L'AMORE INFINITO NELLA DIVINA EUCARISTIA

Paolina Maria Jaricot

A cura della Pontificia Opera della Propagazione della Fede Via Propaganda, 1/c - 00187 ROMA

PRESENTAZIONE

Nella modesta serie dei "quaderni dell'animazione missionaria" questo è il terzo, ed appartiene a Paolina Maria Jaricot, la nostra fondatrice.

Nel mio ufficio, qualche anno fa, ho trovato un librici­no veramente minuscolo, edito a Lione, il cui "imprima­tur" risale al 4 settembre 1899 dato a Bruges.

Ho provato a leggerlo, e non potevo tenere nascosto e in silenzio questa "voce ardente" di Paolina Maria Jari­cot.

Eccola, dunque!

Sarebbe stato molto utile offrire qui e lì un buon corre­do di annotazioni storiche, spirituali, liturgiche, ma que­sto avrebbe ancor più ritardato la stampa del presente opuscolo.

Le persone impegnate nell'animazione missionaria delle PP. OO. MM. nelle diocesi e parrocchie, ne trarranno una gran bene.

Questa speranza l'affido a Maria Santissima, la no­stra Stella dell'evangelizzazione.

P. Osvaldo Pensa

 

AVVERTENZA

La vita di Paolina Maria Jaricot è attualmente molto conosciuta; qui ci limiteremo a raccontare, in modo spe­ciale, solo alcune circostanze della sua giovinezza, di cui questo opuscoletto è il frutto delizioso.

Paolina Maria nacque a Lione, in via Tupin n. 16, il 22 luglio 1799, da una famiglia di commercianti, ricchi e cri­stiani, ed ebbe la grazia singolare di essere educata da una santa madre.

A cinque anni, ricevette dal Papa Pio VII una partico­lare benedizione di cui risentì un beneficio per tutta la vi­ta.

A quindici anni, per la sua intelligenza, la sua grazia e la sua bellezza, divenne oggetto di ammirazione della so­cietà in cui viveva, di cui era la reginetta e dove si prende­va il gusto di mettere in evidenza una varietà di eleganti abbigliamenti, che portava con rara distinzione.

Per qualche tempo ella si abbandona del tutto ai diver­timenti e agli affetti della terra, senza però cessare di sen­tire nel fondo del cuore il richiamo divino al sacrificio di tutto ciò che passa, e di avvertire sempre più amaramente l'insufficienza di ciò che è finito a colmare l'abisso del suo cuore, creato per l'infinito.

Da ciò il susseguirsi di lotte violente durate tre anni, che conducono la giovane frivola sull'orlo della tomba. Finalmente queste lotte sono seguite dalla più bella vittoria dell'Amore divino, poiché quel cuore di sedici an­ni, cedendo le armi, depose generosamente sull'altare del sacrificio tutte le gioie, le illusioni, i vantaggi che costitui­scono tutto ciò che gli uomini chiamano "felicità".

Il sacrificio è completo e istantaneo. Fin dal primo giorno e senza esitazione alcuna, la giovane rompe con tutto ciò che fino allora l'aveva attirata e si dona intera­mente a Dio, alle anime, agli sventurati.

L'ospedale sostituisce per lei le sale scintillanti dove era stata colmata di lodi, e le piaghe dei malati, nei quali la sua carità vede Gesù sofferente, "le diventano più prezio­se - scrive ella - di quanto non fossero le brillanti acconcia­ture". In una parola, non è più lei, ma Gesù Cristo vive in lei.

La sua unica ambizione ora è di vincere il suo orgoglio naturale. Così l'elegantissima ragazza di ieri appare in pubblico rivestita dell'abito trasandato o grossolano delle popolane, di cui cerca di imitare perfino il goffo cammino. "La signorina Jaricot è impazzita" mormora la gente, meravigliata di questa trasformazione incomprensibile. Ma che importano le dicerie del mondo a chi possiede la pace del Signore?

La prima simpatia che viene incontro alla sua eroica rinuncia è quella di alcune pie operaie, le cui anime pure e generose si uniscono a Paolina Maria per glorificare, con una specie di riparazione onorevole di cuore e di azione, il divin Prigioniero del Tabernacolo e per sollevare tutte le miserie di anima e di corpo, alla loro portata.

Questo piccolo gruppo scelto, "le bataillon sacrè", la sacra schiera della vergine-apostolo, è da essa organizzato in associazione, sotto il titolo di "Riparatrici del Cuore di Gesù" e la loro vita è degna di questo nome.

A partire da questa memorabile epoca (1816), che l'umile ragazza chiama anno della sua conversione - in realtà quello di un memorabile passaggio dalla vita cristia­na mediocre a quella fervorosa - il bisogno di salvare le anime e di sollevare gli afflitti, la divora; così d'accordo con la sua guida spirituale, che è accesa dallo stesso zelo, ella scrive e divulga molti opuscoletti che non solo istrui­scono, sostengono e incoraggiano le classi lavoratrici più sprovvedute, ma anche quelle di condizione più elevata nella società.

Questi fascicoli dati gratuitamente, come delle semen­ti che il vento trasporta senza ostacolo, andavano rapidamente e lontano a fecondare anche le rovine e i deserti.... La gratuità è il modo più sicuro e migliore per gettare fruttuosamente buoni semi nelle anime, nonostante le dif­ficoltà.

Che i seminatori del bene ne usino, come lo fanno quelli del male e.... abbondante sarà la messe celeste!

Il più importante di tali opuscoli fu proprio questo: "L'Amore infinito nella divina Eucaristia", richiamo bruciante di fede e di amore a una santa unione di tutti i discepoli di Cristo - dei sacerdoti soprattutto - contro le se­grete e infernali insidie dell'empietà massonica, intravista chiaramente da questa anima illuminata dal Signore, al­lorché nessuno ancora la supponeva.

Dal primo momento in cui apparvero, queste pagine vibranti fecero viva impressione sul pubblico religioso e, più ancora, fra i sacerdoti, ai quali l'autrice, seguendo un'ispirazione divina, le aveva in particolare indirizzate. Ci si domandava ovunque quale penna le avesse scrit­te, e quale sguardo del cuore avesse penetrato tanto pro­fondamente nell'abisso dell'Amore del Salvatore per gli uomini e in quello dell'ingratitudine degli uomini per il do­no ineffabile del nostro Salvatore.

Nessuno conobbe mai il suo nome.

E mentre le anime erano commosse, accese ed elevate dalla meditazione di questo libro, l'autrice era, per così di­re, radicata nell'umiltà dalla sua guida spirituale. Il suo di­rettore spirituale, temendo per quest'anima così giovane ancora, i pericoli di un prematuro successo, approfittava di tutte le occasioni per rivolgerle avvisi come questi: "Tu sei assolutamente incapace di fare da te stessa qualsiasi cosa di bene e di buono; ma sei capacissima di fare il male. E tuttavia tu vorresti sempre fare... Umiliati, e resta nel tuo vero posto, nel nulla".

"Oh! è vero, padre mio, rispondeva Paolina, io dimen­tico troppo spesso la mia impotenza e la mia profonda mi­seria. Ne abbia compassione e continui a sostenermi e gui­darmi".

Simile atteggiamento non impediva al saggio diretto­re di apprezzare in segreto e di utilizzare secondo i bisogni i magnifici doni che la sua figlia spirituale aveva ricevuti dal cielo, poiché non soltanto la consultava e la faceva agi­re nelle delicate circostanze in cui gli interessi della reli­gione erano in gioco, ma egli stesso ne prendeva sovente dei consigli per la propria condotta e li seguiva con umile semplicità.

Circa "L'Amore infinito", lo trovò così eccellente che volle pubblicarlo lui stesso, ma "senza aggiungervi un solo pensiero" dichiarò nella prefazione che vi fece, tolta da un discorso del pontefice Pio VII.

Oggi che lo scudo della morte difende l'anima della vergine-apostola contro i rischi della vanità, ci è permesso di rivelare le straordinarie circostanze nelle quali fu com­posto questo libro, vero gioiello spirituale di cui la fede, lo zelo e l'amore sono le perle preziosi.

Paolina Maria aveva diciannove anni quando lo compose a Saint-Vallier (Dróme), presso sua sorella Maria Lo­renza, moglie di Victor Chartron, che vi possedeva uno stabilimento industriale considerevole, dove circa trecen­to giovani operaie erano ogni giorno impiegate nel lavoro della seta.

Sono noti per chi conosce la biografia di Paolina Maria Jaricot i particolari dell'apostolato esercitato da lei nel­lo stabilimento di suo cognato, dove sotto la direzione e i consigli dell'abate Bleton, il santo vicario della parrocchia, ella operò un cambiamento così prodigioso, che in poco tempo si videro sbocciare le più belle virtù là dove fino al­lora il vizio col suo orrido corteo aveva regnato incontra­stato. Questo cambiamento era tanto reale che l'angelica apostola non faceva nessuna fatica a far accettare e a far seguire un regolamento quasi comunitario a queste giovani, che prima di allora avevano seguito solo la legge del piacere.

Notiamo anche che in questa stessa epoca (1818) e in questo stesso luogo, Paolina Maria fece come un primo esperimento della sua futura "Opera della Propagazione della Fede", stabilendo nella fabbrica, divenuta cristiana, l'uso della questua-raccolta di un soldo ogni venerdì in fa­vore delle Missioni. La parrocchia di Saint-Vallier custodi­sce con santa fierezza questo glorioso ricordo.

Mentre la giovane apostola faceva così la sua prima retata in favore del celeste Pescatore di uomini, lo Spirito di luce proiettava in lei uno dei suoi raggi potenti che illu­minano l'intelligenza, accendono il cuore e sospendono, in un certo senso, il corso della vita materiale per dare libero slancio all'anima che tiene prigioniera.

Ecco un particolare simile riferitoci dalla signorina P. Perrin, figlia di Sofia, sorella maggiore di Paolina Maria: "Mia madre, che nel 1818 aveva accompagnato la zia Pao­lina a Saint-Vallier, mi ha raccontato che un giorno fave­va vista mettersi a scrivere con grande rapidità e come sotto il comando, di una forza straordinaria; soffriva cru­delmente, da poco tempo, per un male sopraggiunto al pollice della mano destra; malgrado ciò, ella continuò a scrivere così, bevendo appena un pò d'acqua fresca di tan­to in tanto e senza tener conto alcuno del riposo della not­te, del bisogno del cibo, fino a che non ebbe terminato "L'Amore infinito", scritto tutto di getto".

Mezzo secolo più tardi, il cardinale Villecour, che nel 1818 era elemosiniere della Carità, a Lione, scriveva: "D'una immaginazione viva e brillante, la signorina Paoli­na Maria Jaricot consacrò a Dio, dalla sua prima giovinez­za, tutte le risorse del suo spirito e del suo cuore. Mi ricor­do d'aver letto una piccola opera: L'Amore infinito che ella pubblicò appena giovanissima, e che respirava il fuoco dell'Amore;, divino di cui era infiammata. Esaminata dall'autorità ecclesiastica, quest'opera fu trovata incensurabile. Temevo tuttavia che dei successi tanto precoci po­tessero recar danno ad un'età tanto suscettibile alle vani­tà dell'amor proprio.

Ma ciò che Dio custodisce è ben custodito! Il Divino Maestro preparò ben presto per la sua giovane serva delle salutari prove contro la superbia, riservandole quelle più dure nell'età in cui si sviluppano successivamente tutte le forze dell'anima".

Le prove di cui parla l'eminente cardinale andarono crescendo e si moltiplicarono col progredire degli anni per la pia giovane, la cui memoria è, a più di un titolo, in bene­dizione nella Chiesa.

"Dio permetteva così, senza dubbio, affinché colei che era vissuta unicamente per Lui solo e per il bene dei fra­telli, seguisse al declinare di suoi giorni Gesù Cristo, che andava a morire per il popolo che lo condannava, e che per la sua forza d'animo, la dolcezza, la serena accettazione di tutte le sofferenze si mostrasse sua vera discepola" (Leo­ne XIII).

Dopo tale lode, scaturita da tale augusta penna, che cosa resta da dire?.... Una parola sola.

La si domanda..... Ci si raccoglie in silenzio per udirla. E se il Pontefice Romano si degna pronunciarla, tosto da tutte le labbra santificate dall'Eucaristia esploderà l'in­no di esultanza che celebra il trionfo degli amanti di Gesù Cristo:

Noi ti lodiamo, Dio,

ti proclamiamo Signore!

Ti acclama la candida schiera dei martiri!.....

 

INTRODUZIONE

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Chi sono io, Signore, per parlare del Sacramento del tuo amore?

Tante volte ho tentato di farlo, sempre abbagliata dal­lo splendore delle tue meraviglie, ma sono rimasta senza parole, incapace di potermi esprimere.

Sarei ora più forte?

Tacerei per avere troppe cose da dire?

Oso sperare che tu stesso sarai il fuoco delle mie espressioni, l'intelligenza del mio spirito, l'amore del mio cuore, il sostegno della mia debolezza, di modo che potrò così compiere fedelmente il tuo volere.

O Maria, trono della Sapienza, nelle tue braccia e all'ombra della tua protezione sto per fissare il Sole di giu­stizia! Metto la mia mano nella tua, muovila secondo la vo­lontà soave dello Spirito di verità.

E tu, mio angelo, fedele custode dei miei giorni, la cui bontà s'interessa delle mie azioni più piccole, resta al mio fianco per sostenere la mia debolezza, affinché l'importan­za del mio impegno mai abbatta il mio coraggio.

