INVITO
ALLA FEDE
Come è detto nel titolo, questo
piccolo libro è un invito a riflettere su temi che ciascuno di noi porta già
dentro di sé e che certamente sono affiorati, almeno sotto forma di domanda o
di dubbio, nella mente di tutti.
Sono
i temi fondamentali della nostra esistenza e del nostro destino di uomini che
esigono (questa è appunto la tesi del libro) la fede per essere compresi e
risolti.
La
fede non è, come pensano molti, una sorta di alienazione o di fuga dalle realtà
terrene; al contrario essa presuppone queste realtà delle quali è anzi
l'unica spiegazione e la più completa valorizzazione. Essere uomini di fede non
significa essere meno uomini, ma essere uomini completi.
La
fede è certamente un dono di Dio, ma va preparata e quasi attirata dentro di
noi con la riflessione personale e con la preghiera.
Queste
pagine, lungi dal voler imporre la verità a chicchessia, desiderano solo
aiutare il lettore a formarsi personalmente le sue convenzioni e (perché no?)
a formulare nell'intimo del cuore una segreta preghiera.
Ma a questo punto la fede avrebbe già fatto il suo ingresso nell'anima e il libro avrebbe esaurita la propria missione di invito per cedere il posto alla luce di Dio.
IL
PUNTO DI PARTENZA di ogni
riflessione che possa veramente illuminare la vita di ciascuno di noi, siamo
noi stessi.
Le
domande: chi sono io? perché esisto? qual è il mio destino? perché devo
morire? che mi attende dopo la morte? e simili, sono il primo passo da compiere
se vogliamo dare un senso alla nostra vita.
Ma,
come vedremo, noi siamo incapaci di rispondere a tali domande.
Dopo
secoli di riflessione filosofica su tale argomenti i punti interrogativi
rimangono, e con essi rimani il mistero.
O
meglio: rimane LA CONSAPEVOLEZZA DELLA NOSTRA INCAPACITÀ a svelare il mistero;
il che è già un passo avanti, perché ci avvia sulla strada giusta: quella
di rivolgere la domanda ad un "Altro" che ne sa più di noi (1).
(1) Qualche Lettore potrà a questo punto non condividere la soluzione da noi anticipata. Noi Lo preghiamo di voler terminare la lettura almeno di questo primo capitolo e di dare poi il Suo giudizio.
Esamineremo
quindi - tra le tante - cinque realtà per noi misteriose alle quali non
possiamo sottrarci, ma delle quali dobbiamo poter dare una spiegazione: che
serve infatti all'uomo scoprire i misteri dell'atomo o quelli del cosmo se poi
non riesce a chiarire i misteri della propria esistenza?
1
LA
NOSTRA ESISTENZA È UN MISTERO
Ogni bimbo che viene al mondo si rirtova ad esistere senza saperlo.
Di
fatto nessun uomo è libero di decidere se esistere o no.
E’
NATO UN BIMBO. E’ nato senza volerlo, anzi senza neppure saperlo: s'è trovato
al mondo e nulla più!
Ogni
giorno nascono sulla Terra più di centomila bambini come lui, ma nessuno di
essi ha scelto di esistere.
NOI
TUTTI SIAMO NATI COSÌ. Siamo al mondo senza averlo voluto; siamo nati da
genitori a noi sconosciuti; siamo nati in un tempo e in un luogo non scelti da
noi. Siamo nati mentre avremmo potuto non nascere...
Chi
allora ha deciso la nostra esistenza? chi l'ha realizzata? chi ci ha donato
questi genitori e non altri? chi ha stabilito che nascessimo in questo secolo
e non in un altro?
Veramente
la nostra esistenza è un grande mistero: un mistero che adombra la presenza
di Uno che tutti ci sovrasta e ci domina, e che decide e realizza a suo
piacimento la venuta nel mondo di ciascuno di noi (2).
(2) Il «mistero
della nostra esistenza» non è legato tanto alla nostra esistenza «corporea»,
quanto alla nostra esistenza «spirituale».
Sappiamo infatti che il nostro corpo è il risultato di una evoluzione biologica che inizia col concepimento e cessa con la morte.
Ma in noi c'è
qualcosa di più: ognuno di noi è «cosciente di esistere», «sa di essere
lui» e non un altro; sa di possedere il proprio corpo come «suo», di essere
«soggeto di azioni responsabili», di essere «persona».
Ebbene, è
proprio in questo «avere coscienza di sé» («l'autocoscienza», come la
chiamano i filosofi), in questo riconoscersi esistente come individuo, come un
«io» personale distinto dagli altri, che si manifesta il mistero della nostra
esistenza.
2
CIÒ
CHE SIAMO È UN MISTERO
Divenuto grandicello, il bimbo si acorge di avere testa, mani e piedi. In realtà ognuno di noi è costretto ad accettare se stesso così come è.
PASSANO
GLI ANNI: il bimbo si apre alla vita e incomincia a scoprire se stesso. Le sue
mani, per esempio, cosi agili ed utili. I suoi occhi, che si aprono come due
finestre sul mondo. E poi la sua intelligenza che legge il significato delle
cose; e il suo potere d'amare...
NOI
TUTTI CI SIAMO RITROVATI COSÌ; due mani per lavorare, due occhi per vedere...
l'intelligenza e l'amore.
Nessuno
di noi ha potuto sottrarsi dall'essere quello che è; noi tutti siamo stati
costretti a subire noi stessi (3).
(3) Notiamo che anche i genitori sono costretti a «subire» ed «accettare» i propri figli così come sono: essi infatti non sono che semplici collaboratori di «Qualcuno» che li ha progettati e voluti così.
Chi
allora ha deciso la forma del nostro corpo e le attitudini della nostra anima?
Più ancora: chi ha deciso che dovessimo avere un corpo ed un'anima? chi ci ha
ideati e voluti così?
Ancora
una vola dobbiamo rispondere: Qualcuno più grande di noi, che ci ha fatti
come meglio ha voluto, decidendo tutto per noi.
3
LA
NOSTRA MORTE È UN MISTERO
Passano
gli
anni e il bimbo di allora è oggi
un vecchio vicino a morire.
Anche
l'invecchiamento e la morte sono realtà che tutti dobbiamo subire in
silenzio. LA VITA È PASSATA VELOCE ed è giunta al suo termine: il bimbo di
allora è oggi un vecchio che attende la morte. Anche noi - tutti, senza
eccezioni - SAPPIAMO DI DOVER UN GIORNO MORIRE possiamo allontanarne il pensiero
ma non la certezza; possiamo tentare di ritardarne l'evento, ma sappiamo di non
poterlo evitare per sempre.
Davanti
a un fatto così sconvolgente, così non voluto eppure così certo e così
universale, ognuno si chiede: ma perché non posso vivere sempre? Chi ha stabilito
che l'uomo debba morire, che io debba morire? (4).
(4) Nel
problema della morte è contenuto anche il problema del male fisico: la morte
infatti è come la «somma» di tutti i mali che ci possono colpire su questa
terra.
Pertanto, alla
domanda «Perché la morte?» devo aggiungere le domande: «Perché il dolore,
specialmente quello degli innocenti, perché le malattie? perché le carstie,
i terremoti, le alluvioni? perché le ingiustizie sociali, gli inquinamenti,
1a fame nel modo, le guerre?».
Di tutti questi mali (dei quali la morte è la somma) a noi preme ora non tanto stabilire causa (ma anche questa ci sarà svelata da «Colui che ci ha fatti», ed è il peccato), quanto piuttosto conoscere la loro «funzione» nella nostra vita concreta: il male fisico è un assurdo o ha uno scopo? è per noi solo una «perdita» o ha invece una sua «contropartita» che chiude il bilancio in vantaggio per noi? E vedremo che l'ipotesi giusta è proprio quest'ultima.
E
di nuovo il pensiero corre a Colui che è padrone della vita dell'uomo e che ha
scelto per l'uomo questo destino: un destino per noi misterioso e apparentemente
crudele ma che non può non avere un suo senso e una sua spiegazione.
Un
senso e una spiegazione che solo Lui può svelarci.
4
DOPO
LA MORTE: UN ALTRO MISTERO
La tomba è veramente il traguardo finale della vita dell'uomo? O invece non è che un passaggio al di là del quale egli continua la propria esistenza? ,,
QUANDO
VERRÀ LA MORTE e il nostro corpo giacerà senza vita, che sarà di noi? Cadremo
di colpo nel nulla come se mai fossimo stati, o continueremo ad avere la
coscienza di esistere?
Cosa
esperimenteremo in quell'istante supremo? Avverrà l'incontro con Colui che ci
ha dato l'esistenza, o la Sua presenza continuerà a restare misteriosa per
noi?
E
inoltre, saremo felici per il bene compiuto e puniti per il male commesso?
rivedremo i nostri cari e potremo restare sempre con loro?
NESSUNO
PUÒ RISPONDERE a queste domande, neppure il più grande filosofo, neppure
tutti i filosofi dell'umanità uniti insieme, perché nessuno di loro sa queste
cose.
Sarà
allora la nostra morte un salto nel buio?
È
mai possibile che la conclusione di tutta la nostra esistenza di uomini, benché
inevitabile, sia incerta come un gioco d'azzardo?
Ancora
una volta il pensiero corre a Colui che ci ha fatti e ci ha fatti mortali. Lui
- e Lui solo - sa quel che ci attende dopo la morte. Lui - e Lui solo - può
dircelo.
5
IL
SENSO DELLA STORIA UMANA
La Terra vista dallo spazio ci porta a riflettere sul senso della storia umana. Possibile che tutto finisca quaggiù? Ecco LA NOSTRA TERRA vista dallo spazio. Su questa piccola sfera vagante nell'universo l'umanità intera ha iniziato e vissuto la sua storia e si appresta a vivere il proprio futuro.
È
qui che gli uomini hanno costruito le loro grandi civiltà ed è qui che queste
civiltà sono, ad una ad una, crollate.
È
qui che migliaia di generazioni umane hanno incominciato felici la propria
esistenza, ed è qui che tutte sono ritornate ad essere polvere.
