IL SACRILEGIO DELLA COMUNIONE SULLA MANO

Di Don Giorgio Maffei

La comunione sulla mano è un sacrilegio

Tra le sciagure che hanno funestato la fede e la pietà cristiana, purtroppo col consenso dell"Autorità Ecclesiastica, l'ultima in ordine di tempo (ma, quale altra sarà già in atto, o sta per esserlo?), c'è la "Comunione sulla mano", ossia l'usanza entrata malauguratamente in vigore nella Chiesa cattolica di dare e di ricevere la Comunione depositando la sacra Ostia su una mano del fedele, il quale poi, provvede da sé a comunicarsi.

Molti fedeli e qualche raro sacerdote, che ancora hanno la fede ed il rispetto verso il SS. Sacramento, rifiutano decisamente questa abominevole pratica, non tutti però, specialmente tra i fedeli i quali hanno meno esperienza dei sacerdoti, si rendono conto della ragione più grave per cui ricevere la Comunione in questo modo è illecito e sacrilego; la caduta, cioè la dispersione e la conseguente profanazione delle sacre Specie, benché sotto forma di minuscoli frammenti, che essi pure sono il Corpo Santissimo di Nostro Signore Gesù Cristo.

Quasi tutti i fedeli (veramente fedeli), che rifiutano la pratica sacrilega della Comunione sulla mano, ne motivano la loro giusta avversione col rispetto profondo che nutrono verso l'Eucaristia, professano umilmente la propria indegnità di toccare il sacro Corpo del Signore senza avere le mani consacrate come quelle del sacerdote e non ardiscono, perciò, prendere in mano l'Ostia santa per comunicarsi da soli. E' un motivo buono e lodevole, che onora quelli che ancora credono nella presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nel Pane eucaristico e temono di offenderlo, o anche solo di mancargli di rispetto.

Ma il sacrilegio non consiste soltanto in questo, che in casi particolari e nella dovuta maniera, si può anche fare; bensì soprattutto nel fatto già su accennato che nel dare e nel ricevere la Comunione, dall'Ostia si staccano spessissimo frammenti, i quali con la Comunione data nel modo tradizionale e l'uso del piattello, vi cadono sopra e vengono recuperati alla fine della distribuzione, mentre con la Comunione data e ricevuta sulla mano i frammenti che cadono vanno dispersi per terra, quindi calpestati o spazzati via. Insomma vengono inevitabilmente profanati. E poiché non si tratta di semplice disgrazia, ma di un fatto conosciuto, previsto e volutamente causato, si tratta di un vero e proprio sacrilegio.

Tanto accecamento nel mondo cattolico sarebbe incredibile se non fossimo abituati a vedere il SS. Sacramento già profanato in molte maniere, ma questa è forse la più grave in quanto la profanazione è evidente, è certa, è prevedibile e facilmente evitabile, essendo questa sacrilega pratica perfettamente inutile. Qualcuno, per non contraddirsi (è infatti una solenne contraddizione fare professione di fede cattolica, protestare rispetto per il SS. Sacramento e poi usare una pratica che ne causa inevitabilmente una gravissima profanazione), sostiene che nei frammenti di Pane consacrato non c'è più la reale presenza del Signore!

Così la Comunione portata in una frazione di Ostia agli ammalati che non possono deglutire sarebbe una finzione, e la cura del sacerdote di recuperare i frammenti caduti sul piattello, o di purificare ben bene il calice ed i vasi sacri su cui sono rimaste gocce o particelle del SS. Sacramento, non sarebbe altro che un inutile scrupolo. Ci proponiamo pertanto di esaminare la dottrina della Chiesa sulla presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell'Eucaristia, la grave responsabilità di chi pratica la Comunione sulla mano e l'assoluta illiceità di questa pratica, che rimane moralmente vietata nonostante la "autorizzazione" concessa dall'Autorità religiosa.

 

La dottrina della Chiesa

Ricordiamo solo alcune verità essenziali riguardanti la SS. Eucaristia, quelle che interessano direttamente la questione che stiamo trattando, verità solennemente dichiarate di fede, che si debbono credere per non cadere nell'eresia e per non incorrere nelle scomuniche comminate dai sacri Concili.

1° ) Cristo è realmente e totalmente presente nel Pane consacrato

In ogni Ostia consacrata vi sono il Corpo ed il Sangue di Cristo insieme alla sua Anima e Divinità, e quindi tutto Gesù Cristo veramente presente. Lo ha definito il Concilio di Trento:

"Se qualcuno negherà che nel SS. Sacramento dell'Eucaristia è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo e il Sangue insieme con l'Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo e, perciò, tutto il Cristo, SIA SCOMUNICATO". (D. 883)

2° ) Cristo è totalmente presente nelle singole parti di ciascuna specie, fatta la separazione

Spezzando l'Ostia in molte parti, anche minutissime, tutto il Cristo rimane presente in ciascuna di esse. Definito dal Concilio di Trento: "Se qualcuno negherà... che Gesù Cristo si trova tutto sotto le singole parti di ciascuna specie, fatta la separazione, SIA SCOMUNICATO". (1).885)

Per capire questa dottrina, i Teologi spiegano che nella transustanziazione il Corpo di Cristo prende il posto della sostanza del pane, ed è perciò presente nell'Ostia consacrata allo stesso modo con cui vi era presente la sostanza del pane. Il pane non ancora consacrato, anche se viene sbriciolato, contiene tutta la sostanza in ogni briciola e frammento. Non è perduta la sostanza del pane, tanto che se le briciole ed i frammenti venissero nuovamente riuniti, costituirebbero il pane di prima. Così il Pane consacrato dell'Eucaristia, anche se viene sbriciolato, contiene ancora il Corpo di Cristo, cioè tutto il Cristo, in tutte ed in ciascuna parte, per piccola che sia, dell'Ostia spezzettata e frantumata (Cfr. S. Th. III 76,3), in modo che, raccogliendo accuratamente tutti i frammenti e potendoli riunire, torneremmo ad avere ancora l'Ostia di prima.

3° ) Il Signore permane realmente presente nel Pane consacrato anche dopo la celebrazione eucaristica

Terminata la S. Messa, il Pane consacrato sotto forma di ostie che non sia stato consumato, contiene ancora il Corpo del Signore e viene appunto conservato nel Tabernacolo, per essere adorato e distribuito a chi desideri comunicarsi. E' di fede definita nel Concilio di Trento:

"Se qualcuno dirà che ... il Corpo ed il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo... è presente solo fino al momento della Comunione ... e non oltre, e che nelle Ostie consacrate (non consumate, N.d.A.) dopo la Comunione non rimane il vero Corpo del Signore, SIA SCOMUNICATO". (D. 8869)

Se è così per le Ostie non consumate rimaste dopo la Comunione, sarà altrettanto, così secondo la dottrina precedentemente esposta (n. 2), anche per i frammenti di Ostie che si staccano e cadono durante la distribuzione della Comunione, i quali con la pratica della Comunione sulla mano vanno dispersi, calpestati o spazzati via, ovvero gravemente profanati.

 

La caduta dei frammenti è certa

Questo lo sappiamo dalla stessa esperienza: dalle ostie grandi e piccole, confezionate per la S. Messa e per la Comunione dei fedeli, si staccano dei frammenti.

Si staccano quando le ostie sono ancora contenute nell'apposita custodia e si depositano sul fondo di quest'ultima. Si staccano quando le Ostie già consacrate sono conservate nella pisside, la quale dopo qualche tempo ha il fondo ricoperto, appunto, di frammenti. Si staccano ancor più quando il sacerdote prende le Ostie per distribuire la Comunione ai fedeli. I bordi delle particole sono fragili ed è facile che nel venire afferrate qualche frammento si stacchi, rimanga ancora tra le dita insieme all'Ostia e cada nell'istante in cui il sacerdote la depone in bocca o sulla mano del fedele.

Ma con l'uso tradizionale di dare la Comunione, cioè deponendo l'Ostia nella bocca del fedele, i frammenti che si staccano cadono sul piattello tenutogli sotto il mento dall'inserviente o dallo stesso comunicando, venendo recuperati al ritorno all'altare. Con l'uso, invece, della Comunione sulla mano, i frammenti rimangono sulla mano del fedele, che di solito non ci guarda nemmeno, non ci bada o non se ne accorge, finendo poi per terra dove vengono calpestati, spazzati via, profanati.

Ciò è ben noto. I sacerdoti tutti lo sanno molto bene, perché come si è detto, ne hanno quotidiana esperienza. Anche i sacerdoti giovani, che vengono istruiti a dare la Comunione sulla mano e non fanno uso del piattello, conoscono ugualmente questo particolare delle Ostie di perdere i frammenti, talora anche senza essere toccate. I fedeli hanno di ciò minore esperienza e sono meno colpevoli dei sacerdoti, però almeno gli adulti, che al catechismo ne sono stati istruiti ed è stato loro insegnato a tenere bene il piattello sotto il mento, spiegandone le ragioni, dovrebbero ricordarlo. In ogni modo, debbono tutti esserne informati per evitare la profanazione del SS. Sacramento.

La caduta dei frammenti è ancora più facile quando le Ostie nella pisside sono rimaste poche e si trovano quasi immerse nei frammenti.

Questi vengono sollevati insieme alle Ostie e non raggiungono la bocca del comunicando; finiscono sul piattello, se il modo di dare la Comunione è corretto cioè come si è sempre fatto, o per terra con l'inutile novità della Comunione sulla mano. Insomma, nella distribuzione della Comunione i frammenti di Pane consacrato, se non sempre in ciascuna Comunione, però assai spesso, certamente si staccano e cadono come sempre è avvenuto.

E se è sempre successo, anche continuerà a succedere. Perché mai dando la Comunione sulla mano del fedele non dovrebbe più succedere? Donde questa sicurezza? E' certo invece il contrario, che succederà ancora ed anzi molto di più. Con la Comunione data deponendo l'Ostia sulla mano del fedele, l'occasione di caduta dei frammenti per lo meno si raddoppia, in quanto i passaggi della sacra Ostia dalla pisside alla bocca del comunicando sono due e non uno soltanto: il primo dalla pisside alla sua mano, durante il quale possono cadere frammenti come dalla pisside alla sua bocca; il secondo dalla mano dell' autocomunicando alla bocca dello stesso, durante il quale possono cadere altri frammenti, più ancora che nel primo passaggio, perché il fedele è meno pratico ed ha minore cura del sacerdote (del sacerdote cosciente e zelante).

Ed altri frammenti, perciò, cadono in terra, o sulla sua veste e poi in terra. Forse la cosa sarebbe un po' diversa se a comunicarsi fosse un sacerdote, che si suppone essere più esperto, attento e prudente. Ma i laici di solito non lo sono, e poi ora, non vengono nemmeno istruiti ad avere la massima cura e la certezza di caduta dei frammenti si è raddoppiata ed anche triplicata.

 

Con la pratica della Comunione sulla mano è certa la profanazione del SS. Sacramento

Poiché nel dare la Comunione qualche frammento di Ostia, prima o poi, certamente si staccherà e cadrà, e poiché con la pratica della Comunione sulla mano i frammenti di Ostia che si staccano e cadono vanno certamente ed inevitabilmente dispersi al suolo, ne deriva logicamente che la pratica di dare e di ricevere la Comunione sulla mano è causa certa di grave profanazione del SS. Sacramento, per cui tale pratica è assolutamente illecita e sacrilega.

Coloro che difendono questa abominevole pratica, dicono che anche con la pratica tradizionale di dare e ricevere la Comunione può succedere lo stesso. Sì, anche con la pratica tradizionale di dare la S. Comunione ed in altre circostanze, pure con tutta la diligenza e la prudenza del sacerdote cosciente, può succedere che qualche frammento di Ostia vada disperso, ma moralmente non è la stessa cosa. Può succedere anche di causare la morte di qualcuno per pura disgrazia, pure con tutta la prudenza e la diligenza usata per evitarlo, ma moralmente non è la stessa cosa che provocare la morte di qualcuno per gravissima negligenza; peggio poi, se la morte è certamente prevista e ciononostante, volere compiere l'azione che avrà effetto mortale.

Questo è un vero omicidio, mentre nella pura disgrazia non c'è colpa alcuna e non si può parlare di omicidio, né volontario né colposo. Non si può pertanto giustificare la volontà di uccidere o di provocare per grave negligenza la morte di qualcuno, dicendo poi che si può causare la morte anche per disgrazia. E non si può giustificare la profanazione del SS. Sacramento provocata dalla pratica della Comunione sulla mano, dicendo che tanto succede anche con la pratica tradizionale di dare e di ricevere la Comunione. C'è il peccato quando un'azione cattiva è compiuta con piena avvertenza e deliberato consenso: la Comunione sulla mano è un'azione cattiva per la profanazione del SS. Sacramento da essa provocata; è compiuta con piena avvertenza almeno dal sacerdote, che non ignora il fatto della caduta e della dispersione dei frammenti di Ostia sacra; ed è compiuta con deliberato consenso, perché la si vuole deliberatamente fare, benché sia, oltre tutto, perfettamente inutile. La pratica della Comunione sulla mano è, pertanto, gravissimo peccato e gravissimo sacrilegio.

1 pericoli sono di tre tipi:

1°) Pericolo semplicemente possibile. E' normale. Noi ci troviamo costantemente in qualche pericolo, nonostante tutta la prudenza che possiamo usare. Evitare un pericolo non dipende sempre dalla nostra prudenza. Pericolo di cadere e di farci male. Pericolo di sbagliare e di averne un danno. Pericolo di un incontro sgradito. Pericolo di ammalarci. Pericolo anche di morire. Ecc. ecc.