Santa Chiesa, mia tenera Madre!

Se oso parlare del più prezioso tesoro da te ricevuto dallo Sposo celeste, lo faccio con il sentimento della più perfetta sottomissione a tutto ciò che tu ci insegni attra­verso la voce dei legittimi Pastori; ed è alla luce della divi­na fiaccola, che porti davanti a noi, che io entro nel san­tuario del divino Amore, persuasa che gli strumenti più vili, nelle mani di Dio, sono i più adatti a manifestare la sua sapienza.

 

1. Il Cuore di Gesù e la divina Eucaristia

Cuore adorabile di Gesù, tu sei l'origine della divina Eucaristia; come fosti la sede della vita temporale di Ge­sù, così lo sei della sua esistenza sacramentale.

Prima che il Sangue prezioso, che ci ha redenti, fosse sparso, riceveva in te il calore e il movimento; e dopo che è stato sparso sulla croce, è per te che scorre sulle nostre anime per purificarle, per fortificarle e per conservarle nella vita della grazia.

Sì, il Sangue di Gesù Cristo è sparso sulle nostre ani­me, poiché tu sei la sorgente degli affetti dell'Uomo - Dio, il trono della sua misericordia, il focolare del suo amore, la fornace della sua tenerezza, e da questa sola sorgente scendono tutte le grazie e le celesti benedizioni. Appartiene, dunque, solo a te compiere, con l'istitu­zione della divina Eucaristia, il capolavoro dell'Amore in­finito.

Che potrei dire, Signore Gesù?

Con questo sacramento, hai trovato il modo di unire a te l'uomo tanto intimamente da fare una cosa sola con lui; il tuo Cuore diventa il principio della sua vita spirituale, come il suo cuore è il principio della sua vita temporale. Tu crei in chi ti riceve degnamente, un uomo spiritua­le, composto d'un corpo spirituale e di un'anima divina. La sua anima imperfetta, santificata dalla tua adorabile presenza, diventa come il corpo spirituale dell'uomo, e la tua anima diviene essa stessa l'anima e la vita di questo essere rinnovato e come assorbito in te.

Per questa meravigliosa unione, tu trasformi anche il corpo della fortunata creatura; il tuo Cuore diventa come il movimento del suo cuore, il tuo sangue diventa la forza vitale del suo sangue, e la tua carne diviene come la sua carne: l'uomo vive in te e tu vivi in lui talmente, Signore, che mi sembra strano che egli non muoia anche corporal­mente, dal momento che è tanto infelice per separarsi da te col peccato mortale.

E perché non perde allora la vita corporale! Chi può sostenerlo e impedirgli di soccombere?

Gesù, mi pare di comprenderlo! L'amore che gli porti non è tutto concentrato nel tuo adorabile sacramento. Io contemplo Gesù crocifisso come una fontana di vi­ta, posta sulla cima del monte Sion, dove scaturiscono sor­genti di grazia e di salvezza. Queste acque vivificanti cado­no in un immenso serbatoio, che è l'Eucaristia; ma, più che mai abbondantissime, esse traboccano e si precipitano lungo la santa montagna, che il peccatore vuole abbando­nare.

Esse bagnano la terra, che egli calpesta: esse lo rag­giungono ovunque, anche suo malgrado e mentre egli si sforza di allontanarsi, esse lo inseguono come per trasci­narlo in un secondo serbatoio, che circonda la montagna, e comunica col primo per mezzo di canali sotterranei, che rappresentano il sacramento della Penitenza. In questo bagno di riconciliazione, la grazia spinge il peccatore a precipitarsi, affinché, purificato dalle proprie iniquità e in­gratitudini, possa risalire verso la primitiva sorgente, che ha volontariamente abbandonata.

Infelice peccatore, perché fremi al pensiero che il sa­cramento della Penitenza è un rimedio ai tuoi mali? Perché ti infastidisci della grazia che ti sollecita e non ti lascia la crudele libertà di volerti perdere senza paura e senza rimorso?

Non sai, dunque, che se i tuoi piedi non fossero im­mersi nelle sacre acque del tabernacolo, tu moriresti im­mediatamente dopo il tuo peccato, come un pesce fuori dal suo elemento, poiché non potendo più glorificare la mise­ricordia di Dio, andresti per sempre all'inferno per mani­festare la sua giustizia?

 

2. Il sacerdote e il tabernacolo

Ministri di Gesù Cristo, accogliete l'omaggio del mio più profondo rispetto: voi siete scelti fra tutti gli uomini per operare i prodigi dell'Amore infinito.

Perché non posso esplodere in ringraziamenti alla vi­sta della vostra ineffabile grandezza? Voi siete veramente re e sacerdoti, perché potete disporre di corone del cielo in nostro favore per il potere che ve ne ha dato la Vittima adorabile, che ogni giorno si offre nelle vostre mani. Voi siete per noi veramente padri e madri, poiché la nostra vita riposa sul vostro cuore e noi troviamo nella vo­stra carità per noi, il nutrimento più delizioso.

Io venero profondamente il vostro sacerdozio; vedo in voi il mio Salvatore e vedo voi nel mio Salvatore.

Sì, Signore, tu solo puoi far germogliare il tuo sacer­dozio in uomini deboli e mortali, e rendere la loro voce fe­conda per riprodurti sui nostri altari.

Sacerdoti dell'Altissimo, se noi vi dobbiamo la presen­za di Gesù in mezzo a noi, voi dovete alla sua presenza in voi tutto ciò che siete.

Il vostro potere proviene dal tabernacolo; qui risiede la potenza stessa di Dio: a chi potete ricorrere nelle ansie, nelle preoccupazioni, nei dubbi, nelle stanchezze, se non all'Ospite Divino del tabernacolo?

Da Lui, solo da Lui infatti dipende la riuscita delle vo­stre fatiche; là dovete perorare la causa vostra e quella delle anime affidate alle vostre cure, e solamente là trove­rete il santo zelo, i celesti ardori, la forza, la luce e tutte le grazie necessarie per compiere degnamente le divine fun­zioni del vostro tremendo ministero.

Gesù, Dio tutto amore, fino a qual punto ci hai amati! Non contento d'aver istituito la divina Eucaristia, affin­ché il corpo e il sangue della vittima divina divenissero nu­trimento spirituale delle anime nostre e il pegno della no­stra risurrezione, tu hai voluto ancora che essa perpetuas­se la memoria e i meriti della tua vita e della tua morte! Infatti con l'immolazione del tuo Cuore, dal quale sul­la croce dopo la consumazione del sanguinoso sacrificio uscì sangue ed acqua, hai dato vita al sacrificio adorabile della messa, offerta migliaia di volte al giorno e nei più di­versi luoghi: nelle città, nelle campagne, nei campi di bat­taglia, negli ospedali, nelle prigioni, sulla terra e sul mare, in tutte le contrade del mondo, ovunque ci sono uomini che possono approfittarne.

Sacrificio quello della Messa, il più santo ed augusto, il solo degno di Dio e che tuttavia si inizia e si consuma in brevissimo tempo per il massimo bene dei sacerdoti e dei fedeli, dei quali è, in un certo senso, proprietà.

Gesù, almeno tutti ne possano ricavare dei vantaggi! Perché i nostri occhi non divengono fontane di lacri­me, dal momento che tu sei insultato perfino sui tuoi alta­ri, come lo sei stato sul Calvario?

I tuoi nemici, scuotendo il capo, ti dicevano: "Che di­scenda dalla croce e crederemo in lui"! Così gli empi, en­trando nelle chiese, sembrano dire col loro atteggiamento superbo e sprezzante: "Se sei un Dio potente, rispondi alle nostre ingiurie, prendi le tue difese"...

Dio di bontà, taci sempre e rispondi all'empio conti­nuando a offrirgli i tuoi benefici. Anche oltraggi maggiori non riuscirebbero a sospendere il tuo adorabile sacrificio. Ti immoli fra le mani del tuo ministro.

Ti doni in cibo ai tuoi fedeli.

Ti lasci rinchiudere nel tabernacolo come se vedessi appressarsi al tuo tremendo mistero solo anime pure e adoranti.

Vittima di propiziazione, in te si estinguono i fulmini dell'eterna giustizia, tu sei la diga che trattiene i torrenti della collera celeste.

Se il sacrilego, se il peccatore insolente fosse schiac­ciato nell'istante stesso in cui ti offende, come potrebbe essere il tuo perenne sacrificio la continuazione e la ripro­duzione di quello del Calvario?

Non è forse necessario che il regno della tua miseri­cordia superi quello della tua giustizia? Non vi sarà l'eter­nità tutta per punire gli infelici che non avranno saputo approfittare dei doni del tuo amore?

 

3. Gesù nascosto

Gesù, vittima del tuo amore sui nostri altari, vorrei far conoscere la tua carità senza limiti, la tua inenarrabile pazienza, la tua profonda umiltà, la tua perfetta obbedien­za, i tuoi prodigiosi annientamenti; ma come la più povera e piccola delle tue creature può immergersi nell'oceano delle tue meraviglie, senza fondo e senza rive?

Sono allora costretta a restare muta nella mia ammi­razione? Mi avresti condotta nel giardino del divino Amo­re solo per darmi il dolore di non potervi cogliere nulla? Io mi sento come un fanciullo posto in un'aiuola smaltata di mille fiori, che cade a ogni passo e non riesce a farne un mazzo.

Veramente, Signore, i tratti amabili che rivelano la tua tenerezza per noi sono così tanti, che non so quali sce­gliere per renderti omaggio.

Che farò allora? Balbetterò. È ciò che si può fare quando si tratta di esprimere ciò che sorpassa anche le in­telligenze angeliche.

Poso, anzitutto, il mio sguardo commosso su Gesù na­scosto, prigioniero del suo amore, su Gesù obbediente ai suoi ministri.

I sensi sono sospesi e la ragione è attonita; solo la fede esclama: "Uomini, prostratevi, adorate il Signore Gesù sotto i veli eucaristici! Egli vi si presenta sotto la forma del pane, perché è la vostra vita; e sotto la specie del vino, perché è la vostra forza".

Ma quanto nobili e commoventi sono i motivi per i quali si nasconde sotto queste apparenze oscure! Se con la sua maestà abbagliasse gli occhi dei suoi ministri, potreb­be arrestarli nel loro ministero; incantando le loro orec­chie, rallenterebbe i loro passi; dando dei segni esterni della sua potenza, li farebbe tremare. Egli allora preferi­sce abbandonarsi nelle loro mani, senza restrizione e sen­za riserve.

Questa è la legge che l'amore gli impone.

Sia dunque che i suoi ministri lo tolgano dal taberna­colo per darlo ai fedeli, per esporlo alla loro adorazione, per portarlo ai malati, per benedire l'assemblea; sia che lo chiudano nei medesimi tabernacoli, egli è sempre disposto a fare ciò che essi vogliono.

Ogni giorno, dal sorgere del sole fino all'aurora se­guente, Gesù è disposto ad obbedire loro: che lo portino solennemente o ritengano conveniente nasconderlo sul lo­ro cuore, Gesù Cristo si abbandona a loro.

Chi potrà dire, o sacerdoti, i vostri privilegi? L'Agnello è immolato per tutti; ma voi soltanto avete il compito di fare gli onori della sua mensa e di chiamare gli invitati al celeste banchetto.

Gesù è venuto a stabilire il suo regno nelle anime, ma niente di strepitoso annuncia la sua presenza. Il suo trion­fo consiste nel far tacere i sensi dell'uomo conquistando il suo cuore e non nel conquistare il suo cuore, affascinando i suoi sensi. Per questi ultimi, egli resta così sempre na­scosto, in maniera impenetrabile.

Se i suoi ministri lo portano ai malati, egli è quasi sem­pre circondato da persone semplici e oscure agli occhi del mondo.

Le mani del prete sono il carro di trionfo sulle quali egli percorre le vie della città, e mentre i re della terra an­nunciano il loro arrivo attraverso fieri cavalieri e trombe e spari, Gesù, il Re dei re, nascosto nell'umiltà dell'amore, annuncia la sua presenza con umili segni.

Sembra che ciò sia ancora troppo poco per compiere il suo disegno di nascondimento nell'Eucaristia; vuole che tutto ciò esprime il suo amore, costituisca anche una pro­va per la nostra fede e un'occasione al suo abbassamento. Presso i malati, una povertà più grande ancora lo cir­conda. Un mobile destinato agli usi più ordinari della casa, ecco il trono sul quale riposa Nostro Signore. Spesso dei fanciulli distratti e superficiali vi si appoggiano e fanno vacillare il santo Sacramento. Più spesso, quelli che cura­no il malato passano e ripassano davanti al Salvatore, co­me senza accorgersi della sua presenza.

È così che ti compiaci di umiliare i nostri sensi, divino Gesù, affinché il nostro cuore stabilisca sulle loro rovine la propria fede e ti offra un omaggio puro, libero, ardente e perseverante.

Al nostro cuore parli con la pazienza nel sopportare la dissipazione di coloro che ti circondano, con la dolcezza verso chi vieni a visitare, e col silenzio e con la tua profon­da umiltà quando ricevi sovente degli oltraggi. Sì, tutto in te proclama: Gesù è Amore.

E chi più del malato deve intendere questa parola, pie­na di dolcezza: "Gesù è Amore"? Giacché ti presenti a lui quando è in preda ai più vivi dolori, scoraggiato dalla de­bolezza che lo accascia, spaventato dalla morte che s'avvi­cina. Proprio in questi tristi e fatali momenti, ti degni ono­rarlo con la tua visita e con la tua presenza. Il suo cuore è sempre stato oggetto delle tue premure e prima che arre­sti per sempre il suo battito, tu vieni a domandargli l'ulti­mo atto di amore che lo salvi.

