L’IDEA RIPARATRICE
INTRODUZIONE
Riparare
vuol dire rimettere in buono stato; un edifizio cade in rovina e diventa
inabitabile: ripararlo vorrà dire restaurarlo. Può avvenire che la cosa
danneggiata sia ridotta al nulla: riparare, in questo caso, ha il senso di
compensare, dare l'equivalente.
Nell'ordine
morale, l'equivalente non potrà essere fornito che dal dono di se stessi, che
diventa riscatto dell'ingiuria commessa; nessun oggetto materiale può
compensare un danno morale. E come si ristabilirà l'ordine? Con una pena che
subirà o che s'imporrà chi ha recato il danno. Ci si è concessa una
soddisfazione indebita, anormale, ingiusta. E' giusto dunque - come ognuno può
comprendere anche senza entrare nella questione teorica sollevata dal problema
della giustizia vendicativa - che per castigo ci sia inflitta una pena
proporzionata che ristabilisca l'equilibrio. Questa pena equivalente si chiamerà
espiazione e potrà esser offerta, come nel caso precedente, o
dall'offensore o da altri che, innocente del delitto, accetta di mettersi al
posto del colpevole.
Riparare,
nel senso cristiano della parola - e noi seguiremo sempre questo senso -
comprende questi tre significati: restaurare, compensare, espiare.
Ricordate,
così, queste nozioni generali, vorremmo ora dimostrare brevemente:
1°
Perché dobbiamo riparare;
2°
Chi deve riparare;
3°
Come si debba riparare.
Perché
riparare?
Per
tre ragioni:
-
perché è un obbligo fondamentale del Cristianesimo;
-
perché è un desiderio espresso di N. S. Gesù Cristo;
-
perché è una necessità ineluttabile nelle presenti circostanze.
La
riparazione, obbligo fondamentale del Cristianesimo.
Perché
Gesù Cristo è venuto sulla terra?
Per
riparare; non per altro. Per rimettere la sua opera "divina in quello
stato, dal quale era decaduta per il peccato dell'uomo; per restituire all'uomo
la vita soprannaturale perduta; per compensare, mediante i suoi meriti infiniti,
l'ingiuria recata al Padre nel Paradiso terrestre e le ingiurie che la malizia
degli uomini va ripetendo e moltiplicando ogni giorno; per espiare con le sue
sofferenze - il presepio, la vita nascosta, la Croce - gli egoismi che dominano
fra gli uomini fin dal principio dei secoli.
Nostro
Signore poteva compiere quest'opera di Riparazione da solo: ma non lo
volle: volle invece avere dei cooperatori: ciascuno di noi, ogni cristiano.
Ecco
il punto che dobbiamo comprendere bene, perché costituisce la base di tutta la
dottrina della riparazione.
S.
Paolo, spiegando ai primi cristiani la dignità sovraeminente che loro proveniva
dal fatto di essere stati chiamati a partecipare della stessa vita del Figlio di
Dio, diceva loro: "Una stessa vita, la vita del Padre celeste, passa in Gesù
ed in voi, in Gesù per natura perché egli è il capo, in voi per adozione
perché voi siete le membra che ricevono la vita dal capo, il quale in virtù
del suo sacrificio vi ha divinizzati”. Non c'è unione perfetta senza la
continuità tra le membra ed il capo, tra il capo e le membra. La persona di Gesù
Cristo costituisce il capo; ciascuno di voi le membra, il suo corpo mistico.
Ecco
la dottrina cattolica secondo le parole dell'Apostolo - e dello stesso divin
Salvatore: Io sono la vite e voi i tralci... - il Cristo personale, cioè la
persona umano-divina di N. S. Gesù Cristo, che visse un tempo a Betlemme, a
Nazaret, a Gerusalemme - che vive ora nell'Eucaristia, e vive e vivrà
eternamente in cielo - non forma, così volendo egli stesso, il Cristo totale.
Il
Cristo totale è Lui, il Cristo personale, il capo, la testa, più noi,
il suo corpo mistico.
Quest'unione
così stretta spiega perché Nostro Signore ci abbia associati così intimamente
alla sua opera della Redenzione.
Ancora
una volta: il Salvatore avrebbe potuto benissimo fare tutto da solo; non ha
punto bisogno di noi per aggiungere qualcosa ai suoi meriti; ma vuol servirsi di
noi per aumentare i nostri. Egli è il Cristo e noi, cristiani, altrettante
riproduzioni di Lui - alter Christus. Dobbiamo lavorare uniti; la
Redenzione non si compirà che per il volere del Salvatore, il Cristo principale,
e di tutti i cristiani, gli altri Cristi. Certo le parti spettanti a Lui
e a ciascuno di noi sono ben lontane dall'essere uguali: la sua ha, per se
stessa, un peso infinito, ed è quindi infinitamente bastante allo scopo; la
nostra non è affatto necessaria; ma la domanda perché ci ama.
All'offertorio
della S. Messa il celebrante, dopo aver posto nel Calice il vino, deve
aggiungere, sotto pena di colpa grave, qualche goccia di acqua. Ecco il simbolo
della parte di Nostro Signore e nostra, del valore proporzionale del concorso
suo e nostro. Per la consacrazione basterebbe il solo vino; ma sono richieste
anche alcune gocce di acqua, che in forza delle parole divine, saranno mutate
col resto nel sangue del Cristo.
La
parte che ci spetta nella Redenzione del mondo è, se si vuole, infinitesimale;
- che cos'è una goccia d'acqua? - e tuttavia il Signore la richiede e la
transustanzierà unendola alla sua propria offerta. Così questo “nulla
“diventerà onnipotente, della potenza stessa che Dio gli comunica (E’ da
notare che il paragone non va preso con rigore. La goccia d'acqua non è
richiesta per la validità, ma solo per la liceità del Sacrificio della Messa).
In virtù di questo “nulla “ diventato qualche cosa, le anime saranno
riscattate; senza questo”nulla”, insignificante per sé - ma prezioso per la
sua unione con Cristo - le anime, forse molte anime, andranno perdute. Il mondo
ha bisogno di tutti i suoi salvatori: di Gesù che è il primo di tutti, il
Salvatore per eccellenza; e di ciascuno di noi, chiamati a collaborare con Lui
nel riscatto del genere umano: "Il quale - dice Lacordaire (3) - non si era
perduto se non per via di solidarietà, per effetto cioè di comunanza
sostanziale e morale con Adamo, suo capostipite: era dunque conveniente che
potesse esser salvato secondo la misura e la maniera della sua rovina, cioè per
via di solidarietà... Là, dove la solidarietà del male aveva tutto perduto,
la solidarietà del bene ha tutto restaurato".
Chi
non conosce questo nostro dovere di partecipare all'opera redentrice, si può
ben dire che ignora il meglio della sua grandezza di cristiano. Chi,
conoscendolo, cerca di sfuggirlo, viene meno al suo compito più nobile e nello
stesso tempo più imperioso.
Ma
conviene approfondire la nostra considerazione. Con che mezzo Cristo ha
compiuto la riparazione?
Col
sacrificio.
C'è
qui un mistero! Il Figlio di Dio per riparare le rovine del peccato, per
restaurare ogni cosa - instaurare omnia - non era tenuto ad imporsi una
vita penosa, umiliante, dolorosa; eppure l'ha proprio voluta scegliere per sé,
trascurandone ogni altra. Ha voluto riparare soffrendo.
Tenuti
a partecipare alla sua missione per la nostra solidarietà con Lui nell'unità
del Corpo mistico, eccoci perciò tenuti a partecipare alla sua passione;
così si spiega perché l'Apostolo, nell'inculcarci la necessità di collaborare
all'opera redentrice del Salvatore, non dice “compiere la missione”, ma “compiere
la sua passione: adimpleo ea quae desunt passioni Jesu Christi”. L'una
cosa è impossibile senza l'altra; e tutte e due si confondono insieme. Dobbiamo
riparare con Gesù, e non dobbiamo credere di poterlo fare altrimenti che col
nostro sacrificio unito al suo.
“Gesù
Cristo - dice Bossuet (I° Serm. per lei Purificazione della V. SS.) -
per salvare gli uomini ha voluto esserne la vittima. Ma l'unità del Corpo
mistico fa sì che, immolato il capo, anche tutte le membra debbano essere
“ostie viventi””.
Ecco
dunque la progressione - si direbbe, più esattamente, l'equazione -: essere
cristiani, essere salvatori, essere "ostie".
Non
sembri strana la parola "ostia"; non si tratta di una novità; è anzi
una dottrina antica quanto il Vangelo, che costituisce la sostanza stessa della
predicazione di S. Paolo, dei primi Padri e di tutta la Chiesa attraverso i
secoli; predicazione che l'Apostolo riassumeva in questa frase abbastanza
chiara, diretta ai cristiani di Roma: “Obsecro vos, io vi scongiuro;
fate dei vostri corpi altrettante ostie viventi, sante, gradite a Dio, ut
exhibeatis corpora vestra hostiam viventem, sanctam, Deo placentem “(XII,
I).
Dirci
cristiani e poi cercar di condurre una vita comoda, al termine della quale si
passi tranquillamente e senza urti dalla terra, dove s'ebbe una dimora felice,
al cielo dove ci si troverà perfettamente beati, ad un cielo meritato con una
vita, in cui la cura principale fu di lasciare ad altri il pensiero laborioso di
faticare con Gesù Cristo alla redenzione del mondo, non è possibile. Il
Vangelo del Maestro non contiene affatto un programma simile; in ben altro
consiste, volendo prendere in prestito dal Bossuet la parola espressiva,
"la terribile serietà della vita umana".
“So
bene - scrive nel consueto suo tono amaro, questa volta troppo giustificato,
l'autore dell'introduzione al Journal d'un Converti, da noi già citato
nella Prefazione - che ci sono molti animali, detti ragionevoli, che hanno tutta
l'apparenza di vivere sessanta od ottant'anni e che poi si portano al cimitero
senza che mai siano usciti dal loro nulla... Si contentano delle cose sensibili,
tutto il resto non esiste per essi”. Per fortuna - aggiunge - ci sono anche
“veri uomini, veri viventi, quelli che non hanno ricevuto la propria anima
invano”.
E
il convertito, a sua volta scrive - era allora in cammino verso il bene -:
“Sono sempre più meravigliato nel vedere che quasi tutti gli uomini
continuano a vivere tranquilli, senza inquietarsi, senza spaventarsi di nulla,
con un bel sorriso sul loro volto paffuto e non s'accorgono che siamo
circondati da abissi” (Journal d'un Converti, di PIERRE VALCHEREN,
1917).
Sì,
circondati da abissi, l'abisso degli uomini e l'abisso dell'amore del Salvatore:
questo secondo collocato da Dio vicino al primo. E noi posti in mezzo all'uno e
all'altro con un compito imperioso, urgente, preciso.
Il
vero discepolo di Gesù Cristo si riconosce a questo segno: che egli si è
accorto di questi abissi e perciò vive agitato sotto l'impero d'una
inquietudine incoercibile, l'inquietudine della salvezza del mondo, della poca
efficacia del sangue di Cristo, e della propria parte di responsabilità nella
storia della vita divina in mezzo agli uomini.
Necessità
di riparare insieme con
Nostro Signore venuto sulla terra unicamente a questo fine, perché con Lui
formiamo una cosa sola.
Necessità
di riparare nel modo che Egli stesso ha preferito; cioè mediante il
sacrificio.
Troppo
numerosi sono i cristiani che di questa duplice necessità pare non sospettino
neppure l'esistenza e si direbbero convinti - almeno nella pratica – che, in
fondo, ci sono due dottrine del Salvatore; o, almeno, due modi di comprendere la
sua legge: l'uno che accetta le rinunce, l'altro che fa di tutto per evitarle;
l'uno che si allena a lasciarsi mortificare, l'altro che si mette in posizione
di difesa contro ogni sorta di pena. In una parola: un cristianesimo facile,
comodo e borghese per la moltitudine; e un cristianesimo austero e crocifiggente
per alcuni, per le anime, cioè, di carattere più chiuso o guadagnate da
un'attrattiva speciale – per altro strana - di perfezione.
Che
un sacerdote come il Curato d'Ars scriva: "Tutto ci parla della Croce. Noi
stessi siamo fatti a forma di croce. La croce trasuda balsamo e traspira
dolcezze; più ci uniamo ad essa, più la stringiamo tra le mani e contro il
petto e più ne spremeremo l'unzione di cui è colma: la croce è il libro più
dotto che si possa leggere: quelli che non lo conoscono sono ignoranti anche se
conoscessero tutti gli altri: solo veramente dotto sarà chi lo ama, lo
consulta, lo studia a fondo. Benché questo libro sia amaro, non s'è mai così
contenti, come quando ci si immerge nelle sue amarezze; quanto più si va alla
sua scuola, tanto più a lungo vi ci si vorrebbe trattenere e il tempo passa
senza noia alcuna”.... - Che il Curato d'Ars parli così non c'è da stupire;
è un santo!
In
un noviziato delle Suore Francescane di Maria nel Canada, vengono richieste sei
religiose per la cura dei lebbrosi in Cina. Quaranta sono le novizie e quaranta
vogliono aver l'onore di partire. - Già – si dice - è la loro vocazione!
E
questi esempi che dovrebbero pur muovere i cristiani e far loro comprendere che,
se non sono tenuti a fare altrettanto, sono tenuti almeno a qualcosa, questi
esempi diventano un futile pretesto per non credersi obbligati a nulla.
Ci
sono monaci e religiose che passano la notte a' pie' degli altari o si alzano
alle due del mattino?..... Proprio una buona ragione per restarcene
tranquillamente tra le coltri d'un soffice letto. - Quei monaci e quelle suore
pregano molto?.... Proprio quello che ci vuole per dispensare alla minima
difficoltà da questo compito noioso. - Quelli digiunano?.... questo ci
permetterà di non rifiutarci nessuna ghiottoneria. - Quelli si contentano d'una
cella povera, disadorna, i cui mobili, come al Carmelo, si riducono ad un
Crocifisso, un acquasantino, un teschio e una disciplina?... gli è perché noi
possiamo adornare il nostro appartamento di mille oggetti superflui e procurarci
tutte le comodità moderne. - Quelli si privano del necessario riscaldamento?...
gli è perché noi possiamo concederci di avere, mediante un'abile impianto, una
temperatura conveniente nelle camere e nei corridoi. – Quelli dormono sugli
assi o su di un duro pagliericcio?..... questo non deve impedirci di avere molli
piumini di seta e soffici trapunte ricamate. - Quelli non possiedono che un solo
gioiello, la Croce?... e noi potremo portare indosso ciondoli, collane di perle
preziose, una fortuna intera.
E'
vero che alla vita religiosa si addice un lusso di austerità, a cui non è
tenuta la vita ordinaria del cristiano. Ma come supporre che questa vita anche
ordinaria, quando sia illuminata e sincera, possa conciliarsi con la ricerca
irrequieta e tutta pagana delle comodità quali un tristo materialismo moderno
cerca di imporre - e vi ci riesce purtroppo e con gran facilità - a tanti
discepoli del Salvatore?
Forse
che il Cristo non è per tutti il medesimo?
Nonne
divisus est Christus?
Ve ne sarebbero forse due?
L'uno crocifisso, che non si può seguire senza crocifiggere se stessi; l'altro
tutto comodità, che si riesce facilmente a seguire concedendoci ogni delizia e
ogni piacere: S. Paolo diceva di non conoscere due Cristi, ma uno solo: il
Cristo Crocifisso. Chrìstum
et hunc crucifixum.
Già;
ma da S. Paolo a noi qualcosa ha cambiato. Ora di Cristi se ne conoscono due. Il
primo, il vero, non era più sufficiente e se n'è inventato un secondo: un
Cristo senza Croce, senza teorie austere, senza quelle due traverse di legno che
gettano un'ombra che atterrisce, che impressiona; un Cristo, le cui massime si
risolvono finalmente nel motto: Vivete pure a vostro piacimento... io vi
prometto l'intera eternità alla sola condizione, che nell'ultimo istante della
vostra esistenza mi concediate “l'adesione di un vago pensiero, il pentimento
d'una volontà illanguidita e la carità del vostro ultimo respiro”.
Un
Cristo, come questo, ad uso dei cristiani che rifuggono dalla rinuncia, non
esiste. Il discepolo non è più grande del Maestro. Ora il divin Salvatore ha
sofferto. Perciò, se non vuoi rinnegare il proprio nome né venir meno ai suoi
impegni, ogni battezzato dovrà essere in qualche modo - specificheremo meglio
in seguito - ma dovrà essere sempre e necessariamente un amico del sacrificio.
Un
celebre uomo di Stato del Belgio aveva preso come suo motto: "Il riposo
altrove". Verrà il giorno della felicità, e questo giorno, che forse
non è lontano, non avrà più fine. Il tempo che ce ne separa ci è dato per
meritare “il gaudio del Signore - Intra in gaudium Domini tui”. Entrerà nel
gaudio del Signore solo chi avrà avuto il coraggio di partecipare quaggiù
all'olocausto del Signore. Gesù Cristo per il primo ha voluto soffrire per
entrare poi nella gloria. "Il Golgota non è una figura retorica”. La
legge è la stessa anche per noi: Oportuit... pati, et ita intrare in gloriam.
Vogliamo
essere con Lui nel trionfo? Bisogna prima essere con Lui nel combattimento. Laborare
mecum, fa dire a Gesù S. Ignazio nella
"Contemplazione del Regno di Cristo". Pizzarro, uno dei
conquistatori dell'America del Sud, appena sbarcato, getta la sua spada sul
terreno per segnare come una linea di separazione tra i suoi soldati e grida:
"Quelli di voi che hanno paura, restino al di qua; gli altri s'avanzino con
me".
Questo
linguaggio è austero; e quantunque la teoria sia chiarissima, di fatto alla
presenza di una vita di rinunzia, che si impone come un'obbligazione sacra per
ogni cristiano, molti indietreggiano.
-
"Oh! quanto spavento m'incutono quelle due traverse in croce che si
drizzano sul Calvario! Vorrei piuttosto nascondermi dietro che lasciarmi
configgere sopra!”.
-
“Sì, il legno è duro! Ma non c'è soltanto il legno; su quelle traverse è
confitto un uomo. Il legno sa di morte, ma chi è confitto sul legno è ben
vivo. Guardate attentamente - come si conviene - e le due traverse svaniscono,
scompaiono, non si vedono più, e ad attrarre l'attenzione non resta più che
quel corpo sospeso e in mezzo ad esso, raggiante di luce attraverso una ferita
aperta, il Cuore. Si dice “Il Crocifisso”. Non è esatto; perché pare si
voglia indicare un oggetto. Si deve dire: "Colui che è confitto in
Croce"; così si indica una persona". - “Una persona?... Sì, una
persona umana e nello stesso tempo divina. Oh! mio Dio, sei proprio tu?”. -
“Sì, son io”.
-
“Mi pare d'incominciare a capir meglio... a capire quasi del tutto... io
soffrirò con te, Signore, ma tu soffrirai con me. Con te non avrò paura, ma
andrò innanzi risolutamente”.
-
"Per animarti ancor di più, getta dai piedi della Croce uno sguardo sul
mondo. Mira questi uomini che scendono dalla vetta del Calvario, sono i miei
carnefici; mira, a Gerusalemme, sepolta nel sonno, le turbe che non s'accorgono
di nulla. Ho bisogno dei tuoi sacrifici per far giungere fino a loro la mia
Redenzione. Ho voluto aver bisogno di te: ti chiamo quindi in mio aiuto; con te
posso tutto, come nulla posso senza di te. Vuoi che salviamo insieme il mondo? O
preferisci andartene anche tu con quelle turbe, con i miei carnefici? '' - “A
me tu parli così, Signore? Non sai chi sono?".
-
“Tu sei uno dei miei. Non basta questo perché io ti inviti a faticare con me,
a penare, a soffrire con me? Lo vedi, l'impresa è immensa. E credi: vale la
spesa; anche se la spesa - nella condizione in cui ti trovi e nello stato di
vita in cui ti ha posto la mia Provvidenza - fosse l'intera oblazione di te
quale ostia vivente... con me”.
-
“Se tu credi ch'io lo possa fare... Con te, Signore, quale ostia vivente...
oh! sì, con tutto il cuore... eccomi, prendimi!”.
La
riparazione, desiderio esplicito di Nostro Signore.
La
necessità della riparazione s'impone a ciascuno di noi non soltanto quale
conseguenza legittima dei principi della nostra fede cattolica e in particolare
della dottrina del Corpo Mistico di Gesù e del dogma della Redenzione, ma anche
quale conseguenza necessaria dell'insegnamento formale, costante e ripetuto le
molte volte, di Nostro Signore.
Sia
che apriamo il Santo Vangelo, sia che consultiamo le grandi Rivelazioni della
storia, sempre noi troviamo che il Salvatore si mostra desideroso di avere delle
anime che sappiano rinnegare se stesse e mettere a profitto della gran causa
della gloria divina e della salvezza di molti la propria abnegazione.
Incominciamo
dai Vangeli.
La legge, che più di ogni altra vi si ricorda, è il dovere della penitenza riparatrice: e i testi sovrabbondano. Qual è la predicazione del Battista, del Precursore scelto dal Maestro? “Un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati”. - Che ripete durante le sue giornate, sulle rive del Giordano, dove il Salvatore stesso comincerà ben presto la sua missione? - "Fate penitenza, perché si avvicina il Regno di Dio".
Egli
stesso come vive? Dando l'esempio: le sue vesti sono un rozzo cilicio; il suo
cibo le locuste del campo; suo compagno il silenzio del deserto.
Che
risponde alle turbe che accorrono e gli domandano chi è? - “Chi sono? Ecco:
una voce che grida nel deserto: Raddrizzate le vie del Signore”. Cioè:
il sentiero è stato deviato, bisogna riportarlo nella sua vera direzione -
ripararlo.
E
quando gli si accostano degli ipocriti, certo molto poco desiderosi di cambiar
vita, e gli manifestano il desiderio di ricevere l'acqua purificatrice, Giovanni
li accoglie con invettive ben meritate: "Razza di vipere, ipocriti! il
vostro pentimento non è sincero. Il Signore esige frutti di penitenza che siano
degni. La scure è alla radice dell'albero. Ogni pianta che non porta buoni
frutti sarà tagliata e gittata al fuoco. Non tardate più oltre. Qualcuno sta
per venire - anzi è già in mezzo, a voi - e voi non lo conoscete ancora. Se
troverà in mezzo a voi del frumento, lo raccoglierà per i suoi granai; ma la
paglia verrà buttata tra le fiamme che non si estingueranno mai”.
Può
darsi forse parola più decisa e più vibrata per inculcare la necessità della
sofferenza compensatrice, l'obbligo di ritornare sulla retta via, di riparare i
propri errori, di sollecitare il perdono con l'offerta di una penitenza
appropriata?
Ma
ecco il Salvatore in persona, il quale comincia la sua predicazione con un
digiuno di quaranta giorni nel deserto. Agli Apostoli, che chiama alla sua
sequela, dice; "Abbandonate ogni cosa"; e alle turbe che gli si
affollano intorno; "Rinnegate voi stessi".
S.
Matteo ce lo fa notare espressamente; "Da quel punto incominciò a
predicare dicendo: Fate penitenza "; quasi per farci comprendere che tale
insegnamento, molto frequente poi in seguito. Egli lo propose fin dal principio
come un pensiero che gli era caro ed un tema che preferiva ad ogni altro.
Del
resto la sua vita intera la passerà nel proclamare la rinunzia a se stessi e la
penitenza dei peccati. “Se avete due tuniche, vendetene una. Non vi turbate
per il cibo e il vestito necessario. Che importa il denaro? Quel che conta è il
tesoro ammassato per il Cielo”. Lo si sentirà continuamente fulminare di
anatema gli amatori della vita facile e reclutare i pellegrini della via
stretta: "Guai a voi, ricchi! Guai a voi, ipocriti! Volete sapere chi sono
i beati? Quelli che non posseggono nulla; i mansueti; quelli che piangono; gli
assetati della giustizia; i misericordiosi; i puri; i pacifici; i perseguitati!
Ecco! Volete seriamente impegnarvi al mio servizio, venire dietro di me? E'
necessaria una condizione: essere risoluti di rinnegare se stessi, prendere la
croce con le due mani. Altrimenti, tutto è inutile”. E il Salvatore non si
contenta di sole parole. Se Iddio avesse esposto soltanto formule, pochi
l'avrebbero compreso. Allora la parola si fece azione, la parola prese corpo: Et
Verbum caro factum est, il Verbo si è fatto carne. Così ciò che era
accessibile solo all'orecchio diventò visibile agli occhi. Il consiglio si
cambiò in esempio. Il Salvatore, per insegnare a noi l'immolazione, vivrà
tutta la sua vita quale "ostia".
Fin
dal suo primo ingresso nel mondo – ingrediens mundum - dichiara la
natura della sua impresa. - Dicit: hostiam et oblationem noluisti. Tunc dixi:
ecce venio. Poiché le vittime offerte fin qui non bastano, d'ora innanzi la
Vittima sarò io.
Nel
seno di Maria, Gesù non fa altro che le prime prove di quella vita di ostia che
continuerà più tardi nei singoli tabernacoli delle chiese.
Poi
viene alla luce: il presepio, Betlemme, la stalla.
Ancora:
ostia. A partu virgineo effectus hostia, dirà Tertulliano. E dopo la
nascita i sacrifici sono a getto continuo: la circoncisione, la fuga in Egitto,
l'esilio; non manca nulla. Il Salvatore doveva dire più tardi: “Beati quelli
che soffrono, beati quelli che sono spogliati di ogni cosa”. Se egli avesse
posseduto qualche cosa, se fosse nato in mezzo alle comodità, gliel'avrebbero
rinfacciato. Oh! no, Egli sarà il più povero e il più sfortunato di tutti.
