INDUISMO E DUDDHISMO La negazione della libertà e dell’amore

Corrado Guerre - Studi apologetici S. Giuseppe – Via Gentile 6 – 82100 Benevento 

La veridicità di una religione si misura anche con le conseguenze nell'esistenza dell'uomo. Se queste sono gratificanti, è un conto. Altrimenti, qualcosa non va nella religione che ci si sforza di vivere. Davvero diventare buddhista o seguace della sapienza indù fa sentire più realizzati e felici? In queste poche pagine si dimostrerà che così non è.

Corrado Gnerre

insegna Religione al Liceo Classico "P. Giannone" di Benevento e Storia delle Religioni all'Istituto Superiore di Scienze Religiose "Giovanni Paolo Il" di Foggia - Pontificia Facoltà Teologica dell Italia Meridionale. 

Introduzione

La veridicità di una religione si misura anche con le conseguenze che procura nell'esistenza dell'uomo. Se queste sono esistenzialmente gratificanti, è un conto. Altrimenti qualcosa non va nella religione che ci si sforza di vivere.

E' sotto gli occhi di tutti quanto oggi sia forte il fascino nei confronti di religioni orientali come il buddhismo e l'induismo. E ad affascinarvisi sono soprattutto coloro per cui e molto importante la cosiddetta "qualità della vita". Non è certo tra persone semplici che queste religioni trovano ammiratori, quanto tra persone affermate e in carriera. Ebbene, fare un discorso riguardante ciò che queste religioni procurano sul piano esistenziale è molto importante.

Davvero conviene? Davvero diventare buddhista o seguace della sapienza indù fa sentire più realizzati e felici? In questo piccolo libro si dimostrerà che così non è.

E' vero che è nostra intenzione scrivere semplicemente e per tutti, ma è pur vero che dobbiamo anche essere "scientifici" e metterci al riparo da qualsiasi obiezione. Per un argomento di tal genere è giusto parlare semplicemente di religiosità orientale e includere all'interno di questa categoria buddhismo ed induismo che sono religioni diverse?

Non neghiamo che la categoria religiosità orientale è ambigua e può anche far pensare ad una trattazione semplicistica, ma ciò che è evidente della fascinazione attuale è proprio una confusione che spesso non distingue, è un' "atmosfera orientale" (gli specialisti la chiamerebbero mileau) piuttosto che adesioni ben precise. Per questo preferiamo fare un discorso generale che accomuni le tradizioni maggiormente caratterizzanti questa atmosfera; e cioè l'induismo e il buddhismo.

E' bene che il lettore abbia già una conoscenza - anche se non approfondita - delle dottrine dell'induismo e del buddhismo. A riguardo basta.un buon manuale di storia delle religioni. Si tenga però presente che nelle ultime pagine vi è un utile glossario dei termini più importanti.

Ecco l'itinerario che si dovrà seguire:

1. La negazione della libertà nella religiosità orientale.

2. La negazione dell'amore nella religiosità orientale.

3. Le conseguenze della negazione della libertà e dell'amore.

4. Il fascino della religiosità orientale nell'uomo contemporaneo. 

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La negazione della libertà nella religiosità orientale

La religiosità orientale non realizza la persona, giunge persino a negare il concetto di persona, intendendo per persona una realtà individuale, razionale, libera, che si pone protagonisticamente all'interno della dinamica dell'esistente (la realtà) e dell'esistenza (la propria vita). In parole più semplici: la persona è una realtà che ha la possibilità di decidere per sé, di costruirsi -almeno relativamente- la propria vita.

Questo avvilimento della libertà nella religiosità orientale riguarda l'intera esistenza dell'uomo -dalla sua origine, alla sua vita e al suo destino- e si può facilmente capire con alcuni tratti caratteristici di questa religiosità: l'emanazionismo, il fatalismo e la reincarnazione. Questa la suddivisione del primo capitolo:

1.1 La negazione della libertà nell'origine dell'uomo: l 'emanazionismo

1.2 La negazione della libertà nella vita dell'uomo: il fatalismo 1.3La negazione della libertà nel destino dell'uomo: la reincarnazione

 

1.1 La negazione della libertà nell'origine dell'uomo: l'emanazionismo.

Esperienza ci impone che bisogna sempre partire da una definizione dei termini, soprattutto di quelli più insoliti ... ed emazionismo lo è senz'altro.

Cosa è l'emanazione? ...e in che cosa differisce dal concetto di creazione?

Per emanazione si intende un'uscita di realtà da un determinato essere che fa da sorgente. Tra l'emanante e l'emanante non vi è differenza ontologica, cioè sostanziale. L'emanato si riduce ad un semplice modo di essere dell'emanante e non è sostanzialmente altro dall'emanante. La schiuma che vien fuori dal mare agitato non è altro rispetto all'acqua: è anch'essa acqua, è un modo diverso di apparire dell'acqua.

Il concetto di creazione, invece, implica un essere creatore da cui consegue per nascita una creatura. Tra creatore e creatura vi è una differenza sostanziale, perché la creatura non viene emanata, ma nasce dal nulla. In precedenza la creatura non era sostanzialmente nel creatore. Non esisteva. A differenza della schiuma che vien fuori dal mare agitato, il tavolo è costruito dal falegname. Il tavolo è altro rispetto al falegname, non è un modo diverso del falegname: prima che il falegname decidesse di costruirlo, non esisteva.

La religiosità orientale non afferma il concetto di creazione, bensì quello di emanazione. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire bene come questa religiosità giunge ad una simile concezione. Per far questo ci è necessario fare un lavoro di scavo e prendere confidenza con la filosofia che ne è alla base.

Qui si presenta un termine che per i più è sconosciuto: il monismo. L'essenza filosofica della religiosità orientale è il monismo. Termine questo che si contrappone a dualità. Facendo una comparazione con l'essenza del cristianesimo, si può dire che la religiosità orientale si fonda su una concezione monistica, mentre quella cristiana su una concezione duale. Ma non si spaventi il lettore non avvezzo a discorsi filosofici, la comprensione del significato di questi termini è molto più semplice di quanto si possa immaginare.

Per monismo si intende una concezione filosofica secondo cui vi è una sola realtà che si esprime differenziandosi. Non vi è differenza ontologica, cioè di sostanza, tra le varie realtà. La negazione di questa differenza comporta la negazione della sostanza delle varie realtà, per cui queste diventano diversi modi di essere di un'unica realtà, cioè di un'unica sostanza. Appaiono diverse, ma non lo sono veramente. In analogia -ma solo in analogia- e come quando si indossa un abito. O indossiamo un abito color blu o un abito color grigio, siamo sempre noi. Ci presentiamo in maniera diversa, assumiamo un look diverso, ma, cambiando l'abito, non cambia la nostra persona. Mario Rossi, vestito color blu o vestito color grigio, rimarrà sempre Mario Rossi. La concezione monistica è come se affermasse che tutte le cose appaiono diverse perché sono vestite con abiti diversi, ma, al di là di questi abiti, -cioè delle apparenze- tutte le cose sono perfettamente uguali. "(L'induismo) è in grado di presentare una folla di forme ed una ricca gamma di valori, i più diversi (di qui la pluralità delle sue interpretazioni filosofiche e morali), perché si situa non al livello dell'intelletto né a quello dei valori umani, ma invece poggia sull'esistenza, che è insieme indistinta ed indifferenziata." il monismo, inoltre, è tanto necessario che se il fedele indù non riconosce questa prospettiva, non può aspirare alla salvezza. Così si esprime il Chàndogya Upanisad: "Colui che conosce contemporaneamente l'Assoluto e le sue manifestazioni materiali, soggette alla distruzione, superando la morte, gode d'immortalità." E il monismo si presenta come una visione del reale che non solo va conosciuta, ma che va anche "pregata". Per l'induismo pregare non vuol dire pregare una divinità -che é altro rispetto a colui che prega­piuttosto pregare se stesso. La divinità pregata é un elemento della coscienza dell'orante, perché ontologicamente non é diversa dall'orante stesso. Se tutto é indistinto, non ci può essere differenza tra colui che prega e la divinità pregata. Nel culto induista la devozione verso una particolare divinità deve rispondere ad un fine ben preciso: realizzare interiormente la potenza sacrale che questa divinità rappresenta. Tale realizzazione si manifesta nella cosiddetta anhubava, cioé su un livello mistico di perfetta identificazione.

Per concezione duale si intende una concezione anch'essa filosofica però diametralmente diversa dalla precedente- secondo cui tra le varie realtà vi è una sostanziale differenza ontologica. Le realtà sono diverse non perché appaiono tali, ma perché lo sono nella sostanza. Riprendendo l'analogia precedente, non è la stessa persona ad indossare il vestito color blu e il vestito color grigio. Mario Rossi indossa il vestito blu, Giovanni Bianchi quello grigio. In questo caso la differenza non si limita alla sola differenza di colore degli abiti, ma ad una differenza di persona.

Legata logicamente all'impostazione monastica della religiosità orientale, la salvezza dell'uomo si realizza tanto nell'induismo quanto nel buddhismo nell'abbandono della propria individualità, della propria personalità, per realizzare la fusione del sé con una sorta di Uno impersonale. Questo assoluto, detto brahman, è l'essenza di tutto. Se si individualizza, prende il nome di atman (che è il brahman dalla prospettiva dell'individualità). Non esiste differenza ontologica, cioè sostanziale, tra il brahman e l'atman. Se nel monismo non c'è differenza sostanziale tra realtà che sono solo apparenti, allora l'aspirazione definitiva ed autentica deve essere il ritorno di ogni realtà alla sua origine. Riprendiamo il personaggio degli esempi precedenti. Fa caldo, i vestiti di un certo taglio pesano sul corpo. Mario Rossi attende il riposo notturno quando potrà finalmente mettersi in libertà, senza dover indossare né l'abito color blu né quello color grigio. La religiosità orientale spinge l'uomo a desiderare il momento in cui potersi "mettere in libertà" dalla propria individualità, in cui potersi spogliare di qualsiasi forma. Dice un importante testo induista: "A quel modo che tutti i fiumi scompaiono nel mare, abbandonando in esso nome e forma, allo stesso modo il saggio, libero di nome e di forma (cioè della sua individualità, n.d.a.), entra nello Spirito Universale, che è più alto dell'altissimo."

Attraverso questo fondamento monastico, la religiosità orientale risolve la questione riguardante l'esistenza dell'uomo e della natura in maniera diametralmente diversa da come la risolve il cristianesimo. Abbiamo già detto: il cristianesimo con il concetto di creazione, la religiosità orientale con quello di emanazione. Quest'ultima, logica conseguenza del monismo stesso.

E adesso la domanda fondamentale: l'individualità umana viene maggiormente valorizzata nell'emanazionismo o nel creazionismo? Nel creazionismo l'uomo è riconosciuto sostanza individuale e valore, perché voluto dal creatore. Nel libro del Genesi la realtà creata non solo è realtà sostanzialmente diversa da Dio, ma è anche realtà positiva, perché voluta da Dio e non fuoriuscita da Lui indipendentemente dalla sua volontà. Dio dice: "Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza (...)". L'uomo viene fatto, è creato, non è un'espressione diversa di qualcosa che preesisteva. Precedentemente abbiamo fatto l'esempio del tavolo e del falegname. Dal momento che il tavolo è un'altra cosa rispetto al falegname, esso vien fuori per volontà del falegname. Se il tavolo esiste è perché qualcuno ha voluto costruirlo. Se l'uomo esiste è perché Dio lo ha voluto; ma se lo ha voluto, l'uomo è valore in quanto desiderato da Dio.

Nell'emazionismo, invece, l'uomo non è riconosciuto come sostanza individuale, ma è un'espressione -peraltro transitoria- di un Uno impersonale. Di concetto di individualità neanche a parlarne, perché tutto è determinato dalla provvisorietà. Se non vi è differenza sostanziale tra il creatore e la creatura -in questo caso più propriamente si deve dire tra l'emanante e l'emanato- il destino inevitabile di ogni individualità è la spersonalizzazione per fondersi nell'Essere impersonale. "Mio caro, -dice il bramano Uddalaka al giovane figlio Shavetaketu- i fiumi scorrono, gli orientali verso Oriente, gli occidentali verso Occidente. Originati dall'oceano, nell'oceano ritornano e con l'oceano diventano una cosa sola. Fusi nell'oceano, essi non si ricordano più di essere questo o quel fiume. Allo stesso modo, tutte le creature, ritornate all'Essere, non sono consapevoli di ciò. Qualunque cosa siano in questo mondo -tigre o leone, lupo o cinghiale, verme o farfalla, tafano o zanzara- esse esistono in quanto Tad (Essere universale)."

Dunque, già l'emanazionismo dimostra come nell'ambito della religiosità orientale manchi il concetto di persona, e quindi della libertà. Certo, può parere affascinante sapere che il proprio essere è un'emanazione dall'assoluto ed è espressione di esso -molti orientalisti dei nostri salotti insistono su questo punto- ma, andando a fondo, sapere ciò, vuol dire convincersi che si è una semplice onda sulla superficie del mare: originatasi dal movimento casuale delle acque, lì per lì visibile, poi destinata a dissolversi definitivamente.

 

1.2 La negazione della libertà nella vita dell'uomo: il fatalismo.

Ed eccoci arrivati al secondo punto che attesta la mancanza di un autentico concetto di persona e del valore della libertà nella religiosità orientale: il fatalismo. Se l'emanazionismo ha dimostrato che la religiosità orientale nega la libertà già dall'inizio della vita umana, il fatalismo lo dimostra per la vita stessa dell'uomo.

Molti Occidentali che si lasciano affascinare dall'Oriente decidono di abbandonare una tradizione religiosa in cui sono cresciuti e per cui, presumiamo, sono stati educati. Spesso questa decisione costa sforzo, fatica, coraggio di andare controcorrente. Pensiamo all'Associazione internazionale per la coscienza di Krishna (più conosciuta semplicemente come Hare Krishna). Ebbene, chi vuole aderirvi deve richiamarsi non all'India attuale, ma a quella del XVII secolo. Deve radersi il capo conservando un codino, vestire con abiti e calzari tipici, ecc. Ciò comporta una decisione ad abbandonare lo stile di vita dei più, per aderire ad uno stile visibilmente alternativo che non può sfuggire al giudizio della gente. L'affascinarsi all'Oriente pretende una decisione forte. Ma qui vien fuori una contraddizione: l'uomo occidentale, che decide per l'Oriente, sforza la sua volontà, decide volontariamente ...senza sapere che la religiosità orientale non riconosce la volontà. Molti di coloro che anche in Italia hanno scelto la sapienza orientale, non hanno mancato di affermare di averlo fatto perchè questa avrebbe più meriti di quella occidentale. Ma già queste parole contraddicono- e confutano!- un simile giudizio, perché segno di scarsissima conoscenza di ciò di cui si parla. Non si può decidere per una sapienza che disprezza la decisione; non si può rivendicare uno sforzo di volontà per scegliere una sapienza che non riconosce alcuno sforzo di volontà, in quanto indiscutibilmente fatalista. Indichiamo adesso la differenza tra i concetti di fatalismo e provvidenza, necessaria per poter capire la differenza tra la religiosità occidentale e quella occidentale cristiana.

Il fatalismo implica una completa determinazione dell'uomo dall'assoluto. L'uomo non può decidere nulla, la sua vita non gli appartiene, le sue decisioni sono solo illusorie. I binari determinano il percorso del treno, sono vincolanti per il conducente.

