IMPORTANZA DELLA PAROLA
Don Giuseppe Tomaselli
INTRODUZIONE
Su
«Famiglia Cristiana », settimanale religioso, si pubblicano dei quesiti morali,
che i lettori presentano al direttore del periodico; si hanno poi delle risposte,
che d'ordinario sono esaurienti.
«
Quasi ogni sera mi tocca andare col marito in casa di conoscenti. Si è in tanti
e si trascorrono delle ore chiacchierando. Si parla del più e del meno; non
mancano le frasi poco decenti. Si critica, si mettono alla luce le mancanze del
prossimo e si parla facilmente male dei Preti e delle Suore.
«Io
ci resto male. Più di una volta ho detto al marito di non condurmi in tali
ambienti. Mi suole rispondere: Metti da parte gli scrupoli! Bisogna saper vivere
e saper stare in società.
«
Non so proprio cosa fare per illuminargli la mente ».
La
risposta pubblicata fu: « Dia a leggere a suo marito il libretto "I
peccati di lingua", il cui autore è Don Tomaselli »
Realmente
il libretto, del quale si moltiplicano le edizioni, è molto letto e circola
anche all'estero.
Nella
stesura di esso tratteggiai i diversi lati morali del parlare e, secondo me,
non avevo altro da aggiungere.
A
distanza di anni mi sono accorto che il libretto presenta delle lacune ed ho
deciso di riempirle con un nuovo scritto, dal titolo "Importanza della
parola".
Auguro
a me stesso che il secondo libretto non sia inferiore al primo.
La
seguente storiella, se non è vera, almeno è bene inventata; del resto è verosimile.
Era
morto Stalin, il grande corifeo del comunismo russo; se ne parlava ovunque,
con i relativi commenti, di certo poco lodevoli.
Un
modesto rivenditore teneva all'ingresso della bottega un pappagallo, il quale
rimase impressionato dalle parole «E' morto Stalin! » e le ripeteva con frequenza.
Gli
avventori si divertivano ad ascoltarlo; talvolta lo provocavano dicendo loro
per primi la piccola battuta ed il grazioso uccello ripeteva.
Il
pappagallo giunse al punto che, appena un cliente entrava in bottega o
qualcuno gli si poneva dinnanzi, almeno due o tre volte diceva: « E' morto
Stalin! ».
Attiguo
alla bottega abitava un comunista sfegatato, che s'indispettiva a sentirlo. Un
giorno, acceso d'ira, disse al proprietario:
-
Finiamola con queste seccature! Lo sappiamo che Stalin è morto e non occorre
sentirselo ripetere dal vostro pappagallo. Toglietelo di mezzo, perché annoia
ed è di provocazione al partito!
-
Il pappagallo qui è... e qui resta! - Ed io vado a denunciarvi! - Passato
qualche giorno, arrivò al rivenditore l'ordine di presentarsi in pretura.
-
Ma, guarda che pasticcio! Andare davanti al pretore e portare il pappagallo!...
Il denunciatore è un prepotente comunista e forse riuscirà nel suo intento.
-
Da
li a poco entrò nella bottega il Parroco, che fu salutato dal pappagallo: «
E' morto Stalin!».
-
Oh, che saluto! Si direbbe che quest'uccello sia ammaestrato.
-
Non è ammaestrato; ripete spontaneamente queste parole. Intanto mi ha messo
negl'imbrogli. Proprio domani dovrò andare in pretura per una denuncia
fattami da un comunista; forse mi sequestreranno l'uccello. Certamente domani
davanti al pretore dirà subito: « E' morto Stalin! » Io non avrò scuse da
portare ed il comunista la spunterà.
-
Beh, interruppe il Parroco, trovato il rimedio! Nel mio ufficio parrocchiale ne
ho un altro e somiglia al vostro. Portate in pretura il mio. -
L'indomani
il pappagallo del Parroco era presso il tavolo del pretore; faceva la parte del
reo e taceva.
I
convenuti, curiosi, aspettavano che l'uccello dicesse le solite parole; ma invano.
Concluse
il pretore: - La denuncia è falsa. Il pappagallo è silenzioso. Di già avrebbe
dovuto dire e più volte: «E' morto Stalin! ».
-
Permettete, disse il comunista, che lo faccia parlare io? -
Si
pose ritto davanti all'uccello e per provocarlo a parlare disse, scandendo le
parole: «E'... morto... Stalin! ».
-
Sia ringraziato il Signore! - rispose il pappagallo, ripetendo le parole che
spesso il Parroco diceva nel suo ufficio.
Il
tutto finì con una risata.
Non
meritava castigo il primo pappagallo, ricordando la morte di Stalin, e non
meritava encomio il secondo, lodando Dio con le sue parole.
I
pappagalli parlano e non sanno ciò che dicono.
Quanti
sono come i pappagalli, cioè, parlano senza capire quello che dicono, senza
riflettere, non dando alcun peso a ciò che esce dalla bocca!
I
pappagalli non sono responsabili; noi invece lo siamo, anche di una, semplice
parola.
Scopo
di questo scritto è far vedere la importanza della parola, illustrando le buone
qualità che deve avere poichè la parola, espressione dell'animo umano e
pittura del pensiero, deve essere vera, semplice, caritatevole, umile e pura.
INSEGNAMENTI
DIVINI
In
un argomento così importante, qual è il parlare, è bene conoscere gl'insegnamenti
che ci dà Dio stesso e li rileviamo dalla Sacra Scrittura.
«
Figliuoli, ascoltate la disciplina della bocca! Chi l'osserverà, non cadrà a
causa delle labbra e non inciamperà in opare malvage. (Eccl.-XXIII-7).
«Chi
custodisce la bocca, custodisce l’anima sua. Chi è avventato nel parlare,
sentirà dei guai. (Prov.-XIII-3).
«Bada
di non peccare con la tua lingua. Alla tua bocca metti porte e chiavistelli.
Fondi il tuo oro ed il tuo argento e fa' una bilancia per le tue parole ed un
freno ben aggiustato alla tua bocca. (Fcc.-XXVIII-28 ... ).
Ottima
è la parola detta a tempo opportuno. Pomi d'oro in legatura d'argento sono le
parole dette a tempo. L'uomo saggio tacerà sino al tempo opportuno, ma il
leggero e l'imprudente non conosceranno tempo. (Prov.-XXV-11...).
«
Per i peccati di lingua la rovina si avvicina al malvagio. (Prov.-XII-13).
«
Col frutto della sua bocca ciascuno sarà colmo di beni. (Prov.-XII-14). «L'uomo
accorto nasconde il suo sapere; invece il cuore degli stolti strambazza la
sua sciocchezza. (Prov.-XII-23). « Chi modera le sue parole, è dotto e
prudente, poiché l'uomo saggio è di spirito riservato. (Prov.-XVII-27).
«
Vi è l'oro e vi sono molte perle; ma vaso prezioso sono le labbra sapienti. (Prov.-XX-15).
«
Sempre ti accompagni la parole, di pace e di giustizia. (Eccl.-III-12).
«Chi
molto parla, farà del male all'anima propria. (Eccl.-XX-8).
«Se
soffierai sopra una favilla, si accenderà come fiamma; se vi sputerai sopra,
si spegnerà. L'una e l'altra cosa vengono dalla bocca. (Eccl.-XXVIII-14).
«Molti
morirono per mezzo della spada, ma sono molto di più quelli uccisi dalla
propria lingua. (Ecc.-XXVIII-22).
Il
fin qui detto è preso dall'Antico Testamento. Malgrado la distanza dei secoli,
la parola di Dio è sempre viva e di attualità.
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Del
Nuovo Testamento si riporta il brano, nel quale Gesù Cristo accenna alla
malizia dei Farisei:
«Razza
di vipere, come potete parlare bene voi, che siete cattivi? Poiché la bocca
parla dell'abbondanza del cuore... Ora vi assicuro che di ogni parola oziosamente
detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del Giudizio, perchè dalle tue
parole sarai giustificato e dalle tue parole sarai condannato». (Matteo
XII-34). L'Apostolo San Paolo dice: «Il vostro parlare sia pieno di grazia e
condito con sale, per ben sapere come dovete rispondere a ciascuno».
(Colossei-IV-6).
L'Apostolo
San Giacomo insegna «Ognuno dev'essere pronto ad ascoltare e lento a parlare.
Se uno crede di essere religioso senza frenare la propria lingua, seduce il suo
cuore ed è vana la sua Religione.
«Se
noi mettiamo ai cavalli il morso alla bocca per farli ubbidire, guidiamo tutto
il loro corpo.
«Guardate
anche le navi! Per quanto siano grandi e spinte da venti impetuosi, tuttavia
sono dirette da un piccolo timone a beneplacito del timoniere. Cosi anche la
lingua è di certo un piccolo membro, ma può vantarsi di grandi cose.
«
Guardate! Poca favilla quale immensa foresta può mettere in fiamme! «Anche
la lingua è un fuoco, è un mondo d'iniquità. Posta com'è dentro le nostre
membra, contamina tutto il corpo e, accesa dall'inferno, mette in fiamme la
ruota della vita.
«Tutte
le specie di bestie, di uccelli, di serpenti e di altri animali si domano e sono
state domate dall'uomo; però la lingua nessun uomo può domarla, male
infrenabile, piena di mortifero veleno.
«
Con la lingua benediciamo Dio Padre e con essa malediciamo gli uomini, che
sono fatti ad immagine di Dio. Dalla bocca esce la benedizione e la maledizione.
Non bisogna far così! Forse la fontana getta dalla medesima apertura acqua
dolce ed amara? » (Giacomo-I-19)
E'
VENUTO!...
Sulla
rivista « Ecclesia » e su altri periodici cattolici è stato pubblicato un
episodio, riferito da Padre Norbert, Sacerdote ungherese, rifugiato in Italia.
Si riporta integralmente:
Siamo
in un villaggio ungherese.
La
quarta elementare della scuola comunale ha per maestra la signorina Geltrude,
atea militante. Il suo insegnamento parte da un principio diabolico: fare
delle sue trentadue scolarette altrettante «senza Dio ».
Sono
bambine cattoliche, di famiglie cattoliche, di tradizioni cattoliche; è proprio
questo cattolicesimo che occorre abbattere con il disprezzo, la negazione ed
il ridicolo.
Cosa
strana! La maestra sembrava dotata di un fiuto particolare per scovare le
bambine che la mattina avevano fatta, la Santa Comunione e vi si accaniva
contro maltrattandole.
La
scuola è divenuta una vita d'inferno per quelle piccole creature, timorose ed
incapaci di difendersi.
Ma,
provvidenzialmente, tra di loro c'è Angela, dotata di un temperamento di
acciaio e molto intelligente. Ha dieci anni e si comunica ogni giorno. Ma fare
la Comunione ogni giorno e trasformare in vita d'inferno la sua vita di scuola,
è tutt'uno. Angela chiede alla Comunione la forza di resistere a qualunque
prova e tiene duro.
Pochi
giorni prima del Natale la signorina Geltrude inventò qualche cosa di
raffinata crudeltà. Con voce studiatamente dolce disse:
-
Dimmi, Angela! Quando i tuoi genitori ti chiamano, tu che fai?
-
Vado da loro.
-
Benissimo! E quando chiamano lo spazzacamino?
-
Viene.
-
Molto bene! Lo spazzacamino viene perchè c'è, perchè esiste. Ma supponiamo
che i tuoi genitori chiamino la nonna, che è morta. Credi tu che la nonna
verrà?
-
Oh, no! Non lo credo.
-
Brava! E se chiamo Barbablu o Cappuccetto Rosso, verranno?
-
Non verranno, perchè non sono persone vere.
