L'AZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME

p. V. Ferreri di S. Gerolamo Opera della regalità di N. S. Gesù Cristo Società Editrice "Vita e Pensiero" MI

Imprimatur: In curia Arch. Mediolani die 2931963 + Joseph Schiavini Vic. Gen.

PRESENZA DELLO SPIRITO SANTO NELL'ANIMA IN GRAZIA

Veni, Sancte Spiritus. Vieni, o Santo Spirito. SEQUENZA.

La santa Chiesa desiderosa di vedere nei suoi fedeli quel fervore di spirito, quella perfezione e santità, che con tanta gloria del Signore fiorivano nei cristiani primitivi, chiama a gran voce, alle porte del cielo, per invitare lo Spirito Santo a scendere nei cuori dei suoi eletti. Sa che questi sono il tempio vivo nel quale il divino Spirito gode di manifestare la sua maestà, di spargere le sue grazie e di erigere il suo altare, sopra il quale egli desidera che gli si offrano i cuori in perfetto olocausto. La Chiesa che è madre, sa che non vi può essere santità dove non abita lo Spirito Santo, per cui mossa da pietà verso i suoi figli, lo supplica dicendo: « Veni, Sancte Spiritus ».

Vieni, o Spirito Paraclito, vieni o bontà infinita, vieni, o nostro Dio, e fa' dei cuori degli uomini un'abitazione perpetua della tua maestà.

Ma perchè s'accendano maggiormente i nostri desideri di ricevere in noi questo divino ospite, sarà bene, perchè molto utile alle anime devote, spiegare come si rinnova questa singolare missione dello Spirito Santo. Già sappiamo che Iddio è dappertutto ed è presente in ogni creatura: come dunque la Chiesa lo invita a venire di nuovo? Non s'invita a venire se non chi è assente e, non potendo il Signore essere assente a cosa alcuna, è necessaria dichiarare con quale ragione ed in quale senso si faccia questo amoroso invito allo Spirito Santo, perche venga in noi: « Veni, Sancte Spiritus ».

Iddio si trova necessariamente presente in ogni cosa in tre maniere, e cioè: per essenza, per presenza e per potenza. Per essenza, in quanto egli è la causa universale che dà l'essere ad ogni cosa e ne conserva l'esistenza; data la sua immensità egli riempie ogni luogo senza occuparlo, e contiene e rinchiude in se medesimo, meravigliosamente, ogni cosa.

Per presenza, in quanto non v'è, nè vi può essere nascondiglio così segreto, o abisso così profondo, in cui non arrivi la vista dell'occhio di Dio, che vede minutissimamente ogni cosa.

Per potenza, in quanto egli è sommo Re e Signore di tutto il creato, come tale lo regge e lo governa, e con la forza del suo braccio onnipotente lo sostiene affìnchè non rovini nel nulla.

Iddio si trova nel cielo perchè lassù premia e corona i beati; si trova nell'inferno perchè vi castiga e tormenta i dannati; si trova nel mondo e tutto regge e dispone al fine con la sua infinita sapienza.

Ma nè la Chiesa, né l'anima santa, dicendo: « Veni, Sancte Spiritus » cercano e desiderano questa forma di unione o questo modo di presenza di Dio. La divina bontà ha trovato un'altra maniera, anzi un modo singolarissimo per unirsi all'anima cristiana, maniera e modo che eccedono le suddette forme, precisamente infondendo in essa la grazia, mediante la quale l'uomo stringe con Dio un'amicizia meravigliosa ed una unione che lo costituisce tempio vivo dello Spirito Santo e figlio adottivo di Dio. Tutto questo si compie mediante la grazia, partecipazione formale della natura divina, per la quale, come dice l'apostolo san Pietro, diventiamo « partecipi della divina natura ».

E qui si deve riflettere all'eccesso della bontà del Signore, il quale a questa unione accidentale con l'anima in grazia ne fa seguire un'altra più ammirabile, singolare e sublime. Supposta la grazia nell'anima, grazia che la tiene unita con Dio perchè essa è una partecipazione accidentale della divina natura, avviene una più eccellente comunicazione tra Dio e l'anima. Il medesimo Spirito Santo viene realmente e personalmente ad abitare nel giusto, e per conseguenza vengono le tre divine Persone, in modo che tutte le anime giuste non solo partecipano di Dio per la grazia, ma ancora per la medesima sostanza della natura divina, in quanto che lo Spirito Santo abita nell'anima con la sua persona medesima e si compiace di stare in essa con questa particolare presenza.

Da ciò si deduce che il giusto partecipa doppiamente della natura divina: accidentalmente, per ragione della grazia; sostanzialmente, per la presenza reale dello Spirito Santo, il quale insieme alla natura divina attira la grazia. Questa dottrina la si ricava da san Tommaso, il quale afferma che il medesimo Spirito Santo discende realmente ed in persona ad unirsi con l'anima del giusto: « Nel medesimo dono della grazia che ci fa grati a Dio, si possiede lo Spirito Santo che si dona all'uomo e viene ad abitare in esso ».

Il Dottore angelico soggiunge ancora che per il beneficio della grazia divina si perfeziona anche la creatura razionale, qualora essa si valga non solo del dono creato della grazia ma goda ancora della medesima Persona divina. Così mentre l'anima s'immedesima fino ad unirsi intrinsecamente con la perfezione per essenza, increata ed infinita, dello Spirito Santo, acquista una sublime perfezione, un dolce godimento perchè si unisce a Dio e gode di lui, sommo bene.

O ricca possessione, poichè possiede gli infiniti tesori della sapienza di Dio! O preziosa missione, in cui chi manda e chi è mandato è Dio, e chi viene non per altro è mandato, se non per condurre ed unire l'anima al suo principio, al suo Creatore! Pareva non vi fosse, nè vi potesse essere tra Dio e l'anima altra unione all'infuori di quella prodotta dalla grazia santificante, che rende l'anima partecipe della natura divina, eppure non è così, perchè la bontà del Signore ed il suo amore infinito oltrepassano questa linea d'unione, ed il medesimo Spirito Santo si unisce sostanzialmente con l'anima del giusto.

Questa unione è così superiore all'altra, che, nei confronti, quella è solamente la disposizione a questa, come dice il santo Dottore angelico: « La grazia che rende graditi, dispone l'anima ad avere la divina Persona ». Dio non si contenta di concedere all'anima la sola grazia, ma vuol darle con essa un perfetto possesso di Dio.

San Bonaventura dice che il dono della grazia non sarebbe un regalo perfetto se non vi si unisse il dono increato, che è lo Spirito Santo, ed uno creato, che è la grazia; e qui bisogna dire in verità che c'è l'uno e l'altro. Quindi si deduce, come dicono altri, che nella missione dello Spirito Santo, che avviene per la grazia, non si dà solamente lo Spirito Santo e la grazia ma ancora molti altri doni: Dio che si fa presente al giusto lo arricchisce delle virtù infuse e lo solleva all'altissimo stato di essere divino; gli comunica una sapienza celestiale, una qualità e grazia divina con la quale lo rende forte e potente in ogni cosa buona. L'apostolo san Paolo, appoggiandosi a questo, dice: « Ogni cosa io posso in colui che mi dà forza ». Questa è l'unione tra Dio e l'uomo, la quale li congiunge ed immedesima tanto che l'uomo non vive più vita d'uomo, ma vita di Dio. Questo ancora diceva san Paolo: « Vivo non più io, ma vive in me Cristo ». Tale è il beneficio singolare che la divina misericordia comunica a quelle anime che con ogni diligenza si sanno sbrigare dalle cose terrene, massime dalle colpe, perchè: « in animo malevolo non entrerà la sapienza, nè farà dimora in un corpo schiavo del peccato ». Questa è la missione che lo Spirito svolge nelle anime sante, per cui viene ad accendersi in esse un grande ed intenso amore verso la bontà divina, dalla quale sono tanto copiosamente beneficate. L'Apostolo ne parla così ai Romani: « L'amore divino s'è riversato nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato ».

O cuori degli uomini, perchè amate la vanità, cercate la menzogna e non vi curate di conseguire questa beatitudine di paradiso, questo essere e questa vita che sola vi può dare il vero moto con il quale potete giustamente vivere in colui che solo è immobile, permanente ed eterno? O uomini peccatori e figli di questo secolo, perchè non aspirate a quel Dio per mezzo del quale la onnipotenza divina « stabilì i secoli » e che, come autore d'ogni nostro bene, desidera di entrare nel nostro segreto? O anime redente con il sangue di Gesù Cristo, perchè non la finite con la colpa e non offrite in perfetto olocausto ogni vostro affetto a quel Signore che in voi vuole fissare la sua dimora e far di voi il suo tempio per la grazia? Venite, se volete amare, unitevi allo Spirito Santo ed arderete tutti di puro amore e diverrete abitazione della Santissima Trinità.

Gesù promise: « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perchè rimanga in eterno con voi », e con lo Spirito Santo promise la sua stessa presenza insieme al Padre: «Verremo a lui e faremo dimora presso di lui».

Lo Spirito Santo stabilisce la sua abitazione nel centro dell'anima, come termine di tutti i suoi affetti, come il caro oggetto dei suoi amori. E l'anima sempre più conosce ed ama il suo Creatore, presente in lei con questo specialissimo modo.

O cara missione divina, o sacrosanto dono, o desiderata unione! Come a ragione la Chiesa si adopera per procurarla ai suoi fedeli, quanto opportuni sono i suoi desideri: « Veni, Sancte Spiritus! ».

Oh sì, vieni, o Santo Spirito! Avrò certo ogni bene, anzi tutto il Paradiso dentro di me, divenendo tuo tempio! Allora non vivrò più io ma tu in me, e mia vita sarà il morire a tutto quello che a te non mi conduce. Oh, quando sarà quel giorno nel quale potrò dire con il santo re Davide: « Apro la mia bocca e aspiro »?

O Signore, apro la bocca del mio cuore e famelico di questo cibo divino ti supplico di darmi pascolo abbondante, secondo le tue promesse: « Apri la tua bocca ed io la riempirò ».

So bene che di simile grazia è solo degno colui che osserva esattamente la tua legge ed è pronto ed obbediente alle tue ispirazioni, perchè questi con un solo aprire di bocca, cioè con un atto di desiderio, riceve subito lo Spirito consolatore. Il Profeta stesso ne dà la ragione, perchè tutti i desideri del giusto sono di essere perfetto esecutore dei tuoi comandamenti. Lo voglio essere, mio Dio, affinchè mai più tolga da me il tuo Santo Spirito.

Rinnova, o Signore, nelle mie viscere lo Spirito retto, moltiplica in me i suoi doni celesti affinchè cresca ogni giorno nel tuo amore.

O anima mia, se tu conoscessi la grazia del Signore che hai in te, quanto più vivi sarebbero i tuoi desideri, quanto più grandi le tue disposizioni ad accogliere in te colui che i cieli non possono contenere! Egli dice di sè: « Ricolmo di me il cielo e la terra » e tu sei quella dentro cui egli si lascia contenere! Solamente in te egli trova luogo sufficiente per fabbricare il suo tempio ed il suo ricco e spazioso palazzo. San Bernardo andava cercando un luogo dove si potesse apparecchiare l'abitazione a questo grande Signore e diceva: Dov'è il luogo per questo edificio? Chi ne potrà essere l'architetto? ». Il Santo si affannava per trovare un'abitazione degna di una sì grande maestà, ma poi consolato soggiungeva: « So già dove sarà preparata per lui la casa: Egli non può stare che nella sua immagine, e solo l'anima lo può contenere, perchè è stata creata a sua immagine ».

Su dunque, consolati, anima mia, perchè in te sta la casa del Signore, in te il talamo nuziale ed il letto fiorito del tuo divino Sposo. Levati dunque con grande sollecitudine e adorna di santi desideri e di opere virtuose la stanza del tuo Sposo celeste. O benignità infinita del nostro Dio, che si compiace di fabbricare il suo Paradiso in terra nelle nostre anime! O felicità e gloria di queste anime, che son fatte degne di ricevere e contenere dentro di sè il Signore di tutte le cose!

Affrettiamoci tutti ad apparecchiare dentro di noi l'abitazione all'ospite divino, applichiamoci con ogni studio a mondare il nostro cuore ed a purificare la nostra coscienza, e venga lo Spirito Santo poichè egli nessuno rifiuta ed in nessuno sdegna di abitare. Chiunque tu sia, religioso o laico, giovane o vecchio, ricco o povero, puoi essere, se lo vuoi, tempio vivo dello Spirito Santo, anzi lo sei già, se ti trovi senza peccato; sei tempio d'una divinità così sublime e casa capace di ospitare una maestà sì grande.

Senti ciò che ti dice il glorioso patriarca di Costantinopoli, san Giovanni Crisostomo, il quale tutto pieno di meraviglia nel vedere la immensità d'un Dio rinchiusa nel cuore d'ogni cristiano fedele che sta in grazia, esclama: « Tu sei il tempio di Dio, il vero tabernacolo del testimonio, la casa dello Spirito Santo nella quale abita sempre ».

Qui lo Spirito Santo vuole essere continuamente adorato con l'esercizio delle virtù, e tu dentro questo tempio devi custodire le tavole della legge di Dio, secondo la quale devi vivere sempre, per onorare il datore e l'autore di essa, consacrando a lui tutto te stesso, anima e corpo. In questo tempio devi mortificare tutti gli affetti della tua volontà e tutte le passioni del tuo appetito sensitivo. Qui devi offrire a Dio quale vittima la tua mente e darti d'attorno per presentare a lui, in sacrificio quotidiano, generose opere di virtù e santi esercizi del tuo spirito.

Il fuoco dell'altare sia la compunzione del tuo cuore; il tempio santo fabbricato da Dio, a lui dovuto e consacrato, sia la tua anima; e il tuo cuore mondo e netto sia la sua abitazione, nella quale egli tanto piace e brama di trovarsi.

 

LO SPIRITO SANTO IRRADIA LUCE DIVINA

Et emitte ccelitus lucis tux radium. E manda dal cielo un raggio della tua luce. SEQUENZA.

Santa Teresa paragona l'anima nostra ad un castello di diamante o di cristallo tersissimo, nel quale vi sono molte stanze e varie « mansioni »; in quella di mezzo, più bella e ricca, che è il centro dell'anima, risiede Iddio, il quale è signore e padrone del castello, e vi risiede come in casa sua, in un suo tempio o palazzo reale. Dice la Santa che la maestà divina, come risplendentissimo sole, sparge intorno i suoi raggi, che comunica alle altre stanze, così benignamente da rendere tutto il castello come un delizioso paradiso, in cui, come disse Gesù nel Vangelo, varie e numerose sono le mansioni.

E se ben consideriamo, continua la Santa, l'anima del giusto altro non è che un paradiso dove il Signore trova il suo diletto. Non si trova per certo cosa alcuna a cui si possa paragonare la bellezza di un'anima nella quale un Re così potente, savio, puro e pieno d'ogni bene, si diletta di abitare irradiando la sua luce divina.

Non tutti però quelli che hanno nell'interno dell'anima questo lucidissimo sole e questo sommo Re, ricevono con abbondanza i suoi raggi e splendori, perchè non tutti si trovano ben disposti o capaci di allontanar da se stessi quegl'impedimenti che sono le colpe leggere, le imperfezioni volontarie, le passioni non mortificate e le cattive abitudini che possono stare assieme con lo stata di grazia e che vanno sradicati con gli atti delle virtù contrarie. Perciò chi passa dallo stato di peccatore a quella di giusto e riceve in sè la grazia dello Spirito Santo, non viene subito illustrato pienamente nell'intelletto ed acceso nella volontà, nè può esercitarsi subito nella perfetta carità, benchè egli possieda per lo stato di grazia le virtù morali infuse, ma la sua anima è ancora imperfetta e non è riuscita a dissipare completamente le nuvole delle cattive inclinazioni, le caligini degli affetti sregolati e delle imperfezioni, le quali si oppongono ai raggi del lume celeste e impediscono che si diffondano pienamente nelle varie potenze dell'anima. Ciò non dipende dalla grazia o dal sole divino che risplende lo stessa, ma è puro mancamento dell'anima.

Questa illuminazione e diffusione di luce ha pure diversi gradi, ed è minore o maggiore a seconda della capacità che ha l'anima di riceverla. Inoltre si deve notare che oltre l'unione accidentale che avviene per la grazia e quella sostanziale dovuta allo Spirito Santo, che si unisce all'anima quando si converte dal peccato ed è chiamata all'amicizia con Dio, vi è ancora un'altra missione di questo ospite sacrosanto, missione che si rinnova ogni volta che l'anima cresce nei meriti, missione che aumenta di volta in volta la grazia divina, di modo che ogni atto virtuoso aumenta nell'anima l'unione con Dio. Per conseguenza aumentando la grazia aumenta la carità, moltiplicandosi gli esercizi e gli atti meritori il vincolo d'amicizia tra lo Spirito Santo e l'anima del giusto va sempre più stringendosi, cosicchè questa va a mano a mano divinizzandosi mediante la presenza e gli amplessi d'intenso amore dell'ospite divino.

Da questa nuova missione dello Spirito Santo deriva quell'irradiazione che penetra tutte le potenze dell'anima, di modo che l'intelletto viene ad essere meravigliosamente illuminato; questa illuminazione a sua volta infiamma la volontà di amore di Dio in maniera che, come afferma san Tommaso d'Aquino, essa porta seco una gustosa e deliziosa scienza delle perfezioni divine ed una santa esperienza delle cose di Dio.

Ora desiderando la santa Chiesa che lo Spirito Santo si effonda nelle anime dei suoi fedeli non solo con la prima missione santificante, ma ancora con quell'accrescimento ed innovazione di grazia che comporta questa nuova missione dello Spirito divino, lo invita così: « Manda dal cielo un raggio della tua luce ». Essa brama che questo Re onnipotente viva in unione d'amore con ciascuna anima e desidera che, quale sole di giustizia, diffonda i suoi raggi in ognuna di esse. Sa bene che non a tutte però si comunica questo raggio, e che alcune rimarranno all'oscuro, così come avviene dei cristalli che pur essendo esposti al sole non tutti ricevono o riflettono i suoi raggi, avendo taluni qualche causa propria che impedisce loro d'essere rischiarati come gli altri. Questa è la dottrina di santa Teresa, la quale dice che il Signore sta come sole nel centro dell'anima, ma se questa non è in grazia, il sole non le comunica la sua luce. Difatti se sopra un cristallo esposto al sole si pone un panno nero, gli si vieta di ricevere l'azione luminosa del sole.

O anime redente dal sangue di Gesù Cristo, conoscetevi ed abbiate compassione di voi medesime! Come è possibile che intendendo tutto questo non possiate togliervi da quella pece che è il peccato!

O Gesù, che brutta cosa è vedere un'anima priva di sì bella luce! Dio ci liberi per la sua misericordia da sì gran male; non c'è cosa che meriti nome di male, in questa vita, se non il peccato, che accumula gli eterni mali, per sempre e senza fine. « Emitte, dunque, coelitus lucis tux radium » o sole di giustizia, nè voler permettere che io sia del numero di quelle anime, le quali «siedono nelle tenebre e nell'ambra della morte».

Tutto quello che fin qui si è detto viene ancora diffusamente spiegato dal gran maestro di spirito san Giovanni della Croce, collaboratore di santa Teresa e primo Carmelitana scalzo, il quale nella « Salita del monte Carmelo » dice: « Se il raggio di sole battendo su una invetriata la trova appannata da nebbia o da altre macchie, non la può rischiarare, illuminare con la sua luce e totalmente trasformare come farebbe se fosse pura da quelle macchie; anzi tanto meno l'illumina quanto più è macchiata, chè se fosse tersa l'illuminerebbe così che essa sembrerebbe lo stesso raggio e darebbe la medesima sua luce, pur sapendo che le è solo partecipata. L'anima è come questa invetriata, investita continuamente dalla luce divina: se saprà togliere da sè tutte le macchie degli affetti terreni e tenere la volontà in perfetta unione con quella di Dio, rimarrà talmente illuminata e trasformata in lui da riflettere la sua immagine. Quando Dio fa all'anima questo favore sovrano, avviene tra Dio e l'anima una soprannaturale intima unione. Allora l'anima viene così trasformata che sembra più Dio che anima ».

O lucidissimo raggio, rivesti l'anima mia e fanne una cosa sola con te! Manda i tuoi raggi sopra questo cristallo poichè sono risoluto di togliere da esso ogni appannatura e lavarne tutte le macchie. « Emitte ccelitus lucis tux radium ». So che la disposizione per ricevere questo raggio di luce celeste e una grande purità ed amore, una rassegnazione perfetta, un distacco totale da ogni creatura per piacere a te e con l'intenzione di avvicinarmi a te, o mio Signore. Ed in proporzione della purità di cuore sarà la misura della luce che mi manderai, perciò stia lontano da me ogni altro amore, fammi aborrire ogni affetto che non sia tuo, o Bontà infinita. Beata anima degna di ricevere in sè i riflessi di questo sole, quanto bella, quanto deve essere ricca di doni ed illuminata per conoscere se medesima e le grandezze del Signore elargitore di tanta luce!

«Quale dominio tiene quell'anima, dice santa Teresa, degna d'arrivare fin qui! Come deve sentirsi confusa e pentita per il tempo in cui stette avviluppata negli affetti delle creature, quanta compassione sente di coloro che, come essa un giorno, vivono nella cecità, e vorrebbe gridare ad alta voce onde trarli dall'inganno. Si rammarica per il tempo trascorso in vanità e vede che molti seguono gl'inganni del mondo. Conosce che il vero onore non è mendace e stima solo ciò che piace a Dio, il resto è meno che nulla. Ride di se stessa pensando al tempo in cui faceva conto del denaro e lo bramava! Qui l'anima non vede solo le sue grandi mancanze, ma nota ancora le più piccole particolarità, perchè il sole che batte in essa è chiarissimo, e se essa davvero si affatica per giungere alla perfezione, vi si scorge tutta torbida. E' come l'acqua contenuta in una tazza che sembra molto chiara finchè è all'ombra ma, quando i raggi del sole l'oltrepassano, si lascia vedere piena di minutissimi corpuscoli. Qui si può ricordare quel versetto che dice: « Chi sarà giusto al tuo cospetto? ».

Quando l'anima guarda a questo sole divino rimane abbagliata dalla sua chiarezza, quando guarda a se stessa rimane con la vista ottenebrata dalla sua miseria e spesso le accade di restarsene del tutto assorta e stupita per le grandezze che vede. Qui acquista la vera umiltà per non curarsi di quello che si dice di lei, nè essa parla mai di se stessa. Sa che del bene che il Signore le prodiga, non è autrice nè proprietaria, e quantunque lo voglia non può conoscerlo, pure lo vede ad occhi aperti e sa che solo alla conoscenza della verità devono tendere i suoi sforzi; tutto ciò che è mondo è nulla ».

Fin qui e quanto dice la Santa. Tutti questi effetti sono cagionati da quel raggio di luce che inonda l'anima ed è quanto desidera e chiede la Chiesa con le parole: « Emitte ccelitus lucis tux radium ». Essa domanda questa luce per gli uomini i quali per lo più vivono avvolti nelle tenebre dei loro vizi e peccati; dal cielo, coelitus, deve scendere questa luce, perchè per quanto essi s'affatichino con le proprie forze per averla, non possono giungere a simili cognizioni nè a così alte illustrazioni. Lo disse Salomone: Non potrà mai la nostra mente sollevarsi per avere un'alta conoscenza di Dio e delle sue perfezioni, nè penetrare i segreti celesti nell'orazione, oppure conoscere bene se medesima e tutti i suoi difetti occulti e le imperfezioni che commette verso la divina maestà, se non è assistita dallo Spirito Santo, se non è investita da questo lucidissimo raggio.

Per questo molti, ritrovandosi ciechi e privi di questa luce, stimando impossibile avere in questa vita un'alta cognizione delle cose celesti e dei suoi beni eterni, vanno dicendo: « Chi ci farà vedere un po' di bene? ». E lo dicono come burlandosi di coloro che hanno il nome di contemplativi. Lo dice san Girolamo: « Molti dicono: Chi ci farà vedere un po' di bene quasi come un insulto ». A questi risponde subito il profeta Davide, il quale godeva abbondantemente della luce dello Spirito Santo: « Come un vessillo, è spiegata su di noi la luce del tuo volto, o Signore ». Il lume di cui parla il Profeta non è altro che lo Spirito Santo: « Il lume del volto divino è lo Spirito Santo, che conduce i giusti sulla retta via ».

Non senza motivo scese lo Spirito Santo sotto forma di fuoco sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste. Certo per illuminarli interiormente, così come il fuoco per ragione della luce esteriore illuminava il Cenacolo dove stavano congregati. Questo raggio divino non solamente dà a coloro che ne sono investiti la luce necessaria per se stessi, ma dà loro chiarezza e desideri tali che possano illuminare poi molti altri nella via del Paradiso, così come fece coi santi Apostoli sopra dei quali, come dice sant'Agostino, Dio sparse questa chiarissima luce perchè ne venissero accesi e risplendessero come dodici bellissimi raggi e come lampade di verità celesti, che dovevano scacciare dal mondo le tenebre dell'infedeltà, dell'ignoranza e di ogni altro genere di peccati.

Venga dunque in tutte le anime sì ammirabile luce e le faccia risplendere davanti all'altare della maestà dell'Altissimo come lampade di paradiso, al presente nella Chiesa militante, nel futuro in quella trionfante per tutta l'eternità. Venga in tutti questo raggio celeste e tutti trasformi talmente da dare al mondo intero la luce delle sante verità cattoliche. Venga questo sacratissimo lume e faccia a tutti conoscere la infinita grandezza della maestà divina, le sue perfezioni e le innumerabili miserie di questa miserrima vita, affinchè staccando l'affetto dalle cose della terra amino solamente la bontà infinita del Signore da cui deriva ogni bene.

Venga in noi con quei medesimi effetti con cui penetrò nel cuore di sant'Agostino, il quale dopo di essere stato illuminato da questo raggio divina, andava ansioso ovunque cercando di far conoscere e godere tanto bene a lui concesso.

Non poteva soffrire che vi fosse anima creata la quale non possedesse un sì prezioso tesoro e non fosse investita da sì sovrano lume o non avesse desiderio di essere da esso sempre più illustrata. O se tutti vedessero, diceva, l'interno lume che io ho già gustato, e perciò brama di far conoscere a tutti! Con santa impazienza m'inquieto perchè non lo posso manifestare a tutto il mondo.

Ed il Santo rimpiangeva quel tempo in cui era vissuto senza questa luce di cielo, e stando da solo a solo alzava amorosamente la sua voce al cielo, piangeva sulla sua passata cecità, ed ardeva dal desiderio di far conoscere a tutti i mirabili effetti che lo Spirito Santo aveva operati nell'anima sua. Questo raggio sufficiente, al dire del Santo, per fare che tutti lo ricevano dentro al cuore, mandi subito fuori ogni ombra delle vanità del mondo, in modo che chi ne viene illuminato d'altro non si ricrei che della contemplazione di questo caro oggetto, riconoscendo chiaramente che ogni altra cosa non è che finzione e bugia.

Dunque dirò con l'ardore del cuore: « Mio Dio, misericordia mia e lume degli occhi miei, ti invoco nel più intimo dell'anima; tu sei il mio creatore e posso io totalmente dimenticarmi di te, ma tu non ti dimentichi di me. T'invoco, o mia luce, in questa anima quale tu vai preparando perchè possa riceverti, ispirandole un vero e santo desiderio di te. Non abbandonare chi adesso t'invita e chi tu hai benignamente prevenuto prima che t'invocasse. Emitte, emitte ccelitus lucis tux radium ».

 

LO SPIRITO SANTO PADRE DEI POVERI

Veni, pater pauperum Vieni, padre dei poveri. SEQUENZA.

Gesù, sapientissima maestro, diede il primo posto, in ordine di preferenza, ai poveri di spirito quando distribuì ed enumerò le beatitudini, quelle che in questa vita sono godute dai Santi e che continueranno poi, con centuplicato vantaggio, nell'altra. Ai poveri di spirito il Redentore nostro Gesù Cristo non si accontentò di assegnare premio minore di quello che vale tutto il regno dei cieli: dichiarò di voler essere lui medesimo, con tutte le sue ricchezze e tesori celesti, la loro eredità: « Beati i poveri di spirito, perchè di loro è il regno dei cieli ».

La povertà di spirito non è altro che un distacco totale da tutte le cose create, non è che una umiltà profonda per la quale i servi di Dio aborriscono la superbia, ogni falso onore e stima degli uomini e compiono atti di dispregio di se stessi, anelando solo alla propria confusione ed abbassamento così che gustano, fra le amarezze dell'avversità, dolcezze di paradiso. Sopra di essi piovono le consolazioni divine, ad essi guarda sempre il Signore con occhio benigno e li rimira, li ama, li custodisce come un amorosissimo padre, li tratta come diletti, li fa eredi d'infiniti tesori e li arricchisce di molti doni.

Per questa ragione la Chiesa desiderando nei suoi fedeli questa perfezione e questa beatitudine invoca lo Spirito Santo col dolce nome di padre dei poveri « Veni, pater pauperum ». Ella sa benissimo che se regna tra i cristiani tale tesoro di perfezione, fiorirà in loro lo spirito dei fratelli primitivi, quando di tutti i credenti si diceva che « erano un solo cuore ed un'anima sola », quando nulla stimando le ricchezze le disprezzavano e tutto quanto possedevano lo umiliavano ai piedi degli Apostoli; e mentre nel mondo circostante si viveva in delizie e passatempi, essi trascorrevano il tempo in orazione, nella mortificazione e nell'esercizio delle virtù, tutti intenti ai beni eterni promessi da nostro Signore, che per farci con lui coeredi versò tutto il suo preziosissimo sangue ricomprandoci sulla croce.

O felicità dei poveri di spirito dei quali si degna essere padre lo Spirito Santo! L'apostolo san Paolo si congratula con essi nell'epistola ai Romani: « Avete ricevuto lo Spirito di adozione a figliuoli, in cui gridiamo: Abba, Padre! ». Questo non è lo spirito dei servi ma dei figliuoli, non è spirito di timore ma d'amore, spirito di libertà, il vero spirito dei poveri del Vangelo che ci dà l'adozione di figli di Dio. Il profeta Isaia parlò di questi figli della Chiesa, la quale li riconosce per suoi figliuoli: « Darò a te tutti i figli tuoi ammaestrati dal Signore ». Li disse « ammaestrati dal Signore » perchè quelli che arrivano a questo stato sono ammaestrati dal Signore non solo nella legge divina ma ancora nei consigli evangelici. « Ammaestrati dal Signore » perchè il Signore si compiacque d'essere non soltanto loro padre ma ancora loro maestro, per illuminare le loro menti nelle altissime cognizioni degli attributi divini, per regolare le loro volontà a non volere e a non amare se non quello che merita d'essere sommamente amato.

San Gregorio disse espressamente che nessuno, per quanto s'affatichi, può insegnare quello che da questo divina maestro e dottore resta rapidamente spiegato nelle menti dei veri poveri di spirito. Qui s'impara la vera sapienza che consiste nel cercare i dispregi e nel disprezzare le cose terrene per arricchirsi di virtù, nell'aborrire il vizio, nel perdonare le ingiurie e nel rendere bene per male. « Ammaestrati dal Signore » perchè il mondo insegna tutto l'opposto di questo, il mondo stima pazzia la vera sapienza, miseria la povertà volontaria, viltà d'animo il sopportare gli affronti. Questa dottrina non può venire che dallo Spirito Santo, il quale fa cercare il regno dei cieli per la strada dei patimenti, ed ire questa appunto camminano i poveri di spirito ammaestrati dal Signore. San Matteo li chiama: invasori del regno dei cieli, che fanno violenza per rapirlo: « Violenti rapiunt illud ». O felicissima sorte di questi poveri nei quali tanto si diletta il Signore! Essi godono una grandissima pace, la pace dei veri figli di Dio. « La pace di Cristo è il suo stesso spirito », dice san Cirillo Alessandrino.

Essi godono quella pace della quale san Paolo dice che supera ogni intendimento, pace che nessuno può capire se non chi l'esperimenta. Quella pace che Gesù lasciò in eredità ai suoi Apostoli: « Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace ». Il Signore Iddio abita in specialissimo modo nelle anime dei veri poveri di spirito, onde ne viene che sono beati e che di loro è il regno dei cieli, non solo per diritto alla beatitudine futura, ma ancora per il pegno presente della pace che già godono in vita; essi, per la pace che godono, sono già introdotti nel regno de' cieli, Iddio abita nei loro cuori.

O gente beata, che tiene Dio per Signore, quanto vicini essi sono al regno di Dio, mentre già possiedono e portano nel loro cuore lo stesso Re, a cui chi serve regna. In loro la parte inferiore sta soggetta alla superiore, le passioni già mortificate più non li perturbano, le potenze dell'anima non s'impiegano ed applicano che a far compagnia al Signore che si trova in loro. Le prove non li inquietano, le disgrazie non li alterano, gli onori non li gonfiano perchè essi sanno pienamente conformarsi ai voleri divini e riconoscono che ogni cosa è disposta dalla somma sapienza a loro bene.

Molto differente è la pace che godono i poveri di spirito da quella che pensano di godere i peccatori. Questi non hanno mai pace e sebbene la cerchino nei piaceri e nelle conversazioni mondane sentono però sempre gran turbamento di cuore, gran tumulto di passioni, sconcerto nella coscienza, ribellione e guerra interiore che amareggia loro tutte le soddisfazioni che il mondo può dare. S'illudono di aver trovata la pace quando ogni cosa va a loro genio e non hanno chi contrasti la loro volontà, ma non basta.

I poveri di spirito esperimentano realmente la vera pace, il Signore li accarezza e li tratta come padre e li tiene come suoi figli diletti. Gesù Cristo volendo darci a conoscere che i suoi fedeli servi sono veramente figli di Dio, promettendo lo Spirito Santo disse: « Non vi lascerò orfani », cioè non vi lascerò senza padre, perciò ne segue che partendo lui e mandando in vece sua lo Spirito Santo, questi era veramente il padre dei poveri di spirito, i quali non furono lasciati orfani ma ebbero nello Spirito divino un dolcissimo ed amorosissimo padre.

« Vieni, o padre dei poveri » ed arricchiscici non dei beni terreni ma dei tesori celesti, perchè « questa è l'eredità dei servi del Signore »; colmaci di vere virtù, di santità e perfezione evangelica, come disse il Signore per bocca di Isaia: « Questa è l'eredità dei servi del Signore; la loro giustizia è a me vicina ».

Vieni, o Spirito Santo, e facci conoscere che in questa vita non vi è consolazione maggiore di quella di rinunciare a tutte le consolazioni, non vi è ricchezza più abbondante di quella che ci suggerisce Cristo: « Beati i poveri di spirito », nè vi è quiete più sicura che nello spogliarsi di ogni affetto terreno.

 

LO SPIRITO SANTO MUNIFICO DONATORE

Veni, dator minerum Vieni datore di doni SEQUENZA.

Tutto il bene, tutti i doni, tutte le perfezioni che si comunicano all'anima derivano, come da prima fonte, da questo padre dei lumi che è lo Spirito Santo, la cui natura è di comunicarsi e rendere virtuoso colui al quale si comunica. E' il datore di tutte quelle grazie che santificano l'anima, che l'abbelliscono e l'adornano; questo amabilissimo ospite quando viene nell'anima vi apporta immensa ricchezza di doni e tesori spirituali da inondarla tutta. Anche Gesù nel Vangelo di san Giovanni affermò: « Dio dà lo Spirito senza misura ». San Luca raccontando la venuta dello Spirito Santo sugli Apostoli disse: « E riempì tutta la casa nella quale (gli Apostoli) erano seduti ». « Replevit » riempì di sè, dice un espositore, e ricolmò dei suoi favori le loro anime. Egli ama tanto le sue creature, vuol tanto bene alle anime, massimamente a quelle dei suoi fedeli e compartecipa loro una infinità di grazie tali che eccedono ogni capacità umana.

Venendo nelle anime degli uomini fa scendere sopra di esse innumerevoli beni: « Alla venuta dello Spirito Santo i cieli lasciarono cadere molti doni divini col perdono dei peccati e con tutte le celesti benedizioni ». Porta seco la remissione dei peccati e tutte le benedizioni divine, basta che l'anima non si renda volontariamente incapace di ricevere i doni che egli le arreca dal cielo. E lasciando per ora da parte i vincoli di amicizia che stringe fra Dio e l'anima, consideriamo quei doni che eccedono il nostro intendimento, doni, ornamenti e ricchezze che questo divino tesoriero effonde a profusione.

Ne elenchiamo alcuni: facilità ed intuizione nell'apprendere le verità rivelate; gusto per ciò che concerne Dio e la religione; saper ricavare profitto da tutte le cose che accadono, siano esse prospere od avverse; avvertenza continua e controllo di sè e delle proprie azioni non solo per non offendere la divina maestà ma ancora per operare seconda verità. Se i desideri della carne ci ritraggono dagli esercizi di spirito e ci distolgono dal bene, questo divino benefattore ci richiama fino a che raggiungiamo il nostro ultimo fine che è la gloria eterna. Quando ci sentiamo indeboliti od intiepiditi nel servizio del Signore, questo Santissimo Spirito ci rinvigorisce e ci rende forti per farci superare le difficoltà che ci si parano dinanzi e per guarirci dalle infermità spirituali. San Paolo lo scrisse ai Romani: « Lo Spirito aiuta la nostra debolezza », ed egli stesso lo esperimentò poichè disse: « Quando sono infermo, allora sono forte ». Se siamo distratti da mille cose e non possiamo raccoglierci in orazione perchè dissipati in affetti terreni, questo benignissimo benefattore ci allieta, ci dispone e ci attira all'esercizio dell'orazione, facendoci chiudere gli occhi a tutte le cose create e dandoci a provare in essa consolazioni molto maggiori di quelle che ci può dare il mondo.

