IL
VANGELO DALLA SINDONE
Comunità
Editrice – Adrano, Catania. Tel.: 095681215. ccp.: 14198956.
1.
Quello che si sapeva prima
Matteo
nel suo Vangelo dice: «Giuseppe d'Arimatea si presentò a Pilato egli chiese il
corpo di Gesú. Allora Pilato comandò che gli fosse consegnato. E Giuseppe
preso il corpo, lo avvolse in un bianco lenzuolo e lo depose nel sepolcro nuovo
che egli si era fatto scavare nella roccia» (Mt. 27, 58-60).
Giovanni
nel suo Vangelo dice: «Pietro entrò nella tomba e vide le bende per terra e il
sudario che era sul capo di Gesú, non per terra con le bende, ma ripiegato in
un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo (Giovanni) che era
giunto prima nel sepolcro, e vide e credette » (Gv. 20, 6-8).
Poi
c'è buio per mille anni, rotto di tanto in tanto da qualche notizia, come da
lampi in una notte di tempesta.
Di
questo lenzuolo, chiamato da Giovanni anche sudario e che in greco si chiama
Sindone, ne parlano nel 2° secolo il Vangelo apocrifo degli Ebrei e nel 340 S.
Cirillo di Gerusalemme che ricorda i testimoni silenziosi della risurrezione:
la rupe rossa venata di bianco e la Sindone. Gli antichi apologisti ne parlano
solo indirettamente, dicendo, per provare che il corpo di Gesú non era stato
rubato, che eventualmente sarebbe stato piú comodo ai ladri trasportarlo col
lenzuolo, invece di lasciare il lenzuolo.
Nella
vita di Santa Nina, che portò il cristianesimo in Georgia verso il 320 d.C.,
si legge che, chieste notizie sulla Sindone all'uomo piú dotto di Gerusalemme,
Niafori, questi le rispose che si sapeva solo che l'aveva custodita S. Pietro.
Ma
dov'era la Sindone? La prima notizia storica su di essa risale al 1201, come
vedremo.
2.
Quello che si sa oggi
E
prima dov'era?
Si
sa con certezza che a Edessa (oggi Urfa), nel centro-meridionale della
Turchia, esisteva da tempo immemorabile una tela con l'immagine creduta da
sempre « del vero volto di Gesú ». Quella tela veniva chiamata con parola
araba «il sacro Mantilion ».
Il
Mantilion era la Sindone piegata in quattro, cosí da far apparire poco piú del
volto di Gesú? Jean Wilson dopo lunghissime ricerche fatte è decisamente per
questa opinione. (The
Shroud of Turin).
È
certo che, quando la Sindone apparve in Francia, era piegata cosí, e cosí
era piegata durante l'incendio del 1532, cosicché la gocciolatura di argento
fuso la bucò in quattro punti; e cosí ancora restò anche quando fu portata a
Torino, finché, fatta la Cappella, fu arrotolata e messa in una nuova custodia
di sicurezza.
L'origine
della presenza del Mantilion a Edessa è oscura. Narra la leggenda che Abgar V,
re (storico) di Edessa, contemporaqeo, di Gesú, colpito dalla lebbra avesse
mandato a pregare Gesú di andare da lui a guarirlo e che Gesú gli avesse
promesso che, dopo morto, gli avrebbe mandato un discepolo. L'apostolo Giuda
Taddeo dopo un po' di anni andò da lui e gli portò il sacro Mantilion. Abgar,
appena toccatolo, guarí, divenne cristiano e, per riconoscenza, fece scolpire
un cammeo con l'immagine del volto di Gesú nel Mantilion, e lo donò a S.
Giuda. Sta di fatto che questo apostolo è stato sempre rappresentato con un
grosso medaglione al collo nel quale c'è raffigurato il volto di Gesú.
Man'nu,
figlio di Abgar, reintrodusse il paganesimo a Edessa, e allora i cristiani
nascosero il Mantilion in una nicchia sopra la porta Ovest di Edessa.
Nel
525 il Mantilion fu ritrovato e da allora cominciò ad essere esposto nella
settimana santa.
Da
quel tempo le immagini di Gesú cominciarono ad avere una certa rassomiglianza
tra loro e ad essere ispirate al volto del Mantilion-Sindone, mentre le
precedenti davano un volto molto giovanile di Gesú.
Verso
il 935 l'imperatore bizantino Romano Lacapeno fece una spedizione in Asia Minore
per recuperare il sacro Mantilion. Tale spedizione si giustifica solo con la
convinzione generale e dell'imperatore che nel Mantilion c'era riprodotto
miracolosamente il vero volto di Gesú.
Giunto
un suo generale vittorioso a Edessa, la circondò e promise all'Emiro di
risparmiare allora e per sempre la città, di rilasciargli 200 prigionieri
musulmani e fargli anche una regalia in cambio del Sacro Mantilion. L'Emiro fu
ben lieto dell'offerta e gli diede il Mantilion che fu portato a Costantinopoli.
Da
allora non si parlò piú del Mantilion e si cominciò a parlare della
Sindone, che è la parola greca indicante il lenzuolo. Sembra a questo punto
dover identificare il Mantilion con la Sindone.
Si
sa che nel 1.000 la Sindone si ritrova a Costantinopoli, perché menzionata nel
catalogo delle reliquie conservate nel locale palazzo imperiale.
Nel
1201 Nicola Mesarites, patriarca di Costantinopoli, esaminò la Sindone e
nella sua relazione dice: «Essa ha sfidato il deperimento perché avvolse la
salma ineffabile, nuda, coperta di mina, dopo la Passione ».
Nel
1204 Robert de Clery, cronista della 4a crociata, scrisse che prima della caduta
di Costantinopoli in mano ai crociati la Sindone veniva esposta ogni venerdí
nella Chiesa di S. Maria di Blachemae.
Dopo,
non si sa nulla della Sindone per 150 anni, alla fine dei quali la si ritrova in
Francia in possesso di Goffredo di Charny, morto nel 1356.
Dove
fu la Sindone in quei 150 anni, dal 1204 al 1356? Pare che se ne siano
impossessati nella caduta di Costantinopoli i Templari, potente ordine
cavalleresco-monastico, allora nell'apogeo delle sue gloriose gesta militari.
È
verosimile che i templari, per non suscitare le gelosie e le sicure contese dei
grandi condottieri della crociata per il possesso di una cosí grande
reliquia, l'abbiano tenuta nascosta piegata in 4, cosí com'era.
Sta
di fatto che i Templari facevano delle cerimonie segrete dinanzi a una «Sacra
Testa » misteriosa che non facevano vedere a nessuno, e che di essa ne
riproducevano una copia per ogni loro convento. Nel 1951, facendosi degli scavi
nel villaggio dei Templari, Templecombe, in Inghilterra, fu trovata
un'immagine simile alle antiche immagini bizantine del volto di Cristo,
rassomiglianti a loro volta a quello della Sindone.
Filippo
il Bello perseguitò i Templari perché troppo potenti e il 19.3.1314 fece
bruciare il loro Maestro di Normandia, Goffredo de Charny, dal quale
probabilmente ebbe la Sindone il suo pronipote Goffredo di Charny, conte di
Lirey, marito di Giovanna di Vergy.
Goffredo
di Charny fece una chiesa a Lirey, vi depose la Sindone e vi creò un canonicato
con ufficiatura per il culto della Sindone. Morto Goffredo nello stesso 1356,
sua moglie l'anno dopo espose perla prima volta al pubblico la Sindone
attirandosi subito l'ostilità del vescovo di Troyes, Enrico di Poitiers da
cui dipendeva Lirey.
Suo
figlio Goffredo II de Charny, morto nel 1398, lasciò la Sindone alla figlia
Margherita. Questa, essendo senza eredi e prevedendo che con la sua morte la
Sindone sarebbe andata in rovina per la lotta accanita contro di essa del nuovo
vescovo di Troyes, Piene d'Arcis, la donò il 22.3.1452 al potente duca Luigi di
Savoia.
Il
duca di Savoia collocò la Sindone nella Sainte Chapelle di Charrtbery.
Il
4.12.1532 vi fu un incendio nella Sainte Chapelle e due laici, Filippo Lambert e
Guglielmo Pussod, con due monaci, rischiando la vita, salvarono la Sindone, che
però piegata com'era in quattro, fu forata in 4 punti dalla gocciolatura
dell'argento fuso di un angolo della custodia.
Il
duca di Savoia allora portò la Sindone nel Monastero di S. Chiara per farla
rattoppare dalle suore.
Infine
nel 1578 il duca Emanuele Filiberto di Savoia la portò a Torino, dove ora si
trova. Proprietaria ne è sempre la famiglia Savoia; il custode, per incarico
di essa, ne è l'Arcivescovo di Torino.
3.
Inizio dell’interesse scientifico della Sindone
Sino
alla fine del secolo scorso la Sindone, pur venendo venerata, non suscitò
grosse polemiche e seri interessi. L'interesse cominciò con la prima foto
fattale, su richiesta del card. Agostino Richelmy, dall'Avv. Secondo Pia il
25.5.1898.
Questi,
con immenso stupore e con vera commozione, scoprí cosí che l'immagine della
Sindone è un negativo fotografico. Ciò eliminava l'ipotesi che la Sindone
fosse stata artefatta 1900 anni addietro o anche solo da Goffredo de Charny. A
questo punto, al posto delle scaramucce che per il passato c'erano state pro e
contro la Sindone, subentra una battaglia tra il pregiudizio e la scienza. Il
fatto estremamente curioso è che si schiera con implacabile ardore contro
l'autenticità della Sindone un ecclesiastico, Ulysse Chevalier, professore di
storia all'università di Lione e uno degli uomini piú colti di Francia.
Contro
di lui insorge un ateo, Yves Delage, zoologo di fama mondiale, membro
autorevolissimo di quell'Academie des Sciences che rappresentava il piú alto
consenso scientifico e culturale del mondo e che aveva avuto l'onore di
annoverare tra i suoi membri, tra i tantissimi, Daguerre e Pasteur: l'uno da lí
aveva in un'assemblea generale rivelato al mondo l'invenzione della
fotografia, l'altro quella del vaccino antirabbico.
Delage
vista la fotografia del Pia, ne restò estremamente turbato, vi si mise a lungo
a studiare con la collaborazione di un altro scienziato Paul Joseph Vignon, pure
professore alla Sorbonne.
Il
Delage, alla fine, in una affollatissima assemblea della Academie des Sciences,
diede relazione degli studi fatti, dimostrò che la Sindone era autentica e
concluse che l'uomo che vi era stato avvolto era Cristo, perché il tempo minimo
per formarsi un'immagine vaporigrafa era un giorno e il tempo massimo che vi
poteva restare un cadavere senza cancellare l'immagine formata o almeno senza
lasciarvi tracce di putrefazione era 40 ore: ciò che corrispondeva
perfettamente ai Vangeli.
Enorme
fu l'impressione di una dichiarazione simile, fatta da un uomo simile in un
ambiente simile, notoriamente agnostico e in gran parte anticlericale e ateo.
Ne
seguirono un immenso scalpore e acerbe polemiche a causa delle quali il Delage,
imperturbabile nelle sue convinzioni, fece un fermo memoriale che pubblicò
nella Revue Scientifique de l’Academie des Sciences. Nel memoriale fra l'altro
dice: « Riconosco di buon grado che nessuno di questi argomenti presenta in sé
il carattere di una dimostrazione irrefutabile; bisogna anche riconoscere, però,
che la loro somma costituisce un insieme imponente di probabilità, alcune delle
quali molto vicine a essere provate... Si è introdotta senza necessità una
questione religiosa in un problema che, in sé, è puramente scientifico, col
risultato che le passioni si sono scaldate e la ragione è stata fuorviata. Se
si trattasse, anziché di Cristo, di un Sargon, di un Achille o di un faraone,
nessuno avrebbe pensato a fare obiezioni... Nel trattare questa materia sono
stato fedele al vero spirito della scienza, alla ricerca solo della verità e
senza minimamente preoccuparmi se avrebbe toccato gli interessi di alcun
gruppo religioso... Io riconosco Cristo come personaggio storico e non capisco
che possa esserci qualcuno che trovi scandaloso se tuttora esistono tracce
materiali della sua vita terrena ».
Per
conoscere la sua preparazione e la sua serietà scientifica basta sapere che
egli nel 1904, con anticipo di quasi 80 anni, disse che la certezza
dell'autenticità della Sindone era tale, che c'era soltanto una probabilità
contro 83.000.000 che essa fosse falsa; risultato che proclamarono nell'ottobre
1981 i 40 scienziati dello STURP.
Il
Delage e il Vignon diedero cosí il via a un'infinità di ricerche
scientifiche su quello che oggi è uno dei piú suggestivi misteri della scienza
moderna, la Sindone.
4.
Ripresa delle ricerche
La
foto del Pia, la relazione del Delage e un libro del Vignon scatenarono
un'asprissima polemica contro la Sindone e nel campo laico e, ciò che stupisce,
specialmente nel campo ecclesiastico, per cui il re d'Italia, essendo il
proprietario della Sindone, non permise piú che essa fosse esposta.
Il
re d'Italia finalmente autorizzò l'esposizione della Sindone nel 1931 per
contribuire ai festeggiamenti nazionali per il matrimonio del principe Umberto.
In quella occasione milioni di persone visitarono la Sindone e il re permise
pure che si facessero delle foto.
Il
Card. Maurilio Fossati scelse a tale scopo Giuseppe Enrie, stimato il migliore
fotografo d'Italia.
Queste
nuove foto, perfettissime, suscitarono un'immenso interesse nel mondo
scientifico. Si inizia un nuovo capitolo nella storia e nello studio della
Sindone.
Ci
limitiamo a notare che da allora incominciarono a interessarsi della Sindone
una moltitudine di chirurghi, di medici, di chimici, di periti di vario genere e
si stabilirono delle commissioni di studio.
Fra
i tanti studiosi della Sindone di quel primo tempo il piú importante fu senza
dubbio il chirurgo prof. Pierre Barbet, direttore dell'Ospedale St. Joseph di
Parigi. Egli, oltre alle foto, poté studiare, per un particolar permesso del re
d'Italia, la Sindone da vicino.
Fece
15 anni di studio e molti esperimenti: fra l'altro inchiodò diversi cadaveri
in una croce per vedere l'angolatura delle braccia inchiodate rispetto al torace
per il peso del corpo, e l'angolatura dei rivoli di sangue scorrenti dai polsi
trafitti rispetto all'asse del braccio: trovò tutto corrispondente alle impronte
delle ferite e dei rivoli di sangue dai polsi dell'uomo della Sindone. Ciò
esclude assolutamente la possibilità di una contraffazione della Sindone, anche
se non ci fossero i numerosissimi altri argomenti (Barbet: La Passion de N.S. Jésus
Christ selon le chirurgien).
Le
numerose pubblicazioni strettamente scientifiche del Barbet sulla Sindone
accrebbero l'attenzione e lo studio di una vera moltitudine di scienziati.
I
principali risultati di tali ricerche furono questi:
a)
Il tessuto è di lino di circa 2.000 anni addietro.
b)
La Sindone è un negativo fotografico.
c)
Le impronte sono di 2 generi: quelle del corpo al negativo, quelle del sangue
al positivo.
d)
Vi appare sangue vivo e sangue cadaverico.
«La
morfologia del sangue sulla Sindone ci documenta due tipi di sangue: sangue
vivo, sgorgato "intra vitam", caratterizzato dal tipico sangue di
fibrina ai margini e dalla parte chiara, plasmatica, al centro; e sangue
"post-mortem" uscito dopo la morte, come quello della ferita del
costato, caratterizzato dalla disposizione inversa: alone plasmatico in
periferia, fibrina al centro.
Il
fenomeno della coagulazione e conseguente decalco su stoffa rispetta
perfettamente la morfologia del sangue coagulato (per un processo chimico del
sangue in cui il fibrogeno forma un reticolo spugnoso di fibrina che rammenda
e ostruisce una ferita, impedendo l'ulteriore perdita di globuli rossi e
provvedendo a raccoglierne di nuovi cosí da formare una crosta), uscito
intra-vitam e del sangue rappreso o disseccato, all'aria, cioè il sangue dopo
la morte. Queste due caratteristiche morfologiche del sangue rivelano che le
impronte sindoniche non sono opera di un falsario, il quale non poteva
conoscere, secoli fa, questo aspetto della coagulazione, né il processo
fibronolitico che ha favorito il decalco della sostanza ematica sul tessuto in
circa 36 ore di contatto col corpo » (Ricci).
e)
Le macchie del sangue sono di 4 tipi: di sangue arterioso (piú chiaro), di
sangue venoso (piú scuro), di sangue misto (misto), di sangue cadaverico (piú
scuro ancora).
Da
notare che la circolazione del sangue (e quindi la conoscenza di questi 4 tipi
di sangue) fu scoperta dal medico italiano Andrea Cisalpino nell'anno 1593:
solo dopo di allora si potevano distinguere questi tipi di sangue.
f)
Il tipo di sangue corrisponde anatomicamente al tipo di vasi sanguigni feriti
corrispondenti alle macchie: piú chiaro dove è ferita un'arteria, piú scuro
dove è ferita una vena, misto dove c'è un groviglio di vene e arterie (nella
nuca), cadaverico nel cuore.
g)
Le ferite dei chiodi sono nei polsi invece che nelle mani, come si era sempre e
creduto e come avrebbe dipinto un ipotetico pittore. Il Barbet provò che in un
cadavere inchiodato alle mani in una croce i tessuti cedono e il corpo cade
a terra.
h)
Mancano nella Sindone le impronte dei pollici perché i chiodi ai polsi
feriscono il nervo mediano che fa contrarre “1'eminentia tenar” e quindi
ripiegano i pollici: ciò che non poteva conoscersi allora.
i)
La rivelazione di impronte invisibili.
Esse
furono rese visibili da una foto a raggi ultravioletti semplici e con lampada di
R. William Wood a gas di tungsteno. Tale foto fa vedere le colature di sangue
da ogni colpo di flagello, invisibili a occhio nudo; colature che quindi sono un
altro sigillo di autenticità in quanto scendendo dai lombi verso il collo,
fanno vedere la posizione del condannato, che, legato con le mani a un basso
cippo, era costretto a stare con la testa in giú e a fare un arco col dorso.
È
assolutamente impossibile che mano umana avesse dipinto 20 secoli addietro o
anche 7 secoli addietro ciò che non si vede, e con tanta precisione.
l)
La scoperta dell'itinerario della Sindone.
Tale
scoperta fu fatta dal prof. Max Frei, uno dei piú famosi criminologi del
mondo, direttore del Laboratorio di Polizia Scientifica di Zurigo. Egli,
debitamente autorizzato, applicò dei suoi speciali nastri adesivi in vari
punti bianchi della Sindone e, toltili, vi trovò del polline fossile di 48
piante che in essa man mano veniva depositato dal vento nelle annuali ostensioni
pasquali. Esaminato tale polline risultò che apparteneva a piante comuni
nell'Asia Minore, in Francia e in Italia, a piante esclusive della Palestina,
del bacino del Mar Morto, dell'Asia Minore o della Francia e dell'Italia, a
piante estinte in Palestina pochi secoli dopo Cristo.
Resta
cosí provato che la Sindone stette un po' di tempo dopo Cristo in Palestina,
quindi fu portata in Asia Minore, di là in Francia e infine in Italia.
m)
Età del tessuto.