Sulla terra non si può essere assolutamente sicuri dai pericoli e non c'è che da affidarci alla Provvidenza. E c'è anche il pericolo, pure con tutta la prudenza e la diligenza che si possa usare, che qualche frammento di Pane consacrato cada, si disperda e non sia più ritrovato. Non c'è colpa. La profanazione è solo materiale.

2°) Pericolo più o meno grave. Ci sono situazioni e condizioni in cui il pericolo si fa più probabile, talora molto probabile. Si può affrontare lecitamente, purché vi sia una ragione proporzionalmente grave che lo giustifichi e si usi pure sempre la debita prudenza possibile. Il Pane consacrato, messo nelle mani di quelli che si presentano nel momento della Comunione, corre il gravissimo pericolo di venire sottratto da malvagi a scopo sacrilego e non c'è alcuna ragione che possa giustificare tale pericolosa pratica.

3° ) Pericolo certo. Se nei due tipi di pericolo il male temuto può succedere, ma può anche non succedere, col pericolo certo il male seguirà senz'altro. Ora, se è lecito per una ragione proporzionalmente grave compiere un'azione pericolosa a sé stessi, o ad altri, mai è lecito agire col pericolo certo di un male, ossia non è lecito compiere un'azione, quando si sa con certezza che sarà causa di male.

Uno potrà intraprendere o fare intraprendere ad altri un viaggio pericoloso, perché con le dovute precauzioni usate si spera che tutto vada bene. Ma se si è sicuri che, per esempio, all'aereo sta per staccarsi un'ala, non è lecito autorizzare il volo, anche se non si è sicuri che l'ala si staccherà al primo o al secondo viaggio. Sarebbe non solo imprudente, ma criminale. Se uno porge al suo prossimo da bere una bevanda che sa con certezza essere avvelenata, è responsabile della di lui morte. Non commette soltanto un'imprudenza, ma commette un omicidio.

Come si può volere la causa, ma non l'effetto certo? Non è dunque la stessa cosa compiere coscientemente e deliberatamente un'azione che causerà certamente del male, per esempio la morte di qualcuno, o compiere un'azione gravemente colpevole, che può causare a qualcuno la morte, o compiere un'azione legittima che, accidentalmente ed imprevedibilmente, provoca una grave disgrazia. C'è differenza sia moralmente che materialmente, perché quando si compie un'opera legittima con diligenza e prudenza, la possibilità che avvengano disgrazie, pure sempre possibili, sono ridotte al minimo, diventano anzi rarissime, mentre si fanno frequenti dove si compiono opere pericolose con imprudenza e negligenza.

Similmente succede nell'amministrazione dell'Eucaristia. E' vero che anche usando il modo corretto di dare e ricevere la Comunione, ossia nel modo tradizionale e con l'uso del piattello, può ugualmente cadere e andare disperso qualche frammento di Pane consacrato, ma i casi sono estremamente rari, mentre sono frequenti dove c'è imprudenza e frequentissimi con la deprecabile pratica della Comunione sulla mano. E ognuno capisce anche la differenza morale che vi è tra questi casi.

Dobbiamo anzi dire, che la profanazione del SS. Sacramento provocata dalla Comunione sulla mano è molto più grave della profanazione provocata da grave negligenza, perché qui è solo possibile, mentre là è certa.

 

Non è lecito agire nel dubbio

Abbiamo parlato di certezza. Dobbiamo parlare anche di dubbio. E' certo che, nella distribuzione della Comunione, in genere si staccano dall'Ostia consacrata frammenti, che con la pratica tradizionale, cadono e sono raccolti sul piattello da cui vengono recuperati, mentre con la pratica della Comunione sulla mano vanno dispersi e quindi profanati. Questo è certo e lo sappiamo dall'esperienza, anche se non è matematicamente certo che i frammenti cadano ad ogni singola Comunione. E' vero: molte volte non si staccano frammenti nemmeno durante tutta la distribuzione, come risulta dal piattello (quando si usa), che viene riconsegnato al ministro completamente privo, appunto, di frammenti.

Ne rimangono pure sempre la possibilità ed il grave pericolo. Se il sacerdote si limitasse a dare solo una, o poche Comunioni e queste sulla mano, ci sarebbe solo il grave pericolo di caduta, di dispersione e di profanazione di sacri Frammenti, e sarebbe già una grave imprudenza ed una grave colpa. Ma se le Comunioni sono molte ogni giorno, la probabilità di caduta dei frammenti aumenta fino a diventare certezza. Lo si sa per esperienza: nessun sacerdote che svolge il ministero in cura d'anime, può affermare di non trovare mai sul piattello (se lo usa), frammenti di Pane consacrato. Tutti ne hanno sempre trovati, ne trovano e ne troveranno, per cui, in genere, la certezza di caduta di frammenti è innegabile ed assoluta.

Anche il sacerdote giovane, come si disse, che sia stato istruito a dare solo la Comunione sulla mano, non può ignorare questo fatto. Ad ogni singola Comunione non c'è la certezza che cadano frammenti, ma neppure vi è la certezza che non cadano. Esistono, invece, la possibilità ed il grave pericolo. La generale certezza di caduta dei frammenti e la particolare possibilità ad ogni singola Comunione, crea il dubbio, che qualche frammento possa cadere. Non si può agire con questo dubbio, ossia, con tale dubbio non si può dare la Comunione sulla mano. Chi si metterebbe in viaggio prevedendo di andare incontro ad un pericolo certo, anche se non sa con certezza se il disastro avverrà all'inizio, a metà o alla fine del viaggio? Nessuno.

E a nessuno darebbe il consenso di mettersi in viaggio. Gravissima sarebbe la sua responsabilità verso sé stesso, e più ancora verso gli altri. E fino a che non succede, rimangono il dubbio ed il timore che possa succedere. Sappiamo dalla morale che non è lecito agire nel dubbio. Il dubbio verte sempre sulla liceità di un'azione che si sta per compiere, però può riguardare direttamente la Legge morale, nell'incertezza se essa consenta o meno detta azione, oppure può riguardare le circostanze o le conseguenze dell'azione stessa. Colui che agisce nel dubbio che la sua azione sia moralmente lecita oppure no, commette peccato, perché ha la volontà disposta a fare anche ciò ch'è vietato. Siccome il peccato lo si commette prima con la volontà che con l'azione, colui che ha questa disposizione interiore, cioè di fare ciò ch'è peccato, nel suo cuore lo ha già commesso, indipendentemente dall'oggettiva liceità o illiceità dell'azione.

Potrebbe anche essere oggettivamente lecita, ma se l'agente crede che sia peccato, oppure soltanto dubita che lo sia, lo commette nel suo cuore. Per questo diciamo che il dubbio può essere di due tipi. Parliamo adesso del secondo tipo di dubbio, quello che riguarda le conseguenze gravi che può avere la pratica della Comunione sulla mano ad ogni singola Comunione. Riguardo la pratica della Comunione sulla mano, si può avere anche il primo tipo di dubbio, cioè sulla liceità della pratica per sé stessa. Ma già che ci siamo, è bene fare un accenno pure di questo. Ecco: oltre la dispersione dei frammenti di Pane consacrato, ci sono altri gravi motivi che rendono deprecabile la pratica della Comunione sulla mano, per i quali la SS. Eucaristia viene profanata; chi è timorato di Dio, rispettoso del SS. Corpo del Signore e delicato di coscienza, pure non sapendo della caduta dei frammenti, potrebbe essere preso dal dubbio e dire: "Benché sia stato consentito dall'Autorità ecclesiastica, è lecita questa pratica, fatta in questo modo, con così poco rispetto verso il SS. Sacramento?".

Prima di prendere la sacra Ostia in mano, deve formarsi la coscienza certa, o almeno assai probabile, che gli sia lecito. Questo tipo di dubbio, talora grave, è però molto meno grave del secondo di cui vogliamo parlare e poi, è un dubbio oggettivo, inerente alla realtà delle cose, come vedremo, e non dipende dalla sensibilità di coscienza dell'agente. Il dubbio che ora ci interessa, è quello che riguarda le cattive conseguenze che può avere l'azione da compiere. Non è lecito compiere un'azione col dubbio che possa avere un effetto cattivo. La gravità del peccato dipende dalla gravità dell'effetto di cui l'azione è causa.

Se io ho un bicchiere contenente una bibita, pure avendo fondate ragioni di dubitare che sia un veleno, col persistere di questo dubbio non mi è lecito berla o darla a bere. Se con questo dubbio la bevo o la offro da bere, vuol dire che non m'importa nulla di avvelenarmi o di avvelenare gli altri. Non posso sperare che sia una buona bibita e non un veleno. Ho il dovere prima di accertarmi che non sia un veleno, solo dopo posso berla o darla da bere. Naturalmente devo comportarmi così se su un vassoio ci sono due o più bicchieri pieni, dei quali sono certo che uno contiene del veleno. Non posso prenderne uno per berlo o darlo da bere, "sperando" non sia quello col veleno. Dovrei prima portarli in un laboratorio per farli esaminare uno ad uno; trovato quello che contiene il veleno, gli altri li posso bere e dar da bere tranquillamente. Ma se dubito che i bicchieri contenenti veleno siano più di uno, allora debbo farli analizzare tutti fino all'ultimo, perché anche l'ultimo, come il primo o come qualsiasi altro bicchiere tra il primo e l'ultimo, potrebbe contenere il veleno. E' il caso della Comunione sulla mano.

Se viene data una sola o pochissime Comunioni, anche se non vi è la certezza che cadano frammenti, ve n'è però la possibilità, quindi vi è già il dubbio che cadano. E' già una grave imprudenza ed un grave peccato, perché non si tratta di cosa da poco, ma della profanazione del SS. Sacramento. A chi dà la Comunione sulla mano con questo dubbio (e il dubbio ci deve essere, perché non è soggettivo, ma oggettivo, esistente nella realtà delle cose), non importa che il Corpo del Signore, sia pure sotto forma di minuscolo frammento, vada calpestato e spazzato via come immondizia.

E' disposto a causare tale profanazione. Commette il peccato nel suo cuore anche se nella realtà, per un caso fortuito, non cade alcun frammento. Nel dubbio, prima d'agire, bisogna accertarsi che l'azione non produca l'effetto cattivo temuto. Ma qui, come si fa? Bisognerebbe esaminare attentamente, magari con una buona lente d'ingrandimento, la mano del fedele che ha preso l'Ostia, e se non vi si è trovato niente, lui ed il sacerdote amministrante possono stare tranquilli. Se invece vi si trova qualche frammento, bisogna che il fedele si porti all'altare per versarlo nel calice, altrimenti deve consumarlo (ma come, leccandosi la mano?), cosa che nessuno farebbe. L'unica via per essere sicuri che non vadano dispersi frammenti, è astenersi dal dare e dal ricevere la Comunione sulla mano, ossia tornare alla sempre buona pratica tradizionale, o fare come dirò alla fine.

Ma se le Comunioni sono molte? Bisognerebbe fare l'accertamento come descritto sopra, ad ogni Comunione! E non sarebbe come il caso dell'unico bicchiere contenente veleno tra tanti, trovato il quale si possono bere tranquillamente gli altri. No, ma è come il caso in cui si dubita che i bicchieri col veleno siano più di uno, senza per altro sapere quali precisamente siano. Distribuendo molte Comunioni, la caduta di frammenti può verificarsi più di una volta. Quando? non si sa. Può essere alla prima come all'ultima, o in qualsiasi tra la prima e l'ultima. In ciascuna sussiste il grave dubbio.

 

Non è lecito dare la Comunione senza il piattello

La deprecabile usanza di dare la Comunione depositando la sacra Ostia sulla mano del comunicando che lo richiede, ha pressoché fatto sparire dalle chiese il piattello sempre usato, ora invece non usato più nemmeno per quelli che si comunicano nella maniera tradizionale, ricevendo cioè, la sacra Ostia nella bocca. Molti sacerdoti respingono l'inserviente che li accompagnano col piattello. Del resto è una conseguenza ovvia dell'aver introdotto la pratica della Comunione sulla mano. Come fa l'inserviente a sapere quali fedeli vorranno ricevere la Comunione sulla mano e quali quelli che la prenderanno nella bocca?

E' vero che molti tendono le mani molto prima di trovarsi di fronte al ministro, ma altri lo fanno all'ultimo momento. Diventa allora ridicolo e grottesco che l'inserviente si appresti a tenere il piattello sotto il mento del comunicando e lo ritiri in fretta quando si accorge che quello tende le mani. Specialmente quando le Comunioni sono molte. Se poi manca l'inserviente e i fedeli devono tenere da sé il piattello passandoselo l'un l'altro, quello che ha fatto la Comunione usandolo e lo deve passare al successivo, come fa a sapere se vorrà ricevere la sacra Ostia nella bocca o sulle mani? Dovrebbe chiederglielo. Anzi, dovrebbe chiedere a voce alta chi lo vuole, perché potrebbe darsi che due o tre, o anche più dei successivi la vogliano sulle mani. E il piattello volerebbe molto lontano da quello che lo ha usato a quello che lo vorrà usare, per fare poi altri voli acrobatici di qua e di là. Una vera Babele! Sarebbe bastato anche questo solo particolare per vietare severamente la pratica della Comunione sulla mano, particolare che non era difficile da prevedere, insieme a tanti altri gravissimi inconvenienti e rovinose conseguenze, a prescindere dalla caduta e dalla dispersione dei frammenti. Così molti sacerdoti che hanno perduto la fede, o che hanno perduto il rispetto per il SS. Sacramento (non so quale delle due aberrazioni sia la peggiore), invece di evitare questa Babele tornando alla pratica antica e sempre buona, hanno preferito evitarla eliminando del tutto l'uso del piattello, anche per quelli che ancora prendono devotamente la sacra Ostia direttamente nella bocca.