Frutti di questo liberalissima donatore sono: la carità, che ci muove ad amare Iddio, sommo bene, sopra ogni cosa ed il prossimo nostro in ordine a Dio; il gaudio, che ci rende sempre contenti ed allegri anche in mezza alle tribolazioni; la pace, che, mantenendo il nostro cuore sempre nella medesima quiete, fa sì che per qualsivoglia incontro o persecuzione non venga mai distolto da questa dolcissima e quietissima pace; la pazienza, che sorregge nelle avversità e nelle molestie; la benignità, che è bontà continua nel trattare con gli uomini; la mansuetudine, che non teme nè disprezzi nè affronti; la fede, che rimane forte ed inflessibile in mezzo ai falsi dogmi; la modestia, che fa vivere nella ritiratezza dei costumi; la continenza e la castità, che calpestano i desideri nocivi della carne; questi e molti altri sono gli effetti esperimentati dalle anime le quali vivono divinizzate dallo Spirito divino.

San Paolo enumera questi beni portati dalla presenza dello Spirito Santo nell'anima, nella lettera indirizzata ai Galati, e li chiama frutti di esso, perchè appunto sono come frutti saporiti e gustosi al palato dell'anima, prodotti dalla grazia dello Spirito Santo come da seme di Dio.

San Paolo ne cita dodici, non perchè siano solamente dodici ma perchè, enumerando i principali, gli altri doni, frutti o atti di virtù possono ridursi a questi. Essi veramente sono quei dodici bellissimi e gustosissimi frutti che l'Evangelista san Giovanni vide pendenti dall'albero della vita, sulle deliziose sponde di quel fiume che come limpido cristallo placidamente sgorgava dal trono dell'Agnello.

E perchè si conosca l'utilità che l'anima ricava dai suddetti doni, si deve considerare col Dottore angelico san Tommaso che il numero, la convenienza e la distinzione di essi danno a rilevare le diverse operazioni e il vario modo con cui lo Spirito Santo agisce dentro di noi, egli che è radice e principio di questi preziosi germogli e frutti.

La prima operazione dello Spirito divino si dirige alla mente dell'uomo ordinandola in se medesima nelle operazioni esteriori del corpo, moti delle passioni e concupiscenze. Certo è molto equilibrata quella mente che tanto nelle cose prospera quanto nelle contrarie tiene sempre l'occhio fisso in Dio, che è regola prima di tutte le nostre operazioni e fine ultimo a cui esse devono dirigersi.

Questo rettissimo sguardo dell'anima deriva dalla carità la quale ci unisce strettamente a Dio e fa che l'abbiamo sempre presente. La carità dunque è la prima che adorna l'anima e la dispone ad ogni bene e virtù, poichè essendo l'amore la radice di tutti gli affetti, questi gli tengono dietro fedelmente sia che l'anima cammini per la via spaziosa del vizio, sia che percorra l'angusto sentiero della virtù.

La carità sta poi in primo luogo perchè con essa si comunica al giusto lo Spirito Santo, che è amore e carità per essenza.

Di qui nasce il secondo frutto, cioè il gaudio spirituale dell'anima nel possesso perfetto della carità con la quale s'immerge in quell'oceano di consolazioni, che sta in Dio ». L'anima sente una grande allegrezza, che e un saggio di quella che godrà in cielo nell'inseparabile unione col sommo Bene.

San Bonaventura soggiunge che molto differente è il gaudio spirituale derivato dalla carità e recato all'anima dallo Spirito Santo, da quello che suol cagionare il mondo, il quale porta solo la cappa del gaudio, ma realmente ed in verità non è altro che una profonda tristezza del cuore. Qui il serafico Dottore fa quattro distinzioni tra il gaudio frutto della grazia divina ed il gaudio frutto della mala concupiscenza, e conclude col dire che purissimo è il gaudio, frutto dello Spirito Santo, il quale ha la virtù efficacissima d'inebriare l'anima nell'amore del suo Dio: esso è come vino puro e purgato, spremuto da quel sacratissimo grappolo di cui diceva la diletta dei Cantici: « Il mio diletto è per me un grappolo di Cipro ».

Il gaudio del mondo invece è vino non puro, mescolata ad acqua. Quante amarezze intorbidano l'allegrezza del mondo e da quante miserie è corrotta la felicità umana! E quando altra amarezza non vi fosse, supplisce per tutte il rimorso della coscienza, che sempre rode il cuore del peccatore ancorchè cerchi di soffocarlo tra spassi e dissolutezze. Il mondo non sa dare che vino annacquato, acido ed aspro.

Il gaudio spirituale è stabile, quello umano è molto labile perchè carnale; quello si fonda sull'immobile pietra che è Cristo, questo alberga nei castelli in aria fabbricati dall'amore del mondo e dalla pazzia degli uomini nemici di Dio, Oh, di quanta dignità è il primo, il quale si rallegra solo dei veri beni del cielo e del possesso di Dio, e di quanta indegnità è il secondo, che non si consola se non nelle basse cose ed abominazioni della terra. Il gaudio spirituale è di grande utilità, perciò fa disprezzare la carne, fa voltare le spalle al demonio e concede continue vittorie nelle tentazioni del maligno, il quale si lascia facilmente vincere dall'allegrezza spirituale.

Questo gaudio si perfeziona col terzo frutto dello Spirito Santo, che è la pace. Gode questa vera pace l'anima santa perchè ritirata e concentrata in se medesima, nel più segreto e fiorito letto del suo spirito vive nell'unione col suo amato Sposo celeste, senza che nessun travaglio o sollecitudine delle cose terrene la disturbi. Il profeta David conobbe questo gran bene allorchè diceva che la pace interiore non ha nè tassa nè misura.

Godono di questa pace quelli che amano il Signore e gli dimostrano il loro amore con l'osservanza dei divini precetti. Essi vivono in una grande quiete interiore perché, godendo del sommo Bene, i loro desideri ed affetti non ricercano altro oggetto che lui, nel quale sta il vero gaudio poichè questo sommo Bene rende soddisfatto a pieno ogni desiderio. Se sopraggiungono avversità, rimangono talmente mitigate da questa pace, che non danno la minima molestia.

Da qui nasce il quarto frutto che è la pazienza, la quale fa sì che la mente del giusto non resti ingombrata da nuvole di tristezza per cagione dei mali che s'incontrano. Il vero paziente gode una grande beatitudine, egli non sente le inquietudini del cuore cagionate dal vivere del mondo, poichè con lo scudo di questa santa virtù ne ribatte tutti i colpi. San Bonaventura dice che chi gusta di questo frutto divino sta sempre banchettando con Dio. Oh! pazienza, beato chi ti possiede; se tu apri la porta per entrare a convito con il Signore, che più da te si può sperare in questa vita?

Se la fame degli eterni beni ci rende noioso il vivere presente perchè ci vieta di goderli, tu ci porti un delicatissimo frutto che ci consola, la longanimità, il quinto nell'ordine dei dodici. Alle volte i veri servi del Signore provano grande pena nel vedersi privi della chiara visione dell'amato Bene e differite le contentezze celesti, ma con la soave dolcezza che viene al palato dal frutto della longanimità, le loro anime si raddolciscono, scompare ogni rammarico e soffrono con amore e rendimento di grazie tutte le miserie della vita. Anzi, queste medesime sono loro care e le desiderano per avere poi un maggior diritto alla gloria ed alla unione con Dio nella patria beata. Così diceva santa Maria Maddalena de' Pazzi: « Signore, non morire ma patire », non voglio la morte perchè porrebbe fine ai miei patimenti, ma voglio la vita perchè sia intessuta di pene.

La longanimità dunque perfeziona l'anima afflnchè sperando la felicità futura del Paradiso, non si affligga se vengano differite, nè si ritiri dall'esercizio della virtù, ma con forte perseveranza si animi sempre più a tutto fare e a tutto patire per Iddio.

I quattro frutti seguenti dispongono l'anima in ordine al prossimo. La bontà, da cui la volontà riceve in primo luogo l'influsso buona che la fortifica e dispone ad operare bene. Effetto della bontà sono quei desideri che l'anima sente di operare in favore del prossimo, e di impiegarsi non solamente per essere santa in se stessa ma ancora di donarsi a servizio degli altri.

E siccome non basta avere la buona volontà di fare il bene se non si passa all'esecuzione di esso, così alla bontà fa seguito la benignità, la quale muove l'uomo ad esercizi di misericordia ed opere di beneficenza verso il prossimo. Colui che dallo Spirito Santo viene ornato di benignità gode di un felicissimo stato, mille benedizioni gli piovono in seno dalla mano liberale di Dio creatore, della cui grazia viene arricchito abbondantemente. Per la sua benignità unisce a sè i cuori di tutti e si rende padrone degli animi altrui verso i quali è dolce, così che gli stessi nemici della pace amano conversare con lui. Egli esperimenta la gioia di una viva devozione unita ad una soave consolazione, sempre nella calma, perchè la tenerezza d'affetto verso Dio non gli lascia sentire la tempesta delle contraddizioni degli uomini. Sa ricavare il bene da tutto.

Segue all'ottavo posto la mansuetudine che è la moderatrice della passione dell'ira. Essa produce atti nobilissimi e riporta vittorie gloriose sulla sua ardente e sfrenata nemica: fa sì che l'uomo non si alteri quando viene ingiuriato, ma gli suggerisce di sopportare l'ingiuria non solo con pazienza ma con allegrezza e gratitudine verso chi gli dà occasione di meritare imitando il Redentore, il quale sopportò tante ingiurie, strapazzi e mali dai suoi nemici.

A questo frutto si collega la fedeltà, se la si considera come lealtà e fedeltà dovuta al prossimo anche per legge di natura, la quale non cerca alcun danno del nostro fratello, nè con finzione, nè con frode, nè con inganno. Con la mansuetudine si assoggetta a Dio l'intelletto, sottomettendolo alla divina maestà e a tutto ciò che è in ordine alla unione con l'autore d'ogni bene e con la sua gloria.

In terza linea sono gli altri tre frutti seguenti: la modestia, la continenza e la castità, i quali perfezionano l'uomo verso il suo corpo, verso le sue operazioni esteriori e verso le concupiscenze interiori. Chi pratica la perfezione non solo non deve nè fare nè dire cosa che offenda l'occhio di chi lo vede, ma nemmeno può dire o fare cosa che non sia di somma edificazione ed abbia sempre l'aspetto di verità e santità perfetta.

La continenza è l'undicesimo frutto. Esso frena talmente i desideri sregolati dell'uomo, che questi più non sente gusto di tuffarsi nel vietato pascolo della sensualità. La continenza serve a rifiutare tutto quello che sa di carne. O quanto ammirevoli sono coloro che dal Signore sono fatti degni di seguirlo con la candidissima stola di una totale purità! La continenza si estende a molte cose, perchè non solo raffrena l'uomo da ciò che è contrario ai precetti del Signore, ma ancora si estende a quelle che si oppongono ai salutari e celestiali consigli di Cristo, di modo che essa sta alla guardia delle sei passioni della parte concupiscibile dell'uomo ed impedisce a queste di esorbitare dal prescritto limite della volontà di Dio.

Tiene per compagna la castità, la quale sta attenta a guardare l'anima e a salvaguardarla da ogni impudico assalto. Così appunto la descrive san Girolamo alla vedova Furia, sua discepola e figlia spirituale. E sant'Isidoro dice: Si colga dunque questo saporitissimo frutto, si ami con pieno affetto la castità e si proverà per esperienza quanto è più dolce d'ogni altro che vien prodotto dal velenoso albero della concupiscenza.

Ecco i dodici frutti che lo Spirito Santo, vero albero di vita, produce nell'anima giusta, a suo sostentamento. Ecco di quanti beni vengono arricchiti coloro che hanno la grazia di accogliere il datore ed autore di tutti i beni, di tutti i doni, di tutti i tesori celesti.

LE VIRTù INFUSE.

Quando lo Spirito Santo viene ad abitare in un cuore, subito lo rende forte e presidiato da un numeroso esercito di virtù, che lo custodiscono e difendono come un castello nel quale tiene il suo trono reale il Signore delle virtù. Queste si chiamano virtù infuse, a differenza di quelle che acquistiamo noi con gli atti ripetuti e moltiplicati: infuse perchè ce le dona l'ospite divino al suo primo entrare nell'anima con la grazia.

Oh, chi potesse vedere un'anima divenuta tempio dello Spirito Santo! E come capiremmo bene e con quanta ragione il Signore disse di avere poste le sue delizie nel cuore dell'uomo!

La santa Chiesa, conoscendo i tesori che lo Spirito Santo comunica all'anima divenuta sua degna abitazione, lo prega a non tardare la sua venuta e a non differire le sue grazie: « Veni, dator mùnerum ». Vieni, o liberalissimo donatore, chè senza di te siamo privi d'ogni bene spirituale. Vieni e con te venga in noi la pienezza di tutte le grazie e favori celesti. Tutto quello che ci può dare il mondo non è che miseria e travagli, ma quello che tu ci doni è felicità e contentezza. Tutto quello che, fuori di te, ci viene dato da altri è niente, anzi ci toglie quello che avevamo, ma tutto quello che da te ci viene comunicato è incredibilmente prezioso. Noi siamo un nulla peccaminoso e tu ci partecipi un essere soprannaturale e divino. Nell'istante in cui tu, santità per essenza, santifichi un'anima con l'infusione della grazia, le apri le sorgenti della tua infinita misericardia e le doni le chiavi di quei tesori, di cui ognuno vale quanto tutto il Paradiso.

O liberalissimo donatore, o carissimo ospite, o tesoriere celeste, vieni a me che ti desidero e t'invoco « Veni, dator mùnerum ». Alla tua presenza fioriranno le virtù nella vigna dell'anima. Che fragranze di paradiso si sentiranno se ti lascerai scorgere! Vieni, Santo Spirito: con te solo sarò felice, sarò contento, sarò ricco ed avrò quanto si può avere.

 

LO SPIRITO SANTO E' LUME DEI CUORI

Veni, lumen cordium. Vieni, lume dei cuori. SEQUENZA.

Propriamente allo Spirito Santo conviene il nome di lume o di luce, poichè è sua proprietà l'illuminare. Tutte le cognizioni che hanno gli uomini in ordine a Dio, tutte le ispirazioni ed impulsi al bene operare in servizio del Signore e a salute dell'anima, tutte le illustrazioni di mente che ci fanno conoscere le verità e le massime di perfezione, vengono da questo Spirito e trovano la loro prima origine in questo lume divino.

Questo è il grande e ricco candeliere figurato in quello che fabbricò Mosè con sette lucerne davanti al « sancta sanctorum » per illuminare tutto il tempio in onore della divina maestà. Si dice che le sette lucerne raffigurassero i sette doni dello Spirito Santo con i quali viene illuminata la religione cattolica sui misteri divini. Questo è quello Spirito di cui parla l'Ecclesiastico, che innalza le anime a Dio sollevandole dalle bassezze della terra, ed illumina le menti per conoscere gli inganni del comune nemico, le vanità del mondo ed i lacci delle insidie che questo tende alle anime.

Ed è il medesimo Spirito, di cui ancora parla l'Ecclesiastico, che promise di farci partecipi della sua luce, qualora noi mettessimo le nostre speranze ed i nostri affetti nel Signore, quel « lume » che rischiarava le menti dei Profeti affinchè conoscessero i segreti misteri di Dio e le cose future. Ed infatti per virtù dello Spirito divino, Daniele conobbe ed interpretò i fantasmi notturni del re Nabucodonosor; chi, se non questo Spirito, poteva rivelargli tanti occulti misteri? Così afferma la Sacra Scrittura, anche per bocca del re infedele, il quale dopo le sue visioni notturne fece ricorso al profeta Daniele per averne spiegazione, sapendo che in questi abitava lo Spirito Santo.

La Chiesa, con grandissima confidenza appoggiata alle promesse dello stesso Spirito divino, lo invoca di nuovo col nome di « lume » nelle anime fedeli a spargere i suoi splendori celesti. « Veni, lumen cordium ». Ed è da notare l'appellativo di « lume dei cuori » e non delle menti, ovvero dell'intelletto, del quale è più proprio l'essere illuminato, e lo invoca giustamente così perchè nel cuore risiedono gli affetti, le passioni, e tutti i movimenti dell'anima congiunta al corpo, che se sono regolati dal retto lume sono buoni e producono atti meritori di vita eterna, e, se non lo sono, rendono meritevoli di castigo.

Tutte le passioni (amore, desiderio, gaudio, odio, fuga, tristezza, speranza, audacia, disperazione, timore ed ira) hanno la loro origine e il loro perfetto compimento nel cuore. Queste passioni per il peccato c'inclinano ad oggetti sensibili, che esorbitano dalla virtù e concentrano l'appetito sensitivo nei beni terreni, transitori ed ingannevoli, ma se sono governate dalla luce celeste, giovano molto alla salute dell'anima. Perciò la santa madre Chiesa invoca il « lume dei cuori » affinchè indirizzi al bene le umane passioni ed affetti. 0 lume santissimo, vieni dunque e fa' che nella mia anima spunti il sole senza tramonto! Solo allora abbonderò di celestiali consolazioni e sicuro potrò accostarmi alla maestà divina per ottenere quanto posso desiderare.

Il lume non ha la sola proprietà di illuminare, esso riscalda ancora il soggetto nel quale si trova, e perciò molto giustamente la Chiesa dice: « Veni, lumen cordium »; ed è proprio della volontà e del cuore l'essere riscaldati col fuoco d'amore. Chiamandolo dunque lume, gli chiede che accenda nel cuore dei fedeli il fuoco della carità e dia calore ad ogni affetto perchè venga totalmente purificato, e ad altro non mirino i sentimenti del cuore umano che al Signore, lui solo amino e per lui solo s'impieghino. Non allontaniamoci da questo lume per non rimanere totalmente nelle tenebre; non fissiamo l'occhio del nostro cuore fuori di questo sole afinchè non abbiamo ad essere qualificati per figli perversi e rigettati da quell'aquila celeste che avendoci spiritualmente rigenerati nel nido spinoso della croce c'invita a sollevarci in alto, con le ali dei nostri affetti per amare e godere solamente la sua divina bontà.

Venite, o anime redente con il sangue di Gesù Cristo, venite « e camminiamo nella luce del Signore ». Felicissima è la vostra sorte, perchè siete state chiamate a vivere nella pienezza dei tempi, nella quale « le tenebre si sono diradate e già risplende il vero lume ». Iddio vi ha elette per essere cieli, dove risplende questo sole, ma con l'obbligo d'essere sante, di schivare il peccato e di praticare la virtù.

Molto ammirabile è il lume nel quale Iddio ci ha chiamati e congregati in uno, lume che è lo Spirito Santo, perchè trovandosi senza di esso le creature razionali giacerebbero in un profondo abisso di tenebre, come dice sant'Agostino.

Se tu, benignissimo Signore, non ti fossi mosso a pietà e non avessi dissipato le oscurità della colpa con la luce del tuo Spirito, in cui riposano le nostre potenze spirituali nell'umile sottomissione alla tua divina maestà, che sarebbe di noi miseri? Tutto tenebra! Tu invece, o Signore, volesti rivelarci la nostra nobiltà, facendoci conoscere l'inefficacia di ciò che al mondo può renderci contenti quando manchi tu, vero bene, senza di cui la nostra povera vita sarebbe miseria, tenebra continua e inquietudine perchè priva del lume tuo.

Vieni dunque, o sacratissimo lume, e dissipa la notte fosca dei nostri vizi; la tua sola presenza ci basta per vivere contenti. Alle anime nostre non si adatta altra veste all'infuori di quella sola che si tesse coi sottilissimi fili dei tuoi raggi; nè altro lume ci può additare la via del cielo se non quello solo che esce dal tuo divinissimo volto; questo mi assista e mi guidi in ogni azione ed operazione.

 

LO SPIRITO SANTO E' IL VERO CONSOLATORE

Veni, consolâtor óptime. Vieni, consolatore ottimo. SEQUENZA.

L'autore del libro dell'Ecclesiaste, ammaestrato dall'esperienza, disse che quaggiù « tutto è vanità ed afflizione di spirito ».

La terra non può che produrre triboli e spine e, ricoperta com'è dalle tenebre della tribolazione, non vede mai la luce d'una vera allegrezza. Viva pure l'uomo nell'abbondanza dei beni terreni, immerso nelle gioie del mondo, sarà sempre in un mare di afflizioni. Si cerchi pure in ogni angolo della terra qualcuno che abbia virtù di raddolcire le amarezze di coloro che soffrono, certamente non lo si troverà. Nemmeno a Salomone fu possibile trovarlo, lo attesta egli stesso nell'Ecclesiastico.

Dove dunque, o anima tribolata dal demonio, dal mondo e dalla carne troverai rimedio ai tuoi mali, e consolazione ai tuoi travagli? Quando questi importuni avversari ti combatteranno, chi ti potrà soccorrere? Quando le tue passioni sconcertate ti turberanno, chi potrai invocare perchè le quieti? Quando ti sentirai arida nell'orazione, senza dolcezza di devozione, dove cercherai chi ti consoli? In quescto mondo no, perchè qui pure sta l'anima desolata! Nel cielo dunque sta la tua consolazione. Da lassù si fa sentire lo Spirito Santo consolatore: « Io stesso vi consolerò ».

O santissimo Consolatore, quanto sono dolci queste parole! Una sola di esse basta per raddolcire tutto l'inferno e, come dice santa Teresa, per rasserenare un'anima fra mille tribolazioni. Per questo la santa Chiesa ammaestrata dall'esperienza, dà il nome di ottimo consolatore allo Spirito Santo perchè egli solo può e vuole, purchè noi vi aderiamo, apportarci ogni vera consolazione. Anzi, questo nome gli è proprio perchè Gesù stesso più volte lo appellò Paraclito, che vuol dire consolatore.

E si dice « ottimo » perchè le consolazioni del Dio di tutte le consolazioni, come dice san Paolo, superano largamente tutte le altre.

Il Profeta diceva di non aver mai avuto affanno sì grande da opprimergli il cuore, dolore sì intenso da tormentargli le viscere, che subito non svanisse per il tocca della mano divina e non rimanesse per questo del tutto consolato! E continua col dire che non solo gli amorosi tocchi e carezze della mano divina gli furono di consolazione, ma ancora le sferzate ed i flagelli che da quella gli vennero. Talvolta ingannato, egli dice, andai mendicando il sollievo dalle creature nelle mie avversità e travagli, ma in nessuna cosa creata l'anima mia trovò sollievo ed allegrezza. Aspettai dagli amici e congiunti qualche ristoro e consolazione ma invano, e poi a te rivolgendomi, o Spirito di Dio, in te ritrovai ogni diletto; il solo ricordo della tua abitazione dentro al mio cuore mi faceva tutto consolare e dilettare con diletti tali, che non si possono spiegare nè capire se non con l'esperienza.

Povero e misero colui che è privo di un così caro consolatore. Non ha più chi, dolcemente richiamando l'anima sua, la vada allontanando dai piaceri del mondo, staccandola dagli affetti delle creature per convertirla ad amare il suo creatore. Non ha più chi gli renda sopportabili le amarezze delle tribolazioni, accettate per amore del Signore, il quale bevendo l'amarissimo calice della sua passione, preparò a noi dolcezze di paradiso.

Povera e meschina quell'anima, della quale Geremia disse che ha i piedi infangati ed imbrattati, volendo significare gli affetti della volontà e del cuore macchiati. Povera anima, la quale sente nausea delle cose di Dio, ha dimenticato il fine per il quale è stata creata, ossia la gloria eterna, e non vede il pericolo che la sovrasta. Si diletta nelle cose presenti ed ingannevoli, e dall'alto stato di virtù si abbassa a quello del vizio. Non gode un'ora di quiete, è sempre angustiata da timori ed inquietudini di coscienza; tutto questo perché e senza di te, o divinissimo Spirito, vero ed ottimo consolatore. Dio mi liberi da stato sì miserabile, da desolazione sì abominevole; stiano lontane da me tutte le altre consolazioni terrene, le quali non sono che afflizioni.

Farò come la sposa dei Cantici, andrò sempre cercando il mio diletto, non curandomi di altri spassi che di quelli soli che in lui compiutamente ritrovo. Non lascerò fatica, non risparmierò diligenza fino a tanto che arrivi a gustare di quella manna nascosta che si promette a quelli i quali vincono il mondo, il demonio e il senso, allontanandosi da loro stessi per abbracciare il Diletto del cielo. Non mi darò quiete fino a tanto che non giunga a godere delle sue purissime consolazioni, e possa dire, ammaestrato dalla Sapienza: « Quanto è grande, o Signore, l'abbondanza della tua dolcezza, che tieni in serbo per quelli che ti temono! ». E quando sarà quel giorno nel quale sarò posto in te, o immenso oceano di celestiali consolazioni, e non vedrò più la terra ed il mondo, fertili solo di, amarezze e di affanni! E' pur venuto una volta quel giorno nel quale hai preso possesso di questo cuore che di pura consolazione viene meno. « Veni, consolator optime ».

 

LO SPIRITO SANTO E' IL DOLCE OSPITE DELL'ANIMA

Dulcis hospes anima. Dolce ospite dell'anima. SEQUENZA.

Col nome di hospes ospite, i grammatici intendono tanto chi offre quanto chi riceve ospitalità. La Chiesa attribuisce questo nome allo Spirito Santo come a colui che riunisce in sè tutte le anime, perchè come disse san Paolo: « in lui abbiamo la vita, il movimento e l'essere », ed è parimenti questo grande ospite che si compiace di eleggere la sua dimora nelle anime giuste e sante.

Quanto al primo significato di questo nome già sappiamo che noi tutti siamo pellegrini, lo disse l'Apostolo ai Corinti. Siamo pellegrini ma nel nostro pellegrinaggio ed esilio sono soavi i travagli e sopportabili le miserie, perchè Dio ci ha dato speranza di accoglierci e riunirci in fin di questa vita, egli, il benignissimo e cortesissimo « hospes ». E noi santamente arditi lo vogliamo e pretendiamo, sia pure separandoci dalle cose sensibili, mortificando la nostra carne, tenendoci pellegrini e lontani dalle pretese del nostro corpo. Egli si compiacerà di riceverci nel suo divino ospizio, in se medesimo, come pellegrini di questa terra qualora noi cercassimo di piacere in tutto al Signore, compiendo le nostre operazioni con pura intenzione, cioè per compiacere a Dio e per amor suo sempre alla sua presenza, non cercando altro che la sua divina volontà. O felicità grande di un'anima che sta tutta in Dio per amare!

Eppure con molta facilità si può arrivare a questa felicissima sorte! Basta, dice l'Apostolo, avere vera carità, amare veramente Iddio, odiare veramente il peccato, aborrire sodamente le vanità del mondo, che subito si diviene ospite del Signore: « Chi sta nella carità sta in Dio ».

Ma per arrivare ad essere nutrito dall'ospite divino bisogna imitare nostro Signor Gesù Cristo, ossia mortificarsi; bisogna camminare con passi di spirito e non di carne, dice san Paolo. In questa maniera s'arriva a quell'amenissimo ospizio che è nostra vera abitazione, cioè a Dio Spirito Santo, dove si gustano dolcezze di miele e soavità celestiali mediante l'altissima contemplazione che quivi si acquista. Qui non entrano cattivi pensieri, non stridono dolori; qui non si odono che voci di giubilo. Nel segreto di questo ospizio, a deliziarsi con l'ospite divino non entra che la carità.

O caro e desiderato asilo, o dolce e benigno .ospite! Quando potrò io giungere a godere così soavi conviti? Quando potrò arrivare nell'intimo di così sicuro ospizio? Occorre siano mondi i piedi che colà devono entrare, dice il serafico Dottore. Bisogna dunque che, mondi e puri siano i piedi del nostro spirito.

Ma quali sono questi piedi? Sono l'intelletto e la volontà coi quali l'anima si dirige al fine eterno, all'ospizio santo, per prendervi possesso. Non basta che siano mondi, devono essere ancora molto esercitati nel cammino, agili e veloci per correre, e questo si ottiene con l'esercizio della virtù. Chi sarà colui che avrà la fortuna d'aver piedi atti a raggiungere così sicuro e desiderato ospizio? Certamente colui che più amerà l'infinita bontà del Signore, che più fervorosamente supererà le difficoltà che il demonio gli presenta nell'esercizio della virtù, colui che col santo Profeta potrà dire: « nel mio Dio supererò le mura », passerò muraglie, penetrerò baluardi, sormonterò forti recinti e finalmente con la grazia del mio Signore arriverò al sospirato riposo; non mi lascerò indebolire di fronte agli impedimenti coi quali il demonio tenterà di ostruirmi il cammino.

Sia dunque molto acceso il fuoco della carità nel cuore e sia molto intenso il nostro amore verso Dio, se vogliamo arrivare presto ad abitare con lui. Va, corri, vola, o anima mia, fino a tanto che colà giungi, altra abitazione non cercare, altro ricovero non ti sia caro all'infuori del tuo Dio, così sant'Agostino. E continua: « O bella e luminosa stanza, o caro e maestoso palazzo io t'amo, ed amai, ed amerò sempre la tua nobile bellezza perchè sei il luogo dell'abitazione della gloria del mio Signore. Ad altro termine non s'indirizzino i miei passi, se non a te, mia unico paradiso. Prego con vivo cuore colui che per noi ti fece, che da sempre ti spira, e ti mandò nel tempo affinchè prenda pieno possesso di me, allorchè mi rifugerò in te. Se fui pecorella sviata e perduta, ora sulle spalle del mio pastore Gesù Cristo costruttore ed architetto di sì caro ospizio, mediante la grazia acquistataci coi suoi meriti, spero di riprendere la via che conduce a te ».

Il significato del nome « hospes » si appropria allo Spirito Santo, perchè con la grazia prende reale possesso dell'anima. E' ospite in noi e quasi pellegrino, perchè la sua patria è il cielo e la sua conversazione con le altre due persone della santissima Trinità, dalle quali è spirato come termine di reciproco amore; si comunica a noi cercando ricovero nella casa dell'anima nostra.

Non si può dire di più per esprimere la grandezza della nostra dignità, nè vi può essere argomento più forte per mettere chiaramente in evidenza la misericordia del nostro buon Dio. Sant'Agostino si stupiva e si confondeva considerando questa degnazione divina, e non avendo parole per spiegare il sentimento d'amore, di gratitudine e d'umiltà per sì eccellente favore esclama: « E qual luogo può essere in me nel quale venga in me il mio Dio? Quel Dio che ha creato il cielo e la terra? Dunque, o Signore, c'è qualche cosa in me che possa contenerti? E che? Forse ti contengono i cieli e la terra che hai fabbricato e nei quali mi hai creato? O mio Dio, pazzo ero quando ti cercavo fuori di me! E che altro ci resta da cercare fuori di noi, fra le creature, se dentro di noi abbiamo il creatore? Ecco, o divinissimo ospite, questo mio cuore, tuo ospizio, tua casa, entra adesso e non partirtene più ».

San Gregorio papa ci fa bene considerare che essendo il nostro cuore come la casa dello Spirito Santo, tale abitazione deve essere molto bene accomodata, monda e bella. Si ordini dunque l'ospizio, lo si pulisca, lo si adorni e poi vi s'inviti l'ospite del paradiso ed egli verrà. Facciamo come coloro che invitano qualche gran personaggio del mondo; praticano grande pulizia ed addobbano la casa, procurano che in essa non vi sia cosa alcuna che offenda la vista dell'ospite. Si devono quindi purgare tutte le macchie anche minime.

Dice san Bernardo che chi vuol essere abitazione ed ospizio dello Spirito Santo deve procurare di tenere ben regolate le tre potenze dell'anima sua: l'intelletto non ingannato dai falsi dogmi della natura corrotta dal vizio; la volontà non pervertita nelle false affezioni del mondo; la memoria non imbarazzata da vanità. Così facendo si preparerà alla maestà divina un caro albergo. E chiunque aspira a questo favore, sappia che deve tenersi molto lontano dagli interessi del mondo, dalle sollecitudini temporali, dalle dissolutezze della gola, da bassi discorsi, da curiosità, da desideri di onori e di stima, perchè l'anima che vuol ricevere nel suo ospizio il Signore deve essere superiore a tutte queste cose. Dia bando perpetuo agli adii, ai rancori, alle invidie e ad altre passioni disordinate.

Sant'Ilario dice che Iddio vuole il suo albergo molto spazioso e capace; capace non può essere se occupato dal vizio. Vasta dunque deve essere la casa in cui entrerà chi per natura è immenso, e vuota non solo dai peccati ma anche dalle superfluità e da tutto quello che non è in tutto perfetto ed ordinato a Dio.

 

LO SPIRITO SANTO E' UN DOLCE RISTORO

Dulce refrigerium. Dolce ristoro. SEQUENZA.

Dopo che la Chiesa ha detto che lo Spirito Santo è ospite, e perciò l'ha invitato ad entrare nelle anime dei fedeli e ricoverarsi nei cuori dei giusti; dopo che l'ha riconosciuto ospizio sacro e giocondo in cui entrano e restano le menti pure e le anime innamorate di Dio, le viene molto a proposito l'invocarlo « dulce refrigérium ».

Gli ospizi sono fatti perchè in essi trovino ristoro i pellegrini stanchi dal viaggio. E chi mai è più bisognoso di sollievo delle anime nostre, che procedono nel cammino della santità fra i pericoli della vita e fra difficoltà, tentazioni ed inganni? Nè altro conforto le può ristorare maggiormente se non questo divinissimo Spirito, il quale ha appunto la virtù di dare forza e vigore per camminare verso la mèta della perfezione, come vuol accennare san Paolo nella lettera ai Galati. Se viviamo nutriti dallo Spirito Santo procuriamo dunque di camminare secondo le forze che da questo riceviamo.

E si noti che questo sacrosanto Spirito è ad un tempo ospite, ospizio e refrigerio; così che colui il quale ci accoglie per ricrearci, contemporaneamente si dona con squisitezza d'amore e con eccesso di benignità in cibo e conforto. Questo sollievo è tanto dolce, gustoso e soave al palato dell'anima, che quanto più abbondantemente si prende, tanto più accende il desiderio e l'appetito di gustarlo e saziarsene, se è possibile, in questa vita o nell'altra. Perciò la Chiesa lo chiama: « dulce refrigérium ».

Sant'Agostino parlò così di questo dolce refrigerio: « Io ti assaporai, o manna di paradiso, e ne rimasi più famelico; da quel momento felice, nel quale ti cominciai a gustare, mi si accrebbe talmente la fame di te, o mio dolce ristoro, e non faccio altro che aspirare di continuo a sì delizioso banchetto. Io non ho bisogno che Davide mi persuada ad entrare nel tuo ospizio a rinfrescarmi e a cibarmi di te, o celestiale dolcezza, e mi dica: « Gustate e guardate quanto è soave il Signore », perchè già l'esperienza mi dà a conoscere che non posso ritrovare altro più dolce, più soave e più saporito rinfresco ».

Oh, quanto differenti sono i refrigeri che offre il mondo ai pellegrini di questa valle di lagrime! Quanto sono nocivi alla società dell'anima e del corpo, non meritano certamente il nome di refrigerio, anzi non danno sollievo se non quando si rigettano.

Non così avviene a quelle anime felici, le quali sono fatte degne del tuo ospizio, o divinissimo Spirito, e di sedere alla tua mensa per godere di te. San Gregorio dice che saziandoci di te si accresce il desiderio di ristorarsene ancora. La diletta sposa dei Cantici narra la squisitezza delle tue consolazioni, poichè ebbe la fortuna di goderle e di essere introdotta nel più segreto e delizioso luogo dell'ospizio: O caro refrigerio, o gustoso ristoro, mi posi a sedere sotto una deliziosa ombra d'un albero fruttifero e carico di quei frutti, che al mio gusto più si confanno e che tanto avevo desiderato; ne colsi quanti ne volli e furono di si rara dolcezza e sapore che non si può dire quanto mi ricreassero e raddolcissero il palato. Non contento di questo regalo il graziosissimo ospite mi condusse nella cantina ed ivi bevetti vino spumante e dolcissimo latte. Mi sentii mutata, in me risorsero forze tali da non farmi paventare il soffrire. Mi sentii ardere tutta d'amore e di desideri d'impiegarmi al servizio di chi tali conforti mi dava: « Ha ordinato in me la carità ».

Con quanta ragione la Chiesa implora questo ristoro per i suoi fedeli! Quanto opportunamente supplica lo Spirito Santo che si compiaccia d'introdurre tutte le anime nel suo ospizio, dove tutte a loro piacere si ristorino e si rifacciano dalla stanchezza del viaggio disastroso di questa vita!

