«IN
CORDE JESU»
P.
Louis Menadizabal SJ. - MIMEP-DOG,ETE
20060 - Pessano (Mi)
CAPITOLO
I
INTRODUZIONE
Accade
spesso di sentir parlare di crisi religiosa nel mondo.
L'umanità
si attacca disperatamente al materialismo e non comprende che in esso non è la
salvezza, ma al contrario il peso che la sommerge.
Simile
situazione ci ha fatto forse sognare conversioni di masse. Eppure rimane sempre
ferma la verità generale: la santità è un impegno interamente personale. Il
cattolicesimo viene ad essere la storia di questo «corpo a corpo» tra Gesù
Cristo e ogni cattolico.
In questo «corpo a corpo» ha una speciale azione la Chiesa. Non è una vuota espressione chiamare la Chiesa: «nostra Madre». Essa lo è realmente e per molti titoli. Essa ci ha dato alla luce nel Battesimo e nelle sue braccia riposiamo fino alla morte. Nella vita soprannaturale è caratteristico il fatto del frutto che rimane unito al suo principio e che aderisce sempre più intimamente ad esso: come il Verbo eterno generato dal Padre rimane in esso (cfr. Giov. 15, 4 ss). Nella vita di perfezione quanto più la personalità progredisce e matura, tanto più dipende dai suoi principi: Cristo e la Chiesa. Nel massimo della sua unione con la Chiesa, sua Madre, il cattolico si identifica in qualche maniera con il Cuore stesso della Chiesa, con Cristo.
Se
si vuol trovare una soluzione alla crisi religiosa del mondo occorre cercarla
nella realizzazione di queste relazioni soprannaturali.
Dalle
verità rilevate da Cristo ed insegnateci dalla Chiesa, ci appare essenziale
per la nostra vita soprannaturale l'unione con Gesù Cristo. La vita
soprannaturale infatti è una realtà in noi, solo dal momento in cui Gesù
Cristo vive in noi. Questa vita è la grazia.
Attraverso
il Battesimo siamo già uniti a Cristo in unione misteriosa, che l'Apostolo con
enfasi ci descrive nel dire: «Tutti voi che siete stati battezzati in Cristo,
siete rivestiti di Cristo» (Gal. 3, 27). Gesù Cristo prende possesso di noi.
Noi siamo tutti una persona mistica in Gesù Cristo. Se poi viviamo in grazia,
allora noi siamo ancora più intimamente uniti a Gesù Cristo per la virtù
infusa della carità. Uniti, per dir così, al Cuore di Cristo. Penetriamo in
tutta verità nella familiare ed intima confidenza con la sua Persona.
E'
necessario che nella nostra fede prendiamo coscienza di questo fatto, e che
conseguentemente sviluppiamo sempre più la nostra unione con Gesù Cristo
fino alla maggiore intimità possibile. E se ciò avvenisse in ogni cattolico,
tutti verrebbero ad unirsi più strettamente tra di loro nel medesimo Cristo Gesù
(Gal. 3, 28).
Per
ottenere ciò abbiamo un potente mezzo: la devozione al Cuore di Gesù. Essa
infatti ha grande efficacia nel darci la coscienza della unione di Cristo con
noi, della nostra vitale relazione con Lui, e di conseguenza nell'eccitare il
nostro amore per Lui e nello stringere la nostra unione con Lui. Pio XI scrisse:
«Non è forse vero che in questa forma di devozione è contenuta la somma di
tutta la religione e con essa una norma di vita più perfetta? Infatti più
speditamente conduce le anime a conoscere intimamente Cristo e le spinge ad
amarlo con più veemenza e ad imitarlo con più efficacia» (Mi-serentissimus).
Le
cause che contribuiscono ad una tale efficacia nella devozione al Cuore di Gesù
sono due: la sua essenza e le promesse che Cristo ha ad essa
vincolate.
Non vogliamo occuparci adesso delle promesse. Il nostro intento è indicare come la stessa essenza della devozione al Cuore di Cristo la costituisca così efficace per la formazione del cattolico, per la sua santità e perfezione.
CAPITOLO
II
ALCUNE
IDEE SBAGLIATE E LORO CAUSE
Gli
ultimi Papi - ne fanno fede numerosi documenti pontifici - hanno insistito perché
il popolo cristiano abbracciasse la devozione al Cuore di Cristo.
Chi
potrebbe dubitare della sincerità di tali raccomandazioni?
In pratica però quante difficoltà verso la devozione..
Prendiamo
un giovane: basta che senta parlare di devozione al Sacro Cuore, perché si
rinchiuda sulla difensiva. Quelli che poi, vinta la prima opposizione,
abbracciano la devozione, vi si trovano a loro agio? O non sentono forse la
necessità di cambiare costantemente la propria posizione, proprio come si fa
con una macchina da cui si sperava un efficienza che non si riesce ad
ottenere? Forse noi stessi abbiamo provato un tale disagio. Non è quindi fuor
di luogo domandarsi: l'opposizione iniziale e la difficoltà che permane
provengono dagli elementi essenziali della devozione, oppure siamo davanti ad
elementi accessori che disturbano e rendono più debole la vera devozione?
La
risposta sembra essere che la causa principale della opposizione sia dovuta ad
errori nell'esposizione. Si propone infatti talvolta, come vera devozione, solo
ciò che è un adulterato miscuglio. Quanto poi alla difficoltà essa non va
tanto contro la devozione al Cuore di Cristo, quanto contro una deformazione
della medesima.
Eccone
la spiegazione.
1-
Il fatto della opposizione
La
parola è segno del pensiero. Quando però è pronunciata non ci esprime solo il
pensiero puro, ma insieme ci connota le altre molteplici esperienze affettive
che sono ad essa associate. Questa sembra essere la ragione dei frequenti
malintesi nella devozione al Cuore di Cristo. Per convincersene basta pensare
a ciò che avviene.
Nel
cuore di un giovane, che ha ardentemente lavorato per il Regno di Cristo, si
è andata formando una personalissima immagine di Gesù Cristo. Per lui la
parola stessa «Gesù» è intimamente legata alle fasi più personali della sua
vita. Il sentirsi proporre adesso il termine «Sacro Cuore» provoca in lui
quasi inevitabilmente una disillusione: gli sembra che gli venga distrutto il
suo Gesù e con Lui una parte stessa della propria vita. Egli non è disposto a
sostituire Cristo con il «Sacro Cuore». Questo termine evoca infatti in lui
delle associazioni affettive sgradevoli e senza vita: forse vede davanti a sé
immediatamente quelle solite vecchiette bisbiglianti preghiere in una oscura cappella,
illuminata dalla luce delle candele, davanti ad un quadro... la cui immagine rispecchia
una sdolcinatezza che gli ripugna istintivamente.
Se
poi si aggiunge a questo una impostazione esterna, che gli dà ad intendere,
che se non abbraccia tale devozione non compie i desideri e gli ordini della
Chiesa, né merita le straordinarie grazie promesse a questa devozione, è
facile che un tal giovane rimanga, forse per sempre, come una personalità
sdoppiata e divisa. Il difetto di assimiliazione appare poi lungo tutta la vita.
Una vita che per quanto riguarda il Sacro Cuore si muove con atti forzati. Un
uomo che con un semplice cambio di attenzione si converte in una doppia
personalità: spontaneo e naturale nella vita ordinaria, artificiale ed
impacciato a causa del «Sacro Cuore» nella vita di preghiera e di apostolato
specifico. Da qui la mancanza di accordo ed i sempre ripetuti sforzi per
ottenere una maggiore efficacia e rendimento della devozione. Questi i fatti che
l'esperienza ci mostra.
2
- Le cause
Gesù
non propose la devozione ai santi favoriti dalle sue rivelazioni con sottili
distinzioni scolastiche sugli elementi essenziali e quelli accidentali. Egli
la introdusse lentamente e passo passo nella devozione nel modo con cui quel
determinato santo avrebbe dovuto praticarla. In questa pratica e dottrina
globale si trovano a volte mescolati elementi essenziali e accidentali. I
documenti che i santi ci hanno lasciati sono necessariamente coloriti dalla loro
personalità; come l'acqua che passa attraverso un filtro impregnato di materia
colorante riceve da esso il suo colore. Alcune di queste colorazioni personali,
sottolineate e tolte dal contesto da certi devoti del Sacro Cuore, sono ciò che
la rende per molti irta di difficoltà, e ciò che invade certe immagini che
sono in uso. Queste immagini ed i loro devoti sono alla base delle associazioni
affettive che abbiamo scoperte come unite, termine: «Sacro Cuore».
Il
compito degli apostoli del Sacro Cuore avrebbe dovuto essere quello di
analizzare i documenti dei santi favoriti dal Cuore di Gesù, e purificarli da
ogni mistura meramente personale, quelli che si devono realizzare in ognuno
dei veri devoti. Quindi applicare tali elementi essenziali al carattere
personale della persona concreta. Tale compito non è però facile.
Sono
quindi da scusarsi quegli apostoli che nel loro lavoro non hanno sempre e in
tutto raggiunto il vero scopo.
Al
nostro tempo Gesù Cristo stesso è venuto incontro a noi per porre in risalto
chiaramente» gli elementi essenziali: essi sono proposti nelle encicliche
pontificie. Non vi sarebbe scusa se seguitassimo ad inciampare nelle medesime
difficoltà, se non ci sforzassimo di liberare la devozione dalle oscurità che
le si sono venute mescolando. Leggendo le Encicliche ci convinceremo che la
devozione al Cuore di Cristo è la quintessenza della religione: ciò che
suppone una vita intera.
CAPITOLO
III
LA
VERA DEVOZIONE
La vera devozione al Sacro Cuore è una norma direttiva di vita, una nuova concezione della vita e del mondo. Essa impegna l'intera vita di un cattolico. Esercita la sua influenza su di essa mostrando e scoprendo delle nuove possibilità e tendendo a trasformarla, col tempo, in un nuovo modo di vivere. E' un modo di concepire la vita che si adatta benissimo al nostro tempo.
L'immagine
del S. Cuore non è affatto la cosa più importante. Ciò che è il più
importante è il concetto della vita del Cattolicesimo. Basterebbe che con la
grazia di Dio noi comprendessimo in che consiste la devozione al Cuore di
Cristo, e da quel momento forse la visione del mondo intero cambierebbe ai
nostri occhi.
1
- Concezione immanente del mondo
Il
mondo oggi vive solo per il proprio interesse. E' talmente preso dai piccoli
interessi della vita materiale che non ha nemmeno il tempo di pensare a Dio e
di occuparsi della vita soprannaturale.
Tutto
ciò che accade durante il giorno si guarda con occhio puramente umano, sempre
e solo nei limiti della materialità. Ci si preoccupa solo di quello che può
mettere in pericolo la propria vita e le proprie comodità. La ricerca di una
soluzione dei problemi sociali è vista come una questione economica, ed in
fondo, e troppo spesso, preoccupa i ricchi solo in quanto costituisce un
pericolo per la loro comoda vita, ed i poveri in quanto tocca il loro benessere
materiale. L'arte, la musica, lo sport: tutto si guarda sotto la stessa luce.
Per
convincerne basta dare un'occhiata ai giornali.
Si
prova compassione per tutto e per tutti, ma la compassione dei giornali è
effimera come la curiosità, e quella dei lettori non dura forse quanto dura il
giornale.
Ogni
tanto, anche in questo mondo così interessato, gli uomini si ricordano di Dio.
Forse vanno a Messa, per qualche istante vivono della vita soprannaturale, ma
ben presto ritornano alla vita mondana.
Viviamo
troppo presi dai nostri affari. Dio sta in cielo, lontano, molto lontano, si
pensa, e ricorriamo a Lui solo qualche volta per domandargli la salute ed il
successo delle nostre cose.
Il
pericolo maggiore del momento presente è la separazione tra la religione e la
vita. La religione nel pensiero o nel cuore per qualche momento; il resto per la
vita, gli affari, il proprio comodo.
Gesù
Cristo, poi, dalla maggior parte degli uomini è considerato come un grande
uomo, un eroico benefattore dell'umanità, esistito due mila anni or sono... ma
che adesso è lontano da noi.
Riguardo
poi al peccato gli uomini non hanno idee chiare. Anche molti cattolici lo
considerano spesso solo come una trasgressione della legge di Dio, messa per
lo più allo stesso livello un pò più nel vago, di una trasgressione delle
leggi dello stato. Si considera cioè solo come una disobbedienza ad un ordine
che ci è imposto e ci opprime. Dio rimane sempre al di fuori, troppo lontano
perché Lo si possa raggiungere.
2
- La rivelazione del S Cuore per me
Nel
mondo ora descritto ecco comparire la devozione al S. Cuore, come un bagliore
che illumina e ci mostra il significato profondo delle cose. Come
all'improvviso, il mondo cambia ai nostri occhi. Si ha la percezione che
qualsiasi azione morale ha un senso molto più profondo, che non possiamo
scherzare con la nostra vita di santità, che siamo uniti a Gesù Cristo in
intima relazione.
Si
stava proiettando un documentario. Lo spettacolo era già cominciato quando
entrai. Si vedevano le mani di un chirurgo muoversi, usare bisturi, pinze...
Evidentemente si trattava di una operazione. Mi sedetti tranquillamente.
Guardandomi attorno notai però con stupore che gli altri spettatori quasi non
respiravano dall'emozione. Volsi di nuovo lo sguardo allo schermo ed ebbi la
spiegazione di tutto. Il quadro, preso da un punto più alto, mostrava che il
chirurgo stava facendo un'operazione al cuore. Anch'io da quell'istante
trattenni il respiro. Un pensiero, forse quello stesso che faceva stare tutti in
ansia, mi assalì. La più piccola distrazione o inavvertenza del chirurgo
sarebbe stata pagata con la vita di quell'uomo.
Prima
avevo guardato con indifferenza e freddezza le diverse azioni di quel chirurgo:
erano scene singole delle quali non avevo afferrato l'importanza.
Improvvisamente una di esse mi scoprì il significato di tutta quella attenzione
e l'importanza della cosa che veniva svolgendosi sotto gli occhi degli spettatori
ansiosi.
Il
documento proseguì illustrando ulteriori particolari tecnici, che ho
dimenticato. Mi è rimasto però impresso per sempre il significato che avevano
assunto quei movimenti che in un primo tempo; avevo guardato con aria
indifferente.
In
mezzo a questo mondo le cui azioni non sembrano aver valore alcuno appare
davanti a noi come un richiamo: «Tutto ciò è una operazione al Cuore di
Cristo».
Certo
ogni cosa aveva questa conseguenza prima ancora che mi si svelasse questa devozione,
come quell'operazione si effettuava realmente al cuore, prima ancora che io ne
avessi preso conoscenza. Ora so che è una realtà e «per me» il mondo ha
totalmente cambiato aspetto.