Tanto, se i frammenti cadono e il SS. Sacramento è profanato con la Comunione sulla mano, i frammenti possono cadere e il SS. Sacramento essere profanato anche con la Comunione tradizionale. Ai moderni sacerdoti non interessa un bel niente. Basta loro conformarsi a tutte le novità fiorite in questo postconcilio. L'uso del piattello alla Comunione è indispensabile affinché i frammenti, e talvolta anche la stessa Ostia, sfuggita di mano al ministro o presa male dal fedele, non cadano in terra. Mancando il piattello, cadono immediatamente per terra. Anche prima che entrasse in uso la pratica della Comunione sulla mano, non pochi sacerdoti trascuravano l'uso del piattello. Non è lecito fare così.

E' vero che a volte anche il sacerdote che ha l'intenzione di usare il piattello, specialmente trovandosi in una chiesa in cui non vi sia o non si trovi, per non lasciare i fedeli senza la Comunione, è costretto a farne a meno e cerca di rimediare tenendo la pisside molto vicina al comunicando o addirittura sotto al suo mento, ma è un rimedio che va bene quando le Comunioni sono poche. Che può fare oggi, che a causa della Comunione sulla mano, nelle chiese in cui è chiamato non esiste più? O, se c'è il piattello, non c'è più nessuno che lo porti accompagnando il ministro? E nessun fedele sa tenerlo bene, per cui è inutile consegnarglielo perché se ne serva? L'unico rimedio oggi, è che il sacerdote premuroso e previdente porti sempre con sé un piattello od un piccolo vassoio su cui porre le Ostie consacrate, e con quello anziché con la pisside, distribuisca la Comunione, potendolo tenere fin sotto al mento dei comunicandi.

Ripeto: il piattello alla Comunione ci vuole sempre, ma deve essere tenuto bene sia dall'inserviente quando c'è, sia dai singoli comunicandi quando l'inserviente non c'è e lo debbono tenere gli stessi comunicandi. Tra questi, quasi nessuno sa tenerlo bene, perché pochi ne conoscono la funzione di raccogliere i frammenti che cadono.

Quasi tutti credono che il piattello sia solo un segno di rispetto per accompagnare il SS. Sacramento, come in altre occasioni lo si accompagna col baldacchino. Perciò quasi tutti lo tengono lontano dalla bocca, o lo tengono storto. E storto lo consegnano al successivo, che pure lo prende in malo modo. Ma così l'uso del piattello diventa inutile, perché i frammenti cadono ugualmente, o sono fatti cadere se depositativi sopra. Ogni sacerdote dovrebbe sapere o intuire facilmente, che i frammenti raccolti sul piattello vanno poi riversati nel calice e non nella pisside, dove andrebbero a posarsi sulle Ostie ivi contenute, favorendone la caduta alla successiva distribuzione. Qualcuno li versa nella pisside mentre ancora sta distribuendo la Comunione: è vero che a volte i frammenti depositatisi sul piattello sono tanti da far temere che l'inserviente, o più ancora gli stessi comunicandi, con un gesto poco attento li facciano cadere. Allora è meglio versarli nella pisside.

Ma fuori di questo o di analoghi casi, conviene fare come abbiamo detto sopra. Ora poi, le cose si complicano, quando, per esempio, c'è una concelebrazione. Mentre il celebrante distribuisce la Comunione ai fedeli, l'altro gli purifica il calice e lo mette da parte oppure lo fa portare via dagli inservienti. Così quando il celebrante torna all'altare, oltre a non potersi più purificare le dita, non sa dove versare i frammenti rimasti sul piattello ed è costretto a versarli nella pisside. Piccole avvertenze che sfuggono a chi tratta con leggerezza e noncuranza le Cose sante, ma una volta, quando l'Eucaristia era da tutti profondamente venerata, si cercava scrupolosamente di evitare qualsiasi pericolo di dispersione dei sacri Frammenti.

 

Anche per il sacerdote è sconsigliabile ricevere la Comunione sulla mano

Il sacerdote che partecipa alla S. Messa celebrata da un altro (non come concelebrante), può lodevolmente fare la Comunione insieme agli altri fedeli. Non deve però dimenticare che il pericolo di caduta dei frammenti esiste anche per lui. Il ministro celebrante suppone che egli lo ricordi e per questo gliela può dare anche sulla mano, non tanto perché egli ha le mani consacrate e può toccare il Corpo Santissimo del Signore, quanto perché si suppone ch'egli, conoscendo bene il pericolo di caduta di frammenti dell'Ostia, usi maggiore attenzione e cura. A meno che non sia uno di quei sacerdoti che danno la Comunione sulla mano ai fedeli. Se non ha cura d'impedire che il SS. Sacramento venga profanato quando egli dà la Comunione agli altri, neppure avrà cura che non venga profanato quando la riceve egli stesso.

Tuttavia il celebrante che gli dà la Comunione non è obbligato ad indagare se un sacerdote creda ed abbia rispetto per l'Eucaristia, oppure no. Si suppone di sì. Il contrario di ciò che si fa col semplice fedele. Può darsi ch'egli abbia cura e diligenza nel prendere la sacra Ostia nella mano, più di molti sacerdoti; ma come fa a saperlo il ministro? Il ministro deve supporre che il fedele non avrà questa cura, non perché non lo voglia, ma perché non ne ha l'esperienza. E poi, la mano del fedele o del sacerdote, non è una base che mette in risalto, come il piattello, la presenza di frammenti ivi rimasti. Insomma, non conviene per nessuno dare e ricevere la Comunione sulla mano.

Più spesso e più dignitosamente, al sacerdote che si appresta a fare la Comunione, si porge la pisside, affinché egli stesso ne prelevi un'Ostia. Meglio sarebbe se disponesse di un piattello. Ma meglio ancora sarebbe che prendesse egli pure la sacra Ostia direttamente in bocca, col piattello tenuto sotto al suo mento dall'inserviente. Non ci sarebbe nulla di disdicevole.

 

La scomunica per i profanatori del SS. Sacramento

Tutti i peccati sono offesa a Dio, almeno indirettamente, ossia come disobbedienza alla sua santa Legge. I peccati commessi direttamente contro Dio, come ad esempio le bestemmie, o contro le Cose sacre (sacrilegi), sono più gravi di quelli perpetrati indirettamente contro Dio. Dei peccati commessi direttamente contro Dio, sono più gravi quelli commessi contro Dio nella Persona di Cristo. Come si pecca contro la Persona di Cristo? In primo luogo come hanno fatto i suoi persecutori nel tempo della Redenzione da Lui compiuta sulla terra. Diciamo, è vero, che i primi persecutori siamo stati noi con i nostri peccati, che gli hanno causato dolori e morte.

Ma i più colpevoli sono certamente i suoi persecutori diretti, quelli che lo hanno voluto ucciso, non gli esecutori materiali della crocifissione, che non sapevano ciò che facevano, e nemmeno Pilato, spinto dai giudei a condannarlo. Ora la Persona di Cristo non può più essere perseguitata ed uccisa come allora, ma può essere direttamente e materialmente oltraggiata nella SS. Eucaristia, in cui è presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, cioè lo stesso Cristo che è stato messo in croce. Questo peccato lo si commette con la profanazione del SS. Sacramento. La profanazione del SS. Sacramento è dunque un gravissimo peccato, il più grave di tutti i peccati. E' la Chiesa stessa che lo considera il più grave di tutti i peccati, comminando la scomunica per i profanatori del SS. Sacramento.

Ma non una semplice scomunica, bensì la più grave tra tutti i tipi di scomunica, cioè la scomunica "specialissimo modo" riservata alla Sede Apostolica. E' un peccato che può essere assolto soltanto dal Papa, come alcuni altri gravissimi peccati. Ora, nell'elenco dei casi contemplati e colpiti da scomunica "specialissimo modo" riservata alla Sede Apostolica, il peccato di profanazione del SS. Sacramento tiene il primo posto, davanti al peccato di "chi mette violentemente le mani addosso al Santo Padre".

Segno che è ritenuto il più grave di tutti i peccati, colpito dalla più grave di tutte le scomuniche. Tale insomma, che non dovrebbe lasciare troppo indifferenti di fronte alla possibilità di commetterlo. Consultare in proposito il can. 2320, che dice: "... è riservata la scomunica specialisssimo modo alla Sede Apostolica per chi profana le sacre Specie, gettandole via, rubandole o trattenendole a scopo cattivo". Resta ora da vedere se e in quale misura la profanazione del SS. Sacramento, perpetrata dalla pratica della Comunione sulla mano, rientri nei casi colpiti dalla scomunica, oppure no. Vediamo allora le condizioni necessarie per incorrere nella scomunica.

1) Forma grave. La profanazione deve essere fatta in forma grave, come quelle indicate dal canone. Ci sono infatti delle forme "minori" di profanazione, che non cadono sotto la scomunica. Più che un oltraggio diretto, si tratta di un oltraggio indiretto per mancanza, pur sempre grave, di quel profondo rispetto che si deve all'augustissimo Sacramento dell'Eucaristia.

Per esempio, tenerlo abitualmente o senza grave motivo, in luoghi profani e disadorni, anziché nel tabernacolo; portarlo in tasca; starvi alla presenza con abiti indecenti e così ricevere la Comunione; fare rappresentazioni profane e magari oscene in chiesa dove è custodito il SS. Sacramento; concelebrare insieme a pastori protestanti; la stessa pratica della Comunione sulla mano, specialmente nel modo con cui viene fatta oggi, a prescindere dalla caduta e dispersione dei frammenti, è già una profanazione del SS. Sacramento.

Oggi si commettono a profusione tutte queste profanazioni "minori"', che non sono colpite da scomuniche, ma che sono per altro ugualmente peccato gravissimo. E' vero che forse, piuttosto di entrare in un'anima in peccato mortale, covo di demoni, il Signore preferirebbe cadere in terra, venir calpestato e finire in una pattumiera ..., ma esaminiamo il caso che ci interessa.

2) Piena avvertenza e deliberato consenso. Come per tutti i peccati, si deve essere a conoscenza del male che si sta facendo e la volontà di farlo.

3) Intenzione di profanare. Questa è la condizione principale per incorrere nella scomunica: bisogna avere l'intenzione precisa e determinata di profanare le sacre Specie. Incorre nella scomunica per esempio, colui che con disprezzo getta a terra le sacre Specie e magari, le calpesta; o il ladro che rubando la pisside, getta a terra con disprezzo le sacre Specie. E non parliamo di coloro che sottraggono le Ostie consacrate col preciso intento di profanarle (delitto, del resto, favorito da chi con la pratica della Comunione sulla mano le consegna scioccamente a tali malvagi). Non vi incorre invece, il ladro che nel rubare la pisside, con timoroso rispetto versa sull'altare le Ostie contenute.

Nemmeno vi incorre il ministro che per negligenza sia pur grave, provoca la caduta delle Ostie o dispersione dei frammenti. Egli pecca gravemente ma non incorre ella scomunica, perché non ha la precisa intenzione di profanare le sacre Specie. Naturalmente, nessun peccato commettono quelli che, a loro insaputa, calpesteranno i frammenti di Pane consacrato fatti cadere colpevolmente da chi ha agito con imprudenza, o ha praticato la Comunione sulla mano. Tutta la responsabilità ricade su quegli sciagurati.

Da quanto è stato esposto, forse dobbiamo ritenere che chi provoca la profanazione delle sacre Specie con la pratica della Comunione sulla mano, non incorra nella scomunica: né il ministro, né il fedele, hanno l'intenzione precisa di profanarlo, non le trattano con "disprezzo", non le "gettano" per terra. Ad un attento esame però, ci accorgeremo che, se in questo caso non si incorre nella scomunica, ci si va peraltro molto vicini. Tuttavia per chi è anche solo un po' timorato di Dio, dovrebbe essere sufficiente sapere che è peccato gravissimo, per astenersi da questa nefanda pratica.

 

"Gettare" e "Far cadere"

Nel definire le condizioni per incorrere nella scomunica comminata ai profanatori dell'Eucaristia, viene usato il verbo "gettare". Vi incorre chi "getta" le sacre specie. La pratica della Comunione sulla mano non fa "gettare" dal ministro, o dai fedeli i frammenti. Se è per questo, non è un caso colpito dalla scomunica. La caduta e la dispersione dei frammenti però, e la loro conseguente profanazione, non si può considerare accidentale perché è prevista con certezza, la causa è posta volutamente e senza una grave ragione che la giustifichi. Le espressioni: "Gettare", "Far cadere", "Lasciar cadere", "Causare la caduta", normalmente hanno tra loro un significato diverso.

"Far cadere" qualcosa, significa volere che cada (parliamo evidentemente, delle azioni volontarie) e causarne volutamente la caduta. "Gettare a terra" ha lo stesso significato di "far cadere", usando in più la violenza.

"Lasciar cadere" significa accorgersi che la cosa sta per cadere e, pur potendolo facilmente impedire, non si interviene e si lascia appunto che cada.

"Causare la caduta" non significa necessariamente volerne la caduta, ma volere peraltro, ciò che prevedutamente e con certezza ne determinerà la caduta.

Sono azioni materialmente e moralmente diverse l'una dall'altra. Moralmente diverse qualora ciò di cui si procura la caduta sia un'oggetto di poco valore e i danni siano lievi. Ma non sono azioni moralmente tanto diverse tra loro, se si tratta di un'oggetto di altissimo valore e i danni sono gravi; peggio se si tratta di persone messe in grave pericolo; immensamente peggio se si tratta di Dio nella Persona umana e reale di Cristo.

