LUCE DEL MONDO L'IMMACOLATA
Novena dell'Immacolata
P.
ANTONIO M. GALLO Casa Mariana 83040 FRIGENTO (AV)
INTRODUZIONE
In tutta la storia umana non ci fu mai, e non ci sarà mai più, un avvenimento più grande dell'Incarnazione. Una volta sola Dio si è fatto uomo e questo è l'avvenimento centrale del cosmo, il fatto più inaudito e meraviglioso che nessuno avrebbe mai ritenuto possibile. È il fatto che san Paolo chiama mistero nascosto da secoli in Dio, che il B. Giovanni Duns Scoto pose a fondamento della sua speculazione teologica, da cui trasse poi tutte le conseguenze, il punto focale di tutti gli accadimenti umani. Di questo avvenimento si è potuto dire "che conferisce significato all'avventura universale dell'uomo e al cosmo, perché spalanca davanti all'uomo un cammino di eternità e di assoluto in cui ogni cosa attinge energia di vita, e perché rende possibile non soltanto la speranza ma anche la realtà di un mondo nuovo" (R. Johanny)..
A
tale avvenimento l'Immacolata è congiunta intimamente, non per necessità di
natura ma per esplicita volontà di Dio. Che Dio abbia scelto, di farsi uomo, di
farlo attraverso l'Immacolata Maria, è tale disegno d'amore che non finisce di
sbalordirci e di riempirci di commozione. La Madonna è associata al mistero di
Cristo in maniera unica per sempre. Perciò san Bonaventura asseriva che Dio può
creare altri mondi più grandi, altre cose più belle, ma non può creare
un'altra Maria. Non solo, ma a nessun'altra creatura può mai più concedere
uguale grandezza, perché non può avere un'altra Madre.
La
devozione del popolo di Dio alla Vergine trova qui il suo fondamento, in questo
straordinario e unico privilegio della sua divina maternità, come ha ripetuto
il Concilio Vaticano II. È da questa angolazione che si ponevano i santi e i
teologi del passato per elevare a Maria inni d'indiscussa bellezza. Hanno
rasentato talvolta il paradosso con l'esagerazione del loro facile entusiasmo,
hanno anche, perché non dirlo, sfiorato la puerilità. Una devozione meno
sentimentale, più razionale è subentrata oggi nella teologia e nel popolo,
un culto più consapevole, più biblico e liturgico, secondo l'esortazione del
Papa. Le stesse "apparizioni" sono state in qualche modo
ridimensionate, e la parola "apparizione" è scomparsa dalla liturgia,
non perché sia messa in dubbio la loro storica autenticità, che del resto
non fa parte della fede, ma per educare il popolo di Dio a quella serietà e
sobrietà di sentimenti che è più consona ai dati della Rivelazione e
include maggiore severità di linguaggio.
Non
è detto però che questo nuovo atteggiamento non possa includere altri
rischi, come per esempio aridità, se non proprio gelo di sentimenti. Gli studi
sulla pietà popolare, moltiplicatisi in questi ultimi tempi da parte
cattolica, da parte scientifico-etnografica e anche da parte marxista, hanno
messo in luce le radici profonde di una fede che talvolta si manifestava con
ingenue e magari pericolose devianti forme di devozionismo enfatico,
superstizioso, magico e paganeggiante. Occorreva raddrizzare, occorre
raddrizzare, mai spegnere del tutto.
Tanto
per citare uno dei casi più frequenti: la recita del rosario, minimizzata da
alcuni con furia iconoclasta, ha ridotto il popolo alla sfiducia, al disgusto
e all'assenza della preghiera, con le conseguenze che tutti possiamo vedere.
Finché il popolo non sia formato con pazienza e serietà alla liturgia delle
ore (e occorrono anni, decenni), non bisogna smettere di farlo pregare con
l'ingenuità della propria fede. Dio capisce i salmi, capisce le avemmarie e
capisce anche i salti del funambolo analfabeta che vuole onorare sua Madre, e il
popolo capisce anche che Dio vuole il cuore non le formule. Le pratiche di
devozione, i quindici sabati per esempio, possono essere utilissimi incontri
di spiritualità e di catechesi, mentre la loro abolizione reca certamente
danni incalcolabili. Le "veglie" mariane, le cosiddette "ore di
guardia", che tante anime formavano a una vita spirituale intensa, erano
occasioni utilissime e gradite per una revisione di vita e il miglioramento di sé.
Considerazioni
ovvie che andavano facendo con la nostra esperienza negli anni passati e che
inducono ora a un ripensamento chi abbia preoccupazioni pastorali. Edificare,
costruire è il nostro compito: ce n'è già troppi che si arrogano quello di
distruggere.
Ma
concludiamo. Un'anima devota dell'Immacolata non può permettersi di stare al
mondo come una statua, immobile: la sua dev'essere una presenza di fiamma
vorace. "Fuoco son venuto a mettere in terra e che cosa voglio se non che
divampi?" disse Gesù. È questo fuoco che il devoto di Maria deve
accendere in sé e negli altri. La devozione all'Immacolata, come l'ha vissuta
il B. Massimiliano Kolbe, non può essere un'evasione, una fuga dal mondo,
al contrario è impegno di lavoro, di solidarietà, di sofferenza coi fratelli
in questo mondo che va in frantumi.
Le
pagine che seguono, dedicate ai devoti dell'Immacolata e specialmente agli
iscritti alla M. I. del Beato Massimiliano Kolbe, vogliono essere suggerimenti,
se non proprio catechesi d'attualità. Sono un modesto tentativo di capire
l'Immacolata nella realtà di questi anni d'amarezza e di confusione che
stiamo vivendo e intendono aprire uno spiraglio, una piccola luce di speranza
nel tragico cammino della nostra storia. Polemiche a volte, sofferte sempre,
hanno lo scopo ambizioso di condurre molte anime; specie le più tormentate,
alla placida visione di una vita, di una Donna, di una Madre sempre sollecita
della nostra salvezza.
La
più triste realtà del mondo è il peccato e non fa veramente onore all'uomo
che la sua storia abbia proprio questo tenebroso inizio. È l'unico vero nemico
dell'umanità. Hanno detto che il è male di Dio, in quanto è tentativo della
distruzione di Lui; in realtà è il solo male dell'uomo, che può perderlo per
sempre. Gli altri mali sono relativi: il dolore, la morte, i cataclismi
geologici e atmosferici ci fanno certo soffrire, ma non ostacolano la nostra
salvezza; solo il peccato, origine d'ogni male, è causa della nostra
perdizione.
In
certo senso esso è creatura dell'uomo, non solo perché non voluto da Dio, anzi
contro di Lui, ma anche perché l'uomo non può creare nulla: può inventare,
scoprire, comporre, non creare. Eppure lui solo ha fatto il peccato.
Sembrerebbe un segno di forza ed è invece segno della sua grande impotenza.
Qualcuno
ha insinuato che Dio poteva creare l'uomo diversamente, non permettendo di farlo
cadere, non esponendolo nemmeno alla tentazione. Sarebbe come dire che Dio
avrebbe dovuto creare un uomo non libero, uguale a tutte le altre creature, non
soggetto a possibilità di scelta e dunque irresponsabile, cioé non uomo. La
diversità dell'uomo, la sua stessa grandezza risiede in questa libertà, in
questa possibilità di decidere tra il bene e il male. Decise per il male,
decise per la ribellione contro Dio, varcò i confini dell'umanità seguendo il
cosiddetto istinto prometeico e stabilì purtroppo, anche per i suoi
discendenti, uno stato di inimicizia, di avversione a Dio. Certo noi non siamo
personalmente colpevoli del peccato di Adamo; ciò non toglie che nasciamo con
quella mancanza che viene chiamata peccato originale. Come l'erede d'un ricco
che abbia sciupato tutto nel gioco non eredita più null'altro che la sopraggiunta
povertà, così gli uomini nascono privi di quell'immensa ricchezza
soprannaturale che è la Grazia. Essa era già partecipazione alla vita divina,
immagine e somiglianza di Dio, e costituiva l'uomo nella più grande amicizia
ch'egli avesse potuto desiderare. Non si contentò. Il dramma dell'uomo di
tutti i tempi sarà sempre questo, di voler essere come Dio, anzi Dio lui
stesso, fare a meno di Lui, con un ateismo assurdo prima ancora che
orgoglioso, e ciò lo colloca in uno stato di alienazione, di insoddisfabilità
tragica, di cui è piena la storia e la letteratura di tutti i tempi. Tutta la
lunga catena di mali, di guerre, di devastazioni, di sofferenze trova una
spiegazione in quel punto cruciale della storia, dove la libertà dell'uomo
venne a conflitto con quella di Dio. Arbitro della storia della salvezza ha
dunque inizio nello stesso momento in cui comincia la storia della perdizione:
si direbbe che Dio è impaziente di restaurare il quadro meraviglioso
deturpato dall'uomo; ed è agli albori dell'umanità, nell'atto in cui si
preannunzia la redenzione, che viene promessa l'Immacolata, Adamo, primo uomo
peccatore, rappresenta l'umanità guastata, Cristo, primo uomo salvatore,
rappresenta l'umanità reitegrata; Eva, prima donna caduta, si contrappone
all'Immacolata, prima donna redenta.
È
stupendo pensare come alla superbia del primo uomo e alla fragilità della prima
donna si contrappongano l'umiltà amorosa di Cristo e la purezza insuperabile di
Maria; e se Adamo rimaneva capo di un'immensa famiglia sventurata, Cristo
sarebbe venuto per essere capo di un infinito popolo riscattato. Se Eva rimaneva
nella storia come la madre di tutti i morenti, Maria sarebbe diventata la
madre di tutti i risorgenti. Il grandioso mistero pasquale di morte e di
risurrezione, tanto messo in luce dal Concilio Vaticano secondo, affonda le
sue radici nelle prime pagine della Bibbia.
La
gioia che prova la Chiesa nel cantare alla veglia pasquale: "O colpa felice
che ci meritò un così grande redentore" è l'esultanza stessa dell'Immacolata
in cui la Chiesa, che Lei simboleggia, "annuncia il frutto più bello della
redenzione" (L. G.). Né sembri un controsenso parlare di "felice
colpa". La liturgia della messa in latino faceva ripetere ogni giorno
questa breve preghiera: "O Dio che mirabilmente creasti la dignità
dell'umana sostanza e più mirabilmente la riscattasti...", in cui si
proclamava l'onnipotente misericordia di Dio, che, restaurando la natura
dell'uomo dopo il peccato, l'ha elevata a una sublimità. quale non aveva nella
creazione.. Una colpa dunque, infelice senza dubbio, diventa occasione di
rimedio assai più meraviglioso da parte di Dio e quindi "felice",
perché rende il nostro giudice nostro fratello.
Prospettata
in questa ottica soprannaturale, la vita dell'uomo acquista un senso, un valore
stupendo, diventa un'avventura esaltante, anche coi suoi travagli, le sue
tribolazioni e le sue tentazioni. Ha un destino che supera ogni immaginativa.
È quello che diceva san Paolo: "Prima della creazione del mondo Dio ci
ha scelti per mezzo di Cristo, per renderci santi e immacolati di fronte a
Lui" (Ef. I-4). Santi e immacolati: un destino che l'uomo non avrebbe
immaginato e a cui non deve permettersi di mancare. L'Immacolata è anch'essa
in questa prospettiva, come la prima e la più rappresentante della nostra
stirpe.
Un
rabbino ha sostenuto insistentemente alla radio che in tutto l'Antico Testamento
non si parla mai di peccato originale. Può darsi. Almeno in una forma esplicita
e con aggettivo equivalente non pare che se ne parli. Ma qui non è questione di
parole; è il concetto che va ricercato. Che senso avrebbe la cacciata dei
progenitori dal paradiso terrestre? come si spiegherebbero certe frasi di Giobbe
(13, 25), dei Salmi (50, 7), del Siracide (25, 33)? Come si spiegherebbe lo
stesso obbligo della circoncisione? L'alleanza era stata infranta e occorreva
ristabilirla. D'altra parte il Nuovo Testamento è troppo esplicito al
riguardo e basterebbe leggere solo la lettera ai Romani per rendersene conto. La
venuta di Cristo al mondo avviene "per noi uomini e per la nostra
salvezza" e non si comprenderebbe di quale sorta di salvezza si parli se
non ci fosse un peccato, una prevaricazione da riparare. Del resto l'obbligo
del battesimo imposto da Gesù a tutti quelli che credono in Lui è quanto mai
eloquente al riguardo. Il battesimo è, in qualche modo, la nostra immacolata
concezione, una nuova creazione (si parla appunto di nuova creatura), una
circoncisione spirituale, una rinascita di cui il Maestro parlò con tanta
insistenza a Nicodemo.
Occorre
riscoprire anzi il valore del battesimo, approfondirne tutta l'importanza. È
forse uno dei doveri più urgenti dei cristiani in questo momento storico. La
sua essenza, il suo simbolismo, il rituale stesso racchiudono il mistero
pasquale nella sua negatività di morte al peccato e nella sua positività di
risurrezione alla Grazia, con l'adozione a figli adottivi di Dio. "Questo
è il mio figlio diletto" ripete il Padre su ogni nuova creatura. È
perciò il segno cosmico di Dio, l'arcobaleno della speranza di cui il cristiano
è responsabile di fronte al mondo; e, come osserva Ladislaus Boros, riguarda
sì il cristiano, ma anche l'uomo di tutti i tempi, perché attraverso il
battesimo Dio è in cammino nell'umanità per rinnovarla e portarla a cieli e
terre nuove. La testimonianza della trascendenza, a cui c'impegna questo
sacramento, è un obbligo verso Dio e verso l'uomo e non possiamo eluderlo.
L'Immacolata col suo splendore di purezza, con la sua protezione sollecita ed
efficace, ci sorregga nel farci comprendere l'immensa e gioiosa responsabilità
di vivere da battezzati, senza macchia, per quanto è possibile, come Lei. Col
peccato l'uomo si è alienato da Dio, questa è la sua vera, immensa
alienazione; con la Grazia, torna a Dio. L'Immacolata è la "piena di
Grazia", Colei che mai si è alienata dal Signore, rivestita di Dio sempre,
fin dal primo istante della sua esistenza terrena. L'Immacolata è tutta Grazia,
sempre tutta di Dio. All'orgoglio dell'ateismo oppone il fulgore della sua fede,
al gelo dell'egoismo 1'ardenza del suo amore, alle tenebre angosciose del
peccato la gioia radiosa della Grazia. L'uomo del nostro secolo ha superato
tutte le paure, delle belve, degli uragani, degli sconvolgimenti cosmici; gli è
rimasta solo la paura dell'uomo. Se riuscisse a vincere il peccato, vincerebbe
anche quest'ultima vergognosa paura: la paura di se stesso. Il battesimo per
l'umanità è il segno di questa vittoria che rimette, oltrettutto, in comunione
l'uomo con l'uomo.
L'Immacolata
è l'unico punto ai primordi dell'umanità. La discendenza della donna
promessa accende la speranza dell'uomo primigenio e, nella fitta cortina di
tenebre che l'avvolgeva con la sua storia, solo quel punto, destinato a
ingrandirsi gradatamente fino a diventare splendida aurora, poteva richiamare
l'attenzione e la speranza. Si trattava di una creatura umana, predestinata a dare
al mondo la luce definitiva, il Redentore dell'umanità.
Non
c'è dubbio che l'uomo e la donna, essendosi aperti i loro occhi, come dice la
Scrittura, avendo cioé capito la propria responsabilità, cominciassero a
rimpiangere con nostalgia la felicità perduta da una parte, ma dall'altra
aprissero il cuore alla fiducia nel pensiero di quella Donna che sarebbe stata
la nemica di Satana. Quella Donna era l'Immacolata.
Il
B. Massimiliano Kolbe, con un geniale parallelo, sostiene che l'Immacolata
Concezione è il nome proprio di Maria. Come Dio, interrogato da Mosé, svelò
il proprio nome definendosi: Colui che è, così Maria interrogata da
Bernardetta sulla propria identità rispose: Io sono l'Immacolata Concezione.
È un'ipotesi affascinante e anche ardita che, con tutto il rispetto dovuto al
Libro Sacro, non può che trovarci consenzienti. Sarebbe interessante seguire
lo sviluppo del ragionamento, altissimo e fervoroso, di quel grande innamorato
di Maria che fu il B. Kolbe (e rimandiamo chi volesse approfondirlo alle
trattazioni di autori specialisti, come Piacentini, Domanski, Manteau-Bonamy); a
noi che abbiamo intenti più modesti, pastorali e catechistici, preme ricordare
questo nome proprio, che la Madonna dà si se stessa, per convincerci che
nella sua straordinaria realtà essa è davvero una creatura eccezionale in
tutta la storia umana.
Certo,
la Madonna non è apparsa soltanto a Lourdes e non si è data solo quel nome (a
Fatima si presentò come la Madonna del Rosario, ma non se ne diede il nome); è
sintomatico tuttavia che Ella se lo sia dato quasi in concomitanza con la definizione
ufficiale della Chiesa, che tale l'aveva riconosciuta 1'8 dicembre 1854.
Il
B. Kolbe ci tiene a precisare che Ella non disse: sono concepita senza peccato,
ma sono l'Immacolata Concezione, cioé, per usare le sue parole, non sono
bianca, ma la bianchezza stessa. Ciò che è bianco può sempre macchiarsi, la
bianchezza no, è l'ideale assoluto del candore. Evidente dunque appare da
questa definizione che la Madonna, mentre confermava la fede della Chiesa in
questo domma meraviglioso, voleva anche dare all'ingenua Bernardetta, e per
lei a tutti i fedeli, un insegnamento utile da approfondire sia teologicamente
sia soprattutto esistenzialmente.
