INSIEME VERSO IL MATRIMONIO
Breve corso di preparazione per fidanzati
Mons.
Dott. Gervasio Gestori, Preposto Parroco di Melzo
Dott.
Don Ferdinando Citterio, docente di Teologia Morale
Dott.
Luisella Girola e Dott. Mauro Mascherpa
Dott.
Aurelio Barazzetta, Magistrato
Marialuisa
e Ambrogio Facchinetti, Coniugi
«Più
che mai necessaria ai nostri giorni è la preparazione dei giovani al matrimonio
e alla vita familiare... Molti fenomeni negativi che oggi si lamentano nella
vita familiare derivano dal fatto che, nelle nuove situazioni, i giovani non
solo perdono di vista la giusta gerarchia dei valori, ma, non possedendo più
criteri sicuri di comportamento, non sanno come affrontare e risolvere le nuove
difficoltà. L'esperienza però insegna che i giovani ben preparati alla vita
familiare, in genere riescono meglio degli altri. Ciò vale ancor più per il
matrimonio cristiano, il cui influsso si estende sulla santità di tanti uomini
e donne. Per questo la Chiesa deve promuovere migliori e più intensi programmi
di preparazione al matrimonio». Sono parole dell'esortazione Familiaris
consortio di Giovanni Paolo II, con cui il Papa ripropone a tutta la Chiesa gli
orientamenti e le indicazioni del Sinodo dei Vescovi del 1980 dedicato ai
compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo.
La
preparazione al matrimonio cristiano è insieme preparazione «umana» e
preparazione «di fede». Infatti, il Signore Gesù intende rivivere oggi il Suo
amore all'uomo e alla Chiesa dentro e attraverso l'amore «umano» degli sposi:
tutto ciò che conduce a maturazione e a perfezione i valori e le esigenze
umane del matrimonio entra a rendere più significativo e più efficace il dono
di grazia di Cristo. Ma questo dono può essere scoperto, e riscoperto nella sua
straordinaria ricchezza, solo con gli occhi illuminati dalla fede e dal cuore
che ama il Signore e lo incontra nella preghiera. Per questo la preparazione
al matrimonio esige non solo la conoscenza dei valori e delle esigenze umane
della vita coniugale e familiare, ma anche l'esperienza dell'incontro personale
con il Signore Gesù.
La
preparazione al matrimonio cristiano è insieme un fatto «personale» e un
fatto «ecclesiale»: è un'occasione ed una responsabilità offerte alla
singola persona e alla coppia, che non possono essere trascurate; ma è pure
un'occasione ed una responsabilità per tutta la comunità cristiana. I
fidanzati sanno che il matrimonio cristiano li inserisce nella Chiesa con un
dono e un compito particolare: gli sposi cristiani, nell'amore reciproco e
nell'amore fecondo, contribuiscono a costruire la Chiesa, di generazione in
generazione. In tal senso la loro preparazione assume una singolare importanza
per l'avvenire non solo della loro famiglia, ma anche della grande famiglia dei
figli di Dio, ossia della Chiesa. Per questo la Chiesa stessa sente come urgente
e irrinunciabile un'azione pastorale rivolta in modo particolare ai giovani che
camminano verso il loro domani coniugale: non si stanca, perciò, di invitarli
ad una seria e impegnata preparazione al matrimonio.
É
essenziale l'ascolto, come accoglienza dell'annuncio che la Chiesa fa delle
verità riguardanti la vita coniugale e familiare, umana e cristiana insieme.
L'ascolto può essere favorito, e in qualche modo prolungato nel tempo e
intensificato nello spirito, dalla lettura di alcuni scritti. Questo che
presentiamo ha il pregio della serietà di contenuto, della chiarezza di
esposizione, della facilità, di comprensione: motivi sufficienti per essere
grati a quanti l'hanno preparato e per augurare a quanti lo leggeranno e
mediteranno una più penetrante comprensione del loro amore e, in esso,
dell'Amore di Dio. Un libro, dunque, per imparare ad amare, per imparare ad
amare l'Amore.
Oggi
la preparazione al matrimonio è diventata una realtà generale. Per fortuna!
E non mi riferisco tanto all'impegno delle singole coppie per meglio conoscersi
e per meglio abituarsi a vivere insieme. Intendo piuttosto quel tipo di
preparazione, che ormai tutte le Parrocchie o gruppi di Parrocchie
organizzano, per aiutare i giovani a comprendere con maggiore intelligenza la
realtà della vita di coppia nella sua piena dimensione umana e religiosa.
Spesso
si vorrebbe avere più tempo, per dire più cose, per conversare maggiormente,
per un dialogo che tenti la profondità. E questo viene sentito come importante
sia da parte di chi organizza i cosiddetti «corsi di preparazione al
matrimonio», sia soprattutto da parte di chi al matrimonio si sta
avvicinando, percependone tutta la grandezza composita ed intuendo nello
stesso tempo come tale scelta sia portatrice di aspetti rischiosi e difficili.
Anche il corso di preparazione al matrimonio presenta tante riflessioni,
permette di cogliere tutta la ricchezza del periodo che si sta vivendo, ma nel
medesimo momento può lasciare con qualche insoddisfazione: alcune cose sfuggono
ed altre si dimenticano. Non si potrebbe fissare almeno quello che maggiormente
conta? Questo breve scritto non ha nessuna pretesa. Vuole soltanto richiamare i
principali concetti dell'insegnamento della Chiesa sul matrimonio, sia per
l'aspetto teologico che per quello morale. E vuole ricordare alcune riflessioni
di carattere psicologico per la vita di coppia ed alcuni dati fondamentali di
ordine medico per quanto concerne l'apparato genitale e la fecondazione. Il
discorso cerca di essere estremamente semplice e chiaro, anche se non scende ad
un livello semplicistico.
Si
tratta, come è possibile intuire, di una catechesi essenziale sul matrimonio
cristiano, che viene offerta alle coppie che si stanno preparando a sposarsi e
che può risultare utile anche a chi deve guidare i corsi di preparazione.
Mi
auguro che questo strumento trovi tanta cordiale accoglienza.
Capitolo
primo
di
Gervasio Gestori
Non
è più il tempo di fare le cose così, in qualche modo, senza chiedersi il
perché di quanto si compie. Non vogliamo fare le cose senza senso. Ed è giusto
che sia così.
Ebbene:
voi volete sposarvi in chiesa. Per quale motivo? che senso ha sposarsi in
chiesa?
Direte:
perché siamo credenti; perché ci sentiamo cristiani.
D'accordo!
Ma che significa essere «cristiani»?
Non
basta credere in Dio, anche se questa è cosa fondamentale, perché anche gli
ebrei ed i musulmani credono in Dio.
Nemmeno
è sufficiente avere la volontà di essere buoni, dal momento che fortunatamente
vivono anche persone non credenti che intendono essere buone.
Essere
cristiani significa credere in Gesù Cristo, e cioè credere:
1)
che Dio è intervenuto nel nostro mondo e nella nostra storia mediante la
persona di Gesù di Nazaret;
2)
che Gesù ci ha detto il pensiero di Dio su noi e sul mondo, donandoci il suo
messaggio di salvezza, cioè il Vangelo;
3)
che Gesù continua a vivere, ad insegnare ed aiutare mediante la Chiesa, la
quale è come messaggera del Signore in ogni tempo ed in ogni parte della terra.
Allora:
che cosa Gesù pensa del matrimonio? quale è il suo insegnamento a proposito
dell'amore di una donna e di un uomo?
L'insegnamento
di Gesù si trova nella Bibbia. Vi presento tre passi, dai quali è possibile
cogliere il pensiero di Cristo intorno al matrimonio.
Dal
libro della Genesi (1, 26-28).
Dio
disse: «Facciamo l'uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine. Dominerà
sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, sugli animali
selvatici e su quelli che strisciano al suolo». Dio creò l'uomo simile a sé,
lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò. Li benedisse con queste
parole: «Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e
dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che
si muovono sulla terra».
Dal
libro della Genesi (2, 18. 21-24).
Poi
Dio, il Signore, disse: «Non è bene che l'uomo sia solo. Gli farò un aiuto,
adatto a lui». Allora Dio, il Signore, fece scendere un sonno profondo
sull'uomo, che si addormentò; poi gli tolse una costola e richiuse la carne
al suo posto. Con quella costola Dio, il Signore, formò la donna e la condusse
all'uomo. Allora egli esclamò: «Questa sì! E osso delle mie ossa, carne della
mia carne, Si chiamerà: Donna perché è stata tratta dall'uomo».
Perciò
l'uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e i due saranno
una cosa sola.
Dal
Vangelo di Matteo (19, 3-12).
Si
avvicinarono a lui alcuni che erano del gruppo dei farisei. Essi volevano
metterlo in difficoltà, perciò gli domandarono: - Un uomo può divorziare
dalla propria moglie per un motivo qualsiasi?
Gesù
rispose: -Non avete letto ciò che dice la Bibbia? Dice che Dio fin dal
principio maschio e femmina li creò. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua
madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una cosa sola. Così essi non
sono più due ma un unico essere. Perciò l'uomo non separi ciò che Dio ha
unito.
I
farisei gli domandarono: - Perché dunque Mosè ha comandato di mandar via la
moglie dopo averle dato una dichiarazione scritta di divorzio?
Gesù
rispose: - Mosè vi ha permesso di mandar via le vostre donne perché voi avete
il cuore duro; ma al principio non era così. Ora io vi dico: se uno manda via
la propria donna - salvo il caso di una relazione illegale - e poi ne sposa
un'altra, costui commette adulterio.
Allora
i suoi discepoli gli dissero: - Se questa è la condizione dell'uomo che si
sposa, è meglio non sposarsi.
Gesù
rispose: - Non tutti capiscono questo insegnamento; lo accolgono soltanto
quelli ai quali Dio dà la capacità di farlo.
Vi
sono diversi motivi per cui certe persone non si sposano: per alcuni vi è
un'impossibilità fisica, fin dalla nascita; altri sono incapaci di sposarsi
perché gli uomini li hanno fatti diventare così; altri poi non si sposano per
servire meglio il regno di Dio. Chi può capire, cerchi di capire.
Il
primo passo, uno dei più antichi di tutta la Bibbia, descrive in termini
sintetici la creazione dell'umanità, di cui si dice che ogni essere umano è
fatto ad immagine di Dio, in quanto realtà con una dimensione spirituale,
comunitaria e feconda.
Anche
il secondo passo insegna le medesime verità, con una sottolineatura
dell'uguaglianza tra maschio e femmina, in quanto questa deriva dal maschio e
quindi è simile a lui per dignità.
Il
terzo passo, dal vangelo di Matteo, esprime il pensiero di Cristo a proposito
della fedeltà coniugale, che deve durare «per sempre», e risponde
all'antico passo della Genesi.
Questi
brani biblici, ed altri ancora, letti con l'intelligenza della fede dalla
Chiesa, conducono a questi insegnamenti principali:
1)
Il matrimonio è una istituzione che viene da Dio.
Dio
ha creato l'uomo e la donna; li ha voluti uguali per la medesima umanità che
possiedono e li ha voluti diversi nel corpo e nella psicologia per il reciproco
completamento, per la loro gioia, per un perfezionamento fisico e spirituale e
per la fecondità della coppia.
Dal momento che il matrimonio è stato voluto da Dio esso è un bene, anzi è qualcosa di sacro, va accolto con sentimenti di venerazione e va vissuto con animo religioso.
Conseguentemente il matrimonio in quanto voluto da Dio è un cammino a due, bello e meraviglioso, sia nella sua fase preparatoria, sia nel momento del suo rodaggio e della sua esistenza. Inoltre, in quanto è qualcosa di divino, esso è sottratto alla volubile volontà dei singoli uomini ed anche dello Stato, perché nasce prima dello Stato e sta anzi a fondamento della convivenza civile.
2)
Il matrimonio è una realtà con tre caratteristiche fondamentali.
a)
La prima caratteristica è quella dell'unità.
Il
matrimonio si celebra tra UN uomo ed UNA donna.
É
infatti esigenza tipica dell'amore coniugale volere bene ad una persona e ad una
persona sola. Questo emerge con ancora maggiore evidenza quando si è nel
periodo dell'innamoramento, durante il quale è inconcepibile pensare di voler
bene anche ad un'altra persona in modo coniugale.
Questa
prima caratteristica del matrimonio porta ad escludere non solo ogni bigamia o
poligamia, ma anche ogni infedeltà coniugale sia di sguardi che di sentimenti e
di azioni.
b)
La seconda è quella dell'indissolubilità.
Il
matrimonio si celebra tra un uomo ed una donna che vogliono amarsi PER SEMPRE.
E
infatti esigenza tipica dell'amore coniugale voler bene ad una persona, ad una
persona sola, e ad una persona sola per sempre. É antipsicologico pensare di
amare una persona in maniera condizionata, fino ad un certo tempo, per sei mesi
o per dieci anni. Che senso ha un amore del genere? Questa caratteristica del
matrimonio porta ad essere contrari al divorzio, cioè alla rottura di un
vincolo che, per sua natura, vuole e deve essere «per tutti i giorni della mia
vita».
Ancora:
questo non significa che ad un certo punto della propria vita coniugale i
rapporti non possano andare male; se si arriva a questo, ciò non dipende
dall'amore, che possiede la psicologia del «per sempre», ma dipende dalla
mancanza di amore, da un amore non coltivato, dalla non educazione reciproca e
continua all'amore, da un amore non vero.
c)
La terza caratteristica è quella della fecondità.
Il
matrimonio si celebra tra un uomo e una donna che vogliono amarsi non in maniera
egoistica ma aperta.
É
infatti esigenza tipica dell'amore coniugale rimanere aperto a nuove vite, che
sono l'effetto dell'amore totale tra due sposi e risultano segno e richiamo di
questo loro amore completo.
Non è detto che ogni matrimonio debba necessariamente essere fecondo di fatto (vedi il caso della sterilità), ma rimane evidente che ogni matrimonio non possa non essere aperto alla fecondità per un'esigenza intrinseca dell'amore coniugale, che tende a continuare in altre nuove esistenze.
Qui
si situa il discorso importante sulla paternità e maternità responsabili, di
cui si parlerà in seguito.
3)
Il matrimonio cristiano è un Sacramento.
Questa
affermazione richiede qualche facile parola di spiegazione, per arrivare a
comprendere il suo valore e la sua portata.
a)
Che cosa è un Sacramento?
La
definizione tradizionale dice che il sacramento è un segno efficace della
grazia. Cioè, si tratta di un gesto capace di produrre effettivamente qualcosa
di spiritualmente buono dentro di noi.
Potremmo dire con parole più semplici che un sacramento è una forte e vera presenza di Cristo nella nostra vita. Ad esempio: nel Battesimo Cristo si fa presente per cancellare da un'anima ogni macchia di peccato e per rendere una persona figlia di Dio; nell'Eucaristia Cristo è realmente presente per rinnovare la sua morte in croce e la sua risurrezione e per diventare cibo della nostra anima.
b)
Che cosa significa che il matrimonio è un Sacramento?
Innanzitutto
significa che Gesù benedice il vostro amore, è presente nella vostra famiglia,
rende sacro e più stabile il vostro affetto.
Significa
anche che il Signore vi prende per mano e vi accompagna in tutti i giorni della
vostra vita coniugale. E se anche il modo di concepire il matrimonio dal punto
di vista cristiano è esigente, il Signore non vi abbandona e vi aiuta a vivere
da sposi e da genitori in maniera più bella.
Il
matrimonio sacramento significa pure che ogni gesto di amore che i coniugi
compiono in modo onesto è segno di quell'amore infinito che Cristo ha per la
Chiesa da lui scelta come sua sposa. In altre parole, l'amore dello sposo per la
sua sposa richiama l'amore del Signore per il suo popolo e per tutta l'umanità.
c)
Quali significati possiede il matrimonio cristiano?
