L'ARALDO DEL DIVINO AMORE
RIVELAZIONI DI S. GELTRUDE
INDICE
Prefazione
di Lanspergio
Prologo
I
- Glorioso trapasso di Geltrude di Hackeborn, seconda Abbadessa del Monastero e
sorella di Santa Matilde
II
- L'anima di E. paragonata dal Signore a un bel giglio
III
- Si parla dell'anima di una giovinetta devota alla SS. Vergine
IV
- Felice morte di S. Matilde, cantrice del Monastero
V
- Si parla dell'anima delle sorelle M. ed E.
VII
- Lieto trapasso di M. di santa memoria
VIII
- Si narra dell'anima di M. B. che venne soccorsa dai suffragi dei suoi amici
IX
- Si parla delle anime di G. e di S. che il Signore colmò delle sue grazie
X
- Si parla di S. che morì tutta fervente di divino ardore
XI
- Dell'anima del fratello S. converso, che dopo la morte fu premiato per la sua
bontà
XII
- Si parla dell'anima dei fratello H. che fu ricompensata per la sua fedeltà
XIII
- Si parla dell'anima del fratello Giovanni ricompensato per i suoi lavori
assidui
XIV
- Si parla del fratello Thè che fu tanto riconoscente per i benefici ricevuti
XV
- Si parla dell'anima del fratello F. che ebbe vantaggio grande da una fervente
preghiera
XVI
- Si parla di un'anima che venne sollevata per i suffragi della Chiesa e dalle
preghiere di Geltrude
XVII
- Liberazione di alcuni parenti della Comunità
XVIII
- Dell'effetto del Grande Salterio
XIX
- Si narra di un'anima soccorsa per la recita del Salterio
SPIEGAZIONE
DEL GRANDE SALTERIO E DELLE SETTE MESSE GREGORIANE
XX
- Come si accresce il merito offerto
XXI
- Merito della buona volontà
XXII
- Punizioni ai disobbedienti e ai mormoratori
XXIII
- Desiderio della morte che il Signore eccitava in Geltrude
XXIV
- Preparazione per l'eterna dipartita
XXV
- La freccia d'amore
XXVI
- Con quale fedeltà Dio custodisce le preparazioni di un'anima alla morte
XXVII
- Apparecchio alla morte
XXVIII
- Consolazione data a Geltrude dal Signore e dai Santi
XXIX
- Fedeli promesse di Dio e privilegi
XXX
- Dolce riposo
XXXI
- Soddisfazioni offerte alla Madonna
XXVII
- Come le venne annunciata l'ora della morte
XXXIII
- Raccomandazione di questo libro
XXXIV
- Come il Signore accettò l'offerta di questo libro
XXXV
- Offerta del libro
XXVVI - Conclusione del libro
Imprimi
potest
Mediolani
15 Novembris 1953 Can. J. Buttafava C. E.
IMPRIMATUR
Ex
Curia Archiep. Mediolan. Can. I. Schiavini - Vic. Gen.
NEGLI SPLENDORI E NELLE GRANDEZZE DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II RITORNI FRA NOI LA DOLCISSIMA FIGURA DELLA GRANDE MISTICA BENEDETTINA S. GELTRUDE ED AFFRETTI IL TRIONFO DELL'UNITA', DELLA PACE DEL CULTO LITURGICO NEL MONDO INTERO
Questo
quinto libro fornisce salutari rivelazioni che c'insegnano come bisogna
prepararsi alla morte, accoglierla con gioia e rassegnazione, implorando l'aiuto
di Dio e dei Santi. Si vede anche come l'equa censura della divina giustizia renda
a ciascuno, dopo la morte, secondo le opere compiute, quantunque la misericordia
di Dio abbia preparato, per quelli che muoiono nella carità, un aiuto potente
nelle preghiere e nelle buone opere dei viventi.
In
questo libro sono riportate alcune pratiche di devozione utilissime ai
defunti, i quali sono soprattutto suffragati dalle offerte attinte nel tesoro
infinito dei meriti di Gesù Cristo. E' una glorificazione meravigliosa della
misericordia di Dio, della ineffabile dolcezza della sua bontà che concede a
tutti gl'infelici peccatori un rimedio, col quale possono, se vogliono, liberare
se stessi e gli altri dalle colpe e dalle pene dovute al peccato.
PROLOGO:
Siccome il Signore rivela talvolta, per il bene dei meriti dei defunti, per eccitarci coi loro esempi a respingere gli ostacoli ed ottenere le eterne ricompense; così ci e parso opportuno raccogliere in questo ultimo libro quanto il Signore volle rivelare a Geltrude, riguardo a parecchie anime. Si parla dapprima dell'affabile, gloriosa, venerabile Abbadessa Geltrude di Hackeborn della quale si è stimolati ad ammirare la vita, quantunque difficile ad imitarla; e spinti a ringraziare il buon Dio che volle colmarla di doni tanto eccelsi.
CAPITOLO
I
GLORIOSO
TRAPASSO DI GELTRUDE DI HACKEBORN, SECONDA ABBADESSA DEL MONASTERO E SORELLA DI
S. MATILDE
Geltrude di Hackeborn fu veramente grande, piena di Spirito Santo e degna di tutta la nostra filiale tenerezza. Bisogna renderle lode e onore perchè durante quaranta anni e undici giorni, ella esercitò la carica abbaziale con saggezza, prudenza, soavità e discrezione ammirabile, a la gloria di Dio ed a bene delle anime.
Aveva
ardente amore per Dio, tenerezza e sollecitudine incomparabile per il prossimo,
disprezzo profondo per se stessa.
La
sua umiltà la portava a visitare gli ammalati, a soccorrerli, a servirli
colle sue mani: li consolava, si sforzava di farli riposare e voleva sollevarli
in tutti i loro bisogni, cosa che faceva spendendosi completamente, fino a
quando la tenerezza delle sue figlie, non subentrava a porre un limite alla sua
dedizione d'amore. Spesso era la prima nei lavori più pesanti, si faceva un
onore di scopare il chiostro, riordinare la casa, e talora si affaticava da
sola, fino a quando il suo esempio e le sue dolci parole trascinavano amabilmente
le Suore a venirle in aiuto.
La
sua esimia virtù aveva irradiato splendori durante tutta la vita: rosa di
meravigliosa freschezza, era la compiacenza di Dio e degli uomini. Dopo
quaranta anni e undici giorni di fecondo Superiorato, fu colpita, da una malattia,
chiamata piccola apoplessia.
Coloro
ch'ebbero il bene di conoscerla sanno quanto penetrò nell'anima delle sue
figlie lo strale scoccato dall'Ormipotente per attrarre a sè, e togliere
dalla terrestre miseria quell'anima così nobile e così ricca di virtù!
Noi
non pensiamo che possa esservi stata in tutto il mondo creatura dotata dai
Signore di doni naturali, gratuiti e nascosti, più ricchi e preziosi. Infatti,
benché il numero delle persone che aveva accolto e educato nella vita religiosa
sorpassi di molto il centinaio, pure non abbiamo mai sentito dire che alcuno
ispirasse maggior affetto di lei e potesse esserle preferita. Basti dire che
alcune bimbe, di non ancora sette anni, ricevute nel Monastero, ed incapaci di
discernimento, erano talmente attratte dalla sua bontà appena l'ebbero
conosciuta per madre della loro anima, che la preferirono tosto al babbo, alla
mamma ed a tutti i parenti. Sarebbe troppo lungo diffondersi in particolari e
dire com'era giudicata dagli estranei che la vedevano e raccoglievano le sue
parole, ricche di sapienza celeste. Tornino tutti questi doni che le furono
accordati, in lode e ringraziamento a Dio, abisso infinito e sorgente di ogni
bene!
Quando
dunque questo raggio di sole parve scomparire sotto le ombre di morte, le
figlie, temendo con la perdita di si luminoso esemplare di saggia direttiva,
d'una Madre sì tenera, di deviare dal retto sentiero della perfezione, si rifugiarono,
con slancio dei cuore, nel Padre delle misericordie, implorando, con insistenti
suppliche, la guarigione della loro Madre. Dio, che è la bontà suprema dalla
quale tutto ciò che è buono riceve cose buone, non sdegnò le preghiere di
quelle anime desolate; ma siccome il rendere la salute all'inferma non entrava
nei disegni della sua Provvidenza, volle tuttavia consolare le figlie, mostrando
la beatitudine della loro Madre. Perciò esaudì le loro suppliche; dando loro,
per mezzo di Geltrude, risposte piene di conforto, come si vedrà in seguito.
Una
volta infatti, mentre Geltrude pregava per la malata, desiderando conoscere il
suo stato, il Signore le disse: « Ho atteso questo tempo con gaudio ineffabile,
per condurre la mia Sposa nella solitudine e parlarle cuore a cuore. Il mio
desiderio si attua, perchè ella entra in tutte le mie vie e compie in ogni cosa
la mia Volontà ». Tali parole significavano che la malattia è quella
solitudine ove Gesù parla al cuore della sua diletta, più che alle sue
orecchie; le sue parole non colpiscono l'orecchio del corpo, perchè le parole
che si rivolgono al cuore sono più sentite che ascoltate. Le parole del signore
alla sua eletta sono le tribolazioni e le angosce ch'ella prova pensando che la
malattia la rende inutile, ch'ella perde il tempo, che le consorelle
affaticandosi intorno a lei, lo perdono esse pure, giacchè non le sarà dato
di poter guarire. Ma ella risponde a tali tentazioni nel modo da Dio desiderato,
cioè, custodendo la pazienza e non bramando che una sola cosa, cioè che in
essa si compia la divina Volontà.
Questa
risposta si fa sentire fino in cielo, non in modo umano, ma per mezzo dello
strumeno divino del Sacro Cuore di Gesù, ove risuona per allietare la SS.
Trinità e tutta la Corte celeste. Infatti il cuore dell'uomo non potrebbe certo
accettare volontieri la sofferenza per compiere la Volontà di Dio, se tale
disposizione non fosse riversata nell'anima sua dallo stesso Cuore di Gesù
Cristo; è dunque per mezzo di questo Cuore divino, che tale risposta può
riecheggiare in cielo.
Disse
ancora il Signore: «La mia eletta compie i miei più cari desideri, accettando
i dolori della malattia, lungi d'imitare la regina Vasthi che disprezzò gli
ordini d'Assuero, quando quel re le ordinò di entrare col diadema in testa,
perchè i grandi della corte potessero, contemplare la sua bellezza. Io pure
voglio far risplendere la magnificenza della mia Sposa davanti all'adorabile
Trinità ed a tutta la Corte celeste, perciò la tormento con gli spasimi della
malattia. Ma ella compie i desideri del mio Cuore, accettando con tranquillità,
pazienza e discrezione í ristori che il suo stato reclama: ciò le varrà
grandi gradi di gloria, perchè deve superare se stessa per agire in tal modo.
Ella però deve farsi coraggio pensando che, grazie alla mia bontà infinita «
diligentibus omnia eooperantur in bonum - Tutto coopera al bene di coloro che
amano » (Rom. VIII, 28).
Un'altra
volta, mentre Geltrude pregava per la malata, Gesù le disse: « Talvolta mi
compiaccio di mirare, la mia eletta che sta preparandomi doni graditi, e allora
le procuro perle e fiori d'oro. Ecco ciò che queste parole significano; Le
perle sono i suoi sensi, i fiori sono le ore disponibili che le permettono di
prepararmi, ornamenti belli, graditi, preziosi; giacchè, appena può e
riprende le forze, si occupa subito della sua carica, per quanto le riesce
possibile. Con sollecitudine prende diverse misure per conservare ed accrescere
la Religione perché, dopo la sua morte, le sue parole ed i suoi esempi siano
come colonna saldissima che, per la mia eterna gloria, sostenga la stato
religioso.
Se
però s'accorge che il lavoro nuoce alla sua salute, lo lascia tosto e mi
abbandona ogni cosa con grande fiducia. Questa fedeltà a riprendere il lavoro,
o a lasciarlo quando le forze declinano, commuove profondamente il mio Cuore».
Un'altra volta che la santa Abbadessa, di dolce memoria, s'affliggeva di non
poter compiere lavori di mano, temendo di sciupare il tempo, si rivolse, con la
solita umiltà a Geltrude, preferiva i suoi consigli a quelli delle altre, le
raccomandò di pregare il Signore per quell'intenzione.
Geltrude
lo fece ben volentieri e ricevette questa risposta: « Il Re di bontà non
esige che la sua diletta lavori a rendere più bella la sua corona, mentre Egli
stesso, prodigandole la sua immensa tenerezza, si compiace di tenerle le mani
strette nelle sue; ma ciò che vuole prima di tutto, è che sempre si trovi
pronta a compiere la sua Volontà. Così il mio divin Cuore si compiace nella
sua eletta, sia che sapporti dolcemente l'infermità che le impedisce di
lavorare, sia che si occupi, per quanto può, della sua carica, quando la
sofferenza le lascia un po' di respiro ».
Siccome
poi la malattia le impediva di esercitare perfettamente i suoi doveri di
Abbadessa, ella pensò di dimettersi, ma prima volle sapere da Geltrude quale
era la divina Volontà. La Santa ricevette questa risposta: « Con tale malattia
santifico la mia Sposa per stabilirmi in essa, quasi in gradita dimora, così
come il Pontefice, mediante la consacrazione, santifica una chiesa. Le
serrature poste alla porta della medesima, la garantiscono contro i malfattori;
così, mediante la malattia, Io la chiudo, per così dire, afflnchè i suoi
sensi siano liberati da una folla di cose esteriori, che non hanno grande
utilità e spesso turbano il cuore, allontanandolo da me. Nel libro della
Sapienza ho proclamato: « Deliciae meae sunt esse cum fìliis hominum - Le mie
delizie sono di stare coi figli degli uomini » (Prov. VIII, 31). Ho dunque
mandato la malattia a questa mia Sposa per abitare in essa, secondo quest'altra
parola: « Juxta est Dominus his qui tribulato sunt corde - Il Signore è
vicino a coloro che soffrono » (Ps. XXXIII, 19). Ho voluto ch'ella sia adorna
di buoni desideri e di ottima volontà, perchè mi sia dato dimorare in essa
come un re sul suo letto di riposo, e gustare le mie delizie nella sua anima,
prima di fare gustare a lei stessa le gioie eterne. Lo ho lasciato l'uso
parziale dei sensi esteriori, perché potesse trasmettere ancora le mie volontà
alle sue figlie, come altra volta diedi agli Israeliti l'Arca santa che rivelava
i miei oracoli e nella quale essi dovevano onorarmi. Simile a quell'Arca santa
ella deve dare la manna, cioè diffondere sulle sue suddite la dolcezza delle
consolazioni con teneri affetti, e parole soavi. Ella deve rinchiudere anche la
verga di Aronne per la correzione delle ribelli, dopo di aver riflesso la cosa
nel vigore dello spirito, ricordandosi che avrei potuto Io stesso correggere i
cattivi col rimorso, o con la sofferenza, ma che ho preferito agire con la sua
mediazione per aumentare i suoi meriti. Quando ella avrà esercitato la sua
missione secondo la misura delle sue forze, non subirà nessun detrimento se,
fra coloro ch'ella corregge, ve ne sono alcune che non si emendano, perchè
l'uomo pianta e inaffia, ma Io solo dò l'incremento ».
Altra
volta ella si turbò, temendo che vi fosse negligenza da parte sua nell'omettere
la S. Comunione, l'orazione ed altre pratiche di Regola. Le sembrava anche di
comunicarsi con poco rispetto, poiché la sua grave infermità le impediva di
prepararsi accuratamente. Il Signorà volle istruirla e consolarla per tramite
di Geltrude: « Sappi che quando, per giusto senso di discrezione, tralascia
di comunicarsi; o di compiere altra pratica, la mia infinita bontà si
affretta ad attribuirle un bene che supplisce a quello che non ha potuto
acquistare, perchè tutti i tesori della Chiesa sono miei, ed Io posso disporre
dei medesimi ».
Siccome
è proprio delle anime virtuose temere il male anche dove non esiste, ella si
contristò, vedendo le persone che la servivano, perdere il tempo, poichè le
lor cure non le portavano nessun reale refrigerio. Ma Dio, che è fedele e che
non permette che un'anima sia tentata al di sopra delle sue forze, la consolò
ancora per mezzo di Geltrude. « Desidero che per mio amore e per mio onore
ella sia servita con rispetto, bontà, diligenza e allegrezza, perchè Io, il
Dio che in essa abita, l'ho posta a capo del Monastero; ciascuna è dunque
tenuta ad assisterla, come i membri servono il capo. Ella, da parte sua, deve
rallegrarsi che ani serva di lei, come di un tenero amico, per aumentare i
meriti dei miei eletti, giacchè considererò come resi a me tutti i servigi che
le saranno prodigati, e tutta l'affezione che le si dimostrerà, sia pure con
una sola parola».
Nel
giorno di S. Lievino (vescovo e martire, compagno di S. Bonifacio - XII
Novembre) tutta la Comunità si era riunita per domandare la sua guarigione al
santo martire; Geltrude, avendolo pregato con maggior insistenza, ebbe questa
risposta: « Quando il re si rallegra con la sua sposa nel segreto della camera
nuziale, è forse conveniente che un soldato venga a pregarlo di far uscire la
sposa, perchè la famiglia del servo possa godere la presenza dell'augusta
regina? Così non si può troppo supplicare per avere la guarigione di una
persona tanto unita a Dio e che, con la sua sapienza e bontà, offre al Re dei
cieli le prove della sua tenerezza ». Impariamo che coloro che maggiormente
glorificano Dio nel loro stato d'infermità, meritano, invocando i Santi, di
ricevere una dolce abbondanza di grazia che accresce la loro pazienza e li
aiuta a ritrarre dalla malattia frutti più graditi a Dio.
Prendo
come testimonio della fedeltà di quanto dico tutte le persone che in questa
malattia hanno riconosciuto la grazia di Dio, ed ammirato la virtù di quella
veneranda Madre.
Durante
ventidue settimane ella rimase così priva dell'uso della lingua da non poter
manifestare nessun desiderio, nè con parole, nè con segni; ella diceva solo
queste due parolette: spiritus meus - il mio spirito. Le consorelle che la
servivano non potevano nè capire, né sodisfare i suoi desideri. La cara
Madre, dopo d'aver ripetuto lungamente e con fatica: spiritus meus, vedendo che
tutto era inutile, taceva come un dolce agnello, e, guardando con l'occhio
semplice della colomba quello che si faceva contro la sua volontà, sorrideva
mestamente, senza mai lasciar trapelare la minima impazienza.
Il
grande amore di Dio e del prossimo, vita della sua vita, erano così
profondamente radicati nei suo cuore che, persino nei momenti del più acuto
spasimo, bastava una sola parola riguardante Dio, per renderla serena, tanto che
sembrava non avere più nulla da soffrire.
La
sua grande divozione si manifestava con copiosissime lagrime prima della S.
Comunione, e con lo zelo per ascoltare la S. Messa. Ella voleva, ad ogni costo
esservi condotta, quantunque fosse priva dell'uso di una gamba e che l'altra
fosse così addolorata da non poter neppure toccarla: ma tutto dissimulava purchè
non la privassero del grande tesoro della S. Messa.
Aveva
pure grande fervore per il divin Ufficio. Facile ad assopirsi per la sua
malattia, si faceva violenza per destarsi quando suonavano le ore canoniche, e
riusciva, come per miracolo, a mantenersi sveglia. Se poi aveva incominciato il
suo leggero pasto, le interrompeva sino alla fine delle preghiera. L'ultima
volta che disse: spiritus meus, fu per chiedere di recitare Compieta, dopo dì
che entrò in agonia.
La
sua bontà mostrò assai spesso la perfezione della sua carità; siccome non
poteva articolare che le due parole spiritus meus, se ne serviva in ogni
bisogno, per ricevere cioè coloro che la visitavano, per accompagnare un gesto
affettuoso a chi la circondava, per rispondere a tutte le domande, per
esprimere tenerezza alle sue figlie, stringendo loro la mano e accarezzandole
amorosamente. Tutte confessavano che, lungi dall'annoiarsi, provavano a quel
capezzale delizie misteriose, molto più che se ne avessero ascoltato discorsi
eloquenti, accompagnati da doni preziosi. Ella congedava le sue figlie con le
stesse parole: spiritus meus, levando la mano malata per benedirle con soavità:
scena commovente e dolce!
Un
giorno seppe che una sua figlia, colpita da grave malore, aveva dovuto
coricarsi. Quantunque non potesse nè fare un passo, nè dire altre parole se
non spiritus meus, fece capire, con cenni ripetuti, che voleva visitare
l'inferma e lo fece con tanta insistenza che bisognò accontentarla e condurla
dalla malata. Ella le mostrò tali segni di compassione coi suoi gesti, che
anche i cuori indifferenti, ne furono commossi fino alle lagrime. Ma la penna
non può vergare il poema di virtù e di tenerezza che si celava in quel cuore;
perciò offriamo a Dio, Autore d'ogni bene, un sacrificio di lode per i doni
meravigliosi fatti alla sua Sposa.
Da
quanto andiamo dicendo, si può concludere che vi era qualche cosa di miracoloso
nel pronunciare ch'ella faceva, in modo distinto, queste parole spiritus meus,
poichè non poteva dire altro. Geltrude, che l'amava con particolare tenerezza,
volle interrogare il Signore chiedendoGli la ragione di questo fatto. Egli
rispose: « Sono il Dio che abito in essa: ora Io ho attirato e unito
intimamente il suo spirito al mio, si che ella, in tutte le creature, cerca me
solo. Quando per chiedere, o per rispondere, ella dice spiritus meus, parla di
me, che vivo nel suo spirito. Così ogni volta che pronuncia queste parole,
mostro alla Corte celeste come quest'anima non pensi che a me e le preparo una
eterna ricompensa ».
Potremmo
ancora riportare molti altri fatti riguardanti questa venerata Madre, ma
crediamo bene abbreviare perchè tali cose provano una sola realtà cioè che,
essendo ancora visibile, agli occhi umani, pure Dio abitava in lei e con lei,
così che, in tutte le, sue azioni, ella si lasciava condurre dolcemente,
dallo Spirito del Signore (ciò che è conforme agli insegnamenti della Sacra
Scrittura).
Un
mese prima di perdere la parola, ella si sentì così male da sembrare sul punto
di morire. Quando le venne data con sollecitudine l'Estrema Unzione, davanti
alla Comunità riunita, il Signore Gesù apparve raggiante di splendore: Egli
tendeva le mani come per abbracciare la sua Sposa, e stava sempìe di fronte a
lei, in modo che potesse vederlo da qualsiasi parte si fosse voltata.
Géltrude
comprese la tenerezza del Signore per la sua Sposa diletta, giacchè, quattro
mesi prima della sua morte, si era mostrato a lei nello stesso atteggiamento,
tendendo le mani per ammettere fa sua anima al divino amplesso e all'eterno
bacio.
Geltrude
chiese poi al Signore come mai quella venerarti da Abbadessa potesse uguagliare
i meriti delle vergini già canonizzate, che avevano, versato il sangue per la
fede. Le rispose Gesù: « Il primo anno che ella ricevette la carica abbaziale
unì talmente la sua volontà alla mia e compi, con la mia grazia, tutte le sue
opere con tale perfezione, da uguagliarsi alle vergini più sante; in seguito
ella continuò a progredire; così le riserbo un aumento di beatitudine pari
ai suoi meriti ». Da queste divine parole si potrà comprendere la fulgida
gloria di cui la nostra Madre è rivestita in cielo.
Quando
arrivò il giorno tanto ardentemente desiderato e preparato con tante suppliche,
quando scoccò l'ora dell'agonia il Signore accorse a lei con gaudio: a destra
aveva la sua beatissima Madre, a sinistra S. Giovanni Evangelista,
l'apostolo prediletto. Il Salvatore era seguito da una immensa moltitudine di
Santi e specialmente dalla candida falange delle Vergini che, durante l'agonia
della morente, sembravano riempire la casa e frammischiarsi con le monache.
Le
consorelle non abbandonarono la moribonda, deplorando la sua perdita con
lagrime, sospiri e supplicando Dio per il trapasso di quella diletta. Quando Gesù
giunse al suo capezzale, le mostrò tanta bontà, con tenerezze divine, che la
morte perdette tutta la sua amarezza. Quando poi, nella lettura del Passio, si
giunse a quelle parole et inclinato capite emisit spiritum, Gesù. parve non
poter, più trattenere le fiamme del suo amore: si chinò verso la malata,
aperse con le sue stesse mani il Cuore e lo tenne davanti a lei.
La
Comunità tutta era in preghiera. Geltrude, spinta dalla sua particolare
affezione, disse al Signore: « O buon Maestro, in virtù di quella inesauribile
tenerezza con cui ci hai dato una Superiora così degna del nostro amore,
degnati, per quanto è possibile, assimilarla alla tua Madre, mostrandole
qualche cosa dell'affezione di cui hai circondato la beatissima Vergine, quando
usci dal suo corpo mortale». Il Signore, commosso da tenera compassione, parve
dire a sua Madre: « Dimmi, o Madre, ciò che ho fatto per Te; di più dolce,
quando stavi per uscire dal corpo, perché questa mia Sposa mi prega di agire
nello stesso modo con la sua Superiora morente ». La misericordiosissima
Vergine rispose con bontà: « La cosa che mi parve più deliziosa, o Figlio
mio, fu quella di trovare un rifugio sicuro fra le tue braccia ». « Tu hai
ricevuto questo favore, o Madre, per avere meditato spesso sulla terra, con
dolorosi sospiri, tormenti della mia Passione ». E aggiunse: « La mia eletta
dovrà supplire a tali meriti che non ha, sopportando oggi l'angoscia che le
procura la sua respirazione difficile, tante volte quante tu stessa hai
sospirato in terra al ricordo della mia Passione».
Cosi
ella passò quel giorno d'agonia. Durante questo tempo ella usufruì delle
tenerezze del divin Cuore che si apriva davanti a lei come un giardino di fiori
profumati, o come un tesoro di aromi preziosi. Ad ogni istante si vedevano gli
Angeli scendere dal cielo, guardarla e invitarla a seguirli con questa dolce
melodia da essi modulata: « Vieni, vieni; vieni, o Signora, perché le delizie
del cielo sono preparate per te ». « Alleluia, Alleluia! - Veni, veni, veni,
Domina, quia te expeetant coelt deliciae. Alleluia, Alleluial ».;
L'ora
deliziosa s'avvicinava, l'ora nella quale le Sposo celeste, il Re di gloria, il
Figlio del Padre si preparava a fare riposare nella Camera nuziale dell'amore
quella Sposa diletta che aspettava con sì ardenti desideri il volo supremo.