Se i binari determinano il percorso del treno, non è così della segnaletica stradale per l'automobile. L'automobilista, se vuole, può trovare aiuto nella segnaletica, può non rispettarla, pena sanzioni e rischi per la sua e l'altrui vita, ma è innegabile che la sua guida non ne viene necessariamente determinata. Il fatalismo è paragonabile ai binari, la provvidenza alla segnaletica stradale. La provvidenza è allora l'ammissione della dipendenza dell'uomo da Dio, è l'ammissione dell'intervento di Dio nella vita dell'uomo, senza però pregiudicare la libertà dell'uomo stesso, che rimane sempre artefice del suo destino.

Come dal monismo consegue l'emanazionismo e dalla dualità il creazionismo, così dal primo consegue anche il fatalismo e dal secondo anche il concetto di provvidenza.

Il fatalismo è presente chiaramente tanto nell'induismo quanto nel buddhismo. Lo attesta la dottrina della reincarnazione. Facciamo parlare il Gurada Purana: "(...) così io non mi meraviglio, né mi lamento del mio destino, o Soukana. Ciò che è stabilito dal destino non può essere cancellato. Il topo impaurito corre alla sua tana; il serpente spaventato alla fonte; l'elefante terrorizzato allo steccato (...) ma dove può l'uomo fuggire dal suo karma? (...) Un uomo non muore prima del tempo stabilito, anche se è crivellato di dardi". E lo attesta anche la mancanza di una individualità definitiva che possa liberamente confrontarsi con il reale, e che lo possa anche eventualmente modificare. Dice ancora il Gurada Purana: "La ferita dalla punta di una gemma di kusa è fatale solo al momento giusto. L'uomo che riceve ciò che è suo destino ricevere, va solo dove il suo destino lo conduce e trova solo il piacere o la pena che è destinato a trovare in questa vita. cosa c'è da lamentarsi in questa vita?".

Così la libertà dell'uomo nella religiosità orientale è solo l'illusoria libertà del burattino. Come non c'è scarto, se non solo visivo, tra la mano del burattinaio e il burattino che appare; così nella prospettiva orientale l'uomo, solo apparentemente, si confronta con gli altri e con ciò che gli sta dinanzi, ma tutto questo, monisticamente, è lui. L'uomo non può modificare nulla, perché tutto è indistinto. O fa una cosa in un modo o la fa in un altro è sempre la stessa cosa. Buddha arriva a parlare esplicitamente di illusione riguardo l'esistenza dell'io. L'uomo è un aggregato di elementi, fisici, morali e spirituali, che costituiscono la realtà. Egli si muove illusoriamente come individuo libero all'interno di questa realtà che invece lo definisce.

Anche in questo la dottrina cristiana è molto, molto diversa. Secondo l'antropologia cristiana l'uomo è persona e lo è per l'eternità; indipendentemente dall'esito del giudizio che subirà dopo la morte. E alla personalità è legata la sua libertà. L'"immagine e somiglianza" di Dio, di cui parla la Bibbia, afferma l'esistenza di questa facoltà. Come Dio è artefice del suo destino, anche l'uomo lo è. Quest'ultimo è chiamato a scegliere nella libertà. "Se vuoi -scrive il libro del Siracide- osserverai i comandamenti; l'esser fedele dipenderà dal tuo ben volere. Egli ti ha posto il fuoco e l'acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte. A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà."

Ora dire che Dio e l'uomo sono la stessa cosa sembrerebbe ammettere che tra Dio e l'uomo vi sia un forte rapporto di amore. Più Dio è vicino all'uomo, più Dio ama l'uomo, figurarsi poi se Dio si identifica nell'uomo, meglio: se l'uomo è una personificazione di Dio. La prospettiva fatalista, che si fonda sulla non differenza ontologica tra l'uomo e Dio, sembrerebbe pertanto proporre un maggior amore di Dio nei confronti dell'uomo; mentre quella provvidenziale, per la distinzione tra l'uomo e Dio, un amore minore. Invece non è così. Nel concetto di provvidenza è presente la preoccupazione di Dio per le sorti della sua creatura e il suo intervento è libero e sempre rispettoso della libertà umana. Nel concetto di fatalismo, invece, pur essendo l'uomo non diverso ontologicamente da Dio, quest'ultimo si limita a regolare meccanicamente il succedersi delle situazioni. Il brahman (l'Uno impersonale della religiosità orientale) non guida il processo cosmico ad una determinata meta; si limita a mantenere in movimento la legge della retribuzione delle opere, la quale funzione in modo del tutto automatico. La "funzione" del brahman (se di funzione possiamo parlare) consiste soltanto nella conservazione di un ordine cosmico eterno, e non in un governo sovrano del cosmo. Il Dio della religiosità orientale è un Dio che si limita a regolare non a governare il mondo. Né potrebbe essere altrimenti. Il rapporto provvidenziale tra Dio e il mondo e tra Dio e l'uomo é un rapporto di donazione. Essendo il mondo e l'uomo altri rispetto a Dio, Egli non é costretto a rapportarsi ad essi; eppure lo fa, lo fa gratuitamente, quindi amorevolmente. L'amore si fonda, infatti, sulla gratuità. Cosa ben diversa é il rapporto fatalista. Questo é un rapporto di necessità, di costrizione. Essendo il mondo e l'uomo espressioni di Dio, Egli é costretto a rapportarsi ad essi; non può fare a meno di questo rapporto. E dunque non c'é più il dono -quindi l'amore- ma solo la dinamica della necessità. Non ha lo stesso valore -e soprattutto lo stesso significato- regalare qualcosa ad un altro o regalarla a sé.

 

1.3 La negazione della libertà nel destino dell'uomo: la reincarnazione.

"Sappiate dunque, -é scritto nel Manusmriti- pienamente e con ordine, in quali matrici l'anima si incarna e in conseguenza di quali atti. Quelli che hanno commesso colpe gravi trascorrono in inferni orribili lunghi anni; appena scontata la pena, passano alle nuove esistenze seguenti. L'uccisore del brahmano entra nella matrice dei cani, dei porci, degli asini, dei cammelli, delle vacche, delle capre, dei montoni, dei cervi o degli uccelli, oppure in quelle delle caste inferiori. Il brahmano che beve alcool entra nella matrice dei vermi, dei lombrichi e degli insetti, degli uccelli che si cibano di escrementi o degli animali nocivi. Il brahmano che ruba entra mille volte nella matrice dei ragni, dei serpenti, delle lucertole, dei pesci o dei démoni malvagi. Chi viola il letto del suo padrone s'incarna cento volte tra le erbe, i cespugli e le liane, tra i carnivori, i rapaci e gli individui sanguinari. Gli uomini malvagi divengono fiere carnivore; quelli che mangiano cibi proibiti diventano vermi; i ladri diventano le fiere che si sbranano a vicenda; quelli che vanno con le malefemmine diventano fantasmi. Chi ruba grano, diventa topo; chi ruba bronzo, diventa oca selvatica, chi ruba acqua, diventa un animale acquatico; chi ruba miele, diventa mosca; chi ruba latte, cornacchia; chi ruba leccornie, cane; chi ruba carne, avvoltoio; chi ruba sale, grillo. In qualsiasi stato d'animo si compia un'azione, se ne coglierà il frutto in un corpo corrispondente.

La dottrina della reincarnazione é il terzo punto che dimostra la mancanza del valore della libertà e del concetto di persona nell'ambito della religiosità orientale. Una mancanza che tocca perfino il destino dell'uomo.

Il successo dell'induismo e del buddhismo, oggi, è proprio su questo. Già nel 1981 l'indice europeo di credenza nella reincarnazione era oltre il 21%. Nell'ultimo decennio questa percentuale è notevolmente aumentata, anche in Italia. Nulla di più ingenuo, se si pensa che il motivo per cui si corre dietro a questa dottrina é perché ci si lascia affascinare dal fatto di poter vivere più di una volta. Ma la reincarnazione é tutt'altro che un premio. Abbiamo già visto come l'aspirazione nella religiosità orientale é quella di non doversi più reincarnare per dissolversi finalmente nell'Uno originario.

L'induismo parla di samsàra, trasmigrazione delle anime, causata dal karman, che obbliga a scontare le colpe delle vite precedenti, attraverso il cielo delle continue reincarnazioni. Da qui il bisogno di aspirare alla liberazione dal cielo delle rinascite, liberazione che viene denominata moksha. Anche il buddhismo parla di reincarnazione, ma non nel senso induistico di trasmigrazione delle anime. Per Buddha l'anima non é un'entità spirituale, ma solo un composto di aggregati. Questi -come di pezzi di costruzione- vanno a ricomporsi diversamente dopo ogni esistenza terrena, dando origine ad altre esistenze.

Legate strettamente alla dottrina della reincarnazione sono alcune stranezze tipiche della civiltà indù. Poco conosciute, ma su cui è utile insistere per capire a quali conseguenze può portare una credenza di questo tipo. Un esempio: in alcune regioni dell'India si arriva ad adorare i topi. A questi animali, nel Rajasthan, è dedicato perfino un tempio dove vengono venerati come divinità. La loro fortuna é iniziata nel lontano 1387, quando, nella casta dei re poeti, nasce una bambina dotata di poteri straordinari, Karniji Mata. Già in culla opera i suoi primi miracoli. Una zia, che desiderava nascesse un maschio, tenta di maledirla, ma le sua dita si intrecciano impedendo il gesto della maledizione. Nei primi anni Karniji guarisce il padre dal morso di un serpente, poi passa alla guarigione di molti malati. Arriva a fare cose portentose. Tutti, ricchi e poveri, signori ed intoccabili, vanno da lei. Si diffonde la convinzione che sia un'incarnazione di Durga, la dea che distrugge i demoni. Adulta, Karniji si sposa e ha quattro figli, ma uno di questi morirà affogato in una cisterna piena di acqua. Disperata, Karniji chiede a Jama, dio della morte, che suo figlio torni a vivere. Il dio acconsente, ma il ragazzo si reincarna in un topo. Furiosa per l'affronto, Karniji-Durga dichiara che nessuno dei suoi discendenti entrerà più nel regno di Jama. Da quel momento tutti i membri della sua casta si reincarneranno in topi. Da qui questo strano culto nel Rajasthan. Il tempio, che ospita questi animali, é circondato da un muro di marmo banco e vi si accede attraverso porte d'argento. All'interno vi é un grande cortile per accogliere i pellegrini, qui essi si tolgono le scarpe per entrare nel luogo sacro, dove incontreranno una moltitudine di topi. I fortunati roditori vivono nell'abbondanza -dai fedeli vengono continuamente riforniti di latte, dolci, noci di cocco, ecc.- e per la propria protezione ed onore hanno a disposizione niente meno che i discendenti della casta dei re-poeti. A turno, un sacerdote che appartiene a questa casta -la quale conta ancora più di 700 famiglie- si rinchiude giorno e notte insieme a loro. Li accarezza, ci gioca, dorme con loro, li fa camminare sul capo e sul proprio corpo; tutto in un'atmosfera di estrema confidenzialità. A quali stranezze si può andare incontro credendo nella reincarnazione! Eppure é tutto spaventosamente coerente. Certo, é un pò difficile immaginarsi un orientalista nostrano aver confidenza con questi "simpatici" animaletti e trattarli così come i sacerdoti della casta dei re poeti. Loro arrivano perfino a farli sdraiare sul capo ... difficile è credere che gli orientalisti di casa nostra (abituati a frequentare centri di bellezza e salotti radical-chic) possano arrivare a sopportare una cosa simile.

Ma torniamo al nostro discorso. Dicevamo che il monismo afferma che tra natura e Dio non vi è differenza sostanziale. L'uomo è una, porzione di Dio, essendo sostanzialmente Dio stesso. Il ciclo delle continue reincarnazioni, pertanto, é la "necessaria" purificazione per tornare ad essere una cosa sola con Dio. Meglio: per spersonalizzarsi e perdersi nuovamente in Dio. I panni sporchi hanno bisogno di essere lavati e strofinati più volte per ritornare al candore originario. La dottrina della reincarnazione é logicamente legata alla non differenza sostanziale tra l'uomo e Dio.

La reincarnazione conduce, inoltre, a ciò che può essere definito dissolvimento del mistero. Legata alla convinzione secondo cui l'uomo é un assoluto imprigionato in un corpo -che ha bisogno di purificarsi per poter divenire un assoluto completamente libero- la dottrina della reincarnazione afferma che il destino dell'uomo sarà quello di potersi esprimere veramente come assoluto; quindi, anche di poter conoscere l'assoluto. L'uomo non sarà per sempre giudicato e limitato dal mistero.

Nell'antropologia teologica cristiana, invece, i termini della questione sono radicalmente diversi. La irripetibilità dell'esistenza terrena é segno della concezione duale e creazionistica. L'uomo non é destinato a spersonalizzarsi o fondersi in Dio, perché sostanzialmente non é Dio. Né, tantomeno, verrà un giorno in cui gli sarà possibile esaurire il mistero. La dottrina cristiana dice che quando -se Dio lo vorrà e se i meriti lo consentiranno- si sarà in Paradiso, di certo si conoscerà meglio Dio di quanto lo si possa conoscere adesso, ma non verrà mai il giorno in cui lo si potrà conoscere completamente. L'uomo sarà per sempre giudicato dal mistero, ciò perché non potrà mai divenire uguale a Dio. La sua condizione sarà sempre di dipendenza. Rimarrà creatura per l'eternità.

Dunque, la dottrina reincarnazionista é un altro elemento a favore della tesi della mancanza del concetto di persona -e quindi della libertà- nell'ambito della religiosità orientale. Già é umanamente molto triste il sapere di dovere un giorno traslocare dalla vita terrena e dai suoi affetti; sapere poi che la propria individualità e la propria personalità hanno la spazio di una vita e il loro essere é solo un'illusione, é ancor più triste! 

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La negazione dell'amore nella religiosità orientale

Afferma il noto intellettuale indiano Khushwant Singh: "Le fedi dell'Ovest hanno un'etica, tendono al miglioramento morale del mondo. Noi non abbiamo un decalogo e i nostri bramini, a differenza dei sacerdoti cristiani (...), se ne infischiano del prossimo. Il Cristianesimo enfatizza i doveri dell'uomo verso i suoi simili. Le religioni estremo-orientali invece i doveri dell'uomo verso se stesso. Da noi ciò che si raggiunge con l'ascesi é la serenità beata ed egoista, il disimpegno. Tanto, si dice, se qualcuno soffre se lo merita, perché espia le colpe della vita precedente".

La veridicità di una religione non é data solo dal realizzare o meno il concetto di persona umana, quanto anche dal realizzare quell'atmosfera di "calore", di cui la persona ha indubbiamente bisogno.

E' possibile l'amore per il prossimo nella religiosità orientale? Fino a che punto questa religiosità lo può davvero raccomandare?

Perché queste domande? Ma perché nelle religioni orientali manca l'amore per il prossimo! Ciò non vuol dire che in queste religioni non vi siano singole persone che amino il prossimo e che si prodighino in buone opere; piuttosto che mancano i fondamenti logici che rendano ragione di un tale amore. Vi sono anzi elementi dottrinali che lo escludono con grande evidenza. Essi sono:

- Il fatalismo.

- L'inesistenza dell'altro (quindi, del prossimo)

- L'inesistenza della categoria della contraddizione

L'amore viene negato nell'azione (il fatalismo), nell'oggetto (l'inesistenza dell'altro), nella ragion d'essere dell'amore stesso (l'inesistenza della categoria della contraddizione).

 

2.1 La negazione dell'azione dell'amore: il fatalismo

All'interno della religiosità orientale l'uomo è chiuso nella storia e lo afferra un senso di invincibile impotenza: subisce il destino senza poterne essere artefice.

