IO SONO LA LUCE

Carissimi,

Gli interrogativi vitali, non possono fare a meno della Parola di Cristo, vera luce che deve illuminare i passi dell'uomo. C'è una strana voglia di morte che percorre il mondo oggi.

È per questo che di fronte ai problemi dell'u­manità - povertà, terrorismo, equilibri mondiali - un Occidente che ha tagliato le sue radici con il Cristianesimo è pericoloso, anzi deva­stante per tutta l'umanità. Tutte le nostre attività hanno quindi biso­gno di essere "purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo".

Le sfide sono grandi, difficili, ma sono belle e appassionanti. Sono le sfide del terzo Millennio, sono le nostre sfide, sono le sfide che il Signore della storia pone davanti alla nostra generazione. Bisogna avere il coraggio di cercare e trovare la verità al di là del relativi­smo e dell'indifferenza di chi tende a costruire il nostro mondo come se Dio non esistesse. Gli uomini e le donne non hanno mai accettato allegramente la sofferenza. Oggi, la cultura prevalente fa di tutto per rifiutare la sofferenza e la fatica. L'aborto, l'eutanasia, le mani­polazioni genetiche, la cosificazione degli embrioni, la chirurgia este­tica. Tutto per ribellarsi alla logica del seme. Guai a suggerire la pazienza, l'astinenza, la rinuncia, la conquista faticosa... Guai!

Il Papa ha provato a dire che l'AIDS non può essere vinto senza la faticosa conquista di una diversa concezione della sessualità, senza la fedeltà familiare, senza l'astinenza. Cosa che dovrebbe essere chia­ra a tutti, perché tonnellate di preservativi smerciati in Africa non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Guai! Sono intervenuti persino i governi. Ma la logica del chicco di grano rimane. Noi scegliamo Cristo e il suo Vangelo di luce.P Mario Rossi

DALLA VITA, MILLE INTERROGATIVI

AMARE COS'E'?

Non è quello a cui tutti aspirano? Com'è possibile vivere senza amare e senza essere amati ?

Tra i tanti modi di amare c'è l'amicizia, l'amore dei genitori per i figli, l'amore di dedizione, l'amore esclusivo di un uomo e di una donna che si uniscono nel matrimonio, l'amore per l'Assoluto che coinvolge tutto l'essere.

Per scoprire la verità dell'amore tra un uomo e una donna, va affrontata prima di tutto questa domanda: che cosa mi attrae in lui, in lei?

Forse l'utilità o i favori che ne posso trarre, i suoi beni, la sua posi­zione sociale? Forse la bellezza, il piacere che provo stando vici­no a lui, a lei, o che possiamo sperimentare insieme? Forse i sen­timenti che nutro nei suoi confronti?

E' evidente che un rapporto fondato su queste basi non potrebbe soddisfarci pienamente, perchè maschera il tentativo di ridurre l'altro a semplice strumento per l'appagamento del proprio io. Paradossalmente, infatti, continuerei ad essere incentrato su me stesso.

Amare veramente significa amare l'altro per se stesso. Segno di un amore autentico è prima di tutto desiderare la felicità dell'al­tro. Non amo l'altro solo per quello che può darmi, ma lo amo prima di tutto perchè è lui, perchè è lei. In un rapporto di questo tipo si proveranno sentimenti forti, si sperimenterà un piacere intenso e ci si aiuterà a vicenda. Una relazione autentica si radica nella persona stessa, al di là dei suoi difetti o delle sue qualità più appa­riscenti.

Amare implica perciò da parte mia una scelta libera: decido di amare l'altro, di dedicarmi liberamente e risolutamente a lui. Non si può amare veramente senza far dono in qualche misura della propria libertà all'altro. E questa scelta presuppone la reciprocità come condizione della relazione. Così, cercando la felicità di colui o di colei che mi ama vuol dire contribuire alla mia felicità. Ecco l'amore: un dono reciproco e libero.

Certo, non è sempre facile da vivere. Siamo tutti soggetti ai cam­biamenti d'umore, alla routine della quotidianità, alle prove che possono sopraggiungere, anche al nostro egoismo. L'amore è fra­gile... L'amerò ancora fra cinque o venti anni? Sarò in grado si sopportare quel suo difetto? E' possibile un amore che duri tutta la vita? Nella prova, nella malattia?

In realtà, se la nostra relazione si fonda su una scelta libera e reciproca, non può che continuare a crescere. L'amore non è dato una volta per tutte. Il colpo di fulmine, pur essendo esaltante, è in ultima analisi un'emozione molto forte, ma non necessariamente il segno di un amore profondo.

Un amore autentico è una relazione personale. Si costruisce e si approfondisce con il passare del tempo e con una confidenza reci­proca sempre più grande. Tutto questo si alimenta, si rinnova di giorno in giorno attraverso gesti e atteggiamenti che esprimono all'altro il posto privilegiato che occupa nella mia vita. E le gioie, gli avvenimenti e perfino le prove vissute insieme rafforzano l'in­timità, che potrà crescere nella misura in cui, al di là delle difficoltà, si sarà at­tenti all'altro. L'amore, quindi, non è la sempli­ce fusione di due persone, ma il dono reciproco di due esseri li­beri con tutto quello che sono; corpo, psiche e spirito. La logi­ca dell'amore è aspirare a un dono pieno e definitivo. Solo una decisione comune, e per la vita, dà all'amore umano la possibilità di raggiungere una dimensione di assoluto e riesce a colmare il cuore dell'uomo.

Per il cristiano, la sorgente e il modello dell'amore è Dio. "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perchè l'amore è da Dio: chiunque ama e generato da Dio e conosce Dio" (1 cv 4,7)

Testimonianza

Quando avevo 12 anni, mi sentivo come in mezzo a un maremo­to. Mentre ero interiormente sconvolta da tensioni nuove e molto forti - desiderio sessuale, ricerca di me nello sguardo degli altri, bisogno di sembrare adulta - mi trovavo anche a dovermi con­frontare, nell'ambiente dei giovani che frequentavo, con una con­cezione dell'amore (rapporti ragazze-ragazzi, pornografia) deci­samente diversa da quella della mia famiglia, che sull'argomen­to era stata sempre molto chiusa. Questo insieme di cose mi ha tolto ogni punto di riferimento. Ho cominciato a chiamare "bene" quello che fino a poco tempo prima mi sembrava "male". Una vera e propria inversione di valori, che ha creato in me confusione e mi ha portato a vivere numerose e svariate esperienze sessuali, ad abbandonare i miei progetti di studio, a tradire la fiducia dei miei genitori, a fare uso di droga e alcool. In quel periodo vive­vo basandomi su due principi: - più esperienza farò, più la mia vita sarà interessante, - tutto e subito.