Dall'angolazione
teologica è noto quante controversie abbia suscitato lungo il corso dei
secoli questo titolo di Maria. Le difficoltà partivano da un dato di fatto: il
peccato originale è una condanna o, se vogliamo, una privazione che coinvolge
ogni creatura umana, nessuna eccettuata. La Madonna, creatura uguale a noi,
non poteva sfuggire a questa manchevolezza, perché ciò avrebbe significato
che Lei non era della nostra stirpe. Più ancora, i teologi insistevano
sull'altro particolare anche più determinante: il redentore del genere umano è
Gesù Cristo; Lui solo ha salvato tutti gli uomini e dunque ha salvato anche la
Madonna. Come avrebbe potuto farlo senza essere venuto prima al mondo?
Oppure, ammesso che Lei era già senza peccato originale, non fu salvata da Lui,
e siamo al punto di prima. Le polemiche, le discussioni appassionate, fino a
diventare talvolta drammatiche, videro schierati teologi famosi da una parte e
dall'altra. Sappiamo che la scuola francescana, capeggiata da quell'ardente
devoto di Maria che fu il B. Giovanni Scoto, riuscì a far pendere la bilancia
a favore dell'Immacolata con ricchezza di prove sulla base dei dati biblici.
Forse
è inopportuno addentrarsi in minuti particolari; necessario però è accennare,
per comprender l'importanza della definizione dommatica, almeno alle
risposte più significative della teologia francescana. Sul fondamento biblico
esplicito (porrò inimicizia tra te e la Donna, fra la tua discendenza e la sua
Discendenza), i teologi dell'Immacolata hanno elaborato un complesso di
dottrine, ormai acquisito a tutta la Chiesa, col quale hanno dissipato le
obiezioni, giustissime all'apparenza, contro il dogma.
La
Madonna è destinata ad essere Madre di Dio; è dunque una creatura già
prescelta e voluta da Lui come sua, esclusivamente sua, "termine fisso
d'eterno consiglio" diceva Dante. Impossibile dunque che Dio avesse
consentito a Satana, o al peccato che è lo stesso, un dominio anche solo momentaneo
sulla coscienza di Lei. Per essere Madre di Dio occorreva la bianchezza stessa,
una Donna pulita nel senso più completo della parola. Anche se il peccato
originale non costituisce una colpa personale, è sempre una macchia, una
deficienza, una negatività verso Dio. Poteva dunque Dio scegliersi una madre
che era in opposizione con Lui? E poi, che significato avrebbero quelle famose
parole: "porrò inimicizia fra te e la Donna" rivolte a Satana?
All'altra
obiezione, che cioé Cristo è l'unico salvatore dell'uomo, sembra anche più
agevole la risposta. Chi nega infatti che l'unico salvatore è Cristo? Lui solo,
sommo pontefice, sacerdote e vittima del mondo, è il Redentore. Tutta la Bibbia
è accentrata su di Lui, il cosmo intero è modellato su di Lui. In ciò
concordano tutti i teologi, cominciando dal B. Giovanni Scoto, che sul motivo
primario dell'Incarnazione ebbe idee originali e profonde, e forse non è
lontano il giorno in cui saranno d'accordo anche gli scienziati alla ricerca del
punto omega dell'universo. Se è dunque Lui che salva tutti gli uomini, è ovvio
che salvi anche sua Madre, però in una maniera diversa. Come in medicina
esistono la profilassi e la terapia, così in teologia esistono due
interpretazioni della salvezza, una redenzione precedente e una susseguente.
Tutti gli uomini sono salvati da Cristo dopo la caduta, Maria invece è
salvata prima di cadere. La Chiesa professa ormai esplicitamente questa fede e
nella festa dell'Immacolata prega Dio che "in previsione della morte di Lui
(di Cristo) l'ha preservata da ogni macchia di peccato": Gesù rimane
dunque il redentore unico, ma la salvezza di Maria avviene, se possiamo
esprimerci così, in maniera profilattica, mentre per noi è terapeutica.
Mi
capitò un giorno di trovarmi su una piccola imbarcazione in compagnia di due
ragazzi vispi: mentre io remavo, loro s'accapigliavano facendo rullare il
canotto in modo pauroso. A un movimento brusco dei due si contrappose
un'ondata improvvisa, ed essi persero l'equilibrio: uno precipitò in mare,
l'altro stava per cadervi. Afferrai quest'ultimo, lo sistemai sui paglioli e mi
gettai in acqua a prendere il primo. Li avevo salvati entrambi, uno con
l'evitargli la caduta, l'altro riacciuffandolo dalle onde. Gesù ha salvato
Maria e noi, Lei col non farla cadere, noi dopo la caduta.
C'è
nella Bibbia un episodio illuminante in proposito (Giudici, 14). Sansone
attraversava coi genitori una vigna, quando si vide venire incontro un leone
ruggente. Non essendo armato che della sola sua forza, lo affrontò
coraggiosamente e, afferratolo per le mascelle, lo sbranò, facilitando il
cammino a sua madre. Particolare abbastanza curioso in quest'episodio è che
Sansone non volle dir nulla ai suoi genitori, neanche dopo che le api avevano
prodotto il miele nella carcassa del leone morto. Non bisogna forzare il testo e
fargli dire più di quello che contiene, eppure questo silenzio dell'eroe
biblico mi sa tanto di discrezione divina. Anche Maria forse ignorò per lungo
tempo quanto dovesse al suo Gesù. È Lui il forte Sansone che uccide la
belva, ma è l'Immacolata la madre di Lui salvata prima che il leone l'abbia
assalita.
Dall'angolazione
esistenziale cristiana è ovvio che il domma dell'Immacolata debba esercitare
sui fedeli un'incidenza d'immenso valore, per il suo esempio e con la sua
protezione. Proprio per gratitudine verso il Figlio che l'ha redenta in maniera
così sublime, Ella ci ama col suo stesso cuóre e prova per noi una tenerezza
quasi uguale alla sua. Provvida e silenziosa, come si staglia dal Vangelo,
Maria è anche umilmente disposta a non capire quello che dice e fa suo Figlio,
ma sollecita ad amare e prevenire i bisogni dell'uomo. Tuttavia, rispettosa
della nostra libertà, Ella non ci costringe al bene, non ci forza alla
salvezza. Aspetta la nostra decisione; magari la sollecita, la ispira, ma non
la preme. Siamo sempre noi i responsabili di noi stessi, come Adamo, come ogni
uomo degno di questo nome. Lei può aiutarci, ma decidere spetta sempre a noi.
Si
racconta che il papa Sisto IV, per congratularsi col p. Francesco Nani, che
aveva brillantemente difeso alla presenza della corte pontificia la tesi
dell'Immacolata, esclamò: "Tu sei un fortissimo Sansone" e questo
titolo rimase al sommo teologo conventuale come onorifico per il resto della
sua vita. Ogni anima devota della Madonna dovrebbe essere un fortissimo
Sansone. Se il primo papa, san Pietro, ammonisce che il diavolo, come leone
ruggente, ci assale di continuo, cercando chi divorare, aggiunge pure: "voi
resistetegli nella fede". Resistere saldi nella fede significa non lasciarsi
travolgere dal conformismo con questo secolo pazzo e corrotto, significa tener
d'occhio, attraverso l'oscurità del mondo, il nostro vero destino. Iddio ha
per ciascuno di noi, come l'ebbe per l'Immacolata, un disegno d'amore; ma non
sempre lo realizziamo, per mancanza di fede e di coraggio in una società in cui
gli assalti del male diventano sempre più aggressivi e prepotenti, occorre
non perderci di coraggio, non lasciarsi travolgere dai paurosi sbandamenti delle
incertezze morali e culturali. Il B. Kolbe, alla vista di tanti mali religiosi e
sociali dei suoi giorni, fondò la Milizia dell'Immacolata. Milizia, un nome
di guerra, si direbbe. Il milite è colui che non può permettersi di dormire
o di riposare, è colui che indossa la divisa, tiene armi per la difesa e il
contrattacco, è soprattutto colui che ha uno scopo preciso e chiaro da
raggiungere. Le armi della nostra Milizia non sono carnali, ripeteremo con san
Paolo: armi a destra e armi a sinistra; da una parte la preghiera assidua,
fervente, dall'altra l'azione continua, instancabile. Finché siamo su questa
terra, diceva il nostro Beato Massimiliano, non possiamo lavorare che con una
mano sola, l'altra ci serve per sorreggerci. È appunto per questo che dobbiamo
lavorare di più, sorreggendoci con la preghiera. Non ci scoraggi la visione del
male del mondo. Sarebbe quasi anormale se non ci fosse. Ma combattere si
deve. Combattere il male col bene, anzi prevenire per quanto è possibile il
male, secondo la stupenda pedagogia che scaturisce dal domma dell'Immacolata, il
metodo preventivo di Don Bosco, che tanti buoni frutti ha recato nei decenni
scorsi, prima che una folle pedagogia del "lasciar correre"
avvelenasse la scuola, la famiglia, la nazione. È una pedagogia che il mondo
di oggi non capisce più (potremmo quasi chiederci che cosa capisce di
spirituale questo mondo), ma "abbiate fede", dice Gesù, "io ho
vinto il mondo". L'Immacolata è il segno della vittoria totale del bene,
il trionfo sul regno del male. Non illudiamoci però con parole dal suono
retorico: sappiamo bene, in quale maniera trionfa Gesù. Con la croce, sul Calvario.
Una teologia del fallimento s'impone al cristiano di oggi, fra le tante di cui
si parla, per renderlo edotto, consapevole di questa profonda realtà: una
vittoria di Dio, un trionfo dell'Immacolata non possono mai realizzarsi a
danno dell'uomo. Prima o poi gli uomini dovranno convincersi che il Bene, la
positività, Dio non sono realtà chimeriche o vantaggiose per alcuni, dannose
per altri: il Bene è per tutti e Dio è padre di tutti. Il suo trionfo è il
nostro trionfo, trionfo dell'uomo. Il trionfo del bene però si paga col sangue,
col nostro sangue. Anche questo è un aspetto della pedagogia divina, a cui
dobbiamo ispirare la nostra preghiera divina, a cui dobbiamo ispirare la nostra
preghiera e le nostre attività alla luce del sorriso incoraggiante
dell'Immacolata.
Quando
il B. Giovanni Scoto asserisce che l'Immacolata è la "massima opera di
Dio", guardiamoci dal supporre in lui l'enfasi iperbolica: Avvezzo al
rigore teologico delle espressioni, egli non diceva né più né meno di quanto
intendeva dire. E’ noto del resto che nel medio evo i superlativi non si
sprecavano: in tutta la divina Commedia Dante usa il superlativo solo
diciassette volte. Dunque la "massima opera di Dio" è, secondo Duns
Scoto, l'Immacolata, la più grande creatura. Cerchiamo di comprenderlo.
La
prima pagina del Vangelo di Luca ci presenta una scena meravigliosa, che ha
affascinato migliaia di artisti, di poeti, di teologi. È difficile, forse
impossibile, elencare le pitture, i quadri, gli affreschi e poi le opere
musicali, la famose Ave Maria composte da grandi e oscuri musicisti. È innegabile
il fascino che questa pagina di Luca ha esercitato sull'arte di tutti i tempi.
Ma anche di teologi che entusiasticamente hanno scritto dell'Annunziazione ce
n'é un numero sterminato. Ricordo che sant'Antonio di Padova elencava, in
quella scena meravigliosa, ben dodici virtù esercitate dalla Vergine. E chi non
ha letto le celebri omelie di san Bernardo "super Missus est"?
Ma
in quella scena il più importante è il significato teologico. Notate: è la
prima volta in tutta la Bibbia che si parla esplicitamente dei due grandi
misteri della nostra fede, la SS.ma Trinità e l'Incarnazione del Verbo. Dio
Padre manda un arcangelo ad annunziare che suo Figlio si farà uomo per opera
dello Spirito Santo. Qui i due misteri inaccessibili s'intrecciano, si fondono
in un'unica rivelazione e questa rivelazione vien fatta per la prima volta a
Maria. La storia della salvezza raggiuge qui il punto focale, l'incontro
supremo, e ciò nella Madonna. Si apre un mondo nuovo, si conclude una storia,
ne comincia un'altra, si realizza l'antica promessa, inizia la nuova alleanza
tra Dio e l'umanità, ed è straordinario, direi è commovente che ciò
avvenga in un'umile donna chiamata Maria. Siamo di fronte a un abisso di grazie
che dà le vertigini.
Pagine
indimenticabili sono state scritte anche da molti santi su quest'episodio
avvenuto nell'oscura dimora di Nazareth: Dio attende una risposta da Maria,
gli angeli attendono una risposta, tutto il passato e il futuro dell'uomo
pendono in ansia dalle labbra di Lei. Da un sì o da un no di Lei dipende la
salvezza del mondo. Sono considerazioni enfatiche, se vogliamo, ma non lontane
dal vero. Del resto la stessa esitazione di Maria, così evidenziata dal
Vangelo ("in che modo avverrà questo?") sollecita la penna devota
degli scrittori, quasi ad esortare la Madonna ad affrettarsi a dire sì a quel
Dio che va a invitarla. Non dobbiamo ritenerle, queste pagine, esercitazioni
letterarie, ma sincere effusioni di anime ardenti, esaltate nell'ammirazione
del grande mistero. In effetti, qui non si tratta soltanto di una rivelazione
della santissima Trinità e dell'Incarnazione, ma di misteri ai quali l'umanità
dovrà poi dedicare poderosi studi da parte di geni del pensiero; non è neppure
un fatto privato che riguardi solo la purissima Vergine di Nazareth elevata, per
divino capriccio, a una grandezza incommensurabile, di fronte alla quale la
mente umana si smarrisce nello stupore e nell'incomprensione; si tratta di un
evento, di un Avvenimento concreto che coinvolge l'umanità di tutti i tempi,
del passato come del futuro, al centro della storia, ed è sintomatico che
avvenga nella persona umile e sconosciuta di Maria. Donna del popolo, Lei viene
prescelta per Madre di Colui che non ha madre, che non ha neanche principio,
perché eterno. Ciò è talmente sbalorditivo che non è sufficiente la vita
intera per meditarlo e approfondirlo come converrebbe. In realtà Maria entra
a far parte della famiglia di Dio, se possiamo dire così, perché avrà un
figlio in comune col Padre eterno, questo figlio è Dio e dunque Lei può
chiamarsi madre di Dio, e ciò avviene per opera dello Spirito Santo che diventa
dunque, in senso mistico ma reale, suo Sposo. Qui non si sa che cosa ammirare di
più, se l'infinito amore di Dio che decide una cosa tanto straordinaria qual è
quella di farsi uomo nella più profonda umiltà o la vertiginosa grandezza a
cui una donna della nostra stirpe viene innalzata. Altro che l'orgogliosa
aspirazione di Eva! Certo, da qualunque aspetto lo si prenda a meditare, questo
mistero sconvolge tutti i piani dell'uomo e supera ogni nostra immaginazione. Le
teogonie pagane, le varie mitologie non avevano mai raggiunto, nella loro
fantastica esaltazione, una possibilità del genere e va detto che ancora oggi
gli ebrei si confondono, rimangono perplessi, non riescono ad accettare
l'idea di Gesù uomo e Dio. Il più grande mistero d'amore che Dio potesse
compiere a vantaggio dell'uomo urta nientemeno contro la sua incredulità.
L'uomo aveva tentato di varcare i confini dell'umanità con l'orgoglio e la
fiducia in se stesso, Dio varca i confini della divinità con l'amore per
andargli incontro; e l'uomo nega fiducia a Dio! Il colmo dell'assurdità.
Intanto
resta il fatto che Dio è talmente innamorato del suo capolavoro che arriva a
farsi "sua fattura". La grandezza di Maria diventa, così, incommensurabile;
come diceva san Tommaso, attinge i confini della divinità. È in questo
mistero che troviamo la spiegazione di tutte le prerogative mariane e l'origine
di ogni sua grandezza: nelle sue ineffabili relazioni con le Tre Persone di Dio.
Santa Geltrude diceva che Maria è il candido giglio della sempre tranquilla
Trinità, un giglio di purezza che non solo è senza macchia, ma è la purezza
stessa.
L'Immacolata
però non è una vetta solitaria che splenda per conto proprio; è una vetta per
l'umanità: sta a rappresentare cioé una sublimità a cui tutti possiamo e
dobbiamo aspirare. Guai a quegli uomini che non si propongono mai un ideale di
grandezza. Maria è l'ideale più perfetto della creatura umana, e tale
grandezza non appartiene a Lei per sé sola, ma per tutti. Se da un lato sale
all'altezza irraggiungibile di relazioni misteriose e salvifiche con le Tre
Persone di Dio, dall'altro diventa, in questo modo, la creatura più vicina a
noi, la nostra rapprasentante presso Dio, la creatura che tutti ci onora e di
cui tutti possiamo andar fieri. È lecito affermare ch'Ella è scelta tra noi
da Dio per un ministero di grazia, per un servizio eccezionale: congiungere
dentro di sé Dio e l'uomo per ministero ecclesiale, umano, estremamente fecondo.
Aprendosi a Dio con un sì generoso e irrevocabile, Ella si apre e si offre
anche a tutta l'umanità con cui non è solidale soltanto, ma a cui appartiene
per diritto. Dio l'ha scelta, ma Lei è nostra, e in quella scelta siamo
onorati tutti.
