L'ALTRA
RIVA LETTERE
DALLA MISSIONE
Presentazione
Non è una biografia quella che presentiamo.Dalla raccolta delle lettere di p. Angelo Minoia (una trentina soltanto quelle rintracciate), scritte nell’arco di circa quarant’anni, si riesce a ricostruire uno squarcio di vita missionaria: i luoghi della Zambezia in Mozambico, i tratti delle prime cristianità nascenti, e peripezie dei viaggi, le fatiche del missionario solo e il sostegno della comunità religiosa, i timori e le difficoltà nel periodo della guerra civile, l’attesa e le speranze per il ritorno della pace.Ma soprattutto riusciamo a leggere, di padre Angelo Minoia, la ricchezza dei suoi sentimenti e del suo spirito, la sua interpretazione di fede nel percorso della vita e della storia: della sua vita e della storia della missione per la quale ha vissuto.La presentazione di queste lettere vuole essere una testimonianza di questa fede e il racconto di questa storia.p. Mario Sangiorgio
La
domanda, indirizzata al superiore provinciale, p. Lorenzo Ceresoli, venne
scritta dal p. Minoia pochi mesi prima dell’ordinazione sacerdotale (avvenuta
il 1° luglio 1947) quando era studente del 4’ anno del corso teologico allo
Studentato delle Missioni, dove era Direttore spirituale p. Stanislao Franzini.
Il p. Gabriele Pogliani, nativo di Palazzolo Milanese, era missionario nel
Cameroun.
Festa
dell’Immacolata, Bologna 8 dicembre 1946
Reverendissimo
Padre Provinciale,
dopo
di aver molto pregato e di essermi consigliato, col permesso del mio Rev. P
Spirituale, mi faccio ardito e domando di essere inviato in Missione.
Nella
sua bontà, Padre, non penserà che io osi troppo; Le esprimo il mio più intimo
desiderio, che è sorto non da un momento di entusiasmo, ma da serio studio
sulla mia Vocazione, con l’aiuto del mio Rev. P. Spirituale, che dichiarò
essere le missioni per me il campo più facile dove io potrò svolgere il mio
apostolato.
Certamente
si richiederà grande spirito di sacrificio; Padre, per questo vi ho aderito
volentieri, toto corde, anche per riparare il mio passato: il Signore, la
Vergine santa mi hanno dato luce sufficiente per comprendere la vocazione
missionaria e non dubito della loro assistenza onnipotente.
Non
per motivi umani, Padre, le ho confidato ed esposto tutto questo; vedo e
riconosco in Lei il Rappresentante del Sacratissimo Cuore di Gesù. Come con
semplicità di figlio Le ho manifestato il mio ideale, così con la stessa
semplicità accetterò ogni sua disposizione come espressione della Divina
Volontà.
E
dopo il consiglio del M.R.P Pogliani, faccio domanda per la Missione del
Cameroun. Da quando poi ho appreso del ritorno del M.R. Padre nel Vicariato
Apostolico di Foumban, si è acceso e confermato il mio desiderio di collaborare
al suo fianco di santo Missionario per la salvezza dei poveri infedeli,
usufruendo dell’esperienza e degli esempi di pietà e di buono spirito.
Reverendissimo
Padre Provinciale, mentre ho ferma fiducia di esserne esaudito, baciandole con
venerazione la mano ne invoco la paterna benedizione.
Suo
dev.mo figlio in C.J.
Angelo
Pietro Minoia s.c.j.
1948
IN MEZZO A
UNA NATURA VERAMENTE BELLA
La
sua prima lettera, dopo la partenza dall’Italia, reca la data del 28 aprile
1948. E Angelo Minoia era sacerdote da dieci mesi, aveva 28 anni. La scrive dal
Portogallo, dove si sarebbe fermato per l’apprendimento della lingua
portoghese, e precisamente dalla cittadina di Linhò, dove lo aveva
accompagnato, da Lisbona, il p. Luigi Gasperetti.
La
lettera è la descrizione precisa e puntuale del suo viaggio dall’Italia al
Portogallo attraverso la Francia e la Spagna.
«Si
parte alle 11.50 per Ventimiglia. Un saluto alla valle della Pace, alla Vergine
della Misericordia, e poi... verso le frontiere dell’Italia. Lourdes, alla
Grotta dell’Apparizione. Passa il tempo, si prega, si piange, si ha tutti
presenti, vivi e morti, sani e ammalati... Celebrata la s. Messa nel santuario,
di nuovo in viaggio verso la Spagna... Con un treno dell’età ternaria o
quaternaria, verso Vera da Bidassoa... Da Irun a Vila Formoso due notti e un
giorno, panorami per nulla attraenti... Nel Portogallo si varia, le case
sembrano più pittoresche».
A
Lisbona lo accoglie il p. Casperetti: «La mia barba e il mio cappello sono
oggetto di curiosità, almeno così mi dice, mentre lui stesso è per me un
motivo di curiosità e di allegria nel vederlo conciato da laico». Accompagnato
dal p. Casperetti, partenza immediata per Linhò.
Ma
la lettera è anche espressione della sua personalità. In questo lungo viaggio
in treno, «si pensa ai cari e alla patria lasciata, si pensa alle anime che
attendono dal nostro sacrificio e dal nostro zelo apostolico la luce della fede
che solamente promana dal vangelo... Notte, stanchezza, solitudine? No perché
Gesù è col suo sacerdote e ancora splende la luce, sul labbro affiora la
gioia, ci si intrattiene in amichevole intimità».