Esprimiamo i concetti con degli esempi. Mi trovo su di un'altissima torre insieme ad un'altra persona. Cadere da questa torre significa sfracellarsi al suolo e morire. Ad un certo momento, do volutamente uno spintone all'altro perché cada.

Non si tratta di un urto involontario, ma premeditato e voluto. E' un vero e proprio omicidio, attuato in questo modo anziché in un altro. Se lo prendo di peso e lo scaglio giù, cambio solo il modo di ucciderlo, ma praticamente è la stessa cosa. Lo "getto" invece di "farlo cadere", spingendolo nel vuoto. "Gettandolo" uso una maniera più violenta e manifesto maggiormente la mia volontà di uccidere: non potrò dare da intendere come nel caso dello spintone, che è stato un atto accidentale ed involontario. Anche se potessi darlo da intendere agli uomini non potrei darlo da intendere a Dio. Resterebbe intatta la colpa. Facciamo ora il caso che io veda l'altro in grave pericolo di cadere. Sta ormai per cadere. Io potrei con la massima facilità soccorrerlo ed impedirgli di cadere, ma mi astengo dall'intervenire. Lo "lascio cadere". Ho forse soltanto colpa di generica omissione di soccorso, o non ho piuttosto colpa di omicidio? In molti casi come questo, lasciar morire equivale ad uccidere. Non posso giustificarmi dicendo: "Non sono stato io a metterlo in quella condizione di pericolo!". E' lo stesso: potevo e, perciò, dovevo salvarlo. Merito la condanna che il Signore dice di infliggere a chi ha omesso il bene che poteva fare: "Avevo fame e non mi avete dato da mangiare, ecc.". Non potrà il reo giustificarsi dicendo: "Non sono stato io a ridurlo alla fame ..., a metterlo in carcere ..., a farlo ammalare ...". Non importa: "Via da me maledetti, al fuoco eterno!".

E se fossi stato proprio io a mettere il mio prossimo in condizioni di pericolo? Se fossi stato proprio io a mettere quella persona in condizioni di certa caduta dalla torre? Pur senza avere la volontà di ucciderla, ma anche senza una gravissima e proporzionata ragione (ma quale?) l'avessi messa in condizioni che avrebbero prevedibilmente e certamente provocato la caduta? Quale scusante o attenuante avrei, per salvarmi dall'accusa d'omicidio? Assolutamente nessuna. Non avevo volontà di far morire, ma ho avuto la volontà di causargli la morte e senza alcuna ragione che potesse in qualche modo giustificare o spiegare il mio gravissimo gesto, che sarebbe un vero e proprio omicidio.

C'è dunque ben poca differenza tra il procurare la morte "lasciando cadere", "causandone la caduta", "facendo cadere" o "gettando" giù dalla torre. Ora ci chiediamo: se per l'omicidio fosse comminata la scomunica, crediamo forse che v'incorrerebbe solo "gettando" giù dalla torre, e non anche negli altri modi? C'è da temere che vi si possa incorrere anche negli altri casi. Applichiamo ora queste considerazioni alla pratica della Comunione sulla mano. Non si tratta evidentemente di "lasciar cadere" l'Ostia o i frammenti di Ostia. Né volontariamente, né del tutto involontariamente. Con la pratica della Comunione sulla mano non si "lascia cadere" il Pane consacrato, per la semplice ragione che "se ne provoca la caduta". Non si vuole espressamente la caduta, ma si vuole la causa che certamente e prevedutamente ne determinerà la caduta. E' un peccato simile a quello di rimanere indifferenti, inerti nel vedere che il Pane consacrato sta cadendo e non intervenire per impedirlo, pur potendolo fare comodamente.

Tuttavia, non si tratta precisamente di lasciare volontariamente cadere il Corpo SS.mo di Nostro Signore Gesù Cristo. Questo gravissimo reato contro il Corpo del Signore, lo hanno commesso e lo commettono coloro che, pur avendo autorità d'impedirlo, hanno "lasciato" e "lasciano" fare dapprima col tacito consenso, poi col "consenso" esplicito, generale, pubblico e ufficiale. Pur sapendo e pur vedendo che degli sciagurati profanavano il Corpo del Signore con questa abominevole pratica e pur potendolo facilmente impedire, l'hanno invece consentita. E' vero che non sarebbero materialmente riusciti ad impedirlo, perché molti avrebbero continuato imperterriti a farlo, ma si doveva ugualmente intervenire per vietarlo. Si sa che nessuna legge è capace d'impedire del tutto i delitti, ma non per questo si deve rinunciare all'uso dell'autorità, lasciando compiere impunemente i delitti.

Se non si possono impedire tutti i delitti, li si possono (e lo si deve fare) perlomeno ridurre moltissimo. Invece, acconsentendo prima tacitamente e poi esplicitamente, i delitti si moltiplicano a dismisura. Ma torniamo per ora a quelli che praticano la Comunione sulla mano, tra i quali però, ci sono anche coloro che l'hanno "autorizzata" e la praticano essi stessi. Come risulta dall'esempio della persona che cade dalla torre perché fatta cadere con un'azione tanto imprudente quanto inutile, è ben chiaro che         poca differenza tra quell'atto gravemente colpevole e l'atto di "gettarla" giù, o di lasciarla "cadere" senza intervenire, come si potrebbe facilmente, ad impedirlo, o di "farla volutamente cadere". Non vi è molta differenza perché non si tratta di un oggetto qualsiasi ma di una persona umana, sulla cui vita non si può scherzare.

Quanto meno sulla Persona Divina di Nostro Signore Gesù Cristo viva e vera, presente nell'Ostia consacrata e nei suoi frammenti? Quello che non sono riusciti a fare i Nazareni quando cercarono di buttarlo giù dal precipizio, riescono a farlo oggi i suoi ministri, anche se invece di gettarlo giù, lo mettono colpevolmente e del tutto inutilmente nelle condizioni di certa e prevedibile caduta. E notare bene che la profanazione del SS. Sacramento perpetrata da coloro che praticano la Comunione sulla mano, non è equiparabile alla profanazione dovuta ad un atto di negligenza, sia pur grave, del ministro o degli inservienti, oppure dei fedeli, dal quale atto la profanazione può seguire o meno, risultando quindi incerta. Con la Comunione sulla mano, la profanazione del SS. Sacramento prima o poi avverrà; è prevista, è certa ed è voluta nella sua causa senza giustificazione alcuna, anzi completamente inutile. Si può stare sicuri di non incorrere nella scomunica?

 

La previsione certa delloale che si fa sostituisce l'intenzione di farlo

Molti di quelli che danno o ricevono la Comunione sulla mano, quando vengono informati o meglio, quando viene loro rammentato (come possono non saperlo?) del gravissimo pericolo di caduta, di dispersione e di conseguente ed inevitabile profanazione dei frammenti di Pane consacrato a causa di tale riprovevole pratica, rispondono con estrema disinvoltura e leggerezza: "Non abbiamo colpa, perché non abbiamo l'intenzione di profanare le sacre Specie". Con questa "scusa" (una delle tante con le quali si "giustifica" quest'azione illecita e gravemente peccaminosa) si credono a posto con la coscienza. Ma non lo sono, perché a giustificare un'azione che ha così gravi effetti, non basta non avere l'intenzione di provocare tali conseguenze: spesso, come nel caso di questa sacrilega pratica, le conseguenze cattive sono ugualmente imputabili a carico di colui che compie l'azione, causa diretta di quelle conseguenze.

Se non c'è l'intenzione di profanare le sacre Specie (e questo è fuori da ogni dubbio, tranne il caso di coloro che sottraggono furtivamente sacre Ostie allo scopo di impiegarle nelle c.d. "messe nere", o in altre azioni sacrileghe, ora approfittando della grande agevolazione loro offerta dalla deposizione delle Ostie consacrate nelle loro mani da parte del sacerdote, che diviene così complice materiale di tale orrendo crimine), c'è peraltro, la certa previsione che con questa pratica le sacre Specie saranno profanate. La previsione certa che le sacre Specie andranno profanate in conseguenza della Comunione sulla mano, tiene il posto dell'intenzione di profanarle, come spiegheremo meglio, per cui la profanazione viene imputata in colpa di chi usa questa pratica, come se ne avesse l'intenzione.

Quindi, non solo si commette un peccato gravissimo, ma ci si avvicina alla scomunica comminata ai profanatori dell'Eucaristia, se non vi si incorre del tutto. Per meglio capire il concetto, bisogna richiamare alla mente alcune regole di dorale, alle quali confrontare l'atto della Comunione sulla mano, in esame. L'uomo che compie un atto con piena avvertenza e deliberato consenso, ne è ritenuto autore libero, cioè responsabile, per cui l'atto con le sue conseguenze gli può essere imputato in merito o in demerito. Inoltre bisogna tenere conto che tre elementi concorrono alla moralità di una azione, ossia alla sua liceità od illiceità:

1°)         L'oggetto, ossia l'azione per se stessa che può essere buona oppure cattiva. Per esempio, fare un dono è per se stessa un'azione buona.

2°)     Le circostanze, ossia le condizioni in cui l'azione è compiuta e che possono cambiare la moralità dell'azione, facendola passare da buona a cattiva. Per esempio, fare dono di un oggetto rubato. Il dono è un atto buono, ma le circostanze della provenienza furtiva dell'oggetto donato, lo rendono cattivo.

3°)     Il fine, cioè lo scopo a cui l'azione è diretta. Si suole distinguere il fine dell'opera dal fine dell'operante. Riguardo all'opera, è il fine a cui essa è per sua natura diretta; ma praticamente rientra nell'oggetto. A noi interessa il fine dell'operante, cioè lo scopo che si prefigge colui che compie l'opera.

Questa è precisamente l'intenzione, la ragione ultima per cui si compie l'azione. Anche l'intenzione può cambiare la moralità di un'azione, facendola diventare cattiva da buona e viceversa. Così per esempio, fare un dono è un atto buono per sé stesso e lo può essere anche per le circostanze, ma diventa cattivo se fatto con l'intenzione di sedurre, corrompere o di averne un guadagno illecito. Ferire invece, è azione cattiva se lo si fa per fare del male, ma è buona se compiuta dal chirurgo per fare guarire l'ammalato. Ammettiamo che la Comunione sulla mano, per l'oggetto e per le circostanze, almeno per quanto ora ci interessa, sia atto buono, e buono banche per il fine di comunicare e di comunicarsi. Ma bisogna tenere conto anche di un altro elemento importantissimo: delle conseguenze di questo atto e delle conseguenze previste con certezza.

Le conseguenze non previste, non influiscono sulla moralità dell'azione, che in tal caso dipende solo dall'intenzione dell'operante (oltre che dall'oggetto e dalle circostanze). Se l'intenzione è buona, l'azione è buona anche se avrà conseguenze impreviste cattive. Se l'intenzione è cattiva, rimane cattiva anche se avrà conseguenze impreviste buone. Ma la cosa cambia aspetto quando le conseguenze sono previste. Occorre quindi fare altre precisazioni. Ci sono delle azioni che producono un unico effetto previsto: quello voluto. E' il caso precedente. Ma ci sono azioni che producono due effetti previsti, dei quali uno è buono e l'altro cattivo. E' il caso della Comunione sulla mano, che ha l'effetto buono di comunicare e di comunicarsi, ma ha pure l'effetto cattivo di provocare la profanazione gravissima del SS. Sacramento. Sentiamo cosa dice la Morale riguardo alle azioni che producono un duplice effetto, uno buono ed uno cattivo. Fare un'azione dalla quale segue anche un effetto cattivo è lecito solo quando si verificano le seguenti condizioni:

1°)         L'azione stessa che si compie deve essere in sé buona, o almeno moralmente indifferente. Per questo la Comunione sulla mano è lecita (benché si possano fare delle riserve).

2°)         Dall'azione deve derivare, almeno altrettanto simultaneamente, anche l'effetto buono. Anche per questo, la Comunione sulla mano sarebbe lecita.

3°)         L'intenzione deve essere indirizzata solo verso l'effetto buono. Anche qui nulla da ridire.

4°)         L'effetto buono deve essere raggiunto solamente con quella azione. Ciò significa che, se l'effetto buono pub essere raggiunto con un'altra azione che non abbia effetti cattivi, con l'altra azione si deve raggiungere l'effetto buono cercato. Nella Comunione sulla mano non c'è questa condizione, perché infatti, si può dare e ricevere la S. Comunione nella maniera tradizionale, direttamente nella bocca del comunicando e con l'uso del piattello. L'intenzione buona viene annullata da questa possibilità, alla quale "non si vuole", non "non si può" ricorrere. Perché devo fare del bene facendo anche del male, quando posso facilmente fare lo stesso bene senza fare del male? Che razza di retta intenzione sarebbe? Questo è già più che sufficiente a condannare la Comunione sulla mano, ma c'è ancora di più nella condizione seguente.

5°)     Deve esservi un motivo sufficiente per permetterne l'effetto cattivo. Il motivo deve essere tanto più grave

a) quanto peggiore è l'effetto;

b) quanto maggiore è la certezza che avverrà;

c) quanto più immediatamente consegue;

d) quanto più gravi sono gli obblighi personali (pietà, contratto) in forza dei quali si dovrebbe evitare l'effetto cattivo;

e) quanto più è probabile che, tralasciando l'azione, l'effetto cattivo non succederà (Jone. Teol. Mor. pg. 5).