A questa folle corsa ha messo lo stop un'avventura, che ha avuto per me un risvolto decisamente negativo quando, partita per diver­tirmi, mi sono trovata alle prese con una banda di individui, che non avevano nessuna intenzione di scherzare e volevano invece regolare i conti con una ragazzina precoce e sconsiderata.

• Prima frattura interiore, prima traversata del deserto

Disgusto di me e degli altri. Nella fase successiva, a partire dai 16 anni, ho continuato a ricercare l'amore sempre più profon­damente, ma anche per vie traverse. Essere amata, fare di tutto per riuscirci. Amare, anche, ma cadendo ben presto nella trap­pola di una confusione fra i sentimenti (amicizia-attrazione) e sempre all'insegna del "tutto e subito" e "nulla per doma­ni". In definitiva, un ammasso di rovine, ricordi di amicizie finite, di grandi amori che vanno in fumo, di bei princìpi in frantumi.

• Seconda frattura interiore, seconda traversata del deserto

Un deserto senza Dio, perchè non mi sentivo per nulla inter­pellata sulla domanda di Dio, dalla spiritualità o da una qual­siasi inquietudine metafisica. Una pratica archiviata prima anco­ra di essere aperta.

Tuttavia, da sempre, c'era in me un forte desiderio di amare e di vivere un grande amore, definitivo e radicale. Ma perchè? E come realizzarlo?

 

CHE COS'È' IL PECCATO ORIGINALE?

Dio ha creato l'uomo e la donna a sua im­magine perché siano pienamente felici del loro essere "uomini" e figli di Dio, vale a dire perché possano partecipare alla vita intima di Dio e realizzarsi attraverso il dono disinteressato di se stessi.

Ma l'uomo, sedotto dal demonio che lo fa dubitare della parola di Dio, decide da quel momento in poi di non dipendere più da nes­suno e di essere luce a se stesso. Deciderà da solo ciò che è bene e ciò che è male. L'uomo volta deliberatamente le spalle a Dio, sepa­randosi così dalla sorgente dell'amore. E' questo il peccato origi­nale. Dio rispetta la decisione dell'uomo. Ecco allora l'irreparabile rottura, quella dei primi uomini, che, ancora oggi, ha conseguenze su ciascuno di noi e intorno a noi.

 

LA ROTTURA CON DIO COMPORTA

• Sicuramente la perdita del rapporto filiale con Lui

Per la prima volta, l'uomo ha paura e si vergogna davanti a Dio. L'uomo si nasconde: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura" (Gen 3,10). L'uomo si allontana da Dio credendo che sia Lui ad allontanarsi...

• una malattia della libertà

Utilizzata una prima volta centro l'amore, la libertà rimane da quel momento combattuta tra ciò che è bene e ciò che è male. Coscienza e intelligenza sono annebbiate. A partire da quel momento, l'uomo non sa più come esercitarle in modo ordinato e coerente. Ed anche la volontà, che è lo strumento attraverso il quale si esercita la libertà, è indebolita. "Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto", constata San Paolo (in Rm 7,15). La volontà, infatti, è incapace di imporsi con determina­zione ed autorità e si lascia dominare dalle passioni, paralizza­re dai sensi di colpa rinunciando al suo compito... In questo modo, spesso disturba la crescita della libertà. Ne deriva la per­dita dell'unità profonda dell'essere umano: l'uomo è diviso in se stesso.

• Una rottura nelle relazioni

Infatti, la decisione presa dall'uomo di non dipendere che da se stesso e di esistere per sé e non più per l'altro, si ripercuote in tutte le sue relazioni: si accusa l'altro, quello che mi succe­de è colpa sua. Da alleato, diventa rivale, rappresenta una minac­cia. Allora diffido di lui, ne ho paura. Ecco perché lo aggredi­sco e cerco di dominarlo, oppure lo evito... o, ancora, lo con­cupisco come oggetto per il mio piacere. Non si vuole più aver bisogno dell'altro. Si vorrebbe, al contrario, che fosse come noi, si rivendica un'uguaglianza che sopprima le differenze... Tutto ciò, però, non soddisfa il bisogno di amore e la chiamata al dono di sé inscritti nella parte più profonda del cuore dell'uomo. L'uomo vive così una contraddizione interiore dolorosa nei con­fronti di se stesso, di Dio e degli altri. Non conosciamo forse tutti per esperienza qualcosa di questo stato d'animo?

• Un deterioramento del rapporto con la creazione

L'uomo, che aveva ricevuto come missione di "sotto-mettere" il mondo nell'amore e per amore, è fortemente tentato di lavo­rarvi per manifestare la propria potenza e appropriarsene.

Ma Dio non si arrende di fronte a questo groviglio. L'uomo non può ristabilire da solo la sua relazione con Dio. Dio, allora, pren­de l'iniziativa straordinaria di inviare in mezzo a noi il proprio Figlio, Dio stesso che si fa uomo (l'incarnazione). Dicendo "sì" ed offrendo fino in fondo la sua vita per noi, il Figlio, Gesù Cristo, ci ha liberato dal peccato. Ogni uomo, accogliendo la salvezza, viene restituito a se stesso perché torna ad essere figlio del Padre. Gesù ci ha reso nuovamente possibile la relazione filiale con il Padre. E' una nuova creazione.

 

CHE MALE C'’E’ A GUARDARE UN FILM EROTICO O UNA RIVISTA PORNOGRAFICA?