Questa
concezione del mondo può arrivare a trasformare completamente un uomo. Questa
grazia molto grande, che non dovremmo mai stancarci di chiedere nella preghiera;
grazia che consiste nella rivelazione del Cuore di Gesù a noi, non in una
visione soprannaturale, ma nell'intima convinzione di questa profonda realtà.
E' una rivelazione del Sacro Cuore a me, singolo membro del suo mistico Corpo.
Visione
uguale a quella che ebbero gli Apostoli. Stavano nel cenacolo a porte chiuse,
così come forse viviamo noi, chiusi in una gretta osservanza delle leggi di Dio
e della chiesa. Improvvisamente Gesù Cristo compare in mezzo a loro e con la
sua presenza dice loro: «Perché mi avete dimenticato? Non sapevate che io
sono vivo? Perché mi considerate morto? Ho ancora parte nella vostra vita. Sono
vivo: guardate le mie mani e il mio cuore».
Grazia
uguale a quella che ebbe S. Paolo sulla via di Damasco. Anche Paolo aveva idee
anguste, farisaiche riguardo al mondo governato dalle Leggi della Thora. Gesù
Cristo gli appare, vivo e vero, e gli fa comprendere il profondo significato
del suo agire e del mondo intero: «Io sono quel Gesù che tu perseguiti».
Chiediamo
a Dio che ci conceda questa grazia.
Domandiamo
al Cuore di Cristo che ci si mostri così: come una fiaccola d'amore che brilla
attraverso la ferita che la nostra ingratitudine ha aperto. La luce di questa
fiaccola opera nel piano soprannaturale come dei raggi X. Il mondo cambia ai
nostri occhi dal momento che ci è mostrato il fine delle cose e delle azioni:
sia nei nostri riguardi, sia, soprattutto, riguardo a Gesù.
Da
questa luce e da questa visione inizierà per noi un genere di vita nuovo.
Infatti per l'anima in questo mondo altro non esiste che se stessa e Gesù: le
altre anime e le altre cose tutte esistenti, essa deve considerarle unicamente
attraverso Gesù Cristo ed in quanto le conducono a Lui.
3
- Punti fondamentali della devozione al S Cuore
Ci
sembra che la rivelazione a noi del Cuore di Cristo e il suo significato si
possa racchiudere in due principi, dai quali deriva una norma di azione
racchiusa nei concetti di Consacrazione e di Riparazione in unione
al sacrificio di Cristo.
Esporremo
tutto ciò in breve per farne poi nei capitoli seguenti una analisi più estesa.
Primo
Principio - Cristo mi
ama adesso.
Devozione
al S. Cuore significa dare a Cristo il posto che Gli spetta nel mondo e nella
nostra vita. Perché Gesù non può essere sostituito, anche con la figura del
più grande santo e con la Madonna stessa. Cristo personalmente continua a
reclamare da noi un amore assoluto come lo esigeva nella sua vita.
Il Cattolicesimo, come ce lo presenta la devozione al S. Cuore consiste precisamente non solo nell'evitare il peccato ma in un dialogo continuo con una persona viva: Gesù Cristo, che ci è molto vicino, più vicino di quello che possiamo immaginare. Più un cattolico è perfetto, più diviene profonda questa attitudine di umile attenzione a Cristo che gli parla costantemente sia direttamente che indirettamente per mezzo dei suoi rappresentanti.
Questo
concetto della vita ci mostra che tutto proviene da Gesù che ci ama, al momento
presente. Non ci amò solamente nella sua vita mortale fino a dare il suo sangue
per noi, ma oggi e adesso pensa continuamente a noi, a te.
La
realtà della grazia è una realtà di oggi ed è Gesù Cristo che ad ogni
momento sceglie ed invia le grazie che ognuno di noi riceve.
Secondo
Principio - Gesù
Cristo gode e soffre adesso
Le
nostre azioni sono o una gioia o una vera ferita al Cuore di Cristo. Non solo
perché nella sua vita mortale Egli le vide tutte e Gli furono causa di gioia
e di dolore, ma anche perché adesso Gesù Cristo ne risente.
Ora
Gesù non può più soffrire nel Suo corpo fisico, può invece gioire e godere.
Ogni azione buona Gli reca un piacere. Si rallegra nel vedermi entrare in una
chiesa come farebbe un amico a cui facessi visita.
I
nostri peccati invece, benché non possano in Lui causare dolore alcuno, dato
che Egli è per la sua glorificazione impassibile, sono però oggetto della sua
intima compassione; e una vera ferita è perciò causa di sofferenza per il
suo Mistico Corpo. Noi che apparteniamo alla chiesa cattolica siamo una sola
cosa, e le azioni di ognuno di noi influiscono sull'intero Corpo Mistico. Dio ha
voluto che dalla nostra perfezione dipendesse la salvezza di molte anime.
Il
peccatore ha perso per la vita soprannaturale ogni diritto e non ha nemmeno la
possibilità di esprimere un desiderio efficace di essere liberato dal peccato.
Un tale desiderio è frutto infatti della misericordia divina e Dio può far
dipendere la concessione di questa grazia dalle nostre preghiere e opere buone.
Dio non invia alla Sua Chiesa molte grazie perché i nostri peccati realmente
glielo impediscono. Il corpo Mistico soffre realmente dei peccati di ognuno di
noi. L'apparizione sulla via di Damasco non era un semplice simbolo.
Il
Cuore di Cristo ferito ci mostra questa vera sofferenza. Non solo i dolori che
patì durante la sua vita sulla terra, ma anche quelli attuali nel Suo Corpo
mistico, e il suo sentimento di attuale compassione per i peccati e le
sofferenze delle sue membra. Alla luce di questo concetto possiamo vedere adesso
meglio quale dovrà essere il nostro modo di corrispondere.
Nostra
risposta a questi principi Illuminata dal Cuore di Cristo ogni cosa, sia essa
piacevole o meno, ci appare in ultima analisi come proveniente sempre dall'amore
di Cristo, ogni umana azione ci si mostra come indice dello stato dei nostri
rapporti con Cristo: risposta negativa o positiva nel nostro colloquio con il
Figlio di Dio.
Dobbiamo
conservare questa convinzione in ognuno dei nostri giorni, e vivere di questa
visione. Così le notizie riportate dai giornali ci appariranno in ben diversa
luce. Quante sofferenze nel Corpo mistico! Leggendo per esempio che vi è
guerra e che un paese è stato distrutto, spontaneo sorgerebbe il pensiero di
Gesù, vivente nei nostri fratelli, che è sepolto con essi sotto le macerie.
Se
noi fossimo veramente convinti di ciò, se avessimo questo grande amore a Gesù
Cristo ci sarebbe quasi impossibile dimenticarlo. Non saremmo capaci di
passare davanti ad una chiesa e di non entrare a salutarLo, come del resto
riterremmo psicologicamente impossibile comportarci così con nostro fratello.
Quando
avremo trovato il valore di tutte le cose di questo mondo, avremo capito innanzi
tutto il valore della nostra esistenza. Motivo del nostro agire ci apparirebbe,
quale in realtà è, il dare una risposta positiva a Gesù Cristo arrecandogli
così una nuova gioia.
Apparteniamo
al Signore: «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rom. 14,
8).
Convinti
di ciò dobbiamo offrirci al Signore: «Prendi e ricevi le mie azioni e la mia
persona; disponi di tutto me stesso per la tua gloria». Realizzeremo così la
nostra Consacrazione come la cosa più naturale. Ci sarà più facile
psicologicamente l'evitare il peccato che può offenderlo, giungendo così a
vivere la Riparazione negativa. Ci sentiremo spinti ad amare Cristo e a servirlo
in modo da compensare la dimenticanza di tanti uomini, realizzando così la
Riparazione affettiva. Sapremo dare uno scopo alle nostre difficoltà e
sofferenze offrendole a Cristo in riparazione dei nostri peccati e di quelli
degli altri, attuando lo spirito di riparazione affettiva, in unione al
sacrificio di Cristo in Croce che si rinnova quotidianamente sugli altari.
La
consacrazione assume così un aspetto di riparazione e la riparazione compenetrandoci
sempre più a Gesù Cristo completa e perfeziona la nostra consacrazione stessa.
Per
la nostra unione con Cristo, Egli vive in noi e noi siamo le sue immagini nel
mondo, i testimoni della sua presenza nella Chiesa. Dopo esserci offerti con
Cristo nella Messa, ed esserci uniti al Suo sacrificio, Egli viene a noi nella
Comunione, per trasformarci in Sé. Ecco lo scopo del nostro intimo rapporto con
Cristo: trasformarci in Lui per essere sempre più e sempre meglio i suoi
visibili rappresentanti. La nostra trasformazione in Gesù Cristo deve infatti
trasparire nelle nostre azioni esterne; la nostra vita deve essere una visibile
rivelazione che indichi agli uomini il valore delle cose e del mondo intero. Gli
uomini devono finalmente accorgersi che noi siamo veramente morti a noi stessi
ed al mondo della corruzione affinché Cristo viva in noi. Abbiamo esposto in
breve la devozione al Cuore di Gesù. Essa è composta di vari gradi e gli
ultimi, i più perfetti fra questi, possono essere pei grandi mistici. Ammiriamo
la ricchezza di questa devozione per saper poi distinguere fra pii esercizi
e usuali preghiere, cose delle quali non si vuol negare la necessità e l'utilità,
ma che non sono affatto la devozione al S. Cuore.
Preghiamo
con fervore Dio, Padre nostro e Padre di Cristo, che si degni di concederci la
grazia di avere una personale rivelazione del Cuore di Gesù, nel senso sopra
spiegato, in modo che noi sappiamo realizzare nella nostra vita una reale
devozione quale è voluta dal Padre, e amata dal Cuore del Figlio.
«Nessuno
conosce il Figlio all'infuori del Padre» (Mt. 11, 27). Domandiamogli che ci
comunichi questa conoscenza, con le parole dallo Spirito Santo ispirate a S.
Paolo: «Piego le ginocchia davanti al Padre del Signor nostro Gesù Cristo...
affinché Egli dimori nei (vostri) cuori per mezzo della Fede... radicati e
fondati nell'Amore». (Eph. 3, 14).
CAPITOLO
IV
GESU’
CRISTO MI AMA ADESSO
E'
troppo breve una vita umana per conoscere il mistero di Gesù: un Dio Uomo. Il
Verbo eterno consostanziale al Padre da cui riceve l'identica natura, si fa
uomo... Un essere umano, che percorre inavvertito la Galilea, è nello stesso
tempo unito alla divinità.
Chi di noi può anche solamente sfiorare questo mistero? Questa Persona possiede tutti gli attributi divini: Onnipotenza, Sapienza, Bontà, Misericordia, Giustizia... Sostiene il mondo nelle sue mani e al tempo stesso si siede sull'orlo di un pozzo, perché è «stanco» (Gv. 4, 6). Vero Dio e vero Uomo.
Sarebbe
troppo lungo delineare qui un ritratto di Gesù Cristo. Prendiamo i Vangeli:
«ciò che di meglio si è scritto su Gesù»... Ma se è abbastanza facile
arrivare ad una conoscenza intellettuale di Cristo, più difficile è
possederne quella conoscenza fatta di ammirazione e di amore, che ci introduce
nelle file dei suoi seguaci. Non basta però provare ammirazione per Lui,
occorre fare un passo avanti. E' bello che un uomo cominci ad interessarsi di
Gesù Cristo; è cosa migliore che in Lui veda il più grande personaggio della
storia dell'umanità; se poi riesce a vedere in Lui l'Uomo-Dio, è già
penetrato nella verità; gli manca però ancora una cosa: ossia comprendere
che questo Uomo-Dio è un suo amico. In altre parole: se, considerando la vita
del Signore e la sua grandezza, giungiamo a provare ammirazione per Lui, dobbiamo,
come Zaccheo, saper scorgere Gesù che tra la moltitudine viene verso di noi, ci
chiama per nome e chiede con insistenza la nostra amicizia: «Zaccheo, presto
scendi perché oggi (ogni giorno) devo fermarmi in casa tua» (Lc. 19, 5).
E
questo non è un sogno, ma una autentica realtà, perché Gesù Cristo mi ama
adesso, più di quanto io ami me stesso, e così come sono: pieno di miserie.
1
- Gesù Cristo mi amò nella sua vita mortale
Gesù,
fin dal suo concepimento, possedeva nella sua natura umana la visione
beatifica. E' verità certa questa. Ora in questa visione Egli ci ha veduti con
ogni nostro pensiero.
Per
questo, quando noi ricostruiamo nell'immaginazione i fatti della vita di Gesù,
possiamo con aderenza alla realtà vedere noi stessi insieme agli spettatori.
Lo sguardo di Cristo, fuori dai limiti dello spazio e del tempo, vedeva la
nostra reale esistenza, il nostro corrispondere, il nostro reagire, gli
affetti e i desideri che avremmo provato nel meditare la sua vita. Certo ci ebbe
davanti quando pregando disse: «Non prego solamente per essi, ma anche per
tutti coloro che nella loro parola, credono in Me». (Gv. 17, 20).
Ognuno
di noi può, dunque, dire: Gesù pensava continuamente a me; fine esplicito
della sua vita fu la mia istruzione, la mia redenzione. Egli ha istituito la
Chiesa e tutti gli elementi che la compongono, per me in particolare, per amor
mio, e pensando espressamente a me, così come mi ha anche donato la sua Ss.ma
Madre, dicendo: «Ecco tua Madre», altrettanto devo pensare del Papa, dei
Sacramenti... quasi che io solo dovessi da essi trarre profitto.
2
- Gesù mi ama adesso
Fine
dei Sacramenti e della Chiesa è di comunicarci e sviluppare in noi la vita
della Grazia, la nostra unione con Gesù Cristo. Egli dà realmente i suoi doni
(la Chiesa ecc.) per poi darci Se stesso, nell'unione più intima che possiamo
immaginare.
«Gesù
Cristo è la vita nostra» (Col. 3, 4) non solo nel modo in cui è un
Legislatore nella comunità che governa, ma in un senso molto più vero.
Nel
Battesimo siamo stati generati da Cristo... «da Dio sono nati» (Gv. 1, 13). E
generazione comporta produzione di un essere vivente da un altro vivente a lui
congiunto per la stessa natura. Il figlio assomiglia al padre. Così avviene
anche nella vita sopprannaturale.
Gesù
Cristo imprime in noi nel Battesimo un «carattere»: una «somiglianza con Lui»:
somiglianza fondamentale e radicale, che trova la sua perfezione nella vita
della Grazia. Non sono le nostre buone azioni che ci rendono in primo luogo
simili a Cristo. Anzi è proprio perché assomigliamo a Cristo, che dobbiamo
imitarlo, vivere come richiede la nostra condizione. Esigenza questa del nostro
essere stesso che tende sempre ad esprimersi e svilupparsi secondo la sua natura.