A
Nazareth, la vita nascosta. Senza di essa, predicando Egli più tardi l'umiltà,
noi non avremmo accolte le sue parole: sono così pochi quelli che lo fanno
anche dopo il suo esempio così eloquente! Amiamo tanto comparire!... ed Egli si
nasconde per trent'anni. Ci vuole un'ammenda particolare per ogni sorta di
orgoglio; quindi si nasconde e lavora, e il suo lavoro è faticoso. Holman Hunt,
pittore inglese, in un quadro intitolato “L'ombra della morte nella bottega di
Nazareth”, ha dipinto Cristo operaio che sospende per un istante il lavoro, si
rizza sulla persona e stende le sue braccia per riposarsi dalla fatica. L'ombra
della sua persona si proietta sul muro bianco attraversato orizzontalmente da un
asse a cui sono appesi gli utensili da falegname, L’illusione è perfetta. Si
direbbe un uomo che spicca in rilievo sopra una croce.
Dopo
Nazareth, la vita pubblica colle sue faticose peregrinazioni in cerca di anime,
la sete che fa domandare un po' d'acqua alla Samaritana, le notti passate in
preghiera, l'apostolato infaticabile. Le volpi hanno una tana, gli uccelli un
nido, il Figlio dell'uomo nulla; neanche un tetto per ricoverarsi. Bisogna
scontare per tutti quelli che si perdono dietro alle vanità, per gli adoratori
del vitello d'oro, per i figli di Dio che dimenticano o trascurano di ricorrere
a Lui, per i seminatori di zizzania, e per quanti non accolgono o ricevono
invano il seme divino. Sugli inizi del suo ministero Giovanni Battista addita
Gesù alle turbe chiamandolo semplicemente: "L'Agnello di Dio che porta i
peccaci degli uomini”. Comprendiamo bene: Ecco la vittima universale e
silenziosa per cui il mondo avrà la salvezza. Con una pazienza veramente
divina, il Cristo cercherà per ben tre anni di far comprendere ai suoi Apostoli
che Egli dovrà sacrificarsi alla morte: ma questi non ne saranno persuasi e non
lo capiranno fino a che, dai nascondigli, in cui si rifugeranno nel cuore di
Gerusalemme, non lo scorgeranno sulla vetta lontana del Calvario, confitto sopra
la Croce.
Finalmente
la Passione; non è forse qui che il nostro Salvatore compie la sua parte per
eccellenza di "ostia"? Egli accetta di essere tradito, rinnegato,
battuto, oltraggiato, inchiodato e sospeso al patibolo della Croce per
insegnarci a soffrire, come Lui, nel nostro onore, nella nostra riputazione,
nella nostra carne, nelle nostre affezioni e - poiché ci voleva una riparazione
alla giustizia divina - a soffrire, come Lui, per tutti quelli che se la godono
e si divertono, per tutti quelli che tradiscono il loro battesimo e la loro
fede, per i rinnegati, per quelli che insultano il Crocefisso e perseguitano la
religione, per quelli che schiaffeggiano la Chiesa, il suo capo e i suoi
ministri, per tutti quelli insomma che la croce del Maestro mette a disagio nel
loro egoismo senza limiti e senza vergogna.
L'amore
di Cristo per la riparazione è così grande che la glorifica nella Maddalena,
la pubblica peccatrice, diventata, grazie al suo pentimento e al suo grande
amore, la Maddalena di Betania - "Il Maestro è là che ti cerca” - e la
Maddalena del Golgota... Ai piedi della Croce sul Calvario scorgiamo solo tre
persone – come avviene sempre quando c'è da soffrire - un uomo e due donne,
Maria SS., S. Giovanni, la Maddalena ; “tra due innocenze intatte,
un'innocenza riconquistata...”, riconquistata a prezzo di una riparazione così
generosa, del doppio spezzarsi dell'alabastro dei profumi e del suo proprio
cuore..., riconquistata al punto che la peccatrice di una volta sarà la prima
creatura, dopo la SS. Vergine, a cui Gesù si mostri risorto - la Maddalena del
mattino di Pasqua.
E
se per conoscere meglio il pensiero di Cristo sulla riparazione lasciamo il
Vangelo e ricorriamo alle grandi rivelazioni della storia: Paray le Monial,
Lourdes, La Salette, Pellevoisin, Pontmain... che vediamo?
Si
direbbe che Nostro Signore nelle sue apparizioni a Santa Margherita-Maria
Alacoque non abbia avuto altro scopo che mendicare immolazioni riparatrici.
“Ecco
quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e in compenso non riceve che
ingratitudini e amarezze. Io domando quindi da te riparazione”.
“Il
S. Cuore - dice la Santa - cerca delle anime riparatrici che gli rendano amore
per amore e che con profonda umiltà domandino perdono a Dio per tutte le
ingiurie che gli si fanno”.
“E'
un fatto, mia diletta figlia, che il mio Cuore mi ha spinto a sacrificare tutto
me stesso per gli uomini senza che ne avessi da parte loro corrispondenza
alcuna.
E’
questa una pena che mi addolora più d'ogni altra da me sofferta nella mia
Passione;... essi non hanno che freddezza e ripulsa per quanto mi adoperi a far
loro del bene... tu almeno recami questo piacere di supplire per la loro
ingratitudine...”
Verso
il termine del febbraio 1669, nei giorni del Carnevale, la Santa scrive alla
Madre De Saumaise: “Questo Cuore amabilissimo mi pare mi abbia rivolto questa
domanda: Vuoi farmi compagnia sulla Croce in questi giorni, in cui sono tanto
afflitto per la voglia che ciascuno ha di divertirsi? Io ti farò provare tali
amarezze che tu potrai in qualche modo raddolcire quelle che i peccatori versano
nel mio Cuore; tu con i tuoi gemiti incessanti uniti alle mie pene otterrai
misericordia perché i peccati degli uomini non raggiungano il colmo”.
“Per
questo scopo della riparazione Nostro Signore domanda l'istituzione di una festa
speciale in onore del suo Cuore divino, la Comunione dei primi Venerdì del
mese, anzi la Comunione riparatrice più frequente possibile, secondo
l'ubbidienza, la pratica dell'Ora Santa, ecc.
La
maggior parte delle sue istruzioni alla prediletta discepola mirano a formare
lei - e, per mezzo di lei, noi - allo spirito di riparazione.
Per
l'Ora Santa, per esempio, il Signore domanda:
“Ogni
notte dal giovedì al venerdì io ti metterò a parte di quella tristezza
mortale che io ho provato nell'Orto di Getsemani. Tu ti alzerai fra le undici e
mezzanotte: ti prostrerai per un'ora con me, la faccia a terra, sia per placare
la giustizia divina domandando misericordia per i peccatori, sia per addolcire
in qualche modo l'amarezza ch'io provai per l'abbandono dei miei apostoli che
non avevano potuto vegliare un'ora vicino a me”.
Non
ci possono essere dubbi sulle intenzioni del Maestro. La prima volta che il
divin Cuore si manifesta alla Santa, il 27 dicembre 1673, le si mostra
sull'altare, luogo del sacrificio, e con sembiante afflitto. L'immagine che
suggerisce all'umile religiosa di disegnare, deve rappresentare un cuore ferito,
sormontato da una croce, e circondato da una corona di spine. Si spiegano quindi
gli accenti infiammati di Margherita Maria: "Se sapeste - scriveva essa -
quanto il nostro Sovrano mi spinge perché lo ami d'un amore di conformità alla
sua vita dolorosa! Io non vedo nulla che possa addolcire la lunghezza della vita
se non il soffrire sempre amando.
Soffriamo
dunque amorosamente senza lamentarci mai, e riputiamo come perduti i momenti
passati senza dolore”. Tutta la vita della Santa si compendia in un inno alla
Riparazione, un ardente invito ad amare Gesù "con un amore di conformità
alla sua vita dolorosa”.
E'
inutile continuare le citazioni della sua vita e delle sue opere: conviene
leggerle intere.
Il
P. Terrien nel suo libro pieno di dottrina sulla Devozione al S. Cuore, scrive
“Riparare è lo stesso che amare, ma è prima di tutto soffrire... immolarsi
amando”.
E
aggiunge: "Conviene attingere nel Cuore di Gesù questo prezioso
supplemento della Carità, che sola può rendere a Lui pienamente gradite le
nostre riparazioni”.
Gesù
batte alla porta dei nostri cuori per avere le nostre riparazioni, ma queste
povere elemosine non hanno valore alcuno se non passano attraverso al suo Cuore
divino. E' come un flusso e riflusso di benedizione. Il suo amore ci chiama
partendo da quel centro e il nostro amore, per rispondere efficacemente, deve
ritornare allo stesso centro.
Davide
diceva: "Ho trovato il mio cuore per pregare il Signore". Noi abbiamo
di meglio: lo stesso Cuore di Dio. S. Bonaventura non desiderava se non di
prendere in esso stabile dimora e rimpiangeva la cecità degli uomini che non
sanno penetrare nel Cristo attraverso le sue ferite, specialmente quella del suo
Costato.
Diciamo
dunque anche noi: “Entrerò umilmente, ma risolutamente fino all'altare del
Signore. Introibo ad altare Dei”.
Nell'inno
alle Lodi per la festa del Sacro Cuore si canta: "O Cuore, altare sul quale
il Cristo Sacerdote ha offerto e offre ogni giorno il Sacrificio cruento e
mistico, chi non ti amerà, chi non ti sceglierà come dimora per abitarvi
eternamente?”. Quest'asilo benedetto del suo Cuore, in cui Gesù rinnova di
continuo il suo sacrificio, sarà il mio asilo, dove offrirò la mia modesta
partecipazione all'opera della Redenzione. E come? Cercando di unire i miei
sentimenti a quelli di questo Cuore adorabile, seguendo, per esempio,
l'indirizzo dell'Apostolato della Preghiera - è un modello fra tanti, ma uno
dei migliori.
E
quali sono questi sentimenti del Cuor di Gesù?
“Ecce
venio: eccomi, Signore, io mi offro, mi dono a te”. La vita di Gesù è un
ecce perpetuo, una continua conferma dell'immolazione del primo giorno. Ecce
rex, ecco le Palme; Ecce homo, ecco la Passione; Ecce Agnus,
ecco il Gesù del Giordano e dell'Eucarestia. Maria SS., fedele imitatrice di
Gesù, altro non fece durante il corso della sua vita che ripetere quel suo: “Ecce;
ecce ancilla Domini. Io mi offro, mi dono”.
Dal
Cuore di Gesù erompe di continuo un duplice desiderio: - una fame divorante di
compiere la volontà del Padre; - una sete ardente di essere battezzato nel
proprio sangue per strapparci dalla morte. Orbene, questo doppio desiderio
pervade in Gesù tutto quello che gli appartiene.
Di
fatto, al presente, Gesù nella sua propria Umanità non è più passibile di
umiliazione ne di patimento; ma gli restiamo noi, suo Corpo mistico. Ora appunto
per ciascuno di noi in particolare Egli desidera l'abbandono totale ai voleri
divini, per ciascuno di noi ha sete di quelle immolazioni che debbono unirci al
suo Sacrificio.
Gesù
non può più umiliarsi in se stesso, ma lo può fare in noi: non può più
soffrire in se stesso; ma lo può in noi. Noi siamo in qualche modo Lui; ecco la
ragione per cui domanda la nostra partecipazione e le nostre offerte.
Ahimè!...
quanto pochi comprendono... o accettano! Tuttavia la devozione al S. Cuore
giunge fino a questo punto; meglio ancora, condiste nell'arrivare a questo
punto. Chi la giudica altrimenti la diminuisce o la falsa.
Inoltre
per farci meglio comprendere le sue intenzioni il divin Salvatore ha voluto
rimanere in mezzo a noi quale “ostia”. Sotto i veli eucaristici Gesù non può
più ora soffrire per i sacrilegi e per l'indifferenza, per le ribellioni e per
l'orgoglio, per la sensualità e le immodestie degli uomini. Ma un tempo,
durante la sua esistenza visibile sulla terra, ha già provato per tutti questi
oltraggi alla sua Maestà divina e per questa crudele dimenticanza della sua
legge, le più indicibili torture nel suo cuore e nel suo corpo. Ha previsto
tutto, tutto scoperto e penetrato fino al fondo, per tutto in particolare
sofferto.
Per
consolarlo di quei momenti così dolorosi, Egli domanda ora la nostra pietà
cooperatrice, e poiché ha scelto di perpetuare nell'Eucaristia il Sacrificio
compiuto sulla Croce, che potremo fare di meglio se non perpetuare il suo
sacrificio come Egli stesso lo perpetua, trasformandoci, cioè, con Lui in
altrettante ostie viventi?
Ancora;
poiché in questo Sacramento di amore si prolunga misticamente la fame divorante
del Salvatore di compiere in tutto la volontà del Padre e la sua sete ardente
di soffrire per la nostra salvezza, che potremo fare di meglio se non entrare
anche noi in quei sentimenti che animano di continuo l'Ospite dei nostri
tabernacoli?
Più
innanzi, quando dimostreremo quale debba essere l'amore di un'anima riparatrice
per il Sacramento dell'Altare, ritorneremo sull'argomento. Per ora basterà
quello che abbiamo accennato. Quando si comprende bene il Sacro Cuore, la vita
eucaristica diventa l'unione di due "ostie”nell'unità di un perfetto
abbandono; quando si comprende bene la vita eucaristica, cioè l'unione con Gesù
Ostia, allora l'amore al Cuore di Gesù diventa praticamente uno sforzo energico
per spogliarsi di se stessi, e trasformarsi in una “specie sensibile
“vivente, sotto la quale vivrà solo più il Cristo.
Una
“specie sensibile”, che Gli servirà di strumento per continuare a compiere
la sua opera, una “specie sensibile “che Egli sacrifica incessantemente con
se stesso, nell'unità di un medesimo sacrificio, alla gloria dell'adorabile
Trinità e per la salute delle anime.
Ci
siamo un po' dilungati - e se ne comprende facilmente la ragione - su Paray e
sulla devozione al Sacro Cuore. Ma anche nelle grandi apparizioni della S.
Vergine in Francia, nel secolo XIX - per non dire che di quelle - troviamo
sempre l'intento divino di richiamarci le necessità della vita di riparazione.
A
Bernardetta Maria si rivolge lamentando che gli uomini si abbandonino sempre più
al peccato e le domanda una doppia compensazione: preghiera e rinuncia. Fa
recitare alla fanciulla il Santo Rosario; vuole che si edifichi un tempio, in
cui il Signore sia glorificato; che si promuovano pellegrinaggi, con i quali le
folle, in un'epoca fredda e blasfema, vengano a portare l'omaggio delle loro
pubbliche adorazioni, delle loro infuocate acclamazioni, della loro fede
vendicatrice.
Ma
sopra ogni altra cosa Maria insiste: "Penitenza! Penitenza!
Penitenza!”(24 febbraio 1858).
A
Pellevoisin, a Pontmain, alla Salette la Vergine benedetta non domanderà nulla
di più; ma domanderà ancora una volta la stessa cosa: La preghiera e la
penitenza, in espiazione di tutti i delitti che si commettono.
“Pregate,
pregate, ragazzi miei!”.
“Fate
penitenza!..”.
Ai
due pastorelli della Salette la Regina del Cielo fa sapere che ormai non può più
trattenere il braccio vendicatore del suo divin Figliuolo. I peccati si
moltiplicano, la bilancia sta per dare il tracollo: "Se il mio popolo non
vuole sottomettersi, io finirò con dover lasciar libera la mano di mio Figlio.
Essa è così grave e così pesante ch'io non la posso più trattenere. E' già
molto tempo ch'io soffro per voi; se voglio ottenere che Gesù non vi abbandoni,
debbo continuamente rivolgergli la mia preghiera. E voi? Voi non ci badate
punto”. E la Santa Vergine piangeva amaramente.
Poi
continuò: “Io vi ho lasciato sei giorni per i vostri lavori e mi sono
riserbato soltanto il settimo e voi non me lo volete concedere”. Qui la
Vergine parla in nome di suo Figlio, e Melania racconta che a queste parole ci
fu, come segno di approvazione, un cenno del Crocifisso, che apparve allora
vivente sul petto della Vergine in lacrime.
Dopo
aver chiesto riparazioni per la violazione della domenica, la Madonna ne
richiese ancora per il vizio della bestemmia: "I carrettieri non sanno più
parlare senza frammettere ai loro detti il nome del mio divino Figliuolo. La
bestemmia e la violazione della festa sono le due iniquità che rendono così
pesante il braccio del mio Figliuolo”.
E'
necessario un contrappeso sulla bilancia, altrimenti la giustizia divina, che
francamente non può più esser trattenuta, scatterà.
Che
lezione ricavare per noi? Anime, anime ci vogliono che si dedichino alla
riparazione. Iddio è irritato. Guai a noi se sull'altro piatto della bilancia
divina le anime generose non gettano il peso delle loro immolazioni
compensatrici!
La
riparazione, necessità che s'impone nelle circostanze presenti.
Quanto
meno il terreno si presta e tanto più bisogna dare.
Noi domandiamo mattino e sera: "Padre nostro..., venga il tuo
regno”. E che il nostro augurio rimanga continuamente vano è pur troppo verità
manifesta.
Chi
oserà dire che il regno di Dio stia per giungere? Non è forse vero, invece,
che non giunge punto, che neppure lo si scopre da lontano in attesa di venire?
Ai
nostri giorni chi non può ripetere, senza timore di sbagliare, le parole che il
Peguy mette sulle labbra di Giovanna d'Arco, e che dipingono così bene la
triste epoca degli inizi del regno di Carlo VI?
“Padre
nostro! Padre nostro che sei nei cieli, quanto siam lontani dal vedere che il
tuo nome sia santificato; quanto siam lontani dal momento che il tuo regno
arrivi... Si va di male in peggio. Vedessimo almeno spuntare il sole della tua
giustizia! Si direbbe, invece – mio Dio, mio Dio, perdonami - si direbbe che
il tuo regno se ne va. Non mai prima d'ora si è tanto bestemmiato il tuo nome;
non mai s'è tanto disprezzata la tua volontà; non mai s'è tanto
disobbedito!... Se non s'è ancora avuto abbastanza santi e sante, mandane degli
altri, mandane tanti, quanti se ne richiedono, mandane tanti, che il nemico si
stanchi...".
Nella
magnifica introduzione alla vita di S. Liduina, la dolorosa riparatrice di
Schiedam, l'Huysmans descrive a larghi tratti lo stato del mondo nell'epoca, in
cui Dio si prepara ad eleggere l'elegante pattinatrice di quell'angolo
dell'Olanda per inchiodarla, lo spazio di trentotto anni, in un letto, in preda
ai più atroci dolori di corpo e di spirito, e così mandar sconfitto Satana, il
cui regno maledetto si andava ogni giorno più accrescendo.
Il
mondo non si è mutato di molto dopo S. Liduina.
Ai
suoi giorni i popoli si massacravano l'un l'altro.
Oggi
non abbiamo nulla da invidiare ai barbari di allora. Le nazioni si sfasciavano
nella decrepitezza e nella decadenza, fattesi volontariamente schiave di sofisti
prezzolati e di falsi pastori senza coscienza. E noi, per parte nostra, abbiamo
visto anche questo. Non mancava allora il denaro per assoldare i traditori. Ma
del denaro a questo fine non ne mancherà mai. Ora, come per il passato,
abbondano i filosofastri che trovano sempre ragioni per scusare i più nefandi
delitti. Da per tutto la sete del piacere. "Fra ventitré giorni compio
ventuno anni, è tempo di darmi al piacere"; questo motto di Beyle è
l'ideale di intere generazioni.
Il
peccato si diffonde con una profusione ed un cinismo che sconcertano; e non
osiamo recarne esempi, perché non sapremmo dove arrestarci.
A
qualche anima più generosa nella riparazione il divin Salvatore ha fatto non di
rado delle confidenze, nelle quali fa rilevare in particolare i peccati che
stanno per attirare sulla terra castighi inevitabili, se non c'è chi si offra
per riparare.
I
peccati di bestemmia.
Gesù mostrandosi tutto in lacrime e sfigurato in volto ad una Clarissa del
secolo XVIII, Veronica Giuliani, le disse: "Vedi come sono maltrattato e in
che stato sono ridotto. Tutto questo per le orribili bestemmie che vomitano
continuamente contro di me le creature delle mie mani”. Abbiamo già riferito
del resto le parole della Vergine alla Salette.
I
peccati di impurità.
Mentre Caterina da Siena piangeva sui mali della Chiesa:
“Ricorda
- le disse il divin Salvatore - che ben prima della peste ti avevo già fatto
comprendere l'orrore ch'io sento del vizio impuro, e come il mondo ne era
infetto. Io ti ho messo innanzi agli occhi l'universo intero e tu hai potuto
vedere questo maledetto peccato in tutte le condizioni... Questa lebbra era
sparsa da per tutto... la maggior parte degli uomini era macchiata da questo
vizio infame nell'anima e nel corpo.
“Tuttavia,
in mezzo a tanti prevaricatori, ti ho mostrato un certo numero di anime
preservate, perché in mezzo ai perversi ho sempre degli eletti, le cui opere
buone mi trattengono dal comandare alle montagne di schiacciare i colpevoli,
alla terra di ingoiarli, alle belve feroci di divorarli, o ai demoni di
portarseli in anima e corpo all'inferno. Cerco anzi i mezzi di poter far loro
misericordia traendoli a mutar vita, e mi servo a questo fine degli stessi miei
servi che sono puri da questa lebbra e li muovo a pregare per essi”.
E
poiché tali peccati riboccano specialmente in certe epoche, in queste
sopratutto bisogna riparare.
Una
domenica di Quinquagesima, sul cominciar della Messa, Nostro Signore fece capire
a S. Geltrude che, stanco e desolato per le persecuzioni di cui lo facevano
oggetto da ogni parte, le domandava di rifugiarsi nel suo cuore:
“E
da quel momento, durante i tre giorni di carnevale, ogni qual volta rientravo
nel mio cuore, ti scorgevo appoggiato sul mio petto, languido, spossato e non
potevo allora recare migliore sollievo ai tuoi mali che applicandomi per amor
tuo all'orazione, al silenzio e agli altri esercizi di mortificazione per la
conversione di quelli che vivono nei disordini del mondo”.
Se
almeno gli “eletti “non si allontanassero mai dalla retta via! Quanti
singhiozzi nelle lagnanze del Signore a S. Margherita Maria e ad altre simili
anime privilegiate del nostro tempo:
“Ti
voglio mostrare la ferita più dolorosa recata al mio Cuore... ne sono causa le
anime religiose e sacerdotali che mancano di fedeltà alla loro vocazione o che
non vi corrispondono secondo i miei disegni”.
Ritorniamo
ai semplici fedeli. Anche là dove si dovrebbe trovare maggior amore, non
s'incontra che diserzione.
“Nelle
chiese io resto quasi sempre solo – confida Nostro Signore a Santa Gemma
Galgani - e quelle poche ore in cui vi si accorre in folla, altri motivi
dall'amore mio vi spingono la maggior parte, ed io soffro nel veder la mia
Chiesa, che è la mia dimora, mutata in un teatro e in luogo di piacere". E
siccome Gesù continuava lamentando certe comunioni infami, Gemma lo supplicò
di non andar più innanzi: “Gesù, Gesù, non ne posso più...!”.
Oltre
le colpe di quelli che credono, abbiamo l'incredulità di quelli che vivono
lontani dal Dio della Verità!
“Signore!
Venga, venga presto il tuo regno!”.
Ahimè!
quanto è ancor lontano!
Di
un miliardo e mezzo di uomini che abitano la terra appena cinquecento venti
milioni sono cristiani e fra questi i cattolici contano per soli
duecentosessanta milioni. Tutto il resto: scismatici, protestanti, mussulmani,
giudei o pagani idolatri.
Povero
Salvatore, che per redimere le anime ha versato tutto il suo sangue!
Ahimè!
Gli Apostoli non sono sufficienti... Ventisette secoli fa, il profeta Amos,
sotto i sicomori di Betel, usciva in queste strane parole: "Ecco si
avvicinano quei tempi in cui manderò la fame e la sete sulla terra, non la fame
e la sete dell'acqua, ma la fame e la sete della parola di Dio... ed andranno
cercando per tutte le parti la parola di Dio... e non la troveranno”.
Qualcosa
è forse cambiato dopo ventisette secoli, e i popoli non rimangono forse,
nonostante il Cristo, assisi nell'ombra della morte?
“Quale
sciagura, Padre, non tocca ai figli dei Tanali! “- scrive una tribù del
Madagascar centrale domandando il ritorno del missionario tolto da quella
stazione per la penuria di sacerdoti. - “Noi eravamo nella notte profonda come
un uomo rischiarato da una fiaccola tra le tenebre: la luce della preghiera
cattolica ci aveva illuminati. Ora la grande luce, che avevamo veduta, ci è
stata rapita. Ahimè! quale tremenda sventura! Salvateci, Padre! Questo è il
grido del nostro dolore. Eccoci ridotti quali pecore orfane del loro pastore, la
preda dei lupi”.
Darsi,
e cioè offrire alla causa, che si vuole servire, non soltanto l'intelligenza e
lo spirito, ma sopratutto e prima di tutto il cuore; - darsi, e cioè amare
l'ideale, che si vuol far trionfare, quanto è necessario per sacrificare ad
esso non soltanto qualche cosa di sé, dei propri gusti, delle proprie
preferenze, delle proprie abitudini, ma tutto se stesso, tutte le proprie
abitudini e preferenze e gusti; - darsi, cioè amare tanto quelli che si
vogliono guadagnare da andar loro incontro per i primi, senza aspettarsi un
compenso di affetto o di gratitudine, ma soltanto per amore, amore di Dio, amore
delle anime; - darsi e soprattutto darsi nel modo che s'è detto, ecco
un'impresa non certo facile; ecco la ragione perché il mondo desolato chiama.
La grazia divina è sempre pronta a zampillare, a scorrere, a lavare le colpe, a
purificare le coscienze, ad illuminare i ciechi, a guarire la lebbra e le
paralisi; ma come per il povero paralitico della piscina probatica, manca chi
voglia apprestare alla miseria il soccorso necessario.
"Occorre
spirito di sacrificio? Eccomi pronta!”- diceva Valentina Riant, e accettò di
gran cuore di consacrare la propria vita riparatrice al riscatto delle
abominazioni e delle turpitudini dei nostri giorni. Ma quanti si sentono il
coraggio di imitarla?
Dopo
il 1871 il Renan e i suoi amici fecero coniare una medaglia d'oro per
commemorare il fatto seguente.
