IL VANGELO DALLA SINDONE

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IL PREZIOSISSIMO DONO PER IL 2.000

1. Quello che si sapeva prima

Matteo nel suo Vangelo dice: «Giuseppe d'Arimatea si presentò a Pilato egli chiese il corpo di Gesú. Allora Pilato co­mandò che gli fosse consegnato. E Giuseppe preso il corpo, lo avvolse in un bianco lenzuolo e lo depose nel sepolcro nuovo che egli si era fatto scavare nella roccia» (Mt. 27, 58-60).

Giovanni nel suo Vangelo dice: «Pietro entrò nella tomba e vide le bende per terra e il sudario che era sul capo di Gesú, non per terra con le bende, ma ripiegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo (Giovanni) che era giunto prima nel sepolcro, e vide e credette » (Gv. 20, 6-8).

Poi c'è buio per mille anni, rotto di tanto in tanto da qual­che notizia, come da lampi in una notte di tempesta.

Di questo lenzuolo, chiamato da Giovanni anche sudario e che in greco si chiama Sindone, ne parlano nel 2° secolo il Vangelo apocrifo degli Ebrei e nel 340 S. Cirillo di Gerusa­lemme che ricorda i testimoni silenziosi della risurrezione: la rupe rossa venata di bianco e la Sindone. Gli antichi apologisti ne parlano solo indirettamente, dicendo, per provare che il corpo di Gesú non era stato rubato, che eventualmente sareb­be stato piú comodo ai ladri trasportarlo col lenzuolo, invece di lasciare il lenzuolo.

Nella vita di Santa Nina, che portò il cristianesimo in Geor­gia verso il 320 d.C., si legge che, chieste notizie sulla Sindone all'uomo piú dotto di Gerusalemme, Niafori, questi le rispose che si sapeva solo che l'aveva custodita S. Pietro.

Ma dov'era la Sindone? La prima notizia storica su di essa risale al 1201, come vedremo.

 

2. Quello che si sa oggi

E prima dov'era?

Si sa con certezza che a Edessa (oggi Urfa), nel centro-me­ridionale della Turchia, esisteva da tempo immemorabile una tela con l'immagine creduta da sempre « del vero volto di Ge­sú ». Quella tela veniva chiamata con parola araba «il sacro Mantilion ».

Il Mantilion era la Sindone piegata in quattro, cosí da far apparire poco piú del volto di Gesú? Jean Wilson dopo lun­ghissime ricerche fatte è decisamente per questa opinione. (The Shroud of Turin).

È certo che, quando la Sindone apparve in Francia, era pie­gata cosí, e cosí era piegata durante l'incendio del 1532, cosic­ché la gocciolatura di argento fuso la bucò in quattro punti; e cosí ancora restò anche quando fu portata a Torino, finché, fatta la Cappella, fu arrotolata e messa in una nuova custodia di sicurezza.

L'origine della presenza del Mantilion a Edessa è oscura. Narra la leggenda che Abgar V, re (storico) di Edessa, con­temporaqeo, di Gesú, colpito dalla lebbra avesse mandato a pregare Gesú di andare da lui a guarirlo e che Gesú gli avesse promesso che, dopo morto, gli avrebbe mandato un discepolo. L'apostolo Giuda Taddeo dopo un po' di anni andò da lui e gli portò il sacro Mantilion. Abgar, appena toccatolo, guarí, di­venne cristiano e, per riconoscenza, fece scolpire un cammeo con l'immagine del volto di Gesú nel Mantilion, e lo donò a S. Giuda. Sta di fatto che questo apostolo è stato sempre rappre­sentato con un grosso medaglione al collo nel quale c'è raffi­gurato il volto di Gesú.

Man'nu, figlio di Abgar, reintrodusse il paganesimo a Edes­sa, e allora i cristiani nascosero il Mantilion in una nicchia so­pra la porta Ovest di Edessa.

Nel 525 il Mantilion fu ritrovato e da allora cominciò ad essere esposto nella settimana santa.

Da quel tempo le immagini di Gesú cominciarono ad avere una certa rassomiglianza tra loro e ad essere ispirate al volto del Mantilion-Sindone, mentre le precedenti davano un volto molto giovanile di Gesú.

Verso il 935 l'imperatore bizantino Romano Lacapeno fece una spedizione in Asia Minore per recuperare il sacro Manti­lion. Tale spedizione si giustifica solo con la convinzione ge­nerale e dell'imperatore che nel Mantilion c'era riprodotto miracolosamente il vero volto di Gesú.

Giunto un suo generale vittorioso a Edessa, la circondò e promise all'Emiro di risparmiare allora e per sempre la città, di rilasciargli 200 prigionieri musulmani e fargli anche una regalia in cambio del Sacro Mantilion. L'Emiro fu ben lieto dell'offerta e gli diede il Mantilion che fu portato a Costanti­nopoli.

Da allora non si parlò piú del Mantilion e si cominciò a par­lare della Sindone, che è la parola greca indicante il lenzuolo. Sembra a questo punto dover identificare il Mantilion con la Sindone.

Si sa che nel 1.000 la Sindone si ritrova a Costantinopoli, perché menzionata nel catalogo delle reliquie conservate nel locale palazzo imperiale.

Nel 1201 Nicola Mesarites, patriarca di Costantinopoli, esa­minò la Sindone e nella sua relazione dice: «Essa ha sfidato il deperimento perché avvolse la salma ineffabile, nuda, co­perta di mina, dopo la Passione ».

Nel 1204 Robert de Clery, cronista della 4a crociata, scrisse che prima della caduta di Costantinopoli in mano ai crociati la Sindone veniva esposta ogni venerdí nella Chiesa di S. Maria di Blachemae.

Dopo, non si sa nulla della Sindone per 150 anni, alla fine dei quali la si ritrova in Francia in possesso di Goffredo di Charny, morto nel 1356.

Dove fu la Sindone in quei 150 anni, dal 1204 al 1356? Pare che se ne siano impossessati nella caduta di Costanti­nopoli i Templari, potente ordine cavalleresco-monastico, allora nell'apogeo delle sue gloriose gesta militari.

È verosimile che i templari, per non suscitare le gelosie e le sicure contese dei grandi condottieri della crociata per il pos­sesso di una cosí grande reliquia, l'abbiano tenuta nascosta piegata in 4, cosí com'era.

Sta di fatto che i Templari facevano delle cerimonie segrete dinanzi a una «Sacra Testa » misteriosa che non facevano ve­dere a nessuno, e che di essa ne riproducevano una copia per ogni loro convento. Nel 1951, facendosi degli scavi nel villag­gio dei Templari, Templecombe, in Inghilterra, fu trovata un'immagine simile alle antiche immagini bizantine del volto di Cristo, rassomiglianti a loro volta a quello della Sindone.

Filippo il Bello perseguitò i Templari perché troppo potenti e il 19.3.1314 fece bruciare il loro Maestro di Normandia, Gof­fredo de Charny, dal quale probabilmente ebbe la Sindone il suo pronipote Goffredo di Charny, conte di Lirey, marito di Giovanna di Vergy.

Goffredo di Charny fece una chiesa a Lirey, vi depose la Sindone e vi creò un canonicato con ufficiatura per il culto della Sindone. Morto Goffredo nello stesso 1356, sua moglie l'anno dopo espose perla prima volta al pubblico la Sindone attirandosi su­bito l'ostilità del vescovo di Troyes, Enrico di Poitiers da cui dipendeva Lirey.

Suo figlio Goffredo II de Charny, morto nel 1398, lasciò la Sindone alla figlia Margherita. Questa, essendo senza eredi e prevedendo che con la sua morte la Sindone sarebbe andata in rovina per la lotta accanita contro di essa del nuovo vescovo di Troyes, Piene d'Arcis, la donò il 22.3.1452 al potente duca Luigi di Savoia.

Il duca di Savoia collocò la Sindone nella Sainte Chapelle di Charrtbery.

Il 4.12.1532 vi fu un incendio nella Sainte Chapelle e due laici, Filippo Lambert e Guglielmo Pussod, con due monaci, rischiando la vita, salvarono la Sindone, che però piegata com'era in quattro, fu forata in 4 punti dalla gocciolatura dell'argento fuso di un angolo della custodia.

Il duca di Savoia allora portò la Sindone nel Monastero di S. Chiara per farla rattoppare dalle suore.

Infine nel 1578 il duca Emanuele Filiberto di Savoia la por­tò a Torino, dove ora si trova. Proprietaria ne è sempre la fami­glia Savoia; il custode, per incarico di essa, ne è l'Arcivescovo di Torino.

 

3. Inizio dell’interesse scientifico della Sindone

Sino alla fine del secolo scorso la Sindone, pur venendo ve­nerata, non suscitò grosse polemiche e seri interessi. L'interesse cominciò con la prima foto fattale, su richiesta del card. Agostino Richelmy, dall'Avv. Secondo Pia il 25.5.1898.

Questi, con immenso stupore e con vera commozione, scoprí cosí che l'immagine della Sindone è un negativo foto­grafico. Ciò eliminava l'ipotesi che la Sindone fosse stata arte­fatta 1900 anni addietro o anche solo da Goffredo de Charny. A questo punto, al posto delle scaramucce che per il passato c'erano state pro e contro la Sindone, subentra una battaglia tra il pregiudizio e la scienza. Il fatto estremamente curioso è che si schiera con implacabile ardore contro l'autenticità della Sin­done un ecclesiastico, Ulysse Chevalier, professore di storia all'università di Lione e uno degli uomini piú colti di Francia.

Contro di lui insorge un ateo, Yves Delage, zoologo di fama mondiale, membro autorevolissimo di quell'Academie des Sciences che rappresentava il piú alto consenso scientifico e culturale del mondo e che aveva avuto l'onore di annoverare tra i suoi membri, tra i tantissimi, Daguerre e Pasteur: l'uno da lí aveva in un'assemblea generale rivelato al mondo l'inven­zione della fotografia, l'altro quella del vaccino antirabbi­co.

Delage vista la fotografia del Pia, ne restò estremamente turbato, vi si mise a lungo a studiare con la collaborazione di un altro scienziato Paul Joseph Vignon, pure professore alla Sorbonne.

Il Delage, alla fine, in una affollatissima assemblea della Academie des Sciences, diede relazione degli studi fatti, di­mostrò che la Sindone era autentica e concluse che l'uomo che vi era stato avvolto era Cristo, perché il tempo minimo per formarsi un'immagine vaporigrafa era un giorno e il tempo massimo che vi poteva restare un cadavere senza cancellare l'immagine formata o almeno senza lasciarvi tracce di putrefa­zione era 40 ore: ciò che corrispondeva perfettamente ai Van­geli.

Enorme fu l'impressione di una dichiarazione simile, fatta da un uomo simile in un ambiente simile, notoriamente agno­stico e in gran parte anticlericale e ateo.

Ne seguirono un immenso scalpore e acerbe polemiche a causa delle quali il Delage, imperturbabile nelle sue convin­zioni, fece un fermo memoriale che pubblicò nella Revue Scientifique de l’Academie des Sciences. Nel memoriale fra l'al­tro dice: « Riconosco di buon grado che nessuno di questi argomenti presenta in sé il carattere di una dimostrazione irrefutabile; bi­sogna anche riconoscere, però, che la loro somma costituisce un insieme imponente di probabilità, alcune delle quali molto vicine a essere provate... Si è introdotta senza necessità una questione religiosa in un problema che, in sé, è puramente scientifico, col risultato che le passioni si sono scaldate e la ra­gione è stata fuorviata. Se si trattasse, anziché di Cristo, di un Sargon, di un Achille o di un faraone, nessuno avrebbe pensa­to a fare obiezioni... Nel trattare questa materia sono stato fe­dele al vero spirito della scienza, alla ricerca solo della verità e senza minimamente preoccuparmi se avrebbe toccato gli inte­ressi di alcun gruppo religioso... Io riconosco Cristo come personaggio storico e non capisco che possa esserci qualcuno che trovi scandaloso se tuttora esistono tracce materiali della sua vita terrena ».

Per conoscere la sua preparazione e la sua serietà scientifi­ca basta sapere che egli nel 1904, con anticipo di quasi 80 anni, disse che la certezza dell'autenticità della Sindone era tale, che c'era soltanto una probabilità contro 83.000.000 che essa fosse falsa; risultato che proclamarono nell'ottobre 1981 i 40 scienziati dello STURP.

Il Delage e il Vignon diedero cosí il via a un'infinità di ri­cerche scientifiche su quello che oggi è uno dei piú suggestivi misteri della scienza moderna, la Sindone.

 

4. Ripresa delle ricerche

La foto del Pia, la relazione del Delage e un libro del Vi­gnon scatenarono un'asprissima polemica contro la Sindone e nel campo laico e, ciò che stupisce, specialmente nel campo ecclesiastico, per cui il re d'Italia, essendo il proprietario della Sindone, non permise piú che essa fosse esposta.

Il re d'Italia finalmente autorizzò l'esposizione della Sindo­ne nel 1931 per contribuire ai festeggiamenti nazionali per il matrimonio del principe Umberto. In quella occasione milioni di persone visitarono la Sindone e il re permise pure che si facessero delle foto.

Il Card. Maurilio Fossati scelse a tale scopo Giuseppe Enrie, stimato il migliore fotografo d'Italia.

Queste nuove foto, perfettissime, suscitarono un'immenso interesse nel mondo scientifico. Si inizia un nuovo capitolo nella storia e nello studio della Sindone.

Ci limitiamo a notare che da allora incominciarono a inte­ressarsi della Sindone una moltitudine di chirurghi, di medici, di chimici, di periti di vario genere e si stabilirono delle com­missioni di studio.

Fra i tanti studiosi della Sindone di quel primo tempo il piú importante fu senza dubbio il chirurgo prof. Pierre Barbet, di­rettore dell'Ospedale St. Joseph di Parigi. Egli, oltre alle foto, poté studiare, per un particolar permesso del re d'Italia, la Sin­done da vicino.

Fece 15 anni di studio e molti esperimenti: fra l'altro in­chiodò diversi cadaveri in una croce per vedere l'angolatura delle braccia inchiodate rispetto al torace per il peso del corpo, e l'angolatura dei rivoli di sangue scorrenti dai polsi trafitti ri­spetto all'asse del braccio: trovò tutto corrispondente alle im­pronte delle ferite e dei rivoli di sangue dai polsi dell'uomo della Sindone. Ciò esclude assolutamente la possibilità di una contraffazione della Sindone, anche se non ci fossero i numerosissimi altri argomenti (Barbet: La Passion de N.S. Jé­sus Christ selon le chirurgien).

Le numerose pubblicazioni strettamente scientifiche del Barbet sulla Sindone accrebbero l'attenzione e lo studio di una vera moltitudine di scienziati.

I principali risultati di tali ricerche furono questi:

a) Il tessuto è di lino di circa 2.000 anni addietro.

b) La Sindone è un negativo fotografico.

c) Le impronte sono di 2 generi: quelle del corpo al negati­vo, quelle del sangue al positivo.

d) Vi appare sangue vivo e sangue cadaverico.

«La morfologia del sangue sulla Sindone ci documenta due tipi di sangue: sangue vivo, sgorgato "intra vitam", caratterizzato dal tipico sangue di fibrina ai margini e dal­la parte chiara, plasmatica, al centro; e sangue "post-mor­tem" uscito dopo la morte, come quello della ferita del costato, caratterizzato dalla disposizione inversa: alone plasmatico in periferia, fibrina al centro.

Il fenomeno della coagulazione e conseguente decalco su stoffa rispetta perfettamente la morfologia del sangue coa­gulato (per un processo chimico del sangue in cui il fibro­geno forma un reticolo spugnoso di fibrina che rammenda e ostruisce una ferita, impedendo l'ulteriore perdita di glo­buli rossi e provvedendo a raccoglierne di nuovi cosí da formare una crosta), uscito intra-vitam e del sangue rap­preso o disseccato, all'aria, cioè il sangue dopo la morte. Queste due caratteristiche morfologiche del sangue rive­lano che le impronte sindoniche non sono opera di un falsario, il quale non poteva conoscere, secoli fa, questo aspetto della coagulazione, né il processo fibronolitico che ha favorito il decalco della sostanza ematica sul tessuto in circa 36 ore di contatto col corpo » (Ricci).

e) Le macchie del sangue sono di 4 tipi: di sangue arterioso (piú chiaro), di sangue venoso (piú scuro), di sangue misto (misto), di sangue cadaverico (piú scuro ancora).

Da notare che la circolazione del sangue (e quindi la co­noscenza di questi 4 tipi di sangue) fu scoperta dal medi­co italiano Andrea Cisalpino nell'anno 1593: solo dopo di allora si potevano distinguere questi tipi di sangue.

f) Il tipo di sangue corrisponde anatomicamente al tipo di vasi sanguigni feriti corrispondenti alle macchie: piú chiaro dove è ferita un'arteria, piú scuro dove è ferita una vena, misto dove c'è un groviglio di vene e arterie (nella nuca), cadaverico nel cuore.

g) Le ferite dei chiodi sono nei polsi invece che nelle mani, come si era sempre e creduto e come avrebbe dipinto un ipotetico pittore. Il Barbet provò che in un cadavere in­chiodato alle mani in una croce i tessuti cedono e il cor­po cade a terra.

h) Mancano nella Sindone le impronte dei pollici perché i chiodi ai polsi feriscono il nervo mediano che fa contrarre “1'eminentia tenar” e quindi ripiegano i pollici: ciò che non poteva conoscersi allora.

i) La rivelazione di impronte invisibili.

Esse furono rese visibili da una foto a raggi ultravioletti semplici e con lampada di R. William Wood a gas di tung­steno. Tale foto fa vedere le colature di sangue da ogni colpo di flagello, invisibili a occhio nudo; colature che quindi sono un altro sigillo di autenticità in quanto scen­dendo dai lombi verso il collo, fanno vedere la posizione del condannato, che, legato con le mani a un basso cippo, era costretto a stare con la testa in giú e a fare un arco col dorso.

È assolutamente impossibile che mano umana avesse di­pinto 20 secoli addietro o anche 7 secoli addietro ciò che non si vede, e con tanta precisione.

l) La scoperta dell'itinerario della Sindone.

Tale scoperta fu fatta dal prof. Max Frei, uno dei piú fa­mosi criminologi del mondo, direttore del Laboratorio di Polizia Scientifica di Zurigo. Egli, debitamente autoriz­zato, applicò dei suoi speciali nastri adesivi in vari punti bianchi della Sindone e, toltili, vi trovò del polline fossile di 48 piante che in essa man mano veniva depositato dal vento nelle annuali ostensioni pasquali. Esaminato tale polline risultò che apparteneva a piante comuni nell'Asia Minore, in Francia e in Italia, a piante esclusive della Pa­lestina, del bacino del Mar Morto, dell'Asia Minore o del­la Francia e dell'Italia, a piante estinte in Palestina pochi secoli dopo Cristo.

Resta cosí provato che la Sindone stette un po' di tempo dopo Cristo in Palestina, quindi fu portata in Asia Minore, di là in Francia e infine in Italia.

m) Età del tessuto.