È
qui che la nostra generazione guarda oggi fiduciosa al futuro, ma è pure qui
che, domani, noi tutti saremo sepolti. QUESTO CICLO di nascita, di vita e di
morte è essenziale all'umanità così come storicamente esiste. Qualunque
progresso scientifico, qualunque conquista tecnica, qualunque benessere
sociale realizzabile dall'uomo potranno ritardarne la conclusione, ma non
annullarlo.
VIENE
ALLORA DA CHIEDERSI: qual è il senso della storia umana? Possibile che tutto
quanto l'uomo costruisce sulla terra non lasci traccia per lui al di là della
morte? Possibile che l'umanità intera, a ondate successive, perisca nel nulla,
dopo aver lavorato e sofferto per millenni sulla terra?
O
invece la morte non è che una porta, al di là della quale la storia umana
continua e trova il suo senso e il suo compimento?
A
queste domande nessun uomo ha saputo rispondere, né mai lo potrà. Il mistero
è più grande di noi. Le congetture e le ipotesi non possono certamente
bastare. La risposta sicura va cercata al di fuori dell'uomo; meglio, al di
sopra dell'uomo: in Colui che lo ha fatto.
COLUI
CHE CI HA FATTI
IL
DILEMM è evidente:
-
o rinunciare a una spiegazione sul senso della nostra vita (e molta gente fa
questa rinuncia...)
-
o chiedere questa spiegazione ad un «Altro» che ne sa più di noi.
Di
questo «Altro» abbiamo già intuito la presenza negli «interrogativi» che la
nostra esistenza porta con sé.
A
questo «Altro» abbiamo già dato anche un nome, e lo abbiamo chiamato «Colui
che ci ha fatti».
Chiediamoci
ora: QUESTO «ALTRO» ESISTE DAVVERO? Veramente oltre il mondo nel quale viviamo
c'è un Essere dal quale questo stesso mondo dipende?
RISPONDIAMO
DI SI, e ne vediamo ora il perché.
1-
IL MONDO CI RIVELA COLUI CHE LO HA FATTO
1) UNA PREMESSA:
Ognuno
di noi comprende benissimo che una cosa che ancor non esiste non può darsi
l'esistenza da sé: sarebbe UN ASSURDo pensare il contrario. Dal nulla infatti
non può nascere nulla.
2) UN FATTO:
L'ESPERIENZA
Ci mostra però che ogni realtà che vediamo nel mondo è prodotta da un'altra
realtà che già c'era prima di lei: le spighe del campo derivano dal chicco di
grano, l'uomo deriva dall'uomo, gli astri attuali da precedenti formazioni
di materia... Tutti gli oggetti che ci circondano sono frutto di trasformazioni
(operate dalla natura o dall'uomo) di altri corpi preesistenti.
Di
questo nessuno dubita.
3) LA CONSEGUENZA:
Eppure
proprio da questa premessa e da questo fatto ammessi da tutti scaturisce una
verità sulla quale non tutti riflettono: se ogni cosa deriva da un'altra che già
c'era prima di lei, ALL'INIZIO di tutta la serie di cose prodotte DEVE ESISTERE
UN ESSERE NON PRODOTTO DA ALCUNO, UN PRINCIPIO NON PRINCIPATO, CHE ESISTE PER
PROPRIA VIRTÙ.
DIVERSAMENTE
non sarebbe mai potuta iniziare la serie delle cose che vediamo nel mondo
(1).
(1) I filosofi
dicono le stesse cose introducendo i concetti di «relativo» e di «assoluto».
Tutto quanto
esiste nel mono (essi dicono) non ha in sé la ragione della propria esistenza,
ma l'ha in un altro dal quale l'ha ricevuta: la sua esistenza è cioè «RELATIVA
» ad un altro.
Ma le realtà «relative», quando esistono (ed il mondo nel quale viviamo esiste), proprio perché non hanno in sé la ragione della propria esistenza, ci testimoniano l'esistenza di «un Altro» che ha in Sé la ragione della propria esistenza, che esiste da Se stesso, cioè di un «ASSOLUTO» senza del quale il mondo «relativo» non esisterebbe.
L'esistenza
del «relativo» (il mondo) ci testimonia l'esistenza dell'«Assoluto», cioè
di Dio.
IN
TAL MODO, proprio la riflessione sulle realtà terrene ci conduce alla scoperta
dell' "Altro" che esiste all'inizio di esse, e che vi esiste per
propria virtù: ci conduce cioè alla scoperta di DIO.
2
- UNA DIFFERENZA IMPORTANTE: DA SEMPRE - DA SÉ
A
QUESTO PUNTO può sorgere spontanea una domanda: SE l'universo nel quale
viviamo fosse eterno, cioè ESISTESSE DA SEMPRE, che necessità vi sarebbe di
un Dio creatore per spiegare l'inizio di tutte le cose esistenti?
Il
dubbio è insidioso, ma è solo apparente e si dissolve riflettendo che altro
è dire che una cosa esiste «da sempre» e altro è dire che una cosa esiste «da
sé».
"Da
sempre" si riferisce al tempo dell'esistenza di una cosa.
"Da
sé" si riferisce alla causa che ha fatto esistere quella cosa (2).
(2) «Tempo» e «Causa» sono due concetti diversi che non interferiscono a vicenda, come ad esempio il «colore» e la «grandezza». Io posso avere un oggetto rosso piccolo oppure grande, senza che il colore rosso sia meno rosso nel primo che nel secondo. Allo stesso modo il tempo più o meno lungo dela esistenza di una cosa non elimina la necessità di una causa che faccia esistere quella cosa.
Ci
sia consentita UNA IMMAGINE: Qualunque film, sia breve che lungo (e questo riguarda
il tempo)... ... ha un autore, un "regista" che lo ha fatto (cioè una
causa): diversamente il film non potrebbe esistere.
La
lunga durata del film (tempo) non elimina la necessità del regista (causa),
ma anzi la presuppone ancor più, tanto che se ci fosse un film eterno, (ossia
di durata infinita) si deve a maggior ragione concludere che anche il regista
che lo ha fatto è eterno.
COSÌ
AVVIENE DELL'UNIVERSO nel quale viviamo: quand'anche esso fosse eterno cioè
esistesse da sempre (3)
(3) La scienza attuale non ha dimostrato l'eternità dell'universo, e dispone anzi di elementi (Secondo e Terzo pricipio della Termodinamica) che inducono a concludere che l'universo nel quale viviamo ha avuto un inizio nel tempo.
-
ciò non porterebbe a concludere che si è tatto da sé, ma al contrario, che la
Causa (Dio) che lo ha fatto è essa pure eterna!
3
- COLUI CHE CI HA FATTI: L’INFINITAMENTE PERFETTO
SEGUENDO
LA NOSTRA RAGIONE e riflettendo su noi stessi e sul mondo, Dio ci si impone come
LA REALTÀ SUPREMA che esiste necessariamente e da sempre. Realtà totalmente
diversa da ogni altra realtà che vediamo nel mondo, perché queste ultime
"ricevono" l'essere, mentre Dio è "la Sorgente" dell'Essere,
Cioè L'ESSERE STESSO INFINITO. L'immagine del sole e dei raggi che da esso
promanano può aiutarci
a comprendere i rapporti tra Dio, sorgente infinita di ogni perfezione,
e le creature che sono da Lui dipendenti e limitate nelle loro perfezioni.
Ne
viene che mentre le realtà che vediamo nel mondo sono limitate nelle loro
perfezioni ‹vitalità, potenza, sapienza, bellezza, bontà, felicità...),
Dio invece È INFINITO nelle Sue perfezioni. Ciò significa che Dio è vita
infinita, è potenza infinita (e come tale può realizzare tutto ciò che
vuole, anche creare dal nulla), che è sapienza infinita, bontà infinita,
felicità infinita... in una parola che è PERFEZIONE INFINITA (4).
(4) É ovvio che la «perfezione infinita» di Dio non si esaurisce nella vita, nella potenza, nella bontà, ecc. - tutti "attributi" che noi sappiamo essere in Lui perché li vediamo riflessi nelle cose da Lui create - ma sono infinitamente di più, sia nel numero che nella perfezione.
4
- L'Universo è stato creato da Dio
Dio
STA DUNQUE ALL'INIZIO di tutto l'Universo; questo lo abbiamo accertato senza
ombra di dubbio.
Ora
vogliamo chiederci: IN CHE MODO Dio ha dato inizio all'Universo?
A
questa domanda una sola risposta è possibile: facendolo dal nulla, dato che
precedentemente nulla ancora esisteva.
E
"fare dal nulla" si dice "CREARE".
Da
questo fatto scendono due considerazioni che fissano la nostra posizione
di fronte a Dio.
Il
raggio di luce dipende dal sole nel suo stesso esistere
1)
L'Universo creato, e noi uomini in esso, DIPENDIAMO DA Dio per la nostra stessa
esistenza; siamo cioè Sua proprietà nel senso più vero e Dio è veramente
nostro Padrone e Signore.
II
raggio di luce dipende dal sole nelle sue perfezioni (calore, luce, ecc.).
2)
Tutto quanto c'è in noi di positivo, di buono, di bello, di vero, È PURA PARTECIPAZIONE
della bontà, della bellezza, della verità infinita di Dio.
Ecco
allora i due fondamentali ATTEGGIAMENTI che tutti noi dobbiamo assumere nei
riguardi di Dio:
1)
RICONOSCERE LA NOSTRA TOTALE DIPENDENZA DA Lui: Ognuno di noi deve confessare
a se stesso che Dio è "il Tutto" e che noi (da noi stessi) siamo
"il nulla".
Questo
riconoscimento e questa confessione si esprimono nella ADORAZIONE di Dio, che
è perciò il primo dovere dell'uomo, il primo omaggio alla verità.
2)
RICONOSCERE CHE TUTTO QUANTO NOI SIAMO E POSSEDIAMO è "DONO GRATUITO"
DI DIO.
Questo
riconoscimento si esprime nel RINGRAZIAMENTO per quanto Dio ci ha donato e nella
DOMANDA per avere ancora da Lui.
Il
riconoscimento della VERITA - che si fa adorazione, ringraziamento e domanda -
è il contenuto di ogni rapporto e di ogni nostro colloquio con Dio, cioè di
ogni PREGHIERA: per questo l'uomo che non prega è fuori della verità.