La mancanza di purezza acceca il cuore e l'intelligenza, altera la sguardo, rende schiavi della sensualità, perverte l'amore

È un fatto: giorno dopo giorno, finiremo con il considerare sempre di più la donna o l'uomo come un oggetto di consumo al servizio del nostro piace­re. La nostra visione diventerà parziale; invece di scoprire il nostro fidanzato o il nostro coniuge in tutte le dimensioni della sua per­sonalità - con il suo corpo, la sua mente, il suo cuore, la sua intel­ligenza, la sua sensibilità... - ridurremo tutto esclusivamente alla ricerca del piacere fisico.

Nelle nostre relazioni con gli amici o nell'ambiente di lavoro, il nostro comportamento sarà focalizzato sul sesso, a causa della nostra memoria impregnata di immagini erotiche. 1 rapporti con gli altri diventeranno ambigui.

Nella coppia, la pornografia distrugge l'amore - il vero amore, infatti, è dono di sé, ascolto dell'altro, delicatezza, tenerezza, atten­zione - e il cuore può diventare cieco, soffocato dalla tristezza e dal disgusto generati dall'erotismo.

Il Creatore, però, ha inscritto nel profondo del nostro essere un'aspirazione alla purezza, aspirazione che rimane per sempre in noi, e di cui siamo consapevoli, anche se abbiamo fatto di tutto per nasconderla. E' possibile ritrovare questa purezza, in qualunque situazione ci troviamo.

Innanzi tutto nel perdono di Dio. Poi nella vita di tutti i giorni, con la vigilanza del cuore: è un atteggiamento interiore che consiste nello scartare, con semplicità ma con fermezza, tutto ciò che può offuscare il nostro cuore. È saper distogliere lo sguardo, tronca­re una fantasticheria, non sfogliare una rivista, non guardare un manifesto pubblicitario,...

Di sicuro, a poco a poco, la nostra buona volontà prenderà il sopravvento, e ritroveremo la pace e la gioia del cuore.

Testimonianza

Chiara ed io abbiamo vissuto i primi due anni del nostro matri­monio come una giovane coppia "moderna": uscite serali, amici, videocassette, cinema.... Volevamo vedere tutto e conoscere tutto. Ed è così che siamo andati a vedere qualche film erotico.

Ne ridevamo molto rientrando a casa, mascherando così un certo disagio ed un certo disgusto. Non volevamo lasciarci prendere dal senso di colpa. Di fatto, nei nostri rapporti sessuali, non era più veramente Chiara quella che io vedevo e viceversa. Certe imma­gini, insidiosamente, si imponevano e di fatto ci allontanavamo l'uno dall'altro.

Poi, una grave situazione familiare ci ha portati ad interrogarci su noi stessi e sulla nostra vita. Abbiamo capito che quelle imma­gini. conservate nella nostra memoria stavano soffocando il nostro amore. Abbiamo perciò deciso di non andare più a vedere simili proiezioni e, in generale, di non "trangugiare" più tutto quello che capitava sotto mano solo perché "alla moda". Questa decisione ci ha permesso di avere una vita più conforme alle nostre reali aspi­razioni.

 

BENE O MALE: NON SONO IO L'UNICO GIUDICE DI CIÒ CHE MI RIGUARDA?

L'uomo è stato creato libero e conserva sempre in sé il gusto di questa libertà, che si esprime in particolare nelle sue scelte e nelle sue deci­sioni. Si può anche dire che un'azione è umana solo se è libera. Oggi molti ritengono che, in quanto liberi, nessuno deve dire loro che cosa è bene e che cosa è male. Naturalmente, ci sono delle rego­le che tutti più o meno accettiamo - per esempio quella di non com­mettere omicidi o di non scandalizzare i bambini - ma questo non vale per tutti i settori della nostra vita.

Molto spesso il nostro giudizio è influenzato dalle opinioni e dai comportamenti più diffusi. Il fatto che molti la pensino in un deter­minato modo, non significa però necessariamente che quell'opi­nione sia vera. E lo sentiamo. Eppure a volte, anche se controvo­glia, seguiamo strade che, in fondo, disapproviamo.

Se consideriamo il mondo, notiamo che è regolato da leggi che dispongono gli elementi della natura l'uno in relazione all'altro, secondo un determinato criterio. Si forma così un insieme armo­nico, bello, chiamato dai filosofi e dai teologi "ordine del mondo". Dio è il Principio supremo ("causa prima") dell'ordine del mondo e creatore di ogni cosa in esso contenuta. E, proprio in quanto "causa prima", Dio è anche "fine ultimo" dell'universo, poiché tutte le creature che procedono da Lui, e soprattutto l'anima umana, ten­dono a ritornare a Lui.

L'uomo, per ritornare a Dio, deve osservare quelle leggi morali stabilite dalla volontà divina. E' quanto vuole esprimere la Genesi quando parla dell'unico comandamento dato da Dio nel giardino dell'Eden:"...dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare", (Gen 2,17). Il peccato originale consiste nel ten­tativo dell'uomo di sostituirsi a Dio per decidere del bene e del male al posto suo.

Se non siamo dunque noi ad inventare il bene ed il male, come possiamo riconoscerlo? Ogni uomo è dotato della coscienza: essa "è il centro più segreto dell'uomo, il santuario dove egli è solo con Dio e dove si fa sentire la sua voce" (Concilio Vaticano II). È proprio la coscienza che può aiutare l'uomo ad orientarsi verso il bene. Per questo è necessario ascoltarla. Ed è anche necessario illuminarla, formarla, prendendo l'abitudine di compiere azioni buone (esercizio delle virtù), facendosi ispirare dallo Spirito di Dio nella preghiera ("Porrò la mia Legge nel loro animo, la scri­verò sul loro cuore", Ger 31, 33), Infine, ascoltando la Chiesa che ci aiuta a discernere il bene e il male alla luce di Cristo.

 

IL DEMONIO È SOLTANTO UN'INVENZIONE...?

Fin dal momento della creazione, l'universo si confronta con il mistero del male. "Il male non è solo una mancanza di bene - spiegava Paolo VI - ma qualcosa di attivo, è un essere vivo, spi­rituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà, misteriosa e ter­rificante. È il nemico numero uno, il tentatore per eccellenza. sap­piamo che questo essere oscuro e inquietante esiste veramente, e che agisce tuttora con astuzia traditrice; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana..." e la sua massima astuzia è di riuscire a far credere di non esistere!