Gilbert Raes, professore di tecnologia tessile all'Universi­tà di Gand, nel 1873 esaminando il telo della Sindone, con­cluse che quel tipo di tessitura della stoffa era comune nel Medio Oriente nel I secolo e che tra le fibre di lino c'era­no tracce di cotone: segno che la Sindone fu tessuta in un telaio che veniva adoperato anche per tessere il cotone. Ora il cotone è comune nel Medio Oriente mentre non si coltiva in Europa. Analoghe conclusioni trasse Silvio Cur­to professore di Egittologia all'università di Torino.

 

5. Nuove ricerche sulla Sindone

In questi ultimi anni gli studi sulla Sindone sono stati for­tissimamente intensificati.

L'ultimo e certamente il piú bello e il piú completo è quel­lo recentissimo dell'ingegnere Kenneth Stevenson e del filo­sofo Gary Habermas dello STURP, intitolato « Verdetto sulla Sindone», pubblicato nel 1982 in italiano dalla Queriniana (Brescia), dal quale abbiamo appreso molte informazioni.

Ciò che è strano in tutta la storia della Sindone è che è stato sempre il popolo cristiano a custodirla, e ché la Chiesa non ha preso mai posizione a sua difesa, tanto meno sulla sua origine miracolosa, e che anzi persone autorevoli ecclesiastiche si so­no schierate contro la sua autenticità o contro la sua origine miracolosa; sono stati sempre uomini di scienza, spesso atei o agnostici, a difenderla e a demolire tutte le teorie naturalisti­che, come meglio vedremo.

 

6. Teoria della frode

I sostenitori di essa dicono che l'immagine della Sindone è un dipinto, spacciato come impronta miracolosa.

Quando nel 1357 la Sindone apparve la prima volta in Occi­dente, a Lirey, il vescovo Enrico di Poitiers si mostrò aperta­mente scettico e fece interrompere l'esposizione di essa al pubblico.

Il suo successore, Pierre d'Arcis vescovo di Troyes, si mise apertamente in lotta contro la famiglia di Charny, proprietaria della Sindone, e nel 1389 fece un celebre Memorandum con­tro l'autenticità della Sindone affermando che essa era stata dipinta « astutamente ».

Ultimamente, all'inizio di questo secolo due altri ecclesia­stici, col peso della loro cultura e della loro celebrità, misero l'opinione pubblica contro la Sindone.

Il canonico Ulysse Chevalier, professore di Storia Ecclesia­stica all'Università di Lione e storico fra i piú rispettati e temu­ti del sec. XX, fece una vera e aspra battaglia contro l'autenti­cità della Sindone dichiarandola un falso.

Il Gesuita Herbert Thurston con un articolo inserito nella Catholic Enciclopedia fece sua la tesi dello Chavalier.

Per ultimo cercò di risuscitare la teoria della pittura il mi­croscopista Mac Crone, dicendo d'aver trovato in alcuni na­strini dell'immagine della Sindone, passatigli da un membro dello STURP, dell'ossido di ferro.

 

Critica

1. Abbiamo visto che la Sindone è un negativo fotografico. È impossibile che un pittore abbia potuto riprodurlo nel 1357; ma è impossibile anche oggi.

2. È impossibile che un pittore abbia potuto fare o possa fare anche oggi un'immagine senza contorni precisi, ma eva­nescente come la Sindone e che, soprattutto, non vi abbia lasciato striature di pennello, le quali al microscopio si osserverebbero.

3. È impossibile che un pittore nel 1357 abbia avuto una co­noscenza anatomica cosí perfetta del corpo umano da in­dovinare le proporzioni perfette di ogni membro, le con­trazioni del corpo nella croce, tali da provocare nella co­latura del sangue dai polsi un doppio rivolo, uno nell'espi­razione, uno nell'inspirazione, la localizzazione perfetta delle arterie e delle vene ferite, il relativo sangue venoso o arterioso o misto o cadaverico.

4. I pigmenti avrebbero penetrato le fibre e le avrebbero in­collate le une alle altre. Nella Sindone invece le fibre so­no sciolte, il loro ingiallimento è solo superficiale, limi­tato alla loro superficie esterna e a sole 2 o 3 fibre.

5. Gli esami microscopici, le analisi micro-chimiche, le ri­flessioni della luce, la fluorescenza ai raggi ultravioletti e ai raggi X non hanno trovato nella Sindone pigmenti, co­loranti, polveri, vernici e nessun'altra sostanza usata per dipingere, e neanche acidi, i quali ultimi avrebbero dete­riorato la stoffa.

Il fisico John Jackson e con lui gli altri scienziati dello STURP contro la teoria di Mac Crone fanno rilevare che l'ossido di ferro nella Sindone è in quantità estremamente minima e che non solo non può spiegare l'origine dell'im­pronta, ma è presente nella stessa quantità anche in tutti i punti bianchi fuori dell'immagine e un po' di piú solo nelle macchie di sangue.

Tali tracce infinitesimali di ossido di ferro hanno una dop­pia origine: una dalle macchie di sangue e dalle annuali ri­piegature della Sindone; l'altra dall'acqua della fermenta­zione del lino, come diremo.

6. Il calore dell'incendio del 1532 e l'acqua gettatavi sopra per spegnerlo avrebbero alterato i pigmenti se ce ne fosse­ro stati; invece l'immagine non ebbe alcuna alterazione, neanche nei punti accanto alle bruciature.

7. Le macchie di sangue della Sindone sono di vero sangue; ciò che a un pittore non sarebbe mai venuto in testa di fare.

8. La tridimensionalità e la non direzionalità dell'immagine della Sindone escludono, infine, tassativamente la fattura a mano di essa.

 

7. Teoria vaporigrafica

Essa fu elaborata dal Vignon.

Secondo il Vignon l'immagine della Sindone si sarebbe for­mata per la reazione chimica dell'urea e dell'ammoniaca del sudore della morte con il sangue, la mirra, l'aloe e l'olio con i quali fu bagnato, secondo lui, il lenzuolo in cui fu seppellito Gesú. I gas o vapori sprigionatisi da tali reazioni avrebbero formato l'immagine.

Per provare la sua teoria il Vignon fece un'infinità di ricer­che archeologiche e di esperimenti, su oggetti e sul suo corpo stesso, cosparso di fine gesso rosso e coperto con lenzuolo inumidito di aloe e mirra.

I risultati dei suoi studi, ben miseri in verità, li pubblicò nel libro Le Saint Suaire de Turin.

 

Critica

1. Non ci sono prove che la Sindone sia stata cosí bagnata. È vero che Giovanni dice: «Giuseppe d'Arimatea e Ni­codemo presero il corpo di Gesú e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com'è in uso seppellire per gli ebrei » (Gv. 19,40); ma è anche vero quanto aggiunge Lu­ca: «Le donne che erano venute con Gesú dalla Galilea se­guivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesú, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato os­servarono il riposo, secondo il comandamento. Il prino giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato » (Lc. 23,55; 24,1). Si vede che esse, avendo osservato come gli oli aromatici preparati da Giuseppe per l'imbalsama­zione del corpo di Gesú (che non si poté subito fare per il sopraggiungere del sabato), erano insufficienti, andarono a comprarne degli altri prima di procedere all'imbalsama­zione.

2. Se la Sindone fosse stata bagnata con aromi, in molti pun­ti essa si sarebbe incollata col cadavere e avrebbe dato un'immagine distorta.

3. I gas non vanno verticalmente e parallelamente, ma si espandono in tutte le direzioni; avrebbero dato un'imma­gine distorta e non avrebbero lasciato nella Sindone le zone d'ombra in essa esistenti.

4. Non avremmo avuto l'immagine tri-dimensionale dell'Uo­mo della Sindone.

5. Nessuna traccia di olio e di aromi si osserva nella Sindone.

6. Da un processo vaporigrafico non avremmo potuto avere l'impronta dei capelli e quella delle monete sugli occhi.

7. Il fuoco e l'acqua dell'incendio del 1532 avrebbero dan­neggiato l'immagine.

 

8. Teoria dell'immagine latente

Autore ne è uno scienziato del centro di ricerche di S. Bar­bara, Samuel Pellicori.

Il Pellicori mise per 7 ore in un forno riscaldato a 150° dei pezzi di tela per simulare l'invecchiamento; poi spalmò su di­verse zone di essi leggerissimi strati di urea, di amoniaca, di mirra e di olio di oliva, li rimise nel forno per altre 3 ore e ottenne degli ingiallimenti nelle zone trattate. Quindi formulò la teoria che la Sindone a contatto del corpo si sarebbe impre­gnata di quelle sostanze, le quali, col tempo avrebbero da­to ad essa l'immagine esistente.

 

Critica

Questa teoria è simile alla precedente e viene confutata co­gli stessi argomenti portati contro la teoria precedente.

Si aggiunge:

1. Il sepolcro di Gesú non era un laboratorio di scienziato e non vi poterono essere eseguite tutte quelle tecniche, che, fra l'altro, la scienza soltanto ora sa mettere in opera. Nonostante i grandi mezzi a sua disposizione il Pellicori ottenne immagini distorte, mentre quella della Sindone è perfettissima.

2. Gli agenti sensibilizzati avrebbero potuto agire solo per contatto diretto, come osserva lo Stevenson. Come allora avrebbero potuto formare l'immagine anche  nei punti nei quali il lenzuolo non toccava il corpo?

Né vale l'ipotesi di un altro scienziato dello STURP, John German, secondo cui la Sindone nell'umidità del sepolcro sarebbe diventata soffice, perché essa è un tessuto rigido di lino e neanche se fosse stato un sottilissimo velo avreb­be toccato tutti i punti del corpo.

3. C'è la difficoltà tecnica del tempo.

Non c'era motivo di sottrarre subito dalla Sindone il cor­po. Se l'avessero rubato sarebbe stato piú facile traspor­tarlo con la Sindone. In ogni caso non ci sarebbe stato il tempo per la Sindone di sagomarsi sul cadavere, né di im­pregnarsi di quegli agenti sensibilizzanti.

Se il corpo fosse stato sottratto dopo molti giorni l'imma­gine avrebbe riportato segni di putrefazione.

4. Non si sarebbe potuta formare l'immagine tridimensio­nale nella Sindone, come ora diremo.

Lo stesso Pellicori riconosce che la tri-dimensionalità del­l'immagine della Sindone è un'obiezione troppo grave contro la sua teoria.

 

9. Teoria del contatto

Per spiegare un'origine naturale dell'immagine sindonica un vero stuolo di studiosi ha formulato e cercato di provare un'altra teoria, quella del contatto diretto e della reazione chimica.

Il dott. Judica-Cordiglia, bagnato un cadavere con sangue e avvoltolo con tela inzuppata di olio d'oliva, trementina e aloe, ed espostolo di giorno al calore del vapore, ottenne un'im­pronta imperfetta e con caratteristiche negative.

Analoghi esperimenti con l'aggiunta da sale fisiologico o di urea e con analoghi risultati condussero i dottori Scotti e Ro­dante; per cui la teoria del contatto diretto fu quasi universal­mente accettata dagli studiosi, fra gli altri dal Ricci.

 

Critica

Anche questa ipotesi è inammissibile:

1. Perché nel lenzuolo non si vedono tracce di sostanze or­ganiche, né di prodotti risultanti da reazioni chimiche.

2. Perché il contatto dà un'immagine deformata, come può vedere chiunque, spalmandosi con un colorante la faccia, la comprime con un panno bianco.

3. Per l'assenza nell'immagine di placche e di punti di sa­turazione.

4. Per l'uniformità del colore dell'immagine sia davanti che nel dorso, mentre la densità del colore in un'immagine per contatto è in proporzione alla pressione che fa il corpo nel­la stoffa.

Ora nella Sindone la parte posta di sotto subiva tutta la pressione del corpo, mentre quello di sopra non aveva nes­suna pressione, eccetto quella imponderabile di se stesso. 5. Per le sfumature dell'immagine.

6. Perché non si sarebbe potuta formare l'immagine dei ca­pelli e quella delle monetine negli occhi, né, tanto meno, l'immagine tridimensionale, come ora diremo.

 

10. Ultimo assalto alla Sindone

I pionieri di tali studi furono due scienziati americani, John Jackson e Eric Jumper della NASA, addetti alla rilevazione delle immagini spaziali, da Don Devan (specialista anche lui di elaboratori e di lavorazione elettronica sulle immagini) e da un gruppo di altri scienziati. Non è possibile qui seguire le lo­ro ricerche ad altissima specializzazione con i computers che avevano a loro disposizione.

Nel 1976 fece scalpore una prima loro comunicazione sulla persona fisica di Gesú: era alto mt. 1,79 e pesava Kg. 79,320.

Successivamente sbalordirono il mondo con la foto tridi­mensionale di Gesú ottenuta dalla Sindone; cosa fisicamente impossibile.

Per primo rilevarono che l'impronta dell'immagine della Sindone è piú scura dove il corpo era piú distante dalla Sindo­ne, piú sbiadita dove era a contatto. Conclusero logicamente che ciò che aveva prodotto l'immagine aveva agito a distanza, anziché per contatto.

Questo primo rilievo diede un grosso colpo alla teoria vapo­rigrafica del Vignon, e fece sorgere l'idea di una radiazione sprigionatasi dal corpo di Gesú alla resurrezione.

Quindi Jackson e Jumper dal rapporto corpo-tessuto e dal­l'intensità dell'impronta intuirono che poteva trattarsi di un'impronta tridimensionale. Fatta una prova con il micro densitometro ottennero un profilo deformato del corpo di Ge­sú. Correlando tale profilo con i dati già acquisiti della distan­za corpo-tessuto riuscirono a correggere in buona parte le de­formazioni dell'immagine.

Quindi con l'ausilio del VP-8 Image Analyze dell'Interpre­tation System, che converte le sfumature d'intensità iconogra­fica in rilievi verticali, ottennero un'immagine tridimensiona­le della Sindone.

Jackson e Jumper videro ancora dei rigonfiamenti inspie­gabili sulle palpebre di Gesú. Parlandone ad amici vennero a sapere che gli Ebrei avevano l'uso di mettere due monetine sopra le palpebre dei defunti.

Allora pensarono che era logico che Giuseppe d'Arimatea, essendo fra l'altro ricco, avesse messo due monetine sulle pal­pebre di Gesú appena seppellito, e aggiunsero che, se in segui­to con computers piú perfetti si fossero potute rilevare nelle palpebre di Gesú le impronte, si sarebbe potuto stabilire con certezza scientifica la data di formazione dell'immagine sin­donica.

Cosa che, come diremo, già è stata fatta.

Quindi l'archeologo e termochimico Ray Rogers in una sua circostanziata relazione esclude, motivandola, l'ipotesi di una fattura a mano dell'immagine sindonica e dichiara che le ombreggiature dell'immagine dipendono da variazione di intensità, non da colori.

Infine, stimolato dalla foto dello Jackson e dello Jumber, decise di occuparsi della Sindone uno scienziato italiano, l'ing elettronico Giovanni Tamburelli, professore dell'Università di Torino e direttore delle ricerche al Centro Studi e laboratori telecomunicazioni della STET.

Egli esplorò con un sottilissimo raggio laser una diapositiva della Sindone, assegnando un valore di luminosità a ciascun punto dell'immagine, e ottenne un'immagine tridimensionale meravigliosa, inaspettata e commovente, che ci rivela le inau­dite sofferenze di Cristo e che è impossibile qui elencare.

Ci basta questo suo accenno: « Il risultato è stato anche per me inaspettato e commoven­te. La scabrosità dell'immagine tridimensionale non dipende da difetti fotografici o, per esempio, dalle caratteristiche del tessuto del sudario. Le rugosità, le ombre che vi si vedono, so­no altrettanti segni della passione: rivoli di sangue, ferite, tu­mefazioni. Ci sono almeno una ventina di particolari, mai rile­vati prima, che confermano punto per punto il racconto evan­gelico» (Gente, 30-10-81).

Finalmente arriviamo alle ultime ricerche scientifiche sul­la Sindone che, se ancora lasciano qualche punto scoperto, per tutti gli altri danno risultati definitivi. L'origine di tutto è stata la foto tridimensionale della Sin­done, ottenuta da Jackson e Jumber e pubblicata dalla rivista degli scienziati americani Science.

Il prof. John Heller, fondatore di un prestigioso Istituto Interdisciplinare per lauree in fisica, ma aperto solo a persone già laureate in fisica, vedendo quelle foto ebbe come una terri­bile martellata in testa e disse: «Non è possibile». Insieme a lui numerosissimi altri scienziati ebbero la stessa sensazione e dissero la stessa cosa, e fecero individualmente delle ricerche per poter dire che quella foto era inventata. Studiando l'argomento della Sindone, che neanche cono­scevano, e la relazione di Jackson e Jumber si accorsero che si trattava di una cosa seria. Allora in 40 (di varie specializzazio­ni scientifiche e di estrazione diversa: protestanti, atei, agno­stici, ebrei, e alcuni cattolici) sentirono il bisogno di unirsi in un organismo per fare accuratissime ricerche, lo STURP (Sh­round of Turin Research Project).

Quindi approfittando della ostensione della Sindone a To­rino dell'ottobre 1978, vi andarono in massa per aggredire la Sindone, convinti quasi tutti di poter dimostrare il falso piú riuscito della storia. Erano, tutti 40, membri di celebri istitu­zioni, dalla NASA al Laboratorio di Los Alamos, dal Brooks Istitute of Photography alla S. Barbara Research Center, ecc. Guardarono la Sindone con microscopi a scansione, con spet­tometri ultravioletti e infrarossi, con onde elettromagnetiche, con microsonde elettroniche e con centinaia di altri strumen­ti.

Fecero tutti i rilievi possibili e furono anche autorizzati a fare dei prelievi, sia pure quasi invisibili. Quindi si lasciarono con l'impegno di fare ciascuno le sue ricerche specializzate e di ritrovarsi dopo 3 anni per dare ognuno i propri risultati.

Allo scadere dei 3 anni i 40 scienziati dello STURP si ritro­varono in un Simposio a New London dal 10 all'11 ottobre 1981: 25 scienziati si successero nel podio per dare le loro rela­zioni su 3 anni di studio e su oltre 1.000 esperimenti eseguiti: una massa di lavoro scientifico veramente imponente e sba­lorditivo che è impossibile sunteggiare.

Il prof. Heller il 3 novembre 1981, per incarico dello STURP, venne in Italia a darne relazione nell'Aula Magna affollatissima del Politecnico di Torino. Lo Stevenson descris­se tali lavori nel suo recentissimo libro intitolato Verdetto sul­la Sindone. Ne dà ampia relazione Il nostro tempo di Torino il 15-11-1981.

Prima di accennare alle principali cose e alle definitive con­clusioni dello STURP rivelate dal Prof. Heller in tale confe­renza, è opportuno notare che tutte le relazioni dei 40 scien­ziati americani sulla Sindone da lui sintetizzate, pubblicate. nel massimo organo scientifico americano Science, sono state studiate e approvate dai « referes », ossia dagli esperti che con­trollano il rigore metodologico degli scienziati di tutto il mon­do delle tante branchie della cultura moderna: fisica, chimica, medicina, biologia, ecc.

