INTERVISTA CON GESÙ

Antonio M. Alessi

COLLANA «SCINTILLE DI LUCE»

CON APPROVAZIONE ECCLESIASTICA EDITRICE «I FRATELLI DIMENTICATI»

35013 CITTADELLA (PD) - VIA INDIPENDENZA 34 Tel. 049/94.01.105 - c.c.p. 11 45 23 53

I paradossi del Vangelo

Il Vangelo contiene il messaggio più universale e sempre attuale, per rispondere ai problemi e alle attese di tutta l'umanità. Un messaggio lumi­noso, trasparente, convincente.

Ma può capitare che una luce troppo abbagliante, come quella del sole, riesca ad offuscare la vista, impedendo di vedere chiaramente; per cui ab­bassiamo le tendine o inforchiamo occhiali affumicati per attenuarne la luce.

Quando un cibo è troppo pesante, aggiungiamo ingredienti per render­lo più digeribile; una bevanda troppo forte la annacquiamo per assaporarla meglio.

Nel Vangelo ci sono tanti paradossi che non riusciamo a capire e so­prattutto ad accettare: «morire per vivere, perdere per guadagnare, essere poveri per diventare ricchi, servire per comandare, umiliarsi per essere in­nalzati...». Per questo ci siamo preoccupati di addolcirne il significato.

Ci sono parole e gesti del Signore che contrastano profondamente con il nostro modo di credere e di vivere. Si sa, il Vangelo è come una spada a doppio taglio, che penetra in profondità nella vita del credente.

Il «libro di Dio», diffuso in tutte le lingue, ha commenti alla portata di ogni cultura; eppure la pratica di tanti cristiani è così lontana dal modello che ci viene presentato: «Io vi ho dato l'esempio affinché quello che ho fatto io lo facciate anche voi» (Gv 13,15).

Tutti sappiamo come il Vangelo non deve essere soltanto conosciuto, creduto, ma vissuto; non ci può essere dicotomia tra fede e vita. Ma chi può sinceramente affermare: io sono un buon cristiano?

Per chiarire dubbi e difficoltà, ho pensato bene di rivolgermi diretta­mente all'autore del messaggio: «Signore, tu hai avuto la pazienza di ascoltare e rispondere anche a coloro che ti importunavano, contraddice­vano; aiuta anche questo poveretto a capire meglio il tuo Vangelo, per vi­verlo più coerentemente e farlo conoscere ai fratelli!».

 

Una nascita sbagliata

- Tu hai detto: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12) «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Senza luce si cammina nelle tenebre, senza guida ci si smarrisce su tortuosi sentieri. Solo tu puoi donarci la pienezza della vita! - La prima realtà che ci sconcerta e non convince comincia proprio dal­la tua nascita. Perché sei entrato nel mondo di soppiatto, di nascosto, senza che alcuno lo sapesse?

- Veramente tutto il mondo era in attesa di un evento salvifico; il mio popolo poi, sicuro delle profezie, mi aspettava con ansia: era certo che sa­rebbe venuto il Salvatore. Il più grande peccato dell'uomo, quello che ha trascinato i vostri stessi progenitori nella colpa, è la superbia. Per questo so­no disceso dal cielo, mi sono fatto uno di voi, senza informare i potenti, sen­za conferenze stampa, ignorato da tutti, persino dai sacerdoti che attende­vano la venuta del Messia.

- Perché hai permesso che tua madre non trovasse una casa per acco­glierti costringendola a darti alla luce in una squallida grotta nel rigore di una notte invernale?

- Ho voluto associarla, fin dalla mia nascita, a quella che sarebbe stata la mia scelta preferenziale durante tutta la vita: la povertà, il sacrificio, il do­lore, per realizzare la salvezza dell'umanità.

- Come mai il primo annuncio è stato fatto a dei pastori, anzi a dei no­madi, disprezzati dalla società di quel tempo?

- Per far sapere al mondo che i poveri, gli esclusi sono i miei preferiti, e ricordare a tutti il dovere di amare, accogliere chi ha bisogno di aiuto.

- Come giudichi il nostro comportamento oggi?

- Il rifiuto di accogliermi nelle vostre case, si ripete anche oggi per mi­lioni di fratelli, senza casa, senza lavoro, senza amore; emarginati, rifiutati in un mondo di benessere dominato dall'egoismo.

- Che ne pensi del nostro Natale?

- Consumistico anche questo. Abbuffate di cibi, dolci, spumante, ma­gari in attesa della mezzanotte per un'orgia folcloristica. Non parliamo dei regali diventati il vosto impegno maggiore e più costoso per celebrare il Na­tale, mentre io sono condannato a morire di fame in milioni di creature. Persino i vostri presepi ricordano ben poco il mio Natale: luci, statuine, pe­core, pastori, palme, cascate d'acqua, effetti luminosi e sonori, mentre io sono stato deposto in una mangiatoia sopra poca paglia.

- Ma allora, come si dovrebbe celebrare il Natale?

- Ricordando che sono venuto al mondo per liberarvi dal peccato, rendere ognuno di voi mio fratello e perciò figlio di Dio, scegliendo l'umi­liazione e la povertà, due virtù tanto care a Dio.

- Concretamente, cosa si dovrebbe fare?

- Pensare ad aiutare, amare milioni di bambini cui è negato il diritto di vivere, milioni di innocenti che vengono uccisi dalla fame, dal freddo, dal­l'egoismo, dalla malvagità umana. Io sono presente, io vivo in ciascuno di loro. Quello che fate o non fate a loro, lo fate a me.

Il profeta rifiutato

- Uno degli episodi più sconcertanti della tua vita è il rifiuto dei tuoi concittadini ad ascoltarti, ad accettare il tuo messaggio. Quando sei andato a Nazareth, dopo aver letto la profezia di Isaia, che annunciava i segni per riconoscere il Messia, hai affermato: «Oggi si è adempiuta in me questa Scrittura» (Lc 4,21), non solo non ti hanno creduto, ma hanno tentato di ucciderti, gettandoti dalla rupe su cui era costruita la città.

- Non soltanto i miei concittadini, ma persino i miei parenti mi hanno rifiutato: «Venne nella sua casa e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11); anzi a un dato momento sono venuti per impradonirsi della mia persona, ritenendomi pazzo (Mc 3,21).

- Certo una grande delusione, un rifiuto che si rinnoverà durante tut­ta la mia vita, da parte dei sacerdoti, dei dotti, persino degli apostoli, che per tre anni sono vissuti con me.

- Come spiegare una simile indifferenza e ostinazione, pur avendo vi­sto i miracoli che compivi?

- Il popolo ebraico attendeva un Messia potente, glorioso, liberatore dall'oppressione dei romani. Non potevano accettare un Dio che si era fat­to uomo come loro, che viveva nella semplicità, nell'umiltà, nella povertà. Il rifiuto continua ancora, anche per molti cristiani. Si sono costruiti un'immagine di Dio a proprio uso e consumo, un idolo che deve corri­spondere ai loro gusti e alle loro attese.

- Cosicché molti di noi hanno un'immagine sbagliata di Dio, non ti conosciamo e non ti accettiamo?

- Mi cercate lontano, fuori di voi, mentre io sono costantemente pre­sente nella vostra vita. Non riuscite a vedere il volto di Dio perché non cre­dete che si rivela nel volto di ogni uomo che incontrate lungo la strada: il volto del povero, del malato, del disoccupato, del carcerato, dello sfrattato, del marito, della sposa, del bambino...

- Ma questo non è facile: ci costringerebbe a uscire da noi, a occuparci degli altri, fino a credere quanto hai ripetuto tante volte: «Quello che fare­te all'ultimo dei miei fratelli lo riterrò fatto a me» (Mt 25,40). « Questo è il mio comandamento: amatevi l'un l'altro come io vi ho amato» (Gv 13,34). Ma voi non riuscite neppure ad amare veramente le persone più care. Amare è donare senza chiedere nulla, vuol dire sacrificarsi per gli altri, sa­per rinunciare ai propri progetti, alle proprie ambizioni; accettare la perso­na diversa da voi, senza pretendere di «programmarla» a vostra immagine. Amare vuol dire comprendere, aiutare gli altri a realizzare se stessi, veden­do in ogni fratello il volto stesso di Dio.

