IL SANTO CHIODO

 

Venerato nel Duomo di Milano

 

UN'ANTICA TRADIZIONE

La storia del rinvenimento dei chiodi coi quali Gesù Cristo fu confitto alla croce è contenuta nell'orazione funebre pronunciata da sant’Ambrogio in morte dell'imperatore Teodosio (anno 395). In un'ampia digressione il santo narrava come Elena, madre dell'imperatore Costantino, si fosse recata in Terra Santa e qui avesse cercato con passione la croce e i chiodi della Passione. Trovatili, da due chiodi la pia donna avrebbe ricavato un diadema e un morso di cavallo donandoli poi al figlio Costantino con questo significato devozionale: "la corona è formata dalla croce perché risplenda la fede; anche le briglie sono formate dalla croce affinché l'autorità governi usando moderazione, non una imposizione ingiusta». Tale lunga digressione non fu certo casuale, e se ci attesta solo che al tempo di Ambrogio i pre­ziosi cimeli ricavati dalle reliquie della passione - passati da Costantino ai suoi successori - ave­vano mantenuto lo stesso significato originario, tuttavia potrebbe essere presa come supporto alla tradizione che vuole presente a Milano, già ai tempi di Ambrogio, un santo chiodo della passione, lo stesso che tuttora si conserva in Duomo. La presenza della preziosa reliquia nella basilica major, poi dedicata a S. Tecla e dove è probabile che sant'Ambrogio abbia pro­nunciato l'orazione in morte di Teodosio, giusti­ficherebbe la digressione sulla storia del rinveni­mento dei chiodi, che altrimenti sarebbe strana­mente pleonastica. Secondo la tradizione Ambrogio avrebbe rice­vuto proprio da Teodosio il Santo Chiodo e lo avrebbe collocato nella basilica major, dove poi fu per lungo tempo conservato.

LE PRIME TESTIMONIANZE DOCUMENTARIE

Il primo documento che ci attesta l'esistenza del Santo Chiodo nella vetusta basilica non è molto antico: risale al 18 gennaio 1389. Si trova nel registro di Provvisione che contiene gli atti dal 1389 al 1397 ed è conservato presso l'Archivio storico civico di Milano. Si tratta della risposta di Paolo de Arzonibus, luogotenente del Vicario, e dei XII di Provvisione, a Galeazzo Visconti che aveva stabilito fossero dichiarati festivi i giorni 5 agosto, festa della Madonna della neve - cui erano dedicati una confraternita e un altare in Santa Tecla - e 16 ottobre, festa di san Gallo, titolare di un altare in Santa Maria Maggiore. Nell'occasione si suggeriva al signore di Milano l'opportunità di stabilire, a carico del Comune, distinte offerte soprattutto per la festa di santa Tecla nell'omoni­ma basilica in cui era riposto ab antiquo, uno dei santi chiodi con cui fu crocifisso il Salvatore. Proprio l'espressione ab antiquo riduce sensibil­mente l'intervallo di circa mille anni che separa questo documento dal discorso di Ambrogio. Viene inoltre attestata la grande considerazione con cui a quei tempi si guardava a questa reli­quia, la presenza della quale era considerata anche titolo di particolare distinzione per la basi­lica cattedrale. Di poco posteriore (4 novembre 1392) è il decreto col quale G. Galeazzo Visconti ordina che si restauri la basilica, meritevole di ripara­zioni perché vi si conserva uno dei chiodi della crocifissione del Signore. Ma nessuna testimo­nianza sicura ci permette di datare anche approssimativamente l'arrivo del Santo Chiodo nella nostra città. Le parole di Ambrogio, dalle quali sembrereb­be che l'insigne reliquia di trovasse a Milano fin dal sec. IV trovano riscontro, almeno nei partico­lari circa il rinvenimento delle reliquie della Passione da parte di sant'Elena, anche negli auto­ri di storia ecclesiastica, e quasi negli stessi termi­ni. Qualche autore lascia intendere che non uno, ma più morsi di cavallo sarebbero stati ricavati dalle preziose reliquie, forse con l'immissione in più cimeli tra loro simili, di particelle del ferro ori­ginale. Gregorio di Tours afferma che i chiodi sarebbero stati quattro: due trasformati in freno, uno calato nel mare Adriatico per sedare una tem­pesta e uno fissato al diadema imperiale. Nel VI secolo autorevoli attestazioni dicono presenti a Costantinopoli vari santi chiodi, uno dei quali a forma di freno. Supposto che fossero tutti auten­tici e non autenticati con qualche particella del­l'originale, verrebbe a cadere la tradizione milane­se che dice a Milano il sacro freno fin dai tempi di Ambrogio. Così gli storici hanno preso in consi­derazione e formulato altre ipotesi che però, non essendo suffragate da adeguata documentazione, non riescono a datare in modo convincente l'arri­vo del Chiodo a Milano. G.A. Sassi formula tre congetture: il Chiodo sarebbe stato portato a Milano durante le perse­cuzioni iconoclaste di Leone Isaurico, per sal­varlo da sicura distruzione; oppure sarebbe arri­vato a Milano col ricco bottino sacro di cui face­vano parte anche i corpi dei Magi, poi venerati per secoli a Sant'Eustorgio; da ultimo l'avrebbe recato a Milano il vescovo Arnolfo Il il quale, recatosi a Gerusalemme nel 997 quale legato di Ottone III, l'avrebbe colà ricevuto in dono con altre reliquie. Angelo Fumagalli, dal canto suo, colloca l'arri­vo del Chiodo ai tempi delle Crociate. Ma un dato storico che può gettare ombra sulla nostra tradizione, posticipando ulteriormen­te l'arrivo a Milano della reliquia, è il silenzio com­pleto che a proposito del Chiodo tiene il Beroldo. Questo testo, tanto circostanziato circa gli usi liturgici delle antiche cattedrali milanesi, redatto nel sec. XII da un "addetto ai lavori", cioè da un custode dell'antica basilica, incaricato quale cicendelarius, dell'accensione dei lumi, non fa il minimo accenno al Santo Chiodo e nemmeno a particolari celebrazioni che potrebbero essere connesse al suo culto. Anche il beato cardinale Schuster, sulla base del silenzio di Beroldo, pro­pende per l'ipotesi che fa risalire alle crociate l'ar­rivo del Chiodo a Milano.

DALI’ANTICA ALLA NUOVA CATTEDRALE

È certo dunque che nel 1392 il Santo Chiodo era venerato in Santa Tecla già da molto tempo. Sappiamo che era conservato su di una tribuna sopra l'altare maggiore e che davanti ad esso ardevano sempre delle lampade. A chi contribuiva con l'offerta a questa pia illuminazione era stata con­cessa l'indulgenza di cento giorni dal cardinale Enrico Scotti Santo Chiodo fu trasportato solennemente in Duomo dalla vecchia basilica il 20 marzo 1461 essendo arcivescovo di Milano Carlo da Forlì, il quale pochi giorni prima, in ossequio a un breve di papa Pio Il, aveva emesso il decreto di sop­pressione di Santa Tecla, aggregandone al Duomo tutte le istituzioni, le suppellettili, le reliquie. Recò in Duomo la Reliquia con le sue mani il prete Ardighino de Biffis, ordinario della Chiesa mag­giore e contemporaneamente canonico di Santa Tecla. Anche se la soppressione della vecchia cattedrale fu di molto differita a causa di una lunga vertenza tra i canonici di quella basilica e la Fabbrica del Duomo, tuttavia il Santo Chiodo da quel giorno rimase sempre in Duomo, dove, analogamente alla sua precedente collocazione, fu posto in un luogo davvero eminente, come si conveniva a un cimelio tanto importante, e cioè sulla sommità della volta del coro, a ben 42 metri dal pavimento. Una collocazione, quindi, soprattutto di onore e non soltanto, come qualcuno ha ipotiz­zato insieme col Franchetti per sottrarlo alla "cupidigia di quegli troppo zelanti cristiani che nel medio evo invidiavano ai vicini la sorte di pos­sedere miracolose reliquie, ed usavano volentieri la forza per impadronirsene onde arricchire i loro santuari", o anche per metterlo al riparo da mani sacrileghe. Anche in Duomo davanti al Santo Chiodo fu posta un'illuminazione permanente: il Bascapè attesta che già prima dell'arrivo di san Carlo a Milano, vi ardevano davanti cinque lampade. Ma nonostante tale illuminazione e i vari abbelli­menti del luogo dove esso era conservato, con l'andar del tempo e forse per la posizione inacces­sibile, lontano dagli occhi dei fedeli, la devozione verso questa reliquia si affievolì. A darle nuovo vigore contribuirono da un lato il flagello della peste e dall'altro la fede e lo zelo di san Carlo.