Credo che con questa condizione plurima non ci possa essere la minima scusante per chi pratica la deprecabile Comunione sulla mano. Esaminiamola attentamente alla luce delle regole contenute nel 5° punto. Il motivo che permette l'azione, causa dell'effetto cattivo, deve essere tanto prave:

a) Quanto peggiore è l'effetto. Di questo non sarebbe nemmeno il caso di parlare. Cosa c'è di peggio della profanazione gravissima del Corpo del Signore? Non ci sarà mai alcun motivo, per grave che sia, che possa giustificare la profanazione del SS. Sacramento, che la Chiesa stessa considera il più grave di tutti i delitti.

La profanazione del SS. Sacramento è un'azione intrinsecamente cattiva, nel senso che non ci può essere mai alcuna ragione che la giustifichi. Uccidere si può per legittima difesa. Rubare si può per estrema necessità. In realtà, non si tratta di omicidio e di furto, perché sono atti legittimi in particolari circostanze. Ma profanare il SS. Sacramento non potrà mai essere legittimato, nemmeno per salvare la vita propria o quella altrui. Come l'apostasia, la bestemmia o altri peccati di fronte ai quali si deve essere disposti a morire piuttosto che commetterli. Con la Comunione sulla mano viene provocata inevitabilmente la profanazione del SS. Sacramento, com'è stato ampiamente ed inequivocabilmente dimostrato. Perciò la Comunione sulla mano, com'è oggi praticata, è illecita nel modo più assoluto, senza possibilità di eccezioni. Troppo dimenticato è il sacrificio di San Tarcisio e di altri Santi, martiri dell'Eucaristia. E non importa che il Corpo Santissimo del Signore sia contenuto in numerose Ostie, o in qualche piccolo frammento.

b) Quanto maggiore è la certezza che l'effetto cattivo avverrà. La certezza che la profanazione del Pane consacrato avverrà con la Comunione sulla mano c'è, ed è grandissima, anche se non ad ogni singola Comunione presa in se stessa. Prima o poi, dopo un numero più o meno grande di Comunioni, succederà senz'altro, come insegna l'esperienza che ogni sacerdote in cura d'anime non può non avere. Si capisce che non è "certezza assoluta". Nelle cose temporali e contingenti non ci può essere la certezza assoluta. Anche colui che si spara alla tempia non è assolutamente sicuro di morire. Dio solo ha la certezza assoluta degli effetti prodotti da qualsiasi causa. Ma per l'imputabilità di un atto non è necessaria la certezza assoluta: basta la certezza morale. E se ad ogni singola Comunione non vi è certezza, rimane comunque il gravissimo pericolo, col quale non è lecito compiere un'azione facilmente sostituibile con un'altra.

c) Quanto più l'effetto cattivo immediatamente consegue. La caduta e la dispersione dei frammenti di Pane consacrato avviene non molto e neanche qualche tempo dopo l'azione sacrilega della Comunione sulla mano, ma nello stesso istante in cui la sacra Ostia viene consegnata in mano al fedele e questi se la porta alla bocca senza la protezione del piattello.

d) Quanto più gravi sono gli obblighi personali in forza dei quali si dovrebbe evitare l'effetto. Non c'è bisogno di rilevare gli obblighi del cristiano in genere, e del sacerdote in particolare, verso il Corpo Santissimo del Signore. Sono estremamente gravi.

e) Quanto è più probabile che, tralasciando l'azione, l'effetto non seguirà. Non diciamo che tralasciando di dare e di ricevere la Comunione sulla mano, è "più probabile" che la caduta, la dispersione e la conseguente inevitabile profanazione dei sacri Frammenti non seguirà, ma diciamo che "certamente" non seguirà, se si darà e si riceverà la S. Comunione nella maniera tradizionale, direttamente nella bocca del comunicando e con l'uso del piattello. Sicuro! Non è certezza assoluta, perché anche qui vale quanto è stato detto sopra, poiché anche chi è prudente, diligente e attento, può incorrere in qualche disgrazia. Ma certezza morale lo è senz'altro.

A questo proposito, dobbiamo ricordare (se pur ce n'è bisogno) che la caduta di Pane consacrato nella Comunione sulla mano, non è "accidentale" come invece lo è nella Comunione tradizionale, ma è "causata" dall'azione stessa di dare la Comunione in quel modo, per il quale i frammenti non solo cadono, ma vanno anche dispersi e conseguentemente profanati. C'è quindi responsabilità e colpa, come per colui che guida la macchina in stato di ubriachezza ed è "causa" della disgrazia che provoca, mentre la disgrazia che può succedere a chi è pur prudente, diligente e attento, è "occasionale" ed "accidentale", non essendone causa diretta, ma essendo la causa a lui esterna ed estranea. A differenza del primo, egli non ha colpa.

 

Conseguenze morali della previsione certa dell'effetto cattivo

La caduta dei frammenti di Pane consacrato durante la distribuzione della Comunione e la loro dispersione con l'inevitabile profanazione quando la Comunione è data e ricevuta sulla mano, è certa. Non è certezza assoluta, come si è visto, ma è certezza morale, sufficiente a renderla imputabile a colpa per colui che usa questa pratica. La certezza morale che i frammenti cadano, non esclude la possibilità che non cadano (per questo è certezza morale e non assoluta) e viceversa, se anche dopo un numero abbastanza elevato di Comunioni, non dovesse cadere alcun frammento (ma questo lo si sa solo dando la Comunione nel modo tradizionale e con l'uso del piattello, mentre con la pratica della Comunione sulla mano non si sa se non cadano), ciò non esclude la morale certezza che i frammenti cadano. Non è un gioco di parole, ma una realtà, del resto già dimostrata. In ogni caso, non è lecita questa pratica, perché anche con la sola possibilità e quindi, col dubbio che i frammenti cadano, non è lecito fame uso.

Insomma, da quanto si è visto finora, dobbiamo ritenere che la Comunione sulla mano, causa della dispersione e della profanazione dei sacri Frammenti caduti, è illecita, essendo la profanazione del SS. Sacramento certa, prevista e senza le condizioni che ne consentano la causa. Se è così, ed è così, la profanazione delle sacre Specie causata dalla pratica della Comunione sulla mano, è gravissimo peccato, equivalente alla stessa intenzione di profanarle. E' interessante ora vedere come le conseguenze morali della previsione certa dell'effetto cattivo di un'azione, senza le condizioni che permettano l'azione medesima, siano le stesse che avere l'intenzione di ottenere l'effetto cattivo. Infatti se la previsione certa dell'effetto cattivo, senza le condizioni che permettano l'azione che lo causa, equivale all'intenzione di ottenere l'effetto cattivo, anche le conseguenze morali saranno le stesse. Chi ha l'intenzione di fare ciò che è male, anche se materialmente non lo potesse, ne avrebbe ugualmente colpa, come se l'avesse fatto.

"Chiunque avrà guardato una donna con concupiscenza (cioè con desiderio e volontà di peccare con lei), ha già commesso adulterio con lei" (Mt. 5,28). La ragione di ciò sta nel fatto che il peccato è commesso prima con la volontà che con l'azione, quindi indipendentemente dalla sua materiale e pratica attuazione. Dunque, chi vuole compiere ciò ch'è peccato, cioè ne ha l'intenzione ferma e decisa, anche se poi, per qualche causa esterna da lui indipendente non lo commette, lo ha già commesso nel suo cuore e ne ha piena responsabilità e colpa come se lo avesse commesso. Se infatti non lo commette, non è perché lui non lo voglia, ma perché una causa a lui esterna ed estranea glie lo impedisce. La sua volontà rimane rivolta al compimento di quella cosa moralmente vietata. Non tutto il male che i peccatori vorrebbero commettere è loro possibile. Guai se lo fosse! La Provvidenza, che governa e regola la vita degli uomini, permette anche che facciano del male, ma non tutto o come lo vorrebbero. Non per questo però, non hanno più nessuna colpa. Ne hanno ugualmente tutta la colpa. Per non averne colpa, debbono revocare la volontà di fare quello che avrebbero voluto fare. Colui dunque, che ha intenzione di fare ciò ch'è peccato, lo ha già commesso nel suo cuore, anche se non lo può fare o non lo può fare come lo vorrebbe lui. Commette il peccato che vuole commettere, sia nella qualità che nella gravità e nel numero. Se vuole uccidere ma non ci riesce, o perché sbaglia, o perché l'altro si difende o per qualsiasi altro motivo, ha nel suo cuore ugualmente ucciso ed è ugualmente colpevole di omicidio come se avesse realmente ucciso. Se anche solo ferisce, è reo di omicidio. Se vuole uccidere due persone, ma ne uccide una soltanto, è reo di duplice omicidio. La regola vale anche per il contrario: se vuole solo ferire, ma uccide, è colpevole solo di aver ferito. Se vuole solo spaventare, ma inavvertitamente uccide, è reo forse solo d'imprudenza. Se uccide per pura disgrazia, non ha alcuna colpa. E' talmente grande la potenza dell'intenzione che colui il quale vuole fare del male, ma con la sua azione, per un caso fortuito e imprevisto, fa del bene, non ha merito del bene che ne è venuto dalla sua azione, ma ha la colpa del male che lui voleva fare. Facciamo un'esempio. Vuole uccidere una persona.

La sorprende da sola seduta in un prato. Mentre si prepara a sparare, senza che nessuno dei due se ne avveda, esce da un cespuglio un serpente velenosissimo capace di dare la morte in pochi istanti, che si avventa verso quella persona. Egli spara, ma invece di uccidere la persona che aveva designata, uccide il serpente. Salva così, da sicura morte, la persona che voleva uccidere. Crediamo che ne abbia merito? No, ma è reo di omicidio, perché la sua volontà era di uccidere la persona e non di salvarla. Anche la previsione certa del male che si fa con una azione senza le condizioni che la permettano, ossia che la rendano lecita, soggiace alle stesse conseguenze morali dell'intenzione di fare del male.

Se l'effetto cattivo certamente previsto (con certezza sia pure non assoluta, ma morale), per cause fortuite ed impreviste ( le cause e non l'effetto) non sì dovesse verificare, colui che ha posto quell'azione è ugualmente colpevole dell'effetto cattivo che aveva previsto, benché non si sia realizzato. Non per merito suo l'effetto cattivo non si è realizzato, ma per cause fortuite a lui estranee e indipendenti dalla sua volontà. Con un esempio ci si spiega meglio. Io sono pronto a sparare contro un uccello per qualche scopo a me utile. Dietro l'uccello c'è una persona. Io non posso sparare contro l'uccello senza sparare anche contro quella persona. Quindi, so che uccidendo l'uccello, ucciderò anche la persona. Io ho intenzione di uccidere l'uccello e non la persona, ma che importa? Mi è forse lecito sparare all'uccello, solo perché ho la retta intenzione di ucciderlo? Quale ragione può giustificare la mia azione, con la quale uccido certamente una persona oltre all'uccello? La mia intenzione retta di uccidere l'uccello, fosse anche per sfamare degli affamati, è annullata dall'effetto cattivo gravissimo, in maniera sproporzionata, che segue contemporaneamente all'uccisione dell'uccello. Sono reo d'omicidio anche se non avevo l'intenzione diretta di uccidere la persona. Manca la ragione sufficiente a permettermi l'azione; posso provvedere alle mie necessità anche in modo diverso e senza uccidere nessuno.

E se volessi uccidere l'uccello solo per il gusto della caccia o per qualche altro banalissimo motivo? Ma questo è proprio il caso della Comunione sulla mano che, insieme al fine di comunicare, porta con sé anche la certa profanazione dei SS. Sacramento, e non diciamo senza motivo che giustifichi tale pratica, perché non ci potrà essere mai un motivo adeguato, ma diciamo per un motivo banalissimo ed inutile, tanto più che si può comunicare anche e meglio in un altro modo, che non causi la profanazione del SS. Sacramento (questo l'abbiamo già precedentemente visto, ma non è male ripeterlo e ricordarlo).

Orbene, poiché la previsione certa del male che si fa con una determinata azione, sia pure intenzionalmente diretta ad un fine buono, ma senza le condizioni o qualcuna di esse che la permettano, equivale all'intenzione di fare il male stesso: anche le conseguenze morali sono le stesse. Perciò, riferendoci all'esempio su riportato, si deve dire che anche se sparando all'uccello e conseguentemente alla persona, questa per cause esterne e da me impreviste non venisse colpita (perché porta un giubbotto antiproiettile o altra protezione), o fosse colpita in modo lieve in parti non vitali e guaribile in poco tempo, io sarei ugualmente colpevole di omicidio, perché non prevedevo la sua incolumità, ma la sua morte.

L'esempio fatto applichiamolo ora alla Comunione sulla mano. Calza molto bene e se il fatto preso ad esempio non si verificherà mai (chi oserebbe uccidere un uccello sapendo che con esso ucciderà anche una persona?), si verifica invece e molto di più, con la Comunione sulla mano. Si tratta infatti, di un fine (quello buono cioè, di comunicare e di comunicarsi) che si può raggiungere e meglio in altro modo, ossia in modo tradizionale; di un'azione assolutamente ingiustificata, o giustificata da motivi banalissimi e per gusto di novità, come sparare ad un uccello per solo divertimento; L'effetto cattivo, ovvero la profanazione del SS. Sacramento è sproporzionatamente grave, molto di più che l'uccisione di una persona per colpire un uccellino.