Ridiventare bambini

- Permetti, Signore, che chieda spiegazioni su talune delle tue affer­mazioni; qualcuna mi sembra paradossale...; persino i tuoi apostoli non riuscivano a comprenderla.

- Chiedimi pure quello che vuoi. Il Vangelo è un messaggio di verità, e chiede solo di essere compreso per essere vissuto.

- Un giorno hai preso in braccio un bambino e hai detto: «In verità vi dico: se non vi cambiate e diventate come i bambini, non entrerete nel re­gno dei cieli» (Mt 18,3). Cosa intendevi dire?

- Vedi, i bambini non hanno ancora offuscato l'immagine divina che li ha creati: sono puri, puliti, innocenti; non hanno deturpato il mio volto; non conoscono la cattiveria, la malizia, la frode, la violenza, l'odio...

- Ma come può un adulto farsi bambino?

- Non si tratta certo di rimanere bambini, ma diventare bambini. Uno raggiunge il massimo della saggezza e della maturità vivendo lo spirito dell'infanzia. La maturità della fede esige di accogliere il regno di Dio, il suo invito all'amore, con semplicità, con assoluta fiducia, con totale dispo­nibilità a fare la volontà di Dio. Il vertice della santità è saper dire «sì» a Dio, in ogni momento, senza restrizioni, riserve, compromessi. Per arriva­re a ciò occorre un cuore da bambino, che si fida del padre, crede in lui, si lascia guidare, sicuro di camminare verso la mèta che lui conosce.

- Hai anche detto a Nicodemo: «In verità ti dico, se uno non nasce di nuovo non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3); parole oscure che hai spiegato dicendogli che era necessario «rinascere con l'acqua e lo Spirito Santo» (Gv, 35). Puoi spiegarmi meglio cosa dobbiamo fare?

- Tutti i miei seguaci devono nascere una seconda volta. Spogliarsi dell'uomo vecchio: del loro attaccamento al potere, al benessere, al piace­re. Abbandonare le false sicurezze di cui si circondano, per rinnovarsi con­tinuamente. La fede e la carità sono una conquista di ogni giorno, per vive­re la «novità» del mio insegnamento. Impegnarsi costantemente, non per arrivare a Dio, ma togliere tutti gli ostacoli che mi impediscono di vivere in voi. Anche qui un ritorno all'infanzia per lasciarvi prendere per mano da Dio.

Un biglietto per entrare

Per entrare in una sala cinematografica, da ballo, in un campo sportivo, occorre pagare un biglietto; per una «prima» poi è necessario indossare l'abito da cerimonia.

La Chiesa invece è sempre aperta a tutti, però conviene anche qui in­trodurre un biglietto d'ingresso.

- Signore, tu hai detto, «Se la vostra giustizia non sarà superiore a quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20). Eppure erano persone osservanti scrupolosamente le prescrizioni della legge.

- Senz'altro; soltanto era un'osservanza puramente legale, esteriore, e tralasciavano le cose più gravi: «la giustizia, la sincerità, la misericordia» (Mt 23,23), illudendosi di essere graditi a Dio.

- Capita anche a molti di noi sentirsi pienamente soddisfatti quando abbiamo compiuto i nostri doveri religiosi: qualche preghiera, la Messa fe­stiva, ogni tanto i Sacramenti, come impone la Chiesa.

- Qui sta l'errore: separare il culto dalla vita. Troppi ritengono che, pa­gato il tributo dell'osservanza della legge, si è a posto, come pagate le tasse non abbiamo più alcun dovere verso lo Stato. È il rimprovero che tante volte ho ripetuto nell'Antico Testamento al popolo ebraico, popolo di «dura cervice», dicendo: «Odio, aborro le vostre feste, non mi fanno piace­re le vostre solennità non gradisco le vostre offerte...» (Am 5,21-24). La giustizia è una virtù fondamentale nei rapporti tra gli uomini: esige si dia a ciascuno il suo, ed è solo una piccola restituzione del molto che Dio dona a tutti, per le necessità di ogni uomo, compresi i poveri, i lebbrosi, gli emar­ginati.

Siete sempre pronti a riconoscere e a difendere i vostri diritti, poco a ri­conoscere quelli degli altri, particolarmente degli oppressi, di coloro che non hanno voce.

- Spiegati meglio, Signore.

- Il gemito dei poveri, le sofferenze degli oppressi, il lamento degli in­nocenti, giungono a me più pressanti delle suppliche delle persone pie, sorde alle ingiustizie e al dolore dei fratelli. È facile gettare mille lire nella cassetta dell'elemosina o accendere una candela a sant'Antonio, per taci­tare la coscienza.

- Ma allora prima di entrare in chiesa dovremmo fare tutti un esame di coscienza?

- È magari anche una vera confessione, preceduta però dal pentimen­to e dall'impegno di riparare il male fatto, la carità rifiutata. I peccati di omissione sono spesso più gravi di quelli commessi per tentazioni e uma­ne debolezze.

Un pane per tutti

- Nel Vangelo si parla sovente del «pane», nella più bella preghiera che ci hai insegnato, ci inviti a chiederlo ogni giorno. Spesso lo hai miraco­losamente moltiplicato per sfamare le turbe che ti seguivano, e nell'ultima Cena hai voluto rimanere sempre con noi sotto la specie del pane. Ha un significato questa tua preferenza per un cibo oggi poco apprezzato?

- È stato sempre, almeno nel mondo occidentale, l'alimento fonda­mentale per l'uomo: «frutto della terra e del lavoro umano», anche se oggi molti preferiscono nutrirsi con altri alimenti, meno completi e nutrienti. Ai vostri progenitori, quando furono cacciati dal paradiso terrestre, Dio disse: «Con il sudore della tua fronte mangerai il pane» (Gen 3,19).

- Eppure tu stesso hai detto: «Non vi preoccuperete per la vostra vita, di quello che mangerete... Non vi angustiate dicendo: cosa mangeremo, cosa berremo, come ci vestiremo. Di queste cose si danno premura i paga­ni, mentre il Padre vostro sa che avete bisogno di tutte queste cose» (Mt 6,23-32).

- Troppe persone, anche tra i miei seguaci, si preoccupano eccessiva­mente del mangiare, del bere, del vestito, della casa, fino a sacrificare gli autentici valori della vita, arrivando a calpestare i diritti degli altri, pur di procurarsi questi beni materiali. Per questo ho soggiunto: «Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in abbondanza» (Mt 6,33).

- Con grandi miracoli hai moltiplicato il pane per le folle affamate; co­me puoi permettere che milioni di creature e tra loro milioni di bambini, siano condannati ogni anno a morire di fame?

- Ho operato miracoli di fronte a una necessità e per dare una prova convincente che sono Dio, ma non ho detto ai contadini: non coltivate più il grano, ai fornai: non cuocete più il pane; ci penso io. La terra anche oggi può mantenere il doppio della popolazione presente. Come giudicate le assurde spese per costruire armi sempre più micidiali, le derrate alimentari che vengono sistematicamente distrutte per tenere alti i prezzi? E gli spre­chi di ogni genere, compreso il vitto, che potrebbero sfamare milioni di persone? Il diritto alla vita e a quanto è necessario per vivere, è sacro, ante­riore e superiore a qualsiasi altro diritto.

- Quindi la colpa è tutta nostra?