SAN CARLO E IL SANTO CHIODO

È noto in che deplorevoli condizioni si tro­vasse la diocesi ambrosiana quando il Borromeo vi fece l'ingresso (1565). Tra l'altro "gli edifici sacri erano per gran parte decadenti e non vi si svolgevano le cerimonie del culto divino; la sup­pellettile era indecente e le reliquie, insieme con le altre cose sacre, erano trattate in un modo scan­daloso". Forse è esagerato applicare al Santo Chiodo questa drammatica espressione del Bascapè, ma è pur vero che quando il santo deci­se di ripristinare ufficialmente il suo culto, An­tonio Seneca attestava che ormai da venticinque anni esso non era più esposto al popolo, sicché non pochi ne ignoravano persino la presenza. Nelle ordinazioni emanate dopo la sua prima visita al Duomo (25 giugno 1566) il Borromeo disponeva che la reliquia fosse periodicamente ripulita e che il luogo dov'era conservata fosse protetto da un vetro e da una piccola tenda; quanto all'illuminazione ordinava: "se usi diligen­za alla lampada del Chiodo ed ancora se netta ogni settimana". Nel 1575-76 anche mons. Girolamo Ragazzoni compiva la sua visita aposto­lica e ordinava a proposito del Chiodo, come pure del Santissimo Sacramento e dei Corpi santi, di perseverare nella illuminazione con "lumi di cera ed olio". Allorché Milano fu colta dalla peste nel 1576, san Carlo, persuaso che senza un particolare inter­vento divino la città non sarebbe mai stata liberata dal tremendo flagello, indisse tre pubbliche processioni, cui egli stesso intervenne scalzo e con la corda al collo. Mercoledì 3 ottobre si andò dal Duomo a Sant'Ambrogio, ed egli portò il crocifis­so, il venerdì successivo alla chiesa di San Nazaro e sabato 6 - e qui lasciamo continuare il racconto al Bascapè - "si andò al celeberrimo santuario della Beatissima Vergine, situato vicino ad un'altra vetusta chiesa dedicata a san Celso. "Le pie confraternite in quell'occasione, tra­sgredendo la vecchia proibizione del Governato­re, convennero col volto coperto; inoltre da tutte le chiese vennero levate le reliquie che si potevano asportare senza difficoltà e portate intorno con accompagnamento di lumi accesi, per muovere maggiormente gli spiriti a raccoglimento. Carlo pensò allora di rinnovare anche la devozione di quel Santo Chiodo [...]. "Fino a questo tempo il Chiodo era rimasto custodito in alto, nella sommità della volta in capo alla chiesa stessa e, benché davanti brillassero perennemente cinque lampade, tuttavia quella reliquia così santa, che era stata insigne strumento della santissima e dolorosissima passione del Cristo Signore, non era circondata dal decoro conveniente e da pochi era tenuta oggetto di culto e venerazione. Perciò il sabato fece calare quel Sacro Chiodo da sacerdoti sollevati in alto con certe macchine e lo portò, inserito opportuna­mente m una grande croce, in processione, tra il grandissimo ossequio di tutto il popolo. "In quel giorno, preso lo spunto dal Santo Chiodo, parlò della bontà del clementissimo Signore verso gli uomini e, proponendo gli acer­bissimi dolori che per essi Egli aveva sofferto, li esortò ardentemente ad implorare la divina mise­ricordia e li confermò nella speranza. Non lo riportò poi subito al suo posto, ma stabilì che rimanesse esposto alla venerazione di tutti sull'al­tare per quaranta ore, affinché tutta la cittadinan­za, accorrendo in quel luogo a pregare per la pro­pria salvezza, si sentisse spinta a grande devozio­ne dalla vista vicina di quella santissima reliquia. Quindi, prima di riporlo, celebrò un'altra proces­sione e portò il Santo Chiodo con un giro lun­ghissimo accompagnato da tutto il clero e dal popolo nei sei punti più frequentati della città, che si chiamano Ponti e sono situati davanti alle porte principali, secondo l'antica pianta urbana. Fu uno spettacolo meraviglioso vedere tutta la città accorrere con grande entusiasmo e fervore in quel giorni alle processioni, come se non aves­se più paura del contagio. E l'esito fu così felice, che in tanta moltitudine di persone, raccoltasi parecchie volte e nonostante il tempo umido e pesante, non solo nessuno cadde per strada, ma neanche successe nulla che provocasse un aumen­to del contagio. È ancora il Bascapè che ci attesta come, a par­tire dall'anno successivo (1577), sempre per ini­ziativa di san Carlo, la celebrazione in onore del Santo Chiodo venne attuata ogni anno, nella festa dell'Invenzione (ossia del ritrovamento) della Croce, al 3 maggio: "Era arrivata la festa dell'Invenzione della Croce da parte di sant'Elena. Carlo aveva in animo di continuare con qualche altra festa quel culto del Santo Chiodo, che aveva instaurato l'anno prima: perciò pensò che quel giorno fosse il più adatto. Convocò tutto il clero e, con una grande processione ed una particolare solennità, trasportò la Reliquia alla chiesa del Santo Sepolcro. In quell'occasione avvenne, tra la gran­de gioia di tutti i buoni, che il cielo, il quale era nuvoloso e piovigginoso, appena collocata la reli­quia sull'altare, si rasserenò splendidamente e così rimase per tutto il tempo impiegato nell'an­data alla chiesa del Santo Sepolcro e nel ritorno al Duomo. Poi di nuovo si rannuvolò e riprese a cadere la pioggia. "Numeroso popolo accorse alla processione e ciascuna parrocchia seguiva lo stendardo del patrono della sua chiesa. Questa innovazione fu introdotta allora per la prima volta da Carlo, per conservare l'ordine e la devozione. Gli stendardi erano fatti sul tipo di quei labari che Costantino aveva ordinato di tenere nel suo esercito e di portare durante la marcia, come dimostrazione di fede. "Collocato il Santo Chiodo sull'altare della chiesa, vi fu venerato per quaranta ore, mentre il clero e il popolo, diviso per categorie e per zone, si davano il cambio ogni ora m quella manifesta­zione di pietà. Carlo non si allontanò mai; ma a mano a mano che un nuovo gruppo arrivava, dap­prima rivolgeva una pia esortazione, poi, recando­si dal pulpito all'altare, recitava con tutta la gente le litanie dei Santi; infine, prima che se ne andas­sero, impartiva la sua benedizione e concedeva dieci anni d'indulgenza. Nell'attesa dell'arrivo di un altro gruppo, egli, inginocchiato davanti all'al­tare, meditava sulla Sacra Scrittura quello che doveva dire a queste altre persone. "Aveva stabilito che questo ossequio durasse per quaranta ore consecutive, ma il Governatore proibì che si uscisse di casa dopo un'ora dal tra­monto. Il cardinale per circa sedici ore al giorno, dall'aurora fino al tramonto, si prodigò in quel­l'esercizio di pietà e non poté mai essere allonta­nato dall'altare per nessuna esigenza naturale, finché non fu completato il periodo delle quaran­ta ore. Tutti ammiravano il suo spirito di sacrifi­cio, tanto più che per quel motivo non concedeva neanche di notte alcun tempo al sonno e alle altre esigenze della vita. "Terminate le quaranta ore, il Santo Chiodo fu riportato al suo posto nello stesso modo e con la stessa solennità e si notò come la città ne avesse ricavato un grande sollievo nel suo dolore. Carlo inviò poi al re Filippo, come dono convenientissi­mo alla pietà di quell'ottimo sovrano, una artistica riproduzione del Santo Chiodo, consacrata dal contatto con la Reliquia stessa. "Stabilendo quella festa annuale, diede un meraviglioso impulso al culto sia del Santo Chiodo, sia della solennità liturgica del giorno. Infatti è bellissima e devotissima questa celebra­zione. Dopo che tutto il clero e una gran moltitu­dine di popolo si sono radunati, fra i soavi inni dei cantori e le devote invocazioni della folla commossa, tre dei maggiori dignitari, tra i quali talvolta ho visto anche dei vescovi, rivestiti di splendidi paramenti, vengono a poco a poco por­tati in alto mediante invisibili macchine, in un abitacolo ornatissimo e circondato da un involu­cro trasparente, il quale per i lumi che si trovano all'interno offre l'aspetto di una nuvola splenden­tissima. Dopo lungo tempo giungono finalmente alla volta e al luogo dov'è conservato il Santo Chiodo, lo estraggono e vengono calati giù nello stesso modo. Quando la nuvola arriva a terra, l'arcivescovo riceve la sacrosanta Reliquia con la debita devozione, la inserisce nel centro di una grande croce e la porta lui stesso preceduto da tutti gli ecclesiastici. "Carlo, a titolo di onore e per portarlo decoro­samente, rinchiuse il Santo Chiodo in una teca d'argento, così che attraverso il cristallo potesse essere visto. Inoltre fece munire di un'inferriata e ornare di marmi preziosi, con splendido orna­mento, il posto della volta in cui è conservato". In quell'occasione san Carlo permise di ritrar­re il Santo Chiodo per ricavarne immagini che i fedeli potessero tenere presso di sé per devozione. Fece poi eseguire due facsimili della Reliquia e dopo averli messi a contatto con questa, li inviò in dono uno a Filippo Il di Spagna - che gli rispose poi con una lettera di ringraziamento - e l'altro ad Anna d'Ajamonte.