La previsione moralmente certa della profanazione delle sacre Specie, causata inevitabilmente dalla Comunione sulla mano, rende colpevoli di questo gravissimo peccato anche nel caso fortuito nel quale non dovesse staccarsi alcun frammento e la profanazione delle sacre Specie, materialmente non si verificasse. Come per l'intenzione di profanarle, qualora materialmente non venissero profanate. Moralmente è come che lo siano e se ne portano le conseguenze di condanna. Nell'esempio che si è fatto precedentemente ancora, del serpente velenoso ucciso per sbaglio ed in altri casi, ne può venire un bene, come si è visto (rimanendo però la colpa dell'intenzione cattiva di uccidere la persona); ma quale bene potrà mai fortuitamente seguire alla pratica della Comunione sulla mano, che causa con morale certezza la profanazione del SS. Sacramento?

Eppure, anche se per ipotesi assurda ne venisse fortuitamente un bene, si sarebbe ugualmente responsabili e colpevoli della profanazione del SS. Sacramento, perché la profanazione è prevista, non l'ipotetico bene.

 

Può mai essere autorizzata la Comunione sulla mano?

Dopo quanto è stato esposto spiegato e dimostrato fino all'evidenza, può mai essere valida l'autorizzazione che è stata recentemente concessa ai cattolici di dare e di prendere la Comunione sulla mano? Coloro che la praticano, laici e sacerdoti, e continuano a praticarla con decisa volontà (perché poi tanto attaccamento a fare così?), anche dopo che sono stati avvertiti e informati della natura sacrilega di tale pratica, soprattutto a causa della dispersione e della conseguente sicura ed inevitabile profanazione dei frammenti di Pane consacrato caduti, nei quali é pur sempre presente Nostro Signore Gesù Cristo tutto intero, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, come definito di fede dal Concilio di Trento, non potendo negare l'evidente realtà, si rifugiano dietro l'ultima giustificazione a cui credono di potersi aggrappare: "Il Papa ne ha dato l'autorizzazione".

E con ciò sarebbe chiusa ogni discussione, per cui ora, questa pratica sacrilega sarebbe divenuta lecita con un semplice atto con cui il Santo Padre ha dovuto dare il suo sofferto benestare sotto la pressione delle Conferenze Episcopali, esse stesse travolte da un'iniziativa del tutto arbitraria presa da clero e laici "progressista", che hanno messo le Autorità davanti al fatto compiuto, com'è avvenuto per molti altri abusi non prontamente repressi. Molti infatti, a dire la verità, già praticavano la Comunione sulla mano anche prima, molto prima dell'autorizzazione formale, in aperta violazione e spregio delle vigenti norme ecclesiastiche e della stessa Legge di Dio restando sempre impudentemente sordi ai reiterati richiami soprattutto del Santo Padre, che non ha esitato a palesare la sua volontà di mantenere la disciplina tradizionale in materia eucaristica. I "progressisti" hanno avuto il sopravvento ed hanno ottenuto quello che poi, i loro diretti Superiori avevano già tacitamente concesso loro, lasciando correre.

Così la disobbedienza è stata premiata, la prepotenza ha avuto successo e i buoni cristiani, i veri fedeli, laici e sacerdoti, hanno dovuto subire e sottostare all'ingiusta imposizione. E' stato solo un "consenso", è vero (per ora), ma la massa dei superficiali, che pur avrebbero continuato a ricevere la Comunione come l'hanno sempre ricevuta, vi si sono facilmente adattati e la generalità dei sacerdoti finora contrari a questa pratica, hanno creduto di doversi sottomettere per obbedienza, mentre quelli che vi si oppongono, divenuti un'esigua minoranza, devono mettersi in contrasto con quelli che la vogliono, creando un clima di discordia e di divisione tra i cattolici, quasi che non ce ne fossero abbastanza, proprio quando si "lavora" (a parole) per l'unità di tutti cristiani. Ma peraltro, la pratica della Comunione sulla mano è e rimane illecita e l'autorizzazione priva di valore, non tanto per il fatto che sia stata strappata con la disobbedienza e la prepotenza, perché poi è stata concessa liberamente, quanto per la ragione già detta e ripetuta della inevitabile profanazione delle sacre Specie, a causa della certa e prevista dispersione dei frammenti di Pane consacrato. Ragione soprattutto per la quale era stata intelligentemente e prudentemente vietata detta pratica, ch'è vietata anche e prima dalla Legge di Dio.

 

Consentire la Comunione sulla mano equivale a consentirne la profanazione

Il modo tradizionale di dare e di ricevere la Comunione, cioè direttamente nella bocca del comunicando, è di istituzione ecclesiastica. Ammettiamolo. Come tale potrebbe essere sostituito con un altro metodo. In realtà, non si saprebbe trovare una maniera più conveniente, essendosi questa rivelata la migliore, anzi l'unica. Tuttavia, ammettiamo che si possa fare qualche modifica. Per principio è possibile, anche se praticamente non lo è. Bisogna però che il cambiamento sia in meglio, non in peggio, o tale da causare addirittura una profanazione. La pratica della Comunione sulla mano, com'è in uso oggi, causa certamente ed inevitabilmente la profanazione delle sacre Specie. Poiché non è lecito profanare le sacre Specie, nemmeno è lecita una pratica che causa inevitabilmente tale criminosa profanazione. E se non è lecito consentire la profanazione delle sacre Specie, nemmeno sarà lecito consentire una pratica che causa certamente ed inevitabilmente la loro profanazione. Anche nell'arte medica possono essere studiati e sperimentati nuovi metodi per migliorare le operazioni di parto della donna, al fine di renderlo più facile, più svelto, più sicuro e che sia alla madre meno doloroso possibile.

Qualunque modifica alle pratiche in uso può essere lecitamente introdotta e può essere lecitamente acconsentita, purché non danneggi gravemente il concepito e tanto meno lo si uccida. Qualunque metodo potrà essere lecito, tranne quello dell'aborto, che pertanto non può essere autorizzato da alcuna autorità al mondo. Il metodo di far partorire per mezzo dell'aborto, non è lecito non tanto per se stesso, ma perché non è possibile attuarlo senza far morire la piccola creatura. Se fosse possibile abortire o far abortire senza far morire il nascituro, l'aborto forse sarebbe lecito. Diciamo forse, perché far nascere il concepito prima del tempo, sarebbe ancora esporlo a molti pericoli e gravi conseguenze. Tuttavia se fosse possibile far nascere la creatura in anticipo (aborto significa appunto nato prima), di per sé sarebbe lecito. Ma possibile non è. Per questo soprattutto, l'aborto non è lecito, anche se nelle intenzioni della madre e dei medici non ci fosse l'intenzione di uccidere, bensì solo quella di abortire, magari per una ragione per sé stessa buona, per esempio di salvare la madre dalla morte. Ma nemmeno per questa ragione l'aborto sarebbe lecito, perché non si può fare senza causare la sicura morte di una persona.

Uccidere è vietato. Procurare l'aborto equivale ad uccidere. Dunque è vietato procurare l'aborto. Dunque è vietato consentire l'aborto procurato. Si potranno studiare e sperimentare altri metodi per dare e ricevere la Comunione, diversi da quello tradizionale (se pur ve ne fossero). Questo sì, sarebbe lecito, come si possono lecitamente praticare altri metodi per eseguire il parto quando ne è giunto il momento. Qualsiasi metodo per comunicare e per comunicarsi sarà lecito, tranne quello di mettere il SS. Sacramento nel pericolo grave, certo ed inevitabile di venir profanato, come sarà lecito qualsiasi metodo per alleviare i dolori del parto nella madre, tranne quello di far morire certamente il nascituro mediante l'aborto. Si potrebbe osservare: "Il paragone non fila bene, perché non è la stessa cosa. Nell'aborto si uccide per ottenere il parto, mentre con la Comunione sulla mano non si profana il SS. Sacramento per comunicare e comunicarsi. Nell'aborto c'è l'intenzione diretta e primaria di far morire il nascituro come mezzo alfine, ma nessun fine, anche buono, può giustificare l'uso di un mezzo cattivo, mentre nella Comunione sulla mano non c'è l'intenzione diretta e primaria di profanare il SS. Sacramento come mezzo, alfine di comunicare e di comunicarsi.

Sarebbe meglio (secondo i cavillosi) paragonare la profanazione che segue alla Comunione sulla mano, alla morte del concepito, che può seguire ad una cura di cui la madre ha necessità per non morire. Ciò che direttamente e primariamente è inteso ottenere, è la salvezza della madre mediante la cura, non la morte della creatura, come nella Comunione sulla mano ciò che è inteso ottenere è comunicare e comunicarsi, non la profanazione delle sacre Specie".

Rispondiamo che non si può fare tale paragone. E' vero che la Morale cattolica fa questa distinzione: la madre non può lecitamente uccidere con l'aborto la propria creatura nemmeno per avere lei salva la vita; può invece legittimamente, per avere salva la vita, fare l'unica cura possibile, con gravissimo pericolo, di morte della sua creatura. Sì, ma è proprio qui che non è la stessa cosa che la Comunione sulla mano, per cui i due fatti non si possono equiparare. Non dobbiamo dimenticare quanto si è detto riguardo alla moralità delle azioni che hanno un duplice effetto, di cui uno è cattivo. E' lecita un'azione di questo tipo se, tra l'altro, non si può ottenere l'effetto buono in nessun'altra maniera e se vi è una ragione proporzionalmente grave che la permetta (l'azione). Ora, nel caso della madre che si cura per avere salva la vita, ci sono entrambe le condizioni suddette che le permettono la cura, nonostante il pericolo di morte, anche certa, del suo nascituro, perché non può scegliere altra via che quella e la salvezza della madre è ragione grave e proporzionata che permette la cura.

Nel caso invece della Comunione sulla mano, mancano entrambe le suddette condizioni, perché per comunicare e comunicarsi ci sono altre maniere, tra le quali quella tradizionale, che è anche migliore, più semplice e più facile e non c'è una ragione grave e proporzionata che la permetta, anzi non ci può essere in alcun modo, perché nessuna ragione, per grave che sia, può permettere la profanazione del SS. Sacramento: è meglio non comunicarsi, piuttosto che commettere questo crimine. Perciò la Comunione sulla mano, che causa la profanazione certa, inutile, sciocca, inevitabile, evitabile facilmente comunicandosi in un'altra maniera, non è assolutamente lecita ed è peccato grave come se si avesse l'intenzione di profanare le sacre Specie. Perciò la Comunione sulla mano può giustamente essere paragonata all'aborto, più all'aborto che alla cura necessaria a salvare la madre. E come l'aborto, non può essere consentito da nessuna autorità al mondo, così nemmeno lo può la Comunione sulla mano, che rimane illecita e gravemente colpevole anche dopo una presunta autorizzazione dell'Autorità ecclesiastica.

Che se poi si volesse sostenere a tutti i costi che c'è molta differenza tra il volere di proposito la profanazione delle sacre Specie e la profanazione causata dalla Comunione sulla mano, bisogna dire che c'è la stessa differenza tra la profanazione operata da uno che ha l'uso della ragione e la profanazione operata da un demente. Diciamo inoltre che, se l'aborto fosse possibile senza far morire o senza danneggiare il nascituro, allora potrebbe essere lecito, mentre la Comunione sulla mano non sarebbe lecita nemmeno se con la morale certezza si evitasse la profanazione delle sacre Specie, perché non è l'unico male prodotto da questa pratica: c'è la mancanza di rispetto e di venerazione profonda verso il Corpo del Signore, trattato come fosse un biscotto, c'è la perdita o illanguidimento della fede e della devozione, non solo verso l'Eucaristia, ma verso tutta la vita cristiana di cui l'Eucaristia è il centro.

E non si dica che è esagerato equiparare la profanazione delle sacre Specie causata dalla Comunione sulla mano, con il crimine dell'aborto. Per chi non ha fede è esagerato, anzi è del tutto inutile il discorso che abbiamo appena fatto. Ma per chi ha fede, anche solo un poco, la profanazione del SS. Sacramento è un delitto ancor più grave, molto più grave dell'aborto. Inutile battersi contro il crimine dell'aborto, se non ci si batte con altrettanta energia contro la Comunione sulla mano, anzi, la si favorisce!

 

La pratica della Comunione direttamente in bocca è di istituzione ecclesiastica?

Si suol dire che: l'uso di dare la Comunione direttamente nella bocca del comunicando è stato stabilito dalla Chiesa e come tale, può anche dall'Autorità ecclesiastica, venire modificato. Infatti quando Gesù istituì l'Eucaristia durante l'ultima cena, non imboccò gli Apostoli, ma disse: "Prendete e mangiate....". Così fecero gli Apostoli in seguito: non imboccarono i fedeli, ma ripeterono quello che aveva fatto il Signore. Ora si è tornati a fare come i primi Cristiani. Sì certamente, la Comunione direttamente in bocca è d'istituzione ecclesiastica, ma non fu per un banale capriccio innovatore come lo è stato invece, l'odierno ritorno alla Comunione sulla mano, bensì per motivi assai gravi che imponevano la correzione, tra i quali e prima di tutti quello di salvaguardare il SS. Sacramento da inevitabili profanazioni.

Non si vuole dire che sia assolutamente obbligatorio dare e ricevere la Comunione direttamente in bocca, ma piuttosto si vuole dire ch'è vietato dare e ricevere la Comunione sulla mano come si usa fare oggi. Intanto bisogna osservare con quanta cura, rispetto e profonda devozione i primi Cristiani si accostavano a ricevere il Corpo del Signore nascosto sotto le apparenze del pane. Perché guardare solo alla materialità del gesto e non anche allo spirito, alla preparazione, al raccoglimento osservato anche dopo il banchetto eucaristico? Anche le modalità materiali non erano precisamente le stesse usate oggi. Ma a parte ed indipendentemente da questo, bisogna dire che non è indispensabile eseguire alla lettera le norme indicate nel Vangelo riguardo all'amministrazione della Eucaristia e fare materialmente tale e quale fecero Gesù, gli Apostoli e i primi Cristiani. Molte cose Gesù non ha detto e indicato espressamente, ma sono implicitamente contenute o necessariamente derivate da quello che ha disposto. Non ha comandato agli Apostoli di dare la Comunione direttamente in bocca, non ha vietato espressamente di darla sulla mano, ma non per questo la Comunione sulla mano è lecita e non per questo si deve abolire la pratica tradizionale di darla direttamente in bocca.

