IMPORTANZA DELLA PAROLA

Don Giuseppe Tomaselli

INTRODUZIONE

Su «Famiglia Cristiana », settimanale religioso, si pubblicano dei quesiti mo­rali, che i lettori presentano al direttore del periodico; si hanno poi delle rispo­ste, che d'ordinario sono esaurienti.

Nel 1968 fu presentato il caso di una signora, perplessa nel suo spirito per la condotta del marito

« Quasi ogni sera mi tocca andare col marito in casa di conoscenti. Si è in tan­ti e si trascorrono delle ore chiacchie­rando. Si parla del più e del meno; non mancano le frasi poco decenti. Si critica, si mettono alla luce le mancanze del prossimo e si parla facilmente male dei Preti e delle Suore.

«Io ci resto male. Più di una volta ho detto al marito di non condurmi in tali ambienti. Mi suole rispondere: Metti da parte gli scrupoli! Bisogna saper vivere e saper stare in società.

« Non so proprio cosa fare per illumi­nargli la mente ».

La risposta pubblicata fu: « Dia a leggere a suo marito il libret­to "I peccati di lingua", il cui autore è Don Tomaselli »

Realmente il libretto, del quale si mol­tiplicano le edizioni, è molto letto e cir­cola anche all'estero.

Nella stesura di esso tratteggiai i di­versi lati morali del parlare e, secondo me, non avevo altro da aggiungere.

A distanza di anni mi sono accorto che il libretto presenta delle lacune ed ho deciso di riempirle con un nuovo scritto, dal titolo "Importanza della parola".

Auguro a me stesso che il secondo li­bretto non sia inferiore al primo.

 

PROEMIO

La seguente storiella, se non è vera, almeno è bene inventata; del resto è ve­rosimile.

Era morto Stalin, il grande corifeo del comunismo russo; se ne parlava ovun­que, con i relativi commenti, di certo poco lodevoli.

Un modesto rivenditore teneva all'in­gresso della bottega un pappagallo, il quale rimase impressionato dalle parole «E' morto Stalin! » e le ripeteva con fre­quenza.

Gli avventori si divertivano ad ascol­tarlo; talvolta lo provocavano dicendo loro per primi la piccola battuta ed il grazioso uccello ripeteva.

Il pappagallo giunse al punto che, ap­pena un cliente entrava in bottega o qualcuno gli si poneva dinnanzi, alme­no due o tre volte diceva: « E' morto Stalin! ».

Attiguo alla bottega abitava un co­munista sfegatato, che s'indispettiva a sentirlo. Un giorno, acceso d'ira, disse al proprietario:

- Finiamola con queste seccature! Lo sappiamo che Stalin è morto e non oc­corre sentirselo ripetere dal vostro pap­pagallo. Toglietelo di mezzo, perché an­noia ed è di provocazione al partito!

- Il pappagallo qui è... e qui resta! - Ed io vado a denunciarvi! - Passato qualche giorno, arrivò al ri­venditore l'ordine di presentarsi in pre­tura.

- Ma, guarda che pasticcio! Andare davanti al pretore e portare il pappagal­lo!... Il denunciatore è un prepotente co­munista e forse riuscirà nel suo inten­to. -

Da li a poco entrò nella bottega il Par­roco, che fu salutato dal pappagallo: « E' morto Stalin!».

- Oh, che saluto! Si direbbe che que­st'uccello sia ammaestrato.

- Non è ammaestrato; ripete sponta­neamente queste parole. Intanto mi ha messo negl'imbrogli. Proprio domani do­vrò andare in pretura per una denuncia fattami da un comunista; forse mi se­questreranno l'uccello. Certamente do­mani davanti al pretore dirà subito: « E' morto Stalin! » Io non avrò scuse da por­tare ed il comunista la spunterà.

- Beh, interruppe il Parroco, trovato il rimedio! Nel mio ufficio parrocchiale ne ho un altro e somiglia al vostro. Por­tate in pretura il mio. -

L'indomani il pappagallo del Parroco era presso il tavolo del pretore; faceva la parte del reo e taceva.

I convenuti, curiosi, aspettavano che l'uccello dicesse le solite parole; ma in­vano.

Concluse il pretore: - La denuncia è falsa. Il pappagallo è silenzioso. Di già avrebbe dovuto dire e più volte: «E' morto Stalin! ».

- Permettete, disse il comunista, che lo faccia parlare io? -

Si pose ritto davanti all'uccello e per provocarlo a parlare disse, scandendo le parole: «E'... morto... Stalin! ».

- Sia ringraziato il Signore! - rispo­se il pappagallo, ripetendo le parole che spesso il Parroco diceva nel suo ufficio.

Il tutto finì con una risata.

Non meritava castigo il primo pappa­gallo, ricordando la morte di Stalin, e non meritava encomio il secondo, lodan­do Dio con le sue parole.

I pappagalli parlano e non sanno ciò che dicono.

Quanti sono come i pappagalli, cioè, parlano senza capire quello che dicono, senza riflettere, non dando alcun peso a ciò che esce dalla bocca!

I pappagalli non sono responsabili; noi invece lo siamo, anche di una, sem­plice parola.

Scopo di questo scritto è far vedere la importanza della parola, illustrando le buone qualità che deve avere poichè la parola, espressione dell'animo umano e pittura del pensiero, deve essere vera, semplice, caritatevole, umile e pura.

 

INSEGNAMENTI DIVINI

In un argomento così importante, qual è il parlare, è bene conoscere gl'in­segnamenti che ci dà Dio stesso e li ri­leviamo dalla Sacra Scrittura.

« Figliuoli, ascoltate la disciplina del­la bocca! Chi l'osserverà, non cadrà a causa delle labbra e non inciamperà in opare malvage. (Eccl.-XXIII-7).

«Chi custodisce la bocca, custodisce l’anima sua. Chi è avventato nel parlare, sentirà dei guai. (Prov.-XIII-3).

«Bada di non peccare con la tua lin­gua. Alla tua bocca metti porte e chia­vistelli. Fondi il tuo oro ed il tuo argento e fa' una bilancia per le tue parole ed un freno ben aggiustato alla tua bocca. (Fcc.-XXVIII-28 ... ).

Ottima è la parola detta a tempo opportuno. Pomi d'oro in legatura d'ar­gento sono le parole dette a tempo. L'uo­mo saggio tacerà sino al tempo opportu­no, ma il leggero e l'imprudente non co­nosceranno tempo. (Prov.-XXV-11...).

« Per i peccati di lingua la rovina si avvicina al malvagio. (Prov.-XII-13).

« Col frutto della sua bocca ciascuno sarà colmo di beni. (Prov.-XII-14). «L'uomo accorto nasconde il suo sa­pere; invece il cuore degli stolti stram­bazza la sua sciocchezza. (Prov.-XII-23). « Chi modera le sue parole, è dotto e prudente, poiché l'uomo saggio è di spi­rito riservato. (Prov.-XVII-27).

« Vi è l'oro e vi sono molte perle; ma vaso prezioso sono le labbra sapienti. (Prov.-XX-15).

« Sempre ti accompagni la parole, di pace e di giustizia. (Eccl.-III-12).

«Chi molto parla, farà del male all'a­nima propria. (Eccl.-XX-8).

«Se soffierai sopra una favilla, si ac­cenderà come fiamma; se vi sputerai so­pra, si spegnerà. L'una e l'altra cosa ven­gono dalla bocca. (Eccl.-XXVIII-14).

«Molti morirono per mezzo della spa­da, ma sono molto di più quelli uccisi dalla propria lingua. (Ecc.-XXVIII-22).

Il fin qui detto è preso dall'Antico Te­stamento. Malgrado la distanza dei se­coli, la parola di Dio è sempre viva e di attualità.

 

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Del Nuovo Testamento si riporta il brano, nel quale Gesù Cristo accenna alla malizia dei Farisei:

«Razza di vipere, come potete parlare bene voi, che siete cattivi? Poiché la boc­ca parla dell'abbondanza del cuore... Ora vi assicuro che di ogni parola oziosamen­te detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del Giudizio, perchè dalle tue parole sarai giustificato e dalle tue parole sarai condannato». (Matteo XII-34). L'Apostolo San Paolo dice: «Il vostro parlare sia pieno di grazia e condito con sale, per ben sapere come dovete rispon­dere a ciascuno». (Colossei-IV-6).

L'Apostolo San Giacomo insegna «Ognuno dev'essere pronto ad ascol­tare e lento a parlare. Se uno crede di essere religioso senza frenare la propria lingua, seduce il suo cuore ed è vana la sua Religione.

«Se noi mettiamo ai cavalli il morso alla bocca per farli ubbidire, guidiamo tutto il loro corpo.

«Guardate anche le navi! Per quanto siano grandi e spinte da venti impetuo­si, tuttavia sono dirette da un piccolo ti­mone a beneplacito del timoniere. Cosi anche la lingua è di certo un piccolo membro, ma può vantarsi di grandi cose.

« Guardate! Poca favilla quale immen­sa foresta può mettere in fiamme! «Anche la lingua è un fuoco, è un mondo d'iniquità. Posta com'è dentro le nostre membra, contamina tutto il cor­po e, accesa dall'inferno, mette in fiam­me la ruota della vita.

«Tutte le specie di bestie, di uccelli, di serpenti e di altri animali si domano e sono state domate dall'uomo; però la lingua nessun uomo può domarla, male infrenabile, piena di mortifero veleno.

« Con la lingua benediciamo Dio Pa­dre e con essa malediciamo gli uomini, che sono fatti ad immagine di Dio. Dal­la bocca esce la benedizione e la male­dizione. Non bisogna far così! Forse la fontana getta dalla medesima apertura acqua dolce ed amara? » (Giacomo-I-19)

 

E' VENUTO!...

Sulla rivista « Ecclesia » e su altri pe­riodici cattolici è stato pubblicato un episodio, riferito da Padre Norbert, Sa­cerdote ungherese, rifugiato in Italia. Si riporta integralmente:

Siamo in un villaggio ungherese.

La quarta elementare della scuola comunale ha per maestra la signorina Gel­trude, atea militante. Il suo insegna­mento parte da un principio diabolico: fare delle sue trentadue scolarette altret­tante «senza Dio ».

Sono bambine cattoliche, di famiglie cattoliche, di tradizioni cattoliche; è pro­prio questo cattolicesimo che occorre ab­battere con il disprezzo, la negazione ed il ridicolo.

Cosa strana! La maestra sembrava do­tata di un fiuto particolare per scovare le bambine che la mattina avevano fat­ta, la Santa Comunione e vi si accaniva contro maltrattandole.

La scuola è divenuta una vita d'infer­no per quelle piccole creature, timorose ed incapaci di difendersi.

Ma, provvidenzialmente, tra di loro c'è Angela, dotata di un temperamento di acciaio e molto intelligente. Ha dieci an­ni e si comunica ogni giorno. Ma fare la Comunione ogni giorno e trasformare in vita d'inferno la sua vita di scuola, è tut­t'uno. Angela chiede alla Comunione la forza di resistere a qualunque prova e tiene duro.

Pochi giorni prima del Natale la signo­rina Geltrude inventò qualche cosa di raffinata crudeltà. Con voce studiata­mente dolce disse:

- Dimmi, Angela! Quando i tuoi ge­nitori ti chiamano, tu che fai?

- Vado da loro.

- Benissimo! E quando chiamano lo spazzacamino?

- Viene.

- Molto bene! Lo spazzacamino viene perchè c'è, perchè esiste. Ma supponia­mo che i tuoi genitori chiamino la non­na, che è morta. Credi tu che la nonna verrà?

- Oh, no! Non lo credo.

- Brava! E se chiamo Barbablu o Cap­puccetto Rosso, verranno?

- Non verranno, perchè non sono per­sone vere.