Il Signore si avvicinò e le disse queste dolci parole « Ecco che nel bacio del
mio potente amore, io m'impossesso di te, affine di presentarti al Padre mio,
nell'amplesso del mio Cuore ». Come se avesse voluto dirle: « La mia onnipotenza
ti ha trattenuta finora in terra per darti possibilità di maggior merito; ma
l'ardore della mia tenerezza non può più trattenersi, quindi ti libera dal
corpo e ti consegna a me, come desideratissimo tesoro, perchè calmi la violenza
dell'amore, gustando in te le più soavi delizie ». E subito quell'anima
felice, cento volte felice, lasciando la spoglia mortale, s'inalzò con giubilio
ineffabile, per entrare nell'augusto santuario del S. Cuore di Gesù, che le
era stato aperto con tanto amore, letizia e generosità, come più sopra
abbiamo detto. Nessun mortale saprebbe immaginare quello che lassù
quell'anima, che meritò di passare per tale via, ricevette di tenerezza, ciò
che vide e intese. La debolezza umana: non potrebbe esprimere che balbettando le
tenere carezze dello Sposo che accolse la sua diletta nelle profondità del
suo Sacro Cuore, e i giocondi trasporti della Corte celeste che, con le sue
lodi, parve coronare quella festa di nuove gioie.
Unite
pur non al palpito gaudioso del cielo, tenteremo di cantare un inno di giubilo e
di ringraziamento a Dio, Autore di ogni bene.
Quando
dunque quel sole brillante, che aveva diffuso così lontano i suoi benefici
raggi, scomparve dalla terra, quando quella gocciolina d'acqua rientrò
nell'oceano da dove era uscita, le figlie, rimaste quaggiù nelle tenebre della
desolazione, levarono verso il cielo lo sguardo della fede per tentare di
scoprire mediante la speranza, qualche cosa della gloriosa felicità della loro
Madre. Tuttavia esse continuavano a piangere per il sacrificio di una Madre
così buona, veramente superiore a tutto quello che avevano visto nel passato,
e che potevano sperare nell'avvenire. I loro rimpianti erano però illuminati
da un certo senso di gioia al pensiero della gloria di quell'eletta: così
facevano salire le loro lodi verso il cielo, confidando la loro desolazione alla
tenera affezione dell'Estinta. Esse cantarono il Responsorio Surge Virgo, et
nostra Sponso preces aperi; tua vox est dulcis in aure Domini: quae pausas sub
umbra Diletti. Ab aestu mundi transfer nos ad amoena paradisi. Pulchre Sion
filia pro mortali tunica. Agni testa vellere, et corona gloriae. Ab aestu. -
Levati, o Vergine, e presenta le nostre preghiere allo Sposo: la tua voce è
dolce all'orecchio del Signore: o tu, che riposi all'ombra del Diletto, toglici
dagli ardori di questo mondo e trasportaci nelle delizie del Paradiso. O figlia
di Sion che hai mutata la tunica mortale con la veste dell'Agnello e con la
corona della gloria.
Essendo
malata Matilde, cantora del Monastero, fu Geltrude che intonò questo canto:
il corpo verginale, tempio agusto di Cristo, fu portato da mani caste in
cappella e deposto davanti all'altare.
Quando
tutta la Comunità si prostrò in preghiera, l'anima dell'eletta defunta
comparve, rivestita di gloria incomparabile. Ella stava davanti alla SS.
Trinità e pregava per le agnellette che, durante il terreno pellegrinaggio, le
erano state confidate.
Mentre
si cantava la S. Messa per la defunta, Geltrude sfogava il suo dolore con Gesù,
il quale volendo consolarla le disse con tenerezza: « Non basto forse io a
darti tutto quello che ti ho tolto? Nel secolo si usa fidarsi di un uomo onesto,
il quale dopo la morte dei suoi vassalli, prende in tutela i loro beni, perchè
si è persuasi che egli nulla trascurerà per il vantaggio degli eredi. Fidati
dunque di me, io ti consolerò perchè sono la bontà infinita: se tu a me ti
rivolgerai con tutto il cuore, sarò per te, tutto quello che la defunta Madre
era per ciascuna di voi ».
Nello
stesso momento in cui, come più sopra si disse, il Signore ricevette nel suo
Cuore l'anima della defunta, diffuse sul mondo intero una rugiada di grande
dolcezza, e Geltrude comprese che in quell'istante, tutte le preghiere che
salivano al cielo erano esaudite.
All'indomani,
giorno della sepoltura, Geltrude fece la sua oblazione all'Offertorio della
prima Messa, per l'anima della defunta. Per supplire ai suoi meriti offerse
l'amabilissimo Cuore di Gesù, tale e quale è nei suoi rapporti con l'umanità,
cioè colmo dei beni e delle perfezioni che scorrono dal medesimo Cuore sui
cuori degli uomini, per risalire poi, con pienezza, verso Dio. Il Signore parve
accettare quell'offerta, sotto il simbolo di un vaso, in forma di cuore, colmo
di ricchi doni: Egli lo chiuse nel suo seno, poi chiamò l'anima della
defunta, dicendole: « Vieni piccola vergine (virguncula) vieni da me, e
disponi dei beni che le tue figlie ti hanno mandato ». Ella si volse allora al
suo Diletto, ed immerse la mano nel seno del Signore, osservando quello che in
esso racchiudeva. Siccome colà trovava la perfezione di tutte le virtù e di
tutti i doni, ella toglieva a uno a uno quei tesori, li indirizzava a Dio, e
diceva con la sua solita dolcezza: « O amato Gesù, questo converrebbe alla
Priora, questo a quell'altra, e questo a quell'altra consorella». Siccome
sulla terra aveva notato ciò che mancava a ciascuna, ora cercava di supplirvi
con le virtù del Cuore di Gesù. Il Signore, guardandola con ineffabile amore,
le disse ancora: « Avvicinati di più, o mia diletta ». Ella si alzò e si
pose a sinistra del Signore che la circondò col suo braccio e, serrandola al
Cuore, le disse: « Vedi ora le cose come le miro Io stesso ».
Quelle
parole le fecero capire ch'ella era guidata dall'affezione umana nel
distribuire alle sue figlie i doni del Signore, secondo ciò che aveva
conosciuto in terra. Ora che il Signore l'aveva unita totalmente a sè, ella non
poteva vedere se non ciò che Dio vedeva, quel Dio che ama gli uomini più
di quanto noi possiamo comprendere e che però loro lascia dei difetti, che
servono ai suoi disegni di Provvidenza.
All'elevazione
Geltrude offerse a Dio, per l'anima della sua diletta Priora, in unione alla
sacratissima Ostia la filiale tenerezza che Gesù provò per Maria, sua
amorosissima Madre. Allora il Figlio di Dio, chiamando soavemente la defunta,
le disse: « Avvicinati, piccola vergine. Voglio mostrarti la filiale
affezione del mio Cuore ». La Madonna prese quell'anima fra le sue braccia,
la condusse dal Signore che si chinò su lei per farle gustare, con un
soavissimo bacio, qualche cosa della filiale tenerezza che sentiva per la sua
Madre. Siccome tale visione si ripeteva ad ogni S. Messa, e più di venti erano
già state celebrate per la defunta, Geltrude cercò di offrire a Dio qualche
cosa di più grande ancora, per aumentare i meriti della sua amatissima Priora.
Ella presentò dunque la filiale affezione che Gesù, come Dio, ebbe per il
Padre, e che, come uomo, ebbe per la Madre.
Il
Figlio di Dio, tenendosi ritto davanti all'eterno Genitore, chiamò l'anima
della defunta e le disse: « Vieni, mia Signora e mia Regina, perchè ti viene
invìato un dono ancora più prezioso ». E siccome l'anima della defunta,
guidata dalla Mano della Madonna, erasi inalzata a vette sublimi, Geltrude,
seguendola con lo sguardo, le disse: « O Madre mia, ben presto non potrò più
nè vederti, nè capire la meravigliosa gloria che ti circonda ». Ella
rispose: « Tu potrai però sempre interrogarmi su quanto desideri sapere ». E
Geltrude: « O Madre cara, perchè le tue preghiere non ci ottengono di frenare
le lagrime? Noi ci sentiamo tutte male a furia di piangere la tua assenza, pur
sapendo che a te non piacciono queste esagerazioni indiscrete ».
La
defunta rispose: « Il mio Salvatore; nella sua dolce tenerezza, muta per me in
gloria e in vantaggio tutto quello che di solito torna di poco profitto ad
altri: ora sappi che, per la discrezione con cui seppi guidarvi, Egli mi
permette di offrire in un calice d'oro tutte le lagrime che voi versaste per la
mia morte. Per ciascuna di queste lagrime Egli versa in me le dolci acque della
Divinità e quando esse hanno calmato la mia sete, canto al Diletto un inno di
ringraziamento per le mie figlie e per tutti colora che mi piangono ».
Geltrude
chiese se tale effetto era raggiunto da tutte le lagrime, o soltanto da quelle
che si versavano in vista di Dio, per il timore che la sua morte portasse un
rilassamento nella religiosa osservanza. Quell'anima beata rispose: « Questa
gioia mi viene elargita, anche per le lagrime che si versano solo per semplice
tenerezza; tuttavia quando offro le lagrime sparse per l'onore di Dio, allora il
mio Salvatore stesso canta con me l'inno del ringraziamento: queste sante
lagrime mi procurano un gaudio superiore alle altre, così come il Creatore è
al di sopra delle creature ».
Poi,
avendo chiamata Geltrude per nome, le disse: « Cara figlia, sappi che ho
ricevuto una ricompensa speciale per averti incoraggiata in vista di Dio, a
compiere quell'affare che bene conosci. Per questo io ascolto sempre nel Cuore
del mio Diletto un canto d'amore che assomiglia a quello di uno strumento
melodioso, tanto che tutta la Corte celeste si rallegra con me. Tale canto
procura ai miei occhi un mite splendore, al palato un gusto squisito,
all'odorato un soave profumo. Soltanto il senso del tatto non prova speciale
godimento, perchè ho commesso alcune negligenze a questa riguardo,
quantunque con buona; intenzione e per amore di pace ».
Mentre
si sonava l'Elevazione, Geltrude offerse l'Ostia santa al Padre, per riparare le
negligenze della defunta. L'Ostia divina apparve allora come uno scettro
ammirabile che sembrava bilanciarsi con un grazioso movimento: esso era davanti
all'anima della defunta che non poteva tuttavia toccarlo, perchè, nell'altra
vita, non si può supplire alle mancanze commesse quaggiù. In virtù di quel
sentimento di affettuosa riconoscenza di cui il Signore l'aveva dotata, la defunta
parve pregare per tutti coloro che assistevano alle sue esequie: tale preghiera
ottenne a ciascuna la remissione di molti peccati, e un aumento di grazia, di
forza, di vigore per fare il bene.
Alla
benedizione che si dava alla fine della S. Messa, la diletta Priora apparve in
piedi, davanti al trono della sempre adorabile Trinità, alla quale rivolse
questa supplica: « O Dio, che sei l'Autore di ogni, bene, accorda un favore
alla mia spoglia mortale. Quando le mie figlie verranno sulla mia tomba a
gemere sulle loro pene e sulle loro colpe, fa che una segreta consolazione le
assicuri che io sono veramente la loro Madre ».
Il
Signore accolse con bontà questa domanda e in nome della sua Onnipotenza, della
sua Sapienza e Bontà, benedisse ciascuna anima in particolare. Quando poi
questa beata Madre venne deposta nella tomba, il Signore, per confermare quella
benedizione, parve fare tanti segni di croce quante erano le palate di terra
che cadevano sulla cassa. Allorchè essa fu interamente ricoperta, la Vergine
Maria, Madre di Dio, tracciò ella pure con la sua dolce mano, lo stesso segno
di croce, come un sigillo, atto a testimoniare il favore concesso da Dio alla
defunta.
All'intonazione
del responsorio « Regnum mundi »; dopo la sepoltura, il cielo parve
ammantarsi dì nuova gioia, così come una casa di cui ogni pietra, e ogni
lastra si fossero messe a danzare, per esprimere la loro allegrezza. La defunta
apparve preceduta da un coro di vergini, di cui ella era la regina: con una mano
teneva un giglio circondato da altri fiori, con l'altra guidava le vergini che
le erano state confidate e che l'avevano preceduta nella gloria. Al loro seguito
camminavano altre vergini del Paradiso. Fra gioia ed allegrezza esse giunsero
al trono di Dio. Alle parole del Responsorio: quem vidi, Dio Padre accordò
nuovi favori a quell'amatissima anima che conduceva le vergini, già sue
figlie. All'altra parola quem amavi, il Figlio di Dio le accordò pure le sue
grazie; all'espressione in quem credidi, lo Spirito Santo l'arricchì dei suoi
doni. Ma quando si cantò quem diiext, la defunta aperse le braccia per dare un
tenero amplesso a Gesù, suo amatissimo Sposo.
In
seguito venne detto il Responsorio Libera me e si vide in cielo radunarsi un
altro coro composto dalle anime che, in virtù dei meriti della defunta, delle
S. Messe e preghiere offerte per lei, in quel giorno erano giunte all'eterna
gloria. In quel numero si notò un fratello converso del Monastero che aveva
trascurato la vita spirituale; egli per i meriti della santa Priora, aveva
avuto il massimo refrigerio.
Nel
trentesimo giorno la beata Priora apparve ancora a Geltrude raggiante di una
gloria così meravigliosa, da eclissare tutto quello che prima aveva ammirato.
Si vedevano rifulgere di splendore soprattutto i mali sopportati pazientemente
nell'ultima malattia. Un libro d'oro, magnificamente ornato, apparve davanti al
trono: esso conteneva tutti gli insegnamenti che aveva dati agli inferiori. In
avvenire si vedranno i tesori che i suoi esempi e le sue parole avranno
prodotto nelle anime.
Geltrude,
stupita di tante meraviglie, chiese alla beata Priora quale ricompensa avesse
ricevuto per i dolori sopportati al braccio destro. Ella rispose: « Con la
destra abbraccio teneramente il mio Diletto e provo una gioia incomparabile,
vedendo come il mio amatissimo Sposo trovi le sue delizie nell'essere circondato
dal mio braccio, come da preziosa collana. Il lato destro della defunta
sembrava, dalla testa fino ai piedi tempestato di gemme preziose, il cui splendore
si rifletteva anche sul lato sinistro. L'ornamento di destra indicava le
ricompense ai suoi dolori, lo splendore di sinistra stava a significare i meriti
acquistati per l'unione della sua volontà al divin beneplacito. Era dunque,
da una parte e dall'altra, come un gioco di luci, simile a quello dei raggi di
sole che si riflettono nelle acque. La sofferenza poi che la beata Madre defunta
aveva provato per la perdita della parola, le fu ripagata da un bacio divino,
che le venne dato da Gesù appena spirata, il cui splendore sarebbe durato
eternamente, con gaudio ineffabile di tutta la Corte celeste.
Durante
la S. Messa, Geltrude, ricordando il bene ricevuto dalla Santa Abbadessa, pregò
il Signore di ricompensarla Lui stesso. Egli rispose: « Ciascuna di voi mi
venga in aiuto, eccitandomi a diffondere su di lei i miei doni, perchè non so
vedere in me alcun bene, che non sia disposto a cederle ». E il Signore,
guardando con tenerezza la defunta, aggiunse « I tuoi benefici furono bene
accordati, poichè hanno in ricambio tale riconoscenza ». La Santa Priora si
prostrò allora davanti al trono della divina Maestà e ringraziò Dio per la
fedeltà delle sue figlie, dicendo: « Lode eterna, immensa, immutabile sia a
Te, dolcissimo Dio, per tutti i tuoi benefici, e benedetto sia il tempio nel
quale mi hai preparato a ricevere un frutto sì dolce e salutare ». E
aggiunse: « O Dio, che sei la mia vita, ricompensa Tu stesso per me ». Rispose
il signore: « Fisserò su loro lo sguardo della mia misericordia », nel
contempo fece due segni di croce con la mano per accordare a ciascun membro
della Comunità la grazia di dare buon esempio al prossimo con opere esterne, ed
agire unicamente per amore di Dio.
CAPITOLO
II
L'ANIMA
DI E. PARAGONATA DAL SIGNORE A UN BEL GIGLIO
Dodici
giorni dopo il decesso della beata Priora Geltrude, di santa memoria, morì
pure una delle sue care figlie. Questa seconda separazione aggiunse dolore a
dolore, perchè era una monaca amabile, cara a Dio e agli uomini, sia per
l'incantevole purezza, che per la soavità del carattere e per la grazia dei
suoi rapporti con tutti.
Dopo la sua morte, Geltrude, ricordando le delizie che si provavano vivendo con essa, disse melanconicamente a Gesù: « Ohimè, amantissimo Signore! perchè ce l'hai portata via così repentinamente? ». Egli rispose: « Mentre si celebravano i funerali della mia diletta Geltrude, vostra Abbadessa, provai gaudio immenso per la divozione della Comunità nella quale discesi per pascermi fra i gigli. Questo fiore piacque a me più degli altri: tesi la mano per coglierlo, la strinsi per undici giorni fra le mie dita prima di svellerlo. Le sofferenze della malattia ne accrebbero vaghezza e profumo allora lo colsi e adesso forma la mia gioia in cielo ». E il Salvatore aggiunse: « Quando al ricordo del fascino che questa consorella esercitava intorno a sè, ne provate rimpianto, pur tuttavia l'abbandonate serenamente al beneplacito della mia Volontà, allora aspiro anche meglio il profumo di questo giglio, e la mia bontà ve ne ricompenserà al centuplo ».
All'Elevazione
dell'Ostia, mentre Geltrude, con affezione di sorella, offriva per la defunta
tutta la fedeltà del Cuore di Gesù, ella la vide inalzata a una dignità più
grande, come se fosse stata trasferita in uno stato più sublime, rivestita di
abiti più luminosi, e circondata di, Angeli più elevati. Geltrude ebbe la
stessa visione ogni volta che fece la medesima offerta per l'anima di E. La
Santa volle poi sapere dal Signore come mai quella vergine saggia, avesse
dimostrato durante l'agonia, con gesti e con parole, un grande terrore della
morte. Gesù rispose; « L'ho permesso, per una grazia della mia infinita
tenerezza. Infatti, qualche giorno prima, già malata, essa mi aveva pregato,
per tuo tramite, di riceverla, subito dopo la sua morte in cielo, e sulla tua
parola confidava di ottenere tale privilegio. Volli premiare la sua fiducia.
Ma in tempo di giovinezza è facile commettere qualche leggera negligenza,
come per esempio, compiacersi in cose inutili ecc. Le sofferenze della
malattia dovevano purificarla da queste macchie: così, prima di chiamarla alla
gloria del cielo, volli che i suoi dolori la rendessero meritevole dell'immediato
ingresso in Paradiso, e permisi che fosse spaventata alla vista dei demonio.
Tale angoscia le servì di purgatorio, mentre le sofferenze patite erano un
prezioso titolo per meritare la ricompensa dei cieli ». Geltrude Insistette:
« E Tu, mio Gesù, speranza dei disperati, dov'eri mai, mentre essa sopportava
quegli spaventevoli terrori?». Rispose il Signore: « Io mi ero nascosto alla
sua sinistra: ma appena l'ebbi purificata, mi presentai a lei e la condussi
meco nel gaudio eterno dei cieli ».
CAPITOLO
III
SI
PARLA DELL'ANIMA DI UNA GIOVINETTA DEVOTA ALLA SS. VERGINE
Poco tempo dopo morì una giovinetta che, fin dall'infanzia, era stata divotissima della Madonna. Avendo terminato la sua breve carriera, venne chiamata all'eterna ricompensa. Munita di tutti i sacramenti della Chiesa, ella stava per entrare in agonia, quando con le mani tremanti prese il Crocifisso, salutò le S. Piaghe con espressioni tenere, le ringraziò, le adorò, le coperse di baci così ardenti, che tutte le consorelle ne provarono straordinaria compunzione.
In
seguito ella chiese, con brevi preghiere, al Signore, alla Vergine Maria, agli
Angeli, ai Santi di ottenerle il perdono dei peccati, di supplire a quanto le
mancava, di proteggerla nell'ora della morte; infine, riposando un istante
come se fosse stata stanca, s'addormentò con confidenza nel Signore.
La
Comunità si mise tosto in preghiera per il sollievo di quell'anima e Gesù
apparve a Geltrude: Egli teneva fra le braccia l'anima della defunta, la
carezzava amabilmente e le diceva: «Mi riconosci, figlia mia?». Geltrude,
vedendo ciò, pregò il Signore di ricompensare quell'anima soprattutto per
l'umiltà che l'aveva spinta a servire lei e le altre consorelle, perchè le
credeva più care a Dio e desiderava partecipare ai loro meriti. Allora Gesù
presentò alla defunta il suo Cuore divino, dicendole: «Bevi, figlia mia, in
questo vaso traboccante quanto tu desideravi ricevere per i miei eletti quando
eri in terra ».
All'indomani,
durante la S. Messa, quell’anima apparve come seduta in grembo al Salvatore e
la Regina del cielo venne vicino a lei, presentandole i suoi gioielli ed i suoi
meriti. Quando la Comunità recitò per essa il Salterio, aggiungendo un'Ave
Maria dopo ogni salmo, la Madre di Gesù moltiplicò i doni suoi a
quell'anima, come ricompensa della sua speciale divozione.
Geltrude
chiese poi al Signore di quali fragilità aveva dovuto purificare la defunta
prima della morte.
Egli
rispose: « Ella si compiaceva nel suo proprio giudizio: l'ha purificata
permettendo che morisse prima che la comunità terminasse le preghiere, che si
dicevano per lei. Infatti, quand'ella comprese che ciò avveniva, temette di
subirne detrimento e tale angoscia la purificò da ogni imperfezione.
Geltrude aggiunse: « Ma Signore, quest'anima non si era forse purificata
sufficientemente con la contrizione che ebbe in punto di morte, quando ti ha
pregato di mondarla da tutte le colpe? ». E Gesù: « Quella contrizione
generale non era sufficiente, bisognava che subentrasse una sofferenza per
cancellare l'attacco al suo proprio giudizio, per cui non si piegava subito
docilmente a coloro che la dirigevano ». E aggiunse: « Ella dovette essere
purificata anche da un'altra macchia, contratta per la noia ch'ella provava a
confessarsi; la mia bontà però le ha perdonato questa imperfezione, in vista
di coloro che avevano cura di lei, e che sono i miei ed i suoi amici. Per la
pena che ha provato, confessandosi in punto di morte, le ho rimesso ogni
negligenza su questo punto ».
Durante
la S. Messa, mentre si cantavano all'Offertorio queste parole: « Hostias ac
preces », il Signore parve levare la mano destra. Allora un magnifico bagliore
rischiarò tutto il cielo, e investì quell'anima che riposava in grembo a Cristo.
Tutti i cori dei Santi si avvicinarono, ordine per ordine, deposero i loro
meriti in seno a Gesù, per supplire a quelli che la defunta non aveva
acquistati.
Geltrude
comprese allora che i Santi agivano in tal modo, perchè quell'anima aveva
avuto l'abitudine di supplicarli affinché applicassero ai defunti i loro
meriti, quale espiazione dei loro difetti. Quantunque poi tutti gli abitanti del
cielo le mostrassero segni speciali di tenerezza, pure le vergini lo facevano in
modo più ardente, essendo essa una del loro numero.
Un'altra
volta Geltrude pregò ancora per l'anima di quella giovane Religiosa: le sue
parole furono brevi, ma possenti. Esse apparvero scolpite sul petto del Signore,
quasi come finestrelle che facevano vedere l'interno del Cuore di Gesù, Figlio
di Dio. Ella intese Gesù dire a quell'anima: « Guarda in ogni parte del cielo:
vedi se qualche Santo possiede un bene che tudesideri e attingi quel bene nel
mio Cuore, attraverso a queste aperture ».
Geltrude
comprese che lo stesso favore si rinnovava a ogni preghiera offerta per
quell'anima.
All'Elevazione
dell'Ostia, il Figlio di Dio parve presentare: a quella giovane Religiosa il suo
sacratissimo Corpo sotto l'aspetto di un agnello immacolato. Mentre essa lo
baciava con tenerezza, fu come trasfigurata, ricevendo una nuova gioia nella
conoscenza della Divinità. Geltrude chiese allora alla defunta di pregare per
le anime che le erano affidate. Rispose: « Prego per esse, ma non posso volere
se non quello che vuole il mio amatissimo Signore». Riprese la Santa: « E'
dunque allora inutile appoggiarsi alla tua preghiera? ». « No, essa sarà loro
di vantaggio, perchè il Signore, che conosce i loro desideri, ci eccita a
pregare secondo le loro intenzioni ». « Puoi tu intercedere specialmente per
le tue più intime amiche che nulla hanno ancora chiesto? ». « Il Signore
stesso, nel suo amore, fa loro un gran bene per causa nostra ». « Prega almeno
specialmente per il Sacerdote che ora si comunica per te ». « Egli avrà
doppio vantaggio per tale atto: come il Signore da lui riceve per dare a me
grarzie preziose, così, a mia volta, rimando tali beni verso il Sacerdote,
unendovi grazie personali; il suo profitto spirituale si accresce come l'oro
appare più bello quando vi sono incastonate varie gemme».
Geltrude
chiese: « Dalle tue parole mi pare di poter concludere che è più
vantaggioso celebrare delle Messe per i defunti, piuttosto che per altre
intenzioni». La giovane Religiosa rispose: « In vista della carità con la
quale si aiutano, le anime purganti, la S. Messa produce maggiori frutti che se
fosse celebrata soltanto per dovere sacerdotale. Ma se un moto intimo del cuore
getta íl sacerdote in Dio, e lo fa celebrare sotto tale impulso, allora il S.
Sacrificio è ancora più fruttuoso ».
Geltrude
aggiunse: « Dove hai tu appreso tante cose, mentre avevi in terra
un'intelligenza così limitata? ». Ella replicò: « Ho appreso ogni cosa da
Colui di cui S. Agostino disse: « avere visto Dio una sola volta, significa
avere tutto appreso ».
Un
altro giorno Geltrude vide la defunta raggiante di gloria, adorna di abiti
scarlatti: ne chiese la ragiono al Signore, il quale rispose: « Come gliene
avevo fatto promessa, per tuo tramite, così l'ho rivestita della mia Passione;
perchè nonostante la grande debolezza della sua salute, non si è mai
astenuta dai lavori comuni imposti dalla Regola e quantunque si spendesse al di
là delle sue forze, pure non lasciò sfuggire nè un lamento, nè una
impazienza». Il Signore aggiunse: « Le ho poi dato parecchi nobili principi
della mia corte, affinchè le rendano onori particolari per compensare gli
spasimi sopportati durante la malattia. Un braccio le cagionò particolari
sofferenze, perciò ella mi tiene abbracciato nella gloria con tale beatitudine
che vorrebbe avere sofferto cento volte di più ».
Siccome
Geltrude bramava sapere se la Congregazione riceveva qualche soccorso dalle
anime beate che aveva dato al cielo, la defunta rispose: « Esse vi procurano
aiuti immensi, perchè il Signore moltiplica i suoi benefici a vostro
riguardo, per ciascuna delle vostre consorelle salite all'eterna gloria ».
Durante
una S. Messa che non era cantata per i defunti, Geltrude, pregando ancora per la
stessa Religiosa, la vide nella gloria e chiese quale frutto ritraeva da quel
Santo Sacrificio. Rispose ella: « Non attinge una regina nelle ricchezze
del suo re e Signore? Ora che sono unita al mio Re, dolcissimo Sposo, ho parte
a tutti i suoi beni e mi assido alla sua tavola come regina a quella del suo
sovrano. Per tutte queste grazie siano lode e gloria in tutti i secoli al
Signore, Re dei Re ».