"Figlio mio, - sembra che gli dica - ora che il mondo ti ha dato il suo addio, ora che i tuoi sensi intorpiditi sono in­capaci di dominare il tuo cuore; non vuoi donarlo a me? I tuoi rifiuti durante la vita mi hanno rattristato, senza però farmi perdere la speranza; ho taciuto in mezzo ai tuoi fri­voli divertimenti, perché la dissipazione t'impediva di ascoltarmi, ma oggi che le illusioni cedono ai terrori della morte, oggi, figlio mio, donami il tuo cuore, donamelo con fiducia.

Péntiti di conoscermi sì tardi; offriti in sacrificio di espiazione alla mia giustizia; gettati nel seno della mia mi­sericordia; non esigo niente di più dopo la confessione del­le tue infedeltà.

Come pegno della mia perfetta riconciliazione con te, ti dono il mio Corpo, per imprimere nel tuo, l'inizio della gloriosa risurrezione; il mio Sangue, per imprimerti il si­gillo degli eletti; la mia Anima, per accompagnare la tua fino al tribunale eterno; la mia Divinità, per giudicarti se­condo la mia misericordia, prima che la mia giustizia re­clami i suoi diritti su di te.

Oggi, figlio mio, voglio esaurire gli ultimi tesori della mia grazia in tuo favore, applicandoti in più con l'Estrema Unzione tutti i meriti dell'agonia e delle crudeli angosce sopportate per tuo amore nel Getsemani. I tuoi sensi tro­veranno, nella debolezza cui furono ridotti i miei, le forze necessarie per sostenere la tua anima negli ultimi momen­ti contro le tentazioni del demonio, gli orrori del trapasso, le sofferenze della separazione, affinché in tal modo la tua anima sia ancor più purificata per comparire al tribunale di Dio".

 

4. Gesù medico e consolatore

Così ci ami, Gesù! Il nostro ultimo sospiro può aprirci il cielo, anche se con una vita di peccati abbiamo mille vol­te meritato l'inferno.

Con quale tenerezza, poi, tu visiti le anime fedeli che hanno speso la vita per amarti! Tu non ci badi affatto alle precauzioni delle persone che le circondano.

Vieni tu stesso in persona per assisterle, per essere il loro medico, la loro consolazione.

Proprio come una tenera madre prende fra le braccia il figlio diletto per sollevarlo, farlo distrarre con le sue ca­rezze e si scomoda e si abbassa, in qualche modo, per pro­curare al figlio una posizione più dolce e più comoda, così il dolcissimo Gesù offre ai figli diletti e fedeli il suo Cuore per farli riposare. Non contento di prenderli fra le sue braccia, di rallegrarli con le sue consolazioni, viene Egli stesso a immedesimarsi con le loro sofferenze, mettendo il suo Cuore nel loro cuore oppresso, la sua anima nella loro anima, il suo corpo glorioso nella loro carne sofferente.

Non solamente resta al capezzale del loro letto, ma do­na loro tutti i meriti della sua passione, per santificarne le sofferenze e, mentre fortifica la loro anima facendo scen­dere su di essa il sangue di cui fu inondato durante la sua agonia, dona loro il coraggio di accettare con lui il calice della morte, che Egli allora accettò per essi; in questo mo­do la passione, l'agonia e la morte del Salvatore continua­no e si consumano, per così dire, in essi, per compiere l'opera della loro salvezza.

Sacerdoti di Cristo Gesù, permettete che mi feliciti ancora con voi.

Voi siete lo strumento di Gesù presso le anime che Egli viene a visitare.

Voi avete il compito di far loro conoscere la grandezza dei suoi doni e del suo amore.

Ma se egli resta in silenzio per lasciare che voi parliate in suo nome ai poveri malati, egli ascolta ciò che dite e giu­dica le vostre parole secondo la forza del suo amore per es­si.

Questa occasione si presenta, molto spesso, è vero; per questo siete tentati di fare l'abitudine a ciò che costituirà eternamente l'ammirazione degli Angeli e dei Santi; ma permettete che vi dica che ogni tratto della carità di Gesù Cristo diventi nuova esca al fuoco divino che deve brucia­re il vostro cuore!

Il Salvatore divino non è forse disposto a infiammarlo sempre più? E se vi raffreddate perché il suo amore è troppo generoso, non è forse perché trascurate di parlar­gli cuore a cuore?

Ogni volta che il vostro Dio vi assume come strumenti della sua bontà verso coloro che soffrono, ogni volta che voi avete la felicità di camminare con Lui, non è forse nel­la disposizione di istruirvi come istruiva gli Apostoli du­rante il tempo della sua missione sulla terra?

Se rimanete freddi e persino storditi, mentre la luce e la pace del mondo è nelle vostre mani, non è forse perché ancora trascurate di abbassarvi a Colui che si abbassa da­vanti a voi, di adorare in spirito e verità Colui che vi ama, di pregare con semplicità e confidenza Colui che desidera accordarvi tutto? Se fosse concessa al ministro di un re tanta familiarità col suo sovrano, come a noi con Gesù Cri­sto, credete che non ne approfitterebbe?

Gesù, i tuoi fedeli hanno mai capito che la tua perpe­tua immolazione sull'altare diventa la sorgente, non solo di tutte le grazie che provengono direttamente dal Sacra­mento del tuo amore, ma anche d'infinite altre, che nep­pure si suppongono?

Che significa la tua Croce collocata sul tabernacolo, se non che tu hai trovato il modo di rendere le tue piaghe sempre vive per far scorrere incessantemente su di noi il tuo sangue prezioso?

Le tue piaghe, come possono essere sempre aperte, come può il tuo sangue scorrere continuamente?

Dopo che sei entrato nella gloria, con la risurrezione, sei diventato immortale e incapace di soffrire e di morire nuovamente.

Mio Dio, chi ti ha dunque reso vittima sempre sacrifi­cata e sempre viva? Per qual mistero, senza strumenti di morte, la tua passione può perpetuarsi fino alla consuma­zione dei secoli?

Questo veramente è il grande mistero, che avviene sui nostri altari, la più grande delle meraviglie nascoste nella divina Eucaristia, la più stupenda invenzione dell'Amore Infinito.

Il sacrificio di Gesù sull'altare riapre continuamente le piaghe che ha ricevuto nel corso della Passione. Questo sacrificio, infatti, non è la continuazione e la riproduzione di quello della croce? Gesù Cristo non è im­molato, sempre presente nelle nostre chiese, per applicare i meriti delle sue fatiche, delle sue sofferenze e della sua morte?

L'Eucaristia è, perciò, veramente la sorgente degli al­tri sacramenti, poiché da essa, come da una divina fonte, scorre senza interruzione fino alla consumazione dei seco­li, il sangue di Gesù; da essa, la Vittima divina è sempre immolata per noi.

 

5. Il sacerdote e l'Eucaristia

Sacerdoti dell'Altissimo, voi siete i canali attraverso cui le grazie e i meriti del sangue di Gesù si spandono nei nostri cuori.

Il vostro sacerdozio è questo fiume di latte e miele, che irriga i prati di Sion.

Ma se il vostro ministero è per noi così dolce e prezio­so, potrebbe forse diventare amaro e sterile proprio per voi?

L'ape, che raccoglie il nettare dei fiori per procurarci un delizioso nutrimento e, con il suo lavoro, fornisce la ce­ra per darci luce, non è essa la prima ad approfittare del frutto della sua attività e a cercare nel suo alveare un asilo contro le intemperie delle stagioni?

Padri miei, sarebbe forse cosa indegna di voi conside­rare questo semplice paragone?

Trovando nel giardino degli olivi, nel Pretorio, in tut­ta la passione del Salvatore, il succo più puro dell'Amore Infinito perché non cominciate da voi a saziare voi stessi prima di nutrire le nostre anime?

Nella fede che ci predicate, come non trovereste per primi le armi invincibili per respingere tutti gli attacchi del nemico?.... Permettetemi di dirvi che cerchereste inu­tilmente luce nelle risorse della vostra intelligenza e consi­gli nella scienza degli uomini.

Chi può darvi delle certezze nei turbamenti che così spesso vi agitano, e di cui neppure potete rendervi piena­mente conto?

Chi può animare il vostro zelo, quando dei timori, fin troppo fondati sulle disposizioni delle anime da voi dirette, vengono ad abbattere il vostro coraggio e vi lasciano in­certi sulla maniera di condurle a salvezza?

Chi può darvi sicurezza, quando la corruzione del mondo, le vostre stesse difficoltà, lo scarso frutto delle vo­stre parole, vi fanno quasi rimpiangere il vostro primo passo nel Santuario?

Infine, chi potrete consultare in tutte le ansie legate al vostro ministero, se non Gesù stesso, al quale avete la feli­cità di avvicinarvi tanto familiarmente? Gesù, questo buon Maestro, questo incomparabile celeste Amico, vuole sen­tirsi onorato molto della vostra confidenza, e si lamenta perché non andate troppo spesso da Lui.

Dove trovereste un consigliere migliore, un consolato­re più amabile?

Lui solo può guidarvi nella direzione delle anime, e con la sua grazia parlare a quelle che la vostra voce lascia insensibili. Quante volte, per la vostra preghiera, saprà confondere l'audacia dei corruttori per preservare l'inno­cenza da un contagio quasi universale!

E chi mai può sapere se, grazie a voi, Egli non riuscirà a salvare i popoli?

Oh, non ne dubitate: se conosceste bene il vostro pote­re sul Cuore di Gesù, la vostra tristezza si cambierebbe in gioia, e voi benedireste ogni giorno la vostra vocazione al sacerdozio; voi provereste al servizio del buon Maestro un ampio compenso all'apparente sterilità delle vostre fati­che.

Ma per gustare le consolazioni di Gesù Cristo, bisogna domandargliele.

Svegliatevi dunque, lo Sposo vi attende; vi ha già pre­venuto in tutti i modi; ora tocca a voi rispondere, portan­do a lui il vostro cuore, lo spirito, i vostri desideri.

Vi ha tutto donato, donandosi a voi interamente; tut­tavia vi sono ancora dei beni che vi offre e sono speciali per giungere alla salvezza; presentatevi al trono del suo Amore, e ve li accorderà. Imitate Mosè nelle vostre ansie­tà: andate a bussare alla porta del tabernacolo.

O Amore Infinito, rinchiuso nella divina Eucaristia! L'ingratitudine umana diviene quasi un'occasione per far irradiare meglio la veemenza del tuo amore.

Simile al fuoco che s'accende e si sviluppa con l'uraga­no che sembrerebbe doverlo spegnere, l'amore di Gesù pa­re farsi più ardente, più impetuoso, più industrioso nel fa­re sacrifici, a misura che diventiamo più indifferenti verso di lui.

Mentre tu sei nascosto nel segreto del tabernacolo, o Dio d'amore, l'orgoglioso vi ti lascia in abbandono, perché niente in te lusinga la sua vanità; tu sei un Re accessibile ai poveri, agli ignoranti ed anche a dei semplici fanciulli, ma non sapresti essere il re di chi ha il cuore orgoglioso. L'ambizioso vi ti lascia in abbandono, perché egli co­nosce solo le grandezze della, terra, mentre tu gli offri un posto nascosto nel Cuore, una grandezza sconosciuta al mondo, un tesoro che non riuscirebbe ad accontentare la sua passione per il lusso e la vanità.

I "sapienti del secolo" vi ti lasciano in abbandono, per­ché, avidi di brillanti scoperte che possono attirare loro ammirazione e celebrità quaggiù, si preoccupano ben poco della scienza della loro salvezza.

I ricchi vi ti lasciano in abbandono, perché i loro occhi, abituati allo splendore dell'oro, della seta e delle pietre preziose, non possono affidarsi a un Dio povero, annienta­to, nascosto sotto le apparenze più umili.

I potenti vi ti lasciano in abbandono, perché avidi della gloria, disdegnano le armi spirituali che offri loro per vin­cere i loro nemici invisibili e trionfare sulle loro passioni; la conquista del Regno dei cieli non appare loro impresa abbastanza gloriosa.

I commercianti vi ti lasciano in abbandono, perché so­no accesi dalla sete dell'oro, mentre tu vuoi far loro acqui­stare il Cielo con le opere di carità.

I contadini vi ti lasciano in abbandono, perché più in­tenti a raccogliere i frutti della terra che a ricevere i tuoi doni celesti, sdegnano di offrirti il loro lavoro e di venire a riposarsi presso il tuo Cuore.

I giovani vi ti lasciano in abbandono, perché, legati da mille passioni mondane, non hanno il coraggio di liberar­sene per legarsi solamente a Te.

I vecchi vi ti lasciano in abbandono, perché, oppressi più dal peso delle catene che li legano alle loro cattive abi­tudini che dal peso degli anni, preferiscono perdere il poco tempo che resta ad occuparsi dei ricordi della loro giovi­nezza sregolata più che a prepararsi all'eternità che sta per inghiottirli.

Percorro infine tutte le età e gli strati della società e trovo ovunque degli ingrati che ti abbandonano, e non posso non esclamare:

"Dove sono dunque gli eletti, se non si trovano fra gli adoratori del tuo augusto Sacramento? Quanto pochi, in verità, ce ne sono in ogni condizione! Sei dunque solo tu, Signore, a pensare alla felicità, degli uomini!