I RITI DEL 3 MAGGIO

L’annuale festa dell'Invenzione della Croce fu celebrata sempre con grande solennità. Trascri­viamo la descrizione delle cerimonie che si svolge­vano, contenuta in un foglio recante l'immagine della croce contenente il Sacro Chiodo, stampato ad uso dei fedeli per l'anno 1745. "In ciascuno anno alilo 3 di maggio, giorno appunto in cui dalla Santa Chiesa si solennizza la festa dell'Invenzione della Santissima Croce, nel quale alla mattina, prima d'incominciarsi la seconda ufficiatura, cioè di terza e sesta, colloca­to che sii tutto il capitolo di questa Metropo­litana nelli suoi stadi corali, suonandosi frattanto gli organi, vengono accompagnati li tre delegati signori canonici ordinari, cioè una dignità, un diacono e soddiacono, vestiti delle loro cappe, avanti l'Arcivescovo, o in sua assenza, davanti mons. Vicario generale, da cui ricevono le chiavi dello sforo ove sta rinchiusa quella SS. Reliquia, della qual consegna se ne fa rogito da notaro alla presenza di due testimonii, che per lo più sono cavalieri (19) "Ricevute le chiavi depongono le cappe, e vestiti de sacri paramenti, cioè la dignità di piane­ta, diacono e soddiacono di sue rispettive tonicel­le, entrano assieme al sagrista della sagrestia meri­dionale ed alcuni ostiari in una nube mirabilmen­te travagliata al naturale, quale si vede insensibil­mente salire a vista di foltissimo popolo, e cittadi­no e forastiero, che in gran numero si porta a que­sta nostra città, che riesce incapace questo gran tempio, ancorché vastissimo, di tutti appieno ren­der soddisfatti. "Nel mentre che ascende la nube si cantano le ore di terza e sesta, ed arrivata che quella sii al sagro sforo in cui si conserva il Santissimo Chiodo, si apre la ferrata con le chiavi e staccato il cristallo che rinchiude questo tesoro, si adatta lo stesso cristallo con alcune viti nel mezzo di una croce, che indi alzata sotto ricchissimo baldacchi­no al riverbero de luminosi doppieri si fa vedere a tutto il popolo, dopo di che la nube immantinen­ti discende accompagnata da cinque lampade che continuamente gli ardono avanti nel decorso del­l'anno. Calata la nube sul suolo si va a ricevere la Sagrosanta Reliquia dall'Arcivescovo, o in sua assenza dalla dignità che deve celebrare, e dopo d'averla incensata, si porta dallo stesso sopra l'al­tar maggiore, e ripostala in un piedestallo di legno sopra indorato vagamente intagliato, di nuovo l'incensa, indi incomincia la messa pontificale. "Frattanto restano incamminate per la strada solita farsi da questa Metropolitana alla chiesa del Santo Sepolcro, primieramente con li di loro con­faloni, tutte le compagnie della Santa Croce, e tutte le confraternite de' disciplini, poi la nobilis­sima scuola di S. Giovanni alle Case rotte, in seguito alla quale succedono sotto le rispettive loro croci li regolari ed abbazie, indi il clero seco­lare, al quale precedono le due prefetture di S. Maria presso S. Celso e di Nostra Signora presso S. Satiro, e li revv. curati delle parrocchie della città, poscia seguono i capitoli delle collegiate, i capi delle quali sono apparati di ricchissimi pivia­li; dopo di questi li vecchioni e vecchione, con una quantità innumerabile de' chierici del Collegio Elvetico, della Canonica, e del Seminario, poi li musici vestiti di cotta, e dopo di essi li revv. par­rochi della Metropolitana seguitati dalli revv. maz­zeconici vestiti di piviale; indi succede la croce arcivescovile portata da uno dei revv. notari vesti­to parimenti di piviale (quando però la funzione si facci dall'Arcivescovo, e non intervenendo egli, la croce capitolare che è tutta d'oro, portata da un ostiario), la quale è seguitata dal Reverendissimo Capitolo metropolitano tutto aparato con ricchis­simi paramenti di broccato d'oro, con mitra di damasco bianco in capo, che sembra un collegio de vescovi, e per ultimo la Sacra Reliquia portata dal medesimo Arcivescovo, ovvero in sua absenza da una delle dignità, sotto ricchissimo baldacchi­no pure di broccato d'oro circondato da dodeci accesi doppieri, che vengono portati da chierici del Seminario; appresso segue il capitolo de' revv. lettori e finalmente l'Eccellentissimo Senato con tutti gli altri Tribunali, portando assieme de' sud­detti i lumi accesi, col seguito di tanta moltitudi­ne di popolo che non è possibile l'esprimerlo. Terminata la processione s'espone la Sagrosanta Reliquia sopra l'altar maggiore ed ivi sta esposta per quarant'ore, nel qual tempo v'intervengono le collegiate, parrocchie e religioni a fare a vicen­da un'ora d'orazion, in cui si fanno divoti sermo­ni in lode di esso Santo Chiodo o sopra la Passione di Nostro Signore. "Alla mattina del giorno cinque coll'inter­vento de revv. padri Cappuccini, circa le ore sedici si fa nuova processione attorno alla gran basilica, e dopo si benedice il popolo con la Reliquia, quale dalle persone primiere è portata nella nube che col moto di prima si vede salire in alto, e con lei le cinque solite lampade, stan­do frattanto inginocchiato tutto il clero metro­politano con i cerei accesi in mano, e facendosi un divoto sermone in lode d'essa Sagrosanta Reliquia, terminato il quale si suonano gli orga­ni finché, giunta la nube al solito luogo del vòlto, sii levato dalla croce il cristallo entro cui si conserva il Santo Chiodo, e riposto al suo pri­miero sito con le viti e chiusa la ferrata con ser­ratura e lucchetti. Dopo di che il sudetto clero siede nei suoi stadj aspettando che sii discesa la nube, quale arrivata sul pavimento, escono dalla stessa le persone sopradette e deposti dalli tre canonici ordinarj li paramenti sacri e rivestiti delle loro cappe, vengono accompagnati avanti l'Arcivescovo (appresso del quale stanno sem­pre le chiavi di sì prezioso tesoro) o in sua absenza davanti monsignor Vicario generale, a cui consegnano de sudddette chiavi, della qual consegna se ne fa il rogito nel modo che si èdetto di sopra, restando li spettatori di santa consolazione ricolmi, e questa gloriosissima Metropoli assicurata sotto la tutela sì salda di questo sagratissimo pegno della Redenzione comune .Dal 1606 in poi nel Calendario ambrosiano ogni anno al 2 di maggio si raccomandava di cele­brare la vigilia in preparazione alla festa, vigilia ex devotione. Le indulgenze concesse da Gregorio XIII veni­vano pubblicate ogni anno, il primo maggio, nelle chiese parrocchiali con Sommario del seguente tenore: "La Santità di N.S. Gregorio papa XIII conce­de indulgenza plenaria a tutti li fedeli christiani dell'uno e l'altro sesso che veramente pentiti, con­fessati e comunicati accompagnaranno una delle processioni che si farà nell'esponere e riponere il Sacro Chiodo nella solennità dell'Inventione della Santa Croce, ovvero visitaranno la Chiesa Metropolitana nel giorno medesimo di essa Inventione e ivi pregarano per l'essaltazione della Santa Chiesa, per l'estirpatione delle heresie e er la confermatione della pace tra principi christiani. Inoltre concede Sua Santità sette anni e sette quarantene d'indulgenza a quelli che per qualche spa­tio di tempo si troveranno presenti all'oratione delle 40 hore che si farà tenendo esposto il Sacro Chiodo. Concede anco cento giorni d'indulgenza a quelli che in ogni venerdì dell'anno conveniran­no all'oratione che si fa la sera avanti esso Sacro Chiodo, tante volte quante ciò faranno. Le quali gratie sono tutte concesse in perpetuo. Dall'Arcivescovato il 15 Aprile MDLXXXIII". La vigilia della festa anche il Vicario e i XII di Provvisione pubblicavano una grida con disposi­zione affinché le strade ove doveva transitare la processione fossero bene ripulite e i muri delle case convenientemente addobbati e ornati. Non mancarono gride per evitare che le carrozze intral­ciassero l'ordinato svolgimento del corteo. Anche le autorità civili si facevano obbligo di presenziare a questi san riti. Nella gran calca di gente che ogni anno inter­veniva alle cerimonie non mancavano malati e sedicenti indemoniati i quali, sia in Duomo che durante la processione emettevano alte grida. Per evitare queste manifestazioni isteriche e superstiziose il card. Pozzobonelli ordinò di isola­re tali persone in apposite cappelle con l'interven­to di esorcisti e, se del caso, di ricoverarle in ospe­dale; questa piaga era già antica: "Quando l'inspiritati s'accorgono che il Sacro Chiodo rinchiu­so nel cristallo - è il Corno che scrive, traducendo dal Ripamonti - discende a basso, subito per tutta la chiesa si sente il strepito de demoni, l'istesso quando si porta sotto il baldacchino in pro­cessione per la città, et simile mentre per il spatio di quarant'hore sta esposto sopra l'altare". Era infatti diffusa la persuasione che' il Santo Chiodo liberasse dalle malattie e dalle possessioni diaboli­che; dai devoti e dagli infermi era assai ricercato l'olio delle lampade che in Duomo ardevano davanti alla Reliquia. A incidenti accaduti durante le sacre funzioni senza danno alle persone non si esitava ad attri­buire carattere miracoloso: "Voglio riferire un caso a' miei giorni occorso - è sempre il Corno che scnve. Ritrovandomi in choro l'anno 1632 nella ripositione del Santo Chiodo, quale si portò nel giorno del rendimento delle gratie della Città per la liberatione della peste: fu tirato su il lampa­dario che stava sempre dinanzi alla Reliquia in Duomo in modo che s'intrecciò con la chiave di ferro che liga le colonne; si spezzò parte d'un braccio di esso e tal parte cadette in terra nel mezo del popolo numerosissimo conforme al solito, passando per un vacuo stretto, senza offendere alcuno, il che fu stimato da tutti gratia singolare del Signore. Alla folla che si accalcava in Duomo era seve­ramente proibito di varcare i cancelli dell'altare, spesso guardati a vista da soldati armati, ciò che invece si consentiva a persone di particolare riguardo.