- Certamente! I beni creati da Dio appartengono a tutti. Nel Padre no­stro vi ho insegnato a pregare così: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Lc 11,3); «nostro», non «mio», per sottolineare questo inalienabile diritto di tutti gli uomini. In una famiglia non si può accettare che uno sia sazio e un altro non possa mangiare, e voi siete tutti miei fratelli, tutti figli del Pa­dre dei cieli, senza privilegi per alcuno.

Dio chiede aiuto

- Ancora sul pane vorrei rivolgerti qualche domanda... Nel Vangelo c'è quell'episodio in cui hai chiesto l'aiuto di un ragazzo per sfamare la fol­la. Gli apostoli erano preoccupati per l'impossibilità di trovare pane per tanta gente; oltretutto «non sarebbero bastati neppure duecento denari per darne un pezzetto a ciascuno» aveva detto Filippo. E Andrea aveva soggiunto: - «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma a che servono per tante persone?». Come mai ti sei rivolto a un ragaz­zo, privandolo del suo cibo? Potevi ben moltiplicare pane e pesci, come hai fatto, senza il suo aiuto!

- Sicuro! Dio è perfettamente indipendente nelle sue azioni, ma spes­so, anche per compiere miracoli, ama servirsi dell'uomo, chiede la sua col­laborazione. La mia richiesta ha voluto sottolineare la disponibilità e gene­rosità dei piccoli, prima di essere travolti dall'egoismo. Inoltre ho voluto precisare come i doni di Dio vanno trattati con rispetto, anzi con amore. Infatti, quando tutti furono sazi, ho detto ai discepoli: «Raccogliete gli avanzi perché nulla vada perduto; e riempirono ben 12 canestri» (Gv 6,4- 14). Tu stesso hai scritto e documentato che, con i cibi che vengono gettati nella pattumiera dagli italiani, si potrebbero sfamare dieci milioni di persone. Non ti pare un grosso peccato sprecare la «grazia di Dio», mentre si potrebbero salvare tante vite?

Il vostro impegno è moltiplicare, con il mio aiuto, il pane e distribuirlo ai fratelli.

- Vorrei anche chiedere perché hai scelto il pane, per offrirci il supre­mo dono della tua presenza eucaristica nell'ultima Cena?

- Il pane, che diventa il mio Corpo nell'Eucarestia, è la sintesi e la con­sacrazione delle fatiche dell'uomo e del mio amore per loro. Lasciandomi mangiare, come il pane che nutre il corpo, mi dono tutto a voi, comunican­dovi la mia vita e garantendo, a chi ne mangia, la vita immortale: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risuscite­rò nell'ultimo giorno» (Gv 6,54).

- Hai anche detto: «Io sono il pane vivo» (Gv 6,41), che significato ha?

- Il pane cotto, senza vita, che mangiate, attraverso un meraviglioso processo metabolico, lo trasformate in sostanza vivente; io che sono il «pa­ne della vita», trasformo voi in me, vi partecipo la mia vita e natura divina. L'amore si unisce e trasforma nell'essere amato.

- Cosa implica per il credente partecipare all'Eucarestia?

- Accostarsi in piena sintonia di amore con Dio e con gli uomini. Il peccato è un rifiuto di amore. «Chi mangia e beve indegnamente, dice S. Paolo, mangia la sua condanna» (1 Cor 11,29).

- È facile farsi perdonare da Dio, sempre disponibile e ridonarci la sua amicizia, a dimenticare le nostre colpe; più difficile riconciliarci con gli uo­mini, specialmente quando pensiamo di avere subito dei torti.

- Anche su questo il mio insegnamento è chiaro: «Se stai per fare la tua offerta all'altare e ti ricordi che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta dinanzi all'altare e va prima a riconciliarti con tuo fra­tello, poi torna e presenta la tua offerta» (Mt 6,23-24).

L'amore che vi unisce a me, è strettamente legato all'amore che deve unirvi a tutti gli uomini. «Non si ama Dio che non si vede, se non si ama il fratello che si vede» (1 Gv 4,20).

Il vero volto di Dio

- A proposito del perdono avrei ancora alcune cose da chiedere: per noi è il comandamento più difficile da praticare.

- Senz'altro, capovolge completamente la pratica tollerata dal mio popolo, che pur conosceva il dovere di amare il prossimo. « È stato det­to occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico non resistete al malva­gio, anzi se uno ti percuote nella guancia destra, porgigli anche l'altra. Se uno vuol litigare per toglierti la tunica, cedigli anche il mantello...» (Mt 5,38-42).

- Ecco, mi sembra esagerato; qui arrivano a negare il diritto alla giusti­zia, a incoraggiare la malvagità.

- Il vostro impegno cristiano, la misura della vostra fede, consiste pro­prio in questa capacità di perdonare, amare, pregare e fare del bene anche a coloro che vi fanno del male. «Amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre che è nei cieli, che fa sor­gere il sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,44-45). Non basta credere in un «Dio giusto»; il cristiano accetta e crede nel «Dio Amore», l'unico vero Dio!

- Questo però potrebbe incoraggiare il violento, il malvagio!

- «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati. Non sono venu­to a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). «Io vi dico, vi sarà in cielo una gioia maggiore per un solo peccatore che si pente, che per novantano­ve giusti i quali non hanno bisogno di penitenza» (Lc 15,7).

- Ma allora qualcuno può pensare; tanto vale comportarsi bene se an­che i malvagi avranno poi la stessa ricompensa...

- Perché volete giudicare il comportamento di Dio, misurarlo con il cortometraggio dei vostri rapporti? Rileggete le parabole della pecorella smarrita che il pastore ricerca per valli e dirupi e non ha pace finché non l'abbia trovata, e quella della donna che ha smarrito una dracma e la ricerca dovunque per riaverla. (Lc 15,1-10). E la parabola del figliuol prodigo, non vi dice nulla?

- Ci lascia molto perplessi, lo confesso. Quel figlio che esige, forse senza avere mai lavorato, la sua parte e la sperpera, «menando una vita disvoluta», poi torna a casa, dove trova il padre, il quale, anziché rimprove­rarlo o cacciarlo via, gli corre incontro, gli si getta al collo, lo bacia e ribacia, imbandendo poi un sontuoso banchetto, mi pare contraria al nostro modo di pensare e di agire.

- Purtroppo lo sarà sempre, se non vi sforzerete di comprendere come Dio è il padre dalle braccia sempre spalancate, per accogliere ogni figlio che voglia ritornare alla sua casa. Voi somigliate troppo al fratello maggio­re, buono, onesto lavoratore, che rifiuta di festeggiare il fratello «che era morto ed è ritornato alla vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,11-­32). Voi siete tutti capaci di accusare, rimproverare, castigare; per questo dovete convertirvi al perdono, all'amore, come ho fatto io sulla croce, quando ho scusato e pregato per i miei carnefici: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Soltanto agendo in questo modo potrete pregare con sincerità, come vi ho insegnato: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12).

Solo chi perdona viene perdonato, vive nell'amore! Gli ultimi sono primi

- Signore, per noi è molto difficile capire l'agire di Dio. Ce lo presen­tiamo con i nostri lineamenti, secondo le nostre meschine vedute, gli affib­biamo volentieri i parametri della nostra giustizia. Per questo, anche se ammiriamo le stupende parabole della pecorella smarrita, della dracma perduta, del figliuol prodigo, qualche altra ci lascia perplessi, ci riesce diffi­cile accettarla.

- Quale, per esempio?

- Quella degli operai, inviati in diverse ore della giornata a lavorare nella vigna, che ricevono tutti la stessa ricompensa. Nessun datore di lavo­ro potrebbe mai comportarsi così (Mt 20,1-16).

- Per avvicinarvi a Dio, comprendere il suo modo di operare, dovete buttare via il metro della vostra giustizia distributiva, i vostri concetti di giusto salario, premio di produttività, che vanno bene per regolare tra voi diritti e doveri. Il rapporto con Dio non potrà mai essere misurato con i cri­teri della vostra giustizia, ma con il metro del perdono, della grazia, della misericordia, di un amore infinito.