-
Perfettamente! - approva la maestra con aria soddisfatta. Poi continua: - Voi
vedete, bambine, che le persone che esistono rispondono quando sono chiamate,
mentre non risponde chi è morto e chi non esiste. Ebbene, ora tu, Angela, esci
un momento dalla classe e presto. -
La
bambina esce, chiudendo la porta. - Ed ora, chiamatela! - ordina la maestra alle
compagne.
-
Angela! Angela!
La
bambina riapre la porta e rientra in classe.
-
Voi vedete che Angela è venuta, perchè Angela esiste, perchè è una persona
in carne ed ossa.. E se voi chiamaste Gesù Bambino? - Quindi, rivolta ad
Angela, dice: E tu credi che il Bambino Gesù ti ascolti se lo chiami?
E
la bambina con slancio: Sì, credo che mi senta!
-
Benissimo! Ne faremo subito la prova. Voi, bambine, avete visto poco fa Angela
uscire ed entrare quando l'avete chiamata. Se il Bambino Gesù esiste, come
esistete voi, sentirà la vostra chiamata. Gridate dunque tutte assieme, a
voce alta: Vieni, Gesù Bambino! -
Nel
silenzio pieno d'angoscia scoppia un riso sardonico: - Ecco, non ardite
chiamarlo perchè sapete che non verrà. Se Gesù non vi sente, vuol dire che
non esiste. -
Improvvisamente,
d'un salto, Angela si fa in mezzo alla classe e con gli occhi luminosi grida:
-
E noi lo chiameremo! Su, tutte, assieme: Vieni, Gesù Bambino! -
Tutte
le bambine balzano in piedi e con le mani giunte e lo sguardo ardente invocano:
Vieni, Gesù Bambino!
-
Ancora! - comanda la maestra. E tutte a ripetere - Vieni, Gesù Bambino! - E'
un grido di fede e d'angoscia. Una delle alunne afferma: - Non chiedevamo, non
attendevamo il miracolo, ma volevamo affermare solidariamente la nostra
fede. -
Ma
ecco che la porta si apre, senza fare rumore. L'aula viene inondata di luce,
che cresce e diventa come un globo di fuoco. Il globo si apre ed appare un
Bambino d'incomparabile bellezza, che sorride loro senza proferire parola. La
sua presenza apporta una dolcezza immensa.
Non
hanno più paura le piccole; non sentono che gioia. Poi la visione lentamente
scompare.
Le
bimbe per l'emozione non possono pronunziare parola.
D'un
tratto echeggia un urlo. La maestra, con gli occhi fuori dall'orbita, grida:
- E' venuto!... E' venuto!... - e scappa dall'aula.
E'
stata ricoverata in manicomio, dove ad intervalli ripete: - E' venuto!... E'
venuto!...
L'episodio
si presta a qualche riflessione.
Se
si pensa che l'Ungheria, nazione profondamente cattolica, sta subendo la
oppressione russa del comunismo ateo, non dovrebbe fare tanta meraviglia il
prodigio or ora narrato, poiché Dio misericordioso suole venire in aiuto agli
oppressi, come al tempo delle persecuzioni romane, quando simili fatti si moltiplicavano.
Si
consideri piuttosto la responsabilità di quella maestra ungherese, dotata di
intelligenza e di favella. Se al tribunale di Dio si deve rendere conto anche di
una parola oziosa, quali proporzioni di responsabilità assumeva il parlare diabolico
di quell'insegnante?
Trentadue
bambine, innocenti, religiose e disposte al bene, educate come si conviene,
potrebbero diventare un giorno madri esemplari, capaci di trasmettere ai
figli, e questi ad altri figli, il sentimento religioso, la pratica delle virtù
cristiane, preparando schiere di anime alla gloria del Paradiso.
La
parola di una donna, di una cattiva insegnante, se Dio non fosse intervenuto
prodigiosamente, avrebbe potuto rovinare individui e famiglie e disporre al
fuoco eterno.
Purtroppo
non è unico il caso ungherese, poiché ci sono degl'insegnanti, specie di
filosofia, che istillano l'ateismo alla gioventù studentesca e trascinano alla
rovina la nuova generazione.
Quale
responsabilità!
Quando
si viene a conoscenza che qualche insegnante abusa del suo ufficio, ci si muova
subito, specialmente dai genitori si ricorra all'autorità competente, si
faccia una sottoscrizione di protesta e si metta un argine all'ateismo invadente
e pervertente.
-
Reverendo, preghi per mia figlia. - Di che si tratta?
-
Era buona; ora non si riconosce più. Se la richiamo, non mi ascolta. Le dico
una buona parola e mi risponde - Zitta, Matusa! Tu non capisci! Io ho studiato e
so come comportarmi! - La scuola me l'ha rovinata!
Non
passa molto e la signora si ripresenta triste e preoccupata:
-
Preghi per mia figlia! E' divenuta madre prima del tempo. E' già all'ospedale
e c'è pericolo di vita. Soffre molto e vorrebbe suicidarsi. Non fa altro che
piangere.
-
Signora, pianga pure lei sulla sorte di sua figlia! -
A
corona di questo breve episodio, che oggi si ripete con deplorevole frequenza,
si fa rilevare quanto segue:
Le
buone parole dei genitori rivolte ai figli, ancorché momentaneamente sembrino
infruttuose, col tempo saranno facilmente ricordate ed apprezzate e potranno
servire di richiamo al bene. Naturalmente parlando ed è anche frutto di lunga
esperienza, nel cuore dei figli agisce più la parola del padre e della madre,
che non quella di qualsiasi altra persona.
Perciò
i genitori non lascino mancare ai figli il buon suggerimento ed evitino,
massimamente alla loro presenza, le parole reprensibili, cioè, quelle
triviali, le imprecative, quelle che sanno di odio al prossimo, di scherno alla
Religione ed ai suoi Ministri e di ribellione alla volontà di Dio.
Ciò
che i figli apprendono dalla bocca dei genitori, sia sempre buono; diversamente
padri e madri si addossano una grande responsabilità davanti a Dio.
Ci
sono le tenebre, ma c'è pure la luce. C'è chi si serve della parola per
rovinare le anime e c'è chi sa farla fruttare.
Il
televisore incatena masse di spettatori. Ognuno ha il proprio gusto; chi preferisce
le scene sentimentali e chi le comiche; chi la musica e chi l'atletica; chi la
reclame e chi i ritrovati della scienza.
I
comici sogliono rendersi simpatici un poco a tutti; il guaio è che non sempre
costoro sanno contenersi nei giusti limiti e talvolta scantonano.
Un
comico spiccava per il suo spirito geniale; suscitava riso ed ilarità... ma seminava
anche veleno. Non rifletteva sull'importanza e sulla responsabilità delle sue
battute spiritose. Del resto le sue scene comiche manifestavano il fango della
sua vita privata.
Un
giorno andò, come del resto facevano altri artisti, a San Giovanni Rotondo
per vedere Padre Pio. Prese posto presso l'altare, ove lo Stimmatizzato soleva
celebrare, per osservarlo meglio.
Quando
all'atto dell'elevazione della Ostia Consacrata vide il piccolo rivolo di vivo
sangue che imporporava le mani di Padre Pio, ebbe un fremito e scoppiò in
pianto. Alla commozione seguì la luce, vide in un attimo lo stato dell'anima
sua e cominciò a detestare la vita di peccato.
Quando
ebbe il colloquio con Padre Pio, avvenne la conversione completa. - Ohé, ora è
tempo di smetterla!
-
Ma posso continuare a fare il comico?
-
Puoi fare il comico per guadagnarti il pane. Però sta' attento!... Devi dar conto
a Dio! -
La
conversione fu vera conversione. Ero a Torino e visitavo una famiglia. Mi fu
detto: - C'è qui, in città, il tale comico... della televisione.
-
Ho piacere d'incontrarmi con lui. - Una telefonata e dopo una mezz'oretta
l'artista era a colloquio con me.
-
Dunque, lei sarebbe?...
-
Carlo Campanini, un convertito da Padre Pio. -
Il
colloquio si protrasse. Lui fece a me le sue confidenze ed io le mie a lui.
Campanini era commosso; lo manifestavano gli occhi. Prima di congedarlo gli
rivolsi un invito: - Domani vuol venire con me in macchina al Colle Don Bosco?
-
Verrò volentieri! -
Mi
diceva viaggiando: - Quando sono in macchina, prego e mi piace recitare
Rosari. Un giorno Padre Pio mi disse: «Carlo, quanto tempo hai impiegato in
macchina per venire da me? » Diciotto Rosari. «Questo sì che è un bel chilometraggio!
» esclamò Padre Pio. -
Al
Colle Don Bosco celebrai la Messa; Campanini la serviva con tale devozione e
raccoglimento da attirare gli sguardi. Ricevette la Santa Comunione.
Dopo
gli dissi: - Ringrazi Dio per la sua conversione. Non dimentichi però il male
fatto da artista. Se ha rovinate migliaia di anime, s'impegni a salvarne milioni.
-
Spero di farlo! Ho acquistata la gioia dello spirito e desidero che l'acquistino
anche altri peccatori. Tengo conferenze nelle principali città d'Italia. La
mia parola è convincente, perchè porto la prova della mia vita. Sono ascoltato
volentieri e voglio far fruttare in bene la mia parola.
-
La invito fin da ora a tenere una conerenza in Sicilia, nella città di mia
dimora.
-
Verrò con piacere!... Approfitto del talento della parola per riparare il male
fatto nella mia vita, portando anime a Dio. Ciò che conta è il bene che si fa.
Comprendo che la vita non è piacere; è missione e responsabilità. -
Da
anni desideravo incontrarmi con un uomo, di cui molto si è interessata la
stampa italiana ed estera. Ero a Roma ed approfittai per andarlo a trovare a casa
sua. Non lo trovai e mi ricevette la moglie.
-
Signora, vorrei parlare i suo marito. - Se vuole, può attenderlo oppure ritorni
fra un'oretta. E' tranviere ed è di servizio.
-
Intanto chiedo a lei qualche delucidazione. Queste signorine, vestite a nero
e col bavero bianco, che lavoro compiono qui dentro?
--
Sono missionarie, come sono missionaria io. Abbiamo l'apostolato della parola
e facciamo il catechismo in questa zona di Roma. Raduniamo persone nei saloni
e nei cortili, le istruiamo nella Religione e poi facciamo pregare.
-
Chi ha avuto questa felice idea? - Mio marito. E' lui l'anima del nostro
apostolato. -
Finito
il servizio, Bruno Cornacchiola rientrò in casa. Bella figura d'uomo! Alto,
nerboruto, sguardo penetrante, franco di parola e tratto dignitoso.
-
Signor Bruno, - gli dissi dopo i convenevoli, - cosa è quell'affare che fa
capolino al suo fianco? - Difatti sporgeva dalla cintura un po' di legno.
-
E' il Crocifisso che porto con me. - Sollevò il lembo della giacca ed apparve
un lungo Crocifisso.
-
Comprendo che è bene tenere addosso il Crocifisso, ma non occorre che sia
cosi grande. Almeno è lungo venticinque centimetri; è troppo lungo, sporge
dalla giacca e dà all'occhio.
-
Non importa!... Prima qui stava il pugnale per uccidere il Papa ed ora sta il
Crocifisso per uccidere Satana nel cuore dei peccatori.
-
Ma lei voleva davvero uccidere il Papa?
-
Lo volevo uccidere! Però, quando mi convertii, andai al Vaticano e consegnai
il pugnale a Pio XII. Fu la Madonna a convertirmi nella gratta delle Tre
Fontane, quando apparve prima ai miei bambini e poi a me.
