L’ANIMA DEL BAMBINO

Pierre Dufoyer

 

PARTE PRIMA

STRUTTURA DELLA PERSONALITA' DEL BAMBINO

CAPITOLO I

L'ATTESA

Esiste una igiene fisica della gravidanza. Per una felice evoluzione di questa, la donna incinta deve osservare un certo numero di regole che non dobbiamo ripetere qui. I libri di puericultura ne danno i particolari e ne dimostrano le ragioni: il loro compito si ferma lì. Quantunque importante, è sempre un insegnamento incompleto. Assieme all’igiene fisica della gravidanza, bisogna guardare anche all'igiene psicologica, importante anch'essa per facilitare l'educazione del futuro bambino.

Non trattiamo in questo libro la questione dell'igiene fisica della gravidanza. Vorremmo però sottolineare l'importanza di una buona salute sul morale dell'essere umano e in specie della persona incinta.

Ciò vale tanto per le mamme come per i figli. Un bambino robusto è quasi sempre di carattere compiacente, e più facile da educare che non un bambino malaticcio.

Una futura mamma che non trascura nessuna regola di igiene e si prepara con cura e con calma al lieto evento, ha molte probabilità di avere un parto facile e un bambino in perfetta salute, la cui educazione sarà relativamente comoda.

 

Interdipendenza tra lo psichico e il fisico

I progressi scientifici degli ultimi anni hanno messo molto in luce l'intervento psichico nel comportamento dell'essere umano. Elementi affettivi, coscienti o incoscienti, influenzano non soltanto gli atteggiamenti ed i modi di fare, ma arrivano fino all'equilibrio della nostra salute.

Ancora recentemente era opinione diffusa che la fonte dei nostri diversi malesseri o malattie dovesse ricercarsi in cause organiche. Si conoscevano dei cosiddetti disturbi "funzionali " che non rivelavano alla base nessuna irregolarità fisica, ma formavano la disperazione dei praticoni perché, essendo la loro causa sconosciuta o difficilmente percepibile nella maggioranza dei casi, si mostravano spesso ribelli ad ogni trattamento. I medici erano persuasi che le malattie organiche derivassero solo da cause fisiche. Anche nel caso di malattie mentali, si era portati ad incolparne qualche lesione anatomica o irregolarità ormonale.

Oggi, senza tuttavia negare l'apporto del fisico, è riconosciuto che non poche malattie, anche organiche, derivano in tutto od in parte da cause psichiche. E' stato costatato che disturbi affettivi e stati emozionali comportano disturbi funzionali che, a loro volta, possono giungere a lesioni organiche. D'altra parte si osserva la guarigione di malati colpiti da seri disturbi organici o funzionali, grazie a trattamenti di tipo puramente psicologico.

Diamo un esempio concreto per far meglio capire la portata delle nostre asserzioni: quello dell'ulcera allo stomaco.

L'ulcera deriva da un eccesso d'acidità gastrica che provoca l'erosione della mucosa stomacale. Tale accesso di acidità potrebbe, in certi casi, essere dovuto a uno spasmo del piloro (Orifizio inferiore dello stomaco verso l'intestino), esso stesso provocato dai centri nervosi del cervello in dipendenza di una tensione emozionale sopravvenuta in seguito a preoccupazioni, fatiche o incidenti. Questi fatti sarebbero dunque causa dell'ulcera per via nervosa e secretoria.

I diversi organi del corpo umano possono essere ugualmente sede di reazioni fisiologiche, di origine esclusivamente emozionale. Oltre allo spasmo del piloro, l'apparato digestivo conosce anche lo spasmo dell'esofago che, chiudendosi, impedisce di inghiottire; lo spasmo intestinale che provoca l'enterocolite; il bambino emotivo, andando a scuola per la prima volta, può " farla nelle mutandine "... Per effetto di un'emozione, il cuore ha palpitazioni, battiti irregolari e accelerazioni di ritmo, la tensione arteriosa aumenta. L'emozione da talora origine a una crisi di asma. Per l'apparato genitale, essa può creare l'impotenza nell'uomo e il vaginismo nella donna; perturba la regolarità delle funzioni mestruali provocandole in anticipo, interrompendone il corso, ritardandole o sopprimendole; può disturbare il decorso regolare del piacere coniugale o impedirlo totalmente.

Nel campo ostetrico si arriva addirittura all'aborto: se ne ebbero molti nell'agosto 1939 durante la mobilitazione. Anche l'apparato urinario non sfugge a questa influenza; ne sono testimoni i numerosi incidenti infantili ed anche giovanili in occasione di esami universitari! L'emozione tronca il respiro come anche lo accelera, rende la respirazione difficile o ansante; rende muti o provoca delle grida, fa sgorgare le lacrime.

La pelle stessa può a suo modo manifestare l'emozione con il pallore, il sudore o la congestione. Conosciamo il caso d'un bambino di tre anni, molto attaccato alla mamma, colpito da un attacco d'orticaria nel punto in cui la mamma gli ha dato uno scappellotto... Lo stato generale di salute dipende, in bene o in male, dallo stato emotivo; quante volte si è costatato che il morale alto o basso di un malato ne ha accelerato o ritardato la convalescenza! Niente di strano perciò, se vive emozioni o fatiche prolungate possano creare disturbi alle secrezioni delle glandole e delle mucose, disturbi che, a loro volta, porteranno con sé ulteriori malattie organiche. Per la salute fisica della madre e del bambino è molto importante, dunque, che la gravidanza sia accolta di buon animo.

 

Conseguenze prossime e remote del modo con cui la mamma accetta la gravidanza

Il modo con cui la mamma accetta; male, con rassegnazione, con gioia, un nuovo concepimento, avrà ripercussioni considerevoli, difficili ad essere spiegate adeguatamente, ma innegabili.

Supponiamo che una mamma accolga male la sua gravidanza, perché non desidera avere figli o perché non è il momento adatto, venendo il concepimento ad opporsi a certi progetti o a rendere più penoso uno stato fisico o una situazione finanziaria non favorevoli. Può darsi anche - e ciò si verifica verso la quarantina - che, avendo già molti figli, il desiderio di un nuovo concepimento si sia già molto indebolito o addirittura spento. Il pronostico di una buona educazione del bambino sarà diverso secondo i casi.

Se una donna è radicalmente ostile all'idea della maternità, c'è da temere che conservi per tutta la vita un sordo rancore verso il bambino: l'esistenza delle matrigne, pur essendo rara, non è del tutto chimerica! Alcune donne, invece, sentiranno svegliarsi il loro istinto materno nel corso della gravidanza o alla nascita del bambino; c'è però anche il caso in cui questa evoluzione non avviene.

Di solito il pronostico è meno grave, quando si tratta di mamme che non vogliono figli in quel momento o che non ne vogliono più. L'istinto materno, già risvegliato dalle precedenti maternità, ha buone probabilità di ravvivarsi e di svolgere un influsso favorevole. Tuttavia il disappunto o il malcontento causati dal sopraggiungere dì una gravidanza indesiderata, potranno permanere e, pur componendosi con l'affetto materno, rischiano di alimentare nel dominio dell'incosciente sentimenti poco amichevoli verso il bambino, che si manifesteranno con una minore pazienza nei suoi confronti, un cattivo umore più marcato di fronte ai disagi che comporta, una maggior severità per le sue mancanze, in taluni casi, tale ostilità avrà anche manifestazioni più palesi. Il bambino, osservatore perspicace, indovinerà tali inconfessati sentimenti. Per non aver fatto buon viso a cattivo gioco o, per parlare più cristianamente, per non essersi adattata alla propria sorte provvidenziale, la donna avrà giorni penosi, passerà attraverso un parto più difficile e, più tardi, forse si meraviglierà d'aver a che fare con un bambino difficile. Bisogna ripeterlo senza posa; ogni essere umano ha interesse ad adattarsi agli avvenimenti ineluttabili. Davanti a una gravidanza in corso, fosse anche non desiderata - respingiamo naturalmente ogni ipotesi criminosa - la cosa più saggia è di non lamentarsi, non rimuginare la propria delusione, non prendere il cielo a testimone del proprio dispetto, ma accettare e accogliere il nascituro. A causa delle sottili e profonde interdipendenze tra il morale e il fisico, l'adozione cosciente e voluta di questo stato d'animo varrà a dare all'interessata un'attesa più facile, un parto più agevole e, a parità di altre condizioni, minor difficoltà nel corso dell'educazione.

Poniamo ora il caso di una mamma decisa a far sì che il bambino atteso rimanga figlio unico ad ogni costo. Si possono prevedere con certezza morale tutti i pericoli che presenterà domani la sua educazione. È evidente che, questa donna desidera un bambino per egoismo, per il suo interesse personale, non per il bene di lui. Vuoi fare l'esperienza della maternità per dare a se stessa e alle altre la prova che o una donna normale capace di avere figli. Quel bambino sarà per lei un mezzo per esprimere la sua tenerezza, per provare la gioia di sentirsi "necessaria", per soddisfare un segreto istinto di dominio, compenso alla sua femminilità. C'è un reale pericolo che questa donna sarà una madre invadente, gelosa di conservare il figlio presso di sé il più possibile; senza dubbio si opporrà coscientemente o incoscientemente, in segreto o in modo manifesto, alla sua emancipazione. Secondo ogni verosimiglianza il bambino sarà un viziato, un " covato ", un timido di fronte alla vita, perché sua madre cercherà di preservarlo da ogni pericolo e di metterlo in guardia da ogni rischio. Un giorno potrà diventare insubordinato e aggressivo quando, desideroso di indipendenza, come ogni essere umano, s'accorgerà in quali pastoie sua madre l'abbia rinchiuso e continui a farlo. Bambino viziato, sarà quasi certamente egoista, capriccioso, poco socievole, cercando in ogni modo di attirare l'attenzione, disordinato, debole e avido di protezione, piegato su se stesso e timoroso davanti alla vita, pieno di esigenze verso gli altri. Anche sposato rischierà di essere sempre incapace di amare veramente e di essere geloso dell'amore altrui. Queste sono le probabili e temibili conseguenze del desiderio di questa futura mamma di avere un solo figlio.

Un'altra desidera un bambino e non una bambina, e una terza invece vuole una bambina e non un maschio. Se sono semplici desideri e se la mamma non vi attribuisce molta importanza, il caso è benigno. Se invece tale desiderio è vivo e intenso, il pronostico per l'avvenire è meno rassicurante. La maggior parte delle donne desiderano per primo un maschio. Molte sono le cause di questo desiderio, coscienti o incoscienti: segreta rivincita di una femminilità di cui sono insoddisfatte; curiosità intellettuale di conoscere l'altro sesso; maggior facilità, a loro parere, di educazione (i ragazzi sono più franchi, più semplici; le bambine sono più astute e più sleali); desiderio di evitare al bambino la sorte fisica. Stimata troppo dura, della donna; risposta al desiderio del marito; vantaggio per le bambine che verranno ad avere un fratello maggiore, vantaggio di cui la donna ha potuto apprezzare il beneficio perché ella stessa ha avuto - o non ha avuto - un fratello maggiore... Una bambina è più raramente desiderata salvo che vi sia di già un maschio; ma lo è molto di più se vi sono soltanto maschi. La mamma soffre della loro rudezza e della loro poco tenerezza; non riceve da loro nessun aiuto e aspira al fascino, alla sensibilità, all'affetto più tenero d'una bambina, alla sua collaborazione ai lavori di casa... Tutti questi motivi di qualità morale diversa non presentano nulla di reprensibile in se stessi. Ma se il desiderio in causa si fa ardente, violento ed esclusivo, c'è un gran pericolo che il bambino, non del sesso desiderato, sia accolto con minor gioia o addirittura male accolto. La mamma si rassegnerà molto probabilmente alla nascita d'un maschio più facilmente che a quella d'una bambina. Ma è anche possibile che non si rassegni in nessun modo: allora lo svolgimento è facile da prevedere. Sentimenti materni di rancore e di segreta ostilità, reazioni del bambino che si sente privo dell'affetto materno, conseguenti difficoltà per la sua educazione.

Consideriamo ancora questa mamma in attesa del secondo bambino. Il primo ha due anni e mezzo. È giusto prevedere i sentimenti eventuali, di quest'ultimo, alla nascita del suo fratellino. Bob, chiamiamolo cosi, è stato solo finora: era amato pazzamente dalla mamma, portato in braccio da lei, tenuto sulle ginocchia, coperto di baci, circondato fedelmente della sua tenerezza. La mamma conversava molto con lui, che spesso, durante la giornata, era il suo unico interlocutore. Molte volte diveniva sua compagna di gioco e Bob credeva che questa vita paradisiaca sarebbe durata per sempre... Ma ecco che dopo una assenza di qualche giorno, la mamma è ritornata a casa con un bambino: una sorellina! Ormai lo statuto familiare di Bob è cambialo. Cinque ore al giorno la mamma si occupa di Lisetta. È lei ora, ad essere cullata fra le sue braccia, riceve baci e cure molteplici; sembra proprio, a giudicare dall'esterno e dal tempo a lei dedicato, la preferita della mamma. La mamma non gioca più con Bob e si occupa meno di lui; anzi capita che lo allontani un po' e lo preghi di non esserle sempre d'attorno. Snervata o stanca, lo rimprovera più facilmente, tanto più che Bob - due anni e mezzo - è precisamente al suo primo stadio di indipendenza e merita, con maggior frequenza di prima, dei richiami all'ordine. Si indovinano facilmente le reazioni affettive che questa nuova situazione susciterà in Bob: delusione, gelosia contro l'intrusa che ha rapito l'esclusività dell'amore materno. Negli ultimi mesi della gravidanza la mamma dovrebbe dunque avvertire Bob dei prossimi avvenimenti. Non certo per spiegargli, cartelloni anatomici alla mano, o con sottili paragoni col polline dei fiori, le loro cause e il loro decorso. " Si ha ragione di temere che il bambino non ne sappia abbastanza o che ne sappia troppo tardi, ma c'è anche un certo pericolo che ne sappia troppo e troppo presto " (Gesell). Non è l'aspetto fisico delle cose che importa fargli sapere - ciò avverrà più tardi - ma il loro aspetto affettivo. La mamma dirà a Bob che " ci sarà presto un altro fratellino o una sorellina "; gli spiegherà che " essendo molto piccolo, il neonato avrà un gran bisogno d'elle cure della mamma, del papa ed anche di Bob ". Bisognerà che la mamma gli dia da mangiare. Bob ormai diventa " grande; ormai sa sbrigarsi da solo. È grande e farà il grande; la mamma conta su di lui per occuparsi con lui del neonato ".

Venuta l'ora, ed arrivato il secondo, la mamma ripeterà questi medesimi desideri e chiederà effettivamente a Bob di aiutarla e non mancherà di continuare a mostrargli il suo affetto. Così mitigherà di molto il colpo psicologico che molti primogeniti provano alla nascita del secondogenito.

Se non agisce così, la mamma non dovrà poi meravigliarsi di costatare non solo gelosia nel suo primo, ma anche molti altri atteggiamenti apparentemente senza nesso con la nuova nascita: inappetenza, difficoltà a tavola, diuresi notturna prolungata al di là del terzo anno, tutte manifestazioni che hanno per scopo di attirare di nuovo l'attenzione su di sé e di provocare le cure della mamma. Il bambino non le adotta coscientemente: a questa età è ben lontano da una politica così ragionata. Il suo istintivo desiderio di affetto lo tormenta insensibilmente e gliele suggerisce. " Il primogenito " fu per molto tempo " l'unico " con tutti i privilegi affettivi e i danni educativi di tale situazione; un bel giorno non lo è più e diventa " il più grande ". È questo un notevole cambiamento di situazione che spiega un turbamento possibile, cioè probabile, nella sua psicologia.

Se il primogenito ha tendenza di solito ad essere autoritario, conservatore, difensore dei privilegi e delle prerogative, il secondo è più facilmente rivendicatore, egualitario, nemico combattivo dei privilegi.

" Mamma, io voglio fare come Bob ". " Ne voglio anch'io come Bob ". " Voglio uscire insieme a Bob ". Il complesso di inferiorità proprio di ogni bambino, si troverà normalmente, ancor più radicato nel più giovane. Non lo si chiama sempre " il piccolo " e lo si tratta come tale? Per lo stesso motivo sarà quasi sempre viziato. Specialmente nelle famiglie numerose se la maggiore deve anzi tempo rendere mille servizi e si trova in ritardo quanto a vocabolario perché si parla troppo spesso un linguaggio infantile per adattarsi ai più piccoli, il beniamino è allora coccolato non solo dalla mamma, ma anche dai fratelli maggiori. E come non può essere circondato da mille cure? La mamma lo difenderà spesso dai grandi, per principio darà torto a loro e ragione a lui, cosa veramente eccessiva. E nutrirà spesso verso di lui una discreta preferenza. La futura mamma può prevedere non il carattere del bambino che attende - questo dipenderà parzialmente dal fisico da cui erediterà - ma almeno le sue linee essenziali segnate dalle circostanze concrete della sua posizione numerica nella serie familiare. Se i sentimenti del papà non hanno la medesima importanza di quelli della mamma, hanno però un compito non trascurabile. Gli uomini solitamente accettano con maggior serenità e, si capisce, con minor gioia ma anche con minor disappunto, l'annuncio di una nuova gravidanza. In taluni casi, però, i loro sentimenti di fronte a chi sta per arrivare possono essere estremi, sia perché eccessivamente favorevoli, sia perché eccessivamente ostili: il nobile che ha atteso a lungo l'erede del proprio nome, il notaio o l'industriale che ha desiderato un successore, e l'egoista che vuole sua moglie tutta per sé. Il modo con cui guarda alla prossima nascita, fa presagire il suo futuro atteggiamento, e indica nel medesimo tempo i pericoli. Un bambino troppo desiderato sarà molto facilmente adulato, alzato di grado, vendicativo, insoddisfatto proprio nella misura in cui il padre gli consentirà, anche a sua insaputa, di ispirarsi ai suoi sentimenti profondi. Anzi, tali sentimenti possono svilupparsi col tempo, nella personalità concreta del bambino, il suo fascino, la sua intelligenza, e la sua gaiezza. Ma non sarà sempre così. Le migliori disposizioni paterne, verso chi sta per venire, sono, in ogni caso, una simpatia fatta di gioia e di serenità.

 

Il clima coniugale lascia le sue tracce nel bambino

I sentimenti del papà e della mamma riguardo al bambino che sta per nascere non saranno i soli a influenzare profondamente la sua educazione. Anche i loro sentimenti vicendevoli si riveleranno di grande importanza. Questo bambino esce da una coppia molto innamorata e unita: il suo avvenire si annuncia sotto i migliori auspici. I suoi genitori, invece, vivono nel disaccordo segreto o aperto: il bambino ne risentirà gli effetti nefasti. La cosa è chiara quando i due sposi fanno delle scene violente, si ingiuriano o dimostrano apertamente il loro disaccordo: un bambino che vede il papa battere la mamma, o assiste a scene di lacrime, ne resta profondamente colpito. I tribunali dei minorenni, le case di riposo per nevrastenici, i consultori pedagogici per bambini difficili, rigurgitano di casi pietosi la cui origine va ricercata proprio nella palese disunione dei genitori. Come possono taluni adulti perdere il buon senso a tal punto, da criticarsi e ingiuriarsi con modi grossolani davanti ai loro bambini, fino a prenderli in disparte per dir male dell'altro e farsene dei difensori? Il bambino di quattro o cinque anni non mancherà di approfittarne per ottenere dall'uno e dall'altro ciò che desidera. Abbiamo conosciuto dei piccolini che ripetevano al papa i discorsi tenuti dalla mamma in sua assenza e viceversa: talvolta era solo ingenuità, ma altre volte era malizia, per attirarsi le buone grazie del coniuge irritato. Quali saranno le conseguenze di questo machiavellismo, a quindici o venti anni? Come meravigliarsi poi nel trovare questi ragazzi nel numero degli spostati e degli sviati?

Ma non sono solo i disaccordi palesi e violenti che nuocciono al bambino, che indovina anche quelli segreti. Senza conoscerne le ragioni, ne " sentono " confusamente l'esistenza.

Una abituale freddezza, una parola rivelatrice caduta per inavvertenza, il viso materno inquieto con una traccia di pianto, sono sufficienti per fare questa rivelazione. Che turbamento in certi temperamenti sensibili! È molto doloroso per i bambini, che amano sempre il papà e la mamma, accorgersi di una simile disunione. Se poi tale scoperta avviene nei momenti - di cui parleremo più sotto - nei quali il bambino è geloso di uno dei suoi genitori, la crisi affettiva sarà ancora più grave. L'equilibrio sentimentale di molti bambini di quattro o cinque anni non potrà resistere a questa situazione e farà di loro, nell'età dell'adolescenza o anche prima, dei piccoli nevropatici. Bisogna notare anche che gli effetti più deleteri si avranno particolarmente nell'infanzia, più che nell'adolescenza e nell'adolescenza più che nella giovinezza. In ogni caso però si stabiliranno nuovi rapporti tra genitori e figli, ostilità, indipendenza, disprezzo, che renderanno molto più difficile il delicato compito dell'educazione. D'altra parte anche se il bambino non s'accorgerà di nulla, soffrirà ugualmente per il disaccordo familiare. Un marito in rotta con la moglie, avrà in uggia il bambino nel quale, a torto o a ragione, vuole trovare il carattere e i difetti della sposa. E altrettanto, con frequenza ancor maggiore, questo accadrà per la moglie. Nel tempo stesso, l'uno e l'altra saranno meglio disposti verso quei figli nei quali crederanno di vedere una più spiccata rassomiglianza con loro.

Altre volte, il marito scontento si assenterà dalla casa il più a lungo possibile, lasciando alla sposa tutto il compito dell'educazione. I lunghi e frequenti distacchi - richiesti talvolta dagli affari - non restano senza dannose conseguenze per i bambini. La sposa infelice o semplicemente delusa, vedendosi troppo solitaria e insoddisfatta avrà tendenza a disinteressarsi di suo marito - non senza pericolo per la fedeltà di quest'ultimo - e a cercare un compenso di affetto da parte dei suoi figli, che non saranno certo privati di tenerezze, ma avranno un'educazione eccessivamente fiacca.

Qualunque genere di malinteso tra genitori è dannoso al bambino, sia che si tratti di litigi, di critiche, di discussioni o di segrete concessioni fatte da uno a ciò che l'altro proibisce. " II papà può talvolta, con uno sguardo o con un'alzata di spalle, distruggere tutto lo sforzo educativo di una mamma per il suo bambino. Un'occhiata di complicità al figlio che la mamma rimprovera giustamente, una leggera carezza sulla mano della bambina mentre la mamma la sta correggendo, rendono il bambino sempre più forte contro le giuste osservazioni che la mamma potrà fargli in seguito " (Courtois). La cosa non cambia, quando la mamma, davanti al bambino, rimprovera al papà di essere troppo severo o quando, all'insaputa del papà, toglie i castighi paterni o cerca di mitigarli. C'è una espressione molto giusta per denominare i genitori che non vanno d'accordo: sono " genitori traumatizzanti nell'animo del bambino " (Dr. Guiton-Vergara). Il destino del bambino sarà molto diverso se la mamma è una sposa felice e amata, o è invece insoddisfatta del suo matrimonio. La buona educazione dei bambini esige la buona armonia dei genitori.

Anche un marito deluso nella vita professionale, inasprito dagli insuccessi, corre il rischio di diventare un educatore " lesionista ". O il suo disinganno lo porta ad essere triste, irritabile, esigente dell'eccesso e allora vorrà prendere una rivincita sulla vita, servendosi dei suoi figli. O diventerà di umore instabile, sgradevole, nevrastenico e allora, disinteressato di tutto, arriverà a dimenticare il suo compito di educatore.

Se invece è un uomo che brilla nella vita sociale, e forma l'ammirazione di sua moglie, un essere sicuro di sé, perspicace e intuitivo, pronto a decidere e fermo nell'azione, se non è anche umile e arrendevole - e forse è un pretendere troppe buone qualità in un uomo - c'è gran pericolo che il figliolo che non ha ereditato il suo temperamento e le sue qualità, sia poi schiacciato da questa forte personalità e diventi nella vita un timido, uno scrupoloso soggetto a fobie.

L'educazione del bambino sarà dunque determinata dall'atmosfera coniugale felice o infelice, dai sentimenti che animano i genitori nei loro rapporti vicendevoli, come anche dal tipo della loro personalità.

 

Anche la composizione della famiglia esercita il suo influsso sul carattere del bambino

Le cause di cui abbiamo parlato non sono le sole a influenzare l'educazione del bambino: bisogna tenere conto anche della struttura familiare. Non è cosa indifferente, dal punto di vista del carattere e della formazione, essere il solo maschio in mezzo a tutte sorelle, o la sola ragazza fra tutti maschi, o una famiglia tutta di maschi o tutta di femmine.

L'unico maschio fra tante femmine e l'unica femmina fra tanti fratelli corrono il rischio d'essere il centro d'attrazione di tutta la famiglia. Raro esemplare, sarà trattato con riguardo e anche con favoritismo. Papà, mamma e sorelle vizieranno l'unico maschio; e papà, mamma e ragazzi, l'unica femmina. Come esemplare del suo genere sarà tentato di credersi qualcosa di prezioso e trovare naturale l'essere oggetto di speciali favori e di predilezioni. Il maschio rischia di diventare un po' effeminato e la femmina di perdere la sua femminilità.

D'altra parte se tutti i figli sono del medesimo sesso, le qualità e i difetti propri di quel sesso tenderanno ad accentuarsi. Il senso del mistero, e, perciò, l'attrattiva esercitata dall'altro sesso saranno accresciuti; l'avvicinamento sarà quindi doppiamente difficile. In questi casi bisogna che i genitori abbiano molto tatto, per poter arrivare ad una educazione perfettamente equilibrata.

Le particolari condizioni familiari in cui si svolge una gravidanza, sono dunque molto lontane dall'assomigliarsi e assumono una grande importanza. Uno spirito pronto può prevedere in quale senso faranno sentire la loro influenza. I genitori devono essere attenti alle condizioni concrete in cui il bambino sta per nascere. Se sarà l'unico, il primogenito, il secondo o l'ultimo, se sarà solo del suo sesso o privato della presenza dell'altro, se nascerà da una coppia unita o disunita: la sua educazione sarà differente secondo questi casi. Una grande comprensione della situazione e una saggia abilità saranno necessario ai genitori per evitare i pericoli che tali circostanze particolari presentano. Quanto più si riflette alle esigenze di una buona educazione, tanto più appare evidente che essa richiede dagli educatori molta intelligenza e molta virtù.

 

CAPITOLO II

IL DINAMISMO DELL'ANIMA INFANTILE

In questo capitolo non studieremo in particolare lo sviluppo progressivo dei diversi sensi e delle facoltà del bambino. Altri autori l'hanno già fatto con molta precisione scientifica e hanno indicato con cura il momento in cui, abitualmente, appare il senso della vista, dell'udito, del discernimento delle forme e dei colori, delle tre dimensioni dello spazio, il primo balbettio e poi la parola, il muoversi strisciando e poi il camminare, la nozione del tempo (passato, presente, avvenire), dell'ora, le percezioni della differenza tra vivo e non vivo...

Il nostro proposito è invece un altro. Vorremmo far capire più intimamente alla mamma l'"anima profonda " del bambino che apparirà poi in tutte le manifestazioni successive del suo sviluppo anatomico, fisiologico, affettivo e intellettuale. Parleremo soltanto del bambino normale, che per fortuna risponde alla maggior parte dei casi, e non dei casi patologici. Certi bambini, per esempio, sembrano non aver nessuna voglia di vivere: rifiutano quasi ogni cibo, lo digeriscono male o lo rigettano, si lasciano lentamente morire di consumazione, senza manifestare nessun desiderio di vita. Potrebbe essere questo l'effetto d'una nascita particolarmente difficile, che ha richiesto loro una lotta e uno sforzo sovrumano, e che reagendo sulla affettività latente avrebbe loro procurato il disgusto della vita? Le recenti scoperte sulla precoce affettività infantile non permettono di rifiutare a prima vista tale ipotesi. Per di più, il fatto che questi casi si presentano soprattutto nei brefotrofi, dove il bambino nel suo recinto, lontano da ogni contatto umano, è curato dall'infermiere con la maschera antisettica, da una certa verosimiglianza a questa supposizione.

 

Intenso desiderio di vivere

La prima caratteristica, quasi universale, dell'anima infantile è il suo " voler vivere ". Fin dalla nascita l'essere umano lotta per l'esistenza: il piccolo reclama con grandi strilli il seno materno o il poppatoio e lo prende con appetito e voluttà quando il sapore gli piace: basterebbe confrontare il viso contratto ed esigente del bambino che ha fame, col viso sorridente, felice e soddisfatto di quando è sazio.

Contro l'infezione prodotta dai microbi, il suo organismo reagisce con la febbre e ripara con straordinaria velocità - come ha dimostrato Carrei - ogni lesione dei suoi tessuti. Se il bambino è robusto, è animato da un intenso desiderio di vivere, desiderio del quale la lotta contro il microbio è solo una manifestazione. Questo sentimento non è particolare solo a lui. Lo ha in comune con tutto il mondo vivente e con la quasi totalità del mondo umano adulto. È sintomatico, a questo riguardo, che anche i capi della contemporanea filosofia della disperazione e dell'assurdità assoluta della vita, vedano poi in se stessi la loro volontà di vita trionfare sulle teorie: infatti si guardano bene dal mettere fine alla loro esistenza! Se anche qualche disgraziato lo fa, eccetto il caso d'una emozione violenta, la sua rivolta non va contro la vita in se stessa, ma contro la sofferenza nella vita. Il " voler vivere " è un sentimento radicato nel più intimo dell'essere vivente: solo il dolore intenso può talvolta estinguerlo.

La maggior parte dell'infanzia conosce poco la sofferenza intensa e, dato che non deve lottare contro di essa, si pensa che l'essere umano nei suoi primi anni sia animato da un ardente desiderio di vita.

 

Bisogno di movimento e di azione

Il secondo carattere dell'anima infantile è il suo gusto per l'azione. Eccettuate le ore di sonno, progressivamente sempre meno numerose, il bambino è in continuo movimento. Quando è nella culla, agita continuamente mani e gambe; appena sa muoversi, si trascina da tutte le parti. Alcune settimane dopo, il camminare e poi il correre, dappertutto, diventano incessanti e le mamme si sforzano invano - e a torto! - di tenerli fermi. " Sta fermo ", " Sta lì! ".

I genitori, che non sentono più con la medesima intensità questo bisogno di movimento e di azione, che diminuisce infatti con l'età adulta e la vecchiaia, non capiscono abbastanza la vitalità infantile e il suo bisogno di attività. Le mamme soprattutto usano invano della loro autorità per sgridare inopportunamente e volere imporre una tranquillità, vantaggiosa per i comodi loro e del marito (quando ascolta la radio, per esempio, o legge il giornale), ma certamente meno adatta al bambino.

In questi ultimi anni, fortunatamente, si è rinunciato alle fasce che imprigionavano il neonato e gli si è lasciata una più ampia libertà di movimento. I bambini hanno una evidente predilezione per il rumore: quanto più uno strumento è adatto a far fracasso - fischietti, coperchi di pentole, casseruole - tanto più piace loro. È anche questa una manifestazione del loro bisogno di azioni: i genitori potranno regolarlo saggiamente, ma non esageratamente come purtroppo è loro abitudine.

 

Immensa curiosità

L'essere umano aspira a conoscere. Sapere il gioco del mondo e il suo segreto è la grande aspirazione della scienza, che non si dichiarerà mai soddisfatta, prima di aver esplorato il fondo dei mari e degli abissi, sorpassato la stratosfera, svelato il mistero dell'atomo e della sua intima costituzione. Tale sete di conoscere e di sapere anima anche il bambino. Nei suoi primi mesi, tocca tutti gli oggetti e li porta alla bocca; li indica dal suo seggiolone con un gesto imperioso, perché glieli si portino; passa dall'uno all'altro, fa progressivamente le sue piccole esperienze: si interessa molto agli anelli da infilare su una bacchetta e agli oggetti da incastrare uno nell'altro. Quando i suoi sforzi riescono, eccolo felice e trionfante! Il progresso più avanzato della sua intelligenza comporta la serie infinita dei " perché " " e le interminabili domande sul significato delle parole correnti. Si interessa prodigiosamente al mondo animale e il suo spirito si diletta alle innumerevoli storie - nuove o vecchie - che gli vengono raccontate: " Ancora una! ". Prima di saper leggere sfoglia i libri illustrati e vuole che la mamma glieli spieghi. Quando sa leggere divora molti libri, oppure, se ha tendenze più manuali che intellettuali, moltiplica le sue esperienze pratiche. I giochi di " scoperte " lo appassioneranno fino all'adolescenza. A questa sete di conoscere bisogna riportare le investigazioni corporali che il bambino fa su se stesso nel secondo e terzo anno. Queste esplorazioni spaventano talvolta le mamme che vi vedono, a torto, una indicazione di sensualità. Di che cosa si tratta invece? Di una semplice curiosità sensoriale, di un'impressione di piacere che è sessuale solo nel suo localizzarsi e non nell'intenzione. Guardiamoci bene dal prestare al bambino ancora piccolo i pensieri degli adulti!

Un altro carattere dell'anima infantile e dell'anima umana in genere: il bambino non aspira a conoscenze teoriche ma sensibili, vissute, rapide, a una " esperienza ". Porta tutto alla bocca e assaggia tutto. Anche se è piccolissimo vuole imitare i grandi e prova sofferenza sia da bambino, che da adolescente, nel vedersi rifiutare conoscenze ed esperienze permesse agli adulti. Sperimentare la vita: ecco la rivendicazione più universale e durevole di questa età. " Si può dir che, all'inizio della vita, il desiderio di conquistare il mondo sia quasi illimitato. Solo può essere equilibrato da quel regolatore che è l'istinto della conservazione " (Percheron).

Ma anche questo svolge il suo compito regolatore solo ad un certo livello di sviluppo intellettuale. Le mamme di bambini di due anni e mezzo o di tre sanno quanto i loro piccoli siano pronti a tentare tutte le esperienze non senza correre molti rischi. L'amore materno, d'altra parte, non manca di moltiplicare smisuratamente difese e precauzioni per impedire le disgrazie.

Il bambino è un " toccatutto " e sembra che una segreta intuizione lo porti di preferenza verso le cose più fragili e pericolose!

 

Il bambino ricerca il piacere e sfugge la sofferenza

Il bambino, come ogni essere umano, è mosso dall'istinto del piacere e del godimento. La potente frase di Goethe è vero per lui come per gli adulti: " L'uomo dice al dolore: fuggì! e alla gioia: resta! ". Questa asserzione vale tanto sul piano fisico quanto su quello sentimentale. Il piccino mangia con avidità e chiara soddisfazione ciò che è piacevole al palato; ama ciò che è morbido per la pelle e gli da un senso di benessere. Invece rifiuta con gesto energico quello che non gli piace: sfugge il dolore. Intollerante della sofferenza, quando mette i denti, porta le mani alle gengive, è scontento e piagnucola di cattivo umore. E nel medesimo modo reagisce ad ogni altro malessere. Più il dolore è vivo, più le sue grida e le sue lacrime si fanno violente.

Compito dell'educazione è anche di avvezzare il bambino alla fatica e renderlo meno delicato. Detestiamo - e vi accenniamo di passaggio - certe formule usate dalla maggior parte delle mamme col loro bambino: " Su, non piangere così, fa' vedere che sei un uomo ". E qualcuna aggiunge in soprappiù: " E non una bambina ". Un minimo di riflessione convincerà le nostre lettrici che queste parole sottintendono, o almeno corrono il rischio di suggerire, un segreto disprezzo per la donna. Con ciò non si vuol negare che un bambino deve diventare un uomo al cento per cento, e la bambina una vera donna. Tuttavia ci piace poco tutto ciò che incita il ragazzo a sopravvalutare la sua virilità e a disprezzare la femminilità. Certo il suo avvenire familiare non vi guadagna molto.