LUNGO IL CORSO DEI SECOLI

I diari dei cerimonieri del Duomo, documenti tanto preziosi quanto poco conosciuti e sfruttati dagli storici, offrono copiose notizie anche sui riti del 3 maggio, permettendo di ricostruire una sorta di cronaca di questa solennità. Le notizie che se ne ricavano sono della più diversa specie: dalla presenza di qualche perso­naggio illustre - per qualcuno si provvide addirit­tura a far calare appositamente il Santo Chiodo al di fuori della data convenzionale - a litigi e conte­se su diritti di precedenza e privilegi; dalle nota­zioni meteorologiche - talvolta si dovette rinun­ciare alla lunga processione per la pioggia e tener­la all'interno del Duomo - a quelle musicali - vi è traccia di esecuzioni lunghissime che allungarono oltre misura la durata dei riti - e così via. Abbiamo scelto le più interessanti. Tra le personalità ecclesiastiche che presenzia­rono alle solennità del 3 maggio troviamo segnala­ti: il card. Agostino Valier vescovo di Verona (1584), il card. O. Parravicini (1596), il card. Flaminio Piatti (che presiedette i riti in assenza del card. Federigo, nel 1599), il card. Ferdinando Taverna (1619), il padre inquisitore (1630), il vescovo di Alessandria (1646), il vescovo di Asti col superiore generale dei Somaschi e il padre inquisitore (1644), mons. Ludovico Settala vesco­vo di Cremona (1697). Spesso la Reliquia fu calata dal suo eccelso tabernacolo in diversi periodi dell'anno, solo per assecondare la richiesta di illustri personaggi che passavano da Milano. Ben tre furono le ostensioni straordinarie effettuate nel corso del 1598: agli ultimi giorni di settembre per il card. Benedetto Giustiniani, al 2 dicembre per il card. nepote Pietro Aldobrandi­ni, e l'11 dello stesso mese per la regina Marghe­rita di Spagna accompagnata dalla madre Arciduchessa d'Austria, dai figli e da altri fami­liari; alla regina il card. Federigo volle fosse donata un po' di limatura del Santo Chiodo. Il 2 settembre del 1600 il Santo Chiodo fu mostrato a Fernandez de Velasco, Governatore di Milano e alla sua famiglia, essendo egli in procin­to di partire al termine del suo mandato. Altra ostensione provata il 15 giugno 1602 per riguardo al duca di Mantova, Vincenzo I Gonzaga. Il 21 settembre 1624 Carlo d'Austria, destina­to vicerè del portogallo, di passaggio a Milano, espresse il desiderio di venerare il Santo Chiodo, e venne accontentato. Ostensione straordinaria venne fatta il 21 marzo 1656 per il principe Giovanni d'Austria. In occasione della solennità di san Carlo del 1702, essendo presente in Duomo il re Filippo V, venne calato il Santo Chiodo:" Si depose il S.to Chiodo e nel tempo che fu da mons. Arciprete con pluvial bianco collocato sopra l'altare li musici sopra l'organi cantarono l'antifona O Crux. Giunse il Re e andò prima ad udir la messa in S. Carlo [...] doppo di che fu all'altar maggiore all'adoratione delle Sante Reliquie per qualche spacio di tempo; di poi il Sig. Card.le con stolla rossa levò dall'altare il Santo Chiodo e lo fece bacciare al Re che stava in ginocchio sopra a fal­distorio; anzi l'istesso Re con grandissima devo­tione se lo pose sopra i suoi occhi e dall'istesso Sig. Cardinale li furono significate varie cose cioè in che modo fu trovato e donato alla Chiesa, doppo di che il medesimo cardinale in lingua spagnola li sugerì che se havesse voluto riporlo con le sue mani sopra l'altare haverebbe imitta­to Costantino che lo portò a Gerosolima; e sub­bito il Re levatosi in piedi pigliò in mano la croce dove era riposto il Santo Chiodo e lo collocò al suo luocho sopra l'altare; e tanto il pensiero del Signor cardinale come l'atione del Re fu di gran­dissima consolatione alli astanti". Quel giorno il Chiodo non fu subito riposto, per poter permettere alla moglie del Governatore, principessa di Vadamonte, di venerarlo in occa­sione di quella speciale esposizione. Ciò che ella fece dopo la messa pontificale, accompagnata da alcune dame. Ancora nel 1711, il 26 ottobre, la Reliquia venne mostrata eccezionalmente a un ospite altrettanto eccezionale, il re e imperatore Car­lo III, che proprio in quei giorni ebbe ratifica­to il titolo imperiale. Anche a lui fu concesso di portare personalmente la Reliquia dall'altare alla nivola, dopo la benedizione impartita dall' Arcivescovo. Il 15 novembre dello stesso anno la Reliquia venne mostrata al cardinale Giuseppe Renato Imperiali, legato a latere. Altri personaggi di rilievo furono presenti nel giorno proprio della solennità. Nel 1623, nel giorno della riposizione del Santo Chiodo, erano presenti in coro il duca Orazio Ludovisi, generale di Santa Chiesa, insie­me col Governatore di Milano, duca di Feria. Nel 1649 il duca di Maqueda col Governatore, marchese di Caracena, assistettero alla processio­ne presso la chiesa di Santo Sepolcro, affacciati a una finestra "di qua di S. Corona, dirimpetto all'altare parato su la porta della chiesa". Nel 1713 era presente a Milano l'imperatrice Elisabetta Cristina, moglie di Carlo VI, che affac­ciata al balcone sulla porta del palazzo ducale "volse vedere tutta la processione anche della compagnia della Santa Croce ed al ritorno fu fatto un giro, onde tutta la processione passò sotto il pogiolo e mons. Arciprete con la Santa Reliquia vi diede la benedizione e la medesima Sig.ra Imperatrice hebbe grandissima consolatione e sodisfatione in haver visto una processione così copiosa di croci, disciplini, regolari e clero secolare, con tutti li Tribunali, come ancora per esere stata così ben regolata et unita senza niun inte­rompimento". Il giorno 5, in occasione della solenne riposizione, la sovrana "fu in Domo sotto al trono, et prima della processione bacciò il Santo Chiodo e poi fu anch'essa con le sue dame in pro­cessione, tutte con cerei in mano accesi, accompa­gnando con grandissima modestia e decoro la detta Reliquia, che doppo la generale beneditione di nuovo vuolse bacciarla e con le proprie mani unitamente con mons. Arciprete la portò alla nivola, ritornando al suo trono sin che detta Reliquia al solito suo luocho collocata; nel partire da coro s'incontrò in diversi maleficiati e si trat­tenne molto più d'un hora a vedere ad esorcistar­li, una de quali con l'aiutto d'Iddio fu liberata, e li fece un elemosina de quattro doppie". Personaggio illustre è presente alle feste del 1733: viene a baciare la Reliquia la vice-regina di Napoli, moglie del conte Giulio Visconti, con altre dame. Il 3 maggio 1736 assistono alla funzione i figli del maresciallo Noailles generale delle truppe francesi di stanza nello stato di Milano. Il rettore della Fabbrica fece loro apparecchiare dei sedili nel coretto sopra la cantoria. Alla sera del 4, dopo che la Reliquia venne accompagnata in sagrestia dai confratelli di S. Maria Beltrade - che eviden­temente avevano questo privilegio al secondo giorno delle feste - venne il maresciallo in perso­na "con il seguito di ufficiali e cavaglieri che lo corteggiavano. Si portò la Reliquia all'altare ivi apparecchiato cioè in sagrestia e portatosi un cuscino di tela l'oro per detto signore, ivi s'ingi­nocchiò, adorò e bacciò e ammirò con somma pietà e devotione, il che fecero anche gli altri signori che erano di suo seguito". Una delle visite più illustri mai ricevute dal Santo Chiodo fu quella della granduchessa di Toscana, futura imperatrice: Maria Teresa. Ad essa fu concesso di recare con le proprie mani la Reliquia dalla nivola all'altare. Era l'anno 1739. Nel 1762 il conte di Firmian manifestò il desi­derio di baciare il Santo Chiodo, il che gli fu con­cesso a malapena, dopo un fervente consulto tra i monsignori del Capitolo metropolitano; infatti, essendo presente in città il duca di Modena Francesco III d'Este, secondo le regole praticate dalla corte di Vienna il plenipotenziario godeva del trattamento riservato al Governatore solo in assenza del duca stesso. Un particolare musicale ci è fornito dal diario nel 1762: presenti durante la processione le LL.AA.RR. arciduca e arciduchessa, che seguiva­no dietro il baldacchino con candela in mano, "con quatro guardie nobili ongare, due per parte e spalleggiate dalle guardie del corpo, durante il corte "Si cantava dai lettori, mazzaconici e musici l'inno Vexilla regis prodeunt frammentato da con­certi di sinfonia che accompagnava il confalone de' disciplini, e trombe di città". Nel 1766, "nel ritorno della processione in Duomo erano su la loggia di Corte le loro Altezze Ser.me la Principessa ereditaria e la Principessa sposa, il Sig.r Duca e il Sig.r Principe ereditario, a' quali S. Eminenza diede la benedizione". Costante fu nel Sei-Settecento l'intervento delle autorità e delle magistrature alla processio­ne. Al Governatore di Milano e alla consorte col rispettivo loro seguito era anche concessa una visi­ta serale, durante la quale erano ammessi "in gra­dibus altaris" a contemplar da vicino la Reliquia e a baciarla. Curiose le annotazioni dei primi anni del '700. Il giorno della solennità, il Governatore ed eventualmente la consorte intervenivano ai riti non nel coro senatorio, ma su una delle due tri­bune che vi si affacciano e precisamente quella meridionale, onde evitare che il sole, che a quel­l'ora batteva sulla tribuna Opposta, desse noia agli illustri ospiti Al singoli dignitari civili erano concessi parti­colari onori e privilegi; a seconda del loro grado, diversa era anche la dignità dei prelati che li rice­vevano e li accompagnavano durante la loro visita. Sappiamo quanto fossero gelosi - soprattutto gli spagnoli - degli onori e dei privilegi: non stu­pirà perciò di trovar traccia, nei documenti, di lotte e diatribe quando tali onori erano anche solo minimamente sminuiti. Nell'anno 1632, trovandosi presenti in Duomo solo sei senatori e avendo otto stanghe il baldac­chino che essi avevano il privilegio di recare fino alla porta del Duomo, quei senatori rifiutarono che fossero loro associati, per portarlo, due magi­strati inferiori a loro per grado e diritto di prece­denza. Il Capitolo dovette perciò ordinare che in Duomo fosse usato un baldacchino con solo sei stanghe; alla porta del Duomo la processione con­tinuò col solito baldacchino da otto, recato come di consueto da otto magistrati sul sagrato e poi da otto dottori fino alla piazza Mercanti. Nel 1726 si registra un diverbio tra i dignita­ri laici, questa volta tra la moglie del Governatore e il rettore della Fabbrica conte Marliani: quest'ultimo negò alla dama l'uso del coretto che si affacciava sul coro senatorio, allo­ra di sua spettanza e lo fece esplicitamente chiudere a chiave: "e stata male intesa da tutta la città la poca condotta del sig. Conte (...) peraltro è stata molto applaudita l'humiltà dell'ecc.ma sig.ra Contessa". Nel 1775 troviamo accuratamente annotata una questione di etichetta: "Resta inteso col Signor Presidente del Senato che ogni qual volta S.A.R. venga o a questa processione o a quella del Corpus Domini, il Senato e per conseguenza gli altri Tribunali e Dicasteri non porteranno il bal­dacchino". Infatti quell'anno, presente l'Arcidu­ca, in coro recarono il baldacchino i deputati della Confraternita del SS.mo del Duomo.  Nel 1647 malumori malintesi e rivalità non lasciarono immune l'ambiente delle confrater­nite: i confratelli di S. Giovanni in Conca rifiu­tarono di associarsi ai membri di una confrater­nita di Piacenza, "vestiti di sacco alla cappucci­na, e come loro dediti ad accompagnare i con­dannati a morte. Il giorno successivo, dovendo­si eseguire una condanna capitale, i confratelli di Piacenza chiesero e ottennero la grazia per il reo e le due scuole, tra loro rappacificate, lo ricondussero entrambe alla prigione. In più di una circostanza il cerimoniere annotò nel suo diario la mancanza di puntualità delle con­fraternite dei disciplini, "che - scrisse nel 1699 - son gente senza discretione e per conseguenza doppo la messa si è bisognato aspettare in choro più di mez'hora prima d'uscire Anche tra gli ecclesiastici non mancarono controversie circa pretesi diritti di precedenza e competenza, e proprio in occasione della festa di Santa Croce del 1712 vi fu attrito tra l'arci­prete del Duomo, capo del Capitolo metropoli­tano ed esecutore testamentario del defunto arcivescovo G. Archinti, e mons. Calchi, vicario capitolare: entrambi rivendicavano il diritto di consegnare le chiavi per la funzione. La diatriba fu risolta a favore del vicario capitolare soltanto dopo che ciascuna delle parti contendenti ebbe assicurazione dalla controparte di non aver smi­nuiti i propri diritti e onori. Dai tempi di san Carlo la processione si pra­ticò, sempre con lo stesso cerimoniale, per oltre due secoli. Restrizioni a questa come a tutte le pubbliche funzioni religiose vennero dal provvedimento di Giuseppe Il del 25 settembre 1786, col quale si circoscrissero "le pubbliche processioni annuali a quella che si celebra nella festa del Corpus Domini e alle altre che ricorrono nel giorno di san Marco e nei tre delle Rogazioni" e lasciò soltanto all'arbitrio dei vescovi di fare tra l'anno una pro­cessione nella città di loro sede, purché si eseguis­se in giorno di domenica. La prescrizione imperiale non fu però osserva­ta dai milanesi, che a volte chiedevano autorizza­zione per eccezioni, a volte continuavano le tradi­zionali processioni per spontanea volontà di popolo. La festa di Santa Croce era tanto cara che fu conservata, con partecipazione ufficiale delle autorità, fino all'anno V della Repubblica Cisalpina. Il 2 messidoro dell'anno VI (20 giugno 1798) fu invece stabilito che "tutte le cerimonie religio­se di qualunque culto dovranno esercitarsi solo nei recinti ossia chiese destinate al libero esercizio del culto". Contraddittorio fu in questi anni il comportamento delle autorità civiche riguardo alla partecipazione a questa come ad altre solenni processioni e così pure all'opportunità di tenerla all'aperto. Nel 1797 troviamo annotato: "Dopo moltissimi alterchi dalla Municipalità e Sig. Serbelloni e Capitolo, finalmente fu deciso non doversi fare in istrada la processione, perciò tenutasi poco meno che l'ora stessa di campanone, cantando mons. Arciprete ed assistendo mons. Arcivescovo. Le due sere poi si trasportò la Santa Reliquia in sagrestia da mons. Arciprete dopo chiuse le porte, privatamente e senza schiamazzo. Di riscontro, nel 1801: "Il cerimoniere a nome dell'Arcivescovo andò ad invitare per la proces­sione del S. Chiodo il Ministro di Francia, il Generale in capo, il Governo, i Tribunali di Giustizia e la Municipalità. Niuno però interven­ne alla processione. Un po' meglio si comportarono le autorità l'an­no successivo: "Il cerimoniere andò ad invitare a nome di mons. Vicario capitolare la Municipalità per la processione del S. Chiodo e il Presidente rispose che sarebbe intervenuta. Il Governo invi­tato alla processione diede in risposta che non interveniva. Mons. Arciprete pregò il Coman­dante della Piazza a volere accordare il militare per scortare la processione e il suddetto Coman­dante aderì di buon grado". Subito dopo l'entrata degli austro-russi in Milano (aprile 1799) era stata ripresa la processio­ne. Ce lo attesta Luigi Mantovani, che annota: "Questa mattina fu fatta solennemente la proces­sione di S. Croce, coll'intervento di tutti i capitoli, che per la prima volta riassunsero le loro inse­gne corali. Dietro la funzione vi fu la banda di sonatori che era