Gilbert
Raes, professore di tecnologia tessile all'Università di Gand, nel 1873
esaminando il telo della Sindone, concluse che quel tipo di tessitura della
stoffa era comune nel Medio Oriente nel I secolo e che tra le fibre di lino
c'erano tracce di cotone: segno che la Sindone fu tessuta in un telaio che
veniva adoperato anche per tessere il cotone. Ora il cotone è comune nel Medio
Oriente mentre non si coltiva in Europa. Analoghe conclusioni trasse Silvio Curto
professore di Egittologia all'università di Torino.
5.
Nuove ricerche sulla Sindone
In
questi ultimi anni gli studi sulla Sindone sono stati fortissimamente
intensificati.
L'ultimo
e certamente il piú bello e il piú completo è quello recentissimo
dell'ingegnere Kenneth Stevenson e del filosofo Gary Habermas dello STURP,
intitolato « Verdetto sulla Sindone», pubblicato nel 1982 in italiano dalla
Queriniana (Brescia), dal quale abbiamo appreso molte informazioni.
Ciò
che è strano in tutta la storia della Sindone è che è stato sempre il popolo
cristiano a custodirla, e ché la Chiesa non ha preso mai posizione a sua
difesa, tanto meno sulla sua origine miracolosa, e che anzi persone autorevoli
ecclesiastiche si sono schierate contro la sua autenticità o contro la sua
origine miracolosa; sono stati sempre uomini di scienza, spesso atei o
agnostici, a difenderla e a demolire tutte le teorie naturalistiche, come
meglio vedremo.
6.
Teoria della frode
I
sostenitori di essa dicono che l'immagine della Sindone è un dipinto, spacciato
come impronta miracolosa.
Quando
nel 1357 la Sindone apparve la prima volta in Occidente, a Lirey, il vescovo
Enrico di Poitiers si mostrò apertamente scettico e fece interrompere
l'esposizione di essa al pubblico.
Il
suo successore, Pierre d'Arcis vescovo di Troyes, si mise apertamente in lotta
contro la famiglia di Charny, proprietaria della Sindone, e nel 1389 fece un
celebre Memorandum contro l'autenticità della Sindone affermando che essa era
stata dipinta « astutamente ».
Ultimamente,
all'inizio di questo secolo due altri ecclesiastici, col peso della loro
cultura e della loro celebrità, misero l'opinione pubblica contro la Sindone.
Il
canonico Ulysse Chevalier, professore di Storia Ecclesiastica all'Università
di Lione e storico fra i piú rispettati e temuti del sec. XX, fece una vera e
aspra battaglia contro l'autenticità della Sindone dichiarandola un falso.
Il
Gesuita Herbert Thurston con un articolo inserito nella Catholic Enciclopedia
fece sua la tesi dello Chavalier.
Per
ultimo cercò di risuscitare la teoria della pittura il microscopista Mac
Crone, dicendo d'aver trovato in alcuni nastrini dell'immagine della Sindone,
passatigli da un membro dello STURP, dell'ossido di ferro.
Critica
1.
Abbiamo visto che la Sindone è un negativo fotografico. È impossibile che un
pittore abbia potuto riprodurlo nel 1357; ma è impossibile anche oggi.
2. È impossibile che un pittore abbia potuto fare o possa fare anche oggi un'immagine senza contorni precisi, ma evanescente come la Sindone e che, soprattutto, non vi abbia lasciato striature di pennello, le quali al microscopio si osserverebbero.
3.
È impossibile che un pittore nel 1357 abbia avuto una conoscenza anatomica
cosí perfetta del corpo umano da indovinare le proporzioni perfette di ogni
membro, le contrazioni del corpo nella croce, tali da provocare nella colatura
del sangue dai polsi un doppio rivolo, uno nell'espirazione, uno
nell'inspirazione, la localizzazione perfetta delle arterie e delle vene ferite,
il relativo sangue venoso o arterioso o misto o cadaverico.
4.
I pigmenti avrebbero penetrato le fibre e le avrebbero incollate le une alle
altre. Nella Sindone invece le fibre sono sciolte, il loro ingiallimento è
solo superficiale, limitato alla loro superficie esterna e a sole 2 o 3 fibre.
5.
Gli esami microscopici, le analisi micro-chimiche, le riflessioni della luce,
la fluorescenza ai raggi ultravioletti e ai raggi X non hanno trovato nella
Sindone pigmenti, coloranti, polveri, vernici e nessun'altra sostanza usata
per dipingere, e neanche acidi, i quali ultimi avrebbero deteriorato la
stoffa.
Il
fisico John Jackson e con lui gli altri scienziati dello STURP contro la teoria
di Mac Crone fanno rilevare che l'ossido di ferro nella Sindone è in quantità
estremamente minima e che non solo non può spiegare l'origine dell'impronta,
ma è presente nella stessa quantità anche in tutti i punti bianchi fuori
dell'immagine e un po' di piú solo nelle macchie di sangue.
Tali
tracce infinitesimali di ossido di ferro hanno una doppia origine: una dalle
macchie di sangue e dalle annuali ripiegature della Sindone; l'altra
dall'acqua della fermentazione del lino, come diremo.
6.
Il calore dell'incendio del 1532 e l'acqua gettatavi sopra per spegnerlo
avrebbero alterato i pigmenti se ce ne fossero stati; invece l'immagine non
ebbe alcuna alterazione, neanche nei punti accanto alle bruciature.
7.
Le macchie di sangue della Sindone sono di vero sangue; ciò che a un pittore
non sarebbe mai venuto in testa di fare.
8.
La tridimensionalità e la non direzionalità dell'immagine della Sindone
escludono, infine, tassativamente la fattura a mano di essa.
7.
Teoria vaporigrafica
Essa
fu elaborata dal Vignon.
Secondo
il Vignon l'immagine della Sindone si sarebbe formata per la reazione chimica
dell'urea e dell'ammoniaca del sudore della morte con il sangue, la mirra,
l'aloe e l'olio con i quali fu bagnato, secondo lui, il lenzuolo in cui fu
seppellito Gesú. I gas o vapori sprigionatisi da tali reazioni avrebbero
formato l'immagine.
Per
provare la sua teoria il Vignon fece un'infinità di ricerche archeologiche e
di esperimenti, su oggetti e sul suo corpo stesso, cosparso di fine gesso rosso
e coperto con lenzuolo inumidito di aloe e mirra.
I
risultati dei suoi studi, ben miseri in verità, li pubblicò nel libro Le Saint
Suaire de Turin.
1.
Non ci sono prove che la Sindone sia stata cosí bagnata. È vero che Giovanni
dice: «Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo presero il corpo di Gesú e lo
avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com'è in uso seppellire per gli
ebrei » (Gv. 19,40); ma è anche vero quanto aggiunge Luca: «Le donne che
erano venute con Gesú dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la
tomba e come era stato deposto il corpo di Gesú, poi tornarono indietro e
prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo,
secondo il comandamento. Il prino giorno dopo il sabato, di buon mattino, si
recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato » (Lc.
23,55; 24,1). Si vede che esse, avendo osservato come gli oli aromatici
preparati da Giuseppe per l'imbalsamazione del corpo di Gesú (che non si poté
subito fare per il sopraggiungere del sabato), erano insufficienti, andarono a
comprarne degli altri prima di procedere all'imbalsamazione.
2.
Se la Sindone fosse stata bagnata con aromi, in molti punti essa si sarebbe
incollata col cadavere e avrebbe dato un'immagine distorta.
3.
I gas non vanno verticalmente e parallelamente, ma si espandono in tutte le
direzioni; avrebbero dato un'immagine distorta e non avrebbero lasciato nella
Sindone le zone d'ombra in essa esistenti.
4.
Non avremmo avuto l'immagine tri-dimensionale dell'Uomo della Sindone.
5.
Nessuna traccia di olio e di aromi si osserva nella Sindone.
6.
Da un processo vaporigrafico non avremmo potuto avere l'impronta dei capelli e
quella delle monete sugli occhi.
7.
Il fuoco e l'acqua dell'incendio del 1532 avrebbero danneggiato l'immagine.
8.
Teoria dell'immagine latente
Autore
ne è uno scienziato del centro di ricerche di S. Barbara, Samuel Pellicori.
Il
Pellicori mise per 7 ore in un forno riscaldato a 150° dei pezzi di tela per
simulare l'invecchiamento; poi spalmò su diverse zone di essi leggerissimi
strati di urea, di amoniaca, di mirra e di olio di oliva, li rimise nel forno
per altre 3 ore e ottenne degli ingiallimenti nelle zone trattate. Quindi formulò
la teoria che la Sindone a contatto del corpo si sarebbe impregnata di quelle
sostanze, le quali, col tempo avrebbero dato ad essa l'immagine esistente.
Questa
teoria è simile alla precedente e viene confutata cogli stessi argomenti
portati contro la teoria precedente.
Si
aggiunge:
1.
Il sepolcro di Gesú non era un laboratorio di scienziato e non vi poterono
essere eseguite tutte quelle tecniche, che, fra l'altro, la scienza soltanto ora
sa mettere in opera. Nonostante i grandi mezzi a sua disposizione il Pellicori
ottenne immagini distorte, mentre quella della Sindone è perfettissima.
2.
Gli agenti sensibilizzati avrebbero potuto agire solo per contatto diretto, come
osserva lo Stevenson. Come allora avrebbero potuto formare l'immagine anche
nei punti nei quali il lenzuolo non toccava il corpo?
Né
vale l'ipotesi di un altro scienziato dello STURP, John German, secondo cui la
Sindone nell'umidità del sepolcro sarebbe diventata soffice, perché essa è un
tessuto rigido di lino e neanche se fosse stato un sottilissimo velo avrebbe
toccato tutti i punti del corpo.
3.
C'è la difficoltà tecnica del tempo.
Non
c'era motivo di sottrarre subito dalla Sindone il corpo. Se l'avessero rubato
sarebbe stato piú facile trasportarlo con la Sindone. In ogni caso non ci
sarebbe stato il tempo per la Sindone di sagomarsi sul cadavere, né di impregnarsi
di quegli agenti sensibilizzanti.
Se
il corpo fosse stato sottratto dopo molti giorni l'immagine avrebbe riportato
segni di putrefazione.
4.
Non si sarebbe potuta formare l'immagine tridimensionale nella Sindone, come
ora diremo.
Lo
stesso Pellicori riconosce che la tri-dimensionalità dell'immagine della
Sindone è un'obiezione troppo grave contro la sua teoria.
9.
Teoria del contatto
Per
spiegare un'origine naturale dell'immagine sindonica un vero stuolo di studiosi
ha formulato e cercato di provare un'altra teoria, quella del contatto diretto e
della reazione chimica.
Il
dott. Judica-Cordiglia, bagnato un cadavere con sangue e avvoltolo con tela
inzuppata di olio d'oliva, trementina e aloe, ed espostolo di giorno al calore
del vapore, ottenne un'impronta imperfetta e con caratteristiche negative.
Analoghi
esperimenti con l'aggiunta da sale fisiologico o di urea e con analoghi
risultati condussero i dottori Scotti e Rodante; per cui la teoria del
contatto diretto fu quasi universalmente accettata dagli studiosi, fra gli
altri dal Ricci.
Anche
questa ipotesi è inammissibile:
1.
Perché nel lenzuolo non si vedono tracce di sostanze organiche, né di
prodotti risultanti da reazioni chimiche.
2.
Perché il contatto dà un'immagine deformata, come può vedere chiunque,
spalmandosi con un colorante la faccia, la comprime con un panno bianco.
3.
Per l'assenza nell'immagine di placche e di punti di saturazione.
4.
Per l'uniformità del colore dell'immagine sia davanti che nel dorso, mentre la
densità del colore in un'immagine per contatto è in proporzione alla pressione
che fa il corpo nella stoffa.
Ora
nella Sindone la parte posta di sotto subiva tutta la pressione del corpo,
mentre quello di sopra non aveva nessuna pressione, eccetto quella
imponderabile di se stesso. 5. Per le sfumature dell'immagine.
6. Perché non si sarebbe potuta formare l'immagine dei capelli e quella delle monetine negli occhi, né, tanto meno, l'immagine tridimensionale, come ora diremo.
10.
Ultimo assalto alla Sindone
I
pionieri di tali studi furono due scienziati americani, John Jackson e Eric
Jumper della NASA, addetti alla rilevazione delle immagini spaziali, da Don
Devan (specialista anche lui di elaboratori e di lavorazione elettronica sulle
immagini) e da un gruppo di altri scienziati. Non è possibile qui seguire le loro
ricerche ad altissima specializzazione con i computers che avevano a loro
disposizione.
Nel
1976 fece scalpore una prima loro comunicazione sulla persona fisica di Gesú:
era alto mt. 1,79 e pesava Kg. 79,320.
Successivamente
sbalordirono il mondo con la foto tridimensionale di Gesú ottenuta dalla
Sindone; cosa fisicamente impossibile.
Per
primo rilevarono che l'impronta dell'immagine della Sindone è piú scura dove
il corpo era piú distante dalla Sindone, piú sbiadita dove era a contatto.
Conclusero logicamente che ciò che aveva prodotto l'immagine aveva agito a
distanza, anziché per contatto.
Questo
primo rilievo diede un grosso colpo alla teoria vaporigrafica del Vignon, e
fece sorgere l'idea di una radiazione sprigionatasi dal corpo di Gesú alla
resurrezione.
Quindi
Jackson e Jumper dal rapporto corpo-tessuto e dall'intensità dell'impronta
intuirono che poteva trattarsi di un'impronta tridimensionale. Fatta una prova
con il micro densitometro ottennero un profilo deformato del corpo di Gesú.
Correlando tale profilo con i dati già acquisiti della distanza corpo-tessuto
riuscirono a correggere in buona parte le deformazioni dell'immagine.
Quindi
con l'ausilio del VP-8 Image Analyze dell'Interpretation System, che converte
le sfumature d'intensità iconografica in rilievi verticali, ottennero
un'immagine tridimensionale della Sindone.
Jackson
e Jumper videro ancora dei rigonfiamenti inspiegabili sulle palpebre di Gesú.
Parlandone ad amici vennero a sapere che gli Ebrei avevano l'uso di mettere due
monetine sopra le palpebre dei defunti.
Allora
pensarono che era logico che Giuseppe d'Arimatea, essendo fra l'altro ricco,
avesse messo due monetine sulle palpebre di Gesú appena seppellito, e
aggiunsero che, se in seguito con computers piú perfetti si fossero potute
rilevare nelle palpebre di Gesú le impronte, si sarebbe potuto stabilire con
certezza scientifica la data di formazione dell'immagine sindonica.
Cosa
che, come diremo, già è stata fatta.
Quindi
l'archeologo e termochimico Ray Rogers in una sua circostanziata relazione
esclude, motivandola, l'ipotesi di una fattura a mano dell'immagine sindonica e
dichiara che le ombreggiature dell'immagine dipendono da variazione di intensità,
non da colori.
Infine,
stimolato dalla foto dello Jackson e dello Jumber, decise di occuparsi della
Sindone uno scienziato italiano, l'ing elettronico Giovanni Tamburelli,
professore dell'Università di Torino e direttore delle ricerche al Centro Studi
e laboratori telecomunicazioni della STET.
Egli
esplorò con un sottilissimo raggio laser una diapositiva della Sindone,
assegnando un valore di luminosità a ciascun punto dell'immagine, e ottenne
un'immagine tridimensionale meravigliosa, inaspettata e commovente, che ci
rivela le inaudite sofferenze di Cristo e che è impossibile qui elencare.
Ci
basta questo suo accenno: « Il risultato è stato anche per me inaspettato e
commovente. La scabrosità dell'immagine tridimensionale non dipende da
difetti fotografici o, per esempio, dalle caratteristiche del tessuto del
sudario. Le rugosità, le ombre che vi si vedono, sono altrettanti segni della
passione: rivoli di sangue, ferite, tumefazioni. Ci sono almeno una ventina di
particolari, mai rilevati prima, che confermano punto per punto il racconto
evangelico» (Gente, 30-10-81).
Finalmente
arriviamo alle ultime ricerche scientifiche sulla Sindone che, se ancora
lasciano qualche punto scoperto, per tutti gli altri danno risultati definitivi.
L'origine di tutto è stata la foto tridimensionale della Sindone, ottenuta da
Jackson e Jumber e pubblicata dalla rivista degli scienziati americani Science.
Il
prof. John Heller, fondatore di un prestigioso Istituto Interdisciplinare per
lauree in fisica, ma aperto solo a persone già laureate in fisica, vedendo
quelle foto ebbe come una terribile martellata in testa e disse: «Non è
possibile». Insieme a lui numerosissimi altri scienziati ebbero la stessa
sensazione e dissero la stessa cosa, e fecero individualmente delle ricerche per
poter dire che quella foto era inventata. Studiando l'argomento della Sindone,
che neanche conoscevano, e la relazione di Jackson e Jumber si accorsero che
si trattava di una cosa seria. Allora in 40 (di varie specializzazioni
scientifiche e di estrazione diversa: protestanti, atei, agnostici, ebrei, e
alcuni cattolici) sentirono il bisogno di unirsi in un organismo per fare
accuratissime ricerche, lo STURP (Shround of Turin Research Project).
Quindi
approfittando della ostensione della Sindone a Torino dell'ottobre 1978, vi
andarono in massa per aggredire la Sindone, convinti quasi tutti di poter
dimostrare il falso piú riuscito della storia. Erano, tutti 40, membri di
celebri istituzioni, dalla NASA al Laboratorio di Los Alamos, dal Brooks
Istitute of Photography alla S. Barbara Research Center, ecc. Guardarono la
Sindone con microscopi a scansione, con spettometri ultravioletti e
infrarossi, con onde elettromagnetiche, con microsonde elettroniche e con
centinaia di altri strumenti.
Fecero
tutti i rilievi possibili e furono anche autorizzati a fare dei prelievi, sia
pure quasi invisibili. Quindi si lasciarono con l'impegno di fare ciascuno le
sue ricerche specializzate e di ritrovarsi dopo 3 anni per dare ognuno i propri
risultati.
Allo
scadere dei 3 anni i 40 scienziati dello STURP si ritrovarono in un Simposio a
New London dal 10 all'11 ottobre 1981: 25 scienziati si successero nel podio per
dare le loro relazioni su 3 anni di studio e su oltre 1.000 esperimenti
eseguiti: una massa di lavoro scientifico veramente imponente e sbalorditivo
che è impossibile sunteggiare.
Il
prof. Heller il 3 novembre 1981, per incarico dello STURP, venne in Italia a
darne relazione nell'Aula Magna affollatissima del Politecnico di Torino. Lo
Stevenson descrisse tali lavori nel suo recentissimo libro intitolato Verdetto
sulla Sindone. Ne dà ampia relazione Il nostro tempo di Torino il 15-11-1981.
Prima
di accennare alle principali cose e alle definitive conclusioni dello STURP
rivelate dal Prof. Heller in tale conferenza, è opportuno notare che tutte le
relazioni dei 40 scienziati americani sulla Sindone da lui sintetizzate,
pubblicate. nel massimo organo scientifico americano Science, sono state
studiate e approvate dai « referes », ossia dagli esperti che controllano il
rigore metodologico degli scienziati di tutto il mondo delle tante branchie
della cultura moderna: fisica, chimica, medicina, biologia, ecc.
Bisogna
dire a loro onore che furono estremamente obiettivi nelle loro ricerche e che
dinanzi alla verità si arresero.
a)
Le immagini della Sindone sono di due specie nettamente diverse: l'impronta
corporea e le macchie sanguigne. L'immagine di Adler e Heller sulle fibrille
raccolte da Rogers sul nastro adesivo, le microanalisi di raggi sulle polveri
prelevate nel retro della Sindone, la fluorescenza da raggi X misurata da Norris
direttamente nella Sindone, escludono la presenza di coloranti organici sia
sulle fibrille dell'immagine corporea, sia sulle fibrille delle impronte
sanguigne che erano state prelevate dalla Sindone con gli speciali nastri
adesivi.