Il demonio, dunque, è una creatura di Dio. Creato buono e libe­ro, si è ribellato a Lui. Il suo progetto è devastare l'opera di Dio, sfigurare e annientare la creazione. Il peccato non è solo una nostra debolezza, ma trae origine da colui che è il Tentatore: la morte, la sofferenza ed il male sono dunque direttamente causati da colui che, portatore di morte fin dalle origini, vuole separare l'uomo dal suo rapporto con Dio.

Ma Gesù, con la potenza della croce ha vinto il male. Egli è il salvatore dell'u­manità e la sua resurrezione è il segno della vit­toria definitiva di Dio sulle potenze delle tenebre alla fine della Storia.

Per quanto ci riguarda, il demonio cerca continuamente di con­durci al peccato, servendosi della complicità di altre persone o della società. Certo, in ognuno di noi sono presenti cattive ten­denze. Non sono semplicemente tendenze negative ma, più profon­damente, affondano le radici nel peccato originale.

Cosi, la sessualità disordinata, la tossicodipendenza, l'inasprimento della violenza, la pornografia, sono atteggiamenti i quali ferisco­no contemporaneamente l'uomo, la creazione e Dio stesso. Sono inoltre realtà che riflettono una disperazione profonda e che mostrano in quale inferno, in quale alienazione della propria libertà l'uomo arrivi a chiudersi sulla terra quando non sa - o non sa più - di essere stato creato da Dio, a sua immagine e somiglianza, per amore e per amare.

 

SONO PENTITO... È TUTTO PERDUTO?

Nessuno è mai troppo lontano da Dio: Egli non può smettere di amarci. "Non sarai dimenticato da me. Ho dissipato come nube le tue iniquità e i tuoi peccati come una nuvola. Ritorna a me, poiché io ti ho redento" bis 44, 21-22).

Molte volte, nella Bibbia, il Signore ci rivolge queste e altre parole di amore e di per­dono. Ma le paro­le non gli bastava­no per dirci che ci ama, al di là dei nostri peccati, e che vuole darci la vita eterna dopo la morte. È venuto di persona. È Lui, Gesù, Figlio del Padre onnipotente, che a Natale viene a vivere tra noi come un bambino. E’ proprio Lui che ci racconta la para­bola del figliol prodigo. E per mostrare fino in fondo che Dio è misericordia e perdono, preferisce lasciarsi mettere a morte piut­tosto che dare l'immagine di un Dio vendicatore: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (L,c23, 34).

Gesù fa entrare in Cielo per primo un peccatore, un malfattore, quello che, da allora, viene chiamato il buon ladrone: proprio lui per primo!

Se ti giudichi da solo, se non riesci a perdonarti, vai ad incontra­re Gesù in un sacerdote. Nel nome del Figlio di Dio, lui ha il potere di perdonarti: "Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore " (1 Gv 3,19-20).

Testimonianza

Quattro mesi fa ho abortito. É stato terribile... ma non sapevo più a chi rivolgermi: ero sola, avevo 17 anni, non sapevo che fare... Mia madre mi spingeva a non tenere il bambino. La vita per me non aveva più alcun senso...

Due mesi dopo, nella mia città c'è stata una missione parrocchiale, un ciclo di predicazioni, e sono venuti i giovani nella cappella della scuola per parlarci del loro incontro con Dio. C'era anche qualche sacerdote; se volevamo, potevamo andare a confessar­ci. Non osavo farlo, ma quando mi sono alzata per andarmene, sono scoppiata in lacrime. Un sacerdote mi si è avvicinato per parlarmi. Gli ho spiegato cosa mi era successo: abbiamo prega­to e mi ha proposto di chiedere il perdono di Dio. Mi sono con­fessata e, subito, mi sono sentita liberata da un grande peso.

So che molti giovani si trovano nella mia stessa situazione, per lo stesso errore o per altri, e vorrei dire loro che non è mai trop­po tardi per chiedere perdono a Dio. Confidategli le vostre pene e sarete liberati. Adesso so che il mio bambino si trova vicino a Dio. Credo che mi abbia perdonato e che preghi per me.

 

PERCHÉ VIVERE SE NON HO CHIESTO DI NASCERE?

Ti chiedi perché sei infelice. La vita ti sembra insop­portabile. I motivi sono sicuramente tanti: mancanza di vero amore o di comprensione, abbandono, lutti o malattie, fallimenti, paura del futuro... Non riesci ad accettarti così come sei: tormentato, asfissiato, ti senti solo... Insomma, non ti vuoi bene e pensi che nessuno possa volertene. Preferiresti morire piuttosto che vivere in modo così insopportabile. La morte ti sembra un'uscita di soc­corso e ti attrae.

Nell'abisso della tua angoscia, vorrei gridarti un messaggio di spe­ranza: tu sei amato! Vuoi accettare di lasciarti amare - così come sei, adesso - da qualcuno che ha dato la proprio vita per te? Il suo nome? Gesù!

"Ma Gesù è morto!" mi dirai. Sì, è vero. Ma è risuscitato, è vivo. Oggi, adesso, puoi parlargli. Ti ascolterà. Non è difficile: rivol­giti a lui nell'intimo del tuo cuore, raccontagli la tua angoscia, il tuo disgusto, tutto ciò che vivi.

Chiamalo in tuo aiuto... Questa sarà la tua preghiera. Credimi, toc­cherà il suo cuore, perché ti capisce. Come te ha conosciuto un'an­goscia terribile la sera prima della sua morte, nel Getsemani. Per questo ti è vicino: vuole e può consolarti.

Nei momenti di grande angoscia, non rimanere solo. Chiedi aiuto, parla ad un amico, a qualcuno che conosci ed in cui hai fiducia... chiama al telefono una persona cara.

Quando si scopre di essere amati da Dio, ci si può riconciliare con se stessi, acettarsi con le proprie de­bolezze ed il proprio pas­sato...

