L'ARTE DI CONFESSARSI

H. CH Chery o.p.

Capo VI.

Della Penitenza

681 D. Quante sono le parti del sacramento della Penitenza?

R. Le parti del sacramento della Penitenza sono: la contrizione, la confessione e la soddisfazione del penitente, e l'assoluzione del sacerdote.

682 D. Che cos'è la contrizione, ossia il dolore dei peccati?

R. La contrizione ossia il dolore dei peccati è un dispiacere dell'animo, pel quale si detestano i peccati commessi, e si propone di non farne più in avvenire.

685 D. In che consiste la confessione dei peccati?

R. La confessione consiste in un'accusa distinta dei nostri peccati fatta al confessore per averne l'assoluzione e la penitenza.

686 D. Perchè la confessione si chiama accusa?

R. La confessione si chiama accusa, Perchè non dev'essere un indifferente racconto, ma una vera e dolorosa manifestazione dei propri peccati.

687 D. Che cos'è la soddisfazione o penitenza?

R. La soddisfazione o penitenza è quella preghiera o altra opera buona, che il confessore ingiunge al penitente in espiazione dei suoi peccati.

688 D. Che cos'è l'assoluzione?

R. L'assoluzione è la sentenza, che il sacerdote pronunzia in nome di Gesù Cristo, per rimettere i peccati al penitente.

689 D. Delle parti del sacramento della Penitenza qual'è la più necessaria?

R. Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perchè senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purchè sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.

San Pio X, Catechismo Maggiore

 

NOTA DEL TRADUTTORE

Trovandomi in ritiro presso un'abbazia benedettina francese, mi è capitato di sfogliare i vari testi che, normalmente, sono a disposizione nelle celle degli ospiti.

E subito mi ha colpito un titolo, L'arte di confessarsi, che mi ha fatto riflettere come, in effetti sia importante saper comunicare i propri peccati al confessore in modo da rendere efficace, per il nostro progresso spirituale, la pratica di questo sacramento istituito da Gesù Cristo il giorno della Sua risurrezione, quando diede solennemente ai Suoi Apostoli, riuniti nel cenacolo, la facoltà di rimettere i peccati. Non basta infatti fare un elenco dettagliato dei vari peccati da accusare, ma bisogna esporli nel modo giusto, secondo una vera e propria "arte".

Così ho deciso di tradurre il testo per offrire ai cattolici italiani l'opportunità di considerare a fondo il modo in cui ci si rivolge al confessore.

Si parla molto di "crisi" del sacramento della Penitenza ed in numerose occasioni il Santo Padre rivolge a tutti, sacerdoti e fedeli, l'invito a coltivare questa pratica purificatrice.

Oltre ad innegabili fattori estrinseci, nell'analisi di questa crisi, non si deve trascurare l'elemento interiore che vede il penitente che, per non aver approfondito il tema, spesso non riesce più a vivere questo sacramento con l'atteggiamento adeguato che gli consenta di uscire veramente rigenerato dal confessionale.

Mi pare quindi estremamente utile proporre un testo che, nella sua semplicità, affronta proprio il tema dell'accusa dei peccati, spesso sopravvalutato dai penitenti, ricollocandolo, in seno al sacramento, nella posizione che gli spetta e dando alcuni semplici consigli pratici che aiuteranno il lettore a vivere l'esperienza della Penitenza nel modo più ricco e fecondo.

C.B.

 

L'ARTE DI CONFESSARSI

Questo testo non si rivolge ai "grandi peccatori" che si accostano al Cristo per sgravare il loro fardello, nè ai cattolici che si confessano unicamente in occasione della Pasqua. Ma potrebbe essere di una qualche utilità per le persone che hanno "l`abitudine" della confessione settimanale, bimestrale o mensile. Quando indica semplicemente una lodevole regolarità, la parola "abitudine" è incolore; ma se designa una routine essa diventa tristemente grigia . E tutti sanno che, sfortunatamente, una lodevole regolarità degenera facilmente in routine. I penitenti sono generalmente afflitti dalla miserabile banalità delle proprie confessioni, dai pochi frutti che ne traggono e, talvolta, persino dallo scarso interesse per le esortazioni che il confessore rivolge loro quando vanno a trovarlo. Molti ne sono disgustati e si confessano solo per consuetudine o, alla fine, diradano il ricorso al sacramento della Penitenza, pregiudicando così il loro progresso spirituale.