Il
colore giallo delle (brille dell'immagine non è asportato né alterato da
alcuno dei 21 reagenti o solventi che invece hanno effetto, l'uno o l'altro, su
tutti i coloranti.
Tutto
ciò esclude tassativamente che l'immagine sia stata prodotta da materiali
coloranti (aromi, ossido di ferro, pigmenti, liquidi fisiologici, ecc.)
depositati sul tessuto sia per processo naturale, sia per processo artificiale.
Cosí cadono definitivamente le teorie del Vignon, dello Judica Cordiglia, del
Ricci, ecc.
Quindi,
conclude lo STURP, l'immagine corporea della Sindone è costituita da
un'ossidazione disidratante della cellulosa delle fibrille superficiali del
lino, che può avvenire per effetto di radiazione (il caso delle immagini su
pietra a Hiroshima) o di calore.
b)
Le impronte distinte dall'immagine corporea sono realmente di sangue.
I
metodi classici di analisi furono, naturalmente, inutilizzabili.
Lo
STURP mise a punto un metodo nuovo basato su un apposito trattamento chimico che
rende fluorescenti le porfirine ematiche e su test specifici sensibili a un miliardesimo
di grammo.
Cosí
fu evidenziata la presenza del sangue nella Sindone. Fu quindi preparato il
materiale dei nastri applicati sulle impronte sanguigne e, analizzandolo con
tecniche microchimiche, si poterono identificare gli altri componenti del
sangue, compresa l'albumina che rivela la presenza di siero.
Cosí
si è definitivamente accertato che le macchie «sanguigne » sono state
effettivamente formate da « sangue intero coagulato ».
Desta
fortissima impressione il fatto che queste particolari indagini e conclusioni
furono fatte da Adler, ebreo e uno dei maggiori esperti di porfirine nel mondo.
Un
altro fatto molto interessante è l'esperimento fatto sulle fibrille
impregnate di sangue dentro l'immagine corporea: sciolto il loro rivestimento
sanguigno, le fibrille restano del colore pallido del lino originale, non di
quello giallo delle fibrille delle immagini.
Resta
cosí provato che il sangue si è depositato sul tessuto prima che si fosse
formata l'immagine e l'ha protetto dal processo di formazione di quest'ultima.
Resta
ancora cosí provato che quando il corpo di Gesú fu tolto dalla croce non ci fu
il tempo di lavarlo e ungerlo con profumi, come allora si usava con tutti i
cadaveri, e che il suo sangue macchiò la Sindone dove fu avvolto. Se il suo
corpo fosse stato unto, le macchie di sangue non sarebbero rimaste cosí
nitide e circoscritte. La mirra e l'aloe di Nicodemo furono conservati per
ungerlo la domenica; tutt'al piú fu con essi spruzzato il lenzuolo e gli
spruzzi svanirono senza lasciare tracce. L'immagine della Sindone invece fu
prodotta successivamente nel sepolcro.
c)
Robert Bucklin, direttore del laboratorio di patologia di Los Angeles, notò che
una gamba era leggermente sollevata rispetto all'altra. Ciò si spiega con la
rigidità tetanica sopravvenuta subito alla morte di Cristo a causa delle atrocissime
sofferenze dalle ferite; rigidità che, essendo un piede crocifisso sull'altro,
mantenne tesa e leggermente sollevata tutta la gamba quando Gesú fu deposto
dalla croce e seppellito.
d)
Mancano completamente nella Sindone segni di putrefazione.
e)
I due scienziati Alan Adler, chimico, e John Heller, biofisico, provarono
contro Mac Crone che le deboli tracce di ossido di ferro non si trovano soltanto
nell'immagine della Sindone, ma si trovano ugualmente in tutto il resto della
Sindone e sono dovute alla fermentazione in acqua delfibre per produrre il
lino; le quali, ossidandosi, formano legami con il ferro e il calcio contenuti
nell'acqua.
f)
Rivelazione delle monete sugli occhi.
La
scoperta di tracce di impronte di probabili monetine sugli occhi dell'uomo della
Sindone fatta da Jackson e Jumper fece appuntare gli strumenti di ricerca su
quegli occhi. Si poté cosí scoprire non solo che si trattava veramente di
monetine romane, ma si riuscí a leggerne l'iscrizione greca: «Tiberiu
Caisaros». Si sa che Ponzio Pilato fece coniare tali monete tra l'anno 29 e il
32. La scoperta di tali monetine invisibili, la loro iscrizione, l'errore nell'iscrizione
(Tiberiu Caisaros invece di Tiberiou Kaisaros) escludono, a loro volta,
categoricamente la possibilità di un falso nella Sindone e comprovano che la
crocifissione avenne sotto Ponzio Pilato.
11.
Corrispondenza coi Vangeli
La
corrispondenza tra le sofferenze che si vedono subite dall'uomo della Sindone e
quelle che i Vangeli ci narrano subite da Gesú è perfetta.
a)
Luca narra come Gesú nell'orto del Getsemani cominciò a sudare sangue e le
gocce cadevano a terra (Lc. 27,44). L'elaborazione elettronica fa apparire in
rilievo i rivoli e i grumi di sangue, e che il sangue è presente piú o meno in
tutta la faccia.
b)
Giovanni narra come un soldato « schiaffeggiò » Gesú dinanzi a Caifa (Gv.
18,22).
La
traduzione italiana «schiaffeggio» è sbagliata. L'originale greco dice: «lo
percosse»; ora si percuote col bastone.
La
Sindone mostra che Gesú ebbe un colpo di bastone in faccia, che gli tumefece la
guancia e gli ruppe il setto nasale, facendogli uscire molto sangue dal naso.
c)
Matteo (27,26) narra che Pilato fece flagellare dai suoi soldati Gesú e che
questi per scherno lo incoronarono di spine e poi si diedero a percuoterlo
(Mt. 27,29).
La
tortura di Gesú fu un caso probabilmente unico nel suo genere.
Mentre
i condannati venivano flagellati quando andavano verso il supplizio, Gesú
invece fu flagellato a pié fermo. Questo si vede chiaramente dalla Sindone: i
flagellanti furono soldati romani.
Le
ferite dei colpi di flagelli sono quasi simmetriche e non alla rinfusa come
sarebbero state se Gesú e i soldati fossero stati in cammino.
La
Sindone ci mostra ancora che i flagelli terminavano con coppie di piccoli pesi
di piombo a forma di manubrio; inoltre i colpi che si contano nella Sindone sono
121 e non 39 o 40, quanti sarebbero stati, per la legge ebraica, se i
flagellatori fossero stati ebrei; ci mostra infine che Gesú durante la
flagellazione fu legato a un basso cippo, secondo l'uso romano, per presentare
col dorso una superficie piana ai flagellatori.
d)
Nessun condannato fu mai incoronato di spine. Solo Gesú lo è stato.
La
Sindone fa vedere come Gesú fu coronato di spine e variamente percosso in tutto
il corpo.
e)
Giovanni (19,17) narra come Gesú, portando la croce, si avviò al Calvario.
La
Sindone fa vedere una piaga sulla spalla di Gesú e una contusione sulla
scapola, evidentemente causate dalla croce portata sulla spalla e abbattuta
sulla scapola quando Gesú cadeva.
f)
Luca narra (23,26) come i soldati costrinsero un uomo di Cirene ad aiutare Gesú
a portare la croce.
La
spiegazione di questo singolare fatto completamente inusitato per i condannati a
morte si trova nel fatto che Gesú, esausto per il tremendo supplizio dei 121
colpi della flagellazione, andava cadendo ripetutamente sotto la croce e non
ce la faceva neanche a rialzarsi.
Queste
ripetute cadute spiegano le sue contusioni ai ginocchi, nella guancia destra e
sulla fronte per lo sbattimento nel pietrisco della strada.
g)
Gli evangelisti narrano come Gesú giunto al Calvario fu crocifisso.
Le
ferite dei chiodi nelle mani e nei piedi sono le piú evidenti nella Sindone,
insieme a quella del colpo di lancia al cuore di Cristo già morto di cui parla
Giovanni (19,34).
All'agnello
pasquale, figura di Gesú, Dio ordina di non rompere nessun osso (Ex. 12,46); S.
Giovanni raccontando la crocifissione dice come tale profezia si era verificata
nella morte di Gesú: «Non gli sarà spezzato alcun osso» (Gv. 19,36).
Perché
si verificasse pienamente tale profezia c'era un solo piccolo punto nei polsi
per dove potevano passare i chiodi senza spezzare alcun osso, il «punto di
Destot». Lí il chiodo allarga le ossa e trova il sostegno perché il peso del
corpo non laceri i tessuti e cada a terra.
Lì,
contemporaneamente, il chiodo automaticamente ferisce il nervo mediano e fa
contrarre automaticamente il pollice verso il palmo della mano. Questi
particolari non potevano essere conosciuti da un falsario antico perché furono
scoperti dagli anatomisti nel XIX secolo. Tutto questo avvenne in Gesú come si
può osservare nella Sindone.
h)
Giovanni narra: « Gesú disse: "Ho sete". E i soldati, inzuppata
una spugna nell'aceto, la posero in cima a una canna d'issopo e
gliel'accostarono alla bocca » (Gv. 19,29).
«
È forse la scoperta piú impressionante che ho fatto con la foto
tridimensionale », dice Tamburelli. « Sullo zigomo sinistro, a lato del naso,
la foto rivela un'incisione diritta e, appena sotto, un'altra incisione curva.
Potrebbe essere l'impronta di una canna tagliata in punta con un falcetto il
soldato che diede da bere a Cristo, probabilmente lo ferí ».
i)
Infine la crocifissione e le conseguenti difficoltà, respiratorie di Gesú
nel dover pendere tre ore dalla croce risultano nella Sindone dai due
rivoletti di sangue che scorrono dai polsi: per l'uno scorreva il sangue
nell'inspirazione, quando Gesú per allargare il torace e respirare si sollevava
sulle ferite dei piedi; per l'altro scorreva il sangue nell'espirazione,
quando si rilasciava e pendeva dalle ferite dei polsi comprimendo il torace e
alleggerendo minimamente il tormento delle ferite dei piedi.
12.
Conclusioni dello STURP
a)
Super-testimonianza storica.
Da tutti questi dati si deve concludere che non c'è nulla di piú storico e di piú documentato di Cristo e dei Vangeli.
b) Origine dell'immagine sindonica.
Sembra
che non ci sia alternativa sull'origine delle impronte della Sindone oltre
quella che dà Kermeth Stevenson.
Egli
è membro dello STURP e specialista di computers. Nel suo tempestivo libro
Verdetto sulla Sindone comparso in questi giorni, dopo l'esposizione delle
ricerche dei 40 scienziati americani sulla Sindone dice: « Sarà confermato con
prove definitive che il corpo avvolto nella Sindone risuscitò. La traccia del
corpo umano che vi appare è stata impressa da un fenomeno sconosciuto, un
irraggiamento di calore di natura inspiegabile».
Per
conto suo, precedendo le prove definitive della resurrezione di Cristo che gli
scienziati ormai sperano di dare rilevandole dalla Sindone, lo Stevenson
conclude: « L'unica spiegazione possibile delle impronte sindoniche è che
dal corpo di Cristo al momento della resurrezione esplose una luce calda che
bruciacchiò leggerissimamente la Sindone lasciandovi le impronte».
Conclusione
che aveva già intuita parecchi anni addietro lo Exteandia Carrefio e pubblicata
nel suo libro La Sindone, ultimo reporter.
Tale
intuizione egli l'aveva avuta sia osservando l'assenza totale di segni di
putrefazione nella Sindone, sia osservando che il colore delle impronte è
simile all'alone visibile attorno ai fori fatti nella Sindone dalla
gocciolatura dell'argento fuso della custodia nell'incendio del 4.12.1532 nella
Sainte Chapelle di Chambery.
Conclusione
alla quale erano pervenuti per conto loro, come diremo, il dott. David Willis e
il dott. Ashe.
c)
L'immagine sindonica resta un mistero e un miracolo. Questa è la conclusione
implicita del prof. Heller fatta a un'intervista di Il nostro tempo: «Jackson e
Jumper avevano individuato nella foto del volto 700 punti: digitalizzandoli
in un computer avevano ottenuto in ognuno di essi la distanza del corpo dal
telo. Il risultato è stato un modello matematico e da esso è venuta
l'immagine tridimensionale, un'immagine sconvolgente non solo nel piano
estetico, ma anche sul piano scientifico. Perché essa è una cosa impossibile,
mi ha capito bene? Tutte le fotografie sono di albedo, di luce riflessa e hanno
solo due dimensioni. E questa ne ha tre.
L'ha
vista cosí il computer, che non vede le tre dimensioni. Ho incominciato a
telefonare a fisici, ingegneri, esperti di computers e di fibre ottiche, e tutti
mi confermavano quello che già pensavo: "John, sei pazzo, è
impossibile!". È cominciata da allora l'avventura incredibile di quaranta
scienziati positivisti che in tre anni di ricerche hanno scoperto che la
sindone è impossibile. Scientificamente non esiste ».
d)
L'ultimo mistero, almeno per ora insolubile, è come sia stato possibile che nel
lenzuolo, avvolto e sagomato sul cadavere, l'impronta della Sindone non presenti
nessuna distorsione, ma è perfetta come se il lenzuolo fosse stato una lastra
rigida a due dimensioni. Crediamo che Gesú, come in tutti i suoi miracoli ha
impresso nella Sindone la sua immagine in maniera da lasciare un margine alla
libertà dell'uomo per credere o no, cosicché la persona retta, studiandola,
arrivi alla fede, e ne abbia il merito, mentre quella amante del peccato potrà
trovare sempre cavilli per perdersi.
Per
questo il prof. Heller ha detto: «Questo studio ha sconvolto completamente la
mia vita».
E
con lui milioni di altre persone colte e agnostiche, specialmente in America
hanno raggiunto la fede.
L'uomo
della Sindone non può che essere Gesú e il racconto dei Vangeli non può che
essere la cronistoria perfetta della sua passione.
Questa
garanzia di fedeltà storica degli evangelisti che ci viene dalla Sindone è la
garanzia della loro fedeltà storica in tutto il resto dei Vangeli.
13.
Teoria delle bruciature
1.
Nel 1966 un altro scienziato, Geoffrey Ashe, ebbe l'intuizione dell'unica
spiegazione possibile sulla formazione dell'immagine della Sindone, quella
termica, oggi già accertata.
L'Ashe,
riscaldando un cavallo di ottone e coprendolo con una tela, trovò nella tela
un'immagine del cavallö in negativo, formatasi per combinazione di contatto
diretto e radiazione di calore. Quindi scrisse sulla rivista specializzata
Sindon: «La Sindone si può spiegare se una volta avvolse un corpo umano al
quale accadde qualcosa di straordinario. Altrimenti non si spiega. La fede
cristiana ha sempre affermato che nostro Signore subí nella tomba una
trasformazione senza eguali. Il suo caso è eccezionale, e forse la chiave sta
qui. È se non altro pensabile (ed è stato suggerito piú volte), che il cambiamento
fisico del corpo nella Resurrezione può avere emesso un breve e violento
scoppio di qualche altra radiazione diversa dal calore, forse identificabile
scientificamente e forse no, che bruciacchiò il tessuto.
In
tal caso, l'immagine della Sindone è la quasi-fotografia del Cristo Ritornante
in vita, prodotta da una specie di radiosità o "incandescenza",
parzialmente analoga, come effetti, al calore... Inoltre, il fatto che le
macchie di sangue sulla Sindone sono positive si spiega subito a questo punto.
Il
sangue era una materia che aveva cessato di far parte del corpo, che non subí
cambiamento al momento della Risurrezione, e che perciò non produsse
bruciatura, bensí segnò il tessuto diversamente » (Humbert: La S. Sindone,
Mursia).
Il
medico inglese David Willis a comprova della teoria dell'Ashe riporta il fatto
di immagini impresse nelle pietre a Hiroshima dalle radiazioni della bomba
atomica ivi esplosa.
Il
fisico John Jackson, membro dello STURP, già nel 1977 aveva osservato col
microdensitometro la somiglianza di colore tra l'immagine della Sindone e la
bruciatura.
Gli
scienziati dello STURP nel 1978 fecero, come abbiamo visto ricerche estremamente
minuziose e precise per mezzo degli spettri dei raggi infrarossi, della luce,
visibile, della fluorescenza ai raggi X e ai raggi ultravioletti.
Riepiloghiamo
le conclusioni che essi diedero alla fine dei tre anni di studi:
L'immagine
della Sindone è uno scolorimento giallo, uguale da per tutto e riguarda solo
2 o 3 fibre.
Le
parti scure non sono piú gialle delle altre, ma contengono piú fibre
scolorite.
L'immagine
si è formata anche nelle parti che non toccano il corpo ed ha queste
caratteristiche in comune con una bruciatura:
a.
ossidazione, disidratazione, coniugazione delle fibrille dell'immagine;
b.
superficialità;
c.
assenza di placche e di punti di saturazione;
d.
stabilità termica e all'acqua;
e.
colorazione (Stevenson, Verdetto sulla Sindone, pag. 224).
2.
Tuttavia è da eludere una bruciatura naturale della Sindone, sia spontanea
che artefatta, per i seguenti motivi:
a.
le zone della Sindone bruciate nel 1532 danno fluorescenza ai raggi
ultravioletti, mentre l'immagine non ne dà.
b.
nelle immagini da bruciature le fibre restano ingiallite per intero, mentre
nella Sindone 1'ingiallitura nelle fibre è solo superficiale.
c.
Le immagini da bruciature, come quelle del cavallo di ferro surriscaldato
dall'Ashe, non hanno sfumature e sono distorte, mentre quella della Sindone è
perfettissima e addirittura evanescente.
d.
Non si poteva surriscaldare il cadavere né tanto meno i capelli cosí da poter
dare un'immagine.
e.
Non si poteva fare una statua in metallo cosí perfetta anatomicamente e
storicamente da riprodurre alla perfezione il corpo di Gesú e la sua passione,
né tanto meno disporvi le macchie di sangue e surriscaldare tutto.
14.
Conclusione
L'immagine
della Sindone, come dice Heller, resta un mistero chiuso a qualsiasi
spiegazione.
L'unica
spiegazione logica resta la sua formazione miracolosa.
In
altri tempi ricorrere al miracolo diventava puerile, dommatico e irrazionale.
Con
gli studi moderni lo diventa negare il miracolo.
La
Sindone fu tolta dal cadavere prima di 40 ore, altrimenti avrebbe riportato
segni di putrefazione; non fu srotolata da esso, altrimenti si sarebbero
strappati grumi di sangue e le macchie di sangue si sarebbero difformate.
Il
corpo di Gesú uscì dalla Sindone senza scomporla, attraversandola come
quando comparve agli apostoli nel cenacolo la domenica di Pasqua a porte chiuse.
Il
corpo di Gesú al momento della risurrezione esplose un flash di luce calda, la
luce della gloria, temperandola in maniera da imprimere nella Sindone
l'immagine esistente e da non danneggiare neanche minimamente il tessuto.
Robert
Bucklin, dello STURP, poté affermare: « i dati medici della Sindone
suffragano la tesi della resurrezione. Se questa informazione medica la
aggiungiamo ai fatti chimici, fisici e storici, abbiamo una solida prova della
resurrezione di Gesú». (Verdetto sulla Sindone, pag. 178).
Per
tale motivo lo storico Robert Wilcox ebbe a dire che le persone che incontrò
durante le sue ricerche sulla Sindone lo liberarono dallo scetticismo agnostico
e lo indussero ad accettare il cristianesimo ortodosso (J. Wilson, The Shoud
of Turin, pag. 7).