Capirai a po­co a poco che la tua vi­ta ha un sen­so se la de­dichi agli al­tri, se anche tu cerchi di aiutare a ri­mettersi in piedi coloro che soffrono intorno a te. Vedrai, allora, che la tua vita non è una goccia d'acqua nell'oceano o un numero estratto a sorte da una sta­tistica.

"Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?

Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai" (Isaia 49, 5)

Testimonianza

Avevo 18 anni e tanta voglia di morire.

Sfinito, disgustato, ero in una profonda depressione, ed avevo l'im­pressione di rastrellare foglie morte fino ad ammassarne così tante da non riuscire più ad andare avanti...

Ma desideravo morire senza soffrire e mi venne l'idea di ricor­rere al cianuro, che credevo rapido ed indolore. Come procurar­mi del cianuro senza attirare l'attenzione? Dove abitavo era dif­ficile. Preferii fabbricarmelo da solo con le nozioni di chimica apprese al liceo.

Una mattina di febbraio, approfittando del fatto che ero rimasto solo a casa mi chiusi nel bagno per fabbricare il mio prodotto. Una scintilla avrebbe dovuto provocare la reazione. Ma l'espe­rimento fallì.

Ero così deciso a farla finita che andai in cucina per aprire il gas... sarebbe stato sicuramente più efficace, anche se più pericoloso per gli altri.

In quel momento qualcuno suonò alla porta di ingresso. Certamente il postino... Se non avessi aperto, avrebbe suonato alla vicina, che faceva le pulizie in casa nostra. Lei avrebbe portato la posta, e si sarebbe messa a lavorare, impedendomi di suici­darmi.

Allora andai ad aprire. Fuori faceva un freddo terribile quell'in­verno: nella notte il termometro doveva essere sceso a 5 gradi sotto zero. Alla porta c'era un mendicante, aveva passato la notte all'aperto. L'avevano mandato da noi, perché mia madre si occu­pava dei poveri della parrocchia.

Mia madre non c'era. Che fare? Ero tentato di mandarlo via subi­to e di tornare al mio proposito. Ma tremava. Le sue mani erano blu dal freddo. Ero talmente instupidito, che fu il ricordo di una pagina che avevo letto a guidarmi: far entrare quell'uomo ed offrir­gli un caffè caldo.

Rimase in casa a lungo, forse due ore; il tempo di riscaldarsi, prima di poter bere e mangiare.

Mi chiese dei soldi: gli avevano proposto un lavoro, ma lui non osava presentarsi a causa dei capelli lunghi e della barba irsuta. Prima voleva andare da un barbiere.

Gli diedi quei pochi soldi che avevo in tasca. E dopo la sua par­tenza, presi dalla cassa di famiglia i soldi per andare al cinema e pensare ad altro. Sentivo che mi aveva salvato il fatto di acco­gliere una persona più povera di me. Pietro

 

SE DIO È BUONO, PERCHÉ ESISTE LA SOFFERENZA?

Tutti, un giorno o l'al­tro, si trovano a fare i conti con la sofferenza propria o di chi gli sta vicino. Ecco allora la lacerazione: tutto crol­la. E sorge la domanda: "Perché?" e soprattutto "Perché a me? Che cosa ho fatto di male?". Si prova un sentimento forte di umiliazione o un desiderio grande di ribellione che ci pos­sono allontanare da Dio.

Reazione del tutto umana e normale, perché l'uomo non è fatto per la sofferenza. Essa, interrompendo il procedere tranquillo della nostra vita e operando una breccia nel nostro cuore, viene a rive­lare la sete interiore di felicità che abita ciascuno di noi. In fondo, la sofferenza tocca il mistero più profondo del nostro essere, e viene a ricordarci il bene per il quale siamo tutti creati (la feli­cità) e di cui siamo privati. Essa si manifesta, infatti, come una mancanza.

Per questo non possiamo accettarla spontaneamente, perché in sé è inaccettabile. Ci fa paura e la rifiutiamo perché siamo fatti per la vita. Allo stesso tempo, siamo portati oltre la paura, in una sorta di timidezza e di rispetto e, più profondamente ancora, di com­passione. Eppure, malgrado quello che possiamo fare concreta­mente, restiamo disarmati. Perché la sofferenza, la mia e quella degli altri, tocca quel mistero che mi è così vicino perché è in me e nello stesso tempo al di là di me: il mistero dell'uomo, il miste­ro del male e delle sue radici che affondano nella storia e nell'a­nima umana...

Allora, di fatto, è a Dio che poniamo la domanda del perché, a Dio in quanto Creatore e Signore del mondo. E forte è la tentazione di sospettare che Dio sia l'autore del male: "Se Dio fosse buono, non permetterebbe, non agirebbe così...". In fondo, questi proble­mi, queste incertezze esprimono quanto succede dopo il peccato originale: Dio non è cambiato, siamo noi ad essere cambiati.

Ma forse possiamo scoprire qualcosa, guardando a Colui che ci ha salvato dal male: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò... imparate da me... e troverete ristoro per le vostre anime" (Mt 11,28-29). E' una delle parole di Gesù, e di Lui sta scritto nella Bibbia: "Si è caricato delle nostre sofferen­ze, si è addossato i nostri dolori" (Is 53,4). Lui che è stato messo a morte ingiustamente, affinché "per le sue piaghe noi fossimo gua­riti" (Is., 53, s).

Che cosa ci insegnano la sua vita e quanto di Lui è delle nel Vangelo? Non è un Dio giustiziere quello che si avvicina a noi, ma un Dio umile, "servo sofferente", che viene a sposare completa­mente la condizione dell'uomo con la sua sofferenza, per conso­larci ed aiutarci a portare la nostra.

"Dio non è venuto a sopprimere la sofferenza, non è venuto a spiegarla, ma è venuto a riempirla della sua presenza", dice lo scrittore Paul Claudel.

E questo fino alle sue radici più profonde.

Cristo va più lontano: offre la sua sofferenza per salvarci, e con la sua offre tutte le nostre, aprendoci così un cammino di vita. E ci invita a imparare da Lui. Così ha fatto questa ragazza di 18 anni, diabetica: "Gesù ci ama e non permette che siamo caricati di una sofferenza troppo pesante. Ha fiducia in noi e ci fa condividere la sua missione, che è quella di ricondurre tutti al Padre. E' una gioia immensa partecipare ad una missione il cui direttore è Dio!