5
- La creazione è stata un atto di amore
QUANDO
Dio ci HA CREATO DAL NULLA, non lo ha fatto per sé, ma per noi; non ha inteso
accrescere la Sua felicità (ne lo avrebbe potuto, essendo già infinita!), ma
donare a noi un raggio della Sua felicità.
La
Creazione è stata UN ATTO DI ALTRUISMO, UN ATTO DI AMORE.
Tuttavia
questo atto di amore di Dio non poteva avere come scopo SUPREMO che LA GLORIA E
L'ESALTAZIONE DI DIO STESSO, e ciò per due motivi:
-
anzitutto perché Dio non può subordinarsi alla sua creatura;
-
e poi perché la creatura non può trovare la propria felicità se non in Dio,
sorgente unica ed infinita di felicità.
Dio
crea l'uomo per farlo felice; ma non può farlo felice se non unendolo a Sé.
COSI’
DIO CI CREA PER FARCI FELICI, ma Cl FA FELICI CREANDOCI PER SÉ.
L'uomo,
questa creatura che può pilotare liberamente la propria esistenza verso mete
diverse, deve sapere e ricordare che l'unico porto ove lo attende la propria
felicità è il "porto di Dio", e che di conseguenza l'unica rotta da
seguire è "la volontà di Dio" su di lui.
L'OBBEDIENZA
A DIO è quindi per l'uomo il massimo atto di saggezza, come la disobbedienza
a Dio è la stoltezza suprema perché la prima lo conduce e la seconda lo
distoglie dal conseguire la propria felicità.
NOI
E DIO
1
-L'iniziativa dell'uomo: la religiosità umana.
CHIUNQUE, o perché illuminato dalle pagine precedenti o per suo proprio intuito, sia giunto a condividere i pensieri fin qui esposti e a riconoscere nel suo intimo la realtà di Dio, non potrà non porsi un altro problema: quello dei propri rapporti con Dio, cioè IL PROBLEMA RELIGIOSO (1).
(1) La parola "Religione" deriva dal latino «re-legare» (legare insieme) e designa comunemente il legarne, ossia i rapporti che intercorrono tra gli uomini e Dio.
La
religiosità egiziana è uno dei grandi tentativi compiuti dall'uomo per
stabilire un proprio rapporto con Dio.
Gli
uomini di tutti i tempi - anche se semplici e indotti - lo hanno affrontato
ritenendolo il loro primo dovere di uomini, anche se poi lo hanno risolto in
modo parziale e spessissimo errato:
-
hanno cercato anzitutto di "identificare Dio", di scoprirne il volto e
il luogo della presenza in mezzo a loro; e spesso lo hanno concretizzato nelle
forze della natura o negli astri del cielo, e gli hanno eretto templi ove
poterlo incontrare.
-
poi hanno cercato di "stabilire un rapporto con Lui", che non poteva
essere che di sudditanza, offrendogli il culto della preghiera e del
sacrificio.
-
da ultimo "hanno teso l'orecchio alla voce di Lui", pensando di udirla
- e con ragione - nel dettame interiore della propria coscienza.
È
nato cosi - per iniziativa dell'uomo - un "legame" nuovo con Dio, una
"religione" appunto, che chiameremo "UMANA".
L'ORIGINE
"UMANA" di questa religiosità rende ragione di alcuni fatti oggi
non bene interpretati:
1) del numero e della varietà di queste forme religiose.
Proprio
perché nascono dall'uomo, ogni uomo è - per così dire - il fondatore della
propria religiosità, anche se poi, nel corso dei secoli, le singole religiosità,
sotto la guida di persone più dotate, si sono riunite in correnti religiose
alle quali molti uomini ed interi popoli si sono aggregati.
2) dei loro difetti e dei loro limiti.
Proprio
perché frutto della limitata intelligenza dell'uomo che vuol penetrare
l'infinita Realtà di Dio, le religioni "umane" attingono solo parte
della Verità e contengono inevitabilmente errori, assumendo talvolta, nella
pratica, forme di culto aberranti e crudeli, anche quando l'intenzione era di
rendere con esse omaggio a Dio.
3) del fondamento razionale di queste forme religiose.
Queste
forme di religiosità, infatti, sono nate dall'uomo in quanto razionalmente
consapevole della propria dipendenza oggettiva da Dio, e non non sono affatto
proiezione fantastica e irrazionale del proprio bisogno di sicurezza in un
essere immaginario (2).
(2) Questa è
appunto la tesi marxista sulla religione, secondo la quala l'uomo trasferisce
(alienandosi) le sue aspirazioni alla felicità totale in una entità
inesistente che immagina al di fuori di lui e che chiama Dio.
Per il marxismo (ma anche per tante forme di filosofie contemporanee che cercano nell'uomo la spiegazione di tutto), l'alienazione religiosa è quindi una "illusione", seguendo la quale l'uomo si allontana dalla realtà.
Ma questa tesi
trova la sua confutazione proprio in ciò che è detto in queste pagine, nelle
quali proprio la ragione umana ci ha condotti a capire che la vera e fontale
Realtà è Dio e che solo avvicinandosi a Lui l'uomo può veramete realizzare se
stesso.
Pur
nella loro limitatezza e imperfezione queste religioni "umane" sono
tuttavia lo sbocco più nobile della attività dell'uomo, e preparano il
terreno nel quale potrà germogliare e fruttificare l'iniziativa di Dio.
2
- L'iniziativa di Dio: la religione divina
DIO
HA CREATO L'UOMO e l'ha creato bisognoso di Sé: bisognoso di conoscerLo,
bisognoso di adorarLo, bisognoso di ubbidirLo.
Le
religiosità umane - delle quali abbiamo parlato - sono questo sforzo che l'uomo
ha compiuto per incontrare Dio e stabilire rapporti con Lui, anche se ha dovuto
cercare nel buio, come a tastoni, senza raggiungere mai certezze profonde e
definitive.
MA
SE IN QUESTO BUIO DIO ACCENDESSE UNA LUCE, se Dio prendesse Lui l'iniziativa
di manifestarsi all'uomo, se gli parlasse di sé come un padre parla ai suoi
figli, allora la ricerca di Dio sarebbe compiuta.
E
QUESTO DIO LO HA FATTO: ha acceso la Sua luce nelle nostre tenebre e ci ha parlato
de sé. Si è manifestato all'uomo senza ombra di dubbio, lo ha illuminato sui
problemi fondamentali della propria esistenza e del proprio destino, ha stabilito
con lui un legame autentico, una "RELIGIONE" che, essendo da Lui
rivelata, chiameremo giustamente "DIVINA" (3).
(3) La
religione "divina", cioé stabilita per iniziativa di Dio, si dice «rivelata»
(da «re-velare», togliere il velo) perché in essa Dio ci manifesta Se
stesso, come se togliesse un velo che Lo nascondeva a noi.
Ci pare pure
importante precisare alcune caratteristi che che distinguono la religione
"divina" da quelle "umane":
1) Le
religioni "umane" sono molte, tante quanti sono gli uomini o i gruppi
di uomini che le hanno espresse; quella "divina" è una, come uno è
Dio che l'ha rivelata e una è la Verità.
2) Le
religioni "umane", proprio perché elaborate da uomini che non
conoscono tutta la verità, contengono molti errori. La religione
"divina" è invece infallibilmente vera, cioè rispecchia fedelmente
la realtà.
3) Le
religioni "umane" sono vie imperfette per raggiungere Dio e, come
tali, incerte e provvisorie. La religione "divina" è la via
perfetta che conduce a Dio e, come tale è sicura e definitiva.
4) Le religioni "umane" sono accettate da Dio, perché manifestazione della buona volontà di uomini che, senza loro colpa, ancora Lo ignorano; ma la religiobe "divina" è esigita da Dio da parte di coloro che l'hanno conosciuta, perché è l'unica espressione oggettivamente vera dei rapporti tra l'uomo e Dio.
Ecco
rappresentata simbolicamente la differenza tra le molteplici religioni umane
(a sinistra) nate per iniziativa degli uomini che cercano Dio e l'unica
Religione Divina, nella quale è Dio -. che si manifesta (si "rivela")
all'uomo e gli comunica la Verità, su Dio e sull'uomo, senza errore ed in
modo comprensibile a tutti.
Certamente
per conoscere quale sia l'unica Religione "divina", ossia l'unica
"vera", è necessario conoscere “1e prove razionali” (ossia
comprensibili dalla ragione umana) della sua verità.
Queste
prove le daremo nel capitolo IV, anche se, nel seguente n° 3 - allo scopo di
poter valutare la forza delle stesse prove - anticiperemo la conclusione alla
quale tali prove ci condurranno.
3
- La religione divina è il Cristianesimo
A
questo punto vogliamo anticipare una affermazione che per chi scrive è certezza
e per chi legge - se già non lo è - lo potrà (e lo dovrà) diventare:
QUEST'UNICA
VERA RELIGIONE RIVELATA DA Dio, che sola ci fa conoscere Dio quale è
veramente e che sola ci può perfettamente congiungere a Lui, È IL CRISTIANESIMO.
Il
lettore chiederà: Le prove? Rispondiamo: le prove ci sono, e le esporremo.
Prima però ci preme descrivere, condensandolo in pochissime righe, il
Cristianesimo stesso: diversamente il lettore non potrebbe valutarlo in modo
adeguato né in sé né nelle prove che Dio ci ha dato per garantirlo come
proveniente da Lui.
Qual
è dunque L'ESSENZA DEL CRISTIANESIMO?
La
condenseremo in tre punti, strettamente legati tra loro:
Perché
l'uomo potesse unirsi a Dio, Dio stesso si è fatto uomo in uomo Gesù
Cristo realizzando in Cristo l'unione uomo dell'uomo con Dio.
1)
Il Cristianesimo È LA PARTECIPAZIONE DELL'UOMO ALLA STESSA VITA INFINITA DI
Dio, è la "divinizzazione" dell'uomo. Già sappiamo che l'uomo non può
trovare la propria felicità se non unendosi a Dio, sorgente unica di felicità:
ebbene, Dio ha voluto che questa unione dell'uomo con Lui fosse la massima possibile,
cioè l'unione di vita.