L'ultima
osservazione sopra fatta già presenta quale sia il significato spirituale del
matrimonio in Cristo.
Quando
voi dite il vostro «sì» reciproco, carico di affetto e nei modi più diversi
(parole, gesti, attenzioni, sacrifici, silenzi, ecc.), in quel momento Cristo vi
è accanto per farvi sentire più uniti e per legarvi non semplicemente con un
amore umano, ma per associarvi più intimamente a Lui e a Dio.
Il
Signore diventa allora il testimone del vostro amore; anzi diventa l'amore del
vostro matrimonio.
Di
conseguenza l'amore di due giovani, che si sposano in Chiesa, è molto più
forte e profondo, perché benedetto da questa presenza di Cristo, che ama
sempre, ama senza limiti, senza possibilità di mutamento, senza egoismi. Così
dovreste amare anche voi!
Tra le molte cose, che a questo punto si potrebbero ricordare, vorrei richiamarne due:
1)
L'amore di due giovani, che intendono sposarsi, è un amore ancora molto
germinale, bisognoso di maturazione e di approfondimento. Dovrà passare
attraverso le diverse fasi, che vanno dal facile atteggiamento di chi è
innamorato a quello più impegnativo, ma non meno bello, di chi si sente accolto
ed accoglie l'altro come persona indispensabile, dopo avere superato le varie
difficoltà della vita, senza lasciarsi appiattire dall'inesorabile forza
dell'abitudine.
Questo amore potrà subire delle crisi, quando sarà incapace di crescere; esso incontrerà delle difficoltà e delle tentazioni, dalle quali dovrà essere difeso: saranno sempre necessarie una certa mortificazione prudenziale ed almeno un minimo di preghiera quotidiana. Questo significa che senza sforzo umano e senza vita di fede un matrimonio difficilmente può reggere bene di fronte agli assalti di idee errate e davanti alle difficoltà della vita.
2)
Se il matrimonio perfeziona l'uomo, allora chi non si sposa è un essere
incompleto?
Il
problema posto non può essere affrontato superficialmente e si collega con le
scelte celibatarie e verginali fatte con le motivazioni più diverse.
Comunque
una breve risposta può essere ugualmente offerta, almeno in maniera
germinale. Chi non si sposa rimane un essere incompleto, se fa questo per
paura di scegliere, per incapacità di assumere determinati impegni o per
motivi di egoismo e di falsa libertà.
Chi
non si sposa non sarà un essere incompleto, se avrà fatto la scelta
celibatoria o verginale sapendo di rinunciare ad un bene, quello del matrimonio,
ma nella convinzione di scegliere un bene maggiore, quello di poter amare Dio ed
i fratelli in maniera più libera e più completa.
Capitolo
secondo
di
Marialuisa e Ambrogio Facchinetti
É
impossibile spiegare il perché ci siamo incontrati proprio noi due e ci siamo
sentiti attrarre reciprocamente al punto da scoprire via via in modo più chiaro
di essere fatti l'uno per l'altro: l'innamoramento è la sintesi di forze misteriose
ed è insieme momento forte di un Piano Provvidenziale che ci ha chiamati sulla
strada del matrimonio. Certamente ci siamo sentiti spinti a sposarci dal desiderio
di essere uniti per sempre, dalla certezza che solo uniti saremmo riusciti a
raggiungere la nostra felicità.
Si
scopre però come l'essere uniti davvero è frutto di uno sforzo continuo e
paziente: non è che il matrimonio automaticamente generi l'intesa tra i due e
di conseguenza la felicità.
Sembra
anzi che dopo la celebrazione del matrimonio, in modo repentino, si scopra
quanto l'altro sia diverso da noi e anche dall'idea che di lui ci eravamo fatti.
Eppure
eravamo convinti di conoscerlo bene!
Ma
è la realtà quotidiana che mette in luce dei piccoli difetti, talvolta assai
fastidiosi, che fa scaturire delle incomprensioni, frutto magari soltanto di
stanchezza o di poca pazienza nell'ascoltarci, che fa risaltare differenze anche
notevoli nel modo di affrontare un problema concreto.
L'uomo
e la donna sono due mondi assai diversi tra loro per struttura biologica,
psicologica, ecc. e ciascuno dei due inoltre ha alle spalle una sua famiglia,
un'educazione con caratteristiche proprie, esperienze di vita che hanno portato
a maturare atteggiamenti diversi, talvolta anche una cultura o degli studi non
omogenei.
Se
però i valori di fondo sono gli stessi, se i due credono nelle stesse realtà
essenziali, allora si scopre come nel dialogo sereno, aperto, paziente e
costante si può mettere a servizio dell'altro ciò che si è e accettare con
semplicità ciò che l'altro ci dona. Si costruisce allora un'unità basata non
su spinte emotive e superficiali ma sulla scoperta della complementarietà tra
i due, che è la vera ricchezza di un matrimonio ben riuscito.
Occorre
certamente una grande fiducia reciproca, la capacità di essere leali fino
alla trasparenza dell'uno verso l'altro, ma la gioia che accompagna questo
cammino di comunione sempre più profonda tra i due è così intensa da sostenerci
e da farci superare gli ostacoli.
Sono
di aiuto anche le piccole attenzioni reciproche: una semplice parola di lode o
di ammirazione, una tenerezza improvvisa, un guardarsi negli occhi con intensità
nuova, un incoraggiamento delicato e comprensivo, un attimo di silenzio per
gustare il proprio amore, sono piccolissimi gesti che esprimono un amore in
continua crescita, che non corre certo il rischio di appiattirsi in una noiosa
monotonia.
Anche
il sacrificio ha il suo posto nella vita coniugale: il saper tacere una parola
che avrebbe potuto offendere, il nascondere la propria stanchezza, l'essere
disponibili ad affrontare con serenità una situazione imprevista, capaci di
perdono reciproco e disposti sempre a ricominciare da capo con nuovo slancio
sono tutti ingredienti essenziali per camminare insieme.
L'amore
che ci lega non può esaurirsi all'interno della coppia, ma trabocca al di
fuori, ad esempio verso i genitori: papà e mamma sono le persone più care che
ciascuno dei due porta nel proprio cuore e che col matrimonio divengono papà
e mamma anche per l'altro: attenzione, affetto, aiuto concreto offerti con la
certezza di un dovere compiuto, ma che divengono anche segni assai concreti
dell'amore tra i due.
Se
lo amo come faccio a non amare la sua mamma, che è per lui la persona più
cara, quella che gli ha donato la vita e con la quale ha condiviso i problemi
piccoli e grandi?
É
proprio quindi l'unione spirituale profonda tra i due a suggerire il giusto
cammino della coppia, la sua apertura equilibrata e generosa verso gli altri,
genitori, parenti, comunità ecclesiale e civile.
Ed
è sempre questa intimità radicale tra i due a richiedere un'espressione
anche su un piano fisico: è il coinvolgimento totale della persona.
Per
questo il rapporto sessuale ha il suo profondo significato solo se c'è la
volontà di appartenersi spiritualmente per sempre e quindi all'interno del
matrimonio e se è compiuto secondo le leggi di Dio. Diversamente non fa
crescere l'amore della coppia, ma lo distrugge; diventa ricerca del piacere e
quindi di sé e non dono all'altro.
La
sessualità deve essere un modo di comunicare l'amore e non può certo
sostituirlo: vissuta con delicatezza estrema e attenzione all'altro diventa
segno particolarmente significativo dell'amore, rinsalda l'unità, fa gustare
l'armonia e la gioia.
La
coppia mentre vive con intensità l'amore deve anche mettersi con generosità e
responsabilità al servizio della vita: i figli sono un bene, un grande bene, un
dono sempre, anche quando dovessero giungere non... programmati.
Talvolta
c'è la paura del figlio, la paura delle responsabilità educative e dei
sacrifici che richiede, ma la chiusura nell'egoismo è la fine dell'amore anche
nella coppia. Paternità e maternità generose e responsabili sono l'invito
della Chiesa alla coppia cristiana e sono un richiamo anche a valori di
saggezza umana.
Il
camminare giorno per giorno insieme, vivendo la gioia di una comunione sempre più
profonda, esige però una meta verso cui indirizzare i passi.
Pensiamo
che solo il Signore possa rappresentare il traguardo ultimo del nostro
cammino.
Come
è stato la fonte del nostro amore (siamo certi che Lui ci ha fatti incontrare)
così l'abbiamo scelto come compagno della nostra vita matrimoniale (ci siamo
sposati in Chiesa), in Lui fissiamo lo sguardo quando ci troviamo a un bivio e
dobbiamo scegliere la strada. Ogni uomo deve compiere il suo cammino per
incontrare Dio: ma andargli incontro in due può essere più facile!
Si
prega insieme il mattino e a Lui si affidano e si offrono i problemi e le
preoccupazioni. La sera poi si rivede insieme la giornata e si ringrazia di
tanti doni ricevuti, della gioia soprattutto di volerci bene e, se c'è stata
qualche piccola tensione che ci ha fatto soffrire, questa si scioglie di
fronte al Signore e ci si addormenta in pace e felici.
Anche
la S. Messa è diventata la nostra Messa: abbiamo da offrire al Signore noi
stessi, la nostra vita: sappiamo che il nostro amore è una scintilla del Suo
Amore e che solo Lui lo può sostenere, purificare, rinvigorire. La S. Comunione
ci unisce a Lui e tra di noi. Perfino il momento della Confessione ha
acquistato un valore nuovo: ci si ferma un attimo a ripensare la strada
compiuta, si decide che cosa si deve modificare e migliorare e si chiede perdono
per riprendere con nuova lena e più slancio.
Sovente
sentiamo il dovere di ringraziare il Signore perché ci ha donato davvero
molto: ha superato i nostri desideri di quando eravamo fidanzati, ci ha
guidato per sentieri diversi da quelli che ci aspettavamo, ma ci colma ogni
giorno della Sua gioia.
Capitolo
terzo
di
Gervasio Gestori
Vogliamo
subito premettere che il discorso morale oggi viene quasi sempre sentito come
qualcosa di impositivo e di limitante la propria libertà, dal momento che la
morale dice la norma da seguire, la legge da osservare, un obbligo da ricordare,
un divieto al quale ottemperare. Da qui deriva l'atteggiamento di buona parte
della cultura contemporanea, che quasi istintivamente si ribella ad ogni
normativa morale, intesa come costrizione di libertà, conculcazione della
propria coscienza, antagonista dei nostri diritti.
Diciamo
che questa mentalità, benché assai diffusa, non coglie il senso esatto della
libertà, che ovviamente non può consistere nel fare quello che si vuole, ma
nel compiere coscienziosamente quello che si deve. Basta riflettere un poco
per capire che una libertà senza una meta, cioè senza uno scopo o un dovere,
rimane una libertà vuota e senza senso. Ma noi vogliamo dare un significato
alla nostra libertà!
É
anche pacifico che si debba seguire la propria coscienza nelle scelte della
nostra vita, ma rimane anche indiscutibile che non tutto quello che la
coscienza suggerisce è sempre accettabile e buono. E quindi rimane il dovere di
formare la propria coscienza alla verità delle scelte, perché possa essere un
valido punto di partenza delle nostre azioni.
Con queste precisazioni ci introduciamo a considerare non tutti gli aspetti della vita coniugale sotto il profilo morale (ad esempio: rispetto reciproco, dovere della collaborazione, il lavoro per il bene della famiglia, necessità della preghiera, ecc.), ma ci limitiamo ad alcuni problemi tipici dell'esistenza matrimoniale oggi.
1
- Le direttive essenziali
Volendo
procedere con estrema chiarezza potremmo dire:
1)
Se il matrimonio è una realtà di amore, cioè un sacremento di amore, allora
tutto quello che non è amore, che non è vero amore, è peccato. Quindi è
peccato l'egoismo. Ad esempio: pretese, imposizioni, rabbie, incomprensioni,
freddezze, rotture, gelosie, pigrizie, mancanza di dialogo, ecc.
2)
Se è tipico dell'amore coniugale la fedeltà, allora ogni mancanza di fedeltà
è peccato. E quindi, ogni sguardo, pensiero, desiderio o azione, che non
siano fedeli, sono peccati. Una volta si parlava di peccato di adulterio (ed il
Vangelo ne parla ancora) e quindi si può mancare di adulterio in sguardi,
pensieri, desideri e azioni. Tenendo presente, tuttavia, la solita avvertenza
fondamentale di non confondere il «sentire» qualcosa (che non è ancora
peccato, perché manca la volontà di farlo) con l'«acconsentire» a qualcosa
(che diventa peccato, perché interviene la scelta della volontà).
3)
Se è tipico dell'amore coniugale il «per sempre», allora ogni rottura
colpevole del legame indissolubile del matrimonio deve considerarsi peccato. Su
questo punto del divorzio l'insegnamento della Chiesa è chiaro, ma è pure
chiaro ogni retto sentire umano, che considera la rottura coniugale non certo un
bene, ma il fallimento di un valore.
A questo proposito non sarà inutile aggiungere che se il sentimento tra due coniugi non c'è più, come si fa a ricostruirlo? Ma bisogna pur dire che un matrimonio non si fonda sul solo sentimento (che oggi c'è e domani non si sente più). Ed inoltre è importante chiedersi perché un sentimento, che prima c'era, ora è scomparso: non ci possono essere delle responsabilità di questo cambiamento? e se è fondamentale l'indissolubilità del proprio matrimonio, non è scelta intelligente e doverosa lavorare sempre perché questo legame rimanga saldo e siano prevenuti gli eventuali ostacoli?
4)
Se è tipico dell'atto coniugale l'aspetto unitivo tra i due coniugi, atto per
sua intrinseca natura non disgiungibile da quello fecondativo, allora è peccato
ogni separazione di questi due aspetti. Ma qui il discorso si allarga dal piano
della coppia a quello dei figli e del costituirsi come genitori responsabili nei
loro confronti. L'argomento merita un approccio maggiormente articolato.
Potremmo
introdurci nella riflessione prendendo spunto da un breve passo del Vangelo di
Giovanni (16, 20-22). Siamo durante l'ultima cena di Cristo con i suoi discepoli
e Gesù vuol far capire che li abbandonerà, perché dovrà affrontare la
passione e la morte in croce. Ma in seguito ritornerà con la risurrezione ed
allora la loro primitiva tristezza si trasformerà in gioia. Per dire questo
usa un paragone: «In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi
rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra
afflizione si cambierà in gioia.
La
donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando
ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia
che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma
vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà».
Con
tocchi particolarmente carichi di umanità l'evangelista accenna ai momenti di
sofferenza e di gioia collegati con la nascita di ogni bambino. Basta il
ricordo. Come pure basta un minimo di riflessione per cogliere come il fatto
della maternità e della paternità abbia qualcosa del meraviglioso e del
miracoloso. I genitori dovranno sentirsi soggetti di un mistero, quello della
vita, e cooperatori dell'amore creatore di Dio e quasi suoi interpreti nel
compito di trasmettere la vita umana e di educare i propri figli.
Certo
che il fatto di mettere al mondo dei figli e di educarli in maniera giusta non
è una cosa semplice. Proprio perché questo fatto è rilevante, oggi
soprattutto, avere dei figli e farli crescere rettamente è anche un grosso
rischio, è un impegno serio.
Che
cosa pensare?
2
- Essere madre e padre in modo responsabile
1)
Che cosa significa desiderare un figlio?
Volere
un figlio non significa volere qualcosa o qualcuno, per cui farsene poi un
motivo di vanto (anche se i figli dovrebbero essere la soddisfazione dei loro
genitori). Il figlio non è un diversivo della propria vita, non è mai a nessuna
età un oggetto di trastullo o di godimento. Chi pensa in questi termini, in
maniera più o meno consapevole, dimostra la persistenza di una psicologia
ancora immatura e di un carattere ancora condizionato da un certo egoismo.