- Perfettamente! - approva la maestra con aria soddisfatta. Poi continua: - Voi vedete, bambine, che le persone che esistono rispondono quando sono chiamate, mentre non risponde chi è morto e chi non esiste. Ebbene, ora tu, Angela, esci un momento dalla classe e presto. -

La bambina esce, chiudendo la porta. - Ed ora, chiamatela! - ordina la maestra alle compagne.

- Angela! Angela!

La bambina riapre la porta e rientra in classe.

- Voi vedete che Angela è venuta, perchè Angela esiste, perchè è una per­sona in carne ed ossa.. E se voi chiama­ste Gesù Bambino? - Quindi, rivolta ad Angela, dice: E tu credi che il Bambino Gesù ti ascolti se lo chiami?

E la bambina con slancio: Sì, credo che mi senta!

- Benissimo! Ne faremo subito la pro­va. Voi, bambine, avete visto poco fa An­gela uscire ed entrare quando l'avete chiamata. Se il Bambino Gesù esiste, co­me esistete voi, sentirà la vostra chia­mata. Gridate dunque tutte assieme, a voce alta: Vieni, Gesù Bambino! -

Nel silenzio pieno d'angoscia scoppia un riso sardonico: - Ecco, non ardite chiamarlo perchè sapete che non verrà. Se Gesù non vi sente, vuol dire che non esiste. -

Improvvisamente, d'un salto, Angela si fa in mezzo alla classe e con gli occhi luminosi grida:

- E noi lo chiameremo! Su, tutte, as­sieme: Vieni, Gesù Bambino! -

Tutte le bambine balzano in piedi e con le mani giunte e lo sguardo ardente invocano: Vieni, Gesù Bambino!

- Ancora! - comanda la maestra. E tutte a ripetere - Vieni, Gesù Bam­bino! - E' un grido di fede e d'angoscia. Una delle alunne afferma: - Non chiedevamo, non attendevamo il mira­colo, ma volevamo affermare solidaria­mente la nostra fede. -

Ma ecco che la porta si apre, senza fa­re rumore. L'aula viene inondata di luce, che cresce e diventa come un globo di fuoco. Il globo si apre ed appare un Bambino d'incomparabile bellezza, che sorride loro senza proferire parola. La sua presenza apporta una dolcezza im­mensa.

Non hanno più paura le piccole; non sentono che gioia. Poi la visione lentamente scompare.

Le bimbe per l'emozione non possono pronunziare parola.

D'un tratto echeggia un urlo. La mae­stra, con gli occhi fuori dall'orbita, gri­da: - E' venuto!... E' venuto!... - e scappa dall'aula.

E' stata ricoverata in manicomio, do­ve ad intervalli ripete: - E' venuto!... E' venuto!...

L'episodio si presta a qualche rifles­sione.

Se si pensa che l'Ungheria, nazione profondamente cattolica, sta subendo la oppressione russa del comunismo ateo, non dovrebbe fare tanta meraviglia il prodigio or ora narrato, poiché Dio mi­sericordioso suole venire in aiuto agli oppressi, come al tempo delle persecu­zioni romane, quando simili fatti si mol­tiplicavano.

Si consideri piuttosto la responsabilità di quella maestra ungherese, dotata di intelligenza e di favella. Se al tribunale di Dio si deve rendere conto anche di una parola oziosa, quali proporzioni di responsabilità assumeva il parlare dia­bolico di quell'insegnante?

Trentadue bambine, innocenti, religio­se e disposte al bene, educate come si conviene, potrebbero diventare un gior­no madri esemplari, capaci di trasmet­tere ai figli, e questi ad altri figli, il sen­timento religioso, la pratica delle virtù cristiane, preparando schiere di anime alla gloria del Paradiso.

La parola di una donna, di una cat­tiva insegnante, se Dio non fosse inter­venuto prodigiosamente, avrebbe potuto rovinare individui e famiglie e disporre al fuoco eterno.

Purtroppo non è unico il caso unghe­rese, poiché ci sono degl'insegnanti, spe­cie di filosofia, che istillano l'ateismo al­la gioventù studentesca e trascinano al­la rovina la nuova generazione.

Quale responsabilità!

Quando si viene a conoscenza che qualche insegnante abusa del suo ufficio, ci si muova subito, specialmente dai ge­nitori si ricorra all'autorità competente, si faccia una sottoscrizione di protesta e si metta un argine all'ateismo invaden­te e pervertente.

 

LA PAROLA DEI GENITORI

- Reverendo, preghi per mia figlia. - Di che si tratta?

- Era buona; ora non si riconosce più. Se la richiamo, non mi ascolta. Le dico una buona parola e mi risponde - Zitta, Matusa! Tu non capisci! Io ho studiato e so come comportarmi! - La scuola me l'ha rovinata!

Non passa molto e la signora si ripre­senta triste e preoccupata:

- Preghi per mia figlia! E' divenuta madre prima del tempo. E' già all'ospe­dale e c'è pericolo di vita. Soffre molto e vorrebbe suicidarsi. Non fa altro che piangere.

- Signora, pianga pure lei sulla sorte di sua figlia! -

A corona di questo breve episodio, che oggi si ripete con deplorevole frequenza, si fa rilevare quanto segue:

Le buone parole dei genitori rivolte ai figli, ancorché momentaneamente sem­brino infruttuose, col tempo saranno fa­cilmente ricordate ed apprezzate e po­tranno servire di richiamo al bene. Na­turalmente parlando ed è anche frutto di lunga esperienza, nel cuore dei figli agisce più la parola del padre e della ma­dre, che non quella di qualsiasi altra persona.

Perciò i genitori non lascino mancare ai figli il buon suggerimento ed evitino, massimamente alla loro presenza, le pa­role reprensibili, cioè, quelle triviali, le imprecative, quelle che sanno di odio al prossimo, di scherno alla Religione ed ai suoi Ministri e di ribellione alla volontà di Dio.

Ciò che i figli apprendono dalla bocca dei genitori, sia sempre buono; diversa­mente padri e madri si addossano una grande responsabilità davanti a Dio.

 

UN COMICO

Ci sono le tenebre, ma c'è pure la luce. C'è chi si serve della parola per rovinare le anime e c'è chi sa farla fruttare.

Il televisore incatena masse di spetta­tori. Ognuno ha il proprio gusto; chi pre­ferisce le scene sentimentali e chi le co­miche; chi la musica e chi l'atletica; chi la reclame e chi i ritrovati della scienza.

I comici sogliono rendersi simpatici un poco a tutti; il guaio è che non sempre costoro sanno contenersi nei giusti limi­ti e talvolta scantonano.

Un comico spiccava per il suo spirito geniale; suscitava riso ed ilarità... ma se­minava anche veleno. Non rifletteva sul­l'importanza e sulla responsabilità delle sue battute spiritose. Del resto le sue scene comiche manifestavano il fango della sua vita privata.

Un giorno andò, come del resto face­vano altri artisti, a San Giovanni Roton­do per vedere Padre Pio. Prese posto presso l'altare, ove lo Stimmatizzato so­leva celebrare, per osservarlo meglio.

Quando all'atto dell'elevazione della Ostia Consacrata vide il piccolo rivolo di vivo sangue che imporporava le mani di Padre Pio, ebbe un fremito e scoppiò in pianto. Alla commozione seguì la lu­ce, vide in un attimo lo stato dell'anima sua e cominciò a detestare la vita di peccato.

Quando ebbe il colloquio con Padre Pio, avvenne la conversione completa. - Ohé, ora è tempo di smetterla!

- Ma posso continuare a fare il co­mico?

- Puoi fare il comico per guadagnarti il pane. Però sta' attento!... Devi dar con­to a Dio! -

La conversione fu vera conversione. Ero a Torino e visitavo una famiglia. Mi fu detto: - C'è qui, in città, il tale comico... della televisione.

- Ho piacere d'incontrarmi con lui. - Una telefonata e dopo una mezz'oret­ta l'artista era a colloquio con me.

- Dunque, lei sarebbe?...

- Carlo Campanini, un convertito da Padre Pio. -

Il colloquio si protrasse. Lui fece a me le sue confidenze ed io le mie a lui. Campanini era commosso; lo manife­stavano gli occhi. Prima di congedarlo gli rivolsi un invito: - Domani vuol ve­nire con me in macchina al Colle Don Bosco?

- Verrò volentieri! -

Mi diceva viaggiando: - Quando so­no in macchina, prego e mi piace reci­tare Rosari. Un giorno Padre Pio mi dis­se: «Carlo, quanto tempo hai impiegato in macchina per venire da me? » Diciot­to Rosari. «Questo sì che è un bel chi­lometraggio! » esclamò Padre Pio. -

Al Colle Don Bosco celebrai la Messa; Campanini la serviva con tale devozione e raccoglimento da attirare gli sguardi. Ricevette la Santa Comunione.

Dopo gli dissi: - Ringrazi Dio per la sua conversione. Non dimentichi però il male fatto da artista. Se ha rovinate mi­gliaia di anime, s'impegni a salvarne mi­lioni.

- Spero di farlo! Ho acquistata la gioia dello spirito e desidero che l'acqui­stino anche altri peccatori. Tengo con­ferenze nelle principali città d'Italia. La mia parola è convincente, perchè porto la prova della mia vita. Sono ascoltato volentieri e voglio far fruttare in bene la mia parola.

- La invito fin da ora a tenere una conerenza in Sicilia, nella città di mia dimora.

- Verrò con piacere!... Approfitto del talento della parola per riparare il male fatto nella mia vita, portando anime a Dio. Ciò che conta è il bene che si fa. Comprendo che la vita non è piacere; è missione e responsabilità. -

 

ZELO ARDENTE

Da anni desideravo incontrarmi con un uomo, di cui molto si è interessata la stampa italiana ed estera. Ero a Roma ed approfittai per andarlo a trovare a ca­sa sua. Non lo trovai e mi ricevette la moglie.

- Signora, vorrei parlare i suo marito. - Se vuole, può attenderlo oppure ri­torni fra un'oretta. E' tranviere ed è di servizio.

- Intanto chiedo a lei qualche delu­cidazione. Queste signorine, vestite a ne­ro e col bavero bianco, che lavoro com­piono qui dentro?

-- Sono missionarie, come sono mis­sionaria io. Abbiamo l'apostolato della parola e facciamo il catechismo in que­sta zona di Roma. Raduniamo persone nei saloni e nei cortili, le istruiamo nel­la Religione e poi facciamo pregare.

- Chi ha avuto questa felice idea? - Mio marito. E' lui l'anima del no­stro apostolato. -

Finito il servizio, Bruno Cornacchiola rientrò in casa. Bella figura d'uomo! Al­to, nerboruto, sguardo penetrante, fran­co di parola e tratto dignitoso.

- Signor Bruno, - gli dissi dopo i convenevoli, - cosa è quell'affare che fa capolino al suo fianco? - Difatti spor­geva dalla cintura un po' di legno.

- E' il Crocifisso che porto con me. - Sollevò il lembo della giacca ed apparve un lungo Crocifisso.

- Comprendo che è bene tenere ad­dosso il Crocifisso, ma non occorre che sia cosi grande. Almeno è lungo venticinque centimetri; è troppo lungo, spor­ge dalla giacca e dà all'occhio.

- Non importa!... Prima qui stava il pugnale per uccidere il Papa ed ora sta il Crocifisso per uccidere Satana nel cuo­re dei peccatori.

- Ma lei voleva davvero uccidere il Papa?

- Lo volevo uccidere! Però, quando mi convertii, andai al Vaticano e conse­gnai il pugnale a Pio XII. Fu la Madon­na a convertirmi nella gratta delle Tre Fontane, quando apparve prima ai miei bambini e poi a me.

- Ultimamente, - soggiunsi, - ho visitato la grotta ed ho visto migliaia e migliaia di cuori-voto. Quante grazie si sono ottenute alle Tre Fontane! Si vede che la Madonna vuole essere onorata in quel posto. Se lei mi raccontasse la sto­ria delle apparizioni e della sua conver­sione, scriverei un libretto popolare.