2)
Dio ha realizzato questa unione FACENDOSI LUI STESSO UOMO COME NOI e prendendo
il nome di Gesù.
In
altre parole questa «unione di vita», per un misterioso disegno di amore, è
iniziata da Dio: Lui stesso ha voluto farsi uomo in Gesù Cristo il quale è così
diventato il «primogenito» di molti fratelli, modello e causa della divinizzazione
di ogni altro uomo (1).
(1) Perché il lettore possa comprendere il senso esatto di queste affermazioni, vogliamo qui ricordare i due principali Misteri della Fede cristiana:
1) Il Mistero
della Santissima Trinità, nel quale ci è rivelato che l'unico Dio vive in tre
Persone, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.
2) II Mistero
della Incarnazione, nel quale ci è rivelato che la seconda Persona della
Santissima Trinità, cioè il Figlio, si è fatto uomo come noi, nascendo da
Maria Vergin e prendendo il nome di Gesù.
3)
Ogni singolo uomo che, nell'unica ed irrepetibile vita terrena, si RISOLVE
LIBERAMENTE PER CRISTO, coopera con Dio a realizzare la propria divinizzazione.
L'adesione
a Cristo inizia con la fede in Lui, si perfeziona con l'amore per Lui e si
conclude nell'unione perfetta ed eterna con Lui, meta suprema della speranza
cristiana.
Ecco
dunque cos'è il Cristianesimo: È DIO CHE SI FA UOMO (IN CRISTO), PERCHÉ
L'UOMO POSSA (IN CRISTO) DIVENIRE DIO (2).
(2) Questa espressione, che a prima vista può sembrare forte, rispecchia fedelmente la realtà: l'uomo, pur rimanendo «creatura», partecipa veramente alla Vita del suo «Creatore».
Tutto
il resto, benché importantissimo, è orientato alla realizzazione di questo
supremo disegno d'amore.
IV
LE
GARANZIE DI DIO
Ed
eccoci ora alla domanda centrale: QUALI GARANZIE Dio ci dà che il Cristianesimo
è veramente la religione divina?
Diciamo subito che le prove che Dio ci offre non sono così travolgenti da costringere il lettore ad aderivi. SI tratta piuttosto di segni validi, anzi validissimi, ma che richiedono, per essere accettati, la disponibilità personale di chi li esamina.
Il
proverbio: «non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere», qui calza a pennello.
Dio infatti si mostra solo a chi lo vuole sinceramente vedere e si nasconde a
chi non vuol saperne di Lui.
Al
lettore di buona volontà che si è messo sinceramente alla ricerca di Dio, noi
esporremo ora alcuni di questi «segni», ognuno dei quali ha certamente le
caratteristiche di uno speciale intervento divino, ma la cui forza probante
appare completa quando venga considerato insieme con gli altri.
1
- Il «segno» dell'Antico Testamento
Tra
le esperienze religiose dell'umanità ce n'è una che si stacca nettamente da
tutte le altre: l'esperienza religiosa del popolo d'Israele.
Mentre
infatti tutti gli altri popoli della storia esprimono religiosità che col tempo
degradano e si fossilizzano, quasi contenessero in sé i germi della
decomposizione, il popolo d'Israele vive una religione che non solo si conserva
intatta nel tempo, ma che si perfeziona e si spiritualizza sempre più.
QUESTA
ASSOLUTA ORIGINALITÀ DELLA RELIGIONE D'ISRAELE, testimoniata dai libri
dell'Antico Testamento, si manifesta soprattutto così:
1)
nella fede che questo popolo ha in un unico Dio, fede che conserva intatta nel
corso dei secoli pur in mezzo a mille tentazioni di idolatria.
2)
nell'attesa, crescente nel corso dei secoli, che si realizzino le promesse divine,
specialmente quella del Messia, cioè del Cristo salvatore (1).
(1) Per una lettura facile e dell'Antico Testamento, raccomandiamo il volume: Lettura Catechistica dellAntico Testameno, edito dalla Mimep-Docete di Pessano, curato da Mons. Enrico Galbiati, dove sono messi in rilievo i progressivi sviluppi storici e profetici dell'Antico Testamento.
Tutto
ciò è espresso in modo semplice e quasi plastico da un grande biblista
italiano (2),
(2) Galbiati-Piazza, Pagine difficili della Bibbia, Bevilacqua e Solari, Genova, 1954, pagg. 26-28.
al
quale cediamo la parola, certi di affidare il lettore a un maestro che per la
immensa cultura biblica e il profondo senso della storia merita la sua fiducia e
la sua piena adesione.
«Supponiamo
di controllare dall'alto di una collina, per lungo tratto, il corso di un fiume.
Il fiume scorre largo e lento, e noi distinguiamo sulla superficie delle acque
tronchi, rami frondosi divelti dalla bufera e detriti di ogni genere.
Tutto
questo materiale si muove nella stessa direzione: la direzione della corrente.
Di tanto in tanto qualche colpo di vento fa oscillare tronchi, rami e detriti:
si urtano, sembrano retrocedere per un momento, qualcuno va ad arenarsi in
un'insenatura e vi rimane come in riposo, mentre gli altri continuano il loro
corso fatale, sempre nella stessa direzione, sempre alla deriva. È naturale, c'è
la forza dell'acqua che li spinge: non può avvenire diversamente.
Ma
ecco che fissando lo sguardo vediamo apparire, giù infondo dove vanno
scomparendo i i tronchi e i detriti, un punto nero che avanza in direzione
contraria e sta avvicinandosi lentamente. Che è mai ciò? Come può muoversi,
non per qualche istante, ma con movimento sicuro e continuo, sempre in
direzione contraria alla corrente, aggirando abilmente gli ostacoli?
Non
c'è che una risposta: quella zattera, o barca che sia, è guidata da un
essere intelligente, capace di risalire la corrente, perseguendo una meta ben
definita».
Dall'immagine,
il biblista passa ora alla sua significanza storica:
«È
cosi che scopriamo l'indizio non equivoco dell'avvenuto intervento divino nella
storia religiosa dei popoli. Noi li vediamo deviare nei millenni sempre secondo
le stesse direzioni fatali: la magia, la consuetudine, l'indifferenza morale. Di
tanto in tanto c'è qualche oscillazione: qualcuno scopre un frammento di
verità: il monoteismo di certi pensatori, l'amore degli Stoici per la virtù,
la brama di purificazione del Platonismo, il disprezzo dei valori terreni presso
i filosofi indiani. Ma nulla si oppone efficacemente all'universale degradare
del senso religioso delle masse. Di tanto in tanto qualche tronco si arena e
arresta il suo corso: sono le religioni consuetudinarie, fossilizzate in uno
stato di quiete, senza rimorsi e senza speranze.
MA
ECCO, IMPROVVISAMENTE, SPUNTA L'IDEA MONOTEISTA in un piccolo clan, in una
famiglia di seminomadi che fa la spola tra il deserto Siriaco e il sud della
Palestina.
«Nessuna
meraviglia - qualcuno commenta - e un caso, ma passerà: quel piccolo clan finirà
per assorbire le idee dei suoi vicini...».
Ma
dopo qualche secolo il clan è diventato un piccolo popolo ed ha ancora la
stessa idea; in più ha una Legge, imperniata su quell'idea; un decalogo morale,
e un luogo di culto. Qualcuno commenta:
«Strano!
ma passerà; il contatto politico e culturale con i grandi popoli dell'Asia
anteriore farà andare alla deriva anche Israele...».
Se
non che, dopo qualche secolo ancora, in seno a quel popolo appaiono e Profeti.
Altro fenomeno psicologico inspiegabile! Non è uno, non sono pochi sognatori;
è una serie che si protrae nei secoli, svariatissima nei soggetti, sempre
coerente e progressiva nell'idea.
La
religione monoteistica è salva ed è ormai ben delineata: Provvidenza divina,
impegno morale, retribuzione, messianismo.
FINALMENTE
VIENE CRISTO: arriva come una persona attesa da secoli, col lieto messaggio
della Redenzione universale, coll'onda vivificatrice della Grazia, col sublime
programma della Carità.
Il
patrimonio religioso di Israele non solo è salvo ma potenziato ed impreziosito
fino all'inverosimile, parte alla conquista del mondo».
Ed
ecco infine l'interpretazione di questo fenomeno storico: «Domandiamoci ora
lealmente: perché questa idea ha camminato contro corrente, procedendo sempre
nella medesima direzione, come per seguire un piano prestabilito? Donde questa
continuità di disegno in un viaggio millenario? Perché questa idea religiosa
non fu travolta nella comune deriva?»
E
risponde:
«E’ DIO CHE HA PARLATO! E’ DIO CHE SI E’ INSINUATO NELLA STORIA DEGLI UOMINI!»
2
- Il «segno» del Vangelo
Il
Vangelo - come sappiamo - è la narrazione, scritta da testimoni oculari o da
persone che hanno interrogato i testimoni oculari, di quello che Gesù Cristo
ha fatto ed ha detto. Il Vangelo è quindi prima di tutto un libro storico (1).
(1) Invitiamo il lettore che volesse avere qualche basilare notizia sulla Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) come documento storico, a leggere l'Appendice.
Usando
quindi il Vangelo come documento che riferisce fatti realmente avvenuti,
vogliamo mettere in evidenza DUE ASPETTI STRAORDINARI DELLA FIGURA DI CRISTO,
inspiegabili senza riconoscere l'intervento divino a suo favore: e cioè
l'avveramento in lui delle profezie antiche e il carattere unico della sua
personalità.
1)
IN GESÚ SI SONO AVVERATE LE PROFEZIE DELL'ANTICO TESTAMENTO.
Il
primo fatto straordinario (inspiegabile umanamente e unico nella storia) è
che l'Antico Testamento annuncia con anticipo di secoli la venuta di un uomo -
il Cristo - nel quale «saranno benedette tutte le nazioni della terra»
(Genesi, 22,18).
Di
questo uomo l'Antico Testamento profetizza con precisione molti particolari
che non avrebbero mai potuto essere realizzati a bella posta, perché indipendenti
dalla volontà umana (come il luogo e il tempo della nascita e le circostanze
della morte), ma che di fatto si realizzarono in Gesù Cristo.