"Noi
abbiamo creduto all'amore, dice l'evangelista, e Dio è amore". Chi crede
nell'amore crede in Dio. La Madonna ebbe una fede straordinaria. Abramo viene
chiamato padre della nostra fede; Maria è più che Abramo, più che madre della
nostra fede perché ha partorito Colui che è oggetto e il soggetto della
nostra fede. La cugina Elisabetta la dirà beata appunto perché Lei ha
creduto, ha prestato fede. San Bernardo afferma che Maria piacque a Dio per la
sua verginità, ma lo concepì per la sua umiltà. È vero. Dio ama e presceglie
le cose piccole del mondo per confondere le grandezze, e Maria stessa eleverà
al Signore un cantico nel quale confesserà che Egli ha guardato l'umiltà della
sua serva. Tuttavia questa umiltà, questa non importanza sociale, questa povertà
umile e fiduciosa era fondata sulla fede. Chi ha fede si abbandona in tutto
e per tutto a Dio. Anche nelle relazioni umane la fede, la fiducia nell'altro,
nel proprio coniuge, nel partner, gioca un ruolo importantissimo. La sposa non
piace mai tanto allo sposo come quando si abbandona pienamente a lui. La
mancanza di fiducia avvelena tutte le relazioni umane e noi abbiamo purtroppo
esperienza di quanti fallimenti, nelle famiglie e nelle relazioni tra i
popoli, avvengono per diffidenza reciproca. Tanto più questa fede è
necessaria nei rapporti con Dio. Egli è il solo che possa davvero meritare
tutta la nostra fede. Il nome di Dio in ebraico significa anche questo:
"Colui che è fedele", cioé che mantiene le promesse. Dio non parla e
non agisce mai invano. "Colui che è" è sempre lo stesso, ed Egli
che aveva divisato di salvare l'umanità attraverso una Donna, perché
attraverso una donna aveva corso il pericolo dell'eterna perdizione, realizza
con calma il suo piano, mantiene le sue promesse.
Siamo
purtroppo noi a non mantenere le nostre. Mentre la figura dell'Immacolata
balza dalle pagine del Vangelo in uno splendore ineguagliabile proprio per la
sua fede, noi non facciamo che tentennare nel nostro incerto cam in Lei è la
Vergine fedele, in ascolto della Parola, e la Parola, Verbo di Dio, diventa sua
sostanza, sua carne. Non possiamo scostarci da un modello così prezioso senza
franare lontano da Dio.
Tra
gli opuscoli mistici di san Bonaventura ce n'è uno piccolo, molto affettuoso,
intitolato: "Le cinque feste di Gesù Bambino". In esso il serafico
Dottore sostiene che ogni cristiano può, in qualche modo diventare madre di
Dio. Del resto Gesù lo dirà nel Vangelo: "Chi è mia madre, chi sono i
miei fratelli? Quelli che fanno la volontà del Padre mio". E dunque il
santo insiste devotamente in questo dolcissimo pensiero, che tutti possiamo assomigliare
a Maria, partorendo il Cristo per noi e per il prossimo. Sembrerebbe questo un
compito esclusivo dei sacerdoti. Ricordo che un giorno lontano chiesi ad
alcuni seminaristi quando, secondo, loro, il sacerdote è più sacerdote che
mai. Risposero ciascuno a modo suo: uno disse che lo è quando evangelizza,
amministrando la parola di Dio; un altro disse che lo è quando assolve dai
peccati; un terzo rispose con estrema dolcezza che il sacerdote è più
veramente tale quando distribuisce l'Eucarestia, perché "assomiglia di
più alla Madonna, ci dona Gesù". Mi commossi; tuttavia non credo si
possano fare tante distinzioni: il sacerdote è sempre sacerdote e dona sempre
Gesù. Ma anche i fedeli tutti possono distribuire Gesù, sempre che sappiano
vivere con Maria, della sua fede, del suo amore. Si diventa madre di Gesù
abbandonandosi con fiducia assoluta all'azione dello Spirito Santo. In ciascuno
di noi Egli agisce come nell'Immacolata, purché il nostro sì a Lui sia
generoso e irrevocabile. Giorno per giorno, negli intimi colloqui della nostra
fede, nell'umile adempimento dei nostri doveri, nel tranquillo assecondare le
sue ispirazioni, nella devota pazienza per le prove quotidiane, questo
divino artista che è lo Spirito Santo fa crescere in noi gradatamente Gesù, in
una gestazione gaudiosa, fino a generarlo, dice san Bonaventura, con l'amore
di Maria. "Se questa nascita gioconda ti rallegra, atteggiati a Maria, sii
Maria". Sii Maria. Per ardua, che possa sembrare questa esortazione del
santo, essa non è superiore all'altra che c'invita a essere Gesù: "christianus
alter Christus", anzi ci è quasi più facile. Essere Maria significa avere
i suoi sentimenti, la sua volontà, il suo cuore, la sua fede, la sua visione
della vita. Ciascuno di noi si trova, durante la giornata, a dover dire di sì
a una cosa, no a un'altra, osserva il metodista Neville Ward: felice chi è
sempre disposto a dire di sì a Dio e a Lui solo. Come Maria.
Ad
Ariano Irpino, nel 1823, due padri domenicani esorcizzavano un ragazzo
illetterato di dodici anni. Nel corso del rito ebbero l'ispirazione di chiedere
al demonio, che possedeva il ragazzo, un sonetto sulla Madonna a rime alterne
obbligate:
Madre
e Figlio. Immediatamente il ragazzo incominciò:
Vera
Madre son io d'un Dio ch'è Figlio
e
son figlio di Lui benché sua Madre;
ad
aeterno Egli nacque ed è mio Figlio,
io che in tempo nascei pur gli son Madre.
Egli
è mio Creatore ed è mio Figlio,
son
io sua creatura e gli son Madre:
fu
prodigio divin l'esser mio Figlio
un
Dio eterno ed aver me per Madre
L'esser
quasi è comun tra Madre e Figlio
perché
l'esser del Figlio ebbe la Madre
e
l'esser della Madre ebbe anche il Figlio.
Or
se l'esser del Figlio ebbe la Madre
o
s'ha da dir che fu macchiato il Figlio
o
senza macchia s'ha da dir la Madre
Colpisce
in questo sonetto, oltre la perfezione dell'endecasillabo e il rispetto della
rima obbligata e difficilissima, la precisione dei concetti teologici sulla
maternità miracolosa di Maria e sull'Immacolata Concezione, allora non
definita ancora come domma dí fede. È proprio la divina maternità di Maria
il fondamento di ogni sua grandezza.
Se
ontologicamente, in ordine di tempo, il primo dei "privilegi"
mariani è l'Immacolata Concezione, essa trovala sua spiegazione e la sua
stessa origine nel fatto che Lei era destinata a, diventare la Madre di Dio.
Questo
titolo che, come si rileva dal sonetto citato, appare incomprensibile e quasi
sconvolgente (come può un Dio, che è sempre esistito, avere una madre che
comincia ad esistere nel tempo?), fu oggetto di lunghe discussioni teologiche
in un concilio riamsto famoso: a Efeso nel 431, infatti, i Padri conciliari
definirono che Maria, essendo Madre di Gesù, può e deve a buon diritto chiamarsi
Madre di Dio.
Se
approfondiamo un po' la nostra meditazione su questa straordinaria maternità
di Maria, restiamo abbagliati di luce. Dio ha tanto amato la maternità da
desiderare di avere una Madre nel tempo. Si è talmente innamorato della figura
della Madre che ha escogitato nella sua infinita sapienza e nel suo infinito
amore, di crearsi una donna apposta per Sé, dalla quale nascere come uomo. Più
si medita sul mistero centrale dell'Incarnazione e più scopriamo l'abisso di
un amore che nessuna fantasia e nessun cuore umano avrebbe mai concepito.
Aveva ragione il Beato Kolbe quando asseriva che noi non conosciamo ancora
perfettamente l'Immacolata, e più ne studiamo l'unicità e la grandezza, più
siamo sollecitati a comprendere il mistero. Avviene anche in questo campo come
in quello dell'universo: non solo è più misterioso di quanto supponiamo, ma è
più misterioso di quanto potremmo supporre, come affermano gli scienziati,
perciò non deve sembrarci esagerata la parola dei teologi medievali che
definivano la Madonna "negotium saeculorum", affare dei secoli, e
l'altra, anche se a taluni è parsa enfatica: Dio raccolse in un luogo solo le
acque e le chiamò mari, raccolse in un cuore solo le grazie e le chiamò
Maria.
Nel
restaurare il capolavoro della creazione compromesso dal peccato, Dio superò se
stesso, se è lecito esprimersi così, perché Adamo fu sostituito da Gesù
Cristo ed Eva dall'Immacolata. Perciò la Chiesa ha potuto parlare con
linguaggio ardito ma teologicamente ineccepibile, di "colpa felice".
Riflettiamo. Tra tutti gli esseri creati, la donna fu l'unica a non dover
nutrire alcun dubbio sullo scopo della propria creazione. Tutte le cose create
erano molto buone e manifestavano la gloria di Dio, la donna invece fu creata
per una sorta di necessità. Dio infatti vide che "non era bene" che
l'uomo fosse solo e solo allora creò la donna, perché l'uomo avesse un
"auditorium", un partner diremmo oggi, che non solo fosse simile a
lui ma lo completasse. Scopo dunque della creazione di lei fu questo: essere
aiuto e completamento dell'uomo. Adamo infatti la chiamò Eva; cioé madre dei
viventi. Purtroppo, occorre dirlo, Eva dopo il peccato, fece la triste
esperienza della morte, prima di uno dei suoi figli Abele ucciso per odio, e
poi anche in se stessa. Appariva dunque quasi un macabro scherno il
significato di quel nome: madre dei viventi. Era più esatto il contrario: madre
dei morenti. La sua maternità finiva di essere un fatto gaudioso e diventava un
fatto doloroso.
Con
la Redenzione operata da Gesù, Maria sostituisce Eva (ricordiamo quante
pagine stupende furono scritte sul contrasto delle due parole: Eva, Ave), e
diventa davvero la Madre dei viventi. La maternità naturale, già tanto bella
anche se sofferta dalla donna, veniva superata dalla maternità spirituale e
soprannaturale di Maria. La sua maternità fisica nei riguardi di Gesù,
miracolosa e divina, veniva ampliata dalla maternità universale della Chiesa,
cioé dell'umanità intera. Il dono a Maria supera in dignità e universalità
il dono fatto a Eva. Ciò può anche farci comprendere come solo in Maria
abbiano potuto congiungersi in modo mirabile le due più splendide grandezze
della donna: la maternità e la verginità. Sono due dignità meravigliose:
grande la verginità per il dono immenso di sé a Dio e al prossimo, ma esse non
stanno mai insieme; solo in Maria, unica eccezione mirabile, queste due
grandezze raggiungono unite il vertice supremo dell'essere Donna.
Sappiamo
tuttavia quanto le costi questa unicità. La maternità spirituale e fisica,
non è solo una grandezza; è anche un martirio. Madre suona martire, si è
sempre detto, e fu acutamente notato che nel pronunziare la parola mamma le
labbra si baciano due volte quasi a indicare la dolcezza e la profondità
dell'affetto che essa contiene. Occorre dire che il mondo contemporaneo va
disaffezionandosi dalla sacralità di questa parola e si scaglia col mal
riposta ironia contro il cosiddetto mammismo. Forse erano alquanto esagerate le
romanticherie intorno alla maternità nei decenni passati; ma non è neanche
un progresso per la civiltà l'affievolirsi dell'immagine materna. Forse ne
hanno colpa anche le donne, per aver dato ignobilmente le dimissioni da questa
grandezza che le aureolava nel passato. C'è una sorta di sordo rancore,
ingiustificatissimo, tra mamma e figlio in certi settori della vita sociale. Non
vogliamo generalizzare, ma la decadenza della morale e dei costumi trova
anche in questo disamore una sua spiegazione. Stranamente questa cosiddetta
civiltà, che ha fatto scendere da un piedistallo di santità e di venerazione
la figura della madre, ha dovuto poi ricorrere a un surrogato di affetto,
istituendo la commerciale festa della madre. Non esisteva prima tale festa,
perché "il santo desco fiorito d'occhi di bambini" era festa
quotidiana: oggi è istituzionalizzato una volta all'anno. Dipende dal fatto
che la parola "sacrificio" è stata espunta dal vocabolario della
vita.
Il
cristianesimo, anche addolcito dalla presenza di una Madre dal nome fascinoso
di Maria, rimane pur sempre incentrato sulla mortificazione e sul sacrificio.
"Prima che fosse nato Gesù, Maria e Giuseppe vivevano poveramente ma
tranquillamente nella loro casa, ma appena Gesù fu in mezzo a loro, non
restò più riposo per essi" osservava Bossuet. Dove arriva Lui, arriva
anche la sua croce. Chi può mettere in dubbio che i figli sono una delizia?
Ma sono anche una "croce". Voler dimenticarlo o voler farne a meno
significa non essere più cristiani. Maria fu quasi "perseguitata"
dalla sua maternità. Dai primi anni della nascita di Gesù, quando l'angelo
ordina a Giuseppe di prendere il fanciullo e sua madre e di fuggire (fuggire,
scappare, non andare) in Egitto, fino all'olocausto supremo del Calvario, la
maternità di Maria ha conosciuto ore drammatiche, anzi tragiche, e Lei vi è
andata generosamente incontro. Ma forse la sua maternità spirituale, quella di
tutti gli uomini, le costa ancor più lacrime e sangue di quella di Gesù.
Il
termometro della nostra morale sta segnando livelli molto bassi, proprio per
il decadere del rispetto e dell'amore verso la nostra tenera Madre, e le sue
lacrime, i suoi richiami alla penitenza e alla preghiera, moltiplicatisi in
questi ultimi decenni, vogliono essere un segno e un monito alla nostra insana
mediocrità. Può chiamarsi civiltà questa che rinnega ostinatamente i più
alti valori dello spirito, che proclama con gridi isterici il diritto
all'aborto e all'uccisione dei propri nascituri, che irride alla purezza, alla
verginità come à un "cancro"?
Si
domandava tanti anni fa monsignor Gilla Gremigni, vescovo di Teramo,: "Che
direste se dinanzi a un povero cadavere si presentasse il divin Taumaturgo e
dicesse: levati su, risorgi, e il morto aprisse gli occhi solo per rispondere:
no, non voglio vivere? Non si rifiuta, non si può rifiutare il dono della
vita".
Oggi
siamo all'assurdità opposta: esseri che si affacciano alla vita, desiderosi di
conquistarla, e che invece vengono respinti nel buio, uccisi. Da chi? dalle
proprie madri! È uno dei delitti più mostruosi di cui l'umanità possa
macchiarsi: rifiutare lo scopo preciso per cui fu creata la donna, uccidere
la vita proprio nel suo sboccio miracoloso.
La
nostra civiltà ha dunque urgente bisogno di una Madre degna di questo nome. Ha
urgente bisogno di Maria. La psicologia insegna che, quando i figli cominciano
a perdere la confidenza della madre, qualcosa di torbido si è insinuato nella
loro coscienza. L'affievolirsi della devozione alla Madonna è un sintomo
grave per la cristianità. Occorre reagire, risvegliare questa santa
devozione. Un pastore metodista come il citato Neville Ward osservava che nella
sua chiesa "il silenzio riguardo alla Madre di Gesù è addirittura
soffocante". Da molte parti dunque, anche protestanti, si muovono passi
ecumenici nel nome di Maria. Si è cominciato a capire che una ripresa al
riguardo non è vantaggiosa solo da un punto di vista sentimentale, ma
addirittura antropologico. Ci si comincia a render conto che la devozione alla
Madonna, Madre-Vergine, non è un'aggiunta, una superfluità di cui si possa
fare a meno. È Dio che l'ha collocata al centro della nostra storia, son ben
quattro i dogmi che la Chiesa propone nei confronti di Lei, è soprattutto la
sua alta figura ideale che s'impone alla creatura umana. Impossibile ignorarla
o minimizzarla:
Noi
stiamo correndo rischi paurosi. L'uomo non ha più amici sul pianeta. È
manipolato da tutte le parti, psicologicamente e fisicamente, con estrema
violenza. La presenza di una madre che ci affratelli, è indispensabile.
Manipolare l'uomo nella sua personalità, tentare di produrlo in provetta come
fa addirittura nell'atto della nascita, sono crimini esecrandi e purtroppo
nessuna legge umana più ci salva. L'avvenire può diventare sempre più
angoscioso. La cosa tragica di cui alcuni sembrano non rendersi conto, è che
si tende ad abolire, a distruggere nella vita umana, la sua espressione più
alta, l'amore fecondo e dolente. Invece di usare tutti i mezzi per ricondurre
l'uomo a quella che Paolo VI definì la civiltà dell'amore, si tende a ridurre
la stessa vita a un prodotto tecnologico, cosificando l'uomo e distruggendo ogni
sentimento di pietà materna e filiale.
I
cristiani hanno il dovere di stringersi intorno alla loro Madre per il bene
dell'uomo. Il rispetto sacro, l'amore alla maternità di cui un Dio per primo
ci dà il luminoso esempio, deve tornare alla base della convivenza umana.