 

Bisogno d'essere amato

Un altro aspetto di questo principio del piacere che anima l'essere umano è il desiderio di essere amato, apprezzato o stimato. L'uomo desidera essere amato dai suoi, appena entra nella vita sociale, si augura d'essere apprezzato e stimato dagli altri. Per il piccino di pochi mesi, l'universo si riduce press'a poco alle dimensioni del focolare domestico. E qui reclama imperiosamente un amore al di sopra di ogni altro: quello della mamma. Un capitolo seguente mostrerà, con maggiori dettagli, come tutto l'universo infantile, le sue gioie e i suoi drammi graviti attorno alla persona della mamma (o di colei che ne fa le veci). Un bambino ha bisogno di sentirsi sommerso dall'amore. I bambini d'un orfanotrofio o quelli rimasti privi in tenera età dell'affetto durevole e fedele della mamma (o di una donna giovane) sono di solito degli sfasati nel campo affettivo e presentano fino alla fine della vita dei disordini di sensibilità. Hanno bisogno come gli uccelli del calore d'un nido, solo capace di immunizzarli contro l'istintivo sentimento di insicurezza, così doloroso e soffocante. Istintivamente il bambino sente per intuito d'essere debole e disarmato di fronte alla vita; sa che da solo è impotente. Quanti bambini stringono la mano del papà o della mamma quando si avventurano su un terreno sconosciuto, e si attaccano a loro all'avvicinarsi di un estraneo! Sapere, o meglio, sentire che si è amati, che su di noi veglia un essere forte che ci protegge da ogni minaccia del mondo, e che ci da giorno per giorno tutto ciò di cui abbiamo bisogno, che infinita sicurezza! Questo bisogno di sicurezza e di amore è così grande che, se gli sposi non si intendono e minacciano di separarsi, il bambino vive ore di scoraggiamento e di angoscia, dominata dall'angoscia del domani e dalla paura della solitudine. Al bambino è necessario una atmosfera di amore come l'aria per i polmoni. Se ne resta privo, il suo equilibrio psichico si spezza subito.

Il bisogno d'amore è una grande leva dell'educazione infantile, una delle migliori risorse della mamma per la formazione del carattere del bambino. Fin dalla culla il bambino ha bisogno di vedere chinato su di lui il volto sorridente della mamma. Se qualche volta gli fa il viso severo, i suoi lineamenti si alterano, la fisionomia si turba, la bocca si stringe e arrivano le lacrime. Invece il sorriso materno suscita spesso quello del bambino, eccettuati i rari momenti in cui, come un Budda, resta impassibile e sembra immerso in un sogno interiore.

Nei primi anni, il bambino, quando non è in quei periodi di crisi di indipendenza di cui parleremo più avanti, sente il bisogno anche dell'approvazione materna, la richiede espressamente e fa di tutto per ottenerla. Quante volte corre a far vedere alla mamma il disegno inesperto, la costruzione coi cubi, o il lavoro di cucito: " Guarda, mamma! ". Il desiderio di un sorriso, il timore di un volto severo – segno manifesto di disapprovazione - è, per il piccino e molto più per il bambino più grandicello, la causa determinante di moltissimi suoi atti. Anche altri impulsi inferiori descritti più sopra, non lo influenzano a questo punto. Molte volte, almeno se vi pensa, il timore di una disapprovazione paterna o materna lo rende esitante nel compiere un gesto proibito. Se la tentazione è forte e il frutto proibito troppo allettante così che il bambino vi soccomba, lo sguardo furtivo e pauroso d'essere osservato prova il suo vivo timore di dispiacere. Le mamme capiscono quasi sempre tutto quello che il desiderio del loro sorriso o il timore d'un loro sguardo severo può ottenere anche dai bambini più piccoli.

Quando il bambino esce dal mondo della sua casa per addentrarsi nel quadro della vita sociale col vicinato, questo appetito d'amore universale - di natura certamente diversa - si rivela nella sua sete d'essere stimato e apprezzato. Detesta ogni umiliazione: essere punito lo urta e lo irrita soprattutto se tale punizione gli è inflitta davanti ad altri. Al contrario, è fiero di ricevere degli elogi: desidera mostrare le sue prodezze: " Mamma, guarda il mio disegno " ; " Guarda, mamma, come salto io ". E le annuncia non senza ostentazione, né senza una falsa sopravvalutazione delle sue capacità. Compiuto il gesto, se ne vanta, tra i suoi compagni. A scuola è fiero d'essere il primo e da molta importanza ai bei voti e alle medaglie; come più tardi nel tramonto della vita darà la caccia alle decorazioni. Prova lampante del desiderio universale di ogni essere umano di essere apprezzato e stimato.

Questo mezzo d'azione molto efficace sull'anima infantile domanda d'esser utilizzato, ma con prudenza, ed è da usare nel giusto mezzo. L'incoraggiamento vale infinitamente di più del rimprovero, il prevenire più del reprimere. Bisogna però che quando si incoraggia, si faccia appello a motivi che non svegliano la vanità o un eccessivo senso di superiorità. E parimenti, quando si punisce ci si guardi da scoraggiare o scontentare, per non suscitare un sentimento di colpevolezza nevrotica o di masochismo, ma questi sono casi patologici di discussione.

 

Senso di inferiorità

Il bisogno d'essere amato e apprezzato, è provocato da quella angosciosa impressione infantile che è il complesso di inferiorità. Tutti i bambini ne risentono più o meno, anche quelli che vivono in un ambiente caldo d'amore. La maggior parte lo prova in modo assai intenso; soprattutto se soffre di qualche deficienza fisica o intellettuale. D'altra parte come potrebbe il bambino sfuggire del tutto a questo sentimento deprimente?

Il piccino e il bambino di pochi anni sono la debolezza stessa. Da soli non sono capaci di far niente né di soddisfare la loro minima necessità. Dopo alcuni mesi, il piccino riesce a mala pena a rosicchiare un biscotto, e anche quello deve essergli offerto. Bere da solo col bicchiere, richiede un'età più avanzata: diciotto mesi. Mangiare da solo ancor di più: due anni. Arrivare a tenere un cucchiaio in mano per bene e poterlo portare alla bocca è addirittura un'arte e non ci arriverà che dopo molte prove non riuscite. Allacciarsi le scarpe, vestirsi da solo esige un tempo ancor maggiore. Tutte queste cose danno al bambino il senso chiarissimo della sua indigenza. Come potrà non accorgersi della sua debolezza?

C'è un'altra ragione: il bambino sa di essere piccolo di statura, radicalmente impotente davanti a un adulto, che a lui sembra un gigante. Paragonata alla sua, ha una forza tale che può sottometterlo alla sua volontà prendendolo con una mano. Può anche prenderlo in braccio e portarlo dove vuole: nella culla dove lo fissa con dei legacci, sulla sua seggiolina, in giardino, in camera. Il bambino ha un bel dimenarsi per imporre i suoi gusti; l'adulto, se vuole, trionfa.

Nessun bambino sfugge a queste condizioni fisiche. Anzi, fa scoperte simili nel campo intellettuale. Per molto tempo è incapace di contare, di leggere, di conoscere il giorno e le ore, di sapere il valore del denaro. Se poi ha dei fratelli o delle sorelle più grandi è facile il paragone con la loro scienza ancora modesta, ma già più sviluppata. Diventando grande, intravede l'esistenza d'un mondo umano che gli resta sconosciuto.

Questa debolezza suscita in lui un certo timore che molti adulti e molte mamme inconsciamente si sforzano di accrescere. Col pretesto di evitargli dei pericoli, spesso solo immaginari, gli immettono la paura dei cani (perché mordono), dei gatti (graffiano), degli insetti (pungono), delle capre (danno le cornate), dei cavalli (scalciano), dei carretti (schiacciano). Per di più, come se il senso della loro fragilità non fosse vivo abbastanza, certi educatori a corto di mezzi di persuasione, aumentano la dose dei timori del bambino, con la paura delle guardie (ti porta via!) e dei preti (viene a prenderti). Aggiungete poi tutte le specie di lupi cattivi che mangiano i bambini disobbedienti, di orchi che li portano via, di ladri sempre in agguato, e poi non chiedetevi più perché la maggior parte delle notti infantili siano ossessionate da sogni terribili e da incubi. La sola oscurità basta a provocarli. Una porta che cigola, il vento che urla nella copertura del tetto, un mobile che scricchiola, un cane che abbaia sono sufficienti a ridestare, nell'incosciente del sonno, le paure e i terrori provati da svegli. Ma non è solo la dappocaggine di certi adulti che suscita queste reazioni: bastano gli avvenimenti quotidiani della vita del bambino. I piccoli incidenti della campagna o della città colpiscono vivamente una sensibilità e una immaginazione ancora vergini e spiegano quasi tutti gli incubi di cui soffrono i bambini.

Franco, di sei anni, andando a scuola, ha visto un gatto investito e schiacciato da un'auto. Franchina, a passeggio con la zia attraverso i campi, ha scorto una lepre sbucare da chissà dove, rincorrere un coniglio, addentarlo e poi fuggire lasciandolo morto. Tutt'e due, tornati a casa, hanno subito raccontato l'accaduto alla mamma e poi, a tavola, lo ripetono al papà. Franchina è in ansia per la sorte dei coniglietti (evidente trasposizione della sua persona) perché è sicura che era la " coniglia-mamma " che era stata addentata dal leprotto: " E i coniglietti, mamma, come faranno a vivere? ". La sua angoscia si calma solo quando la mamma le risponde molto abilmente: " Ma è il papà-coniglio che se ne occupa! ". L'incidente però non è ancora chiuso. Franco e Franchina ne parleranno ancora a lungo: prova evidente della profonda emozione provata.

I genitori, abili o meno, hanno il potere di attenuare di molto (non di fare sparire, o al contrario, di acutizzare) il senso di inferiorità del bambino e conseguentemente il senso di non-sicurezza. È perciò indispensabile scartare tutti i racconti di film terrificanti, tutte quelle mille minacce vaghe e irreali con le quali alcune mamme cercano di rafforzare un'autorità indebolita.

Il complesso di inferiorità accompagna il bambino in tutta la sua infanzia e per una parte dell'adolescenza: molti adulti ne soffrono ancora. In essi si rivela sotto forme aperte (timidezza, taciturnità...) o camuffate (collera, violenza...).

Questo complesso si trova più pronunciato in quei ragazzi che hanno qualche particolare anatomico insolito, o una tara fisica (statura minore di altri d'ella medesima età, capelli rossi, macchia sul viso, strabismo, membro contraffatto...). A quattro o cinque anni, il bambino comincia ad accorgersi di ciò che lo differenzia fisicamente dagli altri. In questo caso i genitori debbono prevedere le inevitabili ripercussioni di questa costatazione e additare al bambino i mezzi leciti di compensazione, coi quali potrà rifarsi davanti a se stesso: campo tecnico, morale o intellettuale. L'andare a scuola è per questi soggetti un punto difficile: gli altri ragazzi sottolineeranno probabilmente i loro difetti. Il maestro, il cui prestigio è di solito grande presso i ragazzi, può largamente attenuare con consigli adatti tali inconvenienti.

Tutto quello che differenzia in modo sfavorevole, in rapporto all'ambiente, suscita così un senso di inferiorità: è una cosa praticamente universale per le bambine quando possono paragonare la loro condizione fisica a quella dei ragazzi. Lo prova un ragazzo di condizione modesta se frequenta una scuola di ragazzi socialmente più fortunati di lui. Ne soffre anche chi riesce male negli studi e stenta a seguire la sua classe, come pure quello e soprattutto quella che indossa un vestito meno elegante. In certuni queste costatazioni provocano scoraggiamento e completa apatia. Più spesso, eccitano una reazione di compenso: il ragazzo cerca di scoprire un campo in cui trovare la stima propria e degli altri. Se non è brillante negli studi, cercherà di brillare nel campo della forza fisica o del gioco, di attirare l'attenzione con delle buffonate; l'insubordinazione e la ribellione permetteranno ad altri di farsi notare. Alcuni si rifugeranno nel sogno o si vanteranno di mille imprese immaginarie, altri vorranno nel gioco delle parti vantaggiose: generale, maestro, bigliettaio del tram, commissario di polizia, infermiera, istitutrice, mamma. Questi atteggiamenti determinati spesso dal complesso di inferiorità tradiscono una sofferenza e indicano in modo chiaro il fondamentale bisogno dell'essere umano d'essere stimato e apprezzato.

I profili dei diversi caratteri che abbiamo schizzato, rendono finalmente la fisionomia della personalità infantile. C'è forse da meravigliarsi se incontriamo in essa i caratteri permanenti dell'essere umano? Non concludiamo però, come molti hanno fatto in passato, che il bambino è un adulto in riduzione. Certamente il suo " voler vivere ", il gusto per l'azione, l'immensa curiosità, il desiderio di piacere, l'istinto di godimento, il bisogno d'essere amato e apprezzato, il timore della sofferenza, l'amarezza nel sentirsi inferiore, sono tutti sentimenti propri dell'infanzia che non spariscono nell'età adulta. Benché siano identici fondamentalmente sia all'aurora che nel meriggio della vita, tali sentimenti sono vissuti da soggetti in situazioni concrete così differenti, che non solo il loro campo di applicazione è del tutto diverso, ma anche il loro modo d'essere, la loro espressione e soprattutto le loro ripercussioni profonde.

Dunque, mamme, il piccino che portate in braccio, il bambino che accompagnate per mano, il ragazzo o la bambina che sorvegliate da lontano durante il gioco, non sono degli esseri con una vita psichica ridotta. Un dinamismo immenso e potente li anima di già. La loro età, più d'ogni altra, è un'età di acquisti prodigiosi. Imparare a camminare e a coordinare i movimenti, suppone l'aver connesso un numero inaudito di fibre muscolari e nervose; imparare a parlare e poi più tardi a formulare delle frasi, distaccarsi a poco a poco dal mondo materiale che ci circonda, distinguere la propria personalità da quella dell'ambiente, prendere coscienza dello spazio e del tempo, dei giorni, delle stagioni, degli anni, arrivare gradatamente a separare il mondo inanimato dal mondo vivente, costituiscono delle conquiste intellettuali d'una novità ben più grande e di una ampiezza molto più notevole di quelle che si fanno nella giovinezza o nella maturità. I giovani stagnano di già, o quasi. Tanto più gli adulti. Nel campo mentale come in quello fisico, i bambini soltanto sono veramente vivi, sempre in attività, sempre in crescita, sempre in raccolta.

Chi può capire l'immensa vitalità che li anima? Solo il cuore conoscerà più tardi quei sentimenti che l'infanzia ignora e che l'adolescenza inaugura: l'amore in parte disinteressato per gli altri esseri, annunciato dalle amicizie dei quindici anni, e che arriva al suo pieno fiorire nell'affetto coniugale, e più ancora nel sentimento paterno e materno.

 

Egocentrismo

Il cuore del bambino non è però vuoto: vedremo continuamente in questo libro la sua ricchezza di affettività, ma l'amore che lo anima è quasi del tutto a base di interesse personale e di ricerca di sé. L'egoismo della prima infanzia è radicale e fondamentale. Il piccino non ama che sé, e se ama qualcun altro lo fa per sé, perché ne ottiene nutrimento, tranquillità, conforto. Il bambino non pensa se non raramente a far piacere " spontaneamente " ad altri, la mamma compresa. Lo fa - e molto volentieri - suggestionato dalle circostanze. Quanta gioia nel preparare la festa al papà o alla mamma! Ma non ingannatevi: è il carattere di gioco, di novità, di sensazionale che c'è nell'avvenimento che lo anima, più che non il desiderio di fare un piacere. È una cosa molto semplice. La psicologia ci ha dimostrato che il bambino è del tutto incapace a uscire dal suo io, di mettersi al posto di un altro e di capirne i sentimenti: egli riferisce tutto a sé. Ne volete una semplice prova? Quando il bambino saprà distinguere la destra dalla sinistra, mettetegli davanti una persona che tenga un cane al guinzaglio con la mano destra e poi chiedetegli se il cane è alla destra o alla sinistra di quella persona. Il bambino risponderà sempre in funzione della posizione del cane rispetto a lui stesso e dirà che è alla sinistra. Sarà solo verso gli otto anni che riuscirà a risolvere questo semplice problema, cioè, di fatto, a giudicare dal punto di vista altrui.

Nella prima e seconda infanzia e molto anche durante la terza il bambino riferisce tutto a se stesso (La prima infanzia va da 0 a 3 anni, la seconda da 4 a 7, la terza da 8 a 13 anni). Soltanto, o quasi, le suggestioni esteriori possono condurlo a considerare per un momento, l'interesse degli altri. Ha già d'entro di sé qualcosa per sostenere e sviluppare questo altruismo, al quale poi la pubertà darà un grande impulso. Perciò uno dei compiti più importanti dell'educatore consiste nell'insegnare a poco a poco a questo cuore egoista le vie dell'amore verso gli altri. Nell'attesa che l'educazione innesti lentamente in lui questa tendenza, il bambino è solitamente un anarchico. Senza nessun riguardo per gli altri, vuole appropriarsi di tutto. I bambini di due o tre anni, non si accontentano di difendere gelosamente i loro giocattoli, ma si sforzano coscientemente di appropriarsi quelli degli altri. Forse si riuscirà ad indurli a imprestare un oggetto, ma se lo riprenderanno ben presto a meno che non presenti più nessun interesse per loro, o che l'adulto insista a farlo rinunciare. Ma molte volte tutte le esortazioni di questi resteranno vane e simili scene termineranno con pianti e schiaffi.

Il bambino normale è certamente portato a cercare la compagnia dei suoi simili. Accetta con entusiasmo l'idea di andare a giocare con dei bambini. Osservate però questi giochi: costaterete che se l'adulto non prende la direzione del gioco, i bambini fino a sei anni giocheranno da soli. Ognuno fa i suoi pasticci di sabbia o tira il suo carrettino. Se si interessa dei compagni, è per disputare con loro il possesso d'una paletta, d'una bambola, d'una pallina. I giochi dei bambini sono essenzialmente individualisti e socialmente anarchici.

Questa tendenza egoistica durerà per tutta la vita e le autentiche componenti amorose che verranno più tardi, non riusciranno a distruggerla mai del tutto: dovranno accontentarsi a coabitare con essa. Si intravede qui il compito immensamente importante dell'educazione che deve incominciare nei primi anni, per disciplinare quell'individualista ad oltranza che è il bambino e portarlo a vivere lealmente il gioco sociale.

Queste sono le componenti che rappresentano la personalità infantile. Secondo diverse combinazioni, ogni bambino normale le possiede: costituiscono gli elementi dinamici della sua fisionomia psicologica, e sono alla base dell'attività e del valore di un essere umano. L'educazione deve soltanto correggere, fin dove arriva, la mancanza di armonia spontanea tra queste stesse forze, in confronto con l'ambiente sociale. Ma il loro fondamentale orientamento è giusto: bisogna perciò salvarlo pur dirigendolo.

 

CAPITOLO III

ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA PERSONALITÀ INFANTILE

Nel capitolo precedente abbiamo cercato di mettere in luce le diverse linee del carattere di ogni bambino normale. In questo capitolo vorremmo vedere più da vicino la psicologia individuale del bambino e indicare gli elementi del suo carattere particolare.

Nell'atmosfera molto materialista del secolo scorso e dell'inizio di questo secolo, la grande maggioranza tendeva a pensare che gli elementi fisici del temperamento, ricevuti per eredità, avessero una parte essenziale, se non quasi esclusiva, nel determinare il carattere del bambino.

Oggi, le scoperte della " psicologia profonda " hanno mostrato l'influsso considerevole sul carattere dell'ambiente familiare e sociale, particolarmente nei primi anni di vita. D'altra parte, man mano che diventa grande e si avvicina all'adolescenza, il bambino può cominciare a reagire coscientemente contro le tendenze del suo carattere o gli influssi dell'ambiente. Sono questi tre fattori del carattere - ereditarietà, ambienti di vita, reazioni personali - che studieremo in questo capitolo.

 

1. - Ereditarietà

Per reazione contro le idee deterministe di ieri - quale il padre, tale il figlio – alcuni vorrebbero negare nell'essere umano ogni disposizione ereditaria riguardo al carattere. Tale tesi è esatta se intende rifiutare, contro l'opinione comunemente ammessa, il carattere rigorosamente fatale dell'ereditarietà. Un figlio non è dedito al gioco, ladro, vitaiolo, perché tale era suo padre. Si può tutt'al più ammettere una propensione ereditaria verso questi vizi: una educazione appropriata in un ambiente adatto, potrebbe rimediarvi efficacemente. Molti figli non rassomigliano al loro padre: non è questa una prova evidente che l'ereditarietà del carattere non è automatica?

Un'altra espressione popolare " Ce l'ha nel sangue " può essere esatta o falsa secondo il senso che le si attribuisce. Si vuol pretendere che si tratti di una fatalità imperiosa che costringa ad agire in un senso determinato? L'asserzione è erronea. Si intende solo affermare un'inclinazione, piuttosto pronunciata verso un certo modo di agire, si vuol dire che questa trova una delle radici nel temperamento fisico? L'asserzione diventa accettabile. Di fatto, il carattere presentato da un essere umano ad una certa età è la risultante di più fattori: il temperamento ricevuto alla nascita, l'influsso dell'ambiente familiare e sociale dove è vissuto, le reazioni adottate in funzione del suo temperamento e delle abitudini acquisite di fronte a questo ambiente. Dire che il temperamento svolga una certa parte nel carattere particolare di ciascheduno, è lo stesso che affermare che tutti i bambini non sono uguali quando nascono. Sono differenti sia intellettualmente e moralmente che fisicamente. Così come ci sono grandi e piccoli, magri e grassi, deboli e robusti, ci sono intelligenze brillanti e mediocri. La medesima cosa succede per gli elementi morali del carattere. Sono ancora le cellule dalle quali il bambino è venuto, che influiscono sul suo comportamento. Il suo tipo di sistema digestivo lo rende goloso o senza appetito; il suo sistema nervoso e propulsore, turbolento o pacifico, nervoso o calmo; il suo sistema glandulare, attivo o linfatico, collerico o conciliante, irascibile o quieto. Il fatto che in una stessa famiglia figli nati dallo stesso padre e dalla stessa madre, educati nel medesimo ambiente familiare e nel medesimo clima educativo, possano avere caratteri profondamente diversi, basta da solo a provare che un altro fattore diverso dall'ambiente è in gioco in questa differenziazione: cioè il temperamento ricevuto nella nascita.

Alcuni si chiederanno forse se le anime, create da Dio al momento del concepimento, sono anch'esse differenti, la qual cosa spiegherebbe in modo apparentemente meno materialista l'infinita varietà dei doni umani. Questo sarebbe, a nostro parere, impostare male il problema, e immaginarsi l'anima umana come una cosa interamente indipendente dal corpo che viene ad animare. La realtà è infinitamente più complessa. Senza voler entrare in questioni difficili, noi sosterremmo volentieri che tutte le anime umane, guardandole al punto di partenza, si valgono l'un l'altra. Per parlare senza sottigliezze, tutti gli elementi intellettuali, affettivi e morali, che abbiamo descritto come costitutivi del dinamismo dell'anima infantile, costituiscono precisamente l'apporto dell'anima dell'essere vivente. Questi elementi si trovano in tutti gli esseri normali. Varierà il loro grado di intensità, ma non la loro esistenza né il loro orientamento fondamentale.

Un fattore della sola differenziazione individuale - assieme all'influsso dell'ambiente sociale, le esperienze felici o sfortunate vissute dall'interessato - così come un fattore della differenziazione intellettuale e morale delle anime, sarà il fatto d'essere l'anima di un certo corpo che possiede un determinato cervello e un determinato sistema nervoso. Paganini sarà sempre Paganini, ma la melodia che saprà ricavare da uno Stradivario e da un violino comune, sarà ben differente, pur essendo sempre Paganini. Un medesimo cervello è diversamente fecondo dopo una passeggiata all'aria aperta, dopo un lungo lavoro di composizione, o dopo un pingue pasto o un troppo generoso uso di vino, o dopo una notte insonne... Tali diverse condizioni fisiche incideranno sulla sua lucidità. Nulla di strano se le anime umane si differenziano secondo lo stato del corpo che esse animano. L'idiota ha un'anima non meno intelligente di un bambino normale, ma le possibilità del suo funzionamento sono intralciate dalle condizioni del sistema nervoso e cerebrale. Aggiungete ancora l'influsso - enorme, come vedremo, se non di fatto almeno potenzialmente - dell'ambiente educativo: questo varia non solo da civiltà a civiltà, da paese a paese, ma anche da famiglia a famiglia, e anche in seno a una medesima famiglia da bambino a bambino secondo il " numero progressivo " che porta e i sentimenti di cui è oggetto da parte dei suoi genitori, fratelli e sorelle.

Le mamme che hanno avuto molti bambini, sanno che i loro piccini allevati nel medesimo modo, manifestano tuttavia fin dai primi mesi temperamenti particolari, nettamente diversi da quelli dei loro fratelli e sorelle. Poco precisabili all'inizio, come i lineamenti del viso che un'ossatura ben definita non può ancora differenziare, queste linee caratteristiche vanno esternandosi progressivamente, precisandosi durante i primi mesi e soprattutto nei primi anni. Un bambino non è l'altro e non deve essere trattato come l'altro. La natura fa soltanto tipi unici: nessun essere umano ha sosia perfetto. E perciò l'educazione deve adattarsi il più possibile al carattere particolare e ai bisogni di ciascuno.

È possibile precisare almeno in parte gli elementi del temperamento che portano ripercussioni sul carattere? Questa scienza è ancora agli inizi, ma può fornirci qualche particolare sicuro. Domani, senza dubbio, cognizioni più avanzate in questo campo ci permetteranno di intraprendere cure mediche per i difetti del carattere. Diciamo però subito che in questo campo non si deve aspettarsi troppo dalla sola medicina. Come vedremo, il carattere dipende considerevolmente dall'ambiente educativo. Agire sul temperamento non è dunque agire su tutti i fattori del carattere, tuttavia è permesso sperare un attenuarsi di certe tendenze sgradevoli e un affermarsi di inclinazioni favorevoli o di predisposizioni felici. E questo sarà sempre tutto di guadagnato per l'educazione.

Accenniamo solo ad alcuni fatti a titolo indicativo. Dal punto di vista dello sviluppo intellettuale, progressi veramente sensazionali - ma passeggeri, purtroppo! - sono ottenuti facendo assorbire, a un bambino mentalmente debole, acido glutammico, prodotto che dovrebbe essere preso a dosi abbastanza forti, ma è mal tollerato dal fegato e dallo stomaco. D'altra parte si conosce l'effetto prodotto dall'alcole in dose opportuna o da certi stupefacenti come l'eroina: l'immaginazione è eccitata, l'intelligenza ravvivata, l'invenzione verbale facilitata. Quanti uomini abitualmente linfatici e taciturni, diventano loquaci, brillanti, simpatici quando hanno bevuto del vino generoso! Questi prodotti agiscono principalmente attraverso il sistema nervoso. Si può agire sul carattere anche per via glandulare. Alcuni difetti del carattere derivano la loro origine evidentemente dal funzionamento delle glandole. E inutile sottolineare l'influsso del ciclo mestruale sul carattere femminile. In molte donne è evidente la parabola che dalla vivacità, alla metà del mese, va alla irritabilità, alla nervosità e al pessimismo alla fine. L'individuo la cui glandola tiroide secerne in sovrabbondanza la tiroidina, o il cui fegato emette troppa bile, sarà portato alla irascibilità. Una cura adatta portante una diminuzione della secrezione di tali glandole, fa ritrovare al carattere il suo equilibrio. L'attenzione del gran pubblico, oggi, è richiamata su questi fatti : trovandosi alle prese con un bambino difficile si ricorre con una certa frequenza allo psicologo, chiedendogli se le glandole non siano parte in causa. Le difficoltà che un giovane o un celibe incontrano nel mantenere la castità possono essere attenuate prendendo della follicolina. Non parliamo qui degli inconvenienti che, da un punto di vista fisico, tale medicina possa comportare. Quello che a noi interessa è di sottolineare la possibilità, in linea di principio, di influire sul carattere dell'individuo con dei mezzi fisici.

Queste considerazioni sono assai eloquenti da sé sole e permettono di affermare con certezza che la fisiologia di un essere umano ha una parte innegabile nel carattere e nel morale della sua personalità.

 

2. - L'ambiente familiare e sociale

L'ambiente familiare e sociale ha, dal canto suo, un enorme influsso sul carattere per l'azione che esercita su di esso e le reazioni che ne suscita. Tale influsso è particolarmente notevole nella prima età. L'adulto, grazie allo sviluppo intellettuale e alla padronanza di se stesso che ha eventualmente potuto acquistare, è capace, se vuole, di rendersi conto degli influssi che si esercitano su di lui, giudicarne il fondamento, rifiutarne gli elementi nocivi per accettarne solo i benefici. Forse però non è questo il comportamento della maggior parte. Molti adulti restano bambini sotto molti aspetti, ma sono almeno arrivati a una età in cui tale scelta è per se stessa possibile. Il bambino fino all'adolescenza e particolarmente nei suoi primi anni non possiede questa possibilità. Di fatto è tutto nelle mani dei suoi educatori, legato da ogni parte, incapace di reagire secondo un piano prestabilito. Il bambino non è nemmeno in grado di giudicare gli influssi che riceve: li riceve passivamente, profittevoli o nocivi che siano, o reagisce istintivamente in virtù di quel principio di ricerca del piacere e di allontanamento della sofferenza, fisica o morale, che già abbiamo descritta. I principi degli psicologi che affermano che l'abilità educativa è necessaria soprattutto nei primi anni dell'infanzia, sono dunque ben motivati.

Da parte nostra, pensiamo che l'ambiente educativo abbia un'influenza molto più considerevole che non l'ereditarietà. Senza dubbio questa determina in partenza il tipo generale del nostro carattere, l'orientamento e il grado di vigore delle propensioni che poi sentiamo. Salvo modificazioni nel gioco del nostro sistema nervoso o glandulare, modificazioni possibili per cause diverse - malattie, commozioni, medicine - subiremo sempre nel fondo di noi stessi i medesimi impulsi del nostro temperamento. D'altra parte, l'esperienza vissuta, di modificazioni e di miglioramenti del carattere e del comportamento portati dall'azione durevole sia di una cura del carattere, che di una formazione spirituale intensa, non lascia nessun dubbio sulle inaudite possibilità aperte a un influsso educativo intelligente.

Perché la società moderna pensa così poco a formare nelle sue scuole le educatrici di domani? Colpa del materialismo! Il bimbo, alla nascita, ha un tipo di carattere determinato dalla eredità fisica. Ma l'influsso dell'ambiente comincia in quello stesso momento. Ha faticato per vedere la luce, il suo cuore ha dovuto " forzare ", tutta la sua personalità, animata da un'ardente voglia di vivere, ha vissuto la sua prima angoscia.

Un giorno dopo l'altro le sue esperienze si ripetono in tutti i sensi. Sensazione di fame e rapida soddisfazione col latte materno o col poppatoio, digestione eccellente e impressione di soddisfazione e di gioia: la vita è buona. O, al contrario, reclami ripetuti per ottenere da bere, latte inacidito, digestione difficile, vomiti, impressione di malessere: la vita è triste.

O, ancora, conforto di lane pulite e calde, dolcezza del borotalco, libertà di movimenti, volto giovanile sorridente e felice chino sulla culla: come è bello vivere! Sorpresa di biancheria fredda, pizzicore alle cosce e alle natiche, infiammazione della pelle, imprigionamento delle gambe, corpo incatenato dalle redini, richiami senza eco, volto triste e inquieto chino sulla culla: come è dura la vita! Diverse mamme o nutrici si occupano successivamente del bambino: esperienza della precarietà di ogni affetto umano: il volto delle persone che lo curano cambia a più riprese: esperienza dell'inutilità di attaccarsi a qualcuno, quaggiù. Di qui, insoddisfazione, delusione, rivendicazione, non sicurezza. Così fin dalla prima infanzia si prendono orientamenti di carattere.

Due anni sono passati! Vincenzo lo sa per averlo costatato più volte: la mamma cede a tutti i suoi desideri. Spesso basta un gesto imperioso del dito verso l'oggetto desiderato. Nel caso, grida, piange, scuote violentemente il suo recinto o pesta i piedi. Se questo non basta a decidere la mamma, si butta a terra disteso, urla, scalcia, picchia la testa contro il pavimento. Finalmente la mamma lo prende in braccio, lo bacia, gli da un biscotto. Vincenzo trionfa: è un despota, abile nel recitare la sua parte. Così ha addomesticato la mamma. Domani vorrà addomesticare il mondo intero, pretenderà di soddisfare tutti i suoi desideri, esigerà il compimento anche dei suoi minimi capricci. Sta crescendo un vigoroso egoista il cui egoismo segnerà tutta la vita. Inutile piangere o gridare senza ragione! Quando un bisogno è reale e legittimo la mamma è pronta a soddisfarlo.

Ci sono anche dei momenti ogni giorno in cui la mamma lo vezzeggia: la sera può indugiare a tenerlo un momento tra le sue braccia anche senza poppare. È così dolce sentir delle braccia che circondano e stringono! È ben più dolce d'un materasso questo calore delle mani che si incrociano! Ma questi momenti sono brevi. Come nella vita: i momenti di dolcezza e di grande piacere sono brevi, il resto è più monotono. " Perché agitarmi, urlare, arrabbiarmi, diventare rosso, aver il sangue alla testa? Non serve a niente. Ieri la mamma lavorava; ho voluto che mi prendesse e ho fatto un bel baccano, ma ci ho perso. Sudavo, stavo male. È già la terza volta che tento questa esperienza e sempre senza risultato. Val meglio rinunciare, adattarmi alle sue decisioni. D'altra parte devo riconoscere che non mi manca niente. Ebbene ormai mi conviene essere obbediente e ragionevole. ". Certo, Franco non " riflette " così. La sua istruzione è molto più efficace. Vede sperimentalmente l'inutilità del suo capriccio e perciò vi rinuncerà. E se la mamma continua a comportarsi con questa saggezza e buon senso, domani Franco sarà un ragazzo capace di integrarsi pacificamente nella vita sociale e accoglierne le leggi.

" Che cosa strana, la vita! Ieri ero tutto occupato a fare una torre con i cubetti. Era interessante: appena la costruivo, la facevo crollare. Mi sono sentito preso di colpo da due mani potenti, sollevato, colmato di baci sulle guance e sul collo, chiamato coi nomi più dolci. Non ho capito proprio niente di tutte queste tenerezze. Ho avuto un bel lambiccarmi il cervello: non ho trovato niente, né sforzo né una richiesta da parte mia che giustificasse queste carezze... Ma cos'ha la mamma oggi? Ho voluto esplorare la sua borsa: una borsa è un mondo meraviglioso: quante cose da scoprire! Ero appena riuscito ad aprirla e cominciavo a farne l'inventario! Sono stato preso dalle medesime mani di ieri. Dolore vivo e ripetuto in fondo alla schiena, diluvio di rimproveri, e via nel cantuccio. (Come è umiliante!). Non le è ancora passato; la mamma oggi non sopporta niente. Sono proprio strani i grandi! Con loro non si sa mai che fare: la vita è molta assurda! ". Forse la mamma si meraviglierà domani che Gianni sia capriccioso, che sembri non capire il bene e il male e sia poco adatto alla vita sociale. Ma di chi la colpa? " Come sono buoni lo zucchero, la marmellata, i biscotti, la frutta, le caramelle! Ne mangio tutto il giorno: so dove la mamma li tiene. Quando non c'è ne prendo. Quando c'è e io glielo chiedo comincia sempre a rispondere: "A mezzogiorno poi non mangerai". La carne, i legumi, a me non piacciono. Preferisco le caramelle. La mamma ha un bei dire no; io so bene che insistendo, poi cederà: "Mamma, una caramella", "Mamma, una caramella" comincio la litania, ma lei resiste ancora. "Dio mio, Gianni come sei noioso! Ho detto di no!". "Sì, mamma". Ma non perdo il coraggio, sento indebolirsi la sua resistenza; a forza di insistere otterrò. La mamma si impazientisce: "No, ho detto no e resta no!". È inutile, finirà per arrendersi.

"Mamma, una caramella". Ecco fatto, si arrende. Si alza, apre l'armadio e ne prende una scatola di metallo bianco. "To', prendine una e taci adesso". Tanta fatica per una caramella sola? È troppo poco! Via, in bocca la prima. "Ancora una, mamma!". Di concessione in concessione, Gianni avrà tutte le caramelle che vorrà. Sempre: tutti i giorni della sua vita... Al nostro "Ufficio Matrimoniale" sentiamo spesso la storia di mariti giocatori, bevitori, infedeli: " Sua madre lo ha viziato ". E lo vizia ancora adesso, gli perdona tutte le sue scappate, scusa tutti gli eccessi, continua a dargli soldi, se ne ha, pur sapendo che li spreca! Cedendo sempre a suo figlio, questa madre ne ha fatto un relitto umano, cosa che non sarebbe successa se fosse stato educato diversamente.