Ma questo disgusto, e le sue conseguenze, non deriveranno forse dal fatto che non sappiamo confessarci? In effetti esiste una maniera, un`"arte", che potrebbe fare di questo esercizio regolare un mezzo serio di santificazione. Scrivendo queste pagine abbiamo pensato in particolare ai numerosi giovani cattolici che cercano di vivere un cristianesimo vero, in uno sforzo generoso di sincerità. Non ancora "abituati", essi soffrono ad ogni minaccia di sclerosi, aborriscono le routines e rigettano le formalità. Hanno ragione. Ma devono sapere che il formalismo si insinua per colpa degli "utenti", se possiamo chiamarli così, e che dipende da loro custodire intatta la propria vitalità religiosa o, in mancanza di uno sforzo personale, lasciarsi languire.

I riti sono portatori di vita, ma solo ai viventi.

Il ricorso alla confessione, se ben compresa, può essere un sostegno serio per lo sviluppo della vita spirituale.

 

Prima però, dato che parleremo della confessione e nient'altro che della confessione, dobbiamo sottolineare con cura come questa non esaurisca il sacramento della Penitenza (del quale non è nemmeno l'elemento principale) che implica un pentimento, una confessione, un'assoluzione ed una riparazione.

Il sacramento è costituito essenzialmente da un'assoluzione che cancella il peccato da un cuore pentito e può persino prescindere dalla confessione qualora un penitente per esempio sul letto di morte non potesse esprimerla; ma esso non può prescindere dal pentimento.

Dal canto Suo, Dio può prescindere dal sacramento (in assenza di un prete qualificato per somministrarlo), ma non può salvare un'anima malgrado sè stessa, rimettendo un peccato di cui essa rifiuta ostinatamente di pentirsi.

Faranno bene a ricordarsene quelle persone per le quali l'essenziale sembra essere la popria accusa. Nonostante il sacerdote le esorti alla contrizione ed a considerare i mezzi per non ricadere nella colpa, esse sembrano non seguirlo distratte come sono, una volta fatta la loro accusa, dalla preoccupazione di esporre ancora questo o quel peccato che avevano dimenticato. Se si trattasse di una colpa grave sarebbe normale non ritirarsi prima di averlo espresso; ma il più delle volte si tratta di colpe veniali. Ci si preoccupa soprattutto di essere completi, mentre bisogna preoccuparsi soprattutto di essere contriti.

Sarà quindi un bene non dedicare integralmente al solo "esame di coscienza" i pochi istanti normalmente impiegati per prepararsi alla confessione, concentrandosi invece ancor di più nell'implorare la grazia di Dio per ottenere un sincero pentimento dei propri peccati, esprimendo in anticipo la contrizione e l'intenzione di non ricadere.

 

I

A chi devo rivolgermi per confessarmi?

Ad un sacerdote, innanzitutto.. Uso deliberatamente questo termine generico per sottolineare come l'importanza fondamentale, nella pratica del sacramento della Penitenza, non debba tanto essere accordata alle qualità personali dell'uomo che ascolta la confessione quanto alla sua qualità di ministro di Cristo. E' in quanto manchiamo di fede che spesso ci attacchiamo esageratamente al valore umano del confessore, che può essere reale ed obiettivo o derivante dalla nostra simpatia o fiducia.

E' innegabile che si debba prendere in considerazione questo fattore purchè da un punto di vista che si situi, per così dire, a margine del sacramento. Esso influirà sui consigli che seguiranno l'accusa e precederanno l'assoluzione.

Ma il sacramento non è costituito da questi consigli, da cui potrebbe persino prescindere totalmente. L'importante è l'avere a che fare con il Cristo che detiene il perdono, con il Cristo vivente ed agente nella sua Chiesa. Avendo ricevuto dalla Chiesa i poteri di assolvere validamente, ogni prete agisce in persona Christi, in nome di Cristo. Egli apre alla nostra anima la fonte del perdono, che è il sangue del Cristo Redentore, e la lava in esso.

E' quindi erroneo per mancanza di fede l'atteggiamento di quei penitenti che differiscono la liberazione da un peccato grave o ritardano indefinitamente una confessione che li libererebbe da un malessere crescente (purificandoli dai focolai di infezione che si propagano poco a poco), perchè "il loro" confessore non c'è. Se comprendessero la natura del sacramento, assolutamente valido nella sua opera purificatrice indipendentemente dalla qualità del sacerdote che lo amministra, se comprendessero che il confessore è prima di tutto "ministro di Cristo", cioè orecchio di Cristo che ascolta la confessione, saggezza di Cristo che giudica, bocca di Cristo che pronuncia la cancellazione, essi si attaccherebbero meno alle apparenze umane e non rinvierebbero oltre.

