IL RISORTO DONA SPERANZA

Tratto da: “Missione Dheoniana” – Santuario SS. Salvatore – 70031 Andria (BA) 4/2008

S. PIETRO "AI FEDELI DISPERSI"

Intorno agli anni 80 dopo Cristo giunge da Roma ai cristiani sparsi nel Nord dell'attuale Turchia una lettera circolare che, secon­do un'antica tradizione, ha come autore ultimo l'apostolo Pietro. Si tratta di uno scritto autorevole che tiene conto di non pochi inse­gnamenti contenuti nell'Antico Testamento e nei Vangeli Sinottici. Quei cristiani sottoposti a diverse prove e sofferenze, perse­guitati, incompresi, ingiustamente accusati sono invitati ad un atteggiamento di speranza che genera dolcezza e rispetto tra loro e verso tutti, anche verso i nemici. Soprattutto potrà suscitare in loro prontezza nel «rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (cfr 1 Pt 3,15a).

La speranza fa fiorire la vita umana

A questa stessa speranza, che suscita "bene-essere" per tutti i battezzati e per gli uomini di buona volontà che vivono in Italia, mira la pastorale italiana dopo il Convegno di Verona. Una speranza che abbia a che fare con l'esistenza quotidia­na in tutta la sua concretezza: dagli affet­ti al lavoro, passando attraverso l'assun­zione di compiti ecclesiali e civili.

Una speranza che si esprime nell'ac­cogliere le situazioni di fragilità del nasci­turo e del bambino; nella cura del mala­to, nel soccorso al povero, all'abbandonato, all'immigrato; nella visita al carcerato, nell'assistenza all'incurabile... Di questo stile di vita che si radica in un cuore pieno di gratitudine per il dono di Dio, fanno parte anche i compiti educativi della famiglia, della scuola, quelli legati al mondo del lavoro, della cultura, dell'am­biente, dei mass-media.

In una parola, il cristiano è nello stesso tempo membro vivo del nuovo edificio ecclesiale e cittadino in senso pieno. Egli impara, così, quella cattolicità che gli fa vivere le dimensioni del mondo.

La speranza cristiana è una virtù che non viene meno neppu­re di fronte al dolore, alla sofferenza e alla morte. Anzi, è una speranza che non soccombe davanti al mistero sconvolgente del male morale, che comprende anche il nostro peccato. Una spe­ranza che giunge fino a guardare in faccia il tremendo abisso del­l'iniquità: «Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavo­lo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare: resiste­tegli saldi nella fede» (1 Pt 5,8).

Il nome della speranza cristiana è Cristo

Da dove può venire un simile dono che rende splendente la vita? La Prima Lettera di Pietro ce lo dice con disarmante sempli­cità: «Nella sua grande misericordia Dio ci ha rigenerati median­te la risurrezione di Gesù Cristo dai morti per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marci­sce» (1 Pt 1,3b-4).

Questo è il fatto gioioso ed inaudito che sta alla base della speranza che il cristiano vive in prima persona e non può non comunicare a quanti incontra: Gesù Cristo è risorto, caparra della nostra personale risurrezione.

In questa prospettiva tutta la vita si trasforma e noi, seguaci di Cristo, esultiamo «di gioia indicibile e gloriosa» e «dopo aver preparato la mente all'azione... dopo aver santificato le anime con l'obbedienza alla verità» accogliamo l'invito petrino: ad «amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri» (l Pt, cap. 1).

Testimoniare per costruire un edificio vivo L'imponente manifestazione di questo amore per i fratelli in Cristo è quindi alla base della vita quotidiana della nostra Chiesa. In ogni parrocchia e in ogni aggregazione di fedéli gli uomi­ni e le donne del nostro tempo possono oggettivamente incon­trare il Cristo vivo.

Questo incontro avviene nella comunità cristiana che, median­te i sacramenti illuminati dalla Parola di Dio, la comunione vis­suta, nasce dal nostro «stringerci a Lui, pietra viva...».

Anche noi come i nostri fratelli asiatici di allora veniamo «impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spi­rituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali gra­diti a Dio» ( 1 Pt 2,4-5).