Quanto più l'uomo si allontana da te, sembra che tu ti avvicini di più a lui. Quanto più la nostra fede si indeboli­sce, la S. Chiesa, sempre guidata dallo Spirito Santo, espone ancora di più Gesù Cristo all'adorazione dei fedeli; essa moltiplica le benedizioni del s. Sacramento; ella ren­de più accessibili i tabernacoli delle nostre chiese; sembra che la Chiesa diminuisca la sua severità per mettere il no­stro Salvatore alla portata di quanti desiderano giungere ai piedi di questo trono della divina Misericordia.

 

6. Annientamento di Gesù Cristo

Un tempo il tabernacolo era coperto da un velo o da una grata, che toglieva quasi interamente alla vista dei fe­deli la celebrazione dei Santi Misteri; oggi è completamen­te allo scoperto.

I laici possono prendere posto fino ai piedi dell'altare; e, in qualche chiesa, il tabernacolo è così vicino alla nava­ta, che quasi non esiste più separazione.

Una volta, la più semplice funzione nella chiesa era considerata un insigne favore, che uomini ragguardevoli si ritenevano assai felici di ottenere; oggi il servizio delle chiese, la decorazione del tabernacolo, la manutenzione degli altari sono affidati a persone di ogni specie, a della povera gente, e talvolta anche a dei fanciulli.

Signore, nel servirti all'altare non v'è da entusiasma­re di riconoscenza anche i cuori più insensibili, se avessero la fede?

Mentre i "grandi della terra" sono serviti con rispetto e magnificenza, tu sopporti che un fanciullo sventato di­stenda la tovaglia per il celeste banchetto; mentre uomini distinti si ritengono molto onorati di servire il loro sovra­no nelle funzioni più abbiette in se stesse, tu permetti a dei servi, anche a dei cattivi senza fede e senza amore, di avvicinarsi al tuo augusto Tabernacolo!

O profondo annientamento del mio Dio!

Un tempo, le porte delle chiese venivano aperte e chiuse dai leviti, insigniti degli ordini minori, oggi le chiavi della casa di Dio sono affidate a persone senza importanza e spesso ignoranti, che conoscono appena il mistero dell'Eucarestia. Perciò vediamo questo servizio compiuto con sì poca fede, con tanta indifferenza, soprattutto nelle campagne, che si avrebbe il diritto di chiedersi se la custo­dia del "tesoro degli angeli" non sia data piuttosto a dei carcerieri che a degli adoratori di Gesù Cristo.

Io stessa, miserabile, ti ho più volte rinchiuso nel ta­bernacolo, adorabile prigioniero del tuo Amore!

Ho portato con me le chiavi del "tesoro degli angeli e dei santi"; ho potuto aprirlo a mio piacimento per attin­gervi la forza, la speranza, l'amore, le consolazioni, e tutti i beni necessari alla mia felicità.

Mio Dio, che potrei offrirti in ringraziamento per il fa­vore inestimabile che mi facevi permettendomi di dialoga­re sola con te solo nel silenzio del tuo tabernacolo?

Non avevo che il mio cuore, ma tu mi facevi sentire che bramavi il cuore di tutti gli uomini, e ciascuno di essi in particolare; non avevo che la mia volontà, ma sentivo che tu avevi imprigionato la tua nell'Eucarestia per con­durre al tuo amore, con una scelta libera e precisa, la vo­lontà di tutte le creature.

Il sacrificio del mio povero cuore poteva mai costituire un compenso alla durezza di tanti cuori ingrati, che rifiu­tano di amarti e di donarsi a te? Almeno il mio cuore fosse stato degno di esserti offerto!

Il mio amore, desolato per la sua impotenza a donarti la gloria, che meritavi, cercava invano fuori di te, dei cuori capaci di offrirti una degna riparazione! E comprendevo che era riservato a te solo farti conoscere agli uomini.

Tuttavia, Signore, quantunque io non fossi che fango, ti degnavi di farmi sentire che questa argilla, irrorata dal tuo Sangue prezioso, poteva divenire uno strumento nelle tue mani, e nessuno meglio di me, sotto il profilo della mi­seria, era adatto ai tuoi disegni divini.

 

7. Il Tabernacolo nelle campagne

Entrando in alcune chiese di campagna, dove l'avari­zia degli abitanti e l'affievolimento della fede sono scritti su tutto ciò che serve al culto di Gesù Cristo, ci si sente spinti a domandargli perché voglia dimorare in paesi dove è così male trattato: si sarebbe persino tentati di scongiu­rarlo, in nome della sua gloria oltraggiata e del suo amore misconosciuto, ad abbandonare luoghi tanto indegni di Lui.

Ma come si è diversamente commossi, quando, met­tendo da parte le nostre considerazioni di fronte a delle vi­li apparenze, si penetra in questo nuovo segreto dell'Amo­re divino!

Il cuore credente ne è talmente intenerito, che non può che ammirare, adorare e tacere.

Riflettendo, non tardo da un lato a comprendere che Gesù Cristo, con la sua sottomissione, pazienza e annien­tamento, rende più gloria al Padre di quella che gli uomini gli sottraggono con tutti i loro comportamenti segnati dal­la più nera ingratitudine; e dall'altra, so che egli soddisfa il suo Cuore infinitamente amante, prodigando sugli uo­mini tutto il bene che può loro fare, pur senza la corrispon­denza della loro volontà.

Sembra che il suo Amore voglia rifarsi della nostra in­differenza, aumentando il suo sacrificio. Così, niente im­pedisce a questo Dio generoso di abitare con noi; nè la pol­vere nella quale il suo Tabernacolo è talvolta seppellito, nè gli stracci che coprono i suoi altari, nè la sporcizia e la ne­gligenza che coloro a cui è affidato lasciano regnare in tut­to ciò che serve al Sacrificio, nè la solitudine e l'abbando­no a cui è ridotto in molte chiese di campagna.

Ma, se la solitudine e la povertà che regnano nei san­tuari di Gesù sono capaci di turbare e di scandalizzare i fe­deli dalla fede superficiale e barcollante, a maggior ragio­ne gli increduli sono tentati di mettere in dubbio la presen­za reale di Nostro Signore nella Santa Eucaristia, quando vedono e sentono raccontare gli orribili misfatti che sì fre­quentemente si commettono contro questo adorabile Mi­stero: gli altari insudiciati, la porta dei tabernacoli strap­pata, le "sante specie" gettate al vento, il Santo dei Santi calpestato. E altri sacrilegi ed empietà più esecrabili anco­ra!

È allora che tali uomini, deboli e pieni dei pregiudizi dell'orgoglio, esclamano: "No, no, Gesù Cristo non è lì; un Dio non si lascerebbe trattare in maniera tanto oltraggio­sa"!

O voi che siete tanto indignati per delle scene o dei de­litti orribili, se i vostri sentimenti si fermassero a una pro­fonda e santa indignazione, niente sarebbe più giusto e ra­gionevole! Ma avere la debolezza di tentennare nella fede per tali motivi, è non comprendere niente dei misteri dell'Amore di Dio per gli uomini!

Riflettete e vedrete che queste spaventose profana­zioni, di cui siete giustamente indignati, di fronte alle qua­li vi ribellate, lungi dall'infirmare la vostra fede, vi confer­mano anzi, in modo sorprendente e irresistibile, la gran­dezza di Dio.

Come, dunque?...

Gesù Cristo, la vittima suprema, ha liberamente e vo­lontariamente acconsentito a sopportare non solo tutto ciò che la malizia degli uomini ha già fatto, ma anche tutto ciò che è capace di inventare di più atroce e infernale.

Più la gloria di Dio è oltraggiata dalle abominazioni dei ciechi mortali, più la Vittima divina s'abbassa, si an­nienta per riparare l'offesa fatta alla sovrana Maestà.

Questo è il grande segreto dell'offerta sacrificale di Gesù Cristo sul Calvario; e, più ancora, del sacrificio per­petuo e ininterrotto dei nostri altari!

Così, più vedo Gesù annientato, più mi appare grande Dio, suo Padre.

Con le umiliazioni e gli annientamenti di Gesù Cristo, le perfezioni divine si manifestano in modo incomparabile più che attraverso tutte le magnificenze del Paradiso.

Nobile e sublime verità, fatta per suscitare l'ammira­zione di tutti coloro che hanno un'anima capace di sentire e di ragionare!

Ma non è tutto: un'altra verità si presenta, non meno degna delle nostre meditazioni.

Se nostro Signore Gesù Cristo, coi suoi annientamen­ti, rivendica la gloria del Padre Celeste, non dovrebbe ri­vendicare anche il suo proprio onore?

Oh! Conoscessimo meglio questo Salvatore generoso! Quando non può guadagnare le anime coi benefici spiri­tuali di cui le colma nel suo adorabile Sacramento, Egli cerca di guadagnarle coi benefici temporali. Per questo ha fatto stabilire nella Chiesa delle Solennità, durante le qua­li i suoi ministri devono portare il SS. Sacramento in trionfo davanti alle nostre abitazioni, come per segnarle col sangue della Vittima divina, e così preservarci dalla vi­sita dell'angelo sterminatore, la cui venuta è tanto spesso provocata dai nostri delitti.

Così, un tempo, i figli d'Israele furono preservati da questo passaggio fatale dal sangue dell'Agnello pasquale, che era figura di Gesù Cristo.

Per la stessa ragione, questo Dio di bontà, nascosto sotto i veli augusti dell'Eucarestia, percorre, durante le processioni solenni, non solo le nostre città, ma anche i borghi, i piccoli villaggi, le strette vie che separano gli or­ti, i campi e i prati, per benedire, con la sua divina Presen­za, gli uomini e tutti i prodotti della natura che servono per conservar loro la salute e la vita.

Non dimentichiamo mai, che è veramente Gesù Cristo ad assicurare la fecondità delle campagne, la prosperità, delle città, la forza degli eserciti e l'esistenza delle nazioni. Se avessimo la fede, vedremmo ad ogni passo l'im­pronta del suo Sangue prezioso. Ma, per uno strano miste­ro di cecità, gli uomini godono degli innumerevoli benefici che Gesù Cristo procura nell'ordine del tempo e della na­tura, senza diventare più riconoscenti verso di lui. Essi non si preoccupano di domandarne a Lui la continuazione; che dico? Anzi non dubitano neppure che proprio a Lui li debbano, e, nelle loro imprese, si danno da fare in ogni modo, eccetto che ricorrere a Colui, che, solo, può assicu­rarne il successo.

Quanto siamo ingrati verso questo Buon Maestro! Quanto lo siamo anche verso i suoi ministri! Abbiamo mai ben capito che essi ci sono doppiamente padri e madri? Fa­cendo scendere sull'altare Nostro Signore Gesù Cristo, ci procurano la vita dell'anima e quella del corpo.

Spesso si stima poco in povero curato di campagna; tuttavia nel cuore di questo solo uomo si trova la salvezza di tutto ciò che vive e respira intorno a lui: ogni volta che egli offre l'augusto Sacrificio, o porta il "Santo dei Santi", sia nelle processioni, sia presso gli ammalati, egli semina attorno delle benedizioni.

Gesù, bontà infinita, quanto è generoso e costante il Tuo Amore! Quanto è diverso dall'amicizia delle creature! Simile a un fuoco d'artificio, che esplode con rumore, si eleva con orgoglio, abbaglia gli spettatori e poi svanisce non lasciando dietro di sè che un pò di fumo denso, così l'amicizia delle creature si presenta con parole lusinghiere che contengono sempre le più seducenti promesse.

Accade di fatti che colui che ama si crede in dovere di far conoscere a tutti i sacrifici fatti per l'amico: vuole rac­cogliere delle lodi come ricompensa ai suoi benefici; ma subito tutto questo bel fuoco, questa ostentazione di senti­menti, svanisce e non lascia che rimpianti, indifferenza, rimproveri; solo un denso fumo di delusione dietro di sè. Il tuo Amore invece, ardente, sincero, generoso mille volte più di quanto non potremmo mai pensare, sceglie il più profondo silenzio; in mezzo a noi non si esprime che at­traverso continui prodigi di bontà, sempre antichi e sem­pre nuovi!

Uomini, imparate a conoscere l'Amico divino disceso dal cielo per salvarvi!

Che cosa non ha fatto per noi?

Seguiamo Gesù Cristo dalla sua nascita, nella stalla di Betlemme, fino all'estremo respiro sul Calvario; conside­riamoLo nella mangiatoia, nella casa di Nazaret, durante le sue predicazioni evangeliche, nel giardino degli olivi, davanti ai tribunali di Gerusalemme, sul colle del sacrifi­cio; e poi rispondete: Un amico, che non fosse Dio, potreb­be amare così? Queste prove d'amore sono abbastanza chiare e autentiche?

Sì, certamente lo sono abbastanza per noi, ma non per Lui.

A Lui non basta segnare tutte le sue orme con le lacri­me, i sudori e il sangue; a Lui non basta spirare fra i tor­menti e l'ignominia; la croce stessa ai suoi occhi non è un segno d'amore abbastanza evidente: dopo la morte, la lan­cia del soldato apre uno squarcio, che permette di entrare nel suo Cuore, e da questa sacra fonte escono il Sangue e l'Acqua del Sacrificio perpetuo, per inondare con essi tut­to l'universo facendoli scendere su di noi attraverso i ca­nali dei sacramenti, fino alla consumazione dei secoli.

Allora, e solamente allora, Gesù Cristo avrà finito di darci prova del suo amore.

Ecco ciò che ha fatto, ed ecco ciò che fa ancora, senza parlare.