 

A CHE COSA SERVE LA SOFFERENZA?

Testimonianza

Da alcuni mesi ero pieno di angosce: dubbi, sensi di colpa, sco­raggiamenti... cer­cavo di resistere facendo dei picco­li atti di fede, ma era difficile e dove­vo continuamente ricominciare. Un giorno, durante la preghiera, mi la­mentavo con Dio per le mie innume­revoli angosce, quando all'improv­viso mi venne da pensare che, invece di piagnucolare e di ripiegarmi su me stesso, avrei fatto meglio a servirmi della mia sofferen­za per salvare qual­che anima, offrendola al Signore con questa intenzione. Era sem­plice, dovevo solo provare. L'ho fatto... Ed è stato molto effica­ce. Ogni volta che mi assale un dubbio o un senso di colpa, dico semplicemente: "Signore, ti offro questo senso di colpa, questo dubbio, per la salvezza delle anime", e puff, quasi istantanea­mente, il senso di colpa e il dubbio scompaiono.

Forte di questa esperienza, ho cercato da un po' di tempo di appli­care lo stesso rimedio alle tentazioni che mi vengono, o anche alla tristezza e all'umiliazione che mi assalgono quando mi impegno in qualcosa senza riuscirci. Ebbene, l'effetto è lo stesso! Generalmente basta che dica: "Signore, per la salvezza delle anime ti offro questa tentazione, questa umiliazione che sento a causa dei miei peccati"... e subito provo come una boccata di ossige­no, una liberazione profonda. Federico

 

La sofferenza è una preghiera, un'implorazione: per renderla tale in tutto, manca solo il gesto dell'offerta. Il malato fa tutt'u­no con i patimenti di Cristo, che sta inchiodato su un lato della croce: chi soffre accetta di salire sul retro, per cui basterà, anche nei momenti in cui il dolore si fa più acuto, che si prenda quel posto vuoto, senza tanto gridare, solo sussurrando: Dio mio, e già venia­mo ascoltati... Certo, mi piacerebbe moltissimo guarire, proprio per continuare a seminare la Parola.

Se anche non dovesse andare bene, so che la morte non è mai una fine ma una continuazione. La sofferenza, in questo orizzon­te, per me diventa un'attesa, una vigilia, una speranza. La vira è un dono di Dio e dobbiamo fare di tutto per mantenerla vigoro­sa, ma se il disegno di Dio è diverso, ben venga: senza dubbio i suoi progetti sono migliori dei nostri".

Don Tonino Bello vescovo di Molfetta, a un mese dalla morte

È LECITO ACCELERARE LA MORTE DI UN MALATO?

Chi può sapere cosa accade in una persona sofferente, nel miste­ro del suo cuore? Chi può dire che quell'essere non deve più vive­re? Certo, per i cristiani, può esserci in quei momenti un'ultima possibilità di incontro, di perdono, di offerta, di amore...

Ma per ogni uomo, credente o non credente, esiste un rispetto asso­luto della vita e del mistero di un essere umano. Che cosa rimane, infatti, dei diritti dell'uomo se vengono trovate le ragioni per interrompere la vita in un modo o nell'altro, decidendo che non vale più niente?

L'eutanasia, atto con il quale si provoca volontariamente e diret­tamente la morte di un malato (soprattutto iniettando dosi mor­tali di vari prodotti, spesso mescolati) è un omicidio volontario, un crimine. Il medico, la cui missione è quella di alleviare il più possibile le sofferenze del proprio paziente e che ha giurato di ser­vire la vita, non può in alcun caso, né sotto alcuna pressione, atten­tare alla vita di un malato.

Al contrario, non è necessario l'accanimento terapeutico, vale a dire lo sforzo di prolungare una vita ad ogni costo, utilizzando mezzi sproporzionati (rispetto all'età, alle reali possibilità di miglioramento...)? Sarà il buon senso, la nostra capacità di giu­dicare e di agire con equilibrio e prudenza, a far valutare cosa è più utile ad una persona nella sua condizione. A volte il medico dovrà rinunciare ad un atto che gli darebbe una personale soddi­sfazione, dal punto di vista scientifico, per dare la precedenza alle esigenze del paziente. Tutto ciò richiede vera competenza... ed anche umiltà. Vanno in questa direzione le cosiddette "cure pal­liative". Non è mai facile avvicinare il mistero della morte. Per far fronte alle nostre paure, la soluzione non è quella di cercare la spe­ranza?

 

E LA VITA DOPO LA MORTE?

Può parlare della vita dopo la morte solo chi ha conosciuto la morte. I libri o films più recenti su questo argomento si basano sulle testi­monianze di persone che, di fatto, non sono morte. Queste testi­monianze possono solo segnalare una forma particolare della coscienza umana, propria delle situazioni limite (coma, "morte apparente", ecc.)

Gesù è morto e, secondo le testimonianze dei suoi discepoli, è risorto. Egli, nel vangelo di san Giovanni, afferma: "Chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me non morirà". Il fatto che risusci­teremo come Gesù è dunque oggetto di fede. La nostra pro­fessione di fede - il Credo - parla di resurrezione della carne per indicare che, al di là della morte, continueremo a vivere con tutto ciò che siamo: con la nostra storia, il nostro "io", la nostra perso­nalità più profonda, ma anche con il nostro corpo. Quest'ul­timo sarà ricreato, ma si trat­ta comunque del nostro corpo. San Paolo lo paragona alla pianta che nasce da un seme: è la stessa pianta, ma è completamente nuova. Con il battesimo è iniziata la "spiritualizzazione" del nostro corpo. Quello che esi­ste adesso non sarà più distrutto o sostituito da qualcosa di diffe­rente, ma purificato, trasformato, risuscitato.

Per evocare "il cielo", la Bibbia ricorre alle più intense immagi­ni di felicità che l'uomo possa concepire: partecipare al banchet­to del regno, dimorare nella luce, nella pace, nella gioia.

