ephes., 2, 14).
CAPITOLO TERZO
Relazione tra i misteri dell'Infanzia e la Passione di N. S. Gesù Cristo
Il divino Bambino Gesù è il Verbo compendiato, Verbum breviatum (Rom., 9, 28), il quale non solo ci scopre le meraviglie della legge antica, ma ci rappresenta pure, come in compendio, tutti i misteri del corso della sua vita. Dimorò quaranta giorni nella solitudine del suo presepio tra due animali (*): così nel principio della sua predicazione, dimorò quaranta giorni nel deserto; in questo digiunò, come nel presepio: non prese altro cibo che qualche goccia di latte. In queste due differenti dimore, nel deserto e nella stalla, visse tra le bestie (Marc., 1, 13); nel deserto fu tentato dal demonio, a Betlemme fu perseguitato da Erode, ma trionfò dell'uno e dell'altro.
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(*) L'Autore pensava ingenuamente che Gesù Bambino fosse rimasto nella stalla di Betlemme per 40 giorni sino alla Presentazione al Tempio; ma questo sentimento non è ammissibile; il parallelismo sussiste però ugualmente tra 40 ore e 40 giorni (Nota del Traduttore).
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Arrivato all'età matura, Gesù come suoi discepoli degli uomini sceglierà ignoranti e poveri: nel suo presepio riceve per primi i poveri pastori.
S. Giovanni Battista sarà il Precursore del Vangelo, ma è pure il glorioso Precursore della nascita di Gesù.
La sua predicazione sarà accompagnata da prodigi: la sua nascita è pure manifestata da miracoli. Egli imporrà silenzio ai demoni e li scaccerà con l'autorità della sua parola: quei maligni spiriti sono pure vinti e costretti a tacere dal silenzio e dai sacri vagiti della sua regale Infanzia.
Gesù morirà sulla Croce: nella sua nascita è posto sul legno del presepio. Morirà alla porta di una città, extra portam passus est: nasce pure alla porta della città di Betlemme, quia non erat eis locus in diversorio. Morirà povero sopra una pubblica via; nasce parimenti poverissimo sopra una strada. Morirà tra due ladroni, dei quali uno è giusto, e l'altro reprobo; nasce pure tra due animali dei quali uno, essendo adatto per il sacrificio, è l'immagine dei predestinati, l'altro, essendo considerato come immondo nella legge antica, è la figura dei reprobi.
Gesù verserà il sangue della sua Passione sul Calvario: ed ecco che lo versa pure nella Circoncisione nella sua Infanzia.
Con la sua morte darà la vita e la salvezza del mondo; nella sua Infanzia merita la qualità di Gesù, ossia Salvatore degli uomini.
Il medesimo agnello che sarà immolato sulla Croce viene offerto nel Presepio. Gesù gemette in questi due stati differenti, Cum lacrymis offerens (Hebr., 13, 18).
Le tenebre della notte coprono la sua divina Infanzia; l'oscurità del giorno velerà il rigore della morte.
Per tre ore, sul Calvario, sarà affisso alla Croce con vincoli, ossia chiodi di ferro: nella sua Infanzia per vari giorni, varie settimane e parecchi mesi, rimase amorosamente stretto nelle povere fasce ed involto in ruvidi panni.
In tal modo sulla Croce come nel Presepio è il medesimo Gesù (63) e vi compie misteri che hanno tra loro una perfettissima relazione, con questa notevole differenza che la Croce ispira timore e il Presepio invece ispira amore.
Se sul Calvario Dio si dimostra severo contro il suo proprio Figlio, a Betlemme compare benigno e tenero per le sue creature ribelli.
Sul Calvario la strada è tutta occupata da peccatori che perseguitano Gesù sino alla morte: a Betlemme l'ingresso è aperto alle anime pie che vogliono contemplarlo nella sua nascita.
Sul Calvario il fiele è l'aceto di cui Gesù è abbeverato ispirano una certa nausea; a Betlemme il latte ed il miele di cui è nutrito ne rendono l'accesso gradevole e delizioso.
Sulla Croce Gesù è coronato di spine: nel Presepio la sua santa Sposa ce lo presenta coronato di rose. e gli fa portare il nome del fiore più dolce, chiamandolo il giglio delle valli (Cant., 2, 4).
Sulla Croce è coperto di obbrobri, ed è tanto sfigurato che fa orrore: nel Presepio ha e conserva una bellezza che rapisce, a segno che attira i cuori degli Angeli e degli uomini (Ps. 44, 3-4).
Nel giorno della sua morte, il Cielo si oscurò in pieno giorno: nel momento della sua nascita, invece, la notte viene illuminata da un insolito splendore (Ps. 138, 12).
Nella sua agonia nell'Orto, un Angelo l'assiste e molti gemono con lui: nel giorno della sua nascita, tutti questi spiriti beati cantano e si rallegrano in armoniosi concenti.
Sul Calvario, è riconosciuto da un solo gentile; nella sua nascita, viene riconosciuto e adorato dai Giudei e dai re dei Gentili.
«Una Vergine - dice S. Ambrogio - lo concepisce per miracolo; per la sua grazia una donna sterile diventa madre; un muto parla; Elisabetta profetizza; i Re sapienti lo adorano; Giovanni rinchiuso tuttora nel seno della madre si rallegra alla sua venuta; una vedova proclama pubblicamente le sue lodi; un giusto poi proclama che il S. Bambino Gesù è tutta la sua speranza; e così ogni età, ogni sesso, ogni condizione rende i suoi omaggi al divin Bambino». Sono questi, prodigi straordinari, grazie abbondanti e privilegi propri e particolari alla Santa Infanzia.
Pigliate dunque questo Infante, o anima pura e fedele che siete compresa d'amore per la sua divina piccolezza, Egli sarà l'unica vostra porzione, il vostro Dio e il vostro Tutto, pars mea Deus. Fate del vostro Cuore il suo letto di riposo e la sua piccola dimora secondo la preghiera che ne fa egli stesso nel Cantico: Pone me ut signaculum super cor tuum (Cant., 8, 6). Fissatemi e imprimetemi nel vostro cuore come un sacro sigillo. E voi rispondetegli che egli è il padrone del vostro cuore: Deus cordis mei.
Sì, o mio Gesù, divino Infante, voi siete e sarete per sempre il padrone e il Dio del mio cuore.
Camminiamo dunque sempre nella sua compagnia nel viaggio della nostra vita; conserviamolo gelosamente in mezzo all'Egitto del mondo corrotto nel quale siamo costretti a vivere. A questo fine, impariamo da Maria e da Giuseppe ad adorarlo, o ammirarlo, amarlo, servirlo, assisterlo e seguirlo; e a loro esempio, in lui per lui e con lui camminiamo, lavoriamo, piangiamo, soffriamo, parliamo, prendiamo il cibo, il riposo, i sollievi: tutto in Gesù, per Gesù e con Gesù (64).
PARTE QUARTA
Misteri e stati propri dell'Infanzia di Gesù
I misteri propri dell'Infante Gesù si possono ridurre al numero di dodici, e sono come i dodici segni celesti di questo sole nascente. Il primo è la santa Concezione; il secondo, la sua dimora per nove mesi nel seno verginale della sua SS. Madre; il terzo, la Visitazione a S. Elisabetta; il quarto, la Natività; il quinto, l'Adorazione dei pastori; il sesto, la Circoncisione; il settimo, l'Adorazione dei Re Magi; l'ottavo, l'oblazione nel tempio nel giorno della Purificazione della SS. Vergine; il nono, la fuga in Egitto; il decimo, il ritorno dall'Egitto a Nazareth; l'undicesimo, lo smarrimento di Gesù nel tempio; il dodicesimo, il suo felice ritrovamento da parte della SS. Vergine e di S. Giuseppe tre giorni dopo.
Questi differenti misteri comprendono diverse dimore e diversi stati del Divino Infante, nei quali egli deve essere adorato. Il primo stato è quello in cui si trovò dopo la sua Concezione, mentre dimorò nascosto per nove mesi nel seno della sua SS. Madre.
Il secondo stato della sua Infanzia comprende i quaranta giorni nei quali dimorò a Betlemme fino alla sua Presentazione al tempio.
Il terzo stato è quello che assunse quando venne offerto al tempio; allora prese la qualità di Ostia.
Il quarto è quello di viaggiatore e profugo, di cui sopportò lo stato e le fatiche nel suo viaggio in Egitto e nel ritorno.
Il quinto è il soggiorno nell'Egitto, che da molti si ritiene aver durato sette anni.
Il sesto è la sua dimora a Nazareth dove, dopo il ritorno dall'Egitto, incominciò a lavorare con S. Giuseppe per guadagnarsi il pane.
Il settimo è quello dei tre giorni della sua assenza, all'età di dodici anni, nella festa di Pasqua.
Questi sette Stati e dimore del S. Infante Gesù possono servire di meditazione e di stazioni spirituali ed amorose per le anime che si dedicano alla divozione della S. Infanzia. E i suoi dodici misteri possono servire per i dodici mesi dell'anno, durante i quali si potrà nutrirne la propria divozione e soprattutto il venticinquesimo giorno di ciascun mese, giorno consacrato al S. Bambino Gesù, e nelle feste dei Santi e delle Sante che ebbero qualche relazione con la sua Infanzia divina o che ne furono maggiormente divoti.
CAPITOLO PRIMO
La Concezione del Santo Infante Gesù
Primo mistero
Il primo mistero di N. S. Gesù Cristo è la sua ineffabile Concezione tutta pura e verginale, capolavoro dello Spirito Santo, nella quale Dio si abbassa per elevarci, si umilia per glorificarci, si fa Figlio dell'uomo per fare di noi dei figli di Dio; egli è il nostro fratello e nostra carne, Frater et caro nostra, col medesimo corpo, col medesimo sangue, con la medesima carne. In questo mistero dobbiamo principalmente ammirare l'Eterna Sapienza, la quale trova un mezzo così meraviglioso per unire Dio alla sua creatura che per il peccato si era separata da lui: O Sapientia!
In questo mistero si esauriscono la bontà e la misericordia di Dio, con un dono e una profusione infinita di amore.
Si vede pure in questo mistero un effetto speciale dell'onnipotenza divina (cf. Luc., l, 51): la quale pone l'onnipotente Verbo di Dio in uno stato di debolezza e di impotenza e rende la verginità, di sua natura sterile, perfettamente feconda.
Infine la giustizia eterna vi si trova pienamente soddisfatta, mercé l'umiliazione e l'annientamento del Verbo Incarnato davanti all'Eterno Padre e il sacrificio che egli gli offre fino dall'istante della sua concezione, nel quale gli rivolge queste parole: «Non avete voluto ostia né oblazione, o Padre Santo, ma a me avete formato un piccolo corpo; non vi sono piaciuti gli olocausti per il peccato, perciò, vengo io per fare la vostra volontà. Questo corpo che mi avete dato, ve lo presento, ve, lo offro e consacro alla vostra gloria. Eccomi pronto ad essere immolato: Ecce venio (65).
PRATICHE
1° - Dobbiamo gemere e piangere sopra il tempo che abbiamo passato nel peccato e nella dimenticanza del Verbo Incarnato, il quale è venuto al mondo per liberarci dalla schiavitù alla quale eravamo sottoposti dal prima momento della nostra concezione e per metterci in possesso della gloriosa e regale libertà dei figliuoli di Dio suo Padre.
2° - Pregheremo, mediteremo, piangeremo, onde lo Spirito Santo infonda nel nostro cuore un tenero amore, una divozione speciale, una religione affatto singolare per il pargoletto Gesù. Domanderemo, cercheremo, picchieremo con santa perseveranza alla porta del Cielo, sino a che non sentiremo la presenza del divino Infante, fintantoché non sia concepito e formato nell'anima nostra (66). Ci rivolgeremo, a questo effetto, alla SS. Vergine onde ci ottenga una tenerezza tutta speciale per il suo divin Figlio. Ella lo concepì e di spirito e di corpo, prius concepit mente quam corpore. Seguiremo, in questa amorosa e spirituale concezione di Gesù nel nostro cuore, l'esempio ammirabile che ce ne porge la Madre sua.
Questo dolcissimo Infante si è dato a me, ed io mi consacro a lui: Dilectus meus mihi, et ego illi (Cant., 2, 4).
Offerta di se stesso al SS. Bambin Gesù
Divino Bambino, voi mi date tutto ciò che avete e tutto ciò che siete; io pure vi offro in omaggio eterno e vi consacro tutto ciò che sono e tutto ciò che ho, per usarne unicamente nella vostra dipendenza, considerandovi sempre come padrone assoluto e sovrano di tutto me stesso: Mea omnia tua sunt et tua mea sunt (Ioann., 17, 10).
3°. Sarà bene scegliere un giorno speciale per fare questa offerta, onde consacrarsi alla divozione e all'imitazione perfetta del S. Bambino Gesù. Una tale offerta non può mancare di essere accompagnata da una grande benedizione del Cielo.
4° - Alcuni scrivono la loro offerta e la portano sopra se stessi come un ricordo perpetuo della loro professione di appartenere specialmente alla Santa Infanzia di Gesù. Altri giungono persino a scrivere questa offerta e poi firmarla col proprio sangue, onde renderla più autentica e più positiva, siccome l'amore di Gesù Crocifisso ha spinto i Martiri a versare tutto il loro sangue a suo esempio, così l'amore per Gesù Bambino ha spinto i suoi divoti adoratori a versarne alcune gocce per onorare quel sangue che egli versò durante la sua Infanzia nel giorno della sua dolorosa Circoncisione.
5°. Nel medesimo giorno potremo anche rinnovare la promessa del S. Battesimo, eccitando nel nostro cuore un ardente desiderio di rinnovarci, con l'aiuto del S. Infante Gesù, nella grazia dell'Infanzia Cristiana che abbiamo ricevuto in quel Sacramento.
6° . II 25 di ogni mese deve essere giorno di particolare divozione, poiché Dio scelse questo giorno per la purissima Concezione del Verbo Incarnato e per la sua SS. Natività. Questo giorno verrà santificato con la S. Comunione, ascoltando possibilmente tre Messe come nel giorno di Natale.
Vi sono ferventi divoti di Gesù Bambino i quali nella notte dal 24 al 25 di ogni mese recitano speciali preghiere in onore di Gesù e di Maria Vergine, e si dedicano alla meditazione del profondo mistero dell'Incarnazione; poi alla mezzanotte, con profonda umiliazione davanti a Dio, adorano il Verbo Incarnato nel suo ingresso in questo mondo; si potranno fare questi atti di pietà al mattino del giorno 25.
CAPITOLO SECONDO
Il Verbo Incarnato dimora per nove mesi nel seno della SS. Vergine
Secondo mistero
Il divino Infante Gesù ebbe fin dal primo istante del suo concepimento l'uso perfetto della ragione come era detto nelle profezie: «Una vergine concepirà un uomo e lo porterà nel suo seno» (67) e in altro luogo: «Non è un semplice e debole bambino quello che è nato in lei, ma un uomo perfetto» (68). Posta questa verità, Nostro Signore poteva nascere subito dopo la sua Concezione; tuttavia volle dimorare, nove mesi nelle castissime viscere della S, Vergine e questo per parecchi motivi.
1° - Per insegnarci l'obbedienza, Gesù si sottomette alle leggi comuni della natura per le quali ordinariamente i bambini stanno nel seno della loro madre per nove mesi.
2° - Perché l'anima di Maria è così cara al S. Bambino Gesù, il suo amore non gli consente di lasciarla subito dopo il suo concepimento. Perciò per nove mesi vuole possederla ed esserne posseduto; si trattiene in Maria per tutto quel tempo, con infinita gioia, essendosi rivestito della sua carne e del suo sangue; e Maria pure lo ritiene con immenso amore (69).
3° - Gesù risiede nove mesi nella sua SS. Madre, per ricompensare la purità tutta divina di questa incomparabile Vergine: si compiace, dimora, si pasce e riposa tra i gigli della verginale purezza di lei (70).
4° - Quei nove mesi sono consacrati dal divino Bambino ad un misterioso ritiro, durante il quale, vedendosi in un altro stato, in un altro mondo, in un'altra condizione e in un altro ordine ben diverso da quello in cui è vissuto finora, si occupa del Padre suo, ne adora le leggi e si abbandona alla sua Provvidenza; considera quella triste successione di giorni che comporranno la sua vita mortale sulla terra, e come per disporsi alle fatiche e ai patimenti che dovrà sopportare si tiene nascosto nel seno della sua S. Madre in profondo silenzio e vi compie un lungo ritiro. Là, o Salvatore e Dio di Israele, siete davvero il Dio nascosto! (Isa. 45, 15).
5° - Gesù dimora nella SS. Vergine per insegnarci che la sua divina Madre è il trono dove regna e dove vuole ricevere i nostri omaggi, il carro di gloria e di trionfo che lo porta e che dobbiamo seguire; e inoltre che il seno verginale di Maria è il paradiso, il Cielo e l'astro felice donde spande sopra di noi le sue più dolci influenze (71).
6° - Gesù Bambino santifica mirabilmente S. Giuseppe con la croce che gli dà, tenendogli nascosto per un po' di tempo l'ineffabile mistero della sua Concezione. Questo gran Santo, infatti, soffriva estrema afflizione nel vedere la gravidanza della sua SS. Sposa, ignorandone la causa; ma fece un eroico sacrificio della sua ragione col sospendere con grande generosità il suo giudizio, contro la testimonianza dei suoi sensi e non senza grandissimo dolore, per l'anima sua. Pertanto, un avvenimento di una infinita felicità causò a quel santo uomo, perché non lo conosceva, un dispiacere estremo; un miracolo di grazia fu causa per lui di un prodigioso conflitto di pene interiori; per il mistero dell'unione ipostatica compiuto nella sua propria sposa, Giuseppe si vide ridotto alla più dolorosa delle separazioni.
Così il Santo Bambino trattò colui che considerava come suo padre; così lo fortificò e lo preparò ad una vita di afflizioni, di lagrime, di sudori, di fatiche, di sofferenze, di croci, di ansietà e di amarezze in mezzo alle quali voleva nascere ed essere allevato, nutrito e custodito.
PRATICHE
1° - Ad esempio del Verbo Incarnato dobbiamo sottometterci umilmente alle leggi ed agli ordini della natura e della grazia, con rispettosa obbedienza alle disposizioni della divina Provvidenza senza mai cercare né esenzioni, né dispense, né privilegi. Humiliate capita vestra Deo.