Quando riceviamo un dono, siamo costretti a mostrare piacere. Fosse anche qualcosa che non ci è gradito, cortesia esige che non vada mostrato dispiacere. Così se del dono ci venisse detto anche il negozio in cui è stato comprato e sapessimo che questo vende oggetti non buoni, non ci sentiremmo di parlarne, per non offendere l'autore del dono. Insomma, non ci verrebbe da far nessuna considerazione -se non positiva- sul dono; cortesia esige che finanche il negozio di provenienza si leghi al dono che si riceve. Così nella religiosità orientale tutto deve essere considerato positivo, non esiste il negativo, perché la prospettiva monistica esige che tutto sia assoluto. Se tutto é Dio, tutto ciò che si realizza è buono, indipendentemente da cosa si realizza. L'uomo delle religioni orientali é costretto ad accettare il reale così come é e non può far nulla per modificarlo. La volontà di modificare delle situazioni figurerebbe solo come non convinzione che tutto é assoluto. Pensare: io non voglio accettare questa situazione perché mi é ostile, vuol dire credere che sia negativa; ma credere ciò, significa che si possono realizzare contesti che non siano l'assoluto. In conclusione: all'uomo della religiosità orientale non é logicamente permesso di intervenire sulla dinamica del reale.

Ciò che abbiamo appena detto chiarisce meglio l'argomento di questo capitolo: la mancanza dei fondamenti logici dell'amore del prossimo nella religiosità orientale.

Quando non vi é il negativo; quando tutto é positivo, perché tutto é assoluto; quando la realtà deve essere accettata così come é e non può essere modificata, allora non si ha il diritto di alleviare le sorti di chi si trova in condizioni di bisogno. Volerlo fare significherebbe ritenere che può essere modificato ciò che si viene a determinare; ma -lo abbiamo detto più volte- nella religiosità orientale non é possibile avere una simile convinzione.

Lo attesta la stessa legge del karman, che riguarda tanto l'induismo quanto il buddhismo. "La dottrina delle retribuzioni delle opere e della trasmigrazione delle anime pone dei gravi interrogativi riguardo alle possibilità che all'uomo restano di rendersi artefice della propria sorte. Se la vita presente é non solo causata ma anche condizionata da un karman precedente, resta spazio perché l'uomo possa operare liberamente e responsabilmente? La dottrina del karman non compromette forse seriamente il libero arbitrio?" Alleviare, dunque, qualcuno da condizioni non dignitose e di sofferenza costituisce un atto di non accettazione della infallibile legge del karman. "(...) perfino nella vita fetale -dice il Gurada Purana- l'uomo subisce l'influsso della dinamica di opere compiute in esistenze precedenti. Sia egli confinato in una fortezza montana o cullato dalle onde del mare, sia egli sicuro in grembo alla madre o tenuto in alto sulla testa di lei, l'uomo non può sfuggire agli effetti delle sue azioni passate (...). Il Karma di una persona é il fattore principale e determinante della sua felicità o infelicità in questa vita (...). Ad un certo punto, sia nell'infanzia, sia in gioventù o in vecchiaia, l'uomo raccoglie ciò che ha seminato nella sua nascita anteriore (...). L'uomo ottiene nella vita quello che é suo destino ottenere e neanche una divinità può mutare ciò. L'uomo non può lamentarsi. Non può far nulla per sé e non può far nulla per gli altri.

 

2.2 La negazione dell'oggetto dell'amore: l'inesistenza dell'altro (quindi del prossimo)

"L'identità, il valore e la responsabilità della singola persona non sono in contrasto con comunione e unità. Al contrario sono la loro condizione. Una vera comunione non sorge mai se nego l'identità dell'altro ma sorge, al contrario, quando lo rispetto. Se gli altri sono solamente qualcosa di provvisorio e di passeggero, se possono cambiare identità e reincarnarsi sempre di nuovo, allora questi altri non esigono la mia attenzione completa e totale. Se invece ciascuno di loro é immagine di Dio, una volta per sempre, proprio nell'identità personale che possiede, allora l'amore del prossimo e la comunione che ne consegue sono assolutamente vincolanti.

L'amore del prossimo implica il prossimo. Ma perché il prossimo ci sia, é indispensabile che si riconosca l'esistenza dell"`altro", cioé il concetto di "altro". Qui si origina una grande questione per la religiosità orientale. La prospettiva monistica impedisce l'esistenza dell'altro. Se la diversità fra le realtà è solo apparente e non sostanziale, anche l'altro è solo apparenza.

La prospettiva monistica non si limita a non riconoscere l'esistenza dell'altro, va oltre: non riconosce neppure l'esistenza dell'individualità, da intendersi per l'appunto come realtà sostanziale individuale. L'individualità é un'apparenza e, per giunta, non definitiva. Il prossimo non esiste sostanzialmente, é solo entità apparente e transitoria. La reincarnazione insegna che la vita del singolo é solo un momento di un rinnovarsi continuo di singolarità interscambi abili.

Ma il concetto di amore ha le sue esigenze. Ha bisogno costitutivamente di elementi come la dinamica della donazione e la situazione di definitività. Ebbene, la dinamica della donazione manca nella religiosità orientale, perché il dono implica l'altro. Se tutto é indistinto, se tutto é la stessa realtà, se gli altri sono io, non c'é spazio per la realizzazione del dono. Così nella religiosità orientale manca anche la situazione di defnitività. L'altro é solo un'apparenza transitoria. Il dono implica invece la definitività. Se così non fosse, dono e prestito sarebbero la stessa cosa.

Altro invece é per la prospettiva duale. Qui il concetto di individualità esiste, perché é ammessa la differenza sostanziale tra le varie realtà. Così come é possibile anche la definitività dell'individualità. Nell'antropologia teologica cristiana può e deve esistere l'amore tra gli uomini, perché essi sono diversi, distinti ontologicamente, cioè sostanzialmente. L'amore può esistere perché l'altro c'è!

Nella religiosità orientale l'amore fra gli uomini è solo una finzione, perché finzione é la distinzione fra gli uomini. L'individualità di ognuno é un momento transitorio e illusorio di un'unica sostanza frammentata. Io e l'altro siamo solo momentaneamente distinti, in realtà siamo la stessa cosa. Fare una buon'azione ad un altro significa farla a se stesso.

 

2.3 La negazione della ragione dell'amore: l'inesistenza della categoria della contraddizione

Il vero amore ha bisogno della distinzione tra bene e male, ha bisogno della convinzione che bene e male siano realtà contraddittorie ed irriducibili. Della convinzione, cioè, che il bene è bene e il male è male; che il bene è sempre bene e che il male è sempre male. Se questa convinzione non c'è, l'amore deve affermarsi e negarsi continuamente. Ed ecco perché la caritas cristiana si fonda su un principio basilare della logica naturale, il principio di non contraddizione. Esso trova il fondamento metafisico nell'immutabilità dell'essere nella sua pienezza, che è Dio.

Diversi sono gli elementi tipici della religiosità orientale che dimostrano la mancanza della categoria della contraddizione. Precisamente: l'impersonalità di Dio, la possibilità di un Dio ignorante, l'inesistenza del reale, il Dio non necessariamente amore. Esaminiamoli singolarmente.

A proposito dell'impersonalità del divino così recita il Rig-Veda: "Allora non c'era il non-essere, non c'era l'essere; non c'era atmosfera, né il Cielo che é di sopra. Che cosa si muoverà? dove? sotto la protezione di chi? Che cosa era l'acqua insondabile, profonda? Allora non c'era la morte, né l'immortalità: non c'era il contrassegno della notte e del giorno. Senza produrre vento, respirava per propria forza quell'Uno; di là da lui non c'era niente altro. Tenebra ricoperta da tenebra era in principio: tutto questo (universo) era un ondeggiamento indistinto. Quel principio vitale che era serrato dal vuoto generò se stesso come l'Uno, mediante la potenza del proprio calore. Il desiderio sopravvenne a lui, il che fu il primo seme della mente. I saggi trovarono la connessione dell'essere nel non-essere, cercando con riflessione nel proprio cuore". Nella religiosità orientale l'impersonalità di Dio causa la possibile contraddizione nella natura di Dio stesso. Il concetto di impersonalità implica l'indistinzione. Non vi é nulla al di fuori di Dio, tutto é Dio. Dal momento che la realtà é anche contraddizione, e dal momento che Dio é tutta la realtà -nulla escluso- ecco che Dio é anche contraddizione. Il Brahman viene presentato come al di là dell'azione e dell'inazione, al di là del bene e del male. Per esempio, il maya comprende tutto anche i contrari. Assume molte forme. Oltre a potersi differenziare in uomini, animali, piante e minerali, può differenziarsi anche nei contrari, come maschio e femmina, bene e male, piacere e dolore, caldo e freddo.

A proposito della possibilità di un Dio ignorante, vi è da dire che nella religiosità orientale Dio non solo è tutto, non solo è contraddizione, ma può anche essere nello stesso tempo sapiente e non sapiente. Dice il Rig-Veda: "I saggi ci hanno insegnato che Esso (l'Assoluto) é diverso dalla conoscenza, diverso dall'ignoranza." E secondo l'induismo l'Uno originario -definito né essere né non­essere- può anche non conoscere il perché della creazione. Prendiamo ancora il Rig-Veda: "In quel tempo non vi era né il non-essere; né i mondi, né il cielo, né nulla al di là. Che cosa copriva tutto, dove e per la gioia di chi? C'era l'acqua, incommensurabile e profonda? Non c'era morte né immortalità; né differenza fra il giorno e la notte. L'Uno respirava senz'aria, per propria forza; tranne lui, niente esisteva. C'era la tenebra ammantata di tenebra; tutto era informe come acqua, e indistinto; il principio era circondato dal vuoto. E l'Uno divenne creativo mediante la potenza della sua propria contemplazione. In principio sopravvenne a lui il desiderio, che fu il seme originale della mente; e i saggi, scrutando il loro cuore con il loro intelletto, trovarono nel non-essere il legame con l'essere (...). C'erano `generatori', c'erano forze poderose, c'era libera azione in basso e energia lassù in alto (...). Gli dei sono posteriori a questa attività creativa; chi sa, allora, donde essa venne? Donde venne questa creazione, sia che fosse o no suo fautore Colui che la sorvegliava dall'altissimo cielo, Egli certo lo sa; oppure neanche Lui lo sa!"

Passiamo adesso all'inesistenza del reale. "Ci sono (in India) ancora degli 'uomini' e delle `donne che trascorrono degli anni in assoluto silenzio'. E non credo che alcuno di essi mediti molto; non é una specie di pausa creativa per poi produrre, scrivere o parlare, non é una fase preparatoria o purificatrice (...) per qualcosa; ma é semplicemente una forma, la forma più semplice di vita. Si sono ridotti al silenzio perché hanno scoperto che non avevano niente da dire, perché non c'é niente da dire che valga la pena (...)". L'amore del prossimo -perché sia effettivamente tale- ha bisogno del riconoscimento di categorie oggettive del bene e del male, immutabili ed irriducibili. Ma perché sia concepibile l'oggettività, c'é bisogno che esista il reale. E qui si apre un'altra questione della religiosità orientale: essa si presenta come una religiosità che persegue il nulla, che pone il nulla come meta finale.

Il desiderio del nulla é costitutiva dell'induismo, ove l'esito a cui aspirare è la spersonalizzazione. Se l'uomo non esiste adesso né esisterà per l'eternità, se la natura é un'illusione adesso e sarà un'illusione per sempre, allora tutto é nulla, tutto é vuoto. Si pensi al concetto di maya (la realtà fisica così come la si può percepire). Il maya é come un sogno, nel quale le immagini sono vere per chi le sogna, ma soltanto per chi le sogna.

Il desiderio del nulla costituisce -addirittura emblematicamente- il buddhismo. L'inesistenza dell'io, il fine della meditazione e la caratteristica del Nirvana sono i tre elementi dottrinali che lo rendono una vera e propria metafisica del nulla.

La negazione del reale del buddhismo trova il suo fondamento logico nel monismo -ove tutto é nulla perché tutto é indistinto- e nella negazione dell'io. Tutto é destinato a svanire, tutto diviene, tutto si compone, tutto si scompone. L'io é un'illusione. Esso é percepibile, ma non esiste. Può danneggiare, ma non é. L'io é contrassegnato da una macroscopica contraddizione: c'é, in quanto pericolo ed in quanto ostacolo da superare; ma non c'é come sostanza. C'é, perché tutto il messaggio buddhista si fonda sul suo superamento; ma non c'é perché esso figura come un'illusione. Elimire Zolla, studioso entusiasta del buddhismo, così si esprime: "Il grande teorico buddhista indiano vissuto attorno al 600 d.C., CandraKirti, insegnava che vuoto é ogni fenomeno, quanto un riflesso, non é permanente e non ha essenza intrinseca, tuttavia non é un nulla. Tutto é come un'illusione, perciò non ha senso attaccarsi alle cose. Negli esercizi buddhista da allora si ripete che osservando le cose se ne scopre il vuoto, tuttavia si continua a osservarle sempre più chiaramente (questa é la dimensione della gioia), infine si alterna la constatazione che tutto é vuoto e la chiarezza dell'osservazione (e questa é la dimensione della trasformazione costante. Il vuoto si tramuta in chiarezza e la chiarezza in vuoto). (...) Un'altra conversione del Buddha Shakyamuni suscitò riflessioni altrettanto estese quando egli insegnò che sentimenti, concetti e forme sono prodotti dell'arte suggestiva, illusioni, tutto é vuoto e la conoscenza del vuoto é la suprema (prajnapàmita). Tutto essendo vuoto, non sussistono né nascita né morte e l'io é un abbaglio. L'insegnamento dell'insussistenza dell'io é fra i primi e i più fondamentali impartiti dal buddhismo."

Anche il fine della meditazione attesta come il nulla costituisca il vero significato esistenziale nel buddhismo. Questo fine è ciò che i filosofi epicurei chiamavano atarassia, cioé l'imperturbabilità, la completa indifferenza. Tutto necessità d'indifferenza perchè non esiste nulla di coinvolgente e di definitivo. Per meglio capire tutto questo, vediamo quali sono i passaggi più importanti della meditazione buddhista. Si parte dall'acquietamento (samatha) e dall'intuizione (vipasyana). Per giungere all'atarassia, la meditazione ha bisogno di focalizzare l'attenzione su un solo punto (ekkagata), escludendo gradatamente gli stimoli sensoriali periferici. L'ekkagata é ben rappresentata da un'immagine simbolica, che lascia nella coscienza del meditante una sorta di traccia (uggaha), su cui il meditante continua a concentrarsi. Così avviene che la meditazione si indirizza sul pensiero del meditante; l'oggetto diviene concetto e la meditazione non é volta all'oggetto, ma al concetto dell'oggetto. Una meditazione di tal genere ha lo scopo anche di "purificare" la mente da cinque ostacoli caratteriali: il desiderio di essere stimolato, l'avversione, il torpore, l'irrequietezza, lo scetticismo. Eliminati questi ostacoli, si ha la piena concentrazione, per cui si può accedere ai quattro stati autentici: la quieta felicità, lo svanimento del pensiero logico-discorsivo (negazione del principio di non-contraddizione di cui si é già parlato), liberazione dai fattori emotivi, liberazione dal senso di felicità/infelicità. Dunque, completa atarassia.