Sì, uomini, Gesù vi ha donato tutto, eccetto il potere di impedirgli di farvi ancora del bene, finché vivrete. E allo­ra per quale dei suoi benefici lo oltraggiate? Perché ab­bandonate il vostro più fedele Amico? Forse perché vi ha troppo amati?

Ingrati! qualunque sia la vostra malizia, sappiate che non cambierete il suo Cuore; avrete un bell'ostinarvi a tra­scinare le vergognose catene, che vi opprimono e non vo­lete rompere; avrete un bel disprezzare le grazie infinite del suo amore vittimale; fin tanto che siete nel tempo della misericordia, Egli s'interesserà sempre di voi nel modo più generoso e sensibile; e contento di sapere Lui solo, fi­no a quale eccesso vi ami, vi parlerà del suo amore; e non rimprovererà la vostra durezza, se non facendovi nuovi benefici.

 

8. Povertà di Gesù Cristo

Voi che vi dite cristiani, meritate questo nome solo quando tutti i disprezzi, che Gesù Cristo riceve in cambio dell'amore che vi manifesta nell'adorabile Sacramento, eccitano la vostra sensibilità e il vostro zelo per il suo cul­to.

Per il fatto che questo Dio generoso accetta di dimora­re anche nei posti più tetri e tristi, in mezzo a una indegna povertà, dovete forse accettarlo anche voi? Infelici che siamo!

Dov'è dunque la nostra fede?

Senza preoccuparci di rimediare, vediamo Gesù Cri­sto collocato in chiese ridotte in cattivo stato, col tetto consumato dal tempo e dai muri cadenti; gli ornamenti rassomigliano più ai miserabili cenci di un infelice che a vesti sacerdotali; i vasi sacri, che contengono le ostie già­ consacrate, o servono alla celebrazione del mistero della divina Eucarestia, sarebbero respinti con disprezzo se comparissero sulla tavola di un "grande" della terra!

E dico ancora: dov'è la nostra fede?

Se vi fosse una sola chiesa in uno stato così deplorevo­le, il pensiero che Gesù Cristo si degna di rimanervi, do­vrebbe commuovere il cuore di tutti i suoi adoratori e ispi­rar loro i sentimenti della più tenera e generosa dedizione. Noi sappiamo, invece, che nella nostra stessa patria, nel luogo che ci ha visto nascere, nelle campagne che noi abitiamo, esistono delle chiese così miserabili da rassomi­gliare più alla capanna di un povero pastore, che alla casa di Dio. Noi lo sappiamo, abbiamo avuto questo triste spet­tacolo sotto gli occhi. Anzi, spesso, in queste chiese tanto povere, noi assistiamo abitualmente all'augusto Sacrifi­cio; noi andiamo ad accostarci al sacro banchetto, ma sia­mo troppo codardi per soffrire che Gesù Cristo sia tratta­to tanto indegnamente! Noi abbiamo timore di affrontare qualche sacrificio per restaurare la sua dimora e contri­buire alla dignità del suo culto!

Nulla facciamo per Gesù Cristo, niente per la gloria dei suoi templi e dei suoi altari, mentre non temiamo di fa­re delle spese eccessive per abbellire le nostre case, affin­ché il nostro corpo sia comodamente e confortevolmente trattato.

Noi dedichiamo somme considerevoli di denaro per or­nare questo stesso corpo, che è la casa di fango della no­stra anima! Come si può, senza arrossire, mettere in evi­denza una bellezza disprezzabile e passeggera, mentre la Bellezza eterna, infinita, la sola vera bellezza che esiste, è avvolta nel più mostruoso oblio!

Come osare mostrarsi in pubblico per attirare gli sguardi, mentre il Sole di giustizia è nascosto, non solo sotto i veli dell'augusto Sacramento, ma, in questo stesso Sacramento, sotto le nubi della povertà e del disprezzo!

Perché non è concesso agli Angeli custodi dei paesi di cui parliamo, perché non è dato ai Cherubini, che circon­dano il trono eucaristico di Gesù Cristo, di apparire sulle strade in cui il mondo sfoggia tutto il suo lusso, il suo fasto e il suo sfarzo, nelle case dei grandi e dei ricchi così magni­ficamente ammobiliate, nei luoghi che nascondono i teso­ri, dove è ammucchiato oro su oro, denaro su denaro? Non spezzerebbero di vergogna e di confusione i cuori dei cristiani, come un tempo Mosé spezzò le tavole della legge davanti agli Israeliti che adoravano il vitello d'oro?

Sì, senza dubbio, mio Gesù! Se gli angeli potessero ol­trepassare le barriere del silenzio, che opponi al loro zelo, farebbero rimbombare tutti gli angoli dell'universo dei giusti rimproveri, che tutti meritiamo nei tuoi riguardi; si strapperebbero con indignazione collane e ornamenti, di cui si fregia ogni donna, per ornare i tuoi templi; spo­glierebbero le nostre case delle cose più preziose per deco­rare i tuoi santuari; costringerebbero, loro, malgrado, i gioiellieri a spogliarsi di tanto oro e argento, per provve­dere alla manutenzione del tuo culto esterno.

Tuttavia, Gesù, tutto questo non ti renderebbe l'omaggio di cui sei particolarmente geloso, perché ciò di­struggerebbe il nostro libero arbitrio.

Ti ritieni onorato solo da ciò che ti offriamo con una scelta spontanea e libera.

Cuori duri e ingrati che siamo! Non comprendiamo che il culto esterno che Gesù Cristo chiede, è più per noi che per Lui; è per un dono del suo amore, per adattarsi al­la nostra debolezza, che Lui ispira ai fedeli lo zelo per la sua casa!

La nostra anima, rinchiusa ora in un corpo materiale, ha bisogno dell'aiuto dei sensi per sostenersi nella pietà; bisogna che i sensi siano i suoi servi e ministri per aiutarla a salire la montagna di Sion.

La magnificenza dei templi del Signore è assai utile, anzi assolutamente necessaria, per sostenere la fede della maggior parte degli uomini. Ma unicamente per la nostra felicità, la bontà infinita ha voluto che il culto esterno fos­se conseguenza della fede, affinché la fede potesse soste­nersi con questo stesso culto esterno.

Ciò che offende il Salvatore non è dunque la povertà, la miseria che lo circonda in qualche chiesa; Egli ha il tro­no nel Cielo, e la Terra è lo sgabello dei suoi piedi; ma è piuttosto la poca fede e la mostruosa indifferenza di coloro che lo lasciano in tale completa povertà.

Egli è geloso di ricevervi tutto l'incenso del nostro amore, perché Egli è l'unico Dio.

Gesù non può tollerare che i nostri sensi regnino con Lui sui nostri cuori. Egli ha fatto tanto per ridurre i sensi in servitù, dalla sua incarnazione fino al sacrificio sul Cal­vario. Tale sacrificio della Croce si continua e si prolunga nel sacrificio dei nostri altari, dove i nostri sensi sono an­cora più incapaci e confusi che sul Calvario.

Gesù Cristo vuole che i nostri sensi siano gradevol­mente colpiti nei templi materiali, affmché ci sia più facile elevare lo spirito alle cose celesti; ma esige rigorosamente che i sensi non entrino affatto nel culto interiore, che gli rendiamo nel tempio spirituale dei nostri cuori, perché in essi non vi deve essere posto che per Lui, dove Egli vuole regnare da solo, colmandone tutta l'immensità.

 

9. Accecamento delle anime

Frattanto, si può dire che il nostro secolo è il regno dei sensi; il progresso delle sue scoperte tende unicamente a lusingarli. Il nostro cuore non riesce a scoprire nè a com­prendere più nulla delle cose di Dio, salvo quando i sensi non ne vengano prima in qualche modo toccati.

Per esempio, la Tua parola, mio Salvatore, non ha at­trattiva, se non viene annunciata con frivola cultura e con gradevole eleganza di stile; le tue lodi non commuovono se i templi materiali sono l'abitazione degli uomini con Dio; è per noi che Egli desidera vederli ornati; ma i templi spirituali, cioè i nostri cuori, sono l'abitazione di Dio con gli uomini non si elevano sulle ali di una dolce armonia e non risuona­no in canti melodiosi; il tuo amore non è quasi più sentito nè gustato, se non attraverso i doni della tua potenza; ma anche questo, assai raramente.

Quando il sole, preceduto da una chiara aurora, si leva sull'orizzonte, o quando, alla fine del suo cammino, discen­de maestosamente dietro le montagne, si esclama: o splendido astro, chi può misconoscere il tuo autore?

Alla vista di un prato smaltato di fiori, d'una ricca campagna abbellita da mille diversi colori, si dirà: o terra! chi può dimenticare la mano creatrice che ti ha così splen­didamente ornata?

Vedendo l'oceano, alcuni spettatori ammireranno la potenza di colui che ha tracciato il confine delle sponde al­le sue onde in furore.

Di fronte al firmamento, durante una notte serena, al­cune persone, provando un sentimento passeggero d'am­mirazione, diranno: Volta celeste, stelle luminose, voi in­cantate i miei sguardi; chi può negare l'esistenza dell'eter­no architetto di tante meraviglie?

Poveri accecati di cuore e di spirito, a che serviranno per la vita eterna la contemplazione della creatura e la co­noscenza di una mano creatrice, se non correggete i vostri costumi e non resistete alle vostre passioni?

E come potrete resistervi e impegnarvi efficacemente alla vostra salvezza, se non comprendete che gli astri, la terra, il mare, i fiumi, in una parola, tutte le creature sono figura, o di N. S. Gesù Cristo in rapporto a voi, o di voi in rapporto a Gesù Cristo stesso?

Perché mai vi fermate a ciò che attira i vostri sensi per rendere a Dio un omaggio puramente esteriore, senza pensare che le bellezze della creazione sono poste sotto i vostri occhi per rivelarvi, in modo sensibile, che il loro Au­tore è il solo amabile e perciò merita tutto il vostro amore? Che importa che la divinità entri nell'appartamento dei vostri sensi, il quale non è che il vestibolo esterno, se essa non penetra poi nel vostro cuore, che è il tempio inte­riore, il tempio spirituale, il solo dove possa essere adora­ta in spirito e verità?

Perché vi fermate agli oggetti da confrontare tra di loro, senza cercarne il significato?

Non vedete che il sole, che riscalda la terra e le fa pro­durre mille eccellenti frutti, per quanto ammirabile esso sia, non è che una debole e oscura immagine del Sole di Giustizia, Gesù Cristo, che, dal fondo dei suoi augusti ta­bernacoli, rischiara, feconda e vivifica l'eredità della sua Chiesa, facendovi germogliare mille e mille virtù?

La terra, coperta di fiori e così interessante e varia nella superficie, rivela solo debolmente la moltitudine e la varietà delle grazie divine, di cui l'Eucarestia è la sorgen­te inesauribile.

L'oceano è solo una inadeguata figura dell'immensa bontà del Cuore di Gesù Cristo, vittima del suo amore sui nostri altari, abissale oceano di misericordia e di carità, bruciante giorno e notte in un mare di fiamme, senza mai consumarsi.

I pianeti, che ricevono luce del sole, rappresentano la Chiesa docente, che riceve dal Sole di giustizia, cioè da Ge­sù Cristo, presente nel Sacramento dell'Amore, tutta la sua forza e bellezza, tutta la sua luce, che brilla con la sua dottrina fra le tenebre del mondo morale, per dirigere i passi dei pellegrini verso la città celeste.

L'orizzonte, dove vediamo che il cielo sembra che toc­chi la terra, vi dice in modo sublime che un Dio s'è avvici­nato a voi, non in apparenza, ma in realtà; e questo Dio generoso è Gesù Cristo sempre presente nella divina Eu­caristia, dove, non contento d'essere il compagno del no­stro esilio, il confidente delle nostre ansie in questa valle di lacrime, si degna di donarsi a noi per abitare nella casa della nostra anima, divenendo una cosa sola con noi.

Perché non sapete tutte queste verità? Perché, scru­tando le opere del Creatore, voi non tendete a Lui con l'amore? Invece limitate il vostro omaggio ad una ammira­zione sterile, e non vi preoccupate della perfezione della vostra anima.

Se voi sapeste veramente amare, il magnifico spetta­colo della natura vi richiamerebbe, ad ogni passo, ad ogni istante, l'amore immenso che Gesù vi dimostra nell'adora­bile Sacramento.

A che vi servirà aver studiato il movimento della terra e il corso degli astri, se non avete compreso che l'amore di Gesù è così necessario alla vita della vostra anima, quanto l'aria che respirate è necessaria alla vita del corpo; e la di­vina Eucarestia è così essenziale alla vostra salvezza, quanto il pane è essenziale alla vostra esistenza terrena?

Quando considerate le opere della creazione in manie­ra così vaga e fredda, che vantaggio, quale frutto ricavate dalle vostre ricerche e osservazioni, se non di vedere il vo­stro orgoglio confuso e punito dalla necessità di confessa­re la vostra totale ignoranza?

Vi arrestate davanti a un granellino di sabbia, ad un fiore, ad un piccolo insetto, di cui studiate la vita senza comprenderla!

Non sapete spiegare la più piccola cosa in questo va­sto universo, mentre potreste, con cuore umile, avvicinar­vi al Creatore di tante meraviglie e penetrare, per quanto il cuore potrà bastarvi, nei segreti ineffabili del suo Amo­re!