Questo edificio vivo viene costruito, nella nostra Chiesa ita­liana, da milioni di persone. Ed è a favore di tutti gli uomini di qualunque religione, perfino di quanti non credono. Come?

Attraverso la testimonianza personale e comunitaria. Il cri­stiano è il testimone, ma il testimone è un "uomo riuscito". Tali sono i Santi, ai quali la Chiesa ci invita a guardare ogni giorno, così da trarre conforto dai loro esempi.

Le comunità, e in esse uomini e donne, giovani ed anziani, vivono sulle orme di Gesù Cristo e, nella misura della loro spe­ranza, diventano ponte tra il Salvatore e l'altro.

Ogni altro, dal più prossimo all'uomo che solo apparentemente viene al nostro incontro in modo occasionale. Ognuno di noi è il terzo che sta tra i due, cioè tra Gesù e ogni altro uomo (questo significa la parola testimone).

 

LA SPERANZA TROVA CASA

La speranza deve dare forma storica all'esperienza personale e sociale di ciascuno e illuminare le realtà e gli spazi della vita attraverso i quali si costruisce, giorno dopo giorno, con i rapporti e le scelte, che caratterizzano la nostra vita.

Nella vita affettiva

Un primo ambito è quello della vita affettiva. Ciascuno trova qui la dimensione più elementare e permanente della sua perso­nalità e la sua dimora interiore. A livello affettivo, infatti, l'uo­mo fa l'esperienza primaria della relazione buona (o cattiva), vive l'aspettativa di un mondo accogliente ed esprime con la mag­giore spontaneità il suo desidero di felicità.

Ma proprio il mondo degli affetti subisce oggi un potente condizionamento in direzione di un superficiale emozionalismo, che ha spesso effetti disastrosi sulla verità delle relazioni. L'identità e la complementarietà sessuale, l'educazione dei sentimenti, la matemità/patemità, la famiglia e, più in generale, la dimensione affettiva delle relazioni sociali, come pure le varie forme di rap­presentazione pubblica degli affetti hanno un grande bisogno di aprirsi alla speranza e quindi alla ricchezza della relazione, alla costruttività della generazione e del legame tra generazioni.

Nel lavoro e nella festa

Secondo ambito è quello del lavoro e della festa, del loro senso e delle loro condizioni nell'orizzonte della trasformazione mate­riale del mondo e della relazione sociale. Se nel lavoro l'uomo espri­me la sua capacità di produzione e di organizzazione sociale, nella festa egli afferma che la prassi lavo­rativa non ha solo a che fare con il bisogno ma anche con il senso del mondo e della storia. Oggi è pos­sibile e auspicabile la promozione della piena e buona occupazione, che non umilia cioè la persona, ma le consente di partecipare attiva­mente alla produzione del bene comune. Una condizione per rag­giungere questi obiettivi è un'adeguata preparazione delle perso­ne all'apprendimento continuo, che consente flessibilità di adat­tamento all'incessante cambiamento tecnologico. Flessibilità, tut­tavia, non deve significare precarietà e nemmeno cancellazione della festa. Questa poi non va confusa con il riposo settimanale. La festa deve ritornare ai suoi aspetti di tempo dedicato al rappor­to con Dio, con la famiglia e con la comunità circostante, non tempo "vuoto", riempito con l'evasione, il disimpegno e lo stordimento.

Nella fragilità umana

Il terzo ambito è costituito dalle forme e dalle condizioni di esistenza in cui emerge la fragilità umana. La società tec­nologica non la elimina; talvolta la mette ancor più alla prova, soprattutto tende a emarginarla... La speranza cristiana mostra in modo particolare la sua verità proprio nei casi della fragilità: non ha bisogno di nasconderla, ma la sa accogliere con discrezione e tene­rezza, restituendola, arricchita di senso, al cammino della vita.