Nel
nostro agire come figli di Dio non si tratta di una rappresentazione teatrale,
in cui dobbiamo fare la parte di re, che in realtà non siamo. Nel caso nostro
siamo fatti re e di conseguenza come tali dobbiamo agire. Non si tratta però di
divenire come i re di questo mondo: il che non importa cambiamento nella
natura umana. L'essere figlio di Dio eleva veramente la natura umana,
perfezionandola molto più di quanto essa potrebbe farlo da sola con qualsiasi
virtù e ascesi puramente naturale.
Nè
siamo solamente simili a Cristo, ma Cristo è la nostra vita. Esaminate voi
stessi, per vedere se siete nella fede, fate saggio di voi stessi. Non
riconoscete da voi medesimi che Gesù Cristo è in voi? A meno che non siate
proprio riprovati (II Cor. 13, 5). La vita nostra è una partecipazione della
vita stessa di Cristo: «Io sono la vite, voi i tralci», «Senza di me non
potete far nulla (Gv. 15, 5).
«Non
sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal. 2, 20). «perché voi
siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col. 3, 3). E la
nostra vita è una unione sempre più intima con Cristo: «Rimanete in me e io
in voi» (Gv. 15, 4). «E la nostra comunione è col Padre e col Figliolo di
Lui, Gesù Cristo» (1 Gv. 1, 3). Tale unione con Cristo ci sostiene in grazia,
anzi ce l'accresce e ci rende sempre più simili a Lui: «Figlioletti miei, che
porto nel mio seno, finché in voi non sia formato Cristo» (Gal. 4, 19) «finché
non arriviamo tutti, alla misura dell'età piena di Cristo» (Eph. 4, 13).
Unione
trasformante che si estende non solo all'anima, ma perfino al corpo: «Voi siete
il tempio del Dio vivente» (II Cor. 6, 16). «Non sapete voi che il vostro
corpo è tempio dello Spirito Santo che in voi è dato da Dio, e che non
appartenete a voi stessi? ...» «Glorificate e portate Dio nel vostro corpo»
(I Cor. 6, 19, 20).
Il
nostro corpo consacrato e unto prima nel Battesimo e poi nella Cresima, è divenuto
tempio dello Spirito Santo, ed è perciò santo anch'esso. Volendo usare un
ardito paragone: il corpo di un cristiano si differenzia da quello di un
pagano, analogamente come un'Ostia consacrata differisce da una non
consacrata. Nei due casi l'occhio umano non percepisce alcuna differenza, ma
questa in realtà esiste.
Proprio
perché il nostro corpo è santo noi risorgeremo gloriosi con esso e con esso
saremo assunti con Cristo. Così è già avvenuto per la nostra Madre assunta in
cielo. Quando gli uomini hanno sepolto un altro uomo, dopo qualche tempo non si
preoccupano più del suo corpo. Solo Gesù, che ardentemente desidera
glorificare le sue membra pensa ancora al nostro corpo: «Affinché la vita di
Gesù si manifesti nella nostra carne mortale» (Il Cor. 4, 10).
Per
conservare ed aumentare questa unione e somiglianza con Lui, che raggiunge il
corpo stesso, Gesù Cristo ci dà per alimento il Suo Corpo e il Suo Sangue: «Come
il vivente Padre mio inviò me e io vivo per il Padre, così chi mangia di me,
vivrà per me» (Gv. 6, 58).
Cristo
non organizzò la sua Chiesa in generale. Non morì, né istituì i Sacramenti
per una massa ignota, dicendo: «Esista un Battesimo che come una macchina
produca dei figli di Dio che si uniscano a me». Egli non ha dimenticato tutto,
dal momento che è salito col corpo risorto nella gloria del Padre. Sarebbe
assurdo il pensarlo, sarebbe quasi totale ignoranza della vita soprannaturale.
Questa è infatti una relazione tra persone intelligenti e amanti. Gesù Cristo
realizza coscientemente la sua unione con ogni uomo in grazia di Dio. La sua
natura umana prova la gioia e l'emozione di una nuova amicizia. Coscienza e
amore che sussistono in ciascun momento della sua unione con noi e accompagnano
uno per uno i favori che Egli ci fa. Egli ha coscienza della sua vita e di
quella che dà agli altri. Non ci è lecito pensare quello che l'emorroissa
pensava quando cercava di rubargli un miracolo...
3
- Tutto ci viene dall'amore di Gesù
Le
varie circostanze in cui la nostra vita si muove, non sono dovute al caso: Dio
le richiede per la nostra santificazione. Esse sono un aiuto per ottenere le
grazie meritateci da Gesù Cristo e provengono dall'amore personale di
Cristo per noi. Per Lui non esiste la massa: ci conosce personalmente e nella
nostra individuale santità.
Ciò
è vero, sia quando si tratta di circostanze naturali piacevoli: gioie
familiari, successi professionali..., sia quando si tratta di grazie spirituali:
fervore e grazie nella preghiera..., ma anche nelle croci e nelle difficoltà
che ci si presentano. Tutto ciò che ci accade ci viene elargito dalle mani
trafitte di Gesù, che pesa tutto sulle ferite del suo amore, dandoci solo ciò
che vede essere la cosa migliore per noi, insieme alle grazie necessarie per
sopportarla. E' evidente che non prova gusto nel vederci soffrire, e non
permetterà che spargiamo lacrime senza motivo. Quando ci invia difficoltà,
Egli ci ama ancora di più, perché allora Egli stesso porta la pena di vederci
soffrire. E lo fa solo perché è cosciente che quelle difficoltà sono un bene
per noi in quel momento.
La
delicatezza dell'amore di Cristo per noi non è stata lontana da noi nemmeno durante
i nostri peccati: in quei medesimi istanti Egli aveva cura di noi: per non
farci precipitare più in basso, per fermarci in tempo e per conservarci la
possibilità di amarlo più perfettamente per tutta la vita. Questa è la realtà.
Tutte le grazie attuali che Gesù distribuisce ad ogni momento, le distribuisce
con piena coscienza di ciò che fa. «Senza di me non potete far nulla» disse
Gesù. Dunque ognuno di noi dipende da Lui, come la Chiesa tutta. Tale
dipendenza in Cristo, cosciente ed amorosa, richiede che noi viviamo per lui,
solo per Lui, nella misura delle grazie che ci sono state concesse: «Secondo
la misura del dono di Cristo» (Eph. 4, 7).
Dobbiamo
domandare la grazia di sentire nell'intimo dell'anima questa verità, alla luce
della fede, affinché divenga per noi una norma di vita. Vedere Gesù Cristo nei
suoi doni, che non sono altro che la sua presenza in noi ed una partecipazione
delle sue perfezioni. In questo modo anche i dolori più difficili che dovremo
sopportare si trasformeranno ai nostri occhi in un misterioso segno dell'amore
di Cristo.
Il
Padre Raffaele Reyes insegnava lettere in un seminario. Era ancora giovane quando
rimase cieco e così non potè essere ordinato sacerdote. Se al mondo vi sono
delle altre prove, tra queste non sono le più piccole il divenire ciechi e il
dover rinunciare al sacerdozio per chi ne ha ricevuto e abbracciato la
vocazione. Ma Raffaele Reyes che viveva fortemente la realtà del suo intimo
dialogo con Cristo, scrisse in quella occasione una poesia meravigliosa. In essa
diceva: «Quando ero piccolo mia madre era solita
avvici-narmisi di nascosto, mettermi le mani sugli occhi, per domandarmi poi: «Chi
è?». Io, che la riconoscevo, rispondevo abbracciandola: «Sei la mia mamma!».
Ora sono ormai grande e sei venuto tu, Dio mio, e mi hai posto le mani sugli
occhi e mi chiedi: «Chi sono?». Io riconosco la tua voce e le tue mani e
rispondo: «Sei mio Padre!» E il mio desiderio è che Tu ritiri le tue mani,
affinché io possa contemplare il Tuo volto e abbracciarti per tutta l'eternità».
Così
dovremmo poter dire anche noi durante la nostra vita, specialmente nei giorni
di interiore oscurità, di angustie, di croci. «Sei tu, o Gesù, il mio amico.
Desidero solo vedere il Tuo volto. Ti vedano i miei occhi, o Gesù buono...» E
quando le tenebre divenissero più intense e noi non sapessimo guidare
l'anima nostra, dovremmo con maggiore fiducia gettarci tra le sue braccia supplicandolo:
«Guidami tu, Signore. Io non ci vedo più e la notte s'avanza. Mio Dio... Tu
solo sei la Luce».
4
- Gesù mi ama così come adesso sono
Noi
siamo un risultato di tutta la nostra vita e di tutto il nostro passato, delle
nostre qualità e difetti, del nostro carattere, delle nostre infedeltà e
peccati passati.
Gesù
ama sì il nostro «Io» ideale, ma anche la sua reale attuazione: «Egli
sapeva che cosa ci fosse nell'uomo» (Gv. 2, 25).
Forse
noi non siamo soddisfatti di noi stessi perché ci vediamo troppo al disotto
dell'io elevato che nel nostro orgoglio sogniamo. Forse per questo cerchiamo
di occultare a noi stessi ciò che siamo quando ci mettiamo in preghiera, come
se in realtà non continuassimo sempre ad essere quegli uomini deboli e
peccatori che siamo... Forse il ricordo delle nostre infedeltà ci turba e costituisce
per noi un tormento: «Perché ho commesso tanti peccati e così gravi?»
Ma
attenzione, non sempre questa domanda nasce in noi dall'amore di Cristo, anche
l'amor proprio e l'orgoglio sanno produrre un simile frutto. E se ne vogliamo la
prova, domandiamoci: i peccati degli altri, producono in noi un eguale dolore? E
non sono forse anch'essi offese a Cristo?
Il
ricordo del passato costituisce spesso per molti buoni un problema psicologico.
Non perché dubitino di essere stati perdonati, ma per il pensiero delle tante
occasioni in cui non sono stati fedeli a Cristo. Così il passato infedele è
per alcuni un peso morto che trascinano per tutta la vita.
Ma
non bisogna preoccuparsi. Cristo ci ama così come siamo, con il nostro passato.
La prova più grande di amore verso di Lui è fidarsi di Lui, accettare la vita
passata così come è stata ed esserGli veramente riconoscenti di aver
permesso quei peccati che ora servono a mettere le basi della nostra umiltà.
Non
dobbiamo turbarci per i peccati passati. dobbiamo detestarli, e preferire la
morte prima di commetterne altri. Ma dobbiamo ringraziare Gesù che li ha
permessi. Nessuno può voler servire Cristo solo con la condizione che Egli ne
faccia un capolavoro di giustizia, ove risplenda solo l'innocenza. Dobbiamo
esser contenti che Egli faccia di noi un capolavoro della sua misericordia.
La
vita spirituale non è come una combinazione di treni, nella quale perdutone
uno è finito l'intero viaggio. La vita spirituale può essere più giustamente
paragonata ad una gita in montagna. Perduto il cammino una volta e fallito il
primo progetto, non per questo si deve rinunciare. Basta mettersi nelle mani di
una guida. E' facile che egli ci conduca ad una escursione migliore di quella
che era in progetto.
Fidati
di Gesù Cristo, che hai suoi disegni su di te. Non turbarti per il passato:
Egli ti ama adesso.
Affida
il tuo passato alla Misericordia, il futuro alla Provvidenza e trascorri il presente
amando. «Io conosco le mie pecorelle... nessuno me le strapperà di mano» (Gv.
10,28).
Accetta
la tua vita passata e abbandonati nelle mani di Gesù. Non vi è nel Vangelo un
passo in cui Gesù Cristo rinfacci un peccato a coloro a cui ha perdonato. Un
peccato rimpianto può dare più gloria a Dio di un atto virtuoso del quale uno
si vanti.
Ripensare
continuamente al passato ed occuparsene sempre, significa avere un erroneo
concetto dell'amore di Gesù. Non ci dispiacerebbe forse che una persona cara
ritornasse sempre a ricordarci un dolore causatoci una volta?
CAPITOLO
V
GESU’
CRISTO SOFFRE ADESSO?
Non è in poco tempo che si giunge a comprendere la portata del peccato e ad acquistarne un'esatta cognizione. Eppure è cosa importantissima per il nostro tempo che ha perso il senso della sua gravità.
In
molti peccatori che pur riconoscono le loro cattive abitudini, e in molte anime
che vivono con pochissima cura della religione, si riscontra un indefinito
atteggiamento interiore che può così tradursi: «Se avessi conservato
l'innocenza, mi sforzerei di conservarla anche in seguito, ma dal momento che
l'ho persa perché mi devo sforzare?»
Una
tale espressione è possibile solamente quando si ha del peccato un concetto
umano. Se, poi, vogliamo tradurre tale espressione nei termini della devozione
al S. Cuore, si nota quanto di diabolico si celi in simile idea. Essa equivale,
infatti, all'altra: «Se non avessi flagellato Gesù Cristo, farei di tutto per
non flagellarlo mai, ma dato che l'ho colpito una volta, continuerò a colpirlo».
Difficoltà
e turbamenti nella vita dell'anima sono spesso generati da una incompleta
idea del peccato, come se questo fosse solamente un disordine morale, una colpa
giuridica, o addirittura una mancanza ad un punto d'onore.
1
- Il peccato in relazione alla natura fisica di Cristo
La
devozione al S. Cuore insegna a considerare il peccato nel suo termine. Osservando
un'immagine del S. Cuore appaiono chiaramente gli effetti del peccato: le spine,
la croce, la ferita della lancia..., anche se non appare da dove provengono
queste ferite. Ciò non ha importanza. In realtà quelle ferite esistono e sono
gli effetti del peccato di chiunque sia.
Infatti,
i nostri peccati sono la causa dei dolori fisici di Gesù, della sua croce. Egli
prese su di sé i nostri peccati, ben sapendo che erano nostri, di ognuno di
noi. Ciascuno può dunque dire: se avessi peccato di meno, Gesù avrebbe
sofferto di meno.
I
peccati nostri sono la sofferenza più terribile che patì il suo Cuore. Un
Cuore così sensibile deve aver sofferto immensamente per l'ingratitudine
nostra, Egli, che si lamentò dell'ingratitudine dei nove lebbrosi...
Ogni
nostro peccato è un'ingratitudine verso Dio, nostro Creatore, Redentore, e
amico sacrificato per noi: «Ricrocifiggendo essi per conto proprio il Figlio di
Dio» (Hebr. 6,6).
Eviteremo
perciò di commettere peccati e procureremo che Cristo non sia offeso.