Neppure espressamente ha detto il Signore che per ricevere la Comunione è necessario "sapere e pensare a chi si va a ricevere", com'è insegnato dal catechismo della Chiesa, che indica ciò ch'è obbligatorio fare. Dunque, perché Gesù non lo ha detto, non è più necessario? Non lo ha detto esplicitamente, ma è contenuto implicitamente nella stessa dignità del Sacramento, che non si può ricevere col peccato mortale nell'anima. E non sarà altrettanto contenuto implicitamente il divieto di profanarlo o di riceverlo con una pratica che inevitabilmente ne causa la profanazione? Molti altri cambiamenti si sono imposti già fin dai primi tempi del Cristianesimo, nella celebrazione eucaristica e nell'amministrazione dei Sacramenti. San Paolo denuncia gli inevitabili abusi e inconvenienti derivati dal volere celebrare la Cena del Signore e cibarsi del suo Corpo radunandosi a convito, come già aveva fatto Gesù con gli Apostoli e consiglia di mangiare ciascuno a casa sua, poi di radunarsi per celebrare la Cena, ossia la Messa: "Quando ....vi radunate, il vostro non è più un mangiare la Cena del Signore.... Non avete le vostre case per mangiare e bere?" (1 Cor. 11, 20122).

Anzi, si è capito che, sia per il numero crescente dei partecipanti alla Cena del Signore, sia per la migliore riuscita del sacro rito, conveniva che solo il sacerdote celebrante restasse al tavolo con le offerte da consacrare, mentre i fedeli vi partecipavano distaccati: ecco l'altare, ecco i banchi, ecco la sala divenuta sempre più perfezionata fino alle monumentali cattedrali. Non si dovevano costruire chiese perché il Signore non ne aveva fatto cenno? Si doveva continuare a celebrare la S. Messa nel corso di una cena e tutti allo stesso tavolo? E ci si è accorti pure che il pane da consacrare conveniva che avesse la forma rotonda e sottile per una più facile e sicura distribuzione e che, per il rispetto al SS. Sacramento, le Ostie consacrate fossero toccate solo da mani consacrate e solo per casi eccezionali e gravi, da altri, anche e soprattutto per evitare la dispersione dei frammenti: quindi, logicamente, che la Comunione fosse distribuita dal sacerdote e direttamente in bocca ai fedeli, che più devotamente e con più profonda venerazione l'avrebbero ricevuta.

Sono tutte pratiche venute logicamente da sé, implicitamente contenute nella istituzione dell'Eucaristia. Succede così anche nelle cose profane: l'inventore dell'aeroplano non ha parlato di aeroporti, di torri di controllo, di tanti servizi che troviamo nel settore aeronautico, sorti per necessità, per far fronte alle esigenze del servizio e per l'incolumità dei passeggeri. Faremmo a meno delle torri di controllo solo perché per i primi voli aerei ancora non esistevano? Equivarrebbe a provocare molti incidenti e molte vittime. Un vero delitto! E non era giusto trovare il modo più conveniente al rispetto del SS. Sacramento e più sicuro contro il pericolo di disperdere i frammenti di Pane consacrato, con la conseguente inevitabile profanazione dello stesso?

Si studi pure di trovare un modo più conveniente, ma bisogna riconoscere che quello tradizionale adottato dalla Chiesa è migliore di qualunque altro e forse, l'unico. Perciò, anche se la Comunione direttamente in bocca al comunicando, con l'uso del piattello, è di istituzione ecclesiastica, dobbiamo dire che implicitamente è d'istituzione Divina.

 

Non si può acconsentire oltre i limiti delle proprie facoltà

Il consenso è l'atto con cui l'avente facoltà autorizza un altro a fare ciò che altrimenti, senza tale consenso, gli sarebbe moralmente vietato. La facoltà di acconsentire può essere di diritto naturale, oppure per un'autorità ricevuta da chi aveva il potere di conferirgliela. Ognuno gode di diritti naturali sulla sua persona e sulle sue cose. Solo lui può liberamente disporne e solo lui ha la facoltà di consentire ad altri di disporne. E' ovvio che il suo consenso (come il suo comando o il suo divieto) può estendersi soltanto a ciò che gli compete, perché la facoltà di cui gode non è illimitata e non può entrare nei limiti delle competenze altrui. Ciò s' intende pure perle facoltà derivate dall'autorità di cui si è investiti. L'Autorità civile può concedere tutte le autorizzazioni che sono di sua competenza. Può consentire ad alcuni o a tutti, per qualche tempo o per sempre, di non osservare una legge, sempre di carattere civile, stabilita dall'Autorità stessa. Non può lecitamente consentire (comandare o vietare) ciò che cade sotto la legge morale, ch'è di competenza dell'Autorità religiosa della Chiesa.

L'Autorità religiosa della Chiesa ha ricevuto da Dio poteri e facoltà molto grandi, perfino di rimettere i peccati. Facoltà molto grandi, ma non illimitate, perché è in nome di Dio che le esercita ed è conformemente alla volontà di Dio che deve esercitarle. Perciò, l'Autorità religiosa non ha il potere e la facoltà di rimettere i peccati di chi non è sinceramente pentito; non può consentire ad alcuno di accedere ai Sacramenti dei Vivi in stato di peccato mortale; non può consentire ciò che Dio ha vietato; non può rendere lecito ciò che per Legge morale di Dio è illecito. Questo no. Questo va molto oltre i limiti delle sue competenze e volerlo fare sarebbe detronizzare Dio per mettersi a legiferare al suo posto. Questo il Signore non l'ha concesso nemmeno a Pietro quando gli conferì i pieni poteri del Primato: "A te darò la chiavi del Regno dei Cieli; tutto ciò che legherai sulla Terra, sarà legato anche in cielo...." (Mt. 16,19).

L'Autorità ecclesiastica, pertanto, può modificare o abrogare le leggi ecclesiastiche, ma non quelle di Dio. Non può perciò autorizzare la Comunione sulla mano così com'è in uso oggi, perché abbiamo esaurientemente conosciuto che tale pratica causa, senza alcuna scusante o attenuante, la certa ed inevitabile profanazione delle sacre Specie. Potrà al massimo, togliere la scomunica per i profanatori del SS. Sacramento, ma non stabilire che la profanazione delle sacre Specie, causata anche dalla Comunione sulla mano, non sia più peccato e gravissimo peccato. E poi, andiamoci piano ad ammettere che possa essere tolta la scomunica, ch'è stata comminata solennemente in un Concilio dogmatico, quindi con una validità perenne. Comunque non c'interessa la validità perenne della scomunica, ma c'interessa la validità perenne del divieto di profanare, in qualsiasi modo, le sacre Specie.

Con la pratica della Comunione sulla mano, le sacre Specie vengono prima o poi, inevitabilmente profanate. Dunque è e rimane gravissimo peccato, che nessuno al mondo può consentire. Ma perché allora è stata consentita? E' stata consentita per le stesse ragioni e con la stessa invalidità con cui l'Autorità civile ha consentito il crimine dell'aborto. La criminosa pratica dell'aborto clandestino si era talmente diffusa, che si è ritenuto di doverla legalizzare, come se gli uomini avessero la facoltà di rendere lecito il delitto. Similmente, l'altrettanto e maggiormente criminosa pratica della Comunione sulla mano si era talmente diffusa nei paesi nordici e un po' anche in Italia, che si è ritenuto opportuno legalizzarla, ossia autorizzarla per tutto l'orbe, anziché prendere provvedimenti adeguati per arginare e impedire, almeno nei paesi in cui l'uso era ancora limitato, il diffondersi di tale pratica. Certo che l'abuso non avrebbe potuto essere arrestato per la pervicace e proterva disubbidienza del clero "progressista" e secolarizzato (che però, ha sempre ostentato fedeltà, amore e deferenza al Papa, anche quando ancora raccomandava di non dare e di non prendere la Comunione sulla mano e insisteva perché i sacerdoti portassero la veste talare) e la pratica si sarebbe ugualmente diffusa come tutti gli altri infiniti abusi di questo postconcilio senza freni, ma non avrebbe forse assunto le proporzioni disastrose che vediamo, con le conseguenze, prima accennate, dell'illanguidimento e morte della fede in molti cuori e una causa in più di smarrimento nei fedeli, di discordia e di divisione tra i cattolici, questa volta venuta proprio dall'Eucaristia, che dovrebbe essere vincolo di pace, d'amore e di unione tra i credenti, mentre si continua ad esaltare il SS. Sacramento con feste e processioni, più per abitudine e per salvare le apparenze, che non per vera e convinta devozione, troppo stridente essendo il contrasto tra le parole e i fatti.

Come si fa ad esaltare l'Eucaristia e contemporaneamente legalizzarne la profanazione? Sostenere che non la profanazione dell'Eucaristia è stata legalizzata, bensì la Comunione sulla mano, sarebbe come volere sostenere che non è stato legalizzato l'omicidio, bensì solo l'aborto. Dio nessuno lo inganna!

 

La Comunione sulla mano non può essere resa obbligatoria

Se non può essere lecitamente consentitala Comunione sulla mano, neppure e tanto meno, potrà essere resa obbligatoria, così che tutti, sacerdoti e fedeli, debbano seguire quest'unica via per comunicare e per comunicarsi. Di fatto, la Comunione sulla mano è stata solo "consentita" e non ancora "comandata". Non sarebbe quindi il caso di parlarne. Eppure, se non è stata ancora comandata e ci si augura che non lo sia mai, non è da escludere che si arrivi anche a questo "traguardo", dato che gli abusi e la loro legalizzazione si susseguono inesorabilmente ed inarrestabilmente in questo infelice postconcilio.

Già se ne parla, anche se sono per ora, soltanto voci e si spera che rimangano tali. Pare che in qualche diocesi, a titolo di uniformità, sia già stato imposto a tutti, sacerdoti e laici, di adottare questa pratica (però, anche qui, potrebbero essere soltanto voci, ma abbiamo, purtroppo, esperienza di come simili voci siano spesso fondate). E' certo tuttavia, che se non un'intera diocesi, vi è qualche parrocchia o chiesa dove il parroco o il rettore, si sono assunti il diritto di obbligare i fedeli a ricevere, o i sacerdoti da loro dipendenti, a dare la sacra Ostia sulla mano per comunicarsi o comunicare. E' certissimo e già denunciato da vari fedeli desiderosi di comunicarsi nella maniera tradizionale, che qualche sciagurato sacerdote costringe tutti quelli che malcapitano da lui, a prendere l'Ostia in mano ed a comunicarsi da sé stessi. E' già in atto dunque, l'abuso che, seguendo l'iter di tutti gli altri abusi, finirà prima o poi per venire legalizzato, imponendo a tutti di imporre la Comunione sulla mano.

Il cedimento, di fronte ad un abuso, è tacito ed implicito consenso. Manca solo l'esplicita autorizzazione perché l'abuso sia legalizzato, diventi lecito, anzi diventi regola generalizzata, a citi tutti debbono sottostare, anche gli onesti che non hanno mai abusato.

 

L'ubbidienza

Succederà perciò, che quelli i quali hanno abusato della loro libertà, col consenso tacito dell'Autorità, si vedranno ancora una volta premiati, e da disubbidienti diverranno "ubbidiente", mentre quelli che hanno sempre ubbidito alle leggi ecclesiastiche vigenti (oltre che alla Legge di Dio), ma che in coscienza non si sentiranno di seguire l'imposizione, passeranno per "disubbidienti" (davanti agli uomini), per non sottostare ad un abuso diventato "legge". E di questo passo, non si sa fin dove si arriverà. Ma intanto bisogna essere preparati, con idee ben chiare, su un argomento delicato che impegna le coscienze.

Non sempre è "ubbidienza" l'esecuzione materiale di un ordine. Non sempre è "disubbidienza" il rifiuto di eseguire materialmente un ordine. Dipende dalla legittimità o meno dell'ordine stesso. Tra le ragioni che rendono illegittimo un ordine, c'è quella, ed è la più grave, che l'ordine stesso sia contrastante ed incompatibile con la Legge di Dio e dalle regole che ne derivano, anche se non sono menzionate espressamente. La Legge di Dio non vieta espressamente l'aborto, ma espressamente vieta l'omicidio. Poiché non è possibile abortire senza uccidere, l'aborto è vietato dalla Legge di Dio. Chi ordinasse di compiere l'aborto, darebbe un ordine illegittimo, perché in opposizione alla Legge di Dio. Eseguire un tale ordine non sarebbe ubbidienza; rifiutare un tale ordine non sarebbe disubbidienza.

Ciò vale per qualsiasi delitto, anche se e molto di più, per il delitto di profanare le sacre Specie, delitto che viene commesso con la Comunione sulla mano. La Legge di Dio non vieta espressamente la Comunione sulla mano? No, ma vieta la profanazione delle sacre Specie. Poiché non è possibile, prima o poi, praticare la Comunione sulla mano senza causare la profanazione delle sacre Specie, la Comunione sulla mano è vietata dalla Legge di Dio. Comandarla, sarebbe dare un ordine illegittimo. Eseguirlo non sarebbe ubbidienza; rifiutarlo non sarebbe disubbidienza. Sarebbe esattamente il contrario.