-
Ultimamente, - soggiunsi, - ho visitato la grotta ed ho visto migliaia e
migliaia di cuori-voto. Quante grazie si sono ottenute alle Tre Fontane! Si vede
che la Madonna vuole essere onorata in quel posto. Se lei mi raccontasse la storia
delle apparizioni e della sua conversione, scriverei un libretto popolare.
-
Non è possibile dire tutto in breve. Hanno scritto altri autori ed in diverse
lingue. Le consiglio di assistere ad una mia conferenza e con l'apparecchio può
registrare tutto. Faccio spesso delle conferenze, in Italia ed all'estero.
-
La Madonna quante volte le è apparsa?
-
Diciotto volte. Tutto è scritto. Ci sono le immagini della Vergine, la quale
si lasciò vedere dicendomi: « Sono la Madonna della Rivelazione! » Teneva
un libro in mano mentre essa mi parlava. Io descrissi al pittore le fattezze
della Madonna; l'immagine è graziosa, ma non c'è paragone con la reale
bellezza della Vergine. Intanto ho una missione da compiere: devo salvare le
anime. E' la Madonna che mi spinge all'apostolato. Sento in me un grande ardore
ed il dovere di amare Gesù e la Vergine Maria e di farli amare. Per questo
vado in giro a tenere conferenze.
Due
convertiti, Bruno Cornacchiola e Carlo Campanini, tengono conferenze. Dalla loro
bocca escono parole ardenti, è il loro cuore che parla.
I
frutti spirituali, che forse non ottengono i grandi predicatori dal pulpito,
li ottengono questi due conferenzieri laici. Benedette le loro parole, che Dio
feconda con la sua grazia!
Non
sono gli unici laici i conferenzieri del genere, perchè ovunque e specialmente
in Italia il Signore suscita gli apostoli della parola.
Il
maestro della parola per eccellenza è Gesù Cristo, che è il « Verbo di Dio
», cioè, la «Parola di Dio ».
Come
la nostra parola è l'immagine e la manifestazione del nostro pensiero, cosi Gesù
Cristo, Uomo-Dio, è l'immagine dell'Eterno Padre, Purissimo Spirito, ed è la
manifestazione della Divinità nel mondo.
Gesù
venne sulla terra per annunziare la buona novella, cioè, la buona parola. I
suoi insegnamenti sono contenuti nel Vangelo. La parola « Vangelo,», di origine
greca, significa appunto « buon annunzio » o « buona parola ».
In
uno scritto, che ha per titolo « Importanza della parola », non può omettersi
qualche considerazione sulla parola di Dio.
Si
fa rilevare che è parola di Dio non solo quella contenuta nei libri dell'Antico
e del Nuovo Testabmento, ma pure quella insegnata dagli Apostoli, ripieni di
Spirito Santo, e quella contenuta nella Tradizione Autentica della Chiesa,
poiché, come afferma San Giovanni a chiusura del suo Vangelo, non tutto è
scritto nel Vangelo:
«
Ci sono altre cose che ha fatte Gesù, le quali, se fossero scritte una ad una,
credo che il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere ».
(Giovanni-XXI-25).
Posto
ciò, facciamo delle riflessioni sulla parola di Dio, per apprezzarla maggiormente
e per renderla molto efficace.
Uno
sguardo all'Antico Testamento. Il quarto libro di Mosè è chiamato « Numeri»,
perchè comincia con la enumerazione degli Ebrei secondo le loro tribù e
famiglie.
Nel
libro dei «Numeri » è detto che la parola di Dio deve aversi sempre presente.
Infatti il Signore disse a Mosé:
«
Parla ai figli d'Israele e di' loro che si facciano delle frange agli angoli dei
loro mantelli e vi mettano dei cordoni di colore di giacinto, perchè vedendo
tali cose si ricordino di tutti i comandamenti del Signore e non vadano dietro
ai loro pensieri ed ai loro occhi, che tendono all'impurità, ma si ricordino
piuttosto dei precetti del Signore e li mettano in pratica e siano puri
davanti al loro Dio ». (Numeri-XV-32).
Al
tempo di Gesù Cristo i Farisei portavano tali frange ai mantelli, ma più per
farsi vedere e stimare dagli uomini che per piacere a Dio. I Farisei conoscevano
la legge di Dio, la portavano scritta sulle filatterie del mantello, però non
la osservavano. - A motivo di ciò Gesù li chiamava ipocriti e sepolcri
imbiancati.
Il
Signore disse inoltre:
«
Ed ora, Israele, ascolta i precetti e le leggi che t'insegno, affinchè, mettendoli
in pratica, tu possa vivere... Non aggiungere né togliere alla parola che io
dico». (Deuteronomio-IV-1...).
Più
che nell'Antico Testamento è nel Nuovo che splende la luce della parola di Dio.
Gesù
Cristo venne a perfezionare la legge antica, data al popolo ebreo, e con la sua
parola autorevole e dolce esercitava un fascino potente, tanto che le folle
lo seguivano per giornate intiere, avide di ascoltarlo.
Gesù
effondeva la buona parola a larghe mani, sempre ed a tutti.
Affinché
i suoi ascoltatori comprendessero il dono della divina parola, l'apprezzassero
e custodissero, Egli portò la parabola del seminatore, dell'uomo che gettò
il grano nella sua campagna; di esso una parte cadde sulla strada, una parte sui
sassi e tra le spine ed una parte sul buon terreno.
Gesù
spiegò la parabola:«Se uno ascolta la parola del regno (divino) senza
attenzione, viene il maligno (il demonio) e porta via quello che è stato
seminato nel cuore di lui; questo è simboleggiato nel seme caduto lungo la
strada.
Il
seme caduto in luoghi sassosi rappresenta chi ode la parola e subito la riceve
con gioia; ma non ha in sé radice e dura poco; appena viene la tribolazione e
la preoccupazione a causa della parola, subito resta scandalizzato.
Colui
che riceve il seme tra le spine è chi ascolta la parola, ma le preoccupazioni
del mondo e l'attrattiva delle ricchezze l'affogano e la rendono infruttuosa.
Quello
poi che riceve il seme in buon terreno, è chi ascolta la parola e vi pone mente
e porta frutto e dà ora il cento, ora il sessanta ed ora il trenta per uno ».
(Matteo-XIII-19).
La
parola di Dio è grano, è pane, è cibo dell'anima. Bisogna nutrirsene e saperla
assimilare. Come sarebbe vano dare al corpo il cibo, se non seguisse l'assimilazione,
così sarebbe dell'anima se non assimilasse la parola di Dio.
Inoltre
la parola divina è come la lucerna ai piedi dì chi cammina di notte per
luoghi scabrosi.
Gesù
insisteva sulla necessità di praticare la sua parola ed aggiunse un altro
paragone:
«
Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo
avveduto che fondò la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i
fiumi, soffiarono i venti ed imperversarono contro quella casa; ma essa non
cadde, perché era fondata sulla roccia.
Chi
invece ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile ad un
uomo stolto, che edificò la sua casa sopra la sabbia. Cadde la pioggia, inondarono
i fiumi, soffiarono i venti ed' imperversarono contro quella casa ed essa andò
giù e fu grande la sua rovina » (Matteo-VII-24...) .
Avvenne
un giorno che, mentre Gesù predicava, una donna, alzando la voce in mezzo alla
folla, disse: «Beato il seno che ti ha portato ed il petto che ti ha nutrito».
E
Gesù rispose: - Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la
custodiscono! - (Luca-XI-27 ...) .
Custodire
la parola di Dio significa tenerla nella mente e nel cuore e, all'occasione,
metterla in pratica.
San
Giacomo ribadisce le parole di Gesù:
«
Abbracciate con mansuetudine la parola (di Dio) se posta in voi, la quale può
salvare le anime vostre. E mettete in pratica questa parola; non ascoltatela
soltanto, ingannando voi stessi, perchè, se uno ascolta la parola (di Dio) e
non la mette in pratica, è simile ad un uomo che guarda il suo volto nativo in
uno specchio e, appena si è mirato, se ne va e dimentica subito quale sia.
Chi
invece fisserà con attenzione lo sguardo nella legge perfetta di libertà e
persevererà in essa, non come chi ascolta e dimentica, ma come chi mette in
pratica, costui sarà beato nel suo operare ». (Giacomo-I-21...).
La
parola di Dio deve amarsi, perché viene da Dio, è dono di Dio ed è necessaria
alla salvezza dell'anima.
Si
deve apprendere con interesse. E' con la predicazione che viene imbandita ai
fedeli.
Dunque
è doveroso ascoltare le istruzioni religiose e non annoiarsi delle prediche.
E'
vera carità invitare gli altri ad andare all'istruzione religiosa, particolarmente
in occasione di Esercizi Spirituali e di sacri ritiri. Si dà molta gloria a Dio
indirizzando i piccoli al catechismo parrocchiale.
Oltre
che dalla predica, la parola di Dio si può attingere dai libri sacri. Non
sempre si fanno le prediche e non sempre si ha la possibilità di andare ad
ascoltarle; invece il libro sacro può aversi sempre a disposizione.
I
libri sacri per eccellenza sono quelli contenuti nella Bibbia; sono anche sacri
i libri approvati dalla Chiesa, detti comunemente di «meditazione » e di «
lettura spirituale ».
Non
tutti comprendono l'importanza della parola di Dio scritta e per questo molti
non fanno giornalmente un po' di pia lettura.
Il
demonio, che conosce l'utilità della divina parola scritta, con inutili
pretesti ne distoglie le anime.
Si
può giungere ad alto grado di vita spirituale perseverando nella pia lettura
quotidiana, mentre per lo più s'indietreggia tralasciandola.
Chi
conosce discretamente bene la parola di Dio, cioè le verità divine rivelate
e le norme principali della morale cattolica, se ne serva per illuminare il
prossimo nelle vie del Signore. Questo però si faccia con prudenza, per
averne i frutti desiderati.
Il
falso zelo, figlio dell'imprudenza, specialmente in campo di morale, non è
lodevole. Si chiarisce questo concetto con qualche esempio.
Un
tale, per ignoranza, per distrazione o per leggerezza, commette una mancanza
rilevante; insomma non dà peso al male che sta operando. Si accorge di ciò
qualcuno che è addentro alla legge di Dio e nel suo zelo dice a chi manca: Ciò
che ora fai, è peccato mortale; offendi gravemente Dio; tu andrai all'inferno!
-
Chi
parla e richiama così, corre rischio di far commettere un vero peccato, cioè
quello detto « formale»; mentre senza richiamo il peccato sarebbe soltanto «materiale
», cioè di poca o di nessuna responsabilià.
In
pratica, non si dica alle anime rozze ed ai piccoli: Questa mancanza è grave
peccato.
E'
sufficiente dire: Non va bene quello che tu ora fai!
La
prudenza suggerisce di spendere la buona parola in diverso modo, secondo i casi.
Ad
esempio, c'è chi non ascolta richiami, anzi si ribella alla buona parola. Come
comportarsi?
Dice
lo Spirito Santo: Dove non ti si dà ascolto, non dilungarti a parlare. (Eccl.
XXXII-6).
Concludendo:
Se si prevede che la buona parola otterrà facilmente il suo effetto, si dica;
diversamente si tace o si rimanda a tempo più opportuno.
Ha
suscitato ilarità un fatto, che i giornalisti hanno sfruttato con i loro
commenti.
Verso
sera un Parroco, dopo aver chiusa la porta della Chiesa., si accorse che sul
gradino dell'altare c'era un involtino ben legato.
Il
primo pensiero che gli si affacciò alla mente fu: « Che non ci sia dentro
qualche piccolo ordigno con esplosivo?... Ne avvengono simili sorprese anche nelle
Chiese ».