- Non è possibile dire tutto in breve. Hanno scritto altri autori ed in diverse lingue. Le consiglio di assistere ad una mia conferenza e con l'apparecchio può registrare tutto. Faccio spesso delle con­ferenze, in Italia ed all'estero.

- La Madonna quante volte le è ap­parsa?

- Diciotto volte. Tutto è scritto. Ci so­no le immagini della Vergine, la quale si lasciò vedere dicendomi: « Sono la Ma­donna della Rivelazione! » Teneva un li­bro in mano mentre essa mi parlava. Io descrissi al pittore le fattezze della Ma­donna; l'immagine è graziosa, ma non c'è paragone con la reale bellezza della Vergine. Intanto ho una missione da compiere: devo salvare le anime. E' la Madonna che mi spinge all'apostolato. Sento in me un grande ardore ed il do­vere di amare Gesù e la Vergine Maria e di farli amare. Per questo vado in giro a tenere conferenze.

Due convertiti, Bruno Cornacchiola e Carlo Campanini, tengono conferenze. Dalla loro bocca escono parole ardenti, è il loro cuore che parla.

I frutti spirituali, che forse non otten­gono i grandi predicatori dal pulpito, li ottengono questi due conferenzieri laici. Benedette le loro parole, che Dio fecon­da con la sua grazia!

Non sono gli unici laici i conferenzieri del genere, perchè ovunque e specialmen­te in Italia il Signore suscita gli aposto­li della parola.

 

IL VERBO DI DIO

Il maestro della parola per eccellenza è Gesù Cristo, che è il « Verbo di Dio », cioè, la «Parola di Dio ».

Come la nostra parola è l'immagine e la manifestazione del nostro pensiero, cosi Gesù Cristo, Uomo-Dio, è l'immagi­ne dell'Eterno Padre, Purissimo Spirito, ed è la manifestazione della Divinità nel mondo.

Gesù venne sulla terra per annunziare la buona novella, cioè, la buona parola. I suoi insegnamenti sono contenuti nel Vangelo. La parola « Vangelo,», di origi­ne greca, significa appunto « buon an­nunzio » o « buona parola ».

In uno scritto, che ha per titolo « Im­portanza della parola », non può omet­tersi qualche considerazione sulla paro­la di Dio.

Si fa rilevare che è parola di Dio non solo quella contenuta nei libri dell'Anti­co e del Nuovo Testabmento, ma pure quella insegnata dagli Apostoli, ripieni di Spirito Santo, e quella contenuta nel­la Tradizione Autentica della Chiesa, poiché, come afferma San Giovanni a chiusura del suo Vangelo, non tutto è scritto nel Vangelo:

« Ci sono altre cose che ha fatte Gesù, le quali, se fossero scritte una ad una, credo che il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere ». (Giovanni-XXI-25).

Posto ciò, facciamo delle riflessioni sul­la parola di Dio, per apprezzarla mag­giormente e per renderla molto efficace.

 

ISRAELE, ASCOLTA!

Uno sguardo all'Antico Testamento. Il quarto libro di Mosè è chiamato « Numeri», perchè comincia con la enu­merazione degli Ebrei secondo le loro tri­bù e famiglie.

Nel libro dei «Numeri » è detto che la parola di Dio deve aversi sempre pre­sente. Infatti il Signore disse a Mosé:

« Parla ai figli d'Israele e di' loro che si facciano delle frange agli angoli dei loro mantelli e vi mettano dei cordoni di colore di giacinto, perchè vedendo tali cose si ricordino di tutti i comandamenti del Signore e non vadano dietro ai loro pensieri ed ai loro occhi, che tendono all'impurità, ma si ricordino piuttosto dei precetti del Signore e li mettano in pra­tica e siano puri davanti al loro Dio ». (Numeri-XV-32).

Al tempo di Gesù Cristo i Farisei por­tavano tali frange ai mantelli, ma più per farsi vedere e stimare dagli uomini che per piacere a Dio. I Farisei conosce­vano la legge di Dio, la portavano scritta sulle filatterie del mantello, però non la osservavano. - A motivo di ciò Gesù li chiamava ipocriti e sepolcri imbiancati.

Il Signore disse inoltre:

« Ed ora, Israele, ascolta i precetti e le leggi che t'insegno, affinchè, metten­doli in pratica, tu possa vivere... Non ag­giungere né togliere alla parola che io dico». (Deuteronomio-IV-1...).

 

IL NUOVO TESTAMENTO

Più che nell'Antico Testamento è nel Nuovo che splende la luce della parola di Dio.

Gesù Cristo venne a perfezionare la legge antica, data al popolo ebreo, e con la sua parola autorevole e dolce eserci­tava un fascino potente, tanto che le fol­le lo seguivano per giornate intiere, avi­de di ascoltarlo.

Gesù effondeva la buona parola a lar­ghe mani, sempre ed a tutti.

Affinché i suoi ascoltatori comprendes­sero il dono della divina parola, l'apprez­zassero e custodissero, Egli portò la pa­rabola del seminatore, dell'uomo che get­tò il grano nella sua campagna; di esso una parte cadde sulla strada, una parte sui sassi e tra le spine ed una parte sul buon terreno.

Gesù spiegò la parabola:«Se uno ascolta la parola del regno (divino) senza attenzione, viene il mali­gno (il demonio) e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui; questo è simboleggiato nel seme caduto lungo la strada.

Il seme caduto in luoghi sassosi rap­presenta chi ode la parola e subito la ri­ceve con gioia; ma non ha in sé radice e dura poco; appena viene la tribolazio­ne e la preoccupazione a causa della pa­rola, subito resta scandalizzato.

Colui che riceve il seme tra le spine è chi ascolta la parola, ma le preoccupa­zioni del mondo e l'attrattiva delle ric­chezze l'affogano e la rendono infrut­tuosa.

Quello poi che riceve il seme in buon terreno, è chi ascolta la parola e vi pone mente e porta frutto e dà ora il cento, ora il sessanta ed ora il trenta per uno ». (Matteo-XIII-19).

La parola di Dio è grano, è pane, è ci­bo dell'anima. Bisogna nutrirsene e sa­perla assimilare. Come sarebbe vano da­re al corpo il cibo, se non seguisse l'as­similazione, così sarebbe dell'anima se non assimilasse la parola di Dio.

Inoltre la parola divina è come la lu­cerna ai piedi dì chi cammina di notte per luoghi scabrosi.

Gesù insisteva sulla necessità di pra­ticare la sua parola ed aggiunse un altro paragone:

« Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo avveduto che fondò la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, straripa­rono i fiumi, soffiarono i venti ed imper­versarono contro quella casa; ma essa non cadde, perché era fondata sulla roc­cia.

Chi invece ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile ad un uomo stolto, che edificò la sua casa sopra la sabbia. Cadde la pioggia, inon­darono i fiumi, soffiarono i venti ed' im­perversarono contro quella casa ed essa andò giù e fu grande la sua rovina » (Matteo-VII-24...) .

Avvenne un giorno che, mentre Gesù predicava, una donna, alzando la voce in mezzo alla folla, disse: «Beato il seno che ti ha portato ed il petto che ti ha nutrito».

E Gesù rispose: - Beati piuttosto co­loro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono! - (Luca-XI-27 ...) .

Custodire la parola di Dio significa te­nerla nella mente e nel cuore e, all'oc­casione, metterla in pratica.

San Giacomo ribadisce le parole di Gesù:

« Abbracciate con mansuetudine la pa­rola (di Dio) se posta in voi, la quale può salvare le anime vostre. E mettete in pra­tica questa parola; non ascoltatela sol­tanto, ingannando voi stessi, perchè, se uno ascolta la parola (di Dio) e non la mette in pratica, è simile ad un uomo che guarda il suo volto nativo in uno specchio e, appena si è mirato, se ne va e dimentica subito quale sia.

Chi invece fisserà con attenzione lo sguardo nella legge perfetta di libertà e persevererà in essa, non come chi ascol­ta e dimentica, ma come chi mette in pratica, costui sarà beato nel suo ope­rare ». (Giacomo-I-21...).

 

LA PAROLA DI DIO

La parola di Dio deve amarsi, perché viene da Dio, è dono di Dio ed è neces­saria alla salvezza dell'anima.

Si deve apprendere con interesse. E' con la predicazione che viene imbandita ai fedeli.

Dunque è doveroso ascoltare le istru­zioni religiose e non annoiarsi delle pre­diche.

E' vera carità invitare gli altri ad an­dare all'istruzione religiosa, particolar­mente in occasione di Esercizi Spirituali e di sacri ritiri. Si dà molta gloria a Dio indirizzando i piccoli al catechismo par­rocchiale.

Oltre che dalla predica, la parola di Dio si può attingere dai libri sacri. Non sempre si fanno le prediche e non sem­pre si ha la possibilità di andare ad ascol­tarle; invece il libro sacro può aversi sempre a disposizione.

I libri sacri per eccellenza sono quelli contenuti nella Bibbia; sono anche sacri i libri approvati dalla Chiesa, detti co­munemente di «meditazione » e di « let­tura spirituale ».

Non tutti comprendono l'importanza della parola di Dio scritta e per questo molti non fanno giornalmente un po' di pia lettura.

Il demonio, che conosce l'utilità della divina parola scritta, con inutili pretesti ne distoglie le anime.

Si può giungere ad alto grado di vita spirituale perseverando nella pia lettura quotidiana, mentre per lo più s'indie­treggia tralasciandola.

 

APOSTOLATO E PRUDENZA

Chi conosce discretamente bene la pa­rola di Dio, cioè le verità divine rivelate e le norme principali della morale cat­tolica, se ne serva per illuminare il pros­simo nelle vie del Signore. Questo però si faccia con prudenza, per averne i frut­ti desiderati.

Il falso zelo, figlio dell'imprudenza, specialmente in campo di morale, non è lodevole. Si chiarisce questo concetto con qualche esempio.

Un tale, per ignoranza, per distrazio­ne o per leggerezza, commette una man­canza rilevante; insomma non dà peso al male che sta operando. Si accorge di ciò qualcuno che è addentro alla legge di Dio e nel suo zelo dice a chi manca: Ciò che ora fai, è peccato mortale; offen­di gravemente Dio; tu andrai all'infer­no! -

Chi parla e richiama così, corre rischio di far commettere un vero peccato, cioè quello detto « formale»; mentre senza richiamo il peccato sarebbe soltanto «materiale », cioè di poca o di nessuna responsabilià.

In pratica, non si dica alle anime roz­ze ed ai piccoli: Questa mancanza è gra­ve peccato.

E' sufficiente dire: Non va bene quello che tu ora fai!

La prudenza suggerisce di spendere la buona parola in diverso modo, secondo i casi.

Ad esempio, c'è chi non ascolta richia­mi, anzi si ribella alla buona parola. Co­me comportarsi?

Dice lo Spirito Santo: Dove non ti si dà ascolto, non dilungarti a parlare. (Eccl. XXXII-6).

Concludendo: Se si prevede che la buona parola otterrà facilmente il suo effetto, si dica; diversamente si tace o si rimanda a tempo più opportuno.

 

LA LINGUA

Ha suscitato ilarità un fatto, che i giornalisti hanno sfruttato con i loro commenti.

Verso sera un Parroco, dopo aver chiu­sa la porta della Chiesa., si accorse che sul gradino dell'altare c'era un involtino ben legato.

Il primo pensiero che gli si affacciò alla mente fu: « Che non ci sia dentro qualche piccolo ordigno con esplosivo?... Ne avvengono simili sorprese anche nel­le Chiese ».

Non si azzardò a toccarlo. Per telefo­no ne informò la Questura e chiamò per­sino i vigili del fuoco.