CAPITOLO
IV
FELICE
MORTE DI S. MATILDE, CANTRICE DEL MONASTERO
Quando
Matilde devotissima maestra di coro, ricca di buone opere e tutta piena di Dio
fu mortalmente inferma, volle, circa un mese prima del suo trapasso, seguire
secondo una sua pia abitudine, l'esercizio della morte, composto da Geltrude.
Una domenica, dopo essersi comunicata, ella consegnò la sua ultima ora alla
divina misericordia.
Geltrude
pregò per lei e vide in spirito, che il Signore aveva attratto per sua divina
virtù, l'anima di Matilde e l'aveva poi rimandata al suo corpo per prolungare
ancora un po' la sua santa vita. Geltrude chiese a Gesù: « Perché vuoi, amato
Signore, ch'ella rimanga ancora in terra? ». Egli rispose: « Perchè voglio
completare ciò che la mia divina Provvidenza ha stabilito di operare in essa. A
tal fine ella mi servirà in tre maniere: mi offrirà cioè il riposo dell'umiltà,
il banchetto della pazienza e il sollievo di diverse virtù. Per esempio in
tutto quello che vedrà e sentirà del prossimo, ne farà motivo dil umiltà,
ponendosi al di sotto di tutte, facendomi così gustare un riposo delizioso nel
suo cuore e nell'anima sua. Ella inoltre si mostrerà serena nelle sofferenze
e tribulazioni, le accoglierà con amore, sostenendo volentieri ogni pena: mi
preparerà così un banchetto sontuosamente servito. Infine nella generosa
pratica di altre virtù, Matilde mi offrirà un riposo che sarà la delizia
della mia Divinità ».
Un'altra
volta; dovendosi Matilde comunicare, Geltrude chiese al Signore che cosa avesse
in essa operato. Egli rispose: « Mi riposo fra i suoi dolci amplessi, come su
di un letto nuziale ». Geltrude comprese che la camera nuziale ove l'anima
riposava in Dio e Dio nell'anima, era la disposizione costante che la portava,
fra pene e dolori continui, a confidare nella bontà di Dio, a credere che la
divina misericordia dirigeva tutto per suo bene, a ringraziare il Signore e ad
abbandonarsi con fiducia nella sua paterna Provvidenza.
Siccome
Matilde peggiorava rapidamente e verso sera soffriva assai di cuore, veniva
compassionata dalle consorelle che s'avvicinavano, vedendola fra tanti dolori.
Ma ella le consolò dicendo: « Non piangete e non attristatevi a mio riguardo,
mie dilette, perchè compatisco talmente alla vostra desolazione che, se fosse
la Volontà del nostro dolce Sposo, vorrei vivere sempre nonostante questi
dolori, per potere continuare a consolarvi in tutto ».
Altra
volta insistettero presso la malata, perchè prendesse una medicina che si
credeva dovesse farle bene. Ella cedette nonostante la sua estrema ripugnanza,
ma appena sorbito il farmaco, i suoi dolori. crebbero. Geltrude bramò sapere
all'indomani come Gesù avrebbe ricompensato l'amabile accondiscendenza della
malata. Il Salvatore rispose: « Col dolore che quella medicina le ha prodotto,
ho composto un rimedio salutare per tutti i peccatori del mondo, per le anime
del purgatorio ».
Nella
domenica Si iniquitates, la penultima dopo Pentecoste, Matilde si comunicò
per l'ultima volta. Geltrude pregava per lei, quando il Signore le ispirò di
avvertirla, affinchè si preparasse a ricevere l'Estrema Unzione. L'incarica
pure di dirle, da parte sua, che, dopo aver ricevuto quel Sacramento salutare,
Lui stesso, custode diligentissimo di coloro che ama, l'avrebbe raccolta nel
suo Cuore, per preservarla dalla minima macchia, proprio come un pittore
vigila il quadro che ha terminato, mettendolo a riparo dalla polvere.
Geltrude
avvisò la malata: ma siccome Matilde era sempre stata sottomessa ai suoi
Superiori, così si rimise alla loro guida anche per l'Estrema Unzione, non
volendo anticiparla di sua volontà, abbandonandosi completamente alla divina
Provvidenza, che aiuta coloro che in essa pongono la loro fiducia.
I
Superiori, da parte loro, avevano una grande venerazione per la malata, ed erano
sicuri che Dio l'avrebbe avvisata di domandare lei stessa i Sacramenti, a tempo
opportuno, Così vedendo che nulla diceva, attesero. Ma il Signore, per mostrare
la verità della parola evangelica « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie
parole non passeranno » (Matt. XXIV, 35), confermò quanto aveva detto alla sua
Sposa prima del Mattutino della seconda feria, Matilde si sentì così male da
essere ridotta agli estremi. Allora si chiamò in fretta il Sacerdote ed ella
ricevette l'Estrema Unzione, se non quel giorno stesso, almeno prima dell'alba
del giorno seguente.
Mentre
Geltrude pregava per essa, durante l'unzione degli occhi, comprese che il
Signore circondava l'agonizzante con tutta la tenerezza del suo divin Cuore:
Egli dirigeva verso di lei i raggi del suo infinito splendore per comunicarle,
in quella luce, tutti i meriti acquistati dai suoi santissimi occhi.
Da
quel momento gli occhi della malata parvero stillare, sotto l'azione efficace
della bontà divina, uni olio d'incomparabile dolcezza. Geltrude comprese che
il Signore, per i meriti di Matilde, accorderebbe il soccorso delle sue
consolazioni a tutti coloro che la pregherebbero e capì che Matilde aveva
ottenuto quel favore, perché la carità l'aveva sempre animata a mostrarsi
tenera e amabile verso tutti, durante la vita.
Quando
il Sacerdote le fece le altre unzioni sui diversi sensi, il Signore le comunicò
le opere perfette delle sue sacratissime membra. All'unzione delle labbra,
quell'amante geloso delle anime, in uno slancio di tenerezza, depose su di esse
un bacio più dolce del miele, comunicandole così tutto il frutto delle parole
della sua sacra bocca.
Durante
la recita delle Litanie alle parole: Omnes Sancti Seraphim et Cherubim, orate
pro ea, Geltrude vide la falange di quegli spiriti celesti, aprire le loro
file, con gioia rispettosa, per preparare un posto d'onore a quell'eletta di
Dio. Conveniva ch'ella fosse posta nei ranghi superiori degli spiriti più
vicini alla divina Maestà, perché con la sua verginale santità aveva condotta
in terra vita angelica. Oltrepassando il coro degli Angeli aveva attinto coi
Cherubini, alla sorgente dell'infinita Sapienza, i torrenti dell'intelligenza
spirituale; coi Serafini ardenti ella aveva stretto fra le braccia della carità
Colui che è fuoco consumatore: ignis consumens est (Deut IV, 24).
Man
mano che nelle litanie s'invocava il nome dei Santi, ciascuno di essi si alzava
con riverente gaudio e deponeva i suoi meriti, sotto forma di doni preziosi, nel
seno del Signore, perchè li offrisse alla sua diletta, accrescendo così la
sua gloria e beatitudine.
Dopo
le sante unzioni il Signore la prese amorosamente fra le braccia custodendola
per ben due giorni, con le labbra applicate alla ferita del divin Cuore, in
modo ch'ella sembrava aspirarvi il soffio vitale; rimandandolo poi in quella
sacra apertura.
S'avvicinava
l'ora gioconda dei trapasso, l'ora nella quale il Salvatore avrebbe dato alla
sua eletta il dolcissimo sonno dell'eterno riposo, dopo i dolori delle terrene
fatiche. Era la terza feria, vigilia di S. Elisabetta, prima di Nona, quando
Matilde entrò in agonia. La Comunità accorse devotamente per accompagnare, con
le solite preghiere, la partenza di quell'anima tanto amata nei Cristo.
Geltrude,
più fervente delle altre, vide l'anima della malata sotto forma di una bella
giovinetta che stava ritta davanti al Signore, esalando nella ferita del divin
Cuore, il soffio ché ivi aveva aspirato. L'adorabile Cuore parve allora non
poter più contenere il torrente della sua bontà e della sua dolcezza: ogni
volta che aspirava il soffio dell'agonizzante, Egli faceva piovere, con
slancio d'amore, abbondante rugiada di grazie su tutta la Chiesa e specialmente
sulle persone presenti.
Geltrude
ebbe l'intelligenza di questa visione. In quel momento la Santa agonizzante, per
grazia di Dio, allargava il desiderio di bene al mondo intero e a tutti i
defunti. Gesù accordava grazie universali.
Durante
l'antifona Salve Regina, alle parole Eja ergo advocata nostra, l'eletta da Dio,
sul puntò di spirare, si rivolse con amore alla Vergine Maria e le raccomandò
le consorelle che stava por lasciare, pregandola di circondarle, per amor suo,
di speciali tenerezze. Ella le ricordò che durante tutta la vita era stata, fra
le sorelle, un'avvocata benevola, premurosa, previdente e pregò la Madre di
misericordia di difendere le loro cause intercedendo presso il suo Figlio per la
comunità.
La
Vergine accolse questa preghiera e, posando le sue mani benedette su quelle
della morente, mostrò di accettare in eredità il Monastero che le veniva
confidato. Mentre si recitava la breve preghiera: Ave Jesu Christe, alle parole
via dulcis, Gesù, tenero Sposo di Matilde, appianò e addolcì la via con
un'effusione della sua Divinità, per attrarre a sè la sua diletta con maggior
tenerezza e minore sforzo.
Durante
il giorno dell'agonia ella non disse che queste parole: Jesu borse, Jesu borse!
mostrando in tale modo che Colui, il cui nome ritornava così spesso sulle sue
labbra, fra gli amari dolori della morte, abitava veramente nelle profondità
della sua anima. Le consorelle a una a una raccomandarono alle sue preghiere i
bisogni particolari. Ella non poteva parlare, ma diceva tuttavia sommessamente:
« volontieri! » oppure « sì! » per mostrare con quale tenerezza trasmetteva
al Signore tutte quelle suppliche.
Geltrude
comprese altresì che, da tutte le membra sofferenti della malata, esalava un
vapore che penetrava l'anima sua purificandola mirabilmente da ogni macchia,
santificandola e rendendola atta a gustare subito l'eterna beatitudine.
Geltrude,
che ebbe la conoscenza di tali cose, si propose in un primo tempo, di tenersele
celate in cuore per non tradire il segreto delle sue rivelazioni; ma poi vide
chiaramente che quel progetto era contrario al volerei di Dio « cujus gloria
est revelare sermonem - che è glorificato quando si rivela la sua parola » e
che disse: « Quod in aure auditis, praedicate super tecta - Quello che avete
udito, predicatelo sui tetti » (Matt. X, 27).
Durante
i Vespri di S. Elisabetta si credette che Matilde stesse per spirare. La Comunità
lasciò il coro in fretta per recitare al letto dell'agonizzante le preghiere di
rito. Ma Geltrude, per quanto si sforzasse di applicare i suoi sensi interiori,
nulla poteva percepire di quanto riguardava la morente. Allora, riconoscendo la
sua colpa, promise al Signore di far conoscere, per la sua gloria e il bene del
prossimo, tutto quanto si fosse degnato rivelarle.
Dopo
Compieta la malata parve, per la terza volta, spirare. Geltrude, rapita in
estasi, vide quell'anima sotto l'aspetto di una graziosa giovinetta, adorna di
ricchi monili, che designavano le sue lunghe sofferenze. Ella si precipitò con
slancio fra le braccia di Gesù Cristo e parve attingere dalle sue Piaghe,
delizie speciali, come ape la quale raccolga dai fiori miele squisito.
Mentre
si recitava il Responsorio « Ave Sponsa Virginum Regina, Rosa sine spina -
Salve, Sposa, Regina delle vergini, rosa senza spine», la gloriosa Vergine si
avanzò e dispose ancor meglio l'anima di Matilde a godere le delizie di una
beatitudine immediata. Allora in virtù dei meriti di sua Madre, in virtù
soprattutto della dignità che le ha meritato il titolo di Madre Vergine, il
Signore Gesù, prese una collana, riccamente adorna di gemme preziose e la
pose al collo della morente. Volle conferirle il privilegio di essere chiamata
ella pure vergine madre, come la Regina del cielo, perchè aveva generato il
Cristo nelle anime con uno zelo ardente d'amore.
Nella
notte della festa di S. Elisabetta, appena iniziato il Mattutino, lo stato di
Matilde si aggravò a tal punto che si credette imminente la morte: la Comunità
lasciò il coro ed accorse secondo l'uso al capezzale dell'inferma.
Apparve
allora Gesù, come uno Sposo raggiante d'onore, di gloria, adorno di tutto lo
splendore della Divinità. Egli si rivolse alla morente con bontà: « Presto,
mia diletta, ti esalterò allo sguardo delle persone a te più vicine, cioè
alla presenza di questa Comunità che prediligo ».
Poi
in un modo ineffabile ed incomprensibile, salutò quella beata anima,
attraverso le ferite del suo sacratissimo Corpo, in guisa che ciascuna aveva
quattro modi dolcissimi e pieni di grazia per chiamare l'anima che stava per
lasefare la terra. Era un suono melodioso, un sapore pieno di virtù,
un'abbondante rugiada, una luce ineffabile. Il suono melodioso che superava
tutte le armonie simboleggiava le parole che la Sposa di Cristo aveva detto
durante la vita, sotto l'influenza del divino amore, o spinta dalla brama di
procurare la salvezza del prossimo: esse erano fruttificate al centuplo, e
attraverso alle sacmtissime Piaghe di Gesù, ritornavano a lei per
arricchirla. Il meraviglioso vapore significava i desideri ch'ella aveva avuto
di lodare Dio, glorificandolo con la salvezza del mondo intero. Anche questi
desideri ricevevano ricompensa dalle dolci ferite del Salvatore Gesù. L'abbondante
rugiada esprimeva l'ardente amore ch'ella aveva sempre avuto per Dio e per il
prossimo in vista di Dio, amore che le comunicava delizie ineffabili attraverso
le Piaghe, adorabili di Gesù. Infine la luce brillante era il simbolo dei
diversi dolori di anima e di corpo, che aveva sopportato in vita: tali
sofferenze, nobilitate in modo stupendo per l'unione alla Passione di Cristo,
santificavano l'anima sua, trasfigurandolai in un divino splendore.
La
morente riposava in mezzo a queste celesti consolazioni, e invece di
sciogliersi dai legami terreni aspirava a beni superiori, preparati dal suo
Diletto. Su tutte le persone presenti il Signore riversava l'abbondante
rugiada della sua divina benedizione, dicendo: « La mia bontà si compiace di
mostrare ai membri di questa Comunità che mi è così cara, la trasfigurazione
che compio nella mia Sposa. Questa grazia le varrà in cielo, davanti a tutti i
Santi, l'onore di cui godono i miei apostoli prediletti Pietro, Giacomo,
Giovanni, scelti come testimoni della mia trasfigurazione sul Tabor ».
Geltrude
chiese allora: « Quale vantaggio procura questa benedizione e l'effusione delle
tue grazie a delle anime che non vedendo tali cose, non ne gustano il sapore?».
Rispose Gesù: « Quando un uomo riceve dal suo signore il dono di un ricco
frutteto, non può conoscere il gusto dei frutti che produrrà: aspetta la
stagione della maturanza. Così quando io diffondo la mia grazia su di un'anima,
essa ne gusta la dolcezza soltanto se, con la pratica generosa della virtù,
spezza la scorza delle voluttà terrestri e si nutre con la mandorla delle
consolazioni interiori ». Il Signore benedisse in seguito la Comunità che
ritornò in coro per terminare il Mattutino.
Mentre
si cantava il XII responsorio: « O Lmpas » l'anima di Matilde apparve ritta,
davanti alla Trinità suprema, in atto di pregarla con fervore per la Chiesa.
Dio Padre la salutò con le stesse parole, cantando anche la dolce melodia: «
Ti saluto, o mia eletta perchè, per gli esempi della tua santa vita, puoi
essere chiamata « la lampada della Chiesa dalla quale scorrono ruscelli di
olio: Lampas Ecclestae, rivos fúndens olet »; cioè i rivoli benedetti delle
tue preghiere che si diffondono su tutta la Chiesa ».
Il
Figlio di Dio disse a sua volta: « Rallegrati, o mia sposa: tu sei chiamata, a
buon diritto « medicina gratiae - rimedio della grazia », perchè con le tue
suppliche molti riceveranno grazie più abbondanti. In seguito lo Spirito
Santo cantò: « Salve, o mia immacolata, tu sarai chiamata, con giustizia «
nutrimentum fidei - alimento della fede » perché la virtù della fede sarà
rinvigorita e temprata nei cuori di coloro che crederanno piamente a quanto si
opera in te, non corporalmente, ma spiritualmente.
Dio
Padre allora le fece parte della sua onnipotenza, affinchè l'offrisse come una
protezione assicurata - (tutelam) - a tutti coloro che temendo - (paventibus) -
della fragilità della loro natura, non hanno ancora un'assoluta confidenza
nella bontà divina. Lo Spirito Santo le conferì il dono di riscaldare le anime
tiepide - (calorem minus fervidis) - col fervore della sua carità. Infine il
Figlio di Dio le concesse in unione con la sua santissima Passione e morte, di
guarire - (medelam) - tutti i languenti nel peccato - (languidis). Allora la
moltitudine degli Angeli e dei Santi, si mise a esaltarla davanti al Signore,
dicendo: « Tu Dei saturitas, oliva fructifera, cujus lucet purttas et
resplendent opera - In te Dio si sazia, oliva feconda, la cui purezza brilla e
le opere risplendono ». A quelle parole: « cujus lucet puritas » i Santi
onorarono il dolce riposo che il Signore si era degnato prendere in
quell'anima: alle parole et resplendent opera, esaltarono la purezza d'intenione
che aveva avuto in ogni atto. Infine tutti i Santi intonarono ad alta voce
l'antifona: Deus palam omnibus revelans justitiam, salutarem gentibus per hanc
infudit gratiam - Dio, che ha rivelato la sua giustizia a tutti, ha diffuso, per
mezzo di quest'anima, la sua grazia sulle nazioni ».
Durante
il prefazio della S. Messa in canto, Gesù, lo Sposo raggiante di gioventù e di
bellezza, apparve come rivestito di una nuova gloria e si pose in modo che il
suo Volto adorabile era in linea retta davanti a quello della Morente, tanto
da poterne attrarre il respiro. Egli fissò i suoi divini occhi in quelli della
sua Sposa per illuminarla, santificandola con maggiore abbondanza onde
prepararla all'eterna beatitudine.
L'ora
desideratissima si avvicinava, nella quale la sposa di Cristo, perfettamente
adorna secondo il gusto del Diletto, doveva entrare nella camera nuziale. Allora
il Dio di maestà, inondato Lui stesso di delizie, l'investi con la luce della
sua Divinità e intonò questo dolce invito: « Vieni, o benedetta dal Padre
mio, ricevi il regno che ti è stato preparato. Levati, af frettatt, amica mia».
Le ricordò anche il preziosissimo dono del suo Cuore (I) che le era stato
accordato alcuni anni prima, come pegno del suo amore, pronunciando le stesse
parole, e le consolazioni che da quel giorno le aveva sempre prodigate.
Salutandola teneramente, le chiese: « Ov'è il mio pegno? ». A queste parole
ella aperse il suo cuore con le mani e lo pose davanti al suo diletto Signore.
Egli applicò il suo adorabile Cuore a quello della sua Sposa, l'assorbì in se
stesso per la virtù della sua divinità e l'unì felicemente alla sua gloria.
Possa
ella nella sua felicità immensa, ricordarsi delle anime care e ottenerci la
grazia del divino amore!
Mentre
si faceva la raccomandazione dell'anima, secondo l'uso, il Signore apparve
assiso nella maestà della celeste gloria, accarezzando teneramente l'anima che
riposava sul suo seno.
Quando
si recitò: c Subvenite, Sancti Dei: occurrite, Angeli Domini, suscipientes
animam ejus - Soccorretela, Santi di Dio: Angeli di Dio, venitele incontro.
Ricevete la sua anima », gli Angeli, vedendola accolta con tanto onore dal
Signore, vennero a incontrarla, piegando il ginocchio come vassalli che ricevono
un feudo dalle mani del sovrano; essi constatarono che i meriti che avevano
offerto alla diletta Sposa di Cristo al momento dell'Estrema Unzione, erano
raddoppiati e nobilitati. I Santi fecero ciascuno come gli Angeli, quando nelle
Litanie venne invocato in particolare il loro nome.
Geltrude
si senti ispirata a chiedere a Matilde di pregare per la conversione delle
persone ch'ella aveva particolarmente amato. Ella rispose: « Vedo in piena
luce di verità come l'affetto che ebbi per le anime in terra, paragonato
all'amore che loroi porta il divin Cuore, è come una goccia di rugiada di
frontq all'oceano. Capisco pure le mire di Dia permettendo che abbiano certi
difetti; è per farle crescere in umiltà, o per dare loro il merito di una
lotta perseverante. Non posso dunque, neppure per un attimo, volere altra cosa
di quello che il mio Signore ha ordinato nella sua sapienza, così mi prodigo in
continui ringraziamenti per i decreti ammirabili della divina Bontà ».
Il
giorno dopo alla prima S. Messa che era Requiem aeternam, l'eletta di Dio parve
porre delle cannule d'oro che andavano dal Cuore di Gesù verso tutti coloro che
avevano per essa una divozione particolare. Così quelle cannule, dovevano
attingere nel Cuore divino, tutto quello che desideravano. A ciascuna di esse
si adattava un filo d'oro coi quale attraevano quanto bramavano, dicendo queste
parole o altre consimili: « Per l'amore che ti ha spinto, o Gesù, a colmare di
beni la tua eletta Matilde, o altro eletto, come tutte le anime privilegiate che
non hanno messo ostacolo alle tue grazie, per l'amore altresì che ti ha portato
a diffondere i tuoi beni in terra e in cielo, esaudiscimi, o Gesù, in nome di
Matilde e dei tuoi Santi ». Tali parole, dette con fiducia, piegheranno
facilmente la divina clemenza a esaudire qualsiasi preghiera.
All'Elevazione
della sacratissima Ostia, Matilde parve desiderare di essere offerta al Padre
con l'Ostia Santa per la sua gloria e la salvezza del mondo. Perciò il Figlio
di Dio, che non lascia insoddisfatto nessun desiderio dei suoi eletti,
l'attrasse a sè e la presentò al Padre con l'Ostia Santa: indi procurò di
diffondere i salutari effetti del Sacrificio, raddoppiato in un certo senso da
quell'unione, irradiando nuovi tesori in cielo, in terra, nel purgatorio.
Un'altra
volta Geltrude vide nuovamente la beata Matilde nella gloria, e le chiese che
cosa aveva guadagnato per la recita che le sue amiche avevano fatto a suo onore
dell'antifona: « Ex quo omnia, per quem omnia, in quo omnia, ipsi gloria in
saecula - Tutto da Lui, tutto per mezzo di Lui, tutto è in Lui: a Lui sia
gloria in eterno » ripetuta tante volte quanti giorni essa era vissuta in
terra, come delle SS. Messe in onore della SS; Trinità che avevano fatto celebrare
in numero uguale agli anni della sua vita. Tali preghiere e SS. Messe avevano
per scopo di rendere a Dio gloria e ringraziamenti per i benefici accordati a
quell'anima. Rispose Matilde: « Il Signore mi ha ornata di magnifici fiori in
numero corrispondente alle volte ch'esse hanno recitato l'antifona: « Ex quo
omnia; per tali fiori, a me attraggo, dal dolcissimo Cuore di Gesù, un sapore
che vivifica. Per le SS. Messe Egli mi dà, in ricambio delle lodi che
gl'indirizzo, un certo aroma che ricrea, in modo delizioso ed ammirabile, tutti
i sensi dell'anima mia».
In
altra occasione Geltrude, baciando le Piaghe del Signore, recitò cinque Pater
e li offerse a Dio, per supplire alle preghiere che la sua estrema debolezza le
aveva impedito di recitare per Matilde,, durante la malattia e dopo la sua
morte. Parvero allora uscire dalle Piaghe del Signore cinque fiori di
meravigliosa freschezza chè stillavano, in virtù di quelle sacre ferite, un
balsamo profumato di perfetta purezza e vigore stupendo. Geltrude salutò
teneramente Matilde, dicendo: « O eletta Sposa di Cristo, gradisci benevolmente
questi fiori, che sono germogliati dalla sovrabbondanza della divina bontà,
ricevili come un primo acconto del debito che non posso ancora pienamente
sodisfare; adornati di essi per accrescere i tuoi meriti e prega lo Sposo divino
per me che sono così miserabile ».
Matilde
rispose: « Quello che mi procura maggiori delizie si è di ammirare questi
fiori, nobilitati dal contatto delle dolci Piaghe del Salvatore, perchè quando
le toccherò col mio desiderio per spremerne il profumo, subito, in virtù di
queste benedette ferite,, stilleranno in abbondanza un salutare liquore che
recherà il perdono si peccatori e la consolazione ai giusti ».
CAPITOLO
V
SI
PARLA DELL'ANIMA DELLE SORELLE M. ED E.
Due
giovanette di nobile nascita, ma ancora più nobili per elevatezza di cuore,
sorelle non solo di sangue, ma anche di anima e di virtù, dopo d'aver
trascorso l'infanzia nell'innocenza e nella pratica della religione, furono
chiamate alle nozze eterne dallo Sposo immortale, mentre erano ancora nel
fervore del noviziato.
La prima morì nella festa dell'Assunzione di Maria SS., proprio nel giorno delle sue mistiche nozze; l'altra la seguì un mese dopo. Il loro ultimo combattimento fu gloriosissimo: parole e atti respiravano acceso fervore, divozione ammirabile e volontà eccellente; tanto dell'una come dell'altra si possono narrare grandi cose.
La
prima così felicemente spirata il giorno dell'Assunta, apparve a Geltrude: Era
davanti al trono di gloria del Signore Gesù, circondata di luce e adorna di
vari ornamenti. Ella però stava davanti a Lui come una Sposa timida, tentando
di chinare il viso e non osando nè aprire, nè alzare gli occhi, davanti alla
gloria di una maestà così grande. Geltrude, spinta da zelo, disse al
Signore: « O Dio di bontà, lasci tu cotesta tua piccola Sposa davanti a Te,
quasì in contegno di straniera e non la chiami ai dolci tuoi amplessi? ».
Tali parole parvero commuovere la tenerezza del Signore, il quale tese le mani
verso quell'anima in atto di abbracciarla. Ma essa, con una specie di rispettosa
delicatezza, tentava di sfuggire al divino amplesso.
Geltrude,
grandemente sorpresa, chiese all'anima: « Perchè mai sfuggi all'abbraccio di
uno Sposo così amabile? ». Ella rispose: « Alcune macchie di cui non mi sono
ancora purificata, me ne rendono indegna, ma se anche mi fosse dato procedere
liberamente verso il mio Dio, la giustizia me lo impedirebbe, perchè sono
ancora incapace di unirmi al mio glorioso Signore ».