Volere un figlio significa possedere una ricchezza così esuberante ed incontenibile di vita da trasmetterla anche ad altri. La responsabilità nell'essere madre e padre comporta un sentirsi adulti ad ogni livello, così da essere capaci di generare altre persone, ed un sentirsi completi nel proprio essere e nel proprio amore, così da risultare capaci di aprirsi ad altre vite. Il figlio sarà il frutto ed il segno del proprio amore adulto e completo.
2)
A chi appartiene un figlio?
Indubbiamente
un figlio appartiene ai propri genitori: sono loro che l'hanno messo al mondo e
tocca a loro aiutarlo a crescere come persona, dandogli quella educazione
umana e religiosa che farà di lui qualcosa di maturo e di completo. Da qui
scaturisce tutta una serie di diritti e di doveri, che nessuno può sottrarre
ai genitori, nemmeno lo Stato.
Tuttavia,
un figlio prima di appartenere ai genitori, e più ancora che appartenere ai
genitori, appartiene a Dio. Non si tratta di far interferire Qualcuno con poteri
concorrenziali nei confronti della coppia generante, ma si tratta di affermare
anche in questo campo quella universale Signoria di Dio, per la quale soltanto
un soggetto umano viene affermato in tutta la sua autonomia e viene difeso in
tutta la sua personalità nei confronti di qualsiasi interferenza o aggressione,
sia pure da parte dei genitori.
Questa
Signoria si esplica non solo nel fatto che Dio crea l'anima spirituale, ma prima
ancora nel fatto che è il Signore che chiama alla vita un determinato
individuo nella sua fisionomia e nella sua personalità, lo chiama quando vuole,
gli fissa il cammino da percorrere ed il termine della sua esistenza. Ai
genitori spetta di accogliere chi viene (maschio o femmina, dotato o meno) e
quando viene (anche se la scienza è arrivata a spiegare tanti aspetti
dell'origine della vita umana). E di conseguenza i genitori devono trattare il
figlio sempre come persona, con un proprio destino da rispettare e da favorire,
e prima ancora con una propria autonoma realtà, che in quanto dotata di
personalità fin dal primo istante del concepimento dovrà sempre essere difesa
ed amata.
3)
Quanti figli?
Il
problema è grave ed è andato complicandosi specialmente in questi ultimi
tempi per le implicazioni di ordine familiare, sociale ed etico che esso
comporta.
É
giusto e doveroso che si faccia una regolazione della famiglia, tenendo presente
che la bontà dei genitori non dipende dal numero dei figli, ma senza
dimenticare che non è certamente nello spirito cristiano, ed anche solo umano,
vedere nei figli solo un peso da limitare nel numero o solo un incidente che
talvolta non si può evitare. L'atteggiamento veramente cristiano si nutre
sempre di donazione, di amore e di fiducia nella Divina Provvidenza, non in maniera
astratta o quando fa comodo, ma sempre ed anche nei momenti tipici della vita
coniugale.
Il
giudizio sul numero dei figli spetta agli sposi, che decideranno in coscienza
davanti a Dio e tenendo presenti le principali implicazioni che il fatto
comporta: la salute specialmente della madre, le capacità economiche ed
educative della famiglia, le esigenze della società, la presenza di tare
ereditarie, ecc. Talvolta può essere assai opportuno ricorrere al consiglio
di una persona competente ed onesta.
Ma
proprio qui si situa la grossa difficoltà di conciliare il dovere e l'esigenza
del reciproco affetto, da alimentare, conservare e difendere da parte dei
coniugi, e la non chiusura dell'atto coniugale alla possibilità del sorgere
della vita. Il problema merita qualche ulteriore precisazione.
3
- L'insegnamento della Chiesa sulla responsabilità nell'essere madre e padre
Il
tradizionale insegnamento della Chiesa sulla regolazione delle nascite è
stato ufficialmente ed autorevolmente riproposto con l'enciclica di Paolo VI «Humanae
vitae» (Della vita umana) del 25 luglio 1968. Vediamo sinteticamente i
contenuti che maggiormente ci possono interessare.
1)
La paternità responsabile
Oggi
giustamente tanto si insiste sulla paternità e maternità responsabili, anche
se la cosa deve essere esattamente intesa. Il documento del Papa ne parla sotto
diversi aspetti, tra loro collegati.
a)
In rapporto ai processi biologici, la paternità responsabile significa
conoscenza e rispetto di funzioni, che l'intelligenza scopre come leggi facenti
parte della persona umana.
b)
In rapporto alle tendenze degli istinti e delle passioni, «la paternità
responsabile significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono
esercitare su di esse» (n. 10).
c)
In rapporto alle condizioni fisiche e psicologiche ed alle situazioni economiche
e sociali, «la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione
ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione,
presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare
temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita» (n. 10).
d)
In rapporto alle leggi della morale, «l'esercizio responsabile della paternità
implica (dunque) che i coniugi riconoscano pienamente i propri doveri verso
Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia
di valori» (n. 10). Con la conseguenza fondamentale e rilevante dal punto di
vista morale che «nel compito di trasmettere la vita, essi non sono quindi
liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo
del tutto autonomo le vie oneste da seguire».
Il
passo del documento del Papa è di per se stesso chiaro, per cui non è
necessario nessun commento.
Sarà
appena sufficiente sottolineare come la paternità responsabile si esprime non
soltanto con la conoscenza e con il rispetto dei processi biologici, ma anche
con il necessario dominio dell'istinto e delle passioni e con la ponderata e generosa
deliberazione intorno alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e
sociali nelle quali vive la famiglia. Soprattutto la paternità responsabile
comporta un profondo rispetto dell'ordine morale oggettivo stabilito da Dio, così
che nel compito di trasmettere la vita non si è liberi di procedere a proprio
arbitrio, come se tutto dipendesse solo da noi.
2)
Rispetto dell'atto matrimoniale
L'insegnamento
della Chiesa è duplice:
a)
Gli atti coniugali sono onesti e degni.
Questo
dice subito la santità della vita matrimoniale. Va inoltre ricordato che tali
atti rimangono legittimi, «se per cause indipendenti dalla volontà dei
coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare
la loro unione» (n. 11).
b)
Inscindibilità dei due aspetti: unitivo e procreativo.
La
natura dell'atto coniugale fa cogliere immediatamente come i due aspetti di
questo atto, quello unitivo della coppia e quello fecondativo, siano tra loro
inseparabili.
Dice
il documento pontificio: «Infatti, per la sua intima struttura, l'atto
coniugale, mentre unisce profondamente gli sposi, li rende atti alla generazione
di nuove vite, secondo leggi iscritte nell'essere stesso dell'uomo e della
donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo,
l'atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il
suo ordinamento all'altissima vocazione dell'uomo alla paternità». (n. 12)
Ne consegue, come impegno morale, che tale unità dei due aspetti dell'atto, va sempre rispettata, anche se è proprio questo rispetto che può creare problemi morali notevoli e gravi nei confronti della paternità responsabile.
3)
Le vie illecite per la regolazione delle nascite
Al
n. 14 così insegna il documento del Papa: «In conformità con questi
capisaldi della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una
volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la
regolazione delle nascite, l'interruzione diretta del processo generativo già
iniziato, e soprattutto l'aborto direttamente voluto e procurato, anche se per
ragioni terapeutiche.
É
parimenti da escludere, come il Magistero della Chiesa ha più volte dichiarato,
la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell'uomo che
della donna.
É
altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell'atto coniugale, o nel suo
compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come
scopo o come mezzo, di rendere impossibile la procreazione».
Da
questo passo del documento pontificio si deduce che per la Chiesa non è lecito
regolare le nascite:
a)
con l'interruzione diretta della gravidanza, cioè con l'aborto direttamente
voluto e procurato, anche per motivi di ordine terapeutico;
b)
con la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto maschile
che femminile (ad esempio, la pillola);
c)
con ogni tipo di azione che si proponga come fine di rendere impossibile la
procreazione (ad esempio, i preservativi).
4)
Vie lecite per la regolazione delle nascite
a)
É lecito assumere particolari farmaci, che rendono infecondo l'atto
coniugale, per motivi terapeutici
Dice
il Papa: «La Chiesa, invece, non ritiene affatto illecito l'uso dei mezzi
terapeutici veramente necessari per curare malattie dell'organismo, anche se ne
risultasse un impedimento, pur previsto, alla procreazione, purché tale
impedimento non sia, per qualsiasi motivo, direttamente voluto». (n. 15)
b)
É lecito il ricorso ai metodi naturali
Insegna
ancora il Papa che «è prerogativa dell'intelligenza umana dominare le
energie offerte dalla natura irrazionale ed orientarle verso un fine conforme al
bene dell'uomo. Ora, alcuni si chiedono: nel caso presente, non è forse
razionale, in talune circostanze, ricorrere al controllo artificiale delle
nascite, se con ciò si ottiene l'armonia e la quiete della famiglia e migliori
condizioni per l'educazione dei figli già nati? A questo quesito occorre
rispondere con chiarezza: la Chiesa è la prima ad elogiare e a raccomandare
l'intervento dell'intelligenza in un'opera che così da vicino associa la
creatura ragionevole al suo Creatore, ma afferma che ciò si deve fare nel
rispetto dell'ordine da Dio stabilito.
Se dunque per distanziare le nascite esistono seri motivi, derivanti o dalle condizioni fisiche o psicologiche dei coniugi, o da circostanze esteriori, la Chiesa insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle funzioni generative per l'uso del matrimonio nei soli periodi infecondi e così regolare la natalità senza offendere i principi morali che abbiamo ora ricordati.» (n. 16)
Per
l'applicazione pratica di questo metodo rimando alla parte apposita di questo
scritto. Qui basterà sottolineare come il ricorso a questo metodo non sia
facilissimo, perché richiede il controllo di sé durante i giorni fecondi del
ciclo, perché non è sempre di immediata applicazione (dal momento che
occorre conoscersi bene su un arco di tempo abbastanza ampio) e perché è
poco conosciuto anche dagli stessi operatori sanitari. Tuttavia il ricorso a
questo metodo, anche per l'attestazione delle coppie che lo hanno adottato,
oltre al rispetto della naturalità dell'atto coniugale ed all'osservanza della
norma morale, permette notevoli vantaggi psicologici, perché invitando ad un
certo autocontrollo, aiuta a superare una aliquale inevitabile assuefazione
ed attraverso l'astinenza durante i periodi fecondi aiuta a rintracciare momenti
di novità, capaci di rivitalizzare anche il rapporto di coppia.
Da
questi veloci accenni l'impressione che si può ricavare è evidentemente
quella della non facilità della morale coniugale cristiana. Soprattutto in
questi ultimi tempi, per i profondi cambiamenti intervenuti nel nostro modo di
vivere e di pensare, la proposta ai coniugi cristiani di assumere questo
atteggiamento nei loro rapporti è indubbiamente esigente ed impegnativa.
La
Chiesa è pienamente consapevole di tutto questo ed anche il Papa nella sua
Enciclica sa di chiedere ai coniugi cristiani una risposta dura, anche se bella
e non impossibile.
Pertanto
il Pontefice si rivolge ai sacerdoti, che sono le guide spirituali ed i
consiglieri delle singole persone e delle famiglie, domandando loro di esporre
senza ambiguità e con leale ossequio l'insegnamento della Chiesa, così da essere
eco della voce di Cristo in maniera vera. Ma nello stesso tempo il Papa domanda
ai sacerdoti di essere molto paterni, pazienti ed incoraggianti, sull'esempio di
Cristo, che con il peccato è stato intransigente, ma con i peccatori si è
sempre dimostrato assai misericordioso: «Nelle loro difficoltà, i coniugi
ritrovino sempre nelle parole e nel cuore del sacerdote l'eco della voce e
dell'amore del Redentore... Insegnate agli sposi la necessaria via della preghiera,
preparateli a ricorrere spesso e con fede ai sacramenti dell'Eucaristia e
della Penitenza, senza mai lasciarsi sconfortare dalla loro debolezza» (n. 29).
Capitolo
quarto
di
Ferdinando Citterio
Il
problema è di vedere se quanto la Chiesa indica in rapporto alla regolazione
della fertilità è possibile, o se invece è un'utopia, è irrealizzabile, è
soltanto un ideale. E se è praticabile, si tratterà anche di vedere quali
sono le condizioni di tale praticabilità.
Occorre
però innanzi tutto che siano chiari almeno due presupposti fondamentali, che
rendono poi plausibile anche il discorso che faremo sulle condizioni di
praticabilità di una regolazione naturale della fertilità.
Il
primo presupposto fondamentale può essere espresso così: occorre credere che
si tratta di una cosa possibile. Non si può essere scettici, né guardare a
questa realtà con un risolino ironico e scuotendo il capo: vorrebbe dire
rinunciare in partenza a praticare questa via.
Capita
in questo campo ciò che avviene in rapporto ad ogni discorso di fede, anche
semplicemente umana. Quando uno crede a qualcosa, realizza questa cosa perché
la sua fiducia chiama a convergenza tutte le forze che uno possiede. É
importante allora convincersi e credere che la regolazione naturale della
fertilità è una via praticabile, altrimenti tutte le forze rimangono sopite e
non ci si mette mai sul serio per praticarla.
A
sua volta poi questa fiducia non si deve basare solo sulla parola del Papa, ma
anche su una conoscenza previa. Spesse volte non ci si mette su questa strada
perché si è ignoranti su queste cose, anche da parte di molti medici
cattolici. Eppure ci sono tante coppie che la praticano e nel mondo va
diffondendosi questo stile. Una conoscenza allora che, oltre che essere
scientifica, può basarsi sulla testimonianza di chi pratica tale via.
Il
secondo presupposto è quello di sapere che vivere questo insegnamento della
Chiesa significa esprimere un valore profetico. Occorre essere convinti che
siamo una minoranza. É questa la condizione dei profeti: essi hanno il futuro,
ma sono in pochi o sono soli e la loro condizione è certamente disagevole.
Al
proposito basterebbe pensare a come ci si trova soli a dover parlare dei metodi
naturali, perché dai fabbricanti di prodotti anticoncezionali e dai mezzi di
comunicazione sociale sono questi ultimi ad essere reclamizzati. Ci si sente
isolati su questo come su altri punti, quali il divorzio e l'aborto.
1.
- Condizioni di praticabilità della regolazione naturale della fertilità
Dopo
aver accennato a questi due presupposti, si tratta ora di vedere a quali
condizioni una coppia può praticare la regolazione naturale della fertilità. E
si vedrà che tali condizioni sono riconducibili ad alcuni atteggiamenti
precisi e fondamentali.
1)
L'attività genitale non è il tutto della sessualità
É
il tempo di proporre una cultura sessuale diversa da quella attualmente
propagandata. In questa linea si deve affermare che l'espressione della
sessualità attraverso l'attività genitale non è l'unica possibile, né
l'assoluta, né quella indispensabile.
E
invece la cultura attuale va nel senso di vedere l'amore e la sua realtà
soltanto come esercizio della genitalità.
Questa
affermazione non significa che il sesso sia una dimensione che possa essere
sospesa. Significa invece che l'attività genitale può essere sospesa. Occorre
quindi ipotizzare anche questa capacità di contenersi; del resto è quanto
dovrebbe già avvenire quando il marito si trova lontano da casa per motivi di
lavoro o quando la moglie non si sente disposta all'unione sessuale, tanto per
fare un paio di esempi. Occorre essere disponibili a saper pazientare, a saper
fare a meno, anche per lunghi periodi, quando le circostanze lo richiedono.
Quando
invece un marito pretende di dimostrare alla moglie di volerle bene solo con
quel gesto non fa altro che esprimere ed esternare il suo bisogno istintivo di
soddisfare alla sua funzione genitale. E in tale contesto non andrà dimenticato
che si può vivere in modo adulterino anche all'interno del matrimonio e con la
propria moglie.
Quanto
è indispensabile non è il gesto genitale, ma piuttosto una autentica comunione
di vita, che può e deve essere costruita in tanti modi. É allora in questa
linea che la responsabile sospensione dell'attività genitale deve favorire lo
sviluppo di altre forme di affetto e di tenerezza.