Non
si azzardò a toccarlo. Per telefono ne informò la Questura e chiamò persino
i vigili del fuoco.
Quanto
panico al momento di avvicinarsi e toccare l'involtino! Si pensava di
prenderlo delicatamente e di portarlo lontano, o alla spiaggia o in campagna,
così la eventuale esplosione della bomba non avrebbe fatto male.
Ma
dall'assieme delle circostanze si pensò di aprirlo con cautela, tanto più che
non si avvertiva il tic-tac, proprio degli ordigni in attività.
Man
mano che si scioglieva l'involtino, si stava sospesi in attesa di qualche
sorpresa. Il più in orgasmo era il Parroco. Questi all'improvviso mandò un
grido: Tutti biglietti di banca!... Un milione!.
Si
lesse rapidamente l'accluso biglietto: Offro questo milione alla Parrocchia
per opere caritative. Non voglio che si conosca l'offerente.
I
giornalisti commentarono: «Invece di esplodere la bomba, esplose il Parroco!
».
Un
involto a sorpresa! Avrebbe potuto esserci una bomba, capace di seminare rovine,
ed invece c'era un milione, buona ricchezza.
Ognuno
ha nella bocca la lingua, la quale, a somiglianza di quell'involto, potrebbe
seminare rovine e stragi come la bomba, oppure apportare immensi beni morali.
La
lingua non è a sorpresa; è però un membro misterioso, forse il più misterioso
del corpo umano, capace di ogni bene e di ogni male. Tutto dipende da chi
l'adopera.
Dice
lo Spirito Santo: « La lingua di pace è albero di vita; la lingua senza freno
piaga lo spirito ». (Prov.-XV-4).
Ed
ancora: E' terribile nella sua città l'uomo che non tiene a freno la lingua. (Eccl.-IX-25).
In
questa prima parte si è parlato della parola piuttosto in forma generica. Ora
si parlerà in forma specifica, scendendo ai particolari della vita pratica.
La
prima qualità della parola è che sia vera.
Mi
diceva un Sacerdote: «Mi è stata assegnata una Parrocchia un po' difficile a
reggersi. Sin dall'inizio visti non pochi inconvenienti, mi è toccato
stringere i freni. Con la pazienza, la frequente istruzione religiosa ed altre
industrie, sono riuscito ad avere la Chiesa popolata non di sole donne, ma
anche di molti uomini.
«
Ormai sono in bocca a tutti, nell'ambito parrocchiale e fuori. Chi approva ed
ammira il mio operato e chi non lo gradisce e, come avviene in simili casi,
tanti borbottano contro di me. Ma io tiro dritto!
«
Tempo fa, passando per una via secondaria della Parrocchia, vidi una donna
che s'intratteneva con i figlioletti. Approfittai per avvicinarla. La salutai
e, dopo qualche chiacchiera, le dissi: - Signora, lei va in Chiesa la domenica?
-
Non mi parli più di Chiesa! - Perchè?
-
Hanno mandato in questa Chiesa un Parroco, che fa scappare la gente. Che brutto
Prete! Non vado in Chiesa proprio per lui. - Ma lei lo conosce? - Certo! L'ho
visto tante volte!
-
Forse somiglia un poco a me?
-
Affatto! Lei è bello di faccia e buono di cuorel Ma quello!...
Concludeva
con me il Parroco: « Vede cosa mi càpita in Parrocchia? C'è proprio da
ridere!
Quanta
sfacciataggine in una madre di famiglia nell'asserire il falso!
E'
la menzogna che circola e che spesso si fa strada. Quale valore dare al parlare
di chi mentisce con facilità?
Bisogna
amare la verità. Chi ama la verità, ama Dio, perchè Dio è «Verità». Dice
Gesù Cristo: «Io sono la Via, la Vita e la Verità» (Giovanni-XIV-6).
Davanti
a Ponzio Pilato Gesù affermò: «Sono venuto al mondo per dare testimonianza
alla verità. Chi è per la verità, ascolta la mia voce». (Giovanni-XVIII37).
Nel
libro dell'Ecclesiastico si legge:
«
Figlio, per l'anima tua non ti vergognare di dire la verità... Non dire menzogne
contro l'anima tua... Non contraddire in alcun modo alla parola di verità
». (Eccl.-IV-24 ...).
«
Obbrobriosa macchia nell'uomo è la bugia. E' preferibile il ladro all'uomo che
ha l'abitudine di mentire; però l'uno e l'altro andranno in perdizione ». (Eccl.
XX-26).
«Prima
di ogni opera ti preceda la parola di verità ». (Eccl. XXX-VII-20). «Sei
cose odia il Signore: Il cuore che medita cattivi disegni, le mani che spargono
sangue innocente, i piedi che corrono frettolosi al male, gli occhi superbi,
il falso testimonio che proferisce menzogne e la lingua bugiarda ». (Prav.
VI-16) Sono tutte sentenze dello Spirito Santo, degne di molta riflessione.
La
verità non si può negare, però si puó tacere, anzi in particolari circostanze,
quando la carità e la prudenza lo esigono, si deve tacere.
Le
circostanze cambiano da caso a caso; ognuno si regoli con prudenza, tenendo
presenti i principii della giustizia e della carità.
C'è
un caso particolare, che si crede opportuno accennare.
Per
diritto naturale nessuno è tenuto ad accusare se stesso e nessuna autorità
umana, pubblica o privata, ha il diritto d'imporre ad un colpevole di accusare
se stesso.
Un
tale commette un omicidio; si sospetta di lui e viene arrestato. Al tribunale,
se il presidente gli dicesse. Hai tu commesso quell'omicidio? - l'imputato
potrebbe rispondere: Non l'ho commesso io!
In
questa affermazione non c'è ombra di bugia.
Il
presidente del tribunale non ha il diritto d'imporre al reo l'accusa di se
stesso; infatti fa prestare il giuramento ai testimoni e li obbliga a parlare,
ma all'imputato, non rivolge alcuna domanda.
Come
in tribunale, così in società ed in famiglia, nessuno, se interrogato, è
tenuto a manifestare la propria colpa.
Pur
restando questo principio, il colpevole è tenuto in coscienza a riparare i
danni causati dal proprio fallo.
Dovendo
la parola essere vera, non si esageri in quello che si dice. E' facile esagerare
le cose e parlare, come si dice, con la lente d'ingrandimento.
E'
pure un difetto, ma non colpa morale, l'usare spesso aggettivi superlativi. Il
superlativo, tanto nel bene quanto nel male, non è troppo facile a riscontrarsi
nelle persone e nelle cose.
La
verità è indivisibile, cioè, semplice; ed allora chi vuol parlare con verità,
abbia la parola limpida come l'acqua alla sorgente.
Per
dare forza alla parola talvolta vi si aggiunge il giuramento. Chi giura facilmente,
non ne comprende la responsabilità.
Gesù
Cristo insegna: Avete udito che fu detto agli antichi Non spergiurare; mantieni
invece i tuoi giuramenti al Signore. Io però vi dico Non giurate mai, nè per
il Cielo, che è trono di Dio, nè per la terra, che è sgabello ai suoi
piedi, nè per Gerusalemme, che è la città del gran Re. Non giurare neppure
per la tua testa, perchè non puoi fare bianco o nero un solo capello. Ma sia il
vostro parlare: Sì, si! No, no! - perchè il di più viene dal maligno.
(Matteo, V-33...).
Dagli
interpreti, quali San. Girolamo e Sant'Agostino, le parole di Gesù sono
spiegate così:
Per
le persone oneste, specie se cristiane, il parlare deve essere così vero da
non richiedere giuramento. In una parola, qualsiasi affermazione dev'essere
considerata come se fosse accompagnata dal giuramento.
Conviene
fare una discreta spiegazione sul giuramento. Riporto una pagina del libretto
« I peccati di lingua », di cui si è fatto cenno a principio dello scritto.
La
Santa Chiesa, basandosi sulla Sacra, Scrittura, ove in diverse circostanze è
detto che è lecito qualche volta il giuramento, dichiara che negli affari di
grande importanza non è male il giurare... però sempre sulla verità.
Ne
consegue che è lecito giurare davanti all'Autorità Ecclesiastica nelle deposizioni
canoniche ed anche negli affari privati di molto rilievo.
Chi
giura sulla verità in cose di nessuna o poca importanza, commette una leggera
colpa; l'ignoranza e l'irriflessione potrebbero scusare da questo peccato
veniale.
Chi
giura sulla menzogna per cose importanti oppure di poco conto, davanti a Dio
si rende reo di grave colpa.
Quanti
hanno la coscienza erronea su questo punto della morale, credendo essere
piccola colpa il giuramento su piccola bugia!
Si
danno dei suggerimenti:
Chi
ha l'abitudine di giurare, si sforzi di correggersi; così facendo, evita anche
il cattivo esempio.
Chi
giura sula bugia distrattamente, cioè, non avvertendo prima di giurare il male
che fa, oppure si accorge del giuramento soltanto dopo averlo pronunciato, in
questi casi non pecca, perchè manca un requisito essenziale del peccato, requisito
che consiste nella piena conoscenza del male che si sta operando.
Il
peccato lo commette soltanto chi si avvede del giuramento falso o prima di
giurare o nell'atto stesso in cui giura. Un male, al quale poco si pensa, è il
domandare agli altri il giuramento: Se è vero quanto tu mi dici, giura.
Chi
non vede che agendo così si dà motivo di giurare inutilmente o, peggio ancora,
di giurare sulla bugia?
Il
richiedere il giuramento è mettere il prossimo in pericolo di giurare il falso,
perchè; quando si è messi alle strette, per non fare la figura di bugiardo, si
preferisce, purtroppo, giurare falsamente.
Si
ascolti in proposito la Sacra Scrittura!
Non
avvezzare la tua bocca al giuramento, perchè da esso vengono tante cadute.
Il nome di Dio non sia spesso sulla tua lingua (nominandolo invano) e non
mescolare (al discorso) il nome dei Santi, perchè non ne andrai impunito (Eccl.
XXIII-9... ).
Continuando
sul tema che la parola deve essere vera e semplice, si suggerisce qualche regola
che insegnano i Maestri di spirito:
Non
affermare né negare mai con essoluta certezza quello che si sa; ma ogni
affermazione sia condotta con un poco di sale di grazioso dubbio.
Quindi
è bene dire: Io penso che sia così!... Se non m'inganno, è così!... Mi pare
di avere udito dice così!...
Se
questo si sa fare con discrezione, non urta chi la pensa diversamente.
Se
si parlasse sempre con schiettezza, non ci sarebbero tante diffidenze, tra amici
e tra familiari.
La
diffidenza nasce dal fatto che taluni parlano con doppiezza, con finzione, con
frasi equivoche e non è sempre facile conoscere ciò che è vero e ciò che
è falso.
Di
certe persone si può affermare che quando parlano non dicono bugie, ma neppure
dicono la verità.
Fui
invitato da un gruppo di amici a celebrare la Messa nella Chiesa di San Pietro,
a Roma. Si scelse una cappella delle Grotte Vaticane, vicino alla tomba di Papa
Giovanni.
Durante
la celebrazione il mio sguardo si posava di tratto in tratto sul quadro
della Madonna, che mi stava dinnanzi. L'immagine era proprio bella. Mi colpì
il grazioso volto della Vergine, perchè sulla guancia c'era una scia di sangue.
-
Strano! - dicevo tra me. Cosa c'entra questo sangue? Che significato avrà
voluto dare il pittore?
Finita
la Messa, ne chiesi spiegazione ad una pia signora.