Quella madre è fredda, distante dai suoi bambini, autoritaria: detesta ciò che chiama " sentimentalismo ". Bisogna, dice, formare degli esseri energici; nelle bambine come nei ragazzi la vita esige dei " caratteri ". Mai un bacio affettuoso, mai una tenerezza. " Non bisogna educare i figli nella bambagia! ". È una donna che non ha accettato d'essere donna. Sua madre è vissuta nascosta, docile, servizievole ai fianchi di un marito dominatore. Da bambina questa sorte l'ha rivoltata e ha deciso di essere dalla parte dei forti. I forti sono gli uomini, bisogna imitarli. Perciò ha sistematicamente frenato in se stessa ogni sensibilità, ha imitato i ragazzi nell'andatura, nelle idee, nel modo di fare. (Oggi avrebbe usato gli scarponi, pantaloni e camicia sport, fumerebbe le sigarette, e porterebbe i capelli corti). La natura capricciosa le ha dato un figlio sensibile e artista. Questo tipo così emotivo diventa grande senza mai aver avuto la minima carezza. La sua infanzia è solitaria, desolata, deserta. Una sete di affetto totale lo divora. Si sposa sperando di ricevere dalla moglie ciò che un bambino riceve dalla mamma. La moglie cercava un marito di cui essere la sposa e trova un bambino a cui esser madre. È un compito che non le si addice e la famiglia va male. Il marito è insoddisfatto, e reclama sempre un maggior affetto, vuole sua moglie tutta per sé; è geloso dei figli... Avesse avuto un'altra mamma sarebbe diventato un altro marito!

Si ride delle sue arguzie, delle sue impertinenze, delle sue brutalità. " Hai ragione, non lasciartela fare! ". Il professore che vuoi punire, il prete che fa delle rimostranze sono tutt'e due " imbecilli ". Guido ritorna a casa da scuola con una penna stilografica rubata al vicino di banco, figlio di genitori cartolai; un'altra volta porta a casa un melone rubato all'ortolano, " tutta gente che fa già troppi guadagni ". Sul treno, per non pagare il biglietto intero, il papà gli fa usare il biglietto ridotto di suo fratello minore. In macchina - si tratta di gente ricca - i genitori frodano la dogana a più non posso. In casa per il riscaldamento, il papà è riuscito a prendere la corrente elettrica prima che arrivi al contatore; naturalmente rimette tutto a posto quando arriva il controllo. La famiglia si frega le mani per questo trucco così ingegnoso!... Lodovico oggi ha venticinque anni: pur essendo figlio di una famiglia molto conosciuta ha la fedina penale sporca: falsi e truffe. La famiglia ha rifuso i danni e con l'aiuto di un " grande avvocato " se l'è cavata col minimo di pena. Tutto ciò è costato infinitamente più caro dei guadagni di ieri sulle penne, i meloni, i biglietti del treno, la corrente elettrica... e costa soprattutto lacrime, non ai genitori chiusi nel loro orgoglio, ma alla giovane sposa di questo sviato e domani a sua figlia... quando saprà! Non è il temperamento di Lodovico che ne ha fatto un ladro e un falsario, ma soltanto l'educazione ricevuta da un padre debole e da una madre cieca.

Il clima dell'ambiente familiare dove trascorrono i primi anni determina parzialmente la vita dell'adulto. Il meccanismo di tale influsso è facile a capire. Il bambino piccolo è praticamente senza difesa riguardo a ciò che agisce su di lui. Senza dubbio, reagisce a tali influssi, ma solo in funzione delle spinte istintive che costituiscono il profondo dell'anima sua e gli fanno accettare il piacevole e fuggire il penoso.

Di fronte a questi profondi istinti, l'educatore non è sprovvisto di mezzi d'azione. Se non gli sarà possibile prenderli di fronte, potrà aggirare la posizione, dato che queste tendenze trovano campo d'azione in tutti i piani dell'essere umano, non solo fisico, ma anche affettivo e morale. Per esempio, farà accettare un pesante sforzo fisico in vista di una prossima gioia affettiva, rinunciare a una attrattiva e a un piacere (caramelle attese, gioco desiderato) per timore di una sofferenza dei sensi, dell'amor proprio o del cuore (castigo).

L'adulto se è incapace, indifferente o pervertito, lascerà il bambino a se stesso e alle sue malvagie passioni o peggio, per bestialità o immoralità, le manterrà e le ecciterà (tipo del bambino viziato). Oppure " conoscendo i suoi polli " utilizzerà intelligentemente il dinamismo degli istinti infantili, li saprà maneggiare con abilità per formare il carattere, l'orienterà sulla buona via e gli farà prendere buone abitudini. Tutto ciò non sarà senza difficoltà e resistenze: un bambino non è cera molle pronta a ricevere meccanicamente il sigillo che si pretende imprimerle. Un educatore provveduto può ugualmente arrivare a vincere se non la totalità, almeno la maggior parte delle resistenze facendo suo il motto " dividere per comandare ". Farà appello ai sentimenti affettivi del bambino, gli inculcherà la mano scelta da lui, lo condurrà a poco a poco ai suoi punti di vista con il concorso degli istinti fondamentali dell'anima infantile e dei sentimenti che vi avrà progressivamente suscitato. Il bambino, la cui intelligenza si sveglia lentamente, è incapace di resistere a questo influsso. Le mamme sanno, per via di numerose esperienze, come è possibile, dopo una caduta da poco, asciugare rapidamente le lacrime attirando l'attenzione del bambino su un altro oggetto. Così possono facilmente allontanare il bambino da un gioco pericoloso, proponendone un altro. Di solito la mamma riesce anche a far prendere al bambino una bevanda amara o un cibo detestato promettendogli una leccornia o un dolce.

Molte mamme, educatrici per forza di cose, sono parzialmente o totalmente sprovviste del senso dell'educazione. Agiscono inconsciamente, seguendo i propri intimi conflitti affettivi. Abbiamo citato il caso di quella madre rigida per obbedire, nei suoi principi educatori, a una segreta rivolta contro la sua femminilità. Più spesso ancora, alcune mamme rovinano i loro bambini, manifestano loro ed esigono da essi una tenerezza eccessiva, perché loro stesse sono state deluse nel loro amore coniugale. Molte agiscono in tal modo inconsciamente, obbedendo alla loro affettività istintiva senza ragioni molto chiare. Qualunque siano i motivi che fanno agire l'educatrice, il bambino non sarà certo in grado di giudicarli, di pensarne la parte buona e quella cattiva e di preservarsene. Al di fuori del suo istinto di conservazione, del suo " voler vivere " e di essere felice, subisce, senza una difesa organizzata, l'influsso del regime di vita che gli è imposto. Il bambino rivive nella condotta, incarna nel corpo, sente nella affettività, realizza nei gesti, principi buoni o cattivi che fanno agire i suoi educatori. Li accetterà volentieri se gli piacciono o se gli sono indifferenti, li subirà con una ribellione interiore o aperta, o con l'evasione se gli dispiacciono e gli sono disagevoli. Ma anche questa stessa fuga non lo libererà del tutto.

Insoddisfatto, soffre intimamente, reclama e rivendica. Il figlio di quella donna dalle ambizioni maschili di cui abbiamo parlato, non si è accontentato di " curvare il dorso e lasciar che piova ", restando indifferente in seguito. Invece è sorto in lui, in conseguenza della sua insoddisfazione affettiva, un bisogno morboso di affetto. Avrebbe potuto ugualmente reagire con la rivolta, la durezza o il sadismo. Rivendicazione più passiva o ribellione più positiva sono due facce - ne esistono anche altre - di una medesima reazione fondamentale di insoddisfazione.

La ripetizione, per mesi e per anni, di atteggiamenti materni sbagliati alla base delle infantili reazioni incoscienti, rafforzerà ancora nel bambino la potenza occulta, e perciò tanto più temibile, delle disposizioni d'animo create in tal modo, ancorandole nel profondo dell'individuo. Queste, diventate per il bambino una " seconda natura ", ne modificheranno profondamente l'anima, diventeranno dei moduli, delle " abitudini " così radicate in lui, da dettargli, a meno che sopravvengano nuovi avvenimenti o una cura adatta del carattere, i segreti motivi affettivi del suo comportamento, non solo durante l'infanzia, ma fino nella piena età adulta e nella vecchiaia. Il bambino dotato di un forte complesso di inferiorità a causa di una educazione autoritaria e di rimproveri sempre scoraggianti, sceglierà più tardi sia il suo mestiere che la sua sposa in funzione di questo complesso. Il suo comportamento nella professione e nella famiglia, le sue rivendicazioni, le sue collere, il regime di abitudini che imporrà, il suo modo di agire con la moglie e i bambini, avranno da tale " complesso " una dipendenza segreta.

Quanta ragione hanno gli psicologi moderni di sottolineare l'importanza dei primi anni di vita! È proprio qui, dove, in dipendenza dall'ambiente educativo, si costruiscono le strutture fondamentali della personalità. L'adolescenza e l'età matura edificheranno su queste pietre fondamentali e la soprastruttura della personalità resterà sempre dipendente dalle basi poste nell'infanzia. Un autore ha parlato dell' "uomo di cinque anni " (De Greeff) volendo sottolineare con questo titolo paradossale che le linee principali della futura personalità umana si trovano già fissate fin da questa età. Si comprende ugualmente la giustezza di quest'altra riflessione dei pedagoghi: non sono gli insegnamenti solenni, i bei discorsi, le raccomandazioni e le esortazioni che i genitori rivolgono ufficialmente ai loro bambini che modellano principalmente il loro animo, ma bensì l'atmosfera che respirano nella loro casa natia, i principi e i sentimenti vissuti che animano la condotta dei genitori e suscitano nel bambino reazioni di simpatia o di odio.

Le nostre lettrici capiranno dunque la straordinaria importanza non delle parole che dicono, ma delle azioni che fanno e soprattutto dei principi e del fondamento affettivo da cui provengono. È nel profondo della loro anima, che debbono fare un leale esame di coscienza; sono i loro conflitti personali che importa risolvere, le loro storture che bisogna raddrizzare il meglio possibile. Una volta sbarazzate da ogni insidiosa passione, da ogni ricerca di compenso, potranno essere migliori educatrici. A voler ragionare sul matrimonio e sui suoi doveri coniugali e educativi, diventa più chiara e più solida la convinzione che la santità - o almeno una ben solida virtù - non è di troppo per assicurarne una buona riuscita.

Fin qui abbiamo parlato dell'influsso dell'ambiente familiare, ma anche l'ambiente sociale generale agisce nel medesimo senso, o in bene o in male.

Vi sono correnti di idee e atteggiamenti affettivi di fronte alla vita, che formano il clima di un'epoca. Al tempo di Luigi XIV la società e le istituzioni erano molto differenti da quelle che vediamo oggi nei nostri paesi democratici. Istituzioni che al tempo del Re Sole parevano legittime e non scandalizzavano per nulla i contemporanei, ci sembrano oggi profondamente ingiuste. Non parliamo delle letture segrete, del diritto di primogenitura, della censura della stampa, ma per esempio della scelta del marito o della moglie fatta dai genitori, dallo spionaggio degli scolari tra di loro fuori della scuola.... Certe nostre attuali istituzioni sembreranno senza dubbio barbare ai nostri tardi nipoti. Se oggi sono ammesse e non turbano la generalità delle persone, non mancano tuttavia di fare delle vittime incoscienti dando origine a complessi di insoddisfazione che segneranno la personalità profonda di un essere!

Prendiamo un esempio solo: lo stato di inferiorità in cui è tenuta la donna nella nostra civiltà attuale. Per molti secoli le donne sono vissute senza lamentarsi apertamente della soggezione in cui erano ridotte. Oggi qualcuna comincia a rivoltarsi, ma la maggior parte sopporta ancora questa situazione senza troppo patirci. Nascere donna, anche nei nostri paesi cristiani, è uno svantaggio. Da ragazza i vostri genitori si preoccupavano meno della vostra formazione intellettuale che di quella dei vostri fratelli; se siete operaie siete meno pagate, a parità di lavoro, di un operaio uomo; desiderate di sposarvi e avete minori possibilità di iniziativa che non un ragazzo, per soddisfare le vostre speranze; innamorate, le convenienze sociali vi proibiscono di dichiarare per prima il vostro sentimento; siete praticanti, la via del sacerdozio è chiusa per voi; siete cittadine, ma molte funzioni non vi sono accessibili o lo sono con grande difficoltà...

Una bambina, un'adolescente, una giovane, una donna prendono progressivamente conoscenza di una tale situazione che porta quasi sempre come conseguenza la segreta amarezza di un complesso di inferiorità e la ricerca di compensi di ogni genere. Molti difetti, generalmente attribuiti al mondo femminile, dissimulazioni, furberia, gelosia, doppiezza... trovano certamente la loro radice e il loro vigore nella situazione sociale riservata alla donna. Questa generale atmosfera di svalutazione susciterà necessariamente nel cuore della donna di ogni età, modi di comportarsi diversi secondo le diverse personalità, ma uguali nella loro origine. I maschi, invece, soffrono di un complesso inverso, di autosufficienza, di cui le manifestazioni non mancano nella vita coniugale: mariti che si fanno servire come dei pascià, che rifiutano il minimo aiuto alla moglie anche sovraccarica di lavoro o male in gamba, che impongono egoisticamente i loro gusti a tutti e pretendono ingenuamente che gli altri vi si adattino e li condividano. Questo complesso di sufficienza nell'intimo del focolare domestico, può essere accompagnato, in campi estranei a quello sessuale, da un senso di inferiorità, per esempio, dal punto di vista sociale.

Nelle città europee, il fatto di appartenere a un ceto modesto, crea uno stato d'animo di umiliazione e di timidezza, o un falso orgoglio di appartenere alla classe dell'avvenire, o addirittura uno spirito rivendicativo ed anarchico. Il paragone tra l'Europa e l'America del Nord fa risultare con evidenza che ciò fa parte del quadro arretrato di una certa civiltà. Oltre Atlantico la mentalità è tutta diversa e i riflessi sociali vi assumono un altro aspetto. Un nostro amico, ritornando dagli Stati Uniti, ci ha narrato un episodio molto significativo. Seduto al tavolino della sala da pranzo di un albergo, vede fermarsi davanti alla finestra una magnifica automobile guidata da un signore ben vestito e molto distinto. Pensando all'europea si chiedeva chi potesse essere quel personaggio importante. Ma quale non fu la sua meraviglia nel vedere un quarto d'ora dopo, quel personaggio trasformato in garzone d'albergo! Si informa, e viene a sapere che era proprio lui il padrone della macchina. Fatti del genere se ne contano a migliaia negli Stati Uniti. L'operaio laggiù ha una mentalità tutta diversa, e in tale ambiente non risente affatto il senso di inferiorità dell'operaio europeo. Questo esempio illustra, da solo, in modo evidente, l'influsso occulto, ma reale e profondo, dell'ambiente sociale sullo stato d'animo intimo e il comportamento dell'individuo.

Soltanto un'educazione intelligente potrà portare rimedio preventivo ai complessi affettivi che un dato ambiente crea fatalmente in un senso o nell'altro. Il fatto che l'influsso dell'ambiente si eserciti spesso inconsciamente, il fatto anche che si eserciti durevolmente e nel medesimo senso, renderà tuttavia più difficile un immunizzarsi totale al suo riguardo.

La mentalità e il comportamento dell'essere umano, bambino, o adolescente, si trovano dunque largamente influenzati dall'ambiente sociale, familiare o generale. Di qui l'importanza per un educatore di ben capire tale ambiente al fine di attenuare l'effetto delle impressioni deleterie, palesi o occulte, e di favorirne, invece, i benefici.

 

3. - L'apporto del " cosciente " individuale

II comportamento umano si trova condizionato anche da un terzo fattore. L'individuo non è modellato soltanto dal suo temperamento innato e dall'influsso spesso ignorato del suo ambiente familiare e sociale, ma anche dal suo atteggiamento cosciente di docilità o di rifiuto a questi due fattori.

Se il neonato e il piccino sono incapaci di reazioni lucide contro questi diversi influssi, a partire dalla terza infanzia, e più particolarmente dall'adolescenza, l'essere umano può prendere più deliberatamente un atteggiamento personale.

Un esempio storico dimostrerà la portata e la verità delle nostre asserzioni. Mérimée racconta che a otto anni era stato aspramente rimproverato dai suoi genitori per una sgarberia. Terminata la filippica era stato mandato a letto per punizione. Il bambino era uscito molto contrito dalla sala, e, ancora in lacrime, si era indugiato qualche momento in fondo alla scala. Sentì che i suoi genitori se la ridevano tra loro della ingenuità e del candore dell'infanzia e della sua facilità a prendere sul serio delle mancanze da poco. Ne fu così profondamente turbato, che giurò di non fare mai più la minima confidenza ai suoi genitori e di restarsene per sempre chiuso verso di loro. E seppe mantenere la parola. Questo esempio mette chiaramente in luce il terzo fattore che può intervenire nel comportamento infantile: la decisione presa con piena coscienza. In seguito ad un incidente clamoroso si può adottare un atteggiamento al quale l'essere umano, spinto dall'amor proprio e dalla sensibilità offesa, resterà ostinatamente fedele.

Benché la paura del bambino di pochi anni, riguardo al fuoco sia non una decisione consapevole, ma il risultato di un riflesso, si può tuttavia farla rientrare nella categoria delle reazioni che sfuggono al dominio del puro incosciente. La sua condotta gli è suggerita dal ricordo scottante che conserva di una bruciatura dolorosa o dal suo prestare fede all'avviso materno. " Sta' attento! Guarda, che ti bruci! ". La memoria agisce nel primo caso, l'intelligenza nel secondo. Non si tratta dunque di atteggiamenti incoscienti di cui abbiamo già parlato.

Accade la medesima cosa nel comportamento del bambino per ottenere un premio formalmente promesso, o per evitare un castigo. Anche qui intelligenza e memoria intervengono coscientemente. Se ogni atteggiamento adottato e ripetuto mille volte finisce poi per diventare un'abitudine più o meno cosciente, il fatto, scelto in partenza per delle ragioni ben chiare, allontana il pericolo di nevrosi. L'idea, il principio, il sentimento, l'emozione non sono penetrati furtivamente nell'anima per vie oscure e segrete dell'individuo stesso, ma vi si sono stabiliti e reggono l'anima non oscuramente ma in piena luce e partono, se non senza danno morale - vi sono abitudini dannose - almeno senza nuocere direttamente al sistema nervoso.

Fin dai primi anni e man mano che diventa grande, il bambino è in grado di prendere un giorno o l'altro, in seguito a qualche incidente notevole, una decisione alla quale non verrà meno. Citiamo casi vissuti che dobbiamo alla confidenza dei loro autori. Oggi sono già adulti, ma hanno conservato molto chiaramente questi ricordi di infanzia a tal punto che, come Mérimée, ne potrebbero dare la data precisa.

Francesca a sette anni, interrogata dai suoi genitori, svela i suoi progetti per l'avvenire. Ci si ride sopra. Profondamente offesa, Francesca decide di non confidare più nulla delle sue idee e dei suoi sentimenti intimi ai genitori. Oggi ha vent'anni: " Da allora ho sempre taciuto ai miei genitori tutto ciò che sentivo in me di bello e di ideale ".

La signora Dumont oggi ha quarant'anni. Si ricorda con precisione (stagione: c'erano certe cause apparenti, ma non quelle vere e profonde; esempi: mangiarsi le unghie, succhiarsi il dito, mania di rubare, scrupoli... dei lillà; luogo: si era nel giardinetto; momento: ci si stava mettendo a tavola; tempo: c'era un sole splendido), che una zia aveva fatto di fronte a lei, bambina di quattro anni, la seguente riflessione: " Questa piccolina è meno bella delle sue sorelle ". Non ha mai dimenticato queste parole; anzi, ricordandole, si sentiva timida, diffidente di se stessa e diventava rossa. Restò molto meravigliata quando cominciò ad incontrarsi con dei giovani e capì d'essere cercata e di aver un certo successo. Ma da quattro anni fino ai diciotto era vissuta ossessionata da quelle parole.

Francesco, a nove anni, è andato al circo col suo nonno. Tali divertimenti sono riputati molto interessanti per i bambini. Ma successe che nell'intervallo, in un momento in cui Francesco meno se lo aspettava, un clown con la faccia orribile gli apparve d'un tratto davanti. Fu preso da un tale terrore e mandò tali grida che il nonno non poté far altro che abbandonare il circo e riportarlo a casa. Ne risultò che per molti anni non ci fu modo di farlo partecipare a un carnevale. Soltanto a sedici anni riuscì finalmente a vincere l'istintiva repulsione che provava in presenza di una persona mascherata o solamente travestita.

Molte nostre lettrici riandando ai loro ricordi potranno certamente citare qualche incidente infantile o dell'adolescenza che ebbe sul loro comportamento un influsso considerevole e di cui conservano una chiara memoria. Questi sono i diversi elementi costitutivi della personalità di ciascuno. Alcuni, Ruggero Buontempo, hanno un'eredità ottimista; altri, Gianni-che-brontola, pessimista. Più spesso l'ambiente dove sono nati e cresciuti ha dato o accentuato l'orientamento del carattere.

Alcuni sono imbottiti di complessi nevrotici favoriti e nutriti da genitori " lesionisti "; altri, più formati, hanno conosciuto un ambiente mentalmente sano e ne sono quasi del tutto immuni. Nessuno, è vero, sfugge a tutti i complessi; specialmente nelle nostre società civili, dove i costumi e le prescrizioni sociali e morali contraddicono spesso lo slancio spontaneo dei nostri istinti. Abili educatori potranno notevolmente diminuirne il numero e attenuarne il lato nocivo. Ma così pochi sono gli adulti che hanno competenza particolare in questo campo!

Alcune conclusioni sono molto evidenti dopo quanto abbiamo esposto. È augurabile che i genitori godano la migliore salute fisica e mentale possibile, che siano loro stessi esenti da complessi segreti, che evitino di crearne nei loro bambini, che siano muniti di qualche chiaro principio educativo al quale si sforzino di conformarsi. Ciò esige un certo controllo di se stessi e non poca virtù.

 

PARTE SECONDA

EVOLUZIONE DELLA PERSONALITA' DEL BAMBINO

CAPITOLO I

ALLA SCOPERTA DEL MONDO

Ogni bambino nasce debole. Non sente né vede. Il solo rapporto che ha col mondo esteriore all'infuori dei polmoni, gli viene dalla bocca. È con questa che prende contatto con l'esterno: il seno materno o il poppatoio. Ignora ogni cosa riguardo alla famiglia, alla terra, all'universo intero. È tutto ripiegato su se stesso, è una pura soggettività, unicamente occupato a vivere. Senza dubbio il suo solo desiderio cosciente, perché vivamente sentito nel fondo dello stomaco, è di saziare la fame.

Tuttavia se, a differenza di molti animali, è terribilmente debole o incapace di camminare in cerca di cibo, è però ricco di possibilità. Ha le orecchie: presto sentirà delle voci familiari e suoni d'ogni genere. Ha gli occhi: progressivamente percepirà la luce, i colori, i rilievi, i mille e mille spettacoli di questo vasto mondo. Ha le labbra, una lingua di cui si servirà, nel primo anno, portando tutto alla bocca per sentirne il sapore. Ha le braccia e le mani che, dopo alcune settimane di vaghe agitazioni, diverranno presto meravigliosi strumenti di conquista e di investigazione, La sua gola è ricca di corde vocali e la userà oggi per i bisbigli, le grida, il canto, domani per il linguaggio, strumento di comunicazione con altri uomini, base di ogni progresso. Il suo meraviglioso cervello (molto più voluminoso, proporzionalmente, di quello di ogni altro animale) dalle numerose circonvoluzioni, è la sua principale ricchezza, sorgente della sua dignità di uomo, il fondamento di tutta la sua cultura e del suo eterno destino.

L'apparente passività del bambino vela la sua vivissima azione. Nelle prime settimane, la principale occupazione del neonato è di dormire. Il suo sonno è interrotto dai brevi risvegli necessari alla nutrizione, ma appena termina di bere si è già addormentato. La sua attività creatrice si è notevolmente rallentata dal concepimento: ormai non sarà più l'inventore e l'artigiano dei suoi diversi organi come nelle prime settimane della gravidanza.

Il suo sviluppo in peso e statura non raggiungerà più il coefficiente di velocità raggiunti nella vita fetale uterina. Tuttavia le sue facoltà di adattamento sono ancora meravigliose, e considerevole è il suo progresso in ogni campo. Al momento della nascita, per esempio, il bambino deve mutare bruscamente il regime di alimentazione di ossigeno. Nella gravidanza lo attingeva nel sangue materno: per osmosi, attraverso le pareti delle arterie del sistema circolatorio materno e del sistema circolatorio fetale, avvenivano scambi di ossigeno alla superficie della placenta. Questo modo passivo di rifornimento finisce bruscamente alla nascita con la rottura del cordone ombelicale, via di traffico di tali scambi. Il bambino è ormai abbandonato a se stesso, deve rifornirsi per conto suo. In pochi secondi tale trasformazione si compie. Gli alveoli dei tessuti dei polmoni si spiegano e si gonfiano d'aria, la bocca e le narici si aprono, il bambino emette un grido. Il minuto di angoscia è passato: il piccino respira, è salvo. Nel medesimo istante l'orificio tra le due orecchiette del cuore si chiude; il sangue adotta un altro circuito: passa per i polmoni, vi abbandona le impurità e fa il pieno di ossigeno. Con ottanta viaggi al minuto, andrà poi a distribuirlo a tutte le regioni dell'organismo.

I primi giorni, mentre il neonato mangia e dorme, i suoi tessuti sono in febbrile lavoro. " Bilioni di fibre nervose emananti da milioni di cellule nervose, hanno stabilito nuove connessioni con gli organi interni e il sistema muscolare " (Gesell). L'organismo si va completando: i meccanismi meravigliosi della vista e dell'udito saranno ben presto messi a punto. Il neonato apre un occhio, poi due; non distingue niente ancora, neppure una mano che gli passa davanti agli occhi aperti. Dopo quattro settimane dodici muscoli minuscoli possono assicurare la mobilità dei suoi bulbi oculari. Guarda fissamente il muro e la finestra e particolarmente il volto umano che si china sulla culla e che calma per un momento la sua agitazione. Bisogna aspettare la fine del secondo mese perché fissi con i due occhi in modo convergente un oggetto vicino. Il bambino ama la luce viva e smagliante, e, dopo cinque o dieci settimane, reagisce favorevolmente (fino a cessar di piangere) davanti ai colori rosso e arancio.

Le mani gli servono come un secondo mezzo di investigazione nel mondo. Gli saranno necessari degli anni per poter utilizzare con piena padronanza questi preziosi strumenti. A otto settimane comincia a tenere in mano a lungo il suo balocco, ma non può ancora coordinare lo sforzo visivo e la prensione. Sarà solo a tre mesi che potrà tenere e insieme guardare la medesima cosa. Un nuovo spazio di tempo gli sarà necessario per impossessarsene appena visto. Il neonato compie lentamente e progressivamente il coordinamento dei suoi diversi mezzi di azione. Sembra uno che impari a guidare la macchina. La connessione dei movimenti e l'acquisto dei riflessi non sono opera di un giorno!

Alla nascita il neonato è sordo. Non reagisce a nessun rumore. A poco a poco anche il suo udito si sveglia. Una porta chiusa con violenza Io fa sussultare. Presto, prima dei due mesi, amerà la compagnia. Lasciato solo in camera, si mette a piangere, ma condotto nella sala dove può sentire parlare, il suo pianto cessa. È il risveglio della socievolezza: la compagnia gli piace.

A quattro mesi il suo risveglio generale è a buon punto. Gli occhi si muovono in tutti i sensi e guardano con attenzione. Gli piace starsene un po' su una poltrona e di lì sorvegliare alcuni movimenti della mamma, dei fratelli e delle sorelle. Ora può anche discriminare gli oggetti: la mamma gli dondola davanti un gingillo e il piccino fissa successivamente il gingillo, poi la mamma e poi il gingillo.

Prima teneva i pugni chiusi, ora li apre abitualmente. Porta le due mani al petto e gioca con esse; comincia a portare gli oggetti alla bocca. Tutto ciò gli insegna a poco a poco a distinguere tra loro — confusamente ancora — certe parti del corpo e certi oggetti connessi con quelle. Tra qualche settimana le mani adotteranno l'attività ardente degli occhi. Intenso sarà il suo desiderio di toccare e di prendere. Se una cosa si trova alla sua portata, mani e spalle si protendono per appropriarsela. Presto, senza nessuna esitazione, la prenderà con un gesto diretto e se la terrà.

Il neonato inaugura ora un nuovo mezzo di conoscenza: le labbra. Ogni cosa che tocca è sottomessa al loro controllo. La sua socievolezza aumenta. Gli piace attirare l'attenzione, desidera che gli si parli e gli si canti soprattutto alla fine della giornata. Distingue i suoni e specialmente la voce umana. Ora riconosce la mamma, le sorride subito, mentre invece un viso estraneo lo lascia indifferente o addirittura lo spaventa. I suoi mezzi di espressione si sono moltiplicati: mugola, fa le bolle di saliva, sorride e ride. Manifesta desideri e timori: tende le braccia perché lo si prenda.

Ma smettiamo dal seguire il neonato così da vicino: accontentiamoci di segnare per i mesi seguenti le grandi tappe della sua evoluzione. Verso i sei o sette mesi comincia a prendere lenta conoscenza delle tre dimensioni delle cose. " Il suo indice inquisitore esplora i buchi, le scanalature, la cavità della sua tazza. Il continuo palpare le cose, gli fa acquistare il senso della profondità e del solido, del contenente e del contenuto, dell'alto e del basso, del fianco, del fuori e del dentro, del separato e dell'unito. Comincia a vedere gli oggetti con un certo senso della prospettiva " (Gesell). Non era così a quattro mesi, quando cercava di raggiungere un piatto fuori della sua portata: gli manca di imparare ancora molto sulla distanza, ma ne acquista a poco a poco la nozione.

A questa età inaugura anche la conoscenza concreta del numero. Riunisce due cose in una sola, per soddisfare il suo impulso di combinare; ora vuole non più una, ma due spille di sicurezza. Impara anche nuovi giochi e sa fare " ciao " con la mano. Si delinea il suo particolare carattere. Finora, neonato, aveva manifestato solo la fame o l'indifferenza al cibo; ora da a vedere se è pacifico o collerico. Nelle bambine spuntano i primi segni della timidezza. Raggiunti e sorpassati i dodici mesi, riesce a mettersi in piedi e a camminare da solo. Grande avvenimento, che gli permette di investigare con maggior costanza e fervore, in più vasto raggio, tutto il mondo che lo circonda.

A un anno il bambino penetra sempre più nell'ambiente sociale. Gli piace camminare tenuto per mano, vuole essere seguito mentre striscia per terra e prorompe in scoppi di risa. Niente di più bello che fare " cucù " e nascondersi. Dice volentieri ciao e, se ha fatto un gesto che suscita il riso, lo ripete apposta e si dimostra assai soddisfatto degli applausi. Vuole imitare: se si agita un sonaglio, lo prende subito per fare altrettanto, pronto a interrompere un momento la sua rappresentazione per esaminare l'arnese. Tutte queste esperienze sono importanti: gli insegnano a prendere coscienza della sua individualità, e di quella altrui. A poco a poco il bambino esce dalle brume della sua totale soggettività, per osservare l'esistenza di un mondo esteriore e oggettivo.

Nel medesimo tempo la sua affettività si manifesta sempre più apertamente: si aggrappa alle ginocchia, accarezza goffamente il volto dell'adulto e gli da diverse testimonianze di affetto. Ancora non sa baciare.

A quindici mesi, il bambino pretende di uscire dal recinto. A diciotto non ne vuoi più sapere e protesta quando la mamma ve lo mette. Ha acquistato una certa conoscenza del tempo: non che sappia distinguere mattina e sera, ieri e domani, ma può però legare tra loro certi avvenimenti. Sa, per esempio, che sarà messo sul vaso al mattino, dopo la colazione, e che farà il sonnellino dopo il pasto di mezzogiorno. Capisce i preparativi per la passeggiata in carrozzina e quando vi è non desidera altro che mettersi in ginocchio, ben diritto, per meglio vedere e osservare tutto ciò che si muove. Vuoi fare qualcosa da solo: maneggia la sua scodella, porta il cucchiaio (e con quale fatica!) alla bocca. A diciotto mesi riuscirà a togliersi il cappello, i guanti, le scarpe, ad aprire anche una chiusura lampo.

Preferisce seminare roba, piuttosto che raccogliere, vuotare più che riempire. Di lui è stato detto, a ragione, che ha vocazione di " impresario di sgomberi! ". A ventun mesi, il piccino sarà capace di spogliarsi da solo. Impara anche a conoscere lo spazio. Perciò non fa altro che viaggiare, e porta le cose da un posto all'altro apparentemente senza scopo. Di fatto però tale movimento lo forma. Impara a conoscere le cose toccandole, capisce che cosa significhi " qui ". Tuttavia non afferra bene le cose lontane o i cambiamenti di livello. Vi si getta contro con la testa, incespica nelle irregolarità del suolo, o scivola da un bordo. Sa che cosa vuol dire " adesso ", ma non capisce il senso di " tra poco " se non negativamente (non adesso) e non sa collegarlo al resto. Sembra preferire le cose compiute; anche le sue parole predilette " acie, pu, da', no... " indicano tutte un'azione finita e sembra che ciò gli piaccia.

Si rende conto del fatto che i bambini, a parte i fratelli o le sorelle, sono persone come lui? Sembra di no, perché li tratta come semplici oggetti. In ogni caso, se anche capisce che gli assomigliano, ha tutta l'aria di non dubitare per nulla che sentano qualcosa, quando li tira, li pizzica o li percuote. È ancora tutto egocentrico, incapace di mettersi al posto degli altri per indovinarne le reazioni. Imita molto gli adulti. Nella sua seggiolina accavalla le gambe e fa finta di leggere un giornale. Scrive. Prende in mano una scopa, ma il suo lavoro somiglia molto a un raccattare col badile. Si diverte con un telefono da gioco, infila volentieri anelli e quadratini su una bacchetta, ma senza rispettare l'ordine di volume e di forma. Apre l'interruttore della radio, con tanto maggior interesse, quanto più gli adulti si mostrano scontenti di vederglielo fare. È molto saggio chiudere tutti i cassetti a chiave per non abbandonarli alla sua mercé.

Mettere la chiave fuori della portata del bambino è una precauzione elementare. Attenti anche a chiudere bene le finestre e ogni accesso alle scale. Invece, se il bambino ha una camera o un angolino riservato per lui, diamogli quante cose si può da toccare come vuole (bambola, orsacchiotto, carrettino, stoviglie di plastica, dadi, utensili, giornali illustrati, oggetti smontabili, campanelli poco sonori...). Bisogna badare alle prese di corrente: il bambino potrebbe avvicinare alla bocca quelle mobili o introdurre nei buchi degli oggetti metallici appuntiti, rischiando così di prendere la scossa. Fuori di casa, la sabbia è la sua grande amica.

A ventun mesi, il bambino acquista il senso della proprietà. Gli piace aver un angolo tutto per sé e capisce cosa vuoi dire " E' di Gianni ", " E' della mamma ", " E' di Franco ". Sarà più attento a fare rispettare ciò che è suo, più che non lui rispetti l'altrui... Quando ruba, gli costa molta fatica restituire il maltolto. A questa età, il bambino desidera far mostra delle sue capacità e si presta volentieri a qualche piccolo servizio. Già a diciotto mesi potrà portare le pantofole al papà. Va volentieri a cercare qualcosa nei cassetti o a riporvelo.

Conosce benissimo il posto di molte cose... il che non significa che le rimetterà sempre a posto spontaneamente e di buon animo.

La sua intelligenza si sveglia e prende maggior conoscenza delle sue azioni. Sa che, comportandosi in un certo modo, ottiene il rimprovero degli adulti e cerca di stornare la loro attenzione con molta abilità. È il risveglio embrionale del suo senso morale. Un progresso assai notevole nel linguaggio appare a due anni. Non sono più parole storpiate e sconnesse, ma comincia a formulare dei tentativi di frase. Ripete le parole, enumera le cose, e dice forte l'azione che compie. Il suo vocabolario conta tutt'al più un centinaio di parole. Quale progresso e che lavoro cerebrale e nervoso per passare dalla parola a una frase, per quanto molto elementare!

In mille campi, il bambino è diventato più abile: tiene meglio il cucchiaio, lo riempie e lo porta alla bocca con maggior facilità non senza rovesciarlo ancora. Però sa tenere perfettamente in mano il piatto o il bicchiere, alzarlo, bere e rimetterlo al posto. A questa età certi bambini riescono a mangiare da soli e non vogliono nessun aiuto.