Bisogna dire a loro onore che furono estremamente obietti­vi nelle loro ricerche e che dinanzi alla verità si arresero.

a) Le immagini della Sindone sono di due specie nettamen­te diverse: l'impronta corporea e le macchie sanguigne. L'immagine di Adler e Heller sulle fibrille raccolte da Ro­gers sul nastro adesivo, le microanalisi di raggi sulle pol­veri prelevate nel retro della Sindone, la fluorescenza da raggi X misurata da Norris direttamente nella Sindone, escludono la presenza di coloranti organici sia sulle fibril­le dell'immagine corporea, sia sulle fibrille delle impron­te sanguigne che erano state prelevate dalla Sindone con gli speciali nastri adesivi.

Il colore giallo delle (brille dell'immagine non è aspor­tato né alterato da alcuno dei 21 reagenti o solventi che invece hanno effetto, l'uno o l'altro, su tutti i coloran­ti.

Tutto ciò esclude tassativamente che l'immagine sia stata prodotta da materiali coloranti (aromi, ossido di ferro, pigmenti, liquidi fisiologici, ecc.) depositati sul tessuto sia per processo naturale, sia per processo artificiale. Cosí cadono definitivamente le teorie del Vignon, dello Judica ­Cordiglia, del Ricci, ecc.

Quindi, conclude lo STURP, l'immagine corporea della Sindone è costituita da un'ossidazione disidratante della cellulosa delle fibrille superficiali del lino, che può avve­nire per effetto di radiazione (il caso delle immagini su pietra a Hiroshima) o di calore.

b) Le impronte distinte dall'immagine corporea sono real­mente di sangue.

I metodi classici di analisi furono, naturalmente, inutiliz­zabili.

Lo STURP mise a punto un metodo nuovo basato su un apposito trattamento chimico che rende fluorescenti le porfirine ematiche e su test specifici sensibili a un mi­liardesimo di grammo.

Cosí fu evidenziata la presenza del sangue nella Sindone. Fu quindi preparato il materiale dei nastri applicati sulle impronte sanguigne e, analizzandolo con tecniche micro­chimiche, si poterono identificare gli altri componenti del sangue, compresa l'albumina che rivela la presenza di siero.

Cosí si è definitivamente accertato che le macchie «san­guigne » sono state effettivamente formate da « sangue in­tero coagulato ».

Desta fortissima impressione il fatto che queste particolari indagini e conclusioni furono fatte da Adler, ebreo e uno dei maggiori esperti di porfirine nel mondo.

Un altro fatto molto interessante è l'esperimento fatto sul­le fibrille impregnate di sangue dentro l'immagine corpo­rea: sciolto il loro rivestimento sanguigno, le fibrille resta­no del colore pallido del lino originale, non di quello giallo delle fibrille delle immagini.

Resta cosí provato che il sangue si è depositato sul tessuto prima che si fosse formata l'immagine e l'ha protetto dal processo di formazione di quest'ultima.

Resta ancora cosí provato che quando il corpo di Gesú fu tolto dalla croce non ci fu il tempo di lavarlo e ungerlo con profumi, come allora si usava con tutti i cadaveri, e che il suo sangue macchiò la Sindone dove fu avvolto. Se il suo corpo fosse stato unto, le macchie di sangue non sarebbe­ro rimaste cosí nitide e circoscritte. La mirra e l'aloe di Nicodemo furono conservati per ungerlo la domenica; tut­t'al piú fu con essi spruzzato il lenzuolo e gli spruzzi sva­nirono senza lasciare tracce. L'immagine della Sindone invece fu prodotta successivamente nel sepolcro.

c) Robert Bucklin, direttore del laboratorio di patologia di Los Angeles, notò che una gamba era leggermente solle­vata rispetto all'altra. Ciò si spiega con la rigidità tetanica sopravvenuta subito alla morte di Cristo a causa delle atro­cissime sofferenze dalle ferite; rigidità che, essendo un piede crocifisso sull'altro, mantenne tesa e leggermente sollevata tutta la gamba quando Gesú fu deposto dalla cro­ce e seppellito.

d) Mancano completamente nella Sindone segni di putrefa­zione.

e) I due scienziati Alan Adler, chimico, e John Heller, biofi­sico, provarono contro Mac Crone che le deboli tracce di ossido di ferro non si trovano soltanto nell'immagine del­la Sindone, ma si trovano ugualmente in tutto il resto del­la Sindone e sono dovute alla fermentazione in acqua del­fibre per produrre il lino; le quali, ossidandosi, formano legami con il ferro e il calcio contenuti nell'acqua.

f) Rivelazione delle monete sugli occhi.

La scoperta di tracce di impronte di probabili monetine sugli occhi dell'uomo della Sindone fatta da Jackson e Jumper fece appuntare gli strumenti di ricerca su quegli occhi. Si poté cosí scoprire non solo che si trattava vera­mente di monetine romane, ma si riuscí a leggerne l'iscri­zione greca: «Tiberiu Caisaros». Si sa che Ponzio Pilato fece coniare tali monete tra l'anno 29 e il 32. La scoperta di tali monetine invisibili, la loro iscrizione, l'errore nel­l'iscrizione (Tiberiu Caisaros invece di Tiberiou Kaisaros) escludono, a loro volta, categoricamente la possibilità di un falso nella Sindone e comprovano che la crocifissione avenne sotto Ponzio Pilato.

 

11. Corrispondenza coi Vangeli

La corrispondenza tra le sofferenze che si vedono subite dall'uomo della Sindone e quelle che i Vangeli ci narrano su­bite da Gesú è perfetta.

a) Luca narra come Gesú nell'orto del Getsemani cominciò a sudare sangue e le gocce cadevano a terra (Lc. 27,44). L'elaborazione elettronica fa apparire in rilievo i rivoli e i grumi di sangue, e che il sangue è presente piú o meno in tutta la faccia.

b) Giovanni narra come un soldato « schiaffeggiò » Gesú di­nanzi a Caifa (Gv. 18,22).

La traduzione italiana «schiaffeggio» è sbagliata. L'ori­ginale greco dice: «lo percosse»; ora si percuote col ba­stone.

La Sindone mostra che Gesú ebbe un colpo di bastone in faccia, che gli tumefece la guancia e gli ruppe il setto na­sale, facendogli uscire molto sangue dal naso.

c) Matteo (27,26) narra che Pilato fece flagellare dai suoi sol­dati Gesú e che questi per scherno lo incoronarono di spi­ne e poi si diedero a percuoterlo (Mt. 27,29).

La tortura di Gesú fu un caso probabilmente unico nel suo genere.

Mentre i condannati venivano flagellati quando andavano verso il supplizio, Gesú invece fu flagellato a pié fermo. Questo si vede chiaramente dalla Sindone: i flagellanti furono soldati romani.

Le ferite dei colpi di flagelli sono quasi simmetriche e non alla rinfusa come sarebbero state se Gesú e i soldati fos­sero stati in cammino.

La Sindone ci mostra ancora che i flagelli terminavano con coppie di piccoli pesi di piombo a forma di manubrio; inoltre i colpi che si contano nella Sindone sono 121 e non 39 o 40, quanti sarebbero stati, per la legge ebraica, se i flagellatori fossero stati ebrei; ci mostra infine che Gesú durante la flagellazione fu legato a un basso cippo, secondo l'uso romano, per presentare col dorso una su­perficie piana ai flagellatori.

d) Nessun condannato fu mai incoronato di spine. Solo Gesú lo è stato.

La Sindone fa vedere come Gesú fu coronato di spine e variamente percosso in tutto il corpo.

e) Giovanni (19,17) narra come Gesú, portando la croce, si avviò al Calvario.

La Sindone fa vedere una piaga sulla spalla di Gesú e una contusione sulla scapola, evidentemente causate dalla cro­ce portata sulla spalla e abbattuta sulla scapola quando Gesú cadeva.

f) Luca narra (23,26) come i soldati costrinsero un uomo di Cirene ad aiutare Gesú a portare la croce.

La spiegazione di questo singolare fatto completamente inusitato per i condannati a morte si trova nel fatto che Gesú, esausto per il tremendo supplizio dei 121 colpi della flagellazione, andava cadendo ripetutamente sotto la cro­ce e non ce la faceva neanche a rialzarsi.

Queste ripetute cadute spiegano le sue contusioni ai gi­nocchi, nella guancia destra e sulla fronte per lo sbatti­mento nel pietrisco della strada.

g) Gli evangelisti narrano come Gesú giunto al Calvario fu crocifisso.

Le ferite dei chiodi nelle mani e nei piedi sono le piú evidenti nella Sindone, insieme a quella del colpo di lancia al cuore di Cristo già morto di cui parla Giovanni (19,34).

All'agnello pasquale, figura di Gesú, Dio ordina di non rompere nessun osso (Ex. 12,46); S. Giovanni raccontan­do la crocifissione dice come tale profezia si era verifica­ta nella morte di Gesú: «Non gli sarà spezzato alcun os­so» (Gv. 19,36).

Perché si verificasse pienamente tale profezia c'era un solo piccolo punto nei polsi per dove potevano passare i chiodi senza spezzare alcun osso, il «punto di Destot». Lí il chiodo allarga le ossa e trova il sostegno perché il peso del corpo non laceri i tessuti e cada a terra.

Lì, contemporaneamente, il chiodo automaticamente fe­risce il nervo mediano e fa contrarre automaticamente il pollice verso il palmo della mano. Questi particolari non potevano essere conosciuti da un falsario antico perché furono scoperti dagli anatomisti nel XIX secolo. Tutto questo avvenne in Gesú come si può osservare nel­la Sindone.

h) Giovanni narra: « Gesú disse: "Ho sete". E i soldati, in­zuppata una spugna nell'aceto, la posero in cima a una canna d'issopo e gliel'accostarono alla bocca » (Gv. 19,29).

« È forse la scoperta piú impressionante che ho fatto con la foto tridimensionale », dice Tamburelli. « Sullo zigomo sinistro, a lato del naso, la foto rivela un'incisione diritta e, appena sotto, un'altra incisione curva. Potrebbe essere l'impronta di una canna tagliata in punta con un falcetto il soldato che diede da bere a Cristo, probabilmente lo ferí ».

i) Infine la crocifissione e le conseguenti difficoltà, respira­torie di Gesú nel dover pendere tre ore dalla croce risul­tano nella Sindone dai due rivoletti di sangue che scorrono dai polsi: per l'uno scorreva il sangue nell'inspirazione, quando Gesú per allargare il torace e respirare si sollevava sulle ferite dei piedi; per l'altro scorreva il sangue nell'espi­razione, quando si rilasciava e pendeva dalle ferite dei polsi comprimendo il torace e alleggerendo minimamente il tormento delle ferite dei piedi.

 

12. Conclusioni dello STURP

a) Super-testimonianza storica.

Da tutti questi dati si deve concludere che non c'è nulla di piú storico e di piú documentato di Cristo e dei Vangeli.

b) Origine dell'immagine sindonica.

Sembra che non ci sia alternativa sull'origine delle im­pronte della Sindone oltre quella che dà Kermeth Ste­venson.

Egli è membro dello STURP e specialista di computers. Nel suo tempestivo libro Verdetto sulla Sindone comparso in questi giorni, dopo l'esposizione delle ricerche dei 40 scienziati americani sulla Sindone dice: « Sarà confermato con prove definitive che il corpo avvolto nella Sindone risuscitò. La traccia del corpo umano che vi appare è sta­ta impressa da un fenomeno sconosciuto, un irraggiamen­to di calore di natura inspiegabile».

Per conto suo, precedendo le prove definitive della resur­rezione di Cristo che gli scienziati ormai sperano di dare rilevandole dalla Sindone, lo Stevenson conclude: « L'uni­ca spiegazione possibile delle impronte sindoniche è che dal corpo di Cristo al momento della resurrezione esplose una luce calda che bruciacchiò leggerissimamente la Sin­done lasciandovi le impronte».

Conclusione che aveva già intuita parecchi anni addietro lo Exteandia Carrefio e pubblicata nel suo libro La Sin­done, ultimo reporter.

Tale intuizione egli l'aveva avuta sia osservando l'assenza totale di segni di putrefazione nella Sindone, sia osser­vando che il colore delle impronte è simile all'alone visi­bile attorno ai fori fatti nella Sindone dalla gocciolatura dell'argento fuso della custodia nell'incendio del 4.12.1532 nella Sainte Chapelle di Chambery.

Conclusione alla quale erano pervenuti per conto loro, come diremo, il dott. David Willis e il dott. Ashe.

c) L'immagine sindonica resta un mistero e un miracolo. Questa è la conclusione implicita del prof. Heller fatta a un'intervista di Il nostro tempo: «Jackson e Jumper ave­vano individuato nella foto del volto 700 punti: digitaliz­zandoli in un computer avevano ottenuto in ognuno di essi la distanza del corpo dal telo. Il risultato è stato un model­lo matematico e da esso è venuta l'immagine tridimen­sionale, un'immagine sconvolgente non solo nel piano estetico, ma anche sul piano scientifico. Perché essa è una cosa impossibile, mi ha capito bene? Tutte le fotografie sono di albedo, di luce riflessa e hanno solo due dimen­sioni. E questa ne ha tre.

L'ha vista cosí il computer, che non vede le tre dimensio­ni. Ho incominciato a telefonare a fisici, ingegneri, esperti di computers e di fibre ottiche, e tutti mi confermavano quello che già pensavo: "John, sei pazzo, è impossibile!". È cominciata da allora l'avventura incredibile di quaranta scienziati positivisti che in tre anni di ricerche hanno sco­perto che la sindone è impossibile. Scientificamente non esiste ».

d) L'ultimo mistero, almeno per ora insolubile, è come sia stato possibile che nel lenzuolo, avvolto e sagomato sul cadavere, l'impronta della Sindone non presenti nessuna distorsione, ma è perfetta come se il lenzuolo fosse stato una lastra rigida a due dimensioni. Crediamo che Gesú, come in tutti i suoi miracoli ha impresso nella Sindone la sua immagine in maniera da lasciare un margine alla liber­tà dell'uomo per credere o no, cosicché la persona retta, studiandola, arrivi alla fede, e ne abbia il merito, mentre quella amante del peccato potrà trovare sempre cavilli per perdersi.

Per questo il prof. Heller ha detto: «Questo studio ha sconvolto completamente la mia vita».

E con lui milioni di altre persone colte e agnostiche, spe­cialmente in America hanno raggiunto la fede.

L'uomo della Sindone non può che essere Gesú e il rac­conto dei Vangeli non può che essere la cronistoria per­fetta della sua passione.

Questa garanzia di fedeltà storica degli evangelisti che ci viene dalla Sindone è la garanzia della loro fedeltà storica in tutto il resto dei Vangeli.

 

13. Teoria delle bruciature

1. Nel 1966 un altro scienziato, Geoffrey Ashe, ebbe l'intui­zione dell'unica spiegazione possibile sulla formazione dell'immagine della Sindone, quella termica, oggi già accerta­ta.

L'Ashe, riscaldando un cavallo di ottone e coprendolo con una tela, trovò nella tela un'immagine del cavallö in negativo, formatasi per combinazione di contatto diretto e radiazione di calore. Quindi scrisse sulla rivista specializzata Sindon: «La Sindone si può spiegare se una volta avvolse un corpo umano al quale accadde qualcosa di straordinario. Altrimenti non si spiega. La fede cristiana ha sempre affermato che no­stro Signore subí nella tomba una trasformazione senza egua­li. Il suo caso è eccezionale, e forse la chiave sta qui. È se non altro pensabile (ed è stato suggerito piú volte), che il cambia­mento fisico del corpo nella Resurrezione può avere emesso un breve e violento scoppio di qualche altra radiazione diversa dal calore, forse identificabile scientificamente e forse no, che bruciacchiò il tessuto.

In tal caso, l'immagine della Sindone è la quasi-fotografia del Cristo Ritornante in vita, prodotta da una specie di radiosi­tà o "incandescenza", parzialmente analoga, come effetti, al calore... Inoltre, il fatto che le macchie di sangue sulla Sindo­ne sono positive si spiega subito a questo punto.

Il sangue era una materia che aveva cessato di far parte del corpo, che non subí cambiamento al momento della Risurre­zione, e che perciò non produsse bruciatura, bensí segnò il tessuto diversamente » (Humbert: La S. Sindone, Mursia).

Il medico inglese David Willis a comprova della teoria dell'Ashe riporta il fatto di immagini impresse nelle pietre a Hiroshima dalle radiazioni della bomba atomica ivi esplosa.

Il fisico John Jackson, membro dello STURP, già nel 1977 aveva osservato col microdensitometro la somiglianza di colo­re tra l'immagine della Sindone e la bruciatura.

Gli scienziati dello STURP nel 1978 fecero, come abbiamo visto ricerche estremamente minuziose e precise per mezzo degli spettri dei raggi infrarossi, della luce, visibile, della fluo­rescenza ai raggi X e ai raggi ultravioletti.

Riepiloghiamo le conclusioni che essi diedero alla fine dei tre anni di studi:

L'immagine della Sindone è uno scolorimento giallo, ugua­le da per tutto e riguarda solo 2 o 3 fibre.

Le parti scure non sono piú gialle delle altre, ma contengo­no piú fibre scolorite.

L'immagine si è formata anche nelle parti che non toccano il corpo ed ha queste caratteristiche in comune con una bru­ciatura:

a. ossidazione, disidratazione, coniugazione delle fibrille del­l'immagine;

b. superficialità;

c. assenza di placche e di punti di saturazione;

d. stabilità termica e all'acqua;

e. colorazione (Stevenson, Verdetto sulla Sindone, pag. 224).

 

2. Tuttavia è da eludere una bruciatura naturale della Sin­done, sia spontanea che artefatta, per i seguenti motivi:

a. le zone della Sindone bruciate nel 1532 danno fluorescen­za ai raggi ultravioletti, mentre l'immagine non ne dà.

b. nelle immagini da bruciature le fibre restano ingiallite per intero, mentre nella Sindone 1'ingiallitura nelle fibre è solo superficiale.

c. Le immagini da bruciature, come quelle del cavallo di fer­ro surriscaldato dall'Ashe, non hanno sfumature e sono distorte, mentre quella della Sindone è perfettissima e ad­dirittura evanescente.

d. Non si poteva surriscaldare il cadavere né tanto meno i capelli cosí da poter dare un'immagine.

e. Non si poteva fare una statua in metallo cosí perfetta ana­tomicamente e storicamente da riprodurre alla perfezione il corpo di Gesú e la sua passione, né tanto meno disporvi le macchie di sangue e surriscaldare tutto.

 

14. Conclusione

L'immagine della Sindone, come dice Heller, resta un mi­stero chiuso a qualsiasi spiegazione.

L'unica spiegazione logica resta la sua formazione miraco­losa.

In altri tempi ricorrere al miracolo diventava puerile, dom­matico e irrazionale.

Con gli studi moderni lo diventa negare il miracolo.

La Sindone fu tolta dal cadavere prima di 40 ore, altrimenti avrebbe riportato segni di putrefazione; non fu srotolata da esso, altrimenti si sarebbero strappati grumi di sangue e le macchie di sangue si sarebbero difformate.

Il corpo di Gesú uscì dalla Sindone senza scomporla, attra­versandola come quando comparve agli apostoli nel cenacolo la domenica di Pasqua a porte chiuse.