E' venuto il momento di spiegare perchè bisogna confessare i propri peccati ad un prete, invece di accontentarsi di una confessione espressa direttamente a Dio nell'intimo del proprio cuore. E' perchè siamo membra della Chiesa. La nostra colpa ha offeso Dio e ci ha guastati in quanto trasgressione all'amore dovuto al nostro Creatore ed al virtuoso amore che dobbiamo a noi stessi in quanto figli di Dio. Ma essa ha anche danneggiato la Chiesa, il Corpo mistico. "Ogni anima che si eleva, eleva il mondo." Ogni cristiano che decade ostacola la perfezione della comunità cristiana. Il più oscuro dei peccati causa una ferita all'albero di cui ciascuno di noi è un ramo. L'intero albero soffre sia quando ce ne distacchiamo completamente con il peccato mortale che quando ce ne separiamo solo parzialmente. Nella mia vitalità io dipendo dalla Chiesa, poichè Dio ha affidato per me le Sue grazie alla Chiesa, corpo di Cristo. Devo quindi rialzarmi per uscire dalla mia colpa. Nei primi secoli, questa responsabilità davanti alla Chiesa appariva in modo più esplicito, quando l'accusa era pubblica, fatta davanti alla comunità riunita. Attualmente la disciplina è addolcita, ma è comunque sempre davanti alla Chiesa, nella persona del prete che mi ascolta, che mi accuso, ed è dalla Chiesa che ricevo la riconciliazione per il ministero del prete che mi assolve.

Quindi ci si confessa al prete in quanto è prete. Il che non ci impedisce di sceglierlo umanamente capace di comprenderci e consigliarci. Non intendiamo parlare, non essendo lo scopo di questo scritto, di quel che si dice (forse un po' impropriamente) la "direzione". Pur rimanendo strettamente sul piano della confessione, è sicuramente meglio, per i progressi dell'anima, indirizzarsi abitualmente allo stesso confessore. In poco tempo (purchè si seguano, nel modo di accusarsi, i consigli che daremo più avanti) egli comprenderà con chi ha a che fare. Conoscerà le nostre tendenze e le nostre debolezze abituali. Anche quando abbiamo poche cose da dire, egli sa qual'è il punto sul quale è bene insistere nelle sue esortazioni. Poco a poco gli si rivelano le difficoltà in cui ci dibattiamo, la nostra situazione particolare, per cui non rischia, come accadrebbe ad un estraneo, di sconcertarci con qualche osservazione intempestiva. In un momento difficile della nostra vita, egli può fermarci in tempo su una china pericolosa. Ed in ogni momento è in grado di suggerirci le decisioni opportune, di trarci dal nostro torpore quando allentiamo la vigilanza.

Come sceglierlo? Innanzitutto di buon senso e di giudizio sicuro. Ovviamente santo, se è possibile, ma un prete equilibrato e perspicace sarà sempre preferibile ad un altro dalla vita più fervente ma con un giudizio meno ponderato. Non si dimentichi che si tratta di un consigliere e che tanto vale la saggezza del consigliere, tanto vale il consiglio. Ma si tratta anche di una guida e dobbiamo auspicare che sia esigente: un confessore bonaccione, che si accontentasse di cullarci con parole lenitive congedandoci con l'assoluzione ed un'esortazione generale, rischierebbe di lasciarci incancrenire nel nostro peccato o nelle nostre gravi imperfezioni. Per questo occorre, al bisogno, provocare il confessore a questa esigenza benefica ed accettare umilmente i suoi inviti allo sforzo. Ricordiamo che la prima condizione da realizzare affinchè ci sia utile, è che ci confidiamo. Se ci è impossibile aprirci con franchezza, nemmeno il miglior confessore della città potrà far niente per noi. Scegliamolo quindi in modo da non sentirci paralizzati in sua presenza, in modo da considerarlo volentieri come un padre comprensivo, capace di rendersi conto del nostro caso e di interessarsene, aperto alle realtà della vita, sicuro nelle sue diagnosi, e di una ferma bontà nei suoi consigli.

Se non lo troviamo, non è comunque il caso di desolarsi; rechiamoci da un prete: egli possiede la grazia di stato e lo Spirito Santo si servirà ugualmente di lui per il nostro miglior bene, purchè stiamo all'ascolto.

Se riusciamo a trovarlo, non cambiamolo facilmente. Sempre restando pienamente liberi di una scelta alternativa, non lasciamoci smontare da alcune impressioni nè, a maggior ragione, dalle sue esigenze o da qualche offesa all'amor proprio; perseveriamo fino ad aver la prova evidente che, malgrado uno sforzo leale e costante da parte nostra, alla sua scuola non facciamo alcun progresso.

 

II

Siamo giunti al confessionale, per iniziare l'esame di coscienza.