- Già, si tratta di piani diversi, ci costringe a entrare nella logica di Dio.

- Non ti pare bello vedere questo padrone della vigna, che percorre le strade a tutte le ore del giorno e chiama tutti: vecchi e giovani, ricchi e po­veri, ladri e peccatori, a lavorare nella sua vigna, assicurando a ciascuno un salario, un premio molto generoso?

- Quello che ci sconcerta di più è che al termine del giorno il padrone «paga il salario a cominciare dagli ultimi fino ai primi: «Questi ultimi han­no lavorato un'ora soltanto, e tu li tratti come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo».

- Vedi, i primi avevano discusso e pattuito il salario: un denaro per il lavoro dell'intera giornata. Gli ultimi non hanno chiesto quanto avrebbero guadagnato, sono stati felici di aver trovato un lavoro, di non essere stati costretti a restare in ozio tutto il giorno. Troppi cristiani ritengono di esse­re creditori di Dio, giudicano quanto donano e fanno per lui; mentre inve­ce dovrebbero riflettere su quanto Dio ha fatto e fa continuamente per lo­ro. Non vi pare sia già un grande premio e privilegio essere stati chiamati fin dalla prima ora a lavorare nella vigna del Signore, ricolmati ogni giorno di benedizioni? E quanti pochi hanno il coraggio di credere: «Quando avrete compiuto tutto quanto vi è stato comandato, dire: siamo servi inuti­li; abbiamo fatto solo il nostro dovere» (Lc 17, 10).

- Confesso che è difficile per noi disinteressarci del salario, del premio che ci attende; più ancora ritenerci «servi inutili», dover accettare che ca­naglie, delinquenti, arrivati all'ultima ora, possano diventare i primi, come il brigante, crocifisso accanto a te, che ha detto solo poche parole: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo e tu gli hai risposto: «In ve­rità ti dico, oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,42-43).

Avanti i peccatori

- Visto che sei tanto paziente con me, vorrei chiederti anche qualche delucidazione sulla parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14), an­che perché tocca in profondità il nostro modo di pregare e di giudicare.

- Ti accontento subito. Il fariseo appartiene al partito dei buoni, dei giusti, scrupoloso osservante di tutte le prescrizioni della legge. Recita pre­ghiere, fa digiuni, elemosine...

- Mi pare che il tuo giudizio sul suo operato sia molto severo.

- Dio non guarda all'esterno, ma scruta il cuore, il pensiero, le inten­zioni che guidano ogni uomo nel suo agire. La facciata esteriore conta po­co; sovente l'esemplarità serve a nascondere l'ipocrisia. Più volte ho dato giudizi taglienti contro questi «osservanti»: «Guai a voi, scribi e farisei, che osservate le prescrizioni più minute, e trascurate le cose più essenziali del­la legge: la giustizia, la misericordia, la fedeltà... Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che visti di fuori sembra­no splendidi, ma dentro sono pieni di putredine...» (Mt 23.13-36).

- Ma, quale è stato il suo peccato per meritare di uscire dal tempio così duramente condannato?

- Hai fatto attenzione alla sua preghiera? Dopo aver enumerato tutti i suoi meriti, come se Dio non li conoscesse, conclude la preghiera dicendo: «Dio, ti ringrazio di non essere come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adul­teri, oppure come questo pubblicano». Qui sta il veleno: la presunzione di giudicare gli altri, di sentirsi migliore di loro, l'aver accusato un fratello che non apparteneva alla sua casta, cordialmente disprezzato dai «puri», per­ché non osservava i riti, le abluzioni che regolavano minuziosamente la vi­ta del credente.

- Il pubblicano invece, «non osa neppure levare gli occhi al cielo, si ferma a distanza, si batte il petto dicendo: «Dio, sii clemente con me pec­catore». E questo solo basta per mandarlo assolto?

- Sì, perché Dio conosceva la sincerità di quella preghiera, e per que­sto ho concluso la parabola affermando: «Chi si esalta sarà umiliato, men­tre chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14).

- Temo che anche noi, che frequentiamo la chiesa e recitiamo tante preghiere, potremo avere amare sorprese...!

- Non sono pochi i cristiani fedeli alle pratiche di pietà, generosi anche con le elemosine, perché il parroco lo pubblichi sul Bollettino. Quanti fari­sei si sentono tranquilli, sicuri, ritenendosi diversi, migliori degli altri. È fa­cile e comodo addossare alla politica, al governo, a chi ha potere, i molti mali del mondo, sentirsi a posto con Dio e con la propria coscienza, di­menticando la grande solidarietà che esiste tra tutti gli uomini nel bene e nel male.

- Cosicché dobbiamo schierarci dalla parte del pubblicano, dichiararci colpevoli, tutti bisognosi di perdono?

- Sicuro; non dovete illudervi di essere a posto con Dio, solo perché avete fatto tante preghiere, partecipando a Messe, Comunioni, pellegri­naggi, processioni... Non dovete mai ritenervi migliori degli altri e neppure eguali, ma peggiori, schierati con i peccatori. Solo chi è povero diventa ric­co, chi si batte il petto e riconosce la propria miseria fa parte della Chiesa dei santi!

Uno scomunicato in cattedra

- Una delle parabole più belle e convincenti è quella del buon samari­tano (Lc 10,23-38), anche se mi pare un po' provocatoria.

- Tutti i miei insegnamenti mirano invitarvi ad un severo esame di co­scienza, perché «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel re­gno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio» (Mt 7,21).

- Mi pare non abbia risposto direttamente al dottore della legge che, per metterti alla prova ti aveva chiesto: - «Maestro, cosa devo fare per conseguire la vita eterna?».

- Era del tutto inutile una discussione dottrinale con uno che cono­sceva bene la legge. Per questo ho preferito presentargli un fatto concreto, per far capire agli ascoltatori come dovevano comportarsi, cosa implica «amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi».

- La domanda di quel leguleio: «chi è il mio prossimo?» riguarda an­che noi. Non è facile scegliere, fra tante persone che ci sono vicine, coloro che dobbiamo amare e aiutare di più. Ci sono parenti, amici, benefattori; persone di pelle, razza, religione diversa e ancora seccatori, antipatici, ignoranti, senza contare coloro che ci pestano i piedi: sono addirittura no­stri nemici.

- Veramente ritengo che, per un cristiano, tutti gli uomini sono figli di Dio, miei fratelli. Ma il vero problema non è sapere chi è il vostro prossi­mo, ma come farvi prossimo, andare incontro al fratello bisognoso di aiuto e di amore, come il povero viandante «che si era imbattuto nei briganti, i quali, spogliatolo e caricato di percosse, se ne andarono lasciandolo mezzo morto».

- Non hai un po' calcato la mano sul sacerdote e sul levita che gli pas­sano accanto senza soccorrerlo? Erano due uomini addetti al tempio, e penso avessero buone ragioni per tirare diritto. Forse erano in ritardo, vo­levano evitare noie con le autorità, avrebbero insudiciato gli abiti rituali che indossavano... Chissà quanti di noi avrebbero fatto lo stesso, e lo fac­ciamo ancora quando capita una disgrazia in cui non desideriamo essere coinvolti.

- Tutte ragioni che non scusano nulla, anzi diventano una colpa. La mancanza di amore verso chi soffre è il grande peccato di cui si macchia ogni, giorno l'umanità, e su questa mancanza di carità si farà il giudizio finale.

- Perché hai voluto affidare a un samaritano, un rinnegato e scomuni­cato per il popolo d'Israele, il gesto di salvare la vita di quell'infelice?

- Io non guardo alle vostre disquisizioni, alla dignità e autorità di una persona: giudico il suo modo di comportarsi, la carità che esercita o rifiuta. Il samaritano non ha detto: - Non tocca a me, ho troppo da fare, si tratta di un ebreo che mi disprezza... Si è fermato, lo ha curato, lo ha condotto in una locanda, pagando perché fosse curato. Questo e solo questo è amore.