Geltrude
riprese: « Come mai ciò può essere giacché ti vedo già glorificata ed
ammessa alla presenza del Signore? » L'anima rispose: « Quantunque ogni
creatura sia presente a Dio, pure ciascun'anima può a Lui maggiormente
avvicinarsi per mezzo della carità. Ma la beatitudine piena che consiste
nella visione e nel possesso della Divinità, nessuno può gustarla se non è
perfettamente purificato, e in tale stato non può entrare nel gaudio del suo
Signore ».
Un
mese dopo, quando la sorella della defunta entrò in agonia, Geltrude pregò
molto per essa. Qualche istante dopo la sua morte la vide in un luogo di luce,
adorna di abiti rossi, quasi Sposa che fosse sul punto di essere presentata ai
suo Signore. Gesù apparve a lei vicino, in aspetto di giovane pieno di vigore
e di bellezza: con le sue cinque Piaghe rallegrava i cinque sensi dell'anima,
facendole gustare le delizie delle sue consolazioni e divine carezze.
Geltrude
chiese al Signore: « O Dio di ogni consolazione, poichè sei vicino a
quest'anima e le prodighi tante gioie, come mai la tristezza del suo volto
tradisce una sofferenza interna? » Gesù rispose: « Mostrandomi a lei le
faccio gustare le delizie della mia Umanità, ciò che non può consolarla,
ma soltanto ricompensarla dell'amore che ebbe, negli ultimi istanti, per le
sofferenze della mia Passione. Quando si sarà perfettamente purificata delle
negligenze della sua vita passata, allora potrà rallegrarsi appieno nella mia
Divinità ».
Geltrude
insistette: « Come mai le negligenze della sua vita passata non furono riparate
a sufficienza con la divozione da lei dimostrata nelle ultime ore, poichè è
scritto che, l'uomo sarà giudicato tale quale si troverà all'estremo momento?
». Rispose il Salvatore: « Quando l'uomo giunge in fin di vita, le forze
l'abbandonano e non può agire che con la volontà. Se la mia gratuita carità
gli dona buon volere e santi desideri, ne ritrae vantaggio grande, ma non tale
da cancellare tutte le passate negligenze, come se avesse usato sempre della
volontà per migliorare la vita, quando era ancora nella pienezza della salute
e dello forze ». Geltrude riprese: « Dolcissimo Gesù, non potresti nella
tenera tua misericordia, cancellare tutte le negligenze di questa anima, a cui
hai dato, fin dall'infanzia, un cuore affettuoso, ricco di bontà per tutti? ».
Il Salvatore spiegò: « Ricompenserò senz'altro la sua tenerezza di cuore e
generosa volontà di bene: ma la mia giustizia esige che le minime negligenze
siano cancellate ».
In
seguito accarezzò teneramente la sua Sposa ed aggiunse: « La mia diletta
acconsente volentieri alle esigenze della divina giustizia: quando sarà
completamente pura, la gloria della mia Divinità sarà ben sufficiente per
consolarla! ». L'anima acconsentì a tali parole, e mentre il Signore pareva
ritirarsi nelle profondità del cielo, ella rimase sola allo stesso posto,
sforzandosi di elevarsi verso l'alto. Espiava con tale solitudine alcune
leggerezze infantili che talvolta le avevano fatto gustare troppo la compagnia
delle creature. Gli sforzi poi che faceva per inalzarsi, la purificavano di
essersi abbandonata alla pigrizia in certi malesseri corporali.
Un'altra
volta Geltrude pregò per lei durante la S. Messa e all'Elevazione disse: «
Padre Santo, ti offro l'Ostia divina per quell'anìma, in nome di tutti coloro
che sono in cielo, in terra e in purgatorio ». La defunta le apparve allora un
po' più elevata verso il cielo e un grande numero di persone erano davanti a
lei in ginocchio, sostenendo l'Ostia con le due mani. L'anima, in virtù di tale
offerta, veniva attratta verso la gloria, e gustava gioie ineffabili. Ella
disse: « Ora esperimento la verità di quelle parole: nessun bene fatto
dall'uomo mancherà di ricompensa, nessun male sfuggirà il castigo, o prima, o
dopo la morte. Infatti per avere ardentemente amato la S. Comunione, trovo
grande sollievo nell'offerta del S. Sacramento dell'altare che viene fatta a
mio vantaggio. Per essere stata buona con tutti, ritraggo consolazione grande
da tutte le preghiere che vengono indirizzate a Dio in mio favore. Ciascuna poi
di queste disposizioni mi varrà ancora un'altra ricompensa eterna in cielo ».
Quest'anima
si elevava così a poco a poco verso il Paradiso, come portata dalle preghiere
della Chiesa. Ella sapeva che al momento fisso, il Signore le sarebbe venuto
incontro, nella moltitudine delle sue misericordie, per darle la corona regale e
condurla alle gioie eterne.
CAPITOLO
VI
L'ANIMA
DI S. APPARE ASSISA IN SENO A DIO
Mentre si dava l'Estrema Unzione alla Madre S. la maggiore, Geltrude recitò per essa 5 Pater, e alla fine, indirizzando la preghiera alla Piaga del costato di Cristo, domandò al Signore di lavare l'anima della morente nell'acqua di quella benedetta sorgente e di adornarle di virtù per i meriti del suo preziosissimo Sangue.
L'anima
allora le apparve come una giovinetta coronata di aureola: il Signore la
circondava col braccio sinistro e compiva in essa quanto Geltrude aveva chiesto.
La Santa però comprese che quella sua consorella doveva vivere ancora, ed
espiare con la malattia una colpa commessa contro l'obbedienza, avendo ella
comunicato a un'altra inferma più di quanto le era stato permesso.
Infatti
ciò avvenne perchè visse ancora cinque mesi, provando talora atroci
sofferenze. Tutte poterono constatare che lei espiava così la sua colpa. Però
nel giorno di cui parliamo ella mostrò una gioia grandissima, essendo venuto
il Signore a visitarla con la sua grazia.
Ella
tentò parecchie volte di esprimere il dono fattole da Dio, ma le forze le
vennero meno e non potè spiegarsi. Geltrude che ne aveva avuto la conoscenza
per rivelazione, era là presente; la malata la chiamò per nome, tese con uno
sforzo ambo le mani verso di lei esclamando: « Oh ditelo voi per me, giacchè
sapete tutto! ». Geltrude con piacevolezza, cominciò a narrare quanto la
malata desìderava. Alcune consorelle presenti cercarono, sotto forma di congettura,
di fare qualche aggiunta, ma la morente negava quei detti con energia,
affermando invece che Dio le aveva rimesso le colpe, adornandola di virtù.
Dopo
cinque mesi, alla vigilia della sua morte, Geltrude vide il Signore assiso,
occupato a preparare nel suo seno un soggiorno comodo e gradito per la malata,
mostrando grande premura di renderlo dolce e di perfetta nitidezza. La morente
pareva essere a sinistra del Salvatore, coricata in letto (come lo era in realtà),
ma circondata da una specie di nebbia. Geltrude, favorita da questa visione,
chiese « Oh, Signore, un riposo così glorioso non pare adatto per un'anima
avvolta da una simile nebbia ». Egli rispose: « Voglio lasciarla là un po'
di tempo fino a quando possa presentarsi a me, perfettamente pura.».
La
malata passò dunque quel giorno e la notte seguente in agonia. All'indomani
Geltrude vide il Signore inchinarsi con bontà verso la morente, che da parte
sua, pareva sollevarsi per avvicinarsi a Lui.
La
Santa chiese: « Caro Gesù, vieni Tu verso quest'anima desolata come
tenerissimo Padre? ». Egli affermò con un lieto cenno di capo. Un momento
dopo, quando fu spirata, Geltrude vide ancora l'anima della defunta sotto l'aspetto
di una giovane adorna di abiti bianchi e rosa, che volava al posto assegnatole.
Il Signore stese il braccio sinistro per riceverla, ed ella parve appoggiarvi
la testa in atto di estrema debolezza. A un tratto quel riposo non la soddisfece
più, e appoggiandosi al braccio destro del Signore, volle baciare le benedette
labbra di Colui che amava. Ma non potendo arrivare fin là, tentò, con un moto
rapido, di baciare il sacro petto di Cristo, sul quale si lasciò cadere come
estenuata. Quel riposo continuò fino a quando, nella raccomandazione
dell'anima, si recitarono le parole: « Tibi supplicatio commendet Ecclesiae .
Che la supplica della Chiesa ecc. ». Allora ella attinse a grandi sorsi dal
seno di Cristo, ove sono nascosti tutti i tesori della beatitudine, un soavissimo
ristoro che la rianimò dolcemente ridandole nuove forze.
CAPITOLO
VII
LIETO
TRAPASSO DI M. DI SANTA MEMORIA
Quando S. M. di santa memoria giunse ai suoi ultimi istanti, Geltrude pregava con la Comunità e diceva fra l'altro a Gesù: « Perchè, amatissimo Signore, non esaudisci le preghiere che inalziamo per essa? ». Egli rispose: « Il suo spirito spazia in tali altezze da non poter essere consolato in modo umano ». Geltrude Insistette: « In virtù di quale giudizio? ». E il Signore: «Ho messo il mio segreto in essa, come ebbi già, il mio segreto con essa ». La Santa persistette nel voler sapere come quell'anima si sarebbe sciolta dal corpo. Gesù le disse: « La mia divina virtù l'assorbirà, come il sole cocente una goccia di rugiada.» Geltrude volle anche sapere perchè Gesù la lasciava in preda al delirio. Il Salvatore rispose: « Per mostrare che la mia azione agisce più nell'intimo dell'anima che alla superficie ». E Geltrude: « La tua grazia, o Gesù, potrebbe raggiungere lo stesso effetto illuminando i cuori ». Egli spiegò: «Come mai questa grazia agirebbe su coloro che non scendono mai nella profondità della loro anima, ove è mia abitudine infondere la grazia? ». Geltrude pregò poi il suo Sposo divino di concedere a Suor Matilde il dono dei miracoli, almeno dopo la morte, per la gloria di Dio, e per confermare le sue rivelazioni, confondendo così gli increduli. Allora il Signore, tenendo il libro delle rivelazioni di Matilde con due dita, disse: « Forse che non mi è dato riportare vittoria anche senza armi? » E aggiunse: « Quando l'ho creduto. necessario, ho sottomesso i popoli e i regni con grandi prodigi, Coloro che hanno esperimentato l'effusione della mia grazia, possono oggi facilmente prestare fede prudente alle rivelazioni. Non posso però soffrire i perversi che contraddicono questi scritti; del resto trionferò di essi come degli altri ».
Geltrude
capì allora come il Signore veda con dolce riconoscenza le anime fedeli
credere senza difficoltà all'abbondante effusione della grazia che riversa
sugli eletti, non secondo il loro merito, ma secondo l'infinita bontà del suo
Cuore.
Mentre
veniva conferita l'Estrema Unzione alla morente, Geltrude vide Gesù toccare con
la mano il cuore di Matilde, dicendo: « Quando questa mia felicissima Sposa sarà
sciolta dal corpo e immersa nell'oceano donde è uscita, diffonderò le onde
abbondanti della mia beatitudine su coloro che la affezione ha condotto intorno
al suo letto ».
In
seguito, prolungandosi l'agonia, Geltrude con altre suore perseverava in
preghiera vicino a Matilde. Ella conobbe che il Signore arricchiva le persone
presenti con tre benefìci: il primo era il compimento dei loro giusti
desideri, il secondo un aiuto speciale che riceverebbero per correggere i loro
difetti (queste due grazie dovevano essere più facilmente ottenute in quel
luogo, per i meriti di Matilde). Il terzo beneficio fu l'ampia benedizione che
il Signore diede a tutti stendendo la mano.
Geltrude
meditava quelle cose con profonda gratitudine, quando alcuni momenti dopo, vide
il Signore delle virtù, il Re di gloria, più avvenente degli Angeli e dei
Santi, stare seduto a capo del letto e ricevere nel suo sacratissimo Cuore, dal
lato destro, il respiro che, quasi brillante arco d'oro, sfuggiva dalle labbra
dell'agonizzante. Dopo d'avere goduto a lungo di quella deliziosa visione,
mentre si ricominciarono i salmi: « Deus, Deus meus respice in me » (Sal. XXI)
e precisamente alla fine del salmo: « Ad Te levavi animam meam » (Sal. XXIV)
il Signore si chinò sull'agonizzante e, con infinita tenerezza, l'abbracciò
due volte, quale amatissima Sposa.
Durante
la recita dell'antifona « Ut te simus intuentes - Affine che noi possiamo
vederti », la gran Madre di Dio, l'illustre Vergine di stirpe regale, apparve
ammantata di porpora: si inchinò teneramente sulla Sposa del suo Figlio e,
prendendole la testa con le due mani, la dispose in modo che il suo respiro
potesse giungere direttamente al Cuore divino.
Mentre
si recitava la breve invocazione: « Ave, Jesu Christe, Verbum Patris - Salve,
o Cristo, Verbo del Padre », il Signore apparve trasfigurato in una
meravigliosa chiarezza, col volto raggiante come il sole nel più splendido
meriggio. A tale vista Geltrude ebbe un trasporto di ammirazione, ma
rientrando ben presto in se stessa, vide la rosa brillante del cielo, la Vergine
Maria che, gioiosa di mirare il Figlio suo unito a quella nuova amabile Sposa,
lo stringeva fra le braccia, baciandolo con tenerezza.
Geltrude
comprese allora che l'unione eterna era consumata per Suor Matilde. La sua
bell'anima, assetata di Dio, era stata introdotta nella cella traboccante di
felicità paradisiaca, ove si trovava per sempre immersa nell'abisso infinito
della vera beatitudine.
CAPITOLO
VIII
SI
NARRA DELL'ANIMA DI M. B. CHE VENNE SOCCORSA DAI SANTI
Durante
l'agonia di M. B., di santa memoria, Geltrude si raccolse in se stessa e si
sforzò, con la grazia di Dio, di scoprire quanto avveniva intorno all'ammalata.
Dopo un tempo abbastanza lungo, ella potè vedere soltanto che quell'anima
incontrava un certo ostacolo per aver provato qualche volta, troppa sodisfazione
nelle cose esteriori, come per esempio; di avere un letto adorno di drappi
d'oro e di graziosi arabeschi.
Nello stesso giorno venne celebrata per lei la S. Messa. All'Elevazione Geltrude offerse l'Ostia Santa per l'anima della defunta e comprese, senza però nulla vedere, che l'anima era presente. Volle cercarla e chiese al Signore: « Dov'è ella mai, mio caro Gesù? ». Egli rispose: « Ella viene a me raggiante di candore ». Comprese che le preghiere offerte dalle anime caritatevoli per la defunta, prima della sua morte le erano state così vantaggiose da permetterle l'immediato ingresso in cielo. Infatti alcune persone avevano avuto la carità grande di prendere su di loro i peccati della morente per espiarli, e per la grazia di Dio, le avevano fatto dono dei loro meriti.
Al
momento della sepoltura Geltrude pregò ancora per lei durante la S. Messa. La
vide a destra del Signore seduta a un banchetto le cui vivande erand le
preghiere ed i sacrifici offerti secondo le sue intenzioni.
All'Elevazione,
il Signore le presentò quell'Ostia sotto la forma di una coppa da bere. Appena
ella ne ebbe gustato, fu penetrata fino all'intimo dalla soavità divina.
Allora, a mani giunte, con profonda tenerezza, pregò per tutti coloro che in
questa vita l'avevano contrariata con pensieri, parole, atti, poichè già
gustava il merito acquistato in quelle difficoltà. Avendo Geltrude chiesto, con
meraviglia, perchè mai non pregasse per i suoi amici, rispose: « Le preghiere
pera i miei amici sono tanto più efficaci, in quanto le indirizzo, con maggior
amore al Cuore del mio Diletto ».
Un
altro giorno, Geltrude ricordò di essersi spogliata di tutti i suoi meriti in
favore della defunta. Disse con tristezza a Gesù: « Spero che la tua tenera
misericordia getterà più spesso uno sguardo di compassione sulla mia angoscia
e sulla mia nudità ». Rispose il Signore: « Che posso fare per chi si è
spogliato, a titolo di carità, se non rivestirlo dei miei stessi abiti e
assisterlo, lavorando con esso, a ricuperare al più presto quanto ha elargito
in spirito di carità? ».
E
Geltrude: « E' inutile, caro Gesù, che Tu meco lavori: io ti giungerò
senz'altra spoglia di tutto, perchè ho rinunciato ai meriti futuri come ai
passati ». « In verità - riprese il Signore - una mamma lascia che i figlioli
più grandicelli si vestano da soli, ma il bimbo appena nato lo tiene stretto
fra le sue braccia e lo riscalda col suoi stessi abiti ». E aggiunse: « Seduta
come sei alla riva dell'oceano, ti par forse di essere men ricca di coloro che
si fermano alla sorgente dei ruscelli? ». Il senso è chiaro. Colui che
ritiene egoisticamente il bene fatto, è seduto alla sorgente dei ruscelli, ma
chi si spoglia di tutto, in spirito d'umiltà e di carità, possiede Dio stesso,
abisso di ogni beatitudine.
CAPITOLO
IX
SI
PARLA DELLE ANIME DI G. E DI S. CHE IL SIGNORE COLMO' DELLE SUE GRAZIE
Secondo la S. Scrittura, ciascuno sarà punito nel modo con cui ha peccato e ciascuno sarà ricompensato secondo avrà ben agito e ben sofferto. A profitto del lettore, aggiungiamo quanto segue.
Nel
Monastero vi furono due malate contemporaneamente. Una così evidentemente
affetta da etisia, che venne circondata, com'era conveniente, da ogni
sollecitudine.
L'altra,
avendo una malattia non ben definita e meno grave, non fu curata con la stessa
premura.
Ma,
essendo assai spesso falso il giudizio umano, avvenne che quest'ultima; della
quale si sperava la guarigione, morì un mese prima dell'altra. Al termine dei
suoi giorni, ella si era santificata, in pazienza grande e acceso fervore, ma
non era ancora perfettamente pura; perciò l'infinita tenerezza del nostro
amorosissimo Signore, che non può soffrire ombra di macchia in una Sposa,
volle purificarla della poca premura che aveva avuto nel ricevere il Sacramento
della Confessione.
Infatti
non sentendosi colpevole di peccato grave, ella aveva trascurato di farsi
assolvere dal Sacerdote, per togliere dall'anima quella polvere di venialità,
che è inerente alla fragile natura umana. Talvolta aveva perfino simulato di
dormire, quando arrivava il Sacerdote, per non ricevere tale Sacramento.
Ecco
come il fedelissimo Amico delle anime la purificò; nel momento in cui stava per
entrare con gioia nella camera nuziale dell'eternità.
Appena
ella ebbe chiesto ansiosamente il confessore perdette l'uso della parola. Lo
spavento che provò al pensiero di dovere, dopo morta, espiare le colpe che non
poteva confessare, bastò a purificare la sua anima. Allora tutta bella e
immacolata, quell'anima diletta da Dio, si svincolò dalla prigione del corpo
per entrare, raggiante di gloria incomparabile, nel palazzo celeste. Tale
entrata in cielo diede luogo a molte rivelazioni: noi ne citeremo soltanto una
per l'edificazione del lettore.
Quando
quell'anima arrivò davanti al trono di gloria, il Signore volle, con privilegio
particolare, disporla Lui stesso a ricevere ciascuna ricompensa, che voleva
accordarle; si mostrò simile a una tenera madre che colma di carezze il bimbo
malato, per fargli accettare la medicina che deve guarirlo. Il Signore agiva in
tal modo per ricompensare la pena che aveva provato talora vedendo che, mentre
si usava ogni delicatezza alla consorella malata, non si aveva punto riguardo
per lei.
Gesù
chiese allora a quell'anima beata: « Dimmi, figlia mia, che vuoi che faccia per
la tua compagna? Quale consolazione brami che le prodighi? Sulla terra ella
poteva scegliere il cibo che più gradiva e tu, che ne avresti desiderato un
altro, ti adattavi alla sua scelta. Adesso lascio a te la scelta della
consolazione e dei benefici che intendo accordarle a Ella rispose: « O mio
dolcissimo Gesù, dalle tutto quello chi accordi a me stessa, perchè non so
immaginare niente di migliore». E il Signore l'assicurò, con bontà, che
l'avrebbe accontentata.
Un
mese dopo morì l'altra consorella che apparve in una luce meravigliosa di
bellezza, all'indomani della sua morte. Quello splendore le conveniva perchè,
durante tutta la vita, era stata ricca d'innocente semplicità, sempre intesa
alla fervente osservanza della S. Regola.
Le
restava però ancora una macchia perchè, come dicemmo, durante la malattia si
era compiaciuta in qualche superfluità e dei piccoli doni, gentilezze e
conforti che le Suore le avevano prodigato.
Ecco
come venne purificata. Sembrava stare alla porta del cielo, rivolta verso il Re
di gloria, che a lei si manifestava nella sua incomparabile avvenenza, dolce
ed amabile al di là di ogni umana espressione.
Egli
attirava l'anima che pareva venir meno per il desiderio di incontrare Lui; ma
non poteva giungervi, perchè ritenuta alla soglia da chiodi che trattenevano a
terra i suoi abiti, simbolo delle mancanze leggere che aveva commesse durante la
malattia.
Geltrude,
favorita da questa visione, commossa di pietà, pregò per la defunta, e la
divina clemenza la liberò da quegli ostacoli.
Geltrude
chiese al Signore: « La cara defunta ha fra di noi molte persone amiche; come
mai furono le sole mie preghiere che l'hanno liberata? Chissà quanti avranno
pregato per lei, fidenti nella tua misericordia ». Rispose il Salvatore: «
Ho accolto tutte le suppliche che mi si rivolsero per la mia diletta Sposa;
nella mia infinita bontà ho risposto oltre le speranze di chi mi pregava. Però,
non avendo svelato l'ostacolo che mostrai a te, nessuno mi ha pregato di
toglierlo ».
E
Geltrude: « Tu hai affermato, mio amorosissimo Gesù, che avresti dato a
quest'anima lo stesso bene che hai concesso alla consorella che l'ha
preceduta; come ciò può avvenire? La prima ti ha servito più a lungo nella
religione, ella esercitò maggiori virtù, infine è a te salita senza ostacolo
alcuno, in una pienezza maggiore di gloria ». « La mia giustizia non muta »
affermò il Signore. « Ciascuno riceve il premio dovuto al suo lavoro, nè
capiterà giammai che colui che ha meritato meno, riceva di più di chi ha
maggiormente faticato; però può darsi che certe circostanze aumentino il
pregio degli atti, per esempio un'intenzione più retta, una lotta più intensa,
una carità più ardente. La mia bontà poi aggiunge sempre qualche cosa alla
ricompensa dovuta a ciascuno. Talora anche le preghiere dei fedeli, o altre
circostanze meritorie, fanno, sentire la loro influenza. Secondo queste regole
ho uguagliato le due defunte, pur rimunerandole secondo i loro meriti».
Per
renderci sempre più convinti che bisogna veramente temere qualsiasi attacco
alle cose della terra, quell'anima beata pareva ancora trattenuta da qualche
ostacolo. Sembrava infatti a Geltrude che ella si tenesse davanti al trono di
Dio con lo stesso desiderio di andare a Lui, proprio come quando era fissata
alla porta dai chiodi: avrebbe voluto precipitarsi fra le braccia del suo
Diletto e godere gli amplessi di quello Sposo più bello di tutti i figlioli
degli uomini «che gli angeli desiderano contemplare: in quem desiderant Angeli
prospicere » (I Pet. 1, 12), ma vi era ai suoi piedi un ostacolo che non
riusciva a sormontare.
Poco
dopo esso venne tolto, eppure l'anima non poteva ancora gustare una gloria
completa! Il Signore teneva in mano una corona di ricchezza meravigliosa, e la
defunta non avrebbe avuto delizia piena, se non dopo di averla ricevuta.
Geltrude
chiese: « Come va, o Gesù mio, che nel tuo stesso regno, un'anima può essere
torturata da una simile attesa? ». « Non è torturata - rispose - ella attende
la sua perfetta glorificazione come una giovinetta la vigilia di una festa, che
vede con gioia nelle mani della mamma gli ornamenti con cui si adornerà il
giorno seguente ».
Quell'anima
in seguito gettò uno sguardo su Geltrude che aveva pregato per lei e la
ringraziò con grande tenerezza. Geltrude disse: « Tu mi avevi sempre amata;
però nell'ultima malattia non hai preso volentieri gli avvisi che ti davo ».
« E' vero - rispose l'anima - e le tue preghiere mi sono state più utili,
perchè le hai fatte unicamente per la carità e l'amore di Dio ».
CAPITOLO
X
SI
PARLA DI S. CHE MORI' TUTTA FERVENTE DI DIVINO ARDORE
In
seguito morì un'altra giovane monaca. Dall'infanzia fino all'ora della morte,
le sue azioni generose dimostravano il disprezzo che aveva del mondo e delle sue
seduzioni.
Nel giorno della morte, mentre stava per entrare in agonia, ella salutò teneramente le persone presenti, promettendo ricordo di preghiera quando fosse comparsa davanti a Dio, oceano infinito d'ogni bene.
L'avvicinarsi
della morte accrebbe le sue sofferenze; ed ella disse al Signore con tutto lo
slancio del cuore: « Caro Gesù, tu conosci tutti i miei segreti e sai che
avrei voluto servirti fedelmente fino alla decrepitezza; siccome però tu mi
chiami all'eternità, tutta la mia brama di vivere si muta in desiderio di
vederti; tale sete di mirarti è così intensa, che cambia per me in dolcezza
tutte le amarezze della morte. Se però tu, volessi sarei pronta a sopportare
questi dolori fino al giorno del giudizio, quand'anche fossimo al principio del
mondo. So peraltro che nelle tua infinita bontà mi chiamerai oggi stesso
all'eterno riposo; tuttavia ti prego di differire tale gioia fino al momento
in cui i dolori avranno sodisfatto le colpe delle anime del purgatorio che tu
desideri maggiormente di liberare. Tu sai, o Signore, che io conto per nulla me
stessa e che non ho di mira che la tua gloria ».
Dopo
queste e simili parole che non scriviamo per brevità, l'infermiera la pregò
di permetterle di stenderle le gambe già contratte per la vicina morte.
Rispose: « Voglio io stessa offrire questo sacrificio al mio Signore crocifisso
». E tosto con un'energica mossa stese le gambe, dicendo: « Mi unisco a
quell'ardente amore che ti fece gettare un gran grido, o mio Gesù, quando hai
reso lo spirito al Padre; a questo stesso fine ti offro tutti i movimenti dei
miei piedi ». Anzi con divozione grande, abbandonò a Dio tutte le parti del
corpo: occhi, mani, orecchie, bocca, cuore.
Chiese
poi che le si leggesse la Passione di Gesù e indicò con la sua mano le
parole: « Sublevatis oculis (Jesus) in coelum, perchè pensava che se si fosse
cominciato a leggere da principio: Ante diem festum, non avrebbero fatto a tempo
a terminare. Infatti quando si giunse a quel punto « Et inclinato capite
tradidit spiritum », ella chiese il Crocifisso, considerando con tenerezza
ciascuna delle Piaghe; le salutò con ringraziamenti e loro confidò la sua
anima con parole così dolci e ricche di divina sapienza, che tutte ne furono
rapite ed ammirate.
Ma
in breve ricadde sfinita e qualche minuto dopo s'addormentò beatamente in
Dio.