2)
Un maggiore rispetto dell'altro e della sua morale
Occorre
un maggior rispetto dell'altro, soprattutto da parte dell'uomo verso la donna.
Ciò significa che occorre essere e diventare sempre più capaci di camminare
insieme. Questo problema non esiste, perché viene eluso, nell'uso dei mezzi
artificiali: infatti, in questo caso, basta che sia alterato il funzionamento
della fecondità femminile o con un farmaco o con il ricorso ad un mezzo
meccanico e la donna è e rimane sempre e continuamente disponibile, almeno a
livello fisiologico. Nella regolazione naturale della fertilità invece e la
donna che ritma il tempo e l'uomo deve saperlo rispettare mettendosi al suo
passo, con una cordiale e responsabile attenzione a lei, anche se quelli sono i
giorni del suo desiderio.
3)
Rifiuto del mito dello spontaneismo
In
genere, parlando dei metodi naturali, sorge l'obiezione che essi chiedono di
stare al calendario o addirittura di diventare schiavi di esso.
Di fronte a tale obiezione ci si deve convincere che il ricorso ai metodi naturali non mortifica la spontaneità e la libertà, e insieme che lo spontaneismo è un mito. Infatti la libertà dell'uomo non è data dalla spontaneità di fare tutto quello che si vuole quando si vuole e come si vuole, ma è data piuttosto dalla riflessione. Tanto è vero che uno sa digiunare anche quando ha fame e viceversa mangia anche quando non ne avrebbe voglia! In una parola, occorre ricordarsi che l'uomo è un essere razionale, per cui ogni gesto che pone non può e non deve essere contro la ragione, altrimenti questo suo gesto si trasforma in semplice istinto.
4)
Maggiore confidenza tra i coniugi
Un'altra condizione indispensabile per praticare questa via è che ci sia maggiore confidenza tra coniugi. Mentre nella contraccezione basta prendere una pastiglia, qui tra l'uomo e la donna ci si deve parlare. E invece spesso si ha paura a dirsi queste cose, si è imbarazzati ed emerge uno strano senso del pudore.
Si
tratta in fondo di conoscere meglio il proprio corpo. Occorre fare un pò di
fatica e vincere alcune resistenze imponderabili che giocano dentro la persona
stessa e, se è necessario, occorrerà anche consultare un ginecologo, purché
sia competente nei metodi naturali e rispettoso della coscienza del paziente
cattolico, anche se egli personalmente non è un credente.
5)
Pienezza di vita cristiana
Occorre
anche vivere in pienezza la vita cristiana per poter praticare questa strada.
C'è infatti bisogno dei mezzi soprannaturali perché si tratta di un punto
difficile della vita, analogamente a quanto può avvenire in altri campi: per
esempio, oggi, il non rubare visto che tutti lo fanno. Come affermava lo stesso
Paolo VI si deve essere gente che solitamente prega, che è capace di
sacrificio, che vive inserita nella realtà ecclesiale, che si accosta alla
Confessione e alla Comunione. Altrimenti la regolazione naturale della fertilità
sembra impossibile.
2.
- Difficoltà e risposte
Al
di là delle condizioni che rendono praticabile la regolazione naturale della
fertilità, è opportuno accennare anche ad alcune difficoltà che di solito
emergono ed ai principi spesso invocati per prendere le soluzioni e compiere le
scelte.
1)
Il valore della coscienza
Non
è difficile sentir dire che ciò che conta è la coscienza e che quando tale
coscienza fosse in contrasto con un insegnamento del Papa è appunto la
coscienza stessa che deve essere seguita.
Di
fronte a tale affermazione occorre cominciare con l'escludere la possibilità di
mettere sullo stesso piano quanto dice il Papa, e quanto affermassero alcuni
confessori o alcuni teologi. Si dà infatti una differenza tra queste varie e
possibili affermazioni. E la differenza sta nel fatto che mentre tutte le altre
sono «opinioni», solo quanto dice il Papa assurge al livello di «dottrina» e
quindi il punto di riferimento va trovato in quanto dice il Papa. Occorre
allora confrontarsi con il Magistero e rallegrarsi quando il Magistero parla e
dispiacersi se si fa fatica a convincersi di quanto dice.
La
coscienza quindi non può mai essere presa come un scusa per pensare e fare
diversamente da quanto indicato da Magistero. Può anche darsi di fatto il caso
in cui uno non riesce a convincersi e allora - purché si sia docili
nell'ascolto ed onesti nella ricerca e non ostinati! - si può agire secondo la
propria convinzione: in questo caso, anche se si tratta di una cosa sbagliata,
non si pecca.
Nonostante
tutto questo però rimane ancora e sempre il dovere di desiderare di conformarsi
alla dottrina del Magistero, perché per presunzione la verità sta dalla sua
parte.
2)
Il minor male
Spesse
volte viene invocato anche il principio del minor male, per cui di fronte a due
beni che sembrano in conflitto si sceglie il bene maggiore.
Su
tale linea, per esempio, si afferma che piuttosto che l'aborto è meglio la
contraccezione..., ma si dimentica che sarebbe ancora meglio, anzi unicamente
corretta, la regolazione naturale!
A
volte, ed è questo il caso più frequente e doloroso, il conflitto sembra
esistere tra il bene del matrimonio e l'uso dei contraccettivi. Ed è il bene
della stabilità del matrimonio che viene giudicato come quello da salvare.
Solo che il modo indicato per salvarlo è quello di un autentico ricatto, che
non può mai essere accettato. É il caso di un marito che, all'interno del
matrimonio, vuole usare ed abusare e, di fronte alle difficoltà o alla non
disponibilità della moglie, minaccia di andare altrove...
Altro
esempio di ricatto: nel caso venisse concepito un figlio, non è impossibile che
un uomo chieda alla moglie di abortire, altrimenti, ancora una volta, minaccia
di andarsene...
Sono
sempre casi di ricatto, che vanno rifiutati. Non si può mai sottostare a questo
tipo di ragionamento. Accettarlo vorrebbe dire fare una cosa certamente
sbagliata. Se poi una donna non ha la forza sufficiente per resistere, il
problema è un altro: pur restando una cosa sbagliata, il problema sarà quello
della maggiore o minore gravità del peccato.
3)
Il principio di gradualità
A
volte si fa appello anche al cosiddetto principio di gradualità, che però
non viene sempre inteso in modo giusto. Non manca chi lo interpreta e lo vede
nel modo seguente. Il divieto della contraccezione è un comando ideale, da raggiungere
molto lentamente, verso cui tendere ma a poco a poco e con piccoli passi,
graduando appunto il cammino verso tale ideale.
Invece
il discorso è e deve essere un altro. Certamente si ammette un cammino e la
fatica di questo cammino. Ma il desiderio è di camminare presto e di
raggiungere la meta. Solo che sulla strada si possono trovare anche degli
ostacoli (dovuti per esempio alle abitudini precedenti e ai costumi morali fino
allora vissuti).
Allora,
se si è sulla strada giusta, anche se non ogni volta si riesce a fare bene, non
si può sempre e sicuramente dire che si è sbagliato gravemente, perché
l'intenzione e lo sforzo erano quelli di camminare verso la meta e non di arrestarsi
solo ad un certo punto.
4)
La colpevolezza personale
Occorre
anche chiedersi se la contraccezione è sempre un atto peccaminoso grave.
Secondo
le categorie della morale tradizionale, occorre ricordare che per fare un
peccato mortale occorrono tre condizioni: la materia grave, la piena avvertenza
e il deliberato consenso. Cioè per commettere un atto grave occorre sapere che
è grave e volerlo.
Nel
caso della contraccezione il valore violato è sempre grave; però, in certi
casi dove è tanta la resistenza che uno trova nell'altro coniuge che gli
mancano le forze, la libertà diventa minore e quindi diminuisce anche la gravità
dell'atto. In questi casi non si dice che chi fa ricorso alla contraccezione fa
bene; soltanto si afferma che non sempre si tratta necessariamente di colpa
grave. Chi compie la contraccezione quindi non può mai sentirsi a posto ed è
in un atteggiamento nel quale non può persistere.
In
conclusione si deve dire che non va tolto mai nessun vigore alla validità del
principio. Si deve sempre dire la verità anche quando costa fatica, non si
deve svendere la dottrina. Amare e non volere la verità non è voler bene,
non è vero amore: è un inganno.
Dott.
Mauro Mascherpa
Dott.
Luisella Girola - Mascherpa
Per
apparato genitale si deve intendere quell'insieme di organi deputati, nel
maschio e nella femmina, alla funzione riproduttiva, cioè al concepimento di
nuovi individui.
L'unione
di una cellula materna (la cellula uovo) e di una cellula patema (lo
spermatozoo) in una nuova ed unica cellula dà origine, dopo un periodo di
maturazione all'interno dell'utero materno lungo nove mesi e chiamato
gravidanza, ad un organismo umano.
L'apparato
genitale del maschio adulto risulta composto dai testicoli, dalle vie
spermatiche con, le ghiandole accessorie ad esse annesse, e dal pene.
I
testicoli sono contenuti in una piega cutanea, detta scroto, posta all'esterno
della cavità addominale: sono la sede sia della sintesi degli ormoni sessuali
maschili, sia della produzione continua degli spermatozoi, a livello di particolari
condotti chiamati tubuli seminiferi.
Da
questi originano le vie spermatiche, in cui gli spermatozoi maturano e vengono
trasportati all'esterno. Tali vie sono composte dall'epididimo, dal condotto
deferente e dal dotto eiaculatorio e sono pari e simmetriche, cioè ciascun
testicolo ha una propria via indipendente. Entrambe, infine, confluiscono
nell'uretra, che, nel maschio, rappresenta lo sbocco comune sia dell'apparato
genitale sia di quello urinario.
Dall'uretra,
racchiusa nella sua porzione terminale nel pene, durante l'atto sessuale
fuoriescono gli spermatozoi insieme ad un particolare liquido, chiamato plasma
seminale.
Il
plasma seminale è il prodotto di alcune ghiandole accessorie annesse alle vie
spermatiche. Esse sono le vescichette seminali, la prostata e le ghiandole
bulbo-uretrali.
L'insieme
degli spermatozoi e del plasma seminale prende il nome di sperma. In un atto
sessuale un maschio adulto sano emette da 2 a 6 ml. di sperma, ciascun
millilitro del quale contiene dai 50 ai 120 milioni di spermatozoi. Questi sono
cellule particolari, munite di una lunga coda, detta flagello, che permette loro
di muoversi attivamente.
L'Apparato
genitale femminile è costituito dalle ovaie, dalle tube o salpingi, dall'utero
e dalla vagina.
Le
ovaie risultano poste all'interno della cavità addominale, nella sua porzione
inferiore, chiamata pelvi: sono il luogo di sviluppo delle cellule uovo e di
sintesi degli ormoni sessuali femminili. Attraverso due canali muscolari, detti
tube, le ovaie vengono poste in comunicazione con l'utero, organo cavo,
anch'esso muscolare a forma di pera rovesciata. L'utero è suddivisibile in
due porzioni: il corpo, contenente la cavità uterina, ed il canale cervicale,
attraverso cui si apre nella vagina.
Questa
è un organo atto a ricevere in sé il pene maschile e a trattenere lo sperma da
questo emesso durante l'atto sessuale.
Il
coito, infatti, comporta in seguito alla penetrazione del pene in vagina ed ai
movimenti reciproci di questi due organi, concomitantemente all'orgasmo, la
ejaculazione, l'emissione cioè dello sperma da parte del maschio.
Tale
emissione avviene, nell'atto sessuale completo, nelle vie genitali femminili a
livello del fondo vaginale.
Se
le condizioni sono favorevoli (vedi oltre), gli spermatozoi, grazie alla loro
motilità attiva, penetrano attravérso il canale cervicale nella cavità
uterina e da qui nelle tube.
La
vitalità degli spermatozoi è però limitata e tale da permettere loro una
sopravvivenza nell'apparato genitale femminile di tre giorni al massimo.
A
differenza della produzione degli spermatozoi che è, come già ricordato,
continua, la maturazione delle cellule uovo conosce un ritmo ben preciso, tale
per cui ogni 28 giorni circa un uovo viene liberato nelle tube. Tale emissione
è definita ovulazione e la attività ciclica ciclo mestruale.
La
mestruazione è indubbiamente il fenomeno più evidente di tale ritmicità
femminile e sul suo significato ci soffermeremo tra breve. Importante è
precisare fin d'ora che il primo giorno del ciclo mestruale è quello in cui compare
la mestruazione. L'ovulazione, la liberazione cioè di una cellula uovo matura
da parte di un ovaio, divide il ciclo mestruale in due periodi.
Il
primo di durata assai variabile è detto preovulatorio e va dal primo giorno di
mestruazione al momento ovulatorio; il secondo, di durata più costante, è
detto postovulatorio e va dal momento ovulatorio al giorno che precede la
mestruazione successiva. Le variazioni che si possono riscontrare nella durata
dei vari cicli femminili sono da attribuirsi a variazioni della fase
pre-ovulatoria, che subisce numerose influenze dalla vita e dagli stress
quotidiani. Infatti la durata della fase post-ovulatoria è pressochè costante,
potendo oscillare di soli pochi giorni.
Questa
caratteristica dipende dal fatto che nella razza umana l'ovulazione si può
verificare ad ogni ciclo mestruale solo dal 16° al 12 ° giorno precedente la
mestruazione successiva. Tale postulato, che indica l'ovulazione come evento
strettamente connesso con la fine del ciclo, fu formulato da Ogino e verrà
ripreso più avanti in questo volume.
Dopo
l'ovulazione l'uovo maturo espulso dall'ovaio viene a cadere nella tuba. Questa,
contraendosi, lo fa avanzare verso la cavità uterina, essendo l'uovo immobile
a differenza dello spermatozoo.
La
capacità dell'uovo di sopravvivere è anch'essa assai limitata: lasciato a se
stesso degenera e muore nella tuba nel giro di 24 ore.
Ben
diverso è il suo destino se si è verificato un rapporto sessuale nel periodo
ovulatorio. In questo caso gli spermatozoi, deposti in vagina dal maschio e
risaliti attraverso il canale cervicale e la cavità uterina nelle vie genitali
femminili, possono raggiungere le tube e qui, uno di essi, incontrare l'uovo
femminile maturo. Se l'incontro tra uovo femminile e spermatozoo maschile
avviene, può accadere la fusione delle due cellule in una unica nuova cellula:
la prima della nuova vita. Questo fatto è detto fecondazione.
Così
fecondato l'uovo non degenera più, ma grazie ai movimenti tubarici viene
trasportato nel giro di 5-6 giorni all'interno della cavità uterina, dove si
impianterà e poi svilupperà, dando inizio alla gravidanza.
L'utero
è quindi l'organo che deve accogliere in sé e nutrire la vita in formazione
per nove mesi. Dato che in ogni ciclo mestruale si libera un uovo che può
venire in potenza fecondato, in ogni ciclo mestruale l'utero, a livello del
corpo, prepara la propria parte più interna, chiamata mucosa uterina, ad
accoglierlo e a nutrirlo. Tale opera preparatoria avviene durante la fase
preovulatoria ed i primi giorni di quella postovulatoria del ciclo mestruale.
Se
la fecondazione non si verifica e l'uovo degenera, la mucosa uterina
inutilizzata degenera a sua volta e nel giro di 12-16 giorni viene eliminata
all'esterno con la mestruazione.
La
mestruazione, il cui inizio coincide con quello di un nuovo ciclo mestruale,
altro non è che l'eliminazione della mucosa uterina inutilizzata del ciclo
mestruale precedente.
Ovviamente
in caso avvenga la fecondazione ed inizi una gravidanza non si avrà
mestruazione: infatti in tale caso la mucosa uterina verrà impegnata ad
accogliere e nutrire l'embrione.