Chi
considera il peccato sotto questo aspetto, se prima aveva il coraggio di
chiedere al Signore la morte, piuttosto che commettere un peccato mortale,
forse sentirà ora l'aspirazione ad offrire la propria vita al Signore per
evitare anche un solo peccato mortale di una qualsiasi anima.
I
nostri sforzi, per seguire Gesù, arrecano una consolazione al suo Cuore, nella
passione: vedendo il nostro pentimento, la nostra buona volontà di aiutarlo
e consolarlo, se ne sarà rallegrato.
«Con
tanta maggior verità le anime pie meditano queste cose, in quanto che i peccati
e i delitti degli uomini, in qualsiasi tempo commessi, furono la causa per cui
il Figlio di Dio fosse dato a morte; ed anche al presente essi, di per sè,
cagionerebbero a Cristo la morte, accompagnata dagli stessi dolori e dalle
medesime angosce; giacché si considera ogni peccato rinnovare in qualche modo
la passione del Signore: «Di nuovo in loro stessi crocifiggendo il Figlio di
Dio esponendolo al ludibrio» (Hebr. 6, 6).
Che
se a cagione anche dei nostri peccati futuri, ma previsti, l'anima di Gesù
divenne triste sino alla morte, non è da dubitare che qualche conforto Egli non
abbia anche fin d'allora provato per la previsione della nostra riparazione,
quando «a Lui apparve l'angelo del cielo» per consolare il Suo Cuore oppresso
dalla tristezza e dalle angosce.
E
così anche ora in modo mirabile, ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare
quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli
uomini sconoscenti...» (Enciclica Miserentissimus).
2
- Il peccato e la gloriosa umanità di Cristo
Soffre
Cristo adesso? Certo non nel suo Corpo glorificato. «Cristo, una volta risuscitato
dai morti, più non morrà, non avendo la morte più alcun dominio su di Lui»
(Rom. 6, 9). Il Corpo glorioso di Cristo non può morire, e sofferenza fisica,
ferita, malattia sono nel linguaggio della Scrittura, morte iniziale: dunque
esso non può nemmeno essere ferito o provare dolore.
Nella
sua anima Gesù possiede la visione beatifica, e per essa è nella pienezza
della felicità. Questo però non risolve ancora la questione.
Infatti
anche quando Gesù era nel mondo la sua anima possedeva la visione beatifica e
di conseguenza era anche nella felicità. Ma la visione beatifica non impediva
che Gesù soffrisse fisicamente nel suo Corpo, e che moralmente sentisse
compassione nella sua anima alla vista delle offese che il Padre riceveva, e
dei mali morali che affliggevano gli uomini: «Ho pietà di questa folla» (Mc.
S, 2). «Vedute le folle ne ebbe pietà perché erano stanche e abbattute come
pecore senza pastore» (Mt. 9, 36).
Questo
sentimento concreto di compassione espresso in questi testi non era esclusivamente
condizionato dalla passibilità del corpo, procedeva direttamente nella sua
anima dalla intuitiva visione della realtà dolorosa.
Nell'attuale
stato glorioso, Cristo non soffre; però possiamo ammettere che sente
compassione nell'anima sua. Non è indifferente alle offese fatte al Padre, né
al male morale dei suoi membri sulla terra, e nemmeno ai loro dolori fisici.
Allo stato attuale di Cristo si riferisce la lettera agli Ebrei nel dire: «Non
abbiamo infatti, un sommo sacerdote che non possa compatire le nostre infermità»
(Hebr. 4,15).
Possiamo
con un esempio umano cercare di spiegare il sentimento di compassione in Gesù.
Una
madre benestante e in perfetta salute, al sentire la notizia che il figlio è
stato trasportato in una clinica, gravemente ammalato, non può fare a meno di
sentire compassione per la malattia e le sofferenze del figlio: anche se in
questo caso la compassione è unita al dolore. In Gesù, invece, no.
Né
questa affermazione sembra contraria ad alcuna definizione ecclesiastica; né
sembra incompatibile con la attuale felicità dei beati nel cielo. Anzi si può
dire il contrario. In certo senso, supposta la attuale esistenza delle offese al
Padre e le sofferenze delle sue membra sopra la terra, possiamo dire che questo
sentimento di compassione è un elemento della sua felicità. Similmente avviene
per una madre: supposta la infermità del figlio, non vi sarebbe pena maggiore
di non poterlo compatire. Certamente sarebbe più felice se il figlio non fosse
gravemente malato (come Gesù lo sarà quando non vi sarà più peccato); ma,
supposta la malattia, è più felice nel poterlo compatire. Poiché, in ultima
analisi, nella compassione vi è una fruizione dell'amore.
Ed
è vero che la compassione si esercita in modo perfetto, senza mescolanza alcuna
di imperfezione o di dolore, che turbi la serenità dello spirito beato, anche
se si trattasse di un sentimento più profondo del più ardente zelo dei
santi: più profondo di quello che ardeva in S. Paolo, quando esclamava «Chi è
scandalizzato e io non brucio?». Circa il mistero di questa compassione
profonda, insieme con una pace profonda e senza dolore, ci danno alcune
illustrazioni le dottrine degli autori mistici.
3
- Il peccato in relazione al Corpo Mistico
Se
Gesù Cristo non soffrisse ora in nessun modo, che cosa significherebbero allora
le spine che circondano il suo cuore? Erano forse un puro simbolo le parole del
Signore: «Io sono quel Gesù che tu perseguiti!»? Abbiamo detto che Gesù non
soffre nel suo corpo fisico anche se sente compassione nella sua anima; soffre
però nel suo Corpo mistico.
I
nostri peccati sono un cattivo esempio. Se non ci comportiamo come dobbiamo,
siamo causa del mancato riconoscimento di Gesù nella sua Chiesa e impediamo che
la vera Chiesa appaia in tutta la santità, in cui è costituita.
«Signore,
ti chiedo perdono di essere stato, col mio cattivo esempio, la causa per cui
molti non hanno riconosciuto la tua chiesa». Così pregavano settantamila persone
nel Katholikentag di Berlino.
Però
vi è di più: i peccati dei cattolici, anche quelli più nascosti, causano
una vera ferita al Corpo mistico. Gesù Cristo diventa un lebbroso nel suo Corpo
mistico. Spetta a noi aiutarlo o continuare a flagellarlo.
Gesù
Cristo soffre dunque attualmente, perché il Corpo mistico è una realtà. I
miei peccati non distruggono perciò solamente la grazia in me, ma minacciano
anche quella di altre anime. Esse vengono infatti private del mutuo aiuto, che
la nostra generosità apporta ad ogni altro membro del Corpo mistico. Questa
privazione costituisce già in sé una ferita e può essere inoltre occasione
della mancata generosità di altri. In tal modo appare chiaro di quante ferite
al Corpo mistico ci siamo resi, in certo senso, responsabili con i nostri
peccati.
I
peccati degli altri cattolici non devono lasciarci indifferenti. Sono ferite al
Corpo mistico e noi, quali membra vive, non possiamo non risentirne, così
come succede per le varie membra del nostro corpo fisico.
Devono
interessarci i peccati dei cattolici e devono colpirci da vicino, così come era
colpita la madre di un giovane affetto da T. B. C., la quale al medico, che
cercava la causa del suo progressivo indebolimento, rispondeva: «Che cosa mi
fa male?... i polmoni di mio figlio!»
Grandezza
di una realtà soprannaturale «La passione espiatrice di Cristo si rinnova e in
certo qual modo si completa e continua nel Corpo mistico che è la Chiesa».
(Pio XII).
«Cristo
patì, quando doveva patire; non manca niente alla misura della sua Passione,
nel Capo; mancavano ancora i dolori di Cristo nel Corpo», (S. Agostino).
Non
aveva Gesù detto già questo, quando apparendo a Saulo, che spirava odio e
morte contro i cristiani, disse: «Io sono quel Gesù che tu perseguiti!»?. Così
ci indicò che perseguitare la Chiesa è impugnare il suo stesso Capo. E'
perciò giusto, che Gesù Cristo, mentre continua a soffrire nel suo Corpo
mistico, ci abbia come soci nell'espiazione.
Noi
dovremmo sentire profondamente questa intima unità. Il sentire come cosa
propria ciò che riguarda la salute di tutto il Corpo, è segno di salute
spirituale.
S.
Agostino, commentando le parole del Signore: «Restate in me e io in voi» (Gv.
15, 4), dice: Resteremo in lui, se saremo suoi templi; resterà Egli in noi se
saremo sue membra vive»; membra cioè, sensibili alle ferite e alle malattie
del Corpo mistico. Questa sensibilità presuppone una vita interiore
sufficientemente sviluppata. Dobbiamo chiedere la grazia per poter dimenticare
le nostre difficoltà e pene e per potere, nello stesso tempo, sentire
profondamente il dolore, con Cristo dolorante; l'abbattimento con Cristo
sofferente; intimo dolore per la terribile sofferenza, che Cristo sopporta per
me nel suo Corpo mistico. Dobbiamo, insomma, provare pena non solo per i
dolori, che Cristo patì per noi duemila anni fa, ma anche per quelli che Egli
sopporta al presente. La pena di Cristo sia anche la nostra ed il nostro unico
desiderio sia quello di alleggerire la sua pena, curare le sue ferite,
consolarlo il più possibile per tutto ciò che soffre.
4
- I peccati delle «mie anime»
Considerarsi
innocente, purificato, provar compassione per i peccatori e limitarsi ad offrire
preghiere e sacrifici perché coloro ottengano da Dio il perdono, non è
atteggiamento pienamente cattolico. Tanto meno agirebbe da cattolico chi
tracciasse una linea di divisione tra sé e i peccatori, anche se si
interessasse di essi, in quanto sono causa di ferite al Corpo mistico. Chi
avesse una simile idea dell'ordine soprannaturale in cui viviamo, troverà
difficile comprendere la riparazione nel suo vero senso. Si domanderà,
infatti: «Se posso curare le ferite del Corpo mistico con il mio apostolato,
con opere buone di ogni specie, perché devo farlo proprio per mezzo del dolore
e delle sofferenze? Se sono innocente, perché devo soffrire?»
Questa
domanda diventa più assillante nel mistero della croce di Cristo. Egli, infatti,
perché accettò di soffrire tanto, se un suo atto d'amore sarebbe stato
sufficiente per meritarci la grazia e il perdono?
La
riparazione ha un duplice significato: uno più vasto, che corrisponde genericamente
a «consolazione», e un secondo più esatto che indica «espiazione».
Riparazione,
in quanto «consolazione», comprende tutte le buone azioni, che in qualche
maniera compensino i peccati e le ingratitudini contro Gesù Cristo; azioni
buone quali: la preghiera, l'amore, le opere buone, i sacrifici...
Riparazione
in quanto «espiazione» comporta la necessità di subire una sofferenza.
Trattandosi dei nostri peccati personali, non basta onorare e amare Dio, ma
dobbiamo anche offrirgli una soddisfazione (espiazione) per i nostri peccati.
E per i peccati degli altri vale lo stesso principio.
Ciò
è avvenuto concretamente nella soddisfazione che Gesù ha voluto offrire per
noi. Siamo davanti ad uno dei più grandi e fondamentali misteri dell'ordine
soprannaturale: Gesù Cristo ha soddisfatto per i nostri peccati. Per meritarci
la grazia del perdono sarebbe bastato un solo suo atto di amore. Né era
necessaria la sua Incarnazione, sarebbe stato sufficiente che assumesse la
natura angelica per compiere azioni infinitamente meritorie, e ottenerci perfino
la grazia del perdono.
Quanto
una tale ipotesi sia contraria al pensiero di S. Paolo appare però dalle costanti
sue affermazioni su Gesù, fattosi a noi simile, uno di noi, per realizzare il
suo piano: «Nato di donna, nato sotto la Legge per riscattare quelli che erano
sotto la Legge» (Gal. 4, 4-5).
Essendo
Egli realmente nostro capo, i nostri peccati divenivano in un certo senso
suoi, e la sua riparazione la nostra. Non si trattava di metafora giuridica,
quasi che il Padre agisca come se Gesù fosse carico dei nostri peccati. Ciò
non giustificherebbe la Sua divina azione. Nella realtà, la divina giustizia
come condizione necessaria affinché la misericordia perdonasse, esigeva la
passione e la morte di Gesù Cristo.
Abituati
a considerare la misericordia divina solo con i nostri concetti, siamo tentati
di credere che Dio, nella sua misericordia potrebbe perdonare tutti i peccati
dell'umanità senza bisogno di una stretta riparazione, ma ciò forse non è
del tutto esatto. Come è assurdo considerare ciò che può fare l'Onnipotenza
divina, prescindendo dalla ordinata Bontà, forse è altrettanto assurdo
considerare ciò che può fare la Misericordia, senza tener conto della
Giustizia. Quest'ultima è, infatti, un attributo divino non meno vero della
Misericordia; ed essa esige la riparazione.
Forse
possiamo chiarire la cosa con un esempio.
Supponiamo
di essere amici di un'alta personalità, la quale, in un'occasione, venga
ingiuriata da un suo suddito. Certo i nostri atti di amicizia e di riverenza
potranno consolarlo dell'ingiuria, potranno forse fargliela dimenticare; ma ciò
non costituisce una riparazione dell'ingiuria.
Potrebbe
esserci vera riparazione, se tra noi e il suddito offensore ci fosse una unione
tale che, senza cessare di essere amici di quella persona, l'offesa del suddito
si potesse considerare come nostra e di conseguenza la nostra soddisfazione,
accompagnata dalla possibile riparazione del suddito stesso, potesse
considerarsi come la sua riparazione. In questo caso la soddisfazione non
potrebbe consistere in un semplice atto di amicizia, ma dovrebbe essere un atto
di stretta riparazione dei diritti lesi.
Non
è facile dire in che cosa consista l'unione, fondamento della soddisfazione.
Una tale unione esiste realmente tra Gesù e gli uomini, tra Maria, Mediatrice
di tutti, e gli uomini suoi figli.
Non
sembra che si possa affermare questa stessa unione, nello stesso grado, tra
ognuno di noi e l'umanità tutta. Esiste però una reale solidarietà
soprannaturale di questo tipo con alcuni membri della Chiesa.
Alle
anime che sono a noi unite più da vicino (non in senso spaziale o materiale)
e a quelle che - se anche attualmente non formano parte della Chiesa - possono
con il nostro contributo accrescere il Corpo mistico di Cristo, ognuno di noi
potrebbe dare il nome di «mie anime». E' il campo della nostra azione
conservativa ed accrescitiva in quanto membra del Corpo mistico.