Sappiamo per lunga esperienza che dove c'è una madre, è più facile per i
figli andare d'accordo e volersi bene. Abbiamo una Madre universale. Dio che
crea la vita, la crea attraverso di Lei. Abbiamo anche noi stima della vita,
dell'uomo e della maternità. Rispettiamo la maternità: di Maria e di tutte le
donne. Penso che una santa riscossa d'amore, una rivolta spirituale nel nome
della Vergine Madre, vincitrice di tutte le battaglie di Dio, sia quanto di più
impellente debba sommuovere l'attuale civiltà. Ai segni paurosi di morte
innalzati dall'eroismo pervertitore, alla crescente macchia di sangue che si
dilata sempre più nel pianeta, dobbiamo opporre il vessillo della vita e
dell'amore che, sostanziato di sacrificio e di penitenza, può, esso solo,
ridare una speranza all'uomo e alla sua povera storia. Celebriamo e
invochiamo la Mamma Celeste perché rensa più umana la vita e la convivenza su
questa terra.
La
perpetua verginità di Maria, di cui la Chiesa è stata in ogni tempo gelosa
assertrice, è una verità di fede fuori discussione. Anche se i moderni
critici incontrano notevoli difficoltà ad accettarla, non possiamo rinunciarvi
per questo. Tutti i paradossi del cristianesimo urtano contro l'orgoglio
razionalista. È forse razionale un Uomo-Dio? È razionale il mistero
eucaristico? È razionale lo stesso fondamento della nostra fede, la
risurrezione di Cristo? Tutto nel cristianesimo riesce a sconvolgere la
ragione, eppure tutto induce alla fede. Aver fede, ha notato qualcuno, non
significa credere senza prove, significa fidarsi senza riserve, e se la Chiesa
ha ricevuto dalla rivelazione questa fede, ci conviene accertarla e basta,
"perché nulla è impossibile a Dio" come disse l'arcangelo proprio
alla Vergine.
Occorre
tuttavia precisare che la sua verginità non è una prerogativa, diciamo, un
carisma dato a Lei per Lei stessa; è in Lei per rispetto a Cristo, nei
riguardi dell'Incarnazione, come ogni sua grandezza. La Verginità di Maria -
osserva acutamente uno scrittore - rappresenta un triplice segno: di
consacrazione per il servizio di Dio, di povertà che richiama alla pienezza
di Dio, di novità del Regno di Dio. Consacrazione, povertà, novità che ben si
addicono a quella nobile creatura che volle chiamarsi ancella del Signore e ad
ogni anima cristiana dopo la proclamazione del Regno. È auspicabile che un
tale segno venga sempre meglio riconosciuto e approfondito dalla teologia e
dalla devozione cristiana. Non è troppo raro il caso d'imbattersi in apostoli
che si ritengono autorizzati a minimizzare, se non addirittura a deridere,
il segno della verginità, magari non in Maria ma nelle anime consacrate.
Qualcuno ha parlato di verginità "sprecate", mettendo anche in ridicolo
un popolo che cantava in un impeto di fede: "sian forti i figli, caste le
figlie"; come se essere forti volesse significare aver saldi muscoli ed
essere caste volesse dire essere fragili. E’ vero proprio tutto il
contrario: la fortezza è una virtù cardinale, sta alla base della vita
cristiana ed è quasi sinonimo di purezza. È l'impurità che è debolezza.
L'autore (A. Paoli) non ha il più vago sospetto che questa disistima della
verginità è, tra l'altre cose, all'origine del marasma morale in cui ci
troviamo.
Altra
difficoltà dei moderni nell'accettare la verginità di Maria è che il
matrimonio e la maternità sembrano venir declassati. Se ci si tiene a
sostenere la verginità della Madonna, vuol dire che il matrimonio, la maternità
sono cose banali se non proprio abominevoli, pensano. No, la deduzione è
illogica. Sia ben chiaro che esaltando la virtù, la prerogativa della verginità,
la Chiesa non ha mai inteso disprezzare o, peggio, condannare il matrimonio e il
sesso. Certo in una prospettiva escatologica la verginità è superiore al
matrimonio, anche se non è consigliabile a tutti. È forse addirittura
un'eccezione. In Cielo, disse Gesù, non si sposano e aggiunse che esistono
degl'impotenti volontari per il Regno dei cieli. Quei volontari va sottolineato.
Essi operano una scelta e danno uno scopo alla propria vita, nella consacrazione
a Dio, che è utile, anche solo come testimonianza, al popolo cristiano. Ma è
ovvio che in terra ci si sposi e le prime pagine della Bibbia sono eplicite al
riguardo. Nella Madonna Dio ha voluto realizzare la verginità e la fecondità
proprio per far rifulgere più luminosa l'Incarnazione. Forse ha anche voluto
porre in maggiore evidenza la grandezza della donna. Si ricordi che la prima
donna ebbe nome Uoma, con un femminile che la collocava accanto all'uomo come
l'altra metà di sé: donna ideale. Nella vergine-madre il Signore ha voluto
ri-creare la perfezione assoluta della donna, la donna ideale tutta dedizione,
complemento anche di Dio. Altro che disprezzo della maternità e del matrimonio:
in Lei il matrimonio è portato al suo vertice, alla sua più pura essenza,
all'altezza sublime dell'unione spirituale, più bella e necessaria di quella
fisica, e la maternità raggiunge tale culmine che è impossibile superarla; dà
alla luce nientemeno che Dio.
Ultima
rapida precisazione: solo di sfuggita è da notare che qualche autore, non
teologo ma scrittore rispettabile, ha confuso la verginità con l'Immacolata
Concezione. È evidente che la verginità riguarda l'integrità fisica della
Madonna, ed è ritenuta dalla Chiesa fin dalle origini, mentre l'Immacolata
Concezione riguarda l'esenzione dal peccato originale, che è domma di fede
soltanto dal secolo scorso.
Non
si pensi tuttavia che la verginità alla Madonna, come la sua maternità, non
sia costata dolori e sofferenze. È noto che qualche devoto avrebbe
desiderato escludere da Maria il dolore e la morte sempre in conseguenza della
sua Immacolata Concezione, ma questo pio desiderio è in contrasto col
Vangelo, con la Tradizione e con la logica stessa. Sappiamo quanto la Madonna
abbia sofferto, o meglio non lo sappiamo abbastanza, e con moltissime probabilità
è anche morta, non certo a causa del peccato, assente del tutto da Lei, ma per
conformità a Cristo. Immensa nel piano della salvezza e associata al Redentore
in maniera unica, Ella dovette rassomigliargli in tutto. E come Cristo fu
uguale a noi eccetto nel peccato, così Maria fu uguale a Lui e a noi eccetto
nel peccato. La conseguenza più grave del peccato era stata la perdita della
vita soprannaturale, l'immagine e somiglianza di Dio; le altre conseguenze,
notevoli certo ma non sostanziali e del resto non connaturale all'uomo, furono
appunto la morte, il dolore, le tribolazioni di ogni genere. I teologi son tutti
d'accordo nel riconoscere che l'immortalità fisica e gli altri doni erano un
sovrappiù, non appartenevano alla natura umana. Scopo dell'Incarnazione è la
riconquista dell'amicizia con Dio, il rinnovamento dell'alleanza, la
ri-creazione dell'umanità che, fallita nel suo capo Adamo, veniva a essere incapeggiata
(ci si passi il termine non bello ma significativo) dal nuovo Adamo. Che Egli
abbia scelto di porsi a capo dell'umanità attraverso le umiliazioni, la
passione, la morte e la risurrezione è mistero d'amore che ci commuove e
sbalordisce. In tale prospettiva la Vergine entra come elemento umano
prescelto esplicitamente da Dio e ciò spiega l'immacolatezza e la verginità di
Lei, ma spiega anche la sua sofferenza. Certo nessuno poteva impedire a Dio di
esentare dal dolore e dalla morte questa sua creatura particolare, associandola
in una beatitudine perpetua fin dai primi giorni della sua esistenza terrena.
Libero dei suoi doni, il Signore avrebbe potuto far questo e altro; tuttavia per
noi, per la Chiesa non sarebbe stata la stessa cosa. L'Immacolata è creatura
della nostra razza. Dio la fa sua, ma essa è sempre nostra, direi ci appartiene
di diritto, rappresenta la Chiesa, è madre della Chiesa. Anche come immagine
della Chiesa dunque, Lei purissima e santa, dev'essere soggetta al dolore, al
travaglio, alla sofferenza e così diventa più nostra che mai. Da un lato entra
nella più profonda intimità con Dio, dall'altro sperimenta con amorosa
partecipazione la tragedia di essere creatura umana. Tutta di Dio e tutta
nostra.
"Su
una parete della cattedrale armena di Lwow, in Polonia, Jan Henryek Rosen,
allievo di Luca Oliviero Merson, ha dipinto un'Annunciazione molto espressiva.
V'è in primo piano l'Angelo che saluta Maria; in fondo, nella prospettiva d'un
colonnato, si vede la salita del Calvario, Gesù caricato della croce e dietro
di Lui, staccantesi da un gruppo di Pie Donne, la Vergine in lacrime" (R.
Plus). Quel fiat che Viaria pronunziava con tanta umile generosità era un sì
consapevole, pienamente responsabile e pieno d'amore per Dio e per gli uomini.
Io non mi meraviglio che un teologo affettuoso come il Bérulle affermi che
questo consenso fa di Maria la più potente personalità del mondo intero. La
teologia attuale rifugge dall'ammettere che la Madonna conoscesse in precedenza
tutti i particolari della tragedia cui sarebbe andata incontro, ed ha ragione;
ma non è esatto nemmeno pensare che Ella ignorasse le sanguinose conseguenze
del suo sì: la conoscenza della Bibbia, in Lei notevolissima, le faceva sapere
chi era il Messia, che cosa avrebbe dovuto soffrire e, di riflesso, che cosa
avrebbe sofferto anche Lei.
Purezza
e martirio del resto non possono mai dissociarsi. Sappiamo quanto il mondo sia
contrario all'una e all'altro, fino al punto da ritenerli assurdi. Purezza
perché? sacrificio perché? Eppure non si può essere cristiani senza imitare
Cristo e Maria, senza applicare a sé il Vangelo. Si è soliti appellarsi al
Vangelo come un codice politico e sociologico, e certo uno dei doveri più
urgenti dell'ora che viviamo è anche quello di incarnare il Vangelo nella
politica e nella vita sociale. Gravi peccati d'omissione dobbiamo lamentare al
riguardo, sia nel passato che nel presente, e una cristianità fondata sul
capitalismo, sul disinteresse per il prossimo, sull'egoismo, tradisce il suo fondatore
e allontana il mondo dalla Chiesa. Gesù è vissuto come un emarginato, schedato
fin dalla nascita, cercato a morte e condannato dal potere; Maria fu come Lui
nella povertà e nell'oscurità per tutta la vita. Eppure erano i più alti
rappresentanti dell'Uomo. Deve significare qualcosa per noi la loro libera
scelta e la proclamazione delle beatitudini del Regno. Purezza e sacrificio sono
la povertà evangelica nella più ampia accezione. Il Vangelo, se codice
vogliamo chiamarlo, è codice di vita integrale, dove hanno supremazia i valori
dello spirito, non quelli politici. Che si lotti contro la fame nel mondo,
contro l'oppressione, l'ingiustizia e la miseria, è dovere sacrosanto, mai
però per una scelta politica ed esclusiva. Il cristiano è partigiano di un
Regno che non è di quaggiù, è militante di un'umanità il cui Capo è
crocifisso.
Certo
un minimo di tranquillità economica è necessario per la convivenza nazionale e
internazionale; ma prima di quella economica e politica occorre la tranquillità
interiore, la pace dell'anima, la bontà di una vita che procede da una coscienza
serena. Sentiamo ripetere spesso l'orgogliosa frase: "I filosofi hanno
interpretato il mondo; noi vogliamo cambiarlo", e non ci accorgiamo che
lo stiamo peggiorando. Lo stiamo peggiorando nella cultura, nella società,
nella convivenza, nell'ecologia, in tutto. Parlare di verginità, di purezza,
di sacrificio a questo mondo dissacrato significa cadere nel ridicolo. Tuttavia
Gesù e la Vergine non hanno interpretato il mondo, lo hanno veramente
cambiato. Dall'interno dell'uomo, e di lì bisogna sempre cominciare.
Il
guaio è che la retorica del sociologismo ha ottenbrato il cervello di qualche
teologo, fino al punto che si osa scrivere e proclamare: "Pregare non
serve". Sono così agli antipodi del Vangelo e non se ne accorgono. La
verità è che se, per ipotesi, gli uomini decidessero di essere tutti santi,
e di vivere il Vangelo come Francesco d'Assisi, su quest'infelice pianeta si
vivrebbe meglio anche sociologicamente; ma non è vero il contrario, cioé che
se gli uomini decidessero di darsi tutti all'azione sociale escludendo la santità,
nulla si aggiusterebbe di questo povero mondo.
Testimoni
della risurrezione, come gli apostoli e come Maria, noi cristiani abbiamo il
compito urgente, sempre più urgente, di gridare con la vita questa fede. Noi
crediamo anche alla grandezza, alla risurrezione del nostro corpo, alla
glorificazione della materia. L'Immacolata è l'immagine escatologica della
Chiesa: la sua purezza e il suo sacrificio splendono della stessa gloria del
Risorto, che sarà anche la nostra gloria.
Ci
dicono che è la verginità dell'anima quella che conta. Chi lo mette in dubbio?
È chiaro che la verginità dell'anima, la purezza del cuore valgono più di
quella del corpo. Ma è mostruoso, è assurdo - un corpo corrotto governato da
un'anima vergine. E poi non dimentichiamo che quel mondo che odia la verginità
dell'anima, quel mondo che odia la verginità dell'anima, quel mondo che rifugge
dal sacrificio è lo stesso che odia la preghiera e la penitenza. Occorre
scegliere, decisamnete. Un'accolta di anime "mariane", come la
Milizia dell'Immacolata, come il movimento sacerdotale mariano, non può
rimanere inerte di fronte all'equivoco e alla confusione che devastano tante
anime: deve optare per il Vangelo su tutta la linea, nella vita privata prima e
poi in quella pubblica, nel fervore della preghiera e nell'energia dell'azione,
nello spogliamento di sé e nelle opere di carità e di apostolato. Occorre
non darsi tregua, mai, non concedersi riposo. Nelle tenebre il nemico lavora
accanitamente per scardinare il segno dell'Immacolata dalla nostra civiltà;
nella luce dobbiamo opporre la nostra azione compatta, sofferta, coraggiosa. In
questo mondo che ha divelto la segnaletica della salvezza, bisogna essere
personalmente "segni'", anche se bersaglio. Non è stato mai facile
essere cristiani e può darsi che oggi sia più difficile ancora. Lasciarsi
travolgere dalla corrente, è nel mondo ma non del mondo, come voleva Gesù.
È Lei stessa, nella sua persona, contestazione viva contro ogni debolezza
morale, contro ogni decadenza di costume. Il suo splendore verginale, la sua
vita di sacrificio sono la risposta più consapevole alla fragilità
volontaria dell'uomo, il richiamo più fermo e dolce al senso di responsabilità
cristiana.
La
pietà popolare si è impossessata dei dolori di Maria e li ha fatti oggetto
delle sue feste. La Chiesa stessa aveva dedicato ad essi due celebrazioni
importanti, a marzo e a settembre; eppure faceva un certo senso, negli anni
passati, vedere masse di fedeli portare in processione, acclamare, far esplodere
fuochi d'artificio in onore di una Madre triste, vestita a lutto e col cuore
trafitto da una spada. Forse il popolo non se ne rendeva nemmeno conto, ma un
osservatore estraneo non riusciva a nascondere a se stesso la sorpresa di questo
fatto paradossale: festeggiare il dolore, non era un controsenso?
Anche
la cultura, l'arte, non meno del popolo, hanno cercato d'interpretare l'anima di
Maria in questa tragica situazione e, se lo Stabat di Jacopone è stato
musicato da centinaia di compositori, la Pietà è stata rappresentata in marmo
e nella tela da artisti famosi. C'è una spiegazione per tutto questo?
Di
solito si parla di sette dolori di Maria, ma l'espressione non può essere presa
in senso letterale. Non è facile contare i dolori di nessuno e dunque nemmeno
quelli della Madonna. L'espressione va accettata in senso ampio, in quanto il
numero sette è simbolico e sta generalmente a indicare una perfezione; in
questo caso vorrebbe significare un numero incalcolabile. A volerne infatti
tentare un elenco, al di fuori dei sette ricordati dalla pietà cristiana, ci
accorgiamo subito che alcuni certissimi sono sfuggiti all'analisi: Nulla
sappiamo, per esempio, della morte dei genitori di Lei, che, secondo una
tradizione, erano abbastanza anziani e la lasciarono presto orfana. Nulla sappiamo
dell'angoscia provata e occultata nel più discreto silenzio quando san
Giuseppe, "essendo uomo giusto, pensò di rimandarla a casa sua di nascosto".
Dovettero essere settimane di drammatica angustia per tutti e due e
quest'episodio, accennato appena con un rigo dal Vangelo, si presterebbe da solo
a mille considerazioni: incomprensioni di coniugi, difficoltà del matrimonio
in genere, e anche che la virtù di uno può diventare motivo di scandalo e di
sofferenza per l'altro. Ancora, nulla sappiamo della morte di san Giuseppe che
dovette lasciarla vedova, in quanto dal Vangelo sparisce silenziosamente e di
lui non si parla più. Neppure ci sono note le sue reazioni psicologiche alle
risposte di Gesù nel tempio, a Cana, quando andò a rilevarlo perché "era
uscito di senno", quando alla donna che glorificava sua madre rispose che
anzi sono beati quelli che ascoltano la parola di Dio, quando affermò:
"chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?".