Quali peccati si dovranno accusare?

E' normale porsi questa domanda, visto che non si può pretendere di accusare tutte le proprie colpe. "Il giusto pecca sette volte al giorno", dice la Scrittura. A me, che non sono giusto, quanti peccati sfuggono ogni giorno? Essere completi, fare un totale il più esatto possibile è un sogno irrealizzabile e peraltro inutile.

Bisogna scegliere. Ma che cosa scegliere?

Evidentemente, innanzitutto tutti i peccati mortali. Rifiutare volontariamente di accusare un peccato mortale, pur accusandone altri di pari gravità, rendererebbe nulla e sacrilega la confessione. Come potremmo rientrare in grazia di Dio senza rinnegare, e quindi confessare, un atto con il quale ci siamo distolti da Dio, nostro fine ultimo, dicendoGli consapevolmente che per noi era indifferente il disubbidirGli in una materia grave, pur di poter soddisfare una delle nostre tendenze disordinate? Non è possibile essere contemporaneamente in amicizia ed in ostilità con Lui.

La difficoltà, per alcuni, è il sapere quando si commette peccato mortale. Teoricamente, tutti lo sanno: materia grave, piena avvertenza, deliberato consenso.

Nella pratica, ci si domanda spesso: "la materia era grave?" e ancor più comunemente: "ho proprio acconsentito?"

Sulla prima domanda è facile informarsi presso il proprio confessore. Quanto alla seconda, la soluzione sta nel fatto di porsela "in coscienza", lealmente: proprio la mancanza di una sicurezza assoluta dimostra che non c'era un pieno consenso. Questo significa che non bisogna accusare questo peccato "dubbio" o, piuttosto, "dubbiosamente commesso"? Certo che no! Si può legittimamente addurre a pretesto il dubbio per avvicinarsi al sacramento dell'Eucaristia; a rigore, non c'è nemmeno l'obbligo di accusarsi di questo peccato; ma, volendo progredire nella vita spirituale, si avrebbe torto a rifugiarsi dietro questo nonobbligo e conservare una coscienza incerta.

In pratica la regola è molto semplice. Non ci vien chiesto di dire: "mi accuso di aver commesso un peccato mortale", ma: "mi accuso di aver commesso il tale peccato, d'aver compiuto il tale atto" aggiungendo, se è il caso: "non so se ho pienamente consentito", e tutto sarà a posto. Saremo poi sempre in tempo a rispondere secondo la nostra coscienza, se il confessore dovesse chiederci: "credi di aver peccato mortalmente, agendo in quel modo?"

Che pensare della formula, così cara ad alcuni che la impiegano costantemente e quasi automaticamente: "me ne accuso come Dio me ne riconosce colpevole."? Utilizzabile a buon diritto quando si esita sul carattere della propria colpevolezza, essa mi pare troppo facile ed un po' ipocrita quando si sa molto bene come regolarsi.

Diciamo invece, a certe anime, che non bisogna vedere peccati mortali dappertutto... Non si commette un peccato che merita, di per sè, la separazione da Dio per l'eternità e le pene dell'inferno senza averne una chiara coscienza! Se è necessario formare una tale coscienza, si chiedano lumi al proprio confessore attenendosi strettamente alle sue indicazioni. Questa formazione della coscienza dovrebbe essere fatta in giovane età. E' stupefacente sentire, nelle loro confessioni, la tendenza di molti bambini a considerare mortali colpe che in realtà sono dei peccatucci... In questo caso (sia detto en passant) c'è una responsabilità diretta degli educatori, che non sanno proporzionare i loro rimproveri al valore reale (morale) delle colpe infantili. In ogni caso, il problema della formazione della coscienza nel bambino dovrebbe essere oggetto di un esame attento ed individuale da parte dei genitori e dei confessori abituali, poichè è altrettanto pericoloso lasciare che i bambini credano alla gravità dei peccati leggeri quanto il lasciar loro commettere con indifferenza degli atti gravemente reprensibili. Una coscienza scrupolosa ed angosciata nella tenera età prepara un adulto debole, ripiegato su sè stesso, senza virilità o, per contraccolpo, un adolescente che si "libererà" brutalmente di una costrizione insopportabile.

Mortali o no, sarà bene abituarsi ad accusare innanzitutto, in primissimo luogo, i peccati che pesano di più sulla coscienza, invece di inserirli come per caso nel mezzo di una lunga lista di peccati senza importanza... In tal modo ci si libererà, a colpo sicuro, di peccati che altrimenti si rischierebbe, cedendo ad una sciocca paura, alla fine di non dire.