S.
Geltrude vide che il Signore l'accolse con un tenero amplesso, dandole una
corona splendida e affatto speciale per avere avuto il virile coraggio di
calpestare il mondo per seguirlo fedelmente. S'intesero i gioiosi cori angelici
che la scortavano al cielo: « Chi è costei che sale dal deserto - cantavano
essi - colma di delizie e appoggiata al Diletto? » (Cant. VIII. 5).
Quando
giunse al trono di gloria, Gesù, Sposo delle vergini, la pose davanti a sè e
le disse teneramente « Tu sei la mia gloria! ». Poi si alzò e la fece sedere
sul trono celeste. Il giorno seguente, che era quello della sepoltura, Geltrude,
pregando nuovamente per essa; la vide in una gloria e in una gioia sconosciuta
ai poveri mortali. Chiese quale ricompensa aveva ottenuto per tale e tal'altra
virtù che l'aveva vista praticare in vita; ed ebbe, per i meriti della
defunta, una partecipazione spirituale alla sua celeste gioia.
La
defunta le chiese: « Cosa brami ancora di sapere riguardo alla mia eterna
ricompensa? L'arca celeste ove abita corporalmente tutta la pienezza della
Divinità, il dolcissimo Cuore di Gesù, nostro Sposo, mi è del tutto aperta,
tranne un angolo segreto, dove non ho meritato di penetrare. Quello che colà
si trova è riservato alle anime che sulla terra hanno amato totalmente Dio, da
farne conoscere con zelo i beni che avevano ricevuti, perchè fosse maggiormente
glorificato. Io non ebbi questa carità, ma ho goduto da sola, in segreto col
mio Diletto, i beni di cui mi favoriva, così non posso penetrare in quel tesoro
nascosto! ».
Geltrude
chiese allora: « Quando i tuoi e i miei amici m'interrogheranno su quanto io so
dei tuoi meriti, cosa devo rispondere, poichè la parola male sa tradurre
simili dolcezze? ». Ella rispose: « Se tu avessi aspirato ii profumo di
mille fiori, che cosa potresti dire se non che hai goduto e grandemente goduto
delle fragranze di ciascuno? Così, dopo d'aver avuto una debole idea della mia
gloria in cielo, tu non potrai dire altro che questo, che per ciascuno dei miei
pensieri, parole, opere, il dolcissimo e fedelissimo Amico delle anime mi ha
accordato una magnifica ricompensa, infinitamente superiore ai miei meriti».
CAPITOLO
XI
DELL'ANIMA
DEL FRATELLO S. CONVERSO, CHE DOPO LA MORTE FU PREMIATO PER LA SUA RONTA'
Durante
l'agonia del fratello Seg, Geltrude, occupata in altro, dimenticò di pregare
per lui. Quando gliene annunciarono la morte, ricordò con rimpianto che egli
aveva ampiamente meritato le preghiere della Comunità, perchè, nel suo
ufficio, si era dimostrato più fedele e premuroso degli altri conversi. Perciò
incominciò a supplicare il Signore perchè, secondo la moltitudine delle sue
misericordie, degnasse ricompensare quell'anima per i buoni servigi resi al
convento.
Le rispose Gesù: « A motivo delle preghiere delle tue consorelle, ho già premiato in tre maniere la fedeltà di questo fratello. La sua bontà naturale gli procurava tanta gioia quando poteva far piacere a qualcuno; adesso tutte quelle gioie si sono riunite nell'anima sua e gode di tutte insieme. Possiede anche tutta la felicità dei cuori ai quali ha prodigato i suoi benefici, cioè la felicità del povero al quale dava l'elemosina, del bimbo a cui faceva un regaluccio, del malato che sollevava e rallegrava con un frutto, o con un dolce. Infatti ha il gaudio immenso di sapere che le sue azioni mi erano care; se ci fosse qualche cosa ancora per rendere completa la sua beatitudine, sarei pronto ad accordargliela tosto ».
CAPITOLO
XII
SI
PARLA DELL'ANIMA DEL FRATELLO H CHE FU RICOMPENSATA PER LA SUA FEDELTA'
Geltrude pregando un giorno per un certo converso appena morto, chiese al Signore dove si trovava. Rispose: « Eccolo! Per le ferventi suppliche di suffragio per lui rivolte; fu chiamato per prendere parte al nostro banchetto ». E il Salvatore apparve come un padre di famiglia, seduto a una tavola dove erano offerte le preghiere e i sacrifici fatti per quell'anima.
Il
fratello defunto, assiso a quel banchetto, aveva però un sembiante malinconico
ed abbattuto, perchè non era ancora abbastanza puro per essere ammesso alla
contemplazione del divin Volto. In certi momenti pareva rasserenarsi, essendo
riconfortato dalla fragranza che sfuggivai dalle oblazioni poste sulla tavola
dal Padre di famiglia.
Geltrude
comprese la penosa privazione di quell'anima che riceveva sola il profumo delle
oblazioni provenienti dalla tavola del banchetto, invece che dalle mani di
Dio, il quale le riversa invece sulle anime beate in pienezza di gaudio.
Tuttavia Gesù, spinto dalla sua bontà e dalle preghiere di parecchi
intercessori, poneva su quella tavola qualche cosa dei suoi propri beni, per
allietare il defunto.
La
dolcissima Vergine, assisa nella gloria vicino al Figlio suo, vi deponeva
anch'essa la sua porzione, e il defunto ne era assai consolato, avendo avuta per
la Madonna un divozione speciale. I Santi, ch'egli amava di più portavano pur
essi un'offerta proporzionata alle preghiere che quell'anima loro aveva rivolta,
e ai sacrifici grandi o piccoli, che aveva compiuto in loro onore.
Per
tali oblazioni e soprattutto per il fervore delle preghiere fatte per essa,
l'anima del defunto si faceva di ora in ora più serena, essa levava gli occhi
in alto, verso la beatifica luce della Divinità; luce che basta mirare una
sola volta per dimenticare ogni dolore e immergersi nell'oceano dei beni eterni.
..
Geltrude si rivolse poi al defunto, chiedendo: « Per quale colpa soffrite di più
in questo momento? ». Rispose l'anima « Per l'attacco alla mia propria volontà,
e alle idee personali. perchè anche facendo il bene, preferivo seguire il mio
giudizio, piuttosto che il parere altrui. Per tale colpa l'anima mia soffre ora
una pena così grande che tutti i dolori della terra riuniti insieme le
sarebbero assai inferiori». Geltrude insistette « Come potremo sollevarvi? ».
« Se alcuno, sapendo quanto io soffro per tale colpa, si sforzasse di evitarla,
ne proverei grande sollievo ». « Intanto che cosa vi consola di più? ». «
La fedeltà, perchè è la virtù che ho meglio praticato in terra, e anche le
preghiere che i miei amici rivolgono a Dio: tanto l'una come le altre mi
procurano a ogni istante il sollievo che reca all'anima una buona notizia.
Ogni nota cantata per me, durante la S. Messa, mi è dolce refezione. In più la
divina clemenza volle, per i meriti dei miei intercessori, che tutto ciò che
fanno con l'intenzione di glorificare Dio, come lavorare e perfino mangiare e
dormire, serva a mio suffragio, perché, quando ero in vita, li ho serviti in
tutti i loro bisogni con amore e fedeltà».
La
Santa chiese: « Noi abbiamo pregato Dio di donarvi tutto il bene ch'Egli ha
operato in noi. - Ne avete avuto vantaggio? - ». E l'anima: « Moltissimo,
perché i vostri meriti suppliscono a ciò che mi manca ». Geltrude aggiunse
« Voi avete chiesto sollecitamente i suffragi dovuti ai defunti. Ne
soffrireste se alcuno, per malattia, ritardasse a compierli fino a quando è
guarito? ». Rispose il defunto: « Tutto quello che si differisce per un senso
di discrezione mi reca un profumo di tale soavità che mi rallegra dell'attesa,
purchè non sia prolungata per negligenza, o per pigrizia ».
Geltrude
chiese un'altra delucidazione: « Durante la vostra ultima malattia, noi
invece di aiutarvi a prepararvi alla morte, abbiamo pregato e insistito per
avere la vostra guarigione: avete dovuto forse subire qualche pena per questa
cosa? ». L'anima riprese: « Nulla ho sofferto per tale motivo: anzi
l'immensa tenerezza del nostro Dio le cui bontà si estendono a tutte le sue
opere, (sal. CXLIV 9) vedendovi usare tanta carità con me, quantunque foste
guidate da sentimenti umani, mi ha trattato con maggior misericordia ». E la
Santa: « Le lagrime sparse, per semplice affetto, alla vostra morte, vi
servono a qualche cosa? ». Il defunto rispose: « Non più di quello che vale
la compassione che proverebbe una persona vedendo i suoi amici piangere per lei.
Quando però potrò godere la felicità eterna, gusterò per le vostre lagrime,
il piacere che prova un giovane quando riceve le recitazioni dei suoi amici.
Tali gioie le ho meritate perchè, servendovi con fedeltà, nutrita dalla vostra
affezione, avevo l'intento di piacere a Dio solo ».
In
seguito, mentre Geltrude pregava ancora per quell'anima, giunta che fu
nell'orazione domenicale, a quel punto « Perdonate i nostri debiti, come noi
perdoniamo ai nostri debitori » ella lo vide manifestare un'espressione di
grande angoscia. Meravigliata ne chiese la cagione, e ne ebbe questa risposta:
« Quando ero nel secolo ho molto peccato, non perdonando facilmente a coloro
che mi avevano offeso; mostravo loro a lungo un volto severo, così subisco
vergogna intollerabile e grande angoscia, quando ascolto quelle parole del Pater
». Avendogli Geltrude chiesto quanto tempo durerebbe quel tormento, ebbe
questa risposta: « Fino a quando la mia colpa sarà cancellata dall'ardente
carità che vi spinge a pregare per me; allora, sentendo quelle parole, proverò
un'immensa gratitudine verso la misericordia dì Dio che mi avrà perdonato».
Mentre
un giorno si offriva il S. Sacrificio per quell'anima, essa apparve a Geltrude
gioiosa e raggiante. La Santa chiese al Signore: « Ha essa sofferto abbastanza
per cancellare tutte le sue colpe?». Egli rispose: « Ha già offerto più di
quanto si potrebbe supporre se si vedesse uscire dal fuoco dell'inferno e
salire al cielo; ma non è ancora abbastanza pura per godere della mia presenza.
La sua consolazione e il sollievo vanno però sempre aumentando, a misura che si
prega per lui ». Aggiunse il Salvatore: «Le vostre suppliche non possono
raggiungerlo rapidamente, perchè si è mostrato spesso duro e inflessibile,
rifiutando di sottomettere la sua volontà a quella del prossimo, quando questa
non era conforme alla sua».
CAPITOLO
XIII
SI
PARLA DELL'ANIMA DEL FRATELLO GIOVANNI RICOMPENSATO PER I SUOI LAVORI ASSIDUI
Benchè
sia giusto che le anime, all'uscire dal corpo, abbiano ad espiare le colpe
commesse in vita, per ricevere poi la ricompensa delle loro opere buone, pure la
misericordia di Dio rivelò, in occasione della morte del fratello Giovanni, a
S. Geltrude l'eccesso della sua divina bontà.
Appena spirato quel fratello, che con grandi fatiche, aveva per lunghi anni servito il Monastero, Geltrude vide tutte le sue opere buone simboleggiate in una scala.
L'anima
uscita dal corpo; doveva purificarsi ancora di alcune negligenze, salendo
gradino per gradino, quella scala. Le sue pene diminuivano man mano che -
saliva. Siccome pera è difficile evitare ogni negligenza, quando abbondano
le preoccupazioni, ed essendo sempre vero che ogni minima trascuratezza deve
essere espiata, così quell'anima, non del tutto limpida, dopo di aver salito
qualche gradino, cominciò a tremare come se lo scalino, scosso dal peso, stesse
per rompersi.
Geltrude
comprese che il piolo vacillante rappresentava una certa imperfezione negli
atti, e si accorse che quello spavento aveva purificata l'anima: Quando un
membro della Comunità rivolgeva a Dio una preghiera pere quell'anima, era
come se le avesse teso la mano per salire più in alto. La Santa apprese ancora
che il Signore, nella sua bontà, aveva conferito al Monastero un privilegio;
tutti coloro che avrebbero lavorato al bene della Comunità., sarebbero stati
grandemente consolati nel loro trapasso, anche se avessero dovuto soffrire le
pene del Purgatorio - Quel privilegio sarebbe durato irrevocabilmente, fino a
quando il. convento fosse stato fedelmente osservante della S. Regola.
CAPITOLO
XIV
SI
PARLA DEL FRATELLO CHE THE' CHE FU TANTO RICONOSCENTE PER I BENEFICI RICEVUTI
Geltrude era obbligata a letto per malattia, quando le venne partecipata la notizia della morte del fratello Thé, fedele servitore del Monastero da parecchi anni. Subito si rivolse al Signore, pregando con fervore per lui.
Vide
allora l'anima di quel fratello tutta nera, macchiata e spasimante per cocenti
rimorsi. Profondamente commossa da tali sofferenze, volle sollevare il
defunto, recitando cinque Pater, in onore delle Piaghe di Gesù; che baciò
con amore. Dopo il quinto Pater, ella baciò la Piaga del sacratissimo Costato
di Gesù e vide un certo vapore sfuggire dal Sangue e dall'acqua sgorganti dalla
benedetta ferita. Comprese che l'anima per la quale pregava, aveva provato un
grande sollievo interiore a contatto di quell'emanazione vivificante, ma le fu
noto che essa soffriva ancora assai per certe ferite esterne, quantunque le virtù
di quel Sangue e di quell'acqua l'avessero trasportata in un giardino, dove le
varie piante, rappresentavano le opere che aveva compiuto nel secolo.
Il
Signore, per le preghiere di Geltrude e di tutta la Comunità, parve dare alla
vegetazione di quel giardino una tale virtù, che tutte le piante servirono come
erbe mediciriali per far frizioni e chiudere le ferite di quell'anima, La
Santa comprese ch'esse sarebbero, col tempo, guarite del tutto, e che più la
Comunità avrebbe pregato con fervore, e più pronta sarebbe stata la
guarigione. Comprese pure che, quando si offriva per il defunto un'azione
imperfetta, egli invece di essere sollevato, soffriva di più. Dopo i funerali
si cantò, secondo l'abitudine, la bella antifona composta dal B. Notker: «
Media vita in morte sumus: quem quaerimus, nisi te, Domine? qui pro peccatis
nostris fuste trasceris. In
te speraverunt patres nostri, speraverunt et liberasti eos, Sancte Deus !
Ad te clamaverunt patres nostri, clamaverunt et non sunt confusi. Sancte fortisl
Ne despicias nos in tempore senectutts cum defecerit virtus nostra ne
derelinquas nos. Sancte et
misericors Salvator, amarae morti ne tradas nos ». « Quantunque in vita, siamo
morti per il peccato: a chi ci rivolgeremo noi, per soccorso, se non a Te, così
giustamente irritato per le nostre colpe? In te sperarono i nostri padri e non
furono confusi. O tu che sei la stessa santità! Non distogliere da noi i tuoi
occhi nei nostri ultimi giorni e non abbandonarci nell'estrema battaglia. O
Santo e misericordioso Redentore, non perrreettere che moriamo senza speranza!
»
Alle
parole Sancte Deus, Sancte fortis, Sancte et misericors, la Comunità si
prostrò fino a terra; il defunto parve allora levare occhi e mani al cielo
con riconoscenza, poi inginocchiarsi, con la Comunità, per cantare le lodi di
Dio che l'aveva chiamato a quel Monastero, ove la ricompensa del suo lavoro,
aveva ottenuto un sì grande sollievo, per i meriti e le preghiere di coloro che
aveva fedelmente servito. Se fosse vissuto in altro ambiente si sarebbe certo
guadagnato il pane materiale, ma non il profitto spirituale che ora otteneva
dalle ferventi suppliche della Comunità.
CAPITOLO
XV
SI
PARLA DELL'ANIMA DEL FRATELLO F. CHE EBBE VANTAGGIO GRANDE DA UNA FERVENTE
PREGHIERA
Geltrude
pregava un giorno per il fratello converso F. morto da poco e vide la sua anima
sotto l'aspetto di un rospo ripugnante, bruciato interiormente in modo orribile
e tormentato per i suoi peccati da varie pene.
Sembrava che avesse un gran male sotto il braccio, e, per aggiungere tormento a tormento, un peso enorme l'obbligava a star curvo fino a terra, senza poter rialzarsi. Geltrude comprese che appariva sotto forma di un rospo spaventoso, perchè durante la sua vita religiosa aveva trascurato di inalzare la mente alle cose divine; capì anche che il dolore che lo tormentava sotto il braccio era dovuto al fatto che aveva lavorato oltre il permesso del Superiore, per acquistare beni temporali e per avere talora nascosto il suo guadagno. Il peso. che lo schiacciava doveva espiare la sua disobbedienza.
Geltrude,
avendo recitato i salmi prescritti per quell'anima, chiese al Signore se ne
avesse avuto vantaggio: « Certo - rispose Gesù - le anime purganti vengono sollevate
da tali suffragi, però preghiere anche brevi, ma dette con fervore, sono
ancora di maggior profitto per esse ». Un paragone farà comprendere tali
parole. Se l'acqua scorre su mani infangate, a lungo andare si puliranno. Però
se si soffregano energicamente, anche con poca acqua vengono lavate meglio. Così
una preghiera corta, ma fervente, vale di più di una lunga, recitata con
tiepidezza.
CAPITOLO
XVI
SI
PARLA DI UN'ANIMA CHE VENNE SOLLEVATA PER I SUFFRAGI DELLA CHIESA E DALLE
PREGHIERE DI GELTRUDE
Geltrude
era presente quando venne comunicato a una consorella il trapasso di un parente.
La monaca ne provò tale angoscia, che Geltrude ne fu commossa fino al più
profondo del cuore. Pregò subito con fervore per l'anima di quel parente, e
comprese perchè mai il Signore avesse permesso che tale annuncio fosse dato in
sua presenza.
Nella sua grande mestizia disse al Signore: « Caro Gesù, avresti pur potuto ispirarmi di pregare per quell'anima senza darmi una tale emozione» ». Egli rispose: « Mi compiaccio singolarmente quando l'uomo a me rivolge le sue emozioni naturali insieme allo slancio della buona volontà; allora la sua offerta è completa».
Dopo
d'aver a lungo pregato per il defunto, la sua anima le apparve sotto forma di
un rospo nero come il carbone, che si torceva per lo strazio dei tormenti.
Nessuno esteriormente lo faceva patire: ma quell'anima era torturata
interiormente in ciascuno dei membri che le erano serviti a commettere i
peccati.
Geltrude
suffragando quell'anima, non tralasciava però di prodigare al suo Diletto,
l'espressione di un'immensa tenerezza. Fra l'altro disse: « O caro Signore,
non vorresti per amor mio, sollevare quella povera anima? ». Egli amabilmente
rispose: « Per amor tuo avrò pietà, non solo di quest'anima, ma di un milione
di altre ancora». E aggiunse: « In qual modo vuoi tu ch'io faccia splendere
su di lei la mia misericordia? Vuoi che le rimetta ogni colpa e che la liberi
dai suoi tormenti? ». Rispose Geltrude: « Una misericordia così ampia forse
non s'addice alle sovrane esigenze della tua giustizia ». « Essa conviene
benissimo anche alla mia giustizia - affermò Gesù - purchè tu sappia chiedermelo
con grande confidenza, tanto più che, conoscendo l'avvenire come Dio, ho
ispirato a quest'anima durante la sua agonia, certe brame ardenti che dovevano
prepararla a questo favore ».
Geltrude
concluse: « O salvezza dell'anima mia, eseguisci quanto la tua misericordia
ha preparato! Per grazia tua attendo con fiducia gli effetti della tua bontà ».
Appena dette tali parole, l'anima del defunto si levò e parve riprendere la
forma umana: l'orribile nerezza era scomparsa, la pelle era bianca, quantunque
ancora un po' macchiata, ed ella ringraziò come se fosse stata sollevata da
ogni pena.
Geltrude
però capì che quella pelle macchiata doveva diventare candida come la neve,
per godere la visione divina: tale purificazione si sarebbe compiuta a colpi
di martello, che l'avrebbero sbarazzata dalla ruggine. Ma siccome era stata a
lungo nel peccato, le tornava difficile imbiancarsi, come una tela che
bisognerebbe esporre per un anno intero ai raggi del sole. Geltrude si
meravigliava di vederla gioiosa fra tanti tormenti, soprattutto quando le fu
rivelato che un'anima carica di peccati così enormi, non può essere aiutata
dai suffragi della S. Chiesa, perchè bisogna che la misericordia di Dio le
accordi una prima purificazione, che la renda atta a fruire dei suffragi che
scendono continuamente sulle anime purganti, come rugiada salutare, balsamo prezioso,
bevanda rinfrescante.
La
Santa ringraziò il Signore e chiese: « Abbi la bontà di dirmi, amorosissimo
Gesù, con quali sacrifici e quali preghiere si può ottenere che un'anima sia
liberata, dal peso dei peccati, che pongono ostacolo alle preghiere della
Chiesa. Vedo quest'anima così felice d'aver deposto tale fardello, come se
fosse passata dal fondo dell'inferno alla gloria del cielo; bramerei ora che
usufruisse dei suffragi della Chiesa, per vederla giungere alla beatitudine
senza fine». Rispose il Signore: « Nessuna preghiera, nessun atto possono
procurare tale soccorso a un'anima: soltanto la forza dell'amore che qualche
istante fa infiammava il tuo cuore, ha potuto ottenere questo favore, ma siccome
nessuna creatura possiede tale amore se Io stesso non gliene faccio dono, così
questo soccorso non può essere accordato ad un'anima dopo la morte, se la
medesima non ha cooperato in vita ad ottenere grazia sì speciale. Sappi però
che si può, alla lunga, sollevare le anime così provate, con preghiere e
assidui suffragi. I fedeli libereranno un'anima più o meno presto a seconda
che pregheranno con più, o meno fervore, e anche a seconda dei meriti che
ciascuno avrà acquistato durante
le vita ».
L'anima
di cui parliamo fu alquanto sollevata dalle preghiere di Geltrude: stese
allora le mani a Dio, domandandoGli di gradire l'offerta di tale beneficio, in
nome dell'amore che l'aveva fatto discendere dal cielo in terra, per subire,
la morte, e chiese che ricompensasse con lo stesso amore, tutti coloro che
l'avevano suffragato. Il Signore, per mostrare che esaudiva quella preghiera,
ricevette la dramma che quell'anima Gli presentava e la mise nei tesori della
medesima, perchè potesse darla in ricompensa a coloro che avevano pregato per
essa.
CAPITOLO
XVII
LIBERAZIONE
DI ALCUNI PARENTI DELLA COMUNITA'
Nella domenica in cui si faceva memoria dei parenti defunti della comunità, Geltrude, dopo di avere ricevuto la S. Comunione, offerse al Signore l'Ostia Santa, in suffragio di quelle anime. Ben presto ne vide una moltitudine salire da luoghi bassi e tenebrosi: esse erano numerose come le scintille che sfuggono dal fuoco. Alcune sembravano stelle, altre avevano forma diversa.
Geltrude
chiese se, in quella folla, ci fossero soltanto i parenti delle monache. Rispose
Gesù: « Io sono il vostro parente più prossimo, sono padre, fratello, sposo:
tutti i miei amici sono dunque vostri congiunti; non voglio quindi che li
dimentichiate; quando pregate per i vostri consanguinei; appunto per questo,
essi si trovano fra loro». Da quel punto ella decise di pregare piuttosto per
gli amici del Signore che per i suoi parenti.
Il
giorno dopo alla Messa, fatta l'oblazione dell'Ostia, Geltrude intese queste
parole di Gesù: « Abbiamo consumato il banchetto con coloro che erano
presenti: mandiamo ora delle porzioni agli assenti». Un altro anno, mentre si
sonavano le Vigilie, ella vide un agnello candido come la neve, uguale alle
immagini dell'Agnello pasquale, che lasciava gocciolare dal suo Cuore, in un
calice d'oro, un getto di sangue vermiglio; Egli diceva: « Sarò propizio
alle anime per le quali ho preparato questo banchetto ».
CAPITOLO
XVIII
DELL'EFFETTO
DEL GRANDE SALTERIO
Mentre la Comunità recitava il salterio, che è soccorso potente alle anime purganti, Geltrude che pregava fervorosamente perchè doveva comunicarsi; chiese al Salvatore per quale motivo il salterio era così vantaggioso alle anime dei purgatorio e gradito a Dio. Le sembrava che tutti quei versetti e orazioni annesse, dovessero generare noia più che divozione.
Rispose
Gesù: « L'ardente amore che ho per la salvezza delle anime, fa sì che io dia
tanta efficacia a questa preghiera. Sono come un re che tiene chiusi in
prigione alcuni suoi amici, ai quali darebbe volentieri la libertà, se la
giustizia lo permettesse; avendo in cuore tale eccelsa brama, si capisce come
accetterebbe volentieri il riscatto offertogli dall'ultimo dei suoi soldati.
Così io gradisco assai quanto mi è offerto per la liberazione di anime che ho
riscattate col mio sangue, per saldare i loro debiti e condurli alle gioie a
loro preparate da tutta l'eternità. Geltrude insistette: « Ti torna dunque
gradito l'impegno che s'impongono coloro che recitano il salterio? ». Egli
rispose: « Certamente. Ogni volta che un'anima è liberata da tale preghiera,
si acquista un merito come se avessero liberato Me dalla prigione. A tempo
debito, ricompenserò i miei liberatori, secondo l'abbondanza delle mie
ricchezze ». La Santa chiese ancora: « Vorresti dirmi, caro Signore, quante
anime accordi a ciascuna persona che recita l'ufficio? » e Gesù: « Tante
quante ne merita il loro amore » Poi continuò: «La mia infinita bontà mi
porta a liberare un numero grande di anime; per ciascun versetto di questi salmi
libererò tre anime ». Allora Geltrude che, per la sua estrema debolezza non
aveva potuto recitare il salterio, eccitata dall'effusione della divina bontà,
si sentì in dovere di recitarlo col più grande fervore. Quand'ebbe terminato
un versetto, domandò, al Signore quante anime la sua infinita misericordia
avrebbe liberato. Egli rispose: « Sono così soggiogato dalle preghiere di
un'anima amante, che sono pronto a liberare ad ogni movimento della sua lingua,
durante il salterio, una moltitudine sterminata di anime ».
Lode
eterna ne sia a Te, dolcissimo Gesù!
CAPITOLO
XIX
SI
NARRA DI UN'ANIMA SOCCORSA PER LA RECITA DEL SALTERIO
Un'altra volta che Geltrude pregava per i defunti, scorse l'anìma di un cavaliere, morto circa quattordici anni prima, sotto la forma di una bestia mostruosa, dal cui corpo si rizzavano tante corna quanti peli hanno ordinariamente gli animali. Quella bestia sembrava sospesa sulla gola dell'inferno, sostenuta solo dalla parte sinistra da un pezzo di legno. L'inferno le vomitava contro vortici di fumo, cioè ogni sorta di sofferenze e di pene che le cagionavano tormenti indicibili; essa non riceveva alcun sollievo dai suffragi della Santa Chiesa.