Di
conseguenza i peccati di queste anime sono veramente nostri, non nel senso che
siano nostri peccati personali, causa di dannazione o castigo per noi. Ma nostri
perché ci riguardano in modo speciale; Così se noi soffriamo per essi, e ci
uniamo alla riparazione, che, per quanto insufficiente, i peccatori offrono
personalmente, possiamo veramente soddisfare per essi. Nel considerare questi
peccati potremo con più verità dire: «Signore, perdonaci», come, sempre al
plurale, ci fa pregare la Chiesa. Potremo riparare con le nostre penitenze e
sacrifici questi peccati delle «mie anime», peccati che sono vere ferite al
Cuore di Gesù. Comprendere e sentire profondamente questa verità è una
grazia. Chiediamola. Da questa comprensione si capisce quale posto debba avere,
tra le pie pratiche della devozione al S. Cuore, l'Ora santa; e quanto essa sia
conforme allo spirito della devozione stessa. Passando un'ora in preghiera si
implora la divina misericordia; si consola Gesù dell'abbandono in cui fu
lasciato nel Getsemani, mentre si cerca di compenetrarsi dei sentimenti del suo
Cuore, di sentirsi con Gesù sopraffatti sotto il peso dei peccati dell'umanità
intera. Quei peccati Egli aveva fatti suoi; per cui agli occhi del Padre Egli
appariva ripieno di peccato. Ad anime, chiamate dal Signore ai doni della vita
mistica, questi sentimenti possono far toccare i limiti delle umane possibilità.
Noi ci accontenteremo almeno di chiedere un'interna convinzione di questa realtà,
fondata sulla nostra fede. Assumeremo così nella nostra preghiera e nella vita
spirituale un atteggiamento molto più umile di sottomissione a Cristo nostro
Signore.
CAPITOLO
VI
LA
CONSACRAZIONE
«Con
la consacrazione offriamo al Cuore di Gesù noi e tutte le cose nostre, riconoscendole
ricevute dalla eterna carità di Dio» (Miserentissimus).
Convinti che Cristo ci ama e che con la sua azione e volontà ci parla continuamente di un dialogo d'amore, la nostra posizione di persone ragionevoli sarà di riconoscere questo amore, ascoltare ciò che Egli ci dice e quindi cogliere ogni occasione per ripagare il Suo amore per noi.
E'
perciò necessario considerare Gesù Cristo non come una cosa, ma come una
Persona vivente. Sull'altare non sta un corpo inerme, ma un Uomo in carne ed
ossa e al tempo stesso Dio. Dobbiamo trattarlo come una Persona viva; così la
nostra vita religiosa assumerà un aspetto più personale.
Il
nostro amore a Gesù Cristo deve continuare ad ardere durante le occupazioni
della giornata. Guardando ogni avvenimento ed ogni cosa in relazione a Gesù
Cristo e studiandoci di mostrarGli il nostro amore ogni volta che ci è
possibile.
Così
daremo alla nostra vita spirituale un aspetto fortemente cristocentrico.
Vogliamo un esempio? La devozione alle anime del Purgatorio sarà cristocentrica
quando noi, per far piacere a Cristo, che ama queste anime e desidera che
entrino nella gloria per poterle abbracciare, offriamo le nostre sofferenze;
penitenze, suffragi e indulgenze a loro vantaggio, e nello stesso tempo vorremmo
ripagarlo, con l'avvicinare un'anima a Lui, di tutte le nostre infedeltà con
le quali ci siamo da Lui allontanati.
In
modo simile possiamo agire riguardo al prossimo, ai superiori, ai sacerdoti...
offrendo ciò che è nostro a Cristo in cambio dei Suoi doni e del Suo amore.
Vi
è ancora di più: «Questa è la volontà di Dio, la santificazione vostra» (1
Tess. 4, 3). (…)
La
santità è la conformità della nostra volontà con la Volontà di Dio. «La
santità consiste nella trasformazione della volontà propria nella pura
volontà di Dio» (S. Giovanni della Croce).
A
Loyola, sopra l'altare della conversione è scritto: Qui si consacrò a Dio
Ignazio. Ignazio, un buon ufficiale cristiano del suo tempo, aveva fatto i suoi
piani per il futuro, piani non peccaminosi; potranno essere stati mondani e
frivoli, ma non erano peccato. Colpito ad una gamba, costretto all'immobilità,
legge, dato che non gli si può procurare altro, una vita di Cristo. Durante
quelle giornate di grazia, Ignazio si convince che Cristo è una Persona
vivente, che ha una parte nella sua vita. Allora rinuncia ai suoi disegni e si
mette a completa disposizione di Gesù. Come Saulo sulla via di Damasco si
trovò faccia a faccia con Gesù Cristo vivo, che è lo stesso di ieri, di oggi
e di sempre, ed esclamò: «Signore, che vuoi che io faccia?».
Ecco
la santità: la rinuncia, ai propri disegni, perfino ai propri ideali di
santità, perché si realizzino in noi quelli di Cristo. Gesù, infatti, ha
attualmente i Suoi piani su di noi e noi non ne concepiamo nemmeno lontanamente
la grandezza, né quello che ci è di ostacolo, perché possano divenire realtà.
I nostri piani ostacolano i Suoi. Il più piccolo affetto disordinato nutrito
in cuore è un grande impedimento alla nostra consacrazione a Gesù Cristo.
Non
è facile, ma dobbiamo studiare di fare il possibile, con la grazia dello
Spirito Santo: «Veni sanctificator, omnipotens, aeterne Deus et benedic hoc
sacrificium tuo sancto nomini praeparatum»: «Molti pregano, si
mortificano, lavorano, ricevono i Sacramenti, praticano le opere di
misericordia; pochi si consacrano totalmente a Dio Nostro Signore.
Interiormente non rinunciano a se stessi» (Ginhac).
Consacrazione è mettersi totalmente a disposizione di Cristo: atto serio e ben meditato.
Come
il calice unto e consacrato dal Vescovo servirà solo per il servizio
dell'altare, tanto che il farlo servire ad un altro uso è sacrilegio; in modo
simile la persona che si consacra all'amore di Gesù deve dedicarsi ormai per
sempre all'ufficio di compiere la sua Volontà.
Con
piena avvertenza dell'atto che si compie bisogna presentarsi al Signore e con
tutto il cuore abbandonare la propria persona, il corpo e l'anima, nelle Sue
mani: «Offriamo noi stessi e le nostre cose» (Miserentis-simus).
Con
quest'atto prendiamo tutta la nostra vita passata, noi come siamo a causa del
nostro passato, la vita del momento attuale per offrirla a Cristo, decisi a
dirigere il nostro futuro a seconda delle disposizioni della nostra offerta
attuale.
L'anima
ed il corpo sono a disposizione di Cristo per sempre: «Sono Vostro, per Voi
sono nato, che volete fare di me?»
Tutto
dipende dal nostro «sì». E dobbiamo (per generosità e per gratitudine)
rispondere questo «sì» totale.
Con
la maggior fiducia offriamo il nostro corpo e l'anima nostra così come sono:
con le nostre mancanze e i peccati passati, che Gesù Cristo non ci rinfaccerà
mai.
Pochi
anni fa viveva una donna, delegata comunista del suo quartiere. Venne un nuovo
parroco che si interessava molto degli operai e che predicava fervorosamente la
Via Crucis ogni venerdì. Molti si riavvicinarono alla Chiesa e si
convertirono. Solo quella donna non si faceva mai vedere in Chiesa.
Un
giorno, però, mentre stava lavando vicino alla Chiesa udì le fervorose
parole del parroco. Fu toccata dalla grazia e si convertì.
Dopo
qualche settimana al parroco si guastò la macchina da scrivere e pensò che
gliela avrebbero potuta aggiustare le figlie di quella donna, che lavoravano in
una fabbrica di macchine da scrivere. Portò allora la macchina a casa della
ex comunista che gli disse: «Con piacere, ma dovrà attendere la settimana
prossima, perché sono molto occupate ed ora non hanno tempo».
Il
parroco le lasciò la macchina e tornò a casa. Nemmeno un'ora dopo la ex comunista
tornò con la propria macchina da scrivere e, dandola al Parroco, gli disse
semplicemente: «Padre, lei ha bisogno di una macchina. Guardi, io con questo ho
commesso molti peccati; vorrei che lei adesso la santificasse con le sue mani
sacerdotali...»
Ecco
un mettere in pratica le parole di San Paolo: «Come offriste le vostre membra
schiave all'impurità e all'iniquità per la iniquità, così ora offrite le
vostre membra schiave alla giustizia per la santificazione» (Rom. 6, 19).
Noi
dobbiamo fare la stessa cosa; anche se abbiamo commesso tanti peccati con il
corpo, con gli occhi, con le mani, con l'immaginazione, non importa. Prendiamo
il corpo e l'anima ed offriamoli a Gesù affinché li santifichi con le Sue
mani, affinché scriva col nostro corpo ed anima il messaggio che desidera far
conoscere al mondo, l'annuncio di pace e d'amore.
Questo
messaggio non consiste in parole, ma in opere, dobbiamo essere rappresentanti
veri di Cristo; anzi, non solamente rappresentanti, ma portatori viventi di Cristo,
affinché Egli trasparisca in noi ed illumini il mondo servendosi di noi.
Consacrazione
a Dio significa togliere gli ostacoli che impediscono a Dio di donarsi a noi.
Cristo:
«Dio con noi». la nostra dedizione a Lui non è solo un semplice atto
ascetico. Come si offre il pane alla Messa, perché si trasformi in Cristo, in
modo analogo nell'atto della consacrazione, doniamo noi stessi per
trasformarci in Lui e possedere la vera vita.
Cristo
prende possesso di noi, ci trasforma sempre più in Lui; di conseguenza
agiremo secondo ciò che siamo e quindi saremo i suoi rappresentanti perché
Lo portiamo in noi.
Maria
era una giovanetta di dodici anni, che aveva perduto la mamma ed a cui era
rimasto un fratellino di due mesi.
Curò
tanto il bambino che questi poté vivere e crescere. Giunto alla età di
cinque anni, un giorno, dai discorsi dei compagni, si accorse che egli non aveva
mamma ed allora corse dalla sorella:
«Maria
- le disse - i miei compagni hanno tutti la mamma; ed io non ho una mamma?»
«Certamente,
anche tu hai la mamma. E’ in cielo...»
«E'
buona la mia mamma?» «Molto, molto buona».
«Più
buona di te?»
«Molto
più di me!» rispose singhiozzando Maria.
«Allora
vorrei andare in Cielo per vederla! Se è più buona di te, chissà come sarà!»
Questo
dovrebbe potersi analogamente dire di ogni cristiano.
«Ho
un Padre in Cielo? E' migliore di te? Oh, quanto desidero vedere Gesù! Infatti,
se è più buono di te, deve essere buono davvero!»
E'
lo stesso desiderio espresso nella giaculatoria: «Fà che, chi mi guarda, ti
veda».
Ma questo desiderio può divenire realtà solamente se Cristo ci possiede interamente. Non si tratta di imitare le apparenze esterne, non è una commedia. Se Egli è in noi la Sua presenza trasparirà involontariamente all'esterno; nelle più piccole azioni, negli atteggiamenti, nel modo di fare, nel tono della voce si manifesterà che Egli vive in noi.
Le
nostre azioni più insignificanti rivelano immediatamente se nell'anima vi è
la purezza, se regna Gesù Cristo.
Donarsi
totalmente non è una cosa facile e non è possibile ottenerla subito.
Anche
se aspiriamo a sentire in noi i sentimenti di Gesù, inciamperemo nel nostro
«io», che non è morto del tutto.
In
noi vi sono due persone. Vediamolo plasticamente nel fatto accaduto alla santa
madre di un sacerdote. La madre, ormai anziana, rifiutò decisamente: «Figlio
mio, io sono vecchia e morrò presto; rimani con me. Quando sarò morta, farai
quello che desideri».
Il
giorno dopo la madre andò a Messa e si comunicò come al solito. Più tardi,
rivedendo il figlio, gli disse: «Figlio mio, ieri ha parlato la madre; oggi
parla la cristiana: fatti religioso come ti pare; se vuoi anche oggi».
Così
anche noi dovremmo raddrizzare le prime reazioni della natura; dobbiamo avere la
forza di mostrarle al Cuore di Gesù e vincerci dicendo: «Prima ha parlato
l'uomo terreno; ora quello consacrato a Cristo».
E'
la battaglia della nostra vita di consacrazione, vita difficile, senza dubbio;
ma confidiamo nel Signore e chiediamogli la grazia di poterci donare totalmente
a Lui.
Questo
è l'unico modo per poter fare un apostolato vero nel mondo: Egli è infatti la
Luce, la Verità, la Vita. Studiamoci di scomparire per far posto a Lui, che non
desidera altro che averci a Sua disposizione.
Egli
può fare dei miracoli, come fa nell'Eucarestia, in cui non ha bisogno di molto
pane, ma solo di un pezzetto. Bisogna però che questo pezzetto perda la sua sostanza
per potersi trasformare.
A
noi non è richiesto di perdere né la personalità, né la sostanza, ma la
nostra volontà, perché Gesù Cristo possa fare di noi quello che vuole.
Allora, avendoci uniti sempre più a Lui e trasformati dalla grazia, potrà fare per nostro mezzo dei miracoli. Il Signore che «non cercò di piacere a se stesso» (Rom. 15, 3) ci insegnerà Egli stesso il modo di consacrarsi a Lui: «Signore, rendimi trasparente come un cristallo, affinché la tua luce possa trasparire attraverso me».
CAPITOLO
VII
LA
RIPARAZIONE
1
- Riparazione negativa
Visto che cos'è il peccato, è naturale che ci si sforzi d'evitarlo nelle conseguenze e nelle sue cause.
Prima
di tutto occorre evitare quello che dipende dalla propria volontà: il peccato
personale. E' questo il primo passo, prima della consacrazione: come il
Confiteor precede l'Offertorio.
Dopo,
la lotta al peccato continuerà, perché sappiamo che nessuno, tranne che per
un privilegio speciale, può evitare tutti i peccati veniali. Dobbiamo dunque
tenerne conto.
Ma
come dobbiamo comportarci una volta commesso un peccato veniale, o, Dio non lo
permetta, mortale?
Se
Dio, a causa delle nostre infedeltà, permettesse un così brutto momento,
occorre: Non spaventarsi: se ci conosciamo anche poco. Perché meravigliarsi
delle cadute? Da noi che possiamo fare? Nemmeno il confessore si meraviglierà...
Confidare:
Cristo ci ama anche se abbiamo peccato. Il dolore e il desiderio di tornare
in grazia, che cosa sono se non effetti della misericordia di Dio? Egli stesso
che ha intrapreso l'opera, la condurrà a termine. Ricordate il peccato di S.
Pietro e la reazione di Gesù?
«Liberaci,
o Signore, dal diffidare della Tua misericordia, dopo un brutto momento». Così
il nostro peccato ci renderà più umili e più cauti, più riconoscenti a Gesù
Cristo, che, per quanto offeso, non si stanca mai di perdonare. Ci stancheremo
prima noi di offenderlo.