Ma se la Chiesa lo domanda per i suoi fedeli, anche lo Spirito Santo stesso, che è l'ospite albergatore, c'invita tutti ad entrare nel suo ospizio, per godere dei suoi ristori, ch'egli tiene apparecchiati per tutti coloro che rifiutano quelli del mondo e desiderano solo quelli del cielo. E come dice Isaia, a tutti viene dato quella di cui ognuno abbisogna, senza spesa. Anzi, per maggiore consolazione, dopo averli ristorati insegna loro la strada sicura per proseguire nel viaggio fino alla città di Dio, all'eterna Gerusalemme, che vale come dire: non vi lasciate deviare dagli assassini che incontrerete, cioè dai peccati e dai vizi, ma camminate e non sbagliate strada. Camminate per la via regia delle virtù: qui viene per tutte significata la prudenza, perchè essa trascende e regola tutte le altre.

Piacesse a Dio che noi seguissimo gl'indirizzi dell'ospite benedetto! Quanto sicuri cammineremmo, quanto speditamente giungeremmo al nostro termine che è l'unione perfetta con Dio nella gloria del Paradiso. Nessun impedimento o pericolo di viaggio ci dovrebbe ritardare, ma superando ogni cosa potremmo dire con quelli che all'ospizio sono già arrivati dopo lunghi sforzi di vita innocente: Benedetto sii, o Signore, che ci hai attratti al tuo albergo per ristorarci coi tuoi divini ristori. E quanto cari riescono i travagli passati: « felice penitenza che tanta gloria meritasti », diceva santa Teresa.

Tutto viene dalla benignità dell'ospiste divino, è lui quegli che con occulta e soave forza ci deve indicare i diritti sentieri al sicuro da ogni inganno e sinistro incontro. Piacesse a Dio che noi gli dessimo ascolto! Oh, in quale maggior numero si arriverebbe alla casa paterna! Egli per mezzo di Geremia ci fa capire la via per giungere a lui: «Mettetevi sulla strada della perfezione e vedete dove ponete il piede, non vi fidate di voi stessi ma consigliatevi coi maestri di spirito, procurate di leggere libri spirituali e di sapere il modo che tenevano gli antichi Padri, i quali già passarono per la medesima strada della virtù, e già sono arrivati alla comune patria dei viventi, e conosciuto che avrete il loro modo di vivere santamente e di servire al solo Signore, procurate d'imitarli ed in questa maniera ritroverete l'eterno refrigerio delle anime vostre ».

O caro mio Bene, fammi la grazia di poter essere uno di quelli i quali quanto prima ritrovano il dolce e celestiale ristoro per le anime loro. Sia anch'io quel fortunato il quale, giungendo alla morte che è il termine di questo viaggio, mi trovi in perpetuo refrigerio e in un costante ristoro, alloggiato per sempre negli eterni tabernacoli. Perdona alle mie libertà e dissolutezze passate, le quali mi fecero deviare dal retto cammino per condurmi ai pascoli velenosi ed ai mortiferi rinfreschi del mondo. Rimettimi le mie colpe, fammi sedere all'ombra tua, o albero di vita eterna, e fammi partecipe delle tue grazie divine. Ma fa' presto, o Signore, prima che trascinata dalle mie passioni ed affetti sregolati me ne vada lontano lasciando te, o divinissimo Spirito, che sei per tutti « dulce refrigérium ». Siilo anche per me, perchè più d'ogni altro mi sento affannato dal lungo viaggio e a te, dal deserto di questo mondo, sospiro ed aspiro con la speranza di godere il tuo respiro. Respirerò in eterno se tu, rugiadoso zefiro di paradiso, spirerai in me.

 

LO SPIRITO SANTO E' RIPOSO NELLA FATICA

In labóre réquies. Riposo nella fatica. SEQUENZA.

Dopo le buone accoglienze, dopo gli squisiti rinfreschi dell'ospite divino, torna proprio bene il riposo all'anima devota. Questo riposo è il medesimo Spirito Santo, poichè egli è la nostra beatitudine, il nostro ultimo fine, il termine delle nostre speranze, l'oggetto delle nostre intenzioni, il centro delle anime nostre alle quali fa sentire che necessariamente solo in lui esse possono trovare vero riposo.

Davide desiderava avere le ali per volare più presto al dolce ed imperturbabile riposo. E trovandosi nel viaggio pericoloso di questa vita e già sul tardi, anzi in sul finire della sua giornata, con le tenebre notturne alle spalle, sospirava al Signore e si volgeva alle creature cercando chi gli desse le ali per arrivare prima della notte, cioè prima che il peccato e le vanità del mondo lo cogliessero, al sospirato e bramato ospizio, e mettersi in braccio all'ospite sacro e benigno per riposare nel quieto e saporito sonno sul cuore di lui. Chiedeva penne di colomba per avere il volo più rapido e spedito; egli desiderava avere opere fatte con purità d'intenzione e con semplicità, sapendo che queste sono le ali che ci fanno volare in seno a Dio, per godere in lui eterno riposo.

E' ben degno di considerazione l'invito che fa la Chiesa allo Spirito Santo con questo nome di riposo: « réquies ». Ma non è solamente il riposo: essa dice: « riposo nella fatica ».

Nel mondo vi sono due specie di fatiche spirituali: una è quella di coloro che correndo per la strada del vizio non si fermano mai, passano da un peccato all'altro e si vanno perdendo senza trovare ciò che cercavano; l'altra penso sia quella che esperimentano le persone spirituali. Queste vedendosi costrette a conversare nel mondo, a sentire e a vedere le sue pazzie e quelle degli uomini, a star soggette alle necessità della fiacchezza del corpo, il quale non può seguire il veloce corso dell'anima, che piagata d'amore di Dio, come cerva ferita se ne corre al fonte vivo che è lo Spirito Santo, si trovano ad essere molte volte stanche ed annoiate, come dice santa Teresa.

Per tutte e due queste fatiche è soavissimo riposo lo Spirito Santo. Quanto alla prima ne è testimonio sant'Agostino, il quale dopo aver battuta la via del vizio non trova dove sollevarsi dalla sua spirituale fiacchezza se non nello Spirito Santo. Avendo egli cercato prima il riposo nelle creature, vide che non gli apparecchiavano se non durissimi letti nei quali si tormentava maggiormente lo spirito, e volgendosi e rivolgendosi in ogni lato fu costretto alla fine ad alzarsi per cercare il riposa dove veramente si trova, cioè in Dio. Cosi confessa: « O strade storte e di perdizione per le quali io, cieco, per molto tempo camminai; guai a quell'anima audace, qual fu la mia, che sperò di star meglio ed in maggior quiete lontana dal suo Signore!... Tu solo, o mio Dio, sei vero riposo dell'anima. Ecco che con la tua sola presenza ci liberi da errori miserabili, ci metti sulla vera strada del Paradiso, ci vai sollevando dalle difficoltà del viaggio, ci prometti di portarci persino sulle tue braccia: correte, ci dici, che io vi condurrò e vi porterò al termine del cammino alla Patria celeste. O caro riposo in Dio, che, riposando conduci in sicuro e felice viaggio perchè egli stesso ci porta ».

Per cui il glorioso Santo, compatendo coloro i quali s'affogano correndo nella strada precipitosa del vizio, li ammonisce che se ne ritornino, che si rimettano sul sentiero della virtù se vogliono giungere al vero riposo.

« Deh, ritornate, peccatori, in voi stessi ed unitevi col vostro bene, col vostro creatore, vostro Signore e Dio. In lui solo riposatevi e sarete per sempre quieti. E dove mai ve ne andate per luoghi aspri e precipitosi? La felicità ed il bene che voi amate vi sarà molto amaro, e giustamente perchè l'amate fuori del vero bene, anzi abbandonando il vero Bene, dal quale ogni bene dipende. Ma perchè camminate su strade difficili e faticose? Non sta certo il riposo dove voi lo cercate. Cercatelo pure, che fate bene, ma cercatelo dove si trova. Voi cercate la vita nel paese della morte! Questa è grande cecità e pazzia ».

Anche il profeta Michea, prima di sant'Agostino, rivolto a coloro che erravano indirizzo nella ricerca del riposo disse, anzi li pregò che andassero al sicuro ospizio, al vero riposo:

« Voi che siete stanchi, indeboliti dal viaggio e quaggiù non trovate chi vi sollevi dalle fatiche, andate. E dove? In seno al vostro Signore che vi aspetta e vi desidera ».

Quanto alla seconda specie di fatica, che provano le anime di vita interiore nel vedersi obbligate a vivere fra gli uomini e a stare nel mondo dove tutto le stanca ed affanna, dico parimenti che lo Spirito Santo è il loro più soave riposo, perchè quando vedono la falsità delle cose sensibili, subito si rivolgono amorosamente al vero Bene, che sanno riposa in loro, nel centro del loro cuore; quivi, con essa sfogano i loro affetti, a lui si consacrano, in lui si abbandonano ed in lui dolcemente consolandosi si quietano e si riposano. Così faceva sant'Agostino, il quale già innamorato del suo Signore e trovandosi a volte annoiato dagli intrighi del mondo, vedeva le vanità nella loro malizia ed allora chiudeva gli occhi e diceva: « Via, che nemmeno voglio vederla, è troppo deforme la bellezza che ama il mondo, non sia mai vero ch'io sollevi pur un occhio solo per guardarla! Sì, santa innocenza dei giusti, cara consolazione dei tribolati, dolce riposo degli eletti, mio bene, mio Signore, te solo io bramo, voglio, desidero ».

Oh, se ti conoscessero, mio Dio, tutti coloro che cercano la quiete nelle vanità, nei piaceri del senso, nelle ricchezze, negli onori e nei peccati! Aprite, aprite gli occhi tutti voi che ve ne andate alla cieca per la via dell'iniquità. In Dio sta la vera quiete, il vera riposo. E volendo, con poco ci si arriva, cioè col solo dar luogo in noi alla venuta dello Spirito Santo e, vicendevolmente, alloggiando noi nel suo ospizio; ma per dirla in poche parole basta pentirci di averlo offeso, piangere le nostre colpe ed amare di vero cuore lui solo. Poco stento dunque, per giungervi e per riposarsi in Dio: si fugga il vizio, si calpesti il mondo, si ami il sommo Bene e tanto basta.

 

LO SPIRITO SANTO E' REFRIGERIO NELL'ARSURA

In aestu tempéries. Refrigerio nell'arsura. SEQUENZA.

Dentro di noi abbiamo dei forti e nocivi ardori, i quali accesi smoderatamente ci recano molestia. Uno è quello della concupiscenza, la quale si pasce di se medesima e perciò non si estingue mai il suo furore, sempre arde con grande travaglio della povera anima che ne patisce l'importuna battaglia. L'altro è quello dell'ira, la quale irragionevolmente alterandosi ed infiammandosi, offusca il lume dell'intelletto, toglie l'uso della ragione e rende l'uomo deforme dall'essere di uomo. Questi due ardori, con fuoco nocivo talmente si alimentano l'uno coll'altro che, crescendo questo al calore di quello, tutti e due d'accordo inseparabilmente rovinano l'anima meno cauta.

Dentro di noi vi sono ancora altre moleste passioni, che tralascio di enumerare, bastandomi ricordare che nell'appetito sensitivo risiedono undici passioni, le quali non moderate, si elevano come impetuosi incendi a danno delle nostre anime. Queste, dunque, in mezzo a tante fiamme così pericolose quale scampo avranno? Quale sarà la pioggia che discende in tempo ad estinguere, tali ardori? Quale rugiada sarà sì abbondante da moderare il calore che le abbrucia? Non altro certo che quella promessa dal profeta Osea, non altro che quella pioggia celeste che previde Davide riconoscendola dalla mano del Signore, effetto della divina volontà, non altro che lo Spirito Santo, il quale dal cielo stillò e stilla sempre pioggia sopra il terreno dei nostri cuori.

Non altro che lo Spirito Santo il quale, come aura fresca e delicata, spirando nel più secreto delle anime, estingue e tempera i loro nocivi ardori. Siano pure accese le nostre passioni, se verrà sopra di noi ed in noi questa divina rugiada, subito si tempererà ogni calore. Avverrà a noi come ai tre fanciulli ebrei, i quali, gettati nell'orribile fornace di Babilonia, non furono affatto molestati dal fuoco, anzi passeggiando tra le fiamme godevano una frescura di paradiso. E questo vento rugiadoso non era che lo Spirito Santo, il quale come una soavissima primavera temperava e smorzava gli ardori di quelle fiamme, e penetrando nel cuore dei tre fanciulli li rese impassibili all'incendio.

Ora capisco la causa per cui la Sposa dei Cantici tanto desiderava questo rugiadoso vento, sì che entrata nel suo giardino, in mezzo ai calori d'estate, sospirando amorosamente diceva: « Venite, o aure di paradiso, venite, o austro celeste, e spirando fra le verdeggianti piante del mia orto fate sì che io possa godere il sospirato fresco e l'abbondanza dei frutti che voi spirando recate ». L'auro o austro che la diletta Sposa qui domanda, è quello Spirito che la Chiesa chiama « in aestu tempéries ». L'orto dove lo invita è il cuore, le piante del quale sono le virtù e i frutti sono le opere virtuose. Ella conosceva che il calore degli affetti terreni non può essere temperato se non da quell'austro che introduce tranquillità d'aria e fa cadere la rugiada dal cielo, ed ammollisce la terra affinchè germoglino i fiori.

Caro e rugiadoso venticello dello Spirito Santo, vieni e spira dentro l'orto di questo cuore nel quale, son certo, subito si sentiranno fragranze di paradiso, buoni odori di opere virtuose come si sentivano nell'Apostolo san Paolo: « Siamo il buon profumo di Cristo ». E scorreranno gli aromi delle virtù, che temperano gli ardori delle passioni ed ornano l'anima vagamente con odorosi fiori di santi pensieri e di ottimi desideri di Dio. O delicatissima aura, o delicatissimo Spirito, « in aestu tempéries », vedi in quali eccessivi calori ardono adesso gli uomini, vedi com'è arida e secca la terra dei loro cuori, che è già divenuta sterile e non dà più nè fiori nè frutti. Vieni, dunque, e tempera il caldo di questa troppo lunga estate. Vieni e fa a noi conoscere che tu solo sei in « aestu tempéries ».

In sant'Agostino bollivano gli ardori delle concupiscenze mentre si trovava nella babilonia del mondo e dei suoi peccati e, posto in mezzo alle fiamme delle passioni, veniva meno ogni giorno perchè non poteva liberarsene. Ma quando l'aura purissima dello Spirito Santo temperò quegli ardori, smorzò quelle fiamme, cosparse di celeste rugiada quel cuore affannato e spirò nell'orto dell'anima, inselvatichito così da non produrre che triboli, spine ed ortiche, lo tramutò in un ameno giardino, adorno dei profumati fiori di ogni virtù.

Così lo meritassimo anche noi, poveri ed infelici, che rare volte siamo liberi dai molesti ed importuni impeti della concupiscenza. Così potessimo anche noi

godere il gustossimmo fresco di quel soffio divino. E lo possiamo se lo vogliamo: basta ritrarci dalla fangosa e paludosa valle delle nostre colpe e dei nostri abiti viziosi, e saliremo il monte della virtù, sicuri che subito colà godremo la frescura di questo delicatissimo zefiro. Non lo sentì il profeta Elia fino a tanto che fuggendo dall'empia Jezabele non arrivò sulla cima del monte Oreb, dove affannato dal viaggio e accaldato dalla fatica meritò di godere il caro rinfresco che il tenue soffio d'un venticello dolcemente gli portò, dal quale si sentì ricreare nell'anima, riconfortare nel cuore e rinvigorire nel corpo. Nè altro fu questo sottile soffio, di vento se non lo Spirito Santo, il quale con quel segno sensibile gli causò nell'anima spirituali effetti di grazia, poichè in mezzo a quel dolce soffio di aria delicata gli parlò il Signore, come narra la Sacra Scrittura.

Anche i Santi furono molestati dagli ardori della concupiscenza: chi sentiva gli stimoli dell'ira e chi era tormentato dalle fiamme dell'altrui furore, ma facendo ricorso a Dio sentivano subito temperarsi gli incendi, mitigarsi i nocivi ardori allo spirare del celeste, delizioso fresco.

Si vede bene quanto pazzo sia colui che fuori del Signore e della sua grazia cerca salute. Egli non troverà se non chi attizzi maggiormente il suo calore ed inciamperà in fosse di pece, di bitume acceso e di zolfo, ed alla fine cadrà in fornaci inestinguibili d'invecchiate e moltiplicate iniquità.

Sant'Agostino compassionando l'anima infelice che incauta cammina alla perdizione, grida: « E dove va mai la meschina a gettarsi in un torrente di pece bollente, fra le tetre concupiscenze? Oh, ricorra a chi può darle vera pace e riposo e si ritragga dal mal inteso cammino. Apra il cuore, scopra il seno, chiami lo Spirito Santo perchè le smorzi i maligni ardori ». Epulone domandò una goccia d'acqua per temperare i calori delle fiamme infernali che lo abbruciavano, e non gli fu concessa. Egli sapeva che solo la dolcezza di paradiso, quanta ne è contenuta in una goccia di acqua, poteva estinguere non solo l'immensa fornace che lo tormentava ma poteva raddolcire tutta l'amarezza dell'inferno. Se non fu concessa al condannato Epulone una stilla di acqua per refrigerargli la lingua, è ben concesso ad ogni anima, non dico una stilla ma un torrente pieno, un fiume abbondante di grazia se, conoscendosi essa ardere fra le fiamme delle sue passioni, griderà dolente e pentita al suo Signore Gesù Cristo, che si compiaccia inviarle quello Spirito ristoratore e consolatore ch'egli promise ai suoi discepoli.

Lo Spirito Santo è il « dito » della destra del Padre. Tocchi dunque la lingua ed il palato dell'anima mia questo dito onnipotente, stillandovi sopra l'acqua viva della sua grazia divina, perché mi sento bruciare dalle fiamme delle passioni. Una stilla, una goccia sola dell'acqua viva della grazia è bastevole per smorzare ogni più vasto incendio d'un cuore perduto, così come una goccia sola delle dolcezze di paradiso fu da sant'Agostino e dal ricco del Vangelo giudicata sufficiente per spegnere le fiamme dell'inferno e per addolcire tutte le sue amarezze.

Mi tocchi dunque e venga in me questo santissimo Spirito, e dolcemente spirando dentro al mio cuore spenga le fiamme della pece del peccato ed accenda ed attizzi altrettanto maggiormente e luminosamente quelle fragranti del divino amore. Ma non mi accontento di solo questo: entri questa santissimo Parachto nelle anime di tutti i fedeli, e col delicato suo tocco le conduca sulla vera via del cielo, affinchè non abbiano tutte ad ardere nelle fiamme delle passioni, dei vizi e dei peccati.

Tocca, o sacratissimo « dito » della destra del Padre, le anime nostre nel centro più vivo e segreto, perchè solo allora ne resteremo rinvigoriti, ed una soave brezza di consolazioni divine modererà il calore eccessivo dei nostri appetiti. Spira, o aura di paradiso, fatti sentire, o fresco delicatissimo, e dai colli eterni scendi a temperare i pestilenziali calori delle nostre fangose valli. Fortunati coloro, i quali, desiderosi di godere questo zefiro, si mettono in luogo dov'egli spira e ne rimangono consolati e ricreati!

 

LO SPIRITO SANTO E' CONSOLAZIONE NEL PIANTO

In fletu solntium. Consolazione nel pianto. SEQUENZA.

Grande beatitudine trovano coloro i quali sono fatti degni di patire tribolazioni e di spargere lagrime di dolore per amore di Dio; perchè così si rendono meritevoli di avere per proprio sollievo l'imperturbabile allegrezza dello Spirito Santo.

Questa è così sovrabbondante che sarebbero bene impiegati tutti i giorni di nostra vita, se li passassimo in pianto, per averla poi a godere; essa è così dolce che toglie tutta l'amarezza d'ogni dolore che si possa soffrire in questo mondo, ed è così eccessiva che rende beata la stessa miseria, e felice la stessa infelicità. Nelle angoscie e nei pianti di questa nostra valle di lagrime, sofferti con rassegnazione nella volontà del Signore, c'è piuttosto la gioia che la tristezza. Oh, come sono invidiabili le lagrime dei giusti, esse formano quelle acque fortunate sopra delle quali tanto gode passeggiare lo Spirito Santo. L'Ecclesiaste dice che è meglio andare nella casa in cui si piange che in quella in cui allegramente si banchetta. Tutti coloro che entrano nella prima, meritano d'avere poi lo Spirito Santo che rasciughi loro le lagrime.

Che dirò poi se le lagrime sono spremute da un cuore contrito? Se nascono dal dolore dei peccati per aver offeso la maestà divina? Allora hanno virtù e forza tale d'attirare a sè lo Spirito consolatore. E perchè tanta forza hanno le lagrime? Perchè lavano l'anima e la rendono bella e gradita abitazione dello Spirito Santo, il quale mediante la grazia scende ad abitarvi in modo particolare, attirato dal suo amore infinito verso di noi, sue miserabili creature.

Nostro Signore sapeva bene che scompare ogni tristezza e si asciuga ogni lagrima quando v'è nelle anime l'allegrezza del cielo ed il gaudio dello Spirito Santo. Sapeva che al comparire di questo sole si sciolgono le tenebre di mestizia, si diradano le nubi del dolore e cessano le pioggie del pianto, perciò dopo aver promesso ai suoi Apostoli la venuta dello Spirito Santo disse: « La vostra tristezza si muterà in gioia », perchè lo Spirito divino ha in sè la virtù di recare conforto, consolazione e gaudio spirituale. « La tristezza si muterà in gioia » in tutti quelli che innocentemente perseguitati patiscono tribolazioni, o che contriti delle loro colpe si struggono in lagrime di compunzione, perchè così si rendono degni della sua grazia. Nel mondo

v'è chi possa totalmente rasserenare una mente non rannuvolata da pensieri di tristezza, perchè il vero gaudio è frutto dello Spirito Santo. Quando un'anima giunge a questo stato di grazia, cioè è degna d'essere abitata da tanto ospite, purchè ella non lo rifiuti col peccato mortale, sta al sicuro, perchè ha già conseguita la vera allegrezza e la vera consolazione.

San Bernardo disse che l'anima gode in terra il gaudio del regno di Dio e della corte del cielo, nasce dalla santità, giustizia e pace interna, anzi l'anima prova doppia allegrezza quaggiù: sia per i beni della gloria futura, sia per quelli di cui ha già l'investitura, come ha l'investitura dei travagli terreni che le servono di scala per salire più in alto ai beni eterni.

Salomone distingueva il tempo in due misure: « il tempo di piangere, il tempo di ridere »: forse uno lo assegnava alle lagrime, ed è quello che consumano i peccatori privi della grazia dello Spirito Santo, vivendo nelle vanità e pazzie del mondo, l'altro è quello che godono i giusti in compagnia di questo dolcissimo Spirito.

Quando sentono che dentro al loro cuore parla amorosamente Iddio e dice: « Eccomi », non hanno più che a desiderarlo, e venuti in possesso d'un tanto bene si quietano, si consolano e si rallegrano. Per questo il profeta Isaia volendo consolare un po' Gerusalemme non addusse altro motivo per farle rasciugare le lagrime, se non che Iddio e lo Spirito suo stavano molto vicino, anzi dentro di lei. La sola presenza di questo grande e sommo Iddio era sufficiente per rasciugare ogni lagrima, fosse pure spremuta da un cuore privo di libertà, soggetto alle catene e a mille calamità. Così che la presenza della maestà divina in un'anima addolcisce ogni amarezza, solleva da ogni mestizia ed asciuga ogni lagrima.

E tutti quelli i quali, perseguitati ed odiati dal mondo, se ne stanno afflitti, derelitti e piangenti, saranno consolati. Ma perchè si sappia che tale consolazione non viene loro differita fin dopo morte, al loro entrare « nel gaudio del Signore », si fa sentire san Giovanni Crisostomo e dice che alla Spirito Santo non dà l'animo di prolungare tanto il loro sollievo. Egli concede ai suoi cari, anche in questa vita, le allegrezze del cielo. Pare che tema di averci aggravati troppo con precetti ed obbligazioni di perfezione, i quali ci costringono ad essere perfetti come il Padre celeste, onde viene egli in persona e si fa conforto nel nostro pianto, e ci fa leggero ogni peso, soave ogni giogo e lieta ogni tristezza.

Ancorchè a migliaia ci venissero addosso le tribolazioni e a fiumi ci sgorgassero dagli occhi le lagrime, o i dolori dell'inferno ci circondassero, basterebbe una sola stilla del gaudio dello Spirito Santo per renderci beati pure in mezzo a queste miserie. Ognuno dei più afflitti può dire: « O quanto sei buono, o Signore. Io mi trovavo in mezzo ai travagli, nel buio delle mie ignoranze, nel bollore delle mie spirituali battaglie, e nel crudo ed aspro delle mie affezioni, e tu mi hai mandato dal cielo lo Spirito Paraclito come istruttore, guida, maestro, consolatore ed ausilio ».

Il divino Spirito si compiace molto delle lagrime e dei gemiti, perchè con essi si lavano e purgano le macchie della coscienza e le sozzure dell'anima, e quanto è più abbondante il pianto tanto maggiore è l'innocenza del cuore, e per conseguenza tanto maggiore e la grazia dello Spirito Santo e tanto più intenso il gaudio che si gode. I sospiri e i gemiti sono il dolce canto delle sacre colombe, cioè le lagrime sono le consolazioni delle anime giuste.

I giusti si dilettano nel pianta e nel dolore dei peccati perchè sanno quanto Iddio li gusti e quanto egli sappia allora consolarli e dare loro copioso premio. I figliuoli d'Israele piangevano amaramente per le disgrazie che i loro peccati avevano attirato sulla città di Gerusalemme, e Iddio compiacendosi dei loro gemiti mandò lo Spirito Santo sopra il profeta Isaia perchè li consolasse.

O beatissimo Spirito, chi non ti dirà con Tobia: « conforto della mia vita »? Tu sei la nostra vera allegrezza, la nostra vera consolazione: «In fletu solatium».

Vieni dunque, e mettiti nel mezzo del nostro cuore per prenderne assoluto possesso, con la speranza di goderti per sempre nel paradiso, dove non vi sarà più memoria di pianto nè di tristezza. E voi, o anime elette, che vi vedete circondate da nemici che vi contrastano la vittoria delle passioni, la conquista delle virtù ed il possesso dei beni eterni, non date più lagrime nè sospiri perchè il gaudio dello Spirito Santo, che in voi e sopra di voi si diffonde, sarà anche la nostra fortezza per conseguire la vittoria.

Rallegratevi pure, rasciugate il pianto perchè con la venuta dello Spirito divino, con la presenza di così lieto e benigno ospite vi sta preparata una immensa conso

lazione, la quale vi riempirà di delizie spirituali e di gloria.

 

LO SPIRITO SANTO E' LUCE BEATISSIMA

O lux beatissima, reple cordis ìntima tuórum fidélium. O luce beatissima, inonda l'intimo dei cuori dei tuoi fedeli. SEQUENZA.

La santa Chiesa ripete qui per la terza volta il bel nome di « luce », e con questo titolo che è l'espressione delle qualità dello Spirito Santo, lo invita di nuovo nelle anime dei fedeli.

Le tenebre che devono essere rischiarate, o meglio dissipate da questa « luce », sono tante: alcune avvolgono il cuore dei peccatori, e sono le colpe gravi che causano in essi una oscurissima notte per la mancanza del sole di giustizia; altre offuscano il cielo delle anime, e sono i peccati veniali, le imperfezioni leggere e gli affetti disordinati. Tutte queste tenebre e nebbie devono essere disperse e distrutte dalla luce divina di questo Spirito Santo, cioè dalla sua grazia, dalla carità e dai suoi sette doni. Per questo la Chiesa con triplicate istanze lo supplica a degnarsi d'illuminare e di spargere benignamente i suoi raggi affinchè si verifichi quello che disse Gesù: « Il Padre fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi ».

Frutto di questa « luce », dice san Paolo, è operare il tutto con bontà, perfezione, giustizia e verità, di modo che tutto l'interiore ed esteriore dell'uomo spiri integrità ed innocenza e tutto sia conforme al consiglio di Gesù: « Non abbia in sè nessuna parte oscura ». La Chiesa nella seconda parte del versetto: « Reple cordis ìntima » dice allo Spirito Santo di riempire non d'altro che di se stesso il cuore dei suoi figli.

Penetra, o Spirito sacrosanto, a « luce celeste », nell'intimo delle anime cristiane e spargi i tuoi chiarissimi raggi, ché non resti in esse neppure una minima parte che di te non sia colma. O lume eterno, o splendore della gloria del Padre, o sole divino.

Si dice che la luce non riempie ma illumina, così fa lo Spirito Santo. Egli non riempie ma illumina, non occupa un luogo. E perchè dunque canta la Chiesa: « Reple cordis ìntima »? Eppure se ne serve con grandissima ragione, con riflessione e molto a proposito: « Reple » perchè nessun'altra cosa all'infuori di questo Spirito di Dio, non altri che questo lume può pienamente soddisfare l'appetito spirituale dell'anima, riempire il cuore dell'uomo, saziare i suoi desideri e tranquillizzare i moti inquieti della volontà, la quale non può trovare pace nei beni terreni.

Nel mondo non si può trovare alcuna cosa che possa riempire la capacità grande del cuore umano o dell'anima, perchè essendo essa tale che basta a contenere lo stessa Iddio, tutto ciò che non è Dio non può né saziarla nè riempirla. Le ricchezze non la riempiono, perchè essendo creata per i tesori eterni del cielo non può trovare il suo fine o la sua beatitudine in quelli falsi della terra. Non la saziano i piaceri del senso, perchè, essendo tutto spirito, tiene l'inclinazione divina verso i piaceri eterni e non verso quelli corruttibili e fallaci. Non le danno quiete le vanità del mondo, perchè sa che l'aspettano oggetti più belli e dilettevoli.

Non l'appagano gli onori, perchè qui nel mondo non trova quelle verità per le quali è destinata e creata. Troppo grande è la capacità del cuore umano; esso, è vero, è angusto e piccolo di dimensioni ma vasto ed immenso di desideri. Il mondo tutto non basta, nè quanto il mondo contiene, per riempirlo e soddisfarlo nei suoi desideri.

E tutto ciò perchè esso è di tale dignità che solo il sommo bene lo può contentare. Aman si riteneva per misero sebbene la fortuna lo avesse favorito con ogni prodigalità, e niente gli pareva d'avere di contentezza fintanto che gli mancava l'ossequio di Mardocheo, il quale sedeva su nuda terra alle porte del palazzo reale di Assuero.

Il cuore non si sazia dei primati di regno, delle maggioranze di corte, dell'ossequio di tutto un popolo, della grazia del re, della copia di grandi tesori, del concetto della persona, dell'amministrazione dei beni regi e della precedenza tra i nobili. Il fratello del figliuol prodigo era felicissimo, eppure si rammaricava tanto per la festa che si faceva al fratello sviato; ed avendo ogni bene nella casa del padre, desiderava passatempi e conviti fuori di essa e si lamentava col padre.

O quanto t'inganni cercando e pensando di trovare contentezze fuori della casa del Padre, cioè fuori di Dio! Non può essere e non troverai mai consolazione se Iddio non celebra convito nel tuo cuore, cioè se non hai con te lo Spirito di Dio, se non hai una monda coscienza, la quale come dice il Savio, è un continuo lieto banchetto. Davide era abbondantissimo di ricchezze e di ogni qualsivoglia comodità, eppure non stava contento ed andava dicendo: « Io sono povero e dolente ».

Niente mancava al re Acab, eppure sconsolato si affliggeva perchè non era padrone d'una piccola vigna di Naboth. Il ricco del Vangelo aveva copiosi beni, eppure andava gridando tutto mesto ed afflitto: « Che farò mai io che non ho granai abbastanza dove riporre il raccolto? ». Il cuore dell'uomo non può saziarsi con questi beni terreni, anzi l'abbondanza lo rende povero ed inquieto e gli causa l'ansia di avere di più, ma niente mai arriva a possedere finchè non giunge allo Spirito di Dio.

Esso rimane sempre famelico, e quanto più di terra si pasce tanto più famelico si sente. Venga dunque il vero e sommo bene, esso solo ci può contentare. Venga lo Spirito Santo che solo ci può riempire.

Sant'Agostino diceva: «Tutte le altre cose mi rendono miserabile, ma tu solo basti, o divinissimo tesoro, per arricchirmi, tu solo basti per farmi sazio, quieto e contento».

Ecco dunque con quanta ragione la Chiesa dice: « O luce beatissima, inonda l'intimo del cuore dei fedeli ». Essa sa bene che non vi è altro se non questo immenso Signore il quale possa riempire la grande capacità dell'anima nostra. E dice «cordis ìntima » perchè Iddio solo può unirsi all'anima per « ìntimum, illìlpsum », come dicono i teologi. « Cordis ìntima » perchè molto profondi sono i segreti ricettacoli del nostro cuore, e tanti ne ha quanti sono i suoi desideri, i quali possono essere infiniti ed estendersi all'infinito.

Tutti questi desideri possono facilmente essere saziati, contentati e riempiti dalla luce del divinissimo Spirito. Tale è la causa, per cui ciascun uomo naturalmente desidera il sommo bene, che è la sua beatitudine, l'ultimo suo fine, poichè l'esperienza gl'insegna che in nessun altro può trovare la sua quiete e rendere pago il suo cuore. Il cuore dell'uomo vive per dare ricetto a Dio e per essere da lui posseduto ed occupato, ma se non sta fisso in questo desiderio del bene eterno sarà sempre volubile, vuoto ed incostante non trovando fuori di Dio il suo centro, il suo cibo, la sua beatitudine, tanto ad esso necessari. Quando arriva a non desiderare altro, nè altro volere che il suo Dio, allora si sente sazio, pieno, quieto, amorosamente posseduto ed occupato.

Piacesse a Dio che tutti i fedeli cristiani ripieni di Spirito Santo si vuotassero affatto delle cose del mondo, oh, come allora direbbero con san Francesco: « Deus meus et omnia! ». Tengo il mio Dio nel mio cuore nè d'altro più mi curo, perchè con questo solo io sto contento ed ogni cosa in lui solo io trovo.

Chi vive del mondo non trova questa felicità, perchè a tali persone sembra troppo poco avere Iddio, senza avere con esso i beni della terra. Sant'Agostino riprende così costoro: O cecità grande di coloro i quali, mettendo come loro ultimo fine le ricchezze, i piaceri e gli onori, non si curano di godere Dio. Si sentono sempre famelici ed ansiosi, e stando vuoti di Dio non trovano chi li possa riempire. Illuminali tu, o beatissimo lume, e fa' che conoscano il loro cuore ».

Fossimo tutti noi illustrati e fatti degni di questa grazia che facesti a santa Teresa, la quale si vide una volta tutta ripiena di Dio e le pareva che il Signore, veduto trino nelle Persone e uno nell'essenza e natura, le occupasse e riempisse tutta l'anima, e che di questa non ci fosse parte alcuna la quale non rimanesse illuminata.

Io per me non voglio saper altro dei piaceri della terra e nemmeno desidero più saziarmi dei cibi velenosi di questo mondo: « O Lux beatissima, reple cordis intima tuórum fidélium ». La Chiesa servendosi di questo verbo « reple » dà a conoscere che il cuore prima che venga la Spirito Santo deve essere vuoto, perchè non si può riempire se non quello che prima è vuoto.

Negli « Atti degli Apostoli », si legge che furono tutti riempiti di Spirito Santo, e del glorioso protomartire santa Stefano si dice: « Essendo pieno di Spirito Santo ». San Paolo scrive a quelli di Efeso: « Riempitevi di Spirito Santo ». E tutte le Sacre Scritture nel loro stile ordinaria spiegano la missione dello Spirito Santo nei cuori degli uomini con la frase la quale significa riempire la capacità del loro vuoto.

Vieni, dunque, o chiarissima luce, e penetra nell'intimo dei nostri cuori, vieni e riempi tutti gli angoli più cupi e segreti delle anime nostre: « Veni, Sancte Spìritus, reple tuórum corda fidéhum ».

E voi, anime elette, « riempitevi di Spirito Santo », cioè non mettete ostacolo ed impedimento all'ingresso di questa luce divina. Disponetevi con vivi desideri, con amorosi affetti, con opere virtuose e con orazioni giaculatorie per ricevere abbondantemente chi solo vi può saziare, contentare e riempire.

 

LO SPIRITO SANTO E' UN GRANDE AIUTO

Sine tuo nùmine nihil est in hómine. Senza il tuo aiuto non v'è nulla nell'uomo. SEQUENZA.

Il presente versetto viene molto bene dopo quello sopra spiegato: la Chiesa chiedeva in quello la luce dello Spirito Santo per illuminare e riempire il cuore dei fedeli, ed ora dà la ragione di quell'invito, dicendo che se egli non viene, essi restano vuoti e privi di ogni sostanza e di vita.

Da ciò si deduce che nell'uomo giusto si trovano due modi di essere. Uno è l'essere naturale, si può dire quasi materiale, per cui è stato fatto dal suo primo nulla mediante la creazione. L'altro è l'essere soprannaturale, spirituale e divino, per cui è tratto fuori dal suo niente peccaminoso mediante la grazia dello Spirito Santo, la quale comunicandosi all'uomo lo crea, per così dire, di nuovo, traendolo dal peccato e confermandolo nell'essere di grazia.