Ma è soprattutto sull'esame e l'accusa dei peccati veniali che vorrei insistere. E' infatti su questo punto che la maggior parte degli "habituès" della confessione sono più deficienti.

Qual'è la lamentela che si sente più spesso sulla bocca di chi si confessa frequentemente? "La confessione mi annoia, perchè ho sempre la stessa cosa da dire..." O quest'altra, rivolta al confessore: "Non mi dice niente..." intendendo: niente che esca dall'ordinario, che mi obblighi a scuotermi.

Ora, la causa di queste due carenze che rendono la confessione psicologicamente fastidiosa, è la stessa: non ci si sa accusare. Come si accusa infatti la maggior parte dei penitenti?

Alcuni (anche se si tratta di una minoranza) dimenticano che il peccato non è uno stato ma un atto, e presentano (o credono di presentare) il colore della loro anima dicendo: "Sono bugiardo, sono collerico, sono impaziente, ecc..." Questo modo di dire non è conveniente, perchè indica una tendenza della nostra anima, mentre la confessione non è un`esposizione" delle nostre tendenze ma una dichiarazione di atti precisi, senza dubbio risultanti dalle nostre tendenze, ma da esse differernti come il frutto rispetto all'albero. Si può benissimo avere una tendenza alla menzogna (essere bugiardi) e non aver detto, di fatto, alcuna menzogna nei quindici giorni trascorsi dall'ultima confessione. Qualora se ne siano dette, bisognerà dire "ho mentito" e non "sono bugiardo".

Del resto la maggior parte dice: "Ho mentito, ho mancato alla carità, sono stato pigro, sono stato vanitoso,ecc.": Si tratta di una forma più corretta, ma l'accusa non è migliore per il profitto dell'anima e rispetto all'opportunità di ricevere consigli utili da parte del proprio confessore. Perchè?

Perchè è incolore e non ha richiesto alcuna riflessione particolare nè alcuno sforzo di messa a punto. Essa non dà al confessore alcun "segnale particolare" che gli consenta di vedere in che cosa la nostra anima si differenzia da quella che ha giudicato e consigliato poco prima. Su dieci penitenti che si succedono, almeno nove potrebbero presentare lo stesso elenco di peccati e in effetti, ahimè! lo presentano... Perchè (a meno che egli ci conosca altrimenti) pretendere che il nostro confessore ci dia esattamente i consigli di cui noi, e non un altro, abbiamo bisogno? Il nostro caso particolare non gli è stato rivelato attraverso l'accusa, che non gli offre alcun appiglio. Dovrebbe essere meravigliosamente psicologo ed intuitivo per indovinare, tramite una rapida carrellata di colpe "standards" ed attraverso una grata da cui non vede nemmeno il nostro viso, le parole da dire per raggiungerci ed incitarci allo sforzo che noi, personalmente, dovremmo intraprendere!

Non si può chiedere ad ogni confessore di essere un Curato d'Ars. Normalmente, egli ci restituirà quel che gli avremo dato.

Se poi il penitente si lancia, così come capita, in una enumerazione che pretende di essere la più esauriente possibile, citando pressapoco tutti i peccati veniali che si possono commettere (e che avrà, difatti, senza dubbio commesso), di modo che tale enumerazione, fatta a ritmo accelerato, dura talvolta parecchi minuti, ecco che il confessore è completamente sommerso: "Che cosa c'è di caratteristico in una cosa dél genere?" si chiede invano? E, non trovando niente, si accontenta di un'esortazione generale che serve a poco.

Ma di chi è la colpa? Come accusarsi, allora? Rileviamo innanzitutto che il peccato veniale è materia libera di confessione e non si è tenuti ad accusarlo. Un atto di contrizione ben fatto, un autentico atto di amor di Dio, il ricorso con fede ed umiltà ad un sacramentale sono mezzi sufficienti ad ottenerne il perdono. Una confessione che comporti solo dei peccati veniali non è quindi un passo necessario alla salvezza, ma un mezzo di santificazione. Si tratta un ricorso al sacramento, vale a dire al sangue purificatore di Gesù, per il quale noi siamo risanati e fortificati; è pure, secondariamente, un esercizio di umiltà fondata sulla conoscenza di sè e la confessione di ciò che ostacola il progresso spirituale. Fra i peccati veniali commessi, saremo dunque liberi di scegliere quelli che vorremo accusare. Ciò significa che dovremo scegliere i più anonimi, relegando nell'oblìo quelli imbarazzanti?

No! Sarà esattamente il contrario.