La
medaglia portava le parole: "Durante l'assedio, un gruppo di persone, che
solevano riunirsi a pranzo ogni quindici giorni da Brébant, non si sono
avvedute neppure una volta che pranzavano in una città di due milioni
d'abitanti circondata dai nemici".
E'
così sempre. Il mondo contiene due sorta di anime: le une, in piccolo numero,
sul modello della generosa Riparatrice e sono quelle che vedono, comprendono e
soffrono troppo di quello che vedono e perciò non possono trattenersi dal
gettarsi allo sbaraglio; le altre, sul modello dell'egoista odioso e dei suoi
satelliti, - che sono legione, - le quali non vedono nulla o, vedendo, non
comprendono, o vedendo e comprendendo, non vogliono sacrificare nulla e in mezzo
ad un mondo trasportato dal vortice e in cammino verso l'abisso, non pensano che
a banchettare presso i diversi Brébant dei nostri tempi, o almeno non
pensano che a dimenticare i milioni di disgraziati che li circondano e che il
dubbio, la miseria, la mancanza di Dio assediano o tengono prigionieri. “Tre
milioni d'anime – calcola un umorista contemporaneo - sono uguali a una
ventina di Anime con la lettera maiuscola".
L'abitudine
di vivere in mezzo a questo egoismo, che tutto domina, c'impedisce di vedere
quanto esso sia odioso. Ma coloro che nelle tenebre di una vita passata fuori
della Chiesa, vengono improvvisamente "colpiti da chiaroveggenza”
mediante una grazia di elezione e condotti all'Evangelo, non possono nascondere
la loro meraviglia e dissimulare il loro disprezzo per queste “anime da
nulla“ di cui è pieno il mondo, e che non aspirano che al nulla, di
cui si pascono.
L'artista
olandese Pietro Van der Meer, confessa nel suo Journal il grande stupore
che gli recava la prodigiosa incoscienza di certe persone - la maggior parte -
mentre egli stava cercando la fede.
Eccolo
attraversare in Londra la “City”, cioè quel funebre quartiere del
commercio, del denaro e degli affari... "Da tutte le porte, da tutte le
vie, da tutti gli angoli, ripostigli e androni, vidi uscire signori vestiti in
nero, senza cappello in testa, che si precipitavano tutti nella stessa
direzione, apparentemente con un medesimo scopo. Era stata aperta la
sottoscrizione ad un prestito giapponese; c'era un guadagno assicurato e tutti
si precipitavano come selvaggi sulla preda”.
Un
altro giorno, eccolo a Parigi, dove giunge col diretto delle 6 del mattino.
“Sui boulevards Rochechouart e Clichy mi si presenta lo spettacolo dei
piaceri e dei dolori della notte. In una sala al primo piano di un caffè... i
lampadari erano ancora accesi. Tutto ad un tratto mi giungono all'orecchio le
risa sguaiate d'una ragazza; poi m'imbattei in uomini e donne in abito da sera,
col volto stanco, gli occhi infossati, che si affrettavano lungo le case o
cercavano una vettura”.
Altrove
incontra qualcuno, il cui Dio è la buona tavola, quorum Deus venter est:
"Questo Gargantua sembra decisamente ignorare il timore della morte,
non preoccuparsi troppo del mistero della vita. Che cosa può mai esser la vita
dell'anima in una simile persona?”.
“Nel
nostro albergo ha preso stanza una vecchia signora americana che si vanta di non
avere né parenti, né amici. - "O meglio - essa aggiunge - ho un unico
amico! “e traendo di tasca il portamonete, lo depone solennemente sul tavolo:
Eccolo!".
E
il pensiero va a quella fanciulla troppo mondana, che sul punto di morire
confessa alla religiosa che l'assiste: “Mia buona suora, le mie mani sono
vuote!"; o a quel gentiluomo austriaco, parente del conte Czernin, che
diceva: "Quando il Signore mi chiederà: - Che hai fatto della tua vita? -
dovrò rispondere : - Signore, ho ucciso lepri, e poi lepri, e poi lepri
ancora... Troppo poco veramente”.
Sì,
certo troppo poco. E non si tratta di giansenismo, né di condannare il piacere
legittimo; si tratta della mostruosa usanza di non vedere nella vita altro che
il piacere che essa può procurare.
Ma
c'è ancora dell'altro.
Fortunatamente
ci sono anime che comprendono.
E
una di queste scrive: “Perché Dio è così poco conosciuto, così poco amato?
Perché la sete dei piaceri più o meno sani divora l'umanità? Ahimè! Quando
io getto lo sguardo sulla nostra società, mi sento preso da profonda
compassione e da un vivo desiderio di amare Gesù per tutti quelli che lo
disprezzano”.
In
queste parole troviamo appunto il programma argutamente formulato da un certo
personaggio di operetta moderna.
“Ci
si priva di qualche cosa, ci si mortifica, perché altri soffrono, per un
sentimento profondo di simpatia, per un bisogno, un desiderio di soffrire
insieme; ci si impone delle privazioni anche perché altri si abbandonano troppo
al godimento; allora si agisce per un desiderio di riscatto, un sentimento di
compensazione; si lavora secondo la propria condizione e la propria capacità a
mantenere un certo livello nell'umanità”.
L’undici
maggio 1899, festa dell'Ascensione, Nostro Signore domandò ad un'anima, che si
era scelta già altre volte per confidarle alcuni desideri del suo Cuore:
-
Figlia mia, posso contare sopra di te e richiedere da te quello che non mi
vogliono concedere le anime molli e sensuali del mondo e nemmeno la maggior
parte delle anime devote, che mi amano e mi servono perché nell'amarmi e nel
servirmi trovano una qualche soddisfazione propria?
-
Sì, mio Dio!
-
Accetti la tua parte della mia vita di pene per la continua espiazione dei
peccati che di continuo si commettono? Perché io vivo così nelle anime che
volentieri si danno a me per soffrire e per espiare. Vuoi offrirti a me per
essere una di queste anime?
-
Sì, mio Gesù!
-
Consenti a soffrire tutte le pene che mi piacerà di inviarti sia nel cuore, sia
nello spirito, e sia nel corpo? Mi resterai fedele? Avrai sempre fiducia nella
mia sapienza, nella mia misericordia, nel mio amore?
-
Sì, mio Dio!
-
Consenti a lasciarti ridurre, in conseguenza delle infermità che ti invierò,
alla completa impotenza? E per tutto il tempo che dureranno queste prove,
resterai sempre calma, servizievole, pronta a tutto? Mi prometti di non mai
dubitare del mio amore per te, di non accoglier mai volontariamente nel tuo
cuore pensiero alcuno di diffidenza e di moltiplicare, col moltiplicarsi delle
prove, gli atti di abbandono alla mia Provvidenza, di amore alla mia volontà,
di riconoscenza per la parte che io ti affido della mia vita d'espiazione?
-
Sì, mio Dio, con la tua grazia te lo prometto. Questi particolari li
abbiamo avuti qualche anno fa da un eminente direttore di anime, il cui nome è
ben conosciuto, il R. P. Foch
Quanti cuori generosi nel secreto della loro orazione si sono offerti così a Dio con la stessa generosità!
Compiaciti,
Signore, di mandarci tante di queste anime giuste per la riparazione
compensatrice! Mandaci delle anime non solo fedeli, ma risolute a pagare con la
loro fedeltà il debito contratto dagli uomini presso la tua giustizia. Una
generosità ordinaria non basta, è necessaria una generosità senza riserve a
disposizione d'un amore riparatore e penitente. Altre opere sono necessario, ma
questa va innanzi a tutte.
Meglio
ancora, Signore; fai spuntare delle anime, che non solo accettino il sacrificio,
ma lo ricerchino, lo amino, lo desiderino per sconfiggere le potenze del male.
Sono le anime riparatrici in grado massimo.
Il
cardinal Manning scriveva: "Questa nostra non è un'epoca di martiri (chi
sa?); ma un'epoca in cui ciascuno deve possedere la volontà di un martire”.
In
un'opera pubblicata ancor prima della grande guerra, Daniele, il protagonista
del libro, da una risposta ben meritata ad un giovane ecclesiastico un po'
mondano, il quale ricordava con compiacenza il detto d'un vescovo della Cina
che, testimone di molti massacri, confessava: “Nella mia gioventù avevo
desiderato il martirio;... ma ora mi sono ricreduto”.
-
"Lasciate che ve lo dica - risponde dunque Daniele - se ci sono in mezzo a
noi mille fedeli, se ce ne sono cento o anche solo venti, i quali siano
preparati a portare sul loro corpo le stimmate della Passione, i veri e soli
discepoli, però, si riconosceranno dal versare che faranno lietamente il loro
sangue! Questo sangue, la terra che noi calpestiamo già lo conosce, già lo ha
bevuto abbondantemente; e fu il sangue dei nostri martiri; se la patria deve
risorgere sarà anche il nostro!".
"Sarà
anche il nostro"! Non già il nostro sparso forse sul campo di battaglia o
nelle arene, ma il nostro, dato a goccia a goccia nello sforzo di ogni giorno
per la santità, per la restaurazione in Cristo di tutto il genere umano: dato
goccia a goccia nelle immolazioni ordinarie, ma salvatrici, di una vita, in cui
tutto è per Dio, tutto, fino al sacrificio, nelle anime più fedeli, d'ogni
riserva dell'amor proprio, al sacrificio degli egoismi più intimi, dei gusti e
delle gioie più lecite per la gioia più grande di vedere finalmente Dio
conosciuto, amato e servito come si deve e si merita.
CHI
DEVE RIPARARE?
L'anima
cristiana e la riparazione.
Il
compito di attuare la missione - quindi anche la Passione - di Gesù Cristo,
spetta in modo eminente e particolare alle persone elette, alle persone
consacrate. Non ne viene però che esso non riguardi il cristiano. Ciascuno dei
cristiani può e deve occupare, secondo la misura della propria generosità, il
suo posto tra le file di quelli che vogliono riparare.
Una
prima ragione, che dovrebbe stimolare anche le anime tiepide è questa: il
loro proprio interesse.
Le
leggi della giustizia divina sono note a tutti. Sappiamo che, se il Signore non
vuol agire contro se stesso, deve infliggere, ora o più tardi, ma
necessariamente, ad ogni peccato il proporzionato castigo: che il delitto non può
trionfare fino alla fine. Quando si tratta degli individui, Dio castiga qualche
volta sulla terra, ma non molto spesso, perché nella sua misericordia suole
temporeggiare, avendo ancora, come risorsa, l'eternità per il caso che l'uomo
si ostini. Ma i popoli, le nazioni, che, come tali non hanno altra esistenza che
quella di quaggiù, debbono assolutamente in una maniera o in un'altra espiare i
loro falli sopra la terra.
Nell'Antico
Testamento la dimostrazione di questo principio è evidente.
Ascoltiamo
le parole di Javè, rivolte, per bocca di Geremia, al popolo ebreo
prevaricatore:
“Io
chiamerò i popoli dal regno dell'aquilone ed essi verranno a rizzare i loro
troni all'ingresso delle porte di Gerusalemme, tutt'attorno alle sue mura e in
tutte le città di Giuda. E pronunzierò una severa condanna contro Giuda a
cagione della sua malizia, perché mi hanno abbandonato ed hanno adorato l'opera
delle loro mani” (I, 13).
Ancora:
... “Io farò venire dai paesi più lontani un popolo, un popolo potente, un
popolo la cui lingua vi sarà talmente nuova, che voi non comprenderete nulla di
quanto vi dirà. Il suo turcasso ingoierà gli uomini come un sepolcro
spalancato; i suoi soldati saranno valorosi. Egli mangerà il vostro grano e il
vostro pane e divorerà i vostri figli, saccheggerà i vostri armenti e i vostri
buoi, spoglierà le vostre vigne e verrà con la spada in pugno a distruggere le
vostre più forti città, in cui voi mettete la vostra sicurezza” (v. 15-18).
Nella
storia contemporanea non abbiamo bisogno di andar tanto lontano per trovare
parecchi raccostamenti alla storia di un tempo, che hanno del singolare. Se
altri prende scandalo di questa legge divina delle esigenze compensatrici, ciò
non prova che essa sia ingiusta.
In
pratica, nei casi particolari, non sarà mai possibile affermare
categoricamente: Quest'avvenimento doloroso e l'espiazione di questa o di quella
colpa; l'isola di sant'Elena, per esempio, è l'espiazione di Savona e di
Fontainebleau. Non così per la legge generale; la quale è che tutto si paga e
che Dio avrà sempre – ed è giusto - l'ultima parola.
Abbiamo
affermato altrove che gli avvenimenti così tragici degli anni testé passati
possono, sotto un certo aspetto, senza timore di paradosso, esser considerati
come un'opera di misericordia da parte di Dio. Ma nessuno potrà negare, che se
vogliamo spiegarci ogni cosa, dobbiamo pur deciderci a scorgere in essi un'opera
di giustizia divina. Soltanto l'orgoglio cieco può ostinarsi a negarlo.
“Qua
e là giacciono a terra rugginosi e crivellati dalle palle gli strumenti del
lavoro. In mezzo al cortile, nel frutteto, presso le siepi, da per tutto si
aprono le tombe, sorgono le croci. Ah! ditemi, non è abbastanza terribile
questa rivincita delle croci? Fino a quando ci ostineremo a non voler
comprendere?".
Così
diceva un soldato. E chi, avendo contemplato alla fronte il numero senza numero
dei cimiteri, le armate di tombe, può trattenersi dal pensare: "Ah! Non si
voleva la croce sui monumenti pubblici, nei tribunali, nelle scuole, nelle
pubbliche vie... ed ecco la povera Croce installarsi da per tutto, in mezzo ai
boschi, lungo le vie e nei giardini”?
Che
si andava cercando un tempo - e anche troppo spesso, ahimè, al presente! - se
non il piacere e il godimento? Anche in seno alle famiglie cristiane quante
libertà, quale noncuranza delle leggi più rigorose: doveri del matrimonio,
osservanza del riposo festivo, santificazione delle feste, rispetto alla roba
altrui! Tutta la vita è organizzata contro la sofferenza, anche contro quella
che deriva dalla semplice fedeltà ai comandamenti più imperiosi di Dio o della
Chiesa...
Il
"dolore”aspettava la sua ora, preparava la sua rivincita. La chiamata
sotto le armi del 2 agosto 1914 fu ben l'opera sua.
S'ebbero
allora le separazioni, gli ultimi addii, le ansie senza fine... e poi le notizie
dolorose...: il caro lontano e ferito, prigioniero, scomparso..., forse più e
peggio di tutto questo..., morto!
Poveri
afflitti! Quanta capacità di soffrire del cuore umano!
E
fra quanti furono spettatori della guerra, nessuno potrà mai descrivere la
quantità prodigiosa di sacrifici, che in certi momenti, in certi giorni - anche
per mesi interi - impose la vita alla fronte.
Ora
tutto questo è finito!... E l'avvenire? Che resterà delle famiglie, delle
fortune, del benessere materiale accumulato con tante pene? Come si potrà
restare insensibili alla vista delle angoscio e dei dolori che si preparano? Non
possiamo proprio nulla noi?
Sì,
possiamo molto. Durante la guerra abbiamo fatto assegnamento su tre grandi
armate: quella dei combattenti, quella di coloro che curano i feriti, e quella
di coloro che pregano.
I
soldati che si sono battuti hanno pagato più che largamente il loro tributo di
sangue alla patria. A quelli che sono morti noi dobbiamo la vita.
Quanti
si sono dedicati alla cura dei feriti l'hanno fatto con uno spirito di
sacrificio senza limiti.
Ma
l'armata che forse meglio contribuì alla vittoria fu quella della preghiera e
del sacrificio - della quale facevano parte del resto, molti soldati delle due
prime.
Le
parole di Giovanna d'Arco sono sempre vere: “Le mani che impugnano le armi
guadagnano meno battaglie che le mani levate al cielo”.
"L'inesplicabile
vittoria della Marna - ha scritto un autore di vedute spesso profonde - potrebbe
essere l'opera dell'umile preghiera di una bambina".
Ancora:
“Ecco una povera fanciulla che prega in una oscura chiesetta devastata. Essa
tutto ignora, tranne che Dio esaudisce la preghiera, avendo promesso di
concedere quello che gli si domanda fiduciosamente... Tendete l'orecchio,
sentite nella notte quel rumore assordante di soldati, di cavalli, di carri in
marcia...?
Quel
rumore è il movimento delle labbra di quella innocente, a cui il Signore non
saprà negare nulla”.
Grande
è stata certamente la parte dell'influsso soprannaturale nella storia degli
anni dal 1914 al 1919. Nella storia degli anni che verranno questa parte sarà
così bella e così ampia, come piacerà a noi di farla.
E'
troppo chiaro che la calma è ben lontana dall'essere stabilita nelle nazioni e
che i popoli hanno bisogno di parafulmini, forse più ancora che per il passato.
Da per tutto agitazione, malessere: rumori che minacciano, convulsioni che si
preparano. Oh! se sapessimo capire quanto di azione divina noi possiamo
introdurre nella storia umana! Non che si debba rinunziare all'uso dei mezzi
naturali, ma vorremmo poter persuadere molti - anche fra i cristiani che non
credono abbastanza all'efficacia dei mezzi soprannaturali - che per mezzo di
essi qualche cosa può essere modificato nei fatti che si svolgono.
Colui,
che può influire sopra la Causa prima di ogni cosa, può ben dirsi onnipotente:
ora la Causa prima di ogni cosa ha una parte non indifferente nella storia del
mondo.
Durante
una tempesta che infuriava contro le navi di S. Luigi in rotta per la Crociata,
si vide il re, dopo aver recitata una breve preghiera, alzarsi pieno di
confidenza assicurando che alla flotta non sarebbe accaduto nulla di sinistro.
“Donde
ricavate questa vostra fiducia? “gli domandarono i suoi. - “Laggiù, rispose
egli, nel mio monastero di Chiaravalle si offrono a Dio per noi preghiere e
penitenza. Tutto andrà a seconda”.
Pochi
anni or sono un Vescovo di Cina, interrogato quale mezzo credesse più efficace
per condurre a Cristo tutto quell'immenso impero: "Avremmo bisogno,
rispose, di qualche Carmelitana di più e di qualche Trappista”.
Questo
potrebbe sembrare sproporzionato al fine che si vuol ottenere; ma contro la
verità non si può nulla. E la verità è questa: Chi rovina le nazioni? il
peccato.
Quod
evertit nationes, peccatum.
Chi dunque salva i popoli è la santità - la santità per mezzo dei due
elementi che la costituiscono: la penitenza e la preghiera.
Ne
derivano necessariamente due conseguenze. La prima: interroghiamo noi stessi per
conoscere se nulla nella nostra vita ha potuto esser causa, anche solo in
piccola parte, dei fatti che deploriamo. In alcune contrade dell'Oriente, quando
si trova il cadavere di un qualche assassinato, lo si porta sulla piazza
pubblica e tutti gli abitanti del paese debbono giurare di non aver avuto parte
alcuna nell'uccisione della vittima.
Dinanzi
alla rovina della propria patria ci resta da fare qualche cosa di meglio, che
non il gesto di Pilato e la fredda dichiarazione: “Io sono innocente di quanto
è avvenuto". Sappiamo fino a qual punto vi hanno contribuito ciascuna
delle nostre colpe? Non è forse vero che se il Signore trovava nelle città di
Sodoma e di Gomorra qualche giusto di più non le avrebbe incenerite sotto una
pioggia di fuoco?
Stiamo
lontani dal peccato. Quod evertit nationes, peccatum (Prov., 14, 31). Il
peccato dei singoli uomini, ecco quello che attira, più spesso che non
crediamo, il castigo sulle nazioni.
Anche
un solo peccato mortale è, per se stesso, sufficiente ad attirare sulla terra
calamità immense. Pochi lo comprendono, ma bisogna pur dirlo. Il peccato
mortale, infatti, consiste in questo, che, potendo scegliere fra una creatura
qualunque e Dio, si preferisce la creatura, si ripudia Dio, si cerca di
sopprimerlo, se Dio potesse venir soppresso. Per sé l'annientamento di tutto il
finito non potrebbe compensare quest'ingiuria rivolta all'Infinito. Ecco i
termini del problema e tutti i brevetti di bontà che ci si concedono, tutte le
accuse di barbarie lanciate contro Dio, non cambiano nulla.
Quanti
esempi troviamo ancora nella storia del popolo di Dio utili a meditarsi dalle
nostre generazioni – se le nostre generazioni potessero ancora interessarsi
qualche poco della vita del popolo di Dio! Nell'armata in marcia contro Gerico
uno dei soldati commette un fallo grave. Il Signore aveva comandato che nulla
fosse distolto dal bottino, ma tutto fosse riservato per il tempio di
Gerusalemme. Un soldato, invece, s'era impadronito d'una verga d'oro e d'un
mantello di porpora e li aveva nascosti nella sua tenda, il che era
evidentemente contro il volere di Dio. Il popolo di Israele si batte contro i
suoi nemici, ma si vede sfuggire la vittoria...
Qualcuno deve aver disobbedito al Dio degli eserciti e il Dio degli eserciti
abbandona il popolo di Israele a se stesso. Si cerchi il colpevole e paghi il
fio della sua colpa. Ciò fatto, Dio dice ad Israele: “Fin da questo momento
hai la vittoria in pugno - non dice avrai, ma hai - va pure, combatti, io sono
con te”.
Israele
ritorna sul campo, si batte contro il nemico e lo fa in pezzi (Giosuè, VI e VII).
Non
vogliamo dire con questo che il Signore, massime nella legge nuova, soglia
sempre punire con castighi generali le nostre colpe private. Diciamo
semplicemente che può farlo; che se lo fa, lo fa giustamente; che tutti i
castighi temporali riuniti insieme non valgono per se a compensare un solo
peccato, perché tra l'infinito e il finito non c'è alcuna proporzione; e
diciamo anche che, intervenendo la misericordia di Dio, l'offerta fatta da noi
di una sofferenza accettata o cercata, può compensare per molte colpe e che,
secondo la parola stessa di Nostro Signore a S. Margherita Maria "un'anima
giusta può ottenere il perdono per mille peccatori”. Così, senza rinunziare
per nulla ai diritti della sua giustizia, Dio trova modo di esercitare le sue
grandi misericordie. Ma vuole che nella misura più larga possibile noi gli
apportiamo il nostro concorso e diamo a questa misericordia infinita l'occasione
— vorrei dire: il permesso — di esercitarsi.
Perciò,
invece di scandalizzarci e tanto meno uscire in bestemmie di fronte agli
avvenimenti che ci sconvolgono o ci affliggono, come fanno i nostri moderni
pagani; invece di biasimare ogni interpretazione della storia, nella quale entri
a far parte l'espiazione, come fanno i nostri attuali farisei dalla vita sé
dicente pura da ogni macchia, che dobbiamo fare? Stimare il peccato secondo il
suo vero valore ed evitarlo come il male più grande per gli individui e i
popoli.
Non
vogliamo certo dire che di due nazioni sia la più santa o la meno colpevole
quella a cui il Signore concede o permette maggior prosperità; ma è fuor di
dubbio che, se non di fatto, certo di diritto una colpa grave può attirare
sulla terra le più terribili rovine, e che, se abbiamo a cuore il bene degli
uomini, il nostro primo pensiero deve essere di vivere bene, di fare cioè ogni
sforzo per evitare tutte quelle colpe che l'Altissimo nella sua giustizia non può
non punire o nel tempo o nell'eternità.
Meditiamo
qualche volta le parole seguenti del Newman, le quali, dopo quanto abbiamo detto
fin qui, non c'è pericolo che restino fraintese: “Non immaginiamoci che il
Signore usi con noi, al presente, altro modo di punire che nel passato, perché
siamo spettatori della sua azione. La principale differenza fra il contegno
tenuto da Dio verso i Giudei e quello che ora tiene verso i cristiani non è
certamente che questa: per i Giudei il modo era esteriore e visibile, per i
cristiani è intimo e invisibile. Noi non vediamo oggi, come in quei tempi, gli
effetti della collera di Dio, perché Egli non si da la pena di venircelo a
dichiarare in persona come faceva con i Giudei o per se stesso o per mezzo dei
Profeti, ma questi effetti non sono perciò meno reali, sono anzi più terribili
perché proporzionati alla grandezza dei privilegi di cui abbiamo abusato”.
Ma
la parte del cristiano non deve restare puramente negativa.
A
ciascuno, per poco che abbia desiderio di guarire e prevenire il male, spetta la
missione di collocare sulla bilancia divina, come contrappeso delle colpe, di
cui purtroppo siamo spettatori, una buona misura di fedeltà alla preghiera, di
accettazione della sofferenza e di pratica d'ogni virtù.
Un
motivo dunque d'interesse deve spingere ogni cristiano alla riparazione. Se
manca alla parte sua, i suoi fratelli, la comunità intera, la società, la
nazione vanno a rischio di espiare la sua noncuranza o il suo colpevole oblio.
Ma
ci resta un secondo motivo più nobile, non più di interesse, ma di amore.
Si può forse veder il Signore trattato,
come lo si tratta e non sentire il bisogno di recargli qualche sollievo? Gesù
Cristo, il nostro re, il nostro duce è oltraggiato, posto fuori della legge e
noi non proviamo un sussulto, uno slancio, un dispiacere, un desiderio? E' vero
che dopo il giardino dell'Agonia, dopo la Croce, è ormai avvezzo a vedersi
quasi abbandonato da tutti.
Ma
vorremo abbandonarlo anche noi e non esser invece di quei pochi che gli
rimangono fedeli? Dov'è dunque la nostra fede, dove i nobili sentimenti d'un
cuore cristiano? Nessuno vorrà avvicinarsi a consolare le pene del Maestro?
Nessuno vorrà offrirsi per lenire il lutto della Chiesa? Sono forse soltanto i
Sacerdoti e i religiosi che possono comprendere la croce e la miseria delle
anime?
“Guardatevi
intorno - scriveva il Manning - e poi ditemi se il mondo è retto dallo Spirito
di Dio che ne è il creatore o dallo spirito di Satana che ne è l'idolo e la
rovina! Dovremmo riparare per tutti quelli che furono rigenerati nel Battesimo
con l'acqua e lo Spirito Santo e che pure hanno peccato contro di Lui”... E
aggiungeva con tristezza: "Ma noi invece restiamo tutto il giorno
inoperosi! "
Lo
Spirito Santo è tradito ad ogni istante e non si troverà nessuno per riparare?