1)
IL LUOGO DELLA NASCITA: BETLEMME Michea 5,2
Luca 2,1-7
2) IL
TEMPO DELLA NASCITA Aggeo 2,7 Luca 2,1-7 Daniele 9,24-27 Luca 2,1-7 Malachia
3,1; 4,5
Luca 2,1-7
3)
NASCERÀ DA UNA VERGINE Isaia 7,14 Luca 1, 26-38
4)
CIRCOSTANZE PARTICOLAREGGIATE CHE ACCOMPAGNANO LA SUA MORTE:
a)
sarà flagellato, coronato di spine, sputacchiato Isaia 50,6 Giovanni 19, 11
Matteo 27, 27-30
b)
subirà una ingiusta condanna a morte Isaia 53, 7-12 Luca 23, 20-25
c)
le sue mani e i suoi piedi saranno perforati Salmo 21,17 Marco 15, 22-25
d)
berrà fiele ed aceto Salmo 68, 22 Giovani 19, 28-30
e)
nei suoi dolori sarà deriso Salmo 21, 8-9
Matteo 27, 39-44
f)
le sue vesti saranno tirate a sorte e divise Salmo 21, 19 Giovanni 19,023-24
g)
sarà trafitto da una lancia Zaccaria 12, 10
Giovanni 19, 31-37
5)
RISORGERÀ DALLA MORTE Salmo 15, 8-11 Matteo cap. 28 (Mc. 16, Luca 24; Gv. 20).
A
prova di ciò, nella pagina 48 abbiamo elencato, nella colonna di sinistra,
alcune di queste profezie dell'Antico Testamento, e nella colonna di destra la
loro realizzazione in Gesù Cristo, come ci è testimoniata dai Vangeli.
A questo proposito ci piace qui ricordare ciò che quel grande genio che fu Biagio Pascal lasciò scritto nei suoi celebri "Pensieri": «Gesù è stato preannunciato, Maometto no. Per questo io credo in Gesù!» (Pensieri, n. 599).
2)
GESÙ CRISTO È LUI STESSO GARANZIA DELLA SUA ORIGINE DIVINA.
Il
secondo aspetto straordinario che accompagna la figura di Gesù è Lui stesso.
a)
Coloro che hanno conosciuto Gesù (e furono moltissimi!) ce lo hanno descritto
come un uomo perfetto, ed ancor oggi noi stessi, leggendo i Vangeli, non
possiamo sottrarci al fascino del suo equilibrio, della sua bontà, del suo
senso di giustizia, della sua profonda onestà e sincerità, della sua
straordinaria unione con Dio: in una parola, della sua santità.
b)
Ma c'è di più. Dalla bocca di Gesù è uscito un insegnamento che ha
veramente risolto gli eterni problemi dell'uomo: da quello della sua origine a
quello del suo destino, da quello dei rapporti con i propri fratelli a quello
dei rapporti con Dio.
Anche
i misteri del dolore e della morte cessano di esser indecifrabili e quadrano
perfettamente nel suo insegnamento come tessere di un grande mosaico che, per
la prima volta, ci rivela la nostra grandezza di uomini.
c)
Ma c'è ancora di più. Durante la propria vita (e le prove storiche sono
schiaccianti) Gesù ha operato meravigliosi gesti di potenza (i "segni
miracolosi") che testimoniano l'intervento di Dio in suo favore: Gesù
domina e comanda alle forze cieche della natura, guarisce i malati, fa risorgere
i morti; soprattutto fa risorger sé stesso dalla morte; e tutto questo alla
presenza non solo di amici, ma anche di nemici che mai hanno potuto negare e
neppur dubitare della verità storica dei fatti.
Questi
«gesti meravigliosi di potenza», tutti volti al bene degli uomini specialmente
dei più sfortunati, non solo sono in perfetta armonia con tutto l'insegnamento
di Gesù, ma sono compiuti proprio in appoggio al suo insegnamento,
specialmente alla sua dichiarazione di essere Lui, Gesù di Nazaret, il Figlio
stesso di Dio fattosi uomo!
Davanti
a un uomo che assomma in sé tanta santità, tanta sapienza, tanta
misericordiosa potenza, come non «intuire» che li, in Lui, è la Verità che
cerchiamo?
3
- La convergenza dei «segni»
Se
ora consideriamo tutti insieme i «segni» che abbiamo descritto, e cioè:
-
la storia religiosa del popolo d'Israele che da secoli attende il Cristo
Salvatore,
-
le profezie dell'Antico Testamento e la loro particolareggiata realizzazione in
Cristo,
-
l'equilibrio umano e la santità della Persona di Cristo,
-
la novità e sublimità inarrivabile del suo insegnamento,
-
la rivelazione per l'uomo di un destino (il più alto possibile!) di divina
felicità,
-
la garanzia dei «segni miracolosi», ci accorgiamo che tutti convergono in
un'unica testimonianza a favore di Cristo.
Ripetiamo:
se questi segni, presi isolatamente, possono anche non avere per tutti una
forza risolutiva, LA LORO CONVERGENZA IN FAVORE DI CRISTO non può non
lasciare pensosa un'anima retta e amante della verità.
Non
siamo ancora alla fede, ma siamo alla consapevolezza che la fede in Cristo non
solo è ragionevole e possibile, ma che è ormai divenuta la meta di una ricerca
personale alla quale io non posso più, in coscienza, sottrarmi.
V
Il
«centro» del Cristianesimo è dunque Cristo, Dio fattosi uomo.
Ma
come può avvenire il nostro (il mio!) incontro con Lui?
Diciamo
subito che questo incontro è qualcosa di unico nella vita di un uomo, proprio
perché è l'incontro con Dio, e come tale si realizza in modo del tutto
singolare.
Vediamone
le linee maestre:
1)
Nell'uomo nasce dapprima l’INTERESSE PER CRISTO.
Non
però un interesse puramente intelletuale, di erudizione, ma personale,
interiore, vitale.
Si
ha l'intima percezione che Cristo è per noi, per me, colui che fin'ora c'è
mancato e nel quale soltanto troveremo la soluzione di ogni nostro problema
umano.
Questo
interesse è suscitato in noi da Dio stesso: è un dono di Dio, è il primo
appello alla fede.
2)
A questa prima fase fa seguito (ma anche può sovrapporsi; i tempi, infatti, non
contano in questo processo: possono essere lunghi o brevissimi) LA RICERCA
DI CRISTO, non certo sui libri, ma nel popolo in cui Egli vive, ciò nella
Chiesa.
C'è
infatti un popolo che ha già incontrato Cristo, che già crede in Lui e già
vive la Sua vita divina: ed è lì che bisogna cercarLo. È un popolo di
uomini ancora peccatori ma che cammina sulla via di Dio, guidato da coloro (il
Papa e i Vescovi) che fin dall'inizio Cristo ha stabiliti come continuatori
della Sua missione divinizzatrice.
3)
Se la ricerca sarà umile e sincera, se saprà, sotto la cenere delle debolezze
che incontrerà, nella Chiesa, scoprire il fuoco della Parola e della Vita di
Dio; si sarà perseverante nella preghiera, allora certamente avverà L'INCONTRO
CON CRISTO.
Come
avvenga questo incontro non è possibile dirlo in modo compiuto, ma solo
adombrarlo:
L'uomo,
per dono gratuito di Dio, INTUISCE CHI È GESU’, l'onnipotente ed eterno Dio
che si è fatto uomo per lui e che per lui è morto e risorto.
In quello stesso istante l'uomo RICONOSCE IN CRISTO IL SUO UNICO MAESTRO la cui parola, proprio perché parola di Dio, è da lui accettata con assoluta certezza come la Verità. Una luce nuova, proveniente da Dio, illumina la sua intelligenza che ora vede la realtà attraverso gli occhi di Cristo (1).
(1) La fede
cristiana è uindi prima di tutto Fede in Cristo-Dio e, solo attraverso Cristo,
in tutte le altre realtà divine da Lui rivelate.
Proprio
perché la fede è un modo di vedere «divino», è cioè un dono di Dio che
scende dall'alto, l'uomo non può meritarla, ma solo chiederla ed accettarla
in ginocchio, nella preghiera.
E
quello di PREGARE è proprio l'ultimo invito che rivolgiamo al lettore.
Tanti
uomini (e tanti filosofi) sono rimasti o sono ritornati nel buio perché hanno
voluto cercare da soli, irrigidendosi in piedi: se avessero piegato le
ginocchia e chiesto aiuto, come il bimbo chiede aiuto alla mamma, sarebbero
certamente «entrati nel regno dei cieli» (Matt. X8,3).
Amico
lettore, se queste pagine sono valse a rompere il velo della indifferenza e
della sfiducia che forse prima avvolgeva la sua anima, compia ora il gesto più
bello e più dignitoso che un uomo possa compiere: si metta in ginocchio, e
preghi almeno così:
«Signore,
se ci sei, parlami al cuore, perché io ho bisogno di Te».
O
ripeta con il povero padre del povero ragazzo che chiede a Gesù di guarirlo:
«Signore, io voglio credere, ma Tu aiuta la mia incredulità!» (Marco, 9,24).
E
poi si presenti a un buon Sacerdote che a nome di Cristo chiarisca i suoi dubbi,
ma soprattutto le doni, col perdono misericordioso di tutti i peccati, l'amicizia
e la Vita divina con la quale Gesù ardentemente desidera infiammare il suo
cuore (Luca, 12,49).
Dopo
questo, dimentichi pure tutto quello che ha letto fin qui, e prosegua nell'umile
preghiera, finché «Colui che sta alla porta e bussa» (Apoc. 3,20) sia entrato
a prendere definitivo possesso dell'anima sua.
APPENDICE
PRIMA:
LA
SACRA BIBBIA
In
questa prima appendice vogliamo fornire al lettore le notizie fondamentali sulla
BIBBIA.
La
parola «Bibbia» sembra indicare un solo libro; invece essa deriva da un nome
plurale: «biblia», che in greco vuol dire «libri».