Giustamente
la National Review ebbe a scrivere il 7.7.1978 (pag. 821) « Quanto a noi non
riusciamo a capire l'ostilità di alcuni cristiani contro la Sindone. Di fronte
a un ritratto di Serse o di Alessandro Magno, si mostrerebbero ugualmente
interessati o sarebbero ostentatamente indifferenti? E possibile che i
particolari della Sindone siano semplicemente prosaici per una sensibilità
liberale illuminata? Sarebbe cattivo gusto ammettere che ciò che i cristiani
professano di Gesú è, di fatto, vero? ».
Per
questo lo storico critico William Wand dice: « Tutti i dati storici che abbiamo
a nostra disposizione sono a favore della resurrezione e gli esegeti che la
negano dovrebbero riconoscere che lo fanno non per la storia intesa scientificamente,
ma per altri motivi ». (Christianithy,
A Historical Religioni Judson press, p. 93).
E
concludiamo anche a proposito della Sindone col dilemma di Pascal: o la fede
nella risurrezione di Gesú che spiega tutto e dà una grande speranza; o
l'incredulità che non spiega nulla e toglie all'incredulo l'ultima speranza.
La
rivelazione della SS. Trinità è il fondamento di tutta la rivelazione
cristiana.
Noi
crediamo alla SS. Trinità perché Gesú ce l'ha espressamente rivelata; la
sua parola è infallibile perché egli l'ha confermata con la sua
resurrezione.
In
tutto il Vangelo fin dall'inizio della sua predicazione egli non fa che parlarci
del Padre, mentre dello Spirito Santo ce ne parla soprattutto verso la fine.
Quando
qui parliamo dell'opera del Padre o del Figlio o dello Spirito Santo non
intendiamo dire di opera esclusiva del Padre o del Figlio o dello Spirito Santo,
perché in ogni opera c'è l'azione sia del Padre, sia del Figlio, sia dello
Spirito Santo; intendiamo solo dire che la tale opera è specifica del Padre, o
del Figlio o dello Spirito Santo.
L’opera
specifica del Padre è la creazione; l'opera specifica del Figlio è la
redenzione; l'opera specifica dello Spirito Santo è la santificazione.
1.
La creazione dell'universo
L'opera
specifica del Padre è la creazione, è il «Fiat lux» (sia fatta la luce) con
cui fece esplodere la luce, lanciandola in tutte le direzioni e
materializzandola lungo questa corsa, cosí da formare i quasars e le galassie;
le stelle dentro le galassie, e i sistemi planetari attorno alle stelle, almeno
quello nostro attorno al sole.
Oggi
tutti sappiamo che i quasars sono lo stadio primordiale delle nebulose; che la
loro luce, giungendo a noi dopo miliardi di anni dagli estremi confini dello
spazio, ci rivela come essi erano quando da essi partí; che tale luce ci fa
conoscere come era nello stesso tempo la nostra nebulosa.
Oggi
tutti sappiamo che esistono almeno un miliardo di nebulose; che il diametro
dell'universo esplorato è di circa 15 miliardi di anni luce; che ogni nebulosa
ha da 50 a 200 miliardi di stelle; che ogni stella è oltre un milione di volte
piú grande della nostra terra; che in ogni nebulosa ci sono meraviglie che qui
non è il luogo di descrivere (le stelle giganti, le nane, i pulsar, i buchi
neri, i buchi bianchi); che la nostra nebulosa è formata da circa 200
miliardi di stelle; che esse sono distanti l'una dall'altra molti anni luce; che
il diametro della nostra nebulosa è di oltre 100.000 anni luce; che il nostro
sole è di 1.300.000 volte piú grande della terra e dista dalla terra appena 8
minuti - luce.
Giustamente
dice Eccles, premio Nobel per le Scienze: «La mia idea è che nell'origine e
nella storia dell'universo si manifesti un grande disegno. Noi non siamo
semplici creature del caso e della necessità ma partecipiamo in un ruolo centrale
al grande dramma cosmico».
Il
grande disegno è quello del Padre che tutto prepara per creare e far vivere gli
uomini.
Il
grande dramma cosmico è quello della Croce.
2.
La creazione della terra
Non
abbiamo ancora imparato a meravigliarci, e tutto quello che vediamo non ci
dice nulla.
Lo
scienziato è colui che si sa meravigliare. Egli si meraviglia delle minime
cose e dei minifenomeni che osserva, cerca di darsene una spiegazione, risale
alle cause prossime e cosí fa le sue scoperte.
Il
mistico è colui che guarda stupito tutto ciò che vede, il vento e l'acqua, le
pianure e i monti, i fiori e le stelle, risale alla causa prima, Dio e lo loda e
lo ringrazia. Come ha potuto Dio da un mare di fuoco ricavare l'acqua, la neve,
i fiori, le pecorelle e tutto quanto esiste? Tutto il creato è cosí
meraviglioso che, conoscendolo bene, non si finisce mai di sbalordirci.
E
tutto è in rapporto a noi, tutto è creato per darci la possibilità di
nascere, di vivere e di svilupparci: la grandezza dell'universo, il sistema
solare, la grandezza della terra, i minerali della crosta terrestre, i
vegetali, gli erbivori, i carnivori, ecc.
Tutto era
necessario, indispensabile per la nostra esistenza. Tutto all'occhio
superficiale sembra semplice, ma tutto è complicato all'inverosimile: l'intima
costituzione di un atomo, la formazione delle acque, delle nubi, dei ghiacci,
dei venti nel pianeta terra, la struttura di un filo d'erba, di un albero, di
un fiore, di un frutto, di un insetto, di un animale, della serie infinita di
vegetali e di animali, e la loro reciproca universale interazione. Ma dove le
meraviglie raggiungono il culmine è soprattutto nell'uomo. Per conoscere a
fondo i vari membri, i vari organi, i vari sensi dell'uomo, la loro intima costituzione,
la loro interazione, l'interazione tra corpo e psiche si è resa ormai
necessaria una grande quantità di specializzazioni. L'uomo intelligente,
informato di quanto oggi si conosce, onesto, non può che sbalordirsi ovunque
posi lo sguardo, non può trovare altra spiegazione di tutto che in Dio, nella
sapienza e nella provvidenza infinita di lui e di tutto lo loda e lo ringrazia.
Aveva ben ragione S. Francesco d'Assisi di rimanere estatico dinanzi alla natura
e esplodere in quel meraviglioso cantico delle creature che ogni cristiano
dovrebbe imparare a memoria e recitare spesso: Altissimo,
onnipotente, bon Signore tue so' le laude, la gloria e l'onore et onne
benedizione. Ad te solo Altissimo, se confano et nullo omo ene dignu te
mentovare. Laudato si, mi Signore, cum tucte le tue creature, spezialmente
messer lo frate sole, lo quale jorna, et allumini per lui; et ellu è bellu e
radiante cum grande splendore; de te, Altissimo, porta significazione. Laudato
si, mi Signore, per sora luna e le stelle; in celu l'hai formate clarite et
pretiose et belle. Laudato si, mi Signore, per frate vento et per aere et nubilo
et sereno et omne tempo, per le quale a le tue creature dai sustentamento.
Laudato si, mi Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et umile et
preziosa e casta. Laudato si, mi Signore, per frate focu, per lo quale
enallumini la nocte, et ellu è bello, et jucundo et robustoso e forte. Laudato
si, mi Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sostenta et guberna e
produce diversi fructi, con coloriti fiori et erba. Laudato si, mi Signore, per
quelli che perdonano per lo tuo amore e sustengono infermitate e tribolazione.
Beati quelli che sosterranno in pace, ca de te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo omo
vivente po' scappare. Guai a quilli, che morranno ne le peccata mortali. Beati
quilli che se troverà ne le sue sanctissime volutanti; ca la morte secunda no'1
farrà male. Laudate et benedicite mi Signore, e ringraziate, e serviteli con
grande umilitate.
Tutti questi stupendi capolavori di Dio non potevano essere destinati a scomparire.
Questo
universo immenso e questo mondo bellissimo nei quali viviamo, e questi nostri
corpi cosí meravigliosi non potevano avere la sorte del fiore del campo che
oggi è, e domani non è piú.
Ecco
perché Dio nella sua infinita sapienza e nel suo infinto amore ha voluto la
resurrezione nostra. E alla nostra resurrezione creerà la cornice adatta per
la nostra felicità e cioè «Cieli nuovi e terra nuova» (2Petr. 3,13)
immensamente piú belli di quelli esistenti.
3.
L'amore infinito del Padre
Gesú
ci parla del tenerissimo amore del Padre per spingerci ad amarlo e a collaborare
all'opera sua di salvezza che coincide col suo regno.
«
Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o
berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse
non vale piú del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del
cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre
vostro celeste li nutre. Non cantate voi forse più di loro? E chi di voi, per
quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi
affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non
lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua
gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste cosí l'erba del campo, che
oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai piú per voi, gente
di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa
berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il
Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di
Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt.
6, 25-33).
Quindi
ci rivela il culmine di tale amore, che è la passione di Gesú. «Cosí Dio
ha amato il mondo da dare per esso il suo Figlio» (Gv. 3,16).
Qui
ci troviamo dinanzi all'inconcepibile. Immagina un re che, per risparmiare un
gruppo di suoi sudditi ribelli rei di morte, propone al suo dilettissimo unico
figlio di morire in loro vece; e il figlio accetta. Non sappiamo se ammirare di
piú il Padre o il Figlio. Veramente l'amore di Dio è infinito. «Dio è amore
(Gv. 4,16).
4.
La novità del cristianesimo
Il
celebre naturalista ateo Jan Ronstand, richiesto se fosse stupito dalla presenza
del male sulla terra, rispose: «Non che esista il male. Al contrario, il bene
mi stupisce. Che talvolta appaia, come dice Schopenhauer, il miracolo della pietà.
È piuttosto il bene che mi fa dire che non tutto è molecolare. La presenza del
male non mi disturba, ma i piccoli lampi di bontà, questi lampi di pietà
costituscono per me un grande problema ».
Non
esiste in natura qualcosa non orientata e non finalizzata alla propria
esistenza e alla propria conservazione: sia nei minerali che nei vegetali, sia
negli animali che nell'uomo.
Ora
il piú delle volte in natura « la morte tua è la vita mia », come nel pesce
grosso che vive mangiando il pesce piccolo. Questo principio universale lascia
tranquillo Ronstand per la presenza del male nella terra.
È
l'amore disinteressato ciò che la terra non può produrre. Esso è la grande
rivelazione che ci viene dalla passione di Gesú; e comincia nella terra per
esso l'opera diretta dall'esempio e dal comandamento di Gesú.
La
novità del cristianesimo è tutta li: nella rivelazione dell'amore
disinteressato di Dio verso l'uomo che lo porta a dare il suo figlio unigenito
per salvarci; è nell'amore disinteressato dell'uomo, che porta l'uomo ad
amare Dio non piú per averne un'utilità (salute, benessere, ecc.), ma perché
Dio merita di essere amato, e ad amare il prossimo altrettanto gratuitamente,
non per averne un contraccambio o un'utilità qualsiasi, ma soltanto per pietà
verso lui e per amore verso Gesú presente in ogni uomo. A tal fine Gesú esorta
tutti i suoi discepoli a pregare ogni giorno cosí: « Padre nostro che sei
nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua
volontà, come in cielo cosí in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e
rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non
ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male ».
1.
I Vangeli sono libri storici
La
prima conclusione che balza dallo studio della Sindone è che i Vangeli sono un
libro storico e che è vero quanto sappiamo su di essi da tante altre fonti; e
cioè che S. Luca, com'egli stesso dice (Lc 1,2), fece accurate ricerche prima
di scrivere il suo Vangelo; che gli altri due evangelisti Matteo e Giovanni
furono apostoli e testimoni oculari di quasi tutto quello che narrano, e che
Marco fu discepolo di S. Pietro. In conseguenza sono storici i miracoli di Gesú,
sia quelli di guarigioni di malati, sia quelli operati sulla natura, sia le
resurrezioni dei morti, sia la sua personale resurrezione.
Pertanto
veramente Gesú è Dio e le sue parole sono parole di Dio, e quindi vere e
infallibili. Ebbe ben ragione Gesú di dire: «I cieli e la terra passeranno,
ma le mie parole non passeranno» (Mt. 24,35).
2.
Le sofferenze di Gesú furono spaventose
Del
sudore di sangue di Gesú nell'Orto di Getsemani (Lc. 22,44), non possiamo farci
un'idea perché è un'esperienza quasi irrepetibile. Sappiamo solo che è «
sudor mortis », un sudore quasi oltre la morte.
Il
Getsemani era un frantoio delle Ulive: anch'esso era predestinato quale
simbolo. Come la pressione immane della macina schiaccia le ulive e fa uscire
l'olio dai loro pori, cosí la pressione infinita della giustizia di Dio su
colui che s'era caricato tutti i peccati del mondo lo schiaccia e gli fa
uscire sangue da tutti i pori della sua pelle.
Della
flagellazione sappiamo, come già abbiamo visto, che fu tanto feroce che ogni
colpo scavava quattro ferite sul corpo di Gesú facendo uscire da ogni ferita un
rigagnolo di sangue; e nella foto ottenuta con la lampada di Wood vediamo il
corpo di Gesú completamente rigato da tali rigagnoli, cosí da sembrare come
arato, come lo vide in visione il profeta Isaia descrivendolo 700 anni prima.
Sappiamo
ancora che la flagellazione era tanto crudele che la legge ebraica prescriveva
doversi dare ai condannati solo 40 colpi, per non farli morire sotto i flagelli;
che la legge romana proibiva la flagellazione ai cittadini romani e che Cicerone
ne fa un violento capo d'accusa contro Verre per aver fatto flagellare un
cittadino romano.
I
colpi di flagelli ricevuti da Gesú furono ben 121, come abbiamo visto. Nella
coronazione di spine Gesú ebbe il capo completamente trafitto dalle spine.
La
Sindone ci fa vedere che la corona di spine non fu costituita dà due o tre
verghe spinose intrecciate, ma da un casco di spine, alla maniera delle corone o
mitre dei re e dei sommi sacerdoti orientali.
Il
corpo di Gesú presenta in tutte le parti delle tumefazioni dovute a botte
violente, a bastonate, alla croce portata nel viaggio al calvario e a cadute
sotto la croce, verificandosi cosí la profezia di Isaia.
«
Dalla pianta del piede fino alla testa non vi è (in lui) niente di sano, ma
ferite, contusioni e piaghe vive non fasciate, non medicate, non lenite con olio»
(Is. 1,6).
La
trafittura delle mani e dei piedi e la pendenza di tutto il peso del corpo dalla
croce provocarono delle sofferenze assolutamente insopportabili e
inconcepibili, tali da provocare la morte nel giro di appena tre ore. La
pendenza dalle mani oltre al dolore delle mani provocava una compressione dei
polmoni tale, che Gesú, non potendo sopportare l'asfissia, si sollevava sui
chiodi dei piedi per allargare i polmoni e respirare; la pressione di tutto il
peso del corpo sulle ferite dei piedi provocava tale strazio nei piedi, che Gesú,
non potendolo sopportare, si rilasciava poco dopo, pendendo dalle ferite delle
mani; e cosí per tre ore questa continua alternativa, finché Gesú morí per
asfissia, per spaventosi crampi tetanici, dei quali ci resta un segno nella
rigidità cadaverica impressa nella sindone, e quasi sicuramente anche per
rottura di cuore, come moltissimi medici opinano.
Una
particolare sofferenza di Gesú ci rivela la Sindone: quella della trafittura
del nervo mediano dei polsi, tale da far contrarre automaticamente i pollici
contro il palmo della mano.
Quanto
sia dolorosa la trafittura di un nervo solo chi l'ha provato lo può sapere.
A
una sofferenza crudelissima di Gesú nella croce normalmente non facciamo
caso: quella della sete per la perdita della maggior parte del suo sangue.
Io
ne riporto un'impressione fortissima ricordandomi un caso capitatomi in tempo di
guerra.
Un
soldato aveva avuto asportata una gamba da una grossa scheggia. Soccorso in
tempo poté sopravvivere, ma per il molto sangue perduto aveva una sete
insopportabile. Il medico proibí di dargli acqua per timore che sopragiungesse
la morte.
Il
povero disgraziato gridava ad ogni respiro: «Acqua! Acqua! »
Vedendo
che nessuno gliene dava gridava continuamente: «Pietà di me! Acqua! Acqua!»
Infine
cominciò a gridare ad ogni respiro « Ammazzatemi! Ammazzatemi! »
Cosí
per oltre un giorno da spezzare il cuore ai piú duri. Ma nessuno gliene dava
per non farlo morire.
Nessuna
descrizione ci potrà mai rivelare le immense sofferenze di Gesú. Isaia fa
una commovente descrizione dell'aspetto di Gesú nella sua passione e ne
descrive la causa: «Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una
radice da un suolo arido; senza grazia, senza beltà da attrarre lo sguardo,
senza aspetto da doversene compiacere. Disprezzato, rifiutato dall'umanità,
uomo dei dolori, assuefatto alla sofferenza, come uno davanti al quale ci si
copre il volto, disprezzato, cosí che non l'abbiamo stimato. Veramente egli
si è addossato i nostri mali, si è caricato dei nostri dolori. Noi lo
credevamo trafitto, percosso da Dio e umiliato, mentre egli fu piagato per le
nostre iniquità, fu calpestato per i nostri peccati. Il castigo, che è pace
per noi, pesó su di lui e le sue piaghe ci hanno guariti. Tutti noi andavamo
errando come pecore, ciascuno deviava per la sua strada, ma il Signore ha
fatto ricadere sopra di lui l'iniquità di tutti noi. Maltrattato, si è
umiliato e non ha detto una parola; quale agnello che si porta ad uccidere;
come pecora muta dinanzi a chi tosa, egli non ha aperto la bocca. Con iniqua
sentenza fu condannato. Chi pensa alla sua sorte, come egli è tolto dalla terra
dei vivi e messo a morte per l'iniquità del suo popolo? Gli fu preparata una
tomba fra gli empi, lo si unì nella morte con i malfattori. Eppure egli non
commise ingiustizia e non fu trovata menzogna nella sua bocca. Ma piacque al
Signore consumarlo con la sofferenza. S'egli offre la sua vita in espiazione,
avrà una discendenza, moltiplicherà i suoi giorni e ciò che vuole il
Signore riuscirà per mezzo suo » (Is. 53,2-10).
3.
Dio è amore
La
terza conclusione è che Dio veramente è amore, come dice l'apostolo S.
Giovanni. Dio è come il sole: egli non ha bisogno degli uomini, ma gli uomini
hanno bisogno assoluto di lui per poter vivere.
La
sua natura è di amare e beneficare, come la natura del sole è illuminare e
riscaldare.
Ciascuno
di noi muore per forza superiore, non per volontà propria.
Nessun
uomo va di sua spontanea volontà incontro alle torture e alla morte, ma fa di
tutto per sfuggirle.
Gesú
ha voluto morire ed ha voluto andare incontro alle torture.
«Per
questo, egli dice, mi ama il Padre, perché io sacrifico la mia vita per
nuovamente riprenderla. Nessuno me la toglie, ma la do io da me stesso. Ho il
potere di darla e il potere di riprenderla» (Mt. 10.17).
Quando
si avvia a Gerusalemme dice chiaramente: « Ecco, saliamo a Gerusalemme e il
Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei gran Sacerdoti e degli Scribi. Essi
lo condanneranno a morte e lo consegneranno a Gentili, perché lo scherniscano,
lo flagellino e crocifiggano, ma il terzo giorno risorgerà» (Mt. 20,18-19).