Il termine nirvana significa letteralmente scomparsa o estinzione. Buddha predica che il mondo è in fiamme, incendiato dal fuoco del tanha; che la rinascita é la riaccensione di questo fuoco a mò di fiammella; che il nirvana é l'estinzione di questa fiammella; che in questo modo finisce la vita così come solitamente la si intende ...e inizia la non-vita, l'assenza. Il Buddha insiste sul fatto che tutte le cose sono prive di essenza -teoria denominata dell'an-àtmaka- perchè traggono la loro realtà da altre cose che ne sono la causa. Ma Buddha insiste anche sul fatto che il nirvana sfugge a questa dinamica perchè non é uno "stato", ma una condizione che é priva di tutto: non vi é morte né vita, non vi é gioia né dolore, non vi é salute né malattia, non vi é nulla!..Esso é solo una condizione di assenza.

Da questa sorta di metafisica del nulla, da questa aspirazione al nulla, intese come dissolvimento della propria individualità transitoria, c'è gran parte della innaturalità della religiosità orientale. L'uomo, per propria natura, odia il nulla, avverte come uno scandalo il suo dover finire. La pretesa costitutiva, che alberga nel cuore di ogni uomo, è quella di esserci sempre, di non finire mai.

Il cristianesimo dà ragione a questo timore affermando che la morte, perché conseguenza del peccato originale, non costituisce valore: "( ...) finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto polvere tu sei e in polvere tornerai.„ Lo stesso Gesù, Dio fattosi uomo, ha paura della morte: "Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro. `Pregate, per non entrare in tentazione'. Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e inginocchiatosi, pregava. `Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà'. Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Gesù si scandalizza della morte. Egli nel vedere il sepolcro di Lazzaro, malgrado sapesse che di lì a poco il suo amico sarebbe risorto,"(...) scoppiò in pianto. Tutto il cristianesimo é il mistero della resurrezione, che é soluzione al problema della morte.

Le religioni orientali, invece, censurano questo desiderio dell'uomo di sconfiggere la morte, perché essa è un valore. "La `moksha', liberazione dalla lunga serie delle incarnazioni, é la meta di ogni Indù, perciò l'avvenimento più importante della sua vita é realmente la morte. L'uomo deve finire, anzi deve dissolversi in un tutto impersonale, che é un nulla. Dice il Mahaparinibbanasutta: "Entrato che fu il Sublime nel Nirvana, Sakka, il re degli dèi, disse questa strofa. `Tutti gli esseri del mondo sono soggetti alla legge del sorgere e del perire. Nascono per perire. Beato chi totalmente si estingue. L'uomo può raggiungere la via della salvezza solo quando non si porrà interrogativi sul non senso del finire. Il desiderio di non voler morire é comunque un desiderio ...e ogni desiderio allontana il raggiungimento del nirvana. Il mito di Godana narra di una mamma (Godana) affranta dal dolore per la perdita del proprio bimbo. Godana va dal Buddha e gli chiede di risuscitarle il figlio. Ma il Buddha le dice: 'Io non poso fare nulla, va piuttosto a raccogliere semi di senape in quelle famiglie in cui la morte ancora non è arrivata. " Godana ubbidisce. Ma dopo qualche tempo ritorna dal Buddha e gli dice: "Signore, non ho trovato nessuna famiglia che non sia stata visitata dalla morte ". E il Buddha rimase significativamente in silenzio. Il buddhismo non ha voglia di risolvere la questione della morte. Si potrebbe pensare alla "saggezza" del consiglio del Buddha, invece ciò che è evidente in questo mito è la rassegnazione, è la imprescindibilità della morte, è il voluto silenzio del Buddha dinanzi a questo dramma.

Se la meta é il nulla: l'annullarsi nell'impersonale; se solo questo costituisce il vero, allora dove vanno a fondarsi metafisicamente le categorie del bene e del male? Queste potranno avere solo un valore contestuale, temporaneo e nulla più. E quindi anche la carità potrà avere solo un valore contestuale e temporaneo.

Passiamo adesso all'ultimo punto che dimostra come nelle religioni orientali manchi la categoria della contraddizione. E cioè il Dio non necessariamente amore. Cosa rende il bene realtà da perseguire? Vale più il quadro d'autore o la sua imitazione? Se non sapessimo quale sia l'originale e quale sia l'imitazione, non potremmo e non sapremmo conferire un maggiore o un minore valore ai quadri. Ma se siamo certi di quale sia l'originale e quale no, allora conosciamo dove sta il maggior valore. Così é per il bene e per il male. Se non possiamo essere certi che l'assoluto sia solo bene, allora bene e male sono sullo stesso piano: ed é questo ciò che accade nella religiosità orientale.

Nella prospettiva cristiana il bene é da perseguire perché é l'essere. Dio é solo amore, perché non si può ammettere che l'assoluto abbia creato in quanto bisognoso di qualcosa o di qualcuno. Secondo la filosofia naturale e cristiana Dio ha creato solo ed esclusivamente per amore. Non é così per l'induismo. L'Io universale dà origine alle cose per necessità. "In origine -é scritto nel Brihadaranyaka Upanisa d­l'universo era soltanto l'Io, in forma di persona. Egli si guardò intorno e non vide nulla di diverso da se stesso. Per prima cosa disse: `Questo sono io', quindi il suo nome fu Io. Perciò anche oggi, se a uno si domanda, risponde prima `sono io' e poi dice l'altro suo nome. Per aver egli, l'Io, distrutto tutti i mali col fuoco, prima di tutto ciò, per questo era una persona. In verità, chi sa questo distrugge col fuoco chiunque voglia essere prima di lui. Egli ebbe paura, e perciò chiunque é solo ha paura. Egli pensò. `Perché dovrei avere paura, se non c'é niente al di fuori di me?'. Così la paura passò, perché non c'era niente da temere. La paura nasce infatti a opera di una seconda persona soltanto. Ma non sentiva gioia, perciò non sente gioia chi é solo. Desiderò un altro essere. Divenne grande come marito e moglie abbracciali. E si divise in due parti, e di qui ebbero origine il marito e la moglie. `Così noi due siamo ciascuno come la metà di un pisello. ' Perciò il vuoto che c'era fu riempito dalla moglie. Egli si unì a lei e così nacquero gli uomini. " Se l'lo assoluto é tutto, e se questo non é necessariamente amore -perché non ha generato per amore- allora dove va a radicarsi metafisicamente il bene?

Anzi, nel divino vi è anche il male. Il Brahman infatti é al di là del bene e del male. Tutto nelle religioni orientali tende a porsi al di là di queste categorie. Già gli dèi dell'India antica presentavano due aspetti: l'uno, di energia svincolata da qualsiasi legge morale (una vera e propria energia demonica); l'altro, di energia ordinata e luminosa. Per il primo aspetto gli dèi venivano denominati Asura, che vuol dire "essere diabolico"; per l'altro, Deva, che invece vuol dire "essere luminoso". Così la divinità Indra -nel contesto vedico denominato il Re dei "Trentatré"- Signore perfino sugli dèi celesti, oltre ad avere aspetti positivi, figura come un frequente peccatore, violento, ingordo, lussurioso. Giunge a rubare il soma (succo inebriante che costituiva la materia sacrificale più importante nella religione vedica) a suo padre Tvastar, giunge a tradire amicizie, a violare le spose dei sacerdoti. Il dio Rudrà si presenta nei Veda con caratteri misteriosi e terribili. Rappresenta le forze della natura, risanatrici, ma anche a volte omicide. Nell'induismo successivo Rudrà diventerà Siva, il dio distruttore della Trimurti. Siva -come Vishnu, dio della conservazione, e come Brama, dio della creazione,­ é significativamente espressione del Brahman. Ma é espressione legittima del Brahman anche sua moglie Parvati, la quale in alcune occasioni diventa la feroce Durga; in altre la sanguinaria Kali. Lo Shaktismo é una corrente dove preminente é la devozione nei confronti della moglie di Siva. Questa devozione ha condotto a molti atti di violenza e a veri e propri massacri. Terrorizzato da Kali, talvolta il popolo indiano ha commesso eccessi per soddisfare la sua sete di sangue. I cosiddetti thugi, devoti di Kali, dal XIII secolo fino al XIX secolo si aggiravano per le campagne strangolando vittime umane per soddisfare per mille anni la sete di sangue della loro dea. Da ciò non meraviglia che si ritrovino tracce di sacrifici umani nel contesto religioso indiano. Lo attestano diversi miti, fra cui quello detto di Sunah-sépa. Il giovane Suna-sépa era figlio di Ajigarta, un sacerdote che si trovava in misere condizioni economiche. Il padre lo vendette al princìpe Rohita; questi doveva sacrificare la propria vita al dio Varuna per mantenere un'antica promessa fatta al dio dal suo genitore. Con l'acquisto, il princìpe poté farsi sostituire dal giovane e lo sacrificò al suo posto.

Fin qui abbiamo parlato della mancanza della categoria della contraddizione nella religiosità orientale in generale. Ora vediamo di specificare relativamente all'induismo e al buddhismo.

Nell'induismo questa mancanza si rileva soprattutto in due elementi: Il vero é al di là del bene e del male e ogni religione conduce alla verità.

Il vero si pone chiaramente al di là del bene e del male. L'ascesi e il rifiuto del mondo rendono lo yogin "ati-dharmin", che vuol dire "al di là del dharma", cioé al di là del bene e del male.

Nell'induismo la negazione del principio di non contraddizione nella natura di Dio é ben significato anche dal fenomeno dei cosiddetti templi vuoti, così chiamati perché non sono consacrati a nessun Dio in particolare. "Il tempio -scrive a riguardo la poetessa indù Sarojini Naidu- resta vuoto perché solo l'amore può creare un'immagine di Dio; per merito di questo amore non siete più chiusi entro certi confini, ma diventate parte della vasta umanità che adora Dio sotto tanti nomi diversi. Che invochiate Allah o che vi prosterniate davanti ai templi del fuoco dei parsi o che vi inginocchiate davanti alla croce dei cristiani o che vi rechiate al Granth-Sahib di Gurudvara, vi sentite una sola cosa con tutti e vi rendete conto che nulla può limitare la vostra umanità se non le restrizioni della vostra simpatia, della vostra comprensione e della vostra disponibilità a ricevere. Tutte le religioni, pur con le loro diverse dottrine e con i loro altrettanto diversi fondamenti filosofici, figurano come tante "vie" possibili per raggiungere l'unico Dio. "Voi vedete -disse il predicatore induista Shri Ramakrishna- molte stelle nel cielo notturno, ma quando sorge il sole non le trovate più. Potete forse dire che esse non esistono più? Così, o uomini, giacché non vedete Dio nei giorni della vostra ignoranza, non dite per questo che Dio non esiste. Come un'unica materia, l'acqua prende un nome diverso presso diversi popoli, ed alcuni la chiamano `acqua', altri 1eau', altri `agua', altri pani', così l'unico Sat-chit-ananda, l'eterna­intelligente-beatitudine é invocata da alcuni col nome di Dio, da alcuni col nome di Allah, da alcuni col nome di Geova, da alcuni col nome di Hari e da altri col nome di Brahman. Così come si può salire sul tetto di una casa con una scala a pioli, con un bambù, con una scalinata oppure con una corda, allo stesso modo diverse sono le vie e i mezzi per avvicinarsi a Dio; ogni religione mostra una di queste vie. I diversi credi sono differenti sentieri per raggiungere l'Onnipotente (...). L'Avatara, o Salvatore, é il messaggero di Dio. Egli é come il viceré di un potente monarca. Quando vi sono disordini in qualche provincia lontana il re manda il suo viceré a placarli, così quando la religione declina in qualsiasi parte del mondo Dio manda il suo Avatara. L'Avatara é uno sempre lo stesso, si tuffa nell'oceano della vita, emerge in un paese e viene conosciuto come Krishna, si tuffa di nuovo e di nuovo emerge in un altro e viene conosciuto come Cristo. L’Avatara (come Rama, Krishna, Budda, Cristo) sta in relazione all'Assoluto Brahman come le onde dell'oceano stesso. Sull'albero dell'assoluta esistenza-conoscenza ­beatitudine (Sat-chit ananda), vi sono innumerevoli Rama, Krishna, Budda, Cristo ecc. e da esso, uno o due vengono in questo mondo di tempo in tempo e producono immani cambiamenti e rivoluzioni (...). Ciascuno deve seguire la propria religione. Un cristiano deve seguire il Cristianesimo, un Maomettano la religione musulmana e così via. Per gli Indù il sentiero antico, il sentiero di Aryan Rishis é il migliore. I popoli dividono i loro territori con i confini, ma nessuno può dividere il cielo che ci sovrasta e che tutto abbraccia. Il cielo indivisibile circonda ed include tutto. Così nella sua ignoranza l'uomo dice: `La mia religione é l'unica, la mia religione é la migliore'. Ma quando il suo cuore é illuminato dalla vera conoscenza, egli sa che al di sopra di tutte le lotte settarie presiede l'unica, indivisibile, eterna, onnisciente beatitudine (...)."

Passiamo al buddhismo. Riguardo alla mancanza della categoria della contraddizione, il già citato Elimire Zolla scrive: "Il Buddha non loda il bene né condanna il male, non disprezza il bene né condanna il male. vive nell'unità, nell'infinitesimo e nel tutto." Studiosi della logica buddhista hanno messo in evidenza la netta differenza tra questa logica e quella aristotelica. L'elemento discriminante é proprio la mancanza del principio di non contraddizione. La logica buddhista si fonda sulla contraddizione proprio in conseguenza di come questa dottrina concepisce il reale (argomento di cui già si é parlato). Il reale é solo apparenza e per giunta un'apparenza non definitiva, ma in continuo divenire. Così si nega che qualcosa sia, perché tutto é in divenire e si dissolve; ma, nello stesso tempo, non si può nemmeno dire che non sia, perché vi é un'apparenza con cui ci si deve confrontare. Non vi é la categoria dell'essere, ma non vi é nemmeno la categoria del non-essere. "(Nel buddhismo) occorre evitare i quattro estremi sbagliati: dire che qualcosa sia, che qualcosa non sia, che qualcosa sia e non sia, che qualcosa né sia né non sia.

Ricapitolando: non può esistere morale in dottrine in cui viene sistematicamente negato il principio di non contraddizione. La morale implica per necessità logica la consapevolezza che il bene e il male siano categorie contraddittorie, irriducibili. "In Occidente la spiritualità abbraccia per solito anche la morale pratica, mentre per l'Indù significa letteralmente ritorno allo spirito, spogliarsi del mondo umano e materiale per porsi al di là del bene e del male.

Se ciò che abbiamo detto finora serve a capire come nella religiosità orientale manchino i presupposti logici su cui si possa fondare un autentico amore del prossimo, ciò non vuol dire che il buddhismo e l'induismo escludano qualsiasi riferimento all'amore.

Il buddhismo parla di intenzione, riferendosi ad una volontà che deve spingere l'uomo a porsi in un rapporto di solidarietà, di benevolenza con tutti e con il tutto. Però questa intenzione non convince affatto come autentico amore per il prossimo e ciò per due motivi: per la negatività del desiderio e per la negazione dell'individualità.

L'intenzione, proprio perché "intenzione", deve fondarsi sulla volontà di colui che decide di praticarla. Ma Buddha sostiene che ogni desiderio -non escluso quello di fare il bene e non escluso quello di raggiungere il nirvana- é essenzialmente cattivo. L'unico desiderio lecito é il non desiderare più, cioé porsi in uno stato di quiete indifferente. Ma questo desiderio di non desiderare -fortemente innaturale- può davvero essere fecondo di opere buone per gli altri e per la società?