Il corpo di Gesú al momento della risurrezione esplose un flash di luce calda, la luce della gloria, temperandola in manie­ra da imprimere nella Sindone l'immagine esistente e da non danneggiare neanche minimamente il tessuto.

Robert Bucklin, dello STURP, poté affermare: « i dati me­dici della Sindone suffragano la tesi della resurrezione. Se questa informazione medica la aggiungiamo ai fatti chimici, fisici e storici, abbiamo una solida prova della resurrezione di Gesú». (Verdetto sulla Sindone, pag. 178).

Per tale motivo lo storico Robert Wilcox ebbe a dire che le persone che incontrò durante le sue ricerche sulla Sindone lo liberarono dallo scetticismo agnostico e lo indussero ad accet­tare il cristianesimo ortodosso (J. Wilson, The Shoud of Turin, pag. 7).

Giustamente la National Review ebbe a scrivere il 7.7.1978 (pag. 821) « Quanto a noi non riusciamo a capire l'ostilità di alcuni cristiani contro la Sindone. Di fronte a un ritratto di Serse o di Alessandro Magno, si mostrerebbero ugualmente interessati o sarebbero ostentatamente indifferenti? E possibi­le che i particolari della Sindone siano semplicemente prosai­ci per una sensibilità liberale illuminata? Sarebbe cattivo gu­sto ammettere che ciò che i cristiani professano di Gesú è, di fatto, vero? ».

Per questo lo storico critico William Wand dice: « Tutti i dati storici che abbiamo a nostra disposizione sono a favore della resurrezione e gli esegeti che la negano dovreb­bero riconoscere che lo fanno non per la storia intesa scientifi­camente, ma per altri motivi ». (Christianithy, A Historical Re­ligioni Judson press, p. 93).

E concludiamo anche a proposito della Sindone col dilem­ma di Pascal: o la fede nella risurrezione di Gesú che spiega tutto e dà una grande speranza; o l'incredulità che non spiega nulla e toglie all'incredulo l'ultima speranza.

 

L'OPERA DELLA SS. TRINITA’

La rivelazione della SS. Trinità è il fondamento di tutta la rivelazione cristiana.

Noi crediamo alla SS. Trinità perché Gesú ce l'ha espressa­mente rivelata; la sua parola è infallibile perché egli l'ha con­fermata con la sua resurrezione.

In tutto il Vangelo fin dall'inizio della sua predicazione egli non fa che parlarci del Padre, mentre dello Spirito Santo ce ne parla soprattutto verso la fine.

Quando qui parliamo dell'opera del Padre o del Figlio o dello Spirito Santo non intendiamo dire di opera esclusiva del Padre o del Figlio o dello Spirito Santo, perché in ogni opera c'è l'azione sia del Padre, sia del Figlio, sia dello Spirito Santo; intendiamo solo dire che la tale opera è specifica del Padre, o del Figlio o dello Spirito Santo.

L’opera specifica del Padre è la creazione; l'opera specifica del Figlio è la redenzione; l'opera specifica dello Spirito Santo è la santificazione.

 

L'OPERA DEL PADRE

1. La creazione dell'universo

L'opera specifica del Padre è la creazione, è il «Fiat lux» (sia fatta la luce) con cui fece esplodere la luce, lanciandola in tutte le direzioni e materializzandola lungo questa corsa, cosí da formare i quasars e le galassie; le stelle dentro le galassie, e i sistemi planetari attorno alle stelle, almeno quello nostro attorno al sole.

Oggi tutti sappiamo che i quasars sono lo stadio primordia­le delle nebulose; che la loro luce, giungendo a noi dopo mi­liardi di anni dagli estremi confini dello spazio, ci rivela come essi erano quando da essi partí; che tale luce ci fa conoscere come era nello stesso tempo la nostra nebulosa.

Oggi tutti sappiamo che esistono almeno un miliardo di ne­bulose; che il diametro dell'universo esplorato è di circa 15 miliardi di anni luce; che ogni nebulosa ha da 50 a 200 miliardi di stelle; che ogni stella è oltre un milione di volte piú grande della nostra terra; che in ogni nebulosa ci sono meraviglie che qui non è il luogo di descrivere (le stelle giganti, le nane, i pul­sar, i buchi neri, i buchi bianchi); che la nostra nebulosa è for­mata da circa 200 miliardi di stelle; che esse sono distanti l'una dall'altra molti anni luce; che il diametro della nostra nebulo­sa è di oltre 100.000 anni luce; che il nostro sole è di 1.300.000 volte piú grande della terra e dista dalla terra appena 8 minuti - luce.

Giustamente dice Eccles, premio Nobel per le Scienze: «La mia idea è che nell'origine e nella storia dell'universo si manifesti un grande disegno. Noi non siamo semplici creature del caso e della necessità ma partecipiamo in un ruolo centra­le al grande dramma cosmico».

Il grande disegno è quello del Padre che tutto prepara per creare e far vivere gli uomini.

Il grande dramma cosmico è quello della Croce.

 

2. La creazione della terra

Non abbiamo ancora imparato a meravigliarci, e tutto quel­lo che vediamo non ci dice nulla.

Lo scienziato è colui che si sa meravigliare. Egli si meravi­glia delle minime cose e dei minifenomeni che osserva, cerca di darsene una spiegazione, risale alle cause prossime e cosí fa le sue scoperte.

Il mistico è colui che guarda stupito tutto ciò che vede, il vento e l'acqua, le pianure e i monti, i fiori e le stelle, risale alla causa prima, Dio e lo loda e lo ringrazia. Come ha potuto Dio da un mare di fuoco ricavare l'acqua, la neve, i fiori, le peco­relle e tutto quanto esiste? Tutto il creato è cosí meraviglioso che, conoscendolo bene, non si finisce mai di sbalordirci.

E tutto è in rapporto a noi, tutto è creato per darci la possibi­lità di nascere, di vivere e di svilupparci: la grandezza dell'uni­verso, il sistema solare, la grandezza della terra, i minerali del­la crosta terrestre, i vegetali, gli erbivori, i carnivori, ecc.

Tutto era necessario, indispensabile per la nostra esistenza. Tutto all'occhio superficiale sembra semplice, ma tutto è complicato all'inverosimile: l'intima costituzione di un ato­mo, la formazione delle acque, delle nubi, dei ghiacci, dei venti nel pianeta terra, la struttura di un filo d'erba, di un albe­ro, di un fiore, di un frutto, di un insetto, di un animale, della serie infinita di vegetali e di animali, e la loro reciproca uni­versale interazione. Ma dove le meraviglie raggiungono il cul­mine è soprattutto nell'uomo. Per conoscere a fondo i vari membri, i vari organi, i vari sensi dell'uomo, la loro intima co­stituzione, la loro interazione, l'interazione tra corpo e psiche si è resa ormai necessaria una grande quantità di specializza­zioni. L'uomo intelligente, informato di quanto oggi si conosce, onesto, non può che sbalordirsi ovunque posi lo sguardo, non può trovare altra spiegazione di tutto che in Dio, nella sapien­za e nella provvidenza infinita di lui e di tutto lo loda e lo rin­grazia. Aveva ben ragione S. Francesco d'Assisi di rimanere estatico dinanzi alla natura e esplodere in quel meraviglioso cantico delle creature che ogni cristiano dovrebbe imparare a memoria e recitare spesso: Altissimo, onnipotente, bon Signore tue so' le laude, la gloria e l'onore et onne benedizione. Ad te solo Altissimo, se confano et nullo omo ene dignu te mentovare. Laudato si, mi Signore, cum tucte le tue creature, spezialmente messer lo frate sole, lo quale jorna, et allumini per lui; et ellu è bellu e radiante cum grande splendore; de te, Altissimo, porta significazione. Laudato si, mi Signore, per sora luna e le stelle; in celu l'hai formate clarite et pretiose et belle. Laudato si, mi Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et omne tempo, per le quale a le tue creature dai sustentamento. Laudato si, mi Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et umile et preziosa e casta. Laudato si, mi Signore, per frate focu, per lo quale enallumini la nocte, et ellu è bello, et jucundo et robustoso e forte. Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sostenta et guberna e produce diversi fructi, con coloriti fiori et erba. Laudato si, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore e sustengono infermitate e tribolazione. Beati quelli che sosterranno in pace, ca de te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo omo vivente po' scappare. Guai a quilli, che morranno ne le peccata mortali. Beati quilli che se troverà ne le sue sanctissime volutanti; ca la morte secunda no'1 farrà male. Laudate et benedicite mi Signore, e ringraziate, e serviteli con grande umilitate.

Tutti questi stupendi capolavori di Dio non potevano esse­re destinati a scomparire.

Questo universo immenso e questo mondo bellissimo nei quali viviamo, e questi nostri corpi cosí meravigliosi non pote­vano avere la sorte del fiore del campo che oggi è, e domani non è piú.

Ecco perché Dio nella sua infinita sapienza e nel suo infin­to amore ha voluto la resurrezione nostra. E alla nostra resur­rezione creerà la cornice adatta per la nostra felicità e cioè «Cieli nuovi e terra nuova» (2Petr. 3,13) immensamente piú belli di quelli esistenti.

 

3. L'amore infinito del Padre

Gesú ci parla del tenerissimo amore del Padre per spingerci ad amarlo e a collaborare all'opera sua di salvezza che coinci­de col suo regno.

« Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale piú del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non semi­nano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non cantate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate co­me crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua glo­ria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste cosí l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai piú per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt. 6, 25-33).

Quindi ci rivela il culmine di tale amore, che è la passio­ne di Gesú. «Cosí Dio ha amato il mondo da dare per esso il suo Figlio» (Gv. 3,16).

Qui ci troviamo dinanzi all'inconcepibile. Immagina un re che, per risparmiare un gruppo di suoi sud­diti ribelli rei di morte, propone al suo dilettissimo unico figlio di morire in loro vece; e il figlio accetta. Non sappiamo se ammirare di piú il Padre o il Figlio. Veramente l'amore di Dio è infinito. «Dio è amore (Gv. 4,16).

 

4. La novità del cristianesimo

Il celebre naturalista ateo Jan Ronstand, richiesto se fosse stupito dalla presenza del male sulla terra, rispose: «Non che esista il male. Al contrario, il bene mi stupisce. Che talvolta appaia, come dice Schopenhauer, il miracolo della pietà. È piuttosto il bene che mi fa dire che non tutto è molecolare. La presenza del male non mi disturba, ma i piccoli lampi di bon­tà, questi lampi di pietà costituscono per me un grande proble­ma ».

Non esiste in natura qualcosa non orientata e non finalizza­ta alla propria esistenza e alla propria conservazione: sia nei minerali che nei vegetali, sia negli animali che nell'uomo.

Ora il piú delle volte in natura « la morte tua è la vita mia », come nel pesce grosso che vive mangiando il pesce piccolo. Questo principio universale lascia tranquillo Ronstand per la presenza del male nella terra.

È l'amore disinteressato ciò che la terra non può produrre. Esso è la grande rivelazione che ci viene dalla passione di Ge­sú; e comincia nella terra per esso l'opera diretta dall'esempio e dal comandamento di Gesú.

La novità del cristianesimo è tutta li: nella rivelazione dell'amore disinteressato di Dio verso l'uomo che lo porta a dare il suo figlio unigenito per salvarci; è nell'amore disinte­ressato dell'uomo, che porta l'uomo ad amare Dio non piú per averne un'utilità (salute, benessere, ecc.), ma perché Dio me­rita di essere amato, e ad amare il prossimo altrettanto gratui­tamente, non per averne un contraccambio o un'utilità qual­siasi, ma soltanto per pietà verso lui e per amore verso Gesú presente in ogni uomo. A tal fine Gesú esorta tutti i suoi disce­poli a pregare ogni giorno cosí: « Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo cosí in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettia­mo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma libera­ci dal male ».

 

L'OPERA DEL FIGLIO

1. I Vangeli sono libri storici

La prima conclusione che balza dallo studio della Sindone è che i Vangeli sono un libro storico e che è vero quanto sap­piamo su di essi da tante altre fonti; e cioè che S. Luca, com'e­gli stesso dice (Lc 1,2), fece accurate ricerche prima di scrive­re il suo Vangelo; che gli altri due evangelisti Matteo e Giovanni furono apostoli e testimoni oculari di quasi tutto quello che narrano, e che Marco fu discepolo di S. Pietro. In conse­guenza sono storici i miracoli di Gesú, sia quelli di guarigioni di malati, sia quelli operati sulla natura, sia le resurrezioni dei morti, sia la sua personale resurrezione.

Pertanto veramente Gesú è Dio e le sue parole sono parole di Dio, e quindi vere e infallibili. Ebbe ben ragione Gesú di dire: «I cieli e la terra passeran­no, ma le mie parole non passeranno» (Mt. 24,35).

 

2. Le sofferenze di Gesú furono spaventose

Del sudore di sangue di Gesú nell'Orto di Getsemani (Lc. 22,44), non possiamo farci un'idea perché è un'esperienza quasi irrepetibile. Sappiamo solo che è « sudor mortis », un su­dore quasi oltre la morte.

Il Getsemani era un frantoio delle Ulive: anch'esso era pre­destinato quale simbolo. Come la pressione immane della ma­cina schiaccia le ulive e fa uscire l'olio dai loro pori, cosí la pressione infinita della giustizia di Dio su colui che s'era cari­cato tutti i peccati del mondo lo schiaccia e gli fa uscire sangue da tutti i pori della sua pelle.

Della flagellazione sappiamo, come già abbiamo visto, che fu tanto feroce che ogni colpo scavava quattro ferite sul corpo di Gesú facendo uscire da ogni ferita un rigagnolo di sangue; e nella foto ottenuta con la lampada di Wood vediamo il corpo di Gesú completamente rigato da tali rigagnoli, cosí da sem­brare come arato, come lo vide in visione il profeta Isaia de­scrivendolo 700 anni prima.

Sappiamo ancora che la flagellazione era tanto crudele che la legge ebraica prescriveva doversi dare ai condannati solo 40 colpi, per non farli morire sotto i flagelli; che la legge romana proibiva la flagellazione ai cittadini romani e che Cicerone ne fa un violento capo d'accusa contro Verre per aver fatto flagel­lare un cittadino romano.

I colpi di flagelli ricevuti da Gesú furono ben 121, come abbiamo visto. Nella coronazione di spine Gesú ebbe il capo completamente trafitto dalle spine.

La Sindone ci fa vedere che la corona di spine non fu costi­tuita dà due o tre verghe spinose intrecciate, ma da un casco di spine, alla maniera delle corone o mitre dei re e dei sommi sa­cerdoti orientali.

Il corpo di Gesú presenta in tutte le parti delle tumefazioni dovute a botte violente, a bastonate, alla croce portata nel viaggio al calvario e a cadute sotto la croce, verificandosi cosí la profezia di Isaia.

« Dalla pianta del piede fino alla testa non vi è (in lui) nien­te di sano, ma ferite, contusioni e piaghe vive non fasciate, non medicate, non lenite con olio» (Is. 1,6).

La trafittura delle mani e dei piedi e la pendenza di tutto il peso del corpo dalla croce provocarono delle sofferenze asso­lutamente insopportabili e inconcepibili, tali da provocare la morte nel giro di appena tre ore. La pendenza dalle mani oltre al dolore delle mani provocava una compressione dei polmoni tale, che Gesú, non potendo sopportare l'asfissia, si sollevava sui chiodi dei piedi per allargare i polmoni e respirare; la pres­sione di tutto il peso del corpo sulle ferite dei piedi provocava tale strazio nei piedi, che Gesú, non potendolo sopportare, si rilasciava poco dopo, pendendo dalle ferite delle mani; e cosí per tre ore questa continua alternativa, finché Gesú morí per asfissia, per spaventosi crampi tetanici, dei quali ci resta un se­gno nella rigidità cadaverica impressa nella sindone, e quasi sicuramente anche per rottura di cuore, come moltissimi me­dici opinano.

Una particolare sofferenza di Gesú ci rivela la Sindone: quella della trafittura del nervo mediano dei polsi, tale da far contrarre automaticamente i pollici contro il palmo della ma­no.

Quanto sia dolorosa la trafittura di un nervo solo chi l'ha provato lo può sapere.

A una sofferenza crudelissima di Gesú nella croce normal­mente non facciamo caso: quella della sete per la perdita della maggior parte del suo sangue.

Io ne riporto un'impressione fortissima ricordandomi un caso capitatomi in tempo di guerra.

Un soldato aveva avuto asportata una gamba da una grossa scheggia. Soccorso in tempo poté sopravvivere, ma per il mol­to sangue perduto aveva una sete insopportabile. Il medico proibí di dargli acqua per timore che sopragiungesse la mor­te.

Il povero disgraziato gridava ad ogni respiro: «Acqua! Ac­qua! »

Vedendo che nessuno gliene dava gridava continuamente: «Pietà di me! Acqua! Acqua!»

Infine cominciò a gridare ad ogni respiro « Ammazzatemi! Ammazzatemi! »

Cosí per oltre un giorno da spezzare il cuore ai piú duri. Ma nessuno gliene dava per non farlo morire.

Nessuna descrizione ci potrà mai rivelare le immense sof­ferenze di Gesú. Isaia fa una commovente descrizione dell'a­spetto di Gesú nella sua passione e ne descrive la causa: «Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una radice da un suolo arido; senza grazia, senza beltà da attrarre lo sguardo, senza aspetto da doversene compiacere. Disprezza­to, rifiutato dall'umanità, uomo dei dolori, assuefatto alla sof­ferenza, come uno davanti al quale ci si copre il volto, disprez­zato, cosí che non l'abbiamo stimato. Veramente egli si è addossato i nostri mali, si è caricato dei nostri dolori. Noi lo credevamo trafitto, percosso da Dio e umiliato, mentre egli fu piagato per le nostre iniquità, fu calpestato per i nostri peccati. Il castigo, che è pace per noi, pesó su di lui e le sue piaghe ci hanno guariti. Tutti noi andavamo errando come pecore, cia­scuno deviava per la sua strada, ma il Signore ha fatto ricadere sopra di lui l'iniquità di tutti noi. Maltrattato, si è umiliato e non ha detto una parola; quale agnello che si porta ad uccide­re; come pecora muta dinanzi a chi tosa, egli non ha aperto la bocca. Con iniqua sentenza fu condannato. Chi pensa alla sua sorte, come egli è tolto dalla terra dei vivi e messo a morte per l'iniquità del suo popolo? Gli fu preparata una tomba fra gli empi, lo si unì nella morte con i malfattori. Eppure egli non commise ingiustizia e non fu trovata menzogna nella sua boc­ca. Ma piacque al Signore consumarlo con la sofferenza. S'egli offre la sua vita in espiazione, avrà una discendenza, moltipli­cherà i suoi giorni e ciò che vuole il Signore riuscirà per mez­zo suo » (Is. 53,2-10).

 

3. Dio è amore

La terza conclusione è che Dio veramente è amore, come dice l'apostolo S. Giovanni. Dio è come il sole: egli non ha bisogno degli uomini, ma gli uomini hanno bisogno assoluto di lui per poter vivere.

La sua natura è di amare e beneficare, come la natura del sole è illuminare e riscaldare.

Ciascuno di noi muore per forza superiore, non per volontà propria.

Nessun uomo va di sua spontanea volontà incontro alle tor­ture e alla morte, ma fa di tutto per sfuggirle.