- Come si potrebbe imitare oggi il buon samaritano?

- I briganti sono cresciuti a dismisura, assaltano ogni giorno i loro fra­telli, li spogliano di ogni diritto, persino della loro dignità; li lasciano mori­re di fame o straziati dalla lebbra, come le persone di cui ti occupi con i tuoi benefattori. Oggi occorrono più che mai «samaritani», capaci di accostarsi a questi feriti nel corpo e nello spirito, disposti a piegarsi su di loro, curare le loro ferite, pronti a pagare di persona, perché sono io presente: persegui­tato, ferito dalla malvagità umana, e «Qualunque cosa farete all'ultimo dei miei fratelli, lo riterrò fatto a me» (Mt 25,40).

Ricco ma miserabile

- Un'altra cosa che mi ha vivamente colpito, Signore, è la tua severità verso i ricchi: nella parabola del ricco epulone, lo hai condannato, senza at­tenuanti, all'inferno (Lc 16,13-26).

- Anzitutto occorre precisare che Dio non condanna mai nessuno. Ogni uomo, a qualunque razza appartenga, è creato per amore, destinato alla felicità eterna del cielo. L'oltraggio più grande che si possa fare a Dio è considerarlo un vendicatore, che gode far soffrire le sue creature, con­dannandole all'infelicità per tutta l'eternità. Solo l'uomo che rifiuta fino all'ultimo istante il perdono, l'amore di Dio, si autocondanna all'esclusio­ne dal paradiso.

- Però in quella parabola non mi pare che quel riccone, «che vestiva di porpora e bisso e ogni giorno banchettava splendidamente», fosse merite­vole di un così tremendo castigo.

- Non ho enumerato tutte le colpe commesse, che le ricchezze offro­no continuamente a chi le possiede; il suo torto più grave è stato la volontà di essere felice da solo, senza accorgersi di un fratello, il povero Lazzaro, che incontrava ogni giorno al portone, «coperto di ulcere e bramoso di sfa­marsi con ciò che cadeva dalla sua tavola». Perfino i cani sentivano com­passione per le sue sofferenze e «venivano a leccargli le ulcere».

- Ci sono anche altre affermazioni nel Vangelo circa la ricchezza che mettono in serio imbarazzo. Leggo in S. Matteo: «In verità vi dico: un ric­co difficilmente entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24).

- Certo, sono affermazioni che dovrebbero incutere paura. Il ricco crede di poter permettersi tutto, dominare cose e persone, soddisfare ogni desiderio, lecito e illecito. Non si rende conto come è solo un amministra­tore di quanto possiede. Tutti i beni della terra sono doni di Dio, offerti a servizio di tutti gli uomini. La parola di Dio: «Quello che vi sopravvanza, datelo ai poveri», non è un'esortazione, ma un preciso comando. Ciò si­gnifica che quanto non è necessario alla vostra vita, appartiene ai poveri, i quali hanno diritto di vivere, come tutti gli uomini, perché tutti figli dell'unico Padre dei cieli. Non si può accettare che in una famiglia ci siano dei figli che affogano nelle ricchezze, altri condannati a morire di fame, co­stretti, come migliaia dei tuoi protetti, a frugare nelle immondizie per ci­barsi di rifiuti.

- Allora non dobbiamo amare i ricchi?!

- Anzi, amarli più degli altri, perché sono i più poveri, i più bisognosi di aiuti e di amore. La più grande disgrazia per loro è non avere alcuno che li aiuti a convertirsi. Il silenzio di quanti vivono accanto a loro, soprattutto se hanno la missione di parlare, è un vero tradimento nei loro riguardi. «Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione! Guai a voi che ora siete sazi, perché patirete la fame! Guai a voi che ora ri­dete, perché sarete nel dolore e nel pianto! (Lc 6,24-25).

- Cosa devono fare i ricchi per salvarsi?

- Considerare i poveri come i privilegiati nel regno di Dio: «Beati i po­veri perché di essi è il regno dei cieli» (Lc 6,20). Aiutarli a uscire dal loro stato di indigenza e sofferenza, non come mezzo per salvarsi, ma come la via più breve per avvicinarsi a Dio, presente in ciascuno di loro, per cui da benefattori, diventino beneficati. Accostarsi a loro con fede e umiltà per onorarli, più che far loro la carità, sicuri che ogni dono offerto, assicura lo­ro ricchezze infinite nel cielo.

Imparare dai ladri

- La parabola più sconcertante ritengo sia quella del fattore infedele (Lc 16,1-9), anche perché si ha la sensazione di una certa tua approvazione alle malefatte di quell'amministratore.

- Voi uomini avete una forte tendenza a interpretare male parole e comportamenti dei vostri simili. Quante persone indossano sempre oc­chiali affumicati per il gusto di vedere tutto scuro! Per questo ho detto: «L'occhio è il lume del corpo. Se dunque il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è guasto, tutta la tua persona sa­rà nelle tenebre» (Mt 6,22-23).

La mie parabole mirano tutte a insegnarvi il non facile mestiere di es­sere e vivere da cristiani. Ma vediamo un po' quello che non ti convince.

- L'amministratore, chiamato a rendere conto al padrone della sua gestione, si accorge come i conti non tornino, e allora, nel timore di perde­re il posto, cerca di trovare qualche amico che lo accolga in casa sua. Fatti venire i debitori, chiede al primo:

- Quanto devi al mio padrone? - Cento barili di olio.

- Bene, ecco qui la ricevuta: ne devi solo cinquanta.

A un altro, debitore di cento misure di frumento, dice: - Ecco qui la ri­cevuta; ne devi solo ottanta.

E «il padrone lodò l'iniquo amministratore perché aveva agito con furbizia».

Questo proprio non va: lodare una persona disonesta, proporla come esempio da imitare...

- Non ho mai inteso lodare il suo operato, condannabile sotto ogni aspetto, ma sottolineare «i figli di questo mondo sono, nell'agire con i loro simili, più scaltri dei figli della luce». Questo è il significato della parabola.

Osserva quale polo di attrazione rappresentino gli interessi della terra: aziende industriali, commerciali, attività politiche, sportive, sprigionano nell'uomo energie incredibili per raggiungere posizioni di prestigio, accu­mulare ricchezze, superare gli altri, conquistare primati di ogni tipo. Inve­ce per i grandi ideali della giustizia, della pace, della libertà, per la diffusio­ne del regno di Dio, mancano coraggio, intelligenza, inventiva, creatività. La più nobile delle cause annega in un mare di neghittosità e di apatia.

Uno dei grandi peccati è l'indifferenza. I cristiani non sono i custodi di un museo, ma i messaggeri, i testimoni di un messaggio che deve abbrac­ciare il mondo intero. Pesa su di voi la responsabilità della salvezza di mi­lioni di creature, che ancora non hanno incontrato l'unico liberatore e salvatore.

- Sicché l'ammirazione per l'amministratore infedele si risolve in un rimprovero al nostro quietismo. È vero: ci preoccupiamo che i nostri conti siano sempre in ordine, mentre tu sei preoccupato dei conti che non torna­no. «E ho altre pecorelle che non sono del mio ovile ed è necessario che le conduca all'ovile» (Gv 10,16).

- Chi possiede la verità deve sentire costantemente il dovere di difen­derla e di diffonderla. Questo è l'impegno primario che ho dato alla Chie­sa, quindi a ciascuno di voi che ne siete parte integrante: «Andate in tutto il mondo, evangelizzate tutte le creature» (Mc 16,15). È comodo stare a guardare, fermarsi nelle retrovie, restare al sicuro.

I figli della luce hanno paura dell'avventura, temono di essere accusati come i primi cristiani, «uomini che hanno messo sottosopra il mondo (At 17,7).