Abbiamo
definito l'ovulazione come il momento in cui la cellula uovo fuoriesce
dall'ovaio e viene a cadere nella tuba. Questo evento viene posto al centro del
ciclo mestruale, tanto da parlare di una fase preovulatoria e di una fase postovulatoria.
Nella
specie umana se non avviene la fecondazione, l'ovulazione viene costantemente
seguita dalla mestruazione entro 12-16 giorni. Questo significa che
l'ovulazione, nella specie umana, avviene sempre tra il 16° ed il 12° giorno
che precede la mestruazione successiva. Il conto per chiarezza va eseguito come
indicato nello schema A.
Quindi
ogni donna, concluso un ciclo mestruale, a posteriori, può con certezza
conoscere il proprio periodo ovulatorio. L'importante è non commettere banali
errori di calcolo: se si vuole contare senza calendario, bisogna sottrarre al
numero dei giorni del mese mestruale i numeri 11 e 15. Infatti
28
- 11=17 28 - 15=13
Questo
perché il giorno 12 ed il giorno 16 vanno considerati come giorni di
ovulazione in atto. Riassumendo possiamo affermare che per conoscere il
proprio periodo ovulatorio, secondo il postulato di Ogino, è sufficiente o
contare alla rovescia lungo un calendario, partendo dalla fine del ciclo, fino
a giungere al giorno corrispondente al numero 12 e al numero 16 oppure
sottrarre mentalmente dal numero complessivo dei giorni del ciclo i numeri 11 e
15.
Il
periodo ovulatorio però non esaurisce tutto il periodo di fertilità che ogni
donna conosce in un ciclo mestruale. Abbiamo già ricordato come l'uovo, una
volta liberato nelle tube, possa sopravvivere per 24 ore in attesa di essere
fecondato e come gli spermatozoi possano rimanere vitali nell'apparato genitale
femminile per tre giorni.
Il
periodo fertile è quindi più ampio del periodo ovulatorio di quattro giorni:
i tre giorni antecedenti il periodo ovulatorio per la capacità di sopravvivenza
degli spermatozoi ed il giorno successivo alla fine del periodo ovulatorio per
la sopravvivenza della cellula uovo.
In
tale modo abbiamo diviso il ciclo mestruale in tre periodi. Il primo centrale
tien conto del periodo ovulatorio e della sopravvivenza delle cellule sessuali
maschili e femminili: è il periodo fertile mensile della donna. Ogni rapporto
sessuale in tali giorni può portare ad una gravidanza. Gli altri due, posti
all'estremità del ciclo mestruale, sono invece periodi sterili e rapporti
intrattenuti durante la loro durata non possono assolutamente portare ad una
gravidanza. (schema B)
Un
dato importante da ricordare è come sia la donna a determinare con la propria
ritmica ovulazione il periodo di fertilità mensile della coppia. Infatti
essendo la produzione degli spermatozoi pressoché continua, ogni eiaculazione
del maschio è potenzialmente feconda.
Il
metodo del ritmo si basa sul postulato di Ogino, già precedentemente esposto.
Abbiamo parlato del ciclo mestruale e come questo sia diviso in due fasi: una
pre-ovulatoria ed una post-ovulatoria.
Ogino
evidenziò come l'ovulazione avvenga sempre tra il 12° ed il 16° giorno
precedente la mestruazione. Tale fatto è valido per ogni ciclo, a prescindere
dalla sua lunghezza. Quindi nell'ambito della variabilità che ciascuna donna
presenta nella lunghezza dei propri cicli mestruali ciò che varia è la durata
della prima fase, mentre la seconda, post-ovulatoria, rimane costante.
Se
analizziamo, ad esempio, un ciclo di 28 giorni, al termine del ciclo potremo
stabilire quando sia avvenuta l'ovulazione, contando a ritroso sul calendario
fino al giorno 12 ed al giorno 16 precedente la mestruazione stessa. (schema A)
Sappiamo
che il periodo ovulatorio non esaurisce la fase feconda femminile, ma per potere
suddividere un ciclo nei periodi fertili e sterili dobbiamo tenere conto delle
considerazioni fatte nei capitoli precedenti.
A)
Gli spermatozoi rimangono vitali per 3 giorni nell'apparato genitale femminile.
Quindi dovremo anteporre 3 giorni all'inizio del periodo ovulatorio. Guardando
l'esempio precedente si intuisce come lo sperma deposto in 10 giornata, potendo
sopravvivere 3 giorni dopo il coito, possa fecondare un uovo ovulato in 13
giornata. (schema B)
B)
L'ovulo può sopravvivere per 24 ore dal momento della ovulazione. Quindi un
rapporto intrattenuto il giorno successivo l'ovulazione può portare a
fecondazione. Si comprende da ciò come sia indispensabile aggiungere al termine
del periodo ovulatorio un giorno in più per non incorrere in errori.
Riassumendo:
il periodo fertile è costituito dalla sommatoria dei giorni di possibile
ovulazione, dei giorni di sopravvivenza degli spermatozoi e del giorno di
sopravvivenza dell'ovulo. Quindi se il periodo di ovulazione va dal 16° al 12°
giorno precedenti la mestruazione successiva, il periodo fertile va dal 19
all'11 giorno precedente la mestruazione successiva. Una volta calcolato il
periodo fertile è facile dedurre quali siano i periodi di sterilità, ossia
quelli in cui non è possibile una fecondazione. É sufficiente sottrarre al
numero complessivo del ciclo i numeri 19 e 9 per ottenere, rispettivamente,
l'ultimo giorno del primo periodo ed il primo del secondo. (schema
C)
Da
quanto esposto si comprende quale sia il limite pratico del metodo di Ogino:
è un metodo che funziona a posteriori, cioè rende possibile la determinazione
del periodo fertile e di quelli sterili solo a ciclo concluso. Quindi, essendo
la durata dei vari cicli variabile e non potendo una coppia a priori prevedere
la lunghezza del ciclo in corso, come può la stessa coppia calcolare i limiti
dei periodi sterili e di quello fertile?
Per
potere applicare questo metodo è necessario che:
1)
I cicli mestruali della donna non siano troppo irregolari, cioè la differenza
nella durata tra un ciclo e l'altro non superi i 7 giorni.
2)
La donna annoti la durata dei propri cicli per almeno un anno, al fine di
individuare il suo ciclo più breve e quello più lungo.
Quindi
se da un lato una donna non può conoscere in precedenza quale sarà la durata
reale del proprio ciclo in corso, dall'altro è possibile per lei conoscere
quale sia il campo di oscillazione dei suoi cicli, cioè quale possa essere la
durata minima - ciclo più corto - e la durata massima - ciclo più lungo -
degli stessi. Stabilito questo è possibile calcolare quello che si definisce
periodo fertile standardizzato, quel periodo dei cicli durante il quale la
donna, considerando anche le possibili variazioni di lunghezza del proprio
ciclo, può essere fertile. Per fare ciò è sufficiente eseguire le seguenti
operazioni
1)
ciclo più breve - 19. Il risultato stabilisce l'ultimo giorno del primo periodo
sterile standardizzato.
2)
ciclo più lungo - 9. Il risultato indica il primo giorno del secondo periodo
sterile standardizzato.
Ad
esempio, in una donna che presenti cicli caratterizzati da una variabilità
oscillante tra i 26 ed i 29 giorni di durata, per calcolare i periodi sterili
standardizzati si avrà:
26
giorni - 19 = 7 29 giorni - 9 = 20
In
questa donna i periodi sterili standardizzati vanno dal 1° al 7° giorno del
ciclo e dal 20° al termine del ciclo stesso.
Il
metodo di Ogino raramente viene scelto come unico controllo di fertilità.
Questo perché attualmente le conoscenze scientifiche permettono alla coppia
di studiare quotidianamente il ciclo femminile, individuando il reale limite
del periodo fertile di ciascun ciclo, senza dover ricorrere a generalizzazioni
standardizzate. Di fatto due sono i segni indispensabili a tale fine: il muco
cervicale e la temperatura basale. Il primo è premonitore della imminente
ovulazione, la seconda è indice della ovulazione avvenuta.
La
temperatura basale (TB)
La
temperatura basale è la temperatura che il corpo ha in condizioni di riposo
(prima cioè di iniziare qualsiasi attività) e quando si trovi in stato di
buona salute, in assenza, quindi, di malattie che potrebbero alterare la
temperatura stessa.
La
misurazione della temperatura basale va eseguita attenendosi ai seguenti
criteri:
-
Il rilievo deve essere effettuato al risveglio, prima di alzarsi dal letto; nel
caso ci sia stata nella notte necessità di alzarsi, occorre comunque che ci si
sia coricati da almeno un'ora prima di procedere alla misurazione.
-
L'ora di misurazione deve essere sempre la medesima, o comunque non deve
subire grosse oscillazioni (al massimo 30 minuti). Misurazioni effettuate in ore
diverse vanno comunque annotate.
-
La misurazione deve venire effettuata per via rettale. - I riscontri devono
essere annotati su apposite tabelle (fornite dai centri studio Metodi Naturali),
al fine di ricavarne un grafico termico per ogni ciclo mestruale.
-
II termometro utilizzato deve essere sempre lo stesso. Infatti ci sono
differenze di qualche decimo di grado tra un termometro e l'altro.
L'analisi
attenta dell'andamento della temperatura basale, nell'arco di un ciclo
mestruale, permette di evidenziare un comportamento bifasico, ossia
caratterizzato da due momenti. (figura 12)
Nel
primo la TB è più bassa e corrisponde al periodo pre-ovulatorio del ciclo, nel
secondo la temperatura si innalza di qualche decimo di grado e si mantiene a
tali livelli più elevati per tutto il periodo post-ovulatorio, salvo ricadere
ai livelli iniziali poche ore prima della comparsa della mestruazione. Questa
ritmica oscillazione mensile della temperatura corporea femminile è legata al
fenomeno dell'ovulazione. Infatti quando l'uovo fuoriesce dall'ovaio,
quest'ultimo inizia la produzione di un ormone, il progesterone; tale sostanza
ha il compito di informare l'intero organismo dell'avvenuta ovulazione e di
prepararlo ad una eventuale gravidanza. Tra le altre attività possedute, il progésterone
è capace di innalzare la temperatura corporea di qualche decimo di grado
rispetto alla temperatura abituale.
Quindi
il rialzo della TB è segno di avvenuta ovulazione. Il momento della ovulazione
non può essere individuato in un giorno preciso, ma viene a cadere in un
periodo di tempo compreso tra il quarto giorno che precede e il secondo giorno
di temperatura stabilizzata a livello alto che segue il rialzo della temperatura
basale. (figura 13)
Come
per il metodo del ritmo anche in questo caso, individuato il periodo
ovulatorio, è facile definire il periodo fertile, che (considerando la
sopravvivenza degli spermatozoi e della cellula uovo) va dal settimo giorno
precedente al terzo giorno di temperatura stabilizzata a livello alto che segue
il rialzo della temperatura basale (figura 14).
Nella
valutazione del rialzo della temperatura basale vanno considerate le seguenti
osservazioni:
I
- É necessario rilevare tutte le temperature della prima fase al fine di
determinare la cosiddetta «linea di copertura». (figura 15)
Per
linea di copertura si deve intendere quella linea sotto cui cadono tutte le
temperature della prima fase del ciclo.
II
- Devono essere considerate temperature del rialzo termico quelle che superano
anche di 1/10 di grado la linea di copertura e si mantengono stabilmente al di
sopra di essa. (figura 16)
III
- Il primo giorno di temperatura alta viene solamente supposto al momento del
riscontro di un rialzo termico. Tale supposizione deve essere confermata nei
giorni seguenti.
Il
rialzo termico viene confermato se la temperatura del 2° e 3° giorno:
-
rimane sullo stesso livello del 1° (figura 17)
-
sale o scende di solo 1/10 di grado (figura 18 e 19)
-
scende più di 1/10 di grado ma si mantiene al di sopra della linea di
copertura. (figura 20)
Il
rialzo termico viene smentito se le temperature del 2° e 3° giorno:
-
toccano la linea di copertura (figura 21)
-
salgono di 2/10 di grado e più e vi rimangono. (figura 22)
In
tutti questi casi occorre stabilire nuovamente il l ° giorno di temperatura
alta.
Individuati
i primi tre giorni di rialzo termico, la fase sterile inizia con la mattina del
4° giorno. (figura 23)
Si
è visto come la fecondazione avvenga a livello delle tube e come gli
spermatozoi debbano attraversare parecchie strutture per raggiungere la cellula
uovo.
Un
punto estremamente importante lungo questo percorso è posto all'altezza del
canale cervicale uterino. Questo canale, lungo poco più di un centimetro,
contiene nelle sue pareti numerose ghiandole, capaci di produrre una sostanza
particolare, detta muco cervicale.
Il
muco cervicale ogni donna lo può trovare alla porta della propria vagina come
una secrezione ora densa ed opaca ora viscida, filante e trasparente, a seconda
della fase del ciclo in cui avviene l'osservazione.
Il
muco varia infatti le proprie caratteristiche durante il ciclo mestruale,
divenendo sempre più ricco in acqua e distensibile quanto più vicina è
l'ovulazione. Tali variazioni di aspetto sono strettamente legate ai suoi
compiti.
Il
muco può essere paragonato ad una rete posta, a mò di barriera, davanti alla
cavità uterina a regolare l'accesso degli spermatozoi nell'apparato genitale
femminile.
Quando
l'ovulazione è lontana (inizio della fase preovulatoria e fine della fase
postovulatoria) il muco è denso, opaco, appiccicoso e ha una struttura simile
ad una rete a maglie strettissime, tali da impedire il passaggio degli
spermatozoi eventualmente posti sul fondo vaginale da un rapporto sessuale. (figura
24)
Quando
l'ovulazione si avvicina il muco si arricchisce in acqua, diviene filante,
trasparente, ed elastico, tanto che, raccolto tra le dita, può essere
facilmente disteso. In tale fase del ciclo mestruale la sua rete ha maglie
larghe tali da permettere, anzi facilitare, la risalita degli spermatozoi
nell'apparato genitale femminile. (figura 25 e figura 26)
Il
muco quindi funge da porta biologica a livello uterino, permettendo la
penetrazione degli spermatozoi all'interno dell'apparato riproduttivo femminile
solo quando è presente la cellula uovo, cioè nel periodo ovulatorio.
Da
quanto detto è chiaro che il riscontro di muco è indice di fertilità.
Fondamentale
quindi è il suo esatto e puntuale riconoscimento da parte della donna.
L'osservazione
del muco deve essere fatta rispettando i seguenti criteri:
-
La donna deve cercare alla porta della vagina (grandi labbra) la presenza di
muco, dal termine della mestruazione, più volte nella giornata.
Solo
a sera sarà possibile riportare sulla tabella le osservazioni fatte durante
la giornata servendosi dei simboli indicati nello schema. (figura 27)
-
Si noterà che nei primi giorni dopo la fine delle perdite mestruali non vi è
presenza di muco a livello dei genitali esterni.
-
Nei giorni che seguono comparirà dapprima muco OAD, poi muco FM (figura 28)
-
L'ultimo giorno di muco FTE (fertile) viene detto «giorno del PICCO del MUCO».
(figura 29)
Il
rilievo del giorno del picco è fondamentale poiché l'ovulazione cade tra i tre
giorni che precedono e i tre che seguono il picco stesso. (figura 30)
Ovviamente
il picco del muco può essere riconosciuto solo a posteriori, al momento cioè
del riscontro della assenza di muco fertile.
Tale
concetto fu introdotto per la prima volta dai coniugi Billings, che la posero al
centro del loro metodo.
La
sensazione è un rilievo mentale di Asciutto, Umido, Bagnato, Lubrificato a
livello dei genitali esterni.
La
sensazione viene avvertita facendo mente locale a livello dell'orifizio
esterno della vagina.
Anche
la sensazione è un sintomo di ovulazione. Pertanto nei giorni lontani dalla
ovulazione si avvertirà una sensazione di Asciutto, mentre nei giorni vicini
alla ovulazione una sensazione di Umido, Bagnato o Lubrificato a seconda della
intensità.