A
distanza di una sola settimana, il 4 maggio 1948 scrive la seconda lettera.
Anzitutto la presentazione della località, Linhò Sintra: «Mi trovo nel regno
di Eolo dove soffia con tal veemenza da rendere comune il proverbio: "Le
galline di Linhò hanno tutte e sempre la coda storta"».
Avverte
di trovarsi in «mezzo a una natura veramente bella, zona turistica ambita
dall’aristocrazia lisbonese». Della popolazione coglie in primo luogo
l’atteggiamento di cortesia: «Gli uomini che si incontrano salutano,
rispettosi, togliendosi il copricapo a sacchetto». Ma non ha una buona
impressione della situazione religiosa: «Vi è tanta povertà spirituale,
voglia pazza di ballare (è l’unico divertimento!), ignoranza religiosa dei più
elementari doveri cristiani. La prima domenica che vi passai si videro in chiesa
si e no 20 - 25 persone fra bambini e adulti, e questo su oltre un migliaio di
anime».
È
stato incaricato della cappellania presso le Irmas Dorotejas e si sente «in
crisi per la lingua»; ma fin d’ora si propone, appena sarà in possesso del
portoghese, «l’insegnamento del catechismo ai veramente rudi figli di simil
terra».
E
infatti nella terza lettera (11 giugno 1948), indirizzata agli ordinandi dello
Studentato di Bologna, racconta dei suoi primi tentativi in lingua portoghese,
sia provando con l’omelia domenicale, sia ascoltando le confessioni.
Poi,
«nel giorno del S. Cuore azzardai il ritiro mensile alle Irmás Doratejas:
venti minuti di batticuore e di sudore. Successo. "Una cosa lindissima"».
Ma commenta incredulo: «C’è poco da lusingarsi e da credere agli elogi
portoghesi».
Presto
dà anche attuazione al suo desiderio di impegno pastorale attivando la
formazione di un gruppo, e sono «I miei piccoli caprai della terra di Sintra,
che ho cercato di riunire sotto il titolo di "Oratorio Sáo Luis"...
Il numero complessivo è di una trentina: dieci ragazzi scamiciati e giù di lì,
e una ventina di ragazzine già iscritte alla Cruzada Eucharistica das Crianças
do Portugal, una branchia dell’Apostolato della preghiera.
Un
esempio incoraggiante l’aveva avuto anche dal p. Gasperetti: «È stato a Linhò
con i suoi scouteiros e ha portato un’ondata di entusiasmo giovanile: sono
veramente ben organizzati, è un assistente in gamba.
1959
LA MISSIONE
DOVRÀ MATURARE NEL SACRIFICIO
Nella
raccolta delle lettere conservate nell’archivio del Segretariato missioni di
Milano c’è un vuoto lungo 10 anni e non abbiamo motivi di spiegazione.
Ma alla ripresa delle corrispondenza, la lettera del 16 febbraio 1959 è ben documentata.
La
scrive dal suo nuovo campo di lavoro apostolico, la missione di Nossa Senhora de
Lourdes, a Mulevala, dove fin dal mese precedente aveva trasportato le sue
masserizie.
Ne
fa subito la presentazione: «I superiori l’hanno fondata nell’anno
centenario di Lourdes e l’hanno posta sotto lo sguardo e protezione della
candida Vergine... La missione nuova raggiunge i 3.250 Kmq. ed è popolata da più
di 40.000 indigeni. Stiamo ancora in un luogo provvisorio perché non è stato
ancora scelto quello definitivo».
Poi
compare il responsabile: «Superiore della nuova missione è il rev.mo padre
Tarcisio
Finazzi
che al suo ritorno dall’Italia si è visto lanciato dalla Provvidenza Divina
in questa non lieve croce. Il Sacro Cuore di Gesù lo assista per potere
sviluppare in questa terra di Mulevala quel piano di redenzione come già ha
fatto per tanti anni nella bella missione di Molumbo».
E
infine loro, gli abitanti di casa: «Come vede queste sono le belle avventure
missionarie: arrivare a questi poveri indigeni, nudi nel corpo ma molto più
nudi nell’anima perché senza la veste della grazia di Dio e dei santi costumi
cristiani, armati di pazienza e di ardore anche se mal corrisposti; arrivare e
porsi al loro livello per poterli sollevare e porre nella Santa chiesa cattolica».
L’accento
anche in questo scritto viene dalla sua sensibilità spirituale.
Ringrazia
il padre Nunzio Leali, al quale è indirizzata la lettera, «per le preghiere e
per i sacrifici che vorrà sempre fare perché benedetto e fecondo sia il mio
apostolato nel nuovo campo».
Ma
la missione «dovrà maturare nel sacrificio e nella rinuncia per potere più
tardi dare frutti di salvezza per questi poveri neri che fino adesso ebbero solo
una piccola assistenza religiosa data la grande distanza della missione di Ile a
cui stava aggregata.
Soprattutto
egli è motivato nel mantenersi tranquillo e fiducioso: «per ognuno di noi
esiste una Divina Provvidenza che ci farà attingere quell’ideale per cui
abbiamo tanto agognato e sognato. Sarà compito nostro quella preparazione
coniugando il nostro sforzo alla grazia di Dio. L’attesa entra pure nel piano
provvidenziale».
1963
RAPPRESENTARE
IL PRIMO E GRANDE MISSIONARIO
Del
1963 c’è un breve foglietto scritto da Lisbona e indirizzato al padre
Provinciale, p. Francesco Manfredi, al quale annuncia la partenza per l’Africa
in data 6 dicembre assieme al p. Aldo Fortuna.