La vita eterna consiste in una eterna relazione di amore con que­sto Dio che ci ama in modo straordinario, e per sempre! Ogni uomo vi è chiamato; e solo colui che deliberatamente rinnegasse Dio, se ne escluderebbe con il proprio rifiuto.

Questa vita nuova non si realizza solo dopo la morte. Possiamo accedervi fin da ora perché, attraverso Gesù, il regno è in mezzo a noi.

Testimonianza

Un anno fa ho festeggiato i miei ottant'anni in una forma sma­gliante, a detta di tutti. Oggi non è più così... Una serie di prove fisiche, segno del declino, di maggiore fragilità... E la morte, la mia morte, che si avvicina... Ho paura di vederla arrivare? Sì, a volte, quando mi pongo queste domande: che tipo di morte avrò? Sono pronta ad accogliere la mia morte, in qualunque condizio­ne di salute?

Ma in quel momento mi torna in mente questo pensiero: "Rivolgiti a Maria, sarà lei ad accompagnarti. Già fin da ora lo fa, ma in modo speciale lo farà nell'ora della tua morte".

Se riesco ad allontanare la paura della morte, la devo alla cer­tezza della presenza amorevole di Dio in tutta la mia vita. Sì, Dio ha vegliato su di me e me l'ha dimostrato con i fatti.

C'é una frase della Scrittura che mi sostiene molto in questo momento: "Facciamo l'uomo a nostra immagine" (Gen 1, 26). Dio desidera farmi entrare nella comunione di amore che si vive tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Vuole farla condivi­dere anche a me, che sono una povera donna! Il cielo non è meno di questo. Vedo allora la morte come un passaggio obbligato che mi porterà alla tappa della purificazione, alla quale aspi­ro per entrare nel regno. La morte diventa soltanto una "penul­tima tappa" alla quale Dio mi dona di prepararmi, staccando­mi a poco a poco da tutto ciò che ostacola il mio cammino verso di Lui. Eliana

 

BISOGNA ESSERE CRISTIANI PER ESSERE SALVATI?

Attingendo al Vangelo, la Chiesa afferma che Dio promette la vita eterna presso di Lui nella gioia ad ogni uomo di buona volontà. E capita che si accolga veramente Gesù anche senza conoscerlo. Lo dice Gesù stesso quando parla del giudizio finale: "Venite, bene­detti del Padre mio, ricevete in eredità il regno... Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,... ero straniero e mi avete accol­to, nudo e mi avete vestito... In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più pic­coli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 31-45).

Ogni uomo retto che cerca di fare il bene e che apre il proprio cuore alla miseria degli altri, accoglie Gesù Figlio di Dio, ed è salvato. In cie­lo, infatti, non sare­mo da soli con Dio, ma vi ritroveremo tutti gli uomini di buona volontà: è questa la "comunio­ne dei santi". Questo significa che è inutile farsi bat­tezzare? No, certa­mente. Chi può co­noscere il Vangelo e comprendere chi è Gesù, non deve trascurare niente per accoglierlo, credere e farsi battezzare "nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Perché "chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato" (Mc 16, 16). Prendere il Vangelo seria­mente significa perciò accettare il battesimo e l'impegno, che ne consegue, a seguire Cristo.

Farsi battezzare significa accogliere la luce di Dio per diventare figli di Dio. Gesù è "la luce vera, quella che illumina ogni uomo... Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (Gv 1, 9-12).

Farsi battezzare significa ricevere il perdono di Dio nella morte di Gesù per noi sulla croce. Perdono che non solo ci purifica, ma ci dona anche "la grazia", cioè la forza di amare e di fare il bene. Il battesimo ci introduce nella comunità di tutti coloro che hanno scelto e sceglieranno Cristo: la Chiesa.

 

FELICITA': UN REGALO DI DIO

Testimonianza

Ho iniziato a drogarmi da adolescente, e per dieci anni sono rima­sto chiuso in questa spirale: avevo l'impressione di trovarvi la feli­cità. Era in realtà un piacere fuggevole che doveva essere per­ciò continuamente rinnovato. La mia vita era diventata un sus­seguirsi continuo di ricadute e di cure di disintossicazione (ne ho fatte quattro senza riuscire a smette­re). Ogni sei mesi cambia­vo lavo­ro, città e donna. Fino al giorno in cui mi sono sta­bilito nell'Alta Savoia. Avevo appena iniziato una piccola ditta di col­tivazione di funghi, che andava bene e che mi permetteva di man­dare avanti un notevole traffico di droga: grazie alla copertura dei funghi, era facile spacciarne in Belgio e in Svizzera. Vivevo con una ragazza che lavorava con me ed il maggior spacciatore della zona era diventato il mio migliore amico.

Un giorno, quello smise tutto: si tagliò i capelli, non andò più al bar, smise di frequentare le donne, di usare droga e di spacciar­la. "È Gesù che mi ha cambiato", egli diceva. Naturalmente, tutti lo prendevano in giro e noi pensavamo infatti che si comportas­se così per rifarsi un'immagine. Noi abbiamo smesso di frequen­tarlo, ma lui veniva a trovarci per parlarci di questo Gesù che lo aveva trasformato.

Ed effettivamente proprio lui, che era sempre stato instabile ed incapace di assumersi qualsiasi responsabilità, adesso ne era capace: aveva trovato un appartamento, un lavoro e sorrideva sempre.

La sua gioia finì per rendermi geloso. Poiché mi invitava conti­nuamente ad andare al suo gruppo di preghiera, mi decisi a pro­vare una volta. Imediatamente notai che le persone che vi par­tecipavano avevano qualcosa di strano: non erano come la gente di strada che, in generale, cammina a testa bassa, isolata e chiu­sa in se stessa. Quelli guardavano gli altri dritto negli occhi, sor­ridevano e parlavano di Dio con semplicità. Ma non riuscivo a sentirmi a mio agio e mi domandavo cosa mai ci facessi lì.