Questa creazione la chiedeva con grande istanza il re Davide dicendo: « O Dio, crea in me un cuore puro ». Quando la santa Chiesa canta: « Senza il tuo aiuto nulla vi è nell'uomo », vuol dire che se lo Spirito Santo si allontana dall'uomo, questi si riduce subito al miserabile niente che era prima che la grazia divina lo confemasse nell'essere soprannaturale mediante la presenza di questo Spirito nell'anima. Ed infatti niente sono coloro i quali stanno senza questa luce celeste. Lo dice il Savio nei Proverbi: « Verte impios et non erunt guardali pure da una parte e dall'altra e sempre troverai che non hanno più l'essere ». Tutte le ricchezze spirituali che possedevano, tutte le virtù che tenevano dentro nell'anima loro già son ridotte in niente, perchè solo in te e da te, o Spirito divino, avevano il loro essere. Allontanandosi dal cuore lo Spirito creatore e confermatore, andranno a finire in niente tutti i tesori di grazia, i copiasi meriti e le più intense virtù, per quanto grandi essi possano essere.

O povera, meschina ed infelice anima, che eri una volta oggetto dei teneri amori del tuo Signore, nobile tempio dello Spirito Santo, viva immagine di tutta la santissima Trinità, ecco come per tua colpa ritirandoti dal volto di Dio sei « ridotta a niente ad nìhilum dedùcta ». E Geremia dice: «Mirai pur io, e rimirai curioso in ogni tuo lato per vedere se vi era rimasta qualche cosa di te, se trovavo qualche avanzo del tuo primo essere, ma con mio grave cordoglio vidi che essendoti fatta tutta terrena, anzi tutta terra perchè ti sei data in preda agli affetti terreni, di te non rimaneva neppure memoria della sostanza spirituale, ed essendo vuota di Dio, il tutto era ridotto in niente. Anzi se prima ti conobbi bella e splendente come il cielo, perchè in te abitava colui che i cieli non possono contenere, poi, tramontando in te la luce dello Spirito Santo, rimanesti in tenebre oscurissime ».

Per la privazione ed assenza di Dio il bello ed il buono ch'era confermato in un'anima si riduce in niente.

Davide l'ha esperimentato. Egli dice: « Io ch'ero il diletto del mio Signore, fatto secondo il cuore di lui; io che fui il terrore dei miei nemici e lo specchio delle virtù, perchè una sola volta mi allontanai dal cospetto dello Spirito divino rimasi privo della sua grazia e mi precipitai nell'abisso profondo del nulla e meno che nulla cioè del nulla peccaminoso ».

Chiunque si ritira dalla presenza di questo Paraclito, chiunque rimane privo di lui, poco gli giovano tutte le grazie che altre volte da lui ha ricevuto. Non si vanti d'aver sapienza e dottrina, quantunque fosse al par dei Cherubini, non si glorii d'aver eloquenza di uomo il più fecondo, ne giova confessi d'aver dispensato tutte le sue ricchezze ai poveri, o sopportato i maggiori tormenti dei martiri: se non ha lo Spirito Santo in sè con la sua grazia, è un niente e nulla vale. Lo dice bene san Paolo scrivendo ai Corinti; di niente si stima l'Apostolo perchè un niente considerava se stesso se non avesse avuto in sè lo Spirito di Dio, che è Spirito di carità.

O nulla, nulla, principio d'ogni male, perchè sei fatto senza il principio del bene? I santi Padri con questo « nulla » intendono molte volte il peccato il quale, secondo la dottrina di molti teologi, consiste appunto in un misero e maligno niente, che il tutto distrugge. San Giovanni Evangelista disse che il niente fu fatto senza Dio: « Sine ipso factum est nihil »: questo niente si riferisce apertamente al peccato, il quale solo fra tutte le cose create si fece senza l'assistenza di Dio.

La Chiesa supplica ottimamente lo Spirito Santo a dimorare nelle anime e per dargli maggior motivo di condiscendere a sì giusta, santa e ragionevole domanda gli soggiunge che se non ci fa degni della sua presenza, rimaniamo tutti nel nulla, cioè sepolti nelle tenebre del peccato.

Bisogna vegliare a guardia del proprio cuore perchè non entrino i nemici spirituali. I poveri peccatori non se ne avvedono fino a tanta che qualche raggio di quella luce che invoca la santa Chiesa non illumina l'intelletto e dà loro qualche barlume perchè possano vedere la loro infelicissima povertà. Allora apre gli occhi anche l'anima e con amarezza di cuore si guarda e si mira, e niente ritrova in sè delle primitive sue bellezze.

O lucidissima luce del cielo, ch'io non chiuda mai gli occhi, ma sia sempre sveglio alla custodia dei miei affetti, mai li perda di vista per non smarrire me medesimo nel niente! Senza di te niente so e niente posso, senza di te sarò pieno di mali e d'iniquità e mi sarà da Ezechiele fulminata quella terribile sentenza: « Pessima cosa hai fatto privandoti della somma bontà di Dio per riempirti d'iniquità, e con la moltitudine di questa hai imbrattato la bellezza del tuo cuore, ch'era mondo; ora qual castigo ti si conviene? Sei divenuto niente, e niente sarai in perpetuo! Ohimè, che dura parola, che cruda sentenza!».

Uditela e capitela voi tutti che vi rallegrate nel vostro niente, voi che dopo aver perduto la grazia dello Spirito Santo non solo non sentite rimorso di coscienza o dolore ma vi pigliate bel tempo, ve la passate allegramente e non vi avvedete che siete dei miserabili! Intendete e considerate che cosa vuol dire essere sempre privo di grazia e restare sempre sepolto nel niente del peccato!

Vieni, dunque, o cara luce di paradiso! Vieni, o essere sostanziale e divino, e dà l'essere di grazia anche a quelli che non lo vogliono, crea in loro ed in me un cuore mondo, stendi la tua potente e benignissima mano, e togliendoci dal nulla donaci liberalmente te stesso, che sei il tutto.

 

SENZA LO SPIRITO SANTO NULLA E' SENZA COLPA

Sine tuo nùmine nihil est innóxiumn. Senza il tuo aiuto nulla è senza colpa. SEQUENZA.

Senza la presenza di Dio niente è senza colpe, nessuna cosa è innocente, il tutto è reo di iniquità e di peccato. Se noi potessimo cogli occhi del corpo vedere la deformità di un'anima abbandonata da questo Spirito divino, e lo sconcerto in cui rimane l'uomo interiore, certamente rimarremmo inorriditi e si accenderebbero in noi desideri molto efficaci di stare sempre uniti con Dio.

Io non dubito che un santo timore ci terrebbe sempre ansiosi di confermare la nostra innocenza, e ci sarebbe di continuo avvertimento per non disgustare chi ci dona tanto bene e tanta bellezza. Vedremmo che allontanandosi lo Spirito di Dio dall'anima nostra, fugge subito anche la nostra innocenza e si annientano le forze per ogni opera buona e meritoria. Allora i pensieri non sono più innocenti ma bensì oziosi, vani e dissipati, non avendo più l'anima forze per raccoglierli in Dio ed impiegarli in sante meditazioni. E se a volte ci troviamo con la mente occupata ed applicata in cose spirituali, lo dobbiamo riconoscere come beneficio dello Spirito Santo e affatto attribuirlo a nostra virtù e devozione.

Neppure un buon pensiero possiamo avere noi con le nostre sole forze, perchè ogni nostra abilità l'abbiamo da Dio, il quale per sua grande bontà ci dona lo Spirito Santo, che è vita della nostra vita. « Nihil est innóxium », le parole non sono innocenti perchè senza la direzione ed assistenza dello Spirito Santo, maestro di ogni virtù, qualificatore d'ogni espressione, non possono essere se non piene di errori e manifestare i cattivi pensieri della nostra mente corrotta. Senza di lui la nostra lingua non può pronunciare alcuna parola buona di verità o di edificazione; san Paolo dice: « Nessuno può dire: Signore Gesù! se non nello Spirito Santo ». Se la lingua non è mossa e regolata dallo Spirito Santo che abita nel nostro cuore, tutti i discorsi saranno di mondo, perchè, mancando all'anima la virtù del cielo, ella rimane tutta terrena e per conseguenza sono di terra anche i suoi ragionamenti e le sue parole.

Chi parla alla presenza di questo Spirito Paraclito non può dir parola la quale sia contro i dettami della virtù oppure offensiva per il prossimo, e molto meno che abbia suono di bestemmia e d'ingiuria del nostro benignissimo Signore Gesù Cristo. E' lo Spirito Santo che suggerisce, mette sul labbro ed articola le parole affinchè siano sante, caste e diano edificazione.

Quando per qualsivoglia evenienza dobbiamo conversare cogli uomini, mettiamoci alla divina presenza e allora i nostri discorsi saranno santi e le nostre parole usciranno con saggezza. Se questo vale per le parole, quanto più abbiamo bisogno del divino aiuto per le opere: l'uomo non può fare un'azione buona, per quanto piccola essa sia, se non ha in sè il principio d'ogni merito che gliela ispira. Il Signore fece intendere al Vescovo di Sardi che le sue azioni non avevano nessun valore presso Dio perchè non erano piene di Spirito Santo e non erano fatte alla sua presenza; glielo fece scrivere dall'Evangelista san Giovanni, come è raccontato nell'Apocalisse'.

O mio Dio, le mie azioni saranno piene di te e del tuo Spirito? Avrò io solo l'apparenza di uomo vivo, essendo realmente morto dinanzi a te? Deh, non sia così, ma, abitando tu nel mio cuore, dammi la vera vita e concedimi che non respiri se non in te, così le mie azioni saranno sante, innocenti e meritorie. Ho detto mie azioni, ma sono tue, sola tu vuoi che si attribuiscano a me per darmi poi, conformemente a quelle, il premio, premiando in me quello che tu in me operi. Non saranno senza macchia di qualche colpa o d'imperfezioni anche le nostre suppliche ed orazioni, che alle volte materialmente facciamo senza di te, ma tu sei colui che preghi il Padre dentro di noi, e con gemiti inenarrabili lo supplichi a concederci le grazie che ci occorrono per giungere alla salvezza eterna.

Noi non sappiamo come si debba fare orazione e nemmeno sappiamo quello che ci conviene domandare a Dio per nostro utile, perchè lo Spirito Santo è quello il quale prega per noi e porge al Padre le suppliche di ciò che ci è necessario. E mancando lui, la nostra orazione diverrà distrazione.

Il nostro cuore non sarà innocente se non ha dallo Spirito Santo il suo moto, senza di lui sarebbe sepolcro dal quale uscirebbero le male opere, morte alla grazia perchè prive del respiro dello Spirito Santo.

Neppure il nostro intelletto sarà innocente, perchè senza l'assistenza dello Spirito Santo, che è luce, s'imbatterebbe in grossi errori, in ignoranze colpevoli, in falsi inganni. Non sarà innocente la volontà, perchè prima che al vero bene si attacca al falso e sensibile e si riempie di mille affetti disordinati. Nemmeno la memoria sarà innocente, perchè se è lontana da Dio andrà vagando in rimembranze sciocche e mondane, e non sentirà il richiamo del Pastore il quale la vuole ricondurre a sè e la richiama dai pascoli velenosi delle immagini e specie sensibili e sensuali.

L'innocenza, dunque, non troverà luogo nell'uomo, nè all'interno nè all'esterno, se egli vive lontano dallo Spirito Santo. Gli occhi saranno i primi a cacciare da sè l'innocenza e a dare ricetto alla colpa che per essi entrerà nell'anima. Mancando ad essi la pupilla che è lo Spirito Santo, essi cooperano ciecamente ai danni dell'anima dando il guasto al cuore.

Come sono piene di mistici sentimenti e quanto sono misteriose le parole di cui si serve la Chiesa per invitare e muovere lo Spirito divino a venire nelle anime dei fedeli, e per conseguenza quanta forza avranno presso Dio affinchè non ci lasci senza quel divinissimo lume, per il quale vien cacciato da noi ogni male e confermato ogni bene.

Santa innocenza, non mi abbandonare ma fa' che si possa dire con verità che in me «nihil est innoxium ». Cara giustizia, non mi sfuggire ma fa' che talmente io mi stringa a te, da non disciogliermene più in eterno. O preziosa purezza, non ti allontanare mai dal mio cuore.

 

LO SPIRITO SANTO LAVA CIO' CHE E' SORDIDO

Lava quod est sórdidum. Lava ciò che è sordido. SEQUENZA.

Gesù nostro bene, redentore e maestro, quando volle dar la vista al cieco nato, dopo che gli ebbe cosparsi gli occhi col fango fatto con la saliva e un po' di polvere, gli comandò di andare a lavarsi nella fontana di Siloe, e quello con gran fede andò, si lavò e restò sano. Tutti noi miseri peccatori siamo ciechi e per di più sporchi di fango, ma non impastato di saliva nè dalle mani di Cristo, bensì tenuto insieme da viscoso, dovuto alla nostra concupiscenza e suggestioni del demonio.

Se ci riconosciamo bisognosi d'essere illuminati e d'essere lavati, dove andremo? « In natatória Siloe nella fonte di Siloe ». San Giovanni Evangelista dice che Siloe s'interpretava in antico « missus ». E questo nome « missus », conviene allo Spirito Santo, il quale veramente, conforme la dottrina di san Tommaso, dei teologi e dei santi Padri, si dice « mandato ».

Lo Spirito Santo si dice « missus » e di lui disse Cristo: « Mittam eum ad vos lo manderò a voi ».

Natatoria poi è lo stesso che fonte, e lo Spirito Santo è chiamato dalla santa Chiesa « fonte »: « fons vivus ». Ora se noi siamo ciechi e privi della luce del cielo perchè sporchi del fango dei nostri peccati, non altrove che in questa « fonte viva » possiamo essere lavati e mondati. Perciò la Chiesa con profonda riflessione, da lui medesimo ispirata, dice allo Spirito Santo: « Lava quod est sordidum », lava ogni anima, lava ognuno dei miei fedeli.

La fontana di Siloe stava ai piedi del monte Sion, monte dal quale discese lo Spirito Santo, nel giorno di Pentecoste, sopra gli Apostoli congregati nel Cenacolo. Le acque di questa fonte scaturivano con impeto e con grande strepito, e poi di nuovo nascondendosi quietamente fra certi canali, in silenzio scorrevano nel seno o guado dove facevano una grande peschiera che si chiama nel Vangelo « natatóna », ed uscendo di nuovo per appositi canali si diffondevano ad innaffiare i giardini del re di Gerusalemme.

Tutte queste proprietà e circostanze si riscontrano nella nostra « fonte » e celeste Siloe, nello Spirito Santo da cui la Chiesa domanda l'acqua viva della grazia per lavare le macchie dei peccatori. Sopra gli Apostoli egli venne con strepito e rumore, e sulle anime nostre scende quotidianamente a similitudine della Siloe, dapprima « con grande strepito » per cacciare e sradicare i nostri vizi e i demoni, i quali oppongono resistenza e causano rumore e moto nell'interiore dell'anima, poi, penetrando nelle midolle di questa, causa una dolce quiete, un sacro e mistico silenzio delle potenze spirituali.

La Siloe fu un miracoloso frutto delle orazioni di Isaia, il quale prima di morire pregò il Signore che facesse ivi scaturire dell'acqua. La petizione del profeta fu esaudita e il luogo della sorgente fu chiamato Siloe, che vuol dire « mandato »; difatti il beneficio tanto necessario ed opportuno venne dal cielo.

Anche sotto il re Ezechia si rinnovò il miracoloso beneficio delle acque di Siloe: la città di Gerusalemme era circondata ed assediata dai nemici e si trovava in una grande penuria di acqua; il profeta allora ricorse al Signore, supplicandolo a non permettere che il suo popolo perisse a causa della sete; i soldati che difendevano la città erano in grande angustia, disperati di non poter sfuggire a questo genere di morte, i nemici stavano ai piedi del monte Sion ed assediavano la zona di Siloe. Il Signore rinnovò allora il miracolo: infatti quando venivano ad attingere acqua i giudei, la sorgente scaturiva e quando venivano i soldati dell'esercito nemico l'acqua si nascondeva nel sottosuolo, scorrendo segretamente.

La venuta dello Spirito Santo nell'anima è frutto dell'orazione, perchè lo Spirito non scende se non in chi lo desidera e lo supplica con istanza. Il medesimo nostro Redentore c'insegnò questo, perchè egli stesso disse che prima di mandarlo sopra gli Apostoli, fece orazione: « Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito »; perciò gli Apostoli e i discepoli, conforme all'esempio e al comando del Maestro, stettero congregati nel Cenacolo pregando, invocando ed aspettando lo Spirito Santo in aiuto delle anime.

E come le acque della Siloe si nascondevano da se medesime ai nemici d'Israele, così si nasconde e fugge lo Spirito Santo da chi lo contrasta e gli muove guerra col peccato. Le acque di Siloe avevano non solo la virtù di lavare e mondare i corpi ma ancora di levare ad essi il cattivo odore e dare sanità agli occhi, così appunto fa lo Spirito Santo: lava le sozzure dell'anima prodotte dai vizi, scaccia il fetore delle male opere ed illumina gli occhi interiori dello spirito.

Ora si vede come concordano le parole che il Redentore disse al cieco: « Vai e lavati nella fonte di Siloe », con quelle che la santa Chiesa dice allo Spirito Santo: « Lava quod est sórdidum ». Certamente egli è quella fonte non chiusa e sigillata ma aperta gratuitamente a tutti colora che vogliono purificarsi dalle macchie dei peccati. Non sembri strano che qui si attribuisca allo Spirito Santo il nome di fonte e le proprietà dell'acqua, avendo prima affermato che è luce e fuoco che riscalda ed abbrucia, poichè così usano parlare di lui la Sacra Scrittura e la Chiesa per dinotare i vari effetti che questo Spirito divino cagiona nell'anima.

San Giovanni Crisostomo dice che come fuoco accende ed infervora nella carità e come acqua lava le macchie e le sozzure delle colpe. Purifica come fuoco e monda come acqua, come fiamma consuma e dissecca l'umore della concupiscenza, come acqua refrigera gli ardori delle passioni. Quindi la Chiesa ricorre a lui come a limpidissima fonte dicendogli: « Lava quod est sórdidum ».

Quanti meravigliosi effetti produce poi l'acqua cadendo dal cielo in terra: dà il candore al giglio, l'azzurro al giacinto, il rosso alla rosa; la dolcezza al fico, l'amarezza all'assenzio, e così dona tutte le altre qualità agli altri fiori e frutti della terra! Oh, quanti e quanti sono gli effetti che cagiona lo Spirito Santo scendendo dal seno del Padre nel cuore degli uomini!

Dà vita all'anima, la nutre e la conforta, la riscalda nell'amore di Dio, l'accende nei desideri di virtù, la refrigera in quelli del vizio, la sazia e quieta, le spegne la sete del diletto terreno, la purifica e monda, la lava dal fango e dalla polvere delle affezioni terrene, dagli abiti viziosi e le imbianca la coscienza.

Se gli uomini considerassero tutte queste operazioni che la grazia dello Spirito Santo viene operando nelle anime, con quanta maggiore sollecitudine si andrebbe ad attingere a questa fonte viva, ci si lancerebbe in questo bagno salutifero e si berrebbe a questa limpidissima sorgente. La Samaritana, tutta imbrattata dalle sue colpe, andò ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe, fuori della città di Samaria, e trovò qui a sedere il Salvatore, entrò in discorso con lui, e, quella ch'era andata ad attingere acqua materiale e corruttibile, ritrovò la fonte d'acqua viva, spirituale ed eterna. Non se ne avvide però subito, glielo disse il benignissimo Gesù.

Che cosa intendesse Cristo per quest'acqua viva, ne convengono i santi Padri, che apertamente intendesse dire la grazia dello Spirito Santo, parendo alla sua sapienza divina che molto bene conveniva il nome e le qualità dell'acqua allo Spirito divino mentre stava comunicandosi ad un'anima tanto macchiata e lorda d'iniquità.

Ugone Cardinale seguendo il parere di sant'Agostino, di san Cirillo e di Eutimio, disse che la chiamò acqua viva con molto profondo mistero. L'acqua viva, dice Teofilatto, non è quella che giace immobile nelle lagune e nelle cisterne, ma bensì quella che scaturisce dal seno della terra, e sempre in moto scorre e si diffonde a beneficio non solo delle erbe, dei fiori e delle piante ma a bene ancora degli uomini. E tale appunto è l'acqua viva di cui parla il Signore, cioè la grazia dello Spirito Santo, la quale non sta oziosa nel cuore dove risiede, ma sempre opera, sempre lo muove a nuove operazioni, a santi progressi ed aumento di virtù. Perciò il Salvatore spiegò molto bene questa proprietà dello Spirito divino, che sta in continuo atto e moto nell'anima giusta per portarla all'accrescimento di santità e a maggiori meriti. Anzi più volte Gesù si valse della stessa metafora dell'acqua per dare a capire gli effetti mirabili dello Spirito Santo. « L'acqua che io darò, diventerà in lui una sorgente d'acqua zampillante nella vita eterna ». Perciò rimane spiegato come la Chiesa attribuisca allo Spirito Santo le proprietà dell'acqua e a lui faccia umile ricorso, domandandogli una lavanda universale in tutto ciò che scorge macchiato ed annerito nelle anime dei fedeli. « E che giubilo io sentirò, sembra ch'ella dica, se le vedrò una volta belle e risplendenti, totalmente monde da ogni colpa. Quale allegrezza se Dio farà questa grazia di lavare tutte le macchie, e che tutte le anime compariscano dinanzi a lui con la stola dell'innocenza! ».

Ma ahimè, che camminando per questa valle di lagrime, si pesta fango che imbrattai fino a tanto che viviamo pellegrini in questo esilio, lontani dalla nostra patria celeste, sempre e di continuo ci troveremo sudici ed impolverati. Dinanzi all'eterna innocenza nemmeno le stelle del cielo possono comparire senza macchia. Come potremo noi dunque presumere d'essere mondi, mentre se tali ci riteniamo, allora siamo più deformi ed imbrattati? Io non lo presumo, ma sperando nell'infinita bontà del Signore credo che potrò divenire candido più che la neve, se tu, o fonte di vita eterna, mi dai acqua per lavarmi. « Lava quod est sórdidum ».

Io tutto mi getto nelle tue acque, o Spirito Santo, e dentro mi sommergo tutto. Oh, potessi dire con il profeta Giona, ma in altro e migliore senso: « Le acque mi hanno sommerso fino all'anima ».

Così sia, o Signore, affrnchè possa udire dalla tua bocca le parole che dicesti ad Ezechiele: « Ti ho lavato con acqua e ti purificai ».

 

LO SPIRITO SANTO IRRIGA CIO' CHE E' ARIDO

Riga quod est aridum. Irriga ciò che è arido. SEQUENZA.

che lo Spirito Santo, conforme al detto fonte perenne d'acqua viva che sale fino alla vita eterna, la Chiesa non vuole allontanarsi così presto da questa riva deliziosa ed amena, prima di conseguire ciò che desidera per i suoi fedeli. Perciò, dopo di averlo supplicato che si compiaccia di lavare le macchie dei peccati, aggiunge nuove istanze afhinchè voglia ancora innaffiare il terreno del cuore d'ogni uomo, che per mancanza di quest'acqua celeste è divenuto arido e sterile: « Riga quod est aridum ».

In tempo di siccità, quando viene a mancare l'acqua materiale, si esperimentano gravi calamità che colpiscono tanto la vita vegetativa quanto quella animale, ma molto maggiori sono quelle cagionate dalla mancanza di quest'acqua spirituale in tempo di aridità e sterilità interiore. Delle prime parla san Giovanni Crisostomo, e dice che vennero sopra il popolo d'Israele in castigo della sua prevaricazione e idolatria quando il profeta Elia mosso da giusto zelo domandò a Dio vendetta, ed ottenne che per tre anni e mezzo non cadesse neppure una goccia d'acqua sopra la terra. E si vide allora la terra spaccarsi a larghe fenditure arsa da ogni lato, il cielo seccarsi, i fiumi senz'acqua, le sorgenti inaridire. l'aria pervasa da un bollente caldo, tanto che il sereno era per tutti un tormento e la tranquillità dell'atmosfera una molestia. Ardevano le notti, bruciavano i giorni, i seminati ardevano al sole, le piante languivano, i prati sfiorivano e i boschi si sfrondavano; era il digiuno delle campagne, la cui terra squallida soffocava in sè tutto ciò che aveva prodotto: in ogni creatura si vedeva la giusta ira di Dio.

Tutte queste miserie, nel senso morale, vengono a colpire quelle anime le quali, private per loro colpa di quest'acqua viva della grazia dello Spirito Santo, rimangono in una deplorevole aridità.

Per loro si secca il cielo perchè non piove più una stilla di consolazione divina, si apre la terra del loro cuore ad affetti bassi e ai diletti del senso, inaridiscono le due sorgenti dell'intelletto e della volontà: quello nei santi pensieri, meditazioni e cognizioni di Dio; questa nei desideri virtuosi ed affetti puri. Non spargono le loro lagrime che per cose basse e vili, non hanno più il riso alle labbra, e se c'è è forzato poichè il cuore soffoca nella tristezza; non alzano più gli occhi della mente al cielo, perchè sono solo intenti alle viltà della terra.

Godono il tempo nei piaceri che lasciano loro un indefinibile tormento, ogni cosa li annoia, niente li soddisfa. Se ne rimangono all'oscuro senza neppure un barlume d'un buon pensiero, ardono nelle passioni e, se loro sovviene il cielo e formulano qualche lume di Dio, si accorano nella tristezza. In questo stato d'animo si consumano tutti i buoni abiti di virtù, contratti anche con stento, si sradicano i costumi lodevoli e devoti, mancano le forze per ogni minimo atto di virtù; tutto va perduto, tutto va cadendo sotto il flagello dell'ira di Dio che per loro castigo tolse l'acqua viva della sua santissima grazia. Quali maggiori miserie possono venire ad un'anima? Che si può pensare di peggio d'un cuore arido, sterile e privo dello Spirito Santo? Per questo la Chiesa compassionando simili calamità dei suoi figli e conoscendo che nessun'altra cosa può restituire la fertilità ai loro cuori inariditi all'infuori dell'acqua di questa fonte celeste, lo supplica ad innaffiare con l'abbondanza delle sue acque tutti i fedeli in modo che ne restino pienamente imbevuti.

Lo Spirito Santo fu più volte chiamato da Cristo col nome di « acqua viva » e, penetrando nel significato di questo bel titolo, vediamo che il Maestro volle farci capire come nell'umore pingue di simile acqua la natura umana viene restituita alla sua prima fecondità e bellezza, anzi prendendo nuovo vigore ringiovanisce e fiorisce con odorosi germogli di virtù e produce soavissimi frutti di carità.

San Basilio dice che questa è quell'acqua la quale, scorrendo con dolce e dilettevole impeto, dà un suono armonioso nell'interiore dell'anima e, scacciando da essa l'oppressione di cuore e la tristezza, le porta i gaudi del Paradiso, così come canta il Salmista: « L'impeto di un fiume rallegra la città di Dio ».

Ezechiele dice che sulle rive di questo torrente nascono piante verdeggianti molto belle, fertili e copiose, che sono gli atti di virtù; e perchè si veda che il Profeta parla dell'acqua viva dello Spirito Santo, dice san Ge, rolamo, che vi aggiunge questa riflessione: « Perchè le sue acque usciranno dal santuario »; ed il santuario dal quale escono queste acque non è altro che il Padre eterno ed il Figliuolo, i quali vengono chiamati al singolare santuario, perchè sebbene siano distinti nelle persone formano però un solo ed unico principio operativo, dal quale procede lo Spirito Santo.

Le rive sulle quali si elevano le piante che mai si spogliano delle loro foglie e che sono sempre cariche di saporitissimi frutti, sono le potenze dell'anima: intelletto e volontà, nelle quali risiedono le virtù; qui risiedono ancora i moti dell'irascibile e concupiscibile che, innaffiati però dell'acqua viva e vivificati da sì dolce torrente, vengono fertilizzati con abbondanza e molteplicità d'atti eroici di virtù e di santità.

Il Profeta poi insiste a far credere come veramente simile fecondità di frutti celestiali non venga dalle sole potenze, per il loro essere naturale, ma dalla grazia dello Spirito Santo che le innaffia.

Di questo medesimo pensiero è sant'Agostino, il quale lo disse chiaramente con affettuose espressioni poichè assorto in un'amorosa e dolce contemplazione della bontà e beneficenza dello Spirito, a lui rivolto prorompe in questi sentimenti: « Tu col dolce e segreto fonte innaffi le anime che di vero cuore ti desiderano, ed hanno sete di te e procurano di stare alla tua presenza, non ammettendo altro pensiero che di te solo, Dio e Signore. Tu le innaffi affmchè la terra del cuore così coltivata e resa fertile dia il suo frutto, e l'anima produca opere di misericordia impiegandosi specialmente nel puro amore del prossimo per sovvenirlo nelle sue necessità spirituali e temporali ».

Questo è quel fiume che fu posto nel paradiso terrestre affinchè innaffiandolo lo rendesse fertile d'ogni sorta di frutta e mantenesse sempre verde l'albero della vita e della scienza del bene e del male. Il paradiso è l'anima giusta nella quale scorre l'acqua viva della grazia divina che fa crescere ogni giorno più i doni di Dio, facendo nuovi e migliori progressi ed abilitando l'anima a più illustri atti di virtù. Questa è quell'acqua viva bevendo della quale non si ha desiderio d'altre acque, perchè da sola basta a procurare ogni bene, ad estinguere ogni sete e a fecondare il terreno più sterile. « Chi berrà l'acqua che io gli darò, non avrà sete in eterno », così ce la dona il Signore, di maniera che, restando e crescendo dentro di noi, sia sempre gratuita, scorra sempre a nostro beneficio e beneplacito senza che usciamo fuori da noi stessi in cerca di torbidi rigagnoli con cui innaffiare il nostro cuore per dissetarlo. Molti però non accontentandosi dell'amenissima fonte, che possono avere a loro disposizione perchè dentro il loro cuore, vanno cercando per le strade d'Egitto e per le vie storte dei peccatori le fangose pozzanghere che senza dare il minimo beneficio hanno il potere d'insozzare l'anima fino alla parte sua più segreta.

Acqua dolce e cristallina che allagando l'orto dell'anima santa, chiuso agli animali nocivi, alle piccole volpi, cioè ai peccati ed alle imperfezioni, lo rendi copioso d'ogni specie di frutto!

Siloe sacrosanta, che scaturisci non meno che per lavare dal fango e dar vista ai ciechi che per innaffiare gli orti regi, che sono le anime pure, generose e leali!

Oh, quanti sono ancora coloro che trovandosi in mezzo a sì gran copia d'acque celestiali se ne stanno aridi come la pietra! Quanti per non chinarsi un po con un atto d'umiltà o di contrizione non attingano l'acqua da questa fonte di vita, e se ne muoiono di sete e d'arsura mancando loro l'umido indispensabile per l'anima, cioè la grazia di Dio. Dice Cesario di Arles che così avviene come quando uno voglia attingere acqua e bere da qualche fiume o fonte terrena e materiale, che se non si vuol chinare non può goder nulla; così non può essere irrigato dall'acqua viva dello Spirito Santo se non chi si vuole inchinare nell'esercizio dell'umiltà, conforme anche è scritto che: « Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili ». Quanti pur passeggiando sulle verdeggianti e fruttifere riviere di questo fiume di paradiso non vogliono seguire il sentiero che Cristo insegnò ai suoi servi, che è la via della croce, dei suoi precetti e consigli evangelici, camminando in una «terra riarsa, esausta, senz'acqua ».

Il Signore fa intendere a costoro per mezzo del profeta Isaia che se non vogliono in sè l'acqua viva della natatoria di Siloe per umettare le arsure del cuore saranno sommersi da fiumi impetuosi di peccati, di mali abiti che ben presto li soffocheranno per l'eternità. Nessuno dunque deve rigettare da sè l'acqua viva dello Spirito Santo per sommergersi nelle acque morte dell'iniquità, ma deve supplicare il medesimo Spirito che si compiaccia d'aprire la sua sorgente e condurre nelle anime nostre una vena d'acqua così salutifera, dicendo spesso con tutto il cuore: « Riga quod est aridum ».

Un altro genere di aridità consiste nella mancanza di devozione. Qui sembra che il cielo non voglia far cadere neppure una stilla di consolazione, perchè chi noia delle cose spirituali,

si trova in questo stato sente grande difficoltà ad operare per amore di Dio, oscurità nell'intelletto per meditare e contemplare la perfezione del Signore, o le verità eterne; tiepidezza nella volontà e anche nei sentimenti, nelle membra del corpo per applicarsi al servizio del Signore, da cui nascono rincrescimenti spirituali molto grandi, e questo può avvenire sovente anche alle anime provette nella virtù, come accadeva a san Bernardo, il quale racconta di se stesso che frequentemente sentiva gravissimo tedio. E così accadeva all'apostolo san Paolo, al quale era di aggravio persino la vita medesima.

Questa aridità può avere parecchie cause: può avvenire per le imperfezioni, che comunemente commette un'anima, per sua incuria, negligenza o volontariamente ed avvertitamente; per la moltitudine dei lavori e faccende esteriori; per le persecuzioni e travagli; da naturale indisposizione, per l'incostanza dell'immaginativa, dall'alterazione degli umori nel corpo, dall'operazione del demonio che sempre dà insidia alla quiete e salute delle anime; dalla disposizione del Signore il quale tratta così i suoi servi per provarli. Ma da qualunque causa sia generata questa aridità di cuore, bisogna sempre ricorrere allo Spirito consolatore, per ottenere da lui la dolce e saporitissima acqua della devozione.

I mistici distinguono due specie di devozione. La prima è puramente spirituale, e consiste in un atto della volontà, prodotto dalla stessa volontà per l'abito contratto della virtù della religione. Qui l'anima vuole tutto quello che è culto di Dio e di suo divino beneplacito. La seconda è devozione sensibile, la quale fa sentire una certa tenerezza d'affetto verso il Signore ed i suoi Santi, con una prontezza e vigore anche nella parte inferiore, anzi nel medesimo corpo, che fa operare fervorosamente al servizio di Dio. Questa procura spesso una straordinaria allegrezza di cuore e fa prorompere in lagrime di compunzione e di puro e tenero amore verso l'infinita bontà che così generosamente si comunica alle sue creature.

La prima è la vera devozione e può stare senza la seconda, ed è più radicata, maggiore e più intensa in quelli che non hanno tanta devozione sensibile. Conforme però l'esempio dei Santi si deve nutrire anche la devozione sensibile, anzi quando manca è bene cercarla con qualche diligenza che miri ad affezionare il cuore alle cose del culto di Dio.

« Riga quod est aridum ». La Chiesa domanda allo Spirito Santo una stilla d'acqua viva della vera devozione che bagni il cuore e che innaffi la volontà. Oh, la grazia della devozione, quale fervore apporta, quali tenerezze d'affetti, in quali voci di lodi di Dio prorompe! L'anima che riceve il dono della vera devozione si sente cambiata in un'altra, e divenuta tutta desideri di santità non sa parlare se non di Dio, non sa pensare se non a Dio, non sa amare se non Iddio. San Cirillo dice che non si accontenta di godere essa sola un tanto bene, ma subito procura che altri vadano ad attingere acqua da questa fonte, e sentendo in sè nuova luce di scienza divina insegna ancora ad altri la maniera d'arrivare a tanta felicità e grazia.

Si trovi pure l'anima in tale aridità di spirito fino a sentirsi disperata, parendole di stare già nell'inferno; se arriva però a bere di questa celeste fontana, si trova subito sollevata fino al più alto dei cieli, cioè fino a concentrarsi nell'abisso della divinità e riposarsi in seno a Dio.

O acqua santissima! Stolto è chi non ti desidera, cieco chi non ti cerca, misero chi non ti vuole! Scendi dai colli eterni e scorri per questa nostra valle innaffiando l'arido terreno dei nostri cuori. « Riga quod est aridum »: senza te siamo sterili, e con te siamo sempre in un'abbondante autunno con grande raccolta di frutta. Senza di te siamo aridi, con te godiamo della perenne fonte; senza di te gli ardori delle nostre concupiscenze ci abbruciano e con te le rugiade di paradiso ci rinfrescano; senza di te ardiamo sempre di sete perniciosa, e con te siamo sazi e non sappiamo desiderare più nulla; odi dunque, o dolce Spirito, le nostre brame, nè vogliano più tardare le tue grazie.

 

LO SPIRITO SANTO RISANA CIO' CHE E' FERITO

Sana quod est Risana ciò che sùucium. è ferito. SEQUENZA.

La santa Chiesa persevera nello stare presso la « fonte viva » di tutte le grazie, lo Spirito Santo, e, compassionando le molte e velenose ferite delle anime dei suoi fedeli, attende tutti qui affmchè bevendo a questa divina sorgente rimangano perfettamente sanate. Rivolta poi al medesimo Spirito vivificatore lo supplica di compiacersi a sanare quelle piaghe e a dar loro salvezza e vita: « sana quod est saucium ». Per guarire da mortali ferite, non è stravaganza ricorrere alle fonti delle acque.