«Fra
giorni riprenderemo il nostro apostolato in terra africana. Confidiamo molto nel
ricordo nella S. Messa e nelle preghiere che vorrà elevare perché possiamo
rappresentare il meno indegnamente possibile il primo e grande missionario, Gesù.
E lavorare nello spirito della Congregazione».
1974
SI
RINNOVERA’ ANCHE LA FACCIA DELLA CHIESA DEL MOZAMBICO
Non
porta nessuna data ma è stata scritta nell’agosto del 1974 la lettera più
bella che conserviamo. Scritta da Naburi, è indirizzata al missionario p.
Damiano Bettoni, allora in Italia per motivi di malattia e di cura. E’ la
lettera più documentata, ricca di informazioni sia sulle persone che sulla
situazione politica.
Fornisce
il quadro meteorologico della stagione: «Il mese di giugno è stato di grandi
piogge riducendo le strade impercorribili e i ponti intransitabili. In alcuni
tratti si passava perché eravamo in grazia di Dio».
Accenna
brevemente alla sua situazione: «Nel mese di giugno sono rimasto da solo per
tutto il tempo. E’ stato occupato dalla pulizia della piantagione, dagli esami
di passaggio di classe e dalle prove della classe quarta nella missione di
Mualama. Tutti promossi».
Poi
sulla scena fa comparire i diversi attori. «E’ stato per tre giorni ospite di
onore e di passaggio il p. Antonio Losappio.
E
Ambrogio Comotti è stato scelto come coordinatore della Pastorale Diocesana e
subito ha messo in movimento le commissioni zonali; la nostra si è riunita a
Mualama trattando il tema: La proprietà in tutti i suoi rapporti e aspetti,
in specie come è concepita nella mentalità africana. Vi hanno partecipato
alcuni catechisti e professori che hanno apportato molte delucidazioni.
Padre
Onorino il 26 giugno celebrava il suo 25º di sacerdozio; siccome egli si
schermiva, si è approfittato della riunione zonale per una concelebrazione e
confraternizzazione augurale in forma intima e sacerdotale.
E
Franco Massieri mi seguì a Naburi e, come si voleva dimostrare, ne è rimasto
innamorato: per la casa e per l’ambiente semplice, calmo e raccolto».
Segue
la presentazione della vita comunitaria. «Si partì il 6 luglio per Milevane
per partecipare al ritiro di aggiornamento. Via Gilè - Alto Molocue arrivammo a
Milevane per primi dopo un viaggio di 400 Km. relativamente felice... Il ritiro
predicatoci da p. Girardi è stato veramente molto devoto, presentatoci con
competenza e fatto da tutti con visibile impegno».
In
seguito alla composizione del nuovo consiglio regionale, si prevedono nelle
missioni cambiamenti di personale: «Non ti saprei proprio dire bene circa i
trasferimenti dei padri. C’è stato un rimescolamento. Nelle nostre missioni
si rimarrà come si è, e cioè: due a Pebane, due a Mualama, due a Naburi. E
Franco Massieri va come superiore ad Alto Molocue e qui viene il p. Giovanni
Bonalumi; in una visita veloce il p. Ezio Toller, nuovo regionale, ci ha dato
queste comunicazioni.
Intanto,
nonostante le difficoltà del momento, il lavoro apostolico continua.
«P.
Franco Massieri passa le domeniche nelle catechesi. Alla riunione mensile di
agosto anima i catechisti e i professori perché si impegnino a preparare un
Mozambico nuovo nella pace, nell’ordine e nella comune responsabilità.
Qui
in missione si inizia la fabbricazione dei blocchi di cemento: con 40 sacchi,
trasportati da Gilè, si sono già preparati quasi 700 blocchi grandi e 400
piccoli. Deve ancora arrivare un centinaio di sacchi. Però si teme di iniziare
la costruzione del garage perché i salari sono aumentati e il denaro non è
sufficiente (il salario minimo per ogni lavoratore è di 42,50 conti).
Alcuni
dei professori chiedono il trasferimento e ciò causa disordine in questi tempi.
Spero
in questo mese di agosto di riprendere regolarmente le visite, sospese per molti
motivi.
In
Mozambico c’è in visita il plenipotenziario del Papa, card. Umberto Mozzoni,
che ha in programma di prendere contatti con tutte le diocesi e i missionari. A
Quelimane starà dal 20 al 22 di questo mese».
Il
valore della lettera è specialmente nella documentazione sul momento storico,
l’ultimo anno di guerriglia prima dell’indipendenza. Quando i missionari
erano riuniti a Milevane per il ritiro, «prima della fine si venne a sapere che
la Frelimo aveva sferrato un attacco sulla Zambezia, specialmente su Chire,
Derre, Morrumbala, Milange, Tacuane e sulla zona del lago Chirrua. Fatti di
sangue e di distruzione, di paura e di fughe.
Dopo
il primo governo provvisorio in Portogallo ne compare un secondo seguito dalla
storica decisione del presidente Spinola di una certa autodeterminazione e
indipendenza dei territori africani. Si entra così in un clima esaltante ma
subito accompagnato da fatti di disordine e di grande perturbamento...
Ogni
giorno che passa porta le sue note di stragi e di saccheggi e si ha il cuore in
gola. Il 9 agosto è la volta della fuga di tutti gli europei di Naburi. Una
sollevazione in massa nelle terre di Moma semina il terrore che diventa grave
pericolo.