Il controllo degli sfinteri (muscolo a forma di anello che serve ad aprire e chiudere un orifizio) si stabilisce progressivamente: il bambino ha ora dei momenti di pulizia personale, alternati ancora con qualche caduta. Generalmente le bambine arrivano a non sporcarsi, prima dei maschi! Il bambino, che desidera un aiuto prima e dopo, esige spesso di essere solo durante l'operazione.

Il comportamento dei bambini nel gioco, mostra quanto la loro attenzione sia ancora instabile. Certe volte è proprio ad ogni " minuto " (il termine è usato in senso proprio), che il bambino cambia occupazione. Mamme, cronometrate e ne farete esperienza!

Nel gioco si attua una interessante evoluzione. Ieri, il bambino giocava da solo, indipendentemente da chiunque. Ora gioca ancora solo, ma " in parallelo ", cioè imitando da vicino i gesti di un altro bambino.

Per farsi obbedire, l'educatrice utilizzerà con molto vantaggio delle formule capaci di portare l'attenzione su un altro oggetto. Il bambino si diverte a sguazzare nell'acqua invece di asciugarsi le mani: gli suggerirà allora di dire " ciao, acqua " prima di buttarla via. Farà brillare ai suoi occhi un'altra occupazione: " Andiamo a giocare con la plastilina ". Per far cessare i giochi all'ora di pranzo: " L'orso deve andare a nanna ". Se due bambini si disputano il medesimo giocattolo: " Adesso Pierino prenderà la bella palla azzurra ".

Due anni e mezzo è un'età difficile. Il bambino vi porta un senso di esperienza e di abitudine assieme all'indocilità. È un anarchico di fronte all'autorità e un conservatore riguardo alle tradizioni. Non ama i cambiamenti di mobili; gli abiti devono essere attaccati al medesimo attaccapanni; il papà deve mettersi le pantofole sempre al medesimo luogo; ognuno deve stare al suo posto a tavola, dove ogni cosa deve essere collocata come sempre.

D'altra parte, e lo noteremo più avanti, è una età di indipendenza e di insubordinazione. Il bambino non è di cattiva voglia, ma giunto a un sufficiente possesso dei suoi mezzi di azione, spinto da un dinamismo interno e da un grande movimento, incapace ancora di dominarsi, attirato da tutto ciò che è nuovo, vuole esperimentare tutto. Tutto lo attira, lo appassiona, lo richiama. Incerto di fronte a questi mille richiami esteriori, va avanti decisamente in ogni senso: non ci sono sensi vietati! Trascinato dal suo slancio vitale, dimentica talora le proibizioni impostegli e se per un momento se le ricorda, la tentazione di proseguire è così forte, che non sa resistere.

A tre anni comincia l'età meravigliosa. Il bambino acquista un controllo inibitore dei suoi movimenti e dei suoi riflessi. Ha una certa padronanza dei movimenti così da sapersi sbottonare, senza strappare i bottoni; anche il suo bisogno di orinare non crea più incidenti di giorno e quasi anche di notte, salvo qualche intermittenza. È più pronto nel vestirsi; non è ancora perfetto, ma il progresso è notevole. Intellettualmente arriva alla nozione del tre: potrà indicare tre oggetti su una figura, combinare tre dadi, e fare un ponte. Il suo vocabolario si arricchisce sensibilmente, vuole imparare parole nuove; i suoni nuovi lo imbarazzano, ma lo divertono. Ascolta gli adulti e si informa sul significato del nuovo vocabolo; si esercita a dire ciò che fa. Distingue il giorno e la notte. Comincia a sognare durante il sonno. Accetta i consigli con maggior docilità di sei mesi prima. La mamma può farlo pazientare dicendogli: " Non è ancora l'ora di pranzo ". È già capace di aiutare ad asciugare i piatti, a mettere a posto le cose, a fare facili commissioni. Notevole è dunque il progresso intellettuale e migliore la docilità. " Il bambino di tre anni è un conformista " (Gesell).

A quattro anni diventa un simpatico " fantastico " (Gesell). La sua immaginazione è molto ricca: con poca spesa si costruisce un ospedale, un negozio, un'autorimessa, una cucina, un pranzo. Non è molto esigente in fatto di simboli: un dado da gioco può essere successivamente una boccetta, una casseruola, un martello, un gendarme... La sua millanteria è formidabile; a sentire lui ha fatto tutto, sa tutto, è capace di far tutto. Volentieri attira l'attenzione sulle sue gesta: " Guarda papà, guarda mamma. Adesso salto ". È un gran chiacchierone. Cerca dei nomi nuovi che ripete e trova interessanti; è volubile e inventa dei nomi immaginari per indicare un oggetto familiare. La frase tipica dei tre anni, così semplice e ridotta allo scheletro, si complica di avverbi. Costruisce periodi completi: " Tu sai che... ", " Supponi che... ". Da i suoi giudizi su molte cose. " Ascoltare questo pezzetto d'uomo o di donna, dare degli avvertimenti, non è senza un certo fascino. A tre anni, il bambino per parlare doveva smettere di agire, ora può invece fare le due cose contemporaneamente. Le domande non sono mai state cosi numerose: è una vera valanga di " perché " e di " come ". Alcune nozioni vengono precisandosi. Sa che il sabato segue al venerdì. Papa e mamma sono la suprema autorità, quello che dicono è Vangelo, si appoggia sulla loro autorità di fronte agli altri. " L'ha detto la mamma ". Preoccupato molto più di imitare che di contraddire, la sua sapienza è facile. Riproduce con molta esattezza i gesti e gli atteggiamenti che vede negli altri. Scimmiotta il papà al telefono e imita, fino al comico, le inflessioni della sua voce. Che spasso per i grandi osservarlo e studiarlo! Moralmente, il bambino di quattro anni è obbediente e facilmente docile: spesso chiede dei permessi: " Mamma posso... ". Le campane della chiesa o le sirene dello stabilimento possono essergli indicate come il segnale per fare una determinata cosa: tornare a casa, mangiare, dormire... Facilmente ammette queste ingiunzioni. La sua socievolezza aumenta, ma resta limitata. Gioca gentilmente con un solo compagno, ma i litigi sono frequenti tra loro. Paragona le cose sue con quelle degli altri. " Il mio pallone è più grosso del tuo ". Intravede l'utilità del denaro; sa che con dieci lire si può comprare una caramella; qualche volta inventa un gioco di vendita con un adulto per guadagnare una moneta. Scambia volentieri. Al mare uno dei più grandi giuochi di questa età è la compra-vendita. È un vero commerciante. " Quante conchiglie per questo fiore giallo?". Si sveglia anche il suo interesse religioso e filosofico: comincia a interrogare sulla morte, ma non ne capisce quasi il significato. Si preoccupa delle origini delle cose: " Chi ha fatto il sole? la luna? ". Prima lo interessavano solo le figure degli animali; ora segue la vita di Cristo, ascolta la spiegazione e fa delle domande.

A cinque anni nell'evoluzione del bambino si verifica un rallentamento. Senza saper leggere e scrivere, ha già imparato molto. Gli resta da assimilare progressivamente tutta la cultura degli adulti. Tutti i fondamentali meccanismi sono al loro posto, montati e collaudati: tocca a lui usarli. Che progresso sotto ogni punto di vista, se pensiamo al neonato o al bambino di due anni! Il suo vocabolario ha raggiunto duemila parole e le sue frasi sono quasi corrette: ora riesce a tradurre i suoi pensieri e i suoi desideri. Ha scoperto sperimentalmente il tempo: distingue, all'ingrosso, passato, presente, futuro; gli piace sentirsi narrare ciò che faceva quand'era piccino e pensa a quando sarà grande: " Io, quando sarò grande... " ; segno che percepisce una successione nella durata che invece ignorava quando aveva due anni. La distinzione esatta tra ieri, oggi, domani, la settimana passata, la settimana prossima, sarà più tardi solo la precisazione di un acquisto, non una nuova nozione.

Il bambino di cinque anni possiede un certo senso dello spazio. Non che conosca i continenti o l'esatta distanza dalla terra alla luna, ma oltre alla conoscenza della sua camera, della casa, del giardino e del quartiere, ha in più il senso del " lontano " : espressione vaga e imprecisa, ma suggestiva d'una impressione esatta.

Acquista anche una certa nozione del numero: riesce a contare fino a quattordici, poi venti, cento, mille. Queste grosse cifre non rappresentano nulla di preciso, corrispondono in lui solo a una differenza tra il poco e l'abbondante, il lento e il rapido. " Oh, bello! esclama il mio amico Bernardo meravigliato della velocità dell'automobile che lo conduce, si va a mille! ".

Il bambino si è introdotto progressivamente nel mondo degli altri: al gioco individuale dei primi due anni, al gioco parallelo del terzo e quinto anno. Non è più un accaparratore: le proprietà sono ben delimitate e l'istinto del possesso è stabilito. Ora sa di essere un ragazzo o una bambina. Ha notato la differenza dei sessi e si interessa della sua nascita: farà molte domande a questo riguardo.

Le nozioni del bene e del male non sono ancora nettamente definite in lui; capisce soltanto che gli adulti autorizzano certe cose e ne proibiscono delle altre. Non vuole essere trattato da " cattivo ", primo lontano abbozzo di un certo senso di colpevolezza. Conoscere l'esistenza di certe " regole " alle quali deve obbedire; le accetta globalmente senza trovarvi nulla da ridire o da discutere. L'idea di ordine e di obbligo penetra in lui, ma la loro forza strettamente morale è ancora debole. Comincia a distinguere il vero dall'immaginario e dal falso. Timida, ma certa aurora della moralità.

Dal punto di vista filosofico e religioso, la causa (chi lo fa?) e lo scopo (perché?), il modo (come?) sono questioni che lo interessano. Il suo concetto non è per ora che fisico e materiale, ma almeno sono nate nella sua mente le nozioni fondamentali. Manifesta scarsa emozione davanti a un morto: la sua idea è molto legata a quella di una cosa che finisce e non tornerà più. Crede in Dio e lo prega: il suo Dio è antropomorfo, abita nelle case e agisce come gli uomini. È il Dio descritto dal Genesi nel racconto del paradiso terrestre. Se il bambino non ha nessuna idea della Sua spiritualità, ne intravede però un po' la Sua trascendenza: Dio è al disopra di tutto.

La semplice costatazione delle principali conquiste intellettuali, sociali e morali del bambino di cinque anni, mostra il focoso dinamismo vitale che lo anima. Che somma inaudita di acquisti veramente nuovi, di concezioni, di modi di pensare! Certo, però non è ancora alla fine delle sue scoperte. Pensiamo un istante al progresso del bambino di cinque anni rispetto al neonato. L'enormità delle tappe già fatte, non è forse meravigliosa?

Dai cinque ai dodici o tredici anni, il bambino non farà altro che sviluppare le nozioni acquistate, precisandole considerevolmente, e liberandole a poco a poco dalla nebbia che le avvolgeva, e dalle false interpretazioni che le viziavano. A sei anni ancora, il bambino prestava vita a tutto, non solo agli uomini, agli animali e alle piante, ma anche agli oggetti inanimati. " Teddy ha sonno ", " Teddy vuoi riposare ". Dopo i sei anni, senza essere perfetto, il suo concetto si purifica. Solo le cose che si muovono, battelli, aeroplani, nuvole... gli sembrano ora come vive. Dovrà arrivare a nove o dieci anni per arrivare a fare le nostre categorie di esseri inanimati e esseri animati. In quei medesimi anni, cesserà dal prestare al vento e alle nubi intenzioni utilitarie finalistiche, li prenderà per quel che sono. Fin verso i sette anni il bambino giudica tutto in funzione di se stesso e come rappresentante di assoluti invariabili. L'intero universo è apprezzato in dipendenza della sua propria posizione: ci sono le cose che stanno alla sua destra e quelle che stanno alla sua sinistra: è tutto qui. Non capisce ancora che " destra " e " sinistra " sono parole relative e che la destra e la sinistra di chi gli sta di fronte non sono le stesse delle sue. Molti viaggiatori domandando informazioni sul percorso hanno potuto accorgersi che molti adulti, rimasti allo stato primitivo, provano una certa difficoltà nel dare sotto questo punto di vista indicazioni esatte. Dopo i sette anni il bambino arriva a distaccarsi dal suo punto di vista e a porsi dalla parte degli altri.

La medesima ragione gli rende impossibile l'acquisto della nozione esatta del tempo. Una medesima data autorizza successivamente le seguenti affermazioni: domani 1° aprile, oggi 1° aprile, ieri 1° aprile. Che un medesimo giorno possa essere successivamente domani, oggi e ieri, è una affermazione che sorpassa le capacità di comprensione del bambino di sette anni. Prima di coglierne il senso, il suo cervello deve essere abbastanza sviluppato, le connessioni nervose sufficientemente moltiplicate, dal momento che si tratta di passare dal concetto fisso dell'assoluto, al concetto del relativo.

Capire che " più " si va svelto " meno " tempo si impiega, è anch'essa una nozione difficile da acquistare. Il bambino di sei anni sarà persuaso che, correndo di più, impiega più minuti per effettuare un percorso: la durata è giudicata in funzione della difficoltà incontrata nel compierlo. È interessante notare che questa intuizione soggettiva del tempo dura per tutta la vita. Provate ad assistere successivamente a due conferenze, una noiosa fino alla morte, l'altra piena di brio. Durano tutt'e due esattamente un'ora d'orologio; ma la prima vi avrà dato un'impressione di eternità, mentre la seconda vi sembrerà che sia durata dieci minuti. È secondo questo medesimo criterio soggettivo che il bambino giudica del tempo oggettivo. Un vaso pieno d'acqua è messo in comunicazione, attraverso un sifone, con un altro vuoto: il bambino dichiara che c'è voluto meno tempo al vaso pieno per vuotarsi a metà che non al vaso vuoto per riempirsi a metà, perché nel primo l'acqua discende mentre nel secondo deve salire. Tutti questi problemi non si risolvono che dopo gli otto anni. La loro soluzione corrisponde al risveglio del pensiero astratto. Finora il bambino giudicava solo ciò che vedeva, ora può stabilire delle relazioni tra parecchi oggetti e nozioni, paragonarle e opporle, operazioni che sorpassano palesemente il semplice apporto dei sensi.

I nove anni saranno segnati da una sensibile diminuzione dell'immaginazione, del sogno, della fantasia, della credulità. A dir il vero, tale regresso è iniziato a sei anni. Il bambino ha cessato di vivere in un mondo di fate.

Ora si appassiona per oggetti reali e avventure prossime alla verità. Ha un immenso interesse alle collezioni: tiene un po' di tutto: dalle custodie dei fiammiferi, dalle capsule delle bottiglie, fino ai francobolli, alle figurine storiche delle scatole di caramelle o degli involti della cioccolata. Ben Io sanno gli industriali che uniscono ai loro prodotti - già apprezzati per se stessi - una nuova attrattiva: la figurina.

Il senso sociale del bambino si svilupperà notevolmente quando comincerà ad andare a scuola. È un piccolo mondo per le diversità di origine e di carattere, di educazione e di intelligenza dei ragazzi che la frequentano. A scuola i bambini impareranno a giocare assieme, se non altro, per imitare i più grandi. A nove anni si divertiranno con i giochi in cui ci siano due gruppi rivali. A dieci anni cominciano i gruppi di ragazzi organizzati in bande, generalmente sotto l'autorità di un capo-banda: ci sono bande opposte tra le quali furti, battaglie, razzie, non sono casi eccezionali. In questi gruppi il bambino acquista il senso di una regola liberamente ammessa e non più imposta dagli adulti. Ne accetta spontaneamente gli articoli, vi si sottomette ed esige dai suoi compagni la medesima disciplina. Così prepara la sua entrata nella vita sociale.

D'altra parte tutte le ragioni sociali, invocate prima dei dieci anni per fargli acquistare padronanza di sé, non lo toccano minimamente. L'adulto cerca invano di mettergli vergogna facendogli pensare al " cosa dirà la gente? " o al giudizio altrui. Il mondo sociale rappresenta ancora così poche cose concrete per lui! Ne più lo preoccupano le sue responsabilità per l'avvenire. Il padre di famiglia ha una tendenza a ricordarle al suo bambino, di fronte a cattivi risultati scolastici: è come gettare l'acqua a un'oca! Cosa può rappresentare di concreto per un bambino dai sette ai nove anni l'osservazione di un pedagogo: " Signore, dovrebbe prendere più coscienza delle sue azioni! ". Le due parole importanti di questa frase sono totalmente incomprensibili a quell'età. Cosa possono significare per quel monelluccio il " prendere coscienza " e " le azioni "? C'è forse da meravigliarsi se il piccolo, così apostrofato, guardi con occhi trasognati? L'adulto dovrà ricordarsi, parlando a bambini di questa età, che molte parole del vocabolario - quelle che si riferiscono a idee astratte - non hanno ancora nessun significato per loro.

I motivi che suscitano le reazioni dei ragazzi e delle bambine sono diversi: desiderio di essere più grandi, di sorpassarsi (non di brillare, è un cattivo impulso), di rendere servizio, di essere utili, di essere in gamba. Dai dodici ai quattordici anni, il ragazzo, diventa virile, e si interessa con passione alle avventure. La vita gli appare sotto l'aspetto di un grande gioco: è l'epoca d'oro dello scoutismo.

Si apre alla scoperta della natura e del mondo e aderisce con simpatia all'attiva disciplina dello scoutismo, un felice connubio di spirito militare e di fantasia. Queste ultime osservazioni si riferiscono soprattutto ai maschi. Fino ai sei anni la differenza tra ragazzo e bambina è minima. Ma dopo questa età l'evoluzione della bambina prende vie sempre più divergenti. La bambina si trova allora alle prese con un conflitto affettivo di cui parleremo più avanti e che è risparmiato ai ragazzi: quello di sapersi bambine e di soffrire d'essere solo una bambina. Il conflitto, naturale per via del suo aspetto fisiologico, di cui la bambina prende coscienza, è molto intensificato e acutizzato dall'ambiente familiare e sociale. Mille e mille riflessioni dei genitori, come anche le usanze e gli atteggiamenti dei ragazzi che rifiutano di "giocare con le bambine " o di lasciar loro prendere la direzione del gioco, risveglieranno costantemente in lei il senso della sua particolare situazione " inferiore ". Questa crisi non sarà passeggera, ma coprirà tutta la sua vita, ormai, fino al matrimonio ed anche più in là.

Non si presenta tuttavia in forma drammatica come potrebbe far credere la parola " crisi " che usiamo; è piuttosto una " spina " che irrita e crea una sottile insoddisfazione. La reazione a una tale situazione sarà ben diversa da quella del ragazzo. Costui, per altri motivi, prova un vivo senso di inferiorità. Vi reagisce con un ripiegarsi imbronciato su se stesso, poi con una violenta rivendicazione di indipendenza. La bambina adotta una tattica diversa. Ricerca l'approvazione e la simpatia con mille moine, o si vendica con delle gelosie, degli scherzi, delle larvate indisciplinatezze, mascherate sotto candidi sguardi e un amabile sorriso. Le bambine conoscono meno la partecipazione a delle attività di gruppo.

Tra di loro niente " bande " simili a quelle dei ragazzi che giocano ai ladri, fanno delle monellerie, o organizzano una spedizione di guerra. La loro fisiologia non le porta ad una attività avventurosa. Altre ragioni spiegano ugualmente il loro atteggiamento: più soggette ai lavori di casa, hanno minori occasioni di incontrarsi; sono rari tra loro i temperamenti forti, capaci di raggruppare e dirigere le iniziative; i loro gusti le portano piuttosto verso gruppi ristretti di tre o quattro compagne con le quali si scambiano confidenzialmente piccoli segreti.

D'altra parte l'innata sensibilità, rende la bambina incline più del ragazzo a far piacere. Non che la spinga un grande amore per gli altri, ma la bambina ha più viva la preoccupazione di essere ben vista, e la sua natura di piccola donna le fa provare gusto nell'interessarsi dei più piccoli di lei. (È anche, per lei, un mezzo per rimediare al suo senso di inferiorità. In quei casi, la sua autorità e il suo prestigio non sono discussi). Se capita, la bambina si occupa maternamente dei piccini, li diverte, li protegge contro le brutalità dei grandi; si improvvisa maestra di scuola, dirige i loro giochi, impone loro una disciplina e castiga simbolicamente i loro sbagli. In mancanza di bambini più piccoli, agisce così con le sue bambole: le cura, le vezzeggia, le ammonisce, le corregge.

È interessante notare anche che la bambina è in sensibile vantaggio sui ragazzi dal punto di vista delle materie scolastiche che necessitano un maggior adattamento. Le regole di ortografia, sono osservate più da loro che non dai ragazzi. Si manifesta anche in questo campo il loro desiderio di piacere e la loro maggiore facilità di integrazione sociale.

Per il medesimo motivo, la bambina è più docile a scuola che non il ragazzo. Esteriormente è più disciplinata, pronta a ridere discretamente, di nascosto dalla maestra. Il ragazzo è generalmente sottomesso davanti a una autorità che teme, ma le sue ribellioni sono più aperte e più frequenti. La bambina si rivela, di solito, una migliore osservatrice del reale: nota i particolari e li sottolinea. Che differenza nel racconto di un medesimo incidente fatto da un ragazzo e da sua sorella! Il primo si preoccupa delle cause logiche o meccaniche, la seconda ricorda quello che colpisce i sensi e commuove il cuore.

Eccoci alle soglie della adolescenza. Quanto cammino percorso dall'infanzia ormai lontana! Partito dall'assoluta impotenza, l'essere umano è entrato progressivamente in possesso di tutti i suoi mezzi. Lungo e lento acquisto che ricorda e fa capire il duro sforzo che dovette fare l'umanità in decine di millenni per abbandonare l'animismo, capire la sua posizione nell'immenso universo, scoprire le forze naturali e rendersene padrona, arrivare alla vittoria difficile della ragione e della volontà sulle correnti passionali mai interamente dominate. Dio ha fatto tutta quanta l'umanità a immagine del bambino. Lentamente si svincola dal sensibile, arriva alla coscienza di sé, prende conoscenza dell'universo che lo circonda, lo conquista e si conquista. Lo stato presente dell'umanità fa pensare a una crisi della adolescenza con i suoi ostacoli e i suoi sussulti, i medesimi che il bambino incontrerà domani... Arrivato all'adolescenza - età di transizione tra l'infanzia e il mondo adulto - l'essere umano deve imparare ad amare, a conoscersi, e a dominarsi.

 

CAPITOLO II

IN CERCA D'AMORE

Le recenti scoperte sull'animo infantile, ce lo mostrano desideroso di essere amato e in lotta costante per assicurarsi l'esclusività di tale amore.

Questa vita affettiva, per iniziare in modo sensibile nel bambino, non aspetta, come si è creduto a lungo, l'età di due anni, ma comincia vigorosamente fin dal quarto mese.

Certamente c'è una differenza immensa tra la vita amorosa dell'infanzia e quella dell'adolescenza, della giovinezza e dell'età matura. Esaminandola così all'ingrosso, l'infanzia si distingue essenzialmente dagli altri periodi della vita per la sua imperiosa rivendicazione di amore e la sua capacità ridotta di amare. A partire dall'adolescenza, invece, l'essere umano - quello, almeno, che segue un'evoluzione normale e non si è fermato ad uno stadio inferiore - ha non soltanto bisogno di essere amato, ma anche di amare. Simile in ciò all'uomo, che, tutto occupato ieri ad arricchirsi, è diventato così opulento da poter dare. Le amicizie e gli amoretti della adolescenza, gli amori coniugali o sociali della giovinezza e dell'età matura mostrano con evidenza tale evoluzione.

 

Precocità del risveglio affettivo

I primi giorni e le prime settimane del bambino sono sotto l'insegna dell'egoismo più assoluto. Il bambino riferisce tutto a sé. Quando, nei mesi seguenti, si risveglia l'affetto verso la mamma, anche questo affetto è dapprima a base di interesse. In sua madre ama se stesso, il suo comodo, il suo agio, la soddisfazione delle sue necessità e dei suoi gusti. Si attacca a lei come dispensatrice di cibo, di pulizia, di benessere. Solo più tardi nasceranno in questo amore elementi più altruisti. La precocità del risveglio dell'affettività infantile è oggi nettamente dimostrata. Dopo la guerra del 1914-1918 molti orfani e figli di invalidi, vivevano in condizioni igieniche del tutto insufficienti. Uomini di buona volontà, commossi da questa situazione deplorevole, suscitarono opere private e pubbliche per creare orfanotrofi e case per bambini. All'inizio, tali istituzioni furono affidate a persone benevole. Poi, a poco a poco, per migliorare la situazione, vennero formate delle puericultrici di professione. Tale iniziativa avrebbe dovuto, a quanto si credeva, dare dei risultati più felici. Ma i fatti hanno deluso l'aspettativa. Al Congresso Internazionale di Igiene Mentale, tenuto a Londra nel 1950, le autorità scientifiche riconobbero ufficialmente i gravi inconvenienti di questo sistema. Se l'allevamento, negli orfanotrofi e nei nidi d'infanzia, dava buoni risultati sotto il punto di vista della salute, l'esame del carattere di questi ragazzi, di cui un buon numero aveva raggiunto l'età dell'adolescenza, rivelava una percentuale impressionante di spostati e di instabili. Apparve che la causa di tale situazione stava nell'assenza della mamma. I bambini cresciuti in questi asili erano affidati a diverse persone. Le puericultrici si danno il turno ogni otto ore, prendono, di tanto in tanto, delle vacanze, talvolta si ammalano, alcune si sposano, altre per ragioni personali cambiano casa. Nello spazio di due anni, neonati e bambini si vedono così affidati a quattro, cinque o sei persone diverse.

In molti casi, poi, il personale è costituito in gran parte da tirocinanti di scuole sociali e perciò il cambiamento di educatrici avviene più spesso ancora. Mentre il piccino educato nella famiglia fa progressivamente conoscenza col volto della mamma e la vede sempre fedelmente dedicata alla sua persona, il piccino di questi istituti fa esattamente l'esperienza inversa: quella della infedeltà di ogni amore. Affidato a una educatrice affezionata, il piccino per qualche settimana fa l'esperienza vissuta - fonte più che decisiva delle nostre conoscenze - della fedeltà dell'amore umano.

Un bel giorno, senza nessun preavviso, il viso a cui si è abituato scompare ed è sostituito da un altro. Se l'incidente si ripete tre o quattro volte nella prima infanzia ce n'è abbastanza, dato il carattere vissuto e particolarmente sensibile degli avvenimenti, perché il bambino si formi la convinzione dell'instabilità di ogni affetto umano.

Da parte sua, con un movimento inverso, il piccino aveva cominciato ad amare quel viso ormai caro. Ad un tratto questo movimento affettivo si trova interrotto per la partenza della sua benefattrice. Arriva un altro viso, estraneo dapprima, col quale si familiarizzerà di nuovo. Ahimè, anche questo scompare! Il piccino vede tutti i suoi slanci affettivi di breve durata. Se poi questo bambino passa in altri orfanotrofi o istituti del genere, dove subisce il medesimo regime di rotazione di personale, c'è forse da meravigliarsi se, giunto all'adolescenza e alla giovinezza, si rivela instabile nel suo affetto?

Di fronte a questi fatti, l'attenzione degli specialisti di igiene mentale è stata messa all'erta sulla opportunità di conservare, nel limite del possibile, il bambino di pochi anni nella sua famiglia. Val molto di più, hanno concluso questi grandi, " un seno infetto, che un poppatoio sterilizzato ". Proseguendo le loro ricerche, questi medesimi specialisti, riuniti nel Congresso Internazionale di Bruxelles nell'agosto 1952, deploravano il lavoro della mamma fuori di casa.

Hanno scoperto - la scienza più di una volta scopre in ritardo ciò che la intuizione ha già indovinato - che la lontananza quotidiana e per molte ore della mamma, è causa di turbamenti affettivi del bambino. Mettendosi dal punto di vista del beneficio mentale ed educativo del bambino, i congressisti bandirono una vigorosa campagna nell'opinione pubblica in favore della presenza della mamma nella casa. Affermarono che una organizzazione economica che, per insufficienza di salario materiale o di sicurezza sociale, obbliga una mamma con bambini piccoli a lavorare fuori di casa, è inumana e causa gravi rovine.

Queste costatazioni mettono bene in luce un fatto molto importante: il bambino nasce alla vita affettiva durante i primissimi mesi. Anche se manca una memoria propriamente detta, " bisogna ammettere una specie di memoria affettiva, non di ciascuno di questi momenti mutevoli, ma della loro dominante, felice o triste nel corso dei primi mesi dell'esistenza sulla terra ". Il tono ne è dato dalla salute fisica del piccino, ma anche dal suo accordo o dai suoi urti con l'ambiente e specialmente coi personaggi che lo circondano.

Il regime affettivo in cui è immerso, la sua tenerezza o il suo rigore ha un visibile influsso sulla sua salute e sulla sua crescita. È vero che c'è in lui la spinta vitale, ma anche questa ha bisogno di una corrispondenza nell'accoglienza del mondo circostante che spinge o scoraggia, favorisce o intimidisce il " gusto di vivere " del piccolo. Anche se non capisce il senso delle parole di cui sente il suono, percepisce ben presto il tono particolare di una voce, riconosce quella di sua mamma e di suo padre. Sensibile al tono carezzevole o di rimprovero, freddo o caloroso, delle frasi di cui gli sfugge il senso intellettuale, ne indovina la intonazione, la modalità consenziente, minacciosa, indifferente " (Barbey).

 

Cause delle crisi affettive

1. - Divezzamento. - Anche il divezzamento presenta delle incidenze affettive. Se avviene troppo bruscamente e brutalmente, può creare, nel bambino di fragile eredità mentale, impressioni di delusione e di mancanza di sicurezza, dannose al suo equilibrio mentale affettivo. Non sempre il divezzamento può avvenire secondo un piano prestabilito. Una malattia della mamma che allatta può obbligarla da un giorno all'altro a cambiare il modo d'alimentazione. È desiderabile una transizione abilmente dosata tra un regime puramente liquido e un regime più solido. Alternare la poppata con un pasto a cucchiaio, sembra la migliore soluzione. Certi bambini, tra i più sensibili, rifiutano per molti mesi ogni alimento solido o manifestano per questi viva ripugnanza, accompagnata da umore difficile, perché sottomessi ad un brusco cambiamento di alimentazione...

Tale reazione è psicologicamente spiegabile. Il bambino era abituato al suo regime latteo. Finora la persona incaricata dei suoi pasti l'aveva osservato ed era intervenuto, tra le due parti, una specie di tacito accordo. Improvvisamente, l'altra parte sembra rompere il patto. Pazienza per una spremuta di arancio, ma la passata di patate! Il bambino può credere a un cattivo scherzo, a un mancare di parola. Se poi la mamma ha agito bruscamente, il bambino, soprattutto se è gracile, può averne diffidenza, delusione, anche una segreta ostilità.

 

2. - Malattia. - Una malattia un po' seria è generalmente accompagnata, e lo si capisce facilmente, da uno choc affettivo. Se il bambino soffre, è intaccata non solo la sua vitalità fisica, ma anche il suo ottimismo e la sua gioia di vivere. È costretto ad inghiottire medicine amare, subire cure dolorose, talora allontanarsi dalla mamma. I bambini sensibili possono ricavarne disillusioni, dispetto, rancore e diffidenza riguardo agli adulti. Di solito, un bambino, costantemente e dolorosamente ammalato, non riceve da questa esperienza una filosofia entusiasta della vita.

La malattia è dannosa anche per un'altra ragione. Durante tutto il suo corso e anche in seguito, induce i genitori a viziare il bambino, a circondarlo di cure più frequenti e più minuziose. L'egoismo infantile e la tendenza a restringere intorno a sé tutto l'universo non ne escono certo attenuati. Il periodo della convalescenza si rivela sempre delicato. Circondato di maggior cura durante la malattia, il bambino desidera prolungare più del ragionevole questo stato di privilegio e pretende che gli adulti continuino a soddisfare tutti i suoi capricci. Compito ben difficile quello di riprendere in mano l'educazione del bambino, e di non fare nessuna concessione ai suoi ricatti! Queste riflessioni che valgono già per il piccino dei primi anni, costituiscono una prova di più che ogni modo di fare ha nella psiche ripercussioni infantili non percepibili.

 

3. - Nascita di un fratello minore. – La nascita di un fratello minore è un altro avvenimento capace di provocare una grave scossa affettiva nel bambino. Più il bambino è piccolo (prima dei sette anni) e più questa comparsa rischia di suscitare problemi. Il bambino era abituato ad un certo sistema nella sua famiglia e a un certo tipo di relazione coi suoi genitori. L'intrusione di un nuovo venuto nella casa, turba queste posizioni acquisite e fa riprendere tutto da capo. Immaginiamo che un piccino di due anni, triste e sconsolato, faccia le sue confidenze. Ecco, senza dubbio, ciò che ci direbbe: " Sono un bambino grande, ho ventiquattro mesi, il primogenito della mia giovane mamma. Ah! se aveste visto quando sono nato, la mamma era al colmo della gioia! Pensate, voleva un bambino, sperava un maschio e... sono venuto io a soddisfare le sue speranze!

" Inutile dirvi che sono stato vezzeggiato, mai niente mi è stato negato. Centro della famiglia, verso di me convergevano tutte le attenzioni, tutte le cure, tutte le carezze della mamma. E voi non immaginate quanto siano dolci le carezze della mamma! E poi ne ho avute tante, ma tante, più che di latte e di pappine! Quando mi svegliavo era ancora la mamma che sorrideva, china sulla mia culla. Mi diceva delle parole incomprensibili, ma così dolci; mi copriva di baci così teneri, che mi sembrava di essere nel paradiso terrestre.

" Prendete un po' quell'album là, sullo scaffale. Vedrete che la mamma vi notava tutti i piccoli avvenimenti che mi riguardavano: i singhiozzi dei primi giorni, il peso, la statura, il primo sorriso, i primi denti... perfino i mali di pancia.

" Ma, dopo che è arrivata quella là, tutto è cambiato. Che bisogno c'era che venisse lei?

" Un bel mattino la mamma è sparita e la nonna si è occupata di me. Voglio molto bene alla nonna, sapete, ma non è la stessa cosa, non è la " mia " mamma! Era la prima volta che la mamma mi lasciava e, nonostante le carezze della nonna, io ero molto triste.

" Poi la mamma è tornata, ma non era sola: c'era anche una sorellina. E da allora, cari miei, è lei la regina, è lei che accaparra la mamma e riceve la parte migliore delle sue cure e dei suoi baci. La mamma se ne sta molte ore presso la sua culla, la tiene a lungo in braccio e le fa delle carezze che sarebbero mie! Non è forse vero che la mamma preferisce la mia sorellina? Non è bello così, non mi piace, sono infelice! ".

Nulla di strano che il più grande reagisca con viva gelosia, verso il piccolo che viene a rubargli, a suo parere senza nessun diritto, la esclusività dell'amore materno. Se la mamma è poco abile, tutta assorbita dalla gioia del suo nuovo bambino - tanto più se è un maschio che nasce dopo una bambina - se tratta un po' duramente il più grandicello che gioca: "Tirati via, sei sempre tra i piedi! ", o che vuole un bacio: " Ma vedi che non ho tempo; sto lavando il piccino! ", il senso della gelosia non farà che ingrandire. Le manifestazioni sono diverse e le mamme devono saperle capire.

Anna (cinque anni) è stata informata che le è nato un fratellino e la nonna la conduce in clinica per trovare la mamma e farle conoscere il neonato. Tutti si aspettano che faccia festa a Vincenzo e lo guardi con meraviglia. Invece Anna entra in camera e, senza neppur uno sguardo alla culla, si toglie le scarpe e va a mettersi in letto vicino alla mamma. Il suo gesto ha un significato ben chiaro: " La mamma è mia ".

La gelosia fra fratelli e sorelle è molto frequente. Quante volte bambini, che, soli con la mamma, sono tranquilli, diventano insopportabili quando ci sono fratelli o sorelle. Bisticciano continuamente e non solo per disputarsi una cosa: se state attente e osservate bene il loro comportamento, costaterete alla base delle loro dispute una segreta rivalità, provocata da una gelosia di cui la mamma è l'oggetto.