- È vero! Chi manovra oggi i potenti mezzi di comunicazione, stam­pa, cinema, radio, televisione? Il Cristianesimo è la più sconvolgente delle verità, ma è un tesoro nascosto. Solo pochi santi hanno avuto il coraggio, la fantasia di imboccare sentieri sconosciuti, lanciarsi in pazzesche impre­se credendo alla tua promessa: «Io sono qui con voi fino alla fine del mon­do» (Mt 28,20).

Regole infrante

- Grazie, Signore, di avermi fatto capire tante verità che restavano of­fuscate, difficili da capire e più ancora da accettare. Ora però vorrei chie­derti qualche spiegazione sui tuoi rapporti con alcuni personaggi del Van­gelo, per vedere se li pratichiamo correttamente.

- Benissimo; io sono il «Maestro» e «vi ho dato l'esempio, perché quello che ho fatto io lo facciate anche voi» (Gv 13,15). Il vostro impegno è di farmi rivivere tra gli uomini: «Sarete miei testimoni fino ai confini della terra», (At 1,8).

- Uno dei convertiti che ha fatto molto discutere e persino ha scanda­lizzato i tuoi discepoli è stato Zaccheo, «capo dei pubblicani e ricco» (Lc 19,1-10). Se non erro, era direttore dell'ufficio dogane, che riscuoteva a favore dei romani, un mestiere doppiamente odioso, classificato tra i «pubblici peccatori». Piccolo di statura, si era addirittura nascosto tra il fo­gliame di un sicomoro, per il desiderio di vederti.

- E io mi sono fermato proprio sotto l'albero dove stava appollaiato, perché sapevo come la sua curiosità aveva motivazioni più profonde: il gri­do silenzioso della sua coscienza, il desiderio di cambiare vita.

- Certo ha avuto un bel coraggio. Lui, uno degli uomini più in vista di Gerico, che si mette a correre, si arrampica su un albero come un ragazzi­no, solo per vederti passare. Immagino le risate, i motteggi della gente al­l'inconsueto spettacolo.

- Sono molti che preferiscono intrupparsi nella folla, si accontentano di vedermi passare; ma pochi hanno la capacità di arrischiare il ridicolo, di andare controcorrente per incontrarmi. Il cristianesimo esige sempre una rottura: rifiutare il conformismo, l'appiattimento, avere il coraggio di per­dere tutto per diventare ricchi, soffrire per godere, servire per comandare, accettare di morire per vivere. Solo per chi trova la forza di lasciare tutto per seguirmi, anche l'impossibile diventa possibile.

- Tu lo hai chiamato, anzi ti sei autoinvitato: «Zaccheo, scendi in fret­ta, perché oggi devo fermarmi in casa tua», suscitando uno scandalo gene­rale. Avessi detto: andiamo prima alla sinagoga per riconciliarti con Dio, ma entrare in casa di un peccatore, di un sanguisuga, cordialmente odiato da tutti!? Oltre tutto la legge lo vietava: era un pubblicano, un pubblico peccatore, nemico del tuo popolo.

- Ogni casa è la casa di Dio, sempre presente con chiunque lo accolga, accetti la salvezza che egli offre continuamente a tutti senza eccezioni e di­stinzioni.

- Ma la gente non poteva capire; infatti, «veduto questo, tutti mormo­ravano: è andato ad alloggiare da un peccatore».

- I sentieri di Dio non sono quelli degli uomini: spesso sono in netto contrasto. Voi siete abituati a pianificare tutto, a predisporre ogni cosa se­condo regole ben precise, perché ognuno stia al suo posto. Ovunque, e persino in chiesa, avete i posti riservati: per i diginitari, le autorità, i bene­meriti, e guai a infrangere certe disposizioni anche nell'amministrazione dei Sacramenti, e persino nei funerali fate rispettare le gerarchie. Solo per Dio tutti gli uomini sono eguali, semmai il povero, il peccatore hanno la precedenza: «Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e salvare chi era per­duto. Gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi» (Lc 13,30). Per Lui il malvagio che si converte ha diritto al primo posto, come Zaccheo che, con­quistato dall'amore, dice: «Ecco, la metà dei miei beni, Signore, la dono ai poveri e, se ho frodato qualcuno, gli restituisco il quadruplo».

Trappola che non funziona

- Tra i problemi più sconcertanti del Vangelo c'è quello dei tuoi rap­porti con le donne; non certo con quelle che ti seguivano e provvedevano alla necessità della comunità apostolica; mi riferisco particolarmente all'incontro con la donna sorpresa in flagrante adulterio, che la legge con­dannava a una morte atroce (Gv 8,1-11). Sembra quasi un'approvazione al tradimento di un legame sacro e indissolubile.

- Eppure sono stato molto chiaro nel precisare la sacralità della vita matrimoniale: «Non divida l'uomo quello che Dio ha unito... Chi ripudia sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio, e se la donna ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,9-12).

- Quando però gli scribi e farisei vennero al tempio, dove stavi am­maestrando la folla, ti posero una domanda ben precisa: «Maestro, questa donna è stata sorpresa a commettere un peccato di adulterio; ora nella leg­ge Mosé ha ordinato di lapidare donne di questo genere. Tu che ne dici?».

- Mosé aveva dovuto permettere molte cose al popolo ebreo «per la durezza del loro cuore, compreso il ripudio della moglie» (Mt 19,0); ma «non crediate che io sia venuto ad abolire la legge, ma a darle compimen­to» (Mt 5,17). Il peccato deve essere condannato, sempre e dovunque: qui però si giudicava una persona, una povera creatura, caduta in quella colpa in un momento di debolezza.

- L'adultera era per loro un pretesto per metterti alla prova e avere di che accusarti. Se l'avessi assolta, saresti andato contro la legge; se la con­dannavi, offrivi la prova che non eri l'amico dei peccatori, sempre disposto a perdonare. Per questo non hai risposto e ti sei messo a scrivere per terra, forse per guadagnare tempo.

- No, volevo soltanto che quegli uomini, ubriachi di odio, bramosi di uccidere, avessero tempo per ricredersi, fare un esame di coscienza, ricor­dassero quanto avevo tante volte ripetuto: «perdonate, per essere perdo­nati; nella misura che giudicate gli altri, anche voi sarete giudicati... Non fate agli altri quello che non volete che gli altri facciano a voi...». Per que­sto ho detto, fissandoli in volto: «Chi di voi è senza peccato, scagli per pri­mo una pietra».

- E a questa precisa accusa «quelli si sono ritirati uno ad uno, comin­ciando dai più anziani fino agli ultimi». La trappola così ben preparata, an­cora una volta aveva fatto cilecca. Però hai poi rimandato quella donna senza neppure rimproverarla.

- Era già schiacciata dalla vergogna per la colpa commessa, impietosa­mente fatta conoscere a tutti; terrorizzata dalla fine terribile che l'attende­va. Come avrei potuto umiliarla ancora? Il suo peccato lo avrei espiato io sulla croce. Per questo le ho detto semplicemente: «Va', e d'ora in poi non peccare più». Evita di fare del male a te stessa e agli altri!

- Che ne dici del nostro comportamento oggi?

- È simile, se non peggiore, a quello degli accusatori di quella donna. Non tenete più in mano pietre, ma il fango, che si trova ovunque e lo sca­gliate con grande incoscienza e facilità su chiunque non la pensa come voi, si comporta in maniera diversa. Siete facili nell'accusare e condannare; abili nello scaricare sugli altri le colpe e il male che si commette ogni gior­no. Oltre tutto vi serve da alibi, vi aiuta a puntellare le vostre colpe: «Mal comune, mezzo gaudio», come dite voi. «Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, e non scorgi la trave che è nel tuo occhio... Ipo­crita! Togli prima la trave dal tuo occhio, e così ci vedrai bene per togliere anche la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello» (Mt 7,3-5).

La prostituta insegna

- Ora vorrei chiedere qualche spiegazione anche sull'incontro con l'altra. Non era stata colta «in flagrante», come la prima; faceva addirittura il «mestiere» (Lc 7,36-50).