Gesú ha voluto morire ed ha voluto andare incontro alle torture.

«Per questo, egli dice, mi ama il Padre, perché io sacrifico la mia vita per nuovamente riprenderla. Nessuno me la toglie, ma la do io da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di ri­prenderla» (Mt. 10.17).

Quando si avvia a Gerusalemme dice chiaramente: « Ecco, saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei gran Sacerdoti e degli Scribi. Essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno a Gentili, perché lo scherniscano, lo flagellino e crocifiggano, ma il terzo giorno risorgerà» (Mt. 20,18-19).

S. Pietro, che tanto amava Gesú, gli dice quello che proba­bilmente gli avremmo detto anche noi: «E allora non anda­re!»

Gesú gli risponde rudemente: «Va indietro, Satana, tu mi sei di impedimento» (Mt. 16,23).

Ma è mai possibile che gli uomini prendano prigioniero un Dio, lo leghino, lo spoglino, lo flagellino, lo incoronino di spi­ne, lo sputino, lo pestino tutto, o appendano nudo con chiodi, come oggetto di ludibrio in una croce e restino a insultarlo fi­no a quando muore?

Gli Ebrei restarono scandalizzati di questo: conclusero che Gesú non poteva essere il figlio di Dio; e come ultima concessione per potergli credere gli fecero questa sulla croce: « Se sei il figlio di Dio scendi dalla croce » (Mt. 27,40). I Greci e i Romani, sentendo che i cristiani adoravano un Dio crocifisso, rispondevano invariabilmente: «Ma voi siete pazzi!».

Viene spontaneamente da dire e agli Ebrei e ai Greci e Ro­mani: «Avete ragione! »

E se Gesú non avesse dimostrato la sua divinità con la pro­va formidabile della sua resurrezione, né noi, né nessun altro uomo avrebbe creduto che Gesú è Dio. Avremmo conserva­to una stima immensa per la sua bontà, per la sua saggezza e per la sua dottrina; ma avremmo cercato una qualunque altra spiegazione ai suoi miracoli.

È veramente inconcepibile che il creatore e reggitore dell'universo, il dominatore della spaventosa forza della mate­ria, colui che gioca non solo coi fulmini, ma con le « novae » e « supernovae » coi « pulsar » e coi « quasars », colui che fa ger­mogliare tutti i fili d'erba e tutte le piante, colui che fa nascere, vivere e morire tutti gli animali e tutti gli uomini, colui che guida i popoli e le stelle si sia lasciato far fare tutte queste tor­ture dagli uomini.

La nostra fortuna è questa: di essere stati creati dal Dio­Amore. E Gesú, parlando della sua prossima passione, dice: « Ho da essere battezzato con un lavacro (di sangue) e come sono angustiato fino a quando lo compio! » (Lc. 12,50) Ma per­ché questa sete di un martirio cosí spaventoso come quello della croce?

La risposta è ancora la stessa: Per dare al Padre e agli uomi­ni la massima prova d'amore. Dio è amore e non vede l'ora di salvare l'umanità dall'inferno e di dare a tutti gli uomini che a lui si rivolgono la possibilità e la certezza di raggiungere la fe­licità del Paradiso. Con la sua passione Gesú compie l'opera che il Padre gli aveva affidata, di redimere, salvare congregare in uno tutta l'umanità. Tale congregazione è la Grande Opera compiuta da Gesú, la Chiesa, ossia il suo Corpo Mistico, ossia il regno di Dio, formato dagli uomini che nel loro cuore fanno regnare Dio.

Il Corpo Mistico non è altro che l'unione super-organica ossia mistica e perfettissima di tutti gli eletti tra loro e con Ge­sú, cosí da divenire insieme una cosa sola e da venire consu­mati nell'unità e nella felicità (Gv. 17,23).

Quando Gesú con la sua opera avrà completato il numero degli eletti consegnerà tale regno al Padre; e allora Dio sarà tutto in tutti (I Cor. 15,28).

Ma per poter regnare Dio tutto in tutto l'uomo e in tutti gli uomini e per rendere completa la nostra felicità, era necessa­ria la nostra resurrezione. A tal fine Gesú, prima di morire, avendo amato gli uomini li amò sino alla fine e istituí l'Euca­restia; con essa egli diviene in noi il germe della resurrezione e il pegno della gloria futura.

 

4. Gesú è la nostra resurrezione

A Marta piangente per la morte del fratello Gesú dice: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se è mor­to vivrà; e chi crede in me non morrà in eterno » (Gv. 11,25).

Abbiamo visto nella Sindone, insieme alla foto delle im­mense sofferenze di Gesú, la conferma archeologica al rac­conto storico della risurrezione di Gesú. Gesú è veramente ri­sorto.

La passione di Gesú ci commuoverebbe come quella di un qualunque uomo, ma non ci interesserebbe; né ci interesse­rebbe la sua resurrezione, se l'una e l'altra fossero senza con­seguenza per noi. Ma se da essa dipende la nostra sorte, esse diventano la co­sa piú interessante per noi. Per mezzo della passione di Gesú abbiamo la redenzione dalla schiavitú di Satana e il perdono dei nostri peccati, come dice S. Paolo: « Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, e sono gratuitamente giustificati dalla sua grazia, me­diante la redenzione che è in Gesú Cristo. Dio, infatti, ha esposto pubblicamente lui come propiziatorio, mediante la fe­de nel suo sangue, per manifestare la sua giustizia con il per­dono dei peccati commessi anteriormente, collegato con l'at­tesa paziente di Dio per manifestare la sua giustizia nel tempo presente, in modo da mostrarsi giusto lui e giustificare chi ha fede in Gesú » (Rom. 3,23-26).

E se Gesú è Dio, come lo è, si avvereranno infallibilmente le sue parole. «Non vi meravigliate di questo, perché viene l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udranno la sua vo­ce, e quelli che hanno operato il bene ne usciranno per la ri­surrezione della vita; quelli, invece che fecero il male, per la resurrezione della condanna» (Gv. 5,28-29).

S. Paolo ci spiega che questo avverrà per mezzo della resur­rezione di Gesú: « Vi richiamo ora, o fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato, che voi avete ricevuto, nel quale perseverate, e per il quale siete sulla via della salvezza, se lo ritenete cosí co­me io ve l'ho predicato, a meno che non abbiate creduto senza frutto. Infatti, vi ho trasmesso, prima di tutto, quanto anch'io ho ricevuto, che Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, che fu sepolto e risuscitò il terzo giorno, secondo le scritture, che apparve a Cefa e poi ai Dodici. Apparve pure a piú di cinquecento fratelli in una sola volta, dei quali i piú vi­vono tuttora, mentre alcuni sono già morti. Apparve quindi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. Infine, dopo tutti, è apparso anche a me, come all'aborto. lo sono, infatti, il minimo degli Apostoli, neppure degno d'essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia che egli mi ha dato, non fu vana, ma ho lavorato piú di tutti loro; non io, ma la grazia di Dio con me. Ora è questo che tanto io quanto gli altri Apostoli predi­chiamo e che voi avete creduto.

Ora se si predica che Cristo è risuscitato da morte, come mai alcuni di voi dicono che non esiste la resurrezione dei morti?

Se non vi è resurrezione dei morti, nemmeno Cristo è risor­to.

Or, se Cristo non è risorto, è vana dunque la nostra predica­zione e vana è pure la vostra fede.

Anzi, diventerebbe manifesto che noi saremmo falsi testi­moni di Dio, perché per Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non l'avrebbe risuscitato, se i morti non risorgono; perché se i morti non risorgono, neppure Cri­sto è risorto. Se Cristo poi non è risorto, la vostra fede è vana; voi siete ancora nei vostri peccati. E quindi anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti. Se noi riponiamo la nostra speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo i piú miserabili di tutti gli uomini.

Ma ecco che Cristo è risorto, primizia di quelli che dormo­no » (I Cor. 15,1-20).

 

6. Stato della resurrezione

Abbiamo visto come Gesú risuscitando non sconvolse la Sindone, ma passò attraverso essa lasciandola intatta e afflo­sciata.

Sappiamo pure come apparve agli apostoli la sera della do­menica di Pasqua dopo essere apparso alcune ore prima ai due discepoli nel lontano villaggio di Emmaus. S. Luca racconta di essi: « E subito si alzarono e tornarono a Gerusalemme e tro­varono gli Undici riuniti con i loro compagni, i quali dissero: “ll Signore è veramente risorto ed è apparso a Simeone”.

Essi pure raccontarono quanto era accaduto loro per via e come lo avevano riconosciuto quando egli spezzò il pane. Mentre parlavano di queste cose, Gesú apparve in mezzo a loro e disse: "La pace sia con voi!" Essi, sbigottiti e pieni di ti­more, credevano di vedere uno spirito. Ma egli disse loro: "Perché siete cosí turbati e i dubbi affiorano nei vostri cuori? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io. Palpate­mi e osservate: uno spirito, infatti, non ha carne ed ossa come vedete che ho io".

Dopo aver detto questo, mostrò le sue mani e i, suoi piedi. Ma poiché, nella loro gioia, esitavano ancora a credere ed era­no pieni di meraviglia, domandò loro: "Avete qui qualcosa da mangiare?" Essi gli presentarono del pesce arrostito. Egli ne prese e ne mangiò alla loro presenza.

Poi disse loro: "Era proprio questo quanto io andavo dicen­do quando ero ancora con voi: bisogna che s'adempia tutto quello che è stato scritto di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi".

Allora aprì la loro mente alla comprensione delle Scritture, e disse loro: « Cosí sta scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risuscitato dai morti il terzo giorno, e che in suo nome sarebbe predicata la penitenza e la remissione dei peccati a tutte le nazioni, cominciando da Gerusalemme. Voi siete i te­stimoni di queste cose. Ed ecco che io mando sopra di voi il Promesso dal Padre mio; ma voi rimanete nella città fino a quando non sarete rivestiti di forza dall'alto"» (La 24,33-49).

Sappiamo infine come Gesú, dopo essere rimasto in terra 40 giorni, apparendo continuamente agli apostoli, alla fine li condusse da Gerusalemme verso Betania e, data loro la mis­sione di predicare il suo Vangelo in tutto il mondo perché tutte le genti potessero credere, convertirsi, battezzarsi e salvarsi » (Mc. 16,16) sali al cielo: «Dopo aver detto questo, alla loro vi­sta si elevò e una nube lo avvolse, sottraendolo ai loro sguardi.

Stando essi con gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini vestiti di bianco si presentarono loro di­cendo: "Uomini di Galilea, perché state guardando verso il cielo? Quel Gesú che vi è stato sottratto verrà nello stesso mo­do con cui l'avete veduto salire al cielo" (Atti, 1,9-11).

E quando il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo, quan­do il mondo sarà pervertito e corrotto dai falsi profeti che esso stesso va producendo, quando, infine, esso sarà purificato con immense tribolazioni da tutte le sue iniquità, Gesú ritornerà e farà risuscitare anche noi: "Quei giorni saranno di una tribola­zione tale, quale non è mai stata dal principio di tutte le crea­ture che Dio ha creato, fino ad ora, né piú ci sarà; e se il Signo­re non abbreviasse quei giorni, nessuno si salverebbe; ma egli ha abbreviato quei giorni in grazia degli eletti che ha scelto.

« Allora se qualcuno vi dirà: "Ecco, il Cristo è qui; ecco là, non gli credete. Sorgeranno, infatti, falsi Messia e falsi profeti, i quali faranno segni e prodigi per ingannare, se fosse possibi­le, anche gli eletti. Voi dunque state attenti: ecco, vi ho tutto predetto".

«Ma in quei giorni, dopo questa tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà piú la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le forze che sono nei cieli saranno sconvolte.

«Allora si vedrà il Figlio dell'uomo venire sulle nubi, con grande potenza e gloria. Allorà manderà i suoi Angeli e radu­nerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fi­no all'estremità del cielo. Dal fico imparate il paragone. Quan­do già i suoi rami si fanno teneri e spuntano le foglie, voi sape­te che l'estate è vicina; cosí anche voi, quando vedrete accade­re queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno e a quell'ora nessuno ne sa nulla, neppure gli Angeli in cielo, né il Figlio, ma solo il Padre. State attenti, ve­gliate perché non sapete quando sarà il tempo. È come un uomo, partito per un viaggio, che ha lasciato la sua casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo lavoro e al portinaio ha raccomandato di vigilare. Vigilate, dunque, perché non sapete quando il padrone della casa verrà, se la sera tardi, a mezza­notte, al canto del gallo, o la mattina; di modo che, venendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. E quello che dico a voi lo dico a tutti: Vigilate» (Mc. 13,19-29).

Nella resurrezione saremo giovani, agili, immortali, belli come Gésu, ma in proporzione a quanto piú o meno avremo amato lui e l'umanità.

S. Paolo insegna questo espressamente: «Altro è lo splen­dore del sole, altro è lo splendore della luna e altro lo splendo­re delle stelle: anzi, una stella differisce in splendore da un'al­tra.

Cosí sarà pure della resurrezione dei corpi.

Si semina il corpo corruttibile e risorge incorruttibile; si se­mina spregevole e risorge glorioso; si semina debole e risorge potente; si semina corpo materiale e risorge corpo spirituale. Se vi è un corpo materiale, vi è pure un corpo spirituale (I Cor. 15,41-44).

« Ecco vi svelo un mistero: noi non morremo tutti, ma tutti saremo trasformati; in un attimo, in un batter d'occhio, al suo­no dell'ultima tromba. Squillerà, infatti, la tromba e i morti ri­sorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. Perché è necessario che questo corpo corruttibile si rivesta d'incorru­zione e che il nostro corpo mortale si rivesta di immortalità » (I Cor. 15,51-53).

E riprendendo lo stesso insegnamento nella prima lettera ai Tessalonicesi l'apostolo conclude: «Non voglio, o fratelli, che voi rimaniate nell'ignoranza circa i defunti affinché non abbiate ad affliggervi come quelli che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesú è morto ed è risuscitato, è chiaro che Dio condurrà con Gesú quelli che sono morti in lui.

Ecco perciò, che cosa vi annunziamo sulla parola del Si­gnore: noi, i viventi, i superstiti alla venuta del Signore, non saremo separati dai nostri defunti. Poiché il Signore stesso, al segnale dato, alla voce dell'Arcangelo e alla tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risorgeranno i morti in Cristo; poi noi, i viventi, i superstiti, assieme ad essi saremo rapiti sulle nubi in cielo verso il Signore. Cosí saremo sempre col Signo­re. Consolatevi, dunque, scambievolmente con queste paro­le» (I Tess. 4,13-18).

 

L'OPERA DELLO SPIRITO SANTO

1. L'opera dello Spirito Santo fino a Gesú

Lo Spirito Santo è l'Amore infinito del Padre verso il Fi­glio, e del Figlio verso il Padre.

La Bibbia ce lo mostra in tutto ciò che è forma di vita, per­ché ogni essere vivente è una creazione di Dio, ossia un atto di amore di Dio: dalle forme primordiali di vita, al Corpo Misti­co e alla sua glorificazione eterna.

All'inizio della creazione dice la Genesi: «La terra era de­serta e vuota; le tenebre ricoprivano l'abisso e sulle acque aleggiava lo Spirito di Dio » (Gen. 1,2), creandovi le prime for­me di vita.

Quindi la Genesi, narrando come Dio fece l'uomo a sua im­magine e somiglianza, dice che, dopo avergli formato il corpo gli alitò lo Spirito di vita (Gen. 2,7).

Quindi la Bibbia parla continuamente dello Spirito di Dio, ossia dello Spirito Santo, che illumina e muove i profeti; e cosí ci mostra come la Rivelazione è opera dello Spirito Santo. Nel Nuovo Testamento troviamo la rivelazione dello Spiri­to Santo fin dalle prime pagine. Quando Maria all'annuncio che dovrà divenire la madre di Gesú mostra la sua titubanza all'Arcangelo Gabriele, questi le dice: «Lo Spirito Santo verrà sopra di te e la potenza dell'Al­tissimo ti coprirà con la sua ombra; per questo il bambino che nascerà, sarà santo e sarà chiamato il figlio di Dio » (Lc. 1,35).

È lo Spirito Santo che forma il corpo di Gesú nel seno di Maria vergine; ed è lo Spirito Santo che lo risuscita.

S. Pietro nel suo primo discorso fatto agli Ebrei, accorsi avanti il cenacolo il giorno di Pentecoste, disse: « Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesú di Nazaret - uomo accre­ditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e se­gni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. Ma Dio lo ha ri­suscitato sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere » (Atti, 2,22­24).

Questo è il tema ricorrente della predicazione di Pietro e di tutti gli apostoli.

 

2. La nuova creazione

La nuova creazione è opera dello Spirito Santo. Lo dice espressamente Gesú a Nicodemo: "In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio". Gli disse Nicodemo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?" Gli rispose Gesú: `'In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spi­rito"» (Gv. 3,3-6). Il libro degli Atti ci narra la nuova creazio­ne: «Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovava­no tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempí tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere d'e­sprimersi.

Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sè per lo stupore dicevano: "Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cire­ne, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio"» (Atti 2,1-11).

Allora gli Apostoli ricevettero lo Sirito Santo e i suoi santi sette doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. Ripieno di Spirito Santo, quel giorno S. Pietro parlò alla moltitudine degli Ebrei accorsi a vedere il prodigio di quel fuoco soprannaturale, e ben tre mila di essi subito si convertirono e furono battezzati.

Quindi tutti gli apostoli, animati dallo stesso Spirito, si spar­sero per il mondo predicando da per tutto il Vangelo e impian­tando la Chiesa, che lo Spirito Santo andava da per tutto con­fermando e sviluppando coi suoi carismi.

Tutto il libro degli Atti è la storia della Chiesa primitiva e contemporaneamente la manifestazione e l'illustrazione dell'opera dello Spirito Santo.

 

3. L'ultima creazione

La Chiesa è oggi come il pulcino che si va formando dentro l'uovo. Non avrebbe senso la formazione del pulcino dentro l'uovo se esso non dovesse nascere, ossia uscire dalla scorza dell'uovo e vivere.

Ugualmente non avrebbe senso la formazione della Chiesa nel mondo se essa non dovesse nascere, ossia uscire dal mon­do, risuscitare e vivere e godere la visione di Dio nella palinge­nesi, cioè nella nuova creazione.

Ugualmente la nostra vita nel mondo, cosí piena, prima o dopo, di tribolazioni. Tale palingenesi che avverrà con la re­surrezione dei nostri corpi e con la creazione dei nuovi cieli e della nuova terra è l'ultima opera dello Spirito Santo.

È l'opera piú grandiosa di Dio dopo l'incarnazione e la pas­sione di Gesú.

La mostra Dio al profeta Ezechiele.

«La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt'intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: "Figlio dell'uomo, potranno queste ossa rivivere?" Io risposi: « Signore Dio, tu lo sai". Egli mi replicò: "Profetizza su queste ossa e annunzia loro: ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: saprete che io sono il Si­gnore". Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io profetizzavo sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l'uno all'altro, ciascuno al suo corrispon­dente. Guardai ed ecco sopra di esse apparire i nervi; la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c'era spirito in loro. Egli aggiunse: "Profetizza allo spirito, profetizza figlio dell'uomo e annunzia allo spirito: dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perche riviva­no". Io profetizzai come mi aveva comandato e lo Spirito en­trò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi: erano un esercito grande, sterminato» (Ez. 37,1-10).