Il gioco traduce ingenuamente tale gelosia (vedremo più avanti l'estrema importanza del gioco nella vita del bambino). Bambini gelosi accetteranno con entusiasmo dei giochi in cui il rivale è allontanato per un certo tempo dalla mamma. Nicoletta ha un carattere un po' difficile. Luca, suo fratello maggiore, è più conciliante, ma geloso di Nicoletta. La bimba tormenta uno zio che la minaccia di portarla per gioco " in prigione ", in una stanza lontana. Luca è entusiasta dell'idea, e la sollecita spesso. Piccoli cenni, ma ricchi di significato per chi li sa interpretare.

La rivendicazione dell'amore materno, di cui il bambino si crede privato e che d'altra parte stima concesso con troppa larghezza ad un fratellino, potrà prendere delle forme indirette il cui enunciato meraviglierà un po' le nostre lettrici. Vorremmo però assicurarle che non affermiamo nulla di cui non abbiamo certezza. Molte inappetenze, molte enuresi notturne (Si chiama così il fenomeno per cui i bambini " bagnano il letto " di notte. Nel corso di questo libro sarà chiamato anche " incontinenza notturna "), dopo i tre o quattro anni, non hanno altra causa.

Ecco come psicologicamente si presentano le cose. Non si tratta, ben inteso, di ragionamenti deliberati, riflessi, debitamente maturati come quelli che abbiamo fatto noi poco prima, ma bensì di ragionamenti intuitivi, vissuti, istintivi, che spingono l'individuo a sua insaputa. " La mamma si occupa sempre del mio fratellino (o della mia sorellina). A me non pensa più. Era così bello, prima, essere l'oggetto della sua tenerezza! Come era dolce stare nelle sue braccia, ricevere le sue carezze e i suoi baci! Ah! se fossi ancora piccolino! La mamma mi userebbe maggiori attenzioni! " L'incosciente ha afferrato questo ragionamento, e il bambino ormai da a vedere una mancanza di appetito, mangia male, resta a lungo a letto. La mamma se ne accorge, si inquieta, si preoccupa del suo maggiore. Si ingegna a farlo mangiare: suppliche, minacce, esortazioni, promesse... Tutto l'arsenale dei mezzi di persuasione è mobilitato. Stanca di insistere arriverà fino ad imboccarlo. Medesimi sono gli atteggiamenti fondamentali riguardo alla pulizia: l'incidente diventa il tema di conversazione di ogni sera e di ogni mattina, non solo tra la mamma e l'interessato, ma anche da parte degli altri fratelli e sorelle. Chi scrive è stato più volte accolto in casa di amici con informazioni infantili di questo genere: " Maggy ha fatto ancora pipì in letto! ". Inappetenza e enuresi, diventano così avvenimenti importanti. L'eroe ha concentrato su di sé l'attenzione familiare, e soprattutto materna. La mamma è caduta in pieno nel tranello che le tendeva abilmente l'incosciente del bambino.

Quale è la prova che tali incidenti nascono proprio da questa rivendicazione affettiva? Basterà, generalmente, allontanarlo da casa o cambiare l'atteggiamento della mamma a suo riguardo; ora più attenta a dissimulare il suo affetto per il più piccolo e a mostrarlo di più al grande, perché il quadro cambi. Il bambino trasportato in un'altra famiglia o in una casa per bambini, assorbito nella sua attenzione del nuovo ambiente in cui si trova, trascinato dall'esempio degli altri, non farà alcuna difficoltà per mangiare, si controllerà anche di notte, e tutto ciò spesso senza transizione. Ordinariamente non c'è da ricorrere a polveri o iniezioni per guarire queste malattie: non dipendono dal fisico, ma da una causa esclusivamente psicologica. Sono da adottare, perciò, rimedi di questo genere.

Di solito è abbastanza facile mettere in luce queste ragioni psichiche quando può essere determinata la data di inizio dell'atteggiamento incriminato. Sarà forse dopo la nascita di un fratellino, o il giorno in cui la mamma ha fatto l'elogio del più piccolo con le sue amiche davanti all'altro. Quella medesima sera o il giorno dopo si è manifestata la mancanza di appetito, o l'enuresi notturna.

Molti atteggiamenti infantili sono così causati da incidenti gravi o anche leggeri. Questi ultimi possono restare sconosciuti agli adulti; una storia spaventosa, una osservazione del compagno di gioco, bastano talvolta a suscitare tali riflessi. Tutto ciò prova sufficientemente la sensibilità e l'importanza dell'affettività infantile. Di qui la necessità di non fermarci alla semplice osservazione dei fatti e delle loro ovvie ragioni. Questi incidenti debbono essere considerati come sintomi " di un conflitto affettivo, e bisogna analizzarli in profondità per influenzare le vere cause...

La mamma può comportarsi in modo che il bambino non rivendichi l'esclusività dell'amore materno e può prevenire la gelosia? Di solito, sì. Perciò eviterà dapprima, quando il bambino è ancora unico, di manifestargli una tenerezza eccessiva. Subito dai primi sintomi di una nuova nascita, ne avvertirà il futuro fratello maggiore. Metterà in lui il desiderio di avere un fratellino o una sorellina e gli dirà, in principio, che il piccino sarà molto fragile e avrà bisogno di molte cure mentre invece lui comincia a diventare grande e sa già fare una quantità di cose da solo. Anzi gli dirà che conta molto sul suo bambino maggiore e che si occuperà lui pure del piccolino. Quando poi il neonato sarà giunto, la mamma darà a ciascuno la sua parte di giusta tenerezza. Eviterà di usarne troppa per il poppante in presenza del più grande e ricorrerà a questo per mille piccoli servizi - chiesti con molto garbo e ripagati con un bel grazie! - inerenti alla pulizia e ai vestiti del fratellino. Curando il più piccolo non sgriderà il più grande: il diverso atteggiamento sarebbe troppo sensibile. Ripeterà spesso che ormai è grande e ha molto meno bisogno dell’aiuto della mamma.

Una simile politica ha molte probabilità di preservare i bambini dalla gelosia e di aiutarli a compiere pacificamente questo primo superamento di sé, che inizia il lungo cammino verso l'amore per gli altri: accettare la divisione dell'amore materno. La mamma cercherà anche di non dar sempre ragione al più piccolo... soprattutto quando ha torto... Certo è un saggio principio che i più grandi, appunto perché tali, debbono saper essere accondiscendenti e cedere talora ai più giovani. Insegnare a tenere in considerazione la debolezza, è un elemento dell'educazione della persona per bene. Tuttavia è un errore dare sistematicamente ragione al più piccolo e torto al più grande, senza voler ascoltare neppure i termini della contesa.

Errore pedagogico, in cui cadono troppe mamme e troppi papà. Non è né il minore né il maggiore dei bambini, perché tali, che devono trionfare, ma solo chi è nel giusto e nel vero. Se dunque, il più piccolo, accaparrandosi tutti i giocattoli impedisce ai grandi di giocare seriamente tra di loro, la mamma non deve imporre loro di accogliere il più giovane, ma procurerà al più piccolo una occupazione che gli sia adatta.

Parimenti, per evitare gelosie inopportune e non aggravare il complesso di inferiorità in una bambina, la mamma starà attenta ad evitare ogni parzialità a favore dei maschi.

Purtroppo vi è incline! È vero, che in compenso il papà è portato a favorire le figliuole! Ma ogni preferenza manifesta è illegittima. E quando le bambine diventeranno grandi, le mamme non facciano fare loro dei servizi per i maschi! Che la mamma chieda alla adolescente (verso i 13 anni) dei servizi domestici è accettabile. Ma i ragazzi non debbono essere trattati come pascià e le bambine come delle cenerentole!

 

4. - Disgrazie fisiche. - Attenzione ai bambini disgraziati intellettualmente o nel carattere! Certuni hanno il temperamento meno duttile, meno docile e blando, altri sono disperatamente lenti e impacciati. Alcuni sono freddi e chiusi, altri non si prestano per nulla alle carezze materne... In ogni caso, papà e mamma non tengano due diversi atteggiamenti. Tutti i bambini devono sentirsi amati, qualunque sia il loro tipo, più o meno simpatico, di carattere. Un altro modo di fare potrebbe dar adito a veri drammi inizialmente neppur supposti. Il bambino allontanato o solo trascurato, vede sorgere, nel suo incosciente, sentimenti antisociali di vari aspetti, scoraggiamento, ostilità, mentalità rivoluzionaria, che un giorno potranno manifestarsi in modo violento: fuga, latrocinio, insubordinazione, nevrastenia.

È bene che la mamma si renda conto chiaramente che l'arrivo, sia pur desiderabile, di piccoli nuovi ospiti nel nido farà sorgere facilmente nel bimbo maggiore o negli altri fratellini dei conflitti affettivi. La ragione è chiara. Il grande tesoro del bambino è l'amore della mamma e si sente minacciato d'esserne privato. Bisogna dimostrargli con azioni che è un timore vano. Un cuore di mamma ha risorse di amori sufficienti per poterlo dividere tra molti figliuoli.

 

5. - Gelosia verso il padre. - II bambino non è ancora arrivato alla fine delle sue prove affettive. Verso i quattro anni, talora prima, talora dopo, fa una scoperta che lo turba una volta di più: la mamma ama il papà. Ecco un nuovo rivale! Questa costatazione crea in lui un intimo conflitto di tipo diverso dal precedente. Quando si trattava di gelosia verso un fratello o una sorella, era un sentimento che penetrava in un'anima vergine da ogni affetto anteriore, verso la persona oggetto di gelosia. Non è più così ora. Se il papà ha svolto bene il suo compito nell'educazione del bambino nei suoi primi anni, avrà suscitato in lui sentimenti di affetto e di ammirazione.

Vi sono dei padri di famiglia che si tengono molto distanti dai loro figli e diventano per loro quasi degli estranei. E il caso di uomini troppo assorbiti dalle loro occupazioni: uomini politici, industriali, ufficiali, coloniali, marinai... I loro obblighi professionali li tengono molto spesso lontani dalla casa. Alcuni stanno assenti tutta la settimana e non ritornano che per il " week-end ". Rari tuttavia sono i padri di famiglia che non hanno mai contatti coi loro bambini di pochi anni. Capita anche ai più occupati, di prendere il piccino tra le braccia, di sorridergli sopra la culla, di giocare un momento con lui, raccontargli una storia, essere presente ai pasti. Così il volto del papà, diventa familiare. Infallibilmente il piccino riesce così a distinguere il papà dagli altri uomini. A lui deve una parte dei suoi momenti di gioia, e gran parte della sua sicurezza: piccolo e senza difesa, il bambino ama trovare al fianco un essere forte che lo protegge. Il papà come la mamma è per lui un essere onnisciente. Perciò, fin d'ai primo risveglio della sua intelligenza, il bambino non manca di chiedergli qualche cosa. Da allora nell'anima infantile comincia a svilupparsi l’affetto, la confidenza, e l'ammirazione per il papà.

Tale è lo stato d'animo del bambino, quando un bel giorno scopre l'amore che la mamma porta al papà. L'amico e protettore diventa così un rivale. Un sentimento nuovo, fonte di sorda inquietudine, combattuto ma tenace, nasce in lui: la gelosia.

Daniele ha tre anni e mezzo. Il suo temperamento è violento e collerico. Quando si vede rifiutare un oggetto desiderato, si arrabbia, pesta i piedi e si rotola per terra. Ieri sera ha fatto una scena caratteristica che tradisce il conflitto di cui parliamo. Si avrebbe torto pensando a un semplice capriccio o a una ubbia infantile. Quella sera Daniele ha voluto assolutamente andare a letto da solo con la mamma. " No, il papà no ". " Ci vengo io ". La mamma cercò di convincerlo. " Ma il papà deve dormire con la mamma ". E lui ripeteva : " No, il papà no ". Ci sono volute tutte le fatiche del mondo per calmarlo. In fine solo sotto la doccia capì la ragione. Molte volte ragazzi e bambine dicono alla loro mamma: " Più tardi mi sposerò con te ". Molte mamme sorridono a questa candida affermazione, e interiormente sono felici dell'affetto che essa rivela. Certune hanno la curiosità di arrischiare una domanda: " E il papà, allora? ". " Oh, il papà non ci sarà più! ". Certe risposte sono ancora più categoriche: " Il papà sarà morto! ". Non devono interpretare queste affermazioni (come fanno certe teorie a tinte forti), vedendovi il desiderio di uccidere il padre. È molto pericoloso usare parole troppe precise e drammatiche per tradurre dei sentimenti infantili. Il bambino, generalmente, ignora il senso esatto della parola " morte ". Per lui è sinonimo di " cessazione di presenza " e niente altro.

Tali atteggiamenti e propositi infantili, sono rilevatori del conflitto intimo in cui essi si dibattono. Amano e ammirano il papà, ma sono gelosi di lui, che è lo sposo della mamma. Sembra che una crisi di questo genere sia pressoché inevitabile in ogni famiglia normale. D'altra parte, la sua intensità può variare, secondo i temperamenti infantili. Spesso si risolve da sola a poco a poco: con l'età, gli interessi del bambino si evolvono verso la vita esteriore e l'azione. Accenneremo più sotto alla grandissima importanza del gioco nella soluzione dei complessi affettivi infantili, non soltanto perché sviano l'attenzione del bambino, ma anche per la loro azione molto più diretta e intima. Un modo frequente, nella soluzione di tale conflitto, consiste, per il fanciullo, nell'adottare il modo di comportarsi, nell'imitazione del papà. " Io faccio il papà ", " Io sono un minatore, sono dottore " (come il papà).

Questa identificazione con la personalità paterna, irreale ma simulata, e perciò sentita e provata, mitiga in parte l'acuto dramma interiore. Se in quel momento il papà non si formalizza con lui; se, dal canto suo, la mamma gli riafferma il suo affetto e gli ricorda che anche il papà lo ama molto, c'è una grande probabilità che la gelosia si spenga a poco a poco e che il bambino veda svanire le sue difficoltà: si compirà così un nuovo passo verso una augurabile evoluzione del sentimento e un'apertura più larga verso gli altri.

Il conflitto di cui abbiamo parlato, riveste un aspetto un po' differente nelle bambine, la cui situazione non è del tutto simile alla precedente. Certo, il primo tesoro anche per loro è la mamma, dalla quale hanno ricevuto e continuano a ricevere ancora adesso le cure migliori. Un elemento particolare viene ad attutire la loro inclinazione gelosa: e la discreta preferenza che il papà sente abitualmente per la bambina. Guidata dagli stessi motivi che inducono il ragazzo ad amare il papà, la bambina vi aggiunge la segreta affinità complementare esistente tra due sessi che in seno alla famiglia crea, oltre alla coppia principale, marito-moglie, anche le coppie secondarie madre-figlio, padre-figlia. Il fatto della " complementarietà " generale, quanto al carattere e all'affetto che esiste tra i sessi, le fa accettare, almeno un po' più facilmente che la mamma ami il papà. Sopporterà invece con minor facilità che il papà, di cui tendi, ad accaparrarsi l'amore esclusivo, ami la mamma. Questo elemento interviene quasi sempre. Ma anche qui il conflitto è meno vivo. perché la bambina, cosciente delle cure ricevute dalla mamma, le è attaccata, molto di più che al papà e gode nel vederla amata da lui. Per queste ragioni, il dramma della gelosia è quasi sempre meno acuto nella bambina e perciò si risolve più facilmente.

Non è raro, tuttavia, che il conflitto madre-figlia ritorni più tardi, con una certa intensità, quando nel ragazzo è già spento. L'elemento di " complementarietà " e di attrattiva tra padre e figlia sarà più forte nell'adolescenza. D'altra parte le possibilità di conflitto tra madre e figlia saranno più numerose a quell'età: la mamma richiede più spesso alla figlia dei servizi noiosi per la casa, in certi casi manifesta quasi una segreta invidia dello splendore della sua giovinezza che va crescendo di fronte alla sua maturità che continua implacabile. Si tratta soltanto di elementi di opposizione tra madre e figlia che, quando esistono, agiscono di solito sull'incosciente. Molto raramente si rivelano all’esterno. La bambina risolverà anch'essa i latenti conflitti di gelosia identificandosi nel gioco con la mamma. Gli atteggiamenti comprensibili dei genitori esercitano del pari un benefico influsso.

 

6. - Ambiente scolastico. - Un'ultima grande scossa affettiva attende il bambino: la scuola. Il bambino lascia il calore del nido per penetrare nell'ambiente sociale più impassibile, specialmente quando maestri sono uomini, come avviene di solito in Europa per i ragazzi. Così passa da un clima essenzialmente personalistico - era chiamato Franco, Daniele, o con diminutivi ancora più affettuosi: Dani, Piero - a un clima più sociale dove verrà chiamato solo col cognome: Rossi, Castelli. In casa ci si rivolgeva sempre singolarmente a degli individui, a scuola sono gli " scolari, la " classe " che vengono interpellati. Ordini o proibizioni diventano generali: la campana suona per tutti, tutti mettono le braccia conserte, e tutti camminano in fila.

Al regime iperindividualizzato della famiglia succede il regime " socializzato " della scuola. Anni fa la crisi dell'inizio della scuola era più acuta e lo smarrimento più grande. Oggi la maggior parte delle scuole hanno locali accoglienti e gai, e un insegnamento adatto ai giovani intelletti. Certi metodi sono tuttora molto individualizzati. Il giardino d'infanzia " col suo clima di giochi, di canti, di storie, di piccoli lavori manuali, imita meglio l’atmosfera familiare, anzi, sotto certi punti di vista, ne presenta una migliore: l'interesse intellettuale, per esempio. La crisi dell'uscita dal nido e dell'entrata nell'universo scolastico è così sensibilmente raddolcita. Raddolcita, ma non soppressa del tutto. Vi sono delle nature che continuano a sentirla intensamente nei primi giorni. La privazione, anche per poche ore, della presenza, della tenerezza e della protezione materna, può essere sentita vivamente. E lo sarà tanto più quanto il ragazzo, per un motivo qualunque - andatura zoppicante, labbro leporino, capelli rossi, - sarà oggetto dello scherno dei compagni, qualche volta innocentemente crudeli. Tale situazione provoca, secondo i casi, timore, scoraggiamento, spirito di opposizione e di rivincita, attaccamento morboso alla mamma, - il bambino ha l'aria di una bambina - oppure suscita e accentua la sua ribellione contro il genere umano. Le reazioni sono diverse anche in rapporto all'insegnamento scolastico che appassiona o annoia il ragazzo, secondo se vi trova facilità o meno, successo o insuccesso. Più tardi parleremo di altri influssi che l'inizio della scuola ha sul carattere del bambino.

Dal punto di vista affettivo, la scuola porta, nella maggioranza dei casi, l'attenuarsi dei conflitti di gelosia familiare di cui abbiamo parlato. Attenuazione dovuta al fatto dell'allargamento dei centri di interesse del bambino. La scuola comporta anche un inizio di socializzazione dell'affetto. Il bambino scopre, accanto al mondo familiare, l'esistenza di un altro mondo, il mondo scolastico. Lì, fa esperienza che il mondo è più vasto di quanto credesse; lì, inizia dei contatti sociali e abbozza qualche amicizia. Siamo ben lontani certamente dalle amicizie dell'adolescenza e dagli amori giovanili; non importa, sono tuttavia i primi rudimenti della vita in comune. Poco dopo la sua prima comparsa alla scuola, ma senza dubbio sotto il suo influsso socievole e per l'effetto di una lenta maturazione affettiva, il bambino comincia a giocare con gli altri: non più come prima, restando isolato in seno a un gruppo, ma svolgendovi un compito particolare. Non tutto procede liscio, certamente, e prima di accettare le regole del gioco, spesso è contento di perdere, e tenta qualche trucco per il desiderio di vincere. A poco a poco tuttavia vi si abitua e, salvo casi particolari, finisce coll'esigere che tutti osservino come lui le regole del gioco.

Un motivo frequente di litigi tra i bambini è che qualcuno " non gioca sul serio ". Questa evoluzione, in senso sociale, dei suoi interessi affettivi, arriva, durante e soprattutto in fine della terza infanzia, a portarlo ad amare sempre più la " banda ", il " clan ", il gioco di " gruppo ". Ieri giocava da solo, domani il desiderio di avere dei compagni di gioco lo porterà al desiderio di evadere dall'ambiente familiare troppo stretto e troppo poco numeroso. L'amore per il gioco lo spinge così a sviluppare il suo istinto sociale, a entrare in contatto con un mondo via via più vasto.

Eccetto casi particolari - malattie gravi o ripetute, aperti malintesi tra genitori, insuccessi scolastici collegati a scene disgustose in famiglia, cattivi esempi sociali - gli anni dell'infanzia dai sei ai dodici dovrebbero essere esenti da crisi affettive importanti. È proprio "l'età felice"! La vita è un grande gioco. La terza infanzia è l'epoca dell'esistenza che conta la minima percentuale di moralità. Si è anche costatato la presenza di atteggiamenti di un certo raffreddamento nell'affetto familiare, dovuto al crescente interesse del bambino per la vita sociale. Il bambino soprattutto, ed anche la bambina, ricevono con minor slancio e non cercano quasi più di dare manifestazioni di affetto. Sembra che basti loro la certezza di essere amati e che non abbiano più bisogno delle manifestazioni di tale amore. Verrà l'adolescenza a svegliare - e Dio sa con quale ardore - tutto un ribollimento affettivo. Ma questo è un tema che abbiamo trattato altrove (La psicologia degli adolescenti spiegata alle mamme, e La psicologia delle adolescenti spiegata alle mamme. Edizioni Paoline, Milano).

 

CAPITOLO III

ALLA CONQUISTA DELL'INDIPENDENZA

Di pari passo con la crescita si nota un'altra evoluzione nel bambino: la ricerca dell'indipendenza, ricerca che incontra molti ostacoli interni ed esterni. Interni: senso di inferiorità, bisogno di sicurezza. Esterni: atteggiamento dei genitori, della mamma in particolare, che non vogliono abdicare.

La formazione di un essere umano si può considerare un lungo distacco, una lenta, ma sicura emancipazione del bambino prima dalla madre, e poi dall'ambiente familiare. La maternità comincia ufficialmente con il parto, che segna la fine della vita fisica in comune e l'inizio della vita indipendente del bambino. Lo svezzamento è la seconda tappa di tale emancipazione; i primi passi, la terza. L'andare a scuola è uno strappo alla vita limitata alla sola casa, pur rimanendo questa il principale centro di attrazione. Verrà un tempo in cui il desiderio del gioco in gruppo (gioco del calcio, campeggi dei " lupetti ", escursioni nei boschi...), trascinerà il bambino, talora anche la bimba fuori di casa. Una nuova tappa è segnata dall'adolescenza. Questa volta sarà la personalità psichica che tenderà a raggiungere la completa indipendenza: allora il desiderio di entrare nel gran mondo circostante, l'interesse alla vita sociale, il chiudersi di fronte ai genitori, la tendenza del cuore verso l'altro sesso, saranno i nuovi richiami. La giovinezza consacrerà più definitivamente l'evasione dall'ambiente familiare, con la ricerca di una sistemazione e di una famiglia propria. Un giorno la creazione di un nuovo focolare segnerà la partenza decisiva verso la vita personale.

Perché negarlo? questa evoluzione dei bambini verso la libertà è dura per il cuore della mamma. Le donne, tranne le molto anziane - seppure quelle! - provano una gioia particolare e molto intima a maneggiare un bambino. Sentire che un essere ha bisogno di loro, che esse gli sono necessarie e indispensabili, è una impressione che da un senso alla vita. Mai senza intensa emozione una mamma contempla i primi passi del suo bambino. L’età dai quattro anni ai sei anni è l'età meravigliosa per eccellenza. Quante volte le mamme ci hanno detto: " Si vorrebbe tenerli sempre così! ". Desiderio irrealizzabile! La vita continua ineluttabilmente. La scuola fa fare alla mamma un passo avanti nella vita del distacco. Ormai non sarà più sola a far progredire il bambino. Dopo l'allontanamento del corpo coi primi passi, dopo quello della niente con la scuola, ecco quello del cuore nell'adolescenza e quello definitivo della personalità nella giovinezza e nel matrimonio. Davvero che la maternità è un lento, progressivo, ma infallibile distacco. Non sarà mai totale, ma andrà sempre aumentando.

Non è comprensibile allora che molte mamme, obbedendo ai loro sentimenti spontanei, frenino più o meno coscientemente lo sforzo del bambino verso la liberazione? Un segno: che dramma intimo per una mamma sacrificare i bei ricci del suo bambino! Tale tendenza della mamma a frenare questa evoluzione si nota a tutte le epoche dell'infanzia. Dovranno passare molti mesi, prima che ella accetti pienamente l'adolescenza dei figli e modifichi di conseguenza i suoi modi di fare.

La mamma di una famiglia numerosa ammette più facilmente questa evoluzione, eccetto che per il più piccolo, ultimo oggetto del suo amore. Sovraccarica di lavoro, è contenta di liberarsi di parte di esso, affidandone un po' ai più grandi. La mamma di un figlio unico è di solito più accaparratrice e sente infinitamente maggior pena nell'accettare l'inevitabile.

Ciò non toglie che il bambino, spinto dal suo fondamentale dinamismo vitale, abbia delle aspirazioni opposte: non cerca altro che di affermare la sua personalità e di emanciparsi. Questa tendenza aumenta man mano che cresce e che si sente più sicuro di sé. All'inizio, tale aspirazione è di molto attenuata dal senso di inferiorità e dal suo bisogno di sicurezza. Verso i cinque o sette anni, il timore di un pericolo o di una solitudine vince il suo desiderio di indipendenza. Una sanzione capace di trattenere un bambino dal disobbedire è appunto la minaccia di una solitudine sia fisica (cantina, oscurità) che morale (collegio). Quanti bambini di tre o cinque anni si rifugiano immediatamente vicino al papà o alla mamma, in presenza di un estraneo! I più turbolenti, invece, rimangono per un po' tranquilli e silenziosi. Poi quando non c'è più nessun pericolo all'orizzonte, eccoli di nuovo dei diavoli.

 

Primi tentativi

Il piccino di pochi mesi ha già una volontà che manifesta in forme di testardaggine. Sa già mostrare ciò che vuole e sa volerlo fortemente. Anche a presentargli altri oggetti, che a noi sembrano più interessanti, non desiste, ma si ostina nei suoi desideri. Solo uno sguardo severo o un colpetto sulla mano possono deciderlo a cambiare parere. Ma anche questi metodi non sono sempre infallibili e qualche volta il piccolo ostinato non cede così presto. Non si può dire che questa sia già ricerca vera e cosciente di indipendenza, ma ne è la radice. Qualche mese più tardi il carattere del bambino incomincia ad affermarsi. Più d'una volta tende l'indice deciso e imperioso verso l'oggetto desiderato. Un balbettio di parole incomprensibili commenta il gesto, ma l'intenzione è chiarissima. Manca al piccino la prima arma veramente efficace dell'indipendenza: la capacità di camminare. Appena la possiede, se ne vale per fare sempre di testa sua. Non pretende ancora di manifestare la propria indipendenza, ma solo di conoscere il mondo che lo circonda e di farvi le sue scoperte e le sue esperienze.

Tuttavia, questo stato d'animo lo spinge talvolta a non far caso a minacce o proibizioni della mamma. Allora prende un evidente piacere a fare i capricci, per cercare di manifestare e affermare la sua personalità di fronte a quella della mamma. L'uccellino sta provando le ali.

 

La crisi di emancipazione a due anni e mezzo

Man mano che il bambino impara a muoversi con facilità, si affermano in lui le velleità di indipendenza. È così chiaro questo fatto, che studiando comparativamente lo sviluppo di numerosi bambini, gli psicologi sono arrivati a segnalare una crisi nettissima di insubordinazione verso i due anni e mezzo o i tre anni. Tutti i bambini, si può dire, la subiscono.

Le ragioni psicologiche non sono difficili a capirsi. A due anni e mezzo il bambino ha acquistato scioltezza di movimenti: può camminare, correre, arrampicarsi, saltare. È nel pieno della sua vitalità e non ha che un desiderio: conoscere meglio l'universo che lo circonda. Che gioia fischiare, strombettare, gridare, fare rumore, battere insieme oggetti sonori... Se osasse, e qualche volta osa, sarebbe una meraviglia esplorare la borsetta della mamma, l'armadio della biancheria, il cestino da lavoro, aprire la radio, accendere dei fiammiferi, veder bruciare un mucchio di carta o di stracci, girare le manopole del cruscotto, sventrare un bamboccio, rovesciare una scatola di cubetti, demolire una costruzione, lasciar cadere un bicchiere o un vaso e ammirare i mille pezzetti, sporgersi dalla finestra. Sono proprio crudeli gli adulti che si oppongono a esperienze così belle! La mamma è sempre pronta a proibire, a mettere in guardia: " Sta' attento, che cadi ", " Guarda che scivoli, ti bruci ", " Sta' attento, che ti fai male ", " Guai a te, se tocchi la radio ", " Ti proibisco di uscire ".

Questa età è caratteristica anche per i continui scontri fra fratelli e sorelle. Il bambino pretende di partecipare ai loro giochi, ma, incapace di osservare le regole o di fare realmente ciò che è richiesto, subito ne è allontanato. Tuttavia è grande il desiderio di lanciare quella palla, di tirarla col tamburello, di partecipare a quella partita a carte, di salire su quella bicicletta... Ecco che di nascosto Nandino prende la palla, il tamburello, la carta, la bicicletta, la biglia e pretende di servirsene.

Contestazioni, dispute, battaglie, lacrime, punizioni.

Nandino ha molto forte il senso del " mio " e difende il suo avere con asprezza contro ogni invasore. Ma il senso del " tuo " è molto meno sentito: desidera i giocattoli altrui e cerca di appropriarsene. Proteste, litigi, botte. La mamma deve intervenire e il suo giudizio non è accettato senza bronci! Due anni e mezzo, tre! Nandino impara e ricorda molte parole. Alcune presentano un interesse tutto particolare: quelle che ha sentito sussurrare dai più grandi, quelle che gli adulti chiamano " parolacce ". Che sapore hanno sulle labbra e che gioia vedere i grandi sussultare! Nandino non ne conosce il senso esatto: per lei sono delle parole magiche e meravigliose poiché provocano tante emozioni. Spesso i fratelli maggiori le hanno suggerito di usarle, così come insegnano alla ingenua e bella bambina mille mosse diplomatiche per chiedere un dolce, per esempio. Quando ha imparato e capito che tale parola è proibita, che piacere a usarla segretamente tra sé, e cercare di arrischiarla in pubblico per deridere i grandi! Ci vorrà del tempo e un po' di paura perché Nandino resista alla tentazione di questo piacere piccante.

Tali incidenti e mille altri della medesima natura, si ripetono tutti i giorni. La mamma deve intervenire costantemente per proibire una cosa, comandarne un'altra, cercare di mettere fine a litigi. Questo pericolo è uno dei più critici per l'autorità! L'esperienza prova che l'autorità si indebolisce, sia ad esercitarla troppo come a non esercitarla affatto. La mamma agirà saggiamente riducendo allo stretto indispensabile i suoi interventi. Il metodo migliore è di organizzare le cose in modo da ridurre la possibilità di conflitto tra madre e figli stessi, determinando chiaramente i limiti del dominio personale del bambino, non intervenendo nelle piccole dispute infantili. " Arrangiatevi da soli ". L'autorità paterna è più salvaguardata, perché i suoi interventi, più rari e formulati con tono più deciso, sono maggiormente temuti dal bambino.

In queste circostanze, la presenza paterna porta un valido aiuto alla mamma. Basta che il papà sia assente qualche giorno, perché la docilità (molto relativa) del bambino ceda daccapo; e basta l'annuncio del suo imminente ritorno perché la sua condotta migliori.

Benefica paura del gendarme!

L'urto delle due volontà che si affrontano - Nandino, mossa dal suo slancio vitale, vuol conoscere tutto, esperimentare tutto, possedere tutto; la mamma vuole ordine, tranquillità, giochi pacifici, docilità – provoca fatalmente delle scintille dalle due parti. Si sa, un bambino di due anni e mezzo non è un modello di obbedienza... e una mamma di un bambino di due anni e mezzo (e forse di molti altri) non è un angelo di pazienza! Il bambino ignora i pericoli e la mamma... li esagera. Vertigini di curiosità da una parte, inquietudini eccessive dall'altra. Ce n'è d'avanzo per creare dei conflitti. Di più: l'attenzione del bambino è adesso molto ridotta: dominato dal desiderio di conoscere e dalla sua vitalità, non sempre si ricorderà al momento opportuno della proibizione ricevuta; la sua padronanza di sé è molto relativa: davanti a una forte tentazione la volontà e il senso del dovere non ancora nati, non possono dargli la vittoria.

 

Relativa tranquillità dei quattro e cinque anni

Si consolino le mamme: stanno per cominciare giorni migliori! Dopo qualche mese, la crisi di insubordinazione si attenua. L'obbedienza non è e non diventerà mai assoluta, ma il bambino è certo meno difficile da guidare. Ne sono causa ragioni fisiche? O vi è padronanza di sé progressivamente acquisita, in seguito all'esperienza di danni sensibili (punizioni) e affettivi (malcontento materno) in seguito alle sue disobbedienze? (È come ammaestrare un animale!).

Usura del senso di novità procurato dalle scoperte? Assenza di terre nuove da esplorare nel suo piccolo universo? Tutte queste ragioni concorreranno, senza dubbio, a condurre il bambino di tre anni a maggior obbedienza. A quattro e cinque anni il bambino esperimenta una fase di moderazione, che contrasta col pericolo precedente. Non santifichiamolo Subito, però: si tratta solo di una tregua. Forse la sua curiosità intellettuale in pieno risveglio lo porta a cercare di più il contatto materno, desiderando una risposta ai suoi numerosi " perché ". L'interesse del bambino è estremamente vivo a questa età. Vuol conoscere il meccanismo di tutte le cose, e ciò fa sì che interroghi di continuo la mamma; di qui la necessità di essere in buoni rapporti con lei. La mamma è, come il papà, la fonte di ogni conoscenza; possiede la risposta (apparentemente presto dimenticata) a tutte le domande.

E l'età questa, in cui il bambino comincia anche a interessarsi del libro illustrato, altra fonte meravigliosa di sapere... o di litigi, se tutti i bambini vogliono possederlo contemporaneamente, Il bimbo desidera che gli si spieghino le illustrazioni del libro: nuova necessità di andare d'accordo coi grandi. Tanto più che, intensamente occupato a guardare queste meraviglie, ha minori occasioni di disobbedire. Il bambino non si ferma su una pagina; le fa passare una dopo l'altra. Credereste che uno sguardo così rapido non consenta di ritenere qualcosa. Tutt'altro: la memoria del bambino è freschissima, nessun pensiero lo distoglie dal suo universo. Ritiene ciò che vede e sente... almeno ciò che è presentato in modo adatto alle attitudini soprattutto sensorie della sua età.

È questo ancora un periodo di imitazione. Il bambino prova un estremo piacere a imitare i grandi. La bambina scopa la cucina e il corridoio, pulisce la tavola e i piatti, veste e spoglia la bambola venti volte al giorno.

Il bambino da parte sua, scava trincee col suo badiletto, o segue i fratelli più grandi che giocano alla guerra, con kepi, cinturone, sciabola di latta o vestito da cow-boy: sombrero, pantaloni larghi, cinturone rosso e pistola.

 

Nuova crisi a sei o sette anni

I bei giorni sono passati!

A sei o sette anni spunta una nuova epoca di indipendenza e di insubordinazione. Le cause, a volerle cercare, si scoprono nel progresso fisico del bambino e conseguente maggior sicurezza, ma anche e più nel fatto che va a scuola, e nella condotta non indovinata dei genitori.

L'essere venuto a contatto col mondo scolastico - pensiamo alle scuole elementari, più che ai giardini d'infanzia, i cui metodi continuano e sviluppano l'atmosfera familiare - è un avvenimento, non solo dal punto di vista affettivo, come abbiamo dimostrato in un precedente capitolo, ma anche dal punto di vista intellettuale e morale. Il bambino, fino ai cinque anni, non conosceva di tutto l'universo null'altro o quasi che il suo ambiente familiare. E qui in primo piano gli apparivano due esseri: mamma e papà. Erano per lui non solo fonte di conforto e di sicurezza, ma anche i possessori di forza e di onniscienza.

Per quel nano ignorante che è il bambino, i genitori appaiono dei giganti sapientoni. Il bambino ha piena coscienza della sua debolezza davanti a loro. E sufficiente prenderlo per un braccio con mano robusta, per costringerlo a fare tutto ciò che si vuole. Questa esperienza vissuta mette delle convinzioni ben solide. Di fatto i genitori sono gli unici adulti coi quali il bambino dai tre ai cinque anni sia in intimità.