Invece, dunque, di consultare solo i sensi limitati, ap­pesantiti, e incapaci di insegnarvi qualcosa di essenziale e profondo; invece di consumare inutilmente il vostro tem­po a tentare di comprendere, col loro aiuto, le creature di Dio, non sarebbe per voi infinitamente più vantaggioso coltivare la vostra anima intelligente, immortale, capace di conoscere e amare Lui stesso? Sì, di conoscere e di ama­re Dio stesso, d'amare e di conoscere Dio, attraverso Ge­sù, nel sacramento dell'Amore?

Ecco la sola cosa che è veramente alla nostra portata, poiché è il solo ime per cui abbiamo ricevuto l'esistenza. Un linguaggio tanto semplice sarà compreso dai sa­pienti del mondo? Un motivo per dubitarne è che l'orgo­glio dell'uomo è giunto a un tale livello di autoesaltazione, e Gesù al contrario, è giunto a un tale grado di abbassa­mento, che oggi appare quasi impossibile riconoscerlo e adorarlo come Dio.

Se sono i contemporanei vicini a noi sono così lontani da Lui, quanto il sole è lontano dalle profondità dell'ocea­no, e se il loro orgoglio va ancora crescendo, come potran­no essi avvicinarsi al Dio Salvatore, umiliato fino all'an­nientamento completo?

Se sono stati necessari tanti prodigi per dissipare le tenebre dell'idolatria, ne occorrerebbero di meno per dis­sipare la notte dell'orgoglio e della moderna empietà?

 

10. Schiavitù dei sensi

Guai, mille volte guai a noi che viviamo sotto il domi­nio dei sensi, se non ci affrettiamo a ridurli in servitù, re­stituendo alla nostra volontà quella padronanza che non ha più su di essi!

Ingannati dalla loro insaziabile avidità, finiamo per considerare inclinazioni nobili e virtuose ciò che in realtà è solo ricerca affannosa d'orgoglio, oppure schiavitù di mal­vagie seduzioni.

Dalla contemplazione degli esseri muti e insensibili, passeremo all'amore egoistico di noi stessi, e da questo all'amore sregolato dei piaceri sensibili; finiremo coll'amare solo le creature; il Creatore sarà dimenticato; il fuoco sacro si spegnerà sull'altare dei profumi e i nostri cuori non bruceranno che della fiamma impura e passiona­le degli amori sensuali.

Uomini apostolici appaiono in una città, in un paese, dove la parola di Dio non è stata annunciata da molto tem­po in modo clamoroso: ben presto le chiese si riempiono d'una folla immensa di cristiani, tutti i luoghi destinati al culto divino divengono troppo stretti; le volte sacre risuo­nano incessantemente del canto degli inni e della voce elo­quente dei missionari. L'entusiasmo religioso è al colmo, i confessionali traboccano di una folla di peccatori, che si battono il petto. Ben presto la mensa di Gesù Cristo e cir­condata da numerosi fedeli; si moltiplicano le conversioni più numerose e strepitose; brillanti relazioni circolano ovunque e consolano i cuori virtuosi; l'erezione della Cro­ce, soprattutto, offre sempre uno spettacolo meraviglioso.

Poi cosa avviene? Ahimè, bisogna chiederlo agli abi­tanti delle città e dei paesi, teatro di queste scene apostoli­che! Appena gli inviati del cielo sono scomparsi, scompaio­no in gran parte anche le conversioni operate per il loro ministero.

Perché mai? Sono stati i sensi a trascinare i cuori e niente più.

La voce eloquente dei predicatori, l'armonia dei canti sacri, la solennità delle cerimonie, la folla degli ascoltato­ri: ecco ciò che ha colpito. Dal momento in cui le belle fun­zioni cessano, la sensibilità umana, viene colpita di nuovo dagli oggetti delle passioni umane e riceve un'impressione opposta, allora i cuori, spadroneggiati da esse, riprendono a seguire il loro impulso e ritornano all'amore delle cose profane, che avevano promesso di disprezzare e calpesta­re.

Si pensi come esempio ad una persona che parli forte in un'anticamera: la sua voce giunge alle orecchie di colo­ro che sono dentro il salone, sebben essa non vi entri. Que­sta e l'immagine naturale dell'effetto che le missioni han­no operato su un gran numero di peccatori.

Gesù è entrato nel vestibolo esterno dei sensi, dove ri­siede l'uomo carnale; da qui la sua voce toccante è pene­trata nell'appartamento interiore dell'anima, dove risiede l'uomo spirituale; ma più in là Gesù ha trovato sbarrate le porte, perché la superficiale commozione dei peccatori proveniva solo da una momentanea impressione dei loro sensi e non da una vera compunzione del cuore.

In breve, la volontà non ha trionfato sui sensi, ma i sensi hanno soggiogato la volontà.

Ecco perché non è strano che le salutari impressioni siano sparite con lo sparire dell'apparato esterno.

Chi farà comprendere alle persone del nostro secolo che il primato e la superiorità appartengono all'uomo spi­rituale e non a quello carnale? Che vale che si lasci entrare Gesù nell'anticamera, se gli si chiude la porta della sala in­terna?

In quale deplorevole stato ci ha ridotti il dominio dei sensi sullo spirito! Nella Chiesa primitiva in cui i sensi non comandavano al cuore, i fedeli erano abituati a dare prove di dedizione eroica: era, in un certo senso, un gioco per es­si disprezzare la ferocia dei tiranni e affrontare i più cru­deli supplizi; essi andavano alla morte come a una festa.

Oggi, per vincere la fedeltà e la costanza dei cristiani, per trascinarli nel peccato, basta la semplice occasione di un piacere momentaneo, bastano le attrattive di una bel­lezza corruttibile, una miserabile adulazione, un vile inte­resse; basta la cosa più stupida del mondo che per poco brilli agli occhi o si presenti seducente.

Disgraziato secolo della sensualità!

I cristiani hanno dimenticato Gesù povero e crocifis­so, Gesù coronato di spine, che muore fra i supplizi, Gesù immolato e sempre offerto in sacrificio nel Sacramento dell'Amore; essi lo hanno dimenticato per abbandonarsi al piacere e al lusso più sfrenato.

Tutta la loro condotta esprime come una voluttà di di­struggere l'opera di un Dio incarnato.

Sì, mio Gesù, tu sei nato nell'oscurità di una stalla per insegnarci a calpestare tutte le vanità; ma il nostro secolo si industria a offrire innumerevoli vittime al demonio dell'orgoglio, al demonio dell'avarizia, e a un terzo demo­nio, il cui solo nome fa orrore: l'impurità.

Queste tre esecrabili passioni sono diventate le sole di­vinità della maggior parte degli uomini dei nostri giorni. Tu sei vissuto per trenta anni nell'umile casa di Naza­ret, occupato nei più umili lavori, ignorato da tutti, per in­segnarci a santificare le sofferenze del nostro stato, per ispirarci l'amore al lavoro, per nobilitare la povertà. Gli uomini del nostro tempo, al contrario, avviliscono la po­vertà e le fanno il processo con la loro insolenza e la loro vanità; traggono dalla oscurità l'innocenza per ornarla di ogni attrattiva del vizio; liberano gli infelici dalla dipen­denza alla loro miseria per caricarli di catene e associarli ai loro disordini, e cambiano la necessità del lavoro con la bramosia insaziabile di godere dei beni e dei piaceri di quaggiù.

Mentre Gesù, vittima del suo Amore, è nascosto sotto le più umili apparenze, annientato, spogliato, in qualche modo, di tutte le prerogative della divinità, il lusso fa dei progressi scandalosi, scusandosi col vano pretesto della prosperità della nazione, e del benessere da procurare alla classe lavoratrice.

Quando mai, uomini ciechi e increduli, si sono viste le nazioni arricchirsi, rovinando la religione?

Dov'è, poi, la necessità di calpestare il Vangelo per sollevare la categoria di coloro che vivono del proprio la­voro?

Quale esperienza vi ha insegnato, inoltre, che la ricer­ca della mondanità, del piacere e del lusso sono fonte di prosperità per i popoli e le spese folli contribuiscono a ren­dere la gente più felice?

Se è vero che, nella situazione attuale della società, la vanità è diventata necessaria alla prosperità della patria e senza di essa la maggior parte degli uomini non avrebbero lavoro, se il lusso è divenuto una disgrazia inevitabile, allo­ra, col Vangelo alla mano, con la croce di Gesù Cristo sul suo cuore e con gli occhi elevati verso il cielo, non dobbiamo esitare un solo istante a sacrificare i miserabili vantag­gi di una esistenza che deve finire nella morte per sceglie­re la speranza di una beata eternità; poiché è di fede che, per giungere all'eterna felicità, bisogna necessariamente camminare sulle tracce del Salvatore, che condanna la va­nità sia con le parole che con l'esempio.

Invano oseremmo illuderci di essere ancora sulla via della salvezza, se abbiamo la disgrazia di restare così chia­ramente in contraddizione con Gesù Cristo.

Lo ripeto ancora: le porte del cielo non si apriranno mai per i figli della vanità.

Inoltre, non posso ammettere che il lusso sia necessa­rio alla felicità dei popoli. Vedo, al contrario, che la caduta degli imperi si prepara nella mollezza, e noi abbiamo tutto da temere per la nostra patria, se non si porta rimedio a un male già così inveterato e profondamente radicato. Si ... proprio noi, tutti noi, quanti siamo, dobbiamo im­pegnarci. Perché questo non è compito delle potenze ter­rene, è compito nostro e ci riguarda personalmente. Ritorniamo ai principi del Vangelo, ritorniamo a Gesù Cristo, e il lusso insolente, sfrenato, così oltraggioso alla povertà della maggior parte dei fratelli, sarà ben presto abolito in pratica, senza che sia necessario ricorrere a leg­gi repressive.

 

11. Amore di Gesù Cristo

Che i sensi, dunque, siano sottomessi al cuore, e il cuo­re, a sua volta, sia dominato dall'Amore infinito di Gesù Cristo!

Senza questo sacrificio è impossibile per noi compren­dere il mistero di un Dio crocifisso!

Le sue umiliazioni, le sue piaghe, la sua corona di spi­ne, la sua croce, i suoi annientamenti nella divina Eucare­stia non attirano davvero i nostri sensi; questa visione è troppo dura per renderci sensibili al suo Amore!

Per vincere dunque il nostro cuore, quasi nostro mal­grado, questo Dio generoso, ai nostri tempi, ci mostra il suo Cuore, ardente d'amore per noi. Vuole che il suo Cuo­re sia esposto alla nostra venerazione per risvegliare il no­stro cuore con la sua tenerezza, in contrasto con la nostra indifferenza, e per confondere la nostra ingratitudine con il ricordo dei suoi tanti benefici.

È dunque principalmente per aiutare il nostro cuore a trionfare sui sensi e a spezzare le loro vergognose catene che la devozione al S. Cuore di Gesù viene oggi stabilita.

Lo spirito dell'empietà l'ha compreso e perciò non ces­sa di manifestare la sua rabbia contro questa soave devo­zione.

I fedeli devono comprendere profondamente e mo­strare più interessamento e assiduità nel fare riparazione d'onore a Gesù Cristo, temendo che, se questo ultimo ten­tativo della sua bontà non riesce a ricondurci sinceramen­te a Lui, Egli forse è costretto a dimostrarci in maniera terribile che l'Amore infinito, a forza di venire oltraggia­to, finisce per cambiarsi in collera.

Affrettiamoci allora a riconoscere che il Cuore divino di Gesù, adorato sui nostri altari, è il solo segno di salvez­za.

Rivolgiamoci a Lui con tenera confidenza; e con l'ar­dore delle nostre preghiere e delle nostre riparazioni, fac­ciamo violenza alla sua misericordia per ottenere il mira­colo della liberazione; un miracolo vittorioso di tutte le rabbie dell'inferno e della insensatezza di tutte le leggi umane.

Scongiuriamo il Salvatore di mostrarsi alla sua Chie­sa, circondiamo i tabernacoli per parlargli della nostra tri­ste situazione; Colui che cambia il pane nel Suo Corpo e il vino nel Suo Sangue, alla semplice parola del sacerdote, non dubitiamo che abbia difficoltà a fare un prodigio in no­stro favore; che, d'altronde, qualunque esso sia, non sarà mai pari alla grandezza dell'Eucarestia.

Cessiamo di farci illusioni: i mali sono grandi, gli em­pi si sono collegati nei modi più orribili. L'iniquità, ha fatto un patto con l'iniquità per detronizzare Gesù Cristo; è pro­prio a Lui, che si mira.

L'inferno ha esteso il suo impero, sta per venire il mo­mento, ma che dico? Il momento è giunto, perché gli empi non nascondono più i loro disegni.

Già fanno degli enormi sacrifici per portare a compi­mento i loro colpevoli progetti. Le fatiche, i pericoli, il ver­samento del loro sangue, l'obbrobrio e la vergogna delle loro manovre, niente li fa rinunciare alle loro risoluzioni. Essi perseguiteranno nostro Signore fino a quando il Si­gnore, a sua volta, non li assalirà e li obbligherà a ricono­scerlo come loro liberatore, o a gemere sotto i duri colpi della sua giustizia.

O empi, tenetevi pure i più numerosi e ben equipag­giati eserciti; tenetevi per voi soli tutto l'oro e l'argento dell'universo, diventate pure dei potenti personaggi o ge­nerali o anche capi delle nazioni; ebbene, un soffio che esce dalla bocca di Gesù Cristo, che pretendete di vincere, ba­sterà per riversarvi nella polvere.