La
Chiesa è presa di mira continuamente, qui senza vergogna alcuna, là con armi
subdole; e noi rimarremo sempre inerti? Alla battaglia di Eylau, vedendosi
incalzato troppo da vicino dal nemico, Napoleone gridò, pare, a Murat: “Non
li vedi che avanzano? Ci lascerai dunque mangiare da quella gente?”.
Dunque,
non abbiamo in cuore qualche po' di amore? La Madre nostra, la Chiesa, è una
parola vuota, senza valore? Si potrà insultare impunemente la nostra Madre? Un
tempo, se altri avesse recato dispiacere a colei che mi diede la vita, non mi
sarei affrettato ad offrirle il compenso della mia tenerezza?
“Nel
mondo - scriveva Mgr. d'Hulst - e sotto un esteriore che non spaventi né
disturbi nessuno, ci vogliono delle anime, che amino e soffrano, e amando e
soffrendo, riparino”.
Grazie
a Dio, di tali anime se ne trovano ancora, e certamente più di quello che si
crede.
Una
madre, una contadina, è al letto del figlio che muore. Ad un tratto il ragazzo
apre gli occhi a stento: “Mamma - geme - un po’ d'acqua, muoio di sete!”.
Al
pendolo della camera suonano in quell'istante le tre del pomeriggio; la mamma
prende il Crocefisso e nel metterlo tra le mani scarne del moribondo gli dice
con voce interrotta dai singhiozzi: "Caro, è l'ora in cui Gesù è morto
per te divorato dalla sete. Non vorresti, per conformarti meglio al tuo modello,
trattenerti per qualche istante dal bere? “- “Sì, mamma”, risponde il
giovane; e accostando alle labbra al Crocefisso vi stampa sopra un lungo bacio.
Senza
pensarci, questa donna e suo figlio facevano proprie le parole del Serafino
d'Assisi: “Come mai! Tu, mio Salvatore, sei sulla Croce ed io no?”. Con il
loro eroismo e madre e figlio si collocavano tra le file di quei “buoni
cristiani”, di cui parlava il Santo Curato d'Ars, quando diceva: “Le persone
del mondo si affliggono quando hanno delle croci e i buoni cristiani invece
piangono quando non ne possono avere”— tra le file dei veri credenti, di
quelli che hanno compreso ciò che Fénelon ha definito “il gran mistero del
Cristianesimo”, cioè "la crocifissione dell'uomo”in unione con la
Crocifissione di Dio.
Il
vero amore non ha che un modo di mostrarsi, che non lasci dubbio della sua
sincerità: spinge all'imitazione della persona amata.
Eugenio
Courtois, socio della Gioventù Cattolica di Francia, caduto valorosamente
nell'offensiva del 25 settembre 1915, era un bravo operaio, convertitosi alla
morte del fratello. Le più rigorose penitenze gli erano diventate familiari:
alzarsi di buon mattino per non mancare alla Comunione quotidiana, assistenza ai
malati ributtanti, sonno preso sopra una grande croce di legno introdotta nel
letto, e tutto questo mentre aveva al piede una piaga infetta, che per lungo
tempo non aveva voluto curare per aumentare le sue mortificazioni.
Si
sentiva infelice quando non aveva da soffrire: “Sono trattato troppo bene a
tavola, le privazioni mi mancano...”.
Lucilia
X... legge, giovanetta ancora, la vita di Maria Celina della Presentazione,
morta a diciannove anni nel Convento dell’Ave Maria di Talence, e
decide di consacrarsi anch'essa alla vita di riparazione, e una Missione
predicata a Maubeuge la conferma sempre più nel suo proposito. Ha fatto la sua
prima Comunione nel 1902, e nel 1906, il 2 dicembre, scrive nelle sue note
intime: “Gesù, io ti offro il sacrificio della mia vita per la salvezza della
mia cara patria. Prendimi come vittima, se tale è la tua volontà”. E il 13
dello stesso mese: “Fammi
soffrire per i delitti commessi dalla Francia”. Il suo ardore porta tutti i
segni d'una soda pietà: “Rinnegare me stessa vuoi dir compiere il mio dovere
a qualunque costo senza badare alla mia soddisfazione. Quando posso scegliere
liberamente fra due cose, preferirò quella che meno mi piace. Sacrificherò le
mie inclinazioni per seguire piuttosto il gusto altrui... Non darò segno di
preferir l'una cosa all'altra, non dirò mai: “Questo mi piace di più... “.
– Quanta sapienza in questa fanciulla e che esatta comprensione dello spirito
di sacrificio! Essa non si sbaglia quando, rivolgendosi a Dio, prega: “Mandami
da soffrire... E quando avrai cominciato, non badare a quello che ti dirò, o
Gesù, ma continua sempre; mi rimetto interamente a te”. E Gesù non si arrestò
più, finché il giorno 29 maggio 1907 venne a prendersela per condurla in cielo
con sé.
“Il
Cristiano - diceva ancora il Santo Curato d'Ars - vive in mezzo alle croci come
il pesce nell'acqua.” S'intende, il cristiano che ha preso sul serio la
dottrina e l'esempio del Maestro.
E'
nota la preghiera veramente bella che la dama Elisabetta compose nelle prigioni
del Tempio e quella del Generale De Sonis:”... Mio Dio, ch'io sia crocifisso;
ma per mano tua!”.
Tra
le rovine del “Bazar de la Charité”, dopo il famoso incendio, furono
trovate sul cadavere d'una giovane di vent'anni queste parole tracciate sopra un
taccuino, mezzo distrutto dalle fiamme: "O Gesù! Offro la mia vita come
vittima di espiazione per amor vostro”. La piccola Bernardetta Dupont nel
giorno della sua prima Comunione domanda al Signore di potersi fare più tardi
“religiosa” e poi morire “martire”.
Non
ottenne dal Maestro la prima grazia, perché Gesù la chiamò a sé nei suoi
quindici anni: ottenne invece la seconda perché la sua morte fu preceduta da
trentadue mesi di penose sofferenze.
Vediamo
ora un ufficiale dell'esercito, il Comandante De Robien, gentiluomo bretone, di
nobile famiglia, che già aveva preferito, per ragione della sua fede, spezzare
la spada. Sopravvenuta la guerra, vuoi prestare servizio, ma non in un
battaglione di territoriali, bensì nelle trincee. Passando a Domremy, va a
gettarsi ai piedi di Giovanna d'Arco e nella sua preghiera così ragiona tra sé:
"E se mi offrissi per salvare tanti di questi giovani, innocenti dei falli
dei padri loro?...”. Una voce interna gli fa comprendere che il Signore
accetta la sua offerta. Ecco arrivare l'ordine di partire col 3° degli Zuavi.
“Io mi reputo a grande onore di poter soffrire per la mia patria “- esclama
accomiatandosi dai suoi vecchi amici. Poche settimane dopo, in un contrattacco,
il Signore lo prende con sé. La domenica dopo la sua morte, il sacerdote della
parrocchia, suo confidente, poteva dare ai fedeli pubblica lettura di questo
ammirabile tratto di lettera:
"...
Per soddisfare pienamente la giustizia divina, per riscattare la nostra cara
patria non è forse necessario che si offrano in olocausto molte vittime
volontarie?
"Ah!
se il Signore mi volesse accettare come vittima di espiazione per la liberazione
della nostra cara patria, con quanta gioia darei la mia vita per la santa causa
della riparazione!
“Dopo
aver pregato a lungo e sofferto crudelmente al pensiero della mia indegnità, ho
creduto bene di formulare timidamente questo voto...
“
Non so se il Signore mi giudicherà degno, nonostante i miei gravi difetti, di
tanto onore... Ma se fosse nelle sue intenzioni di esaudirmi, come potrei
trattenermi dal ringraziarlo fin d'ora per la sua indulgenza e per la sua bontà?”.
Ammiriamo
quanto Dio sa ricavare da questo pugno di fango, che è il cuore umano. Mirabilis
Deus in sanctis suis.
Ammiriamo e sappiamo
comprendere.
Molti
ignorano questi eroismi: del resto, gli stessi eroi per lo più non sanno di
esserlo. Chi conosce gli eroi e gli umili - perché ce n'è tutta una serie, e i
più umili non sono sempre i meno meritevoli - sa che sono meno rari di quanto
ci s'immagina. Certo la parte scelta formerà sempre una piccola schiera:
tuttavia abbiamo potuto vedere che anche nel mondo e in mezzo a quelli che
vivono nel mondo, il Signore sa trovare i suoi eletti.
Il
R. P. Matteo Crawley, il noto missionario peruviano, che ha visitato minutamente
varie nazioni, ha potuto dire, parlando della Francia, - e la sua osservazione
non ha nulla di esclusivo -: "A ciascun delitto sociale ho trovato
corrispondere non soltanto un'opera di riparazione, ma tutta una serie di opere
riparatrici.
"E
non si creda spenta questa generosità (di anime cristiane fino al sacrificio, e
talvolta al sacrificio totale) oh, no! Io stesso ho scoperto, e nelle grandi
città – e nei piccoli villaggi, alcuni militi di questa schiera eletta, di
una bellezza morale sfolgorante. Ma non è troppo facile scoprirli, perché essi
sono, come le sorgenti nascoste, la virtù silenziosa e segreta della fecondità
che verdeggia intorno... Anime elette che si trovano un po' da per tutto, tra
gli alti personaggi e gli uomini influenti, allo stesso modo che tra le persone
modeste, umili e piccine. Donde vengono queste anime preziose?
“Sono
le gocce di sangue di una stirpe, la voce delle tradizioni che vivono
dell'antica linfa cristiana, la ricchezza morale d'un organismo tutto impregnato
del più puro e più forte cristianesimo... Con questo frumento il Cielo ha
preparato le ostie redentrici della Francia”.
Tocca
a noi custodire con ogni cura i grani scelti di questo puro frumento e, se Dio
ci ha posto in cuore il germe di affetti generosi, ripararci dal gelo
dell'indifferenza che ci domina intorno. Per soffrire volentieri è necessario
amare: ma è tanto difficile amare?
Il
25 Ventoso 1794, a Parigi, il giudice inquisitore del tribunale rivoluzionario
domanda ad una santa fanciulla, Margherita De Pons: “Quali sono le tue
opinioni religiose?”. La fanciulla con tutta semplicità risponde: “Io amo
con tutto il cuore il mio Dio”.
Chi
non può ripetere le stesse parole? E questo basta come condizione preliminare
per incominciare l'opera riparatrice, e anche in seguito è sufficiente per
condurla a buon termine: Amare Iddio con tutto il proprio cuore.
L'anima
religiosa e la riparazione.
“Ci
sono al mondo delle strade, il cui nome non può esser dimenticato”.
La
prima ha nome Regina delle strade, Regina viarum; passando per Capua,
Benevento, Brindisi e il mar Jonio metteva in comunicazione Roma con la Grecia
ed era come un legame tra i due poli del mondo. Era la via battuta dagli artisti
e dai poeti.
La
seconda viene chiamata Via sacra. Passava a fianco del colle Palatino e
attraversando il Foro romano saliva al Campidoglio. Era la via percorsa dai
trionfatori.
Una
terza ancora: la Via dolorosa. Parte dalla torre Antonia, abitazione di
Pilato a Gerusalemme, e conduce, passando per le case di Anna e di Caifa, alla
sommità del Calvario. Fu la via battuta dal divin Salvatore ed è ancora quella
per la quale si mettono tutti i giorni i suoi discepoli avidi di seguire le orme
del Dio Crocifisso... la via dolorosa o, come si esprime l'Imitazione di Cristo,
la via regia, la via regia della Croce.
Il
fondo stesso di ogni vocazione religiosa non consiste forse in un invito ad
unirsi più strettamente a Gesù?
Già
mediante la grazia santificante, Iddio ci permette una meravigliosa intimità
con Lui. Ne abbiamo trattato in un opuscolo a parte. Ma se lo stesso nome di
Sposo conviene a rigore per un Dio, che vive in ciascun battezzato, quale valore
non prenderà Egli quando si tratti non più soltanto di un'anima che batte la
via della legge divina, ma di un'anima che Dio si è scelta da tutta l'eternità
per il suo servizio particolare, che dall'eternità ha eletta, separata dalle
altre, attirata a se e consacrata interamente ai suoi divini voleri?
L'anello
nuziale è offerto e accettato, gli impegni contratti. Vero matrimonio di
spiriti, l'unione tra Dio e il cristiano, effetto del rito battesimale; che dire
dell'unione di Dio con le anime di predilezione, conseguenza del voto di castità
e delle altre promesse religiose?
Ora
è proprio della sposa partecipare intimamente alle gioie dello sposo, alle sue
sofferenze, alle sue inquietudini, ai suoi dolori, alle sue perplessità, alle
sue angosce e ai suoi desideri. I due cuori non ne formano più che uno solo.
Se
l'anima è sincera deve dire a Nostro Signore: "Amore per amore, vita per
vita, sangue per sangue, ostia per ostia; tutto è comune fra noi. Tu, ora, non
sei più in grado di soffrire, ma la tua missione l'hai affidata a me ed io mi
consacrerò ad essa senza riserva alcuna. Per consolarti e per salvare insieme
con te questi poveri peccatori, per cui ti sei sacrificato, voglio soffrire per
quelli che godono, voglio amarti per quelli che ti bestemmiano, voglio umiliarmi
per quelli che si esaltano, voglio piangere per quelli che ridono, voglio darti
tutta la capacità del mio cuore per quelli che ti scacciano col peccato.
“Io
sento il tuo lamento: il mio amore perseguitato e disprezzato cerca un luogo di
riposo e io mi sono scelto per dimora il tuo cuore”. Io pure, come la tua
serva carmelitana, Elisabetta della Trinità, voglio "offrirti una dimora,
un rifugio nell'anima mia, dove col mio amore cercherò di farti dimenticare
tutte le abominazioni dei malvagi". Capisco bene; qui, in me, in questo
tempio, dove abiti per mezzo della grazia santificante, tu vuoi vedere rizzato
l'altare del sacrificio, sul quale si compiranno le divine sostituzioni. Io ti
offrirò la materia da sacrificare, tu la trasformerai, la divinizzerai con la
tua presenza e la tua azione. Tu stesso in me farai l''affetta al Padre, e
offrirai tutto senza contare. Non badare alle mie resistenze e ripugnanze.
Strappa tutto quello che vuoi opporsi ai tuoi disegni. Non devo forse essere consumata
nell'unità per poter lavorare efficacemente a che tutti siano una cosa
sola? Se tu non sei perfettamente in me, come potrò fare che sii tutto in
tutti?
O
Maestro divino, tu sei già in me per la tua grazia, che ho ricevuta nel
Battesimo: da questo momento, per i miei voti religiosi, sei ancora più
profondamente in me. Distruggi in questo mio cuore, scollo per il sacrificio,
tutto quello che non ti è gradito. Io rassegno nelle tue mani tutte le mie
potenze; il mio compito avvenire mi è tracciato chiaramente: non avrò più
altra mira che riparare gli oltraggi, che tanti ingrati ti fanno; e, povera
infermiera inesperta sì, ma che vuoi essere tutta sacrificata, povera Veronica
che non possiede se non un misero lino e un misero cuore, passerò la vita a
consolare le tue tristezze e a curare le tue ferite. Stringo con tutte e due le
mani il Crocifisso dei miei voti, delle nostre reciproche promesse, e mi faccio
ardita - me lo concederai - di posar le mie labbra sopra le tue piaghe divine.
Bacio la piaga delle mani per riparare per quelli che operano il male; bacio la
fronte trapassata dalle spine per riparare per quelli che non pensano a te, per
quelli che ci pensano solo per insultarti; bacio la piaga del Costato per
riparare per quelli che non amano, per quelli che amano male. Vorrei procedere
ancor più innanzi: Non quelli che dicono: Signore, Signore! Sono i veri
sacrificati. Vorrei poterti dimostrare col fatto la mia generosità e imprimere
nella mia vita, se non posso farlo sul mio corpo, le sacre stimmate della tua
Passione.
Certo
l'offerta che ti prego di gradire sarà ai tuoi occhi ben miserabile: ma mi
consola il pensare che per formare un'ostia basta un po' di frumento, un po' di
frumento macinato... Dell'ostia imiterò tutto: la piccolezza, e
nell'esercizio di una vita umile e povera sarà mio motto: "che io
diminuisca perché Egli cresca"; il candore, e il mio ideale sarà la
purezza degli angeli; l’immobilità, l'ostia si lascia portare per ogni
dove senza resistenza, ed io obbedirò senza alcuna difficoltà. "
Molti
cercano di scendere a propositi più determinati e al di fuori e al disopra dei
voti religiosi, i quali già contengono una completa oblazione di sé in una
vita di crocifissione continua, si prendono come intenzione predominante in
ciascuna delle loro azioni il sacrificio senza tregua e nella massima misura
possibile, l'immolazione costante, radicale, perpetua, insieme con Gesù Cristo,
per il bene delle anime.
Noi
stessi abbiamo avuto occasione di descrivere altrove la genesi di simili
offerte, in cui s'insiste presso il Signore per ottenere il favore di
partecipare, non più con una approssimazione più o meno rigorosa, ma alla
lettera e il più ampiamente possibile, tra le mura d'un chiostro o in mezzo al
mondo, all'immolazione redentrice di Gesù Cristo.
Ma
basti delle vocazioni particolari; poiché qui parliamo della vocazione
religiosa in genere, ripetiamo ancor una volta: essa può e deve essere una
vocazione riparatrice. Lo è per se stessa; noi ci possiamo pensare più o meno
esplicitamente.
Di
fronte alle rovine che si accumulano e al bisogno di lavoratori che pongano mano
a restaurarle, a ripararle, molti vanno mormorando: "Certo converrebbe che
qualcuno si mettesse all'opera... ma perché dovrò farlo io?”.
Altri,
in piccolo, anzi troppo piccolo numero, umilmente, ma con volontà risoluta,
dicono senz'altro: “Certo converrà che qualcuno si ponga all'opera... perché
non mi ci metterò io stesso?”. - E cominciano subito. Ecco la vocazione
religiosa ispirata dal desiderio della riparazione.
Anime
energiche, non si arrestano dinanzi a nessun ostacolo. C'è chi vuole
trattenerle? Non ci badano.
“Magister
adest, vocat te”. Il
Maestro ti chiama... ed esse vanno. Bisognerà spezzare i vincoli più cari. Che
importa? Con l'aiuto del Signore tutto si sacrifica.
“Anche
se avessi avuto cento padri e cento madri - diceva Giovanna d'Arco - sarei
partita”. Si ripetono le sue parole: Cento madri! In quelle circostanze è già
ben doloroso l'averne anche soltanto una. Con tutto ciò, si parte. La fermezza
di proposito non toglie però il dolore. -”. Che portate con voi entrando in
convento?". - "Nulla... cioè sì, una dozzina di fazzoletti per
asciugarmi le lacrime". In quei momenti anche un nonnulla si fa sentire
vivamente: ma si parte lo stesso. - "Debbo andare incontro al Re".
Questa è l'ultima parola di tutte le anime, che hanno sentito l'invito: “Va,
figlia di Dio, va, va”, e a cui fu concesso da Dio il coraggio di
corrispondervi.
Il
mondo non comprende queste cose; il mondo non comprende nulla. Di fronte a
queste scene di generosità va mormorando : “Follie, stoltezze! “- se pur si
degna di fermarsi a considerarle.
Follie?
Sia pure! D'accordo! Un giorno, alla Camera francese, l'abate Gayraud, allora
deputato di Finisterre, prendendo la difesa delle Congregazioni religiose che si
volevano cacciare di Francia, proclamava l’alta grandezza di tutte queste
anime elette che si separano dal mondo e fanno da parafulmini al mondo, vivendo
crocifisse con Gesù Cristo. E l’oratore ricordava i Fratelli di S. Giovanni
di Dio, che passano la loro vita al servizio degli alienati, le Piccole Suore
dei Poveri che serbano per sé non altro che gli avanzi dei pasti dei loro
“poveri vecchi “e non hanno per campare esse e i loro infermi fuorché
quanto raccolgono mendicando di porta in porta...
-
Ma costoro sono pazzi! - gridò una voce dall'estrema sinistra.
-
Sì, signor Allemane - riprese l'abate drizzandosi qualche poco, quasi per
misurare meglio la grettezza morale dell'interruttore - sono pazzi! Sono
posseduti da una follia che da secoli è conosciuta in mezzo ai cristiani e che
S. Paolo chiamava già: “La follia della Croce”.
Al
limite dove la logica della ragione e quella della Fede si confondono con la
logica del cuore, abbiamo quella che il mondo definisce una follia! Sì, questa
follia esiste; ma non là dove la si vuole immaginare. La follia della Croce!
Ah!
Gesù, il povero Salvatore Crocifisso! Tutti quelli che sono presi da questa
follia, l'hanno visto passare un giorno dinanzi a loro per la via; hanno visto
il suo volto accorato, e l'hanno udito mormorare sommesso: “Sequere me, vieni
dietro a me!”. In quel momento germinò in essi non so qual desiderio, non
solo di non darsi ad altri che a Lui e di porgere a Lui in tutta la sua
freschezza il proprio cuore e il proprio amore; ma ancora di abbandonarsi a Lui
totalmente, definitivamente, con tutto il proprio essere; di darsi a Lui per
soffrire con Lui, di offrirsi per accompagnarlo da per tutto, fino a Betlemme,
al Tabor, al Cenacolo, non solo, ma anche fino al Getsemani; fino al palazzo di
Pilato, dov'è mostrato alla folla: Ecce Homo!; fino alla colonna della
flagellazione, dove lo si batte e s'insulta; fino alla Croce, dov'Egli muore
coperto di ferite e dissanguato per espiare i nostri peccati.
La
Croce! Fino a quel momento, la si era spesso contemplata, ma non era stata
compresa. L'abitudine di vedere c'impedisce per lo più dì scorgere bene. Ma
ecco questa volta la Croce mostrarsi tutt'altra dal Crocifisso grossolano al
crocicchio della strada o dal Crocifisso elegante della camera da letto. Per la
prima volta le parole di Nostro Signore a S. Angela da Foligno sono penetrate in
fondo ai cuori. “Non ti ho amata per scherzo!” e ci si è detto: "Per
scherzo... oh, no!
Una
Croce fu adoperata un giorno, una vera croce di legno sulla sommità di un
monte... che giorno!,.. Accanto a tutte le croci, da cui non pendono che dei Gesù
morti, vi fu un giorno una croce, alla quale fu confitto un Gesù vivo ancora,
un Gesù inchiodato, un Gesù sanguinante, morto per me, per le anime...”. E
mirando da una parte Gerusalemme che bestemmia e ignora il mistero compiuto,
dall'altra il mondo sempre indifferente od ostile: “Se Nostro Signore
ritornasse in questo mondo, sarebbe certamente posto di nuovo in croce e più
presto ancora della prima volta”.
Quando
si è rimasti colpiti da questo doppio spettacolo di luce sinistra, si sente che
qualche cosa è cambiato nella vita e ripetiamo con Pascal: “Gesù Cristo sarà
agonizzante sino alla fine dei secoli: durante tutto questo tempo non dobbiamo
dormire”.
Dormire!
Come si può dormire mentre il Maestro, Gesù, è là sulla Croce sospeso e
soffre, ahimè!, per molti, invano. "Oh! no - diceva Uria a David - mentre
Gioab, il mio generale, è sul campo e dorme sotto la tenda sul nudo terreno, io
non andrò a riposare comodamente nel mio palazzo! No, non accetto questo triste
privilegio!”. Contemplando Gesù sulla Croce si perde il coraggio di vivere
senza la Croce.
Una
futura Carmelitana, alla quale viene descritta la vita austera, che le toccherà,
quando veramente si decida a chiudersi nel monastero, domanda: “Nella cella
troverò almeno un Crocifisso?”. - "Oh! Sì”, le si risponde. -
"Ebbene, non ditemi più nulla: nulla mi tornerà difficile”. Così e non
altrimenti dicevano i Santi.
S.
Filippo Neri se ne moriva sfinito di forze e per confortarlo il dottore gli
ordina un buon brodo. Gli viene portato il brodo e già incominciava a prenderne
qualche sorso, quando s'interrompe bruscamente esclamando: “Oh! mio Gesù!
Quanta differenza tra me e te! Tu fosti inchiodato sopra il duro legno della
Croce ed io mi riposo in un comodo letto! Tu fosti abbeverato di aceto e di
fiele ed a me si prodigano delizie d'ogni sorta! Intorno a tè nemici che
t'insultano, intorno a me tanti amici che si studiano di consolarmi!”.
E
questo contrasto gli strappò tante lacrime, che non potè continuare a bere il
brodo, di cui aveva tanto bisogno.
Ecco
il gran segreto delle vocazioni riparatrici. Gesù fu povero, lo sarò anch'io;
Gesù ha sofferto, soffrirò anch'io; Gesù Cristo è stato preso a schiaffi,
anch'io accetterò i dispregi, l'oscurità, l'abbandono di tutti, la
persecuzione. Gesù Cristo, in una parola, fu posto in Croce, voglio anch'io la
Croce.
Nostro
Signore compare un giorno a S. Margherita Maria e le mostra due quadri - l'uno
che lo rappresenta in Croce e l'altro nella gloria della Risurrezione - e le
dice: “Scegli a tuo piacere". La Santa, senza esitare, stende le braccia
verso Gesù sofferente.
Qualche
cosa di somigliante troviamo nella vita della contessa d'Hoogworst, Emilia
d'Oultremont, fondatrice dell'Istituto di Maria Riparatrice. Si trovava a Roma
nel 1843, quando Nostro Signore le rivelò il suo Cuore.
Egli
mi si presentò - così lasciò scritto - con due corone tra le mani, l'una di
rose, l'altra di spine”. Senza lasciargli proferire parola, Emilia afferrò la
corona di spine “con tutto l'affetto del proprio cuore”, e da quel momento,
confessa sinceramente “la corona di spine mi fu sempre carissima”.
La
fondatrice delle Figlie del Cuore di Gesù, Maria Deluil Martiny, diceva: “Se
Dio mi permette di scegliere, preferisco la croce senza consolazione che la
consolazione senza la croce”.