Un esame di coscienza ben fatto tenderà a far emergere dalla massa delle colpe quotidiane quelle che, per la loro frequenza o la loro malizia, sono le più pericolose per la vitalità dell'anima. La fisionomia propria della mia anima peccatrice differisce da quella delle altre anime così come il mio viso non è simile ad un altro viso; in estrema sintesi, noi commettiamo pressapoco le stesse colpe, così come abbiamo tutti un naso, una bocca, delle orecchie...; ma il mio viso di peccatore è composto dall'importanza che ha, per me, la tale colpa, dal posto che essa occupa nella mia vita spirituale, dalla sua prossimità con altre colpe della stessa famiglia.

Ecco dunque che cosa evidenzierà un intelligente esame di coscienza. E' inutile accumulare una moltitudine di peccati: cinque o sei, ben scelti, saranno sufficienti a vedersi e mostrarsi tali quali si è sotto lo sguardo di Dio.Ma questi peccati (e questa osservazione è senza dubbio la più pratica di tutte), bisognerà farli emergere con il colore proprio che noi abbiamo dato loro. "Ho mentito..." non significa niente... Omnis homo mendax, dice il Salmo; ogni uomo è bugiardo. In che modo ho mentito? A chi? In quali circostanze? Perchè? "Ho mentito ad un'amica malata che contava sulla mia visita, perchè mi seccava andarla a trovare": chi non nota che si tratta di una menzogna di qualità speciale? "Ho mentito dal barbiere, attribuendomi delle relazioni che non avevo; ho mentito al mio superiore per ottenere una vacanza alla quale non avevo diritto; ho ingannato un cliente sulla qualità del mio lavoro per farglielo pagare più caro...": tanti tipi di menzogna di cui l'accusa "ho mentito" non avrebbe dato alcuna idea.

"Mancare alla carità" è il peccato più frequente. Perché impiegare questa espressione incolore? Diciamo piuttosto: "Ho detto una parola offensiva a qualcuno che non amo, con l'intenzione di dargli un dispiacere" oppure "ho manifestato disprezzo ad un amico poco intelligente"; oppure "ho rifiutato un aiuto che avrei potuto dare ad un amico nel bisogno"; o "mi sono burlato di un infermo... ".

Ci sono cento modi di essere vanitosi. Qual'è il nostro? Dedicare un tempo esagerato alla nostra toilette? Guardarci continuamente allo specchio? Pavoneggiarci in pubblico, tentando di attirare ogni attenzione con la nostra brillante conversazione?...

E come si manifesta la nostra pigrizia? Ostinandoci a restare a letto quando è ora di alzarsi? Con la negligenza sul lavoro, fatto in modo raffazzonato o lasciato a metà? Con un atteggiamento svogliato od un amore esagerato per le poltrone?

Questi pochi esempi (che sarebbe facile moltiplicare) ci aiutano a comprendere il significato dell'esortazione ad accusarci di atti precisi, specificando le circostanze in cui li abbiamo commessi, cercando le parole più adatte per esprimere la nostra colpa, tale e quale si è verificata nella realtà, in quanto è una colpa nostra propria e non quella di chissà chi. Tutto ciò sarà a nostro profitto. Innanzitutto perchè ci obbligherà a vederci per quello che siamo; poi perchè sarà l'occasione per una salutare umiliazione (è più umiliante dire: "Ho passato ogni giorno mezzora a truccarmi" rispetto al dire:   "Sono stata vanitosa" ... ); infine perchè, in base a questi dati precisi, il nostro confessore potrà vedere lo stato della nostra anima e trarne dei consigli adeguati.

Questo non significa un invito alle chiacchiere. Accusarsi con precisione non è "raccontare delle storie". La confessione non deve essere immersa in un flusso di racconti, di spiegazioni, di digressioni, in cui il penitente perde di vista che si sta accusando ed il confessore non capisce più ciò che viene accusato come peccato. Talvolta questa pretesa confessione si trasforma in apologia o in un'arringa, talvolta in apprezzamenti sul conto altrui, talvolta in lamentele sulla crisi dei valori...

E' comprensibile aver bisogno di scaricare un cuore troppo pesante e ricevere qualche consolazione, o desiderare dei chiarimenti sulla condotta da tenersi: niente di più legittimo. Ma bisogna tenere nettamente separati i due tipi di discorso: facciamo la nostra confessione propriamente detta, attenendoci strettamente alle colpe; nessuno ci impedirà poi di informare il confessore che abbiamo qualcos'altro da dirgli.

 

III

In tal modo non correremo il rischio di dimenticare che, come già più volte incidentalmente notato, nel sacramento della Penitenza il primato di valore non spetta all'esortazione del confessore, ma alla purificazione per il sangue di Cristo. Purificazione ottenuta attraverso il pentimento. Da questa verità deriva una conseguenza sul modo in cui si devono recare le proprie colpe al tribunale della penitenza, e cioè che non si tratta di enumerare i propri peccati, ma di confessarli.