«O
pazienza infinita in aspettarmi o cuore mio duro in non amarVi Sono io stanco a
furia d'ingiurarVi e non lo siete Voi di perdonarmi!». RingraziarLo di aver
permesso questa mancanza o quel peccato, in quanto può volgersi a nostro bene
e rallegrarci della umiliazione.
«Tutto
coopera al bene, per chi ama Dio, anche il peccato già commesso... Si rialzano
con più grazia... L'uomo, più è cauto ed umile, più stabilmente si mantiene
in grazia...» (S;
Th. III, q. 89, a. 2, ad. 1).
Considerando,
poi, i peccati simili di altri cattolici, il nostro dolore deve crescere e deve
sorgere il desiderio di riparare in qualche modo.
Teniamo,
però, presente che il dolore, il pentimento e la stessa confessione non sopprimono
sempre del tutto gli effetti del peccato. Questi, pur non essendo in se stessi
peccato, ci attirano verso di esso. La nostra volontà viene indebolita e, col
perdurare, aumentano l'abitudine al peccato.
E
poiché al peccato segue il dolore della soddisfazione anche con pene dolorose,
se detestiamo veramente il peccato dobbiamo combatterne le molteplici radici.
Ecco
la teologia dell'uomo caduto in peccato: Tutto ciò che può essere utile a
fortificare la debolezza della volontà, a distruggere le cattive abitudini
prodotte dal peccato, a domare la concupiscenza, a diminuire le pene dovute al
peccato, tutto ciò costituisce la parte negativa della riparazione.
Dovremmo
cercare di compiere con spirito di riparazione e con l'intenzione di purificarci
sempre più, ciò che spesso facciamo quasi per abitudine: la Confessione, le
penitenze, l'uso dei Sacramentali (come il prendere l'acqua benedetta), le
umiliazioni e mortificazioni dei sensi che ci capitano.
Sarà
questo un mezzo per unirci sempre più intimamente a Cristo; e la nostra consacrazione
e la nostra offerta saranno molto gradite al suo Cuore.
Non
contenti del minimo grado di purezza seguendo l'esempio della umile madre di
Dio, procureremo di accrescere, la nostra purificazione.
2
- Riparazione affettiva
Può
definirsi così un amore che desidera consolare Cristo offeso da tanti peccati,
affinché Egli, distogliendo lo sguardo dalle nostre e altrui mancanze, guardi
solamente al nostro amore ed alle nostre buone azioni. Questa riparazione
affettiva può permeare tutta la vita, la propria fedeltà ai comandamenti, ai
propri doveri, alla preghiera.
La
stessa consacrazione, intesa nel senso di soddisfazione dei peccati passati, è
già riparazione affettiva.
Per
questa intenzione ogni azione, anche la più ordinaria, della nostra vita sarà
ispirata dall'amore, e di conseguenza più perfetta e di maggiore
consolazione per Cristo; sarà più efficace per meritare grazie. Sarà,
inoltre, un incentivo psicologico per la nostra perfezione.
Un
negro desiderava essere sacerdote, ma il missionario non lo poteva ammettere in
Seminario, perché non vi erano fondi e il negro non aveva denaro per mantenersi
durante gli studi.
Il
negro lasciò allora la Missione, improvvisamente, dirigendosi verso il sud.
L'anno dopo si presentò di nuovo al missionario e, pieno di gioia,
mostrandogli una certa quantità di monete d'oro, gli disse: «Il lavoro in
miniera è stato duro, ma adesso ho il denaro. Posso entrare in Seminario?». «Certamente»
gli rispose il Padre, ammirato del suo eroismo.
Tre
mesi dopo il negro doveva lasciare il Seminario. Il lavoro alla miniera era
stato eccessivo. La T.B.C. stava distruggendo il petto di quell'eroe.
Il
malato chiamò il missionario, gli diede tutto il suo denaro, dicendo: «Io non
posso più diventare Sacerdote, ma se qualche altro che lo vuole non ne
possedesse i mezzi: ecco il denaro per lui».
Egli
poi tornò alla miniera per guadagnare la retta ad un altro seminarista
povero. Mentre sentiva avvicinarsi la morte, la sua preghiera era questa «Signore,
aspetta ancora un mese ed avrai un altro Sacerdote!».
Con
simile delicatezza d'amore dovremmo impegnarci nella riparazione. Se noi
abbiamo perduto la nostra innocenza, possiamo, però, come compenso affettivo,
dirigere tutti i nostri sforzi, affinché un'altra anima la conservi, intatta.
A
questo scopo tutto possiamo dirigere. Questa riparazione affettiva aprirà
infatti il nostro cuore al più delicato e generoso servizio del Signore.
Ma,
in modo speciale, riparazioni affettive sono la preghiera, la Comunione, la S.
Messa.
La
riparazione affettiva consiste nell'amare Cristo afflitto da tanti oltraggi ed
è naturale che a ciò serva di preferenza quanto è stato istituito
precisamente per fomentare in noi l'amore. L'orazione che ripara è l'orazione
affettiva attraverso atti di fede, di speranza, d'amore, ecc...
E'
l'orazione descritta da S. Giovanni della croce: «Dimenticanza di tutte le
cose create; ricordo del Creatore; attenzione all'interiore; starsene amando
l'Amato»; E ricordiamo che «un atto di puro amore vale più per la Chiesa
delle azioni esterne di tutti i predicatori...» (S. Giovanni della Croce).
La
Comunione è il sacramento dell'amore. E' Cristo che desidera unirsi a noi e
fortificarci.
Cristo,
dimenticato nel Suo sacramento d'amore, dev'essere il motivo che c'induca a
ferventi Comunioni per unirsi a Lui. Per questo la Comunione riparatrice ha un
posto così importante nei principi della devozione al Sacro Cuore.
Altro
aspetto della riparazione affettiva è l'offerta al Padre, delle virtù del
Sacro Cuore contrarie ai peccati che si vogliono riparare. Non dimentichiamo che
Cristo ci è stato dato come un tesoro; possiamo disporne sempre nel nostro
dirigerci al Padre.
Quando
sentiamo che il nostro amore è troppo freddo, che la nostra purezza è troppo
macchiata perché siano una gradita riparazione, non temiamo di offrire
l'amore e la purezza del Sacro Cuore in compenso. Il modo migliore poi di
effettuare quest'offerta è precisamente la Santa Messa, in quanto è un'offerta
affettiva della Sacra Vittima.
3
-Riparazione afflittiva
La
sofferenza è uno dei misteri più difficili della vita spirituale. E' il
problema costante degli uomini oppressi da pesanti croci.
Nella
Chiesa ogni anno si celebra la festa della esaltazione della Croce. Ognuno di
noi dovrebbe però celebrare intimamente come una grande festa l'anniversario
del giorno in cui ha scoperto il valore della propria croce.
Non
ci mancano sofferenze e pene, ma non è facile scoprirne il valore. Sappiamo che
la vittoria sta nella Croce, malgrado ciò la frase di San Paolo rimane per noi
dura: «Infatti mi proposi di non saper altro in mezzo a voi, se non Gesù
Cristo e Gesù Cristo Crocifisso» (1 Cor. 2, 2).
Cristo
con la Sua croce vince il mondo, perciò non dobbiamo meravigliarci che
istintivamente il mondo odii la Croce.
Se
talvolta il mondo dona delle croci, è più per l'oro e i gioielli, che per la
Croce.
Il
mondo infatti non può capire la Croce. «Scandalo per i Giudei, follia per i
pagani» (1 Cor. 1, 23). Il mondo cerca di tenere i suoi seguaci lontani dalla
Croce e molti periscono senza che la Croce sia giunta sino a loro.
Noi
dobbiamo invece essere crocifissi viventi, portatori della Croce in noi
stessi, in modo che la Croce si manifesti in noi.
Un
giorno, al Catechismo, si presentò un bambino che il catechista non conosceva.
Dopo il Catechismo lo salutò affettuosamente e gli propose di parlare con suo
padre per prepararlo alla Prima Comunione.
«Per
favore, non parli di questo a mio padre che è comunista e molte volte mi ha
detto che, se vede un Sacerdote in casa, lo ammazza».
Allora
il catechista, parlò con la nonna e prepararono tutto segretamente. Dopo qualche
settimana ci fu la Prima Comunione.
Poco
dopo la nonna andò in cerca del catechista. «Il piccolo è malato gravemente,
ma mio figlio non permette che venga un sacerdote; non vuol vedere croci e non
permetterà nemmeno un funerale cattolico».
Tre
giorni dopo la nonna si presentò di nuovo: «Il piccolo è morto questa
mattina, venga il funerale cattolico si farà». E gli spiegò come il padre del
bambino fosse cambiato. «Quando il bambino stava molto male, mio figlio era
sempre al suo capezzale. Improvvisamente il piccolo spalancò gli occhi ed
esclamò: - Papà guarda! - Egli si chinò sul letto. Quell'angioletto fece su
di sé, adagio e maestosamente, il segno della Croce, poi è spirato. Mio
figlio si alzò lentamente e con le lacrime agli occhi mi ha detto - «Mamma fai
venire il Sacerdote, in quel segno di Croce... c'è tutto». Quel comunista
odiava la Croce, che non conosceva, fino al giorno in cui la vide viva nel suo
figlioletto.
Nostro
compito, è quello di portare in noi la Croce vivente di Cristo, per mostrarla a
tutti; portarla sempre con noi in qualsiasi luogo, senza mai dimenticarcene,
perché in qualunque parte possiamo aver bisogno di farla conoscere.
Primo Grado: «L'espiazione
stimola l'unione con Cristo cancellando le colpe» (Miserentissimus).
Oggetto della riparazione afflittiva sono le sofferenze fisiche e spirituali, anche quelle inflitte da noi stessi a noi stessi volontariamente (mortificazioni - penitenze). Nel Conc. Tridentino è chiaramente espresso questo fine delle penitenze in quanto soddisfazioni di peccati passati, ed è anche indicato che possiamo soddisfare per i nostri peccati per mezzo delle sofferenze che Dio ci invia.
La
croce (penitenza e sofferenze) in questo primo grado è purificazione che tende
a rendere perfetta la nostra consacrazione al Divin Cuore. Non possiamo infatti
ottenere un'intima unione con Cristo se non distruggiamo totalmente il peccato
in noi, anche nelle sue conseguenze penali.
Se
l'unione gloriosa fosse possibile senza scontare il castigo, non sarebbe forse
necessario rimanere un tempo in Purgatorio privi della visione di Dio. Se
consideriamo dunque il peccato ed il castigo da esso meritato, non ci sembrerà
eccessiva riparazione nessuna sofferenza.
«Per
uno stretto titolo di giustizia... siamo obbligati a riparare ed espiare, sia
per l'offesa arrecata a Dio, per le nostre colpe, sia per il ristabilimento
dell'ordine violato... Peccatori quali siamo, carichi di colpe... dobbiamo
soddisfare Dio, giustissimo Giudice, per i nostri innumerevoli peccati, offese
e negligenze... «Quindi alla consacrazione deve unirsi l'espiazione, con cui
si pagano totalmente i peccati, affinché la santità della divina Giustizia non
respinga la nostra impudente indegnità e ricusi le nostre offerte essendogli
ingrate, invece di accettarle come cosa gradita (Miserentissimus).
Secondo Grado: «L'espiazione
perfeziona l'unione con Cristo partecipando alle Sue sofferenze» (Miserentissimus).
In
questo caso espiazione è sinonimo di sofferenza.
Quindi
la nostra sofferenza significa imitazione di Cristo. Ma, a mano a mano che
un'anima avanza in questo cammino, l'idea di essere sempre più simile a Cristo
s'impossessa lentamente di lei. Imitazione che l'amore esige. Tutte le vite dei
Santi ci presentano simili tratti.
Molti
oggigiorno credono di sentire l'ardente zelo di un San Francesco Saverio e
desiderano come Lui compiere un'attività instancabile; pochi però si accorgono
che il Saverio era un uomo che soffriva molto nella sua vita mistica d'orazione.
Egli formava i suoi figlioli nella fede, con questo spirito solido. Ad Amboino
il Saverio battezzò un gruppo di Cristiani ed uno di essi era il giovane
Manuel di Ihative, figlio di un capo dell'isola. In seguito alle persecuzioni
per molti anni i cristiani di Amboino rimasero senza missionari. Vennero i
mussulmani che cercarono con ogni mezzo di guadagnarli a Maometto, non
risparmiando nemmeno i tormenti; ma la maggior parte rimasero fedeli. Quando
dopo molti anni tornarono i missionari cattolici, furono colpiti da così
eroica fedeltà e domandarono a Manuel di Ihative: «Che cos'è che vi ha dato
la forza di resistere a così grandi persecuzioni?». E Manuel rispose: «Conosco
poco la nostra religione, ma una cosa che Egli mi ripeteva sempre: ossia che è
bello soffrire per Cristo».
Ma
non deve essere solo per amore e per imitare Cristo, morto per me duemila anni
fa, che dobbiamo accettare con piacere le sofferenze. Abbiamo visto che Cristo
soffre attualmente nel Suo Corpo Mistico. Come posso io quindi trascorrere
contento una vita piacevole?
«Siamo
obbligati per un motivo d'amore a patire per Cristo paziente e saturato d'obbrobri
e secondo la nostra povertà qualche consolazione...» «...Giustamente, però,
Gesù Cristo sofferente nel Suo Corpo Mistico desidera avere soci nella
espiazione, poiché essendo noi «il Corpo di Cristo e membra congiunte» è
necessario che anche le membra soffrano ciò che soffre il Capo». (Miserentissimus).
Terzo Grado:
«L'espiazione consuma la nostra unione con Cristo offrendo sacrifici per i
fratelli» (Miserentissimus).
Abbiamo
visto che non siamo soli nella Chiesa; la nostra santità è unita a quella di
moltissimi altri. Offriamo quindi la nostra riparazione, prima per quelli che
sono stati danneggiati da noi spiritualmente. Questi danni, infatti, sono
effetti dei miei personali peccati nella Chiesa e, a maggior ragione, se essi
furono di scandalo o di cooperazione. I peccati commessi per mia causa e che
macchiarono il Corpo Mistico di Cristo, sono realmente miei e devo cercare di
espiarli.
Anche
i miei peccati più segreti causano un grave danno al Corpo Mistico di Cristo e
per curare queste ferite da me fatte, devo offrire i miei dolori e la mia
espiazione.
Riparare,
poi, per i peccati delle «mie anime». Dal momento che vi è una vera unione
tra noi, questi peccati altrui sono, in certo qual modo reale, i miei. Ciò non
vuol dire che io debba essere castigato per i peccati degli altri, ma
significa che, se voglio, posso offrire una vera espiazione per essi. Di
conseguenza non solo posso pregare per loro, ma offrire penitenze e dolori, come
vera espiazione.