Il primo contatto con la scuola sconvolge queste condizioni. Il bimbo, avido di conoscere, vi trova adulti avidi di insegnare. Non avviene più come con i genitori, tanti sono i "perché" (di cui alcuni difficili, come certe domande d'esame!), che ora vengono posti.

Talvolta la mamma col primogenito conserva fino in fondo il coraggio, ma rinuncia definitivamente a questa dura fatica con gli altri. La sua grande abilità, ora, consiste nel trovare una risposta più o meno soddisfacente per il bambino e che ponga fine alle sue domande. Non è così facile. Più d'una volta, esaurita dallo sforzo di ricordare... risponde per farla finita: " Queste cose le saprai più tardi ". Ma un nuovo " Perché più tardi? " la riporta crudamente alla sua materna condizione di informatrice universale.

I maestri a scuola hanno maggior pazienza e tecnica. Sanno che cosa sia una intelligenza infantile, conoscono la sua tendenza al concreto e quale debba essere il modo di istruire, tenendo conto delle sue attitudini. Felici mortali! Purché siano abili - e non è il caso di tutti! - danno al bambino una scienza che egli desidera acquistare, non tanto per se stessa, quanto per fare come i grandi e leggere quei meravigliosi libri di figure che sfogliano così spesso.

Ecco perché il maestro o la maestra agli occhi del bambino hanno un considerevole prestigio intellettuale che sorpassa quello dei genitori. Costoro sanno bene che, se la loro scienza è in conflitto con quella scolastica, quest'ultima deve prevalere: "Lo ha detto il maestro ". E ciò che ha detto lui è considerato verità di Vangelo. Aggiungiamo che, se è il caso, gli si attribuiscono ordini o spiegazioni che non ha mai dato.

L'universo del bambino è dunque allargato. Si è sviluppato il suo campo di cognizione; oggi i genitori non sono più soli a comparire in primo piano sullo schermo della sua vita. Il prestigio dei genitori, ieri eccezionale perché libero da ogni confronto, diminuisce. Se dal punto di vista affettivo essi conservano il primo posto, lo perdono dal punto di vista intellettuale.

I genitori, però, contribuiscono per altra via a questa perdita di prestigio. Sposati già da otto o quindici anni, non mantengono sempre tra di loro modi cortesi. Capita che si facciano delle osservazioni o delle critiche sgarbate. Lui si impazientisce, perché non trova il bottone del colletto o perché gli mancano delle carte importanti, oppure è di cattivo umore perché ha delle noie professionali. Per di più la moglie gli ha chiesto qualcosa, quando era immerso nella lettura di un romanzo poliziesco. A tavola sorge una discussione - la tavola è il gran teatro dei drammi di famiglia! - a proposito di un banale incidente e lui fa a lei un'osservazione non molto cortese.

Ma lei - otto anni di matrimonio - non ha più la dolcezza di quand'era fidanzata! Evitando di discutere il punto preciso - come è di regola nel mondo femminile - replica subito: " Sì, ma tu... ". E dopo un simile esordio, ognuno immagina ciò che un'eloquenza e una memoria femminile - le donne possono talvolta perdonare, ma non dimenticano mai - sa trovare per sviluppare il discorso. Nessuno dei piccoli errori di lui, fin dagli anni più remoti, viene omesso. Tutta una serie di fatti, già sepolti da tempo, escono dalle tombe. Durante tutto questo discorso i bambini ascoltano con vivo interesse. Naturalmente questa scena non avrà contribuito a ristabilire il prestigio dei genitori e neppure la loro autorità.

Ma non è tutto. Fin dai cinque anni i bambini si accorgono, con un crescendo di perspicacia, che i grandi sono predicatori ammirevoli di una morale che non osservano per nulla. Quante volte la mamma e il papà hanno ripetuto al bambino che " non si deve mentire ". " Quando uno mente, anche una volta sola, non ci si può più fidare di lui ". D'altra parte, il bambino, fa a poco a poco l'esperienza che i grandi sono ben lontani dal dire sempre la verità. " Di' che non ci sono ", In tram il bambino con stupore sente rispondere al bigliettaio che ha solo quattro anni è mezzo, mentre mezz'ora prima la mamma gli aveva fatto dire a una sua amica che ne aveva cinque e mezzo. I grandi non mantengono le promesse. " Va' a letto. Quando ti svegli usciamo insieme ". Ma quando Piero si sveglia dal riposino pomeridiano, la mamma non ce già più. Piero deve avere un ben cattivo ricordo di una chiesa dove è stato condotto, perché è l'unico posto dove accetta di non accompagnare la mamma. " La mamma va a messa, caro ". E mentre piange e fa capricci per seguire la mamma dappertutto, la lascia andare sola senza reclamare. Il trucco è riuscito per tanto tempo. Ma oramai Piero ha un'età in cui indovina l'imbroglio. " Vai spesso alla messa tu, mamma! ". Il bambino si rende conto anche che molte ridicole minacce gli sono state fatte per rinforzare un'autorità in decadenza. " Adesso ti consegno ai carabinieri ". " Faccio venire le guardie ", " Lo dico a papà ", " Ti metteremo in collegio ". Tutte queste minacce hanno avuto il loro momento di successo. Ma oramai non hanno più nessuna efficacia. Piero sa che San Nicolao o Gesù Bambino sono una menzogna alla quale ingenuamente ha creduto. Dopo tante esperienze che dimostrano la poca sincerità dei grandi, come si può credere ancora a loro?

Alcuni genitori hanno poi l'abitudine di abusare della credulità infantile. Per scherzo o per ironia raccontano al bambino storie inverosimili, a cui egli crede ingenuamente provocando ilarità generale. Un'altra volta Piero non si fiderà più dei grandi.

Il bambino, come molti adulti, non capisce lo scherzo. Lo zio Gianni è andato una volta a prendere in macchina alcuni bambini per passare assieme una giornata a 60 chilometri dal posto ove si era in vacanza. La mamma desiderava che i più piccoli ritornassero presto, mentre lei coi tre più grandi si sarebbe fermata un po' presso la zia. Alla partenza ci fu un dramma: i piccoli non volevano partire senza la mamma. Lo zio risolse rapidamente e partì, ma ebbe l'imprudenza di dichiarare: " Ebbene, mamma, siccome non hanno voluto venire con noi, Paolino, Cristina e Giannino torneranno come potranno. Peggio per loro se dovranno ritornare a piedi ". Per fortuna lo spettacolo della strada - vacche, capre e un maiale nero soprattutto - riuscì presto ad asciugare le lacrime e ad attirare la curiosità.

Ma lo zio Gianni non aveva finito i suoi guai. Arrivati a casa i bambini gli dissero senza complimenti: " Adesso va a prendere la mamma; non vogliamo che torni a piedi ". E lo zio dovette calmare le loro ansie: " La mamma tornerà comodamente in treno ". E dovette ripetere ancora qualche volta la sua asserzione prima di averli completamente convinti.

Questo fatto commovente, perché dimostra la delicatezza dell'affetto di questi bambini per la loro mamma, non è meno significativo: i bambini prendono alla lettera e sul serio le affermazioni dei grandi. Credono sulla loro parola. Perciò è molto grande la loro delusione quando si accorgono che i grandi li hanno presi in giro anche solo per scherzo.

Una bambina di cinque anni e mezzo diceva un giorno alla mamma: "Mamma, dimmi veramente la verità. Da dove vengono i bambini?". La prima parte della domanda appare estremamente rivelatrice: mostra con evidenza che lo spirito critico non manca ai bambini. Questa bambina aveva notato molto giustamente che i grandi hanno due specie di verità: le verità " vere " e le verità " false ".

I genitori non saranno mai persuasi abbastanza che non devono mai mentire ai bambini: niente false promesse, né false minacce, niente cose non vere, né scherzi. Neppure l'ironia prima degli otto anni, e dopo questa età solo con alcuni bambini e sempre accompagnata da un amabile sorriso. L'aprirsi dell'universo infantile, quando il bambino arriva alla scuola, spiega perché generalmente ci sia, dopo alcune settimane o qualche mese di frequenza alla scuola, una crisi di disobbedienza e di indipendenza in casa. È la conclusione pratica, non molto cosciente in verità, di tutta quella evoluzione inferiore che abbiamo descritto. L'arrivo alla scuola segna una tappa importante nella evoluzione della personalità infantile: è una svolta considerevole.

C'è da stupirsi che una crisi di indipendenza sorga in questo periodo? L'affermarsi crescente della personalità e nel medesimo tempo la progressiva diminuzione del prestigio dei genitori, sono più che sufficienti a spiegarla.

 

Ulteriore, ma lenta emancipazione

La crisi finisce poi per passare. Gli anni seguenti, salvo maggiori incidenti - malattie, malintesi tra genitori - si snodano in una relativa calma. Sono gli anni in cui il bambino mantiene e rafforza il comportamento acquistato quando aveva sei anni. Generalmente non si nota nessun incidente né conflitto grave. L'atteggiamento del bambino è ormai fissato. È verosimile che i genitori non modificheranno il loro metodo di educazione: felice, benefico, o dannoso. E non è meno probabile che il bambino resterà fedele alla linea di condotta adottata in precedenza. La sua emancipazione prosegue lentamente.

A nove anni si accentua per il fatto che l'ambiente familiare non risponderà in modo sufficiente alle aspirazioni del bambino. Perciò si distaccherà dalla vita di famiglia e dai giochi in casa per cercare di giocare in gruppo con altri compagni. Tale evoluzione, senza essere nulla, sarà però attenuata di molto nelle bambine.

Il bambino di nove o dieci anni partecipa volentieri ai giochi d'assieme. Desidera che siano diretti, obbedisce volentieri alle loro regole ed esige che tutti le rispettino. Sotto questo punto di vista è un conformista. Questo però non gli impedisce di amare i fucili e le rivoltelle, Tutto ciò che sa di lotta e di competizione gli piace immensamente. Dopo l'ultima guerra, alcuni ragazzetti di nove anni seppero che c era della polvere da sparo in un bosco, dove i Tedeschi avevano avuto poco tempo prima un deposito: si organizzò subito una banda che partì per il bosco, un pomeriggio di vacanza, senza mettere i genitori al corrente del loro progetto. Si divertirono a far dei mucchietti di polvere per incendiarli con dei fiammiferi. Alla sera poi ciascuno era meravigliato della propria avventura.

Verso i dodici o tredici anni, mentre la bambina entra nella pubertà e avverte le scosse fisiche e psichiche dell'adolescenza, il ragazzo è in piena età delle " bande ". Ama non solo leggere, ma vivere i romanzi di avventura. È l'epoca dello scoutismo, questo mirabile movimento così adatto psicologicamente ai bisogni del pre-adolescente. Se non è un molle, lo sforzo sportivo e l'atletismo l'incanta. Il gioco e l'avventura sono le sue grandi passioni.

Così continua e finisce la terza infanzia. La personalità infantile, molto sciolta ormai dai legami familiari, non è ancora in ribellione contro questo medesimo ambiente. Paragonata a quello che era nel corso della prima e della seconda infanzia, questa terza si è nettamente affermata. Tuttavia ha conservato qualcosa di gracile e, in fondo, di disciplinato, almeno in rapporto alla insubordinazione più rivoluzionaria dell'adolescenza. Il bambino è ben lontano dall'essere sempre docile. Combatte per la sua libertà di movimenti e la sua indipendenza, ma tale lotta resta ancora limitata entro un certo quadro. Di fatto non si sente ancora uomo. Sarà per domani: l'adolescenza gli porterà questa convinzione. È con questa che il ragazzo entra veramente nel mondo virile e la bambina nel mondo delle donne. Ma questa è un'altra storia molto importante che ha formato l'oggetto di un altro volume (P. DUFOYER, La psicologia degli adolescenti spiegata alle mamme, e La psicologia delle adolescenti spiegata alle mamme (Edizioni Paoline, Milano).

 

CAPITOLO IV

ALLA RICERCA DEL PIACERE E DELLA GIOIA

Precisiamo subito la differenza che per noi esiste tra queste due parole: il piacere è relativo ai sensi, la gioia alla mente e al cuore. Il piccino ben pasciuto e in buona salute, bisbiglia nella sua culla e sorride facilmente: piacere dei sensi. Vede il volto della mamma chinarsi sulla sua culla; è felice nel vederla interessarsi di lui e tenergli compagnia: gioia del cuore.

Fin dalla nascita il bambino è sensibile alle comodità. Una spina l'ha punto, la pelle si è infiammata, i dentini premono sulle gengive? Eccolo che piange, si lamenta, diventa difficile, porta la manina alla bocca, Fugge la sofferenza e ama il comodo e i piaceri. Ben presto apprezza banane e biscotti, e più tardi caramelle e zuccherini. Il bambino detesta in generale ciò che è amaro: spinaci, cicoria e altre verdure. Deve fare mille smorfie per inghiottire ciò che non gli piace e cerca scuse per non mangiare del tutto. Ma se la cosa gli piace, se ne serve con tale abbondanza che se la mamma lo lasciasse fare non arriverebbe certamente a finire la sua porzione. Ha " gli occhi più grossi del ventre ". Gli capita di avere delle indigestioni: non si tratta di stomaco delicato, ma di stomaco forte che riceve troppe cose diverse. Il desiderio di un dolce compie delle meraviglie: per averne la sua parte - la più grossa possibile - il bambino mangia anche ciò che non gli piace o si affretta a inghiottire carne, patate e verdura per le quali prima faceva boccacce.

Se il bambino porta tutto alla bocca, non è dapprima, come sembra, per cercarne il piacere, ma per il desiderio di conoscere e di agire. Prova ne sia che fa così anche con oggetti senza sapore: plastica, caucciù... Forse c'è una eccezione per il pollice. Succhiare il pollice non presenta in sé un piacere molto vivo, ma è un modo per far pazientare lo stomaco, è un richiamo, per associazione, del piacere, molto reale, di bere e di mangiare.

Il bambino esplora tutto il suo corpo: è l'avidità di conoscere, In questa esplorazione gli potrà capitare di indugiare in certe zone che, accarezzate, gli daranno una certa soddisfazione, Questa non è affatto una manifestazione di ciò che chiamiamo, con senso molto preciso e ristretto, sensualità. Le mamme eviteranno di allarmarsi: è prematuro anche se, come può darsi, il bambino ripete tali gesti. Sono destati solamente dall'istinto generale di piacere di cui parlammo, che si porta su tutto ciò che, in qualunque modo e sotto qualunque forma, glielo possa procurare. Riguardo a certi gesti che la mamma trova inquietanti per l'avvenire, eviterà di attirare e di esacerbare l'attenzione del bambino con severe minacce o peggio con dei rimproveri. È molto meglio trattare queste cose con pazienza e bonomia, come si reagisce in modo pacifico e perseverante contro il dito in bocca, le dita nel naso e la mancanza di pulizia. I modi di fare di cui parliamo non rivestono nel bambino nessuna gravità morale. È conveniente perciò non darne né suggerirne. Bisognerà tuttavia prevedere l'avvenire ed evitare che si creino delle abitudini, oggi senza ripercussioni morali, ma che domani potrebbero averne. La mamma, usando lei stessa molta prudenza quando lava il bambino, gli farà perdere pacificamente l'abitudine di gesti inopportuni.

Il piccino diventa ben presto sensibile alla gioia di una presenza. Per quanto sia pacifico e giochi tranquillamente nella sua culla, talvolta sembra stanco della sua solitudine e reclama qualcuno vicino a sé. Bisogna accordargli questa soddisfazione necessaria e benefica alla sua evoluzione sociale evitando però di farne una schiavitù. In certi momenti di stanchezza, di sera specialmente, dopo una lunga giornata, davanti all'oscurità e alle subdole minacce, il bambino di due o quattro anni richiede la presenza paterna o materna. Sarà bene accordargliela con una certa moderazione. Un orsacchiotto o una bambola potranno felicemente supplire. Il bambino di pochi anni crede che tutti gli oggetti vivano: la presenza del suo orsacchiotto tra le braccia o in letto con lui, diventa per lui un'autentica sicurezza. La mamma eviterà di ripetere sempre i " riti " immutabili quando lo mette a letto: una certa fantasia nell'illuminazione della stanza e negli altri gesti sarà molto più vantaggiosa.

Il piccino è più rapidamente sensibile alla gioia di una presenza che a quella di un sorriso. Però questa nasce ben presto: il piccolino vi risponde a meno che sia immerso, apparentemente, talvolta in profonde meditazioni. Basta dapprincipio la vista del volto materno a provocare in lui un sorriso gioioso ed altrettanto faranno il volto del papa, dei fratelli e delle sorelle.

Alcuni piccini saranno molto accoglienti anche con persone estranee, altri invece resteranno impassibili, o reagiranno piangendo. Ve ne sono alcuni amabili con le signore e indifferenti con gli uomini; sono i meno galanti che amano solo il sesso forte. I preti, per via della veste nera, sembra che provochino meno facilmente la simpatia. In poche parole tutto dipende dal momento e dallo stato d'animo del piccino. Nessun dubbio, in ogni caso, che il piccolo goda veramente di una presenza che, per delle ragioni note soltanto a lui, stima simpatica.

 

Eccezionale importanza del gioco

Nei primi mesi e fino al primo anno il bambino non si da a nessun gioco continuato. Il gioco esige uno sforzo di attenzione, di immaginazione e di costruzione per il quale non possiede ancora i mezzi fisici o intellettuali. Il suo piacere è soprattutto meccanico; muoversi e agitarsi in tutti i sensi. Verso i diciotto mesi, le sue facoltà manuali e spirituali si sono sviluppate e prova gusto a infilare uno dietro l'altro dei dischetti decrescenti e diversamente colorati. Un po' più tardi si diverte a introdurre una nell'altra delle scatole o delle palle vuote della medesima forma e di diverse dimensioni. Se gli capita di dedicare a uno stesso gioco qualche minuto di sforzo, per lo più va da un oggetto all'altro e si diverte a portare, spostare e a lasciare cadere. Verrà ben presto l'età del gioco propriamente detto, il cui sviluppo andrà crescendo lungo gli anni.

Chi potrà dire tutta l'importanza del gioco nella vita infantile! Gli adulti credono ingenuamente che il gioco non sia che un gioco, semplice movimento di muscoli e di distrazione dello spirito. È questo senz'altro, ma anche qualcosa di più, È per il bambino ciò che per un grande è la sua attività professionale: ne ha la stessa importanza. Giocando, il bambino traduce i suoi sogni e tradisce i suoi intimi conflitti. Anzi spesso vi trova una soluzione. I genitori dovrebbero osservare meglio come e con che cosa giocano i loro bambini.

Il gioco del piccino è una pura attività sensoriale, occasione di vedere, sentire, palpare, muovere, far rumore. Non si preoccupa neppur minimamente dell’oggetto in se, né di ciò che il fabbricante abbia voluto rappresentare. Quanto più l'oggetto è di colore vivo e brillante, animato da mille riflessi, quanto più fa rumore, unendo così una sensazione uditiva all'impressione tattile, tanto meglio è ricevuto, se non sempre dai genitori, almeno dal poppante e dal bambino; sonagli, scatole sonore e più tardi fischietti, trombette, tamburi... Dai diciotto mesi ai tre anni l'acqua comincia a presentare un vivo interesse: spanderla e versarla sono occupazioni appassionanti. Anche la sabbia è un prodotto meraviglioso: il bambino passerà delle lunghe ore a mescolarla, trasportarla e farne dei pasticci. Ben presto vi unirà dei materiali solidi: sassi, ramoscelli, bacchette.

A tre anni, con l'istinto di proprietà, nasce il gioco dell'abitazione. Il bambino ama costruirsi una casa per sé sotto la tavola o in un cantuccio. Vuole coperte o pezzi di stoffa per farne il letto o le pareti. Pianta la sua tenda con un bastone o tra due arbusti e si diverte a distendersi sotto. A cinque anni è l'età ideale per i giochi di costruzione. Prima il bambino si divertiva occasionalmente a riunire due o tre cubetti senza che nessuna idea di insieme presiedesse a tale lavoro, Si trattava solo di far stare in equilibrio e la gioia più grande era di demolire, Ora l'immaginazione infantile diventa più costruttiva; il bambino riunisce varie cose per farne un'opera. Bambine e ragazzi rivelano qui le loro tendenze divergenti: mentre le bambine costruiscono una casa per la bambola, con il pensiero del loro arredamento casalingo; armadio, stoviglie, vestiti..., il bambino fa una stazione, un'autorimessa, un capannone per aeroplani.

Questa febbrile e molteplice attività non è vantaggiosa solo per i muscoli, l'immaginazione, lo spirito di attenzione, l'inventiva e l'adattamento, - non interessiamoci del nostro giudizio né dell'integrità degli oggetti né dell'ordine della casa! - ma lo è ancor più per la soluzione dei conflitti infantili di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo. Ogni bambino soffre di un complesso di inferiorità. Non potrebbe essere altrimenti, quando si conoscono le sue personali condizioni di fragilità, la sua debolezza, la sua assoluta dipendenza dagli adulti. È un sentimento penoso, qualche volta schiacciante, spesso scoraggiante che cerca di compensarsi con manifestazioni non sempre felici. Il gioco ne è una tra le più favorevoli e le più efficaci. Il bambino, e lo si nota facilmente, si procura sempre degli incarichi vantaggiosi: fa il generale, l'esploratore, l'aviatore, il capitano di una nave, e, se gli capita di fare il ladro o il brigante, prende la sua rivincita nello sfuggire alle guardie o torturando le sue vittime. Se una bambina fa la mamma, la maestra di scuola, l'infermiera, svolge dei compiti molto importanti, fatti per confortare in modo singolare l’anima infantile.

Ma il bambino, si dirà, sa benissimo che è tutta una fantasia che, pur non ingannando completamente, fa sì che sia preso in parte dal suo gioco. E questa è una facoltà che moltissimi adulti posseggono ancora: avere avuto le apparenze della fortuna o del successo è per molti una consolazione non trascurabile.

Chi può negare l'effetto di un titolo onorifico, di una decorazione, di una presidenza di società, fosse anche la più modesta? Sono davvero molti gli uomini che si sottraggono a questa seduzione anche se il filosofo giudica tutto ciò come " vanità delle vanità "? L'adulto ignora quanto il bambino possa penetrare nell'animo del suo personaggio, grazie a una immaginazione più vivace, un grado di riflessione meno elevato, una attenzione centrata quasi esclusivamente sul momento presente. Importa poco cosa sia. L'essenziale è che creda di esser ciò che si immagina. Attribuirsi il grado di generale e caracollare, con la fantasia, su un cavallo da al nostro ometto, per qualche momento, una soddisfazione di se stesso, una impressione di serenità inferiore che si traduce sul viso sorridente e felice.

Guardate un bambino sulla giostra, mentre guida un'automobile o in groppa a un dromedario! La bambina che rimprovera la bambola, scarica su di lei un risentimento che non ha osato manifestare davanti a una ramanzina materna: così rallenta di molto la sua tensione interiore, se ne libera e ritrova qui il medesimo meccanismo psicologico che funziona nell'esercito quando il colonnello rimprovera il maggiore e fa ricadere su di lui la responsabilità di un errore di cui il suo generale gli ha fatto colpa. Prendere scienza della propria autorità, e trovare un capro espiatorio, consola dei torti subiti. Inutile far notare che la cosa non si ferma al maggiore, ma scende di grado in grado fino al semplice piantone, costui, non avendo più nessun subalterno, sfogherà il suo cattivo umore sulla moglie!

Se il bambino ama tanto gli animali è, tra tante altre ragioni, perché con loro può godere della sua superiorità. Non è certo questo l'unico motivo del suo interesse per essi, ma ne è certamente uno. Comandando agli animali o conducendoli, il bambino si sente superiore a loro, Più di una Volta abbiamo visto bambini rimproverati guarire la loro umiliazione e rallentare la propria tensione inferiore giocando col cane e caricandolo di ordini e contrordini capricciosi. Quanti mariti maltrattati all'ufficio sono dei piccoli tiranni in casa, e quanti docili servitori di sua grazia in famiglia, si trasformano in despoti all'ufficio!

Il gioco possiede veramente una efficacia medicamentosa sull'attività infantile per la guarigione del complesso di inferiorità. In questo campo ha un compito benefico e considerevole. Ma la sua azione non è meno vantaggiosa per addolcire e attenuare i conflitti affettivi che sorgono verso i cinque anni tra padre e figlio e tra madre e figlia. Questi sentimenti ambivalenti e contraddittori di ammirazione e di gelosia sono dolorosi per chi li prova. Come sbarazzarsi dell'essere di cui si è gelosi se non in sogno? D'altra parte, se una tale eliminazione apparisse come il risultato di un desiderio accettato o di una iniziativa personale, non si effettuerebbe senza suscitare dei gravi sentimenti di colpevolezza. Questa via conduce in un vicolo cieco. Bisogna cercare la via d'uscita da un'altra parte. II gioco risolve il problema, se non perfettamente, almeno in modo accettabile e vitale. Se non sopprime la tensione, quanto meno la attenua. Fondamentalmente il processo è il medesimo del precedente, sostituzione col personaggio causa di sofferenza, identificazione con quello.

Soffrivo di uno stato di inferiorità: perciò mi sono attribuito la parte del superiore, ho trovato dei campi immaginari o reali in cui posso comportarmi così, ed ecco la mia sofferenza addolcita. È così anche in questo caso.

“Io soffro perché mio padre - è un bambino che parla - mi ruba una parte nell'amore materno, Posso ben sopprimerlo in sogno - è il tema di molti sogni infantili - ma così non si risolve il problema. C'è un altra via di uscita: devo identificarmi col babbo, riprodurre il più fedelmente possibile la sua figura, mettermi al suo posto non sopprimendo lui, ma imitandolo ". Ed ecco i numerosi giochi in cui il bambino imita il mestiere del papà, ripete le sue parole, scimmiotta i suoi atteggiamenti, adotta i suoi stati d'animo e le sue manie (collera abituale, meticolosità, disordine...). si gioca a papà e mamma: " Io faccio il papà ", grida il bambino, " Io la mamma " dice la bambina mentre nessuno si presenta per incarnare la parte del bambino; per fortuna la bambola e l'orsacchiotto sono lì, pronti a quest'ufficio. Quando il bambino dice alla mamma " Dopo io ti sposo " non tradisce soltanto la sua rivalità verso suo padre, ma ne abbozza già la soluzione: identificarsi con suo padre. Il fatto di potere nel gioco realizzare mille costruzioni ingegnose, compiere mille spedizioni azzardate, vincere mille difficoltà, tonifica il coraggio morale del bambino. Prendere coscienza di possedere la capacità di riuscire in diverse imprese è benefico e incoraggiante.

I bambini poco dotati dal punto di vista scolastico trovano conforto nel gioco non perché sia - come pensano molti adulti - un'attività felice e divertente (non è sempre vero: lo sport, per esempio, richiede sforzo e tenacia), ma molto più perché è un mezzo per il bambino per provare a se stesso che è capace di riuscire in una cosa e perché gli dà il diritto di stimarsi. I " deboli in italiano " non sono spesso dei campioni nel gioco? Molti genitori riconoscono - ma per criticare - che i bambini mettono nel gioco un estremo ardore e accettano di compiere duri sforzi.

" Ah, se avesse il medesimo entusiasmo per lo studio! ". Questo desiderio per il gioco gli viene dal desiderio di poter brillare in qualche cosa. Se gli si desse l'occasione di riuscire in qualche lavoro intellettuale adatto alle sue capacità reali, certamente il bambino, incoraggiato dal successo, farebbe degli sforzi anche in questo campo.

Pierino è pigro, ci dice la mamma. Bisogna chiamarlo cinque volte e far la voce grossa perché si metta a fare i suoi compiti. Se non gli si provano le lezioni non le studia. Gli capita anche di non segnare apposta i compiti e le lezioni nel suo diario. Si guarda bene dal parlare di gare o di esami imminenti. Per contro è infaticabile nel gioco. " Giocare, giocare, giocare: non ha che questo in testa ". Di fatto Pierino non è tanto pigro, quanto invece scoraggiato, I suoi genitori, troppo ambiziosi, gli hanno fatto cominciare la scuola un anno prima, senza tenere conto del livello del suo sviluppo intellettuale. In principio ha prodigato invano tutta la sua energia e concentrato la sua attenzione; la materia era al di sopra delle sue forze. Per di più, suo padre sorvegliava da vicino il suo lavoro e si faceva severo. Pierino, ìmpari a questo sforzo, non aveva altro che una cosa: rinunciare. Ma si riuscì a moderare l'ambizione prematura dei genitori. Pierino fu mandato di nuovo ai suoi giochi e poi messo in una classe adatta alle sue capacità e dove la pedagogia era appropriata ai suoi concreti talenti. Nel medesimo tempo si lavorò a ridargli la fiducia in se stesso... Dal canto loro i genitori accettarono d'essere più incoraggianti e meno mortificati. Pierino, sei mesi dopo, ha trovato gusto nello studio e vi miete dei successi. Di fatto Pierino amava talmente il gioco poiché vi poteva affermare le sue capacità e riuscirvi: detestava lo studio per la sola ragione che era scoraggiato e lo sforzo richiesto era troppo superiore alle sue possibilità del momento. Il gioco gli era indispensabile per rivalorizzarsi ai suoi propri occhi e sfuggire alla disperazione.

Il gioco per il bambino è anche il mezzo per liberare il suo potenziale interiore di aggressività innata, contenuta da tutte le costrizioni con cui la prudenza o l'autoritarismo degli adulti lo circonda. Non bisogna qui intendere la parola " aggressività " nel senso di una tendenza del bambino ad aggredire gli altri o a farli soffrire. La sua aggressività è puramente difensiva: vuol conservare e salvaguardare la sua libertà di movimenti, di gusti, e il suo bisogno di attività spontanea. Ora, invece, gli adulti soffocano costantemente le sue iniziative, lo obbligano a tacere, a star fermo, a non toccare tutta una serie di oggetti, gli proibiscono di entrare in una certa camera, di fare rumore, di allontanarsi da casa, di iniziare una azione ritenuta dannosa,,, Qualche volta gli capita di passare sopra a queste proibizioni, specie verso i due o tre anni, ma più spesso vi si sottomette, non perché ne abbia capito la ragione intima o gli argomenti portati dai grandi, ma solo per timore di essere punito o di recare dispiacere. Questa costante reazione contro i suoi gusti e la sua libertà non tralascia di suscitare in lui una pressione, un ribollimento inferiore nocivi al suo equilibrio nervoso.

Le medesime emozioni si trovano nell'adulto che, rimproverato a torto o a ragione da un capo, non può esprimere il suo disappunto e il suo malcontento per mancanza di subalterni. Morde il freno e bolle di dentro fin che non trova una uscita: critica acerba e violenta del superiore presso un amico, collera su un inferiore, preparazione di una vendetta segreta e sleale. Un nostro amico di carattere violento, quando sta per inquietarsi, si mette a segare la legna; un'ora di tale esercizio gli ridà la pace interiore, Il gioco svolge nel bambino questo compito di scarica: lanciare sassi contro il muro, tirare calci a un pallone, rompere dei ramoscelli, pestare con un martello... tutto serve a liberare il suo risentimento interiore, accumulato con molto danno, e questa prova di forza gli da una specie di rivalutazione di fronte a se stesso.

Gianni è un ragazzo la cui infanzia fu disgraziata. Battuto frequentemente da un padre ubriacone, è diventato un ribelle e un sadico. Ama la distruzione per se stessa. Prende un evidente piacere a torturare gli animali e a farli soffrire, Ogni meccanismo che gli capita sotto le mani è di colpo disfatto. Il suo avvenire è molto oscuro! A sedici anni trova lavoro come garzone di macellaio. Questo mestiere, socialmente utile, gli procura una deviazione alla sua inclinazione per la violenza e la distruzione. La sua febbre svanisce. Il suo contatto con gli altri è diventato irreprensibile. Il residuo delle sue tendenze di una volta trova sfogo sufficiente nel suo mestiere.

 

Il gioco come diagnosi dei conflitti affettivi

Gli adulti che desiderano di conoscere bene i loro bambini avranno interesse a guardarli giocare, osservare i loro disegni, sentirli narrare una storia. Con un po' di attenzione e di perspicacia, indovineranno più di una volta i pensieri e gli affanni intimi e inconfessati del loro bambino. Storie, disegni, giochi di burattini sono altrettanti mezzi che lo psicologo e lo psichiatra dell'infanzia utilizzano per diagnosticare i problemi di costoro e scoprire i motivi che li hanno condotti ad adottare degli atteggiamenti normali (latrocinio, menzogne, fughe...). Alcuni pretendono, con una certa parvenza di verità, che tutte queste prove psicologiche alle quali l'adulto sottomette il bambino comportino una parte artificiosa, e che perciò non ci sia nessun bisogno di ricorrere a queste trasposizioni, ma che basti osservare il comportamento del bambino nel suo ambiente di ogni giorno, i suoi atteggiamenti, le sue reazioni per scoprire i suoi problemi. Per parte nostra pensiamo che queste osservazioni siano giuste. Questo modo di procedere offre il grande vantaggio di evitare ogni suggestione intempestiva e incosciente dell'adulto così come certe risposte false del bambino in relazione al quadro fittizio che gli è stato creato. Però questa reclama da parte dello psicologo un dono di perspicacia poco comune. Sarà giocoforza spesso, dunque, ricorrere a queste prove. Si può ammettere che, trattate con prudenza e ridotto al minimo l'intervento dell'adulto, esse rivelino con esattezza le profonde preoccupazioni infantili.

Specialmente quando si tratta di storie o di marionette, le emozioni del bambino saranno velate dal dono straordinario che ha di incarnare i suoi personaggi e di sostituirsi ad essi. Di fatto, il bambino la cui esperienza della vita è molto ridotta, è assolutamente incapace di immaginare sentimenti diversi da quelli che ha provato lui stesso. Anche tra gli adulti è raro il caso di un romanziere o di un narratore capaci di creare dei veri personaggi e non automi. Per capire gli altri, i grandi hanno la grande fortuna di saper osservare. Ciò nonostante, molti scrittori arrivano solo a fare delle autobiografie più o meno velate e sono interessanti solo quando si descrivono. Il bambino che inventa delle storie, che muove delle marionette, non può mettere in quelle e prestare a queste altro che ciò che ricorda dagli altri o che ha esperimentato personalmente. Di qui nasce, per chi sa capire, il carattere di auto-confessione e, nel fondo, di confidenza che contengono i racconti creati dai bambini stessi.

I disegni dei bambini autorizzano, forse, a interpretazioni leggermente diverse, ma non sono meno rivelatori. II bambino, almeno fino all'adolescenza, traduce il suo animo nei disegni. L'adolescente è diventato abbastanza padrone di sé, abbastanza abile e diffidente verso l'adulto, abbastanza creatore, così che gli sia possibile di travestirsi. Non è ancora così nel bambino. Questi non disegna altro che case tranquille, dapprima senza porte e finestre, poi ben chiuse in un recinto o duramente difese da solide persiane, con un giardino dove non vi sono mai più di uno o due personaggi. Un altro disegna, invece, un treno con vagoni stipati di viaggiatori. Un terzo schizza navi e aerei rivelando così l'animo suo vagabondo e avido di avventura. Queste diverse rappresentazioni non sono scelte per caso, ma in virtù di tendenze profonde dell'individuo e rivelano così l'espressione della sua personalità. Specialisti abili a cogliere i simboli e a notarne i dettagli possono scoprirvi mille indicazioni sul carattere particolare e le tendenze del bambino.

 

Figure, storie, canzoni

Un altro grande piacere del bambino è la lettura: i libri pieni di figure sono i primi che attirano la sua attenzione. La vignetta ha, sul testo stampato, il grande vantaggio di essere intelligibile da sola: non è necessario saper leggere per provare piacere a guardarla. Tale piacere comincia verso i quattro anni. A questa età il bambino da appena uno sguardo alla figura, non si ferma che per un istante e volta subito la pagina per vedere la figura seguente. Malgrado il suo rapido sfogliare, non crediate che la mente infantile non abbia registrato niente. La sensibilità del suo cervello è così viva che, come le nostre macchine fotografiche più perfette, coglie al volo il personaggio o la scena rappresentata. Gli piace molto sentirsi spiegare da un adulto la figura nei suoi particolari e, se fa parte di un insieme, vuol sapere tutto il senso generale. È insaziabile. Quando un libro e finito, corre a cercarne un altro e vi chiede di continuare la vostra mansione di commentatore benevolo. Ricomincia volentieri la medesima lettura con qualche ora o qualche giorno di intervallo, ma esige però che ripetiate fedelmente la versione primitiva.