Insegnando e praticando l'accoglienza del nascituro e del bam­bino, la cura del malato, il soccorso al povero, l'ospitalità dell'ab­bandonato, dell'emarginato, dell'immigrato, la visita al carcerato, l'assistenza all'incurabile, la protezione dell'anziano, la Chiesa è davvero "maestra d'umanità". Ma l'accoglienza della fragilità non riguarda solo le situazioni estreme. Occorre far crescere uno stile di vita verso il proprio essere creatura e nei rapporti con ogni crea­tura: la propria esistenza è fragile e in ogni relazione umana si viene in contatto con altra fragilità, così come ogni ambiente umano o naturale è frutto di un fragile equilibrio.

Nella cultura

Un quarto ambito potrebbe essere indicato con il termine tradizione, inteso come esercizio del trasmettere ciò che costituisce il patrimonio vitale e culturale della società. Anche la cultura odierna, pur sensibile alla novità e all'innovazione, continuamente compie i suoi atti di trasmissione culturale e di formazione del costume.

I mezzi della comunicazione sociale - con il loro non secon­dario carico pubblicitario - sono strumenti potenti e pervasivi della trasmissione di idee vere/false e di valori/disvalori, di for­mazione di opinioni e di comportamenti, di modelli culturali.

La scuola e l'università, a loro volta, sono istituzioni pre­poste alla trasmissione del sapere e alla formazione della tra­dizione culturale del Paese, attraverso modalità che spesso con­fliggono con l'invadenza e la sbrigatività dei mezzi della comu­nicazione di massa. In tutti questi ambiti il credente riceve una sfida particolarmente forte sia come possibilità di contri­buire al costituirsi di una tradizione di verità, sia come possi­bilità di far presente in essa la propria tradizione religiosa.

Nella cittadinanza

L'ultimo ambito di riferimento è quello della cittadinan­za, in cui si esprime la dimensione dell'appartenenza civile e sociale degli uomini. Tipica della cittadinanza è l'idea di un radicamento in una storia civile, dotata delle sue tradizioni e dei suoi personaggi, e insieme il suo significato universale di civiltà poli­tica.

I problemi contemporanei della cittadinanza chiedono così un'atten­zione nuova sia al ruolo della società civile, pensata diversamente in rap­porto allo Stato e ai principi di sussi­diarietà e di solidarietà, sia ai grandi problemi della cittadinanza mondia­le, tra cui emergono i problemi della fame e delle povertà, della giustizia economica internazionale, dell'emi­grazione, della pace, dell'ambiente.

 

TESTIMONIANZE DI UNA VITA NUOVA

Dima è una giovane palestinese e lavora a Ramallah, vicino a Gerusalemme, in una casa che la Caritas affitta per accogliere gli anziani soli della città. Ma non è un "pensionato", è un appar­tamento, abbastanza grande, un po' adattato, con un piccolo giar­dino. Gli anziani che incontriamo sono rimasti soli perché le gio­vani generazioni, appena possono, emigrano all'estero in cerca di lavoro. Dice Dima: «Il nostro è un Centro Anziani, ogni mattina il nostro pulmino fa il giro per raccogliere i più malandati o i più lontani e alla sera li riporta a casa. Ma durante la giornata non è che noi prestiamo i servizi di cui tutti più o meno hanno bisogno. In questa casa loro vivono insieme, il mio compito è quello di far sì che i servizi li ren­dano, per quanto pos­sibile fra di loro, o con la rete di conoscenze che già hanno in città. Insomma il mio servizio è chiedere che loro si rendano servizio, interveniamo solo quando non ce la fanno...». Ed ecco l'anziano professore di inglese che insegna le basi o almeno alcune parole essenziali ai suoi coetanei, o l'ex cuoca che suggerisce la variante di una ricetta in cucina. Poi c'è chi è un po' meno anziano, e che aiuta nella fisioterapia quello che ne ha bisogno, c'è un vecchio maestro in cravatta che corregge la fitta corrispondenza che tutti hanno con i figli lontani. «Eh sì, dice, vi sono alcuni deboli in ortografia e poi devo sempre correggere gli stessi errori!».