Vi
sono argomenti per credere che nella attuale economia, normalmente, nessuna
anima si converte senza le sofferenze di un'altra. E' vero il principio di S.
Paolo: «Senza spargimento di sangue non si dà perdono» (Hb. 9, 22). Per cui:
«Completo nella mia carne quel che manca delle sofferenze di Cristo a pro del
Corpo Suo che è la Chiesa» (Col 1, 24).
«E'
necessario il nostro sacrificio, per quanto la copiosa redenzione di Cristo
sovrabbondantemente perdonò i nostri peccati... Alle orazioni ed ai sacrifici
che Cristo offrì a Dio in nome dei peccatori, possiamo e dobbiamo aggiungere
anche le nostre» (Miserentissimus).
Impressionante
anche se esagerata, è a questo proposito la frase di Origene (In. Num. 10, 2.
Mc. 12, 638 C.): «da quando non vi sono più martiri e non vengono offerte le
ostie dei Santi, temo che non possiamo più meritare la remissione dei nostri
peccati. Per questo ho paura che, permanendo in noi i nostri peccati, ci accada
quanto di se stessi affermano i Giudei, ossia che, privi d'altare, di tempio e
di sacerdozio e quindi non offrendo più ostie, - secondo la loro espressione
- «i nostri peccati restano in noi»; e perciò non si dà perdono. Da parte
nostra dobbiamo dire che non offrendosi per noi le ostie dei martiri, per questo
ci rimangono i nostri peccati; non meritiamo di soffrire persecuzioni per
Cristo, né di morire per il nome del Figlio di Dio».
Conosciamo
la redenzione oggettiva e la sua applicazione. Lasciamo però da parte la
terminologia e spieghiamo la realtà con un esempio.
Le
soddisfazioni di Cristo sono come un grande deposito, o come una centrale in cui
è accumulata la potenza elettrica che deve essere usata per la salvezza delle
anime. Questa salvezza però non si applica ai motori, in modo che possano
trasformarla in lavoro.
Nell'ordine
soprannaturale i motori sono le nostre riparazioni e i nostri sacrifici.
L'orazione
possiamo immaginarcela come le condutture che portano l'energia elettrica ai
motori. Ma, senza i motori, senza il sacrificio espiatorio, non possiamo avere
conversioni.
L'efficacia
della soddisfazione non dipende solamente dalla intensità del dolore, ma
anche dalla dignità della persona che soffre. A pari dignità è più efficace
la sofferenza maggiore; a parità di dolori hanno più valore quelli della
persona più degna.
Vogliamo
esprimere questa relazione con una forma simbolica matematica: Efficacia di
espiazione uguale sofferenza per dignità.
Se
la dignità della persona è molto grande, ma manca il dolore, non vi è
espiazione efficace. E altrettanto l'efficacia sarà nulla ove non vi è dignità,
anche se la sofferenza sarà immensa. La "dignità della persona che soffre
consiste nella sua vita soprannaturale, nella sua unione con Cristo.
Un
motore per poter entrare in azione deve essere collegato alla rete, e attraverso
questa alla centrale.
Nel
capitolo seguente, trattando della Messa, cercheremo, di comprendere come
concretamente si realizzano quest'unione nostra con la soddisfazione di Gesù
Cristo, in modo che la dignità di chi soffre sia la maggiore possibile.
CAPITOLO
VIII
LA
SANTA MESSA
«E'
necessario non dimenticare mai che tutta la forza dell'espiazione dipende unicamente
dal cruento sacrificio di Cristo che si rinnova ininterrottamente in modo incruento
sull'altare» (Pio XI - Miserentissimus).
Gesù Cristo offrì sulla Croce una espiazione infinita. Questa Sua espiazione però non toglie, che anche noi dobbiamo soddisfare, così come i Suoi meriti non sopprimono i nostri e le nostre buone azioni.
E
certo, però che la nostra soddisfazione è un nulla se non è unita a quella di
Cristo. «La nostra soddisfazione è tale, in quanto è valorizzata da Cristo in
cui espiamo facendo degni frutti di penitenza, che valgono per Lui, da Lui sono
offerti al Padre e per mezzo di Lui sono accettati dal Padre».
Sempre
l'espiazione di Cristo è unita a quella di un'anima che partecipa alla vita di
Cristo, alla vita della grazia. Tale unione è però più perfetta quando
diviene esplicita aggiunta della nostra riparazione alla Sua, del nostro al Suo
sacrificio, che si rinnova in modo incruento sull'altare.
Un
giovane Sacerdote fu fatto Parroco di un quartiere parigino. Vi fu ricevuto a
sassate ed una lo colpì in fronte e cadde a terra macchiata di sangue. Il
Sacerdote allora raccolse il sasso e, alzandolo verso il Cielo, disse: «Questa
sarà la prima pietra della Chiesa che costruirò». E così fu.
Forse
questo fatto può fornirci una pallida analogia della edificazione della Chiesa
Universale sul cruento sacrificio di Cristo.
Nella
Chiesa, infatti, non solo la pietra fondamentale è frutto del Sacrificio; ogni
singola pietra che la forma è simbolo di un nuovo sacrificio. «Alla quale,
pietra viva, scartata dagli uomini, ma eletta ed onorata da Dio, accostandovi,
siete anche voi pietre vive edificate sopra di Lui, (per essere) casa
spirituale, sacerdozio santo, per offrire vittime spirituali, gradite a Dio
per Gesù Cristo» (I Pt. 2-4, 6).
I
sacrifici più generosi vengono a formare i gioielli e le pietre preziose più
vicine al Tabernacolo di Cristo.
Come
Mosè nell'Antico Testamento, così Gesù Cristo ci chiama nel Nuovo dicendo: «Ognuno
offra i suoi doni secondo l'ispirazione del proprio cuore». «E' giusto che
ognuno metta la sua parte per il Tabernacolo del Signore. Egli sa bene ciò
che offre ciascuna persona. E' una gran bella cosa che si possa dire di te nella
casa di Dio: l'argento delle basi e delle colonne è di tal altro; il bronzo dei
candelieri è di quest'altro e così via per ogni cosa.
Che
vergogna sarebbe, però, se il giorno della visita non trovasse nulla di tuo,
niente che tu abbia offerto!
Sei
stato così irreligioso e infedele da non lasciare nessun ricordo nel
Tabernacolo del Signore? Se il giorno della venuta il Signore vi troverà
qualcosa di tuo, nel Suo Tabernacolo, ti difenderà e ti chiamerà Suo!
Signore
Gesù, concedimi di essere degno di offrirti qualche dono per il Tuo Tabernacolo!
Se fosse possibile, vorrei che ci fosse un poco d'oro mio in quello con cui si
farà l'Espiatorio! E se non posseggo oro, che ti offra almeno un poco
d'argento per le colonne... o almeno bronzo... Ma se tutto ciò è al di fuori
delle mie possibilità, che sia almeno degno di offrirti la lana delle mie capre
per il Tuo Tabernacolo!».
Così
Origene commentava le parole di Mosè.
Riflettiamo
dunque guardando la Chiesa, lasciamo agire il nostro affetto. Vi è qualcosa
di nostro, qualcosa che ci appartiene intimamente in questo imponente Edificio
spirituale.
In
Essa vi è qualcosa di nostro, qualcosa del nostro cuore; una particella del
nostro sacrificio, del sangue del nostro cuore. Ogni «pietra» è un
sacrificio. Dobbiamo però tener presente che ogni pietra deve essere unita a
quella fondamentale. Il nostro sacrificio deve essere unito a quello di Cristo
e ciò avviene specialmente nella Santa Messa.
Come
per celebrare la S. Messa è necessario una goccia d'acqua da unire al vino
nel calice, così il nostro sacrificio, anche se piccolo, anche se molto simile
alla gocciolina d'acqua, è però necessario.
Il
vino con la goccia d'acqua, simbolo della mia cooperazione sacrificale, viene
trasformato per la transustanzione nel Sangue di Cristo. Offriamo noi stessi,
la nostra persona, per essere trasformati in Cristo attraverso il Suo e nostro
Sacrificio.
Noi
possiamo offrire il sacrificio nostro e quello di Cristo, e Cristo offre il Suo
sacrificio ed il nostro. In questo modo il sacrificio ci unisce; ci fondiamo in
questo fuoco intimamente l'un l'altro.
Il
culmine di questa funzione unitiva del sacrificio si ha poi nella Comunione
quando Egli viene in noi per dimorare nel nostro cuore e trasformarci in Lui.
Il
Padre Isacco Jogues tornò dall'America dopo il suo primo martirio: le sue
mani erano state mutilate. Non gli era perciò permesso celebrare la Messa. Fu
chiesta la dispensa al Papa per questa irregolarità, ed Urbano VIII la concesse
con queste parole: «Sarebbe cosa indegna che un martire di Cristo non potesse
offrire il sangue di Cristo».
E
forse questa la definizione più bella del cattolico: «Un martire di Cristo che
offre il Sacrificio di Cristo».
La
nostra vita è un martirio! «Offrite i vostri corpi in sacrificio vivente»
(Rom. 12, 1). Commenta S. Giovanni Crisostomo: «Come si può trasformare il
nostro corpo in sacrificio? Il tuo occhio si astenga dal guardare cose cattive
e diverrà sacrificio; la tua lingua non pronunci nessuna parola indegna e
questo è sacrificio...»
«Castità
nella gioventù, martirio senza sangue» diceva S. Bernardo.
Questo
martire, che è ogni cattolico, si presenta ogni mattina ad offrire il
sacrificio di Cristo a cui unisce la piccola goccia d'acqua del suo martirio.
Ogni
Messa rappresenta, inoltre, l'offerta incruenta della giornata, ossia del
proprio martirio giornaliero, della propria testimonianza giornaliera della
carità di Cristo. Come Gesù Cristo volle espressamente che il Cenacolo fosse
ben adornato per l'offerta del Suo sacrificio incruento, prima del sacrificio
doloroso e sanguinoso del Golgota, mentre due ore più tardi le luci erano ormai
spente e nelle tenebre esteriori dell'orto del Getsemani, cominciava il
sacrificio cruento.
Altrettanto
accade nella nostra Messa. Il sacerdote si riveste di paramenti preziosi e si
adornano splendidamente i nostri altari: si celebra il nostro sacrificio e la
nostra offerta incruenta. Poco dopo si spengono le luci e comincia la realtà
sanguinosa di quanto abbiamo offerto insieme, al sacerdote in modo incruento.
Nella
Messa, infatti, non offriamo cose nostre, ma noi stessi come vittime a Lui.
Questa
vittima sarà sacrificata durante il giorno.
Il
Sacerdote ci dà la benedizione in forma di Croce, e noi la accettiamo rifacendo
su noi lo stesso segno. «Possiamo venir colmati di ogni benedizione e grazia».
Ora comincia il sacrificio cruento. Viviamolo il nostro sacrificio già unito
nella volontà a quello di Cristo. Domani o la domenica successiva ritorneremo
di nuovo ad aggiungere la nostra gocciolina d'acqua al vino della natura umana
sacrificata di Cristo, per unirci a Lui nuovamente nello stesso sacrificio.
Se
la nostra vita sarà una continua testimonianza resa a Cristo, anche di noi si
potrà dire che siamo: «MARTIRI DI CRISTO CHE OFFRONO IL SACRIFICIO DI CRISTO».
LA DONAZIONE TOTALE DI MARIA MODELLO DELLA CONSACRAZIONE VERGINALE
Possiamo
dire senz'altro che il grande modello causale della nostra consacrazione totale
a Cristo è la SS. Vergine. La figura della Madonna, della nostra Madre, è veramente
meravigliosa! Pensiamo a quello che suppose la grazia della Immacolata Concezione
per la Vergine santa.
C'è
una certa tendenza a presentarci la vita della Vergine come quella di una giovane,
tale come saremmo noi stessi, o come sarebbero delle giovani che abbiamo conosciuto,
come sarebbe una campagnola. Ci parrebbe, con questo, voler mettere la Madonna
nel posto che le compete togliendola da un ideale di sogno e di fantasia in cui
l'ha posta una pietà poco razionale.
Ed
è così che si sono scritti dei libri, nei quali la Madonna appare con questa
psicologia: non pensava alla verginità, ma piuttosto a sposarsi come tutte le
altre giovani del suo tempo, poiché non ci si spiega come fosse venuta, senza
esempi precedenti, ad una determinazione di verginità. Penso che questo sia
fare ingiuria alla Madonna e ingiuria alla grazia.
Quando
un'anima si dà veramente a Cristo, totalmente, ciò che primieramente nasce
in lei è un gran desiderio di verginità, di purezza, di donazione totale a
Cristo.
E
questo che sgorga in noi, non per ragionamento ma per un istinto soprannaturale,
per la psicologia interiore che porta con sé la grazia tanto limitata che a noi
si comunica, non lo dovrebbe creare la grazia della Immacolata Concezione? Se i
teologi ci dicono che la Madonna aveva, al principio della sua vita, maggior
copia di grazia che tutti i santi arrivati al termine della loro esistenza perché
dobbiamo misurare la psicologia della vergine santa, con la psicologia di una
povera contadina che appena possiede un pochino di grazia santificante? No:
bisogna misurare quella della Madonna Bambina a quella dei grandi santi mistici.
Se
vogliamo comprendere, un poco, la verginità di Maria, che cosa è questa sua
consacrazione totale, dobbiamo partire da questo punto: la Madonna, essendo
dalla sua concezione destinata ad essere la Madre di Dio, era oggetto di un
amore di predilezione, tale che noi non possiamo nemmeno concepire. Dio
l'avvolgeva come un cerchio amoroso e la penetrava sensibilmente della
delicatezza del suo amore. Ed ella lo percepiva e, come un'anima creata
immacolata, era tutta orientata a Dio con tutta la sublimità e la semplicità
in una tensione totale. Semplicemente, poiché a Lei sembrava la cosa più
naturale del mondo amare Dio come Lo amava, totalmente, esclusivamente,
sentendosi penetrata dall'amore geloso di Dio. La maggior parte delle giovani
cristiane percepiscono questo amore con un semplice sguardo su se stesse. E
dire, che noi altri, tante volte consigliamo, loro di vivere la vita di oggi
perché siano normali, perché tutto il resto è complesso, anormale,
ostacolando così l'opera della grazia!
Questa
preparazione del cuore per Lui solo, possiamo dire che elevò Maria ad un grado,
in certo qual modo, infinito.
Così
Essa era tutta orientata verso Dio, unicamente attratta da Lui.
Amava
Dio senza riflettere sul suo grande amore. Perché voler misurare l'amore è diminuirlo.