Provate a modificare un particolare e lo sentirete riprendervi e ristabilire i fatti nella loro versione tradizionale. Sarà solo dopo aver acquistato una certa facilità di lettura che il bambino si interesserà ai racconti non illustrati. Ancora per molto tempo, quando dovrà scegliere tra un libro di testo e un libro illustrato, la sua preferenza andrà verso quest'ultimo. L'adulto, sotto questo punto di vista, è rimasto un bambino. Ne sono prova il successo delle vetrine e il fatto che, in un libro ornato con illustrazioni, sono proprio queste che anch'egli guarda per prima cosa.

Piacere degli occhi, piacere dell'immaginazione e della mente: questo è il fascino del libro. Altro piacere dell'immaginazione e della mente: le storie. Il bambino ne è ghiotto, talmente ghiotto che dimentica per tutto il tempo di muoversi, e resta “ buono ” se gli si promette di raccontargliene. La storia — letta o raccontata — è di fatto il mezzo veramente efficace e, per soprappiù, ben accetto al bambino per inculcargli una morale e dargli dei consigli. I moralisti accorti ne usano senza risparmio. Bisognerà aspettare molto tempo ancora — l'adolescenza con la presa di coscienza della personalità — perché l'essere umano sia in grado d'interessarsi a libri di formazione astratta. Certi genitori troppo avidi di plasmare precocemente i loro figli e di renderli docili, tentano talvolta di dar loro da leggere raccolte di consigli. Ma nessuno di questi riesce a interessarli. Il racconto di una storia e d'una vita concreta è il solo che possano capire. Dai fatti narrati, il bambino ricaverà la morale.

Il film, figura e storia combinali, è anche esso un mezzo eccellente di istruzione e di formazione. Corrisponde pienamente all'età sensoria dell'infanzia. Purtroppo i film per i bambini non sono numerosi. Speriamo che quando i produttori si saranno resi conto del considerevole interesse commerciale che rappresenta il film educativo, utilizzeranno questa nuova miniera d'oro per un più grande beneficio dell'infanzia!

Tutti questi sono in generale dei metodi di educazione attraverso la gioia e traggono la loro principale efficacia da quel desiderio innato del piacere che esiste in ogni bambino.

Attraverso queste vie, accetta e accoglie tutta una saggezza e una morale.

Le stesse nozioni scolastiche, così rigide talvolta, sarebbero più facilmente assimilate dal bambino, se vi trovasse modo di soddisfare il suo amore per il gioco. Giacomino è — per parlare come i suoi genitori — un pigro. Prendiamo qui il fatto in se stesso senza cercarne le cause. Mette ben poco zelo nell'imparare la tavola pitagorica.

Le nostre lettrici riconosceranno che in questa non c'è nulla di molto entusiasmante. Se gli si domanda cosa fa sette per nove o otto per sette... si sbaglia invariabilmente. Suo padre, che non è un modello di pazienza, ne è disperato. Capita di passaggio una zia che col pretesto di un gioco si mette a sfidare Giacomino. “ Scommetto che se ti interrogo sulle tabelline avrò più punti di te. Ogni risposta giusta varrà un punto per te ed ogni sbagliata uno per me ”. E Giacomino accetta la sfida.

In meno di tre giorni, stimolato dal desiderio di vincere in questo nuovo gioco, sa perfettamente le sue tabelline, mentre metodi più astratti e più autoritari non vi erano riusciti in molte settimane. Onnipotenza del gioco sull'anima infantile!

Il bambino ama, se non la musica, almeno le canzoni. È sensibile al ritmo, alla cadenza, alle rime, ai ritornelli. La bambina molto più del ragazzo sembra aver l'orecchio musicale.

Il fatto è che la memoria dell'uno e dell'altra ritiene facilmente la canzone. Alcuni educatori hanno suggerito di mettere la storia di Francia in quartine per insegnarla ai bambini. Non capirebbero il senso, ma riterrebbero le parole come ricordano innumerevoli frasi incomprensibili per loro, ma ben cadenzate e ritmate. Chi di noi ha dimenticato “ C'era una volta un piccolo naviglio... ” o “ Fra' Martino... ”? Un giorno le parole della quartina prenderebbe un senso, e il bambino conoscerebbe così, senza averlo dovuto imparare, l'essenziale della sua storia. Illusione o verità? Il gusto del bambino per la canzone, il suo piacere nel sentirla e ripeterla ci fa credere, personalmente, che questo è un mezzo pedagogico troppo poco sfruttato!

 

Il gioco come tirocinio sociale

Il gioco segna le tappe dell'evoluzione della mentalità infantile e costituisce per il bambino una scuola di vita sociale. In principio il bambino si compiace nel campo dell'irreale: i racconti delle fate godono il suo favore... È questo un compenso alla sua debolezza: in quel bel mondo incantato è tutto possibile; basta formulare un desiderio per vederlo esaudito. Vivere in questo incantesimo anche solo in sogno e per un momento, quale evasione dalle contingenze limitate e strette della sua vita, quale rimedio onnipotente alle sue incapacità!

Verso i sette anni, l'interesse del bambino cambia oggetto. Il senso del reale, lo spirito di invenzione, le possibilità di attuazione vanno affermandosi. Per fare la donna di casa, la bambina non si accontenta più di cose simboliche: prima, nel tempo beato dell'immaginazione, tutto poteva servire a rappresentare qualunque cosa. Oggi invece le occorrono dei piatti veri, una vera padella, dei veri vasi, delle vere tazze, sia pure in miniatura, ed anche la farina vera, lo zucchero, le lenti, ecc... Il ragazzo, da parte sua, non si accontenta più di un bastone; bisogna che abbia un fucile vero, una vera pistola, calzoni alla cow-boy, cappello colle piume, divisa da gendarme, sciabola: tutte cose vere per poter giocare ai banditi o ai soldati. Si vede chiaramente il progresso fatto in pochi anni nell'esigenza del realismo.

A otto anni inizia e cresce l'interesse per i giochi col meccano, per le costruzioni complicate, per imitare da vicino il lavoro degli adulti. Molti bambini si rivelano mirabilmente ingegnosi e inventivi. La bambina passa il suo tempo a vestire e svestire la bambola e pretende di farle fare il bagno in una catinella con dell'acqua... Fa di tutto per avere un grembiule e una cuffia da infermiera: se poi trova in qualche cassetto un termometro, una siringa che aspiri e getti fuori l'acqua, delle bende... che cuccagna!

Nove anni è l'età degli aeroplani. I movimenti del ragazzo guadagnano in abilità e padronanza; tutto ciò che lo mette in valore è apprezzato: tagliare, segare, mettere insieme, ornare, sono le occupazioni favorite. Il bambino è fiero di mostrare i suoi capolavori. Tagliare e segare sembrano piacergli di più: sembra che corrispondano meglio al suo istinto di potenza. Comincia a manifestare anche il suo gusto per le battaglie e per la guerra: battaglie nella sua camera con i castelli di carta pesta, soldati di piombo, cannoni: battaglie in ricreazione, pugilati, giochi di mano (che il proverbio definisce giochi da villano) che spesso diventano veri litigi; battaglie di rioni o di strade, banda contro banda... La bambina apprezza di più i giochi creativi: cucire e fare dei vestiti di carta a vario colore e mille altri fronzoli, ritrovati della scienza dei cartografi. Con cartoni già preparati, il ragazzo costruisce l'aereo o la nave. Il gioco, genio benefico del ragazzo, gli da del gusto e lo indirizza e Io prepara ai suoi compiti di adulto.

Ma il gioco sviluppa anche il senso sociale. Dapprima, e l'abbiamo già detto, il ragazzo gioca da solo. Poi si inizia una evoluzione: gioca in margine a un gruppo. A sei anni comincia il vero gioco simultaneo, si introduce la competizione. Vuole vincere sempre e mai perdere: gli altri hanno la medesima ambizione e nascono i litigi. Se perde, abbandona il gioco, ma così facendo si punisce da solo. Il desiderio di partecipare alla gioia comune lo riconduce nel gruppo e nel medesimo tempo lo abitua a poco a poco ad accettare, dapprima suo malgrado, poi più seriamente l'eventualità di perdere. Così acquista una certa padronanza dei suoi istinti e della sua ambizione per piegarli alle esigenze sociali.

A otto o nove anni lo interessa il gioco di società, comincia a darsi ai traffici finanziari del " Monòpoli ". Non sopporta la truffa negli altri e progressivamente è portato a non praticarla neppur lui, per evitare le reazioni dei compagni. Il " rodaggio " sociale degli anni precedenti comincia a produrre i suoi effetti. A otto anni il gioco comune si rivela meno burrascoso e il bambino accetta meglio la regola della competizione e il rischio di perdere. Quando interviene il gusto per lo scoutismo, l'amore per il gioco in gruppo e la necessità di uno sforzo comune per giungere alla vittoria della squadriglia, completeranno l'opera di adattamento alla vita sociale, dell'individualista dell'altro ieri e dell'anarchico di ieri. Così l'attrattiva del gioco avrà contribuito dal canto suo a rendere civile il ragazzetto.

Per vie più personali invece la bambina compirà la sua evoluzione sociale; più che non il gioco, il suo innato desiderio di piacere, il suo bisogno di essere apprezzata, la conducono all'osservanza e al rispetto delle leggi comuni. I suoi gusti personali - saltare con la corda, rappresentazioni mascherate – la costringono per forza di cose a dei contatti sociali, e la obbligano a piegarsi alle esigenze di una vita in comune. Tutto ciò mette bene in evidenza la funzione del gioco nella vita infantile e mostra quanto la ricerca del gioco sia un fatto potente nell'evoluzione dell'essere umano, I genitori farebbero bene a non considerare il gioco dei bambini come una distrazione pari alla loro, semplici distensioni in mezzo alle occupazioni professionali. Se innegabilmente il gioco ha questa funzione nell'ambito scolastico, ne ha pure un'altra: quella di essere il terreno di esperienza, di apprendistato e di ammaestramento dei muscoli, di attività e di creazione, di adattamento alla vita sociale. Cos'altro potrebbe fare il bambino se non giocare? La sua incapacità, la sua debolezza fisica, gli rendono impossibile per molto tempo un lavoro utile: non diverso effetto hanno le numerose e esagerate proibizioni dei grandi. Quante volte gli adulti, per timore di veder rompere qualcosa o per il desiderio di fare in fretta, impediscono al bambino di agire da solo e di rendere qualche piccolo servizio! Generalmente il bambino vi troverebbe un certo piacere: poter aiutare la mamma a fare pulizia al fratellino minore, apparecchiare la tavola, cercare un piatto, fare una corsa... a condizione di non essere sottratto bruscamente ad altre occupazioni. Perché tanti adulti si oppongono così spesso, e così male a proposito, a delle iniziative infantili, salvo a quelle che per caso li possono aiutare nel loro lavoro?

Un maggior rispetto della nascente personalità del bambino faciliterebbe di molto il suo sviluppo e la sua gioia. In ogni caso, l'adulto dovrebbe farsi un concetto più comprensivo del posto importante e utile che tiene il gioco nella vita del bambino.

 

Ricerche di sensualità

Il piacere presenta, per il bambino, altre forme che non siano la soddisfazione della curiosità (gioia dello spirito), la sicurezza di un affetto e di una protezione (gioia del cuore), il gioco (gioia dell'attività creatrice, della libera espressione di sé, dell'affermazione della sua personalità attraverso i muscoli). Il bambino cerca anche delle gioie più materiali: quelle del gusto o quelle della sensualità.

Vi sono dei bambini golosi a tavola, specie fra i maschi: altri sono eccessivamente ghiotti di caramelle e dolciumi. Se certuni non mangiano niente — caso grave di anoressia (mancanza di appetito) dipende in generale da cause affettive — oppure hanno solo un appetito da uccellini anche per cibi gustati da tutti o per gli stessi dolci, si tratta allora di stomachi delicati, di bambini che mancano di forza vitale. Tuttavia la maggior parte dei bambini è esageratamente avida di cose dolci. Quanti a tavola non hanno più fame perché si sono pasticciati lo stomaco con caramelle e frutta! Il maggior numero delle ruberie infantili non hanno forse per oggetto zollette di zucchero, marmellate e dolciumi diversi?

L'educatrice attenta avrà l'occhio aperto su questa tendenza alla golosità. Tuttavia non siamo molto entusiasti del metodo di sopprimere la frutta e facciamo qualche riserva al principio troppo diffuso che bisogna mangiare di tutto. Ci sono delle contro-indicazioni alimentari, delle ripulsioni digestive, che non si possono ignorare senza aver torto. Distinguiamo dunque tra vera intolleranza dello stomaco o dell'intestino e ripulsione dovuta solo al gusto. In questo ultimo caso siamo d'accordo a costringere il bambino a mangiare almeno un po' di ciò che gli dispiace. L'alimentazione deve contenere zucchero in abbondanza, per il suo potere nutritivo, ma, salvo il caso di stomachi delicati che possono aver bisogno di mangiar poco e spesso, consigliamo ai genitori a mostrarsi inesorabilmente contrari ad ogni consumazione di dolciumi fuori pasto. Certi bambini mangiucchiano continuamente per tutto il giorno: è un indulgere eccessivamente alla sensualità.

Così, pure se ai pasti ammettiamo creme, dolci, frutta, marmellate ci mostreremo severi sulla quantità. La medicina attuale è contraria sia alla sovrabbondanza che alla deficienza. Lo stesso organismo lo indica, quando reagisce con l'indigestione. Eccessive quantità di frutta, per esempio portano alla stitichezza proprio come la mancanza totale di esse. Misura in tutto: è la migliore politica per l'organismo come anche per il morale.

Il bambino ha bisogno dì una certa mortificazione della sensualità se la vuole mantenere sotto controllo della volontà. Questa mortificazione riguarderà il momento e la quantità. Si tratterà sempre di temperanza, talvolta di astensione o diminuzione, ma non mai di soppressione.

 

CAPITOLO V

IL MAGGIOR OSTACOLO ALLO SVILUPPO ARMONICO DELLA PERSONALITÀ. IL SENSO DI INFERIORITÀ

Tra i sentimenti che possa provare l'essere umano, uno tra i più pregni di effetti nocivi è quello della sua inferiorità reale o immaginaria. Chi ne è colpito perde ogni gioia di vivere e rinuncia allo sforzo. Alcuni saranno persino tentati di ricorrere al suicidio. Fortunatamente la maggior parte non si spinge fin lì. Obbligati a vivere, ricorrono a diverse soluzioni nevrotiche: timidità, pigrizia, nevrastenia, malattie più o meno reali, favorite o trattenute per scusare l'inazione, truffe negli affari, disonestà, grossolanità, ubriachezza, spirito rivoluzionario, crudeltà...

Il senso di inferiorità è essenzialmente umano. L'animale lo ignora: potrà conoscere la paura, ma non l'inferiorità. Tale complesso è una conseguenza del nostro innato desiderio di essere amati e stimati dal nostro prossimo. Si desta e si radica in noi da un paragone tra la nostra condizione personale e quella degli altri, unita a un'impressione di non possedere del tutto, o non in modo sufficiente, certe qualità fisiche, intellettuali o morali giudicate indispensabili da quell'ambiente di cui si desidera la stima. Questa è almeno la causa principale, benché possa nascere dal solo confronto tra l'ideale sognato dai nostri desideri e la nostra incapacità di potervi arrivare. Nella maggioranza dei casi il giudizio sociale non è senza influsso. Se, scolaro di dieci anni, la mia incapacità per l'aritmetica mi scoraggia, è perché vivo in un ambiente nel quale la conoscenza del calcolo è richiesta. Se vivessi selvaggio in mezzo ai negri non soffrirei per nulla di questa deficienza.

Si può affermare che ogni bambino, salvo che abbia doti eccezionali e soprattutto abili educatori, passa attraverso questo sentimento di inferiorità. Appena la sua intelligenza si sveglia, prende coscienza della sua piccola statura, dello stretto limite delle sue possibilità e capacità in rapporto a quelle dei grandi. Il significato di molte parole usate dagli adulti gli sfugge. Qualche volta capisce di essere lo oggetto della conversazione e indovina anche in quale senso, se di elogio o di biasimo, ma una gran quantità di vocaboli astratti gli restano incomprensibili. Allora, per un istante, smette ogni azione, sogna con lo sguardo smarrito, cerca visibilmente di capire, ma vi rinuncia quasi subito. D'altra parte il bambino ha bisogno dell'aiuto degli adulti per moltissime cose: una figura da farsi spiegare, una storia da leggere, un nuovo gioco da imparare, un meccano da montare, un lavoro a calza da capire...

La famiglia, per la sua costituzione e il suo organismo, è la prima a suscitare dei punti di confronto. Il bambino dì pochi anni non ha a tavola la gioia d'un coltello, come l'hanno i suoi fratelli maggiori; vini e liquori gli sono negati; malgrado la sua resistenza è obbligato a fare la siesta e a coricarsi presto la sera. Tutto ciò che uno possiede o può fare, tutto ciò che un altro non ha o non può fare, è motivo di confronto e di soddisfazione per il favorito e di amarezza per l'altro. Il bagno fatto in comune coi ragazzi, fa prendere coscienza alle bambine di una privazione che ha tutta la probabilità di diventare una disillusione. Il fratello minore confronta l'obbligo che è fatto a lui di non uscire di camera o dal giardino o dal parco, col permesso dato al maggiore di scorazzare in bicicletta dove vuole.

La scuola, primo allargamento dell'ambiente familiare, moltiplica i punti di raffronto. Tutto vi contribuisce: genere di cartella, numero di matite, vestiti, forza muscolare, rapidità nel correre, altezza della statura e, domani, successi scolastici. Il bambino intuisce anche la differenza sociale: la bambinaia viene a prendere questo compagno, i genitori di quell'altro hanno la macchina o la moto. I genitori, per inettitudine, per delusione o sotto il falso pretesto di emulazione, sottolineano i difetti di un bambino in rapporto a un altro. Non intendiamo parlare qui dell'atteggiamento gravissimo di genitori che amano in modo disuguale i loro figli e manifestano apertamente le loro preferenze: il caso purtroppo non è solo immaginario. Anche nei " buoni " genitori, quanti richiami a un confronto con altri! " Guarda il tuo fratellino come è buono! ". " Guarda la tua sorellina come mangia bene! ". Soprattutto in materia di scuola e di pagelle di fratelli e sorelle, i genitori sono tentati di stabilire dei confronti profondamente ingiusti per i meno fortunati.

Con la speranza, spesso fallace, di stimolarli, vantano davanti a loro i risultati degli altri non riconoscendo il loro sforzo: " Guarda Carlo: che bella pagella ha avuto! ". Pensiero del tutto ingiusto; perché dove non c'è parità di capacità, con quale diritto pretendere parità di risultati? Il solo confronto ammissibile è quello del bambino con se stesso in diversi periodi, o quello che sia giustificato dalle sue reali possibilità.

La scuola, con la rigidità del suo andamento, riprende questi procedimenti dei genitori. La classifica per posti di merito, se è fatta per dare un'orgogliosa fiducia ai più dotati, non può far a meno di sprofondare i meno abili nella loro mediocrità. Come comprendiamo e approviamo le nuove scuole che evitano ogni confronto degli scolari tra di loro, e danno al bambino soltanto la comuni e azione dei suoi risultati! Tali scuole sono poco numerose e molti educatori, col desiderio di suscitare l'emulazione, ricorrono ancora all'elogio pubblico dei buoni e dei puntigliosi, e alla critica non meno aperta, e talvolta persino crudelmente ironica, degli altri!

La maggior parte dei genitori, pur amando i loro figlioli, hanno tuttavia poco rispetto della loro personalità e poca comprensione delle loro difficoltà. Nelle migliori famiglie, i difetti dei figli sono messi in evidenza, non solo davanti agli altri parenti, ma anche davanti agli estranei. Il confronto che, già da solo, risalta agli occhi del bambino non basta; ci vuole in più l'umiliazione di vederlo risaputo da tutti. Per parte nostra non siamo mai riusciti a capire come la proclamazione ai quattro venti dì un difetto possa contribuire a correggerlo.

Quando la mamma avrà detto: " Su da bravo, di' buon giorno alla signora! " non si vede quanto ciò possa guarire l'interessato dalla sua timidezza.

Capita che, parlando con amiche o con le vicine. le mamme, col pretesto di far vergogna al colpevole, divulghino i suoi difetti con grande aggiunta di esclamazioni. Cattivo sistema anche quello di raccontare al primo venuto gli sbagli di un bambino per umiliarlo, farlo arrossire, e, si spera, correggerlo. Se si facesse così con noi adulti, non troveremmo il sistema molto simpatico. Perché allora, trattandosi di un bambino, agire diversamente?

Intendiamoci bene: non diciamo che non si deve mai punire un bambino, chiediamo solo che se il suo sbaglio non è stato pubblico non lo sia neppure il rimprovero.

Il sentimento di inferiorità si ritrova normalmente, in tutti gli individui, anche passata la giovinezza, e riveste successivamente diverse forme. Nei primi anni la sua origine sta soprattutto nella costatazione della debolezza fisica. Verso i quattro anni, il bambino comincia a rendersi conto della sua mancanza di virtù in confronto con la " bontà " degli altri. Il tempo della scuola porta i confronti intellettuali e sociali, ridotti sulle prime, e più estesi in seguito. L'adolescenza, che è il vero momento in cui sboccia la consapevolezza della personalità, mitiga nei ragazzi e rafforza nelle bambine il senso di inferiorità d'origine fisica: aumenta invece nei più quello d'origine sociale, al quale non sfuggono, e solo in parte, se non i figli di classi privilegiate. Il senso della debolezza morale sarà più vivo, e non senza motivo, nei ragazzi che non nelle bambine. Quanto al senso di inferiorità; non ci sono che ben pochi posti di primi della classe, i soli che siano giudicati degni di onore alle famiglie di solito molto ambiziose per la loro progenie!

Per quanto numerosi siano i campi in cui è possibile brillare, soltanto un bel piccolo numero di eletti può riuscire ad entrarvi. Costoro sono minacciati di autosufficienza e di orgoglio. Altri riescono in qualche ramo, per cui riescono a sfuggire, interamente o parzialmente, al complesso nevrotico di inferiorità, pronti d'altra parte a ritenere capitale, essenziale, primordiale il terreno in cui brillano. Quelli che non riescono in niente o quasi, sono evidentemente minacciati di rimanere del tutto vittime di detto complesso. Cercano vie tortuose, sia per soddisfare la loro ambizione se sono temperamenti attivi, sia nel caso contrario, per trovare una causa al loro fiasco. I primi giungeranno a valorizzarsi in qualche punto di loro scelta (collezioni, sport... ), e saranno tentati di ricorrere, per riuscirvi, a mezzi disonesti - inganni a scuola, bugie, maldicenze, ruberie; e più tardi, ubriachezza, furti, seduzioni, violenze, ecc. -; i secondi troveranno una giustificazione alla loro mediocrità in mille modi imprevisti e curiosi: malattie in cui si compiacciono, incontinenza notturna, mancanza di appetito, compiti mal fatti, balbuzie, timidezza...

Il complesso di inferiorità è davvero malefico. Negli attivi crea un atteggiamento falsamente rivendicativo e facilmente invidioso nei confronti degli altri. Li spinge a cercare tutti i mezzi buoni e cattivi per denigrarli e soppiantarli. Molti rivoluzionari non sono altro che degli inaspriti: ben pochi agiscono per puro amore di giustizia sociale. Durante l'infanzia, l'individuo a temperamento attivo che soffra di un complesso di inferiorità, entra a far parte dei caratteri difficili, mai contenti, brontoloni, sempre pronti a lamentarsi d'essere trattati meno bene, ad appropriarsi violentemente i giocattoli e gli oggetti dei fratelli e delle sorelle, sempre d'umore nero e aggressivo. Se invece ha un temperamento passivo, si rifugia nell'indolenza, nella pigrizia, nelle musonerie, da cui derivano la finzione, la negligenza, la mancanza di sforzo, lo scoraggiamento, l'insuccesso a scuola. Trova ingegnosamente i mezzi per farsi compatire e per farsi aiutare in mille modi, esercitando sulla mamma, per mobilitarla al suo servizio esclusivo, un agile ricatto, anche se incosciente, dal quale il cuore e l'amore materno la difendono male.

Uno dei più grandi ostacoli all'armonioso sviluppo del bambino e alla sua felice preparazione alla vita, risiede in questo complesso di inferiorità. I passivi, eterni scoraggiati, non sfruttano che una debole percentuale del capitale di risorse dì cui dispongono. Gli attivi, invece, adottano atteggiamenti e modi di fare, che li renderanno elementi difficili nella loro futura famiglia e nell'impiego.

I genitori hanno dunque un immenso interesse nel fare sì che non nasca o non continui nei loro figli il complesso di inferiorità. Questo può sempre o quasi sempre essere supposto per la stragrande maggioranza. Forse ne sono esclusi solo quelli che hanno poca sensibilità e sono ottimisti nati, o quelli a cui la vita sorride in tutti i campi: bambini ben dotati, in famiglie ideali, favoriti da genitori intelligenti e buoni educatori. Gli altri, la grande maggioranza, si accorgeranno segretamente dei loro elementi di inferiorità: debolezza fisica, appartenenza al sesso femminile, difficoltà nei primi anni a ben coordinare i movimenti, paure, rimproveri da parte dei genitori, eccessivi per la frequenza o per la veemenza, impressione di essere meno amati in confronto a uno più piccolo o ad altri membri della famiglia: più tardi cattiva riuscita scolastica, ironie dei compagni o dei grandi... Sono queste mille occasioni per innestare, su questo ineluttabile sentimento di debolezza, un complesso morboso di inferiorità.

Uno dei peggiori sbagli che i genitori potrebbero compiere è dunque, per disillusione o per segreto rancore, quello di opprimere con violenti rimproveri lo scolaro che riesce male e fargli le più sinistre previsioni. Questo è spesso l'atteggiamento paterno, quando il bambino porta la pagella con brutti voti. I lettori ci scuseranno il vocabolario poco accademico di queste frasi. Ognuno cura all'esterno la propria reputazione e il proprio rispetto, ma nell'intimità familiare se ne cura meno. " Sei uno stupido ", " Non sei altro che un idiota", " Non riuscirai mai a niente "... e tante altre asserzioni ugualmente ottimistiche.

Le mamme, dal canto loro, non sono sempre molto incoraggianti verso le loro bambine. Se sono lente al lavoro, fanno male un mestiere, sbagliano nelle compere, ecco che piovono i pronostici più pessimisti. " Non sei buona a niente ", " Non si può far niente con te ". In tutte queste frasi riusciamo molto bene a vedere l'amor proprio ferito, le nervosità, la disillusione e la collera nell'animo dei genitori, ma confessiamo di non essere mai riusciti a vedervi in cosa potrebbero migliorare la situazione e quale incoraggiamento un bambino potrebbe trovarvi!

Più frequentiamo i bambini e più siamo colpiti nel vedere quale credito essi diano alle parole dei loro genitori. " Se dunque questi esseri che mi amano affermano con energia che io non sono buono a niente, dev'essere proprio vero. A che pro, allora, affaticarmi e consumarmi in inutili sforzi? Bisogna che mi arrenda all'evidenza e mi adatti alla situazione. Rinuncio al lavoro ". Chi potrà accusare il bambino di mancanza di logica, quando trae simili conclusioni dalle frasi colleriche dei genitori? L'osservatore imparziale e psicologo è costretto a confessare che la logica da ragione ai bambini!

Se poi il maestro di scuola, altra autorità infallibile, sottolinea coi suoi pronostici quelli dei genitori, come potrà il bambino non persuadersi di essere veramente un imbecille, incapace di fare per bene anche la più piccola cosa? Quale edificio potrà essere costruito con sicurezza su tali fondamenti?

Gli educatori temono eccessivamente di sviluppare l'autosufficienza e l'orgoglio nei bambini. Questo fatto è particolarmente aggravato, in moltissime istituzioni scolastiche femminili, dove, stando alle educatrici, dovremmo trovare una folla considerevole di " bambine orgogliose, piene di se stesse ". Se abbiamo incontrato - e in massa – delle bambine vanitose, confessiamo di non averne viste, se non raramente, di orgogliose, mentre invece le timide, le diffidenti di se stesse, sono legioni. Si pretenderà forse che tale diffidenza di sé è base di orgoglio? Ma allora quale parola dovremo usare per indicare quelli che hanno un'eccessiva fiducia in se stessi, una coscienza esacerbata dal valore della loro personalità?

Esiste anche questo tipo, certamente, ma è infinitamente più raro. Per combattere l'autosufficienza non è opportuno cercare di umiliare. Senz'altro si potrà amabilmente mettere a confronto l'orgoglioso coi suoi fiaschi, mettendo però in questo, per buona politica, un certo ritegno. Molto migliore è ancora una formazione spirituale che gli faccia notare che le doti di cui non si può negare l'esistenza, non sono suo proprio retaggio, ma un dono della Provvidenza. Doni che gli sono stati dati perché li metta a servizio degli altri uomini suoi fratelli.

Non è umiltà, ricordiamolo, rifiutare di riconoscere doni o qualità esistenti. È errore e menzogna. Sant'Agostino nelle sue " Confessioni " non teme di affermare che quanto a doni intellettuali, sorpassava di gran lunga tutti quelli della sua classe. Ma, legittimamente, ne rende onore a Dio!

San Francesco di Sales notava, non senza ironia, che nel caso del cavaliere fiero della sua bardatura o della giovinetta fiera del suo vestito, non sono né cavaliere né la giovinetta che hanno il diritto di vantarsi, ma il cavallo e la stoffa. Oppure in questo caso la sarta che è raramente la stessa persona che porta quel vestito.

Non faremo mai meditare abbastanza agli orgogliosi queste riflessioni, per guarirli dalla loro eccessiva e nevrotica ricerca dì superiorità. Il loro caso potrà aver bisogno di una cura del carattere dì cui non possiamo dare qui gli elementi troppo tecnici, per essere usati dai genitori: è necessario uno psicologo specializzato.

Per gli altri può essere dato agli educatori qualche utile consiglio oltre a quello primordiale di bandire assolutamente ogni ingiuria sprezzante e ogni profezia pessimistica. Si tratta di rivalorizzare il bambino davanti a se stesso. Per questo è più preziosa l'esperienza di personali riuscite che non scoraggiamenti provenienti dall'esterno. Questi non devono essere del tutto tralasciati, ma debbono sempre essere dati con intelligenza e verità. Non date al bambino delle qualità che non ha, l'avvenire gliene dimostrerà la mancanza, e il riconoscerlo gli sarà più nocivo di quanto gli possa esser stata benefica la sua illusione. Non congratulatevi con lui per degli sforzi che gli attribuite gratuitamente: sarebbe come invogliarlo a non farne. Solo dove notate uno sforzo, incoraggiate e quando si rivela un miglioramento o una riuscita, lodatelo. Cominciate dapprima col dare al bambino dei lavori appropriati: il poterli compiere sarà per lui uno stimolo. Dosate progressivamente la difficoltà alle sue possibilità crescenti, così lo condurrete a poco a poco, grazie all'esperienza che farà della sua riuscita, a trovare fiducia in se stesso: virtù preziosa nella vita.

Combattere un complesso di inferiorità perciò non significa per nulla soddisfare la vanità o l'orgoglio. È solo rendere a un essere il vero senso delle sue capacità provvidenziali, perché diano tutto ciò che il Padrone ne aspetta. Conosciamo una scuola di bambini dove il motto dei maestri è il seguente: " Tutto ciò che si può fare si deve fare ". L'esattezza morale della formula non è forse perfetta e conviene precisarne bene la portata. Se è ben intesa è un mirabile mezzo pedagogico per portare il bambino allo sforzo. Ricordiamo che è proprio lui il primo a provare gioia nel lavoro compiuto da solo.

 

PARTE TERZA

COME EDUCARE I NOSTRI BAMBINI

CAPITOLO I

DIFETTI

Il bambino perfetto, rispondente a tutte le ambizioni dei genitori, non esiste... se non forse nelle conversazioni dei padri con gli amici o delle madri con le amiche. In seno alle famiglie sono un'altra cosa!

Dal canto nostro, confessiamo un'inguaribile diffidenza di fronte all'avvenire del ragazzo perfetto. Non può essere tale, altro che nelle illusioni che una madre cieca si fa sull'unico figliolo, viziandolo di conseguenza... E allora guardiamoci bene da quei domani! Se è proprio un " bravo " bambino che non salta, non rompe niente, tranquillo, calmo, a posto, metodico... Allora ha le glandole che non funzionano, manca di vitalità e deve essere esaminato da un dottore. In realtà non è normale che un bambino sia " bravo ". La sua natura glielo proibisce, poiché a tre o cinque anni non ha quasi nessuna coscienza di ciò che è bene o male e manca di una spontanea capacità di dominio. È dunque normale e augurabile che sia inquieto, toccatutto, goloso, maleducato, innamorato del gioco, ribelle alla disciplina, indipendente, audace, imprudente. Il pronostico per l'avvenire d'un soggetto simile, aggiuntavi una buona educazione, è infinitamente più favorevole che quello dì un " bravo " bambino. Rallegriamoci, allora, se i nostri bimbi hanno dei difetti... pur sforzandoci di correggerli.

Per difetti intenderemo in questo capitolo non solamente ciò che chiamiamo correntemente con questo vocabolo in rapporto alle leggi morali e alla perfezione (alla quale pensiamo che la coscienza sia legata fin da allora), ma anche tutto ciò che non risponde all'equivalente fisico ideale: enuresi notturna, mancanza di appetito, turbolenza, nervosismo. Da un punto di vista morale si impone certamente una distinzione tra questi due gruppi di difetti. Ma dal principio fino all'età detta della ragione, e spesso anche dopo, la responsabilità del bambino non è in causa o lo è ben poco, negli atti di gola, nei piccoli furti, nelle menzogne. In seguito, morali o fisici, i diretti dei bambini causano imbarazzi ai genitori che cercano ogni mezzo per correggerli.

Qui non abbiamo l'intenzione di addentrarci nello studio né del manifestarsi delle cause, né dei mezzi per guarire cìascun difetto dei bambini. Per questa diagnosi e terapeutica occorrerebbe tutto un volume. Numerosi sono i difetti (nervosismo, disobbedienza, pigrizia, timidezza, slealtà, menzogna, furto, mancanza di appetito, ecc.) e molteplici ne sono le cause (d'ordine fisico o affettivo o morale). Ci accontenteremo dì fare delle considerazioni generali che, speriamo, saranno utili ai genitori.

 

Diagnosi e guarigione

Quando si tratta di un difetto infantile, importa dapprima precisarne con cura le diverse manifestazioni. La cosa è facile e le mamme, che sono sempre in contatto con i loro bambini, hanno tutte le possibilità per farlo.

La seconda tappa è ben più difficile: scoprire le cause reali di questo difetto. Di solito i genitori, costatando un determinato modo di comportarsi del bambino, gli appiccicano in fretta una qualifica poco piacevole. " Franco è un bugiardo ". " Nandina è una ladra ". "Benedetto, nonostante il suo nome, è un collerico ". " Regina è una paurosa ". È subito detto: spesso è troppo presto detto. Vorremmo invitare i genitori a guardare più da vicino le cose e a diffidare dei giudizi impulsivi e frettolosi. Conviene studiare di più il comportamento del bambino e scoprire i motivi profondi che lo fanno agire.

Siete proprio sicuri che Franco, parlando come fa, intende affermare assolutamente cose che sa contrarie alla verità? Non può darsi, se ha tre o quattro anni, che confonda un sogno o un incubo con la realtà? Il bambino, a quell'età, passa dì frequente delle notti agitate, e può avvenire che trasporti nella realtà ciò che si è rappresentato durante il sonno. Oppure può attribuire, per sbaglio, a un incidente che gli è capitato durante il passeggio, la illustrazione vista in un libro, che l'ha colpito vivamente. Con lo spiccato senso fantastico dei bimbi, frequenti contusioni sono possibili in questa età, quando il mondo oggettivo e il soggettivo non si distinguono ancora nettamente.

Può capitare a Franca di tradurre in atto compiuto realmente, un gesto che soltanto desidera di compiere. " La zia Mina mi ha regalato una grossa bambola ". In effetti la zia Mina non ha fatto nulla di ciò, la bambina desidera solo che lo faccia e inconsciamente o anche consciamente - una ingegnosa e ingenua diplomazia non è da escludersi a quell'età - prende il desiderio come una realtà, oppure lo manifesta candidamente per esercitare una suggestione invero molto abile.