S.
Pietro, che tanto amava Gesú, gli dice quello che probabilmente gli avremmo
detto anche noi: «E allora non andare!»
Gesú
gli risponde rudemente: «Va indietro, Satana, tu mi sei di impedimento» (Mt.
16,23).
Ma
è mai possibile che gli uomini prendano prigioniero un Dio, lo leghino, lo
spoglino, lo flagellino, lo incoronino di spine, lo sputino, lo pestino tutto,
o appendano nudo con chiodi, come oggetto di ludibrio in una croce e restino a
insultarlo fino a quando muore?
Gli
Ebrei restarono scandalizzati di questo: conclusero che Gesú non poteva essere
il figlio di Dio; e come ultima concessione per potergli credere gli fecero
questa sulla croce: « Se sei il figlio di Dio scendi dalla croce » (Mt.
27,40). I Greci e i Romani, sentendo che i cristiani adoravano un Dio
crocifisso, rispondevano invariabilmente: «Ma voi siete pazzi!».
Viene
spontaneamente da dire e agli Ebrei e ai Greci e Romani: «Avete ragione! »
E
se Gesú non avesse dimostrato la sua divinità con la prova formidabile della
sua resurrezione, né noi, né nessun altro uomo avrebbe creduto che Gesú è
Dio. Avremmo conservato una stima immensa per la sua bontà, per la sua
saggezza e per la sua dottrina; ma avremmo cercato una qualunque altra
spiegazione ai suoi miracoli.
È
veramente inconcepibile che il creatore e reggitore dell'universo, il dominatore
della spaventosa forza della materia, colui che gioca non solo coi fulmini, ma
con le « novae » e « supernovae » coi « pulsar » e coi « quasars »,
colui che fa germogliare tutti i fili d'erba e tutte le piante, colui che fa
nascere, vivere e morire tutti gli animali e tutti gli uomini, colui che guida i
popoli e le stelle si sia lasciato far fare tutte queste torture dagli uomini.
La
nostra fortuna è questa: di essere stati creati dal DioAmore. E Gesú,
parlando della sua prossima passione, dice: « Ho da essere battezzato con un
lavacro (di sangue) e come sono angustiato fino a quando lo compio! » (Lc.
12,50) Ma perché questa sete di un martirio cosí spaventoso come quello
della croce?
La
risposta è ancora la stessa: Per dare al Padre e agli uomini la massima prova
d'amore. Dio è amore e non vede l'ora di salvare l'umanità dall'inferno e di
dare a tutti gli uomini che a lui si rivolgono la possibilità e la certezza di
raggiungere la felicità del Paradiso. Con la sua passione Gesú compie
l'opera che il Padre gli aveva affidata, di redimere, salvare congregare in uno
tutta l'umanità. Tale congregazione è la Grande Opera compiuta da Gesú, la
Chiesa, ossia il suo Corpo Mistico, ossia il regno di Dio, formato dagli uomini
che nel loro cuore fanno regnare Dio.
Il
Corpo Mistico non è altro che l'unione super-organica ossia mistica e
perfettissima di tutti gli eletti tra loro e con Gesú, cosí da divenire
insieme una cosa sola e da venire consumati nell'unità e nella felicità (Gv.
17,23).
Quando
Gesú con la sua opera avrà completato il numero degli eletti consegnerà tale
regno al Padre; e allora Dio sarà tutto in tutti (I Cor. 15,28).
Ma
per poter regnare Dio tutto in tutto l'uomo e in tutti gli uomini e per rendere
completa la nostra felicità, era necessaria la nostra resurrezione. A tal
fine Gesú, prima di morire, avendo amato gli uomini li amò sino alla fine e
istituí l'Eucarestia; con essa egli diviene in noi il germe della
resurrezione e il pegno della gloria futura.
4.
Gesú è la nostra resurrezione
A
Marta piangente per la morte del fratello Gesú dice: «Io sono la resurrezione
e la vita; chi crede in me, anche se è morto vivrà; e chi crede in me non
morrà in eterno » (Gv. 11,25).
Abbiamo
visto nella Sindone, insieme alla foto delle immense sofferenze di Gesú, la
conferma archeologica al racconto storico della risurrezione di Gesú. Gesú
è veramente risorto.
La
passione di Gesú ci commuoverebbe come quella di un qualunque uomo, ma non ci
interesserebbe; né ci interesserebbe la sua resurrezione, se l'una e l'altra
fossero senza conseguenza per noi. Ma se da essa dipende la nostra sorte, esse
diventano la cosa piú interessante per noi. Per mezzo della passione di Gesú
abbiamo la redenzione dalla schiavitú di Satana e il perdono dei nostri
peccati, come dice S. Paolo: « Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di
Dio, e sono gratuitamente giustificati dalla sua grazia, mediante la
redenzione che è in Gesú Cristo. Dio, infatti, ha esposto pubblicamente lui
come propiziatorio, mediante la fede nel suo sangue, per manifestare la sua
giustizia con il perdono dei peccati commessi anteriormente, collegato con
l'attesa paziente di Dio per manifestare la sua giustizia nel tempo presente,
in modo da mostrarsi giusto lui e giustificare chi ha fede in Gesú » (Rom.
3,23-26).
E
se Gesú è Dio, come lo è, si avvereranno infallibilmente le sue parole. «Non
vi meravigliate di questo, perché viene l'ora in cui tutti quelli che sono nei
sepolcri udranno la sua voce, e quelli che hanno operato il bene ne usciranno
per la risurrezione della vita; quelli, invece che fecero il male, per la
resurrezione della condanna» (Gv. 5,28-29).
S.
Paolo ci spiega che questo avverrà per mezzo della resurrezione di Gesú: «
Vi richiamo ora, o fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato, che voi avete
ricevuto, nel quale perseverate, e per il quale siete sulla via della salvezza,
se lo ritenete cosí come io ve l'ho predicato, a meno che non abbiate creduto
senza frutto. Infatti, vi ho trasmesso, prima di tutto, quanto anch'io ho
ricevuto, che Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, che fu
sepolto e risuscitò il terzo giorno, secondo le scritture, che apparve a Cefa e
poi ai Dodici. Apparve pure a piú di cinquecento fratelli in una sola volta,
dei quali i piú vivono tuttora, mentre alcuni sono già morti. Apparve quindi
a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. Infine, dopo tutti, è apparso anche a me,
come all'aborto. lo sono, infatti, il minimo degli Apostoli, neppure degno
d'essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Ma per la
grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia che egli mi ha dato, non fu
vana, ma ho lavorato piú di tutti loro; non io, ma la grazia di Dio con me. Ora
è questo che tanto io quanto gli altri Apostoli predichiamo e che voi avete
creduto.
Ora
se si predica che Cristo è risuscitato da morte, come mai alcuni di voi dicono
che non esiste la resurrezione dei morti?
Se
non vi è resurrezione dei morti, nemmeno Cristo è risorto.
Or,
se Cristo non è risorto, è vana dunque la nostra predicazione e vana è pure
la vostra fede.
Anzi,
diventerebbe manifesto che noi saremmo falsi testimoni di Dio, perché per Dio
abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non l'avrebbe
risuscitato, se i morti non risorgono; perché se i morti non risorgono, neppure
Cristo è risorto. Se Cristo poi non è risorto, la vostra fede è vana; voi
siete ancora nei vostri peccati. E quindi anche quelli che si sono addormentati
in Cristo sono perduti. Se noi riponiamo la nostra speranza in Cristo soltanto
in questa vita, siamo i piú miserabili di tutti gli uomini.
Ma
ecco che Cristo è risorto, primizia di quelli che dormono » (I Cor.
15,1-20).
6.
Stato della resurrezione
Abbiamo
visto come Gesú risuscitando non sconvolse la Sindone, ma passò attraverso
essa lasciandola intatta e afflosciata.
Sappiamo
pure come apparve agli apostoli la sera della domenica di Pasqua dopo essere
apparso alcune ore prima ai due discepoli nel lontano villaggio di Emmaus. S.
Luca racconta di essi: « E subito si alzarono e tornarono a Gerusalemme e trovarono
gli Undici riuniti con i loro compagni, i quali dissero: “ll Signore è
veramente risorto ed è apparso a Simeone”.
Essi
pure raccontarono quanto era accaduto loro per via e come lo avevano
riconosciuto quando egli spezzò il pane. Mentre parlavano di queste cose, Gesú
apparve in mezzo a loro e disse: "La pace sia con voi!" Essi,
sbigottiti e pieni di timore, credevano di vedere uno spirito. Ma egli disse
loro: "Perché siete cosí turbati e i dubbi affiorano nei vostri cuori?
Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io. Palpatemi e osservate:
uno spirito, infatti, non ha carne ed ossa come vedete che ho io".
Dopo
aver detto questo, mostrò le sue mani e i, suoi piedi. Ma poiché, nella loro
gioia, esitavano ancora a credere ed erano pieni di meraviglia, domandò loro:
"Avete qui qualcosa da mangiare?" Essi gli presentarono del pesce
arrostito. Egli ne prese e ne mangiò alla loro presenza.
Poi
disse loro: "Era proprio questo quanto io andavo dicendo quando ero
ancora con voi: bisogna che s'adempia tutto quello che è stato scritto di me
nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi".
Allora
aprì la loro mente alla comprensione delle Scritture, e disse loro: « Cosí
sta scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risuscitato dai morti il
terzo giorno, e che in suo nome sarebbe predicata la penitenza e la remissione
dei peccati a tutte le nazioni, cominciando da Gerusalemme. Voi siete i testimoni
di queste cose. Ed ecco che io mando sopra di voi il Promesso dal Padre mio; ma
voi rimanete nella città fino a quando non sarete rivestiti di forza
dall'alto"» (La 24,33-49).
Sappiamo
infine come Gesú, dopo essere rimasto in terra 40 giorni, apparendo
continuamente agli apostoli, alla fine li condusse da Gerusalemme verso Betania
e, data loro la missione di predicare il suo Vangelo in tutto il mondo perché
tutte le genti potessero credere, convertirsi, battezzarsi e salvarsi » (Mc.
16,16) sali al cielo: «Dopo aver detto questo, alla loro vista si elevò e
una nube lo avvolse, sottraendolo ai loro sguardi.
Stando
essi con gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini vestiti
di bianco si presentarono loro dicendo: "Uomini di Galilea, perché state
guardando verso il cielo? Quel Gesú che vi è stato sottratto verrà nello
stesso modo con cui l'avete veduto salire al cielo" (Atti, 1,9-11).
E
quando il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo, quando il mondo sarà
pervertito e corrotto dai falsi profeti che esso stesso va producendo, quando,
infine, esso sarà purificato con immense tribolazioni da tutte le sue iniquità,
Gesú ritornerà e farà risuscitare anche noi: "Quei giorni saranno di una
tribolazione tale, quale non è mai stata dal principio di tutte le creature
che Dio ha creato, fino ad ora, né piú ci sarà; e se il Signore non
abbreviasse quei giorni, nessuno si salverebbe; ma egli ha abbreviato quei
giorni in grazia degli eletti che ha scelto.
«
Allora se qualcuno vi dirà: "Ecco, il Cristo è qui; ecco là, non gli
credete. Sorgeranno, infatti, falsi Messia e falsi profeti, i quali faranno
segni e prodigi per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti. Voi
dunque state attenti: ecco, vi ho tutto predetto".
«Ma
in quei giorni, dopo questa tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà
piú la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le forze che sono nei cieli
saranno sconvolte.
«Allora
si vedrà il Figlio dell'uomo venire sulle nubi, con grande potenza e gloria.
Allorà manderà i suoi Angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti,
dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. Dal fico imparate
il paragone. Quando già i suoi rami si fanno teneri e spuntano le foglie, voi
sapete che l'estate è vicina; cosí anche voi, quando vedrete accadere
queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. Il cielo e la terra
passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno e a quell'ora
nessuno ne sa nulla, neppure gli Angeli in cielo, né il Figlio, ma solo il
Padre. State attenti, vegliate perché non sapete quando sarà il tempo. È
come un uomo, partito per un viaggio, che ha lasciato la sua casa e dato il
potere ai suoi servi, a ciascuno il suo lavoro e al portinaio ha raccomandato di
vigilare. Vigilate, dunque, perché non sapete quando il padrone della casa verrà,
se la sera tardi, a mezzanotte, al canto del gallo, o la mattina; di modo che,
venendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. E quello che dico a voi lo
dico a tutti: Vigilate» (Mc. 13,19-29).
Nella
resurrezione saremo giovani, agili, immortali, belli come Gésu, ma in
proporzione a quanto piú o meno avremo amato lui e l'umanità.
S.
Paolo insegna questo espressamente: «Altro è lo splendore del sole, altro è
lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: anzi, una stella
differisce in splendore da un'altra.
Cosí
sarà pure della resurrezione dei corpi.
Si
semina il corpo corruttibile e risorge incorruttibile; si semina spregevole e
risorge glorioso; si semina debole e risorge potente; si semina corpo materiale
e risorge corpo spirituale. Se vi è un corpo materiale, vi è pure un corpo
spirituale (I Cor. 15,41-44).
«
Ecco vi svelo un mistero: noi non morremo tutti, ma tutti saremo trasformati; in
un attimo, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba. Squillerà,
infatti, la tromba e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo
trasformati. Perché è necessario che questo corpo corruttibile si rivesta d'incorruzione
e che il nostro corpo mortale si rivesta di immortalità » (I Cor. 15,51-53).
E
riprendendo lo stesso insegnamento nella prima lettera ai Tessalonicesi
l'apostolo conclude: «Non voglio, o fratelli, che voi rimaniate nell'ignoranza
circa i defunti affinché non abbiate ad affliggervi come quelli che non hanno
speranza. Infatti, se crediamo che Gesú è morto ed è risuscitato, è chiaro
che Dio condurrà con Gesú quelli che sono morti in lui.
Ecco
perciò, che cosa vi annunziamo sulla parola del Signore: noi, i viventi, i
superstiti alla venuta del Signore, non saremo separati dai nostri defunti.
Poiché il Signore stesso, al segnale dato, alla voce dell'Arcangelo e alla
tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risorgeranno i morti in Cristo; poi
noi, i viventi, i superstiti, assieme ad essi saremo rapiti sulle nubi in cielo
verso il Signore. Cosí saremo sempre col Signore. Consolatevi, dunque,
scambievolmente con queste parole» (I Tess. 4,13-18).
1.
L'opera dello Spirito Santo fino a Gesú
Lo
Spirito Santo è l'Amore infinito del Padre verso il Figlio, e del Figlio
verso il Padre.
La
Bibbia ce lo mostra in tutto ciò che è forma di vita, perché ogni essere
vivente è una creazione di Dio, ossia un atto di amore di Dio: dalle forme
primordiali di vita, al Corpo Mistico e alla sua glorificazione eterna.
All'inizio
della creazione dice la Genesi: «La terra era deserta e vuota; le tenebre
ricoprivano l'abisso e sulle acque aleggiava lo Spirito di Dio » (Gen. 1,2),
creandovi le prime forme di vita.
Quindi
la Genesi, narrando come Dio fece l'uomo a sua immagine e somiglianza, dice
che, dopo avergli formato il corpo gli alitò lo Spirito di vita (Gen. 2,7).
Quindi
la Bibbia parla continuamente dello Spirito di Dio, ossia dello Spirito Santo,
che illumina e muove i profeti; e cosí ci mostra come la Rivelazione è opera
dello Spirito Santo. Nel Nuovo Testamento troviamo la rivelazione dello Spirito
Santo fin dalle prime pagine. Quando Maria all'annuncio che dovrà divenire la
madre di Gesú mostra la sua titubanza all'Arcangelo Gabriele, questi le dice:
«Lo Spirito Santo verrà sopra di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà
con la sua ombra; per questo il bambino che nascerà, sarà santo e sarà
chiamato il figlio di Dio » (Lc. 1,35).
È
lo Spirito Santo che forma il corpo di Gesú nel seno di Maria vergine; ed è lo
Spirito Santo che lo risuscita.
S.
Pietro nel suo primo discorso fatto agli Ebrei, accorsi avanti il cenacolo il
giorno di Pentecoste, disse: « Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesú
di Nazaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli,
prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben
sapete -, dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu
consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete
ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato sciogliendolo dalle angosce della morte,
perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere » (Atti, 2,2224).
Questo
è il tema ricorrente della predicazione di Pietro e di tutti gli apostoli.
2.
La nuova creazione
La
nuova creazione è opera dello Spirito Santo. Lo dice espressamente Gesú a
Nicodemo: "In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto,
non può vedere il regno di Dio". Gli disse Nicodemo: "Come può un
uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo
di sua madre e rinascere?" Gli rispose Gesú: `'In verità, in verità ti
dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio.
Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito"»
(Gv. 3,3-6). Il libro degli Atti ci narra la nuova creazione: «Mentre il
giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso
luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte
gagliardo, e riempí tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come
di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono
tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo
Spirito dava loro il potere d'esprimersi.
Si
trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto
il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché
ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sè
per lo stupore dicevano: "Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?
E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti,
Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del
Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti
della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e
Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio"»
(Atti 2,1-11).
Allora
gli Apostoli ricevettero lo Sirito Santo e i suoi santi sette doni: sapienza,
intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. Ripieno di
Spirito Santo, quel giorno S. Pietro parlò alla moltitudine degli Ebrei accorsi
a vedere il prodigio di quel fuoco soprannaturale, e ben tre mila di essi subito
si convertirono e furono battezzati.
Quindi
tutti gli apostoli, animati dallo stesso Spirito, si sparsero per il mondo
predicando da per tutto il Vangelo e impiantando la Chiesa, che lo Spirito
Santo andava da per tutto confermando e sviluppando coi suoi carismi.
Tutto
il libro degli Atti è la storia della Chiesa primitiva e contemporaneamente la
manifestazione e l'illustrazione dell'opera dello Spirito Santo.
3.
L'ultima creazione
La
Chiesa è oggi come il pulcino che si va formando dentro l'uovo. Non avrebbe
senso la formazione del pulcino dentro l'uovo se esso non dovesse nascere, ossia
uscire dalla scorza dell'uovo e vivere.
Ugualmente
non avrebbe senso la formazione della Chiesa nel mondo se essa non dovesse
nascere, ossia uscire dal mondo, risuscitare e vivere e godere la visione di
Dio nella palingenesi, cioè nella nuova creazione.
Ugualmente
la nostra vita nel mondo, cosí piena, prima o dopo, di tribolazioni. Tale
palingenesi che avverrà con la resurrezione dei nostri corpi e con la
creazione dei nuovi cieli e della nuova terra è l'ultima opera dello Spirito
Santo.
È
l'opera piú grandiosa di Dio dopo l'incarnazione e la passione di Gesú.
La
mostra Dio al profeta Ezechiele.
«La
mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi
depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt'intorno accanto
ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e
tutte inaridite. Mi disse: "Figlio dell'uomo, potranno queste ossa
rivivere?" Io risposi: « Signore Dio, tu lo sai". Egli mi replicò:
"Profetizza su queste ossa e annunzia loro: ossa inaridite, udite la parola
del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: ecco, io faccio entrare in voi
lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la
carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete:
saprete che io sono il Signore". Io profetizzai come mi era stato
ordinato; mentre io profetizzavo sentii un rumore e vidi un movimento fra le
ossa, che si accostavano l'uno all'altro, ciascuno al suo corrispondente.
Guardai ed ecco sopra di esse apparire i nervi; la carne cresceva e la pelle le
ricopriva, ma non c'era spirito in loro. Egli aggiunse: "Profetizza allo
spirito, profetizza figlio dell'uomo e annunzia allo spirito: dice il Signore
Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perche rivivano".