Scrive Pausania che nella provincia dell'Acaia, od Egina, si trova alle rive del fiume Eusino una fontana d'acque prodigiose, nelle quali specchiandosi chiunque sia preso da qualche infermità, subito risente buoni effetti e conosce come deve curare il suo male. I naturalisti dicono parimenti che quando il cervo si sente ferito od avvelenato, non ha altro rimedio che bere delle acque di qualche limpida fonte, perciò istintivamente con grandissimo desiderio e velocità se ne corre per valli e monti a cercarla.

Davide, conforme a questo, sentendosi l'anima ferita a morte per il suo peccato e ricordandosi dell'acqua viva dello Spirito Santo, da cui solo poteva venire il suo rimedio, andava dicendo: « Come il cervo desidera la fonte delle acque, così l'anima mia desidera te, o Dio ». Ora dunque, alludendo a tutto questo, la Chiesa domanda allo Spirito Santo che sani e saldi le piaghe delle anime, cioè le colpe ed i peccati. E la petizione della Chiesa concorda molto bene coi desideri espressi dal Profeta, il quale paragona la sua anima al cervo assetato, che ansiosa anela alle acque della fonte per medicina ai suoi mali.

Il cervo, poi, fra le altre proprietà tiene anche questa: con le sue narici leva i serpenti dalle loro tane sotterranee e li uccide, e questo lo fa quando si sente aggravato dalle corna che gli sono cresciute e dal pelo del corpo invecchiato, perchè nell'estrarre i serpenti con le narici rimane da questi avvelenato ed in forza del veleno che gli arde di maligno calore le viscere, sorpreso da veementissima sete, desidera l'acqua per bere; perciò corre veloce a qualche fonte e qui avidamente si sazia. Fatto questo, gli cadono le corna antiche ed il pelo irsuto, e resta sano e quasi rinnovato a nuova vita.

Di qui la squisita similitudine tra il cervo e l'anima fedele: le corna lunghe significano i peccati di superbia, i peli denotano i peccati della carne e le opere di concupiscenza, che l'anima fedele depone subito appena arriva a bere dell'acqua viva della fonte della vita, cioè della grazia dello Spirito Santo.

Davide esperimentò in se stesso tutto questo quando peccò di superbia comandando a Gioab di numerare tutto il popolo soggetto al suo impero; dopo questo fatto conobbe l'errore e lo pianse amaramente col grande desiderio di riconcilarsi con Dio. Peccò anche di senso e per questo riflettendo che l'anima sua, qual cervo avvelenato, non poteva avere il rimedio e contravveleno altrove che alla sorgente della grazia divina e fonte di vita, che è lo Spirito Santo, ne ebbe ardentissima sete e non potendosi contenere proruppe nel versetto sopra citato. Ed egli parlava non soltanto per sè ma ancora per tutti i giusti e fedeli ai quali accade, come al cervo, di rimanere feriti da velenosi serpenti che sono i peccati ma, aiutati e fortificati dalla virtù e dal valore della grazia divina, uccidono questi serpenti levando da sè gli abiti viziosi, e da ciò si accende in loro una ardente sete, un vivo desiderio d'arrivare alla fonte della contemplazione, che è lo Spirito Santo, il quale ne è principio, fine ed oggetto.

Così i fedeli cristiani, convertiti dallo stato di colpa a quello di grazia, si danno alla vita spirituale e penitente, all'unione con Dio e all'orazione. Tutto questo domanda la santa Chiesa con queste poche parole: « Sana quod est saucium », supplicando lo Spirito Santo, che è fonte d'acqua viva e principio di vita spirituale e divina, che si compiaccia di evacuare il veleno delle colpe dalle anime dei cristiani, poichè come cervi essi sanno e possono uccidere i serpenti dei loro vizi e trovare nello Spirito Santo, che è fonte di vita eterna, il contravveleno per i loro mali.

La santa Chiesa prega con affetto di madre pietosa per ogni stato e condizione di persone fedeli: prega per i predicatori del Vangelo, per i religiosi, per tutti quelli che professano povertà volontaria, per i prelati e superiori, per i dottori e maestri della fede, per quelli che vivono congregati in fraterna carità e finalmente per tutti i fedeli cattolici. Prega perchè lo Spirito Santo dia perfetta salute all'anima e conceda ad ognuno la grazia di non perire sotto i morsi dello Spirito infernale, e per ottenere che tutti vivano sicuramente avvalorati dalla virtù della grazia divina.

La Sacra Scrittura avverte ancora che il cervo è simbolo di molte cose, le quali bene convengono ai giusti; è simbolo cioè della predicazione evangelica, della povertà volontaria, della fraterna amicizia e della fedeltà cattolica. E' simbolo dei predicatori evangelici perchè il suo istinto naturale lo porta ad essere nemico dei serpenti, e li ricerca nelle loro tane per ucciderli; così i predicatori del Vangelo si oppongono direttamente all'infedeltà degli eretici e alla malizia dei peccatori i quali vomitano il veleno dei loro falsi dogmi e delle loro prave azioni per infestare i cattolici e i promulgatori della verità, e s'affaticano per levarli dalle oscure e fetenti caverne del peccato e per incorporarli al gregge cattolico.

Dice il Salmista: « La voce del Signore prepara i cervi ». Il Signore cioè prepara i suoi cervi quando dà ai predicatori tale sapienza celeste capace di confondere le lingue avvelenate degli eretici. E la santa Chiesa prega per questi suoi figli prediletti, perchè lo Spirito Santo li assista e rinforzi, e, se venissero meno, li risani, o se patissero qualche detrimento nell'anima col lungo conversare e trattare con tali infedeli e peccatori, li ristabilisca nel suo Spirito divino.

Il cervo significa la povertà volontaria perchè è di tanta agilità, che correndo o saltando sfiora appena la terra e calpestando le spine non le sente, tanto leggermente le tocca, e si nutre della sommità dei teneri virgulti; così fa il povero che vive solo volontariamente la povertà: egli è di tale agilità, misticamente parlando, che tutto è celeste e spirituale, e benchè egli abiti col corpo sulla terra, con la mente sta sempre in cielo; non curandosi punto delle cose terrene, vive in mezzo alle spine, cioè alle ricchezze, ma non le sente perchè non le stima, nè vi si attacca con l'affetto; si nutre delle sommità dei teneri virgulti perchè cerca in primo luogo il cibo celeste per l'anima e poi quello terreno del corpo.

Mentre la santa Chiesa prega: « Sana quod est sìlucium », supplica lo Spirito Santo ad aver cura di quelli che, passando fra le spine delle ricchezze terrene

e fra i triboli delle vanità del mondo, avessero ricevuto qualche puntura nei piedi, cioè negli affetti e nella volontà; li voglia egli, Spirito divino e fonte d'acqua viva, subito risanare, affmchè ognuno possa cantare lietamente col Profeta l'inno di lode a Dio: « Rende i miei piedi come quelli delle cerve e mi fa stare sulle alture », il che vuol dire: risanò e fortificò perfettamente i miei piedi, affinchè gli affetti disordinati delle cose caduche non impediscano i miei passi, cioè le mie opere. Guarì i miei piedi, quindi il mio amore, col quale me ne vado a lui, mi fece agile come il cervo per passare fra gli spinosi, ombrosi ed intricati sentieri del mondo, e mi collocò in luogo elevato drizzando la mia intenzione verso le cose celesti.

Il cervo è simbolo dei pastori d'anime e prelati di santa Chiesa, perchè come esso cerca di stare sempre sui monti ed ama e desidera le acque delle limpide sorgenti, così qualsivoglia prelato e superiore a guisa di cervo deve sempre abitare sui monti della contemplazione e della perfezione e qui attingere acqua di sapienza per sè e per i suoi sudditi. La Chiesa ricorre per questi suoi figli allo Spirito Santo, perchè il demonio tende loro costante insidia per impedire che trovino le acque della sapienza e procura di farli rimanere deboli, fiacchi ed infermi. Essa invoca la fonte d'acqua viva, affinchè non li lasci all'asciutto e nell'arido.

Il cervo significa i dottori sacri e i maestri spirituali perchè, come dicono i naturalisti, quando la cerva deve dare alla luce i suoi figli, si abbassa verso terra e li partorisce con gran dolore, così i dottori ed i maestri di spirito che devono generare una figliuolanza spirituale devono abbassarsi dall'alto della contemplazione per accondiscendere in molte cose con l'indole dei sudditi, per saper compatire i deboli e comprendere i buoni, per farsi tutti a tutti e così guadagnare tutti, come appunto faceva l'apostolo san Paolo il quale disse di se medesimo: a Omnibus ómnia factus sum, ut omnes facerem salvos mi son fatto tutto a tutti per salvar tutti ».

Per questo la Chiesa prega con gran premura e sollecitudine, perchè da questi dipende il suo bene, la sua conservazione ed il suo aumento di vita; perciò sapendo che spesso quelli che tendono alla salute degli altri soffrono detrimento nelle anime proprie, ricorre allo Spirito Santo affinchè egli stesso dia spirito, conforti l'animo, conceda zelo e soprattutto dia perfetta sanità spirituale ai suoi maestri e dottori, rimuovendo le loro imperfezioni, moderando i loro affetti, curando le piaghe della loro anima e, se nella cura del loro insegnamento acquistassero spirito di superbia, sia pronto a sanare questo male in modo che essi possano essere sempre di edificazione e confermare con l'esempio delle loro opere ciò che predicano con le parole.

Il cervo è simbolo del vero amico e di tutti coloro che sono misericordiosi e pii col prossimo, perchè i cervi hanno tanta carità l'uno verso l'altro e, quando devono passare qualche fiume o ridotto d'acqua, i più forti e robusti compatendo i più deboli li aiutano in modo che passano senza fatica alcuna: si dispongono con tale ordine che i deboli appoggiano il capo sopra i più robusti affinchè non restando aggravati dal gran peso delle lunghe corna possono facilmente resistere all'impeto delle acque.

E con quale esempio di più fiorita carità si può spiegare la misericordia che gli uomini devono usare tra loro? I cervi, nel pericolo di sommersione e di morte, s'aiutano così che il forte soccorre l'infermo, affìnchè non perisca; per questo il Savio nei Proverbi lo chiama animale carissimo e gratissimo, ed è appunto per questa carità e grande grazia che usa verso il prossimo della sua specie.

La Chiesa desidera che tra i fedeli vi sia grande carità e misericordia, e vedendo che in alcuni tali virtù fanno difetto o mancano addirittura, perchè sono feriti dalle velenose saette dell'odio e dell'inimicizia, supplica lo Spirito Santo a sanare loro simili piaghe con l'acqua viva della carità e della grazia. Essa sa bene che se ottiene la sanità per queste ferite che storpiano i piedi agli uomini impedendo loro di camminare per la via della perfezione, allora sì ch'essi andranno veloci e salteranno come cervi.

Piacesse a Dio che questi desideri della Chiesa fossero pienamente adempiuti! Sia almeno in noi ciò che essa desidera, cioè grande affetto di carità e di misericordia verso il nostro prossimo, se vogliamo come cervi correre velocemente a Dio.

Nel cervo viene poi figurato ogni cristiano ed ogni anima giusta, perchè, oltre i paragoni sopra citati, esso desidera sempre le acque cristalline e perciò procura di abitare in alto vicino alle loro fonti; così il vero cristiano e l'anima santa desiderano sempre di stare vicino a Dio, fonte di vita, e di arrivare a vedere il suo volto come canta il Salmista: « L'anima mia ha sete di Dio forte e vivo: quando verrò e comparirò alla presenza di Dio? ». Ma poichè la finta bellezza degli oggetti terreni talvolta inganna l'anima e l'alletta tanto che rimane ferita da impuro amore, per cui si sente deviare dalla vera carità verso Dio, essa ricorre al medico celete e gli chiede di sanare tutte le sue piaghe: «Sana quod est sìiuctum ».

Sant'Agostino che si era dato con libertà ai suoi affetti ed alle cattive inclinazioni, impiegandosi nell'amore delle creature per dilettarsi in aggetti sensibili, si ritrovò tutto ulcere e piaghe, e queste poterono essere sanate dalla sola mano medica dello Spirito Santo e dal solo balsamo della sua grazia.

« Misero me dice il Santo cercavo fra le creature della terra qualche oggetto in cui impiegare gli affetti del mio cuore col desiderio d'essere corrisposto e riamato di reciproco amore. Allora avevo in odio la sicurezza, aborrivo la via libera da inciampi, da lacci ed insidie; sentivo dentro di me una gran fame di cibo interiore, il quale altro non era che il mio Dio. Ma di te certamente io non avevo fame, o mio Bene, ero svogliato e non appetivo alimenti incorruttibili e spirituali, non perchè io ne fossi già sazio ma perchè ne ero totalmente digiuno e tanto più mi sentivo nauseato di essi quanto più vuoto mi trovavo. Da qui si vede com'era inferma l'anima mia, che fattasi tutta ulcere verminose si gettava miserabilmente fuori di te in seno alle creature cercando solo la soddisfazione delle cose sensibili. Non mi riusciva dolce altro che l'amare e l'essere riamato ».

Ciò che di se stesso dice sant'Agostino accade anche a molti cristiani i quali, feriti dall'amore delle creature, non gustano più quello del Creatore e non assaporano più le dolcezze della grazia divina perchè il loro palato è guasto. Perciò la Chiesa supplica lo Spirito Santo di svelare a tutti questa inganna e di guarire le ferite del falso amore con l'acqua viva della sua grazia e dell'amore purissimo, casto e santo dell'infinita bontà e beltà divina.

« Sana quod est sùucium »: da quanti mali può risanare la perenne fonte di vita e l'acqua viva dello Spirito Santo! Questa è davvero la piscina probatica nella quale chiunque vi si gettava, veniva sanato, qualunque fosse la sua infermità. Le acque di questa però sono di virtù infinitamente maggiore, perchè se quelle recavano la sanità a chi primo si gettava dentro quando l'Angela di Dio scendeva dal cielo e le muoveva, queste danno la salute ad ogni ora e momento, e ridonano la vita a tutti coloro che in esse s'immergono, perchè, stando sempre in moto ed in atto, sono di virtù infinita e sempre operante.

O fonte viva, medicina vitale, medico celeste, discendi a noi dal seno del Padre, e chi sarà sì frenetico che ti rifiuti? Gesù entrò in casa di Simone dove la suocera di lui era molto travagliata da grandi febbri, ed egli non la risanò fintanto che i familiari non gli domandarono umilmente la grazia; allora comandò alle febbri che cessassero e all'inferma che stesse bene e così fu.

Tu, Spirito sacrosanto, vero medico delle anime, entra nella casa del nostro cuore dove l'anima nostra è inferma, piagata, febbricitante. Deh, ti prego, fa' uscire dalla tua bocca il grazioso comando e ordina che si risani, che cessino le febbri e che si risolvano i cattivi umori! Un solo tocco della tua mano onnipotente ci basta, una sola stilla del balsamo della tua grazia ci darà la salvezza. Sì, mio Bene, siamo tutti aggravati da mille infermità e continuamente le febbri maligne ci tormentano. A te umilmente ricorriamo come a principio d'ogni nostra salute perchè tu ci curi, ci medichi, ci risani. lo, misero, senza di te sento mancarmi, dunque vieni e cura le mie piaghe.

 

LO SPIRITO SANTO PIEGA CIO' CHE E' RIGIDO

Flecte quod est rìgidum. Piega ciò che è rigido. SEQUENZA.

Molto utile, anzi necessaria è questa petizione, che Chiesa fa allo Spirito Santo dicendo: « Flecte quod est rìgtdum ». Noi abbiamo una volontà perversa, la quale a volte, ingannata dai falsi beni di questo mondo, si ribella a Dio ed aderendo a quelli e a se stessa, diviene dura, rigida, ostinata e pertinace di modo che ci vuole poi la forza della grazia dello Spirito Santo e gli aiuti speciali della divina misericordia per piegarla ed attirarla al vero e sommo bene.

Se incomincia a cadere in qualche mancamento o peccato volontario ed avvertito, va peggiorando a poco a poco, di maniera che ne fa l'abito, e questo è così difficile a togliersi che vi sta ostinatamente dentro e pare non ne possa più uscire. Le ammonizioni non le giovano, le ispirazioni non la migliorano, gl'impulsi del cuore non la piegano, e, divenuta quasi inflessibile, abbisogna di una gran forza per piegarsi alla virtù.

Piega dunque, o bontà onnipotente, o grazia efficace dello Spirito Santo, l'inflessibilità dei nostri cuori, ammollisci la rigidezza delle nostre volontà e converti la nostra pertinace malizia, affinchè, lasciando i nostri mali abiti e perversi costumi, decliniamo e veniamo a te, sommo Bene, per non allontanarci da te mai più.

La Chiesa fa la medesima petizione espressamente chiara nell'orazione segreta della Messa del sabato dopo la quarta domenica di Quaresima. Chiama la volontà di peccato volontà ribelle, perchè dovendo essere suddita della volontà del Signore, a lui si ribella ogni qualvolta commette colpe mortali, facendosi suddita del demonio e serva del peccato. Si serve di questa parola « flecte », la quale denota la renitenza che fanno i peccatori alle persuasioni dei giusti ed alle ispirazioni di Dio, per convertirsi e lasciare i peccati. Il Signore medesimo rinfacciò questa durezza dei peccatori parlando per bocca del Savio nei Proverbi: « Vi chiamai e non voleste nè rispondere nè venire, vi porsi la mia mano ma non vi fu tra voi alcuno che si degnasse nemmeno di guardarla. Disprezzaste il mio consiglio e non vi curaste delle mie riprensioni ».

La medesima pertinacia egli rinfacciò alla città di Gerusalemme quando non volle arrendersi alle predicazioni di nostro Signore Gesù Cristo, nè alle sue fatiche e nemmeno ai suoi miracoli: « Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono mandati a te per tua salute, quante volte ho voluto e procurato di tirare a me i tuoi figliuoli come la gallina raccoglie sotto l'ali i suoi pulcini, e tu ingrata, ribelle e pertinace non hai voluto ».

Questo rimprovero mosse anche il protomartire santo Stefano a coloro i quali non vollero dare credito alla predicazione degli Apostoli nè alle sue parole e disse loro: « Uomini di testa dura, di cuore e d'orecchie incirconcise, voi fate sempre resistenza allo Spirito Santo, il quale con mille modi vi chiama e dolcemente vi fa violenza per tirarvi a sè e salvarvi »9.

E per questa appunto pianse amaramente sant'Agostino perchè si rese inflessibile agli impulsi dello Spirito Santo, sordo alle voci del cielo ed immobile alla forza con cui Dio giunse al suo cuore per mezzo delle parole persuasive, delle lagrime continue e delle efficaci preghiere della madre sua santa Monica, la quale tanto ebbe a soffrire prima di toglierlo dai suoi errori e rimuoverlo dalle sue iniquità; egli piange la sua durezza di cuore e dice: « Ahimè, che ancora ardisco di dire che peccando io, tu tacevi, o mio Signore, ed allontanandomi lo sempre più da te, tu non ti facevi più sentire a me. Così dunque tu tacevi nè ti curavi di me? E di chi erano se non tue, le parole che io intendevo per bocca di mia madre, tua fedele serva? Ma niente e nessuna voce penetrò mai nel mio cuore. Ella voleva ch'io mi astenessi dalle mie disonestà e mi ricordo che con sollecitudine straordinaria mi ammoniva, ma io reputava troppo donneschi quegli avvertimenti ed arrossivo di obbedirla. Eppure erano tuoi, o mio Dio, ed io non lo sapevo! E supponevo che tu tacessi e che mia madre parlasse da sè; così eri da me vilipeso, da me, figlio d'una madre sì santa, figlio d'una tua sì diletta ancella, da me indegnissima servo. Intanto come cieco mi precipitavo in ogni sorta di vizi e mi vergognavo di non essere così cattivo e peccatore come i miei coetanei, i quali facevano vanto delle loro malvagità.

Oh, grande ostinazione del mio cuore e durezza della mia volontà inflessibile! Quanto ho sospirato trovandomi così costretto in catene e non da catene materiali ma dalla mia ferrea volontà. Il nemico era in possesso del mio volere e con questo aveva intrecciato una catena con la quale mi teneva prigioniero. Tuttavia sentivo in me un impulso che mi spingeva a te, mio Bene, sentivo una volontà che mi chiamava a te, per amare e godere te solo; ma io le resistevo ed essa non fu bastante per trarmi dalle mie colpe e per superare la mia antica volontà, resa perversa dalle cattive consuetudini.

Dentro di me sentivo il conflitto di due volontà che si combattevano: l'una spirituale e l'altra carnale, ed in questo conflitto l'anima mia si dissipava. Sentivo le tue dolci parole, o Signore, con le quali cercavi destarmi dal mio letargo, ma io non sapevo che rispondere, perchè conoscevo benissimo la tua verità e la mia bugia. Ero convinto, eppure non sapevo che dire a me stesso, se non che promettevo di emendarmi, ma non subito, e quel tempo non giungeva mai perchè dicevo adesso, adesso vengo a te, o Signore, lasciami ancora un po'! Ma quell'adesso mai si faceva presente e quel poco ch'io domandavo d'indugio andava sempre in lungo.

Mio Dio, invano m'affaticavo per godere della dolcezza della tua legge, mentre dentro di me ne sentivo un'altra che faceva contrasto con la tua. E che altro è la legge del peccato se non la forza dell'abito invecchiato e della prava consuetudine dalla quale è trascinato, anche contro sua voglia, chi ad essa ha precedentemente corrisposto? Oh, me misero ed infelice, chi mi porge aiuto per liberarmi da tanti mali, se non la tua grazia, o divinissimo Spirito? ».

Così sant'Agostino confessa che la sua rigida nazione nel male e la sua inflessibile durezza di non potè essere piegata se non dalla dello Spirito Santo.

Questo Spirito entrando nell'anima e prendendone il possesso pose il piede sul collo della volontà, la piegò, la soggiogò e la fece tributaria dei suoi affetti. Questi non ebbero più forza di resistere e, benchè sero con tutte le diligenze, furono costretti campo.

Dice ancora il Santo: « Mi trattenevano ancora mille leggerezze e vanità di vanità, già mie antiche compagne, anzi amiche. Mi attanagliavano e scuotendo la veste della mia carne, mormorando sottovoce mi dicevano: Dunque ci abbandoni? Dunque non avremo più da stare assieme? Mio Dio, mi liberi la tua infinita misericordia da quelle cose che esse mi proponevano. Non cada mai più l'anima di questo tuo servo in ciò che esse mi suggeriscono. E mentre da loro furtivamente fuggivo, m'incitavano a guardare indietro. Per questo ritardai di portarmi là dove l'invisibile forza del cielo m'attirava e dove l'interna voce di Dio mi chiamava, per questo, perchè la vecchia consuetudine di peccare mi diceva: pensi forse di poter vivere senza i tuoi spassi? Pensi forse di poterla durare senza godere i tuoi soliti diletti e piaceri? Ma tu, o mia salvezza, fortemente mi attiravi e mi parlavi nel segreto del cuore di modo che finalmente mi piegasti e convertisti a te per non lasciarmi più mettere il cuore nei diletti del mondo e nei piaceri del secolo ».

« Flecte quod est rìgidum allo Spirito Santo di rinnovare gostino in favore di quei suoi duri nel male ed invecchiati » e la Chiesa domanda ciò che operò in sant'Agosstino fedeli che se muovere loro il cuore ed a piegare la volontà perchè sappia amare il solo vero Bene.

La sposa dei Cantici domandò lo stesso favore allo Sposo, cioè allo Spirito Santo, quando disse: « Attirami dietro a te »e, ella sapeva la resistenza che la volontà oppone alle mozioni interne, specie quando ha preso l'abito di qualche mancanza, e questo lo esperi, mentò in se stessa quando non si volle muovere dal letto in cui giaceva per aprire la porta del suo cuore allo Sposo che bussava e la invitava ai suoi castissimi amplessi dicendo: « Aprimi, o sorella mia e sposa » e lo lasciò partire. Perciò non fidandosi più di se stessa, supplica lo Spirito divino a farle tale violenza da smuoverla ed attrarla a sè anche se essa, ostinata, non volesse. E soggiunge: Se tu con la forza della tua grazia divina pieghi la mia inflessibilità, se tu mi dài la mano per tirarmi fuori dal letto dei miei vizi, io sono sicura. lo con la mia volontà, i miei affetti, le mie inclinazioni « correremo dietro il profumo dei tuoi unguenti »8, correremo velocemente dietro al soavissimo odore delle tue virtù.

Flecte quod est rìgidum, la Chiesa domanda qui due cose: primo che lo Spirito Santo abbassando l'orgoglio e la superbia di molti, conceda loro una vera umiltà; e lo domanda propriamente con la parola « flecte » che significa piegare, curvare o torcere una cosa che sale in alto, come per esempio i rami di un albero, che alzandosi troppo vengono dall'agricoltore abbassati e piegati verso la terra. Cosi canta la Chiesa in altro luogo: « Piega i rami, o albero alto », supplicando parimenti il Signore di umiliare ed abbassare gli animi superbi, prima con la cognizione delle proprie miserie, riconoscendo che niente hanno e niente possono se non viene loro dato da Dio, come diceva l'Apostolo: « Che cos'hai che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perchè ti glorii come non l'avessi ricevuto? »; poi con il disprezzo di se medesimi; e infine con il sopportare pazientemente le confusioni del proprio orgoglio, anzi rallegrarsi d'essere fatti degni di riceverle ad imitazione di nostro Signore Gesù Cristo.

Secondariamente nella presente petizione si domanda allo Spirito Santo che con il calore della sua carità ammollisca il cuore di coloro i quali non hanno amore di Dia, nè sanno che cosa sia amarlo, perchè la loro volontà è tutta impiegata nell'amore delle creature. E questo s'interpreta nella parola « rìgidum », che significa una cosa dura ed intirizzita per il freddo. La Chiesa supplica perciò il vero calore per sgelare i cuori che sono freddi e duri nella carità verso il prossimo, e per farli piegare con l'umiltà affinchè siano degni d'essere vivificati dallo Spirito Santo. Sant'Agostino dice: « Dio sta in alto. Ti fai umile? Egli scende vicino a te. Sei superbo? Egli si allontana da te ». Umiliati dunque, a anima mia, ed ama il tuo Dia, digli di cuore: « Flecte quod est rìgidum ».

Umiliati dunque, o peccatore superba, e convertiti al tuo Signore e digli: « Poichè io mi trovo intirizzito nei miei peccati, nei quali fui concepito e nacqui perchè figlia d'ira e servo dal peccato, fa' sì ch'io muoia almeno figlia ed erede della tua misericordia ».

 

LO SPIRITO SANTO RISCALDA CIO' CHE E' FREDDO

Fove quod est frìgidum. Riscalda ciò che è freddo. SEQUENZA.

La santa Chiesa domanda ora in modo più particolare ed espressivo allo Spirito Santo di riscaldare, e per sempre mantenere caldi, i cuori di coloro che hanno lasciato raffreddare la carità, il cui numero è davvero grande, perchè, come disse il Salvatore, troppo abbonda l'iniquità.

Ma perchè rimanga meglio spiegata questa petizione : « Fove quod est f rìgidum » dobbiamo ricordare che il verbo « foveo, foves » significa propriamente tenere e conservare caldo ciò che non è del tutto caldo e che perirebbe per la mancanza di forza propria, cioè per deficienza di virtù naturale, se non avesse questo aiuto, che gli accresce la virtù, lo fortifica nel calore che gli è necessario e così può vivere perfettamente. Così fa l'uccello coi suoi piccoli mentre sono nel nido, li riscalda perchè vivano; allo stesso modo fa la gallina che « raduna i suoi pulcini sotto le ali »; o più propriamente come fa la nutrice coi bambini che allatta, della quale dice san Paolo che fossero figli suoi ».

La Chiesa supplica primieramente lo Spirito Santo perchè riscaldi e rinvigorisca i tiepidi nel servizio di Dio, ed accresca in loro il calore della carità e l'amore di Dio, per vivere perfettamente la vita spirituale, che è vita divina. In secondo luogo gli dice di fare come la nutrice, di pigliare in seno, riscaldandoli, quelli che sono bambini nella virtù, di dare loro il latte perchè abbiano nuovo calore, forza e vigore per poter crescere « nella misura di età della pienezza di Cristo ».

Non senza maggior ragione la Chiesa rivolge la prima supplica allo Spirito Santo per i suoi fedeli, perchè il demonio si sforza e s'ingegna in tutti i modi d'introdurre in essi un certo tedio, torpore e raffreddamento di carità che affievolisce le anime nel servizio di Dio, e, pur non potendo trattenerli nelle perversità dei costumi e della colpa grave, s'accontenta che dopo convertiti siano dominati dal vizio dell'accidia, che li tiene freddi e negligenti nel servizio del Signore. Con questo si fanno le opere buone ma senza alcun fervore di spirito o prontezza d'animo, perchè si compiono o per usanza, o per forza, o per necessità.

Questo vizio regna specialmente in coloro i quali hanno cominciato un tempo a darsi alla vita spirituale, e come Davide si trovano presi talvolta dal tedio e torpore spirituale, onde il Profeta si lamenta: « L'anima mia si intorpidì per il tedio »; prima di lui lo provarono altri per cui veniva loro a nausea ogni cibo sirituale, ogni esercizio di virtù, e poco mancò non si trovassero nello stato peggiore di peccato mortale. San Bernardo dice che tale vizio e torpore stringe talmente le anime dei giusti che tutto viene loro a noia. Non possono allora nè fare orazione, nè leggere libri spirituali, nè meditare la legge del Signore, nè impiegarsi in opere esteriori e manuali, anzi talvolta rincresce loro persino la vita medesima e desiderano di morire. Poveri ed infelici noi se diamo adito a questo vizio, per nostra colpa: esso entra nell'anima a depredare quel po' di bene e di merito che coll'aiuto di Dio avevamo in molti anni acquistato. Miseri noi che, avendo cominciato con fervore di spirito, andiamo poi a finire in opere di carne. Invece di crescere nella virtù, nell'amare di Dio e nella perfezione dei costumi, andiamo a volte intiepidendo e raffreddando fino a mancare nei nostri principii fervorosi e risoluti. Ci troviamo inoltre senza devozione di mente, senza gratitudine per i benefici di Dio, senza luce per conoscere le grazie che ci ha fatto, per ritenere le verità necessarie e fondamentali per il nostro profitto.

Mettiamo da parte il timore di Dio, tralasciamo la santa e religiosa solitudine, ci effondiamo in discorsi vani, in curiosità, in facezie ed alle volte in mormorazioni e detrazioni. Ci dilettiamo in leggerezze rifuggendo da ogni fatica, da ogni mortificazione ed in fine da ogni esercizio di virtù.

Questo stato, dice san Bernardo, è pessimo e deplorabile perchè in esso si patisce un continuo inferno dentro al cuore, un continuo contrasto nelle potenze dell'anima, la quale col suo intelletto vede l'obbligo che ha di servire perfettamente il Signore, mentre la volontà impigrita gliene impedisce l'esercizio. L'intelletto la solleva in alto perchè essa ben conosce i meriti e la bontà del Redentore, che dovrebbe imitare; conosce la nobiltà delle virtù che dovrebbe praticare mentre dalla volontà viene trascinata al basso per seguire le inclinazioni nocive della parte inferiore. Sente un continuo contrasto interiore e prova un amarissimo purgatorio, anzi un inferno. Piacesse a Dio, continua san Bernardo, che come l'intelletto è convinto della verità, della virtù e della cognizione dei benefici divini, così la volontà rimanesse mossa per corrispondere a questi ed esercitare la virtù, ponendo termine a quell'amarissima divisione e molestissima contraddizione interiore.

Su, dunque, leviamoci da questo stato così miserabile, raccogliamo le forze dello spirito, ripariamo i danni dell'anima, scuotiamo da noi la perniciosa tiepidezza. Facciamolo almeno perchè questa lotta interiore ci è di grandissima molestia, causa prima di ogni dolore e porta il nome di ombra e di morte. E se facciamo professione di cercare il regno di Dio, procuriamo di gustare le cose del cielo anche in questa vita!

Ma come faremo a sottrarci a questa miseria, come potremo liberarci da sì diabolica tentazione? Anima mia, quale scampo avrai dalla faccia del tuo Signore,

il quale rimprovera la tua tiepidezza e ti minaccia severamente? Ahi, misera, non hai altro rimedio se non riconoscere il tuo fallo ed invocare il Signore perchè ti stenda benignamente il suo braccio, onde tirarti fuori da quel fango vischioso e liberarti da sì pericolosa tentazione. Deh prendimi, o Signore, traimi a te, noi correremo allettati dal buon profumo che esce da te.

Intanto abbiamo bisogno d'essere per forza aiutati, perchè s'è raffreddato in noi il fuoco del tuo amore e così freddi non possiamo correre speditamente come facevamo all'i1~ Io del nostro fervore. Correremo, o Signore, quando tu ci restituirai l'allegrezza del tuo divino Spirito, quando ritornerà la stagione più temperata della tua grazia divina, quando il sole di giustizia diffonderà i suoi caldi raggi, e spirando più mite l'aura della tua misericordia cominceranno a liquefarsi i profumati aromi delle virtù. Dico che allora correremo, perchè il torpore che adesso ci fa neghittosi si partirà da noi e ritornerà la devozione del cuore, nè più avremo necessità di essere tirati per forza, perchè ci troveremo infervorati dalle tue grazie divine.

Questo è il significato delle parole contenute nella suddetta petizione, e tutti questi sentimenti devoti stanno rinchiusi in essa. Quel « fove » è il memoriale compendio, nel quale si domanda allo Spirito Santo la carità e l'innocenza del cuore per qualsivoglia fedele, intiepidito e raffreddato nell'amore di Dio. Tale dev'essere la premura e la diligenza dei buoni servi di Dio e della Chiesa nel procurare cioè ogni rimedio a chi si è raffreddato nel servizio del Signore, onde ritorni in lui l'integrità dei costumi e la purità di cuore, necessarie ed indispensabili perchè l'anima possa di nuovo riscaldarsi ed infervorarsi nella virtù.

Quanto alla seconda parte della petizione, di cui si diceva in principio, la Chiesa domanda allo Spirito Santo di dare il suo latte spirituale a coloro che sono ancora bambini nella virtù, e che, così come pietosa nutrice, se li pigli in seno e fomenti in loro quel calore ancora tenue che ha bisogna di nuovo vigore per poter crescere « fino alla misura di età della pienezza di Cristo ». Già si sa che i principianti nella vita spirituale hanno molto bisogno dell'assistenza particolare dello Spirito Santo e del suo santo amore, che li riscaldi come bambini, perchè sono ancora pieni di umori peccaminosi, freddi e nocivi, che sono il resto dei loro abiti viziosi e dei loro peccati. E lo Spirito Santo non si lascia pregare invano, perchè per bocca d'Isaia promette di portare queste anime nel suo seno, e non solamente finchè hanno l'età bambina ma anche dopo, quando si saranno fatti vecchi, li porterà fino a metterli in salvo.

Sì, o benignissimo Spirito, abbine sollecita cura, e come diligente ed affettuosa nutrice stringili al seno della tua pietà, portali fuori dai pericoli del mondo ingannatore, fa' che conoscano che da te solo dipende ogni loro bene e che dovunque si volgono non trovano se non freddo e gelo di morte. Sappiano che la loro vita spirituale non è sicura se non sta unita alla tua grazia.

 

LO SPIRITO SANTO RADDRIZZA CIO' CHE E' STORTO

Rege quod est devium Raddrizza ciò che è stort. SEQUENZA

Lo Spirito Santo nei Proverbi disse: « La via traversa conduce alla morte»: chi cammina giù dalla strada della virtù va a terminare in qualche precipizio e alla fine trova la morte. Nonostante questo non è minimo il numero di coloro che deviando dai diritti sentieri che conducono all'eternità delle vere delizie, corrono sulle strade del vizio, per le quali giungono all'eternità dei tormenti. San Pietro apostolo dice che questi sano quei miserabili che mettono la loro beatitudine nei piaceri del mondo, e quanto vedono di dilettevole con gli occhi tanto desiderano con la volontà; non contenti di stancare se stessi sulla strada dell'iniquità procurano di avere dei compagni, ingannando così le anime dei fedeli incauti ed instabili, i quali divenuti figli di maledizione declinano dalla retta via del paradiso per seguire quella di Baal che conduce all'inferno.

La Chiesa ha compassione di costoro ed alzando la sua voce al cielo grida a quel Signore, che in figura di colonna di fumo precedeva il popolo d'Israele per guidarlo dal deserto alla terra promessa, che si compiaccia di fare ora il medesimo ufficio di fido condottiero a coloro che hanno smarrito la via del cielo: « Rege quod est dévium ». Essa sa che essendo bontà infinita ed infinito amore, lo Spirito Santo gode d'insegnare a tutti il cammino sicuro dell'eternità, come egli stesso afferma, avendo promesso di far conoscere la via più piana che conduce alla cima del monte della perfezione in questa vita e della carità gloriosa nell'altra: « Vi insegnerò la via giusta ».

Oh, quanto egli fa per ricondurre all'ovile la pecorella che allontanandosi dalle altre è andata vagando fuori di strada e s'è sperduta fra i dirupi dei monti! Oh, quanto gode se la vede di nuovo al sicuro assieme alle altre, non più sperduta e sbandata, ma fuori dai pericoli! Lo disse Gesù stesso nella parabola del pastore.