Come
si vede, chi volesse analizzare il Vangelo con preoccupazioni psicologiche,
troverebbe una miniera di occasioni del genere e ne dedurrebbe che veramente
sappiamo molto poco dei dolori di Maria. Alcune di queste accennate sono soltanto
sfumature, d'accordo, ma è noto quanto peso abbiano certe sfumature su anime
particolarmente sensibili e delicate. Non ci sfugge certo il significato
teologico e salvifico di alcune risposte e atteggiamenti del Figlio, ma un
cuore materno non cessa per questo di esserne ferito. Lei preferiva non capire e
meditare in tante circostanze.
Ancora,
si è soliti segnalare come primo dei dolori la profezia di Simeone, e
certamente la parola del vecchio fu una rivelazione che la fece trasalire;
tuttavia Ella aveva già precedenti esperienze del dolore. È stato fin troppo
facile, parlando di Lei, rappresentarla in una vita estatica, tutta raccolta
nella preghiera e nella contemplazione del suo Dio, tutta soavità e dolcezza,
senza scosse, senza alterazioni, senza tragedie quotidiane. Sarebbe bello, ma
non è così. Nessuno mette in dubbio la sua pace interiore, il gaudio supremo
di poter convivere col suo Dio, che poi era anche suo Figlio, e da ciò
l'immersione quasi abituale in una beatitudine di spirito che nessuna creatura
al mondo ha mai provato. In quel "breve e amplissimo carme" del
Magnificat vi è solo uno sprazzo della profonda gioia gustata da Maria e ben
messa in luce dal santo Padre Paolo VI (Gaudete in Dominio del 9 maggio 1975).
Noi stessi abbiamo avuto la fortuna di conoscere uomini che vivevano intensamente
di preghiera ed essi ci hanno sempre sorpreso per la loro calma celestiale,
per il sorriso che li illuminava dall'interno, per una dolcezza di tratto che ce
li faceva sembrare essere ultraterreni e la loro compagnia ci era di conforto
a vivere. Tali qualità debbono aver raggiunto in Maria il grado supremo, perché
in Lei la contemplazione era un esercizio abituale, un fatto spontaneo. A Lei
bastava guardare suo Figlio per nutrirsi di Cielo.
Tuttavia
non commettiamo l'errore di supporre in Lei un'estraneità al mondo, quasi
fosse incorporea e non umana. Il dramma quotidiano e la tragedia della croce
Lei li ha vissuti più di qualunque altro santo e più di qualunque altra madre.
E se in Francesco d'Assisi, per esempio, la sola meditazione affettuosa di Gesù
Crocifisso causò tanto dolore e tanta viva impressione da aprirgli le stesse
ferite e trasformarlo nell'immagine del Cristo vivente, quale non sarà stata
in Lei, madre e vergine, la partecipazione emotiva ai dolori di Cristo?
Jacopone aveva un bel chiedersi quale strazio Ella avesse sofferto; la realtà
è che non si esagera quando si dice che i dolori di Maria superano ogni
comprensione umana e il paragone biblico di un dolore immenso come il mare è
forse il più vicino alla realtà. Di Cristo il profeta dice che il Signore
volle frantumarlo nella sofferenza: conterere Maria, a parte il
martirio fisico, lo ha certamente imitato nell'anima.
Adesso
chiediamoci ancora: che motivo c'è per dover festeggiare i dolori di una così
grande Madre? Lo scandalo della sofferenza innocente, di cui rigurgitano i
discorsi e i libri degli uomini, difficilmente si sofferma davanti
all'immagine dell'Addolorata. Si accusa magari Dio d'ingiustizia, di crudeltà,
oppure si nega la sua esistenza, in nome di una compassione sia pure in
qualche modo giustificata, ma non si va oltre, non si riflette alla condizione
in cui è venuta a trovarsi la Regina dei Martiri e il martire stesso sul
Golgota. Si pensi alle parole di san Paolo: "di colui che era senza peccato
Dio fece il peccato stesso e lo colpì senza misericordia". E Maria, la
Madre, era lì ad assistere impotente a tanto strazio. "Che male ha
fatto?", aveva chiesto Pilato. È la domanda di ciascuno quando viene
stretto nella morsa del dolore: che male ho fatto? "Questo almeno era
innocente" dice Alberto Camus indicando un ragazzo che muore
all'ospedale, può darsi, era innocente. Ma Gesù, la Madonna non erano
anch'essi innocenti? E noi, invece?
L'Immacolata,
solidale con l'intera umanità, andò coraggiosamente incontro al dolore. Io non
leggo che piangesse, dice sant'Ambrogio, leggo che era lì ritta, in piedi. È
una posizione di dolore e di coraggio in tutta la tragedia del Calvario. Si
direbbe la statua del Dolore.
Le
pagine del Dolore occupano la maggior parte del libro della nostra vita. Da
quando esiste l'uomo esiste anche la sofferenza e ne esiste il problema
angoscioso. Perché si soffre? Conosciamo le risposte della filosofia, della
letteratura, dell'arte e non ci soddisfano. Inutile citare grandi pensatori
e grandi poeti dell'umanità, anzi le loro parole ci sembrano paurosamente vuote
quando il dolore incalza e colpisce duramente. Certe parole di conforto
sussurrate al nostro orecchio suonano talvolta offensive, come quelle degli
amici di Giobbe, e preferiamo chiuderci nella solitudine muta, nell'angoscia
silenziosa e tetra. Che cosa può dire un filosofo o un letterato a un uomo nel
fiore degli anni immobilizzato per sempre su una sedia a rotelle? a una
donna che ha pianto una sua creatura la cui malattia misteriosa resiste a tutte
le potenze della scienza? che risposta può dare questa società che ha
inventato forni crematori, foibe, campi di sterminio, devastazioni,
discriminazioni d'ogni genere a chi le chiede il perché di tanto soffrire?
Cinismo scientifico, scetticismo beffardo, - egoismo internazionale, questa la
risposta. Il mondo passa indifferente, per lo più, accanto a chi soffre e il
gesto disperato d'un suicida non fa neanche notizia. Semmai fa statistica, che
è il colmo dell'indifferenza e l'ironia della crudeltà. Di uno di questi
suicidi è stato pubblicato postumo il libro (Fede e critica), ma è naturale,
è fin troppo naturale che nemmeno lui riesca a spiegare il tremendo mistero,
ha avuto ragione il Concilio Vaticano II ad affermare con profonda umiltà:
"Il Cristo non ha abolito la sofferenza; e non ha voluto neppure
interamente spiegarcene il mistero: l'ha presa su di sé e ciò è sufficiente
perché ne comprendiamo il prezzo".
Comprenderne
il prezzo, ecco il segreto. Le folle che acclamano all'Addolorata forse non se
ne rendono neppure conto, ma il loro istinto, il senso della fede che esse
posseggono, dice a loro che quei dolori, come quelli di Cristo, sono la causa
della loro autentica gioia. La festa del dolore sta in questa comprensione di
fede. Non è la riparazione, almeno non è in prima linea, in questa tragedia
cosmica dei dolori di Gesù, della Vergine e anche dei nostri dolori. Dio poteva
anche perdonare il peccato senza l'Incarnazione o almeno senza la croce, se
non l'ha fatto è stato per un motivo assai più profondo, è stato il voler
prendere in tutto e per tutto la nostra condizione umana, mettersi a capo di una
umanità che nel doloroso pellegrinaggio dell'esodo, tribola nel cammino verso
la Patria. Noi nasciamo nel pianto, cresciamo nella sofferenza, viviamo
nelle amarezze, ci nutriamo nel disinganno, invecchiamo nella delusione, moriamo
nel dolore. per quanto si voglia dare un senso alla vita e per quanto vogliamo
stordirci in ogni sorta di evasioni, il dolore è sempre in agguato a
infleggerci le sue terribili sorprese: una malattia, un tradimento, una
disgrazia, una morte improvvisa possono sempre colpirci. Tutto ciò non ha
senso e la vita sarebbe davvero il racconto di un folle se non ci fosse una
prospettiva eterna. Il mistero pasquale, la morte e la risurrezione di Cristo,
spiega il mistero stesso della vita e del dolore. Al centro della nostra
religione c'è il crocifisso che rappresenta il peccato inchiodato alla croce;
dietro di Lui lo sfolgorio d'un sepolcro vuoto: questa è la realtà di tutta
la storia umana. San Paolo ha parlato del gemito di ogni creatura, della
sofferenza cosmica, solidale alla caduta e al dolore dell'uomo. Anche del
cosmo si può dire che è innocente; ma, coinvolto com'è al nostro destino,
partecipa delle sofferenze di Cristo e dell'uomo, con le proprie convulsioni
apocalittiche, coi propri disastri, in attesa della rivelazione dei figli di
Dio. L'Immacolata ha partecipato alla Passione; come a loro modo vi
partecipano i santi e vi partecipiamo anche noi, per essere tutta in Cristo il
Quale a sua volta è tutto in tutti. Il valore escatologico della sofferenza è
dunque alla base della festa dei dolori, come è alla base della vita
cristiana, proiettata verso la gioia gloriosa senza fine. Le lacrime della
Madonna e La Salette, a Siracusa e altrove sono un segno: il dolore è come il
peccato, orribile, insopportabile, diciamo ingiusto e crudele. Per sconfiggere
il dolore bisogna sconfiggere prima il peccato. Nel peccato infatti è la
tristezza (tristezza atroce, diceva un poeta), nella grazia la gioia. La Vergine
dolente nella livida luce del Calvario è immagine dell'umanità che soffre
col cuore pieno di speranza, perché oltre la morte del peccato c'è la gloria
della Risurrezione. È in questa luce, tragica dapprima, gloriosa poi, che
acquista un senso pregnante e un valore universale la legge dell'amore. Il
filosofo pessimista che consigliava il suicidio universale rendeva un pessimo
servizio all'intelligenza e al cuore dell'uomo. È tutto il contrario che
dobbiamo fare, stringerci in una potente catena d'amore. Amarsi fraternamente,
perché coinvolti tutti nello stesso destino, non è appena un comando del
Signore, è una necessità sociale, un'urgenza di vita, l'unico possibile
superamento dell'angoscia esistenziale. Il disagio di vivere, con la reciproca
fratellanza nel Cristo e nella Vergine dolente, trova non la spiegazione
soltanto, ma la soluzione definitiva, per l'uomo e per la sua storia, in questo
comandamento dell'amore che, alla base della vita sociale crisitana, supera le
barriere del tempo (in Cielo sarà la carità ad esistere sempre, finiranno
invece la fede e la speranza), infrange o addolcisce le catene del dolore, apre
un varco certissimo, definitivo alla gloria.
La
morte è l'ultima sconfitta dell'uomo. Fra le tante che deve subirne durante i
suoi giorni, dalle quali può sempre più o meno riaversi, questa è definitiva
e irreparabile. Un orientamento attuale fra gli studiosi tende a guardare in
faccia a questa realtà con ironico ottimismo, diversamente da qualche decennio
addietro, e si direbbe che oggi la morte ha buona stampa e con gli studi, o
almeno coi tentativi, che si vanno facendo in vari campi, si è affievolito in
gran parte il terrore ch'essa incuteva nel passato. Esistono circoli di
tanatologi e si pubblicano libri curiosi per dimostrare in fondo quello che un
poeta aveva già detto: non è ver che sia la morte il peggior di tutti i mali.
Non credo però che sia un guadagno. Per il cristiano la morte non è
cambiata, non è soggetta alla moda. Una teologia della morte, intesa in
profondità, può darci di quest'ultimo avvenimento un'interpretazione meno
tragica e quasi di vittoriosa liberazione, nella volontaria offerta di sé al
padre, come fece Gesù. È in questa luce che per lo più l'hanno intesa i
santi. Francesco d'Assisi, stando al racconto di Tommaso da Celano, alla morte
andò incontro addirittura cantando.
Dalla
Bibbia risulta senza possibilità di equivoco che la morte è il prezzo del
peccato e, per quanto la si voglia guardare nell'ottica della fede e
dell'espiazione volontaria, essa non perde mai del tutto il suo aspetto tragico
e doloroso. Relegato nei confini della sua natura dopo il peccato, e
nonostante la "deiformità" riottenuta dalla redenzione, l'uomo deve
ricordarsi che è soltanto uomo e pagare il suo tributo alla polvere da cui fu
tratto. Basti considerare quella di Gesù per rendersi conto che la morte non
può essere guardata con ironia. L'Immacolata non avrebbe dovuto morire, e ciò
non perché il suo corpo fosse per natura immortale,. simile com'era al
nostro; ma data la sua stessa immacolatezza e l'assunzione al Cielo, correlate
l'una all'altra, sembrava più logico che non morisse affatto. Non doveva essere
ghermito come preda dalla morte quel corpo che aveva dato la vita alla Vita,
ma avendo proprio l'autore della vita sconfitto la morte con la propria morte,
per somiglianza con Lui, e anche con poi, fu più conveniente che Maria, con
la più serena pace, passasse da questa all'altra vita, con una morte che possiamo
definire invidiabile. Noi non possiamo avere un'idea precisa dell’altra vita,
perché non ne abbiamo esperienza, la immaginiamo assolutamente nuova e
completamente diversa dalla presente; e fuori dubbio lo è. Tuttavia santa
Teresa, apparsa a una sua carmelitana, disse che non c'è nessuna differenza tra
i beati del Cielo e i cristiani della terra: "Non amiamo Dio godendo, voi
lo amate soffrendo". Vita la presente, vita l'altra, con l'unica
differenza, per noi notevole, del dolore e della felicità. Resta il fatto che
la vita comincia qui e non si arresta più. In questo senso è vero lo slogan
che spesso si ripete: il futuro è già incominciato. Dal giorno che nasciamo
noi siamo già incamminati verso quel traguardo glorioso, come gli ebrei
dall'Egitto (esilio) alla terra promessa (patria). Il cosiddetto altro mondo
dunque esiste già e in certo senso è l'unico vero perché definitivo, dove
tutti in un modo o nell'altro dobbiamo approdare. Se dunque diciamo che la morte
è l'unica sconfitta dell'uomo, lo diciamo nel senso che essa da una parte
mortifica il suo orgoglio di dominatore, in quanto non potrà mai evitarla,
nonostante il suo stupefacente progresso in ogni campo, e dall'altra perché a
un occhio impietoso. Spezza tutto: affetti, attività, possesso, tutto.
L'immortalità dall'uomo sempre agognata non è però una chimera, anche se
non è un fatto biologico. Non basteranno tutte le ricchezze del mondo e le
geniali abilità dell'uomo per conquistarla, e però esse sono anche
insufficienti e impotenti per distruggere la vera immortalità. È in questo
senso, e solo in questo senso materialistico, che la morte diventa una sconfitta
clamorosa.
Per
la fede invece essa è una liberazione, anzi la liberazione definitiva. Forse la
teologia della liberazione dovrebbe approfondire un poco quest'altro aspetto
della realtà umana. Sant'Agostino diceva che nel settimo giorno saremo noi
stessi, acquisteremo cioé non solo piena coscienza del nostro essere immortale,
ma saremo proprio quella personalità definitiva che abbiamo cercato di
essere. È questo un altro motivo per cui l'Immacolata avrebbe dovuto sfuggire
alla morte, avendo Lei raggiunta la pienezza della sua personalità fin dalla
vita presente. Pensate: fra tutti i grandi, fra tutti gli uomini del mondo,
sempre in tutto o in parte delusi per quello che a stento sono riusciti a
realizzare e quello che invece avrebbero voluto, solo Gesù può affermare con
convinzione assoluta: "Tutto è compiuto". Non lo dice nemmeno con
aria soddisfatta o di trionfo; fa una costatazione, proprio nel momento in cui
tutto pareva crollato. Aveva svolto la missione affidatagli dal Padre con una
fedeltà e perfezione da nessuno mai raggiunta. L'Immacolata non ha mai fatto
una simile affermazione e forse nella sua umiltà non l'ha mai neppure
pensata; è certo tuttavia, che, al di là di qualunque altra donna, al di là
di qualunque essere umano, avrebbe potuto ripetere anche Lei: tutto è
compiuto. Non era stata l'umile ancella del Signore sempre? Non aveva portato
a termine la missione unica di dare al mondo e custodire fino all'ultimo il
Figlio di Dio? Esiste al mondo missione più alta di questa o persona più
degna di Lei per compierla? Per Lei dunque, e per Gesù, la morte era una
vittoria, una conferma di aver raggiunto pienamente lo scopo della propria
esistenza e l'affermazione autentica della propria personalità: vivere e
morire, per Dio e per gli uomini, con la più generosa oblazione di sé.
Noi
al contrario siamo spesso condannati al fallimento. Di tutte le proposte che la
vita ci presenta e di tutte le missioni che la Provvidenza ci affida ben poche
ne portiamo a compimento e queste poche neanche in maniera perfetta. Altre non
le intravediamo nemmeno, ce le lasciamo sfuggire come non ci riguardassero e
intanto cresce il nostro disagio di creature insoddisfabili. Il cosiddetto
taedium vitae, la pena di vivere, sta per lo più in questo, nel sentirsi
inutili, vuoti, irrealizzati, e la malinconia è il segno della nostra
incompletezza. La personalità ne viene così diminuita, mortificata, e
molti si scagliano contro il destino, contro il prossimo o, peggio, contro Dio
stesso mentre la manchevolezza è dentro di loro. È vero che talvolta ciò
avviene in una forma di passività quasi fatalistica o perché non conosciamo
bene noi stessi o perché non sappiamo leggere i segni dei tempi o, più spesso,
per pigrizia, per non saper guardarci dentro e interrogarci per quale motivo
preciso ci troviamo al nostro posto di lavoro e nell'ambiente in cui viviamo.