E mi mostra dei fogli, scritti in arabo, con le correzioni in rosso. Sembra chiedermi conferma che alcuni suoi allievi sono un po' distratti e io infatti gliela do, dopo aver controllato gli incom­prensibili ricami della sua scrittura... «Le persone anziane non hanno bisogno di molta assistenza - dice Dima - hanno però biso­gno di sentirsi utili, e questo è possibile anche a chi non ha più nessuno. Li mettiamo insieme, gli chiediamo loro di darsi da fare e sono i primi a prendersi amabilmente in giro sugli acciacchi dell'età. Il mio servizio? Meno ne faccio, più aumen­ta il buonumore!». Un operatore Caritas 

Gli saremo testimoni

Dal martoriato Medio Oriente ci arriva questa esperienza di valorizzazione delle persone nel territorio, soprattutto anziani soli, che rischiano di sentirsi inutili. Ecco un modo di "abitare il terri­torio" da cui possiamo prendere esempio. Non è necessario orga­nizzare grandi cose, basta tenere gli occhi aperti: accorgersi del vicino solo, degli anziani in parrocchia, dei disabili, non per for­nire loro servizi, ma per coinvolgerli in un progetto in cui ciascuno possa dare il proprio contributo. Insieme sarà possibile crescere, tutti, nella carità. 

Di me sarete testimoni (At 1,8)

All'inizio del libro degli Atti degli Apostoli (1,8), Gesù risor­to appare ai discepoli e li invia, con la forza dello Spirito che essi riceveranno, come suoi testimoni sino ai confini del mondo. È il compimento di tutto il mistero pasquale e l'inizio del tempo della Chiesa, chiamata ad essere segno della presenza del Signore.

Alla luce di questo sbocco, siamo chiamati a purificarci e a rinnovarci nella fede attraverso la sequela di quel Cristo che per­corre il suo itinerario sino alla morte di croce. Così il credente, morto con Lui, risorge con Lui nel tempo pasquale ed è, come i primi annunciatori della risurrezione, immediatamente messo in movimento dal Risorto. Come gli apostoli attestano la morte e risurrezione di Gesù, svelandone il significato salvifico per ogni uomo, allo stesso modo i cristiani sono costituiti testimoni qua­lificati del Signore risorto.

Non potranno limitarsi a vivere nel privato la loro fede, ma dovranno renderla manifesta a tutti coloro che incontreranno. La loro testimonianza non sarà uno schieramento impersonale di fatti, ma un'attestazione personale, contraddistinta da un impegno pieno per la verità da essi presentata. Proprio per questo il termine usato nel Nuovo Testamento per «testimone» è quello di martys, il quale in seguito indicherà, in maniera specifica, colui che arriva a sacri­ficare la propria esistenza a motivo dell'annuncio di Cristo.

Infatti, come Gesù afferma, non è possibile dare la vita per un'idea o per un sistema, ma soltanto per una persona. Il Figlio stesso è il testimone e l'inviato del Padre che manda i discepoli, dopo averli uniti a sé e aver loro donato lo Spirito, a continuare la sua missione. Dunque il credente tenta di rinsaldare il suo lega­me con la persona di Cristo, legando a lui tutta la sua vita, men­tre nel tempo pasquale si apre alla testimonianza per far conoscere agli altri il Signore morto e risorto che lo ha inesorabilmente segna­to e per il quale egli ormai vive.

 

TESTIMONIANZE DI UNA VITA NUOVA

Ariete è una bambina che dimostra circa 11 anni. È stata abbandonata in un ospedale psichiatrico vicino a Kigali non molto tempo fa. Dopo diversi mesi di ricovero, non riuscendo a rintracciare i genitori, è stata affidata alla nostra "Casa Amahoro". E davvero scapestrata, simpatica, impertinente, irre­frenabile a volte manesca, impulsiva. A tutti si rivolge dicen­do «tu sei la mia mamma, il mio papa». Eppure non è così anche se ci piacerebbe davvero poter colmare il suo vuoto, il deside­rio di riavere una mamma tutta per sé.