Quanto panico al momento di avvici­narsi e toccare l'involtino! Si pensava di prenderlo delicatamente e di portarlo lontano, o alla spiaggia o in campagna, così la eventuale esplosione della bomba non avrebbe fatto male.

Ma dall'assieme delle circostanze si pensò di aprirlo con cautela, tanto più che non si avvertiva il tic-tac, proprio degli ordigni in attività.

Man mano che si scioglieva l'involti­no, si stava sospesi in attesa di qualche sorpresa. Il più in orgasmo era il Parro­co. Questi all'improvviso mandò un gri­do: Tutti biglietti di banca!... Un mi­lione!.

Si lesse rapidamente l'accluso bigliet­to: Offro questo milione alla Parrocchia per opere caritative. Non voglio che si conosca l'offerente.

I giornalisti commentarono: «Invece di esplodere la bomba, esplose il Parro­co! ».

Un involto a sorpresa! Avrebbe potuto esserci una bomba, capace di seminare rovine, ed invece c'era un milione, buo­na ricchezza.

Ognuno ha nella bocca la lingua, la quale, a somiglianza di quell'involto, po­trebbe seminare rovine e stragi come la bomba, oppure apportare immensi beni morali.

La lingua non è a sorpresa; è però un membro misterioso, forse il più miste­rioso del corpo umano, capace di ogni bene e di ogni male. Tutto dipende da chi l'adopera.

Dice lo Spirito Santo: « La lingua di pace è albero di vita; la lingua senza fre­no piaga lo spirito ». (Prov.-XV-4).

Ed ancora: E' terribile nella sua città l'uomo che non tiene a freno la lingua. (Eccl.-IX-25).

In questa prima parte si è parlato del­la parola piuttosto in forma generica. Ora si parlerà in forma specifica, scen­dendo ai particolari della vita pratica.

 

VERITA'

La prima qualità della parola è che sia vera.

Mi diceva un Sacerdote: «Mi è stata assegnata una Parrocchia un po' difficile a reggersi. Sin dall'inizio visti non pochi inconvenienti, mi è toc­cato stringere i freni. Con la pazienza, la frequente istruzione religiosa ed altre industrie, sono riuscito ad avere la Chie­sa popolata non di sole donne, ma anche di molti uomini.

« Ormai sono in bocca a tutti, nell'am­bito parrocchiale e fuori. Chi approva ed ammira il mio operato e chi non lo gra­disce e, come avviene in simili casi, tan­ti borbottano contro di me. Ma io tiro dritto!

« Tempo fa, passando per una via se­condaria della Parrocchia, vidi una don­na che s'intratteneva con i figlioletti. Ap­profittai per avvicinarla. La salutai e, dopo qualche chiacchiera, le dissi: - Signora, lei va in Chiesa la dome­nica?

- Non mi parli più di Chiesa! - Perchè?

- Hanno mandato in questa Chiesa un Parroco, che fa scappare la gente. Che brutto Prete! Non vado in Chiesa proprio per lui. - Ma lei lo conosce? - Certo! L'ho visto tante volte!

- Forse somiglia un poco a me?

- Affatto! Lei è bello di faccia e buo­no di cuorel Ma quello!...

Concludeva con me il Parroco: « Vede cosa mi càpita in Parrocchia? C'è pro­prio da ridere!

Quanta sfacciataggine in una madre di famiglia nell'asserire il falso!

E' la menzogna che circola e che spes­so si fa strada. Quale valore dare al par­lare di chi mentisce con facilità?

 

SENTENZE DIVINE

Bisogna amare la verità. Chi ama la verità, ama Dio, perchè Dio è «Verità». Dice Gesù Cristo: «Io sono la Via, la Vita e la Verità» (Giovanni-XIV-6).

Davanti a Ponzio Pilato Gesù affermò: «Sono venuto al mondo per dare testi­monianza alla verità. Chi è per la verità, ascolta la mia voce». (Giovanni-XVIII­37).

Nel libro dell'Ecclesiastico si legge:

« Figlio, per l'anima tua non ti vergo­gnare di dire la verità... Non dire men­zogne contro l'anima tua... Non contrad­dire in alcun modo alla parola di veri­tà ». (Eccl.-IV-24 ...).

« Obbrobriosa macchia nell'uomo è la bugia. E' preferibile il ladro all'uomo che ha l'abitudine di mentire; però l'uno e l'altro andranno in perdizione ». (Eccl. XX-26).

«Prima di ogni opera ti preceda la pa­rola di verità ». (Eccl. XXX-VII-20). «Sei cose odia il Signore: Il cuore che medita cattivi disegni, le mani che spar­gono sangue innocente, i piedi che cor­rono frettolosi al male, gli occhi superbi, il falso testimonio che proferisce menzo­gne e la lingua bugiarda ». (Prav. VI-16) Sono tutte sentenze dello Spirito San­to, degne di molta riflessione.

 

DIRITTO NATURALE

La verità non si può negare, però si puó tacere, anzi in particolari circostan­ze, quando la carità e la prudenza lo esi­gono, si deve tacere.

Le circostanze cambiano da caso a ca­so; ognuno si regoli con prudenza, te­nendo presenti i principii della giustizia e della carità.

C'è un caso particolare, che si crede opportuno accennare.

Per diritto naturale nessuno è tenuto ad accusare se stesso e nessuna autorità umana, pubblica o privata, ha il diritto d'imporre ad un colpevole di accusare se stesso.

Un tale commette un omicidio; si so­spetta di lui e viene arrestato. Al tribu­nale, se il presidente gli dicesse. Hai tu commesso quell'omicidio? - l'imputato potrebbe rispondere: Non l'ho commesso io!

In questa affermazione non c'è ombra di bugia.

Il presidente del tribunale non ha il diritto d'imporre al reo l'accusa di se stesso; infatti fa prestare il giuramento ai testimoni e li obbliga a parlare, ma all'imputato, non rivolge alcuna doman­da.

Come in tribunale, così in società ed in famiglia, nessuno, se interrogato, è tenuto a manifestare la propria colpa.

Pur restando questo principio, il col­pevole è tenuto in coscienza a riparare i danni causati dal proprio fallo.

 

SEMPLICITA'

Dovendo la parola essere vera, non si esageri in quello che si dice. E' facile esa­gerare le cose e parlare, come si dice, con la lente d'ingrandimento.

E' pure un difetto, ma non colpa mo­rale, l'usare spesso aggettivi superlativi. Il superlativo, tanto nel bene quanto nel male, non è troppo facile a riscon­trarsi nelle persone e nelle cose.

La verità è indivisibile, cioè, semplice; ed allora chi vuol parlare con verità, ab­bia la parola limpida come l'acqua alla sorgente.

Per dare forza alla parola talvolta vi si aggiunge il giuramento. Chi giura fa­cilmente, non ne comprende la respon­sabilità.

Gesù Cristo insegna: Avete udito che fu detto agli antichi Non spergiurare; mantieni invece i tuoi giuramenti al Signore. Io però vi dico Non giurate mai, nè per il Cielo, che è trono di Dio, nè per la terra, che è sga­bello ai suoi piedi, nè per Gerusalemme, che è la città del gran Re. Non giurare neppure per la tua testa, perchè non puoi fare bianco o nero un solo capello. Ma sia il vostro parlare: Sì, si! No, no! - perchè il di più viene dal maligno. (Matteo, V-33...).

Dagli interpreti, quali San. Girolamo e Sant'Agostino, le parole di Gesù sono spiegate così:

Per le persone oneste, specie se cristia­ne, il parlare deve essere così vero da non richiedere giuramento. In una pa­rola, qualsiasi affermazione dev'essere considerata come se fosse accompagnata dal giuramento.

 

ISTRUZIONE MORALE

Conviene fare una discreta spiegazio­ne sul giuramento. Riporto una pagina del libretto « I peccati di lingua », di cui si è fatto cenno a principio dello scritto.

La Santa Chiesa, basandosi sulla Sa­cra, Scrittura, ove in diverse circostanze è detto che è lecito qualche volta il giu­ramento, dichiara che negli affari di grande importanza non è male il giura­re... però sempre sulla verità.

Ne consegue che è lecito giurare da­vanti all'Autorità Ecclesiastica nelle de­posizioni canoniche ed anche negli affa­ri privati di molto rilievo.

Chi giura sulla verità in cose di nessuna o poca importanza, commette una leggera colpa; l'ignoranza e l'irriflessio­ne potrebbero scusare da questo peccato veniale.

Chi giura sulla menzogna per cose im­portanti oppure di poco conto, davanti a Dio si rende reo di grave colpa.

Quanti hanno la coscienza erronea su questo punto della morale, credendo es­sere piccola colpa il giuramento su pic­cola bugia!

Si danno dei suggerimenti:

Chi ha l'abitudine di giurare, si sforzi di correggersi; così facendo, evita anche il cattivo esempio.

Chi giura sula bugia distrattamente, cioè, non avvertendo prima di giurare il male che fa, oppure si accorge del giura­mento soltanto dopo averlo pronunciato, in questi casi non pecca, perchè manca un requisito essenziale del peccato, re­quisito che consiste nella piena cono­scenza del male che si sta operando.

Il peccato lo commette soltanto chi si avvede del giuramento falso o prima di giurare o nell'atto stesso in cui giura. Un male, al quale poco si pensa, è il domandare agli altri il giuramento: Se è vero quanto tu mi dici, giura.

Chi non vede che agendo così si dà motivo di giurare inutilmente o, peggio ancora, di giurare sulla bugia?

Il richiedere il giuramento è mettere il prossimo in pericolo di giurare il falso, perchè; quando si è messi alle strette, per non fare la figura di bugiardo, si pre­ferisce, purtroppo, giurare falsamente.

Si ascolti in proposito la Sacra Scrit­tura!

Non avvezzare la tua bocca al giura­mento, perchè da esso vengono tante ca­dute. Il nome di Dio non sia spesso sulla tua lingua (nominandolo invano) e non mescolare (al discorso) il nome dei San­ti, perchè non ne andrai impunito (Eccl. XXIII-9... ).

 

DIFFIDENZA

Continuando sul tema che la parola deve essere vera e semplice, si suggerisce qualche regola che insegnano i Maestri di spirito:

Non affermare né negare mai con es­soluta certezza quello che si sa; ma ogni affermazione sia condotta con un poco di sale di grazioso dubbio.

Quindi è bene dire: Io penso che sia così!... Se non m'inganno, è così!... Mi pare di avere udito dice così!...

Se questo si sa fare con discrezione, non urta chi la pensa diversamente.

Se si parlasse sempre con schiettezza, non ci sarebbero tante diffidenze, tra a­mici e tra familiari.

La diffidenza nasce dal fatto che talu­ni parlano con doppiezza, con finzione, con frasi equivoche e non è sempre fa­cile conoscere ciò che è vero e ciò che è falso.

Di certe persone si può affermare che quando parlano non dicono bugie, ma neppure dicono la verità.

 

SFERZATA

Fui invitato da un gruppo di amici a celebrare la Messa nella Chiesa di San Pietro, a Roma. Si scelse una cappella delle Grotte Vaticane, vicino alla tomba di Papa Giovanni.

Durante la celebrazione il mio sguar­do si posava di tratto in tratto sul qua­dro della Madonna, che mi stava din­nanzi. L'immagine era proprio bella. Mi colpì il grazioso volto della Vergine, per­chè sulla guancia c'era una scia di san­gue.

- Strano! - dicevo tra me. Cosa c'en­tra questo sangue? Che significato avrà voluto dare il pittore?

Finita la Messa, ne chiesi spiegazione ad una pia signora.

- Reverendo, questa è la cappella della Madonna dei Polacchi. Il quadro ha una storia dolorosa. Un soldato, passan­do davanti a quest'immagine, per di­sprezzo diede una sferzata sul volto del­la Madonna e colpì la guancia; ne seguì subito la lividura e poi il sangue. -,Il quadro è sull'altare della suddetta cappella e chi desidera può vederlo.