L'intenzione deve fondarsi anche su qualcuno che la scelga; quindi sull'individualità. Ma dov'è l'individualità nel buddhismo? Si é detto allora che l'intenzione ha il fine non tanto di aiutare il prossimo, quanto di rendere consapevole il fedele buddhista che l'altro é se stesso, e quindi di far conoscere la dimensione di non-individualità. Ma questa é altra cosa rispetto all'amore del prossimo! Dinanzi ad uno specchio si acquista consapevolezza della propria immagine; e se si accenna un sorriso, lo si dona alla propria immagine, cioé a se stessi. L'amore della religiosità orientale é come riconoscere e accogliere la propria immagine riflessa nello specchio. "L'etica buddista inculca amore e benevolenza per tutte le creature, ma perché? Perché chi si é distaccato da sé non ha più nulla in sé che lo isoli dalle altre creature e lo eriga contro di esse ostile e nemico: nulla c'é più al mondo a cui essere unito gli sia particolarmente discaro; ma nemmeno nulla a cui essere unito gli sia particolarmente caro. La benevolenza del monaco buddhista non distingue, non predilige, non s'inchina di qua più che di là: é indifferente e neutrale. Essa é sostanzialmente compassione e pietà per chi, ancora travolto dall'ignoranza, si dibatte tra le onde del `Samsara'. Ora, compatendo e benevolendo, il santo buddista non entra veramente in rapporto con colui a cui si rivolge la sua compassione e la sua benevolenza: quale ne sia la risposta, gli e in fondo indifferente. Compatendo e benevolendo, egli non esce dal suo isolamento. La benevolenza e la compassione non creano vere comunità. Perciò il Buddismo può in pari tempo comandare di non commuoversi di nulla e di aver compassione di tutti: in fondo, é la stessa cosa vista da due punti diversi. Perciò il Buddismo, pensato a fondo, separa l'uomo dall'uomo: esso creò un ordine, non una chiesa.

L'individualità non esiste, il corpo non ha alcun valore, l'unica soluzione é il distacco. L'amore, in questa prospettiva, servirà anche come tecnica di distacco. Ogni forma di altruismo servirà solo per liberarsi di quel desiderio che costituisce la propria infelicità. Negando la sostanza ontologica dell'essere umano e concependo l'uomo come aggregati senza consistenza, nel buddhismo non vi é nulla che possa fondare un amore definitivo. Ogni espressione di amore, indipendentemente dalle sue individuali caratterizzazioni, non é altro che un gesto per liberarsi dal desiderio: é una tecnica di distacco36. A questo "amore" particolare della religiosità orientale si interessò anche il celebre filosofo tedesco Max Scheler: "Se il Buddha attribuisce all'amore un valore positivo, é unicamente perché esso é una `redenzione del cuore' e non una fonte di ispirazione positiva, e ciò perché, pur avendo come effetti 'accidentali' degli atti soccorrevoli e caritatevoli, esso rappresenta una tecnica che permette all'uomo di superare il suo `io' individuale chiuso in se stesso e, al più alto grado di concetrazione, di liberarsi in generale della propria individualità e personalità. Ciò che Buddha apprezza nell'amore e nelle tecniche che ad esso si rifanno, é il punto di partenza che esso richiede, non il risultato cui esso conduce. In altri termini, egli non apprezza nell'amore altro che quel distacco da se stesso che esso comporta, la negazione di se stesso, tante manifestazioni alle quali gli altri modi di essere forniscono soltanto dei pretesti' esemplari. L'intenzione, dunque, é solo una benevolenza improntata all'egoismo. Secondo Buddha non dobbiamo far male a nessuno, solo perché ciò aumenterebbe la sete di dominio, la smania di possedere, l'attaccamento ai piaceri dell'esistenza. L'uomo deve muoversi individualmente nell'ambito della sua vita, ma per poter capire che non esiste come individuo. Deve agire liberamente, ma per poter capire che non é libero. C'é un mito buddhista che mette bene in evidenza come la compassione e la carità siano virtù non autenticamente ricercate, quanto tollerate. E' il mito di Avalokitesvara, personificazione buddhista della misericordia e della compassione. Questi fu incaricato da Buddha di convertire il Tibet. Ma vide che quella regione era abitata soltanto da orchi e animali. Decise allora di estrarre una scimmia dal palmo della mano. La illuminò e la inviò a meditare in Tibet. Un'orchessa, sotto le spoglie di una donna bellissima, si avvicinò alla scimmia e l'avvertì che, se non l'avesse presa in moglie, avrebbe ordinato agli orchi di divorare il mondo. La scimmia consultò Avalokitesvara, il quale concesse che l'orchessa gli generasse dei figli affinché fossero i discendenti di esseri umani. Ma i figli che nacquero erano pelosi, avevano la coda ed erano carnivori (i buddhisti di stretta osservanza sono vegetariani).

Così vennero inviati in una foresta a vivere con altre scimmie. Quando la scimmia di Avalokitesvara tornò da loro un anno dopo, vide che si erano moltiplicati e morivano di fame. Così diede loro del cibo. Il pelo cadde, le code scomparvero e divennero esseri umani che Avalokitesvara poté convertire al buddhismo. Questo mito é chiarificatore per ciò che stiamo dicendo. Colui che rappresenta la personificazione della compassione e della carità (Avalokitesvara) si fa sostituire proprio nella compassione da una scimmia. Non a caso una scimmia, che, simbolicamente in molte culture, sta a significare la caricatura dell'uomo. La compassione relegata ad azione non del proprio essere, quanto della caricatura del proprio essere!

D'altronde sulle stesse predicazioni del Dalai Lama c'è molto da dire. Dietro quei "sorrisi a trentadue denti" non tutto è pace e dolcezza. Uno dei maggiori specialisti accademici del buddhismo tibetano, il professor Donald Lopez, nel suo Prisoners of Shangri-La. Tibetan Buddhism and the West38 afferma che il Dalai Lama ha fatto una scelta ben precisa per ottenere successo in Occidente: presentarsi come rappresentante di un buddhismo dolce e pacifico. Ma pochi sanno che egli offre regolarmente iniziazioni al culto di divinità vendicative e non prende nessuna decisione importante senza consultare la feroce divinità guerriera che gli parla attraverso l'oracolo di Nechung.

Passiamo adesso all'induismo. In questa tradizione è presente il termine bhakti (legato al culto di Vishnu) che vuol dire "devozione". Implica la cosiddetta via dell'amore, perché Vishnu é il dio della conservazione dell'universo. Ma é pur vero che l'amore che la bhakti concepisce é solo un amore estatico. In realtà la bhakti (altro che amore universale!) afferma che non si può amare tutti. Famoso è l'esempio del bramino (appartenente alla prima casta della società indù) che lavora la terra. Da una parte, egli é tenuto a farsi perdonare dalla terra, perché osa calpestare e rimuovere qualcosa che è comunque un'espressione del divino; dall'altra, per dimostrare la sua legittima superiorità, é tenuto a dirigere, con una fermezza che trascende spesso la spietatezza, il lavoro di quei non-bramini di cui ha deciso di avvalersi. Questa é una contraddizione evidente del binomio monismo-reincarnazionismo: da una parte, il monismo impone che tutto sia oggetto di attenzione, perché tutto é assoluto; dall'altra, la credenza reincarnazionista impone la convinzione che molto é disprezzabile, perché così esige la legge del karman. Julien Ries afferma: "(...) esiste una profonda differenza tra la bhakti e il cristianesimo: nella bhakti l'aiuto divino é un appoggio e un sostegno psicologico per l'uomo che resta pur sempre sottoposto al peso della trasmigrazione, mentre nel cristianesimo l'uomo é rinnovato sul modello del Cristo e per la grazia del Cristo, si tratta quindi di un aiuto ontologico.„ D'altronde é difficile poter parlare dell'induismo come una religione che sottolinei il valore dell'amore, se questo amore non é praticato nemmeno all'interno della Trimurti. Brahma, alla nascita, aveva un solo volto. Poi, quando nacque sua moglie Sarasvati, ella era così bella, che gli spuntarono altri quattro volti per permettergli di vederla sempre. Ma il quinto volto fu bruciato dal fuoco del terzo occhio di Siva, perché Brahma gli aveva rivolto la parola in tono poco rispettoso.

Conseguenza di questo amore concepito solo come distacco é un'etica intellettualistica, cioé una morale misurata non dalle azioni, ma solo dalla conoscenza della verità. Nella prospettiva monistica della religiosità orientale ciò che rende santi é la scelta intellettuale di aderire alla via di salvezza. E' determinante la consapevolezza che tutto é assoluto, piuttosto che agire per modificare qualcosa. Anche qualcuno si trova in brutte situazioni, non si deve intervenire né si deve modificare nulla perché tutto é espressione dell'assoluto. "Anche se commettesse gli atti peggiori, -afferma la Bhagavadgità- chiunque sia impegnato nel servizio di devozione deve essere ritenuto un santo, poiché ha scelto la via della perfezione. "

Nell'induismo si afferma chiaramente che é solo la sfera intellettuale a definire l'uomo. "La mente -dice il già citato predicatore induista Shri Ramakrishna (1836-1886)- rende saggi o ignoranti, schiavi o emancipati. Uno é santo a causa della sua mente; é la mente che rende virtuosi. Così colui la cui mente é costantemente fissa a Dio non ha bisogno di altre pratiche, devozioni o esercizi spirituali." In perfetta coerenza con questa prospettiva, la legge del karman decreta che tutti gli atti malvagi abbiano sanzione. Anche gli atti involontari! Quindi viene sminuito il valore dell'intenzionalità dell'azione, della virtù. Ciò che salva é la conoscenza non la virtù. All'origine del samsara vi é l'avidya, cioé l'ignoranza. Mentre nel cristianesimo i problemi sono incominciati con il peccato originale, nell'induismo iniziano con l'ignoranza, il non sapere di essere atman, cioé il non sapere di essere una sola cosa con lo Spirito Universale. Mentre nel cristianesimo é possibile ed é doverosa la conversione, nell'induismo no. E' per causa della legge del Karman che non si, é induisti. Dunque, non é possibile convertirsi, occorre solo attendere una nuova vita.

Anche nel buddhismo l'uomo raggiunge la liberazione dal ciclo delle continue rinascite non attraverso un comportamento moralmente ineccepibile, ma unicamente attraverso una posizione ascetica. "Questo evento fondamentale (il samsàra), contemporaneamente individuale e cosmico, é il risultato di un'energica disciplina ascetica che tutte le tradizioni indiane denominano `Yoga', `il soggiogamento dell'ente psicofisico', piuttosto che la conseguenza di una vita moralmente ineccepibile, la quale al massimo potrà dar luogo ad un buon `karman' che in una vita futura produrrà conduzioni più favorevoli alla `mukti'. La moralità é pertanto un elemento preparatorio ad un'esperienza che é di là dalla morale, (...)." Nel buddhismo il comportamento morale ha solo un valore aggiuntivo." ( ...) la meditazione (...) costituisce il nocciolo, l'alpha e l'omega del buddhismo, per il quale la disciplina morale, é infondo accessoria.

A causa di questa etica intellettualistica, nella religiosità orientale al corpo é permesso tutto. ''uomo (...) illuminato -dice la Bhagavadgitct- controlla perfettamente l'intelligenza e la mente, rinuncia ad ogni possesso e, compiendo le azioni solo col corpo, non commette colpa e non viene contaminato. 

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Le conseguenze della negazione della libertà e dell'amore

Le conseguenze della mancanza del concetto di persona (e quindi del valore della libertà) e di un autentico amore del prossimo si traducono in alcune caratteristiche morali tipiche della religiosità orientale ed altrettanto tipiche della cultura indiana. Esse si rilevano nell'uomo, nella famiglia e nella società. La terza parte di questo lavoro sarà così strutturata:

3.1 Le conseguenze nell'uomo della negazione della libertà e dell'amore.

3.2 Le conseguenze nella famiglia della negazione della libertà e dell'amore.

3.3 Le conseguenze nella società della negazione della libertà e dell'amore.

 

3.1 Le conseguenze nell'uomo della negazione della libertà e dell'amore

Le conseguenze nella dignità dell'uomo della mancanza del concetto di persona e dell'amore si rilevano soprattutto nella svalutazione del corpo e nella svalutazione della donna.

I nostri orientalisti da salotto, tra saune, jogging e quant'altro, "coerentemente" si affascinano per una cultura in cui il corpo non ha valore. Attenzione a queste parole riportate da un articolo di Ettore Mo sul Corriere della Sera: "Questa é una storia dura da raccontare, ma quando finisci di raccontarla, hai come la sensazione che non sia poi così disperata. a sdrammatizzarla -é curioso- sono proprio i suoi stessi protagonisti, gente umile e quasi anonima che l'ha vissuta stoicamente, con amara rassegnazione. Una tragedia al silenziatore. Il paesaggio in cui si svolge é il profondo sud dell'India, dove i donatori di reni a pagamento, reclutati nelle più povere e disagiate comunità, hanno le loro riserve, come i pellerossa.- e dove il trapianto di organi umani ha dato vita per un decennio a un fiorentissimo commercio, di cui sono stati soprattutto i `mediatori' a trarre vantaggio. Solo recentemente, grazie ad una legge imposta dalle autorità giuridico-sanitarie sull'ondata dell'indignazione collettiva, il mercato ha subìto notevoli flessioni: che però non sono bastate a rimuovere dal Tamil Nadu (o almeno dal territorio che da Madras scende a sud-ovest, verso Salem, Erode, Coimbatore) la gravosa etichetta di `Kidnevs bazar, di bazar dei reni. Le condizioni di vita, da queste parti, hanno favorito la nascita di una filosofia abberrante. Poiché la scienza medica ha stabilito oltre ogni ragionevole dubbio che un essere umano può vivere `normalmente' con un solo rene, sarebbe un lusso oltraggioso, hanno cominciato a ragionare, averne due. E liberarsi di quello superfluo é diventato un imperativo morale. (...). Quasi sempre, l'insolito contratto di compra-vendita veniva stipulato attraverso il `broker', il mediatore che intascava una cospicua percentuale." Notizie di miseria e di disperazione, ma che denunciano fatti peculiari della cultura indiana. "Da Bombay a Madras, da Bangalore alla punta estrema del subcontinente indiano, non ha mai attecchito l'idea che potesse essere un reato contro l'Uomo strappare da un organismo, per denaro, qualcosa di tanto sano e vitale.„

L'inesistenza del concetto di persona nell'ambito della religiosità orientale si riflette inevitabilmente sulla realtà del corpo. Se l'individualità ha solo una durata transitoria, allora il corpo -segno tangibile dell'individualità- non ha alcun valore definitivo. Il destino della pasticca effervescente é quello di sciogliersi nell'acqua, in questo modo realizzerà la sua funzione. Così l'uomo nella religiosità orientale: il suo aspetto -quindi il suo corpo- é solo un momento che passa, deve dissolversi. Anche se si volesse conservare un giudizio positivo sulla materia, nella prospettiva monistica rimarrebbe una sorta di lettera morta. La materia, perché necessariamente limitata, é il segno della distinzione. Ma nel monismo vi é necessariamente una svalutazione del distinto, perché, da un punto di vista ontologico, c'é identità sostanziale in tutto, e quindi tutto é indistinto. Nella superficie del mare non vi é nessuna definitiva distinzione. Le onde, piccole o grandi, la schiuma, esuberante o a malapena visibile e superficiale, sono distinzioni solo temporanee, brevissime. Una singola onda non può avere alcun significato storicamente definitivo, rispetto invece alla massa delle acque del mare. Quindi anche se si volesse, non servirebbe a nulla attribuire una dignità al corpo, se poi questo non é che un'espressione, un modo diverso di essere dell'assoluto e non gode di una sua autonomia ontologica. "Mio caro, -dice il brahmano Uddàlaka a suo figlio Shavetaketu- per fare il miele, le api raccolgono i succhi delle piante più diverse e poi li amalgamano in un succo solo. Come quei diversi succhi, una volta che siano amalgamati in un succo solo, non si distinguono più l'uno come succo di una tale pianta, l'altro come succo di un'altra pianta, così, mio caro, tutte le creature, una volta che si siano immerse nell'Essere, non sanno di essere immerse nell'Essere."