Io profetizzai come mi aveva comandato e lo Spirito entrò in essi e
ritornarono in vita e si alzarono in piedi: erano un esercito grande, sterminato»
(Ez. 37,1-10).
Quel
giorno meraviglioso dobbiamo ardentemente desiderarlo, come il pulcino, se fosse
cosciente, desidererebbe uscire dalla scorza e nascere alla vita. L'unico reale
interesse di ogni uomo è di prepararsi a tale giorno completando la sua formazione
dentro l'uovo, ossia vivendo nell'oscurità della fede, nella grazia di Dio e
crescendo nell'amore di Dio mediante la preghiera quotidiana e l'esercizio
quotidiano di tutte le virtú cristiane.
Come
i pulcini che muoiono dentro la scorza vengono gettati nella spazzatura, cosí
i cristiani che non nascono vivi, ossia che muoiono in peccato mortale, cioè
senza l'amore di Dio e senza l'amore del prossimo, vengono gettati all'inferno.
Infine
è nostro interesse affrettare tale giorno completando il numero degli eletti
con i nostri sacrifici quotidiani, col nostro apostolato e con le nostre
ardenti preghiere. Infatti morendo siamo messi in uno stato contro la nostra
natura. Saremo completi quando riprenderemo il nostro corpo: lo riprenderemo
nel giorno del giudizio universale. Allora la nostra felicità sarà piena.
C'è
un bel canto che esprime i sentimenti del vero cristiano. È il seguente:
Rit.
Vieni, vieni Spirito di Cristo Vieni, vieni, Spirito d'amore ad insegnar le cose
di Dio. Vieni, vieni, Spirito di pace a suggerir le cose che lui ha detto a noi.
Noi ti invochiamo, Spirito di Cristo vieni tu dentro di noi.
Cambia
i nostri occhi, fa che noi vediamo la bontà di Dio per noi.
Vieni,
o Spirito dai quattro venti e soffia su chi non ha vita.
Vieni,
o Spirito, e soffia su di noi perché anche noi riviviamo. Insegnaci a sperare,
insegnaci ad amare, insegnaci a lodare Iddio.
Insegnaci
a pregare, insegnaci la via, insegnaci tu l'unità.
4.
L'ultimo atto della storia del mondo
«Vi
saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di
popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini
moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra.
Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio
dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando
cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la
vostra liberazione è vicina» (Lc. 21,2528).
«
Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua
presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sè. Poi
vidi i morti grandi e piccoli, ritti, davanti al trono. Furono aperti i libri.
Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati
in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. Il
mare restituí i morti che esso custodiva e la morte e gli Inferi resero i morti
da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la
morte e gli Inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda
morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu
gettato nello stagno di fuoco» (Ap. 20,11-15).
«
Vidi poi un cielo nuovo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima
erano scomparsi e il mare non c'era piú. Vidi anche la città santa, la nuova
Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il
suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di
Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed
egli sarà il “Dio con loro” e tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci
sarà piú la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di
prima sono passate.
E
colui che sedeva sul trono disse: "Ecco io faccio nuove tutte le cose"
e soggiunse: "Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci".
Ecco
sono compiute!
Io
sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò
gratuitamente acqua della fonte della vita.
Chi
sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio
figlio» (Ap. 21,1-7). Quindi Giovanni descrive la magnificenza della celeste
Gerusalemme e conclude: «Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio,
l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della
luce del sole, né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l'Agnello.
Le
nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno la loro
magnificenza.
Le
sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà piú
notte e porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni. Non entrerà in essa
nulla d'impuro, né chi commette abominio o falsità; solo quelli che sono
scritti nel libro della vita dell'Agnello» (Apoc. 21, 22-27)
«
E non vi sarà piú maledizione. Il trono di Dio e dell'Agnello sarà in mezzo
a lei, e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il
suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno piú bisogno di
luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e
regneranno nei secoli dei secoli» (Ap.22,3-5).
Infine
Giovanni riferisce le ultime parole di Gesú: «Non mettere sotto il sigillo le
parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Il perverso
continui a essere perverso, l'impuro continui ad essere impuro e il giusto
continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.
Ecco
io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno
secondo le sue opere. Io sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il
principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte
all'albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i
cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e
pratica la menzogna.
Io,
Gesú, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo
alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del
mattino. Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta:
'Tieni!". Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua
della vita» (Ap. 22,10-17).
Un
giorno un uomo chiese a Gesú: «Maestro, cosa debbo fare per avere la vita
eterna?»
Gesú
gli rispose: « Osserva i comandamenti ». Essi sono il grande dono del Padre.
Nella grande maggioranza i cristiani stimano i dieci comandamenti come il diktat
del piú forte, come un arbitrio di Dio, come se Dio per capriccio avesse
stabilito delle leggi aggiungendo: o fai cosí o ti punisco sproporzionatamente
con l'inferno.
Ma
quale vantaggio Dio ha da queste leggi? Aveva proprio bisogno di passarsi il
piacere di vedere gli uomini osservare certe regole?
Quanti
cosí pensano non capiscono cosa significa infinito. Dio non ha bisogno
assolutamente di nulla, perché infinito; né agisce mai per capriccio, perché
infinitamente sapiente; né può godere delle sofferenze degli uomini, anche
minime, perché amore, come una madre non vuole mai che il suo figlio soffra,
né mai si rallegra delle sofferenze del suo figlio.
Allora perché Dio ha dato queste leggi che tante volte impongono agli uomini dure sofferenze?
Per
tre motivi:
Di
fatto quando gli uomini dimenticano la legge di Dio o la disprezzano abbiamo le
stragi di Gengis Kan, di Tamerlano, della rivoluzione francese, sovietica,
spagnola, dei terroristi; abbiamo i forni crematori di Hitler, le purghe di
Stalin, i Gulag sovietici, la rivoluzione culturale di Mao, quella sciita di Komeini,
ecc.
Le
leggi morali, dice giustamente Alexis Carrel, sono leggi di vita. Come la
materia non può esistere senza le leggi fisiche infra e supra-atomiche, come i
vegetali non possono esistere senza le leggi biologiche, come gli animali non
possono esistere senza gli istinti; cosí gli uomini non possono esistere
senza le leggi morali, a cominciare dalla stessa nascita impedita dai
contraccettivi e dagli aborti.
Senza
i primi tre comandamenti manca il fondamento della legge morale. «Se Dio non c'è,
dice Dostoyeskij, tutto è lecito ».
Allora
l'uomo si ferma solo dinanzi al piú forte; e ogni forte opprimerà senza
scrupoli il piú debole.
Vediamo
quale uso delle scienze e delle tecniche moderne ne vanno facendo certi stati
moderni con la produzione spaventosa di armi nucleari, di bombe biologiche e
con l'addestramento del terrorismo internazionale.
Né
i primi tre comandamenti sono sufficienti per la pacifica convivenza umana; lo
abbiamo visto con lo sterminio di cristiani che hanno fatto nel passato i
mussulmani in Asia Minore e in Africa, fino agli 800 giovani cristiani
ammazzati a Otranto in nome di Allah.
Per
la pacifica convivenza umana occorrono anche gli altri 7 comandamenti. Dio
infinitamente sapiente per tal motivo ha dato 10 Comandamenti.
Se
i primi tre comandamenti sono il fondamento della vita umana sociale e civile,
gli altri sette ne sono il l° codice; sono l'esigenza e la pratica dell'amore
del prossimo; sono la traduzione dell'amore di Dio.
Per
questo Gesú a chi gli chiedeva quale fosse il 1° e piú grande comandamento
rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima,
con tutto te stesso; il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come
te stesso» (Mt. 19,19).
Con
l'odio innalzato a programma la vita sociale diventa un inferno, come vediamo in
tutti i regimi comunisti.
Senza
amore la vita sociale diventa fredda e senza anima, un semplice accordo di
egoismi.
Con
l'amore cristiano la vita sociale diventa una sorgente di solidarietà, di
aiuto, di gioia, come possiamo vedere in una qualunque comunità veramente
cristiana.
I
dieci comandamenti sono il progetto di Dio per farci uscire dalla gabbia del
nostro egoismo e lanciarci verso l'infinito, per farci uscire dalla prigione
della materia, dalla sfera animale e farci raggiungere l'amore e la felicità.
Dio
è amore. Egli è infinita felicità perché è infinito amore. L'uomo è felice
solo quando ama ed è amato. Giacché l'essere che ha in sé, in maniera
perfettissima, tutte le qualità appetibili (la bellezza, la bontà, l'amore, la
dolcezza, la saggezza, la potenza, la vita eterna) è Dio, l'uomo soltanto raggiungendo
Dio, raggiungerà la felicità.
Evidentemente
solo amandolo perfettamente l'uomo può raggiungere Dio. Come potrà trovare la
felicità in Paradiso in Dio colui che non trova in terra la gioia nella
preghiera, colui che non trova tempo per pregare e non pensa mai a Dio nella sua
giornata?
Per
questo Gesú disse: « Chi ama il padre o la madre, il marito o la moglie o i
figli, i fratelli o le sorelle piú di me non è degno di me ». Ora si pensa
ciò che si ama, perché « dov'è il tuo tesoro, li è il tuo cuore» (Mt.
6,21).
Per
questo chi ama Dio dà ogni giorno buono spazio alla preghiera e riempie la sua
giornata del ricordo di Dio, del suo figlio Gesú, di Maria sua Madre.
Dio
ha dato i primi tre comandamenti per farci raggiungere tale amore, per metterci
in grado di correre, appena, morti, verso colui che è il nostro primo amore,
cioè verso di lui. Raggiunge Dio solo chi lo ama.
1.
Non avrai altro Dio fuor che me
Non
metterai nessuna creatura al mio posto: non un uomo, né una donna, chiunque
essi siano; né la scienza o l'arte, o la politica.
Non
mi amerai dopo quelle cose o in ordine a quelle cose, ma prima di tutto e al di
sopra di tutto.
Non
metterai da parte la preghiera o i sacramenti o il lavoro per il mio regno per
dare piú spazio a quelle cose; ma amerai tutte quelle cose in ordine a me.
Non
ho dispiacere che mangiate e beviate perché per questo ho creato i frutti
della terra e gli animali, ma non immergetevi in crapule perché perdereste il
gusto delle cose dello spirito e vi dimentichereste di me. Non ho dispiacere
che scorrazziate per il mondo per inebbriarvi della natura, perché per voi
l'ho creata; ma ricordate con quanto amore e con quanta sapienza io l'ho fatta
per rendervi felici.
Non
ho dispiacere che gli sposi si amino e amino i loro figli; anzi questo io voglio
e di questo mi compiaccio. Ma non mettetemi da parte per tutte queste cose,
anzi da tutte queste cose elevatevi a me per ringraziarmi e per amarmi di piú,
perché io le ho dannate a voi.
Ricordatevi
che tutte queste cose appassiranno e periranno e che io solo ve le potrò
ritornare é ve le ritornerò immensamente piú belle, quando, al mio ritorno
per il giudizio universale, farò i cieli nuovi e la terra nuova (Is. 65.17).
Ricordatevi che i vostri corpi presto invecchieranno e presto marciranno nel
sepolcro e che io solo vi potrò far risorgere e che vi farò risorgere
gloriosi, bellissimi e immortali se mi riceverete nella comunione eucaristica e
mi terrete nel vostro cuore con l'amore; solo io sono la resurrezione e la
vita (Gv. 11,25) e solo io sono il germe della resurrezione e il pegno della
futura gloria.
Ricordatevi
che perdendo me perderete tutto, come perdendo il sole perirebbero tutti i
vegetali, tutti gli animali e tutti gli uomini dalla terra. Io sono il sole
della vita eterna, come sono il pane di vita. Ricordatevi soprattutto che la
vera e totale felicità la troverete in me e che tutte le creature sono soltanto
una scintilla della mia bellezza infinita: tutte le gioie e i piaceri che esse
vi possono dare sono soltanto un piccolo assaggio della dolcezza infinita che
sono io.
Se
io vi dico di amarmi non ve lo dico perché ho bisogno del vostro amore, come il
sole non ha bisogno delle piante e degli animali che fa vivere; ve lo dico perché
essendo infinito amore vi voglio rendere felici e per questo vi ho creato.
2.
Non nominare il nome di Dio invano
Non
ti prenderai gioco di me perché non si prende gioco dell'amore. Non ti adirerai
quando dispongo gli avvenimenti diversamente da come vorresti tu o
contrariamente ai tuoi immediati interessi.
Non
penserai cha mai qualcosa io abbia disposto per capriccio e crederai sempre
alla mia saggezza infinita e alla mia infinita bontà; nè penserai mai che
qualcosa io possa disporre per mio interesse, perché io non ho bisogno di
nulla. Io sono il tuo vero padre, e il mio unico interesse è la tua felicità.
È
vero che tu hai un tuo piano per essere felice nei pochi .
anni
che starai nella terra; io ho un mio piano per renderti felice per gli
infiniti anni della vita eterna.
Spesso
il tuo piano è in contrasto col mio. Non ti arrabbiare se io, vedendo che
esso ti farà dimenticare o perdere me e la tua felicità eterna, lo mando a
monte.
Crederai
sempre fermamente che io sono Amore, che dispongo tutto unicamente per tuo
amore e per tuo bene, anche quando dispongo per te la croce, come l'ho disposta
per mio figlio.
Avrai
sempre fiducia in me, come il bambino ce l'ha nella sua mamma; e anche quando
tutto ti va di traverso dirai: « Santo è il Signore! » « Sia fatta la sua
volontà ».
3.
Ricordati di santificare la festa
Non
reputerai la santificazione della festa come tributo da dover pagare a me, sotto
pena di una grave sanzione; ma stimerai la domenica il giorno piú atteso
della settimana, la tua festa, perché dopo aver lavorato sei giorni per le
necessità materiali della tua vita, ti potrai finalmente dedicare tutto un
giorno a colui che ami se mi ami.
Non
vorrai dire che hai Dio nel tuo cuore e non hai bisogno di andare in Chiesa
perché mi pensi e mi preghi dovunque; come non vale dire che non hai bisogno
di andare a trovare tua madre a casa, perché la porti nel cuore e la pensi
dovunque. È vero che io sono dovunque, ma nella Chiesa ci sono anche col mio
corpo reale; e soprattutto lí ti aspetto almeno la domenica.
Se
mi ami io sono la tua festa, la tua gioia piú grande è venirmi a trovare
nella mia casa, stare a lungo con me in dolce conversazione: tale dolce
conversazione è la vera preghiera. Lí ancora ti incontrerai con i tuoi
fratelli nella fede. Per me e una gioia vederti e vederti con i tuoi fratelli,
come è una gioia per una madre vedere i suoi figli insieme..
Se
invece non io, ma altri è la tua festa, o non avrai tempo per venire nella mia
casa, o non vedrai l'ora di uscirne, e, dopo avere assolto a un dovere,
cercherai la tua gioia nel divertimento; o, infine, verrai a mezza Messa.
È
una grande tristezza per me ogni domenica vedere la stragrande maggioranza dei
miei figli sciamare da per tutto per divertirsi, ma non trovare neanche un'ora
di tempo per venirmi a trovare in chiesa a ?icordare il mio dolorosissimo
sacrificio della croce, che rinnovo nella Messa per mantenerli in vita e non
farli distruggere dalla giustizia divina.
«
Questa è la vita eterna, dice Gesú; che conoscano te e colui che hai
mandato, Gesú Cristo» (Gv. 17,2).
Conoscere
in linguaggio biblico significa possedere.
La
parola Gesú è plurivalente: può significare la persona fisica di Gesú, può
significare la persona mistica di Gesú, ossia il suo Corpo Mistico. In Paradiso
Gesú e il suo Corpo Mistico, ossia Gesú e tutti i suoi eletti sono una cosa
sola. In conseguenza se uno non è in armonia con tutti i figli di Dio, ossia
se non li ama e non cerca di aiutarli, non può inserirsi nel Corpo Mistico
glorioso, cioè non può andare in Paradiso.
È
celebre la visione di S. Teresa di Gesú.
Un
giorno nel corridoio del convento vide un bambino meraviglioso.
Gli
chiese: - Da dove vieni, o bel bambino?
-
Vengo dal regno ove regna l'amore, rispose il bambino. - Cosa vieni a cercare?
-
Vengo a cercare l'amore.
-
Dimmi: qual è il tuo nome? - Tu prima dimmi il tuo.
-
lo sono Teresa di Gesti.
-
Ed io sono Gesú di Teresa.
Nel
regno dell'amore può entrare solo chi ama tutti; se vi entrasse un misantropo o
un egoista spezzerebbe l'armonia e la felicità degli eletti. Per questo Dio per
farci uscire da quella forza centripeta che conduce alla morte, che è
l'egoismo, per farci amare e vivere, per farci verificare il nostro amore a lui
e il nostro amore agli uomini ha dato gli altri sette comandamenti.
4.
Onora il padre e la madre
Nell'amore
al prossimo il primo posto tocca al padre e alla madre, perché di loro Dio si
è servito per darci la vita. Amarli quando siamo bambini è facile, perché
allora tutto riceviamo da loro.
Amarli
quando essi sono grandi o vecchi o malati, quando dobbiamo dare loro: questa è
la verifica dell'amore. Amarli significa compatirli, comprenderli, servirli,
sacrificarsi per essi.
È
proprio allora che si vede se li amiamo. Oggi spesso succede che per le
esigenze della vita, (parola con la quale spesso si camuffa il nostro egoismo e
il nostro rifiuto di essi), si abbandonano i genitori o li si vanno a relegare
in un ricovero di vecchi.
Nei
genitori c'è anche il simbolo dell'autorità religiosa e civile, che il
cristiano deve rispettare e obbedire sempre, fino a quando non comanda cose
contro la legge di Dio
L'obbedienza
è la virtú oggi fortemente contestata; ma ricordati che è l'obbedienza alle
leggi da me poste che mantiene in vita gli atomi e le stelle, i vegetali e gli
animali; e quando mi son fatto uomo mi sono reso obbediente a tutti.
5.
Non ammazzare
Il
cristiano deve rispettare, servire e proteggere ogni vita umana, da quella
appena concepita a quella dell'ammalato, del vecchio, dell'affamato.
Non
fare questo è condannarti a morte; perché è segno che ti manca il piú
piccolo ed elementare amore. E chi non ama resta nella morte. (1 Gv. 3,14)
Per
questo nel giorno del giudizio io dirò ai cattivi: «Andate, o maledetti
all'inferno perché ebbi fame e voi non mi avete dato da mangiare, ebbi sete e
non mi avete dato da bere, fui ammalato e non mi avete visitato ecc. » (Mt.
25,42).
La
parte negativa di tale comandamento ti ordina di non odiare, di non mormorare,
di non giudicare, di non far male a nessuno; la parte positiva ti ordina di
amare e di fare del bene a tutti.
Amare
significa perdonare, dimenticare, ricompensare il male col bene; compatire,
salutare, avvicinare, confortare, soccorrere, comprendere.
C'è
un minimo da fare per andare in Paradiso, ed è di non fare neanche il minimo
male ad alcuno e di soccorrere almeno i bisognosi che incontri o che conosci,
specialmente se non hanno chi li soccorra. C'è un massimo che puoi fare per il
prossimo, ed è di spendere per esso il tuo tempo, la tue energie, i tuoi
soldi; è di sacrificarti per lui.
La misura del tuo sviluppo e della tua felicità eterna è in rapporto a quanto ami il prossimo e a quanti sacrifici fai per esso. Nessuno ha maggiore amore di colui che dà la vita per la persona amata; e nessuno ha in Paradiso maggiore grandezza, maggiore bellezza, potenza, gloria e felicità di colui che ha sacrificato la sua vita per la salvezza delle anime e per soccorrere i poveri e i bisognosi.