Un colpo di sferza... ed una scia di san­gue! Fu quello un gesto sacrilego, che la Madonna ripagò con un prodigio dolo­roso.

Questi sono fatti eccezionali, che pas­sano alla storia.

Qualche cosa di simile, sebbene in al­tro campo, avviene con la lingua per le parole che dice. La lingua viperina è co­me una sferza in mano a persona irata. I suoi colpi cadono or su questo ed or su quello e fanno sanguinare non la faccia, ma il cuore del prossimo.

Quanti infatti piangono per calunnia o per mormorazione, avendo perduta co­i l'opportunità di sistemarsi nella vita, avendo subito un ingiusto licenziamento.

 

COLPO POTENTE

Visitavo il Giardino Zoologico di Ro­ma, molto esteso, con tanti recinti, adat­tati alle esigenze dei vari animali.

Mentre osservavo le belve, di tanto in tanto udivo un colpo forte, che rintuo­nava in quella zona.

Il colpo era così potente da spingermi a trovarne la causa e la trovai.

Entrai in un recinto ampio e riparato anche dal tetto. Vi stava un maestoso elefante, legato al piede con forte cate­na. Vicino c'era un portone di ferro. L'e­lefante, ad intervalli, scaraventava la proboscide su quel portone e causava il rombo.

Mi fermai a mirare quella proboscide, lunga circa due metri e grossa come il tronco di un discreto albero; abbassan­dosi sino al suolo, il respiro che ne veni­va fuori spazzava il pavimento circo­stante.

Potenza di una proboscide, capace di afferrare un uomo e lanciarlo in aria co­me un giocattolo, capace di sradicare un albero!

Ma c'è qualche cosa di più potente della proboscide di un elefante! E' la lin­gua dell'uomo e, più ancora, la lingua della donna, eccitata da qualche pas­sione.

Dalla proboscide di un elefante ci si può guardare, standone scostati; ma dal­la lingua malvagia non se la scappa nes­suno, neppure i lontani.

 

CARITA'

Entriamo in una parte assai impor­tante dello scritto, per dichiarare che la parola deve essere caritatevole.

Se si custodisse bene la lingua, quanti crepacuori si eliminerebbero, quante fa­miglie starebbero in pace, quanti delitti si eviterebbero e quante spese si rispar­mierebbero a motivo delle liti!

Dio ha messo le orecchie al corpo umano, ma senza alcun riparo, cosicché, an­che non volendo, qualche volta si è co­stretti a sentire ciò che non conviene sentire.

Dio invece chiuse la lingua dentro la bocca, serrandola con due cancelli, i den­ti e le labbra, che sono, come dice il Ro­driguez, muro e antimuro.

Prima di sciogliere la lingua e parlare, si rifletta sulle circostanze, cioè, sul fine, sul modo e sulle conseguenze che potreb­bero venirne.

Il Profeta Davide, uomo secondo il cuo­re di Dio, così pregava: Poni, o Signore, una guardia alla mia bocca ed una porta intorno alle mie labbra! Non permettere che il mio cuore scenda a parole malizio­se. (Salmo CXL-4).

Anche il Savio nel libro dell'Ecclesia­stico dice: Chi darà custodia alla mia bocca e metterà un sigillo inviolabile sopra le mie labbra, affinché io non cada per col­pa loro e la mia lingua non sia la mia perdizione? (Eccl. XXII-33).

Sant'Agostino insegna che ogni parola dapprima deve andare alla lima della ri­flessione e poi alla lingua.

E San Cipriano dice che l'uomo sobrio non manda mai cosa alcuna allo stoma­co, che prima non abbia ben masticata; e così l'uomo prudente ed accorto non manda fuori dalla bocca parola alcuna, senza averla prima ruminata molto be­ne nel suo cuore.

Data perciò l'importanza della parola, si dovrebbe stare attenti a non spiffera­re notizie, a non pronunziare facilmente sentenze ed a non mettere fuori con la lingua tutto ciò che salta per la mente.

E' questa la differenza tra gli stolti ed i giudiziosi, che i primi hanno il cuore sulla lingua ed i secondi la lingua nel cuore. (Eccl. XXI-29).

Dice una battuta spiritosa che la dif­ferenza tra lo specchio ed il chiacchie­rone è, che lo specchio riflette senza par­lare, mentre il chiacchierone parla sen­za riflettere.

 

MORMORAZIONE

Ama il prossimo tuo come te stesso!... Non fare agli altri quello che non vor­resti fosse fatto a te!

Tutta la pratica della carità poggia su questo principio di morale.

E' proprio contro la carità che d'ordi­nario si manca, quando non si custodi­sce la lingua, ed è proprio la carità che deve tenersi presente quando si parla.

Si può mancare inventando e semi­nando calunnie, per sfogare l'odio con­tro qualcuno. La calunnia è un'arma dia­bolica ed è l'arma dei vili.

Calunnia vuol dire attribuire una col­pa ad un innocente.

Oltre che con la calunnia, si manca con la lingua mormorando.

Mormorare significa parlare delle col­pe altrui, però delle colpe vere, non già inventate.

Ma, se una colpa è vera, perchè si man­ca contro la carità parlandone? Il moti­vo è questo:

Quando una colpa è vera (s'intende parlare di colpe gravi!...) e si è vista commettere sotto i propri occhi, se que­sta colpa è ancora occulta, si pecca a ma­nifestarla ad altri perchè ognuno ha di­ritto al proprio onore. Soltanto è lecito manifestarla ad una persona prudente, con l'obbligo del segreto, o per la corre­zione del colpevole o per il bene di una terza persona. Se basta, per ottenere il buon effetto della parola, manifestare una colpa occulta ad un individuo, non si manifesti a due.

Quando un fatto grave è conosciuto in ambiente chiuso o ristretto, non è le­cito portarlo fuori.

Se invece una colpa grave è di pub­blica ragione, il parlarne di per sè non sarebbe male; potrebbe divenire male per le circostanze che accompagnano il par­lare, cioè, il piacere del male altrui, l'ap­provazione del male avvenuto, lo scan­dalo dei piccoli, ecc. Anche in questo ca­so, se non c'è un fine che giustifichi il parlare, c'è il difetto della loquacità e del parlare ozioso.

Quando in famiglia o altrove si parla di fatti pubblici, delitti, scandali, ecc., si dica anche la buona parola, la parola di carità, ad esempio: Ripariamo Dio del male che è avvenuto... Preghiamo per chi ha fatto il male... Non facciamoci me­raviglia degli altri, poiché anche a noi potrebbe capitare simile disgrazia... Che Dio ci liberi dalle cattive occasioni!

Espressioni simili escono dal cuore ca­ritatevole e veramente religioso. Chi le ascolta, ne resta edificato.

Ed invece... quanta leggerezza nel par­lare! Quanta incoscienza nel narrare le spavalderie altrui e proprie!

 

NON LO SVELARE!

Nel dopo guerra ero in treno. Attirò la mia attenzione il parlare di un uomo, che narrava un episodio personale. Diceva: Ero militare, col grado di sergente, ed avevo da sorvegliare una piccola zona. Di notte tempo scorgevo tra le alture circostanti un piccolo faro; ad intervalli ne partiva un raggio luminoso.

Non passava molto e sulla zona a me assegnata cadeva una pioggia di proiet­tili. Decisi, a costo della vita, di scoprire e troncare l'inconveniente; ero convinto trattarsi di qualche spia.

Una notte mi spinsi con precauzione al di là del piccolo faro per cogliere alle spalle la spia. Ci riuscii. Appiattata die­tro un grosso sasso stava una persona, col piccolo faro in mano, ma spento; a fianco stava il fucile.

Dato l'alto là ed imposto di tenere le mani in alto, mi accorsi che era una signorina in abito militare. Le legai le ma­ni e la condussi in una scarpata.

A guardare quella signorina, autrice di quei disordini notturni, estrassi il pu­gnale e le trapassai il petto da parte a parte...

Il sergente narrava la sua prodezza per farsi bello davanti agli ascoltatori, ma non pensava che con quell'atta si era co­stituito assassino e portava al pubblico il suo pessimo operare.

Il codice di guerra, basato sulla legge naturale, permette che si possa uccidere un uomo per difesa personale. Ma quan­do il nemico è disarmato, incapace di nuocere, è delitto l'ucciderlo; perciò è delitto uccidere un prigioniero.

Quella signorina aveva fatto la spia; disarmata e legata non poteva nuocere. Il sergente aveva il diritto di presentarla al Comando Militare, al quale spettava assegnare la meritata pena.

Davanti a Dio quel sergente è un omi­cida. Uccidendola all'improvviso, non die­de alla giovane neppure il tempo di chie­dere perdono a Dio dei suoi peccati e for­se la rovinò per il tempo e per l'eternità. Questo triste episodio serva d'insegna­mento a non narrare i nostri fatti poco edificanti.

Lo Spirito Santo dice: Se hai peccato, non lo svelare (Eccl. XIX-8). I motivi so­no i seguenti:

1) Narrando una colpa propria, si cor­re pericolo di godere del male già opera­to, il che è anche male.

2) Chi ascolta, potrebbe prendere cat­tivo insegnamento.

3) Si ha il dovere della carità non solo verso gli altri, ma anche e specialmente verso se stessi, per conservare il buon concetto che altri potrebbero avere di noi, poiché dice il Signore: Abbi cura del tuo buon nome, perché sarà tuo più lun­gamente che mille tesori preziosi ed im­mensi. I giorni della tua vita hanno un numero, ma il buon nome dura eterna­mente. (Eccl. XLI-15).

 

PANNI SPORCHI

Il 4 novembre, 1967, ero a Roma. Non si potè fare l'annuale sfilata militare da­vanti alla tomba del Milite Ignoto, in Piazza Venezia, perchè il cielo minaccia­va tempesta; infatti i pompieri lavora­vano per qualche disastro causato dal vento. Partito per Padova, dovetti fare la linea di Falconara, poiché era bloc­cata quella di Firenze. Questa città co­minciava ad essere inondata dalla terri­bile e mai vista alluvione. I disturbi at­mosferici si spostarono verso il Padova­no ed il Polesine e toccò anche a me tro­varmi nell'inondazione.

Quando Dio volle, cessò il cattivo tempo.

Al ritorno in Sicilia, attraversando in treno la Toscana, osservavo la zona del Lungarno e specialmente la periferia di Firenze. C'era da vedere!

Le tracce del fango, con l'umido delle acque sino ai cornicioni del primo piano, dicevano chiaramente di quale portata fosse stata l'alluvione.

C'era tanto movimento alla periferia della città, sia per il trasporto delle ca­taste di melma che per la provvigione dell'acqua potabile.

Ciò che pure mi colpì fu l'esposizione di tutto ciò che era messo ad asciugare. In una campagna c'era la scena dei pa­rapioggia aperti e capovolti. Tutti i bal­coni e tutte le terrazze biancheggiavano di lenzuola, tovaglie, panni e biancheria di ogni sorta. Era giusto approfittare del bel tempo.

Un proverbio dice: I panni sporchi si lavano in casa e poi si stendono in ca­sa. - Ed è bene fare così per delicatez­za personale e familiare.

Ma il proverbio ha un alto significato; vuol dire che le miserie morali della fa­miglia (...veri panni sporchi!...) devono restare in casa e non esporle al vento.

Non ci si bada tanto a portare fuori di casa certe notizie: il brutto carattere del marito, la sua vita scostumata, le magagne del figlio o della figlia, ecc.

Il lavare i panni sporchi fuori di casa e poi stenderli fuori, è nulla di male da­vanti a Dio; ma portare fuori di casa le mancanze dei propri cari, questo si che è un vero male.