della Guardia nazionale, che accompagnò la santa Reliquia sino ai gradini del coro senatorio, sonando le loro solite sonate. Primo esempio di sinfonia entrata in Duomo, pas­sabile per la stravagante esultanza di tutta la città. Non si giunse però a S. Sepolcro, come di costu­me, ma soltanto al fine della contrada del Cordusio, dove era messo l'altare solito assistito dagli obblati di S. Sepolcro, e questo rimpetto alla contrada degli Armorari, dove diè di volta la pro­cessione per ritornare in Duomo entrando al soli­to per la contrada de' Pennacchiari, de' Mercanti d'oro, la piazza etc." Registrata quasi costantemente per gli anni 1803-1807 la presenza della Municipalità: solo quella si faceva premura di intervenire, a diffe­renza delle altre autorità; nel 1803 annota il Mantovani: "Non vi intervenne alcuna autorità, fuori di tre all'Amministrazione municipale. Per la prima volta fra gli ordini regolari v'interven­nero cinque individui degli Scolopj che hanno la direzione del Collegio di S. Bernardo in Porta Vigentina". Il 3 maggio 1805 nell'imminenza dell'incoronazione di Napoleone a re d'Italia, non si tenne la festa di Santa Croce, che si tra­sferì al 14 settembre. Dopo quest'anno la pro­cessione fu ripresa nella forma tradizionale, per le pubbliche vie. Sempre in prima fila il "Podestà coi Savj" anche negli anni successivi. Nel 1808 "il Podestà col consenso di mons. Arciprete fece invitare alcu­ne confraternite dei Corpi Santi che accompagna­rono la processione vestite degli abiti delle rispet­tive confraternite con candela accesa". Nella stes­sa occasione il Mantovani ci spiega la ragione di questo invito: "per rendere più dec6rosa la pro­cessione, mancando per la soppressione delle con­fraternite e dei Corpi regolari"; le confraternite intervenute erano quelle del SS. Sacramento, le uniche sfuggite alla soppressione. Lo stesso croni­sta annota che accompagnarono la processione con molta decenza". La presenza delle confrater­nite è registrata fino al 1816.. Anche nel 1817 la processione venne riman­data al 14 settembre, a causa dell'imperversare di un'epidemia di morbo petecchiale nel territorio milanese, e questo per evitare il concorso solita­mente numeroso in Duomo dei forestieri, soprat­tutto contadini. Si espose perciò sull'altare la cassetta con le Sacre Spine (33). Ma neppure a set­tembre si poté celebrare il rito, non essendo ancor cessato il morbo. Il grande concorso di popolo in occasione della festa di Santa Croce dava ottima opportunità ai ladri: nel 1819, "bel­lissima giornata, il concorso dei forastieri fu straordinario ed i borsaioli fecero in Duomo grosso bottino di orologi, scatole, fazzoletti; alcuni furono presi" (così il Mantovani). Non sappiamo se tra le vittime vi sia stato anche il poeta Carlo Porta, che senza dubbio in quell’casione era tra la folla. "Ho premura di andare in Duomo a vedere l'ascensione del Santissimo Chiodo, dunque finisco - scrisse nel maggio di quell'anno all'amico Luigi Rossari -. Se ritornerò ancora in tempo di riprendere la penna, ti dirò come si saranno condotti gli aeronauti nel loro viaggio, e quale scoperta utile all'umanità abbia­no per avventura da colassù riportata". Nulla di straordinario vien registrato dai ceri­monieri fino al 1829, ad eccezione di un "lun­ghissimo stucchevole discorso" pronunciato dal prete Giovanni B. Sordelli, già coadiutore a Gallarate, il 5 maggio 1828, durante la riposizio­ne della Reliquia. Dal 1829 al 1831 non si poté far ascendere la nivola perché fervevano i lavori di restauro della volta sopra l'altar maggiore. Quegli anni il Santo Chiodo venne conservato nella sagrestia capito­lare, in un armadio, e di qui lo si prelevava per i riti consueti. Finalmente la nivola riprese a funzionare con il 1832 "e ciò per la prima volta - annota don Giovanni Battista Germani, che fu cerimoniere dal 1828 al 1874 - dopo il ristauro dell'abside ossia dopo la vandalica distruzione della gloria del coro". Naturalmente il rito della nivola, data la sua suggestione, distraeva i fedeli dall'ascoltare, durante la riposizione della Reliquia, il discorso del predicatore. Ben se ne accorgeva il Germani, col consenso di mons. Arciprete fece invitare alcu­ne confraternite dei Corpi Santi che accompagna­rono la processione vestite degli abiti delle rispet­tive confraternite con candela accesa". Nella stes­sa occasione il Mantovani ci spiega la ragione di questo invito: "per rendere più decorosa la pro­cessione, mancando per la soppressione delle con­fraternite e dei Corpi regolari"; le confraternite intervenute erano quelle del SS. Sacramento, le uniche sfuggite alla soppressione. Lo stesso croni­sta annota che accompagnarono la processione con molta decenza". La presenza delle confrater­nite è registrata fino al 1816. Anche nel 1817 la processione venne riman­data al 14 settembre, a causa dell'imperversare di un'epidemia di morbo petecchiale nel territorio milanese, e questo per evitare il concorso solita­mente numeroso in Duomo dei forestieri, soprat­tutto contadini. Si espose perciò sull'altare la cassetta con le Sacre Spine. Ma neppure a set­tembre si poté celebrare il rito, non essendo ancor cessato il morbo. Il grande concorso di popolo in occasione della festa di Santa Croce dava ottima opportunità ai ladri: nel 1819, "bel­lissima giornata, il concorso dei forastieri fu straordinario ed i borsaioli fecero in Duomo grosso bottino di orologi, scatole, fazzoletti; alcuni furono presi" (così il Mantovani). Non sappiamo se tra le vittime vi sia stato anche il poeta Carlo Porta, che senza dubbio in quell'oc­che nel 1836 scrisse: "frattanto inutilmente il sig. coadiutore [don Vincenzo] Maggioni pronuncia­va dal pulpito analogo discorso, niente atteso dai circostanti, tutto intenti alla macchina che ascen­deva dietro l'altar maggiore Nel 1857 "furono presenti alla messa pontifi­cale due vescovi in abito prelatizio, cioè mons. [Pietro Maria] Bataillon delle Missioni estere e mons. [Pietro Maria] Ferré vescovo di Crema. Intervenne tutta la Congregazione municipale con tutti quanti gl'impiegati dipendenti, ed in processione portarono la candela l'Ecc.mo Sig. Conte Podestà Lobregondi e gli Assessori e davanti allo stendardo civico procedeva la banda musicale municipale". Nel 1859 la prudenza sconsigliò il Capitolo non solo dal tenere la processione, ma anche dal calare il Santo Chiodo. "Si espose l'antica cas­setta di rame inargentata entro la quale si espo­se una reliquia della S. Croce". Questo perché "interpellata da mons. Vicario generale [mons. Carlo Caccia] l'I.R. Direzione generale di polizia se nelle attuali circostanze torbide di guerra e di opinioni politiche era conveniente l'omettere la processione al santuario di S. Maria presso S. Celso per esporvi l'indulgenza del Novennario solita, quella rispose che entrava nel pensiero di Monsignore e lasciava a lui il modo prudenzia­le per regolarsi in questa ocasione. Stimò bene Monsignore di non diramare i soliti avvisi della processione e così pure si decise dal R.mo Capitolo di non farsi neppure in quest'anno la solita processione col S. Chiodo né di levarlo dall'alto". La processione venne espressamente vietata nel 1866. Ecco il commento del Germani: "Questo anno sebbene fosse tempo sereno non si fece la processione in istrada, perché dal Sig. Prefetto Pes di Villa Marina non si voglion dimo­strazioni pubbliche di Religione!!! Oh tempora oh mores! Perfino in Turchia stanno meglio i Cristiani cattolici e nella Chiesa libera nello Stato libero la Religione è oppressa? Che sorta di libertà sia questa attuale? Non è libero che di fare dimostrazioni irreligiose e di pubblico scan­dalo!! Evviva la legge dei birbanti!!". Da allora per molti anni la processione si tenne all'interno del Duomo. Dal 1848 il percorso era cambiato: così attesta in una nota il Germani. Fino al 1847 si snodava attraverso via Borsinari, Pescheria vecchia, piazza Mercanti, le vie Fustagnari, Cordusio, Bocchetto, Bollo, piazza San Sepolcro e le vie Asole, Lupa, Pennacchiari, Mercanti d'oro, piazza Duomo. Poi venne così modificato: da piazza Duomo per le vie Cappellari, Dogana, Orefici, Gallo, Cordusio, Bocchetto, indi come il percorso precedente. In seguito a generali disposizioni del 1876 si svolse solo all'interno del Duomo, conservando sempre lo stesso cerimoniale. La Reliquia rimaneva e­sposta all'adorazione dei fedeli, senza più la pras­si dei sermoni ad ogni ora. Talvolta, dal tempo del card. Schuster in poi, si uscì dal tempio compiendo un breve percorso sulla piazza o sul sagrato. Particolare solennità si diede alla processione del 1933, anno santo della Redenzione, racco­gliendo l'esplicito invito di Pio XI a venerare con particolare pietà le insigni reliquie della Passione nei luoghi in cui erano conservate. Quell'anno il card. Schuster indisse una celebrazione straor­dinaria, mediante una lettera alla diocesi datata 23 aprile 1933. La processione del 3 maggio si svolse all'interno del Duomo, secondo il solito, ma dopo il triduo il Santo Chiodo rimase esposto all'altare del Crocifisso dal 6 al 13 maggio, e fu meta di numerosi pellegrinaggi. Domenica 14 maggio si fece la solenne processione sulla piaz­za, dopo la quale con la Reliquia il card. Schuster impart" la benedizione alla folla dal balcone cen­trale della facciata del Duomo. Sempre sulla piazza sfilò la processione negli anni del secondo conflitto mondiale. Al Sacro Chiodo è legato un "fioretto" del card. Schuster, riferito in sede di processo dioce­sano per la causa di beatificazione, da mons. Pietro Borella, che era stato cerimoniere del Duomo per lunghi anni. "L’ultimo o il penultimo anno [della sua vita, quando le forze iniziavano a declinare], per la processione del S. Chiodo al 3 di maggio, d'accordo col segretario e coll'archi­tetto della Fabbrica avevo fatto preparare due spranghe, a modo di portantina, che sarebbero state tenute da due diaconi per reggere il peso ai fianchi dell'arcivescovo; ma egli non volle che si usasse: volle tutto sopra di sé il peso del S. Chiodo per tutta la processione  A differenza dei loro predecessori, i cardinali Montini e Colombo, al 3 maggio, entrarono per­sonalmente nella nivola, prelevando con le pro­prie mani la Reliquia. Le precarie condizioni statiche della cattedra­le e il conseguente periodo di attesa e poi di restauro, interruppero repentinamente la tradi­zionale festa. Era stato da poco inaugurato il meccanismo di trazione elettrica della nivola quando, nel 1969, il Duomo corse serio pericolo di crollare a causa del cedimento dei piloni che reggono il tiburio, i quali con lavoro febbrile nel giro di pochi giorni vennero incamiciati con cemento armato. Questo lavoro, pur necessario, rese ma­gibile il coro e il tornacoro, impedendo il fun­zionamento della nivola e isolando il Santo Chiodo per un periodo di cui non si poteva pre­vedere la durata. La festa della Santa Croce si celebrava sempre in Duomo, ma recando in processione una reli­quia del Sacro Legno, conservata in sagrestia. La cerimonia si svolgeva al 14 settembre, essendo stata nel frattempo abolita la festa dell'Inven­zione della Croce, e mantenuta solo quella della sua esaltazione. Ma dopo oltre dieci anni, quando era stato ela­borato ed era in fase di piena esecuzione il pro­getto per ridare al Duomo la sua antica solidità e il consueto splendore, balenò anche l'idea di non lasciare ancora per anni il Santo Chiodo nel suo isolamento, ma di tentarne in qualche modo il recupero per poi conservarlo in sagrestia così da poterlo esporre in determinate occasioni. La richiesta dell'arciprete mons. Angelo Majo trovò la solerte risposta dell'architetto della Fabbrica, ing. Carlo Ferrari da Passano: sfrut­tando la trazione delle funi stesse della nivola, ma con un singolare ascensore di fortuna - un piccolo seggiolino - il capocantiere Severino Coelli venne issato fino al Santo Chiodo, che recuperò e portò a terra. Il Santo Chiodo rimase custodito nella sagre­stia capitolare e nel 1982 e nel 1983 fu esposto m Duomo al 14 settembre, e talvolta anche per il tri­duo della Settimana santa. La sua presenza in un luogo facilmente accessibile suggerì e determinò un 'iniziativa destinata a restare nella storia del Duomo e della diocesi: la "Peregrinatio Crucis" del 1983-1984. Giovanni Paolo Il aveva decretato giubilare quell'anno per celebrare il 1950° anniversario della morte redentrice di Cristo; tale anno santo veniva, per la nostra diocesi, a coincidere in parte con il quarto centenario della morte di san Carlo. Per celebrare degnamente queste due ricor­renze si volle ricongiungere il Santo Chiodo - preziosissimo ricordo della Passione - all'antica croce lignea con cui san Carlo lo aveva recato in mezzo al suo popolo. Ciascuna delle zone pasto­rali nelle quali si articola la diocesi ambrosiana venne invitata a ospitare per qualche giorno la croce carolina con il Santo Chiodo e a far ogget­to della propria meditazione il mistero della pas­sione di Cristo e l'ardente carità pastorale che dalla meditazione di tale mistero san Carlo trasse fino a consumarsi di zelo per il suo gregge. Dopo alcuni giorni di celebrazioni a livello di zona, una folta rappresentanza dei fedeli della zona stessa conveniva in Duomo al pomeriggio della domeni­ca successiva per una solenne concelebrazione eucaristica, "riconsegnando" la croce con il Chiodo. Furono giorni di indimenticabile inten­sità religiosa, giorni in cui il popolo ambrosiano diede prova della sua fede, davanti a quel Ferro che la tradizione asseriva aver trapassato le carni del Salvatore. Culmine di queste celebrazioni si ebbe a Milano la sera del venerdì santo, 20 aprile 1984, allo scadere dell'anno giubilare. Con imponente processione per le vie della città, il card. Carlo Maria Martini ripeté esatta­mente il gesto del Borromeo: seguendo lo stesso percorso, dalla cappella dell'antico lazzaretto, a suo tempo luogo di sofferenza e di morte, egli recò con le proprie mani la croce col Chiodo fino al Duomo. Il carattere penitenziale di questo cam­mino serale venne sottolineato da tre momenti di sosta durante i quali l'Arcivescovo propose tre temi di riflessione sulle "pesti" che ancor oggi affliggono l'uomo: violenza, solitudine, corruzio­ne. Altri tratti di cammino vennero percorsi in silenzio. Nella parte finale della processione, a partire da San Babila, i fedeli accesero le fiaccole in segno di accoglienza e testimonianza del mes­saggio della Croce. Una ostensione straordinaria del Santo Chiodo avvenne in Duomo il 15 novembre 1986 in occasione della solenne apertura, in cattedra­le, del Convegno diocesano "Farsi prossimo" sulla carità. Ospiti di eccezione al triduo furono nel 1991 i vescovi membri del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, riunito a Milano sotto la pre­sidenza del card. Martini. Nella quaresima del 1994 la diocesi di Novara, legata a san Carlo anche dal fatto che il segretario di questi, il ven. Carlo Bascapé nel 1594 ne diven­ne vescovo, ottenne di poter ospitare ed esporre solennemente alla venerazione dei fedeli la Reliquia nell'ambito delle celebrazioni del IV cen­tenario dell'ingresso del Bascapè in diocesi. Il Santo Chiodo verrà esposto in Duomo durante la quaresima del grande Giubileo del 2000, e con questa esposizione straordinaria si vuol ricordare la passione del Signore nel secondo millennio della sua incarnazione redentrice.