2° - Dobbiamo amare il ritiro e la vita nascosta agli occhi degli uomini, nella preghiera e nel silenzio, conducendo una vita santificata da una sincera e profonda umiltà: Ama nesciri et pro nihilo reputari.
E' questo che rese così ammirabile il grande S. Alessio.
3° - Studiamoci di avere verso la SS. Vergine una confidenza, una tenerezza e una divozione tutta filiale; ricorriamo a lei in tutte le nostre necessità, come al trono della divina misericordia, al quale nessuno si è mai avvicinato senza sentirne consolazione e sollievo,
4° - E' poi rigorosamente necessario conservare una costante avversione e un vivissimo orrore per i pensieri, le fantasie e simpatie, le parole, i colloqui, gli sguardi, le letture, le amicizie che potessero menomamente offuscare la purità e il pudore cristiano, e senza dei quali non può sussistere la divozione a Gesù Bambino.
5° - Pratica santa è quella di adorare spesso Nostro Signore Gesù Cristo dimorante nella sua S.S. Madre, nella quale regna e vivrà eternamente in forza di quella alleanza naturale che, come figlio, ha contratto con lei in virtù dell'unione della grazia di cui l'ha riempita e del potere sovrano che le ha comunicato sulla Chiesa.
Preghiera del P. De Condren e del Ven. Giov. Olier
O Gesù vivente in Maria, venite a vivere in me nello spirito della vostra santità, nella pienezza della vostra virtù, nella perfezione delle vostre vie, nella verità delle vostre virtù, nella comunione dei vostri divini misteri: dominate in me sopra tutte le potenze nemiche, il demonio, il mondo e la carne, in virtù del vostro Santo Spirito e per la gloria del Padre vostro. Così sia.
Parafrasi di S. Giovanni Eudes
Venite, o Signore Gesù, venite in me, nella pienezza della vostra virtù, per distruggervi tutto ciò che vi dispiace e per operarvi tutto ciò che desiderate per la vostra gloria. Venite nella santità del vostro spirito per distaccarmi completamente da tutto ciò che non è voi, per unirmi perfettamente con voi, e guidarmi santamente in tutte le mie azioni. Venite nella perfezione dei vostri misteri, vale a dire, per compiere perfettamente in me ciò che desiderate operarvi per i vostri misteri; per glorificare, compiere e consumare in me i vostri misteri. Venite nella purezza delle vostre vie, vale a dire per adempiere sopra di me ad ogni costo e senza menomamente risparmiarmi, tutti i disegni del vostro puro amore e per condurmi nella dritta via di questo medesimo amore.
6° - Accostarsi ai S. Sacramenti nelle feste principali della SS. Vergine; recitare ogni giorno in suo onore il piccolo Ufficio o la Corona del S. Rosario; nel sabato, giorno consacrato in modo speciale a Maria, praticare qualche divozione particolare, far qualche astinenza oppure elemosina; portare lo scapolare e la medaglia della Madonna.
7°. - Siccome S. Giuseppe fu l'angelo visibile e tutelare di Gesù Bambino, si deve avere per lui un rispetto ed una venerazione tutta speciale, come per la guida e il custode del divino Infante, al quale salvò la vita portandolo in Egitto e gliela conservò con i suoi sudori, le sue veglie e il suo lavoro. In tutte le perplessità, inquietudini, ansietà e pene interiori, e in tutti gli altri nostri bisogni, dobbiamo ricorrere a lui.
Ite ad Joseph (Gen., 41, 55). Andate da Giuseppe: egli sarà la vostra consolazione, la vostra guida, il vostro patrono, il vostro avvocato e intercessore presso il Divino Infante e siccome S. Giuseppe non gli rifiutò nulla sulla terra, così il Bambino Gesù non gli rifiuterà nulla in Cielo, come ci insegna S. Teresa che ne ha fatto personalmente lunga e costante esperienza.
CAPITOLO TERZO
La Visitazione
Terzo mistero
La Chiesa, nella visita di Maria a S. Elisabetta, sotto l'atto esterno di civiltà, onora ed ammira la santificazione interiore del piccolo S. Giovanni, il quale, all'avvicinarsi del Divino Infante da poco tempo concepito nel verginale seno della SS. Vergine fu liberato dal peccato originale, riempito di grazia e dotato dell'uso della ragione. Questa benedizione si estese a S. Zaccaria, a S. Elisabetta e a tutta la loro famiglia.
La Madre di Dio, come una nube piena di celeste rugiada, spinta impetuosamente dallo Spirito Santo, andò a riversare le sue divine benedizioni sulla casa della cugina Elisabetta, la quale dimorava sulle alte montagne della Giudea. In quella santa e felice casa Maria venne accolta dal piccolo S. Giovanni con trasalimenti di gioia straordinaria (Luc. 1, 44), da S. Elisabetta con profondissima umiltà e dal sacerdote Zaccaria con grande ammirazione.
PRATICHE
1° - «S. Giovanni, all'avvicinarsi della SS. Vergine che portava nelle sue caste viscere il Divino Infante, trasalì per un santo giubilo, perché sentiva la voce di Gesù risuonare per la bocca della SS. Vergine, e perciò non poteva contenersi e si sforzava di lasciare il seno di sua madre per andare incontro a lui». Così, S. Girolamo (Epist. ad Laetam). Procuriamo noi pure di essere animati da ardente amore e da trasporti di gioia, quando ci avviciniamo al medesimo Nostro Signore nascosto sotto le specie sacramentali, il quale chiama a sé le anime ardenti e ferventi che hanno sete di lui (Ioann., 7, 37). Riceviamolo con l'umiltà di S. Elisabetta: «Donde a me, disse questa nell'incontrar Maria, donde a me tanto onore che, venga a trovarmi la Madre dei mio Signore?» (Luc., l, 43). Procuriamo pure di osservare, non già per forza, come S. Zaccaria, ma per amore, un profondo e rispettoso silenzio, ammirando la bontà che egli ci dimostra nel venire a visitarci e a santificarci, con la sua divina e cordiale presenza, nel S. Sacramento dell'Altare.
2° - Faremo tutte le nostre azioni con tenerezza e giubilo interiore (Luc., 1, 44); e sopporteremo le croci e le altre visite paterne e correttive di Nostro Signore con cuore buono, con generosità e con gioia, cum gaudio (Hebr., 10, 34).
3° - Ad esempio di Gesù e di Maria, faremo almeno una volta al mese qualche visita caritatevole e santa per consolare qualche persona afflitta, assistere qualche infermo, aiutare qualche povero, a seconda che l'occasione se ne presenterà, o che ci verrà suggerito dalla carità.
4° - Fa d'uopo conservare nel cuore una divozione speciale per il grande S. Giovanni Battista, il quale è un capolavoro della grazia, il primo che Gesù santificò dopo la sua concezione. Inoltre bisogna avere un rispetto particolare verso S. Zaccaria e S. Elisabetta, come pure verso tutti quei Santi i quali furono parenti di Gesù, o che ebbero parte alle grazie della sua Divina Infanzia, come sono, dopo la SS. Vergine e S. Giuseppe, gli Angeli, soprattutto S. Michele e S. Gabriele, S. Giovanni l'Evangelista, i due Apostoli S. Giacomo e S. Giuda Taddeo, S. Gioacchino e S. Anna, i santi Pastori e i Re Magi che adorarono Gesù, S. Simeone e S. Anna che lo ricevettero nel Tempio, i santi Innocenti martiri, S. Girolamo Dottore della Chiesa, il quale per divozione volle vivere e morire a Betlemme, il Papa S. Leone e S. Bernardo i quali con una divozione particolare, predicarono la gloria di Gesù neonato, ecc.
CAPITOLO QUARTO
La Natività di Nostro Signore
Quarto mistero
Il Verbo Incarnato volle nascere dalla SS. Vergine nella stalla di Betlemme, in pieno inverno, a mezzanotte, presso due animali; e fasciato in ruvidi panni fu posto in un presepio. Allora furono adempiti i desideri dei Patriarchi e dei Profeti; Dio infine si fece vedere per consolare gli uomini (72). Allora gli Angeli e gli uomini ammirarono la Parola eterna ridotta al silenzio; il Dio della luce, nell’oscurità; la sua onnipotenza, nella debolezza; la sue ricchezze infinite, in una estrema povertà; la sua eterna beatitudine, nei gemiti e nelle lacrime che il Verbo Incarnato volle versare nell'entrare in questo mondo (73).
PRATICHE
1° . Gesù Bambino, col nascere in una stalla, ci predica col suo esempio ciò che insegnerà poi con la sua parola. La stalla, il presepio, le sue lacrime: le povere fasce ci predicano con forza la penitenza (74). Piangeremo dunque con questo Divino Bambino, e purificheremo il nostro cuore con le pure e tenere lacrime che egli versa per cancellare i nostri peccati e per disporci al suo amore (75). Dobbiamo amare e praticare una perpetua ed universale penitenza, ad esempio del Divino Infante che soffrì in ogni modo e incominciò a praticare la penitenza nella nascita sua a Betlemme, per vivere in quella sino alla morte sul Calvario (76).
2° - Nasce da una Vergine per insegnare a noi che, se vogliamo avere con lui qualche unione, dobbiamo conservare una perfettissima purità. E' questa la lezione che ne ricava S. Gregorio Nazianzeno: «Gesù nasce da una Vergine, dice quel S. Dottore, siate vergine, o anima fedele e sarete sua madre» (77).
Gesù Bambino nasce in un luogo solitario e a mezzanotte, affine di insegnarci l'amore all'umiltà della sua vita nascosta e per inculcarci a fuggire la vita e la stima degli uomini e quel vano splendore di gloria che ci viene così spesso rappresentato nello spirito maligno: il quale dalla Scrittura viene chiamato demonio del mezzodì; a questo il Divino Bambino di mezzanotte dichiara la guerra, e da questo soprattutto vuole che ci preserviamo (78).
4° - Gesù Bambino nasce a Betlemme che significa Casa del pane; e vuole essere posto in un presepio dove ordinariamente si trova la pastura degli animali, per insegnare a noi che egli è l'oggetto verso il quale dobbiamo sospirare, l'oggetto che dobbiamo cercare per essere perfettamente sazi e pienamente soddisfatti. Le creature non sono capaci che di inquietarci ed aggravarci; Gesù solo ci consola e ci sazia.
Gesù Bambino, disse con ragione un gran Santo, mentre sta nella stalla ed è posto nel presepio, come un celeste agnello vi attira coi suoi teneri vagiti tutto il suo ovile spirituale e lo nutre con la pastura della vita eterna (79). Non appartiene dunque all'ovile di Gesù Cristo chi fa il sordo e non si accosta al S. Presepio; né mai sarà saziato e pienamente soddisfatto chi non si nutrirà del Divino Agnello che vi riposa, poiché in questo glorioso presepio, con la pastura degli animali, si trova il pane ed il cibo degli Angeli, come dice S. Agostino (80).
5°. Gesù Bambino, appena nato, viene fasciato in poveri panni (Luc., 2, 12) e nessuno può vederlo allora se non in questo stato. Con questo il Divino Infante condanna le pompe ed il lusso delle vesti, e ci ispira una estrema. avversione per le mode immodeste e le nudità disoneste in uso soprattutto nel sesso più fragile, il quale dovrebbe avere invece maggior pudore e maggior modestia.
6° - Gesù Cristo volle nascere in modo visibile e secondo la carne, per darci la grazia della nascita invisibile e secondo lo spirito. «Nacque da una donna, dice S. Giovanni Crisostomo, per liberarci dalla vergognosa servitù che avevamo incontrato col nascere dalla donna» (81). Guardiamoci dalla vanità per la nostra nascita naturale, per i pregi della nostra famiglia, né per la madre che ci ha messo al mondo, la quale, essendo peccatrice, ha generato nel mondo un peccatore; tutta la nostra gloria sia di essere cristiani e di essere rigenerati in Gesù Cristo nel fonte battesimale (82).
7° - Per amore di Gesù Bambino, bisogna conservare nel cuore una particolare tenerezza per i fanciulli, i quali, avendo l'innocenza battesimale, sono viventi immagini del Divino Infante. Sarà bene fare l'elemosina a qualche pargoletto o a qualche famiglia indigente per onorare quella di S. Giuseppe e della SS. Vergine che vissero in grande povertà.
8° - Sarà ottima pratica disporci alla solennità del Natale col passare parecchi giorni prima, in un rispettoso silenzio, nella meditazione più fervente di questo gran mistero e in un ardente desiderio di rinascere spiritualmente nell'anima nostra: Nobis datus, nobis natus. Ad esempio della S. Chiesa bisogna sospirare la sua venuta, e chiamarlo dal più profondo del nostro cuore.
Oh Sapienza! O mio Dio! O Figlio di Iesse! Oh chiave dei tesori di Davide! O Sole nascente! O Re delle genti! O Dio che volete vivere con noi, venite e non tardate più a comparire! Veni et noli tardare!
Tutto l'Avvento è dato ai fedeli onde si dispongano religiosamente alla venuta del divin Gesù, e i quaranta giorni dal Natale alla Purificazione vanno passati in continuo giubilo per una nascita così felice, con la SS. Vergine e S. Giuseppe, con gli Angeli, i santi Re ed i Pastori.
CAPITOLO QUINTO
L'Adorazione dei Pastori
Quinto mistero
Il Verbo Incarnato, appena fu comparso sulla terra, inviò un Angelo ad annunciare questa lieta nuova ai pastori che vegliavano nei dintorni di Betlemme. I Pastori si affrettarono a portarsi alla stalla onde adorare il Dio Infante e rendergli i loro omaggi; lo trovarono nel presepio, e il Divino Bambino li ricolmò di grazia e di gioia, a segno che non potendo tener nascosto un mistero così grande, corsero a manifestarlo ai loro conoscenti, mentre gli Angeli, coi loro celesti concenti, ne benedicevano Dio nei Cieli.
PRATICHE
1° - Non bisogna mai disprezzare nessuno, per quanto sia povero e rozzo, né rifiutare di parlargli o di dargli risposta; poiché il Verbo Incarnato si è degnato di chiamare a sé, per mezzo dei suoi Angeli, i poveri pastori la cui condizione in apparenza era oltremodo bassa.
2° - I Pastori che pei primi adorarono Nostro Signore ci rappresentano, come insegna S. Ambrogio, i sacri Pastori ai quali Gesù Cristo ha affidato il governo della sua Chiesa. Bisogna dunque prestar loro un profondo rispetto ed una perfetta sottomissione; bisogna obbedire con tutta docilità e sincerità ai decreti e alle decisioni non solo del primo Pastore che è il Sommo. Pontefice, ma anche dei Vescovi, e sottostare ai Parroci, i quali sono anch'essi Pastori che si avvicinano pure a Nostro Signore, benché in modo diverso, e in lui attingono le grazie di cui abbisognano per loro stessi, e per la direzione degli altri. Il vero cristiano accoglie con rispetto e docilità le direzioni ed istruzioni di tutti i diversi Pastori, affinché questi, trovando nei fedeli un sincera docilità, possano benedire il Signore ad esempio dei pastori di Betlemme che ritornarono dal Presepio di Gesù Bambino glorificando e lodando il Signore: Reversi sunt Pastores glorificantes et laudantes Deum (Luc., 2, 20) (83).
CAPITOLO SESTO
La Circoncisione
Sesto mistero
Gesù Bambino, volendo adempire la legge che egli stesso, come Dio, aveva dato per mezzo del suo servo Mosè, subì la Circoncisione, l'ottavo giorno dopo la sua nascita, incominciando così a versare il suo sangue per la nostra salvezza. Il Divino Infante ricevette umilmente questo segno vergognoso del peccato, onde ne fossimo purificati noi; perciò in questo doloroso e ignominioso rito, egli ricevette pure, come premio di una tale umiliazione, il glorioso nome di Gesù, che vuol dire Salvatore.
PRATICHE
1° - Bisogna circoncidere il nostro cuore in spirito, come dice S. Paolo (Rom., 2, 29) circoncisione interna che consiste nel distaccarlo dall'affetto e dai desideri delle cose terrene, tenendo la mente libera dalla curiosità e dai pensieri inutili, affettati, vani e leggeri. Dobbiamo scacciare dalla memoria e dalla immaginazione le fantasie, i ricordi e tutti gli idoli dei peccati e delle occasioni pericolose della vita passata, non conservando che la semplice memoria del male che abbiamo commesso per trarne motivo di umiltà, di contrizione e di penitenza.
2° - Praticheremo esteriormente la Circoncisione col dare al lunedì di ogni settimana o nel primo giorno di ogni mese, come strenna a Gesù Bambino, qualche piccola somma per i poveri, col privarci una volta alla settimana di qualche piacere lecito, come qualche svago, divertimento o visita piacevole, accettando volentieri qualche disprezzo; col fare qualche atto di umiliazione, come baciare la terra o dimostrare condiscendenza con qualche persona inferiore; col praticare qualche mortificazione per onorare la confusione e il dolore che il S. Bambino soffrì nella sua Circoncisione.
3° - Il S. Nome di Gesù, che ispira rispetto, agli Angeli in Cielo ed incute spavento ai demoni nell'inferno, deve essere sulla terra la protezione e la consolazione delle anime fedeli. Sia dunque impresso questo nome dolcissimo e potentissimo nel più intimo del nostro cuore (84), come lo si trovò impresso nel cuore del glorioso martire S. Ignazio. Proferiamolo sovente ad esempio di S. Paolo, che l'aveva ad ogni momento sulle labbra e perciò lo scrisse molteplici volte nelle sue Epistole.
CAPITOLO SETTIMO
L'Adorazione dei Re Magi
Settimo mistero
O Gesù, Salvatore dell'universo, i potenti della terra, nel giorno della vostra nascita, cammineranno sotto la vostra bandiera è tutte le nazioni verranno alla vostra culla per ricevere la luce che li dirigerà (Is., 9, 3); potenti monarchi: con un lungo seguito di ufficiali e di sudditi, vi offriranno in omaggio i scettri che avete dato loro e in riconoscenza della vostra divina sovranità vi offriranno l'incenso dei loro altari (Ibid. 6); sarete allattato da mammelle regali e nutrito dai Re, i quali saranno compresi di terrore, alla vostra presenza, e con gli occhi bassi per rispetto, vi offriranno un'adorazione suprema, stimandosi felici, o Divino Bambino, di baciare la terra toccata dai vostri santi piedi (Ibid., 49, 23).