Il profeta Davide sapendo d'essere andato una volta fuori dal buon sentiero, in precipizio d'anima e di corpo, stava sempre in grande timore, e non fidando più in se stesso supplicava il Signore che rimirasse bene addentro nel suo cuore per vedere se ancora si trovavano sentimenti di perdizione. E' così grave cosa smarrire la diritta via, che chi lo esperimenta ne sente così gran male da provare poi singolare consolazione quando ritrova il giusto sentiero.

Il santo Profeta dice: « Lo so, mio Signore, che abbandonai te, pastore fido e benigno, e me ne andai vagando per le vie spinose dei miei peccati; ma non sono certo d'essere ritornato ancora sulla buona via, per non temere più gl'inciampi ed i pericoli, perciò esamina tu i miei passi, osserva i miei andamenti e se vedi che io esco dal retto sentiero dell'osservanza dei tuoi divini precetti, ti supplico di ricondurmi in essi perchè questa è la mia ultima volontà. Drizza tu i miei passi, perfeziona il mio andare in modo che non possa più, ancorchè lo volessi, declinare e levarmi fuori di riga».

Se tali erano i sentimenti del reale Profeta, non certo dissimili devono essere i nostri; se egli confessò il suo errore dicendo: « ho errato come una pecora sbandata », anche noi dobbiamo presentarci alla maestà divina come rei di vergognosa fuga, perchè tutti abbiamo lasciata la buona strada del cielo e siamo andati per faticose vie di perdizione. A te, vera vita e verità eterna, ora ritorniamo, non con altro guadagno che la noiosa stanchezza. Il nostro riposo sarà d'ora innanzi camminare con doppia lena sull'arduo e stretto sentiero che conduce alla vita.

Ma chi ci spianerà gl'intoppi? Chi ci mostrerà i pericoli? Chi ci drizzerà i passi per non sdrucciolare di nuovo? Non altri che tu, o divinissimo Spirito, e già l'hai promesso a ciascuno in particolare: « Ti mostrerò la via della sapienza », ed affmchè il cammino ci fosse più sicuro e più prospero tu stesso ti compiacesti di darci l'itinerario con gli avvertimenti del viaggio, nel libro dei Proverbi: « Io ti mostrerò la strada della sapienza », la quale non è altro che la carità, via la più eccellente e più nobile che trovare si possa per condurci all'eterno riposo.

« Ti condurrò per i sentieri dell'equità » che sono gli esercizi delle virtù e la pratica dei consigli evangelici. Posto che ti sarai incamminato per queste strade, non si angustieranno i tuoi passi, cioè i tuoi affetti, chè, quando avrai cominciato a servire il Signore, ti verrà spianata ogni difficoltà, nessuna cosa ti potrà arrestare nel cammino della virtù e nulla ti potrà impedire di fare i passi lunghi e veloci ma ogni giorno più ti si renderà soave il giogo di Cristo. « Correndo su questa via non inciamperai », perchè colui che corre fervoroso nel servizio della divina maestà passando dall'acquisto d'una virtù ad un'altra, alza i piedi, cioè gli affetti del suo cuore, staccandoli dalle cose terrene, transitorie e sensibili ed elevandoli al cielo. Non inciamperai perchè a tutti quelli che sono pronti, spediti e diligenti in tutto ciò che è di maggiore perfezione, ogni cosa riesce piana, soave, luminosa, poichè la carità che li sospinge e in essi vigorosa e rimuove ogni impedimento, spiana ogni intoppo e raddolcisce ogni amarezza.

Quando dunque la Chiesa dice: « rege quod est dévium » supplica lo Spirito Santo che si compiaccia di mantenere le sue divine promesse, d'insegnare a ciascuno dei fedeli la strada della sapienza ed i sentieri dell'equità, affnchè non vi sia nel+ numero degli eletti chi abbandona la diritta via del paradiso. Gli chiede inoltre d'essere maestro e guida singolarmente di quelli che cominciano a deviare, indirizzandosi per le strade ritorte e faticose del vizio.

Ma se la Chiesa domanda allo Spirito Santo l'adempimento delle sue promesse, egli, lo Spirito divino, esige da noi le condizioni necessarie come mezzo per ricevere questa grazia d'essere ricondotti sulla buona via e, una volta giunti in questa, per non venire più smossi e trascinati fuori dalla forza dei nemici infernali e dei ladroni. Perciò ecco la regola de seguire: « tieni a moderazione e disciplina tutti i tuoi affetti ed appetiti e non permettere giammai libertà alcuna alle tue cattive inclinazioni ». Questa è la tua strada diritta per la quale devi camminare.

La disciplina che ti si raccomanda è lo zelo di vivere rettamente, senza offesa di Dio, in grazia sua, odiando il peccato. Tale disciplina fu significata nella verga di Mosè, al cui semplice tocco il mare si divise in due ed i figliuoli d'Israele, cioè i buoni e santi pensieri, poterono avere il passo libero per portarsi alla terra promessa, onde poter mettere in esecuzione i santi proponimenti e le divine ispirazioni. Di più ancora, questa disciplina è la spada con la quale si tagliano e si fanno a pezzi i desideri della carne.

Perciò chi vuol camminare per la strada della virtù deve armarsi di questa verga e di questa spada, che sono disciplina e regola di chi vuole essere fatto degno del governo e dell'aiuto dello Spirito Santo, il quale ci insegna il modo di osservarla bene soggiungendo: « non acconsentire mai ai cattivi consigli dei peccatori » nè abbi l'ardire d'imitare le loro opere, anzi non ti venga neppure in mente di conversare con loro, perchè chi tocca la pece non può far a meno d'imbrattarsi e chi tratta coi superbi prende il costume della superbia.

Bada che non arrivi mai a piacerti la strada dei cattivi: essa è piena di fango nei lussuriosi, tutta tenebre negli iracondi, intralciata ed imboscata di spine negli avari, seminata di pietre nei detrattori, piena di tane e trabocchetti nei simulatori, ripida e montuosa nei superbi. Fuggi sempre da questa strada pericolosa, alla fine della quale si trova l'inferno, con tenebre palpabili e pene insoffribili. Fuggi lontano da essa non solamente con le opere ma anche col pensiero, fuggi e temi le occasioni di peccare. Ecco quanto ci domanda Iddio per porgerci la mano e guidarci sullo stretto sentiero che conduce alla vita eterna. Ma poichè da noi non possiamo cosa alcuna di bene, anche questo deve venire dalla grazia e dall'assistenza dello Spirito Santo: « rege quod est dévium ».

San Paolo pianse amaramente quando vide che alcuni cristiani contristando lo Spirito Santo non obbedivano alle sue richieste, e perciò privati giustamente della sua grazia e non sostenuti dalla sua mano, ne guidati dalla sua luce correvano sulla strada della perdizione. Egli lo scrisse con inchiostro di lagrime ai Filippesi, e volendo rimuoverli da così malaugurato cammino li pregava che almeno s'accontentassero di seguire lui e camminare sulla medesima via, per la quale egli li precedeva al cielo: « Siate imitatori miei, o fratelli, e guardate quelli che così procedono, come avete in noi il modello »5. Ma quanto avrebbe da piangere adesso di nuovo l'Apostolo, se vivesse tra noi! Quanti sono ora i nemici della croce di Cristo, cioè della mortificazione delle passioni e dell'abnegazione di se medesimi, i quali camminano per la via della perdizione! Quanto bene verificato vedrebbe il suo detto: « Gli uomini saranno egoisti, avidi di danaro, vanitosi, superbi, blasfemi »e, e tutti questi sono quelli che traviando dalla via regia della croce corrono precipitosamente su quella dell'iniquità, di cui tanto temeva il reale Profeta che supplicava spesso il Signore afmchè lo custodisse, lo reggesse e lo allontanasse da essa: « Allontana da me la via dell'iniquità ». Questi sono coloro per cui prega la santa Chiesa: «Rege quod est dévium».

Deh, compatisci, o amabilissimo Spirito, la loro grande miseria e cecità e non volere lasciarli in mano dei loro desideri, dai quali sono guidati, anzi trascinati per il lubrico sentiero del peccato! Ti sovvenga, o Signore, che ci desti parola d'insegnarci la retta via, adempiasi dunque adesso la tua promessa. Uno di questi fu Agostino il santo, il quale andò per lungo tempo vagando per le fangose vie d'ogni dissolutezza e tu gli porgesti benignamente la mano e lo riconducesti sulla strada diritta della vera penitenza. Egli pianse i suoi traviamenti e gettato ai piedi della tua divina maestà li detestò dicendo: Ah, mio Dio, troppo lungi da te andai errando per sentieri tortuosi e molto mi sviai perchè non ebbi cura di star vicino a te, che sei la vera fermezza. Le mie forze d'anima e di corpo non le impiegai nel tuo servizio, ma fuggendo in luoghi lontani le consumai nelle mie cupidigie. Povera anima mia, che scorrendo arditamente per gl'intricati e tortuosi sentieri dell'iniquità pensavi e speravi di star meglio lontana dal tuo Dio. Tu mi attirasti alla fine, ed inebriandomi con l'abbondanza della tua casa mi desti a bere del torrente del tuo piacere; perciò potei senza fatica correre dietro a te sulla via dell'eterna salvezza ».

Piacesse a Dio che tutti coloro che si sono sbandati sotto la guida delle loro concupiscenze ritornassero sotto quella dello Spirito Santo, che amorosamente li invita.

Piacesse a Dio che tutti noi, che finora abbiamo camminato per vie difficili, ci ravvedessimo finalmente, e volgessimo il passo verso la porta che conduce per via retta e sicura alla vita.

Fa' a noi, o Signore, questa grazia, risveglia in noi lo spirito d'una buona risoluzione, richiamaci con la dolcezza delle sante ispirazioni, accendi nel nostro cuore il fuoco della carità, rapiscici con la tua forza se dovessimo opporvi resistenza, donaci il vero fervore e fa' che non troviamo altra dolcezza se non in te, che ti amiamo di cuore e che corriamo dietro ai preziosi profumi delle tue divine grazie. Inviaci, o Padre, lo Spirito Santo il quale ci indirizzi e ci assista finchè arriviamo al termine che sospiriamo. Mandaci l'unigenito Figliuolo, il maestro di ogni verità, che ci renda dotti nella vera sapienza, la quale consiste nel declinare dal male ed operare il bene. Sia io, per tua misericordia, il primo a godere di questo favore.

 

 

 

 

 

 

 

 

LO SPIRITO SANTO DISPENSA I SETTE DONI

Da tuis fidélibus, in te con fidéntibus, sacrum septenârium.

Dà ai tuoi fedeli, che in te confidano, i tuoi sette santi doni.

SEQUENZA.

Dona ai tuoi fedeli, o Spirito Santo, che hanno confidenza in te, il « sacro settenario », cioè i tuoi sette doni.

Alberto Magno dice che lo Spirito Santo è il dono nel quale vengono compartiti agli uomini tutti i beni spirituali e vengono donati tutti i doni. Lo Spirito divino, dunque, è essenzialmente dono.

Però i doni ch'egli elargisce alle anime sono principalmente sette, e sono quelli che enumera Isaia profeta: sapienza, intelletto, scienza, consiglio, fortezza, pietà e timore di Dio. La santa Chiesa nella presente petizione domanda proprio questo, però non chiede che il segno dei sette doni venga fatto ad ogni fedele, senza distinzione alcuna, bensì a quelli che confidano nel medesimo Spirito divino; e la ragione di ciò, come dice san Bonaventura, è perchè non tutti sono capaci di ricevere sì doviziosi tesori, riservati a quelle anime che vivono solo per Iddio, ed in lui hanno posto ogni loro speranza, ogni affetto, ogni consolazione, nè più hanno

da sperare dal mondo perchè lo riconoscono indegno d'essere amato e già lo disprezzano.

Gesù Cristo dice che il mondo non può ricevere lo Spirito di verità, che è lo Spirito Santo, e ne dà la ragione in queste parole: « Perchè non lo vede e non lo conosce », e sant'Agostino dice che il mondo, cioè gli amatori del mondo, non possono ricevere lo Spirito Santo perchè non lo vedono e non lo conoscono. Non lo vedono perchè l'amore del mondo non ha gli occhi invisibili, con i quali soltanto si può vedere lo Spirito Santo. E non possono riceverlo perchè, vivendo in peccato, essi tengono nell'anima il suo contrario e primo nemico, col quale non può abitare assieme neppure per un istante.

Lo Spirito divino non può trovarsi col mondo, che non è altro che concupiscenza d'occhi, concupiscenza della carne e superbia di vita, e queste tre cose, come dice san Bonaventura, si oppongono ai doni dello Spirito Santo. Tutti coloro che vogliono ricevere il sacro settenario devono dunque trovarsi distaccati dal mondo per confidare solo in lui, collocando in Dio ogni loro speranza e rimovendo totalmente ogni loro desiderio che volesse appoggiarsi sulle cose della terra.

Con questa disposizione l'anima si rende capace di ricevere il sacro settenario, cioè i sette doni dello Spirito Santo, i quali si effondono in essa, nelle sue potenze, come ornamento e in modo che dove risiede la virtù c'è ancora la compagnia di qualche dono dello Spirito Santo.

I doni dell'intelletto, della sapienza, della scienza e del consiglio stanno nell'intelletto; il dono della pietà sta nella volontà; il dono del timore sta nella parte concupiscibile ed il dono della fortezza sta in quella irascibile. San Tommaso dice che questi sette doni divini sono come « abiti » eccellenti, comunicati dal Signore alle anime giuste, i quali servono alle potenze in cui risiedono per muoverle ad atti eroici, dietro l'impulso dello Spirito Santo. Li chiama ancora col nome di « perfezioni dell'uomo » poichè lo dispongono a seguire facilmente l'istinto divino e la mozione del medesimo Spirito, che lo spinge a produrre atti singolari di vita.

Spiegando come avviene questo, san Tommaso dice che i doni dello Spirito Santo all'uomo, in ordine al medesimo Spirito, operano come le virtù morali nella facoltà appetitiva in ordine alla ragione, e siccome quelle dispongono questa ad obbedire prontamente alla ragione, così i doni dello Spirito Santo sono certi abiti eccellenti che dispongono e perfezionano l'uomo per obbedire prontamente al medesimo Spirito Santo. Da questa dottrina si vede di quanta utilità, anzi di quanta necessità siano queste divine perfezioni nell'anima, la quale per fare qualche atto grande ed eroico di virtù in servizio di Dio ha bisogno d'essere mossa e spinta dallo Spirito Santo.

E' vero che le virtù teologiche, fede, speranza e carità, conferiscono all'anima una grande perfezione nel darsi tutta al Signore, ma non per questo essa può escludere questi doni che sono dei grandi aiuti.

 

1. IL DONO DELLA SAPIENZA.

Vediamo ora che cosa sia e a che cosa serva ciascuno dei doni dello Spirito Santo. Isaia mette in primo luogo la sapienza, non perchè sia la prima ad essere infusa nell'anima, ma perchè per la sua dignità e perfezione è sopra gli altri sei doni.

Sant'Agostino dice che essa è l'ultima a comunicarsi all'anima, e del suo parere sono san Gregorio e sant'Anselmo.

Questo dono della sapienza è l'ultimo, il sommo e più perfetto, perchè giunta che sia l'anima a questa divina perfezione, rimane quieta e con tranquillo godimento si diletta in essa.

Così sant'Agostino; e sant'Anselmo dice che lo Spirito Santo infonde nell'anima in ultimo luogo la sapienza mettendola sopra agli altri doni, affinché quello che l'anima intende mediante il dono dell'intelletto le riesca saporito e gustoso per mezzo di quello della sapienza, e solo per amore si muova ad operare il più perfetto nel servizio di Dio.

Il dono della sapienza è dunque un abito soprannaturale infuso dallo Spirito Santo nell'anima per conoscere con altissima cognizione Iddio e le cose divine e per amarlo con un dolcissimo amore. Al dono della sapienza si attribuisce la divina contemplazione, come atto suo proprio, con la quale la mente del giusto si eleva sino a rendere a sè connaturale la perfezione e gli attributi di Dio e ad unirsi con lui nel vincolo d'un purissimo amore.

La parola sapienza è il composto delle due seguenti « sapida seientia », che significa « scienza gustosa e saporita »; essa dunque non comporta solo l'atto di cognizione dell'intelletto ma ancora l'atto delll'impiego della volontà, così che l'anima ama, gode e si diletta in Dio e nelle cose divine, che altamente conosce e sottilmente penetra.

Gli effetti che il dono della sapienza causa nell'anima sono molti; per conoscerne alcuni si deve supporre con san Bernardo che come il corpo ha cinque sensi coi quali si congiunge all'anima mediante la vita, così anch'essa ha, per così dire, i suoi cinque sensi spirituali, per i quali si congiunge a Dio mediante la carità. A motivo dei sensi corporali noi veniamo a conformarci alla vita terrena, invece per i sensi spirituali veniamo rinnovati ed elevati alla cognizione di Dio ed a novella vita, secondo la volontà ed il beneplacito del Signore.

Purtroppo col primo peccato si alterò il senso del gusto spirituale dell'anima e si guastò il cuore; da allora noi abbiamo perduto il sapore delle cose celesti, cominciò a prevalere in noi il senso della carne, e l'anima stessa cominciò a non sentire più la dolcezza ed il sapore delle cose buone, ma solo quello delle cattive e perniciose; da ciò segue che alle volte si fanno dagli uomini molte opere buone, ma senza soddisfazione e contentezza, nè altrove dobbiamo cercare la causa di questo se non nel peccato non ancora purgato, il quale ha infitto nel cuore il sapore carnale delle cose terrene e gli ha sottratto quello del bene e del vero buono.

Entrando nell'anima il dono della sapienza che fa? La prima cosa è vincere e soggiogare la malizia che aveva preso possesso del cuore, poi cacciare fuori da esso il sapore del peccato introducendo in sua vece un sapore gustoso ed una dolcezza più dolce. E mentre distrugge il senso della carne viene a purificare l'intelletto e a sanare il cuore, così che, risanato questo, l'anima comincia subito a gustare il bene e a godere la soavità della medesima sapienza che è il bene migliore. San Bonaventura dice che questo medesimo gusto del dono della sapienza chiarifica il senso della vista interiore, per poter contemplare saporosamente Iddio.

Davide che aveva esperimentato tutto questo, ebbro di tanto sapore desiderava che tutti ne fossero partecipi e supplicava tutti che si procurassero un tanto bene: « Gustate e ammirate quanto è soave il Signore ».

Il dono della sapienza, purificati i due sensi spirituali del gusto e della vista, passa a restituire il terzo senso dell'udito interiore, eccitando l'anima a ricevere in sè la divina parola, a prestare orecchio alle superne ispirazioni e a sentire le interne locuzioni tanto ponderate e stimate dai dottori mistici. Chiunque riceve dalla sapienza questa grazia e si dispone a udire la voce del Signore che parla al cuore, il quale sta in solitudine e lontano dagli strepiti della carne, viene chiamato dalla divina maestà veramente beato: « Beato l'uomo che mi ascolta ».

Restituito l'udito, il dono della sapienza passa a ravvivare l'odorato per sentire il profumo dello Sposo diletto, dal quale l'anima si sente allettata e correndo ai casti amplessi lo segue dovunque voglia, come faceva la diletta dei Cantici: « Correremo nel profumo dei tuoi unguenti », ed ella è la prima a spargere di sè odori soavissimi di paradiso.

Da ultimo fortifica il senso del tatto spirituale per abbracciare, stringere e tenere inseparabilmente lo Sposo celeste come lo teneva quell'anima santa: « lo presi e non lo lascerò ». Le braccia dell'amore vengono rese così vigorose che l'anima può con queste approssimarsi al Signore ed abbracciarlo e tenerlo. Così san Bonaventura espone gli effetti del dono della sapienza.

Che dolcezza, quali consolazioni gode quel cuore il quale è fatto degno di ricevere in sè questo dono di Dio, per mezzo del quale ogni dono creato, ogni bene sensibile viene a noia, perchè solamente ama e gode Iddio! Lo dice sant'Agostino quali beni non ebbe da un tanto Bene! Le vanità del mondo più non lo muovevano ad amarle dopo che cominciò ad amare ed a conoscere con saporita scienza il vero ed il sommo Bene.

Di più il dono della sapienza c'insegna a regolare le nostre operazioni, perchè, come dice san Giacomo, la sapienza è pudica, pacifica e modesta. Pudica, espone san Bonaventura, perchè fa fuggire la corruzione del peccato; pacifica, perchè « rende quieto tutto l'uomo interiore, come dice sant'Agostino: pacìficans totum hóminem; oh, di quali beni e di quali frutti essa e apportatrice!

 

2. IL DONO DELL'INTELLETTO

Il dono dell'intelletto è il penultimo, secondo san Bonaventura ed altri santi Dottori, numerando i doni dall'infimo al supremo, ma è il secondo numerandoli con Isaia, dal supremo all'infimo; e, seguendo quest'ordine, li andrò elencando tutti e sette.

Il dono dell'intelletto, dunque, è l'abito soprannaturale dei principi soprannaturali, cioè degli articoli della fede, oppure è un lume soprannaturale infuso dallo Spirito Santo nell'intelletto del giusto, e questo lume comporta una certa eccellenza di cognizione che penetra fino all'intimo e fino all'essenza la verità delle cose che si devono conoscere in ordine a Dio, le quali non possono essere penetrate col solo lume naturale dell'intelletto umano, che è semplice potenza dell'anima.

Questo dono serve a far conoscere quelle verità che sono necessarie alla salute eterna, ma sono nascoste, oscure e coperte. Perciò Iddio concede all'anima questa luce sovrana affinchè abbia tutti quei mezzi che le abbisognano per salvarsi, e non abbia scusa alcuna che giustifichi il suo peccato e la sua perdizione. Questo dono, dice san Bonaventura, ci fa penetrare l'interno, le oscurità e le tenebre della nostra mente fino a tanto che arriviamo alla notizia o cognizione chiara di noi stessi, e vediamo che dentro di noi abbiamo concretata l'immagine della santissima Trinità, come afferma il Salvatore: « Il regno di Dio è in voi ».

Con questa cognizione di se stessi si viene a purificare l'occhio del cuore, ad assottigliare l'intelligenza che si dilata, e l'uomo comincia a conoscere che è fatto ad immagine di Dio, per conseguenza comprende che non vi può essere maggior disonore nè più infelice miseria di quella che spoglia l'anima di questa somiglianza e di questo divino sembiante, per prenderne una inferiore che l'abbassa all'irragionevolezza di vita degli animali. L'uomo, conoscendo questa verità mediante il dono dell'intelletto, viene a guardarsi da quelle cose che lo rendono deforme e imbrattano la nobile fisionomia del Creatore. Allora procura di vivere da buon cristiano.

Il dono dell'intelletto serve ancora per penetrare gli oscuri sensi della Sacra Scrittura, introducendo l'anima alla chiara contemplazione della pura verità, come dice il Dottore serafico, così che noi contempliamo molte verità dell'umanità di Cristo e molte altre della sua divinità. Così la nostra mente viene sollevata dalle cose terrene, purgata ed infiammata; con questo le tre potenze dell'anima vengono mosse e ,spinte dallo Spirito Santo ad amare solamente Iddio, sommo bene, non rimanendo più attratte dagli oggetti vili ed inferiori. Il Signore con questo dono ci apre gli occhi della mente per vedere e conoscere le profonde verità che stanno nascoste nei sacramenti che Gesù Cristo ci lasciò per nostra salute.

 

3. IL DONO DEL CONSIGLIO

Il dono del consiglio è l'abito soprannaturale infuso da Dio nell'anima, il quale serve per eleggere i mezzi necessari in ordine all'acquisto delle virtù e al conseguimento dell'ultimo fine della vita, e serve anche a determinarci nell'esercizio delle buone opere, trovandole conformi alle regole della legge eterna; oppure a sfuggire ciò che non si deve fare, dandoci anche l'avvertenza di non operare mai precipitosamente o senza avvertenza e cautela.

Il consiglio ordinariamente è coordinato alla pratica, perché l'uomo col solo lume della ragione non può comprendere tutte le cose e le contingenze per cui deve agire sempre in ordine al conseguimento della beatitudine del paradiso, perciò ha bisogno d'una direzione più sublime, d'investigazione più certa e di lume più chiaro, cioè di chiarezza soprannaturale.

Tutto questo glielo infonde lo Spirito Santo col dono del consiglio. Coloro che vivono senza questo santo dono vivono certamente abbandonati così alla sorte, tengono in poco conto la propria vita e meno ancora quella dell'anima, e non desiderano che le cose caduche e transitorie, non conoscendo nè curando di conoscere i beni eterni; o qualora li conoscano non li stimano, anzi li disprezzano non comprendendo la propria miseria, nè il loro vivere di esiliati; e questi purtroppo periranno nella loro stoltezza. Il dono del consiglio serve per evitare ogni male e per conseguire ogni bene, per distogliere l'uomo dalla strada del vizio e per condurlo sullo stretto sentiero della virtù.

 

4. IL DONO DELLA FORTEZZA

Il dono della fortezza è quell'aiuto soprannaturale infuso da Dio, che serve per vincere le difficoltà ed i pericoli che impediscono il servizio di Dio e l'unione con lui. Con questo dono la volontà si dispone a voler sostenere la morte stessa in difesa o promulgazione della santa fede o di altre virtù e costumi che sono secondo il dettame della legge eterna. L'uomo rimane così fortificato, che è capace di superare qualsiasi incontro o di slanciarsi in qualunque ardua impresa che sia a servizio del Signore.

I Santi, avvalorati da questo dono, fecero tante prodezze eccedenti le proprie forze e soffrirono con alle grezza ogni genere di tormenti, come ne danno l'esempio gli Apostoli, che, come dice san Gregorio, non avrebbero avuto la forza di soffrire, se non fossero stati ben avvalorati dal dono di fortezza dello Spirito Santo. Datemi un uomo singolarmente rinvigorito da questa fortezza e lo vedremo subito burlarsi dei tormentatori e con uno spirito magnanimo rimanere costante nella virtù, risplendere con opere sante, disprezzare le cose della terra e cercare solo le celesti. Egli potrà essere strappato alla vita da qualunque genere di morte crudele, ma mai lo potranno smuovere dai suoi santi propositi; non paventerà tormenti, nè tralascerà di predicare le lodi di Dio e di difendere le verità della fede. E che non fanno i giusti, dice san Gregorio, animati da questo dono?

Con la fortezza si resiste alle istigazioni del demonio che cerca di provocare al male, si domano gl'impeti delle passioni, si quietano le ribellioni della carne e si rintuzzano i colpi di tutti i nemici dell'anima. Si fortifica la memoria, tanto da scordarsi totalmente delle cose temporali; l'intelletto si dispone a non pensare ed intendere altro che le verità divine, la parola di Dio, le sue infinite perfezioni e l'osservanza dei suoi santi precetti; la volontà si corrobora negli affetti, che non sono che per Iddio, non sa amare che la somma bontà del Signore e soffre facilmente ogni cosa, benchè ardua, penosa e grave, per amore di chi morì volontariamente per l'uomo ingrato e peccatore.

La fortezza vince la carne, fa resistenza ai diletti del senso, mortifica i gusti della vita presente, ama l'asprezza in questo mondo per la speranza dei beni eterni, non fa alcun conto delle vane prosperità e rimane superiore al timore delle cose avverse.

 

5. IL DONO DELLA SCIENZA

Il dono della scienza è un lume soprannaturale che serve per giudicare bene le cose create, regolandosi con i principi della fede e secondo le regole della legge eterna. Questa non è scienza delle cose vane e curiose ma solo di quelle verità, dalle quali viene difesa e corroborata la fede che ci conduce all'eterna beatitudine. Questo dono riguarda la cognizione che l'uomo deve avere delle cose credibili di fede, ma in secondo luogo riguarda anche le azioni di lui, in quanto l'uomo viene da questa scienza indirizzato nelle sue operazioni che saranno fatte rettamente, senza deviazione dalla giustizia.

Il lume di questa scienza serve per illuminare l'intelletto, onde possa penetrare e conoscere molte verità che l'uomo col solo lume naturale non può intendere. Il dono della scienza chiarisce bene il senso vario e profondo della Sacra Scrittura, le massime di perfezione e le sublimi verità teologiche. Con esso si discerne una verità cattolica dall'altra o da quella non cattolica, e si rifiutano gli onori ed i falsi dogmi degli eretici.

Questa è la scienza dei Santi ed è quella, come avverte san Gerolamo, che noi tutti dobbiamo cercare e procurare perchè essa resterà sempre con noi anche dopo morte, ci gioverà cioè per la vita eterna.

 

6. IL DONO DELLA PIETà

Il dono della pietà, dice il serafico Dottore, è un dolce raggio di sole dell'infinita pietà, infuso nelle menti, per cui queste vengono ad essere disposte, illuminate ed abilitate dal fonte della dolcezza, per rendere primieramente a Dio, come a Padre, il culto e l'onore dovuto; secondariamente poi esse si sentono inclinate a sovvenire il prossimo.

Questo dono fa nascere nell'anima una certa religiosa devozione e pia affezione, che muove ad onorare la divina maestà, ad amarla ed a servirla nell'interiore con atti di virtù e massime di fede, speranza e carità, nell'esteriore con ossequi, lodi, sacrifici ed orazioni. L'anima sente poi una certa affezione di aiutare e soccorrere tutti, specie nei bisogni spirituali.

Di quanto bene è capace un giusto, il quale sia da Dio arricchito di questo celeste tesoro e dono divino! Come vive a perfezione le virtù teologali con le quali può lodare la divina maestà! Egli in tutto s'ingegna affinchè l'uomo interiore e quello esteriore con tutte le potenze dell'anima, i sentimenti del corpo e le forze che riceve dallo Spirito Santo, venga impiegato al servizio del Signore.

Sopra di questo dono s'appoggiano tutte le altre virtù. Ed è ancora la pietà che comparte benefici a chiunque, non solo ad amici e congiunti ma anche a coloro che sembra non lo meritino. Essa serve in ogni cosa che ridonda a gloria di Dio, come scrisse san Paolo nell'epistola a Timoteo, in cui lo esortava ad esercitarsi nella pietà tanto verso il Padre comune, che è Dio, come verso gli uomini, superiori od inferiori, amici o nemici, congiunti od estranei, meritevoli o no.

Il dono della pietà, rigorosamente parlando, riguarda il culto e l'onore che si deve a Dio, padre amoroso di tutti gli uomini. Per questo i Santi facevano cose grandi per onorare la divina maestà, confessando d'essere gli adoratori del vero Dio, anche con pericolo della vita, non potendo tollerare che l'onore dovuto con ogni ragione al Signore e creatore dell'universo, venisse reso agli idoli ed ai demoni, così pure non sopportando che si negasse l'onore dovuto alle sacre immagini ed alle altre cose sante, e riprendendo pubblicamente i tiranni e gli eretici dai quali poi ricevevano il martirio, e da Dio la corona della gloria eterna.

La fedeltà a Dio piena, coraggiosa, assoluta, nasce dalla radice della pietà.

 

7. IL DONO DEL TIMORE

Il dono del timore nasce dall'amore vero e puro di Dio ed è molto affine alla carità. Questo rende l'anima totalmente soggetta allo Spirito Santo, lasciandosi facilmente muovere dalle sue sante ispirazioni e non respingendo in cosa alcuna le sue divine mozioni onde sfuggire al peccato. Esso va inseparabilmente sempre congiunto alla carità perfetta, ed è sua proprietà essenziale intrinseca e propria l'essere unito all'amore. Sta nella parte concupiscibile dell'uomo e serve per ritrarre l'appetito dalle cose dilettevoli, che impediscono il bene dell'anima, e per conservare questa monda dalle colpe.

Per conoscere meglio che cosa sia il dono del timore si deve notare che vi sono cinque specie di timore: il primo si chiama timore naturale, ed è una passione che nasce dall'amore naturale col quale ciascuno teme naturalmente il danno ed il male della natura. Questo timore lo provò lo stesso Signore Gesù Cristo quando nell'orto del Getsemani ebbe orrore della morte. Egli lo volle provare per nostro esempio: non è timore che deriva dallo Spirito Santo, però può stare assieme con lui nell'uomo.

C'è poi il timore mondano col quale si teme il male e le incomodità della vita presente, come la perdita dei beni materiali, dell'onore, della dignità e delle amicizie, e per sfuggirlo si viene ad offendere mortalmente Iddio. Questo genere di timore nasce dall'amore disordinato che l'uomo ha per le cose della vita presente, e ciò è sempre male, vizio e peccato, poichè come dice san Giovanni: « Se qualcuno ama il mondo, la carità del Padre non è in lui », se l'uomo ama più la terra che il cielo, più la vita temporale che l'eterna, e per godere delle ricchezze terrene preferisce essere diseredato dei tesori del cielo, è chiaro che costui commette peccato grave perchè opera per timore mondano, che non è timore che procede dallo Spirito Santo.

V'è quindi il timore servile col quale uno teme più la pena che la colpa, e si astiene dai peccati non perchè siano offesa di Dio, che merita d'essere amato sopra ogni cosa, ma perchè ad essi corrispondono gravi tormenti e castighi, e solo per timore di questo si fuggono le colpe che altrimenti si commetterebbero. Si vede nettamente che neanche questo timore è dono dello Spirito Santo, perchè può stare assieme con la volontà di peccare e per conseguenza può stare senza la carità. Si tenga però presente che il timore servile può essere buono quando trattiene l'anima dall'offendere Dio per sfuggire la pena che corrisponde al peccato, non calcolando che lo stare senza pena sia ultimo nostro fine, ma un mezzo buono, riferibile a Dio, vero ultimo fine; questo genere di timore servile procede dall'amor proprio, ben ordinato. Il timore servile giova molto ai peccatori, Dio se ne serve spesso per convertirli a sè, per far sentire loro la gravità delle loro colpe e lo stato di perdizione in cui si trovano, così che concepiscono un grande orrore delle pene dovute ai peccati.

Segue il timore iniziale, perchè è proprio degli incipienti ed è principio di sapienza. E' un timore filiale imperfetto; secondo la sua sostanza o essenza è della specie del filiale, nè si distingue da esso se non come la carità perfetta si distingue da quella imperfetta. Sta assieme col timore servile e teme tanto l'offesa di Dio quanto la pena, anzi si aiuta con quello per sfuggire il peccato ed operare il bene, di modo che principalmente teme l'offesa di Dio, secondariamente teme il castigo.

Viene da ultimo il timore filiale, il quale fa sì che l'anima tema talmente l'offesa di Dio, che piuttosto si eleggerebbe mille inferni anzichè un solo peccato. Si chiama timore filiale perchè chi teme Dio in questa maniera si diporta veramente da figlio di Dio, per grazia e carità e non da servo forzato dal timore del castigo. Si chiama ancora timore casto perchè conforta il cuore contro le concupiscenze. Ad esso si attribuiscono alcuni atti stupendi di Santi e di Sante, che in mezzo alle occasioni veementissime di perdere la castità avevano potuto con questo timore reprimere la parte concupiscibile per conservare, coll'aiuto dello Spirito Santo, la purità e potevano passare poi per qualsiasi eventuale pericolo senza la minima tentazione.

Chi è pieno del timore di Dio non ha posto da cedere al peccato. Questo timore va così unito e proporzionato con la carità perfetta e con l'amore di Dio che appena da lei si distingue, anzi nasce da essa e la carità è aiutata e conservata da questo. La carità non è timore perchè non ha gli affetti e le passioni del timore, ma questo è carità perchè è coordinato ed è vicinissimo all'amore. Il timore filiale è dunque una pia soggezione, una volontaria obbedienza ed una spontanea riverenza, prestata a Dio.

O Signore, fammi degno di questo santo dono, sia in me il tuo santo timore per non allontanarmi mai dal tuo puro amore, finchè giunga a conseguire ogni bene

nell'ultimo giorno di mia vita. Questo è il timore dono dello Spirito Santo, perchè da lui solo deriva e da lui viene infuso nell'anima, è quello che dà e mantiene sempre la vera consolazione e la pace imperturbabile del cuore, nel giusto che lo possiede.

Così rimangono spiegati succintamente i sette doni dello Spirito Santo, come li domanda la Chiesa, con grande desiderio, per tutti i suoi fedeli, nella petizione: Piaccia a Dio che restino ancora mossi ed animati i nostri cuori per disporsi a ben riceverli ed a valersene in ordine all'acquisto della vita eterna.

 

I SETTE DONI SACRI

Beati quelli che ti amano. Tobia 13, 18.

A compimento della precedente esposizione, perchè rimanga meglio dichiarata l'eccellenza di questo sacratissimo settenario, e per dimostrare come sia satura di profondissimo significato la petizione: « Da tuis fidélibus.., etc », spieghiamo qui le otto beatitudini, che il celeste maestro insegnò sul monte, in quel divino discorso che fece ai suoi discepoli, raccontato da san Matteo al capo quinto.

Essendo le otto beatitudini attribuite ai sette doni dello Spirito Santo, per avere chiara intelligenza di questi bisogna sapere che cosa sono quelle. Gesù le chiama « beatitudini » perchè l'anima che è arrivata a tale altezza di perfezione da compiere simili atti, che sono ordinati e prodotti dai doni dello Spirito Santo, comincia quasi a godere della felicità eterna, di cui godono i Santi in cielo.

