L'ARALDO DEL DIVINO AMORE

RIVELAZIONI DI S. GELTRUDE

INDICE

Prefazione di Lanspergio

Prologo

I - Glorioso trapasso di Geltrude di Hackeborn, seconda Abbadessa del Monastero e sorella di Santa Ma­tilde

II - L'anima di E. paragonata dal Si­gnore a un bel giglio

III - Si parla dell'anima di una giovi­netta devota alla SS. Vergine

IV - Felice morte di S. Matilde, cantrice del Monastero

V - Si parla dell'anima delle sorelle M. ed E.

VI - L'anima di S. appare assisa in seno a Dio

VII - Lieto trapasso di M. di santa me­moria

VIII - Si narra dell'anima di M. B. che venne soccorsa dai suffragi dei suoi amici

IX - Si parla delle anime di G. e di S. che il Signore colmò delle sue grazie

X - Si parla di S. che morì tutta fer­vente di divino ardore

XI - Dell'anima del fratello S. converso, che dopo la morte fu premiato per la sua bontà

XII - Si parla dell'anima dei fratello H. che fu ricompensata per la sua fedeltà

XIII - Si parla dell'anima del fratello Giovanni ricompensato per i suoi lavori assidui

XIV - Si parla del fratello Thè che fu tan­to riconoscente per i benefici ri­cevuti

XV - Si parla dell'anima del fratello F. che ebbe vantaggio grande da una fervente preghiera

XVI - Si parla di un'anima che venne sol­levata per i suffragi della Chiesa e dalle preghiere di Geltrude

XVII - Liberazione di alcuni parenti della Comunità

XVIII - Dell'effetto del Grande Salterio

XIX - Si narra di un'anima soccorsa per la recita del Salterio

SPIEGAZIONE DEL GRANDE SALTERIO E DELLE SETTE MESSE GREGORIANE

XX - Come si accresce il merito offerto

XXI - Merito della buona volontà

XXII - Punizioni ai disobbedienti e ai mor­moratori

XXIII - Desiderio della morte che il Signo­re eccitava in Geltrude

XXIV - Preparazione per l'eterna dipartita

XXV - La freccia d'amore

XXVI - Con quale fedeltà Dio custodisce le preparazioni di un'anima alla morte

XXVII - Apparecchio alla morte

XXVIII - Consolazione data a Geltrude dal Signore e dai Santi

XXIX - Fedeli promesse di Dio e privilegi

XXX - Dolce riposo

XXXI - Soddisfazioni offerte alla Madonna

XXVII - Come le venne annunciata l'ora del­la morte

XXXIII - Raccomandazione di questo libro

XXXIV - Come il Signore accettò l'offerta di questo libro

XXXV - Offerta del libro

XXVVI - Conclusione del libro

Imprimi potest

Mediolani 15 Novembris 1953 Can. J. Buttafava C. E.

IMPRIMATUR

Ex Curia Archiep. Mediolan. Can. I. Schiavini - Vic. Gen.

Traduzione autorizzata a cura di una Romita Ambrosiana del Sacro Monte di Varese - 1965

NEGLI SPLENDORI E NELLE GRANDEZZE DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II RITORNI FRA NOI LA DOLCISSIMA FIGURA DELLA GRANDE MISTICA BENEDETTINA S. GELTRUDE ED AFFRETTI IL TRIONFO DELL'UNITA', DELLA PACE DEL CULTO LITURGICO NEL MONDO INTERO

 

LIBRO QUINTO

PREFAZIONE DI LANSPERGIO

Questo quinto libro fornisce salutari rivelazioni che c'in­segnano come bisogna prepararsi alla morte, accoglierla con gioia e rassegnazione, implorando l'aiuto di Dio e dei Santi. Si vede anche come l'equa censura della divina giustizia ren­da a ciascuno, dopo la morte, secondo le opere compiute, quantunque la misericordia di Dio abbia preparato, per quelli che muoiono nella carità, un aiuto potente nelle preghiere e nelle buone opere dei viventi.

In questo libro sono riportate alcune pratiche di devo­zione utilissime ai defunti, i quali sono soprattutto suffra­gati dalle offerte attinte nel tesoro infinito dei meriti di Gesù Cristo. E' una glorificazione meravigliosa della misericordia di Dio, della ineffabile dolcezza della sua bontà che concede a tutti gl'infelici peccatori un rimedio, col quale possono, se vogliono, liberare se stessi e gli altri dalle colpe e dalle pene dovute al peccato.

 

PROLOGO:

Siccome il Signore rivela talvolta, per il bene dei meriti dei defunti, per eccitarci coi loro esempi a re­spingere gli ostacoli ed ottenere le eterne ricompense; così ci e parso opportuno raccogliere in questo ultimo libro quanto il Signore volle rivelare a Geltrude, riguardo a parecchie anime. Si parla dapprima dell'affabile, gloriosa, venerabile Abbadessa Geltrude di Hackeborn della quale si è stimolati ad ammirare la vita, quantunque difficile ad imitarla; e spinti a ringraziare il buon Dio che volle colmarla di doni tanto eccelsi.

 

CAPITOLO I

GLORIOSO TRAPASSO DI GELTRUDE DI HACKEBORN, SECONDA ABBADESSA DEL MONASTERO E SORELLA DI S. MATILDE

Geltrude di Hackeborn fu veramente grande, piena di Spirito Santo e degna di tutta la nostra filiale tenerezza. Bi­sogna renderle lode e onore perchè durante quaranta anni e undici giorni, ella esercitò la carica abbaziale con saggezza, prudenza, soavità e discrezione ammirabile, a la gloria di Dio ed a bene delle anime.

Aveva ardente amore per Dio, tenerezza e sollecitudine incomparabile per il prossimo, disprezzo profondo per se stessa.

La sua umiltà la portava a visitare gli ammalati, a soc­correrli, a servirli colle sue mani: li consolava, si sforzava di farli riposare e voleva sollevarli in tutti i loro bisogni, cosa che faceva spendendosi completamente, fino a quando la tenerezza delle sue figlie, non subentrava a porre un limite alla sua dedizione d'amore. Spesso era la prima nei lavori più pesanti, si faceva un onore di scopare il chiostro, rior­dinare la casa, e talora si affaticava da sola, fino a quando il suo esempio e le sue dolci parole trascinavano amabilmen­te le Suore a venirle in aiuto.

La sua esimia virtù aveva irradiato splendori durante tutta la vita: rosa di meravigliosa freschezza, era la com­piacenza di Dio e degli uomini. Dopo quaranta anni e un­dici giorni di fecondo Superiorato, fu colpita, da una ma­lattia, chiamata piccola apoplessia.

Coloro ch'ebbero il bene di conoscerla sanno quanto pe­netrò nell'anima delle sue figlie lo strale scoccato dall'Ormi­potente per attrarre a sè, e togliere dalla terrestre miseria quell'anima così nobile e così ricca di virtù!

Noi non pensiamo che possa esservi stata in tutto il mondo creatura dotata dai Signore di doni naturali, gratuiti e nascosti, più ricchi e preziosi. Infatti, benché il numero delle persone che aveva accolto e educato nella vita religiosa sorpassi di molto il centinaio, pure non abbiamo mai sentito dire che alcuno ispirasse maggior affetto di lei e potesse es­serle preferita. Basti dire che alcune bimbe, di non ancora sette anni, ricevute nel Monastero, ed incapaci di discerni­mento, erano talmente attratte dalla sua bontà appena l'eb­bero conosciuta per madre della loro anima, che la preferirono tosto al babbo, alla mamma ed a tutti i parenti. Sarebbe troppo lungo diffondersi in particolari e dire com'era giudicata dagli estranei che la vedevano e raccoglie­vano le sue parole, ricche di sapienza celeste. Tornino tutti questi doni che le furono accordati, in lode e ringraziamento a Dio, abisso infinito e sorgente di ogni bene!

Quando dunque questo raggio di sole parve scomparire sotto le ombre di morte, le figlie, temendo con la perdita di si luminoso esemplare di saggia direttiva, d'una Madre sì tenera, di deviare dal retto sentiero della perfezione, si rifu­giarono, con slancio dei cuore, nel Padre delle misericordie, implorando, con insistenti suppliche, la guarigione della lo­ro Madre. Dio, che è la bontà suprema dalla quale tutto ciò che è buono riceve cose buone, non sdegnò le preghiere di quelle anime desolate; ma siccome il rendere la salute al­l'inferma non entrava nei disegni della sua Provvidenza, volle tuttavia consolare le figlie, mostrando la beatitudine della loro Madre. Perciò esaudì le loro suppliche; dando loro, per mezzo di Geltrude, risposte piene di conforto, come si vedrà in seguito.

Una volta infatti, mentre Geltrude pregava per la ma­lata, desiderando conoscere il suo stato, il Signore le disse: « Ho atteso questo tempo con gaudio ineffabile, per condur­re la mia Sposa nella solitudine e parlarle cuore a cuore. Il mio desiderio si attua, perchè ella entra in tutte le mie vie e compie in ogni cosa la mia Volontà ». Tali parole signi­ficavano che la malattia è quella solitudine ove Gesù parla al cuore della sua diletta, più che alle sue orecchie; le sue parole non colpiscono l'orecchio del corpo, perchè le parole che si rivolgono al cuore sono più sentite che ascoltate. Le parole del signore alla sua eletta sono le tribolazioni e le angosce ch'ella prova pensando che la malattia la rende inu­tile, ch'ella perde il tempo, che le consorelle affaticandosi in­torno a lei, lo perdono esse pure, giacchè non le sarà dato di poter guarire. Ma ella risponde a tali tentazioni nel modo da Dio desiderato, cioè, custodendo la pazienza e non bra­mando che una sola cosa, cioè che in essa si compia la di­vina Volontà.

Questa risposta si fa sentire fino in cielo, non in modo umano, ma per mezzo dello strumeno divino del Sacro Cuo­re di Gesù, ove risuona per allietare la SS. Trinità e tutta la Corte celeste. Infatti il cuore dell'uomo non potrebbe certo accettare volontieri la sofferenza per compiere la Vo­lontà di Dio, se tale disposizione non fosse riversata nel­l'anima sua dallo stesso Cuore di Gesù Cristo; è dunque per mezzo di questo Cuore divino, che tale risposta può riecheggiare in cielo.

Disse ancora il Signore: «La mia eletta compie i miei più cari desideri, accettando i dolori della malattia, lungi d'imitare la regina Vasthi che disprezzò gli ordini d'Assuero, quando quel re le ordinò di entrare col diadema in testa, perchè i grandi della corte potessero, contemplare la sua bellezza. Io pure voglio far risplendere la magnificenza della mia Sposa davanti all'adorabile Trinità ed a tutta la Corte celeste, perciò la tormento con gli spasimi della malattia. Ma ella compie i desideri del mio Cuore, accettando con tranquillità, pazienza e discrezione í ristori che il suo stato reclama: ciò le varrà grandi gradi di gloria, perchè deve superare se stessa per agire in tal modo. Ella però deve farsi coraggio pensando che, grazie alla mia bontà infinita « dili­gentibus omnia eooperantur in bonum - Tutto coopera al bene di coloro che amano » (Rom. VIII, 28).

Un'altra volta, mentre Geltrude pregava per la malata, Gesù le disse: « Talvolta mi compiaccio di mirare, la mia eletta che sta preparandomi doni graditi, e allora le procuro perle e fiori d'oro. Ecco ciò che queste parole significano; Le perle sono i suoi sensi, i fiori sono le ore disponibili che le permettono di prepararmi, ornamenti belli, graditi, pre­ziosi; giacchè, appena può e riprende le forze, si occupa su­bito della sua carica, per quanto le riesce possibile. Con sol­lecitudine prende diverse misure per conservare ed accre­scere la Religione perché, dopo la sua morte, le sue parole ed i suoi esempi siano come colonna saldissima che, per la mia eterna gloria, sostenga la stato religioso.

Se però s'accorge che il lavoro nuoce alla sua salute, lo lascia tosto e mi abbandona ogni cosa con grande fiducia. Questa fedeltà a riprendere il lavoro, o a lasciarlo quando le forze declinano, commuove profondamente il mio Cuore». Un'altra volta che la santa Abbadessa, di dolce memoria, s'affliggeva di non poter compiere lavori di mano, temendo di sciupare il tempo, si rivolse, con la solita umiltà a Gel­trude, preferiva i suoi consigli a quelli delle altre, le raccomandò di pregare il Signore per quell'intenzione.

Geltrude lo fece ben volentieri e ricevette questa rispo­sta: « Il Re di bontà non esige che la sua diletta lavori a rendere più bella la sua corona, mentre Egli stesso, prodi­gandole la sua immensa tenerezza, si compiace di tenerle le mani strette nelle sue; ma ciò che vuole prima di tutto, è che sempre si trovi pronta a compiere la sua Volontà. Così il mio divin Cuore si compiace nella sua eletta, sia che sap­porti dolcemente l'infermità che le impedisce di lavorare, sia che si occupi, per quanto può, della sua carica, quando la sofferenza le lascia un po' di respiro ».

Siccome poi la malattia le impediva di esercitare perfet­tamente i suoi doveri di Abbadessa, ella pensò di dimettersi, ma prima volle sapere da Geltrude quale era la divina Vo­lontà. La Santa ricevette questa risposta: « Con tale malat­tia santifico la mia Sposa per stabilirmi in essa, quasi in gra­dita dimora, così come il Pontefice, mediante la consacrazio­ne, santifica una chiesa. Le serrature poste alla porta della medesima, la garantiscono contro i malfattori; così, median­te la malattia, Io la chiudo, per così dire, afflnchè i suoi sen­si siano liberati da una folla di cose esteriori, che non han­no grande utilità e spesso turbano il cuore, allontanandolo da me. Nel libro della Sapienza ho proclamato: « Deliciae meae sunt esse cum fìliis hominum - Le mie delizie sono di stare coi figli degli uomini » (Prov. VIII, 31). Ho dunque mandato la malattia a questa mia Sposa per abitare in essa, secondo quest'altra parola: « Juxta est Dominus his qui tri­bulato sunt corde - Il Signore è vicino a coloro che soffrono » (Ps. XXXIII, 19). Ho voluto ch'ella sia adorna di buoni desideri e di ottima volontà, perchè mi sia dato dimorare in essa come un re sul suo letto di riposo, e gustare le mie de­lizie nella sua anima, prima di fare gustare a lei stessa le gioie eterne. Lo ho lasciato l'uso parziale dei sensi esteriori, perché potesse trasmettere ancora le mie volontà alle sue figlie, come altra volta diedi agli Israeliti l'Arca santa che rivelava i miei oracoli e nella quale essi dovevano onorarmi. Simile a quell'Arca santa ella deve dare la manna, cioè dif­fondere sulle sue suddite la dolcezza delle consolazioni con teneri affetti, e parole soavi. Ella deve rinchiudere anche la verga di Aronne per la correzione delle ribelli, dopo di aver riflesso la cosa nel vigore dello spirito, ricordandosi che avrei potuto Io stesso correggere i cattivi col rimorso, o con la sofferenza, ma che ho preferito agire con la sua mediazione per aumentare i suoi meriti. Quando ella avrà esercitato la sua missione secondo la misura delle sue forze, non subirà nessun detrimento se, fra coloro ch'ella corregge, ve ne sono alcune che non si emendano, perchè l'uomo pianta e inaf­fia, ma Io solo dò l'incremento ».

Altra volta ella si turbò, temendo che vi fosse negligenza da parte sua nell'omettere la S. Comunione, l'orazione ed al­tre pratiche di Regola. Le sembrava anche di comunicarsi con poco rispetto, poiché la sua grave infermità le impediva di prepararsi accuratamente. Il Signorà volle istruirla e con­solarla per tramite di Geltrude: « Sappi che quando, per giu­sto senso di discrezione, tralascia di comunicarsi; o di com­piere altra pratica, la mia infinita bontà si affretta ad attri­buirle un bene che supplisce a quello che non ha potuto acquistare, perchè tutti i tesori della Chiesa sono miei, ed Io posso disporre dei medesimi ».

Siccome è proprio delle anime virtuose temere il male anche dove non esiste, ella si contristò, vedendo le per­sone che la servivano, perdere il tempo, poichè le lor cure non le portavano nessun reale refrigerio. Ma Dio, che è fe­dele e che non permette che un'anima sia tentata al di so­pra delle sue forze, la consolò ancora per mezzo di Geltru­de. « Desidero che per mio amore e per mio onore ella sia servita con rispetto, bontà, diligenza e allegrezza, perchè Io, il Dio che in essa abita, l'ho posta a capo del Monastero; ciascuna è dunque tenuta ad assisterla, come i membri ser­vono il capo. Ella, da parte sua, deve rallegrarsi che ani ser­va di lei, come di un tenero amico, per aumentare i meriti dei miei eletti, giacchè considererò come resi a me tutti i servigi che le saranno prodigati, e tutta l'affezione che le si dimostrerà, sia pure con una sola parola».

Nel giorno di S. Lievino (vescovo e martire, compagno di S. Bonifacio - XII Novembre) tutta la Comunità si era riunita per domandare la sua guarigione al santo martire; Geltrude, avendolo pregato con maggior insistenza, ebbe que­sta risposta: « Quando il re si rallegra con la sua sposa nel segreto della camera nuziale, è forse conveniente che un sol­dato venga a pregarlo di far uscire la sposa, perchè la fami­glia del servo possa godere la presenza dell'augusta regina? Così non si può troppo supplicare per avere la guarigione di una persona tanto unita a Dio e che, con la sua sapienza e bontà, offre al Re dei cieli le prove della sua tenerezza ». Impariamo che coloro che maggiormente glorificano Dio nel loro stato d'infermità, meritano, invocando i Santi, di rice­vere una dolce abbondanza di grazia che accresce la loro pazienza e li aiuta a ritrarre dalla malattia frutti più graditi a Dio.

Prendo come testimonio della fedeltà di quanto dico tut­te le persone che in questa malattia hanno riconosciuto la grazia di Dio, ed ammirato la virtù di quella veneranda Madre.

Durante ventidue settimane ella rimase così priva del­l'uso della lingua da non poter manifestare nessun desiderio, nè con parole, nè con segni; ella diceva solo queste due parolette: spiritus meus - il mio spirito. Le consorelle che la servivano non potevano nè capire, né sodisfare i suoi desi­deri. La cara Madre, dopo d'aver ripetuto lungamente e con fatica: spiritus meus, vedendo che tutto era inutile, taceva come un dolce agnello, e, guardando con l'occhio semplice della colomba quello che si faceva contro la sua volontà, sor­rideva mestamente, senza mai lasciar trapelare la minima impazienza.

Il grande amore di Dio e del prossimo, vita della sua vita, erano così profondamente radicati nei suo cuore che, persino nei momenti del più acuto spasimo, bastava una sola parola riguardante Dio, per renderla serena, tanto che sem­brava non avere più nulla da soffrire.

La sua grande divozione si manifestava con copiosissime lagrime prima della S. Comunione, e con lo zelo per ascol­tare la S. Messa. Ella voleva, ad ogni costo esservi condotta, quantunque fosse priva dell'uso di una gamba e che l'altra fosse così addolorata da non poter neppure toccarla: ma tutto dissimulava purchè non la privassero del grande te­soro della S. Messa.

Aveva pure grande fervore per il divin Ufficio. Facile ad assopirsi per la sua malattia, si faceva violenza per destarsi quando suonavano le ore canoniche, e riusciva, come per miracolo, a mantenersi sveglia. Se poi aveva incominciato il suo leggero pasto, le interrompeva sino alla fine delle pre­ghiera. L'ultima volta che disse: spiritus meus, fu per chie­dere di recitare Compieta, dopo dì che entrò in agonia.

La sua bontà mostrò assai spesso la perfezione della sua carità; siccome non poteva articolare che le due parole spi­ritus meus, se ne serviva in ogni bisogno, per ricevere cioè coloro che la visitavano, per accompagnare un gesto affet­tuoso a chi la circondava, per rispondere a tutte le domande, per esprimere tenerezza alle sue figlie, stringendo loro la mano e accarezzandole amorosamente. Tutte confessavano che, lungi dall'annoiarsi, provavano a quel capezzale delizie misteriose, molto più che se ne avessero ascoltato discorsi eloquenti, accompagnati da doni preziosi. Ella congedava le sue figlie con le stesse parole: spiritus meus, levando la mano malata per benedirle con soavità: scena commovente e dolce!

Un giorno seppe che una sua figlia, colpita da grave ma­lore, aveva dovuto coricarsi. Quantunque non potesse nè fare un passo, nè dire altre parole se non spiritus meus, fece ca­pire, con cenni ripetuti, che voleva visitare l'inferma e lo fece con tanta insistenza che bisognò accontentarla e con­durla dalla malata. Ella le mostrò tali segni di compassione coi suoi gesti, che anche i cuori indifferenti, ne furono com­mossi fino alle lagrime. Ma la penna non può vergare il poema di virtù e di tenerezza che si celava in quel cuore; perciò offriamo a Dio, Autore d'ogni bene, un sacrificio di lode per i doni meravigliosi fatti alla sua Sposa.

Da quanto andiamo dicendo, si può concludere che vi era qualche cosa di miracoloso nel pronunciare ch'ella fa­ceva, in modo distinto, queste parole spiritus meus, poichè non poteva dire altro. Geltrude, che l'amava con particolare tenerezza, volle interrogare il Signore chiedendoGli la ra­gione di questo fatto. Egli rispose: « Sono il Dio che abito in essa: ora Io ho attirato e unito intimamente il suo spi­rito al mio, si che ella, in tutte le creature, cerca me solo. Quando per chiedere, o per rispondere, ella dice spiritus meus, parla di me, che vivo nel suo spirito. Così ogni volta che pronuncia queste parole, mostro alla Corte celeste come que­st'anima non pensi che a me e le preparo una eterna ricom­pensa ».

Potremmo ancora riportare molti altri fatti riguardanti questa venerata Madre, ma crediamo bene abbreviare perchè tali cose provano una sola realtà cioè che, essendo ancora visibile, agli occhi umani, pure Dio abitava in lei e con lei, così che, in tutte le, sue azioni, ella si lasciava condurre dol­cemente, dallo Spirito del Signore (ciò che è conforme agli insegnamenti della Sacra Scrittura).

Un mese prima di perdere la parola, ella si sentì così male da sembrare sul punto di morire. Quando le venne data con sollecitudine l'Estrema Unzione, davanti alla Comunità riunita, il Signore Gesù apparve raggiante di splendore: Egli tendeva le mani come per abbracciare la sua Sposa, e stava sempìe di fronte a lei, in modo che potesse vederlo da qual­siasi parte si fosse voltata.

Géltrude comprese la tenerezza del Signore per la sua Sposa diletta, giacchè, quattro mesi prima della sua morte, si era mostrato a lei nello stesso atteggiamento, tendendo le mani per ammettere fa sua anima al divino amplesso e al­l'eterno bacio.

Geltrude chiese poi al Signore come mai quella venerarti da Abbadessa potesse uguagliare i meriti delle vergini già canonizzate, che avevano, versato il sangue per la fede. Le rispose Gesù: « Il primo anno che ella ricevette la carica abbaziale unì talmente la sua volontà alla mia e compi, con la mia grazia, tutte le sue opere con tale perfezione, da uguagliarsi alle vergini più sante; in seguito ella continuò a progredire; così le riserbo un aumento di beatitudine pa­ri ai suoi meriti ». Da queste divine parole si potrà com­prendere la fulgida gloria di cui la nostra Madre è rive­stita in cielo.

Quando arrivò il giorno tanto ardentemente desiderato e preparato con tante suppliche, quando scoccò l'ora del­l'agonia il Signore accorse a lei con gaudio: a destra ave­va la sua beatissima Madre, a sinistra S. Giovanni Evan­gelista, l'apostolo prediletto. Il Salvatore era seguito da una immensa moltitudine di Santi e specialmente dalla candi­da falange delle Vergini che, durante l'agonia della moren­te, sembravano riempire la casa e frammischiarsi con le monache.

Le consorelle non abbandonarono la moribonda, deplo­rando la sua perdita con lagrime, sospiri e supplicando Dio per il trapasso di quella diletta. Quando Gesù giunse al suo capezzale, le mostrò tanta bontà, con tenerezze divine, che la morte perdette tutta la sua amarezza. Quando poi, nella lettura del Passio, si giunse a quelle parole et incli­nato capite emisit spiritum, Gesù. parve non poter, più trat­tenere le fiamme del suo amore: si chinò verso la mala­ta, aperse con le sue stesse mani il Cuore e lo tenne da­vanti a lei.

La Comunità tutta era in preghiera. Geltrude, spinta dalla sua particolare affezione, disse al Signore: « O buon Maestro, in virtù di quella inesauribile tenerezza con cui ci hai dato una Superiora così degna del nostro amore, degnati, per quanto è possibile, assimilarla alla tua Madre, mo­strandole qualche cosa dell'affezione di cui hai circondato la beatissima Vergine, quando usci dal suo corpo mortale». Il Signore, commosso da tenera compassione, parve dire a sua Madre: « Dimmi, o Madre, ciò che ho fatto per Te; di più dolce, quando stavi per uscire dal corpo, perché questa mia Sposa mi prega di agire nello stesso modo con la sua Superiora morente ». La misericordiosissima Vergine rispo­se con bontà: « La cosa che mi parve più deliziosa, o Fi­glio mio, fu quella di trovare un rifugio sicuro fra le tue braccia ». « Tu hai ricevuto questo favore, o Madre, per avere meditato spesso sulla terra, con dolorosi sospiri, tormenti della mia Passione ». E aggiunse: « La mia eletta do­vrà supplire a tali meriti che non ha, sopportando oggi l'angoscia che le procura la sua respirazione difficile, tante volte quante tu stessa hai sospirato in terra al ricordo del­la mia Passione».

Cosi ella passò quel giorno d'agonia. Durante questo tempo ella usufruì delle tenerezze del divin Cuore che si apriva davanti a lei come un giardino di fiori profumati, o come un tesoro di aromi preziosi. Ad ogni istante si vede­vano gli Angeli scendere dal cielo, guardarla e invitarla a seguirli con questa dolce melodia da essi modulata: « Vieni, vieni; vieni, o Signora, perché le delizie del cielo sono pre­parate per te ». « Alleluia, Alleluia! - Veni, veni, veni, Domi­na, quia te expeetant coelt deliciae. Alleluia, Alleluial ».;

L'ora deliziosa s'avvicinava, l'ora nella quale le Sposo celeste, il Re di gloria, il Figlio del Padre si preparava a fare riposare nella Camera nuziale dell'amore quella Sposa diletta che aspettava con sì ardenti desideri il volo supre­mo. Il Signore si avvicinò e le disse queste dolci parole « Ecco che nel bacio del mio potente amore, io m'impos­sesso di te, affine di presentarti al Padre mio, nell'amplesso del mio Cuore ». Come se avesse voluto dirle: « La mia on­nipotenza ti ha trattenuta finora in terra per darti possibi­lità di maggior merito; ma l'ardore della mia tenerezza non può più trattenersi, quindi ti libera dal corpo e ti consegna a me, come desideratissimo tesoro, perchè calmi la violen­za dell'amore, gustando in te le più soavi delizie ». E subi­to quell'anima felice, cento volte felice, lasciando la spoglia mortale, s'inalzò con giubilio ineffabile, per entrare nell'au­gusto santuario del S. Cuore di Gesù, che le era stato aper­to con tanto amore, letizia e generosità, come più sopra abbiamo detto. Nessun mortale saprebbe immaginare quel­lo che lassù quell'anima, che meritò di passare per tale via, ricevette di tenerezza, ciò che vide e intese. La debolezza umana: non potrebbe esprimere che balbettando le tenere carezze dello Sposo che accolse la sua diletta nelle profon­dità del suo Sacro Cuore, e i giocondi trasporti della Corte celeste che, con le sue lodi, parve coronare quella festa di nuove gioie.