IL CHIODO E I FERRI ANNESSI

Molto ha fatto discutere l'aspetto curioso del Chiodo, al quale sono annessi altri due ferri che lo avviluppano in uno strano groviglio. Disposto quasi sull'asse mediano della teca nella direzione della sua lunghezza, il Chiodo vero e proprio si presenta come una sbarra di ferro a sezione quadrata, è diritto, lungo poco meno di 30 cm, ribattuto nell'estremità superiore a guisa di cerchio - mediante il quale sta appeso a un anello rotondo, pure di ferro, che lo sostiene - mentre nell'estremità inferiore è foggiato a punta. Gli altri due ferri sono entrambi di calibro assai più sottile e a sezione rotondeggiante. Il più lungo di questi ha pressappoco la forma di una U rovesciata, con branche molto larghe che scendono quasi paralle­le al Chiodo e si aggrovigliano presso la punta di questo, mentre la parte che le congiunge trapassa l'anello formato, come si è detto, dall'estremità superiore del Chiodo stesso. Il secondo ferro, assai più corto, è situato presso la metà inferiore del Chiodo, è curvato in forma quasi simmetrica -ricorda vagamente un paio di occhiali con la sella centrale assai allargata - e ha una delle estremità imprigionata nel groviglio del ferro descritto pre­cedentemente. Il peso del Chiodo, dei due ferri e dell'anello che li sostiene è di 700 grammi. Già il Sassi aveva dato spiegazione di questo complicato intreccio di ferri: "crederei pertanto - scrive - che il nostro Santo Chiodo altro non fosse fuorché un ornamento che pendesse dal capo del destriero dell'imperatore, e circondato poi fosse di quei vari legami che voi vedete, acciò venisse con maggior riverenza per gli accampamenti portato" .

IL CICLO DEI QUADRI DELLA CROCE E DEL CHIODO

In occasione della festa della Croce anche il Duomo era sontuosamente addobbato. Parti­colare splendore conferivano alla cattedrale i 22 grandi quadri che nell'occasione erano esposti tra i piloni: un mirabile ciclo di tele - sette delle quali andate perdute - raffiguranti episodi delle storie del ritrovamento della Croce e delle vicende del Chiodo. Questi i soggetti delle tele, secondo l'ordine in cui vennero elencati per la prima volta da Pietro Antonio Frigerio nella sua celebre descrizione del Duomo e con l'indi­cazione dell'attuale collocazione delle tele superstiti: 1. A Costantino appare la croce col motto "In hoc signo vinces", di Pietro Paolo Pessina (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 2. Costantino al concilio di Nicea raccomanda a san Macario di cercare la croce, di anonimo lombardo (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 3. Sant'Elena è avvertita in sogno da un ange­lo, di Pietro Maggi, offerto dalla corporazione dei mercanti di Lione (Duomo, soppalco della sagre­stia meridionale). 4. Costantino provvede sant'Elena dell'oc­corrente per il viaggio in Terra Santa, del Bellotto, offerto dalla corporazione degli offella­ri (disperso). 5. Sant'Elena, giunta a Gerusalemme, è ricevu­ta dal vescovo san Macario, di Antonio Lucini (Duomo, sagrestia delle messe). 6. San Macario e sant'Elena sono ispirati circa la ubicazione del luogo dove si trova la croce, di ignoto, offerto dalla corporazione degli osti (disperso). 7. Sant'Elena fa distruggere la statua di Venere eretta sul Calvario, di T. Formenti detto Formentino (disperso). 8. Sant'Elena alla presenza di san Macario fa scavare nel terreno e ritrova le tre croci, di G. Battista Barbesti, offerto dalla corporazione dei calzolai  (Milano,  chiesa di  S.  Maria in Camposanto). 9. Il miracolo del morto risuscitato dal contat­to con la vera croce, di Andrea Lanzani, offerto dalla Camera dei mercanti di seta (chiesa di S. Maria in Camposanto). 10. La guarigione istantanea di un'inferma al contatto con una delle tre croci, offerto dalla cor­porazione dei filatori, di anonimo lombardo (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 11. Sant'Elena e san Macario venerano la croce e i sacri chiodi, di certo Sampietro (S. Maria in Camposanto). 12. Il ritrovamento del Santo Sepolcro e dei Sacri Chiodi, di Carlo Preda (disperso). 13. Sant 'Elena, sorpresa da tempesta nel­l'Adriatico, immerge in mare uno dei sacri chio­di, di Francesco Fabbrica, offerto dalla corpora­zione dei cordai (Duomo, soppalco della sagre­stia meridionale). 14. Sant'Elena indica a san Macario quale parte di croce desidera venga destinata all'erigen­da basilica del Santo Sepolcro, del Ferroni (disperso). 15. Un fabbro trasforma il Chiodo in un freno, che viene benedetto da un sacerdote, di Pietro Maggi, offerto dalla corporazione dei fabbri (Duomo, soppalco della sagrestia meri­dionale). 16. L'imperatore Giustino, tormentato nel sonno dai demoni, ne è liberato dalla presenza del Chiodo, di Andrea (o Ferdinando?) Porta (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 17. Elena offre a Costantino il freno e il dia­dema ricavati dai sacri chiodi, di Tommaso Formentino, offerto dalla corporazione degli orefici (Duomo, soppalco della sagrestia meri­dionale). 18. Costantino, che reca la croce rivestito degli abiti imperiali, è fermato da angeli finché non li abbia deposti, di Carlo Preda, offerto dalla corpo­razione dei droghieri (in S. Maria in Camposanto). 19. Eraclio costringe Siroe a restituire la croce, di Pietro Antonio Magatti, offerto dalla corpora­zione dei merciai (Duomo, sagrestia delle messe). 20. Siroe re di Persia restituisce la croce ad alcuni schiavi, del Formentino, offerto dalla stessa corporazione (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 21. Lo stesso episodio, elaborato in forma diversa da Antonio Maria Ruggeri (disperso). 22. San Carlo reca il processione il Santo Chiodo durante la peste, del Pessina, offerto dalla corporazione dei cervellari (disperso). Tutte queste tele furono eseguite anteriormen­te al 1739, anno in cui vide la luce l'opera del Frigerio. Alcuni dipinti erano già pronti nel 1708, e per la prima volta vennero in quell'anno esposti in Duomo. Così il cerimoniere dava notizia della grande novità dell'apparato in cattedrale: "In domo quest'anno si è fatto un apparato sontuosis­simo con l'esposizione di alcuni quadri preziosi donati dalle università [le corporazioni] di Milano, quale apparato si andrà acrescendo per l'avvenire a gloria del Signore". In occasione del Giubileo del Duemila, e della ostensione straordinaria del Chiodo che si farà in quell'anno che celebra il 2000 anniversa­rio dell'Incarnazione di Gesù, la Ven. Fabbrica ha disposto una ricognizione e un restauro del mirabile ciclo pittorico, gran parte del quale da troppo tempo sottratto al godimento dei fedeli e in precarie condizioni di conservazione perché chiuso nei depositi sopra la sagrestia meridiona­le della cattedrale. Per l'occasione è stata allesti­ta una esposizione particolare dei quindici qua­dri superstiti tra i piloni del tornacoro, attorno alla cappella feriale. In occasione delle feste della Croce era espo­sto sulla porta centrale del Duomo anche il grande quadro rappresentante la Gloria del Santo Chiodo, posto nella croce processionale sostenuta da angeli in volo. La tela, risalente all'ultimo scorcio del Seicento, non fa parte del ciclo pittorico sopra citato. Continuò ad essere esposta per le feste della Croce anche quando per il deperimento e la dispersione di alcuni quadri, non si esponeva più l'intero ciclo dei quadroni. Anche sulla facciata della chiesa del Santo Sepolcro era appesa per l'occasione una bella tela rappresentante i santi Ambrogio e Carlo in adora­zione del Santo Chiodo racchiuso nella sua custo­dia a forma di croce sorretta da angeli. Altri quadri erano esposti lungo il percorso della processione. Il Corno afferma che nel 1628 in contrada Pescheria Vecchia, sotto la porta della piazza dei Mercanti, fu rappresentata la scena del ritrovamento del Chiodo da parte di sant'Ambrogio nella bottega d'un mercante di ferri di cavallo, e che poi in quello stesso luogo si esponeva costantemente un quadro raffigu­rante san Carlo parato pontificalmente in adora­zione della Sacra Reliquia; questo apparteneva a padre Pio Chiappano, provinciale dei carmelita­ni di Lombardia.