-
Reverendo, questa è la cappella della Madonna dei Polacchi. Il quadro ha una
storia dolorosa. Un soldato, passando davanti a quest'immagine, per disprezzo
diede una sferzata sul volto della Madonna e colpì la guancia; ne seguì
subito la lividura e poi il sangue. -,Il quadro è sull'altare della suddetta
cappella e chi desidera può vederlo.
Un
colpo di sferza... ed una scia di sangue! Fu quello un gesto sacrilego, che la
Madonna ripagò con un prodigio doloroso.
Questi
sono fatti eccezionali, che passano alla storia.
Qualche
cosa di simile, sebbene in altro campo, avviene con la lingua per le parole
che dice. La lingua viperina è come una sferza in mano a persona irata. I
suoi colpi cadono or su questo ed or su quello e fanno sanguinare non la faccia,
ma il cuore del prossimo.
Quanti
infatti piangono per calunnia o per mormorazione, avendo perduta coi
l'opportunità di sistemarsi nella vita, avendo subito un ingiusto
licenziamento.
Visitavo
il Giardino Zoologico di Roma, molto esteso, con tanti recinti, adattati
alle esigenze dei vari animali.
Mentre
osservavo le belve, di tanto in tanto udivo un colpo forte, che rintuonava in
quella zona.
Il
colpo era così potente da spingermi a trovarne la causa e la trovai.
Entrai
in un recinto ampio e riparato anche dal tetto. Vi stava un maestoso elefante,
legato al piede con forte catena. Vicino c'era un portone di ferro. L'elefante,
ad intervalli, scaraventava la proboscide su quel portone e causava il rombo.
Mi
fermai a mirare quella proboscide, lunga circa due metri e grossa come il tronco
di un discreto albero; abbassandosi sino al suolo, il respiro che ne veniva
fuori spazzava il pavimento circostante.
Potenza
di una proboscide, capace di afferrare un uomo e lanciarlo in aria come un
giocattolo, capace di sradicare un albero!
Ma
c'è qualche cosa di più potente della proboscide di un elefante! E' la lingua
dell'uomo e, più ancora, la lingua della donna, eccitata da qualche passione.
Dalla
proboscide di un elefante ci si può guardare, standone scostati; ma dalla
lingua malvagia non se la scappa nessuno, neppure i lontani.
Entriamo
in una parte assai importante dello scritto, per dichiarare che la parola deve
essere caritatevole.
Se
si custodisse bene la lingua, quanti crepacuori si eliminerebbero, quante famiglie
starebbero in pace, quanti delitti si eviterebbero e quante spese si risparmierebbero
a motivo delle liti!
Dio
ha messo le orecchie al corpo umano, ma senza alcun riparo, cosicché, anche
non volendo, qualche volta si è costretti a sentire ciò che non conviene
sentire.
Dio
invece chiuse la lingua dentro la bocca, serrandola con due cancelli, i denti
e le labbra, che sono, come dice il Rodriguez, muro e antimuro.
Prima
di sciogliere la lingua e parlare, si rifletta sulle circostanze, cioè, sul
fine, sul modo e sulle conseguenze che potrebbero venirne.
Il
Profeta Davide, uomo secondo il cuore di Dio, così pregava: Poni, o Signore,
una guardia alla mia bocca ed una porta intorno alle mie labbra! Non permettere
che il mio cuore scenda a parole maliziose. (Salmo CXL-4).
Anche
il Savio nel libro dell'Ecclesiastico dice: Chi darà custodia alla mia bocca
e metterà un sigillo inviolabile sopra le mie labbra, affinché io non cada per
colpa loro e la mia lingua non sia la mia perdizione? (Eccl. XXII-33).
Sant'Agostino
insegna che ogni parola dapprima deve andare alla lima della riflessione e poi
alla lingua.
E
San Cipriano dice che l'uomo sobrio non manda mai cosa alcuna allo stomaco,
che prima non abbia ben masticata; e così l'uomo prudente ed accorto non manda
fuori dalla bocca parola alcuna, senza averla prima ruminata molto bene nel
suo cuore.
Data
perciò l'importanza della parola, si dovrebbe stare attenti a non spifferare
notizie, a non pronunziare facilmente sentenze ed a non mettere fuori con la
lingua tutto ciò che salta per la mente.
E'
questa la differenza tra gli stolti ed i giudiziosi, che i primi hanno il cuore
sulla lingua ed i secondi la lingua nel cuore. (Eccl. XXI-29).
Dice
una battuta spiritosa che la differenza tra lo specchio ed il chiacchierone
è, che lo specchio riflette senza parlare, mentre il chiacchierone parla senza
riflettere.
Ama
il prossimo tuo come te stesso!... Non fare agli altri quello che non vorresti
fosse fatto a te!
Tutta
la pratica della carità poggia su questo principio di morale.
E'
proprio contro la carità che d'ordinario si manca, quando non si custodisce
la lingua, ed è proprio la carità che deve tenersi presente quando si parla.
Si
può mancare inventando e seminando calunnie, per sfogare l'odio contro
qualcuno. La calunnia è un'arma diabolica ed è l'arma dei vili.
Calunnia
vuol dire attribuire una colpa ad un innocente.
Oltre
che con la calunnia, si manca con la lingua mormorando.
Mormorare
significa parlare delle colpe altrui, però delle colpe vere, non già
inventate.
Ma,
se una colpa è vera, perchè si manca contro la carità parlandone? Il motivo
è questo:
Quando
una colpa è vera (s'intende parlare di colpe gravi!...) e si è vista
commettere sotto i propri occhi, se questa colpa è ancora occulta, si pecca a
manifestarla ad altri perchè ognuno ha diritto al proprio onore. Soltanto
è lecito manifestarla ad una persona prudente, con l'obbligo del segreto, o per
la correzione del colpevole o per il bene di una terza persona. Se basta, per
ottenere il buon effetto della parola, manifestare una colpa occulta ad un
individuo, non si manifesti a due.
Quando
un fatto grave è conosciuto in ambiente chiuso o ristretto, non è lecito
portarlo fuori.
Se
invece una colpa grave è di pubblica ragione, il parlarne di per sè non
sarebbe male; potrebbe divenire male per le circostanze che accompagnano il parlare,
cioè, il piacere del male altrui, l'approvazione del male avvenuto, lo scandalo
dei piccoli, ecc. Anche in questo caso, se non c'è un fine che giustifichi il
parlare, c'è il difetto della loquacità e del parlare ozioso.
Quando
in famiglia o altrove si parla di fatti pubblici, delitti, scandali, ecc., si
dica anche la buona parola, la parola di carità, ad esempio: Ripariamo Dio del
male che è avvenuto... Preghiamo per chi ha fatto il male... Non facciamoci meraviglia
degli altri, poiché anche a noi potrebbe capitare simile disgrazia... Che Dio
ci liberi dalle cattive occasioni!
Espressioni
simili escono dal cuore caritatevole e veramente religioso. Chi le ascolta, ne
resta edificato.
Ed
invece... quanta leggerezza nel parlare! Quanta incoscienza nel narrare le
spavalderie altrui e proprie!
Nel
dopo guerra ero in treno. Attirò la mia attenzione il parlare di un uomo, che
narrava un episodio personale. Diceva: Ero militare, col grado di sergente, ed
avevo da sorvegliare una piccola zona. Di notte tempo scorgevo tra le alture
circostanti un piccolo faro; ad intervalli ne partiva un raggio luminoso.
Non
passava molto e sulla zona a me assegnata cadeva una pioggia di proiettili.
Decisi, a costo della vita, di scoprire e troncare l'inconveniente; ero convinto
trattarsi di qualche spia.
Una
notte mi spinsi con precauzione al di là del piccolo faro per cogliere alle
spalle la spia. Ci riuscii. Appiattata dietro un grosso sasso stava una
persona, col piccolo faro in mano, ma spento; a fianco stava il fucile.
Dato
l'alto là ed imposto di tenere le mani in alto, mi accorsi che era una
signorina in abito militare. Le legai le mani e la condussi in una scarpata.
A
guardare quella signorina, autrice di quei disordini notturni, estrassi il pugnale
e le trapassai il petto da parte a parte...
Il
sergente narrava la sua prodezza per farsi bello davanti agli ascoltatori, ma
non pensava che con quell'atta si era costituito assassino e portava al
pubblico il suo pessimo operare.
Il
codice di guerra, basato sulla legge naturale, permette che si possa uccidere un
uomo per difesa personale. Ma quando il nemico è disarmato, incapace di
nuocere, è delitto l'ucciderlo; perciò è delitto uccidere un prigioniero.
Quella
signorina aveva fatto la spia; disarmata e legata non poteva nuocere. Il
sergente aveva il diritto di presentarla al Comando Militare, al quale spettava
assegnare la meritata pena.
Davanti
a Dio quel sergente è un omicida. Uccidendola all'improvviso, non diede
alla giovane neppure il tempo di chiedere perdono a Dio dei suoi peccati e forse
la rovinò per il tempo e per l'eternità. Questo triste episodio serva
d'insegnamento a non narrare i nostri fatti poco edificanti.
Lo
Spirito Santo dice: Se hai peccato, non lo svelare (Eccl. XIX-8). I motivi sono
i seguenti:
1)
Narrando una colpa propria, si corre pericolo di godere del male già operato,
il che è anche male.
2)
Chi ascolta, potrebbe prendere cattivo insegnamento.
3)
Si ha il dovere della carità non solo verso gli altri, ma anche e specialmente
verso se stessi, per conservare il buon concetto che altri potrebbero avere di
noi, poiché dice il Signore: Abbi cura del tuo buon nome, perché sarà tuo più
lungamente che mille tesori preziosi ed immensi. I giorni della tua vita
hanno un numero, ma il buon nome dura eternamente. (Eccl. XLI-15).
Il
4 novembre, 1967, ero a Roma. Non si potè fare l'annuale sfilata militare davanti
alla tomba del Milite Ignoto, in Piazza Venezia, perchè il cielo minacciava
tempesta; infatti i pompieri lavoravano per qualche disastro causato dal
vento. Partito per Padova, dovetti fare la linea di Falconara, poiché era bloccata
quella di Firenze. Questa città cominciava ad essere inondata dalla terribile
e mai vista alluvione. I disturbi atmosferici si spostarono verso il Padovano
ed il Polesine e toccò anche a me trovarmi nell'inondazione.
Quando
Dio volle, cessò il cattivo tempo.
Al
ritorno in Sicilia, attraversando in treno la Toscana, osservavo la zona del
Lungarno e specialmente la periferia di Firenze. C'era da vedere!
Le
tracce del fango, con l'umido delle acque sino ai cornicioni del primo piano,
dicevano chiaramente di quale portata fosse stata l'alluvione.
C'era
tanto movimento alla periferia della città, sia per il trasporto delle cataste
di melma che per la provvigione dell'acqua potabile.
Ciò
che pure mi colpì fu l'esposizione di tutto ciò che era messo ad asciugare. In
una campagna c'era la scena dei parapioggia aperti e capovolti. Tutti i balconi
e tutte le terrazze biancheggiavano di lenzuola, tovaglie, panni e biancheria di
ogni sorta. Era giusto approfittare del bel tempo.
Un
proverbio dice: I panni sporchi si lavano in casa e poi si stendono in casa. -
Ed è bene fare così per delicatezza personale e familiare.
Ma
il proverbio ha un alto significato; vuol dire che le miserie morali della famiglia
(...veri panni sporchi!...) devono restare in casa e non esporle al vento.
Non
ci si bada tanto a portare fuori di casa certe notizie: il brutto carattere del
marito, la sua vita scostumata, le magagne del figlio o della figlia, ecc.