Geltrude,
stupita per la strana forma di quella bestia, comprese alla luce di Dio, che,
durante la vita, quell'uomo si era mostrato ambizioso e pieno di orgoglio. Perciò
i suoi peccati avevano prodotto delle corna talmente dure che gli impedivano di
ricevere alcun refrigerio, Snchè fosse rimasto sotto quella pelle di bestia.
Il
piolo che lo sosteneva, impedendogli di cadere nell'inferno, designava qualche
raro atto di buona volontà, che aveva avuto durante la vita; era la sola cosa
che, con l'aiuto della divina misericordia, gli aveva impedito di piombare nel
baratro infernale.
Geltrude,
per divina bontà, sentì una grande compassione di quell'anima, e offerse a
Dio in suo suffragio, la recita del Salterio. Subito la pelle di bestia
scomparve e l'anima apparve sotto la forma di bambinello, ma tutto coperto di
macchie. Geltrude insistette nella supplica, e quell'anima venne trasportata in
una casa ove molte altre anime erano già riunite. Là ella mostrò tanta gioia
come se, sfuggita al fuoco dell'inferno, fosse stata ammessa in paradiso. Allora
aveva capito che i suffragi di S. Chiesa potevano beneficarla, privilegio di cui
era stata priva dal momento della morte fino quando Geltrude l'aveva liberata da
quella pelle di bestia, conducendola in quel luogo.
Le
anime che ivi si trovavano la ricevettero con bontà e le fecero posto fra loro.
Geltrude,
con uno slancio del cuore, chiese a Gesù di ricompensare l'amabilità di quelle
anime verso l'infelice cavaliere. Il Signore, commosso, la esaudì e le trasferì
tutte in un luogo di refrigerio e di delizie.
Geltrude
interrogò nuovamente lo Sposo divino: « Quale frutto, o amato Gesù, ritrarrà
il nostro Monastero dalla recita del Salterio? ». Egli, rispose: - « Il frutto
di cui la S. Scrittura dice: « Oratia tua in sinum tuum convertetur - La tua
preghiera ritornerà nel tuo seno » (Sal. XXXIV, 13). Di più la mia divina
tenerezza, per ricompensare la carità che vi spinge a soccorrere i miei fedeli
per farmi piacere, aggiungetà questo vantaggio: in tutti i luoghi del mondo,
ove si reciterà d'ora in avanti il Salterio, ciascuna di voi riceverà tante
grazie, come se fosse recitato solo per lei ».
Un'altra,
volta ella disse al Signore: « O Padre delle misericordie, se alcuno, mosso dal
tuo amore, volesse glorificarti, recitando il Salterio in suffragio dei
defunti, ma, non potesse poi ottenere il numero voluto di elemosine e di Messe,
casa potrebbe offrirti per farti piacere? ». Rispose Gesù: « Per supplire al
numero delle Messe dovrà ricevere altrettante volte il Sacramento del mio
Corpo, e al posto di ogni elemosina dica un Pater con la Colletta: «Deus, cui
proprium est etc., per la conversione dei peccatori, aggiungendo ogni volta un
atto di carità». Geltrude aggiunse ancora, in tutta confidenza: « Vorrei pur
sapere, o dolce mio Signore, se tu accorderai il sollievo e la liberazione alle
anime purganti anche quando invece del Salterio, si recitasse qualche breve
preghiera ». Egli rispose: « Gradirò queste preghiere come ii Salterio, però
con alcune condizioni. A ciascun versetto del Salterio si dica questa preghiera:
« Io ti saluto, Gesù Cristo, splendore del Padre»; domandando prima perdono
dei peccati con la preghiera « In unione di quella lode supreme ecc. ». In
unione poi all'amore che per la salvezza del mondo mi ha fatto prendere umana
carne, si diranno le parole della suddetta, preghiera, che parla della mia vita
mortale. In seguito bisogna porsi in ginocchio, unendosi all'amore che mi ha
condotto a lasciarmi giudicare e condannare a morte, Io, che sono il Creatore
dell'universo, per la salvezza dì tutti, e si reciterà la parte che riguarda
la mia Passione; In piedi si diranno le parole che salutano la mia Risurrezione
e Ascensione, lodandomi in unione alla confidenza che mi ha fatto vincere la
morte, risuscitare a salire al cielo, per porre la natura umana a destra del
Padre. Poi, supplicando ancora il perdono, si reciterà l'antifona Salvator
mundi, in unione alla gratitudine dei Santi i quali confessano che la mia
Incarnazione, Passione, Risurrezione sono le cause della loro beatitudine. Come
ti dissi bisognerà comunicarsi tante volte quante sono le Messe che il Salterio
esige. Per supplire alle elemosine si dirà un Pater con la preghiera Deus cui
proprium est, aggiungendo un'opera di carità. Ti ripeto che tali preghiere
valgono, al mio sguardo l'intero Salterio».
SPIEGAZIONE
DEL GRANDE SALTERIO
E
DELLE SETTE MESSE GREGORIANE
Il
lettore sentendo nominarsi il Salterio potrebbe domandare, cos'è e come si
recita. Ecco il modo di recitarlo secondo le direttive di S. Geltrude.
Iniziando,
dopo d'aver chiesto perdono dei peccati, dite: « In unione a quella lode
suprema con la quale la gloriosissima Trinità loda se stessa, lode che scorre
poi sulla tua benedetta Umanità, dolcissimo Salvatore, e di là sulla tua
gloriosissima Madre, sugli Angeli, sui Santi, per ritornare poi nell'oceano
della tua Divinità, ti offro questo Salterio per tuo onore e gloria. Ti adoro,
ti saluto, ti ringrazio in nome dell'universo intero per l'amore con cui ti sei
degnato farti uomo, nascere e soffrire per noi durante trentatrè anni, patendo
fame, sete, fatiche, strazi, oltraggi e restare poi infine, per sempre, nel SS.
Sacramento. Ti supplico di unire, ai meriti della tua santissima vita la recita
di questo ufficio che ti offro per... (nominare le persone vive o morte per
le quali intendiamo pregare). Ti domando il supplire coi tuoi divini tesori
a quanto esse hanno trascurato nella lode, nel ringraziamento e nell'amore che
ti sono dovuti, cosa pure nella preghiera e nella pratica della carità, o di
altre virtù, infine alle imperfezioni e alle omissioni delle loro opere».
Secondariamente
dopo d'avere rinnovato la contrizione dei peccati, bisogna porsi in ginocchio e
dire: « Ti adoro, ti saluto, ti benedico, ti ringrazio, dolcissimo Gesù, per
quell'amore col quale ti sei degnato di essere preso, legato, trascinato,
calpestato, colpito, sputacchiato, flagellato, coronato chi spine, immolato coi
supplizio più atroce e trafitto da una lancia. In unione di tale amore ti offro
le mie indegne preghiere, scongiurandoti, per i meriti della tua santa
Passione e morte, di cancellare completamente le colpe commesse in pensieri,
parole e azioni dalle anime per le quali ti prego. Ti domando anche di offrire a
Dio Padre tutte le pene e dolori del tuo Corpo affranto, e dell'anima tua
abbeverata di amarezza, tutti i meriti che tu hai acquistato sia per l'uno come
per l'altra, e tutto presentare al sommo Iddio per la remissione della pena che
la tua giustizia deve fare subire a quelle anime».
Terzo,
stando in piedi direte direttamente: «Ti adoro, ti saluto, ti benedico, ti
ringrazio, dolcissimo Signore Gesù Cristo, per l'amore e la confidenza con cui,
avendo vinto la morte, hai glorificato il tuo Corpo con la Risurrezione,
ponendolo alla destra del Padre. Ti scongiuro di rendere partecipe della tua
vittoria e della tua gloria le anime per le quali prego».
Quarto,
implora perdono dicendo: « Salvatore del mondo, salvaci tutti, Santa Madre di
Dio, Maria sempre Vergine, prega per noi. Noi ti supplichiamo affinchè le
preghiere dei santi Apostoli, Martiri, Confessori e delle Sante Vergini ci
liberino dal male, e ci accordino di gustare tutti i beni, ora e per sempre. Ti
adoro, ti saluto, ti benedico, ti ringrazio, dolcissimo Gesù, per tutti i
benefici che hai accordati alla tua gloriosa Madre e a tutti gli eletti, in
unione di quella riconoscenza con la quale i Santi si rallegrano di avere raggiunto
la beatitudine eterna per mezzo della tua Incarnazione, Passione, Redenzione.
Ti scongiuro di supplire a quanto manca a queste anime coi meriti della beata
Vergine e dei Santi ».
Quinto,
recita divotamente e con ordine i centocinquanta salmi, aggiungendo dopo ciascun
versetto del salterio questa preghierina: « Io ti saluto, Gesù Cristo,
splendore del Padre, principe della pace, porta del cielo; pane vivente, figlio
della Vergine, tabernacolo della Divinità ». Alla fine di ciascun salmo dite
in ginocchio Requiem aeternam etc. Poi ascolterete piamente o farete
celebrare centocinquanta, o cinquanta, o almeno trenta S. Messe. Se non potete
farle celebrare vi comunicherete lo stesso numero di volte. Poi farete centocinquanta
elemosine oppure vi supplirete con lo stesso numero di Pater seguiti dalla
preghiera: « Deus cui proprium est etc. - Dio di cui è proprio etc. (preghiera
che segue le Litanie dei Santi), per la conversione dei peccatori, e compirete
centocinquanta atti di carità. Per atti di carità s'intende il bene fatto al
prossimo per amore di Dio: elemosine, buoni consigli, delicati servigi, ferventi
preghiere. Questo è il grande Salterio la cui efficacia venne esposta più
sopra (cap. XVIII e XIX).
Ci
pare che non sia fuor di proposito parlare qui delle sette Messe che, secondo
un'antica tradizione, vennero rivelate al Papa S. Gregorio. Esse hanno una
grande efficacia per liberare le anime purganti, perchè si appoggiano ai meriti
di Gesù Cristo, che saldano i loro debiti.
In
ogni S. Messa bisogna accendere, se possibile, sette candele in onore della
Passione e, durante sette giorni, recitare quindici Pater od Ave Maria, fare
sette elemosine e recitare un Notturno dell'Ufficio dei defunti.
La
prima Messa è: Domine, ne longe, con la recita della Passione, come
nella domenica delle Palme. Bisogna pregare il Signore perché si degni, Lui
che si è volontariamente abbandonato nelle mani dei peccatori, liberare l'anima
dalla prigionia ch'ella subisce per le sue colpe,
La
Seconda Messa è: Nos autem gloriaci con la recita della Passione, come
nella terza feria dopo le Palme. Si prega Gesù affinchè, per l'ingiusta
condanna a morte, liberi l'anima dalla giusta condanna meritata per le sue
colpe.
La
terza Messa: In nomine Domini, col canto della Passione, come nella
quarta feria dopo le Palme. Bisogna chiedere al Signore, per la sua
Crocifissione e dolorosa sospensione allo strumento del suo supplizio, di
liberare l'anima dalle pene a cui si è ella stessa condannata.
La
quarta Messa è: Non autem gloriaci, con la Passione Egressus Jesus,
come al Venerdì Santo. Si domanda al Signore, per la sua amarissima morte e
per la trafittura del suo Costato, di guarire l'anima dalle ferite del peccato,
e delle pene che ne sono la conseguenza.
La
quinta Messa è: Requiem aeternam. Si domanda al Signore che, per la
sepoltura che ha voluto subire, Lui, il Creatore del cielo e della terra,
ritragga l'anima dall'abisso dove l'hanno fatta cadere i suoi peccati.
La
sesta Messa è: Resurrexi, afflnchè il Signore per la gloria della sua
gioiosa risurrezione, degni purificare l'anima da ogni macchia di peccato e
renderla partecipe della sua gloria.
La
settima Messa infine è: Gaudeamos, come nel giorno dell'Assunzione. Si
prega il Signore e si domanda alla Madre delle misericordie, per i suoi meriti e
le sue preghiere, in nome delle gioie che ricevette nel giorno del suo trionfo,
che l'anima, sciolta da ogni legame, voli allo Sposo celeste. Se compirete
queste opere per altre persone in occasione della loro morte, la vostra
preghiera vi sarà ridonata con doppio merito. Se poi la praticate per voi,
mentre siete in vita, sarà molto meglio che attenderle da altri, dopo morte. Il
Signore, che è fedele e cerca l'occasione di farci del bene, custodirà Lui
stesso quelle preghiere e ve le restituirà a tempo debito « per le viscere
della misericordia del nostro Dio, con le quali è venuto a visitarci dall'alto
questo sole levante» (Luc. I, 78).
CAPITOLO
XX
COME
SI ACCRESCE IL MERITO OFFERTO
Geltrude un giorno offerse a Dio, per l'anima di un defunto, tutto il bene che la bontà del Signore aveva compiuto in lei e per lei. Vide allora questo bene presentato davanti al trono della divina Maestà, sotto la forma di un magnifico dono che sembrava rallegrare Dio ed i sudi Santi.
Il
Signore ricevette volontieri quel dono e parve felice di distribuirlo a coloro
che erano nel bisogno, e che nulla avevano da loro stessi meritato. Geltrude
vide poi che il Signore aggiungeva, nella sua infinita liberalità, qualche cosa
alle sue opere buone, affine di restituirgliele poi aumentate, per il decoro
della sua eterna ricompensa. Comprese allora che, lungi dal perdere qualche
cosa, l'uomo guadagna assai a soccorrere gli altri, con senso di generosa carità.
CAPITOLO
XXI
MERITO
DELLA BUONA VOLONTA'
Un giorno si celebrava la S. Messa per l'anima di una povera donna che doveva essere tosto sepolta. Geltrude, mossa a compassione, recitò in suo suffragio cinque Pater in onore delle Piaghe del Signore. Allora, ispirata dal cielo, offerse caritativamente per quella poveretta tutto il bene che la divina bontà aveva operato in lei, e per suo mezzo. Vide allora quell'anima posta, con onore, sul trono che il Signore le aveva preparato nei cieli. Tale seggio venne trasportato ad altezze sublimi che sorpassano i posti inferiori, quanto i Serafini sono posti al di sopra dell'ultimo coro degli Angeli.
Geltrude
chiese a Gesù come mai quell'anima avesse potuto ottenere una gloria così
grande, dopo le preghiere e l'offerta fatta a suo vantaggio. Egli rispose: «
Ella lei ha meritato in tre modi: 1) perchè ha sempre conservato la volontà
e il desiderio di servirmi nello stato religioso; 2) perchè ebbe dilezione
per gli uomini giusti e per i Religiosi; 3) perchè li ha onorati e ha fatto
loro del bene per mio amore. Tu puoi concludere, mirando la gloria immensa di
quest'anima, come mi piaccia trovare queste tre disposizioni nel cuore degli
uomini».
CAPITOLO
XXII
PUNIZIONE
Al DISOBBEDIENTI E AI MORMORATORI
Una
persona venne a morire, dopo di avere fedelmente pregato durante la vita per le
anime purganti. Siccome però, a causa della fragilità umana, non era sempre
stata perfetta nell'obbedienza, preferendo talora i rigori del digiuno e delle
veglie e simili austerità, alla docilità dovuta ai superiori, apparve adorna
di diversi ornamenti, sotto i quali però si celavano delle pietre di peso così
grande, che ci volevano parecchia persone perchè potessero trascinarla verso
Dio. Stupita Geltrude seppe, per divina ispirazione, che quelle che
conducevano quest'anima erano le anime del purgatorio liberate con le
preghiere di quella defunta; gli ornamenti erano le preghiere che aveva recitate
per esse; ma le pietre erano le disobbedienze commesse.
Le disse allora Gesù: « Queste anime, spinte dalla riconoscenza, non mi permettono di farla passare da un purgatorio ordinario, per mostrarla poi in tutto lo splendore della sua bellezza; pure è necessario ch'ella abbia da espiare le disobbedienze e i tenaci attacchi al suo giudizio». Geltrude obbiettò: « Ma non ha ella, dolce mio Signore, riconosciuto i suoi falli prima del trapasso, pentendosene dall'intimo del cuore? Ora sta scritto: Se l'uomo riconosce i suoi falli, viene da Dio perdonato! ». Egli rispose: « Sì, e s'ella non avesse riconosciuto i suoi torti, ilpeso delle pietre sarebbe stato così schiacciante che forse non avrebbe mai potuto giungere fino a me».
Geltrude
si accorse allora che l'anima pareva nascondere sotto i suoi ornamenti una
caldaia bollente, destinata a fondere le pietre e a scioglierle completamente.
Le preghiere da lei fatte per le anime purganti ed i suffragi dei fedeli
dovevano, come buoni servitori, aiutarla in quella operazione. Il Signore le
fece poi vedere il cammino per dove quelle anime dovevano passare per giungere
al Paradiso, sotto l'aspetto di un'asse stretta e ripida, piena di scabrosità e
di difficile scalata. Coloro che volevano salire dovevano aiutarsi con le mani e
tener fermo l'asse da entrambe le estremità; ciò significa che bisogna aiutare
le anime con le nostre buone opere. Coloro che avevano meritato l'aiuto degli Angeli
in quell'ascesa, ne avevano vantaggio grande, perchè ai lati dell'asse vi erano
due orribili ceffi; erano demoni che impedivano alle anime di salire. I
Religiosi ch'erano stati obbedienti, trovavano lungo quell'asse una ringhiera,
alla quale potevano affrancarsi per non cadere; ma se Superiori negligenti non
avevano fatto percorrere ai loro sudditi la via dell'obbedienza, l'appoggio
pareva mancare e le cadute erano a temere. Le anime docili all'obbedienza
camminavano con sicurezza, appoggiandosi alla ringhiera, mentre gli Angeli scostavano
gli ostacoli dal loro cammino.
Un'altra
defunta apparve a Geltrude con lei orecchie coperte da una specie di
cartilagine, ch'ella toglieva a gran fatica con le unghie; espiava le colpe
commesse, ascoltando parole di mormorazione e di maldicenza. Di più aveva la
bocca foderata interiormente da una pelle compatta, che le impediva di gustare
le dolcezze divine; ciò perché aveva parecchie volte parlato male del
prossimo.
Il
Signore le disse che, se l'anima della defunta soffriva tali pene per colpe
commesse con semplicità e delle quali si era amaramente pentita tante volte,
coloro che hanno l'abitudine di commettere quei peccati, subiscono un castigo
assai più grave. Non solamente la loro bocca è foderata da una grossa pelle,
ma questa pelle è munita di punte che, salendo dalla lingua al palato e
discendendo dal palato alla lingua, le feriscono dolorosamente facendo
gocciolare, in modo disgustoso, una materia nauseante. Non possono perciò
essere ammessi alla divina presenza, perché appaiono odiosi agli abitanti del
cielo.
Geltrude
allora disse gemendo al Signore: « Ahimè, dolcissimo Gesù, Tu mi rivelavi,
tempo fa, i meriti delle anime; adesso mi mostri maggiormente le sofferenze
dei loro purgatorio! » Egli rispose: « Ciò avviene perchè allora le anime
erano più facilmente attratte dalle ricompense; ora invece, a fatica, e ben
poche sono spaventate alla vista dei più duri castighi.
CAPITOLO
XXIII
DESIDERIO
DELLA MORTE CHE IL SIGNORE ECCITAVA IN GELTRUDE
Nella festa di S. Martino, mentre si cantava il Responsorio: « Beatus Marttnus, obitum suum longe ante praescivit. - Il Beato Martino conobbe l'ora della sua morte, molto tempo prima», Geltrude, presa d'ardente brama, disse al Signore: «Quando dunque, o mio diletto Gesù, mi darai la stessa lieta nuova? » Egli rispose: « Presto ti ritirerò da questa vita! » Tale affermazione accrebbe i suoi desideri: da quel punto ella sospirò di morire per essere con Cristo, quantunque prima non avesse mai avuto tale desiderio.
Il
mercoledì dopo Pasqua, mentre aveva ancora in bocca la Sacra Ostia, sentì
queste divine parole: « Veni, electa mea, et ponam in te thorum meum - Vieni,
mia diletta, porrò in te il mio trono ». Geltrude, a quel detto, comprese che,
presto, si sarebbero verificate le parole che aveva intese nella festa di S.
Martino: « Presto ti ritirerò da questa vita ».
Il
Signore aggiunse: « Nel tempo che ti rimane da passare in terra, non vivere
più per te, ma sforzati di procurare la mia gloria, seguendo le divine
ispirazioni e l'ardore dei tuoi desideri». La sua morte però venne differita.
Ci è permesso di credere che il Salvatore non volle toglierla dai mondo,
senza che prima avesse acquistato il merito del desiderio e della preparazione
alla quale era stata invitata con le parole suesposte.
E'
scritto infatti che i meriti s'accrescono in proporzione dei desideri.
Una
certa domenica, mentre provava un desiderio veemente di morire, Gesù le
disse: « Se io dovessi compire alla tua ultima ora, tutto quello che tu hai
coltivato in cuore dall'infanzia fino a questo momento, sarebbe poca cosa in
confronto della grazia che la mia gratuita bontà ti ha destinato, senza che
tu l'abbia desiderata ». Poi aggiunse: « Scegli ora quello che vuoi: morire,
oppure rendere sempre più bella la tua anima con una lunga malattia, quantunque
sappia che tu temi molto la polvere delle negligenze che accompagnano le
infermità prolungate ». Geltrude inchinandosi davanti alla divina
accondiscendenza, rispose: « O mio caro Signore, si compia in tutto la tua
santa Volontà! ». E Gesù: « E' giusto che tu mi lasci questa scelta, ma se
per amor mio, consenti a rimanere ancora quaggiù, Io dimorerò in te e ti
riscalderò sul mio seno come la colomba nel nido, fino a quando ti condurrò
meco nelle luminose regioni dell'eterna primavera ».
Dopo
tali parole il suo desiderio della morte si placò: tutte le volte che rientrava
nel suo interno, sentiva una voce interiore ripeterle quel versetto: « Columba
mea in foraminibus petrae - La mia colomba è nel cavo della roccia. (Cant.
dei,cant. 14).
Più
tardi il suo desiderio ritornò a divampare, ed ella pregò il Signore di
prenderla con sè. Ma Gesù le disse: « Può una vera Sposa avere una sì
ardente brama di giungere in un luogo ove sa che il suo Sposo non potrà più
abbellirla con nuovi ornamenti, ed ella stessa non potrà più offrire un dono
al suo Diletto?». Infatti l'anima, dopo morte, non può nè crescere in meriti,
nè lavorare per Dio.
CAPITOLO
XXIV
PREPARAZIONE
PER L'ETERNA DIPARTITA
Geltrude
un giorno doveva comunicarsi, ma si sentiva così sfinita, che chiese al Signore
se quell'estrema debolezza l'avrebbe tolta da questa misera vita. Il Signore le
rispose: «Quando una giovinetta vede i messaggeri del suo fidanzato
moltiplicare le visite e stringere i contratti che precedono le nozze, si sente
animata ad intensificare i suoi preparativi. Cosi tu sotto i colpi del male,
nulla devi trascurare per ben apparecchiarti alla morte ». Ella chiese: « Come
farò a capire che è giunta l'ora tanto desiderata, nella quale mi toglierai
dalla prigione del corpo? ». E Gesù: « Due Angeli, Principi illustri della
Corte celeste suoneranno con le loro trombe d'oro e giungerà al tuo orecchio
il dolce canto: "Ecce Sponsus venit, esite obviam ei - Ecco lo Sposo che
viene, andategli incontro" (Matt. XXV, 6). E Geltrude: « Quale carro mi
condurrà quando seguirò quella via regale che a Te mi conduce, o mio unico
Diletto? ». Rispose Egli: « Sarà il dardo possente del desiderio divino che,
sfuggendo dalle profondità del mio amore, si dirigerà verso di te, per
portarti fino a me!.». Ella insistette: « Su quale seggio potrò riposare?
». E Gesù: « La confidenza piena e intera che ti farà tutto sperare dalla
mia bontà, sarà il seggio per il tuo viaggio estremo ». La Santa riprese: «
Quali saranno le redini? ». « Le redini saranno l'amore ferventissimo che ti
fa desiderare i miei abbracci ». Ella ancora: « Siccome non so come devo
disporre il resto del mio equipaggio, non mi è neppure dato di conoscere
quello che devo chiedere per compiere un viaggio così desiderato! ». Gesù
rispose: « Tu puoi spingere ben lungi le tue ricerche: t'assicuro però che
avrai la gioia di vederle oltrepassate, perché lo spirito umano è incapace
d'immaginare tutti i beni che preparo si miei eletti; tale impotenza forma la
mia delizia».
CAPITOLO
XXV
LA
FRECCIA D'AMORE
Un certo frate, predicando un giorno nella cappellina delle Monache, disse queste parole: « L'amore è una freccia d'oro e l'uomo è padrone, in un certo senso, di tutto quello che colpisce con tale freccia. E' dunque vera pazzia attaccarsi alle cose della terra e trascurare quelle del cielo ». Queste parole infiammarono Geltrude di tali ardori da farle esclamare: « O mio unico Diletto, perchè non posso avere questa freccia? Te la lancerei tosto per colpirti, e impadronirmi per sempre di Te! ». Ella vide in quello stesso istante il Signore che si preparava a scoccare su di lei una freccia d'oro. « Tu vorresti - disse Egli - trafiggermi se avessi una freccia d'oro. Io la posseggo e ti ferirò in tal modo che tu non guarirai mai più! ». Tale freccia pareva aver tre punte: una davanti, una in mezzo, una all'estremità, per indicare il triplice effetto d'amore, che la sua ferita opera in un'anima.
La
punta anteriore della freccia che trafigge l'anima, la rende per così dire,
languente e le fa perdere il gusto delle cose passeggere, al punto che non vi
trova più alcun piacere e consolazione. La seconda trafigge l'anima, facendo
di essa una specie di malata febbrile, che chiede con impazienza rimedia ai
suoi dolori: quest'anima infatti brucia di un desiderio sì ardente di unirsi a
Dio, che le diventa assai penoso vivere e respirare senza di Lui. La punta
posteriore trafigge l'anima e la trasporta verso beni così inestimabili, che
non si può dire altro se non che tale anima è come separata dal corpo, e beve
a lunghi sorsi al torrente inebriante della Divinità.
Dopo
questa rivelazione Geltrude, guidata da un pensiero umano, bramava di morire
nella cappella, come se il luogo ove si trova il corpo, possa contribuire ad
accrescere i meriti dell'anima. Ella poneva tale domanda fra le sue solite
preghiere. Ma un giorno Gesù le disse: « Quando l'anima tua uscirà da
questo mondo ti porrò all'ombra della mia protezione paterna, come una mamma
stringe al suo seno e copre dei suoi abiti il suo amato bimbo, quando attraversa
un mare burrascoso. Pagato che tu avrai il debito alla morte, ti prenderò con
me per farti gustare delizie ineffabili nella pianura verdeggiante del cielo,
così come una mamma, la quale non solo vuol salvare il bimbo suo dai pericoli
della traversata, ma condurlo in porto». Allora Geltrude ringraziò Dio e
rinunciò al suo desiderio puerile per abbandonarsi interamente alla divina
Provvidenza.