Si
tratta infatti di una piccola biblioteca formata da 72 libri, tra grandi e piccoli,
46 dei quali, scritti prima della venuta di Gesù, sono L'ANTICO TESTAMENTo,
mentre i rimanenti 27, scritti dopo la venuta di Gesù, sono IL NUOVO
TESTAMENTO.
Ogni
persona istruita deve conoscere almeno i nomi, gli autori e la data di
composizione di questi libri. Eccone quindi l'elenco secondo l'ordine comunemente
seguito.
Al
titolo di ogni libro abbiamo aggiunto l'indicazione del secolo o dell'anno in
cui fu scritto: quando i numeri sono due, il primo si riferisce ai documenti più
antichi contenuti nel libro, o alla sua prima fase di composizione; il secondo
alla composizione o redazione definitiva. Infatti alcuni di questi libri
ebbero una storia molto lunga e complicata: la loro composizione poté durare
anche dei secoli.
LIBRI
DELL ANTICO TESTAMENTO
LIBRI
STORICI
Il
«Pentateuco», cioè i «cinque libri» attribuiti a Mosé: Genesi, Esodo,
Levitico, Numeri, Deuteronomio: sec. XIII-VI avanti Cristo.
Giosué:
secoli XII-VII av. C.
Giudici:
sec. XII-VII av. C.
Rut:
sec. VII- VI av. C.
1°
e 2° di Samuele: sec. XI-VII av. C.
i°
e 2° dei Re: sec. VII-VI av. C.
i°
e 2° delle Cronache (o Paralipòmeni): sec. VI av. C.
Esdra
e Neemia: sec. V-IV av. C.
Tobia:
sec. III av. C.
Giuditta:
sec. II av. C.
Ester:
sec. IV av. C.
i°
dei Maccabei: circa il 140 av. C.
2°
dei Maccabei: circa il 110 av. C.
Giobbe:
sec. V av. C.
Salmi:
sec. XI-IV av. C.
Proverbi:
sec. X- IV av. C.
Ecclesiaste
(o Qoelet): sec. III av. C.
Cantico
dei Cantici: sec. IV av. C.
Sapienza:
circa il Zoo av. C.
Ecclesiastico
(o Siràcide): circa il 190 av. C.
I
quattro profeti maggiori: Isaia: sec. VIII av. C.
(i
capi 4o-66 sono del secolo VI av. C.)
Geremia:
sec. VII-VI av. C.,
con
Baruch: sec VI av. C.
e
con le Lamentazioni (o Threni): circa il 586 av. C.
Ezechiele:
sec. VI av. C.
Daniele:
sec. VI-II av. C.
I
dodici profeti minori:
Osea:
sec. VIII av. C.
Gioele:
sec. V
av. C.
Amos:
sec. VIII av. C.
Abdia:
sec. VI-V av. C.
Giona:
sec. V-IV av. C.
Michea:
sec. VIII av. C.
Nahum:
circa il 620 av. C.
Abacuc:
circa il 620 av. C.
Sofonia:
circa il 640-630 av. C.
Aggeo:
nell'anno 520 av. C.
Zaccaria:
negli anni 520-518 av. C. (i capi 9-14 sono del secolo IV)
Malachia: tra il 500 e il 455 av. C.
LIBRI
DEL NUOVO TESTAMENTO
LIBRI
STORICI
I
quattro Vangeli (o Evangeli):
Matteo:
circa l'anno 50 dopo Cristo.
Marco:
circa l'anno 55 dopo C.
Luca:
circa il 60 d. C.
Giovanni:
circa l'anno 65 d. C.
Gli
Atti degli Apostoli: nel 63 d. C.
Le
quattordici Epistole (o Lettere) di S. Paolo:
Ai
Romani: anno 58 d. C.
1
e 2 ai Corinzi: anni 56 e 57 d. C.
Ai
Galati: anno 55 o 56 d. C.
Agli
Efesini: tra il 61 e il 63 d. C.
Ai
Filippesi: circa il 61 d. C.
Ai
Colossesi: tra il 61 e il 63 d. C.
1
e 2 ai Tessalonicesi: anno 50 e 52 d. C.
1
e 2 a Timoteo: anni 64-65 e 66-67 d. C.
A
Tito: circa l'anno 65 d. C.
A
Filemone: tra il 61 e il 63 d. C.
Agli
Ebrei: circa l'anno 67 d. C.
Le
sette Epistole dette «Cattoliche»:
Di
Giacomo: circa l'anno 49 (oppure verso l'anno 60)
1
e 2 di Pietro: negli anni 63-64 e 67 d. C.
1,
2 e 3 di Giovanni: verso il 100 d. C.
Di
Giuda: circa il 63-64 d. C.
L'Apocalisse
di San Giovanni: circa l'anno 95 d. C.
PERCHÉ
IL LETTORE possa meglio comprendere la forza probativa dei documenti biblici in
favore di Cristo, riassumiamo qui alcune notizie essenziali ordinandole in tre
punti:
1)
I TESTI BIBLICI SONO STATI SCRITTI IN «GENERI LETTERARI» DIVERSI: IN GENERE
LETTERARIO STORICO, DIDATTICO, PROFETICO.
Come
il lettore avrà osservato leggendo l'elenco dei libri della Bibbia, essi vengono
tradizionalmente raggruppati in libri «storici», «didattici» e «profetici».
Questa
divisione è stata fatta perché alcuni libri della Bibbia intendono riferire
fatti storici, veramente successi, altri intendono solo dare un insegnamento,
altri ancora enunciare avvenimenti futuri.
La
divisione tuttavia non è rigidissima: alcuni libri «storici» contengono
parentesi «didattiche» o «profetiche» e viceversa. Talvolta ancora la storia
è insegnata attraverso una composizione poetica (come il racconto della creazione
in Genesi 1 e 2, o come quella del peccato originale in Genesi 2).
Ad
ogni modo quando risulta chiaro che l'Autore intende narrare fatti storici non
v'è motivo per dubitare della loro storicità.
Ciò
è particolarmente evidente - come dimostreremo in modo approfondito nella
Appendice Seconda - nelle narrazioni evangeliche, scritte da testimoni oculari
o da loro contemporanei degni della massima fede, e mai contraddetti neppure
dai nemici di Cristo.
Se
si aggiunge la perfetta concordanza tra gli avvenimenti narrati dalla Bibbia e
quelli della storia profana, l'esatta descrizione dei luoghi, la perfetta conoscenza
delle usanze e della mentalità del tempo, e soprattutto il credito straordinario
che i Vangeli hanno riscosso tra i contemporanei fino a indurli a dare la vita
per testimoniarne la verità, allora si
comprende che quanto detto nei Vangeli non è che la narrazione fedele di quanto e storicamente.
2)
TUTTO IL TESTO BIBLICO È STATO SCRITTO SOTTO ISPIRAZIONE DI DIO, ED HA PERCIò
DIO COME AUTORE PRINCIPALE.
Questa
affermazione - che ora spiegheremo - può essere accettata solo da chi ha già
la Fede.
Per
il credente, infatti, la Bibbia non è solo un documento storico-letterario
(come abbiamo detto nei due punti precedenti), ma è anche e soprattutto il
messaggio di Dio all'umanità.
Il
popolo ebraico e poi Gesù Cristo stesso con gli Apostoli e la Chiesa hanno
sempre ritenuto la Bibbia parola di Dio, e Dio stesso il suo vero Autore.
Ciò
è potuto avvenire perché «Dio, per la composizione dei Libri Sacri... ha
scelto degli uomini nei quali Egli stesso agiva... affinché scrivessero, come
veri autori, tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte» (1).
(1) Concilio
Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 11 a.
Dio è quindi l'Autore Principale della Bibbia, perché ispiratore del
messaggio in essa contenuto; mentre lo scrittore sacro è l'Autore secondario
che ha espresso il messaggio divino nel suo proprio linguaggio umano.
Questa
speciale assistenza di Dio è chiamata «ispirazione».
Nella
«Ispirazione divina» l'assistenza di Dio si è estesa non solo alla mente ed
alla volontà dell'autore umano, ma anche all'atto dello scrivere. Ne consegue
che il criterio base per sapere quali cose Dio ci ha voluto dire (o, con parola
tecnica, «rivelare») nella Bibbia, è di «ricercare con attenzione che cosa
in realtà gli scrittori sacri, ispirati da Dio, abbiano voluto significare»
(2).
L'INTENZIONE
DEGLI AUTORI ISPIRATI sarà appurata tenendo conto:
1)
del «genere letterario» (storico, poetico, didattico, ecc.) (3) nel quale
l'autore sacro ha voluto esprimersi.
2)
dell' «analogia della fede» (4), cioè del fatto che ogni passo della Bibbia
deve essere in armonia e non in contraddizione con tutto il resto della
Rivelazione divina: Dio infatti non può contraddirsi.
3) della «approvazione finale della Chiesa», la quale sola ha da Cristo il «divino mandato e ministero di conservare e di interpretare la parola di Dio» (5).
(2)
Concilio Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 12 a.
(3) Concilio
Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 12 b.
(4) Concilio
Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 12 c.
(5) Concilio
Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 12 c.
3)
IL TESTO BIBLICO CHE OGGI NOI POSSEDIAMO RIPRODUCE ESATTAMENTE GLI ORIGINALI.
Tanto
i libri dell'Antico Testamento quanto quelli del Nuovo Testamento non sono
giunti a noi nell'originale scritto dagli Autori, ma attraverso copie
fedelissime, alcune delle quali sono di solo qualche decennio posteriori all'originale.
Per
l’Antico Testamento possediamo copie che risalgono al II secolo prima di
Cristo, come il papiro Rylands del II secolo avanti Cristo ed i manoscritti scoperti
nel 1947 a Qumran, sulla riva occidentale del Mar Morto tra i quali spicca il
celebre rotolo scritto su pergamena (qui sopra) contenente le profezie di
Isaia, anch'esso del II secolo avanti Cristo.
Per il Nuovo Testamento possediamo copie quasi contemporanee all'originale, il cui numero è enorme (solo dei Vangeli possediamo ben 4.680 manoscritti parziali e circa 230 completi). Ma data l'importanza che l'origine dei VANGELI ha per la nostra Fede, ne tratteremo in modo specifico nella APPENDICE SECONDA che segue.