6.
Non commettere atti impuri
9.
Non desiderare la persona d'altri Rispetta il tuo corpo e quello degli altri.
Non
strumentalizzare nessuno per il tuo egoismo. Io non ti ho dato il corpo per
perderlo eternamente e trascinare anche l'anima all'inferno; ma ti ho dato
l'anima per venirmi a contemplare e a godere eternamente in cielo e per
trascinare il tuo corpo in Paradiso.
Per
questo ho detto: «Non temete coloro che vi uccidono il corpo; ma temete coloro
che vi possono gettare il corpo e l'anima nella Geenna» (Mt. 10,28): i
cattivi compagni, i pornofilms, la pornografia. Non ti rendere schiavo del tuo
corpo, non ti far trascinare dal corpo in basso, ma trascina il tuo corpo verso
l'alto, verso il Paradiso, perché solo i puri di cuore vedranno Dio.
Non
mettere la tua intelligenza a servizio del tuo corpo, alla ricerca continua di
nuovi piaceri, ma metti il tuo corpo a servizio della tua intelligenza per
fare belle opere di carità e di apostolato. La temperanza ti manterrà il
gusto della preghiera, dei sacramenti, delle opere buone, dell'apostolato.
L'intemperanza
sessuale, la voluttà, la morbosità, l'immodestia, la ricerca dell'erotico,
le letture e gli spettacoli porno fanno perdere il gusto di tutte queste cose e
trascinano una gran moltitudine di anime all'inferno, come rivelò la mia Madre
apparendo a Fatima.
C'è
uno scopo nobilissimo per le funzioni sessuali: quello di cooperare con me, tuo
Dio, nell'istituto della famiglia da me stesso voluto, alla generazione di altri
uomini, per poterne quindi fare dei miei figli ed eredi della felicità del mio
regno in Paradiso. L'amore perfetto è dare la vita e materiale e spirituale
anche col proprio sacrificio. Allora il tuo amore rassomiglierà al mio. Ogni
esercizio diverso della sessualità è mancanza d'amore a me, tuo Dio, e il piú
delle volte diventa mancanza d'amore agli uomini.
Oggi
purtroppo lo stesso matrimonio per moltissimi è diventato una specie di
prostituzione legalizzata: non si vuole lo scopo per cui io l'ho istituito: la
generazione e l'educazione dei figli; si vuole solo il piacere; e diventa per
moltissimi una trappola per l'inferno.
L'amore
stesso coniugale per essere amore deve essere rispetto dell'altro,
comprensione, delicatezza, servizio, sacrificio.
Per
questo con l'avanzare degli anni l'amore vero aumenta, si raffina e si purifica
per perpetuarsi in Paradiso, mentre l'amore falso diminuisce.
Sono
troppi coloro che camuffano il loro egoismo e la loro lussuria con una parola
bella: « amore »; ma che in effetti non hanno amato altri che se stessi.
Al di fuori del matrimonio l'uomo deve guardare, trattare, rispettare ogni uomo come fratello e ogni donna come una sorella.
7.
Non rubare
10.
Non desiderare la roba d'altri
Come
non devi far male ai corpi degli altri, cosí non devi far male ai beni degli
altri e neanche desiderare di appropriartene.
Devi
avere scrupolo di conservare anche un oggetto o un libro degli altri, di
togliere una lira di quanto con essi hai pattuito, o di dare ad essi una cosa
per un'altra o una cosa di minore valore.
Non
fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te; fa' agli altri
quello che vuoi che gli altri facciano a te. Non avere gelosia della fortuna,
dei beni, del successo degli altri; ma prega che ne facciano buon uso per
potersi salvare.
Col
crescere nell'amore, ossia nella perfezione, non solo non vorrai appropriarti
dei beni degli altri, ma andrai dividendo quello che è tuo con i più poveri.
Ricorda
quanto ho detto: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia (Mt.
5,7).
La
carità copre la moltitudine dei peccati (I Pt. 4,8). Date uno e riceverete
cento. La stessa misura che adoperate agli altri sarà adoperata a voi (Lc.
6,38).
«
Se vuoi diventare perfetto, va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri; e
quindi vieni e seguimi» (Mc. 10,21).
8.
Non fare falsa testimonianza
Non
mentire, non calunniare, non imbrogliare nessuno, non procurare con la menzogna
il male e neanche il bene degli altri, perché mentiresti contro lo Spirito
Santo che è verità: « il tuo dire sia sempre si si, no no « perché il di piú
è dal maligno» (Mt. 5,37).
I
dieci comandamenti sono la legge morale che regola la vita umana come le leggi
biologiche sono leggi che regolano la vita dei viventi, e come le leggi fisiche
sono le leggi che regolano la vita della materia. Giustamente Alexis Carrel,
premio Nobel per la medicina, dice che le leggi morali sono leggi di vita.
Infatti
i primi 3 comandamenti danno la base agli altri 7 comandamenti. «Se Dio non
c'è, dice Dostojevskj nei Demoni, tutto è lecito ».
Quando
in una nazione non c'è un'autorità che fa rispettare le leggi, in essa regna
l'arbitrio, la violenza, la giungla, il terrorismo.
Quando
io credo che non debbo rispondere a un Dio, faccio tutto ciò che voglio;
tutt'al piú, cerco di non farmi pescare dalla Polizia.
Il
4° comandamento stabilisce il principio d'autorità, senza del quale non può
esistere società civile.
Il
5° proibisce ogni forma di violenza.
Già
nel Vecchio Testamento c'era la massima: «Non fare agli altri quello che non
vuoi che gli altri facciano a te » (Tob. 4,15). Gesú completa tale precetto
negativo con un precetto positivo molto piú esigente: «Tutto quanto volete che
gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge
ed i Profeti ». (Mt. 7, 12)
Il
6° comandamento, completato dal 9°, toglie all'origine ogni forma di
corruzione, che distrugge l'uomo e i popoli; esso rende stabile e unita la
famiglia.
Il
7°, completato dal 10°, difende il frutto del proprio lavoro e rende stabile
il principio della proprietà privata, che è la molla dell'attività umana e
del progresso.
L'8°
mette la base alla mutua fiducia degli uomini e quindi della serena convivenza.
Ci
piace concludere le parole di Dio con le parole di un saggio che le
riecheggiano, lo statista Abramo Lincoln:
«Non
potete produrre la prosperità scoraggiando l'economia; non potete rafforzare
il debole indebolendo il forte; non potete aiutare il salario abbattendo chi dà
i salari; non potete promuovere la fraternità umana incoraggiando l'odio di
classe; non potete aiutare il povero distruggendo il ricco; non potete
stabilire una vera sicurezza su denarb prestato; non potete criticare guai
spendendo di piú di quanto guadagnate; non potete creare carattere e coraggio
togliendo l'iniziativa dell'uomo; non potete aiutare l'uomo facendogli quello
che deve fare da sé ».
S.
Giovanni nell'Apocalisse vede Gesú come un Agnello ucciso e vivente (Ap. 5,6).
Il grande dono che Gesú dà all'umanità è se stesso immolato nella croce.
Piú non poteva donare; piú non poteva soffrire; piú non poteva amare. In
questo stato egli si perpetua nella S. Messa e si offre ai suoi discepoli e quale
vittima di espiazione e quale cibo che ci divinizza e quale pegno della gloria
futura. Con tanti segni e prodigi il Signore ha confermato questa verità.
1.
Il Crocifisso sull'altare
Un
fatto singolare mi è stato raccontato direttamente da Padre Matthew Crawley,
l'apostolo del S. Cuore, di cui, a pochi anni della morte, è stato iniziato il
processo di beatificazione.
Il
fatto è successo a lui. Egli si trovava a Parigi e predicava nella basilica di
Mont-Martre sulla consacrazione delle famiglie al S. Cuore di Gesú. Alla fine
della predica lo avvicinava una signora la quale gli dice:
-
Padre, vorrei consacrare la mia famiglia al S. Cuore di Gesú, ma non possiamo
fare quello che ha detto lei, cioè farci prima la comunione tutti i membri
della famiglia, perché ho un figliuolo universitario ateo. All'università i
compagni e specialmente i professori lo hanno persuaso che Dio non esiste e
che Gesú non è addirittura esistito, ma che è una leggenda. Padre Matthew
rispose:
-
Basterà per lui che intervenga alla Messa, anche solo da spettatore.
La
signora con qualche difficoltà riuscí a persuadere il figlio ad andare con
loro alla Messa.
Nel
giorno stabilito cosí tutti andarono a Messa.
Lei,
il marito, la figlia fecero la comunione; il figlio restò in piedi in fondo
alla cappella per tutto il tempo della Messa. Al momento della consacrazione il
giovane vide scomparire dall'altare il sacerdote e in suo cambio vide
sull'altare un uomo reale crocifisso: quell'uomo grondava sangue da tutto il
corpo, boccheggiava, guardava con occhi d'infinito dolore e d'infinita pietà,
sembrava dovesse morire da un momento all'altro in un bagno di sangue.
Quella
visione durò fino alla comunione allorché scomparve, e, al suo posto,
ricomparve Padre Matthew che, fatta l'abluzione del calice e dette le ultime
preghiere, andò in sacrestia. Il giovane guardò tutto il tempo esterrefatto.
Terminata
la Messa, corse in sacrestia e disse a Padre Matthew:
-
Padre, cosa avete fatto?
-
Ho celebrato la Messa.
-
No, durante la Messa cosa avete fatto?
-
Nient'altro che celebrare la Messa.
-
No, voi avete messo un uomo crocifisso sull'altare! Come avete fatto a
mettercelo!?
Padre
Matthew non capiva niente. Infine gli chiese cosa egli avesse visto, e, avuto il
racconto della visione, disse al giovane:
-
Figliuolo, forse le preghiere dei tuoi cari ti hanno ottenuto questo miracolo
dall'amore infinito del Cuore di Gesù. Tu hai visto coi tuoi occhi quello che
noi crediamo per fede: nella Messa si rinnova misticamente il sacrificio di
Gesù nella croce, e dalla consacrazione alla comunione Gesú è realmente
presente nell'altare, come l'Agnello immolato dell'Apocalisse, ossia come
nelle tre ore di agonia sulla croce. È superfluo dire che quel giovane subito
si convertì.
2.
La conservazione dell'equilibrio mondiale
Ogni
essere che devia dalle leggi della sua natura muore; siano gli atomi che le
stelle, siano i vegetali che gli animali. Altrettanto avviene per l'umanità.
E
questo lo vediamo nelle rivoluzioni, nelle guerre che insanguinano
periodicamente la terra e in certe nazioni ridotte a immensi carceri. Ma come
mai l'umanità non si estingue completamente nella terra e si trova in essa
sempre una forza di recupero e di ripresa? Come mai quel male immenso, che
specialmente in certi tempi sembra sommergere letteralmente nel fango tutta la
terra, non finisce mai di sommergerla completamente e subisce ogni volta
periodi di recessione?
Come
mai l'equilibrio tra il bene e il male non si rompe e la terra continua a
esistere nonostante la quasi totalità degli uomini siano peccatori e il
numero dei peccati di bestemmia, di lussuria, di odio, di violenza sia quasi
infinito?
Per
l'incredulo non ci sono problemi e non ci sono risposte: il delitto e il castigo
di Tolstoi sono una semplice fantasia romanzesca; non ci sono peccati e non ci
sono castighi; è cosí e basta.
Per
il credente invece c'è il problema e c'è la risposta. La fede ce la dà e il
Signore l'ha fatta vedere alla B. Anna Maria Taigi.
Un
giorno la santa vide in visione il mondo come un grande globo: dai quattro venti
si lanciano contro quel globo enormi fiamme vorticose per incenerirlo.
La
santa, presa dal terrore, grida a Dio: «Pietà, Signore! Pietà, Signore! Pietà
per la terra! ». In quel momento essa vede scendere sulla terra Gesú
Crocifisso, mentre la Madonna Addolorata, in ginocchio ai suoi piedi, grida
guardando in alto: «Pietà, o Padre; pietà per la terra! »
Allora
le fiamme si allontanano e la terra resta salva. Una voce dice alla santa: «È
per il sacrifico della Messa e per l'intercessione della SS. Vergine che la
terra sopravvive ».
3.
Manca qualcosa alla passione di Cristo e all'equilibrio del mondo
Manca
la tua passione. Infatti noi tutti formiamo con Gesú un solo corpo, misterioso,
di cui Gesú è il capo e noi siamo le membra.
Dice
S. Paolo: « Come il corpo, infatti, è uno solo ed ha molte membra, ma tutte le
sue membra, pur essendo molte, non sono che un sol corpo, cosí il Cristo.
Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito Giudei e Gentili,
servi e liberi, per formare un solo corpo, e tutti siamo stati dissetati con
un solo spirito.
Infatti,
anche il nostro corpo non è un membro solo, ma è composto di molte membra. Se
il piede dicesse: "Siccome non sono una mano, io non sono del corpo",
forse per questo non apparterrebbe al corpo? E se l'orecchio dicesse:
"Siccome non sono occhio, io non sono del corpo", forse per questo non
farebbe parte del corpo? Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe
l'udito? Se fosse invece tutto udito, dove sarebbe l'odorato? Ora, invece, Dio
ha posto le membra come ha voluto, distribuendo ciascuna di esse nel corpo.
Difatti, se tutte le membra fossero un membro solo, dove sarebbe il corpo?
Or
dunque, molte sono le membra, ma uno solo il corpo. L'occhio non può dire alla
mano: Non ho bisogno di te; né la testa puó dire ai piedi: «Non ho bisogno di
voi». Anzi, le membra del corpo che sembrano le piú deboli sono molto piú
necessarie; e quelle che stimiamo meno nobili del corpo, le circondiamo di
maggior onore, e quelle meno decorose le trattiamo con maggiore riguardo,
mentre le nostre membra decorose non ne hanno bisogno» (I Cor. 12,12-22).
Per
cui come ha sofferto Gesú per salvare l'umanità dobbiamo soffrire noi. Dice
infatti ancora S. Paolo scrivendo ai Colossesi: « Sono lieto delle sofferenze
che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di
Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col. 1,24). Mediante la
comunione le nostre fatiche, le nostre sofferenze, le nostre preghiere, le
nostre opere buone divengono fatiche, sofferenze, preghiere, opere buone di Gesú.
Le
sofferenze dei buoni sopportate nel lavoro, nel vincere le tentazioni, nelle
malattie, nella pratica della mortificazione nell'esercizio della carità, della
pazienza, dell'apostolato danno ai peccatori il tempo, l'occasione e gli
stimoli a convertirsi e a salvarsi.
«Un
piccolo sacrificio offerto a me con amore, disse Gesú a Suor Josepha Menendez,
diventa nelle mie mani mezzo per salvare qualche anima». E la Madonna disse un
giorno ai bambini di Fatima: « Se farete molte preghiere e molti sacrifici
salverete molte anime»; e aggiunse: «Molti peccatori vanno all'inferno perché
non c'è chi preghi e chi si sacrifichi per loro ».
Il
punto di fusione delle sofferenze e delle preghiere dei buoni con quelle di Gesú
è la S. Messa. In essa i buoni all'offertorio offrono al Padre, insieme al
pane e al vino del sacerdote, le loro sofferenze, le loro fatiche, le loro
preghiere, le loro opere buone; ed esse, insieme al pane e al vino, alla consacrazione
divengono, sofferenze, fatiche, preghiere, opere buone di Gesú per la vita
del mondo e la salvezza delle anime.
Per
questo niente di piú grande e di piú prezioso per sé e per il mondo può fare
il cristiano in una giornata che partecipare alla S. Messa e fare la comunione,
completandola nella giornata con le opere buone. Per questo la Chiesa,
sollecita del bene dei suoi figli e di tutto il mondo, prescrive ai cristiani
di partecipare alla Messa ogni domenica.
4.
L'agnello pasquale
Gesú
crocifisso fu prefigurato nell'esodo degli Ebrei dall'Angelo pasquale, che col
suo sangue li liberò dalla morte e con la sua carne diede loro la forza di
raggiungere e oltrepassare il Mar Rosso, acquistare la libertà e avviarsi
alla Terra Promessa.
Per
questo S. Giovanni Battista, quando la prima volta vide Gesú da lontano, disse:
« Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo » (Gv. 1,29). Questo
Agnello si immolò nel Calvario e rinnova la sua immolazione nella Messa.
Il
cristiano, dopo essersi segnato e purificato col sangue di Gesú nella
confessione, deve mangiarlo nella comunione per avere la forza di percorrere la
strada del Signore osservando i dieci comandamenti e raggiungere il Paradiso.
Non basta fare la comunione una volta tanto; bisogna farla spesso. Dio fece
vedere agli Ebrei questa necessità con la manna. Presto ad essi terminarono i
viveri nel cammino di 40 anni nel deserto, simbolo del cammino della vita.
Allora essi si rivolsero a Mosè, il quale pregò Dio. Dio rispose che nella
notte avrebbe fatto piovere una farina bianca dolcissima, che gli Ebrei poi
chiamarono: « manna ».
E
cosí ogni notte per 40 anni Dio fece piovere la manna nell'accampamento degli
Ebrei. Gli Ebrei al mattino la raccoglievano, la mangiavano e poi si mettevano
in cammino. Cosí finché raggiunsero la Terra Promessa.
Gesú,
1300 anni dopo, riferendosi a tale miracolo, un giorno disse agli Ebrei: « lo
sono il pane di vita. l padri vostri mangiarono la manna nel deserto e
morirono. Questo è il pane disceso dal cielo, affinché chi ne mangia non
muoia. Sono io il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà
in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
Discutevano
perciò fra di loro i Giudei dicendo: "Come può darci a mangiare la sua
carne?" Gesú disse loro: `In verità, in verità vi dico: se non mangerete
la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi
la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io
lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è veramente cibo, e
il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio
sangue, rimane in me ed io in lui "» (Gv. (,48-56).
5.
Il serpente di bronzo
Durante
il viaggio gli Ebrei mormoravano e si ribellavano contro Dio e contro Mosè.
Allora Dio mandò un'invasione di serpenti velenosi e tutti quelli che da essi
venivano morsi morivano. Allora gli Ebrei pentiti si rivolsero a Mosè che, a
sua volta supplicò Dio. Dio gli ordinò di fare un serpente di bronzo e di
metterlo in un palo issato in mezzo al campo; chiunque, morso dai serpenti,
avesse guardato quel serpente di bronzo sarebbe guarito. Cosí fece Mosè e la
moría cessò.
Il
serpente di bronzo è la figura di Gesú crocifisso, che prese il veleno di
tutti i peccati degli uomini, fu innalzato e morí in croce. Chiunque, pentito,
confessa i suoi peccati e si rivolge a lui viene salvato dalla morte eterna.
Mistico
agnello immolato, dalla Croce Gesú offrendo al Padre la sua passione continua
sino alla fine del mondo a ottenere a tutti gli uomini che a lui si rivolgono il
dono della divina misericordia e del perdono.
6.
Il piú bel dono di Gesú
Dopo
averci dato la sua vita, Gesú non poteva darci dono piú grande di quello della
sua madre; ce la diede per madre nostra dalla croce.
Niente
di piú grande di Maria può esistere nella terra e nei cieli. Maria 'è figlia
del Padre, madre del Figlio, sposa dello Spirito Santo.
Ora
qual padre, se potesse, non farebbe la piú bella possibile la sua figlia?
Quale
figlio non farebbe la piú bella possibile la sua madre? Quale sposo non farebbe
la piú bella possibile la sua sposa? Dio era in condizione di fare ciò, e,
naturalmente, lo fece. Per questo fece Maria anche Immacolata fin dalla sua concezione.