Tutte
queste informazioni vanno registrate a sera sulla tabella nelle caselle
apposite, con le seguenti abbreviazioni
A
- Asciutto U - Umido B - Bagnato L - Lubrificato
La
figura 31 funge da esempio.
Il
concetto di sensazione, riflettendo lo stato di turgore delle mucose genitali
femminili, non coincide con il rilievo del muco cervicale, pur modificandosi i
due parametri in modo parallelo.
Una
osservazione importante va fatta a riguardo del picco del muco: qualora il dato
della sensazione di UBL dovesse essere presente anche dopo la scomparsa di
muco fertile FTE il giorno del picco coinciderà con l'ultimo giorno di
sensazione UBL. (figura 32)
Metodo
ciclo-termico
Tutti
i metodi naturali seguono un unico procedimento comportamentale, che è quello
di dividere in tre parti il ciclo femminile isolando al centro del ciclo una
fase di fertilità in cui sospendere i rapporti sessuali nel caso si desideri
procrastinare una eventuale gravidanza. (figura 33)
Ogni
metodo cerca di rispondere a due interrogativi fondamentali:
I
- quando termina la I fase sterile? Il - quando inizia la II fase sterile?
Il
metodo ciclo-termico utilizza per l'individuazione della fine del primo periodo
sterile il calcolo di Ogino, quindi:
ciclo
più corto - 19
La
seconda fase sterile viene invece determinata con la registrazione della
Temperatura Basale, secondo le regole già esposte nel capitolo precedente.
(figura 34)
Riassumendo:
I rapporti dovranno essere interrotti secondo il calcolo di Ogino nella prima
parte del ciclo e potranno essere ripresi dal 4 'giorno del rialzo della temperatura
basale.
Metodo
sinto-termico
Il
metodo sinto-termico si avvale di vari parametri per l'individuazione dei
periodi fertili e sterili.
La
seconda fase sterile viene determinata, come nel metodo precedente, con il
rilievo cioè della Temperatura Basale (possibilità di riprendere i rapporti il
4° giorno di temperatura stabilmente alta).
Nel
sinto-termico viene però fatta una precisazione:
«Il
rialzo della temperatura deve essere seguente al picco del muco». (figura 35)
Nel
caso in cui questo non avvenisse, occorre posticipare l'inizio del periodo
sterile, in quanto i primi tre giorni dopo il picco del muco possono essere
fertili. (figura
36)
Per
quanto riguarda la 1 fase sterile, si hanno delle piccole differenze tra
metodo sintotermico secondo Roetzer e metodo sinto-termico secondo Camen (Centro
Ambrosiano Metodi Naturali)
Roetzer
infatti fa terminare la 1 fase sterile: alla comparsa di muco di qualsiasi
tipo (figura 37) o alla comparsa di sensazione di U.B.L. (figura 38)
Nel
metodo secondo Camen la 1 fase viene invece individuata con il calcolo di
Ogino, purché all'interno dei giorni stabiliti non compaiano segni di fertilità,
cioè muco di qualsiasi tipo o sensazione di U.B.L. (figura 39)
Questa
variante secondo Camen è stata introdotta per garantire una maggiore
sicurezza al metodo.
L'ordine
di quanto esposto non è stato casuale. Si è scelto di esporre prima il
pensiero di Ogino e quindi di giungere ai dati più recenti del muco cervicale e
della temperatura basale non solo per chiarezza didattica, ma anche per
rispettare il cammino fatto dalle conoscenze scientifiche in questo campo.
Tale
cammino è forte di migliaia di osservazioni quotidiane di coppie che hanno
creduto fermamente nei valori sottesi nel mistero del concepimento. 1 dati in
nostro possesso oggi ci permettono di scegliere con responsabilità, sapendo
sempre se l'atto d'amore sia un momento di testimonianza e riaffermazione
dell'unione di coppia o anche momento di fertile comunione in una nuova vita.
Dipende solo da ciascuno di noi lo scegliere tra una contraccezione cieca o una
conoscenza lucida.
Tale
conoscenza è fondamentale perchè «la moglie non è arbitra del proprio corpo,
ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio
corpo, ma lo è la moglie (1 Cor. 7, 4)». Come è possibile avere potestà sul
corpo del proprio coniuge se non conoscendolo nella sua intima essenza?
Non
è possibile amare una persona senza accettare la sua natura: la fisiologia del
corpo della nostra compagna è parte fondamentale di lei e senza di essa colei
che amiamo non sarebbe quale è. Il contraccettare la sua femminilità è, in
realtà, un rifiutare la sua essenza di donna, contrabbandando per amore un
desiderio di facile possesso. «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di
Dio lo creò; maschio e femmina li creò (Gen. I, 27)».
«E
così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gen.
I, 31)».
Nonostante
sia talvolta apparentemente difficile è nostro dovere accettare tutta questa
bontà e tentare di comprenderla, scoprendo le sue leggi.
Solo
adeguandosi al corso della Natura si può vivere in essa senza, presto o tardi,
incorrere in errore.
Per
fare questo non possono comunque bastare le poche nozioni del nostro scritto.
Ogni coppia è una realtà diversa, con la propria vita, esigenze e
caratteristiche tali da farla sempre unica ed irripetibile.
Per
questo anche l'esperienza della conoscenza del proprio corpo va disegnata su
ciascuna coppia come il sarto fa con un vestito e per questo è indispensabile
iniziare l'uso dei metodi naturali con la consulenza di un centro o di un
esperto qualificato. Si potrà così presto imparare come siano falsi tanti
luoghi comuni e come noi si sia più semplici di quanto si possa generalmente
pensare.
Infine
ricordate che...
-
La sessualità di coppia è un bene di entrambi i coniugi: non si può
delegare solo alla donna la sua gestione.
-
Discutete tra voi con serietà le motivazioni che vi portano ad intraprendere il
cammino comune dei metodi naturali.
-
Quando siete sicuri della vostra scelta non perdete tempo: è bene intraprendere
la fase di studio prima del matrimonio.
-
Rivolgetevi ad un Centro di Consulenza: non fidatevi solo di quanto pensate di
avere capito leggendo un libro o ascoltando una conferenza.
-
La fase di studio dura almeno sei mesi: in questo periodo dovete sforzarvi di
annotare sulla tabella tutti i dati necessari per valutare quale metodo sarà il
vostro metodo.
-
Compilate le tabelle con scrupolo: la serenità della vostra sessualità dipende
soprattutto dalla sicurezza con cui la vivrete.
-
Imparate entrambi a riconoscere i segni della fertilità: la fecondità è un
dono da condividere, non una colpa da addossare.
-
Paternità responsabile significa conoscenza e rispetto delle proprie funzioni:
l'intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che fanno
parte della persona umana (De propagatione humanae prolis recte ordinanda, Pauli
VI Pont. Max., parte II, 10).
Capitolo
sesto
di
Aurelio Barazzetta
1)
Introduzione
L'originaria
disciplina del diritto di famiglia venne dettata con il Codice civile del 1942
ed appariva improntata a principi che le profonde trasformazioni sociali avevano
reso antiquati. Infatti nella società di un tempo, prevalentemente agricola,
la famiglia tendeva ad organizzarsi come unità produttiva autonoma, aveva
scarsa mobilità (famiglia patriarcale), accentramento gerarchico (poteri del
padre di famiglia su moglie e figli), rigida distribuzione dei ruoli (specie tra
uomini e donne). Con il procedere del fenomeno di industrializzazione e la
creazione sempre più diffusa di luoghi di lavoro esterni alle famiglie, si è
avviato il processo di disgregazione della vecchia famiglia: passaggio alla
cd. famiglia nucleare (solo genitori e figli), contrazione dei poteri del capo
di famiglia, evoluzione della posizione della donna. In particolare, da
quest'ultimo punto di vista, da soggetto incapace di agire senza autorizzazione
maritale, tenuta ad accompagnare il marito ovunque egli credesse opportuno
fissare la residenza, a prestargli obbedienza in cambio del diritto al
mantenimento, la donna è ora persona con pari dignità sociale rispetto al
marito dal momento che la stessa Costituzione (art. 29) riconosce che il
matrimonio è «ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi».
Da
tempo si era sviluppato un vasto movimento di opinione per la necessaria,
ampia riforma degli istituti del diritto familiare che sembravano non
rispecchiare ormai più le tendenze evolutive in atto; si è così giunti dopo
circa dieci anni di lavori preparatori alla legge 19 maggio 1975 n. 151 con la
quale quasi tutto il vecchio diritto di famiglia ha subito una profonda
trasformazione.
2)
Il matrimonio: la formazione del vincolo
Il
matrimonio è un istituto che assume significato sia dal punto di vista
religioso (per la Chiesa esso è un sacramento ed è disciplinato dal Codex
juris canonici) sia dal punto di vista dell'ordinamento giuridico dello Stato
(cd. matrimonio civile). Per il diritto italiano il matrimonio è l'atto che dà
fondamento alla famiglia legittima, creando un rapporto giuridicamente valido
tra i coniugi e determinando automaticamente per la eventuale prole la qualità
di figli legittimi con tutte le relative conseguenze.
Il
termine «matrimonio» è adoperato tanto per indicare l'atto mediante il quale
viene fondata la società coniugale (le nozze) sia il rapporto duraturo che ne
deriva tra gli sposi (matrimonio in fatto). Ora, nell'ordinamento giuridico italiano
la disciplina del rapporto è unica, mentre la celebrazione dell'atto può
aver luogo in due forme diverse: con la celebrazione davanti ad un ufficiale di
stato civile (art. 106-107 Cod. civ.) oppure davanti ad un ministro del culto
cattolico secondo le regole del diritto della Chiesa (diritto canonico)
purchè tale celebrazione sia seguita da trascrizione dell'atto nei registri
dello stato civile.
Quest'ultima
forma viene comunemente denominata «concordataria» perchè introdotta,
appunto, dal Concordato del 1929 tra l'Italia e la Santa Sede recentemente rinnovato;
in precedenza ci si sposava sia in Chiesa che in Municipio se si voleva essere
in regola sia con la religione che con lo Stato.
La celebrazione del matrimonio deve essere preceduta dalla pubblicazione, la quale consiste nell'affissione alla porta della casa comunale di un atto contenente le generalità degli sposi ed è eseguita a cura dell'ufficiale di stato civile. L'atto deve restare affisso per almeno otto giorni comprensivi di due domeniche ed il matrimonio non può essere celebrato prima del quarto giorno dal compimento di detta formalità. Essa adempie, pertanto, a due scopi fondamentali: serve a render noto il proposito che i futuri sposi hanno di contrarre le nozze così da porre ogni interessato in grado di fare eventuali opposizioni e finisce anche per costituire una remora contro le richieste precipitose e poco ponderate di matrimonio.
Il
matrimonio concordatario
Con
l'art. 34 del Concordato tra lo Stato italiano e la Santa Sede, il primo accettò
che potessero riconoscersi al «sacramento del matrimonio, disciplinato dal
diritto canonico, gli effetti civili» (vale a dire la stessa rilevanza e significato
che possiede per lo Stato un matrimonio celebrato avanti i suoi organi).
Questo tipo di matrimonio, adottato dopo il 1929 dalla grande maggioranza della popolazione, non è tanto un tipo sui generis di un matrimonio governato al tempo stesso da norme canoniche e statuali ma, piuttosto, un normale matrimonio canonico idoneo a produrre effetti anche nell'ordinamento statuale alle seguenti condizioni:
1)
il ministro del culto avanti al quale si svolge la funzione deve ricordare
agli sposi che quelle nozze producono anche effetti civili dando lettura di
alcuni articoli del Codice civile (143, 144 e 147);
2)
l'atto di matrimonio deve essere trasmesso al Municipio del Comune in cui la
funzione si è svolta così da provvedersi alla sua trascrizione negli atti
dello stato civile.
Anche
la celebrazione del matrimonio canonico deve essere preceduta dalle
pubblicazioni mediante affissione di un avviso contenente le generalità degli
sposi alle porte della chiesa parrocchiale ma, affinché il matrimonio consegua
gli effetti civili, occórrono anche le pubblicazioni nella casa comunale. La
relativa richiesta, oltre che dai futuri sposi, dovrà essere fatta anche dal
parroco davanti al quale il matrimonio sarà celebrato.
L'atto
fondamentale perchè il matrimonio religioso consegua gli effetti civili (venga
cioè in tutto e per tutto equiparato al matrimonio celebrato avanti gli
ufficiali di stato civile) è la trascrizione. In mancanza di questa il matrimonio
canonico rimane un atto puramente religioso, irrilevante per l'ordinamento
dello Stato ed a nulla varrebbe provarne l'effettiva celebrazione fin quando non
ne fosse attuata la trascrizione.
Gli
effetti civili, tuttavia, non si producono dal giorno in cui la trascrizione
viene materialmente annotata bensì dal giorno della celebrazione: si vuol dire
che la trascrizione ha efficacia retroattiva.
La
giurisdizione ecclesiastica in materia matrimoniale
Il
Concordato ha anche attribuito competenza all'autorità ecclesiastica per ogni
provvedimento riguardante la validità del matrimonio canonico: mentre ogni
questione relativa alla validità di trascrizione di un matrimonio canonico è
rimasta di competenza dell'autorità giudiziaria italiana, i problemi attinenti
alla stessa validità del- matrimonio non vanno decisi secondo le norme del
nostro ordinamento ma debbono essere portate alla cognizione dei Tribunali ecclesiastici
che decidono secondo le norme del diritto canonico. Le sentenze così rese
producono effetto nell'ordinamento statuale a seguito di un controllo eseguito
dalla Corte d'Appello nel cui distretto si trova il Comune presso il quale fu
trascritto l'atto di matrimonio: l'organo giurisdizionale rende esecutivo in
Italia, controllando la regolarità formale e l'iter di svolgimento del processo
canonico, il provvedimento di nullità emesso dal giudice ecclesiastico di cui
ordina l'annotazione a margine dell'atto di matrimonio.
É chiaro come, anche per quanto concerne i matrimoni concordatari, rimane ferma la giurisdizione del giudice italiano per tutti i provvedimenti relativi alla separazione dei coniugi, cessazione degli effetti civili (cd. divorzio) prodotti dal matrimonio canonico regolarmente trascritto. Pur tuttavia nessun provvedimento del giudice italiano comporta conseguenza alcuna per l'ordinamento canonico, in particolare per quanto riguarda la persistenza del vincolo matrimoniale che, dal punto di vista religioso, rimane rigidamente indissolubile.
3)
Diritti e doveri personali dei coniugi
La
riforma ha radicalmente travolto tutte le vecchie disposizioni in materia
affermando, come primo criterio dei rapporti coniugali, che «con il matrimonio
il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti ed assumono i medesimi
doveri» (art. 143 primo comma Cod. civ.). Pertanto oggi la famiglia non ha più
un «capo» ma impegna i coniugi alla collaborazione, a concordare l'indirizzo
della vita comune fissando la residenza della famiglia secondo le esigenze di
entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.
Il
giudice non ha potere di risolvere gli eventuali conflitti che dovessero
insorgere tra i due coniugi; ciascuno di questi, infatti, in caso di disaccordo
può rivolgersi senza formalità all'autorità giudiziaria (il Pretore del luogo
di residenza della famiglia) ma solo per chiedere - sentite le opinioni di
entrambi i coniugi e degli eventuali figli maggiori degli anni sedici - di
tentare di raggiungere una soluzione concordata (art. 145 primo comma Cod.
civ.).
Dal
matrimonio derivano l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza, alla
collaborazione ed alla coabitazione (art. 143 comma secondo Cod. civ.). La
violazione della fedeltà coniugale non è più penalmente sanzionata poichè
sono stati travolti con pronunce di incostituzionalità i reati di adulterio e
concubinato. L'adulterio non è più neppure causa di separazione per colpa ma
il fatto che la legge menzioni tale obbligo conserva una qualche importanza.