CAPITOLO
XXVI
CON QUALE FEDELTA' DIO CUSTODISCE LE PREPARAZIONI DI UN'ANIMA ALLA MORTE
Un
giorno, nella preghiera, Geltrude implorò la misericordia di Dio per l'ora
della morte. Ricevette questa risposta: «Come potrei non perfezionare in te,
quello che ho così bene incominciato? ». Ella riprese: « Caro Gesù, se Tu mi
avessi tolta dal mondo quando, tempo fa, mi avevi promesso che presto sarei
venuta a Te, credo che, con la tua Grazia, mi avresti trovato meglio disposta;
con tutti questi ritardi, mi sento diventata negligente e tiepida! ». Rispose
l'amabile Redentore: « Nelle sagge disposizioni della mia Provvidenza tutte le
cose hanno il loro tempo; credilo, tutto quello che hai fatto per prepararti a
ben morire è, per mia bontà, gelosamente custodito e nulla vi aggiungerai senza
che io aumenti tale tesoro».
Geltrude
comprese, da queste parole, che il Signore agisce come si fa nel mondo. Quando
un ricco si prepara a celebrare le nozze, ha cura in tempo della messe, di raccogliere
grano per la imminente festa e propaga ovunque la nuova di tale solennità; così
fa al tempo della vendemmia, per la provvista del vino; tutto è custodito nei
granai e nelle cantine, fino al giorno delle nozze: anche se non si parla
della festa, pure le riserve sono accuratamente custodite, per venire
generosamente distribuite a tempo debito. Così il buon Dio ispira talvolta ai
suoi eletti di prepararsi alla morte, benchè essa sia ancora assai lontana.
CAPITOLO
XXVII
APPARECCHIO
ALLA MORTE
Geltrude
aveva composto un'istruzione assai utile per insegnarci come pensare
devotamente alla morte, almeno una volta all'anno, e prepararci con fervore a
quell'ora così incerta.
Il primo giorno di tale esercizio era consacrato all'ultima malattia, il secondo alla Confesstone, il terzo all'Estrema Unzione, il quarto alla Comunione, il quinto alla morte. Ella s'impegnò a praticare quanto insegnava agli altri, e la domenica che precedeva i cinque giorni del suo apparecchio, implorò l'assistenza divina nella S. Comunione. Recitò, in quell'unione che fa dell'anima amante un solo spirito con Dio, il salmo Quemadmodum (Sal. XLI) con l'inno Jesu nostra redemptio (inno della festa dell'Ascensione, nella sua forma antica, conservato nei breviari monastici).
Le
disse il Signore: « Vieni a stenderti su di me come il profeta Eliseo si è
steso sul fanciullo che voleva risuscitare ». Elia chiese: « Come farò? ».
Egli rispose: « Applica le tue mani sulle mie mani, cioè confidami tutte le
tue opere. Applica i tuoi occhi al miei occhi, tutte le tue membra alle mie
sacratissime membra, cioè unisci alle mie sante membra tutte le membra del
tuo corpo coi loro atti, di modo, che, in avvenire, non agiscano che per la mia
gloria, per mia lode e per mio amore ».
Ella
obbedì e vide ben tosto uscire dal Cuore di Gesù, come una cintura d'oro che
legava la sua animi al Signore, col vincolo di un indissolubile amore.
Al
momento della S. Comunione, ricordandosi ella che si sarebbe confessata
volentieri. alla vigilia se l'avesse potuto, perchè bramava il perdono di
ogni colpa e negligenza, invocò il Signore il quale fece uscire da ciascuna
delle sue membra dei piccoli arpioni d'oro per afferrare e racchiudere
quell'anima benedetta, con la forza della sua incomparabile Divinità, così
come s'incastona nell'oro una gemma preziosa.
All'indomani,
siccome la sua debolezza cresceva, Geltrude recitò due volte il salmo
Quemadmodum, e l'inno Jesu nostra redemptio, in memoria dell'unione della
Divinità e dell'Umanità, realizzata in Cristo per la salvezza del mondo. Le
parve allora che gli arpioni d'oro, che uscivano dalle membra di Gesù per
imprigionare l'anima sua, fossero raddoppiati.
Al
terzo giorno recitò tre volte lo stesso salmo per onorare l'unione di Cristo
con la Trinità sempre adorabile, unione che prepara la nostra glorificazione;
gli arpioni d'oro parvero triplicati. Infine alla quarta feria, mentre celebrava
l'esercizio da lei composto sull'ultima malattia, con fervida divozione, le
parve che la sua anima fosse immersa nel Cristo, come una perla incastonata
nell'oro. Quell’oro aveva dei rosoni, in forma di foglie di vite, che si curvavano
ai margini della perla, per darle più vivo risalto. Geltrude comprese che la
Passione di Gesù Cristo, in unione della quale aveva offerto al Signore la sua
ultima malattia, rendeva l'anima sua gradita allo sguardo della SS. Trinità.
Nella quinta feria, essendosi messa alla presenza di Dio, si ricordò i suoi
peccati e li espresse sotto forma di confessione, nell'amarezza del cuore; man
mano che li ricordava, la bontà divina li cancellava, ed essi comparivano come
gemme brillanti, che adornavano i rosoni d'oro di cui abbiamo parlato.
Nella
VI feria, mentre faceva l'esercizio dell'Estrema Unzione, il Signore Gesù
parve assisterla con tenerezza grande: dalla profondità del suo divín Cuore,
faceva stillare un liquore che doveva purificare, con la sua unzione, occhi,
orecchie, bocca e le altre membra. Per accrescerne lo splendore, Gesù le
diede, come ornamento, i meriti delle sue sacratissime membra e le disse: «
Confidami il tuo ornamento nuziale; come madre fedele lo custodirò fino al
momento opportuno, e non permetterò che tu ne offuschi lo splendore, con una
sola negligenza».
Ella
seguì devotamente tale consiglio, il Signore chiuse nel suo Cuore sacratissimo
quell'ornamento, come in un sicuro forziere.
Il
sabato seguente, essendosi ella apparecchiata molto accuratamente all'ultima S.
Comunione, quattro gloriosi Principi della milizia angelica le apparvero
durante la S. Messa, all'Elevazione dell'Ostia, davanti al trono della divina
Maestà, disponendosi uno a destra, e uno a sinistra, fiancheggiandolo, e
circondandolo colle braccia; gli altri due condussero Geltrude davanti a Gesù,
che l'accolse con tenerezza, la fece riposare sul suo Cuore, poi la coperse Lui
stesso col vivificante sacramento dell'altare, (che teneva fra mano sotto
forma di velo), e se l'unì in una felicità ineffabile.
Alla
domenica, la Santa pensò al giorno nel quale renderebbe l'ultimo respiro, e
siccome recitava le preghiere annesse all'esercizio della buona morte, il
dolce Salvatore si degnò apparirle con la solita bontà. Con la sua mano venerabile
benedisse ciascuna delle sue membra, che dovevano un giorno morire al mondo e
ch'ella gli offriva perchè vivessero, d'allora in poi, unicamente per la sua
gloria e il suo amore. Ricevendo. tale benedizione ciascun membro si trovò
segnato con una croce d'oro, così fortemente impressa che sembrava
attraversarlo da parte a parte. Quelle croci erano d'oro per significare che
tutti gli atti e i movimenti di Geltrude dovevano essere nobilitati dalla virtù
della divina unione: avevano forma di croce perché tutte le macchie che la
fragilità umana le avrebbe fatto contrarre ancora, dovevano essere cancellate
subito in virtù della Passione di Cristo.
All'Elevazione
dell'Ostia, mentre offriva a Dio il suo cuore che stava ormai per lasciare il
mondo, domandò al Signore, per la sua santa Umanità, di rendere pura e liberi
da ogni colpa l'anima sua e per la sua altissima Divinità di ornarla con
tutte le virtù. Infine lo pregò per l'amore che aveva unito la Divinità
suprema, alla sua santissima Umanità, di disporla a ricevere i suoi favori.
Tosto
Gesù parve aprire con le due mani il Cuore suo divino, e applicarlo con
ineffabile amore a quello di Geltrude, che si trovava aperto nello stesso modo
davanti a Lui. La fiamma dell'amore divino, sprigionandosi dalla fornace
ardente del Cuore di Gesù, infiammò talmente quello della Santa, che parve
liquefarsi e scorrere nel Cuore di Dio. Allora, da quei due Cuori, così
felicemente uniti uno all'altro, s'inalzò un albero di meravigliosa bellezza.
Il tronco, era formato da due fusti: uno d'oro, l'altro d'argentó, che si
attorcigliavano mirabilmente come i tralci dì una vite, slanciandosi a grande
altezza. Le foglie di quell'albero brillavano e parevano illuminate dai raggi
del sole: il loro splendore glorificava la meravigliosa, sempre tranquilla
Trinità, procurando delizie ineffabili a tutta la Corte celeste. Disse Gesù:
« Questo albero è spuntato per l'unione della tua con la mia Volontà! ». Il
fusto d'oro Rappresentava la Divinità, quello d'argento, l'anima unita al
Signore.
Mentre
Geltrude pregava per le anime che le si erano raccomandate, quell'albero
produceva frutti speciali, che la fiamma dei divino amore colorava in vermiglio.
Quei frutti s'inchinavano spontaneamente verso coloro per i quali Geltrude
pregava, in modo ch'essi potevano coglierli con divozione e ritrarne grande
vantaggio per l'eterna salvezza.
Geltrude,
sentendosi poi affranta per la debolezza, si distese sul letto, dicendo: «
Signore, ti offro per la tua gloria il riposo che prendo, e ti prego di
gradirlo come se fosse accordato alle membra della tua santissima Umanità ».
Rispose Gesù: « La virtù della mia Divinità cancelli le colpe che la
fragilità umana ti farà commettere in avvenire».
La
Santa chiese poi al Signore se l'avesse chiamata a sè per la malattia che la
faceva allora soffrire. Egli rispose: « Questa malattia ti porrà in luogo a
me più vicino. Un fidanzato, che ha la sua diletta lontana, arde d'amore per
essa: allora per avvicinarla a sè, le manda una numerosa scorta di cavalieri
coi loro servi che portano doni stupendi, e la rallegrano al suono dei tamburi,
delle cetre, facendole corteggio con apparati lussuosi fino al suo arrivo in un
castello vicino al palazzo. Là, il fidanzato va a trovarla lui stesso,
accompagnato dal suo seguito di valletti, signori, baroni e, con tenero amore,
le dona l'anello di fedeltà, come pegno della sua promessa. Ben presto le dà
l'arrivederci, giacchè ella rimarrà in quel castello fino al giorno delle
nozze nel quale la condurrà alfine, con un magnifico corteggio d'onore, alla
dimora reale. E io, poichè sono il tuo Dio e ti amo con amore forte e geloso,
sono con te, e in te realmente soffro tutti i dolori del tuo corpo e del tuo
cuore: i miei Santi mi accompagnano su questo cammino regale, e partecipano alla
tua grande felicità. I liuti, i tamburi, i doni che ti offrono in tale viaggio,
non sono altro che le sofferenze e gli incomodi della malattia: strumenti di musica
armoniosa, essi mi risuonano continuamente all'orecchio, mi piegano a sensi di
pietà ed eccitano l'amore del mio divìn Cuore a colmarti di benefici, per
attirarti e unirti sempre più a me. Quando avrai meritato il posto che ho
prefisso per Te, e le tue forze, ormai sfinite, ti faranno capire che la morte
è vicina, allora, davanti a tutti i Santi, ti darò il bacio soavissimo e
l'anello dello sposalizio cioè il sacramento dell'Estrema Unzione. Esso sarà
un bacio perchè in te diffonderò veramente l'unzione, con la dolcezza del
mio soffio divino; tale unzione penetrerà in modo così intimo l'anima tua, che
nessun pulviscolo di colpa, o di negligenza che potrebbe distogliere da te il
mio sguardo non potrà più sfiorarti. Più tu affretterai il momento dell'Estrema
Unzione e più la tua felicità sarà grande. In tale stato tu sarai a me così
vicina, che quando mi disporrò a condurti nel mio eterno regno, ne sarai
interiormente avvertita, a motivo appunto di tale prossimità, e tutto il tuo
essere trasalirà di allegrezza nell'attesa della mia venuta. Io verrò
raggiante di gioia, e prendendoti nelle mie braccia, ti farò attraversare il
torrente della morte temporale, per condurti, immergerti e assorbirti
nell'oceano della mia Divinità, ove, diventata uno stesso spirito con me,
regnerai nei secoli dei secoli. Sarà appunto allora che, in ricambio delle
dolci armonie che le tue sofferenze mi avevano fatto gustare durante la
malattia, la musica celeste risuonerà al tuo orecchio. Tu dividerai le delizie
che la mia Umanità gode ora, in compenso dei dolori sofferti in terra per la
salvezza degli uomini».
E
Gesù aggiunse: « L'anima che desidera essere confortata in punto di morte
con tali grazie, deve aver cura di rivestirsi ogni giorno di abiti magnifici,
cioè d'imitare le opere della mia santissima vita; deve salire sul carro del
corpo, e lasciarsi guidare in tutto dalla grazia; sforzarsi di soggiogare la
natura e porre nelle mie mani le redini del corsiero, cioè affidarmi la
direttiva della volontà, credendo, con fiducia che la mia bontà saprà
condurla paternamente al vero bene. Non mancherà d'offrire per la mia gloria
tutti i suoi dolori, e io in ricambio, l'ingemmerò di perle preziose e di
vari ornamenti. Se, per l'umana fragilità, riprenderà talora le redini che
m'aveva affidate, per seguire la sua volontà, cercherà di cancellare con la
penitenza tale colpa, rimettendo di nuovo la sua volontà fra le mie mani. Allora
sarà ricevuta dalla destra della mia misericordia, che la guiderà con onore al
regno dell'etema luce».
La
domenica seguente, mentre Geltrude celebrava la gioiosa festa del suo prossimo
transito, che l'avrebbe ammessa alla presenza della SS. Trinità, si mise a
contemplare, in una specie di estasi, i meriti e i gaudi di ciascun ordine
degli Angeli e dei Santi, trovando ineffabili delizie nel considerare i beni di
cui sono colmati, ringraziando a nome loro dall'intimo del cuore. Ella lodò
pure il Signore, per l'onore, grazia e gloria di cui ha arricchito la Vergine
Maria; nè mancò di supplicare la stessa Madre celeste perchè si degnasse,
per amore di Gesù, supplire alla sua indigenza, offrendo per essa al Signore
tutte le virtù della sua anima verginale, che erano state a Lui più gradite.
Allora
la Regina del cielo, spinta da questa supplica, offerse a Gesù la sua castità
verginale, quasi manto di splendente candore; la sua dolce umiltà sotto forma
di una tunica verde; il suo fedelissimo amore, sotto quello di un paludamente
purpureo.
Il
Salvatore rivestì Geltrude di quelle virtù, e tutti i Santi, rapiti di vederla
così meravigliosamente adorna, si alzarono chiedendo a Dio di diffondere su di
lei tutte le grazie che loro stessi avrebbero ricevuto, se si fossero convenientemente
preparati.
Gesù
alla nobile preghiera degli eletti, pose sul petto della sua Sposa una magnifica
collana, adorna di preziosissime gemme: ciascuna di esse pareva assorbire le
grazie che gli eletti non avevano potuto ricevere per difetto di preparazione.
Non bisogna però concludere che una sola persona possa essere arricchita dei
favori che le altre hanno trascurato, ma solo capire come la riconoscenza
prepari un'anima a ricevere, in una certa misura, le grazie di cui altre non
hanno voluto approfittare.
CAPITOLO
XXVIII
CONSOLAZIONE
DATA A GELTRUDE DAL SIGNORE E DAI SANTI
Una volta Geltrude, mentre con raccoglimento pensava alla morte, disse al Signore: « Oh, come sono felici e ben difesi coloro che meritano di essere consolati, nel loro transito, dai Santi! E' una gioia alla quale però non posso aspirare perchè non ho reso omaggi speciali a nessun Santa. Credo persino di non avere neppur desiderato d'ottenere la loro assistenza in morte, ma soltanto la tua, o Gesù, unica delizia dell'anima mia e santificatore di tutti gli eletti! » Rispose Gesù: « Tu non sarai priva dell'assistenza in morte dei Santi, per avermi preferito, com'è giusto a essi; anzi si faranno una gioia di soccorrerti e di circondarti di mille tenerezze. All'ora della morte, quando gli uomini sentono la più grande angoscia, essi ti colmeranno di consolazioni. Quando quell'ora benedetta sarà scoccata, Io stesso mi presenterò si tuoi sguardi, pieno di grazia, d'incanto, di delizie, col fascino della mia Divinità e della mia Umanità ».
Chiese
allora Geltrude: « Quando mai, o fedelissimo Amico, mi condurrai dalla prigione
dell'esilio al riposo della beatitudine? ». Egli rispose: « Quale sposa
regale vorrebbe ascoltare presto le acclamazioni e i voti del popolo suo,
lamentandosi che lo sposo ritarda, quando il suo diletto sa, durante questo
indugio, colmarla delle carezze e dei baci del suo amore? ». « Ma Gesù -
insistette Geltrude - quali delizie puoi trovare in me, che sono il rifiuto
delle creature e come osi paragonarle ai segni di reciproco affetta fra sposo e
sposa? ». Rispose il Salvatore: « Queste delizie le provo dandomi a te nel
S. Sacramento dell'altare, in quell'unione che non esisterà più, dopo la
terrena vita: essa ha per me un incanto infinito, di cui le dimostrazioni
dell'affetto umano, non possono dare la minima idea. Gli amori umani passano
col tempo, ma la dolcezza di questa unione, con la quale mi dò a te nell'Eucarestia,
non può attenuarsi giammai. Al contrario, più si rinnova, più prende di
vigore e di efficacia ».
CAPITOLO
XXIX
FEDELI
PROMESSE DI DIO E PRIVILEGI
Il Signore, come già si è detto, l'animava in vari modi a desiderare la morte. Poco tempo dopo ella fu colpita da una malattia di fegato, che venne dichiarata dai medici inguaribile. Geltrude ne ringraziò, con immenso giubilo, il Signore e gli disse: « O mio Gesù, benchè per me la felicità suprema sarebbe di abbandonare la prigione del corpo per unirmi a Te, pure, te lo dichiaro apertamente, se il voler tuo fosse contrario alle mie brame, vorrei restare quaggiù fino al giorno del giudizio, e vivervi per la tua gloria, in un'estrema miseria».
Le
rispose il Salvatore: « La tua buona volontà ha davanti al mio sguardo lo
stesso effetto, come se fosse stata eseguita a perfezione ». Dicendo quelle
parole il Signore parve sentire tali delizie, e ciascuno dei sensi della sua
Umanità deificata lasciò scorrere un nettare prezioso nel quale i Santi
attingevano gloria, gioia, felicità. Le disse Gesù: «
Nel giorno in cui ti attrarrò a me, le montagne, cioè i Santi, stilleranno
questa dolcezza, perché, per aumentare la tua beatitudine, i cieli spanderanno
miele su tutta la terra. E le colline, cioè gli abitanti terreni, lasceranno
scorrere latte e miele, dopo d'aver ricevuto, per i tuoi meriti, le consolazioni
della grazia ».
Geltrude
accolse con commossa riconoscenza una risposta così amabile. Per accrescere
la sua gratitudine ella medìtò tutte le promesse del genere che lo Sposo
divino le aveva fatto o direttamente, o per mezzo di altri, poi ringraziò Dio
con acceso fervore.
La
divina bontà le aveva promesso, nella sua illimitata ampiezza, che l'amore
avrebbe consumato veramente tutte le sue forze. Difatti nessuna morte doveva
rapirla, se non la nobile potenza dell'amore, che prevalse contro il Figlio di
Dio, separando l'anima sua preziosa dal suo santissimo Corpo.
In
seguito, per una deliberazione della SS. Trinità sempre adorabile, lo Spirito
Santo aveva ricevuto la missione di compiere felicemente in Geltrude, in virtù
delle sue divine operazioni, tutta ciò che doveva realizzarsi in essa, durante
la malattia e all'ora della morte. Doveva cioè agire con lo stesso amore col
quale aveva operato ineffabilmente l'Incarnazione, nel seno della Vergine.
L'amore
si sarebbe fatto inoltre servitore dell'eletta di Dio, e tutte coloro che
l'avrebbero curata nell'ultima malattia, sarebbero state largamente
ricompensate dalla divina liberalità, perché l'amore divino verrebbe, a sua
volta, a servirle nelle stesse circostanze.
Sul
punto di spirare Dio avrebbe accordato a Geltrude tutte quelle grazie che a una
creatura è dato ricevere in quell'ora suprema. Una grande moltitudine di
peccatori farebbe vera penitenza, per un effetto della gratuita bontà di Dio,
e coloro che avrebbero dovuto un giorno pervenire alla grazia, sarebbero stati
allora preparati, in una certa misura. Di più molte anime purganti sarebbero
liberate, e per accrescere la gloria e i meriti di Geltrude, entrerebbero con
essa nel regno celeste, come famiglia della sposa.
La
Verità divina, le aveva fatto ancora altre promesse chiunque pregherebbe per
lei, avrebbe sentito personalmente l'effetto della sua supplica. Lodando poi e
ringraziando Dio dei doni a lei fatti, si sarebbero ottenuti i medesimi favori,
se non subito, almeno a tempo opportuno. E se dopo tali lodi e ringraziamenti,
si fosse domandata una grazia in nome dell'amore col quale Dio l'aveva scelta da
tutta l'eternità, l'aveva dolcemente attirata a sè, se l'era intimamente
unita, aveva gustato in essa le più pure delizie, per consumarla infine
felicemente nel divino amore, si sarebbe stati infallibilmente esauditi, purché
si domandassero cose vantaggiose per la salvezza eterna.
Infine
il Signore aveva giurato, nella verità della sua Passione e sotto il sigillo
della sua preziosissima morte, di ricompensare chiunque pregherebbe
caritatevolmente per lei negli ultimi istanti, o dopo la sua morte, per ottenere
tutte le protezioni e i soccorsi che si possono desiderare per se stessi in
quella circostanza, con l'intenzione di raccomandare al Signore, insieme a
Geltrude, anche coloro per i quali Dio desidera di essere pregato.
E'
bene, prima d'incominciare la preghiera, offrirla al Signore in unione
dell'amore che l'ha fatto discendere dai cielo in terra, per compiere l'opera
della Redenzione. Dopo le preghiera bisogna rinnovare quest'offerta, in unione
all'amore col quale il Signore sofferse crudele morte che presentò al Padre
con tutto il frutto della sua santa Umanità nel giorno dell'Ascensione. In tal
modo si riceverà all'ora della morte tutto quello che sarà stato fatto nel
mondo per l'eletta del Signore, e si godrà come se si fosse soli a domandare
questi favori, con grande divozione.
I. Come il Signore promise a Geltrude di esaudirci.
Noi
saremo giudicati secondo lo stato dell'ultimo momento! La cosa più importante
per noi, è di pregare Dio per fare una buona morte. Siamo però cosi oppressi
dal peso dei nostri peccati, che ci torna difficile essere esauditi; pertanto,
se vogliamo giungere felicemente in porto, dobbiamo supplicare il Signore di
accordarci, per i meriti di Geltrude, una morte più santa di quella che avremmo
potuto ottenere con le nostre sole forze.
Infatti
il Salvatore ha giurato, per i dolori della sua Passione e della sua morte
innocente, che colui il quale si rivolgerà alla Sua Sposa diletta, mentre ella
è ancora in vita, alla sua morte, o nello scorrere dei secoli, sarà esaudito
oltre i suoi stessi desideri.
II. Preghiera per ottenere una buona morte, simile a quella di Geltrude.
O
Gesù, amantissimo Signore, ti saluto, ti lodo in mio nome e in quello di tutte
le creature, perchè hai abbandonato la compagnia degli Angeli per venire a
incarnarti in questa valle di lagrime, in un eccesso d'amore per l'uomo che Tu
avevi creato. Accordami, o dolce Signore, come alla tua Sposa Geltrude un
felice transito dalle miserie della vita, alle gioie dell'eternità; la tua
gratuita bontà estenda poi questa somma grazia, a tutti coloro che prediligi
con amore speciale. Ti prego, per la tua Santa Circoncisione, di lavare tutti i
miei peccati nel Sangue vermiglio che scorse dal tuo delicatissimo Corpo; Ti
supplico per la santa tua vita e opere perfettissime, di perdonare le mie
negligenze e tutto quanto ho fatto, opponendomi alla tua santa Volontà.
Adornami con l'abbondanza delle tue virtù, liberami, per la straziante tua
agonia nell'orto, da tutte le angosce. Ti prego, per il giudizio falso e
iniquo di Pilato, di giudicarmi secondo la tua infinita misericordia, e non
secondo la mia fragilità. Ti supplico per la flagellazione e la coronazione di
spine di perdonarmi il mio orgoglio e la mia presunzione. Ti prego per il peso
opprimente della Croce e per tutte le tue sofferenze, di rendermi partecipe
dei tesori della tua Passione, per supplire alle mie trascuratezze nell'osservanza
della S. Regola. La tua santa morte mi ottenga tramonto sereno e cristiano; fa
che, dopo una sincera Confessione, possa ricevere il Sacramento dell'Estrema
Unzione. Il santissimo tuo Corpo sia l'ultimo mio cibo, e il viatico per passare
da questa vita al cielo. Purificami nel tuo prezioso Sangue, da tutti i miei
peccati e l'anima mia mi sfugga dalle labbra, così pura, chiara, incontaminata
come uscì dalle mani di Dio. Te ne scongiuro, per la tua morte, cancella in me
ogni macchia e togli tutto quanto ha potuto dispiacerti. Gli abitanti del
cielo e della terra, a Te si uniscano, o caro Gesù, per pagare al Padre celeste
il debito della sofferenza e della penitenza che io non avessi ancora
saldato.
Guardami
con bontà, e tutti gli Angeli, i Santi, gli eletti mi mirino pietosamente
nell'ora del trapasso.
Proteggimi
da ogni avversità, perché sia subito introdotta nell'eterna gloria.
Ricordati, o Padre celeste, che il tuo Figlio unico ti ha offerto, nel giorno
dell'Ascensione, sofferenze, virtù, meriti in misura sovrabbondante, non solo
per pagare i debiti della mia anima, ma di tutto il mondo e di mille mondi. Abbi
dunque pietà di me e dammi la tua ricchezza in cambio della mia povertà. Se
avessi ancora, qualche debito, dì al tuo Figlio di pagarlo, perchè possiede
tutto abbondantemente e dà volentieri ogni cosa, giacchè per noi ha sofferto
ed è morto.
III. Chi ringrazia Dio per i cinque motivi seguenti, otterrà quello che Gesù ha promesso con giuramento di dare a Geltrude.
O
felicissima Sposa di Gesù Cristo, S. Geltrude, io ringrazio con tutto il
cuore il tuo divino Sposo per i beni di cui ti ha colmata.
Grazie,
o Gesù, che l'hai eternamente predestinata a' tuoi favori!
Grazie,
o Gesù, di averla attirata amorosamente a Te! Grazie, o Gesù, d'aver unito il
tuo Cuore ai suo cuore!
Grazie,
o Gesù, d'esserti preparato nel suo cuore una gradita dimora!