L'ubbidienza del cristiano deve essere soprannaturale, cioè non deve essere semplicemente fondata su motivi di ordine naturale e pratico, come ad esempio la necessità di ordine nella società, o la responsabilità del superiore che, avendo il dovere di servire i sudditi, ha il corrispondente diritto di essere da loro ubbidito; l'ubbidienza del cristiano, pur comprendendo i motivi naturali, dev'essere fondata sul motivo soprannaturale di fare la volontà di Dio, trasmessa dal superiore umano, che lo rappresenta sulla terra. Il superiore umano, poiché rappresenta Dio sulla terra e ne trasmette la volontà, è tenuto ad esercitare legittimamente l'autorità di cui è investito, evitando i due eccessi:

1°)     di rinunciare all'esercizio della sua autorità;

2°)     di abusare dell'autorità esercitandola illegittimamente, col dare, per esempio, ordini illegittimi.

Non gli è lecito rinunciare all'uso dell'autorità, perché così impedirebbe a Dio di trasmettere, attraverso di lui, la Sua volontà. Non gli è lecito abusarne con ordini illegittimi, perché non trasmetterebbe la volontà di Dio, ma la propria: una volontà di Dio falsificata.

Spesso i due difetti coincidono: il superiore che rinuncia all'esercizio della sua autorità e non interviene ad impedire un abuso dei soggetti a lui, acconsente praticamente al loro abuso, vi acconsente tacitamente. Ora, acconsentire espressamente o tacitamente a ciò che Dio non vuole, è abusare dell'autorità. Ma comandare è più che acconsentire, per cui se non si può acconsentire a ciò che Dio ha vietato, molto meno ciò che Dio ha vietato potrà essere comandato. Come fa a trasmettere la volontà di Dio il superiore che comanda ciò che Dio non vuole? Dio non si contraddice, pertanto un ordine umano che contrasta con un ordine divino, non può e non deve essere eseguito dall'inferiore, il quale deve "ubbidire a Dio prima che agli uomini" (Act. 5,29 4,19).

In conclusione, eseguire materialmente un ordine illegittimo, e perciò contrario alla volontà di Dio, non è ubbidienza, ma servile e supina sottomissione, che rende complici di un'azione peccaminosa, di cui chi ne ha dato l'ordine è mandante. Anche se si è spinti ad eseguire l'ordine da una coscienza sincera, dominata da scrupolo e da timore riverenziale, in realtà non si tratta di ubbidienza, ma al contrario, si tratta di disubbidienza, perché si disubbidisce a Dio. E' a Dio, infatti, che si deve sempre riferire la nostra ubbidienza. Viceversa, omettere volontariamente l'esecuzione materiale di un ordine illegittimo, non è disubbidienza, ma fedeltà a Dio, compiendo il dovere di opporsi al male. Anche se contravvenire ad un ordine del superiore è interiormente penoso, specialmente ad una coscienza delicata, ed esteriormente gravido di spiacevoli conseguenze, il santo timore di spiacere a Dio deve prevalere sul timore di spiacere agli uomini, disposti anche a soffrire per la Verità di Dio e la difesa delle cose sacre.

Non disubbidienza dunque, ma vera ubbidienza, anche se agli occhi dei superficiali e degli sprovveduti può apparire che non sia così. Dal mondo e da chi non è spiritualmente ben formato, spesso la disubbidienza è scambiata per "ubbidienza" e l'ubbidienza per "disubbidienza". Errore di valutazione che non riguarda solo l'ubbidienza: la fermezza di volontà nel bene, non è considerata "ostinazione"? La forza della virtù, non è stimata "debolezza"? L'incrollabile fedeltà, non è vista come "ribellione"? L'eroismo della fede, non è preso per "fanatismo"? La Croce di Cristo, non è "scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani"? "Ma per quelli che sono chiamati .... è virtù di Dio e sapienza di Dio" (I Cor. I / 2324).

Nessuno dunque, si perda di coraggio nel difendere con tutte le sue forze il più grande dono che l'Amore misericordioso di Dio ha fatto agli uomini: la Santa Eucaristia.

 

Come deve comportarsi il fedele costretto a prendere la sacra Ostia sulla mano?

La pratica della Comunione sulla mano è gravemente illecita per le ragioni che abbiamo visto e non si può usare nemmeno qualora fosse resa obbligatoria: In coscienza si è obbligati soltanto a rifiutarla. Tuttavia la condizione del laico non è la stessa che quella del Sacerdote. Il sacerdote può e deve sempre astenersi dal dare la Comunione sulla mano, sia quando fosse richiesta dal comunicando, sia quando e dove fosse obbligatoria. E il fedele laico che deve fare? Innanzi tutto, non deve mai chiedere di ricevere la sacra Ostia sulla mano. Ma se si trova costretto, come purtroppo qualche volta avviene, a prenderla in mano ed a comunicarsi da sé, che deve fare? Deve rifiutarla? No, non lo deve. Se prevede che nel tale luogo, o dal tale sacerdote, sarà costretto a prendere l'Ostia in mano, potendo, deve evitare quel luogo o quel sacerdote.

Se però, nemmeno questo gli è possibile, egli non è obbligato in coscienza a rifiutare la Comunione sulla mano, come invece è obbligato in coscienza il sacerdote ad astenersi dal deporla sulla mano del fedele che pur la richiedesse. Il fedele laico non ha possibilità di ricevere la Santa Comunione altro che dal sacerdote. Se la dovesse rifiutare per non toccare la Sacra Ostia o per non disperderne i frammenti, e non potesse rimediare diversamente, sarebbe costretto a rinunciare a comunicarsi. Questo no. Pertanto, il fedele costretto a ricevere la comunione sulla mano, la prenda con tutto il rispetto e con tutta la cura perché nulla vada perduto, ma non può rinunciare a cibarsi del Corpo di Cristo per colpa di uno sciagurato, che se ne assume tutta la responsabilità davanti a Dio.

 

La Comunione sulla mano non è giustificata nemmeno da ragioni di igiene

La Comunione sulla mano come è praticata oggi, non può essere motivata da alcuna ragione, neppure da quelle dell'igiene. I sostenitori di questa abominevole pratica, infatti per giustificare in qualche modo il loro ghiribizzo (sì, la volontà e la decisione di cambiare il modo di dare e di ricevere la sacra Ostia, non è altro che un ghiribizzo di gente in difetto di buon senso, oltre che di fede e di rispetto per il SS. Corpo del Signore), portano le ragioni dell'igiene: il sacerdote, nel distribuire la Comunione direttamente nella bocca del comunicando, ne tocca la lingua o le labbra e con le dita bagnate dalla saliva di quello, preleva la sacra Particola dalla pisside e tocca la lingua o le labbra del seguente, trasmettendogli eventualmente, germi infettivi. Può succedere effettivamente, che le dita del sacerdote vengano a contatto con la bocca del comunicando. Bisogna dire però, che mai in tutta la storia della Chiesa si siano trasmesse malattie attraverso l'assunzione dell'Eucaristia nel modo tradizionale.

Poi, se il sacerdote sta un po' attento, con la collaborazione dei fedeli, si può ridurre di molto il caso in cui le dita del ministro vengano a contatto con la bocca del fedele. La sacra Particola va estratta dalla pisside e tenuta coll'indice in alto e col pollice in basso e non viceversa. Se si toccano la lingua o le labbra del comunicando, è soprattutto perché questi non apre bene la bocca, non consente di depositare con sicurezza la sacra Ostia sulla lingua, o non sta fermo, ma fa uno scatto in avanti, credendo di facilitare l'azione del ministro, con effetto opposto. Più che cambiare il modo di dare e di ricevere la Comunione, sarebbe meglio provvedere ad una più accurata istruzione e preparazione dei fedeli e degli stessi sacerdoti (come per l'uso del piattello). Si deve aggiungere che la Comunione in mano, come viene oggi praticata, non rimedia molto all'inconveniente suddetto. Infatti il fedele che prende l'Ostia in mano, la riceve ancora dal sacerdote, il quale preleva la sacra Ostia con le dita forse bagnate dalla saliva del fedele che ha appena ricevuta la Comunione in bocca. Non toccherà la bocca del fedele che riceve l'Ostia in mano, ma toccherà pur sempre la sacra Particola, sufficiente a trasmettere qualche malattia infettiva. Allora bisognerebbe che il fedele stesso prelevasse la sacra Ostia dalla pisside. Ma avrebbe le mani pulite e sicuramente disinfettate dalla malattia che portasse addosso? Perché tanta preoccupazione per l'igiene proprio e solo nei riguardi dell'Eucaristia? Se avessimo altrettanta preoccupazione nei riguardi dei cibi, non potremmo più mangiare o dovremmo cucinarceli e servirceli da noi stessi. Per quante mani passano prima di giungere alla nostra bocca? Saranno stati toccati sempre da mani pulite, non solo, ma anche disinfettate ed appoggiati su recipienti sterilizzati? Pensiamo che quelli che li hanno confezionati, vi hanno respirato sopra, forse anche tossito o starnutito, o comunque, mentre li lavoravano avranno fatto conversazione con altri, oppure anche da soli, o cantato .... E' risaputo che parlando, un po' di saliva esce sempre dalla bocca. Non si vede, ma si sente quando ci parlano da vicino.

Ora, quella saliva viene proiettata sui cibi che si stanno preparando da servire. Bisognerebbe che chi lavora in cucina, o serve a tavola, si coprisse il volto come i dottori e gl'infermieri che curano gli ammalati e toccassero i cibi con i guanti sterilizzati. Ma, né si pretende che altri abbiano tante premure, né ci si serve da soli. Queste premure, invece, si vogliono per fare la Comunione, come pericoloso veicolo di gravi malattie! Diciamolo pur chiaramente: non c'è alcun problema di igiene con la Comunione fatta nel modo tradizionale. Ma, se fosse anche vero quello che affermano i sostenitori (facciamone l'ipotesi), nemmeno allora sarebbe giustificata la pratica della Comunione sulla mano, com'è in uso oggi, perché c'è sempre la dispersione dei frammenti di Pane consacrato e la loro inevitabile profanazione. Sappiamo bene che non sempre il fine giustifica i mezzi e tanto meno in questo caso. Il fine dell'igiene, per buono che sia, non giustifica l'uso di un mezzo (la Comunione sulla mano), che causa inevitabilmente la profanazione delle sacre Specie: delitto che non potrà mai essere giustificato.

 

Modo corretto di autocomunicarsi

Debbo premettere che non è una proposta quella che faccio. Capisco le difficoltà per la realizzazione del metodo che sto per indicare, anche in tempi e luoghi di grande fede e di profonda pietà; figuriamoci oggi, che la vera fede e la vera pietà si sono quasi ovunque spente. Lo faccio per l'ipotetico caso in cui fosse assolutamente necessario evitare di dare la Comunione direttamente in bocca alla maniera tradizionale.

1. Ci sia un impianto, pure modesto, ma comodo e facilmente accessibile, di acqua corrente, perché i fedeli che intendono comunicarsi possano lavarsi le mani, magari solo con l'acqua, come fa il sacerdote prima di celebrare.

2. Disporre un tavolo coperto con tovaglia bianca, pulita e decente, su cui il sacerdote celebrante, dopo avere egli assunto il Corpo ed il Sangue del Signore, deporrà la pisside, possibilmente con apertura molto larga, contenente le Ostie consacrate.

3. Sul tavolo, verso destra, un vasetto contenente acqua ed un asciugatoio.

4. Un po' a sinistra un piattello da Comunione.

5. Davanti al tavolo un comodo inginocchiatoio, che consenta, a chi s'inginocchia, di accedere facilmente alla pisside con le Ostie consacrate.

6. Mentre il sacerdote celebrante, dopo aver deposto la pisside al centro del tavolo, torna all'altare e resta assorto in preghiera, i comunicandi si avvicinano al tavolo per comunicarsi uno alla volta.

7. Ognuno fa prima la genuflessione al Santissimo. Indi s'inginocchia.

8. Con la mano sinistra prende il piattello e con le dita della mano destra estrae con delicatezza un'Ostia dalla pisside. Senza eccessiva fretta se la porta dalla pisside alla bocca, accompagnandola col piattello sotto.

9. Fatta devotamente la Comunione, depone il piattello dov'era prima. Se vi sono caduti sopra dei frammenti della sacra Ostia, conviene che li lasci lì. Ognuno, poi, deve stare attento a non fare cadere i frammenti nel prendere il piattello, sempre bene orizzontalmente.

10. Si asterge con l'acqua del vasetto le dita con le quali ha toccato il Corpo del Signore e se le asciuga.

11. Si alza con compostezza e va al banco, mentre il seguente accede al tavolo, facendo altrettanto.

12. Quando tutti i comunicandi hanno terminato, il celebrante (o altro sacerdote presente) riporta la sacra pisside nel tabernacolo ed il piattello con eventuali frammenti sull'altare, perché siano versati, i frammenti, nel calice.

E' una serie di operazioni molto facili per quelli che sono abili a muoversi. Richiede un po' più di tempo, specialmente se i comunicandi sono molti. Tuttavia, sarebbe l'unico modo per fare le cose con decoro, col rispetto che merita tanto grande Sacramento e con sicurezza di non disperdere frammenti di Pane consacrato. Ma il modo migliore e, pare insostituibile, è quello tradizionale sempre usato con successo nella Chiesa cattolica, con i fedeli devotamente inginocchiati alla balaustra.