Il
lavare i panni sporchi fuori di casa e poi stenderli fuori, è nulla di male davanti
a Dio; ma portare fuori di casa le mancanze dei propri cari, questo si che è un
vero male.
Se
non è lecito parlare male del prossimo, tanto più del prossimo più prossimo.
Stiano
perciò attenti i genitori ed i figli e soprattutto le suocere e le nuore, che
per la loro lingua sono divenute la favola della società.
Il
De Amicis cosi scrive:
La
maldicenza, universale e sfogata, non ha luogo che la sera, quando tutti hanno
bisogno di compensarsi delle fatiche. Allora una metà del genere umano dice
male dell'altra metà.
Se
in una città, volando in giro con la rapidità di un'aquila, si potesse fare
una capatina in tutti i crocchi ed i ritrovi, mettere l'orecchio a tutti gli
usci, cogliere qualche parola di tutti quelli che passeggiano, distinguere
voce per voce tutto il ronzio di quell'immenso alveare umano, si troverebbe
che tre parti su quattro dei discorsi sentiti sono di amici contro amici e di
parenti contro parenti.
IN
PRATICA...
Per
non avere rimorsi del parlare, ci si attenga a queste regole:
1)
Degli altri o parlare in bene o tacere. Non è raro che capiti il contrario,
cioè, che se c'è da dire male, si è pronti a parlare ed a gettare la
propria pietra; se c'è da dire bene, si tace... per fare i fatti propri.
2)
Dell'assente si parli come se fosse presente e quello che non si direbbe di
presenza, non si dica alle spalle.
3)
E' lodevole il silenzio, quando non c'è necessità di parlare. Dice il proverbio:
Spesso mi pentii d'aver parlato; giammai mi pentii d'aver taciuto!... La parola
è di argento, ma il silenzio è d'oro. Una parola uscita dalla bocca non si può
più ritirare, come la freccia uscita dall'arco.
4)
Non riferire ad alcuno quello che di male gli altri hanno detto di lui. Il Signore
suggerisce come comportarsi: Non riportare una parola cattiva ed offensiva;
non ci scapiterai per niente... Hai sentita una parola contro il tuo prossimo?
Lasciala morire in te. Stai sicuro che non ti farà crepare. (Eccl. XV-7 ... ).
5)
Giova considerare il fine per cui si parla, avanti a chi si parla, il tempo, il
modo ed il tono con cui si parla. E' biasimevole il parlare, quasi
abitualmente, ad alta voce, in tono litigioso, concitato o ironico.
6)
Non s'interrompa chi parla. Si aspetti che uno dica la sua ragione e poi chi
ascolta dica la sua. Come si può rispondere bene prima di avere udito quello
che viene detto?
Non
è lecito mormorare e non è lecito neppure ascoltare volentieri la mormorazione.
Chi
mormora ha il demonio nella bocca e chi ascolta con piacere ha il demonio
nelle orecchie.
Il
Signore dice: Metti una siepe di spine alle tue orecchie e non ascoltare la
mala lingua. (Eccl. XXVIII-28).
Se
il mormoratore si accorge che chi lo ascolta non l'approva e si disgusta, smette
di parlare male; se invece si vede ascoltato volentieri, continuerà a parlare.
S'interrompa
chi mormora; si sappia bellamente fargli cambiare subito discorso; si mostri
il volto triste al mormoratore affinché smetta di parlare.
Si
legge nella Sacra Scrittura: Per la tristezza del volto viene corretto l'animo
del mormoratore. (Eccl. VII-4).
Andava
in giro una cartolina del pubblico, al tempo in cui il famoso atleta Carnera
svolgeva i suoi campionati.
L'atleta
era un gigante, di forza spettacolare; il suo pugno era di circa centodieci
chilogrammi.
Si
racconta che un giorno, entrato nel ristorante, per dare prova di forza, chiese
un limone; disse ai presenti: Io spremo questo limone stringendolo nel pugno;
poi sfido tutti a spremerlo dopo di me, per vedere se si farà uscire ancora una
sola goccia di succo. -
Dopo
averlo spremuto, lo consegnò a diversi giovani robusti; per quanto essi
facessero, nessuno riusciva a far stillare una semplice goccia.
In
ultimo si presentò un vecchietto, asciutto e pallido, dicendo: Ed ora provo io!
- Si rise un po' da tutti.
Il
vecchietto, senza scomporsi, spremette il limone e ne uscì una buona goccia
di succo.
L'
atleta sorpreso esclamò: Ma scusi, lei chi è?
-
L'esattore delle tasse! - Qui finisce la storiella.
E'
fantasticamente industriosa la tattica degli esattori, i quali sanno trovare
le vie per estorcere i pagamenti. Ma, sebbene in altro campo, non è meno industriosa
e fine la tattica di certe donne, che sanno trovare le vie per raccogliere
notizie e per carpire specialmente i segreti.
Stando
così le cose, durante le guerre spesso sono scelte delle donne perché facciano
da spia ed in tempo di pace è la questura che si serve di esse per scoprire le
trame dei delitti.
Dunque,
la donna ha un'arte particolare per estorcere i segreti ed ha una debolezza
particolare per comunicarli ad altri.
Un
segreto deve restare segreto. Sono perciò da riprovare coloro che con domande
indiscrete e con raggiri tentano far parlare chi non vorrebbe parlare.
L'affermazione: Confidimi il segreto, che non parlerò! - quale valore potrebbe
avere? Suole dirsi: Quando il segreto si confida ad uno, presto lo conosceranno
undici; quando lo conosceranno undici, presto sarà conosciuto da cento undici.
La
prudenza sia molta nel parlare e moltissima nel custodire i segreti. Anche a
tale riguardo il Signore dice Non aver da fare con chi rivela i segreti ed apre
troppo la bocca (Prov. XX-19).
Oltre
a quanto si è detto, si raccomanda:
1)
Non dire parole d'imprecazione, perché sono auguri di male.
2)
Non dire ingiurie e non mettere soprannomi, o nomignoli al prossimo, perché
sono parole che feriscono la carità.
3)
Non burlare, non mandare frizzi e non fare scherzi offensivi. Quando gli
scherzi, con parole o con fatti, offendono qualcuno, sono da riprovarsi.
Piacerebbe a noi essere derisi?... Ed allora, perché deridere gli altri?
Fui
visitato da un signore, che appariva preoccupato e triste. Mi confidò le sue
pene.
-
Sono stanco della vita e non ne posso più! Gli affari vanno male, malissimo;
mi hanno fatto dei grossi furti; i pasticci familiari non mancano mai. Che
vitaccia! -
Gli
diedi dei buoni suggerimenti e lo licenziai con la Benedizione Sacerdotale.
Mentre quel signore mi parlava, un pensiero mi dominava la mente; credetti
opportuno non manifestarglielo.
Chi
era quel signore?
L'avevo
conosciuto bambino; allora era un santino. D'indole quieta e docile; era
intelligente e studioso; veniva con frequenza a comunicarsi; non avvicinava
ragazzi di strada o pericolosi.
Scorgevo
in lui gl'indizi della vocazione sacerdotale e ne parlai alla sua famiglia.
Sino ai dodici anni lo si vedeva lieto e desideroso di divenire Sacerdote.
Nel
tempo della decisione, quando si trattò di mettere il fanciullo in un Istituto,
un amico di famiglia fece le parti del diavolo:
-
Ma che Prete!... Non sprecate la riuscita del ragazzo!... Come vi decidete ad un
passo cosi sciocco?...
Cominciarono
gli ostacoli, si rallentò la buona volontà del giovanetto e così tutto sfumó.
Guardando
ed ascoltando quel signore, il mio pensiero volava a quell'amico che aveva
dato il consiglio diabolico e mi dicevo: Se non ci fosse stato quel consiglio,
probabilmente questo signore oggi sarebbe un Sacerdote e forse un Vescovo. Ed
invece... !
Quando
quell'amico, cattivo consigliere, si presenterà (...e forse si sarà già presentato!...)
al tribunale di Dio, quale conto dovrà dare del consiglio dato al giovanetto,
avendo forse troncati i grandi disegni di Dio su quell'anima semplice e ben
disposta?
La
parola è sempre importante e lo è specialmente quando serve a dare un
consiglio.
Chi
dà un consiglio su decisione rilevante, assume davanti a Dio la responsabilità
dell'operato di chi ha chiesto il consiglio.
Chi
dicesse ad una giovane: Poiché tu sei ostacolata nello sposare quel tale,
prendi la fuga e riuscirai! - si renderebbe responsabile dei peccati di quella
coppia, essendo stato efficace il suo consiglio.
Chi
suggerisce: Tuo marito ti tratta male. Domanda il divorzio o la separazione
legale, poiché c'è un brav'uomo libero che ti attende e con lui starai bene!
- chi così suggerisce, renderebbe conto a Dio dello scandalo e dei peccati che
nella vita potrebbero commettere i due adulteri.
Chi
consigliasse: Leggi quella rivista; è scandalosa, ma ti farà piacere!
Chi
dicesse: Smettila con questa frequenza alla Chiesa! Vieni ogni sera a ballare
e non fare più la bigotta!
Chi
spingesse all'odio ed alla vendetta, o a fare ingiustizie imbrogliando nel
commercio, o a fare un passo poco morale, o a vestire con moda libera e provocante...
tutti costoro si caricherebbero la coscienza di tutto il male, prossimo e
lontano, che potrebbe provenire dal cattivo consiglio.
Il
mondo pagano non bada a tutto questo, perché vive nelle tenebre di Satana; ma
chi vuol salvare l'anima sua e non addossarsi gravi responsabilità, noderi bene
le parole prima di dare qualsiasi consiglio.
Come
si è partecipi del male causato dal cattivo consiglio, così si è partecipi
del bene che deriva dal consiglio buono. Si ascolti quanto dice il Signore:
Non
prendere consiglio da chi t'insidia; nascondi i tuoi disegni a chi t'invidia.
Ogni consigliere dà il suo consiglio; ma c'è chi lo dà per suo tornaconto.
Guàrdati
dal consigliere, che forse ti ficcherà un piolo in terra e ti dirà: La tua -
strada è buona! - e ti starà di faccia per vedere quel che avvenga...
Piuttosto
tu frequenta (per consiglio) la persona pia, che tu avrai conosciuta timorata di
Dio e che ha un'anima conforme alla tua... L'anima di una persona buona
qualche volta fa conoscere il vero assai meglio di sette sentinelle che stanno
alle vedette in luogo elevato. Ma in tutto ciò tu prega l'Altissimo, affinché
Egli guidi i tuoi passi nella verità (Eccl. XXXVII-7).
La
parola sia pura, cioè, improntata alla modestia ed al riserbo.
San
Paolo, scrivendo agli Efesini, dice: Come si conviene a santi, tra voi neppure
si senta nominare la fornicazione, l'impurità di qualsiasi sorta... Non ci siano
oscenità, non discorsi sciocchi, non buffonerie, tutte cose indecenti, ma piuttosto
il rendimento di grazie... Nessuno vi seduca con vani discorsi, perché a causa
di questi viene l'ira di Dio sugli increduli. Dunque, non associatevi a loro.
(Efesini V-3).
Quando
nel cuore c'è l'impurità, quando si vive assecondando le cattive brame,
allora si è assetati come i febbricitanti e si corre là ov'è qualche goccia
dissetante; non si cerca l'acqua limpida, bensi la fangosa.