La
santità, la grandezza, la bellezza, la sapienza, la misericordia di Maria
sono immense, come sono immensi i suoi dolori per la passione di Gesú, per i
peccati e per le sofferenze degli uomini, e per la dannazione dei peccatori.
Per
questo ella ha mostrato ripetutamente in questi tempi le sue lacrime di sangue;
ultimamente in Adrano. (Vedi: Dalla Polonia a Adrano). Come il nome di Gesú
significa "Salvatore" ed-esprime la sua missione, cosí il nome di
Maria esprime la persona di lei. Il nome ebraico Myriam significa infatti:
"Signora", "Grande come il mare", "amara come le acque
del mare".
Quando
S. Bernardetta stava per morire una bambina le chiese:
-
È vero che avete visto la Madonna?
-
Si, rispose Bernardetta.
-
Era bella?
-
Tanto bella, rispose Bernardetta, che chi l'ha vista una volta non ha altro
desiderio che di morire, per andare a vederla per sempre.
Giustamente
canta Dante: Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta piú che
creatura, termine fisso d'eterno consiglio. Tu sei colei che l'umana natura
nobilitasti si che il suo fattore non dubitò di farsi tua fattura. In te
magnificenza, in te pietade, qin the misericordia, in te s'aduna, quantunque in
creatura è di bontade. Vergine sei tanto grande e tanto vali che chi vuol
grazia a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz'ali.
Maria
ama ognuno di noi con un amore e una tenerezza cosí grande che possono trovare
un riscontro solo nella piú tenera delle Madri. Ella, comparendo a Juan Diego
a Guadalupe (Messico) gli disse: - Figlio mio, dove vai? Che strada stai
prendendo? Ascolta, figlio mio, ciò che ora ti dico: Non ti turbi, né ti
affligga alcuna cosa; non temere malattia o altro fatto penoso o doloroso.
Non
ci sono forse io, che sono la tua madre?
Non
sei sotto la mia ombra, sotto la mia protezione? Non sono io vita e salvezza?
Non ti porto nel mio seno e non mi prendo cura di te?
Hai
bisogno ancora di altro?»
Una
grande devozione alla Madonna è la migliore garanzia per le nostre necessità
temporali e per la nostra salvezza eterna.
1.
L'adozione a figli di Dio
Il
dono dello Spirito Santo è la nostra trasformazione, ossia la nostra adozione a
figli di Dio e conseguente divinizzazione. Tale adozione si chiama grazia, perché
non ci è dovuta, ma è un dono di Dió che ci apporta lo Spirito Santo.
Mediante
la grazia noi siamo sospinti a divenire simili a Gesú; oggi nella vita e nelle
virtú, domani nella resurrezione, nella gloria e nella felicità eterna.
S.
Paolo parla diffusamente di tutto ciò nella lettera ai Romani: «Non c'è
dunque piú nessuna condanna per quelli che sono in Gesú Cristo. Poiché la
legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesú ti ha liberato dalla legge del
peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la
carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile; mandando il proprio
Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha
condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse
in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.
Quelli
infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli
invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri
della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla
vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio,
perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che
vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.
Voi
però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che
lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli
appartiene. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato,
ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. E se lo Spirito di colui
che ha risuscitato Gesú dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo
dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito
che abita in voi.
«
Cosí dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere
secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece
con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete. Tutti
quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio.
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma
avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà,
Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se
siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio coeredi di Cristo, se veramente
partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
«lo
ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili
alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.
«
La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa
infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere, ma per volere di
colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata
dalla schiavitú della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei
figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad
oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo
le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli,
la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati.
Ora, ciò che si spera, se visto, non è piú speranza; infatti, ciò che uno già
vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo
attendiamo con perseveranza.
«Allo
stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché
nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso
intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta
i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i
credenti secondo i disegni di Dio.
«Del
resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che
sono stati chiamati secondo il suo disegno.
«Poiché
quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere
conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti
fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha
chiamati ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche
glorificati» (Rom. 8,1-30).
2.
La divina bellezza
La
bellezza di un'anima in grazia di Dio è veramente straordinaria. Essa
riflette Dio.
Un
giorno S. Teresa di Gesú vide una persona di una bellezza tanto grande che si
prostrò dinanzi a lei per adorarla, credendo di trovarsi dinanzi a Dio.
Una
voce le disse: «Alzati, Teresa. Non è Dio, ma un'anima in grazia di Dio ».
Tale
bellezza, a sua volta, si diffonderà nel corpo nel giorno della resurrezione, e
lo renderà piú o meno luminoso, piú o meno bello, come una lampada rende piú
o meno luminosa la boccia dentro cui si trova, in proporzione della sua
luminosità.
La
bellezza di un'anima è costituita dal grado della sua grazia, ossia del suo
amore di Dio.
Per
questo l'unico vero problema di ogni uomo sulla terra è vivere nell'amore di
Dio e crescere nell'amore di Dio.
3.
La bellezza continuamente rigenerata
Questa
bellezza dell'anima è continuativamente generata dallo Spirito Santo con la sua
grazia, come l'immagine del sole o di una persona in uno specchio.
Quando
tra lo specchio e il sole c'è una nube, lo specchio non riflette piú il sole.
Ugualmente
quando lo specchio si affumica non si vede in esso piú niente.
L'uomo,
come lo specchio, riflette ciò che contempla; di piú, l'uomo diventa ciò che
contempla.
Se
contempli Dio, se pensi a lui e lo ami, rifletti Dio; se contempli una
creatura ami quella creatura.
Giustamente
dice S. Agostino: « Se ami Dio diventi Dio; se ami la terra, diventi terra ».
Per
questo Gesú ci dice: «Bisogna pregare sempre e non stancarsi mai » (Lc.
18,1): meditare, contemplare, amare, pregare: allora lo Spirito Santo genera
continuativamente in quell'anima l'immagine di Dio, ossia la divina bellezza.
Se
però il tuo specchio si sporca, non riflette piú nulla. L'anima si sporca
col peccato.
Quando
i peccati diventano troppi si perde completamente l'idea di Dio e spesso anche
la fede in Dio.
E
quando lo specchio è sporco una cosa sola resta da fare: pulirlo. Ciò che per
l'anima si fa col pentimento sincero dei propri peccati e, appena possibile, con
la confessione.
E
giacché ogni giorno un po' di polvere si deposita nella nostra anima, quando
addirittura non vi si deposita del fango, dobbiamo ogni giorno lavare con la
contrizione e con le preghiere l'anima nostra, come ogni giorno laviamo con
l'acqua la nostra faccia.
4.
L'ultimo dello Spirito Santo
Come
già abbiamo detto, l'ultimo dono dello Spirito Santo è la resurrezione finale
dei corpi.
Allora
lo Spirito Santo armonizzerà la nostra bellezza fisica a quella spirituale, al
nostro amore di Dio: ci renderà amabilissimi a tutti; darà alla nostra anima
la capacità meravigliosa di poter godere la felicità massima del Paradiso: la
contemplazione e il possesso di Dio; darà ai nostri occhi una potenza visiva
immensamente superiore a quella dei piú grandi telescopi, al nostro udito una
capacità sensitiva immensamente superiore a quella dei piú potenti
radiotelescopi; e, contemporaneamente, darà una perfezione estrema a tutti
gli altri nostri sensi.
Cosí
ci metterà in grado di godere dell'amore di tutti gli eletti e dell'armonia
universale cosí da divenire pienamente felici e nell'anima e nel corpo.
Quindi
inter-relazionerà tutti gli eletti gli uni agli altri in maniera perfettissima,
cosí da formare con tutti noi quanto di piú bello, di piú armonico, di piú
armonioso, di piú incantevole Dio stesso può fare: il meraviglioso Corpo
Mistico glorioso.
Tutte
le gioie del corpo e dello spirito, che hanno goduto, godono e godranno tutti
gli uomini della terra sono appena un piccolo assaggio della felicità smisurata
che Dio ha preparato per gli eletti e che lo Spirito Santo farà loro godere in
Gesú, per Gesú, con Gesú.
1.
Il Crocifisso non ti fa impressione
Siamo
abituati a guardare il Crocifisso nelle Chiese, nelle case, nelle scuole, nelle
aule giudiziarie; ciò non ci fa piú impressione, al punto che abbiamo
cominciato a toglierlo da per tutto.
È
opportuno ricordare chi è questo Crocifisso. Sai cosa è la materia?
È
un complesso di forze e di equilibri cosí potenti, che, riuscendo a romperli,
con la sola energia sprigionatasi dalla disintegrazione di un grammo di
materia si può distruggere totalmente una grande città. Sai cosa è
l'universo?
È
cosí immenso che se si potesse correre su un filo di luce alla velocità di
300.000 Km al minuto secondo, per percorrere la circonferenza dell'universo oggi
conosciuto dovresti impiegare oltre 50 miliardi di anni.
Tutta
questa materia immensa, tutta l'energia quasi infinita quel Gesú che guardi con
indifferenza o che forse non degni neanche di uno sguardo, dopo averla creata,
la tiene tutta in pugno; con essa ha fatto tutto ciò che esiste nei cieli e
nella terra. E, dopo aver preparato con infinita sapienza e con infinito amore
la terra ad accoglierti, con essa ha fatto il tuo corpo, i tuoi occhi, il tuo
cuore, il tuo cervello.
Dopo
aver formato l'umanità e averla guidata alla civiltà, questo figlio di Dio
viene sulla terra per offrire agli uomini la sua amicizia, tutte le benedizioni
per questa vita e la felicità infinita del Paradiso. Viene a insegnare loro la
strada per raggiungerla: l'osservanza dei 10 comandamenti, l'amore scambievole,
la comunione. Ma gli uomini non ne vogliono sapere, anzi si scagliano contro di
lui: lo coprono di insulti, lo torturano e lo crocifiggono, godendosi lo
spettacolo di vederlo morire tra spasimi spaventosi.
E
lui potendo letteralmente annientare, ossia ridurre a niente, tutti, i suoi
nemici fin dal primo tentativo contro di lui, si sta fermo, li lascia fare tutto
quello che vogliono e sopporta tutto, perdona tutti. Possiamo dire con Bousset:
Niente
poteva avvenire nella terra di piú grande dell'incarnazione, cioè di questo
infinito Iddio che si fa uomo; niente di piú grande, di piú sconvolgente
poteva avvenire nella vita di Gesú della sua passione; niente di piú grande,
di piú colossale, di piú inconcepibile poteva avvenire nell'universo di questo
infinito Iddio che si fa mansuetamente insultare, torturare, crocifiggere dagli
uomini e che muore in croce.
Certamente
Gesú non venne a soffrire per piacere, ché anzi implorò a calde lacrime il
Padre che gli risparmiasse la sua passione, se fosse stato possibile. Ma non fu
possibile.
Cosí
grandi sono la malizia del peccato e i mali che esso produce all'umanità, e
soprattutto a chi lo fa, che per ripararlo Gesú ha dovuto soffrire tutto
questo.
2.
Gesú nella croce divide il mondo in due:
da
un lato il gran numero dei suoi nemici, degli indifferenti e dei curiosi, tutti
colpevoli per un verso o per l'altro, in grado maggiore o minore, della sua
morte; dall'altro lato il piccolo gruppo dolente dei suoi amici, affranto per
quella sua sorte spaventosa, che non poterono avere forza di scongiurare. Ormai
dinanzi a un Dio che ha fatto tutto questo per gli uomini è impossibile fare
i neutrali.
Occorrerà
che ogni uomo prenda posizione di fronte a lui. «Chi non è con me, disse Gesú,
è contro di me» (Mt. 12,30); il semplice non mettersi con lui già significa
mettersi contro di lui.
I
suoi nemici sono primieramente i persecutori suoi e della sua Chiesa; sono
secondariamente tutti coloro che sovvertendo la legge morale, tentano di
rovinare la sua Opera e di distruggere l'equilibrio mondiale e la vita sulla
terra; sono infine tutti i peccatori che, coscientemente o incoscientemente coi
loro peccati minano l'equilibrio tra il bene e il male e addensano cumuli
immensi di dolori e di mali sugli uomini.
Ogni
peccato infatti è come un microbo patogeno in un corpo umano: la moltitudine
di tali microbi genera in esso malattie, ascessi, tumori, morte. A tutti Gesú
misericordiosissimo offre il suo perdono; e dall'Eucarestia, dove vive sempre
per intercedere per noi (Ebr. 7,25) ripete, come un giorno dalla sua croce,
offrendo il suo sangue e i suoi tormenti al Padre, la preghiera: «Padre,
perdona loro, perché non sanno quello che fanno » (Lc. 23,24).
Tutti
siamo deboli e peccatori, ma se consideriamo le ripercussioni della nostra
vita in Gesú, non ci resta che riconoscere nei nostri peccati la causa della
sua morte, batterci il petto e dire: « Cosa ho fatto! Ho ucciso il figlio di
Dio! ». Li comincia la nostra salvezza.
Gesú
non manda nessuno all'inferno.
«
Il Figlio dell'uomo non è venuto per condannare gli uomini, ma per salvare
gli uomini».
Vanno
all'inferno soltanto coloro che ci vogliono andare, ossia coloro che rifiutano
l'Amore e rifiutano d'amare.
3.
La misericordia non è dabbenaggine
Non
può la misericordia diventare dabbenaggine, né, tanto meno, ingiustizia verso
il figlio di Dio e verso i suoi martiri, che come lui, per lui e per i suoi
stessi fini si sono lasciati tormentare e uccidere.
Tale
perdono quando non viene accettato con la conversione, viene automaticamente
rifiutato.
Dio
aspetta pazientemente l'uomo un giorno, un anno, cinquanta o sessanta anni per
dargli tempo e modo di potere rientrare in sé, riconoscere i suoi peccati,
implorare tale perdono, convertirsi e salvarsi.
Alla
fine quando l'uomo ostinatamente rifiuta l'Amore e rifiuta d'amare, non gli
resta che l'odio; quando rifiuta la luce, non gli restano che le tenebre; quando
rifiuta la Vita, non gli resta che la morte eterna.
L'inferno
è l'auto-castigo che si sceglie l'uomo, come quando si getta in un
precipizio. Tale suo castigo è tremendo, cosí come è immensa la misericordia
divina che egli ha rifiutato. A Gesú non resta che piangere sopra i peccatori
ostinati, come pianse su Gerusalemme: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i
profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto
raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e
voi non avete voluto! Ecco la vostra casa vi sarà lasciata deserta »! (Mt.
23,37-38). Gli eventi fecero vedere il motivo di quel pianto.
Dio
aspettò ben 37 anni gli Ebrei che rifiutarono e crocifissero Gesú. Moltiplicò
loro per mezzo della predicazione degli apostoli e dei discepoli le occasioni di
convertirsi e salvarsi. E in effetti una moltitudine di essi si convertirono;
soltanto nei primi otto giorni dopo la Pentecoste, alla predicazione di Pietro,
se ne convertirono cinquemila.
Quelli
che si convertirono sfuggirono alla spaventosa sorte
dei
loro connazionali, fuggendo da Gerusalemme e dintorni quando videro intronizzata
dai Romani la statua di Giove Capitolino nel tempio, giusta la profezia fatta
da Gesú, e rifugiandosi a Pella, poco prima dell'assedio di Gerusalemme e dintorni.
Degli altri, in numero di oltre un milione, la fine fu spaventosa, secondo
quanto narra uno dei pochissimi scampati, Giuseppe Flavio.
La
distruzione di Gerusalemme è un esempio tremendo del castigo ben piú
spaventoso dell'inferno, nel quale vanno a finire tutti coloro che ostinatamente
rifiutano la misericordia e la salvezza di Gesú.
Narra
il Flavio che Tito fece venire a Gerusalemme le legioni romane di stanza nella
Palestina, nella Siria, nell'Arabia e nell'Egitto e con esse pose l'assedio alla
città, tagliandovi i rifornimenti di viveri e di acqua. Presto cominciò
nella città la fame nera e la sete che mieterono ogni giorno gran quantità di
vite umane; si arrivò al punto che la testa di un asino morto veniva venduta
per oltre un milione di sesterzi e che tante madri mangiarono i loro bambini.
Alla
fame sopravvenne la peste. La moria era spaventosa. Moiti cominciarono a
chiedere la resa per avere salva la vita. Squadre di zeloti, percorrendo
continuamente le strade, uccidevano tutti coloro che chiedevano la resa.
L'assedio
durò oltre 3 mesi e i soldati romani erano pieni di rabbia peri duri sacrifici
che dovevano sopportare anche loro da assedianti. Quando finalmente fu aperta
una breccia nelle mura della città, i soldati irruppero nella città e si
diedero a uccidere indistintamente quelli che incontravano o che trovavano
nelle case, finché si stancarono di ammazzare.
Alla
fine presero prigionieri tutti gli altri: nei giorni seguenti tagliarono i
boschi dei dintorni e crocifissero oltre 100.000 Ebrei.
4.
Scegli dunque la vita
Maometto
II aveva fatto divieto, pena la morte, di andare a caccia in un parco riservato.
I suoi due figli trasgredirono l'ordine. Sorpresi dal padre furono
immediatamente imprigionati e condannati a morte.
I
capi arabi andarono da Maometto ad implorare clemenza, ma inutilmente; per
ultimo argomento gli dissero, che, morti gli eredi, sarebbero nate gelosie tra
loro e si sarebbe rovinato l'impero musulmano. Maometto riflettè e rispose: «Per
la successione basta un figlio; l'altro sia ucciso. Ma giacché entrambi hanno
uguale colpa, si affidi alla sorte il loro destino ».
In
un'aula furono preparati un'urna e due tavoli; uno coperto di panno nero con
sopra un laccio, l'altro di velluto rosso, con sopra le insegne della regalità.
La sorte avrebbe dato, come di fatto diede, ad uno il trono, all'altro il
capestro. I due figli dinanzi alla tremenda possibilità svennero.
Una
scelta molto piú terribile si trova dinanzi a te: la morte è ben poca cosa
dinanzi alle pene eterne dell'inferno; un trono regale è una sciocchezza
rispetto alla felicità del paradiso.
Quale
sorte avrai? c'è da tremare e da morire di paura. Non c'è cosa piú
importante, piú di tale, piú terribile per te. Per una fortuna incomparabile,
la scelta non si fa senza di te, anzi sei tu stesso che puoi scegliere dove vuoi
andare. Tu forse dirai: « Se è cosí, è tutto fatto. Io scelgo di andare in
Paradiso ». Bravo! piglia allora la strada adatta.
Il
Signore oggi ti ripete quanto disse un giorno agli Ebrei: «Prendo a testimoni
oggi contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la
morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu
e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti
unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità» (Deut. 30,19-20).
Dinanzi
a te Gesú mette oggi la benedizione e la maledizione, la vita e la morte: la
benedizione è la vita temporale e eterna nell'amore, ossia nel vivere per Dio
e per il prossimo; la morte temporale è il fuoco eterno nell'egoismo, ossia nel
vivere solo per te, per godere in tutti i modi leciti e illeciti, e nel
cercare solo il tuo benessere, infischiandotene di chi soffre e di chi ha
bisogno.
Gesú,
che ti vuole infinitamente bene e che non vuole assolutamente che ti abbia a
perdere, ti ripete con lacrime di sangue versate in Adrano e in tante altre
parti: « Scegli la vita; per dartela sono morto in croce e sono risorto. E
questa è la vita eterna: ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con
tutta la tua anima, con tutto te stesso; ama il prossimo tuo come te stesso » (Mc.
12,30). (Leggi: Dalla Polonia a Adrano).