Prendetevi pure gioco, se volete, della mia fede e della mia semplicità; per me, ne prendo i vantaggi e mi rido del­le vostre imprese, dei vostri ragionamenti e di tutta la vo­stra potenza.

No, per quanto fragile io sia, non vi temo. Io spero in Gesù Cristo; Egli è il Re del mio cuore, egli vincerà nel giorno, che ha seguito per il suo trionfo.

Questo linguaggio che oso tenere con l'empio potrà sembrare presuntuoso a coloro che sono abituati a farsi impressionare e a giudicare dalle apparenze.

Affrettati, Signore, a darmi ragione! È tempo di de­starti e di prendere a cuore la tua causa! È necessario che tu spinga gli empi a farli cadere, malgrado la loro pruden­za, nella rete nascosta del loro cieco furore; è necessario, perché ti vediamo tutti i giorni orribilmente oltraggiato, e non vi è alcuno dei tuoi adoratori che si ritiene all'altezza di difendere i tuoi diritti.

Il timore, la perplessità e, più ancora, l'indifferenza hanno paralizzato il piccolo numero di coloro che ti sono ri­masti fedeli.

Ciascuno riversa sull'altro il dovere di dichiararsi con­tro i tuoi nemici, contro i perfidi che ti tradiscono. I sem­plici fedeli si appoggiano sui loro pastori; i pastori si rico­noscono impotenti, e nessuno dedica se stesso alla tua glo­ria.

Intanto tu sei abbandonato da tutti e si ha l'impressio­ne di sentir ripetere: Gesù Cristo si difenda da sè! Poiché i tuoi amici non osano offrirti la loro disponibi­lità, né farsi avanti per affrontare i nemici e rintuzzare la loro insolenza, poiché la paura e il rispetto umano li trat­tengono dal lottare con coraggio in questa prova spiritua­le, poiché si ostinano a credersi incapaci, Signore, mostra che non hai bisogno di nessuno!

Dio nascosto, interrompi finalmente il tuo troppo lun­go silenzio; Re di gloria fà risplendere la tua forza; Sacer­dote eterno, dimostraci che non hai perduto nulla della tua potenza; Verbo eterno, fonte di ogni essere, dà ai cristiani di ogni condizione quella lezione di cui hanno urgente biso­gno, cioè il sapere che, non nelle creature, ma in Te solo devono porre la loro speranza!

Non sopportare più a lungo che parlino continuamen­te delle potenze della terra senza mai fare menzione di Te! Non sopportare più che se ne stiano in pace, mentre a Te si fa una guerra crudele!

Non sopportare più che dicano: "Tutto va bene", men­tre Tu non conti nulla presso il tuo popolo, sei così tanto indegnamente dimenticato dai cristiani, e atrocemente in­sultato dai cattivi!

 

12. "Tutto va bene"!

"Tutto va bene"!

O mio Gesù, è mai possibile ammettere un simile lin­guaggio?

E mai possibile che al tuo popolo importi solo che il commercio nelle città sia fiorente, la scienza e l'arte siano incoraggiate, il benessere della società risulti prospero so­lamente circa i vantaggi materiali, quando la tua religione cala a vista d'occhio, quando la gente s'indurisce nella sua malizia, quando si perde totalmente di vista il destino im­mortale dell'esistenza?

La terra, popolata di apostati, crea ogni giorno nuovi delitti e nuove empietà. La Chiesa, nostra tenera madre, geme sulla perdita dei suoi figli che l'abbandonano vilmen­te gli uni dopo altri; e, lontani dall'essere sensibili alle sue lagrime, quasi si rallegrano del suo pianto e non sarebbero affatto addolorati nemmeno al vederla soccombere sotto il peso della sua sofferenza.

"Tutto va bene!"...

Guai a me, se condivido questo vile modo di sentire e di ragionare; se in mezzo alla cosiddetta prosperità della società e alle illusioni della vanità, la voce amabile di Ra­chele non mi risuona incessantemente alle orecchie, se la perdita dei suoi figli non mi provoca un dolore più vivo di quello che mi causerebbe la perdita del più bel regno dell'universo, se la vista di Gesù Cristo dimenticato, mi­sconosciuto e perseguitato dal suo popolo, non turba il mio riposo e non mi getta in una inconsolabile tristezza!

Guai a me, se cesso di sospirare per la gloria della Chiesa, mia tenera Madre, con un ardore più vivo di quello del bimbo nella culla per il seno che lo nutre; se tutto ciò che tende ad appannare lo splendore della sua bellezza, a impedire la sua tenerezza, a lacerare il suo cuore, a privar­la dei suoi gloriosi privilegi, a gettarla in nuove apprensio­ni, non procura alla mia anima una sofferenza più acuta di quella che proverei nel mio corpo per una ferita mortale!

 

13. Missione del sacerdote

Proprio da voi, che siete stati strappati dal mondo, co­me lo fu Mosè dalle acque del Nilo, per guidare e governa­re il popolo di Dio, si sente talvolta dire: "Tutto va bene!", mentre invece questo popolo ingrato ha dimenticato il suo Re, ha rovesciato l'altare di Gesù Cristo dal suo cuore e, dopo averlo scacciato, lui stesso si è creato degli idoli per adorarli.

Voi dite: "Tutto va bene!", mentre il vostro popolo of­fre agli idoli della carne, dell'oro e dell'argento, ai lucci­canti fantasmi del piacere, dell'ambizione, dell'orgoglio, della voluttà, tutto il profumo del suo amore.

"Tutto va bene"!... mentre a questi idoli della terra il vostro popolo sacrifica salute, riposo, giovinezza, onore, fatiche, pensieri e desideri, progetti, la vita intera, la co­scienza, la religione, l'anima, la salvezza eterna...

O guide della nostra barca, permettetemi di dirvi ciò che gli Apostoli dicevano a Gesù: "Svegliatevi, periamo"! Il torrente degli scandali, simile ad un mare orribil­mente agitato, è entrato nel tempio, ha inondato le sue na­vate, ha infranto le difese del santuario; e minaccia, avan­zando, di travolgere nella sua onda tutti quelli che non si rifugeranno ai piedi dell'altare, che rappresenta l'Amore di Gesù Cristo.

Noi troveremo la salvezza solo presso la Vittima divi­na, immolata sui nostri altari.

Sacerdoti del Dio vivente, non imitate gli apostoli che dormivano mentre Giuda vegliava!

Perché, a prezzo del mio sangue, non posso impedirvi di sonnecchiare in presenza del nemico, tutt'altro che vin­to, che attende ogni occasione favorevole per fare altre vittime con il suo furore?

Io ben volentieri accetterei di essere battuta, macina­ta come il frumento, di essere divorata come un pezzo di pane dai più crudeli tormenti, se con questo prezzo potessi preservarvi da tale pericolosa illusione, svegliare la vostra sollecitudine per la causa di Gesù, farvi vivamente sentire gli obblighi che vi impone, in questo momento, il suo Amo­re!

Ma, Signore, io non sono degna di morire per i tuoi ministri; non appartiene che a te, di essere vittima per lo­ro.

Ma allora svegliali tu stesso, fà loro intendere i tuoi gemiti, chiamali ad essere testimoni del tuo abbandono sui nostri altari e dell'angoscia del tuo Cuore, crudelmente la­cerato dalla malizia degli empi e profondamente afflitto dall'indifferenza dei tuoi figli.

Fà conoscere ai tuoi ministri il pericolo che ci circon­da, affinché abbandonino le fantasticherie della politica umana, per attaccarsi alle sole risorse della fede.

Perché, Signore, quando voglio pregarti per coloro che ti sono più cari, sembra che nello stesso tempo tu arre­sti e spinga il mio slancio verso di te?

Io non posso lasciarti, quando ti parlo dei tuoi sacer­doti; mi sembra che la tua corona di spine s'intrecci attor­no al mio cuore, e il tuo Cuore adorabile mi respinga e nel­lo stesso tempo mi attragga a sè.

Tu mantieni un silenzio che mi atterra e mi strazi di dolore; sembri uno che, divorato da dolori violenti voglia sentire parlare delle sue pene e insieme non voglia accet­tare consolazione alcuna, anche se attende col più vivo ar­dore di essere consolato.

Vuoi che io penetri in qualche modo nella profondità della ferita del tuo Cuore e, se ti supplico di concedermelo, sento come un movimento di rifiuto che si oppone alla mia preghiera e all'ardore dei miei desideri.

Mio Dio, le angosce della tua anima nel giardino degli olivi, si sono dunque rinnovate? La tua passione è sempre all'inizio?

Oh, lo vedo e lo comprendo fin troppo chiaramente! Sei nuovamente condannato a morte dalla stragrande maggioranza degli uomini dei nostri giorni, e ben più atro­cemente di quando fosti condannato da Pilato stesso. Pila­to, almeno, riconosceva la tua innocenza, mentre il mondo d'oggi ti giudica veramente colpevole, poiché la tua legge lo contraria totalmente, ed ha giurato di sterminarla o al­meno di travisarla, a qualunque costo.

Contro te, e contro te solo, sono dirette tutte le con­giure dei cattivi; essi sono risoluti ,a prendersi riposo solo quando tutti i tuoi veri adoratori saranno divenuti dei loro alleati.

Di tempo in tempo, è vero, si ha l'impressione di fare delle leggi in tuo favore; ma, piene di debolezza e di viltà, per lo più servono a impedire il tuo culto, a legare e ad am­manettare i tuoi ministri.

Ma c'è una ferita nascosta, che ti è ancora più amara; un velo denso mi nasconde il segreto d'Amore del tuo Cuore.

Il mio cuore è lacerato e ti segno ovunque per condivi­dere la tua pena; ma non oso quasi parlartene, se non con il mio pianto. Sono come un debole fanciullo, che riceve, senza saperle definire certe confidenze del papà; se ti do­mando delle spiegazioni, sembra che, giudicandomi trop­po debole per intenderle, ti accontenti delle mie lacrime e di mostrarmi tutta la veemenza del tuo dolore.

Sì, lo sento, si tratta dei tuoi sacerdoti, mille volte più cari al tuo Cuore che non lo sia la sposa più cara per il suo sposo. Niente consola un amore ferito, nè sa risolversi a punire; e tuttavia non può venir risarcito da alcun com­penso.

D'altra parte, cosa mai potrebbe fare una creatura mi­sera come me? Cosa potrei offrirti!

 

14. La salvezza

Sacerdoti, io oso scongiurarvi: Venite al Tabernacolo per intendere i teneri lamenti di Gesù Cristo; qui impare­rete che Lui è il vostro Amico più fedele; il suo Cuore desi­dera ardentemente che andiate a Lui con dolce abbando­no, con una intera e perfetta confidenza, e non con un os­sequio freddo e timoroso che considera solamente la seve­rità dei suoi giudizi, senza tener conto delle prove del suo amore.

Senza dubbio,. voi lo sapete! Ebbene io vi ripeto che tutti i tesori della sua bontà sono per voi, che Egli attende solo un segno della vostra volontà per offrirveli, che voi dovete rivolgervi direttamente a Lui per provare imme­diatamente l'efficacia delle vostre domande! Certamente un mio dolce rimprovero vi farà conosce­re il vostro potere sul suo Cuore che obbedisce a voi senza indugio e senza limite; e comprenderete che, abbandonan­dosi Lui stesso fra le vostre mani, non vi resisterà se lo pregate per la salvezza del popolo, per il trionfo della giu­stizia, per la libertà della Chiesa!

Vedete se le nostre anime vi sono ancora care, e assu­metevi i nostri interessi: senza nulla temere. Nel vostro po­tere riposa la vita sacramentale del Salvatore; non è suffi­ciente, allora per sperare tutto da voi, se avete confidenza nel vostro Maestro?

Nel vostro, come nel Cuore stesso di Gesù Cristo, noi veniamo a rifugiarci perché prendiate la nostra difesa contro il furore degli empi.

Perché li temete, voi che siete i padroni del vostro Maestro?

I loro sarcasmi, i loro discorsi insensati, la loro effime­ra potenza, tutte le impalcature del loro orgoglio possono forse intimidirvi, quando il "Re dei re" è il vostro capo, quando Gesù Cristo, il Dio onnipotente, che alla vostra vo­ce discende ogni giorno. sull'altare, vi promette di combat­tere con voi?

O regale dignità dei sacerdoti! La vostra sola presen­za rovescerebbe l'armata dei Filistei, se aveste la confi­denza che merita da parte vostra il "Re dei re"!

Considerate dunque ciò che voi siete, ciò che sono gli empi, ciò che sono i cristiani, ciò che è la Chiesa e ciò che è la società, ciò che tutti stiamo per diventare, se Gesù Cri­sto non si rivela.

Riconoscete la vostra ingiustizia verso il Salvatore, dal quale tutto avete ricevuto, al quale niente avete dato, dal quale tutto potete aspettarvi, al quale non chiedete quasi nulla.

Cessate, cessate di appoggiarvi su creature mortali, di sperare negli uomini, chiunque essi siano, quali che sia­no le loro risorse, per sperare solo nel Dio, che ha salvato il mondo e che solo può salvarlo ancora. Affrettatevi a bussare alla porta del Tabernacolo per dire a Gesù di le­varsi e di rendere giustizia alla sua Chiesa.

Sacerdoti, non ritardate più la liberazione del popolo di Dio, la consolazione della Chiesa, la salvezza del popolo, mettendo la vostra speranza nelle risorse della politica de­gli uomini; non obbligate più il Signore, che non sa resi­stervi, a ritardare il grande intervento della sua miseri­cordiosa giustizia.