Questi oracoli del Profeta Isaia si compirono nel giorno dell'Epifania, in cui si videro sapienti Re dell'Oriente, condotti da una stella, lasciare il loro Impera e fare un lungo viaggio per trovare Gesù Bambino; e quando l'ebbero trovato si prostrarono ai suoi piedi, gli resero i loro omaggi e, come riferisce il S. Vangelo, gli offrirono oro, incenso e mirra.
PRATICHE
1° Ad esempio di questi sapienti e santi, Re che si lasciarono guidare dallo spirito di fede, cerchiamo noi pure il Divino Ospite del presepio, nel quale troveremo un tesoro più prezioso di tutto l'oro dell'Oriente e più onorevole di tutti gli imperi del mondo; Gesù non lo troveremo nell'abbonodanza delle ricchezze, nello splendore delle corti dei Re, tra le delizie delle anime voluttuose (Iob., 28, 13).
2° - Procuriamo di far conoscere le grazie, le dolcezze e le grandezze di Gesù Bambino, e di ispirare il suo amore a tutti quelli che saranno disposti a riceverlo,
Ottima pratica sarà quella di tenere nella propria casa una divota immagine a statuetta del piccolo Gesù, al quale si renderanno particolari ossequi di divozione nel venticinquesimo giorno di ogni mese, con offerta di fiori e con l'omaggio di qualche moneta che si impiegherà poi in opere di carità.
3°. Oh strano accecamento! Gesù chiama da lontano alla sua povera culla parecchi Re ricchi e Potenti, e questi lasciano tutto per obbedirgli; chiama pure ai suoi altari e al suo regale banchetto eucaristico i poveri peccatori, e questi preferiscono morir di fame piuttosto che entrare nella sala del convito. Guardiamoci, o anima fedele, da una tale negligenza e ingratitudine; guardiamoci dal resistere alla bontà con la quale Gesù ci chiama alla santa violenza con cui ci attira al suo cuore (85).
CAPITOLO OTTAVO
La Presentazione al Tempio
Ottavo mistero
Il divin Infante Gesù, quaranta giorni dopo la sua nascita, venne Portato al tempio di Gerusalemme e offerto dalla SS. Vergine accompagnata da S. Giuseppe. Quantunque Gesù non fosse obbligato a questa oblazione, né la SS. Madre sua fosse obbligata alla legge della purificazione, tuttavia Gesù e Maria vollero osservare esattamente quanto era prescritto dalla legge mosaica.
Giorno glorioso per la Sinagoga, che riconosce il suo liberatore; glorioso per il tempio, che viene consacrato da un'Ostia Così pura, glorioso anche per l'Eterno Padre, che riceve infine un Sacrificio degno della sua augusta maestà!
S. Simeone, che ricevette il Divino Infante, e S. Anna la profetessa furono riempiti di tanta gioia che non desiderarono più di stare su questa terra: «Ho visto il mio divino Salvatore, esclamò nella sua esultazione il santo vegliardo Simeone, non voglio più vedere nulla con questi occhi che hanno contemplato il Salvatore; ormai sono contento di morire» (Luc, 2, 29). Compiuto il rito legale, la SS. Vergine per riprendere il suo divino Bambino lo riscattò con l'offerta di cinque sicli (86).
PRATICHE
1° - Dobbiamo osservare con grande spirito di religione tutte le leggi e i riti della Chiesa, ad esempio di Gesù e di Maria, che vollero osservare le leggi e le cerimonie della Sinagoga, quantunque ne fossero esenti e quantunque per loro fossero inutili; dobbiamo professare un profondo rispetto per tutto ciò che si osserva nella Chiesa universale e obbedire umilmente, qualunque sia la nostra condizione, alle sue costituzioni e precetti, ai suoi regolamenti e alle sue usanze tanto in generale, che in particolare.
2°. Star sempre con grande modestia e religione in Chiesa, come nella casa della preghiera, nel Santuario dove abita Iddio e nel tempio dove riceve i Sacrifizi. Assistere per quanto sia possibile, alle funzioni pubbliche della propria parrocchia, soprattutto alle prediche e alle Messe cantate parrocchiali, durante le quali i Pastori offrono e raccomandano le loro pecorelle al sovrano Pastore Gesù Cristo, come egli stesso dal sacerdote San Simeone nel tempio Venne offerto al Padre suo.
3° - Conservare un amore tenero e filiale per la chiesa della propria Parrocchia, come per la madre dalla quale abbiamo ricevuto la vita cristiana nel S. Battesimo, e dalla quale aspettiamo la conservazione e l'accrescimento di questa vita nella Comunione pasquale ed aspettiamo pure la consumazione, ossia il perfetto e finale compimento, per mezzo degli altri Sacramenti.
Cooperare, per quanto lo consentono i propri mezzi, al suo ornamento, affinché Dio vi sia servito con maggior decoro, essendo ben giusto che i cristiani non abbiano minor cura per la loro chiesa che non i Giudei per il loro tempio, che essi conservavano e rendevano più augusto con le loro ricche offerte, e al quale Maria Vergine, benché povera, nella sua Purificazione, offrì cinque monete d'argento. Se imiteremo la carità della Madre di Dio, potremo dire con lei: «Ho amato, o Signore, il decoro della vostra casa, il luogo dove abita la vostra gloria (Ps. 25, 8).
Non basta assistere alle funzioni di Chiesa con la presenza corporale e farvi delle offerte; in chiésa bisogna offrire e sacrificare se stesso a Dio, ad esempio del Divino Infante, il quale si offre all'Eterno Padre per mezzo di S. Simeone. Soprattutto durante la S. Messa, bisogna stare in chiesa con uno spirito di sacrificio, di penitenza e di profondo annientamento. Ottima pratica sarà quella di offrire se stesso a Dio alla mattina, alla sera ed inoltre al principio e alla fine delle principali azioni della giornata.
5° - Ad esempio della SS. Vergine, è d'uopo avere un estremo desiderio della purità di corpo e di mente, e cercare sempre, i mezzi di perfezionarsi in questa virtù (Apoc,, 22, 11).
6° - Ad imitazione di Maria, le madri, quando abbiano ricevuto da Dio qualche bambino, lo portino esse stesse alla chiesa per offrirlo al Signore. S. Elisabetta, duchessa di Turingia, e molte altre sante madri osservavano sempre con gran fedeltà una tale pratica.
7° - Poiché Nostro Signore nella sua Infanzia venne riscattato con cinque sicli, e poi nel tempo della Passione, fu venduto per trenta denari, prezzo oltremodo basso, quale stima potremo noi avere di noi medesimi; noi che non valiamo niente?
CAPITOLO NONO
Fuga e dimora in Egitto
Nono mistero
La presentazione del S. Bambino Gesù essendo stata conosciuta nella città di Gerusalemme, il Re Erode ne ebbe la conferma che i Magi lo avevano giocato come dice il Vangelo, e temendo di essere spodestato dal regno che egli aveva ingiustamente usurpato, diede ordine ai suoi soldati di sgozzare tutti i piccoli innocenti della regione di Betlemme dove era nato Gesù Bambino, il vero Re dei Giudei. Ma S. Giuseppe in pari tempo da un Angelo venne avvertito di notte perché si rifugiasse in Egitto e così provvedesse alla tranquillità di Maria ed alla vita del Divino Infante; e Giuseppe, col Bambino e con Maria, subito s'incamminò verso l'Egitto (87).
In questa terra maledetta, che era stata anticamente la nemica del popolo di Dio, la fortezza dei demoni, della superstizione e dell'idolatria, il benigno Infante Gesù visse i suoi primi anni come un agnello tra i lupi. In questo esilio fu slattato, incominciò a camminare e proferì le prime parole; là incominciò a combattere contro i demoni, frenando con le sue grazie segrete la loro pubblica insolenza, costringendo gli idoli al silenzio e facendoli cadere, come era stato predetto dal Profeta Isaia (Is 19, 1).
Il Divino Infante purificò e preparò quel regno, onde fosse un. giorno un Santuario di santità, consacrandolo con la sua santa purezza per la vita religiosa ed eremitica di un'infinità di solitari che si ritirarono per vivere, ad esempio di Gesù, di Maria e di Giuseppe, in un perpetuo silenzio, in una preghiera continua, con un'innocenza infantile ed una santità tutta angelica.
PRATICHE
1° - Anime fedeli, salvate e conservate questo Divino Infante che Erode, vale a dire il demonio, perseguita e vuole uccidere. Se il demonio vi suggerisce che la divozione a questa Divina Infanzia è nuova, bassa e puerile, e che farne l'oggetto principale della propria pietà, è segno di mente debole, non ascoltatelo; pigliate invece con voi il Divino Infante, fuggite e conservatelo ad esempio di Giuseppe. Tenetelo nel vostro cuore coi vincoli di un amore indissolubile, come la Vergine (Cant. 3, 4). Sorgete dal sonno ad esempio ancor di Giuseppe e di Maria per cercarlo, conservarlo, ammirarlo ed amarlo (Cant., 3, 1).
Se siete costrette a vivere nel mondo dove si incontrano tanti pericoli, tante burrasche e tanti scogli, conservate sempre anche in mezzo al mondo, come una perla preziosissima in mezzi al mare, la purezza e la semplicità dell'Infanzia Cristiana: accipe puerum.
Se uscite dal mondo per vivere in qualche ritiro religioso, resistete con perseveranza alle nausee, aridità, tristezze ed altre tentazioni, con le quali satana tenta di far morire nell'anima questo benigno Salvatore, quando egli abbia incominciato a vivere in quella per la sua grazia: accipe puerum.
Infine, se la vostra nascita è nobile, se avete talenti rari e impieghi onorevoli, conservate con gran cura nell'anima vostra l'Infanzia, l'umiltà cristiana e l'amore del Divino Pargoletto: accipe puerum. Se voi lo conserverete, egli conserverà voi; se lo porterete, egli porterà voi; ma se lo perderete, tutto sarà perduto per voi; e dovrete dire con maggior ragione che non l'antico patriarca Ruben: Ahimè, che diventerò ora che non veggo più il fanciullo? (Gen. 37, 30).
2° - Per imitare Gesù Bambino che fugge in Egitto davanti alla persecuzione di Erode, schiveremo i litigi e le contese, secondo il consiglio dell'Apostolo, evitando di ostinarci contro le persecuzioni e le violenze, soprattutto quando provengano da persone agitate da passione, cedendo invece con umiltà e ritirandoci con prudenza: Date locum irae - Fuge in Aegyptum.
3° - Che aver una grande compassione per tutti coloro che seguono ciecamente le vanità e si lasciano trascinare dal torrente delle false massime del mondo, il quale per la sua malignità viene paragonato al regno d'Egitto, in cui nessuno deve entrare se non a malincuore, né vivere se non con rincrescimento, come un triste esilio, ché tale fu la terra dell'Egitto per il Divino Infante (88).
4° Amare e rispettare con venerazione tutti quelli che Nostro Signore chiama alla vita religiosa, onorare tutte le loro condizioni, i loro regolamenti, il loro abito ecc.; parlarne sempre con gran riguardo, venerare con una speciale divozione i Santi fondatori degli Ordini religiosi.
5° - Combattere in noi l'amor proprio, quella stima segreta con la quale accarezziamo noi stessi, quell'alterigia con cui trattiamo il nostro prossimo; ispirare anche agli altri le medesime pratiche e un'estrema avversione per il lusso, i ricchi ammobiliamenti, le vesti sfarzose, i cibi squisiti, i romanzi, i teatri, i balli ed altri simili convegni, i profumi ricercati, le mode indecenti, le pompe mondane, tutte cose che, secondo il pensiero dei Padri, sono idoli che il demonio innalza, non già nell'Egitto; ma in Israele; non tra gli infedeli, ma in mezzo ai cristiani i quali ne sono i primi idolatri ed i più ostinati adoratori.
CAPITOLO DECIMO
Il ritorno dall'Egitto a Nazareth
Decimo mistero
La persecuzione di Erode avendo avuto fine con la morte di questo principe dissoluto, l'Angelo del Signore comparve una seconda volta a S. Giuseppe durante il sonno e gli disse: «Alzati, prendi il Fanciullo, e con la sua Madre ritorna nella terra d'Israele, perché coloro i quali volevano ucciderlo sono morti». S. Giuseppe, obbediente all'ordine del Cielo, si mise in cammino per compiere questo viaggio che fu molto faticoso per il Divino Fanciullo, se si ritiene che egli avesse circa sette anni e quindi già viaggiasse a piedi. Ritornato nella Giudea, Giuseppe si ritirò a Nazareth e da questo paese venne a Gesù il nome di Nazareno il quale, secondo la dottrina degli interpreti, significa santo, separato, religioso ossia speciale adoratore di Dio.
PRATICHE
1° - Ad esempio del Divino Infante, procureremo di obbedire con docilità alle leggi ed alle disposizioni della Divina Provvidenza, la quale ci dà la sanità e le malattie, le ricchezze e la povertà, ci innalza e ci abbassa, ci induce e ci riconduce, dove, quando e come le piace (1 Re, 2, 7).
2° . Impareremo a regolare e santificare i nostri passi, i nostri viaggi, le nostre fatiche e il nostro riposo sull'esempio del Divino Fanciullo; in tutte queste circostanze praticheremo, come Gesù, l'obbedienza, il silenzio, la dolcezza, l'umiltà, la pazienza, la modestia, la purità; la preghiera e l'unione con Dio. Il fine di ogni nostro passo e di ogni nostra fatica sia sempre il nostro progresso spirituale e la nostra perfezione; dimodochè si possa dire di noi: quoniam Nazarenus vocabitur.
3° Ci sottometteremo ad andare, senza alcun ritardo, nel luogo, nel paese, nell'occupazione, nella condizione, nello stato in cui Dio ci chiamerà, adempiendo in santa pace la sua santa volontà manifestataci dal suo Angelo, vale a dire da coloro che in nome di Dio e per suo incarico ci dirigono e ci conducono; ci lasceremo guidare con la dolce obbedienza senza prenderei fastidio di nulla (Ps., 22, 1). Il Divino Infante Gesù segue con tutta semplicità S. Giuseppe come la sua guida; va nella Giudea donde la tirannia l'aveva scacciato, e dove un giorno l'invidia lo perderà; sa benissimo, che a Nazareth un giorno si tenterà di lapidarlo, eppure vi si lascia condurre come un tenero e dolce agnello (89).
4° Il S. Fanciullo Gesù, dalla Giudea era stato scacciato per l'ambizione del tiranno Erode, ma la morte umiliante di questo principe sanguinario ve lo richiama. L'orgoglio, la trama di comparire, di ingrandirsi e di arricchirsi, l'invidia, l'odio, l'impurità, l'amore dei piaceri e tutti gli altri peccati capitali, quando abitano nell'anima, sono tiranni che ne scacciamo il divino Salvatore; bisogna quindi che ne siano espulsi, ossia che siano annientati e muoiano, affinché il benigno Infante Gesù vi ritorni. Liberate dunque il vostro cuore da ogni affetto al male, onde sia interamente morto al peccato e allora Gesù vi abiterà.
5° - Il Divino Fanciullo, ritornato dall'Egitto, stabilisce la sua dimora a Nazareth, dove passerà la maggior parte della sua vita, nell'ubbidienza nel lavoro, nella preghiera, nel silenzio e nel ritiro e da Nazareth volle essere soprannominato Nazareno, nome che era proprio degli antichi religiosi del popolo d'Israele.
Gesù ci insegna così ad amare la vita cristiana (90), che è vita nascosta, umile e comune: nascosta agli uomini, ma conosciuta dagli Angeli; umile nella considerazione dei mondani, ma elevata nella stima «di Dio; comune secondo gli occhi della carne, ma privilegiata e preziosa secondo i sentimenti dello spirito e della fede che la santificano (Act.. 10, 15).
Infatti, Gesù ci ispira stima per le anime veramente raccolte e religiose, che fioriscono nei chiostri ed anche nel mondo, sotto la legge del Vangelo, come altre volte fiorivano sotto le leggi di Mosè.
CAPITOLO UNDICESIMO
Lo smarrimento di Gesù nel tempio
Undicesimo mistero
«Il Divin Fanciullo Gesù cresceva e si faceva forte nello spirito della sapienza, e la grazia di Dio era con Lui. I suoi parenti ogni anno si portavano a Gerusalemme per la solennità della Pasqua, e quando Gesù ebbe raggiunto l'età di dodici anni lo condussero seco loro al tempio. Quando ripartirono, avendo adempiti tutti i doveri di religione, il Divin Fanciullo, a loro insaputa, rimase a Gerusalemme. Maria e Giuseppe viaggiarono tranquilli per un'intera giornata, pensando che Gesù fosse nella compagnia in cui si trovavano, ma alla sera s'accorsero che egli non c'era, lo cercarono subito tra i cugini e gli altri conoscenti; non avendolo trovato, ritornarono prontamente a Gerusalemme dove lo cercarono con gran cura ed afflizione» (91).
PRATICHE
1° - Lo smarrimento di Gesù, del quale la SS. Vergine non si accorge che alla sera, potrebbe essere una immagine del traviamento dell'anima che si allontana da Dio con le sue quotidiane imperfezioni di cui non riconosce il danno fuorché alla sera nell'esame della coscienza; non manchi mai quest'anima di detestare, prima di darsi al riposo, tutto il male che l'ha separata dal suo divin Salvatore.
2° - Nostro Signore si tenne nascosto alla sua S. Madre, affine di esercitarne la pazienza e l'amore; non pretenderemo che ci tratti con maggiori riguardi. Se si ritirerà da noi, lasciando il nostro cuore nell'aridità, dovremo cercarlo e aspettarlo con pazienza (92). E' ben giusto che si ritiri qualche volta da noi, poiché noi tante e tante volte con somma ingiustizia ci siamo ritirati e separati da lui.
3° - Bisogna confermarci in una santa e inviolabile abitudine di fare, per quanto sarà possibile, le nostre divozioni in certe feste, secondo l'avviso di un confessore prudente e sperimentato; daremo inoltre ogni giorno un determinato tempo alla preghiera, all'orazione mentale, per quanto sarà possibile, e alla visita al SS. Sacramento.