Ma nella dualità non è così. Il corpo e la materia in generale sono ritenuti valori perché voluti dal creatore. Nel libro del Genesi la realtà creata non solo é realtà ontologicamente diversa da Dio, ma é anche realtà positiva, perché voluta da Dio e non fuoriuscita da Lui indipendentemente dalla sua volontà. Nel Genesi il volontario gesto creante di Dio e la positività della materia sono significati dalle frasi più volte ripetute: "Dio disse" e "Dio vide che era cosa buona'. I maestri di spiritualità cristiana tengono a sottolineare quanto il corpo sia importante e come tutto cominci dalla carne." (...) poiché siamo carnali, -scrive san Bernardo di Chiaravalle- Dio fa che il nostro desiderio e il nostro amore comincino dalla carne." Tutto é mediazione nel cristianesimo e tutto, tranne il peccato, é santo, perché contribuisce alla comunione con Dio. Anche il corpo é valore. E' peccato, gravissimo peccato, escludere il corpo dalla comunione e dalla dipendenza nei confronti di Dio." (...) il corpo (...) è (...) per il Signore, e il Signore é per il corpo." Anche il cristianesimo parla di corruzione del corpo; ma é il peccato originale che ha determinato questo rammaricante processo. La corruzione del corpo é una conseguenza del peccato e l'uomo deve teologicamente dolersi di questo. Nel progetto iniziale di Dio, distrutto dal peccato dell'uomo, le cose sarebbero dovute andare diversamente. Ogni uomo sarebbe stato assunto in cielo con il corpo. Nella religiosità orientale, invece, la dissoluzione del corpo é auspicabile ed é un valore. La visione cristiana sottolinea l'importanza unica del corpo umano. Grazie alla resurrezione della carne il valore del corpo si estende oltre gli anni della durata della vita biologica, si estende all'eternità. "L'insegnamento della Chiesa sulla risurrezione della carne -ha scritto il vescovo di Copenaghen, Hans Ludvig Martensen- valorizza il corpo umano. Si sente a volte l'affermazione che il cristianesimo ha un atteggiamento ostile al corpo. Ma se uno cerca l'essenza del cristianesimo, giunge alla conclusione opposta. Il cristianesimo sottolinea l'importanza universale del corpo umano. Il valore del corpo si estende oltre gli anni della durata della vita biologica: si estende all'eternità. Non deve essere salvata solamente l'anima, ma anche il corpo. O meglio: corpo e anima devono essere salvati come unità. L'unità fra il corpo e l'anima é maggiore di quanto possiamo immaginare. Queste unità e totalità devono, con la potenza di Dio, essere introdotte in un'esistenza trasformata, che noi chiamiamo la risurrezione della carne." La concezione unitaria di corpo e anima implica che la salvezza deve realizzarsi tanto per l'anima quanto per il corpo: cioé per l'uomo nella sua integrità. Scrive sant'Agostino: "Anche a voler prescindere dalla funzionalità delle membra del corpo umano, esiste tra tutte le parti di questo corpo una proporzione così armoniosa che non si saprebbe dire se nella creazione si sia avuto più riguardo alla funzionalità o alla bellezza. Certo, non v'é alcuna parte del corpo creata per ragioni di utilità che non abbia anche una sua bellezza."

Ma torniamo alla religiosità orientale e al contesto culturale indù. Da vent'anni il medico bengalese Shomir Chaud-huri lotta contro la malnutrizione dei bambini della periferia di Calcutta e contro l'ignoranza alimentare e sanitaria delle loro madri: "In India é molto povera anche l'igiene sanitaria, non ci sono abbastanza gabinetti così le infezioni passano dalle feci alla bocca e i bambini si ammalano." Ad un semplice turista ogni città indiana si presenta come luogo tutt'altro che ordinato ...e "profumato". Per esempio, a Bombay -città di più di dieci milioni di abitanti, in cui convivono grande ricchezza e grande povertà- ci sono appartamenti sul lungo mare perfino più costosi di quelli di Manhattan. Ma qui, anche ai piani più alti, arriva un "profumo" fatto di fogne a cielo aperto, di escrementi e di immondizia in putrefazione. In questa città si spende più di un miliardo per le derattizzazioni, vere imprese titaniche, perché i topi prolificano a causa delle cattive abitudini igieniche dei cittadini. "Durante il giorno alcune Suore del Sorriso sono impegnate a visitare periodicamente le famiglie dei villaggi portando viveri, vestiti, medicine, secondo la disponibilità. Visitando le capanne impartiscono lezioni di igiene, di puericultura, insegnano e aiutano a tener pulita la casa. E' risaputo che la cultura orientale non si mostra molto sensibile nei confronti dell'igiene, e dell'igiene del corpo in particolare. Se il corpo fosse qualcosa di costitutivo del proprio essere se stessi, sarebbe da trattare in un certo modo; ma se invece é qualcosa di transitorio e di sostituibile (si pensi alla reincarnazione), allora tanto vale non occuparsene troppo. Un semplice stipendiato tratta la sua automobile con molta più premura, rispetto ad un ricco imprenditore. Il primo, a differenza del secondo, sa che non potrà sostituirla al più presto.

Si narra che san Francesco d'Assisi portasse con sé, nelle sue peregrinazioni apostoliche o che se la procurasse al momento, una scopa, per pulire le Chiese che trovava anche leggermente sporche. Dalla vita di san Giovanni Battista de La Salle conosciamo che egli desiderava vedere la Cappella sempre pulita e ordinata, l'altare in perfetto ordine. Non sopportava le tovaglie sporche, i vasi poco puliti. San Paolo della Croce pretendeva così lindi gli arredi e gli oggetti sacri che un giorno mandò indietro, uno dopo l'altro, due corporali perché non gli sembravano abbastanza puliti. L'attenzione nei confronti dell'igiene da parte della cultura cristiano-occidentale non é storicamente paragonabile a quella della cultura orientale. Ciò anche per l'igiene del corpo. Come già si é avuto modo di dire, il corpo nella prospettiva duale é elemento costitutivo della persona e diviene segno dell'anima. Così la pulizia dell'anima deve essere significata dalla pulizia del corpo. E l'ordine dell'anima dall'ordine del corpo. Scrive san Tommaso d'Aquino: "Gli atteggiamenti esterni sono l'indice delle disposizioni interne; poiché sta scritto. Il vestire del corpo, e il riso dei denti, e il camminare d'un uomo dàn conto di lui'. E sani Ambrogio afferma che `le disposizioni dell'anima si scorgono nell'atteggiamento del corpo', e che i moti del corpo son un'espressione dell'animo."

La cosiddetta medicina orientale spesso ha una validità settoriale e occasionale, non paragonabile ai successi ottenuti da quella occidentale. Basti pensare a quanto questa sia stata esportata e sia praticata in Oriente e a quanto la medicina orientale sia stata esportata e sia praticata in Occidente. La stessa attenzione terapeutica nei confronti delle malattie corporali é abbondantemente superiore in Occidente, e anche questo a causa del cristianesimo. Qualcuno però potrebbe obiettare che nel cristianesimo la mortificazione corporale viene presentata come un valore. Risposta: nella prospettiva cristiana la pratica della mortificazione corporale non muove da un intento di offesa nei confronti del corpo da considerare come realtà negativa, ma da intenti sublimativi tra cui il senso del sacrificio. Si rinuncia ad un bene, il benessere del corpo, al fine di inserire questa rinuncia in una dinamica di amore. La rinuncia del benessere del corpo, cioé, come compartecipazione alle sofferenze del Dio sofferente per i peccati degli uomini. Bere per soddisfare una forte sete é senz'altro un bene. Ma é ancora meglio dividere la propria acqua -anche a costo di non dissetarsi completamente- per alleviare anche la sete di un altro. Facciamo nostre alcune parole di padre Antonio Royo Marin: "La mortificazione cristiana che ha lo scopo di dominare le tendenze del corpo e di ridurle in servitù, non costituisce un atto di odio contro di lui, ma di vero ed autentico amore. `Povero corpo mio, diceva San Francesco d'Assisi, perdonami. Però sappi che ti tratto tanto male in questo mondo perché ti voglio tanto bene, e voglio che tu sia eternamente felice'. E San Pietro d'Alcantara, che per le dure penitenze cui sottoponeva il suo corpo pareva che fosse fatto di radici di alberi', come dice S. Teresa con una punta di umorismo, apparve dopo la morte alla santa e le disse pieno di gioia: `Benedetta penitenza, che mi ha procurato una così grande gloria!'." Mai il cristianesimo ha legittimato un'offesa del corpo come realtà da intendersi negativamente. Lo stesso san Francesco di Assisi, che soleva macerarsi di penitenze, quando fu colpito dalla malattia agli occhi, accettò le terapie mediche come un obbligo morale. Si trovava a Rieti perché in questa città vi era uno specialista molto famoso. Il vescovo Ugolino di Ostia, suo grande ammiratore, e anche lui in quel periodo nella città laziale, insistette presso il Santo affinché si sottoponesse assiduamente alle cure, altrimenti sarebbe stato più un peccato che un merito. "Ora questo vescovo sollecito e devoto - racconta fra Tommaso da Celano- si dava pensiero di far ricuperare al beato Padre la sanità degli occhi, sapendolo santo e giusto, e necessario ed utile molto alla Chiesa di Dio; provava compassione per lui e anche per l'intera congregazione dei frati, e nella persona del Padre aveva pietà dei figli. Perciò lo esortò a curarsi e a non ricusare i rimedi necessari alla sua infermità, ammonendolo che il trascurarli poteva essergli imputato a peccato piuttosto che a merito."

Nei tempi passati la svalutazione del corpo ha condotto il contesto indiano ad ammettere anche sacrifici umani. Nell'induismo é perfino ammessa -anche se in maniera piuttosto implicita- la possibilità di poter uccidere l'uomo, senza che questo atto vada a compromettere l'integrità morale dell'omicida. Nella Bhagavadgità la divinità Krisma esorta il principe Arjuna, della stirpe dei Bhàrata, a vincere la compassione e ad uccidere in battaglia i suoi parenti più prossimi, perché sono solo i corpi ad essere uccisi e i corpi non sono importanti. "Ciò che non é non sarà mai; ciò che é non cessa mai di esistere. Questa verità é conosciuta da coloro che sanno la natura delle cose. Sappi che imperituro é Ciò (l'Atman) da cui tutto il mondo é pervaso; di questa sostanza indistruttibile nessuno può provocare la morte. Destinati a finire sono questi corpi, ma la realtà eterna, che é in essi, é insondabile e indistruttibile. Perciò combatti, o rampollo di Bharata! Chi Lo (1'Atman) ritiene uccisore o ucciso, in entrambi i casi erra. Esso non uccide e non é ucciso. Esso non nasce né muore mai; poiché é, non cesserà mai di esistere. Non nato, continuo, eterno, antico, non viene ucciso, quando é ucciso il corpo. Se uno sa che Esso é immortale, senza nascita e non suscettibile di diminuzione, come può tale uomo, o Prthide (madre di Arjuna), uccidere o causare la morte di chicchessia? Come uno si disfà degli abiti vecchi e ne indossa altri nuovi, così, abbandonando il vecchio corpo, ciò che é nell'uomo va in un corpo nuovo. Le spade non Lo feriscono, il fuoco non Lo brucia né Lo bagna l'acqua né Lo asciuga il vento. Esso non é scindibile, né tale da essere arso o bagnato o asciugato. Esso é eterno, onnipresente, immutabile, inamovibile, immortale. Esso é detto inconcepibile, imperscrutabile, immutabile; perciò, conoscendolo per quello che é, non devi piangerne la morte. Anche se Lo ritieni soggetto a nascere ed a morire in perpetuo, anche così, o eroe dalle lunghe braccia, non devi addolorarti per Esso. Di chi nasce é stabilita la morte, di chi muore la nascita: non devi affigerti di una cosa inevitabile."

Riguardo alla condizione della donna, leggiamo cosa scrive un importante testo indù: "Una ragazza, una giovane donna o anche una vecchia non devono mai agire secondo la propria volontà, neanche in casa loro. (...) una donna non farà mai niente di sua volontà. (...). Moglie, figlio e schiavo, questi tre non hanno proprietà; qualunque proprietà acquisiscano é di colui al quale essi appartengono. Tra coloro che si affascinano all'Oriente molti sono donne, e chi é uomo é comunque su posizioni culturali di certo non veteromaschiliste. Ebbene, anche a costoro ci preme far conoscere un altro aspetto riguardante le conseguenze, nella dignità della persona umana, della mancanza del valore della libertà e dell'amore nella religiosità orientale. Ci riferiamo alla condizione della donna, teorizzata e praticata da questa religiosità.

Vi é una celebre parabola della tradizione induista, quella "delle tre frecce", in cui si parla della possibilità di raggiungere al più presto la liberazione dal karman. Rispetto al proprio karman ciascun uomo, al momento della nascita, é simile ad un arciere che dispone di tre frecce. Una l'ha già scoccata e non può più richiamarla indietro. Questa, che raffigura il karman costruito nella vita precedente, é il pràrabdha-karman e da esso dipendono le condizioni dell'esistenza attuale. Una seconda freccia é già posta sulla corda dell'arco, ma la sua portata e la direzione dipendono ancora dall'arciere. C'é infine l'agami-karman, la terza freccia, ancora nella faretra e questa non appartiene al passato ma al divenire. L'arciere ne può disporre liberamente e costruirsi un karman anche in opposizione a quello che porta con sé dalla nascita. Questa parabola, però, non vale per la donna, la quale non può arrivare come donna al miglioramento del proprio karman. Deve rassegnarsi a vivere come tale, sperando di poter poi rinascere uomo per migliorare la propria condizione.

Facciamo adesso alcuni esempi.