Donde
queste inclinazioni e gusti ben singolari, queste preferenze che hanno qualche
cosa di strano? Gli è che l'anima ha scoperto più o meno esplicitamente che
soltanto il dolore può unirla intimamente a Colui che è tutto per lei. In
tutto il resto la differenza è enorme: da una parte il nulla, dall'altra
l'infinito; la povertà estrema, la ricchezza senza limiti. La gara è
impossibile; dove trovare un punto di rassomiglianza?... Ah! Eccolo...
addolorato... addolorata. In tutto il resto Egli mi sfugge; perché è Dio; ma
col dolore Lo posso raggiungere perché “soffre". Su questo terreno posso
tentare d'imitarlo. La strada che Egli ha battuta per venire fino a me posso
tentare di percorrerla anch'io per arrivare fino a Lui. Così sparisce la
distanza fra noi due. Il nostro comune procedere ha qualche cosa di identico e i
nostri due esseri, differenti in tutto il resto, in questo diventano simili. Con
la sua sofferenza l'anima "afflitta”diviene per Dio l’ “adiutorium
simile sibi”, degna perciò delle carezze divine, delle sue prevenienze,
del suo abbraccio...
Si
può ammettere come tesi generale - fa notare l'autore della vita di S. Liduina
- che tutti i servi generosi di Gesù Cristo sono da Lui adoperati per
l'espiazione. Oltre la loro canicolare missione che non sempre coincide con la
riparazione - poiché gli uni sono più particolarmente destinati o ad operare
conversioni, o a riformare monasteri, o a predicare al popolo, gli altri per
altro ancora, spesso noto a Dio solo, a tutti nondimeno viene rivolto l’invito
di arricchire il tesoro comune della Chiesa con le loro sofferenze, tutti si
trovano in grado di presentare al loro divin Maestro quella autentica prova del
vero amore che è il sacrificio di sé.
Però,
anche tra questa schiera eletta, si danno delle anime più particolarmente
segnate per servire di vittima propiziatrice, e sono quelle che il Signore
destina alla nobiltà speciale del “suo proprio blasone”.
Non
mancano gli uomini. "Ancora, ancora sofferenze”, mormorerà agonizzante
in vista della Cina S. Francesco Saverio. - “Soffrire ed essere
disprezzato", dirà un S. Giovanni della Croce; e noi vedremo nel capitolo
seguente esempi eloquenti di vocazione riparatrice fra i sacerdoti, ai quali
possiamo aggiungere quelli del B. P. De la Colombière, del reverendo Olier, del
P. Surin e del P. Ginhac. Fra i laici, ben innanzi in prima fila, sta il sig.
Dupont, “il santo di Tours”.
Però
non si può negare, come osserva l'Huysmans, che il desiderio di riparare spunta
ancor più frequentemente nel cuore della donna, e ne porta la ragione: “Il
Signore sembra aver riservato più particolarmente alla donna il compito di
umile e nascosta pagatrice. I santi hanno un mandato più espansivo, più
rumoroso: percorrono la terra predicando, fondano o riformano Ordini religiosi,
convertono gli idolatri, agiscono soprattutto con l'eloquenza del pulpito,
mentre, più passiva, la donna che non può esser insignita del carattere
sacerdotale, si contorce in silenzio sopra un letto di dolori. E' un fatto che
l'anima della donna e il suo temperamento sono più affettuosi, più
sacrificati, meno egoisti che quelli dell'uomo. Così pure la donna è più
impressionabile e più facile alla commozione. Quindi Gesù trova presso di lei
un'accoglienza più premurosa; essa dimostra attenzioni, delicatezze, cure
minuziose quali un uomo non sa trovare quando non sia un Francesco d'Assisi.
Inoltre le vergini, avendo rinunziato alle caste gioie dell'amore materno hanno
tutto un tesoro di affetti che viene a rinforzare l'amore per lo Sposo celeste,
il quale, quando esse lo desiderano, diventa per loro il Santo Bambino; le sante
allegrezze di Betlemme saranno loro sempre più accessibili che non all'uomo, e
allora si capisce facilmente come non possano negare più nulla al loro diletto
Gesù... Nonostante il loro carattere incostante e facile all'illusione, sarà
sempre tra le donne che lo Sposo divino troverà le sue vittime più
generose...”.
"O
patire, o morire!”, esclama S. Teresa. - “No", corregge Maria Maddalena
de' Pazzi, “non morire, ma patire".
Marcellina
Pauper, Suora di Carità offertasi al Signore per riparare sopratutto le
profanazioni del Santissimo Sacramento e i furti delle Ostie consacrate,
confessava di sé: “La mia vita è un delizioso Purgatorio: il corpo soffre,
ma l'anima gode";
Veronica
Giuliani diceva: “Viva la croce tutta sola e tutta nuda; viva la
sofferenza!”. - E la M. Maria Du Bourg: “Se le sofferenze fossero in vendita
al mercato, mi farei premura d'andare a provvedermene”.
Già
S. Liduina, in mezzo ai più atroci dolori, esclamava : “Non compatitemi, io
sono felice, e se con una sola Ave Maria potessi ottenere la mia guarigione, non
la reciterei mai”.
Né
si dica: “Queste sono scene di altri tempi; ora di anime simili non ne
esistono più".
Ascoltiamone
una proprio dei nostri giorni: “Ho bisogno di soffrire, voglio soffrire perché
Gesù ha sofferto per me, perché il Signore lo domanda per l'espiazione dei
delitti del mondo. Voglio soffrire perché il dolore è la più potente delle
preghiere... perché il dolore purifica, perché il dolore innalza... Voglio
soffrire perché nel dolore si trova la felicità e l'anima mia è assetata
della vera felicità. Non mori, sed pati. Patire, patire per cent'anni se
è necessario, per salvare le anime e glorificare il Signore... Ho bisogno di
preghiera continua, robustezza dell'anima, chiave del cielo. La preghiera unisce
a Gesù, aiuta a sopportare tutto per la sua gloria. La preghiera è sorella del
patimento, l'uno e l'altra si uniscono per offrirsi a Dio e salvare il mondo.
Gesù non li ha mai separati nella sua vita nascosta, nella sua Passione, sulla
Croce".
Così
scrive A. Hervé Bazin, che ebbe una sorella, Simona Denniel, anch'essa
religiosa di Maria Riparatrice. Eccone i sentimenti: “Le rose per Lui, per me
le spine. Ostia con l'Ostia... ossia per l'Ostia, questo mi pare il compendio di
tutta la mia vita”.
Si
possono consultare a questo proposito molte altre biografie di contemporanei
oltre a quelle da noi ricordate: Saveria De Maistre, Teodolinda Dubouché,
Maddalena Ulrich, Teresa Durnerin, la M. Maria del Divin Cuore, Carolina Clement
e molte altre ancora.
E
accanto a questi pochi nomi, che la storia registra e il Signore manifesta a
tutti per conforto insieme e confusione degli uomini, quante altre anime che nel
silenzio e nell'oscurità si offrono alla crocifissione, si consacrano con
grande slancio all'opera riparatrice e non sono conosciute che da Dio solo!
Siano
benedette queste anime, le note e le ignote, sia per la gloria che procurano al
Sovrano Signore di tutte le cose, sia per la protezione di cui, anche a nostra
insaputa, ci circondano. Alcuni, scrisse Roberto Vallery-Radot, pensano che
oltre ai cannoni e alle munizioni, non resti più altro da fare, e non si
accorgono che sotto la trama mostruosa e sanguinosa degli avvenimenti si svolge
tutto un dramma mistico ineluttabile, il sacrificio dei più puri... L'Agnello,
e non il lupo, cancella i peccati del mondo... Quando i retori dell'antica Roma
vedevano nel circo, fra due rappresentazioni di mimi, i cristiani dati in
pascolo alle fiere, non scorgevano altro che un numero di programma secondo il
gusto del giorno; e si sarebbero certo ben meravigliati, se loro si fosse
predetto che quell'oscuro sangue assorbito dall'arena avrebbe germinato un nuovo
mondo; e quale magistrato non avrebbe trattato come pazzo chi avesse dichiarato
le catacombe più temibili del Foro romano?”.
Anche
al presente, come sempre, quelli che soffrono e che espiano “nelle catacombe
“sono i principali e più attivi autori della restaurazione soprannaturale.
Il
Sacerdozio e la riparazione.
Nell'annunciare
un volume di Lettres des Prétres aux Armées, G. Goyau definisce la S.
Messa “il più grande avvenimento della Storia umana", poi soggiunge:
“Ogni giorno il Sacerdote introduce nei destini della famiglia umana l'azione
efficace del Dio Redentore; con un gesto sovrano fa entrare nella trama dei
nostri peccati quotidiani il riscatto divino: al disopra del caos delle colpe
pubbliche e delle colpe private solleva in alto la vittima di espiazione. Per
alcuni, e diciamo pure per molti, questo compenetrarsi della storia umana e del
multiplo sacrificio di un Dio - multiplo e nello stesso tempo unico - non è che
una cerimonia priva di valore. Eppure assistono, per opera del sacerdote, al
ripetersi dell'ora decisiva, in cui la nostra terra peccatrice e giustamente
diseredata, fu incamminata d'un tratto alla pienezza della vita soprannaturale
con le due meraviglie dell'Incarnazione e della Redenzione.
Ministro
scelto da Dio per prolungare queste meraviglie, il Sacerdote non si lascerà
distogliere per nessuna catastrofe umana da un impegno, che dal giorno della sua
ordinazione si è come identificato con la vita stessa della sua anima per
l'eternità".
Non
si saprebbero condensare in più breve giro di parole la grandezza e la
responsabilità del sacerdozio.
Che
cos'è il Sacerdote? Un continuatore di Gesù Cristo. Ora, Gesù Cristo è
venuto sulla terra per dare al Padre un Pontefice, un Sacerdote capace di
adorare e di espiare come conveniva. Il Sacerdote, incaricato di continuare il
Cristo, dovrà dunque imitarlo offrendosi con Lui in testimonianza di adorazione
e di espiazione. Consacratore, il Sacerdote sarà dunque, con Gesù, anche
"ostia"; e non comprenderebbe che a metà il suo ministero se, mentre
accetta la parte attiva di distributore del Corpo, della parola e del perdono
del Cristo, non accettasse nel medesimo tempo la parte vittimale del Maestro, di
cui tiene il luogo e perpetua la funzione.
Il
Salvatore visse “ostia” tutto il tempo della sua vita quaggiù. Ma questo
non bastò al suo desiderio, e volle nell'ultima Cena, prima di morire,
prolungare il suo sacrificio scegliendo come intermediario il sacerdote. Così
abbiamo la Messa, che riproduce con rito incruento l'immolazione cruenta del
Calvario.
Sul
Golgota Gesù Cristo, sospeso tra ciclo e terra, faceva da schermo tra la
giustizia di Dio e il peccato dell'uomo; e la sua mediazione era accetta al
Padre a cagione delle sue piaghe aperte e del suo sangue sparso. Nella Messa,
Gesù tra ciclo e terra fa ancora una volta da schermo tra la giustizia di Dio e
il peccato dell'uomo; ciascuna "elevazione”compensa per le molte nostre
bassezze, per le nostre discese e le nostre cadute nel peccato e questo perché
continua sempre la virtù del suo sangue e delle sue piaghe. Non ci sono due
sacrifici, la Messa è lo stesso sacrificio della Croce, che si manifesta in
maniera diversa. Su questo punto le parole del Concilio di Trento sono formali
(Conc. Trid.,
Sess. 22, c. 2).
Quanti
tuttavia assistono alla Messa senza dar segno di pur sospettare un così
adorabile mistero! Quanti, se pregano, si valgono di formule adatte a tutt'altra
circostanza! Quanti sanno a memoria le parole "Santo Sacrificio della
Messa”, ma non comprendono a quale realtà precisa e terribile esse
corrispondano!
Si
suole citare il caso di quel buon contadino che durante la Messa della domenica
se ne stava con le spalle volte all'altare, pregando ai piedi d'un gran
Crocifisso di missione, addossato ad un pilastro. All'osservazione che il buon
Dio era presente nel tabernacolo, egli avrebbe risposto tranquillamente:
"Il vostro, forse; ma il mio è questo”. Ignoranza più comune di quanto
si creda.
Ma
coloro stessi che credono fermamente all'identità del sacrificio dell'altare
con quello della Croce, conoscono forse il loro stretto dovere di offrire se
stessi insieme con l'ostia santa che si offre a Dio, se vogliono assistere alla
Messa secondo lo spirito della Chiesa e l'intenzione di Nostro Signore?
Eppure
questa necessità di unire nella Messa la propria all'immolazione del divin
Salvatore è provata da molti argomenti: dalla nozione stessa di sacrifìzio e
dall'uso fattone fin dai tempi più antichi; dalla tradizione cattolica fin
dalle origini; dalla dottrina comune dei Padri sull'Eucaristia; dalla liturgia
della Messa; da certi riti particolari; dalla composizione delle specie
sacramentali... ecc.
Per
quanto risaliamo nella storia del Sacrificio come atto di culto, si trova sempre
che la vittima sostituisce quelli che assistono per esprimere a Dio i loro
sentimenti di adorazione e di riparazione. Questa sostituzione diventerebbe un
atto farisaico e puramente materiale se, per mezzo del Sacerdote e insieme con
lui, i fedeli non offrissero a Dio l'omaggio della loro religione e del loro
pentimento, omaggio di cui abbiamo un simbolo nell'immolazione dell'Ostia.
Nell'antica Legge ciascuno posava la mano sulla vittima per dimostrare che si
univa ad essa. La stessa cosa fa al presente il Sacerdote quando prega con le
parole: "Noi ti scongiuriamo, Signore, di ricevere quest'oblazione offerta
da noi per tutta la tua famiglia”. Nei primi tempi del Cristianesimo ciascun
fedele presentava la sua offerta, una parte del pane e del vino che doveva esser
consacrato, simbolo della sua partecipazione spirituale al Santo Sacrificio. Per
formare le oblata - notano i Santi Padri - ci vogliono molti chicchi di grano e
molti acini d'uva: il che prova come tutti i fedeli, riuniti in un solo corpo,
si debbono offrire a Dio. Sempre la stessa dottrina veramente magnifica e
fondamentale: il Cristo non è "completo”se non unito al suo corpo
mistico; la sua oblazione non sarà intera che mediante l'unione della nostra
alla sua.
Il
Bossuet, nella sua Exposition de la doctrine catholique, scritta per i
protestanti, spiega così il modo con cui i fedeli assistono alla Santa Messa:
"Presentando Gesù Cristo a Dio noi impariamo nello stesso tempo ad offrire
noi stessi alla Maestà divina, in Lui e per mezzo di Lui, quasi altrettante
ostie viventi”. E S. Agostino: “Nell'offerta che fa al Signore del Corpo e
del Sangue di Gesù Cristo, la Chiesa offre ed immola se stessa... Il vero
sacrificio del cristiano consiste nel non fare che un corpo solo in Gesù
Cristo” (De Civ. Dei, l. 10, c. 6).
Ahimè!
Troppi fedeli sono lontani da questo ideale che pur dovrebbe esser la regola
comune. La regola comune per ogni cristiano, quanto più per ogni Sacerdote!
"Che bello spettacolo presenterebbe la Chiesa se tutti i cristiani - e noi
aggiungiamo: se tutti i Sacerdoti - comprendessero così la legge del proprio
Sacrificio! Intorno a Gesù, che si posa come morto sull'altare, tutti i
cristiani spiritualmente immolati dovrebbero formare una sola Ostia di
adorazione riparatrice. Fai, o mio Dio, che così sia di noi tutti; concedi
a noi di esser ostie immolate con Gesù-Eucaristia”.
Il
sacerdote che comprenda appieno la Messa che celebra e la viva integralmente,
tutto opera con la sua “Ostia “ e nulla senza essere unito ad Essa. Per
Ipsum et cum Ipso et in Ipso.
Tutto per mezzo di Gesù
“Ostia”, insieme con Gesù "Ostia”, in Gesù “Ostia”. Vivere
senza esser crocifisso dovrebbe essere per lui una contraddizione. Victima
Sacerdotii sui et sacerdos suae victimae, diceva S. Paolino: "Vittima
del proprio Sacerdozio e sacerdote della propria vittima". Certo, debole e
fiacco, avrà sovente delle manchevolezze, ma il suo ideale sarà questo:
"Essere l'uomo del Santo Sacrificio, l'uomo del sacrificio.
A
tergo di una immagine, che gli mandava in occasione del suo suddiaconato, la
sorella di Mgr. d'Hulst scrisse: "Non essere mai Sacerdote senza essere
ostia". Bel motto per tutti noi.
Non
soltanto la vera e piena intelligenza della Messa dovrebbe condurre naturalmente
ogni fedele - e a più forte ragione ogni Sacerdote - ad offrirsi a Dio in
immolazione ogni qual volta gli è concesso di assistere al divin Sacrificio o
di celebrare, ma anche la vera e completa intelligenza della santa Comunione
dovrebbe spingere ugualmente ogni fedele - e a più forte ragione ogni Sacerdote
- ad una offerta analoga ogni volta che ha la buona sorte di ricevere Gesù
“Ostia”.
Ci
sono, infatti, due aspetti della santa Comunione, ugualmente essenziali,
ugualmente dogmatici, che possono in ugual misura influire sulla pietà
cristiana: la Comunione, incorporazione alla vita di Nostro Signore; la
Comunione, incorporazione alla sua morte.
Praticamente,
però, questi due diversi aspetti della Comunione non trovano nelle anime uguale
accoglienza. Quanti si accostano alla S. Comunione conoscono e vi cercano
l'unione con la vita del Salvatore. Forse pochi conoscono e vi cercano la
partecipazione al suo Sacrificio, alla sua immolazione, alla sua morte, che pure
è il tema obbligato della predicazione eucaristica di San Paolo.
“Poiché
la morte di Gesù è sempre presente nell'Eucaristia - dice il Bossuet (Meditazioni
sui Vangelo, 1a parte, "La Cena", 46° giorno) - l'impressione
della, morte di Gesù Cristo deve essere sentita da ogni fedele che deve
rendersi vittima ad imitazione del figliolo di Dio. Questa è la virtù della
Croce, virtù sempre vivente nell'Eucaristia”.
"Non
dimenticate - scriveva S. Paolo ai Corinti - che nel comunicarvi voi
“annunziate la morte del Signore “(I Cor., 2). Voi dovete dunque, tale è la
mente di S. Paolo, unirvi alla sua immolazione, comunicare con la sua morte
(Id., ibid., 19° giorno).
La
medesima dottrina troviamo nell'Imitazione di Cristo (lib. 4, c. 8): "Nella
stessa maniera che io mi sono offerto spontaneamente al Padre per i vostri
peccati, le mani e il corpo distesi sulla Croce, nulla risparmiando che mi
appartenesse, ma tutto offrendo in sacrificio per la divina riconciliazione, così
anche tu devi spontaneamente offrire te stesso a me in oblazione
pura e santa, ogni giorno, nella S. Messa, quanto più intimamente puoi con
tutte le tue forze e con tutti gli affetti tuoi”.
S.
Paolo dice ancora: "Quelli che mangiano le carni immolate forse che non
partecipano al Sacrificio? “(I Cor., 10, 18). Parole che non si possono
comprendere se non ricordando i riti e il simbolismo dei sacrifici offerti nel
tempio di Gerusalemme. Mangiare delle carni offerte voleva dire collocare se
stessi sull'altare e domandare di esser considerati come parte della vittima: e
questo sapevano benissimo i Corinti. Sempre il cibarsi dell'oblazione fatta fu
considerato come una intima unione con la stessa oblazione. L'Apostolo quindi
con le sue parole altro non fa che ricordare come nella nuova legge si continua
lo spirito dell'antica, e l'effetto della nostra partecipazione
all’"Ostia” è ancor sempre di unirci strettamente al Cristo immolato,
di metterci in “comunione “con Lui. Comunicarsi vuol dire appunto unirsi,
diventare una cosa sola con l'Ostia - quindi offrirsi in spirito con essa -
dunque "offrire la propria carne ad esser crocifissa con i suoi vizi e le
sue concupiscenze “(Gal 5, 24) - abbandonare nelle mani di Nostro Signore la
propria vita, le fatiche, le pene, le preghiere perché le pervada tutte dello
spirito di sacrificio.
Nel
IV secolo era di consuetudine, appena comunicati, posar il dito sulle labbra
ancor umide del Preziosissimo Sangue e segnarsi poi con esso sugli occhi, sulla
fronte e sulla bocca. Al contatto dell'Ostia impariamo anche noi a purificare e
santificare le nostre affezioni e i nostri pensieri, il nostro cuore e i nostri
occhi, tutte le nostre membra, tutta l'anima nostra e a imporci per questo fine
i sacrifici necessari.
"Voler
ricavare i frutti del Sacrificio nella Comunione senza fare sacrifici, volerci
divinizzare per mezzo dell'Ostia senza immolarci con Essa, è come
pretendere di vivere da “parassiti dell'Altare”, cercare la salvezza fuori
della Croce “. La Comunione ben intesa non è soltanto divinizzante, ma
deve esser pure immolante, anzi perché divinizzi, conviene che
immoli. La Comunione ben intesa non è soltanto un tesoro che ci viene dato, non
consiste solo nel ricevere un'ostia, ma anche nell'offrirne un'altra. Non si può
ricevere degnamente la Vittima dell'altare se non a condizione di offrirci
sull'altare come vittime, in spirito di adorazione e di espiazione.
Mgr.
Batiffol ha lasciato scritto: "Il concetto di San Paolo della comunione
al Sacrificio è destinato a rimanere sempre oscuro per la pietà cristiana,
che sarà invece sempre più attirata dal concetto di S. Giovanni: che cioè la
S. Comunione è una partecipazione alla vita divina".
Non
crediamo che questo giudizio sia definitivo, vogliamo anzi sperare che ciascun
Sacerdote quando sarà meglio penetrato egli stesso della dottrina di S. Paolo
sulla "Comunione che immola", si troverà in grado di insegnare anche
ai fedeli la necessità, in cui sono, di offrirsi con Gesù in Sacrificio, ogni
volta che si accostano a riceverlo nell'Ostia santa. E' un fatto che le anime
riparatrici sono in piccolo numero: ma si moltiplicheranno certamente quando
molti siano i Sacerdoti che posseggono a fondo la dottrina della Riparazione.
Come possono sapere i semplici fedeli, se coloro, che li istruiscono, non sanno,
o se possedendo in teoria la grande idea paolina sulla comunione o
partecipazione al Sacrificio di Gesù Cristo, non la vivono poi in pratica e non
si danno attorno con tutte le loro forze per farla vivere nel gregge di Cristo?
L'autore
di Sacerdoce et Sacrfice de Jésus-Christ dice molto a proposito:
"Lo spirito di sacrificio è la grande lezione dell'Ostia.
L'Eucaristia riproduce la Croce.... L'effetto immediato e necessario della
Comunione è unirci all'Ostia come tale, cioè a Gesù che è immolato e
che immola.
"Riceve
dunque la S. Comunione con vero spirito chi vede nell'Ostia Gesù Crocifisso ed
entra nelle sue intenzioni di Ostia. Chi non si comunica con questo
spirito di sacrificio, quantunque sia in istato di grazia e provi certi
sentimenti di divozione, si potrebbe dire che non si comunica che per metà.
Egli non comprende che voglia dire Ostia, forse perché nelle
spiegazioni, che gliene vennero fatte, troppo si è indugiato sulla virtù
eucaristica secondaria o metaforica a danno di quanto vi ha di più importante;
non scorge sui nostri altari sempre presente e operante la Croce, forse perché
chi doveva farlo, non gliel'ha mostrata coll'insistenza dovuta”.
E
poi continua: "Nella nostra predicazione eucaristica avremo in mira
soprattutto di far vedere sui nostri altari il Memoriale vivente della Morte di
"Nostro Signore per istillare nelle anime questo spirito d'immolazione
che le renderà Ostie, insieme con Gesù, nella loro vita quotidiana.... Non
temiamo d'incorrere nel rimprovero di troppo insistere sul lato doloroso del
Cristianesimo, di presentare tanto la Passione di Nostro Signore, quanto la vita
e la morte di ogni cristiano come un'immolazione espiatrice. Potremmo fare
altrimenti... attenuare o nascondere il dogma fondamentale della fede e della
salute? Predichiamo questo dogma, ma tutto intero: - la Croce che si
continua nell'Eucaristia e ci porta al Cielo; - la Croce retaggio del credente
che si comunica immolandosi per mezzo di Essa, ma per vivere in eterno; - la
Croce che sempre attraverso i secoli, ed oggi più che mai, attira le anime
privilegiate, le anime più pure, le più nobili che s'innamorano dei patimenti
per continuare e compiere la Passione di Gesù. Chi potrà dire la bellezza, la
fecondità della Croce dominante tutto l'orbe cristiano? Chi potrà dire la
bellezza, la fecondità di queste anime elette che attingono nell'Ostia
lo spirito di vittima, che immolate con Gesù sono il profumo e la salvezza del
nostro povero mondo?
“Concedici,
Gesù, di essere nel bel numero di queste anime, concedici di moltiplicarlo
questo numero col nostro insegnamento e con la nostra direzione”.
Ai
nostri giorni poi, mentre si propaga ognor più la divozione alla S. Eucaristia
e Roma favorisce in tutte le maniere e incoraggia la Comunione frequente e
quotidiana, sforziamoci anche noi perché quanti si accostano di frequente alla
sacra Mensa lo facciano con lo spirito di cui abbiamo parlato e cioè, come
“Ostie”. Praticare la mortificazione non basta; bisogna “vivere”
mortificati abbracciando con ardore tutte quelle mille occasioni di vincersi che
si presentano ad ogni istante lungo il giorno. E si può fare ancor di meglio:
nel Tabernacolo e sull'altare, Gesù, benché vivo, vuole stare in sembianza di
morto; egli si abbandona nelle mani del Sacerdote che lo maneggia e lo
distribuisce a suo grado. "A me pare - scrive un'anima santa - che il
rimetterci totalmente al volere di Dio, l'abbandonare nelle sue mani quanto
possiamo fare, soffrire e meritare perché Egli ne disponga come gli piace,
anche senza che noi ne possiamo saper nulla, a me pare che quest'atto sia il più
splendido che possa fare l'anima, quello che più glorifica Gesù-Ostia, perché
spoglia l'anima di ciò che ha. di ciò che è, per farne un omaggio all’Ostia
divina e arricchirne la povertà volontaria con tutto quello che una creatura può
dare e possedere.