4° - La SS. Vergine e S. Giuseppe smarrirono Gesù senza nessuna colpa e per una segreta disposizione della Provvidenza; l'anima fedele invece deve tremare di allontanarsi da Dio per la preoccupazione dei desideri terreni e di un volontario accecamento; mortificheremo dunque continuamente le nostre passioni per timore che ci facciano traviare e fuggiremo in ogni modo tutto quanto potrebbe farci perdere la grazia del Divin Fanciullo.
5° - L'Infante Gesù, benché fosse l'eterna Sapienza, seguì Giuseppe e Maria al tempio, poi vi dimorò tre giorni interrogando ed ascoltando i dottori, i quali rimanevano stupiti nel vedere tanta sapienza in un fanciullo. Con questo egli insegna ai genitori, ai padroni, ecc., il dovere di procurare ai loro figli e dipendenti una buona. istruzione religiosa, conducendoli ogni tanto essi medesimi alla Chiesa, al catechismo, ecc.
6° - I genitori, ai quali Dio farà l'onore di chiamare qualche loro figlio allo stato sacerdotale o religioso, potranno trovare molto dolorosa tale separazione; tuttavia la sopporteranno con rassegnazione. Considerando che il Divino Fanciullo rimase nel tempio ad insaputa di Maria e di Giuseppe che egli tanto amava, si persuaderanno che i figli quando vogliono abbracciare uno stato santo, non devono sempre seguire i consigli dei genitori, ma piuttosto l'avviso di persone prudenti davanti a Dio e disinteressate.
CAPITOLO DODICESIMO
Il lieto ritrovamento di Gesù in mezzo ai dottori
Dodicesimo mistero
Maria SS. e S. Giuseppe dopo aver cercato per tre giorni il Divino Fanciullo, lo trovarono infine nel tempio in mezzo ai dottori pieni di stupore e di ammirazione per le sue sapienti risposte. A questa vista furono riempiti di una gioia incomparabile, e Maria disse al suo divin Figlio: Figliuolo, come mai ci avete lasciati così? Ecco che vostro padre ed io addolorati andavamo in cerca di voi. Il S. Fanciullo rispose: Perché mi cercavate voi? Non sapevate come io debbo occuparmi delle cose spettanti al Padre mio? Ed essi non compresero quello che egli aveva detto loro. Dopo questo, Gesù se ne andò con loro e fece ritorno a Nazaret, ed era ad essi soggetto... e Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia presso Dio e presso gli uomini (Lc, 2, 46-52).
PRATICHE
1° - Quando Gesù si sia ritirato da noi, cerchiamolo con perseveranza, né diamoci pace finché non l'abbiamo ritrovato. Cerchiamolo con dolore e amarezza di cuore nel Sacramento della Penitenza, onde possiamo trovarlo con gioia nella S. Comunione.
2° - Cerchiamo Gesù in Gerusalemme che significa visione di pace, vale a dire nella preghiera e in chiesa dove è l'adunanza dei fedeli e dove egli ha promesso di rimaner sempre.
3° - Gesù si trova nel tempio tra i dottori, perché essi hanno bisogno dei suoi lumi tanto come i più ignoranti, e perché egli vuole per loro mezzo manifestarsi ad altri. I dottori avevano insegnato ai Magi il luogo della sua nascita, tra i dottori lo trovò pure la sua S. Madre. Tra i dottori e Pastori della Chiesa i quali lo manifestano con la predicazione, lo troveranno pure i cristiani che lo cercheranno con buona volontà. Ai dottori e Pastori della Chiesa bisogna ricorrere nei dubbi e nelle perplessità, per la scelta dello stato o per la decisione della propria vocazione, onde si possa: adempiere la volontà di Dio la quale non si può conoscere se non tra i dottori, vale a dire secondo il consigli di persone in dignità nella Chiesa che siano prudenti, sapienti e sperimentate.
4° - I genitori si guarderanno bene dal rimproverare ingiustamente o per malumore i loro figlioli per il tempo che avranno passato in chiesa per la S. Messa, per il catechismo o per altre pratiche di religione, col timore che essi non abbiano a rispondere loro quelle ammirabili parole di Nostro Signore, le prime che il S. Vangelo ci riferisce di lui: «Non sapete voi che ho nel Cielo un altro Padre ai cui debbo obbedire?»
5°. In onore dell'umile obbedienza di Nostro Signore, bisogna essere figliuoli di obbedienza, e vivere sempre nella soggezione, la quale è la virtù propria dell'Infanzia Cristiana.
Il primo grado è l'obbedienza alle leggi di Dio, di Gesù Cristo e della sua Chiesa, ai superiori ecclesiastici e secolari, a tutti coloro che hanno qualche autorità, sotto i quali bisogna vivere umilmente e religiosamente.
Il secondo grado è l'obbedienza agli eguali, considerandoli come superiori, secondo queste parole di S. Paolo: «Per umiltà l'uno creda l'altro a sé superiore (Philip., 2, 3); accondiscendendo facilmente alla loro volontà, seguendo i loro avvisi, cedendo loro il passo con tutta semplicità.
Il terzo grado è quello della perfetta obbedienza che si assoggetta ad obbedire anche alle persone che pur sono inferiori nell'ordine, nella dignità, nella scienza e nella autorità. E' questa l'obbedienza e la soggezione inculcate e insegnateci dal Verbo Incarnato che vediamo obbediente ad un povero operaio e persino ad una giovine Vergine, la qual cosa, come nota S. Bernardo, è umiltà senza esempio (93).
6° - Siccome l'infanzia naturale è uno stato di crescenza, così l'Infanzia Divina di Nostro Signore Gesù è il principio della crescenza spirituale; si ricordino dunque tutte le anime che partecipano a questo stato d'Infanzia Spirituale e Cristiana, che siccome Gesù, Infante cresceva in sapienza, in età e in forza, il suo amore deve pure incessantemente aumentare e crescere in esse. «Bisogna che egli diventi grande, diceva S. Giovanni Battista, ed io piccolo» (Io. 3, 30). Bisogna che egli cresca in noi per la dilatazione della santa carità, e che noi diventiamo piccoli per la pratica di una sincera umiltà, per la quale riconoscendo di non avere nessun bene e dimenticando quel po' di bene che crediamo aver fatto, ci impegniamo a servire il nostro buon Dio come se incominciassimo ora a conoscerlo, applicandoci con amore a tutto il bene che si presenta da fare e facendolo con fedele perseveranza. Così seguiremo il S. Fanciullo Gesù di luce in luce, crescendo nella grazia e ascendendo di virtù in virtù, sino a che saremo giunti all'età della sua divina pienezza e al possesso della sua gloria eterna. Così sia.
PARTE QUINTA
MEDITAZIONI SUL BAMBINO GESÙ
per ottenere le qualità e le grazie della sua divina Infanzia
MEDITAZIONE I
L'Infanzia di Gesù è un mistero di piccolezza
I. - Considerare che il Verbo di Dio ha voluto abbassarsi non solo sino a farsi uomo, ma ancora sino a farsi bambino.
Parvulus natus est nobis (Isaia, 9, 6). Prima, dice S. Bernardo, noi dicevamo: Dio è grande e degno di ogni nostra lode; Magnus Dominus, et ludabilis nimis. Ora bisogna dire: Dio è piccolo e degno di ogni nostro amore: Parvulus Dominus, et amabilis nimis. Amate dunque con tutto il vostro cuore la grandezza suprema, fattasi piccola per vostro amore.Considerate pure che Gesù nel suo cuore adorabile trae grandi cose dalla sua piccolezza, vi si compiace per amore del Padre suo, il quale è oltremodo onorato da tale abbassamento, e anche per amore delle anime alle quali porge grandi esempi e merita la grazia della santa piccolezza, contraria all'umano orgoglio. Ammirate tali sentimenti di questo Divin Bambino e traetene motivo di adorarlo, amarlo e ringraziarlo con grande affetto. Dite inoltre su questo punto all'Eterno Padre, ciò che l'amore vi suggerirà.
II. - Prostratevi poi davanti al presepio ed ascoltate con armoniosa attenzione la lezione che il divin Pargoletto vi dà con l'esempio, nell'attesa che ve la faccia poi con le parole. Se non diventerete piccoli come questo pargolo non entrerete mai nei regno dei Cieli (Matteo, 18, 3). Eccitate nel vostro cuore un ardente desiderio di essere piccolo. Vedete come Nostro Signore nel Vangelo lodi Dio Padre perché ai piccoli dà i limiti della sua sapienza, i quali sono nascosti ai prudenti del secolo. Vedete inoltre come Dio si faccia chiamare dal suo Profeta Davide, custode e protettore dei piccoli (Ps. 114, 6).
Adorabile Pargolo, noi insieme con voi condanniamo, la grandezza mondana, onde vi piaccia che abbiamo parte alla vostra piccolezza;
Penetratevi bene e sinceramente di questi sentimenti alla presenza del Divin Bambino.
III. - Non ritiratevi dall'amabile presenza di Gesù Infante senza aver fissato le pratiche con le quali volete acquistare l'orrore ad ogni elevazione, e l'amore della piccolezza cristiana; esaminate soprattutto, se nella vostra propria stima non vi ritenete ancora come qualche cosa di grande; se non avete il desiderio di essere grande nella stima altrui e se siete disposto ad essere sempre ritenuto minore degli altri, come S. Francesco d'Assisi (minor), o per la più infima delle creature, come S. Francesco di Paola (minimus).
MEDITAZIONE II
L'Infanzia di Gesù è un mistero di purezza
I. - Benché la purezza nei bambini ordinariamente non sia una virtù, è però per loro una fortuna, per cui la Chiesa si congratula coi Santi Innocenti: Hi cum mulieribus non sunt coinquinati; virgines enim sunt (Apoc., 14, 14).
Ma il santo Bambino Gesù ama la sua purezza e se ne compiace per onorare, nel suo interiore, la purità divina ed esserne ai vostri occhi una perfetta immagine.
Fermatevi in questa riflessione, con tutta la religione e 1'amore di cui lo Spirito Santo vi renderà capace.
II. - Pregate con viva istanza il Divino Infante che agisca potentemente nell'anima vostra con lo Spirito di purità, e che, per la sua grazia, di ciascuno degli adoratori della sua Infanzia si possa dire ciò che nella Scrittura è detto di Naaman il Siro, dopo di essersi lavato nel Giordano: la sua carne diventò netta come quella di un bambino: Restituta est caro eius pueri parvuli, et mundatus est (4 Reg., 5, 14). Per avere il giusto desiderio di questa bella virtù, considerate come Gesù ne sia innamorato; vedete quale miracolo prodigioso egli abbia fatto per avere una Madre pura, di quali grazie straordinarie abbia colmato il grande S. Giuseppe, perché fosse il più puro degli uomini, dovendo vivere a lungo con lui.
Vedete inoltre come siano pure tutte le persone che sono fervorosamente divote della sua SS. Infanzia. Eccitate dunque in voi stesso un orrore tutto nuovo e più intenso che mai per il detestabile vizio dell'impurità. Per un po' di tempo statevene davanti al S. Bambino come esposti ad un fuoco o ad un sole, per ricevere da lui efficaci influenze di purità. Implorate a questo effetto la purissima Maria, il castissimo S. Giuseppe, i Santi Innocenti e tutte le altre Sante Vergini.
III. - Non partitevene dal cospetto del Divino Infante, senza aver riconosciuto in qual modo dobbiate riformare i vostri sentimenti e il vostro cuore per avere una purezza più perfetta e più fedele, e proponete di non mancarvi mai.
MEDITAZIONE III
L'Infanzia di Gesù è un mistero di innocenza
I. - L'innocenza è propria dei bambini. Nella loro debolezza hanno questa fortuna di essere incapaci di malizia. Gesù Bambino ne è incapace più di tutti, non per debolezza come gli altri bambini, ma per la sua ardentissima carità e la sua incomparabile santità. Con un cuore così ammirabile, egli abbraccia volentieri tutte le sembianze esterne dell'innocenza infantile, volendo così manifestarci in qual modo voglia trasformare la inveterata malizia dei figli di Adamo.
Oh quanto è adorabile! Quanto merita di essere amato e lodato per la sua perfettissima innocenza e per il suo desiderio di rendercene partecipi ad onore di Dio suo Padre!
II. - Pregatelo istantemente che compia subito in voi un tal disegno del suo amore. Ricordatevi che dovete ora ascoltare con le orecchie del cuore queste parole dell'Apostolo: «Non siate fanciulli nell'intelligenza, bensì pargoletti nella malizia». Nolite pueri effici sensibus, sed malitia parvuli estote (1 Cor., 14, 20).
La malizia ce l'ha comunicata il demonio e così ci ha resi simili a quel serpente maledetto; l'innocenza, se la vogliamo, ce la darà il Divino Infante Gesù che così renderà simili a se stesso; Oh felice cambiamento! Che il vostro cuore dunque lo desideri ardentemente in presenza del Cuore misericordioso del Divino Infante Gesù.
Invocate la SS. Vergine e S. Giovanni Battista, che furono così ammirabilmente partecipi dell'innocenza di Gesù, e pregateli di ottenervi da Dio, per l'adorabile innocenza del Divino Infante, la grazia di ricuperare la vostra innocenza battesimale, con vivo pentimento e profonda confusione per averla così infelicemente perduta ed avere sentito così poco la disgrazia di una tale perdita.
III. - Che Cosa dovete fare per ritornare innocente come un bambino? Quanto al passato, dovete fare una sincera penitenza di tutta la vostra malizia; e per l'avvenire, adorerete frequentemente la santissima innocenza del Divino Infante pregandolo di comunicarvene lo spirito; inoltre concepirete un amoroso timore di offendere menomamente il Signore e fuggirete il mondo, la cui malizia può pervertire le anime più sante.
MEDITAZIONE IV
L'infanzia di Gesù è un mistero di semplicità
I. - Un'altra bella qualità dei bambini è di non avere nessuna astuzia e di essere privi di ogni prudenza della carne; agiscono perciò e parlano con semplicità ed ingenuità, senza malizia e senza finzione. Gesù, volendo che la grazia cristiana operi in noi quelle virtù che nei bambini è effetto della tenera età, prende espressamente lo stato d'infanzia con la sua aria di semplicità affine di attirarci con una divina soavità alla semplicità dei figli di Dio: ut sitis simplices filii Dei (Philipp., 2, 15). Ecco quindi quanto amore e quanto rispetto deve ispirarci questa condotta del Divino Infante! (94)
II. - Alla vista della semplicità dell'infanzia di Gesù, l'anima docile trova estremamente orribili le dissimulazioni, le furberie, gli equivoci fraudolenti, le belle ed ipocrite apparenze, gli eccessi di umana prudenza ed i rispetti umani di cui l'aria del secolo riempie le anime. Ai piedi del Divino Infante, tutto ciò deve scomparire da noi per la comunicazione che egli ci farà della sua santissima semplicità.
Mentre i figli del secolo si burlano di questa bella virtù: Deridetur iusti simplicitas (Iob., 12, 4), voi la stimerete con tutto il cuore e ne desidererete lo spirito con vivissima istanza.
Se la potenza della grazia, se un trasporto di divino fervore consumasse oggi in voi tutto quanto vi rimane della sapienza del secolo, la quale è nemica di Dio, quanto sareste felici! Domandate dunque, con vivissimo ardore, al Divino Infante una tal grazia per la mediazione di Maria e l'intercessione di S. Giuseppe, di S. Giovanni Battista e dei Santi Innocenti.
III. - Considerate l'abitudine che avete preso di usare di doppiezza in molte maniere; rinunciate a tutte queste colpe contrarie alla semplicità cristiana e datevi a Gesù col proposito di usare in ogni circostanza, verità; ingenuità, buona fede e candore: tutto questo costituisce la semplicità che il Divino Infante desidera nei suoi adoratori: Sicut modo, geniti infantes sine dolo, come dice S. Pietro (1 Petr., 2, 2) e dopo di lui S. Ilario: Revertendum est ad semplicitatem infantium (In cap. 18 Matth.): bisogna ritornare alla semplicità dei bambini.
MEDITAZIONE V
L' Infanzia di Gesù è un mistero di dolcezza
I. - Perché si prova un tenero umore per i bambini? Principalmente per la dolcezza che si vede sul loro volto e nei loro piccoli modi di fare, e inoltre perché sono incapaci di fiele e di rancore, né sanno ciò che sia voler male ad alcuno: Proximo velle malum nesciunt, dice S. Ilario (in Matth., loc. cit.). Quanto è meravigliosa la carità del Verbo di Dio, il quale, venendo tra gli uomini, ha voluto comparire con la dolcezza di un bambino e invitarli così ad avvicinarsi a lui con amore e confidenza! Oh Dio di carità!
Considerate pure come Gesù nella sua anima santissima si compiaccia di guardarci ed accoglierci, noi suoi poveri fratelli, con una dolcezza piena di tenerezza. Rendetegli dunque amore per amore e pregate, la sua SS. Madre di amarlo per voi (95).
II. - Quale sarà mai quel cristiano così violento nel suo carattere, il quale non diventi dolce alla vista dell'amabilissima dolcezza del Divino Infante? Come rimanere ancora lupo e tigre, in presenza dell'Agnello di Dio, così delizioso nella sua infantile dolcezza? Oh Dio, davanti al presepio di Gesù come sono odiosi i vizi dell'ira e dell'odio! Ai piedi del Presepio che è pure una cattedra, ascoltate dunque questa grande ed amabile lezione del divin Maestro: Imparate da me che sono dolce. Discite a me quia mitis sum (Matth. 11, 29), e domandate con tutto il cuore la grazia della dolcezza.
III - Non lasciate il Presepio finché il vostro cuore non abbia fatto provvista di sentimenti di dolcezza per quelle persone verso le quali siete maggiormente inclinato ad adirarvi. Datevi al dolce e santo Infante Gesù per onorare la sua mansuetudine in tutto il vostro contegno, nel volto, negli sguardi, nelle parole, nelle azioni e nelle sofferenze; tutto questo esprima la soavità interiore diffusa nel vostro cuore.