Oltre
che sfogarsi in Moma si lanciano sulla Compagnia Boror con distruzioni, incendi,
sabotaggi e furti. Attraversano il Rio Ligonha e fanno lo stesso sulle due
piantagioni di Niquide e di Namarreda.
L’amministratore
del posto rimane da solo a far fronte con i pochi poliziotti che sono venuti da
Quelimane in aereo. Compaiono pure una cinquantina di comandos. Si difendono le
feiras comerciais di Nabala, Nanre e Vjlalo. I bianchi fuggiti con le famiglie
chi a Mocuba, chi a Quelimane, fanno ritorno ma stanno sul chi va là. Sembra
scongiurata l’invasione, ma si teme una ripresa; certo riprenderanno i
saccheggi e le devastazioni.
Noi
non siamo scappati. Le nostre due jeep sono servite per perlustrare e hanno
portato alla prigione alcuni responsabili (50). Domenico Mazzucchi e famiglia si
sono rifugiati a Pebane e abitano nella casa delle suore.
Alla
Compagnia Boror è rimasto solo il gerente. Ogni tanto i boati mettono in
allarme. Tutta la zona di Nampula, Antonio Enes, Boila, Larde, Nametil, Iuluti,
Chalaua e Moma è in fermento e si sono verificati scontri con morti e feriti.
Qui a Naburi solo uno è stato ferito, perché stava per lanciarsi con la catana
contro l’amministratore del posto; il capo della polizia gli ha sparato nelle
gambe e ha salvato da morte certa l’amministratore.
La
Frelimo sbandiera programmi ma la situazione è caotica».
La
violenza non risparmia le missioni.
«E’
stata assaltata pure la loja (negozio) della missione. Era una masnada di
ubriachi e di rivoltosi che voleva far man bassa sulle poche cosette che ancora
vi si trovavano. P. Fortunato Pegolotti con decisione e forza riuscì a chiudere
a tempo le porte in faccia al malviventi che gridavano Frelimo e Moçambique
Novo e già si erano appropriati del sale e di cianfrusaglie. Le suore della
missione, sotto uno spavento terribile, si erano determinate a scappare, ma
questa loro decisione sembra per ora sventata; intanto sono a Quelimane per il
ritiro».
Prima
della conclusione, ritorna la sua nota di fiducia e speranza.
«Vedi,
caro padre Damiano, che si vive in uno sbandamento e noi si fa un apostolato
impostato sulla riappacificazione degli animi, sulla convivenza concorde e
ordinata. Si soffre, ma si ha la certezza che Dio non ci abbandonerà in questa
traumatica situazione di passaggio e che si proietta con bagliori di tragicità.
Speriamo
in un futuro più sereno, facendo leva suo ottimismo che sempre ci deve
distinguere. La preghiera è più fervorosa, è più fiduciosa, è più
insistente e più assidua.
Sono
le doglie della nascita di una nuova nazione che avranno il buon successo solo
con l’aiuto del Signore.
E
qui si rinnoverà anche la faccia della chiesa del Mozambico, non tanto come
prodotto di schiamazzo di poveri untorelli, ma per la forza dello Spirito che
opera in tutti gli eventi, anche più drammatici».
Nel
saluto conclusivo al destinatario, accanto all’augurio ritorna il pensiero
spirituale: «Abbiamo ricevuto le tue lettere con un certo ritardo, scritteci
dall’ospedale di Niguarda e l’ultima da Bienno. A tua saude è o nosso
major desejo. Pensiamo che ti sarai rimesso dalla non lieve malattia e poi
cerca di goderti la tua Bienno in seno alla cara famiglia che ti farà
ringiovanire col premuroso affetto. Ne hai il pieno diritto di gozar as bem
merecidas ferias. Manderemo ancora notizie. Noi si pregherà molto perché
tu possa ritornare, in giorni più calmi, più pacifici, più sereni, per
continuare il tuo sempre vulcanico zelo missionario in questa nostra Africa che
amiamo e per la quale volentieri daremo ancora la nostra non più verde età».
1975
FU DIO CHE
GUIDÒ
L’unica
lettera dell’anno dell’indipendenza del Mozambico (1975) reca la data del 14
giugno; è indirizzata al p. Giulio Madona, segretario delle Missioni; dopo una
breve giustificazione del silenzio talvolta prolungato dei missionari, si
sofferma a descrivere il momento storico del nuovo stato africano.
«Mancano 11 giorni alla proclamazione ufficiale dell’indipendenza! Stiamo vedendo nascere una nazione nuova, con tutte le forme di entusiasmo e di vibrazione patriottica!
I
nostri mozambicani potranno infine reggersi da soli, stanchi dei 500 anni di
sottomissione e di schiavitù.
I
bianchi, missionari inclusi, sono tollerati ad un’unica condizione: che si
inseriscano, si integrino e lavorino in favore e secondo la linea stabilita in
questa nuova nazione indipendente, diretta dal Frelimo che si è preparato
veramente bene nei 10 anni di lotta di liberazione: una prova l’ha data il
governo di transizione in questi nove mesi.
I
nostri mozambicani giubilano e manifestano la loro esultanza e allegria con
danze interminabili, con canti rivoluzionari, con grida e insulti al passato e
con promesse sincere per il presente e il futuro!».
Subito
dopo sottolinea il contributo dell’opera di formazione civile e morale dato
dalle missioni e interpreta il corso degli avvenimenti in un’ottica di fede.
«Abbiamo fatto del nostro meglio per introdurre le nostre comunità cristiane nella vita politica locale, formandole al senso della responsabilità, al senso di un sano equilibrio che nel clima rivoluzionario non è sempre facile mantenere.