In questi giorni di vacanze scolastiche, abbiamo riaccom­pagnato a casa tutti i bambini che vivono qui in casa, 8 bimbi in tutto. Anche Ariete chiedeva di andate a casa. A casa dove? Non sappiamo da dove iniziare a cercarla la tua casa, perché a quel recapito che lasciarono i tuoi non si è mai trovato nessu­no. Tutto il giorno chiede insistentemente di andare dal "dot­tore", quel dottore che forse in ospedale le dava un senso di sicu­rezza e paternità. Forse i suoi genitori vivono un dramma anco­ra più grande che non ci è dato di sapere, ma Ariete è e resta un'abbandonata: non possiede nulla, non ha una famiglia che qui è quasi tutto, non ha gli strumenti per costruirsi una vita o un futuro, né qui né altrove.

Eppure la sera, durante il vespro, al momento del canto fina­le, tutto d'un tratto Ariete si alza e inizia a danzare. Balla con le braccia alzate al cielo e il suo viso ride. Balla come è, con il suo fare maldestro e un po' sgraziato, ma con quei passi al ritmo di tamburo fa nascere una poesia che rigenera i nostri cuori. La sua è una preghiera densa.

Una preghiera piena di vita, di gioia, di desiderio, piena del suo sorriso, una preghiera che è tutta presenza. Questa danza è un canto alla vita che si alza al Padre. Anche se vita incerta, spez­zata, sfortunata. È la preghiera di chi nulla ha da vantarsi, nulla vuole supplicare, nulla vuole lamentare, ma offre semplicemente se stesso con la gioia che il Signore ama. Ho riconosciuto dav­vero queste parole: Dio ama chi dona con gioia. Ariete dona con gioia tutto quello che ha: se stessa. Un'operatrice Caritas  

Gli saremo testimoni

Come questa bimba africana possiamo essere testimoni tra­sparenti dei doni di Dio, nonostante il dolore e la fatica. Docili all'azione dello Spirito, possiamo fare in modo che altri bimbi come Ariete conoscano il calore di una famiglia, di abbracci che li aiutino a crescere. Ciascuno può interrogarsi sul proprio impegno in merito: forse qualche mamma sola intorno a noi può aver bisogno di aiuto mentre è al lavoro; forse possiamo approfondire la proposta dell'affido e metterci a disposizione di bambini con genitori che fanno più fatica; oppure impegnar­ci in un sostegno a distanza perché un bambino possa crescere nel proprio Paese con buone opportunità per il suo futuro.

 

TESTIMONIANZE DI UNA VITA NUOVA

Io sono uno di quei pochi che si possono ritenere "fortuna­ti", perché sto scontando da poche settimane la pena in regime di semilibertà, che significa uscire dal carcere la mattina per lavo­rare all'esterno, e rientrare la sera. Mi ritengo fortunato perché ho avuto l'aiuto degli operatori, dei volontari, del cappellano e di tutta l'equipe che ha creduto in me.

Quando esci dal carcere le difficoltà sono molte, ti trovi in una città sconosciuta, in difficoltà economiche, una società che corre veloce e non capisci niente. Non parliamo delle difficoltà burocratiche che trovi negli uffici pubblici dove ci sono infini­te file agli sportelli e se non trovi quella giusta ti tocca rico­minciare da capo e così perdi tutta la mattinata. Quando esci dal carcere, vedi le macchine che corrono veloci, gente per stra­da attaccata al telefono. Se chiedi loro un'informazione ti dico­no di aspettare, poi si girano e se ne vanno indifferenti senza rispondere, e tu stai a guardare, come se fossi appena sceso da un altro pianeta e non sapessi come comportarti. Questo è il primo impatto di uno che esce dopo tanti anni.