MEDITAZIONE VI
L'Infanzia di Gesù è un mistero di silenzio
I. - La parola infante etimologicamente significa una persona che non parla: infans, id est non fans. Quale meraviglia perciò che il Verbo di Dio, la Parola eterna, abbia voluto col farsi piccolo Infante diventare muto davanti a noi! Unitevi al santo stupore di cui, a tal vista, furono compresi gli Angeli.
Considerate inoltre che il Divin Bambino ignora, come gli altri bambini, la sua impotenza di parlare, ma di questa impotenza si serve per l'onore dell'Eterno Padre e per il nostro bene. Oh quante cose dice a Dio il suo Cuore, mentre rimane chiusa la sua bocca! Oh quanto è ricco e fecondo il silenzio del Divino Infante! Oh quale magnifico spirito di preghiera vi si trova nascosto! Fermatevi a lungo ai suoi piedi in un sentimento di amorosa ammirazione.
II. - Ma, dopo tali esempi, non è forse vero che la vana loquacità e le chiacchiere inutili devono essere aborrite dall'anima amante del santo Infante? Considerate con quale forza il suo silenzio ci inviti ad imitarlo! Se, come accade spesso, la vanità è quella che vi spinge alla loquacità, come mai essa non sarà vinta dall'esempio del Verbo di Dio annientato sino all'impotenza di proferire una parola? Se invece, come accade di molti, la dissipazione dello spirito è la causa per cui vi effondete in parole oziose, quale spirito dissipato non si sentirebbe portato al raccoglimento nel contemplare l'adorabile applicazione a Dio che trovasi nascosto sotto il silenzio del santissimo Infante? Implorate dunque con ardore ed umiltà la grazia del silenzio, custode dell'innocenza e della vita interiore.
III. - Ai piedi del Presepio, fissate in quali occasioni e in quale maniera vi asterrete non solo da ogni parola cattiva di vanità o di ira, ma anche da ogni parola inutile, proferita per curiosità, per leggerezza, per vana gioia o per dissipazione.
MEDITAZIONE VII
L'Infanzia di Gesù è un mistero di amorosa schiavitù
I. - Non senza qualche gran mistero di amore l'adorabilissimo Infante viene involto in fasce, stretto con bende, nell'attesa che venga poi, nella Passione, legato con corde. Adorate i pensieri del Divino Infante sopra questo suo stato di cattività e le santissime disposizioni con le quali lo sopporta e le offre a Dio suo Padre. Lo stato in cui lo vedete con le sue tenere membra legate ed immobili nei vincoli è un vero mistero d'amore, il quale significa che questo divino Schiavo lega le mani alla giustizia di Dio, ci libera dalla schiavitù del demonio e ci rende con sé schiavi di amore. Chi potrebbe non amare con tenerezza questo piccolo, amabile, adorabile Salvatore? (96).
II. - Voi ben sapete che, per il vostro stato e per dovere siete servo di Gesù; ma questo stato in cui lo adorate nel Presepio richiede che siate suo servo per amore, vale a dire, che rinunciando ad ogni riprovevole libertà, per servirlo vi rendiate amorosamente schiavo delle sue sante leggi, e vi conserviate vincolato e legato dagli obblighi qualche impiego nel quale siate impegnato per sua volontà. Accettate di gran cuore e senza nessuna esitazione di essere legato da questi vincoli morali. L'amore rese schiavo il Figlio di Dio per amor nostro: è ben giusto che reciprocamente l'amore vi renda schiavo per il suo servizio, e che invece di trovarvi a disagio in questi vincoli della carità diciate con gioia; come l'Apostolo: Sono come uno schiavo, ma uno schiavo di Gesù Cristo: Ego vinctus Christi Iesu. Statevene a lungo ai suoi piedi con gran desiderio di una tale felice e gloriosa schiavitù in Gesù Cristo.
III - Esaminate di nuovo davanti a Dio e, se occorre, sotto la guida di colui che tiene il suo posto nella direzione dell'anima vostra, qual è lo stato e la via nella quale il vostro divin Maestro vi chiama; e risolvete di lasciare o fare, fin da quest'oggi, ciò che dovete lasciare o fare per seguire unicamente la sua volontà e rimanerle fedele finché piacerà a questo Signore così amabile.
MEDITAZIONE VIII
L'Infanzia di Gesù è un mistero di dipendenza
I. - La dipendenza dell'adorabilissimo Infante dalla sua S. Madre e da S. Giuseppe è la meraviglia più stupenda, per la quale contempliamo il Sovrano del Cielo e della terra sottomesso alle sue creature, e colui che governa l'universo con la sua sapienza sottoposto alla direzione di un povero operaio: Erat subditus illis (Luc. 2, 51). Quale umiliazione! Adorate le sante intenzioni nel Divino Infante: 1° di adorare il suo Eterno Padre del quale riveriva l'autorità nella SS. Vergine e in S. Giuseppe; 2° di dare a noi l'esempio dell'ubbidienza; 3° di meritarci la grazia della sottomissione ai nostri superiori. Ecco un nuovo motivo per voi di amarlo e di benedirlo.
II. - Considerate che ormai la superbia non può più avanzare nessun pretesto per dispensarci dalla perfetta sottomissione ai nostri superiori. E infatti, chi mai ardirebbe dire o pensare di essere più nobile del proprio superiore e perciò di non essere obbligato verso di lui ad una completa dipendenza? Un tal diabolico pensiero non sarebbe più sopportabile alla vista dell'adorabilissimo Figlio di Dio che umilmente obbedisce ad un povero mortale.
Chi mai ardirebbe ancora prendersi l'orgogliosa libertà di esaminare la condotta del suo superiore e di non obbedire se non censurandolo? Come mai si potrebbe tollerare un simile procedimento dopo che la Sapienza eterna ha voluto comparire ai nostri occhi sottoposta alla direzione di un artigiano? Rinunciate dunque con tutto il cuore a simili pensieri e chiedete istantemente a Dio la grazia di diventare come un piccolo infante, particolarmente col sottometterVi con tutta umiltà e semplicità ad ogni vostro superiore.
III. - Con la grazia di Dio, risolvete di praticare questa utile e semplice sottomissione nelle occasioni nelle quali avete incontrato finora maggior ripugnanza. Protestate seriamente al Divino Infante che non trascurerete in nessun modo, né per negligenza, né per i divertimenti, né per altre ragioni umane, la perfetta sottomissione a coloro i quali tengono presso di voi il suo posto.
MEDITAZIONE IX
L'Infanzia di Gesù è un mistero di crescimento
I. - State certo che non senza un altro gran mistero di amore l'Uomo-Dio ha voluto, come gli altri fanciulli, crescere nell'età, e così da piccolo diventar più alto nella statura del suo corpo, ma anche crescere nella manifestazione della sapienza e della grazia di cui era ripieno.
Adorate il Verbo di Dio, il quale sebbene eterno ed immutabile, ha voluto sottoporsi ad un tale cambiamento.
Adorate le sante disposizioni con le quali il SS. Fanciullo si compiaceva di crescere sempre, ma tuttavia con la lentezza ordinaria della natura umana, per esprimerci i progressi che la nuovo creatura deve fare in noi, aumentando ordinariamente secondo la volontà di Dio, ma non in fretta più che non voglia Iddio. Ammirate ed amate Gesù in questo misterioso crescimento!
II. - Dovete seriamente considerare due verità. La prima, che è volontà di Dio che cresciate continuamente nella grazia, nella carità ed in ogni virtù sino a che Gesù sia formato in voi; donec formetur Christus in vobis. (Gal., 4, 19).
Esaminate quindi se non siete del numero di coloro i quali, per negligenza e timidità, o spesso per qualche affetto disordinato, decrescono invece di progredire, vanno indietro invece di andare innanzi; se così fosse, con particolare fervore implorate dal Divin Fanciullo la grazia di mettervi sul serio ad onorare il suo crescimento continuo, col servirlo con un amore ogni giorno sempre più puro e fervente.
L'altra verità che dovete considerare, è che non bisogna voler progredire nella virtù più presto di quello che voglia Iddio. Forse che, in qualche momento di fervore, vorreste essere perfetto in un attimo, e che, vedendo come il vostro desiderio non si verifichi, rimanete impaziente e turbato. Se foste affetto di un tal male, ricordatevi dell'ammirabile, pazienza del Divin Fanciullo Gesù, il quale volle crescere soltanto a poco a poco e insensibilmente e come gli altri fanciulli. Implorate quindi da lui la grazia di non scoraggiarvi mai, né inquietarvi per qualsiasi ostacolo che si frapponga al vostro progresso spirituale, e di non dimenticare mai l'ordine voluto da Dio, secondo il quale per mezzo della pazienza, dobbiamo compiere in noi e negli altri l'opera sua (97).
III. - Se volete che in voi progredisca continuamente il regno della carità, combattete senza posa nell'anima vostra il regno della cupidigia, col mortificarvi e rinunciare a voi stesso in ogni cosa. Questi siano i vostri proponimenti e specialmente di avere tutta quella pazienza che Dio vorrà che esercitiate per crescere sempre nella virtù.
SENTIMENTI DI FENELON per il giorno di Natale
Vi adoro, divin Bambino Gesù, nudo e piangente nel presepio. Non amo più nulla fuorché la vostra infanzia e la vostra povertà. Oh chi mi darà di esser povero e infante come voi? O Sapienza eterna, ridotta all'infanzia! Toglietemi la mia sapienza vana e presuntuosa; fatemi infante come voi.
Tacete, sapienti della terra! Voglio d'ora innanzi essere niente; non voglio più saper nulla, voglio credere tutto, voglio tutto soffrire, voglio perdere tutto, persino il mio vano giudizio per non giudicare più, o Divino Infante, se non con la vostra luce e la vostra sapienza.
Beati i poveri, ma i poveri di spirito che Gesù ha reso simili a sé nel suo presepio e che ha spogliato della loro ragione presuntuosa!
Oh uomini che siete sapienti nei vostri pensieri, previdenti nei vostri disegni, composti nei vostri discorsi, io vi temo; la vostra grandezza m'intimorisce come la presenza delle grandi persone ispira paura ai piccoli fanciulli.
Non ci vogliono più se non infanti della Santa Infanzia.
Il Verbo fatto carne, la Parola onnipotente del Padre, è balbuziente, piange, emette vagiti infantili; ed io avrei l'ambiziosa pretesa di essere sapiente? Mi compiacerei nelle combinazioni operate nella mia mente? Avrei paura che il mondo non abbia un concetto abbastanza alto della mia capacità? No, no; sarò invece del numero di quei felici infanti i quali perdono tutto per guadagnare molto, che in questo mondo non si preoccupano affatto per sé, anzi contano per nulla l'essere disprezzati o considerati come inetti.
Il mondo sia pur grande quanto vorrà; anche la gente dabbene cresca pure ogni giorno, con buona intenzione e per lo zelo delle opere buone, nella prudenza, nella previdenza, nelle industrie, nello splendore della virtù; quanto a me tutta la mia soddisfazione sarà di decrescere, di rimpicciolirmi, di avvilirmi, di ritirarmi nell'oscurità, di tacere, di accettare anche i dispetti, e i disprezzi, di unire all'obbrobrio di Gesù crocifisso l'impotenza e la balbuzie di Gesù Infante.
Noi preferiremmo morire con Gesù nei patimenti, piuttosto che vederci in fasce con lui nel Presepio; la piccolezza ispira orrore più che la morte, perché si può soffrire la morte per coraggio e grandezza; mentre non essere più contato per nulla come, i bambini, non poter, più far conto neppure di se medesimi, ricadere nell'infanzia a guisa di certi vecchi decrepiti i quali sono oggetto di scherno per i fanciulli snaturati, pur comprendendolo con una vista chiara e penetrante tutta la umiliazione di un tale stato: ecco il supplizio più insopportabile per un'anima grande e coraggiosa che si consolerebbe di ogni cosa col suo coraggio e con la sua sapienza!
Oh sapienza! Oh coraggio! Oh ragione umana! Voi siete l'ultima cosa di cui si spoglia l'anima nel morire a se stessa. E' questa la rinuncia più difficile; tutte le altre cose non contano quasi nulla, sono come abiti che si tolgono colla punta delle dita e che non sono aderenti a noi; ma spogliarci di questa sapienza propria, della quale siamo tanto fieri e lieti, che costituisce la vita più intima dell'anima, è come strapparci la pelle, scorticarci vivi, lacerarci sino al midollo delle ossa.
Ahimè! sento la mia ragione che mi dice: Ma che! Bisogna dunque cessare di essere ragionevoli? Bisogna dunque diventare stolti come quei pazzi che per forza si devono rinchiudere? Non è forse Dio la sapienza medesima? La nostra sapienza non viene forse dalla Sua e quindi non dobbiamo noi seguirla? - Ma ragionare ed essere ragionevoli sono due cose estremamente differenti; non saremo mai tanto ragionevoli come quando meno vorremmo ragionare.
Abbandonandoci alla pura ragione di Dio, che non può essere compresa dalla nostra ragione debole e vana, saremo liberati dalla nostra sapienza la quale, dopo il peccato, è sviata, incerta, corta e presuntuosa; o piuttosto saremo liberati dai nostri errori, dalle nostre indiscrezioni e dalle nostre ostinazioni. Più una persona, per lo spirito di Dio, è morta in se medesima, e più e discreta, senza neppure pensarvi; non si cade nell'indiscrezione se non perché si vive ancora secondo lo spirito proprio e le proprie vedute e inclinazioni naturali, perché si pensa, si parla e si vuole a modo proprio.
La morte completa del nostro senso depravato sarebbe in noi la vera e consumata sapienza del Verbo di Dio. Se ci innalzeremo al di sopra di noi medesimi, non sarà per uno sforzo interno della nostra ragione; ma invece per l'annientamento del nostro essere proprio; soprattutto dei nostri ragionamenti, i quali son ciò che vi è di più caro per l'uomo, noi entreremo in quello stato nuovo, nel quale, come dice S. Paolo, Gesù Cristo si fa la nostra vita, la nostra giustizia, e la nostra sapienza.
Noi perdiamo la strada perché vogliamo condurci da noi medesimi. Non saremo dunque al sicuro da ogni smarrimento, se non col lasciarci condurre, coll'essere piccoli, semplici, abbandonati allo spirito di Dio, docili e pronti ad ogni movimento, senza consistenza propria, non facendo resistenza, non avendo più volontà, dicendo ingenuamente ciò che ci viene in mente e cedendo volentieri all'altrui parere.
Così il bambino lascia che lo si porti e riporti, che lo si metta a dormire e lo si levi dalla culla, non ha nulla di segreto, nulla di proprio.
Se ci faremo simili al bambino, non saremo più sapienti di noi stessi, ma Dio sarà sapiente in noi e per noi. Mentre crederemo di balbettare, Gesù Cristo parlerà in noi.
O Gesù Infante, solo gli infanti possono regnare con voi.
CONSACRAZIONE DI DE RENTY
al Bambino Gesù scritta da lui col sangue e che portava sempre con sé
In onore del mio Re il santo Infante Bambino Gesù.
In questo giorno del Santo Natale dell'anno 1643 mi sono consacrato al santo Bambino Gesù, offrendogli tutto l'essere mio, l'anima mia, il mio corpo, la mia libertà, la mia moglie, i miei figli, la mia famiglia, tutti i beni che da lui ho ricevuti, insomma tutto ciò che mi concerne. L'ho supplicato di prendere possesso e proprietà completa ed assoluta di tutto ciò che sono, affinché io non viva più che in lui e per lui, in qualità di una sua vittima nell'assoluto distacco da tutto ciò che è di questo mondo, cui non avrò più nessuna parte se non quella che egli vorrà ci permetterà.
In tal caso, d'ora innanzi io debbo considerarmi come uno strumento nelle mani del santo Bambino Gesù, per fare tutto quanto a lui piacerà con grande innocenza, purità e semplicità, senza prendermi pensiero di nulla. Non mi dedicherò a nessuna opera (98), non concepirò né gioia né tristezza per qualunque cosa avvenga; non considererò le cose in se medesime, ma nella volontà e nella direzione di Gesù Infante, la quale procurerò di seguire in omaggio al suo Presepio e ai divini stati della sua Infanzia.
Perdo dunque in quest’oggi il mio essere per diventare uno schiavo sussistente nel santo Bambino Gesù per la gloria del Padre e dello Spirito Santo.
Firmato tra le mani della SS. Vergine, mia Madre, Patrona e Protettrice, in presenza di S. Giuseppe.
DEVOZIONE DI S. MARGHERITA MARIA ALACOCQUE al Bambino Gesù
S. Margherita Maria aveva un'attrattiva straordinaria per la divozione alla vita nascosta di Gesù e alla sua Divina Infanzia.
Spesse volte il divin Salvatore le apparve sotto la forma di bambino: graziosissima quella visione in cui la SS. Vergine depose nelle braccia della Santa il Divino Infante, lasciando che lo accarezzasse a suo bell'agio, e Gesù le disse: «Sei contenta ora? Ebbene ciò ti serva per sempre, perché Voglio che tu sii abbandonata alla mia potenza come io mi sono dato alle tue carezze».
Ma la Santa si compiaceva specialmente di contemplare e ammirare nel Divino Bambino le grandi virtù di cui ci ha dato l'esempio: la sua vita di annientamento e di abbandono, di ritiro e di silenzio, d'immolazione e di sacrificio, e soprattutto la sua vita di amore, come si vede nei seguenti suggerimenti.
1° - La vita di annientamento del Verbo Incarnato. - Onde onorare il Verbo Incarnato che lascia la gloria per scendere nel seno della SS. Vergine e onde imitare questa vita dove l'amore lo tiene come annientato, noi terremo le tre facoltà dell'anima nostra annientate in quelle del Verbo.
Dapprima uniremo e legheremo la nostra mente a quella di Gesù; annienteremo in lui la nostra intelligenza per imparare a conoscerlo, scacciando dalla nostra mente tutti i pensieri vani e inutili, soprattutto in ciò che concerne il prossimo.
In secondo luogo, manterremo la nostra memoria annientata in quella del Verbo, non conservando altro ricordi che di lui medesimo o di ciò che ci porta all'abiezione e all'annientamento di noi medesimi.
In terzo luogo, manterremo la nostra Volontà e tutti i nostri affetti annientati in quelli di Gesù annientato. A lui abbandoneremo, con una perfetta sottomissione ed aderenza al suo beneplacito, tutte le cure di noi medesimi, lasciando che egli voglia ed ordini per noi tutto ciò che ci concerne, sia per mezzo dell’obbedienza, sia per la mozione delle sue sante ispirazioni. Procureremo di tenere tutti i nostri desideri annientati in quelli di Gesù, dicendo sempre: Sia fatta la vostra volontà e non la mia!