Quel giorno meraviglioso dobbiamo ardentemente desiderarlo, come il pulcino, se fosse cosciente, desidererebbe uscire dalla scorza e nascere alla vita. L'unico reale interesse di ogni uomo è di prepararsi a tale giorno completando la sua forma­zione dentro l'uovo, ossia vivendo nell'oscurità della fede, nella grazia di Dio e crescendo nell'amore di Dio mediante la preghiera quotidiana e l'esercizio quotidiano di tutte le virtú cristiane.

Come i pulcini che muoiono dentro la scorza vengono get­tati nella spazzatura, cosí i cristiani che non nascono vivi, ossia che muoiono in peccato mortale, cioè senza l'amore di Dio e senza l'amore del prossimo, vengono gettati all'inferno.

Infine è nostro interesse affrettare tale giorno completando il numero degli eletti con i nostri sacrifici quotidiani, col no­stro apostolato e con le nostre ardenti preghiere. Infatti mo­rendo siamo messi in uno stato contro la nostra natura. Sare­mo completi quando riprenderemo il nostro corpo: lo ripren­deremo nel giorno del giudizio universale. Allora la nostra fe­licità sarà piena.

C'è un bel canto che esprime i sentimenti del vero cristia­no. È il seguente:

Rit. Vieni, vieni Spirito di Cristo Vieni, vieni, Spirito d'amore ad insegnar le cose di Dio. Vieni, vieni, Spirito di pace a suggerir le cose che lui ha detto a noi. Noi ti invochiamo, Spirito di Cristo vieni tu dentro di noi.

Cambia i nostri occhi, fa che noi vediamo la bontà di Dio per noi.

Vieni, o Spirito dai quattro venti e soffia su chi non ha vita.

Vieni, o Spirito, e soffia su di noi perché anche noi riviviamo. Insegnaci a sperare, insegnaci ad amare, insegnaci a lodare Iddio.

Insegnaci a pregare, insegnaci la via, insegnaci tu l'unità.

 

4. L'ultimo atto della storia del mondo

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infat­ti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo ve­nire su una nube con potenza e gloria grande.

Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina» (Lc. 21,25­28).

« Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo sen­za lasciar traccia di sè. Poi vidi i morti grandi e piccoli, ritti, da­vanti al trono. Furono aperti i libri. Fu aperto anche un altro li­bro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. Il mare restituí i morti che esso custodiva e la morte e gli Inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato se­condo le sue opere. Poi la morte e gli Inferi furono gettati nel­lo stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuo­co. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello sta­gno di fuoco» (Ap. 20,11-15).

« Vidi poi un cielo nuovo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era piú. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cie­lo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro” e tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà piú la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate.

E colui che sedeva sul trono disse: "Ecco io faccio nuove tutte le cose" e soggiunse: "Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci".

Ecco sono compiute!

Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita.

Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Ap. 21,1-7). Quindi Giovanni descrive la magnificenza della celeste Gerusalemme e conclude: «Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della lu­ce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampa­da è l'Agnello.

Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.

Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poi­ché non vi sarà piú notte e porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d'impuro, né chi com­mette abominio o falsità; solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello» (Apoc. 21, 22-27)

« E non vi sarà piú maledizione. Il trono di Dio e dell'A­gnello sarà in mezzo a lei, e i suoi servi lo adoreranno; vedran­no la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno piú bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regne­ranno nei secoli dei secoli» (Ap.22,3-5).

Infine Giovanni riferisce le ultime parole di Gesú: «Non mettere sotto il sigillo le parole profetiche di questo libro, per­ché il tempo è vicino. Il perverso continui a essere perverso, l'impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a prati­care la giustizia e il santo si santifichi ancora.

Ecco io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l'Alfa e l'O­mega, il Primo e l'Ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all'albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i cani, i fattuc­chieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna.

Io, Gesú, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino. Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: 'Tieni!". Chi ha sete ven­ga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita» (Ap. 22,10-17).

 

IL DONO DEL PADRE

Un giorno un uomo chiese a Gesú: «Maestro, cosa debbo fare per avere la vita eterna?»

Gesú gli rispose: « Osserva i comandamenti ». Essi sono il grande dono del Padre. Nella grande maggioranza i cristiani stimano i dieci comandamenti come il diktat del piú forte, co­me un arbitrio di Dio, come se Dio per capriccio avesse stabi­lito delle leggi aggiungendo: o fai cosí o ti punisco sproporzio­natamente con l'inferno.

Ma quale vantaggio Dio ha da queste leggi? Aveva pro­prio bisogno di passarsi il piacere di vedere gli uomini osserva­re certe regole?

Quanti cosí pensano non capiscono cosa significa infinito. Dio non ha bisogno assolutamente di nulla, perché infinito; né agisce mai per capriccio, perché infinitamente sapiente; né può godere delle sofferenze degli uomini, anche minime, per­ché amore, come una madre non vuole mai che il suo figlio soffra, né mai si rallegra delle sofferenze del suo figlio.

Allora perché Dio ha dato queste leggi che tante volte im­pongono agli uomini dure sofferenze?

Per tre motivi:

 

I. PER FARLI ESISTERE

Di fatto quando gli uomini dimenticano la legge di Dio o la disprezzano abbiamo le stragi di Gengis Kan, di Tamerlano, della rivoluzione francese, sovietica, spagnola, dei terroristi; abbiamo i forni crematori di Hitler, le purghe di Stalin, i Gulag sovietici, la rivoluzione culturale di Mao, quella sciita di Ko­meini, ecc.

Le leggi morali, dice giustamente Alexis Carrel, sono leggi di vita. Come la materia non può esistere senza le leggi fisiche infra e supra-atomiche, come i vegetali non possono esistere senza le leggi biologiche, come gli animali non possono esi­stere senza gli istinti; cosí gli uomini non possono esistere senza le leggi morali, a cominciare dalla stessa nascita impedi­ta dai contraccettivi e dagli aborti.

Senza i primi tre comandamenti manca il fondamento della legge morale. «Se Dio non c'è, dice Dostoyeskij, tutto è leci­to ».

Allora l'uomo si ferma solo dinanzi al piú forte; e ogni forte opprimerà senza scrupoli il piú debole.

Vediamo quale uso delle scienze e delle tecniche moderne ne vanno facendo certi stati moderni con la produzione spa­ventosa di armi nucleari, di bombe biologiche e con l'adde­stramento del terrorismo internazionale.

Né i primi tre comandamenti sono sufficienti per la pacifica convivenza umana; lo abbiamo visto con lo sterminio di cri­stiani che hanno fatto nel passato i mussulmani in Asia Mino­re e in Africa, fino agli 800 giovani cristiani ammazzati a Otranto in nome di Allah.

Per la pacifica convivenza umana occorrono anche gli altri 7 comandamenti. Dio infinitamente sapiente per tal motivo ha dato 10 Comandamenti.

Se i primi tre comandamenti sono il fondamento della vita umana sociale e civile, gli altri sette ne sono il l° codice; sono l'esigenza e la pratica dell'amore del prossimo; sono la tradu­zione dell'amore di Dio.        

Per questo Gesú a chi gli chiedeva quale fosse il 1° e piú grande comandamento rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutto te stesso; il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt. 19,19).

Con l'odio innalzato a programma la vita sociale diventa un inferno, come vediamo in tutti i regimi comunisti.

Senza amore la vita sociale diventa fredda e senza anima, un semplice accordo di egoismi.

Con l'amore cristiano la vita sociale diventa una sorgente di solidarietà, di aiuto, di gioia, come possiamo vedere in una qualunque comunità veramente cristiana.

 

II. PER FAR RAGGIUNGERE LORO LA FELICITA’ CHE È DIO STESSO

I dieci comandamenti sono il progetto di Dio per farci usci­re dalla gabbia del nostro egoismo e lanciarci verso l'infinito, per farci uscire dalla prigione della materia, dalla sfera anima­le e farci raggiungere l'amore e la felicità.

Dio è amore. Egli è infinita felicità perché è infinito amore. L'uomo è felice solo quando ama ed è amato. Giacché l'es­sere che ha in sé, in maniera perfettissima, tutte le qualità appetibili (la bellezza, la bontà, l'amore, la dolcezza, la sag­gezza, la potenza, la vita eterna) è Dio, l'uomo soltanto rag­giungendo Dio, raggiungerà la felicità.

Evidentemente solo amandolo perfettamente l'uomo può raggiungere Dio. Come potrà trovare la felicità in Paradiso in Dio colui che non trova in terra la gioia nella preghiera, colui che non trova tempo per pregare e non pensa mai a Dio nella sua giornata?

Per questo Gesú disse: « Chi ama il padre o la madre, il ma­rito o la moglie o i figli, i fratelli o le sorelle piú di me non è de­gno di me ». Ora si pensa ciò che si ama, perché « dov'è il tuo tesoro, li è il tuo cuore» (Mt. 6,21).

Per questo chi ama Dio dà ogni giorno buono spazio alla preghiera e riempie la sua giornata del ricordo di Dio, del suo figlio Gesú, di Maria sua Madre.

Dio ha dato i primi tre comandamenti per farci raggiungere tale amore, per metterci in grado di correre, appena, morti, verso colui che è il nostro primo amore, cioè verso di lui. Raggiunge Dio solo chi lo ama.

 

1. Non avrai altro Dio fuor che me

Non metterai nessuna creatura al mio posto: non un uomo, né una donna, chiunque essi siano; né la scienza o l'arte, o la politica.

Non mi amerai dopo quelle cose o in ordine a quelle cose, ma prima di tutto e al di sopra di tutto.

Non metterai da parte la preghiera o i sacramenti o il lavoro per il mio regno per dare piú spazio a quelle cose; ma amerai tutte quelle cose in ordine a me.

Non ho dispiacere che mangiate e beviate perché per que­sto ho creato i frutti della terra e gli animali, ma non immerge­tevi in crapule perché perdereste il gusto delle cose dello spiri­to e vi dimentichereste di me. Non ho dispiacere che scorraz­ziate per il mondo per inebbriarvi della natura, perché per voi l'ho creata; ma ricordate con quanto amore e con quanta sa­pienza io l'ho fatta per rendervi felici.

Non ho dispiacere che gli sposi si amino e amino i loro figli; anzi questo io voglio e di questo mi compiaccio. Ma non met­tetemi da parte per tutte queste cose, anzi da tutte queste cose elevatevi a me per ringraziarmi e per amarmi di piú, perché io le ho dannate a voi.

Ricordatevi che tutte queste cose appassiranno e periranno e che io solo ve le potrò ritornare é ve le ritornerò immensa­mente piú belle, quando, al mio ritorno per il giudizio universale, farò i cieli nuovi e la terra nuova (Is. 65.17). Ricordatevi che i vostri corpi presto invecchieranno e presto marciranno nel sepolcro e che io solo vi potrò far risorgere e che vi farò ri­sorgere gloriosi, bellissimi e immortali se mi riceverete nella comunione eucaristica e mi terrete nel vostro cuore con l'a­more; solo io sono la resurrezione e la vita (Gv. 11,25) e solo io sono il germe della resurrezione e il pegno della futura gloria.

Ricordatevi che perdendo me perderete tutto, come per­dendo il sole perirebbero tutti i vegetali, tutti gli animali e tutti gli uomini dalla terra. Io sono il sole della vita eterna, co­me sono il pane di vita. Ricordatevi soprattutto che la vera e totale felicità la troverete in me e che tutte le creature sono soltanto una scintilla della mia bellezza infinita: tutte le gioie e i piaceri che esse vi possono dare sono soltanto un piccolo assaggio della dolcezza infinita che sono io.

Se io vi dico di amarmi non ve lo dico perché ho bisogno del vostro amore, come il sole non ha bisogno delle piante e degli animali che fa vivere; ve lo dico perché essendo infinito amore vi voglio rendere felici e per questo vi ho creato.

 

2. Non nominare il nome di Dio invano

Non ti prenderai gioco di me perché non si prende gioco dell'amore. Non ti adirerai quando dispongo gli avvenimenti diversamente da come vorresti tu o contrariamente ai tuoi im­mediati interessi.

Non penserai cha mai qualcosa io abbia disposto per ca­priccio e crederai sempre alla mia saggezza infinita e alla mia infinita bontà; nè penserai mai che qualcosa io possa disporre per mio interesse, perché io non ho bisogno di nulla. Io sono il tuo vero padre, e il mio unico interesse è la tua felicità.

È vero che tu hai un tuo piano per essere felice nei pochi .

anni che starai nella terra; io ho un mio piano per renderti feli­ce per gli infiniti anni della vita eterna.

Spesso il tuo piano è in contrasto col mio. Non ti arrabbia­re se io, vedendo che esso ti farà dimenticare o perdere me e la tua felicità eterna, lo mando a monte.

Crederai sempre fermamente che io sono Amore, che di­spongo tutto unicamente per tuo amore e per tuo bene, anche quando dispongo per te la croce, come l'ho disposta per mio figlio.

Avrai sempre fiducia in me, come il bambino ce l'ha nella sua mamma; e anche quando tutto ti va di traverso dirai: « Santo è il Signore! » « Sia fatta la sua volontà ».

 

3. Ricordati di santificare la festa

Non reputerai la santificazione della festa come tributo da dover pagare a me, sotto pena di una grave sanzione; ma sti­merai la domenica il giorno piú atteso della settimana, la tua festa, perché dopo aver lavorato sei giorni per le necessità ma­teriali della tua vita, ti potrai finalmente dedicare tutto un gior­no a colui che ami se mi ami.

Non vorrai dire che hai Dio nel tuo cuore e non hai bisogno di andare in Chiesa perché mi pensi e mi preghi dovunque; co­me non vale dire che non hai bisogno di andare a trovare tua madre a casa, perché la porti nel cuore e la pensi dovunque. È vero che io sono dovunque, ma nella Chiesa ci sono anche col mio corpo reale; e soprattutto lí ti aspetto almeno la domeni­ca.

Se mi ami io sono la tua festa, la tua gioia piú grande è ve­nirmi a trovare nella mia casa, stare a lungo con me in dolce conversazione: tale dolce conversazione è la vera preghiera. Lí ancora ti incontrerai con i tuoi fratelli nella fede. Per me e una gioia vederti e vederti con i tuoi fratelli, come è una gioia per una madre vedere i suoi figli insieme..

Se invece non io, ma altri è la tua festa, o non avrai tempo per venire nella mia casa, o non vedrai l'ora di uscirne, e, dopo avere assolto a un dovere, cercherai la tua gioia nel diverti­mento; o, infine, verrai a mezza Messa.

È una grande tristezza per me ogni domenica vedere la stra­grande maggioranza dei miei figli sciamare da per tutto per di­vertirsi, ma non trovare neanche un'ora di tempo per venirmi a trovare in chiesa a ?icordare il mio dolorosissimo sacrificio della croce, che rinnovo nella Messa per mantenerli in vita e non farli distruggere dalla giustizia divina.

 

III. PER FAR RAGGIUNGERE LORO LA FELICITA DEL CORPO MISTICO

« Questa è la vita eterna, dice Gesú; che conoscano te e co­lui che hai mandato, Gesú Cristo» (Gv. 17,2).

Conoscere in linguaggio biblico significa possedere.

La parola Gesú è plurivalente: può significare la persona fi­sica di Gesú, può significare la persona mistica di Gesú, ossia il suo Corpo Mistico. In Paradiso Gesú e il suo Corpo Mistico, ossia Gesú e tutti i suoi eletti sono una cosa sola. In conse­guenza se uno non è in armonia con tutti i figli di Dio, ossia se non li ama e non cerca di aiutarli, non può inserirsi nel Corpo Mistico glorioso, cioè non può andare in Paradiso.

È celebre la visione di S. Teresa di Gesú.

Un giorno nel corridoio del convento vide un bambino meraviglioso.

Gli chiese: - Da dove vieni, o bel bambino?

- Vengo dal regno ove regna l'amore, rispose il bambino. - Cosa vieni a cercare?

- Vengo a cercare l'amore.

- Dimmi: qual è il tuo nome? - Tu prima dimmi il tuo.

- lo sono Teresa di Gesti.

- Ed io sono Gesú di Teresa.

Nel regno dell'amore può entrare solo chi ama tutti; se vi entrasse un misantropo o un egoista spezzerebbe l'armonia e la felicità degli eletti. Per questo Dio per farci uscire da quella forza centripeta che conduce alla morte, che è l'egoismo, per farci amare e vivere, per farci verificare il nostro amore a lui e il nostro amore agli uomini ha dato gli altri sette comanda­menti.

 

4. Onora il padre e la madre

Nell'amore al prossimo il primo posto tocca al padre e alla madre, perché di loro Dio si è servito per darci la vita. Amarli quando siamo bambini è facile, perché allora tutto riceviamo da loro.

Amarli quando essi sono grandi o vecchi o malati, quando dobbiamo dare loro: questa è la verifica dell'amore. Amarli si­gnifica compatirli, comprenderli, servirli, sacrificarsi per essi.

È proprio allora che si vede se li amiamo. Oggi spesso suc­cede che per le esigenze della vita, (parola con la quale spesso si camuffa il nostro egoismo e il nostro rifiuto di essi), si abbandonano i genitori o li si vanno a relegare in un ricovero di vecchi.

Nei genitori c'è anche il simbolo dell'autorità religiosa e ci­vile, che il cristiano deve rispettare e obbedire sempre, fino a quando non comanda cose contro la legge di Dio

L'obbedienza è la virtú oggi fortemente contestata; ma ri­cordati che è l'obbedienza alle leggi da me poste che mantiene in vita gli atomi e le stelle, i vegetali e gli animali; e quando mi son fatto uomo mi sono reso obbediente a tutti.

 

5. Non ammazzare

Il cristiano deve rispettare, servire e proteggere ogni vita umana, da quella appena concepita a quella dell'ammalato, del vecchio, dell'affamato.

Non fare questo è condannarti a morte; perché è segno che ti manca il piú piccolo ed elementare amore. E chi non ama resta nella morte. (1 Gv. 3,14)

Per questo nel giorno del giudizio io dirò ai cattivi: «Anda­te, o maledetti all'inferno perché ebbi fame e voi non mi avete dato da mangiare, ebbi sete e non mi avete dato da bere, fui ammalato e non mi avete visitato ecc. » (Mt. 25,42).

La parte negativa di tale comandamento ti ordina di non odiare, di non mormorare, di non giudicare, di non far male a nessuno; la parte positiva ti ordina di amare e di fare del bene a tutti.

Amare significa perdonare, dimenticare, ricompensare il male col bene; compatire, salutare, avvicinare, confortare, soccorrere, comprendere.

C'è un minimo da fare per andare in Paradiso, ed è di non fare neanche il minimo male ad alcuno e di soccorrere almeno i bisognosi che incontri o che conosci, specialmente se non hanno chi li soccorra. C'è un massimo che puoi fare per il prossimo, ed è di spendere per esso il tuo tempo, la tue ener­gie, i tuoi soldi; è di sacrificarti per lui.