La
divozione eucaristica di un'anima riparatrice deve tendere a questo ideale.
Sul
cominciare, il sentimento che domina è un amore di compassione: il disprezzo,
l'indifferenza, gli oltraggi; alcuni non sanno, altri non se ne curano, altri,
ancor peggio, perseguitano; delitti degli empi, colpe dei buoni, peccati dei
migliori, di quelli cioè che Gesù Cristo chiama “suoi”, che si è
particolarmente eletti – pur troppo ve n'ha anche di questi! - e si cerca di
riparare. Il Maestro è troppo spesso lasciato solo; e si va a visitarlo.
Durante la Messa le chiese sono troppo vuote; e si assiste il più sovente
possibile al S. Sacrificio. Nelle chiese vuote, le Sacre Pissidi restano colme;
e si va ogni giorno alla Sacra Mensa. La Riparazione porta così all'Eucaristia.
Ora
ecco, a sua volta, l'Eucaristia che conduce alla Riparazione; l'Eucaristia non
considerata tanto dal suo lato, se si può dir così, esteriore (il poco valore
attribuito dagli uomini alla “moneta “troppo comune dei tabernacoli), ma
piuttosto nella sua realtà intima; l'Eucaristia che da al mondo Gesù, la Vita
eterna nello stato di vittima espiatrice. Il pane ed il vino sono “apparenze
morte”; il cristiano che si comunica "apparenza vivente”del Salvatore;
quanto tutto questo supponga di immolazione l'abbiamo già visto. L'altare del
Sacrificio sarà sempre la miglior scuola del Sacrificio.
Tocca
al Sacerdote acquistare per sé e trasfondere in altri una intelligenza chiara e
profonda di quello che è il Sacramento per eccellenza dell'amore reciproco fra
Dio e l'uomo.
Del
resto, se pure non si è perduta la memoria e non si sono dimenticati anche i
desideri della giovinezza e gli appelli della propria ordinazione, il Sacerdote
deve riconoscere che le aspirazioni al Sacerdozio, sentite in cuor suo allora,
si confondevano con i sogni ardenti di sacrificio; che le sue risoluzioni
d'esser fedele ai doveri del Sacerdozio, nel giorno dei suoi impegni definitivi,
coincidevano nel suo cuore con la promessa di donazione completa e di cosciente
immolazione.
I
desideri della propria giovinezza!... Chi potrà dire le ambizioni che spuntano
nel cuore di un giovane alla lettura della vita d'un S. Francesco Saverio, d'un
Padre Damiano, apostolo dei lebbrosi, d'un missionario qualunque dell'Alaska o
dello Zambese, o del Santo Curato d'Ars? “Si isti et illi cur non et ego?
Quello che costoro hanno operato per Gesù Cristo, perché non lo potrò fare
anch'io?”.
La
loro mamma li ha abituati fin da piccoli a contemplare a lungo il Crocifisso. -
Certe cose si comprendono facilmente quando si ha la fortuna d'aver una mamma
santa. - Il loro cuore di fanciulli ha intuito nel Crocifisso qualche cosa di
misterioso e di straordinario che li attraeva e li impegnava per il presente e
per l'avvenire. Gesù si è sacrificato per loro, è ben giusto che essi si
sacrifichino per Gesù. E in una maniera o in un'altra hanno imitato anch'essi
il gesto di quel bambino, che avendo ascoltato il racconto della Passione del
Salvatore, si stende subito lungo il muro con le braccia in croce, domandando
alla persona di servizio che gli pianti dei chiodi nelle mani e nei piedi...
Come si può “star bene” quando Gesù “soffre tanto”?
Questi
sentimenti naturali e profondi il fanciullo li prova certamente, se tra le mura
domestiche si ha cura di sviluppare in lui l'educazione al sacrificio. Ci sono
genitori, che su questo punto sono perfettamente nulli; ma ce ne sono pure, che
fanno di questo “particolare” l'oggetto essenziale delle loro cure e
avvezzano i loro figli a sapersi punire, a sapersi imporre rinunce, e spiegano
loro non solo la Passione passata di Gesù, ma anche la Passione presente della
Chiesa di Dio e fanno loro capire, anche senza dirlo esplicitamente, che il
Signore aspetta da loro più tardi qualche prova d'amore. Testimone quel padre
di famiglia che, in occasione degli Inventari, va alla Chiesa per fare il suo
atto di protesta con il figlio per mano, e al momento in cui si forzano le
porte, lo alza al disopra del proprio capo perché veda meglio come si difendono
le libertà di Dio.
Testimone
ancora quella mamma - la mamma di Mgr. de Quélen - la quale durante la grande
Rivoluzione del 1789 conduce il figlio alle prigioni dei Carmelitani, perché
sappia come sono trattati i sacerdoti di Gesù Cristo; e quell'altra - la mamma
del P. Varin – che fa spesso inginocchiare i suoi piccini e dice loro:
"Recitiamo un’Ave Maria per Giuseppe (altro suo figlio) perché
egli non è, dove la vocazione del Signore lo vuole"; e che poi morrà sul
patibolo offrendo la propria vita perché quel suo figlio non resista più a
lungo al volere di Dio che lo chiama al sacerdozio.
Dopo
i desideri della giovinezza, ecco l'appello della ordinazione. Il sacerdote non
potrà mai dimenticare che dedicandosi al sacerdozio aveva già ben compreso fin
d'allora che si dedicava ad una vita di sacrificio.
Il
giorno della sua ordinazione - forse già lontano, ma sempre così vicino -
quando, prostrato sul pavimento davanti all'altare, si offriva a Dio, non
comprendeva forse che da quel momento il suo unico “mestiere", che dico?,
il suo unico "sogno” era di vivere crocifisso con il suo Maestro?
“Ricevi la potestà di offrire il divin Sacrificio “- ha detto il Vescovo
ordinante, e poi ha continuato: - "Quello che tu tocchi, la patena, il
calice e gli altri strumenti dell'olocausto, pensa che sono pure gli strumenti
del tuo sacrificio. Imitamini quod tractatis. Tu avrai tra le tue dita
l’Ostia. Pensa che dovrai imitare quello che ogni giorno avrai da
trattare ed essere Ostia anche tu nella tua vita. Quatenus
mortis dominicae mysterium celebrantes, mortificare membra vestra a vìtiis et
concupiscentiis procuretis.
Gesù
Cristo è morto, converrà vivere mortificandoti, ostia con la tua Ostia,
vittima con la tua Vittima. Altrimenti non sarai un vero sacerdote, “procuretis”.
Questa deve essere la tua cura principale: accordare, intonare la tua vita sopra
quella di Gesù Cristo per farne due vite sincrone, due oblazioni, due
immolazioni sincrone”.
"Io
mi prendevo il gusto - così parla l'Olier – di guardar nelle chiese
attraverso le fessure e, vedendo le lampade accese -, esclamavo: Come siete
fortunate di consumarvi completamente alla gloria di Dio e di ardere
continuamente per onorarlo! E' compito dei sacerdoti consumarsi così, perché
essi debbono essere, come Nostro Signore, sacrificatori e ostie nel medesimo
tempo. Se dei cristiani tutti è detto: “Fate dei vostri corpi un'ostia
vivente"; con più forte ragione va detta questa parola dei sacerdoti che
ripetono ogni giorno: Hoc est corpus meum”.
I
veri sacerdoti ci danno esempi magnifici nella pratica di questo spirito di
vittima, in cui sanno bene che consiste la parte essenziale del loro ministero.
L'Abate
Perreyve nel giorno della sua ordinazione domanda al Signore queste tre grazie:
"Non cadere mai in colpa grave; restar sempre semplice sacerdote; dare il
proprio sangue per Gesù Cristo”. E celebra la sua prima Messa con paramenti
rossi, color sangue, per confermare con un segno simbolico la sua ultima
intenzione.
Prima
di restituire a Dio la sua anima generosa aveva scritto sulla morte sacerdotale
una meditazione, in cui faceva notare che "i sacerdoti devono riguardare la
morte come una delle funzioni del loro ministero. La morte, deve essere per loro
“l'ultima Messa”. Ad imitazione del Maestro, “l'uso essenziale e
sacerdotale“ che devono fare del proprio corpo deve consistere nell'immolarlo.
Devono cominciare questa morte nella castità, continuarla nella mortificazione,
terminarla finalmente nella vera morte, che è la loro oblazione finale, il loro
ultimo sacrificio. Devono incominciare a morire molto prima... come hai fatto
tu, Signore".
Un
giovane chierico del Seminario Maggiore di Nevers, morto il 6 aprile 1907, aveva
lasciato scritto nel suo testamento spirituale: "Io rimetto la mia anima
nelle mani di Dio in unione di Nostro Signore Gesù Cristo morente, desiderando
morire, vittima come Lui, con Lui ed in Lui. Questo che dovrebbe essere il
carattere dell'intera mia vita per vocazione e per dovere, lo sia almeno dei
miei ultimi istanti... Volendomi distaccare sempre meglio da me stesso, in Dio,
perché Egli regni totalmente nel mio cuore, offro con gioia a questo divin
Maestro i dolori benefici della mia agonia e il sacrificio della mia vita in
riparazione della sollecitudine con cui troppo sovente ho cercato di evitare i
patimenti e le mortificazioni. Offro pure la mia vita per la Chiesa, per la
patria, per la mia famiglia...”.
Durante
l'ultima guerra molti, prevedendo che il Signore poteva loro domandare il
sacrificio della vita, si sono offerti di gran cuore all'immolazione totale.
“Quanto
è bello - scrive il P. Gilbert de Gironde - morire giovane... morire sacerdote
sotto le armi, in un attacco, correndo all'assalto, in pieno esercizio del
ministero sacerdotale, forse impartendo un'ultima assoluzione; versare il mio
sangue per la Chiesa, per la patria, per i miei amici, per tutti quelli che
hanno in cuore la stessa mia fede e per gli altri ancora, affinché possano
godere la gioia di credere..... Oh! quant'è bello.....!”.
L'abate
Liégeard, del Gran Seminario di Lione, caporale nel 28° battaglione dei
cacciatori alpini: “Offro la mia vita perché siano dissipati i malintesi tra
il popolo di Francia e i suoi sacerdoti".
E
il P. Federico Bouvier, della Compagnia di Gesù, uno dei più eruditi storici
delle religioni: - “Do volentieri la mia vita per i miei commilitoni dell'86°
Reggimento, affinché questi uomini retti e onesti, a cui non manca altro se non
il vivere in Dio e secondo la loro fede, ritornino sinceramente a Lui”.
Un
seminarista, caporale del 90° di Fanteria, l'abate Chevolleau, che abbiamo già
citato, scriveva in una sua lettera: "Pregate perché il mio abbandono in
Dio sia perfetto. Che vale la vita, l'altare visto in lontananza, le anime da
salvare in tempi che non verranno per me, se al presente il Signore mi vuole per
sua vittima?”.
Come
non ricordare qui due valorosi a cui mi legano memorie personali troppo forti
perché possa lasciarli da parte: il P. Gabriele Raymond e l'abate de Chabrol,
l'uno e l'altro cappellani militari?
Il
primo - che conoscevo da lungo tempo – venne a prendere il mio posto, in fondo
alla mia tana di prima linea, nell'Artois, di fronte alle famose costruzioni
bianche del “Plateau d'Angres“ fra Loos e Souchez. A mia volta, succedetti
al secondo a Tracy-le-Val nell'agosto 1916: e tutti e due furono uccisi poco
dopo. Soldati e ufficiali erano concordi nell'asserire che essi si esponevano
troppo per non trovare la morte. Nessuno mai potrà sapere quale fu il loro
eroismo, sempre calmo e sempre dimentico di sé. Il P. Raymond fu schiacciato
sotto un riparo. Dell'abate de Chabrol così parla un "ordine del giorno”
commemorando un attacco e attestando il suo coraggio: “Le ondate dei nostri
uomini che si succedevano, si sono inchinate dinanzi al rappresentante di Dio,
il cappellano della Divisione, de Chabrol, che sotto la mitraglia tracciava
colla sua mano il segno della redenzione e della vittoria". Cadde colpito
dalla mitraglia, durante un attacco; ma già da lungo tempo aveva fatto
l'offerta della sua vita, come il P. Raymond - e come mille e mille altri - per
la redenzione del mondo e per la vittoria.
Un ultimo esempio, quello del P. Lenoir, anch'egli cappellano militare, morto sul campo dell'onore il 9 maggio 1917, vittima della sua carità verso i feriti. Dopo la morte fu trovato sulla sua persona il seguente scritto, che il Luogotenente Colonnello volle comunicare al Reggimento, per cui il glorioso caduto dopo trenta mesi di fatiche aveva sacrificato la propria vita:
"In
caso di mia morte".
“Rivolgo la mia parola a tutti i miei cari figliuoli del 4° Coloniale:
“Con
tutto l'affetto di sacerdote e di amico li supplico di volere assicurare la
salvezza eterna dell'anima loro restando fedeli a Nostro Signore Gesù Cristo e
alla sua legge, facendo penitenza delle loro colpe e unendosi a Lui nella S.
Comunione il più spesso che sarà loro possibile.
“A
tutti do l'appuntamento in cielo.
“Offro
lietamente per loro, a questa intenzione, il sacrifìzìo della mia vita nelle
mani del nostro divin Maestro Gesù Cristo.
“Viva
Gesù. Viva il 4° Coloniale!”.
P.
LENOIR S.J..
L'abate
Buathier, nel suo libro Le Sacrifice, ha tracciato questa bella pagina:
"Un'anima sconosciuta abbandona questo esilio; ma a cento passi da essa il
fatto è ignorato e nessuno si turba. Tutt'al più qualche vicino dirà, senza
dare nessuna importanza alle sue parole: "il tale è morto", e tutto
finirà lì; tutti gli altri non han visto nulla.
"Ma
nella sua umiltà quest'anima oscura è unita alla Vittima del Calvario; conosce
intimamente il valore dell'atto che compie; comprende che non solo paga il
debito dei propri peccati ma che può ancora pagare per altri, moltiplicare i
propri meriti e rifonderli nel tesoro della Chiesa, far vivere con la sua morte
molte anime e darle a Gesù; conosce tutto questo, lo vuole, lo desidera e si
offre. La sua offerta sale verso il Cielo e nel breve giro delle sue ultime ore
il suo sacrificio si termina in una gioia raggiante pace e gloria celeste. Per
lei come per il Crocifisso, la morte non è altro che l'atto supremo dell'amore.
Gli uomini non possono scorgere nulla; ma gli angeli ammirano e il Signore
premia”. Non troviamo qualcosa di simile nei morti, di cui abbiamo parlato?
Sono
pochi anni che si andava dicendo: “La Chiesa di Francia ha bisogno di
Santi”. La Chiesa di Francia li ha avuti e ne ha. Ce l'attestano gli esempi
recati fin qui, che potremmo moltiplicare. Verrà giorno, speriamo, in cui ci
sarà dato conoscerli tutti e ciascuno in particolare. Ma non dimentichiamo che
se avvenimenti straordinari, come la guerra, ci rivelano tanto la santità come
l'eroismo, non però li creano.
La
morte di coloro che si offrono generosamente come vittime riparatrici col
Maestro Divino, non è cosa repentina, che avvenga per caso, ma una cosa
preparata e voluta. Nessuna improvvisazione; al contrario: conclusione
necessaria di premesse. Immolarsi ogni giorno nel grigiore della vita ordinaria,
con la mortificazione, la castità, l'umiltà, lo zelo... questo solo può
disporre a mostrarsi poi così spontanei, così generosi, così totalmente
“ostie”, nel minuto cruento che chiude la vita.
Questi
valorosi non sono morti come noi abbiamo ricordato, se non perché “da molto
tempo s'erano avvezzati a morire".
COME
RIPARARE?
Se
tutti i cristiani sono tenuti alla riparazione, non tutti però debbono riparare
allo stesso modo.
Una
madre di famiglia potrà essere una “riparatrice”, ma non al modo di una
Suora Carmelitana.
I
doveri dello stato, l'attrattiva della grazia, l'indirizzo di un buon direttore,
sono i tre fattori che intervengono per dosare la parte che tocca a ciascuno, il
quale intende accettare la Via Regale dell'espiazione redentrice.
Premessa
questa distinzione elementare, possiamo determinare due gradi nell'offerta di sé
all'idea riparatrice. Poiché l'elemento principale da considerare è, come
abbiamo detto, la generosità nel sacrificio, le anime si divideranno in due
gruppi, secondo la parte più o meno grande che intendono dare nella loro vita
alla croce.
Come
riparare nella vita cristiana ordinaria.
Troppo
spesso si crede che per darsi alla Riparazione sia necessario darsi, nel
silenzio d'un chiostro e nelle austerità della vita monastica, alle pratiche più
crocifìggenti della penitenza cristiana. E' un errore.
La
Riparazione non consiste in un insieme di pratiche da osservarsi entro
una cornice determinata; ma piuttosto in uno spirito che facilmente si adatta
alle varie condizioni di vita, a patto però che questa sia prima di tutto
sinceramente cristiana.
Uno
spirito. Per conseguenza, importa prima di ogni altra cosa avere una
conoscenza chiara e un intimo sentimento della verità di un Dio Crocifisso e
Crocifisso per noi, ma che aspetta la nostra cooperazione; e poi capire che
intorno a noi ci sono delle anime, purtroppo in gran numero, che vanno perdute.
Questo è di somma importanza; eppure quanti cristiani l'ignorano! Ora, vivere
animati da queste due grandi idee significa appunto
possedere lo spirito di riparazione.
E
questo “spirito” manifesta subito le sue esigenze. Un'anima cristiana
dominata dall'idea riparatrice comprende che prima di tutto deve essere fedele
alle promesse fatte nel Battesimo, ai comandamenti di Dio e della Chiesa, e non
solo con una fedeltà qualsiasi, come accade alla massa, ma con una fedeltà
intera, rigorosa, senza scuse, senza transazioni, sia nella vita individuale che
in quella sociale e familiare. L'orizzonte si delinea fin dal principio
abbastanza ampio.
Un
romanziere americano prese come tema di una delle sue opere la storia seguente:
Un pastore dovendo preparare il suo sermone scelse come testo: "Ecco la
vostra vocazione. Gesù Cristo ha sofferto per voi; quest'esempio deve essere
seguito da voi passo per passo fino alla perfezione". Venuta la domenica
recitò il suo discorso dinanzi ad un uditorio mondano che l'ascoltò con la
solita attenzione. D'un tratto, ecco entrare precipitosamente un vecchio
mendicante, gridare: "Come non sentite vergogna? Voi che osate cantare: “Gesù,
ho presa la mia croce pesante. E per seguirti ho tutto abbandonato!“ e poi
vivete così come fate?”, e poi, finita la sfuriata, cadere morto. Impressione
enorme tra gli uditori e anche maggiore nell'animo del Pastore. La domenica
seguente egli propose alle sue pecorelle di fondare una lega, in cui ciascun
membro si obbligasse per un anno a interrogare se stesso prima di ogni azione:
"Che farebbe Gesù al mio posto e in questo caso?".
Molti
diedero il loro nome: uomini politici, commercianti, giornalisti.., i quali però
s'accorsero ben presto che la parola data li costringeva a mutare radicalmente
vita.
E.
Norman, infatti, direttore del Raymond Daily News, che è uno dei
segnatari, riceve un lungo articolo sulle corse; tre colonne e mezzo; e
s'interroga: “Se Gesù Cristo avesse la responsabilità del giornale,
lascerebbe uscire queste tre colonne come sono.....? .....No. E l'articolo è
cestinato. E queste notizie politiche?... E gli annunzi di quarta pagina?....”
E il giornale muore.
Si
tratta di un romanzo - e anche di esagerazione - ma l'idea non è cattiva.
Quanta perfezione di vita cristiana si potrebbe facilmente avere se, come gli
ascritti alla lega del romanzo americano, ci rivolgessimo prima di ogni azione
questa semplicissima domanda "Qui al mio posto, e nel mio caso, che farebbe
Gesù Cristo?”. Chi non vede quale cambiamento avremmo nella condotta dei
singoli individui, nelle relazioni tra i popoli, nella vita delle famiglie e
della società?
Studiando
la questione, delicata insieme e importantissima, del ripopolamento della
famiglia, dove purtroppo molti cristiani mancano ad un preciso loro dovere, un
autore diede all'opera sua questo titolo: “La Francia ripopolata dai
cristiani praticanti”, titolo che indica tutto un programma e nello stesso
tempo esprime una condanna.
Come
in questo campo, così in tutti gli altri nulla si potrà "riparare",
senza l'intervento efficace dei veri cristiani: ancora conviene che questi non
vengano meno al loro compito; ma siano cristiani intrepidi, tutti d'un pezzo, e
come si esprimeva Luigi Veuillot, “sfrontati”.
Le
occasioni di praticare la fede fino al sacrificio non mancano mai alle anime
generose. Abbiamo già combattuta la tendenza che hanno molti cristiani di farsi
una religione che non li disturbi troppo. Il Card. Manning scriveva; “Noi
viviamo in tempi facili. Chi digiuna ancora ai nostri giorni?”. E' vero -
continua - che la Chiesa si mostra indulgente, tuttavia “riflettiamo che anche
ai nostri giorni gli israeliti tre volte all'anno non prendono alcun cibo dal
levare al tramontar del sole; amaro rimprovero per noi che siamo
discepoli di Gesù Crocifisso”. Quali sofferenze non han dovuto imporsi,
durante l'ultima guerra alcuni, molti nostri soldati, ad esempio quei fucilieri
di marina dell'epopea di Dixmude, che dovettero rimanere con i piedi nell'acqua
per ventisei giorni senz'altro nutrimento che qualche scatola di conserva? La
causa che difendevano ne valeva certo la pena; ma la causa di Gesù Cristo non
è forse più nobile ancora? Perché vorremmo limitare i nostri sacrifici?
Intorno
a noi, che non si fa per seguire il mondo, per adattarsi alla moda del giorno! -
E per le anime? - Per Gesù Cristo?
Noi
amiamo piuttosto i crocifissi di lusso, non troppo addolorati, d'avorio su fondo
di velluto. Ma bisogna ripetere: Quelli non sono i "veri". I veri sono
meno fini, più grossolani e sopra vi si sta male.
Quando
Eraclio potè ricuperare la Croce, rimasta per quattordici anni bottino di
guerra nelle mani dei persiani di Cosroe, la volle portare egli stesso fino alla
sommità del Calvario e a questo fine rivestì gli abiti regali e la corona da
imperatore. "Non così, Maestà - gli disse il Vescovo di Gerusalemme –
no! C'è troppo contrasto tra il lusso del vostro abbigliamento e la povertà
della Croce”. E l'imperatore cambiò il suo oro e le sue perle con un povero
cilicio. La Croce del Salvatore è una croce che crocifigge.
E'
un controsenso vedere molti cristiani, che pretendono seguire Gesù Cristo,
mettere ogni cura nell'evitare le penitenze più semplici e più ordinarie
imposte dalla Chiesa. Il Cardinale Manning, così scherzando, rivolge loro la
parola: "Permettetemi di domandarvi se voi stessi credete al vostro
prossimo, quando lo sentite dire che non può digiunare, fare le astinenze del
venerdì, perché queste cose recano danno alla sua salute, ecc.....”. E poi
aggiunge: "Se io pervenissi a turbare qualche poco la vostra coscienza, non
ne proverei dispiacere, poiché sono convinto di vivere in un tempo in cui la
mollezza dei costumi tende a far scomparire la dolce severità delle leggi
ecclesiastiche”.
Come
si vede, anche senza andar troppo lontano, solo con praticare la lettera - o
almeno lo spirito - dei comandamenti, mille e mille occasioni si presentano di
offrire al Signore sacrifici ben meritori per la riparazione.
Accettiamo
dunque in primo luogo le mortificazioni che ci vengono imposte dalla Chiesa. E
in secondo luogo quelle imposte dalle circostanze. Anche queste abbondano:
rovesci di fortuna, malattie, lutti, disgrazie, dispiaceri d'ogni sorta. La vita
ne è colma e può esser paragonata ad una lira a sette corde, sei dedicate al
dolore, una alla gioia. Il Bossuet paragonava i minuti di vera felicità della
nostra vita a quei chiodi d'oro che adornano una porta; visti di lontano
sembrano migliaia; strappateli, riempiono appena il cavo della mano. Le nostre
gioie sono come le pietre di un guado, instabili e spaziate; chè se volete
passarlo, appena ponete il piede sopra una di esse, subito dovete saltare su di
un'altra e così di seguito senza potervi arrestare.
Ma
tu chi se' che sì se' fatto brutto? domanda
Dante (Inferno, c. 8, v. 35) a un dannato mentre questi lo vede passare nella
barca di Virgilio; Rispose: “Vedi che son un che piango”.
“Uno
che piange!”. Ecco, più o meno, la definizione di ogni uomo quaggiù,
specialmente in certi giorni, E allora come fa pena il vedere quanti non sanno
trarre profitto dalle lagrime che versano! Ciascuno di noi, con la somma di
sofferenze, di cui è formata la sua vita, avrebbe modo di guadagnare dei meriti
immensi. E la maggior parte invece non ne fa nulla, non ci pensa: invece di
servirsi delle proprie croci per il Cielo e per le anime, le sciupa, non ne
ritrae nulla... peggio, ribellandosi, non vi trova che un'occasione di nuovi
peccati.
Che
si direbbe di un uomo che possedendo una fortuna in monete d'oro, invece di
portarle alla banca, le andasse gettando ad una ad una, dall'alto di un ponte,
nel fiume?
Appena
siam raggiunti da qualche sofferenza, la prima cosa che facciamo non è forse
lamentarci, prendercela con Dio? "Vorrei - diceva Nostro Signore a S.
Geltrude - che almeno i miei amici non mi giudicassero tanto crudele. Dovrebbero
farmi l'onore di pensare che se talvolta li obbligo a servirmi laboriosamente, e
come a loro spese, lo faccio per il loro bene, anzi per il loro maggior bene.