2° - La vita di umiltà e di silenzio del Verbo Incarnato - Per imitare questa vita per la, quale l'amore ritenne nascosto al mondo questo Cuore adorabile, ci terremo nel profondo abisso del nostro nulla; nostro unico desiderio sarà di vivere nascosti e dimenticati, senza che nulla compaia di noi fuorché ciò che è più capace di umiliarci e di attirarci disprezzo; non trascureremo nessuna occasione di umiliazione e rinunceremo ad ogni riflessione di amor proprio.
Per imitarlo nella sua vita di silenzio osserveremo il silenzio interiore ed esterno scacciando qualsiasi pensiero inutile, evitando ogni parola superflua e tenendo raccolti i nostri sensi.
3° - La vita di immolazione e di sacrificio del Verbo Incarnato - Considerando il Divin Bambino nel seno di Maria SS. e sulle di lei braccia, la Santa diceva: «Il Verbo divino scelse il Cuore di Maria come l'altare dei suoi sacrifici, dove si immolò come Vittima della Giustizia divina e si sacrificò abbracciando ciò che vi è di più doloroso, di più povero, di più vile ed abbietto, per meritarci di essere le vittime del suo amore. Per imitare il Verbo Incarnato che l'amore teneva continuamente immolato sull'altare del Cuore della sua S. Madre, e per onorare la sua vita di sacrificio, sacrificheremo come tre vittime le potenze dell'anima nostra: mente, memoria e volontà. Cinque volte al giorno offriremo all'Eterno Padre, qualche sacrificio ai ciò che ci costerà di più, sia col rinunciare a ciò che ci dà maggior soddisfazione, sia col fare ciò che ci mortifica di più. Gli offriremo questi sacrifizi in unione coi sacrifizi che il Sacro Cuore del suo divin Figlio gli offriva con la sua ardente carità, sull'altare del Cuore della sua SS. Madre... e domanderemo che tutti i cuori si convertano al suo amore».
4°- La vita di amore del Verbo Incarnato - S. Margherita Maria, considerando che l'amore fu il principio degli annientamenti, dell'umiltà, del silenzio e delle immolazioni di Gesù Infante, con maggiore istanza raccomandava questo amore alla nostra imitazione. «Per vivere della vita d'amore del Verbo Incarnato, diceva, presenteremo tre volte al giorno il nostro cuore al suo Sacro Cuore. Imploreremo dallo Spirito Santo la grazia di conservare nel nostro cuore lo spirito di amore che ci unisca a lui e in lui ci trasformi, per un perfetto annientamento dell'amore di noi stessi nell'amore della nostra abiezione. Per ottenere una tal grazia, faremo ogni giorno cinque pratiche di desiderio di questo amore, e ogni tanto durante il giorno faremo tre atti di contrizione. Inoltre più spesso che ci sarà possibile, faremo questa aspirazione: «O divin Cuore di Gesù, vivente nel cuore di Maria, vi supplico di vivere e di regnare in tutti i cuori e di consumarli nel vostro puro amore» (99).
Preghiera di S. Margherita Maria al Cuore di Gesù Bambino
Vi saluto, o divin Bambino Gesù, fonte di ogni grazia, frutto benedetto della Vergine Immacolata; io vi amo e vi adoro, perché voi vi siete degnato venire per salvare tutti gli uomini. Insegnatemi, mio dolce Redentore, ad amarvi e a praticare le vostre virtù, le quali hanno fatto i Santi; e il vostro Sacro Cuore sia il mio asilo fin d'ora e nell'ora della mia morte. Così sia.
APPENDICE
INDULGENZE concesse alle pratiche di divozione a Gesù Bambino
NOVENA DEL S. NATALE
Il Sommo Pontefice Pio VII, con rescritto 12 agosto 1815, concesse l'Indulgenza plenaria, nel giorno di Natale o in uno tra l'ottava, a quelli che in tutti i giorni della novena avranno praticato pii esercizi, preghiere, atti di virtù, ecc., purché veramente pentiti, confessati e comunicati, divotamente preghino per il felice stato della S Madre Chiesa e secondo la mente di Sua Santità.
Concesse inoltre che la stessa Indulgenza possa lucrarsi un'altra volta tra l'anno ripetendosi, come sopra, la detta novena in onore di Gesù Bambino.
Il Sommo Pontefice Pio VIII, con rescritto 9 Luglio 1830, concesse che la detta Indulgenza possa lucrarsi in un giorno qualunque della Novena purché questa venga poi interamènte compiuta ed adempiendosi le opere ingiunte di sopra accennate.
MISTERI DELLA SACRA INFANZIA
V) Deus, in adiutorium meum intende.
R) Domine, ad adiuvandum me festina.
V) Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
R) Sicut erat etc.
Pater noster etc..
I
- Gesù Bambino dolcissimo, che disceso per nostra salvezza dal seno del Padre e concepito di Spirito Santo non aborriste il seno di una Vergine; o Verbo, che, fatto carne, prendeste la forma di servo, abbiate pietà di noi.
R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria
etc.
II.
- Gesù Bambino dolcissimo, che per mezzo della Vergine vostra Madre visitaste Elisabetta, riempiste di Spirito Santo il vostro precursore S. Giovanni Battista e lo santificaste nel ventre stesso della sua madre, abbiate pietà di noi.R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
III.
- Gesù Bambino dolcissimo, che per nove mesi steste rinchiuso nel ventre di Maria Vergine, da lei e da S. Giuseppe aspettato con ardentissimi desideri e quindi offerto al divin Padre per la salvezza del mondo, abbiate pietà di noi.R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
IV.
- Gesù Bambino dolcissimo, che nasceste in Betlemme da Maria Vergine, foste ravvolto fra pannicelli; riposto in un presepio, annunziato dagli Angeli e visitato da pastori, abbiate pietà di noi.R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino; abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
Gesù, a Te sia gloria
Che nato sei da Vergine,
Col Padre e l'almo Spirito
Pe' sempiterni secoli. Così sia.
V) Cristo è vicino a noi.
R) Venite adoriamolo.
Pater noster etc.
V.
- Gesù Bambino dolcissimo, che riceveste dopo otto giorni la ferita della circoncisione, foste chiamato col nome glorioso di Gesù prefigurandosi nel nome insieme e nel sangue l'ufficio che eravate per esercitare di Salvatore, abbiate pietà di noi.R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
VI.
Gesù Bambino dolcissimo, che sotto la scorta d'una stella foste mostrato ai tre Magi e da essi adorato in seno alla vostra Madre, ed onorato con misteriosi donativi d'oro, incenso e mirra, abbiate pietà di noi.R) Abbiate pietà di noi Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
VII. - Gesù Bambino dolcissimo, che foste dalla Vergine vostra Madre presentato al tempio, accolto tra le braccia di Simeone e dalla profetessa Anna manifestato ad Israele, abbiate pietà di noi.
R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
VIII.
- Gesù Bambino dolcissimo, che dall'iniquo Erode foste cercato a morte, da S. Giuseppe trasportato con vostra Madre in Egitto, sottratto alla crudele strage, glorificato dagli encomi degli Innocenti martiri, abbiate pietà di noi.R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
Gesù, a Te sia gloria
Che nato sei da Vergine,
Col Padre e l'almo Spirito
Pe' sempiterni secoli. Così sia.
v) Cristo è vicino a noi.
R) Venite adoriamolo.
Pater noster. etc.
IX.
- Gesù Bambino dolcissimo, che dimoraste in Egitto insieme con Maria SS. ed il Patriarca S. Giuseppe fino alla morte di Erode, abbiate pietà di noi,R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria
etc.
X.
Gesù Bambino dolcissimo, che dall'Egitto ritornaste con Maria e Giuseppe nella terra d'Israele, soffriste per la strada molti disagi e faceste l'ingresso nella città di Nazaret, abbiate pietà di noi.R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria
etc.
XI.
- Gesù Bambino dolcissimo che nella santa casa di Nazaret vi manteneste soggetto a Maria e Giuseppe, vi dimoraste nell'esercizio di perfettissima santità sopportando povertà e fatiche, e vi avanzaste in sapienza, in età ed in grazia, abbiate pietà di noi.
R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
XII. - Gesù Bambino dolcissimo, che di anni dodici condotto a Gerusalemme, vi foste con dolore ricercato da Maria e da Giuseppe e dopo tre giorni con gaudio ritrovato tra i dottori, abbiate pietà di noi.
R) Abbiate pietà di noi, Gesù Bambino, abbiate pietà di noi.
Ave Maria etc.
Gesù, a Te sia gloria
Che nato sei da Vergine,
Col Padre e l'almo Spirito
Pe' sempiterni secoli. Così sia.
Per il Natale e sua Ottava
V) Verbum caro factum est.
Alleluia.R) Et habitavit in nobis: Alleluia.
Per l'Epifania e sua Ottava
V) Christus manifestavit se nobis.
Alleluia.R) Venite adoremus. Alleluia.
Per l'anno
V) Verbum caro factum est.
R) Et habitavit in nobis.
Oremus
Omnipotens sempiterne Deus, Domine caeli ct terrae, qui te revelas parvulis, concede quaesumus: ut nos sacrosancta Filii tui Infantis Iesu mysteria digno honore recolentes ac digna imitatione sectantes ad Regnum Caelorum promissum parvulis pervenire valeamus.
Per eumdem etc.
R) Amen.
Il Sommo Pontefice Pio VII, con decreto 23 novembre 1819, concesse l'Indulgenza plenaria a tutti coloro i quali nel giorno 25 dicembre interverranno in qualsiasi Chiesa o pubblico Oratorio ove si pratica il detto pio Esercizio colla recita delle accennate Preci, purché veramente pentiti, confessati e comunicati preghino per qualche spazio di tempo secondo la mente di Sua Santità.
__________
NOVENA DA PREMETTERSI AL GIORNO 25 DI CIASCUN MESE
I. Offerta. - Padre Eterno, io offerisco a vostro onore e gloria, e per la mia salute e di tutto il mondo il mistero della Nascita del nostro Divin Redentore, Gloria Patri etc.
II. Offerta. - Padre Eterno, io offerisco a vostro onore e gloria e per la mia eterna salute i patimenti della SS. Vergine e di S. Giuseppe in quel lungo e faticoso viaggio da Nazaret a Betlemme, e l'angoscia del loro cuore per non trovare luogo da mettersi al coperto, allorché era per nascere il Salvatore del mondo, Gloria Patri etc.
III. Offerta. - Padre Eterno, io offerisco a vostro onore e gloria e per la mia eterna salute i patimenti di Gesù nel presepio, ove nacque: il. freddo che soffrì, le fasce che lo strinsero, le lagrime che sparse ed i suoi teneri vagiti, Gloria Patri etc.
IV. Offèrta. - Padre Eterno. io offerisco a vostro onore e gloria, e per la mia eterna salute il dolore, che sentì il Divino Infante Gesù nel suo tenero corpicciuolo, allorché si soggettò alla circoncisione; vi offerisco quel Sangue prezioso che allora egli sparse la prima volta per la salvezza di tutto il genere umano. Gloria Patri, etc.
V. Offerta. - Padre Eterno, io offerisco a vostro onore e gloria e per la mia eterna salute l'umiltà, la mortificazione; la pazienza, la carità, le virtù tutte di Gesù Bambino, e vi ringrazio, amo e benedico infinitamente per questo ineffabile mistero dell'Incarnazione del divin Verbo, Gloria Patri etc.
V) Verbum caro factum est.
R) Et hahitavit in nobis.
Oremus
Deus, cuius Unigenitus in substantia nostrae carnis apparuit; praesta, quaesumus, ut per eum, quem similem nobis foris agnovimus, intus reformari mereamur.
Qui tecum vivit et regnat in saecula saeculorum. Amen.
PREGHIERA A GESÙ BAMBINO
Vi adoro, Verbo Incarnato, vero Figlio di Dio da tutta l'eternità e vero Figlio di Maria Vergine nella pienezza dei tempi. Adorando la vostra divina Persona e l'Umanità che vi è unita, mi sento mosso a venerar ancora la povera cuna, che vi accolse Bambino e fu veramente il primo trono del vostro amore. Possa io prostrarmi dinnanzi ad essa colla semplicità dei pastori, colla fede di Giuseppe, con la carità di Maria! Possa anzi inchinarmi a venerare così prezioso monumento della nostra salute collo spirito di mortificazione, di povertà, di umiltà col quale voi, sebbene Signore del cielo e della terra, vi eleggeste a ricettacolo delle vostre povere membra un umile e povero presepio.
E voi, o Signore. che ancor pargoletto in questa cuna degnaste posarvi, degnatevi altresì di versarmi nel cuore una stilla di quella gioia, che dovevano cagionare è la vista della vostra amabile infanzia e i portenti, che accompagnarono la vostra nascita, in virtù della quale vi scongiuro infine di donare a tutto il mondo col buon volere la pace, e di rendere in nome di tutto il genere umano ogni ringraziamento ed ogni gloria al Padre ed allo Spirito Santo, che in voi vive e regna unico Iddio nei secoli dei secoli. Così sia.
NOTE
(1) Così nella Prefazione della prima edizione di questo libro.
(2) Cfr. FAILLON, Vie de M. Olier, III, pag. 164; 474-480.
(3) «Siamo tentati di sorridere quando vediamo che un'abbondante letteratura contemporanea ci presenta la vita d'infanzia come una scoperta del secolo XX. Nulla di nuovo sotto il sole, almeno dopo il Vangelo; e la via d'Infanzia meno ancora di qualsiasi altra divozione. S. Girolamo, S. Paola, S. Leone, l'ardente S. Francesco d'Assisi, buon numero di mistici e di semplici fedeli dei Paesi Bassi e della scuola italiana di spiritualità furono, nel corso dei tempi, ferventi apostoli della divozione all'Infanzia Cristiana; divozione variabile nelle sue modalità secondo il temperamento dei suoi adepti, che va dalla semplice considerazione un po’ fredda delle umiliazioni di Gesù Infante, fino alla tenerezza più appassionata per le amabilità e l'ingenuità del Bimbo di Betlemme e dell'Adolescente di Nazaret: per gli uni genera austere mortificazioni, per gli altri confidenza e santo abbandono... S. Teresa di Bambino Gesù, nei giorni nostri l' ha rimessa ammirevolmente, in onore presentandola sotto un aspetto in apparenza meno austero».
O. GAUTIER, L’Ecole Française etc. Paris, 1936,- pag. 158-159.
(4) BREMOND, Histoire du sentiment religieux etc., «Il volgo non senza difficoltà accetta i principi i della scuola berulliana: «il teocentrismo» la religione interiore e il culto in spirito e verità: l'aderenza di pure fede il Dio e a Cristo» (pag. 513-514).
(5) «Logici o no in questo, i nostri berulliani inteneriscono la loro religione e la severità del loro stile, quando incontrano la SS.
Vergine» (Id., ibid., pag. 519).
(6) Id., ibid, pag. 523-524.
(7) Citato dal P. PETITOT, in S. Teresa di Lisieux, ediz. ital., pag. 133.
(8) Elévations etc. (XIX Elevazione).
(9) P. PETITOT, Op. cit., pag. 58-59.
(10) AMELOTE, Vite du P. de Condren, cap.
XXXV.
(11) Chi sia stato questo fanciullo non si può
sapere con certezza. Secondo la tradizione sarebbe poi diventato S. Marziale, oppure S. Ignazio Martire. Cfr. CORNEL. A LAPIDE, in hunc locum.
(12) Cum essem parvulus placui Altissimo (Liturgia della Chiesa).
(13) Haec est altissima et utilissima lectio, etc.
(Imit. I, cap. 2)
(14) O magistrum dominumque mortalium!
Discite a me non mundum fabricare, sed quia mitis sum et humilis corde... Huccine redacti sunt omnes thesauri sapientiae et scientiae absconditi in te?..
(15) Hoc est ergo tota scientia magna hominis scire quia ipse per se nihil est, et quoniam quid-quid est a Deo est et propter Deum.
(16) Hunc non docet littera sed spiritus: non ratio sed oratio; non lectio sed dilectio.
(17) «L'Infanzia di Nostro Signore c'insegna l'annientamento di noi stessi, la docilità a Dio, il silenzio e l'innocenza senza pretesa né riflessione sopra noi stessi, ma con l'abbandono di un figliuolo della grazia, di un figliuolo di Gesù Cristo. E' dunque uno stato in cui bisogna morire a tutto e nel quale l'anima, nella fede, nel silenzio e nel rispetto, nell'innocenza, nella purezza e nella semplicità, aspetta e riceve gli ordini di Dio, vivendo giorno per giorno in un santo abbandono senza guardare, per cosi dire, né innanzi, né indietro; ma restando unita al Santo Infante Gesù, il quale annientato in se stesso, riceve l'ordine del Padre suo in ogni circostanza, per essere visitato dai pastori e dai Magi, per essere circonciso, per andare in Egitto e dimorarvi, per ritornare; poi per portarsi al Giordano per esservi battezzato, e al deserto per essere tentato; per predicare e dopo morire sulla Croce, poi risuscitare ed essere consumato nella gloria... Mi venne manifestato sovente... che non dovevo più agire fuorché sotto la guida di Gesù infante» (DE RENTY).
(18) L'abnegazione di se stesso, la quale comprende la vera umiltà, è la prima e la più essenziale qualità dell'infanzia spirituale. La rinuncia poi al proprio giudizio e al proprio sentimento è assolutamente necessaria alla salvezza in quanto è condizione della fede e dell'ubbidienza, due virtù necessarie per salvarsi.
Il bambino non si conduce da sé, ma è completamente abbandonato alla madre e si può dire che non ha attività propria. Così la prima condizione dell'infanzia spirituale è di fare per virtù ciò che il bambino fa per natura; perciò rinunciare al proprio giudizio, all'amor proprio, anche nei nostri giudizi, vale a dire alle inclinazioni e intenzioni naturali, alla propria volontà e al proprio sentimento, per abbandonarsi, in tutto, anche nelle minime cose, all'azione dello spirito di Gesù Cristo; non agire per proprio interesse o per propria soddisfazione, ma per fare la volontà di Dio con intenzioni suggerite dalla fede, ossia soprannaturali; anzi far tutto per amor di Dio e di Gesù come voleva S. Teresa del Bambino Gesù. «Una sola cosa è necessaria, diceva questa piccola Santa: operare unicamente per Dio, non facendo niente per noi stessi, né per le creature» (Storia di un’anima, edizione italiana, pag. 372).