Comunque sia, la querimonia comune è quella di non sentirsi mai perfettamente
"realizzati" per colpa di qualcuno o di qualche circostanza; al
contrario poi si dà il caso che chi più è soddisfatto di sé è colui che ha
reso scontente o infelici altre creature. Alla morte, al momento della verità,
cade ogni maschera e, soli di fronte all'Eterno, si scopre la nostra autentica
personalità. È dunque in questo senso che la morte è una liberazione: essa
ci libera dai condizionamenti del nostro egoismo e dalle difficoltà
ambientali e allora siamo veramente noi stessi.
C'è
poi un altro aspetto, assai più fecondo, della morte: l'oblazione di sé al
Padre, evidente anch'essa in modo stupendo in Gesù e nella Vergine Maria.
Sulla croce l'ultima parola di Lui è: "Padre, nelle tue mani consegno
l'anima mia". Delle sette da Lui pronunziate sulla croce, questa è forse
la parola più straordinaria e commovente: Difficile stabilire una graduatoria
di profondità tra esse; sono tutte di una grandezza che supera ogni immaginazione
e reclamano approfondimenti meditativi. Ma quest'Uomo che poco prima aveva
esclamato: "mio Dio, perché mi hai abbandonato?", e sembrava questo
il grido dell'estrema delusione, adesso che consegna volontariamente, con perfetta
padronanza di sé, la propria anima al Padre, ci dà le vertigini e ci strappa
le lacrime. L'Immacolata, anch'essa disponibile a Dio in maniera totale, si è
offerta a Lui con generosità incondizionata, sempre. Chi potrà dunque
immaginare in quale celeste beatitudine e con quale effusione amorosa si è
affidata al Padre nell'ultimo momento? Essa è dunque il più valido modello
della nostra morte. Il cristiano sa che quello è il suo ultimo incontro. Nelle
strettoie dell'esistenza umana, dove è tanto difficile il contatto con Dio, sia
perché siamo creature fragili e distratte, sia perché Egli sembra velarsi
e quasi sfuggire alla nostra ricerca, il desiderio di raggiungerlo diventa
irresistibile angoscia: cupio dissolvi. Al momento della morte, cadute le
barriere di un mondo opaco, le perplessità di una vita provvisoria, ci gettiamo
nelle braccia del Padre con l'anima perdutamente tesa in Lui e non correremo
più nessun rischio di perderlo.
È
questa la vera liberazione cui anela ogni anima cristiana. S. Francesco di Sales
nel suo Teotimo parla di un cavaliere morto d'amore in Terra santa e sostiene
che anche quella di Maria fu una morte d'amore. Possiamo fargli credito, perché
nessun altro motivo più valido e più nobile si può pensare per Lei: un volo
d'Amore, il più alto possibile a una creatura, e subito il traguardo felice.
(L'altra liberazione, quella di finir di soffrire, purtroppo comune nei
discorsi umani, non dimostra eccessivo cristianesimo, anche se possiamo compatire
la nostra viltà).
Infine
la solidarietà della morte dovrebbe suggerirci pensieri fraterni. Si racconta
che Lèon Bloy, richiesto quali sentimenti provasse all'avvicinarsi dell'ora
estrema, rispose: una straordinaria curiosità. Non discuto il tumultuoso
scrittore francese e mi pare che un poco gli uomini del nostro tempo, perduto
il terrore della morte, si lascino vincere appunto dalla curiosità. Scienza,
fantascienza e parapsicologia, più ancora varie sorti di magie, tendono a far
conoscere in anticipo il futuro, l'aldilà, l'invisibile. Molti si lasciano
talmente intrappolare dal morboso desiderio di sapere e sperimentare il futuro
da sciupare tempo, denaro, talvolta fin la salute mentale in ricerche del genere.
Non ignoriamo la fortuna di certi libri in circolazione né osiamo condannare
del tutto certe curiosità. Però, moltiplicandole anche all'infinito, queste
ricerche nulla possono aggiungere alla certezza: dobbiamo morire, tutti. Come
c'è una solidarietà nel peccato e nel dolore, così ce n'è una, forse più
universale e profonda, nella morte. Possiamo peccare e soffrire in tante
maniere diverse e disuguali gli uni dagli altri, ma la morte è inesorabile, e
sola, per tutti. Di fronte a questa solidarietà così inequivocabile con la
curiosità per il mio destino si fa strada in me un sentimento di fratellanza.
Siamo tutti diretti alla stessa meta. Quale che sia la nostra particolare
occupazione o il ruolo che svolgiamo nella società, quali che siano le opere
da noi compiute, d'ingegno o manuali, opere d'arte o di beneficenza, buoni o
cattivi che siamo stati, alla fine dobbiamo rispondere all'appello senz'altra
convocazione. Tutte le nostre opere spariranno, spariranno tutte le opere
degli uomini; noi invece non finiremo mai. Questa è davvero la più grande
solidarietà che ci coinvolge. Si suol ripetere che il pensiero della morte è
antisociale: ci scoraggerebbe dal lavoro, ci cullerebbe in un'inerzia
contemplativa dannosa per la società, ci renderebbe misantropi. È vero proprio
tutto il contrario. Il pensiero escatologico della morte e di tutto ciò che
deve seguirla è sommamente costruttivo, edificante nel senso autentico di
questa parola. Proprio con questo pensiero si diventa più buoni, si lavora
meglio e non ci si scoraggia nelle prove e nelle avversità. "Si vive una
volta sola" esclamava spesso il Beato Kolbe e appunto per questo,
nonostante le gravi malattie che ne minavano il corpo, trovò tempo di lavorare
con entusiasmo ammirevole, di "camminare per l'Immacolata"
attraverso il mondo, infine di morire con atto di eroica carità. Molti santi,
anzi, avevano fatto il voto di non perdere tempo proprio perché ne conoscevano
tutto il valore, occupandolo con slancio amoroso in una tensione d'amore.
Il
pensiero della morte può essere cupo per quelli che non hanno speranza. Certo
è triste arrivare alla fine d'un viaggio e non essere attesi da nessuno.
All'arrivo si prova quasi un senso d'invidia nel vedere la gioia di altri
viaggiatori cui si fa incontro una piccola folla festosa, mentre la nostra
solitaria stanchezza non è confortata da nessuno. Nel viaggio della vita non
è così. Dopo i travagli e le opere e i giorni consumati nell'amore, c'è
sempre Qualcuno ad attenderci. Anche se può intimorirci la previsione
dell'agonia, la tetraggine di un'immobilità pesante per noi e i nostri cari, la
crudezza dello strappo da tutto ciò che abbiamo amato e che costituiva lo scopo
del nostro vivere, è ancora la tremenda morte di Gesù e quella gaudiosa di
Maria a confortarci all'estremo passo. Non abbiamo ripetuto ogni giorno: prega
per noi adesso e nell'ora della nostra morte? Andiamo con gioia incontro ai
nostri veri Amici, sicuri del loro abbraccio affettuoso. La migliore
disposizione per l'incontro è l'offerta di noi stessi per sempre; il segreto
più prezioso è in questo bel sospiro: "Signore, voglio morire quando
"vuoi Tu, come vuoi Tu, dove vuoi Tu".
All'inizio
del tempo troviamo la donna come essere necessario. Dio, che mira compiaciuto
tutte le cose create e vede che sono molto buone, non trova buona la solitudine
di Adamo. La femminilità faceva già parte del creato, come metà del cosmo;
l'uomo invece era ancora solo. La Bibbia ha voluto indicare, nel racconto così
semplice ed emblematico, una verità fondamentale: questa, che la completezza
si raggiunge con l'integrazione dei due sessi. L'esplosione di gioia di Adamo,
nello scoprire al suo fianco la donna, è forse la prima e più alta poesia
rivolta al sesso gentile: ecco l'osso delle mie ossa, la carne della mia carne.
Si sarebbero amati e avrebbero perpetuato la vita.
Non
deve sfuggirci la densità di significato di tanti particolari, perché
riguardano l'umanità intera e il destino stesso dell'uomo: la donna per
l'uomo, l'uomo per la donna, tutte e due per Dio e il cosmo a loro disposizione.
Possedete la terra: è un dono e una consegna. Immediatamente dopo la caduta
vengono promessi un'altra donna e un altro uomo: l'Immacolata, il cui Figlio
avrà ragione del tentatore. In pratica si apre un ciclo storico, il ciclo della
vita, con la creazione fisica della femminilità e viene indicato al centro
della storia, nella pienezza dei tempi, un'altra creazione, spirituale
questa, attraverso Maria. Maria apre e chiude il primo ciclo, apre e chiuderà
il secondo. Prima di Lei gli uomini erano in attesa della redenzione, dopo di
Lei saranno in attesa della glorificazione, che chiuderà tutta la storia umana.
Nel
più misterioso e sfolgorante libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse, al
capitolo dodici, cioé quasi al centro del volume, c'è la visione della Donna
col Bambino insidiata dal dragone infernale, vestita di sole, con la luna
sotto i piedi e coronata di dodici stelle. Non è un caso che la raffigurazione
più frequente dell'Immacolata, prima e dopo del Murillo, si ispiri a questa
visione. Essa è la Donna eterna, la Donna ideale, proiettata nei fulgori della
divinità, addirittura fuori della storia. È la Vergine che conclude l'ultimo
ciclo. È noto che gli esegeti vedono in quella Donna la Chiesa. Certo
l'evangelista teologo, che aveva iniziato il Vangelo con quell'incipit
meraviglioso: in principio era il Verbo, guardava all'eternità dalle strettoie
d'un carcere, dal domicilio coatto di Patmos, dove le acute sofferenze della
Chiesa non potevano che rapirlo in visioni di salvezza universale, in cui il
Male poteva combattere con tutti i furori della sua rabbia, ma il Bene era
sempre destinato a trionfare. Acutamente J. Guitton osservò che l'evangelista
scriveva, con quell'oscuro e lampeggiante volumetto, una sintesi di teologia
della storia e per noi cristiani, come per quelli del primo secolo, è
consolante la visione materna che conclude l'esistenza terrena.
La
Donna dunque non è più soltanto l'Immacolata, è anche la Chiesa, successa
alla Sinagoga, al vecchio popolo di Dio cui il Signore rivolgeva il tenero
appellativo di sposa. "Ti sposerò nella fede... Come un giovane sposa
una vergine, il tuo artefice ti sposerà ecc...". Se Eva fu madre dei
viventi in senso biologico e Maria Madre dei redenti in senso mistico, la
Chiesa è l'umanità stessa. L'Incarnazione, punto focale della storia,
l'autentico sposalizio della divinità con l'umanità; nella sua natura umana il
Verbo ha congiunto a sé l'uomo, l'umanità tutta intera. La Chiesa è perciò
l'altra metà di Cristo e forma con Lui il Cristo totale, come si esprimeva
sant'Agostino: Lui il capo, noi le membra. Nel disegno di Dio l'Immacolata è il
mezzo umano di cui Egli ha voluto servirsi per congiungersi all'uomo, e
perciò Madre di Cristo, madre della Chiesa. Realizzare questo piano è stato
il capolavoro amoroso di Dio, specie se si consideri con quanta sofferta
partecipazione Egli ha voluto farlo.
Quando
a chiusura del Concilio Vaticano II "il santo Padre Paolo VI proclamò la
Madonna madre della Chiesa, l'applauso scrosciante dei padri fu accolto con
qualche freddezza in un certo settore. Eppure non era una novità che veniva
proposta, era tutta una lunga tradizione che veniva riconosciuta. A parte la
voce dei secoli, che si potrebbe ampiamente citare, c'è l'osservazione fondamentale
dei vari santi e ripresa da san Luigi di Monfort, il quale insistentemente
ripeteva che se la più grande Grazia in persona, cioé Gesù Cristo, è stata
data al mondo per mezzo di Maria, è ovvio che nessun'altra grazia, sempre
inferiore a suo Figlio, può essere data agli uomini se non per mezzo di Lei. La
Chiesa è una grazia per l'umanità, è il grande sacramento di salvezza,
destinata a essere lei stessa l'umanità: Maria, madre del Capo, è anche madre
di tutte le membra.
Dalla
vocazione di Abramo in poi, quando Dio chiama un'anima o un popolo, chiama per
un'immensa fecondità, per un beneficio universale. Più si presta fede e si
è coerenti a quella chiamata, più si moltiplicano i benefici per l'intera
famiglia umana. Spesso sembra che Dio ci deluda, come si può vedere in Abramo,
ma non e così. Certo nella vita privata e in quella pubblica ci sono avvenimenti
assurdi, a volte irrazionali, inesplicabili e si direbbe che il puro caso e non
la Provvidenza guidi le anime e il mondo. Ciò è dovuto in gran parte anche
all'estremo rispetto che il Signore ha per la nostra libertà e occorre non
dimenticare che le cosiddette cause seconde giocano un ruolo importante in
tutta la storia. Tuttavia se la fede fosse l'alimento quotidiano dell'uomo e
il respiro stesso della sua vita, la nostra vicenda terrena avrebbe tutt'altro
indirizzo. È sempre vero però che Dio scrive diritto su righe storte. Capire
non è facile, spesso non è neanche necessario: necessario è amare e fidarsi
di Lui. Abramo contra spem in spem credidit, credette contro ogni
speranza umana: in ciò la sua grandezza e il suo vantaggio. Dalla sua
discendenza nacque Gesù.
Maria
è nella stessa linea di Abramo, con una fede anche superiore alla sua. Già
nell'Annunciazione spicca la sua fede umile e totale, ma è sul Calvario
ch'essa raggiunge il vertice supremo. Pensate: gli apostoli tutti fuggitivi e
delusi, uno aveva tradito, l'altro, il capo aveva rinnegato; dei dodici, uno
solo Giovanni, ha il coraggio di essere presente (e merita di vedersi affidata
Maria come Madre), ma forse anche lui con sentimenti di delusione oltre che di
pietà. Solo Maria; quasi sempre assente dagli effimeri trionfi del Figlio, è lì,
ritta. Non credo che sia una licenza poetica, ha scritto J.M. Peman, se dico che
nella Vergine era concentrata in quei momenti tutta la fede dell'universo.
Tutta la fede, certo, ma anche tutto il dolore. Il sole si è oscurato, la
terra ha tremato, il velo del tempio si è squarciato da cima a fondo, la
natura, la storia, la religione stessa hanno sofferto e vacillato per la morte
di Cristo. Maria ha sofferto, non ha vacillato. Ed è per questa fede e per
questo dolore ch'Ella diventa un'altra volta madre; non più fisicamente, ma
moralmente. "Donna, ecco tuo figlio". C'era tra le donne al Calvario
anche la madre di Giovanni e non pare che si sia offesa per la parola di Gesù;
forse oscuramente sentiva che quel figlio che era suo rappresentava in quel momento
l'uomo innumerabile, l'uomo-umanità che riceveva una madre, incomparabile. Si
potrebbe notare che, in fondo, non era neanche strettamente necessario che Gesù
affidasse in modo esplicito l'umanità a Maria e Maria agli uomini, in quanto
era sufficiente che Lei lo avesse partorito: Eppure Egli volle confermarlo in
quell'ora suprema di distacco, perché non sussistesse nessun dubbio al riguardo.
Né
va taciuto il parallelismo tra Eva e Maria anche in questo tragico episodio: al
primo Adamo era stato aperto il petto per la formazione della donna, al secondo
viene ferito il costato per la nascita della Chiesa; ai piedi dell'albero la
prima donna staccò il frutto della perdizione, ai piedi della croce la Vergine
offre il frutto del proprio seno per la salvazione del mondo. L'Immacolata,
dunque, madre della Chiesa è un atto esplicito della volontà di Cristo, un
atto testamentario del Redentore.
Gli
uomini hanno preso veramente coscienza di quest'ultima volontà di Cristo? Gli
apostoli se ne resero conto molto presto. La Chiesa nascente è infatti
nell'ombra materna di Maria, sia nella Pentecoste, sia nei giorni aurei delle
prime salvifiche conquiste del Vangelo, nel travaglio delle prime
persecuzioni. Il discepolo la prese in casa sua e la vita di Maria, dopo il
Calvario e la Pentecoste, si svolse nel silenzio adorante come sempre, ma anche
con una presenza continua e discreta. Il primo papa, san Pietro, scriverà ai
fedeli da Babilonia (cioé da Roma) esortandoli a essere coraggiosi e costanti
perché essi sono stirpe eletta, sacerdozio regale, gente santa. La prima a
manifestarsi regina era stata Maria, sul Calvario, col perfetto dominio di sé
e del dolore; la prima a esercitare una funzione sacerdotale era stata ancora
Lei, offrendo al Padre la Vittima che Le apparteneva; la prima a esercitare
un ufficio profetico, in tutta la vita, era stata ancora Lei, sempre Lei, con
la trasparenza di Dio di cui era colma. La Chiesa non avrebbe potuto trovare una
madre e un modello più perfetto in tutto il corso della sua lunga storia. C'è
di più: questo triplice ministero Ella esercita ancora dal Cielo, con la stessa
umile discrezione silenziosa, con uguale sollecitudine materna, reiterando
commossi e ardenti richiami ai fedeli del mondo intero. Costellazioni di
santuari, inviti alla penitenza e alla preghiera, lacrime commoventi e grazie
innumerevoli sono ancora per Lei esercizio profetico e sacerdotale presso il
popolo di Dio. Con lo Spirito Santo Ella è stata presente al Concilio e
assiste ancora con dolce protezione i successori di suo Figlio, ispira e
sollecita la conversione nella Chiesa.