- Fa parte di quelle persone di cui ho detto: «In verità vi dico: i pubbli­cani e le meretrici che hanno creduto, vi precederanno nel regno di Dio» (Mt 21,31-32).

- Parole dure...

- Per coloro che vogliono annacquare il messaggio salvifico; mentre «il regno dei cieli si acquista con la forza, e solo i coraggiosi se ne impadro­niscono» (Mt 11,12).

- Ma torniamo al tuo incontro con quella donna, nella casa di Simone, un fariseo benestante che ti aveva invitato a pranzo, per meglio «studiarti da vicino», credo nella speranza forse di vederti compiere un miracolo. L'irruzione di quell'intrusa deve averlo messo in grande imbarazzo.

- Sicuro, era nota a tutti: «una peccatrice della città». Ma ancora mag­giore fu lo sbalordimento quando, incurante degli sguardi ostili e dei mor­morii dei convitati, «fermatasi ai miei piedi, cominciò a bagnarli con le la­crime, asciugandoli con i capelli del suo capo, coprendoli di baci e ungen­doli con l'unguento del vaso di alabastro che aveva portato con sé».

- E tu, leggendo nell'animo dell'anfitrione che pensava tra sé: «Se co­stui fosse profeta, saprebbe che genere di gente è la donna che lo tocca: una peccatrice!», hai raccontato la parabola dei due debitori: uno doveva al creditore cinquecento denari, l'altro solo cinquanta. Il padrone a tutti e due condonò il debito: chi di essi lo amerà di più?

- La risposta era scontata: «Colui al quale condonò di più». Una rispo­sta seguita da un rimprovero scorticante: «Vedi questa donna? Sono en­trato in casa tua: non mi hai versato l'acqua sui piedi (secondo l'usanza); essa invece mi ha bagnato i piedi con le sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato il bacio del benvenuto, essa invece, dacché è entrata, non ha smesso di coprirmi i piedi di baci. Non mi hai unto il capo con l'olio; costei invece mi ha unto i piedi con l'unguento. Perciò ti dico: i suoi peccati, i suoi molti peccati, le sono perdonati perché ha dimostrato molto amore».

- Ed è stata assolta come l'altra?!

- Le sue lacrime avevano già lavato i suoi peccati. Per questo avevo proclamato: «Beati voi che piangete» (Lc 6,21). Il volto più luminoso è quello che non ha paura di bagnarsi di lacrime. Pentimento e lacrime ob­bligano Dio a piegarsi verso i figli dell'amore.

Lei ha espiato e riparato il male commesso confessandosi pubblica­mente; per questo l'ho congedata dicendole: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».

- Come hai giudicato Simone?

- Uno dei tanti, abituato a pensare male, senza neppure il coraggio di esprimere a voce alta ciò che pensa; uno dei tanti sempre pronti a giudica­re male gli altri, per giustificare il male che cova nel loro cuore. Un peccato molto diffuso nella società odierna. Persone che amano frugare nelle im­mondizie, si dilettano di scandali veri o presunti, li divulgano, magari con qualche aggiunta piccante.

- Chi esce allora pulito da quel convito è solo la peccatrice?

- Senz'altro la sua fede, il suo pentimento, il suo amore, hanno di­strutto tutti i falsi amori della sua vita; è uscita pura, con un cuore nuovo. Ora sarà veramente capace di amare, perché ha trovato chi la ama vera­mente. Il fariseo e tante persone «bene» dovranno imparare da lei, «la pro­stituta», la via della salvezza.

Un messaggio rivoluzionario

- Signore, il tuo discorso sulla Montagna, «le Beatitudini», è davvero sconvolgente, in netto contrasto con le tendenze e la pratica della maggior parte degli uomini, cristiani compresi (Mt 5,3-12).

- Più che un discorso ho voluto tracciare un programma di vita per i miei discepoli. Ho precisato comportamenti, contrari ai compromessi ac­cettati dal mondo, che esigono una carica di fede e di amore. I miei seguaci sono chiamati a essere «il sale della terra» e «la luce del mondo», per illu­minare gli uomini che camminano nelle tenebre, travolti dalle tentazioni e schiavi delle passioni (Mt. 5,3-16).

- In che senso chiami «beati» coloro che le praticano?

- La beatitudine è la pienezza della felicità, l'appagamento di tutti i desideri, che costituiscono lo scopo supremo della vita. Accettando il mio messaggio offro l'unica via per conseguirli, anche se devono andare contro corrente.

- Ecco, proclami «beati i poveri di spirito», cosa significa?

- Non ho detto beati i poveri perché sono poveri, ma beati quelli che non cercano la consolazione nei beni della terra: ricchezze, benessere, pre­stigio, potere, fidandosi e affidandosi in tutto a Dio. Il vero povero gode di­pendere interamente dal Signore, riconosce come tutto quello che ha è dono suo e deve servire al bene di tutti.

- Hai chiamato «beati gli afflitti», assicurando che «saranno consola­ti». Non mi pare che le privazioni e le sofferenze possano rendere felici!

- Ho voluto assicurare quanti sono provati dal dolore fisico e morale, che accompagna tutti nel cammino terreno: se accettati con fede e per amore, garantiscono una consolazione superiore a ogni desiderio: «Gode­te perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt. 5,12). Oggi la società fa coincidere il progresso con lo star bene, godere, anche se in realtà ha moltiplicato pene e sofferenze di ogni genere.

La beatitudine vuol ricordare a tutti i «crocifissi» della terra che, oltre la vita, li attende una felicità infinita, perché la via del Calvario conduce di­rettamente alla gloria del cielo.

- In un mondo violento come il nostro ritengo molto importante che tu abbia proclamato «beati i miti» e «beati i misericordiosi».

- Per sottolineare i rapporti che dovete avere con i vostri fratelli, ban­dendo ogni forma di violenza, aggressività: «Imparate da me che sono mi­te e umile di cuore» (Mt. 11,29). La mitezza non è mai debolezza, ma do­minio di sé, forza gigantesca che rende capaci di donarsi e sacrificarsi per gli altri. Mitezza e umiltà sono due virtù inseparabili tra loro.

- «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio»! Cosa vuol dire?

- È dal cuore, dalla vita affettiva, che scaturisce tutto il bene e il male dell'uomo. La purezza è una virtù dinamica; lotta costante contro le pas­sioni e le tentazioni. Esige uno sforzo generoso per andare contro le sedu­zioni di un mondo corrotto e corruttore. Il peccato originale inclina ogni uomo al male: falsità, cupidigia, violenza, immoralità­

- «Beati i pacifici», penso sia la beatitudine che riguarda coloro che hanno un carattere mite, sono contro ogni forma di soprusi.

- Anche questa è una beatitudine attiva: impegna a farsi pacificatori fra gli uomini per realizzare il regno di Dio, regno di pace, di giustizia, di li­bertà e fraternità per tutti gli uomini. Promuovere ovunque la pace deve essere l'impegno di tutti: «Pace in terra agli uomini di buona volontà» (Lc. 2,14), hanno cantato gli angeli al mio arrivo sulla terra. Sono venuto appunto per realizzare la pace tra l'uomo e Dio e tra i fratelli, figli dello stesso Padre.

- Signore, aiutaci a realizzare questo stupendo programma di salvez­za, per noi e per tutti gli uomini!

Convertirsi all'amore

- Posso chiederti, tra i tanti insegnamenti che ci hai dato, quale sia il precetto da tener costantemente presente per praticarlo?

- L'ho ripetuto molte volte, concentrando tutto il Vangelo in un du­plice precetto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua e con tutta la tua mente. Questo è il massimo e primo dei co­mandamenti. Il secondo poi è simile a questo: «amerai il prossimo tuo co­me te stesso» (Mt 22,37-39).