Unite pur non al palpito gaudioso del cielo, tenteremo di cantare un inno di giubilo e di ringraziamento a Dio, Autore di ogni bene.

Quando dunque quel sole brillante, che aveva diffuso così lontano i suoi benefici raggi, scomparve dalla terra, quan­do quella gocciolina d'acqua rientrò nell'oceano da dove era uscita, le figlie, rimaste quaggiù nelle tenebre della desolazione, levarono verso il cielo lo sguardo della fede per ten­tare di scoprire mediante la speranza, qualche cosa della gloriosa felicità della loro Madre. Tuttavia esse continuava­no a piangere per il sacrificio di una Madre così buona, ve­ramente superiore a tutto quello che avevano visto nel pas­sato, e che potevano sperare nell'avvenire. I loro rimpian­ti erano però illuminati da un certo senso di gioia al pen­siero della gloria di quell'eletta: così facevano salire le loro lodi verso il cielo, confidando la loro desolazione alla te­nera affezione dell'Estinta. Esse cantarono il Responsorio Surge Virgo, et nostra Sponso preces aperi; tua vox est dul­cis in aure Domini: quae pausas sub umbra Diletti. Ab aestu mundi transfer nos ad amoena paradisi. Pulchre Sion filia pro mortali tunica. Agni testa vellere, et corona gloriae. Ab aestu. - Levati, o Vergine, e presenta le nostre preghiere allo Sposo: la tua voce è dolce all'orecchio del Signore: o tu, che riposi all'ombra del Diletto, toglici dagli ardori di questo mondo e trasportaci nelle delizie del Paradiso. O fi­glia di Sion che hai mutata la tunica mortale con la veste dell'Agnello e con la corona della gloria.

Essendo malata Matilde, cantora del Monastero, fu Gel­trude che intonò questo canto: il corpo verginale, tempio agusto di Cristo, fu portato da mani caste in cappella e de­posto davanti all'altare.

Quando tutta la Comunità si prostrò in preghiera, l'ani­ma dell'eletta defunta comparve, rivestita di gloria incom­parabile. Ella stava davanti alla SS. Trinità e pregava per le agnellette che, durante il terreno pellegrinaggio, le era­no state confidate.

Mentre si cantava la S. Messa per la defunta, Geltrude sfogava il suo dolore con Gesù, il quale volendo consolarla le disse con tenerezza: « Non basto forse io a darti tutto quello che ti ho tolto? Nel secolo si usa fidarsi di un uomo onesto, il quale dopo la morte dei suoi vassalli, prende in tutela i loro beni, perchè si è persuasi che egli nulla tra­scurerà per il vantaggio degli eredi. Fidati dunque di me, io ti consolerò perchè sono la bontà infinita: se tu a me ti rivolgerai con tutto il cuore, sarò per te, tutto quello che la defunta Madre era per ciascuna di voi ».

Nello stesso momento in cui, come più sopra si disse, il Signore ricevette nel suo Cuore l'anima della defunta, diffuse sul mondo intero una rugiada di grande dolcezza, e Geltrude comprese che in quell'istante, tutte le preghiere che salivano al cielo erano esaudite.

All'indomani, giorno della sepoltura, Geltrude fece la sua oblazione all'Offertorio della prima Messa, per l'anima della defunta. Per supplire ai suoi meriti offerse l'amabilissimo Cuore di Gesù, tale e quale è nei suoi rapporti con l'uma­nità, cioè colmo dei beni e delle perfezioni che scorrono dal medesimo Cuore sui cuori degli uomini, per risalire poi, con pienezza, verso Dio. Il Signore parve accettare quell'of­ferta, sotto il simbolo di un vaso, in forma di cuore, colmo di ricchi doni: Egli lo chiuse nel suo seno, poi chiamò l'ani­ma della defunta, dicendole: « Vieni piccola vergine (vir­guncula) vieni da me, e disponi dei beni che le tue figlie ti hanno mandato ». Ella si volse allora al suo Diletto, ed im­merse la mano nel seno del Signore, osservando quello che in esso racchiudeva. Siccome colà trovava la perfezione di tutte le virtù e di tutti i doni, ella toglieva a uno a uno quei tesori, li indirizzava a Dio, e diceva con la sua solita dolcezza: « O amato Gesù, questo converrebbe alla Priora, questo a quell'altra, e questo a quell'altra consorella». Sic­come sulla terra aveva notato ciò che mancava a ciascuna, ora cercava di supplirvi con le virtù del Cuore di Gesù. Il Signore, guardandola con ineffabile amore, le disse ancora: « Avvicinati di più, o mia diletta ». Ella si alzò e si pose a sinistra del Signore che la circondò col suo braccio e, ser­randola al Cuore, le disse: « Vedi ora le cose come le mi­ro Io stesso ».

Quelle parole le fecero capire ch'ella era guidata dal­l'affezione umana nel distribuire alle sue figlie i doni del Signore, secondo ciò che aveva conosciuto in terra. Ora che il Signore l'aveva unita totalmente a sè, ella non poteva ve­dere se non ciò che Dio vedeva, quel Dio che ama gli uo­mini più di quanto noi possiamo comprendere e che però loro lascia dei difetti, che servono ai suoi disegni di Prov­videnza.

All'elevazione Geltrude offerse a Dio, per l'anima della sua diletta Priora, in unione alla sacratissima Ostia la filia­le tenerezza che Gesù provò per Maria, sua amorosissima Madre. Allora il Figlio di Dio, chiamando soavemente la de­funta, le disse: « Avvicinati, piccola vergine. Voglio mostrar­ti la filiale affezione del mio Cuore ». La Madonna prese quel­l'anima fra le sue braccia, la condusse dal Signore che si chi­nò su lei per farle gustare, con un soavissimo bacio, qual­che cosa della filiale tenerezza che sentiva per la sua Madre. Siccome tale visione si ripeteva ad ogni S. Messa, e più di venti erano già state celebrate per la defunta, Geltrude cer­cò di offrire a Dio qualche cosa di più grande ancora, per aumentare i meriti della sua amatissima Priora. Ella presen­tò dunque la filiale affezione che Gesù, come Dio, ebbe per il Padre, e che, come uomo, ebbe per la Madre.

Il Figlio di Dio, tenendosi ritto davanti all'eterno Geni­tore, chiamò l'anima della defunta e le disse: « Vieni, mia Signora e mia Regina, perchè ti viene invìato un dono an­cora più prezioso ». E siccome l'anima della defunta, guidata dalla Mano della Madonna, erasi inalzata a vette sublimi, Gel­trude, seguendola con lo sguardo, le disse: « O Madre mia, ben presto non potrò più nè vederti, nè capire la meravi­gliosa gloria che ti circonda ». Ella rispose: « Tu potrai però sempre interrogarmi su quanto desideri sapere ». E Geltrude: « O Madre cara, perchè le tue preghiere non ci ottengono di frenare le lagrime? Noi ci sentiamo tutte male a furia di piangere la tua assenza, pur sapendo che a te non piacciono queste esagerazioni indiscrete ».

La defunta rispose: « Il mio Salvatore; nella sua dolce tenerezza, muta per me in gloria e in vantaggio tutto quello che di solito torna di poco profitto ad altri: ora sappi che, per la discrezione con cui seppi guidarvi, Egli mi permette di offrire in un calice d'oro tutte le lagrime che voi versaste per la mia morte. Per ciascuna di queste lagrime Egli versa in me le dolci acque della Divinità e quando esse hanno cal­mato la mia sete, canto al Diletto un inno di ringraziamen­to per le mie figlie e per tutti colora che mi piangono ».

Geltrude chiese se tale effetto era raggiunto da tutte le lagrime, o soltanto da quelle che si versavano in vista di Dio, per il timore che la sua morte portasse un rilassamento nella religiosa osservanza. Quell'anima beata rispose: « Que­sta gioia mi viene elargita, anche per le lagrime che si ver­sano solo per semplice tenerezza; tuttavia quando offro le lagrime sparse per l'onore di Dio, allora il mio Salvatore stesso canta con me l'inno del ringraziamento: queste sante lagrime mi procurano un gaudio superiore alle altre, così co­me il Creatore è al di sopra delle creature ».

Poi, avendo chiamata Geltrude per nome, le disse: « Ca­ra figlia, sappi che ho ricevuto una ricompensa speciale per averti incoraggiata in vista di Dio, a compiere quell'affare che bene conosci. Per questo io ascolto sempre nel Cuore del mio Diletto un canto d'amore che assomiglia a quello di uno strumento melodioso, tanto che tutta la Corte celeste si ral­legra con me. Tale canto procura ai miei occhi un mite splen­dore, al palato un gusto squisito, all'odorato un soave profu­mo. Soltanto il senso del tatto non prova speciale godimen­to, perchè ho commesso alcune negligenze a questa riguar­do, quantunque con buona; intenzione e per amore di pace ».

Mentre si sonava l'Elevazione, Geltrude offerse l'Ostia santa al Padre, per riparare le negligenze della defunta. L'O­stia divina apparve allora come uno scettro ammirabile che sembrava bilanciarsi con un grazioso movimento: esso era davanti all'anima della defunta che non poteva tuttavia toc­carlo, perchè, nell'altra vita, non si può supplire alle man­canze commesse quaggiù. In virtù di quel sentimento di af­fettuosa riconoscenza di cui il Signore l'aveva dotata, la de­funta parve pregare per tutti coloro che assistevano alle sue esequie: tale preghiera ottenne a ciascuna la remissione di molti peccati, e un aumento di grazia, di forza, di vigore per fare il bene.

Alla benedizione che si dava alla fine della S. Messa, la diletta Priora apparve in piedi, davanti al trono della sem­pre adorabile Trinità, alla quale rivolse questa supplica: « O Dio, che sei l'Autore di ogni, bene, accorda un favore alla mia spoglia mortale. Quando le mie figlie verranno sulla mia tom­ba a gemere sulle loro pene e sulle loro colpe, fa che una segreta consolazione le assicuri che io sono veramente la lo­ro Madre ».

Il Signore accolse con bontà questa domanda e in nome della sua Onnipotenza, della sua Sapienza e Bontà, benedis­se ciascuna anima in particolare. Quando poi questa beata Madre venne deposta nella tomba, il Signore, per confermare quella benedizione, parve fare tanti segni di croce quante era­no le palate di terra che cadevano sulla cassa. Allorchè essa fu interamente ricoperta, la Vergine Maria, Madre di Dio, tracciò ella pure con la sua dolce mano, lo stesso segno di croce, come un sigillo, atto a testimoniare il favore concesso da Dio alla defunta.

All'intonazione del responsorio « Regnum mundi »; do­po la sepoltura, il cielo parve ammantarsi dì nuova gioia, co­sì come una casa di cui ogni pietra, e ogni lastra si fossero messe a danzare, per esprimere la loro allegrezza. La defun­ta apparve preceduta da un coro di vergini, di cui ella era la regina: con una mano teneva un giglio circondato da al­tri fiori, con l'altra guidava le vergini che le erano state con­fidate e che l'avevano preceduta nella gloria. Al loro segui­to camminavano altre vergini del Paradiso. Fra gioia ed al­legrezza esse giunsero al trono di Dio. Alle parole del Respon­sorio: quem vidi, Dio Padre accordò nuovi favori a quell'ama­tissima anima che conduceva le vergini, già sue figlie. Al­l'altra parola quem amavi, il Figlio di Dio le accordò pure le sue grazie; all'espressione in quem credidi, lo Spirito San­to l'arricchì dei suoi doni. Ma quando si cantò quem diiext, la defunta aperse le braccia per dare un tenero amplesso a Gesù, suo amatissimo Sposo.

In seguito venne detto il Responsorio Libera me e si vide in cielo radunarsi un altro coro composto dalle anime che, in virtù dei meriti della defunta, delle S. Messe e preghiere offerte per lei, in quel giorno erano giunte all'eterna gloria. In quel numero si notò un fratello converso del Monastero che aveva trascurato la vita spirituale; egli per i meriti del­la santa Priora, aveva avuto il massimo refrigerio.

Nel trentesimo giorno la beata Priora apparve ancora a Geltrude raggiante di una gloria così meravigliosa, da eclis­sare tutto quello che prima aveva ammirato. Si vedevano ri­fulgere di splendore soprattutto i mali sopportati paziente­mente nell'ultima malattia. Un libro d'oro, magnificamente ornato, apparve davanti al trono: esso conteneva tutti gli insegnamenti che aveva dati agli inferiori. In avvenire si ve­dranno i tesori che i suoi esempi e le sue parole avranno prodotto nelle anime.

Geltrude, stupita di tante meraviglie, chiese alla beata Priora quale ricompensa avesse ricevuto per i dolori soppor­tati al braccio destro. Ella rispose: « Con la destra abbrac­cio teneramente il mio Diletto e provo una gioia incompa­rabile, vedendo come il mio amatissimo Sposo trovi le sue delizie nell'essere circondato dal mio braccio, come da pre­ziosa collana. Il lato destro della defunta sembrava, dalla testa fino ai piedi tempestato di gemme preziose, il cui splen­dore si rifletteva anche sul lato sinistro. L'ornamento di de­stra indicava le ricompense ai suoi dolori, lo splendore di sinistra stava a significare i meriti acquistati per l'unione del­la sua volontà al divin beneplacito. Era dunque, da una par­te e dall'altra, come un gioco di luci, simile a quello dei raggi di sole che si riflettono nelle acque. La sofferenza poi che la beata Madre defunta aveva provato per la perdita del­la parola, le fu ripagata da un bacio divino, che le venne da­to da Gesù appena spirata, il cui splendore sarebbe durato eternamente, con gaudio ineffabile di tutta la Corte celeste.

Durante la S. Messa, Geltrude, ricordando il bene rice­vuto dalla Santa Abbadessa, pregò il Signore di ricompensar­la Lui stesso. Egli rispose: « Ciascuna di voi mi venga in aiu­to, eccitandomi a diffondere su di lei i miei doni, perchè non so vedere in me alcun bene, che non sia disposto a cederle ». E il Signore, guardando con tenerezza la defunta, aggiunse « I tuoi benefici furono bene accordati, poichè hanno in ri­cambio tale riconoscenza ». La Santa Priora si prostrò allora davanti al trono della divina Maestà e ringraziò Dio per la fedeltà delle sue figlie, dicendo: « Lode eterna, immensa, im­mutabile sia a Te, dolcissimo Dio, per tutti i tuoi benefici, e benedetto sia il tempio nel quale mi hai preparato a rice­vere un frutto sì dolce e salutare ». E aggiunse: « O Dio, che sei la mia vita, ricompensa Tu stesso per me ». Rispose il si­gnore: « Fisserò su loro lo sguardo della mia misericordia », nel contempo fece due segni di croce con la mano per ac­cordare a ciascun membro della Comunità la grazia di dare buon esempio al prossimo con opere esterne, ed agire unica­mente per amore di Dio.

 

CAPITOLO II

L'ANIMA DI E. PARAGONATA DAL SIGNORE A UN BEL GIGLIO

Dodici giorni dopo il decesso della beata Priora Geltru­de, di santa memoria, morì pure una delle sue care figlie. Questa seconda separazione aggiunse dolore a dolore, perchè era una monaca amabile, cara a Dio e agli uomini, sia per l'incantevole purezza, che per la soavità del carattere e per la grazia dei suoi rapporti con tutti.

Dopo la sua morte, Geltrude, ricordando le delizie che si provavano vivendo con essa, disse melanconicamente a Gesù: « Ohimè, amantissimo Signore! perchè ce l'hai portata via così repentinamente? ». Egli rispose: « Mentre si celebra­vano i funerali della mia diletta Geltrude, vostra Abbadessa, provai gaudio immenso per la divozione della Comunità nel­la quale discesi per pascermi fra i gigli. Questo fiore piac­que a me più degli altri: tesi la mano per coglierlo, la strin­si per undici giorni fra le mie dita prima di svellerlo. Le sofferenze della malattia ne accrebbero vaghezza e profumo allora lo colsi e adesso forma la mia gioia in cielo ». E il Salvatore aggiunse: « Quando al ricordo del fascino che que­sta consorella esercitava intorno a sè, ne provate rimpianto, pur tuttavia l'abbandonate serenamente al beneplacito della mia Volontà, allora aspiro anche meglio il profumo di questo giglio, e la mia bontà ve ne ricompenserà al centuplo ».

All'Elevazione dell'Ostia, mentre Geltrude, con affezione di sorella, offriva per la defunta tutta la fedeltà del Cuore di Gesù, ella la vide inalzata a una dignità più grande, come se fosse stata trasferita in uno stato più sublime, rivestita di abiti più luminosi, e circondata di, Angeli più elevati. Geltru­de ebbe la stessa visione ogni volta che fece la medesima of­ferta per l'anima di E. La Santa volle poi sapere dal Signo­re come mai quella vergine saggia, avesse dimostrato duran­te l'agonia, con gesti e con parole, un grande terrore della morte. Gesù rispose; « L'ho permesso, per una grazia della mia infinita tenerezza. Infatti, qualche giorno prima, già malata, essa mi aveva pregato, per tuo tramite, di riceverla, subito dopo la sua morte in cielo, e sulla tua parola confi­dava di ottenere tale privilegio. Volli premiare la sua fiducia. Ma in tempo di giovinezza è facile commettere qualche leg­gera negligenza, come per esempio, compiacersi in cose inu­tili ecc. Le sofferenze della malattia dovevano purificarla da queste macchie: così, prima di chiamarla alla gloria del cie­lo, volli che i suoi dolori la rendessero meritevole dell'imme­diato ingresso in Paradiso, e permisi che fosse spaventata al­la vista dei demonio. Tale angoscia le servì di purgatorio, mentre le sofferenze patite erano un prezioso titolo per me­ritare la ricompensa dei cieli ». Geltrude Insistette: « E Tu, mio Gesù, speranza dei disperati, dov'eri mai, mentre essa sopportava quegli spaventevoli terrori?». Rispose il Signore: « Io mi ero nascosto alla sua sinistra: ma appena l'ebbi pu­rificata, mi presentai a lei e la condussi meco nel gaudio eterno dei cieli ».

 

CAPITOLO III

SI PARLA DELL'ANIMA DI UNA GIOVINETTA DEVOTA ALLA SS. VERGINE

Poco tempo dopo morì una giovinetta che, fin dall'infan­zia, era stata divotissima della Madonna. Avendo terminato la sua breve carriera, venne chiamata all'eterna ricompensa. Munita di tutti i sacramenti della Chiesa, ella stava per en­trare in agonia, quando con le mani tremanti prese il Cro­cifisso, salutò le S. Piaghe con espressioni tenere, le ringra­ziò, le adorò, le coperse di baci così ardenti, che tutte le con­sorelle ne provarono straordinaria compunzione.

In seguito ella chiese, con brevi preghiere, al Signore, al­la Vergine Maria, agli Angeli, ai Santi di ottenerle il perdo­no dei peccati, di supplire a quanto le mancava, di proteg­gerla nell'ora della morte; infine, riposando un istante come se fosse stata stanca, s'addormentò con confidenza nel Si­gnore.

La Comunità si mise tosto in preghiera per il sollievo di quell'anima e Gesù apparve a Geltrude: Egli teneva fra le braccia l'anima della defunta, la carezzava amabilmente e le diceva: «Mi riconosci, figlia mia?». Geltrude, vedendo ciò, pregò il Signore di ricompensare quell'anima soprattutto per l'umiltà che l'aveva spinta a servire lei e le altre consorelle, perchè le credeva più care a Dio e desiderava partecipare ai loro meriti. Allora Gesù presentò alla defunta il suo Cuore divino, dicendole: «Bevi, figlia mia, in questo vaso traboccante quanto tu desideravi ricevere per i miei eletti quando eri in terra ».

All'indomani, durante la S. Messa, quell’anima apparve come seduta in grembo al Salvatore e la Regina del cielo venne vicino a lei, presentandole i suoi gioielli ed i suoi me­riti. Quando la Comunità recitò per essa il Salterio, aggiun­gendo un'Ave Maria dopo ogni salmo, la Madre di Gesù mol­tiplicò i doni suoi a quell'anima, come ricompensa della sua speciale divozione.

Geltrude chiese poi al Signore di quali fragilità aveva dovuto purificare la defunta prima della morte.

Egli rispose: « Ella si compiaceva nel suo proprio giudi­zio: l'ha purificata permettendo che morisse prima che la comunità terminasse le preghiere, che si dicevano per lei. In­fatti, quand'ella comprese che ciò avveniva, temette di su­birne detrimento e tale angoscia la purificò da ogni imperfe­zione. Geltrude aggiunse: « Ma Signore, quest'anima non si era forse purificata sufficientemente con la contrizione che ebbe in punto di morte, quando ti ha pregato di mondarla da tutte le colpe? ». E Gesù: « Quella contrizione generale non era sufficiente, bisognava che subentrasse una sofferenza per cancellare l'attacco al suo proprio giudizio, per cui non si piegava subito docilmente a coloro che la dirigevano ». E aggiunse: « Ella dovette essere purificata anche da un'altra macchia, contratta per la noia ch'ella provava a confessarsi; la mia bontà però le ha perdonato questa imperfezione, in vi­sta di coloro che avevano cura di lei, e che sono i miei ed i suoi amici. Per la pena che ha provato, confessandosi in punto di morte, le ho rimesso ogni negligenza su questo punto ».

Durante la S. Messa, mentre si cantavano all'Offertorio queste parole: « Hostias ac preces », il Signore parve levare la mano destra. Allora un magnifico bagliore rischiarò tutto il cielo, e investì quell'anima che riposava in grembo a Cri­sto. Tutti i cori dei Santi si avvicinarono, ordine per ordine, deposero i loro meriti in seno a Gesù, per supplire a quelli che la defunta non aveva acquistati.

Geltrude comprese allora che i Santi agivano in tal mo­do, perchè quell'anima aveva avuto l'abitudine di supplicarli affinché applicassero ai defunti i loro meriti, quale espiazione dei loro difetti. Quantunque poi tutti gli abitanti del cielo le mostrassero segni speciali di tenerezza, pure le vergini lo facevano in modo più ardente, essendo essa una del loro numero.

Un'altra volta Geltrude pregò ancora per l'anima di quella giovane Religiosa: le sue parole furono brevi, ma possenti. Esse apparvero scolpite sul petto del Signore, quasi come finestrelle che facevano vedere l'interno del Cuore di Gesù, Figlio di Dio. Ella intese Gesù dire a quell'anima: « Guarda in ogni parte del cielo: vedi se qualche Santo pos­siede un bene che tudesideri e attingi quel bene nel mio Cuore, attraverso a queste aperture ».

Geltrude comprese che lo stesso favore si rinnovava a ogni preghiera offerta per quell'anima.

All'Elevazione dell'Ostia, il Figlio di Dio parve presentare: a quella giovane Religiosa il suo sacratissimo Corpo sotto l'aspetto di un agnello immacolato. Mentre essa lo baciava con tenerezza, fu come trasfigurata, ricevendo una nuova gioia nella conoscenza della Divinità. Geltrude chiese allora alla defunta di pregare per le anime che le erano affidate. Rispose: « Prego per esse, ma non posso volere se non quello che vuole il mio amatissimo Signore». Riprese la Santa: « E' dunque allora inutile appoggiarsi alla tua preghiera? ». « No, essa sarà loro di vantaggio, perchè il Signore, che co­nosce i loro desideri, ci eccita a pregare secondo le loro intenzioni ». « Puoi tu intercedere specialmente per le tue più intime amiche che nulla hanno ancora chiesto? ». « Il Signore stesso, nel suo amore, fa loro un gran bene per causa nostra ». « Prega almeno specialmente per il Sacerdote che ora si comunica per te ». « Egli avrà doppio vantaggio per tale atto: come il Signore da lui riceve per dare a me grarzie preziose, così, a mia volta, rimando tali beni verso il Sacerdote, unendovi grazie personali; il suo profitto spiri­tuale si accresce come l'oro appare più bello quando vi sono incastonate varie gemme».

Geltrude chiese: « Dalle tue parole mi pare di poter con­cludere che è più vantaggioso celebrare delle Messe per i de­funti, piuttosto che per altre intenzioni». La giovane Reli­giosa rispose: « In vista della carità con la quale si aiutano, le anime purganti, la S. Messa produce maggiori frutti che se fosse celebrata soltanto per dovere sacerdotale. Ma se un moto intimo del cuore getta íl sacerdote in Dio, e lo fa cele­brare sotto tale impulso, allora il S. Sacrificio è ancora più fruttuoso ».

Geltrude aggiunse: « Dove hai tu appreso tante cose, mentre avevi in terra un'intelligenza così limitata? ». Ella replicò: « Ho appreso ogni cosa da Colui di cui S. Agostino disse: « avere visto Dio una sola volta, significa avere tutto appreso ».

Un altro giorno Geltrude vide la defunta raggiante di gloria, adorna di abiti scarlatti: ne chiese la ragiono al Si­gnore, il quale rispose: « Come gliene avevo fatto promessa, per tuo tramite, così l'ho rivestita della mia Passione; per­chè nonostante la grande debolezza della sua salute, non si è mai astenuta dai lavori comuni imposti dalla Regola e quantunque si spendesse al di là delle sue forze, pure non lasciò sfuggire nè un lamento, nè una impazienza». Il Si­gnore aggiunse: « Le ho poi dato parecchi nobili principi della mia corte, affinchè le rendano onori particolari per compen­sare gli spasimi sopportati durante la malattia. Un braccio le cagionò particolari sofferenze, perciò ella mi tiene abbracciato nella gloria con tale beatitudine che vorrebbe avere sofferto cento volte di più ».

Siccome Geltrude bramava sapere se la Congregazione riceveva qualche soccorso dalle anime beate che aveva dato al cielo, la defunta rispose: « Esse vi procurano aiuti im­mensi, perchè il Signore moltiplica i suoi benefici a vostro riguardo, per ciascuna delle vostre consorelle salite all'eterna gloria ».

Durante una S. Messa che non era cantata per i defunti, Geltrude, pregando ancora per la stessa Religiosa, la vide nella gloria e chiese quale frutto ritraeva da quel Santo Sa­crificio. Rispose ella: « Non attinge una regina nelle ricchez­ze del suo re e Signore? Ora che sono unita al mio Re, dol­cissimo Sposo, ho parte a tutti i suoi beni e mi assido alla sua tavola come regina a quella del suo sovrano. Per tutte queste grazie siano lode e gloria in tutti i secoli al Signore, Re dei Re ».