Ed anche così le chiamò il sapientissimo legislatore, maestro e medico, perchè essendo naturale all'uomo procurarsi come fine ultimo la beatitudine, e vedendo ch'esso la cerca e se la procura con i piaceri del senso, con l'abbondanza delle ricchezze e con la sublimità degli onori, era necessario allettarlo valendosi di questo nome di beatitudine, il quale fa sempre dolce violenza al cuore desideroso di quietarsi nel suo centro, nel suo fine ultimo, nella sua vera felicità: l'immutabile termine dei suoi desideri.

Gesù parla di beatitudine per indurre gli uomini a seguire le sue orme nella via della virtù e nel rinnegamento di se medesimi, per indurli a staccarsi dalla sognata felicità della terra e cercare quella vera, stabile e reale.

 

1. «BEATI I POVERI DI SPIRITO»

La prima beatitudine è quella che si promette, o meglio, si dà fedelmente ai poveri di spirito, i quali sono dichiarati da Gesù eredi e legittimi possessori del regno dei cieli: « Beati i poveri di spirito perchè di loro è il regno dei cieli ».

Chi siano i poveri di spirito l'abbiamo già esposto nel versetto: « Veni, Pater pìiuperum »; aggiungerò qui ciò che dice san Tommaso, che i poveri di spirito sono quelli, i quali con animo umile ma generoso disprezzano le ricchezze e gli onori del mondo; effetto nobile e di vera umiltà.

Il Signore pose in questa beatitudine il disprezzo della dignità e dei tesori per fare il contrapposto alla ambizione di coloro che fingono di possederla bene tra i grandi beni di fortuna e nel fasto di posti onorevoli. In premio di questa umiltà si promette il regno dei cieli, nel quale l'uomo consegue una grande eccellenza ed una ricca abbondanza dei beni spirituali, cioè il possesso del medesimo Dio. Sant'gostino, però, non soffrendo che il premio ai poveri di spirito venga concesso al solo arrivo nella patria beata, dice che il regno dei cieli, come lo promette il Signore, non è solamente quello che si darà nella gloria del paradiso e nell'unione beatifica dell'essenza divina, ma ancora quello che in questa vita si può godere, secondo la capacità dell'anima che vive della sapienza dello Spirito Santo, il quale comincia a regnare nell'anima come in sua propria sede e mistico cielo.

Questa beatitudine è in capo alle altre perchè è di tutte il fondamento, il principio, il fine e la somma sapienza, e qui l'anima non per altro creata che per godere di un bene infinito quale quello del regno dei cieli, gode la sua felicità. Questa beatitudine la si attribuisce al dono del timore di Dio, perchè dal timore di Dio nasce la vera povertà di spirito e la vera umiltà che scaccia dal cuore ogni superbia, sventa ogni gonfiezza, abbassa ogni alterigia, umilia ogni fasto.

 

2. «BEATI I MANSUETI»

La seconda beatitudine è di coloro, i quali cooperando alla grazia dello Spirito Santo hanno già conseguito in grado eminente la virtù della mansuetudine: « Beati i mansueti, perchè essi possederanno la terra ». Gesù fu il vero esemplare prototipo della mansuetudine, la quale rende beati coloro che, dando orecchio alla celeste lezione del divino Maestro, l'appresero e se la stamparono a caratteri d'amore nelle anime. Seguendo questa giunsero ad una sublimità di vita così eccellente e ad una eminenza così sublime, che tengono sotto i piedi tutto il mondo, e quello che più importa calpestano se medesimi facendosi padroni delle basse passioni. Con questo dominio riescono di gradito spettacolo a Dio, agli Angeli, agli uomini, per le gloriose vittorie che riportano su se medesimi, reprimendo con magnanima forza gl'impeti dell'ira, passione che rende l'uomo meno che uomo, alieno dall'essere seguace imitatore del mansuetissimo Agnello Gesù, nostro salvatore. Al contrario l'uomo mansueto non si lascia irritare dagli affronti, alterare dalle ingiurie, commuovere dai dispregi, inquietare dalle malevolenze, ma sempre con equanime spirito, con sereno sembiante, con umile tratto si fa tutto a tutti, e, spezzando l'aspra durezza dell'ira altrui con la piacevolezza delle sue parole, signoreggia sugli animi più avversi.

Gli atti di mansuetudine sono attribuiti da sant'Agostino al dono della pietà, in quanto tale virtù solleva l'uomo alla perfezione, lo rende beato e capace di atti che eccedono la sfera comune di virtù ordinaria, poichè egli considera e vede nella persona di tutti lo stesso nostro redentore Gesù Cristo ed onora tutti come a lui superiori, tutti ossequia in Dio con grande riverenza, a nessuno arrogantemente si oppose, nè ad alcuno pertinacemente resiste.

Ciò che muove l'uomo ad essere mite e mansueto è la riverenza verso Dio, la quale appartiene propriamente alla pietà.

Il premio di questa mansuetudine è il possesso della terra dei viventi. Che cosa sia questo possesso e che cosa s'intenda per terra dei viventi, che si darà in premio ai mansueti, lo spiega il sapientissimo san Tommaso dicendo che è il desiderio grande di godere per sempre dei beni eterni, desiderio avvalorato dalle promesse di Cristo e fondato sulla ferma speranza di giungervi per riposare eternamente in seno a Dio; così l'anima vive fin da questa terra dell'altissima quiete che godrà nella beatitudine indefettibile del paradiso, riposandosi in questa stabile fermezza e solidità d'amore di Dio e nella speranza dei beni infiniti che le stanno preparati.

Il Signore premia in questo modo anche nell'esilio terreno coloro i quali, con l'assistenza dello Spirito Santo che serve loro da padrino e da scudo nei duelli contro la sfrenatezza dell'irascibile, sanno soffocare e vincere le proprie passioni, riservandosi di dare un premio infinitamente maggiore nella patria della Gerusalemme celeste, ove l'anima si riposerà nel dolce abbandono di una eredità perpetua e gloriosa.

Oh, beati voi, mansueti di cuore, che siete giunti a questa cara possessione che già avete incominciata in questa vita e che continuerete a godere perfettamente nell'altra! Voi con grande ragione possedete Iddio anche in mezzo ai contrasti della carne, e lo possederete poi fra i pacifici contenti del cielo, perchè già siete da lui posseduti.

Vostra prima beatissima forza è l'essere posseduto da colui che tutto possiede, ma non minore beatitudine è la vostra, di possedere colui che ha assoluto dominio sul vostro cuore, sulla vostra mente e su tutta l'anima vostra. Se Iddio vi tiene per suoi è giusto che voi lo teniate per vostro; se egli entrò già nel possesso dell'anima vostra è giusto, per ragione di corrispondenza, che voi entriate nell'imperturbabile possesso di Dio e del regno suo. Possedere Iddio è un possedere ogni bene, ed in quale grande calma vive quel cuore nel quale dimora il Signore! Soffino pure i venti delle infuriate passioni, chè esso non si lascia turbare!

C'è l'aura delicata dello Spirito Santo che lo mantiene tranquillo in ogni evento. E come si compiace il Signore di abitare in queste anime, le quali mai cedono agli irragionevoli moti dell'ira! Qui egli dolcemente riposa e sotto la preziosa coltre della loro mansuetudine, come nel letto fiorito d'una illibata continenza, poichè queste virtù stanno così ben unite. Egli si compiace di riposare nel cuore dei miti, mentre tutto il cielo, come un forte armato, veglia alla luce particolare dello Spirito Santo, per additare ad essi la strada da percorrere onde giungere sicuri agli eterni tabernacoli.

Sia io uno di questi, o Spirito sacrosanto, e riposandoti dentro al mio seno guidami ed illuminami nelle verità nascoste alla mia ignoranza, insegnami le tue vie, percorrendo le quali possa giungere al termine dei miei desideri ch'è il perfetto possedimento di te, mio Bene, nella terra dei viventi.

Ma per avere piena cognizione tanto di questa come delle altre beatitudini, o per dir meglio, degli atti meritori di esse, si deve qui avvertire col Dottore angelico che c'è grande differenza fra gli atti che sono il prodotto preciso dell'abito della virtù, e gli atti che si producono direttamente per il dono soprannaturale dello Spirito Santo. Quelli non si estendono che alla moderazione dell'animo, con le regole della ragione o anche con le regole della legge divina, ma in modo ordinario; questi invece sono l'ornamento insieme alla regola e forzano i limiti dell'umana prudenza, in modo che operi con particolare impulso e mozione lo Spirito Santo.

Così l'umiltà dei poveri di spirito si può considerare in due maniere: prima precisamente come virtù morale, secondo come povertà di spirito, effetto nobile e singolare del timore di Dio, dono dello Spirito Santo. Presa nel primo significato, ritrae l'uomo dall'amore agli onori e ricchezze terrene e fa che si serva di esse con moderazione, conforme al dettame della ragione e dell'umana prudenza.

Presa nel suo secondo significato, e cioè l'umiltà come povertà di spirito, fa sì che l'uomo conscio della sua anima nobile, perfetta e divina, s'alieni da tutto ciò che sa di onore, di fasto e di superbia, disprezzando altamente ogni mondana vanità. Altrettanto opera la mansuetudine nella sua sfera d'azione perchè, in quanto virtù, modera l'ira e fa che l'uomo non si alteri e non s'adiri più di quello che la ragione e la prudenza richiedono, ma in quanto effetto del dono della pietà, raffrena in modo tale la parte irascibile e quieta sì dolcemente il cuore, pacificando l'animo, che questo, reso immobile ad ogni impeto di passione contraria, gode e si rallegra in mezzo a qualunque genere di calunnie e di affronti.

C'è dunque notevole differenza fra le virtù e i doni, e la perfezione nell'operare, secondo la quale le virtù sono sempre superate dai doni.

 

3. «BEATI QUELLI CHE PIANGONO»

Segue la terza beatitudine, la quale è di coloro che piangono, ai quali Cristo promette una grande pienezza di celesti consolazioni: «Beati quelli che piangono, perchè saranno consolati».

Io trovo che vi sono tre sorte di lagrime che meritano d'essere asciugate dalla benigna mano del Signore e per cui lo Spirito Santo si muove a concedere all'anima la vera consolazione di spirito, onde essa comincia a godere anche in questa vita dell'eterna beatitudine: vi è il pianto di compunzione, il pianto di compassione ed il pianto di devozione. Così lo definisce e lo insegna l'eminentissimo Dottore san Bonaventura.

Il primo nasce dalla cognizione di se medesimo, delle proprie miserie e delle offese arrecate a Dio, contro la sua volontà, compiacendosi delle creature e desiderando ciò ch'era vietato dalla legge divina.

Il secondo deriva da un certo affetto compassionevole che l'uomo giusto sente per le miserie altrui e per gli altrui travagli ed afflizioni, come lo sentiva nel suo cuore il pazientissimo Giobbe, il quale racconta che non poteva trattenere le lagrime vedendo le calamità del suo prossimo.

Il terzo proviene dalla meditazione devota della Passione di Cristo e dal desiderio di sciogliersi dalle catene del corpo per volare alla libertà perfetta del paradiso.

Ciascun genere di queste lagrime è causato dalla carità ed amor di Dio, essendo essa la verga mosaica che dalla selce del cuore fa scaturire abbondanti acque di lagrime. E' una sicura benedizione del Signore avere il dono delle lagrime ed ardere nel fuoco della carità, in maniera tale che al calore di essa l'anima si stempera in dolce pianto, che come disse il Redentore ci fa beati.

A, coloro che meritano questa grande grazia del Signore vengono delle grandi utilità, poichè col dono salutifero delle lagrime si lava e si monda lo spirito contrito che si solleva in sublimi gradi d'orazione e contemplazione, si vince facilmente il demonio nei suoi assalti, si ammollisce e si rende fertile il terreno del cuore per produrre eccellenti frutti d'opere virtuose, si estingue la sete e l'ardore della concupiscenza e si avvalora in tal modo l'orazione, che quanto si chiede a Dio rettamente, tutto da lui si ottiene. Sant'Agostino dice che le lagrime che si uniscono all'orazione fanno violenza al cuore pietosissimo di Gesù.

O dolcissime e potentissime lagrime, scorrete dunque dai miei occhi a lavare dalle antiche macchie il mio cuore, e staccandolo da ogni affetto terreno sollevatelo fino a farlo superiore ad ogni più sublime altezza, così come le acque del diluvio sollevarono l'Arca di Noè; sommergete in perpetuo naufragio i nemici dell'anima mia, così come il mar Rosso sommerse l'esercito di Faraone; fertilizzate la terra arsiccia del mio cuore, spegnete ogni fuoco di concupiscenza che minaccia di continuo incendio l'ospizio ed il vivo tempio dello Spirito Santo, ch'è l'anima giusta.

Sant'Agostino attribuisce al dono della scienza queste lagrime e questa beatitudine, perla preziosa che si pesca nell'amarissimo mare del pianto. Con essa gli uomini conoscono quali e quanti sono i mali in cui stanno avvolti, e come si compiacquero ciecamente allorchè peccavano, di aver creduto un bene il male, e d'aver reputato questo come cosa utile, ed ora non possono non piangere tanta cecità ed errore. Gesù pose in primo luogo nel suo insegnamento queste tre prime beatitudini, per porre un freno agli uomini che vivono pascendosi del vizio, e per insegnare loro che la strada per cui camminano è lubrica e tenebrosa e porta facilmente all'ultimo tracollo dell'anima.

Dalla triplice luce che emanano, l'uomo dovrebbe cogliere l'ammonimento per ritrarsi dalle operazioni suggerite dall'appetito sensitivo, per conoscere la deformità della vita licenziosa in cui egli pone la sua falsa beatitudine, la quale è l'impedimento totale della futura.

 

4. «BEATI QUELLI CHE HANNO FAME E SETE DELLA GIUSTIZIA»

Alcune altre Gesù le assegnò per regola ed indirizzo della vita attiva, e riguardano il prossimo: la prima di queste è la giustizia, la quale, considerata precisamente come sola virtù, fa sì che l'uomo non ricusi di dare a ciascuno ciò che la ragione dice di dovere dare.

Ma se si considera come coordinata nel dono della fortezza, a cui la riferisce sant'Agostino, essa fa sì che si eseguisca ogni opera di giustizia con affetto, con fervore e con grande desiderio, anzi con la medesima avidità con cui l'affamato corre al cibo e l'assetato alla fonte. In questo fervore e desiderio di operare tutto conforme alla divina volontà, ch'è la prima regola d'ogni giustizia, Cristo pose la quarta beatitudine: « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perchè saranno saziati ».

Per giungere a questa beatitudine non basta sfuggire il male ed operare il bene, ma l'una cosa e l'altra si devono fare con intensa carità e con desiderio di maggiore perfezione. Dobbiamo avere fame di giustizia, di quella giustizia che s'estende ad ogni atto, e che da san Bonaventura è chiamata « giustizia generale ». Essa indirizza l'uomo in ogni opera buona, per cui ciò che egli fa prende la denominazione di buono, giusto e perfetto. Questa giustizia dev'essere in noi abbondante, perchè con essa ci dobbiamo differenziare da coloro i quali abbondano d'iniquità. Cristo la raccomandò a tutti coloro che pretendono la salute dell'anima, l'amicizia con Dio e l'unione con lo Spirito Santo con quell'amorosa sentenza: « In verità vi dico che se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli ». Le porte del cielo stanno chiuse per coloro che presumono di accostarsi senza questo candido cingolo della giustizia ai lombi, poichè questo è il contrassegno del giusto, del santo, del predestinato alla gloria.

Non entra nel gaudio del paradiso se non colui ch'è armato con l'impenetrabile acciaio di questa perfezione di opere, nè è ammesso ai trionfi della Gerusalemme beata se non colui che è un magnanimo espugnatore di vizi. Questa è l'armatura di giustizia di cui deve vestirsi chiunque pretende l'ingresso nella corte del Re della gloria; e questo dice sant'Alberto, Patriarca di Gerusalemme, nella Regola che diede ai religiosi eremiti del monte Carmelo, in cui appunto li esorta a rendersi con essa forti e formidabili contro i nemici infernali.

La beatitudine che qui abbiamo esposta sta dunque nell'osservanza perfetta del precetto della carità di Dio e del prossimo. Nell'amare cioè la divina maestà con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze ed il prossimo nostro come noi stessi, sta la giustizia che dobbiamo ansiosamente desiderare col cuore e seguire con le opere, se vogliamo conseguire questa beatitudine d'essere poi saziati col cibo sostanzioso della sua divina volontà.

A questa giustizia ci esorta, col cuore sul labbro e con le lagrime agli occhi, il santo vecchio Tobia, con la promessa del perdono delle nostre colpe e con l'essere fatti degni delle divine misericordie. E ben grande è Iddio con tutti quelli che praticano la sua giustizia: egli dà loro fin da questa terra un saggio della gloria futura nel possesso d'una quieta beatitudine e d'una beata quiete, poichè li fa sedere a quella ricca mensa che sempre sazia senza nauseare e con la gustosa sazietà congiunge meravigliosamente una fame saporita. A questa mensa viene imbandito un preziosissimo e delicatissimo cibo per tutte le anime affamate di giustizia, ed è appunto quel cibo di cui si pasceva il Redentore, dichiarando che questo solo egli desiderava: « Il mio cibo sta nel fare la volontà del Padre mio ».

Così sono premiati coloro che con grande premura ed affetto operano in favore della propria anima, della salute del prossimo e della gloria di Dio, che meritano di fare in tutto la santissima volontà del Signore, poichè questo è il cibo di cui vengono saziati quaggiù in terra, prima di sedere a quella mensa perpetua, che è la celeste cena, alla quale aspirava il santo profeta Davide, rallegrandosi nella speranza di giungervi.

Questa è la cena che promise Cristo ai suoi Apostoli: « Io dispongo a favor vostro del regno, come il Padre ne ha disposto a favor mio, affinchè mangiate e beviate alla mia mensa nel regno mio ».

O vitalissimo cibo, e chi mi dà di potermi saziare di te! O cordialissimo cibo, e chi mi fa grazia di potermi fortificare e ristorare con te, fin che mi conviene viaggiare nel vasto ed aspro deserto di questo mondo? Che più da desiderare mi resta se mi si concede di far sempre la volontà del mio Signore? Sia questa, in eterno, il mio unico cibo, e, mentre ancora sono in viaggio per il cielo, fra le balze e i dirupi di questa terra, meriti di udire dalla bocca del mio Gesù: « Alzati, mangia », che egli mi faccia degno del cibo di cui fa dono ai suoi eletti, cibo che rinforza e che ristora, poichè il cammino da percorrere in questo mondo, in mezzo ai continui pericoli ed in difesa di tanti nemici, non è senza fatica.

Ripigliate le forze dello spirito a questa mensa, si può camminare generoso ed indefesso fino alla cima del monte della perfezione. A coloro che sanno espropriare la propria volontà per secondare in tutto quella divina, conviene il dono della fortezza che li aiuta a svellere il cuore dai falsi gaudi della terra per trapiantarlo in quelli celesti, che riduce all'alta sfera dell'essere spirituale tutte le operazioni animalesche del vecchio uomo, e che assoggetta allo spirito la natura ribelle e pertinace.

Ci vuole però fortezza d'animo onde staccare l'affetto dagli oggetti sensibili, per sopportare con cuore magnanimo l'esilio della vita presente, che differisce il possesso della patria beata, per non lasciarsi vincere dalle lusinghe del senso, per non cadere negli inganni del mondo e per non aderire alle suggestioni del demonio.

 

5. «BEATI I MISERICORDIOSI»

« Beati i misericordiosi, perchè essi otterranno Misericordia ». Questa è la quinta beatitudine, nella quale si promette la misericordia di Dio a tutti coloro che avendo viscere di pietà la usano con gli altri, liberandoli dalle miserie nelle quali si trovano, cioè dalla povertà, dai disastri spirituali o temporali o da altri mali che li tormentano.

La misericordia, che fa beato chi la possiede, nasce da una grande riverenza verso la maestà divina e dalla considerazione delle necessità del prossimo, dalle quali esso viene subito sollevato perchè il misericordioso non guarda nè alla carne, nè al sangue ma soccorre tutti indistintamente avendo di mira la sola carità.

Alla divina maestà piace tanto l'esercizio di misericordia nei suoi servi. La principale lezione, infatti, data da Gesù al giovane ricco che voleva seguirlo e farsi suo discepolo, fu la esortazione ad essere misericordioso coi poveri soccorrendoli nelle loro necessità con le sue sostanze. Questo ci dà a conoscere che il sommo della perfezione evangelica si compie nell'esercizio santo della misericordia verso i bisognosi, ed in essa il Signore ci presenta una sublime ed importante lezione. Egli vuole che tutti coloro i quali frequentano la sua scuola si diportino da veri misericordiosi. Anzi, su questa lezione farà rigoroso esame nel giorno del giudizio per vedere quale stima abbiamo avuto di sì alta dottrina.

Sfortunati e miseri coloro che sotto un tanto eccellente maestro rimasero ignoranti, non sapendo approfittare di quelle dottrine con le quali potevano avanzare fino ai più alti posti nell'insigne università dei beati. Come rimarranno confusi allorchè in faccia al mondo sarà loro detto quel terribile « reprobo », col quale saranno esclusi per tutta l'eternità dal consorzio dei Santi, e confinati per sempre nelle tenebre dei dannati. Non troveranno più misericordia in quel cuore che, tutto pietà ed amore, altre volte fece loro dono d'infinita misericordia perchè, a loro volta, non l'usarono verso colui che la chiedeva mentre giaceva fra le miserie del mondo.

Non speri dunque misericordia dal Dio delle misericordie chi non l'esercita coi suoi fratelli; l'aspetti invece, più di quanto sa desiderare, chi la vive facendone partecipe il suo prossimo. Ciò che dài ai poveri è come riposto negli erari del cielo: sii dunque largamente misericordioso col prossimo ed il Signore ti ricompenserà ad usura. E sant'Agostino dice: « Con immenso vantaggio dell'anima ti comperi i preziosi tabernacoli dell'empireo, allorchè concedi al mendico il più remoto angolo della tua casa ». E san Bonaventura: « A te si dona per tuo eterno rinfresco il torrente dei celestiali piaceri allorchè porgi alle labbra d'un povero assetato un solo bicchiere d'acqua fresca ».

Beati sono dunque i misericordiosi perchè hanno una felicissima sorte: come essi liberano il prossimo dalle miserie da cui è tormentato, così essi medesimi saranno da Dio liberati e beatificati nel suo regno. Di questa felicissima sorte che li attende hanno una fermissima speranza, perchè fin da questa vita sentono il principio dell'eterna felicità.

La misericordia appartiene al dono del consiglio ed è la quinta beatitudine. Sant'Agostino c'insegna praticamente il modo e la misura con cui dobbiamo esercitarci nelle opere di misericordia, facendo cioè agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi.

Le opere di misericordia si possono raggruppare in corporali e spirituali. Le prime riguardano il sollievo dalle necessità temporali e sono: dar da mangiare agli affamati; dar da bere a quelli che hanno sete; vestire gl'ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gl'infermi; visitare i carcerati e seppellire i morti. Le seconde attendono a liberare l'anima da certi mali spirituali che la possono cogliere: dare buon consiglio; ammonire i peccatori; ammaestrare gli ignoranti; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare le ingiurie o molestie che ci vengono date da altri; pregare Iddio per i vivi e per i morti.

Beati dunque coloro che si esercitano in queste opere di misericordia perchè, ripieni di carità e di Spirito Santo, essi riceveranno misericordia anche in questa vita da quel liberalissimo Signore il quale dà a tutti il cento per uno.

Le due beatitudini sopra spiegate riguardano la vita attiva, mentre le due seguenti, sesta e settima, sono in ordine alla vita contemplativa.

 

6. «BEATI I MONDI DI CUORE»

« Beati i mondi di cuore perchè vedranno Dio ». Il primo e più importante impiego d'un cristiano è di procurare con tutte le sue forze e con tutta diligenza la purità di coscienza e la mondezza del cuore. Lo stesso Spirito Santo mostra singolare premura nel vederci applicati in ciò poichè lo mette in rilievo nel libro dei Proverbi. L'uomo che conserva puro il suo cuore dalle sordidezze del mondo e del peccato e lo conserva purificato dagli abiti viziosi, vive la vita di Dio, la quale permette che si veda Dio con il limpido occhio dell'intelletto e che si cominci a godere fin da questa valle di lagrime il santo esercizio dell'orazione. Questa è la vita che rende beati coloro che vivono alla perfezione la mondezza di cuore, la quale è principio della vita che godono i Santi in cielo.

Il Signore volle che i suoi servi fossero sempre mondi e puri, e tali li vuole perchè possano comparire davanti a lui per contemplare il suo volto, per implorare la sua clemenza e far placare la sua giustizia. Per questo nell'Esodo comandava che Aronne ed i suoi figliuoli, prima di entrare nel tabernacolo sacrosanto del testimonio ed accostarsi all'altare, si lavassero con acqua e si ungessero con olio; da ciò si rileva, dice san Bonaventura, che coloro i quali si pregiano d'essere seguaci di Cristo hanno il preciso obbligo d'avere una speciale purità e mondezza di cuore, cagionata dall'unzione dello Spirito Santo, che abita in loro.

Puro dev'essere il cuore, monda la coscienza, candido l'animo, sincera la mente, santi i pensieri, retta l'intenzione, dominate le passioni, purgati gli affetti, l'intelletto sempre in amicizia con la verità, la volontà unita al vero bene; insomma, tutto l'uomo dev'essere applicato al suo unico ed ultimo fine, se vuole vedere il volto di Dio, se vuole mirare coll'occhio interiore dell'anima la maestà dell'Altissimo, senza rimanerne oppresso dalla gloria.

Viene in aiuto dei puri di cuore il dono dell'intelletto poichè, come dice sant'Agostino, serve loro di occhio per vedere ciò che « nè occhio vide, nè orecchio ascoltò, nè si fece sentire nel cuore dell'uomo », poichè i puri di cuore fin da questa vita giungono ad avere una cognizione tanto elevata di Dio, che è come vederlo; così gustano di quella beatitudine, la cui pienezza è loro riservata in paradiso quando lo vedranno al lume della gloria.

Oh, quanto sono stolti coloro che cercano Dio negli oggetti esteriori, stimando solo ciò che s'addice al loro senso e ciò che è gradito al loro occhio!

 

7. «BEATI I PACIFICI»

La settima beatitudine è senza dubbio sublime e porta seco un'eccellenza ed una perfezione singolarissima: « Beati i pacifici perchè saranno chiamati figli di Dio ».

Non v'è lingua d'uomo che valga a dichiarare la prerogativa e la nobiltà di questa beatitudine. L'aquila degli Evangelisti, san Giovanni, che col suo volo sorpassando i cieli, giunse in seno al Padre per avere sotto gli occhi le verità più divine, rimase confuso a questa nostra prerogativa di figliuolanza divina, e per spiegarla ai fedeli non seppe fare altro che offrire per meditazione l'infinita carità di Dio che ci appella suoi figli. E gli uomini pacifici, con la continua guerra che fecero contro se medesimi e le proprie passioni, si guadagnarono come premio delle loro fatiche, come corona delle loro vittorie, come palma dei loro trionfi, la grande felicità d'essere chiamati figliuoli di Dio.

La fede di cui è adorna la loro anima è, come dice sant'Agostino, cagionata dal dono della sapienza, il quale porta seco una cognizione e contemplazione altissima della somma verità. Gli uomini di pace che sono da Cristo chiamati beati sono coloro i quali interiormente aderiscono alle leggi di Dio, di modo che nessun movimento della parte inferiore è ribelle alla superiore; ma rimanendo la carne soggetta allo spirito, tutti gli affetti e movimenti di essa obbediscono pronti allo spirito e a lui stanno sottomessi, allo stesso modo che questo sta soggetto a Dio e dipendente dalla volontà divina.

O pace santa, vero ritratto di quella che godettero i nostri progenitori nel Paradiso terrestre, prima che col peccato di trasgressione venissero meno al precetto imposto loro dal Creatore, quando giungerò io a possederti? Insegnatemi, o Santi del cielo, voi che sapeste appropriarvela in terra, i mezzi per conseguirla. Ditemi per quali vie si arriva alla cima di quest'olimpo dove i venti non soffiano, le nubi non s'addensano e le intemperie noiose non molestano.

Tre sono i sentieri che conducono all'altezza di questo monte di Dio: la conformità col divino volere; l'umiltà nel trattare col prossimo; la tranquillità in se stessi. Non può avere pace colui che essendo amico della propria volontà, nulla o poco gliene importa contraddire quella di Dio, purchè possa ottenere quanto vuole e quanto brama. Al contrario, invece, la gode ben grande e continua chi si sforza di rassegnare e consegnare se stesso alle disposizioni rettissime della volontà di Dio, unendo la sua volontà a quella dell'Altissimo.

L'umiltà è il secondo mezzo per conseguire e conservare la pace, quando, non preferendosi ad alcuno ma assoggettandosi a tutti, si procura di vivere in quell'unione o unità di spirito che è propria dello Spirito Santo. Umiltà che tanto raccomandava l'apostolo san Paolo ai cristiani di Efeso, quando li esortava ad essere solleciti a serbarla nel vincolo della pace. L'umiltà è fortissima nell'espugnare la superba rocca della discordia, sia esteriore tra gli uomini che interiore tra il senso e la ragione e tra la carne e lo spirito, chè questa sola basta per avere la piena vittoria su quella.

Il terzo mezzo per l'acquisto della vera pace è la tranquillità della mente, perchè il cuore in cui deve erigere il suo pacifico trono la pace non può non essere quieto e tranquillo La pace è nemica delle turolenze e delle inquietudini; Iddio non può prendere riposo nell'anima se non quando tutte le potenze, passioni ed affetti stanno in un divoto silenzio, quando cioè tutto il piccolo mondo dell'uomo vive in una serenissima pace, poichè egli è il Dio della pace, a cui la pace serve di ricco padiglione.

A quanta perfezione salirono coloro ai quali Iddio diede la tranquillità della mente e la felicissima pace del cuore! Essi giunsero ad una perfezione così eminente che li rende simili al medesimo Dio, in quella maniera possibile, che il Salvatore desidera e ricerca nei suoi cari. Perciò Gesù chiamò beati i pacifici perchè con la beata pace del cuore divengono figli del medesimo Dio. A tale dignità di figliuolanza divina li innalza il dono della sapienza, da cui deriva quell'interna pace, della quale essi godono con quella serenità interiore che dà loro una somiglianza mirabile con Cristo Signore nostro, che è Figlio di Dio, a cui essi si configurano come fratelli e figli adottivi dell'eterno Padre.

 

8. «BEATI QUELLI CHE PATISCONO PERSECUZIONI PER LA GIUSTIZIA»

L'ultima beatitudine, vero effetto della pienezza dello Spirito Santo, è di coloro i quali in premio delle loro virtù e per la vita esemplare che conducono seguendo i consigli evangelici a confusione dei cattivi, ricevono da questi ingiurie, travagli e persecuzioni.

Beati coloro che patiscono persecuzioni per amore della giustizia, cioè a motivo delle buone opere, perchè di questi è il regno dei cieli ».

Gli uomini, camminando nella maggior parte fra le tenebre dei loro vizi, hanno in odio la luce della virtù, nè possono avere sott'occhio gli splendori dei santi costumi, dei buoni esempi ed il retto vivere dei giusti. Chiunque vuole essere assoldato sotto lo stendardo di Cristo deve sempre tenere alle spalle e di fronte il nemico che lo perseguita e lo contrasta. Egli è bersaglio di risa e motteggi perchè s'è addossato sugli omeri il giogo di Cristo. Perciò si armi d'un cuore magnanimo per tollerare mille e mille mali, poichè l'integrità dei suoi costumi è di grande noia a coloro che assecondano le inique leggi del senso e non sentono il freno della ragione e della grazia.

I seguaci di Cristo sono guardati dal mondo con occhio perverso per la loro innocenza, ma sono i diletti di Dio, quelli che egli stesso chiama beati.

Questa beatitudine, dice l'Angelico, non è altro che una confermazione e manifestazione delle sette precedenti; poichè quando uno è confermato nella povertà di spirito, nella mansuetudine e nelle altre virtù, ne deriva chiaramente ch'egli, per qualunque persecuzione o contrasto, per grande che sia, non si ritira da tanti beni, lasciando il cammino già incominciato della perfezione cristiana, ma invece persevera costante nelle opere buone e nel servizio di Dio con molto aumento di meriti.

L'ottava beatitudine, come dice sant'Agostino, è un attestato della perfezione consumata da quelle anime che meritarono dal Signore la grazia di avere in sè le beatitudini. Coloro che sono i convitati di Cristo, quando arrivano ad avere in mano il suo calice non si accontentano nè si saziano finchè non danno fondo a tutto, fino a bere il fiele più amaro con la feccia dei patimenti e delle tribolazioni. Godono però tali consolazioni che il fiele è per loro condito come miele e l'aloè si tramuta in ambrosia di paradiso, onde sembra loro d'avere già in mano le chiavi della corte eterna e di trovarsi già in possesso del regno dei cieli. Sanno che i loro travagli sono di quelli ai quali il Signore promise grande mercede e gran corona, lo disse lo stesso Gesù: « Godete ed esultate: ecco che il vostro premio è grande in cielo ».

Nelle cronache dei Padri Carmelitani Scalzi di Venezia si legge che la venerabile Caterina di Gesù, grande figlia di santa Teresa, apparve dopo morta, con grande bellezza e splendore, ad una religiosa del suo medesimo Ordine, portando una croce pettorale di pietre preziose, quale indice del premio che aveva avuto in cielo per i suoi travagli sofferti in vita e le rivolse le seguenti parole: « Oh, che bella cosa amare Dio e patire molto per lui!».

Il testimonio della buona coscienza allevia l'amarezza del patire e rassicura la certezza del premio, ma la presenza intima dello Spirito Santo conforta i tribolati ed accresce in essi la sete di patire. Così lo spirito di san Paolo, libero dalle catene che tenevano prigioniero il corpo nel carcere ov'era stato posto, godeva di vedersi in quella maniera favorito da Cristo, e stimava più onore trovarsi coi ceppi ai piedi che con la corona reale sul capo.

O glorioso patire che più perfettamente mi unisci al mio Signore! Che cosa sa chi non sa patire per Iddio? Niente sa perchè non capisce che la beatitudine dei veri imitatori di Cristo sta nella eguale tolleranza dei patimenti e delle persecuzioni.

In questa beatitudine dunque si riepilogano tutte le altre, perchè chi ha il coraggio di divenire scherno del mondo per sostenere l'onore della virtù dimostra d'escontrito o delle sue colpe, mondo e semplice di cuore, quieto e pacifico nel suo interiore. Vengano dunque sopra di me le onde più furiose delle persecuzioni; mi sbalzino nell'alto mare delle amarezze più inconsolabili i venti dell'odio e delle mormorazioni; mi sommergano al fondo le tempeste più tenebrose delle contraddizioni, sono certo che alla fine succederà una tranquillissima calma ove m'aspetta un sicurissimo porto, se con il vento favorevole dello Spirito Santo io salpo dalla terra dei miei peccati. Vengano pure tutti i mali del mondo, tutte le persecuzioni dei tiranni chè, dopo queste, mio sarà il regno dei cieli, mia la gloria del paradiso; io sarò tutto di Dio ed in me regnerà lo Spirito Santo.

 

LO SPIRITO SANTO CONCEDE IL MERITO DELLA VIRTU'

Da virtùtis méritum. Dà il merito della virtù. SEQUENZA.

L'angelico Dottore san Tommaso insegna che nessun uomo, nè qualsivoglia natura creata può fare opere tali che siano di merito per la vita eterna, se non sono compiute e fecondate nella grazia dello Spirito Santo. La ragione che ne dà è nella natura della vita eterna, la quale è un bene infinito che eccede infinitamente la natura creata, poichè eccede ancora la cognizione ed il desiderio della medesima. L'uomo può fare quanto può e quanto sa con le forze che Dio ha posto fra i limiti della sua natura, ma non giungerà ad avere un minimo premio soprannaturale, quando manchi in lui la virtù dello Spirito Santo che lo muova e lo sospinga in ordine alla vita eterna. Non v'è atto di vita morale, se non è avvalorato dalla carità e dalla grazia, per cui solo allora viene reso grande, nobile ed eccellente. Se manca l'unzione dello Spirito Santo gli atti più generosi di mansuetudine, di fortezza e persino il medesimo martirio, anzi gli stessi atti di fede, vengono a mancare degli effetti grati a Dio, e per conseguenza non portano con sè il ricco prezzo del premio. Dallo Spirito Santo deriva tutto il valore della virtù e per lui verrà pagata a contanti nella gloria del paradiso ogni operazione fatta nella carità e per la carità. Questo è quanto domanda la Chiesa allo Spirito Santo dicendo: « Da virtùtis méritum ». Dà, o Spirito Santo, alle opere di virtù che noi, servi inutili, compiamo, il valore del merito soprannaturale affinchè possiamo ricevere da te il premio e la corona nel cielo. Concedi ai nostri atti quei « carati d'oro » e quei doni con i quali comparendo dinanzi al trono della tua divina giustizia e della tua misericordia possiamo essere compensati per tutta l'eternità.

E' verità definita dal Concilio di Trento che grande è davvero la bontà di Dio, il quale premia in noi i suoi doni, che fece nostri per coronarli con corona di giustizia. Dallo Spirito Santo viene a noi la virtù di poterci muovere verso l'ultimo nostro fine, eppure ogni minimo passo che muoviamo lo vuole premiare con una infinità di gloria. E gode tanto di questo che chiunque volesse affermare che le opere buone del giusto sono soltanto ed esclusivamente doni di Dio, senza ch'egli vi abbia messo la sua propria parte nel compierle, è dichiarato scomunicato.