Se esisti veramente

Dopo un po' di tempo ci tornai, perché c'era qualcosa che comun­que mi attirava. Durante la preghiera, mi sono rivolto a Dio: "Dio, se esisti veramente, se veramente puoi fare qualcosa per me, mostrami adesso la tua esistenza". Subito ho provato un attimo di intensa felicità e di calore in tutto il mio essere: mi sentivo benis­simo, rilassato, calmo. Ed avevo la certezza che Dio esisteva. Mi sono tornate in mente tutte le preghiere della mia infanzia e, quan­do sono rientrato a casa, avevo l'impressione che Gesù fosse al mio fianco. Quando l'ho raccontato a casa, tutti mi hanno trattato come un idiota. D'altra parte, come era possibile capirci? Mi trovavo in una situazione abbastanza difficile: la mia compagna era divorziata, la ditta che avevo creato non era onesta... dove­vo rompere con tutto questo?

Ho vissuto sei mesi orribili. Non riuscivo a smettere di drogar­mi, anzi avevo aumentato la dose per far tacere i combattimenti interiori che sempre mi ossessionavano.

Un regalo di Dio

Qualche tempo dopo ricevetti una telefonata di mia sorella. Mi raccontava, senza sospettare minimamente quello che mi era suc­cesso, di aver ritrovato la fede e di essere pienamente felice. Anch'io le raccontai la mia situazione. Mi promise di pregare e di far pregare per me.

Tutto ciò mi fece molto riflettere. E dopo un po' di tempo, mi separai dalla mia compagna, le lasciai la ditta di funghi e tor­nai dai miei genitori: Mentre ero in automobile, gettai via la droga che mi era rimasta e, a partire da quel momento, non ebbi più alcu­na voglia di servirmene.

Il cambiamento avvenuto in me, è inspiegabile agli occhi del mondo. Chi potrebbe credere che, trascorsi cinque anni, proprio quello stesso uomo ha ora un lavoro onesto e gratificante, è spo­sato, felice e fermo nei suoi propositi? La mia felicità è un dono di Dio!

 

ALLORA? LA FELICITA?

Tutti aspiriamo alla felicità. Tutte le nostre scelte, nella vita, hanno un solo obiettivo: la felicità. La vera questione è dunque di sape­re se questa felicità è possibile e come.

La nostra aspirazione più profonda non è quella di amare e di esse­re amati? Le ferite d'amore non sono forse quelle che ci colpi­scono più profondamente? Ma è anche nell'amore che possiamo trovare una felicità vera e durevole. E questa non si riduce sem­plicemente ad una soddisfazione personale, ma è innanzi tutto il dono libero di se stessi all'altro. Ciò non significa che il piacere, i beni materiali, la vita sociale non possano contribuire alla feli­cità; sono tutti elementi che qualificano realmente la nostra vita, ma in se stessi non sono capaci di riempirci. La nostra felicità e la nostra gioia stanno nel dono di noi stessi e nell'amore che rice­viamo dall'altro.

Una tale felicità, che è meravigliosa, rimane comunque fragile in quanto sottoposta ai nostri limiti umani: quante volte ci sor­prendiamo a cercare il piacere personale, a voler possedere, domi­nare! E la nostra società consumistica tende ad aumentare in noi la fuga verso comportamenti individualisti. Una maldestra ricer­ca della felicità, che dà molto sovente origine a situazioni di con­flitto con gli altri e a disillusioni, anche se non sempre osiamo ammetter­lo...

D'altra parte, anche in un amore auten­tico, si sente come un li­mite il fatto che la gioia dello stare insieme non è perfetta, che il nostro cuore aspira a qualcosa di ancora più grande.

Il nostro cuore è fatto per un amore infinito, e solo un amore infi­nito potrà colmarlo. "Per te ci hai fatti, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te", diceva sant'Agostino (Le Confessioni l, l).

Si pensa che la vera felicità, la felicità eterna promessa da Dio, sia per un tempo successivo alla morte...

In realtà, la felicità, che è la vita eterna nell'amore di Dio, comin­cia fin da ora, dal momento in cui apro il cuore per credere a quan­to Lui mi dice: "Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo" (Is 43,4). Dio non è lontano, Egli si è fatto vicino, uno di noi, in Gesù Cristo, l'Emmanuele.

Con Lui, tutte le dimensioni della nostra esistenza possono riceve­re una nuova luce: l'amore umano, il lavoro, le relazioni sociali, l'arte, la bellezza della creazione, tutta la nostra vita ed anche le nostre prove. Il nostro cuore entra con gioia nella sua vera dimensione. Con Lui ecco che il regno di Dio è già in mezzo a noi, questo regno che annuncia San Giovanni: "Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi. Udii una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popo­lo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. E colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose. Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio" (Ap.21 ,1-7).

"Quando penso a tutti i ragazzi e a tutte le ragazze che dovrebbero avere la forza, la speranza e persino la coscienza della società, e che sono invece intrappo­lati in una rete di incertezze o che stanno disperata­mente cercando la felicità lungo cammini che non pos­sono condurre alla felicità, allora prego ancora di più affinché i giovani cattolici giungano a una conoscenza sempre più profonda di Gesù Cristo e si convincano della meravigliosa avventura che egli rappresenta per ognuno di noi". Giovanni Paolo II

Preghiera dei genitori per i figli

Ti ringrazio, Signore, per il dono dei nostri figli. Sappiamo che Tu li ami di un amore più grande, più potente più puro del nostro; a Te dunque li affidiamo. Sii Tu per loro la Via, la Verità e la Vita, L'amico vero che non tradisce mai. Fa che essi creda­no, perché la vita senza fede è una notte disperata. Fa che siano puri, perché senza purezza non c'è amore, ma egoismo. Fa che crescano, onesti e laboriosi, sani e buoni come noi li sogniamo e Tu li vuoi. Degnati di eleggere e di chiamare qualcuno di loro per l'avvento del Tuo regno. Fa che noi siamo per loro esem­pio luminoso di virtù e guida sicura. Dona efficacia alla nostra parola, forza costante alle nostre azioni formatrici e di testimonianza. E tu Maria, che conoscesti le ineffabili gioie di una mater­nità santa, dacci un cuore capace di trasmettere una fede viva e ardente. Santifica le nostre ansie e le nostre gioie, fa che i nostri figli crescano in virtù e santità per opera Tua e del Tuo Figlio Divino. Amen! Missione Dehoniana 4/2009