Si tratta di un elemento estremamente importante per delineare il modello di
matrimonio che il legislatore intende indicare ai cittadini ed in cui la
comunione di vita continua ad implicare una relazione tra gli sposi a carattere
esclusivo. Ne deriva che costituisce trasgressione di tale dovere non solo
intrattenere rapporti sessuali con persone diverse dal coniuge ma anche
stabilire con terze persone rapporti che, per la loro intensità, si svelino
incompatibili con la posizione di chi - per definizione - è il «compagno»
della propria vita.
Dell'assistenza
l'attuale legislazione prevede debba essere non solo materiale ma anche morale;
essa viene generalmente intesa come reciproco aiuto di fronte alle difficoltà
dell'esistenza.
La
collaborazione nell'interesse della famiglia sottolinea da un lato che il
governo del nucleo familiare non è più affidato ad un «capo» ma si profila
come il risultato di una stabile consultazione tra i coniugi, dall'altro pone
l'indicazione al marito ed alla moglie della necessità di sacrificare
eventuali interessi individuali per ispirarsi alle esigenze obiettive,
eventualmente diverse dalle prime, della famiglia.
Presupposto
della coabitazione è che i coniugi abbiano fissato di comune accordo la
residenza della famiglia; con tale espressione si intende anche designare la
prerogativa esclusiva di cui ciascun coniuge gode di avere rapporti sessuali
con l'altro.
Tutti
indistintamente tali obblighi sono di carattere personale e, quindi, non si può
imporre ad uno dei coniugi il dovere di tenere una determinata condotta:
tuttavia il giudice, nel pronunziare la separazione può - ove richiesto -
riferire a quale dei coniugi «sia addebitabile la separazione, in
considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal
matrimonio», dichiarazione che comporta conseguenze sfavorevoli per chi ne
risulti colpito.
Essa
differisce notevolmente dal divorzio sia per il carattere transitorio (può
esser fatta cessare in ogni momento senza bisogno di alcuna formalità ma con
una semplice riconciliazione) sia anche perchè non fa venir meno il vincolo
matrimoniale e non concede ai membri della coppia la facoltà di contrarre
nuove nozze.
La
separazione giudiziale è pronunziata per «fatti tali da rendere intollerabile
la prosecuzione della convivenza e da recare grave pregiudizio alla educazione
della prole» anche indipendentemente dalla volontà di uno o entrambi i coniugi.
Con la sentenza di separazione il giudice dichiara a quale dei coniugi vengono
affidati i figli ispirandosi per la scelta esclusivamente alla esigenza di
assicurare a costoro la miglior tutela degli interessi materiali e morali così
che possano risentire nella maniera minore possibile della disgregazione del
nucleo familiare: in teoria il giudice li può affidare al genitore «colpevole»
se ritiene che costui sia il più idoneo ad occuparsi della prole. Il coniuge
cui i figli vengono affidati ha l'esercizio esclusivo della potestà su di essi
ma deve concordare con l'altro le decisioni di maggior interesse. Quest'ultimo
conserva pur sempre il diritto di intrattenere con la prole rapporti che sono
concretamente determinati dal giudice e non viene meno ai doveri nei loro
confronti scaturenti dal matrimonio. L'abitazione della casa familiare spetta,
di preferenza, al coniuge cui vengano affidati i figli.
Con
la"sentenza di separazione vengono stabiliti misura e modo con cui l'altro
coniuge deve contribuire al mantenimento, istruzione ed educazione della
prole. Qualora uno dei coniugi (in genere la moglie) non abbia redditi propri
adeguati a consentirgli di conservare il precedente tenore di vita, il giudice
può imporre all'altro un assegno periodico la cui entità è determinata
tenendo conto dei redditi del coniuge cui l'obbligo viene imposto e dei
bisogni dell'altro. Questo assegno non può essere attribuito al coniuge cui
venga addebitata la separazione per colpa spettando a costui solo il diritto
agli alimenti; egli viene anche gravemente limitato nei diritti successori nei
confronti del patrimonio dell'altro coniuge.
La
separazione consensuale non viene ad esistenza solo perché i coniugi concordano
in tal senso: affinché tale intesa produca effetti giuridici occorre anche
l'omologazione del Tribunale. Prima di tale pronunzia il Presidente esperisce un
tentativo di conciliazione e non si dà luogo ad omologazione se questa è in
contrasto con gli interessi dei figli. Con la separazione cessa l'obbligo di
assistenza ma non quello della collaborazione specie per quanto concerne la
prole; il dovere di fedeltà si riduce al divieto di quei soli rapporti che, per
le modalità con cui si concretizzano, siano suscettibili di recare grave
pregiudizio all'onore dell'altro coniuge.
Si
può avere anche una separazione di fatto ossia un'interruzione della convivenza
non sanzionata da alcun provvedimento giudiziale ma attuata sulla base di un accordo
informale dei coniugi. Essa non determina alcuna conseguenza giuridica e
ciascuno dei coniugi conserva la possibilità di chiedere in qualsiasi momento
la prosecuzione della convivenza.
Scioglimento
del matrimonio. Il divorzio.
In
base al Codice civile del 1942 il matrimonio non poteva sciogliersi che con la
morte di uno dei coniugi: vigeva nel nostro ordinamento il principio della
indissolubilità del matrimonio. L'istituto del divorzio (la possibilità di
scioglimento del matrimonio prima ed indipendentemente dalla morte di uno dei
coniugi) è stato introdotto con la legge 1 dicembre 1970 n. 898. - In relazione
a tale legge sono stati avanzati dubbi di costituzionalità in riferimento ai
matrimoni cd. concordatari ma tale questione è stata ritenuta infondata
poichè con il Concordato lo Stato italiano ha assunto soltanto l'obbligo di
riconoscere gli effetti civili al matrimonio canonico regolarmente trascritto ma
rimanendo libero di disciplinare concretamente tali effetti anche in ordine
alla loro durata nel tempo (quindi in relazione anche al carattere di
indissolubilità del matrimonio) senza che si possa contrapporre in questo caso
il matrimonio civile a quello concordatario.
Il
divorzio si atteggia quale rimedio al fallimento coniugale ed è quindi
ammissibile solo quando «la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non
può essere mantenuta o ricostituita» (art. 1 citata legge): l'accertamento di
tale mancanza è tuttavia possibile solo quando ricorra - appunto - una causa di
divorzio tra quelle tassativamente indicate nell'articolo 3 legge n. 898 del
1970.
Tra
di esse quella statisticamente e socialmente più importante è quella
costituita dalla separazione personale dei coniugi protrattasi ininterrottamente
per almeno tre anni (ciò in seguito alla legge 6 marzo 1987 n. 74 che ha accorciato
l'originario termine di cinque anni). Si deve trattare, tuttavia, di un periodo
che decorre dalla separazione giudiziale o consensuale omologata non
possedendo alcuna rilevanza la semplice separazione di fatto. In presenza di
una di tali cause il coniuge o entrambi (a seconda delle varie ipotesi
contemplate) può chiedere al giudice di pronunciare «lo scioglimento del
matrimonio contratto a norma del codice civile» oppure, in caso di matrimonio
concordatario, «la cessazione degli effetti civili conseguenti alla
trascrizione del matrimonio» poichè in caso di matrimonio religioso le autorità
statuali non possono ovviamente procedere allo scioglimento del medesimo.
Con
là sentenza di divorzio il Tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni
economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l'obbligo per uno dei
coniugi (di regola il marito) di corrispondere all'altro un assegno periodico
in proporzione alle proprie sostanze ed ai propri redditi, assegno per la cui
determinazione il giudice deve tener conto del contributo personale ed economico
dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione
del patrimonio di entrambi. Tale obbligo si estingue se il coniuge divorziato
passa a nuove nozze ma anche in simile evenienza permane in capo ad entrambi
il dovere di contribuire al mantenimento, educazione ed istruzione della prole
nata o adottata durante il disciolto matrimonio. Il Tribunale decide
sull'affidamento dei figli avendo come criterio esclusivo l'interesse morale e
materiale dei medesimi. In genere e nella maggior parte dei casi, essendo il
divorzio concesso dopo il periodo di separazione, il Tribunale si limiterà a
confermare le decisioni adottate dal giudice della separazione.
4)
Il regime patrimoniale della famiglia
I
rapporti patrimoniali tra coniugi erano così sinteticamente delineati dal
Codice civile del 1942: il marito aveva il dovere di mantenere la moglie senza
che assumessero rilievo le condizioni economiche di quest'ultima; la moglie
aveva il dovere di contribuire al mantenimento del marito solo quando questi si
trovasse in stato di bisogno; in mancanza di apposite convenzioni matrimoniali
vigeva il regime di separazione dei beni (ciascun coniuge rimaneva esclusivo
titolare dei propri beni senza diritto alcuno sui beni dell'altro); tra le
convenzioni matrimoniali l'unica a ricevere concreta applicazione era quella
volta a costituire la dote, vale a dire attribuire al marito alcuni beni
destinati ad aiutarlo nell'adempimento del dovere di mantenere la famiglia con
obbligo di restituzione nel caso di scioglimento del matrimonio.
La
riforma non solo ha equiparato la posizione dei coniugi anche sul piano
patrimoniale ma ha ritenuto necessario introdurre un diverso modello legale di
rapporti economici: il regime di separazione - teoricamente il più giusto
perché lascia a ciascuno il suo - non tien conto del fatto che di regola è il
marito ad avere migliori prospettive di reddito così che un tale sistema, in
definitiva, favorisce e perpetua situazioni di disparità economica nell'ambito
della coppia dove solitamente l'uomo si dedica ad occupazioni extradomestiche
percependo adeguati guadagni mentre la donna, occupata alla cura della casa e
dei figli o comunque con maggiori difficoltà ad inserirsi proficuamente nel
mondo del lavoro, incontra più ostacoli nel raggiungere gli stessi livelli di
reddito.
L'art.
143 Cod. civ. stabilisce che entrambi i coniugi sono tenuti, in relazione alle
proprie sostanze ed alla propria capacità di lavoro professionale e
casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia. L'art. 148 dispone che ciascun
coniuge deve adempiere all'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole in
proporzione delle rispettive sostanze e secondo la sua capacità di lavoro
professionale o casalingo. Qualora uno dei coniugi non contribuisca adeguatamente
al soddisfacimento dei bisogni familiari, il Tribunale può imporre che una
quota dei redditi di costui sia versata direttamente all'altro coniuge o a chi
provvede al mantenimento dei figli.
Mentre
il testo originario del Codice civile prevedeva che, in mancanza di apposite
convenzioni, vi fosse separazione dei beni, con la riforma del 1975 ed in
assenza di esplicite pattuizioni vige il diverso regime della comunione dei beni
così come regolata dallo stesso Codice civile riformato. Per le coppie di
nuova formazione l'esclusione del regime di comunione legale non può essere
frutto della dichiarazione unilaterale di uno dei futuri coniugi ma deve
essere convenuta mediante un accordo stipulato per atto pubblico o risultante
dall'atto di celebrazione del matrimonio. Con atto pubblico i coniugi possono
anche accordarsi per dar luogo ad una comunione convenzionale, vale a dire un
regime più ampio o ristretto di quello previsto dalla legge. É fatto assoluto
divieto di stipulare accordi che in qualsiasi modo, direttamente o
indirettamente, tendano alla costituzione di beni in dote ovvero a derogare ai
rispettivi diritti e doveri in merito agli oneri di contribuzione per sostenere
i pesi del matrimonio. Le convenzioni matrimoniali possono essere stipulate
anche dopo la celebrazione del matrimonio ma in tal caso vengono mutate
soltanto con l'autorizzazione del giudice.
Il
regime patrimoniale della famiglia, in mancanza di diversa convenzione, assume
tale forma subito precisandosi che essa non è universale investendo tutto
quanto appartiene a ciascuno dei coniugi.
Occorre
dunque precisare cosa cada in comunione e cosa rimanga personale, cioè di
pertinenza esclusiva di ciascun coniuge. Cadono automaticamente in comunione:
a)
gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il
matrimonio ad eccezione di quelli relativi a beni personali (es.: i mobili di
casa, l'eventuale appartamento, l'automobile e così via);
b)
le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio così
come gli utili e gli incrementi di aziende gestite da entrambi i coniugi ma
appartenenti prima del matrimonio ad uno solo di essi.
Taluni altri beni non cadono invece automaticamente in comunione ma neppure vengono considerati della comunione soltanto ai fini della divisione nel momento in cui si sia verificata una causa di scioglimento della comunione (quale, ad esempio, la separazione personale tra i coniugi): essi cadranno in tale regime qualora siano presenti al momento di cessazione della comunione stessa. Rientrano in tale categoria:
c)
i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi (ad es.: il canone di locazione
che l'inquilino corrisponde in corrispettivo del godimento dei locali);
d)
i proventi dell'attività separata di ciascuno dei coniugi (es.: gli stipendi
per attività di lavoro subordinato e, in genere, i redditi derivanti
dall'esercizio della professione).
Altri beni ancora non possono mai cadere in comunione e rimangono «personali» di ciascun coniuge; i più importanti tra essi:
a)
i beni di cui ciascun coniuge era titolare già prima del matrimonio;
b)
i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o
successione salvo l'espressa attribuzione alla comunione;
c)
i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge;
d)
i beni che servono all'esercizio della professione di ciascun coniuge;
e)
i beni ottenuti come risarcimento del danno attinente alla perdita totale o
parziale della capacità lavorativa;
f)
i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento di altri beni personali o con
loro scambio purché ciò sia espressamente dichiarato nell'atto di acquisto.
L'amministrazione dei beni della comunione spetta disgiuntamente ad entrambi i coniugi ma nel caso di compimento di atti eccedenti l'ordinaria amministrazione (vale a dire atti dai rilevanti effetti patrimoniali) vige l'opposta regola della amministrazione congiunta. In caso di rifiuto immotivato di consenso per il compimento di taluno di tali ultimi atti e sul presupposto della necessità, l'altro coniuge può rivolgersi al giudice per ottenere l'autorizzazione.
I
beni della comunione rispondono:
a)
di tutti i pesi ed oneri gravanti su di essi al momento dell'acquisto (es.:
immobile gravato da ipoteca);
b)
di tutti i carichi dell'amministrazione;
c)
di ogni obbligazione contratta anche separatamente dai coniugi purché
nell'interesse della famiglia;
d)
di ogni obbligazione contratta congiuntamente dai coniugi. 1 creditori
particolari dei coniugi non possono soddisfarsi sui beni della comunione se non
in quanto i beni personali del loro debitore non siano capienti: in tal caso
possono soddisfarsi sui beni della comunione solo limitatamente alla quota del
loro debitore (vale a dire la metà) purché non vengano in conflitto con i
creditori della comunione che sono sempre ad essi preferiti. Costoro, poi, possono
agire sussidiariamente sui beni personali dei coniugi nella misura di metà del
loro credito se i beni della comunione si sono dimostrati insufficienti a
soddisfare i debiti su di essi gravanti.
La
comunione si scioglie per una delle seguenti cause:
a)
morte di uno dei coniugi; b) sentenza di divorzio;
c)
dichiarazione di assenza o morte presunta di uno dei coniugi;
d)
annullamento del matrimonio;
e)
separazione personale tra i coniugi; f) fallimento di uno dei coniugi;
g)
convenzione tra i coniugi per abbandonare il regime di comunione ed adottarne
altro consentito dalla legge;
h)
separazione giudiziale dei beni, essa viene pronunziata dal Tribunale su
richiesta di un coniuge in taluni casi tassativamente previsti dalla legge.