(19) Pax Dei quae exsuperat omnem sensum.
(20) Non vocamur rationales, sed fideles.
(21) Perché Gesù abiti in noi e ci diriga col suo spirito, fa d'uopo fare il vuoto in noi, quindi uscire di noi medesimi per lasciare il posto a lui, ossia rinunciare a noi stessi, al nostro amor proprio, alla nostra soddisfazione. E' questo il principio palmare dell'ascetica della scuola del Card. de Bérulle. «Gesù, scriveva pure Santa Teresa del Bambino Gesù, s'incarica di riempire l'anima vostra, a mano a mano che la vuoterete delle vostre imperfezioni» (Storia di un'anima, pag. 262).
(22) Qui perdiderit animam suam propter me, inveniet eam (Matth.. 10, 39). L'autore di questo opuscolo dava l'esempio di una tale completa rimanda a se stesso. Infatti «il suo cuore innocente, il quale conservava ancora la primitiva grazia del battesimo, in cui l'Infanzia Cristiana viene data; per infusione soprannaturale, facilmente si portava a rinunciare ad ogni giudizio e ad ogni volontà propria, si abbandonava senza riserva alla direzione dei superiori e alle intime ispirazioni dello Spirito Santo; si rivolgeva a Dio in tutti i suoi affetti e in tutte le sue azioni con una perfetta rettitudine; non aveva per il prossimo che dolcezza, pace, cordialità infantile e ignorava tutti quei raggiri inventati dalla vanità per attirarsi la stima degli uomini, ignorava soprattutto i tesori di grazia che portava in se medesimo. In tal modo Giovanni Blanlo adempiva con una alta perfezione lo massima di S. Giovanni Berchmans: «Mi lascerò condurre come se fossi un bambino di un giorno» (Così nella prefazione della prima edizione di questo libro).
(23) Bisogna che in noi sia padrone Dio e non più noi medesimi.
(24) Non estis vestri (l Cor., 6, 19).
(25) Qui Spiritu Dei aguntur, ii sunt filii Dei (Rom. 8, 14).
(26) Chi vuole agire a modo suo e non per fare la volontà di Dio si determina ad agire per la propria volontà; quindi egli medesimo è la causa, il principio delle sue opere e anche il fine, perché agisce per proprio interesse e per propria soddisfazione.
(27) Cuius est voluntatem applicare operi, et opus voluntati.
(28) Abiit vagus in via cordis sui (Is., 57, 7).
(29) Quae placita sunt ei facio semper (Ioan. 8, 29). - Il Padre de Condren, il quale voleva proprio essere un bambino spirituale come abbiamo detto sopra (pag. 17), era di una docilità straordinaria alle ispirazioni divine a segno che si è potuto dire che la sua volontà era nelle mani di Dio, come una leggerissima piuma in balia del vento.
S. Teresa del Bambino Gesù praticava pure questa docilità in modo eccezionalmente eroico. «Teneva sempre il suo sguardo fisso nell'occhio del buon Dio per indovinare ciò che gli piacesse di più sul finire della sua vita poté dire che dall'età di 3 anni non aveva mai rifiutato nulla al Signore» (Op. cit., pag. 262).
«Oh come vorrei farmi magnetizzare da Nostro Signore! diceva; sì, voglio che egli si impossessi talmente delle mie facoltà, ch'io non possa più compiere azioni umane e personali, ma solamente degli atti tutti divini, ispirati e diretti dallo Spirito d'amore (Ibid., pag. 287).
«Ho dimenticato me stessa ed ho procurato di far sempre astrazione dalla mia persona come se non fossi» (Ibid., pag. 271). «Non ho mai fatto la mia volontà in questo mondo» (lbid., pag. 300).
(30) Spiritus Sanctus est Amor (Hom.
XXX)
(31) La qualità dell'operazione dipende dalla qualità dell'essere, come la qualità del frutto dipende dalla qualità della pianta; se l'anima è una pianta cattiva non può portare frutti buoni.
(32) Da meditare il capitolo XII del Progresso dell'anima del Padre Faber. Ne riportiamo il seguente brano. Dopo aver stabilito che in moltissime azioni noi c'inganniamo e crediamo di essere mossi dallo Spirito di Dio, mentre in realtà siamo mossi dallo spirito umano, il celebre Oratoriano continua: «Ma l'artifizio più ingenuo, insieme e più funesto dello spirito umano è quello di presentarsi a noi sotto l'esteriore della virtù... Riccardo da S. Vittore osserva che ogni uomo sente un'inclinazione naturale per tale o tal'altra virtù ch'esso acquista con maggior facilità, e d'altra parte, vi è sempre qualche virtù particolare per la quale sente maggior difficoltà o ripugnanza. Donde avviene che sovente notiamo in noi una certa prontezza a fare un bene, la quale ha l'apparenza della divozione, ma in realtà non è che l'effetto di un'inclinazione naturale. Da tale dottrina quel grande mistico conclude che i pensieri, le parole, le opere e gli affetti delle persone imperfette provengono ordinariamente da un tal principio puramente naturale, e perciò vanno attribuiti allo spirito umano». Conferma poi la sua conclusione con molti esempi particolari.
(33) L'Autore riduce le intenzioni naturali alle tre concupiscenze, cioè, vana gloria, interesse e propria soddisfazione. Sarà relativamente facile riconoscere se non siamo mossi nell'operare, né dal desiderio di essere onorati e lodati per vanità, né dal desiderio dell'interesse. Sarà più difficile riconoscere se non siamo mossi dalla nostra soddisfazione e dal piacere naturale, specialmente in varie opere naturali, come per esempio nel cibo, nel riposo, nelle ricreazioni ed anche nel lavoro; in questo caso l'Autore osserva, che se non sentiamo piacere nel compiere un'azione, allora possiamo presumere che non la facciamo (almeno direttamente) per contentare la natura; oppure se sentiamo piacere, ma raddrizziamo la nostra intenzione e la portiamo a Dio, possiamo star tranquilli; ma poi dobbiamo operare con semplicità, senza badare tanto alle impressioni ed ai sentimenti della natura corrotta. Dio guarda l'intenzione; è questa, infatti, che deicide tutto, ma dipende dalla volontà.
(34) Matth., 7. - «Creda a me, diceva S. Teresa del Bambino Gesù, lo scrivere dei bei libri di pietà, il comporre le più sublimi poesie, tutto ciò non vale il più piccolo atto di abnegazione» (Op. cit., pag. 267).
(35) «Il bambino non ha ancora l'uso della propria volontà per volere o amate altro se non che il volto della sua cara madre; non pensa né ad essere in un luogo o in un altro, né a volere qualsiasi cosa fuorché stare nelle braccia della madre sua con la quale pensa di essere come una cosa sola; non si preoccupa nemmeno di uniformare la sua volontà a quella della madre, perché non sente la propria volontà e non crede neppure di averne una, lasciando alla madre sua di andare, di fare e di volere ciò che essa troverà buono per lui». S. Francesco di Sales, Teotimo ossia Trattato dell'amor di Dio, lib. 9, cap. 13.
(36) Ps., 59, 11. Anche S. Teresa del Bambino Gesù ci ha lasciato delle massime che ci stimolano alla confidenza e all'abbandono in Dio:
«Avete gran torto di pensare a ciò che potrà accadere di doloroso nell'avvenire... chi si scoraggia e talvolta si dispera, è perché pensa al passato e all'avvenire» (Op. cit., pag. 234). - «Non si può mai abbastanza confidare in Dio, che è tanto potente e misericordioso. Si ottiene da Lui appunto quanto da lui si spera» (p. 244). - «Che brutta cosa è perdere il tempo ad angosciarci invece di abbandonarsi sul Cuore di Gesù!» (pag. 261). - «Cerco di non occuparmi più in niente di me medesima; e ciò che Gesù degnasi di operare nell'anima mia, glielo abbandono senza riserva» (pag. 367). - « La mia vita è tutta di confidenza e di amore, e non so comprendere quelle anime che hanno paura di un amico sì tenero (come il nostro Dio)» (pag. 369). - «Come navigare nel mare tempestoso di questo mondo? Con l'abbandono e l'amore di un fanciullo, il quale sa che il padre suo l'ama e non saprebbe abbandonarlo nell'ora del pericolo» (pag. 371). «La via che voglio insegnare alle anime è la via dell'infanzia spirituale, della confidenza cioè e del totale abbandono» (pag. 243).
(37) «Abbandonatevi a Gesù Cristo senza guardare a voi stesso, senza dar retta alla vostra disposizione, senza desiderare di essere o di avere qualsiasi cosa, senza inquietarvi di ciò che avviene in voi, ma lasciate che il Figlio di Dio sia in voi nello stato che vorrà »(De Condren, Lett. XIII e XXXI).
(38) «Per altro ciò che ci viene raccomandato non è una passività indolente come l'inerzia dei fatalisti mussulmani, o la noncuranza dei quietisti. Se Nostro Signore non vuole che c'inquietiamo né del passato, né dell'avvenire, cose che riguardano la Provvidenza; se S. Pietro ci comanda di gettare tutti i nostri fastidi nel seno di Dio, il desiderio sia della Chiesa che di Gesù stesso è che facciamo quanto dobbiamo nel momento presente e che dedichiamo a questo compito tutte le nostre forze. Ad ogni giorno basta la sua pena, dice Gesù; massima d'oro, massima divina, che predica il santo abbandono e insieme la santa attività del vero cristiano. L'unica nostra preoccupazione sia quella di uniformare giorno per giorno, le decisioni della nostra prudenza ai disegni della divina Provvidenza. Per volontà o per permissione di Dio ci troviamo attualmente in tale o tale situazione, che abbiamo o no cooperato a prepararla è ben inteso che dobbiamo accettarla filialmente. Ecco il santo abbandono nelle mani del Padre Celeste. Ma da questo punto d'appoggio, sicuro e confortante, dobbiamo agire e adempire i doveri che risultano per noi da questa situazione provvidenziale» (JORET, L'Enfance Spirituelle, pag. 79).
(39) De Imit. Christi, Lib.
II, cap. XV.
(40) Matth., 5, 3. - Per altro la semplicità cristiana non esclude né la vera prudenza, né la fortezza dell'animo Gesù Cristo ci avverte che bisogna unire la prudenza del serpente alla semplicità della colomba (Matth., 10, 16), e S. Giovanni Crisostomo dice che: «unire la semplicità alla prudenza è il colmo della sapienza, è vita angelica: Haec est vita angelica» . (Petitot, pag. 134). In S. Teresa del Bambino Gesù, vera maestra della semplicità cristiana, vediamo una fortezza d'animo non comune. Benedetto XV, trattando della vita di suor Teresa, dice che fin dai primi anni, ella palesò «la noncuranza e la vivacità dei fanciulli, insieme ad una grande serietà e straordinaria maturità, e che fin d'allora dimostrò nelle sue parole e nei suoi atti un giudizio molto superiore alla sua età». (Storia di un'anima, pag. 502-503). Pio XI aggiungeva che S. Teresa di Gesù Bambino ci insegna quella semplicità infantile inseparabile da una vera forza d'animo che d'infantile non ha se non il nome (Petitot, op. cit., pag. 120).
(41) Numquam enim videas simplicitatem ab humilitate separatam (S. Giov. Clim.).
(42) La purità di S. Teresa del Bambino Gesù si rifletteva nella sua fisionomia così calma, dignitosa e degna. A questo aspetto raccolto ella univa un'aria graziosa da bambina da rapire i cuori, donde esalava un profumo di candore e d'innocenza; vi era in lei qualche cosa che ispirava il rispetto e sembrava dire: «Non mi toccare» (Joret, Op. cit., pag. 129).
(43) Otium sanctum quaerit caritas veritatis; negotium iustum suscipit necessitas caritatis.
(44) Aut sensus agens, aut cura pungens, aut culpa remordens, aut phantasia recurrens.
(45) S. Teresa del Bambino Gesù non ebbe: tentazioni contro la santa purità; rimpianse di non aver sofferto tali tentazioni, perché avrebbe voluto offrire a Dio ogni sorta di martirio (Petitot, op. cit., pag. 178).
(46) Non nocens, vel nocumentum non recipiens.
(47) Tra le anime più divote a Gesù Infante e più animate dallo spirito dell'Infanzia Spirituale, va ricordato il Servo di Dio De Renty. Questo santo uomo, benché padre di famiglia e vivente in mezzo a grandi occupazioni, ricevette una speciale partecipazione dell'innocenza di Gesù Bambino; ecco quanto scriveva al suo direttore spirituale, rendendo gli conto, per ubbidienza, dello stato dell'anima sua: «Mi fu manifestato (internamente) spesse volte che non dovevo più agire fuorché sotto la condotta di Gesù Bambino… con la purezza del mio spirito per la cui conservazione mi vennero date l'innocenza e la semplicità, come due ripari per proteggerla.
«L'innocenza è come un cristallo attraverso il quale mi si disse (internamente) che dovevo considerare le cose con tutta innocenza, ossia senza aderire al male, senza che i vizi e i disordini degli uomini mi fossero d'impedimento, e mi facessero impressione o ne rimanesse l'idea nella mia mente. Questa innocenza inclina ad una grande benignità e dolcezza verso il prossimo e mi è d'un incredibile aiuto nei miei impegni a motivo di tanti peccati che ogni giorno vengo a conoscere e ai quali devo procurare, secondo la volontà di Nostro Signore, di rimediare. L'innocenza dunque si applica a tutto quanto è davanti a me affinché la purezza non sia turbata nel suo sguardo verso Dio. La semplicità è l'altro riparo della purezza e agisce sul passato, preservando l'anima da ogni doppiezza e molteplicità, e togliendole il ricordo di ciò che ha fatto o visto (De Renty, Lettere).
Un'altra Serva di Dio, suor Caterina di Gesù, carmelitana, anch'essa devotissima a Gesù Bambino e vero modello dell'Infanzia Spirituale, scriveva pure al Cardo de Bérulle suo direttore: «Otto giorni prima del Santo Natale ebbi la visione di Maria Vergine la quale teneva nelle mani un mantello di una bianchezza straordinaria e deliziosa. La Vergine me lo presentò dicendomi: «Tu l'avrai nel giorno di Natale», e la visione disparve. Da quel giorno sino alla festa del Santo Natale mi avvennero varie cose per dispormi alla grazia che avrei ricevuto in quel giorno, ma non saprei scriverle. Nella Messa di mezzanotte mi sembrò che la B. Vergine mi rivestisse di quel candidissimo e purissimo mantello... e sentii questo mantello come una virtù che usciva da Gesù e nel pensarci sento tuttora grande consolazione e gran divozione. Ammirai quante operazioni ci vogliono per ridonare all'anima la primitiva innocenza». Ma l'opera non era ancora compiuta; qualche tempo dopo, Gesù Bambino «la segnò col suo carattere, impresse in lei il suo segno e scolpì in essa la sua infanzia». La ven. suor Maddalena di S. Giuseppe, Priora del monastero, avendola interrogata, dice che ciò che Gesù operava in lei non era per consolarla, ma per santificarla, a segno che la divina purezza che in essa operava, incontrando le macchie nell'anima di lei, la purificava in tal modo che la natura ne soffriva moltissimo e ciò aveva qualche conformità con quello che si sa dello stato del Purgatorio» (Joret, Op.. cit., pag. 132-133).
Suor Caterina di Gesù, morì il 19 febbraio 1623 in grande odore di santità. Il Card. de Bérulle suo direttore spirituale, volle celebrarne le esequie; ma mentre celebrava la S. Messa per lei, si sentì inondato di una inesprimibile gioia con l'assicurazione ch'ella era oramai giunta alla beatitudine (Cfr. Houssaye, Le Père de Bérulle, vol. II, pag. 398-399).
(48) Abbiamo già detto come S. Teresa del Bambino Gesù fosse preservata dalle tentazioni contro la santa purità.
(49) Tanto fonti vas inane est admovendum.
(50) Il Servo di Dio Giovanni Olier, maestro di Giov. Blanlo, riconoscendo in Gesù Bambino il modello e la fonte delle virtù dell'Infanzia Spirituale, nei regolamenti spirituali del Seminario di S. Sulpizio comprendeva il seguente articolo:
IX. Gli alunni del Seminario si applicheranno con una tenerezza tutta particolare ai misteri della amatissima Infanzia del Salvatore, procurando di attingervi la sua vita, le sue virtù, il suo spirito soprattutto di umiltà, di semplicità e di filiale fiducia, dilatando verso di lui la bocca del loro cuore per succhiare, in certo qual modo, questo latte soavissimo, a guisa di bambini appena nati e senza malizia, non dimenticando mai questa massima: Se non diventerete simili a questo infante, non entrerete nel regno dei Cieli.
(51) «Bisogna gettare a Gesù i fiori dei piccoli sacrifizi, diceva S. Teresa del Bambino Gesù, e prenderlo con le carezze», cioè far tutto per suo amore (Storia di un’anima, pag.243).
(52) Donec formetur Christus in vobis (Galat., 4, 14)
(53) Omnia in ipso constant (Coloss., l, 17).
Instaurare omnia in Christo (Eph., 1, 10).
(54) Suaviter equitat quem gratia Dei portat.
De Imit. Christi. Lib. II, cap. IX.
(55) Ut in novitate vitae ambulemus (Rom., 6, 4).
(56) Beatus qui tenebit, et allidet parvulos suos ad petram (Ps. 136, 9).
(57) Cogitationes mortalium timidae et incertae providentiae nostrae (Sap., 9, 14).
(58) Puer parvulus minabit eos (Isaia, 11, 6).
(59) In Gesù Cristo, riconosciamo e adoriamo la Divinità e l'Umanità, ossia due nature, delle quali l'umana è composta di due sostanze, ossia dell'anima e del corpo, e queste tre sostanze sono unite in una Persona sola, quella del Verbo.
(60) Domini est terra et plenitudo eius (Ps., 23, 1). Natus est rex (Matth.