Tuttavia i confessori sono quotidianamente colpiti dall'indifferenza, almeno apparente, con cui numerosi penitenti enunciano le loro colpe. Essi fanno un'enumerazione, quasi stessero redigendo una lista che, se ben fatta, sembrerebbe esaurire tutto ciò che la Chiesa richiede loro: non rimane che ricevere l'assoluzione ed andarsene, ormai liberati. La formalità è compiuta.

In realtà, non lo è per niente. Niente è "formalità" nel campo degli atti religiosi, nè per quanto riguarda la Messa, cui non si tratta di "adempiere" ma alla quale bisogna partecipare, ne rispetto alla confessione che è essenzialmente ritrattazione, rinnegamento del male che si è commesso al fine di ottenere il perdono. Affare d'amore, affare di cuore (cioè di volontà). Si è

appena riconosciuto di aver commesso il male, di aver mancato all'amore dovuto a Dio, rifiutando di compiere l'una o l'altra delle Sue volontà (volontà che siamo leali, o giusti, o puri, o amorevoli, ecc.). Ciò deve tradursi nel modo in cui si dicono i propri peccati. Confiteor..., dice la formula che si raccomanda di recitare prima dell'accusa: "io confesso", riconosco, accuso: è la mia colpa, sono colpevole, mi batto il petto. La nostra accusa deve essere in linea con questa formula. Non si tratta di "constatare" che siamo stati cattivi e portare questa constatazione a conoscenza del prete, bensì di esprimere il pentimento per essere stati cattivi.

Sarà quindi bene (e sarà facile, accusando un ristretto numero di peccati) ripetere, a proposito di ciascuna colpa: "Io mi accuso di ...". Ciò impedirà, purchè lo si faccia con il cuore, di cadere nell'aridità indifferente di chi si accontenta di raccontare le sue colpe, invece di confessarle.

E' convienente accusare dei peccati della vita passata, già perdonati in confessioni anteriori?

In quanto esercizio di umiltà può essere benefico, purchè il riconoscersi una volta di più colpevoli di un vecchio peccato già assolto non implichi alcun travaglio per la coscienza. Ma non solo come esercizio di umiltà, ma anche perchè il sacramento porterà la sua grazia di purificazione in modo speciale sul focolaio d'infezione da cui un tempo è sgorgato quel peccato che, forse, non è stato lavato interamente. Allo stesso titolo, può essere bene, in alcune gravi circostanze della vita (prima del matrimonio, l'entrata in religione, durante un ritiro, ecc.) fare una "confessione generale" relativa ad un anno o ad un periodo più lungo. Ma alla condizione che non lo si faccia in virtù di una convenzione ma di un bisogno, che ci si senta spinti da una necessità interiore, non dall'argomentazione: "è da fare". (Questa osservazione vale soprattutto per le confessioni fatte durante i ritiri spirituali).

Ci sono tuttavia delle persone che dovranno astenersi da ogni ritorno sulla vita passata: gli scrupolosi. Gli scrupolosi sono dei malati, e la loro malattia consiste precisamente in un'inquietudine che li rende incapaci di giudicare se hanno fatto o meno, se hanno fatto bene o fatto male un'azione o l'altra. Essi vorrebbero "essere sicuri", e più cercano questa certezza, più questa sfugge loro. Al confessionale, essi vogliono esseri sicuri di aver detto proprio tutto o di aver avuto proprio un'autentica contrizione; e, non essendone mai sicuri, si ripetono all'infinito. Ricerca estenuante, che aumenta la loro malattia nel tentativo di placarla. A loro resta un solo mezzo di guarigione: obbedire, senza discutere, al confessore che ordinerà di chiudere assolutamente gli occhi su ogni passato, prossimo o remoto.

 

IV

Una forma di inquietudine che, insieme agli scrupolosi, assilla anche i sinceri verte sulla qualità della contrizione e si esprime sovente in questo modo: "a che pro accusare un dato peccato, visto che non me ne pento assolutamente e so che ci ricadrò?" Siamo al tema della ferma intenzione.

Distinguiamo accuratamente il "prevedere che si ricadrà" dal "voler ricadere".

Senza dubbio il penitente che vuole ricadere, che è deciso a rinnovare, alla prima occasione, la sua colpa, non è un "penitente", in quanto non ha alcuna contrizione. Illudendosi sull'efficacia dell'assoluzione, egli abusa del sacramento che non può cancellare un peccato senza che esso sia disapprovato dal suo autore.