A che serve ripetergli sempre: "Signore, donaci dei buoni magistrati, degli onesti deputati e dei ministri co­scienziosi"?

Dite, dite piuttosto: «Signore, vieni tu stesso in nostro aiuto. Tu solo sei il Salvatore, non vi è nessun altro che Te.

Con la Croce, con ciò che vi era di più vile nell'univer­so, Tu hai abbattuto una volta tutte le potenze della terra e dell'inferno, unite insieme.

Ti serve oggi uno strumento più grande?

Donaci solo un segno, e tutta la terra tremerà, gli em­pi ostinati morderanno la polvere, e i figli di Dio si ralle­greranno.

Fino a quando, grande Re, sopporterai che i nemici del tuo santo Nome insultino la pietà dei tuoi fedeli adora­tori e insolentemente esclamino: "Dov'è, dunque, il loro Dio!'».

Sacerdoti, padri miei, perdonate questa piccola crea­tura, che osa parlarvi con tanta aperta confidenza! Non attribuitelo che al mio vivo interesse per la causa di Gesù Cristo e vostra.

Soffrirei la morte mille volte piuttosto che sottrarmi alla pietà filiale di cui il mio cuore trabocca per voi; ai vo­stri piedi, - così sento che mi invita il vostro sacerdozio, ri­conoscendo il vostro diritto su di me -, vi scongiuro di ri­cordarvi del vostro potere e dei diritti di Gesù Cristo su di voi. Egli sa fino a che punto io vi onori: alla vostra vista il mio cuore trasalisce, il mio corpo s'inchina, il mio spirito avverte una nuova spinta. di fede. Adoro Gesù Cristo nel vostro sacerdozio, tutto il mio essere è penetrato da una vivissima riconoscenza verso il Salvatore che, per mezzo di voi, si rende visibile ai miei sguardi.

Sento che il sacrificio di lasciare mia patria, il distacco da tutto ciò che possiedo, dalla mia vita, da tutto ciò che ho di più caro, non mi costerebbe nulla, se il vostro van­taggio lo esigesse.

Non potete nemmeno immaginare il mio profondo ri­spetto, la mia totale sottomissione, la mia obbedienza sen­za limiti a voi tutti, sacerdoti della mia santa Madre, la Chiesa cattolica, apostolica e romana, dal momento che ho osato aprire il mio cuore alla vostra presenza!

Sono l'ultima pecorella del vostro gregge, ma non te­mo di venir sconfessata, se ho il coraggio d'aggiungere che voi non troverete una sola delle pecorelle più devote di me ai legittimi pastori.

 

15. Tutto è in Lui

Amore infinito, nascosto sui nostri altari, sii per sem­pre la mia speranza, la mia consolazione, la mia forza, tut­ta la mia felicità!

Perché non posso rendere un omaggio degno della tua bontà?

Ebbene, farò ciò che mi consente la mia debolezza, di­chiarando solennemente che non mi sono mai presentata davanti a Te, senza ricevere qualche particolare beneficio.

Il fuoco del Tuo Tabernacolo ha sempre consumato le mie passioni più violente e divorato gli affetti più cari del mio povero cuore.

La tua luce viva e pura mi ha rivelato la mia miseria mediante l'abbondanza dei tuoi doni, la mia impotenza nella riuscita di quanto mi facevi intraprendere, la mia bassezza elargendomi i tuoi favori più segnalati.

Le tue soavi lezioni hanno sempre avuto per scopo di abbattere il mio orgoglio, ma senza scoraggiarmi.

Con una mano atterravi questo terribile nemico della mia anima, con l'altra ti degnavi di rivelare me a me stes­sa, attraverso la sicurezza del tuo amore.

Ai piedi del santo Tabernacolo, il mio cuore, affranto dalle più dure prove, ha costantemente trovato la forza necessaria per sopportarne il rigore;

qui, le mie lotte si sono mutate in vittoria, la mia debolezza in coraggio,

le mie tiepidezze in fervore, le mie incertezze in luce, la mia tristezza in gioia,

i miei ostacoli in successo,

i miei desideri in ferma volontà,

le mie antipatie, gelosie e risentimenti verso il prossimo, in ardente carità.

Tutto ciò che so, l'ho appreso ai tuoi piedi, Signore; ri­cevi, dunque, l'omaggio di ciò che sono, di ciò che ho, di tutto ciò che potrei pensare, dire e fare di bene; ricevi in particolare l'omaggio di questa "piccola opera", che cre­do sia tua; benedici tutti coloro che la leggeranno con cuo­re retto e semplice, affinché comprendano, Amore infini­to, che solo tu sei la salvezza della Chiesa e della società.

 

APPENDICE

Un giovane prete francese era stato invitato dal suo vescovo a Bristol (Inghilterra), per evangelizzare i mari­nai francesi, che il commercio vi faceva affluire e vi tratte­neva in gran numero. Privata di ogni aiuto religioso, ab­bandonata al contagio del vizio e delle seduzioni dell'ere­sia, questa popolazione del mare si abbruttiva sempre più.

Il sacerdote si era messo all'opera, con uno zelo pieno di ardore, organizzando cerimonie di culto cattolico e corsi d'istruzione popolare, atti ad interessare i suoi connazio­nali e a fare loro del bene.

Ma, agli sforzi del missionario, i marinai avevano ri­sposto con l'indifferenza e il disprezzo. Desolato per l'inu­tilità dei suoi sforzi e non sapendo che fare per attirare questi infelici, il giovane prete pensò di comporre, a tal fi­ne, una raccolta di poesie e di canzonette, nella lingua e secondo il gusto di questa gente grossolana, vale a dire di genere alquanto triviale, libero e anche passionale, in cui era frammista un pò di morale.

Il sacerdote sperava così di attirare e poi guadagnare, poco a poco, quelli che voleva ricondurre alla fede. Avendo sentito parlare della nostra missione in In­ghilterra e dei nostri stretti rapporti con Paolina Maria Jaricot, il cui ardente zelo gli era noto, venne a trovarci al­la "Visitazione" di Westbury, presso Clifton, e ci conse­gnò una lettera e un opuscolo delle sue canzonette, affin­ché facessimo pervenire il tutto alla venerabile fondatrice della Propagazione della Fede, con preghiera di chiedere un suo consiglio per il povero missionario scoraggiato. Inviammo ogni cosa alla nostra santa amica che non tardò a rispondere, attraverso la nostra mediazione, al giovane sacerdote le righe seguenti, che ella dovette trac­ciare la notte, in mezzo a mille e mille preoccupazioni op­primenti quanto desolanti: "Ministro del Salvatore Gesù, io non sono competente in letteratura, e soprattutto in poesia; perciò vorrà perdonarmi se, 'leggendo le sue, non ho considerato che due cose: la mano che le aveva scritte e coloro ai quali esse sono destinate, cioè il sacerdote e le anime.

Veramente, signor curato, lei fa un grande atto di umiltà domandando a una povera donna, molto ignoran­te, di darle dei consigli sulla condotta che deve tenere nella missione così difficile e delicata, che le è stata affidata.

Io la credo degno di ascoltare la verità, anche dalla bocca la più miserabile; quindi le parlerò con tutta fran­chezza e libertà.

Fin dall'inizio del viaggio, si è "spaventato delle diffi­coltà che vi si trovano" e, vincendo la tristezza, ha chiesto aiuto a una povera creatura, che sta giungendo al termi­ne di una lunga strada dolorosa e della quale ha sperimen­tato i pericoli...

Il nostro dolce e tanto amato Salvatore Gesù ci venga in aiuto, affinché la mia esperienza possa servire ad illu­minarla.

Lei è sacerdote, mio signore, e se questo costituisce una gioia e un onore incomparabile, che gli angeli stessi le invidiano, è altrettanto un pericolo e una responsabilità che annientano la debolezza umana, quando questa resta sola sotto un simile fardello.

Si assicuri tuttavia, perché Gesù Cristo ha detto: "Co­lui che mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, ha la vi­ta in Lui" .

E la vita conservata dalla Carne e dal Sangue di un Dio, Gesù Cristo, non conoscerà la morte.

Il Salvatore aggiunge: "Colui che mangia di me, vivrà in eterno ". Poiché lei si nutre tutti i giorni con questo ali­mento divino, abbia confidenza, malgrado tutto, e corag­gio in tutto, per virtù del Verbo fatto carne.

Ma il sacerdote, così come Gesù Cristo lo ha voluto, co­sì come persino il mondo cattivo e corrotto com'è lo com­prende, è un essere quasi angelico, i cui pensieri, le parole e la condotta portano una così visibile impronta di casti­tà, che, al vederlo, il peccatore arrossisce dei suoi vizi e si sente attirato alla virtù per il fascino soprannaturale e irresistibile della santità.

Il cuore del sacerdote è un celeste cristallo destinato a riflettere, quaggiù, la tenerezza e la purezza di Dio stesso; e, qualunque sia la fragilità umana, il cuore del sacerdote conserverà questa divina potenza di irraggiamento, tanto che, giorno per giorno, ora per ora, si servirà delle armi della preghiera e della mortificazione dei sensi, per com­battere le basse tendenze di una creatura corrotta.

Medico delle anime, lei deve curare tutte le loro piaghe e guarire tutte le ferite... Ma prenda delle precauzioni... Quando il medico del corpo deve curare e allo stesso tempo amputare un membro nel quale si è già formata una infe­zione, occorre che abbia le mani perfettamente sane, che non abbia il più piccolo graffio, altrimenti il veleno del male che egli vuole guarire s'infiltrerà nelle sue vene e vi porterà la morte...

Così è di lei, medico delle anime. Se vuole curare sen­za pericolo le ferite dei suoi fratelli, sia lei stesso senza fe­rita.

Non dica: "Ma allora chi oserà tentare di guarire le loro piaghe mortali?", perché lei ha la presenza del San­gue di Gesù Cristo, e questo Sangue ha la virtù di rendere invulnerabile tutto ciò che vi si immerge con fede e amore. A Dio non piace che io getti nel suo animo sacerdotale l'avvilimento e il timore dello schiavo; il Signore, che è la Bontà stessa, avrebbe delle maledizioni per me.

Io lo dico in presenza del Suo Cuore eucaristico: se bi­sogna avere timore per rimanere puro, occorre sperare e amare per restare coraggiosi e forti.

Non dimentichi mai che è stato consacrato per un mi­nistero davanti al quale si arresta la potenza degli angeli; si tratta della guarigione delle anime...

Ora, nel momento in cui questo sublime e difficile mi­nistero le è stato affidato, le è stata nello stesso tempo assi­curata la grazia necessaria per adempierlo degnamente ed efficacemente.

Sacerdote di Gesù Cristo, io la supplico, se vuole tirar fuori il peccatore dal pantano delle sue passioni, agisca alla maniera degli angeli... dispieghi le ali della castità per potersi chinare verso il colpevole e sollevarlo dal fango senza posarvi lei stesso il piede.

Queste riflessioni mi sono venute leggendo le sue poe­sie. Sicuramente la sua intenzione è stata eccellente; lei ha pensato che, dopo aver riso, i marinai avrebbero accettato più facilmente la morale e sarebbero andati da colui che l'ha così infiorata. Tuttavia il Maestro ha detto: "Un albe­ro cattivo non può produrre frutti buoni!"; ora le sue poe­sie non portano il sigillo nel quale questi poveri peccatori riconoscano in lei l'inviato di Dio: la castità.

Dopo aver letto le sue canzonette, i marinai potrebbe­ro avvicinarsi a lei, in effetti; ma questo sarà piuttosto per vedere fino a che punto lei è simile a loro, anziché con­frontare ciò che loro manca per arrivare all'altezza della virtù; e non avrebbero il desiderio di pregarla di guarire in essi il male del quale li crede affetti.

Lei dirà: Cosa, dunque, devo fare?

Le rispondo: "Pregare, per avere la luce". "Guardare il Crocifisso, per avere la forza". "Leggere, meditare il Vangelo, con il cuore in alto, per avere il nutrimento per eccellenza dello spirito". Poi... poi..., beato sacerdote, vada senza sosta e in ogni incontro al Tabernacolo, per raccogliere dal Cuore di Gesù Cristo il balsamo divino della purezza e dell'amore, che scorre a fiumi dalla ferita, attraverso la quale tutte le altre ferite possono essere guarite!

Lei avrà allora dei rimedi non solo contro le malattie, ma contro la morte stessa. Con tale ricchezza e un tale amore, no, no, lei non è povero, lei non è debole, o medico delle anime!

Lei può tutto, poiché è rivestito della potenza divina. Il mondo e il demonio lo sanno così bene, che, nella lo­ro bassa e crudele gelosia, cercano di strapparle questi te­sori, affinché, ridotto alla miseria, lei sia come Sansone incatenato dai Filistei...

Voglia perdonarmi l'ardire del mio linguaggio; ho scritto questa lettera presso il Tabernacolo..: la legga in questo sacro asilo...

Ed aggiungo: Sacerdote di Gesù Cristo, se vuole scri­vere per fare del bene alle anime, domandi a qualche sera­fino di prestarle una penna delle sue ali e bagni questa penna nel Sangue che cancella tutti i peccati della terra. Allora soltanto, lei penetrerà nelle profondità più inaccessibili del cuore umano e vi farà nascere il rimorso e il pentimento.

E ora, depositaria delle munificenze divine, povera e miserabile peccatrice, indegna di parlarle, mi metto in gi­nocchio ai suoi piedi e le domando di benedirmi e di pre­gare per me".

Paolina Maria Jaricot

Parigi, 15 gennaio 1850 la povera di Gesù Cristo