2, 2)
(61) In Abel occisus est a fratre (S. Paolino).
(62) In capite libri scriptum est de me (Ps., 39, 9).
(63) A quella veggente del sec. XVII che fu la serva di Dio suor Giovanna Perraud di Gesù Bambino, Gesù comparve nella figura d'un Infante con le insegne della sua Passione: «Egli portava sul braccio sinistro una Croce di una lunghezza e di un volume sproporzionati alla sua piccolezza, pari a quella sopra la quale morì... Questa croce cadeva dalle braccia del Divino Infante, con gli strumenti della Passione, come se non potesse portarla; tutti gli strumenti della Passione erano uniti e legati con la Croce a mezzo di una grossa corda».
(64) Vi sono anime le quali considerano Gesù come Bambino in tutti i suoi misteri e in tutti gli stati della sua vita. Infatti Gesù crescerà, diventerà adolescente, poi giovane, poi uomo fatto; ma sempre, in qualunque età, in qualunque circostanza starà come un piccolo fanciullo nel seno del suo celeste Padre. Qualunque sarà la volontà del Padre suo, sempre vi si abbandonerà; sulla Croce, prima di morire, esclamerà: Padre, nelle vostre mani rimetto l'anima mia. Dinnanzi alla Divinità l'umanità di Gesù si è sempre graziosamente comportata come un tenero bambino. Si legge nella vita di un gran divoto e discepolo di Gesù Bambino, contemporaneo di Giovanni Blanlo, che «il suo fervente amore per l'Infanzia del Verbo Incarnato gliela faceva trovare in tutti gli stati della vita di lui; estendeva pertanto a tutta la vita di Gesù lo spirito e le virtù della Divina Infanzia, considerandolo come Infante in tutti i misteri della sua vita, anche nella sua morte e perfino nella sua risurrezione e nella sua ascensione. Così a Gesù in tutte le età, in tutti gli stati, in tutti i misteri, dava il nome di divin Bambino, perché quantunque lo vedesse lontano dagli anni della sua Infanzia, tuttavia scopriva in lui le perfezioni che gli rendevano tanto delizioso quel primo stato della sua divina vita».
Cfr. BREMOND, op. cit., pag. 554-555.
(65) Hebr., 10, 9. Questa offerta di se stesso al Padre suo Gesù la rinnovò ad ogni istante della sua vita mortale, dalla prima pulsazione del suo divino cuoricino, nel seno di Maria, sino all'ultimo respiro sulla Croce. Fin dal primo istante offrì pure con sé tutta la sua futura Chiesa e se l'associò negli omaggi all'Eterno Padre; dimodochè tutti i membri di questo suo Corpo mistico non sono che i vari organi del suo Spirito che egli diffonde in tutti per moltiplicare la sua lode divina e renderla veramente universale. Gesù Cristo per mezzo dei suoi membri glorifica il Padre suo sino alla fine dei tempi. Così le lodi di tutta la Chiesa non sono altro che i sentimenti di Gesù Bambino. Ciò che nel corso dei secoli si sviluppa nella immensità della Chiesa, tutto era compreso, come nella sua fonte, nel di lui Cuore adorabile... Nella persona di questo piccolo Bambino la Chiesa intera era compresa come nel suo unico principio. Non vi fu mai forza nei Martiri, non vi fu mai, né mai vi sarà zelo negli Apostoli, carità nei Vescovi sapienza nei Sommi Pontefici, virtù nei Confessori che non sia stata rinchiusa in Gesù Bambino con una perfezione infinitamente maggiore (Cfr. G. OLIER, Fiori di dottrina, Milano, Ancora, 1935, pag. 27, 58),
(66) Donec formetur Christus in vobis (Galat., 4, 19)
(67) Femina circumdabit virum (Ierem, 31, 22).
(68) Homo et homo natus est in ea (Ps., 86, 5). Questo testo nel senso letterale significa che Dio avrebbe dato alla città di Sion (Gerusalemme) una moltitudine copiosa di figli: Homo et homo, questa ripetizione è un ebraismo per indicare un gran numero di uomini; qui è presa in senso accomodatizio per indicare un uomo perfetto. Il Servo di Dio Giovanni Olier citava ancora il medesimo testo in un altro senso sempre accomodatizio: «L'uomo e l'uomo è nato dalla SS. Vergine. L'uomo e l'uomo, vale a dire Gesù Cristo e la sua Chiesa, perché nascendo Gesù Cristo dalle viscere della Madre sua, tutta la Chiesa vi è nata insieme con lei» (Lettera 433).
(69) Tenui eum, nec dimittam (Cant.., 3, 4).
(70) Pascitur inter lilia (Cant., 2, 17)
(71) Cuius venter caelum est (Damasc. Orat. II, de Nat. B. M.).
(72) In terris visus est (Bar., 3, 35).
(73) Ricordiamo i teneri affetti di S. Alfonso: «Orsù Maria invita tutti ad entrare nella grotta di Betlemme, per adorare e baciare i piedi al suo Figlio già nato. Entrate dunque, anime divote, entrate a vedere sul fieno il Creatore del cielo e della terra in forma d'un piccolo bambino, ma così bello e così luminoso che manda per tutto raggi di luce. Ora che è nato e sta su quella paglia, la grotta non è più orrida, ma è divenuta un paradiso... Ecco lì, guardate in quella mangiatoia, su quella povera paglia quel tenero pargoletto che piange. Vedete come è bello, mirate la luce che manda, l'amore che spira; quegli occhi inviano saette ai cuori che lo desiderano, quei vagiti sono fiamme a chi l'ama... Dimandategli, su: ... Bambino mio, perché giri gli occhi d'intorno? Che vai guardando? Ti sento sospirare, dimmi, perché sospiri? Oh Dio! ti sento piangere, dimmi, perché piangi? Sì, risponde Gesù, io giro gli occhi d'intorno perché vo cercando qualche anima che mi desideri. Ma piango e per questo piango, perché non sento o vedo troppo poche anime e cuori che mi cerchino e mi vogliano amare» (Novena del S. Nat., Disc.
X).
(74) Clamat stabulum poenitentiam, clamat praesepe; clamant lacrymaeo clamant panni (S. Bern., Serm. 1, de Nat. Dam.).
(75) Me illius infantiae abluunt fletus, mea lacrymae illae delicta laverunt (S. Ambr., L. II in Luc.).
(76) «Il vivere di Gesù fu un continuo patire, anzi un doppio patire, mentre sempre ebbe avanti agli occhi tutte le pene che dovevano affliggerlo sino alla morte. Suor Maria Maddalena Orsini lamentandosi un giorno col Crocifisso, gli disse: "Ma, Signore, voi per tre ore steste in croce, io sono più anni che patisco questa pena". Ma Gesù rispose: "Ah! ignorante, che dici? io sin dall’interno di mia Madre soffersi tutte le pene della mia vita e della mia morte».
S. Alf., Op. cit., Medit. V.
(77) Christus ex Virgine, mulieres virginitatem colite, ut Christi matres sitis (Orat.
XXXVIII).
(78) Ab incursu et daemonio meridiano (Ps. 110, 6)
(79) Bene in praesepio ponitur, ut ad pabula perennis vita e spiritualium ovium greges. Agni caelestis balatus invitet (S. Massimo, Hom. de Nat. Dom.).
(80) O praesepe splendidum, in quo non solum iacuit foenum animalium, sed cibus inventus est Angelorum (Serm.
IX de temp. et de Nat., 5).
(81) Natus est secundum carnem, ut tu nascereris spiritu; natus est ex muliere, ut tu desineres filius esse mulieris (Hom. II. in Matth.)
(82) Protesta di S. Giovanni Eudes a Gesù Bambino: - O mio divino Capo, voi avete fatto un uso santissimo del mio essere e di tutta la mia vita; l'avete offerta per me al vostro Divin Padre, l'avete santificata supplendo a tutto ciò che mi mancava per renderla degna del Padre vostro; avete reso per me al Padre vostro tutti gli omaggi che io avrei dovuto rendergli nella mia propria nascita, avete praticato tutti gli atti ed esercizi che avrei dovuto io stesso praticare in quella. Siatene benedetto in eterno! Oh, con qual cuore dò il mio consenso e la mia adesione a tutto ciò che avete fatto per me! Con tutta la mia volontà lo ratifico ed approvo, e vorrei confermare con tutto il mio sangue sino all'ultima goccia, tutto ciò che avete fatto per me, non solo nella vostra nascita, ma in tutti gli altri stati e le altre opere della vostra vita per supplire ai difetti che sapevate ch'io avrei commesso nei diversi stati e in tutte le azioni della mia vita.
(83) ) «Or via, Gesù v'invita, o anime divote a venire a baciar gli i piedi... I pastori che vennero a visitarlo nella stalla di Betlemme, portarono i loro presenti; bisogna che ancor voi portiate i presenti vostri. Che gli porterete? Sentite, il presente più caro che gli potete portare, è un cuore pentito ed amante. Ah! Bambino mio Gesù... vengo a baciarvi i piedi, e vi porto il mio cuore; a voi lo lascio, io non lo voglio più; voi mutatelo e voi conservatelo per sempre; non me lo tornate più, perché se lo tornate in mano mia, io temo che di nuovo egli vi tradirà» (S. Alfonso, Op. cit., Disc. X).
(84) «Giacché dunque, o Gesù mio, voi siete il mio Salvatore, che per salvarmi avete dato il sangue e la vita, scrivete, vi prego, sul mio povero cuore il vostro adorato Nome; affinché avendolo io sempre impresso nel cuore con l'amore, l'abbia ancor sempre nella bocca per invocarlo in tutti i miei bisogni...» (S. Alfonso, Novena del S. Natale, Discorso XI).
(85) In funiculis Adam traham eos, in vinculis charitatis (Osea, 2, 4). Compelle intrare (Luc., 14, 23).
(86) Moneta ebraica che valeva circa lire 2,80
(87) «Se si fosse domandato al dolce Bambino Gesù dove andava, non avrebbe forse avuto ragione di rispondere: "Io non vado, mia madre va per me? "E a chi gli avesse chiesto: "Ma, non andate voi almeno con vostra madre?" non avrebbe egli avuto ragione ancora di rispondere: "No, non vado io, in nessun modo; ovvero se vado là dove mi porta mia madre, non ci vado con lei, né coi miei propri passi; ma ci vado coi passi di mia madre per mezzo di lei e in lei?" E a chi gli avesse replicato: "Ma, almeno, o mio carissimo divin Bambino, voi acconsentite ad essere portato dalla dolce vostra madre?" Gesù avrebbe potuto rispondere: "No, per certo, non voglio nulla di tutto questo; ma siccome la mia buona madre cammina per me, così ella vuole per me; io le lascio parimenti la cura e la volontà di andare e voler andare per me dove crederà bene; e quando mi trovo nelle sue braccia, non ho nessuna cura né di volere, né di non volere, ma lascio a lei ogni cura e a me basta stare nel suo seno» (S. Francesco di Sales, Teotimo o Trattato dell'amor di Dio).
(88) «Ah! caro mio Bambino" voi piangete, e ben avete ragione di piangere in vedervi così perseguitato dagli uomini che voi! tanto amate... Permettetemi ch'io vi porti meco nel mio cuore in tutto il viaggio della vita che mi resta da fare, per entrare insieme con voi all'éternità. Io tante volte vi ho discacciato dall'anima mia con offendervi, ma ora vi amo sopra ogni cosa e mi pento sopra ogni male di avervi offeso» (S. Alfonso, Novena di Natale, Med. VII).
(89) Quasi agnus mansuetus qui portatur ad victimam.
(90) «Ah! Gesù, mio Salvatore, quando penso che voi, mio Dio, vi tratteneste tanti anni per amor mio sconosciuto e disprezzato in una povera casetta; come posso desiderare diletti, onori e ricchezze di mondo? Io rinuncio a tutti questi beni e voglio essere vostro compagno in questa terra, povero come voi, mortificato come voi e come voi disprezzato...» (S. Alfonso, Novena di Natale, Medit. VIII).
(91) Luc., 2, 40-45. - «Il mistero di Gesù nel tempio è un mistero d'Infanzia Spirituale, d'innocenza e di semplicità perché vi adoriamo Gesù Fanciullo; dobbiamo dunque, in sua onore e nella sua presenza, ricordando le sue parole, domandargli istantemente l'Infanzia di grazia che è così necessaria per entrare nel regno dei Cieli: Nisi efficiamini sicut parvuli non intrabitis in regnum caelorum (Matt., 18, 3).
E' un incomparabile mistero di umiltà di spirito, nel quale il Verbo Eterno che è la Sapienza di Dio, si fa discepolo degli uomini, interroga i dottori, sembra imparare e ricevere dalla loro bocca gli insegnamenti che egli medesimo dà loro, e così confonde l'orgoglio dello spirito umano e lo riduce alla docilità con l'esempio e per la grazia di questa divina umiliazione, la quale un giorno giudicherà i dottori della terra e condannerà la superbia della scienza umana,
E' in oltre un mistero di distacco e di abnegazione perfetta; perché Gesù, essendo uscito dal seno del Padre suo per venire a vivere e madre in questo mondo, lascia ancora il seno di sua Madre, la quale sola lo possedeva sulla terra, e si separa da Lei per servire il Padre suo senza ritardo e senza riserva, non avendo riguardo per una madre così cara, né per il dolore di lei, né per il suo amore materno con1lrir stata dall'assenza di un tal figlio affidato alle sue cure... Noi non abbiamo, come Gesù, da distaccarci dalla Vergine, ché le siamo anzi troppo poco uniti, ma dobbiamo perfezionarci nella purezza del suo amore, che non si cura che di Gesù, non cerca che Gesù con gran dolore, non teme che la perdita di Gesù, lo cerca e lo trova nel tempio.., Gesù è l'unico bene che dobbiamo avere paura di perdere, l'unico che dobbiamo cercare con sollecitudine e dolore. Se noi ci uniremo a questa amatissima ed amantissima Madre per cercare con lei Gesù, con Lei lo troveremo.
Se osserviamo bene, troveremo ancora che è un mistero di religione e di divozione, poiché Gesù lascia i suoi parenti ed i suoi conoscenti per rimanere nella casa di Dio e udirvi la sua parola...»
De Condren, Lett. VII.
(92) Exspecta illum (Hab., 2, 3).
(93) Quod Deus feminae obtemperet, humilitas sine exemplo (Sermo I, Super Missus est).
(94) «Amabile Bambino, esclamava Bossuet, felici coloro che vi hanno visto sviluppare le vostre braccia fuori delle fasce, stendere le vostre manine, accarezzare la vostra santa Madre... fare titubante i vostri primi passi, snodare la vostra lingua e balbettare le lodi del vostro divin Padre!
Vi adoro, caro Bambino, in tutti i progressi della vostra età, sia che succhiate le verginali poppe della vostra purissima Madre, sia che chiamiate con le vostre grida infantili colei che vi nutriva, o che riposiate nel suo seno o tra le sue braccia. Adoro il vostro silenzio; ma è tempo di incominciare a far sentire la vostra voce. Chi mi darà la grazia di raccogliere le vostre prime parole? Tutto in voi era pieno di grazia, e non aveste fatto altro che richiedere il vostro nutrimento, adoro le necessità a cui vi sottoponete per noi: la grazia di Dio è in voi e voglio raccoglierla da tutte le vostre azioni. Fatemi dunque infante nella semplicità e nell'innocenza (Elev., XX Semaine).
(95) Nostro Signore non vedeva soltanto la sua SS. Madre, S. Giuseppe e gli Angeli che lo adoravano, vedeva pure il presente e il futuro, e tutti gli istanti della vita di tutti, gli uomini; il suo Cuore amava ciascuno degli uomini e provava fin d'allora quell'immenso dolore che lo rattristò durante l'intera sua vita mortale alla vista dei peccati, delle ingratitudini e della dannazione di tante anime. E insieme con la profonda consolazione che risentiva per la santità della Madre sua, provava pure una consolazione minore, ma reale, alla vista di tutte le anime dei Santi; di tutte le anime che non l’amavano, ma l'avrebbero amato un giorno, di tutti i cuori che si sarebbero uniti a Maria per battere unicamente per lui... Saremo noi nel numero di questi ultimi? Saremo noi per questo Salvatore benedetto, per questo Dio che si fa bambino per noi che vuol essere lo sposo delle anime nostre, saremo noi per lui una consolazione o una pena? (Il Servo di Dio Carlo di Foucauld, citato da Joret, pag. 26).
(96) L'infanzia di Gesù si perpetua ancora in tutti quei Betlemme che si sono moltiplicati in tutto il mondo, vere case del pane, dove egli risiede realmente in uno stato simile più che da possibile alla sua Infanzia. Nell'Ostia consacrata Gesù è così piccolo che non occupa posto, i suoi sensi non hanno la possibilità di esercitarsi, né le sue membra di muoversi; è incatenato dal suo amore come era stretto dalle fasce nel Presepio. Anche nell'Ostia è completamente in balìa di quelli che lo custodiscono, come da bambino era in balìa di Maria e di Giuseppe. Ma l'anima sua in questo profondo silenzio vi risiede sempre attiva e ognor vivente che non tutti gli uomini che si agitano a lui d'intorno e sta davanti all'Eterno Padre in atto di adorazione. «Nell'Eucaristia, dice il Cardinal Pie, Gesù conserva talmente gli affetti, il carattere e, se ardissi dirlo, le fattezze dell'infanzia, che quando si è compiaciuto di scindere i veli del mistero, è stato per comparire per lo più sotto la forma di bambino».
Nell'Eucaristia poi Gesù conserva la dolcezza dell'infanzia e si dà a noi come nel tempio al santo vegliardo Simeone. E' sempre Gesù che santifica il mondo, come dal seno della Madre sua santificò S. Giovanni (Joret., op. cit., pag 15-16, 27-28)
(97) Chi si scoraggiasse perché non riesce a constatare nella sua vita spirituale un progresso rapido e continuo, sarebbe simile ad un fanciullo il quale si guardasse ogni giorno nello specchio per vedere quanto è cresciuto in una giornata (Joret, op. cit., pag. 146.
Cfr. S. Th., II, quaest. XXIV, art. 6).
(98) S'intende, come ad un’opera che m'interessi personalmente, per mio interesse o per la mia perfezione.
(99) Yenveux, Le règne du Coeur de Jésus, I, pag. 250-261.