Il
nuovo stato non si dichiara contro la regione, ma neppure sta con la religione:
vuole spazzare via tutto ciò che puzza di colonialismo e sa di importato. Ci
riuscirà se saprà considerare non solo il male sofferto, ma anche il bene
ricevuto, specialmente da chi ha concorso alla sua elevazione morale e civile.
Anche se non lo riconoscono, fu Dio che guidò i fili della matassa e li ha
fatti giungere alla felice situazione attuale di una indipendenza conquistata».
1979
– 1980
COLUI CHE CI
ASSISTE
Trascorrono
alcuni anni. Dopo le prime speranze per l’indipendenza conquistata, si
inciampa nelle prime difficoltà.
Nello
spazio di 8 mesi (novembre 1979 - giugno 1980) ci sono tre lettere indirizzate
al p. Emilio Bertuletti, al quale veniva negato dalle autorità governative il
permesso di rientrare in Mozambico.
Il 20 novembre 79 gli fa sapere: «Mentre ti scriviamo, io e Natalino, siamo in residenza fissa (coatta); ci vogliono implicare in un processo per oltraggio alla bandiera. E’ da quindici giorni che non ci lasciano in pace. Speriamo nel trionfo della verità.
Nel
nostro piccolo facciamo il molto perché c’è Colui che ci assiste.
Salutami
i miei cari di Gaggiano dicendo loro che sto bene».
La
situazione incomincia a pesargli se nella lettera del 18 aprile 1980 sente già
l’avvicinarsi delle vacanze in Italia.
«Nel
1981 sarà la mia volta di venire in vacanza: attendo perché ne sento necessità
per ristabilirmi e per riposare il sistema nervoso; p. Natalino vi racconterà
un po’ la nostra vita che viviamo in mano a Dio ma alla mercé di quel che
capita.
Il
morale è alto, anche se bisogna per forza di volontà vedere tutto color di
rosa.
Attendiamo
la nuova amministrazione regionale che ci farà da guida per battere sempre il
passo al suon della fanfara.
Pensa
alla famiglia, ma soprattutto afferma la sua volontà di impegno missionario.
«Potendo
telefonare a mia sorella Mariuccia a Gaggiano, fatelo e assicuratela del mio
alto morale, anche se la salute ne risente un po’: sono scoccati i
sessant’anni! Il lavoro è stato in funzione delle comunità e le
soddisfazioni non mancano, perché lo Spirito lavora con i ministeri.
Viviamo
intensamente l’orazione comunitaria e l’Eucaristia, il dialogo e
l’accettazione, senza riferimenti a età, a vedute e a mentalità diverse.
Vale
la pena vivere come si vive adesso la nostra azione missionaria».
Due
mesi dopo (13 giugno 1980) al ricordo per i famigliari aggiunge una serie di
informazioni.
«Grazie
infinite per l’abbraccio amico, e per la bella notizia della visita tua e di
p. Natalino alla mia sorella di Gaggiano. Mi hai fatto un dono inappagabile ...
Ti
scrivo dal Gurue, ma affido la lettera al missionario p. Francesco Temporin.
Abbiamo
concluso oggi, festa del S. Cuore, qui a Gurue, in riunione plenaria, il nostro
incontro di gruppo con un approfondito studio sul sussidio diocesano intitolato Comunidades
e Ministerios. Presenti 34 dehoniani e 6 religiose di differenti
congregazioni. Festa solenne, esplosiva di fervore e di entusiasmo.
Anche
in questi momenti, nel convivio fraterno, non è mancata la nota allegra.
Sembra
che, in una ristrutturazione di alcune équipes missionarie, il p. Giuseppe
Ruffini rimanga a Naburi con p. Natalino, e io mi debba unire alla équipe di
Pebane, continuando a fare il missionario tra i figli della ‘mezzaluna’...
Telefona
a Caggiano a mia sorella e al parroco a mio nome».
1982
CARISMA
DELLA CONSOLAZIONE
Scrivendo
da Quelimane al p. Angelo Pedrazzi, nel ricordo della morte del fratello di lui,
p. Bortolo, commenta: «I nostri morti ormai aumentano e per noi è una nuova
litania di santi che dobbiamo pregare...».
Poi
una informazione veloce: «Qui, mi dicono che ho il carisma della consolazione,
e sono diventato l’amico di compagnia di p. Antonio Losappio. Non sta bene, ma
speriamo che prolunghi, come dice lui, la sua agonia.
Mi
sono già affiancato a p. Damiano Bettoni e lo aiuto nella parrocchia della
Sagrada Familia».
1989
MI SENTO
UNITO A TUTTI
Il
4 giugno deIl’89 riparte per il Mozambico. Nella lettera di una settimana
dopo, a p. Mario Gritti, si leggono alcune note di viaggio.
«Da Parigi a Maputo, invece dell’aereo della Lam, in revisione, abbiamo volato su un aereo canadese.., un DC 8 grande, lungo, stretto, 250 posti, ma con solo 90 passeggeri. Abbiamo sostato a Lusaka (Zambia) per rifornimento di carburante. E’ stato un bellissimo viaggio di 13 ore... ma vi sono stati momenti in cui fu necessario agganciare la cintura perché l’aereo ci faceva danzare a ritmo di rock. In compenso ho molto riposato e molto pregato».