 

CAPITOLO IV

FELICE MORTE DI S. MATILDE, CANTRICE DEL MONASTERO

Quando Matilde devotissima maestra di coro, ricca di buone opere e tutta piena di Dio fu mortalmente inferma, volle, circa un mese prima del suo trapasso, seguire secondo una sua pia abitudine, l'esercizio della morte, composto da Geltrude. Una domenica, dopo essersi comunicata, ella consegnò la sua ultima ora alla divina misericordia.

Geltrude pregò per lei e vide in spirito, che il Signore aveva attratto per sua divina virtù, l'anima di Matilde e l'aveva poi rimandata al suo corpo per prolungare ancora un po' la sua santa vita. Geltrude chiese a Gesù: « Perché vuoi, amato Signore, ch'ella rimanga ancora in terra? ». Egli rispose: « Perchè voglio completare ciò che la mia divina Provvidenza ha stabilito di operare in essa. A tal fine ella mi servirà in tre maniere: mi offrirà cioè il riposo dell'umil­tà, il banchetto della pazienza e il sollievo di diverse virtù. Per esempio in tutto quello che vedrà e sentirà del prossi­mo, ne farà motivo dil umiltà, ponendosi al di sotto di tutte, facendomi così gustare un riposo delizioso nel suo cuore e nell'anima sua. Ella inoltre si mostrerà serena nelle soffe­renze e tribulazioni, le accoglierà con amore, sostenendo volentieri ogni pena: mi preparerà così un banchetto son­tuosamente servito. Infine nella generosa pratica di altre virtù, Matilde mi offrirà un riposo che sarà la delizia della mia Divinità ».

Un'altra volta; dovendosi Matilde comunicare, Geltrude chiese al Signore che cosa avesse in essa operato. Egli rispose: « Mi riposo fra i suoi dolci amplessi, come su di un letto nuziale ». Geltrude comprese che la camera nuziale ove l'anima riposava in Dio e Dio nell'anima, era la disposi­zione costante che la portava, fra pene e dolori continui, a confidare nella bontà di Dio, a credere che la divina mise­ricordia dirigeva tutto per suo bene, a ringraziare il Signore e ad abbandonarsi con fiducia nella sua paterna Provvidenza.

Siccome Matilde peggiorava rapidamente e verso sera sof­friva assai di cuore, veniva compassionata dalle consorelle che s'avvicinavano, vedendola fra tanti dolori. Ma ella le consolò dicendo: « Non piangete e non attristatevi a mio ri­guardo, mie dilette, perchè compatisco talmente alla vostra desolazione che, se fosse la Volontà del nostro dolce Sposo, vorrei vivere sempre nonostante questi dolori, per potere continuare a consolarvi in tutto ».

Altra volta insistettero presso la malata, perchè prendes­se una medicina che si credeva dovesse farle bene. Ella ce­dette nonostante la sua estrema ripugnanza, ma appena sor­bito il farmaco, i suoi dolori. crebbero. Geltrude bramò sa­pere all'indomani come Gesù avrebbe ricompensato l'ama­bile accondiscendenza della malata. Il Salvatore rispose: « Col dolore che quella medicina le ha prodotto, ho compo­sto un rimedio salutare per tutti i peccatori del mondo, per le anime del purgatorio ».

Nella domenica Si iniquitates, la penultima dopo Pen­tecoste, Matilde si comunicò per l'ultima volta. Geltrude pre­gava per lei, quando il Signore le ispirò di avvertirla, affin­chè si preparasse a ricevere l'Estrema Unzione. L'incarica pure di dirle, da parte sua, che, dopo aver ricevuto quel Sacramento salutare, Lui stesso, custode diligentissimo di co­loro che ama, l'avrebbe raccolta nel suo Cuore, per preser­varla dalla minima macchia, proprio come un pittore vigila il quadro che ha terminato, mettendolo a riparo dalla polvere.

Geltrude avvisò la malata: ma siccome Matilde era sem­pre stata sottomessa ai suoi Superiori, così si rimise alla loro guida anche per l'Estrema Unzione, non volendo anticiparla di sua volontà, abbandonandosi completamente alla divina Provvidenza, che aiuta coloro che in essa pongono la loro fiducia.

I Superiori, da parte loro, avevano una grande venerazione per la malata, ed erano sicuri che Dio l'avrebbe avvisata di domandare lei stessa i Sacramenti, a tempo opportuno, Così vedendo che nulla diceva, attesero. Ma il Signore, per mo­strare la verità della parola evangelica « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » (Matt. XXIV, 35), confermò quanto aveva detto alla sua Sposa prima del Mattutino della seconda feria, Matilde si sentì così male da essere ridotta agli estremi. Allora si chiamò in fretta il Sa­cerdote ed ella ricevette l'Estrema Unzione, se non quel giorno stesso, almeno prima dell'alba del giorno seguente.

Mentre Geltrude pregava per essa, durante l'unzione de­gli occhi, comprese che il Signore circondava l'agonizzante con tutta la tenerezza del suo divin Cuore: Egli dirigeva verso di lei i raggi del suo infinito splendore per comuni­carle, in quella luce, tutti i meriti acquistati dai suoi santis­simi occhi.

Da quel momento gli occhi della malata parvero stillare, sotto l'azione efficace della bontà divina, uni olio d'incompa­rabile dolcezza. Geltrude comprese che il Signore, per i me­riti di Matilde, accorderebbe il soccorso delle sue consola­zioni a tutti coloro che la pregherebbero e capì che Matilde aveva ottenuto quel favore, perché la carità l'aveva sempre animata a mostrarsi tenera e amabile verso tutti, durante la vita.

Quando il Sacerdote le fece le altre unzioni sui diversi sensi, il Signore le comunicò le opere perfette delle sue sa­cratissime membra. All'unzione delle labbra, quell'amante geloso delle anime, in uno slancio di tenerezza, depose su di esse un bacio più dolce del miele, comunicandole così tutto il frutto delle parole della sua sacra bocca.

Durante la recita delle Litanie alle parole: Omnes Sancti Seraphim et Cherubim, orate pro ea, Geltrude vide la fa­lange di quegli spiriti celesti, aprire le loro file, con gioia rispettosa, per preparare un posto d'onore a quell'eletta di Dio. Conveniva ch'ella fosse posta nei ranghi superiori degli spiriti più vicini alla divina Maestà, perché con la sua verginale santità aveva condotta in terra vita angelica. Ol­trepassando il coro degli Angeli aveva attinto coi Cheru­bini, alla sorgente dell'infinita Sapienza, i torrenti dell'intel­ligenza spirituale; coi Serafini ardenti ella aveva stretto fra le braccia della carità Colui che è fuoco consumatore: ignis consumens est (Deut IV, 24).

Man mano che nelle litanie s'invocava il nome dei Santi, ciascuno di essi si alzava con riverente gaudio e deponeva i suoi meriti, sotto forma di doni preziosi, nel seno del Signo­re, perchè li offrisse alla sua diletta, accrescendo così la sua gloria e beatitudine.

Dopo le sante unzioni il Signore la prese amorosamente fra le braccia custodendola per ben due giorni, con le lab­bra applicate alla ferita del divin Cuore, in modo ch'ella sembrava aspirarvi il soffio vitale; rimandandolo poi in quella sacra apertura.

S'avvicinava l'ora gioconda dei trapasso, l'ora nella quale il Salvatore avrebbe dato alla sua eletta il dolcissimo sonno dell'eterno riposo, dopo i dolori delle terrene fatiche. Era la terza feria, vigilia di S. Elisabetta, prima di Nona, quando Matilde entrò in agonia. La Comunità accorse devotamente per accompagnare, con le solite preghiere, la partenza di quell'anima tanto amata nei Cristo.

Geltrude, più fervente delle altre, vide l'anima della ma­lata sotto forma di una bella giovinetta che stava ritta da­vanti al Signore, esalando nella ferita del divin Cuore, il sof­fio ché ivi aveva aspirato. L'adorabile Cuore parve allora non poter più contenere il torrente della sua bontà e della sua dolcezza: ogni volta che aspirava il soffio dell'agoniz­zante, Egli faceva piovere, con slancio d'amore, abbondante rugiada di grazie su tutta la Chiesa e specialmente sulle persone presenti.

Geltrude ebbe l'intelligenza di questa visione. In quel momento la Santa agonizzante, per grazia di Dio, allargava il desiderio di bene al mondo intero e a tutti i defunti. Gesù accordava grazie universali.

Durante l'antifona Salve Regina, alle parole Eja ergo advocata nostra, l'eletta da Dio, sul puntò di spirare, si ri­volse con amore alla Vergine Maria e le raccomandò le con­sorelle che stava por lasciare, pregandola di circondarle, per amor suo, di speciali tenerezze. Ella le ricordò che durante tutta la vita era stata, fra le sorelle, un'avvocata benevola, premurosa, previdente e pregò la Madre di misericordia di difendere le loro cause intercedendo presso il suo Figlio per la comunità.

La Vergine accolse questa preghiera e, posando le sue mani benedette su quelle della morente, mostrò di accettare in eredità il Monastero che le veniva confidato. Mentre si recitava la breve preghiera: Ave Jesu Christe, alle parole via dulcis, Gesù, tenero Sposo di Matilde, appianò e addolcì la via con un'effusione della sua Divinità, per attrarre a sè la sua diletta con maggior tenerezza e minore sforzo.

Durante il giorno dell'agonia ella non disse che queste parole: Jesu borse, Jesu borse! mostrando in tale modo che Colui, il cui nome ritornava così spesso sulle sue labbra, fra gli amari dolori della morte, abitava veramente nelle pro­fondità della sua anima. Le consorelle a una a una racco­mandarono alle sue preghiere i bisogni particolari. Ella non poteva parlare, ma diceva tuttavia sommessamente: « volon­tieri! » oppure « sì! » per mostrare con quale tenerezza tra­smetteva al Signore tutte quelle suppliche.

Geltrude comprese altresì che, da tutte le membra sof­ferenti della malata, esalava un vapore che penetrava l'ani­ma sua purificandola mirabilmente da ogni macchia, santifi­candola e rendendola atta a gustare subito l'eterna bea­titudine.

Geltrude, che ebbe la conoscenza di tali cose, si propose in un primo tempo, di tenersele celate in cuore per non tra­dire il segreto delle sue rivelazioni; ma poi vide chiaramente che quel progetto era contrario al volerei di Dio « cujus glo­ria est revelare sermonem - che è glorificato quando si rivela la sua parola » e che disse: « Quod in aure auditis, praedicate super tecta - Quello che avete udito, predicatelo sui tetti » (Matt. X, 27).

Durante i Vespri di S. Elisabetta si credette che Matilde stesse per spirare. La Comunità lasciò il coro in fretta per recitare al letto dell'agonizzante le preghiere di rito. Ma Gel­trude, per quanto si sforzasse di applicare i suoi sensi inte­riori, nulla poteva percepire di quanto riguardava la morente. Allora, riconoscendo la sua colpa, promise al Signore di far conoscere, per la sua gloria e il bene del prossimo, tutto quanto si fosse degnato rivelarle.

Dopo Compieta la malata parve, per la terza volta, spi­rare. Geltrude, rapita in estasi, vide quell'anima sotto l'aspetto di una graziosa giovinetta, adorna di ricchi monili, che designavano le sue lunghe sofferenze. Ella si precipitò con slan­cio fra le braccia di Gesù Cristo e parve attingere dalle sue Piaghe, delizie speciali, come ape la quale raccolga dai fiori miele squisito.

Mentre si recitava il Responsorio « Ave Sponsa Virginum Regina, Rosa sine spina - Salve, Sposa, Regina delle vergini, rosa senza spine», la gloriosa Vergine si avanzò e dispose ancor meglio l'anima di Matilde a godere le delizie di una beatitudine immediata. Allora in virtù dei meriti di sua Ma­dre, in virtù soprattutto della dignità che le ha meritato il titolo di Madre Vergine, il Signore Gesù, prese una col­lana, riccamente adorna di gemme preziose e la pose al collo della morente. Volle conferirle il privilegio di essere chia­mata ella pure vergine madre, come la Regina del cielo, perchè aveva generato il Cristo nelle anime con uno zelo ar­dente d'amore.

Nella notte della festa di S. Elisabetta, appena iniziato il Mattutino, lo stato di Matilde si aggravò a tal punto che si credette imminente la morte: la Comunità lasciò il coro ed accorse secondo l'uso al capezzale dell'inferma.

Apparve allora Gesù, come uno Sposo raggiante d'onore, di gloria, adorno di tutto lo splendore della Divinità. Egli si rivolse alla morente con bontà: « Presto, mia diletta, ti esalterò allo sguardo delle persone a te più vicine, cioè alla presenza di questa Comunità che prediligo ».

Poi in un modo ineffabile ed incomprensibile, salutò quel­la beata anima, attraverso le ferite del suo sacratissimo Corpo, in guisa che ciascuna aveva quattro modi dolcissimi e pieni di grazia per chiamare l'anima che stava per lasefare la terra. Era un suono melodioso, un sapore pieno di virtù, un'abbondante rugiada, una luce ineffabile. Il suono melo­dioso che superava tutte le armonie simboleggiava le parole che la Sposa di Cristo aveva detto durante la vita, sotto l'in­fluenza del divino amore, o spinta dalla brama di procurare la salvezza del prossimo: esse erano fruttificate al centu­plo, e attraverso alle sacmtissime Piaghe di Gesù, ritornava­no a lei per arricchirla. Il meraviglioso vapore significava i desideri ch'ella aveva avuto di lodare Dio, glorificandolo con la salvezza del mondo intero. Anche questi desideri riceve­vano ricompensa dalle dolci ferite del Salvatore Gesù. L'ab­bondante rugiada esprimeva l'ardente amore ch'ella aveva sempre avuto per Dio e per il prossimo in vista di Dio, amore che le comunicava delizie ineffabili attraverso le Piaghe, ado­rabili di Gesù. Infine la luce brillante era il simbolo dei diversi dolori di anima e di corpo, che aveva sopportato in vita: tali sofferenze, nobilitate in modo stupendo per l'unione alla Passione di Cristo, santificavano l'anima sua, trasfigu­randolai in un divino splendore.

La morente riposava in mezzo a queste celesti consola­zioni, e invece di sciogliersi dai legami terreni aspirava a beni superiori, preparati dal suo Diletto. Su tutte le persone pre­senti il Signore riversava l'abbondante rugiada della sua di­vina benedizione, dicendo: « La mia bontà si compiace di mostrare ai membri di questa Comunità che mi è così cara, la trasfigurazione che compio nella mia Sposa. Questa grazia le varrà in cielo, davanti a tutti i Santi, l'onore di cui go­dono i miei apostoli prediletti Pietro, Giacomo, Giovanni, scelti come testimoni della mia trasfigurazione sul Tabor ».

Geltrude chiese allora: « Quale vantaggio procura questa benedizione e l'effusione delle tue grazie a delle anime che non vedendo tali cose, non ne gustano il sapore?». Rispose Gesù: « Quando un uomo riceve dal suo signore il dono di un ricco frutteto, non può conoscere il gusto dei frutti che produrrà: aspetta la stagione della maturanza. Così quando io diffondo la mia grazia su di un'anima, essa ne gusta la dolcezza soltanto se, con la pratica generosa della virtù, spezza la scorza delle voluttà terrestri e si nutre con la man­dorla delle consolazioni interiori ». Il Signore benedisse in seguito la Comunità che ritornò in coro per terminare il Mattutino.

Mentre si cantava il XII responsorio: « O Lmpas » l'anima di Matilde apparve ritta, davanti alla Trinità supre­ma, in atto di pregarla con fervore per la Chiesa. Dio Padre la salutò con le stesse parole, cantando anche la dolce me­lodia: « Ti saluto, o mia eletta perchè, per gli esempi della tua santa vita, puoi essere chiamata « la lampada della Chie­sa dalla quale scorrono ruscelli di olio: Lampas Ecclestae, rivos fúndens olet »; cioè i rivoli benedetti delle tue preghie­re che si diffondono su tutta la Chiesa ».

Il Figlio di Dio disse a sua volta: « Rallegrati, o mia sposa: tu sei chiamata, a buon diritto « medicina gratiae - rimedio della grazia », perchè con le tue suppliche molti ri­ceveranno grazie più abbondanti. In seguito lo Spirito Santo cantò: « Salve, o mia immacolata, tu sarai chiamata, con giustizia « nutrimentum fidei - alimento della fede » perché la virtù della fede sarà rinvigorita e temprata nei cuori di coloro che crederanno piamente a quanto si opera in te, non corporalmente, ma spiritualmente.

Dio Padre allora le fece parte della sua onnipotenza, affinchè l'offrisse come una protezione assicurata - (tutelam) - a tutti coloro che temendo - (paventibus) - della fragi­lità della loro natura, non hanno ancora un'assoluta confi­denza nella bontà divina. Lo Spirito Santo le conferì il dono di riscaldare le anime tiepide - (calorem minus fervidis) - col fervore della sua carità. Infine il Figlio di Dio le concesse in unione con la sua santissima Passione e morte, di guarire - (medelam) - tutti i languenti nel peccato - (languidis). Allora la moltitudine degli Angeli e dei Santi, si mise a esal­tarla davanti al Signore, dicendo: « Tu Dei saturitas, oliva fructifera, cujus lucet purttas et resplendent opera - In te Dio si sazia, oliva feconda, la cui purezza brilla e le opere risplendono ». A quelle parole: « cujus lucet puritas » i Santi onorarono il dolce riposo che il Signore si era degnato pren­dere in quell'anima: alle parole et resplendent opera, esal­tarono la purezza d'intenione che aveva avuto in ogni atto. Infine tutti i Santi intonarono ad alta voce l'antifona: Deus palam omnibus revelans justitiam, salutarem gentibus per hanc infudit gratiam - Dio, che ha rivelato la sua giustizia a tutti, ha diffuso, per mezzo di quest'anima, la sua grazia sulle nazioni ».

Durante il prefazio della S. Messa in canto, Gesù, lo Sposo raggiante di gioventù e di bellezza, apparve come ri­vestito di una nuova gloria e si pose in modo che il suo Volto adorabile era in linea retta davanti a quello della Mo­rente, tanto da poterne attrarre il respiro. Egli fissò i suoi divini occhi in quelli della sua Sposa per illuminarla, san­tificandola con maggiore abbondanza onde prepararla al­l'eterna beatitudine.

L'ora desideratissima si avvicinava, nella quale la sposa di Cristo, perfettamente adorna secondo il gusto del Diletto, doveva entrare nella camera nuziale. Allora il Dio di maestà, inondato Lui stesso di delizie, l'investi con la luce della sua Divinità e intonò questo dolce invito: « Vieni, o benedetta dal Padre mio, ricevi il regno che ti è stato preparato. Le­vati, af frettatt, amica mia». Le ricordò anche il preziosissimo dono del suo Cuore (I) che le era stato accordato alcuni anni prima, come pegno del suo amore, pronunciando le stesse parole, e le consolazioni che da quel giorno le aveva sem­pre prodigate. Salutandola teneramente, le chiese: « Ov'è il mio pegno? ». A queste parole ella aperse il suo cuore con le mani e lo pose davanti al suo diletto Signore. Egli applicò il suo adorabile Cuore a quello della sua Sposa, l'assorbì in se stesso per la virtù della sua divinità e l'unì felicemente alla sua gloria.

Possa ella nella sua felicità immensa, ricordarsi delle anime care e ottenerci la grazia del divino amore!

Mentre si faceva la raccomandazione dell'anima, secondo l'uso, il Signore apparve assiso nella maestà della celeste gloria, accarezzando teneramente l'anima che riposava sul suo seno.

Quando si recitò: c Subvenite, Sancti Dei: occurrite, An­geli Domini, suscipientes animam ejus - Soccorretela, Santi di Dio: Angeli di Dio, venitele incontro. Ricevete la sua anima », gli Angeli, vedendola accolta con tanto onore dal Signore, vennero a incontrarla, piegando il ginocchio come vassalli che ricevono un feudo dalle mani del sovrano; essi constatarono che i meriti che avevano offerto alla diletta Sposa di Cristo al momento dell'Estrema Unzione, erano raddoppiati e nobilitati. I Santi fecero ciascuno come gli Angeli, quando nelle Litanie venne invocato in particolare il loro nome.

Geltrude si senti ispirata a chiedere a Matilde di pregare per la conversione delle persone ch'ella aveva particolarmen­te amato. Ella rispose: « Vedo in piena luce di verità come l'affetto che ebbi per le anime in terra, paragonato all'amore che loroi porta il divin Cuore, è come una goccia di rugiada di frontq all'oceano. Capisco pure le mire di Dia permettendo che abbiano certi difetti; è per farle crescere in umiltà, o per dare loro il merito di una lotta perseverante. Non posso dunque, neppure per un attimo, volere altra cosa di quello che il mio Signore ha ordinato nella sua sapienza, così mi prodigo in continui ringraziamenti per i decreti ammirabili della divina Bontà ».

Il giorno dopo alla prima S. Messa che era Requiem aeternam, l'eletta di Dio parve porre delle cannule d'oro che andavano dal Cuore di Gesù verso tutti coloro che avevano per essa una divozione particolare. Così quelle cannule, do­vevano attingere nel Cuore divino, tutto quello che deside­ravano. A ciascuna di esse si adattava un filo d'oro coi quale attraevano quanto bramavano, dicendo queste parole o altre consimili: « Per l'amore che ti ha spinto, o Gesù, a colmare di beni la tua eletta Matilde, o altro eletto, come tutte le anime privilegiate che non hanno messo ostacolo alle tue grazie, per l'amore altresì che ti ha portato a dif­fondere i tuoi beni in terra e in cielo, esaudiscimi, o Gesù, in nome di Matilde e dei tuoi Santi ». Tali parole, dette con fiducia, piegheranno facilmente la divina clemenza a esau­dire qualsiasi preghiera.

All'Elevazione della sacratissima Ostia, Matilde parve de­siderare di essere offerta al Padre con l'Ostia Santa per la sua gloria e la salvezza del mondo. Perciò il Figlio di Dio, che non lascia insoddisfatto nessun desiderio dei suoi elet­ti, l'attrasse a sè e la presentò al Padre con l'Ostia Santa: indi procurò di diffondere i salutari effetti del Sacrificio, raddoppiato in un certo senso da quell'unione, irradiando nuo­vi tesori in cielo, in terra, nel purgatorio.

Un'altra volta Geltrude vide nuovamente la beata Matil­de nella gloria, e le chiese che cosa aveva guadagnato per la recita che le sue amiche avevano fatto a suo onore del­l'antifona: « Ex quo omnia, per quem omnia, in quo omnia, ipsi gloria in saecula - Tutto da Lui, tutto per mezzo di Lui, tutto è in Lui: a Lui sia gloria in eterno » ripetuta tante volte quanti giorni essa era vissuta in terra, come delle SS. Messe in onore della SS; Trinità che avevano fatto ce­lebrare in numero uguale agli anni della sua vita. Tali pre­ghiere e SS. Messe avevano per scopo di rendere a Dio glo­ria e ringraziamenti per i benefici accordati a quell'anima. Rispose Matilde: « Il Signore mi ha ornata di magnifici fiori in numero corrispondente alle volte ch'esse hanno re­citato l'antifona: « Ex quo omnia; per tali fiori, a me at­traggo, dal dolcissimo Cuore di Gesù, un sapore che vivifica. Per le SS. Messe Egli mi dà, in ricambio delle lodi che gl'indirizzo, un certo aroma che ricrea, in modo delizioso ed ammirabile, tutti i sensi dell'anima mia».

In altra occasione Geltrude, baciando le Piaghe del Si­gnore, recitò cinque Pater e li offerse a Dio, per supplire alle preghiere che la sua estrema debolezza le aveva impe­dito di recitare per Matilde,, durante la malattia e dopo la sua morte. Parvero allora uscire dalle Piaghe del Signore cinque fiori di meravigliosa freschezza chè stillavano, in vir­tù di quelle sacre ferite, un balsamo profumato di perfetta purezza e vigore stupendo. Geltrude salutò teneramente Ma­tilde, dicendo: « O eletta Sposa di Cristo, gradisci benevol­mente questi fiori, che sono germogliati dalla sovrabbondan­za della divina bontà, ricevili come un primo acconto del debito che non posso ancora pienamente sodisfare; ador­nati di essi per accrescere i tuoi meriti e prega lo Sposo di­vino per me che sono così miserabile ».

Matilde rispose: « Quello che mi procura maggiori deli­zie si è di ammirare questi fiori, nobilitati dal contatto delle dolci Piaghe del Salvatore, perchè quando le toccherò col mio desiderio per spremerne il profumo, subito, in virtù di queste benedette ferite,, stilleranno in abbondanza un salu­tare liquore che recherà il perdono si peccatori e la conso­lazione ai giusti ».

 

CAPITOLO V

SI PARLA DELL'ANIMA DELLE SORELLE M. ED E.

Due giovanette di nobile nascita, ma ancora più nobili per elevatezza di cuore, sorelle non solo di sangue, ma an­che di anima e di virtù, dopo d'aver trascorso l'infanzia nel­l'innocenza e nella pratica della religione, furono chiamate alle nozze eterne dallo Sposo immortale, mentre erano an­cora nel fervore del noviziato.

La prima morì nella festa dell'Assunzione di Maria SS., proprio nel giorno delle sue mistiche nozze; l'altra la seguì un mese dopo. Il loro ultimo combattimento fu gloriosissi­mo: parole e atti respiravano acceso fervore, divozione am­mirabile e volontà eccellente; tanto dell'una come dell'altra si possono narrare grandi cose.

La prima così felicemente spirata il giorno dell'Assunta, apparve a Geltrude: Era davanti al trono di gloria del Si­gnore Gesù, circondata di luce e adorna di vari ornamenti. Ella però stava davanti a Lui come una Sposa timida, ten­tando di chinare il viso e non osando nè aprire, nè alzare gli occhi, davanti alla gloria di una maestà così grande. Gel­trude, spinta da zelo, disse al Signore: « O Dio di bontà, lasci tu cotesta tua piccola Sposa davanti a Te, quasì in con­tegno di straniera e non la chiami ai dolci tuoi amplessi? ». Tali parole parvero commuovere la tenerezza del Signore, il quale tese le mani verso quell'anima in atto di abbracciarla. Ma essa, con una specie di rispettosa delicatezza, tentava di sfuggire al divino amplesso.

Geltrude, grandemente sorpresa, chiese all'anima: « Per­chè mai sfuggi all'abbraccio di uno Sposo così amabile? ». Ella rispose: « Alcune macchie di cui non mi sono ancora purificata, me ne rendono indegna, ma se anche mi fosse dato procedere liberamente verso il mio Dio, la giustizia me lo impedirebbe, perchè sono ancora incapace di unirmi al mio glorioso Signore ».