APPENDICE
SECONDA
I
VANGELI
I
quattro Vangeli - scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni - sono la «Magna
charta» del Cristiano, perché essi ci testimoniano l'esistenza, l'opera e
l'insegnamento di Gesù.
Gesù
stesso consacra i Vangeli come il Sui messaggio eterno di salvezza, superiore
ad ogni altro messaggio umano «Il cielo e la terra (ossia qualsiasi dottrina
che nasce dalle creature) passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco
13,31).
Ecco
perché dobbiamo anzitutto conoscere come sono nati i Vangeli; poi dobbiamo
accertarci che gli Autori furono bene informati e sinceri, ossia che quanto
essi dicono è veramente avvenuto nella storia; e, infine, dobbiamo dare le
prove che i loro scritti sono giunti integri fino a noi.
I
- COME E QUANDO SONO NATI I VANGELI
Le
persone che sono vissute con Gesù in Palestina 2000 anni fa, che hanno
ascoltato le sue parole, che hanno assistito ai suoi miracoli, che l'hanno
visto morire in croce, e poi l'hanno rivisto risorto, non hanno potuto tacere
questa loro esperienza straordinaria, ma l'hanno raccontata a voce a quante più
persone potevano e, appena fu loro possibile, hanno messo questi fatti per
iscritto, affinché nulla andasse perduto.
É
nata così, tra i discepoli di Gesù, cioè nella prima Comunità cristiana, una
"tradizione orale" di quello che Gesù ha fatto ed ha detto,
tradizione che, attraversando i secoli, è giunta fino a noi nella Chiesa (1);
(1) Si
comprende quindi come l'autentica "fonte" dei fatti e delle verità
contenute nei Vangeli è la "Tradizione orale" dalla quale i Vangeli
stessi derivano.
Si comprende anche come l'autentica interpretazione dei Vangeli spetta alla Chiesa (ossia agl Apostoli con a capo Pietro e ai loro successori, i Vescovi con a capo il Papa), depositaria unica della Tradizione.
e
che fu subito messa per iscritto nei quattro libretti che noi chiamiamo
"Vangeli"
Ciò
premesso, seguendo gli studi del celebre Padre Carmignac, possiamo così
ricostruire la nascita dei quattro Vangeli:
GESU’
nacque, visse e predicò la sua dottrina in Palestina, e qui morì crocifisso
nell'anno 778 di Roma, corrispondente all'anno 30 dell'Era Cristiana.
Negli
ultimi tre anni della sua vita, ossia negli anni 28, 29 e 30, Gesù predicò
il suo Vangelo al popolo, raccogliendo attorno a Sé un piccolo numero di discepoli
che divennero i testimoni privilegiati del suo insegnamento e di suoi
miracoli.
Sicuramente,
già in questi anni alcuni dei suoi insegnamenti furono messi per iscritto: si
tratta della raccolta di detti del Signore che gli studiosi chiamano “fonte
Q”, e che confluì poi nei Vangeli.
Tra
gli anni 30 e 45, la divulgazione orale del Cristianesimo varca i confini della
Palestina raggiungendo la Siria (dove, ad Antiochia, i discepoli di Gesù furono
per la prima volta chiamati “Cristiani”, l'Asia Minore e la stessa Roma.
Ed
è proprio a Roma che, verso l'anno 42, (lo dimostreremo più avanti) la predicazione
di Pietro viene messa per iscritto in lingua ebraica da Marco, suo segretario
e interprete. Questo primo Vangelo sarà poi tradotto dallo stesso Marco in
lingua greca, e così giungerà a noi.
Attorno
agli anni 50, in Palestina, l'apostolo Matteo scrive il suo Vangelo in lingua
ebraica, Vangelo che sarà in seguito tradotto in greco, mentre negli stessi
anni il discepolo di Paolo, il medico antiocheno Luca, scrive, forse in
Grecia, il suo Vangelo in lingua greca.
Infine,
tra gli anni 60 e 70, l'apostolo Giovanni scrive a Efeso il quarto Vangelo,
integrando i tre già esistenti in base alla propria conoscenza diretta dei
fatti.
Gli
originali dei Vangeli non sono giunti fino a noi; ma ciò non deve meravigliare
perché essi furono quasi certamente scritti su fogli di papiro che sono assai
fragili e deperibili.
Però
di essi ne furono fatte subito copie dagli stessi contemporanei degli evangelisti
e poi, su su nei secoli, moltissime altre copie in modo che - come dimostreremo
tra poco - il testo dei Vangeli che noi oggi possediamo rispecchia fedelmente
quello degli originali.
La
datazione dei Vangeli che qui abbiamo riferita è oggi comunemente ammessa dagli
studiosi più seri ed obiettivi, specialmente dopo il ritrovamento degli
antichissimi papiri che presenteremo in seguito. (Cfr. Carsten Thiede, Gesù,
storia o leggenda?, Bologna 1992, pagg. 31-53. Hugo Staudinger, Credibilità
storica dei Vangeli, Bologna 1991, pagg.31-51. Craig Blomberg, in: Indagine su
Gesù, Casale 1991, pagg. 42-48).
Per
la datazione di Giovanni prima dell'anno 70 (fino ad ora era ritenuto della fine
del primo secolo) si veda quanto dicono il Thiede a pag. 37, lo Staudinger alle
pagg. 42-43 e il Blomberg a pag. 47.
Si
aggiunga che il grande studioso protestante Oscar Cullmann arretra la datazione
del Vangelo di Giovanni addirittura all'anno 50. (Cfr. l'intervista a Oscar
Cullmann pubblicata sul Sabato del 20/02/93 a pag. 62).
Come
si sa, una datazione molto più tardiva di tutti gli scritti del Nuovo
Testamento era stata sostenuta, fin dall'inizio del nostro secolo, dagli
studiosi di scuola illuministica (cfr. Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo,
Roma 1952, pagg. 207-246) che, volendo negare la storicità dei fatti
soprannaturali (come i miracoli) narrati nei Vangeli, sostennero che i Vangeli
stessi non riferiscono oggettivamente i detti e i fatti di Gesù, ma solo ciò
che una comunità cristiana (che non aveva conosciuto né Gesù né gli
Apostoli) pensava soggettivamente di Lui. Per giustificare un tale punto di
vista era ovviamente necessario ipotizzare una composizione molto tarda dei
testi evangelici, attorno all'anno 100 o anche dopo. E questa ipotesi di
datazione tardiva (oggi smentita anche dagli ultimi ritrovamenti archeologici)
fece scuola e influenzò purtroppo anche molti biblisti cattolici.
II
- GLI AUTORI DEI VANGELI SONO PERSONE BENE INFORMATE E DEGNE DI FEDE.
Fin
qui abbiamo detto cosa sono e come sono nati i Vangeli, ma ora dobbiamo
dimostrare che i Vangeli ebbero come Autori persone che conobbero con esattezza
i fatti e che erano degne di fede.
1)
Ebbene, gli Autori dei Vangeli conoscono con esattezza le cose che scrivono
essendo due di essi, Matteo e Giovanni, addirittura testimoni oculari dei
fatti che narrano; mentre gli altri due, Marco e Luca, hanno messo per iscritto
la testimonianza di persone che sono vissute a lungo con Gesù, Luca specialmente
da Maria, mentre Marco da Pietro.
Inoltre,
poiché gli Autori scrissero i loro Vangeli quasi subito dopo la morte di Gesù
o, al massimo, entro i primi decenni quando ancora vivevano moltissimi
testimoni oculari dei fatti che narrano, essi erano praticamente nella
impossibilità di scrivere cose non vere, tanto che gli stessi nemici dei primi
cristiani cercarono sì di perseguitarli imprigionandoli e uccidendoli, ma non
poterono mai negare la verità dei fatti narrati nei Vangeli.
2)
Che poi gli Evangelisti fossero persone degne di fede è dimostrato dal fatto
che essi subirono persecuzioni e la stessa morte pur di non tradire la verità
dei fatti da loro narrati.
Inoltre
bisogna ricordare che la Chiesa - in mezzo al brulicare di moltissimi falsi
vangeli (i cosiddetti "vangeli apocrifi") - scelse solo i Vangeli
scritti da Matteo, da Marco, da Luca e da Giovanni come gli unici quattro autentici
e veri: il che ci rassicura sulla credibilità ed onestà intellettuale dei
loro Autori.
III
- IL TESTO DEI VANGELI È STATO TRASMESSO FEDELMENTE FINO A NOI.
Se
è certo che gli Autori dei Vangeli hanno scritto quel che hanno visto e udito,
possiamo anche essere certi che i loro scritti sono giunti intatti f no a noi?
Ossia,
possiamo essere certi che i nostri Vangeli di oggi riferiscono con esattezza i
fatti che riguardano Gesù avvenuti in Palestina 2.000 anni fa?
Per
rispondere a questa domanda ripercorriamo a ritroso, la "catena" dei
testi evangelici, cominciando da quelli che oggi possediamo per discendere negli
anni fino ai grandi Codici del IV secolo dopo Cristo, scritti su pergamena, ed
ai numerosissimi frammenti di Vangelo scritti sui fragili papiri, che sono
databili ai primi decenni dalla morte di Gesù.
E
cominciamo dai testi del Vangelo che oggi abbiamo tra le mani.
Qui
abbiamo riprodotto una pagina di un Vangelo come quelli che oggi ognuno di noi
può acquistare in libreria.
Esso
è in lingua italiana, nella traduzione ufficiale curata dalla CEI e fatta
direttamente sul testo originale greco, la lingua nella quale i vangeli furono
scritti (o nella quale furono tradotti dalla prima stesura in ebraico) ad
opera degli stessi evangelisti.
Si
chiederà: dove i traduttori in lingua italiana hanno preso il testo originale
greco? Rispondiamo che lo hanno preso dagli antichi codici del IV secolo dopo
Cristo, scritti in lingua greca su pergamena e che contengono tutto il testo
dei Vangeli.
La
ragione per cui si dovette attendere fino al IV secolo dopo Cristo per scrivere
i Vangeli su solidi fogli di pergamena è che solo nel IV secolo l'imperatore
Costantino, con il rescritto di Milano del 313, concesse la libertà al
Cristianesimo.