La maggioranza degli indù ortodossi, bramini ed altri, non mangiano mai in compagnia delle loro mogli. Durante il funerale buddhista il figlio maggiore del defunto, vestito da bonzo, mangia in disparte e viene servito dalla madre in ginocchio. Anche dalla formula usata nella cerimonia nuziale induista si evince quanto la donna sia a totale servizio dell'uomo. Il marito viene ritenuto figlio della moglie, anzi il figlio più giovane della moglie, quello cioé che ha bisogno di più cure. Dice il Rig-Veda: "(Alla coppia:) Possiate non separarvi; possiate raggiungere la pienezza degli anni, giocando con figli e nipoti e godendo della vostra casa. (Alla sposa:) Fiorisci, senza uno sguardo cattivo, senza danneggiare tuo marito, buona con gli animali, amabile di mente e di grande splendore; sii la madre di eroi, sii devota agli déi e la portatrice di felicità; sii propizia ai nostri uomini, donne e bestiame. Generosa Indra! Dota questa sposa di eccellenti figli e fortuna; dalle dieci figli e che suo marito sia l'undicesimo." Alle donne é stata inoltre interdetta la lettura dei Veda. Da una notizia di agenzia del 29.7.1994: "Storica delibera del parlamento indiano. d'ora in avanti ai medici sarà vietato pena tre anni di carcere e possibile sospensione dalla professione- rivelare ai genitori il sesso del nascituro. Drusa da secoli in India, la pratica di uccidere le figlie alla nascita é stata rivoluzionata dall'ecografia: molte donne ricorrono all'aborto per non mettere al mondo una bambina che finirebbe col gravare finanziariamente sulla famiglia, costretta a fornirle un giorno la dote. Il dottor Giuseppe Benagiano, presente alla Conferenza Mondiale sulla Donna che si svolse a Pechino per conto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, lanciò un gridò d'allarme su un quotidiano nazionale: "Quando si fanno i conti della popolazione, ci si accorge che mancano delle bambine. Non é possibile, sul piano naturale, che il numero dei bimbi maschi superi quello delle femmine con una percentuale ben superiore al 50,1. Mancano all'appello decine di milioni di bambine." L'intervistatore chiede: "A che cosa é dovuto il fenomeno delle bambine mancanti? E chi ne é responsabile?" Il dottor Benagiano risponde: "Gli strumenti sono quelli dell'aborto e dell'infanticidio, in una serie di gravi abusi difficili da individuare su scala mondiale e anche regionale. (...) per esempio in India, ovunque molte donne vanno a fare l'ecografia o esami consimili per stabilire il sesso del nascituro e decidere in base a questo. Gli abusi sono conseguenze di politiche demografiche restrittive, ma anche di orientamenti culturali." Quando nasce un bambino, il rituale induista prevede che il neonato venga posto su di un vaglio, in cui precedentemente sono state messe delle ceneri di sterco di vacca, dello zafferano e alcune monete. Se il neonato é maschio, si allontanano gli spiriti maligni battendo su un piatto di rame. Se invece é femmina, non é necessario, perché non c'é alcun motivo per cui gli spiriti maligni debbano essere invidiosi di una donna. Ella non può provocare invidia. La sua é una condizione di punizione nella dinamica del karman. Ritornando alla notizia riguardante i venditori del proprio rene, leggiamo cosa dice il giornalista: "Non sorprende che siano le donne a detenere il primato nel sacrificio dell'organo: il 75 per cento, pare, contro il 25 dei maschi. E infatti, se é vero che la donna é inferiore all'uomo come vuole la filosofia indiana, ne deriva che il suo `secondo' rene diventa ancora più superfluo e dev'essere doverosamente eliminato, a beneficio della famiglia e della società. E comunque, anche nei trapianti, la generosità é femmina.- `Ho sempre visto la moglie offrire il rene al marito -commenta il dottor KC. Reddy, noto urologo di un ospedale di Madras-, mai il contrario'. Pertanto, sono in perfetta coerenza rituali come quello famoso del sati -ne parla anche il celebre romanzo Il giro nel mondo in ottanta giorni di Jules Verne- in cui le vedove indiane erano costrette ad immolarsi dopo la morte del marito. Questo rituale fu proibito dal governo inglese nel 1829, ma ciò non significa che non continui clandestinamente; si dice che persista attualmente tra le tribù dei Naga, dei Bhilla e dei Pulinda. Ancora oggi le vedove indiane si radono i capelli dopo la morte del marito e pregano affinché la loro morte giunga al più presto. Non nel Bengala di secoli fa, ma nel Bengala di questo fine millennio vengono bruciate vive come streghe decine di donne su istigazioni degli janguru, cioé gli stregoni locali. Vengono accusate di aver attirato, con le loro presunte arti magiche, epidemie di uomini e di bestiame, siccità e altro ...e le autorità intervengono molto raramente.

 

3.2 Le conseguenze della negazione della persona e dell'amore nella famiglia

La religiosità orientale esprime un giudizio interessante anche sulla famiglia, un giudizio anche in questo caso non positivo. E tre ne sono i motivi: La famiglia senza la donna, la famiglia senza la gioia della paternità e la famiglia senza il diritto (o la logica) della proprietà.

Iniziamo dal primo. La non equiparazione nella dignità tra uomo e donna costituisce un motivo importante di non valorizzazione della famiglia. La famiglia si fonda sull'amore indissolubile e donante tra un uomo e una donna; ma la donna della religiosità orientale non ha il diritto di ricevere un amore totale. Piuttosto deve patire, per le infallibili leggi del karman, un rapporto di distacco e strumentale da parte del marito. Nella cultura orientale la famiglia si costruisce, oltre che sull'uomo, su una persona che sarebbe auspicabile non esistesse. La famiglia può esistere nel momento in cui ci sono ancora donne; cioé ci sono ancora esseri umani che peccano, che si comportano male nella loro vita e che quindi possono rinascere donne. La famiglia per esistere ha bisogno che l'essere umano pecchi, si comporti male. Essa può esistere solo grazie agli errori degli uomini. Non si può avere, quindi, un giudizio positivo sulla famiglia. Suonerebbe come vera e propria bestemmia. Significherebbe augurarsi che continuino a nascere donne e che esseri umani continuino a peccare. Che giudizio potremmo avere di uno scienziato che compisse grandi scoperte ma utilizzando cavie umane? Il fine é buono, ma il mezzo inaccettabile. E il mezzo, in questo caso, compromette inevitabilmente la bontà del fine. Così la famiglia per la religiosità orientale: può anche sembrar buona, ma per esistere ha bisogno che l'uomo tradisca la verità.

Non é solo la svalutazione della dignità della donna a conferire poca importanza alla famiglia nella religiosità orientale. La stessa dottrina della reincarnazione sminuisce il valore e il significato della paternità, altro elemento fondamentale della realtà familiare. Nella prospettiva cristiana il genitore é colui che procrea una creatura totalmente nuova. Nella prospettiva della religiosità orientale, invece, il genitore é colui che genera di nuovo solo qualcosa della sua creatura, e peraltro la parte meno importante, cioè il corpo. La sua paternità é parziale. E' vero: nel cristianesimo il figlio é proprietà di Dio ed é sempre un dono per i genitori, ma é un dono irripetibile e costituisce una totale novità. E la paternità é sempre una condizione nobilitante e gioiosa. E' condizione in cui si é compiuto un gesto positivo: un'altra vita, voluta da Dio, partecipa dell'essere. Si tratta di una vita, che, indipendentemente dall'esito ultraterreno (eterna beatitudine o eterna dannazione), trascenderà definitivamente la storia perché non morirà mai, perché continuerà per l'eternità ad esistere individualmente. Nella prospettiva orientale, invece, la paternità viene ad assurgere a condizione penalizzante. Rende possibile un'ulteriore punizione. Una nascita, per quanto possa essere destinata ad una vita in una casta alta, é sempre una nuova condizione di prigionia nel karman, e quindi é sempre un servire il karman che é l'ostacolo alla via della salvezza.

La famiglia deve fondarsi anche sul diritto di proprietà, che é garanzia di libertà. Possedendo qualcosa, si é, in qualche misura, autosufficienti. In un contesto dove l'individualità e l'io non esistono, non può avere senso il diritto di proprietà. Tanto l'induismo quanto il buddhismo non annullano, in linea di principio, il diritto a possedere; però sono le ragioni filosofiche ed antropologiche che a riguardo vengono meno. Come l'individualità costituisce una mera illusione, così anche la proprietà non può che essere una mera illusione, una finzione. Nel monismo della religiosità orientale viene meno il rapporto dell'uomo con le cose, perché non esiste differenza ontologica tra l'uomo e le cose. Non c'é il senso e la logica del possedere. Si possiede ciò che é diverso da sé. Ma se tutto é uguale al tutto, se il sé e il tutto sono sostanzialmente la stessa cosa, non ha senso il possedere. Nessuno può vantarsi di possedere la propria ombra o la propria immagine allo specchio. Durante l'ultima visita in

 

3.3 Le conseguenze della negazione della libertà e dell'amore nella società

"(...) dura a morire é (...) la rigida struttura gerarchica dei padroni e degli schiavi, dei maestri e dei servi per non parlare della gerarchia delle caste che in quasi cinquant'anni di democratica indipendenza ha mutato le forme, ma non é affatto scomparsa. (...) Nella borghesia educata che si sta espandendo a vista d'occhio grazie allo sviluppo economico, le caste si sono affievolite. Ma é fra i milioni di poveri che esse restano più forti. Ghandi fece grandi sforzi per far accogliere gli Intoccabili (i fuori-casta) nella società: li rinominò `Haran' o Figli di Dio, ma intoccabili erano e sono rimasti. Sono loro che puliscono i gabinetti e, accovacciati per terra, spolverano i pavimenti sotto i piedi dei turisti nei grandi alberghi o spazzano gli escrementi sul ciglio delle strade. Loro stessi respingono il nome poetico che Ghandi volle per loro e si fanno chiamare `Dalit', gli Oppressi. I matrimoni fra le caste sono possibili, ma ancora rari, e fra le religioni provocano scandalo e ira. (...) Una inserzione matrimoniale nel Time of India', il giornale della borghesia educata che parla l'inglese, dice: `Cercasi sposo sincero, impiegato, residente in Delhi, stessa casta per Kamma, 26 anni, un metro e cinquanta, impiegata del governo centrale'"  La chiusura dell'uomo nella storia come effetto del fatalismo, si traduce in una chiusura dell'uomo nella società. Nella religiosità orientale la subordinazione dell'uomo alla società é soprattutto rappresentata dal sistema delle caste, la cui ripartizione é data dalla legge del karman. Si nasce in questa vita nella casta inferiore o superiore, o addirittura in forma non umana, in conseguenza di come si é vissuto nella vita precedente. E la vita futura sarà esito della condotta della vita presente. "Quelli che hanno commesso colpe gravi -é scritto nel Manusmriti- trascorrono in inferni orribili lunghi anni, appena scontata la pena, passano alle nuove esistenze seguenti. L'uccisore del brahmano entra nella matrice dei cani, dei porci, degli asini, dei cammelli, delle vacche, delle capre, dei montoni, dei cervi o degli uccelli, oppure in quelle delle caste inferiori."

Quattro sono le caste tradizionali:

I.La casta sacerdotale dei bramini. E' la casta che occupa la posizione più elevata, gode di molti privilegi; ha avuto origine dalla bocca del dio Brahma.

2.La casta dei guerrieri, che ha avuto origine dalla braccia del dio Brahma.

3.La casta dei commercianti, che ha avuto origine dalle gambe del dio Brahma.

4.La casta degli operai, che ha avuto origine dai piedi del dio Brahma.

Vi sono poi i cosiddetti intoccabili, che sono talmente in basso nella gerarchia sociale da essere addirittura fuori casta. La divisione in caste della società indiana va ben oltre un semplice riconoscimento formale. Con il passar dei secoli, i bramini ortodossi arrivarono a ritenersi simili agli dèi. Molti di loro credono di venire contaminati se un intoccabile osa accostarsi troppo. I membri di quasi tutte le caste mangiano e si sposano soltanto con i loro pari. Nei secoli, per diversi motivi, le quattro caste tradizionali si sono suddivise in una miriade di sottocaste. Attualmente in India ne esistono più di tremila. Ghandi sperava che il progresso umano avrebbe potuto rendere più mite il sistema delle caste. Speranza fallita. La crescita dell'India ha dato alle caste un potere forse maggiore di quello precedente. E' subentrato il potere politico delle caste, inasprendone i conflitti'. La popolazione generalmente vota su base rigorosamente di casta." Attualmente la divisione in caste della società é più marcata nelle regioni rurali, dove tuttora risiede il 70% dell'intera popolazione e dove i giornali, soprattutto quelli dei giorni di festa, sono pieni di annunci matrimoniali divisi per caste.

A differenza della tradizione induistica, il buddhismo é polemico nei confronti del sistema delle caste. Ma attenzione: questa polemica non é motivata dall'accettazione del concetto di dignità di ogni persona umana, piuttosto dal sentimento dell'amore. Di un amore, che -come si é già avuto modo di capire- nasce non da un intenzione di donarsi all'altro, quanto di riconoscere che l'altro é il proprio se stesso'.

Che il buddhismo non critichi il sistema delle caste per motivazioni sociali, é dimostrato anche dal fatto che esso non propone un modello alternativo di società. Si disinteressa al discorso socio-politico. Sembra proprio che non sappia e che non voglia creare una società nuova. "Anche la società umana, come ogni cosa, é degna per il Buddismo di essere distrutta e negata. Il monaco buddista vive come un ospite di passaggio fra quelli che monaci non sono. estraneo alla loro vita. E se tutti fossero santi buddisti, non ci sarebbe né società né civiltà né vita di sorta. Perciò il Buddismo non ha esercitato che scarsa influenza sulla vita sociale e politica della terra che lo vide nascere: ha, certo, addolcito i costumi delle popolazioni che lo adottarono, ma non ha creato una civiltà nuova.„

E' molto strano che gli orientalisti dei nostri salotti non riescano a vedere tutto questo ... forse non vogliono vederlo. Paradossalmente ciò non succede per alcuni intellettuali indiani. Faccio ancora mie le parole dello scrittore indiano Khushwant Singh, perché si adattano anche al discorso che sto facendo: "Le fedi dell'Ovest hanno un'etica, tendono al miglioramento morale del mondo. Noi non abbiamo un decalogo e i nostri bramini, a differenza dei sacerdoti cristiani (...), se ne infischiano del prossimo. Il Cristianesimo enfatizza i doveri dell'uomo verso i suoi simili. Le religioni estremo-orientali invece i doveri dell'uomo verso se stesso. Da noi ciò che si raggiunge con l'ascesi é la serenità beata ed egoista, il disimpegno. Tanto, si dice, se qualcuno soffre se lo merita, perché espia le colpe della vita precedente,. Da tempo gli Indiani si affascinano al cristianesimo perché questo, pur ammettendo una giusta gerarchia sociale, si rivolge a tutti, ponendoli sullo stesso piano riguardo la santificazione, ma soprattutto riguardo la possibilità di ricevere aiuti senza distinzioni di casta. In India la Chiesa é fortemente impegnata nel campo della promozione umana. Gestisce migliaia tra asili e scuole di ogni ordine e grado, ospedali, lebbrosari, centri di assistenza sociale, orfanotrofi, ecc." (...) E l'esperienza che tutta la Chiesa indiana sta conducendo ottiene consensi crescenti anche nell'opinione pubblica: la carità come ragione prima del proprio servizio stupisce, incuriosisce e avvicina. Soprattutto i più poveri, tagliati fuori dal sistema delle caste indù.". 

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Il fascino della religiosità orientale nell’uomo contemporaneo

4.1 Un po’ di storia

"( ...) orientalismo. La parola entra nella lingua francese con la spedizione in Egitto. Designa una moda, un atteggiamento estetico, ma anche un'idea che si diffonde in tutta Europa all'inizio del XIX secolo: l'Oriente possiede la chiave dell'enigma umano." Non é un caso che ciò che é stato definito dagli studiosi di fenomenologia della religione come "fascino dell'Oriente,', si sviluppi in Occidente in conseguenza del processo di modernizzazione e di scristianizzazione. Sembra paradossale ma il periodo in cui é iniziata la penetrazione culturale della religiosità orientale nella cultura occidentale é stato proprio il XVIII secolo francese, secolo in cui la cultura razionalistica e quella illuministica -quindi culture non cristiane e perfino anticristiane- dominavano. La prima traduzione in Occidente della Bhagavad-gita é del 1785. L'orientalismo divenne allora di moda grazie alle opere di Bailly e di Anquetil Duperron'g. Quest'ultimo, che era stato personalmente in India nel 1755 come soldato rimanendovi fino al 1761, studiò le religiosità del luogo. Da ciò il suo desiderio, al ritorno in Europa, che in Francia si potessero studiare i classici indiani, come già si studiavano quelli latini e greci. Come già ci ha detto la citazione del professor Ladous, il termine orientalismo ebbe la sua genesi proprio nella Francia rivoluzionaria, anche se poi si diffonderà soprattutto in quella napoleonica, grazie all'opera di un sacerdote cattolico portoghese José Custodio de Faria, passato poi alla storia come abate Faria in un celebre romanzo di Dumas. Anche lui veniva dall'India, anche lui si entusiasmò all'induismo e si prodigò di trapiantarlo in Francia!.