Geltrude riprese: « Come mai ciò può essere giacché ti vedo già glorificata ed ammessa alla presenza del Signore? » L'anima rispose: « Quantunque ogni creatura sia presente a Dio, pure ciascun'anima può a Lui maggiormente avvicinarsi per mezzo della carità. Ma la beatitudine piena che consi­ste nella visione e nel possesso della Divinità, nessuno può gustarla se non è perfettamente purificato, e in tale stato non può entrare nel gaudio del suo Signore ».

Un mese dopo, quando la sorella della defunta entrò in agonia, Geltrude pregò molto per essa. Qualche istante dopo la sua morte la vide in un luogo di luce, adorna di abiti rossi, quasi Sposa che fosse sul punto di essere presentata ai suo Signore. Gesù apparve a lei vicino, in aspetto di gio­vane pieno di vigore e di bellezza: con le sue cinque Piaghe rallegrava i cinque sensi dell'anima, facendole gustare le de­lizie delle sue consolazioni e divine carezze.

Geltrude chiese al Signore: « O Dio di ogni consolazio­ne, poichè sei vicino a quest'anima e le prodighi tante gioie, come mai la tristezza del suo volto tradisce una sofferenza interna? » Gesù rispose: « Mostrandomi a lei le faccio gu­stare le delizie della mia Umanità, ciò che non può conso­larla, ma soltanto ricompensarla dell'amore che ebbe, negli ultimi istanti, per le sofferenze della mia Passione. Quando si sarà perfettamente purificata delle negligenze della sua vita passata, allora potrà rallegrarsi appieno nella mia Divi­nità ».

Geltrude insistette: « Come mai le negligenze della sua vita passata non furono riparate a sufficienza con la divozione da lei dimostrata nelle ultime ore, poichè è scritto che, l'uo­mo sarà giudicato tale quale si troverà all'estremo momen­to? ». Rispose il Salvatore: « Quando l'uomo giunge in fin di vita, le forze l'abbandonano e non può agire che con la volontà. Se la mia gratuita carità gli dona buon volere e santi desideri, ne ritrae vantaggio grande, ma non tale da cancellare tutte le passate negligenze, come se avesse usato sempre della volontà per migliorare la vita, quando era an­cora nella pienezza della salute e dello forze ». Geltrude ri­prese: « Dolcissimo Gesù, non potresti nella tenera tua mise­ricordia, cancellare tutte le negligenze di questa anima, a cui hai dato, fin dall'infanzia, un cuore affettuoso, ricco di bontà per tutti? ». Il Salvatore spiegò: « Ricompenserò senz'altro la sua tenerezza di cuore e generosa volontà di bene: ma la mia giustizia esige che le minime negligenze siano cancellate ».

In seguito accarezzò teneramente la sua Sposa ed aggiun­se: « La mia diletta acconsente volentieri alle esigenze della divina giustizia: quando sarà completamente pura, la gloria della mia Divinità sarà ben sufficiente per consolarla! ». L'ani­ma acconsentì a tali parole, e mentre il Signore pareva riti­rarsi nelle profondità del cielo, ella rimase sola allo stesso posto, sforzandosi di elevarsi verso l'alto. Espiava con tale solitudine alcune leggerezze infantili che talvolta le avevano fatto gustare troppo la compagnia delle creature. Gli sforzi poi che faceva per inalzarsi, la purificavano di essersi abban­donata alla pigrizia in certi malesseri corporali.

Un'altra volta Geltrude pregò per lei durante la S. Messa e all'Elevazione disse: « Padre Santo, ti offro l'Ostia divina per quell'anìma, in nome di tutti coloro che sono in cielo, in terra e in purgatorio ». La defunta le apparve allora un po' più elevata verso il cielo e un grande numero di per­sone erano davanti a lei in ginocchio, sostenendo l'Ostia con le due mani. L'anima, in virtù di tale offerta, veniva attratta verso la gloria, e gustava gioie ineffabili. Ella disse: « Ora esperimento la verità di quelle parole: nessun bene fatto dall'uomo mancherà di ricompensa, nessun male sfuggirà il castigo, o prima, o dopo la morte. Infatti per avere arden­temente amato la S. Comunione, trovo grande sollievo nel­l'offerta del S. Sacramento dell'altare che viene fatta a mio vantaggio. Per essere stata buona con tutti, ritraggo conso­lazione grande da tutte le preghiere che vengono indirizzate a Dio in mio favore. Ciascuna poi di queste disposizioni mi varrà ancora un'altra ricompensa eterna in cielo ».

Quest'anima si elevava così a poco a poco verso il Paradiso, come portata dalle preghiere della Chiesa. Ella sapeva che al momento fisso, il Signore le sarebbe venuto incontro, nella moltitudine delle sue misericordie, per darle la corona regale e condurla alle gioie eterne.

 

CAPITOLO VI

L'ANIMA DI S. APPARE ASSISA IN SENO A DIO

Mentre si dava l'Estrema Unzione alla Madre S. la maggiore, Geltrude recitò per essa 5 Pater, e alla fine, indi­rizzando la preghiera alla Piaga del costato di Cristo, do­mandò al Signore di lavare l'anima della morente nell'acqua di quella benedetta sorgente e di adornarle di virtù per i me­riti del suo preziosissimo Sangue.

L'anima allora le apparve come una giovinetta coronata di aureola: il Signore la circondava col braccio sinistro e compiva in essa quanto Geltrude aveva chiesto. La Santa però comprese che quella sua consorella doveva vivere an­cora, ed espiare con la malattia una colpa commessa contro l'obbedienza, avendo ella comunicato a un'altra inferma più di quanto le era stato permesso.

Infatti ciò avvenne perchè visse ancora cinque mesi, pro­vando talora atroci sofferenze. Tutte poterono constatare che lei espiava così la sua colpa. Però nel giorno di cui parlia­mo ella mostrò una gioia grandissima, essendo venuto il Si­gnore a visitarla con la sua grazia.

Ella tentò parecchie volte di esprimere il dono fattole da Dio, ma le forze le vennero meno e non potè spiegarsi. Geltrude che ne aveva avuto la conoscenza per rivelazione, era là presente; la malata la chiamò per nome, tese con uno sforzo ambo le mani verso di lei esclamando: « Oh di­telo voi per me, giacchè sapete tutto! ». Geltrude con pia­cevolezza, cominciò a narrare quanto la malata desìderava. Alcune consorelle presenti cercarono, sotto forma di con­gettura, di fare qualche aggiunta, ma la morente negava quei detti con energia, affermando invece che Dio le aveva ri­messo le colpe, adornandola di virtù.

Dopo cinque mesi, alla vigilia della sua morte, Geltrude vide il Signore assiso, occupato a preparare nel suo seno un soggiorno comodo e gradito per la malata, mostrando gran­de premura di renderlo dolce e di perfetta nitidezza. La morente pareva essere a sinistra del Salvatore, coricata in letto (come lo era in realtà), ma circondata da una spe­cie di nebbia. Geltrude, favorita da questa visione, chiese « Oh, Signore, un riposo così glorioso non pare adatto per un'anima avvolta da una simile nebbia ». Egli rispose: « Vo­glio lasciarla là un po' di tempo fino a quando possa pre­sentarsi a me, perfettamente pura.».

La malata passò dunque quel giorno e la notte seguente in agonia. All'indomani Geltrude vide il Signore inchinarsi con bontà verso la morente, che da parte sua, pareva sol­levarsi per avvicinarsi a Lui.

La Santa chiese: « Caro Gesù, vieni Tu verso quest'ani­ma desolata come tenerissimo Padre? ». Egli affermò con un lieto cenno di capo. Un momento dopo, quando fu spi­rata, Geltrude vide ancora l'anima della defunta sotto l'a­spetto di una giovane adorna di abiti bianchi e rosa, che volava al posto assegnatole. Il Signore stese il braccio si­nistro per riceverla, ed ella parve appoggiarvi la testa in atto di estrema debolezza. A un tratto quel riposo non la soddisfece più, e appoggiandosi al braccio destro del Signore, volle baciare le benedette labbra di Colui che amava. Ma non potendo arrivare fin là, tentò, con un moto rapido, di baciare il sacro petto di Cristo, sul quale si lasciò cadere come estenuata. Quel riposo continuò fino a quando, nella raccomandazione dell'anima, si recitarono le parole: « Tibi supplicatio commendet Ecclesiae . Che la supplica della Chie­sa ecc. ». Allora ella attinse a grandi sorsi dal seno di Cristo, ove sono nascosti tutti i tesori della beatitudine, un soavissi­mo ristoro che la rianimò dolcemente ridandole nuove forze.

 

CAPITOLO VII

LIETO TRAPASSO DI M. DI SANTA MEMORIA

Quando S. M. di santa memoria giunse ai suoi ultimi istanti, Geltrude pregava con la Comunità e diceva fra l'altro a Gesù: « Perchè, amatissimo Signore, non esaudisci le pre­ghiere che inalziamo per essa? ». Egli rispose: « Il suo spi­rito spazia in tali altezze da non poter essere consolato in modo umano ». Geltrude Insistette: « In virtù di quale giu­dizio? ». E il Signore: «Ho messo il mio segreto in essa, come ebbi già, il mio segreto con essa ». La Santa persistette nel voler sapere come quell'anima si sarebbe sciolta dal corpo. Gesù le disse: « La mia divina virtù l'assorbirà, come il sole cocente una goccia di rugiada.» Geltrude volle anche sapere perchè Gesù la lasciava in preda al delirio. Il Salvatore rispose: « Per mostrare che la mia azione agisce più nell'intimo dell'anima che alla superficie ». E Geltrude: « La tua grazia, o Gesù, potrebbe raggiungere lo stesso ef­fetto illuminando i cuori ». Egli spiegò: «Come mai questa grazia agirebbe su coloro che non scendono mai nella pro­fondità della loro anima, ove è mia abitudine infondere la grazia? ». Geltrude pregò poi il suo Sposo divino di con­cedere a Suor Matilde il dono dei miracoli, almeno dopo la morte, per la gloria di Dio, e per confermare le sue rive­lazioni, confondendo così gli increduli. Allora il Signore, te­nendo il libro delle rivelazioni di Matilde con due dita, disse: « Forse che non mi è dato riportare vittoria anche senza ar­mi? » E aggiunse: « Quando l'ho creduto. necessario, ho sottomesso i popoli e i regni con grandi prodigi, Coloro che hanno esperimentato l'effusione della mia grazia, possono oggi facilmente prestare fede prudente alle rivelazioni. Non posso però soffrire i perversi che contraddicono questi scritti; del resto trionferò di essi come degli altri ».

Geltrude capì allora come il Signore veda con dolce ri­conoscenza le anime fedeli credere senza difficoltà all'ab­bondante effusione della grazia che riversa sugli eletti, non secondo il loro merito, ma secondo l'infinita bontà del suo Cuore.

Mentre veniva conferita l'Estrema Unzione alla morente, Geltrude vide Gesù toccare con la mano il cuore di Matilde, dicendo: « Quando questa mia felicissima Sposa sarà sciolta dal corpo e immersa nell'oceano donde è uscita, diffonderò le onde abbondanti della mia beatitudine su coloro che la affezione ha condotto intorno al suo letto ».

In seguito, prolungandosi l'agonia, Geltrude con altre suore perseverava in preghiera vicino a Matilde. Ella conob­be che il Signore arricchiva le persone presenti con tre be­nefìci: il primo era il compimento dei loro giusti desideri, il secondo un aiuto speciale che riceverebbero per correg­gere i loro difetti (queste due grazie dovevano essere più facilmente ottenute in quel luogo, per i meriti di Matilde). Il terzo beneficio fu l'ampia benedizione che il Signore diede a tutti stendendo la mano.

Geltrude meditava quelle cose con profonda gratitudine, quando alcuni momenti dopo, vide il Signore delle virtù, il Re di gloria, più avvenente degli Angeli e dei Santi, stare seduto a capo del letto e ricevere nel suo sacratissimo Cuore, dal lato destro, il respiro che, quasi brillante arco d'oro, sfuggiva dalle labbra dell'agonizzante. Dopo d'avere goduto a lungo di quella deliziosa visione, mentre si ricominciarono i salmi: « Deus, Deus meus respice in me » (Sal. XXI) e pre­cisamente alla fine del salmo: « Ad Te levavi animam meam » (Sal. XXIV) il Signore si chinò sull'agonizzante e, con infi­nita tenerezza, l'abbracciò due volte, quale amatissima Sposa.

Durante la recita dell'antifona « Ut te simus intuentes - Affine che noi possiamo vederti », la gran Madre di Dio, l'illustre Vergine di stirpe regale, apparve ammantata di por­pora: si inchinò teneramente sulla Sposa del suo Figlio e, prendendole la testa con le due mani, la dispose in modo che il suo respiro potesse giungere direttamente al Cuore divino.

Mentre si recitava la breve invocazione: « Ave, Jesu Chri­ste, Verbum Patris - Salve, o Cristo, Verbo del Padre », il Signore apparve trasfigurato in una meravigliosa chiarezza, col volto raggiante come il sole nel più splendido meriggio. A tale vista Geltrude ebbe un trasporto di ammirazio­ne, ma rientrando ben presto in se stessa, vide la rosa brillante del cielo, la Vergine Maria che, gioiosa di mirare il Figlio suo unito a quella nuova amabile Sposa, lo stringeva fra le braccia, baciandolo con tenerezza.

Geltrude comprese allora che l'unione eterna era con­sumata per Suor Matilde. La sua bell'anima, assetata di Dio, era stata introdotta nella cella traboccante di felicità para­disiaca, ove si trovava per sempre immersa nell'abisso infinito della vera beatitudine.

 

CAPITOLO VIII

SI NARRA DELL'ANIMA DI M. B. CHE VENNE SOCCORSA DAI SANTI

Durante l'agonia di M. B., di santa memoria, Geltrude si raccolse in se stessa e si sforzò, con la grazia di Dio, di scoprire quanto avveniva intorno all'ammalata. Dopo un tem­po abbastanza lungo, ella potè vedere soltanto che quell'ani­ma incontrava un certo ostacolo per aver provato qualche volta, troppa sodisfazione nelle cose esteriori, come per esem­pio; di avere un letto adorno di drappi d'oro e di graziosi arabeschi.

Nello stesso giorno venne celebrata per lei la S. Messa. All'Elevazione Geltrude offerse l'Ostia Santa per l'anima della defunta e comprese, senza però nulla vedere, che l'anima era presente. Volle cercarla e chiese al Signore: « Dov'è ella mai, mio caro Gesù? ». Egli rispose: « Ella viene a me rag­giante di candore ». Comprese che le preghiere offerte dalle anime caritatevoli per la defunta, prima della sua morte le erano state così vantaggiose da permetterle l'immediato in­gresso in cielo. Infatti alcune persone avevano avuto la ca­rità grande di prendere su di loro i peccati della morente per espiarli, e per la grazia di Dio, le avevano fatto dono dei loro meriti.

Al momento della sepoltura Geltrude pregò ancora per lei durante la S. Messa. La vide a destra del Signore seduta a un banchetto le cui vivande erand le preghiere ed i sacri­fici offerti secondo le sue intenzioni.

All'Elevazione, il Signore le presentò quell'Ostia sotto la forma di una coppa da bere. Appena ella ne ebbe gustato, fu penetrata fino all'intimo dalla soavità divina. Allora, a mani giunte, con profonda tenerezza, pregò per tutti coloro che in questa vita l'avevano contrariata con pensieri, parole, atti, poichè già gustava il merito acquistato in quelle difficoltà. Avendo Geltrude chiesto, con meraviglia, perchè mai non pregasse per i suoi amici, rispose: « Le preghiere pera i miei amici sono tanto più efficaci, in quanto le indirizzo, con maggior amore al Cuore del mio Diletto ».

Un altro giorno, Geltrude ricordò di essersi spogliata di tutti i suoi meriti in favore della defunta. Disse con tristezza a Gesù: « Spero che la tua tenera misericordia getterà più spesso uno sguardo di compassione sulla mia angoscia e sulla mia nudità ». Rispose il Signore: « Che posso fare per chi si è spogliato, a titolo di carità, se non rivestirlo dei miei stessi abiti e assisterlo, lavorando con esso, a ricu­perare al più presto quanto ha elargito in spirito di carità? ».

E Geltrude: « E' inutile, caro Gesù, che Tu meco lavori: io ti giungerò senz'altra spoglia di tutto, perchè ho rinun­ciato ai meriti futuri come ai passati ». « In verità - riprese il Signore - una mamma lascia che i figlioli più grandi­celli si vestano da soli, ma il bimbo appena nato lo tiene stretto fra le sue braccia e lo riscalda col suoi stessi abiti ». E aggiunse: « Seduta come sei alla riva dell'oceano, ti par forse di essere men ricca di coloro che si fermano alla sor­gente dei ruscelli? ». Il senso è chiaro. Colui che ritiene egoi­sticamente il bene fatto, è seduto alla sorgente dei ruscelli, ma chi si spoglia di tutto, in spirito d'umiltà e di carità, possiede Dio stesso, abisso di ogni beatitudine.

 

CAPITOLO IX

SI PARLA DELLE ANIME DI G. E DI S. CHE IL SIGNORE COLMO' DELLE SUE GRAZIE

Secondo la S. Scrittura, ciascuno sarà punito nel modo con cui ha peccato e ciascuno sarà ricompensato secon­do avrà ben agito e ben sofferto. A profitto del lettore, ag­giungiamo quanto segue.

Nel Monastero vi furono due malate contemporanea­mente. Una così evidentemente affetta da etisia, che venne circondata, com'era conveniente, da ogni sollecitudine.

L'altra, avendo una malattia non ben definita e meno grave, non fu curata con la stessa premura.

Ma, essendo assai spesso falso il giudizio umano, avvenne che quest'ultima; della quale si sperava la guarigione, morì un mese prima dell'altra. Al termine dei suoi giorni, ella si era santificata, in pazienza grande e acceso fervore, ma non era ancora perfettamente pura; perciò l'infinita tenerezza del nostro amorosissimo Signore, che non può soffrire om­bra di macchia in una Sposa, volle purificarla della poca premura che aveva avuto nel ricevere il Sacramento della Confessione.

Infatti non sentendosi colpevole di peccato grave, ella aveva trascurato di farsi assolvere dal Sacerdote, per togliere dall'anima quella polvere di venialità, che è inerente alla fragile natura umana. Talvolta aveva perfino simulato di dormire, quando arrivava il Sacerdote, per non ricevere tale Sacramento.

Ecco come il fedelissimo Amico delle anime la purificò; nel momento in cui stava per entrare con gioia nella ca­mera nuziale dell'eternità.

Appena ella ebbe chiesto ansiosamente il confessore perdette l'uso della parola. Lo spavento che provò al pensiero di dovere, dopo morta, espiare le colpe che non poteva con­fessare, bastò a purificare la sua anima. Allora tutta bella e immacolata, quell'anima diletta da Dio, si svincolò dalla prigione del corpo per entrare, raggiante di gloria incom­parabile, nel palazzo celeste. Tale entrata in cielo diede luogo a molte rivelazioni: noi ne citeremo soltanto una per l'edi­ficazione del lettore.

Quando quell'anima arrivò davanti al trono di gloria, il Signore volle, con privilegio particolare, disporla Lui stesso a ricevere ciascuna ricompensa, che voleva accordarle; si mo­strò simile a una tenera madre che colma di carezze il bimbo malato, per fargli accettare la medicina che deve guarirlo. Il Signore agiva in tal modo per ricompensare la pena che aveva provato talora vedendo che, mentre si usava ogni de­licatezza alla consorella malata, non si aveva punto riguardo per lei.

Gesù chiese allora a quell'anima beata: « Dimmi, figlia mia, che vuoi che faccia per la tua compagna? Quale con­solazione brami che le prodighi? Sulla terra ella poteva sce­gliere il cibo che più gradiva e tu, che ne avresti desiderato un altro, ti adattavi alla sua scelta. Adesso lascio a te la scelta della consolazione e dei benefici che intendo accordarle a Ella rispose: « O mio dolcissimo Gesù, dalle tutto quello chi accordi a me stessa, perchè non so immaginare niente di migliore». E il Signore l'assicurò, con bontà, che l'avrebbe accontentata.

Un mese dopo morì l'altra consorella che apparve in una luce meravigliosa di bellezza, all'indomani della sua morte. Quello splendore le conveniva perchè, durante tutta la vita, era stata ricca d'innocente semplicità, sempre intesa alla fer­vente osservanza della S. Regola.

Le restava però ancora una macchia perchè, come dicem­mo, durante la malattia si era compiaciuta in qualche super­fluità e dei piccoli doni, gentilezze e conforti che le Suore le avevano prodigato.

Ecco come venne purificata. Sembrava stare alla porta del cielo, rivolta verso il Re di gloria, che a lei si manife­stava nella sua incomparabile avvenenza, dolce ed amabile al di là di ogni umana espressione.

Egli attirava l'anima che pareva venir meno per il desi­derio di incontrare Lui; ma non poteva giungervi, perchè ritenuta alla soglia da chiodi che trattenevano a terra i suoi abiti, simbolo delle mancanze leggere che aveva commesse durante la malattia.

Geltrude, favorita da questa visione, commossa di pietà, pregò per la defunta, e la divina clemenza la liberò da que­gli ostacoli.

Geltrude chiese al Signore: « La cara defunta ha fra di noi molte persone amiche; come mai furono le sole mie preghiere che l'hanno liberata? Chissà quanti avranno pre­gato per lei, fidenti nella tua misericordia ». Rispose il Sal­vatore: « Ho accolto tutte le suppliche che mi si rivolsero per la mia diletta Sposa; nella mia infinita bontà ho risposto oltre le speranze di chi mi pregava. Però, non avendo sve­lato l'ostacolo che mostrai a te, nessuno mi ha pregato di toglierlo ».

E Geltrude: « Tu hai affermato, mio amorosissimo Gesù, che avresti dato a quest'anima lo stesso bene che hai con­cesso alla consorella che l'ha preceduta; come ciò può avve­nire? La prima ti ha servito più a lungo nella religione, ella esercitò maggiori virtù, infine è a te salita senza ostacolo alcuno, in una pienezza maggiore di gloria ». « La mia giu­stizia non muta » affermò il Signore. « Ciascuno riceve il premio dovuto al suo lavoro, nè capiterà giammai che colui che ha meritato meno, riceva di più di chi ha maggiormente faticato; però può darsi che certe circostanze aumentino il pregio degli atti, per esempio un'intenzione più retta, una lotta più intensa, una carità più ardente. La mia bontà poi aggiunge sempre qualche cosa alla ricompensa dovuta a cia­scuno. Talora anche le preghiere dei fedeli, o altre circostanze meritorie, fanno, sentire la loro influenza. Secondo queste regole ho uguagliato le due defunte, pur rimuneran­dole secondo i loro meriti».

Per renderci sempre più convinti che bisogna veramente temere qualsiasi attacco alle cose della terra, quell'anima beata pareva ancora trattenuta da qualche ostacolo. Sem­brava infatti a Geltrude che ella si tenesse davanti al trono di Dio con lo stesso desiderio di andare a Lui, proprio come quando era fissata alla porta dai chiodi: avrebbe voluto pre­cipitarsi fra le braccia del suo Diletto e godere gli amplessi di quello Sposo più bello di tutti i figlioli degli uomini «che gli angeli desiderano contemplare: in quem desiderant Angeli prospicere » (I Pet. 1, 12), ma vi era ai suoi piedi un ostacolo che non riusciva a sormontare.

Poco dopo esso venne tolto, eppure l'anima non poteva ancora gustare una gloria completa! Il Signore teneva in mano una corona di ricchezza meravigliosa, e la defunta non avrebbe avuto delizia piena, se non dopo di averla ricevuta.

Geltrude chiese: « Come va, o Gesù mio, che nel tuo stesso regno, un'anima può essere torturata da una simile attesa? ». « Non è torturata - rispose - ella attende la sua perfetta glorificazione come una giovinetta la vigilia di una festa, che vede con gioia nelle mani della mamma gli ornamenti con cui si adornerà il giorno seguente ».

Quell'anima in seguito gettò uno sguardo su Geltrude che aveva pregato per lei e la ringraziò con grande tenerezza. Geltrude disse: « Tu mi avevi sempre amata; però nell'ul­tima malattia non hai preso volentieri gli avvisi che ti davo ». « E' vero - rispose l'anima - e le tue preghiere mi sono state più utili, perchè le hai fatte unicamente per la carità e l'amore di Dio ».

 

CAPITOLO X

SI PARLA DI S. CHE MORI' TUTTA FERVENTE DI DIVINO ARDORE

In seguito morì un'altra giovane monaca. Dall'infanzia fino all'ora della morte, le sue azioni generose dimostravano il disprezzo che aveva del mondo e delle sue seduzioni.

Nel giorno della morte, mentre stava per entrare in ago­nia, ella salutò teneramente le persone presenti, prometten­do ricordo di preghiera quando fosse comparsa davanti a Dio, oceano infinito d'ogni bene.

L'avvicinarsi della morte accrebbe le sue sofferenze; ed ella disse al Signore con tutto lo slancio del cuore: « Caro Gesù, tu conosci tutti i miei segreti e sai che avrei voluto servirti fedelmente fino alla decrepitezza; siccome però tu mi chiami all'eternità, tutta la mia brama di vivere si muta in desiderio di vederti; tale sete di mirarti è così intensa, che cambia per me in dolcezza tutte le amarezze della mor­te. Se però tu, volessi sarei pronta a sopportare questi dolori fino al giorno del giudizio, quand'anche fossimo al principio del mondo. So peraltro che nelle tua infinita bontà mi chia­merai oggi stesso all'eterno riposo; tuttavia ti prego di dif­ferire tale gioia fino al momento in cui i dolori avranno so­disfatto le colpe delle anime del purgatorio che tu desideri maggiormente di liberare. Tu sai, o Signore, che io conto per nulla me stessa e che non ho di mira che la tua gloria ».

Dopo queste e simili parole che non scriviamo per bre­vità, l'infermiera la pregò di permetterle di stenderle le gam­be già contratte per la vicina morte. Rispose: « Voglio io stessa offrire questo sacrificio al mio Signore crocifisso ». E tosto con un'energica mossa stese le gambe, dicendo: « Mi unisco a quell'ardente amore che ti fece gettare un gran gri­do, o mio Gesù, quando hai reso lo spirito al Padre; a que­sto stesso fine ti offro tutti i movimenti dei miei piedi ». Anzi con divozione grande, abbandonò a Dio tutte le parti del corpo: occhi, mani, orecchie, bocca, cuore.

Chiese poi che le si leggesse la Passione di Gesù e indi­cò con la sua mano le parole: « Sublevatis oculis (Jesus) in coelum, perchè pensava che se si fosse cominciato a leggere da principio: Ante diem festum, non avrebbero fatto a tem­po a terminare. Infatti quando si giunse a quel punto « Et inclinato capite tradidit spiritum », ella chiese il Crocifisso, considerando con tenerezza ciascuna delle Piaghe; le salutò con ringraziamenti e loro confidò la sua anima con parole così dolci e ricche di divina sapienza, che tutte ne furono rapite ed ammirate.

Ma in breve ricadde sfinita e qualche minuto dopo s'ad­dormentò beatamente in Dio.