Vorrei che invece di irritarsi contro i loro dolori, vedessero in essi uno
strumento del mio amore di Padre...”.
I
cristiani ferventi lo comprendono benissimo. Ai piedi del letto di un loro
figlio, giovane religioso, rapito da un morbo fulminante, il padre e la madre si
scambiano le seguenti parole: "Vuoi che recitiamo il Te Deum? - Oh sì,
di tutto cuore!”.
Ampère
si era da poco sposato. La vita gli si apriva dinanzi tutta in festa: quand'ecco
una malattia colpire la sposa e minacciare di rapirgliela. Orbene, quantunque
all'estremo della trepidazione, egli ha ancora la forza di scrivere: "Mio
Dio, ti ringrazio... Vedo che tu vuoi che io viva solo per te, che tutti i miei
istanti siano dedicati a te! Vuoi togliermi tutta la felicità che io posseggo
quaggiù? Tu ne sei il padrone, mio Dio! le mie colpe meritano bene questa
punizione. Ma io spero che tu ascolterai ancora una volta la voce della tua
misericordia". Che forza meravigliosa può dare ad un povero cuore di uomo
una fede veramente profonda!
Una
madre riceve la notizia che suo figlio, ferito da un obice, è spaventosamente
mutilato, ma non ha perduto per nulla il suo coraggio eroico. E scrive di lui:
“Egli soffre una vera passione in unione col nostro caro Gesù e fa meraviglia
vedere questo caro piccolo crocifisso, steso sulla croce sanguinante,
rimanersene tranquillo e sorridente nel suo martirio di ogni istante... Io
ringrazio il Signore... che l'ha messo a parte dei patimenti redentori del
Calvario. Noi non possiamo comprendere, nel nostro dolore, i misteri di
misericordia nascosti in queste prove, ma credo che in cielo ci saranno svelate
le ricchezze di queste sanguinose immolazioni e che intanto questi poveri feriti
sono ben potenti presso Dio".
Il
povero mutilato si preparava al sacerdozio, quindi la madre continua: “Poco
importa il modo con cui viene fatto il sacrificio, "purché il Signore
prenda quanto Egli crede bene e ritragga dalla sua creatura quella gloria che
gli è gradita... Se L... non potrà più essere sacerdote, sarà certamente Ostia
e questo è l'ufficio di Gesù Cristo; chi dunque potrà lamentarsi nel vedersi
trattato come il Figlio di Dio?”.
Poco
tempo dopo, anche il fratello del povero mutilato cade gloriosamente sul campo;
e la madre, sempre forte, esce di questi accenti di rassegnazione: "Povera
piccola vittima che si aggiunge a tante altre! Lo avevamo ricevuto da Dio perché
lo conducessimo al Cielo; ed eccovelo giunto. Sembra una cosa tanto semplice; ma
per noi che abbiamo una fede ancora debole, è ben doloroso”.
Quante
madri, quante sorelle, quante spose per il fatto della grande guerra sono ormai
destinate ad essere "dolorose! “Oh! se tutte avessero il coraggio di
trasformare il sacrificio “imposto “in sacrifìzio “volontario “e
dicessero al Signore: "Gesù, grazie per avermi associata in questo modo
alla tua Croce. Tu hai domandato il suo sangue; Tu domandi le mie lagrime; io ti
offro tutto. Forse in me stessa non troverei la forza di dirti: prendi...
Ma ora che hai preso quanto volevi, voglio almeno aver il coraggio di dirti che hai
fatto bene... che capisco... che sottoscrivo... Non mi sento ancora di
pronunziare l’Alleluja; mormorerò almeno per ora sommessamente: Amen,
così sia”.
Parlando
del proprio figlio, vittima, come tanti altri, della guerra, una persona diceva
in confidenza ad una sua amica: "Voi lo sapete, già prima l'avevo
offerto al Signore, quindi al presente rimetto nelle sue mani il mio sacrificio
non soltanto accettando, ma volendo quanto Egli ha disposto”. E'
la madre stessa a sottolineare.
“Il
mio povero cuore - scrive una delle numerose e così valorose vedove di guerra -
il mio povero cuore, che non può abituarsi alla solitudine, prova un'ardente
sete di darsi ancor più completamente a Dio, di offrirsi totalmente, senza
riserva”.
Sete
benedetta! Così il Maestro divino possa comunicarla ad un grande numero di
anime. - Questa madre riconosce che “il suo amore, forse troppo umano,
diventerà ora soprannaturale”. - Che è appunto ciò che Dio domanda, quello
che forse Egli aveva di mira nel permettere la tribolazione. - Ed essa prega per
“avere il grande coraggio di offrirsi sempre più a Dio”.
Le
ammirabili suore che dirigono il sanatorio di Villepinte hanno fondato fra le
loro ammalate un'associazione detta "della riconoscenza”. Una delle
ragazze esitava a dare il suo nome: "Temo - diceva – di non saper dir
grazie al Signore, quando soffro”.
Per
riuscire a trionfare di questo timore, ecco un mezzo eccellente e molto pratico
per tanti poveri cuori che sanguinano disorientati per gli ultimi avvenimenti:
offrirsi a Dio in “ostia “di amore e di riparazione.
“Ecco
la più grande ricchezza dell'anima – diceva S. Giovanna Francesca di Chantal
- soffrire molto per amore”. I veri cristiani lo sanno.
“L'anima
si può unire a Dio con la preghiera e può unirsi con il lavoro; ma il
patimento accettato per piacere a Dio, il patimento offerto a Dio, il patimento
diventato caro per amore di Dio unisce l'anima al suo Signore più intimamente
ancora. Un patimento come questo è la migliore delle preghiere, è la più
fruttuosa delle fatiche”. Sono parole del P. Ramière, e il P. Ponlevoy: “La
più dolce consolazione di questa vita e la più grande risorsa dell'anima
nostra è certamente quella di unirci a Gesù Cristo. Ma c'è ancora di meglio:
ed è conformarci alla volontà di Dio ed essere attaccati alla croce con Gesù
Cristo, o, che è la stessa cosa, attaccati a Gesù Cristo per mezzo della sua
Croce".
E'
nota l'ammirabile “Preghiera di Pascal per il tempo delle infermità”.
In essa, meglio che altrove, si manifesta l'intenzione di trarre grande profitto
dalle malattie tanto penose e così facilmente riparatrici. “Non permettere,
Signore,... ch'io possa ricordare l'anima tua contristata fino alla morte e il
tuo corpo pesto dai flagelli e dissanguato per i miei peccati, senza sentirmi
contento di patire qualche cosa anch'io nel mio corpo e nella mia anima. Che c'è
infatti, di più vergognoso e tuttavia di più frequente nei cristiani e in me
stesso, che, mentre tu agonizzi e trasudi sangue, noi viviamo tra le delizie?
Liberami, Signore, dalla tristezza che l'amore sregolato di me stesso mi
potrebbe suggerire... ma infondi in me una tristezza conforme alla tua. I miei
patimenti servano a dissipare la tua collera... Non ti domando né sanità, né
malattia, né vita, né morte: ma che tu disponga della mia sanità e della mia
infermità, della mia vita e della mia morte per la tua gloria, la mia salvezza,
e l'utilità della Chiesa e dei tuoi Santi”.
Degne
d'esser citate accanto alla preghiera di Pascal sono anche queste righe di
un'anima che visse ugualmente nel mondo e aveva per motto preferito
“adoratrice, riparatrice, consolatrice":
"Mio Dio, diceva Elisabetta Leseur (Dal suo Diario), io sono
e voglio esser sempre tutta tua nella pena e nella gioia, nell'aridità e nella
consolazione, nella sanità e nella malattia, nella vita e nella morte. Io non
desidero che una cosa sola: che la tua volontà sia fatta in me e per mezzo mio.
Non ho altra mira e sempre più desidero di non averne mai altra che questa:
raggiungere la tua maggior gloria corrispondendo il meglio che posso ai tuoi
disegni sopra di me. Mi offro a Te in un'intima e completa immolazione e ti
supplico di servirti di me come di un vile ed inutile strumento in favore delle
anime che ti sono care, per il tuo servizio”. Secondo il parere di tutti gli
autori ascetici, le "croci", che ci vengono imposte, sono le migliori.
"Le migliori croci sono le più pesanti, e le più pesanti sono quelle che
più vanno contro il nostro gusto, quelle che non scegliamo noi; le croci che
incontriamo per via, e anche meglio quelle che troviamo in casa nostra... Queste
sono più utili che i cilici, le discipline, i digiuni e quante altre austerità
si possano inventare. Le croci che sono oggetto di nostra scelta hanno sempre
alcun che di amabile e di gradito, perché in esse c'è del nostro, e per questo
sono meno atte a crocifiggerci. Umiliatevi dunque e ricevete con gaudio quelle
croci che vi vengono imposte contro il vostro genio”. Chi non riconosce in
queste parole S. Francesco di Sales?
Dobbiamo
dunque conchiudere, come presso la maggior parte dei cristiani, che le penitenze
volontarie sono da lasciarsi esclusivamente ai religiosi ed ai claustrali?
No.
Ascoltiamo a questo proposito il Card. Manning, il quale, dopo aver raccomandato
la fedeltà alle mortificazioni imposte dalla Chiesa, aggiunge: "Andrò più
innanzi. C'è qualcuno che al presente abbia il coraggio di condurre la vita dei
santi? Noi ne leggiamo la vita e li ammiriamo: conosciamo le austerità con cui
si affliggevano e la povertà in cui vivevano e ne facciamo oggetto delle nostre
lodi; intanto però ci sentiamo i brividi nelle ossa. Che sappiamo noi fare?
Quali sono le nostre penitenze? Dov'è la nostra livrea di Gesù?... Noi
cerchiamo... che il mondo ci ponga nelle file di quelli che gli appartengono. E
poi pretendiamo di essere cristiani!”.
Egli
parlava ai suoi compatrioti, gli inglesi, grandi amatori, come tutti sanno, del
"confort”; ma il consiglio non è inopportuno anche al di qua della
Manica.
Molti
cristiani non dovranno rivolgersi in punto di morte quello stesso rimprovero che
in tempo di Esercizi Spirituali e per umiltà Paolina Reynolds faceva a se
stessa: "Non trovo più modo di dilatare questo povero mio cuore destinato
ad esser ricolmo di vita divina, Avrei potuto dispormi con una più fedele
corrispondenza a riceverne centomila volte di più nell'eternità e non l'ho
voluto fare. Non mi sono voluta disturbare che "moderatamente”?
Se
invece di una fedeltà qualsiasi, d'una fedeltà “abilmente dosata“ ci
decidessimo ad esser generosi senza alcuna misura, quale cumulo di meriti non
potremmo versare nel tesoro della Comunione dei Santi!
Ecco,
secondo l'autore della Mission du Saint-Esprit dans les àmes, come
dovremmo riparare: "Anzitutto con la nostra prontezza nel seguire le
inspirazioni dello Spirito divino, poi con una fedeltà proporzionata alla sua
grazia e nella stessa misura dei suoi doni e non già con un gesto gretto,
nascondendo sotterra il talento ricevuto: conviene farlo fruttificare e di mille
talenti riprodurne diecimila... Finalmente bisognerebbe servirlo con grande
purità di cuore, e con questo intendo due cose: non soltanto evitare tutto
quanto potrebbe macchiare il nostro cuore, ma anche rinunziare a tutto quello
che lo potrebbe dividere...”.
Come
si vede, i mezzi per riparare non mancano. Che manca invece? Mancano le anime
che sfruttino questi mezzi, le anime che accettino di combattere non soltanto
contro il peccato, ma contro i piccoli difetti; le anime che si consacrino
risolute non già a pratiche straordinarie ma al perfetto compimento dei piccoli
doveri nella monotonia delle occupazioni quotidiane, per il motivo della
riparazione. Sognamo spesso imprese impossibili. "E invece appunto nelle
piccole cose si rivela un grande amore; per le cose grandi siamo come portati e
non ne sentiamo la difficoltà, ma per le ordinarie, le meschine, le noiose è
necessaria una dimenticanza di sé, di cui pochi sono capaci”.
Mgr.
De Ségur diceva con la solita sua finezza e col suo buon senso: "La nostra
santificazione è come un edifizio fatto di grani di sabbia e di gocce d'acqua;
un'occhiata repressa, una parola trattenuta, un sorriso interrotto, una linea
incompiuta, un ricordo soffocato; una lettera cara percorsa rapidamente e poi
riposta; un piccolo movimento naturale coraggiosamente frenato; un'importunità,
una noia dolcemente sopportata; una scappata, un ghiribizzo immediatamente
compresso; la privazione di una spesa inutile; una nube di tristezza dolcemente
dissipata; una gioia naturale temperata con un ritorno all’Ospite divino
del cuore; una ripugnanza vinta; che so io? cose da nulla, impercettibili
all'occhio degli uomini, ma ammirabilmente visibili allo sguardo interiore di
Gesù Cristo; ecco le cose sulle quali dobbiamo fissare tutta la nostra
attenzione; ecco le piccolissime e grandissime fedeltà che attirano sulle anime
nostre veri torrenti di grazie...”.
Siamo
pure ben poveri, se queste minute rinunzie bastano a misurare le nostre forze !
Ma è un fatto e nessuno che abbia provato a praticare queste piccole
immolazioni, potrà contraddire all'osservazione che l'abate Perreyve deduce
dall'esperienza: "Quando si è ancor fanciulli sembra cosa molto facile e
naturale essere un eroe o un martire. Ma con l'avanzare della vita si viene a
scoprire il prezzo d'un semplice atto di virtù e Dio solo può darci la forza
di esercitarlo”.
Siamo
dunque i fedeli operai delle umili fatiche. Chi potrà dire se, durante la
guerra, la salvezza di più d'uno, caduto nelle trincee o mentre marciava
all'assalto, non fu il frutto di una povera preghiera d'una umile vecchierella,
che offriva i suoi dolori per il nipote lontano? Chi sa dove va a colpire,
durante la mischia, il proiettile tirato dal più oscuro fantaccino?
E
non si dica: "Con che cosa e come riparare? Io sono così miserabile: non
posso che dire col Profeta: A, a, a et nescio loqui, non posso che dare
un gemito inarticolato e confessare la mia impotenza. Che potessero riparare i
Santi, si comprende... ma io?”.
Voi, così quale siete, potete compensare con la vostra fedeltà le vostre
miserie e compiere così un'opera di giustizia. Potete fare ancor dì più: per
le vostre miserie rimettetevi al Signore, e i vostri meriti offriteli a Lui per
compensare le colpe e i peccati degli altri.
Noi,
da soli, non valiamo nulla quanto alla riparazione; ma con la grazia di Dio, che
non manca agli umili e ai volonterosi, siamo una forza, un valore più grande di
quello che possiamo immaginare. Con che cosa Gesù sfamò nel deserto cinquemila
persone? Con cinque soli pani e due pesci. Anche allora i mezzi non erano
proporzionati al fine.
Per
finire di convincerci ascoltiamo ancora una “professionista” della
Riparazione: “Per fare un'ostia il Signore non volle servirsi dell'oro,
dell'argento o di pietre preziose, ma di un misero pozzetto di pane, cosa molto
volgare e di nessun valore”.
Mettiamo
pure una buona parte di umiltà in chi parlava così; ma la frase è vera e per
ciascuno di noi consolante.
La
vita perfetta e la riparazione.
Simona
Denniel, la suora di Maria Riparatrice, citata testé, morta ancor giovane, dopo
una lunga e dolorosa infermità ottenuta da Dio come ricompensa dei suoi ardenti
desideri, scriveva il 4 novembre 1910: "Questa mattina, protraendo il
ringraziamento alla S. Comunione per ripetere a Gesù che io desideravo
ardentemente essere la sua piccola ostia, mi venne in mente ch'Egli forse
andava cercando molte ostie... e che sarebbe certo una grande opera
seminare nelle anime il desiderio di diventare ostie. Pregherò dunque e
soffrirò a questo fine che Dio moltiplichi le sue ostie, quelle vere,
pure, generose e sante”.
Vi
sono, infatti, delle anime che non si contentano del sacrificio “a piccole
dosi, a dosi medie”. Troppo si sono trattenute a contemplare Gesù sulla
Croce, hanno misurato con troppa esattezza la profonda miseria del prossimo per
non sentire l'ambizione di diventare anch'esse con Gesù, per il bene delle
anime, come un "riscatto” e ciò nel massimo grado possibile, cioè
"vittime”.
Questa
parola nel linguaggio ordinario ha un certo senso peggiorativo. Si dirà più
volentieri “sacrificarsi” che non "esser vittima” quest'ultima
espressione non si circonda, come la prima, di un'aureola di gloria. Quando si
parla del sacrificio dei nostri soldati in guerra, intendiamo qualche
cosa di eroico; se parliamo invece delle vittime della guerra, si dimentica la
gloria per non pensare che al dolore. Tuttavia, le due espressioni nascondono
sostanzialmente la medesima realtà; non c'è sacrificio senza vittima. Ma
sacrificarsi dice slancio di affetto, dono di sé, immolazione volontaria, o
almeno volontariamente accettata; mentre "esser vittima” lascia supporre
facilmente che la pena si subisce un po' per forza, si sopporta con malanimo,
vedendo in essa piuttosto un'ingiustizia e una persecuzione.
E'
da deplorare che questa parola si prenda spesso in così cattivo senso; e
bisogna adoperarla con cognizione di causa. Nel nostro argomento non significherà
"ricevere a malincuore” ma piuttosto "darsi a cuor contento”. Per
certe anime non basta rassegnarsi, sottomettersi; ma cercano; aspirano a trovare
la Croce, e quando finalmente l'hanno trovata, esclamano con l'Apostolo Andrea:
"O bona Crux! “e l'abbracciano, se la stringono al seno; e
decisamente, nonostante lo scricchiolare delle ossa e il ripugnare di tutta la
natura; come Gesù, per amore e per la Redenzione del mondo, si stendono sulle
due traverse nodose e si offrono al martello che le configgerà, doloranti, ma
liete, sul legno infame e glorioso.
Tra
gli scritti intimi di una giovane ricolma da Dio di grazie elette, troviamo
questa confidenza: "Una volta Nostro Signore mostrandomi i suoi dolori mi
fece comprendere che me li avrebbe dati tutti a soffrire... Sapevo bene che non
avrei potuto contenerli tutti come aveva fatto Egli stesso, ma compresi che ne
sarei rimasta sempre ricolma. Se il mio patimento non avrebbe potuto essere grande
come Lui, certo sarebbe stato almeno grande come me". E
aggiungeva: "Il mio calice è pieno; ma vorrei averne uno più grande”.
Esser
"ostia", che bel sogno! Sogno strano che non riescono a spiegare
quelli che non comprendono le grandi cose. Esser "ostia”: sogno folle?
No, ma sapienza sublime! Sogno forse alla portata di poche anime, perché a
viverlo è necessario possedere grandi virtù e grazie copiose. Sogno però alla
portata di un numero maggiore che non si pensi; non tutti sanno parlare,
scrivere, insegnare; ma chi non può imparare l'arte di soffrire e di
sacrificarsi?
Già
altrove abbiamo fatto notare questo doppio carattere apparentemente
contradditorio della riparazione: Vocazione per una parte "difficilissima
fra tutte", perché esige assolutamente una rinunzia totale; vocazione per
l'altra più “accessibile “che non si possa immaginare, perché assicurata
quest'intima e completa rinunzia, tutto il resto conta per poco. In altre
parole: E' vero che per sacrificarsi come "ostie” nel senso, che abbiamo
spiegato, è necessaria una speciale elezione, ma questa speciale elezione
raggiunge più anime di quel che si pensi.
Qui
specialmente va ricordato quanto abbiamo detto intorno all'obbligo di consultare
non soltanto le ispirazioni della grazia, ma anche i doveri del proprio stato e
il consiglio di un buon direttore spirituale. Offrirsi come vittime è cosa che
va molto lontano, e per impegnare così l'avvenire in cosa di tanta importanza
non basta un fervore sensibile passeggero, uno slancio di divozione spirituale.
Il patimento, quando è soltanto immaginato, non fa ancora soffrire; quando
invece è vissuto, non è più così. All'inginocchiatoio e da lontano la parola
"vittima” sembra scritta a lettere d'oro; da vicino, nella realtà, è
scritta a lettere di sangue. Non che domandi sempre il martirio del corpo, ma
comprende sempre, in tutte le ipotesi, una buona dose di tribolazioni, che,
quando ci vengono a colpire, sconcertano una troppo ingenua presunzione.
Fatta
questa osservazione, resta vero quello che diceva Mgr. D'Hulst scrivendo ad una
persona un po' mondana: "La dottrina della riparazione sta sempre al fondo di
ogni vera vita interiore. “Ogni vita interiore, quando sia vera,
conterrà implicitamente e normalmente il desiderio più o meno sentito di esser
ostia.
Ogni
vita interiore vera, dunque non solamente nei chiostri, ma anche nel
mondo. Certo la vita religiosa - e l'abbiamo già notato - specialmente negli
Istituti che della Riparazione fanno un oggetto primario della loro attività,
costituisce il campo normale, ma non unico, allo sviluppo della vocazione
speciale di “ostia”. Ma, grazie a Dio, possono trovarsi - e si trovano
veramente - anime profondamente riparatrici anche nel mondo e che conducono una
vita apparentemente mondana.
La
persona, a cui scriveva Mgr. D'Hulst, era appunto una di queste anime. Nelle tre
lettere del 19 novembre 1880, 18 gennaio e 4 ottobre 1885, egli le riassumeva
tutto il suo pensiero: "C'è molto da riparare anche e sopratutto nel
santuario e nei chiostri. Nostro Signore aspetta un compenso da parte delle
anime che non hanno abusato di certe sue grazie più scelte..... Che dolore
questi scandali! Solo il pensiero che possiamo riparare, ce ne può diminuire
l'amarezza. Prendere sopra di sé l'espiazione è rassomigliare a Colui, di cui
fu detto: Vere languores nostros ipse tulit. Se fossimo ben penetrati di
questo pensiero, senza cercar grandi penitenze. Non faremmo ben altra
accoglienza alle contrarietà della vita? “Poi indica più chiaramente il modo
di riparare: “Bisogna riparare per mezzo delle lagrime del cuore, della fedeltà,
della pazienza, d'una profonda religione, dell’amore. Bisogna riparare per
mezzo di Maria SS. E dei Santi, con l'offerta dei loro meriti, della loro virtù
e del loro amore. Bisogna riparare con le nostre sofferenze, le nostre impotenze
rassegnate, le nostre oscurità, le nostre angosce, le nostre debolezze, i
nostri abbattimenti e dire: tutto questo va bene; lo voglio; non c'è nulla di
troppo; meglio così, e che io serva come la legna da bruciare per l'olocausto;
se non sono capace di fare da sacrificatore, se non so esser vittima, ch'io sia
almeno quel pezzo inerte che altri brucia e consuma alla gloria di Dio".
Olocausto,
ecco l'ultima parola. Olocausto cioè sacrifìzio; non sacrifìzio qualunque, ma
sacrificio completo, in cui tutta la vittima è sacrificata; sacrifìzio totale.
Fra tutti gli atti di culto, di religione, il sacrificio costituisce il più
perfetto, il più glorioso a Dio, il più meritorio per l'uomo, perché è la
testimonianza più significativa che l'uomo possa rendere alla Sovrana Maestà
di Dio, la protesta più solenne che egli possa fare della sua completa
dipendenza al cospetto della potenza assoluta dell'Altissimo.
"Le parole - osserva il P. Ramière - non sono che un rumore che passa, che spesso rimane a fìor di labbra. I sentimenti del cuore non sono intesi che da Dio e benché il loro linguaggio sia più sincero che quello delle labbra, non è tuttavia al riparo dall'illusione. Ma quando la creatura da mano alla propria distruzione per onorare il Creatore, allora riconosce in modo efficace che Egli è il principio della sua vita e l'arbitro supremo dei suoi destini. E in questa distruzione di sé consiste propriamente il sacrificio.
“Il
sacrificio non è soltanto la testimonianza delle parole, o dei sentimenti, o
delle azioni; è la testimonianza della morte".
Quando
il sacrificio diventa olocausto, raggiunge i limiti estremi di quanto l'uomo può
dare: al di là di questa immolazione radicale non c'è più nulla.
Però
la difficoltà non sta propriamente nel darsi così, senza riserve, una volta e
come in blocco; ma piuttosto nel non riprendere in diverse volte e a poco a poco
quello che in un fascio era stato gettato sul rogo. La storia delle continuate
"rapine nell'olocaustoӏ talmente storia umana anche in mezzo a quelli
che hanno una virtù solida e una volontà risoluta! E il Signore permette che
l'amor proprio tenti sempre qualche offensiva, perché non manchino mai le
occasioni di acquistarsi qualche merito. Se bastasse l'aver fatta l'offerta una
volta sola, la cosa sarebbe veramente troppo comoda. Invece l'offrirsi in
olocausto importa ripetere l'offerta ogni giorno e tutte le volte interamente.
In pratica
- cercare in tutto e sempre il beneplacito di Dio, come faceva Gesù Cristo, il
cui cibo era appunto compiere incessantemente la volontà del Padre;
- non fare mai quello che ci piace "per questo solo motivo", che ci
piace;
- fra due azioni indifferenti eleggere quella che è più contraria al nostro
gusto;
- nulla serbare per sé dei meriti che possiamo acquistarci, ma metterli tutti a
disposizione del Signore, sia per lo scopo particolare di suffragare le anime
del Purgatorio (pratica dell’“Atto eroico”), sia in generale per quelle
intenzioni che gli sono più care;
- dare in prestito a Gesù, che non può più soffrire, le nostre immolazioni,
come l'ostia gli da in prestito la sua forma e le altre sue esteriorità;
- lasciare che Egli prenda in noi i patimenti, che tanto desidera offrire al
Padre per la gloria dell'Adorabile Trinità e per la salute delle anime, tendere
a diventare Lui sotto le “apparenze” nostre;
- domandare umilmente a Dio, desiderare e
cercare, sempre nei limiti della discrezione prima e poi dell'ubbidienza, le più
minute occasioni che si presentano per sacrificarsi, aspettando di meglio, se
così piacerà al divin Maestro;
- questo è l'incredibile programma che vediamo adottato con gioia ardente da
certe anime secondo le diverse attrattive e le sfumature della pietà, che sono
proprie di ciascuna.