Se non è lecito parlare male del pros­simo, tanto più del prossimo più pros­simo.

Stiano perciò attenti i genitori ed i fi­gli e soprattutto le suocere e le nuore, che per la loro lingua sono divenute la favola della società.

Il De Amicis cosi scrive:

La maldicenza, universale e sfogata, non ha luogo che la sera, quando tutti hanno bisogno di compensarsi delle fa­tiche. Allora una metà del genere uma­no dice male dell'altra metà.

Se in una città, volando in giro con la rapidità di un'aquila, si potesse fare una capatina in tutti i crocchi ed i ritrovi, mettere l'orecchio a tutti gli usci, coglie­re qualche parola di tutti quelli che pas­seggiano, distinguere voce per voce tut­to il ronzio di quell'immenso alveare umano, si troverebbe che tre parti su quattro dei discorsi sentiti sono di amici contro amici e di parenti contro parenti.

 

IN PRATICA...

Per non avere rimorsi del parlare, ci si attenga a queste regole:

1) Degli altri o parlare in bene o tace­re. Non è raro che capiti il contrario, cioè, che se c'è da dire male, si è pronti a par­lare ed a gettare la propria pietra; se c'è da dire bene, si tace... per fare i fatti propri.

2) Dell'assente si parli come se fosse presente e quello che non si direbbe di presenza, non si dica alle spalle.

3) E' lodevole il silenzio, quando non c'è necessità di parlare. Dice il prover­bio: Spesso mi pentii d'aver parlato; giammai mi pentii d'aver taciuto!... La parola è di argento, ma il silenzio è d'oro. Una parola uscita dalla bocca non si può più ritirare, come la freccia uscita dal­l'arco.

4) Non riferire ad alcuno quello che di male gli altri hanno detto di lui. Il Si­gnore suggerisce come comportarsi: Non riportare una parola cattiva ed offensi­va; non ci scapiterai per niente... Hai sentita una parola contro il tuo prossi­mo? Lasciala morire in te. Stai sicuro che non ti farà crepare. (Eccl. XV-7 ... ).

5) Giova considerare il fine per cui si parla, avanti a chi si parla, il tempo, il modo ed il tono con cui si parla. E' bia­simevole il parlare, quasi abitualmente, ad alta voce, in tono litigioso, concitato o ironico.

6) Non s'interrompa chi parla. Si a­spetti che uno dica la sua ragione e poi chi ascolta dica la sua. Come si può ri­spondere bene prima di avere udito quel­lo che viene detto?

 

SIEPE ALLE ORECCHIE!

Non è lecito mormorare e non è lecito neppure ascoltare volentieri la mormo­razione.

Chi mormora ha il demonio nella boc­ca e chi ascolta con piacere ha il demo­nio nelle orecchie.

Il Signore dice: Metti una siepe di spi­ne alle tue orecchie e non ascoltare la mala lingua. (Eccl. XXVIII-28).

Se il mormoratore si accorge che chi lo ascolta non l'approva e si disgusta, smette di parlare male; se invece si ve­de ascoltato volentieri, continuerà a par­lare.

S'interrompa chi mormora; si sappia bellamente fargli cambiare subito discor­so; si mostri il volto triste al mormora­tore affinché smetta di parlare.

Si legge nella Sacra Scrittura: Per la tristezza del volto viene corretto l'animo del mormoratore. (Eccl. VII-4).

 

IL SEGRETO

Andava in giro una cartolina del pub­blico, al tempo in cui il famoso atleta Carnera svolgeva i suoi campionati.

L'atleta era un gigante, di forza spet­tacolare; il suo pugno era di circa cen­todieci chilogrammi.

Si racconta che un giorno, entrato nel ristorante, per dare prova di forza, chie­se un limone; disse ai presenti: Io spre­mo questo limone stringendolo nel pu­gno; poi sfido tutti a spremerlo dopo di me, per vedere se si farà uscire ancora una sola goccia di succo. -

Dopo averlo spremuto, lo consegnò a diversi giovani robusti; per quanto essi facessero, nessuno riusciva a far stillare una semplice goccia.

In ultimo si presentò un vecchietto, asciutto e pallido, dicendo: Ed ora provo io! - Si rise un po' da tutti.

Il vecchietto, senza scomporsi, spre­mette il limone e ne uscì una buona goc­cia di succo.

L' atleta sorpreso esclamò: Ma scusi, lei chi è?

- L'esattore delle tasse! - Qui finisce la storiella.

E' fantasticamente industriosa la tat­tica degli esattori, i quali sanno trovare le vie per estorcere i pagamenti. Ma, seb­bene in altro campo, non è meno indu­striosa e fine la tattica di certe donne, che sanno trovare le vie per raccogliere notizie e per carpire specialmente i se­greti.

Stando così le cose, durante le guerre spesso sono scelte delle donne perché fac­ciano da spia ed in tempo di pace è la questura che si serve di esse per scoprire le trame dei delitti.

Dunque, la donna ha un'arte partico­lare per estorcere i segreti ed ha una de­bolezza particolare per comunicarli ad altri.

Un segreto deve restare segreto. Sono perciò da riprovare coloro che con domande indiscrete e con raggiri tentano far parlare chi non vorrebbe parlare. L'affermazione: Confidimi il segreto, che non parlerò! - quale valore potreb­be avere? Suole dirsi: Quando il segreto si confida ad uno, presto lo conosceran­no undici; quando lo conosceranno un­dici, presto sarà conosciuto da cento un­dici.

La prudenza sia molta nel parlare e moltissima nel custodire i segreti. Anche a tale riguardo il Signore dice Non aver da fare con chi rivela i segreti ed apre troppo la bocca (Prov. XX-19).

 

METTERSI NEI PANNI ALTRUI

Oltre a quanto si è detto, si racco­manda:

1) Non dire parole d'imprecazione, per­ché sono auguri di male.

2) Non dire ingiurie e non mettere so­prannomi, o nomignoli al prossimo, per­ché sono parole che feriscono la carità.

3) Non burlare, non mandare frizzi e non fare scherzi offensivi. Quando gli scherzi, con parole o con fatti, offendono qualcuno, sono da riprovarsi. Piacerebbe a noi essere derisi?... Ed allora, perché deridere gli altri?

 

IL CONSIGLIO

Fui visitato da un signore, che appa­riva preoccupato e triste. Mi confidò le sue pene.

- Sono stanco della vita e non ne pos­so più! Gli affari vanno male, malissi­mo; mi hanno fatto dei grossi furti; i pa­sticci familiari non mancano mai. Che vitaccia! -

Gli diedi dei buoni suggerimenti e lo licenziai con la Benedizione Sacerdotale. Mentre quel signore mi parlava, un pensiero mi dominava la mente; credet­ti opportuno non manifestarglielo.

Chi era quel signore?

L'avevo conosciuto bambino; allora era un santino. D'indole quieta e docile; era intelligente e studioso; veniva con fre­quenza a comunicarsi; non avvicinava ragazzi di strada o pericolosi.

Scorgevo in lui gl'indizi della vocazio­ne sacerdotale e ne parlai alla sua fami­glia. Sino ai dodici anni lo si vedeva lieto e desideroso di divenire Sacerdote.

Nel tempo della decisione, quando si trattò di mettere il fanciullo in un Isti­tuto, un amico di famiglia fece le parti del diavolo:

- Ma che Prete!... Non sprecate la riuscita del ragazzo!... Come vi decidete ad un passo cosi sciocco?...

Cominciarono gli ostacoli, si rallentò la buona volontà del giovanetto e così tutto sfumó.

Guardando ed ascoltando quel signo­re, il mio pensiero volava a quell'amico che aveva dato il consiglio diabolico e mi dicevo: Se non ci fosse stato quel con­siglio, probabilmente questo signore oggi sarebbe un Sacerdote e forse un Vesco­vo. Ed invece... !

Quando quell'amico, cattivo consiglie­re, si presenterà (...e forse si sarà già pre­sentato!...) al tribunale di Dio, quale con­to dovrà dare del consiglio dato al gio­vanetto, avendo forse troncati i grandi disegni di Dio su quell'anima semplice e ben disposta?

 

RESPONSABILITA'

La parola è sempre importante e lo è specialmente quando serve a dare un consiglio.

Chi dà un consiglio su decisione rile­vante, assume davanti a Dio la respon­sabilità dell'operato di chi ha chiesto il consiglio.

Chi dicesse ad una giovane: Poiché tu sei ostacolata nello sposare quel tale, prendi la fuga e riuscirai! - si rende­rebbe responsabile dei peccati di quella coppia, essendo stato efficace il suo con­siglio.

Chi suggerisce: Tuo marito ti tratta male. Domanda il divorzio o la separa­zione legale, poiché c'è un brav'uomo li­bero che ti attende e con lui starai be­ne! - chi così suggerisce, renderebbe conto a Dio dello scandalo e dei peccati che nella vita potrebbero commettere i due adulteri.

Chi consigliasse: Leggi quella rivista; è scandalosa, ma ti farà piacere!

Chi dicesse: Smettila con questa fre­quenza alla Chiesa! Vieni ogni sera a ballare e non fare più la bigotta!

Chi spingesse all'odio ed alla vendet­ta, o a fare ingiustizie imbrogliando nel commercio, o a fare un passo poco mo­rale, o a vestire con moda libera e pro­vocante... tutti costoro si caricherebbero la coscienza di tutto il male, prossimo e lontano, che potrebbe provenire dal cat­tivo consiglio.

Il mondo pagano non bada a tutto questo, perché vive nelle tenebre di Sa­tana; ma chi vuol salvare l'anima sua e non addossarsi gravi responsabilità, noderi bene le parole prima di dare qual­siasi consiglio.

Come si è partecipi del male causato dal cattivo consiglio, così si è partecipi del bene che deriva dal consiglio buono. Si ascolti quanto dice il Signore:

Non prendere consiglio da chi t'insi­dia; nascondi i tuoi disegni a chi t'invi­dia. Ogni consigliere dà il suo consiglio; ma c'è chi lo dà per suo tornaconto.

Guàrdati dal consigliere, che forse ti ficcherà un piolo in terra e ti dirà: La tua - strada è buona! - e ti starà di fac­cia per vedere quel che avvenga...

Piuttosto tu frequenta (per consiglio) la persona pia, che tu avrai conosciuta timorata di Dio e che ha un'anima con­forme alla tua... L'anima di una persona buona qualche volta fa conoscere il vero assai meglio di sette sentinelle che stan­no alle vedette in luogo elevato. Ma in tutto ciò tu prega l'Altissimo, affinché Egli guidi i tuoi passi nella verità (Eccl. XXXVII-7).

 

PAROLA PURA

La parola sia pura, cioè, improntata alla modestia ed al riserbo.

San Paolo, scrivendo agli Efesini, di­ce: Come si conviene a santi, tra voi nep­pure si senta nominare la fornicazione, l'impurità di qualsiasi sorta... Non ci sia­no oscenità, non discorsi sciocchi, non buffonerie, tutte cose indecenti, ma piut­tosto il rendimento di grazie... Nessuno vi seduca con vani discorsi, perché a cau­sa di questi viene l'ira di Dio sugli incre­duli. Dunque, non associatevi a loro. (Efesini V-3).

Quando nel cuore c'è l'impurità, quan­do si vive assecondando le cattive bra­me, allora si è assetati come i febbrici­tanti e si corre là ov'è qualche goccia dissetante; non si cerca l'acqua limpida, bensi la fangosa.

Per conseguenza, si corre alle spiagge libertine, si va in caccia di danze poco castigate, si dà l'assalto alle riviste por­nografiche, si sta davanti al video del televisore in attesa di battute immorali, si preferisce la moda indecente, ecc. Naturalmente chi ama queste cose, le tiene nel cuore, le pensa e le desidera; non trova altro di buono nel mondo. Di che cosa può parlare una tale per­sona?... Dalla botte di vino esce vino; dalla bottiglia di olio viene fuori olio; dal cuore impuro esce il fango ed il puz­zo dell'immoralità ed esce attraverso la bocca con il cattivo parlare.