Ma questo non è, grazie a Dio!, il caso abituale. I più hanno semplicemente un acuto sentimento della propria debolezza, giustificato dall'infelice esperienza delle ricadute, per cui credono di sapere che la loro buona intenzione, messa alla prova ancora una volta, non sarà più efficace in avvenire di quanto lo sia stata nel passato. E così pensano di non aver la contrizione... Ma è un errore. In fondo, essi definiscono "male" il male che hanno commesso, vorrebbero non averlo fatto ed essere capaci di non ricaderci mai più.

Ma è proprio questa, la contrizione! Dio non ci chiede, per perdonarci, di essere sicuri di non ricadere (una certezza del genere somiglierebbe molto alla presunzione). Egli ci chiede di impegnarci a fare quanto è in noi, con l'appoggio promesso della Sua grazia, per evitare nuovamente il peccato. Se questo proposito è in noi, non dobbiamo temere l'ipocrisia e l'insincerità. I nostri oscuri pronostici non lo modificano e poggiano su una biasimevole sfiducia rispetto alla grazia del sacramento. Il sacramento della Penitenza è un mezzo di progresso non tanto per lo sforzo psicologico che ci richiede, quanto perchè applica alla nostra anima malata il sangue espiatorio e meritorio di Gesù Cristo, che è il suo rimedio. Non solo Gesù ci accorda il perdono che ha ottenuto a nostro beneficio per la Sua Passione, ma Egli ci dà delle grazie di purificazione e di forza per le nuove lotte da sostenere, e proprio in relazione ai peccati che abbiamo sottoposto all'assoluzione. E' in queste grazie che dobbiamo avere fiducia, non nelle problematiche capacità di resistenza della nostra buona volontà. Non preoccupiamoci dunque per il "domani". La grazia del domani sarà sufficiente al domani, purchè si mantenga la fiducia e si stia in preghiera. Oggi, abbiamo la grazia di oggi, una grazia di contrizione. Volersi immaginare la tentazione di domani, è assumersi un fardello per il quale non riceviamo nessun aiuto: nessuno stupore quindi se ci sembra troppo pesante e ci opprime in anticipo.

In ogni caso, non stiamo facendo un invito alla trascuratezza. L'accusa deve completarsi con una risoluzione, la cui esecuzione sarà affidata al soccorso divino, ma sostenuto dalla volontà.

Perchè sia efficace, deve essere precisa e centrata su un determinato peccato da evitare, non sull'insieme delle colpe accusate nè, di norma, su numerosi peccati. Meglio ancora sarebbe impegnarsi a prevedere, in base all'esperienza passata, le circostanze che potrebbero portarci a cadere e le "occasioni" che rischierebbero di trascinarci in una ricaduta. E dovremmo concentrare la fermezza su queste occasioni da evitare. Quando constatiamo che certe frequentazioni ci inducono alla maldicenza, che determinate letture ci orientano all'impurità, che un cassetto aperto risveglia dei rancori mal sopiti, che un certo genere di conversazione eccita la nostra bile: la risoluzione dovrà essere quella di fuggire quella compagnia, di proibirsi quelle letture, di lasciar chiuso quel cassetto, di evitare quel tema di conversazione. Agire così significa accettarci per quello che siamo, capaci di soccombere là dove un altro rimarrebbe forte; non si tratta di "tentare Dio" esponendosi presuntuosamente, ma di essere logici con la propria contrizione.

Per aiutarci a mantenerla meglio, sarebbe opportuno confidare, di quando in quando, la nostra risoluzione al confessore dopo l'accusa dei peccati.

Praticata in questo modo, la confessione non sarà più, come troppo sovente accade, quella fastidiosa ripetizione di peccati "standards" che la trasforma in un'incombenza pesante ed ingrata. Essa diventerà uno dei più potenti mezzi di santificazione che la Chiesa di Cristo mette a nostra disposizione. Presentandoci al tribunale della penitenza, saremo consapevoli di presentarci al Cristo in croce che detiene nelle sue mani crocifisse il perdono ottenuto a nostro beneficio, il sangue con cui Egli vuole lavarci. Coscienti della nostra miseria, con lo sguardo lucidamente rivolto alle nostre debolezze quotidiane, fiduciosi nella Sua misericordia dopo averLo supplicato di farci detestare il nostro peccato, noi varcheremo la soglia del confessionale nell'umile disposizione del figliol prodigo: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non son degno di essere chiamato tuo figlio."

Potremo così ritirarci con una forza nuova, fondata sulla certezza liberatrice: "Vai in pace, figlio mio, la tua fede ti ha salvato."