Il mio passato è rimasto dietro le spalle, il presente lo sto vivendo: ogni cosa che vedo la osservo da vicino, sono goloso dei dolci e dei gelati, che qui in Italia più buoni non si può, e mi sto godendo anche il mare. Per il futuro spero di sistemarmi qui con mia moglie, che è stato ed è il mio sostegno, ma come ho detto è difficile, trovo mille ostacoli, incontro molte difficoltà economiche e burocratiche e per fortuna c'è la casa di acco­glienza "Le Grazie" che costituisce un punto di appoggio molto prezioso per tante famiglie. Un carcerato 

Gli saremo testimoni

Siamo spesso tentati di interpretare il messaggio di Gesù soprattutto con la testa, con il nostro pensiero. Il cieco guarito ha incontrato una persona, ha toccato con mano la potenza di Dio. Anche questo amico in carcere ha imparato a guardare alle piccole cose, rivalutandole in una ritrovata libertà. Cerchiamo di raccontarci reciprocamente, in famiglia, in par­rocchia, nel nostro gruppo, il "bello" che vediamo nella nostra vita e intorno a noi, in un esercizio che ci aiuti a cogliere l'im­portanza di azioni e gesti anche piccoli, ma che possono risul­tare importanti e consolatori per chi ne ha bisogno. 

E' RISORTO

Un'ansia di vedere, spinge le donne a recarsi al sepolcro. Matteo non da altre ragioni del loro andare; tutto si concentra su un unico scopo: vedere la tomba. E, in effetti, proprio riguar­do alla tomba Matteo ci fa vedere qualcosa in più rispetto agli altri evangelisti: ci fa assistere direttamente alla sua apertura, pro­vocata non da mani d'uomo ma da un intervento celeste. Primo indizio dell'agire divino è il terremoto, elemento tipico delle teofanie: Dio rende manifesta la propria presenza e la propria forza scuotendo la terra fin dalle sue fondamenta. Intanto, un angelo scende dal cielo, si avvicina e rotola via la pietra che chiu­deva il sepolcro. Così il sigillo della morte è stato rimosso. Poi, con un gesto che ha qualcosa di sarcastico, l'angelo addirittura si siede sopra al masso, in segno di vittoria. La luce ha soggio­gato le tenebre della morte.

Non basta. Di nuovo il terremoto. Questa volta, però, non è più la terra a tremare, ma i soldati messi a guardia del sepolcro (il testo originale greco usa per loro proprio lo stesso verbo del terremoto). Dovevano essere i custodi della morte? Ora ne spe­rimentano gli effetti! Nel loro terrore e nel loro tremito, infatti, essi diventano "come morti". Doppia vittoria di Dio e doppio sar­casmo sui suoi nemici. Direttamente, invece, la risurrezione di Gesù non è descritta: troppo grande per qualunque occhio umano. Quel che però Matteo era in grado di raccontare, lo ha raccon­tato. E tutto ciò doveva esser visto sia dai personaggi sia dal let­tore, prima che risuonasse sulle labbra dell'angelo il messaggio della vittoria. Due volte esso viene ripetuto. La prima volta come spiegazione della tomba vuota: Gesù non è più li dentro perché è risorto! L'angelo invita le donne a verificare con i loro occhi: ora vedere la tomba non è più solo un desiderio umano, come all'inizio del racconto, ma addirittura un ordine divino affinché "l'annuncio pasquale" abbia una prima conferma visibile. Poi l'angelo ripete che Gesù è risorto, e questa volta le sue parole diventano un incarico e una promessa ulteriore: da un lato, infat­ti, le donne devono andare dai discepoli e riferire loro quanto è successo al maestro; dall'altro essi, ben più che vedere la tomba potranno incontrare il Risorto stesso, che ora li precede in Galilea.

Le donne lasciano il sepolcro in fretta; la loro corsa obbedisce all'invito pieno di urgenza fatto dal­l'angelo. E proprio in que­sta corsa si fa loro incon­tro Gesù. È la prima volta che appare dopo la risur­rezione, tuttavia Matteo non sembra molto inte­ressato al suo aspetto este­riore.

Piuttosto, l'evangelista sottolinea il suo movi­mento verso le donne: a chi ha creduto (non alle guardie, rimaste tramor­tite per paura dell'angelo), a chi si è messo in cam­mino per portare l' annuncio pasquale è il Risorto stesso a venire, incontro. L'abbraccio dei piedi conferma la corporeità di colui che le donne riconoscono come Signore. È un'adorazione silenziosa; qui, come nella scena precedente, non c'è spazio per altre parole che non siano quelle dell'angelo e di Gesù.