 

4.2 Perché questo `fascino dell'Oriente" nella modernità?

E' sintomatico che questo fascino dell'Oriente sia divenuto in Europa sociologicamente significativo, anche se non ancora rilevante, nel XVIII secolo. E' poi sempre più accresciuto con il proseguire della modernità. Già si é accennato a quanto siano diffuse, oggi, tematiche tipiche della religiosità orientale, tanto a livello di singola curiosità intellettuale quanto di sostanza dottrinale di molti nuovi movimenti religiosi.

La modernità ha una sua caratterizzazione inequivocabile: la pretesa di rendere l'uomo fondamento immanente del reale. Di rendere, cioé, l'uomo criterio di giudizio di tutto, alfa e omega dell'esistente. C'é stato chi -e noi concordiamo- ha parlato di anima gnostica della modernità. La gnosi, insieme all'ateismo, é il più antico nemico del senso religioso in genere e della religione cattolica in specie. La gnosi, con la strutturazione intellettuale a noi conosciuta, vede le origini fin dall'inizio del cristianesimo. E' un monismo con tendenze panteistiche che presenta uno schema triadico in cui vi é: L'Uno originario. Esso è chiamato plèroma o pleròma (a seconda dell'accento latino o greco). Viene definito indistinto, infinito, perfetto, puro... ma sempre impersonale. 1 Dall'Uno originario la caduta. Da questo stato originario, perfetto, vi sarebbe stato un momento di caduta emanazionistica, cioé il mondo, la creazione. 2 Questo momento di caduta é visto come una cattività, una prigionia all'interno della materia. Da tutto questo deriva, da parte dello gnostico, uno spirito di rifiuto, un atteggiamento di condanna nei confronti di tutto quello che é mondano, materiale, umano. L'uomo, nel suo spirito, é ontologicamente uguale a Dio, ma é stato costretto, a causa di questa caduta, a scontare la condanna dell'individualizzazione. 3 Ritorno all'Uno originario. Il terzo passaggio costituisce la possibilità di salvezza dalla degradazione subìta, cioé la possibilità di un ritorno all'Uno Originario attraverso tecniche riservate ad uno sparuto gruppo di iniziati. Alla base della gnosi vi è dunque la pretesa di divinizzazione dell'uomo.

Dopo l'uscita del film Piccolo buddha, un giornalista chiede al regista Bernardo Bertoluccci: "Cosa l'ha interessata del Buddhismo? Una religione senza dogmi, senza divinità e senza intolleranze, dopo la caduta delle ideologie, degli idoli e dei leaders politici in Occidente?" La risposta: "Una religione senza Dio. La storia di uno che duemilacinguecento anni fa, (...) ha messo l'uomo al centro di tutto." E' innegabile che il fondamento monistico della religiosità orientale si coniughi bene con questa anima gnostica della modernità. Tanto l'induismo quanto il buddhismo sono d'accordo nell'affermare che tra l'uomo e l'assoluto non vi é nessuna differenza ontologica, anzi l'uomo costituisce un'espressione dell'assoluto, é egli stesso assoluto. Se la modernità ha in sé una pretesa di tipo magico (l'uomo si identifica con la volontà di divinizzarsi), anche la religiosità orientale possiede questa pretesa: l'uomo é Dio. I sacrifici dell'induismo sono a riguardo un chiaro esempio. Diventano efficaci non relativamente all'intenzione di chi li compie, ma alla forma con cui si compiono. "L'azione sacrificale, (...), non é ( ..) `mezzo' di adorazione, ma diventa fine' a se stessa, diventa cioé un `atto di magia', regolato da un rituale minutissimo e complicato. Di conseguenza, il sacerdote, il brahmano, assurge a personificazione dello stesso potere divino sulla terra. egli é `bhîr-deva', `dio sulla terra'. (...). Neanche il Buddhismo si é sottratto alle lusinghe della magia. A partire dalla metà del primo millennio dopo Cristo, nel Grande Veicolo s'andò accentuando la predilezione per i riti e le cerimonie, con un progressivo scivolamento verso le pratiche votive e magiche. Questo processo ebbe come conseguenza il sorgere, dopo Hinayana e il Mahayànaa, di un `terzo veicolo' buddhista, detto Mantraycrna (Veicolo delle formule sacre) o Vajrayana (Veicolo di diamante). Con lo sviluppo delle pratiche magiche e con l'accoglimento di rituali erotici, la dottrina di Goutama (Buddha) si trasformò (..), avvicinandosi al Tantrismo indù e al Saktismo." La modernità e la religiosità orientale si conciliano bene nel coniugare la salvezza dell'uomo con la eliminazione del limite: l'uomo non é più creatura. "La principale preoccupazione dell'India é, senza dubbio alcuno, quella della salvezza, ma non tanto la cura della salvezza dell'individuo, della beatitudine psicologica di quest'ultimo, quanto la ricerca esistenziale e nello stesso tempo la conoscenza essenziale del definitivo, dell'assoluto, del fine ultimo, che si indicherà semplicemente come Essere o, in linguaggio teologico, come salvezza, moksa (nirvana, sîrnya, brahman, ecc.). Si tratta piuttosto della dissoluzione dell'individuo per affrancare o, meglio, liberare ciò che deve essere salvato. Dunque non si tratta soltanto della questione, limitata, di sapere come raggiungo `io' lo stato finale, né tanto meno della conoscenza che 'io' posso avere di esso, né, in breve, del rapporto del mio io col fine ultimo. La questione, nella sua interezza, deve porre la mia salvezza in una prospettiva universale, in cui l'assoluto é insieme fine ultimo e salvezza, non per me stesso, ma per tutto ciò che non é ancora questo assoluto. Ciò non vuol dire che dal punto di vista dell'individuo la salvezza sia priva di significato. L'ossessione della salvezza può, in modo paradossale ma comprensibile, condurre ad 'un isolamento individualista. Anche in questo caso la salvezza (la liberazione) del singolo implica l'abolizione di ogni limite. La goccia d'acqua ha una tensione superficiale che la isola; ma essa non perde la propria sostanza allorché si perde nel mare: al contrario essa diventa tutta mare. Niente é perduto, se s'infrangono i propri limiti."

 

4.3...nel Cristianesimo invece

La prospettiva tradizionale cristiana, invece, é completamente alternativa a questa pretesa. L'uomo per sempre sarà definito dal suo essere creatura. Non finirà mai come individualità storicamente intesa. Per sempre esisterà come storicamente é esistito. E non c'é cosa umanamente più interessante ed affascinante di sapere che la dimensione della propria umanità é stata voluta da Dio e che questa non costituisce un momento provvisorio del reale. "Isacco -scrive monsignor Martensen- non era evidentemente la stessa persona rispetto ad Abramo, tanto meno una sua reincarnazione. Giacobbe non era la stessa persona rispetto a Isacco o Abramo, e nemmeno una reincarnazione di uno di loro. Dio ha amato tre persone diverse nella particolarità individuale. E adesso Dio non sta seduto nel cielo a piangere, perché certe persone che ha amato non ci sono più. Dio non può dimenticare nessuno di loro. Per questo non può lasciarli in potere della morte. Vengono all'esistenza per vivere in eterno per Dio, e quindi Dio é il Dio dei vivi e non dei morti. (...) Dio crea, chiama, e sceglie, e conosce in anticipo: Egli é padre di un popolo grande di figli, dove ciascuno ha il suo valore speciale e unico. Come é assurdo consolare una madre che ha perduto sua figlia dicendo: "Non importa, avrai un'altra figlia", nello stesso modo sarebbe assurdo che i figli di Dio sparissero per essere rimpiazzati con sempre nuove reincarnazioni. No, ognuno singolarmente ha un valore insostituibile, perché Dio ha creato e amato ciascuno singolarmente."

Che cosa può entusiasmare e appassionare di più alla vita che il sapere che ognuno di noi, sin dall'eternità, é stato pensato, desiderato, amato singolarmente? 

 

Schema delle differenze tra la religiosità orientale e il cristianesimo

Religiosità orientale                                             Cristianesimo

   Monismo                                                                 Dualità

   Emanazione                                                             Creazione

   Reincarnazione                                                        Perenne esistenza individuale

   Fatalismo                                                                 Provvidenza

   Cristallizzazione della storia                                   Dinamicità della storia

   Circolarità della storia                                             Rettilineità della storia

   Spersonalizzazione                                                  Personalizzazione

   Svalutazione del corpo                                            Santificazione del corpo

   Obbligata accettazione dell’esistente                      Possibilità di modificare dell'esistente

   Amore estatico                                                        Amore fattivo

   La morte come valore                                              La morte come problema

   L'essere donna come retribuzione negativa             L'essere donna come specifica e nobile                

                della legge del karma                                                    vocazione

  

Svalutazione della paternità                                     Valorizzazione della paternità come

                                                                                      compartecipazione all’azione creatrice

                                                                                              di Dio

 

Svalutazione del diritto di proprietà                         La proprietà come diritto costitutivo  

                                                                                         dell’uomo

 

 

Glossario dei termini più importanti

Abhidhamma: Testi buddhisti che riguardano l'aspetto dottrinale e dogmatico.

 

Anatta: Dottrina buddhista secondo cui l'anima umana non esiste.

 

Anhubava: Devozione verso una divinità come realizzazione interiore - attraverso un livello mistico di perfetta identificazione- della potenza sacrale che questa divinità rappresenta.

 

Atman: Concetto fondamentale della metafisica del Brahmanesimo e dell'induismo. E' il principio della vita dell'individuo, cioé l'anima individuale. Questa realtà é sostanzialmente uguale al Brahman, che é il principio di vita universale.

 

Avatàra: Manifestazione sulla terra di una divinità induista.

 

Bhagavad-Gîtd: Importante poema dottrinale appartenente al libro VI del Mahàbhdrata. II Mahdbharata, a sua volta, fa parte di una raccolta di testi non vedici, denominati smriti, comunque fondamentali per l'induismo. Bhakti: Devozione fiduciosa del fedele indù verso la divinità.

 

Brahman: L'assoluto di natura spirituale, sostanzialmente identico all'Atman e causa efficiente di tutto l'universo.

 

Brahmanesimo: Fase della storia religiosa indiana, caratterizzata dal dominio della casta sacerdotale e dalla dottrina del Brahman.

 

Brahmano: Sacerdote indù.

 

Brama: Personificazione del Brahman, divinità della Trimurti induistica cui é riservato il compito di creare il mondo sensibile.

 

Canone buddhista: Insieme dei testi ufficiali del buddhismo.

 

Cinque precetti: I precetti buddhisti che permettono la retta azione, ovvero il quarto imperativo dell'ottuplice sentiero.

 

Creazione: L'atto con cui Dio fa esistere l'universo dal nulla. La creazione implica una diversità ontologica tra Dio e il creato.

 

Dharma: Termine con cui il buddhismo indica i costitutivi elementi della realtà psicofisica, dall'aggregazione dei quali vien fuori l'individuo umano. Discorso di Benares: Celebre discorso di Buddha in cui egli enunciò le famose quattro nobili verità.

 

Dualità: Concezione filosofica secondo cui tutte le realtà, spirituali e materiali, sono caratterizzati da una diversità sostanziale.

 

Durga: Consorte del dio Siva.

 

Emanazionismo: Concezione filosofica secondo la quale gli esseri derivano da Dio attraverso un processo di emanazione. Questa concezione prevede la non differenza ontologica tra Dio (l'emanante) e la creazione (l'emanato).

 

Grande Veicolo: Denominazione attribuita a quella corrente del buddhismo, nelle cui scuole l'aspetto mistico-religioso prevale su quello etico­disciplinare.

 

Hatha-Yoga: "Yoga violento", che tende al superamento delle capacità e delle necessità comuni dell'uomo per mezzo d'una costrizione imposta, con la disciplina, alle funzioni psicofisiche.

 

Isvaka: Termine, che significa "il Signore", con cui si intende il Dio supremo nel molteplice teismo induista.

 

Kali: Nome principale della consorte del dio Siva.

 

Karman: Retribuzione delle opere, causa determinante del ciclo delle rinascite.

 

Krishna: Principale avatdra del dio Vishnu.

 

Ksatriya: Guerriero, appartenente alla seconda casta indù.

 

Maya: Termine con il quale tanto la tradizione induista, quanto quella buddhista, indicano l'illusione dell'esistenza del cosmo.

 

Moksha: Liberazione dai legami della vita terrena.

 

Monismo: Concezione filosofica secondo cui tutte le realtà, spirituali e materiali, sono accomunate da un'unità sostanziale.

 

Nirvana: Per il buddhismo é lo stato impersonale ed ineffabile di beatitudine che scaturisce dall'estinzione completa del Karman.

 

Orientalismo: Fascino nei confronti della cultura e della religiosità orientali.

 

Ottuplice sentiero: Metodo indicato da Buddha nella quarta nobile verità, con il quale é possibile spegnere il desiderio che impedisce la conquista del Nirvana.

 

Piccolo Veicolo: Denominazione di quella corrente del buddhismo che privilegia la disciplina etica sulle speculazioni metafisiche e le pratiche mistiche.

 

Quattro nobili verità: Verità fondamentali del buddhismo enunciate da Buddha nel celebre discorso di Benares.

 

Raya-Yoga: "Yoga regale" che supera le pratiche fisico-psichiche dello hatha yoga.

Reincarnazione: Convinzione secondo cui l'anima trasmigra di corpo in corpo.

 

Rig-Veda: E' il più antico dei Veda. E' recitato durante la celebrazione del sacrificio e comprende 1208 inni.

 

Sakya: Tribù ariana.

 

Sakyamuni: Denominazione di Buddha, perché appartenente alla tribù Sakya.

 

Samsàra: Termine con cui si indica il ciclo delle rinascite determinato dal Karman.

 

Sali: Rituale in cui le vedove indiane erano costrette ad immolarsi dopo la morte del marito. Questo rituale fu proibito dal governo inglese nel 1829.

 

Shaktismo: Corrente induistica dove preminente é la devozione nei confronti della moglie di Siva.

 

SiddItarta: Nome originario di Buddha.

 

Siva: Divinità a cui, nella Trimurti induistica, é riservato il compito di presiedere alla morte e di distruggere i mondi alla fine di ogni ciclo cosmico.

 

Stura: Termine che significa "aforisma" e che nel buddhismo significa "parola del Buddha". I sútra sono i testi che raccolgono i discorsi di Buddha.

 

Tad: Pronome dimostrativo neutro con cui si indica, nel pensiero brahmanico, l'Essere, cioé la Suprema Realtà.

 

Trimurti: Termine con cui si indica nell'induismo il legame tra le tre divinità, Brahma, Vishnu e Siva, che costituiscono il ciclo che va dalla nascita alla morte, per tornare nuovamente alla vita.

 

Uhanisad: Testi che formano l'ultima parte dei Veda.

Veda: Con questo termine si indicano l'insieme di quei testi, scritti in lingua sanscrita, la cui composizione é da collocarsi tra il XVI e il X secolo a.C. Costituiscono i testi base dell'induismo.

 

Vinaya: Termine che significa "regola". I vinaya sono i testi buddhistici che riguardano la vita monastica.

 

Vishnu: Divinità a cui nella Trimurti induistica é riservato il compito di conservare e proteggere l'universo.

 

Yoga: Dominio dei diversi componenti della individualità umana, allo scopo di ottenere l'unione dell'anima individuale con l'Anima universale, designata sia come Brahman-Atman, sia come Isvara.