S. Geltrude vide che il Signore l'accolse con un tenero amplesso, dandole una corona splendida e affatto speciale per avere avuto il virile coraggio di calpestare il mondo per seguirlo fedelmente. S'intesero i gioiosi cori angelici che la scortavano al cielo: « Chi è costei che sale dal deserto - cantavano essi - colma di delizie e appoggiata al Diletto? » (Cant. VIII. 5).

Quando giunse al trono di gloria, Gesù, Sposo delle ver­gini, la pose davanti a sè e le disse teneramente « Tu sei la mia gloria! ». Poi si alzò e la fece sedere sul trono celeste. Il giorno seguente, che era quello della sepoltura, Geltru­de, pregando nuovamente per essa; la vide in una gloria e in una gioia sconosciuta ai poveri mortali. Chiese quale ri­compensa aveva ottenuto per tale e tal'altra virtù che l'ave­va vista praticare in vita; ed ebbe, per i meriti della defunta, una partecipazione spirituale alla sua celeste gioia.

La defunta le chiese: « Cosa brami ancora di sapere ri­guardo alla mia eterna ricompensa? L'arca celeste ove abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità, il dolcissimo Cuore di Gesù, nostro Sposo, mi è del tutto aperta, tranne un angolo segreto, dove non ho meritato di penetrare. Quel­lo che colà si trova è riservato alle anime che sulla terra hanno amato totalmente Dio, da farne conoscere con zelo i beni che avevano ricevuti, perchè fosse maggiormente glorificato. Io non ebbi questa carità, ma ho goduto da sola, in segreto col mio Diletto, i beni di cui mi favoriva, così non posso penetrare in quel tesoro nascosto! ».

Geltrude chiese allora: « Quando i tuoi e i miei amici m'interrogheranno su quanto io so dei tuoi meriti, cosa de­vo rispondere, poichè la parola male sa tradurre simili dol­cezze? ». Ella rispose: « Se tu avessi aspirato ii profumo di mille fiori, che cosa potresti dire se non che hai goduto e grandemente goduto delle fragranze di ciascuno? Così, dopo d'aver avuto una debole idea della mia gloria in cielo, tu non potrai dire altro che questo, che per ciascuno dei miei pen­sieri, parole, opere, il dolcissimo e fedelissimo Amico delle anime mi ha accordato una magnifica ricompensa, infinita­mente superiore ai miei meriti».

 

CAPITOLO XI

DELL'ANIMA DEL FRATELLO S. CONVERSO, CHE DOPO LA MORTE FU PREMIATO PER LA SUA RONTA'

Durante l'agonia del fratello Seg, Geltrude, occupata in altro, dimenticò di pregare per lui. Quando gliene annuncia­rono la morte, ricordò con rimpianto che egli aveva ampia­mente meritato le preghiere della Comunità, perchè, nel suo ufficio, si era dimostrato più fedele e premuroso degli altri conversi. Perciò incominciò a supplicare il Signore perchè, secondo la moltitudine delle sue misericordie, degnasse ri­compensare quell'anima per i buoni servigi resi al convento.

Le rispose Gesù: « A motivo delle preghiere delle tue consorelle, ho già premiato in tre maniere la fedeltà di que­sto fratello. La sua bontà naturale gli procurava tanta gioia quando poteva far piacere a qualcuno; adesso tutte quelle gioie si sono riunite nell'anima sua e gode di tutte insieme. Possiede anche tutta la felicità dei cuori ai quali ha prodi­gato i suoi benefici, cioè la felicità del povero al quale dava l'elemosina, del bimbo a cui faceva un regaluccio, del malato che sollevava e rallegrava con un frutto, o con un dolce. In­fatti ha il gaudio immenso di sapere che le sue azioni mi erano care; se ci fosse qualche cosa ancora per rendere com­pleta la sua beatitudine, sarei pronto ad accordargliela tosto ».

 

CAPITOLO XII

SI PARLA DELL'ANIMA DEL FRATELLO H CHE FU RICOMPENSATA PER LA SUA FEDELTA'

Geltrude pregando un giorno per un certo converso ap­pena morto, chiese al Signore dove si trovava. Rispose: « Ec­colo! Per le ferventi suppliche di suffragio per lui rivolte; fu chiamato per prendere parte al nostro banchetto ». E il Sal­vatore apparve come un padre di famiglia, seduto a una tavola dove erano offerte le preghiere e i sacrifici fatti per quell'anima.

Il fratello defunto, assiso a quel banchetto, aveva però un sembiante malinconico ed abbattuto, perchè non era anco­ra abbastanza puro per essere ammesso alla contemplazione del divin Volto. In certi momenti pareva rasserenarsi, essen­do riconfortato dalla fragranza che sfuggivai dalle oblazioni poste sulla tavola dal Padre di famiglia.

Geltrude comprese la penosa privazione di quell'anima che riceveva sola il profumo delle oblazioni provenienti dal­la tavola del banchetto, invece che dalle mani di Dio, il qua­le le riversa invece sulle anime beate in pienezza di gaudio. Tuttavia Gesù, spinto dalla sua bontà e dalle preghiere di parecchi intercessori, poneva su quella tavola qualche cosa dei suoi propri beni, per allietare il defunto.

La dolcissima Vergine, assisa nella gloria vicino al Figlio suo, vi deponeva anch'essa la sua porzione, e il defunto ne era assai consolato, avendo avuta per la Madonna un divo­zione speciale. I Santi, ch'egli amava di più portavano pur essi un'offerta proporzionata alle preghiere che quell'anima loro aveva rivolta, e ai sacrifici grandi o piccoli, che aveva compiuto in loro onore.

Per tali oblazioni e soprattutto per il fervore delle preghiere fatte per essa, l'anima del defunto si faceva di ora in ora più serena, essa levava gli occhi in alto, verso la beati­fica luce della Divinità; luce che basta mirare una sola volta per dimenticare ogni dolore e immergersi nell'oceano dei beni eterni.

.. Geltrude si rivolse poi al defunto, chiedendo: « Per quale colpa soffrite di più in questo momento? ». Rispose l'anima « Per l'attacco alla mia propria volontà, e alle idee persona­li. perchè anche facendo il bene, preferivo seguire il mio giudizio, piuttosto che il parere altrui. Per tale colpa l'anima mia soffre ora una pena così grande che tutti i dolori della terra riuniti insieme le sarebbero assai inferiori». Geltrude insistette « Come potremo sollevarvi? ». « Se alcuno, sapendo quanto io soffro per tale colpa, si sforzasse di evitarla, ne proverei grande sollievo ». « Intanto che cosa vi consola di più? ». « La fedeltà, perchè è la virtù che ho meglio pratica­to in terra, e anche le preghiere che i miei amici rivolgono a Dio: tanto l'una come le altre mi procurano a ogni istan­te il sollievo che reca all'anima una buona notizia. Ogni nota cantata per me, durante la S. Messa, mi è dolce refezione. In più la divina clemenza volle, per i meriti dei miei inter­cessori, che tutto ciò che fanno con l'intenzione di glorifica­re Dio, come lavorare e perfino mangiare e dormire, serva a mio suffragio, perché, quando ero in vita, li ho serviti in tutti i loro bisogni con amore e fedeltà».

La Santa chiese: « Noi abbiamo pregato Dio di donarvi tutto il bene ch'Egli ha operato in noi. - Ne avete avuto vantaggio? - ». E l'anima: « Moltissimo, perché i vostri me­riti suppliscono a ciò che mi manca ». Geltrude aggiunse « Voi avete chiesto sollecitamente i suffragi dovuti ai defun­ti. Ne soffrireste se alcuno, per malattia, ritardasse a com­pierli fino a quando è guarito? ». Rispose il defunto: « Tutto quello che si differisce per un senso di discrezione mi reca un profumo di tale soavità che mi rallegra dell'attesa, pur­chè non sia prolungata per negligenza, o per pigrizia ».

Geltrude chiese un'altra delucidazione: « Durante la vo­stra ultima malattia, noi invece di aiutarvi a prepararvi alla morte, abbiamo pregato e insistito per avere la vostra gua­rigione: avete dovuto forse subire qualche pena per questa cosa? ». L'anima riprese: « Nulla ho sofferto per tale moti­vo: anzi l'immensa tenerezza del nostro Dio le cui bontà si estendono a tutte le sue opere, (sal. CXLIV 9) vedendovi usare tanta carità con me, quantunque foste guidate da senti­menti umani, mi ha trattato con maggior misericordia ». E la Santa: « Le lagrime sparse, per semplice affetto, alla vo­stra morte, vi servono a qualche cosa? ». Il defunto rispose: « Non più di quello che vale la compassione che proverebbe una persona vedendo i suoi amici piangere per lei. Quando però potrò godere la felicità eterna, gusterò per le vostre la­grime, il piacere che prova un giovane quando riceve le re­citazioni dei suoi amici. Tali gioie le ho meritate perchè, servendovi con fedeltà, nutrita dalla vostra affezione, avevo l'intento di piacere a Dio solo ».

In seguito, mentre Geltrude pregava ancora per quell'ani­ma, giunta che fu nell'orazione domenicale, a quel punto « Perdonate i nostri debiti, come noi perdoniamo ai nostri debitori » ella lo vide manifestare un'espressione di grande angoscia. Meravigliata ne chiese la cagione, e ne ebbe que­sta risposta: « Quando ero nel secolo ho molto peccato, non perdonando facilmente a coloro che mi avevano offeso; mo­stravo loro a lungo un volto severo, così subisco vergogna intollerabile e grande angoscia, quando ascolto quelle parole del Pater ». Avendogli Geltrude chiesto quanto tempo dure­rebbe quel tormento, ebbe questa risposta: « Fino a quando la mia colpa sarà cancellata dall'ardente carità che vi spin­ge a pregare per me; allora, sentendo quelle parole, proverò un'immensa gratitudine verso la misericordia dì Dio che mi avrà perdonato».

Mentre un giorno si offriva il S. Sacrificio per quell'ani­ma, essa apparve a Geltrude gioiosa e raggiante. La Santa chiese al Signore: « Ha essa sofferto abbastanza per cancel­lare tutte le sue colpe?». Egli rispose: « Ha già offerto più di quanto si potrebbe supporre se si vedesse uscire dal fuo­co dell'inferno e salire al cielo; ma non è ancora abbastanza pura per godere della mia presenza. La sua consolazione e il sollievo vanno però sempre aumentando, a misura che si prega per lui ». Aggiunse il Salvatore: «Le vostre suppliche non possono raggiungerlo rapidamente, perchè si è mostrato spesso duro e inflessibile, rifiutando di sottomettere la sua volontà a quella del prossimo, quando questa non era con­forme alla sua».

 

CAPITOLO XIII

SI PARLA DELL'ANIMA DEL FRATELLO GIOVANNI RICOMPENSATO PER I SUOI LAVORI ASSIDUI

Benchè sia giusto che le anime, all'uscire dal corpo, ab­biano ad espiare le colpe commesse in vita, per ricevere poi la ricompensa delle loro opere buone, pure la misericordia di Dio rivelò, in occasione della morte del fratello Giovanni, a S. Geltrude l'eccesso della sua divina bontà.

Appena spirato quel fratello, che con grandi fatiche, ave­va per lunghi anni servito il Monastero, Geltrude vide tut­te le sue opere buone simboleggiate in una scala.

L'anima uscita dal corpo; doveva purificarsi ancora di alcune negligenze, salendo gradino per gradino, quella sca­la. Le sue pene diminuivano man mano che - saliva. Sicco­me pera è difficile evitare ogni negligenza, quando abbon­dano le preoccupazioni, ed essendo sempre vero che ogni minima trascuratezza deve essere espiata, così quell'anima, non del tutto limpida, dopo di aver salito qualche gradino, cominciò a tremare come se lo scalino, scosso dal peso, stesse per rompersi.

Geltrude comprese che il piolo vacillante rappresenta­va una certa imperfezione negli atti, e si accorse che quello spavento aveva purificata l'anima: Quando un membro del­la Comunità rivolgeva a Dio una preghiera pere quell'ani­ma, era come se le avesse teso la mano per salire più in alto. La Santa apprese ancora che il Signore, nella sua bon­tà, aveva conferito al Monastero un privilegio; tutti coloro che avrebbero lavorato al bene della Comunità., sarebbero stati grandemente consolati nel loro trapasso, anche se aves­sero dovuto soffrire le pene del Purgatorio - Quel privi­legio sarebbe durato irrevocabilmente, fino a quando il. con­vento fosse stato fedelmente osservante della S. Regola.

 

CAPITOLO XIV

SI PARLA DEL FRATELLO CHE THE' CHE FU TANTO RICONOSCENTE PER I BENEFICI RICEVUTI

Geltrude era obbligata a letto per malattia, quando le venne partecipata la notizia della morte del fratello Thé, fedele servitore del Monastero da parecchi anni. Subito si rivolse al Signore, pregando con fervore per lui.

Vide allora l'anima di quel fratello tutta nera, macchia­ta e spasimante per cocenti rimorsi. Profondamente com­mossa da tali sofferenze, volle sollevare il defunto, recitan­do cinque Pater, in onore delle Piaghe di Gesù; che baciò con amore. Dopo il quinto Pater, ella baciò la Piaga del sa­cratissimo Costato di Gesù e vide un certo vapore sfuggire dal Sangue e dall'acqua sgorganti dalla benedetta ferita. Comprese che l'anima per la quale pregava, aveva provato un grande sollievo interiore a contatto di quell'emanazione vivificante, ma le fu noto che essa soffriva ancora assai per certe ferite esterne, quantunque le virtù di quel Sangue e di quell'acqua l'avessero trasportata in un giardino, dove le varie piante, rappresentavano le opere che aveva com­piuto nel secolo.

Il Signore, per le preghiere di Geltrude e di tutta la Comunità, parve dare alla vegetazione di quel giardino una tale virtù, che tutte le piante servirono come erbe medici­riali per far frizioni e chiudere le ferite di quell'anima, La Santa comprese ch'esse sarebbero, col tempo, guarite del tutto, e che più la Comunità avrebbe pregato con fervore, e più pronta sarebbe stata la guarigione. Comprese pure che, quando si offriva per il defunto un'azione imperfetta, egli invece di essere sollevato, soffriva di più. Dopo i fu­nerali si cantò, secondo l'abitudine, la bella antifona com­posta dal B. Notker: « Media vita in morte sumus: quem quaerimus, nisi te, Domine? qui pro peccatis nostris fuste trasceris. In te speraverunt patres nostri, speraverunt et liberasti eos, Sancte Deus ! Ad te clamaverunt patres nostri, clamaverunt et non sunt confusi. Sancte fortisl Ne despi­cias nos in tempore senectutts cum defecerit virtus nostra ne derelinquas nos. Sancte et misericors Salvator, amarae morti ne tradas nos ». « Quantunque in vita, siamo morti per il peccato: a chi ci rivolgeremo noi, per soccorso, se non a Te, così giustamente irritato per le nostre colpe? In te sperarono i nostri padri e non furono confusi. O tu che sei la stessa santità! Non distogliere da noi i tuoi occhi nei nostri ultimi giorni e non abbandonarci nell'estrema battaglia. O Santo e misericordioso Redentore, non perrreet­tere che moriamo senza speranza! »

Alle parole Sancte Deus, Sancte fortis, Sancte et mise­ricors, la Comunità si prostrò fino a terra; il defunto par­ve allora levare occhi e mani al cielo con riconoscenza, poi inginocchiarsi, con la Comunità, per cantare le lodi di Dio che l'aveva chiamato a quel Monastero, ove la ricompensa del suo lavoro, aveva ottenuto un sì grande sollievo, per i meriti e le preghiere di coloro che aveva fedelmente servi­to. Se fosse vissuto in altro ambiente si sarebbe certo gua­dagnato il pane materiale, ma non il profitto spirituale che ora otteneva dalle ferventi suppliche della Comunità.

 

CAPITOLO XV

SI PARLA DELL'ANIMA DEL FRATELLO F. CHE EBBE VANTAGGIO GRANDE DA UNA FERVENTE PREGHIERA

Geltrude pregava un giorno per il fratello converso F. morto da poco e vide la sua anima sotto l'aspetto di un rospo ripugnante, bruciato interiormente in modo orribile e tormentato per i suoi peccati da varie pene.

Sembrava che avesse un gran male sotto il braccio, e, per aggiungere tormento a tormento, un peso enorme l'ob­bligava a star curvo fino a terra, senza poter rialzarsi. Gel­trude comprese che appariva sotto forma di un rospo spa­ventoso, perchè durante la sua vita religiosa aveva trascu­rato di inalzare la mente alle cose divine; capì anche che il dolore che lo tormentava sotto il braccio era dovuto al fatto che aveva lavorato oltre il permesso del Superiore, per acquistare beni temporali e per avere talora nascosto il suo guadagno. Il peso. che lo schiacciava doveva espiare la sua disobbedienza.

Geltrude, avendo recitato i salmi prescritti per quel­l'anima, chiese al Signore se ne avesse avuto vantaggio: « Certo - rispose Gesù - le anime purganti vengono sol­levate da tali suffragi, però preghiere anche brevi, ma det­te con fervore, sono ancora di maggior profitto per esse ». Un paragone farà comprendere tali parole. Se l'acqua scorre su mani infangate, a lungo andare si puliranno. Pe­rò se si soffregano energicamente, anche con poca acqua vengono lavate meglio. Così una preghiera corta, ma fer­vente, vale di più di una lunga, recitata con tiepidezza.

 

CAPITOLO XVI

SI PARLA DI UN'ANIMA CHE VENNE SOLLEVATA PER I SUFFRAGI DELLA CHIESA E DALLE PREGHIERE DI GELTRUDE

Geltrude era presente quando venne comunicato a una consorella il trapasso di un parente. La monaca ne provò tale angoscia, che Geltrude ne fu commossa fino al più profondo del cuore. Pregò subito con fervore per l'anima di quel parente, e comprese perchè mai il Signore avesse permesso che tale annuncio fosse dato in sua presenza.

Nella sua grande mestizia disse al Signore: « Caro Ge­sù, avresti pur potuto ispirarmi di pregare per quell'anima senza darmi una tale emozione» ». Egli rispose: « Mi com­piaccio singolarmente quando l'uomo a me rivolge le sue emozioni naturali insieme allo slancio della buona volontà; allora la sua offerta è completa».

Dopo d'aver a lungo pregato per il defunto, la sua ani­ma le apparve sotto forma di un rospo nero come il car­bone, che si torceva per lo strazio dei tormenti. Nessuno esteriormente lo faceva patire: ma quell'anima era tortura­ta interiormente in ciascuno dei membri che le erano ser­viti a commettere i peccati.

Geltrude suffragando quell'anima, non tralasciava però di prodigare al suo Diletto, l'espressione di un'immensa te­nerezza. Fra l'altro disse: « O caro Signore, non vorresti per amor mio, sollevare quella povera anima? ». Egli amabilmente rispose: « Per amor tuo avrò pietà, non solo di quest'anima, ma di un milione di altre ancora». E aggiun­se: « In qual modo vuoi tu ch'io faccia splendere su di lei la mia misericordia? Vuoi che le rimetta ogni colpa e che la liberi dai suoi tormenti? ». Rispose Geltrude: « Una mise­ricordia così ampia forse non s'addice alle sovrane esigenze della tua giustizia ». « Essa conviene benissimo anche alla mia giustizia - affermò Gesù - purchè tu sappia chieder­melo con grande confidenza, tanto più che, conoscendo l'av­venire come Dio, ho ispirato a quest'anima durante la sua agonia, certe brame ardenti che dovevano prepararla a que­sto favore ».

Geltrude concluse: « O salvezza dell'anima mia, esegui­sci quanto la tua misericordia ha preparato! Per grazia tua attendo con fiducia gli effetti della tua bontà ». Appena dette tali parole, l'anima del defunto si levò e parve riprendere la forma umana: l'orribile nerezza era scomparsa, la pelle era bianca, quantunque ancora un po' macchiata, ed ella ringra­ziò come se fosse stata sollevata da ogni pena.

Geltrude però capì che quella pelle macchiata doveva diventare candida come la neve, per godere la visione di­vina: tale purificazione si sarebbe compiuta a colpi di mar­tello, che l'avrebbero sbarazzata dalla ruggine. Ma siccome era stata a lungo nel peccato, le tornava difficile imbiancarsi, come una tela che bisognerebbe esporre per un anno intero ai raggi del sole. Geltrude si meravigliava di vederla gioiosa fra tanti tormenti, soprattutto quando le fu rivelato che un'anima carica di peccati così enormi, non può essere aiu­tata dai suffragi della S. Chiesa, perchè bisogna che la mi­sericordia di Dio le accordi una prima purificazione, che la renda atta a fruire dei suffragi che scendono continuamente sulle anime purganti, come rugiada salutare, balsamo pre­zioso, bevanda rinfrescante.

La Santa ringraziò il Signore e chiese: « Abbi la bontà di dirmi, amorosissimo Gesù, con quali sacrifici e quali pre­ghiere si può ottenere che un'anima sia liberata, dal peso dei peccati, che pongono ostacolo alle preghiere della Chiesa. Vedo quest'anima così felice d'aver deposto tale fardello, co­me se fosse passata dal fondo dell'inferno alla gloria del cielo; bramerei ora che usufruisse dei suffragi della Chiesa, per vederla giungere alla beatitudine senza fine». Rispose il Signore: « Nessuna preghiera, nessun atto possono procurare tale soccorso a un'anima: soltanto la forza dell'amore che qualche istante fa infiammava il tuo cuore, ha potuto ottenere questo favore, ma siccome nessuna crea­tura possiede tale amore se Io stesso non gliene faccio dono, così questo soccorso non può essere accordato ad un'anima dopo la morte, se la medesima non ha cooperato in vita ad ottenere grazia sì speciale. Sappi però che si può, alla lunga, sollevare le anime così provate, con preghiere e assidui suf­fragi. I fedeli libereranno un'anima più o meno presto a se­conda che pregheranno con più, o meno fervore, e anche a seconda dei meriti che ciascuno avrà  acquistato durante le vita ».

L'anima di cui parliamo fu alquanto sollevata dalle pre­ghiere di Geltrude: stese allora le mani a Dio, domandan­doGli di gradire l'offerta di tale beneficio, in nome dell'amo­re che l'aveva fatto discendere dal cielo in terra, per subire, la morte, e chiese che ricompensasse con lo stesso amore, tutti coloro che l'avevano suffragato. Il Signore, per mostrare che esaudiva quella preghiera, ricevette la dramma che quel­l'anima Gli presentava e la mise nei tesori della medesima, perchè potesse darla in ricompensa a coloro che avevano pregato per essa.

 

CAPITOLO XVII

LIBERAZIONE DI ALCUNI PARENTI DELLA COMUNITA'

Nella domenica in cui si faceva memoria dei parenti de­funti della comunità, Geltrude, dopo di avere ricevuto la S. Comunione, offerse al Signore l'Ostia Santa, in suffragio di quelle anime. Ben presto ne vide una moltitudine salire da luoghi bassi e tenebrosi: esse erano numerose come le scintille che sfuggono dal fuoco. Alcune sembravano stelle, altre avevano forma diversa.

Geltrude chiese se, in quella folla, ci fossero soltanto i parenti delle monache. Rispose Gesù: « Io sono il vostro parente più prossimo, sono padre, fratello, sposo: tutti i miei amici sono dunque vostri congiunti; non voglio quindi che li dimentichiate; quando pregate per i vostri consangui­nei; appunto per questo, essi si trovano fra loro». Da quel punto ella decise di pregare piuttosto per gli amici del Si­gnore che per i suoi parenti.

Il giorno dopo alla Messa, fatta l'oblazione dell'Ostia, Geltrude intese queste parole di Gesù: « Abbiamo consumato il banchetto con coloro che erano presenti: mandiamo ora delle porzioni agli assenti». Un altro anno, mentre si sonavano le Vigilie, ella vide un agnello candido come la neve, uguale alle immagini dell'Agnello pasquale, che lasciava goc­ciolare dal suo Cuore, in un calice d'oro, un getto di san­gue vermiglio; Egli diceva: « Sarò propizio alle anime per le quali ho preparato questo banchetto ».

 

CAPITOLO XVIII

DELL'EFFETTO DEL GRANDE SALTERIO

Mentre la Comunità recitava il salterio, che è soccorso potente alle anime purganti, Geltrude che pregava fervoro­samente perchè doveva comunicarsi; chiese al Salvatore per quale motivo il salterio era così vantaggioso alle anime dei purgatorio e gradito a Dio. Le sembrava che tutti quei ver­setti e orazioni annesse, dovessero generare noia più che divozione.

Rispose Gesù: « L'ardente amore che ho per la salvezza delle anime, fa sì che io dia tanta efficacia a questa preghie­ra. Sono come un re che tiene chiusi in prigione alcuni suoi amici, ai quali darebbe volentieri la libertà, se la giustizia lo permettesse; avendo in cuore tale eccelsa brama, si capisce come accetterebbe volentieri il riscatto offertogli dall'ul­timo dei suoi soldati. Così io gradisco assai quanto mi è offerto per la liberazione di anime che ho riscattate col mio sangue, per saldare i loro debiti e condurli alle gioie a loro preparate da tutta l'eternità. Geltrude insistette: « Ti torna dunque gradito l'impegno che s'impongono coloro che recitano il salterio? ». Egli rispose: « Certamente. Ogni volta che un'anima è liberata da tale preghiera, si acquista un merito come se avessero liberato Me dalla prigione. A tempo debito, ricompenserò i miei liberatori, secondo l'abbondanza delle mie ricchezze ». La Santa chiese ancora: « Vorresti dir­mi, caro Signore, quante anime accordi a ciascuna persona che recita l'ufficio? » e Gesù: « Tante quante ne merita il loro amore » Poi continuò: «La mia infinita bontà mi porta a liberare un numero grande di anime; per ciascun versetto di questi salmi libererò tre anime ». Allora Geltrude che, per la sua estrema debolezza non aveva potuto recitare il salte­rio, eccitata dall'effusione della divina bontà, si sentì in do­vere di recitarlo col più grande fervore. Quand'ebbe termi­nato un versetto, domandò, al Signore quante anime la sua infinita misericordia avrebbe liberato. Egli rispose: « Sono così soggiogato dalle preghiere di un'anima amante, che sono pronto a liberare ad ogni movimento della sua lingua, du­rante il salterio, una moltitudine sterminata di anime ».

Lode eterna ne sia a Te, dolcissimo Gesù!

 

CAPITOLO XIX

SI NARRA DI UN'ANIMA SOCCORSA PER LA RECITA DEL SALTERIO

Un'altra volta che Geltrude pregava per i defunti, scorse l'anìma di un cavaliere, morto circa quattordici anni prima, sotto la forma di una bestia mostruosa, dal cui corpo si riz­zavano tante corna quanti peli hanno ordinariamente gli animali. Quella bestia sembrava sospesa sulla gola dell'in­ferno, sostenuta solo dalla parte sinistra da un pezzo di legno. L'inferno le vomitava contro vortici di fumo, cioè ogni sorta di sofferenze e di pene che le cagionavano tormenti indici­bili; essa non riceveva alcun sollievo dai suffragi della Santa Chiesa.