I
coniugi possono, con apposita stipulazione matrimoniale, non tanto escludere
il regime di comunione legale quanto piuttosto disciplinarlo in maniera diversa
da quella prevista dalla legge; in tale ipotesi si dà luogo ad una comunione
detta appunto convenzionale. Tali accordi debbono rispettare alcuni limiti che
la legge vuole insuperabili. È pertanto proibito:
a)
derogare al principio per cui le quote spettanti ai coniugi nella comunione
siano eguali (almeno rispetto ai beni che formerebbero oggetto della comunione
legale);
b)
derogare al principio per cui l'amministrazione spetta congiuntamente ad
entrambi i coniugi con pari poteri;
c)
ricomprendere nella comunione i beni di uso strettamente personale di ciascun
coniuge, quelli che servono all'esercizio della professione, quelli ottenuti per
la perdita della capacità lavorativa.
Per
le coppie di nuova formazione il regime di separazione può esser scelto solo
mediante un accordo stipulato con atto pubblico oppure anche mediante una
semplice dichiarazione inserita nell'atto di celebrazione del matrimonio.
Quando si applica tale regime ciascun coniuge conserva il godimento e
l'amministrazione dei beni di cui è titolare esclusivo sempre fermo restando il
generale obbligo di contribuire ai bisogni della famiglia.
5)
La filiazione: cenni.
Il
figlio è legittimo quando è stato concepito da genitori uniti in matrimonio;
è invece naturale quando è stato concepito da genitori non sposati tra loro.
Esiste poi una filiazione adottiva (recentemente è stata emanata la legge 4
maggio 1983 n. 184 «Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori»
che riordina l'intero settore) la quale crea un vincolo di parentela civile
molto simile nei suoi effetti a quello tipico della filiazione legittima.
Il
matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed
educare la prole tenendo conto della capacità, dell'inclinazione naturale e
delle aspirazioni dei figli. Tale dovere non cessa automaticamente al raggiungimento
da parte di questi della maggiore età ma perdura sino a quando non goda di una
propria autonomia ed indipendenza economica. I figli, a loro volta, devono
rispettare i genitori contribuendo al mantenimento della famiglia in proporzione
delle proprie sostanze e reddito.
La
riforma ha sostituito la «patria potestà» con la potestà dei genitori che si
esercita fino al raggiungimento della maggiore età dei figli. Le scelte vengono
compiute di comune accordo ma in caso di contrasti su decisioni di particolare
importanza (es.: il tipo di studi da far seguire al figlio ed a quale scuola
occorra iscriverlo) ciascuno dei genitori può ricorrere al giudice il quale,
sentiti entrambi i genitori ed il figlio stesso se maggiore degli anni 14, suggerisce
le determinazioni più utili nell'interesse della prole e dell'unità familiare.
Permanendo il contrasto il giudice attribuisce facoltà decisionale a quello
dei genitori che, nel caso concreto, ritenga più idoneo a curare l'interesse
del figlio.
I
genitori rappresentano i figli minori in tutti gli atti civili e ne
amministrano i beni. Gli atti di ordinaria amministrazione possono essere
compiuti disgiuntamente da entrambi mentre quelli di straordinaria
amministrazione possono compiersi solo per necessità o utilità evidente del
figlio previa autorizzazione del giudice tutelare. Ai genitori spetta
l'usufrutto legale sui beni del figlio tranne che su alcuni beni
specificamente esclusi.
Il
giudice può pronunziare 'decadenza dalla potestà parentale quando il
genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti od abusa dei relativi poteri
con grave pregiudizio del figlio; nei casi più estremi può ordinare l'allontanamento
del figlio dalla residenza familiare. Quando il patrimonio del minore è male
amministrato il Tribunale può rimuovere dall'amministrazione uno od entrambi sostituendoli
con un curatore oppure può privarli, in tutto o parte, dell'usufrutto legale.
Capitolo
settimo
di
Gervasio Gestori
Prendiamo
spunto da un passo del Vangelo di Luca (2, 41-52)
I
genitori di Gesù ogni anno andavano in pellegrinaggio a Gerusalemme per la
festa di Pasqua. Quando Gesù ebbe dodici anni, lo portarono per la prima
volta con loro secondo l'usanza. Finita la festa, ripresero il viaggio di
ritorno con gli altri. Ma Gesù rimase in Gerusalemme senza che i genitori se
ne accorgessero. Credevano che anche lui fosse in viaggio con la comitiva. Dopo
un giorno di cammino, si misero a cercarlo tra parenti e conoscenti. Non
riuscendo a trovarlo, ritornarono a cercarlo in Gerusalemme. Dopo tre giorni lo
trovarono nel tempio: era là, seduto in mezzo ai maestri della legge: li
ascoltava e discuteva con loro. Tutti quelli che lo udivano erano meravigliati
per l'intelligenza che dimostrava con le sue risposte. Anche i suoi genitori,
appena lo videro, rimasero stupiti, e sua madre gli disse:
-
Figlio mio, perché ti sei comportato così con noi? Vedi, tuo padre e io ti
abbiamo tanto cercato e siamo stati molto preoccupati per causa tua.
Egli
rispose loro:
-
Perché cercarmi tanto? Non sapevate che io devo essere nella casa del Padre
mio?
Ma
essi non capirono il significato di quelle parole.
Gesù
poi ritornò a Nazaret con i genitori e ubbidiva loro volentieri. Sua madre
custodiva gelosamente dentro di sé il ricordo di tutti questi fatti.
Gesù
intanto cresceva, progrediva in sapienza e godeva il favore di Dio e degli
uomini.
Se
considerate attentamente questo episodio evangelico, trovate subito una
situazione familiare tipica: due sposi, un figlio, un viaggio-pellegrinaggio, la
gioia della preghiera insieme, la perdita del figlio, il dolore della coppia, le
ansie della ricerca, il dialogo concitato al ritrovamento, l'incapacità a
comprendere la risposta del figlio, ecc.
Quante
volte episodi simili si possono riprodurre, completamente o in parte, anche
nelle nostre famiglie!
«Famiglia,
diventa ciò che sei! ». Così ha scritto il Papa Giovanni Paolo II nel suo
documento sulla famiglia «Familiaris consortio». Ma che cosa è la famiglia,
per poter diventare ciò che deve essere?
L'essenza
ed i compiti della famiglia sono ultimamente definiti dall'amore. Quante volte
ci si dice che la vita familiare deve essere una vita di amore! Quante volte
si è scritto che la famiglia è una comunità di amore! Ma questa magica parola
'amore' è anche una parola equivoca: che cosa significa 'amore'? che cosa è
'amore'?
Amore
è certamente almeno alcune cose. Tentiamo un piccolo elenco:
-
è donazione di sé, del proprio tempo, delle proprie doti, delle proprie
capacità;
-
è dimenticanza di sé, delle proprie esigenze, del proprio egoismo;
-
è attenzione all'altro, è rendere contento l'altro, è preoccupazione per
l'altro;
-
è sacrificio per l'altro, perché non esiste amore vero senza qualche rinuncia.
Se
amore richiede sacrificio, questo non significa che esso non comporti gioia.
Anzi, esso è gioia, proprio perché è donazione sincera e disinteressata. E
dal momento che la gioia dell'amore nasce dall'impegno e dal sacrificio, essa
sarà anche una gioia profonda e duratura.
Se
la famiglia è questa comunità di amore, la famiglia cristiana riceve da Dio la
missione di custodire, rivelare e comunicare l'amore, quale riflesso vivo e
reale della partecipazione all'amore di Dio per l'umanità. Quando una famiglia
cristiana vive veramente di amore, si può cogliere più facilmente in terra il
segno della presenza tra noi di quel Dio, che è essenzialmente Amore.
Certo
che l'amore in una famiglia va sempre costruito, non va mai presupposto. In una
famiglia l'amore non vive di rendita, ma si alimenta quotidianamente con
l'impegno di ciascuno. L'amore in una famiglia è un punto di partenza (se fosse
mancato, non sarebbe sorta quella famiglia), ma è soprattutto un punto di
arrivo, così che man mano che il tempo passa ci si ama sempre di più. Senza
dubbio è difficile amarsi veramente e continuare ad amarsi profondamente anche
dopo molto tempo: bisognerà superare la forza dell'abitudine e rinfrescare
continuamente i facili sentimenti del periodo dell'innamoramento con un
impegno soprattutto interiore, che nasce dalla volontà di amare.
Questa
volontà di amare esige dialogo, comunicazione, intesa, parola, gesto, servizio,
ecc.
All'interno
di ogni famiglia, contro ogni rottura ed ogni incomprensione e per il
superamento delle naturali difficoltà, occorre sempre molto dialogo. Che cosa
comporta questo? che cosa significa «dialogare in famiglia»?
1)
Chiarezza sulle proprie persone
Occorre
innanzitutto riconoscersi soggetti responsabili e quindi bisogna accogliersi con
cordialità e con rispetto. Questa cordialità e questo rispetto devono emergere
specialmente quando diventano meno spontanei e domandano uno sforzo per essere
vissuti.
Occorre
poi riconoscersi in crescita sempre e quindi occorre avere sempre una grande
pazienza reciproca e bisogna offrire all'altro una tendenziale infinita
fiducia. Nessuno deve presumere di essere perfetto, pretendendo che solo
l'altro o gli altri abbiano a modificarsi.
Occorre
riconoscersi soggetti bisognosi di aiuto, proprio perché un pò sempre in fase
di costruzione e quindi un pò sempre nella possibilità di errare. Questo
comporta che all'interno della famiglia ci si sappia accogliere per quelli che
si è, ci si sappia perdonare nei propri sbagli e ci si consigli per non
mancare un'altra volta.
2)
Stile di servizio
La
caratteristica di fondo di una vita familiare serena deve essere quella
dell'attenzione all'altro. Anche se il proprio temperamento ed il proprio
egoismo portano quasi per abitudine a chiedere, a pretendere, ad essere serviti.
Bisognerà
invece non pretendere mai, o pretendere il minimo indispensabile per far sentire
gli altri importanti, in quanto in grado di offrire qualcosa. Personalmente
invece occorre impegnarsi a donare, chiedendosi spesso: che cosa io posso fare
per chi mi sta accanto?
3)
Priorità data alle persone
La
perenne tentazione sarà quella delle molte cose da fare e dei molti impegni da
sbrigare: il lavoro, la pulizia, le compere, la casa, la gita, il tempo libero,
ecc. Anche se a tutto questo non si può non pensare, per guidare in maniera
ordinata e previdente la propria famiglia, tuttavia non ci si deve lasciare
catturare dalle molte cose da fare ed a cui pensare. Sono più importanti le
persone di casa, che non la casa. E questa importanza delle persone non deve
rimanere soltanto teorica. In concreto, bisogna dare la precedenza sempre al
marito, o alla moglie, o al figlio, o alla figlia, ecc. Questo comporta la
priorità dei rapporti interpersonali rispetto all'attività nelle cose di
casa o di lavoro.
4)
Coltivare momenti di ascolto e di silenzio
Perché
le persone sono più importanti delle cose, bisogna essere aperti ad un dialogo
permanente, che ricerca insieme il meglio per la vita di famiglia, che si apre
alla fiducia reciproca da coltivare in continuità, che offre comprensione con
una vicinanza effettiva e non solo affettiva, che dona stima e perdono senza
durezza e senza egoismi.
La
realizzazione di questo progetto di vita familiare esige che si creino in casa
momenti di silenzio, durante i quali non si rimane disturbati dalle immagini e
dai suoni della televisione, né ci si rinchiude in letture individualistiche
del quotidiano o dei rotocalchi, ma ci si può guardare liberamente in volto, ci
si può dire quanto di bello è successo durante il giorno o quanto di rabbia si
cova di dentro, si pub riflettere insieme sulle cose più importanti della vita
di famiglia, si possono gustare le gioie di tanti momenti indimenticabili.
Alcune
conclusioni
Con
la celebrazione del matrimonio inizia una vera vita d'assieme a due, e poi a
tre, a quattro, ecc., con diritti e doveri nuovi, con una psicologia diversa
da costruire, con uno stile di vita da imparare.
Bisognerà
imparare a pensare insieme, a decidere insieme, a scegliere insieme, a vivere
insieme. E questo vale per tutti i campi: da quello della scelta dei figli, alla
loro educazione; dalle scelte di economia familiare alle vacanze da compiere;
dai tipi di attività da assumere per la casa o in comunità ai momenti di
preghiera da fare in casa ogni giorno o in chiesa nei giorni di festa.
Non
è facile vivere insieme così, anche se tutto questo appare bello quando si è
ancora innamorati. Il periodo di preparazione al matrimonio deve servire
specialmente a questo apprendimento e nei primi anni di vita coniugale si dovrà
necessariamente fare l'indispensabile rodaggio.
La
liturgia del matrimonio si svolge normalmente durante la Messa, e precisamente
subito dopo l'omelia. Essa consiste in alcune domande preparatorie, nella
manifestazione del consenso e nella benedizione con lo scambio degli anelli.
Per
una adeguata conoscenza si riporta il testo completo della celebrazione.
Domande
Terminata
l'omelia e dopo qualche momento di silenzio, gli sposi e tutti gli altri si
alzano in piedi.
Quindi
il sacerdote si rivolge agli sposi con queste parole o con altre simili:
Carissimi
N. e N., siete venuti insieme nella casa del Padre, perché il vostro amore
riceva il suo sigillo e la sua consacrazione davanti al ministro della Chiesa e
davanti alla comunità.
Voi
siete già consacrati mediante il Battesimo:
ora
Cristo vi benedice e vi rafforza con il sacramento nuziale, perché vi amiate
l'un l'altro con amore fedele e inesauribile e assumiate responsabilmente i
doveri del matrimonio.
Pertanto
vi chiedo di esprimere davanti alla Chiesa le vostre intenzioni.
Poi
il sacerdote li interroga sulla libertà, sulla fedeltà e sulla procreazione ed
educazione dei figli.
Ad
ogni singola domanda ognuno degli sposi dà la propria risposta.
N.
e N., siete venuti a contrarre matrimonio in piena libertà, senza alcuna
costrizione, pienamente consapevoli del significato della vostra decisione?
Gli
sposi rispondono: Sì.
Siete
disposti, nella nuova via del matrimonio, ad amarvi e onorarvi l'un l'altro per
tutta la vita?
Gli
sposi rispondono: Sì.
Siete
disposti ad accogliere responsabilmente e con amore i figli che Dio vorrà
donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?
Gli
sposi rispondono: Sì.
Consenso
Quindi
il sacerdote invita gli sposi ad esprimere il consenso:
Se
dunque è vostra intenzione di unirvi in matrimonio, datevi la mano destra ed
esprimete davanti a Dio e alla sua Chiesa il vostro consenso.
Gli
sposi si danno la mano destra.
Lo
sposo dice:
Io,
N., prendo te, N., come mia sposa e prometto di esserti fedele sempre, nella
gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.
La
sposa dice:
Io,
N., prendo te, N., come mio sposo e prometto di esserti fedele sempre, nella
gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.
Quindi
il sacerdote ricevendo il consenso dice:
Il
Signore onnipotente e misericordioso confermi il consenso che avete manifestato
davanti alla Chiesa e si degni di ricolmarvi della sua benedizione.
Non
osi separare l'uomo, ciò che Dio unisce.
Tutti:
Amen.
Benedizione
e consegna degli anelli
Il
sacerdote dice:
Il
Signore benedica + questi anelli che vi donate scambievolmente in segno di amore
e di fedeltà.
Oppure:
Signore,
benedici + questi anelli nuziali:
gli
sposi che li porteranno custodiscano integra la loro fedeltà, rimangano nella
tua volontà e nella tua pace e vivano sempre nel reciproco amore.
Per
Cristo nostro Signore.
Tutti:
Amen.
Oppure:
O
Signore, santifica l'amore di questi sposi:
l'anello
che porteranno come simbolo di fedeltà li richiami continuamente al vicendevole
amore.
Per
Cristo nostro Signore.
Tutti:
Amen.
Lo
sposo, mettendo l'anello al dito anulare della sposa, può dire:
N.,
ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà.
Nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Quindi
la sposa, mettendo l'anello al dito anulare dello sposo, può dire:
N.,
ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà.
Nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.