Ma
gli uomini non sembrano voler decidersi ad ascoltarla. Le polemiche violente
contro la Chiesa in questi ultimi anni dimostrano, oltre tutto, due cose:
prima, che non si è capito ancora da molte parti che cos'è veramente la
Chiesa; seconda, che l'evangelizzazione non ha mai avuto e mai avrà un
cammino facile. Forse, in parte almeno, ciò è dovuto anche all'affievolimento
della devozione mariana. "Non si può parlare di Chiesa se non vi è
presente Maria, la madre del Signore" diceva un antico, san Cromazio,
vescovo di Aquileia; "senza la mariologia il cristianesimo minaccia di
disumanizzarsi" ammonisce un moderno, Urs von Balthasar. Certo è illusione
pretendere che il mondo accetti con entusiasmo la Chiesa istituzionale o
carismatica, perché la Chiesa è scomoda, dà fastidio, è la cattiva
coscienza del mondo. I laicisti lo sanno, quelli che fingono di non saperlo sono
figli che se ne staccano con rabbia. Ma forse è nella natura dell'uomo la
conflittualità e Dio, che non ama il quieto vivere dei suoi amici, si serve di
tutto per purificare le anime, per riformare continuamente la Chiesa stessa.
Tuttavia non è azzardato ritenere che anche all'uomo non cristiano giovi sempre
la presenza femminile dell'Immacolata nella Chiesa. La dolcezza della sua figura
può esercitare un benefico influsso sui cuori, può sempre produrre un senso
di fratellanza universale, e per quanto crudeli e perversi possano essere
talvolta gli uomini, il richiamo di una madre è sempre efficace per una
diffusione d'amore. È quasi più agevole, più umano credere e vivere, quando
l'ideale stesso della femminilità vibra al nostro fianco come un'arpa in
sottofondo, partecipa alle nostre ansie, sorregge il nostro pavido cuore.
Inutile far dell'ironia e appellarsi alla psicanalisi per questo, come ha
inteso fare qualche giornalista. Se è insopprimibile la donna nella vita e
nella storia, non si capisce perché si dovrebbe escluderla dalla vita
spirituale. Né è questione d'infantilismo psichico. Il B. Kolbe, che
abitualmente invocava l'Immacolata con l'affettuoso diminutivo di "mammina",
non era soggetto a sdolcinature sentimentalistiche e ha dimostrato, in tutte
le circostanze della vita e in quella suprema della morte, quanta virilità e
forza racchiudesse la sua anima candida e ardente. Del resto nessuno può
negare che è stato Dio stesso a volere Maria.
È
un immenso conforto per l'uomo sapere che alla fine della nostra povera storia,
cioé a conclusione di tutta la storia umana, questa Chiesa, l'umanità
intera, entrerà nella rivelazione della gloria a far parte della famiglia di
Dio, sposa eterna del Risorto. Per ora, finché gemiamo su questa terra e gemono
con noi tutte le creature, il nostro intento è amare, amare perdutamente
l'Immacolata e la Chiesa, consacrare a loro il nostro lavoro e le nostre pene,
nella sicurezza che tutte le miserie, tutto il nostro umano patire sfocerà in
quella gloria del giorno ottavo che non conosce tramonto.
Il
13 settembre 1959, a chiusura del congresso eucaristico nazionale, a Catania il
nostro episcopato consacrò l'Italia al Cuore Immacolato di Maria. Arrivata
in elicottero dal Portogallo, la statua della Madonna di Fatima aveva sostato
nelle principali città, richiamando innumerevoli fedeli e quel giorno a
Catania erano rappresentate le categorie di tutte le diocesi italiane; fu un
entusiasmo indescrivibile. Chi ricorda quelle manifestazioni e le confronta con
l'oggi non può che rimanere esterrefatto: come tutto è cambiato in
vent'anni. L'Italia non si riconosce più, tutto è sconvolto, tutto è stato
dimenticato, disordine e corruzione hanno preso il sopravvento nelle coscienze.
Ecco alcuni esempi: "Il diritto all'odio" (un libro scritto da giovani
per i giovani); "Io sono mia" (un film proiettato in Italia);
"Offrire, donare... basta con queste parole fasciste" (scritta sui
muri di una chiesa a Roma). Senza voler generalizzare, queste e altre simili
parole (e parolacce) che si possono cogliere sulla bocca di molta gente d'oggi e
leggere nelle pagine di giornali e di libri o ascoltare in televisione sono
indubbi sintomi di una decadenza, di un capovolgimento radicale. Che cosa è
successo? Che fine ha fatto quella consacrazione a Maria? Conserva ancora una
sua validità o conviene dimenticarla e abbandonarsi scoraggiati agl'impeti
della secolarizzazione, della dissacrazione e del laicismo ad oltranza?
Come
se ciò non bastasse, anche qualche teologo s'è scagliato con estrema
violenza contro il rosario, contro le superstizioni mariane e le "mariolatrie"
popolari e uno dei meno acidi afferma: "Da un punto di vista culturale e
religioso, l'espressione schiavo di Maria non ha alcuna possibilità
d'essere accettata dalla mentalità contemporanea" (Schillebeeckx). Non
ha alcuna possibilità di essere accettata! è un linguaggio perentorio, definitivo.
Non si affaccia nemmeno il sospetto di una possibilità contraria e di un'azione
di convincimento in certi strati cristiani. Senza accorgersene, uomini di
Chiesa hanno dunque favorito, forse incoraggiato, certamente approvato
atteggiamenti egoistici e ribelli di una certa società; non si vuole essere
più schiavi di nessuno.
Qui
il cristianesimo è frainteso; è fraintesa la dignità della persona e la
decantata promozione umana. È tempo di rivedere le nostre posizioni, è tempo
di precisare certi concetti e con urgenza. È proprio impossibile oggi parlare
di consacrazione all'Immacolata come la intendevano S. Luigi di Monfort e il
Beato Massimiliano Kolbe? No, non è impossibile; è invece possibilissimo,
purché si abbiano idee chiare e un cuore in petto. Cominciamo da capo: chi è
Gesù Cristo? È l'uomo-Dio, perfetto uomo, perfetto Dio, lo sappiamo. Come può
essere, nello stesso tempo uomo e Dio in una sola persona? La risposta della
teologia la conosciamo: in Lui la persona è divina, è la seconda persona
della Santissima Trinità. La sua umanità è perfetta nella natura corporea e
psicologica, ma il suo centro di responsabilità, il suo io è soltanto quello
divino. Quando Gesù agisce e parla, agisce e parla nel suo corpo umano, ma responsabile
di tutto è sempre l'io divino. Le sue azioni vengono perciò chiamate
teandriche (divino-umane). Ciò porta alla conclusione mirabile che l'io umano
di Gesù ha capitolato definitivamente di fronte all'io divino: egli non è
persona umana, è soltanto persona divina. È noto quanto le antiche e moderne
cristologie abbiano cercato d'indagare, quanto cerchino ancora di capire questo
mistero; ma non possono metterlo in dubbio, pena il rischio d'eresia e
l'incomprensione totale. Dio fatto uomo, persona divina: non chiediamo di più.
Intanto
questo uomo-Dio si presenta al mondo come il "servo sofferente", lo
schiavo dell'umanità, e ciò è ancora più sconvolgente. Lui stesso afferma
di essere venuto "per servire e non per essere servito", si abbassa
fino a lavare i piedi agli apostoli, li esorta a fare lo stesso, brucia
dall'ansia di raggiungere la "sua ora", e qual era la sua ora? quella
di morire in croce, cioé la morte degli schiavi. Un uomo perfetto come Lui,
l'uomoumanità, non solo rinunzia alla personalità umana per capitolare di
fronte a Dio, ma viene addirittura a sottomettersi e a morire come uno
schiavo. Questa è una resa senza condizioni, il più sbalorditivo mistero
d'amore.
In questa luce abbagliante, l'Immacolata, tutta posseduta da Dio, entra anch'essa con una disponibilità e un silenzio da vertigini. Maria non si appartiene, non vuole appartenersi, non vuol essere nulla per sé; è solo la "serva" del Signore, e in questo servizio durato tutta la vita è ogni sua grandezza, diventa anzi la più grande personalità di tutta la storia umana. Nessuno oserà contestare che il mondo non vedrà mai due persone così grandi come quelle di Gesù e di Maria.
Noi?
Noi siamo cristiani. Che significa essere cristiani? Non significa avere delle
opinioni filosofiche o essere seguaci di un'ideologia ma significa realizzare
nella propria vita il segno di Gesù. Ego ipse Jesus, sono lo stesso Gesù,
come esclamava un santo vescovo, come fin dal primo secolo aveva detto san
Paolo: non son più io che vivo, è Cristo che vive in me. Non si può essere e
chiamarsi cristiani se non a questa condizione, diventare Lui. Del resto Egli
stesso l'ha detto: chi mi vuol seguire, rinneghi se stesso. In questo
difficile rinnegamento è la perfezione del cristiano.
Né
ha consistenza l'obiezione della dignità della persona umana da valorizzare. Un
filosofo francese, J.P. Sartre, ha detto che quella di diventare Dio è la
massima aspirazione dell'uomo. Qualunque cosa possa desiderare l'uomo,
qualunque superba aspirazione possa accarezzare nel suo smisurato orgoglio, non
potrà averne mai nessuna più incommensurabile di questa: essere Dio. Ma
abbiamo visto che Gesù, per essere insieme uomo e Dio, ha, rinunziato a essere
persona umana. Noi non possiamo rinunciarvi, è ovvio; possiamo però potenziare
in noi gradatamente la presenza di Dio, diminuendo fino all'estremo il nostro
io. Il padre Ravignan, a chi gli chiedeva che cosa avesse fatto durante il
noviziato, rispondeva scherzosamente: eravamo in due dentro in me, ne ho gettato
uno dalla finestra. Nessuna ambizione potremmo mai avere più benefica ed
esaltante di questa: far regnare Dio dentro di noi.
D'altra
parte non si pensi che queste siano chimere mistiche, frutti di esaltazione
devozionale. Abbiamo detto che il battesimo è la nostra concezione
immacolata: Che cosa è infatti il battesimo se non questo, distruzione
dell'uomo vecchio e nascita dell'uomo nuovo? L'uomo nuovo è Cristo in noi, e ciò
non per finzione giuridica, ma per fede comune a ogni cristiano. Sappiamo che
il battesimo è il primo dei sacramenti e che imprime il carattere. Come
primo dei sacramenti, e come del resto ogni sacramento, esso ha un aspetto
negativo (morte del peccato) e uno positivo (vita alla Grazia): è un mistero
pasquale, l'inizio della nostra continua pasqua, l'ingresso ufficiale nella
Chiesa. Il carattere che esso imprime veniva chiamato s f raghìs, cioé
marchio, sigillo, segno di appartenenza a qualcuno, segno, se vogliamo dirlo
esplicitamente, di proprietà d'un altro, cioé di schiavitù. Col battesimo
noi siamo i felici schiavi di Cristo. È il minimo che possiamo fare in cambio a
un Dio che si è fatto schiavo dell'uomo. I cristiani non lo pensano, magari lo
ignorano; ma ciò non distrugge la realtà.
Arrivati
a questo punto, senza voler dilungarci di più, che senso ha la consacrazione
a Maria? Qui entra finalmente in causa la generosità personale, la virtù
teologica della carità, da cui scaturisce la retta devozione alla Madonna.
Come Gesù ha voluto tutta per sé la Madre sua, così nei limiti del possibile
Egli è stato tutto di Lei e per Lei. Gesù Cristo è un cuore, si è detto.
Ed Egli volle consegnarsi a Lei. L'Immacolata fu definita giustamente il
paradiso dell'Incarnazione. È sbalorditiva, addirittura incomprensibile l'idea
d'un Dio eterno che se ne viene a stare nove mesi racchiuso nel seno di una
Donna, che per trent'anni è diventato subditus, schiavo di Lei, a Lei soggetto
come il più ubbidiente dei figli. Renan, che non riusciva ad afferrare il
mistero, ritenne quei trent'anni "tempo perduto"! Qualche santo al
contrario ne ha dedotto che Dio ha amato e ama più l'Immacolata da sola
anziché tutti gli Angeli e i Santi insieme. Diciamo pure che in queste parole
c'è una punta di esagerazione: Maria è la nostra rappresentante é l'amore
di Dio per Lei non può essere esclusivista e monopolizzatore. È certo però
che Lei sola ha dimostrato, nell'immenso privilegio di farla sua madre, un
amore che attraverso di Lei ha riversato su noi. Se Gesù si è fatto
"servo" dell'umanità, ha cominciato da Maria. Non c'è dunque
nessuna esagerazione nella pietà popolare quando ripete con sant'Alfonso:
"son vostro schiavo, caro mio bene: oh fortunate, dolci catene". Il
primo a darci "cattivo esempio" in questo è stato Gesù.
Che
poi san Luigi di Montfort e il Beato Kolbe abbiano perfezionato la mistica,
quasi la tecnica, di questa schiavitù e la Madonna sia venuta a chiedere la
consacrazione al suo Cuore Immacolato, e che il Papa e i vescovi abbiano con un
atto solenne realizzato questa consacrazione, riconosciamo che essa non è una
novità, perché implicata nel battesimo e nella teologia.
Vorrei
tanto pregare i miei confratelli nel sacerdozio di guardarsi attorno. Si fa
presto a dire che l'uomo del nostro tempo non gradisce la schiavitù; a
parole, è vero. Ma nei fatti? Si è schiavi dell'opinione pubblica che
manipola la nostra personalità senza darlo a vedere, si è schiavi
dell'ideologia e del conformismo di partito in cui si milita acriticamente, si
è schiavi del consumismo e della mentalità corrente fino al punto che i
pensatori laici o addirittura atei si vedono costretti a gettare un grido
d'allarme e richiamare l'uomo a essere e non avere (E. Fromm), si è schiavi
del denaro e si cerca di guadagnarne il più possibile, spesso anche con mezzi
illeciti, si è schiavi del sesso, del fumo, della droga, del divertimento fino
alla nausea, si è schiavi della violenza pubblica e privata cui ci rassegniamo
impotenti, si è schiavi soprattutto del proprio egoismo fino ad assistere con
indifferenza alle sventure e alle calamità del prossimo. Di quante cose non si
è schiavi? Eppure lo ignoriamo o fingiamo di ignorarlo. Si è schiavi per
forza, per abulìa, per denaro o per amore. Non è più bello essere schiavi per
amore?
Una
consacrazione a Maria nell'attuale società che cosa comporterebbe?
Nient'altro che un'elevazione morale, spirituale, direi anche culturale
dell'uomo. Chi si consacra non si dimette dalla propria dignità, la
responsabilizza. Un'anima consacrata non fa che rinnovare le promesse battesimali,
tenervi fede con impegno più sincero, sforzarsi di diventare Gesù nelle
braccia di Maria, diventare insomma cristiano più perfetto e ciò, ripeto,
senza abdicare alla propria personalità, ma proprio per diventare più uomo.
Altro che "diritto all'odio" e "io sono mia"!
Nell'Immacolata sfolgora di luce immensa il diritto all'amore e l’Io sono
tua" ripetuto a Dio e all'uomo, contro ogni bieco e deleterio egoismo.
Il
Beato Kolbe, colui che volle essere "cosa e proprietà
dell'Immacolata", in campo di concentramento ripeteva agli amici che
soffrivano le sue stesse torture: l'odio non costruisce, è l'amore che
costruisce. Conosciamo la storia e sappiamo quanto essa confermi la profondità
di queste parole in tutti i tempi. Le pagine più raccapriccianti della storia
umana sono state incise col sangue dell'odio; tutto ciò che di buono esiste
nella nostra civiltà è segno d'amore. È certo che il mondo inquieto in cui
viviamo si trova a una svolta decisiva. Si parla del Duemila come del secolo di
una lunga pace e se ne parla anche come del secolo dalle incognite più
spaventose. È inutile fare i profeti o i futurologi. La Madonna, nelle sue
ripetute apparizioni, ha parlato talvolta di castighi per l'umanità e ha
chiesto con insistenza la conversione dei cuori. Chi non presta fede alle
apparizioni ostenta il sorriso scettico e beffardo, e intanto si spaventa dei
cosiddetti buchi neri nel cosmo e nella società, ha terrore della bomba al
neutrone e prevede il collasso dell'universo. Chi vi presta poca fede, asserisce
che queste generazioni devozionali vanno a svantaggio di Cristo, come se
l'Immacolata ci allontanasse da Lui. Fu lo stesso Paolo IV, nell'omelia per
la beatificazione di Massimiliano Kolbe, ad esortare: "Egli fece della sua
veste solare, il punto focale della sua spiritualità, del suo apostolato, della
sua teologia.
Nessuna
esitazione trattenga la nostra ammirazione, la nostra adesione a questa
consegna che il nuovo Beato ci lascia in eredità e in esempio! me se anche noi
fossimo diffidenti d'una simile esaltazione mariana, quando due altre correnti
ideologiche e spirituali, oggi prevalenti nel pensiero e nella vita religiosa,
quella cristologica e quella ecclesiologica, fossero in competizione, con
quella mariologica". Chi invece vi presta fede intelligente sa che queste
della Madonna, come rilevava Laurentin, non sono né "rivelazioni" né
"private", perché la Rivelazione è una sola ed è conclusa: esse
sono conferma della fede, accensioni della speranza a tutte le anime, anche
non cristiane (anch'esse debbono salvarsi), per una risposta generale
dell'onestà, della purezza, della bontà, in una parola della civiltà
dell'amore auspicata da Paolo VI.