Per
conseguenza, si corre alle spiagge libertine, si va in caccia di danze poco
castigate, si dà l'assalto alle riviste pornografiche, si sta davanti al
video del televisore in attesa di battute immorali, si preferisce la moda
indecente, ecc. Naturalmente chi ama queste cose, le tiene nel cuore, le pensa e
le desidera; non trova altro di buono nel mondo. Di che cosa può parlare una
tale persona?... Dalla botte di vino esce vino; dalla bottiglia di olio viene
fuori olio; dal cuore impuro esce il fango ed il puzzo dell'immoralità ed
esce attraverso la bocca con il cattivo parlare.
Dice
Gesù Cristo: La bocca parla dell'abbondanza del cuore. (Matteo XII-34).
LINGUA
Il
parlare libero o indecente non è più la prerogativa dell'uomo scapestrato, ma
è divenuto il marchio di certe giovani moderne.
Il
cattivo parlare, la parola triviale, la barzelletta col sottinteso... non si
addicono a persona educata e timorata di Dio. Quanto male fa il cattivo
discorso: offende il Signore, infanga l'anima, lascia solo sconforto in chi
ascolta mal volentieri, turba le coscienze, eccita facilmente al male e
scandalizza anime innocenti, se ce ne fossero presenti...
Non
giova il dire: Abbiamo la nostra età e conosciamo mondo e cose! Il male è
sempre male.
Si
dovrebbe dire a chi serve a due padroni, a Dio e a Satana, cioè a chi conserva
il sentimento religioso e tuttavia parla sboccatamente:
Lei
qualche volta va in Chiesa a comunicarsi?
-
Beh, qualche volta, di raro.
-
E quando questa linguaccia sporca la mette fuori, davanti all'altare, per ricevere
Gesù Sacramentato, non sente vergogna e non trema per il rimorso?... -
Pertanto,
in qualunque posto ci si trovi, da tutti si ha il dovere d'impedire il
discorso disonesto.
Questo
dovere incombe in modo particolare ai genitori, ai superiori ed ai maggiori
in età.
Non
si abbia timore d'interrompere un cattivo discorso! Non si abbia riguardo a ceto
di persone, quando si tratta d'impedire l'offesa di Dio!
Se
si mette a tacere una cattiva lingua, mostrandosi coraggiosi ed energici, non
se ne perde di stima presso i presenti, anzi se ne guadagna.
Sull'alta
montagna di Aspromonte, in Calabria, sta una buona pista per gli sciatori.
D'inverno vi accorre la gioventù di ambo i sessi, per trascorrere sulla neve
ore liete. Purtroppo qualche ora potrebbe essere nera!
Mentre
scrivo queste pagine, sono su tale montagna, precisamente a Gambarie, centro
turistico. Sotto il mio sguardo sta il posto di un disastro, ove non è molto
lasciarono la vita due giovani ed un signore.
Costoro
dall'alto della pista iniziarono a sciare, col proposito di slittare tra gli
alberi circostanti alla pista. Non l'avessero mai fatto! Sotto un leggero
strato di neve c'era il ghiaccio.
Cominciarono
a scivolare; volevano fermarsi e non riuscivano; aumentando il pendio, aumentava
la velocità ed andarono a sfracellarsi tra i tronchi degli alberi.
Scivolare
è pericoloso. Se si scivola lungo un pendio, non si può dire: Giunto a tal
punto mi fermerò! - perché si arriverà sino al fondo, bene acconciati o
fracassati.
Chi
vive nell'immoralità è al fondo del male. Come vi è arrivato? Scivolando a
poco a poco: dapprima con la libertà dei pensieri, poi degli sguardi ed infine
dei gesti e delle azioni.
Perciò
chi tiene cattivi discorsi senza sentire vergogna e rimorso, è giunto a tal
punto nel seguente modo: Ha cominciato con qualche parola grassa o triviale
pronunziata nella rabbia; in seguito con qualche parolaccia intercalata nel
discorso; poi con qualche frase indecente ed in ultimo col discorso disonesto...
divenuto poi abituale.
Attenti
a non cominciare a scivolare! E' troppo difficile e quasi impossibile fermarsi
lungo la china!
La
gioventù femminile moderna, dapprima d'ordinario tanto riserbata, ha cominciato
a scivolare con le cosi dette « barzellette », per mostrare spirito e darsi
aria di modernità.
Un
giorno Carlo Campanini, il comico, mi disse: Vuol sentire una barzelletta?...
Ascolti!
In
un bar, ove erano parecchie tavole, stava una signorina. Quando il commesso le
chiese: Cosa desidera? - rispose: - Un cappuccino (...cioè, latte e caffè).
Cosi dicendo, indicava un Frate Cappuctino, che era nella tavola attigua.
Di
poi il commesso domandò al Frate: E lei cosa desidera? - Una strega! - ed
indicava la signorina.
Io
soggiunsi al Campanini: Questa barzelletta è spiritosa e pulita. Ma ce n'è di
quelle troppo spinte, addirittura vergognose, che dovrebbero fare arrossire
non solo chi le racconta, ma pure gli ascoltatori.
Nel
corso della mia vita quante cose ho udite e quante ne ho dimenticate! Eppure una
barzelletta, udita mentre ero in corriera, non posso dimenticarla. Sono
trascorsi più di venticinque anni e talvolta la sento risuonare all'orecchio.
Era
una barzelletta oscena, narrata da un giovane universitario. Altri colleghi
ascoltavano e ridevano.
Ricordo
che lasciai il mio posto a sedere, mi piantai davanti al narratore e lo
richiamai energicamente, facendogli rilevare il male che aveva fatto. Comprese
quel giovane e mi disse: Lei ha ragione; io ho sbagliato; faccio le mie scuse!
La
parola, perché sia gradita e porti frutto, deve essere umile.
Il
parlare arrogante, il guardare dall'alto in basso, il richiamare con autorità
quando non se ne ha il diritto, l'usare parole forti ed aspre, sono cose che urtano
la suscettibilità di chi ascolta.
La
parola umile piace a tutti. Dicendo umile, non s'intende dire affettata,
melliflua, effeminata, perchè in tal caso riuscirebbe antipatica. E' parola
umile quella che parte da un cuore umile ed appare tale perchè detta con semplicità
e naturalezza. Chi parla con umiltà, non disprezza gli altri, rispetta le opinioni
altrui ed anche quando ha da esigere qualche cosa, lo fa con tanta grazia come
se chiedesse un favore.
Chi
è umile non incensa la propria persona, cioè non dice parole di lode personale.
Coloro che hanno la debolezza di lodarsi, facilmente si rendono ridicoli.
Un
tale si lodava apertamente e con frequenza. Un uditore disse al vicino: Com'è
antipatico! Si loda sempre! - Lascia che si lodi, rispose l'altro; siccome non
lo loda nessuno, si loda lui stesso!
Il
parlare, come anche il contegno, non può essere veramente umile, se non è
umile il cuore. Non sono molti gli umili di cuore e per conseguenza da non pochi
si parla e si tratta con superbia.
Si
presenta un esempio di umiltà di cuore.
E'
in circolazione la biografia di Padre Cappello, Sacerdote Gesuita, morto in
questi ultimi anni. Dimorava nel palazzo dell'Università Gregoriana, a Roma.
Si andava da lui per direzione spirituale, per consiglio e per raccomandarsi
alle sue preghiere. Non solo i romani, ma molti da lontano accorrevano a lui.
Chi era Padre Cappello?
Fisicamente
era un uomo piccolino; intellettualmente era grande, specie come giurista.
E'
gran cosa essere membro di qualche Sacra Congregazione Romana; lui era membro
di otto Congregazioni. Era il confessore di Papa Giovanni. Settimanalmente un
Monsignore gli portava dal Vaticano un plico sigillato, contenente i più
complicati problemi, che lui risolveva e rimandava al Vaticano.
Più
volte andai a trovarlo. Ricordo che la prima volta mi intrattenni a lungo nella
sua modesta camera. Davanti a lui sentivo di essere una piccola mosca davanti
ad un'aquila.
Appena
mi alzai per licenziarmi, Padre Cappello si mise in ginocchio davanti a me,
dicendo: Ed ora mi dia la sua Benedizione!
-
Padre Cappello, esclamai, senza invertire i termini! E' lei che ha da benedire
me!
-
No, no! Mi benedica! -
Lo
benedissi, mentre lui stava genuflesso, col capo chino e le mani giunte.
Uscendo da quella cameretta, pensavo: Che lezione d'umiltà mi ha data questo
Sacerdote! Costui sì che ha un cuore veramente umile! Umile nel contegno ed
umile nella parola!
Figlia
dell'umiltà è la pazienza, la parola umile è anche calma, piana e non provoca
bisticci ed alterchi.
Il
parlare concitato, il tono, come si dice, in do maggiore, il farsi udire anche
dai vicini di casa, è contro l'urbanità ed è indice di grossolanità
spirituale.
Per
farsi udire, per ragionare, per chiedere qualche cosa, non è necessario alzare
la voce.
Quando
si vede un inconveniente, vi si può rimediare bellamente, senza scalmanarsi e
senza dimostrare stizza.
Quando
uno nervoso parla ad un altro che è calmo e che sa compatire, non suole
provenirne tanto male. Ma se parlano due nervosi e vanno accalorandosi, volendo
ognuno superare la voce dell'altro, giungono a perdere il controllo ed allora
cominciano gl'insulti e gl'improperi. Non sempre ci si ferma qui; si può
giungere ad altro di peggio.
Nel
mese di giugno dell'anno 1969, da Messina andavo a Palermo. Lungo il tragitto
il direttissimo rallentò di molto la velocità; c'erano lavori in corso.
Sapendo
già per mezzo dei giornali quanto era avvenuto in quel posto giorni innanzi,
osservai dal finestrino.
Che
disastro raccapricciante!
Si
era verso l'ingresso della galleria. Erano li disseminati recipienti di nafta e
di pece, ruote di treno, putrelle di acciaio contorte, caldaia della
locomotiva fracassata, machinario in frantumi...
Attraversando
lentamente la galleria, si sentiva ancora il puzzo dei grassi e dei combustibili
bruciati là dentro.
Cosa
era avvenuto? Giorni prima, notte tempo, chi sa per quale errore, si scontrarono
dentro la galleria il notturno di Palermo e quello di Messina.
Non
sto qui a descrivere quello che avvenne e le commoventi scene dei morti, dei
feriti e di quelli specialmente che rimasero giorni e giorni impigliati tra i
rottami dei treni!
Scontro
di due treni, che disastro! Nella vita sogliono avvenire altri disastri, se
non della portata di due treni in urto, ma sempre disastri.
Si
vuol parlare qui degli urti che avvengono tra due persone colleriche, allorché
dalle parole vengono ai fatti. Allora si dà di piglio ad oggetto che possa
colpire o si porta la mano alla pistola.
Se
si cerca l'incentivo di tanti fatti dolorosi, ferimenti e delitti, lo si può
trovare nella lingua non tenuta a freno da due persone colleriche.
Si
racconta che fu indetto un concorso per pittori. Si trattava di fare uno
schizzo che desse l'idea dell' eternità cioè, l'idea del «senza fine».
Un
pittore geniale raffigurò una scala interna sul pianerottolo di una rampa mise
due, che si salutavano per licenziarsi.
In
base alla scala scrisse: «L'ultima parola di due amiche ».
A
lui fu dato il premio del concorso « Eternità».
Si
ammette da tutti che uno dei difetti principali del parlare è la loquacità,
cioè, il moltiplicare le parole senza necessità.
Per
la loquacità, quello che potrebbe dirsi in dieci parole, si dice in cento e più;
una cosa, detta una volta, la si ripete, si pesta e ripesta da stancare chi
ascolta.
Chi
è loquace, perde il tempo e lo faperdere agli altri... quando non fa perdere
anche la pazienza.