Dire di un bambino che è un " bugiardo " è usare un'espressione terribilmente equivoca e dannosa. Vuole solo significare che il bambino dice spesso delle bugie? Allora l'espressione è esatta, ma non fa che attaccare un'etichetta precisa su un modo di fare abituale. L'etichetta non spiega nulla e assomiglia molto da vicino alle spiegazioni che Molière dava del potere dell'oppio: " Perché l'oppio fa dormire? Perché possiede una virtù sonnifera ".

Pretende essa invece fare appello a una vera causa e dichiarare che il bambino ha una propensione ulteriore alla menzogna: mente per il piacere di mentire? Tale interpretazione che, crediamo, esiste assai di frequente nella mente dei genitori, è erronea e pericolosa.

Erronea, perché, a nostro parere, e fino ad un più ampio controllo, questa costituzione psichica non esiste. Pericolosa, perché mette fine alle ricerche dei genitori, impedisce loro di risalire alle vere cause e di ricorrere a un rimedio efficace. Il bugiardo costituzionale non esiste o, se esiste, è rarissimo. La menzogna non è mai altro che un alibi o un sintomo, non un modo di fare ricercato per se stesso. L'arte dell'educatore sta nello scoprire di quale passione la menzogna è l'alibi e di quale sbaglio - nell'educatore o nell'educato - è il sintomo.

Supponiamo dunque che Nicoletta menta davvero, cioè che affermi delle cose che sa non essere vere. È un fatto. Nient'altro che un fatto. Si tratta di scoprire, con l'analisi attenta delle circostanze, i motivi profondi, forse si tratterà di una bugia suggerita dalla vanteria. Nicoletta cerca di farsi valere. Molto bene. Eccoci in un campo ben noto. Nicoletta agisce così perché desidera essere apprezzata e amata. Atteggiamento normale dell'essere umano. Bisogno universale e sano, necessario allo sviluppo della personalità. Il torto di Nicoletta non è quello di provare tale sentimento, ma di cercare di soddisfarlo per delle vie illecite e antisociali. Accusarla delle sue millanterie, umiliarla, punirla è dunque un atteggiamento pedagogico errato perché del tutto superficiale. Tale metodo può, per timore di castigo, impedire una recidiva, ma non guarisce la propensione morbosa in se stessa. Anzi non ne suppone nemmeno l'esistenza. Ogni sanzione automatica è cieca. Ogni punizione fisica, malgrado le apparenze, è incompleta e non guarisce il male alla radice, Nicoletta si vanta forse perché - temperamento attivo - ha una volontà di potenza e di preminenza esagerata, o perché - temperamento passivo - soffre di un complesso di inferiorità che cerca di compensare con questa strada sbagliata? Il vero rimedio alla sua menzogna, la vera cura preventiva, sarà di dare al suo desiderio di essere apprezzata e amata uno sfogo sufficiente, e, nello stesso tempo, farla ragionare per ricondurre questo desiderio a proporzioni normali e cercarne le soddisfazioni senza uscire dal quadro delle esigenze sociali. Se si tratta di un temperamento attivo, le sue ambizioni saranno deviate sul terreno morale e le sarà suggerito il desiderio di una sana (e non passiva) bontà. Se si tratta di un temperamento passivo e depresso, possibilità convenienti e adatte alle sue risorse le saranno fornite per rivalutarla di fronte a se stessa. Sono questi i soli mezzi capaci di prevenire le sue bugie di millanteria.

Ciccio non fa che mentire, ci dicono i suoi genitori. Perché lo fa? L'analisi del suo caso ci conduce a costatare che ha dei genitori esageratamente severi. La mamma è una persona molto fine, molto religiosa, sensibile, idealista e sogna di avere dei bambini perfetti. Non lascia passare nessuna mancanza e manifesta subito una disillusione e un disappunto profondo. Non riesce a nascondere la sua tristezza né a velare le sue inquietudini. " Un figlio bugiardo! È terribile. Che cosa diventerà poi? ". Il padre del bambino è per parte sua un uomo austero e rigido, preciso come la matematica che insegna, un po' meccanicizzato nel correre volentieri al principio delle sanzioni a tariffa e automatiche. È un uomo con grande senso del dovere, ma sprovvisto di ogni senso psicologico; ignora del tutto o quasi il lento e progressivo sviluppo dell'anima infantile e vorrebbe nel suo piccolo di otto anni una coscienza morale pari a quella di un adulto. Questi due esseri moralmente notevoli, sono spaventati di aver generato - almeno, così credono - un figlio bugiardo. Perciò per guarirlo dall'orribile diretto, il papà gonfiato in pieno dallo "allarmismo " materno, si mostra estremamente severo nelle sue repressioni. Padre e madre non suppongono neppur lontanamente, nel loro candore pedagogico, che è precisamente quella la causa di tutto il male e che comportandosi così non fanno che aggravare la situazione.

Ciccio, si capisce, non è un angelo neppur lui. Gli capita di disobbedire o, trascinato dall'ardore del suo temperamento, di commettere qualche sbaglio. Ha proprio rotto un vasetto cinese. Interrogato, nega ostinatamente. Non per amore di menzogna, ma per paura di perdere l'affetto materno. " Se tu diventassi un bugiardo, non potrei più volerti bene " gli ha detto un giorno, tre anni fa, la mamma persuasa di dire e dì fare una bella cosa. Ciccio, che ama molto la mamma, non ha dimenticato quella parola che lei non ricorda più. Il terrore dell'eccessiva severità paterna lo incoraggia nelle sue negazioni. Le cause di questo modo di comportarsi dì Ciccio sono nel suo temperamento di argento-vivo, nella sua passione di agire e di godere, nella presenza, ancora imperfetta - ha solo otto anni! - della sua coscienza morale. Ci sono delle altre cause invece che stanno nei genitori: l'eccessiva ambizione (mezzo spirituale e mezzo umana) di perfezione nella mamma, e il rigore paterno. In simili casi, punire, esagerando una bugia vuol dire suscitarne un'altra. Per toglierla, invece, lo sforzo deve essere portato su un terreno apparentemente molto diverso : aiutare Ciccio ad acquistare un migliore controllo di se, svegliare saggiamente la sua coscienza, ottenere dalla mamma e dal papà maggior comprensione della sua anima di bambino, più modestia nel loro ideale, più dolcezza nella repressione. In questo modo la guarigione di Ciccio è possibile non da oggi a domani, ma in alcuni mesi e progressivamente.

Lodovico ha dichiarato alla mamma che ha finito i compiti e studiato le lezioni. Conoscendo il suo pollo, la mamma vuole verificare il diario. Vi è indicata una sola lezione e Lodovico la sa veramente. Tutto in regola e Lodovico va a giocare. Il sabato successivo, nota sul diario: compiti incompleti e lezioni non studiate. La mamma non ci capisce niente e giura al marito che il ragazzo ha eseguito ogni giorno i compiti e studiato le lezioni. Il papà non si convince; suppone, anzi è del tutto sicuro, che la mamma manchi di fermezza con Lodovico, sul quale egli fonda molte speranze. Va dal professore e chiede come è tutta la faccenda. Si scopre il mistero: il professore verifica il diario e scopre che il ragazzo da qualche settimana non vi annota sistematicamente una parte dei compiti e delle lezioni, cosa che finora gli era sfuggita. Ogni giorno correggeva i compiti di una parte dei suoi scolari e il caso aveva voluto che a volte Lodovico fosse interrogato solo sulle lezioni notate sul diario. Questa settimana invece era stato interrogato proprio sui compiti e le lezioni non segnate, e perciò non studiate. La mamma fu costernata, il papà corrucciato, il professore un po' confuso per essere stato colto in flagrante delitto di non-correzione dei compiti scolastici. Lodovico pagò doppiamente i suoi misfatti. A casa, frasi amare della mamma. Botte vigorose del padre, proibizione di giocare con l'amico nelle prossime vacanze, soppressione di ogni partecipazione all'attività degli scout. A scuola, umiliazione davanti a tutta la classe " per svergognarlo ", frase da copiare un numero esagerato di volte: " I truffatori e i bugiardi finiscono in prigione ". Accordo tra padre e professore per le loro prediche al ragazzo sul tema " Non sei altro che un pigro! ", " Se continui così, non farai niente nella tua vita! ". Risparmiamo ai lettori le parole poco accademiche del papà, le grandi frasi misteriose e incomprensibili per il ragazzo... Non discutiamo l'opportunità - innegabile - dei castighi, né riveliamone il carattere esagerato: " Lavorerai tutte le vacanze " (Vane minacce!) o addirittura dannoso; "Non andrai più con gli scout" (Ambiente di formazione del carattere oltre che di gioco!): mettiamo solo in evidenza il loro carattere incompleto.

Perché il bambino ha agito in questo modo? Per pigrizia, è stata la risposta unanime. Ma di tale pigrizia quale è la causa? Può essere complessa. Nel caso di Lodovico - come uno studio un po' approfondito del suo carattere dimostra - era essenzialmente l'attrattiva del gioco (ecco una vecchia conoscenza, di cui abbiamo parlato nel capitolo sulla ricerca del piacere) e in più - e adesso Lodovico non è l'unica parte in causa – il clima troppo facile e comodo dell'ambiente familiare, clima che lungi dal tonificare il carattere di Lodovico, l'ha invece rammollito.

La famiglia di Lodovico è fortunata, poiché possiede una bella casa, fornita di ogni comodità: riscaldamento centrale, acqua corrente calda e fredda in tutte le camere: nessuna sedia, ma delle poltrone; persone di servizio pronte a riordinare tutto ciò che i bambini lasciano in giro; alla colazione del mattino ampia scelta di bevande - caffè, tè o cacao, e di cibi - pane tostato, panini, budino, frutta cotta, marmellata, - secondo i gusti di ciascuno - frittata al formaggio, uova strapazzate o al latte, - vestiti ben caldi d'inverno... Insomma, un ambiente meravigliosamente invitante alla mollezza.

Credete proprio che quei propositi occasionali del padre, cosi veementi e, nell'intenzione, " esemplari " per costringere il ragazzo ad un lavoro ostinato, possano controbilanciare l'influsso permanente del suo ambiente familiare? Il papà di Lodovico è di fatto, un lavoratore indefesso: ma il suo lavoro è tutto in fabbrica, dove non ha mai messo piede il bambino, che lo vede solo in casa ricevere gli amici e godersi il meritato riposo. La presenza di sorelle grandi, che hanno finito gli studi e aspettano in un semi-ozio un eventuale marito, l'esistenza di un fratellino di cinque anni che non va ancora a scuola, non facilitano certamente lo zelo per lo studio in Lodovico, che, per di più, frequenta degli amabili bambini della sua stessa età, amanti come lui del gioco. Tale clima di vita facile e piacevole, conseguenza della ricchezza della famiglia e della mollezza della educazione, costituisce la vera causa delle bugie di Lodovico. Per guarirlo sarebbe stato necessario sopprimere il termosifone in camera, togliergli l'acqua calda, dargli come sedia uno sgabello molto duro, esigere che ogni giorno si rassettasse il letto e tenesse in ordine i suoi abiti, insegnargli l'uso della doccia, fargli fare dello sport, obbligarlo al campo scout durante le vacanze, fargli mangiare ogni cibo, insegnargli a fare dei sacrifici e degli sforzi e così, avendo acquistato il coraggio e il desiderio di lavorare, non avrebbe più sentito la tentazione di mentire.

Di ogni difetto fisico o morale bisogna cercare le cause reali. Attenzione a quelle parole vaghe e prive di qualsiasi senso reale: " Pierino è un bugiardo ", " Pierino è un timido ", " Pierino è un pigro ". Al di là di questi epiteti senza valore, bisogna cercare le cause profonde che fanno agire il bambino e la cui vera natura, come testimoniano gli esempi citati, si trova spesso molto lontano dai motivi che appaiono immediatamente. Scoprire le vere cause è permettersi di giungere alla terza tappa della lotta contro i difetti, cercandone i rimedi adeguati. Trovatili, non c'è che da applicarli con perseveranza.

Capita in pedagogia come in medicina. Le azioni riprovevoli potrebbero essere ben paragonate alla febbre. Un'azione isolata non preoccupa più di una febbre passeggera; ma se la febbre continua in modo costante o ad intermittenze, si resta allarmati e se ne cerca la causa. Cosi dovrebbe accadere per un difetto che diventa abituale. Molte possono essere le cause della febbre: decine di malattie la provocano secondo un diagramma ben vario. Un difetto può derivare da ragioni molto diverse: la menzogna non ha cause fisiche, ma può essere il portato della pigrizia e della timidezza (è tipica dei timidi): anzi, la menzogna, e così pure la inappetenza e l'enuresi notturna, possono trarre la loro origine da mille ragioni affettive e morali, tra le quali bisogna scegliere la o le vere cause: influsso dell'immaginazione, trucco diplomatico, amor proprio offeso, timore dei castighi, paura dello sforzo, soppressione di vantaggi, vergogna, vanità, compenso di una inferiorità, gelosia, influsso e imitazione dell'ambiente, cattiveria, mitomania...

Fatta questa diagnosi, c'è da mettere in opera la medicina appropriata. La sola enumerazione delle diverse cause possibili della menzogna è sufficiente per mostrare che le cure ne sono molto differenti. La bugia interessata dovrà essere trattata in modo completamente diverso dalla bugia, frutto di paura o di rinuncia allo sforzo.

Un semplice castigo, se non è utile, non basta; agisce come la compressa d'aspirina che sopprime il sintomo ma non incide sulle cause della malattia. Ogni azione veramente educativa e durevole deve necessariamente risalire alle cause profonde dei difetti e, in seguito ad essa, apparirà certo una di quella passioni fondamentali già trattate nel capitolo sul dinamismo dell'anima infantile. Proprio su queste passioni punterà ogni sforzo non per sopprimerle ma per dirigerle.

Per rendere concreti i nostri consigli abbiamo fatto l'esempio della menzogna. E anche di questa non abbiamo segnalato che alcuni casi e poche cause. La medesima analisi dovrebbe essere fatta a proposito di tutti i difetti tenaci dei bambini. È nostro desiderio, se Dio ci darà vita, di fare un giorno uno studio pedagogico sul bambino ed esamineremo per ogni difetto le molteplici cause possibili ed i mezzi per guarirlo. Ci è parso utile in questo libro dare l'allarme alle mamme, per portarle a giudicare meglio il problema e indicare l'orientamento di una soluzione. Un esposto completo di questi problemi avrebbe raddoppiato questo volume e sorpassato le nostre intenzioni ben precise: far capire meglio ai genitori l'anima del bambino.

Per applicare i rimedi ai difetti dei bambini si dovrà spendere la maggior parte del tempo a riformare la condotta, il carattere, il modo di vivere dei genitori. Dobbiamo confessarlo? Nelle nostre consultazioni facciamo sempre il processo al bambino, la descrizione minuziosa del suo modo di agire. Certamente il bambino è ben lontano dall'essere un angelo : tutte le passioni che si agitano in lui, lo abbiamo detto, per buone che siano nella loro profonda tendenza, non sono meno eccessive e anarchiche nelle loro esigenze. E dunque di prima necessità educare il bambino a imporsi una disciplina.

Ma anche i genitori, non sono perfetti! E molto spesso i loro difetti, per imitazione o per reazione, sono alla base delle deficienze dei figli. Sono molti quegli adulti che, ansiosi di correggere i difetti dei figli, siano altrettanto attenti a guarire i loro, e facciano essi stessi i medesimi sforzi che esigono dagli altri?

Lungi da noi il voler affermare, come talvolta siamo tentati, che non ci sono bambini difficili, ma genitori difficili, o anche che i bambini sono difficili perché i genitori stessi lo sono.

Questa frase, bisogna ben dirlo, contiene la sua parte di verità. Di fatto la guarigione completa dei difetti infantili, va di pari passo con la guarigione dei difetti di pedagogia, e spesso dei difetti di carattere dei genitori. Ci sono dei ragazzi perfetti solo là dove ci sono genitori perfetti. È la legge più comune: e ci è sembrato utile ricordarla.

 

CAPITOLO II

L'EDUCAZIONE MORALE DEI NOSTRI BAMBINI

In un suo libro poco conosciuto, Mauriac fa queste poco consolanti riflessioni, eppure per più di una ragione non prive d'interesse: " Per molli genitori l'essenziale è che i ragazzi stiano bene: ecco il primo pensiero: " Sei tutto sudato, non bere ancora... Mi sembri un po' caldo: adesso ti provo la febbre!". Chi non si ricorda delle sensazioni della propria infanzia: una mano posta con insistenza sulla fronte: due dita infilate nel colletto; e tutto quello che ci tocca trangugiare a digiuno o all'ora dei pasti, perché i nostri genitori avevano l'idea fissa di fortificarci e perché c'era sempre un nuovo ricostituente che, almeno nei primi mesi di cura, fortificava più degli altri?

Prima di tutto, che i bambini stiano bene; poi, che siano bene educati. " Sta' diritto, sei gobbo... Non pulire il piatto... Non sai usare il coltello... Non appoggiarti così... Le mani sulla tavola! Le mani, non i gomiti... Alla tua età non sai ancora pelare un frutto?,.. Non fare quell'aria stupida quando ti si parla... ". Sì, che siano ben educati! E il senso che tutti diamo a questa espressione " ben educati " mostra fin dove l'abbiamo abbassata. Che conta è ciò che apparirà di loro all'esterno, la loro facciata davanti al mondo. Basta che non tradiscano nulla, al di fuori, di ciò che il mondo non accetta, e noi ci sentiamo tranquilli; tutto va bene.

I soli educatori degni di tale nome – ma quanti ce ne sono? - sono coloro per i quali conta ciò che Barrès chiamava " l'educazione dell'anima ". Per loro, ciò che importa in questa giovane vita che è stata loro affidata, non è solo la facciata che si apre sul mondo, ma le disposizioni interiori, quello che nel destino di un uomo non è conosciuto altro che dalla coscienza e da Dio.

L'educazione morale del bambino è una cosa importante; perciò cercheremo in questo capitolo di spiegare il modo con cui si sveglia e si costruisce il senso morale nel bambino.

Alla nascita e nei primi tempi, il neonato e il piccino sono sprovvisti di ogni senso morale. Si accontentano di vivere e di cedere ai loro impulsi innati, senza una qualsiasi costrizione personale. Se fossero abbandonati a se stessi, agirebbero puramente e semplicemente come meglio loro sembrerebbe, prendendo senza rimorso le cose degli altri, rendendosi padroni di tutto ciò che piace loro, divorerebbero ogni cosa che appare appetitosa... Questi sarebbero i loro gesti, dettati dal bisogno di affermare la propria personalità e di cercare il piacere sensibile. Non è press'a poco così che vivono i " bambini viziati " che hanno addomesticato una mamma troppo sensibile e tesa nel tentativo di compensare un amore coniugale deluso?

Di solito i familiari, per comodità personale o per desiderio di educazione, si oppongono all'insorgere di certi desideri istintivi del bambino e gli impongono delle proibizioni o delle discipline. È soprattutto la parte della mamma. Per ottenere dal piccino o dal bambino che si astenga da certi gesti spiacevoli, la mamma fa un viso severo o mostra il dito; al contrario sorride al bambino che agisce secondo i suoi desideri e gli manifesta la sua soddisfazione.

Così inconsciamente, forse, ma in modo reale ed efficace, a proposito o a sproposito, getta nel bambino le basi del suo concetto morale. Per mesi e anni tali reazioni materne - e ben inteso, paterne e familiari - permetteranno al bambino di costruirsi una scala dei valori: da una parte i gesti che attirano l'approvazione, dall'altra quelli che portano con sé una rimostranza o una punizione.

Ora il bambino, e l'abbiamo detto, ha come primo principale bisogno quello dell'affetto materno, garanzia di sicurezza, fonte di ogni agio e di ogni gioia. Prima di ogni altra cosa proprio questo cerca: si priverà di un oggetto desiderato, per evitare il rimprovero materno; compirà un gesto che gli è piacevole, per ottenere la sua approvazione. Il fatto è che nel bambino di sei mesi l'affettività prende un posto primordiale e costituisce lo strumento necessario ed efficace per i primi rudimenti della sua educazione morale. Grazie a questo meccanismo affettivo è possibile insegnare al bambino fin dai suoi primi anni che ci sono degli atti proibiti e altri approvati. Prima classificazione degli atti umani, molto importante invero, che si arricchirà progressivamente.

Per una buona e stabile struttura della personalità morale del bambino è sommamente importante che la mamma non sia capricciosa. Se la mamma cambia continuamente, secondo l'umore, gli ordini e le proibizioni, se permette ciò che ha proibito o proibisce oggi ciò che aveva permesso ieri, il bambino non si raccapezza più in tale sequela di contraddizioni.

La sua piccola mente si fa un'idea molto caotica della morale. Importa anche che la mamma segni nel modo più chiaro possibile, nelle sue frasi o nei modi di rimproverare o di incoraggiare, una netta differenza tra ciò che è semplicemente non ammesso dal costume e dalle convenzioni, dal modo di pensare mondano, e ciò che è contrario ad un precetto morale. Dare la mano destra e non la sinistra e domandare permesso per passare davanti a qualcuno, mettere la mano davanti alla bocca quando si sbadiglia, voltarsi un pochino per soffiarsi il naso, e farlo con poco rumore, sono evidentemente delle pure convenzioni. Tali modi di fare hanno senza dubbio un fondamento sociale: si tratta di delicatezza e di rispetto per gli altri. Simili atteggiamenti non meritano per nulla una qualifica identica alle bugie, alla caparbietà, all'istinto di distruzione del bene altrui per gelosia o per collera È inutile dire che il bambino bugiardo, caparbio, che rompe o fa delle scene di collera non ha la medesima responsabilità a cinque anni o a dicci o più tardi ancora. Certe mamme non sempre fanno questa distinzione necessaria e si inquietano troppo per certi gesti dei loro bambini ancora piccoli. Se da una parte non bisogna esagerare la loro responsabilità, importa molto per il loro avvenire morale distoglierli, per quanto è possibile, fìn dai primi anni, da quei modi di fare dì cui non debbono assolutamente prendere l'abitudine. Quando li correggeremo denomineremo i primi come " cattivi ", per esempio; mentre per gli altri diremo soltanto: "i bambini che vogliono essere educati danno sempre la mano destra ",

Questo segno di assenso o di riprovazione materna darà al bambino i primi elementi del giudizio morale. In base a questo, potrà progressivamente catalogare i diversi modi di agire: " cattivi ", " sconvenienti ", " leciti ", " buoni ". L'efficacia di un simile atteggiamento non si limiterà a questi acquisti intellettuali. Il primordiale bisogno del bambino di restare in buona armonia con la mamma, lo condurrà spesso ad adottare i gesti che le piacciono ed evitare quelli che le dispiacciono. Così si abituerà a poco a poco ad agire bene, e queste abitudini saranno per lui una forza reale per la condotta nella vita futura.

Quando il bambino èancora nella culla, o comincia appena a camminare, e fino a che non è in grado di capire i rimproveri della mamma, l'educazione morale si riduce ad una pura preparazione di abitudini. Ne deriva solo un risultato meccanico: facilità di ripetizione di un atto. Furtivamente si va creando nell'intelligenza infantile, oltre alla materiale classifica tra " atti da farsi " e " atti da evitare " per ottenere il sorriso materno, il segreto sentimento di un bisogno o di una necessità fisica, primo lineamento del sentimento dell'obbligo morale di domani. Già il piccino, e più tardi il bambino, esigono volentieri la ripetizione di gesti ai quali sono abituati. Questa evoluzione dell'anima infantile, dal gesto posto per abitudine all'esigenza di tale gesto, è cosa molto nota. Il bambino è facilmente creatore di riti e, se l'educatore non sta attento a variare il quadro dei suoi atteggiamenti, il bambino farà di tale quadro una vera necessità: ben presto non vorrà più dormire altro che in una camera illuminata, o con la porta aperta, o col suo orsacchiotto a fianco. Così più tardi non ammetterà che si modifichi il racconto sentito già cento volte: " No, non era così ". Questa disposizione dell'anima infantile, che dal gesto abituale giunge subito alla esigenza, e poi alla necessità, fa acquistare al bambino la nozione vissuta di " cosa da farsi ", Senza dubbio si tratta di una necessità puramente fisica, distinta dalla necessità morale dell'obbligo. Non importa: proprio attraverso il fisico il bambino acquista il sentimento intimo e la nozione di cose che devono essere fatte, mentre nel medesimo tempo si forma in lui un pregiudizio favorevole, una simpatia, un'inclinazione ad ammettere domani questo medesimo sentimento di necessità dal punto di vista morale.

Verso i tre anni, quando l'intelligenza del bambino si sarà svegliata, la mamma gli potrà ricordare che facendo così " fa piacere alla mamma " o " al papà". Il bimbo in fasce non avrebbe capito tale discorso; nella sua seconda infanzia è già in grado di capirlo, la qual cosa permette fin da questa età un rinforzo dell'educazione morale. È vero, però, che il bambino, diventato padrone dei suoi movimenti e desideroso di emancipazione, è più tentato dal mondo esterno ad agire a suo piacimento. Le possibilità dell'educazione morale crescono dunque parallelamente alle sue difficoltà.

A partire dai quattro anni, l'educazione morale potrà diventare più oggettiva e meno affettiva, almeno in apparenza. Il richiamo al desiderio di fare piacere sarà certamente utilizzato con efficacia, ma è venuto il tempo in cui le formule " questo è bene ", " questo è male " cominciano a presentare al bambino il senso ancora molto vago, ma vivo, di un senso morale. A questa età il bambino sembra ammettere la necessità di certe regole. Facendo eco alle frasi degli adulti, usa anche lui, parlando con fratello o sorelle, l'espressione " bisogna " o " si deve "; ciò indica in lui l'inizio della comprensione di un senso d'obbligo.

Nelle famiglie credenti, il richiamo alla volontà di Dio rafforza tale impressione e questo sentimento nascente. Il bambino capisce a suo modo, cioè in modo molto antropomorfico, il senso di questa parola " Dio ". Ai suoi occhi rappresenta una personalità nella linea del padre e della madre, ma superiore ancora e più potente.

A tre anni e dopo i quattro soprattutto arriva l'età dei castighi e dei premi. Questi sono di fatto una manifestazione del medesimo ordine, ma più esplicita e più espressiva del sorriso della mamma o del volto rabbuiato e severo sopra la culla. A loro riguardo, ma più espressamente questa volta, bisogna ripetere le osservazioni che avevamo fatto più sopra. Hanno maggior importanza per il fatto che il lento, ma sicuro risveglio intellettuale del bambino gli fa ormai capire e indovinare non poche cose. L'adulto, ancora, deve far attenzione a proporzionare bene i suoi atteggiamenti pedagogici col vero stato d'animo del bambino, e a misurare le sue reazioni non alla noia causatagli da tale modo di agire, ma al grado di errore morale dell'atto in causa. Purtroppo, tutti sono ben lontani dal comportarsi così!

Quante mamme si irritano eccessivamente, perché è stato rotto un piatto o perché si è rovesciato il bicchiere. A meno di una disobbedienza ad un ordine immediato, il bambino non ha nessuna responsabilità in questo incidente, perché è ben lontano dall'avere una perfetta padronanza dei suoi nervi e dei suoi movimenti. D'altra parte, queste stesse mamme rideranno talvolta volentieri di un'impertinenza, che è furba o accompagnata da una riflessione ingenua o scherzosa. Ciò vuoi dire falsare il giudizio morale del bambino.

Nel medesimo ordine di idee importa complimentare lo sforzo, non la riuscita; biasimare l'errore, non la distrazione. Il bambino è perfettamente conscio, talvolta, di avere agito male e si aspetta una ramanzina. Tralasciarla, soprattutto quando sa d'essere stato visto, è agire in modo sbagliato. Me vai meglio felicitare un ragazzo per degli sforzi che non ha fatto, L'ideale è di adattare ricompense e rimproveri agli sforzi realmente compiuti o evitati.

Il gioco, soprattutto il gioco fatto in gruppo, contribuisce anch'esso a convincere il bambino della necessità di regole in società. Giocando per obbligo materno con i suoi fratellini e sorelline, troppo piccoli ancora per essere dei compagni " seri ", il bambino impara per esperienza che la mancanza di regolamento rende ogni gioco impossibile; ed alla stessa conclusione giunge con quelli che ingannano. Tale persuasione, pensiamo, ha un influsso innegabile sulla formazione della sua coscienza morale. E gli farà più facilmente ammettere la necessità di precetti nella vita sociale e la necessità di osservarli.

La Chiesa cattolica mette il risveglio della coscienza morale nell'individuo verso i sette anni. È un'esatta conoscenza della realtà; si tratta, ben inteso, di un semplice risveglio, non di una maturità, la quale ultima si acquista solo nella giovinezza. Tra i sette e i dieci anni e negli anni seguenti il ambino capisce a poco a poco perché un determinato modo di fare è buono o cattivo in se stesso e non solo perché suscita il sorriso o la severità materna. Tale sganciamento della pura moralità dal suo contesto affettivo, si opera solo lentamente. L'adolescenza, età in cui c'è un'acuta presa di coscienza di se stessi, gli darà uno slancio potente e definitivo.

Queste riflessioni sembrerebbero significare a prima vista che l'ambiente familiare e sociale fornisce tutta la struttura della moralità, senza che vi sia il minimo apporto da parte dell'individuo. È verissimo che l'ambiente ha un influsso enorme sui nostri giudizi morali. È ben chiaro il fatto che l'essere umano ammette o condanna una certa condotta, secondo che esce da un ambiente primitivo, pagano, civile o cristiano.

Questo tuttavia è un giudizio troppo sbrigativo e superficiale. Certamente non vi sono idee morali innate così come non vi sono conoscenze intellettuali innate. Tuttavia, come dal punto di vista intellettuale l'essere umano presenta una radicale capacità di capire (cosa impossibile all'animale), così possiede, sul piano morale, un innato orientamento a simpatizzare con ciò che gli si dirà essere bene e a rimproverarsi il male che eventualmente commetterà. L'educazione senza dubbio ha in ciò una grande parte, ma sembra che essa trovi la sua efficacia in certe propensioni e simpatie verso alcuni insegnamenti fondamentali.

Per terminare questo capitolo richiamiamo le grandi linee dell'educazione morale: alla preparazione della prima infanzia, alla imposizione autoritaria e fisicamente oppressiva di certi modi di fare, deve a poco a poco succedere l'affermazione di una legge morale esteriore: " Bisogna " e la necessità di osservarla: " Devi ". Durante l'infanzia, gli educatori dovranno aiutare a volere: " Facciamo assieme "; più tardi con l'adolescenza e la giovinezza verrà il tempo del " decidi da solo ". Una cosa risulterà ben chiara, speriamo, da ciò che abbiamo detto: quale sia il compito eminente dell'educatore nella formazione della coscienza morale e di quali possibilità disponga, in modo tutto particolare, la mamma per poterla compiere. È necessario, in più, saper usare bene queste risorse: con precisione di giudizio, padronanza di nervi e di impressioni e senso dell'opportunità.

 

Risveglio del senso religioso

Nelle famiglie credenti l'educazione religiosa va di pari passo con l'educazione morale e la rinforza. Tiene conto del modo con cui il bambino si evolve e adatta l'insegnamento alle sue possibilità.

La prima attività del bambino è il guardarsi attorno: fate in modo che il suo sguardo incontri un Crocifisso o un'immagine della Madonna. Il piccino ama la luce: illuminate e fate splendere una statua religiosa: ve ne sono in commercio di trasparenti, munite di una lampadina all'interno.

Poi il bambino è tutto orecchi: cantategli nenie religiose che imparerà diventando grande. Grazie a Dio ce ne sono oggi, semplici e melodiose, che esprimono sentimenti reali in termini facili.

La bocca è per il lattante uno strumento di investigazione. Fategli baciare un Crocifisso o una medaglia. In un'atmosfera di calma e di dolcezza, parlategli con voce raccolta, diversa dal vostro tono abituale. Con questa tattica gli darete la sensazione fisica che il mondo religioso è un mondo a parte.

Fate toccare al bambino oggetti religiosi, fateglieli baciare; ma, cosa importante, sempre in un'atmosfera particolare, fatta di calma, di lentezza e di sorriso.

Insegnategli al più presto il Segno della Croce. In poco tempo sarà capace di farlo a suo modo, un po' goffamente. Non esigete un Segno di Croce perfetto, cosa che di solito richiede un po' di tempo. Quando il bambino è in grado di fare brevi passeggiate, entrate talora in qualche chiesa e rimanetevi un istante perché vi veda in preghiera. Non mancate di fargli vedere i Presepi o i Sepolcri o l'altare durante le Quarantore. Il Presepio lo divertirà perché i personaggi gli sono familiari: il Bambino, gli animali, i pastori, i Re Magi. Davanti a Gesù esposto ammirerà soprattutto il gran numero di candele. Tuttavia c'è modo di attirare l'attenzione sull'Ostia. La piccola lampada del Tabernacolo, notata ben presto, sarà per lui il simbolo di una presenza.

Dopo i tre anni cominciano i perché. Siccome non è per niente un razionalista, crede volentieri alle realtà dell'invisibile. Niente di più semplice che suggerirgli, non solo con gesti e atteggiamenti, ma con parole semplici e adatte alla sua intelligenza (in pieno sviluppo a questa età), l'esistenza di Dio, creatore di tutto ciò che esiste e che suscita la sua ammirazione. Capirà facilmente che " Dio vede tutto ". " Nella notte nera, in una foresta nera, una formica nera, Dio la vede ". Tale certezza verrà ad animare concretamente, a vivificare il comando morale un po' secco del " bisogna ". Iddio non gli deve apparire solo come un Sorvegliante della morale e un Poliziotto supremo, ma anche come un Padre affettuoso e amorevole. La seconda infanzia, di fatto, è l'età dei sentimenti, della vita affettiva intensa, delle emozioni. Bisogna tenere conto dal punto di vista religioso e non insegnare " il Dio dei filosofi, ma il Dio (concreto) di Isacco, di Abramo, e di Giacobbe " (Pascal). Il bambino a questa età deve anche pregare: preghiere corte, recitate lentamente, con un tono molto raccolto e con parole semplicissime. Alla larga dalle preghiere del catechismo! Le loro parole sono incomprensibili. Alla larga anche dalle preghiere troppo ingenue! Valgono molto di più le parole che il bambino può capire. " Signore, benedite questo pasto. Date del pane a chi non ne ha ". Lasciate per la scuola le preghiere ufficiali dalle parole difficili!

Vedere i suoi genitori pregare è per il bambino la lezione delle cose. È un modo semplice e vissuto di fargli capire che Dio è ancora al disopra dei suoi genitori. È la prima nozione della Sua grandezza.

Certe mamme intercalano nella preghiera della sera un breve esame di coscienza. È senz'altro il miglior mezzo di formazione morale. Presuppone assolutamente il rispetto di una esigenza: la materia dì tale esame deve volgere solo su azioni morali (dunque non sulle distrazioni né sulle sconvenienze) della vita concreta del bambino. Il pentimento e il proposito devono essere formulati non in termini di " atto dì contrizione ", ma con parole molto alla mano. Sarà utile far vedere al bambino libri di immagini religiose, fargliele colorare, ritagliare e mettere assieme. Tutto ciò fa entrare la scienza attraverso i giochi e le dita.

Quando il bambino arriva ai dieci anni, non mettiamolo più a pregare assieme ai più piccoli. Curiamo che preghi piuttosto da solo, a suo modo, A partire dall'età della scuola avrà imparato le parole delle preghiere ufficiali: cerchiamo di fargli capire il loro significato.

Il nostro insegnamento si porti solo su cose ben solide. Fin dove è possibile separiamo molto chiaramente gli elementi stabili della fede, dagli elementi di " ornamento " della pietà. Questo, non nella pratica - certi elementi di pietà incarnano, rendono concreti e caldi gli elementi della fede - ma nella mente. Questa cernita non è molto facile, ne produrrà subito i suoi effetti, ma sarà preziosissima per l'avvenire.

Al bambino di otto o dieci anni bisogna " suggerire " più che comandare. L'essenziale soltanto gli sarà imposto: tutto il resto deve essere per lui un invito al quale si arrenderà: per forza di persuasione, di attrattiva, di seduzione. Che beneficio immenso una educazione religiosa che, prevedendo l'avvenire, tiene conto del presente e dello sviluppo attuale - sensoriale, affettivo e mentale - del bambino! Non si veste un bambino con gli abiti di uomo, non lo si forma efficacemente se non adattandosi alla sua statura intellettuale e morale. È questo, in ogni campo, il compito dell'educatore intelligente: adattarsi alle possibilità e ai dati del presente, in vista di assicurarsi per l'avvenire lo sviluppo armonioso in tutti i campi dell'essere umano.