Nel
testo quello che più colpisce è la sua esplosione di gioia: «Eccomi
un’altra volta nel Mozambico: mi par di sognare!... Siamo a Maputo: il mio
nuovo campo di lavoro missionario destinatomi dalla volontà di Dio... Volevo
scriverti subito: ma ero emozionato e piangevo di gioia! Oggi domenica 11
giugno, dopo la concelebrazione nella parrocchia N.S. das Vittorias ho
contemplato come in estasi l’oceanica folla dei fedeli. Il lavoro missionario,
anche in città, è immenso e impegnativo».
Nell’ultimo
brano ferma lo sguardo alla situazione politica del momento. «Nel mese di
luglio, la Repubblica Popolare del Mozambico, guidata dal Partito Frelimo,
celebrerà il suo 5º Congresso; anche i religiosi sono stati convocati per
studiare le «7 tesi» proposte dal comitato centrale. E’ lontana la «Perestrojka»:
sono ancorati fortemente alla ideologia, benché luci di speranza facciano
prevedere qualche modifica in meglio. Insieme a p. Francesco Massieri ho potuto
partecipare ai due giorni di studio orientati da due ministri e segretari
nazionali.
Qui
nella capitale quasi non ci si accorge della guerra civile, che ancora continua
ad insanguinare altre regioni".
Chiude
con una testimonianza forte: «Mi sento unito a tutti con la preghiera
incessante, con l’affetto religioso, con l’autentica amicizia che non
conosce distanze».
In
altra lettera, a fine mese (30.6.1989), pur rilevando di aver sentito il
cambiamento del clima, assicura di star bene e di essere «contento di fare la
volontà del Signore».
A
Maputo, nella casa della comunità in Avenida A. Tivane, dove ora si trova, «il
lavoro di sistemazione è già quasi terminato: coperto il tetto in eternit,
pitturata di nuovo tutta la casa e rifatte le pareti che crollavano. lo ho fatto
un po’ il guardiano della casa e ho aiutato in parrocchia».
1990
MORTE E
RESURREZIONE
Il 10 gennaio augura al p. Mario Gritti, segretario delle missioni, un «anno pieno di grazie, ricco di serenità e entusiasmo».
Poi
conferma il suo impegno: «Sono già passati sei mesi dal mio ritorno in
Mozambico e, come sai, sono qui a collaborare nella parrocchia delle Vittorie,
insieme a p. Tarcisio, aspettando anche l’aiuto di altre forze vive. Io sto
bene e la voglia di rendere fino all’ultimo la sento intimamente, anche per
supplire i due anni di sosta forzata... Assicura mia sorella Mariuccia che sto
bene e che la tengo nel cuore».
Ma
il 1990 è, per i dehoniani di Maputo, un anno segnato dal peso di due bare: le
morti di p. Damiano Bettoni e di p. Tarcisio Finazzi ed egli legge le due
scomparse con occhi di fede. «E Damiano lo abbiamo offerto come dono di
Natale. L’urna, venuta da Johannesburg è sostata per un giorno e mezzo
nella cappella di Casa Dehon, ripartendo poi per Quelimane, dove venne tumulata».
Nelle
dieci righe della lettera del 9 aprile, la riflessione è sulla stessa linea. «Il
mistero Passione-Risurrezione ci colmi di speranza, di serenità e di
benedizione». Era forse una intuizione? Quattro giorni dopo, il 13 aprile,
moriva improvvisamente il suo parroco, p. Tarcisio Finazzi.
«In
questi sette mesi, insieme a p. Tarcisio, al servizio della parrocchia, ho
cercato di imparare alla sua scuola la pastorale che mi andava trasmettendo come
fosse una eredità... Il mistero della morte e risurrezione di Cristo lo abbiamo
celebrato alla morte e risurrezione pasquale di p. Tarcisio.
La
sua morte lascia un grande vuoto: è una somma di dolore, ma anche una somma di
gioia!
Consideriamo
p. Tarcisio una vittima offerta attraverso il Cuore Sacratissimo di Gesù a Dio
Padre per la pace al martoriato popolo mozambicano».
Una
settimana dopo, nella lettera ai famigliari riprende l’informazione: «Abbiamo
avuto il venerdì santo marcato da un grande lutto. E Tarcisio dopo tre giorni
di coma diabetico è morto. E’ stato sepolto qui e sono arrivati per il
funerale i suoi parenti di Bergamo.
E’
stato un grande dolore per tutti. Era maturo per il Paradiso e il Signore lo ha
chiamato in cielo».
1990
– 1991
Nei
due anni in cui rimane ancora a Maputo, il suo pensiero insiste sul mistero
della risurrezione, mentre l’informazione riguarda specialmente la guerra.
Il
17 novembre 1990, nella lettera al famigliari, unisce i due temi.
«Questo
mese dei morti ci fa ricordare tutti i nostri cari, i morti da tempo e quelli di
recente: il dolore ci fa sanguinare il cuore.
Il
mistero della morte è spiegato da Cristo risorto e, con questa fede, crediamo
alla risurrezione dei morti.
Io
sto bene, e il lavoro non manca. I miei 71 anni suonati al 18 ottobre scorso mi
permettono ancora di avere resistenza. Mi sostiene molto e mi dà forza il mio
ideale missionario: fare la volontà di Dio in questo Mozambico che attende
ordine, pace e amore».
Il
16 ottobre 1991 al Procuratore delle Missioni p. Elio Carlassare confida: «Sono
contento in questo apostolato; la salute mi assiste anche se devo ogni tanto
pagare lo scotto alla malaria. Aspettiamo la pace, il cessate il fuoco, la fine
della guerra. La Madonna delle Vittorie non può conoscere sconfitte: e speriamo
ci liberi dall’onda di terrorismo e di criminalità che invade la città di
Maputo.