Geltrude, stupita per la strana forma di quella bestia, comprese alla luce di Dio, che, durante la vita, quell'uomo si era mostrato ambizioso e pieno di orgoglio. Perciò i suoi peccati avevano prodotto delle corna talmente dure che gli impedivano di ricevere alcun refrigerio, Snchè fosse rimasto sotto quella pelle di bestia.

Il piolo che lo sosteneva, impedendogli di cadere nel­l'inferno, designava qualche raro atto di buona volontà, che aveva avuto durante la vita; era la sola cosa che, con l'aiuto della divina misericordia, gli aveva impedito di piombare nel baratro infernale.

Geltrude, per divina bontà, sentì una grande compassio­ne di quell'anima, e offerse a Dio in suo suffragio, la recita del Salterio. Subito la pelle di bestia scomparve e l'anima apparve sotto la forma di bambinello, ma tutto coperto di macchie. Geltrude insistette nella supplica, e quell'anima venne trasportata in una casa ove molte altre anime erano già riunite. Là ella mostrò tanta gioia come se, sfuggita al fuoco dell'inferno, fosse stata ammessa in paradiso. Allora aveva capito che i suffragi di S. Chiesa potevano beneficarla, privilegio di cui era stata priva dal momento della morte fino quando Geltrude l'aveva liberata da quella pelle di be­stia, conducendola in quel luogo.

Le anime che ivi si trovavano la ricevettero con bontà e le fecero posto fra loro.

Geltrude, con uno slancio del cuore, chiese a Gesù di ricompensare l'amabilità di quelle anime verso l'infelice cavaliere. Il Signore, commosso, la esaudì e le trasferì tutte in un luogo di refrigerio e di delizie.

Geltrude interrogò nuovamente lo Sposo divino: « Quale frutto, o amato Gesù, ritrarrà il nostro Monastero dalla recita del Salterio? ». Egli, rispose: - « Il frutto di cui la S. Scrit­tura dice: « Oratia tua in sinum tuum convertetur - La tua preghiera ritornerà nel tuo seno » (Sal. XXXIV, 13). Di più la mia divina tenerezza, per ricompensare la carità che vi spinge a soccorrere i miei fedeli per farmi piacere, aggiun­getà questo vantaggio: in tutti i luoghi del mondo, ove si reciterà d'ora in avanti il Salterio, ciascuna di voi riceverà tante grazie, come se fosse recitato solo per lei ».

Un'altra, volta ella disse al Signore: « O Padre delle misericordie, se alcuno, mosso dal tuo amore, volesse glorifi­carti, recitando il Salterio in suffragio dei defunti, ma, non potesse poi ottenere il numero voluto di elemosine e di Messe, casa potrebbe offrirti per farti piacere? ». Rispose Gesù: « Per supplire al numero delle Messe dovrà ricevere altrettante volte il Sacramento del mio Corpo, e al posto di ogni ele­mosina dica un Pater con la Colletta: «Deus, cui proprium est etc., per la conversione dei peccatori, aggiungendo ogni volta un atto di carità». Geltrude aggiunse ancora, in tutta confidenza: « Vorrei pur sapere, o dolce mio Signore, se tu accorderai il sollievo e la liberazione alle anime purganti anche quando invece del Salterio, si recitasse qualche breve preghiera ». Egli rispose: « Gradirò queste preghiere come ii Salterio, però con alcune condizioni. A ciascun versetto del Salterio si dica questa preghiera: « Io ti saluto, Gesù Cri­sto, splendore del Padre»; domandando prima perdono dei peccati con la preghiera « In unione di quella lode supre­me ecc. ». In unione poi all'amore che per la salvezza del mondo mi ha fatto prendere umana carne, si diranno le parole della suddetta, preghiera, che parla della mia vita mortale. In seguito bisogna porsi in ginocchio, unendosi all'amo­re che mi ha condotto a lasciarmi giudicare e condannare a morte, Io, che sono il Creatore dell'universo, per la salvezza dì tutti, e si reciterà la parte che riguarda la mia Passione; In piedi si diranno le parole che salutano la mia Risurre­zione e Ascensione, lodandomi in unione alla confidenza che mi ha fatto vincere la morte, risuscitare a salire al cielo, per porre la natura umana a destra del Padre. Poi, supplicando ancora il perdono, si reciterà l'antifona Salvator mundi, in unione alla gratitudine dei Santi i quali confessano che la mia Incarnazione, Passione, Risurrezione sono le cause della loro beatitudine. Come ti dissi bisognerà comunicarsi tante volte quante sono le Messe che il Salterio esige. Per sup­plire alle elemosine si dirà un Pater con la preghiera Deus cui proprium est, aggiungendo un'opera di carità. Ti ripeto che tali preghiere valgono, al mio sguardo l'intero Salterio».

 

SPIEGAZIONE DEL GRANDE SALTERIO

E DELLE SETTE MESSE GREGORIANE

Il lettore sentendo nominarsi il Salterio potrebbe do­mandare, cos'è e come si recita. Ecco il modo di recitarlo secondo le direttive di S. Geltrude.

Iniziando, dopo d'aver chiesto perdono dei peccati, dite: « In unione a quella lode suprema con la quale la gloriosis­sima Trinità loda se stessa, lode che scorre poi sulla tua benedetta Umanità, dolcissimo Salvatore, e di là sulla tua gloriosissima Madre, sugli Angeli, sui Santi, per ritornare poi nell'oceano della tua Divinità, ti offro questo Salterio per tuo onore e gloria. Ti adoro, ti saluto, ti ringrazio in nome dell'universo intero per l'amore con cui ti sei degnato farti uomo, nascere e soffrire per noi durante trentatrè anni, patendo fame, sete, fatiche, strazi, oltraggi e restare poi infine, per sempre, nel SS. Sacramento. Ti supplico di unire, ai meriti della tua santissima vita la recita di questo ufficio che ti offro per... (nominare le persone vive o morte per le quali intendiamo pregare). Ti domando il supplire coi tuoi divini tesori a quanto esse hanno trascurato nella lode, nel ringra­ziamento e nell'amore che ti sono dovuti, cosa pure nella preghiera e nella pratica della carità, o di altre virtù, infine alle imperfezioni e alle omissioni delle loro opere».

Secondariamente dopo d'avere rinnovato la contrizione dei peccati, bisogna porsi in ginocchio e dire: « Ti adoro, ti saluto, ti benedico, ti ringrazio, dolcissimo Gesù, per quell'amore col quale ti sei degnato di essere preso, legato, tra­scinato, calpestato, colpito, sputacchiato, flagellato, coronato chi spine, immolato coi supplizio più atroce e trafitto da una lancia. In unione di tale amore ti offro le mie indegne pre­ghiere, scongiurandoti, per i meriti della tua santa Passione e morte, di cancellare completamente le colpe commesse in pensieri, parole e azioni dalle anime per le quali ti prego. Ti domando anche di offrire a Dio Padre tutte le pene e do­lori del tuo Corpo affranto, e dell'anima tua abbeverata di amarezza, tutti i meriti che tu hai acquistato sia per l'uno come per l'altra, e tutto presentare al sommo Iddio per la remissione della pena che la tua giustizia deve fare subire a quelle anime».

Terzo, stando in piedi direte direttamente: «Ti adoro, ti saluto, ti benedico, ti ringrazio, dolcissimo Signore Gesù Cristo, per l'amore e la confidenza con cui, avendo vinto la morte, hai glorificato il tuo Corpo con la Risurrezione, ponendolo alla destra del Padre. Ti scongiuro di rendere partecipe della tua vittoria e della tua gloria le anime per le quali prego».

Quarto, implora perdono dicendo: « Salvatore del mondo, salvaci tutti, Santa Madre di Dio, Maria sempre Vergine, prega per noi. Noi ti supplichiamo affinchè le preghiere dei santi Apostoli, Martiri, Confessori e delle Sante Vergini ci liberino dal male, e ci accordino di gustare tutti i beni, ora e per sempre. Ti adoro, ti saluto, ti benedico, ti ringrazio, dolcissimo Gesù, per tutti i benefici che hai accordati alla tua gloriosa Madre e a tutti gli eletti, in unione di quella riconoscenza con la quale i Santi si rallegrano di avere rag­giunto la beatitudine eterna per mezzo della tua Incarnazio­ne, Passione, Redenzione. Ti scongiuro di supplire a quanto manca a queste anime coi meriti della beata Vergine e dei Santi ».

Quinto, recita divotamente e con ordine i centocinquanta salmi, aggiungendo dopo ciascun versetto del salterio questa preghierina: « Io ti saluto, Gesù Cristo, splendore del Padre, principe della pace, porta del cielo; pane vivente, figlio della Vergine, tabernacolo della Divinità ». Alla fine di ciascun salmo dite in ginocchio Requiem aeternam etc. Poi ascolte­rete piamente o farete celebrare centocinquanta, o cinquanta, o almeno trenta S. Messe. Se non potete farle celebrare vi comunicherete lo stesso numero di volte. Poi farete cento­cinquanta elemosine oppure vi supplirete con lo stesso nu­mero di Pater seguiti dalla preghiera: « Deus cui proprium est etc. - Dio di cui è proprio etc. (preghiera che segue le Litanie dei Santi), per la conversione dei peccatori, e com­pirete centocinquanta atti di carità. Per atti di carità s'in­tende il bene fatto al prossimo per amore di Dio: elemosine, buoni consigli, delicati servigi, ferventi preghiere. Questo è il grande Salterio la cui efficacia venne esposta più sopra (cap. XVIII e XIX).

Ci pare che non sia fuor di proposito parlare qui delle sette Messe che, secondo un'antica tradizione, vennero ri­velate al Papa S. Gregorio. Esse hanno una grande efficacia per liberare le anime purganti, perchè si appoggiano ai me­riti di Gesù Cristo, che saldano i loro debiti.

In ogni S. Messa bisogna accendere, se possibile, sette candele in onore della Passione e, durante sette giorni, re­citare quindici Pater od Ave Maria, fare sette elemosine e recitare un Notturno dell'Ufficio dei defunti.

La prima Messa è: Domine, ne longe, con la recita della Passione, come nella domenica delle Palme. Bisogna pre­gare il Signore perché si degni, Lui che si è volontariamente abbandonato nelle mani dei peccatori, liberare l'anima dalla prigionia ch'ella subisce per le sue colpe,

La Seconda Messa è: Nos autem gloriaci con la recita della Passione, come nella terza feria dopo le Palme. Si prega Gesù affinchè, per l'ingiusta condanna a morte, liberi l'ani­ma dalla giusta condanna meritata per le sue colpe.

La terza Messa: In nomine Domini, col canto della Passione, come nella quarta feria dopo le Palme. Bisogna chiedere al Signore, per la sua Crocifissione e dolorosa so­spensione allo strumento del suo supplizio, di liberare l'ani­ma dalle pene a cui si è ella stessa condannata.

La quarta Messa è: Non autem gloriaci, con la Passione Egressus Jesus, come al Venerdì Santo. Si domanda al Si­gnore, per la sua amarissima morte e per la trafittura del suo Costato, di guarire l'anima dalle ferite del peccato, e delle pene che ne sono la conseguenza.

La quinta Messa è: Requiem aeternam. Si domanda al Signore che, per la sepoltura che ha voluto subire, Lui, il Creatore del cielo e della terra, ritragga l'anima dall'abisso dove l'hanno fatta cadere i suoi peccati.

La sesta Messa è: Resurrexi, afflnchè il Signore per la glo­ria della sua gioiosa risurrezione, degni purificare l'anima da ogni macchia di peccato e renderla partecipe della sua gloria.

La settima Messa infine è: Gaudeamos, come nel giorno dell'Assunzione. Si prega il Signore e si domanda alla Madre delle misericordie, per i suoi meriti e le sue preghiere, in nome delle gioie che ricevette nel giorno del suo trionfo, che l'anima, sciolta da ogni legame, voli allo Sposo celeste. Se compirete queste opere per altre persone in occasione della loro morte, la vostra preghiera vi sarà ridonata con doppio merito. Se poi la praticate per voi, mentre siete in vita, sarà molto meglio che attenderle da altri, dopo morte. Il Signore, che è fedele e cerca l'occasione di farci del bene, custodirà Lui stesso quelle preghiere e ve le restituirà a tem­po debito « per le viscere della misericordia del nostro Dio, con le quali è venuto a visitarci dall'alto questo sole levante» (Luc. I, 78).

 

CAPITOLO XX

COME SI ACCRESCE IL MERITO OFFERTO

Geltrude un giorno offerse a Dio, per l'anima di un de­funto, tutto il bene che la bontà del Signore aveva compiuto in lei e per lei. Vide allora questo bene presentato davanti al trono della divina Maestà, sotto la forma di un magni­fico dono che sembrava rallegrare Dio ed i sudi Santi.

Il Signore ricevette volontieri quel dono e parve felice di distribuirlo a coloro che erano nel bisogno, e che nulla avevano da loro stessi meritato. Geltrude vide poi che il Signore aggiungeva, nella sua infinita liberalità, qualche cosa alle sue opere buone, affine di restituirgliele poi aumentate, per il decoro della sua eterna ricompensa. Comprese allora che, lungi dal perdere qualche cosa, l'uomo guadagna assai a soccorrere gli altri, con senso di generosa carità.

 

CAPITOLO XXI

MERITO DELLA BUONA VOLONTA'

Un giorno si celebrava la S. Messa per l'anima di una povera donna che doveva essere tosto sepolta. Geltrude, mos­sa a compassione, recitò in suo suffragio cinque Pater in onore delle Piaghe del Signore. Allora, ispirata dal cielo, offerse caritativamente per quella poveretta tutto il bene che la divina bontà aveva operato in lei, e per suo mezzo. Vide allora quell'anima posta, con onore, sul trono che il Signore le aveva preparato nei cieli. Tale seggio venne trasportato ad altezze sublimi che sorpassano i posti inferiori, quanto i Serafini sono posti al di sopra dell'ultimo coro degli Angeli.

Geltrude chiese a Gesù come mai quell'anima avesse po­tuto ottenere una gloria così grande, dopo le preghiere e l'offerta fatta a suo vantaggio. Egli rispose: « Ella lei ha me­ritato in tre modi: 1) perchè ha sempre conservato la vo­lontà e il desiderio di servirmi nello stato religioso; 2) per­chè ebbe dilezione per gli uomini giusti e per i Religiosi; 3) perchè li ha onorati e ha fatto loro del bene per mio amore. Tu puoi concludere, mirando la gloria immensa di quest'anima, come mi piaccia trovare queste tre disposizioni nel cuore degli uomini».

 

CAPITOLO XXII

PUNIZIONE Al DISOBBEDIENTI E AI MORMORATORI

Una persona venne a morire, dopo di avere fedelmente pregato durante la vita per le anime purganti. Siccome però, a causa della fragilità umana, non era sempre stata perfetta nell'obbedienza, preferendo talora i rigori del digiuno e delle veglie e simili austerità, alla docilità dovuta ai superiori, apparve adorna di diversi ornamenti, sotto i quali però si celavano delle pietre di peso così grande, che ci volevano parecchia persone perchè potessero trascinarla verso Dio. Stu­pita Geltrude seppe, per divina ispirazione, che quelle che conducevano quest'anima erano le anime del purgatorio li­berate con le preghiere di quella defunta; gli ornamenti erano le preghiere che aveva recitate per esse; ma le pietre erano le disobbedienze commesse.

Le disse allora Gesù: « Queste anime, spinte dalla rico­noscenza, non mi permettono di farla passare da un purga­torio ordinario, per mostrarla poi in tutto lo splendore della sua bellezza; pure è necessario ch'ella abbia da espiare le disobbedienze e i tenaci attacchi al suo giudizio». Geltrude obbiettò: « Ma non ha ella, dolce mio Signore, riconosciuto i suoi falli prima del trapasso, pentendosene dal­l'intimo del cuore? Ora sta scritto: Se l'uomo riconosce i suoi falli, viene da Dio perdonato! ». Egli rispose: « Sì, e s'ella non avesse riconosciuto i suoi torti, ilpeso delle pie­tre sarebbe stato così schiacciante che forse non avrebbe mai potuto giungere fino a me».

Geltrude si accorse allora che l'anima pareva nascondere sotto i suoi ornamenti una caldaia bollente, destinata a fon­dere le pietre e a scioglierle completamente. Le preghiere da lei fatte per le anime purganti ed i suffragi dei fedeli dovevano, come buoni servitori, aiutarla in quella operazione. Il Signore le fece poi vedere il cammino per dove quelle anime dovevano passare per giungere al Paradiso, sotto l'aspetto di un'asse stretta e ripida, piena di scabrosità e di difficile scalata. Coloro che volevano salire dovevano aiutarsi con le mani e tener fermo l'asse da entrambe le estremità; ciò significa che bisogna aiutare le anime con le nostre buone opere. Coloro che avevano meritato l'aiuto degli An­geli in quell'ascesa, ne avevano vantaggio grande, perchè ai lati dell'asse vi erano due orribili ceffi; erano demoni che impedivano alle anime di salire. I Religiosi ch'erano stati ob­bedienti, trovavano lungo quell'asse una ringhiera, alla quale potevano affrancarsi per non cadere; ma se Superiori negli­genti non avevano fatto percorrere ai loro sudditi la via del­l'obbedienza, l'appoggio pareva mancare e le cadute erano a temere. Le anime docili all'obbedienza camminavano con si­curezza, appoggiandosi alla ringhiera, mentre gli Angeli sco­stavano gli ostacoli dal loro cammino.

Un'altra defunta apparve a Geltrude con lei orecchie co­perte da una specie di cartilagine, ch'ella toglieva a gran fatica con le unghie; espiava le colpe commesse, ascoltando parole di mormorazione e di maldicenza. Di più aveva la bocca foderata interiormente da una pelle compatta, che le impediva di gustare le dolcezze divine; ciò perché aveva pa­recchie volte parlato male del prossimo.

Il Signore le disse che, se l'anima della defunta soffriva tali pene per colpe commesse con semplicità e delle quali si era amaramente pentita tante volte, coloro che hanno l'abitudine di commettere quei peccati, subiscono un castigo assai più grave. Non solamente la loro bocca è foderata da una grossa pelle, ma questa pelle è munita di punte che, salendo dalla lingua al palato e discendendo dal palato alla lingua, le feriscono dolorosamente facendo gocciolare, in mo­do disgustoso, una materia nauseante. Non possono perciò essere ammessi alla divina presenza, perché appaiono odiosi agli abitanti del cielo.

Geltrude allora disse gemendo al Signore: « Ahimè, dol­cissimo Gesù, Tu mi rivelavi, tempo fa, i meriti delle ani­me; adesso mi mostri maggiormente le sofferenze dei loro purgatorio! » Egli rispose: « Ciò avviene perchè allora le ani­me erano più facilmente attratte dalle ricompense; ora in­vece, a fatica, e ben poche sono spaventate alla vista dei più duri castighi.

 

CAPITOLO XXIII

DESIDERIO DELLA MORTE CHE IL SIGNORE ECCITAVA IN GELTRUDE

Nella festa di S. Martino, mentre si cantava il Respon­sorio: « Beatus Marttnus, obitum suum longe ante praesci­vit. - Il Beato Martino conobbe l'ora della sua morte, molto tempo prima», Geltrude, presa d'ardente brama, disse al Si­gnore: «Quando dunque, o mio diletto Gesù, mi darai la stessa lieta nuova? » Egli rispose: « Presto ti ritirerò da que­sta vita! » Tale affermazione accrebbe i suoi desideri: da quel punto ella sospirò di morire per essere con Cristo, quantun­que prima non avesse mai avuto tale desiderio.

Il mercoledì dopo Pasqua, mentre aveva ancora in bocca la Sacra Ostia, sentì queste divine parole: « Veni, electa mea, et ponam in te thorum meum - Vieni, mia diletta, porrò in te il mio trono ». Geltrude, a quel detto, comprese che, presto, si sarebbero verificate le parole che aveva intese nel­la festa di S. Martino: « Presto ti ritirerò da questa vita ».

Il Signore aggiunse: « Nel tempo che ti rimane da pas­sare in terra, non vivere più per te, ma sforzati di procurare la mia gloria, seguendo le divine ispirazioni e l'ardore dei tuoi desideri». La sua morte però venne differita. Ci è permesso di credere che il Salvatore non volle toglierla dai mon­do, senza che prima avesse acquistato il merito del deside­rio e della preparazione alla quale era stata invitata con le parole suesposte.

E' scritto infatti che i meriti s'accrescono in proporzio­ne dei desideri.

Una certa domenica, mentre provava un desiderio vee­mente di morire, Gesù le disse: « Se io dovessi compire alla tua ultima ora, tutto quello che tu hai coltivato in cuore dall'infanzia fino a questo momento, sarebbe poca cosa in confronto della grazia che la mia gratuita bontà ti ha desti­nato, senza che tu l'abbia desiderata ». Poi aggiunse: « Sce­gli ora quello che vuoi: morire, oppure rendere sempre più bella la tua anima con una lunga malattia, quantunque sap­pia che tu temi molto la polvere delle negligenze che accom­pagnano le infermità prolungate ». Geltrude inchinandosi da­vanti alla divina accondiscendenza, rispose: « O mio caro Signore, si compia in tutto la tua santa Volontà! ». E Gesù: « E' giusto che tu mi lasci questa scelta, ma se per amor mio, consenti a rimanere ancora quaggiù, Io dimorerò in te e ti riscalderò sul mio seno come la colomba nel nido, fino a quando ti condurrò meco nelle luminose regioni dell'eter­na primavera ».

Dopo tali parole il suo desiderio della morte si placò: tutte le volte che rientrava nel suo interno, sentiva una voce interiore ripeterle quel versetto: « Columba mea in forami­nibus petrae - La mia colomba è nel cavo della roccia. (Cant. dei,cant. 14).

Più tardi il suo desiderio ritornò a divampare, ed ella pregò il Signore di prenderla con sè. Ma Gesù le disse: « Può una vera Sposa avere una sì ardente brama di giungere in un luogo ove sa che il suo Sposo non potrà più abbellirla con nuovi ornamenti, ed ella stessa non potrà più offrire un dono al suo Diletto?». Infatti l'anima, dopo morte, non può nè crescere in meriti, nè lavorare per Dio.

 

CAPITOLO XXIV

PREPARAZIONE PER L'ETERNA DIPARTITA

Geltrude un giorno doveva comunicarsi, ma si sentiva così sfinita, che chiese al Signore se quell'estrema debolezza l'avrebbe tolta da questa misera vita. Il Signore le rispose: «Quando una giovinetta vede i messaggeri del suo fidanzato moltiplicare le visite e stringere i contratti che precedono le nozze, si sente animata ad intensificare i suoi preparativi. Cosi tu sotto i colpi del male, nulla devi trascurare per ben apparecchiarti alla morte ». Ella chiese: « Come farò a capi­re che è giunta l'ora tanto desiderata, nella quale mi toglie­rai dalla prigione del corpo? ». E Gesù: « Due Angeli, Prin­cipi illustri della Corte celeste suoneranno con le loro trom­be d'oro e giungerà al tuo orecchio il dolce canto: "Ecce Sponsus venit, esite obviam ei - Ecco lo Sposo che viene, andategli incontro" (Matt. XXV, 6). E Geltrude: « Quale car­ro mi condurrà quando seguirò quella via regale che a Te mi conduce, o mio unico Diletto? ». Rispose Egli: « Sarà il dardo possente del desiderio divino che, sfuggendo dalle pro­fondità del mio amore, si dirigerà verso di te, per portarti fino a me!.». Ella insistette: « Su quale seggio potrò ripo­sare? ». E Gesù: « La confidenza piena e intera che ti farà tut­to sperare dalla mia bontà, sarà il seggio per il tuo viaggio estremo ». La Santa riprese: « Quali saranno le redini? ». « Le redini saranno l'amore ferventissimo che ti fa deside­rare i miei abbracci ». Ella ancora: « Siccome non so come devo disporre il resto del mio equipaggio, non mi è neppu­re dato di conoscere quello che devo chiedere per compiere un viaggio così desiderato! ». Gesù rispose: « Tu puoi spingere ben lungi le tue ricerche: t'assicuro però che avrai la gioia di vederle oltrepassate, perché lo spirito umano è incapace d'immaginare tutti i beni che preparo si miei elet­ti; tale impotenza forma la mia delizia».

 

CAPITOLO XXV

LA FRECCIA D'AMORE

Un certo frate, predicando un giorno nella cappellina delle Monache, disse queste parole: « L'amore è una freccia d'oro e l'uomo è padrone, in un certo senso, di tutto quello che colpisce con tale freccia. E' dunque vera pazzia attaccar­si alle cose della terra e trascurare quelle del cielo ». Que­ste parole infiammarono Geltrude di tali ardori da farle esclamare: « O mio unico Diletto, perchè non posso avere questa freccia? Te la lancerei tosto per colpirti, e impadro­nirmi per sempre di Te! ». Ella vide in quello stesso istan­te il Signore che si preparava a scoccare su di lei una frec­cia d'oro. « Tu vorresti - disse Egli - trafiggermi se aves­si una freccia d'oro. Io la posseggo e ti ferirò in tal modo che tu non guarirai mai più! ». Tale freccia pareva aver tre punte: una davanti, una in mezzo, una all'estremità, per indicare il triplice effetto d'amore, che la sua ferita opera in un'anima.

La punta anteriore della freccia che trafigge l'anima, la rende per così dire, languente e le fa perdere il gusto del­le cose passeggere, al punto che non vi trova più alcun pia­cere e consolazione. La seconda trafigge l'anima, facendo di essa una specie di malata febbrile, che chiede con impa­zienza rimedia ai suoi dolori: quest'anima infatti brucia di un desiderio sì ardente di unirsi a Dio, che le diventa assai penoso vivere e respirare senza di Lui. La punta posteriore trafigge l'anima e la trasporta verso beni così inestimabili, che non si può dire altro se non che tale anima è come separata dal corpo, e beve a lunghi sorsi al torrente ine­briante della Divinità.

Dopo questa rivelazione Geltrude, guidata da un pensie­ro umano, bramava di morire nella cappella, come se il luogo ove si trova il corpo, possa contribuire ad accresce­re i meriti dell'anima. Ella poneva tale domanda fra le sue solite preghiere. Ma un giorno Gesù le disse: « Quando l'ani­ma tua uscirà da questo mondo ti porrò all'ombra della mia protezione paterna, come una mamma stringe al suo seno e copre dei suoi abiti il suo amato bimbo, quando attraver­sa un mare burrascoso. Pagato che tu avrai il debito alla morte, ti prenderò con me per farti gustare delizie ineffa­bili nella pianura verdeggiante del cielo, così come una mam­ma, la quale non solo vuol salvare il bimbo suo dai peri­coli della traversata, ma condurlo in porto». Allora Geltru­de ringraziò Dio e rinunciò al suo desiderio puerile per ab­bandonarsi interamente alla divina Provvidenza.