Dice Gesù Cristo: La bocca parla del­l'abbondanza del cuore. (Matteo XII-34). LINGUA

 

PULITA!

Il parlare libero o indecente non è più la prerogativa dell'uomo scapestrato, ma è divenuto il marchio di certe giovani moderne.

Il cattivo parlare, la parola triviale, la barzelletta col sottinteso... non si addi­cono a persona educata e timorata di Dio. Quanto male fa il cattivo discorso: offende il Signore, infanga l'anima, la­scia solo sconforto in chi ascolta mal vo­lentieri, turba le coscienze, eccita facil­mente al male e scandalizza anime in­nocenti, se ce ne fossero presenti...

Non giova il dire: Abbiamo la nostra età e conosciamo mondo e cose! Il male è sempre male.

Si dovrebbe dire a chi serve a due pa­droni, a Dio e a Satana, cioè a chi con­serva il sentimento religioso e tuttavia parla sboccatamente:

Lei qualche volta va in Chiesa a co­municarsi?

- Beh, qualche volta, di raro.

- E quando questa linguaccia sporca la mette fuori, davanti all'altare, per ri­cevere Gesù Sacramentato, non sente vergogna e non trema per il rimorso?... -

Pertanto, in qualunque posto ci si tro­vi, da tutti si ha il dovere d'impedire il discorso disonesto.

Questo dovere incombe in modo parti­colare ai genitori, ai superiori ed ai mag­giori in età.

Non si abbia timore d'interrompere un cattivo discorso! Non si abbia riguardo a ceto di persone, quando si tratta d'im­pedire l'offesa di Dio!

Se si mette a tacere una cattiva lin­gua, mostrandosi coraggiosi ed energici, non se ne perde di stima presso i presen­ti, anzi se ne guadagna.

 

NON SCIVOLARE!

Sull'alta montagna di Aspromonte, in Calabria, sta una buona pista per gli sciatori. D'inverno vi accorre la gioven­tù di ambo i sessi, per trascorrere sulla neve ore liete. Purtroppo qualche ora po­trebbe essere nera!

Mentre scrivo queste pagine, sono su tale montagna, precisamente a Gamba­rie, centro turistico. Sotto il mio sguar­do sta il posto di un disastro, ove non è molto lasciarono la vita due giovani ed un signore.

Costoro dall'alto della pista iniziarono a sciare, col proposito di slittare tra gli alberi circostanti alla pista. Non l'aves­sero mai fatto! Sotto un leggero strato di neve c'era il ghiaccio.

Cominciarono a scivolare; volevano fermarsi e non riuscivano; aumentando il pendio, aumentava la velocità ed an­darono a sfracellarsi tra i tronchi degli alberi.

Scivolare è pericoloso. Se si scivola lungo un pendio, non si può dire: Giun­to a tal punto mi fermerò! - perché si arriverà sino al fondo, bene acconciati o fracassati.

Chi vive nell'immoralità è al fondo del male. Come vi è arrivato? Scivolando a poco a poco: dapprima con la libertà dei pensieri, poi degli sguardi ed infine dei gesti e delle azioni.

Perciò chi tiene cattivi discorsi senza sentire vergogna e rimorso, è giunto a tal punto nel seguente modo: Ha cominciato con qualche parola grassa o triviale pronunziata nella rab­bia; in seguito con qualche parolaccia intercalata nel discorso; poi con qualche frase indecente ed in ultimo col discorso disonesto... divenuto poi abituale.

Attenti a non cominciare a scivolare! E' troppo difficile e quasi impossibile fer­marsi lungo la china!

La gioventù femminile moderna, dap­prima d'ordinario tanto riserbata, ha co­minciato a scivolare con le cosi dette « barzellette », per mostrare spirito e dar­si aria di modernità.

 

BARZELLETTE

Un giorno Carlo Campanini, il comico, mi disse: Vuol sentire una barzelletta?... Ascolti!

In un bar, ove erano parecchie tavole, stava una signorina. Quando il commes­so le chiese: Cosa desidera? - rispose: - Un cappuccino (...cioè, latte e caffè). Cosi dicendo, indicava un Frate Cappuctino, che era nella tavola attigua.

Di poi il commesso domandò al Frate: E lei cosa desidera? - Una strega! - ed indicava la signorina.

Io soggiunsi al Campanini: Questa barzelletta è spiritosa e pulita. Ma ce n'è di quelle troppo spinte, addi­rittura vergognose, che dovrebbero fare arrossire non solo chi le racconta, ma pure gli ascoltatori.

 

RICORDO

Nel corso della mia vita quante cose ho udite e quante ne ho dimenticate! Eppure una barzelletta, udita mentre ero in corriera, non posso dimenticarla. Sono trascorsi più di venticinque anni e talvolta la sento risuonare all'orecchio.

Era una barzelletta oscena, narrata da un giovane universitario. Altri colleghi ascoltavano e ridevano.

Ricordo che lasciai il mio posto a se­dere, mi piantai davanti al narratore e lo richiamai energicamente, facendogli rilevare il male che aveva fatto. Comprese quel giovane e mi disse: Lei ha ragione; io ho sbagliato; faccio le mie scuse!

 

PAROLA UMILE

La parola, perché sia gradita e porti frutto, deve essere umile.

Il parlare arrogante, il guardare dal­l'alto in basso, il richiamare con autori­tà quando non se ne ha il diritto, l'usare parole forti ed aspre, sono cose che ur­tano la suscettibilità di chi ascolta.

La parola umile piace a tutti. Dicendo umile, non s'intende dire af­fettata, melliflua, effeminata, perchè in tal caso riuscirebbe antipatica. E' parola umile quella che parte da un cuore umi­le ed appare tale perchè detta con sem­plicità e naturalezza. Chi parla con umil­tà, non disprezza gli altri, rispetta le opi­nioni altrui ed anche quando ha da esigere qualche cosa, lo fa con tanta grazia come se chiedesse un favore.

Chi è umile non incensa la propria persona, cioè non dice parole di lode per­sonale. Coloro che hanno la debolezza di lodarsi, facilmente si rendono ridicoli.

Un tale si lodava apertamente e con frequenza. Un uditore disse al vicino: Com'è antipatico! Si loda sempre! - La­scia che si lodi, rispose l'altro; siccome non lo loda nessuno, si loda lui stesso!

 

UMILTA' DI CUORE

Il parlare, come anche il contegno, non può essere veramente umile, se non è umile il cuore. Non sono molti gli umili di cuore e per conseguenza da non pochi si parla e si tratta con superbia.

Si presenta un esempio di umiltà di cuore.

E' in circolazione la biografia di Padre Cappello, Sacerdote Gesuita, morto in questi ultimi anni. Dimorava nel palaz­zo dell'Università Gregoriana, a Roma. Si andava da lui per direzione spiri­tuale, per consiglio e per raccomandarsi alle sue preghiere. Non solo i romani, ma molti da lontano accorrevano a lui. Chi era Padre Cappello?

Fisicamente era un uomo piccolino; intellettualmente era grande, specie co­me giurista.

E' gran cosa essere membro di qual­che Sacra Congregazione Romana; lui era membro di otto Congregazioni. Era il confessore di Papa Giovanni. Settima­nalmente un Monsignore gli portava dal Vaticano un plico sigillato, contenente i più complicati problemi, che lui risolve­va e rimandava al Vaticano.

Più volte andai a trovarlo. Ricordo che la prima volta mi intrattenni a lungo nella sua modesta camera. Davanti a lui sentivo di essere una piccola mosca da­vanti ad un'aquila.

Appena mi alzai per licenziarmi, Pa­dre Cappello si mise in ginocchio davanti a me, dicendo: Ed ora mi dia la sua Benedizione!

- Padre Cappello, esclamai, senza in­vertire i termini! E' lei che ha da bene­dire me!

- No, no! Mi benedica! -

Lo benedissi, mentre lui stava genu­flesso, col capo chino e le mani giunte. Uscendo da quella cameretta, pensa­vo: Che lezione d'umiltà mi ha data que­sto Sacerdote! Costui sì che ha un cuore veramente umile! Umile nel contegno ed umile nella parola!

 

CALMA!

Figlia dell'umiltà è la pazienza, la parola umile è anche calma, piana e non provoca bisticci ed alterchi.

Il parlare concitato, il tono, come si dice, in do maggiore, il farsi udire an­che dai vicini di casa, è contro l'urbanità ed è indice di grossolanità spirituale.

Per farsi udire, per ragionare, per chie­dere qualche cosa, non è necessario al­zare la voce.

Quando si vede un inconveniente, vi si può rimediare bellamente, senza scal­manarsi e senza dimostrare stizza.

Quando uno nervoso parla ad un altro che è calmo e che sa compatire, non suo­le provenirne tanto male. Ma se parlano due nervosi e vanno accalorandosi, vo­lendo ognuno superare la voce dell'altro, giungono a perdere il controllo ed allora cominciano gl'insulti e gl'improperi. Non sempre ci si ferma qui; si può giungere ad altro di peggio.

 

DISASTRO

Nel mese di giugno dell'anno 1969, da Messina andavo a Palermo. Lungo il tra­gitto il direttissimo rallentò di molto la velocità; c'erano lavori in corso.

Sapendo già per mezzo dei giornali quanto era avvenuto in quel posto gior­ni innanzi, osservai dal finestrino.

Che disastro raccapricciante!

Si era verso l'ingresso della galleria. Erano li disseminati recipienti di nafta e di pece, ruote di treno, putrelle di ac­ciaio contorte, caldaia della locomotiva fracassata, machinario in frantumi...

Attraversando lentamente la galleria, si sentiva ancora il puzzo dei grassi e dei combustibili bruciati là dentro.

Cosa era avvenuto? Giorni prima, not­te tempo, chi sa per quale errore, si scon­trarono dentro la galleria il notturno di Palermo e quello di Messina.

Non sto qui a descrivere quello che av­venne e le commoventi scene dei morti, dei feriti e di quelli specialmente che ri­masero giorni e giorni impigliati tra i rottami dei treni!

Scontro di due treni, che disastro! Nella vita sogliono avvenire altri disa­stri, se non della portata di due treni in urto, ma sempre disastri.

Si vuol parlare qui degli urti che av­vengono tra due persone colleriche, al­lorché dalle parole vengono ai fatti. Al­lora si dà di piglio ad oggetto che possa colpire o si porta la mano alla pistola.

Se si cerca l'incentivo di tanti fatti do­lorosi, ferimenti e delitti, lo si può tro­vare nella lingua non tenuta a freno da due persone colleriche.

 

LOQUACITA'

Si racconta che fu indetto un concor­so per pittori. Si trattava di fare uno schizzo che desse l'idea dell' eternità cioè, l'idea del «senza fine».

Un pittore geniale raffigurò una scala interna sul pianerottolo di una rampa mise due, che si salutavano per licen­ziarsi.

In base alla scala scrisse: «L'ultima parola di due amiche ».

A lui fu dato il premio del concorso « Eternità».

Si ammette da tutti che uno dei difet­ti principali del parlare è la loquacità, cioè, il moltiplicare le parole senza ne­cessità.

Per la loquacità, quello che potrebbe dirsi in dieci parole, si dice in cento e più; una cosa, detta una volta, la si ri­pete, si pesta e ripesta da stancare chi ascolta.

Chi è loquace, perde il tempo e lo fa­perdere agli altri... quando non fa per­dere anche la pazienza.