Il
parlare tanto per parlare e per ammazzare il tempo, tempo che è un gran dono
di Dio, di certo non è lodevole. Il tempo si deve apprezzare ed utilizzare. Mi
diceva una signora:
Ho
una numerosa famiglia; la mia giornata è sempre piena. In questo periodo mi
chiama al telefono un'amica e m'intrattiene a sentirla per un'ora e più; e
questo avviene due volte al giorno. A me sembra male chiuderle il telefono e me
ne astengo per non mancare di carità. -
Le
risposi: La vera carità è che lei dica all'amica che può ascoltarla solo
per cinque minuti, perché deve accudire alla casa. In tal modo correggerà la
loquacità dell'amica.
Può
riscontrarsi la loquacità negli uomini; ma è cosa rara. La si riscontra facilmente
nelle donne (...certamente non in tutte!...), perchè hanno il sistema nervoso
più debole di quello degli uomini.
Se
non dicono tutto, se non vuotano il sacco, non trovano quiete. Per talune la
loquacità serve di medicina e di riposo. Ma non fa lo stesso effetto in chi
deve sopportare, forse tutti i giorni, una persona loquace o chiacchierona.
E'
molto significativa la risposta data da un signore ad un amico: Mi congratulo
con te! Sei sposato ed ormai sei ben sistemato. Ho saputo che hai conseguito più
di una laurea. Fortunato tu, perchè fra l'altro conosci bene sette lingue!
-
E che vale che io conosca sette lingue, quando non posso parlarne neppure
una? A casa parla sempre mia moglie!
Com'è
lodevole saper parlare, è pure lodevole saper tacere, quando le circostanze
lo suggeriscono.
Non
è piccola virtù saper tacere nei sacrifici quotidiani e sotto il peso del lavoro,
evitando i lamenti ed i borbottamenti.
Ci
si eserciti a tacere quando il cuore è afflitto o gonfio e nessuno ci comprende,
quando si è rimproverati e quando qualcuno è in agitazione e ci tratta poco
delicatamente.
Si
sappiano tacere i difetti di coloro che sottolineano i nostri difetti.
Chi
sa tacere a tempo opportuno, conserva la pace del cuore... e ne avvantaggia
anche nella salute, perchè evita i crepacuori.
La
scienza ha fatto e continua a fare passi da gigante:
1°
Trasmissione delle onde sonore: radio.
2°
Trasmissione delle immagini: televisione.
3°
Scomposizione dell'atomo: energia atomica.
4°
Viaggi spaziali: i piedi sulla luna.
5°
Sostituzione del cuore umano.
In
una reclame recente è stato detto: Si vendono reni a buon prezzo!
Quanti
si avvantaggeranno della sostituzione dei reni!
Ora
c'è da augurarsi che la scienza trovi la sostituzione della lingua.
Che
molti possano cambiare la lingua, non solo materialmente, ma più che tutto
moralmente... il che non è tanto facile, perchè la lingua è governata dal
cuore.
Chi
va a Padova non suole tralasciare una visita alla Basilica di Sant'Antonio. C'è
molto da osservare in quel Tempio l'affluenza dei pellegrini, la numerosità
delle Comunioni, la fede degli oranti ed anche le opere d'arte.
Nella
Basilica c'è il corpo del Santo. E' legge naturale che il corpo umano, avvenuta
la morte, vada in corruzione. Sant'Antonio non fu esente da questa legge.
L'Onnipotente
Dio volle liberare dalla corruzione soltanto la lingua del Santo. Questa, dopo
secoli, è incorrotta ed è custodita in prezioso reliquiario, visibile a
tutti.
Con
questo prodigio permanente il Signore glorifica quella lingua apostolica,
strumento di tanto bene.
Ci
sono i devoti della lingua di Sant'Antonio; ma questa devozione non sia un
fanatismo, sia piuttosto un simbolo di utilità pratica.
Quante
novene, tridui e pellegrinaggi si fanno nei numerosi santuari di S. Antonió,
ormai sparsi in tutto il mondo! Quante grazie s'implorano da Dio per intercessione
del Santo Taumaturgo!
Si
vorrebbe qui consigliare di fare qualche novena o triduo in onore della lingua
di Sant'Antonio, per ottenere la grazia di saper parlare, cioè di utilizzare la
lingua a bene proprio e del prossimo, la grazia di tenere a freno la lingua e di
correggersi delle mancanze che si sogliono commettere con la lingua.
Tu,
che leggi, hai compresa l'importanza della parola. Ti suggerisco di prendere
qualche frutto pratico:
1°
Ogni, sera, nell'esame di coscienza e particolarmente prima di confessarti, rivolgiti
questa domanda: Ho nulla da rimproverarmi nel parlare?
Se
sarai perseverante in questo pio esercizio, vedrai quanto profitto farai nella
vita spirituale, eliminando a poco a poco le quotidiane mancanze causate dalla
lingua.
2°
Prima di presentarti a ricevere la Comunione, rientra in te e di' nel tuo intimo:
La lingua, sulla quale fra poco verrà deposto Gesù Sacramentato, è degna di
toccare Gesù, è pulita moralmente, ho saputo custodirla come si conviene?...
Se
è il caso, ripara e prometti seriamente di correggerti.
FINE
Signore,
io credo; io voglio credere in Te.
O
Signore, fa' che la mia fede sia piena, senza riserve, e che essa penetri nel
mio pensiero, nel mio modo di giudicare le cose divine e le cose umane.
O
Signore, fa' che la mia fede sia libera; cioè abbia il concorso personale della
mia adesione, accetti le rinunce e i doveri ch'essa comporta e che esprima
l'apice decisivo della mia personalità: Credo in Te, o Signore.
O
Signore, fa' che la mia fede sia certa; certa d'una esteriore congruenza di
prove e di una interiore testimonianza dello Spirito Santo, certa d'una sua luce
rassicurante, d'una sua conclusione pacificante, di una sua assimilazione riposante.
O
Signore, fa' che la mia fede sia forte, non tema le contrarietà dei problemi,
onde è piena l'esperienza della nostra vita avida di luce, non tema le
avversità di chi la discute, la impugna, la rifiuta, la nega, ma si rinsaldi
nell'intima prova della Tua verità, resista alla fatica della critica, si
corrobori nella affermazione continua sormontante le difficoltà dialettiche e
spirituali, in cui si svolge la nostra temporale esistenza.
O
Signore, fa' che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al nostro spirito
e lo abiliti all'orazione con Dio e alla conversazione con gli uomini, così che
irradi nel colloquio sacro e profano l'interiore beatitudine del suo fortunato
possesso.
O
Signore, fa' che la mia fede sia operosa e dia alla carità le ragioni della
tua espansione morale, così che sia vera amicizia con Te e sia di Te nelle
opere, nelle sofferenze, nell'attesa della rivelazione finale, una continua
ricerca, una continua testimonianza, un alimento continuo di speranza.
O
Signore, fa' che la mia fede sia umile e non presuma fondarsi sull'esperienza
del mio pensiero e del mio sentimento; ma si arrenda alla testimonianza dello
Spirito Santo e non abbia altra migliore garanzia che nella docilità alla
Tradizione e all'autorità del magistero della santa Chiesa. Amen. (S. S.
Paolo VI)
Il
più gran dono che Gesù abbia fatto all'umanità, dopo la sua Incarnazione, è
stato quello dell'Eucaristia. Pur essendo in Cielo nello stato glorioso, Anima e
Corpo, ha voluto restare, in modo misterioso ma reale, vivo e vero, Anima e
Corpo, nella S.S. Eucaristia. A Dio tutto è possibile.
Sia
benedetta in eterno quell'ora, in cui il Figlio di Dio fece l'ultima Cena con i
suoi discepoli!
Acceso
d'amore, sino all'estremo limite, disse: «Ho desiderato ardentemente di
mangiare questa Pasqua con voi prima di patire ».
L'ardente
desiderio di Gesù era l'istituzione dell'Eucaristia. Infatti, finita la Cena,
consacrò il pane ed il vino, mutandone la sostanza nel suo Corpo e nel suo
Sangue, e diede il potere di rinnovare la Consacrazione agli Apostoli ed ai
loro successori.
Da
quell'ultima Cena sino ad oggi e sino alla consumazione dei secoli, Gesù è
nei Tabernacoli, per ricevere le adorazioni e gli omaggi dei suoi redenti e
per essere il loro cibo e sostengono nel pellegrinaggio della vita.
Alle
anime amanti di Gesù Eucaristico si lancia un appello, invitandole ad un
incontro con il Re d'Amore alle ore 20 di ogni giovedì.
E'
questa l'ora dell'appuntamento con Gesù, ora memoranda del Mistero Eucaristico;
è l'ora che si propone
1°
Fare partecipare le anime più ferventi a quella Mistica Mensa, dalla quale
scaturì dal Cuore di un Dio fatto uomo tutto il suo ardente amore nel donarsi
alle anime.
2°
Riparare le offese, le ingratitudini, la dimenticanza e tutti i sacrilegi che si
commettono al contatto dell'Eucaritico Cibo Divino.
PRATICA:
1° Essere puntuali all'orario, affinché Gesù veda contemporaneamente
vicino a Sé una grande schiera di cuori riconoscenti e riparatori.
2°
Coloro che possono, facciano l'Ora Santa, in famiglia o altrove, da soli o
meglio in compagnia. Chi non potesse dedicare un'ora o neppure un quarto di ora,
si raccolga almeno per un po' di minuti, andando con il pensiero ai mille
Tabernacoli sparsi nel mondo, ove Gesù è solitario ed abbandonato. Si ripeta
con amore la seguente invocazione, intonata al ringraziamento ed alla
riparazione:
«
Grazie, Gesù Sacramentato, del grande dono che ci hai dato! ».
«
Per il tuo Sacramento d'Amore, misericordia, mio Signore! ».
3°
L'ora dell'incontro con Gesù si trascorra in un raccoglimento particolare, ma
relativo, secondo le proprie necessità. Anche il canto di Lodi Eucaristiche dà
gloria al Re d'Amore. L'anima amante faccia delle brevi Comunioni spirituali,
dicendo: Gesù, Tu sei mio, io sono tua!
4°
Diffondere a voce e per iscritto questa preziosa crociata.
Prima
e dopo le preghiere private abituarsi a dire: « Sia lodato e ringraziato ogni
momento - Il Santissimo e Divinissimo Sacramento ». Ciò servirà a riparare
la poca fede eucaristica e le irriverenze che si commettono davanti ai Tabernacoli.
1°
Il Venerdì si può mangiare la carne; però si deve supplire in quel giorno con
qualche opera buona.
In
Quaresima non si mangia la carne in tutti i venerdì e nel giorno delle Ceneri.
Sino ai 14 anni di età compiuti non si è tenuti all'astinenza della carne.
Questo
Precetto, dopo i 14 anni, non ha limite d'età.
Sono
esenti gli ammalati e quelli che hanno qualche grave motivo; costoro offrano a
Dio qualche opera buona in compenso.
2°
Il digiuno è prescritto due volte l'anno: il giorno delle Ceneri e il Venerdì
Santo.
E'
tenuto al digiuno chi ha 21 anni di età, sino ai 59 anni compiuti. Sono dispensati
gli ammalati, chi è troppo debole e chi fa lavori molto faticosi. Costoro
offrano a Dio qualche opera buona in compenso.
Si
può digiunare così: A colazione è permesso, a chi ne sentisse il bisogno, un
leggerissimo cibo. A pranzo è permesso tutto, in quantità e qualità, tranne
la carne. La cena sia molto moderata. Si può invertire il pranzo con la cena.
E'
consigliabile che non si parli di queste norme a coloro che potrebbero disprezzarle
o non metterle in pratica; per prudenza è meglio lasciarli in buona fede.