 

CAPITOLO XXVI

CON QUALE FEDELTA' DIO CUSTODISCE LE PREPARAZIONI DI UN'ANIMA ALLA MORTE

Un giorno, nella preghiera, Geltrude implorò la miseri­cordia di Dio per l'ora della morte. Ricevette questa rispo­sta: «Come potrei non perfezionare in te, quello che ho così bene incominciato? ». Ella riprese: « Caro Gesù, se Tu mi avessi tolta dal mondo quando, tempo fa, mi avevi pro­messo che presto sarei venuta a Te, credo che, con la tua Grazia, mi avresti trovato meglio disposta; con tutti questi ritardi, mi sento diventata negligente e tiepida! ». Rispose l'amabile Redentore: « Nelle sagge disposizioni della mia Provvidenza tutte le cose hanno il loro tempo; credilo, tut­to quello che hai fatto per prepararti a ben morire è, per mia bontà, gelosamente custodito e nulla vi aggiungerai sen­za che io aumenti tale tesoro».

Geltrude comprese, da queste parole, che il Signore agi­sce come si fa nel mondo. Quando un ricco si prepara a celebrare le nozze, ha cura in tempo della messe, di racco­gliere grano per la imminente festa e propaga ovunque la nuova di tale solennità; così fa al tempo della vendemmia, per la provvista del vino; tutto è custodito nei granai e nel­le cantine, fino al giorno delle nozze: anche se non si parla della festa, pure le riserve sono accuratamente custodite, per venire generosamente distribuite a tempo debito. Così il buon Dio ispira talvolta ai suoi eletti di prepararsi alla morte, benchè essa sia ancora assai lontana.

 

CAPITOLO XXVII

APPARECCHIO ALLA MORTE

Geltrude aveva composto un'istruzione assai utile per in­segnarci come pensare devotamente alla morte, almeno una volta all'anno, e prepararci con fervore a quell'ora così in­certa.

Il primo giorno di tale esercizio era consacrato all'ulti­ma malattia, il secondo alla Confesstone, il terzo all'Estre­ma Unzione, il quarto alla Comunione, il quinto alla morte. Ella s'impegnò a praticare quanto insegnava agli altri, e la domenica che precedeva i cinque giorni del suo apparec­chio, implorò l'assistenza divina nella S. Comunione. Recitò, in quell'unione che fa dell'anima amante un solo spiri­to con Dio, il salmo Quemadmodum (Sal. XLI) con l'inno Jesu nostra redemptio (inno della festa dell'Ascensione, nel­la sua forma antica, conservato nei breviari monastici).

Le disse il Signore: « Vieni a stenderti su di me come il profeta Eliseo si è steso sul fanciullo che voleva risuscita­re ». Elia chiese: « Come farò? ». Egli rispose: « Applica le tue mani sulle mie mani, cioè confidami tutte le tue opere. Applica i tuoi occhi al miei occhi, tutte le tue membra alle mie sacratissime membra, cioè unisci alle mie sante mem­bra tutte le membra del tuo corpo coi loro atti, di modo, che, in avvenire, non agiscano che per la mia gloria, per mia lode e per mio amore ».

Ella obbedì e vide ben tosto uscire dal Cuore di Gesù, come una cintura d'oro che legava la sua animi al Signo­re, col vincolo di un indissolubile amore.

Al momento della S. Comunione, ricordandosi ella che si sarebbe confessata volentieri. alla vigilia se l'avesse potu­to, perchè bramava il perdono di ogni colpa e negligenza, invocò il Signore il quale fece uscire da ciascuna delle sue membra dei piccoli arpioni d'oro per afferrare e racchiude­re quell'anima benedetta, con la forza della sua incompara­bile Divinità, così come s'incastona nell'oro una gemma pre­ziosa.

All'indomani, siccome la sua debolezza cresceva, Geltru­de recitò due volte il salmo Quemadmodum, e l'inno Jesu nostra redemptio, in memoria dell'unione della Divinità e dell'Umanità, realizzata in Cristo per la salvezza del mon­do. Le parve allora che gli arpioni d'oro, che uscivano dalle membra di Gesù per imprigionare l'anima sua, fossero rad­doppiati.

Al terzo giorno recitò tre volte lo stesso salmo per ono­rare l'unione di Cristo con la Trinità sempre adorabile, unione che prepara la nostra glorificazione; gli arpioni d'o­ro parvero triplicati. Infine alla quarta feria, mentre cele­brava l'esercizio da lei composto sull'ultima malattia, con fervida divozione, le parve che la sua anima fosse immersa nel Cristo, come una perla incastonata nell'oro. Quell’oro aveva dei rosoni, in forma di foglie di vite, che si curva­vano ai margini della perla, per darle più vivo risalto. Geltrude comprese che la Passione di Gesù Cristo, in unione della quale aveva offerto al Signore la sua ultima malattia, rendeva l'anima sua gradita allo sguardo della SS. Trinità. Nella quinta feria, essendosi messa alla presenza di Dio, si ricordò i suoi peccati e li espresse sotto forma di confessio­ne, nell'amarezza del cuore; man mano che li ricordava, la bontà divina li cancellava, ed essi comparivano come gemme brillanti, che adornavano i rosoni d'oro di cui ab­biamo parlato.

Nella VI feria, mentre faceva l'esercizio dell'Estrema Un­zione, il Signore Gesù parve assisterla con tenerezza gran­de: dalla profondità del suo divín Cuore, faceva stillare un liquore che doveva purificare, con la sua unzione, occhi, orecchie, bocca e le altre membra. Per accrescerne lo splen­dore, Gesù le diede, come ornamento, i meriti delle sue sa­cratissime membra e le disse: « Confidami il tuo ornamen­to nuziale; come madre fedele lo custodirò fino al momento opportuno, e non permetterò che tu ne offuschi lo splen­dore, con una sola negligenza».

Ella seguì devotamente tale consiglio, il Signore chiuse nel suo Cuore sacratissimo quell'ornamento, come in un sicuro forziere.

Il sabato seguente, essendosi ella apparecchiata molto accuratamente all'ultima S. Comunione, quattro gloriosi Prin­cipi della milizia angelica le apparvero durante la S. Mes­sa, all'Elevazione dell'Ostia, davanti al trono della divina Maestà, disponendosi uno a destra, e uno a sinistra, fian­cheggiandolo, e circondandolo colle braccia; gli altri due con­dussero Geltrude davanti a Gesù, che l'accolse con tenerezza, la fece riposare sul suo Cuore, poi la coperse Lui stesso col vivificante sacramento dell'altare, (che teneva fra mano sot­to forma di velo), e se l'unì in una felicità ineffabile.

Alla domenica, la Santa pensò al giorno nel quale ren­derebbe l'ultimo respiro, e siccome recitava le preghiere an­nesse all'esercizio della buona morte, il dolce Salvatore si degnò apparirle con la solita bontà. Con la sua mano ve­nerabile benedisse ciascuna delle sue membra, che doveva­no un giorno morire al mondo e ch'ella gli offriva perchè vivessero, d'allora in poi, unicamente per la sua gloria e il suo amore. Ricevendo. tale benedizione ciascun membro si trovò segnato con una croce d'oro, così fortemente impres­sa che sembrava attraversarlo da parte a parte. Quelle cro­ci erano d'oro per significare che tutti gli atti e i movi­menti di Geltrude dovevano essere nobilitati dalla virtù del­la divina unione: avevano forma di croce perché tutte le macchie che la fragilità umana le avrebbe fatto contrarre ancora, dovevano essere cancellate subito in virtù della Pas­sione di Cristo.

All'Elevazione dell'Ostia, mentre offriva a Dio il suo cuore che stava ormai per lasciare il mondo, domandò al Signore, per la sua santa Umanità, di rendere pura e libe­ri da ogni colpa l'anima sua e per la sua altissima Divini­tà di ornarla con tutte le virtù. Infine lo pregò per l'amore che aveva unito la Divinità suprema, alla sua santissima Uma­nità, di disporla a ricevere i suoi favori.

Tosto Gesù parve aprire con le due mani il Cuore suo divino, e applicarlo con ineffabile amore a quello di Gel­trude, che si trovava aperto nello stesso modo davanti a Lui. La fiamma dell'amore divino, sprigionandosi dalla for­nace ardente del Cuore di Gesù, infiammò talmente quello della Santa, che parve liquefarsi e scorrere nel Cuore di Dio. Allora, da quei due Cuori, così felicemente uniti uno all'altro, s'inalzò un albero di meravigliosa bellezza. Il tron­co, era formato da due fusti: uno d'oro, l'altro d'argentó, che si attorcigliavano mirabilmente come i tralci dì una vite, slanciandosi a grande altezza. Le foglie di quell'albero brillavano e parevano illuminate dai raggi del sole: il loro splendore glorificava la meravigliosa, sempre tranquilla Trinità, procurando delizie ineffabili a tutta la Corte celeste. Disse Gesù: « Questo albero è spuntato per l'unione della tua con la mia Volontà! ». Il fusto d'oro Rappresentava la Divinità, quello d'argento, l'anima unita al Signore.

Mentre Geltrude pregava per le anime che le si erano raccomandate, quell'albero produceva frutti speciali, che la fiamma dei divino amore colorava in vermiglio. Quei frut­ti s'inchinavano spontaneamente verso coloro per i quali Geltrude pregava, in modo ch'essi potevano coglierli con divozione e ritrarne grande vantaggio per l'eterna salvezza.

Geltrude, sentendosi poi affranta per la debolezza, si distese sul letto, dicendo: « Signore, ti offro per la tua glo­ria il riposo che prendo, e ti prego di gradirlo come se fos­se accordato alle membra della tua santissima Umanità ». Rispose Gesù: « La virtù della mia Divinità cancelli le col­pe che la fragilità umana ti farà commettere in avvenire».

La Santa chiese poi al Signore se l'avesse chiamata a sè per la malattia che la faceva allora soffrire. Egli rispo­se: « Questa malattia ti porrà in luogo a me più vicino. Un fidanzato, che ha la sua diletta lontana, arde d'amore per essa: allora per avvicinarla a sè, le manda una numerosa scorta di cavalieri coi loro servi che portano doni stupendi, e la rallegrano al suono dei tamburi, delle cetre, facendole corteggio con apparati lussuosi fino al suo arrivo in un ca­stello vicino al palazzo. Là, il fidanzato va a trovarla lui stesso, accompagnato dal suo seguito di valletti, signori, baroni e, con tenero amore, le dona l'anello di fedeltà, come pegno della sua promessa. Ben presto le dà l'arrivederci, giacchè ella rimarrà in quel castello fino al giorno delle nozze nel quale la condurrà alfine, con un magnifico corteg­gio d'onore, alla dimora reale. E io, poichè sono il tuo Dio e ti amo con amore forte e geloso, sono con te, e in te real­mente soffro tutti i dolori del tuo corpo e del tuo cuore: i miei Santi mi accompagnano su questo cammino regale, e partecipano alla tua grande felicità. I liuti, i tamburi, i doni che ti offrono in tale viaggio, non sono altro che le sofferenze e gli incomodi della malattia: strumenti di mu­sica armoniosa, essi mi risuonano continuamente all'orec­chio, mi piegano a sensi di pietà ed eccitano l'amore del mio divìn Cuore a colmarti di benefici, per attirarti e unir­ti sempre più a me. Quando avrai meritato il posto che ho prefisso per Te, e le tue forze, ormai sfinite, ti faranno capire che la morte è vicina, allora, davanti a tutti i Santi, ti darò il bacio soavissimo e l'anello dello sposalizio cioè il sacramento dell'Estrema Unzione. Esso sarà un bacio per­chè in te diffonderò veramente l'unzione, con la dolcezza del mio soffio divino; tale unzione penetrerà in modo così intimo l'anima tua, che nessun pulviscolo di colpa, o di negligenza che potrebbe distogliere da te il mio sguardo non potrà più sfiorarti. Più tu affretterai il momento del­l'Estrema Unzione e più la tua felicità sarà grande. In tale stato tu sarai a me così vicina, che quando mi disporrò a condurti nel mio eterno regno, ne sarai interiormente av­vertita, a motivo appunto di tale prossimità, e tutto il tuo essere trasalirà di allegrezza nell'attesa della mia venuta. Io verrò raggiante di gioia, e prendendoti nelle mie braccia, ti farò attraversare il torrente della morte temporale, per condurti, immergerti e assorbirti nell'oceano della mia Di­vinità, ove, diventata uno stesso spirito con me, regnerai nei secoli dei secoli. Sarà appunto allora che, in ricambio delle dolci armonie che le tue sofferenze mi avevano fatto gustare durante la malattia, la musica celeste risuonerà al tuo orecchio. Tu dividerai le delizie che la mia Umanità gode ora, in compenso dei dolori sofferti in terra per la salvezza degli uomini».

E Gesù aggiunse: « L'anima che desidera essere con­fortata in punto di morte con tali grazie, deve aver cura di rivestirsi ogni giorno di abiti magnifici, cioè d'imitare le opere della mia santissima vita; deve salire sul carro del corpo, e lasciarsi guidare in tutto dalla grazia; sforzarsi di soggiogare la natura e porre nelle mie mani le redini del corsiero, cioè affidarmi la direttiva della volontà, credendo, con fiducia che la mia bontà saprà condurla paternamente al vero bene. Non mancherà d'offrire per la mia gloria tut­ti i suoi dolori, e io in ricambio, l'ingemmerò di perle pre­ziose e di vari ornamenti. Se, per l'umana fragilità, ripren­derà talora le redini che m'aveva affidate, per seguire la sua volontà, cercherà di cancellare con la penitenza tale colpa, rimettendo di nuovo la sua volontà fra le mie mani. Allo­ra sarà ricevuta dalla destra della mia misericordia, che la guiderà con onore al regno dell'etema luce».

La domenica seguente, mentre Geltrude celebrava la gioiosa festa del suo prossimo transito, che l'avrebbe am­messa alla presenza della SS. Trinità, si mise a contempla­re, in una specie di estasi, i meriti e i gaudi di ciascun or­dine degli Angeli e dei Santi, trovando ineffabili delizie nel considerare i beni di cui sono colmati, ringraziando a no­me loro dall'intimo del cuore. Ella lodò pure il Signore, per l'onore, grazia e gloria di cui ha arricchito la Vergine Maria; nè mancò di supplicare la stessa Madre celeste per­chè si degnasse, per amore di Gesù, supplire alla sua indi­genza, offrendo per essa al Signore tutte le virtù della sua anima verginale, che erano state a Lui più gradite.

Allora la Regina del cielo, spinta da questa supplica, of­ferse a Gesù la sua castità verginale, quasi manto di splen­dente candore; la sua dolce umiltà sotto forma di una tu­nica verde; il suo fedelissimo amore, sotto quello di un paludamente purpureo.

Il Salvatore rivestì Geltrude di quelle virtù, e tutti i Santi, rapiti di vederla così meravigliosamente adorna, si alzarono chiedendo a Dio di diffondere su di lei tutte le grazie che loro stessi avrebbero ricevuto, se si fossero convenien­temente preparati.

Gesù alla nobile preghiera degli eletti, pose sul petto della sua Sposa una magnifica collana, adorna di preziosissime gemme: ciascuna di esse pareva assorbire le grazie che gli eletti non avevano potuto ricevere per difetto di pre­parazione. Non bisogna però concludere che una sola per­sona possa essere arricchita dei favori che le altre hanno trascurato, ma solo capire come la riconoscenza prepari un'anima a ricevere, in una certa misura, le grazie di cui altre non hanno voluto approfittare.

 

CAPITOLO XXVIII

CONSOLAZIONE DATA A GELTRUDE DAL SIGNORE E DAI SANTI

Una volta Geltrude, mentre con raccoglimento pensava alla morte, disse al Signore: « Oh, come sono felici e ben difesi coloro che meritano di essere consolati, nel loro tran­sito, dai Santi! E' una gioia alla quale però non posso aspi­rare perchè non ho reso omaggi speciali a nessun Santa. Credo persino di non avere neppur desiderato d'ottenere la loro assistenza in morte, ma soltanto la tua, o Gesù, unica delizia dell'anima mia e santificatore di tutti gli eletti! » Rispose Gesù: « Tu non sarai priva dell'assistenza in mor­te dei Santi, per avermi preferito, com'è giusto a essi; an­zi si faranno una gioia di soccorrerti e di circondarti di mille tenerezze. All'ora della morte, quando gli uomini sen­tono la più grande angoscia, essi ti colmeranno di consola­zioni. Quando quell'ora benedetta sarà scoccata, Io stesso mi presenterò si tuoi sguardi, pieno di grazia, d'incanto, di delizie, col fascino della mia Divinità e della mia Umanità ».

Chiese allora Geltrude: « Quando mai, o fedelissimo Amico, mi condurrai dalla prigione dell'esilio al riposo del­la beatitudine? ». Egli rispose: « Quale sposa regale vorreb­be ascoltare presto le acclamazioni e i voti del popolo suo, lamentandosi che lo sposo ritarda, quando il suo diletto sa, durante questo indugio, colmarla delle carezze e dei baci del suo amore? ». « Ma Gesù - insistette Geltrude - quali de­lizie puoi trovare in me, che sono il rifiuto delle creature e come osi paragonarle ai segni di reciproco affetta fra sposo e sposa? ». Rispose il Salvatore: « Queste delizie le pro­vo dandomi a te nel S. Sacramento dell'altare, in quell'u­nione che non esisterà più, dopo la terrena vita: essa ha per me un incanto infinito, di cui le dimostrazioni dell'af­fetto umano, non possono dare la minima idea. Gli amori umani passano col tempo, ma la dolcezza di questa unione, con la quale mi dò a te nell'Eucarestia, non può attenuarsi giammai. Al contrario, più si rinnova, più prende di vigore e di efficacia ».

 

CAPITOLO XXIX

FEDELI PROMESSE DI DIO E PRIVILEGI

Il Signore, come già si è detto, l'animava in vari modi a desiderare la morte. Poco tempo dopo ella fu colpita da una malattia di fegato, che venne dichiarata dai medici in­guaribile. Geltrude ne ringraziò, con immenso giubilo, il Signore e gli disse: « O mio Gesù, benchè per me la felici­tà suprema sarebbe di abbandonare la prigione del corpo per unirmi a Te, pure, te lo dichiaro apertamente, se il voler tuo fosse contrario alle mie brame, vorrei restare quag­giù fino al giorno del giudizio, e vivervi per la tua gloria, in un'estrema miseria».

Le rispose il Salvatore: « La tua buona volontà ha da­vanti al mio sguardo lo stesso effetto, come se fosse stata eseguita a perfezione ». Dicendo quelle parole il Signore par­ve sentire tali delizie, e ciascuno dei sensi della sua Uma­nità deificata lasciò scorrere un nettare prezioso nel quale i Santi attingevano gloria, gioia, felicità. Le disse Gesù: « Nel giorno in cui ti attrarrò a me, le montagne, cioè i Santi, stilleranno questa dolcezza, perché, per aumentare la tua beatitudine, i cieli spanderanno miele su tutta la terra. E le colline, cioè gli abitanti terreni, lasceranno scorrere latte e miele, dopo d'aver ricevuto, per i tuoi meriti, le con­solazioni della grazia ».

Geltrude accolse con commossa riconoscenza una rispo­sta così amabile. Per accrescere la sua gratitudine ella me­dìtò tutte le promesse del genere che lo Sposo divino le aveva fatto o direttamente, o per mezzo di altri, poi ringra­ziò Dio con acceso fervore.

La divina bontà le aveva promesso, nella sua illimitata ampiezza, che l'amore avrebbe consumato veramente tutte le sue forze. Difatti nessuna morte doveva rapirla, se non la nobile potenza dell'amore, che prevalse contro il Figlio di Dio, separando l'anima sua preziosa dal suo santissimo Corpo.

In seguito, per una deliberazione della SS. Trinità sem­pre adorabile, lo Spirito Santo aveva ricevuto la missione di compiere felicemente in Geltrude, in virtù delle sue di­vine operazioni, tutta ciò che doveva realizzarsi in essa, du­rante la malattia e all'ora della morte. Doveva cioè agire con lo stesso amore col quale aveva operato ineffabilmente l'In­carnazione, nel seno della Vergine.

L'amore si sarebbe fatto inoltre servitore dell'eletta di Dio, e tutte coloro che l'avrebbero curata nell'ultima malat­tia, sarebbero state largamente ricompensate dalla divina li­beralità, perché l'amore divino verrebbe, a sua volta, a ser­virle nelle stesse circostanze.

Sul punto di spirare Dio avrebbe accordato a Geltrude tutte quelle grazie che a una creatura è dato ricevere in quell'ora suprema. Una grande moltitudine di peccatori fa­rebbe vera penitenza, per un effetto della gratuita bontà di Dio, e coloro che avrebbero dovuto un giorno pervenire alla grazia, sarebbero stati allora preparati, in una certa mi­sura. Di più molte anime purganti sarebbero liberate, e per accrescere la gloria e i meriti di Geltrude, entrerebbe­ro con essa nel regno celeste, come famiglia della sposa.

La Verità divina, le aveva fatto ancora altre promesse chiunque pregherebbe per lei, avrebbe sentito personalmen­te l'effetto della sua supplica. Lodando poi e ringraziando Dio dei doni a lei fatti, si sarebbero ottenuti i medesimi fa­vori, se non subito, almeno a tempo opportuno. E se dopo tali lodi e ringraziamenti, si fosse domandata una grazia in nome dell'amore col quale Dio l'aveva scelta da tutta l'eter­nità, l'aveva dolcemente attirata a sè, se l'era intimamente unita, aveva gustato in essa le più pure delizie, per consu­marla infine felicemente nel divino amore, si sarebbe stati infallibilmente esauditi, purché si domandassero cose van­taggiose per la salvezza eterna.

Infine il Signore aveva giurato, nella verità della sua Passione e sotto il sigillo della sua preziosissima morte, di ricompensare chiunque pregherebbe caritatevolmente per lei negli ultimi istanti, o dopo la sua morte, per ottenere tut­te le protezioni e i soccorsi che si possono desiderare per se stessi in quella circostanza, con l'intenzione di racco­mandare al Signore, insieme a Geltrude, anche coloro per i quali Dio desidera di essere pregato.

E' bene, prima d'incominciare la preghiera, offrirla al Signore in unione dell'amore che l'ha fatto discendere dai cielo in terra, per compiere l'opera della Redenzione. Dopo le preghiera bisogna rinnovare quest'offerta, in unione al­l'amore col quale il Signore sofferse crudele morte che pre­sentò al Padre con tutto il frutto della sua santa Umanità nel giorno dell'Ascensione. In tal modo si riceverà all'ora della morte tutto quello che sarà stato fatto nel mondo per l'eletta del Signore, e si godrà come se si fosse soli a do­mandare questi favori, con grande divozione.

 

I. Come il Signore promise a Geltrude di esaudirci.

Noi saremo giudicati secondo lo stato dell'ultimo mo­mento! La cosa più importante per noi, è di pregare Dio per fare una buona morte. Siamo però cosi oppressi dal peso dei nostri peccati, che ci torna difficile essere esauditi; pertanto, se vogliamo giungere felicemente in porto, dobbiamo supplicare il Signore di accordarci, per i meriti di Geltrude, una morte più santa di quella che avremmo potuto ottenere con le nostre sole forze.

Infatti il Salvatore ha giurato, per i dolori della sua Passione e della sua morte innocente, che colui il quale si rivolgerà alla Sua Sposa diletta, mentre ella è ancora in vi­ta, alla sua morte, o nello scorrere dei secoli, sarà esaudito oltre i suoi stessi desideri.

 

II. Preghiera per ottenere una buona morte, simile a quella di Geltrude.

O Gesù, amantissimo Signore, ti saluto, ti lodo in mio nome e in quello di tutte le creature, perchè hai abbando­nato la compagnia degli Angeli per venire a incarnarti in questa valle di lagrime, in un eccesso d'amore per l'uomo che Tu avevi creato. Accordami, o dolce Signore, come al­la tua Sposa Geltrude un felice transito dalle miserie del­la vita, alle gioie dell'eternità; la tua gratuita bontà esten­da poi questa somma grazia, a tutti coloro che prediligi con amore speciale. Ti prego, per la tua Santa Circoncisione, di lavare tutti i miei peccati nel Sangue vermiglio che scor­se dal tuo delicatissimo Corpo; Ti supplico per la santa tua vita e opere perfettissime, di perdonare le mie negligenze e tutto quanto ho fatto, opponendomi alla tua santa Volontà. Adornami con l'abbondanza delle tue virtù, liberami, per la straziante tua agonia nell'orto, da tutte le angosce. Ti pre­go, per il giudizio falso e iniquo di Pilato, di giudicarmi se­condo la tua infinita misericordia, e non secondo la mia fragilità. Ti supplico per la flagellazione e la coronazione di spine di perdonarmi il mio orgoglio e la mia presunzio­ne. Ti prego per il peso opprimente della Croce e per tut­te le tue sofferenze, di rendermi partecipe dei tesori della tua Passione, per supplire alle mie trascuratezze nell'osser­vanza della S. Regola. La tua santa morte mi ottenga tramonto sereno e cristiano; fa che, dopo una sincera Confes­sione, possa ricevere il Sacramento dell'Estrema Unzione. Il santissimo tuo Corpo sia l'ultimo mio cibo, e il viatico per passare da questa vita al cielo. Purificami nel tuo pre­zioso Sangue, da tutti i miei peccati e l'anima mia mi sfugga dalle labbra, così pura, chiara, incontaminata come uscì dalle mani di Dio. Te ne scongiuro, per la tua morte, cancella in me ogni macchia e togli tutto quanto ha potu­to dispiacerti. Gli abitanti del cielo e della terra, a Te si uniscano, o caro Gesù, per pagare al Padre celeste il debi­to della sofferenza e della penitenza che io non avessi an­cora saldato.

Guardami con bontà, e tutti gli Angeli, i Santi, gli eletti mi mirino pietosamente nell'ora del trapasso.

Proteggimi da ogni avversità, perché sia subito introdot­ta nell'eterna gloria. Ricordati, o Padre celeste, che il tuo Figlio unico ti ha offerto, nel giorno dell'Ascensione, soffe­renze, virtù, meriti in misura sovrabbondante, non solo per pagare i debiti della mia anima, ma di tutto il mondo e di mille mondi. Abbi dunque pietà di me e dammi la tua ricchezza in cambio della mia povertà. Se avessi ancora, qual­che debito, dì al tuo Figlio di pagarlo, perchè possiede tut­to abbondantemente e dà volentieri ogni cosa, giacchè per noi ha sofferto ed è morto.

 

III. Chi ringrazia Dio per i cinque motivi seguenti, otterrà quello che Gesù ha promesso con giuramento di dare a Geltrude.

O felicissima Sposa di Gesù Cristo, S. Geltrude, io rin­grazio con tutto il cuore il tuo divino Sposo per i beni di cui ti ha colmata.

Grazie, o Gesù, che l'hai eternamente predestinata a' tuoi favori!

Grazie, o Gesù, di averla attirata amorosamente a Te! Grazie, o Gesù, d'aver unito il tuo Cuore ai suo cuore!

Grazie, o Gesù, d'esserti preparato nel suo cuore una gradita dimora!