Solo
allora i Vangeli (scritti prima nella semiclandestinità su economici ma fragili
fogli di papiro) furono ricopiati sui più costosi ma solidissimi fogli di
pergamena, e rilegati poi in forma di codice.
Di
questi codici ricorderemo qui solo i tre principali: Il Codice Vaticano; il
Codice Sinaitico e il Codice Alessandrino.
Il
Codice Vaticano (B,03) cosiddetto perché fin dal secolo XV è conservato nella
Biblioteca Vaticana.
É
il più antico dei grandi codici del IV secolo ed è anzi considerato molto vicino
all'epoca dei manoscritti su papiro.
É
scritto su 3 colonne e contiene quasi tutto l'Antico Testamento, i quattro
Vangeli integralmente e la maggior parte delle lettere degli Apostoli.
Il
Codice Sinaitico (S,01), scoperto dal celebre papirologo von Tischendorf nel I
Monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. É scritto su 4 colonne.
É
dell'inizio del IV secolo e contiene quasi tutto l'Antico Testamento, tutto il
Nuovo Testamento.
Dopo
molte vicissitudini è stato acquistato dal Museo Britannico di Londra dove è
conservato.
Alcuni
fogli mancanti dello stesso codice furono più tardi ritrovati a S. Caterina e
qui conservati.
Il
Codice Alessandrino (A,02) è del secolo V e contiene quasi tutto l'Antico
Testamento e il Nuovo Testamento con solo poche lacune.
É
pure conservato nel Museo Britannico di Londra.
L'importanza
scientifica di questi codici del N secolo è illustrata in questo grafico.
Gli
antichissimi frammenti di papiri evangelici (dei quali parleremo subito) furono
ricopiati fedelmente, nel IV secolo (notiamo che nel N sec. i papiri del
Vangelo erano numerosissimi ed erano ancora intatti), sui robusti Codici di pergamena,
che fanno da "ponte" tra quelli e i Vangeli che noi oggi possediamo,
ossia fanno da ponte tra Gesù e noi.
C)
GLI ANTICHISSIMI PAPIRI EVANGELICI DEI PRIMI DECENNI DOPO CRISTO
Quel
che ci resta ora da dimostrare è che questi codici del IV secolo riproducono
fedelmente gli antichissimi papiri scritti nei primi decenni dopo Cristo. Ed è
appunto quanto ci accingiamo ora a fare.
Come
abbiamo accennato a pagina 69, di questi frammenti di papiri dei Vangeli - che
vanno da Gesù al IV secolo - ne sono giunti a noi ben 4.680 parziali e
circa 230 completi: ma il loro numero è destinato ad aumentare col procedere
delle ricerche archeologiche.
Noi
ne ricorderemo qui solo i principali, per dimostrare che il loro testo è
riprodotto esattamente nei grandi codici del IV secolo.
Questi
antichi papiri - anche se piccoli - fanno infatti come da "tasselli di
saggio" e confermano che tutto il testo dei Vangeli contenuto nei grandi
Codici del IV secolo è fedele agli originali.
E
incominciamo col mostrare il papiro Chester Beatty I (P45), ritrovato presso
il Cairo nel 193o ed ora custodito nel Museo Beatty di Dublino.
Esso
è legato in forma di codice ed è databile alla prima metà del secolo III.
Contiene gran parte dei Vangeli di Marco e di Luca, e degli Atti.
Più
antico del Beatty I° è il codice in papiro P66, detto Bodmer II perché
conservato
nella Biblioteca Bodmer di Coligny, presso Ginevra.
É
databile alla seconda metà del secolo II, forse anche verso il 15o d.C.
Contiene i primi 14 capitoli del Vangelo di Giovanni, dai versi 1,1 ai versi
14,26 (mancano solo 24 versetti) e alcuni frammenti dei restanti 7 capitoli.
Più
antico ancora è il frammento di codice P52, detto papiro Rylands, ritrovato
nel 192o nell'alto Egitto e conservato nella Biblioteca Rylands di Mancester.
É
scritto sui due lati e contiene alcuni versetti del capitolo 18 del Vangelo di
Giovanni.
L'esame
della scrittura e la prova al radio-carbonio 14 lo fanno datare all'epoca
dell'imperatore Adriano (137-139 dopo Cristo) se non prima. Generalmente è
ritenuto dell'anno 125.
Ma
il più antico papiro contenente un testo del Vangelo è il 7Q5, così detto
perché ritrovato nella settima grotta di Qumran e catalogato con il numero progressivo
5.
Di
esso, data la sua antichità ed importanza, ci occuperemo ora più a lungo.
Qumran
è una località della Palestina a Nord-Est del Mar Morto dove ai tempi di Gesù
fioriva una comunità religiosa di monaci Esseni, del cui monastero rimangono
ancor oggi numerosi resti.
Quando
Vespasiano, nell'anno 66 dopo Cristo, in seguito alla prima sollevazione dei
Giudei contro Roma, iniziò la repressione militare che si concluse con la
distruzione di Gerusalemme i monaci fuggirono da Qumran non però prima di aver
nascosto, nelle numerose grotte naturali che costellano le alture a nord del
monastero, i loro libri sacri racchiusi in anfore di terracotta ben sigillate.
Fu
così che quei preziosi manoscritti sfuggirono alla distruzione e poterono
giungere fino a noi.
Infatti,
quasi 2000 anni più tardi, nel 1947, alcuni pastori beduini che erano saliti
sui dirupi di Qumran alla ricerca di una capra, penetrarono in una grotta dove
trovarono alcune anfore piene di rotoli tutti coperti di scritture antiche.
La
scoperta attirò subito l'attenzione del mondo scientifico: le grotte, in numero
di 11, furono ispezionate sistematicamente dagli archeologi: nella grotta n. 1
fu ritrovato il celebre rotolo di Isaia, scritto in ebraico su pergamena,
risalente al I secolo avanti Cristo (vedi a pagina 69), mentre nella grotta
ispezionata nel 1955, furono rinvenuti alcuni frammenti di rotoli di papiro
eccezionalmente scritti in lingua greca.
Ma
fu solo 17 anni dopo, nel 1972, che il celebre papirologo spagnolo, Padre José
O'Callaghan, mentre stava lavorando alla catalogazione scientifica dei papiri
greci dell'Antico Testamento, cercando di decifrare il 7Q5, scoprì che esso
conteneva non un testo dellAntico Testamento ma del Nuovo Testamento, e
precisamente i versetti 52 e 53 del capitolo 6° del Vangelo di San Marco.
Ecco
(pag.92 a sinistra)la trascrizione in caratteri moderni delle lettere
decifrate e la loro integrazione (qui evidenziata) nel testo criticamente ricostruito
e la traduzione italiana del passo:
«...avevano
capito riguardo ai pani, ma il loro cuore era indurito. 53 E compiuta la
traversata vennero a Genesaret e approdarono. 54 E quando...
Possiamo
quindi affermare con certezza che il papiro 7Q5 contiene il testo di Marco lo
stesso testo che ritroviamo intatto nei grandi codici del IV secolo e che qui
abbiamo messo in evidenza nel Codice Vaticano.
Ciò
dimostra che la trasmissione del testo dei Vangeli si è mantenuta inalterata
dai manoscritti del I secolo ai grandi codici del IV secolo e, da questi, fino
ai nostri giorni.
Alla
fine di questo nostro lavoro non ci resta che il dovere di precisare il meglio
possibile l'anno nel quale fu scritto il papiro 7Q5.
In
base ai dati storici esso è certamente anteriore agli anni 66-68 dopo Cristo,
anni nei quali - come sappiamo - fu nascosto nella grotta 7 di Qumran.
Ma
in base ai dati paleografici, ossia in base al tipo di scrittura, esso risulta
ancora più antico: infatti i paleografi Schubart e Roberts hanno datato il 7Q5
attorno agli anni 50; e questo ancor prima che O'Callaghan lo identificasse con
Marco 6,52-53.
Se
poi, seguendo gli studi di Padre Carmignac, riflettiamo che il 7Q5 non è
l'originale scritto in ebraico da Marco a Roma, ma una copia della sua
traduzione greca giunta più tardi a Qumran, si deve concludere con lui che
l'originale di Marco è ancora più antico e fu scritto assai prima dell'anno
50, forse tra il 42 e il 45, ossia a soli 10-15 anni dalla morte di Gesù,
quando vivevano ancora i testimoni oculari dei fatti (Op.cit.pag.104).
Notiamo
infine che la vicinanza dei manoscritti dei Vangeli ai fatti che narrano è, si
può dire, un caso unico nella storia della trasmissione dei testi antichi. Se
si pensa che eventi storici dei quali nessuno dubita, come le campagne di Giulio
Cesare in Gallia da lui descritte nel De bello gallico, sono testimoniate da
pochissimi manoscritti che distano 8 secoli dall'originale; e che le opere dei
grandi poeti greci come Omero, Eschilo, Euripide e Sofocle e di grandi filosofi
come Platone e Aristotile sono giunte a noi su copie scritte 1200-13oo anni
dopo che fu scritto l'originale, allora dobbiamo convenire che i Vangeli sono,
sotto l'aspetto delle fonti, i testi più sicuri che si conoscano.
Queste
conclusioni scientifiche si rivolgono alla intelligenza dell'uomo, ma sono
anche una premessa e una conferma che favoriscono la sua Fede nella verità
divina dei Vangeli.
La
Fede in Cristo è infatti sicuramente un dono di Dio, ma è un dono che si
fonda su un fatto storico, su un Avvenimento concreto, l'Incarnazione del
Figlio di Dio, così come la Tradizione della Chiesa e la testimonianza dei
Vangeli ce lo annunciano.
Chi
non ha ancora la Fede usi la Bibbia e i Vangeli come libri storici; ma quando la
Fede avrà illuminato la sua anima, li legga come «parola di Dio»
infallibilmente vera, e vi scoprirà, condotto per mano dalla Chiesa, tutto
quanto il suo spirito può desiderare, ossia la Verità sulla propria
esistenza terrena e sul suo destino eterno.