Una madre non riflette se ama suo figlio. Per la Madonna tutto questo era
naturalissimo.
La
Vergine santissima, durante tutta la sua vita, si è offerta a Dio
semplicemente, come un giglio aperto, senza mai paragonarsi con altri.
Questa
è la verginità, questa la disposizione interiore di colui che si consacra a
Dio solo. La verginità non consiste in una purezza materiale, e neanche in un
pudore infantile con il suo atteggiamento di riserva. L'essenza della verginità
sta nel cuore aperto a Dio solo, e di conseguenza tutto quanto l'essere. La
verginità è quella del cuore: Dio solo. Si può raggiungere un tale grado di
verginità, che il detenersi un istante in un nulla può sembrare una infedeltà
all'amore esclusivo di Dio.
Ecco
l'atteggiamento della Madonna: un giglio aperto verso Dio: totalmente vergine.
E' strano. Dio che destinava la Vergine ad essere madre, le infonde l'istinto di
essere vergine. E' strano ma bellissimo: le dà precisamente l'istinto di
essere vergine, perché sia madre.
Il
primo istinto di ogni bimba è quello della maternità. Vediamo la bimba che
istintivamente prende la bambola tra le braccia e la fa addormentare, la veste,
la cura e la rimprovera. Questo >è l'istinto materno. Più tardi sente
quello di sposa, quando incomincia ad occuparsi delle pieghe del vestito, se
vede una macchia, se la trovano carina...
Nella
Madonna, la maternità nasce dalla verginità, cioè dal suo amore esclusivo a
Dio. E' così che Dio la prepara ad essere Madre: con la donazione totale ed
esclusiva a Lui, con lo sbocciare del giglio unicamente aperto per Dio solo.
E
quando il Verbo scopre la bellezza. del giglio, s'inclina verso la Vergine; non
che Dio si abbassi veramente, ma perché fa le cose belle per compiacersi in
esse, così ora il Verbo si compiace nella bellezza della Vergine attratto da
questo giglio aperto.
Vi
è una immagine che rappresenta Gesù Bambino tenendo tra le mani un giglio fiorito
che lo guarda, e sotto una frase che dice: Suscipe me. Prendimi. E non si sa se
è il giglio che dice a Gesù: prendimi, o se è Gesù che dice al giglio:
prendimi. E' il momento dell'Incarnazione. Maria, il giglio aperto verso il
Verbo, il Verbo contemplando l'Immacolata, la Vergine. La Vergine dice a Gesù:
prendimi; e Gesù alla Vergine: prendimi. E mentre la Vergine prende Gesù,
Gesù prende la Vergine e il Verbo s'incarna. Frutto della verginità:
l'Incarnazione.
«Dilatare,
aperire, tanquam rosa fragrans mire». Apriti, sboccia come una rosa che esala
una fragranza deliziosa. E così la Vergine, pronuncia il suo sì nella scena
dell'Incarnazione, «e il Verbo si fece carne» e la Vergine divenne madre di
Dio e dei peccatori.
La
consacrazione di Maria a Dio, che non smentì mai, si realizza di nuovo nel momento
in cui stringe tra le braccia il Figlio di Dio. La Vergine Lo adora
profondamente; il Verbo prima di allora non aveva mai ricevuto una simile
adorazione.
E
quando la Vergine sta davanti a quel Bimbo che è suo figlio, che ama con un
amore verginale, perché non si riflettono su di Lui i lineamenti del padre ma i
suoi stessi e la Divinità del Verbo, amandolo si consacra a Lui. E senza
dubbio gli direbbe: «Gesù, i miei occhi per guardarti, le mie labbra per
baciarti, le mie mani per curarti, il mio cuore per amarti, come vulcano d'amore».
E la Vergine rimane in estasi.
La
contemplazione di Maria. Maria vedeva in Gesù il Verbo non con una visione
intuitiva, che i teologi comunemente non ammettono, ma con la vita di fede
trasparente che quasi glielo faceva vedere. Se diciamo dei grandi santi che
nei più alti gradi della loro contemplazione vivono una vita di fede
trasparente che sembra quasi che vedano il Verbo, quanto più possiamo dirlo
della Vergine e con che contemplazione di amore! Nel volto di Gesù, nel suo
sorriso vedeva la bontà del Verbo, la gustava e, attraverso la sua Umanità,
toccava la dolcezza della Divinità.
Per
la Vergine tutto si convertiva nel sorriso di Dio per la sua anima. Dice S.
Giovanni della Croce che negli ultimi gradi della contemplazione si vanno
togliendo i veli davanti agli occhi dell'anima e rimane una tela così leggera
che è quasi trasparente, ma che è ancora fede. ma
la Vergine andò molto più avanti.
Questa
è la vita della Vergine, la consacrazione di Maria al Verbo, la sua consacrazione
a Gesù, supremo ideale della nostra consacrazione.
Possiamo
pensare che la Vergine in quel momento di adorazione a Betlemme ebbe una
preghiera verginale: «Gesù, che vi siano sempre nel mondo persone che si consacrino
come me; che i loro occhi servono solo per ammirarti, le loro labbra per amarti,
le loro mani per curarti, il loro cuore solo per amarti». E da questa preghiera
verginale di Maria nacquero il sacerdozio e la verginità, perpetuazione
dell'Ufficio di Maria nel mondo.
Che
ufficio compì Maria come madre del Verbo? Ella accolse nel suo seno la parola
di Dio la custodì e la diede a noi. Quando più tardi, durante la vita
pubblica, diranno a Gesù: «Guarda che ci sono fuori tua madre e i tuoi
fratelli» Egli risponderà: «Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? Colui
che fa la volontà del Padre mio, questa è mia madre, mio fratello e mia
sorella». Cioè: Maria è la madre del Cristo nel senso più pieno. Perché?
Perché fa la volontà del Padre, cioè accolse nel suo cuore il Verbo di Dio,
lo custodì e ce Lo diede incarnato: Suscepit Verbum. L'opera di Maria
rispetto a Gesù è fare in modo che acquisti la pienezza della sua scienza e
della sua virtù. La Vergine educatrice del Cristo! E così, custodito e
formato lo dà a noi nella vita pubblica e sulla croce.
Nella
sua consacrazione a Gesù la Vergine chiese che la sua funzione si perpetuasse
nel mondo. E tale funzione si è perpetuata nel sacerdozio e nella verginità:
persone dedicate esclusivamente alla cura di Gesù, ad accogliere la parola di
Dio, ad incarnarla in se stesse, custodirla e a dirla agli uomini.
Maria
è Madre ed anche restauratrice di vergini. Madre di vergini per la sua orazione
e per l'ispirazione del suo amore, si preoccupa che esistano sempre cuori verginali.
Ed è anche restauratrice di vergini. Quando qualcuno per sua disgrazia e forse
anche per nostra negligenza ha perduto questa verginità, la Vergine lo
riabilita. Dobbiamo toglierci dalla testa l'idea che ha portato alla
perdizione tante giovani: che, una volta perduta la verginità non vi sia rimedio
alcuno. No, la verginità si può riconquistare. Ugualmente quando si commette
un peccato di superbia non si può annullarlo, ma si può riacquistare l'umiltà.
Così è per la verginità.
Abbiamo
un esempio molto bello in S. Ignazio di Loyola, uomo dedito alle vanità del
mondo in una vita militare sregolata e vuota. A Loyola riceve la visita della
Vergine, della quale non osava dire che fosse stata una vera visione, benché
gli effetti glielo facessero presentire. Con l'intervento di Maria, con visione
reale o no, egli sente che gli vengono tolti dalla ,mente i resti di tutti i
peccati passati di impurità e rimane con l'anima pura e limpida. Ecco l'opera
della Vergine, riconquistatrice di purezza.
Maria
voleva che si perpetuasse nel mondo la verginità perché, se Gesù nacque a
Betlemme dalla Vergine, è legge generale che anche ora la nascita di Gesù
nelle anime si operi per mezzo di vergini. E la Chiesa apprezza tanto la
verginità proprio perché rende Madri di Cristo, genera Cristo nelle anime.
Diceva infatti S. Gregorio Magno alle giovani: «Siate vergini, o giovani, per
poter essere anche voi madri di Cristo».
Ma
come possiamo generare Gesù in noi e negli altri? Mediante la nostra verginità,
la nostra consacrazione totale a Lui.
Accogliendo
la sua parola. Dobbiamo stare attenti a ricevere la parola di Gesù e ad
accoglierla. Egli stesso ci dice che il semi-natore uscì a seminare la parola
di Dio e che una parte cadde su un terreno arido e pietoso, un'altra tra le
spine ed un'altra ancora su una terra feconda. Fortunato colui che raccoglie
la parola di Dio e la fa fruttificare in opere di salvezza.
Custodendo
la parola di Dio. Dice il Vangelo che la Santissima Vergine, ascoltava la
parola di Gesù, la meditava e la conservava nel cuore. Conferens in Corde suo.
Una volta accolta la parola di Dio bisogna fare attenzione che nulla ne vada
perduto, custodirla e portarla, come dice S. Paolo, fino alla pienezza dell'età
di Cristo; per questo lo stesso Apostolo diceva: «Guardate che sono per voi
come una madre che vi sta generando fino a che Cristo si formi in voi», fino
alla completa maturità. Questo fa la meditazione. Meditare è semplicemente
riflettere con spirito di fede sulla parola sensibile di Dio che viene a noi
attraverso il Vangelo, gli avvenimenti provvidenziali e la dottrina della
Chiesa, perché il nostro cuore sia penetrato da essa. Riflettiamo dunque sulla
parola che ci giunge sensibilmente e ruminiamola in noi con spirito di fede
sempre aperto all'azione di Dio. Conferens in Corde suo; Fiore e frutto della
meditazione: la nascita di Gesù Cristo nel nostro cuore.
Dobbiamo
imitare la Vergine e perpetuare, con il nostro amore esclusivo a Cristo, anche
questa sua opera di Madre dei peccatori.
Curramus
et amemus. Immagina S. Agostino
di fare una scommessa con Gesù e dice: vediamo chi ama di più, e lanciando a
distanza il suo amore come un giavellotto dice a Gesù con santa audacia di
amore: «Guarda, ti amo fino a lì. E comprendendo la pochezza del suo amore
aggiunge subito: «e se ti sembra poco il mio amore, fa che ti ami di più».
Curramus
et amemus. Amare Gesù fino ad
unirsi a Lui, in una contemplazione, come quella di Maria, in cui la nostra fede
si vada facendo trasparente. Viviamo nello spirito saporoso della fede e non
crediamo che l'aridità sia cosa normale nella vita spirituale. Dobbiamo amare
affettuosamente, e qualcosa manca quando una persona è abitualmente in stato
di aridità: o sta male fisicamente o ha qualcosa nello spirito. Dio non ha
interesse a tenerci in stato di aridità e, se ci tiene in essa senza alcuna
nostra colpa, sarà perché stiamo per entrare in gradi più elevati nella vita
spirituale.
Dobbiamo
infine imitare la Santissima Vergine nel dare Gesù Cristo alle anime,
nell'essere anche noi, come Lei, madri dei peccatori. Ma come possiamo
realizzare e perpetuare l'opera di Maria come madre delle anime, portatrice di
Cristo alle anime? Gesù è venuto a noi e continua a venire per mezzo della
Vergine, noi pure dobbiamo portarlo per mezzo di Lei e lo faremo innanzi tutto
realizzando la dolce presenza di Maria. Ella aveva questo grande desiderio di
perpetuarsi nelle anime che consacrassero al Figlio tutta la loro vita per
compiacere a Lui. Ma tra queste anime ve ne sono alcune nelle quali in modo
particolare desidera realizzare la sua presenza per una speciale docilità
alle sue ispirazioni; anime che Ella sceglie particolarmente per riflettersi in
esse. E in queste anime, più che nelle altre, fa in modo che sia vivo l'amore
di Cristo, ma anche ama Ella stessa Gesù in esse in modo che Egli veda l'amore
di queste anime come infuso, sostenuto, aiutato ed elevato da Lui stesso. Come
si realizza ciò? In modo molto semplice; si comprende molto bene con un
esempio. Abbiamo una famiglia. Si avvicina il compleanno del padre. Già un mese
prima la buona sposa, la buona mamma comincia a preparare il bambino perché
dica una poesia al papà. e quando il papà sta in ufficio, prende il bimbo e
gl'insegna con molta fatica a declamare e quali gesti deve fare. E il bimbo
apprende. Giunge il giorno, la mamma prende il bimbo, lo fa salire su una sedia
e gli dice: «Su, dì la poesia al papà»; e lo anima e gli si mette dietro per
suggerirgli un poco, in caso dimenticasse qualche cosa. Il bambino dice così la
poesia. Che cosa vede il padre in questa poesia? Solo l'amore del bimbo? No,
soprattutto l'amore
della
sposa che gli ha insegnato la poesia, gli ha insegnato a declamare e ad amare il
suo papà. Questo stesso è l'ufficio di Maria.
Dice
il Venerabile Beda che la Vergine fu felice di essere stata la madre di Gesù
generandolo fisicamente, ma più fortunata ancora perché rimase come eterna
custode dell'amore di Cristo. Ella infatti ha cura che Cristo sia amato nel
mondo. Cura di Maria che dobbiamo fare nostra. Con docilità a Lei dobbiamo
anche noi essere custodi dell'amore di Gesù; la nostra consacrazione a Lui ci
deve portare a questo.
Abbiamo
qui un modo di realizzare questa perpetuazione della Vergine, la dolce presenza
di Maria nel mondo. Ella non sta in mezzo a noi come Gesù nell'Eucarestia con
una presenza reale, ma sta tra noi con una presenza morale, con la presenza di
anime docili alla sua ispirazione e che perpetuano questo amore a Cristo.
E
nella nostra vita attiva di contatto con le anime procuriamo sinceramente che
tutte quelle affidateci imparino da noi ad amare Gesù. Imitando Maria che è la
custode dell'amore per Gesù; ma dell'amore perfetto. Sempre più in alto. Per
lo meno, che docili a Gesù siamo così sinceri da non chiamare perfezione
quello che è imperfezione. Che non diciamo: «questo non è peccato» come
nostro unico rimedio, ma che vediamo ciò che Gesù Cristo domanda all'anima,
che, in questo, possiamo facilmente sbagliarci, e non è tanto semplice. Che
l'anima non sia più intransigente del Direttore e non si definiscano le cose
spirituali con dire: «questo non è peccato». Che tristezza! Gesù che lavora
delicatamente quest'anima désiderando portarla alla santità ed ecco che le
dicono con stupore: «ma se questo non è peccato»...».
Siamo
i custodi gelosi affinché queste anime amino Cristo con tutta la loro anima.
Così imiteremo la Vergine santissima nella nostra consacrazione totale.