La
consacrazione a Maria non è dunque una superfluità fantasiosa, quasi un
infantilismo psicologico e affettivo, che riduca o mantenga immatura la
personalità, né un eccesso devozionale che sfiori la "mariolatria" a
scapito della fede in Cristo: è invece la perfezione del cristianesimo, una
"infanzia spirituale" necessaria, secondo l'insegnamento di Cristo
(se non vi farete come questi piccoli non entrerete nel Regno dei Cieli),
praticata da tanti santi, che mette l'anima a totale disposizione di Dio e
del prossimo.
La
stessa critica all`ora di Maria, ridicolizzata da teologi purtroppo non da
atei, pecca di miopia e di strabismo e non arriva a vedere o vede distorta una
cosa tanto ovvia: l'ora di Maria è l'ora di Cristo. È sempre l'ora della
Madonna proprio perché è sempre l'ora di Gesù.
Intanto
il mondo ha le prove che le anime consacrate all'Immacolata, come il B.
Massimiliano Kolbe, non solo realizzano grandi cose coi mezzi più modesti e
impensati, ma danno coi fatti e col sangue, oltre che con le parole, la più
benefica e poderosa spinta alla civiltà umana.
Desideriamo
concludere queste riflessioni con due pensieri: l'Immacolata capolavoro di Dio,
è causa della nostra gioia.
La
presenza di Dio nella storia è continua. Essendo Egli l'Eterno, non soggetto
alla successione del tempo, al prima e al dopo, a Lui tutto è sempre presente,
perché Lui stesso è l'eterno presente. Se dall'alto di una montagna vedete
sbucare dalla galleria un treno che attraversa velocemente la pianura e imbuca
poi un'altra galleria a distanza di vari chilometri, voi avete il vantaggio di
osservare e prevedere ciò che non è possibile ai viaggiatori all'interno del
treno. È un'esperienza che tutti possiamo fare e che ci dà un certo
entusiasmo: somiglia tanto a un piccolo osservatorio della vita.
Supponete
ora di trovarvi sopra una stella lontana da noi duemila anni-luce e da essa
guardare gli avvenimenti della Terra, voi assistereste oggi non a quello che
succede ai nostri giorni, ma quello che avvenne duemila anni fa. Potreste osservare
come da una specola immaginaria alla tragedia del Calvario e a tutti gli
avvenimenti di quel tempo in una sorta di filmato cinematografico di quelle
realtà. Sappiamo che ciò in pratica è pura utopia, ma teoricamente sarebbe
proprio così.
Ponendoci
ancora più in alto, da un'angolazione eterna, dalla parte di Dio, che è
fuori del tempo e dello spazio, comprendiamo che Egli vede col suo occhio eterno
tutta la vicenda dell'uomo e del cosmo: la creazione, Adamo, Mosé, l'Impero
romano, Gesù Cristo, le vicissitudini della storia, questi nostri giorni e la
stessa fine del mondo. Ci vengono le vertigini e la nostra fantasia si
smarrisce, ma è la pura verità. Dio vede tutto, è presente a tutto, perché
è Lui stesso l'eternità, senza successione di giorni.
Per
noi invece la successione è inevitabile, perché l'uomo è un essere relativo,
limitato. Ora se i tre momenti fondamentali della vita del singolo sono la
nascita, la vita, la morte, nella vita dell'umanità essi sono la creazione,
la redenzione, la glorificazione: l'inizio, il centro, la fine. L'umanità fu
creata, è stata redenta, sarà glorificata. Capolavoro di questi tre momenti
dell'umanità è l'Immacolata: capolavoro della creazione, perché tutto ciò
che di più perfetto Dio ha voluto dare a un essere umano è concentrato in
Maria; capolavoro della redenzione, non solo perché Lei è la prima dei
redenti, ma redenta con privilegio in maniera preventiva; capolavoro della
glorificazione, perché la gloria da Dio destinata ai suoi eletti Egli l'ha
data in anticipo a Maria nell'anima e nel corpo. Nella creazione Dio è stato
prodigo senza misura, moltiplicando essere e specie con varietà e ricchezza
sbalorditiva. I naturalisti rimangono stupefatti di fronte allo sterminato,
incalcolabile numero di specie animali, di piante, di sfumature geniali tra
esseri della stessa specie; i cui passaggi sono più delicati di certe
modulazioni musicali, di formazione geologiche e marine: un cumulo di meraviglie
al cui vertice c'è l'uomo, microcosmo: Il quale, però, approfittando della sua
intelligenza e libertà, non ha recato guasti solo a se stesso col peccato ma
anche alla natura: molte varietà di piante e animali sono andate
irreparabilmente distrutte e ora si sta inquinando fatalmente l'acqua e l'aria
dell'intero pianeta. Si direbbe che l'uomo abbia voluto dare, scacco a Dio e a
se stesso. Allora ecco una creatura perfetta, proprio nel suo stato di creatura:
Immacolata e, direi, immacolabile, Donna non solo senza macchia, ma senza
possibilità di macchiarsi e di essere macchiata da altri, capolavoro della
creazione in cui tutte le bellezze umane sono sintetizzate in compendio sublime,
l'opera più perfetta del Creatore: il Padre.
Nella
redenzione Dio è stato ancora più prodigo. Se nel creare aveva manifestato
la grandezza della sua potenza, nel redimere ha dato fondo, se possiamo dirlo,
all'infinità del suo amore. Creando, aveva dato la sua opera; redimendo, ha
dato proprio se stesso. E anche nella redenzione l'Immacolata è il suo
capolavoro, non solo per il modo come l'ha redenta, ma per l'efficacia e la
corrispondenza della redenzione in Lei. Sappiamo che la redenzione da molti è
resa vana per l'ostinatezza del peccato, perché usano la propria libera
volontà per mettersi in opposizione a Dio, come fece Adamo, e dunque per loro
è come se la redenzione non fosse mai avvenuta. Nell'Immacolata tale opposizione
è stata sempre assente, fin dal suo concepimento, e inoltre c'è stata in Lei
una disponibilità totale all'opera di Dio, fino al punto che Egli stesso
trova in Lei il massimo della compiacenza perché la trova creatura docilissima
alla sua Grazia. Raggiunge così la perfezione di una santità da nessun altro
uomo mai raggiunta: santità nei pensieri, santità negli affetti, santità
nella vita, nel corpo, nell'anima. Direi che quella di Maria è una santità
abbagliante, l'opera perfetta del Redentore, il Figlio.
Capolavoro
infine della glorificazione. Nel piano escatologico di Dio l'uomo è destinato a
partecipare alla sua stessa gloria. È un piano grandioso, in cui si
manifesta ancora di più l'arditezza di un amore onnipotente: costruire
un'immensa famiglia di esseri felici negli splendori di un'eternità con
nuovi cieli e nuove terre. Purtroppo non tutti raggiungono quel fine e anche
quelli che vi riescono non arrivano mai a quell'intensità di gloria sognata
da Dio per loro. I sogni di Dio vengono distrutti dall'uomo, e a proprio danno.
Unica eccezion e è ancora l'Immacolata che recepisce nell'anima e nel corpo
tutta la pienezza di gloria possibile a una creatura. Essa è dunque l'opera
più perfetta del Santificatore: lo Spirito Santo; essa è il grande capolavoro
di Dio.
Tuttavia
questo capolavoro Dio l'ha fatto per noi. La sua gloria in Maria è anche la
nostra e se Dio può compiacersi in Lei, noi proviamo il suo stesso
compiacimento. In Lei si congiungono, per Cristo, l'umanità e la divinità. Fra
tutte le immagini che gli uomini abbiano saputo ideare, nel tentativo di
esprimere questo stato di Grazia assoluta in Maria, ce ne sono alcune
particolarmente interessanti. A Collevalenza,. nel santuario dell'amore
misericordioso, c'è quell'Immacolata che molti di voi hanno visto. Sul globo da
cui spunta una falce di luna, LEI poggia i piedi schiacciando col destro il
serpente infernale, sul capo non ha dodici stelle ma una corona regale, le
braccia sono aperte a un abbraccio universale, dalle spalle le scende un manto
azzurro mentre la veste è rosea, e al di sopra di Lei, in alto, la bianca
colomba dello Spirito Santo diffonde ampia luce. Due particolari significativi:
un arcobaleno dietro di Lei congiunge i poli del mondo e un grande giglio,
spuntando dai piedi, le arriva all'altezza del petto, aprendosi in una bianca
corolla il cui centro è il monogramma di Cristo dentro un'ostia. In
quell'immagine, forse un po' complessa ma bella, vi è tutto un discorso
teologico, quasi un'intera teologia della storia, che parla efficacemente al
cuore e alla mente dei fedeli. La prima volta che la mirai, il mio pensiero
corse a certi immagini bizantine, note col nome di Blachernitisse (da
Blachernes a Costantinopoli). Particolare molto impressionante di queste immagini
è che il petto della Madonna è raffigurato come un sacrario dal quale si
affaccia sul mondo Gesù in età non troppo infantile: Maria sacrario di
Cristo sempre e non soltanto per il breve periodo della gestazione. I simbolisti
erano stati prevenuti, con anticipo di secoli, da oscuri artigiani che
conoscevano forse un po' meno di loro il mestiere, ma meglio la teologia ed
erano legati con più tenerezza filiale alla Madre di Dio. "Il Signore è
con te", aveva salutato l'Angelo, e il Signore è stato veramente sempre
con Lei, come dovrebbe essere per ogni cristiano. (Un liturgista ha notato che
durante la messa il saluto dovrebbe essere non: il Signore sia con voi, ma
il Signore è con voi, volendo tradurre giustamente. Esatta l'osservazione; ma
corrisponde sempre alla realtà dei fatti? Il cristiano è davvero sempre in
compagnia di Dio?). Espressiva, fra le immagini citate, è anche quella di
Novgorod, nello stesso atteggiamento di orante che conosciamo dell'altra
antichissima nel cimitero maggiore di via Nomentana, con in più il Cristo che
si affaccia da Lei. È fuori dubbio che tali raffigurazioni dell'Immacolata
hanno una loro eloquenza affettiva e dottrinale e richiamano la celebre
preghiera dell'Olier: "Gesù vivente in Maria, venite e vivete nei vostri
servi, nel vostro spirito di santità, nella pienezza della vostra potenza,
nella perfezione delle vostre vie, nella verità delle vostre virtù, nella
comunione dei vostri divini misteri. Dominate in noi su tutte le potenze
avverse, nella virtù del vostro Spirito e per la gloria del Padre
vostro".
Gesù
vivente in Maria: un commento teologico-spirituale a questa preghiera sarebbe
utile per lo stimolo e il conforto della nostra vita cristiana, da vivere nella
comunione perenne con lui. Si può leggere in Tanquerey (Le grandi verità
cristiane che generano nell'anima la pietà). L'Immacolata, ecco un altro
aspetto consolante della sua verità, è causa della nostra gioia per aver sempre
posseduto Dio e per essere sempre stata da Lui posseduta. Egli è sempre
presente in Lei con un amore inesprimibile, come in un piccolo paradiso. Allo
stesso modo vorrebbe sempre essere presente in noi, per conformarci giorno per
giorno all'immagine del suo Figlio diletto, per darsi a noi con la sua
inalterabile gioia. Purtroppo ce ne dimentichiamo; dimentichiamo questi tesori
della Grazia, immessi nell'anima nostra da un amore onnipotente, per correre
dietro agli effimeri miraggi di una vita provvisoria. Dio è dentro di noi e
noi lo abbandoniamo.
Intanto
è ormai un luogo comune dire che l'uomo è triste e angosciato perché soffre
d'inco-
municabilità.
Nei vasti gorghi di quest'oceano che è l'esistenza umana spesso annaspiamo come
naufraghi, peggio ancora come relitti alla deriva, chiusi nel miserabile
guscio del nostro egoismo. Così la vita diventa una solitudine opprimente,
senza scampo e senza spiegazione. Anche nelle città più affollate l'uomo è
triste e solo. Eppure da venti secoli ha ricevuto un annunzio di gioia. La buona
notizia del Vangelo cade nello squallore del vuoto abissale di certe coscienze
tenebrose. Siamo invitati alla gioia e rifiutiamo. Crediamo che il ripiegarci
su noi stessi è saggezza, e invece proviamo che è il colmo della stoltezza,
perché proprio dentro di noi è l'insoddisfabilità. Comunicare non solo è
bello, è necessario. Comunicare è vivere.
Forse
per la prima volta nella storia della Chiesa un Papa dei nostri tempi ha sentito
il dovere di scrivere una lunga lettera sulla gioia. Il santo Padre Paolo VI,
nel corso dell'ultimo anno santo 1975, ha rivolto ai fedeli del mondo intero
l'esortazione apostolica Gaudete in Domino. È sintomatico ch'essa rechi la
data del 9 maggio, cioé del mese consacrato alla Madonna; più significativo
ancora che presenti al mondo, come modelli d'autentica gioia, i santi, in prima
linea la Vergine, e concluda col B. Massimiliano Kolbe. Fu una sorpresa per il
mondo. Un invito alla gioia, in momenti drammatici come questi che
attraversiamo, parve addirittura anacronistico e retorico. Ma è l'invito di
sempre, è il richiamo al Vangelo, al significato della vita cristiana quello
che il Papa rinnovava la novità era, semmai, nell'affrontarlo, questo tema,
come argomento fondamentale. E tuttavia l'insistenza paterna sottolineava
l'urgenza che le comunità cristiane diventino "luoghi di ottimismo, dove
tutti i componenti s'impegnano risolutamente a discernere l'aspetto positivo
delle persone e degli avvenimenti". Per guardare così gli uomini e le cose
occorre il senso della comunione, grande apertura di cuore; e la prima
fondamentale comunione deve stabilirsi con l'Autore stesso della vita. Mai cuore
aperto al mondo ci fu più di quello dei santi, che nell'unione con Dio trovano
la gioia e la comunione con gli altri. Per questo Maria è anch'essa fonte di
gioia: l'Autore della vita, che Lei reca dentro di sé, le comunica il massimo
di comunione al prossimo. Dagli stessi dolori, cui andò coraggiosamente
incontro, scaturiva misteriosamente la gioia, perché tutto era potenza di
amore. Questo ha voluto anche esprimere in maniera plastica il tempio di Nostra
Signora della Gioia, a Varese, ideato dal francescano Costantino Ruggeri: il gaudio
fraterno d'incontrarsi nell'abbraccio del Padre per mezzo dell'Immacolata. Per
quanto la Chiesa invochi da secoli Maria come causa della nostra gioia, questo
santuario esplicitamente dedicato al consolante titolo mariano, anche nelle
sue linee architettoniche e nel suo spazio mistico, è un segno dei tempi.
Spiriti superficiali potettero giudicare anacronistica l'esortazione del Papa e
hanno forse giudicata allo stesso livello la realizzazione del tempio di
Varese, ma è proprio l'esigenza dei tempi a richiamarci al dovere della
gioia. La gioia è anche testimonianza. Proprio perché l'epoca buia che
stiamo attraversando non incoraggia alla gioia della speranza è necessario testimoniarla
a fronte alta e con gioioso cuore. Sono tempi di oscurantimo feroce e lo storico
futuro dovrà chiedersi perplesso quali cause profonde abbiano inciso sulla
nostra decantata civiltà per ridurla in condizioni così paurose. Noi le
conosciamo queste cause da sempre. L'ateismo, alienazione dell'uomo dalla sua
origine e dal suo fine, il materialismo che non può soddisfare le ansie
eterne del cuore, l'egoismo che stronca ogni comunione, sono alla base del
nostro malessere. Prima che altri vengano a diagnosticare i mali opprimenti
della nostra civiltà, abbiamo almeno l'intelligenza di aprire noi stessi gli
occhi. La nostra terribile cronaca è, come tutta la storia, sotto lo sguardo
di Dio. Il passato, il presente, il futuro sono categorie umane destinate al
tramonto: noi non dobbiamo rimanere per sempre su questo misero e splendido
pianeta ad azzannarci tra noi. Lanciato nell'immensità degli spazi a corsa
folle, esso è mortale come noi. E’ l'eternità il vero destino dell'uomo.
L'Immacolata, capolavoro della creazione, della redenzione e della
glorificazione, è la nostra gioia anche adesso, nel cammino di questi giorni
penosi. Noi conosciamo il grande segreto di Lei: il possesso di Dio. Destinati
come Lei a questo beatificante possesso, non vogliamo introdurci fin da ora
nel gaudio di questa comunione divina che costituirà la vita eterna? Essere
cristiano non è un dovere soltanto; è un affare. Proiettare nella
trascendenza il senso commerciale dell'affare può apparire ridicolo, ma non
sono le parole che contano, è la sostanza. Il vero interesse dell'uomo è
quello di vivere. Nessun altro bene al mondo ha più valore della vita stessa.
Ora la vita di molti potrebbe meglio chiamarsi morte, perché recide ogni
comunione. Chi non ama rimane nella morte, come dice l'Evangelista. Nella comunione
è invece la vita: e se la vita eterna comunione con Dio e con tutti, non è
più logico darvi inizio fin da ora? Gesù vive in Maria e in tutti i Santi
anche in Cielo, costituisce il polo di attrazione universale, il centro
diffusivo di ogni vita e di ogni felicità. L'Immacolata ce lo insegna e ci
sollecita a raggiungerla cominciando adesso. Cominciamo subito a vivere la
nostra eternità, perché non abbiamo nient'altro da fare in questo mondo se non
cercar di raggiungere il nostro splendido destino.