Ti
abbraccio con gratitudine per il bene che la tua convivenza genovese ha
provocato nella mia vita».
1992
LIBERI PER
LE MISSIONI
In una lettera ai famigliari, non datata ma scritta probabilmente verso la metà del 1992, dà notizia del suo trasferimento.
«Già
da tre mesi sono ritornato alle missioni della Zambezia: ho lasciato la città
di Maputo e la parrocchia della Madonna delle Vittorie. Due sacerdoti diocesani
dell’America latina (Colombia) hanno preso l’assistenza della parrocchia e
noi siamo rimasti liberi per le nostre missioni, quelle abbandonate a causa
della guerra.
C’è
sempre la guerra che opprime tutto: la vita della popolazione, cattività della
missione.
«Mi
trovo a Pebane, insieme ad altri due Padri; l’apostolato è ridotto perché
ancora non c’è la pace e la sicurezza. Viviamo ogni giorno nel pericolo e
attendiamo il cessate il fuoco e la firma dell’armistizio. Frelimo e Renamo
sono i due belligeranti nella guerra civile che dura da 16 anni.
Le
mie vacanze fra voi saranno, penso, dopo la prima quindicina di settembre e ci
vengo con tanta voglia e nostalgia...
Ricordo
tutti e vedrò volentieri tutti. Per intanto pregate perché scompaiano i
pericoli e noi possiamo fare un bell’apostolato senza l’impedimento della
guerra».
1993
NELLE MANI
DI DIO
Conclusa
la vacanza, all’inizio del ‘93 è di nuovo in Mozambico.
La lettera del 21 gennaio ai famigliari la consegna al p. Provinciale, p. Pietro Cavazza (che è di ritorno dalla visita ai suoi missionari). Alla breve descrizione del viaggio fa seguito un cenno sulla ripresa dell’attività.
«Il
viaggio è stato bello e comodo, anche se è durato due ore in più: ad Abidjan,
capitale della Costa d’Avorio, l’aereo è dovuto atterrare per risolvere una
piccola avaria.
Alle
6 di sera del 6 gennaio arrivo a Maputo, accolto non solo dal calore affettuoso
dei Padri, ma anche da un caldo soffocante di 42 gradi.
Il
mattino dopo, 7 gennaio, partenza per Quelimane: due ore e mezzo di volo. Il
caldo è ancor più forte e quasi subito mi provoca disturbi sulle gambe e sulle
spalle, per due giorni: è stato il passaggio troppo brusco dal gran freddo al
gran caldo.
Nei
giorni seguenti abbiamo avuto un’assemblea dei Padri col Vescovo: 5 giorni di
ritiro spirituale e 4 giorni di riunione dehoniana per la programmazione
pastorale del 1993.
Adesso
sto cercando un posto in un piccolo aereo per arrivare a Pebane, nella missione
del Buon Pastore».
Alla
fine, con una concisione che non gli è abituale nelle lettere, dà il quadro
della situazione.
«Che
cosa si trova arrivando al Mozambico? Più guerra che pace!
Più
disordine che ordine!
Più
pericoli che sicurezza!
Stiamo
tutti nelle mani di Dio e solo in Lui poniamo la nostra fiducia».
1993
L’INCIDENTE
Naburi era stata una missione fiorente, autonoma. La guerra civile aveva costretto i missionari ad allontanarsi e a chiudere la missione, la stessa sorte segnata per molte altre. Nel giugno del 93, p. Nico Marcato e p. Minoia dalla missione di Pebane si propongono un viaggio di ricognizione per raggiungere Naburi e ristabilire i contatti. Le strade sono ancora difficili, i ponti o impossibili o pericolosi.
In
una caduta rovinosa, p. Nico che è alla guida ed è alto se la cava, ma sotto
la moto finisce p. Minoia che riporta fratture alla gamba. Con quattro ore di
viaggio a piedi, alcuni neri si prestano al trasporto del ferito, disteso su una
barella improvvisata nella foresta. All’indomani un piccolo aereo lo porta
all’ospedale provinciale di Quelimane.
Ma
lasciamo la parola all’interessato che dell’accaduto fa la descrizione nella
lettera del 20 luglio ai famigliari.
«E
Mario Sangiorgio vi avrà già avvisato; non temete per me, anche se vi dico
che, cadendo dalla moto, mi sono rotto la gamba destra in due punti sopra il
piede. Mi hanno portato in aereo all’ospedale di Quelimane e il giorno 28
giugno mi hanno ingessato la gamba; adesso sono in carrozzella e mi sforzerò di
imparare a usare le stampelle. Ma state certi che pure in questa situazione sono
sereno e attendo il 15 agosto, giorno fissato per togliermi il gesso e
constatare la situazione della gamba suturata e curata. Ho fatto la radiografia:
hanno visto e individuato le fratture e la giusta posizione per riaggiustare la
gamba. Adesso c’è solo da aspettare».
Commenta
anche l’atteggiamento dei visitatori e conclude con il suo abituale ottimismo.
«Alcuni per farmi coraggio mi dicono: Beato te che fai questa esperienza! Io
non rispondo, ma tra me dico: Era meglio non farla.
Soffro
molto, ma ho tanta speranza. Alcuni mi hanno detto che sono una quercia che non
si piega al soffiar dei venti.
Questa,
chiamiamola disgrazia, passerà, e vi terrò informati quando ritornerò alla
mia missione del Buon Pastore a Pebane. Fino alla fine di agosto starò a
Quelimane, alla nostra casa e non all’ospedale».