Il parlare tanto per parlare e per am­mazzare il tempo, tempo che è un gran dono di Dio, di certo non è lodevole. Il tempo si deve apprezzare ed utilizzare. Mi diceva una signora:

Ho una numerosa famiglia; la mia giornata è sempre piena. In questo pe­riodo mi chiama al telefono un'amica e m'intrattiene a sentirla per un'ora e più; e questo avviene due volte al giorno. A me sembra male chiuderle il telefono e me ne astengo per non mancare di ca­rità. -

Le risposi: La vera carità è che lei di­ca all'amica che può ascoltarla solo per cinque minuti, perché deve accudire al­la casa. In tal modo correggerà la loqua­cità dell'amica.

Può riscontrarsi la loquacità negli uo­mini; ma è cosa rara. La si riscontra fa­cilmente nelle donne (...certamente non in tutte!...), perchè hanno il sistema ner­voso più debole di quello degli uomini.

Se non dicono tutto, se non vuotano il sacco, non trovano quiete. Per talune la loquacità serve di medicina e di ripo­so. Ma non fa lo stesso effetto in chi de­ve sopportare, forse tutti i giorni, una persona loquace o chiacchierona.

E' molto significativa la risposta data da un signore ad un amico: Mi congratulo con te! Sei sposato ed ormai sei ben sistemato. Ho saputo che hai conseguito più di una laurea. Fortu­nato tu, perchè fra l'altro conosci bene sette lingue!

- E che vale che io conosca sette lin­gue, quando non posso parlarne neppu­re una? A casa parla sempre mia moglie!

 

SAPER TACERE

Com'è lodevole saper parlare, è pure lodevole saper tacere, quando le circo­stanze lo suggeriscono.

Non è piccola virtù saper tacere nei sacrifici quotidiani e sotto il peso del la­voro, evitando i lamenti ed i borbotta­menti.

Ci si eserciti a tacere quando il cuore è afflitto o gonfio e nessuno ci compren­de, quando si è rimproverati e quando qualcuno è in agitazione e ci tratta po­co delicatamente.

Si sappiano tacere i difetti di coloro che sottolineano i nostri difetti.

Chi sa tacere a tempo opportuno, con­serva la pace del cuore... e ne avvantag­gia anche nella salute, perchè evita i cre­pacuori.

 

SOSTITUZIONE

La scienza ha fatto e continua a fare passi da gigante:

1° Trasmissione delle onde sonore: ra­dio.

2° Trasmissione delle immagini: tele­visione.

3° Scomposizione dell'atomo: energia atomica.

4° Viaggi spaziali: i piedi sulla luna.

5° Sostituzione del cuore umano.

In una reclame recente è stato detto: Si vendono reni a buon prezzo!

Quanti si avvantaggeranno della sosti­tuzione dei reni!

Ora c'è da augurarsi che la scienza trovi la sostituzione della lingua.

Che molti possano cambiare la lingua, non solo materialmente, ma più che tutto moralmente... il che non è tanto facile, perchè la lingua è governata dal cuore.

 

LINGUA GLORIOSA

Chi va a Padova non suole tralasciare una visita alla Basilica di Sant'Antonio. C'è molto da osservare in quel Tempio l'affluenza dei pellegrini, la numerosità delle Comunioni, la fede degli oranti ed anche le opere d'arte.

Nella Basilica c'è il corpo del Santo. E' legge naturale che il corpo umano, avvenuta la morte, vada in corruzione. Sant'Antonio non fu esente da questa legge.

L'Onnipotente Dio volle liberare dalla corruzione soltanto la lingua del Santo. Questa, dopo secoli, è incorrotta ed è cu­stodita in prezioso reliquiario, visibile a tutti.

Con questo prodigio permanente il Si­gnore glorifica quella lingua apostolica, strumento di tanto bene.

Ci sono i devoti della lingua di San­t'Antonio; ma questa devozione non sia un fanatismo, sia piuttosto un simbolo di utilità pratica.

Quante novene, tridui e pellegrinaggi si fanno nei numerosi santuari di S. An­tonió, ormai sparsi in tutto il mondo! Quante grazie s'implorano da Dio per in­tercessione del Santo Taumaturgo!

Si vorrebbe qui consigliare di fare qualche novena o triduo in onore della lingua di Sant'Antonio, per ottenere la grazia di saper parlare, cioè di utilizzare la lingua a bene proprio e del prossimo, la grazia di tenere a freno la lingua e di correggersi delle mancanze che si soglio­no commettere con la lingua.

 

FRUTTO PRATICO

Tu, che leggi, hai compresa l'impor­tanza della parola. Ti suggerisco di pren­dere qualche frutto pratico:

Ogni, sera, nell'esame di coscienza e particolarmente prima di confessarti, ri­volgiti questa domanda: Ho nulla da rimproverarmi nel parlare?

Se sarai perseverante in questo pio esercizio, vedrai quanto profitto farai nella vita spirituale, eliminando a poco a poco le quotidiane mancanze causate dalla lingua.

Prima di presentarti a ricevere la Comunione, rientra in te e di' nel tuo in­timo: La lingua, sulla quale fra poco verrà deposto Gesù Sacramentato, è de­gna di toccare Gesù, è pulita moralmen­te, ho saputo custodirla come si con­viene?...

Se è il caso, ripara e prometti seria­mente di correggerti.

FINE

Grazie Don Tommaselli e che Dio ti dia la Pace eterna! Pino.

 

PREGHIERA PER CONSERVARE LA FEDE

Signore, io credo; io voglio credere in Te.

O Signore, fa' che la mia fede sia pie­na, senza riserve, e che essa penetri nel mio pensiero, nel mio modo di giudicare le cose divine e le cose umane.

O Signore, fa' che la mia fede sia libe­ra; cioè abbia il concorso personale del­la mia adesione, accetti le rinunce e i doveri ch'essa comporta e che esprima l'apice decisivo della mia personalità: Credo in Te, o Signore.

O Signore, fa' che la mia fede sia cer­ta; certa d'una esteriore congruenza di prove e di una interiore testimonianza dello Spirito Santo, certa d'una sua luce rassicurante, d'una sua conclusione pa­cificante, di una sua assimilazione ripo­sante.

O Signore, fa' che la mia fede sia forte, non tema le contrarietà dei problemi, on­de è piena l'esperienza della nostra vita avida di luce, non tema le avversità di chi la discute, la impugna, la rifiuta, la nega, ma si rinsaldi nell'intima prova della Tua verità, resista alla fatica della critica, si corrobori nella affermazione continua sormontante le difficoltà dia­lettiche e spirituali, in cui si svolge la nostra temporale esistenza.

O Signore, fa' che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al nostro spi­rito e lo abiliti all'orazione con Dio e alla conversazione con gli uomini, così che irradi nel colloquio sacro e profano l'in­teriore beatitudine del suo fortunato possesso.

O Signore, fa' che la mia fede sia ope­rosa e dia alla carità le ragioni della tua espansione morale, così che sia vera ami­cizia con Te e sia di Te nelle opere, nelle sofferenze, nell'attesa della rivelazione finale, una continua ricerca, una conti­nua testimonianza, un alimento conti­nuo di speranza.

O Signore, fa' che la mia fede sia umi­le e non presuma fondarsi sull'esperien­za del mio pensiero e del mio sentimento; ma si arrenda alla testimonianza dello Spirito Santo e non abbia altra migliore garanzia che nella docilità alla Tradizio­ne e all'autorità del magistero della san­ta Chiesa. Amen. (S. S. Paolo VI)

 

INCONTRO CON IL RE D'AMORE

Il più gran dono che Gesù abbia fatto all'umanità, dopo la sua Incarnazione, è stato quello dell'Eucaristia. Pur essendo in Cielo nello stato glorioso, Anima e Corpo, ha voluto restare, in modo miste­rioso ma reale, vivo e vero, Anima e Cor­po, nella S.S. Eucaristia. A Dio tutto è possibile.

Sia benedetta in eterno quell'ora, in cui il Figlio di Dio fece l'ultima Cena con i suoi discepoli!

Acceso d'amore, sino all'estremo limi­te, disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi pri­ma di patire ».

L'ardente desiderio di Gesù era l'isti­tuzione dell'Eucaristia. Infatti, finita la Cena, consacrò il pane ed il vino, mu­tandone la sostanza nel suo Corpo e nel suo Sangue, e diede il potere di rinno­vare la Consacrazione agli Apostoli ed ai loro successori.

Da quell'ultima Cena sino ad oggi e si­no alla consumazione dei secoli, Gesù è nei Tabernacoli, per ricevere le adorazio­ni e gli omaggi dei suoi redenti e per es­sere il loro cibo e sostengono nel pelle­grinaggio della vita.

Alle anime amanti di Gesù Eucaristico si lancia un appello, invitandole ad un incontro con il Re d'Amore alle ore 20 di ogni giovedì.

E' questa l'ora dell'appuntamento con Gesù, ora memoranda del Mistero Euca­ristico; è l'ora che si propone

1° Fare partecipare le anime più fer­venti a quella Mistica Mensa, dalla quale scaturì dal Cuore di un Dio fatto uo­mo tutto il suo ardente amore nel do­narsi alle anime.

2° Riparare le offese, le ingratitudini, la dimenticanza e tutti i sacrilegi che si commettono al contatto dell'Eucaritico Cibo Divino.

PRATICA: 1° Essere puntuali all'ora­rio, affinché Gesù veda contemporanea­mente vicino a Sé una grande schiera di cuori riconoscenti e riparatori.

2° Coloro che possono, facciano l'Ora Santa, in famiglia o altrove, da soli o meglio in compagnia. Chi non potesse dedicare un'ora o neppure un quarto di ora, si raccolga almeno per un po' di mi­nuti, andando con il pensiero ai mille Tabernacoli sparsi nel mondo, ove Gesù è solitario ed abbandonato. Si ripeta con amore la seguente invocazione, intonata al ringraziamento ed alla riparazione:

« Grazie, Gesù Sacramentato, del gran­de dono che ci hai dato! ».

« Per il tuo Sacramento d'Amore, mi­sericordia, mio Signore! ».

3° L'ora dell'incontro con Gesù si tra­scorra in un raccoglimento particolare, ma relativo, secondo le proprie necessità. Anche il canto di Lodi Eucaristiche dà gloria al Re d'Amore. L'anima amante faccia delle brevi Comunioni spirituali, dicendo: Gesù, Tu sei mio, io sono tua!

4° Diffondere a voce e per iscritto que­sta preziosa crociata.

Prima e dopo le preghiere private abi­tuarsi a dire: « Sia lodato e ringraziato ogni momento - Il Santissimo e Divinis­simo Sacramento ». Ciò servirà a ripa­rare la poca fede eucaristica e le irrive­renze che si commettono davanti ai Ta­bernacoli.

 

SECONDO PRECETTO DELLA CHIESA

1° Il Venerdì si può mangiare la carne; però si deve supplire in quel giorno con qualche opera buona.

In Quaresima non si mangia la carne in tutti i venerdì e nel giorno delle Ce­neri. Sino ai 14 anni di età compiuti non si è tenuti all'astinenza della carne.

Questo Precetto, dopo i 14 anni, non ha limite d'età.

Sono esenti gli ammalati e quelli che hanno qualche grave motivo; costoro of­frano a Dio qualche opera buona in com­penso.

2° Il digiuno è prescritto due volte l'an­no: il giorno delle Ceneri e il Venerdì Santo.

E' tenuto al digiuno chi ha 21 anni di età, sino ai 59 anni compiuti. Sono di­spensati gli ammalati, chi è troppo de­bole e chi fa lavori molto faticosi. Costo­ro offrano a Dio qualche opera buona in compenso.

Si può digiunare così: A colazione è permesso, a chi ne sentisse il bisogno, un leggerissimo cibo. A pranzo è permesso tutto, in quantità e qualità, tranne la carne. La cena sia molto moderata. Si può invertire il pranzo con la cena.

E' consigliabile che non si parli di que­ste norme a coloro che potrebbero di­sprezzarle o non metterle in pratica; per prudenza è meglio lasciarli in buona fede.