La misura del tuo sviluppo e della tua felicità eterna è in rapporto a quanto ami il prossimo e a quanti sacrifici fai per esso. Nessuno ha maggiore amore di colui che dà la vita per la persona amata; e nessuno ha in Paradiso maggiore grandezza, maggiore bellezza, potenza, gloria e felicità di colui che ha sa­crificato la sua vita per la salvezza delle anime e per soccorrere i poveri e i bisognosi.

 

6. Non commettere atti impuri

9. Non desiderare la persona d'altri Rispetta il tuo corpo e quello degli altri.

Non strumentalizzare nessuno per il tuo egoismo. Io non ti ho dato il corpo per perderlo eternamente e trascinare anche l'anima all'inferno; ma ti ho dato l'anima per venirmi a con­templare e a godere eternamente in cielo e per trascinare il tuo corpo in Paradiso.

Per questo ho detto: «Non temete coloro che vi uccidono il corpo; ma temete coloro che vi possono gettare il corpo e l'a­nima nella Geenna» (Mt. 10,28): i cattivi compagni, i porno­films, la pornografia. Non ti rendere schiavo del tuo corpo, non ti far trascinare dal corpo in basso, ma trascina il tuo corpo verso l'alto, verso il Paradiso, perché solo i puri di cuore vedranno Dio.

Non mettere la tua intelligenza a servizio del tuo corpo, alla ricerca continua di nuovi piaceri, ma metti il tuo corpo a servi­zio della tua intelligenza per fare belle opere di carità e di apo­stolato. La temperanza ti manterrà il gusto della preghiera, dei sacramenti, delle opere buone, dell'apostolato.

L'intemperanza sessuale, la voluttà, la morbosità, l'immo­destia, la ricerca dell'erotico, le letture e gli spettacoli porno fanno perdere il gusto di tutte queste cose e trascinano una gran moltitudine di anime all'inferno, come rivelò la mia Ma­dre apparendo a Fatima.

C'è uno scopo nobilissimo per le funzioni sessuali: quello di cooperare con me, tuo Dio, nell'istituto della famiglia da me stesso voluto, alla generazione di altri uomini, per poterne quindi fare dei miei figli ed eredi della felicità del mio regno in Paradiso. L'amore perfetto è dare la vita e materiale e spiritua­le anche col proprio sacrificio. Allora il tuo amore rassomiglierà al mio. Ogni esercizio diverso della sessualità è mancan­za d'amore a me, tuo Dio, e il piú delle volte diventa mancan­za d'amore agli uomini.

Oggi purtroppo lo stesso matrimonio per moltissimi è di­ventato una specie di prostituzione legalizzata: non si vuole lo scopo per cui io l'ho istituito: la generazione e l'educazione dei figli; si vuole solo il piacere; e diventa per moltissimi una trappola per l'inferno.

L'amore stesso coniugale per essere amore deve essere ri­spetto dell'altro, comprensione, delicatezza, servizio, sacrifi­cio.

Per questo con l'avanzare degli anni l'amore vero aumenta, si raffina e si purifica per perpetuarsi in Paradiso, mentre l'a­more falso diminuisce.

Sono troppi coloro che camuffano il loro egoismo e la loro lussuria con una parola bella: « amore »; ma che in effetti non hanno amato altri che se stessi.

Al di fuori del matrimonio l'uomo deve guardare, trattare, rispettare ogni uomo come fratello e ogni donna come una so­rella.

 

7. Non rubare

10. Non desiderare la roba d'altri

Come non devi far male ai corpi degli altri, cosí non devi far male ai beni degli altri e neanche desiderare di appropriarte­ne.

Devi avere scrupolo di conservare anche un oggetto o un li­bro degli altri, di togliere una lira di quanto con essi hai pat­tuito, o di dare ad essi una cosa per un'altra o una cosa di mi­nore valore.

Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te; fa' agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te. Non avere gelosia della fortuna, dei beni, del successo degli altri; ma prega che ne facciano buon uso per potersi salvare.

Col crescere nell'amore, ossia nella perfezione, non solo non vorrai appropriarti dei beni degli altri, ma andrai dividen­do quello che è tuo con i più poveri.

Ricorda quanto ho detto: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia (Mt. 5,7).

La carità copre la moltitudine dei peccati (I Pt. 4,8). Date uno e riceverete cento. La stessa misura che adopera­te agli altri sarà adoperata a voi (Lc. 6,38).

« Se vuoi diventare perfetto, va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri; e quindi vieni e seguimi» (Mc. 10,21).

 

8. Non fare falsa testimonianza

Non mentire, non calunniare, non imbrogliare nessuno, non procurare con la menzogna il male e neanche il bene de­gli altri, perché mentiresti contro lo Spirito Santo che è verità: « il tuo dire sia sempre si si, no no « perché il di piú è dal ma­ligno» (Mt. 5,37).

 

IV. PER LA PACE E LA SICUREZZA DELL'UMANITA

I dieci comandamenti sono la legge morale che regola la vi­ta umana come le leggi biologiche sono leggi che regolano la vita dei viventi, e come le leggi fisiche sono le leggi che regola­no la vita della materia. Giustamente Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina, dice che le leggi morali sono leggi di vita.

Infatti i primi 3 comandamenti danno la base agli altri 7 co­mandamenti. «Se Dio non c'è, dice Dostojevskj nei Demoni, tutto è lecito ».

Quando in una nazione non c'è un'autorità che fa rispettare le leggi, in essa regna l'arbitrio, la violenza, la giungla, il terro­rismo.

Quando io credo che non debbo rispondere a un Dio, fac­cio tutto ciò che voglio; tutt'al piú, cerco di non farmi pescare dalla Polizia.

Il 4° comandamento stabilisce il principio d'autorità, senza del quale non può esistere società civile.

Il 5° proibisce ogni forma di violenza.

Già nel Vecchio Testamento c'era la massima: «Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te » (Tob. 4,15). Gesú completa tale precetto negativo con un precetto positivo molto piú esigente: «Tutto quanto volete che gli uo­mini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti ». (Mt. 7, 12)

Il 6° comandamento, completato dal 9°, toglie all'origine ogni forma di corruzione, che distrugge l'uomo e i popoli; esso rende stabile e unita la famiglia.

Il 7°, completato dal 10°, difende il frutto del proprio lavoro e rende stabile il principio della proprietà privata, che è la mol­la dell'attività umana e del progresso.

L'8° mette la base alla mutua fiducia degli uomini e quindi della serena convivenza.

Ci piace concludere le parole di Dio con le parole di un sag­gio che le riecheggiano, lo statista Abramo Lincoln:

«Non potete produrre la prosperità scoraggiando l'econo­mia; non potete rafforzare il debole indebolendo il forte; non potete aiutare il salario abbattendo chi dà i salari; non potete promuovere la fraternità umana incoraggiando l'odio di clas­se; non potete aiutare il povero distruggendo il ricco; non po­tete stabilire una vera sicurezza su denarb prestato; non potete criticare guai spendendo di piú di quanto guadagnate; non po­tete creare carattere e coraggio togliendo l'iniziativa dell'uo­mo; non potete aiutare l'uomo facendogli quello che deve fare da sé ».

 

IL DONO DEL FIGLIO

S. Giovanni nell'Apocalisse vede Gesú come un Agnello ucciso e vivente (Ap. 5,6). Il grande dono che Gesú dà all'uma­nità è se stesso immolato nella croce. Piú non poteva donare; piú non poteva soffrire; piú non poteva amare. In questo stato egli si perpetua nella S. Messa e si offre ai suoi discepoli e qua­le vittima di espiazione e quale cibo che ci divinizza e quale pegno della gloria futura. Con tanti segni e prodigi il Signore ha confermato questa verità.

 

1. Il Crocifisso sull'altare

Un fatto singolare mi è stato raccontato direttamente da Pa­dre Matthew Crawley, l'apostolo del S. Cuore, di cui, a pochi anni della morte, è stato iniziato il processo di beatificazione.

Il fatto è successo a lui. Egli si trovava a Parigi e predicava nella basilica di Mont-Martre sulla consacrazione delle fami­glie al S. Cuore di Gesú. Alla fine della predica lo avvicinava una signora la quale gli dice:

- Padre, vorrei consacrare la mia famiglia al S. Cuore di Ge­sú, ma non possiamo fare quello che ha detto lei, cioè farci pri­ma la comunione tutti i membri della famiglia, perché ho un figliuolo universitario ateo. All'università i compagni e spe­cialmente i professori lo hanno persuaso che Dio non esiste e che Gesú non è addirittura esistito, ma che è una leggenda. Padre Matthew rispose:

- Basterà per lui che intervenga alla Messa, anche solo da spettatore.

La signora con qualche difficoltà riuscí a persuadere il fi­glio ad andare con loro alla Messa.

Nel giorno stabilito cosí tutti andarono a Messa.

Lei, il marito, la figlia fecero la comunione; il figlio restò in piedi in fondo alla cappella per tutto il tempo della Messa. Al momento della consacrazione il giovane vide scompari­re dall'altare il sacerdote e in suo cambio vide sull'altare un uomo reale crocifisso: quell'uomo grondava sangue da tutto il corpo, boccheggiava, guardava con occhi d'infinito dolore e d'infinita pietà, sembrava dovesse morire da un momento all'altro in un bagno di sangue.

Quella visione durò fino alla comunione allorché scompar­ve, e, al suo posto, ricomparve Padre Matthew che, fatta l'ablu­zione del calice e dette le ultime preghiere, andò in sacre­stia. Il giovane guardò tutto il tempo esterrefatto.

Terminata la Messa, corse in sacrestia e disse a Padre Matt­hew:

- Padre, cosa avete fatto?

- Ho celebrato la Messa.

- No, durante la Messa cosa avete fatto?

- Nient'altro che celebrare la Messa.

- No, voi avete messo un uomo crocifisso sull'altare! Come avete fatto a mettercelo!?

Padre Matthew non capiva niente. Infine gli chiese cosa egli avesse visto, e, avuto il racconto della visione, disse al gio­vane:

- Figliuolo, forse le preghiere dei tuoi cari ti hanno ottenu­to questo miracolo dall'amore infinito del Cuore di Gesù. Tu hai visto coi tuoi occhi quello che noi crediamo per fe­de: nella Messa si rinnova misticamente il sacrificio di Gesù nella croce, e dalla consacrazione alla comunione Gesú è realmente presente nell'altare, come l'Agnello immolato dell'A­pocalisse, ossia come nelle tre ore di agonia sulla croce. È superfluo dire che quel giovane subito si convertì.

 

2. La conservazione dell'equilibrio mondiale

Ogni essere che devia dalle leggi della sua natura muore; siano gli atomi che le stelle, siano i vegetali che gli animali. Altrettanto avviene per l'umanità.

E questo lo vediamo nelle rivoluzioni, nelle guerre che insanguinano periodicamente la terra e in certe nazioni ridot­te a immensi carceri. Ma come mai l'umanità non si estingue completamente nella terra e si trova in essa sempre una forza di recupero e di ripresa? Come mai quel male immenso, che specialmente in certi tempi sembra sommergere letteralmente nel fango tutta la ter­ra, non finisce mai di sommergerla completamente e subisce ogni volta periodi di recessione?

Come mai l'equilibrio tra il bene e il male non si rompe e la terra continua a esistere nonostante la quasi totalità degli uo­mini siano peccatori e il numero dei peccati di bestemmia, di lussuria, di odio, di violenza sia quasi infinito?

Per l'incredulo non ci sono problemi e non ci sono risposte: il delitto e il castigo di Tolstoi sono una semplice fantasia ro­manzesca; non ci sono peccati e non ci sono castighi; è cosí e basta.

Per il credente invece c'è il problema e c'è la risposta. La fede ce la dà e il Signore l'ha fatta vedere alla B. Anna Maria Taigi.

Un giorno la santa vide in visione il mondo come un grande globo: dai quattro venti si lanciano contro quel globo enormi fiamme vorticose per incenerirlo.

La santa, presa dal terrore, grida a Dio: «Pietà, Signore! Pietà, Signore! Pietà per la terra! ». In quel momento essa vede scendere sulla terra Gesú Crocifisso, mentre la Madonna Addolorata, in ginocchio ai suoi piedi, grida guardando in alto: «Pietà, o Padre; pietà per la terra! »

Allora le fiamme si allontanano e la terra resta salva. Una voce dice alla santa: «È per il sacrifico della Messa e per l'intercessione della SS. Vergine che la terra sopravvive ».

 

3. Manca qualcosa alla passione di Cristo e all'equilibrio del mondo

Manca la tua passione. Infatti noi tutti formiamo con Gesú un solo corpo, misterioso, di cui Gesú è il capo e noi siamo le membra.

Dice S. Paolo: « Come il corpo, infatti, è uno solo ed ha molte membra, ma tutte le sue membra, pur essendo molte, non sono che un sol corpo, cosí il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito Giudei e Gentili, servi e libe­ri, per formare un solo corpo, e tutti siamo stati dissetati con un solo spirito.

Infatti, anche il nostro corpo non è un membro solo, ma è composto di molte membra. Se il piede dicesse: "Siccome non sono una mano, io non sono del corpo", forse per questo non apparterrebbe al corpo? E se l'orecchio dicesse: "Siccome non sono occhio, io non sono del corpo", forse per questo non fa­rebbe parte del corpo? Se tutto il corpo fosse occhio, dove sa­rebbe l'udito? Se fosse invece tutto udito, dove sarebbe l'odo­rato? Ora, invece, Dio ha posto le membra come ha voluto, di­stribuendo ciascuna di esse nel corpo. Difatti, se tutte le mem­bra fossero un membro solo, dove sarebbe il corpo?

Or dunque, molte sono le membra, ma uno solo il corpo. L'occhio non può dire alla mano: Non ho bisogno di te; né la testa puó dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi, le membra del corpo che sembrano le piú deboli sono molto piú necessarie; e quelle che stimiamo meno nobili del corpo, le circondiamo di maggior onore, e quelle meno decorose le trat­tiamo con maggiore riguardo, mentre le nostre membra deco­rose non ne hanno bisogno» (I Cor. 12,12-22).

Per cui come ha sofferto Gesú per salvare l'umanità dob­biamo soffrire noi. Dice infatti ancora S. Paolo scrivendo ai Colossesi: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col. 1,24). Me­diante la comunione le nostre fatiche, le nostre sofferenze, le nostre preghiere, le nostre opere buone divengono fatiche, sofferenze, preghiere, opere buone di Gesú.

Le sofferenze dei buoni sopportate nel lavoro, nel vincere le tentazioni, nelle malattie, nella pratica della mortificazione nell'esercizio della carità, della pazienza, dell'apostolato dan­no ai peccatori il tempo, l'occasione e gli stimoli a convertirsi e a salvarsi.

«Un piccolo sacrificio offerto a me con amore, disse Gesú a Suor Josepha Menendez, diventa nelle mie mani mezzo per salvare qualche anima». E la Madonna disse un giorno ai bambini di Fatima: « Se farete molte preghiere e molti sacrifi­ci salverete molte anime»; e aggiunse: «Molti peccatori van­no all'inferno perché non c'è chi preghi e chi si sacrifichi per loro ».

Il punto di fusione delle sofferenze e delle preghiere dei buoni con quelle di Gesú è la S. Messa. In essa i buoni all'of­fertorio offrono al Padre, insieme al pane e al vino del sacer­dote, le loro sofferenze, le loro fatiche, le loro preghiere, le lo­ro opere buone; ed esse, insieme al pane e al vino, alla consa­crazione divengono, sofferenze, fatiche, preghiere, opere buo­ne di Gesú per la vita del mondo e la salvezza delle ani­me.

Per questo niente di piú grande e di piú prezioso per sé e per il mondo può fare il cristiano in una giornata che partecipare alla S. Messa e fare la comunione, completandola nella gior­nata con le opere buone. Per questo la Chiesa, sollecita del be­ne dei suoi figli e di tutto il mondo, prescrive ai cristiani di par­tecipare alla Messa ogni domenica.

 

4. L'agnello pasquale

Gesú crocifisso fu prefigurato nell'esodo degli Ebrei dall'Angelo pasquale, che col suo sangue li liberò dalla morte e con la sua carne diede loro la forza di raggiungere e oltrepas­sare il Mar Rosso, acquistare la libertà e avviarsi alla Terra Promessa.

Per questo S. Giovanni Battista, quando la prima volta vide Gesú da lontano, disse: « Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo » (Gv. 1,29). Questo Agnello si immolò nel Calvario e rinnova la sua immolazione nella Messa.

Il cristiano, dopo essersi segnato e purificato col sangue di Gesú nella confessione, deve mangiarlo nella comunione per avere la forza di percorrere la strada del Signore osservando i dieci comandamenti e raggiungere il Paradiso. Non basta fare la comunione una volta tanto; bisogna farla spesso. Dio fece vedere agli Ebrei questa necessità con la manna. Presto ad essi terminarono i viveri nel cammino di 40 anni nel deserto, sim­bolo del cammino della vita. Allora essi si rivolsero a Mosè, il quale pregò Dio. Dio rispose che nella notte avrebbe fatto pio­vere una farina bianca dolcissima, che gli Ebrei poi chiamaro­no: « manna ».

E cosí ogni notte per 40 anni Dio fece piovere la manna nell'accampamento degli Ebrei. Gli Ebrei al mattino la racco­glievano, la mangiavano e poi si mettevano in cammino. Cosí finché raggiunsero la Terra Promessa.

Gesú, 1300 anni dopo, riferendosi a tale miracolo, un gior­no disse agli Ebrei: « lo sono il pane di vita. l padri vostri man­giarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane di­sceso dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Sono io il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vi­vrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

Discutevano perciò fra di loro i Giudei dicendo: "Come può darci a mangiare la sua carne?" Gesú disse loro: `In verità, in verità vi dico: se non mangerete la carne del Figlio dell'uo­mo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vera­mente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in lui "» (Gv. (,48-56).

 

5. Il serpente di bronzo

Durante il viaggio gli Ebrei mormoravano e si ribellavano contro Dio e contro Mosè. Allora Dio mandò un'invasione di serpenti velenosi e tutti quelli che da essi venivano morsi mo­rivano. Allora gli Ebrei pentiti si rivolsero a Mosè che, a sua volta supplicò Dio. Dio gli ordinò di fare un serpente di bron­zo e di metterlo in un palo issato in mezzo al campo; chiun­que, morso dai serpenti, avesse guardato quel serpente di bronzo sarebbe guarito. Cosí fece Mosè e la moría cessò.

Il serpente di bronzo è la figura di Gesú crocifisso, che pre­se il veleno di tutti i peccati degli uomini, fu innalzato e morí in croce. Chiunque, pentito, confessa i suoi peccati e si rivolge a lui viene salvato dalla morte eterna.

Mistico agnello immolato, dalla Croce Gesú offrendo al Padre la sua passione continua sino alla fine del mondo a ottenere a tutti gli uomini che a lui si rivolgono il dono della divina misericordia e del perdono.

 

6. Il piú bel dono di Gesú

Dopo averci dato la sua vita, Gesú non poteva darci dono piú grande di quello della sua madre; ce la diede per madre nostra dalla croce.

Niente di piú grande di Maria può esistere nella terra e nei cieli. Maria 'è figlia del Padre, madre del Figlio, sposa dello Spirito Santo.