- Ci è facile capire l'amore verso Dio: è il creatore di tutto e di tutti. Ogni bene è dono suo; sempre disponibile a perdonare le nostre infedeltà. Quello che ci risulta più difficile è amare il prossimo, curarci e preoccupar­ci di lui come delle nostre persone.

- Anzi, vi ho additato una meta ancora più alta: «Amatevi come io vi ho amato» (Gv 13,34), cioè fino a essere disposti a sacrificare la vita per lo­ro. E questo come segno insostituibile per essere miei discepoli.

- Su quali motivi si fonda questo amore così difficile, quasi impossibi­le per noi, che pure ci sentiamo cristiani?

- Dio creatore e padre di tutti gli uomini, ci ha fatti partecipi della sua vita divina. Ora, se tutti gli uomini sono suoi figli, sono perciò stesso fratel­li tra loro. La vocazione comune di tutti gli uomini è partecipare, condivi­dere la vita eterna del Padre. Ogni uomo diviene pertanto dimora perma­nente di Dio; egli abita in ciascuno di voi: «Verremo a lui e prenderemo di­mora presso di lui» (Gv 14,23).

- Quindi la nostra vita è immersa in quella delle tre divine Persone?

- Importante però non è essere figli di Dio, ma diventarlo, nello sfor­zo costante di fare la sua volontà. «Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio» (Mt 7,21). Non basta essere amati dal Padre: è necessario amarlo, cercando la sua gloria, ope­rando per la diffusione del suo regno di libertà, pace, giustizia, fra gli uomini. «Dio ha tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). È stato questo il più grande dono del Padre, la prova suprema del suo amore per l'uomo.

- Perché Gesù si è fatto chiamare spesso «Figlio dell'uomo»?

- Proprio per sottolineare la sua partecipazione alla vostra umanità. La mia divina incarnazione nel seno di Maria, consacra e unisce la natura umana con quella divina, per cui sono vero fratello di ogni uomo.

- Una realtà stupenda, quasi incredibile, che faceva dire a Paolo: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Sotto que­sto aspetto quindi non dovrebbero più esistere distinzioni, dualismi, divi­sioni che ci allontanano dai fratelli.

- L'amore del Padre, che nel Figlio si unisce all'uomo, chiamandolo a far parte della sua Famiglia, deve condizionare tutta la vostra vita, i vostri rapporti con gli altri uomini. Come potete chiamare Dio Padre, se non vi accettate come fratelli e non vi sentite impegnati perché tutti lo conoscano e invochino come Padre? La paternità di Dio si vive solo nella fraternità con tutti gli uomini.

- Questo significa che non possiamo più essere stranieri l'uno all'al­tro; dobbiamo abbattere le barriere delle divisioni di lingua, razza, religio­ne. Non possiamo più accettare che pochi vivano nel benessere e i più manchino del necessario. Occorre cambiare il modo con cui tanti intendo­no la giustizia.

- Dovete realizzare un capovolgimento di mentalità; impostare su schemi nuovi il vostro apostolato, impegnarvi in un generoso movimento caritativo per abbattere gli steccati creati dall'egoismo individuale e collet­tivo. Chiedo a te, ai tuoi amici e benefattori, a tutta la mia Chiesa, uno sforzo coraggioso per convertirvi all'amore.

Mio fratello Giuda

- Scusami, Signore, prima di chiudere questa intervista, mi permetto di farti ancora una domanda: riguarda l'uomo più vituperato e odiato dalla storia, Giuda. Una figura che mi ha fatto sempre tenerezza, un personag­gio sul quale ho persino desiderato scrivere un libro, per conoscere i moti­vi che lo hanno portato al tradimento e poi alla disperazione, culminata nell'impiccagione (Gv 13,21-30).

- Perché ti interessa tanto la sua figura?

- Perché tutta la storia è piena di tradimenti, piccoli e grandi, contro di te, contro la verità, contro l'uomo. Anch'io mi riconosco tra questi «giuda» cresciuti in tutti i paesi, da cui non è esente neppure la tua Chiesa. Quanti ti hanno venduto per meno di trenta denari! Ma, dimmi: non lo avevi scel­to tu, e tra i dodici apostoli non penso fosse il peggiore, tanto che gli avevi affidato il delicato incarico di amministrare i beni comuni?!

- Era intelligente, riscuoteva la mia fiducia e quella di tanti altri. Mi amava sinceramente ed era uno dei più entusiasti nell'apostolato.

- Non hai avuto sinceramente un compito facile nel formare gli uomi­ni che ti eri scelto: ignoranti, rozzi, litigiosi, presuntuosi...

- Un lavoro lento e logorante, con scarsi risultati. Nell'ora stessa della prova tutti mi hanno abbandonato, uno mi ha tradito, un altro rinnegato. Solo dopo la mia risurrezione e la Pentecoste saranno tutti trasformati: co­raggiosi e generosi andranno per il mondo a continuare la missione affida­tami dal Padre, testimoniandola con il sacrificio della vita.

- Quando cominciò Giuda ad allontanarsi da te?

- Come tutti gli altri, apostoli e discepoli, essi aspettavano un Messia liberatore dall'oppressione dei romani, restauratore del regno di Israele. Questa era l'attesa di tutto il popolo; attesa che dura tuttora nel popolo ebraico che non mi ha accettato.

Per loro sono stato la più grande delusione quando ho proclamato: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,26). Eppure avevo precisato tante volte che ero stato mandato dal Padre a liberare l'uomo dalla schiavi­tù del peccato, venuto per servire, non per essere servito, paragonando il mio regno a un granello di senape, a un tesoro nascosto nel campo, a una rete gettata in mare... Avevo predetto come «il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto, essere rimproverato dagli anziani, dai grandi sacerdoti e da­gli scribi, messo a morte e risuscitato dopo tre giorni» (Mc 8,31-32). Persi­no Pietro si era ribellato, meritando un mio aspro rimprovero: «Via da me, satana, perché tu non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33).

- Quindi anche il povero Giuda si sentì tradito nei suoi ideali, nelle sue attese, e vedendo le folle che ti seguivano e accettavano il tuo messag­gio, pensò di impedirlo facendoti arrestare dal sinedrio.

- Certo non prevedeva che il suo tradimento si sarebbe concluso con una condanna a morte, sancita poi dal tribunale romano.

- Permettimi di fare una critica anche agli altri apostoli. Nell'ultima Cena, quando fu chiaro a tutti che lui stava per tradirti, nessuno di loro uscì per stargli accanto, per indurlo a ragionare, fargli comprendere il male che stava per compiere...

- È vero, anche se avevano partecipato al banchetto, prova suprema del mio amore per l'uomo! Nessuno comprese che l'amore esige di sacrifi­care tutto, anche la vita, per salvare un fratello. Lo faranno poi tutti, dopo la radicale conversione all'amore.

- E Giuda, solo, nella notte, quando vide le conseguenze del suo tra­dimento: le percosse, i dileggi, la flagellazione, la condanna alla crocifissio­ne, «preso dal rimorso, riportò i trenta denari ai sommi sacerdoti e agli an­ziani dicendo: «Ho peccato, ho tradito il sangue innocente!» (Mt 27,3-4).

- Sicuramente anche il bacio che gli avevo restituito, chiamandolo «amico», quando mi aveva consegnato agli sgherri, dicendo: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell'uomo» (Lc 22,48), lo aveva colpito profon­damente.

- Signore, io penso, che, straziato dal rimorso, abbia voluto espiare, punire se stesso, distruggendo l'unico bene che ancor gli rimaneva: la sua vita.

- Il suicidio è sempre un atto provocato da un immenso amore o dolore.

- Quindi posso credere che anche lui si sia salvato, anche se hai affer­mato, citando la Scrittura: «Guai a quell'uomo da cui il Figlio dell'uomo è tradito: sarebbe stato meglio per lui che non fosse mai nato» (Mt 26,24).

- Questo vale per tutti i criminali, per quanti rifiutano il perdono, l'amore infinito di Dio.