Lo Spirito Santo agisce veramente da Dio, sono così grandi la sua bontà, la sua misericordia ed il suo amore verso gli uomini che vuole che i suoi doni, le sue grazie e i suoi favori gratuiti divengano altrettanti meriti dei medesimi uomini, per avere poi egli da premiare le sue creature. La santa Chiesa conosce questa propensione dello Spirito Santo ad elargire ed a comunicare i suoi doni perchè divengano meriti per le anime, e desiderosa com'è di vedere i suoi fedeli nella sublimità della gloria, domanda allo Spirito divino che conceda sublimi meriti, alto valore e grande prezzo alle opere di virtù ch'essi compiono perchè possano ricevere il grosso cambio di beni eterni sul « banco » della divina giustizia. San Tommaso dice che due cose si richiedono e si ricercano nelle opere dell'uomo perchè possano essere premiate: primo, si deve vedere nell'atto che si compie la disposizione del Signore, disposizione che fa conseguire all'uomo il suo ultimo fine, in modo ch'egli opera bene per guadagnare la mercede delle sue azioni; secondo, che l'atto, il quale dev'essere meritorio, deve venire dalla volontà liberamente, e deve essere fatto non per necessità o forzato ma spontaneamente, dettato solo dal libero arbitrio.

Considerata pertanto l'azione che l'uomo compie, sia in quanto essa dipende dalla disposizione divina, o in quanto è originata e procede dal libero arbitrio, sempre egli deve riconoscere in sè il merito dello Spirito Santo, mediante la carità da lui infusa con la grazia. A Dio dobbiamo dunque indirizzare tutte le nostre opere, come ad ultimo fine, e questo indirizzo ci viene dato dalla carità.

Così la Chiesa supplica lo Spirito Santo che si degni concedere ad ogni atto di virtù il valore che lo renda stimabile presso Dio. E non domanda solamente la sostanza del merito ma ancora la sublimità e l'eccellenza di esso, perchè ogni azione sia fatta con intensità d'amore alla quale corrisponde necessariamente l'intensità del merito: « da virtùtis méritum ».

Oh, quanto lo Spirito Santo gradisce le opere che vengono fatte con uno speciale affetto di carità! Quanto sono piene di merito, se la intenzione è pura e l'amore le accompagna e le offre alla maestà divina! Sia pure piccola l'azione per quanto si voglia, ma quando è grande l'amore, anch'essa diviene grande al cospetto di Dio e meritoria di grandissimo premio. Al contrario, sia pur grande, generosa e difficile un'azione, se è compiuta senza la carità si riduce subito al nulla, perché niente vale e perciò niente merita. Il Signore non guarda che al cuore, nè d'altro si cura se non dell'affetto puro ed intenso con cui gli si presenta l'azione e con cui s'accompagna ed offre il sacrificio dei nostri atti. Per questo san Paolo dice che se avesse fatto i più strepitosi miracoli, intrapreso le maggiori azioni del mondo e sopportata anche una morte fatta di lento fuoco, a niente gli avrebbe giovato mancandogli la carità, che fa agire sempre ed in tutto con affetto e per puro amore di Dio.

La carità è sì preziosa che tanto l'amore quanto l'intenzione si valgono di essa per prenderne il valore, la stima ed il merito. La Chiesa domanda allo Spirito Santo il fervore della carità e l'intensità dell'amore verso di lui, affinchè gli atti di qualsiasi virtù siano meritori: « da virtùtis méritum ». Tutto deve venire a noi dallo Spirito Santo perchè a lui spetta di dare a noi la grazia divina che è la radice della carità. Sant'Agostino si consolava sapendo che ciò che domanda la Chiesa allo Spirito divino egli l'aveva ricevuto in abbondanza, e riconosceva d'aver ricevuto da Dio la grazia di meritare la vita eterna, perchè sentiva in sè un grande odio al peccato ed il dolore dei peccati passati, un grande disprezzo dei beni presenti ed un vivo desiderio di giungere al possesso della gloria futura.

Siano anche in noi questi desideri, sia in noi questo disprezzo e questo odio santo per tutte le cose che passano e sarà anche in noi la grazia di meritare. Ogni volta che dobbiamo compiere un'opera buona o che ci applichiamo in qualche esercizio di virtù, diciamo a Dio di gran cuore: « da virtùtis méritum ».

O Signore, concedi a noi la grazia di deportarci in tale maniera da operare solo per amore tuo, perchè abbiamo da meritare presso di te nuova grazia per conseguire poi maggior gloria. Noi ti protestiamo che altro fine non abbiamo, nè vogliamo nelle nostre operazioni se non te, sommo bene, ti indirizziamo fin da questo momento ogni nostro pensiero, ogni nostro benchè minimo atto interno ed esterno, ogni nostra parola, ogni nostro respiro, insomma, ogni nostro movimento, perchè tutto sia ordinato a te, tutto sia per te e con te, nè altro per noi pretendiamo se non il merito per il quale riceveremo un giorno te, unica nostra eterna e totale mercede di tutti i meriti.

 

LO SPIRITO SANTO OFFRE LA SALVEZZA

Da salùtis éxitum. Dà la salvezza finale. SEQUENZA.

Con questa petizione, fondata sulla dottrina di san Tommaso e sulle verità definite dal Concilio di Trento, si domanda allo Spirito Santo la perseveranza finale nel bene, la persistenza nella grazia di Dio e la durata dei meriti: « da saùtis éxitum ».

Concedici, o Spirito Santo, un esito felice di salvezza eterna, fa' che finiamo i nostri giorni nella tua grazia, fa' che passiamo dalla vita presente all'eterna salvezza per merito tuo. Poco importerebbe alle anime nostre passare la vita con grandi meriti presso Dio, quando perdessimo ogni cosa peccando gravemente e ci dannassimo.

Nè dobbiamo presumere che dopo di aver chiesto allo Spirito Santo la sua grazia per meritare la ricompensa delle nostre azioni, questo basti per poter preservarci dal peccare. Non basta, dice san Tommaso, perchè la perseveranza finale nell'amicizia divina è dono speciale di Dio, ed oltre la grazia si richiede ancora un aiuto speciale per astenersi dalle colpe e vivere rettamente fino alla morte. Perciò ognuno deve chiedere a Dio con istanza il dono della perseveranza finale.

Sono tante le battaglie che il demonio procura alle anime, sono così violenti gl'impulsi delle tentazioni, così frequenti gl'inganni e le insidie che il comune nemico tende a loro danno, e soprattutto è sì continua la guerra tra la carne e lo spirito, che nonostante l'anima abbia la grazia di Dio, sia giusta e monda, tuttavia ha sempre bisogno di nuovo aiuto e di singolare protezione dello Spirito Santo per non cadere in peccato e perseverare fino alla morte nella virtù e nel bene incominciato. Chi sta in grazia non deve stare con le mani alla cintola pensando che ciò basti, nessuno stia neghittoso in ozio perchè è necessario muovere continue istanze a Dio affinchè gli conceda l'inestimabile dono della perseveranza.

O santa perseveranza che sola puoi far beato il giusto! Cara perseveranza che puoi salvare gli uomini come disse il Salvatore: « Chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvo »'. Nessuno si glori di tenerti sicura ed in suo potere, e tanto si vanti di avere tali forze di spirito che siano sufficienti le sue sole industrie per preservarsi dalla impenitenza finale, poichè questo non è nella potestà dell'uomo ma è dono singolare dell'Altissimo, è favore e privilegio dello Spirito Santo.

Dio solo è quel forte e potente il quale ci può tenere in piedi affinchè non cadiamo, e ci può facilmente alzare da terra quando siamo caduti. Da noi soli non ci possiamo aiutare. Non per questo dobbiamo però perderci d'animo ma collocare ogni nostra speranza nella sua divina pietà e misericordia, di cui sta scritto: « Solleva il misero dalla polvere e rialza il povero dal fango ».

Ognuno consideri lo stato della sua anima, veda se cammina diritto nella via della virtù, con le forze della grazia divina e col lume della carità, e si guardi bene dall'inciampare e cadere; vada sempre con grande timore operando in favore della sua eterna salute con fatiche, vigilie, elemosine, orazioni e digiuni, viva nella legge di Dio con purità di coscienza, con integrità di costumi e con grande innocenza. Nessuno diffidi di quel sommo Bene il quale non manca mai, ne può mancare a coloro che corrispondono alla sua grazia divina. Se egli comincia in noi la sua opera santa per la salute dell'anima nostra, la finirà certamente dandoci insieme alla buona volontà la rettitudine dell'operare. Egli vuole però essere pregato perche gode di sentire da noi le affettuose istanze e la supplica efficace che qui gli porge la Chiesa: « Da salùtis éxitum ». Questa petizione dovremmo ripeterla tutti ogni ora, perchè da essa dipende tutto il nostro bene.

L'ultima cosa che fa l'uomo è l'uscire da questo mondo morendo, perciò la morte si chiama con questo nome « éxstus », cioè uscita dell'anima dal corpo, ovvero « esito », cioè risultato. Se l'esito nostro sarà esito felice, saremo beati, salvi e felici per l'eternità. Ma se l'esito sarà impenitente, senza perseveranza nel bene, senza continuazione della grazia di Dio, saremo eternamente perduti, privi d'ogni bene e d'ogni speranza di bene.

Supplichiamo quindi Iddio: « da salùtis éxitum », ma cooperiamo con la grazia divina e coi suoi divini aiuti per non deviare dalla virtù, per non cedere vergognosamente il campo al nemico nel tempo del combattimento e per guadagnare la corona. Il Redentore promise la ricompensa ai soli che resistono con lui e che da lui non si partono nel tempo delle tentazioni, e dice che egli medesimo sta preparando loro in premio il regno dei cieli. Ci dà quindi a conoscere che coloro i quali ad ogni minima suggestione del demonio lasciano l'amicizia con Dio e rigettano da sè la grazia divina non si devono aspettare il regno, che sta invece preparato per quelli che perseverano nel bene. La perseveranza, dice Beda, o vogliam dire con altro nome la costanza, è una certa robustezza ed incontrastabile fortezza di mente, che per non rimanere vinta dagli assalti continui dei nemici spirituali sta forte e ferma e riesce principio della vita beata e gloriosa.

San Tommaso dice che la perseveranza ha un triplice significato: primo, significa un certo abito della mente per il quale l'uomo sta fermo e costante contro le tristezze, il tedio ed travagli e non viene rimosso dalla virtù; secondo, si può dire sia un certo abito, per ragione del quale l'uomo ha il fermo e risoluto proposito di perseverare nel bene fino alla fine della sua vita; queste due forme di perseveranza vengono infuse nell'anima del giusto con la grazia divina; terzo, la perseveranza significa quella continuazione e durata nel bene fino alla morte, per ragione della quale l'uomo mantenendosi amico di Dio muore nella sua grazia. Questa perseveranza finale è un dono di grazia particolare che si ottiene da Dio con molte istanze. Non tutti coloro che sono onorati dal Signore della sua divina amicizia e grazia sono poi fatti degni del dono della perseveranza e dell'esito felice della vita eterna.

La storia della santa Chiesa ha dei compassionevoli esempi di molti i quali, dopo aver condotto per un lungo tratto d'anni una vita piena di meriti, di asprezze corporali, nel continuo rinnegamento di se medesimi, con esempi rari di santità, finirono poi i loro giorni cadendo in qualche grave peccato. Saul, re di Israele, cominciò bene ma finì pessimamente i suoi giorni, tanto

che Iddio lo rigettò da sè per le sue iniquità, e proibì a Samuele profeta di piangere la di lui rovina, privandolo persino del tributo naturale dell'affezione.

Salomone fu molto gradito a Dio, eppure molto si teme della di lui salvezza perchè eresse dei templi agli idoli e contravvenne ai comandi di Dio.

Oh Signore, e chi non temerà vedendo siffatte colonne forti, sode, massiccie, crollare per non aver resistito fino all'ultimo a causa d'un leggero soffio di vento, d'una tentazione, d'una passione o d'un affetto sregolato? Chi non vede con quanta premura e fervore di spirito si debba frequentemente supplicare la maestà divina che ci conceda una fine beata, una morte santa, una immutabile persistenza nel bene, dicendole: « da salùtis éxitum » ?

Tutte le altre domande finora spiegate si riassumono in questa ed in questa sola si perfezionano, per, chè a nulla esse giovano se questa sola manca del suo effetto. Tutti gli altri meriti vanno perduti se non vi si aggiunge quello della perseveranza finale. Poco gioverà dinanzi al tribunale di Dio aver cominciato bene la nostra vita se un'ottima fine non la conchiude. La perseveranza è la suprema consumazione ed ultima perfezione della virtù, figlia della costanza; nodo indissolubile d'amicizia tra Dio e l'uomo, essa merita tutta la misericordia di Dio, il quale tutto si prodiga per l'anima perseverante, specie nel suo ultimo e pericoloso passo verso l'eternità.

Il Salvatore ebbe misericordia della turba che perseverante lo seguiva nel deserto e la sfamò miracolosamente; qui lascia il pregio alla perseveranza di meritarsi, sola, il premio della vita eterna. Così anche l'Apocalisse ci testimonia la promessa del Signore: « Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita eterna ». Ci vuole dunque fedeltà a Dio, una fedeltà che duri fino all'ultimo respiro della nostra vita; solo allora saremo sicuri d'una ricca corona di gloria.

Perseveranza nell'operare il bene, ma di quella che finisce con la vita. Per questo il demonio molto accortamente mette tutta la sua diligenza, usa tutte le sue frodi e muove tutte le sue pedine per impedire la costanza nel bene. L'astuto e velenoso serpente d'inferno tien dietro continuamente alle nostre calcagna ed ordisce trame ed inganni per rompere il filo della santa perseveranza e rendere perversa ed iniqua la fine della nostra vita.

Tre sono le cose principali con cui il demonio impedisce la perseveranza e fa che l'uomo non consegua la sua eterna salute, così come dice Ugon cardinale: leggerezza, ovvero incostanza nel bene, operare negligente e pigra pusillanimità. Quando uno lascia la via del peccato e comincia a servire Dio con opere sante, con esercizi di pietà e con pratiche di virtù, deve andare innanzi risoluto, sodo e costante, non con leggerezza e volubilità d'animo, perchè, afferma san Bernardo, così non giungerà alla fine, ma a poco a poco ritornerà al male di prima, rimanendo privo del dono della perseveranza e rimanendo ancora senza il diritto all'eternità dei contenti.

Se poi alla leggerezza ed incostanza si aggiunge l'operare tiepido e negligente, cresce ancor più l'ostacolo e viene il momento in cui l'anima abbandona tutto perdendo quel poco che già aveva fatto. Chi lavora con tiepidezza nella vigna del Signore rifiuta il dono della santa perseveranza, si dispone ad essere rigettato dalla bocca del Signore poichè non corrisponde alla grazia.

Il terzo ostacolo alla perseveranza è la pusillanimità, per la quale l'uomo rimane pigro di cuore ed avvilito nell'animo, non intraprende nessuna cosa difficile per il servizio di Dio, fino a tralasciare anche le facili; l'anima rimane talmente abbattuta da falsi timori, che abbandona subito il bene incominciato per ritornarsene vilmente indietro.

Se tanti sono i pericoli fra i quali vive il giusto, e se tanti sono i nemici dell'anima sua, come non andrà egli esclamando nel più intimo del cuore a Dio: « da sa, lùtis éxitum » ? Così dovremmo fare noi tutti, e lo fa per noi la santa Chiesa supplicando lo Spirito Santo, poichè questa è opera sua, di assisterci non solamente con la sua grazia divina ma ancora con l'aiuto speciale che ci ottiene la perseveranza nel suo amore, odiando e fuggendo il peccato fino alla morte, affinchè questa sia morte di salute, morte di conforto e principia della vita eternamente beata.

« Da salùtis éxitum ». Ripetiamo questa petizione con frequenza durante il giorno, affine di ottenere la morte dei Santi, i quali, innamorati di Dio e accesi dal fuoco della carità, sentivano ardentissima la brama di morire: « Desidero morire per essere con Cristo », diceva san Paolo; e la serafica vergine santa Teresa ripeteva spesso: « Signore, o patire o morire ».

O felicissima morte di coloro che ardono di carità! O desideratissima morte di coloro che hanno il dono della perseveranza finale! Deh, concedi a me, divinis, simo Spirito, che io sia uno di questi felici; fa', o datore d'ogni bene, che la morte mi trovi col ricco tesoro della tua grazia: « da salùtis éxitum ».

 

LO SPIRITO SANTO DONA IL GAUDIO ETERNO

Da perénne gliudium. Dà il gaudio eterno. SEQUENZA.

La Chiesa domanda per ultimo il premio alla perseveranza dei suoi fedeli, e dopo d'averlo pregato per la concessione d'una buona morte, lo prega adesso per il conseguimento dei gaudi eterni, che è l'ultimo fine dell'uomo: « da perénne gìtudium », e chiede allo Spirito divino la gloria del paradiso, la beatitudine eterna e l'allegrezza perpetua che godono i Santi nella visione di Dio.

Qui si deve considerare che sebbene la beatitudine essenziale dei Santi in cielo consista nella chiara visione di Dio, essa comporta ancora il gaudio, o diletto, del sommo Bene. E perchè questo è un atto della volontà che nasce dall'amore, la Chiesa si rivolge allo Spirito Santo, il quale è amore per essenza e causa e principio d'ogni altro puro amore, per ottenere ai suoi fedeli ogni casto diletto, ogni vero e perfetto gaudio.

Grande è il diletto che procede dalla carità perfetta e sovrabbondante, il gaudio derivante dallo Spirito Santo, che, esperimentandone per singolare favore una minima parte, il glorioso san Francesco Saverio si sentì subito mancare e venir meno di pura consolazione e di gaùdio; così pure san Francesco d'Assisi e la serafica vergine santa Teresa che di puro gaudio e di celestiale diletto furono ricolmi, tanto da sentire l'anima staccarsi dal corpo in procinto di spirare, perchè attratta da una soprannaturale consolazione di paradiso.

Il protomartire santo Stefano ad un solo saggio del gaudio beatifico che gli diede la vista del cielo, più non sentì i dolori del martirio, anzi gli stessi sassi con cui fu lapidato gli divennero motivo di gioia e, scordandosi di se medesimo, pensò subito alla salute dell'anima dei suoi nemici.

Il gaudio che la Chiesa domanda allo Spirito Santo con la presente petizione: « da perénne gìiudium » non è quello che godono i giusti in terra, perchè qui riesce diminuito, ma è quello che a questo succede e che viene loro concesso nell'altra vita. Vi sono tre specie di gaudio e tutte e tre provengono dalla grazia dello Spirito Santo: il primo è goduto dai giusti in questa vita, e deriva dall'abbandono e dal disprezzo delle ricchezze per amore di Dio e dal patire per lui travagli, fatiche e dolori. San Paolo manifesta questo gaudio ai Filippesi dicendo loro la sua allegrezza, contentezza e consolazione per i molti travagli sofferti in servizio di Dio, e, siccome il suo patire aveva come prima causa la predicazione e l'evangelizzazione dei popoli alla fede di Gesù Cristo, così egli soggiungeva agli stessi Filippesi, che essi erano il motivo della sua contentezza. Il santo Apostolo ripete la stessa verità nella seconda lettera a quei di Corinto.

Grande è dunque l'allegrezza per i giusti quando sono fatti degni di patire per amore di Dio.

Il secondo gaudio è quello che nasce dalla buona coscienza, il quale è il maggiore, il più eccellente ed il più desiderabile che possa darsi nel mondo; questo rende l'uomo beato nella vita presente facendogli godere il principio di quella felicità che godono i Santi

in cielo. Non v'è tristezza che possa offuscare il gaudio dei giusti. E se le avversità del mondo sembrano causare loro tristezza, essa è solo apparente, come affermò san Paolo ai Corinti. La buona coscienza e un torrente di latte, un lago di miele nel quale ogni tristezza si raddolcisce.

Il terzo gaudio, che è « l'esperienza dell'eternità », nasce dalla chiara visione di Dio, è concesso ai giusti che, vinti i travagli di questa vita, passano ai godimenti dell'altra. Essi vengono allora posti in vista dell'essenza divina, lucidissimo specchio in cui si vedono tutte le cose e quanto si può desiderare, e nuotano sempre in un mare di dolcezze.

Questo è il gaudio sempiterna che mai ha fine, sia pure per un solo istante. E' il gaudio a cui è invitato il servo buono e fedele dopo che ha fedelmente osservato tutto ciò ch'è di maggiore gloria di Dio. E' il gaudio in cui l'anima è confermata nella perseveranza ed in cui riceve il dominio e l'investitura di molte ricchezze celesti secondo il detto del Vangelo: « Va bene, servo buono e fedele: sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molte cose. Entra nel gaudio del tuo Signore » .

Chi può capire, dice Ugon cardinale, quanto sia abbondante, intenso e perfetto questo gaudio? Chi può penetrare le misteriose ed espressive parole del Salvatore, che assicura il gaudio del Signore, ed a questo invita l'anima fedele a%nchè sia immersa in un abisso di vera allegrezza e di consolazioni divine? Se essa solleva lo sguardo in alto, è consolata dalla visione divina; se lo abbassa si rallegra perchè si vede scampata dalle pene dell'inferno; se si mira in se stessa e nel suo cuore, la buona coscienza la rallegra; se si guarda intorno, le creature le servono di corona.

Ecco i tre gaudi che lo Spirito Santo apporta nell'anima. In questa petizione la Chiesa chiede espressamente il terzo dicendo: « da perénne gìiudium ». Gli altri due sono coordinati a questo, e questo è, di quelli, lo scopo ed il fine, perchè noi siamo da Dio creati per il gaudio eterno. I due primi vanno aumentando e perfezionando col lume della grazia divina, il terzo si stabilisce imperturbabile al lume della gloria.

Quelli si ottengono dallo Spirito Santo, dando a lui ricetta nel nostro cuore, detestando le colpe, estirpando i vizi, mortificando le passioni e staccandoci dalle cose della terra; a questo si arriva con la scala dei meriti, quando si giunge a vedere Dio in sè, com'è, a contemplare la sua essenza divina e a godere l'eterno, il sommo ed infinito Bene.

Ognuno dei tre porta il nome di' perenne perchè tutti e tre sono fondati sul Signore, il quale non può mancare. Perciò san Paolo augurandoli tutti a tutti scrisse ai Filippesi: « Godete sempre nel Signore; ve lo ripeto: godete »2. Con questo denotava la perpetuità e fermezza dei gaudi che loro augurava, non defettibili come quelli del mondo, ma imperturbabili come quelli di Dio.

I due primi però possono essere amareggiati od impediti dal peccato, perchè fin che siamo in questa vita abbiamo sempre dei nemici da combattere, nè mai siamo certi della grazia divina, ma il terzo gaudio non ha contrasto alcuno che lo possa alterare, poichè chi lo gode è già divenuto impeccabile, nè sta più in sua libertà il perderlo, perchè sta oramai dentro le porte del paradiso dove non entra alcuna tristezza.

La santa Chiesa domanda questo gaudio alla fine della Sequenza, dopo tutte le altre petizioni, per parecchi motivi: primo, perchè è l'ultima cosa che possa ricevere da Dio, ed è la più eccellente e la più sublime; secondo, perchè questo gaudio non si concede se non a chi è già purificato, perciò era necessaria chiedere prima quelle cose che dispongono l'anima a ricevere questo sublime favore e la rendono abile a godere un tanto bene; così ha chiesto precedentemente la luce dell'intelletto, per conoscere ciò che deve operare in servizio della divina maestà e l'ardore della volontà, per amare solamente chi merita d'essere sommamente amato. Terzo motivo, perchè bisogna prima seminare in terra ciò che si raccoglierà nella gloria del paradiso, quindi era conveniente domandare allo Spirito Santo il valore delle operazioni ed il merito delle virtù e poi chiedergli il premio e la corona.

« Da perénne gìiudium ». Secondo l'interpretazione dei maestri latini la parola « perenne » si adatta con proprietà alla perpetuità delle sorgenti d'acqua, oppure alla continuità, non mai interrotta, del corso dei fiumi, sopra di che si può fare una riflessione: i fiumi sono sempre nuovi per la ragione che nuove sono le acque che perennemente in essi scorrono; così le sorgenti d'acqua sono sempre le stesse, ma si possono dire sempre nuove perchè nuove sono le acque che nascono dal loro seno. E tale appunto è quel torrente di delizia e di gaudio che scorre perenne nel cielo inebriando i beati. Questo è il gaudio essenziale dei Santi, il quale, sempre fu, sempre è e sarà il medesimo, ma è così grande la sua dolcezza che sempre pare nuovo.

San Giovanni nell'Apocalisse vide una moltitudine di centoquarantaquattromila beati, che dinanzi al trono dell'Agnello cantavano un cantico quasi nuovo, poichè essendo sempre il medesimo atto della visione di Dio, porta sempre con sè tanta squisitezza di gusto che il palato dei Santi mai si sazia e sempre pare loro di cominciare di nuovo a godere, sempre nuovo trovano il sapore, sempre lieta e sempre colma d'ogni gaudio la loro felicità. Così è il gaudio dei beati, un torrente pieno di dolcezze sempre abbondante ed impetuoso, un fiume, come dice il Profeta, che allagando tutta la città di Dio, cioè la corte celeste, apporta in essa una incredibile allegrezza. Questo fiume perenne esce dal luogo degli eterni piaceri, esce dal fonte della vita, esce dall'indefettibile sorgente di tutti i beni che è Iddio, e perciò mai può inaridire. Il profeta Daniele vide pure questo fiume sacrosanto, ma dice che le sue onde non erano d'acqua, bensì di fuoco ed uscenti dalla faccia di Dio. E questo fiume di fuoco altro non è che lo Spirito Santo, il quale è fuoco di carità eterna e viva fiamma d'amore.

La Chiesa dunque domanda allo Spirito divino che si compiaccia di favorirci e di assisterci con la sua grazia, in modo che possiamo alla fine tuffarci in quel, l'oceano di dolcezze, che porta seco la visione di Dio: "da perénne gaudium".

Sì, o divinissimo Spirito, fa' che io arrivi a bere al tuo torrente e che per tutta l'eternità resti inebriato dall'abbondanza della tua casa. Nel mio cuore scorrano le acque che con virtù di fuoco infiammano la volontà dei beati del paradiso, in modo che anch'io possa godere il gaudio perenne.

 

AMEN

La Chiesa termina la Sequenza con questa parola: « Amen », non solamente per l'uso comune con cui fa terminare le sue orazioni ma per altri motivi particolari.

Secondo alcuni l' « amen » ebraico significa « fidéliiter », cioè dopo che uno ha narrato qualche cosa vi aggiunge in fine questa dizione per affermare e dare

a conoscere che ha narrato il tutto fedelmente. E vale lo stesso che « in verità », come se n'è servito più volte Gesù Cristo, per accreditare la sua dottrina. Può anche essere una espressione di desiderio, che si compia cioè quello che si domanda, e vale lo stesso che « fiat ».

Ora dunque la Chiesa termina la Sequenza con f « amen » per testimoniare che quanto ha domandato allo Spirito Santo l'ha chiesto fedelmente, in verità e con gran desiderio: inoltre essa vuole dire che chiunque aspira a ricevere nel suo cuore una tanta maestà, ed essere fatto degno dei suoi santissimi doni e grazie, si deve disporre con queste tre condizioni: di fedeltà, di verità e di desiderio; e cioè, che tutte quelle anime le quali vogliono darsi all'orazione devono in tutto essere fedeli a Dio, adorarlo in spirito e verità e camminare sempre con l'ardentissima brama di piacergli in tutto, di servirlo in tutto e di eseguire sempre puntualmente la sua santissima volontà, per unirsi con lui in perfetta unione d'amore.

Domandare a Dio fedelmente significa chiedere, conforme al suo beneplacito, quello che conviene e che la retta ragione ricerca, quello cioè che è secondo giustizia e secondo la legge divina. Al Signore si possono chiedere beni temporali e spirituali: i primi si chiedono condizionatamente, rimettendosi sempre alla disposizione del Signore, con indifferenza quieta, anche negli eventi contrari, perchè non sempre ciò che domandiamo può giovare alla salute dell'anima, anzi talvolta le è di danno; come ad esempio, la salute corporale, l'acquisto di qualche dignità, il buon successo di qualche negozio, la successione di prole, la vittoria in qualche lite, ed altro. I secondi invece si devono domandare assolutamente con grande istanza, confidando nella bontà infinita del Signore, chiedendo cioè il perdono dei peccati, la grazia dello Spirito Santo, la vittoria delle tentazioni, la mortificazione delle passioni, l'acquisto delle vere virtù e tutto ciò che è ordinato al conseguimento della salvezza eterna.

L'angelico Dottore san Tommaso dice che i beni temporali non si devono desiderare se non in quanto servono per l'esercizio della virtù e per il conseguimento dell'eterna beatitudine, ma non dobbiamo chiederli in via assoluta, perchè spesso ciò che chiediamo è molto meglio non ci venga concesso, dato che ci servirebbe di danno e di rovina, come ad esempio le ricchezze e gli onori. Per questo la serafica vergine santa Teresa non voleva che le sue monache pregassero Iddio secondo l'intenzione di quelli che ricorrevano alle loro preghiere per l'acquisto di beni temporali, perchè, essa diceva, ci sono grazie di più ben alta sfera da chiedere al Signore, e sono quelle che convengono alla dignità dell'anima nostra, e nelle quali dobbiamo mettere ogni studio ed affetto per conseguirle.

Uno dei motivi per cui la santa Chiesa si serve con assoluta sicurezza, onde muovere il cuore di Dio a concedere le grazie, è ancora la fedeltà d'offrire a Dio non solo gli affetti del cuore e le suppliche, ma le primizie e le decime. Agli occhi di Dio piace tanto il tributo delle nostre opere fatte nel suo santo timore ed offerte a lui con la sola mira della sua gloria, tanto che egli medesimo intimò tale offerta al suo popolo fedele.

Per piacere dunque al Signore dobbiamo far corrispondere alla fedeltà delle parole la fedeltà delle opere e dei costumi. Che l'una sia unita all'altra e che l'una avvalori l'altra, così subito vedremo e sentiremo sopra di noi la mano del Signore e la liberale beneficenza dello Spirito Santo.

Operare fedelmente vuol dire ancora mantenere a Dio la fede che gli si e promessa nel Battesimo e cioè: la rinuncia al demonio e alle sue frodi e vanità, nonchè la pratica delle virtù in tutte le occasioni che si presentano. E significa pure saper custodire diligentemente le grazie ed i doni concessi dalla divina misericordia ed impiegare i talenti, dei quali ciascuno è dotato, conforme la disposizione del Signore, nel suo santo servizio.

Veda ora ciascuno se conserva questa piena fedeltà al Signore col custodire esattamente i suoi precetti, col corrispondere esattamente alle mozioni interne dello Spirito Santo, col praticare diligentemente i buoni sentimenti ricavati dall'orazione e col perseverare costantemente nel bene.

Così devi essere, o anima mia, per non rompere mai la fedeltà che hai promessa al Signore, se vuoi ricevere da lui il premio e la incorruttibile corona di gloria nella vita eterna, come egli di sua bocca benignamente promette: « Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita »1. Sii fedele in ogni cosa se vuoi accostarti al trono della grazia con grande fiducia, e partire da esso contenta e ricolma di benefici e di favori divini.

La parola « Amen » significa pure: « certamente ed in verità », e questo ci dev'essere di grande consolazione perchè ogni volta che noi domandiamo al Signore le grazie, nel modo sopra spiegato, siamo certi di ottenerle. Gesù ci ha detto che tutto quello che domanderemo al Padre in nome suo, ci sarà amorosamente concesso. Dunque siamo certissimi delle grazie che chiediamo, quando per esse ci accostiamo a Gesù; ed anche quando ci sembra di non ottenere, allora più che mai Dio ci benefica, poichè non ci concede quello ch'egli sa non convenire alla nostra eterna salute, e col negarcele, Dio ci toglie un impedimento che ci ostacolerebbe di giungere a lui.

Lo Spirito Santo poi è Spirito di verità, e pertanto cerca spirito di verità in chi lo riceve, ed abborrisce la bugia e la doppiezza di cuore, ch'egli appella ipocrisia. Lo Spirito di verità non si comunica a coloro che non si curano d'aver monda la coscienza, purgata dalle colpe, e s'accontentano dell'esteriore ipocrisia per piacere agli uomini, e perciò questi rimangono esclusi dalla congregazione degli eletti.

San Bernardo insegna ancora che tutte le anime che desiderano d'essere fatte partecipi delle grazie e comunicazioni dello Spirito Santo devono avere una grande umiltà. Umiltà vera, dice il Santo, con cui l'uomo si conosca interamente e conoscendosi si annienti e s'avvilisca ai suoi propri occhi, umiltà che gli dia a conoscere che da sè nulla può, nulla vale, e che tutto viene dal fonte d'ogni bene che è Dio, senza del quale egli è miseria e peccato. Questa è la verità che piace al Signore e che egli raccomanda per bocca del profeta Zaccaria: u Amate solo la verità e la pace ».

Questa fa spaziosa la stanza del cuore per poter contenere Dio, il quale non è contenuto nei cieli; nella misura che questa cresce nell'anima cresce anche la capacità della medesima, per essere poi abbondantemente riempita dalla grazia dello Spirito Santo. Anzi, la porta per cui lo Spirito Santo entra nell'anima con l'abbondante influsso della sua grazia, è proprio questa verità fatta d'umiltà.

Oh mio Dio, quanto stretto sarà dunque questo mio cuore se resta privo di questa verità! Quanto angusta, anzi chiusa sarà la sua porta se è imbarazzato dalla vanità e dalla superbia del mondo! Deh, aprila tu con la forza del tuo braccio onnipotente, rendi libera l'anima mia con la tua santissima grazia! Finora amai, è vero, la vanità e, lo confesso, cercai la bugia e perciò non ho l'ardire di comparirti davanti, nè animo d'alzar più gli occhi al cielo, vedendomi per mia colpa così indegno; le mie iniquità non hanno numero, per esse mi trovo abbassato fino a terra, avvinto con legami di ferro che mi impediscono persino di alzare il capo e tanto meno di respirare l'aura vitale dello Spirito Santo. Vedo che mi dovresti castigare con giusta ira perchè più volte ti provocai, nè mai feci la tua santissima volontà osservando i tuoi precetti.

Come posso ora ardire d'invitare a me lo Spirito Santo, Spirito di verità, io che fui tutto bugia? Non lo merito no, mio Signore! Ma devo allora disperare della tua infinita bontà? No, certo. Eccomi dunque prostrato a terra per supplicarti a non aver più memoria delle mie bruttezze e demeriti. Perdona, o misericordia divina, al tuo ingratissima servo, tu sei il Dio degli umili contriti e penitenti peccatori, non mi condannare dunque ad essere privo di te sottraendomi il tuo Spirito, poichè con questo ti voglio lodare tutti i giorni della vita mia per lodarti poi sempre per tutta l'eternità.

L'ultima interpretazione dell'«Amen» abbiamo detto che è espressione di grandi desideri, e vale lo stesso che il « fiat ». Difatti tutta la Sequenza finora commentata non contiene altro che vive brame di ricevere lo Spirito Santo con la pienezza di grazia e di favori chela sua venuta può arrecare nelle anime fedeli. Ora la santa Chiesa compendia ed epiloga tutti i suoi desideri e li racchiude in queste due sillabe: « Amen » o « Fiat ». Oh, quale forza hanno presso lo Spirito Santo i desideri di un'anima santa, quale breccia fanno nel cuore di Dio! Come rimane piagato questo cuore anche da un solo atto di carità compiuto da un giusto il quale vive santificato dalla grazia, alla presenza dello Spirito Santo.

Salomone comperò da Dio lo spirito di sapienza non con altro prezzo che con quello dei vivi desideri, e Daniele meritò lo Spirito del Signore che lo esaudì in tutte le sue preghiere, unicamente perchè fu pieno di desideri. La diletta dei Cantici giunse a riposare sotto l'ombra di questo divinissimo Spirito con i soli passi di desiderio. E i giusti della terra vengono fatti partecipi di abbondanti grazie, fino a godere un anticipo della loro beatitudine, in quanto vivono di ardente brama e di ansie amorose, tutti protesi verso la giustizia divina, verso lo Spirito Santo, fonte. e principio d'ogni bene.

O Dio buono, fa' che muoiano in me i desideri che danno la morte e vivano in me sempre quelli che apportano la vita della grazia. Che io possa con verità dire col santo profeta Isaia: « L'anima mia ti ha desiderato ». Io ti desidero, mio Bene, e ti desidero di cuore, non ho parole per spiegare le ansie amorose dell'anima mia, ma ti apro il mio cuore, vieni: compi in me, con l'aiuto della tua grazia divina, i desideri che sono propri dei giusti, perchè non posso avere altro bene maggiore in questa vita che quello di rifiutare il tutto per te. Che non ami dunque altra cosa che te, mio dolcissimo Bene, fintanto che mi sarà concesso di possederti per tutta l'eternità nel tuo regno. Amen, fiat, fiat.