Grazie,
o Gesù, d'aver consumato l'opera della sua santificazione e d'averla
degnamente coronata in cielo!
O
eletta Sposa di Gesù, S. Geltrude, mi rallegro con Te per tanti doni e ti prego
d'accordarmi, in virtù della tua promessa, le grazie che più mi stanno a cuore
e la gioia immensa di raggiungerti in cielo con tutti i miei cari.
CAPITOLO
XXX
DOLCE
RIPOSO
Più tardi il Signore apparve a Geltrude come Colui la cui bellezza sorpassa infinitamente la bellezza dei figli degli uomini. Pareva accoglierla con tenerezza fra le sue braccia e prepararle un nido di riposo sul lato destro presso il suo divin Cuore, sorgente di ogni beatitudine. Vi poneva, quasi letto di riposo, i crudeli dolori del suo santissimo Corpo, sofferti sulla Croce per la salvezza del mondo e l'anima doveva trovarvi la sua eterna salvezza. Poneva sotto il capo, a modo di guanciale, lo strazio provato sulla Croce a causa dell'inutilità della sua Passione, per un gran numero di anime. I candidissimi lenzuoli erano l'estrema desolazione a cui fu ridotto quando Egli, l'Amico più fedele, si vide abbandonato da tutti gli amici, arrestato crudelmente come un ladro, legato senza pietà, condotto a morte ed insultato, beffeggiato, oltraggiato dai suoi nemici. Il Signore la coperse infine di tutti i frutti della sua morte preziosa, perchè fosse santificata, secondo il disegno della divina bontà.
Mentre
Geltrude riposava dolcemente sul lato destro dei Figlio di Dio, rivolta verso il
suo amantissimo Cuore, ella vide quel Cuore divino, sorgente di ogni bene,
distendersi davanti a lei come un giardino celeste, ove sbocciava il grazioso
sorriso di tutte le spirituali bellezze. L'alito che sfuggiva dalle labbra
della santa Umanità di Gesù vi faceva germinare un'erba verdeggiante, mentre
i pensieri del suo santissimo Cuore, sotto la forma di rose, di gigli, di violette
e d'altri fiori magnifici, vi diffondevano delicati profumi.
Le
virtù del Signore parevano una vigna feconda, la vigna d'Engaddi i cui frutti
sono squisitamente dolci. Ora gli alberi delle virtù divine e le vigne delle
amabili parole, stendevano intorno all'anima di Geltrude i rami per colmarla
di delizie. Gesù nutriva quell'anima cara coi frutti di quegli alberi e la
dissetava coi vino della vite. Tre ruscelli di limpidissima acqua sembravano
zampillare dal centro del divin Cuore, ma lungo il loro corso meraviglioso,
mescolavano le loro acque. Le disse il Signore: « All'ora della morte berrai
di quest'acqua e l'anima tua vi attingerà una perfezione così compiuta che
non ti sarà più possibile vivere nella prigione del corpo; intanto contempla
questi ruscelli con delizia, per accrescere i tuoi meriti eterni».
Avendo
Geltrude chiesto al Padre di mirarla attraverso l'innocentissima Umanità di Gesù,
che fu pura, illibata, adorna di virtù per l'unione con l'eccellentissima
Divinità, meritò di sentire gli effetti di tale preghiera. Ella chiese ancora:
« Dammi, o Padre amantissimo, la dolce benedizione della tua tenerezza ». E il
Signore, stendendo la Mano onnipotente, tracciò su di lei il segno della
Croce. Tale benedizione, colma di grazie, parve formare al di sopra del suo
letto una tenda dorata, ove erano sospesi tamburelli, lire, cetre ed altri
strumenti di musica, tutti in finissimo oro essi simboleggiavano i frutti
inestimabili della Passione santissima di Gesù e procuravano a quella eletta
godimenti nuovi, variati, ineffabili.
Mentr'ella
riposava fra tante delizie, non era più una malata trattenuta sul letto del
dolore, ma una Sposa diletta che gustava le gioie delle nozze, o meglio,
un'anima assetata di Dio che, dopo d'aver ricevuto la fecondità di Lia,
beveva avidamente la dolcezza degli amplessi, così a lungo desiderati da
Rachele. Dolcemente accarezzata dal soffio della divina misericordia, ella
ricordava la lunga sterilità degli sforzi passati; quel ricordo non solo era
senza amarezza, ma giocondo per f beni di cui il Signore la colmava. L'abbondanza
dei pingui pascoli, ove Gesù l'aveva posta, le permetteva di riparare le
passate negligenze e d'aumentare la perfezione, il pegno, la bellezza delle sue
opere.
Perciò
ella riunì alcune preghierine, altre ne compose più ferventi ancora, e volle
dirle ordinatamente in nome delle membra del suo corpo, per riparare le
negligenze ch'ella credeva d'aver avuto nella recita delle Ore canoniche, nell'Ufficio
della Beata Vergine e dei defunti. Volle pure riparare l'imperfezione delle
sue virtù, perchè le parve di non aver praticato abbastanza l'amore di Dio e
del prossimo, l'umiltà, l'obbedienza, la castità, la concordia, la riconoscenza,
l'unione alle gioie e alle pene del prossimo. Credeva pure di dover riparare per
le opere di pietà nelle quali le sembrava di essere stata trascurata e
specialmente nella lode divina, nello spirito di riconoscenza, nella correzione.
della vita e nella meditazione; ella estendeva la, sua intenzione riparatrice
alla Chiesa universale.
Geltrude
non s'accontentava di recitare, per tali scopi una preghiera sodisfatoria, ma vi
aggiunse duecentoventicinque brevi aspirazioni, in nome di tutte le membra del
suo corpo, e un Pater con un'Ave dopo ciascuna di esse. Tutte quelle preghiere
erano così soavi che, non solo, portavano i cuori a divozione, ma attraevano
col loro incanto il Cuore di Dio, Re e Sposo di eterne delizie.
In
seguito Geltrude si sforzò di pagare tutti i debiti, secondo le promesse che
Gesù, Verità infallibile le aveva fatto. La sua confidenza era invincibile,
pure ella non dimenticava mai la sua miseria e, con le suddette preghiere,
s'applicava a rendersi meno indegna dei favori ch'ella sperava fermamente di
ricevere dalla liberalità di Dio.
Infine
Geltrude rilesse, punto per punto la S. Regola, accompagnando ciascuna parola da
suppliche ferventi e da profondi sospiri, che supplivano alle sue negligenze, e
nobilitavano tutti i suoi atti.
Dopo
quei ferventi esercizi, ella concentrò le sue forze fisiche e morali a cose più
elevate; ridisse migliaia di volte i versetti che meglio esprimevano l'ardente
fervore delle sue brame, per attrarre fino nelle profondità dell'anima Colui
che la faceva languire d'amore. Inalzò poi la sua intenzione per quanto le fu
possibile, unendosi all'amore e alla gratitudine che le Persone della SS.
Trinità si tributano fra loro, facendosi con ciò l'interprete dell'intera
creazione.
In
seguito ella ridisse ancora, con confidenza, questo versetto che le ritornava
continuamente alla memoria: « Desiderate millies! ». E aggiungeva: « Veni
jestinans propere - Vieni affrettati! ». « Sitivit anima mea (Sal. XLI). La
mia anima è assetata ». « Tuus pi aevalens amor - Il tuo amore prevale » con
la preghiera: « O Padre amantissimo ti offro la santa vita ecc. (Vedi Libro II,
cap. XXIII: ma là comincia con queste parole: « Tutta penetrata ancora da quel
ricordo ecc.). Questa preghiera le era stata ispirata da Dio stesso e gli
effetti meravigliosi della medesima, dovevano applicarsi anche a tutti coloro
che l'avessero recitata con fede e divozione. Geltrude praticò questo
esercizio durante tutta la malattia, senza che l'estremo esaurimento delle
forze glielo impedissero. Ogni giorno, fedelmente, offriva riparazioni per i
peccati commessi con le membra, del suo corpo, a meno che l'amore non la
portasse ad atti più sublimi.
Nell'abbondanza
delle delizie, di cui il suo spirito così spesso si nutriva, ella si effondeva
in preghiere ed esortazioni così dolci, con le persone che la visitavano, che
tutti facevano a gara di servirla, onde gustare i suoi amabili colloqui. Pu
appunto questo motivo che indusse molti a pregare Dio perchè prolungasse
un'esistenza così preziosa; è fuori di dubbio che Dio, il quale ascolta sempre
le preghiere degli umili, le abbia, conservato la vita per accrescere i suoi
meriti e per favorire la carità delle Monache.
Ecco
i passi dell'inno più sopra citato Desiderate millies
Mi
Jesu, quando venies? Me laetum quando facies? De
Te- quando me saties? Veni, Veni, Rex optime, Pater immensa¢ gloria¢: Efulge
clare laettus: Jam expectamus saepius. Ut mala nostra superes Ut mala nostra
supereos Partendo et voti compotes Nos tuo vultu saties.
E
tu, mille volte desiderato, O mio Gesù, quando vieni? Quando mi farai felice?
Quando potrò in Te saziarmi? Vieni, Vieni o Re dei re, Padre della gloria
infinita: Portami la gioia e la luce Che attendo da tanto tempo. Il tenero tuo
amore ti spinga a trionfare della nostra malizia: Perdonaci, esaudisci i nostri
voti, e saziaci nella vista del tuo Volto.
CAPITOLO
XXXI
SODDISFAZIONI
OFFERTE ALLA MADONNA
Geltrude si sforzava abitualmente, come già accennammo, di riparare, con preghiere speciali, le negligenze commesse nel culto verso la gran Madre di Dio. Con questo spirito ella chiese un giorno a Gesù di offrire Lui stesso alla celeste Regina, le sue ammende onorevoli. Subito il Re di gloria si levò e offerse il suo divin Cuore alla Vergine Maria, dicendole: « Ecco, o Madre amantissima, il mio Cuore colmo di beatitudine; in esso ti presento quell'amore divino col quale, da tutta l'eternità, ti ho creata, santificata, scelta per Madre, con tenerezza speciale, a preferenza di ogni altra creatura, Ti offro inoltre quel dolce affetto che ti ho mostrato in terra quando, piccolo bimbo, mi riscaldavi e mi nutrivi sul tuo materno seno. Ricevi l'amore filiale che ti ho dimostrato durante il corso di tutta la vita, mantenendomi sempre a te sottomesso, quantunque fossi il Sovrano del cielo. Tale amore te lo dimostrai soprattutto nell'ora della morte, quando, nell'oblio dei miei atroci spasimi, compatii all'immenso tuo dolore e ti diedi, in vece mia, un altro figlio, perchè, prendesse cura di te. Gradisci pure il sentimento d'ineffabile amore, col quale, nel giorno della tua gioconda Assunzione, ti elevai al di sopra di tutti i cori degli Angeli e dei Santi, stabilendoti Regina del cielo e della terra. Ti offro tutti questi favori rinnovati e raddoppiati, in riparazione delle negligenze che quest'anima, a me diletta, commise al tuo servizio, affinchè nell'ora del suo trapasso tu le vada incontro e la riceva fra le tue braccia come mia fedele Sposa». La Vergine amorosissima ricevette con gioia quell'offerta, e si disse pronta a fare quanto da lei si richiedeva. Perciò aggiunse: « O Figlio mio diletto, accordami questa grazia quando andrò incontro nell'ora estrema, a questa tua degna Sposa: fa sì che tutte le grazie di cui mi hai ricolmata, diffondano su di essa una soavità divina più fragrante del balsamo, comunicandole le delizie della beatitudine eterna ».
Geltrude,
rapita alla considerazione della divina bontà, disse al Signore: «O Dio
infinitamente buono, poichè la tua tenerezza ha nobilitato i deboli sforzi del
mio amore, quanto sono dolente di non averti offerto, con la stessa divozione,
il supplemento destinato a coprire le mie trascuratezze nella recita
dell'Ufficio e nella pratica del culto a Te dovuto!».
Le
rispose amabilmente il dolce Gesù: « Non inquietarti, mia diletta; ho
accettato tutte le tue opere in unione all'amore che ti ha dato la grazia di
compierle, quando, da tutta l'eternità, esse erano già nobilitate e dolcemente
preparate nel mio divin Cuore. Vi ho aggiunto la divozione e il fervore che i
cuori degli uomini hanno sentito, sotto la mia dolce influenza; avendole così
perfettamente santificate, le ho offerte a Dio Padre, come riparazione ed
olocausto graditissimo. Pienamente soddisfatto, Egli si è chinato su te, con
divina, paterna tenerezza».
CAPITOLO
XXXII
COME
LE VENNE ANNUNCIATA L'ORA DELLA MORTE
In questo periodo di preparazione al grande trapasso, S. Geltrude aveva preso l'abitudine di ritirarsi ogni venerdì da qualsiasi occupazione esteriore, allegando che aveva bisogno di riposo per non essere disturbata da nessuno. Allora rivolgeva le sue potenze a Dio solo con acceso fervore, e compiva per se medesima tutto quanto si usa fare con le persone che sono in agonia, oltrepassando con infuocato ardore e sante meditazioni, i limiti degli usuali preparamenti alla morte.
Geltrude
praticava da tempo questo esercizio, con grande divozione, quando un venerdì,
dopo di essersi raccolta, si trovò in dolce riposo di spirito, durante il quale
il Signore infinitamente buono, che aggiunge spesso grazia a grazia, le mostrò
in una specie di estasi, le felici circostanze che avrebbero accompagnato la sua
morte.
Le
sembrava di riposare, durante l'agonia, sul seno dei Signore, appoggiata al suo
sacratissimo Cuore, come una giovinetta bellissima ed ammirabilmente adorna.
Una moltitudine infinita di Angeli e di Santi giunsero giubilanti, portando
ciascuno un incensiere che conteneva le preghiere della Chiesa universale,
elevandone il profumo all'onore dello Sposo divino e a vantaggio di Geltrude.
Mentre questa invocava la Madonna con l'antifona: « Salve Maria, ut te simus
similiter - Salve, Maria, facci simili a Te», il Signore chiamò la sua dolce
Madre perchè si preparasse a venire a consolare la sua eletta. La Regina delle
vergini, sfolgorante di nuova bellezza, s'inchinò e con le sue delicatissima
Mani, sostenne teneramente il capo della malata. L'Angelo Custode era
anch'egli presente: pareva uno dei principi più eminenti della Corte celeste e
si rallegrava della felicità dell'anima che le era stata affidata, S. Michele
Arcangelo, essendo stato invocato da Geltrude, si presentò a lei con una
moltitudine di Angeli: Egli offerse i suoi servigi e si preparò a difenderla
dalle insidie dei demoni che si trovavano là in un angolo della camera, sotto
forma di rospi e di serpenti. Erano però in uno stato di assoluta impotenza,
tanto che non potevano neppure alzare la testa, o fare il minimo sforzo contro
l'anima di Geltrude, senza ricadere tosto, vinti e sconcertati dalla gloria di
una sì alta maestà; la malata, a tale vista, provò grande consolazione.
Allora il fervente amore che bruciava il cuore di Geltrude parve effondersi
dalle sue labbra, sotto il simbolo di una colonna di fuoco, che salì fino al
trono della divina Maestà; Le virtù di quella colonna ardente era tale, che la
malata non ebbe più bisogno del soccorso angelico, perchè i demoni,
terrorizzati e confusi dalla forza: della divozione che esalava dalle sue
labbra, fuggivano disperatamente, cercando di nascondersi.
Avendo
poi Geltrude invocato tutti i Santi, come, la Chiesa usa fare coi moribondi,
essi vennero con riverenza grande ad offrirle i loro servigi. I Patriarchi
portavano rami verdeggianti, carichi dei frutti delle loro buone opere e li
deponevano intorno alla malata. I Profeti presentavano, sotto forma di specchi
d'oro, il dono delle rivelazioni divine che avevano ricevuto; essi li
sospendevano si rami di cui abbiamo più sopra parlato, davanti a Geltrude, che
ne gustava ineffabili delizie. In seguito venne Giovanni, apostolo, ed
evangelista, il discepolo prediletto che Gesù aveva circondato di tenerezza
speciale, al quale come pegno d'amore, aveva affidato la Madre sua; Egli mise
con tenerezza due anelli d'oro all'anulare di Geltrude. Lo seguirono gli
Apostoli che passarono nelle altre dita della malata un cerchietto d'oro,
simbolo della fedeltà con cui avevano servito il Signore quando erano in terra.
Dopo
di essi í santi Martiri ornarono l'anima di Geltrude di palme d'oro, sulle
quali brillavano le sofferenze che avevano patito in terra, per amore di Dio. I
santi Confessori le portarono fiori d'oro bellissimi, per significare la
volontà perfetta che avevano avuto di servire Dio, secondo la loro possibilità.
Le sante Vergini offrirono magnifiche rose, munite di piccoli arpioni d'oro per
rappresentare il privilegio della verginità che avvicina e unisce a Dio, col
vincolo dolcissimo di un'intima familiarità.
Gesù,
Re e Sposo della verginità senza macchia, aveva sulle vesti fiori identici, in
numero uguale a quello delle sante Vergini, che avevano partecipato a Geltrude i
loro meriti. Quando poi le Vergini in virtù del privilegio della loro
innocenza, s'avvicinarono allo Sposo divino, gli arpioni d'oro rappresentanti le
virtù particolari di ciascuna di esse, si adattarono perfettamente al fiori che
adornavano gli abiti del Signore; da tale avvicinamento le Vergini ritrassero
una dolcezza speciale, emanante dalla divinità.
Appena
Geltrude fu adorna dei fiori delle Vergini, Gesù si chinò su di lei, ed ella
stette a Lui unita con fermagli d'oro che le fecero comprendere le soavi
accondiscendenze della Bontà divina. Ella compreso allora quanto sia efficace
la protezione delle Vergini e come sia grande il favore che possono procurarci
quando si degnano interessarsi benevolmente delle anime.
Le
sante Vedove e tutti gli altri Santi le offrirono il frutto delle loro buone
opere; sotto la forma di cassettine d'oro. In questi regali dei Santi, l'anima
contemplava con gioia tutto il bene con cui ciascuno aveva meritato di piacere a
Dio e tale bene si rifletteva in essa, dandole immensa gioia.
Í
santi Innocenti, nonostante i pochi meriti che sembra abbiano avuto
personalmente, non vollero privarla del loro favore; per dare gloria a Dio, che
li aveva riscattati col suo Sangue e loro dato il cielo per gratuita bontà,
rivestirono Geltrude con lo spendore purissimo della loro innocenza, splendore
ammirabilmente accresciuto, per l'unione all'innocenza ineffabile di Gesù
Cristo.
Infine il Figlio dell'Altissimo, il Re di gloria, s'inchinò con tenerezza infinita per abbracciare la Sposa che riposava deliziosamente sul suo Cuore. Come il sole nel suo pieno calore assorbe e volatizza la gocciolina di rugiada, così il Figlio di Dio con la sua virtù divina, attrasse quell'anima fortunata, adorna di tutto il bene che i Santi le avevano offerto. Il ferro immerso nei fuoco si arroventa e pare trasformarsi in fuoco, così il Signore, investendola. e penetrandola interamente, la rese simile a Lui.
CAPITOLO
XXXIII
RACCOMANDAZIONE
DI QUESTO LIBRO
Quando
questo libro fu terminato Gesù apparve a Geltrude. Teneva il libro stretto al
Cuore e disse: «Stringo il mio libro al seno, perchè tutte le parole che
contiene siano penetrate, fino al midollo dalla dolcezza della Divinità, come
un boccone di pane fresco è penetrato dall'idromele. Chi leggerà questo libro
con divozione, ne ritrarrà frutti di eterna salvezza »:
Geltrude
chiese allora al Signore la grazia di preservare quell'opera a suo onore e
gloria da qualsiasi errore. Gesù, stendendo la mano, tracciò sul libro il
segno della Croce e disse: « Come nella S. Messa opero la transustanziazione
del pane e del vino nel mio Corpo e Sangue per la salvezza degli uomini, così
santifico, in questo momento, con la mia celeste benedizione, tutto quello che
è scritto in questo volume, perché tutti coloro che lo leggono vi trovino la
salvezza ». E aggiunse: « La persona che ha scritto il mio libro ha fatto
opera a me così gradita, come se mi avesse circondato di tanti flaconi di
profumo quante sono le lettere ivi tracciate. Tre cose mi piacciono
specialmente nel libro. Vi gusto la dolcezza inesprimibile del divino amore,
sorgente unica di tutto quanto contiene; vi respiro il gradito profumo che
diffonde la buona volontà della persona che l'ha scritto, infine mi rallegro di
vedervi riflessi, quasi ad ogni pagina, gli effetti della mia infinita bontà.
Come il mio amore ti ha ispirato quanto vi è scritto, così lo stesso amore le
ha impresse nella memoria di colei alla quale tu le hai raccontate. Ella le ha
raccolte, disposte, scritte secondo i miei desideri. Voglio che il mio libro
abbia per copertina la mia santissima vita e per ornamento i gioielli
rosseggianti delle mie cinque Piaghe. La mia bontà divina lo suggellerà coi
sette sigilli dei doni dello Spirito Santo, in modo che nessuno possa giammai
strapparlo dalle mie mani ».
CAPITOLO
XXXIV
COME
IL SIGNORE ACCETTO' L'OFFERTA DI QUESTO LIBRO
La Monaca che aveva redatto questo libro pensò di offrirlo a Dio in lode eterna e nascondendolo in una manica a insaputa di tutti, andò a comunicarsi per poi presentarlo a Gesù. Mentre stava inginocchiata alla balaustra, divotamente china, Geltrude vide il Signore lanciarsi verso di lei nell'impeto di un amore infinito, circondarla col braccio e dirle con effusione: « Io penetrerò con la dolcezza del mio divino amore e renderò feconde tutte le parole del libro che mi è offerto, perchè è stato scritto, in verità, sotto l'influsso del mio spirito. Chiunque, con umile cuore, verrà a me e vorrà leggere queste pagine con desiderio del mio amore, lo prenderò a me vicino e segnerò a dito i passaggi che gli torneranno utili. Inoltre m'inchinerò su lui con bontà grande, e come l'alito di colui che ha gustato cibi profumati si diffonde su coloro che l'avvicinano, tosi il soffio della mia Divinità, opererà nell'anima sua effetti salutari. Ma colui che, spinto da vana curiosità, vorrà scrutare o falsare il senso del libro, lo tratterò come un insolente che oserebbe chinarsi per leggere al di sopra delle mie spalle: non sopporterò nè il suo peso fastidioso, nè la sua presenza, ma lo confonderò con la mia forza divina ».
CAPITOLO
XXXV
OFFERTA
DEL LIBRO
O Cristo Gesù, Luce che sei la sorgente delle luci eterne, ti offro in questo libro, il nettare prezioso della tua bontà infinita, che la dolcezza efficace della tua imperscrutabile Divinità ha fatto scaturire dalle profonde sorgenti del tuo Cuore, ricco d'amore, perché inaffi, fecondi, beatifichi, attiri e unisca inseparabilmente a Te il cuore e l'anima della tua eletta.
Te
l'offro con l'amore dell'universo intero, unendomi a quella suprema carità per
la quale, o Figlio del Padre eterno, hai fatto risalire, con una perfetta
riconoscenza verso la sorgente della sua origine, i flutti della Divinità che
si erano diffusi nella tua Umanità deificata. Ti prego col desiderio e
l'affetto di tutte le creature d'attrarre a Te questo libro con l'amore del
tuo soavissimo Spirito. Ricevi da esso il tributo di quella lode eterna,
immensa, immutabile di cui la tua imperscrutabile Sapienza sa sola le armonie
che esistono, con la Onnipotenza suprema di Dio Padre, e con l'ineffabile
Benevolenza dello Spirito Paracleto.
Te
l'offro come adeguato ringraziamento per tutta la felicità che tu hai data, dai
e darai, in avvenire a coloro che leggeranno queste pagine e che, secondo la tua
promessa, vi attingeranno consolazione, ispirazione, istruzione, e anche a
coloro che vi raccoglierebbero tutti questi beni, se la tua bontà, o mio Dio,
vedesse in essi qualche disposizione a riceverli.
Te
l'offro come una degna sodisfazione per tutte le colpe che la meschinità della
mia intelligenza, il mio scarso zelo, la mia inesperienza mi hanno fatto
commettere in quest'esposizione così imperfetta dei tesori nascosti che mi
hai affidati, perchè li rivelassi per il bene del prossimo.
Te
l'offro, in espiazione degli oltraggi e dei disprezzi che, per fragilità umana,
o per istigazione diabolica si riverseranno (la tua Misericordia ce ne
preservi), sulla tua bontà infinita, che si mostra così chiaramente in queste
pagine, facendosi gustare con tanta dolcezza.
Te
l'offro per ottenere tutte le grazie che l'amore e la gratitudine del tuo Cuore
divino, intendono accordare a coloro che desiderosi del tuo amore, leggeranno
questo libro con umile divozione e tenera riconoscenza, sforzandosi di praticare
gli insegnamenti che racchiude, in ossequio a quel Dio, da cui emanano tutti i
beni.
Vedendo
che la tua bontà infinita, o Dio del mio cuore, si è degnata scegliermi per
far conoscere grazie così sublimi, pur essendo un vile atomo, o meglio la
spazzatura del mondo, e considerando pure che, nella mia miseria, nulla posso
darti in compenso, ti offro il tuo dolcissimo Cuore, dono infinitamente
preziosa, con tutta la ricchezza che racchiude, la divina gratitudine e la
suprema perfezione che l'informa.
CAPITOLO
XXXVI
CONCLUSIONE
DEL LIBRO
Questo libro è stato scritto a lode e gloria di Dio, che vuol salvare tutti gli uomini. Per abbreviarlo abbiamo omesso un gran numero di particolarità. Tuttavia è stato composto con soccorsi così evidenti e miracolosi della divina misericordia, che basterebbero da soli a far capire il frutto che ne aspetta per le anime Colui che ci previene e ci colma dei doni migliori.
La
corrente delle divine effusioni non si è esaurita dirigendosi verso Geltrude,
ma distribuendo la grazia che ci conveniva, ha condotto la sua eletta, sotto
forma di diverse immagini che le furono presentate, come su di una scala d'oro,
fino alle misteriose sorgenti della divina Sapienza; sorgenti eccellentissime,
purissime ove Ella ha attinto luci che nessuna immagine sensibile potrebbe
trasmettere alle intelligenze, che nulla hanno provato di somigliante.
Che
la bontà infinita di Dio faccia fruttificare, a salvezza delle anime, le grazie
che questo libro racchiude. Possano esse produrne frutti al centuplo, e meritare
d'essere scritte nel libro della vita.
Infine
possano i principianti, troppo deboli per navigare nell'oceano del divino amore,
servirsi di queste pagine come di veicoli che li aiuti a camminare verso Dio.
La
vista delle grazie accordate ad altre anime le conduca, come per mano alla
lettura, alla meditazione, alla contemplazione, affinchè comincino a gustare
quanto è dolce il Signore, com'è felice l'uomo che spera in Lui e getta nel
suo Cuore ogni pena, preoccupazione, o difficoltà.
Si
degni, nella sua bontà accordarci questa grazia Colui che, essendo Dio, vive e
regna nella Trinità perfetta nei secoli dei secoli. Amen.