Per la seconda volta le donne ricevono lo stesso invito: quel­lo di andare dai discepoli e di annunciare loro che in Galilea avreb­bero visto il Risorto. Con una differenza, però: Gesù qui non li chiama semplicemente discepoli, come aveva fatto l'angelo, ma fratelli; il legame di cui parla è più forte del loro abbandono e del loro tradimento. Così le prime parole del Risorto sono anche parole di perdono. Un perdono che egli, con delicatezza, non ha lasciato dire all'angelo, ma ha voluto riservare a sé. Ora le donne possono continuare la loro strada. Sui loro piedi corre non solo il primo annuncio, ma anche la prima esperienza pasqua­le, primizia e preludio di quella dei discepoli, fratelli di Gesù.

Testimonianze di una vita nuova

Dopo 4 anni di carcere avevo perso tutto. La casa, il lavoro, la famiglia. E che cosa fa una donna sola, senza soldi, senza alloggio, senza aiuto? Ovvio: torna in galera. Ero terrorizzata al solo pensiero di come avrei potuto affrontare la libertà. Mi feci corag­gio, anche perché a me restavano alcuni mesi per preparare la mia uscita: una vera fortuna. I volontari di "Carcere-città", un'asso­ciazione che opera nel carcere di Modena, e gli assistenti socia­li mi hanno seguito, mi hanno ascoltato, senza farmi sentire uno scarto, un avanzo di galera. Dopo un po' di colloqui in carcere, hanno costruito su di me un progetto per la libertà. Così quando sono uscita con l'indulto mi hanno dato un alloggio in un appar­tamento e un piccolo sussidio mensile. Eravamo in tre in quel­l'appartamento e la vita non era facile. Piccoli spazi da condivi­dere e tante diversità tra di noi, la mentalità, l'età. Ma sapeva­mo che eravamo tre donne fortunate e volevamo rifarci una vita. Dopo alcuni mesi, il Comune mi ha dato anche una borsa-lavo­ro. Io lavoravo per un ente e il Comune mi pagava. Ero conten­ta, mi piaceva il lavoro e piano piano riacquistavo una norma­lità che avevo dimenticato. Dopo poco però ho capito che con quel sussidio, con solo quell'aiuto, non sarei mai riuscita a ritro­vare la mia vera indipendenza. Ho capito che quell'aiuto era un inizio e non una fine. Così ho risparmiato, finché ho potuto dispor­re di cento euro da investire in telefonate con lo scopo di trovare un vero lavoro. Non è stato facile, tantissimi: «No, grazie», si accumulavano a dei ben peggiori: «Sì, interessante le faccia­mo sapere noi». False aspettative. I mesi passavano e io avevo quasi finito i cento euro di telefonate e anche il coraggio, la spe­ranza. Poi il colpo di fortuna: una telefonata, un colloquio e il lavoro. Finalmente. All'inizio è stata durissima. Subito la deci­sione di dire al mio capo da dove venivo, perché non me la sono sentita di tacerlo. Poi il dovermi abituare a ritmi di lavoro com­petitivi e, cosa non da poco, a un ambiente professionale. Tante volte ho pensato di mollare. Ma non l'ho fatto. Ora vivo in casa mia e fra poco riceverò il quarto stipendio. Ripeto: sono stata for­tunata perché ho incontrato le persone giuste, così come "allo­ra" ho forse incontrato le persone sbagliate (la vita, in fondo, è equa). Oggi, se mi incontrate, nulla vi parla del mio passato. Una ex carcerata

Gli saremo testimoni

Non ricordate più le cose passate», esorta il profeta Isaia. Insieme a questa donna che ci dice fieramente «Oggi, se mi incon­trate, nulla vi parla del mio passato», festeggiamo la Pasqua, la liberazione dalla morte, annunziando a tutti la risurrezione di Gesù. Viviamo questo tempo pasquale impegnandoci a dare un segno concreto della nostra conversione.