C'è
chi giunge fino ad impegnarsi con voto di vivere come vittima. Nelle
Costituzioni delle Suore Benedettine dell'Adorazione perpetua - approvate in
forma speciale dalla S. Sede - al c. 58, § 23, si legge: “Voveo et
promitto omni studio servare perpetuam SS. Sacramenti altaris adorationem et
cultum, uti victima gloriae ipsius immolata". Abbiamo
dunque una conferma autentica di Roma di questa qualità di vittima immolata
alla gloria di Nostro Signore .
Sua
Santità Pio X, con rescritto del 16 dicembre 1908 e con breve del 9 luglio
1909, ha concesso l'indulgenza plenaria una volta al mese ai Sacerdoti che in
determinate condizioni, facessero lo stesso voto per la riparazione sacerdotale.
Ma
voti di questa specie - non meno ardui che quello del “più perfetto”, che
la Chiesa dichiara “arduum “(Oremus di S. Andrea Avellino e
lezioni del Breviario nella festa di S. Teresa), e anche “arduissimum “(lezioni
del Breviario nella festa di S. Giovanna di Chantal) - voti di questa specie non
si possono, come ben si comprende, né fare né consigliare se non alle
condizioni, già indicate, di saggezza, di discrezione, di prudenza e di
obbedienza.
Non
è quindi nostro intento discorrerne più a lungo, perché non siamo competenti
per trattare una questione che riguarda esclusivamente i maestri sperimentati di
vita spirituale. Ci contenteremo di aggiungere ancora qualche osservazione
generale. A nostro parere la prima condizione in questa materia è di
determinare in modo ben chiaro quello che noi intendiamo obbligarci di fare.
Le
promesse possono passare per una gamma variabilissima, ma tutte si possono
ridurre in pratica a due tipi:
Accettare
giorno per giorno - anticipatamente - col divin Riparatore, quei patimenti che
il Signore nell'ordinaria sua Provvidenza ha previsti per noi da tutta l'eternità.
E' la prima maniera di costituirsi “vittima” nelle mani di Dio, e già di
grande perfezione.
Domandare
a Dio, per soddisfare ad un desiderio di immolazione più completa, che mandi all'infuori
delle disposizioni ordinarie della sua Provvidenza una dose supplementare di
patimenti (di corpo, di spirito, di cuore, e anche la morte anticipata). In
quale misura questa seconda maniera di costituirsi “vittima “possa dirsi: 1°
possibile; 2° lodevole, sono punti da esaminare nei singoli casi con
un'attenzione tanto più minuziosa e accurata, quanto più la materia è fuori
dell'ordinario, e quindi più soggetta ad illusione; e con una prudenza tanto più
ritenuta, con un “discernimento degli spiriti “tanto più illuminato e più
severo, quanto più prossimo è il pericolo che la generosità del cuore confini
con la temerità.
Non
si creda però che la Vita di riparazione includa necessariamente o l'uno o
l'altro di questi voti: essi tutt'al più possono costituirne in determinati
casi come il perfezionamento, la corona; ma non ne sono mai il carattere
fondamentale. Sono come un maximum, un grado estremo, e nella seconda
ipotesi lo diremo un "maximum inedito, fuori quadro". In che consista
invece l'essenza della vita di riparazione l'abbiamo già detto abbastanza fin
qui.
Che
nel mondo ci siano anime che hanno l'ambizione di "star male “con lo
stesso ardore, con cui la massa degli uomini si mostra avida di “star
bene", è il più bel trionfo della Provvidenza divina. Non è quindi a
stupire se, quando gli viene fatto dì scoprirne, il Signore, per così dire,
esulti in cuor suo e non possa resistere alla voglia dì rendersi complice dei
loro desideri d'immolazione.
Tuttavia
quella sete è già stato il Signore a metterla in esse. Quando il Maestro
divino vuole ricolmare le anime, prima incomincia a vuotarle. E così, mentre
tutto intorno la maggior parte degli uomini resta senza aspirazioni e senza
desideri, esse sono come torturate da esigenze infinite.
E
prima di tutto da un bisogno di non lasciar che Nostro Signore soffra, così
come fa in Croce; di alleggerirne i dolori; di alleggerirli prendendone una
parte per sé; di asciugare il sangue che sgorga dalla corona che gli trafigge
le tempia; di espiare i colpi di martello alle mani e ai piedi, i solchi lividi
della flagellazione con altrettanti sacrifici ricercati con ardente amore.
Dall'altra
parte della Croce c'è un posto vuoto; esse vi si inchioderanno, avide di una
cosa sola, di diventare così come la seconda copia, la ripetizione di Gesù
Crocifisso.
Esse
prenderanno alla lettera il consiglio di S. Caterina da Siena: “L'albero della
Croce sia piantato nel nostro cuore e nell'anima nostra! Fatevi simili a Gesù
Cristo Crocifisso; nascondetevi nelle piaghe di Gesù Cristo Crocifisso;
bagnatevi nel sangue di Gesù Cristo Crocifisso; inebbriatevi e rivestitevi di
Gesù Cristo Crocifisso; saziatevi di obbrobri soffrendo per amore di Gesù
Cristo Crocifisso”.
In
una lettera al suo direttore spirituale “Consummata“ si lascia
sfuggire questo lamento: "Talora si vorrebbe cantare qualche poco le
misericordie del Signore; ma questa povera cetra è troppo vibrante per la
durezza della materia di cui è formata; è quasi impossibile servirsene. Giorni
sono aveva incominciato a scriverle ma non ho potuto continuare; la prima nota
che ne venne fuori fu così forte che una seconda avrebbe spezzate le corde....
Il mio corpo è troppo piccolo per l'anima mia, e il mio cuore non può
contenere l'amore con cui io Lo amo... E' ben raro che io possa scriverle così
come ho fatto stasera, e se ho potuto farlo, ho dovuto trattenermi dal
guardarlo”.
Si
narra di una Suora, che, per grazia speciale del Signore, nella considerazione
dei dolori di Gesù Cristo in Croce provava una tale fitta al cuore, sentiva una
tale scossa in tutta la persona, che aveva dovuto fare il proposito di non
guardare più il Crocifisso. Siccome per discendere al refettorio comune era
necessario passare dinanzi ad un grande Cristo appeso al muro, un giorno ebbe
l'imprudenza di alzare gli occhi, incontrò con lo sguardo l'immagine
sanguinante e subito cadde al suolo svenuta.
Esaltazione,
si dirà, sensibilità esagerata. Sia pure. Ma tutto ben considerato, dove
troviamo maggior ragione di meraviglia? Che si dia una persona che non può
mirare il Crocifisso senza soffrirne, ovvero che tante possano guardarlo senza
provarne alcun dolore? Se c'è dello strano, da che parte si trova?
I
santi non possiedono come noi la facoltà di restare indifferenti alla presenza
della immolazione di un Dio. I santi, cosa singolare, non possono non soffrire
quando vedono soffrire il loro Dio? "Mi pare - scrive l'umile Fratello
Coadiutore Sant'Alfonso Rodriguez - che, se questo sentimento di compassione
dovesse prolungarsi, non saprei a quale tortura anche crudelissima paragonare
quest'intima pena dell'anima, perché essa è ben simile a quella che Nostro
Signore sostenne in cuore nel Getsemani, quando uscì nel lamento: "L'anima
mia è contristata fino a morirne” e dopo lunga preghiera prostrato a terra
agonizzò e sudò sangue”. E il santo portinaio del Collegio di Maiorca, si
offrì al Signore per ogni sorta di patimenti (anche quelli dell'inferno, nella
pena del senso) per ottenere che il Signore non fosse più offeso e più nessuno
andasse dannato.
Negli
Acta Sanctorum, al giorno 8 di ottobre, si narra di S. Brigida di Svezia
il fatto seguente : “Giovanotta ancora, nell'ascoltare un sermone sulla
Passione di Gesù Cristo, fu tanto commossa che le dolorose scene di essa le
rimasero profondamente impresse nel cuore. E subito la notte seguente vide
Nostro Signore Crocifisso che si lamentava: "Ecco in quale stato mi hanno
ridotto! “ - Essa allora gli domanda ingenuamente:
“Chi
ti ha trattato così?” - “Quelli che mi offendono e che sono insensibili al
mio amore “- rispose Gesù, Da quel momento Brigida fu tanto sensibile al
pensiero della Passione del Salvatore, che non poteva trattenersi in essa senza
piangere teneramente”.
Un'afflizione,
che si manifesta così in maniera sensibile, suppone una grazia speciale e un
amore particolare da parte di Dio. Il che, però non contraddice a quanto
abbiamo sopra riferito, che cioè il restare del tutto insensibili alle pene del
Signore, come fa un troppo grande numero di cristiani, manifesta un'incoscienza,
un'ingratitudine inconcepibile. Se almeno la crocifissione di questo povero
Salvatore servisse a qualche cosa! Ma Egli è là sospeso tra cielo e terra,
mediatore tra Dio e gli uomini, così afflitto, così addolorato!... e così
prodigiosamente "inutile"!
Che
fare per compensare tutta la gloria che dovrebbe risultarne a Dio e che gli
uomini così ostinati gli rifiutano? - Amare?
Ahimè!
meschina parola e soprattutto povera cosa! Amare! E con che cosa? Con questo
miserabile cuore umano che abbiamo in petto? Un cuore umano! Amare Iddio con un
cuore così meschino! Che derisione, che ironia! Amare con quanto vi è di più
debole Colui che e infinito; amare con quanto vi è di meno generoso Colui che
si è sacrificato per noi com'Egli solo ha saputo fare: il presepio, la Croce,
la Santa Messa, i Sacramenti, la Chiesa; amare con una facoltà, che è gretta
quanto mai, Colui che si è dato senza misura; amare con inezie di amore Colui
che è lo stesso Amore...
No,
Signore, no; non è possibile!.., Che lotta! Dover competere con chi può
brandire come arma di combattimento l'infinito, è cosa che getta l'anima nello
strazio e nella tortura. Voler dare e non poterlo fare; voler dare molto e non
possedere nulla; a Colui che è tutto non offrire continuamente che così poco!
E' vero: non è necessario possedere molto per dare molto, perché da sempre
molto, chi da tutto quello che ha, pur avendo poco. Ma... ahimè! anche qui,
quale affanno per l'anima, quale angoscia di tutti i giorni. Se almeno offrisse
senza riserva quel poco che possiede! Ma essa si conosce intimamente e sa
benissimo quante mancanze vadano segnando il cammino di ciascun giorno: difetti
leggeri, sì, ma per un cuore che ama, queste indelicatezze hanno sempre alcun
che di odioso. E quello che dovrebbe servire a calmare la pena, non fa che
aumentarla. Si consolerebbe il Maestro divino, così privo di tutto, dandosi
interamente a Lui; ma si ha coscienza di procedere con raggiri, con grettezza e
che l'amor proprio non disarma: non deve scomparire che un quarto d'ora dopo la
nostra morte, secondo il detto di S. Francesco di Sales. Ecco esattamente ciò
che ci accora: vedersi forzati a servire Colui, che merita tutto, mediante un
“nonnulla", che pur non riesce a darsi interamente! Dio suole torturare i
santi con simili angosce continue. Non c'è cosa che tanto ingrandisca l'animo
quanto l'ardore del desiderio, e il divin Maestro non mette in cuore questi
sogni divoranti se non per il piacere di contemplare anime grandi, anime
veramente magnifiche in mezzo a tante piccolezze ripugnanti.
“Per
vivere in atto di perfetto amore - dirà S. Teresa del Bambino Gesù – mi
offro come vittima di olocausto al tuo Amore misericordioso, supplicandoti di
consumarmi incessantemente e di lasciare riversare nell'anima mia i torrenti
della tua tenerezza infinita così che io diventi martire del tuo amore, o mio
Dio!… "... Intendo, o mio diletto, rinnovarti ad ogni battito del cuore,
infinite volte, questa offerta finché, svanite le ombre, io possa lassù dirti
di presenza il mio amore in eterno".
S.
Maria Maddalena de' Pazzi al termine di una delle sue contemplazioni, in cui
soleva ricevere le illustrazioni divine, parla così di S. Luigi Gonzaga:
"Chi potrà mai apprezzare il valore degli atti interiori e la ricompensa
che essi meritano! Non c'è paragone tra quanto appare al di fuori e quanto
avviene nell'intimo dell'anima. E Luigi, durante tutta la sua vita fu
costantemente affamato delle ispirazioni interne che il Verbo eterno
gl'insinuava in cuore. Luigi fu un martire sconosciuto; perché chi Ti ama,
Signore, Ti vede così grande e così infinitamente amabile, che per lui è un
grande martirio il vedersi incapace di amarti quanto vorrebbe e lo scorgere le
creature che, invece di amarti teneramente, Ti offendono sempre più”.
Se
almeno l'anima assetata e in cerca di Dio potesse finalmente raggiungerlo,
impadronirsene e tenerlo stretto fra le sue braccia... Ma, ahimè! sovente,
quanto più Lo si cerca, tanto più Dio si allontana e si nasconde. C'è
l'Eucaristia; ma la presenza reale non dura sempre e poi anch'essa è tutta
avvolta di mistero: visus, tactus, gustus in te fallitur.. C'è la grazia
santificante: ma la presenza continua di Dio che essa produce in noi, non
produce per ciò stesso la presenza continua di noi in noi medesimi. Avviene
troppo spesso che noi siamo assenti da noi stessi. Le mille e mille occupazioni
quotidiane ci portano lontano da questo centro prezioso, dove, per lo stato di
grazia, “i Tre”, il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo, fanno
continuamente la loro dimora. Iddio è dunque in noi; e noi non vi ci troviamo -
o molto di rado! -. C'è inoltre la preghiera; ma anche nella preghiera non
troviamo che la fede, mentre vorremmo il possesso reale; l'ombra, mentre
vorremmo il dono; l'immagine, mentre vorremmo il faccia a faccia. Si vorrebbe un
Gesù com'è naturalmente, e non si può avere che un Gesù “mascherato”,
che sfugge continuamente e non si lascia raggiungere.
E
non parlo delle prove terribili dell'aridità, m cui il Signore non si scorge più
se non a grande distanza, appena sfumato, appena percettibile e così indistinto
che ci si domanda se è veramente Lui e si è quasi tentati a dire, come gli
Apostoli sul lago di Genezareth: “Phantasma est... un fantasma!”.
Eppure
Gesù non ignora che abbiamo abbandonato tutto per poterlo seguire! Maria de la
Bouillerie, più tardi religiosa del S. Cuore, parlando di sua madre diceva:
"Io non l'abbandonerò mai per seguire un uomo!”. Ma abbiamo accettato di
abbandonare anche nostra madre perché sapevamo che seguire Gesù non è seguire
un uomo, e con forza di volontà abbiamo detto a Nostro Signore: "Verrò;
dove abitate?". - "Hai deciso?... Vieni!...". - E ci siamo messi
in cammino verso la terra promessa, anche sapendo che prima di arrivare fino ad
essa avremmo dovuto attraversare il deserto. Che importa? Si cammina per un buon
tratto...e un bel giorno si crede di esser finalmente al termine del viaggio,
alla casa del Maestro - l'abitazione del Re -. Invece, come quel fanciullo che
"montato sopra una sedia, dinanzi all'altare, batteva alla porta del
Tabernacolo chiamando Colui che vi si è rinchiuso per amor nostro, anche noi
battiamo: "Signore, ci sei?”. E, come per quel fanciullo, la porta del
Tabernacolo non s'apre e il Signore non dà segno alcuno della sua presenza.
Deus
absconditus! O Dio crocifìggente,
che resti nascosto, disperatamente misterioso e inaccessibile! E ci fermiamo in
faccia a Lui, certi ch'Egli è presente, che potrebbe mostrarsi se volesse, ma
preferisce aspettare... Una pena simile a quella della Maddalena al Sepolcro, la
mattina della risurrezione. Era partita di casa fin dall'alba, portando con sé
come unico tesoro dei poveri aromi - tutto quello che possedeva di utile in
quella circostanza - e s'affrettava. Arriva finalmente... entra... e vede il
sepolcro vuoto... un angelo, il lenzuolo ripiegato da un lato, qualche cosa di
Lui... ma non "Lui".
Ma
essa cercava Gesù; non soltanto la parola dell'Angelo, ma quella di Gesù; non
soltanto una reliquia di “Lui”, una testimonianza della sua presenza colà,
qualche minuto prima, ma "Lui"... "Signore, ci sei?". Il
Maestro, però, non era lontano: anzi è sempre vicinissimo al cuore che lo
cerca. "Tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato"; fa dire
Pascal al Cristo; e nulla di più vero. Chi cerca sinceramente Gesù e gli dice
: “Signore, dove sei?”, non è più in cammino ma è giunto al termine della
sua via. Nel momento stesso, infatti, che essa ha formulato la sua domanda, il
Maestro le si fa innanzi. Sì, il Maestro; ma sempre, secondo la sua abitudine,
in modo più o meno velato. Per la Maddalena Gesù Cristo è in sembianza d'un
giardiniere e la poveretta non lo riconosce : “Dimmi, dove si trova? Oh! te ne
scongiuro, non lasciarmi più a lungo in pena; io andrò a cercarlo fin là
dov’Egli si trova...”.
Se
si manifestasse interamente, Dio colmerebbe il desiderio dell'anima, ma non già
il proprio. Egli ama questa sete delle anime ardenti: imita la madre che si
nasconde per provare il gusto di vedersi ricercata dal proprio bambino. Iddio,
dice S. Agostino, non desidera di meglio che di vedersi desiderato. Questa è la
ragione dei suoi abili raggiri che danno a noi tanta pena e a Lui procurano
tanta gioia. Deus absconditus. Dio si nasconde: ecco perché le anime
veramente accese di amore per Lui soffrono a dismisura. Tutto hanno abbandonato
solo per poterlo avere, possederlo e unirsi a Lui: e non giungono mai ad averlo,
possederlo e unirsi a Lui come vorrebbero. Donde il lamento della sposa dei
Cantici. “Fasciculus
myrrhae dilectus meus. Il
mio diletto è come un fascio di amarezza”. In queste amarezze Iddio trova una
soave dolcezza, perché sono una prova certa del massimo amore da parte nostra.
Ma non resiste a lungo ed eccolo chiamare Maddalena col suo nome: “Maria!”.
Così, come in un baleno, Egli talora si lascia quasi intravedere, e allora ci
pare di poter gettarci ai suoi piedi e tendere le mani a Lui: finalmente lo
possederemo e per sempre!...... Ahimè! "No, non mi toccare", e questo
noli me tangere pone il colmo al nostro martirio. Oh! che vale dunque
l'amore se non si può procedere più innanzi? “Signore, sradica quanto tu
stesso mi hai posto in cuore, altrimenti abbi pietà di me!”. Anche allora -
anzi specialmente allora - il Maestro divino non cambia per nulla la sua
tattica. Vuole scavare nell'anima degli abissi ancor più profondi, ed esce in
quella risposta che si direbbe crudele, ma in realtà è piena di misericordia:
"Non è ancora venuta l'ora. Abbi pazienza ancora un po' di tempo e poi mi
vedrai". - "Che dici, Signore? - esclamava a questo proposito Paolina
Reynolds – e parli così ad un cuore che ama?”. - "Sì – potrebbe
rispondere Nostro Signore - così parlo ad un cuore che mi ama, appunto perché
anch'io lo amo. E tu fidati di me".
In
mezzo a questi patimenti interiori - che ci accorgiamo di non esser riusciti a
descrivere, come avremmo voluto - patimenti nutriti sopratutto dal desiderio,
che non si giunge mai ad appagare, di dare qualche cosa, di fare molto, il
Signore fornirà alle anime un mezzo di mostrarsi un po' meno inferiori al
compito intravisto e alle ambizioni sognate.
Offrirsi
al Signore, s'è già capito da lungo tempo che equivale a soffrire. E per
questo appunto si è addolorati, perché nell'offerta di se stessi pare che non
ci sia abbastanza di penoso. Allora Iddio invia all'anima delle croci pesanti:
le aridità, le malattie, il lutto, il tradimento nell'amicizia, la
persecuzione, l'insuccesso, le tribolazioni più varie e più dolorose. Nostro
Signore in questo non si trova mai perplesso; la sua provvista è abbondante, ha
di che scegliere: si direbbe che a Nazareth abbia impiegato il suo tempo a
preparare croci a sazietà, a non far altro; e ce n'è di ogni sorta di legno e
di tutte le dimensioni.
Ecco
dunque come procede il Signore: per calmare l'angoscia di non soffrire
abbastanza, decide d'inviare una buona dose di patimenti. Così Egli colma un
martirio saziando di dolore, e il risultato di questa singolare interferenza di
pene è un'immensa gioia. Si soffre; il Signore moltiplica la sofferenza;
risultato finale: la felicità.
Se
non fossimo già avvezzi a trovare nelle cose divine di che meravigliarci, quale
non sarebbe il nostro stupore alla vista di questo strano e divino circolo
vizioso, nel quale l'Altissimo rinchiude le anime che sono tanto generose da
consacrarsi senza riserva all'opera riparatrice dell'olocausto!
Abbiamo
già udito l'esclamazione di S. Liduina e delle altre anime che le somigliano.
Nel più profondo dei suoi più crudeli martirii un forte grido: “Io non sono
da compatire, sono felice!”, il che suggerisce all'autore della sua Vita un
commento veramente degno di nota, forse quanto di meglio sia stato scritto sul
patimento. Le vittime - dice egli in sostanza - le più sofferenti fra le
creature, sono nello stesso tempo di tutte le creature le più felici. Offrirsi
per l'olocausto è offrirsi per la felicità; perché Gesù si reca ad onore di
restituire con altrettanta pace e altrettanto gaudio, quanto a Lui si sacrifica
con generosità. Per tutti i grandi “immolati“ è avvenuto così. Iddio ha
compensato la loro donazione con tanta pienezza da farli esclamare: "Ma
Signore! questo non è il mio conto: io mi sono offerto per il sacrificio e non
ne provo che felicità!”. Sì, quando un'anima s'è offerta a Gesù:
"Voglio per me stessa mettermi, o Signore, sulla tua Croce e voglio che Tu
sia colui che mi crocifigge”, Gesù accetta questa parte di carnefice e
incomincia a battere; ma alla vista del sangue che cola, dell'anima che si
strugge, il suo cuore si spezza: non ha più il coraggio di continuare e si
arresta. Allora si accosta e in un attimo colma l'abisso scavato dal patimento e
l'anima ne rimane talmente trasportata che sente il bisogno di pregare il
Signore di risparmiarle la gioia, come altri supplica il Signore di
risparmiargli il dolore. Essa continua ad offrirsi, ma la sua immolazione
diventa la sua felicità, o meglio la sua immolazione, che continua ad essere
sentita, è accompagnata da tale gaudio divino clic per nessuna cosa al mondo
vorrebbe vedersene priva. Questo gaudio le è necessario per mantenere vive le
fiamme dell'amore e attizzare il rogo permanente del sacrificio; perciò con
arte sapiente Dio, per tener l'anima in continuo esercizio, alterna le
allegrezze e i dolori; le dolcezze sono il battistrada delle tribolazioni e le
prove non precedono che di poco le gioie spirituali; ma, al trar dei conti, il
patimento è affogato nel gaudio; non si può reprimere il singhiozzo, ma, come
felicemente si esprime il Buathier, questi singhiozzi si risolvono in
altrettanti cantici di allegrezza.
L'abate
Perreyve, uno di quelli che hanno meglio compreso e meglio spiegato il
sacrificio incontrato per amore, nell'analizzare questa contraddizione o, se
vogliamo, questo equilibrio, scrive: “Donde viene, o Signore, che appena
incamminato sulla via della Croce, già sento dalle tue labbra parole
d'ineffabile dolcezza?”. Nostro Signore infatti ha pronunziato appena la prima
frase: “Chi vuoi venire dietro di me, prenda la sua croce”, che continua
dicendo: “Il mio giogo è soave, il mio peso è leggero". - "Ho
appena incominciato a soffrire - soggiunge l'abate Perreyve - e già tu mi porti
la consolazione; ho appena posto sulle mie spalle la croce e già la tua mano
divina me la rende leggera...
“Gesù, che imponi sacrifici necessari, ma che subito ne diminuisci la pena col tuo tenero amore; Gesù, che comandi la rinunzia a tutte le cose, ma che fai trovare all'anima distaccata da se stessa un cumulo di tesori più grandi di quelli che potrebbe possedere; Gesù, che ci obblighi a portare ogni giorno la nostra croce se vogliamo veramente seguirti, ma che muti poi questa croce in un giogo soave e in un peso leggero; Gesù, che spesso ti contenti della minima buona volontà dei nostri cuori e che ricambi con sovrabbondanti consolazioni i nostri più deboli sforzi, no, non ho più paura di Te! Non mi spavento più del tuo Vangelo, non tremo più al solo nome della Croce! Ormai ho capito che in essa sta il segreto delle grandi consolazioni e del vero appoggio nel cammino della vita, dove, anche contro il nostro volere, ci conviene soffrire. Io mi accosto quindi alla Croce con tutta confidenza e vengo a cercare ai suoi piedi, nel ricordo della tua Passione, nuove grazie di forza e di pazienza. Non me le rifiutare, o generoso Maestro; e ricevimi nel tuo corteo, fra quelle anime che trovano, venendo dietro a Te al Calvario, la forza di trarre profitto dalle loro pene e di mutare in ricchezze senza fine tutte le amarezze della vita".
Con
questa preghiera così bella, così ardente, così confidente, così umile
poniamo termine al nostro lavoro.
Quest'ultimo
carattere, l'umiltà, manifesta e consacra il vero spirito della Riparazione.
Quanti si vogliono dedicare, in unione con Gesù, alla Redenzione del mondo per
mezzo del patimento, non possono farlo senza tremare, conoscendo chiaramente la
loro assoluta incapacità. Essi comprendono che, lasciati a sé, al primo
contatto del dolore fuggirebbero lontani. Nessuno sa meglio di loro di non
essere se non la goccia d'acqua che si lascia versare nel vino del calice per il
sacrificio cruento. Quelli, che danno di più, sono coloro che sono convinti del
"nessun valore” di quanto danno.