Grazie, o Gesù, d'aver consumato l'opera della sua san­tificazione e d'averla degnamente coronata in cielo!

O eletta Sposa di Gesù, S. Geltrude, mi rallegro con Te per tanti doni e ti prego d'accordarmi, in virtù della tua promessa, le grazie che più mi stanno a cuore e la gioia immensa di raggiungerti in cielo con tutti i miei cari.

 

CAPITOLO XXX

DOLCE RIPOSO

Più tardi il Signore apparve a Geltrude come Colui la cui bellezza sorpassa infinitamente la bellezza dei figli de­gli uomini. Pareva accoglierla con tenerezza fra le sue brac­cia e prepararle un nido di riposo sul lato destro presso il suo divin Cuore, sorgente di ogni beatitudine. Vi poneva, quasi letto di riposo, i crudeli dolori del suo santissimo Corpo, sofferti sulla Croce per la salvezza del mondo e l'a­nima doveva trovarvi la sua eterna salvezza. Poneva sotto il capo, a modo di guanciale, lo strazio provato sulla Croce a causa dell'inutilità della sua Passione, per un gran nume­ro di anime. I candidissimi lenzuoli erano l'estrema deso­lazione a cui fu ridotto quando Egli, l'Amico più fedele, si vide abbandonato da tutti gli amici, arrestato crudelmente come un ladro, legato senza pietà, condotto a morte ed in­sultato, beffeggiato, oltraggiato dai suoi nemici. Il Signore la coperse infine di tutti i frutti della sua morte preziosa, perchè fosse santificata, secondo il disegno della divina bontà.

Mentre Geltrude riposava dolcemente sul lato destro dei Figlio di Dio, rivolta verso il suo amantissimo Cuore, ella vide quel Cuore divino, sorgente di ogni bene, distendersi davanti a lei come un giardino celeste, ove sbocciava il gra­zioso sorriso di tutte le spirituali bellezze. L'alito che sfug­giva dalle labbra della santa Umanità di Gesù vi faceva ger­minare un'erba verdeggiante, mentre i pensieri del suo santissimo Cuore, sotto la forma di rose, di gigli, di violet­te e d'altri fiori magnifici, vi diffondevano delicati profumi.

Le virtù del Signore parevano una vigna feconda, la vi­gna d'Engaddi i cui frutti sono squisitamente dolci. Ora gli alberi delle virtù divine e le vigne delle amabili parole, sten­devano intorno all'anima di Geltrude i rami per colmarla di delizie. Gesù nutriva quell'anima cara coi frutti di quegli alberi e la dissetava coi vino della vite. Tre ruscelli di lim­pidissima acqua sembravano zampillare dal centro del di­vin Cuore, ma lungo il loro corso meraviglioso, mescolava­no le loro acque. Le disse il Signore: « All'ora della morte berrai di quest'acqua e l'anima tua vi attingerà una perfe­zione così compiuta che non ti sarà più possibile vivere nella prigione del corpo; intanto contempla questi ruscelli con delizia, per accrescere i tuoi meriti eterni».

Avendo Geltrude chiesto al Padre di mirarla attraverso l'innocentissima Umanità di Gesù, che fu pura, illibata, ador­na di virtù per l'unione con l'eccellentissima Divinità, me­ritò di sentire gli effetti di tale preghiera. Ella chiese an­cora: « Dammi, o Padre amantissimo, la dolce benedizione della tua tenerezza ». E il Signore, stendendo la Mano on­nipotente, tracciò su di lei il segno della Croce. Tale bene­dizione, colma di grazie, parve formare al di sopra del suo letto una tenda dorata, ove erano sospesi tamburelli, lire, cetre ed altri strumenti di musica, tutti in finissimo oro essi simboleggiavano i frutti inestimabili della Passione san­tissima di Gesù e procuravano a quella eletta godimenti nuovi, variati, ineffabili.

Mentr'ella riposava fra tante delizie, non era più una malata trattenuta sul letto del dolore, ma una Sposa diletta che gustava le gioie delle nozze, o meglio, un'anima asse­tata di Dio che, dopo d'aver ricevuto la fecondità di Lia, beveva avidamente la dolcezza degli amplessi, così a lungo desiderati da Rachele. Dolcemente accarezzata dal soffio della divina misericordia, ella ricordava la lunga sterilità degli sforzi passati; quel ricordo non solo era senza amarezza, ma giocondo per f beni di cui il Signore la colmava. L'ab­bondanza dei pingui pascoli, ove Gesù l'aveva posta, le per­metteva di riparare le passate negligenze e d'aumentare la perfezione, il pegno, la bellezza delle sue opere.

Perciò ella riunì alcune preghierine, altre ne compose più ferventi ancora, e volle dirle ordinatamente in nome delle membra del suo corpo, per riparare le negligenze ch'ella credeva d'aver avuto nella recita delle Ore canoniche, nel­l'Ufficio della Beata Vergine e dei defunti. Volle pure ripa­rare l'imperfezione delle sue virtù, perchè le parve di non aver praticato abbastanza l'amore di Dio e del prossimo, l'umiltà, l'obbedienza, la castità, la concordia, la riconoscen­za, l'unione alle gioie e alle pene del prossimo. Credeva pure di dover riparare per le opere di pietà nelle quali le sembrava di essere stata trascurata e specialmente nella lode divina, nello spirito di riconoscenza, nella correzione. della vita e nella meditazione; ella estendeva la, sua intenzione riparatrice alla Chiesa universale.

Geltrude non s'accontentava di recitare, per tali scopi una preghiera sodisfatoria, ma vi aggiunse duecentoventi­cinque brevi aspirazioni, in nome di tutte le membra del suo corpo, e un Pater con un'Ave dopo ciascuna di esse. Tutte quelle preghiere erano così soavi che, non solo, por­tavano i cuori a divozione, ma attraevano col loro incanto il Cuore di Dio, Re e Sposo di eterne delizie.

In seguito Geltrude si sforzò di pagare tutti i debiti, se­condo le promesse che Gesù, Verità infallibile le aveva fatto. La sua confidenza era invincibile, pure ella non dimenticava mai la sua miseria e, con le suddette preghiere, s'applicava a rendersi meno indegna dei favori ch'ella sperava ferma­mente di ricevere dalla liberalità di Dio.

Infine Geltrude rilesse, punto per punto la S. Regola, accompagnando ciascuna parola da suppliche ferventi e da profondi sospiri, che supplivano alle sue negligenze, e no­bilitavano tutti i suoi atti.

Dopo quei ferventi esercizi, ella concentrò le sue forze fisiche e morali a cose più elevate; ridisse migliaia di volte i versetti che meglio esprimevano l'ardente fervore delle sue brame, per attrarre fino nelle profondità dell'anima Colui che la faceva languire d'amore. Inalzò poi la sua intenzione per quanto le fu possibile, unendosi all'amore e alla gratitu­dine che le Persone della SS. Trinità si tributano fra loro, facendosi con ciò l'interprete dell'intera creazione.

In seguito ella ridisse ancora, con confidenza, questo versetto che le ritornava continuamente alla memoria: « De­siderate millies! ». E aggiungeva: « Veni jestinans propere - Vieni affrettati! ». « Sitivit anima mea (Sal. XLI). La mia anima è assetata ». « Tuus pi aevalens amor - Il tuo amore prevale » con la preghiera: « O Padre amantissimo ti offro la santa vita ecc. (Vedi Libro II, cap. XXIII: ma là comincia con queste parole: « Tutta penetrata ancora da quel ricordo ecc.). Questa preghiera le era stata ispirata da Dio stesso e gli effetti meravigliosi della medesima, dovevano applicarsi anche a tutti coloro che l'avessero recitata con fede e divo­zione. Geltrude praticò questo esercizio durante tutta la ma­lattia, senza che l'estremo esaurimento delle forze glielo im­pedissero. Ogni giorno, fedelmente, offriva riparazioni per i peccati commessi con le membra, del suo corpo, a meno che l'amore non la portasse ad atti più sublimi.

Nell'abbondanza delle delizie, di cui il suo spirito così spesso si nutriva, ella si effondeva in preghiere ed esorta­zioni così dolci, con le persone che la visitavano, che tutti facevano a gara di servirla, onde gustare i suoi amabili col­loqui. Pu appunto questo motivo che indusse molti a pre­gare Dio perchè prolungasse un'esistenza così preziosa; è fuori di dubbio che Dio, il quale ascolta sempre le preghiere degli umili, le abbia, conservato la vita per accrescere i suoi meriti e per favorire la carità delle Monache.

Ecco i passi dell'inno più sopra citato Desiderate millies

Mi Jesu, quando venies? Me laetum quando facies? De Te- quando me saties? Veni, Veni, Rex optime, Pater immensa¢ gloria¢: Efulge clare laettus: Jam expectamus saepius. Ut mala nostra superes Ut mala nostra supereos Partendo et voti compotes Nos tuo vultu saties.

E tu, mille volte desiderato, O mio Gesù, quando vieni? Quando mi farai felice? Quando potrò in Te saziarmi? Vieni, Vieni o Re dei re, Padre della gloria infinita: Portami la gioia e la luce Che attendo da tanto tempo. Il tenero tuo amore ti spinga a trionfare della nostra malizia: Perdonaci, esaudisci i nostri voti, e saziaci nella vista del tuo Volto.

 

CAPITOLO XXXI

SODDISFAZIONI OFFERTE ALLA MADONNA

Geltrude si sforzava abitualmente, come già accennam­mo, di riparare, con preghiere speciali, le negligenze com­messe nel culto verso la gran Madre di Dio. Con questo spi­rito ella chiese un giorno a Gesù di offrire Lui stesso alla celeste Regina, le sue ammende onorevoli. Subito il Re di gloria si levò e offerse il suo divin Cuore alla Vergine Maria, dicendole: « Ecco, o Madre amantissima, il mio Cuore colmo di beatitudine; in esso ti presento quell'amore divino col quale, da tutta l'eternità, ti ho creata, santificata, scelta per Madre, con tenerezza speciale, a preferenza di ogni altra creatura, Ti offro inoltre quel dolce affetto che ti ho mo­strato in terra quando, piccolo bimbo, mi riscaldavi e mi nutrivi sul tuo materno seno. Ricevi l'amore filiale che ti ho dimostrato durante il corso di tutta la vita, mantenen­domi sempre a te sottomesso, quantunque fossi il Sovrano del cielo. Tale amore te lo dimostrai soprattutto nell'ora della morte, quando, nell'oblio dei miei atroci spasimi, com­patii all'immenso tuo dolore e ti diedi, in vece mia, un altro figlio, perchè, prendesse cura di te. Gradisci pure il senti­mento d'ineffabile amore, col quale, nel giorno della tua gio­conda Assunzione, ti elevai al di sopra di tutti i cori degli Angeli e dei Santi, stabilendoti Regina del cielo e della terra. Ti offro tutti questi favori rinnovati e raddoppiati, in ripa­razione delle negligenze che quest'anima, a me diletta, com­mise al tuo servizio, affinchè nell'ora del suo trapasso tu le vada incontro e la riceva fra le tue braccia come mia fe­dele Sposa». La Vergine amorosissima ricevette con gioia quell'offerta, e si disse pronta a fare quanto da lei si richie­deva. Perciò aggiunse: « O Figlio mio diletto, accordami questa grazia quando andrò incontro nell'ora estrema, a que­sta tua degna Sposa: fa sì che tutte le grazie di cui mi hai ricolmata, diffondano su di essa una soavità divina più fra­grante del balsamo, comunicandole le delizie della beatitu­dine eterna ».

Geltrude, rapita alla considerazione della divina bontà, disse al Signore: «O Dio infinitamente buono, poichè la tua tenerezza ha nobilitato i deboli sforzi del mio amore, quanto sono dolente di non averti offerto, con la stessa divozione, il supplemento destinato a coprire le mie trascuratezze nella recita dell'Ufficio e nella pratica del culto a Te dovuto!».

Le rispose amabilmente il dolce Gesù: « Non inquietarti, mia diletta; ho accettato tutte le tue opere in unione al­l'amore che ti ha dato la grazia di compierle, quando, da tutta l'eternità, esse erano già nobilitate e dolcemente preparate nel mio divin Cuore. Vi ho aggiunto la divozione e il fervore che i cuori degli uomini hanno sentito, sotto la mia dolce influenza; avendole così perfettamente santificate, le ho offerte a Dio Padre, come riparazione ed olocausto gra­ditissimo. Pienamente soddisfatto, Egli si è chinato su te, con divina, paterna tenerezza».

 

CAPITOLO XXXII

COME LE VENNE ANNUNCIATA L'ORA DELLA MORTE

In questo periodo di preparazione al grande trapasso, S. Geltrude aveva preso l'abitudine di ritirarsi ogni venerdì da qualsiasi occupazione esteriore, allegando che aveva bi­sogno di riposo per non essere disturbata da nessuno. Al­lora rivolgeva le sue potenze a Dio solo con acceso fervore, e compiva per se medesima tutto quanto si usa fare con le persone che sono in agonia, oltrepassando con infuocato ar­dore e sante meditazioni, i limiti degli usuali preparamenti alla morte.

Geltrude praticava da tempo questo esercizio, con grande divozione, quando un venerdì, dopo di essersi raccolta, si trovò in dolce riposo di spirito, durante il quale il Signore infinitamente buono, che aggiunge spesso grazia a grazia, le mostrò in una specie di estasi, le felici circostanze che avrebbero accompagnato la sua morte.

Le sembrava di riposare, durante l'agonia, sul seno dei Signore, appoggiata al suo sacratissimo Cuore, come una gio­vinetta bellissima ed ammirabilmente adorna. Una moltitu­dine infinita di Angeli e di Santi giunsero giubilanti, por­tando ciascuno un incensiere che conteneva le preghiere della Chiesa universale, elevandone il profumo all'onore del­lo Sposo divino e a vantaggio di Geltrude. Mentre questa invocava la Madonna con l'antifona: « Salve Maria, ut te simus similiter - Salve, Maria, facci simili a Te», il Signore chiamò la sua dolce Madre perchè si preparasse a venire a consolare la sua eletta. La Regina delle vergini, sfolgorante di nuova bellezza, s'inchinò e con le sue delicatissima Mani, sostenne teneramente il capo della malata. L'Angelo Custo­de era anch'egli presente: pareva uno dei principi più eminenti della Corte celeste e si rallegrava della felicità del­l'anima che le era stata affidata, S. Michele Arcangelo, es­sendo stato invocato da Geltrude, si presentò a lei con una moltitudine di Angeli: Egli offerse i suoi servigi e si preparò a difenderla dalle insidie dei demoni che si trovavano là in un angolo della camera, sotto forma di rospi e di serpenti. Erano però in uno stato di assoluta impotenza, tanto che non potevano neppure alzare la testa, o fare il minimo sforzo contro l'anima di Geltrude, senza ricadere tosto, vinti e sconcertati dalla gloria di una sì alta maestà; la malata, a tale vista, provò grande consolazione. Allora il fervente amore che bruciava il cuore di Geltrude parve effondersi dalle sue labbra, sotto il simbolo di una colonna di fuoco, che salì fino al trono della divina Maestà; Le virtù di quella colonna ardente era tale, che la malata non ebbe più bi­sogno del soccorso angelico, perchè i demoni, terrorizzati e confusi dalla forza: della divozione che esalava dalle sue labbra, fuggivano disperatamente, cercando di nascondersi.

Avendo poi Geltrude invocato tutti i Santi, come, la Chiesa usa fare coi moribondi, essi vennero con riverenza grande ad offrirle i loro servigi. I Patriarchi portavano rami verdeggianti, carichi dei frutti delle loro buone opere e li deponevano intorno alla malata. I Profeti presentavano, sotto forma di specchi d'oro, il dono delle rivelazioni di­vine che avevano ricevuto; essi li sospendevano si rami di cui abbiamo più sopra parlato, davanti a Geltrude, che ne gustava ineffabili delizie. In seguito venne Giovanni, apostolo, ed evangelista, il discepolo prediletto che Gesù aveva circondato di tenerezza speciale, al quale come pe­gno d'amore, aveva affidato la Madre sua; Egli mise con tenerezza due anelli d'oro all'anulare di Geltrude. Lo seguirono gli Apostoli che passarono nelle altre dita della malata un cerchietto d'oro, simbolo della fedeltà con cui avevano servito il Signore quando erano in terra.

Dopo di essi í santi Martiri ornarono l'anima di Gel­trude di palme d'oro, sulle quali brillavano le sofferenze che avevano patito in terra, per amore di Dio. I santi Confes­sori le portarono fiori d'oro bellissimi, per significare la volontà perfetta che avevano avuto di servire Dio, secondo la loro possibilità. Le sante Vergini offrirono magnifiche rose, munite di piccoli arpioni d'oro per rappresentare il privilegio della verginità che avvicina e unisce a Dio, col vincolo dolcissimo di un'intima familiarità.

Gesù, Re e Sposo della verginità senza macchia, aveva sulle vesti fiori identici, in numero uguale a quello delle sante Vergini, che avevano partecipato a Geltrude i loro meriti. Quando poi le Vergini in virtù del privilegio della loro innocenza, s'avvicinarono allo Sposo divino, gli arpioni d'oro rappresentanti le virtù particolari di ciascuna di esse, si adattarono perfettamente al fiori che adornavano gli abi­ti del Signore; da tale avvicinamento le Vergini ritrassero una dolcezza speciale, emanante dalla divinità.

Appena Geltrude fu adorna dei fiori delle Vergini, Gesù si chinò su di lei, ed ella stette a Lui unita con fermagli d'oro che le fecero comprendere le soavi accondiscendenze della Bontà divina. Ella compreso allora quanto sia effi­cace la protezione delle Vergini e come sia grande il favore che possono procurarci quando si degnano interessarsi benevolmente delle anime.

Le sante Vedove e tutti gli altri Santi le offrirono il frutto delle loro buone opere; sotto la forma di cassettine d'oro. In questi regali dei Santi, l'anima contemplava con gioia tutto il bene con cui ciascuno aveva meritato di piacere a Dio e tale bene si rifletteva in essa, dandole immensa gioia.

Í santi Innocenti, nonostante i pochi meriti che sembra abbiano avuto personalmente, non vollero privarla del loro favore; per dare gloria a Dio, che li aveva riscattati col suo Sangue e loro dato il cielo per gratuita bontà, rivestirono Geltrude con lo spendore purissimo della loro innocenza, splendore ammirabilmente accresciuto, per l'unione all'in­nocenza ineffabile di Gesù Cristo.

Infine il Figlio dell'Altissimo, il Re di gloria, s'inchinò con tenerezza infinita per abbracciare la Sposa che ripo­sava deliziosamente sul suo Cuore. Come il sole nel suo pieno calore assorbe e volatizza la gocciolina di rugiada, così il Figlio di Dio con la sua virtù divina, attrasse quel­l'anima fortunata, adorna di tutto il bene che i Santi le avevano offerto. Il ferro immerso nei fuoco si arroventa e pare trasformarsi in fuoco, così il Signore, investendola. e penetrandola interamente, la rese simile a Lui.

 

CAPITOLO XXXIII

RACCOMANDAZIONE DI QUESTO LIBRO

Quando questo libro fu terminato Gesù apparve a Gel­trude. Teneva il libro stretto al Cuore e disse: «Stringo il mio libro al seno, perchè tutte le parole che contiene siano penetrate, fino al midollo dalla dolcezza della Divinità, co­me un boccone di pane fresco è penetrato dall'idromele. Chi leggerà questo libro con divozione, ne ritrarrà frutti di eterna salvezza »:

Geltrude chiese allora al Signore la grazia di preservare quell'opera a suo onore e gloria da qualsiasi errore. Gesù, stendendo la mano, tracciò sul libro il segno della Croce e disse: « Come nella S. Messa opero la transustanziazione del pane e del vino nel mio Corpo e Sangue per la salvezza degli uomini, così santifico, in questo momento, con la mia celeste benedizione, tutto quello che è scritto in questo volume, perché tutti coloro che lo leggono vi trovino la sal­vezza ». E aggiunse: « La persona che ha scritto il mio libro ha fatto opera a me così gradita, come se mi avesse circondato di tanti flaconi di profumo quante sono le let­tere ivi tracciate. Tre cose mi piacciono specialmente nel libro. Vi gusto la dolcezza inesprimibile del divino amore, sorgente unica di tutto quanto contiene; vi respiro il gra­dito profumo che diffonde la buona volontà della persona che l'ha scritto, infine mi rallegro di vedervi riflessi, quasi ad ogni pagina, gli effetti della mia infinita bontà. Come il mio amore ti ha ispirato quanto vi è scritto, così lo stesso amore le ha impresse nella memoria di colei alla quale tu le hai raccontate. Ella le ha raccolte, disposte, scritte se­condo i miei desideri. Voglio che il mio libro abbia per co­pertina la mia santissima vita e per ornamento i gioielli rosseggianti delle mie cinque Piaghe. La mia bontà divina lo suggellerà coi sette sigilli dei doni dello Spirito Santo, in modo che nessuno possa giammai strapparlo dalle mie mani ».

 

CAPITOLO XXXIV

COME IL SIGNORE ACCETTO' L'OFFERTA DI QUESTO LIBRO

La Monaca che aveva redatto questo libro pensò di of­frirlo a Dio in lode eterna e nascondendolo in una manica a insaputa di tutti, andò a comunicarsi per poi presentarlo a Gesù. Mentre stava inginocchiata alla balaustra, divota­mente china, Geltrude vide il Signore lanciarsi verso di lei nell'impeto di un amore infinito, circondarla col brac­cio e dirle con effusione: « Io penetrerò con la dolcezza del mio divino amore e renderò feconde tutte le parole del li­bro che mi è offerto, perchè è stato scritto, in verità, sotto l'influsso del mio spirito. Chiunque, con umile cuore, verrà a me e vorrà leggere queste pagine con desiderio del mio amore, lo prenderò a me vicino e segnerò a dito i passaggi che gli torneranno utili. Inoltre m'inchinerò su lui con bontà grande, e come l'alito di colui che ha gustato cibi profumati si diffonde su coloro che l'avvicinano, tosi il soffio della mia Divinità, opererà nell'anima sua effetti sa­lutari. Ma colui che, spinto da vana curiosità, vorrà scrutare o falsare il senso del libro, lo tratterò come un insolente che oserebbe chinarsi per leggere al di sopra delle mie spalle: non sopporterò nè il suo peso fastidioso, nè la sua presenza, ma lo confonderò con la mia forza divina ».

 

CAPITOLO XXXV

OFFERTA DEL LIBRO

O Cristo Gesù, Luce che sei la sorgente delle luci eterne, ti offro in questo libro, il nettare prezioso della tua bontà infinita, che la dolcezza efficace della tua imperscru­tabile Divinità ha fatto scaturire dalle profonde sorgenti del tuo Cuore, ricco d'amore, perché inaffi, fecondi, beati­fichi, attiri e unisca inseparabilmente a Te il cuore e l'ani­ma della tua eletta.

Te l'offro con l'amore dell'universo intero, unendomi a quella suprema carità per la quale, o Figlio del Padre eter­no, hai fatto risalire, con una perfetta riconoscenza verso la sorgente della sua origine, i flutti della Divinità che si erano diffusi nella tua Umanità deificata. Ti prego col de­siderio e l'affetto di tutte le creature d'attrarre a Te que­sto libro con l'amore del tuo soavissimo Spirito. Ricevi da esso il tributo di quella lode eterna, immensa, immutabile di cui la tua imperscrutabile Sapienza sa sola le armonie che esistono, con la Onnipotenza suprema di Dio Padre, e con l'ineffabile Benevolenza dello Spirito Paracleto.

Te l'offro come adeguato ringraziamento per tutta la felicità che tu hai data, dai e darai, in avvenire a coloro che leggeranno queste pagine e che, secondo la tua promessa, vi attingeranno consolazione, ispirazione, istruzione, e an­che a coloro che vi raccoglierebbero tutti questi beni, se la tua bontà, o mio Dio, vedesse in essi qualche disposizione a riceverli.

Te l'offro come una degna sodisfazione per tutte le colpe che la meschinità della mia intelligenza, il mio scarso zelo, la mia inesperienza mi hanno fatto commettere in que­st'esposizione così imperfetta dei tesori nascosti che mi hai affidati, perchè li rivelassi per il bene del prossimo.

Te l'offro, in espiazione degli oltraggi e dei disprezzi che, per fragilità umana, o per istigazione diabolica si ri­verseranno (la tua Misericordia ce ne preservi), sulla tua bontà infinita, che si mostra così chiaramente in queste pagine, facendosi gustare con tanta dolcezza.

Te l'offro per ottenere tutte le grazie che l'amore e la gratitudine del tuo Cuore divino, intendono accordare a co­loro che desiderosi del tuo amore, leggeranno questo libro con umile divozione e tenera riconoscenza, sforzandosi di praticare gli insegnamenti che racchiude, in ossequio a quel Dio, da cui emanano tutti i beni.

Vedendo che la tua bontà infinita, o Dio del mio cuore, si è degnata scegliermi per far conoscere grazie così subli­mi, pur essendo un vile atomo, o meglio la spazzatura del mondo, e considerando pure che, nella mia miseria, nulla posso darti in compenso, ti offro il tuo dolcissimo Cuore, dono infinitamente preziosa, con tutta la ricchezza che rac­chiude, la divina gratitudine e la suprema perfezione che l'informa.

 

CAPITOLO XXXVI

CONCLUSIONE DEL LIBRO

Questo libro è stato scritto a lode e gloria di Dio, che vuol salvare tutti gli uomini. Per abbreviarlo abbiamo omesso un gran numero di particolarità. Tuttavia è stato composto con soccorsi così evidenti e miracolosi della divina miseri­cordia, che basterebbero da soli a far capire il frutto che ne aspetta per le anime Colui che ci previene e ci colma dei doni migliori.

La corrente delle divine effusioni non si è esaurita di­rigendosi verso Geltrude, ma distribuendo la grazia che ci conveniva, ha condotto la sua eletta, sotto forma di diverse immagini che le furono presentate, come su di una scala d'oro, fino alle misteriose sorgenti della divina Sapienza; sorgenti eccellentissime, purissime ove Ella ha attinto luci che nessuna immagine sensibile potrebbe trasmettere alle intelligenze, che nulla hanno provato di somigliante.

Che la bontà infinita di Dio faccia fruttificare, a salvezza delle anime, le grazie che questo libro racchiude. Possano esse produrne frutti al centuplo, e meritare d'essere scritte nel libro della vita.

Infine possano i principianti, troppo deboli per navigare nell'oceano del divino amore, servirsi di queste pagine come di veicoli che li aiuti a camminare verso Dio.

La vista delle grazie accordate ad altre anime le conduca, come per mano alla lettura, alla meditazione, alla contempla­zione, affinchè comincino a gustare quanto è dolce il Signore, com'è felice l'uomo che spera in Lui e getta nel suo Cuore ogni pena, preoccupazione, o difficoltà.

Si degni, nella sua bontà accordarci questa grazia Colui che, essendo Dio, vive e regna nella Trinità perfetta nei secoli dei secoli. Amen.