LA "NIVOLA"

Il caratteristico ascensore col quale si può rag­giungere il tabernacolo del Santo Chiodo, è il cimelio più noto tra quelli legati al culto di questa Reliquia. Per il suo peculiare aspetto, oltre che per il suo lento movimento, assai simile all'incenso che ascende lentamente nell'aria, fu battezzata "nube" o, più frequentemente, "nivola", termine di origine popolare, mutuato dal dialetto e ormai consacrato dall'uso. La nivola è mossa da un congegno di funi e car­rucole azionate da un duplice argano posto in una cella situata alla sommità della volta absidale, pra­ticamente dietro il tabernacolo del Santo Chiodo. Tale congegno era attribuito da taluni a Leonardo da Vinci - che pure collaborò con la Fabbrica in occasione della costruzione del tiburio del Duomo - ma sembra proprio che la nivola risalga a san Carlo. Non è infatti ben chiaro se e in che modo il Santo Chiodo, antecedentemente a san Carlo, venisse esposto alla venerazione dei fedeli. Può darsi che in determinate circostanze venisse predisposta un'illuminazione straordinaria ovvero fosse addobbato il luogo ove esso si conservava - una tribuna al di sopra dell'altar maggiore -, ma senza che esso fosse portato al piano o in proces­sione. E’ praticamente certo che san Carlo fu il primo a volerlo far calare. Nei decreti emanati dopo una delle sue visite pastorali al Duomo, nel febbraio 1577, quindi immediatamente prima che fosse inaugurata la processione annuale del 3 maggio, il Borromeo aveva ordinato di costruire la macchina per porta­re a basso il Santo Chiodo, secondo i disegni che avrebbe approntato il suo architetto. Un'antica descrizione della nivola è contenuta nel diario del cerimoniere del 1583-84. Questo può suggerire che in quell'anno la "macchina", forse fino ad allora senza un aspetto particolarmente degno di nota, sia stata addobbata e illuminata ovvero fosse usata per la prima volta. Nel suo assetto attuale, la nivola risale all'epo­ca di Federico Borromeo. È di forma circa ellis­soidale, all'esterno tutta rivestita di tela intera­mente dipinta a olio con figure di angeli in volo tra nubi e squarci di cielo. Agli inizi del '700 venne guarnita di quattro statue lignee pure rappresen­tanti angeli. I dipinti risalgono al 1612, anno in cui, a maggio, gli Annali della Fabbrica del Duomo parlano degli accordi presi "con Paolo Camillo Landriani, detto il Duchino, per la dovuta merce­de della nube da lui fatta, nella quale si ascende a prendere il S. Chiodo". Il 4 giugno 1701, sempre secondo gli Annali, vennero "pagate L.500 all'in­tagliatore Gio. Battista Agnesi per mercede di quattro angioli da esso formati per la nuvola del Santo Chiodo. L'ingegnere Gio. Battista Quadrio nel suo rapporto informa che di questi quattro due sono di grandezza naturale, gli altri due sono putti, tutti di legname ed in attitudine ben scher­zanti; che dopo fatti si sono vuotati di dentro per renderli più leggieri. Li collauda, dicendoli ben fatti come i gruppi di nuvole". All'interno della nivola, su due sedili posti l'uno di fronte all'altro, possono prendere como­damente posto quattro persone. La nivola è lunga 3 metri e larga 2,5; pesa circa 8 quintali. La nivola fu restaurata più volte. Secondo il diario del 1648, durante la riposizione del Chiodo, "si stette gran tempo con la nuvola in alto, perché era rotto non so che ferro, a segno che S. E. [Cesare Monti] s'infastidiva in aspettar tanto" Il guasto era destinato ad avere conseguenze: il 18 maggio successivo "cascò la nuvola del S. Chiodo nella scuola delle donne (evidentemente) come avviene anche oggi era appesa alla volta del Duomo) e si fracassò". Altro restauro, di cui si fa memoria in una scritta dipinta sulla nivola stessa, venne attuato nel 1794; anche gli Annali attestano che nel 1795 la nivola venne nuovamente dipinta dal pittore. Luigi Schiepati. Anche il meccanismo di trazione è stato recen­temente modificato e modernizzato: ai due argani a trazione umana - otto uomini per argano, opportunamente sincronizzati - nel 1968 venne sostituito un moderno elettromeccanico di trazio­ne. Dopo l'interruzione ventennale del rito causa­ta dalle note vicende del restauro statico dei pilo­ni del tiburio, nel 1986, in vista della ripresa del funzionamento della nivola e in ossequio alle più recenti norme antinfortunistiche, è stato modifica­to il sistema di alimentazione elettrica. Ogni anno, in preparazione alla festa del Santo Chiodo, si svolge un collaudo della nivola, di solito il giorno precedente. Si compie un'asce­sa di prova, anche allo scopo di provvedere alla pulizia del tabernacolo, e di verificare che tutto sia in ordine onde evitare contrattempi durante la celebrazione liturgica. Già alla fine del '500 i diari dei cerimonieri danno un elenco di arnesi che servivano allo scopo: un lume acceso, uncini, chiavi, tenaglia e scalpello. Salivano un membro del capitolo, il sacrista, il cerimoniere e un ostiario. Nel 1802 l'Arciprete "a mezzogiorno salì colla nuvola a fare la prova al solito se le cose erano in ordine". Attualmente la nivola - che lungo il corso del­l'anno resta appesa, avvolta in tela juta, sul soffit­to della prima campata nella navata destra del Duomo - viene preparata qualche giorno prima del rito, nella parte centrale del coro vecchio, in fondo all'attuale cappella feriale. In questi giorni i fedeli hanno dunque l'opportunità di vederla da vicino e di seguire i lavori di approntamento. All'ascensione di collaudo, curata dai tecnici della fabbrica del Duomo, segue quella degli ostiari, che provvedono alla pulizia del tabernacolo e alla verifica della praticabilità delle sue serrature.