Ora qual padre, se potesse, non farebbe la piú bella possibi­le la sua figlia?

Quale figlio non farebbe la piú bella possibile la sua madre? Quale sposo non farebbe la piú bella possibile la sua sposa? Dio era in condizione di fare ciò, e, naturalmente, lo fece. Per questo fece Maria anche Immacolata fin dalla sua con­cezione.

La santità, la grandezza, la bellezza, la sapienza, la miseri­cordia di Maria sono immense, come sono immensi i suoi do­lori per la passione di Gesú, per i peccati e per le sofferenze degli uomini, e per la dannazione dei peccatori.

Per questo ella ha mostrato ripetutamente in questi tempi le sue lacrime di sangue; ultimamente in Adrano. (Vedi: Dal­la Polonia a Adrano). Come il nome di Gesú significa "Salva­tore" ed-esprime la sua missione, cosí il nome di Maria espri­me la persona di lei. Il nome ebraico Myriam significa infatti: "Signora", "Grande come il mare", "amara come le acque del mare".

Quando S. Bernardetta stava per morire una bambina le chiese:

- È vero che avete visto la Madonna?

- Si, rispose Bernardetta.

- Era bella?

- Tanto bella, rispose Bernardetta, che chi l'ha vista una volta non ha altro desiderio che di morire, per andare a veder­la per sempre.

Giustamente canta Dante: Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta piú che creatura, termine fisso d'eterno consiglio. Tu sei colei che l'umana natura nobilitasti si che il suo fattore non dubitò di farsi tua fattura. In te magnificenza, in te pietade, qin the misericordia, in te s'aduna, quantunque in creatura è di bontade. Vergine sei tanto grande e tanto vali che chi vuol grazia a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz'ali.

Maria ama ognuno di noi con un amore e una tenerezza cosí grande che possono trovare un riscontro solo nella piú te­nera delle Madri. Ella, comparendo a Juan Diego a Guadalu­pe (Messico) gli disse: - Figlio mio, dove vai? Che strada stai prendendo? Ascolta, figlio mio, ciò che ora ti dico: Non ti turbi, né ti affligga alcuna cosa; non temere malattia o altro fatto penoso o doloroso.

Non ci sono forse io, che sono la tua madre?

Non sei sotto la mia ombra, sotto la mia protezione? Non sono io vita e salvezza? Non ti porto nel mio seno e non mi prendo cura di te?

Hai bisogno ancora di altro?»

Una grande devozione alla Madonna è la migliore garanzia per le nostre necessità temporali e per la nostra salvezza eter­na.

 

IL DONO DELLO SPIRITO SANTO

1. L'adozione a figli di Dio

Il dono dello Spirito Santo è la nostra trasformazione, ossia la nostra adozione a figli di Dio e conseguente divinizzazione. Tale adozione si chiama grazia, perché non ci è dovuta, ma è un dono di Dió che ci apporta lo Spirito Santo.

Mediante la grazia noi siamo sospinti a divenire simili a Gesú; oggi nella vita e nelle virtú, domani nella resurrezione, nella gloria e nella felicità eterna.

S. Paolo parla diffusamente di tutto ciò nella lettera ai Ro­mani: «Non c'è dunque piú nessuna condanna per quelli che sono in Gesú Cristo. Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesú ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la car­ne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile; mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che cammi­niamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.

Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle co­se della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potreb­bero. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.

Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesú dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

« Cosí dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete. Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo an­che eredi: eredi di Dio coeredi di Cristo, se veramente parteci­piamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua glo­ria.

«lo ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presen­te non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere ri­velata in noi.

« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitú della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è piú speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveran­za.

«Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla no­stra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia con­veniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insi­stenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli interce­de per i credenti secondo i disegni di Dio.

«Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di co­loro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo di­segno.

«Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha an­che predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiama­ti ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rom. 8,1-30).

 

2. La divina bellezza

La bellezza di un'anima in grazia di Dio è veramente straor­dinaria. Essa riflette Dio.

Un giorno S. Teresa di Gesú vide una persona di una bel­lezza tanto grande che si prostrò dinanzi a lei per adorarla, cre­dendo di trovarsi dinanzi a Dio.

Una voce le disse: «Alzati, Teresa. Non è Dio, ma un'ani­ma in grazia di Dio ».

Tale bellezza, a sua volta, si diffonderà nel corpo nel giorno della resurrezione, e lo renderà piú o meno luminoso, piú o meno bello, come una lampada rende piú o meno luminosa la boccia dentro cui si trova, in proporzione della sua luminosità.

La bellezza di un'anima è costituita dal grado della sua gra­zia, ossia del suo amore di Dio.

Per questo l'unico vero problema di ogni uomo sulla terra è vivere nell'amore di Dio e crescere nell'amore di Dio.

 

3. La bellezza continuamente rigenerata

Questa bellezza dell'anima è continuativamente generata dallo Spirito Santo con la sua grazia, come l'immagine del sole o di una persona in uno specchio.

Quando tra lo specchio e il sole c'è una nube, lo specchio non riflette piú il sole.

Ugualmente quando lo specchio si affumica non si vede in esso piú niente.

L'uomo, come lo specchio, riflette ciò che contempla; di piú, l'uomo diventa ciò che contempla.

Se contempli Dio, se pensi a lui e lo ami, rifletti Dio; se con­templi una creatura ami quella creatura.

Giustamente dice S. Agostino: « Se ami Dio diventi Dio; se ami la terra, diventi terra ».

Per questo Gesú ci dice: «Bisogna pregare sempre e non stancarsi mai » (Lc. 18,1): meditare, contemplare, amare, pre­gare: allora lo Spirito Santo genera continuativamente in quel­l'anima l'immagine di Dio, ossia la divina bellezza.

Se però il tuo specchio si sporca, non riflette piú nulla. L'a­nima si sporca col peccato.

Quando i peccati diventano troppi si perde completamente l'idea di Dio e spesso anche la fede in Dio.

E quando lo specchio è sporco una cosa sola resta da fare: pulirlo. Ciò che per l'anima si fa col pentimento sincero dei propri peccati e, appena possibile, con la confessione.

E giacché ogni giorno un po' di polvere si deposita nella no­stra anima, quando addirittura non vi si deposita del fango, dobbiamo ogni giorno lavare con la contrizione e con le preghiere l'anima nostra, come ogni giorno laviamo con l'acqua la nostra faccia.

 

4. L'ultimo dello Spirito Santo

Come già abbiamo detto, l'ultimo dono dello Spirito Santo è la resurrezione finale dei corpi.

Allora lo Spirito Santo armonizzerà la nostra bellezza fisica a quella spirituale, al nostro amore di Dio: ci renderà amabilis­simi a tutti; darà alla nostra anima la capacità meravigliosa di poter godere la felicità massima del Paradiso: la contempla­zione e il possesso di Dio; darà ai nostri occhi una potenza vi­siva immensamente superiore a quella dei piú grandi telesco­pi, al nostro udito una capacità sensitiva immensamente supe­riore a quella dei piú potenti radiotelescopi; e, contempora­neamente, darà una perfezione estrema a tutti gli altri nostri sensi.

Cosí ci metterà in grado di godere dell'amore di tutti gli eletti e dell'armonia universale cosí da divenire pienamente felici e nell'anima e nel corpo.

Quindi inter-relazionerà tutti gli eletti gli uni agli altri in maniera perfettissima, cosí da formare con tutti noi quanto di piú bello, di piú armonico, di piú armonioso, di piú incantevo­le Dio stesso può fare: il meraviglioso Corpo Mistico glorioso.

Tutte le gioie del corpo e dello spirito, che hanno goduto, godono e godranno tutti gli uomini della terra sono appena un piccolo assaggio della felicità smisurata che Dio ha preparato per gli eletti e che lo Spirito Santo farà loro godere in Gesú, per Gesú, con Gesú.

 

SCEGLI: LA VITA O LA MORTE

1. Il Crocifisso non ti fa impressione

Siamo abituati a guardare il Crocifisso nelle Chiese, nelle case, nelle scuole, nelle aule giudiziarie; ciò non ci fa piú im­pressione, al punto che abbiamo cominciato a toglierlo da per tutto.

È opportuno ricordare chi è questo Crocifisso. Sai cosa è la materia?

È un complesso di forze e di equilibri cosí potenti, che, riu­scendo a romperli, con la sola energia sprigionatasi dalla di­sintegrazione di un grammo di materia si può distruggere to­talmente una grande città. Sai cosa è l'universo?

È cosí immenso che se si potesse correre su un filo di luce alla velocità di 300.000 Km al minuto secondo, per percorrere la circonferenza dell'universo oggi conosciuto dovresti impie­gare oltre 50 miliardi di anni.

Tutta questa materia immensa, tutta l'energia quasi infinita quel Gesú che guardi con indifferenza o che forse non degni neanche di uno sguardo, dopo averla creata, la tiene tutta in pugno; con essa ha fatto tutto ciò che esiste nei cieli e nella terra. E, dopo aver preparato con infinita sapienza e con infini­to amore la terra ad accoglierti, con essa ha fatto il tuo corpo, i tuoi occhi, il tuo cuore, il tuo cervello.

Dopo aver formato l'umanità e averla guidata alla civiltà, questo figlio di Dio viene sulla terra per offrire agli uomini la sua amicizia, tutte le benedizioni per questa vita e la felicità infinita del Paradiso. Viene a insegnare loro la strada per rag­giungerla: l'osservanza dei 10 comandamenti, l'amore scam­bievole, la comunione. Ma gli uomini non ne vogliono sapere, anzi si scagliano contro di lui: lo coprono di insulti, lo torturano e lo crocifiggo­no, godendosi lo spettacolo di vederlo morire tra spasimi spa­ventosi.

E lui potendo letteralmente annientare, ossia ridurre a niente, tutti, i suoi nemici fin dal primo tentativo contro di lui, si sta fermo, li lascia fare tutto quello che vogliono e sopporta tutto, perdona tutti. Possiamo dire con Bousset:

Niente poteva avvenire nella terra di piú grande dell'incar­nazione, cioè di questo infinito Iddio che si fa uomo; niente di piú grande, di piú sconvolgente poteva avvenire nella vita di Gesú della sua passione; niente di piú grande, di piú colossale, di piú inconcepibile poteva avvenire nell'universo di questo infinito Iddio che si fa mansuetamente insultare, torturare, crocifiggere dagli uomini e che muore in croce.

Certamente Gesú non venne a soffrire per piacere, ché anzi implorò a calde lacrime il Padre che gli risparmiasse la sua passione, se fosse stato possibile. Ma non fu possibile.

Cosí grandi sono la malizia del peccato e i mali che esso produce all'umanità, e soprattutto a chi lo fa, che per ripararlo Gesú ha dovuto soffrire tutto questo.

 

2. Gesú nella croce divide il mondo in due:

da un lato il gran numero dei suoi nemici, degli indifferenti e dei curiosi, tutti colpevoli per un verso o per l'altro, in grado maggiore o minore, della sua morte; dall'altro lato il piccolo gruppo dolente dei suoi amici, affranto per quella sua sorte spaventosa, che non poterono avere forza di scongiurare. Ormai dinanzi a un Dio che ha fatto tutto questo per gli uo­mini è impossibile fare i neutrali.

Occorrerà che ogni uomo prenda posizione di fronte a lui. «Chi non è con me, disse Gesú, è contro di me» (Mt. 12,30); il semplice non mettersi con lui già significa mettersi contro di lui.

I suoi nemici sono primieramente i persecutori suoi e della sua Chiesa; sono secondariamente tutti coloro che sovverten­do la legge morale, tentano di rovinare la sua Opera e di di­struggere l'equilibrio mondiale e la vita sulla terra; sono infine tutti i peccatori che, coscientemente o incoscientemente coi loro peccati minano l'equilibrio tra il bene e il male e addensa­no cumuli immensi di dolori e di mali sugli uomini.

Ogni peccato infatti è come un microbo patogeno in un cor­po umano: la moltitudine di tali microbi genera in esso malat­tie, ascessi, tumori, morte. A tutti Gesú misericordiosissimo offre il suo perdono; e dall'Eucarestia, dove vive sempre per intercedere per noi (Ebr. 7,25) ripete, come un giorno dalla sua croce, offrendo il suo sangue e i suoi tormenti al Padre, la pre­ghiera: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno » (Lc. 23,24).

Tutti siamo deboli e peccatori, ma se consideriamo le riper­cussioni della nostra vita in Gesú, non ci resta che riconoscere nei nostri peccati la causa della sua morte, batterci il petto e di­re: « Cosa ho fatto! Ho ucciso il figlio di Dio! ». Li comincia la nostra salvezza.

Gesú non manda nessuno all'inferno.

« Il Figlio dell'uomo non è venuto per condannare gli uo­mini, ma per salvare gli uomini».

Vanno all'inferno soltanto coloro che ci vogliono andare, ossia coloro che rifiutano l'Amore e rifiutano d'amare.

 

3. La misericordia non è dabbenaggine

Non può la misericordia diventare dabbenaggine, né, tanto meno, ingiustizia verso il figlio di Dio e verso i suoi martiri, che come lui, per lui e per i suoi stessi fini si sono lasciati tor­mentare e uccidere.

Tale perdono quando non viene accettato con la conversio­ne, viene automaticamente rifiutato.

Dio aspetta pazientemente l'uomo un giorno, un anno, cin­quanta o sessanta anni per dargli tempo e modo di potere rien­trare in sé, riconoscere i suoi peccati, implorare tale perdono, convertirsi e salvarsi.

Alla fine quando l'uomo ostinatamente rifiuta l'Amore e ri­fiuta d'amare, non gli resta che l'odio; quando rifiuta la luce, non gli restano che le tenebre; quando rifiuta la Vita, non gli resta che la morte eterna.

L'inferno è l'auto-castigo che si sceglie l'uomo, come quan­do si getta in un precipizio. Tale suo castigo è tremendo, cosí come è immensa la misericordia divina che egli ha rifiutato. A Gesú non resta che piangere sopra i peccatori ostinati, come pianse su Gerusalemme: «Gerusalemme, Gerusalem­me, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quan­te volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina rac­coglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco la vo­stra casa vi sarà lasciata deserta »! (Mt. 23,37-38). Gli eventi fecero vedere il motivo di quel pianto.

Dio aspettò ben 37 anni gli Ebrei che rifiutarono e crocifis­sero Gesú. Moltiplicò loro per mezzo della predicazione degli apostoli e dei discepoli le occasioni di convertirsi e salvarsi. E in effetti una moltitudine di essi si convertirono; soltanto nei primi otto giorni dopo la Pentecoste, alla predicazione di Pie­tro, se ne convertirono cinquemila.

Quelli che si convertirono sfuggirono alla spaventosa sorte

dei loro connazionali, fuggendo da Gerusalemme e dintorni quando videro intronizzata dai Romani la statua di Giove Ca­pitolino nel tempio, giusta la profezia fatta da Gesú, e rifugian­dosi a Pella, poco prima dell'assedio di Gerusalemme e din­torni. Degli altri, in numero di oltre un milione, la fine fu spa­ventosa, secondo quanto narra uno dei pochissimi scampati, Giuseppe Flavio.

La distruzione di Gerusalemme è un esempio tremendo del castigo ben piú spaventoso dell'inferno, nel quale vanno a finire tutti coloro che ostinatamente rifiutano la misericordia e la salvezza di Gesú.

Narra il Flavio che Tito fece venire a Gerusalemme le le­gioni romane di stanza nella Palestina, nella Siria, nell'Arabia e nell'Egitto e con esse pose l'assedio alla città, tagliandovi i ri­fornimenti di viveri e di acqua. Presto cominciò nella città la fame nera e la sete che mieterono ogni giorno gran quantità di vite umane; si arrivò al punto che la testa di un asino morto ve­niva venduta per oltre un milione di sesterzi e che tante madri mangiarono i loro bambini.

Alla fame sopravvenne la peste. La moria era spaventosa. Moiti cominciarono a chiedere la resa per avere salva la vi­ta. Squadre di zeloti, percorrendo continuamente le strade, uccidevano tutti coloro che chiedevano la resa.

L'assedio durò oltre 3 mesi e i soldati romani erano pieni di rabbia peri duri sacrifici che dovevano sopportare anche loro da assedianti. Quando finalmente fu aperta una breccia nelle mura della città, i soldati irruppero nella città e si diedero a uccidere indistintamente quelli che incontravano o che trova­vano nelle case, finché si stancarono di ammazzare.

Alla fine presero prigionieri tutti gli altri: nei giorni seguen­ti tagliarono i boschi dei dintorni e crocifissero oltre 100.000 Ebrei.

 

4. Scegli dunque la vita

Maometto II aveva fatto divieto, pena la morte, di andare a caccia in un parco riservato. I suoi due figli trasgredirono l'or­dine. Sorpresi dal padre furono immediatamente imprigiona­ti e condannati a morte.

I capi arabi andarono da Maometto ad implorare clemenza, ma inutilmente; per ultimo argomento gli dissero, che, morti gli eredi, sarebbero nate gelosie tra loro e si sarebbe rovinato l'impero musulmano. Maometto riflettè e rispose: «Per la successione basta un figlio; l'altro sia ucciso. Ma giacché en­trambi hanno uguale colpa, si affidi alla sorte il loro destino ».

In un'aula furono preparati un'urna e due tavoli; uno coper­to di panno nero con sopra un laccio, l'altro di velluto rosso, con sopra le insegne della regalità. La sorte avrebbe dato, co­me di fatto diede, ad uno il trono, all'altro il capestro. I due fi­gli dinanzi alla tremenda possibilità svennero.

Una scelta molto piú terribile si trova dinanzi a te: la morte è ben poca cosa dinanzi alle pene eterne dell'inferno; un trono regale è una sciocchezza rispetto alla felicità del paradiso.

Quale sorte avrai? c'è da tremare e da morire di paura. Non c'è cosa piú importante, piú di tale, piú terribile per te. Per una fortuna incomparabile, la scelta non si fa senza di te, anzi sei tu stesso che puoi scegliere dove vuoi andare. Tu forse dirai: « Se è cosí, è tutto fatto. Io scelgo di andare in Paradiso ». Bravo! piglia allora la strada adatta.

Il Signore oggi ti ripete quanto disse un giorno agli Ebrei: «Prendo a testimoni oggi contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledi­zione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discenden­za, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e te­nendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità» (Deut. 30,19-20).

Dinanzi a te Gesú mette oggi la benedizione e la maledizio­ne, la vita e la morte: la benedizione è la vita temporale e eter­na nell'amore, ossia nel vivere per Dio e per il prossimo; la morte temporale è il fuoco eterno nell'egoismo, ossia nel vive­re solo per te, per godere in tutti i modi leciti e illeciti, e nel cercare solo il tuo benessere, infischiandotene di chi soffre e di chi ha bisogno.

Gesú, che ti vuole infinitamente bene e che non vuole asso­lutamente che ti abbia a perdere, ti ripete con lacrime di san­gue versate in Adrano e in tante altre parti: « Scegli la vita; per dartela sono morto in croce e sono risorto. E questa è la vita eterna: ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto te stesso; ama il prossimo tuo come te stesso » (Mc. 12,30). (Leggi: Dalla Polonia a Adrano).