L’avevo
visitato anch’io in quella circostanza di sofferenza, a Quelimane nella nostra
casa regionale: nei suoi atteggiamenti e nei suoi sentimenti, non era cambiato
per nulla da come lo avevo conosciuto, quasi compagno, nel corso ginnasiale
negli anni 1934-38; quel suo modo di esprimersi convinto e sentito sottolineato
con l’intensità dello sguardo più che con i movimenti delle mani.
Con
la data del 14 settembre abbiamo due lettere. In quella indirizzata ai
famigliari ritorna sull’argomento.
«Vi
ho già comunicato dell’incidente con la moto: la gamba destra rotta in tre
punti.
Sono
stato ingessato all’ospedale di Quelimane e solo dopo più di due mesi mi è
stato tolto il gesso. Le fratture si sono calcificate. Ma la troppa immobilità
mi ha causato alla gamba un grande disturbo della circolazione del sangue. Sono
ancora a Quelimane, nella casa dehoniana e vado per i controlli all’ospedale.
Ho sofferto molto e soffro ancora. Ho dovuto usare la carrozzella a quattro
ruote e adesso uso le stampelle fino a quando la gamba si sarà rafforzata in
modo da sostenermi e così poter camminare speditamente.
Alla
mia missione di Pebane spero di poter ritornare alla fine di settembre".
Anche
nella lettera indirizzata al segretario delle missioni fa prima un accenno alla
sua condizione: «Il gesso è stato tolto e mi è rimasto, come naturale
conseguenza di una immobilità di più di due mesi, una brutta circolazione del
sangue nel piede e nella gamba. La calcificazione delle fratture della tibia e
del perone è perfetta».
Poi
passa ad esprimere i suoi sentimenti: «Spero di essere nella missione di Pebane
verso la fine di questo mese e inaugurare una primavera pastorale nell’autunno
dei miei 74 anni.
Sono
trascorsi 45 anni dalla sua prima lettera, ma l’anelito è sempre lo stesso,
l’anelito del missionario: inaugurare una primavera pastorale
nell’autunno dei miei 74 anni.
E,
dopo la tragedia dei lunghi anni di guerra civile (1975-1992), dopo
l’incidente che lo ha immobilizzato per alcuni mesi, a 74 anni si rinnova
nella speranza e nel desiderio di comunione: «Queste visite di padri e
fratelli, conclude, saranno certamente foriere di una fioritura missionaria. Più
che di cose ho bisogno di sentirmi vicino con la preghiera e l’amicizia».
Da
Pebane il p. Nico Marcato informava: «Il p. Angelino si trova ancora a
Quelimane, gli hanno tolto il gesso ma ha ancora qualche problemino, il piede si
gonfia ancora un po’. Speriamo che possa ricuperare in fretta perché qui c’è
molto bisogno. Siamo rimasti in due con le 260 comunità delle 5 missioni.
Del
rientro di p. Minoia a Pebane sappiamo da una lettera del p. Nico (13.11.1993).
"Noi stiamo bene, anche l’Angelino sta recuperando pian piano la tibia
rotta nell’incidente di moto a Naburi. Dai primi di ottobre è ritornato in
comunità, ma cammina ancora con le stampelle».
1994
VOGLIAMO LA
PACE
L’ultima
lettera di p. Minoia dal Mozambico è in data 17 maggio 1994, quattro mesi prima
del suo rientro definitivo dalle missioni. La scrive ai famigliari, in risposta
alle loro ultime lettere, che erano accompagnate da fotografie. In una di queste
foto ‘ho visto Paolo, coi suoi occhi furbetti, ma tanto buoni; ricordo che in
un suo scritto mi dice di salutare gli animali della foresta’ E in questa
occasione, per la gioia di un ragazzino, si lascia andare a un commento
scherzoso:
«Alcuni animali si possono salutare, ma da altri bisogna stare alla larga: sono feroci. Un leopardo si è preso la voglia di mangiare la gente. Un bambino di 8 anni è stato salvato dalle fauci del leopardo, ma aveva il collo e la gola trafitta dalle zanne e tutto il corpo coperto da cicatrici. Con un aereo di emergenza sono venuti a prenderlo e portarlo all’ospedale.
Gli
elefanti scorazzano e fanno danni alle colture agricole e alle case: sono
spaventosi. I coccodrilli feriscono le persone che si azzardano a passare i
fiumi, ecc. Solo si possono salutare altri animali che abitano nella foresta e
non sono feroci. Quindi li saluterò a nome di Paolo, della mamma, del papà e
di Elisa».
Un
breve cenno alla sua salute: «Mie notizie: sto bene, e la mia gamba si è
solidificata. Solo mi è rimasto un pizzico di difetto: zoppico un poco, e nel
piede e nel ginocchio c’è cattiva circolazione; ciò mi impedisce di
camminare regolarmente. E’ da tre mesi che ho lasciato le stampelle».
L’ultimo
pensiero forte è per quella terra dove ha profuso la sua vita di missionario.
«Qui
da noi c’è fermento: 1º per preparare le elezioni; 2º per il disarmo; 3º
per l’accantonamento delle truppe sia del governo che della Renamo.
Speriamo
non avvenga come in Angola; abbiamo paura di un ritorno di violenza.
La
pace non è quella firmata a Roma il 4 ottobre 1992. Vogliamo la pace firmata
vicino al Calvario e alla croce di Cristo morente, vicino al sepolcro vuoto del
Cristo risorto».
Padre
Minoia Angelo