IL LUOGO DELLA CUSTODIA

Ancor prima che fosse portato in Duomo e precisamente nel 1460, i deputati della Fabbrica - come attestano gli Annali - avevano predisposto un degno ricettacolo per il Santo Chiodo: al pitto­re Cristoforo de Mottis era stato conferito l'inca­rico di dipingere e dorare la croce dove si sarebbe dovuta collocare la Reliquia, posta su una tribuna [truyna] al di sopra dell'altar maggiore. Nel 1464 si fa menzione "di cera ad uso dell'altar mag­giore e del Chiodo che è fissato a una tribuna sopra lo stesso altare". Il Burigozzo, nella sua Cronaca di Milano ci ricorda che nel 1516 "venne a Milano un remitero Leremita, qual haveva nome Hieronimo et era de Sena è...] el quale a dì 6 agusto apparve nella ecclesia del domo, et commciò a predicare (...). Nel tempo che costui dimorò qui a Milano fece queste cose nella ecclesia maggior: cioè prima fece repingere el Crucifixo qual'è in mezzo del domo [...] poi nel logo dove è il Giodo de Cristo fecegli fare certi ornamenti de anzoli in honore del ditto Giodo". Si sono già ricordate le disposizioni di san Carlo affinché il Santo Chiodo fosse tenuto nel debito decoro. Pochi mesi prima di  are inizio alle annuali processioni del 3 maggio, e precisamente nei decreti delle visite pastorali del 1577, prescri­veva che la Reliquia fosse sistemata in modo da essere ricoperta al di sopra di marmo, al di sotto di una grata di ferro. Inoltre  isponeva che fosse confezionata una teca d'argento con raggi dorati e altri ornamenti Grandiosi abbellimenti furono eseguiti duran­te l'episcopato del card. Federico Borromeo. Il tabernacolo in cui la Reliquia è racchiusa venne circondato da una scenografica "gloria celeste" con il Padre Eterno e un imponente corteggio di angeli in rame. Secondo gli Annali, il 12 giugno 1623 fu approvato "il disegno pre­sentato dall'ingegnere Mangone per gli ornati coi quali decorare il luogo ove è collocato il Santo Chiodo, fattane parola anche all'illustris­simo cardinale Borromeo". Il 28 settembre dello stesso anno anche il Cerano era compensato con una tazza d'argento forata "per sua ricompensa di molte fatiche fatte intorno alli diseg ni dell'or­nato del luogo del Santissimo Chiodo". Per l'esecuzione di angeli in rame da collocarsi nella "gloria" erano compensati - sempre secondo l'attestazione degli Annali - gli scultori Gerolamo Oliverio e Ludovico Farina (per quattro angeli ciascuno), Michelangelo Spiga (vari angeli di cui uno grande), Gabriele Nasazio e i fratelli Gio­vanni Ambrogio e Alesandro Scagni. Posti in luogo gli angeli di rame dorato, si provvide a collocare statue di angeli in marmo nelle nicchie dei piloni che circondano il coro, alcuni con in mano strumenti della Passione, altri in atteggiamento di adorazione; negli anni 1625-1629 sono attestati i pagamenti agli scultori Teodoro Lucino, Gerolamo Prevosti, Giovanni Quadrio; negli anni 1677-1688 erano compensati per analoghi lavori gli scultori Carlo Simonetta, Giuseppe Vismara, Dionigi Bussola, Giovanni Battista Maestri detto Volpino, Antonio Albertini e Cesare Bussola. La volta venne dipinta di azzurro e vi si inca­stonarono molte stelle di rame dorato. L'effetto doveva essere assai suggestivo, come appare dalla descrizione del Corno: "La Ven. Fabbrica del Duomo l'anno 1625 fece dipingere tutta la volta del choro d'azuro con stelle di rame indorate, quali rendono una vista mirabile, e fece fare un ornamento intorno al Sacro Chiodo di dode­ci angeli dello stesso metallo indorati, duoi de quali più vicini alla Reliquia sostengono una corona de spini, duoi altri si vedono, uno con il martello, l'altro con la tenaglia, e duoi altri, che sono i più grandi [quelli eseguiti dallo Spiga, come si vedrà] tengono in ciascuna mano un turibolo: gli altri poi sono in atto di adoratione, e è ornamento tanto maestoso, che pare a' spettato­ri un paradiso". Mirabile anche la grande raggiera dorata con in mezzo la croce nella quale è posto il tabernaco­lo del Santo Chiodo. Ancora del 1821 il Franchetti così descriveva la "gloria": "Fabio Mangoni nel 1624 diresse l'ab­bellimento della volta del coro, la quale è azzurra, e sparsa di stelle di rame dorato. il Padre Eterno e due angioli con incensieri in mano e vari angio­letti coi simboli della Passione, tutti in rame e di grandiosa proporzione, lavori non dispregevoli di Michel'Angelo Spiga, fregiano la volta medesima e fanno corona al Santo Chiodo che rinchiuso in custodia di cristallo di monte, ricca di argento e di diamanti, ivi si conserva entro piccola nicchia pro­tetta da ferriate con chiavi" Pochi anni dopo, la "gloria" venne smantella­ta, nel corso di laboriosi lavori di restauro (anni 1829-1831). In quegli anni non si poté usare la nivola e il Santo Chiodo venne custodito in un armadio della sagrestia capitolare. Non a tutti andò a genio la perdita della "gloria": il cerimo­niere Germani, come abbiamo visto, parlò di "vandalica distruzione". Eppure, prima dei lavori di decorazione delle volte del coro e del­l'abside - dipinte dal Sanquirico - si era fatto un progetto di nuovi anche se più sobri abbelli­menti per il luogo del Santo Chiodo. Gli Annali attestano la delibera (16 ottobre 1830) "che il luogo ove si colloca la reliquia del S. Chiodo sia decorato con ornati di rame dorato e dove si uniscono i costoloni sia rimessa la figura del Padre Eterno". Ma non tutto venne realizzato: il 16 maggio 1831 si danno "allo scultore Donato Carabelli L.100 per un modello in cera e una testa di cherubino in gesso, disposti per la pro­gettata e non adottata decorazione della reliquia del Santo Chiodo". Nello stesso anno gli Annali riportano il pagamento "al ceseilatore Martino Ubicini [di] L.4.650 a saldo della croce coi raggi di rame ed altri accessori per la decorazio­ne della reliquia del Santo Chiodo". In Duomo il Santo Chiodo venne pure illumi­nato in modo conveniente. In un codice della Biblioteca Trivulziana citato dal Mazzucchelli si legge che nel 1492 davanti alla Reliquia "sempre arde [va] un cesendello [cioè un lume]". Il Bascapè ricorda che antecedentemente a san Carlo ardevano davanti al Santo Chiodo cinque lampade, senza che questo però signifi­casse un culto adeguato. Anche san Carlo nel decreto pastorale emanato il 22 febbraio 1577 prescrisse di "disegnar del modo delle lampa­de dove si tenerà il Santo Chiodo" e "di pigliar informatione dell'uso anticho delle lampade et cilostri che si solevano tener al Crucefisso et al Chiodo et essaminar prete Girolamo Castiglione et altri che ne possano haver infor-matione". Anche il Corno attesta: "e già antica è la tradi­zione (nella quale molto s'adopera a benefitio del­l'infermi un nostro divoto milanese, operaio della Dottrina cristiana) di far accendere cinque cande­le sopra del lampadario qual è formato con tre ordini di lucerne, cioè il primo serve per le cande­le, il secondo e il terzo per le lampade, e sono cin­que per ciascun ordine, e continuamente di gior­no sopra di esso ardono cinque lampade che si mantengono dalla Ven. Fabbrica. Dell'olio delle quali molte volte fra l'anno ne vien preso per divo­tione per l'infermi Il caratteristico e pesante lampadario, chiama­to per la sua forma "il ragno", era recato a terra mediante un piccolo argano. Durante l'ascesa e la discesa della nivola, poi, era azionato in modo da accompagnarla nel suo movimento

LA CROCE PROCESSIONALE

Per recare il Santo Chiodo in processione, san Carlo fece costruire una croce in legno con i bordi dipinti in oro, con un grande foro nella parte cen­trale, nel quale si incastonava la teca di cristallo con la Reliquia. Questa croce si usò costantemen­te fino al 1624, quando venne approntata l'altra croce ordinata dal card. Federico Borromeo. Fu in seguito donata dal card. Monti ai carmelitani di Concesa; dopo la soppressione di quel convento la croce passò nella chiesa prepositurale di Trezzo d'Adda, dove si trova tuttora. Nel foro centrale v’è una lastra di vetro sulla quale è dipinta la figura del Santo Chiodo. Assai più artistica era la croce fatta eseguire dal card. Federigo, "nella quale meravigliosa mente sono intagliati l'instrumenti della morte del Salvatore, già fatta per ordine dell'eminen tissimo et reverendissimo signor cardinale Federico Borromeo arcivescovo di gratissima memoria l'anno 1624, essendo rettore della Veneranda Fabbrica del Duomo il signor Francesco Gallarato hora questore dell'illustrissimo Magistrato ordinario, con dissegno dell'eccellente et famoso pittore Giovanni Battista Cerano, intagliata da Guido Mangone, et indo rata con molta diligenza dalli duoi frateli Celidonio et Giovanni Battista Aquini, qual ancora conservano il disegno del Cerano. Et è la prima croce che sii stata fatta dopo quella che adoperava San Carlo". È quasi certo che la croce attualmente in non è quella del card. Federigo, come attesta i cerimoniere Germani, che scrive testualmente a 3 maggio 1840: "si portò la Sacra Reliquia nella nuova croce intagliata in legno e dorata giusta i disegno del celebre professore Domenico Moglia, e a spese di Sua Eminenza R.ma il card Gaisruck". La croce attuale però appare de tutto identica a quella rappresentata nelle incisioni anteriori al 1840, e quindi risalente ai tempi di Federigo: è ipotesi plausibile che il Moglia abbia disegnato la sua croce ricalcando la foggia della croce precedente. Colui che porta la croce in processione ne appoggia l'estremità inferiore in una borsa che gli pende sul petto, e che gli è fissata alle spalle e ai fianchi con bretelle di stoffa. Al centro della croce processionale viene posta la teca che racchiude il Santo Chiodo. Quella attualmente in uso ha forma di parallelepipedo a sezione ottagonale, è interamente di cristallo di rocca legato in argento, e ornata di pietre prezio­se. Alle due estremità vi sono le cerniere, pure in argento, con le quali la teca può essere fissata alla croce per mezzo di una vite che trapassa la croce a tutto spessore. Questa teca non è certamente quella che fece eseguire san Carlo perché non si adatta alla croce da lui usata per il Santo Chiodo: infatti in occasione della "Peregrinatio Crucis" si dovette eseguire un'apposita teca in plexiglass che vi si adattasse. La teca oggi usata risale quasi certamente ai tempi di Federico Borromeo e corrisponde alla descrizione che ne dà il Latuada. Pesa, vuota, kg2,5. Ad essa non si può riferire la lettera dell'o­rafo milanese Bartolomeo Giorgi al duca di Mantova, che gli aveva chiesto "la misura del vaso di cristallo guarnito d'argento nel quale si conserva il SS.mo Chiodo" evidentemente per fargliene fabbricare un altro simile. Ma poiché la lettera è del 1603, la croce fatta fare da Federigo non esisteva ancora.

LA FESTA DEL S. CHIODO, OGGI

Terminati i laboriosi lavori di restauro del Duomo, nel 1986 è ripresa la secolare festa secondo uno schema assai simile a quello tradi­zionale. E’ cambiata la data della celebrazione che si tiene il sabato più vicino al 14 settembre, quando prima della celebrazione dei Vespri solenni, l'Arcivescovo sale con la nivola a prele­vare la Reliquia; durante l'ascesa e la discesa la Cappella del Duomo canta le litanie dei santi, e un canonico legge il Vangelo col racconto della Passione del Signore. Il Chiodo rimane esposto presso l'altar mag­giore per tutta la domenica, nel pomeriggio della quale, dopo i Vespri, viene recato in processione lungo le navate del Duomo, con la partecipazione del Capitolo e delle confraternite. L’esposizione dura fino a tutto lunedì, quando, dopo la messa vespertina concelebrata dai canoni­ci del Capitolo, il Chiodo viene riportato nella sua custodia. L'eco che la festa trova sulla stampa è risonan­za di quella che essa suscita pure nel cuore dei fedeli: le folle che accolsero e accompagnarono la Reliquia nel 1984 durante la "Peregrinatio Crucis" e quelle che partecipano ogni anno alla festa in Duomo testimoniano la fede e l'affetto degli ambrosiani verso il Chiodo e, al di là di esso, verso il mistero di amore e di salvezza del quale fu strumento. Non si è ancora spenta l'eco delle parole di san Carlo: "Felici popoli che hanno que­sti sacri presidii; beate provincie, che hanno que­sti pegni della carità e che li sanno religiosamente tenere e conservare".